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Resoconto integrale delle discussioni
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Martedì 7 giugno 2005 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 3. Spazio di libertà, sicurezza e giustizia: vedasi processo verbale (comunicazione delle proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 4. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (comunicazione delle proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 5. Lotta al terrorismo
 6. Turno di votazioni
 7. Orientamenti per le reti transeuropee dell’energia
 8. Efficienza degli usi finali dell’energia, servizi energetici
 9. Infrastruttura per l’informazione territoriale nella Comunità (INSPIRE)
 10. Riassicurazione
 11. Sostegno allo sviluppo rurale da parte del FEASR
 12. Scambio di informazioni in particolare con riguardo ai reati gravi, compresi gli atti terroristici
 13. Scambio di informazioni e cooperazione in materia di reati terroristici (decisione)
 14. Prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento della criminalità e dei reati, compreso il terrorismo
 15. Protezione degli interessi finanziari delle Comunità e lotta antifrode
 16. Piano d’azione dell’Unione europea contro il terrorismo
 17. Attacchi terroristici: prevenzione, preparazione e risposta
 18. Protezione delle infrastrutture sensibili nel quadro della lotta al terrorismo
 19. Lotta al finanziamento del terrorismo
 20. Scambio di informazioni e cooperazione in materia di reati terroristici
 21. Dichiarazioni di voto
 22. Correzioni di voto: vedasi processo verbale
 23. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 24. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 25. Sfide politiche e mezzi di bilancio dell’Unione allargata 2007-2013
 26. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
 27. Tutela delle minoranze e politiche contro la discriminazione in un’Europa allargata
 28. Legami tra immigrazione legale e clandestina ed integrazione dei migranti
 29. Controllo dei movimenti di denaro contante
 30. Prodotti soggetti ad accisa
 31. Mobilità dei pazienti, sviluppi dell’assistenza sanitaria
 32. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 33. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON.TRAKATELLIS
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 9.00)

 

2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

3. Spazio di libertà, sicurezza e giustizia: vedasi processo verbale (comunicazione delle proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

4. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (comunicazione delle proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

5. Lotta al terrorismo
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0164/2005), presentata dall’onorevole Rosa Díez González a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sul piano d’azione dell’Unione europea contro il terrorismo [2004/2214(INI)],

la relazione (A6-0166/2005), presentata dall’onorevole Jaime Mayor Oreja a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla prevenzione, preparazione e risposta agli attentati terroristici [2005/2043(INI)],

la relazione (A6-0161/2005), presentata dall’onorevole Stavros Lambrinidis a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla protezione delle infrastrutture sensibili nel quadro della lotta al terrorismo [2005/2044(INI)],

la relazione (A6-0159/2005), presentata dall’onorevole Mario Borghezio a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla lotta al finanziamento del terrorismo [2005/2065(INI)],

le relazioni (A6-0162/2005), presentate dall’onorevole Antoine Duquesne a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sullo scambio di informazioni con riguardo ai reati gravi, compresi gli atti terroristici [10215/2004 – C6-0153/2004 – 2004/0812(CNS)],

(A6-0160/2005) sullo scambio di informazioni e la cooperazione in materia di reati terroristici [15599/2004 – C6-0007/2004 – 2004/0069(CNS)]

e (A6-0165/2005) sullo scambio di informazioni e la cooperazione in materia di reati terroristici [2005/2046(INI)],

la relazione (A6-0174/2005), presentata dall’onorevole Alexander Nuno Alvaro a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento della criminalità e dei reati, compreso il terrorismo [8958/2004 – C6-0198/2004 – 2004/0813(CNS)],

e le interrogazioni orali (B6-0243/2005 e B6-0244/2005) dell’onorevole Karl-Heinz Florenz, a nome della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, al Consiglio, sulla capacità di reazione dell’Unione europea alle minacce del bioterrorismo per la salute pubblica.

 
  
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  Rosa Díez González (PSE), relatore. – (ES) Signor Presidente, oggi è un giorno importante. Questa discussione globale pone ancora una volta il Parlamento all’avanguardia della lotta contro il terrorismo. Siamo un’Assemblea politica e questa è una discussione politica sulle misure da adottare a livello europeo per difendere i diritti umani e sconfiggere il terrorismo, una discussione che intende anche essere una lezione di democrazia.

Siamo convinti che, per essere efficace nella lotta al terrorismo, l’Europa deve dotarsi, anche in questo ambito, di una politica comune che vada oltre la sempre più stretta ed efficace cooperazione tra i paesi dell’Unione – della quale Spagna e Francia sono un buon esempio – e tra l’Unione e i paesi terzi; una politica che dia risposta alle preoccupazioni dei cittadini e che si possa promuovere come modello in tutto il mondo.

Per sconfiggere il terrorismo è innanzi tutto necessario avere fiducia nella supremazia della democrazia. Per sconfiggere il terrorismo bisogna essere disposti a utilizzare tutti gli strumenti dello Stato di diritto, tutti, ma nessuno in più di quelli offerti dallo Stato di diritto. Per sconfiggere il terrorismo dobbiamo combattere l’impunità e privare di legittimità ogni azione terroristica. Per sconfiggere il terrorismo dobbiamo mantenere vivo, nel cuore e nella mente, il ricordo delle vittime.

Il terrorismo, onorevoli colleghi, è una forma di totalitarismo, di fanatismo. Il terrorismo persegue la distruzione delle società libere e pluraliste. Il terrorismo è incompatibile con la democrazia. Per questo affermo che solo una democrazia forte, vigorosa e impegnata sarà in grado di sconfiggerlo.

Il Parlamento si è posto più volte all’avanguardia in questo ambito. Il 6 settembre 2001, pochi giorni prima dell’attacco alle torri gemelle, l’Assemblea approvò due raccomandazioni: il mandato di arresto e la definizione comune del reato di terrorismo, poi adottate dal Consiglio nel dicembre dello stesso anno, anche grazie al fatto che noi, il Parlamento europeo, avevamo svolto il nostro lavoro in tempo utile. E’ vero che alcuni paesi dell’Unione non hanno ancora recepito tali misure nei diritti nazionali e altri non lo hanno fatto in modo corretto. Questo è il motivo per cui la relazione da me presentata chiede una valutazione urgente, ma queste due decisioni rivelano la misura in cui i cittadini europei hanno bisogno di un Parlamento capace di porsi all’avanguardia delle decisioni politiche.

L’Europa è un modello di democrazia e di rispetto dei diritti umani. E’ la nostra vocazione, è il senso della nostra Unione politica. Per questo motivo, per difendere e promuovere la democrazia e per garantire il rispetto dei diritti umani, lottiamo contro il terrorismo, perché sappiamo che il terrorismo è nemico della democrazia. Proponiamo quindi una politica europea volta a combattere il terrorismo, al fine di garantire il rispetto dei diritti umani collettivi e individuali, il diritto alla vita, la libertà di espressione, la libertà di circolazione, la libertà di pensiero e la libertà di religione: una politica europea che lotti contro il terrorismo per rendere la sicurezza collettiva compatibile con la libertà e la dignità individuale.

Non voglio annoiarvi con i particolari di ogni raccomandazione contenuta nella relazione. Sono tutte all’avanguardia, ma sono tutte possibili. Richiedono solo volontà politica e sono tutte necessarie, dal rafforzamento del ruolo del coordinatore europeo antiterrorismo alla promozione dell’istituzione di una procura europea.

Vorrei dare risalto alla raccomandazione di istituzionalizzare il riconoscimento europeo delle vittime del terrorismo. A livello politico, è inoltre significativo il nostro impegno a promuovere una definizione internazionale del reato di terrorismo, la quale è sempre più necessaria se, come ha proposto Kofi Annan nell’agenda di Madrid, intendiamo far sì che tali reati siano perseguiti e puniti in qualunque parte del mondo.

Vorrei infine richiamare l’attenzione su una raccomandazione realmente ambiziosa: l’invito a promuovere l’imprescrittibilità dei reati di terrorismo negli Stati membri, per tradurre in atto la riprovazione della comunità internazionale che li considera tra i crimini contro l’umanità più gravi e intollerabili.

Per concludere, onorevoli colleghi, so che quello che compiamo oggi è un piccolo passo, ma è un passo importante. Sono orgogliosa di aver contribuito a porre ancora una volta il Parlamento europeo all’avanguardia della lotta contro l’impunità dei criminali e all’avanguardia della difesa dei diritti umani. Ringrazio tutti i colleghi, di tutti i gruppi politici, per i loro contributi a questo lungo dibattito. Grazie a tutti loro, l’Assemblea proporrà al Consiglio iniziative attive che cambieranno le dinamiche del passato. Scopo di questo insieme di iniziative è elaborare una politica europea capace di prevenire, per quanto possibile, gli attentati terroristici.

Come socialista, come basca, come spagnola e come europea, sono fiera che il Parlamento esprima un nuovo riconoscimento della memoria delle vittime del terrorismo.

Il Presidente del governo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, ha riconfermato il suo impegno sabato scorso, in occasione di una cerimonia di consegna di diplomi alla guardia civile, affermando che serberemo sempre nella nostra memoria il ricordo di tutte le vittime. Per ogni democratico, questo impegno a ricordare le vittime deve rendere impossibile una società come quella che perseguono i terroristi con le loro azioni criminose.

L’Europa conosce il totalitarismo e conosce l’importanza di mantenere vivi i ricordi onde evitare che la storia si ripeta. Primo Levi lo ha spiegato molto bene in un magnifico libro: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario e ricordare è un dovere”.

 
  
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  Presidente. Vorrei porgere il benvenuto al nostro ex collega, Gijs De Vries, che segue la discussione dai banchi del Consiglio.

 
  
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  Jaime Mayor Oreja (PPE-DE), relatore. – (ES) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto ringraziare il Commissario Frattini e il coordinatore antiterrorismo del Consiglio, signor Gijs de Vries, per la loro presenza in Aula stamattina. Vorrei anche ringraziare tutti gli eurodeputati che hanno lavorato e collaborato, a volte sulla base delle discrepanze e a volte sulla base dell’accordo, a questa relazione sulla prevenzione e risposta agli attentati terroristici, in particolare vorrei ringraziare i miei buoni amici, onorevole Rosa Díez e onorevole Antoine Duquesne, per la loro cooperazione e per i loro contributi alla relazione.

Nei pochi minuti a mia disposizione vorrei essere molto sintetico e riassumere soprattutto i motivi e gli obiettivi che mi hanno indotto a presentare oggi questa relazione al Parlamento europeo. Che cosa ho voluto proporre all’Assemblea con questa relazione? Semplicemente il poco che ho potuto apprendere, la mia limitata e modesta esperienza di ciò che ha significato la lotta contro un’organizzazione terrorista, per oltre venticinque anni, nel mio paese, la Spagna, e nei Paesi Baschi.

Ritengo quindi che l’aspetto più importante oggi sia trasformare la strategia tradizionale di lotta al terrorismo dell’Unione europea, che di norma si esplica attraverso un elenco esaustivo di misure, in quello che, a mio parere, deve essere un progetto politico europeo.

Mi si chiederà quale sia la differenza tra un elenco esaustivo di misure e un progetto politico. Un progetto politico è molto più ambizioso di un elenco di misure. Un progetto politico è sempre il frutto, la conseguenza, di una priorità, dell’attenzione su un determinato aspetto e, soprattutto, di una mentalità appropriata e corretta. Un progetto politico ha soprattutto la capacità di essere riassunto e compreso simultaneamente da un’opinione pubblica che apprezza lo sforzo di un rappresentante politico di trasformare un elenco di misure in un progetto politico.

Permettetemi di dire che i recenti risultati in Europa confermano che abbiamo bisogno di un numero limitato di progetti politici, perché non si possono avere infiniti progetti politici. Dobbiamo avere solo alcuni progetti politici, che siano compresi dai cittadini europei e sappiano rispondere ai problemi degli europei. Sono convinto che uno di questi sia indubbiamente il terrorismo.

Il terrorismo non si può combattere in modo generico. Le forze di sicurezza non possono adottare la mentalità corretta se si lotta contro il terrorismo in modo generico. Dobbiamo combattere un tipo di terrorismo specifico, un’organizzazione specifica. E’ vero che il terrorismo si deve sempre combattere secondo gli stessi principi di libertà, di rispetto dei diritti umani, di valori su cui si fonda l’Europa, ma in ogni caso dobbiamo saper creare un progetto politico preciso e concreto e dobbiamo sempre saper individuare, definire e valutare l’organizzazione contro cui si combatte; tra l’altro, come dicevo, perché è l’unico modo di stimolare le forze di sicurezza ad avere e dedicare tutta l’energia possibile alla lotta contro una particolare organizzazione.

Qual è il principale alleato di un’organizzazione terrorista? Il suo carattere diffuso: non si sa mai dove cominci e dove finisca; non si sa quale struttura sociale la sostenga, né quali Stati in alcune occasioni siano dietro un certo gruppo. Tuttavia, ha sempre sostegno sociale e una delle chiavi per combattere il fenomeno del terrorismo è saper definire e delimitare il raggio d’azione dell’organizzazione e il tessuto sociale che la sostiene.

Per questo motivo – e mi rammarico di alcuni emendamenti a tal fine – mi rincresce che non abbiamo avuto il coraggio di chiamare per nome l’organizzazione con cui si confrontano gli europei, che è un’organizzazione radicale islamica, o che sostiene di difendere l’islam, cioè Al-Qaeda. E’ essenziale chiamarla per nome, perché è l’unico modo di combattere un’organizzazione: dobbiamo saper dire che cosa abbiamo attualmente di fronte nell’Unione europea.

Il rischio principale per il Parlamento europeo è la paralisi, l’inazione, essere certi dei nostri principi, dei nostri valori, essere sostanzialmente d’accordo, senza però creare un progetto politico comune europeo per affrontare questa grande questione che interessa il presente e il futuro, trattandola come un problema altrui: come se avesse colpito gli americani l’11 settembre di alcuni anni fa, o in particolare la Spagna, per determinati motivi, l’11 marzo scorso, ma non credo sia questo ciò che dobbiamo fare.

Per concludere, vorrei ricordare le vittime e dire che devono sempre essere al centro del nostro dibattito, al centro della nostra attenzione, e torno a insistere sul fatto che, in questo ambito, dobbiamo tutti avere forza morale assieme a loro per affrontare questo problema fondamentale per il nostro futuro.

 
  
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  Stavros Lambrinidis (PSE), relatore. – (EL) Signor Presidente, signor Commissario, nella lotta contro il terrorismo, la paura è il peggior nemico e avvocato. Paralizza la popolazione e ne incrina il senso di sicurezza ed è così che i terroristi vincono. Riduce anche la resistenza della popolazione e rende i governi impazienti di adottare misure repressive, che spesso violano le libertà fondamentali. Anche in questo caso i terroristi vincono. Il modo migliore per contenere questa paura è quindi essere pronti, come Europa, sia a prevenire gli attentati terroristici e le loro ripercussioni sia, se un attentato terroristico dovesse verificarsi, ad affrontarne le conseguenze nel miglior modo possibile, in altre parole mitigandole per la popolazione nel suo insieme e per le vittime.

Perché dovremmo farlo insieme, anziché ciascuno per conto proprio?

In primo luogo, perché il terrorismo non ha confini ed anche le nostre infrastrutture critiche spesso non hanno confini. Non possiamo affrontare ciascuno per proprio conto una situazione che ha ripercussioni paneuropee.

In secondo luogo, perché ci siamo impegnati a favore di questa Europa, non solo attraverso legami economici, ma anche attraverso legami di solidarietà. Nel caso del terrorismo, in particolare, il 25 marzo 2004 abbiamo riconosciuto nella nuova Costituzione la chiara necessità di operare insieme. Che cosa dovremmo fare insieme? Nella prevenzione e nella protezione delle infrastrutture critiche, direi che è estremamente importante disporre di una proposta della Commissione, approvata dal Parlamento, per un programma di protezione delle infrastrutture sensibili. Ciascuno Stato membro, in cooperazione con gli operatori delle infrastrutture, che sono principalmente operatori privati, deve definire tali infrastrutture critiche, secondo un metodo europeo armonizzato. Dobbiamo analizzarne la vulnerabilità e valutare le minacce, il che significa che dobbiamo scambiare informazioni su questi sistemi. Per esempio, il mio paese potrebbe avere informazioni su una possibile minaccia per un altro paese. Dobbiamo trovare soluzioni per proteggere le infrastrutture e per rispondere in modo adeguato in caso di un attentato. Al tempo stesso, dobbiamo salvaguardare la riservatezza, affinché i proprietari delle infrastrutture possano scambiarsi informazioni in tempo utile. In altre parole, essi devono avere la possibilità di trasmettersi segnalazioni relative a possibili attacchi. Dobbiamo garantire i finanziamenti. Dobbiamo soprattutto garantire la tutela delle libertà fondamentali. Il fine non giustifica i mezzi. Dobbiamo garantire un calendario chiaro e realistico, nonché un monitoraggio indipendente da parte dell’Europa per quanto riguarda il rispetto di tale calendario per l’individuazione delle infrastrutture. Non possiamo limitarci a sborsare fondi senza un calendario preciso.

Che cosa possiamo fare ai fini della gestione delle crisi? Dobbiamo creare una forza di protezione civile europea e garantire finanziamenti europei per i suoi spostamenti. Questo è il costo maggiore. Si può prevedere una base di dati che permetta il coordinamento a livello europeo – se una catastrofe colpisce un paese, definirà quali paesi presteranno assistenza e con quali forze – ma tutto questo costa. Dobbiamo cooperare con le organizzazioni non governative e le autorità locali. Sono tutte coinvolte in caso di una catastrofe, che si tratti di un attentato terroristico o di una calamità naturale. Tutti i sistemi di allerta precoce devono essere unificati nel sistema Argus. Si deve creare un centro di gestione, coordinamento e monitoraggio delle crisi e di trattamento delle informazioni in Europa.

E’ altresì necessario, come Europa, consultare le autorità nazionali che vantano un’esperienza in questo campo. Dico questo perché, con le Olimpiadi in Grecia nel 2004, abbiamo organizzato quella che probabilmente è stata la più grande operazione di protezione civile e di protezione delle infrastrutture nella storia del mondo intero. La Commissione europea non può organizzare un programma su così vasta scala senza consultare autorità di questo tipo.

Che cosa non dobbiamo fare insieme? Non vogliamo lanciare allarmi verdi, rossi o arancio al mondo. Non possiamo creare un clima di panico. Se lo facessimo, diffonderemmo proprio ciò che vogliono i terroristi: la paura di cui parlavo poc’anzi. Né vogliamo guerre preventive contro il terrorismo. Sono guerre contro Stati nazionali oppure contro i diritti fondamentali. Al momento esiste un’enorme tentazione, in molti paesi del mondo, di limitare i diritti fondamentali per combattere il terrorismo, o almeno così si asserisce. Non vogliamo neanche affrontare il terrorismo solo come un problema di polizia. Questo non è e non deve essere il nostro modo di combatterlo. Né vogliamo demonizzare determinati terroristi, perché in tal modo li trasformeremmo in eroi, o le vittime sarebbero ignorate. Dobbiamo ricordare queste persone. I terroristi vogliono il contrario; vogliono che le ignoriamo.

Vi ringrazio per l’attenzione e ringrazio tutti gli onorevoli colleghi per l’adozione unanime della relazione in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Mi auguro che raggiungeremo insieme un ampio accordo in futuro.

 
  
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  Mario Borghezio (IND/DEM), relatore. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, le misure elencate nel programma dell’Aia, soprattutto in ordine al riciclaggio di danaro, al finanziamento del terrorismo e allo scambio di informazioni fra i paesi dell’Unione europea, devono essere realizzate in tempi rapidi e con efficacia. Questa è una delle finalità che si propone la relazione di cui sono firmatario. Tale obiettivo deve essere raggiunto nel rispetto della riservatezza dei dati personali – un punto su cui molti colleghi hanno insistito in questo dibattito – al fine di rafforzare la libertà, la sicurezza e la giustizia nell’Unione europea, che sono fortemente minacciate dal terrorismo internazionale.

Il terrorismo viene finanziato prioritariamente attraverso il traffico di armi e di droga, ed è evidente che transazioni di simili entità che presiedono a traffici di questo genere coinvolgano istituti bancari e finanziari ufficiali. Pertanto le misure per prevenire e contrastare il finanziamento del terrorismo devono incentrarsi su questi soggetti. Da questo punto di vista raccogliamo con grande soddisfazione l’impegno formulato a nome della Commissione dal Commissario Frattini – che ringraziamo per la sua relazione – per la tempestiva presentazione al Parlamento europeo di una proposta di regolamento sulla tracciabilità delle operazioni finanziarie. Questa iniziativa, di cui diamo atto alla Commissione, ci sembra concreta, rapida ed efficace.

Vi è inoltre il tema, altrettanto corposo, della cooperazione giudiziaria. Com’è possibile per un singolo magistrato – e in Italia ce ne sono molti impegnati fortemente ed efficacemente nell’azione di contrasto del terrorismo – agire senza un adeguato strumento di cooperazione e di scambio di informazioni? Questa è un problema ancora da risolvere.

Io non intendo sottovalutare le preoccupazioni espresse da molti colleghi sul problema della tutela dei dati personali ma vi è un’esigenza prioritaria: si tratta di soffocare le centrali terroristiche che minacciano i cittadini. Ebbene, occorre riflettere attentamente sulla necessità di cooperazione nello scambio dei dati, sull’esigenza di uno strumento che permetta in tempo reale, con misure e interventi efficaci, di prevenire il terrorismo, per evitare poi lacrime di coccodrillo sulle centinaia di morti degli attentati o, peggio ancora, di atti di terrorismo biologico.

E’ evidente che l’organizzazione e lo sviluppo operativo delle reti terroristiche presuppongono un’evoluzione continua dei mezzi e delle metodologie, che includono anche le infiltrazioni. Da questo punto di vista, pur avendo un’enorme stima verso il lavoro e l’abnegazione delle organizzazioni no profit, ho ritenuto necessario sottolineare il pericolo reale, già documentato da molte indagini, di infiltrazioni delle organizzazioni di beneficenza no profit da parte di gruppi terroristici. Occorre che queste organizzazioni garantiscano la massima trasparenza nella gestione dei fondi, utilizzino esclusivamente conti correnti bancari ufficiali e circuiti finanziari regolari e rendano pubblici i bilanci – anche a tutela del mondo no profit, che rappresenta un vanto della società civile europea.

Non dimentichiamo, inoltre, l’attuazione delle raccomandazioni del GAFI (Gruppo di azione finanziaria), che rivestono grande importanza nell’elaborazione di nuove norme per i bonifici bancari, assolutamente necessarie per consentire di individuarne l’origine e i destinatari, che non devono nascondersi dietro lo schermo di società fantasma. Vorrei concludere ricordando il problema, ancora del tutto irrisolto, dei paradisi finanziari e fiscali, dentro e fuori il territorio dell’Unione europea, che possono offrire a tutt’oggi uno schermo di protezione a quelle organizzazioni terroristiche internazionali che minacciano la sicurezza e la tranquillità dei cittadini europei.

 
  
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  Antoine Duquesne (ALDE), relatore.(FR) Signor Presidente, il terrorismo è un fenomeno informe e poliedrico, che ha inferto un duro colpo all’Europa e che, purtroppo, continuerà a rappresentare una grave minaccia per le nostre democrazie, se non riusciremo a raggiungere un ampio consenso nella lotta contro di esso, se non ci impegneremo con decisione a collaborare l’uno con l’altro e se non adotteremo un’unica strategia sovranazionale per sconfiggerlo.

Non è sufficiente reagire, dobbiamo anticipare e condurre il gioco. In particolare, il terrorismo dev’essere condannato a livello politico, e a tale scopo l’Europa deve dotarsi di strumenti efficaci.

Pertanto mi compiaccio delle cinque relazioni su cui oggi ci accingiamo a votare, in quanto ciascuna di queste propone azioni molto concrete contro questa piaga mondiale, e mi sento rassicurato dalla convinzione che condivido con gli onorevoli Díez González, Mayor Oreja, Lambrinidis e Borghezio. Mi auguro che queste relazioni vengano adottate, se non all’unanimità, condizione che sarebbe ideale, almeno da una maggioranza molto consistente.

Lo scambio di informazioni svolge un ruolo fondamentale nel prevenire la minaccia del terrorismo e nel lottare efficacemente contro i grandi crimini. Però, perché tale scambio di informazioni sia davvero efficace, dobbiamo provvedere con la massima urgenza a dare ordine e coerenza ai controlli già in vigore e verificare, mediante una valutazione rigorosa, che questi offrano un vero valore aggiunto. Dobbiamo evitare di sacrificare la sicurezza sull’altare dell’efficienza, ma nel contempo non dobbiamo lasciare che l’efficienza venga compromessa da meri luoghi comuni.

Sia ben chiaro: quando si tratta della lotta al terrore, non abbiamo nulla da temere nel condurre democraticamente e con determinazione tale lotta, nel rispetto della legge. Il pericolo sta nel non reagire affatto. A questo proposito, ritengo che la proposta di decisione del Consiglio sia utile, perché rafforza la cooperazione verticale, coinvolgendo Europol e Eurojust, e perché offre un’analisi dell’argomento. La proposta svedese è utile perché permette rapidi scambi bilaterali come parte della cooperazione orizzontale tra i servizi degli Stati membri. A mio avviso, tali proposte sono tra loro complementari.

Gli emendamenti adottati in seno alla commissione parlamentare hanno lo scopo di rendere più efficaci queste misure, in particolare fornendo informazioni relative a condanne precedenti, agevolando gli scambi spontanei di informazioni utili, fissando scadenze per lo scambio di informazioni, istituendo l’obbligo di giustificare l’eventuale rifiuto di fornire informazioni, disponendo che si presenti una relazione annuale al Parlamento e dando facoltà di interpretazione alla Corte di giustizia. Per la prima volta, inoltre, proponiamo che vi sia una serie coerente di controlli che stabiliscano livelli comuni di protezione dei dati del terzo pilastro equivalenti a quelli del primo pilastro, in particolare creando un nuovo organismo comune di supervisione. In questo modo sarà infine possibile comunicare alla polizia quali sono le buone pratiche in modo molto semplice e specifico, eventualmente per mezzo di un codice. Ciò permetterà di mettere da parte le obiezioni che spesso vengono sollevate al fine di giustificare l’inazione.

Anche se ci viene solo chiesto un parere, prendiamo l’iniziativa formulando proposte precise. Se il voto sarà ampiamente favorevole, com’è accaduto in seno alla commissione parlamentare, il Consiglio e la Commissione non potranno far finta di niente, ignorando proposte che ritengo ben equilibrate. Abbiamo un ruolo politico molto importante in quest’ambito, e sono convinto che il Commissario Frattini e Gijs de Vries presteranno attenzione alle nostre parole e riferiranno i nostri pareri.

Dobbiamo inoltre reagire con urgenza ad altri dossier d’importanza fondamentale, quali il casellario giudiziario europeo e la lotta contro il finanziamento del terrorismo, perché al terrorismo il denaro è indispensabile. Di qui l’importanza vitale delle norme per la prevenzione del riciclaggio del denaro sporco e per l’identificazione dei possessori di conti bancari che finanziano la grande criminalità.

Onorevoli colleghi, come ho detto poc’anzi, il terrorismo è multiforme. La minaccia più grave che dobbiamo fronteggiare oggi è la violenza perpetrata da una nebulosa di gruppi terroristici che a torto si arrogano il diritto di invocare l’islam. Tuttavia esistono altre minacce. Nel fare guerra al terrore, dobbiamo assicurarci di identificare opportunamente i nostri diversi obiettivi. Dobbiamo essere consapevoli dei legami tra terrorismo e grande criminalità. Dobbiamo inoltre istituire un sistema di allerta rapida rafforzando la cooperazione tra i servizi di informazione e assicurando migliore protezione ai siti maggiormente a rischio.

Vi è molto da fare anche nel campo della prevenzione. Non dobbiamo farci confondere dalle scuse che i terroristi usano per giustificare l’ingiustificabile. Tuttavia, è vero che essi si riferiscono a problemi che spesso esistono veramente e che vanno affrontati, i quali rappresentano terreno fertile per persone condotte alla disperazione e quindi sensibili alla follia terroristica. La prevenzione implica inoltre la capacità di far capire alle persone il pericolo insito in alcune affermazioni e ci impone di diffondere la democrazia per ricordare l’importanza della tolleranza nella discussione e del rispetto dell’opinione altrui.

Dobbiamo inoltre avere la capacità di reagire adeguatamente al peggio. In tali casi, la solidarietà dev’essere all’ordine del giorno: una solidarietà politica concreta che mobiliti tutte le nostre risorse ed energie al fine di fornire assistenza e reprimere gli atti terroristici.

Dobbiamo pensare ancor di più alle vittime del terrorismo, che devono essere coinvolte nel processo non solo perché possiamo porre rimedio ai loro problemi, ma anche perché possiamo dimostrare loro che ci si sta impegnando per fare in modo che simili disastri non accadano mai più.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la nostra arma migliore di fronte alla barbarie è l’impegno appassionato per la libertà e la democrazia, al centro del quale sono i diritti umani. Ancora una volta, se saremo attivi e uniti, potremo sconfiggere coloro che sognano di distruggere gli ideali su cui si fonda l’Europa.

 
  
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  Alexander Nuno Alvaro (ALDE), relatore.(DE) Signor Presidente, signor Commissario, Coordinatore de Vries, onorevoli colleghi, l’onorevole Duquesne ha già dato una dettagliata spiegazione della necessità d’azione per reprimere, combattere e prevenire il terrorismo in Europa e in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le relazioni in discussione, e in particolare quella di cui sono responsabile, ovvero quella sulla conservazione dei dati, vorrei ricordare all’Assemblea ciò che ha detto la Corte di giustizia a proposito della lotta contro il terrorismo, ossia che i governi devono costantemente valutare se tutte le risorse che essi impiegano e tutte le misure che mettono in atto, per quanto legittime possano essere, non mettano in realtà in pericolo ciò che intendono proteggere, che in alcuni casi può essere l’esistenza di una società libera, in altri il diritto alla privacy personale.

Concordo appieno con i relatori ombra, che colgo l’occasione per ringraziare, sul fatto che non siamo in linea di massima contrari alle proposte avanzate dai governi di Regno Unito, Irlanda, Francia e Svezia. Vorremmo però naturalmente insistere sul fatto che misure che implichino una significativa limitazione dei diritti fondamentali, le quali, come tutti gli studenti di legge sanno fin dal primo semestre di qualunque università europea, vanno sempre adeguatamente giustificate, sono basate su una valutazione delle esigenze a sostegno delle misure in questione. Tale valutazione non deve limitarsi a identificare il bisogno d’azione, ma deve anche sottolineare i benefici derivanti dalla conservazione effettiva dei dati tratti dalle reti di telecomunicazione pubblica – Internet, linee di terra, telefonia mobile e messaggi brevi (SMS) – che potrebbero riguardare 450 milioni di persone.

Il principale problema su cui vorrei ritornare a questo proposito riguarda la procedura. Ringrazio per la comunicazione che abbiamo ricevuto. Anche con tutta la buona volontà, tuttavia, devo dire che la procedura ha margini di miglioramento molto ampi. La relazione su cui oggi esprimerete il vostro voto si basa su un progetto che risale all’aprile dell’anno scorso. Nel frattempo, la proposta del Consiglio ha subito numerose modifiche. La proposta più recente è del 24 maggio. Da allora la Commissione ha preso l’iniziativa di introdurre le proprie proposte. Poiché il Parlamento non è aggiornato riguardo a queste ultime, non essendo stato abbastanza coinvolto nelle ultime discussioni da ricevere un nuovo documento attraverso i canali ufficiali, difficilmente ci si può aspettare che esprimiamo entusiasmo incondizionato sulla cooperazione delle altre Istituzioni al riguardo. Forse, se vogliamo avere successo nella lotta contro il terrorismo, dovremmo pensare a migliorare la cooperazione interistituzionale.

Venendo brevemente alla relazione stessa, nella vecchia versione – ed è probabile che problemi simili esistano anche in quella nuova – abbiamo identificato difetti tecnici per quanto riguarda gli strumenti di esecuzione. Si tratta di creare basi di dati progettate per raccogliere quanti più dati sia possibile e necessario conservare; si tratta di verificare quanto sia facile trovare modi di aggirare le disposizioni contenute nella presente proposta e quanto facile o difficile possa o debba essere per l’industria interessata attuare i cambiamenti strutturali richiesti – e questa è la principale difficoltà economica del problema – senza che sia necessaria la compensazione. Forse alcune delle nuove proposte hanno previsto norme diverse al riguardo, ma di certo non vi era alcuna disposizione in materia di compensazione nella versione su cui abbiamo dovuto basare le nostre deliberazioni.

L’altra questione che abbiamo dovuto analizzare era di natura legale: fino a che punto il sistema proposto è compatibile con il diritto al rispetto della vita privata e familiare così com’è definita nell’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo? Fino a che punto raccogliere i dati di tutti i cittadini europei è compatibile con i diritti fondamentali inclusi nelle nostre costituzioni nazionali, quali il diritto di decidere della diffusione e dell’utilizzo dei propri dati personali, come in Germania, e il diritto alla privacy telefonica, che presumibilmente esiste in ciascuno Stato membro? Quale sarà il primo paese a dichiarare anticostituzionale la decisione quadro, se mai qualcuno l’adotterà?

Un altro aspetto è il messaggio politico trasmesso dalla giustificazione del primo documento, che afferma che il sistema debba essere deliberatamente progettato per includere coloro che non sono mai stati indagati, in modo da poter raggiungere l’obiettivo di combattere il terrorismo e il crimine organizzato nel modo più esteso ed efficiente possibile. Forse si potrebbe scegliere una soluzione alternativa tra le altre opzioni disponibili. Abbiamo la Convenzione sulla criminalità informatica, che propone modalità per trovare un equilibrio ragionevole tra la raccolta e la protezione dei dati, quali il congelamento dei dati o l’utilizzo di un sistema di conservazione dei dati. Tale Convenzione propone diverse soluzioni che non sono ancora state attuate in un singolo paese. A questo punto si comincia a chiedersi se in questo caso il desiderio di agire rapidamente non abbia avuto la meglio sulla riflessione razionale, soprattutto alla luce del fatto che il Consiglio ha ricevuto il proprio mandato il 25 marzo dell’anno scorso, esattamente due settimane dopo le terribili atrocità di Madrid.

Mi auguro che il messaggio che stiamo inviando in questa sede venga interpretato correttamente. Desideriamo cooperare, ma vogliamo anche che si scelga la procedura giusta. Come dimostra la relazione, noi e i servizi giuridici riteniamo che la questione debba far parte del primo pilastro del Trattato UE, ovvero uno dei settori in cui il Parlamento partecipa a decisioni congiunte e non viene solamente consultato. Forse questa modifica potrà essere accolta, e forse allora ci verrà accordato il medesimo grado di rispetto che noi diamo alle altre Istituzioni nel corso del nostro lavoro.

 
  
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  Karl-Heinz Florenz (PPE-DE), autore.(DE) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, in questa discussione, sarei molto interessato a sapere quanta attenzione l’Unione europea in generale e il Consiglio in particolare stanno riservando al problema del bioterrorismo. Non metto in dubbio che una buona politica estera che funziona bene sia il miglior meccanismo preventivo. Purtroppo, però, questo non è stato compreso appieno da parte dell’elettorato europeo nelle scorse settimane, e senza dubbio abbiamo una parte di responsabilità al riguardo.

Comunque stiano le cose, non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che siamo esposti al problema del bioterrorismo. Speriamo di non arrivare a questo punto; vorrei però sapere dalla Commissione e dal Consiglio come si stanno preparando a una tale eventualità. Vorrei inoltre sapere quali progressi tali preparativi hanno compiuto nell’arco dell’ultimo anno e degli ultimi mesi, da quando è stato nominato un coordinatore europeo comune. Se è vera – e mi auguro che non lo sia – la voce secondo cui la cooperazione è stata pessima in tutta la zona che circonda il mio paese, vorrei sapere quali azioni la Commissione e il Consiglio stanno portando avanti per affrontare con fermezza il problema. Senza dubbio questa è una missione europea e la dimensione europea porta un valore aggiunto. Attendo con ansia i commenti della Commissione.

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. – Signor Presidente, onorevoli deputati, affronterò insieme le numerose e delicate questioni poste dai relatori, che ho ascoltato con grande attenzione e che ringrazio sentitamente per avere sollevato aspetti di straordinario interesse per la vita democratica dell’Europa.

Ritengo che il terrorismo sia veramente la nuova dittatura del ventunesimo secolo, una dittatura che cerca di limitare le nostre libertà e di colpire i diritti basilari delle persone – il diritto alla vita e all’incolumità fisica – e quindi concordo con la vostra impostazione. Occorre una risposta che parta da un’azione europea e da una forte cooperazione internazionale. Non si tratta di una risposta di emergenza: è necessario considerare il terrorismo una minaccia permanente, che richiede quindi una strategia e soprattutto, come molti hanno detto, azioni concrete.

Su questa base, proprio venerdì scorso a Lussemburgo, il Consiglio ha approvato il piano d’azione proposto dalla Commissione, che contiene alcune nuove e, a mio avviso, efficaci proposte che saranno attuate sin dai prossimi mesi e che si aggiungono alle misure già in corso. Come correttamente affermato dall’onorevole Oreja, si tratta di elementi di un’unica strategia, non una lista di misure. Si tratterà di un disegno politico per il quale, evidentemente, Parlamento, Consiglio e Commissione devono e possono lavorare insieme.

Io credo che uno dei principi fondamentali consista nel fatto che la lotta al terrorismo non significa limitare la libertà delle persone, al contrario! Sarebbe il più grande errore politico se le libertà fondamentali dei cittadini dovessero anch’esse cadere vittime del terrorismo, nel senso di essere sacrificate o, qualche volta, eliminate. Quindi il bilanciamento tra azione di prevenzione e di repressione da un lato, e garanzia delle libertà e dei diritti fondamentali dall’altro è una direzione di marcia su cui si concentrano tutte le relazioni.

Mi sia concesso ora formulare alcune brevi osservazioni sulle relazioni presentate. L’onorevole González ha certamente ragione quando sottolinea l’importanza di un piano d’azione disponibile, che permetta in particolare il monitoraggio dell’azione compiuta dagli Stati membri per attuare le misure decise. Sarebbe davvero un paradosso se, dopo avere individuato una strategia, mancassero gli elementi per controllare l’applicazione delle misure delineate nella strategia stessa. Quindi il piano d’azione ed l’attuazione dello stesso saranno per la Commissione una priorità. Come molti di voi già sanno, uno degli elementi qualificanti del piano d’azione approvato venerdì a Lussemburgo è proprio la creazione di uno strumento di monitoraggio permanente.

La Commissione si propone periodicamente – io ritengo ogni sei mesi – di fornire una relazione, che ovviamente sarà pubblica, sulle modalità e la qualità dell’attuazione di tutte le misure da parte degli Stati membri. Ad esempio per quanto riguarda alcune punti citati nella relazione González, noi stiamo lavorando a una comunicazione sugli esplosivi, i detonatori, le armi da fuoco e a una seconda comunicazione che riguarderà la radicalizzazione e il reclutamento dei terroristi. Accanto a queste misure, proporremo chiaramente, in tempi molto rapidi, alcune proposte sul problema del finanziamento del terrorismo – e tornerò su questo tema – anche con particolare riferimento ad alcune organizzazioni che fiancheggiano e sostengono il terrorismo. Lavoreremo ovviamente alla messa in atto del cosiddetto sistema Argus, che molti di voi conosceranno, che permetterà – ne sono certo – la messa in rete di tutti i sistemi di allerta rapida esistenti presso la Commissione. L’intenzione è quella di creare una rete europea che permetta un immediato scambio di informazioni – direi in tempo reale – tra tutti gli Stati membri in caso di attacco terroristico.

La relazione dell’onorevole Oreja sottolinea, certamente a ragione, l’importanza di rafforzare lo scambio di informazioni, la cooperazione con i paesi terzi, il dialogo con la società civile, un aspetto fondamentale, e l’aiuto e il sostegno alle vittime del terrorismo, un altro aspetto su cui la Commissione lavorerà intensamente. Credo che questa stagione di lavoro, che oggi il Parlamento inaugura con le relazioni presentate, dovrà tenere sempre più in considerazione le vittime del terrorismo oltre, ovviamente, agli autori degli atti di terrorismo.

Credo che la chiave per il successo di questa strategia sia il principio di inclusività: tutti gli attori, pubblici e privati, della società debbono poter partecipare al dibattito democratico sul terrorismo. Io credo che un’informazione appropriata dell’opinione pubblica, non minacciosa né drammatizzante, bensì chiara, possa essere una risposta rassicurante. Se noi comunichiamo ai cittadini che esistono misure concrete e che insieme le stiamo mettendo a punto, credo che i cittadini possano sentirsi rassicurati dal fatto che le grandi istituzioni dell’Europa stanno lavorando e continueranno a lavorare attivamente.

Per quanto riguarda la protezione delle infrastrutture sensibili, onorevole Lambrinidis, io ho molto apprezzato la sua relazione. Una delle principali minacce terroristiche pesa certamente sulle infrastrutture e proprio in questo settore si rivela indispensabile la collaborazione tra istituzioni pubbliche, tutti i livelli di governo e il settore privato. La Commissione intende presentare al Parlamento, entro la fine di quest’anno, una proposta di programma europeo per la protezione delle infrastrutture sensibili. Uno dei punti del programma consisterà nella possibilità di dare accesso a un’informazione immediata e tempestiva, una sorta di allerta precoce, in caso di pericolo di attentato terroristico.

Vi comunico che proprio in questo momento si sta svolgendo a Bruxelles un importante seminario su questo tema, cui partecipano centocinquanta rappresentanti dei venticinque Stati membri. Tale incontro offre una risposta positiva: c’è un largo consenso sui principali elementi di questo futuro programma. Noi organizzeremo in settembre un secondo seminario europeo pubblico, per poter poi presentare, entro la fine dell’anno, un vero e proprio programma. In tale contesto disporremo un finanziamento di 1,5 milioni di euro per studi relativi alle prassi eccellenti per lo scambio di informazioni tra gli Stati membri sulle norme di sicurezza dedicate alle infrastrutture sensibili. E’ evidente che ciascuno Stato membro dovrà investire sulle strutture che esistono all’interno del suo territorio.

In relazione al finanziamento del terrorismo, tema affrontato nella relazione dell’onorevole Borghezio, io concordo sui principali punti che sono stati delineati. In merito al cosiddetto settore no profit, la Commissione sta lavorando a una sorta di codice di condotta europeo, per affrontare le vulnerabilità del settore in questione che, in qualche occasione – come è stato scoperto – operava a sostegno diretto o indiretto delle organizzazioni terroristiche. Ma per fare ciò chiediamo una grande collaborazione dello stesso settore no profit e della società civile che, come noi, è interessata a sradicare tutti coloro che aiutano in qualsiasi modo l’azione del terrorismo. Anche per quanto riguarda il finanziamento del terrorismo, noi pensiamo certamente ad un migliore scambio di informazioni tra le autorità nazionali. Stiamo valutando questo aspetto, sul quale è in preparazione una comunicazione della Commissione.

C’è un ulteriore aspetto di grande delicatezza: la tracciabilità delle transazioni finanziarie. E’ evidente che, in assenza degli strumenti necessari per seguire il percorso delle transazioni finanziarie, siamo sprovvisti di un effettivo strumento per colpire il finanziamento del terrorismo. In merito a tale aspetto intendiamo pertanto proporre al Parlamento e al Consiglio, entro quest’estate, uno schema di regolamento sull’informazione e gli strumenti per la tracciabilità delle transazioni finanziarie.

Vi sono inoltre le tre relazioni dell’onorevole Duquesne, che toccano un tema a me particolarmente caro: il rapporto tra l’azione contro il terrorismo e la protezione dei dati personali. Credo che gli emendamenti presentati per integrare e migliorare la proposta svedese vadano appoggiati. Si tratta di emendamenti che tengono conto dell’importante conferenza svoltasi alcuni giorni fa in Polonia e che sottolineano quanto sia importante il diritto di ogni persona alla protezione dei dati personali, anche quando ci troviamo a fronteggiare il terrorismo. Ciò significa individuare un equilibrio: nessuno può immaginare di rinunciare alla prevenzione e alla lotta al terrorismo ma i diritti fondamentali dell’individuo debbono essere preservati.

Io condivido il pensiero dell’onorevole Duquesne a proposito del ruolo di Europol e di Eurojust. E’ importante concedere a tali organismi la possibilità di accedere ad un ampio spettro di informazioni, affinché possano effettivamente svolgere quell’attività di scambio e di coordinamento che è propria di Europol, come si evince dal nuovo mandato sull’azione di tale organismo, ricevuto pochi giorni fa dal suo nuovo direttore.

Il principio del rispetto dei diritti fondamentali è un tema affrontato dall’onorevole Alvaro e io stesso ne ho parlato più volte. Il principio della custodia dei dati personali deve rispondere ad esigenze reali. Non si possono custodire dati personali se tale custodia non risponde ad obbiettivi determinati e per un tempo determinato, né si può consentire l’accesso a questi dati se non alle competenti autorità di polizia e di investigazione che hanno diritto ad accedervi per legge. Stiamo preparando un provvedimento al riguardo in forza di una base giuridica che, a mio avviso, è più corretta di quella esistente e che ho illustrato venerdì al Consiglio dei ministri “Giustizia e Affari interni”, riservandomi la presentazione di un testo concreto che avverrà entro l’estate dell’anno corrente.

L’ultimo tema sul quale vorrei rapidamente soffermarmi è il bioterrorismo. L’onorevole relatore sa che la Commissione dispone di alcune competenze ma non di tutte. Essa può occuparsi della sicurezza dei prodotti alimentari, del commercio di medicinali, del coordinamento tra gli Stati membri, della protezione civile e del finanziamento della ricerca. Non è poco. Ma tocca agli Stati membri adottare le misure concrete per l’azione operativa di prevenzione e di eventuale reazione in caso di attentato terroristico. Voi sapete che, in seguito all’attentato bioterroristico del 2005, con elementi di antrace, è stato istituito un comitato di alto livello per la sicurezza nel campo della salute pubblica, con un efficace programma di cooperazione per la prevenzione e la risposta rapida. La collaborazione in atto funziona e siamo in grado di comunicarvi l’esistenza di uno strumento che, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana, può fornire un’allerta rapida in caso di attacco biologico, chimico e con agenti radiologici. Molte azioni della Commissione miglioreranno il livello di preparazione e di prevenzione: stiamo sviluppando degli esercizi di simulazione in caso di possibili attentati bioterroristici, due dei quali si svolgeranno entro quest’anno per valutare concretamente il livello di prevenzione e di risposta rapida.

Stiamo inoltre elaborando delle linee guida per gestire le diagnosi mediche in caso di agenti diffusi dai bioterroristi; stiamo preparando dei corsi di formazione insieme ad Europol e stiamo sostenendo i piani nazionali di emergenza ai fini della disponibilità di un numero adeguato di vaccini e di un’assistenza urgente. Come voi sapete, il mio collega Kyprianou ha inaugurato, appena una settimana fa, un importante centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Su questi temi continueremo a incoraggiare gli Stati membri.

Vi sono due proposte finali e concrete che voglio ricordare: in primo luogo, la definizione di un nuovo programma europeo per la salute e per la protezione dei consumatori, nell’ambito del quale intendiamo aumentare il livello dei finanziamenti destinati alla prevenzione e alla reazione rapida in caso di emergenze sanitarie. Abbiamo proposto inoltre il rimborso, nell’ambito del Fondo di solidarietà, delle spese relative ad emergenze sanitarie, fino a un miliardo di euro. In secondo luogo – e concludo – segnalo un’iniziativa importante che abbiamo indicato come programma quadro. Si tratta di un programma, previsto e approvato per il prossimo bilancio comunitario, destinato alla preparazione e prevenzione in materia di sicurezza. Esso includerà, ovviamente, dei fondi da destinare in caso di eventuali attentati bioterroristici.

(Applausi)

 
  
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  Jaime Mayor Oreja (PPE-DE), relatore per parere della commissione per gli affari esteri.(ES) Signor Presidente, in questo brevissimo intervento, vorrei sottolineare l’importanza dello scambio di informazioni per combattere il tipo di terrorismo oggetto di discussione.

La relazione dell’onorevole Duquesne è particolarmente appropriata, in quanto pone l’accento proprio su questa importantissima questione. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare per nome l’organizzazione che dobbiamo combattere e senza dubbio siamo di fronte a una serie di gruppi fondamentalisti che non rappresentano l’islam, ma sostengono di operare in nome dell’islam.

Considero quindi estremamente importante l’informazione, perché è un fenomeno emergente del quale conosciamo molto poco e con questo tipo di fenomeno l’informazione è essenziale. Di sicuro non conosciamo il modo in cui opera e soprattutto non comprendiamo il suo senso del tempo. Non è come altre organizzazioni, che hanno un senso del tempo analogo al nostro. Per questo motivo, è estremamente importante riuscire a lavorare conoscendo il sostegno sociale di cui godono tali organizzazioni, sapendo che chi vi milita è disposto a morire, a sacrificare la propria vita in questi attacchi, il che non avviene con organizzazioni di altro tipo.

E’ quindi estremamente importante saper porre l’accento sullo scambio di informazioni delle forze di polizia nazionali e non solo con Europol. Il progetto europeo deve avere sufficiente capacità per promuovere lo scambio di informazioni tra le forze di polizia nazionali, che sono le autorità che al momento si occupano in particolare di questo fenomeno.

Il Consiglio, la Commissione e il Parlamento devono dunque creare nuove sedi per lo scambio di informazioni tra tutte le forze di polizia che si occupano di questo problema difficile e delicato.

 
  
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  István Szent-Iványi (ALDE), relatore per parere della commissione per gli affari esteri. – (HU) Una delle sfide più impegnative e complesse cui devono rispondere le democrazie liberali è il terrorismo internazionale. Il terrorismo mira a colpire innanzi tutto la nostra sicurezza, ma compromette in modo fondamentale anche la nostra libertà. Dobbiamo trovare soluzioni per difenderci dal terrorismo e per proteggere la nostra sicurezza, garantendo al tempo stesso che i nostri diritti umani e civili e le nostre libertà non siano ridotti. La relazione dell’onorevole Duquesne affronta questo dilemma e mi congratulo con lui al riguardo, perché sa che, da un lato, uno scambio rapido ed efficace di informazioni è la chiave per risolvere l’intero problema e, dall’altro, proprio a causa di questo scambio di informazioni, emergono preoccupazioni in materia di protezione dei dati personali. In proposito, l’onorevole Duquesne avanza un’ottima proposta – che appoggio – cioè l’istituzione di un organismo cui affidare il monitoraggio degli sviluppi durante l’intero processo. Tuttavia, finché non avremo introdotto queste nuove misure, dovremo adottare come norma le disposizioni di legge in vigore nei paesi che garantiscono la migliore protezione dei dati personali dei propri cittadini.

Per la seconda volta, proponiamo che i paesi che non sono ancora membri, ma sono candidati all’adesione, siano coinvolti in questo scambio di informazioni – almeno prendiamo in considerazione la possibilità di coinvolgerli – in altre parole, i paesi che presto faranno parte della famiglia europea e i paesi limitrofi interessati alla questione. Infine, raccomandiamo ed esortiamo gli Stati membri dell’Unione europea a ratificare nel più breve tempo possibile i vari accordi e trattati internazionali riguardanti la lotta al terrorismo. Numerosi Stati membri purtroppo non hanno ancora ratificato molti di tali accordi internazionali e di conseguenza non disponiamo di strumenti uniformi per combattere il terrorismo in modo efficace.

 
  
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  Antonio López-Istúriz White (PPE-DE), relatore per parere della commissione giuridica. – (ES) Signor Presidente, signor Commissario, in questo momento combattere il terrorismo, prevenirlo e cancellarlo dalla faccia della Terra deve costituire l’unico obiettivo prioritario delle politiche dell’Unione europea.

Non dobbiamo dimenticare l’11 marzo, quando la Spagna e l’Europa hanno subito un attacco codardo e crudele perché rappresentano il paradigma delle libertà che noi, in quest’Aula, cerchiamo costantemente di salvaguardare. L’11 marzo ha cambiato la storia della Spagna, dell’Europa e con essa quella dell’Unione europea. Da quel momento, è diventato necessario riconoscere che il terrorismo non è una realtà uniforme, omogenea o monolitica.

Al contrario, tale attentato ha dimostrato che esistono molti tipi diversi di terrorismo; pertanto, gli strumenti per combattere i diversi tipi di terrorismo non devono essere generici, ma specifici e adeguati a ciascuno di essi. Da questo punto di vista, il terrorismo di Al-Qaeda non si può combattere allo stesso modo del terrorismo dell’ETA o dell’IRA. E, naturalmente, non si può combattere negandone l’esistenza, come vorrebbero fare alcuni colleghi qui in seno al Parlamento europeo, eliminando qualsiasi riferimento ad Al-Qaeda nei nostri documenti antiterrorismo. Se ho appreso una lezione dalla storia, è che chi la nega è condannato a ripeterla.

Affinché la nostra lotta sia efficace, dobbiamo basare i nostri sforzi su meccanismi di prevenzione, e sono pienamente d’accordo con il Commissario. Questa lotta non deve basarsi esclusivamente su meccanismi di reazione; è evidente che il miglior modo di combattere il terrorismo consiste nel prevenirlo. Tale prevenzione, e sono assolutamente d’accordo con l’onorevole Mayor Oreja, si deve basare sullo scambio bilaterale e rapido di informazioni tra i servizi specializzati degli Stati membri, sull’agevolazione della trasmissione sistematica di informazioni a Europol ed Eurojust e sulla creazione di archivi, quali il casellario giudiziario europeo, per agevolare le indagini.

Nessuna difficoltà deve frapporsi alla protezione efficace della libertà e del diritto alla vita. La difesa della vita e della libertà deve sempre essere una priorità in questa lotta.

 
  
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  Angelika Niebler (PPE-DE), relatore per parere della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia.(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, ho redatto il parere sulla conservazione dei dati per la commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, e vorrei anche limitarmi a tale argomento.

Innanzi tutto, però, vorrei ringraziare il relatore e tutti coloro che hanno partecipato per il lavoro svolto. Senza dubbio è incontestabile che le democrazie dell’Unione europea devono affrontare la minaccia del crimine e del terrorismo e impegnarsi per sconfiggerli. La proposta della Commissione sulla conservazione dei dati memorizzati e trattati potrebbe contribuire al raggiungimento di tale obiettivo, ma non nella sua forma attuale. La proposta di decisione quadro è stata giustamente oggetto di forti critiche da parte di tutti i partiti in seno all’Assemblea. Vorrei soffermarmi su alcune questioni.

La proposta non risponde alla domanda fondamentale circa l’effettiva necessità e opportunità della conservazione dei dati. Purtroppo non contiene prove plausibili che le misure proposte servano effettivamente a migliorare la nostra capacità collettiva di combattere il crimine e il terrorismo. Tuttavia, senza tali prove, è assolutamente impossibile giustificare i notevoli effetti che questo tipo di conservazione dei dati avrà sulle persone e sulle imprese.

So che attualmente la Commissione sta lavorando a una propria proposta. Chiedo tuttavia alla Commissione – e ho scritto personalmente al Commissario Frattini al riguardo – di disporre una valutazione di impatto indipendente, al fine di accertare se i vantaggi delle misure previste ne giustifichino il costo.

Vorrei inoltre aggiungere qualche commento sull’attuale procedura. Per quanto riguarda le disposizioni procedurali, avrei voluto vedere una forma di coinvolgimento parlamentare diversa riguardo a questa delicata questione. La protezione dei dati, che davvero riguarda ciascun individuo e ciascuna impresa, richiede una procedura legislativa adeguata. Ai sensi del Trattato UE, ciò comporta la piena partecipazione del Parlamento europeo.

Tutto questo mi induce alla conclusione che la proposta di direttiva quadro dev’essere completamente rivista alla luce delle critiche mosse dal Parlamento europeo.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE), relatore per parere della commissione giuridica. – (ES) Signor Presidente, la discussione odierna è molto importante e vorrei innanzi tutto congratularmi con i relatori, in particolare i miei colleghi, onorevole Mayor Oreja e onorevole Díez González, per le loro relazioni. La relazione dell’onorevole Díez González, in particolare, è molto ambiziosa e mira a garantire ai cittadini un livello di protezione molto elevato contro il terrorismo.

Ritengo che uno dei portati dello Stato moderno sia stata la protezione dei cittadini contro qualsiasi tipo di delinquenza. In questo momento, ci troviamo di fronte a un tipo di delinquenza molto specializzato, il terrorismo, che esige non solo un’azione da parte delle istituzioni dello Stato, ma anche la cooperazione a livello internazionale.

Per quanto ci riguarda, consideriamo fondamentale la cooperazione nell’ambito delle Istituzioni europee e, al riguardo, vorrei sottolineare l’importanza attribuita dai cittadini d’Europa alla rapida ratifica della Costituzione europea, in quanto essa stabilisce un quadro per la lotta al terrorismo che comincia con il riconoscimento, quale diritto fondamentale, del diritto alla vita e all’incolumità fisica delle persone e quindi sancisce uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. E’ necessario leggere tali testi: sembra che alcuni cittadini dell’Unione non li conoscano ancora.

La clausola di solidarietà di cui all’articolo I-43 della Costituzione europea, stabilisce che “l’Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito di solidarietà qualora uno Stato membro sia oggetto di un attacco terroristico o sia vittima di una calamità naturale o provocata dall’uomo”.

Afferma poi: “l’Unione mobilita tutti gli strumenti di cui dispone, inclusi i mezzi militari messi a sua disposizione dagli Stati membri, per:

a) – prevenire la minaccia terroristica sul territorio degli Stati membri;

– proteggere le istituzioni democratiche e la popolazione civile da un eventuale attacco terroristico,

– prestare assistenza a uno Stato membro sul suo territorio, su richiesta delle sue autorità politiche, in caso di attacco terroristico;

b) prestare assistenza a uno Stato membro sul suo territorio, su richiesta delle sue autorità politiche, in caso di calamità naturale o provocata dall’uomo”.

La Costituzione europea istituisce inoltre un meccanismo di cooperazione tra gli Stati membri.

La mia conclusione, signor Presidente, è quindi che i cittadini d’Europa in questo momento si attendono che noi, i politici europei, promuoviamo il processo di ratifica della Costituzione europea al fine di disporre quanto prima di strumenti adeguati per combattere questo flagello.

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto esprimere le mie congratulazioni ai sei relatori, che hanno assunto il compito molto complesso, ai fini della lotta contro il terrorismo, di svolgere una valutazione comune per combattere il terrorismo nel rispetto della legalità, dei diritti umani e della protezione dei dati personali. Mi congratulo, rivolgendomi a loro per nome e cognome, con gli onorevoli Rosa Díez, Jaime Mayor, Stavros Lambrinidis, Antoine Duquesne, Mario Borghezio e Alexander Nuno Alvaro.

Il mio intervento riguarda un impegno documentato, modesto ma ben documentato, a favore della lotta contro il terrorismo e del sostegno e della protezione delle vittime. Signor Presidente, le vittime devono essere ascoltate, devono essere rispettate e devono essere sostenute. A tal fine occorrono risorse.

Al terrorismo non si fanno concessioni. I reati di terrorismo non vanno mai in prescrizione e devono essere perseguiti in qualunque parte del mondo.

Tuttavia, signor Presidente, ispirato dal mio impegno a favore delle vittime, ho presentato un emendamento alla relazione dell’onorevole Borghezio: l’emendamento n. 4, riguardante le forme di finanziamento del terrorismo.

Nel mio paese esiste la cosiddetta “tassa rivoluzionaria”, imposta dall’organizzazione terrorista ETA. E’ la peggiore forma di estorsione conosciuta nell’Unione europea; è una forma di estorsione che consiste nello scrivere a imprenditori baschi per richiedere finanziamenti per le sue attività criminose. Si stima che tali finanziamenti si aggirino intorno a 12-15 milioni di euro all’anno. Se tale forma di finanziamento fosse interrotta e resa impossibile, il gruppo terrorista non potrebbe sopravvivere.

Esistono tre tipi di reazioni a questo fenomeno: alcuni pagano, altri lasciano il paese e altri ancora non pagano, ma ciò finisce per costare loro molto caro. La Corte suprema nazionale dispone di leggi e procedimenti per tali reati. Pertanto, stamattina mi rivolgo in particolare all’onorevole Roure e la invito a tenere conto di ciò che sto affermando, perché il sostegno del secondo gruppo maggioritario dell’Assemblea e degli altri gruppi è molto importante. La inviterei caldamente ad accettare e sostenere questo emendamento, che sarei disposto a modificare adoperando termini più accettabili, per esempio “forma di estorsione che l’organizzazione terrorista ETA definisce tassa rivoluzionaria”, in quanto si tratta di solidarietà con gli imprenditori baschi e spagnoli che subiscono questa forma di estorsione.

Infine, signor Presidente, e con questo concludo, mi rivolgo al signor Gijs de Vries: la minaccia persiste. Il signor de Vries, che sa che la minaccia persiste, deve disporre di risorse sufficienti non solo per produrre relazioni strategiche, ma anche per gestire un servizio in grado di combattere il terrorismo in modo efficace.

(Applausi a destra)

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto congratularmi con i relatori e con tutti i membri della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, che hanno dedicato grande impegno a questo lavoro e a questa discussione.

Dobbiamo dimostrare la nostra determinazione, elaborando una risposta comune per la lotta contro il terrorismo, perché le organizzazioni terroriste non tengono conto delle frontiere nazionali quando commettono i loro atti criminosi. Questo è il motivo per cui, a nostro parere, l’unica risposta efficace al terrorismo è una risposta a livello europeo.

Il piano d’azione dell’Unione europea contro il terrorismo deve essere lo strumento politico di base dell’Unione in questo ambito. Dobbiamo quindi essere ambiziosi nel fornire risposte specifiche ai problemi alla base del terrorismo e dell’integralismo. Tuttavia, non possiamo limitarci alla sola politica di sicurezza, perché il terrorismo è la negazione delle libertà dei nostri cittadini.

Per questo motivo, dobbiamo innanzi tutto contrastare il terrorismo con la protezione e la promozione attiva dei diritti fondamentali. Questa priorità del programma dell’Aia deve trovare un posto centrale anche nella nostra politica. Dobbiamo promuovere i valori della democrazia e della solidarietà, al fine di combattere le cause del terrorismo. Dobbiamo affrontare le situazioni di estrema povertà e di esclusione sociale, che troppo spesso offrono terreno fertile alle idee estremiste. Nell’Unione, dobbiamo lottare contro le discriminazioni, il razzismo e la xenofobia. Al tempo stesso, tuttavia, sarebbe inaccettabile se la lotta al terrorismo favorisse nuove forme di discriminazione.

Dobbiamo anche trovare un modo di coordinare le politiche di lotta al terrorismo interne ed esterne dell’Unione europea. Dobbiamo incoraggiare il dialogo con i paesi terzi, per favorire innanzi tutto uno sviluppo comune. Nessuno dovrebbe essere spinto a compiere azioni disperate a causa di una situazione precaria.

Inoltre, la sicurezza dei trasporti senza dubbio svolge un ruolo importante nella lotta al terrorismo, ma deve essere garantita nel rispetto della vita privata dei cittadini e della protezione dei dati personali. A tal fine, è necessario proseguire il nostro lavoro e adottare misure legislative e operative, tra cui il mandato d’arresto europeo, che è uno strumento fondamentale.

Anche la terza direttiva sul riciclaggio di denaro, che comprende il finanziamento del terrorismo, ci offrirà gli strumenti per combattere le reti che sostengono il terrorismo. Chiediamo quindi un rafforzamento di Europol ed Eurojust, affinché possano realmente coordinare la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata in Europa.

Nondimeno, dobbiamo anche fornire garanzie ai cittadini per quanto riguarda la protezione della vita privata. Ciò sarà possibile soltanto se la conservazione dei dati sarà prevista come uno strumento nel quadro del primo pilastro, al fine di garantire la tutela dei dati personali. Purtroppo, questo processo è rallentato dalla mancanza di volontà politica degli Stati membri di conferire efficacia reale alle decisioni europee.

Per concludere, vorrei dire che l’odio, la violenza e la paura hanno sempre soffocato la ragione. Viviamo in un’epoca di integralismo, accompagnato da fanatismo e terrorismo. Il mondo sembra politicamente ed economicamente in fiamme e noi nell’Unione europea dobbiamo assolutamente ravvivare la fiducia nella democrazia e lottare contro tutte le ingiustizie, che sono terreno fertile per la violenza.

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó, a nome del gruppo ALDE. – (ES) Signor Presidente, non so se parlo a nome del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa o a titolo personale, ma credo di parlare a titolo personale.

In ogni caso, è chiaro che questa è una discussione importante. Sono oggi presentate in Aula diverse relazioni, ciascuna delle quali ha seguito il proprio corso in sede di commissione e, nell’insieme, forniscono una prova lampante dell’importanza che il Parlamento annette alla discussione.

Sono relazioni per le quali è doveroso congratularsi con i relatori, anche perché sono riusciti a comprendere la necessità di accogliere un gran numero di emendamenti, che le hanno arricchite e hanno chiarito alcune affermazioni contenute nei testi iniziali, in alcuni casi in modo molto significativo. In ogni caso, oggi risulterà chiaro l’impegno del Parlamento a favore di una lotta contro il terrorismo estremamente risoluta in termini di polizia e in termini di efficacia giudiziaria, ma, al tempo stesso, pienamente rispettosa dei diritti umani, della protezione dei dati e delle garanzie senza le quali questa lotta al terrorismo sarebbe priva di senso, una lotta che tiene conto delle vittime del terrorismo, ne tiene conto con rispetto – ovviamente non affida a loro le decisioni politiche, perché ciò non sarebbe appropriato, ma è evidente che devono avere voce in capitolo ed essere ascoltate direttamente – e che, senza giustificare il terrorismo né coloro che si immolano o sono capaci di uccidere indiscriminatamente, senza giustificarli in alcuna circostanza, è una politica antiterrorismo che affronta le cause che possono indurre una persona a diventare un terrorista.

Non possiamo trattare il terrorismo come se fosse appena atterrato da Marte. Esistono situazioni a causa delle quali alcune persone sono pronte a uccidere, il che non giustifica gli individui che lo fanno, ma ci obbliga, come responsabili politici, a chiederci perché e ad esaminare le situazioni specifiche alla base di questi comportamenti.

L’equilibrio tra questa lotta risoluta, questo esame della realtà per quello che è, e il rispetto dei diritti umani è di fatto un equilibrio reale che, se queste relazioni si tradurranno in un’azione politica, può produrre risultati significativi.

Alcuni emendamenti restano vivi, e alcuni li ho presentati io stesso a nome del mio gruppo – in questo caso sì, a nome del mio gruppo – e ne vorrei evidenziare due.

In primo luogo, stiamo parlando di terrorismo di varie origini e, di conseguenza, menzionare l’islam, anche solo per dire “riteniamo che l’islam in fondo sia buono, ma ci preoccupano i terroristi islamici” significa mescolare il terrorismo e l’islam. Proponiamo quindi di sopprimere qualsiasi riferimento all’islam in questo documento, perché altrimenti potremmo fare un elenco di potenziali terroristi. Non lo abbiamo fatto, e sarebbe molto pericoloso farlo, perché lasceremmo sicuramente fuori qualcuno. Non mescoliamo dunque il terrorismo e l’islam, nemmeno per introdurre solo una clausola che afferma: “in fondo l’islam è buono”, che sembra sia ciò che intendono fare queste relazioni, se l’emendamento non sarà approvato.

In secondo luogo, proponiamo di sopprimere qualsiasi riferimento al Tribunale penale internazionale. Riteniamo che tale Tribunale stia appena cominciando il suo lavoro e complicarne il funzionamento con un dibattito sulle sue competenze in materia di antiterrorismo ne comprometterebbe solo la funzione. Lasciamo dunque tale dibattito fuori dalla discussione odierna. Esistono altri modi di affrontarlo e oggi dovremmo attenerci a ciò che è già in funzione.

Vorrei infine dire al signor Gijs de Vries, che ci onora con la sua presenza in Aula, che l’importante è tradurre tutte queste parole in azione politica e in misure concrete.

 
  
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  Johannes Voggenhuber, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, con le sette relazioni odierne, il Parlamento sta cercando di giungere a un’ampia posizione comune in materia di terrorismo e di organizzare la lotta contro di esso.

E’ un compito imponente quello che ci accingiamo a svolgere. Vorrei illustrare ciò che esso comporta. Tale compito prevede di vincere una battaglia contro avversari che mettono da parte ogni qualità umana, infrangono ogni norma ed ogni legge, disprezzano i confini nazionali e morali, non conoscono ritegno e perseguono con fanatismo lo scopo criminoso di distruggere la libertà umana. Il nostro obiettivo è vincere questa guerra senza sacrificare la nostra dignità, mettere da parte la nostra umanità e tradire le nostre stesse leggi e senza mettere a rischio la libertà personale sul nostro stesso territorio nazionale.

Il compito è questo, ed è incredibilmente difficile. Persino per la guerra nel corso dei secoli sono state fissate norme comuni, ma qui dobbiamo affrontare avversari che si annidano nell’ombra, che sono invisibili e trascendono ogni confine. Questo rende essenziale l’assoluta risolutezza e un approccio comune, ma ci impone anche di capire che la nostra sensibilità ai bisogni e ai diritti dei cittadini non si deve affievolire al suono della parola “terrorismo” e che non dobbiamo dare carta bianca all’uso di qualunque strumento per la lotta contro il terrorismo. L’onorevole Alvaro, uno dei relatori, ha sollevato la questione. Reputo particolarmente importante sottolineare che i diritti fondamentali, la democrazia e lo Stato di diritto non sembrano essere adeguatamente tutelati dalle disposizioni contenute in questo progetto.

Tuttavia, vi è un altro aspetto che ci pone di fronte a una situazione completamente nuova. L’intera relazione González si fonda sull’assunto che la Costituzione europea entrerà in vigore. Si poggia sulle basi della Carta dei diritti fondamentali, della codecisione parlamentare, dei processi legislativi aperti, della clausola della solidarietà, del diritto a decidere della diffusione e dell’utilizzo dei propri dati personali, dello scrutinio parlamentare, della revisione giudiziaria e della dissoluzione della struttura a pilastri in favore di un’Europa unificata. Non si tratta di un pio desiderio o di un sogno che forse si sgretolerà sotto i nostri occhi. No, si tratta di un requisito preliminare assoluto, imperativo e indispensabile per questo pacchetto di misure, per la sua legittimità e per la difesa dei diritti fondamentali.

Senza tale condizione preliminare, senza la Costituzione europea, non siamo nella posizione di approvare questo catalogo di misure, perché non vi è alcuna garanzia che l’equilibrio tra giustizia, sicurezza e libertà verrà preservato. Si aggiunga il fatto che, sulla questione di convertire Europol in un’agenzia e di inserire il Coordinatore europeo per la lotta contro il terrorismo tra il personale della Commissione, non è stato ancora presentato nulla al di fuori della nostra richiesta – nessun consenso, nessuna spiegazione – ed è evidente che in questo caso corriamo il rischio di alterare l’equilibrio, mettendo in pericolo la libertà dei cittadini.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la prima frase del documento strategico di difesa nazionale approvato dagli Stati Uniti d’America nel marzo del 2005 recita: l’America e il mondo stanno combattendo una guerra. Questo è il presupposto ideologico che ha prodotto negli ultimi anni la teorizzazione della guerra preventiva, la violazione delle libertà individuali, la fine della protezione dei dati personali e l’ossessione securitaria.

Il terrorismo è un crimine gravissimo che va condannato e combattuto. Tuttavia esso non può essere combattuto con strumenti militari e pertanto ritengo che l’Europa debba prendere le distanze da questo approccio. Dobbiamo analizzare attentamente la spirale guerra-terrorismo: la risposta militare ha reso più forte il terrorismo, non possiamo eludere questo tema. In Afghanistan l’occupazione militare ha prodotto una crescita esponenziale della produzione di oppio, che sta finanziando Al-Qaeda. In Iraq la guerra ha alimentato la forza di gruppi terroristici, non tutti di ispirazione religiosa, ragion per cui bisogna rimuovere l’ossessione antislamica da alcune relazioni in esame in questo Parlamento.

Tale ossessione rivela anche una subalternità culturale agli Stati Uniti d’America. Il Presidente Bush, infatti, ha chiesto ai regimi islamici di limitare, controllare e registrare tutte le donazioni che i musulmani fanno alle organizzazioni di beneficenza. Tuttavia, noi non possiamo considerare le organizzazioni no profit, come fa qualche relatore in quest’Aula, la principale fonte di finanziamento del terrorismo. Dobbiamo evitare equazioni troppo semplicistiche come: terrorismo uguale immigrazione o terrorismo uguale islam.

Il terrorismo va combattuto e sconfitto: l’obiettivo è nobile, le modalità troppo spesso improprie e talvolta criminali. Il terrorismo è un reato contro l’umanità ma credo che non sia necessario individuare un Tribunale penale internazionale come luogo per giudicare tali reati, anche perché al contempo è inaccettabile che i massacri di popolazioni civili in azioni militari non siano giudicati da nessuno.

Troppo spesso la sovranità prevede l’irresponsabilità penale del principe. Un autorevole giurista asseriva che la storia giuridica dello Stato in occidente è quella della programmazione della sua innocenza rispetto agli atti criminali. Io credo che per combattere il terrorismo dobbiamo rimettere in discussione l’antico adagio del diritto secondo cui il re non sbaglia mai.

 
  
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  James Hugh Allister (NI).(EN) Signor Presidente, in questa discussione sul terrorismo, accolgo con favore il fatto che sabato scorso, a Belfast, un membro dell’IRA, Terry Davison, è stato incriminato dell’assassinio di Robert McCartney e un secondo membro dell’IRA, Jim McCormick, è stato incriminato del tentato omicidio dell’amico del signor McCartney, Brendan Devine.

Vorrei congratularmi con il servizio di polizia dell’Irlanda del Nord per aver annientato una campagna di intimidazione orchestrata dall’IRA e dato avvio al processo volto ad assicurare la giustizia in questa vicenda tristemente nota. Sono certo che seguiranno molte altre incriminazioni, perché questo è l’unico modo di rispondere ai metodi dei terroristi.

La missione delle democrazie è sconfiggere il terrorismo, non solo contenerlo o domarlo. Una conciliazione morbida fa solo il gioco dei terroristi, che poi pretendono sempre di più. Ci siamo passati in Irlanda del Nord: il nostro governo ha assurdamente tollerato le zone “no go” per le proprie forze di sicurezza e un livello accettabile di violenza, ha riconosciuto ai detenuti la condizione di prigionieri politici, ha condotto trattative segrete, concluso accordi collaterali, ha ristrutturato e cambiato nome alla polizia, ha sminuito la criminalità paramilitare organizzata, fino alla massima ignominia del rilascio anticipato dei terroristi nel quadro dell’accordo sconsiderato di Belfast. Nulla di tutto ciò ha funzionato, perché l’ultima relazione del comitato di monitoraggio internazionale rivela che esiste ancora un’IRA attiva e funzionante, che recluta, addestra, minaccia e opera in collusione con il suo socio minore, il Sinn Féin, i cui membri, come sempre, sono palesemente assenti quando si discute di terrorismo in Aula.

Raccomando umilmente agli altri paesi d’Europa di imparare la lezione. Mi auguro che imparino più rapidamente di quanto non abbia fatto il governo britannico la lezione che il terrorismo non si può domare o risanare, ma deve essere risolutamente sconfitto e spazzato via, comprese tutte le sue attività collaterali criminose.

 
  
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  Frederika Brepoels (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto ringraziare i sei relatori per il loro lavoro. In veste di relatrice ombra per il mio gruppo, ho cercato di apportare un contributo positivo alla relazione Borghezio a favore della lotta al finanziamento del terrorismo. Risulta evidente da tutti gli interventi che esiste consenso generale sulla necessità di un’azione coordinata volta a combattere la criminalità organizzata internazionale e i mezzi con i quali è finanziata. I cittadini si attendono una forte risposta europea. Dopo tutto, il vantaggio della cooperazione europea in questo ambito è fuori discussione. Individuare e combattere le fonti di finanziamento delle reti terroriste e/o degli attentati terroristici non è compito facile, perché spesso gli importi interessati sono modesti.

A parte gli abusi commessi nell’ambito del settore finanziario regolare, sono principalmente gli enti di volontariato il terreno di caccia preferito dai terroristi internazionali. Infatti, le recenti statistiche della polizia belga indicano che un numero crescente di organizzazioni no profit è oggetto di abusi finalizzati ad attività criminose. In seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, è improvvisamente suonato il campanello d’allarme per tutti e ben 86 fascicoli sono stati aperti solo nel nostro paese. Tutte le organizzazioni coinvolte dichiarano di svolgere attività di volontariato, ma la loro unica ragion d’essere è la raccolta e la veicolazione di fondi a favore delle organizzazioni terroriste. Queste statistiche, ma anche l’esito delle indagini relative all’omicidio di Theo van Gogh nei Paesi Bassi, per esempio, dimostrano che dobbiamo adottare con la massima urgenza politiche preventive basate sullo scambio di informazioni, su una migliore tracciabilità delle transazioni finanziarie e una maggiore trasparenza degli enti con personalità giuridica. Questo è il motivo per cui le raccomandazioni specifiche formulate nella relazione, tra cui l’istituzione di quadri comuni per le indagini transnazionali, lo sviluppo di una rete per lo scambio strutturato di informazioni, il miglioramento della cooperazione con SUSTRANS e l’elaborazione di norme minime per la verifica dell’identità dei clienti, possono contare sul nostro sostegno.

Infine, vogliamo anche fornire alle organizzazioni di volontariato i fondi necessari a garantire una protezione più efficace contro gli abusi da parte di organizzazioni terroriste. Ci auguriamo quindi che la relazione possa dare lo slancio iniziale alla lotta al finanziamento del terrorismo nell’Unione europea in modo strutturato e sostenibile.

 
  
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  Wolfgang Kreissl-Dörfler (PSE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, concordiamo sulla necessità di agire con decisione contro il terrorismo internazionale e il crimine organizzato. Oggi, tuttavia, vorrei porre nuovamente l’accento sulla necessità di adottare misure adeguate.

Secondo il mio parere e quello del mio gruppo, la proposta sulla conservazione dei dati memorizzati e trattati non è lo strumento adatto a questo scopo. Lo abbiamo espresso con estrema chiarezza in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Vorrei inoltre congratularmi, com’è doveroso, con l’onorevole Alvaro per la sua relazione.

La protezione dei dati personali dell’individuo non viene garantita dalla proposta del Consiglio. Imporrebbe costi esorbitanti all’industria europea delle telecomunicazioni, e i vantaggi della raccolta dei dati non sono sufficientemente commisurati allo sforzo compiuto. Vi sono troppe occasioni di aggirare la norma, per tutelarsi dalle quali la proposta del Consiglio non offre alcuna garanzia. Che dire dei contratti ad aliquota costante e dell’uso di cellulari stranieri dal Brasile o dall’Asia, per esempio?

Persino il BDK, sindacato che rappresenta la polizia criminale tedesca, ha messo in rilevo che è fondamentale la qualità dei dati, non necessariamente la quantità o il periodo di conservazione. Ciò che abbiamo in questo caso è una reazione di riflesso, che crea solo l’illusione di una maggiore sicurezza. Naturalmente non possiamo volere davvero raccogliere i dati relativi a più di quattro milioni di persone generati dall’utilizzo di Internet, della telefonia e dei messaggi brevi (SMS). Nel dubbio, non dobbiamo fare altro che guardare oltreoceano al paese che molto spesso supera i limiti della ragione nelle sue misure antiterrorismo.

Il Congresso degli Stati Uniti ha respinto un simile progetto di legge sulla conservazione dei dati memorizzati e trattati con la motivazione – che ci crediate o meno – che le misure proposte erano eccessive. Si è invece raggiunto un accordo sul meccanismo di “congelamento rapido”, che forse rappresenta una soluzione adeguata. Perché non può accadere la stessa cosa in Europa? Il Bundestag tedesco ha respinto la proposta del Consiglio. Anche la Finlandia ha messo in guardia dalla conservazione dei dati. Ciò che mi irrita e mi dà veramente sui nervi è la notizia che i ministri europei della Giustizia vogliano andare contro la raccomandazione della nostra commissione, attuando a qualunque costo i piani del Consiglio per la conservazione dei dati, senza procedura di codecisione parlamentare.

Alla luce dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi, si stenta a credere che si possa tentare in tutti i modi di escludere il Parlamento dal processo decisionale. Tale mossa è oltremodo pericolosa. Qui non si tratta di una singola misura per combattere il terrorismo, ma della protezione dei cittadini e dei diritti di ciascun individuo dell’Unione europea. Che il Consiglio a questo proposito affermi che prenderà una decisione unilaterale come ha sempre fatto non porterà l’Unione europea avanti di un solo passo.

La verità è che quanto è andato storto nell’Unione europea e ha compromesso la fiducia dei cittadini nell’UE si deve alle politiche, spesso orientate agli interessi particolaristici, perseguite dai ministri dei governi nazionali.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, vorrei cominciare con alcune osservazioni sull’azione dell’Unione europea in materia di giustizia e affari interni. Le critiche mosse contro il programma dell’Aia, che pone un indebito accento sulle considerazioni relative alla sicurezza a scapito del rispetto dei diritti fondamentali, sono giustificate. Non è l’osservazione di qualche agitatore di sinistra, ma una sobria valutazione della Camera alta del parlamento britannico, la rispettabile Camera dei Lord.

E’ evidente che le minacce alla nostra sicurezza sono minacce alla nostra libertà, ma è vero anche il contrario. Le violazioni indebite delle nostre libertà civili ci rendono meno sicuri come individui. Sostengo pienamente il lavoro svolto negli ultimi quattro anni per assicurare che le nostre agenzie incaricate dell’applicazione della legge si liberino della loro mentalità ristretta e burocratica e i nostri sistemi giuridici e giudiziari siano in grado di interagire, affinché i terroristi sospetti non possano infiltrarsi tra le maglie del sistema. Tuttavia, per usare le parole dei garanti europei della protezione dei dati, riunitisi alcune settimane fa: “Il terrorismo è utilizzato per giustificare nuove iniziative, molte delle quali riguardano un’intera serie di reati, alcuni dei quali sono decisamente meno gravi. E’ importante riconoscere che le deroghe dai diritti fondamentali, che potrebbero essere giustificate dalla lotta al terrorismo, non sono necessariamente giustificate in relazione ad altri criminali o attività”. Essi attendono con impazienza, come me, l’attuazione della proposta avanzata dal Commissario Frattini in occasione di una riunione delle autorità di controllo comuni, cioè che la Commissione prenda in considerazione lo svolgimento di una valutazione a priori della proporzionalità di ogni misura da introdurre in futuro e ne esamini l’impatto sui diritti fondamentali, compreso il problema della protezione dei dati personali.

Per quanto riguarda lo scambio di informazioni, il principio informatore adottato nel programma dell’Aia è il principio di disponibilità. Tale principio è del tutto ragionevole, purché significhi porre fine alle imperdonabili gelosie tra agenzie e alle lotte per le rispettive competenze che impediscono la cooperazione, ma chiaramente non deve essere travisato e interpretato come una rinuncia ai controlli rigorosi sulla conservazione, sul trasferimento e sull’accesso ai dati personali.

Mi preoccupa la possibilità che siano elaborati profili di terroristi potenziali sulla base della razza, della religione o delle convinzioni politiche. I garanti della protezione dei dati sono fermamente convinti che il trattamento di tali dati di norma debba essere vietato.

L’altro aspetto che desta serie preoccupazioni riguarda i diritti dei terroristi sospetti. Gli orientamenti del Consiglio d’Europa sulla detenzione di persone sospette senza equo processo sono stati senza dubbio violati nel Regno Unito e probabilmente in altri paesi dell’Unione. Si è assistito a uno scivolone che ha portato a fare assegnamento su prove estorte con la tortura e la traduzione in paesi che violano il divieto di respingimento.

Gli Stati membri conducono revisioni tra pari delle rispettive misure antiterrorismo e di sicurezza, ma non sono ancora nemmeno riusciti a garantire che tutti gli Stati membri recepiscano nel diritto nazionale la decisione quadro del 2002 sul terrorismo, cioè la legge che impone di considerare il terrorismo un reato penale. Se è vero che gli Stati membri continuano a non applicare le proprie legislazioni, considero davvero inaccettabile che in Europa si continuino a violare le libertà individuali.

 
  
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  Kathalijne Maria Buitenweg (Verts/ALE).(NL) Signor Presidente, siamo di fronte a un dilemma difficile, che potremmo ricondurre al problema dell’uovo e della gallina; dobbiamo avere una democrazia selezionata e mettere in atto controlli democratici e giudiziari, o è più importante l’efficienza decisionale per generare un sostegno pubblico di massa a una democrazia europea? Naturalmente la risposta è che abbiamo bisogno di entrambe le cose. Come l’onorevole Oreja ha affermato poc’anzi, il terrorismo e la lotta contro di esso sono esempi eccellenti di questioni transnazionali, e quindi dobbiamo collaborare in modo più efficace. Tuttavia questo è più facile a dirsi che a farsi, perché 25 Stati vuol dire 25 diritti di veto. Si formulano decisioni che danno origine a farraginosi compromessi o, molto semplicemente, alla totale assenza d’azione. A mio avviso i paesi dovrebbero guardare oltre.

Nel contempo dobbiamo anche riconoscere che il Consiglio deve prendere decisioni riguardo a questioni molto delicate, che hanno conseguenze sui diritti civili. Anche per questo motivo il processo necessario a raggiungerle dovrebbe essere avvolto da tanta segretezza. Penso che il Consiglio dovrebbe innanzi tutto tenere riunioni e votazioni pubbliche. Nessuno di questi cambiamenti richiederebbe modifiche al Trattato. Si tratta solo di aprire le porte. Spero che il Parlamento intraprenda azioni congiunte per entrare in consultazione con il Consiglio riguardo a questo tema.

Si è detto molto sul fatto che il terrorismo è un attacco alle nostre libertà fondamentali e che per questo non dobbiamo commettere l’errore di compromettere questi stessi diritti civili. La privacy è un ulteriore esempio di cui si è fatta più volte menzione. Senza dubbio la privacy non è sacra di per sé, ma le sue violazioni dovrebbero sempre essere proporzionate, necessarie, efficaci e verificabili. In effetti, la proposta di raccogliere dati relativi al traffico delle comunicazioni è quindi fuori da ogni proporzione. Se il Consiglio dovesse adottarla, il Parlamento dovrebbe rivolgersi alla Corte di giustizia. Il fatto che il Consiglio, inoltre, tenti di aggirare il controllo democratico prendendo tale decisione entro il terzo anziché il primo pilastro non è di grande conforto. Vorrei ribadire, infatti, che, se vogliamo proteggere la democrazia dal terrorismo, innanzi tutto non dobbiamo violarla.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, vorrei ringraziare tutti i relatori per il lavoro svolto, ma, quando si parla di terrorismo dobbiamo essere particolarmente attenti a presentare una posizione chiara riguardo al significato del termine.

Un segno dei pericoli in agguato quando diamo definizioni azzardate è la difficoltà che la stessa comunità internazionale e le Nazioni Unite incontrano nel rendere possibile un’interpretazione interamente oggettiva del terrorismo.

Il terrorismo è un crimine che condanniamo senza riserve, ammesso che il termine non venga usato impropriamente per perseguire i movimenti di liberazione e il radicalismo. Purtroppo gli eccessi nelle misure in corso di adozione ai sensi del piano d’azione permettono alle forze conservatrici di giustificare misure che non favoriscono affatto un clima di sicurezza. Nel contempo, dobbiamo essere molto attenti per quanto riguarda il quadro legislativo in cui cerchiamo di collocare il terrorismo, al fine di assicurare che non ponga le basi per un intervento militare, che sarebbe contrario ai principi del diritto internazionale e alla Carta su cui si fondano le Nazioni Unite.

La grande abbondanza di misure intraprese dall’Unione europea nella lotta contro il terrorismo è dovuta principalmente al bisogno di un clima di sicurezza. Questa, essenzialmente, è la priorità che è stata fissata. Intraprendere misure che garantiscano la coesistenza pacifica dei cittadini dell’Unione europea e un senso di sicurezza presso questi ultimi non è un fatto di secondaria importanza. Tuttavia, in nessun caso i cittadini possono essere garantiti sulla base degli interessi delle grandi imprese, della repressione delle coscienze e del rafforzamento del clima di paura e di insicurezza che deriva dagli eccessivi controlli sulla libertà e dalla sua limitazione, ad esempio nel settore dei diritti umani.

Il piano d’azione risponde soprattutto a una certa interpretazione del terrorismo e non mira a risolvere le sue cause più profonde. Risponde soprattutto alle tendenze egemoniche esistenti e non affronta, come pensiamo dovrebbe, le cause che stanno alla base, ossia la fame, la povertà, l’ingiustizia sociale, il mancato rispetto della dignità civile e nazionale, la discriminazione, il razzismo, il fatto che i diritti umani vengano calpestati dal terrorismo generale e statale. Di conseguenza, gli sforzi volti a rafforzare questo piano nella direzione degli obiettivi che esso serve ci preoccupano, e riteniamo che esso, così come ora si presenta, non possa rappresentare una soluzione per la creazione di uno spazio di vera libertà e sicurezza.

 
  
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  Georgios Karatzaferis (IND/DEM).(EL) Signor Presidente, io sono una vittima del terrorismo. All’emittente televisiva che dirigo ad Atene, ho subito due attacchi dinamitardi. L’emittente è andata completamente bruciata ed è terribile vedere persone avvolte dalle fiamme che cercano di salvarsi. Hanno attentato alla mia persona anche in casa. Mi sposto con una macchina blindata e con le guardie del corpo. Dormo con un Uzi sotto il cuscino. E’ terribile sapere che si può essere attaccati in qualunque momento.

Dobbiamo tuttavia ammettere che il terrorismo ha già vinto le sue prime battaglie contro la democrazia. Quali sono queste vittorie? Le telecamere, le intercettazioni telefoniche, le limitazioni ai diritti umani e i passaporti biometrici che stanno entrando nella nostra vita. Queste sono tutte vittorie del terrorismo, in quanto vi è una riduzione della democrazia.

Il terrorismo si usa per imporre il controllo globale. Lo si alimenta. Quando diciamo che i terroristi in genere sono fondamentalisti islamici, e poi le persone urinano e sputano sul Corano, esse non stanno alimentando il fondamentalismo islamico? Dobbiamo quindi considerare la questione dal punto di vista opposto. Non serve guardare al terrorismo dai seggi del Parlamento europeo. Dobbiamo guardarlo dall’interno delle grotte dell’Afghanistan e nello stesso modo in cui qualcuno laggiù lo vede, cosicché a un certo punto possiamo avere un codice di comunicazione e risolvere il problema. Perché un principe milionario non vive nei casinò di Londra o alle Bahamas, tra le braccia, per dire, di donne bellissime, ma va a vivere e morire in una grotta? Dobbiamo vedere le cose così come sono. Si tratta di fanatismo? Questa è la risposta facile. Ma che cosa alimenta questo fanatismo? Siamo sempre stati così onesti in passato? Non abbiamo tenuto in schiavitù per anni queste regioni del pianeta? Il nostro alleato nella caccia al terrorismo non è stato colpevole di una pulizia etnica della peggior specie nei secoli in cui ha eliminato un’intera razza, quella degli indiani d’America? Non ha fondato il proprio progresso sulla tortura e la schiavitù dei neri?

Forse anche noi non siamo poi così corretti? Qual è la nostra posizione oggi? Non abbiamo una posizione unilaterale riguardo al Medio Oriente? Che cosa raccoglieremo? Adesso diciamo che Gheddafi, che ha abbattuto un aereo Pan American uccidendo decine di persone, è nostro amico perché ha cambiato politica; nel contempo, però, perseguitiamo Castro, che non ha abbattuto alcun aereo. Diciamo che il dittatore del Pakistan è buono perché è nostro amico, ma che un altro dittatore è cattivo e gli facciamo guerra. Dobbiamo pertanto riflettere su quanto siamo onesti in materia di terrorismo. Dobbiamo guardare a quanto sta accadendo. Dobbiamo tenere le orecchie aperte, perché, finché continueremo a prendere aspirine, avremo sempre mal di testa. Dobbiamo chiederci qual è la causa del mal di testa. Dobbiamo quindi aprire gli occhi e porre fine a questa politica unilaterale. Dobbiamo dare a queste nazioni maggiori incentivi, maggiori opportunità di ridurre il fondamentalismo, in modo da ridurre il terrorismo. Questa è la soluzione.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel breve tempo di parola che mi è stato assegnato, vorrei esporre tre considerazioni in merito a questioni di importanza fondamentale.

Innanzi tutto, è senz’altro deplorevole che a questo punto sia ancora tanto difficile e impegnativo ottenere una cooperazione e uno scambio di informazioni effettivi in materia di lotta contro il terrorismo, non solo tra Stati membri, ma anche tra gli Stati membri dell’Unione e gli altri paesi dell’Occidente libero. Per quanto io sia euroscettico a ragion veduta, ritengo che, almeno in questo settore, non si cooperi mai abbastanza. Il fatto è che è in ballo la sicurezza dei nostri cittadini.

Sappiamo che gli attentati dell’undici settembre sono stati organizzati, almeno in parte, ad Amburgo. Sappiamo che, in seguito all’attentato dinamitardo di Madrid, sono state scoperte cellule terroristiche in tutta Europa. E’ evidente che il terrorismo trascende i confini nazionali, e la lotta contro di esso dovrebbe quindi fare altrettanto.

In secondo luogo, non c’è tempo per una crisi di nervi; dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. Il terrorismo in Europa è divenuto quasi esclusivamente islamico. Gli esperti americani oggi ci mettono in guardia rispetto al ritorno dall’Iraq e da altri luoghi di crisi di militanti islamici che in quei luoghi sono diventati più estremisti e hanno appreso tecniche terroristiche. L’islam intollerante marcia verso l’Europa e rappresenta un vero e proprio vivaio di terrorismo. Non tutti i mussulmani sono terroristi, ma quasi tutti i terroristi sono mussulmani.

In terzo luogo, vorrei richiamare la vostra attenzione anche sul fatto che da molti anni gli aiuti europei alla Palestina vengono utilizzati non solo per permettere alla signora Arafat di vivere nel lusso a Parigi, ma anche per finanziare il terrorismo in Israele. Non possiamo combattere il terrorismo in Europa e nel contempo finanziarlo in Israele. Se l’utilizzo dei fondi in Palestina non diventa più chiaro e trasparente, il loro stanziamento andrebbe sospeso.

 
  
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  Panayiotis Demetriou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, quest’oggi abbiamo ascoltato numerosi utili pareri e proposte da parte dei relatori e mi congratulo sia con loro che con il Vicepresidente della Commissione Frattini per i programmi che ha presentato per la lotta contro il terrorismo.

Terrorismo è un termine astratto, che ha però un fondamento politico concreto. I terroristi sono persone in carne e ossa, che esistono, ma che allo stesso tempo sono invisibili e nascoste. Ne consegue che la strategia globale contro il terrorismo riuscirà nel suo intento solo se elimineremo tutti – e intendo tutti – i terroristi, o se verrà meno il supporto politico su cui il terrorismo si fonda. Il primo obiettivo è impraticabile, mentre il secondo è raggiungibile.

Come tattica bellica o politica, il terrorismo è quanto di più abominevole esista. Non si può legittimare né giustificare in nessun modo e per nessun motivo l’azione disumana dei terroristi. Chi pratica le barbare tecniche terroristiche, tuttavia, cita alcune particolari cause religiose, e più raramente sociali, e gode del supporto morale e politico di numerose società. E’ a queste società che dobbiamo rivolgerci. L’Unione europea è nella posizione di penetrare queste società e agire da catalizzatore. Nel caso degli arabi, come pure in altri casi, l’Europa non viene vista come un supremo demone o come nemico del popolo. Ed è esattamente lì che dobbiamo spartire i compiti tra l’Unione europea, gli Stati Uniti, la Russia e gli altri paesi coinvolti.

Insieme alle chiacchiere denigratorie dell’Unione europea e al crescendo di misure legislative e di altro genere contro il terrorismo, dobbiamo elaborare una nostra strategia di comunicazione con gli elementi moderati di queste società. Sono certo che con questa strategia l’Unione europea riuscirà a far mancare il terreno sotto i piedi ai terroristi. Questo è l’unico modo per far scomparire, anziché diminuire, il terrorismo, ed è in questa direzione che l’Unione europea, il Consiglio, il Parlamento europeo e la Commissione devono volgersi tutti insieme.

 
  
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  Edith Mastenbroek (PSE).(NL) Signor Presidente, vorrei ringraziare tutti i relatori per il lavoro che ha portato alle relazioni oggi in discussione, che sottolineano ripetutamente il fatto che sostenere e promuovere i diritti umani è la strategia più importante e migliore per prevenire e combattere il terrorismo. Il Commissario Frattini ha suggerito che la lotta al terrorismo deve infatti implicare il rafforzamento dei diritti umani, affermazione con cui sono pienamente d’accordo. Sostenere e promuovere valori tanto importanti quali la democrazia, la libertà, il pluralismo e la dignità umana è fondamentale nella lotta al terrorismo. E’ fuor di dubbio che per realizzare davvero questo obiettivo dovremo riesaminare dal principio ampie sezioni della nostra politica, in particolare di quella estera.

La radicalizzazione e la polarizzazione che così spesso contribuiscono a produrre il terrorismo e che derivano da esso per l’Unione europea rappresentano una minaccia grande almeno quanto il terrorismo stesso. Noi politici ne dobbiamo essere pienamente consapevoli e dobbiamo mantenere la lucidità in ogni momento. Invece di instillare timori inutili, dobbiamo essere realisti ed evitare di farci contagiare dall’isteria che non fa altro che alimentare le tensioni di cui si nutre il terrorismo.

In ogni caso, non dobbiamo cadere nella trappola di condividere le bizzarre argomentazioni addotte dai terroristi per giustificare le loro deplorevoli azioni. Dobbiamo adottare misure che rafforzino davvero la libertà di tutti i cittadini e tenerci ben alla larga dalle misure che sembrano rafforzare solo la sicurezza. A questo proposito, due delle misure discusse in questa sede meritano a mio avviso maggiore attenzione.

Innanzi tutto l’idea di perseguire penalmente il terrorismo in seno al Tribunale penale internazionale. Mi domando quale problema concreto risolverebbe. Dobbiamo proprio trattare i terroristi come gli ex dittatori come Milosevic? Quello che so è questo: l’uomo che ha ucciso Theo van Gogh, famoso regista e discusso cronista e opinionista del mio paese, i Paesi Bassi, sarebbe felice di poter sfruttare la notorietà che tale condizione gli darebbe. Pertanto sono nettamente contraria a quest’idea.

Poi abbiamo la conservazione dei dati relativi al traffico delle comunicazioni, esempio di misura che porta solo a una falsa sicurezza, se mai ve n’è stata una. Non andrò oltre al riguardo, dacché si è già detto molto. Si tratta di un’esagerazione che limita la nostra libertà e ritengo che nell’Unione europea dobbiamo promuovere proprio questa libertà. Esistono dei rischi; si possono introdurre tutte le restrizioni possibili per quanto riguarda l’accessibilità delle informazioni di questo tipo, ma guardiamo in faccia la realtà: tutto ciò che è disponibile su Internet è accessibile universalmente, non importa quanto sia ben protetto, e quindi i rischi probabilmente superano i vantaggi. Non penso che dovremmo proseguire su questa strada. Al contrario, poiché Internet sta di fatto diventando lo strumento di comunicazione migliore in assoluto per chi voglia informarsi circa i terroristi e reclutali per conto di terzi, dovremmo fare in modo che i nostri servizi di sicurezza si specializzassero nella partecipazione a Internet, nel leggere e chattare su Internet, cioè che monitorassero attivamente quanto accade in questo mezzo di comunicazione. Questo farebbe veramente la differenza.

Scoprire a posteriori quali siti web sono stati visitati dopo che si è sferrato un attacco dinamitardo non mi pare la strategia migliore. Dobbiamo evitare innanzi tutto che tali attacchi vengano perpetrati. Penso che una tale misura – della cui base giuridica si è discusso numerose volte in questa sede, e per di più il modo in cui si è giunti a questa decisione è una palese violazione della democrazia – comprometta la fiducia nella democrazia europea, il che comporta rischi che di recente si sono fatti sentire con dolorose conseguenze.

 
  
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  Sophia in ’t Veld (ALDE).(EN) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto esprimere il mio rammarico per il “no” francese e olandese alla Costituzione, perché l’Unione europea dovrà ora combattere il terrorismo con una mano legata dietro la schiena.

I cittadini hanno fornito un chiaro segnale nel dibattito sui referendum. Vorrei quindi invitare il Consiglio ad operare nello spirito della Costituzione, e cioè a rispettare tre principi fondamentali. Il primo è il controllo democratico. Ciò significa che il Consiglio non deve ignorare ed escludere il Parlamento europeo, bensì accoglierne le raccomandazioni, anche se non è ancora obbligato a farlo. Gli altri due aspetti già menzionati da numerosi colleghi sono la proporzionalità e l’efficacia. Anche riguardo a questi aspetti il Consiglio dovrebbe riflettere due volte su determinate misure.

La sua stessa relazione sull’attuazione del piano d’azione per la lotta contro il terrorismo rivela che esistono notevoli lacune. Prima di adottare nuove misure, dovremmo occuparci dell’attuazione. Nel caso della revisione tra pari, per esempio, soltanto dieci paesi su venticinque hanno finora presentato le loro relazioni di attuazione! Come possiamo adottare nuove misure se non sappiamo nemmeno se quelle vecchie funzionano?

Vorrei ora esaminare tre questioni specifiche. In primo luogo, la conservazione dei dati. Molto è già stato detto e ancora una volta invito il Consiglio ad agire nello spirito della Costituzione e a non ignorare il Parlamento europeo. Non dovrebbe ignorare nemmeno i segnali trasmessi da molti paesi: l’esempio degli Stati Uniti è già stato fatto. Vorrei tuttavia aggiungere a tali esempi quello del parlamento olandese, che intendeva adottare una misura analoga per la conservazione dei dati. Tuttavia, una volta compreso il modo in cui avrebbe funzionato nella pratica – o meglio non avrebbe funzionato – il parlamento olandese ha deciso di rivederla, perché si è reso conto che la proposta sulla conservazione dei dati era semplicemente impraticabile. Il Consiglio non dovrebbe ignorarlo. E’ deplorevole che il Consiglio non sia presente in questa occasione.

Si sono verificati diversi incidenti anche con i dati relativi ai passeggeri. Ci era stata promessa una valutazione un anno dopo l’entrata in vigore. Vorrei sapere dalla Commissione quando la riceveremo.

In terzo luogo, vorremmo avere maggiori informazioni sul SitCen, il Centro di situazione. Che cosa sta facendo esattamente, che tipo di informazioni tratta e riferirà al Parlamento europeo?

Infine, chiedo al Parlamento europeo di dar prova di ciò che realmente è. Oggi si è parlato molto di protezione dei dati personali e di diritti fondamentali. Invito il Parlamento ad adottare non solo tutte le relazioni sulle misure antiterrorismo, ma anche la relazione Moraes sulle politiche antidiscriminazione e i diritti delle minoranze, perché i diritti fondamentali appartengono a tutti i cittadini.

 
  
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  Hélène Flautre (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, a mio parere, la sfida consiste nel condurre una lotta efficace contro il terrorismo, nel pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Com’è appena stato affermato, abbiamo le mani legate a causa del “no” francese e sussiste anche un altro importante problema o svantaggio: non esiste una definizione internazionale di terrorismo. Ciò significa che non abbiamo alcun rimedio giuridico possibile, non abbiamo certezza del diritto, né garanzie e protezioni. Ritengo quindi che l’Unione europea debba fare tutto il possibile per pervenire a una definizione adeguatamente riconosciuta, sia per se stessa sia a livello internazionale.

L’onorevole Van Hecke propone una definizione semplice: terrorista uguale a musulmano. Il Presidente Putin ne ha un’altra: terrorista uguale a ceceno. I cinesi ne hanno altre ancora. Ritengo che, con questo uso incredibilmente ampio, abusivo e arbitrario della nozione di terrorismo, stiamo perdendo la capacità di agire in modo efficace nella lotta contro il terrorismo. Di conseguenza, sono convinta che, come Unione europea, dobbiamo compiere uno sforzo significativo, quanto prima possibile – per esempio in occasione della prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite – per ottenere una definizione comune di terrorismo, che è indispensabile e favorirà anche una reale cooperazione tra Stati, a livello europeo e a livello internazionale.

 
  
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  Sylvia-Yvonne Kaufmann (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, vorrei ricordare all’Assemblea le sagge parole di Benjamin Franklin, uno dei padri della costituzione americana, che disse che coloro che rinuncerebbero a una libertà fondamentale per ottenere un po’ di sicurezza temporanea non meritano né libertà né sicurezza.

Da quando si sono verificati gli atroci crimini di Madrid, sappiamo che l’Europa ora è un obiettivo diretto del terrorismo internazionale. Indubbiamente di questo si deve tenere conto nella formulazione delle politiche pubbliche. Qualunque forma di terrorismo è un crimine che minaccia le stesse fondamenta della nostra democrazia, e simili crimini vanno combattuti e devono avere conseguenze commisurate alla loro gravità. I terroristi vanno tuttavia combattuti con strumenti adeguati e non sacrificando la libertà. E’ superfluo dire che le nostre autorità investigative nazionali devono cooperare più da vicino. Nel contempo, non si deve creare la situazione per cui si raccolgono, si collegano e si scambiano dati e informazioni in modo sempre più indiscriminato, fino ad avere, in un prossimo futuro, il cittadino più trasparente possibile. Non dobbiamo percorrere la strada dello Stato del Grande Fratello di Orwell. I diritti fondamentali dei cittadini non vanno messi a rischio.

Occorre una politica mirata che preveda, da un lato, tolleranza zero per qualunque forma o manifestazione di terrorismo e, dall’altro, un’attenzione particolare all’obiettivo di eliminare le diverse cause di terrorismo. Solo così si potrà infine tagliare la radice che lo alimenta.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, Commissario Frattini, onorevoli colleghi, il terrorismo non è un fenomeno nuovo, ma i tragici eventi degli ultimi anni hanno dimostrato la sua potenza distruttiva. La lotta al terrorismo è una delle maggiori sfide del XXI secolo.

Mi congratulo con tutti i relatori per l’impegno profuso e per il lavoro svolto riguardo a questo dossier. Non importa come e dove il terrorismo si manifesti e chi sia a perpetrarlo, quali giustificazioni i colpevoli adducano o le cause per cui si battano. Tutti gli atti, i metodi e le pratiche terroristici sono politicamente e moralmente ingiustificabili, e vanno condannati senza riserve e combattuti con fermezza.

I tragici eventi dell’undici marzo a Madrid hanno portato l’Unione a mettere in discussione l’efficacia dei suoi strumenti e delle sue politiche e hanno palesato l’urgente necessità di un approccio nuovo, dinamico, sistematico ed efficace. Questo è il contesto in cui è stato creato il nuovo ufficio di Coordinatore europeo per la lotta contro il terrorismo, e vorrei dare il benvenuto a Gijs de Vries, che oggi è presente in Aula.

Sono favorevole a una strategia chiara nella lotta al terrorismo volta a trovare un equilibrio tra la sicurezza collettiva e la libertà individuale. Ciò comporta, innanzi tutto, il rafforzamento della strategia comunitaria di prevenzione, la preparazione e la capacità di reagire. Vi è stato un sensibile aumento delle fonti di finanziamento. Il sistema d’allarme relativo al traffico di merci e alla fornitura di servizi va migliorato, in modo da offrire un controllo migliore dei movimenti sospetti, senza sconvolgere le normali dinamiche del mercato.

Nel contempo, le istituzioni pubbliche e private, e in particolare il settore bancario, devono intensificare la collaborazione. In terzo luogo, occorre un incremento delle capacità nel settore dell’informazione, tra cui anche un essenziale miglioramento dello scambio di informazioni con Europol, della prevenzione e della gestione delle conseguenze e della protezione delle infrastrutture sensibili nella lotta al terrorismo, il che implica che si formulino norme più rigorose in materia di sicurezza e che si dimostri solidarietà a qualunque Stato membro che cada vittima di un attentato terroristico.

In conclusione, vorrei affrontare l’importantissima questione della solidarietà alle vittime del terrorismo. Quando persone innocenti vengono uccise, sequestrate o torturate, o subiscono estorsione, ricatto o minacce, non sono le uniche a soffrire; tutti i membri della loro famiglia, i loro amici e la loro comunità intera soffrono con loro.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. FRIEDRICH
Vicepresidente

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE).(PL) Signor Presidente, il terrorismo è una malattia mortale che è diventata un’epidemia mondiale all’inizio di questo secolo. Ora viviamo in un mondo con due estremi, e con ciò intendo non solo un mondo con povertà e ricchezza, ma anche un mondo con bene e male. Il bene è rappresentato dalla sicurezza pubblica, il male dal terrorismo.

Abbiamo imparato a condurre ricerche scientifiche sul terrorismo, a individuarne le varie forme e ad analizzarne dettagliatamente le cause. Ci siamo inoltre abituati a parlare di terrorismo di Stato, terrorismo individuale, terrorismo globale, terrorismo locale e fondamentalismo. Cionondimeno, la pura verità è che esiste solo una forma di terrorismo, che si ha quando una persona commette un male inconcepibile ai danni di un’altra.

Uno dei doveri fondamentali dell’Unione europea, espresso nell’articolo 29 del Trattato di Maastricht, è dare un alto grado di sicurezza ai cittadini. Dovremmo domandarci se l’UE sta riuscendo in questo intento e se i cittadini si sentono sicuri. La probabile risposta alla seconda domanda è che non sempre si sentono sicuri, perché tutti siamo al corrente di quanto è successo l’undici marzo a Madrid e di numerosi incidenti simili.

I criminali sfruttano i vantaggi dell’integrazione spostandosi liberamente all’interno dell’Unione europea, dove non esistono frontiere interne. Spesso restano impuniti, poiché l’Unione ha 25 sistemi giuridici e penali diversi. Per porre fine a questa situazione, l’Unione deve elaborare strumenti nuovi e più efficaci. Il pacchetto antiterrorismo oggi in discussione vuole aiutarci a fare proprio questo. Sono lieta di vedere che insieme alle proposte antiterrore il pacchetto invoca anche con urgenza la tutela dei diritti umani. Si presta attenzione a tutti i regolamenti e alle misure precedenti, da TREVI del 1975 al programma dell’Aia, passando da Vienna, Tampere e dal piano d’azione adottato in seguito all’undici settembre 2001. Tali misure hanno portato all’introduzione di un mandato d’arresto europeo, all’istituzione di Eurojust e alla nomina di un Coordinatore europeo per la lotta contro il terrorismo.

Se vogliamo ottenere risultati, però, l’Unione europea non deve limitarsi a migliorare costantemente e sistematicamente gli strumenti che utilizza nella lotta al terrorismo. Occorrono nuove misure che comportino maggiore cooperazione al fine di trovare una soluzione a ciò che è noto come “megaterrorismo”, cioè terrorismo che utilizza armi di distruzione di massa. Dobbiamo muoverci più in fretta dei terroristi e anticipare le loro mosse, invece di attendere gli attacchi e poi circoscriverne le conseguenze. Dobbiamo intervenire più rapidamente ed efficacemente, e i terroristi ne devono essere consapevoli e sentirne gli effetti. Occorrerà maggiore cooperazione a livello internazionale, insieme all’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 43 della Costituzione europea, ossia alla clausola di solidarietà che per noi riveste tanta importanza.

In conclusione, vorrei dire che, essendo polacca, sono estremamente orgogliosa che alla Polonia sia stato affidato il compito di proteggere i confini esterni dell’Unione europea. Così facendo, potremo dare il nostro contributo alla lotta contro il terrorismo.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nella lotta al terrorismo è importante sia unire le forze a livello nazionale che intensificare nel contempo la cooperazione tra le Istituzioni comunitarie. Non basta reagire al terrorismo con una stretta collaborazione tra polizia e servizi di intelligence, anche se questi ultimi hanno naturalmente un’importanza fondamentale. La lotta al terrorismo è fondamentalmente legata a misure che già contribuiscono a ridurre la vulnerabilità della nostra società. Un esempio può essere dato dall’assicurare la sicurezza dell’attività industriale e la cooperazione e lo scambio di informazioni effettivi tra i servizi di emergenza.

Gli atti terroristici sono tragici e, come l’aggettivo stesso suggerisce, mirano a diffondere paura e panico. Per questo motivo le società europee devono essere rafforzate dall’interno, relativamente alle loro strutture e alla cultura dell’azione, e diventare società in cui il potenziale per il terrorismo è minore. La trasparenza amministrativa e la consapevolezza dei cittadini riguardo al loro ambiente, compresi i suoi rischi, hanno un’importanza fondamentale. Dobbiamo inoltre essere in grado di agire correttamente ed efficacemente nelle situazioni d’emergenza. Occorre ridurre la vulnerabilità dell’infrastruttura mediante un’azione decisa, e incrementare lo scambio di informazioni all’interno dei settori amministrativi relativamente a rischi evidenti.

E’ estremamente importante sviluppare adeguatamente la ricerca nell’Unione europea per sostenere la lotta al terrorismo. Dobbiamo assicurare che gli sforzi di ricerca dell’UE nel settore della sicurezza interna ed esterna siano sufficientemente in dialogo tra loro. Misure antiterrorismo efficaci possono dare risultati solo se mettono insieme le migliori conoscenze europee, la ricerca in materia di difesa e dei settori dei servizi d’emergenza, e altre ricerche riguardanti la sicurezza.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, le decisioni del Consiglio e le relazioni in esame oggi, con il pretesto della lotta al terrorismo, tentano di ottenere innanzi tutto la creazione e l’applicazione di un quadro istituzionale più autocratico e l’introduzione e il rafforzamento di nuovi meccanismi repressivi, sistemi di controllo, eccetera, il cui vero obiettivo non è la lotta al terrorismo di cui parlate, ma un movimento di base emergente che lotta contro il nuovo ordine imperialista.

In secondo luogo, adottando la guerra preventiva contro il terrorismo, tali misure tentano di preparare le persone ad accettare nuovi interventi e nuove guerre. E’ significativo che nessuna relazione denunci, anzi che tutte le relazioni assolvano, l’azione di terrorismo di Stato compiuta dagli Stati Uniti e da altri paesi in Afghanistan e in Iraq, il terrorismo israeliano in Palestina, eccetera. Per la verità, vi chiediamo: il massacro di 100 000 civili a Fallujah in una sola settimana da parte della milizia americana è o non è terrorismo?

Infine, la decisione del Consiglio dello scorso novembre e la relazione Oreja introducono la nozione secondo cui i movimenti radicali o le ideologie estremiste sono una fonte di terrorismo e ciò significa che i movimenti sociali e per i diritti fondamentali rientrano nella definizione di terrorismo. Ciò che vediamo è che avete paura delle lotte di base emergenti...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Ioannis Varvitsiotis (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, l’impegno di tutti noi a combattere tutte le forme di terrorismo è non negoziabile e costante ed è anche una delle priorità del programma dell’Aia.

Tuttavia, per prevenire e combattere il terrorismo in modo efficace, deve esistere una cooperazione sistematica tra gli Stati membri a livello legislativo e a livello di scambio di informazioni, nel bloccare i finanziamenti e nel proteggere i trasporti internazionali. Infine, è necessaria una politica preventiva dettagliata e continuativa, l’Unione europea deve agire attivamente, non limitarsi a reagire a tragici incidenti.

La prima arma contro il terrorismo è l’informazione. Poiché il terrorismo è ora un fenomeno internazionale e opera su scala internazionale, è necessario promuovere la raccolta e lo scambio di informazioni a livello internazionale e una migliore valutazione delle minacce, tenendo sempre conto della necessità di rispettare la vita privata e di salvaguardare i diritti e le libertà fondamentali che fanno parte della nostra civiltà.

Tutte le relazioni presentate, da vari punti di vista, convergono su conclusioni comuni con le quali sono pienamente d’accordo. Tuttavia, ritengo che l’esistenza di numerosi testi, non solo queste otto relazioni in esame oggi, ma tutti quelli adottati di volta in volta, crei un rischio di confusione e inefficacia. Vorrei proporre al Commissario Frattini, qui presente, che i servizi competenti della Commissione procedano alla codifica di tutti i testi in materia. Sono certo che in tal modo si otterrà anche una semplificazione e un ordinamento sistematico e coerente dei testi. Altrimenti si fa confusione e la confusione va evitata. La confusione non crea le condizioni necessarie per condurre una lotta efficace contro il terrorismo.

 
  
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  Erika Mann (PSE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario Frattini, onorevoli colleghi, in realtà vorrei affrontare soltanto un punto, che riguarda l’annuncio che lei, signor Commissario, ha fatto proprio alla fine del suo intervento, relativo ai due esercizi di simulazione che si svolgeranno entro breve. Vorrei chiederle di informare il Parlamento in proposito in tempo utile, perché è molto importante che il Parlamento partecipi a questa iniziativa.

Assieme a un collega, l’onorevole Jerzy Buzek, ho preso parte a una simulazione svolta a Washington il 14 gennaio, l’esercizio Atlantic Storm dedicato al bioterrorismo. Abbiamo poi ridiscusso l’argomento a Bruxelles, nel quadro della nuova agenda per la difesa, il 25 aprile. Abbiamo individuato tre elementi principali, alla cui discussione dobbiamo semplicemente dedicare più tempo.

Il primo elemento consiste nella comprensione della necessità di intensificare la cooperazione molto più di quanto sia stato fatto finora. Ciò riguarda sia la cooperazione tra gli Stati membri sia la cooperazione tra l’Europa e gli Stati Uniti e altri paesi che andrebbero coinvolti. Questa cooperazione è estremamente importante, ma attualmente in alcuni casi è ancora molto sporadica. Non è condotta sistematicamente, né la metodologia adottata ci dà motivo reale di essere soddisfatti del sistema attuale. Non è affidabile, non è trasparente, né in termini generali né in relazione con il Parlamento, e la trasparenza è cruciale per individuare e correggere i difetti del sistema. Questo è un elemento.

La seconda inadeguatezza riguarda la prevenzione. Con riferimento specifico al bioterrorismo, vorrei chiederle quali progressi reali siano stati compiuti finora in materia di prevenzione per quanto riguarda i vaccini. Nella simulazione a Washington, abbiamo constatato che la disponibilità di vaccini varia considerevolmente tra gli Stati membri dell’Unione. Ciò sarà fonte di conflitti, signor Commissario, nel caso di un attacco, che ci auguriamo non avvenga. Vorrei chiederle di esprimere il suo parere su questo punto.

L’ultimo elemento che vorrei segnalare riguarda un aspetto completamente diverso della questione. Nelle nostre discussioni dovremmo sempre fare molta attenzione alla distinzione tra fondamentalisti islamici e islam in generale. Ciò contribuirebbe in misura enorme alla nostra discussione politica.

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, vorrei cominciare con un’osservazione personale rivolta al Commissario Frattini. Vorrei ringraziarlo per il suo lavoro, in veste di ministro degli Esteri italiano, alla CIG costituzionale nella seconda metà del 2003. All’epoca ero un funzionario della delegazione finlandese. Il Ministro Frattini ha svolto un ottimo lavoro, non ultimo nel “comunitarizzare” la giustizia e gli affari interni, e questo è il motivo per cui mi auguro che adotteremo la Costituzione.

Vorrei affrontare brevemente cinque punti. In primo luogo, l’equilibrio tra libertà individuale e sicurezza è molto critico e dobbiamo essere estremamente prudenti nel trattare questo aspetto in relazione con il terrorismo. Questo è il motivo per cui mi oppongo all’iniziativa sulla conservazione dei dati e sostengo la posizione della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Il secondo punto è che la lotta al terrorismo è un ambito in cui l’Unione europea ha veramente un valore aggiunto; è un ambito in cui gli Stati membri non possono e non potranno operare da soli.

Il terzo punto è che è anche un ambito in cui è necessaria un’azione. Se esaminiamo qualsiasi sondaggio dell’eurobarometro, vediamo che si tratta di un ambito in cui l’Unione europea può funzionare molto bene.

Il quarto punto è che questa potrebbe anche essere la nostra prossima storia di successo, ma tutto dipende dalla nostra capacità di realizzarla. Questo è il motivo per cui invito la Commissione a insistere con forza sia sull’agenda di Tampere sia sul programma dell’Aia e a far sì che gli Stati membri attuino le misure per proseguire la lotta al terrorismo.

Il quinto e ultimo punto riguarda la Costituzione. L’articolo I-43 della Costituzione è un articolo fondamentale. E’ quello relativo alla solidarietà. Se uno Stato membro è minacciato da un attacco terroristico, tutti gli altri Stati membri intervengono in suo aiuto. Questa clausola di solidarietà, sebbene non sia ancora in vigore, ha funzionato molto bene nel caso degli attentati di Madrid. Mi auguro sinceramente che gli Stati membri e la Commissione restino fedeli a tale principio.

 
  
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  Marek Maciej Siwiec (PSE).(PL) Vorrei rivolgere le mie osservazioni al Commissario Frattini, che ha fornito un’ottima introduzione alla discussione. La sua strategia in materia è corretta, ma ha un difetto fatale. Mi riferisco al fatto che i preparativi che ha descritto riguardano una guerra che ha già avuto luogo. Ciò che è più necessario nella guerra contro il terrorismo è l’immaginazione, una grandissima immaginazione, perché ai terroristi di sicuro non manca. Vorrei dare al Commissario alcuni suggerimenti sul modo in cui usare l’immaginazione.

Vorrei sottoporgli i seguenti quesiti. Se si scoprisse che un passeggero a bordo di un aereo è affetto da una malattia infettiva, per esempio il vaiolo o qualsiasi altra malattia, dove atterrerebbe l’aereo? Sono stati designati aeroporti negli Stati membri per tale evenienza? Quali procedure si seguono se si individua un agente patogeno che può essere trasmesso da essere umano a essere umano? Quali procedure si seguono se si individua un agente patogeno che non può essere trasmesso da essere umano a essere umano? Quando ci poniamo questo tipo di interrogativi, dobbiamo ricordare che si tratta di un conflitto del futuro. Il bioterrorismo è un’arma che c’impone di usare l’immaginazione. Conto sul fatto che l’Unione europea svolga un ruolo organizzativo nel consolidare gli sforzi degli Stati e delle nazioni.

Il secondo e ultimo punto che vorrei rilevare è che gli eurodeputati sono stati molto eloquenti nel condannare il terrorismo durante la discussione di oggi. Mi chiedo quale nome si possa dare a un’istituzione che rende tecnicamente possibili le trasmissioni di un canale televisivo di proprietà di un’organizzazione terrorista mediorientale. Si può dire che tale istituzione sostenga il terrorismo oppure no?

Dobbiamo chiederci se gli organismi finanziari e i mezzi di informazione in realtà non svolgano un ruolo nell’ombra e creino le condizioni che permettono al terrorismo di diffondersi, e di diffondersi rapidamente. Mentre tutto ciò accade, il Parlamento si accontenta di rimanere comodamente seduto e condannare il terrorismo.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, il terrorismo rappresenta una minaccia per tutti. Il Regno Unito ha dovuto far fronte al terrorismo repubblicano irlandese del Sinn Féin/IRA per oltre tre decenni e, come affermano loro stessi, non sono affatto spariti.

Dobbiamo essere irremovibili di fronte al terrorismo. La debolezza e l’ambiguità non fanno che rafforzare coloro che tentano di minare le basi della democrazia. Abbiamo anche bisogno di chiarezza in termini di comprensione della minaccia cui dobbiamo rispondere e di migliori misure per affrontarla. Per questo motivo, accogliamo con favore le proposte volte a migliorare la condivisione di informazioni tra autorità competenti, trattate nella relazione dell’onorevole Duquesne.

Come abbiamo visto, gli Stati membri che cooperano a livello bilaterale, senza essere ostacolati da vincoli istituzionali inutilmente gravosi, hanno ottenuto risultati. Le squadre comuni di indagine, sulle quali ho avuto l’onore di elaborare una relazione durante la precedente legislatura, lavorano bene in questo settore, come riferisce la relazione Díez González. Queste risposte flessibili, mirate, misurate e appropriate sono buoni esempi di ciò che si può realizzare. Tuttavia, dobbiamo anche essere consapevoli della natura della minaccia che abbiamo di fronte. L’IRA è diverso dall’ETA, che è diverso da Al-Qaeda, ma sono tutti pericolosi e devono essere sconfitti ed eliminati. Essere poco chiari non aiuta e semplicemente non capisco perché alcuni deputati non vogliano usare l’espressione “organizzazioni fondamentaliste islamiche” per descrivere Al-Qaeda e i suoi pari.

Per lo stesso motivo, accogliamo con favore anche l’invito, contenuto nella relazione Borghezio, ad esaminare la questione delle organizzazioni di volontariato che sono poco più di organizzazioni di copertura per raccogliere fondi destinati al terrorismo. E’ deplorevole che il Consiglio non abbia ritenuto opportuno includere hezbollah tra le organizzazioni terroriste.

In ogni caso, dobbiamo soprattutto lavorare insieme, condividere le informazioni, assisterci l’un l’altro per affrontare queste crescenti minacce, queste indubbie minacce alla nostra libertà e alla nostra democrazia.

(Applausi)

 
  
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  Nikolaos Sifunakis (PSE).(EL) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, sappiamo tutti che il terrorismo oggigiorno è una realtà che purtroppo non possiamo evitare.

Da fenomeno marginale negli anni Settanta, che per lo più si limitava al contesto di uno Stato e a obiettivi specifici, negli ultimi anni purtroppo si è trasformato in attacchi che provocano un gran numero di vittime e utilizzano mezzi tecnologici avanzati.

La causa di questo innalzamento di livello è il persistere di problemi politici e sociali irrisolti. La comunità internazionale non è riuscita a dar prova della sua ferma intenzione di avviare processi di coesistenza pacifica in specifiche zone in cui sono in atto conflitti causati da differenze religiose, politiche o etniche.

Il terrorismo si è risvegliato là dove la comunità internazionale organizzata, o parte di essa, ha tentato, a livello unilaterale, di imporre soluzioni con la violenza, il che ha generato nuovi e più violenti conflitti. Sappiamo tutti che la violenza non solo non pone fine alla violenza, ma la rafforza anche.

Finché la questione palestinese, per esempio, rimane irrisolta, il terrorismo si diffonderà, alimentando l’estremismo che è di fatto la causa alla base del terrorismo.

Tuttavia, il terrorismo non si può combattere solo con misure giudiziarie e di polizia. I sistemi di gestione integrata delle crisi, il monitoraggio e il trattamento di informazioni sospette, la lotta al finanziamento del terrorismo, lo scambio efficace di informazioni o l’approvazione di una definizione comune di terrorismo sono meccanismi di prevenzione e repressione. Non raggiungono le radici del problema.

La discussione e la votazione di oggi in seno al Parlamento europeo sulle otto relazioni sulla lotta al terrorismo sono importanti, ma sappiamo tutti che non bastano. Tali misure non ci mettono in condizione di far scomparire il terrorismo. La soluzione finale per questo flagello va ricercata ben al di là dell’azione preventiva e repressiva della Comunità. La soluzione sta nel creare condizioni di pace, uguaglianza e prosperità in tutto il mondo.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld (PPE-DE).(SV) Signor Presidente, signor Commissario Frattini e signor de Vries, vorrei innanzi tutto congratularmi con i relatori per i miglioramenti introdotti nelle proposte antiterrorismo del Consiglio, effettivamente intesi a rendere più efficace la lotta al terrorismo in diversi ottimi modi. Dobbiamo tuttavia mantenere l’equilibrio tra libertà e diritti e migliorare il nostro sistema democratico europeo.

Al momento, un’automobile quasi gode di migliori diritti di un essere umano, perché un’automobile può ottenere la soppressione della legislazione finanziaria dal Parlamento europeo e dalla Corte di giustizia delle Comunità europee. Queste questioni evidenziano la necessità di una nuova Costituzione, che ci permetta di combattere meglio la criminalità e il terrorismo.

La questione della conservazione dei dati illustra magnificamente come il sistema dei pilastri abbia fatto il suo corso. Abbiamo bisogno di un nuovo trattato che permetta di tutelare la vita privata e di respingere misure e obblighi sproporzionati. La protezione dei dati è necessaria in tutta la legislazione e non, come ora, solo in parte di essa. L’onorevole Niebler ha proposto una spiegazione costruttiva delle critiche del Parlamento europeo in questo ambito, e condivido ciò che ha affermato. Non abbiamo visto alcuna prova della necessità delle misure proposte in materia di conservazione dei dati.

Il Consiglio ha agito in modo provocatorio e ha deciso di introdurre una legislazione respinta dal Parlamento europeo. Tale comportamento indebolisce la nostra democrazia. Non è di questo che abbiamo bisogno ora. Dobbiamo andare nella direzione opposta. Abbiamo bisogno di un rafforzamento della democrazia e di un’azione più vigorosa da parte del Consiglio e mi auguro che, in futuro, il Consiglio ascolterà il Parlamento europeo in misura di gran lunga maggiore di quanto non abbia fatto finora.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Signor Presidente, ho notato che l’onorevole Kirkhope non ha descritto l’IRA come un’organizzazione fondamentalista cattolico-romana, né lo ha fatto l’onorevole Allister, e hanno ragione a non farlo. Ritengo che sarebbe un grave errore cominciare a etichettare le organizzazioni con l’una o l’altra religione in questa sede. Ciò che condividono tutte è il desiderio di conseguire fini politici tramite azioni antidemocratiche. Questa, a mio parere, è la definizione essenziale di terrorismo: usare la violenza in modo antidemocratico per conseguire un obiettivo politico.

Vorrei ricordare all’onorevole Kirkhope e ad altri deputati che l’esperienza nell’Irlanda del Nord e in ogni altro paese è che attribuendo etichette a categorie della società di fatto si aumenta l’alienazione e si incoraggia il reclutamento nelle organizzazioni terroriste.

Dobbiamo rispondere al terrorismo a livello politico, economico e sociale. E’ chiaro che dobbiamo difendere il nostro stile di vita democratico quando è minacciato dalla violenza, ma dobbiamo farlo in modo da non negare o ridurre i diritti umani fondamentali, non solo per la società in generale, ma per le categorie della società che sono alienate dalla società in generale. Dobbiamo impegnarci con tutti i cittadini e favorirne l’integrazione. Dobbiamo cercare di garantire che possano ottenere nella vita ciò cui aspirano, non emarginarli.

E’ quindi estremamente importante che le misure proposte oggi siano proporzionate, giustificate ed efficaci, non solo nel far fronte al terrorismo, ma anche nel cercare di garantire che il terrorismo non possa prosperare. Dobbiamo quindi fare di più, non limitarci a introdurre misure di sicurezza.

La mia ultima osservazione riguarda il bioterrorismo. Vorrei invitare coloro che tentano di alimentare il timore del bioterrorismo a riconoscere la realtà del terrorismo. Le armi preferite dal terrorismo sono poche once di semtex in uno zaino o in un’automobile, fucili e pistole semiautomatici – osservate l’esperienza del terrorismo in qualsiasi luogo del mondo – sono queste le armi utilizzate. Non è il gas sarin a creare la morte e la distruzione spettacolare di cui i terroristi hanno bisogno per il telegiornale delle sei.

 
  
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  Piia-Noora Kauppi (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, vorrei esprimere il mio sostegno entusiastico per la relazione dell’onorevole Alvaro. Sarebbe pura follia approvare il regime di conservazione dei dati proposto nella sua forma attuale.

La criminalità informatica è una piaga reale, che rischia di compromettere la stabilità e la sicurezza dei nostri sistemi informatici e va affrontata con controlli significativi. Tuttavia, gravare le società di telecomunicazioni e i prestatori di servizi Internet dei costi relativi alla conservazione di tutti i dati che gestiscono nel corso di un anno è una risposta mal considerata, uno sparo nel buio.

A prescindere dal fatto che tali operazioni e comunicazioni vengono registrate o meno, il vero criminale, che si preoccupa di evitare una facile individuazione, sa come coprire le proprie tracce. In ogni caso, considerato il volume di dati che si dovrebbero conservare, in particolare i dati Internet, è improbabile che l’analisi completa dei dati possa essere effettuata in tempo utile. Abbiamo avuto chiare indicazioni del fatto che non è stato per mancanza di dati che le agenzie di sicurezza degli Stati Uniti non hanno colto importanti indizi nel periodo precedente gli attentati dell’11 settembre, bensì il fatto che mancava il personale per trascrivere, tradurre e analizzare il materiale. Alcuni hanno affermato che il costo della conservazione dei dati dovrebbe essere sostenuto dai governi, non dalle imprese. In ogni caso è uno spreco di denaro.

Oltre alle conseguenze finanziarie negative, il sistema violerebbe la vita privata delle persone, come hanno affermato molti colleghi. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo fornisce chiari orientamenti, fatti valere dalla Corte di giustizia europea, sulle circostanze in cui tali dati possono essere conservati. Il regime generale proposto non prevede alcun criterio preciso che soddisfi la Convenzione sui diritti dell’uomo.

Invito gli onorevoli colleghi a sostenere l’onorevole Alvaro nel portare questa proposta a una rapida e completa conclusione. In altri ambiti, le proposte sulla lotta al terrorismo rispettano il principio di proporzionalità, ma non quelle esaminate nella relazione dell’onorevole Alvaro.

 
  
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  Lasse Lehtinen (PSE).(FI) Signor Presidente, vorrei concentrare l’attenzione su un particolare spesso trascurato quando si parla di terrorismo. I terroristi finanziano le loro attività con mezzi tradizionali e con reati tradizionali. Questo è il motivo per cui nella lotta al terrorismo anche il normale lavoro di polizia è importante.

Il lavoro di polizia tradizionale manca ancora a livello europeo. Europol non è diventato un’autorità che opera in tutto il territorio dell’Unione, come lascia intendere il suo nome. E’ ancora un’agenzia senza risorse proprie o un’autorità effettiva. Le forze di polizia nazionali non trasmettono le informazioni alle autorità di altri paesi, con il risultato che non esiste ancora una fiducia reale tra gli Stati membri.

Lo scambio di informazioni e maggiori livelli di fiducia accrescerebbero anche la trasparenza, che è ciò che si chiede in questa discussione. Non può emergere un’Europol competente nel clima attuale. Tuttavia, questo è proprio ciò che è necessario per salvaguardare altre forme di cooperazione europea.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, vorrei parlare specificamente dell’interrogazione orale presentata dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, che riguarda il bioterrorismo. Con gli incidenti relativi all’antrace in America, gli attentati sulla metropolitana giapponese e gli attacchi chimici contro i curdi, sappiamo di essere vulnerabili se non adottiamo precauzioni contro il bioterrorismo.

Nel 2004 gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno deciso di adottare misure concrete comuni per migliorare le nostre capacità in questo ambito. Gli americani hanno compiuto un primo passo con il progetto BioShield e noi vogliamo sapere che cosa stia facendo l’Unione europea.

In febbraio la Conferenza mondiale sulla sicurezza ha affermato che l’Europa era tristemente impreparata agli attacchi terroristici. Nel 2001 l’Europa ha cominciato ad adottare misure per garantire di essere preparata. Gli obiettivi erano la creazione di un meccanismo per lo scambio di informazioni, la messa a punto di un sistema a livello di Unione europea per l’individuazione, l’identificazione e la diagnosi di agenti chimici, la costituzione di una scorta di medicinali e vaccini, la creazione di una base di dati di specialisti del settore sanitario e la preparazione di orientamenti per le autorità sanitarie sul modo in cui rispondere e tenere i contatti con gli organismi internazionali. Tuttavia, finora non è andata molto bene, perché, per quanto riguarda la vigilanza, abbiamo istituito un sistema di allerta precoce per individuare gli agenti chimici trasportati dall’aria, ma la sua utilità è limitata, in quanto funziona solo per determinate sostanze e non protegge contro la contaminazione dell’acqua e degli alimenti. Non abbiamo alcuna scorta di vaccini a livello europeo e nella maggioranza dei paesi le leggi sulla quarantena sono obsolete.

L’Unione europea ha anche creato il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, tra l’altro, per difendere l’Europa contro il bioterrorismo. E’ di cruciale importanza potenziare e rendere efficace tale Centro. Le attuali notizie sui tagli di bilancio del Centro non sono accettabili e mi auguro che sia trasmesso un messaggio energico alla Commissione e al Consiglio.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, signor Commissario, questa discussione rivela che il Parlamento ha ben presente la serietà e la gravità della minaccia terrorista e intende agire con fermezza per contrastarla. Mi congratulo quindi con i relatori.

Si tratta di una minaccia per la nostra società, il nostro modo di vita, la nostra libertà, alla quale possiamo rispondere solo con una piena cooperazione a livello sia europeo sia internazionale e con una politica coerente, anziché un semplice elenco di iniziative, come hanno giustamente rilevato il Commissario e l’onorevole Oreja. D’altro canto, chi preferirebbe adottare una strategia in cui si finga di non essere un obiettivo s’inganna, s’inganna due volte.

In primo luogo, perché questo atteggiamento alimenta l’essenza stessa del terrorismo, nel senso che, instillando timore, ci impedisce di vivere la nostra vita e, in secondo luogo, perché è solo un modo di garantire una protezione pratica contro una minaccia violenta e molto reale. Tuttavia, poiché conosciamo il pericolo e intendiamo agire, siamo anche consapevoli del fatto che molto resta da fare. E’ il caso del bioterrorismo, di cui si è parlato poc’anzi, che rappresenta oggi un pericolo che dobbiamo saper affrontare e per il quale continuiamo a non essere adeguatamente preparati.

Si tratta di armi a basso costo, di piccole dimensioni, di facile reperimento e con un’enorme capacità distruttiva, a parte il fatto che la semplice simulazione dell’uso di tali armi è sufficiente a causare il panico generale. L’Europa deve quindi rispondere alle varie esigenze, attraverso gli Stati membri, ma anche attraverso programmi comunitari specifici. E’ necessario tenere scorte di medicinali e vaccini, migliorare i sistemi di individuazione e di allarme rapido e precoce, rafforzare i meccanismi di protezione civile, compresi i piani nazionali di emergenza, e rendere disponibile una grande quantità di informazioni.

Del resto, sono preoccupazioni che ha espresso anche la Commissione. E’ tuttavia importante ricordare che l’Unione europea ha assunto impegni ed è ora necessario passare dai progetti alle azioni anche nel contesto dei nostri obblighi internazionali, soprattutto quelli assunti dagli Stati Uniti in materia di lotta al bioterrorismo, che sull’altra sponda dell’Atlantico sono sviluppati nell’ambito del progetto Bioshield.

Concludo, signor Presidente, dicendo che il terrorismo, in particolare il bioterrorismo, non conosce frontiere e di conseguenza anche la lotta al terrorismo deve essere senza frontiere.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, in molti dei nostri paesi le organizzazioni terroriste continuano ad arruolare, addestrare, raccogliere fondi, raccogliere informazioni e, di fatto, a compiere azioni terroristiche. A un altro livello, vi è ancora chi mira a infliggere la distruzione di massa alle nostre democrazie. La lotta contro queste organizzazioni è continua ed è giusto che non avvenga sotto gli occhi del pubblico. E’ nostro dovere in quanto responsabili politici assicurare che i nostri servizi di polizia, di sicurezza e di intelligence dispongano di tutti i mezzi possibili e ricevano sostegno per il loro lavoro difficile e spesso pericoloso, con adeguate salvaguardie per le libertà dei cittadini rispettosi della legge.

E’ inoltre nostro dovere essere risoluti nel condannare il terrorismo. Troppo spesso vi sono persone che cercano di scusare o giustificare il terrorismo e abusano dei diritti umani, delle libertà civili o di argomenti antidiscriminatori per offrire protezione o conferire legittimità ai terroristi dei quali si dà il caso che sostengano le cause.

I nostri governi trasmettono segnali disorientanti quando trattano e scendono a compromessi con i terroristi e addirittura sacrificano la reputazione delle nostre forze di sicurezza e di singoli ufficiali per ingraziarsi organizzazioni quali il Provisional IRA nel Regno Unito.

Le cosiddette tigri tamil – le LTTE – continuano a raccogliere fondi per le loro attività nel Regno Unito e in altri paesi europei. Hezbollah, un gruppo terrorista che si ritiene sia coinvolto nell’80 per cento degli attentati terroristici contro Israele, non figura ancora nell’elenco dell’Unione europea delle organizzazioni proscritte.

E’ giusto introdurre nuove misure nel nostro repertorio antiterrorismo per affrontare una minaccia in costante evoluzione e che tali misure facciano parte di una strategia priva di falle. Tuttavia, se non siamo disposti a combattere i terroristi a livello politico e con autentica determinazione, a nulla approderanno le misure pratiche.

Nel Regno Unito abbiamo servizi di sicurezza altamente professionali e competenti, ma i loro sforzi sono compromessi dall’incapacità del governo di adottare le misure più elementari. In una relazione del mese scorso sul funzionamento della legislazione antiterrorismo nel Regno Unito, Lord Carlisle ha affermato che in alcuni porti di fatto non esistevano controlli di sicurezza sull’ingresso nel paese.

Dobbiamo innanzi tutto migliorare la situazione nei nostri paesi. L’Unione europea deve essere coinvolta solo se presenta un reale e comprovato valore aggiunto, non come pretesto per estendere le competenze delle Istituzioni europee ad altri settori di attività.

 
  
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  Herbert Reul (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il terrorismo rappresenta un pericolo estremamente grave. Questo è anche il motivo per cui oggi affrontiamo l’argomento e per cui sono state presentate ben sette relazioni in materia. E’ un problema che si può risolvere solo a livello collettivo, assieme ai vari governi d’Europa.

Durante la discussione, mi ha sfiorato spesso il pensiero che il referendum in Francia o quello nei Paesi Bassi forse avrebbe avuto un esito diverso se alcuni elettori fossero stati più consapevoli dei problemi che ci affliggono, se si fosse riusciti a chiarire che tali problemi sono semplicemente impossibili da risolvere, a meno che l’Europa non agisca come una sola entità.

Forse le sette relazioni e i numerosi modelli sono anche un’indicazione del fatto che dobbiamo concentrarci sull’essenziale, affinché le persone comprendano la necessità di un’azione comune e accettino di attuare questa strategia. Non si tratta di produrre un numero infinito di nuove proposte e nuovi programmi – aumentando così anche le attese dei cittadini – bensì di assicurare che le persone prendano atto del fatto che ciò che facciamo per combattere il terrorismo sta dando frutti, che il coordinatore europeo antiterrorismo non è solo un’autorità pubblica, ma lavora con successo con la Commissione per conseguire una maggiore efficienza, che Europol ed Eurojust stanno diventando strumenti efficaci e che si garantisce il controllo democratico.

E’ assolutamente indispensabile, come si afferma in una delle relazioni, che il Parlamento s’impegni a garantire che gli strumenti che introduciamo siano soggetti a revisione durante l’intero periodo in cui vi si fa ricorso. Sono stati efficaci? Quali effetti hanno prodotto? Vi sono misure specifiche di cui si può fare a meno? Non è forse più importante concentrarsi sull’essenziale?

Ciò mi porta all’ultima osservazione che considero importante fare. Il modo in cui si può perdere la fiducia e in cui un obiettivo fondamentale può essere perseguito malamente è perfettamente illustrato da ciò che viene presentato oggi sotto il titolo di conservazione dei dati, argomento che affrontiamo oggi per l’ennesima volta. Questo è un caso in cui si intraprende un’azione fine a se stessa, in cui si rabboniscono le persone con misure che in definitiva potrebbero rivelarsi del tutto inutili in termini di rafforzamento della sicurezza. Così stando le cose, non servirà a nulla persuadere i cittadini dell’importanza e dei vantaggi offerti dall’Europa e convincerli ad accettare i risultati del nostro lavoro. Non voglio essere considerato responsabile di ciò che pensano i cittadini dell’Unione europea. Per la quinta o sesta volta, affermo che tale responsabilità incombe ai governi nazionali, la cui improvvisa iperattività serve solo a mettere in pace la loro coscienza, senza di fatto ottenere alcun miglioramento dell’efficacia.

 
  
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  Nicolas Schmit, Presidente in carica del Consiglio. – (FR) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto ringraziare i sette relatori per il lavoro esemplare che hanno svolto, il quale dimostra chiaramente che la lotta al terrorismo deve basarsi su una strategia globale, che comprenda numerosi aspetti. Ritengo che le sette relazioni dimostrino anche l’importanza attribuita dal Parlamento alla lotta contro il terrorismo.

Siamo stati profondamente segnati dagli avvenimenti dell’11 settembre 2001 e dall’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid. Tali vili attentati hanno scosso tutti, sia i cittadini europei sia i cittadini del mondo. Sono attacchi contro la democrazia, contro i valori che difendiamo, e per questo motivo la lotta al terrorismo deve essere una lotta spietata, ma anche una lotta per la democrazia. Non si può difendere la democrazia mettendola in pericolo. In molti interventi che ho ascoltato stamattina è stata espressa la necessità di una lotta più efficace contro il terrorismo e di un chiaro impegno a combattere il terrorismo e le reti terroriste, ma anche il desiderio che questa lotta non rimetta in discussione i nostri diritti democratici e le nostre libertà civili. Siamo sempre impegnati in questo esercizio di bilanciamento: dobbiamo salvaguardare i nostri diritti e le nostre libertà e al tempo stesso essere implacabili nei confronti di coloro che vogliono mettere in pericolo tali diritti e libertà.

Siamo ben distanti dalla visione orwelliana di uno Stato che controlla tutto. Nondimeno, dobbiamo essere vigili, onde evitare qualsiasi deriva in tale direzione. Non dobbiamo neanche dimenticare che il terrorismo sfrutta l’intera serie di risorse e nuove tecnologie e che è diventato un fenomeno globale e globalizzato, una rete che si serve di Internet come qualsiasi altra impresa globalizzata. Per far fronte a questa minaccia e combattere il fenomeno, non possiamo più permetterci di rinunciare a determinate risorse, quali la conservazione dei dati.

In questo contesto, è tuttavia necessario garantire il rispetto della vita privata. E’ sempre una questione di proporzionalità. Sono d’accordo con l’idea avanzata riguardo alla protezione della vita privata. Non possiamo però rinunciare a determinate tecnologie, se vogliamo rimanere efficaci nella lotta contro il terrorismo. L’Europa deve dare l’esempio. Altrove, si nota una tendenza a non prendere sul serio la tutela della vita privata e dei diritti individuali. L’Europa deve dimostrare che la guerra al terrorismo e il rispetto dei diritti possono andare di pari passo, senza che l’efficacia di tale lotta sia sacrificata o indebolita.

Ho anche ascoltato le critiche rivolte all’Unione europea riguardo al coordinamento e allo scambio di informazioni. In seguito a questi avvenimenti, soprattutto quelli di Madrid, il coordinamento è molto migliorato, in particolare grazie al signor de Vries, cui è stata affidata una missione speciale volta a coordinare tutte le attività dell’Unione europea e degli Stati membri in materia di lotta al terrorismo. Vorrei complimentarmi con lui per il suo lavoro e il suo impegno in questo ambito.

Ho altresì constatato che alcuni si preoccupano del fatto che l’Europa non sia preparata ad altri tipi di minacce, ancora più terribili di quelle all’origine dei due attentati che ho già menzionato. Si tratta del bioterrorismo, una minaccia che supera la nostra immaginazione, la nostra comprensione. E’ tuttavia un rischio possibile che non si può scartare a priori. Questo è il motivo per cui bisogna prepararsi a farvi fronte.

Vorrei cogliere l’occasione per rispondere all’interrogazione dell’onorevole Florenz, che ha sollevato proprio la questione della minaccia del bioterrorismo e del terrorismo nucleare. E’ chiaro che questo tipo di terrorismo, che comprende il terrorismo chimico, biologico, radioattivo e nucleare, costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Sappiamo che le reti terroriste hanno manifestato uno spiccato interesse per tali sostanze ed armi e che, se riuscissero a procurarsi tali armi di distruzioni di massa, sarebbero in grado di causare danni di una portata senza precedenti e di minare le basi democratiche delle nostre società.

Questo è il motivo per cui la minaccia del terrorismo biologico, nucleare e chimico merita di ricevere maggiore attenzione da parte dell’Unione europea. E’ stato fatto un parallelismo con le legislazioni americane in questo campo. Senza dubbio l’Europa ha molto da imparare dagli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda la formazione di squadre speciali, la costituzione di scorte di vaccini, le attività di ricerca e sviluppo sulle contromisure mediche, eccetera. Iniziative analoghe sono già state prese dagli Stati membri e le Istituzioni dell’Unione si sono già impegnate a svolgere questo tipo di attività. Di conseguenza, l’Unione dispone di un sistema di allerta rapida per ogni tipo di attentato terroristico, per il quale sarà creato un punto d’accesso centrale, il cosiddetto sistema Argus, nell’ambito della Commissione. In forza della direttiva che modifica la direttiva che istituisce un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano, gli Stati membri hanno ora la possibilità di permettere la distribuzione temporanea di medicinali autorizzati in risposta a un attentato che comporti la diffusione di agenti patogeni, tossine, agenti chimici o radiazioni nucleari. E’ attualmente in corso la formazione anti-CBRN del personale medico.

Informazioni in materia di capacità di difesa civile e banche del sangue sono scambiate nell’ambito dei meccanismi di protezione civile. Inoltre, altri lavori di ricerca di ampia portata sono condotti a titolo del sesto programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico per permettere di rispondere meglio ad azioni di questo tipo. La strategia del Consiglio contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa mira ad impedire ai terroristi di accedere a tali armi ed è deplorevole che la conferenza di New York non sia riuscita a trovare l’accordo su un testo comune, dal momento che un aspetto della conferenza sulla non proliferazione riguardava la minaccia terrorista in questi campi.

In un altro ambito di competenza, in questo caso a seguito della dichiarazione sulla lotta al terrorismo adottata dal Consiglio europeo il 25 marzo 2004, il Consiglio e la Commissione hanno adottato, il 2 dicembre 2004, il programma di solidarietà dell’Unione europea sulle conseguenze delle minacce e degli attacchi terroristici, che modifica il programma CBRN e lo estende a tutte le forme di terrorismo.

Uno dei principi fondamentali della strategia dell’Unione europea è che la protezione contro le conseguenze degli attacchi terroristici è principalmente di competenza degli Stati membri. Tuttavia, la dichiarazione sulla solidarietà contro il terrorismo, adottata dal Consiglio europeo il 25 marzo 2004, conferma che le Istituzioni dell’Unione europea e gli Stati membri hanno la ferma intenzione di mobilitare tutti gli strumenti a loro disposizione per fornire assistenza a uno Stato membro sul suo territorio, su richiesta delle sue autorità politiche. Al riguardo, non posso astenermi dal fare riferimento a una disposizione della Costituzione che rafforza il carattere di solidarietà, soprattutto in caso di attacchi terroristici.

Il programma CBRN e il suo successore, il programma di solidarietà, sono programmi pluridisciplinari che prevedono risorse politiche, tecniche, economiche, diplomatiche, militari e giuridiche. E’ un po’ difficile, ma c’è...

Nel quadro dell’attuale programma di solidarietà, l’azione dell’Unione europea contro il terrorismo CBRN si basa su sei obiettivi strategici, che vorrei rapidamente ricordare.

Analisi e valutazione della minaccia: diverse analisi di queste minacce sono state svolte da Europol e dal Centro di situazione congiunto dell’Unione europea, il SitCen.

Prevenzione e riduzione della vulnerabilità: sono state adottate misure legislative per migliorare la conformità alle norme internazionali in materia di biosicurezza.

Individuazione degli attacchi CBRN: la Commissione ha adottato misure volte ad estendere e coordinare i sistemi comunitari di individuazione, comunicazione e informazione riguardanti le minacce chimiche e biologiche, nonché la salute umana, animale e vegetale.

Infine, i preparativi per mitigare le conseguenze di eventuali attacchi: la Commissione sta valutando le capacità che gli Stati membri possono mettere a disposizione in termini di protezione civile e di prodotti medici e farmaceutici. Sta elaborando norme relative alla cura di malattie legate a tali sostanze.

Da parte sua, il Consiglio ha creato una base di dati sulle risorse militari e sulle capacità che rivestono interesse per la protezione della popolazione civile contro gli attacchi terroristici, compresi gli attacchi CBRN. Per quanto riguarda gli aspetti della politica europea di sicurezza e di difesa attinenti alla lotta contro il terrorismo, è in corso d’esame l’interoperabilità civile/militare in campo CBRN.

Il Consiglio sta anche svolgendo lavori riguardanti un regime integrato di gestione delle crisi. La cooperazione internazionale naturalmente svolge un ruolo molto importante in questo contesto: persegue in generale gli stessi obiettivi del programma di solidarietà, cioè la messa in comune di informazioni epidemiologiche riguardanti la propagazione transfrontaliera di malattie contagiose e la cooperazione in materia di piani d’emergenza, tecnologie di individuazione per laboratori, non proliferazione, assistenza reciproca e coordinamento delle risposte. Anche gli Stati Uniti partecipano a tali lavori. Un altro dialogo sarà avviato a tempo debito. Questa cooperazione internazionale, in particolare con gli americani, ma anche con gli altri partner, ci sembra estremamente importante.

Prima di procedere alla votazione e prima che prenda la parola il Vicepresidente Frattini, vorrei concludere dicendo che a mio parere l’Unione europea è impegnata in un processo globale di preparazione alla lotta contro tutte le forme di terrorismo. La guerra al terrorismo – come ho affermato all’inizio e come dimostrano chiaramente le vostre relazioni – richiede una strategia globale. Vi è un aspetto al quale dovremmo prestare particolare attenzione: dobbiamo impedire ai gruppi terroristi di reclutare adepti nelle nostre società. Infatti, è il reclutamento nelle nostre società, in particolare tra giovani sradicati e male integrati nelle nostre società, che costituisce la più grande minaccia terroristica. Questi giovani per certi versi rappresentano un terreno fertile per azioni inimmaginabili e impensabili, azioni che rivelano una specie di disperazione. Ciò significa che la nostra strategia per la lotta al terrorismo deve includere una dimensione sociale, una dimensione che comprenda l’integrazione e il trattamento da riservare a tali gruppi, in particolare i giovani, che provengono da paesi musulmani. In tal modo potremo vincere questa battaglia sul nostro stesso territorio, nell’Unione, obiettivo, questo, che va assolutamente raggiunto.

 
  
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  Presidente. – A questo punto ho il piacere di porgere il benvenuto al nostro ex collega, signor Gijs de Vries, al quale auguro tutta la forza di cui ha bisogno per questo compito enorme. Benvenuto al Parlamento europeo, signor de Vries.

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. – Signor Presidente, onorevoli deputati, non posso certamente rispondere in pochi minuti a tutti gli interventi importanti svolti nel corso di una discussione di circa tre ore.

Vorrei soltanto svolgere alcune rapidissime riflessioni: credo che vi sia un ampio consenso sul fatto che contro il terrorismo occorrono misure a livello europeo, azioni collegate in una strategia europea organica, misure proporzionate, basate anzitutto sulla prevenzione, sulla cooperazione, anche internazionale, e sul rispetto dei diritti fondamentali della persona tra i quali, ovviamente e soprattutto, il diritto alla vita privata, da molti evocato in quest’Aula.

Vi è un altro principio che ritengo di dover sottolineare: nessuno può essere sospettato di terrorismo per ragioni etniche o religiose, perché ciò significherebbe davvero la vittoria del terrorismo che punta allo scontro tra religioni e civiltà. Se quindi è necessario comprendere le radici profonde del terrorismo, non vi devono comunque esservi dubbi sul fatto che il terrorismo non può mai avere giustificazioni. Dobbiamo conoscere le radici per sradicarle, mai per giustificarle. Vi è una distinzione profonda tra questi due concetti.

Occorre altresì dare piena attuazione alle misure decise a livello europeo, ossia al piano d’azione. Probabilmente sapete che molti Stati membri non hanno ancora attuato numerose misure definite nel piano d’azione. Posso a tutt’oggi citare soltanto due esempi positivi, quelli della Danimarca e dell’Ungheria, due Stati membri che le hanno invece attuate tutte. Credo che debbano essere indicati come modello per gli altri Stati membri dell’Unione europea.

Vi è inoltre un principio su cui tutti conveniamo, ossia il principio di solidarietà. In primo luogo, solidarietà tra gli Stati – e qui concordando appieno con il Presidente in carica, il ministro Schmidt: credo che si debba sostanzialmente anticipare il principio sancito nel Trattato costituzionale, che prevede una solidarietà reciproca tra gli Stati membri allorché uno di questi è colpito dai terroristi. In secondo luogo, solidarietà verso le vittime del terrorismo, un’altra delle linee d’azione su cui l’Europa si dovrà concentrare.

Si è parlato a lungo di bioterrorismo: la Commissione europea in primo luogo può incitare a proseguire e a rafforzare le azioni intraprese. Essa si adopera per incoraggiare gli Stati membri a prendere tutte le misure necessarie ad una preparazione adeguata in caso di attentato bioterroristico, augurandosi di poter contare sul pieno sostegno di questo Parlamento nel convincere tutti gli Stati membri ad agire più incisivamente, investendo maggiori risorse, perché la minaccia di un attentato bioterroristico non ci può e non ci deve trovare impreparati. Informeremo il Parlamento di tutte le misure che avremo intrapreso, ivi comprese le simulazioni di attacchi terroristici e le azioni di cooperazione internazionale che stiamo conducendo.

In conclusione, signor Presidente, credo che la migliore arma contro il terrorismo sia l’unità di azione tra le istituzioni, Commissione, Parlamento, Consiglio, e la società civile. Dobbiamo spiegare ai nostri cittadini che soltanto dall’azione unita delle istituzioni e della società potrà derivare una risposta veramente europea alla sfida dei terroristi, che è una sfida contro tutti noi.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà tra poco.

 

6. Turno di votazioni
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  Presidente. – Passiamo ora al turno di votazioni.

(Per risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr. Processo verbale)

 

7. Orientamenti per le reti transeuropee dell’energia

8. Efficienza degli usi finali dell’energia, servizi energetici

9. Infrastruttura per l’informazione territoriale nella Comunità (INSPIRE)

10. Riassicurazione

11. Sostegno allo sviluppo rurale da parte del FEASR

12. Scambio di informazioni in particolare con riguardo ai reati gravi, compresi gli atti terroristici

13. Scambio di informazioni e cooperazione in materia di reati terroristici (decisione)

14. Prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento della criminalità e dei reati, compreso il terrorismo
  

Dopo la votazione sul testo dell’iniziativa, che è stato respinto

 
  
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  Nicolas Schmit, Presidente in carica del Consiglio.(FR) Penso che si sia appena svolta una discussione molto utile e ricca sulla necessità di utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione per combattere il terrorismo, a condizione di garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali. Come ho appena detto, è di vitale importanza mantenere questo equilibrio a tutti i costi.

Alcuni paesi vogliono creare un sistema per bloccare le risorse a disposizione dei terroristi. Sappiamo che i terroristi utilizzano tutte le tecnologie possibili e immaginabili in modo sempre più sofisticato. La presente iniziativa merita pertanto di essere portata avanti e vagliata, in quanto fornisce mezzi più efficaci per contrastare l’uso di tale tecnologia, in particolare attraverso Internet.

Devo tuttavia sottolineare che il ricorso alla conservazione dei dati deve andare di pari passo con la tutela della vita privata e delle informazioni. Occorre trovare un equilibrio tra la sicurezza, da un lato, e la libertà, dall’altro. Non dobbiamo tuttavia privarci dell’uso di mezzi che in alcune circostanze, e in proposito mi torna di nuovo in mente l’11 maggio 2004, potrebbero permettere di salvare decine, forse centinaia o persino migliaia di vite umane.

 
  
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  Presidente. – Ciò significa dunque che il Consiglio intende mantenere la sua proposta.

Di conseguenza, in conformità dell’articolo 52, paragrafo 3, del Regolamento, il testo viene rinviato alla commissione competente con le osservazioni del Presidente del Consiglio.

 

15. Protezione degli interessi finanziari delle Comunità e lotta antifrode

16. Piano d’azione dell’Unione europea contro il terrorismo
  

Prima della votazione

 
  
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  Martine Roure (PSE).(FR) Signor Presidente, vorrei segnalarle che abbiamo ritirato l’emendamento n. 14 relativo al considerando Q.

 

17. Attacchi terroristici: prevenzione, preparazione e risposta
  

Dopo la votazione sull’emendamento n. 7

 
  
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  Vytautas Landsbergis (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, il considerando C potrebbe essere modificato con l’aggiunta di due semplici parole, vista la primaria necessità di una chiara definizione di terrore e terrorismo politico. Mi sembra un’osservazione logica, in quanto nessuno può negare che è meglio avere una definizione e che vale la pena di compiere uno sforzo a tal fine. Vi chiedo pertanto di sostenere questo emendamento.

 
  
  

(Essendosi alzati più di 37 deputati, l’emendamento orale non è preso in considerazione)

 

18. Protezione delle infrastrutture sensibili nel quadro della lotta al terrorismo

19. Lotta al finanziamento del terrorismo
  

Dopo la votazione sull’emendamento n. 1

 
  
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  Giusto Catania (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, volevo intervenire prima del voto sull’emendamento, il quale di fatto ripete il paragrafo già approvato. Per due volte questo Parlamento ha condannato la guerra preventiva, mi pare un buon segno.

 
  
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  Presidente. – L’emendamento n. 1 è stato sottoposto a votazione ed è stato accolto.

Prima della votazione sull’emendamento n. 4 modificato

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, d’accordo con l’onorevole Díaz de Mera García Consuegra, autore di questo emendamento, e visto che il gruppo socialista intende proporre un emendamento orale simile, vorrei proporre di inserire alla fine, dopo le parole “il traffico degli stupefacenti, il traffico d’armi, la tratta di esseri umani”, “e il finanziamento attraverso l’estorsione, tra cui la cosiddetta imposta rivoluzionaria”.

 
  
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  Rosa Díez González (PSE).(ES) Signor Presidente, vorrei semplicemente dire che accettiamo l’emendamento della Baronessa Ludford e che pertanto non presenteremo un altro emendamento orale. Questo emendamento ci sembra perfetto e lo sosterremo.

 
  
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  Presidente. – Questa modifica verrà pertanto inserita nell’emendamento n. 4. Detto emendamento, che è stato modificato due volte, verrà posto in votazione.

 

20. Scambio di informazioni e cooperazione in materia di reati terroristici

21. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Laperrouze (A6-0134/2005)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione dell’onorevole Laperrouze, unitamente alla proposta della Commissione, stabilisce le priorità delle reti transeuropee nel settore dell’energia ai fini della creazione di un mercato interno dell’energia più aperto e competitivo, in conformità dei principi della concorrenza. Come è noto, le privatizzazioni nel settore energetico hanno trovato giustificazione nella cosiddetta strategia di Lisbona, alla quale ci siamo sempre opposti.

Occasionalmente si evocano preoccupazioni in materia di tutela dei consumatori e di impiego di fonti di energia rinnovabili, ma si tratta di elementi secondari rispetto alle questioni inerenti al mercato, ossia agli interessi dei grandi gruppi economici e delle multinazionali che operano nel settore. Siamo contrari a questo obiettivo.

Nel contempo, si parla ovviamente di accesso universale ai servizi e di obbligo di fornire servizi pubblici, ma soltanto per sottolineare la necessità di costruire e di mantenere le infrastrutture energetiche – definite dalla Commissione tenendo conto dei pareri e dei piani elaborati dagli Stati membri – al fine di agevolare il buon funzionamento del mercato interno, nel rispetto delle procedure di consultazione dei soggetti interessati, e in conformità dei criteri strategici, dei principi e degli obblighi summenzionati, aggiunti dal Parlamento. Ciononostante, la dotazione finanziaria è ancora scarsa.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Raccomandiamo agli Stati membri di cooperare nelle questioni transfrontaliere, laddove la cooperazione a livello dell’Unione europea può apportare un valore aggiunto rispetto a quello che può essere conseguito nel contesto delle strutture di cooperazione internazionale esistenti. Abbiamo deciso di votare a favore della relazione sulle reti transeuropee nel settore dell’energia perché si tratta di un’importante questione transeuropea.

Sosteniamo gli emendamenti volti a prevedere una limitata gestione dall’alto al basso. Accogliamo l’idea di utilizzare i Fondi strutturali comunitari esistenti per finanziare i costi derivanti da questo tipo di cooperazione.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. (PT) Desidero congratularmi con l’onorevole Laperrouze per la sua importante e tempestiva relazione sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce orientamenti per le reti transeuropee nel settore dell’energia e abroga le decisioni 96/391/CE e 1229/2003/CE. Sono a favore della relazione, in particolare per quanto attiene alla proposta di regole comuni per il mercato del gas e dell’elettricità, un contesto in cui l’ambiente rappresenta un fattore essenziale e va garantita la sicurezza di approvvigionamento energetico in ciascuno Stato membro, regione e territorio.

L’integrazione delle reti energetiche dei nuovi Stati membri nelle reti transeuropee faciliterà senza dubbio il processo di coesione nell’Unione europea allargata. Tuttavia, quando si costruiscono, preservano o potenziano nuove infrastrutture, occorre tener conto dell’impatto ambientale e seguire le procedure di notifica preliminare e di consultazione degli interessati, come previsto dalla legislazione comunitaria e nazionale.

La dipendenza dell’Unione europea da un’unica fonte di approvvigionamento energetico può influenzare la sua politica esterna e limitare il suo ruolo a livello internazionale. Lo sviluppo di nuove fonti energetiche alternative è quindi essenziale per lo sviluppo tecnologico dell’industria europea.

 
  
  

– Relazione Rothe (A6-0130/2005)

 
  
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  Daniel Caspary, Werner Langen e Herbert Reul (PPE-DE), per iscritto. (DE) L’aumento dell’efficienza energetica è un obiettivo importante per molteplici ragioni.

E’ per questo motivo che sosteniamo tutti gli sforzi ragionevoli volti ad assicurare un uso efficiente dell’energia. La relazione in esame dell’onorevole Rothe, tuttavia, soddisfa solo in parte questo requisito. Propone troppa burocrazia, troppo accentramento, e metodi discutibili per potenziare l’efficienza energetica in Europa.

Nonostante tutte queste perplessità, voteremo a favore della relazione in prima lettura, poiché include come opzione l’approccio basato su valori di riferimento, che sosteniamo. Esortiamo il Consiglio e la Commissione ad adottare il sistema di valori di riferimento al posto degli obiettivi percentuali uniformi, nonché ad avviare quanto prima i necessari preparativi per l’applicazione di questo sistema, affinché non sia necessario attuare gli obiettivi percentuali uniformi nemmeno per il periodo introduttivo.

Se non si seguirà questa linea, voteremo contro gli obiettivi percentuali vincolanti in seconda lettura.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Siamo ovviamente a favore dell’obiettivo di conseguire una maggiore efficienza energetica a livello dell’uso finale, nonché di elevare la percentuale delle fonti di energia rinnovabili al 20 per cento del consumo energetico complessivo dell’Unione. Sosteniamo quindi le misure finalizzate a tale obiettivo e abbiamo votato a favore della maggior parte delle proposte della relatrice.

E’ interessante osservare come il Parlamento reputi il settore pubblico capace di assicurare una guida in questo ambito, e come gli attribuisca pertanto mete più ambiziose da raggiungere.

Ci opponiamo, tuttavia, al risalto dato dalla relatrice, in alcune proposte, alla liberalizzazione del mercato nel contesto dell’efficienza energetica, in particolare per il consumo interno, a partire dal luglio 2007. Abbiamo votato contro tali proposte.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) L’incremento dell’efficienza energetica è un elemento importante della strategia finalizzata al conseguimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Non pensiamo, tuttavia, che l’Unione europea debba stabilire obiettivi tanto dettagliati in termini di risparmio energetico, né specificare come vadano raggiunti. L’Unione europea può, e deve, intervenire nelle questioni autenticamente transfrontaliere, ma non deve fissare obiettivi della politica energetica. Il nostro voto contrario alla relazione del Parlamento europeo non comporta un sostegno alla proposta originaria della Commissione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Per conseguire un effettivo risparmio energetico – e questo dovrebbe essere il nostro auspicio –, andando contro corrente rispetto all’aumento dell’uso dell’energia, sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati, occorre, tra l’altro, sensibilizzare i cittadini in merito all’impatto di un consumo eccessivo di energia. Elevare la consapevolezza della gente su questi problemi è il modo migliore per ottenere coinvolgimento nell’applicazione delle soluzioni che si impongono.

Le proposte presentate nella relazione si dimostreranno quindi estremamente utili, in particolare quelle relative alla sensibilizzazione del pubblico e degli utenti privati in merito ai vantaggi che si possono trarre dal risparmio energetico.

 
  
  

– Relazione Brepoels (A6-0108/2005)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Siamo aperti all’idea della creazione da parte dei paesi dell’Unione europea di un portale Internet in cui gli Stati membri possano mettere a disposizione gli indicatori ambientali pertinenti.

Siamo critici verso i riferimenti a una possibile applicazione da parte dell’Unione europea di misure simili in altri settori della politica. La relatrice non specifica chiaramente quali siano i potenziali settori e in che misura possano essere oggetto di un’iniziativa di questo genere. Riteniamo inoltre che la relazione preveda norme eccessivamente dettagliate, e che si richieda agli Stati membri di presentare dati relativi a un numero troppo elevato di settori. Le condizioni geografiche di base variano in funzione dello Stato membro. Di conseguenza, determinati dati e indicatori non sono pertinenti per tutti i paesi.

Per queste ragioni, abbiamo deciso di votare contro la relazione del Parlamento. Pensiamo che la proposta della Commissione sia molto meno estesa e meglio formulata rispetto alla relazione presentata dal Parlamento.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) La condivisione di dati tra Stati membri contribuisce significativamente a generare una sensazione diffusa e radicata di fiducia tra tutte le parti in causa, oltre a essere naturalmente un’iniziativa utile di per sé. In questo caso specifico, i dati che possono essere ottenuti in tal modo sono transfrontalieri e possono essere utilizzati per fini transfrontalieri. Per questo motivo, ossia per promuovere l’obiettivo di condivisione dei dati, sono ovviamente favorevole.

 
  
  

– Relazione Skinner (A6-0146/2005)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno sostiene la concorrenza istituzionale e si rammarica, quindi, che la Commissione abbia reputato necessario regolamentare anche questo mercato. Attualmente, trova applicazione la legislazione vigente nel paese in cui si sottoscrive la riassicurazione, e sono quindi gli attori del mercato a decidere quale legislazione sia la più adeguata. La finalità essenziale della direttiva non è offrire protezione ai cittadini. La direttiva riguarda, in effetti, la normativa che disciplina gli istituti finanziari e le transazioni tra società (B2B). Si tratta di attori che elaborano valutazioni del rischio quotidianamente e che non hanno necessità di ulteriore legislazione dell’Unione europea.

Poiché non possiamo votare contro le proposte della Commissione, abbiamo deciso di astenerci.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Come in sede di commissione parlamentare, anche oggi ho sostenuto il pacchetto di compromesso raccomandatoci dalla relazione dell’onorevole Skinner.

I servizi finanziari svolgono un ruolo essenziale nell’economia della Scozia, e la riassicurazione influisce, direttamente o indirettamente, sulle imprese e sui consumatori scozzesi.

Mi rallegro di questa proposta, che realizza importanti progressi verso un sistema europeo di normative e disposizioni in materia di riassicurazione. Tale proposta offre altresì un’opportunità per affrontare la situazione degli Stati Uniti, dove vi sono ingenti capitali vincolati a causa dei requisiti in materia di garanzia, che comportano costi aggiuntivi che attualmente ricadono sui consumatori.

Mi congratulo con il relatore per l’eccellente lavoro di redazione di questo documento.

 
  
  

– Relazione Schierhuber (A6-0145/2005)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo votato a favore della relazione in oggetto perché migliora la proposta della Commissione e accoglie altresì alcuni dei suggerimenti che abbiamo presentato. E’ vero che, per certi aspetti, avremmo potuto fare di più, soprattutto per quanto attiene agli importi generati dalla modulazione, che avrebbero potuto essere utilizzati per finanziare misure di sostegno all’agricoltura e alla silvicoltura, o in materia di aumento del sostegno agli agricoltori che ricevono meno aiuto. Sarebbe positivo se la Commissione tenesse almeno conto di questa risoluzione.

Permangono dubbi quanto all’integrazione di misure finalizzate alla conservazione della natura e alla rete Natura 2000 nel programma di sostegno allo sviluppo rurale, in particolare per il fatto che non viene fornita alcuna garanzia che tale inclusione non comporti una diminuzione della dotazione di bilancio destinata allo sviluppo rurale. Il dibattito in corso non promette bene, e tutto sembra indicare che si opereranno dei tagli, che si tradurranno in una politica incapace di promuovere la coesione economica e sociale, la creazione di posti di lavoro e l’inclusione sociale.

E’ risaputo che siamo contrari al cofinanziamento e alla liberalizzazione del mercato agricolo, visto che ciò ostacolerebbe una politica di promozione di uno sviluppo rurale che contribuisca a rendere stanziali le popolazioni e che favorisca le aziende a conduzione familiare o le attività agricole di piccole e medie dimensioni, nel rispetto della diversità dei vari Stati membri che costituiscono l’Unione europea.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Siamo fermamente contrari a questa relazione, che è assurda, nelle sue varie sezioni. Non possiamo assolutamente sostenere la proposta della relazione di aumentare gli stanziamenti rispetto a quanto raccomandato dalla Commissione. Ci chiediamo perché gli Stati membri non possano gestire da soli le loro zone rurali. O forse l’intenzione generale che sottende al FEASR è di fare in modo che siano gli altri a pagare il conto?

Si possono addurre delle ragioni in termini di politica di distribuzione per spiegare perché i paesi ricchi dell’Unione europea debbano aiutare i paesi poveri, ma in questo caso i paesi poveri dovrebbero decidere autonomamente come utilizzare l’aiuto.

L’emendamento n. 29 si riferisce al Trattato che adotta la Costituzione europea. Tale proposta è stata respinta e non vi si può più fare riferimento.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Mi rallegro di questa relazione, nonché dei commenti della relatrice relativi all’importanza della preservazione di un’economia rurale sana.

Un’agricoltura e una silvicoltura fiorenti sono essenziali per assicurare la sostenibilità delle nostre numerose comunità rurali della Scozia. A causa della sua geografia, la Scozia annovera molte aree rurali considerate svantaggiate, che richiedono misure di sostegno specifiche.

Il sostegno dell’Unione europea può svolgere un ruolo importante nell’aiutare le aziende rurali ad affrontare le numerose sfide poste dalla concorrenza. Mi auguro che il bilancio futuro dell’Unione europea preveda dotazioni adeguate per finanziare i programmi di sviluppo rurale, e spero che i governi del Regno Unito e della Scozia siano in grado di trarre tutti i potenziali vantaggi.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. (PT) Desidero congratularmi con l’onorevole Schierhuber per la sua relazione tempestiva sulla proposta di regolamento del Consiglio a sostegno dello sviluppo rurale tramite il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR).

Concordo con la relatrice che il Parlamento si deve opporre ai tentativi di ridurre gli importi stanziati per lo sviluppo rurale.

L’importo dell’aiuto proposto per le regioni più remote dovrebbe essere mantenuto agli attuali livelli.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Si deve essere ancora decidere su uno degli aspetti più rilevanti della politica agricola comune, ossia il suo finanziamento. Per questo motivo, ho votato a favore di questa relazione, a prescindere dall’esito del dibattito sulle prospettive finanziarie.

La politica europea in questo settore dovrebbe, infatti, essere più rurale che meramente agricola, includendo una serie di misure e di assi che diano vita a una politica coerente per il mondo rurale. Questo è il mio parere, in sintonia con i principi essenziali evocati nella relazione.

Il finanziamento di queste politiche dovrebbe rientrare nel dibattito delle prospettive finanziarie, nel corso del quale avremo occasione di valutare gli importi necessari. Per il momento, mi limito a esprimere il mio sostegno a un modello di semplificazione finalizzato a una politica coerente per uno spazio che, pur essendo diversificato, è sufficientemente omogeneo da poter essere trattato come un insieme.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, secondo uno studio, i governi hanno speso oltre 191 milioni di dollari per la guerra contro il terrorismo nel 2005. Questa spesa è destinata ad aumentare considerevolmente nei prossimi dieci anni. Il 40 per cento di tale importo è stato speso dagli Stati Uniti, per operazioni militari e di polizia, tra l’altro. Si deve verificare, tuttavia, se la strategia antiterroristica abbia avuto successo. Un ottimo esempio di questo successo fittizio è l’Iraq, che in seguito alla guerra è diventato terreno di coltura per il terrorismo.

Finora ci siamo limitati a trattare i sintomi invece di cercare di sradicare questo male. Di conseguenza, gli estremisti hanno tratto vantaggio dall’ignoranza e dai giudizi errati a proposito dell’islam per reclutare un numero crescente di militanti, molti dei quali appartenenti alle fasce più modeste della popolazione musulmana. E’ su questo che dobbiamo concentrare i nostri sforzi. Dobbiamo adottare mentalità nuove e seguire percorsi diversi.

 
  
  

– Relazione Duquesne (A6-0160/2005)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Oggi la delegazione dei moderati ha votato a favore di questa relazione. Tuttavia, vogliamo esprimere chiaramente la nostra opposizione alla creazione di un registro europeo delle condanne.

 
  
  

– Relazione Alvaro (A6-0174/2005)

 
  
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  Inger Segelström (PSE), per iscritto. (SV) La proposta presentata da Svezia, Irlanda, Francia e Regno Unito sulla conservazione dei dati sul traffico delle comunicazioni mira a migliorare la cooperazione nel contesto del diritto penale. Sosteniamo appieno questo obiettivo perché è importante che gli Stati membri e l’Unione europea forniscano alle autorità preposte alla prevenzione della criminalità gli strumenti necessari per svolgere il loro lavoro.

La Svezia ha ottenuto ottimi risultati nella lotta contro la criminalità e nel contrastare reati individuali gravi tramite l’impiego di dati sul traffico delle comunicazioni che erano stati conservati. Lo stesso vale anche per altri Stati membri. La necessità e la logica di questo progetto di decisione quadro, tuttavia, non sono state sufficientemente precisate dai quattro Stati membri, per cui è opportuno che questi e/o la Commissione ci presentino esempi pertinenti di casi in cui i dati di traffico delle comunicazioni si sono rivelati cruciali per la prevenzione, la ricerca, l’accertamento e il perseguimento dei crimini e dei reati perseguibili, incluso il terrorismo. E’ altresì necessario che dimostrino chiaramente la necessità e l’opportunità di una normativa in questo settore, viste le conseguenze che potrebbe avere in termini di interferenza nella vita privata.

 
  
  

– Relazioni Duquesne (A6-0162/2005 e A6-0160/2005) e Alvaro (A6-0174/2005)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno è favorevole al potenziamento della cooperazione tra Stati membri nella lotta contro il terrorismo e altri reati transfrontalieri gravi. Si tratta tuttavia di questioni considerate inerenti al terzo pilastro, che rientrano nel contesto della cooperazione intergovernativa giuridica e di polizia. Le decisioni in quest’ambito sono di competenza degli Stati membri e del Consiglio, e non delle Istituzioni sovranazionali dell’Unione europea. Spetta quindi ai parlamenti nazionali, e non al Parlamento europeo, valutare i risultati dei negoziati ed esigere che siano assunte le relative responsabilità. Di conseguenza, la Lista di giugno non può sostenere gli emendamenti del Parlamento, benché, se ci trovassimo nel parlamento svedese, ci esprimeremmo a favore del contenuto di molti di questi.

Per quanto attiene alla relazione A6-0162/2005, appoggiamo l’iniziativa che la Svezia ha intrapreso in seno al Consiglio relativa alla decisione quadro sulla semplificazione degli scambi di informazione e di intelligence tra le autorità dell’Unione responsabili dell’applicazione della legge.

 
  
  

– Relazione Bösch (A6-0151/2005)

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. (SV) Siamo a favore della maggior parte degli elementi contenuti nella relazione dell’onorevole Bösch sulla lotta contro le frodi. E’ risaputo che le diverse aliquote delle imposte sul tabacco applicate negli Stati membri generano problemi, quali il contrabbando di sigarette, come evidenziato ai paragrafi 33 e 36. Siamo d’accordo con queste considerazioni, ma ci opponiamo a ulteriori riduzioni delle imposte sul tabacco. La riduzione del prezzo del tabacco incentiva il consumo e ha effetti negativi sulla salute pubblica. Riteniamo che vi siano metodi migliori per affrontare il problema del contrabbando. Non siamo nemmeno d’accordo con l’idea di dotare le autorità doganali di unità mobili, o di conferire all’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne anche il compito di condurre indagini doganali.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Nonostante gli aspetti tecnici che il relatore ha cercato di inserire nella relazione, la questione ha un forte impatto politico nel contesto del “mercato aperto e basato sulla concorrenza” che si vuole creare.

Nella trattazione di questa tematica, continuano a emergere questioni politiche sottostanti, e questo fa sì che si mescolino problemi che sono, o che possono essere, politicamente diversi.

Tutelare gli interessi finanziari dell’Unione, assicurandosi che la gestione non sia fraudolenta e non comporti sprechi, rientra in una categoria, mentre la lotta contro le frodi sotto forma di evasione fiscale di vario tipo, mercati paralleli e neri e traffici di diversa natura, appartiene a una categoria totalmente diversa, benché vi sia un’area comune agli organi comunitari relativa alle frodi interne.

Tra i numerosi punti di rilievo contenuti nella relazione, desidero sottolineare il fatto che agli Stati membri sono state ora conferite nuove responsabilità, mentre sono state tolte loro alcune delle responsabilità precedenti, tramite costanti abbassamenti di grado e licenziamenti dei funzionari statali in seguito all’esternalizzazione di alcuni compiti ad aziende private.

Per quanto riguarda l’importante questione appena menzionata, desidero esprimere una critica verso “il conferimento di mansioni del servizio pubblico europeo a ditte private”.

 
  
  

– Relazione González (A6-0164/2005)

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Il terrorismo rappresentava in passato l’arma dell’internazionale comunista rivoluzionaria. Ora è utilizzato dall’internazionale islamica rivoluzionaria, che vuole distruggere la civiltà occidentale e istituire repubbliche islamiche in tutto il mondo, in particolare in Europa. Infatti, con l’immigrazione in massa di musulmani, i nostri governi hanno importato in Europa la guerra politico-religiosa che infuria nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente.

Tramite il terrore – violento o non –, gli islamisti vogliono, da un lato, controllare le masse musulmane ai fini della rivoluzione e, dall’altro, paralizzare le nostre nazioni. La sconfitta elettorale del governo di Aznar in Spagna, considerato ostile agli islamisti, a pochi giorni dall’attentato perpetrato da immigrati marocchini l’11 marzo 2004, rientra in questa strategia. Lo stesso vale per l’assassinio del regista olandese Theo Van Gogh.

La richiesta di indossare il velo e di prevedere menu halal nelle mense scolastiche rappresenta la prima fase di questo processo di sovvertimento. Il terrorismo di massa è la fase finale del processo.

Fino a quando non riconosceremo la realtà di questo pericolo, i terroristi islamici continueranno la loro jihad rivoluzionaria.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Oggi la delegazione dei moderati ha votato contro l’istituzione di una procura europea proposta dall’onorevole Díez González nella relazione sulla proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sul piano d’azione dell’Unione europea contro il terrorismo.

La delegazione dei moderati ritiene che le procure debbano operare a livello nazionale.

 
  
  

– Relazione Oreja (A6-0166/2005)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La prevenzione, la preparazione e la reazione in materia di attentati terroristici rappresentano misure importanti e necessarie. Non ha tuttavia senso che tale compito debba comportare la definizione e l’attuazione da parte dell’Unione europea di un progetto politico europeo. Le vittime del terrorismo possono essere sostenute con iniziative più efficaci rispetto all’istituzione di altre autorità dell’Unione europea. Inoltre, siamo contrari alla strumentalizzazione degli attentati terroristici e degli altri avvenimenti tragici per estendere il potere e l’influenza delle Istituzioni dell’Unione europea.

La Lista di giugno ha quindi votato contro la relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione non affronta le cause profonde del terrorismo, come il grave deterioramento della situazione mondiale, la spirale di violenza alimentata dalla militarizzazione delle relazioni internazionali, l’attentato alla sovranità degli Stati e dei popoli – in altre parole, il terrorismo di Stato –, lo sfruttamento derivante dal capitalismo sfrenato, l’aggravamento inumano dell’ineguaglianza sociale e i milioni di esseri umani che vivono in condizioni drammatiche.

Con il pretesto della “lotta al terrorismo”, si propone di creare e rafforzare un’intera rete informativa, nonché di istituire delle organizzazioni di sicurezza centralizzate a livello europeo, imponendo strutture “sovranazionali” per aggirare la cooperazione tra Stati sovrani e promuovendo misure repressive che rientrano in una strategia più vasta volta a perpetuare un ordine mondiale ingiusto, basato sull’uso permanente della forza, sulla corsa agli armamenti e sul dominio finanziario.

Ne conseguono gli accordi inaccettabili tra l’Unione europea e gli Stati Uniti in materia di scambio dei dati personali, l’intollerabile criminalizzazione delle organizzazioni che combattono per i diritti fondamentali di un popolo, come il diritto alla sovranità e all’indipendenza, nonché gli inammissibili attentati agli Stati sovrani.

Per questi motivi, il nostro gruppo ha votato contro.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il pacchetto di otto relazioni presentato oggi al Parlamento europeo illustra nel dettaglio la cosiddetta strategia dell’Unione europea di lotta contro il terrorismo, finalizzata a rafforzare la politica al servizio delle grandi imprese e contro i movimenti della base e la resistenza dei popoli all’imperialismo.

La relazione dell’onorevole Oreja cerca di dimostrare la necessità di rafforzare questa politica e di passare alla fase dell’azione preventiva contro il terrorismo, in linea con la dottrina imperialistica americana della guerra preventiva.

Nel contempo, la relazione usa il “terrorismo islamico” per introdurre elegantemente una definizione ampliata di atto terroristico e di gruppo terroristico, con cui si intendono ovviamente designare i movimenti e le organizzazioni che contestano il regime attuale o lottano per rovesciarlo.

Inoltre, la relazione cerca manifestamente di creare un clima di disorientamento presso i lavoratori, presentando la questione del “terrorismo” come il pericolo più temibile, per far accettare le misure autocratiche proposte e per ottenere il consenso della base alla costituzione di nuovi organismi e meccanismi repressivi.

I lavoratori e i popoli d’Europa reagiranno ai penosi sforzi intrapresi dall’Unione europea per rafforzare le misure e i meccanismi repressivi contro il movimento della base con la disobbedienza e l’insubordinazione a livello nazionale, nonché intensificando la lotta e il coordinamento per rovesciarli.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. (DE) La relazione Oreja – A6-0166/2005 – sulla proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sulla prevenzione, preparazione e risposta agli attentati terroristici (2005/2043(INI)), che fa parte del pacchetto antiterrorismo approvato oggi dal Parlamento, persegue altresì l’obiettivo di creare un’area giuridica in cui le armi con cui si combatte il terrorismo includano anche il reciproco riconoscimento delle sentenze dei tribunali, misure di polizia e scambi di informazioni tra le forze di polizia e i servizi di intelligence. Di conseguenza, i diritti fondamentali rischiano di essere messi da parte. Questo approccio, infatti, è stato aspramente criticato negli Stati membri sin dall’istituzione del mandato di arresto internazionale, perché la formula del “reciproco riconoscimento”, apparentemente innocua, si rivela, a un esame più attento, uno strumento estremamente potente. L’estradizione di una persona in un altro Stato membro dell’Unione europea, per esempio, esclude la possibilità di un riesame giudiziario.

I punti più critici della relazione Oreja sono:

– l’obiettivo di uno “scambio di informazioni tra forze di polizia e tra servizi di intelligence”,

– l’obiettivo di uno “scambio di informazioni concernenti terroristi sospetti e le loro organizzazioni con paesi terzi e organizzazioni internazionali”, e

– l’obiettivo di incoraggiare “la crescente specializzazione di Europol e Eurojust nella lotta contro tale forma di terrorismo”.

Il controllo democratico delle autorità giudiziarie, l’effettiva protezione dei dati personali e la divisione orizzontale dei poteri non figurano affatto in questo regime.

 
  
  

– Relazione Lambrinidis (A6-0161/2005)

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione è perfettamente in linea con lo sforzo finalizzato a disorientare e terrorizzare i popoli ricorrendo al pretesto del terrorismo.

Essa approva la corrispondente comunicazione della Commissione, che esorta gli Stati membri a elaborare (anche in collaborazione con società private che operano nel settore della sicurezza) elenchi di luoghi considerati “infrastrutture critiche” (private, governative, di pubblica utilità) nei seguenti settori: energia, comunicazioni, banche, sanità, alimentazione, acqua, trasporti, pubblica amministrazione, eccetera. Le grandi imprese – intese sia come titolari che come associazioni, come l’Associazione delle imprese greche – sono promosse al rango di partner paritetici dello Stato, in un settore che, a prima vista, sembrerebbe essere di competenza esclusiva dello Stato. Essi avranno accesso a tutte le informazioni sui possibili “attentati terroristici” e collaboreranno all’attuazione della strategia antiterrorismo. Tutto ciò sarà integrato in un “Programma europeo per la protezione delle infrastrutture critiche (EPCIP)”, mentre per la raccolta e lo scambio di qualsiasi informazione che possa contribuire a un sistema di allarme rapido per le crisi e le emergenze sarà creata un’altra rete di spionaggio (ARGUS).

Le suddette misure, unitamente alla legislazione europea in materia di terrorismo, mirano soprattutto a creare le condizioni affinché qualsiasi forma di lotta da parte del movimento dei lavoratori e della base possa essere considerata un atto terroristico.

Lo sforzo del relatore di includere il rischio di catastrofi naturali e i riferimenti al rispetto dei diritti fondamentali sono una scusa per conseguire l’approvazione delle nuove misure autocratiche.

 
  
  

– Relazione Duquesne (A6-0165/2005)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) La delegazione dei moderati ha votato oggi contro l’istituzione di un registro nazionale delle condanne penali. Per la stessa ragione, abbiamo votato contro la relazione nel suo insieme.

 
  
  

– Relazioni Díez González (A6-0164/2005), Mayor Oreja (A6-0166/2005), Lambrinidis (A6-0161/2005), Borghezio (A6-0159/2005), Duquesne (A6-0162/2005, A6-0160/2005 e A6-0165/2005) e Alvaro (A6-0174/2005)

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Il terrorismo rappresenta indubbiamente la dittatura di questo secolo, e dovrebbe essere contrastato senza riserve.

Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno portato a un graduale risveglio, che non si è attenuato né ha perso di vista gli obiettivi, come dimostra questo dibattito.

Sappiamo che incombe una minaccia sul nostro stile di vita, sulla nostra società e sulla libertà di cui godiamo. Siamo altresì consapevoli che le nostre migliori virtù – come la libertà, il rispetto dell’individuo e la solidarietà – possono indebolire la lotta contro il terrorismo. E’ quindi essenziale che si trovi un costante equilibrio tra ciò che dobbiamo sacrificare e gli elementi che sono indispensabili per preservare il nostro stile di vita.

In questo contesto, alla luce dei progressi realizzati, dell’impegno diffuso, della difficoltà incontrate, della necessità degli emendamenti e delle indicazioni relative alle lacune tuttora esistenti, il dibattito su questa e sulle altre relazioni in plenaria dovrebbe essere affrontato in una prospettiva analoga. Dopo tutto, questa consapevolezza è emersa chiaramente: consapevolezza del rischio, della necessità di intraprendere iniziative, ma anche di quello che non può e non deve essere chiesto, neanche in nome della lotta contro il terrorismo.

 

22. Correzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 12.50, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. BORRELL FONTELLES
Presidente

 

23. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

24. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale

25. Sfide politiche e mezzi di bilancio dell’Unione allargata 2007-2013
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sulla relazione (A6-0153/2005), presentata dall’onorevole Reimer Böge a nome della commissione temporanea sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione allargata nel periodo 2007-2013, sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione allargata nel periodo 2007-2013 [2004/2209(INI)].

Per quanto possa apparire il contrario, questo è un tema che riveste enorme importanza per il futuro dell’Unione.

(Applausi)

Suppongo che il numero insolitamente esiguo di deputati sia dovuto a qualche avvenimento, probabilmente a una qualche riunione dei gruppi politici; la Presidenza non può che esprimere la propria sorpresa dinanzi a una situazione in cui sembra che tutti i gruppi si siano messi stranamente d’accordo affinché, in occasione di un dibattito tanto importante, vi sia una così scarna presenza di parlamentari in Aula. Non posso che dispiacermene e interrogarmi sulle cause. Se queste assenze così evidenti riguardassero un solo gruppo, forse si potrebbero in qualche modo spiegare, ma poiché si tratta di un fenomeno generalizzato, non si può fare a meno di chiedersi come mai.

In ogni caso, non possiamo sospendere la seduta. Presidente Barroso, signor Ministro, dobbiamo proseguire. Senza dubbio i mezzi di comunicazione trasmetteranno le vostre dichiarazioni.

 
  
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  Reimer Böge (PPE-DE), relatore.(DE) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, rispondo immediatamente all’ultima osservazione della Presidenza. Il fatto che la commissione temporanea abbia licenziato la mia relazione a maggioranza dei due terzi rende verosimile un risultato analogo nella votazione di domani, e probabilmente è per questo che la tensione intorno a questo tema si è un po’ smorzata.

Con la decisione del 15 settembre di istituire la commissione temporanea, quest’ultima ha ricevuto il mandato di elaborare una posizione negoziale sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione allargata. Dopo sette mesi di deliberazioni presentiamo oggi la nostra proposta di posizione negoziale del Parlamento europeo. Nonostante tutte le divergenze su punti specifici, la commissione temporanea ha potuto approvare la relazione a maggioranza dei due terzi dei suoi membri e ciò grazie esclusivamente alla cooperazione molto stretta e alla reciproca fiducia con cui i membri della commissione hanno espletato il proprio compito.

Per tale motivo, mi preme, innanzi tutto, esprimere la mia sentita riconoscenza a lei, signor Presidente, per aver presieduto la commissione temporanea, e in modo speciale, ai coordinatori e ai colleghi per l’alto impegno con cui hanno redatto i pareri per le loro rispettive commissioni. Vi ringrazio tutti di cuore per la collaborazione operosa e proficua nel corso degli ultimi mesi. Vorrei ringraziare in modo particolare anche i membri del segretariato che, senza eccezioni, ci hanno prestato un supporto davvero fantastico.

(Applausi)

Dopo aver esaminato ventidue documenti di lavoro, discusso con diciassette commissioni competenti per parere e – elemento cui attribuisco grande importanza – anche tenuto audizioni con delegazioni dei parlamenti nazionali, con questa relazione possiamo asserire di essere l’Istituzione che ha analizzato e valutato con la maggiore attenzione e in modo più intensivo le proposte della Commissione. In tal senso il risultato che sottoponiamo oggi alla vostra attenzione rappresenta una soluzione complessiva, coerente e solida.

Senza il consenso del Parlamento non ci saranno prospettive finanziarie. Vogliamo una soluzione, ma non a qualunque prezzo. Abbiamo seguito le proposte della Commissione, laddove le abbiamo ritenute valide e corrette, in particolare per gli obiettivi di maggiore crescita e occupazione proclamati dalla strategia di Lisbona. Abbiamo operato dei tagli, laddove ragionevole, senza per questo minacciare il processo d’integrazione. Abbiamo fissato le nostre priorità politiche e non intendiamo limitare la discussione alle mere cifre, bensì migliorare decisamente le condizioni di base per la procedura annuale di bilancio tramite la semplificazione dei programmi. Abbiamo cercato di trovare una via di mezzo tra sinergia e sussidiarietà, un esercizio di difficile equilibrismo nel quale non abbiamo perso di vista il rispetto della disciplina di bilancio.

Nell’interesse della legittimazione democratica ci siamo altresì espressi a favore di un parallelismo tra la durata delle prospettive finanziarie, la legislatura del Parlamento europeo e il mandato della Commissione. Vogliamo una semplificazione vincolante dei programmi, la riforma del regolamento finanziario, e insistiamo affinché nella nuova legislazione sui programmi pluriennali siano tutelati i diritti del Parlamento nella sostanza e in ogni singolo punto, ad esempio, anche nell’ambito della politica estera.

Una soluzione sul versante della spesa sarà fattibile soltanto se contemporaneamente vi saranno soluzioni di breve e lungo periodo per le risorse proprie e i meccanismi di correzione, nel senso di un migliore equilibrio interno nel bilancio. Se proclamiamo di volere un aumento a favore della ricerca, dello sviluppo e della formazione permanente, i cittadini questo si aspettano da noi. Se al contempo affermiamo che siamo per la politica di coesione – ben sapendo la piega che sta prendendo il dibattito attuale in sede di Consiglio – e intanto dobbiamo anche constatare che nel dibattito corrente in sede di Consiglio sulla cittadinanza dell’Unione – tutela dei cittadini sul piano interno, difesa delle frontiere esterne – e sul ruolo dell’UE come partner globale, manifestamente siamo di fronte ad un sottofinanziamento cronico delle politiche strategiche, risulta chiaramente che il negoziato su queste tematiche si prospetta alquanto difficile da portare avanti con il Consiglio.

In previsione di una discussione difficile e sulla scorta dell’esperienza maturata con Agenda 2000, crediamo che un nuovo strumento di riserva e flessibilità, basato sugli accordi già esistenti, sia un punto essenziale in vista degli imminenti negoziati. In ultima analisi, le cifre cui siamo giunti ammontano rispettivamente a 1,18 per cento per gli stanziamenti d’impegno e 1,07 per cento per gli stanziamenti di pagamento.

Invito tutti a votare, domani, a favore della relazione così com’è stata raccomandata dalla commissione temporanea. Ciò rafforzerà la nostra posizione negoziale e, così facendo, daremo anche alla Commissione un margine maggiore in una fase critica dell’integrazione europea. Le prospettive finanziarie dovrebbero servire, se non completamente, almeno in parte, a dimostrare tangibilmente l’impegno a favore di un’Europa più vicina ai cittadini e orientata al futuro.

(Applausi)

 
  
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  Nicolas Schmit, Presidente in carica del Consiglio.(FR) Signor Presidente, sono molto lieto di avere modo di rivolgermi all’Assemblea oggi pomeriggio, prima che essa voti la risoluzione sulle future prospettive finanziarie. La Presidenza lussemburghese, nel rispetto dei poteri di bilancio conferiti dal Trattato al Parlamento, accorda elevata priorità al mantenimento di un dialogo aperto e senza riserve con il Parlamento in quest’ambito. Si tratta di uno dei temi più importanti di cui l’Unione si occupa in questo momento e se ne discute proprio in una fase in cui l’Unione non può permettersi di fallire.

Mi preme altresì esprimere la nostra riconoscenza per il lavoro realizzato dalla commissione temporanea sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione che lei, signor Presidente, ha presieduto. Vorrei analogamente ringraziare il relatore per il lavoro svolto. Il vostro contributo a questo dibattito complesso e politicamente sensibile, per usare un eufemismo, è importante per un duplice motivo. Innanzi tutto il Parlamento ha fornito prova di realismo e ha adottato un approccio coerente. Inoltre, con la relazione e la risoluzione in esame, il Parlamento fissa in qualche modo i parametri principali per i negoziati che seguiranno le trattative in sede di Consiglio e che, in fin dei conti, per le prospettive finanziarie sono altrettanto decisivi della discussione che si terrà la settimana prossima in sede di Consiglio europeo. In ogni caso, la Presidenza non perde occasione per ricordare che questo primo ciclo di negoziati in sede di Consiglio è appunto solo una prima tappa e che, per adottare le prospettive finanziarie, è necessario anche l’accordo del Parlamento.

A che punto sono i negoziati in sede di Consiglio? Permettetemi di esporvi come noi percepiamo la situazione al Consiglio e il modo in cui intendiamo preparare la discussione su questo dossier nel Consiglio europeo che si terrà la settimana prossima. Innanzi tutto desidero rilevare che la Presidenza continua a essere determinata a conseguire un accordo al Consiglio europeo della settimana prossima. Nulla dovrebbe distogliere la nostra attenzione da quest’importante obiettivo, che mira a dotare l’Unione delle risorse necessarie a svolgere i compiti che la attendono nei prossimi anni. La conclusione di un accordo in giugno è il miglior modo per inviare un segnale positivo e l’unica maniera per determinare sufficientemente presto l’entità di tali risorse, così da poter adottare e porre in essere, al momento opportuno, i diversi strumenti e programmi legislativi. L’Unione deve dimostrare, oggi più che mai, di saper conservare la sua capacità di adottare decisioni e addivenire a compromessi in una materia tanto determinante per il suo buon funzionamento come le prospettive finanziarie e dunque la politica di bilancio per i prossimi anni.

Conoscete il metodo del quadro negoziale che è stato utilizzato con successo in occasione degli ultimi negoziati svoltisi sotto la Presidenza tedesca e che ha consentito di raggiungere un accordo a Berlino. Tale quadro ci ha permesso di restringere progressivamente il ventaglio di soluzioni possibili e di giungere a un accordo finale. La versione più recente di tale quadro negoziale risale alla fine della settimana scorsa e sarà esaminata dai ministri degli Esteri nel conclave che si terrà domenica prossima in serata. Parallelamente, il Presidente del Consiglio europeo partecipa a riunioni bilaterali con i suoi omologhi, nelle quali si esaminano le difficoltà reciproche e si tenta di gettare le basi per un compromesso accettabile per tutti.

Vorrei porre in rilievo alcuni aspetti dell’ultima versione del quadro negoziale. Vorrei altresì soffermarmi su taluni punti che figurano nella relazione del Parlamento e nel progetto di risoluzione sulle prospettive finanziarie.

Innanzi tutto abbiamo chiaramente indicato, prima ancora dei dibattiti che si sono tenuti in seno al Consiglio “Affari generali” di aprile, che si renderebbe necessario un certo numero di tagli – purtroppo per alcuni e inevitabilmente secondo altri – in tutti gli ambiti, per trovare un equilibrio tra i punti di vista assai divergenti in materia di livello complessivo definitivo della spesa. Ciò, per inciso, non è del tutto contrario alle riflessioni condotte in seno alla commissione parlamentare. L’ultima versione del quadro negoziale include, per la prima volta, delle cifre per rubrica. Complessivamente il totale di 870 miliardi di euro cui siamo giunti, che corrisponde all’incirca all’1,06 per cento del reddito nazionale lordo dell’Unione europea, è vicino alle cifre di cui abbiamo discusso. Per quanto il totale sia inferiore alla proposta iniziale della Commissione, le cifre per ciascuna rubrica rappresentano tuttavia in media un tasso di aumento tra il 5 e il 18 per cento annuo rispetto al 2006. Nessuno può dunque dubitare della nostra determinazione a continuare a fornire le risorse necessarie per far progredire le politiche dell’Unione. E’ altrettanto vero che la crescita molto debole dei bilanci nazionali, che non può essere trascurata, si ripercuote fatalmente sul bilancio europeo.

Secondariamente, i dibattiti in sede di Consiglio sostanzialmente si sono concentrati sulla rubrica 1b, vale a dire la politica di coesione. Contrariamente a quanto alcuni sostengono, tale rubrica non è stata oggetto di particolari riduzioni. Non abbiamo fatto di questa rubrica la variabile di aggiustamento di un pacchetto di bilancio minimalista. Anzi, la Presidenza condivide l’avviso del Parlamento: la politica di coesione è l’espressione della solidarietà interna dell’Unione. Di conseguenza la Presidenza sta facendo quanto è in suo potere per limitare al minimo le riduzioni in quest’ambito. Globalmente le spese iscritte a titolo di questa rubrica nell’ultima versione del quadro negoziale rappresentano lo 0,37 per cento del reddito nazionale lordo dell’Unione europea.

La Presidenza ha comunque proposto di apportare una serie di modifiche ai meccanismi di attribuzione dei fondi per la politica di coesione, in seguito alle discussioni dalle quali è emerso, in termini generali, – e devo dire non senza difficoltà – il desiderio di accordare in via prioritaria i finanziamenti alle regioni e agli Stati membri meno prosperi. La Presidenza pertanto ha adottato un approccio fondato sul principio della solidarietà, vigilando sul fatto che le risorse siano dirette verso quanti ne hanno maggiormente bisogno. E’ stato necessario consacrare una percentuale leggermente più elevata dei fondi della rubrica “Coesione” all’obiettivo di convergenza e adeguare il tasso massimale affinché i fondi arrivino là dove è più necessario. So che alcuni paesi e alcune regioni non sono soddisfatti di tale impostazione. La Presidenza resta disponibile ad ascoltarli; tuttavia, per quanto sia ancora possibile apportare aggiustamenti, – e ci stiamo lavorando giorno dopo giorno – i vincoli cui soggiacciamo sono tali che il margine di manovra è assai limitato.

In terzo luogo, la Presidenza è consapevole che il Consiglio europeo di marzo ha fissato obiettivi ambiziosi per il rilancio della strategia di Lisbona. Tali obiettivi devono tradursi in mezzi finanziari aggiuntivi. Teniamo tutti agli obiettivi della competitività e dell’occupazione. Vogliamo tutti rafforzare la ricerca nell’Unione. Sappiamo altresì che l’Unione deve accompagnare le riforme sociali e le riforme economiche che siamo costretti ad attuare. L’occupazione rimane, per noi tutti, una grande priorità, come del resto l’istruzione e la formazione professionale. La Presidenza ha certamente ridotto gli importi proposti dalla Commissione, ma il tasso di crescita in rapporto al periodo attuale rimane considerevole: si tratta di un aumento dell’8 per cento annuo in termini reali. Non esiste un bilancio nazionale – non ne conosco neanche uno – che faccia prova di un tale sforzo supplementare.

Idem dicasi per la rubrica 3A “Libertà, sicurezza e giustizia”. Tale obiettivo è altrettanto prioritario perché risponde alle preoccupazioni dei cittadini in questo campo. Nella nostra ultima proposta si prevede un aumento annuale del 18 per cento in termini reali rispetto al 2006, il che equivale a una crescita di circa il 200 per cento in sette anni. Il tasso d’aumento per le relazioni esterne, segnatamente per conseguire l’obiettivo del partenariato globale auspicato dall’Unione, rimane del 5 per cento in termini reali e non abbiamo ripreso, come voi, l’iscrizione a bilancio del FES.

In quarto luogo, l’ultima versione del quadro negoziale affronta in modo leggermente più dettagliato la questione delle risorse. E’ fuor di dubbio che il successo del Consiglio europeo dipenderà dalla conclusione di un accordo tanto sulla spesa quanto sulle risorse. Nella ricerca di una soluzione, la Presidenza ha preso come punto di partenza le conclusioni di Fontainebleau del 1984 – non ripeterò il gioco di parole del Presidente Junker che ha parlato di Fontainebluff. Quanto alle risorse, i negoziati si concluderanno soltanto se si troverà una soluzione soddisfacente per la compensazione a favore del Regno Unito. Da tale punto di vista, la Presidenza propone che l’importo della correzione per questo paese corrisponda, nel 2007, alla sua media nominale per il periodo di sette anni immediatamente anteriore all’ultimo allargamento e che decresca in seguito a partire dall’anno successivo. Credo che tale proposta sia equa, perché tutti noi siamo impegnati nello sforzo di solidarietà che rappresenta l’ampliamento dell’Unione.

Sempre conformemente alle conclusioni di Fontainebleau, che evocano il problema degli squilibri di bilancio per altri Stati membri, la Presidenza ha altresì proposto che si adottino misure specifiche per tre paesi: Germania, Paesi Bassi e Svezia, per il periodo 2007-2013. Tali misure consisterebbero in una riduzione del tasso di prelievo dell’IVA, che la Presidenza ha proposto più generalmente di congelare allo 0,3 per cento. E’ evidente che, prima di giungere a una soluzione in materia di risorse, occorre ancora approfondire una serie di altri dettagli che non sempre sono di minore importanza e che spesso sono sensibili. Tuttavia la Presidenza è convinta che tale approccio costituisca la base più realista di un accordo a termine, a condizione che ciascuno abbia la volontà di concludere e sia animato da una volontà politica sufficiente.

Ecco illustrati i principali elementi dell’ultima proposta che è stata distribuita agli Stati membri e che sarà esaminata a Lussemburgo domenica. E’ la base di un accordo in sede di Consiglio. Poi spetterà a Consiglio e Parlamento tradurre tale accordo in prospettive finanziarie consacrate in un accordo interistituzionale.

(Applausi)

 
  
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  José Manuel Barroso, Presidente della Commissione. – (PT) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, desidero innanzi tutto congratularmi con la commissione temporanea, il suo presidente e il relatore per il loro ottimo lavoro.

L’accuratezza e la qualità dell’analisi, unitamente all’elevata qualità del dibattito in sede di commissione temporanea sono sintomatiche del desiderio del Parlamento di apportare un contributo positivo a questo dibattito estremamente importante sulle prospettive finanziarie.

Ritengo che l’impegno del Parlamento sia fondamentale perché è in gioco il progetto politico europeo. Si tratta, a questo punto, di tradurre la nostra volontà politica in un impegno finanziario e mi compiaccio della determinazione e della fermezza con cui il Parlamento ha valutato le risorse di cui l’Unione ha bisogno per realizzare il proprio progetto.

Rilevo con altrettanta soddisfazione che la risoluzione presentata al Parlamento dimostra la grande convergenza di vedute esistente tra Parlamento e Commissione. Il fatto che la Commissione e il Parlamento siano sulla stessa lunghezza d’onda non mi sorprende affatto. Abbiamo optato per lo stesso metodo – quello di definire il nostro progetto politico e le nostre azioni prioritarie, per poi decidere le risorse e lo strumento di bilancio adeguati per mettere in pratica tali decisioni.

Resto del parere che sia questo il modo più adeguato per convincere i contribuenti europei che il loro denaro è usato in modo corretto.

(FR) Onorevoli parlamentari, condivido la convinzione del Parlamento secondo cui dobbiamo lavorare tutti nello spirito dell’accordo interistituzionale che inquadra le prospettive finanziarie. Tale accordo sulle prospettive finanziarie – come ha ricordato poc’anzi il rappresentante della Presidenza, che saluto – non è un accordo tra gli Stati membri in seno al Consiglio europeo. E’ un accordo tra le nostre tre Istituzioni che ne condividono la responsabilità e hanno ciascuna un ruolo decisivo nella sua elaborazione. L’accordo interistituzionale è l’espressione del partenariato tra Consiglio, Parlamento e Commissione. Considero l’adozione della posizione del Parlamento oggi e il trilogo tra le Istituzioni mercoledì prossimo una delle tappe chiave verso la messa a punto di un accordo. Ritengo inoltre che sia molto importante giungere a un accordo in tempi brevi.

Nonostante persistano alcune diversità d’opinione, le nostre reciproche riflessioni hanno indotto le nostre due Istituzioni a formulare conclusioni che, di fatto, sono molto vicine. Riconosco che la risoluzione che il Parlamento esamina oggi è completa ed equilibrata. Ho molto apprezzato la discussione con la commissione temporanea nonché i frequenti contatti informali con il Presidente del Parlamento. Constato, e me ne rallegro, che tali conclusioni hanno raccolto un ampio consenso in seno ai gruppi politici e parlamentari.

Non mi propongo di rispondere nel dettaglio. Vorrei semplicemente segnalare un punto politicamente centrale in questa fase. Ovviamente abbiamo una visione comune dell’Unione e delle sue risorse finanziarie come mezzo d’azione. Sarà cruciale per noi, le Istituzioni, mantenere la nostra alleanza sul progetto fino al termine delle trattative. Tenuto conto della diversità nelle posizioni degli Stati membri, i negoziati avviati saranno molto difficili, anche se nutriamo grande fiducia nelle capacità della Presidenza lussemburghese. Pertanto, nonostante i notevoli ostacoli, continuo a credere che sia necessario e possibile concludere un accordo nelle prossime settimane. E’ necessario perché l’assenza di un accordo ritarderebbe l’attuazione delle politiche e priverebbe i cittadini delle politiche che essi attendono. Beninteso, l’atmosfera politica di oggi non si può definire propizia. Spesso l’incertezza mina la volontà di compromesso, ma un accordo dimostrerebbe ai nostri concittadini che, nonostante le difficoltà serie che stiamo attraversando, l’Europa è capace di reagire, ha un progetto per il futuro ed è capace di metterlo in opera.

In altri termini, occorre evitare di prolungare un dibattito che mostra elementi che potrebbero dividerci e bisogna invece concentrarsi sugli elementi che ci avvicinano. Si deve inoltre rispondere con i fatti a quanti pensano che l’Europa potrebbe fermarsi, cadere nella paralisi. Quasi paradossalmente, credo che le circostanze difficili che stiamo vivendo siano anche un’occasione per riaffermare collettivamente la nostra ambizione per l’Europa. Ecco perché affermo che ora è ancora più necessario trovare un compromesso nelle prossime settimane. Sono dunque convinto che tale accordo sia alla nostra portata e che dobbiamo cogliere quest’opportunità per rimettere l’Europa sui binari.

(EN) Signor Presidente, mentre il Parlamento adotta la sua posizione, i negoziati al Consiglio continuano. Oggi si tiene una riunione dell’ECOFIN, domenica un altro conclave dei ministri, al quale prenderò parte.

Vorrei soffermarmi brevemente sulle ultime proposte della Presidenza lussemburghese. Comincio ringraziando la Presidenza per la sua energia e la determinazione di cui ha fornito prova e che ha dedicato a questo tema. Si può tranquillamente affermare che molti hanno escluso la possibilità che il negoziato potesse progredire, ma la Presidenza ha dimostrato che si sbagliavano. Da questo punto di vista vorrei rilevare l’ottima cooperazione instauratasi tra Commissione e Presidenza nella gestione di questo dossier fin dal mese di gennaio.

Per me l’elemento cruciale è dimostrare che le proposte sono in grado di ottenere gli obiettivi politici che ci siamo prefissati. Non possiamo cadere nella trappola di lasciare ancora una volta che tra le nostre promesse politiche e la realtà aumenti il divario. In alcuni ambiti la Presidenza ha trovato un cammino da seguire. Sulla politica di coesione, ad esempio, sono stati proposti risparmi sostanziali, ma l’equilibrio generale rimane, un equilibrio tra l’imperativo categorico di impegnare nuove risorse sulla scia dell’allargamento e la necessità di rispettare il fatto che la missione della politica di coesione si estende a tutta l’Unione.

Quanto alle risorse proprie, la Presidenza ha mostrato il suo noto pragmatismo. La proposta presentata include il congelamento e la graduale riduzione dello sconto britannico, e una compensazione per la Germania, i Paesi Bassi e la Svezia, per tenere conto del loro eccessivo onere di bilancio. Per il bene della trasparenza e dell’equità, voglio dire che questa certamente non è la soluzione ideale. Come sapete, la Commissione ne aveva proposta una diversa. Tuttavia le condizioni necessarie per supportarla non si sono presentate e la soluzione della Presidenza ha il merito di evitare la caduta in una vera e propria crisi nei prossimi anni. Questa è la situazione attuale.

Non credo che possiamo permetterci di tenere in ostaggio le politiche dell’Unione, mentre rincorriamo l’illusione di un accordo migliore. Dobbiamo riconoscere che la Presidenza ha trovato una soluzione equilibrata.

In altri ambiti, tuttavia, devo ammettere che, rispetto alle proposte della Commissione, quelle avanzate dalla Presidenza sono deludenti, e talvolta problematiche nel vero senso del termine. Se consideriamo le nuove aree politiche – sostenere la competitività per la crescita e l’occupazione, rendere più concrete la libertà, la sicurezza e la giustizia, dare nuovo slancio alle nostre politiche esterne –, constatiamo che questi progetti richiederanno sacrifici molto concreti da parte dell’Unione.

Non si tratta di cifre scritte, ma di azioni concrete che l’Unione ha deciso di intraprendere e che sarà in grado di realizzare.

Per cominciare dalla competitività per la crescita, la rubrica 1a, sappiamo tutti che si tratta sostanzialmente di investire nella conoscenza. Questo sforzo sarà diluito se non sarà sostenuto dagli investimenti. Certamente nel contesto del quadro generale, l’aumento proposto dalla Presidenza – circa il 37 per cento in media rispetto al 2006 – non è insignificante. Consentirebbe comunque di investire nel nostro futuro. Ma siamo onesti: non ci permetterebbe di realizzare tutti gli obiettivi che ci siamo preposti.

Per passare a nuove aree politiche, ancora una volta l’aumento a favore della libertà, sicurezza e giustizia sembra generoso sulla carta, poiché si propone di raddoppiare i livelli del 2006. Tuttavia, alla luce delle necessità politiche indicate nel piano d’azione per l’aiuto adottato dal Consiglio europeo, questa carenza improvvisamente appare davvero problematica. Se la proposta fosse approvata, s’imporrebbero scelte difficili.

Quanto alle politiche esterne, esiste un ampio consenso sul fatto che l’Europa ha bisogno di essere un attore più efficace e più vigoroso sulla scena mondiale. Ai sensi di tali proposte, però, dovremmo ridimensionare drasticamente le nostre ambizioni. Si devono imporre tagli alla preadesione, alla stabilizzazione nei Balcani, alla politica di vicinato e all’aiuto umanitario? In un momento in cui i ministri stanno assumendo il nuovo impegno di aumentare l’aiuto ufficiale allo sviluppo di 20 miliardi di euro l’anno entro il 2010, francamente questa prospettiva mi pare inquietante. Dunque, in tali settori corriamo il rischio di non riuscire a mantenere le nostre promesse e i nostri impegni pregressi.

Mi conforta la posizione del Parlamento com’è esposta nel progetto di risoluzione in esame oggi. Non credo che sia impossibile mantenere l’equilibrio proposto dalla Commissione, rispettare l’eredità delle politiche fondatrici e dare al contempo nuova realtà a nuove politiche. Sono ansioso di lavoro a fianco a fianco con il Parlamento nei giorni e nelle settimane che verranno tenendo a mente questo scopo.

So che converrete con me che, se riusciremo a raggiungere un accordo in sede di Consiglio europeo la settimana prossima e a concludere un accordo interistituzionale, dovremo affrontarne le conseguenze. Potrebbe rivelarsi impossibile giungere a un accordo senza ridimensionare le nostre ambizioni.

Voglio essere chiaro, ancora una volta. Noi auspichiamo di arrivare a un consenso al prossimo Consiglio europeo. Ne abbiamo bisogno. Allo stesso tempo dobbiamo opporci a un accordo al ribasso, che significherebbe un’Europa formato “offerta speciale” e un progetto ridimensionato per l’Europa ambiziosa e solidale che noi desideriamo. Dobbiamo tutti tenerlo a mente in un momento in cui siamo tanto desiderosi di trovare un nuovo slancio per l’Europa.

A mano a mano che ci avviciniamo alle fasi finali delle trattative sulle prospettive finanziarie e ci prepariamo a un accordo che dovrebbe dimostrare tutto il nostro impegno perché l’Europa funzioni, è necessaria più che mai una cooperazione forte e positiva tra Parlamento europeo e Commissione. Insieme possiamo fare la differenza per il bene dei cittadini europei.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La ringrazio, signor Presidente Barroso. E’ una buona notizia sapere che è soddisfatto della proposta della commissione temporanea. Grazie per la sua valutazione positiva.

 
  
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  Véronique De Keyser (PSE), relatore per parere della commissione per gli affari esteri.(FR) Signor Presidente, vorrei innanzitutto rivolgere i miei ringraziamenti alla commissione temporanea sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione europea, al relatore, onorevole Böge, e all’onorevole Catherine Guy-Quint in particolare. Perché questo ringraziamento? Innanzi tutto perché, molto egoisticamente, le proposte sulla rubrica 4, che difendo in quanto relatrice della commissione per gli affari esteri, raccomandano un aumento di 4 miliardi di euro. Non oso quasi dirlo, perché ciò, di fatto, corrisponde, alla nostra visione di una politica estera forte per l’Unione europea.

Il mio secondo grazie è perché nella relazione si propone di dotare l’iniziativa sulla democrazia e i diritti umani di un chiaro programma specifico, che le ONG possano sottoscrivere, indipendentemente dal proprio governo e che ricadrebbe sotto il controllo esclusivo del Parlamento.

Infine un terzo, ma non per questo meno importante, ringraziamento per aver portato la proposta globale del bilancio all’1,18 per cento per gli stanziamenti d’impegno e all’1,7 per cento per gli stanziamenti di pagamento, il che è molto vicino alla proposta della Commissione Prodi. Onorevoli colleghi, non realizzeremo né l’unificazione, né l’allargamento dell’Europa senza una discreta dotazione finanziaria. Le ultime elezioni e i referendum lo hanno dimostrato. Raramente mi trovo d’accordo con il Presidente Barroso, ma in questo caso lo sono e voglio semplicemente ribadire al Consiglio quanto segue: abbiamo compiuto una straordinaria opera di democrazia parlamentare, sormontando le nostre diversità nazionali. Invito il Consiglio a tenerne conto.

 
  
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  Margrietus van den Berg (PSE), relatore per parere della commissione per la cooperazione allo sviluppo.(NL) Signor Presidente, un argomento assai diffuso nei Paesi Bassi contro la Costituzione è stato il nostro eccessivo contributo al bilancio europeo: perché dobbiamo essere il maggiore contribuente netto, quando altri quattro Stati membri sono più ricchi di noi? Con la risoluzione in esame noi indichiamo che occorre trovare una soluzione – e presto – al nostro trattamento ingiusto e iniquo. Vogliamo un contributo proporzionato per ogni paese, non soltanto per i Paesi Bassi. Il “no” olandese alla Costituzione dimostra che le cose in Europa dovrebbero essere diverse: diverse, non meno europee. Ciò è del tutto compatibile con i vincoli di bilancio proposti dall’onorevole Böge, molto apprezzati proprio per tale motivo.

Ciò significa altresì che noi consideriamo la proposta alternativa del gruppo dei Verdi troppo costosa e troppo “sovraeuropea”, ma al contempo non ritengo che l’1 per cento proposto dai Sei sia un punto di partenza giustificabile. Non è fondamentale che la cifra sia l’1 per cento oppure l’1,07 per cento, ciò che conta è per quali scopi tale denaro è stanziato e quali sono i vantaggi di una regolamentazione a livello europeo. Non vogliamo un’Europa più costosa, che moltiplichi la stessa formula, ma un’Europa diversa, condivisa e sociale. Attualmente troppi fondi europei sono ancora incanalati verso le regioni relativamente ricche, le sovvenzioni agricole rappresentano circa il 45 per cento del bilancio e – sono sicuro che siate informati della nostra posizione al riguardo – sprechiamo 200 milioni di euro al giorno per le riunioni a Strasburgo.

Dobbiamo sbloccare più fondi per un’Europa più sicura e più sociale, aumentare il cofinanziamento della politica agricola da parte dei vecchi Stati membri e abolire le sovvenzioni alle esportazioni agricole con effetto immediato. Tutto ciò può generare più risorse per un’Europa più sicura e più sociale. In questo momento scarseggiano i fondi per molte regioni, per gli scambi culturali, compresa la formazione professionale secondaria destinata agli adulti, per la conoscenza e l’occupazione, per la promozione dei piani nazionali destinati alla creazione di nuovi posti di lavoro nelle regioni minacciate dalle delocalizzazioni, per una gestione vitale della natura e dell’ambiente rurale, per il controllo alle frontiere, per la sicurezza in Europa e la lotta contro la povertà globale, il che mi porta al tema della cooperazione allo sviluppo.

La Commissione ha suggerito di raggruppare insieme l’aiuto allo sviluppo, la politica esterna e la cooperazione economica, un’idea alla quale il Parlamento si oppone unanimemente: la relazione chiede che tali ambiti siano tenuti separati. Chiediamo altresì che gli Obiettivi del Millennio ricevano esplicitamente un posto centrale nella politica per lo sviluppo. Oggi, una persona su cinque non ha accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria di base. Vogliamo che ciò diventi una priorità della politica. Gli importi minimi contenuti nella proposta sono appunto importi minimi, il 35 per cento dei quali deve essere speso sull’istruzione e l’assistenza sanitaria di base. Se queste fossero le nostre scelte, l’Europa contribuirebbe a rendere il mondo un posto più sicuro e potrebbe fare la differenza in termini di dimensione sociale, sia nell’UE sia altrove. Questo è l’auspicio di tutto il Parlamento.

 
  
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  Pierre Jonckheer (Verts/ALE), relatore per parere della commissione per il commercio internazionale.(FR) Signor Presidente, al pari del collega van den Berg mi esprimo, innanzi tutto, a nome della commissione che rappresento e poi come primo oratore del mio gruppo. A nome della commissione per il commercio internazionale, penso che non possiamo fare altro che ringraziare il relatore per la qualità del suo lavoro e per il modo in cui si sono svolte le deliberazioni in seno alla commissione temporanea.

La commissione per il commercio internazionale aveva formulato una serie di raccomandazioni che, a mio parere, sono prudenti dal punto di vista fiscale e, di conseguenza, tanto più gradite alla nostra commissione. A mio avviso, uno dei punti del nostro parere consisteva nel sottolineare quanto sia importante, nel contesto dei negoziati dell’OMC, fare in modo che l’Unione, tramite il suo bilancio, apporti il proprio aiuto in particolare ai paesi ACP, in vista di una buona preparazione dei negoziati. Non credo che questo sia uno dei punti centrali della discussione in corso, tuttavia ci preme rilevarlo.

Ora, come uno degli oratori a nome del mio gruppo – l’onorevole Buitenweg, la nostra coordinatrice, interverrà più avanti – vorrei formulare due osservazioni. In primo luogo, il motivo per cui il gruppo Verde/Alleanza libera europea ha presentato una risoluzione alternativa è che abbiamo pensato che in questo gioco a tre, in questo triangolo istituzionale, il messaggio del Parlamento debba essere volto a rafforzare il messaggio della Commissione e appoggiarne le proposte, indicando addirittura, per talune linee di bilancio, la volontà di andare oltre queste stesse proposte, pur rimanendo entro i limiti autorizzati dai Trattati. Per questo motivo, su cui torneremo, abbiamo voluto indicare alcune priorità, segnatamente nell’ambito dello sviluppo rurale e anche nei settori dell’istruzione e della cultura.

Secondariamente, vorrei rivolgermi anche alla Presidenza del Consiglio. Non si tratta, ovviamente, di mettere sotto assedio la Presidenza, che, lo sappiamo, sta facendo tutto il possibile, come afferma. Il bersaglio delle critiche, piuttosto, sono quei paesi – il club dell’1 per cento – che vogliono, per usare un proverbio, la botte piena e la moglie ubriaca. Da questo punto di vista ci vuole un accordo, ma non a qualunque prezzo. Tra la proposta della Commissione e quella del Consiglio, malgrado tutto, per il momento, c’è uno scarto di 150 miliardi di euro in sette anni.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Enrico Letta (ALDE), relatore per parere della commissione per i problemi economici e monetari. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, domani il Parlamento europeo avrà la prima occasione per reagire all’incertezza determinata dall’esito dei referendum francese e olandese.

La relazione Böge è una buona relazione, equilibrata ed omogenea alla proposta della Commissione Prodi. Essa mantiene un livello adeguato di risorse per l’Unione, garantisce alle regioni in ritardo di sviluppo di continuare a godere del sostegno dell’Unione, cerca di non penalizzare nessuno a causa dell’allargamento, punta sulla coesione ma anche sulla competitività, attribuendo un ruolo di primo piano alla ricerca e all’innovazione tecnologica. Questi sono gli argomenti presentati dalla commissione per i problemi economici e monetari, della cui relazione ha tenuto conto il relatore Böge, che ringrazio per tale motivo. Tuttavia, al di là dei miglioramenti che possono essere apportati, è importante considerare il valore concreto e simbolico dell’approvazione di questo testo da parte del Parlamento.

Il segnale positivo è duplice: il raggiungimento di un accordo nei limiti temporali stabiliti e, in particolare, il rifiuto della drastica riduzione delle risorse rappresentano la dimostrazione della volontà di non cedere a tentazioni di rinazionalizzazione. Questo voto deve suonare come un appello al Consiglio europeo della prossima settimana, affinché giunga ad un accordo che sia il più possibile vicino alla nostra posizione. Non ci pare che l’ultima proposta del Consiglio vada invece nella buona direzione. Ecco perché – come dice il Presidente Barroso, di cui apprezzo la dichiarazione – c’è bisogno di un rilancio e questa, signor Presidente, è la prima decisione cruciale per un siffatto rilancio dell’Unione.

 
  
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  Jamila Madeira (PSE), relatore per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. – (PT) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, sono lieta di affermare che la proposta sulla quale voteremo domani propone una ridistribuzione interna di 200 milioni di euro dalle reti transeuropee dell’energia a favore dell’agenda per la politica sociale, che è un fattore essenziale di inclusione sociale, crescita e competitività.

Occorre altresì sottolineare che la richiesta di rafforzare il quadro finanziario del programma PROGRESS, volta a spianare la strada all’attuazione della strategia di Lisbona e dell’agenda sociale, rappresenta un successo per la commissione per l’occupazione e gli affari sociali. Ora speriamo – e ripeto questa richiesta – che il desiderio di aumentare gli stanziamenti non cada nel vuoto nei negoziati con il Consiglio. Desidero inoltre indicare con una certa preoccupazione, che il dialogo sociale e la libera circolazione dei lavoratori, specificamente EURES, non sono citati nella relazione.

Mi pare essenziale che il margine finanziario della rubrica 1a sia tale da colmare il divario. A nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, tuttavia, e alla luce del ruolo cruciale dell’Europa nelle questioni relative alla giustizia sociale e alla coesione, desidero esprimere la mia preoccupazione per il modo in cui la Presidenza lussemburghese ha trattato le questioni relative all’effetto statistico e pertanto desidero…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Jutta D. Haug (PSE), relatore per parere della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare.(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, il nostro ambiente e le nostre risorse naturali sono un bene limitato che vogliamo trasmettere ai nostri figli intatto, possibilmente moltiplicato. Le nostre risorse finanziarie sono a loro volta un bene limitato e, pertanto, dobbiamo adoperarci per raggiungere i nostri obiettivi ambientali nel modo più efficace ed effettivo possibile.

La commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare ha elaborato un parere in questo senso e il relatore, con il suo consueto stile cortese e cooperativo, ha recepito il nostro pensiero e di questo gli sono grata. Nelle nostre riflessioni rientra non soltanto il fatto che la politica ambientale europea si è rivelata uno strumento in grado di tutelare e migliorare l’ambiente, la sanità pubblica e la qualità di vita delle persone, ossia la parte conservazionista del nostro approccio. Nella nostra filosofia rientrano anche la constatazione e il riconoscimento che la politica ambientale contribuisce sensibilmente al raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, alla creazione di posti di lavoro. Questa è la componente innovativa del nostro approccio, che non va sottovalutata. Pertanto spero davvero che tutti i colleghi seguano con noi, ora e in futuro, questo cammino strategico.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE), relatore per parere della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia. (DE) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei pregarla di ricambiare al Consiglio e alla Commissione, al Ministro Schmit e al Presidente Barroso, l’invito a tenere il trilogo qui con noi, al Parlamento europeo. I rappresentanti eletti dal popolo europeo dovrebbero certamente svolgere un ruolo guida in questi negoziati, che dovrebbero essere condotti nell’interesse della popolazione.

Secondariamente desidero sottolineare che la Commissione e il Consiglio si sono prefissati di attuare la strategia di Lisbona, i cui obiettivi sono la crescita e l’occupazione. Crescita significa ottenere un reddito netto maggiore per tutti, che si tratti di studenti, lavoratori o pensionati. Crescita significa portare a casa uno stipendio netto superiore alla fine del mese. Come ottenere tutto ciò? Aumentando l’occupazione, perché più occupazione significa, a sua volta, che potrà essere distribuito un reddito maggiore. In questo senso la Commissione Barroso ha un’anima sociale e il Parlamento europeo appoggia incondizionatamente i suoi obiettivi sociali. Per questo motivo m’incuriosisce sapere se il Consiglio avrà la disponibilità e il coraggio di aumentare le risorse destinate alla strategia di Lisbona, se si arriverà non soltanto a raddoppiare il bilancio per la ricerca, ma anche a registrare segnali di una seria intenzione di attuare la strategia, di un impegno teso ad aumentare le risorse a favore del programma per la competitività ed imprenditorialità delle aziende europee e altrettanto a favore delle telecomunicazioni, delle infrastrutture e dei settori grazie ai quali alla fine del mese possono aumentare le entrate nette dei cittadini.

Dovremmo anche impegnarci sul terreno del risparmio. Ringrazio il Consiglio per aver voluto fissare nell’Unione europea un nuovo standard con lo statuto europeo dei deputati. Bisogna anche fare in modo di orientare la media dei salari dei funzionari allo stipendio di base dei deputati europei. Su questo piano dovrebbe esserci concordanza tra Consiglio, Parlamento e, cosa non meno importante, tra le due Istituzioni e i deputati. Non dovrebbero esserci disparità sensibili. Risparmiare è giusto, ma perseguendo un obiettivo chiaro.

 
  
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  Phillip Whitehead (PSE), relatore per parere della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori.(EN) Signor Presidente, l’onorevole Böge ha sfruttato con immaginazione la formula della commissione temporanea e mi congratulo con lui per la seconda volta.

Ho solo il tempo per una semplice osservazione. Condividiamo il dilemma del relatore circa il fatto che non possiamo fornire le risorse per migliorare le condizioni e lo stile di vita dei nostri cittadini. Ciò significa che in alcuni settori di competenza della mia commissione registreremo una diminuzione della protezione dei consumatori e che vi saranno altri ambiti nei quali, di fatto, spenderemo di meno e chiederemo di più.

Il Presidente Barroso ha parlato di un’Europa a prezzo d’occasione e delle implicazioni che comporterebbe questa direzione, se dovessimo seguirla. Spero che la situazione non sia così drammatica. Credo che si debbano mantenere gli impegni assunti nei confronti dei nostri cittadini e non alimentare quel senso di distacco che tanti di loro provano e che hanno espresso nelle ultime settimane.

 
  
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  Etelka Barsi-Pataky (PPE-DE), relatore per parere della commissione per i trasporti e il turismo. – (HU) Nell’attuale legislatura come nelle precedenti il Parlamento si è ampiamente adoperato per sostenere lo sviluppo delle reti transeuropee dei trasporti. Il buon funzionamento delle infrastrutture europee è uno dei pilastri vitali della strategia di Lisbona ed è un prerequisito importante della coesione economica, geografica e sociale europea. L’anno scorso, sono stati selezionati trenta progetti – inclusi i programmi Marco Polo e GALILEO – ai quali si deve accordare un’elevata priorità e un sostegno finanziario adeguato da parte della Comunità. Questi trenta progetti prioritari d’investimento creano una rete completa e collegano i quindici vecchi Stati membri e i dieci nuovi, pongono fine alle strozzature, sostituiscono sezioni mancanti delle infrastrutture e rivolgono particolare attenzione alle sezioni transfrontaliere, in altri termini, rendono virtualmente completo il sistema delle reti europee dei trasporti.

Secondo la nostra esperienza, i progetti non sono partiti o sono stati lanciati soltanto molto lentamente negli ultimi decenni a causa, tra le altre cose, della riluttanza da parte della Comunità a sostenerli economicamente. Le prospettive finanziarie invertiranno questa tendenza? La risposta è affermativa. Gli stanziamenti proposti nell’ambito delle nuove prospettive finanziarie consentono un finanziamento comunitario medio del 15 per cento e, inoltre, sono state formulate altre forme innovative di finanziamento. Ciò consentirà l’evoluzione di un nuovo sistema di finanziamento, più efficace dei precedenti e che richiede contributi inferiori da parte degli Stati membri, per la prima volta nella storia dei finanziamenti per le RTE. Infatti, i finanziamenti comunitari fungeranno da catalizzatore. E’ parere unanime della commissione temporanea che le risorse stanziate dovrebbero essere considerate come il minimo necessario.

 
  
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  Constanze Angela Krehl (PSE), relatore per parere della commissione per lo sviluppo regionale.(DE) Signor Presidente, la commissione per lo sviluppo regionale ha appoggiato a larga maggioranza le stime finanziarie della Commissione europea. La politica europea regionale e di coesione, a mio modo di vedere, è senza dubbio la politica europea di maggior successo e visibilità agli occhi dei nostri cittadini.

Alla luce dell’attuale crescente distacco che i cittadini provano nei confronti della politica europea, dovremmo concentrarci sulla prosecuzione di questa politica di successo nel programma pluriennale settennale sostenendola con una dotazione di bilancio adeguata.

Accolgo di buon grado la proposta del relatore Böge, volta a destinare alla politica di coesione lo 0,41 per cento del reddito nazionale lordo, in altri termini, a mantenere anche il massimale del 4 per cento.

Sosteniamo altresì l’introduzione di misure per far fronte al problema specifico delle regioni frontaliere e delle regioni interessate dall’effetto statistico. Senza dubbio il Parlamento è perfettamente conscio che le nostre entrate originano dal gettito fiscale. Per questa ragione la commissione per lo sviluppo regionale sostiene espressamente l’applicazione rigorosa della regola N+2 e ne invoca l’estensione al Fondo di coesione. Il denaro del contribuente europeo deve essere speso in modo efficiente e non può essere dilapidato. Lo stesso Consiglio dovrebbe prendere atto dei vantaggi recati dall’applicazione della norma N+2.

Allo stesso tempo vorrei ricordare a tutti i colleghi che invocano un aumento dei fondi che le pressioni su alcuni Stati membri sono esorbitanti. Anche in questo senso occorre fissare dei limiti ragionevoli. Questi i motivi per cui, a larga maggioranza, avalliamo l’approccio del relatore, che propone di ridurre gli stanziamenti in alcuni ambiti o aprire nuovi margini negoziali.

 
  
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  Albert Jan Maat (PPE-DE), relatore per parere della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale. – (NL) Signor Presidente, vorrei congratularmi con l’onorevole Böge per la sua relazione equilibrata. Nonostante alcuni ostacoli generalizzati nel settore agricolo, si tratta di un documento molto bilanciato. E’ proprio grazie all’agricoltura europea che un bilancio pluriennale è possibile, perché questo è l’unico settore che sta stringendo drammaticamente la cinghia. Taglieremo il nostro bilancio dal 36 al 26 per cento. A mio parere si tratta di un enorme passo avanti affinché tutti gli altri settori adottino una politica europea.

Rimangono due ostacoli: abbiamo l’accordo di Bruxelles, che fissa il tasso consentito di aumento del bilancio agricolo. Al contempo ho notato che non sono stati stanziati fondi per l’adesione di Romania e Bulgaria. Ora che l’agricoltura europea sta attuando decurtazioni così drastiche, non riesco a immaginare come si possa finanziare con il 26 per cento l’adesione di Bulgaria e Romania, ai sensi dell’accordo di Bruxelles.

In uno scenario estremo, poiché l’accordo di cui sopra e i relativi tagli devono essere sostenuti dai vecchi 15 Stati membri, ciò potrebbe significare che nel 2012 gli agricoltori dei 15 vecchi Stati membri riceveranno il 15 per cento in meno di premi rispetto agli agricoltori dei nuovi Stati membri. Certamente non può essere così.

Ricorrendo al cofinanziamento parziale per risolvere il problema, l’onorevole Böge offre l’alternativa di combattere con le stesse armi, anche se tale impostazione è stata accolta con vibranti proteste dalla commissione parlamentare per l’agricoltura, in quanto, prima di ogni altra cosa, rimane la questione assai spinosa dell’applicabilità giuridica. In secondo luogo, noi attribuiamo grande valore al mercato comune e lo vogliamo preservare. Qualunque cosa accada, il cofinanziamento della spesa obbligatoria non deve indurre la rinazionalizzazione della politica agricola.

Mi rimane un’osservazione che riguarda il Consiglio. Si parla tanto di pagamenti netti. Potrei raccomandare al Consiglio di dedurre le risorse proprie degli Stati membri dai loro pagamenti netti? I pagamenti netti del mio paese così si dimezzerebbero e ciò potrebbe costituire una risposta al problema.

 
  
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  Ruth Hieronimy (PPE-DE), relatore per parere della commissione per la cultura e l’istruzione. (DE) Signor Presidente, a nome della commissione per la cultura e l’istruzione vorrei innanzi tutto rivolgere un caloroso ringraziamento al relatore, onorevole Böge, per avere avuto il coraggio di fissare nel progetto di relazione priorità univoche, una delle quali, assai esplicita, riguarda l’istruzione e la formazione, fattori chiave per la crescita, l’integrazione sociale e la competitività. Non si è limitato ad esprimere tali priorità a parole, ma ha inserito nel progetto di bilancio un miliardo in più per i programmi d’istruzione ERASMUS e LEONARDO e per gli scambi tra giovani.

L’onorevole Böge ha chiesto un aumento anche a titolo della cultura, che però è rimasto al di sotto del livello urgentemente auspicabile. Poiché spesso s’invoca l’anima dell’Europa, non possiamo che rammaricarci di tale scelta, ma vorrei invitare i colleghi, a nome della commissione per la cultura e l’istruzione, ad appoggiare domani il testo con una forte maggioranza. Rivolgo un appello al Consiglio, che nei referendum ha ricevuto un chiaro segnale dai cittadini, affinché corregga le sue priorità accogliendo la proposta del Parlamento tramite il suo relatore e prenda sul serio nel bilancio europeo, accanto al settore dell’istruzione e della cultura, anche il principio chiave della partecipazione dei cittadini. Il 72 per cento dei cittadini, prima dei referendum, ha affermato di non essere informato per nulla o non sufficientemente. Il Consiglio deve trarne la debita lezione rispetto al quadro finanziario.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), relatore per parere della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero innanzi tutto congratularmi con il relatore Böge, e con i collaboratori che lo hanno assistito, per la portata e la grande qualità del lavoro che hanno svolto, nonché per la visione politica che ispira la relazione. In qualità di relatore per parere della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, non posso lamentarmi, anzi, ho addirittura il piacere di affermare che sottoscrivo interamente la linea proposta dalla relazione Böge per l’importante settore della “libertà, sicurezza e giustizia” il quale, dal punto di vista strutturale e di bilancio, è riconosciuto e consacrato come una delle priorità fondamentali dell’Unione.

Noto con soddisfazione che la relazione Böge propone, come peraltro avevo richiesto, di “istituzionalizzare” tale settore all’interno della nuova rubrica 3, creando una sottorubrica autonoma che garantirà i mezzi necessari al suo sviluppo.

Prendo atto con altrettanto piacere che la relazione propone un aumento sensibile degli stanziamenti di bilancio che consentiranno di intensificare la lotta contro la criminalità organizzata e contro il terrorismo, di migliorare il controllo alle frontiere esterne dell’Unione e di attuare in modo efficace le politiche comuni in materia di immigrazione e asilo.

Infine – e questa è un’osservazione strettamente personale, signor Presidente, che formulo in qualità di deputato eletto in Vallonia – tengo ad affermare a chiare lettere rivolgendomi al presidente della regione vallone Jean-Claude Van Cauwenberghe, che sostengo energicamente la richiesta che figura al paragrafo 58 della relazione, intesa a tutelare gli interessi legittimi delle regioni colpite dall’effetto statistico dell’allargamento. Ciò eviterà al Presidente Van Cauwenberghe di pubblicare nuovamente dichiarazioni palesemente menzognere.

 
  
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  Johannes Voggenhuber (Verts/ALE), relatore per parere della commissione per gli affari costituzionali.(DE) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, signor Presidente in carica del Consiglio, la commissione per gli affari costituzionali, competente per la Costituzione, ha posto in rilievo ciò che è ormai evidente agli occhi di tutti, vale a dire che la comunicazione diretta e l’informazione tra Unione europea e cittadini sono un disastro, anzi, questo disastro e questo buco nero della comunicazione ora minacciano di inghiottire la Costituzione europea.

La commissione per gli affari costituzionali ha indicato che, ai fini della democrazia europea, è necessario e indispensabile sviluppare in Europa, nella vita politica, uno spazio di dialogo e di partecipazione pubblica che vada oltre le frontiere Abbiamo notato con rammarico che uno dei primi atti della Commissione è stato tagliare i fondi destinati all’informazione sulla Costituzione. Se non fosse così farsesco, ci sarebbe da piangere. La commissione parlamentare e il relatore hanno accolto l’auspicio della nostra commissione, senza tuttavia prevedere una dotazione finanziaria. Non ha alcun senso presentare priorità ai cittadini e poi non stanziare risorse a tal fine.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), relatore per parere della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza dei sessi. – (PT) Signor Presidente, la commissione per i diritti della donna si rammarica che gli stanziamenti previsti nel “pacchetto Prodi” per le questioni sociali, la parità e l’occupazione non riflettano alcun reale aumento rispetto alle precedenti prospettive finanziarie, nonostante l’aggravarsi delle disparità nell’Europa allargata, l’esistenza di oltre 20 milioni di disoccupati e della povertà e dell’esclusione sociale che interessano ormai 70 milioni di persone.

Occorre pertanto rendere disponibile un finanziamento adeguato per il programma PROGRESS, bisogna dedicare maggiore attenzione alla partecipazione delle donne ai vari programmi e promuovere una chiara ripartizione delle azioni connesse alle politiche di parità e di antidiscriminazione, specificatamente improntate alla promozione dei diritti e alla partecipazione delle donne, istituendo programmi del tipo “Parità tra uomini e donne 2013” e un nuovo finanziamento per il nuovo Istituto europeo per le questioni di genere.

Occorre altresì rilevare che l’eguaglianza tra uomo e donna deve essere trasversale a tutte le politiche comunitarie e particolare attenzione merita…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Jan Mulder (ALDE), relatore per parere della commissione per il controllo dei bilanci. – (NL) Signor Presidente, siamo grati al relatore per aver provvisoriamente incluso nella relazione una delle raccomandazioni più importanti che la commissione per il controllo dei bilanci ha formulato, e cioè l’obbligo per la più alta autorità politica dello Stato membro di approvare ogni anno il bilancio e certificare la spesa, sia ex ante, sia ex post. Ciò è importante perché la spesa essenziale è effettuata a livello di Stati membri. Inoltre, siamo tutti consapevoli del fatto che la Corte dei conti europea, negli ultimi dieci anni, ha rifiutato di rilasciare una dichiarazione di affidabilità positiva.

Il secondo punto importante che la commissione per il controllo dei bilanci desidera segnalare è che, sebbene esista un bilancio, ogni anno il livello della spesa rimane ampiamente al di sotto. Si tratta dei famosi impegni residui da liquidare e riteniamo pertanto fondamentale che rimanga in vigore la regola N+2. E’ inaccettabile che gli Stati membri anticipino i pagamenti e poi la Commissione non sappia come fare per spenderli.

 
  
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  Paulo Casaca (PSE), relatore per parere della commissione per la pesca. – (PT) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, desidero innanzi tutto congratularmi con il relatore per il suo eccellente lavoro, ma desidero anche affermare, se mi è concesso, che sono molto preoccupato per il fatto che abbiamo avuto accesso a un fondo di negoziazione – offertoci dalla Presidenza lussemburghese – che decurtava la proposta del Parlamento di circa 100 000 milioni di euro.

Si tratta di una riduzione drastica che potrebbe stravolgere completamente la base stessa della difesa delle risorse naturali del mare. Non dobbiamo dimenticare che in questo settore dobbiamo finanziare gli accordi di pesca esterni e rispettare la Convenzione OSPAR, di cui l’UE è firmataria, la quale designa nuove zone di protezione nell’oceano.

Esistono nuove proposte volte a introdurre meccanismi satellitari di monitoraggio della pesca estremamente costosi; vi sono proposte per convertire ampie sezioni del settore della pesca, e poi c’è l’allargamento. Alla luce di tutti questi elementi la commissione per la pesca ritiene che quella presentata sia una proposta modesta, molto al di sotto delle esigenze che per noi sono davvero concrete. Prendiamo altresì atto che esiste un grande pericolo che il Consiglio decida di tagliare completamente la proposta in questione.

La cosa ci preoccupa enormemente e vorrei implorare il Consiglio di tenere conto dei nostri reali bisogni. Desidero anche sollecitare il Presidente Barroso a mantenere la posizione che ha sostenuto fino ad oggi, volta a difendere caparbiamente la proposta della Commissione, perché è così che tuteleremo l’Europa, i nostri interessi, il mare…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Alain Lamassoure, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei condivide gli obiettivi adottati dalla nostra commissione temporanea sulla base delle proposte presentate dal relatore, Reimer Böge, al quale desidero rendere merito a nome del nostro gruppo. Grazie a lui la posizione del Parlamento rispetta i tempi del calendario. Il messaggio forte che emerge dalla relazione è che l’Unione non può essere allargata ed approfondita senza aumentarne il bilancio. Il Presidente Barroso lo ha ricordato a quest’Aula.

Dal nostro punto di vista il primo requisito chiave è finanziare le politiche incluse nell’agenda di Lisbona: le reti transeuropee, la ricerca, gli scambi universitari e l’economia basata sulla conoscenza. Un’altra condizione fondamentale è la solidarietà: la pratica scrupolosa della solidarietà con i nostri nuovi partner e la solidarietà in tutta Europa nei confronti di coloro che sono vittime della ristrutturazione industriale e delle difficoltà dovute a fattori geografici. Quanto al finanziamento della politica agricola comune, gli impegni assunti nei confronti degli agricoltori per il periodo fino al 2013 devono essere onorati. Tuttavia, se dovesse emergere che le necessità eccedono le risorse, gli Stati membri dovrebbero integrare i fondi. Con o senza Trattato costituzionale, il Consiglio e il Parlamento hanno espresso con forza il proprio comune desiderio di vedere l’Unione economica trasformarsi gradatamente in un’Unione politica autentica. Le nostre priorità in tale contesto sono la guerra contro il terrorismo e la grande criminalità, nonché la nuova politica di vicinato.

Signor Presidente, siamo del tutto consci che le esigenze complessive identificate dalla commissione temporanea non sono all’altezza delle ambizioni del Parlamento europeo. Purtroppo, non è possibile andare oltre, oggi, senza riformare radicalmente il sistema delle risorse proprie. La commissione per i bilanci desidera lavorare su quest’obiettivo in stretto collegamento con i parlamenti nazionali. Crediamo fermamente che sarà possibile trovare insieme soluzioni di consenso, senza le quali l’Unione rimarrà permanentemente incapace di finanziarie le proprie ambizioni politiche.

(Applausi a destra)

 
  
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  Catherine Guy-Quint, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, innanzi tutto, desidero ringraziare a mia volta l’onorevole Reimer Böge e tutta la squadra che sotto la sua presidenza ha lavorato instancabilmente per garantire che la posizione del Parlamento fosse degna del suo status di ramo dell’autorità di bilancio.

Nell’esercizio di tale funzione, abbiamo cercato di formulare proposte intese a realizzare la ripresa economica e intensificare la solidarietà europea, preservando le componenti fondamentali che già fanno parte della costruzione europea. Consci delle difficoltà cui si trovano confrontati alcuni Stati membri, abbiamo dovuto elaborare prospettive finanziarie transitorie. I nostri negoziati sono culminati in un progetto assai ragionevole, che contiene ancora elementi cruciali di crescita. Infatti, il nostro dovere è massimizzare il valore aggiunto apportato ai bilanci nazionali dall’intervento europeo e dare all’Europa gli strumenti di cui ha bisogno per attuare un progetto pensato per creare un progresso che tutti gli Stati membri possano condividere.

Dobbiamo ricordare che, nel lungo termine, la spesa a livello europeo è una fonte di risparmio per i governi nazionali, particolarmente perché la spesa europea consente di realizzare economie di scala e spesso permette agli Stati membri di attuare innovazioni e perseguire politiche alle quali in modo indipendente non avrebbero potuto dare forma concreta. Con un bilancio che corrisponde all’1,07 per cento del PIL in stanziamenti di pagamento, avremo le risorse per garantire l’attuazione delle politiche in futuro. E’ stato altresì necessario rompere certi tabù. Penso al finanziamento della politica agricola comune, che dovrà essere rivisto, se necessario, per ottenere una struttura della spesa più equa. Penso anche allo sconto britannico, che deve essere messo in discussione se vogliamo un meccanismo di risorse proprie più giusto. Penso ancora al Fondo di coesione, nel quale occorre creare un meccanismo transitorio per evitare di penalizzare gli Stati membri che non sono più ammissibili all’aiuto. Inoltre, tutte le Istituzioni sono chiamate a intensificare i propri sforzi per ottenere economie ed efficienza.

La mia ultima osservazione sugli stanziamenti di pagamento è che i due elementi della proposta attuale sono indivisibili, cioè l’1,7 per cento degli stanziamenti di pagamento e i 24,2 miliardi per gli strumenti di flessibilità, che sono imperativi per sviluppare queste politiche essenziali per la crescita e la solidarietà nell’Unione e nel mondo.

Desidero porre l’accento su due aspetti della situazione attuale. Il primo attiene alla nostra delusione per il fatto che non siamo stati capaci di finanziare Natura 2000 interamente al di fuori del bilancio per lo sviluppo rurale, elemento cui attribuivamo enorme importanza. La seconda preoccupazione verte sulla richiesta, avanzata da noi socialisti, di stanziare risorse ad hoc al Fondo europeo di sviluppo, che è uno strumento indispensabile per il miglioramento della cooperazione decentrata.

Per concludere, vorrei infine affermare che, in questa congiuntura, l’Europa sta attraversando difficoltà che non desidero specificare nel dettaglio. E’ emerso nettamente dai recenti avvenimenti che i cittadini vogliono un’Europa reale, un’Europa che interagisca e comunichi con loro. Ecco perché è così importante avvalerci di questa nuova linea di bilancio. Senza dubbio stiamo battendoci per trovare un programma politico per l’Europa. Abbiamo obiettivi, ma non abbastanza progetti importanti e risorse troppo scarse. E’ essenziale rispondere alle aspettative della gente e mi rivolgo direttamente al Consiglio. E’ giunta l’ora che il Consiglio riesca a soddisfare le speranze dei popoli europei. E’ urgentemente necessario che si assuma le proprie responsabilità. Abbiamo tutti bisogno di questo quadro finanziario per stillare nuova linfa vitale nella nostra economia e riconquistare la fiducia dei cittadini. Dobbiamo superare gli interessi egoistici nazionali e riscoprire un approccio maturo al progetto politico europeo. Le nostre rivendicazioni non hanno nulla d’eccessivo ed è per questo che chiediamo al Consiglio di venirci incontro.

 
  
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  Anne E. Jensen, a nome del gruppo ALDE.(DA) Signor Presidente, anch’io desidero rivolgere i miei complimenti e un sentito ringraziamento al relatore, onorevole Böge, per il particolare e competente impegno che ha profuso, dapprima analizzando la proposta della Commissione e poi formulando la posizione del Parlamento sulle prospettive finanziarie. Il mio gruppo appoggia la relazione. La base proposta per negoziare con il Consiglio è economicamente responsabile. Abbiamo trovato il modo di riformulare le priorità all’interno della proposta della Commissione e di realizzare risparmi sulla medesima.

Noi membri del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa siamo particolarmente lieti che la proposta si concentri sulla ricerca, la formazione e gli investimenti nei trasporti e nell’energia. Infatti, sono precisamente questi i settori in cui dobbiamo investire una quota sensibilmente maggiore in termini di bilancio europeo. Il futuro è in quest’impegno, che può garantire all’Unione europea una posizione di forza. Per questo motivo è ancora più triste che i capi di Stato e di governo stiano considerando di abbattere l’ascia proprio su questi settori, per effettuare dei tagli. L’intenzione è quella di ridurre drasticamente i nostri ambiziosi sforzi di ricerca, il che è alquanto incomprensibile e in disaccordo con le belle dichiarazioni del Consiglio sulla ricerca comune. E’ esattamente da questi ambiti, nei quali uno sforzo comune potrebbe davvero rafforzare la competitività dell’UE, che il Consiglio sta ricavando risparmi che, in prospettiva, sono assai modesti. Come effettivamente ha dichiarato il Commissario Barroso, tali risparmi si ripercuoteranno davvero sulle ambizioni in questi settori.

Il gruppo ALDE si rallegra in modo particolare che il Parlamento stia stanziando maggiori risorse a favore dell’asilo, della giustizia e della politica estera comune. La politica giudiziaria è un settore in rapida crescita, ed è importante che si provveda ad un quadro sufficientemente ampio per consentirci di rispondere alle nuove esigenze nel corso dei prossimi otto anni. In otto anni possono succedere tante cose. Anche in materia di politica estera il fabbisogno è in costante aumento: lo dimostrano le esperienze degli ultimi anni, quando abbiamo dovuto reperire improvvisamente risorse per il Kosovo, l’Afghanistan, la Serbia e l’Iraq, e più recentemente, per le vittime dello tsunami. Il quadro finanziario dovrà tenere conto di queste necessità improvvise, così da non dover essere costretti a tagliare l’aiuto a favore di altri paesi poveri.

Abbiamo attribuito particolare importanza all’esistenza di risorse adeguate per sostenere i nuovi vicini dell’UE allargata. Gli sviluppi in Ucraina, ovviamente, sono l’ultimo esempio della capacità dell’UE di sostenere gli sviluppi democratici in paesi che sono nostri vicini diretti.

La politica agricola e il sostegno a favore delle regioni povere nei vecchi Stati membri continueranno a rappresentare una quota cospicua del bilancio. Pertanto è necessario che il quadro globale sia tanto capace da consentire di finanziare anche nuove esigenze. Il bilancio europeo ammonta ancora approssimativamente soltanto all’1 per cento del reddito nazionale lordo e non si può sostenere che gli importi in discussione possano essere la causa di una crisi di bilancio in alcuno Stato membro. Desidero pertanto invitare seriamente il Consiglio europeo a trovare una soluzione ragionevole al prossimo Vertice, per uscire dall’impasse e per dimostrare che è possibile ottenere dei risultati. Concordo con l’onorevole Böge, quando sostiene che vogliamo che anche il Parlamento prospetti una soluzione, ma non a qualunque prezzo. Desidero tuttavia aggiungere che il Parlamento ha elaborato una proposta costruttiva e realistica. Siamo tenuti a trovare una soluzione affinché i programmi a titolo dei Fondi strutturali volti a sviluppare le economie dei nuovi Stati membri possano partire il 1° gennaio 2007. Non raggiungere un risultato e non dare prova di volontà di negoziare sarebbe assolutamente esecrabile.

 
  
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  Kathalijne Maria Buitenweg, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signor Presidente, ho trascorso le ultime settimane a battermi per il futuro dell’Europa e, nonostante sia un peccato che dal referendum nei Paesi Bassi sia emerso un risultato negativo, non si è trattato certo di un evento inaspettato. Se anno dopo anno, l’unica cosa che si sente ripetere dell’Europa è che costa troppo e che la cifra che i Paesi Bassi pagano a Bruxelles è vergognosa, non ci si può certo aspettare che la gente faccia i salti di gioia, gridi “sì” e decida di accogliere quest’Europa a braccia aperte.

I contabili olandesi hanno seminato l’euroscetticismo che abbiamo raccolto il 1° giugno. E il governo olandese cosa ha fatto? Sostiene che il “no” olandese è un “no” al fatto che il nostro paese sia un contribuente netto. Questa è una mistificazione vera e propria. Con mio grande orrore, improvvisamente anche i socialdemocratici olandesi hanno fatto propria questa posizione, e ciò è deprimente, ma anche un’opzione molto facile da seguire. Il mio gruppo ha dato del “no” una lettura tutta diversa. Molti non hanno votato contro l’Europa, ma a favore di un’Europa migliore, non un’Europa di multinazionali, ma di popoli.

Il gruppo dei Verdi pertanto ha presentato una risoluzione alternativa, perché vogliamo investire massicciamente nell’istruzione, in progetti di riduzione della povertà, in programmi di scambio, anche per studenti. Vogliamo aumentare la cooperazione allo sviluppo, investire negli Obiettivi del Millennio. Vogliamo altresì proteggere il nostro ambiente vulnerabile sbloccando risorse: tutti in quest’Aula hanno concordato che è necessario, ma tali risorse non ci sono. Non vogliamo che questo dato di fatto pregiudichi l’economia rurale.

Vogliamo una spesa più efficace, non destinata a monumenti nazionali da esposizione, prestigiosi ma inefficienti, come il ponte sullo Stretto di Messina, bensì, ad esempio, al collegamento ferroviario Berlino-Varsavia-Vilnius-Riga-Tallin o all’asse che da Vienna e Venezia permetterebbe di raggiungere Lubiana, Bratislava, Praga e Budapest. Con vuote promesse, senza soldi per sostenerle, riusciremo soltanto ad alienarci ancora di più gli elettori. Dovete affermare chiaramente cosa volete fare perché i vostri sogni diventino realtà. Questo è il motivo per cui abbiamo presentato una risoluzione.

(Applausi)

 
  
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  Esko Seppänen, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FI) Signor Presidente, ho avuto modo di osservare da molto vicino l’enorme impegno con cui l’onorevole Böge si è dedicato alla relazione. Non è per suo demerito se il mio gruppo non voterà a favore della relazione della commissione temporanea, ma si è allineato al parere di minoranza e propone, invece, una risoluzione propria.

I rapporti di potere nel Parlamento sono tali che la relazione della commissione non corrisponde alla posizione del nostro gruppo sul quadro finanziario futuro. Avremmo gradito una maggiore attenzione alle questioni economiche, sociali ed ambientali, alla prevenzione della disoccupazione e alla lotta contro la povertà, nonché alla solidarietà verso i paesi in via di sviluppo. Avremmo voluto meno neoliberalismo, meno militarizzazione dell’UE e meno armonizzazione legislativa.

Da un lato è giustificabile fare in modo che la decisione in merito ai futuri orientamenti economici coincida con il mandato della Commissione e la legislatura parlamentare. Dall’altro, i Fondi strutturali e di coesione e i programmi agricoli non dovrebbero essere subordinati a semplici quadri e procedure di bilancio. Inoltre, se il concetto di coordinamento temporale era giustificato con le disposizioni del progetto di Costituzione europea, ora ne mancano i presupposti. Le nazioni francese e olandese hanno fatto entrare in stato di coma questo progetto neoliberalista ed euronazionalista, e ora non ci resta che spegnere i macchinari che lo tengono artificialmente in vita.

Il Parlamento non tendeva a raggiungere un consenso sulle modalità di finanziamento dei futuri bilanci. Il nostro gruppo sostiene il sistema dei contributi nazionali, e soprattutto i contributi basati sul PNL, e non nutre alcuna simpatia per una tassa europea. Vogliamo che i contributi siano imputati in modo equo. Oggi non è così. Altri paesi pagano circa 5 miliardi di euro per finanziare i contributi del Regno Unito e il rimborso a favore di questo paese non è giustificato.

Il totale complessivo per la spesa futura è cruciale. Da un lato abbiamo l’1 per cento proposto nella lettera firmata da sei Stati membri; dall’altro, gli Stati membri preoccupati per i Fondi strutturali e di coesione chiedono di salvaguardare la coesione e la convergenza interna dell’Unione. Il nostro gruppo non condivide la visione della commissione secondo cui il totale per la spesa dovrebbe essere quello proposto in origine dalla Commissione, e cioè compreso tra l’1 e l’1,14 per cento. Per noi la proposta della Commissione rappresenta il minimo assoluto.

Il nostro gruppo è molto solidale nei confronti di quei paesi che screditano le pressioni deflazioniste del Patto di stabilità e di crescita. Molti membri del nostro gruppo sono inoltre preoccupati per l’impatto che l’allargamento dell’UE avrà sul bilancio. Si teme che il costo dell’allargamento sia a carico dei vecchi paesi della coesione. Quanto all’agricoltura, nessuno capisce perché nel bilancio europeo dovremmo trovare spazio per altre spese con il cofinanziamento della spesa agricola.

Mi dispiace, onorevole Böge, ma proprio quando mi accingevo a parlare dei risvolti positivi della relazione, il mio tempo è scaduto.

 
  
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  Dariusz Maciej Grabowski, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nonostante nutra il massimo rispetto nei confronti del lavoro svolto dall’onorevole Böge, non ho altra scelta che affermare che il progetto di prospettive finanziarie è caratterizzato dalla stessa inutilità che contraddistingue il progetto di Trattato costituzionale e merita lo stesso destino. Quest’Assemblea dovrebbe bocciare il progetto di prospettive finanziare e così facendo dimostrerebbe di comprendere e condividere le opinioni della maggioranza dei cittadini dell’UE. Proverebbe altresì che rispetta i principi democratici e che, in quanto portavoce dell’opinione pubblica, ne tutela e ne rappresenta gli interessi.

Cosa c’è di sbagliato nel progetto di prospettive finanziarie? Esso prevede l’utilizzo di indicatori e meccanismi economici infausti e, in particolare, limita il contributo degli Stati membri all’1 per cento circa. Secondo, stabilisce che una percentuale elevata del bilancio sia destinata all’agricoltura. Terzo, prevede modesti aumenti nella spesa per i Fondi strutturali e di coesione. Quarto, stanzia circa il 75 per cento del finanziamento per la ricerca e lo sviluppo nei paesi altamente sviluppati. Quinto, aumenta notevolmente i costi amministrativi e, sesto, non liberalizza a sufficienza il mercato dei servizi.

Cosa accadrà se queste soluzioni inadeguate saranno approvate? Innanzi tutto, i problemi economici si moltiplicheranno anziché risolversi, la crescita non sarà promossa né la competitività aumentata, e il divario di sviluppo tra Stati membri si amplierà anziché ridursi. In secondo luogo, i problemi sociali saranno inaspriti dalla mancanza di politiche per la famiglia, poiché queste ultime promuovono l’occupazione e i guadagni e dunque la crescita naturale. Si riscontra anche una mancanza di approssimazione, o piuttosto una crescente disparità tra le entrate di un numero ridotto di ricchi e di un vasto numero di poveri. Terzo, il progetto di prospettive finanziarie accresce le tensioni politiche all’interno dell’Unione europea anziché allentarle, perché non è in grado di stanziare finanziamenti sufficienti per le nuove infrastrutture dei trasporti e delle comunicazioni. Quarto, non si stanziano risorse sufficienti per le politiche esterne e per l’aiuto a paesi come Ucraina e Bielorussia. Al contempo, non saremo in grado di mantenere le promesse vincolanti fatte alla Turchia per l’adesione all’UE, e ciò complicherà ulteriormente le nostre relazioni con il mondo islamico.

Per riassumere, l’adozione del progetto di prospettive finanziarie sarebbe in contrasto con gli obiettivi sociali ed economici proclamati dall’UE. Approvandolo ci limiteremmo a confermare che l’UE è gestita da burocrati e tecnocrati e non compiremmo alcun progresso verso il nostro obiettivo di competitività globale. I membri del gruppo Indipendenza/Democrazia voteranno contro questo progetto. E’ ora che si tenga un dibattito sulla necessità di una nuova strategia per la cooperazione economica tra gli Stati membri dell’UE.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 
  
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  Wojciech Roszkowski, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, le prospettive finanziarie presentate dal relatore sono vicine ai limiti di quanto possiamo ottenere in questo momento. Stiamo attraversando un momento estremamente difficile: non soltanto il Consiglio non è stato in grado di raggiungere una posizione comune sul massimale per gli impegni e i pagamenti, ma la maggioranza degli elettori in Francia e nei Paesi Bassi ha respinto il Trattato costituzionale.

E’ scoccata l’ora della verità per l’incomprensibile Trattato, che non distingue tra legislazione e sogni e speranze talvolta sciocchi. In certi ambienti è stata espressa una varietà di risentimenti nei confronti dell’UE. Secondo alcuni dei vecchi Stati membri, l’UE non sta facendo abbastanza per tutelare l’occupazione. Altri sostengono che li sta privando della sovranità senza offrire nulla in cambio. Alcuni Stati membri ritengono che l’UE regolamenti in modo eccessivo l’economia e sia troppo costosa. Altri non vogliono rinunciare ai privilegi loro concessi in precedenza. E’ ancora il proverbiale idraulico polacco, che lavora in modo affidabile e per pochi soldi, a essere accusato del fallimento di questi vari approcci. Invece di tentare seriamente di attuare le riforme economiche, qualcuno preferisce strumentalizzare l’idraulico polacco come spauracchio per i bambini e i giovani in cerca di lavoro.

In realtà ciò che sta accadendo è che alcuni contribuenti netti al bilancio UE stanno applicando il vecchio principio utopistico del “dai ciò che puoi e prendi ciò che ti serve”, con il risultato che i fondi UE non sono mai abbastanza. Pertanto stiamo discutendo delle prospettive finanziarie senza sapere se il Consiglio raggiungerà un accordo o se gli Stati membri più grandi assumeranno posizioni ancora meno flessibili. In ogni caso, una qualche decisione deve essere presa.

Proponiamo di votare a favore della relazione Böge, anche se in una versione leggermente modificata. In primo luogo siamo contrari a qualunque collegamento tra livello dei pagamenti e riforma del sistema delle risorse proprie, in quanto quest’ultima si sta rivelando un tentativo di allontanarsi ancora di più da una correlazione tra i pagamenti versati dagli Stati membri e il loro reddito. Secondo, non siamo d’accordo con il cofinanziamento dell’agricoltura, in quanto questo sarebbe il primo passo verso la rinazionalizzazione della politica agricola. Terzo, siamo convinti che sarebbe più ragionevole perseguire gli attuali piani per le prospettive finanziarie con una durata dal 2007 al 2013, in quanto ciò collima meglio con i programmi pluriennali e la politica agricola comune.

L’UE ha funzionato e continuerà a funzionare senza le migliaia di disposizioni bizantine dell’ultima Costituzione. In un vasto numero di paesi, l’opinione pubblica sta perdendo fiducia nell’UE. Dobbiamo chiederci se ciò non origini dal fatto che l’élite politica ha ignorato le illusioni che essa stessa ha suscitato. Dopo tutto, non è forse un’illusione ripetere all’infinito lo slogan della sussidiarietà, mentre lo Stato assistenziale, che spesso viene inutilmente sovradimensionato, è alle soglie della bancarotta? Non è forse assurdo che gli stessi paesi che vogliono un’integrazione rapida stiano cercando di ridurre i propri contributi all’UE? La strategia di Lisbona non è forse un’illusione, che attualmente viene eclissata da una guerra demagogica contro il libero mercato? Forse che la responsabilità deve essere attribuita ai popoli di quei paesi che hanno attuato le riforme necessarie e quindi hanno cominciato a svilupparsi più rapidamente e ad essere più competitivi?

Il Parlamento farà il proprio dovere votando a favore della relazione Böge. Ora tocca al Consiglio adottare una posizione più costruttiva.

(Applausi)

 
  
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  Jana Bobošíková (NI).(CS) Onorevoli colleghi, la relazione oggi in esame si occupa di questioni di bilancio, ma anche – vorrei rilevarlo – di sfide politiche. E’ su queste sfide che vorrei soffermarmi. Sono certa che sappiate che le prospettive finanziarie per i prossimi anni dipendono, tra le altre cose, dall’approvazione della Costituzione europea. I cittadini di due Stati membri hanno recentemente bocciato la Costituzione, altri paesi ne hanno rinviato la ratifica. A questo punto dovremmo comprendere il messaggio, piuttosto che fare progetti per i prossimi anni. Quello che i cittadini ci hanno detto, con grande chiarezza, è che vedono l’Unione europea in una luce completamente diversa da come alcuni politici l’hanno immaginata al tavolo negoziale.

Nell’ottica del calcolo finanziario, la relazione Böge rappresenta un compromesso ragionevole, che esprime chiaramente il fatto che non può esserci più Europa con meno soldi. Tuttavia, dobbiamo rispettare soprattutto la volontà dei cittadini. Il punto non è ciò che sembra ragionevole a noi in quest’Aula, bensì essere davvero democratici. Credo che la bocciatura della Costituzione non possa essere ignorata arrogantemente. Pertanto, reputo che la sfida politica maggiore per i politici è avere il coraggio di presentarsi umilmente di fronte ai cittadini e ammettere apertamente che in questo momento non esiste un consenso generale sul livello d’integrazione politica nell’Unione europea. Di conseguenza, mi chiedo se adesso abbiamo anche solo il diritto di votare una relazione che cerca d’istituire un quadro per la vita politica ed economica dell’Unione europea per diversi anni a venire, e la mia riposta è decisamente negativa.

 
  
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  Gerardo Galeote Quecedo (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, la proposta della Commissione europea rappresentava un impegno sia nei confronti dell’allargamento che, al contempo, verso le sue aspirazioni di trasformare la nostra economia in un centro di crescita e sviluppo, superare il divario tecnologico con gli Stati Uniti, aumentare la nostra presenza sulla scena mondiale e confrontare le nuove sfide del terrorismo e della criminalità organizzata. E ciò nonostante il fatto che la ripartizione proposta dei costi dell’allargamento non è né equa né equilibrata, come ha dimostrato il dibattito parlamentare, ed è per questo motivo che abbiamo presentato un emendamento che spero sarà sostenuto dalla maggioranza dell’Aula domani.

Pur rendendo merito agli sforzi compiuti dalla Presidenza lussemburghese, devo esprimere la mia preoccupazione per la direzione di alcune sue proposte, che tendono a compiacere gli Stati membri che hanno l’atteggiamento più inflessibile a scapito degli altri. Il Consiglio farebbe bene a tenere conto dei chiari segnali inviati dal Parlamento europeo, in particolare riguardo alla politica di coesione.

Vogliamo fondi sufficienti, la riutilizzazione dei fondi residui dell’obiettivo di convergenza da parte dei paesi con la maggiore capacità di assorbimento, e spero che domani approveremo l’emendamento che chiede la compensazione politica per i paesi e le regioni che dovessero subire un’improvvisa mancanza di fondi.

Le belle parole del Ministro Schmit, delle quali gli siamo indubbiamente grati, si devono tradurre in un chiaro impegno a favore della coesione. In termini realistici, credo che conveniamo tutti che attualmente l’Unione è priva di una leadership politica, ma ciò che sarà messo alla prova il giorno 17 è la capacità dei capi di Stato e di governo di compiere il proprio dovere. Sarebbe profondamente irresponsabile da parte del Consiglio non raggiungere un accordo proprio ora.

 
  
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  Bárbara Dührkop Dührkop (PSE).(ES) Signor Presidente, come d’uso in quest’Aula, ringrazio innanzi tutto l’onorevole Böge per il lavoro che ha svolto sulla sua importante relazione sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione nel periodo 2007-2013.

Come prima cosa formulerò alcune osservazioni generali. Le prospettive finanziarie cui la relazione fa riferimento si collocano indubitabilmente in un contesto avverso, dal punto di vista politico, economico e sociale, in numerosi Stati membri e non posso che lamentare che tale contesto – passatemi l’espressione – abbia avvelenato il dibattito in sede di commissione fin dal principio, focalizzandolo sul tentativo di cercare un accordo sulle percentuali tra Commissione e Consiglio. A volte ci sono stati diverbi sulle percentuali, i contribuenti netti e i redditi netti. Credo si tratti di un falso dibattito, dal punto di vista economico, perché è parziale, anzi, politicamente è ancora più parziale, perché l’Unione europea è ben più del suo bilancio.

I cittadini desiderano di più di un semplice esercizio contabile, perché l’Unione dovrebbe essere un progetto politico completo, una visione per i suoi cittadini e un futuro per venticinque paesi, il che significa essere più di meri contribuenti.

Mi rammarico che l’attuale situazione politica non abbia consentito al Parlamento di essere più audace e questa è la prima volta che la proposta del Parlamento è meno ambiziosa di quella della Commissione.

Fatta tale puntualizzazione, il gruppo socialista al Parlamento europeo appoggerà la relazione Böge poiché, nella maggioranza dei casi, le sue richieste fondamentali sono state recepite. Come prima cosa, la relazione conferma la politica di coesione come uno strumento indispensabile per promuovere la coesione territoriale, economica e sociale e ridurre le sperequazioni tra le regioni dell’Unione – una politica di solidarietà per eccellenza – e considera un adeguato finanziamento dello 0,41 per cento del PIL come una conditio sine qua non.

Secondo, essa indica come prioritaria l’agenda politica e sociale e riconosce che finanziarla in modo sufficiente è cruciale e pertanto chiede un aumento di 20 milioni di euro per conseguire tali obiettivi. Terzo, insiste sulla necessità di un livello sufficiente di risorse per le misure esterne, allo scopo di rendere l’Unione un autentico interlocutore globale. Infine, accoglie l’annosa rivendicazione del Parlamento europeo di integrare il Fondo di sviluppo europeo nel bilancio generale.

Il gruppo socialista al Parlamento europeo sostiene questa risoluzione equilibrata e realistica, perché siamo consapevoli che una posizione di maggioranza unificata mette il Parlamento in una posizione di forza rispetto al Consiglio. La palla ora è nella metà campo del Consiglio, che deve anche tenere a mente che il gruppo socialista considera la relazione un minimum minimorum per garantire risorse sufficienti alle politiche europee per l’Europa a 25.

 
  
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  Jean Marie Beaupuy (ALDE).(FR) Signor Presidente, come numerosi altri colleghi, vorrei anch’io congratularmi con il collega, onorevole Reimer Böge, per il lavoro svolto e per il coordinamento assicurato. Credo che sia anche giusto ricordare, onorevole Böge, che molti altri colleghi in Parlamento hanno saputo dare prova di responsabilità e di scrupolo al fine di arrivare alla maggioranza dei due terzi che lei ricordava poc’anzi.

Invito pertanto i rappresentanti del Consiglio e della Commissione ad ascoltare con attenzione questo appello del Parlamento, perché contiene posizioni sagge in particolare per quanto riguarda due aspetti. In primo luogo, sono posizioni sagge a livello finanziario perché, come è stato in parte illustrato nel corso di questo dibattito, riflettono un compromesso assolutamente soddisfacente sia a livello di spese che di risorse. Per quanto riguarda le spese, siamo stati in grado di avanzare proposte che ci possono potenzialmente consentire di contenere una serie di spese in vari settori mentre, alla voce risorse, come ha ricordato uno degli oratori precedenti – credo che sia stato un rappresentante del Consiglio – ci saranno in ultima analisi aumenti dell’8-15 per cento circa, a seconda delle voci, se ricordo correttamente le cifre indicate poco fa. Come dicevo, sono posizioni finanziariamente sagge.

In secondo luogo, le nostre posizioni sono anche sagge dal punto di vista politico; infatti, da una parte c’è coerenza tra la volontà espressa in queste prospettive finanziarie e gli obiettivi di Lisbona e di Göteborg e, dall’altra, i nostri concittadini che vorranno prendersi la briga di capire fino in fondo il contenuto di queste prospettive finanziarie vi troveranno, credo, un’espressione della nostra volontà di valorizzare le nostre regioni, pur rafforzando la nostra capacità di dominare le sfide del futuro. Proprio per questo sono soddisfatto delle posizioni adottate sulla relazione Böge dal Parlamento, e invito pertanto la Commissione e il Consiglio a tenerne conto.

Inoltre, spero ardentemente che il 17 e 18 giugno il Consiglio ci ascolti e ascolti favorevolmente i nostri punti di vista. E’ assolutamente necessario che le conclusioni del Consiglio in materia non siano considerate una decisione raffazzonata, ma piuttosto un passo fondamentale e decisivo verso la nostra visione dell’Europa.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, poche sono le cose che sono più care a uno scozzese dei soldi, e in quanto unico rappresentante scozzese nella commissione temporanea sulle prospettive finanziarie, ho assistito con grande interesse ai dibattiti, spesso kafkiani – anche quando il dibattito reale sembra svolgersi altrove.

In ogni caso, il tempo per il dibattito, almeno in quest’Aula, è quasi finito. E’ dovere del Parlamento trovare un accordo attorno a questo compromesso così abilmente redatto dal relatore, perché al Consiglio, dove si sta svolgendo il dibattito reale, il club dell’“1 per cento”, tanto sapientemente guidato dal governo del Regno Unito, continua a detenere una posizione di vantaggio. Non è un compromesso perfetto – ma quale compromesso lo è? Dobbiamo tuttavia trasmetterlo al Consiglio facendo sentire il più possibile la nostra voce.

Mi associo alle parole dell’onorevole Krehl, collega della commissione per lo sviluppo regionale, quando afferma che la politica regionale costituisce l’aspetto di maggiore successo e maggiore visibilità del lavoro dell’Unione per i cittadini a nome dei quali portiamo avanti tutte le nostre attività. La posizione della commissione temporanea tutela la politica regionale, una politica regionale forte che deve essere promossa e protetta. Mi rattrista vedere che il Regno Unito dà segni di voler mantenere la sua posizione spregevole e miope in seno al Consiglio. Spetta a noi, in questo Parlamento, trasmettere oggi un messaggio chiaro al “club dell’1 per cento” che dica che non tollereremo niente che sia inferiore a questo compromesso.

Abbiamo sentito che il Consiglio nutre grandi speranze affermando che c’è ancora l’auspicio di raggiungere un accordo. Personalmente non scommetterei molto su un accordo nel prossimo futuro. Dobbiamo trovare un consenso sul migliore accordo possibile.

(Applausi)

 
  
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  Helmuth Markov (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzi tutto desidero esprimere il mio rispetto nei confronti del relatore e dell’ambizioso lavoro che è oggetto del dibattito odierno. Anche se la relazione contiene molte singole misure valide, non posso votare a favore.

Il mio gruppo ha presentato una propria proposta di risoluzione perché era nostra intenzione seguire una rotta politica diversa nel periodo 2007-2013. Se dico no alla relazione Böge, lo faccio in particolare perché l’Unione europea non è all’altezza delle enormi sfide che dovrà affrontare con le prossime prospettive finanziarie. Se consideriamo quello che deve essere fatto a livello sociale, economico e ambientale – in particolare riguardo alle esigenze poste dalla coesione regionale, nonché in merito all’elevato tasso di disoccupazione, alla povertà e alla disparità dei redditi – dobbiamo adottare un approccio macroeconomico. Di tutto questo nella relazione non c’è traccia.

In termini generali, non riteniamo che i massimali di bilancio proposti dalla Commissione siano sufficienti. Il piano dell’Esecutivo, volto ad attribuire sempre maggiori competenze e responsabilità all’Unione europea senza però conferirle allo stesso tempo le risorse finanziarie necessarie per la realizzazione delle stesse, non è praticabile. Reputiamo inaccettabile concentrarsi su obiettivi come competitività, sicurezza e difesa a scapito della coesione, della dimensione sociale e ambientale e della cooperazione con i paesi in via di sviluppo.

Queste prospettive finanziarie riflettono il tentativo di attuare la strategia di Lisbona, e noi avevamo già espresso la nostra opposizione alla sua attuale forma quando se ne era discusso. Gli obiettivi strategici dovrebbero invece essere piena occupazione e sviluppo economico sostenibile. Questo significa in particolare che settori quali innovazione, esigenze sociali e istruzione devono essere dotati di maggiori risorse finanziarie.

Una politica regionale europea forte non si può realizzare con un contributo ridotto dello 0,41 per cento del prodotto interno lordo europeo. Spero che il Consiglio non tardi a prendere una decisione, perché altrimenti possiamo già fare i conti con l’impossibilità di un’adeguata assegnazione dei nuovi fondi per l’assistenza all’inizio del 2007, e questo sarebbe politicamente irresponsabile.

(Applausi)

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM).(SV) Signor Presidente, siamo nuovamente di fronte a proposte tese ad aumentare la spesa, e quindi il reddito, dell’Unione europea. L’argomentazione addotta è che l’Unione europea cresce e quindi deve costare di più. L’Unione europea cresce sia in termini di numero di Stati membri sia perché diversi compiti sono costantemente trasferiti dagli Stati membri a Bruxelles. E’ un’evoluzione ragionevole? La risposta ovvia è no.

I paesi europei che soddisfano i requisiti per l’adesione devono naturalmente essere accolti. Tuttavia, il trasferimento di ulteriori funzioni politiche dagli Stati membri a Bruxelles non è suffragato né da motivi razionali né dal sostegno popolare. Al contrario, il principio di sussidiarietà, al quale tutti rendono omaggio, ma che poi non è mai rispettato, impone che molte competenze passino dalle Istituzioni dell’Unione ai parlamenti nazionali. Il fatto che questa sia la volontà dei nostri popoli emerge con chiara evidenza dai referendum svolti in Francia e nei Paesi Bassi e da quello che sappiamo dell’opinione pubblica in molti altri Stati membri.

Proprio ora, stiamo assistendo alla fine di un’epoca nella storia dell’Unione europea, la fine di un’epoca in cui l’élite politica potrebbe andare avanti con le sue ambizioni e i suoi programmi senza tenere conto della volontà popolare. Questo in passato è stato reso possibile dalla struttura dei partiti dell’Europa occidentale, disposti nello spettro politico da destra a sinistra, struttura che rifletteva le controversie politiche del XX secolo. Con rare eccezioni, i partiti ufficiali sono tutti a favore del continuo trasferimento del potere politico dai parlamenti degli Stati membri a Bruxelles. In questo modo, i cittadini, quando vanno a votare per eleggere i loro parlamenti, non hanno la possibilità di affermare la loro opposizione a questa evoluzione. Nei referendum sulle questioni comunitarie, e talvolta nelle elezioni del Parlamento europeo, i cittadini europei hanno la possibilità di esprimersi esplicitamente sul ruolo che dovrebbe svolgere l’Unione europea. E hanno la possibilità di dire no al trasferimento di potere.

E’ importante che ce ne ricordiamo ora che stiamo discutendo del bilancio dell’Unione europea per il periodo 2007-2013. Non c’è un sostegno popolare a favore dell’aumento delle spese in un’Unione europea in cui oltre il 70 per cento del bilancio va alla politica agricola e ai fondi regionali. Registriamo una riserva contro la proposta della commissione temporanea sulle prospettive finanziarie, che prevede di destinare l’1,07 per cento del reddito interno agli stanziamenti di pagamento e l’1,18 per cento agli stanziamenti di impegno. Crediamo che, conformemente alla proposta dei paesi G6, gli stanziamenti di pagamento totali non dovrebbero superare l’1 per cento del reddito interno lordo degli Stati membri dell’Unione europea.

 
  
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  Umberto Pirilli (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzitutto esprimere all’onorevole Böge il mio compiacimento per la capacità di sintesi tra le diverse tendenze emerse e, dunque, per il buon lavoro svolto.

Vorrei inoltre svolgere una breve riflessione sulla trilogia: Parlamento, Commissione e Consiglio. I primi due sono assertori del mantenimento degli stanziamenti di impegno a livello attuale o di poco inferiore (1,18 per cento e 1,24 per cento). Il Consiglio difende invece le prerogative degli Stati membri, i quali sono preoccupati – e lo sono ancor più dopo il voto di Francia e Olanda sulla Costituzione – del malessere che avviluppa l’Unione come una morsa e si illudono, riducendo i fondi, di salvare le loro rispettive posizioni esposte ai rischi rappresentati da Cina, India, USA, rivoluzione globale, competitività e innovazione.

La nostra è una società composita, che vive al di sopra delle proprie possibilità e che è sempre più a rischio a causa di istituzioni rigide, un governo a sovranità limitata e una Banca centrale senza anima. Ridurre gli interventi adesso in luogo di aumentarli, come sarebbe a mio avviso necessario...

(Il Presidente interrompe l’oratore).

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI).(EN) Signor Presidente, l’Unione sovietica ha avuto in totale dieci piani economici. L’Unione europea ha da parte sua già avuto quattro prospettive finanziarie: i pacchetti Delors I e Delors II, il piano Santer e, ora, il piano Barroso per il periodo 2007-2013.

I piani sovietici erano tuttavia concepiti per costruire l’economia, mentre le prospettive finanziarie europee sono meccanismi di ponderazione in cui si pesano le uova di mosca sulle ragnatele. Il nostro dibattito ne è un esempio: le 311 pagine della relazione Böge si propongono sostanzialmente di stabilire se 450 milioni di europei impegneranno stanziamenti pari all’1,24 per cento, all’1,06 per cento o all’1,7 per cento del PIL, ossia se spenderemo in sette anni 1 024 miliardi di euro, 870 miliardi di euro o 825 miliardi di euro, mentre gli Stati Uniti, nello stesso periodo, spenderanno, da parte loro, 20 000 miliardi di dollari, ossia venti volte di più dell’Unione europea. In altri termini, le nostre divergenze di una sessantina di miliardi di euro tra Juncker e Barroso o tra Chirac e Böge equivalgono allo 0,3 per cento delle prospettive finanziarie americane per lo stesso periodo.

Ora, con oltre venti milioni di disoccupati e cinquanta milioni di poveri, è ovvio, e lo si sa sin dall’età di Pericle, che il problema principale è quello dei grandi prestiti per i grandi investimenti, come per esempio gli investimenti nel nostro sistema ferroviario. In effetti, se per esempio Bruxelles avesse costruito stazioni ferroviarie anziché castelli in aria costituzionali, l’Unione europea non si troverebbe su un binario morto.

 
  
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  Janusz Lewandowski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, visto come stanno le cose, sarebbe ingenuo aspettarsi che le nuove prospettive finanziarie si basino sullo stesso principio dei piani di spesa precedenti dell’Unione europea. Questi ultimi non avevano nulla in comune con i vecchi piani quinquennali sovietici, in quanto il loro principio guida era costituito dalla necessità di avere un bilancio in crescita per soddisfare le nostre esigenze sempre maggiori. Potrebbe essere giustificata l’aspettativa che lo stesso si applichi oggi, visto che i paesi che hanno aderito all’Unione europea sono relativamente poveri. C’è stato anche un forte aumento del numero di agricoltori ammissibili ai pagamenti diretti, anche se questi pagamenti non sono stati una loro idea. Infine, i nostri compiti si sono moltiplicati, e anche questo ha un impatto sensibile sul bilancio. Se si prevedesse effettivamente la possibilità di applicare ancora questo principio, esso agirebbe senza dubbio come un’ulteriore forza trainante alla base delle riforme politiche di ampia portata attualmente in corso nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Sono piuttosto certo che le classi politiche dei “vecchi” Stati membri avrebbero difficoltà a portare avanti anche solo alcune di queste riforme.

Allo stesso tempo, tuttavia, dobbiamo guardare in faccia la realtà, che è la seguente. Il compromesso proposto, lasciatoci in eredità dalla Commissione Prodi, non è difendibile. L’onorevole Böge si è impegnato tantissimo e ha lavorato con moltissima buona volontà per elaborare una proposta volta a emendare questo compromesso, e il peso relativo che attribuisce alle varie rubriche di bilancio è adeguato.

Nessuno contesta il fatto che dovremmo utilizzare i fondi pubblici per promuovere la ricerca e lo sviluppo e un’economia basata sulla conoscenza, ma non ci sono ancora prove che questo sia un metodo efficace per spendere il denaro. Ne consegue che tali finanziamenti non dovrebbero essere erogati a spese della politica regionale e di coesione, che è visibile e ha vantaggi comprovati, e che non contrappone tra loro vecchi e nuovi paesi della coesione. Questo Parlamento deve dire con grandissima chiarezza domani che ci aspettiamo che sia raggiunto un accordo a livello governativo.

L’Europa ha bisogno di prove che dimostrino che funziona ancora. Il Consiglio europeo sarà un’opportunità per fornire queste prove sotto forma di un compromesso ragionevole.

 
  
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  Terence Wynn (PSE).(EN) Signor Presidente, mi consenta di dire innanzi tutto che l’onorevole Reimer Böge ha fatto davvero un ottimo lavoro con questa relazione. E’ riuscito a riflettere fedelmente la posizione della commissione. Non tutti saranno completamente d’accordo con il contenuto della relazione, ma nel complesso questo documento è eccellente e il relatore merita i nostri complimenti.

In seno al Parlamento sono rappresentati punti di vista diversi, che si tratti di agricoltura, di Fondi strutturali o altro. Non è possibile accontentare sempre tutti, ma questo non è poi così negativo. Non ci avete accontentati perché, come potrete immaginare, il punto di partenza principale per la delegazione del partito laburista britannico è il riferimento implicito allo sconto del Regno Unito.

In questa parte del dibattito la mia sembra essere una voce nel deserto, ma continuerò per la mia strada. Faccio riferimento al considerando N, con il quale sono totalmente in disaccordo, e anche al paragrafo 8 e al quinto trattino del paragrafo 51. In seno alla commissione temporanea ho sempre detto con grande chiarezza che le risorse proprie e le prospettive finanziarie sono due temi distinti, e non si è mai tentato di metterli in relazione tra loro in alcuno dei precedenti accordi interistituzionali. Per questo motivo, la delegazione del partito laburista britannico esita a dare il suo appoggio alla relazione.

La relazione fornirà sicuramente al Parlamento un buon punto di partenza per i negoziati con il Consiglio, il che è positivo. Naturalmente, fino a quando non conosceremo la posizione concordata del Consiglio, se mai ce ne sarà una, sarà difficile prevedere come andranno questi negoziati. Suppongo che sia ancora teoricamente possibile che il Consiglio concordi con le cifre del Parlamento, o che le superi addirittura. Alcuni di noi vivono in questa speranza.

Tuttavia, sin dall’inizio, quando i deputati hanno sollevato la questione della correlazione tra prospettive finanziarie e un nuovo sistema di risorse proprie, io ho usato l’espressione “essere realistici” in almeno tre occasioni. Dobbiamo “essere realistici” in merito a quello che farà il Consiglio. Ma non lo saremo. Nelle tre settimane restanti della Presidenza lussemburghese, vista la sua abile diplomazia, mi sorprenderebbe se questo aspetto dovesse entrare a far parte di un eventuale pacchetto, sempre che poi il Consiglio abbia effettivamente una posizione. Credo personalmente che l’attuale sistema della risorse proprie sia poco trasparente e che abbiamo bisogno di maggiore trasparenza, in modo che i contribuenti possano capire come è finanziata l’Unione europea. Questa discussione e la decisione avranno luogo in un’altra Assemblea in un altro momento. So che questo non farà piacere ai colleghi del mio gruppo; ma dobbiamo vivere nel mondo reale e riconoscere i limiti delle nostre competenze.

Se la delegazione britannica si asterrà su questa relazione, lo farà per le ragioni che ho citato. Per il futuro, vi faccio i migliori auguri per l’avvio dei negoziati di conciliazione.

 
  
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  Presidente. – Grazie, onorevole Wynn. Trasmetterò i sui calorosi commenti alla signora Thatcher.

 
  
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  Bronisław Geremek (ALDE).(PL) Signor Presidente, in uno dei commenti formulati durante la presentazione della sua eccellente relazione, l’onorevole Böge ha affermato che questo documento parla di un’Europa che guarda al futuro. A mio parere, è una frase splendida e contribuisce a costituire un terreno comune per il Parlamento e la Commissione, oltre a mettere in evidenza la distanza che separa queste due Istituzioni dal Consiglio, che attualmente non è in grado di superare gli interessi nazionali per trovare la risposta di cui l’Europa ha bisogno.

Il progetto europeo è attualmente a un punto critico. L’unica risposta a questa crisi può essere la buona notizia che l’Europa è in grado di guardare al futuro con speranza, e che l’Europa stessa può essere la fonte di tale speranza. La relazione Böge afferma, a giusto titolo, che non c’è alcuna contraddizione tra le politiche di coesione e solidarietà dell’Unione europea e la competitività economica dell’Europa. E’ un punto importante, e credo che sia altrettanto importante che le prospettive finanziarie siano una forza trainante alla base dell’integrazione europea, piuttosto che un fattore che possa accrescere il divario esistente tra i nuovi e i vecchi Stati membri o tra l’Europa orientale e occidentale. I paesi che hanno aderito all’Unione europea sono particolarmente vulnerabili, e la gente deve capirlo.

 
  
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  Helga Trüpel (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, anch’io desidero ringraziare l’onorevole Böge per l’ottimo lavoro svolto in sede di commissione. Anche se abbiamo già sentito elogiare da varie parti l’equilibrio del suo lavoro, noi – compresa la sottoscritta – riteniamo che il problema stia proprio nel fatto che molti settori non sono stati posti in sufficiente rilievo.

Desidero riallacciarmi a quanto detto dall’onorevole Geremek. La politica che stiamo elaborando è davvero sufficientemente orientata al futuro? Che cosa facciamo in concreto per i cittadini europei, e che cosa possono fare loro per l’Europa? Sono profondamente convinta che, dopo il fallimento dei due referendum, dobbiamo chiederci come, a livello politico, possiamo comunicare meglio con i cittadini europei. Credo che i nostri programmi formativi, nonostante l’impulso che ci hanno già dato, non ci abbiano consentito di conseguire gli obiettivi che è necessario realizzare nel contesto della strategia di Lisbona. Nei prossimi anni, con le prospettive finanziarie, dobbiamo fare tutto il possibile perché ogni allievo, ogni allieva, ogni studente possa studiare e conseguire una formazione in un altro paese europeo. Queste persone si relazioneranno emotivamente con l’Europa, con la sua diversità e con le sue opportunità in un modo molto diverso, ed è proprio così che si creano dal basso europei convinti. Sono queste le reti di cui abbiamo bisogno.

Lo stesso vale per la politica culturale. Siamo davvero fieri che non ci sia più il Muro e che il nostro sia il continente della diversità culturale. La dotazione di bilancio è tuttavia ancora inferiore a quello che spendiamo per le sovvenzioni per il tabacco. Abbiamo bisogno di essere visibilmente proattivi a questo livello, consentendo lo sviluppo dei programmi di gemellaggio, consentendo agli artisti di incontrarsi e consentendo alla gente di vivere e percepire realmente la ricchezza culturale dell’Europa. Per questo, le stime contenute nella proposta Böge non sono sufficienti. Dobbiamo agire con coraggio insieme per cercare di fare arrivare il messaggio ai cittadini, non solo alla loro testa, ma anche al loro cuore.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL).(PT) Signor Presidente, la relazione dell’onorevole Böge che definisce la posizione del Parlamento sulle prospettive finanziarie della Comunità per il periodo 2007-2013 è in realtà meno favorevole della proposta della Commissione, che era di per sé incresciosamente inadeguata in termini di risorse finanziarie e non in linea con le effettive necessità dell’Unione allargata.

Entrambe le proposte equivalgono nella loro essenza ad una resa alla strategia portata avanti dai paesi ricchi, come la Germania, che cerca di ridurre il bilancio comunitario per quanto possibile. Questo, vorrei fare notare, non è avvenuto nel caso degli allargamenti precedenti.

Queste proposte non proteggono né salvaguardano gli interessi dei paesi della coesione, come il Portogallo, che ancora una volta rischia di essere penalizzato dalle prospettive finanziarie 2007-2013, nonostante gli avvertimenti che annunciavano che sarebbe stato il paese che avrebbe risentito maggiormente dell’allargamento. Visto che quello di cui abbiamo bisogno è un rafforzamento della coesione economica e sociale, abbiamo presentato delle proposte concrete.

Queste proposte includono una compensazione completa per le regioni che, come l’Algarve, sono interessate dal cosiddetto effetto statistico, un programma specifico rivolto a Portogallo e Grecia affinché adeguino le loro economie alla luce dell’impatto dell’allargamento, la fine della condizionalità del Fondo di coesione al Patto di stabilità e di crescita, il rifiuto della rinazionalizzazione dei costi di cofinanziamento della politica agricola comune, la promozione di un modello più equo per la distribuzione degli aiuti agricoli, la garanzia di un quadro finanziario settennale e la creazione di un programma comunitario per il tessile e l’abbigliamento, soprattutto per le regioni meno favorite che dipendono da questo settore. Queste proposte, con nostro grande dispiacere, sono state respinte dalla commissione temporanea sulle prospettive finanziarie del Parlamento.

 
  
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  Vladimír Železný (IND/DEM).(CS) Dopo la caduta della Cortina di ferro, nella Repubblica ceca abbiamo dovuto aspettare 14 lunghissimi anni prima che i nostri cittadini potessero decidere con un referendum se aderire o meno all’Unione europea. La risposta è stata affermativa. A quell’epoca, abbiamo accettato condizioni umilianti legate all’adesione, che hanno fatto sì che al nostro settore agricolo, estremamente efficiente, sia stato attribuito solo un quarto delle sovvenzioni concesse ai nostri concorrenti dei vecchi paesi dell’Unione europea. Abbiamo inoltre dovuto accettare condizioni in contrasto con i principi fondanti dell’Unione europea, come normative protezionistiche che impediscono ai nostri cittadini di lavorare liberamente in molti dei vecchi paesi dell’Unione. Veniamo anche a sapere che i servizi non possono essere forniti direttamente nei vecchi Stati membri, e recentemente abbiamo scoperto quante e quali difficoltà dovranno affrontare le imprese che logicamente vogliono delocalizzare – pur rimanendo nell’Unione europea – nel nostro paese, in ragione della sua manodopera altamente qualificata e industriosa, che lavora 40 ore alla settimana, anziché 35, e non chiede retribuzioni esorbitanti.

Ci è bastato un anno per perdere molte delle nostre idee ingenue. Vogliamo credere almeno nelle promesse fondamentali che hanno condotto i nostri concittadini a dire “sì” al referendum di adesione. Le promesse riguardavano le risorse finanziarie, che, secondo quanto ci era stato detto, avrebbero fornito fondi per lo sviluppo della Repubblica ceca come era avvenuto precedentemente per Portogallo, Irlanda e altri paesi. E’ pertanto logico per noi sostenere la proposta della Commissione volta a mantenere l’1,24 per cento. Desidero precisare che non siamo contrari alle riduzioni. Siamo purtroppo consapevoli che le riduzioni saranno fatte solo a spese dei fondi. Tuttavia, l’amministrazione dell’Unione non diventerà meno costosa, al contrario, il sogno di un ministro degli Esteri europeo, il sogno delle ambasciate, gli oltre 3 000 organismi regolatori e consultivi poco trasparenti, e le normative pervasive scritte in venti lingue renderanno più costoso il funzionamento dell’Unione.

Sappiamo tutti dove ci sono elevate somme di denaro sulle quali si può risparmiare. La politica agricola comune, per esempio, spreca inutilmente più del 40 per cento del bilancio, ma si sa che è un’entità politicamente intoccabile, che il Parlamento, paradossalmente, non ha nemmeno il permesso di discutere. Restano solo i fondi da tagliare. Nel corso dell’anno, abbiamo già imparato che la parola magica più frequentemente pronunciata è “sostenibile”, termine che viene utilizzato, senza pensarci, per etichettare tutti i concetti. Se vogliamo davvero creare un bilancio sostenibile, un bilancio che non crei altri disinganni…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Roberta Angelilli (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, da europeista convinta, ma anche da deputato italiano che è qui anche per rappresentare e difendere gli interessi della sua nazione, ritengo inaccettabile la cosiddetta proposta Juncker, che fissa ad un misero 1,05 per cento del PIL il contributo degli Stati membri al budget europeo.

Ciò significa, solo per l’Italia, che è un contributore netto dell’Unione europea, un taglio di circa otto miliardi di euro l’anno, che riduce all’osso i fondi per l’occupazione e la giustizia e cancella quasi la metà dei fondi per ricerca, innovazione e reti transeuropee, con buona pace della strategia di Lisbona. Vi sono troppi tagli e troppe contraddizioni. Bisognerebbe rivedere anche il cosiddetto assegno inglese. Deve essere, infatti, cancellata l’eccezione, il privilegio che vede la Gran Bretagna ottenere il rimborso di una parte consistente dei contributi versati. Si tratta di un provvedimento voluto dalla signora Thatcher – se non sbaglio nel 1984 – che purtroppo, e incomprensibilmente, è stato riconfermato durante la Presidenza Prodi: un rimborso pagato in gran parte dalla Francia e dall’Italia.

In conclusione, la proposta Juncker è l’ennesima dimostrazione dell’abissale distanza che esiste tra la burocrazia europea e le reali esigenze dei popoli europei.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, anche in questo contesto ripeto volentieri che non è opportuno accrescere le risorse finanziarie in un momento in cui la globalizzazione, dal punto di vista europeo, si sta trasformando in una trappola anziché in un sogno. Con questa soluzione dell’1 per cento ce la faremo, perché siamo lungi dall’esaurire le possibilità di rigore di bilancio. Inoltre dobbiamo insistere affinché, in vista della progressiva introduzione del massimo numero possibile di settori amministrativi, ne siano valutati l’efficienza e il rendimento da parte di consulenti internazionali indipendenti; sarà così possibile evidenziare le aree nelle quali sono necessari miglioramenti. Questo è il senso del mio emendamento n. 357. Il relatore era contrario e infatti non lo ha inserito nella relazione; nemmeno questo dovrebbe essere consentito.

Non dovete meravigliarvi che la maggioranza della popolazione dica “no” a questa Unione europea, no ai suoi sprechi, anche se – come me – dice “sì” all’Europa.

 
  
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  Ville Itälä (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare il collega, onorevole Reimer Böge, per il lavoro che ha svolto su questa relazione. Lo apprezzo moltissimo e credo che nessun altro avrebbe fatto un lavoro migliore e avrebbe elaborato una relazione così eccellente ed imparziale.

Domani il Parlamento deve lanciare un messaggio forte e positivo ai cittadini europei. Abbiamo bisogno della maggioranza più ampia possibile a sostegno di questa relazione. Se il Parlamento rimarrà unito, potremo inviare un messaggio forte anche al Consiglio. L’unità in materia di prospettive finanziarie è ancora realizzabile durante la Presidenza lussemburghese, se ci sono la volontà e la leadership politiche.

Desidero segnalare due punti che ritengo importanti: il futuro dell’agricoltura e il Mar Baltico. La politica agricola è inevitabilmente giunta in una fase in cui, con i futuri allargamenti, le sovvenzioni agricole ai 15 vecchi Stati membri saranno ridotte. Ci dobbiamo preparare adeguatamente a questa prospettiva. Sostengo l’emendamento presentato dal mio gruppo che propone che, qualora il Consiglio decidesse di ridurre la dotazione finanziaria per le spese obbligatorie, malgrado l’accordo di Bruxelles del 2002, tale riduzione sia compensata finanziariamente dagli Stati membri. In questo contesto, occorre comunque dire che il passaggio al cofinanziamento dell’agricoltura sarà una manovra realistica, se non per queste prospettive finanziarie, almeno per quelle successive.

Desidero anche segnalare l’emendamento relativo alla strategia del Mar Baltico. Attualmente, l’Unione ha una strategia mediterranea, e in parallelo, vogliamo anche istituire una strategia del Mar Baltico. Questa strategia sarà particolarmente importante per la conservazione della natura. Oggi il Mar Baltico ha problemi enormi. Nelle peggiori delle condizioni, non sono possibili né la balneazione né la pesca, e abbiamo bisogno di misure efficaci per riportare il Baltico al suo stato naturale.

 
  
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  Dariusz Rosati (PSE).(PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, le prospettive finanziarie delineano la portata delle attività dell’Unione europea nei prossimi anni, oltre a definire un quadro per tali attività e a determinarne l’efficacia. Ci aspettano compiti importanti. Vogliamo garantire che l’allargamento sia portato a termine con successo, vogliamo porre le basi per una crescita rapida e la creazione di posti di lavoro e vogliamo realizzare i nuovi obiettivi definiti durante i dibattiti affrontati nel corso della redazione della Costituzione europea. Le prospettive finanziarie devono rispondere a queste aspettative. Vogliamo tutti più Europa, perché crediamo che la creazione di un’Europa comune sia la risposta giusta alle sfide alle quali siamo confrontati oggi.

Durante il lavoro sulle prospettive finanziarie sono emersi due approcci e due ragionamenti opposti. Il primo, sostenuto dalla Commissione, prevede un aumento ambizioso ma equilibrato delle spese, che possa tenere il passo con le aspettative sempre crescenti. Il secondo, sostenuto da un gruppo di Stati membri, consiste in tagli al bilancio in percentuale del PIL.

Siamo assolutamente consapevoli che, sebbene il mandato dell’Unione europea sia stato ampliato, l’Unione deve essere all’altezza di questo mandato, in un periodo di severe restrizioni di bilancio e di bassa crescita economica. In nessun caso, comunque, queste restrizioni dovrebbero renderci ciechi di fronte agli indiscutibili vantaggi che possono essere assicurati da misure finanziate a carico del bilancio comune dell’Unione. Ne consegue che è necessario un compromesso, e un compromesso assolutamente ragionevole è contenuto nella proposta del Parlamento. Se mi è concesso, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare l’onorevole Böge per l’impegno profuso nel redigere questa relazione.

Onorevoli colleghi, il fallimento dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi indica che l’Europa ora ha bisogno di una chiara conferma che l’integrazione è e continuerà a essere il nostro futuro comune. Invito pertanto il Consiglio a cercare di pervenire a un compromesso, ad abbandonare il suo atteggiamento egoista e conservatore e a superare gli angusti confini degli interessi meramente nazionali. La ragione per la quale invito al compromesso è che l’Unione europea ha urgentemente bisogno di un chiaro progetto per il futuro e della capacità finanziaria per agire.

Dobbiamo cooperare per dimostrare che l’Europa è in grado di agire in uno spirito di solidarietà, e che i suoi leader politici sanno elevarsi al di sopra degli interessi politici a breve termine e raggiungere accordi per il bene comune.

 
  
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  Jan Mulder (ALDE).(NL) Signor Presidente, desidero ringraziare a mia volta l’onorevole Böge, e credo che sia giusto che la sua relazione citi non solo le spese dell’Unione europea ma anche, in molti paragrafi, la necessità di rivedere la decisione sulle risorse proprie. A differenza di altri oratori, io ritengo che sia assolutamente ingiusto che un paese si possa avvalere di un meccanismo di correzione ogni anno, mentre questo non avviene per altri paesi che si trovano nella stessa situazione.

Desidero ricordare alcuni punti fondamentali. Sono a favore del cofinanziamento delle spese agricole per le ragioni citate nella relazione. Sono contrario alla rinazionalizzazione. Dobbiamo avere le stesse regole in tutta l’Europa, ma le proposte dell’onorevole Böge sono accettabili. La flessibilità è anche uno strumento utile nel bilancio, non solo nelle singole voci, ma anche per quanto riguarda le percentuali di cofinanziamento degli aiuti strutturali. E’ possibile che i paesi più ricchi abbiano una percentuale di cofinanziamento più elevata rispetto ai paesi poveri. Il ruolo della Banca europea per gli investimenti a livello di spese strutturali dovrebbe essere potenziato così come quello del Fondo europeo per gli investimenti. Possiamo ispirarci ai buoni esempi del passato.

Infine, un’ultima osservazione sulla politica estera e di sicurezza comune. Ritengo che queste spese debbano essere anche di competenza del Parlamento. Non devono dipendere unicamente dal Consiglio; anche il Parlamento deve approvarle.

 
  
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  Friedrich-Wilhelm Graefe zu Baringdorf (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, il relatore, onorevole Böge, ha svolto un buon lavoro. Nella sua presentazione, ha segnalato che il bilancio lascia in una situazione di sottofinanziamento cronico alcuni settori della politica e dell’economia, e lo sviluppo rurale minaccia di diventare uno di questi. A seguito di una decisione del Consiglio, fino al 2013 il finanziamento è vincolato nel primo pilastro, dove tuttavia non ci sono risorse sufficienti per finanziare Romania e Bulgaria. Conseguentemente nella relazione si propone di introdurre il cofinanziamento nel primo pilastro. Il nostro gruppo appoggia questo cofinanziamento, ma con l’obiettivo di raggiungere un maggiore finanziamento per le attività oggetto del secondo pilastro.

Si devono impegnare le risorse di Natura 2000. Nel secondo pilastro, lo sviluppo rurale deve essere finanziato sulla base di condizioni di parità, ossia il 75 per cento deve provenire da fondi dell’Unione europea, e deve essere garantito un adeguato sviluppo economico per le zone rurali. Questo non è certo un atto di misericordia finanziaria, lo stato generale di salute del nostro sviluppo economico dipende dal fatto che non vengano dimenticate le aree rurali.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un momento in cui si fa più forte la voce de cittadini che chiedono un’Europa più sociale e più democratica, purtroppo il Consiglio e la Presidenza Juncker fanno passi indietro, con sei paesi che puntano la pistola alla tempia degli altri. Chiedono un compromesso, ad ogni costo, al minimo comune denominatore. Stanno abbandonando gli obiettivi ambiziosi per il futuro dell’unificazione europea.

Il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica respinge la filosofia di un accordo “ad ogni costo”, che pervade anche la relazione Böge, in quanto determina meno Europa e maggiori ineguaglianze e miete vittime tra i paesi e i gruppi sociali più deboli.

L’Europa e il Consiglio dovrebbero finalmente capire che non ci può essere più Unione europea e un’Unione europea più grande con meno soldi. La Sinistra unitaria europea ritiene che la proposta della Commissione costituisca un punto di partenza assolutamente inadeguato per finanziare gli obiettivi di coesione e l’agenda sociale dopo l’allargamento. Pertanto, qualsiasi idea di ulteriori riduzioni è incomprensibile per quanto ci riguarda. A nome della Sinistra unitaria europea, chiedo una ripartizione equa dei costi dell’allargamento. Non voglio che siano le regioni e i paesi più poveri a pagare di più. Chiedo che si ponga fine allo scandalo inaccettabile dell’esenzione britannica. Siamo tutti uguali. Chiedo che si affronti seriamente e concretamente il problema delle 16 regioni interessate dal cosiddetto effetto statistico e chiedo che, durante il periodo transitorio, sia assicurato un maggiore sostegno alle regioni che non hanno ancora completato il processo di convergenza.

 
  
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  Seán Ó Neachtain (UEN).(EN) Signor Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Böge per la sua relazione e in particolare per aver messo in luce l’importanza degli investimenti in ricerca e sviluppo in vista del conseguimento degli obiettivi dell’agenda di Lisbona. La relazione riconosce anche, a giusto titolo, che istruzione e formazione dovrebbero essere settori prioritari nel finanziamento proposto e credo che l’assegnazione di risorse allo sviluppo del capitale umano sia vitale per l’investimento a lungo termine nel futuro dell’Unione.

Non sono d’accordo con le raccomandazioni del relatore concernenti la politica agricola comune e non posso appoggiare la sua proposta di introdurre il cofinanziamento per la PAC. Questo, come ho detto in numerose occasioni, non è mai stato e non sarà mai accettabile per chi di noi è impegnato a difendere gli agricoltori delle piccole e medie aziende agricole e le nostre comunità rurali. Non dobbiamo illuderci: con il tempo il cofinanziamento della PAC porterà inevitabilmente alla rinazionalizzazione.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (NI).(PL) Signor Presidente, in pratica la linea del Parlamento sul bilancio dell’Unione europea non dà prova della minima solidarietà nei confronti della Commissione, ed è un gran peccato. In Aula passiamo molto tempo a discutere di un’Unione europea forte, in grado di competere con gli Stati Uniti e l’Asia, ma un’Europa forte con un bilancio limitato è inconcepibile, per non dire assurda.

Occorre dire a chiare lettere che la proposta della commissione temporanea ci colloca in una situazione ancora peggiore rispetto a quella presentata dalla Commissione Barroso. Rappresenta tuttavia un miglioramento significativo rispetto al cosiddetto compromesso della Presidenza lussemburghese, che era destinato a fallire. Se gli Stati membri più ricchi dell’Unione insistono nell’imporre il loro punto di vista a tutti gli altri, il risultato finale sarà il crollo del progetto di un’Europa comune, basata sulla solidarietà. Se il nostro obiettivo è quello di costruire un’Europa di interessi egoistici e personali, dovremmo andare avanti sostenendo un bilancio comunitario limitato. Secondo l’altra possibilità, naturalmente, la vera proposta presentata ai nuovi Stati membri è che l’UE allargata sia un’Europa di solidarietà solo in termini di doveri, mentre per i privilegi, soprattutto quelli di tipo finanziario, vale il contrario.

Desidero esprimere un’osservazione finale. E’ meglio che le prospettive finanziarie siano definite per un periodo di sette anni, come è avvenuto finora, anziché per un periodo di cinque anni.

 
  
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  Markus Ferber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in ultima analisi di che cosa stiamo parlando quando discutiamo delle prossime prospettive finanziarie? Ci riferiamo essenzialmente ai compiti che dobbiamo svolgere a livello europeo. Se la proposta della Commissione prevede che si faccia quello che abbiamo sempre fatto e poi si aggiungono nuovi elementi, allora semplifica un po’ troppo le cose. Il motivo per cui occorre rendere merito al relatore è il modo in cui ha affrontato i dettagli nella sua analisi dei compiti – compresi quelli legati al bilancio – che noi dovremo svolgere nell’Unione europea del XXI secolo – le attività per le quali sono necessarie più risorse – nella politica estera e di sicurezza – e i punti in cui le proposte della Commissione sono eccessive e in cui possiamo apportare dei tagli. Quella che abbiamo davanti agli occhi è pertanto una proposta eccellente, che servirà come base per negoziati molto seri con il Consiglio.

Un’Unione europea che si definisce unicamente attraverso la ridistribuzione di quanto più denaro possibile non è l’Unione europea che vorrei vedere. Abbiamo altri compiti da svolgere insieme. Se noi da una parte pretendiamo dagli Stati membri che consolidino i loro bilanci, per ottemperare ai requisiti del Patto di stabilità e di crescita, non possiamo allo stesso tempo andare in giro in lungo e in largo per l’Europa a dispensare doni. Questo è un compito che dobbiamo affrontare assieme.

Se si dice – come fa l’onorevole Trüpel, che è del gruppo Verde – che 70 centesimi per la cultura non sono eccessivi se confrontati alle spese per gli Obiettivi del Millennio e per tutti gli altri obiettivi, si raggiunge un importo dell’1,19 per cento per i pagamenti. I Verdi propongono quindi impegni per l’1,29 per cento. Se questo è quello che volete, allora vi propongo di dire ai cittadini che a livello nazionale non ci sono più soldi, ma che l’Europa sta spendendo di più e ne vedrete i risultati. La nostra credibilità dipende dalla nostra capacità di concentrarci non solo sui compiti politici in questione – questa è la risposta ai referendum –, ma anche sul bilancio.

 
  
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  Ralf Walter (PSE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, se l’Unione europea ha conseguito un successo, è quello della comunità, della cooperazione, dell’interesse comune verso un’evoluzione come quella a cui assistiamo. Dobbiamo riflettere su come affrontare quello che ci aspetta nei prossimi anni, e sappiamo che i cittadini guardano con grande attenzione al nostro agire. Che cosa fanno le nostre azioni per la nostra credibilità?

Sappiamo che ci aspettano compiti che richiedono coraggio e un approccio proattivo, e che ci imporranno di dire a chiare lettere che l’Unione europea è una comunità economica interessata al successo. Se da un lato la conseguenza di tutto questo è che dobbiamo investire nel futuro, potenziando la ricerca e migliorando l’istruzione e la formazione, dall’altro dobbiamo anche fare in modo che, in questa comunità economica tesa al successo economico, gli uomini e le regioni non rimangano al palo. Ecco perché abbiamo anche bisogno di assistenza per coloro che, nel contesto di questi cambiamenti e di queste evoluzioni, si trovano per qualche motivo in difficoltà o vivono già in condizioni problematiche. E questo è ciò che troviamo nella relazione.

Proprio perché la relazione presentata dall’onorevole Böge si concentra precisamente sui compiti e sulla messa a disposizione delle risorse di cui abbiamo bisogno siamo pronti a sostenerla, ma l’opinione pubblica si aspetta anche che i suoi rappresentanti – cioè noi – non pensino solo a come spendere denaro laddove è necessario, ma anche alle risorse; in altri termini, vogliono sapere da dove viene il denaro. Sono dopo tutto i cittadini che pagano il conto di tutto questo. Quindi deve essere accettabile chiedere a livello europeo se la ripartizione dei compiti è corretta. E’ evidente che lo sconto britannico oggi non è più giustificabile.

Tutti noi dobbiamo dimostrare ai cittadini europei, in tutti i nostri paesi, che siamo disposti e pronti a mettere a disposizione le risorse necessarie. Allo stesso tempo, siamo anche disposti e in grado di far sì che gli oneri che ne derivano siano ripartiti in modo equo e solidale. Solidarietà non significa solo unirsi per distribuire le risorse; solidarietà significa anche fare attenzione a non sovraccaricare troppo i singoli, mentre altri rimangono in disparte e danno ordini sul da farsi. Vogliamo fare in modo insieme che l’Europa cambi in meglio.

 
  
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  Kyösti Tapio Virrankoski (ALDE).(FI) Signor Presidente, la relazione dell’onorevole Reimer Böge che abbiamo dinanzi riguarda il finanziamento futuro dell’Unione europea. Desidero rivolgergli un ringraziamento speciale per la sua eccezionale competenza e per il complesso lavoro svolto. Allo stesso tempo, desidero ringraziare tutti i membri della commissione per la loro cooperazione costruttiva.

Le prospettive finanziarie creano una base per i settori politici in cui l’Unione europea opererà in futuro. Settori che assumono particolare rilievo sono questa volta la politica regionale, strutturale e di coesione e il miglioramento dei livelli di occupazione e competitività. L’intenzione è quella di aumentare il finanziamento della politica strutturale e i fondi per lo sviluppo rurale, per garantire uno sviluppo equilibrato. Le esigenze dei nuovi Stati membri sono state capite e accettate, ma la relazione segnala giustamente che i costi della nuova politica di coesione non devono ricadere sulle regioni più vulnerabili dei vecchi Stati membri.

Per migliorare i livelli di occupazione e alimentare la crescita economica, l’obiettivo delle prospettive finanziarie è quello di investire in particolare in ricerca e sviluppo, istruzione e formazione. La somma dovrebbe triplicare in sette anni. Si tratta di una priorità assolutamente corretta. Economizzare in quest’ambito significa economizzare sul nostro futuro, e vorrei lanciare un monito perché questo non avvenga; a tale proposito mi rivolgo in particolare al paese che detiene la Presidenza.

L’obiettivo è quello di utilizzare fondi supplementari per rafforzare la dimensione europea nel settore della ricerca e dello sviluppo. Desidero rivolgere un sentito appello agli Stati membri perché non perdano tempo nell’adozione delle nuove prospettive finanziarie e dell’accordo interistituzionale nella forma proposta dal Parlamento.

 
  
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  Elisabeth Schroedter (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, vorrei concentrarmi sulla politica regionale, che riveste per me un interesse particolare. Desidero ribadire che uno dei grandi progressi di questa relazione è rappresentato dall’assegnazione dello 0,41 per cento a un’attività che è visibile anche nel più piccolo paesino europeo e che rende l’Europa visibile a coloro che ci vivono.

La coesione economica e sociale è lo strumento di solidarietà dell’Unione europea. Il Consiglio, lo sappiamo, propone attualmente solo lo 0,37 per cento come base negoziale. Per quanto mi riguarda, sono sicuramente d’accordo sul fatto che ci si limiti al 4 per cento per Stato membro e – a differenza di quanto previsto nel progetto iniziale – si mantenga la regola N+2 per il Fondo di coesione.

Vorrei segnalare ancora una volta che non appoggio la proposta del nostro gruppo, perché non ritengo che sia necessario imporre un periodo quinquennale ad hoc. Si tratta di una proposta inammissibile dal punto di vista della politica regionale, viste le attuali difficoltà.

 
  
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  Sergej Kozlík (NI).(SK) L’Unione europea non dispone dei meccanismi ideali per generare o stanziare risorse. E non ha nemmeno adottato prospettive di 10-20 anni su specifiche politiche economiche o di altro tipo. Basti ricordare che, per lungo tempo, è mancata un’effettiva supervisione dell’agricoltura.

Malgrado tutto l’impegno messo in atto, che apprezzo, la commissione temporanea non avrebbe potuto, in questa fase, realizzare nulla di più di quello che ha fatto, onorevole Böge, e c’è anche la possibilità che il Parlamento voti a favore di questo compromesso. Mentre il Parlamento ritiene che le risorse dovrebbero essere fissate all’1,08 per cento del prodotto nazionale lordo, il Consiglio reputa invece che la cifra dovrebbe situarsi tra l’1,03 e l’1,05 per cento del PIL.

Questo dimostra che il futuro sarà fatto non tanto di indici quanto di meccanismi corretti per la distribuzione delle risorse, e sulla strada che porta all’accordo finale nel settore delle prospettive finanziarie molte insidie sono ancora in agguato.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente, onorevoli colleghi, metterò da parte le idee che avevo raccolto per il dibattito odierno per riflettere invece su alcuni degli interventi fatti e cercare di capirne esattamente il contenuto.

La Commissione ha presentato una proposta e il Parlamento – attraverso la relazione Böge e la decisione di domani – si è dimostrato in grado di agire e negoziare. Il Consiglio attualmente – in mancanza di qualsiasi accordo su una base negoziale – non può fare nessuna di queste due cose.

La nostra proposta è un compromesso. Esorto i capi di Stato e di governo e i ministri delle Finanze a leggerla con attenzione e a verificare se offre una possibilità di accordo in seno al Consiglio, senza per questo indebolire l’Unione europea. Mi rivolgo ai rappresentanti del Consiglio quando dico che la proposta che hanno già presentato prevede il 40 per cento in meno per la competitività dell’Unione europea, il 10 per cento in meno per la coesione e la crescita e l’occupazione, il 6 per cento in meno per lo sviluppo rurale e l’agricoltura, il 50 per cento in meno per la politica interna e il 40 per cento in meno per il ruolo dell’Unione europea come partner globale. Forse in questo modo raggiungerete un accordo in sede di Consiglio, ma non con noi, e anche per un secondo motivo, perché operate tagli generalizzati. Se manterremo lo status quo senza definire nuove priorità, avremo bisogno di 890 miliardi di euro. La vostra proposta prevede 871 miliardi di euro. Se non raggiungeremo un accordo, avremo 931 miliardi di euro. Il vostro bilancio è inferiore alla dotazione finanziaria attuale e più limitato di quello di cui disporremmo in assenza di un accordo. Per questo dovete capire che la nostra offerta è pensata per il negoziato. Se si scende al di sotto di 931 miliardi di euro, non ci sarà alcun negoziato!

 
  
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  Inés Ayala Sender (PSE).(ES) Signor Presidente, desidero esprimere apprezzamento per la risolutezza con cui l’onorevole Böge ha svolto questo esercizio di ingegneria ed equilibrismo finanziari la prima volta in cui, nella storia delle prospettive finanziarie, il Parlamento europeo ha volontariamente fissato le proprie ambizioni addirittura al di sotto della proposta della Commissione che era già a un livello minimo. Solo la possibilità di favorire un accordo rapido, equilibrato ed equo, che fughi ogni dubbio e plachi qualsiasi ansia, potrebbe giustificarlo. E’ così che intendiamo interpretare le parole conciliatorie della Commissione ed esortiamo la Presidenza in carica del Consiglio a fare altrettanto.

Non mi fa tuttavia piacere che il Parlamento esprima una tendenza minimalista iniziata con l’ultima Agenda 2000 e che non ha favorito la crescita della fiducia tra i cittadini europei. Mi riferisco al rischio che il bilancio ritorni ad una tendenza di rinazionalizzazione e che si basino gli obiettivi dell’Unione su risorse insufficienti. Deploriamo la pressione esercitata dalla proposta iniziale di sei Stati membri, alcuni dei quali hanno avuto un atteggiamento assolutamente comprensibile vista la situazione attuale, ma altri sono colpevoli di non aver adeguatamente spiegato il valore aggiunto di ogni euro speso e l’elevato ritorno economico e commerciale determinato dallo sviluppo dell’Unione.

Deploriamo che l’1 per cento abbia sostituito le voci in percentuale, ma d’altra parte, questo ha anche rilanciato il dibattito sull’urgenza di una revisione fondamentale del sistema delle risorse proprie. La cosa su cui non siamo d’accordo è il fatto che il relatore la applichi unicamente al finanziamento della PAC, che sta ancora tentando di digerire l’ultima riforma di Bruxelles; non buttiamo via i nostri agricoltori con l’acqua sporca.

Accogliamo favorevolmente lo sforzo di mantenere la quota per la politica di coesione, e anche il rafforzamento delle politiche sociali, delle politiche per la crescita e l’occupazione, nonché della politica estera e nel settore della giustizia. Chiediamo al relatore di estendere il logico meccanismo dell’eliminazione graduale, che già prevede per le regioni interessate dall’effetto amplificatore dell’allargamento, e di applicarlo al Fondo di coesione. Il Parlamento europeo lo ha difeso nell’Agenda 2000 e non capiamo perché, se la Presidenza in carica del Consiglio lo applica, il Parlamento non lo faccia.

Esortiamo inoltre il relatore ad accettare l’emendamento n. 1, che si oppone alla discriminazione alla quale si assisterebbe se si applicasse la politica per la concorrenza e l’eccellenza in modo esclusivo.

(Applausi)

 
  
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  Margarita Starkevičiūtė (ALDE).(LT) La relazione presentata al Parlamento dall’onorevole Böge è un esempio eccellente del lavoro comune di un’[Unione europea] allargata composta da 25 Stati membri. Mi dispiace che non lo si apprezzi. Prendere una decisione sui fondi comunitari che fosse accettabile e comprensibile per tutti è stato un compito molto complesso; tuttavia, questa decisione positiva dimostra che l’Unione europea allargata è sostenibile e ha una visione a lungo termine dello sviluppo economico. Naturalmente, saremmo potuti pervenire a questa decisione prima e meglio, se non ci fossero stati tentativi di opporre gli interessi nazionali e quelli comuni europei e se non ci fossero state deviazioni nei dettagli tecnici. Talvolta ho l’impressione di trovarmi in un gruppo di contabili e non di esponenti della società. Dobbiamo capire che occorre sviluppare una visione europea comune prima di avviare qualsiasi pianificazione finanziaria, e questa visione europea comune manca sia ai cittadini che ai rappresentanti della società. Perciò, qualsiasi discussione sui piani finanziari, sui piani annuali previsti da queste prospettive, dovrebbe cominciare con una discussione su quella visione economica, che dobbiamo sviluppare tutti; solo dopo dovremmo passare alla definizione delle sfere, del tipo di finanziamento e dei mezzi necessari. E’ questo ciò che a mio avviso manca nel lavoro della Commissione europea, e mi dispiace che l’intervento odierno del Presidente della Commissione sia stata una lamentela sui problemi negoziali, rivolta al Parlamento da una persona molto stanca.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, temo che questo importantissimo dibattito sulle prospettive finanziarie genererà frustrazione, poiché il Consiglio ci propone un bilancio ridottissimo che non è all’altezza delle ambizioni europee. Ringrazio tuttavia l’onorevole Böge, che aveva un compito difficile ed è riuscito a tenere conto delle esigenze dei colleghi.

Passo ora alle prospettive, che restano molto preoccupanti e, su certi punti, inaccettabili. Dopo gli eventi delle ultime settimane, è necessario poter rispondere alle aspettative dei cittadini ed evitare che si crei un abisso tra le promesse politiche e l’azione che dovrebbe consentire di raggiungere gli obiettivi di competitività, piena occupazione, ricerca, formazione e, soprattutto, solidarietà. Sì, siamo favorevoli a una politica di coesione, a condizione che non escluda il sostegno alle regioni ancora sfavorite dell’Europa dei Quindici.

Consentitemi di esprimere la mia preoccupazione nei confronti del Consiglio. Gli Stati membri non devono essere timorosi rispetto all’Europa. E che cosa posso dire delle proposte relative alla politica agricola comune, la PAC, ormai pronta a diventare una politica agricola nazionale, PAN, il cui suono è tristemente simile a “panne” per i nostri agricoltori confrontati alla rinazionalizzazione annunciata e alla scomparsa di un simbolo politico per l’Europa? Stessa preoccupazione per la politica regionale, di cui le nostre regioni hanno così tanto bisogno, e i nostri grandi progetti transeuropei. Faremo anche molta attenzione al finanziamento di Natura 2000.

Se vogliamo finanziare le nostre priorità, sarà sicuramente necessario rivedere con attenzione le regole di calcolo delle risorse europee e rinegoziare i vantaggi concessi il secolo scorso, in particolare lo sconto britannico. Il Presidente Barroso ci ha detto che sa di poter contare sul Parlamento europeo. Insieme, forse riusciremo a convincere il Consiglio che è necessario uno sforzo perché il bilancio europeo non sia questo bilancio ridottissimo che pavento.

 
  
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  Szabolcs Fazakas (PSE).(HU) In quanto membro delegato da uno dei nuovi Stati membri a far parte della commissione temporanea preposta a studiare le prospettive finanziarie dell’Unione europea allargata, desidero innanzi tutto sottolineare quanto sia per noi importante che la posizione del Parlamento europeo su questo tema, così fondamentale nell’ambito del processo di recupero dei nuovi Stati membri rispetto al resto dell’Unione europea, non sia più formulata senza il nostro coinvolgimento, ma con la nostra collaborazione concreta e sostanziale. E’ stata la prima volta che abbiamo potuto partecipare al dibattito della commissione, che si è rivelato estremamente ricco di informazioni e di spunti e, anche se non è stato completamente privo di tensioni, ha sicuramente indicato la strada da seguire. Mi congratulo con l’onorevole Reimer Böge per il modo in cui ha presieduto il dibattito e per il risultato equilibrato che è stato raggiunto.

Sappiamo anche che la nostra partecipazione non crea solo opportunità, ma comporta anche delle responsabilità. In ragione di questo senso di responsabilità, abbiamo cercato di evitare di insistere troppo su punti che realisticamente non possono essere trattati, vista l’attuale situazione dell’Unione, anche se sono importanti per il nostro recupero e quindi per il progresso dell’Unione europea nel suo insieme. Ci siamo invece concentrati su dettagli, e in alcuni casi su aspetti di natura tecnica, che sono cruciali per il nostro processo di recupero in termini pratici, ma anche dal punto di vista del loro significato teorico e politico. Crediamo quindi che la cosa più importante ora sia garantire che i Fondi strutturali e i fondi di coesione volti a promuovere il recupero siano messi a nostra disposizione in misura congrua, senza alcun irrigidimento delle normative tecniche che potrebbero causare difficoltà transitorie per i nuovi Stati membri.

Accogliamo con favore l’affermazione della relazione dell’onorevole Böge secondo cui dovrebbe essere stanziato per questo fine lo 0,41 per cento dell’RNL dell’Unione, con la possibilità per i nuovi Stati membri di utilizzarlo fino a un livello pari al 4 per cento del loro reddito nazionale lordo e la regola N+2 non dovrebbe essere applicata ai fondi di coesione. A nostro avviso, questo significa che, anche se il nuovo bilancio dell’Unione è necessariamente più rigoroso, assicurerà comunque un’assistenza adeguata per promuovere il recupero dei nuovi Stati membri. Questo, oltre a dare prova di solidarietà, contribuirà anche a rafforzare la competitività dell’Europa, ad alimentare la crescita e a creare posti di lavoro.

 
  
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  Chris Davies (ALDE).(EN) Signor Presidente, il mio governo afferma che lo sconto britannico sul bilancio è giustificabile, ed è vero! Sulla stessa base, anche i contribuenti netti come Germania, Svezia e Paesi bassi dovrebbero fruire di una riduzione. Nel corso dei prossimi anni, però, lo sconto britannico aumenterà notevolmente in termini di volume e gli Stati membri più poveri dovranno contribuire. Questo non è giustificabile.

Il mio governo dice che lo sconto non è negoziabile. E’ assurdo. L’Unione europea è una macchina gigantesca che negozia accordi tra 25 paesi e qualsiasi elemento pertinente dovrebbe essere considerato negoziabile se si possono ottenere in cambio vantaggi positivi.

Lo sconto è stato introdotto in ragione degli squilibri nei meccanismi della politica agricola comune. Il prezzo che il Regno Unito dovrebbe chiedere per negoziare lo sconto è la riapertura dell’accordo sulle spese agricole, un accordo che aveva accettato.

Dovremmo sostenere lo sviluppo rurale: dovremmo compensare gli agricoltori per fare in modo che si tenga debito conto degli aspetti ambientali. Tuttavia, non credo che dovremmo sovvenzionare le aziende agricole più di quanto facciamo per gli stabilimenti, le cave o le miniere di carbone. La PAC discrimina gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo e penalizza i nostri consumatori. Dovrebbe essere introdotto un programma graduale ma consistente di tagli nelle spese del primo pilastro. E’ questo il prezzo che dovrebbe chiedere il Regno Unito. Ma continuare a limitarsi a dire che lo sconto non è negoziabile non fa bene né all’Europa né al Regno Unito.

 
  
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  Konstantinos Hatzidakis (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, pur congratulandomi con l’onorevole Böge per il lavoro svolto, desidero unirmi ai colleghi che hanno espresso l’auspicio che le decisioni sulle prospettive finanziarie siano prese ora perché, oltre a tutto il resto, non si dovrebbe dare l’impressione che la crisi istituzionale nell’Unione europea si stia aggravando. Tuttavia, le decisioni non devono naturalmente essere prese a spese delle prospettive dell’Unione europea stessa. Le decisioni adottate devono assicurare un livello soddisfacente per tutti gli Stati membri. Nel dire questo non posso che aggiungere che mi dispiace che le proposte della Presidenza lussemburghese operino, in larga misura, purtroppo, a scapito delle politiche di coesione, proponendo una riduzione dallo 0,41 per cento allo 0,37 per cento del PIL comunitario. In ogni caso, desidero dire che è importante che la Presidenza cerchi almeno di limitare le ripercussioni negative della sua proposta. Come? Prima di tutto, con meccanismi di compensazione per i paesi e le regioni che sono colpiti in misura sproporzionata dal meccanismo di distribuzione degli stanziamenti proposto dalla Commissione. Secondo, riassegnando gli stanziamenti persi a causa della regola Ν+2.

Analogamente, vorrei dire che siamo senz’altro contrari alla rinazionalizzazione e al cofinanziamento della politica agricola comune e, infine, visto che da molte parti si parla dei risparmi necessari e del fatto che non possiamo concedere ulteriori stanziamenti, aggiungo che il bilancio dell’Unione europea corrisponde in totale al 2,5 per cento della spesa pubblica in tutti gli Stati membri. A un certo punto, le parole e i fatti rispetto all’Unione europea dovranno coincidere.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE).(FR) Signor Presidente, l’Unione dovrebbe dimostrare ora la propria capacità di agire adottando prospettive finanziarie ambiziose. Il fatto è che le proposte della Presidenza, anche se superano il limite dell’1 per cento, restano timide. Il fatto che all’Unione si permettano di spendere, in termini assoluti, solo 40 miliardi di euro in più in sette anni è deludente.

Immaginiamo per un attimo che tutto questo denaro dovesse essere investito nella ricerca. Attualmente gli americani spendono, ogni anno, 100 miliardi di euro più degli europei per la ricerca. Una cifra di 40 miliardi, diluita in sette anni, non corrisponderebbe nemmeno a metà del deficit annuo attuale, anche se gran parte di questo deficit dovrà essere evidentemente colmato dal settore privato.

L’Europa è in difficoltà. Gli gnomi politici che ci governano permettono ai demagoghi di estrema destra e di estrema sinistra, compresi i nazionalsocialisti e altri separatisti, di demolire il sogno europeo. La nostra Unione ha bisogno di maggiore solidarietà, e quindi di più risorse proprie, per mettere fine alla contabilità taccagna basata su saldi netti e sconti.

Ho proposto un prelievo europeo di un centesimo di euro su ogni litro di benzina, di diesel e di cherosene venduto nell’Unione. Nessun consumatore od operatore economico crollerebbe sotto il peso di un’imposta di questa entità, che genererebbe oltre 40 miliardi di euro in sette anni. Dobbiamo avere il coraggio di rompere gli schemi degli egoismi nazionali, dobbiamo avere il coraggio di adottare un approccio più europeo. E’ impossibile individuare con precisione i benefici e i costi delle politiche comuni in un mercato interno. I paesi con le economie più sviluppate trarranno evidentemente maggiori vantaggi da qualsiasi ulteriore crescita comune.

 
  
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  László Surján (PPE-DE).(HU) La relazione Böge è valida non solo perché è uno splendido lavoro, ma anche perché si presta a essere utilizzata come pilastro per i negoziati, costituendo al contempo un compromesso praticabile. Consente di attuare i piani dell’Unione europea, ma senza fare gravare un onere insostenibile sui contribuenti. Propone audacemente nuove soluzioni per situazioni nuove. Una di queste soluzioni, spesso citata, è quella delle integrazioni nazionali che, per inciso, è già stata sperimentata su di noi, nuovi Stati membri. E’ nell’interesse dell’Ungheria, e di tutti i paesi della coesione, che lo 0,41 per cento del reddito dell’Unione europea sia destinato al sostegno della convergenza. In questo modo, saremo in grado di sviluppare la ricerca e una società basata sulla conoscenza, di promuovere la costruzione di una rete stradale e di creare posti di lavoro. Tutto questo contribuirà a dare vita al sogno di Lisbona.

Ma tutto questo porterà a qualcosa? La questione per il momento non è tanto come raggiungere un accordo sulle cifre concrete con il Consiglio, quanto se ci sarà una posizione del Consiglio, in altri termini se il Consiglio europeo raggiungerà un accordo al suo interno. Se i capi di governo la settimana prossima passeranno il loro tempo solo a lamentarsi dell’esito dei referendum sulla Costituzione e non prenderanno decisioni sui principi fondamentali delle prospettive finanziarie volte a servire gli interessi dei cittadini d’Europa, allora, con sommo piacere degli euroscettici, l’Unione si troverà davvero di fronte a una crisi. Il raggiungimento di una posizione comune in vista degli interessi della nuova Europa di 450 milioni di cittadini sarà un risultato positivo per tutti gli Stati membri. L’indifferenza e l’egoismo non portano mai a nulla. La soluzione non è quella di allontanarsi dall’Unione ma di abbracciare l’Europa sempre di più. Dopo il fallimento dei referendum, possiamo lasciare che le cose peggiorino per il fallimento dei piani finanziari per il periodo successivo al 2007? Onorevoli colleghi, sosteniamo la relazione Böge, facciamo in modo che ci sia almeno un po’ di terreno solido in questa situazione in cui il crollo sembra imminente e facciamo vedere ai cittadini europei quale Istituzione rappresenta i loro interessi reali.

 
  
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  Giovanni Pittella (PSE). – Signor Presidente, rappresentanti del Consiglio e della Commissione, onorevoli colleghi, l’esito del referendum ha avuto un impatto così forte nel dibattito politico e nella psicologia dei cittadini, che qualche commentatore è stato spinto a chiedersi finanche se, dopo il compimento della grande missione di pacificazione assolta dall’Europa, vi sia ancora bisogno delle Istituzioni europee.

Noi sappiamo bene che l’Europa non è soltanto utile ma è necessaria. Tuttavia, affinché l’Europa sia utile, coesa e competitiva, e dunque percepita come necessaria dai cittadini, essa deve poter sviluppare le sue politiche ed essere dotata delle risorse per farlo. In questo sillogismo, che potrebbe apparire banale, c’è tutto il senso della battaglia che il Parlamento sta conducendo sulle prospettive finanziarie. C’è il senso di quanto il relatore di questo Parlamento, Reimer Böge, ha saputo trasfondere in un testo che reputo soddisfacente, realistico ma non rinunciatario.

Certo, l’interrogativo che si pone ognuno di noi è: “Ce la faremo a raggiungere un’intesa con il Consiglio?” Molto dipende dall’ampiezza del nostro voto, cari colleghi, e moltissimo dalla capacità dei capi di governo di non farsi travolgere dalla logica di cassa, dal culto dei propri interessi nazionali. Questo pomeriggio il Presidente Barroso ha pronunciato parole chiare e determinate, che noi apprezziamo. Il Presidente Juncker metta le sue grandi doti negoziali al servizio di un’intesa dignitosa ed eviti di trascinarsi in un’infinita mediazione bilaterale che rischia, tra l’altro, di penalizzare alcuni in modo ingiusto e ingiustificabile. A noi, cari colleghi, rivolgo l’invito a difendere con un voto ampio e compatto il diritto-dovere dell’Unione ad esistere e ad operare.

 
  
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  Francesco Musotto (PPE-DE). – Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, rappresentanti del Consiglio, onorevoli colleghi, desidero sottolineare, innanzitutto, come uno dei meriti di fondo del lavoro del relatore Böge sia quello di guardare al processo di integrazione europeo come ad una dinamica politica in pieno divenire, con traguardi e ambizioni di alto profilo. Fiducia, prospettive e slancio: di questo l’opinione pubblica ha oggi bisogno per non finire preda dello scetticismo e della rassegnazione.

Per questo vorrei soprattutto rendere merito all’onorevole Böge di aver condotto, con grande saggezza ed equilibrio, un lavoro delicato che ha richiesto un’analisi complessa e che si è tradotto in efficaci proposte politiche. Un risultato ancor più meritorio se si considera il clima difficile, soprattutto per la pressione delle cieche spinte rigoriste, in cui il suo lavoro è iniziato ed è proseguito fino ad oggi.

La risoluzione ci indica le priorità attraverso cui passa il rilancio dell’Europa: l’intoccabilità della politica di coesione; l’importanza di promuovere la competitività e lo sviluppo dell’Unione; l’esigenza di una sempre più efficace politica comune nel settore della giustizia e degli affari interni; la necessità di dare slancio alle relazioni esterne e alle dinamiche d’integrazione del mercato unico, come pure la valorizzazione del concetto di flessibilità per conferire agilità ed efficacia al quadro finanziario europeo.

Tuttavia, non possiamo nascondere che la posizione del Parlamento europeo, per il modo in cui è delineata dalla relazione Böge, diverge sensibilmente dal documento di lavoro presentato dalla Presidenza lussemburghese il 2 giugno scorso. Temiamo che il Consiglio europeo possa approvare un compromesso dai contenuti politici e finanziari molto deludenti. Nella consapevolezza che ci troveremo di fronte ad un compromesso, frutto di una mediazione sofferta, non faremo mancare mai la nostra disponibilità a trovare soluzioni equilibrate. Faremo tutto il possibile per sventare l’eventualità di uno scontro istituzionale. Tuttavia deve essere chiaro che non si potrà fare appello al nostro senso di responsabilità, per associare il Parlamento europeo ad un esercizio che produca l’effetto di mortificare il processo di integrazione.

 
  
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  Catherine Trautmann (PSE).(FR) Signor Presidente, l’Unione celebra il 60° anniversario di una pace condivisa nello stesso momento in cui due dei paesi fondatori esprimono i propri dubbi alle urne. Di fronte agli effetti sociali della globalizzazione, la crisi morale legata alla disoccupazione e alle disuguaglianze si aggiunge alla crisi democratica, per non parlare poi della crisi di bilancio. La decisione finale sulle prospettive finanziarie sarà cruciale per la credibilità e la legittimità dell’Unione e delle sue Istituzioni.

Si guarda con estremo interesse e impazienza a due appuntamenti politici. Il primo è il successo dell’allargamento. Abbiamo il dovere di realizzare questa tappa, nell’interesse dell’uguaglianza tra i nostri paesi e i nostri concittadini. Il contributo per la coesione territoriale e sociale raccomandato dal relatore è necessario, ma insufficiente: mancano in particolare finanziamenti più significativi per le reti dei trasporti. Sono inoltre a favore della creazione del Fondo di adeguamento per la crescita che potrebbe favorire il conseguimento di questo obiettivo.

Il secondo appuntamento è quello del futuro: il nostro vecchio continente industriale è in piena trasformazione e dobbiamo livellare le disuguaglianze territoriali, economiche e culturali. Sarà possibile creare nuovi prodotti e nuovi servizi per coniugare competitività e solidarietà solo se la ricerca e l’innovazione saranno finanziate in misura sufficiente. Il raddoppio del bilancio per la ricerca e l’obiettivo del 3 per cento dell’RNL dell’Unione per il 2010 devono essere imperativamente rispettati. Sulla base di queste due condizioni politiche, e supponendo che le nostre ambizioni possano essere finanziate con nuove risorse proprie, condivido la scelta razionale effettuata dal relatore, affinché il Parlamento possa esercitare la sua piena autorità nei prossimi negoziati e riesca a convincere il Consiglio della sua linea.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, l’identità dell’Unione europea è costruita su un senso di appartenenza che nasce da un desidero comune di condivisione.

La politica di coesione è stata uno strumento molto positivo e ha avuto un notevole successo nel promuovere questo senso di appartenenza. Di conseguenza, l’indebolimento della politica di coesione ha determinato difficoltà finanziarie o il rinvio di alcuni progetti. Ancor peggio, muovendosi in questa direzione, il senso di appartenenza dell’Unione svanirà e si indebolirà e potrà subire danni irreversibili.

Ridurre le risorse finanziarie della politica di coesione equivale a dare una martellata allo spirito europeo. A vincere sarà l’interesse egoistico e a perdere la solidarietà e, senza quest’ultima, non ci può essere un senso di appartenenza né la nozione di un’entità europea.

In materia di politica di coesione, sembrerebbe assolutamente sensato discutere di un aspetto che, ancora fresco nella nostra memoria, dovrebbe contribuire a formulare una politica di coesione che corrisponda alla nostra nuova realtà. Questo nuovo elemento riguarda la necessità di valutare l’impatto, nelle varie aree del territorio europeo, del fenomeno dell’invasione dei prodotti asiatici. Nelle discussioni sulle prospettive finanziarie degli ultimi mesi, si è cercato di scoprire chi è e chi non è contribuente netto, esaminando minuziosamente il bilancio. Questo tipo di negoziato è sgradevole per tutte le parti in causa, in particolare perché l’attuale modello di finanziamento dell’Unione europea si è esaurito.

Rivolgo pertanto le mie ultime parole al Consiglio. Credo sia chiaro che la riforma del finanziamento dell’Unione non possa essere rimandata e l’incapacità di tenere conto di questo consiglio è prova di miopia politica.

Concluderò congratulandomi con l’onorevole Böge per l’eccellente relazione che ha presentato al Parlamento.

 
  
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  Marilisa Xenogiannakopoulou (PSE).(EL) Signor Presidente, a seguito dell’allargamento, per l’Unione europea è una questione di credibilità politica salvaguardare le risorse finanziarie per l’attuazione delle politiche di sviluppo, occupazione, convergenza regionale e coesione sociale. Questa esigenza diventa tanto più urgente dopo i recenti risultati sulla Costituzione europea in Francia e nei Paesi Bassi.

Desidero ringraziare vivamente il relatore, onorevole Böge, per il suo lavoro, ma credo che sia deludente che la posizione del Parlamento europeo preveda una proposta dell’1,07 per cento per gli stanziamenti di pagamento, rispetto all’1,14 per cento inizialmente proposto dalla Commissione europea. Queste prospettive finanziarie limitate definiscono sin dall’inizio un programma politico europeo fatto di povere aspettative, che certamente non risponde alle nuove e importanti esigenze della nostra epoca e delle popolazioni europee.

In merito alle questioni specifiche, non credo che la filosofia del cofinanziamento della politica agricola comune sia accettabile. Qualsiasi evoluzione di questo tipo porterebbe gli agricoltori a procedere a velocità diverse, nonché a maggiori disuguaglianze tra le regioni, e avrebbe conseguenze finanziariamente gravi per i paesi della coesione. Analogamente, sono d’accordo con tutti coloro che hanno detto che occorre salvaguardare l’adeguatezza delle risorse per i Fondi strutturali e per i Fondi di coesione. Certamente i nuovi paesi hanno bisogno di essere sostenuti ma, allo stesso tempo, le regioni dei vecchi paesi della coesione, che soffrono delle conseguenze dell’allargamento a causa dell’effetto statistico, devono ricevere un sostegno consistente.

Se vogliamo che l’integrazione europea riprenda slancio e ottenga la fiducia del cittadini, non possiamo ingabbiarla in punti di vista meramente amministrativi e contabili. Purtroppo la proposta della Presidenza lussemburghese si muove in questa misera direzione, con un costo altissimo per le politiche di coesione.

Al Consiglio europeo della settimana prossima, i capi di Stato e di governo dovranno essere all’altezza della situazione e prendere decisioni coraggiose sulle politiche prioritarie per l’Unione europea e la necessità di finanziarle.

 
  
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  Jean-Luc Dehaene (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, credo che, in un momento in cui, a seguito dei referendum, l’Europa è in crisi, sia fondamentale che le Istituzioni dimostrino che l’Unione europea continua a funzionare e che può sicuramente funzionare. Proprio da questo punto di vista, una decisione sul piano pluriennale sarà una prova di credibilità molto importante, e di conseguenza è fondamentale che noi in quest’Aula siamo in grado di pronunciarci domani, e possiamo sicuramente farlo probabilmente grazie all’ottimo lavoro del relatore. Abbiamo messo a disposizione i mezzi necessari per realizzare l’allargamento, ma anche – e anche questo lo dobbiamo alle proposte del relatore – per rendere possibile la nuova politica nell’Unione. Speriamo che, sotto la guida del Lussemburgo e con l’ausilio della Commissione, il Consiglio elabori una proposta che costituisca una base concreta per il negoziato con il Parlamento e permetta di pervenire a un accordo. Vorrei sottolineare in questo momento che appare già evidente che, se guardiamo al futuro, sarà impossibile lavorare con le risorse comunitarie come sono definite oggi.

Se vogliamo che l’Unione europea funzioni correttamente, l’1 per cento è troppo poco, così come molto probabilmente anche l’1,7 per cento. Lo sconto britannico vincola tutte le nostre risorse, ma la decisione fondamentale riguarda la presa di coscienza del fatto che, se l’Unione europea non può disporre delle sue risorse proprie, prima o poi crollerà. L’Unione deve essere in grado di definire la propria politica con le proprie risorse. Solo allora saremo in grado di realizzare le nostre ambizioni. Anche le discussioni su questo punto nell’ambito del prossimo piano pluriennale devono far parte dell’accordo che concluderemo con il Consiglio.

 
  
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  Valdis Dombrovskis (PPE-DE).(LV) Signor Presidente, onorevoli colleghi, stamani il Parlamento europeo voterà la sua posizione in merito alle prossime prospettive finanziarie per il periodo 2007-2013. Sarà una delle votazioni più importanti e significative in questa sessione del Parlamento. Il Parlamento europeo ha fondamentalmente sostenuto la proposta della Commissione europea, ma ha modificato leggermente la struttura delle prospettive finanziarie. Il Fondo europeo per lo sviluppo è stato tolto dal quadro delle prospettive finanziarie ed è stata creata una riserva di 24 miliardi di euro. Conseguentemente, l’importo di spesa proposto dal Parlamento europeo è apparentemente inferiore – 1,07 per cento del reddito nazionale lordo dell’Unione europea – ma, se si includono il Fondo europeo per lo sviluppo e la riserva, ci avviciniamo alla proposta della Commissione europea.

Nella proposta del Parlamento europeo la principale riduzione di spesa riguarda la sottorubrica 1a, “Competitività per la crescita e l’occupazione”, e anche le spese amministrative delle Istituzioni comunitarie, con la canalizzazione delle risorse supplementari verso le priorità tradizionali del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo ha riconosciuto che l’importo di spesa attribuito nella proposta della Commissione alla sottorubrica 1b, “Coesione per la crescita e l’occupazione”, è giustificato. L’importo totale delle risorse destinate ai fondi dell’Unione europea è pari allo 0,41 per cento dell’RNL dell’Unione europea.

Non solo il livello di risorse destinate ai fondi dell’Unione è importante, ma lo sono anche i principi per la distribuzione di queste risorse. Nella posizione del Parlamento europeo si affrontano varie questioni di rilievo. La prima riguarda la proposta della Commissione volta a stabilire un massimale del 4 per cento dell’RNL di uno Stato membro per il livello di risorse che possono essere percepite a partire dai fondi dell’Unione europea. Secondo il Parlamento europeo, la definizione di un massimale del 4 per cento si basa sull’esperienza del passato e ora è necessario un approccio flessibile per quanto riguarda la definizione dei massimali. Occorre ricordare che all’Unione europea hanno aderito alcuni Stati piccoli e relativamente poco sviluppati dal punto di vista economico. In secondo luogo, il Parlamento europeo ritiene che ci dovrebbe essere una differenziazione nel livello di cofinanziamento a carico dei fondi dell’Unione europea, in funzione del livello di sviluppo economico di uno Stato membro. Questo significa che potrebbe essere destinata agli Stati membri meno sviluppati una percentuale maggiore di cofinanziamento dai fondi dell’Unione europea.

 
  
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  Rolf Berend (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la seconda voce delle prospettive finanziarie in ordine di grandezza è rappresentata dalle spese per la coesione economica e sociale. Come politico responsabile della politica regionale, condivido pertanto l’idea del relatore – con il quale desidero congratularmi per l’eccellente relazione – secondo cui la capacità dell’Unione europea di gestire gli allargamenti passati e futuri e di ridurre le disparità regionali dipende al cento per cento dall’esistenza di una politica regionale europea forte, dotata delle risorse necessarie. D’altra parte, tuttavia, la politica strutturale dell’Unione europea deve essere dotata delle risorse necessarie per la sua attuazione, in modo tale che in futuro sia possibile fornire un sostegno sufficiente alle regioni meno sviluppate e con particolari problemi socioeconomici, anche nei vecchi Stati membri dell’Unione europea.

Sebbene la proposta della Commissione sia quella che riflette al meglio gli orientamenti per la politica regionale dell’Unione europea nel prossimo periodo di programmazione, orientamenti che si propongono di ridurre le disparità tra le regioni, noi riteniamo che, se confrontata con la proposta della Commissione e la richiesta del tutto inaccettabile dei sei contribuenti netti, la proposta dell’onorevole Böge sia un compromesso accettabile. In nessun caso, le riduzioni al bilancio devono avere ricadute negative e pesanti per la politica regionale. L’assegnazione proposta per i singoli obiettivi nei progetti di regolamento della Commissione per i fondi di coesione è accettabile solo se ci sarà un aumento dell’1,14 delle risorse totali. Se verranno apportati tagli come delineato dalla relazione Böge o anche dal regolamento del Consiglio, le risorse dovranno concentrarsi maggiormente sulla soluzione dei gravi problemi delle regioni più bisognose di sostegno. Non ci devono essere riduzioni generalizzate, ossia riduzioni che mantengano le assegnazioni rispettive, perché esse imporrebbero unilateralmente un onere alle regioni della convergenza nei vecchi Stati membri dell’Unione europea.

 
  
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  James Elles (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, come hanno fatto altri oratori, desidero congratularmi con il relatore, onorevole Böge, per il suo lavoro. Ha realizzato un’opera eccellente in circostanze molto difficili. Desidero inoltre allinearmi con le osservazioni dell’onorevole Wynn piuttosto che con quelle dell’onorevole Davies in merito al problema dello sconto britannico, il che forse non vi stupirà. Come ha detto qualcuno, siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali di altri. La proposta avanzata al paragrafo 51, quinto trattino, però, potrebbe dare un’idea ragionevole di come procedere, associando i parlamenti nazionali nello sforzo teso a rendere più trasparente il sistema delle risorse proprie.

Desidero rilevare un punto specifico che riveste molta importanza. L’Unione europea sta attraversando un periodo turbolento. Non abbiamo idea di quelle che saranno le nostre politiche da qui al 2013. Non abbiamo la minima idea di quello che saranno le nostre politiche esterne, in particolare in materia di allargamento. Abbiamo bisogno di una pausa di riflessione sulla durata del nostro impegno rispetto a queste prospettive finanziarie. E’ meglio optare per un periodo di cinque anni, che corrisponde ai mandati della Commissione e del Parlamento europeo, poiché guardare troppo in là nel futuro costituirebbe un abuso del processo democratico. Naturalmente, le proposte legislative possono coprire un periodo più lungo, ma cinque anni ci consentirebbero di elaborare politiche in materia di spese e di risorse proprie.

Naturalmente dobbiamo tendere a un accordo. Condivido il pensiero dell’onorevole Dehaene in merito al fatto che dovremmo dare il maggiore incoraggiamento possibile alle Presidenze perché ne trovino uno. Tuttavia, questo Parlamento non dovrebbe firmare un accordo qualsiasi. Come abbiamo sentito dire molto chiaramente dal relatore, abbiamo bisogno di un accordo che tuteli gli interessi nostri e del nostro elettorato, e speriamo sia questo l’esito dei lavori del Consiglio tra qualche giorno.

 
  
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  Presidente. – Ringrazio il relatore per l’enorme lavoro svolto e, in particolare, per aver appoggiato il mio emendamento sull’iniziativa per la democrazia, che ora costituisce l’ultimo paragrafo della relazione. Raccomando questo testo sia al Consiglio che alla Commissione.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. KAUFMANN
Vicepresidente

 
  
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  José Manuel García-Margallo y Marfil (PPE-DE).(ES) Signora Presidente, desidero congratularmi anch’io con il relatore, onorevole Böge, perché è riuscito a trasmettere un messaggio chiarissimo alla Commissione e al Consiglio indicando quello che vuole il Parlamento.

Quanto siamo disposti a spendere per il progetto europeo? Quali sforzi finanziari siamo disposti a compiere per il processo di integrazione europea in un momento in cui l’Europa è in difficoltà, in un momento in cui è a un bivio?

Il relatore propone meno della Commissione, ma più di quanto il Consiglio ha proposto oggi pomeriggio. Il Presidente in carica del Consiglio dice che dobbiamo creare equilibri. Desidero sottolineare quello che ha detto l’onorevole Elles: gli equilibri sono necessari, ma dovremmo ricordare al Consiglio che con meno soldi non creeremo più Europa, creeremo meno Europa in un momento in cui per noi è necessario riaffermare questo progetto.

I referendum che si sono svolti negli ultimi giorni, come hanno detto molti oratori, ci hanno ricordato della necessità di concentrarci sulle reali esigenze dei nostri cittadini, che vogliono una crescita più rapida per l’Europa. Per riuscirci, dobbiamo creare più posti di lavoro, dobbiamo essere più produttivi, dobbiamo spendere di più per gli investimenti, la ricerca e lo sviluppo. In breve, dobbiamo attuare le riforme di Lisbona e, per fare tutto questo, abbiamo bisogno di soldi.

I cittadini ci hanno anche ricordato che credono in un modello sociale in cui sia la coesione che l’efficienza del mercato devono essere prioritarie. Senza una politica volta a correggere gli squilibri territoriali, il progetto economico rappresentato dall’Unione europea probabilmente potrebbe sopravvivere. A non sopravvivere sarebbe il progetto politico.

Dobbiamo convincere i nostri cittadini che insieme possiamo affrontare le sfide future: le sfide della globalizzazione, della concorrenza dei paesi emergenti, della delocalizzazione delle imprese e dell’invecchiamento demografico e, per questi scopi, abbiamo bisogno di soldi.

Come ulteriore e ultima osservazione, desidero esprimere la mia forte opposizione all’inizio del cofinanziamento della politica agricola, perché anche questo ci porterà a violare le regole della coesione sociale sulle quali è stato fondato il modello in cui crediamo.

 
  
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  Gunnar Hökmark (PPE-DE).(SV) Signora Presidente, quello che ci preoccupa è la definizione delle priorità nell’ambito della spesa dell’Unione europea. E’ necessario essere in grado non solo di privilegiare ciò che è importante, ma anche di attribuire minore importanza a ciò che è meno importante. Nella definizione delle priorità, dobbiamo essere in grado di distinguere tra i compiti comuni e più importanti, dell’Unione europea e i rilevanti compiti degli Stati membri. Non siamo riusciti a farlo nell’ambito di questo lavoro sulle prospettive finanziarie.

Se la proposta della Commissione fosse stata attuata, avrebbe determinato un aumento di quasi un terzo del contributo svedese. Avrebbe ridotto la portata degli investimenti per crescita e nuovi posti di lavoro che devono essere realizzati in Svezia, e avrebbe creato grossi problemi di bilancio.

Se vogliamo che l’Europa diventi l’economia basata sulla conoscenza più competitiva del mondo, non ha senso che privilegiamo i contributi degli Stati membri ricchi a spese dello sviluppo di un’infrastruttura comune nelle nostre regioni più deboli. Non è ancora stata attribuita una priorità sufficiente a quest’area.

Analogamente non è nemmeno ragionevole che da parte nostra si privilegi l’impegno di commercializzazione dell’agricoltura europea nei paesi in via di sviluppo, e che allo stesso tempo si riducano i nostri investimenti più importanti a favore della creazione della comunità della conoscenza e della ricerca europea. Se, nei vostri negoziati, voi – Consiglio e Commissione – non riuscirete a garantirci la possibilità di realizzare l’obiettivo di destinare il 3 per cento dell’economia europea alla conoscenza e alla ricerca in modo che la ricerca europea possa svolgere un ruolo di primo piano nella società basata sulla conoscenza europea, vorrà dire che non sarete stati in grado di definire una delle priorità più importanti di cui l’Europa ha bisogno.

Il relatore ha svolto un lavoro egregio che prevede chiare priorità. La Commissione no, e ora il Consiglio sembra voler ridurre gli investimenti che dovrebbero essere effettuati nella ricerca. Lo esorto a non seguire questa strada. L’Europa ha bisogno di aiuti per la ricerca.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, questo è un dibattito importante con conseguenze significative per il futuro dell’Unione. Desidero altresì rendere omaggio al relatore per l’eccellente modo in cui ha portato avanti quello che è stato sicuramente un compito onerosissimo, necessario per la preparazione della sua relazione.

Ci sono tuttavia uno o due settori nei quali ho qualche difficoltà rispetto alle sue conclusioni. Innanzi tutto, credo che ovviamente sia cruciale che le spese dell’Unione europea siano tenute sotto stretto controllo e che se ne faccia l’uso più efficiente possibile. Nessun governo nazionale, immagino, potrebbe pensare agli aumenti di spesa proposti per il periodo 2007-2013. I contribuenti in tutta l’Unione europea hanno il diritto di esigere dai politici che spendano saggiamente e, visti i risultati dei recenti referendum, è chiaro che molti in Europa e non solo nel Regno Unito condividono il timore che elevate somme del loro denaro siano spese per grandi progetti sui quali ritengono di non saperne abbastanza.

In termini di bilancio generale, posso appoggiare l’attuale posizione del governo britannico e di molti altri governi, e credo che dovrebbe essere fissato un massimale all’1 per cento del reddito nazionale totale dell’Unione.

In merito alla questione dello sconto del Regno Unito, ritengo che sia giustificato ed esaminerò sicuramente con attenzione la posizione che assumerà il nostro Primo Ministro, Tony Blair, al Consiglio europeo della settimana prossima. La mia unica preghiera, senza tornare su vecchi argomenti, è questa: spero che il tema della riduzione britannica non diventi oggetto di una serie di negoziati separati sul futuro dell’Europa a seguito dei risultati dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi di questa settimana. E’ un problema serio e deve essere affrontato seriamente, e sono certo che entrambi gli schieramenti del Parlamento abbiano la loro opinione in merito, ma mi sembrerebbe del tutto inopportuno inserirlo in negoziati e discussioni generali, nel momento in cui devono essere prese decisioni fondamentali per il futuro del nostro continente.

 
  
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  Nicolas Schmit, Presidente in carica del Consiglio. – (FR) Signora Presidente, Presidente Barroso, onorevoli parlamentari, il dibattito sull’eccellente relazione che sicuramente ci aiuterà a trovare un compromesso è stato ricco, costruttivo, ma talvolta anche contraddittorio. Tuttavia, come dimostrato dal vostro dibattito – non certo privo di contraddizioni – la Presidenza deve gestire queste contraddizioni, che talvolta assumono dimensioni ancora più evidenti, quanto sono presentate dai capi di governo o dai ministri dei vari governi. A partire da tali contraddizioni, dobbiamo cercare di realizzare un equilibrio tra tutti questi elementi per poter trovare una soluzione e arrivare a un compromesso.

Capirete che questo compito non è particolarmente facile, e non lo è stato nemmeno quello del relatore. Prendo nota del fatto che, su certi punti, è stato detto che occorre agire rispetto allo sconto britannico. La Presidenza è assolutamente d’accordo e ha presentato proposte in tal senso. Altri dicono il contrario e introducono nell’equazione le questioni agricole. Ma questo significa allora che occorre ridimensionare la politica agricola dell’Unione europea, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero? Vogliamo forse la desertificazione delle campagne europee? E’ una questione concreta e precisa che esige una risposta. Credo che, in ogni caso, l’Europa abbia bisogno di priorità e debba sapere con maggiore chiarezza dove vuole andare.

La Presidenza, o meglio il Lussemburgo, sarebbe stata felice di poter sottoscrivere la proposta della Commissione. Ha tuttavia qualche problema con la formulazione delle proposte. Con questo non voglio certo contestare il fatto che esse costituiscono una base molto solida per preparare il futuro dell’Europa. Purtroppo, solo sulla base di queste proposte, non riusciremo a raggiungere un compromesso la settimana prossima. E’ pertanto necessario rimetterci alla ricerca di questo compromesso, per capire come e fino a quale livello possiamo ridurre le cifre proposte senza privare, in futuro, il bilancio comunitario del suo impatto, della sua influenza e della sua capacità di orientamento politico. Taluni oratori sostengono che si è tagliato del 40 per cento qui, del 30 per cento là. Tuttavia, io ho constatato che in tutte le rubriche si registra una crescita reale. In certi casi, questa crescita è forse insufficiente, ma in altri è molto sensibile e tiene conto delle priorità alle quali voi, onorevoli parlamentari, attribuite un’importanza particolare.

Mi chiedo che cosa succederebbe se non ci fosse alcun accordo, se restassimo in una sorta di status quo. Secondo le informazioni di cui dispongo, ci ritroveremmo probabilmente con un bilancio o con prospettive finanziarie di circa 835 miliardi di euro a partire dal 2006. La Presidenza propone di più. E’ più ambiziosa; non è forse abbastanza ambiziosa, ma lo è sicuramente più degli Stati membri, o almeno più di quanto alcuni Stati membri sono disposti a esserlo.

Condivido l’idea secondo cui l’Europa deve trovare un nuovo slancio. E’ necessario battersi, innanzi tutto, contro la demagogia, contro chi afferma che si sperpera troppo denaro europeo. Credo che in nessun caso si debbano tollerare affermazioni di questo tipo, che non solo danneggiano l’efficienza dell’Europa, ma anche, in ultima analisi, il nostro progetto nel suo insieme. Credo che questi dibattiti non debbano esistere; devono essere contrastati.

L’Europa ha bisogno di solidarietà. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che ha bisogno di maggiore solidarietà. L’Europa dei Venticinque, l’Europa dei Ventisette, ma anche l’Europa dei Quindici. Occorre tuttavia trovare il giusto equilibrio in questo approccio solidale, ed è quello che abbiamo cercato di fare; è necessario distinguere tra le regioni ricche, le regioni povere nei paesi ricchi e le regioni povere nei paesi poveri, perché non sono esattamente la stessa cosa. Per questo, mi sembra importante trovare il giusto equilibrio che permetterà a ognuno di trovare la propria strada.

L’Europa deve anche spendere il proprio denaro in modo più efficiente. Dobbiamo trasmettere questo messaggio. Dovremmo forse definire meglio il plusvalore delle politiche europee, lavorare ancora di più per migliorare la qualità della spesa comunitaria, concentrare maggiormente le nostre spese, assicurare un migliore coordinamento tra la spesa comunitaria, la spesa europea e la spesa nazionale. Tutto questo consentirà sicuramente un ulteriore progresso per Lisbona. Vi rivolgo, in piena onestà, la domanda seguente: in materia, per esempio, di apprendimento durante tutto l’arco della vita, è davvero necessario fare transitare i fondi da Bruxelles per sostenere i progetti nei nostri Stati membri? Non sarebbe forse preferibile creare un quadro, definire regole e migliorare la cooperazione nella definizione delle politiche?

Talvolta è necessario essere selettivi per concentrare le nostre risorse dove possono davvero produrre i migliori risultati. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di investire di più nella ricerca. Sappiamo anche che il bilancio comunitario non può, da solo, conseguire gli obiettivi che ci siamo prefissati. Abbiamo bisogno di coordinare meglio le spese comunitarie, le spese e i contributi nazionali, i finanziamenti privati. Credo che forse in questo settore gli americani potrebbero darci l’esempio, basta guardare a come riescono a gestire meglio le spese, non solo quantitativamente, ma forse anche qualitativamente.

Non posso promettervi che la Presidenza raggiungerà un compromesso. Non posso garantirvi che questo compromesso sarà ambizioso quanto lo vorreste voi. Ma posso dirvi una cosa: se non si arriverà a un compromesso, la situazione non potrebbe essere peggiore. Sarà peggiore perché non potremo definire programmi.

Così, tutta l’Europa, tutti coloro che si aspettano qualcosa dall’Europa, tutti coloro che aspettano del denaro per finanziare programmi tesi al rafforzamento della competitività e della coesione, resteranno delusi, e questo non migliorerà certo l’immagine dell’Europa in un momento in cui ha davvero bisogno di essere migliorata e rafforzata agli occhi dei nostri concittadini.

(Applausi)

 
  
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  José Manuel Barroso, Presidente della Commissione. – (FR) Signora Presidente, Ministro Schmit, onorevoli deputati, ho ascoltato con grande interesse le osservazioni e i commenti che avete formulato oggi pomeriggio. Sono colpito dalla similitudine tra le vostre priorità e quelle della Commissione, in particolare il rilancio della crescita economica, la creazione di posti di lavoro, la solidarietà nei confronti delle persone più povere, coloro che più hanno bisogno di un approccio davvero solidale, e anche il rispetto degli impegni presi, in altri termini l’allineamento dei nostri impegni e delle nostre finanze con le nostre priorità politiche.

In questo dibattito avete dimostrato l’utilità del bilancio europeo; avete mostrato che, molto spesso, spendere a livello europeo consente di risparmiare a livello nazionale e che c’è un valore aggiunto in questa spesa. Spendere a livello europeo permette molto spesso di realizzare progetti che altrimenti non si sarebbero potuti attuare. Su questi due punti, le priorità e l’utilità dello strumento di bilancio per la nostra Europa, per le ambizioni dell’Europa e per la solidarietà in Europa, c’è quindi una grande convergenza di punti di vista tra Commissione e Parlamento europeo.

Ci troviamo ora – e ne siamo tutti coscienti – in un momento cruciale e credo che potremmo riassumere lo spirito del dibattito odierno affermando che noi – o in ogni caso la maggioranza di noi, credo – vogliamo davvero un accordo e vogliamo un buon accordo. Vogliamo un accordo ambizioso, un’ambizione per l’Europa, un’Europa che non sia un’Europa degli sconti e, allo stesso tempo, vogliamo un’Europa solidale. E’ questa la conclusione che io, almeno, traggo da questo dibattito. Per pervenire a un accordo di questo tipo, però, dobbiamo essere pronti a giungere a compromessi e, a questo proposito, vorrei rivolgermi alla Presidenza. So bene che la Presidenza sta compiendo enormi sforzi. Non me ne dimentico mai. Sono in contatto permanente con il Presidente del Consiglio, Jean-Claude Juncker, e credo che dobbiamo esprimere a lui, al governo del Lussemburgo e ai diplomatici lussemburghesi la nostra gratitudine. E’ vero che la Presidenza lavora soprattutto con gli Stati membri, ma penso a quanto ha appena detto il ministro. Ha affermato che personalmente potrebbe certamente sottoscrivere la proposta iniziale della Commissione. Da parte mia posso dire la stessa cosa per quanto riguarda la relazione Böge che, spero, domani riceverà voto favorevole. Approvatela!

Quello che ora chiedo alla Presidenza è di introdurre in questa fase cruciale del negoziato il messaggio che sarà lanciato domani dal Parlamento. E’ vero che in quest’Aula sono state espresse contraddizioni e punti di vista diversi, ma credo che il vostro voto di domani evidenzierà in ogni caso la volontà del Parlamento. Come avevamo tutti convenuto durante questi negoziati, essi non si limitano ai soli Stati membri – anche se il loro ruolo è decisivo, i negoziati si svolgono tra Consiglio, Parlamento e Commissione. Di conseguenza, quello che chiediamo ora alla Presidenza – pur congratulandoci per la sua determinazione e ribadendo che noi vogliamo un compromesso e che siamo qui per aiutarla nella ricerca di questo compromesso – è di trovare un compromesso che sia più vicino possibile a quello che, spero, voterà domani il Parlamento, e anche più vicino alla proposta della Commissione che non a quella di certi Stati membri, anche se riconosciamo che questi Stati hanno difficoltà reali che non devono essere sottovalutate.

Ecco il mio appello. Ecco il mio appello alla Presidenza. Ed è anche l’appello che rivolgo a tutti i parlamentari perché si possa attendere questa fase finale – spero che sia effettivamente quella finale – dei negoziati in uno spirito di compromesso e perché il messaggio che emergerà dal prossimo Consiglio europeo sia ancora una volta un messaggio positivo. Ancora una volta, l’Europa sorprenderà i suoi avversari mostrando che, nelle situazioni difficili, e in particolare nelle situazioni difficili, è in grado non solo di trovare una soluzione, ma di trovare una soluzione credibile, in altri termini una soluzione in grado di coniugare le nostre ambizioni e gli strumenti che diamo alle Istituzioni europee per realizzare queste ambizioni.

(Applausi)

 
  
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  Reimer Böge (PPE-DE), relatore. – (DE) Signora Presidente, due brevi osservazioni a conclusione di questo dibattito. C’è un punto sul quale sono assolutamente d’accordo con la Presidenza del Consiglio: non ci saranno progressi, né al Consiglio, né al Parlamento, se taluni si considerano i rappresentanti di interessi specifici, mentre altri si considerano responsabili del raggiungimento di compromessi. Proprio per questo domani anche il Parlamento dovrà definire una posizione negoziale precisa, con la più ampia maggioranza possibile.

Tuttavia c’è una cosa – e mi rivolgo al ministro Schmit – che non posso accettare, ossia la celebrata teoria del caos secondo cui, se non c’è un accordo, tutto è perduto. Dopo la votazione di domani in plenaria, dovremo dedicare il tempo che ci resterà prima della riunione del Consiglio europeo a discussioni e negoziati. Pur riconoscendo che il problema risiede forse più nel Consiglio stesso che nella Presidenza, il Consiglio non deve credere che tutto sarà risolto quando avrà raggiunto un compromesso. E’ molto più importante che noi definiamo innanzi tutto la nostra posizione negoziale, che il Consiglio metta a punto poi la propria posizione rispetto alla nostra, e che alla fine il Parlamento approvi.

La cosa più importante è dunque che durante i prossimi dieci giorni ci impegniamo al massimo per elaborare un compromesso sostenibile.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude la discussione.

La votazione si svolgerà domani, mercoledì, alle 12.00.

 

26. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B6-0246/2005). Saranno prese in esame alcune interrogazioni rivolte alla Commissione.

Prima parte

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 31 dell’onorevole Alfredo Antoniozzi (H-0384/05):

Oggetto: Promozione delle lingua Italiana in Europa (Rapporto Eurydice 2005) e definizione del regime linguistico all’interno delle Istituzioni Comunitarie.

Il dibattito sull’utilizzo delle lingue ufficiali dell’UE all’interno delle Istituzioni non ha ancora ricevuto una risposta in relazione alla proposta di definire un sistema nuovo per l’uso delle lingue ufficiali e una definizione delle lingue di lavoro e del loro uso. Ai fini di una definizione del dibattito e di una valorizzazione del patrimonio linguistico e quindi culturale degli Stati membri dell’UE,

potrebbe la Commissione riferire su come intenda affrontare il problema delle lingue ufficiali all’interno delle Istituzioni e se intenda individuare delle lingue di lavoro (il regolamento n° 1/58 del Consiglio (art.1) menziona solo lingue ufficiali) ed evitare in questo modo che la scelta sull’utilizzo di una lingua invece di un’altra sia lasciata all’ampia discrezione degli alti funzionari (risposta interrogazione H-0159/05(1)) evitando ingiuste discriminazioni?

Potrebbe la Commissione altresì far conoscere le proposte che intende presentare per la valorizzazione del patrimonio linguistico Italiano in seguito alla pubblicazione del Rapporto Eurydice “Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue in Europa”, considerato che l’Eurydice é supportato dalla CE e che é opportuno chiedersi cosa la CE proporrà sulla base dei dati molto negativi sull’insegnamento della lingua Italiana in Europa in esso pubblicati?

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) Per rispondere all’onorevole deputato, vorrei dire che la Commissione ha già fatto presente svariate volte, e in particolare nella sua risposta all’interrogazione orale H-0159/05 dell’onorevole Antoniozzi, che, conformemente al regolamento del Consiglio n. 1/58 (Articolo 1) – il primo nella storia della legislazione derivata dell’Unione – tutte le lingue ufficiali sono allo stesso tempo lingue di lavoro e possono quindi essere utilizzate a pieno diritto e al medesimo titolo nelle Istituzioni. Perciò non è corretto affermare che le lingue di lavoro attuali nell’ambito delle Istituzioni europee sono state ridotte a tre, ovvero l’inglese, il francese e il tedesco.

Per quanto riguarda le procedure interne alla Commissione, i documenti che vengono sottoposti a essa sono redatti come minimo in queste tre lingue. Si tratta di una regola dagli effetti meramente interni, volta a garantire che la Commissione sia in condizioni di comprendere documenti d’interesse generale. La Commissione non ha riscontrato prove dell’esistenza di una discriminazione ai danni di altre lingue di lavoro per via di questa regola, che è stata fissata secondo le istruzioni dettate sia dall’attuale Presidente che dall’ex Presidente della Commissione.

Inoltre è normale che, per ragioni operative, alcune lingue siano utilizzate più di altre dal personale della Commissione nella sua attività quotidiana.

Nessun alto funzionario amministrativo ha il potere o il diritto di pretendere che il suo personale utilizzi una lingua di lavoro anziché un’altra, ma talvolta sono le preferenze o la conoscenze linguistiche dei Commissari stessi a potere richiedere l’uso di una lingua specifica.

Va da sé che è obbligatorio mantenere la comunicazione interna tra i servizi della Commissione e all’interno delle altre Istituzioni. Tutte queste pratiche vengono seguite col dovuto rispetto per la parità di trattamento delle lingue, sia ufficiali che di lavoro. La Commissione ribadisce che non intende introdurre in alcun modo un sistema specifico inteso a privilegiare l’uso di una o più lingue all’interno dei suoi servizi. D’altra parte, se il lavoro dei suoi servizi va oltre gli affari interni e comporta contatti con l’esterno, la Commissione s’impegna a utilizzare il maggior numero possibile di lingue ufficiali, tenendo conto dei limiti cui sono soggette le risorse di traduzione disponibili, secondo gli orientamenti del suo documento n. 638/6.

In secondo luogo, la Commissione promuove attivamente il multilinguismo nell’ambito della Comunità europea, come ha fatto presente nella sua comunicazione “Promuovere l’apprendimento delle lingue e la diversità linguistica: Piano d’azione 2004-2006”. In base ai programmi SOCRATES e Leonardo da Vinci possono venir intraprese specifiche azioni e altre iniziative per lo scambio di studenti e professori finalizzate alla promozione dell’italiano e di tutte le altre lingue comunitarie. Pertanto, tra il 2000 e il 2004, l’azione Lingua del programma SOCRATES ha finanziato otto progetti diversi per promuovere la lingua italiana.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, negli ultimi mesi, si sono avvicendate due notizie: la prima riguardava l’eliminazione della lingua italiana dalle conferenze stampa della Commissione, cui ha fatto seguito la pubblicazione del rapporto Euridice – finanziato dalla Comunità europea – in cui emergeva che l’italiano è tra le lingue meno studiate del mondo. Questi due fatti fanno supporre, in una certa misura, che vi sia l’intenzione di far arretrare la lingua italiana rispetto alla sua importanza.

Vorrei discutere di alcuni punti, signor Commissario. Intanto riteniamo insufficiente considerare come lingue ufficiali dell’Unione soltanto tre lingue, anche perché le lingue parlate da almeno il 9 per cento della popolazione europea sono sei. Chiedo che si prenda in esame, signor Commissario, l’ipotesi di introdurre almeno sei lingue di lavoro, e cioè quelle lingue che sono parlate almeno dal 9-10 per cento della popolazione europea, vale a dire: l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo, l’italiano e il polacco.

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) Nelle riunioni collegiali, a livello procedurale, usiamo solo alcune lingue, ma a livello ufficiale e di lavoro tutte le lingue sono uguali. Tra i cambiamenti o i fenomeni importanti che si possono osservare nelle conferenze stampa del mercoledì, c’è la possibilità di utilizzare tutte le lingue ufficiali. Con questo atteggiamento e la promozione dell’apprendimento linguistico, col multilinguismo inteso come una politica e non solo come una parte amministrativa del nostro lavoro quotidiano, otterremo progressi e miglioramenti significativi entro i limiti delle nostre possibilità.

La situazione delle lingue da quando è avvenuto l’allargamento mostra che l’Unione funziona, non è crollata. Tutte le lingue possono essere utilizzate dai comunicatori nell’ambito dell’Unione. Parlando come Commissario per l’istruzione, devo dire che tutti i nostri programmi di mobilità e le nostre attività nel campo dell’istruzione, della cultura e della formazione professionale promuovono decisamente una componente linguistica.

Sono certo che, con questa consapevolezza e questa filosofia o politica positiva, siamo sulla strada giusta.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, ho l’impressione che, negli annunci di ricerca del personale pubblicati dalla Commissione, il problema sia costituito dal fatto che spesso specificano una lingua madre. E’ chiaro che, se dobbiamo avere pari opportunità in Europa, il minimo che possiamo fare è richiedere un certo livello di padronanza di una lingua anziché l’uso della medesima fin dalla culla. Si dovrebbe prendere in considerazione l’eventualità di cambiare la prassi attuale in futuro.

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) Vorrei dare il mio appoggio a quest’idea. Per il prossimo mese intendiamo pubblicare la comunicazione sul nuovo indicatore di competenza linguistica, che è attualmente una parte rilevante della sempre più diffusa questione della competenza e del riconoscimento delle qualifiche.

Abbiamo concordato con gli Stati membri di promuovere l’apprendimento linguistico il più presto possibile. In un contesto più ampio, la formula 1 + 2 non è più un lusso, ma una necessità per le generazioni più giovani e per tutti i cittadini che devono imparare non solo la loro lingua materna, ma anche altre due lingue europee, una delle quali dev’essere di preferenza quella di un paese finitimo.

Questa è la politica e la filosofia di base sostenuta dalla Commissione; se questa politica sarà promossa adeguatamente negli Stati membri, il multilinguismo e la competenza linguistica aumenteranno sensibilmente nell’Unione futura. Condivido pienamente l’interesse e l’appoggio dell’onorevole Rübig.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 32 dell’onorevole Yiannakis Matsis (H-0367/05):

Oggetto: Partecipazione di Cipro al Partenariato per la pace e legami con la NATO

Può dire la Commissione in che misura favorirebbe, per servire interessi reciproci nel quadro della politica estera e di difesa comune europea, la partecipazione della Repubblica di Cipro al Partenariato per la pace e i suoi legami con la NATO?

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (SK) L’Unione non ha competenza in merito al problema sollevato nell’interrogazione n. 32, perché si tratta di una pura e semplice questione bilaterale tra uno Stato membro e un terzo, ovvero la NATO, che è un’organizzazione internazionale. Non spetta alla Commissione esprimere pareri su un argomento che esula dal suo mandato. Ciò detto, la Commissione auspica che entrambe le parti possano raggiungere una soluzione praticabile che contribuirebbe senz’altro ad aumentare ulteriormente la cooperazione e a consolidare i rapporti tra l’Unione e l’Alleanza nordatlantica.

 
  
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  Yiannakis Matsis (PPE-DE). (EL) Signor Presidente, ringrazio il Commissario Figel’ per la sua risposta, che è stata chiara; il nocciolo della mia interrogazione riguardava semplicemente la necessità di salvaguardare per quanto possibile la politica estera e di difesa comune europea nel paese biostrategico di Cipro e la risposta è stata totalmente chiara.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE). – (EL) Signora Presidente, sarò molto breve; la risposta del Commissario Figel’, secondo cui questo argomento non ha niente a che fare con la Commissione, è insoddisfacente. La Commissione approva il finanziamento della politica estera e di difesa comune e partecipa all’opera di formulazione della politica estera comunitaria. Oltre a ciò, dobbiamo anche dire che l’interrogazione del mio amico, onorevole Matsis, riguarda le relazioni esterne dell’Unione e, come tutti sappiamo, le linee di demarcazione tra queste ultime e la politica estera in senso classico non sono stabilite né nel Trattato né all’atto del loro esercizio.

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (SK) Grazie molte per avere messo in luce altri aspetti della questione. Sono convinto che le cose stiano così da tempo e probabilmente si giungerà a una valida conclusione. Considerata la situazione dell’ultimo decennio, gli sviluppi sono piuttosto incoraggianti.

Nell’ambito del secondo pilastro, la Commissione non ha effettivamente il potere di intervenire direttamente nelle questioni di politica estera e di sicurezza comune, ma sostiene gli sforzi degli Stati membri non solo in materia di politica comune, ma anche per quanto riguarda l’azione congiunta definitiva relativamente ai rapporti con altre organizzazioni e, in particolare, alle politiche di sicurezza.

Sono pertanto convinto che, nelle mani degli Stati membri sostenuti dall’Unione nella sua globalità o, come in questo caso, dalla Commissione, la questione potrà essere gradualmente risolta con successo. Attualmente, però, non rientra nelle nostre facoltà profondere un impegno maggiore di quello attuale.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 33 dell’onorevole Alexander Nuno Alvaro (H-0414/05):

Oggetto: Dati biometrici sui visti

Quali tempi si prevedono per l’introduzione dei dati biometrici sui visti, tenuto conto dello sviluppo e dell’attuazione del sistema biometrico?

Che tipo di assistenza ricevono gli Stati membri per sviluppare e attuare il loro sistema, al fine di garantire l’interoperabilità con il sistema centrale pianificato?

In vista della creazione del nuovo sistema, con che ritmo i dati biometrici sono introdotti negli Stati membri?

Ritiene la Commissione che siano rispettate tutte le disposizioni di legge in materia di protezione dei dati?

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. (EN) La proposta della Commissione volta a modificare il regolamento (CE) del Consiglio n. 1683 prevede norme comuni di sicurezza per i visti e la memorizzazione di due identificatori biometrici su un supporto apposito che abbia una capienza sufficiente. Tuttavia, esperimenti hanno dimostrato che si verificano problemi tecnici quando in ognuna delle vignette visto viene inserito un microprocessore. Pertanto il Consiglio ha deciso di anticipare la memorizzazione degli identificatori biometrici nella parte centrale del sistema di informazione visti (VIS) e di considerare, in una fase successiva, se siano necessarie la registrazione supplementare degli identificatori biometrici e la vignetta visto o una smart card aggiuntiva separata. Il 24 febbraio 2005 il Consiglio ha invitato la Commissione a fare tutto il possibile per consentire la registrazione degli identificatori biometrici nella parte centrale del VIS dal 2006 in poi.

La decisione di procedere a una memorizzazione supplementare degli identificatori biometrici sulla vignetta visto dipenderà in gran parte dall’esperimento pilota, che è attualmente in corso. I risultati del progetto verranno comunicati in tempi brevi.

Nel frattempo, la Commissione sta cooperando strettamente con gli Stati membri che sono responsabili per la conversione del VIS nelle rispettive strutture nazionali. Attualmente la Commissione sta preparando, in stretta cooperazione con gli Stati membri, un documento relativo al controllo di interfaccia che assicuri l’interoperabilità.

Il bando di gara che gli Stati membri possono pubblicare relativamente alla parte nazionale del VIS si baserà in gran parte su questo documento relativo al controllo di interfaccia. La Commissione confida che tutti gli Stati membri saranno pronti a adattare i loro sistemi nazionali alla parte centrale del VIS, com’è stato spiegato, entro il 2006.

Per quanto riguarda gli uffici consolari, si dovrebbe predisporre, in cooperazione con gli Stati membri, un piano di presentazione comune per tutto il periodo di realizzazione del progetto. Questo piano diverrà operativo alla fine del 2006 e sarà ulteriormente sviluppato tra il 2007 e il 2013.

Infine, la Commissione ritiene che la proposta della Commissione volta a modificare il regolamento (CE) del Consiglio n. 1683 tenga conto di tutti gli aspetti relativi alla protezione dei dati. Conformemente alla direttiva 95/46 sulla protezione dei dati, il gruppo “Articolo 29” è stato consultato e ha espresso il suo parere l’11 agosto 2004. Questo parere sarà preso pienamente in considerazione, com’è naturale, nel successivo processo legislativo, nel caso sia necessaria la memorizzazione supplementare degli identificatori biometrici sulla vignetta visto o una smart card aggiuntiva separata.

Per quanto riguarda l’accesso al VIS da parte delle autorità preposte all’applicazione della legge, i servizi della Commissione stanno elaborando la proposta legislativa nel contesto del terzo pilastro nel campo della protezione dei dati.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, ho reso visita di recente al Parlamento australiano, per accedere al quale sono già necessari i dati biometrici. Con ogni probabilità, grazie a questi ultimi, i controlli verranno eseguiti efficacemente. Pensa che potremmo sperimentare i dati biometrici nelle Istituzioni europee per vedere se un sistema di questo tipo rappresenti effettivamente un progetto funzionale?

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signora Presidente, ovviamente non sono in grado di fornire una risposta concreta oggi. Certamente le due esigenze che dovremmo tenere in considerazione sono, in primo luogo, l’affidabilità dei criteri tecnici che sono stati adottati dal parlamento australiano e, in secondo luogo, l’interoperabilità e quindi la capacità di rendere questi dati effettivamente funzionanti per un sistema che si deve estendere ai venticinque Stati membri.

Come ho già detto, sono in corso esperimenti tecnici molto complessi. Evidentemente si terrà conto a livello tecnico di tutte le esperienze realizzate in altri paesi ma non posso ovviamente anticipare oggi la soluzione finale.

 
  
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  David Martin (PSE). (EN) Signor Commissario, recentemente ho avuto l’opportunità di visionare il sistema biometrico introdotto dall’aeroporto di Amsterdam per eliminare i controlli dei passaporti tra aree Schengen e non-Schengen, sistema che, a mio avviso, sembra funzionare molto bene. Il Commissario ha avuto la possibilità di esaminarlo? Se sì, crede che possa essere diffuso, per ora su base volontaria, a una rete di aeroporti europei?

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signora Presidente, come ho già detto, terremo certamente conto anche di esperimenti già attuati con successo, in particolare nei sistemi aeroportuali, in alcuni paesi europei. Non so dirle se quel particolare sistema sia ritenuto, come si suol dire, esportabile, cioè riproducibile su larga scala per un’Unione europea a venticinque. Posso assicurarle che anche questo sistema sarà tenuto in considerazione negli esperimenti pilota a livello tecnico che saranno effettuati.

 
  
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  Alexander Nuno Alvaro (ALDE).(DE) Signora Presidente, sono grato al Commissario Frattini. Inoltre sono piuttosto ansioso di vedere quale esito avrà l’impegno profuso attualmente dal ministro degli Interni tedesco al fine di portare avanti il progetto il più rapidamente possibile.

Gli Stati Uniti hanno escluso la possibilità di differire la scadenza una volta per tutte?

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signora Presidente, se lei intende riferirsi alla revisione del cosiddetto Passenger Name Record (PNR), abbiamo rinviato di qualche settimana l’incontro tecnico previsto tra i funzionari europei e degli Stati Uniti d’America, che avverrà nel mese di luglio. Ovviamente informeremo il Parlamento degli sviluppi, come d’altronde avevo promesso.

Seconda parte

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 34 dell’onorevole Mairead McGuinness (H-0386/05):

Oggetto: Canone del servizio pubblico radiotelevisivo

Considerate l’importanza dei mezzi di comunicazione nel mondo d’oggi e la convinzione che il servizio pubblico radiotelevisivo vada protetto, la Commissione può comunicare il proprio punto di vista sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo e sulla necessità di una chiara interpretazione del modo in cui viene usato il canone dalle emittenti? Esistono analogie sull’uso del canone tra gli Stati membri, in riferimento al servizio pubblico radiotelevisivo?

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (FR) Signora Presidente, l’importanza del servizio radiotelevisivo pubblico e la competenza degli Stati membri nel definire, organizzare e fornire i meccanismi di finanziamento per questo servizio pubblico sono sancite dall’articolo 86, paragrafo 2, del Trattato e dal Protocollo di Amsterdam. Tuttavia, come afferma la comunicazione della Commissione del 2001 sugli aiuti di Stato, il ruolo degli operatori privati non va trascurato, perché contribuiscono ad assicurare il pluralismo, ad arricchire il dibattito politico e culturale nonché ad ampliare la scelta dei programmi. Pertanto riconosciamo chiaramente il sistema duale che caratterizza l’industria audiovisiva europea e ha effetti benefici sui media in generale.

Per quanto riguarda la situazione attuale del settore pubblico, spetta agli Stati membri organizzarne il finanziamento, che può essere realizzato interamente a carico di fondi pubblici, sotto qualunque forma e, se necessario, tramite l’istituzione di un canone, come nell’esempio citato dall’onorevole McGuinness. Questo finanziamento può anche essere misto e consistere parzialmente di entrate provenienti dalla vendita di spazi pubblicitari. Non vi è alcuna obiezione in merito alla scelta di uno tra questi sistemi. Tuttavia, la Commissione deve garantire il rispetto delle norme del Trattato, in particolare di quelle sugli aiuti di Stato, così come le interpreta la comunicazione del 2001.

Pertanto si deve ricorrere al finanziamento pubblico solo per realizzare la missione di servizio pubblico, senza andare oltre ciò che è necessario a questo riguardo: questa è la regola della proporzionalità. Le missioni di servizio pubblico vanno definite con chiarezza e precisione; inoltre è necessaria una separazione della contabilità nel caso in cui gli operatori del settore pubblico si occupino di attività commerciali: questa è la regola della trasparenza. Dunque non spetta alla Commissione fissare altre regole che limiterebbero lo spazio di manovra degli Stati membri in questo campo eminentemente culturale.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE). – (EN) Grazie per la sua risposta, signora Commissario. Apprendo che il governo irlandese ha recentemente risposto a una lettera della Commissione che chiedeva chiarimenti sul ruolo e sul finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo in Irlanda. Può dirci qual era questa risposta e qual è stata la sua prima reazione alla lettera?

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (FR) Signora Presidente, non ho ancora visto la lettera delle autorità irlandesi. Suppongo che si riferisca a una normale richiesta da parte della Commissione riguardante gli aiuti di Stato, pienamente accettabili, stanziati per il servizio pubblico radiotelevisivo.

Questi aiuti di Stato vanno notificati ed è necessario uno scambio di domande e risposte tra la Commissione e lo Stato membro interessato. Alla luce delle risposte fornite da quest’ultimo, la Commissione valuta se la situazione dello Stato membro sia conforme al Trattato, al Protocollo di Amsterdam e alla comunicazione della Commissione del 2001. Se lo è, si dà il via libera; altrimenti si intavolano discussioni tra lo Stato membro e la Commissione.

E’ una procedura normale che avviene regolarmente. Di solito non ci sono difficoltà e gli Stati membri hanno via libera in tempi abbastanza rapidi. In alcuni casi si sono verificati problemi, in particolare con le autorità tedesche. Tuttavia, per quanto riguarda il settore pubblico radiotelevisivo, lo scambio di informazioni tra gli Stati membri e la Commissione si svolge senza difficoltà.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 35 dell’onorevole Manolis Mavrommatis (H-0420/05):

Oggetto: Programma MEDIA

La preoccupante tendenza alla concentrazione dei mass-media a livello nazionale porta a regimi monopolistici e al predominio di determinate stazioni televisive e delle loro società di produzione. Dato che il programma MEDIA ha incluso, nel suo campo di azione, le stazioni televisive e le loro società di produzione (si precisa che non sono né indipendenti né piccole o medie imprese), può la Commissione dire in quale misura tale iniziativa pregiudica il principio fondamentale del programma MEDIA, che appoggia i produttori indipendenti e le piccole e medie imprese? Intende la Commissione procedere a una valutazione dell’impatto del programma sulle piccole e medie imprese, in particolare sulle società di produzione indipendenti del settore televisivo, in correlazione con i benefici reali derivanti dall’utilizzazione di un bilancio limitato per il finanziamento delle attività da parte delle stazioni televisive?

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (EN) L’onorevole Mavrommatis ha sollevato una serie di questioni relative al finanziamento dei canali televisivi e delle società di produzione indipendenti nell’ambito del programma MEDIA. Vorrei sottolineare che tra i beneficiari diretti del programma MEDIA Plus non figura alcun canale televisivo.

Nel settore televisivo le società di produzione indipendenti, che spesso sono PMI, vengono sovvenzionate nella produzione di audiovisivi per la televisione. L’obiettivo è incoraggiare questi produttori a realizzare opere – di qualunque tipo: fiction, documentari, film d’animazione – che coinvolgano almeno due emittenti, preferibilmente più di due. In questo modo è proprio il valore aggiunto europeo a essere in gioco. Le emittenti devono appartenere a zone linguistiche differenti perché è in ballo il multilinguismo, una questione sollevata poc’anzi.

I programmi MEDIA riconoscono l’esistenza precaria delle società di produzione indipendenti in un mercato europeo frammentato, società il cui sostentamento economico dipende spesso da un singolo progetto; pertanto alcuni dei meccanismi sono destinati proprio a queste importanti attività creative.

Il meccanismo di finanziamento della distribuzione televisiva era una delle iniziative del programma MEDIA Plus che sono state esaminate nella valutazione a medio termine avvenuta l’anno scorso. Questa valutazione ha confermato che le varie iniziative a favore dei produttori indipendenti svolgono un ruolo determinante, così come i provvedimenti come l’i2i audiovisivo e l’iniziativa di sviluppo che riguarda nuovi talenti, progetti singoli e aiuti di Stato.

Infine, secondo quanto richiesto dal Parlamento in occasione della proroga dei programmi MEDIA, la seconda valutazione provvisoria verrà avviata in tempi molto brevi e sottoposta al Parlamento.

 
  
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  Manolis Mavrommatis (PPE-DE). – (EL) Signora Presidente, signora Commissario, grazie per la sua risposta che riconosco essere stata esaustiva e che ha compreso molti temi. Stavo criticando, fondamentalmente, il regime monopolistico di molti mezzi di comunicazione, ma ora vado avanti. Concorda sul fatto che la Commissione e il Consiglio debbano compiere i passi dovuti affinché i produttori indipendenti siano nella condizione di mantenere i loro diritti e possano assicurarsi più facilmente la tutela dei loro diritti di proprietà intellettuale e in tal modo rafforzare la possibilità di attirare finanziamenti da investitori privati? Per quanto ne so, finora non è avvenuto niente di simile e le direttive comunitarie non offrono garanzie di questo genere. Ha almeno un qualche progetto che vada in questa direzione?

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (FR) L’onorevole Mavrommatis ha sollevato la questione dei produttori indipendenti. E’ chiaro che, nel quadro delle produzioni audiovisive, abbiamo bisogno di questi produttori. Sono loro che creano le opere audiovisive più importanti e le creano in virtù della diversità linguistica e culturale che rappresenta la vera ricchezza del nostro continente. Per questo le condizioni di accesso ai sussidi previsti dal programma MEDIA sono molto chiare: il programma è aperto solo ai produttori indipendenti. Le società controllate dalle emittenti televisive, per esempio, non possono ricevere sussidi.

Per tornare ai produttori, vorrei aggiungere che MEDIA Plus stabilisce obblighi molto chiari. Dopo sette anni al massimo, tutti i sistemi saranno sottoposti a revisione per permetterci di fornire un sostegno ancora migliore ai produttori indipendenti. Pertanto, grazie alla revisione del programma MEDIA, rafforzeremo i provvedimenti volti a sostenere questa dimensione importantissima dell’industria culturale europea.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 36 dell’onorevole Åsa Westlund (H-0436/05):

Oggetto: Servizio pubblico radiotelevisivo in una nuova direttiva futura sulle attività televisive

Verso la fine del 2005 la Commissione probabilmente presenterà una nuova proposta di direttiva sulle attività televisive, che riguarderà tra l’altro il servizio pubblico radiotelevisivo. Il servizio pubblico radiotelevisivo è di notevole importanza per quanto concerne le esigenze democratiche, sociali e culturali all’interno della società. Affinché i media pubblici possano soddisfare tali esigenze è necessario che la legislazione comunitaria chiarisca che essi possono avvalersi di tutte le nuove tecnologie e di tutte le nuove forme mediali, quali ad esempio i servizi Internet e WAP, senza che ciò sia in contrasto con le norme del mercato interno.

Condivide la Commissione tale posizione concernente il diritto del servizio pubblico radiotelevisivo di avvalersi di nuove tecniche e nuovi tipi di media? Nel proporre una nuova direttiva, intende la Commissione creare una legislazione che riguardi unicamente il contenuto audiovisivo e non le forme o le tecniche mediali?

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (FR) La settimana scorsa la Commissione ha presentato la comunicazione “i2010: una società europea dell’informazione per la crescita e l’occupazione” in cui afferma che, entro la fine del 2005, proporrà una revisione della direttiva “Televisione senza frontiere” per modernizzare le norme sui servizi audiovisivi, ed è questo l’argomento cui si riferisce l’onorevole Westlund.

Questo testo, grazie alle disposizioni di coordinamento ridotte al minimo in esso contenute, consolida la competitività dell’industria audiovisiva europea. Tuttavia, la direttiva non prevede diritti specifici né obbligazioni per le emittenti di servizio pubblico. Inoltre, almeno per ora, non sono previsti progetti intesi a introdurre, nell’ambito del processo di revisione, provvedimenti che riguardino l’uso dei metodi e di tecnologie di comunicazione da parte delle emettenti di servizio pubblico.

Come nel caso dell’interrogazione cui ho appena risposto, le ricordo che è molto importante che gli Stati membri abbiano la responsabilità di definire lo scopo dei loro servizi pubblici e determinare le modalità di finanziamento di tali servizi, in modo da poter assolvere la loro missione, dal momento che quest’ambito rientra nel principio di sussidiarietà conformemente alla comunicazione della Commissione del 2001 sugli aiuti di Stato e alle norme del Trattato, compreso il Protocollo di Amsterdam. Tuttavia, in questa comunicazione affermiamo anche – e questo è un altro punto importante – che il servizio pubblico può comprendere servizi che non sono programmi nel senso tradizionale del termine: per esempio servizi di informazione on line, ovviamente nella misura in cui questi servizi mirano a soddisfare le stesse esigenze democratiche, sociali e culturali soddisfatte dai programmi in quanto tali.

 
  
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  Åsa Westlund (PSE). – (SV) Signora Presidente, vorrei ringraziare il Commissario Reding per la sua risposta. Non so proprio, tuttavia, se io debba sentirmi rinfrancata o turbata. Nel caso in questione c’è un conflitto tra le norme che disciplinano il mercato interno e il funzionamento del servizio pubblico.

Inviterei caldamente la Commissione a specificare con maggior chiarezza di quanto abbia appena fatto che il servizio pubblico è pienamente in grado di determinare le proprie attività senza che ciò venga considerato una restrizione ai danni del mercato interno. E’ della massima importanza che la Commissione colga l’opportunità di esprimersi con chiarezza in materia anche davanti al mondo esterno. C’è grande ansia perché i nostri cittadini sono nettamente favorevoli al servizio pubblico. Soprattutto al giorno d’oggi è molto importante dimostrare che, a nostro avviso, il mercato non deve assorbire tutto, ma si deve permettere che la cultura e il servizio pubblico continuino a svolgere il loro ruolo.

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (FR) Signora Presidente, posso solo ripetere quello che ho già sottolineato: la Commissione è custode dei trattati. Di conseguenza si è basata sugli articoli degli stessi e sul Protocollo di Amsterdam per autorizzare eccezioni in merito agli aiuti di Stato a favore del servizio pubblico radiotelevisivo. Spetta pertanto agli Stati membri definire, in primo luogo, l’oggetto e gli obblighi dei loro servizi pubblici e, secondariamente, il modo in cui finanziare tali obblighi – mediante i canoni o la pubblicità. La Commissione si limita a controllare se quanto stabilito dagli Stati membri viene realizzato in pratica.

Pertanto, nel 2001, il Commissario Monti e io abbiamo pubblicato – allo scopo di rispondere a tutte le questioni che sarebbero potute sorgere sull’interpretazione di questi articoli del Trattato e del Protocollo di Amsterdam – una comunicazione che il Parlamento conosce bene e che specifica tutte queste norme. Posso dunque rassicurare l’onorevole Westlund, perché sia la Commissione che il Parlamento hanno a cuore il sistema duale e le emittenti pubbliche sono assolutamente tutelate sia dai Trattati che dalle norme che si basano su questi ultimi.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 37 dell’onorevole Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0359/05):

Oggetto: Provvedimenti per la realizzazione del patto europeo per i giovani

Tra le conclusioni della presidenza lussemburghese (22-23 marzo 2005) figura come Allegato I il patto europeo per i giovani in cui vengono descritte azioni teoriche in tre settori.

Può la Commissione far sapere se intende avanzare proposte concrete e una valutazione ex ante per far sì che gli obiettivi del patto per i giovani possano essere realizzati in considerazione anche della necessaria solidarietà tra generazioni?

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) Il Consiglio europeo del marzo 2005, con l’adozione del Patto europeo per i giovani, ha sottolineato che è fondamentale per la crescita in Europa integrare i giovani nella società e nella vita lavorativa e impiegare meglio le loro potenzialità. Il patto mira a migliorare l’istruzione, la formazione, la mobilità, l’inserimento professionale e l’inclusione sociale dei giovani europei, facilitando nel contempo la conciliazione tra attività professionale e vita familiare.

La Commissione si è mostrata subito sensibile al patto, analizzando le possibilità che offre e avanzando proposte operative. Il 30 maggio scorso abbiamo adottato una comunicazione che è stata trasmessa al Parlamento.

A livello nazionale il patto, che è parte integrante del partenariato di Lisbona per la crescita e l’occupazione, sarà applicato tramite gli orientamenti integrati proposti dalla Commissione e che il Consiglio deve adottare a giugno. Gli orientamenti chiedono, inter alia, iniziative per incrementare l’accesso all’istruzione e alla formazione e ridurre la disoccupazione giovanile. La comunicazione indica come gli Stati membri, facendo riferimento alle linee guida, possano applicare il patto durante la preparazione dei loro programmi di riforma nazionali concordati a Lisbona.

La comunicazione richiama l’attenzione sui cambiamenti demografici dell’Europa e pone in risalto la necessità di promuovere società che favoriscano l’infanzia e la gioventù, oltre a rilevare l’esigenza della solidarietà per la creazione di un’Europa inclusiva, basata sulla solidarietà tra le generazioni. Indica altresì che gli Stati membri devono seguire gli orientamenti integrati quando intraprendono azioni volte a conseguire un equilibrio migliore tra famiglia e lavoro, per esempio fornendo servizi assistenziali all’infanzia e ad altre persone non autosufficienti al fine di far fronte all’invecchiamento della popolazione e a un basso tasso di natalità.

La comunicazione identifica azioni a livello europeo per sostenere il patto: l’impiego della strategia d’inclusione sociale per migliorare la situazione dei giovani vulnerabili; il sostegno del Fondo sociale europeo per i progetti a favore dei giovani nei settori dell’occupazione, della formazione e dell’inclusione sociale; lo sviluppo di uno strumento specifico per riconoscere il lavoro giovanile allo scopo di includere l’anno prossimo uno youth pass in Europass; proposte per un quadro europeo delle qualifiche, anch’esso – speriamo – per l’anno prossimo.

Come ha rilevato il Consiglio europeo, il successo del patto dipende dal coinvolgimento di tutte le parti interessate, in particolare le organizzazioni giovanili. La comunicazione invita gli Stati Membri a consultare i giovani nel corso dell’elaborazione dei provvedimenti riguardanti il patto e durante la sua attuazione. Prevede che la Commissione s’impegni a consultarli in merito alla politica giovanile – tali consultazioni culmineranno con gli “Stati generali” della gioventù alla fine di dicembre 2005 –, per coinvolgere i deputati del Parlamento e il Parlamento stesso, i giovani, i Commissari e altri soggetti politici.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE). – (EL) Ringrazio il Commissario Figel’ per la sua risposta completa e molto istruttiva. Ho solo una domanda sul lungo elenco che ha fornito e che mi ha soddisfatto pienamente perché ha tenuto conto proprio di tutto: come devono essere finanziati tutti i progetti della Commissione?

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) Questa è una domanda complementare molto sensata. Ho avuto un’opportunità molto speciale il giorno immediatamente seguente alla data dell’approvazione. Il giorno dopo abbiamo tenuto la prima conferenza stampa on line con i giovani a Bruxelles e anche negli Stati membri. E’ stata organizzata bene e rappresenta inoltre un contributo a una migliore comunicazione e all’impegno giovanile che auspichiamo per le politiche future dell’Unione.

Per quanto riguarda il sostegno ai giovani, la risposta è, in parte, che vorremmo sfruttare molte opportunità in vari aspetti e settori delle politiche comunitarie – nella politica o nella strategia sociale, nello sviluppo rurale, nella ricerca e ovviamente nei programmi di istruzione, nonché nell’ambito della formazione e della mobilità. Esiste un elenco di programmi correlati e deve esistere un modo ancora più coerente per realizzare azioni di sostegno nei confronti dei giovani, con i giovani e per i giovani.

Abbiamo anche un programma speciale per la gioventù e spero che venga ulteriormente potenziato nei prossimi sette anni. Entrano nuovamente in gioco le prospettive finanziarie, perciò direi che la cosa più importante è l’aspetto finanziariamente non valutabile, che comporta un approccio più coerente e sostenuto nei confronti dei giovani in quanto parte dei programmi di Lisbona e di orientamenti integrati in tutti i vari settori, un approccio per di più sovvenzionato da risorse finanziarie.

Se l’atteggiamento parlamentare è orientato nella stessa direzione – e vorrei anche elogiare l’ultima relazione dell’onorevole Böge sulle prospettive finanziarie che sarà votata domani – ciò rappresenta un segnale nella direzione giusta in merito alla sua interrogazione, onorevole Panayotopoulos-Cassiotou.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 38 dell’onorevole Bernd Posselt (H-0373/05):

Oggetto: Promozione culturale transfrontaliera

Quale ruolo svolge la promozione di misure culturali da parte della Commissione nella cooperazione transfrontaliera, ad esempio tra la Baviera e la Repubblica Ceca, oppure tra l’Austria e la Slovacchia? Quali priorità prevede di fissare la Commissione per il mantenimento dell’eredità culturale comune nelle regioni frontaliere?

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) L’articolo 151 del Trattato che istituisce la Comunità europea, che costituisce la base della nostra cooperazione culturale, afferma che la Comunità deve incoraggiare la cooperazione culturale tra Stati membri, anche nell’ambito della salvaguardia del patrimonio culturale e, se necessario, appoggiare e integrare l’azione di questi ultimi in un certo numero di settori.

Questo obiettivo è perseguito dal programma quadro Cultura 2000 a sostegno della cooperazione culturale in Europa. Realizzato per incoraggiare la cooperazione artistica e culturale europea e per portare avanti la creazione di uno spazio culturale comune, il programma Cultura 2000 sostiene progetti che siano prodotti e finanziati da almeno tre operatori di almeno tre paesi che partecipano al programma. Tuttavia, tale programma non mira specificatamente allo sviluppo della cooperazione culturale transfrontaliera.

In secondo luogo, sebbene il programma non stabilisca misure specifiche per il mantenimento del retaggio culturale comune delle regioni frontaliere, tuttavia contribuisce a diffondere il know-how e a promuovere buone pratiche nel campo del mantenimento e della tutela di tale retaggio. Inoltre l’Unione sostiene attivamente anche il mantenimento dell’eredità culturale europea tramite i Fondi strutturali e il sesto programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico.

In terzo luogo, nei programmi INTERREG III A, compresi quelli citati dall’onorevole Posselt, la cultura si promuove soprattutto sostenendo le reti che creano o intensificano i contatti culturali transfrontalieri. Nel contesto delle misure imprenditoriali, molti programmi riguardano anche la promozione del turismo culturale. Secondo l’orientamento fornito nella comunicazione della Commissione del 28 aprile 2000, si può promuovere anche il recupero e la valorizzazione dei centri storici urbani mediante una strategia comune transfrontaliera. Questa strategia, ovviamente, esclude l’edilizia abitativa.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, ci sono due cose di cui vorrei parlare, una delle quali è il cenno ai centri storici urbani. Era davvero un riferimento interessante e vorrei ringraziare il Commissario Figel’ per l’ottima risposta.

Nella Repubblica Ceca c’è un castello, ora del tutto fatiscente, dove ha trascorso la sua infanzia l’artefice dell’ideale europeo, Richard Coudenhove-Kalergi, e dove è previsto l’insediamento di un centro europeo per incontri e attività. Potrebbe essere un progetto importante. In secondo luogo, credo che debba essere promosso un grande congresso o un convegno che svolga la funzione di fiera o di forum per contatti per tutti coloro che sono impegnati in lavori transfrontalieri. In questo campo sono in preparazione un gran numero di iniziative, ciascuna delle quali all’insaputa dell’altra. Un punto d’incontro possibile, signor Commissario, potrebbe essere la capitale del suo paese, la sola capitale situata su un confine. Pertanto propongo di organizzare una riunione su queste iniziative transfrontaliere a Bratislava, l’antica Pressburg.

 
  
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  Ján Figel’, Membro della Commissione. – (EN) In seguito all’allargamento ci sono molte più occasioni per dimostrare che questa nuova Comunità allargata ha, sotto l’aspetto storico e culturale, molti punti in comune. In futuro, promuovendo azioni specifiche, la cooperazione a tutti i livelli e la costruzione di reti, sono certo che l’Europa centrale post-allargamento verrà riscoperta, perché ha molte potenzialità da offrire alla gente per farla sentire parte di una famiglia europea più ampia. Grazie per l’idea e per tutto ciò che sta facendo nel settore della promozione della solidarietà e della cooperazione transfrontaliera.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni dal n. 39 al n. 44 riceveranno risposta per iscritto.

Annuncio l’interrogazione n. 45 dell’onorevole Bart Staes (H-0360/05):

Oggetto: Risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo in materia di energie rinnovabili

Il 25 gennaio 2005, nel corso di un dibattito, il professor Llewellyn-Smith, presidente del “Consultative Committee for the Fusion Programme”, ha fatto capire che un programma pesantemente sovvenzionato nel campo della fusione nucleare permetterebbe, tra quarant’anni, di produrre elettricità a fini commerciali. Il Settimo programma quadro prevede dotazioni più importanti per l’energia nucleare (fissione e fusione) che per le energie rinnovabili. Tuttavia, il Consiglio europeo ha dichiarato che, entro il 2020, le emissioni di gas ad effetto serra dovranno diminuire del 15-20% rispetto ai livelli registrati nel 1990. Inoltre, la Commissione prevede che, entro il 2020, si registrerà, a livello mondiale, un aumento dell’occupazione nel settore delle energie rinnovabili, pari a vari milioni di posti di lavoro.

Ritiene la Commissione che sia auspicabile, nel quadro della politica in materia di ambiente e di occupazione, riorientare a favore delle energie rinnovabili le risorse assegnate alla ricerca e allo sviluppo in materia di energia nucleare? Dispone di progetti concreti che vadano in tal senso?

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) L’Unione è prima nel mondo nella lotta al cambiamento climatico. Ha assunto un ruolo di primo piano nell’applicazione degli accordi di Kyoto ed è altrettanto determinante nel sostenere il dibattito globale sul periodo successivo al 2012. Tuttavia, occorre sottolineare che l’Unione non può risolvere da sola i problemi mondiali dell’energia e del clima, fatto riconosciuto nelle conclusioni del Consiglio del 22 e 23 marzo – cui ha fatto riferimento anche l’onorevole deputato –, Consiglio che ha enunciato gli obiettivi per tutti i paesi sviluppati e non solo per l’Unione.

L’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra va inquadrato nel contesto di una domanda energetica globale sensibilmente in crescita, che si prevede aumenti del 60 per cento entro il 2030, e delle preoccupazioni sempre maggiori causate dalla dipendenza energetica nelle regioni geopoliticamente instabili del mondo.

Pertanto la ricerca europea in campo energetico deve affrontare una triplice sfida: garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nel breve, medio e lungo termine, aumentare la competitività e vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici. Non c’è nessuna tecnologia che, da sola, possa fornire la soluzione; occorre un largo approccio di portafoglio tecnologico che includa azioni relativamente a breve termine e altre a scadenza molto più avanzata.

Per raggiungere l’obiettivo di un sistema energetico più sostenibile, la ricerca deve raggiungere un equilibrio tra una maggiore efficienza, disponibilità, accettabilità e sicurezza delle tecnologie e delle fonti d’energia esistenti, mirando al contempo a un cambiamento di modello a più lungo termine relativamente alla maniera in cui l’Europa produce e consuma energia. In quest’equazione le tecnologie nucleari continueranno a essere determinanti insieme alla crescente adozione di fonti di energia rinnovabili e di altre tecnologie energetiche pulite come l’idrogeno, le pile a combustibile, la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

Attualmente la fusione nucleare contribuisce per il 16 per cento all’approvvigionamento energetico dell’Unione e costituisce, con le energie rinnovabili, la fonte più importante di elettricità non dipendente da combustibili fossili. Inoltre, gli obiettivi chiave del programma comunitario di ricerca sulla fusione riguardano la gestione sicura delle scorie nucleari, la sicurezza operativa degli impianti nucleari e la protezione dalle radiazioni, interessando un campo più vasto di quello energetico, come quello degli impieghi clinici.

La fusione ha il potenziale per contribuire significativamente alla realizzazione dell’approvvigionamento energetico sostenibile e sicuro per l’Unione entro pochi decenni. Secondo studi tecnici recenti, un programma di sviluppo della fusione prioritario e adeguatamente finanziato che comprenda il progetto ITER potrebbe portare, entro trent’anni, all’operatività di una centrale di fusione dimostrativa con la quale si potrebbe accertare la redditività commerciale dell’energia da fusione.

Questa tecnologia, date le sue dimensioni e la sfida che rappresenta a livello tecnico, può essere sviluppata solo a livello comunitario e anche, per un’iniziativa importante come ITER, a livello globale. Ricordiamo che, nelle conclusioni della riunione di marzo, il Consiglio europeo ha anche invitato la Commissione a procedere con determinazione con ITER e ad avviarne la realizzazione entro il 2005. Tuttavia, è chiaro che la proposta della Commissione per il settimo programma quadro pone in forte risalto anche l’energia non nucleare in genere, con una dotazione di bilancio sensibilmente maggiore rispetto a quella del sesto programma quadro, e richiama l’attenzione sulle fonti di energia rinnovabili in particolare.

Generalmente, la quota di EURATOM nel programma quadro complessivo scende dal 7,5 per cento nel sesto programma quadro al 5,9 per cento nel settimo. Si riconosce che le fonti rinnovabili sono le tecnologie chiave per l’Europa perché sono fonti interne di energia e si possono adattare a condizioni regionali diverse.

La proposta della Commissione per il settimo programma quadro, in linea col vasto approccio di portafoglio summenzionato, pone in grande rilievo l’importanza delle fonti di energia rinnovabili per la generazione di elettricità, la produzione di carburante, il riscaldamento e il raffreddamento. Per fare un confronto, l’entità generale del finanziamento per la ricerca non nucleare è più di quattro volte maggiore rispetto al finanziamento per la fusione.

Il potenziale per la creazione di posti di lavoro nel settore dell’energia rinnovabile va sfruttato appieno, non solo tramite un incremento della ricerca e dello sviluppo, ma anche con l’adozione di misure politiche a livello europeo e nazionale per agevolare la loro penetrazione nel mercato. Attualmente, in Europa sono stati creati oltre 100 000 posti di lavoro solo nel settore solare fotovoltaico e nel settore eolico. Questo è un buon esempio del potenziale di crescita che può essere sfruttato combinando l’impegno comunitario per la ricerca e provvedimenti politici quali sistemi tariffari di alimentazione e i certificati verdi. Pertanto la Commissione continuerà a fornire un sostegno concreto alla ricerca e alla diffusione dei sistemi basati su energie rinnovabili, confidando nel fatto che assicureranno una quota più rilevante nel mix energetico in virtù delle migliori soluzioni tecnologiche che ne deriveranno.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE). – (NL) Signora Presidente, sono grato al Commissario Potočnik per la sua risposta e sono entusiasta del suo appoggio incondizionato alle fonti rinnovabili di energia. Penso che questo segni un’importante inversione di marcia. Mentre credo che l’Unione abbia optato troppo a lungo unilateralmente per l’energia nucleare e, soprattutto, per la fusione nucleare, non sono sicuro di avere sentito bene quando il Commissario ha affermato che il 16 per cento del nostro approvvigionamento di energia elettrica dovrebbe provenire, in futuro, dalla fusione nucleare. Questa cifra è venuta fuori nella traduzione e ne sono davvero sorpreso. Vorrei avere un chiarimento in proposito. Quali sono le prospettive per la fusione nucleare e quali sono i tempi previsti?

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Il riferimento al 16 per cento voleva significare che la fusione nucleare attualmente concorre per il 16 per cento all’approvvigionamento energetico dell’Unione. Riteniamo che, quando ci riferiamo agli sviluppi futuri, dobbiamo parlare di tre importanti principi. La sostenibilità e la garanzia che facciamo tutto quanto è in nostro potere per rispettare l’ambiente dovrebbero far parte della nostra filosofia. Tale filosofia informa tutti i nostri programmi di ricerca in campo ambientale, nel settore dell’approvvigionamento energetico e nei trasporti. Riteniamo che questo debba essere il nostro principio guida.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 46 dell’onorevole John Bowis (H-0390/05):

Oggetto: Ricerca sulla sordità e sul danneggiamento uditivo

La Commissione è consapevole della necessità di una maggiore impegno nell’ambito della ricerca sulla sordità e il danneggiamento uditivo nei bambini, tanto in termini del numero di persone affette, dei trattamenti e delle cure disponibili quanto in termini dell’efficacia di diagnosi effettuate alla nascita o nella prima infanzia? La Commissione ha intenzione di includere tale questione all’interno del settimo Programma quadro?

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, una questione di procedura: dato che mi trovo in Parlamento e il Commissario impiega così tanto tempo per le sue risposte, non sarebbe possibile ammettere, a titolo di cortesia, altre due interrogazioni, considerato che sono pochissime quelle che hanno ricevuto risposta?

 
  
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  Presidente. Onorevole Mitchell: per prima cosa, non le ho concesso la parola; secondariamente, avevo già detto che eravamo in ritardo e, in terzo luogo, pregherei tutti di pensare un momento ai nostri amici interpreti che nelle loro cabine stanno lavorando ben oltre il loro orario abituale. Perciò non mi resta altro che passare alla nostra ultima interrogazione, la n. 46.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) La questione della sordità e del danneggiamento uditivo è estremamente importante. E’ vero che, secondo la pubblicazione di Eurostat “Dati chiave sulla salute nel 2002”, nell’Unione, attualmente, non ci sono statistiche sulla larga diffusione della sordità e del danneggiamento uditivo né sull’acufene. Tuttavia, la Commissione concorda sul fatto che sarebbe importante, per valutare un aspetto significativo della situazione sanitaria, avere dati confrontabili e precisi su questo tipo di danni. Sarebbe altresì utile valutare gli screening, le cure e i trattamenti disponibili e sviluppare strategie di prevenzione.

In termini di ricerca, la Commissione ha dedicato molta attenzione a questo tema sia nel programma quadro precedente che in quello attuale. Per esempio, nel quinto programma, il progetto “sordità ereditaria” – coordinato dall’Istituto Pasteur di Parigi, con un contributo dell’Unione di 2,8 milioni di euro – ha condotto alla scoperta della metà dei geni che causano la sordità ereditaria dopo la mutazione genetica. Il progetto ha contribuito massicciamente allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici per l’identificazione neonatale di questi difetti genetici.

Più recentemente, nel dicembre del 2004, ha preso il via Eurohear, un grande progetto integrato del 6PQ, coordinato dall’Inserm di Parigi, che riguarda la sordità e il danneggiamento uditivo. Questo progetto riceve un contributo comunitario pari a 12,5 milioni di euro e ha l’obiettivo di fornire le conoscenze fondamentali sullo sviluppo e il funzionamento dell’orecchio interno e di identificare i difetti molecolari che causano i danni ereditari all’udito. Raggiungendo questi obiettivi verrà agevolata l’evoluzione di terapie volte ad alleviare il danneggiamento uditivo. Sono stati finanziati anche altri progetti di portata minore sul danneggiamento e sulla riabilitazione dell’udito.

Più specificamente, le tecniche per rilevare il danneggiamento uditivo, soprattutto nei neonati e nei bambini, sono state sovvenzionate nell’ambito dei successivi progetti Ahead, basati sulla tecnica delle emissioni otoacustiche e coordinati dal professor Grandori a Milano.

Nel contesto della proposta della Commissione per il settimo programma quadro, naturalmente, si continuano a prendere in considerazione i campi delle tecniche diagnostiche e degli handicap. Inoltre – e questa è una novità – viene attribuita un’importanza strategica alla questione della salute dei bambini, che va perseguita mediante attività in ambito sanitario, compresi i sistemi di diagnosi e di cura. Più precisamente, saranno prese in considerazione le specificità dei bambini per cercare di tradurre in pratica i risultati delle ricerche cliniche.

Benché gli argomenti di ricerca non siano ancora stati individuati, la ricerca in materia di sordità e di danneggiamento uditivo nei bambini potrebbe maturare in questa direzione.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE). – (EN) E’ stata una risposta eccellente e molto utile. Vorrei esortare il Commissario Potočnik a spingersi leggermente oltre. Come saprà, in Europa nascono migliaia di bambini con una menomazione uditiva permanente, danneggiamento che nel 50 per cento dei casi non viene diagnosticato prima dei 18 mesi e nel 25 per cento dei casi prima del terzo anno d’età. Di conseguenza, la diagnosi tardiva è causa di danni permanenti per queste giovani vite. Ciò che ora sappiamo è che, se si dispone di un programma di screening uditivo neonatale, questi bambini possono avere nuove speranze e possibilità concrete. Chiedo che la Commissione destini uno spazio del settimo programma all’ulteriore approfondimento di queste conoscenze.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Il problema verrà preso seriamente in considerazione. Sono totalmente d’accordo con l’onorevole Bowis sul fatto che questo è uno dei problemi che richiedono la nostra piena attenzione.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni dal n. 47 al n. 88 riceveranno risposta per iscritto(2).

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 19.45, riprende alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. OUZKÝ
Vicepresidente

 
  

(1) Risposta scritta del 8.3.2005.
(2) Cfr. Allegato “Tempo delle Interrogazioni”.


27. Tutela delle minoranze e politiche contro la discriminazione in un’Europa allargata
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0140/2005), presentata dall’onorevole Moraes a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), relatore.(EN) Signor Presidente, la presente relazione sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata ha una vastissima portata. Dal titolo, i colleghi parlamentari hanno potuto rendersi conto quasi immediatamente che, in sede di commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, abbiamo affrontato due tematiche molto ampie.

Innanzi tutto, ci siamo occupati di definire in maniera più estesa e approfondita cosa significhi essere una minoranza nell’Unione europea allargata, ma ci siamo dedicati anche a questioni rimaste in sospeso, esaminando la risposta al Libro verde sull’antidiscriminazione. Entrambe le aree sono molto vaste e probabilmente avremmo dovuto redigere una relazione per ciascuna di esse, ma abbiamo cercato di riunirle in un unico testo e mi auguro di avere affrontato i punti fondamentali, per quanto ostici possano essere stati.

Poiché si è trattato di un testo di difficile elaborazione, desidero ringraziare subito i relatori ombra e gli altri colleghi presenti in Aula oggi per gli sforzi profusi al fine di realizzarne gli obiettivi. E’ stato un compito arduo e restano ancora un paio di questioni da dirimere prima del voto di domani.

Permettetemi però di tornare alla sostanza della relazione. Mi sta particolarmente a cuore assicurare che vi sia una definizione del significato di minoranza nella nuova Unione europea allargata. Sappiamo che la protezione delle minoranze figurava tra i criteri di Copenaghen per l’allargamento dell’Unione europea, ma al contempo ci siamo resi conto che non esisteva un vero e proprio standard per i diritti delle stesse nell’UE e nelle politiche comunitarie. Pertanto, alla luce di tale lacuna, volevamo fare in modo che questo testo, cercando di fornire la suddetta definizione, costituisse almeno un passo avanti in tal senso.

Si tratta di una definizione molto ampia, che comprende tutte quelle tradizionalmente contemplate negli esistenti 15 Stati membri dall’articolo 13 del Trattato, relativo alle minoranze che vengono discriminate per motivi di handicap, età, religione, tendenze sessuali, razza e origine etnica. Nell’Unione europea allargata, però, dobbiamo anche capire che esistono minoranze tradizionali: minoranze linguistiche e minoranze nazionali.

E’ inoltre importante comprendere la natura mutevole dell’Unione europea. Da un dibattito svoltosi di recente in quest’Aula è emerso che i rom costituiscono probabilmente la più vasta minoranza dell’Unione europea e che occorre fornire una risposta rapida e profonda ai problemi con cui essi sono confrontati.

La relazione cerca pertanto di affrontare due questioni. Mi soffermerò su ciascuna di esse. Innanzi tutto, la risposta al Libro Verde e all’articolo 13. Nella mia relazione rilevo che l’attuazione e il recepimento delle direttive esistenti, proposte dalla Commissione e approvate dal Parlamento europeo, e il rafforzamento della legislazione relativa alle discriminazioni fondate sugli handicap, l’età, la religione, le tendenze sessuali, la razza o l’origine etnica sono stati caratterizzati da un’eccessiva lentezza. Troppi Stati membri non hanno applicato le direttive esistenti e, sebbene la legislazione sia ottima e alcuni di essi l’abbiano recepita, nell’Unione europea si registra un’insufficiente volontà a trasporre le disposizioni esistenti. Mi auguro che questa relazione permetta di compiere un altro passo avanti con la Commissione – e so che l’Esecutivo ha realizzato enormi progressi a tale proposito imponendo agli Stati membri di rendere conto del loro operato, ma spero che essi riescano a capire da soli i vantaggi che la trasposizione di questa normativa comporta.

Le misure basate sull’articolo 13, la direttiva sull’uguaglianza razziale e la direttiva sull’occupazione sono importanti perché, così come si applicano ai migranti delle minoranze etniche di seconda o terza generazione nel Regno Unito, in Francia e in Italia, possono valere anche per la minoranza rom. Il bello di questa legislazione è proprio questo: è facile da trasporre. Per attuarla, però, occorre la volontà politica degli Stati membri.

Riguardo alla definizione di minoranze, dobbiamo considerare seriamente la questione delle minoranze tradizionali, nazionali e linguistiche. Dobbiamo capire che nell’Unione europea vi sono molte persone che vogliono proteggere la loro diversità, ma si rendono conto di essere una minoranza e, di conseguenza, si sentono vulnerabili. Questa relazione cerca di prendere in considerazione queste categorie, non per imporre soluzioni agli Stati membri, ma per definire un criterio a livello di Unione europea che affermi che, nel caso in cui un individuo appartenga a una minoranza, costui è anche un cittadino dell’Unione europea degno di rispetto e di mantenere le proprie tradizioni culturali, la propria lingua o qualunque altra cosa.

Infine vorrei dire che si è trattato di una relazione difficile, ma dobbiamo capire che il trattamento che uno Stato membro riserva alle proprie minoranze è indice dell’effettivo progresso di quel determinato Stato. Questa è una prova molto importante. Lo abbiamo rilevato nei criteri di Copenaghen e dovremmo rilevarlo anche oggi: uno Stato membro può essere giudicato dal modo in cui protegge le sue minoranze, dal modo in cui protegge la diversità all’interno della sua popolazione. L’Unione europea dispone già di una legislazione a tal fine. Dobbiamo utilizzarla, ed elaborare una definizione di minoranza che possa essere accettata da tutti. In questa relazione le difficoltà non sono mancate, ma mi auguro che la definizione cui siamo giunti possa essere ampiamente accettata da tutti i deputati dell’Assemblea.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione.(CS) Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei innanzi tutto ringraziare l’onorevole Moraes per l’ottima relazione e la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni e la commissione per l’occupazione per i loro inestimabili contributi.

La promozione dei diritti fondamentali e la lotta contro la discriminazione e per le pari opportunità rappresentano una priorità per la Commissione europea. Il Presidente della Commissione Barroso ha istituito, di sua iniziativa, un gruppo di Commissari incaricato di elaborare l’agenda politica dell’Unione europea in questi settori. La sua relazione, onorevole Moraes, ha richiamato la nostra attenzione sulla necessità di intraprendere ulteriori azioni per risolvere i problemi di discriminazione e sulla situazione in cui versano le minoranze nell’Unione europea. La Commissione condivide molti dei timori menzionati dall’onorevole Moraes e da altri deputati al Parlamento europeo.

Oggi le normative dell’Unione europea contro la discriminazione sono tra le più avanzate al mondo. Nel 2000 sono state adottate due importanti direttive che vietano la discriminazione fondata sulla razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, l’età, gli handicap e le tendenze sessuali. Tali direttive estendono l’ampia serie di normative comunitarie all’area della discriminazione fondata sul genere.

Come correttamente ha rilevato nella sua relazione, il nostro compito principale consisterà ora nel garantire l’efficace funzionamento di questi regolamenti nell’intera Europa allargata, ossia nel fare in modo che il processo di applicazione delle normative venga concluso a livello nazionale. Alcuni Stati membri, tuttavia, non hanno rispettato le scadenze stabilite. La Commissione prende molto sul serio il suo ruolo di custode dei Trattati in questo settore, e in diverse occasioni ha avviato azioni contro gli Stati membri che non hanno assolto i propri obblighi.

Analogamente, dobbiamo fare in modo che le persone siano consapevoli dei loro diritti e che siano in grado di trarne pieno beneficio. L’attività di sensibilizzazione è una priorità per la Commissione, e pertanto proponiamo che l’Unione europea designi il 2007 come Anno europeo delle pari opportunità per tutti. Questo anno europeo costituirà un’importante occasione per mobilitare tutti i partecipanti e per evidenziare i vantaggi che la diversità europea può apportare all’economia e alla società nel suo complesso. Mi auguro che potremo contare sul sostegno del Parlamento europeo per questa proposta e sulla vostra attiva partecipazione a questo anno europeo.

Nel 2004 la Commissione europea ha svolto un’ampia consultazione pubblica sul Libro verde sull’uguaglianza e la non discriminazione nell’Unione europea allargata. Abbiamo ricevuto oltre 1 500 risposte da parte di organi nazionali, organizzazioni che si occupano di uguaglianza, organizzazioni non governative, parti sociali e dal pubblico generale. Siamo molto soddisfatti di poter prendere in considerazione le opinioni e le reazioni del Parlamento europeo relativamente alle questioni affrontate nel Libro verde.

Per quanto riguarda il Libro verde, la Commissione ha adottato una comunicazione sulla non discriminazione e sulla parità di diritti per tutti. Questa comunicazione descrive una strategia quadro per le future attività che dovranno essere svolte in quest’area. Tale strategia va ben oltre la mera protezione dei diritti delle persone, ed esamina il modo in cui l’Unione europea può promuovere valide misure a sostegno dell’integrazione dei gruppi sociali la cui partecipazione alla società è ostacolata da notevoli impedimenti strutturali.

La Commissione valuterà anche il potenziale impatto e la fattibilità di nuove misure volte a integrare le attuali normative dell’Unione europea per la lotta alla discriminazione. Questo studio terrà conto dei rispettivi benefici delle misure legislative e non legislative e dei costi e dei benefici delle varie politiche alternative, nonché della necessità di fare in modo che non si apra una discussione sul quadro giuridico in vigore, che potrebbe indebolire l’attuale livello di protezione contro la discriminazione.

La Commissione è preoccupata in particolar modo per l’eccezionale gravità della situazione relativa all’esclusione e alla discriminazione delle comunità rom in tutta l’Unione europea, nonché nei paesi candidati e in quelli di recente adesione. L’Unione europea sta ora cercando di risolvere questi problemi, ricorrendo ad esempio alla propria legislazione sull’antidiscriminazione e all’uso mirato delle risorse finanziarie a sua disposizione. Questo, tuttavia, è un ambito in cui l’Unione non può agire da sola. E’ necessario uno sforzo congiunto da parte delle organizzazioni internazionali, degli organi nazionali degli Stati membri e dei rappresentanti dei gruppi dei cittadini. Tuttavia, convengo che dovremmo valutare il modo più efficace di utilizzare le politiche e i programmi politici dell’Unione per sostenere l’inclusione dei rom.

Come ha ribadito il Presidente Barroso, un gruppo di Commissari incaricato di occuparsi di diritti fondamentali, antidiscriminazione e pari opportunità esaminerà la questione in una prossima riunione.

 
  
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  Maria Matsouka (PSE), relatore per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali.(EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto congratularmi con l’amico Claude Moraes per il suo audace approccio alla questione della discriminazione.

Come relatrice per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sarei lieta se oggi potessimo parlare di sviluppo, cooperazione, solidarietà, tolleranza e di una distribuzione equa e razionale della ricchezza generata.

Purtroppo, però, tutto questo ha più la parvenza di un approccio teorico alla realtà che, in ogni sua espressione, svela in maniera preoccupante sempre più forme di discriminazione. La realizzazione dell’ideale in cui crediamo trova un forte avversario ovunque.

La causa determinante dell’esasperazione delle disparità economiche è proprio la liberalizzazione economica, che promuove l’attività individuale a discapito della collettività sociale. Ed è proprio la liberalizzazione economica il principale fattore che rafforza le tendenze xenofobe, che stravolge le relazioni industriali e crea nuovi eserciti di disoccupati, che rinvigorisce una particolare forma di razzismo sociale contro gli anziani e i disabili. Quindi è la liberalizzazione economica a essere il più importante alleato della discriminazione, e la lotta contro di essa deve essere posta al centro della nostra pratica politica.

E’ inoltre evidente che dietro il recente rifiuto espresso da francesi e olandesi nei confronti del progetto di Trattato costituzionale si celano cause che sono strettamente correlate ad alcune delle attuali forme di discriminazione sociale, quali la disoccupazione, la povertà e l’ansia per il futuro dello Stato sociale.

In conclusione, al di là dei testi teorici, dobbiamo passare ai fatti concreti, alla pratica. Dobbiamo dare alle prossime generazioni una società in cui il colore della pelle, la religione, il genere, l’origine o le preferenze sessuali non siano motivo di discriminazione. Dobbiamo lottare per un’Europa sociale che metta al primo posto le persone, un’Europa della partecipazione che investa nell’istruzione, nella piena occupazione, nella qualità della vita e nell’eliminazione della povertà. Lo dobbiamo ai bambini del mondo intero.

 
  
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  Edit Bauer, a nome del gruppo PPE-DE. – (HU) In questo caso il lavoro del relatore è stato pionieristico e di ciò lo ringrazio. E’ vero che molte relazioni si occupano di antidiscriminazione, ma questa ha compiuto un ulteriore passo avanti rispetto alle precedenti. Per proteggere le minoranze non basta limitarsi a proibire la discriminazione, occorre che il pensiero politico si concentri maggiormente sulla creazione di pari opportunità. Tuttavia, se si considerano insieme i due aspetti, emergono diversi problemi, e per questo la relazione ha inevitabilmente finito per essere lunga; la questione è complessa e di conseguenza il testo esamina tutta una serie di nuove implicazioni.

La relazione si concentra innanzi tutto sulla protezione delle minoranze. Giacché i diritti delle minoranze costituiscono parte integrante dei diritti umani, e questi ultimi figurano tra gli indiscutibili valori fondamentali della regione europea, è indubbio che la questione in esame sia innegabilmente importante e inevitabile. In un’Europa in fase di allargamento, è più che logico che emerga la questione della duplicità di criteri riguardo a un problema come questo. Se da un lato i criteri di Copenaghen hanno chiaramente definito le aspettative dell’Unione europea in merito alla protezione delle minoranze, dall’altro finora gli Stati membri non sono stati obbligati ad adeguare di conseguenza la loro politica sulle minoranze. Nei nuovi Stati membri, che prima dell’adesione hanno allineato la loro politica sulle minoranze a quella dell’Europa, vi è il rischio che una recrudescenza del nazionalismo possa non solo arrestare questo processo, ma anche provocare un aumento degli atti di intolleranza contro le minoranze. Ecco perché è davvero necessario istituire un sistema di controllo.

I problemi specifici emersi durante la stesura della relazione – problemi relativi alla variegata situazione delle diverse minoranze, da un lato, e al carattere universale dei diritti umani, dall’altro – hanno dimostrato chiaramente che, all’interno dell’Unione, occorre proprio una politica come questa. Sostengo fermamente il paragrafo della relazione in cui si sottolinea che questa politica deve essere basata sui fondamentali principi europei della sussidiarietà e dell’autogoverno.

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE.(FR) Signor Presidente, una delle principali aspettative dei cittadini dell’Unione europea è una migliore protezione dei loro diritti. Per la verità sappiamo tutti che il diritto di parlare e scrivere liberamente, di eleggere i propri rappresentanti e di vivere nel modo prescelto non ha alcun senso per coloro che, nella vita di ogni giorno, sono privi dei mezzi materiali di cui dovrebbero disporre a garanzia della loro dignità.

L’inclusione della Carta dei diritti fondamentali nel Trattato costituzionale costituisce un notevole passo avanti per i cittadini europei. Dimostra che la protezione dei diritti dei cittadini è al centro dell’integrazione europea e l’articolo 1 ribadisce la primaria importanza della dignità umana. In questo modo la Carta assume anche un concreto significato giuridico. Speriamo che sia così.

La relazione del collega Moraes rileva l’importanza dei diritti fondamentali e, in particolare, della protezione delle minoranze in un’Europa allargata. Purtroppo constatiamo che l’articolo 13, che affida alla Comunità il compito di combattere tutte le forme di discriminazione, e i provvedimenti europei in materia sono stati scarsamente o parzialmente applicati dagli Stati membri. Innanzi tutto, dunque, è assolutamente necessario garantire un migliore recepimento, una migliore applicazione della legislazione europea in quest’ambito. Riteniamo anche che un’efficace lotta alla discriminazione vada di pari passo con una politica europea comune coerente in materia di integrazione.

Infine, la povertà e l’esclusione sociale sono una forma di discriminazione e l’eradicazione della povertà deve fare parte della politica di lotta alla discriminazione. Dobbiamo attuare meccanismi che consentano a chi è vittima dell’esclusione e della povertà di avere un accesso adeguato all’occupazione e all’alloggio, e che garantiscano la rappresentanza di queste persone in seno agli organi politici.

 
  
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  Sophia in ’t Veld, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, desidero congratularmi con il relatore per l’enorme e talvolta esasperante lavoro che ha svolto. Si è occupato di questioni molto interessanti. Con l’Unione europea allargata stiamo assistendo al sorgere di problematiche assolutamente nuove. Personalmente mi sono resa conto che, se gli Stati Uniti sono un crogiolo di razze, l’Unione europea è un ricchissimo, colorito e magnifico mosaico di diversità. Questa è una caratteristica che va apprezzata e di cui bisogna andare fieri. Abbiamo compiuto i primi passi lungo la strada di un’importantissima discussione.

L’Unione europea deve rispettare i diritti delle minoranze, ma non dobbiamo dimenticare che, in ultima analisi, ogni cittadino è anche un individuo e, di conseguenza, ogni cittadino deve godere dei medesimi diritti; in secondo luogo, l’Unione europea deve rispettare l’identità culturale delle minoranze e, al contempo, dobbiamo fare in modo che questo non pregiudichi la piena integrazione e partecipazione alla comunità.

Riguardo alla questione della non discriminazione, purtroppo dopo tanti anni è ancora necessario tenere questo dibattito. Come ha già detto il precedente oratore, vi sono ancora molti gruppi, come le donne, che devono fare i conti con la discriminazione e che rimangono indietro.

Vorrei soffermarmi in particolar modo su un paragrafo che ha suscitato qualche preoccupazione: il paragrafo sui diritti degli omosessuali. Su questo punto dobbiamo essere onesti con noi stessi. I diritti fondamentali valgono per tutti i cittadini, non solo per alcuni gruppi. Se vogliamo davvero attenerci alla Carta dei diritti fondamentali, che afferma che non devono esistere discriminazioni fondate sulle tendenze sessuali, domani non possiamo assolutamente votare a favore dell’emendamento volto a rimuovere il paragrafo sull’omofobia e sugli ostacoli alla libera circolazione.

Stamani abbiamo parlato di terrorismo e del giusto equilibrio che deve esistere con i diritti fondamentali. Pertanto spero che domani l’Assemblea accorderà il proprio incondizionato sostegno a questa relazione.

 
  
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  Tatjana Ždanoka, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Oggi, quando la crisi del processo d’integrazione europea è ormai evidente, vorrei citare le seguenti parole di Yehudi Menuhin: “O l’Europa diventerà un’Europa delle culture oppure morirà”. Quest’affermazione risale al gennaio 1999 e fu pronunciata in occasione dell’apertura di una mostra dedicata alle minoranze europee. Tutti noi attraversiamo regolarmente la stanza in cui si tenne questa mostra e che ora reca il suo nome.

Oggi discutiamo e domani voteremo la relazione sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione, che è assolutamente fondamentale per il futuro dell’Unione. Questa relazione, nella forma in cui è stata adottata dalla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, è un ottimo testo che dimostra un’effettiva capacità di sviluppare l’Unione come un’area in cui i diritti fondamentali, compresi quelli delle minoranze, vengono realmente protetti. Ciononostante, questa relazione è stata sostenuta da poco più della metà dei membri della commissione. Sembra inoltre che l’intero Parlamento sia dominato dalla stessa divergenza di opinioni.

A cosa si deve questa situazione? Forse il motivo è che molti di noi hanno un parere diverso sui diritti delle minoranze o per la verità non ne hanno alcuno. Sorprendentemente, riusciamo a raggiungere un consenso su diverse risoluzioni che indicano a chi si trova al di fuori dell’UE come rispettare i diritti umani e sviluppare la democrazia, ma non siamo disposti a sostenere il testo in cui si afferma che tali diritti devono essere rispettati all’interno dell’Unione.

Perché restiamo in silenzio quando gli Stati membri ignorano lo spirito dei trattati internazionali che tutelano i diritti umani, quali ad esempio la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali?

Credo che domani la maggioranza del Parlamento appoggerà il testo così com’è stato approvato dalla commissione, sostenendo quindi l’Europa delle culture.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi voglio ringraziare il collega Moraes per il buon lavoro nella preparazione di questo testo, perché in Europa abbiamo concretamente bisogno di proteggere le minoranze e di produrre iniziative attive contro le discriminazioni. Presumo che proprio in queste ore tutti i colleghi siano stati oggetto di vere e proprie azioni di lobby da parte di cittadini dell’Unione europea, che ci chiedevano addirittura di sopprimere alcuni paragrafi della relazione Moraes.

Ci diciamo spesso difensori delle minoranze, salvo poi dimostrare tanta ipocrisia quando si tratta di libertà religiosa o di riconoscimento della libera circolazione e dei matrimoni omosessuali. Alcuni temi sono tabù: è per esempio notizia di oggi che addirittura a Catania, città civile dell’Italia, è stata negata la patente a un cittadino italiano perché omosessuale. Credo che questo fatto la dica lunga anche sul livello di garanzia che dobbiamo attivare contro le discriminazione e che sia anche utile avviare un’iniziativa volta ad assicurare che, nei confronti delle minoranze, sia garantita una vera e propria azione di cittadinanza e non solo di tolleranza.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM.(NL) Signor Presidente, a suo tempo non ero favorevole all’inclusione dell’articolo 13 nel Trattato CE, non perché accettassi la discriminazione – anzi – ma perché non è auspicabile che questa materia venga disciplinata a livello europeo. Spetta agli Stati membri promulgare il giusto tipo di regolamenti. Non mi sorprende che, nella sua relazione, l’onorevole Moraes affermi che gli Stati membri applicano di malavoglia questa politica. Affrontare questo problema a livello europeo non sembra apportare alcun valore. Le convinzioni religiose non sono una questione personale: devono essere professate all’interno di una comunità e venire espresse nell’atteggiamento che ciascuno adotta nei confronti della vita. Suggerendo, come fa il paragrafo 22, che nel campo dell’istruzione la discriminazione sarebbe determinata da motivi religiosi, si ignora il significato che le convinzioni religiose rivestono per l’identità dell’istruzione.

Infine, ringrazio l’onorevole in ’t Veld per l’emendamento n. 4. La discriminazione contro i cristiani deve essere combattuta con la stessa tenacia con cui si contrastano altre forme di discriminazione.

 
  
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  Romano Maria La Russa, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto mi congratulo con la relatrice per l’impegno profuso nella stesura della relazione, che però ritengo ancora incompleta e sicuramente poco efficace. La protezione dei diritti fondamentali, che ha costituito un elemento cardine della costruzione europea, e la Carta dei diritti fondamentali, proclamata a Nizza nel 2000, ribadiscono l’importanza nonché la necessità di una politica coerente d’integrazione, volta a proteggere le minoranze e a favorire l’integrazione dei cittadini di paesi terzi, soprattutto alla luce del recente allargamento.

Noi tutti concordiamo nel dire che la discriminazione è un fenomeno da combattere, che tutti gli uomini debbono godere di uguali diritti e che nessuno debba sentirsi discriminato per motivi razziali, etnici, religiosi o altro. Tuttavia, ritengo che l’inclusione sociale degli immigrati, la protezione delle minoranze e delle diversità culturali – obiettivi prioritari della Costituzione europea – non debbano essere raggiunti sempre e comunque a qualsiasi prezzo. Consentitemi di esprimere i miei dubbi verso quelle comunità di immigrati che mostrano chiari segni di insofferenza – per non dire di disprezzo – nei confronti del paese ospitante, delle sue tradizioni, della sua storia, della sua cultura; verso coloro che rivendicano un’illegittima autonomia e ritengono loro diritto non rispettare le leggi dello Stato in cui soggiornano, spesso illegalmente. Sono loro i primi a non volersi integrare.

Occorre certamente regolarizzare gli immigrati, permettendo a chi è in regola di non essere discriminato, purché manifesti chiaramente la volontà di inserirsi e di contribuire attivamente allo sviluppo economico e sociale di chi li ospita. Garantendo, invece ad ogni costo, ogni sorta di diritto – sistematicamente e incondizionatamente – vi è il rischio che gli unici a sentirsi discriminati saranno i cittadini europei, che assolvono tutti gli obblighi fiscali e sociali nei confronti dello Stato, nel rispetto delle regole.

Infine, per quanto riguarda il paragrafo che tratta l’omofobia e le coppie omosessuali, debbo dichiarare, naturalmente, la mia totale contrarietà, ritenendo “famiglia” solo quella tradizionale: un papà maschio, una mamma femmina e i figli come vengono, maschi o femmine. Purtroppo, il tempo a mia disposizione è finito ma avrei voluto approfondire, come credo valga la pena, tali argomenti in quest’Aula.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE).(FR) Signor Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Moraes per l’ottima relazione e, se i nazionalisti e gli omofobi l’attaccano, onorevole Moraes, non abbia alcun timore, perché questa sarà la prova della validità del testo che ha elaborato.

Come presidente dell’intergruppo per le minoranze nazionali tradizionali, vorrei sottolineare i seguenti punti. Innanzi tutto, l’Unione europea non dispone di alcun sistema per la protezione delle minoranze nazionali. Dobbiamo elaborare criteri giuridici e politici per la protezione delle minoranze nazionali e mettere a punto un sistema di controllo, come ha proposto l’onorevole Bauer nel suo parere.

In secondo luogo, dobbiamo distinguere tra le minoranze nazionali tradizionali cui fa riferimento l’onorevole Moraes nella sua relazione e le minoranze migranti definite dal Consiglio d’Europa. Ho proposto di identificare le minoranze migranti come le nuove minoranze. I diritti fondamentali sono indivisibili, ma gli obblighi dello Stato sono diversi: nel caso delle minoranze tradizionali, dobbiamo garantire la protezione della loro lingua e della loro identità; nel caso delle minoranze migranti, invece, dobbiamo fare in modo che esse vengano integrate nella società.

In terzo luogo, in seno all’Unione europea dobbiamo chiarire il rapporto esistente tra non discriminazione e discriminazione positiva. Disponiamo di alcune clausole antidiscriminatorie, ma la situazione non è chiara. Qual è il rapporto tra parità di trattamento e trattamento preferenziale? Non possiamo garantire i diritti delle minoranze nazionali senza trattamento preferenziale o discriminazione positiva. Onorevoli colleghi, vi chiedo di accordare il vostro pieno sostegno a quest’eccellente relazione.

 
  
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  Henrik Lax (ALDE).(SV) Signor Presidente, i nuovi Stati membri hanno portato con sé nuove minoranze linguistiche e nazionali nell’Unione europea, che è sempre più caratterizzata dalla diversità linguistica. Vengono avanzate nuove richieste nei confronti della politica UE sulle minoranze, e di questa tematica si è egregiamente occupata la relazione.

Attualmente sono già 46 milioni gli abitanti dell’Unione europea con una madrelingua diversa da quella che viene parlata nei loro paesi. Il fatto che il numero di eurodeputati per paese diminuisca quando nuovi Stati membri entrano a far parte dell’UE è un problema, perché in quel caso le minoranze linguistiche e nazionali sono le prime a scomparire dal Parlamento europeo. A seguito dell’ultimo allargamento sono scomparse quattro minoranze e questo processo è destinato a continuare, se non si adotterà alcuna misura. A essere in gioco è la base stessa della democrazia, perché tutti dovrebbero essere rappresentati, e riconosciuti, dall’organo alla cui legislazione sono soggetti.

Come afferma alquanto opportunamente il relatore, un prerequisito per un’inclusiva politica sulle minoranze è una rappresentanza adeguata all’interno del processo decisionale. Se si considera il modo in cui ora vengono pianificati gli allargamenti, se ne deduce che quasi tutte le minoranze saranno destinate a scomparire dal Parlamento, e questo non è auspicabile.

La questione si potrebbe risolvere se, ad esempio, l’Unione europea istituisse 30 seggi parlamentari destinandoli alle minoranze linguistiche nazionali. Ovviamente potrebbe essere difficile stabilire con esattezza il modo in cui essi dovrebbero essere definiti, ma non si deve ingigantire il problema. Nella maggior parte dei casi, si tratta di gruppi di popolazione di cui si è riconosciuto lo status nei loro paesi e che non sono né anonimi né invisibili.

Occorre dare visibilità alla diversità dell’Europa. Privare le minoranze dell’Europa dell’opportunità di ottenere una seppur fragile rappresentanza è un grave problema, che influisce sul modo in cui la stabilità può essere garantita sul nostro continente. In Europa molte guerre sono scaturite dall’oppressione esercitata dalle maggioranze nei confronti dei gruppi più piccoli. Mi auguro che il Parlamento e la Commissione si occupino di questo problema.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare anch’io l’onorevole Moraes per il lavoro svolto su questa complicatissima relazione, che, come alcuni hanno già rilevato, dimostra la crescente complessità dell’Unione europea.

Attualmente stiamo cercando di stabilire a chi appartenga l’Europa che stiamo creando, e questa relazione, insieme ad altre in discussione stasera, rimarca nettamente il fatto che deve trattarsi di un’Europa inclusiva, in cui le persone godano di pari opportunità per realizzare il loro potenziale. Dobbiamo combattere lo sviluppo di movimenti basati sull’odio e sull’esclusione, fenomeno che, per molti di noi, è assolutamente inammissibile in seno all’Unione europea.

Sono soddisfatto per il particolare riconoscimento accordato in questa relazione al lavoro svolto dalle autorità locali e da altre componenti della società, perché stiamo osservando una specie di cambiamento culturale destinato ad ampliare l’Unione europea. Mi associo alla dichiarazione dell’onorevole Moraes sulle direttive fondate sull’articolo 13. Mi auguro che questa sia una priorità della prossima Presidenza, in modo tale che almeno la legislazione possa essere in vigore quando nel 2007 celebreremo l’Anno europeo delle pari opportunità.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL).(EN) Signor Presidente, tra la retorica UE sull’uguaglianza, l’inclusione e la diversità e la realtà dell’esperienza che si vive negli Stati membri esiste un abisso. Questa relazione afferma a ragione che alle questioni sui diritti delle minoranze non è stata accordata sufficiente priorità nell’agenda dell’Unione europea. Dalla relazione emerge anche l’imponente mole di lavoro che dobbiamo svolgere in quest’area se vogliamo colmare il divario che separa la retorica dalla realtà. Nel breve tempo che ho a disposizione unirò la mia voce a due richieste specifiche che sono state avanzate nella relazione.

Una condizione essenziale per l’affermazione e la protezione dei diritti delle minoranze è la volontà politica. A tale proposito riprendo l’invito della relazione a compiere rapidi progressi in merito alla decisione quadro del Consiglio sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia. Altrettanto essenziale è la disponibilità di dati esaurienti, affidabili e scorporati sulla discriminazione. La relazione ritiene giustamente che quest’area debba essere oggetto di un’azione immediata.

Mi congratulo con l’onorevole Moraes e accolgo con favore il paragrafo della relazione in cui si afferma che la parità di trattamento è un diritto fondamentale, non un privilegio, e che i diritti umani sono indivisibili e non si possono né vendere né comprare. Per tutti noi la sfida consiste nel mettere in atto meccanismi, e soprattutto risorse, per realizzare questi obiettivi.

(L’oratore ha parlato in irlandese)

 
  
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  Ģirts Valdis Kristovskis (UEN).(LV) Onorevoli colleghi, bisogna riconoscere l’importanza degli obiettivi della relazione dell’onorevole Claude Moraes e rilevare il senso di responsabilità personale dimostrato dal relatore nella ricerca della verità, ma al tempo stesso va detto che il processo di elaborazione di questo testo ha ancora una volta chiaramente dimostrato che, nella creazione di una politica comune per le minoranze e l’antidiscriminazione in Europa, è assolutamente indispensabile e fondamentale tenere conto della specifica e unica situazione storica e politica di ogni paese; occorre rispettare l’importanza che per un paese riveste la preservazione della propria identità e della propria giurisdizione nella soluzione di problemi relativi alle minoranze e alla discriminazione di cui queste sono oggetto. Durante la stesura della relazione, è evidente che questo principio è stato violato più volte nelle proposte presentate dai singoli deputati che, a giudicare dalle ingiuste critiche rivolte alle politiche sulle minoranze attuate da Lettonia ed Estonia, su tale questione sono disinformati o prevenuti. Le loro rivendicazioni sono assurde, perché l’atteggiamento assunto dalla Lettonia nei confronti delle minoranze non è meno accomodante di quello che si riscontra in altri paesi.

Onorevoli colleghi, alla luce del protrarsi di questi aperti, ingiustificati e ininterrotti attacchi verso i due Stati che più di tutti sono stati vittime del regime totalitario sovietico, vi chiedo alfine di capire e riconoscere che, in casi diversi, non si deve cercare di dare una soluzione uniforme ai problemi, bensì elaborare una politica per le minoranze che si adatti alle caratteristiche individuali di ogni singolo paese. Così, per esempio, la collega Tatjana Ždanoka ha iniziato a cercare di inserire in tutte le possibili formulazioni della risoluzione la questione dei non cittadini che è tipica della Lettonia: ha tentato di evidenziare questa peculiarità e di intimorire l’Europa con gli oltre 400 000 non cittadini della Lettonia, finendo così col creare una situazione in cui, in diverse parti del testo della conclusione della relazione, vari termini giuridici e concetti sostanzialmente diversi quali minoranze etniche, immigranti, rifugiati, apolidi e non cittadini, che sono tutt’altro che la stessa cosa, vengono nondimeno confusi tra loro. Ne è derivata una diminuzione dell’obiettività e della qualità della relazione.

E’ giunto il momento di ricordare che la repressione e la distruzione delle nazioni indigene dei popoli baltici e l’afflusso di migranti economici sono i motivi per cui, durante l’occupazione di Estonia e Lettonia, la composizione etnica degli abitanti di questi Stati è cambiata significativamente, dando origine a un numero relativamente elevato di non cittadini con ideologie straniere. La Lettonia si è comportata in maniera molto equa e, da parte sua, la legislazione ha conferito diritti speciali alle persone che si trovavano sul suo territorio durante il periodo dell’occupazione – ovvero il diritto a essere naturalizzati in qualsiasi momento. Il fatto che molti non abbiano voluto usufruire di tale diritto deve essere considerato come l’espressione delle loro volontà individuali, e non come un atto di protesta nei confronti di tali paesi. Non solo il numero di cittadini, ma anche la loro lealtà, il loro rispetto per il paese, la sua lingua e i suoi valori devono essere i criteri per l’ottenimento della cittadinanza e il consolidamento della società. Bisogna evitare le esagerazioni e si deve capire che ad esempio, nel caso della Lettonia, se la cittadinanza venisse concessa a seguito di pressioni esterne, il valore di questo atto verrebbe scalfito e ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti della nazione indigena, e la sua identità e l’esistenza dello Stato verrebbero seriamente pregiudicate.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, la protezione delle minoranze non dovrebbe essere solo uno dei fondamentali criteri politici di Copenaghen per i paesi candidati, ma anche un indicatore dinamico della democratizzazione e del consolidamento delle Istituzioni democratiche. Da questo punto di vista, l’Unione europea deve ergersi a giudice e controllore severo della condotta di tutti i paesi candidati e deve agire in tal senso senza farsi influenzare da ragioni e calcoli selettivi che sono spesso dettati da interessi e motivi di convenienza politica a breve termine.

La questione delle minoranze non deve essere utilizzata per promuovere gli interessi nazionali o pregiudicare gli altri paesi. La filosofia della strategia dell’escalation, che usa le minoranze etniche e religiose come un ariete, è fonte di tensione e conflitto e alimenta la sfiducia reciproca che, in ultima analisi, finisce per andare a discapito delle minoranze stesse.

In Europa le minoranze possono fungere da ponte ai fini della cooperazione e del consolidamento della sicurezza. La relazione Moraes tenta di dare una definizione di minoranza etnica rifacendosi a quella fornita dal Consiglio d’Europa. Tuttavia, credo che alla sua relazione, specialmente al paragrafo 7 sulla definizione, debba essere aggiunto un chiaro riferimento ai trattati internazionali che disciplinano le questioni relative alle minoranze etniche e religiose.

Un trattato internazionale costituisce una solida base per proteggere i diritti delle minoranze e un quadro sicuro per invalidare le politiche che li sfruttano per altri scopi.

Con questa osservazione desidero congratularmi con l’onorevole Moraes per l’ottima relazione che ci ha presentato e credo che domani dovremmo esprimere voto favorevole su di essa.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Signor Presidente, credo che il trattamento che riserviamo alle nostre minoranze rifletta la forza della nostra democrazia. Va detto che nessuno Stato membro è privo di difetti quando si tratta di dare forma concreta ai diritti umani fondamentali.

Unità nella diversità non è solo uno slogan, ma un’affermazione che deve essere messa in pratica in quanto è essenziale per il progresso umano nei nostri Stati membri e, oserei dire, per la sopravvivenza stessa dell’Unione europea. L’onorevole Moraes si è impegnato a fondo e ha prodotto una relazione ottima e ben equilibrata. In Irlanda non abbiamo ancora realizzato i progressi che dovremmo raggiungere in materia di parità femminile e diritti dei viaggiatori e degli omosessuali. So anche che altri Stati membri non concedono la piena cittadinanza alle minoranze e che questo è un problema particolarmente delicato in Lettonia e in Estonia. Questa relazione, però, non vuole essere critica, anzi, cerca di affrontare questi problemi in uno spirito di solidarietà, tentando di aiutare tutti gli Stati a rispettare i valori europei.

Esorto tutti i deputati e i gruppi politici al Parlamento europeo a sostenere questa relazione. Credo che si tratti di un ottimo testo.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (CS) Onorevoli deputati, ho ascoltato con interesse il vostro dibattito e, se possibile, vorrei soffermarmi solo su alcuni punti.

Penso che sia davvero importante sostenere e accelerare l’attuazione della legislazione europea nei singoli Stati membri. E’ evidente che resta ancora molto da fare, e voglio affermare a chiare lettere che la Commissione prende molto sul serio il suo ruolo di custode dei Trattati.

Vorrei anche porre l’accento sull’Anno europeo delle pari opportunità, che ci offrirà l’occasione di svolgere una campagna di sensibilizzazione su queste complesse e delicate questioni. Vorrei concludere affermando che sono convinto che la nuova strategia adottata dalla Commissione costituirà un quadro adeguato per l’adozione di future misure antidiscriminazione. E’ ovvio che occorre una combinazione di tutti gli strumenti disponibili, tra cui quelli legislativi, e che è assolutamente indispensabile concentrarsi soprattutto su quei gruppi che purtroppo non hanno ancora avuto la possibilità di partecipare a pieno titolo alla vita sociale ed economica.

Onorevoli deputati, desidero congratularmi ancora una volta con l’onorevole Moraes per la sua relazione. Vi ringrazio.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, alle 12.00.

 

28. Legami tra immigrazione legale e clandestina ed integrazione dei migranti
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0136/2005), presentata dall’onorevole Gaubert a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sui legami tra immigrazione legale e clandestina ed integrazione dei migranti.

 
  
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  Patrick Gaubert (PPE-DE), relatore. (FR) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei ringraziare i relatori ombra, con cui ho lavorato molto negli ultimi mesi per elaborare una relazione completa e coerente in merito ad alcuni argomenti molto delicati: la mia relazione riguarda infatti l’immigrazione legale e illegale e le politiche di integrazione.

Da tempo immemore gli essere umani emigrano per sfuggire alla povertà o alle persecuzioni, alla ricerca della felicità, nella speranza di un futuro migliore. Oggi, con la globalizzazione e la moltiplicazione delle possibilità di trasporto, i flussi migratori si sono fatti più intensi e complessi. Sono una conseguenza della nuova aspirazione da parte degli uomini e delle donne in tutto il mondo, a lavorare in altri paesi, a fare nuove esperienze. Sono inoltre il risultato delle disuguaglianze presenti in tutto il mondo, della povertà, piaga di troppe regioni del pianeta. Nel corso delle elezioni nazionali, in alcuni Stati membri, l’immigrazione è un tema ricorrente delle campagne elettorali. Alcuni paesi decidono di chiudere le proprie frontiere e adottare misure severe, mentre altri regolarizzano migliaia di immigrati illegali.

L’Unione europea appare divisa per quanto riguarda la questione dell’immigrazione. E’ vero che ciascuno Stato membro ha il diritto di decidere quanti immigrati intende accogliere, ma l’Unione europea non ha più frontiere interne. Di conseguenza, ciascuna misura presa a livello nazionale ha ripercussioni significative e dirette sugli altri Stati membri. Oggi è quindi fondamentale che tutti gli Stati membri si organizzino a livello europeo. La soluzione a molti dei problemi che essi affrontano dev’essere sia europea che nazionale. Alcuni partiti politici sfruttano sistematicamente i periodi elettorali per istituire paralleli intrisi di pregiudizio tra insicurezza, terrorismo e immigrazione, alimentando nei nostri concittadini la paura degli immigrati e degli stranieri. Naturalmente questo è inaccettabile.

E’ essenziale innanzi tutto fornire informazioni obiettive, trasparenti e costanti sulle politiche di immigrazione e, in secondo luogo, lanciare campagne d’informazione rivolte alla popolazione, al fine di cambiarne la percezione degli immigrati come criminali. Nella mia relazione ho voluto assumere un approccio responsabile, equilibrato e ampio. Responsabile, perché dobbiamo affrontare questi argomenti con un maggiore senso di responsabilità: non dobbiamo dimenticare che abbiamo a che fare con uomini e donne, non con merci! Ho voluto inoltre adottare un approccio equilibrato: gli Stati membri non devono basare le proprie politiche solo su considerazioni di sicurezza o solo sullo spirito di liberalismo. Dobbiamo pertanto trascendere le differenze nazionali e abbassare i toni del dibattito al fine di sviluppare una politica europea in materia di immigrazione umana ed efficace. Infine, ho voluto un approccio ampio per una maggiore coerenza ed efficacia.

Vorrei affrontare alcuni aspetti di cui ho discusso nella relazione. Innanzi tutto, l’esigenza di una politica attiva di cosviluppo per combattere le principali cause dell’immigrazione. In secondo luogo, la lotta all’immigrazione illegale mediante controlli più rigorosi lungo le nostre frontiere esterne, lo smantellamento delle reti del traffico di esseri umani, pene più severe, molto severe, per le imprese che utilizzano lavoratori clandestini. In terzo luogo, l’immigrazione legale: se l’Unione europea deve aprire le frontiere a coloro che immigrano legalmente in risposta al previsto declino della popolazione attiva, deve farlo in modo organizzato e concordato da tutti. Infine, le politiche di integrazione degli immigrati: le politiche di ammissione e quelle di integrazione sono inseparabili. Gli Stati membri devono attuare politiche più attive. Per parte loro, gli immigrati devono comprendere e rispettare i valori fondamentali del paese ospitante: l’apprendimento della lingua, i corsi di educazione civica e una migliore integrazione nel mercato del lavoro sono alcuni elementi fondamentali di questo processo.

Onorevoli colleghi, ritengo che l’immigrazione, se controllata e cogestita, sia un’ottima cosa per il paese d’origine, per il paese ospitante e per gli stessi immigrati. Questo è il principio dell’immigrazione positiva per tutti, controllata e gestita congiuntamente. Né accogliere chiunque arrivi né porsi come obiettivo il mito dell’immigrazione zero è una posizione realistica o particolarmente responsabile. Ciascuno Stato deve accogliere gli immigrati secondo le proprie capacità di integrazione, i propri interessi e quelli del paese d’origine.

Il tema dell’immigrazione è troppo delicato, talvolta troppo tragico, per continuare a renderlo argomento di battibecchi politici. Quando ne discutiamo deve prevalere una prospettiva: dove sono le persone in tutto questo? Senza dubbio dobbiamo essere realisti, ma dobbiamo anche tenere conto dell’innegabile fratellanza umana e della solidarietà che essa comporta. Onorevoli colleghi, il Parlamento deve dare un segnale forte e unico al Consiglio e ai cittadini d’Europa, in modo che si possano compiere rapidi progressi nel campo delle politiche di immigrazione e di integrazione. Mi auguro pertanto che domani la relazione venga adottata da un’ampia maggioranza.

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signor Presidente, in primo luogo mi congratulo con il relatore, onorevole Gaubert, per la relazione in esame che ritengo estremamente equilibrata e articolata. Credo si tratti di un eccellente contributo per una politica europea sull’immigrazione, che sottolinea da un lato il valore aggiunto dell’Europa, dall’altro l’importanza di una stretta cooperazione con i paesi terzi.

Esprimerò alcune opinioni sui punti qualificanti della relazione in oggetto. In primo luogo, per quanto riguarda la determinazione di un meccanismo di allerta precoce (early warning system), la Commissione sostiene fortemente questa idea e sta definendo una sua proposta. Entro quest’estate intende presentare una proposta di decisione del Consiglio relativa alla messa a punto di una procedura di consultazione preliminare tra gli Stati membri nell’adozione di misure in materia di asilo e immigrazione.

Per quanto riguarda poi il nesso tra immigrazione e politiche di sviluppo, la Commissione intende presentare, sempre entro quest’estate, una proposta di comunicazione per sviluppare idee e proposte concrete tese a collegare la politica migratoria europea con la cooperazione in materia di sviluppo e in questo ambito saranno certamente esaminate tematiche particolarmente delicate, come la cosiddetta “fuga di cervelli”, materia estremamente sensibile anche per i paesi di origine dei flussi di manodopera altamente qualificata.

Anche in relazione alle misure di contrasto all’immigrazione illegale, la Commissione condivide ovviamente l’approccio del relatore: la nostra azione è diretta contro ogni tipo di tratta di esseri umani, in cui ovviamente gli immigrati clandestini sono soltanto le vittime. Stiamo riflettendo su proposte di norme comuni per la diffusione di prassi eccellenti al fine di combattere meglio la tratta di esseri umani, cercando possibilmente di coinvolgere maggiormente i paesi terzi e promuovere una collaborazione più stretta tra gli stessi paesi terzi e i paesi europei per la protezione dei confini marittimi.

Anche la politica europea in materia di rimpatrio merita grande attenzione. Il programma dell’Aia stabilisce espressamente la necessità di norme comuni europei in materia. La Commissione intende presentare, probabilmente entro il mese di settembre, una proposta di direttiva, contente regole comuni, trasparenti – che ovviamente esamineremo insieme – in materia di politica di rimpatrio, che terranno pienamente conto della necessità di rispettare i diritti fondamentali di ciascuna persona. Non ritengo si possa fare alcuna distinzione, quando si discute di diritti fondamentali, tra un immigrato regolare e un immigrato clandestino: il diritto fondamentale al rispetto della dignità umana si applica indifferentemente tanto agli immigrati regolari come a quelli clandestini.

Veniamo ora al tema importante dell’immigrazione legale per ragioni economiche: stiamo raccogliendo molte proposte sul Libro verde, che tutti conoscete, pubblicato dalla Commissione lo scorso gennaio. Il prossimo 14 giugno si svolgerà un’audizione pubblica e in base all’esito di questa ampia consultazione prepareremo una proposta entro la fine di quest’anno. Tale proposta – come ho avuto già occasione di ribadire in questo Parlamento – sarà appunto il frutto di un grande dibattito europeo.

Riveste una particolare importanza anche il tema del reclutamento – e della facilitazione dello stesso – di lavoratori stagionali e temporanei. L’importanza dell’immigrazione economica è largamente riconosciuta: si può affermare che, grazie a una reale politica europea dell’immigrazione economica, l’immigrazione può rappresentare un’opportunità per l’Europa e per il suo mercato del lavoro. In alcuni settori si segnala addirittura la necessità di particolari figure professionali che non può essere coperta dall’offerta di personale europeo. L’immigrazione economica, come riconosce anche il relatore, è indubbiamente una materia estremamente sensibile per gli Stati membri. Noto tuttavia con grande soddisfazione che il dibattito pubblico europeo sul Libro verde ha in qualche modo alleviato la riluttanza degli Stati membri, che rifiutavano addirittura in linea principio, in alcuni casi, di affrontare a livello europeo il tema dell’immigrazione legale e che ora hanno compreso che solamente una simile politica può determinare un effettivo valore aggiunto.

Vorrei soffermarmi infine sui due importantissimi temi dell’integrazione e della protezione degli immigrati. Per quanto riguarda la prima, voi tutti sapete che la proposta da me formulata e accolta dalla Commissione consiste nel dare una rilevanza speciale all’integrazione. L’integrazione è, a mio avviso, una componente essenziale della politica europea dell’immigrazione. Intendo presentare, nella seconda parte del 2005, una comunicazione sulla definizione di un quadro europeo coerente delle politiche di integrazione. So bene che l’integrazione è essenzialmente materia nazionale, che cioè spetta agli Stati membri preoccuparsi delle politiche reali di integrazione; ma credo che l’Europa non debba rinunciare a stimolare gli Stati membri e ad intervenire per aiutarli nelle politiche di integrazione. Ritengo che senza un’integrazione, che richiede educazione e programmi di accesso ai servizi sociali, difficilmente si possa avere una politica migratoria europea realmente efficace. Chiedo a tale proposito un sostegno vigoroso del Parlamento per superare le difficoltà che hanno ancora alcuni Stati membri all’idea di affrontare il tema dell’integrazione anche attraverso un’azione europea e non esclusivamente nazionale. Dico questo perché più avanti nel corso dell’anno discuteremo della proposta della Commissione relativa a un fondo europeo destinato a integrare, non a sostituire, le politiche nazionali sull’integrazione.

Ho fatto riferimento alla protezione degli immigrati perché vi sono due aspetti. Il primo è la necessità di ottenere dati e statistiche affidabili in materia di immigrazione. La Commissione intende presentare una proposta di regolamento che definisca i criteri per ottenere dati statistici che oggi in molti casi non abbiamo, il che rende molto difficile definire una politica europea. La protezione degli immigrati dovrà essere indirizzata anzitutto a coloro che sono le vittime innocenti della tratta di esseri umani, organizzata dalla criminalità: mi riferisco in particolare alle donne e ai bambini. Riguardo a queste due categorie di vittime particolarmente vulnerabili della tratta di esseri umani – come ho detto in altre occasioni anche in questa sede – la Commissione presenterà delle proposte specifiche di protezione e di garanzia, da un lato, per stroncare la tratta di esseri umani, dall’altro, proteggere le vittime.

Concludo, signor Presidente, confermando la mia personale soddisfazione per la relazione dell’onorevole Gaubert, che dimostra quale importanza possa rivestire il contributo del Parlamento, che sul tema in questione ha adottato un approccio politico più forte e più incisivo rispetto al passato. Ritengo che in questa materia il Parlamento potrà essere di grandissimo aiuto alle politiche della Commissione, la quale terrà ovviamente conto della voce del Parlamento.

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE. (FR) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei ringraziare il relatore e tutti i membri della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, che hanno profuso notevoli sforzi in questa relazione, perché abbiamo raggiunto un punto di svolta nella politica europea in materia di immigrazione. Desideriamo inviare un chiaro segnale a favore di una politica europea in materia di immigrazione giusta ed equa.

Una politica europea comune in materia di immigrazione è necessaria affinché le persone che raggiungono l’Europa possano essere accolte in modo degno e organizzato. Tale politica deve tenere conto delle necessità e dei diritti degli immigrati. Per questo motivo non si può immaginare una politica comune di immigrazione senza una politica di integrazione attiva. A questo proposito, sono lieta che stiamo finalmente discutendo della creazione di percorsi legali per l’immigrazione in Europa. Vorrei però prendermi la libertà di avvertire che non vogliamo imboccare questo dibattito nella direzione sbagliata. L’immigrazione legale deve permettere soprattutto di rispondere alle esigenze di tutti, in primo luogo degli immigrati. In nessun caso dobbiamo limitare le nostre preoccupazioni solo al bisogno di lavoratori sul mercato del lavoro europeo.

La politica europea in materia di immigrazione dev’essere ampia e non settoriale. Per questo motivo dobbiamo tenere conto delle nostre relazioni con i paesi terzi. La discussione, tuttavia, deve fondarsi su un vero dialogo e un vero scambio. Sarebbe inaccettabile che rifiutassimo le nostre responsabilità in merito alla gestione dei flussi migratori in paesi terzi. Non necessariamente tutti gli accordi di associazione che l’Unione europea conclude contengono clausole relative ai flussi migratori e ad accordi di riammissione.

In conclusione, vorrei aggiungere che la politica di immigrazione è inseparabile da quella di integrazione. Mi rivolgo agli Stati membri affinché rendano possibile l’attuazione di criteri minimi per l’integrazione in Europa. Tali criteri devono riguardare in particolare l’adeguata integrazione nel mercato del lavoro, il diritto alla formazione professionale, l’accesso all’istruzione e ai servizi sociali e sanitari e l’integrazione degli immigrati nella vita sociale, politica e culturale.

 
  
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  Sophia in ’t Veld, a nome del gruppo ALDE. (EN) Vorrei unirmi a coloro che si sono congratulati con il relatore per aver portato a termine un lavoro tutt’altro che semplice.

Talvolta il nostro atteggiamento nei confronti dell’immigrazione è alquanto schizofrenico. Da una parte poniamo continuamente l’accento sul bisogno di maggiore integrazione economica, ma nel contempo rendiamo ancora più restrittive le norme sull’immigrazione. Le conseguenze sono immigrazione illegale, traffico di esseri umani e abuso delle politiche di asilo. In Europa assistiamo a scene vergognose di miseria, povertà, e vediamo addirittura persone che annegano lungo le nostre coste. Questo è inaccettabile.

Dobbiamo ammettere che l’Europa è divenuta un continente di immigrazione. In realtà dovremmo dare il benvenuto agli immigrati, che cercano di migliorare il proprio destino. Non si tratta di criminali, ma di persone che dimostrano di avere iniziativa. Persone come loro hanno dato origine agli Stati Uniti. Sono dinamici e forti e abbiamo bisogno di loro. Cercano di migliorare la propria vita e questo non è un crimine.

Occorrono politiche europee in materia di immigrazione adeguate che offrano possibilità effettive di immigrazione legale. Nel contempo occorrono politiche di integrazione. Gli immigrati dovrebbero integrarsi appieno nella comunità, dovrebbero avere la possibilità di partecipare a pieno titolo alla vita sociale, culturale e politica, mediante il diritto di voto vero e proprio o meccanismi di rappresentazione. Il mio gruppo è molto lieto di sostenere la relazione nella sua forma attuale. Essa è equilibrata e offrirà alla Commissione europea il sostegno necessario ad avviare le sue politiche.

 
  
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  Cem Özdemir, a nome del gruppo Verts/ALE. (DE) Signor Presidente, signor Commissario, innanzi tutto vorrei anch’io porgere, a nome del gruppo, i miei più vivi ringraziamenti al relatore per l’eccellente relazione, che giustamente pone l’accento sulla necessità di una politica europea in materia di immigrazione, questione che, in seno all’Europa, non va lasciata ai soli Stati membri e agli interessi particolaristici, talvolta controproducenti, di questi ultimi.

Anche nell’ambito dell’immigrazione illegale, la relazione chiede maggiore cooperazione tra gli Stati membri e la condivisione di modelli delle migliori prassi anche per il settore dell’integrazione. Parlando delle regolarizzazioni in massa, la relazione sostiene che la regolarizzazione deve mantenere un carattere eccezionale. Nell’Unione europea, tuttavia, vi sono paesi, tra cui il mio, la Repubblica federale di Germania, che non hanno mai proceduto a simili regolarizzazioni in massa a carattere eccezionale. Com’è evidente, in Europa vi è ancora molto da fare. La relazione invita gli Stati membri a informare tempestivamente i paesi limitrofi e gli altri Stati membri dell’Unione, e abbiamo presentato un emendamento al paragrafo 29 affinché si faccia esplicito riferimento al fatto che, all’interno dell’Unione europea, si devono scambiare e rendere pubbliche le informazioni sull’introduzione di misure restrittive in merito all’immigrazione, quindi non solo misure quali le regolarizzazioni di massa, ma anche l’opposto: se si intraprendono azioni restrittive, queste informazioni devono essere condivise all’interno dell’Europa.

In conclusione, la relazione esprime preoccupazione in merito alla tendenza da parte degli Stati membri a istituire “centri di prima accoglienza” in paesi non appartenenti all’Unione; i giornali hanno indicato con una certa frequenza la Libia quale esempio di paese incapace di garantire norme minime per i rifugiati. Quanto alla migrazione legale, la relazione sottolinea che, sebbene questo rimanga competenza degli Stati nazionali, questi ultimi si dimostrano sempre meno capaci di risolvere i numerosi problemi senza un aiuto esterno. Tali problemi riguardano non solo la gestione dei flussi migratori, ma anche il diritto degli immigrati all’integrazione, perciò abbiamo presentato anche un emendamento al paragrafo 51, che chiede, tra l’altro, il diritto di voto locale e la partecipazione.

Vorrei inoltre sottolineare quanto sono lieto che la relazione contenga riferimenti espliciti ai delitti d’onore, che è un problema che va affrontato.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio anche il collega Gaubert che ha lavorato in commissione all’elaborare della presente relazione, che a mio avviso solleva tre elementi importanti per affrontare l’argomento.

Il primo consiste nel moltiplicare i canali legali di immigrazione; il secondo elemento ci chiama a intervenire sulle cause dell’immigrazione e non a rispondere con la repressione, la criminalizzazione e il respingimento; il terzo elemento indica che l’approccio economico non può essere l’unico in materia di immigrazione.

Credo che la relazione Gaubert debba contribuire alla redazione del Libro verde. Inoltre, ritengo che occorra provare ad accogliere le proposte avanzate dal nostro gruppo, in particolare riguardo al permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro, al rifiuto della priorità comunitaria – perché non può esservi una differenza nella ricerca di lavoro tra cittadini dell’Unione europea e cittadini di paesi terzi – e, infine, al diritto alla partecipazione attiva alla vita politica ed alle elezioni.

Concludo esprimendo una preoccupazione: il Parlamento sta svolgendo un lavoro interessante sull’immigrazione mentre il Consiglio “Giustizia e Affari interni” ha recentemente approvato la cooperazione rafforzata per la gestione dei flussi con la Libia, ormai diventata un nostro partner privilegiato in materia di immigrazione pur continuando a non offrire alcuna garanzia in tema di rispetto dei diritti umani e della tutela del diritto d’asilo.

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo IND/DEM. (EN) Signor Presidente, stasera ho sentito menzionare più volte una politica europea comune in materia di immigrazione. Posso assicurare a tutti voi che i cittadini del Regno Unito non la vogliono.

Alle recenti elezioni politiche nel Regno Unito, tutti i grandi partiti pro-Unione hanno fatto promesse che non possono mantenere sul contenimento dell’immigrazione. Tali promesse erano incompatibili con l’appartenenza all’Unione europea. La stessa Commissione lo ha detto parlando delle proposte sull’asilo avanzate dal partito conservatore. E’ però l’immigrazione interna all’Unione la vera prova della futilità delle loro promesse. Tra maggio e dicembre 2004 sono entrate nel Regno Unito più di 130 000 persone provenienti dai paesi dell’Europa orientale: dieci volte più del massimo previsto dai canali ufficiali. Non abbiamo nulla contro i cittadini dei nuovi Stati membri, ma andate a Londra e guardatene i sistemi di alloggio, di trasporto e sanitari scricchiolanti: la città non può far fronte a un aumento della popolazione tanto grande e improvviso.

Ora la Spagna intende concedere la cittadinanza legale a 700 000 immigrati illegali. Questi ultimi, se lo desiderano, saranno poi liberi di trasferirsi in Gran Bretagna. Il gesto egoistico e irresponsabile della Spagna dimostra che il Regno Unito non può avere una politica di immigrazione indipendente all’interno dell’Unione europea.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel (NI). (PL) Signor Presidente, immigrazione, integrazione e asilo sono ancora argomenti tabù, soprattutto nei vecchi Stati membri dell’Unione. Tutti cercano di eludere questi temi, ed è senza dubbio per questo che il programma di Tampere del 1999 non ha avuto alcun seguito effettivo. Uno dei motivi del “no” ai referendum costituzionali nei Paesi Bassi è stato il fatto che le autorità non hanno preso in seria considerazione la questione dell’immigrazione. Accolgo quindi con favore questo dibattito quale occasione per intrattenere un sincero scambio di opinioni, anche se non sono d’accordo con molto di quanto si dice nella relazione, e anche se temo che il dibattito sarà tutt’altro che sincero.

I politici sono troppo codardi per affrontare adeguatamente i temi dell’immigrazione e dell’integrazione. Mi infastidisce che si dica che l’Unione europea è favorevole all’immigrazione legale, ma contraria a quella illegale. Questo è assolutamente ipocrita. Non esiste infatti l’immigrazione legale, perché nella pratica le persone possono immigrare solo illegalmente. Solo 5 000 dei 50 000 polacchi che lavorano a Bruxelles vi risiedono e vi lavorano legalmente. Le cifre sono ancora più impressionanti nel caso dei cittadini extracomunitari.

Mi dà fastidio sentir dichiarare guerra ai trafficanti di esseri umani, quando in realtà dobbiamo affrontare il problema ben più pressante, cioè che le persone che giungono in Europa sono grate ai trafficanti per i loro servigi, che purtroppo però hanno un prezzo. Dobbiamo parlare chiaro e adottare una legislazione europea comune in materia di immigrazione. Dobbiamo ammettere con franchezza che l’immigrazione in Europa perlopiù è un fenomeno che non esiste, e che crediamo che i cristiani si integrino meglio dei musulmani. La verità fa male, ma è preferibile alle bugie, e dovremmo liberarci dai sensi di colpa coloniale. Dovremmo esporre apertamente i fatti e la nostra opinione al riguardo, e offrire assistenza ogniqualvolta possibile ai popoli più poveri del mondo nei loro paesi, entro il quadro dei programmi intergovernativi.

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Gaubert per l’ottimo lavoro svolto nell’elaborare una relazione molto complessa e al tempo stesso estremamente necessaria.

E’ complessa, perché sono molti i fattori legati a un problema che purtroppo è diventato quotidiano – l’immigrazione clandestina – e perché non è semplice combattere questo fenomeno tramite meccanismi legali che rispondano alle speranze e ai desideri legittimi di coloro che cercano un futuro migliore nel nostro territorio.

E’ necessaria, perché l’Unione – il Parlamento in particolare – deve fornire una volta per tutte una risposta chiara, una dimostrazione trasparente del nostro impegno comune a risolvere un problema che da troppo tempo bussa alla nostra porta senza ottenere una risposta adeguata.

La promozione di canali migratori legali, l’applicazione di misure a favore di una corretta integrazione degli immigrati e soprattutto la lotta contro i flussi migratori illegali sono i tre assi sui quali, a mio parere, si deve basare la strategia dell’Unione.

In primo luogo, occorre promuovere l’immigrazione legale attraverso politiche responsabili, e sottolineo il termine responsabili, perché l’esperienza più recente, almeno nel mio paese, è una chiara dimostrazione del contrario; un’immigrazione ordinata in una società aperta, con meccanismi stabili e flessibili che offrano soluzioni durature. Stiamo parlando di persone, onorevoli colleghi, non di cifre.

In secondo luogo, dobbiamo favorire la piena integrazione degli immigrati, perché solo così eviteremo lo sradicamento, l’emarginazione e i conflitti che, con sempre maggiore frequenza e intensità, emergono nelle nostre società; un’integrazione che ha un duplice aspetto – nelle sue implicazioni per la società di accoglienza e per gli stessi immigrati – ma che, in ogni caso, deve essere parte integrante e fondamentale della nostra politica comune.

Infine, dobbiamo combattere l’immigrazione irregolare, la clandestinità e le mafie, cioè la sofferenza umana in generale, perché, come ho già detto, non possiamo dimenticare che si tratta di persone.

Per questi motivi, chiedo un impegno politico comune che si allontani da qualsiasi discorso demagogico e da tutte le misure unilaterali e irresponsabili, le quali, mirando solo a un voto facile senza soppesare le conseguenze, possono mettere a repentaglio i progressi che abbiamo compiuto e che continuiamo a compiere in questo campo.

 
  
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  Magda Kósáné Kovács (PSE). (HU) Non penso di essere codarda, ma per me è stato un onore e un piacere partecipare alla stesura della relazione e sono lieta che abbia ottenuto il sostegno sia della Commissione che della maggior parte di coloro che sono intervenuti. La questione dell’immigrazione e dell’integrazione degli immigrati è da molto tempo oggetto di decisioni all’interno delle Istituzioni europee. Tampere e l’Aia hanno dato una rilevanza particolare a questo insieme di questioni e al rispetto della Convenzione di Ginevra, e alla fine del 2003, nella relazione di Claude Moraes, il Parlamento ha approvato una risoluzione che ha fatto epoca. L’attuale progetto, grazie alla sensibilità dimostrata dal relatore al riguardo, affronta l’immigrazione illegale soprattutto come una questione di politica di sicurezza e analizza la duplice natura dei fattori che determinano l’immigrazione legale. Le persone che arrivano da paesi terzi devono poter vivere in condizioni dignitose per un essere umano. Assicurare che questo accada non è solo un obbligo in materia di diritti umani per gli Stati membri, ma sta diventando sempre più anche una questione di buon senso economico.

Il nuovo approccio a questi temi è inevitabile dopo il rilancio del processo di Lisbona. E’ titolo di merito per il relatore che analizzi la migrazione economica non in un contesto artificiale, prigioniero dei documenti, ma sulla base delle condizioni economiche e sociali attuali, hic et nunc. L’Europa sta invecchiando e le fonti di manodopera supplementari sono in declino; nel contempo, intanto, la disoccupazione e l’inattività sono elevate. La lezione dei referendum francesi e olandesi indica inoltre che i cittadini dei vecchi Stati membri considerano una minaccia la presenza sul mercato del lavoro dei lavoratori dei nuovi Stati membri, e la xenofobia ha accompagnato l’intero dibattito.

Tuttavia anche i dati di fatto sono deboli di fronte alle emozioni. I dati dell’Istituto tedesco per la ricerca economica DIW mostrano un incremento dinamico dello sviluppo delle economie che non hanno imposto restrizioni all’approvvigionamento di manodopera supplementare proveniente dai nuovi Stati membri. Ha quindi senso dal punto di vista economico non tenere più in quarantena per sei anni i lavoratori dei nuovi Stati membri e non collocarli in una posizione intermedia e di secondo piano, tra quelli dei vecchi Stati membri e quelli dei paesi terzi. E’ titolo di merito per il relatore che la relazione non ceda alla tentazione di optare per soluzioni facili, quali l’introduzione di un sistema di quote o un criterio settoriale per l’accettazione degli immigrati. Essa propone strumenti per prevenire conflitti umani ed economici, migliorare il lavoro nel settore degli affari esteri e fornire informazioni efficaci. Si rivolge agli Stati membri affinché usino adeguati strumenti di legge per ridurre la vulnerabilità delle persone che si guadagnano da vivere con il lavoro atipico. Per tutti questi motivi, in qualità di collaboratrice alla relazione, vi raccomando di cuore l’adozione della relazione.

 
  
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  Jacky Henin (GUE/NGL). (FR) Signor Presidente, come possiamo non rispettare queste persone che, sfuggendo alla povertà o alla dittatura o alla guerra, sono disposte a sacrificare tutto pur di raggiungere l’Unione europea nella legittima speranza di una vita migliore?

L’immigrazione zero e un’Europa fortezza sono utopie pericolose e deprecabili. Dirlo però non implica poter fare qualunque cosa. L’accoglienza degli immigrati dev’essere organizzata e pianificata. In quest’ambito l’Unione europea deve fare la sua parte, che comprende anche lo stanziamento di fondi. Condivido l’ostilità della relazione all’istituzione di centri di detenzione e al vaglio degli immigrati all’interno dell’Unione europea o al di fuori dei suoi confini. Ne ho fatto la dolorosa esperienza con il tristemente noto campo di Sangatte. Questi centri non risolvono nulla, semmai è vero il contrario. Alimentano tensioni di ogni genere.

Condivido il punto di vista della relazione quando si pone come obiettivo principale quello di attaccare con decisione e senza pietà i trafficanti di esseri umani. La medesima repressione impietosa va rivolta ai datori di lavoro che sfruttano gli immigrati al di fuori di ogni legalità. D’altro canto deploro il fatto che la relazione presenti la politica comunitaria in materia di immigrazione come una variabile di adattamento per il mercato del lavoro e come un sistema per abbassare gli stipendi. Una buona politica di immigrazione implica un’effettiva volontà di favorire lo sviluppo sostenibile dei paesi emergenti, e non considerarli cinicamente una fonte democratica di manodopera a basso costo per i bisogni dell’Unione europea.

 
  
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  Maria Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE). (EL) Signor Presidente, la relazione di cui stiamo discutendo è un testo complesso che dà una valutazione realistica dei problemi e che traccia le linee guida per una politica europea comune in materia di immigrazione, sia per l’immigrazione legale che per quella illegale, e propone misure non solo repressive, ma anche preventive, per la prevenzione e il contenimento dell’immigrazione, quali il sostegno ai paesi per la lotta alla povertà, il potenziamento dell’istruzione e l’aiuto ai futuri immigrati nel loro stesso paese.

Con l’opinione elaborata dalla mia amica, onorevole Kratsa, la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha contribuito ad assicurare che la relazione ponesse l’accento sulla questione dei legami tra immigrazione illegale e traffico di esseri umani, in particolare donne e bambini, e sulla necessità dell’accesso alla tutela legale e sociale per le vittime. Indipendentemente dal fatto che l’immigrazione sia legale o illegale, la relazione chiede che si combatta la discriminazione e che si applichino programmi per integrare la parità dei diritti tra uomo e donna.

E’ positivo il fatto che si invochi un’equa partecipazione all’istruzione, alla formazione professionale, al lavoro e al ricongiungimento familiare, anche per quanto riguarda l’immigrazione non economica. La relazione pone inoltre l’accento sulla necessità che gli Stati membri affrontino il problema della perpetuazione nel paese ospitante di tradizioni inumane che hanno persino come conseguenza delitti d’onore contro le donne.

E’ altresì positivo che si presti attenzione alla natura temporanea e illegale dei lavori svolti dagli immigrati, fenomeno che interessa soprattutto le donne.

Nel VI secolo a. C. il poeta greco classico Archilogo ha descritto l’abbandono della propria terra natale e la peregrinazione in terra straniera come una delle situazioni più sventurate in cui un uomo si possa trovare. Il poeta sottolinea che la virtù che corre il rischio maggiore non è la prosperità o la salute, ma la dignità dell’immigrato e della sua famiglia.

Mi congratulo quindi con il relatore, onorevole Gaubert, e con il Commissario Frattini per la vena di umanità che hanno introdotto sia nella relazione che nell’intervento del Commissario; reputo positivo per l’Europa che si delineino politiche che contribuiranno a mantenere e a sostenere la dignità e l’integrità degli immigrati.

 
  
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  Ioannis Varvitsiotis (PPE-DE). (EL) Signor Presidente, la questione dell’immigrazione, legale e illegale, è molto vasta e presenta molteplici aspetti. E’ legata alla lotta al razzismo e alla xenofobia, alla politica d’asilo, all’integrazione degli immigrati, alla possibilità che ottengano un’occupazione legale nei paesi ospitanti e, soprattutto, al traffico di esseri umani.

La Commissione europea affronta la questione dal 1986, a partire dal nuovo Atto unico europeo, e ha pubblicato numerose direttive e decisioni. Ripeto, pertanto, quello che ho detto stamani. Vi è urgente bisogno di codificare tutte queste decisioni e direttive. In caso contrario, continueremo a fluttuare in un mare di documenti e di decisioni.

E’ stato tuttavia osservato che gli Stati membri o non attuano decisioni vincolanti o sono lenti a recepirle nella legislazione nazionale, il che, comunque, compromette gli sforzi compiuti per raggiungere un’unica politica europea.

Sarebbe una mancanza da parte mia se non mi congratulassi vivamente con l’onorevole Gaubert per la sua relazione, che compie numerosi passi avanti. Innanzi tutto, si rivolge alla Commissione europea affinché rafforzi la solidarietà e le politiche comuni al livello dell’informazione e il coordinamento di tutte le strutture coinvolte nella gestione dei flussi migratori. Più importante, tuttavia, è il fatto che la relazione sottolinei l’esigenza di cooperazione con i paesi d’origine, mediante un adeguato sistema di informazione, allo scopo di individuare opportunità di lavoro per le persone che desiderano emigrare. Naturalmente questa cooperazione non deve raggiungere il punto indicato da Rocco Buttiglione durante l’audizione che ha accompagnato la sua seppur effimera nomina a Commissario, poiché Dio non voglia che creiamo centri, o meglio campi, di accoglienza nei paesi abbandonati dai migranti. Sarebbe un crimine che la nostra società non può accettare.

 
  
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  Simon Busuttil (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, è vero che l’immigrazione legale e quella illegale sono legate, come la relazione giustamente evidenzia, ma difficilmente potremo affrontare con efficacia la questione dell’immigrazione legale finché non raggiungeremo, e solo se lo faremo, una certa misura di controllo sull’immigrazione illegale. Vi sono due temi principali di grandissima importanza a questo proposito. Il primo è che gli immigrati illegali stessi rischiano la vita, e centinaia di loro in effetti la perdono, trasformando il Mediterraneo in una tomba e coprendoci di vergogna. Anche se riescono a raggiungere l’Europa, a Malta o in Italia, le loro traversie non sono ancora finite; in realtà sono appena cominciate.

La seconda grave questione è il prezzo elevato che questo problema impone ai paesi interessati, in particolare a Malta e all’Italia. Nel caso di Malta la situazione è ancora più precaria per una semplice questione numerica. La scorsa settimana 56 immigrati sono approdati a Malta, ma 56 immigrati a Malta equivalgono, in proporzione, a più di 5 600 immigrati che giungono in Italia. Queste sono le proporzioni del problema che Malta deve affrontare.

Quest’anno abbiamo motivo di essere ottimisti, perché per la prima volta vediamo che l’Unione europea finalmente risponde ai nostri ripetuti richiami all’azione. In particolare vorrei citare la decisione del Consiglio dei ministri della settimana scorsa di avviare immediatamente la cooperazione con la Libia per contenere il flusso di migranti e prevenire altre morti, soprattutto con l’istituzione di una task force per pattugliare il Mediterraneo. L’Unione europea alla fine incomincia a muoversi. Speriamo si muova in tempo.

Sono molto grato al Commissario Frattini per i suoi sforzi molto sinceri, e a nome dei cittadini di Malta vorrei rivolgermi a lui affinché agisca con decisione e con urgenza. Contiamo su di lei, signor Commissario, affinché si occupi dei nostri gravissimi problemi.

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signor Presidente, desidero esprimere soltanto un ringraziamento a tutti coloro che sono intervenuti. Posso confermare che il lavoro della Commissione proseguirà nello spirito che anche questo Parlamento condivide: un approccio europeo che possa coniugare la decisa azione contro il traffico di esseri umani e l’immigrazione illegale e una forte azione di solidarietà. I valori europei sono valori di solidarietà e di rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona. E’ dal bilanciamento di queste due esigenze che potrà derivare il valore aggiunto dell’Europa, anche nel terreno delicato delle politiche migratorie.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, alle 12.00.

 

29. Controllo dei movimenti di denaro contante
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la raccomandazione per la seconda lettura (A6-0167/2005), della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla posizione comune del Consiglio in vista dell’adozione del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai controlli sul denaro contante in entrata nella Comunità o in uscita dalla stessa [14843/1/2004 – C6-0038/2005 – 2002/0132(COD)] (Relatore: onorevole Peillon).

 
  
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  László Kovács, Membro della Commissione. – (EN) Innanzi tutto, desidero esprimere i miei ringraziamenti al relatore, onorevole Peillon, per la sua chiara analisi della posizione comune del Consiglio e per le conclusioni che ne trae. Sono molto lieto di constatare che questa relazione sostiene la posizione della Commissione, secondo cui l’Unione ha urgente necessità di un approccio comune, efficace ed equilibrato per controllare i movimenti transfrontalieri su vasta scala di denaro contante.

Sono altresì d’accordo con l’onorevole Peillon quando afferma che l’attuale proposta presentata al Parlamento è più chiara e più pragmatica rispetto alla precedente. Penso che l’approvazione di questa proposta assicurerà all’Unione uno strumento valido per consentire alle dogane di controllare ingenti importi di contanti in entrata nella Comunità o in uscita dalla stessa.

L’esperienza degli Stati membri dimostra che i contanti sono utilizzati per evitare i controlli sui trasferimenti di denaro da parte delle istituzioni finanziarie. I movimenti in contanti rappresentano inoltre un facile mezzo per trasferire i finanziamenti al terrorismo. I criminali sono facilitati dal fatto che esistono livelli variabili di controllo nazionale per verificare i movimenti sospetti di denaro contante. Abbiamo quindi bisogno di queste misure per integrare i controlli antiriciclaggio già in atto e impedire ai criminali e ai terroristi di trarre vantaggio da questa lacuna sul piano dei controlli.

La proposta prevede un meccanismo di controllo e norme di informazione che prevedono che chiunque entra o esca dalla Comunità con più di 10 000 euro in contanti dichiari alla dogana tale somma di denaro. In caso di mancata dichiarazione o di informazioni false, gli Stati membri sono tenuti a verificare la buona fede del movimento e a prendere ulteriori provvedimenti, se necessario.

La proposta introduce inoltre un meccanismo di informazione volto ad assicurare che le informazioni ottenute siano trattate e scambiate in modo efficace e con la dovuta cautela. Inoltre, questa proposta favorirà il viaggiatore regolare, poiché sostituirà l’ampia gamma di approcci nazionali attualmente esistenti con un sistema comunitario chiaro, semplice e diretto. Ritengo quindi che la proposta in esame oggi colmerà le lacune esistenti e rafforzerà le nostre azioni di contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata.

Il semplice sistema proposto consentirà di raggiungere questi obiettivi senza imporre un onere indebito ai viaggiatori o alle amministrazioni nazionali interessate. Di conseguenza, conto sul vostro sostegno per un’approvazione nei tempi più rapidi possibili.

 
  
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  Vincent Peillon (PSE), relatore. – (FR) Signor Presidente, l’immigrazione illegale o clandestina non riguarda soltanto le persone, ma anche i capitali e i contanti. Ciò è preoccupante per la democrazia europea, perché esiste un legame tra il denaro che entra o esce illegalmente e vari tipi di traffici: il traffico delle persone, evocato nel corso del dibattito precedente, il traffico di organi, il traffico di droga e, naturalmente, anche il terrorismo, signor Commissario, senza dimenticare tutti i tipi di crimini transnazionali, che sono motivo di preoccupazione sia per l’Unione europea che per la comunità internazionale.

In questo contesto, la posizione comune del Consiglio e la raccomandazione del Parlamento per questa seconda lettura vanno essenzialmente in una direzione costruttiva. La discussione ha avuto inizio tre anni fa. Il Parlamento aveva già avuto la possibilità di esprimersi nel corso della legislatura precedente e anch’io ritengo, come voi, che la nuova proposta approvata dal Consiglio a maggioranza qualificata abbia semplificato e arricchito il testo. E’ per questo motivo, d’altronde, che i parlamentari l’hanno sostenuta, e adesso ci auguriamo vivamente, ben inteso, che questo testo sia adottato quanto prima. Si tratta infatti di un tema in merito al quale, in fondo, la principale preoccupazione comune deve essere l’applicazione efficace, oltre al testo stesso.

Penso che il testo, nella sua attuale versione, dovrebbe fornire lo strumento giuridico di cui hanno bisogno, in particolare, i funzionari doganali preposti alle missioni di controllo. Credo inoltre che, con gli elementi e gli emendamenti introdotti dal Parlamento, ora disponiamo di garanzie in materia di rispetto dei diritti umani e di protezione dei dati personali. E’ anche per questo che non nutro più grandi preoccupazioni.

Per concludere, desidero ringraziare la Commissione e il Consiglio per lo spirito costruttivo di cui hanno dato prova nel corso delle varie riunioni. Unitamente ai relatori degli altri gruppi con cui ho collaborato, mi auguro – e sono ottimista – che domani il Parlamento approvi questa risoluzione all’unanimità.

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, questa relazione chiede controlli rigorosi sulle dichiarazioni rilasciate in materia di contanti che entrano o escono dagli Stati membri dell’Unione europea. Viene ingegnosamente presentata come uno strumento di prevenzione della criminalità organizzata, del terrorismo e del riciclaggio di denaro, ma quali sono le sue reali motivazioni?

L’obbligo di dichiarare o di rivelare i movimenti di contante può essere facilmente trasformato nell’imposizione di un limite effettivo per i trasferimenti di denaro dall’Unione europea verso l’esterno. Ieri, in quest’Aula, ho parlato del fallimento assicurato, prima o poi, della moneta unica europea. E’ ovvio che le proposte di questa relazione anticipano una futura crisi di fiducia nei confronti dell’euro. Quando si verificherà, la Commissione europea e la Banca centrale europea cercheranno di prevenire la fuoriuscita di denaro dalla zona dell’euro. Includere il Regno Unito in queste misure restrittive non fa altro che aggiungere la beffa al danno. Ecco un’altra ragione, se ve ne fosse bisogno, per sostenere il ritiro incondizionato del Regno Unito dall’Unione europea.

 
  
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  László Kovács, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, prima di passare alle mie osservazioni conclusive, vorrei replicare all’osservazione dell’onorevole Batten, e richiamare la sua attenzione sul fatto che, per quanto riguarda la Commissione e il Consiglio, siamo assolutamente certi che il Parlamento europeo non avesse altra intenzione se non quella di controllare i flussi di contante per contrastare il terrorismo e la criminalità organizzata.

Desidero commentare brevemente i tre emendamenti proposti dal relatore. La Commissione comprende appieno l’auspicio del relatore di assicurare che le questioni relative alla protezione dei dati ricevano un’attenzione adeguata e totale. E’ un aspetto che merita senz’altro di essere sottolineato in un momento in cui è al vaglio un ampio numero di misure incisive in materia di rispetto delle disposizioni.

La Commissione ritiene che i tre emendamenti proposti non restringano né estendano il campo di applicazione delle disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati, ma mettano piuttosto l’accento sulla necessità di applicarle in modo adeguato ai viaggiatori che portano con sé somme ingenti di contante. La Commissione ritiene che sia positivo richiamare l’attenzione su questo requisito e accoglie quindi i tre emendamenti proposti.

Data l’approvazione di questi tre emendamenti da parte del Consiglio, ritengo che la relazione dell’onorevole Peillon offra un’effettiva occasione per portare felicemente a termine il lungo esame di questa proposta. Spero che confermerete il vostro sostegno nella votazione sulla risoluzione.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, alle 12.00.

DICHIARAZIONE SCRITTA (ARTICOLO 142 DEL REGOLAMENTO)

 
  
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  Mihael Brejc (PPE-DE). – (SL) Questo regolamento è soltanto uno dei numerosi atti giuridici capaci di fornire una base per una lotta efficace contro il terrorismo.

Il terrorismo è la metastasi della società moderna. E’ un fenomeno che non può essere controllato tramite un’unica misura, ma che richiede un’ampia gamma di attività da parte degli Stati membri e dell’Unione europea nel suo insieme.

Benché, a prima vista, questo regolamento non introduca importanti requisiti o cambiamenti a livello dei controlli alle frontiere, esso rappresenta nondimeno un tassello rilevante del mosaico di misure contro il terrorismo. Va ricordato che le molteplici misure di sicurezza alle frontiere e sul territorio dell’Unione europea possono contribuire sostanzialmente a elevare il livello di sicurezza e di protezione contro gli attentati terroristici.

Colgo quest’opportunità per ringraziare il relatore, onorevole Peillon, per il livello di preparazione e di cooperazione dimostrato, nonché per aver cercato la migliore soluzione. Ritengo che questa relazione rappresenti un buon compromesso e la sostengo senza riserve.

 

30. Prodotti soggetti ad accisa
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0138/2005), presentata dall’onorevole Rosati a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sulla proposta di direttiva del Consiglio che modifica la direttiva 92/12/CEE relativa al regime generale, alla detenzione, alla circolazione ed ai controlli dei prodotti soggetti ad accisa.

 
  
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  Dariusz Rosati (PSE), relatore.(PL) Signor Presidente, oggi discutiamo la proposta di direttiva del Consiglio che modifica gli articoli 7, 8, 9 e 10 della direttiva 92/12/CEE. Vorrei ricordare all’Assemblea che questa direttiva definisce il regime generale per la circolazione e la detenzione dei prodotti soggetti ad accisa. Tali prodotti includono soprattutto tabacco e bevande alcoliche, ma anche gli oli minerali. Vorrei inoltre far notare che l’articolo 27 della direttiva del 1992 stabiliva l’obbligo per la Commissione di presentare una relazione al Consiglio sull’impatto e l’applicazione degli articoli 7, 8, 9 e 10 per il periodo fino al 1997. Per varie ragioni messe in evidenza dalla Commissione, la relazione sull’applicazione di questi articoli viene discussa solo oggi, con parecchi anni di ritardo.

Vorrei ricordare all’Assemblea che l’articolo 7 riguarda il trasporto da parte di aziende di prodotti soggetti ad accisa a scopi commerciali, l’articolo 8 si riferisce al trasporto di prodotti soggetti ad accisa per uso personale da parte di privati e l’articolo 9 individua il limite di esigibilità delle accise, fornendo criteri indicativi che aiutano a determinare se i prodotti trasportati soggetti ad accisa siano destinati ad uso privato, oppure a fini commerciali. Infine, l’articolo 10 definisce i dettagli degli accordi per l’applicazione delle accise e il paese in cui sono applicabili, indicando anche le accise per i “rappresentanti fiscali” e le condizioni delle vendite a distanza.

Sono stati espressi molti dubbi sulle disposizioni contenute in questi articoli e sulla loro attuazione pratica, non solo da parte di singoli privati, viaggiatori e turisti, ma anche da parte di imprese che esercitano la propria attività professionale nel settore del commercio e del trasporto di prodotti soggetti ad accisa. Per questo motivo la Commissione ha deciso di proporre alcune modifiche per questi quattro articoli con il principale obiettivo di soddisfare due principi di base.

In primo luogo, la Commissione voleva assicurare coerenza nell’applicazione di uno dei principi del mercato unico. Mi riferisco al fatto che per i prodotti trasportati a scopi commerciali le accise vengono riscosse nel paese di destinazione, mentre per i prodotti trasportati da privati che li hanno acquistati per uso personale, le accise vengono riscosse nel paese di origine.

Il principale obiettivo delle modifiche proposte dalla Commissione all’articolo 7 è pertanto la definizione di trasporto a scopi commerciali. Secondo la definizione fornita i trasporti a “scopi commerciali” sono tutti quelli che vengono effettuati per scopi diversi dall’uso personale. Le altre modifiche all’articolo 7 servono a semplificare il linguaggio e a introdurre una terminologia più precisa. Infine, la Commissione ha proposto di inserire nell’articolo 7 anche una chiara indicazione dei soggetti tenuti a corrispondere l’accisa.

Uno delle modifiche della Commissione all’articolo 8 è di fondamentale importanza. Mi riferisco alla proposta che non sia più necessario che il privato trasporti personalmente i prodotti acquistati. Il privato potrà invece fare ordini a distanza per l’acquisto di prodotti soggetti ad accisa e farseli recapitare a domicilio. Ciò si applica anche al caso dei pacchi dono e deriva dall’introduzione di un nuovo principio per cui il trasporto di prodotti per uso privato può essere effettuato non solo quando i prodotti sono trasportati dal privato acquirente in questione, ma anche quando farlo sono terzi “per suo conto” e a sue spese.

La Commissione propone inoltre un’importante modifica all’articolo 9, ovvero di abolire i limiti quantitativi, che finora sono stati utilizzati impropriamente. Infine, la Commissione propone di nuovo di modificare l’articolo 10 in modo da semplificare la procedura.

Il relatore è del parere che qualsiasi modifica delle attuali norme in materia di accise debba soddisfare i seguenti quattro criteri. Primo, le nuove norme dovrebbero basarsi sulla logica del mercato interno, ovvero impedire le discriminazioni. Secondo, tali norme dovrebbero essere semplici e trasparenti in modo da essere agevolmente applicabili. Terzo, non dovrebbero perturbare il gettito fiscale dei singoli Stati membri. Quarto, dovrebbero essere conformi agli obiettivi sanitari nazionali, laddove i singoli Stati membri attuino politiche in materia.

Come relatore ritengo che le proposte della Commissione siano un passo nella giusta direzione e che soddisfino tali criteri. Sostengo pertanto tutte le modifiche presentate dalla Commissione. Gli emendamenti presentati dal Parlamento riguardano innanzi tutto i cambiamenti linguistici e i miglioramenti alla formulazione delle singole disposizioni, nonché l’introduzione di una terminologia più accurata. Il Parlamento ha inoltre proposto che nell’applicazione di queste misure siano le autorità amministrative dei singoli Stati membri ad avere l’onere di determinare se i prodotti siano o meno destinati a scopi commerciali. Ai sensi delle norme vigenti, di fatto questo onere è troppo spesso ricaduto sui viaggiatori, cosa che a nostro avviso è in contrasto con i principi del mercato comune.

Gli emendamenti che abbiamo presentato sono intesi senza eccezione semplicemente a migliorare il testo e per così dire a fornire delucidazioni aggiuntive. Sosteniamo tutte le modifiche della Commissione.

 
  
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  László Kovács, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, vorrei complimentarmi con il relatore, onorevole Rosati, per la sua chiara ed accurata analisi della proposta della Commissione. Noto con molto piacere che la relazione sostiene pienamente la proposta della Commissione intesa a migliorare il funzionamento del mercato interno in questo settore, sia a vantaggio dei cittadini che del commercio.

La proposta riguarda il cosiddetto movimento intracomunitario di prodotti soggetti ad accisa su cui l’accisa è già stata assolta in uno Stato membro. Anche se questo tipo di movimento intracomunitario rappresenta solo una piccola parte della massa totale dei movimenti intracomunitari di prodotti soggetti ad accisa, occorre tuttavia mettere in rilievo che sono quelli che interessano di più i cittadini europei e le piccole e medie imprese.

La proposta intende chiarire ai cittadini europei le disposizioni vigenti in materia di trasporto di merci da uno Stato membro a un altro. Dal numero di domande che la Commissione riceve quotidianamente al riguardo emerge con chiarezza che le norme attuali, compreso il valore dei “limiti indicativi”, sono fonte di confusione. La proposta fornisce chiarimenti in materia e aumenta le possibilità per i cittadini di acquistare merci la cui accisa è già stata assolta negli Stati membri dove è avvenuto l’acquisto, esonerandoli dall’obbligo di dichiarare tali merci e di corrispondere un’accisa nel loro Stato membro di appartenenza. Tale modifica renderà il sistema più conforme ai principi su cui si regge un effettivo mercato interno.

Per il trasporto di merci per scopi commerciali la Commissione propone di mantenere il principio di base che l’accisa vada assolta nello Stato membro di destinazione, ma di armonizzare e semplificare le procedure da seguire in tale Stato membro. Questa disposizione andrà soprattutto a vantaggio delle piccole e medie imprese, come i piccoli commercianti di vino che cercano di commercializzare i propri prodotti direttamente negli altri Stati membri. Oggi la complessità delle normative, che divergono notevolmente da uno Stato membro all’altro, spesso scoraggia queste aziende dall’intraprendere iniziative commerciali in altri Stati membri.

In considerazione dell’importanza che tali questioni rivestono sia per i cittadini che per i commercianti, mi auguro che il tono positivo della relazione oggi in esame troverà riscontro nella votazione di domani.

 
  
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  Astrid Lulling, a nome del gruppo PPE-DE.(FR) Signor Presidente, signor Commissario, un’ampia maggioranza del mio gruppo dovrebbe approvare la relazione Rosati. Non vi nascondo tuttavia che il testo approvato dalla commissione per i problemi economici e monetari presenta numerose difficoltà. L’espressione di interessi divergenti è sfociata in una costruzione generale piuttosto malferma che contiene alcune incongruenze, per non dire contraddizioni. Abbiamo di nuovo visto quanto sono ancora delicate le questioni fiscali in seno all’Unione europea. Per tale motivo ci sembrerebbe auspicabile trattare tali questioni nella stretta osservanza dei principi che andiamo predicando.

L’obiettivo della proposta della Commissione è di procedere alla creazione del mercato interno per promuovere la libera circolazione delle merci soggette ad accisa e, infine, di andare incontro alle esigenze dei consumatori permettendo loro di effettuare acquisti dove meglio credono. Date queste premesse, mi sorprende che alcuni colleghi avanzino proposte che creerebbero una situazione contraria a questa logica e che determinerebbero addirittura un ritorno alla situazione precedente al 1993.

Tutto ciò è sorprendente e persino preoccupante, ma torniamo alle questioni di principio. E’ evidente che la logica del mercato interno richiederebbe che il consumatore finale assolva l’accisa nello Stato membro dove effettua l’acquisto di prodotti destinati al consumo privato. L’esistenza di limiti indicativi che fissano quantità massime per le merci trasportabili da uno Stato membro a un altro è diventata un ostacolo troppo rigido, per cui la Commissione è stata indotta a proporne la soppressione. Si tratta di un’indicazione positiva che purtroppo la commissione per i problemi economici e monetari ha seguito solo parzialmente, in quanto, pur concordando in linea di principio con l’abolizione di tali limiti, li menziona in un emendamento, come se fossero ancora in vigore.

Un altro esempio di incongruenza è che i consumatori in futuro non saranno più obbligati a trasportare una merce personalmente per poter avvalersi della disposizione che consente di assolvere l’accisa nel paese di acquisto. Anche questo è un notevole progresso.

Per le vendite a distanza invece si continuerà ad applicare la regola del paese di destinazione. Il problema è che la linea di confine tra i due casi non sempre è chiara e che il diverso trattamento previsto comporterà, ne sono sicura, numerose difficoltà pratiche.

Queste considerazioni mi hanno indotto a presentare alcuni emendamenti intesi ad abolire la distinzione tra vendite sul posto e a distanza, ma la commissione per i problemi economici e monetari non è stata dello stesso parere. Ho rinunciato perché mi è stato detto che la gente non era pronta e che ne sarebbe scaturita una rivoluzione. Eppure, si sarebbe trattato solo di essere fedeli alla logica del mercato interno. Mentre l’integrazione europea si sta rivelando una faccenda estremamente complicata, e proprio in questi giorni ce ne stiamo rendendo conto, non possiamo continuare a incoraggiare queste incongruenze, perché i cittadini europei le giudicano con estrema severità.

 
  
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  Katerina Batzeli, a nome del gruppo PSE.(EL) Signor Presidente, signor Commissario, la revisione dell’attuale quadro legislativo è considerata inevitabile, in quanto è necessario dare ai cittadini e alle imprese europei leggi semplificate.

In quest’ottica, vorrei mettere in rilievo due punti che, a mio avviso, potrebbero svolgere un ruolo decisivo. In primo luogo, l’attuale proposta di direttiva elimina il riferimento ai livelli indicativi. Attualmente le amministrazioni nazionali degli Stati membri utilizzano tali livelli come unico criterio quantitativo per valutare se i prodotti importati soggetti ad accise sono o meno destinati a scopi commerciali. L’abolizione dei livelli indicativi permetterà a ogni amministrazione nazionale di adottare e applicare propri criteri per valutare se i prodotti sono o meno destinati a fini commerciali. Ritengo che tale misura non sia in linea con i principi del mercato interno; al contrario, è un passo indietro che tende verso la rinazionalizzazione. A mio avviso, il corretto modo di procedere sarebbe quello di mantenere i livelli indicativi o, se opportuno, di commissionare uno studio di valutazione sui livelli attuali o sull’eventualità di una loro sostituzione con nuovi livelli.

In secondo luogo, al fine di armonizzare la legislazione nazionale e di completare il mercato interno in tutti i settori, la presente proposta di direttiva dovrà essere considerata una fase transitoria. Per poter conseguire l’obiettivo finale di armonizzare le aliquote delle accise fissate da ogni Stato membro occorrono opportuni adeguamenti a livello di normative nazionali e di mercato interno. Tale necessità deriva anche dalla libertà dei mercati che vige nel mercato interno.

Vorrei tuttavia sottolineare che la presente direttiva migliora notevolmente il regime attuale. In particolare, a mio avviso, un contributo alla risoluzione delle attuali difficoltà verrà dalle misure proposte per migliorare la definizione dei concetti problematici, come quello di scopo commerciale, per inserire la definizione di pacchi dono tra i prodotti la cui accisa viene assolta nello Stato membro di destinazione, per le vendite a distanza e, infine, per semplificare i meccanismi.

Vorrei complimentarmi con il relatore, onorevole Rosati, per la proposta coerente che ha presentato in materia. Penso che domani l’Assemblea dovrebbe votare a favore della relazione.

 
  
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  Margarita Starkevičiūtė, a nome del gruppo ALDE.(LT) Si ha l’impressione che la questione, forse tecnica, in esame stasera sia in realtà connessa al problema della politica governativa. Come si possono conciliare controllo di Stato ed elementi di libero mercato così da creare le condizioni ottimali per lo sviluppo economico? Naturalmente non esiste una risposta semplice; tuttavia, l’esperienza delle riforme economiche applicate dai nostri nuovi Stati membri comprova senz’ombra di dubbio che i risultati migliori si possono conseguire quando il problema è affrontato con un approccio integrato. Ritengo positiva la proposta della Commissione di abolire i limiti indicativi di tipo qualitativo attualmente applicati dai funzionari doganali nazionali per determinare la quantità di prodotti soggetti ad accisa detenuti per uso personale di cui è consentita l’importazione. Tale procedura infatti è in contrasto con i requisiti essenziali per il funzionamento del mercato comune. Come possiamo infatti parlare di mercato comune, se i privati non possono importare merci per esigenze proprie? Non dovremmo tuttavia dimenticare i problemi connessi alla materia in questione.

Innanzi tutto i paesi di confine, soprattutto quelli dell’Europa orientale, potrebbero trovarsi ad affrontare un aumento del flusso di merci di contrabbando, in quanto i prezzi degli alcolici sono molto più bassi in Russia e in Bielorussia. Inoltre, la decisione di contrastare il contrabbando non dovrebbe incentrarsi solo sul rafforzamento dei controlli frontalieri. Sollecito la Commissione a valutare la necessità di stipulare accordi con gli Stati limitrofi dell’Europa orientale al fine di esortarli a collaborare nella lotta al contrabbando.

L’altro problema che dovremo affrontare sarà l’emergere di una piccola fascia di commercianti che trasporteranno gli alcolici da un paese a un altro, per esempio dall’Estonia, dove le accise sono basse, alla Finlandia, dove l’aliquota delle accise e i rispettivi prezzi sono più elevati. Questo problema sarà difficilmente risolvibile senza un approccio integrato allo sviluppo delle regioni di confine e alla creazione di nuovi posti di lavoro, che diano a queste persone l’opportunità di guadagnarsi da vivere in un altro modo.

Le misure economiche che potrebbero contribuire a prevenire le conseguenze negative sono pertanto sempre disponibili. Gli esperti inoltre hanno dimostrato che la creazione di un mercato comune offre molti più vantaggi che svantaggi; il PIL pro capite dell’Unione europea è aumentato del 20 per cento grazie alla presenza del mercato comune. I vantaggi sono pertanto superiori ai problemi che emergeranno con l’attuazione delle misure previste da questa decisione.

 
  
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  Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE.(SV) Signor Presidente, anche se l’attuale livello minimo di tassazione sulle bevande alcoliche può essere prossimo allo zero, altri paesi hanno scelto un livello di tassazione più alto principalmente per ragioni di ordine sanitario.

A seguito di una concorrenza fiscale scorretta, la circolazione illimitata impone in linea di principio a tutti i paesi la politica applicata dagli Stati membri con un regime di tassazione più basso. Tale sarebbe l’effetto che sortiremmo se utilizzassimo l’espressione “uso personale” senza una limitazione temporale. Visto che molte bevande alcoliche possono essere conservate per una vita, chiunque può sostenere che il carico di un camion che trasporti tali bevande è destinato al consumo personale per i prossimi 40 anni, opzione che permetterebbe ai contrabbandieri di farla franca. Con il principio dei 120 giorni, pur tenendo conto, ad esempio, delle feste di compleanno e dei diversi livelli di consumo dei vari paesi, vi sarebbe comunque un riferimento giuridico a un quantitativo che si potrebbe considerare plausibile per l’uso personale.

Bocciare questo emendamento di fatto equivale a impedire a tutti i paesi dell’Unione europea di adottare qualsivoglia misura per contrastare il consumo di tabacco e alcolici per motivi sanitari. Mi sembra difficile credere che questa sia l’intenzione del Parlamento, in quanto sarebbe in contrasto con l’articolo 30 del Trattato.

 
  
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  John Purvis (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, nel dizionario di Samuel Johnson del 1755 l’accisa veniva definita come una “tassa odiosa”. Questa tassa e il modo in cui è controllata sono odiati anche dai membri del mio collegio elettorale scozzese che mi chiamano per raccontarmi in lacrime che le loro auto sono state smontate e i loro figli terrorizzati dagli agenti doganali. E’ vero che viene loro detto che possono adire i tribunali, sempre che possano permettersi di citare in tribunale le tasche senza fondo delle dogane; l’onere della prova inoltre ricade su di loro.

Che beneficio arrecano queste accise esagerate? Penalizzano i dettaglianti onesti che non possono competere né con gli acquisti personali effettuati all’estero né con il molto più serio contrabbando della criminalità organizzata, incentivato da queste tasse. Di fatto le accise riducono il gettito fiscale generale. Vi è inoltre il costo che tutti questi ispettori doganali aggiuntivi comportano.

Quanto alla salute, le accise scoraggiano davvero il consumo di tabacco e di alcolici? No! A causa degli ingenti quantitativi di alcolici e sigarette importati a titolo personale e venduti di contrabbando, il costo effettivo di questi prodotti è più a buon mercato. Le accise non sono solo invise, ma anche inutili. Aliquote elevate di accise non armonizzate con quelle di altri paesi sono ancora più inutili. Non fanno altro che distorcere in modo assurdo le modalità di acquisto e fornire terreno fertile al prosperare della criminalità organizzata.

Signor Commissario, lei ha la responsabilità di assicurare che il mercato unico europeo funzioni in modo adeguato, assicurando la libera circolazione di merci e persone; chiaramente il mercato unico non funziona se vi sono ampie disparità tra le aliquote delle accise. Io, noi, accettiamo il concetto di concorrenza fiscale. La concorrenza esiste nelle tasse sui profitti e sulle imprese, ed è giusto che sia così. Perché non deve essere così anche per le accise? Forse è giunto il momento di abrogare del tutto le accise per tornare all’IVA, quale unica tassa sul consumo.

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE).(HU) Sono d’accordo che gli emendamenti includano proposte volte ad agevolare la circolazione delle merci soggette ad accisa in vista del completamento del mercato interno. Sono inoltre d’accordo sul fatto che gli emendamenti facciano ricadere l’onere della prova decisamente sulle autorità statali. Ritengo inoltre che sia un passo avanti l’inserimento nel presente progetto di risoluzione del Parlamento europeo di livelli indicativi quantitativi per i movimenti transfrontalieri di merci soggette ad accisa. L’Unione tuttavia non si sta solo approfondendo, si sta anche ampliando, il che significa che le differenze di reddito e di prezzi tra gli Stati membri aumenteranno notevolmente per molto tempo. Soprattutto ai confini orientali dell’UE, per esempio nella vicina dell’Ungheria, la Romania, ci vorrà parecchio tempo prima che i prezzi e i redditi possano raggiungere il livello dei paesi vicini con redditi più alti. Ebbene, se questi paesi andranno avanti e in qualche modo registreranno un aumento di redditi e prezzi, mediante prezzi fissati a livello amministrativo e decidendo accise, allora la quota di merci illegali in circolazione sarà considerevole. L’ovvia e catastrofica conseguenza di ciò sarebbe la circolazione di merci di fatto destinate a scopi commerciali, ma dichiarate come prodotti per uso personale all’atto di attraversare i confini nazionali. L’esito sarebbe la circolazione organizzata di merci all’insegna della scriteriata applicazione del concetto dell’approfondimento del mercato interno. In Ungheria, ad esempio, un simile fenomeno non solo comporterebbe una perdita in termini di gettito sulle accise governative, ma danneggerebbe anche il commercio al dettaglio e i produttori di merci soggette ad accise in generale.

La mia seconda osservazione sulla relazione riguarda la difficoltà di conciliare concorrenza e riduzione della tassazione indiretta con l’obiettivo di privilegiare le modalità indirette di tassazione rispetto a quelle dirette ai fini di un aumento della nostra competitività. A mio parere, dalla batosta dei referendum della scorsa settimana occorre imparare che l’allargamento dell’UE non presenta solo magnifici effetti ideali a lungo termine, ma ha anche conseguenze immediate per l’economia reale, che a breve termine possono essere persino negative. Non è giusto lasciare i nostri vicini più prossimi da soli ad affrontare queste conseguenze negative, con il pretesto dell’onnipotenza del mercato interno. Qualora sussistano significative differenze di reddito e prezzi, occorrerebbe senz’altro prevedere un periodo di transizione, durante il quale, anche dopo il 2009, come previsto dai trattati di adesione nei casi di comprovata necessità, i paesi vicini più prosperi possano tutelare il loro mercato interno mantenendo in vigore e monitorando costantemente i limiti fissati dalle autorità amministrative.

 
  
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  László Kovács, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, vorrei fare alcune osservazioni sugli emendamenti presentati. Alcuni emendamenti modificano o aggiungono vari considerando al fine di mettere in rilievo la necessità di creare un mercato interno anche per i prodotti soggetti ad accisa. Posso garantirvi che questo è proprio lo scopo della proposta della Commissione. Penso che i considerando lo affermino già in modo adeguato.

Quanto all’emendamento che chiede alla Commissione di rivedere e valutare i “limiti indicativi”, posso solo dire che la Commissione lo ha già fatto nella sua relazione. Tale valutazione ha costituito la base della proposta della Commissione e si è giunti alla conclusione di toglierli dalla normativa comunitaria. Per questo motivo, e visto che neppure l’emendamento proposto reintroduce tali limiti indicativi nella direttiva, non vedo la necessità che la Commissione presenti un’altra relazione in materia.

Infine, per quanto riguarda l’onere di provare che le merci sono destinate ad uso privato, l’emendamento di specie sembra farlo ricadere interamente sull’amministrazione. L’approccio della Commissione al riguardo è un po’ diverso e appare più neutrale. Spetta ai cittadini produrre dichiarazioni o prove a giustificazione dell’uso delle merci trasportate. L’amministrazione ha il compito di decidere sulla base di questi elementi. Poiché siffatta decisione può sempre essere contestata, dovrebbe fondarsi su solide motivazioni.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, credo che questa discussione non faccia né più né meno che sottolineare le molte cose che restano ancora da fare per creare un effettivo mercato interno in tutti i settori della nostra vita.

Da una parte, occorre liberalizzare, semplificare, armonizzare o introdurre livelli minimi; dall’altra parte, naturalmente, vi è la necessità di introdurre garanzie, soprattutto in materia di salute. Siamo impegnati in una progressiva attuazione di entrambi gli aspetti. Dico “sì” al mercato interno e ogni sforzo compiuto in vista del suo rafforzamento è nell’interesse della crescita e dell’occupazione e a vantaggio dei consumatori.

Il secondo punto che è emerso con chiarezza nel dibattito è che non si tratta di una procedura di codecisione. Su ogni questione l’Assemblea deve essere consultata mediante la procedura di codecisione, anche in materia di politica fiscale. Se vogliamo realizzare il mercato interno, dovremo prestare maggiore attenzione alla politica fiscale in seno all’Unione europea. Sono a favore della concorrenza fiscale, ma ogni concorrenza ha i suoi limiti. Anche se vincoli eccessivamente ampi possono determinare gravi distorsioni della concorrenza, occorre intraprendere iniziative anche in materia di politica fiscale.

Terzo, in veste di presidente dell’intergruppo “PMI”, ritengo positivo che la proposta sia più chiara per i cittadini, per non parlare poi, anche se il Commissario lo ha fatto, delle procedure semplificate che rendono le cose più chiare e agevoli alle piccole e medie imprese e quindi anche ai commercianti. Sono tuttavia necessari rinnovati sforzi, in quanto non abbiamo ancora un mercato interno e quindi non sarà l’ultima volta che sentiremo parlare di questa proposta.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, alle 12.00.

 

31. Mobilità dei pazienti, sviluppi dell’assistenza sanitaria
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0129/2005), presentata dall’onorevole Bowis a nome della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, sulla mobilità dei pazienti e gli sviluppi dell’assistenza sanitaria nell’Unione europea [2004/2148(INI)].

 
  
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  John Bowis (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, è stato un vero piacere ascoltare il “Commissario” Karas! Sono certo che sia solo questione di tempo: prima o poi lo vedremo in quel ruolo.

Spesso i parlamentari si trovano di fronte alla domanda “che cosa fa per me l’Europa?”. Questa discussione li aiuterà a fornire una risposta, almeno per quanto riguarda un aspetto: la relazione e la misura in esame mirano a conferire ai pazienti maggiori diritti e potere sulla propria salute, nonché il diritto di ricevere cure sanitarie in un altro Stato membro in caso di indebiti ritardi nel proprio paese. Ciò offre grandi opportunità ai pazienti, ma è anche fonte di notevoli grattacapi per chi gestisce i bilanci sanitari.

Vorrei ringraziare i colleghi che hanno contribuito alle discussioni in materia, non ultimo in un’audizione organizzata dal Parlamento. Vorrei anche ringraziare la Commissione. Mi spiace per il Commissario, che stasera si sente poco bene, ma sono certo che questa misura contribuirà a trovare una soluzione anche al suo problema e che riusciremo a individuare un luogo in cui potrà recarsi per ricevere assistenza! Ringrazio il Commissario e il suo staff per l’aiuto fornito durante l’esame delle tematiche. Ringrazio le numerose persone al di fuori del Parlamento e della Commissione che, come abbiamo richiesto, hanno presentato le loro idee sul modo in cui procedere.

Questa misura parte dalle persone. Non parte dalla Commissione, dal Parlamento o dai governi. Parte dalle persone che guardano all’Europa per trovare una soluzione al loro problema. Hanno sottoposto la questione alla Corte di giustizia europea. Hanno chiesto alla Corte di riconoscere i diritti di mobilità dei pazienti e la Corte lo ha fatto. Ha conferito loro il diritto, in caso di indebiti ritardi nel proprio paese, di recarsi in un altro Stato membro a talune condizioni: che il costo sia analogo a quello che sosterrebbero nel proprio paese e che il trattamento sia considerato usuale nel proprio paese. Ha stabilito anche un paio di altri criteri. Nondimeno, la sentenza è stata pronunciata. E’ emersa una nuova opportunità.

Esistono molte possibilità di aiutare le persone che devono affrontare ritardi nel proprio paese. Parte della soluzione è fornita dagli accordi bilaterali conclusi tra i governi e i servizi sanitari. Parte è fornita dal sistema INTERREG, che riunisce gli ospedali di tutta l’Unione europea. Ho potuto constatarlo qui a Strasburgo, che, come città, sta operando con Lille e Lussemburgo.

Ci siamo avvalsi del sistema E111 e abbiamo la nuova carta sanitaria europea. Non ha invece offerto una soluzione il sistema E112, creato per le cure programmate in un altro Stato membro. E’ un sistema burocratico e restrittivo e va cambiato.

Ci siamo avvalsi del gruppo di riflessione di alto livello, che ha esaminato i problemi e ha formulato alcune raccomandazioni, ma si è impantanato su alcune questioni. Ora è necessaria l’azione, sono necessari orientamenti. Il paziente che intende avvalersi di questa possibilità deve sapere se soddisfa i requisiti previsti; deve sapere quale modulo compilare; deve sapere dove può andare; a quali medici rivolgersi e in che modo ottenere informazioni su tali medici; sapere se sono competenti; se è possibile ricevere assistenza per il viaggio; se la famiglia può accompagnarlo e assisterlo, soprattutto se si tratta di un bambino; che cosa succede se qualcosa va storto. Gli orientamenti per i pazienti sono fondamentali e urgentemente necessari. Altrettanto fondamentali sono gli orientamenti per i medici che consiglieranno ai pazienti di recarsi all’estero, nonché gli orientamenti per i servizi sanitari e le assicurazioni, che dovranno sostenere spese non pianificate e vogliono conoscere le modalità di rimborso.

Sono molte le questioni da esaminare: l’informazione ai pazienti, il trasferimento delle informazioni sui pazienti tra paesi, i controlli sui medici, le procedure disciplinari, le procedure di ricorso che dovranno essere alla base dell’intero sistema, che cosa succede alle persone che scelgono di andare in pensione al caldo, all’estero, eccetera. Ora abbiamo bisogno di certezze. Se non interveniamo, decideranno i tribunali. La causa Watts sarà la prossima. Tuttavia, ritengo che siano i parlamenti, non gli avvocati, a dover definire la politica.

Vorrei concludere condividendo con voi le parole di Louis Pasteur, che ho citato nella mia motivazione: “La science ne connaît pas de frontière parce que la connaissance appartient à l’humanité et que c’est la flamme qui illumine le monde’ (La scienza non conosce frontiere, perché la conoscenza appartiene all’umanità ed è la fiaccola che illumina il mondo).

Che tali parole ci siano di guida nel fornire chiare indicazioni e certezze ai nostri concittadini, che hanno urgente bisogno di entrambe.

 
  
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  Markos Kyprianou, Membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, l’onorevole Bowis ha ragione a dire che oggi ho un brutto problema allo stomaco. E’ vero: io stesso sono un paziente mobile. Sono molto interessato alla discussione. Ho voluto essere presente, perché considero la tematica molto importante, una questione della quale dovremo occuparci tutti nei prossimi anni. Il relatore ha ragione ad affermare che i cittadini sono più avanti di noi al riguardo.

Anche se oggi non mi sento bene, non potrei trovarmi in un luogo migliore, con tutti i medici presenti stasera per assistere alla discussione! Mi sento abbastanza sicuro al riguardo.

Ascolterò con grande attenzione la discussione e le osservazioni degli onorevoli deputati. Sono molto lieto che, sulla base della relazione, le nostre riflessioni vadano nella stessa direzione. Vorrei ringraziare il relatore, onorevole Bowis, per il suo lavoro e per l’impegno che vi ha dedicato. Accolgo con favore la relazione e il sostegno che offre alla Commissione per il lavoro che cerchiamo di svolgere in questo ambito. Alcune questioni devono essere approfondite. A giudicare da ciò che abbiamo incluso nella nostra proposta per il nuovo programma per la sanità, i termini di riferimento e il lavoro svolto dal gruppo di alto livello sulla salute dimostrano che procediamo nella stessa direzione delle proposte contenute nella relazione.

L’obiettivo deve essere che un cittadino possa ottenere il più alto livello di assistenza sanitaria nel proprio paese. Questa deve essere la norma. Nondimeno, le situazioni cambiano. Persone come me viaggiano per lavoro, o perché devono attendere troppo a lungo nel proprio paese, o perché il trattamento specifico richiesto non è disponibile nel proprio paese, o ancor più perché pensano di poter ottenere cure migliori altrove. E’ una realtà che dobbiamo affrontare. Non è sempre possibile, e questo è il motivo per cui è necessario fornire certezza giuridica. Questo è il primo requisito in assoluto, sul quale concordo. Ad ogni modo, la realtà è che le persone viaggiano e si deve viaggiare per motivi di salute.

Oggi mi è giunta notizia di una relazione interessante, secondo la quale il sistema medico-sanitario polacco ha cominciato a ricevere pazienti provenienti dalla Germania e dal Regno Unito. E’ una buona notizia, nel senso che arricchirà il bilancio del sistema sanitario in Polonia, purché non vada a scapito dei pazienti polacchi. Questo è molto importante.

Lavoreremo per trovare soluzioni definitive: accogliamo il messaggio trasmesso nella relazione, ma dobbiamo sempre operare in conformità del principio di sussidiarietà e del principio secondo cui i servizi sanitari sono di competenza degli Stati membri.

Quattro importanti elementi della relazione sono: i centri di riferimento; la mobilità professionale, che già crea problemi in alcuni nuovi Stati membri a causa della fuga di medici od operatori sanitari verso quelli che offrono stipendi più elevati; la sicurezza del paziente; la necessità di affrontare le disparità. Dobbiamo tutti lavorare in questa direzione, sia all’interno del gruppo di alto livello sia in sede di Commissione.

 
  
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  Avril Doyle, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, il problema da risolvere è in che modo gestiremo i diritti dei pazienti dell’Unione a ricevere cure mediche in uno Stato membro diverso dal proprio e a ottenere il rimborso delle spese sostenute, ora che i nostri organi giudiziari hanno conferito loro tali diritti nel contesto del mercato unico.

Ringrazio l’onorevole Bowis per la sua ottima relazione. Non ci aspettavamo niente di meno da lui. Si tratta di un primo passo in questa direzione e costituisce una risposta all’eccezionale comunicazione del gruppo di riflessione di alto livello, istituito in risposta alle sentenze della Corte di giustizia. Tuttavia, concordo con il relatore sul fatto che nella comunicazione manca un senso d’urgenza per quanto riguarda la politica e le priorità di spesa. Corriamo anche il rischio di lasciarci guidare dai tribunali, anziché dalla legge, in questo settore di primaria importanza.

Sono favorevole a un quadro giuridico minimo, necessario sia per i fornitori sia per gli acquirenti di cure sanitarie transfrontaliere, ma non dobbiamo sottovalutare la complessità del compito. Come sappiamo, la politica in materia di sanità e i bilanci sanitari sono di competenza dei singoli Stati membri: questa è esattamente la sussidiarietà. Le implicazioni finanziarie di questi nuovi diritti dei pazienti devono quindi essere strutturate, non ultimo a livello di copertura dell’assicurazione sanitaria, che varia enormemente tra i 25 Stati membri, dai sistemi di controllo della domanda a quelli di controllo dell’offerta.

Il tentativo di affrontare la questione nella direttiva sui servizi generali è sconsiderato e accolgo con favore il ripensamento della Commissione. Tale direttiva riguarda la mobilità dei servizi nell’Unione europea, non la mobilità dei clienti o dei pazienti. In particolare, non riguarda i clienti che non pagheranno il conto delle loro cure, clienti che potrebbero aver bisogno di assistenza postoperatoria o di controlli dopo il ritorno a casa.

Ai cittadini piace avere la possibilità di recarsi in un altro paese dell’Unione, qualora il trattamento richiesto non sia disponibile nel proprio, che è la prima scelta ovvia. Il trattamento può non essere disponibile per mancanza di competenze specialistiche, o si possono verificare ritardi inaccettabili nell’accesso alle cure richieste. La mobilità dei pazienti su larga scala non dovrebbe essere necessaria, se gli Stati membri adempissero le proprie responsabilità con un servizio sanitario efficiente e ben gestito.

Nel 2002 l’Irlanda è stata costretta a istituire il National Treatment Purchase Fund per ridurre la sua lista d’attesa sempre più lunga. Solo in quell’anno, quasi 2 000 pazienti irlandesi sono stati indirizzati verso il Regno Unito per ricevere le cure. Siamo esperti nell’esportazione dei nostri pazienti. Sempre nel 2002, altri 650 pazienti hanno scelto di rivolgersi ad altri Stati membri tramite il sistema E112, per quanto complicato sia. Soltanto un paziente ha scelto di recarsi in Irlanda per cure facoltative. A titolo di confronto, 137 000 hanno scelto la Spagna.

Questi dati sottolineano l’urgente necessità di gestire il diritto di accesso alle cure in tutta l’Unione europea. I nostri pazienti, medici e contribuenti meritano una gestione corretta. Vogliono, e si aspettano di ricevere, validi orientamenti sulla politica e sulle procedure.

Vorrei chiedere al Commissario quale sarà il prossimo passo e quando sarà compiuto. Riconosce l’urgente necessità di istituire un servizio adeguatamente strutturato in questo settore?

 
  
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  Karin Jöns, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, naturalmente vorrei ringraziare anch’io l’onorevole Bowis per la splendida relazione, che ci permetterà di contraddire ancora una volta il pregiudizio diffuso secondo cui l’Europa non s’interessa delle preoccupazioni e delle esigenze reali dei suoi cittadini.

Se da una parte i cittadini sono sicuramente preoccupati per la disoccupazione, dall’altra temono anche di non riuscire sempre a ottenere le migliori cure possibili quando si ammalano lontano da casa. Chiunque, in qualsiasi paese d’Europa, può avere un incidente, ammalarsi e avere bisogno di assistenza e cure mediche. Non è quindi accettabile che solo due terzi degli Stati membri abbiano una legislazione nazionale in materia di tutela dei pazienti. Nel mio paese, per esempio, il 90 per cento dei diritti dei pazienti si fonda su una giurisprudenza estremamente disgregata, che non è riepilogata in un unico documento completo e vincolante. E’ più che ora di armonizzare i diritti dei pazienti e le norme minime attuali a livello di Unione europea. Tutti – a prescindere dal fatto che si ammalino in Spagna, in Lettonia o in Polonia – devono avere gli stessi diritti riconosciuti in Francia, Finlandia o Repubblica ceca, per esempio il diritto di consultare uno specialista che possano comprendere, il diritto alla documentazione sul trattamento ricevuto e il diritto di prendere visione della loro cartella clinica.

Tuttavia, è anche necessaria una maggiore trasparenza nel rimborso delle spese. Anche se la Corte di giustizia ha fatto luce su quali costi sostenuti all’estero siano rimborsabili, il regolamento n. 1408/71 è ancora applicato in modo disomogeneo. La legislazione esistente in materia di rimborso delle spese deve essere armonizzata e sussiste l’urgente necessità di istituire un unico quadro giuridico sulla mobilità del paziente. Anche il portale della salute su Internet, annunciato dalla Commissione, deve essere creato quanto prima possibile per raccogliere tutte le informazioni importanti, necessarie non solo per i pazienti e le loro famiglie, ma anche per gli operatori sanitari, tra cui dati sui campi di specializzazione di ospedali e medici, dati che permettano di valutare le prestazioni dei medici e dati sulla sicurezza dei pazienti. Si può dire che abbiamo bisogno di una classificazione a livello europeo, del tipo presente in casi sporadici a livello nazionale. Per poter prendere decisioni fondate su dove e come essere curate, le persone devono disporre di informazioni adeguate e un europeo su quattro usa già Internet come fonte d’informazione sulla salute.

Permettetemi di concludere rilevando che non dobbiamo limitare i centri di riferimento alla cura delle malattie rare; sono necessari anche per far fronte a tutte le altre patologie che richiedono una particolare combinazione di risorse e conoscenze specialistiche, quali il cancro, l’epilessia e la sclerosi multipla. Nell’Europa della mobilità dei pazienti è necessaria maggiore certezza giuridica, trasparenza e anche migliore qualità. Ferma restando la sussidiarietà, abbiamo la grande possibilità di permettere all’Europa di fare molto, molto di più per i suoi cittadini. Seguiamo dunque la direzione indicata dalla relazione Bowis per la realizzazione di questo obiettivo.

 
  
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  Jules Maaten, a nome del gruppo ALDE. – (NL) Signor Presidente, la ringrazio. La salute è naturalmente molto importante per tutti ed è essenziale per la qualità della vita. L’ottima relazione dell’onorevole Bowis – e devo dire che la relazione iniziale, cioè la versione precedente l’approvazione in sede di commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, in realtà era di gran lunga migliore di quella in esame oggi – è in ogni caso un passo nella giusta direzione per promuovere la salute pubblica.

La relazione contiene molte idee ragionevoli e oserei dire che forse lascia ad altri, tra cui io stesso, il compito di fare le osservazioni imprudenti, perché si sarebbe potuto usare un linguaggio molto più energico, naturalmente. Nella versione approvata dalla commissione figurano molti “non sarebbe bello se” e “questo e quello andrebbero promossi” e la conclusione è ancora una volta che la responsabilità della salute e dell’assistenza sanitaria di fatto spetta agli Stati membri. Lo sapevo già. E’ ciò che prevede il Trattato, ma il problema evidentemente è se ciò sia sostenibile a lungo termine. In che modo aiutiamo realmente le persone malate, per esempio nel caso delle lunghe liste d’attesa nel mio paese o della mancanza di conoscenze specialistiche?

Vorrei quindi cogliere l’occasione per intervenire a favore dell’adozione di un ruolo maggiore, da parte dell’Unione europea, in materia di salute e servizi sanitari. Se una persona è malata, essa deve avere la possibilità di ricevere cure mediche all’estero. Tenere chiuse le frontiere per le cure mediche, per tutti i tipi di motivi amministrativi, procedurali o finanziari, in definitiva non è nell’interesse dei consumatori, e dopo tutto è per questo che siamo qui. Il diritto di consultare un medico all’estero è già stato riconosciuto dalla Corte di giustizia e, come giustamente propone l’onorevole Bowis, perché non consacrarlo nella legislazione europea?

Viviamo in una società moderna, popolata da cittadini istruiti, mobili e responsabili, che dovrebbero poter decidere dove e come vogliono essere curati. L’apertura delle frontiere per i pazienti incoraggia anche i servizi sanitari nei nostri paesi a migliorare la qualità, ridurre le liste d’attesa e rendere disponibili le conoscenze specialistiche.

Ciò detto, vorrei dare risalto al ruolo positivo dell’Unione nei servizi sanitari, e la presenza della Commissione a quest’ora impossibile è tanto più apprezzata. I servizi sanitari nell’Unione europea sono un’eccezione alla regola secondo cui l’Unione europea è spesso associata all’immagine negativa della burocrazia e dell’adozione di norme superflue e insensate. Svolgiamo un buon lavoro, e va da sé che voteremo a favore della relazione dell’onorevole Bowis con grande entusiasmo.

 
  
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  Jean Lambert, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare l’onorevole John Bowis per l’ottima relazione. Mi spiace solo che la mia commissione principale, la commissione per l’occupazione e gli affari sociali, non sia riuscita a organizzarsi per elaborare un parere in materia. Come commissione competente per il regolamento (CE) n. 1408/71, siamo interessati all’argomento, così come lo sono io in veste di relatrice del Parlamento nella precedente legislatura.

Mi preoccupa il tono di alcune osservazioni che ho appena sentito. Cerchiamo di essere chiari: i pazienti hanno il diritto di spostarsi in talune circostanze. Non si tratta di una possibilità aperta a tutti e ritengo che il Parlamento non debba dare tale impressione, non ultimo perché alcuni colleghi che siedono nei parlamenti degli Stati membri sarebbero un po’ turbati se modificassimo i loro bilanci come un fatto inevitabile solo perché scegliamo di farlo. E’ vero che è necessaria maggiore chiarezza sulle norme in materia, ma accolgo con favore il riconoscimento nella relazione del fatto che l’assistenza sanitaria è un servizio destinato a persone in difficoltà, non un normale prodotto di consumo. Di conseguenza, non deve rientrare nella direttiva sui servizi, la quale non è nemmeno la sede appropriata per trattare la questione del rimborso. Creeremo un’enorme confusione se non agiremo correttamente e in modo considerato, come si propone nella relazione.

 
  
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  Adamos Adamou, a nome del gruppo GUE/NGL. – (EL) Signor Presidente, signor Commissario, sarebbe un’omissione da parte mia se a mia volta non mi congratulassi con l’onorevole Bowis che, in tutta la relazione, ha espresso la sua competenza ed esperienza sull’argomento.

Il parere del Parlamento europeo sulla seria questione della mobilità dei pazienti è importante in quanto leva per esercitare pressioni sulla Commissione europea, affinché adotti misure più chiare in materia. I pazienti europei hanno diritti che devono anche essere tutelati dalla legge, così che possano godere della corrispondente copertura sociale ovunque si trovino nell’Europa della libertà di circolazione.

E’ importante, a mio parere, promuovere l’informazione semplice e quotidiana dei pazienti riguardo ai loro diritti e riconoscere le specificità di alcuni gruppi, quali gli anziani, gli analfabeti e i pensionati, come sottolinea l’emendamento n. 37.

E’ altresì importante proteggere i dati personali dei pazienti. E’ prevista la creazione di una base di dati contenente informazioni mediche sui pazienti; tuttavia, come prevedono gli emendamenti nn. 48, 49, 50, 67 e 68, si devono adottare alcune misure di protezione per prevenire gli abusi.

Considero inoltre necessario chiarire la situazione delle regioni frontaliere. In altre parole, i pazienti devono essere curati in ospedali situati il più vicino possibile al loro luogo di residenza. Molti paesi europei con frontiere comuni, come la Francia, il Belgio, il Lussemburgo e la Germania, hanno messo a punto meccanismi di stretta cooperazione, che vanno dal trasporto stradale alle questioni sanitarie. E’ più che logico che i cittadini residenti in regioni frontaliere abbiano la possibilità di ricevere cure presso gli ospedali dei paesi limitrofi, più vicini al loro luogo di residenza rispetto ai centri ospedalieri del proprio paese. Vi invito quindi a sostenere l’emendamento n. 41, paragrafo 8.

Vorrei infine rilevare che i servizi sanitari non possono essere messi sullo stesso piano di una merce in vendita. Ritengo quindi che la questione della mobilità dei pazienti e dei servizi in generale non debba essere inclusa in una direttiva generale sui servizi. Nondimeno, è necessaria una proposta d’azione sulla mobilità, con un calendario preciso, che tenga conto delle conclusioni del gruppo di alto livello sui servizi sanitari e l’assistenza medica.

 
  
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  Urszula Krupa, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL) La tutela della salute pubblica è un obiettivo prioritario per qualsiasi Stato e per qualsiasi servizio sanitario pubblico. La cooperazione in questo campo, in particolare a livello di Stati membri, in teoria dovrebbe aumentare la scelta delle cure disponibili, non solo prevedendo la possibilità di ricevere cure dopo essersi trasferiti in un altro Stato membro, ma anche permettendo ai pazienti di rivolgersi ad altre strutture se nel proprio paese non sono disponibili cure mediche adeguate.

Il problema della mobilità presenta tuttavia molteplici rischi. Tali rischi sono principalmente dovuti alle differenze economiche e politiche esistenti tra i vecchi e ricchi Stati membri dell’Unione e i nuovi Stati membri, il cui sviluppo finora è stato ritardato in conseguenza del regime totalitario sovietico cui erano soggetti in passato. Se i cittadini dei 15 vecchi Stati membri si spostano nell’Unione principalmente per evitare lunghe liste d’attesa o in cerca di cure meno costose, la maggioranza dei cittadini dei nuovi Stati membri si vede negare l’assistenza medica. La causa principale è l’esodo di massa dei lavoratori qualificati, in altre parole di medici e infermieri con alti livelli di istruzione, verso i paesi ricchi. L’onorevole Bowis ha ragione a evidenziare questa “fuga di cervelli” nella sua relazione, in quanto costituisce un’enorme minaccia per la salute dei cittadini meno abbienti.

Inoltre, le varie idee liberiste attualmente in voga, tra cui quella di considerare l’assistenza sanitaria come un servizio e un prodotto di mercato e di rendere più difficile l’acquisizione di competenze specialistiche, oltre ai vari programmi economici che propugnano tagli dei posti di lavoro a spese dei sistemi sanitari e si limitano a migliorare la situazione economica dei centri medici privati, non risolveranno il numero crescente di problemi che interessano il settore sanitario né creeranno nuovi posti di lavoro. Il risultato finale sarà un aumento dei costi delle cure mediche e un peggioramento della salute pubblica.

 
  
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  Irena Belohorská (NI). (SK) Accolgo con favore la relazione dell’onorevole Bowis sulla mobilità dei pazienti e sugli sviluppi delle cure sanitarie nell’Unione europea. Sono favorevole al piano d’azione della Commissione per i servizi sanitari in Europa, che garantirebbe realmente la libertà di circolazione dei cittadini.

Soprattutto in un momento in cui l’Europa è molto turbata dalla questione della “solidarietà europea contro l’identità nazionale”, è importante dimostrare ai cittadini che le Istituzioni europee stanno preparando meccanismi semplificati e migliori servizi sanitari per la popolazione. Il fatto che, sulla base del principio di sussidiarietà, gli Stati membri e i loro politici siano responsabili della fornitura di servizi sanitari rappresenta un grave ostacolo alla libertà di circolazione delle persone.

I pazienti non si mettono in lista d’attesa quando devono pagare l’assicurazione sanitaria, cosa che fanno fedelmente, prontamente e regolarmente, eppure quando hanno urgente bisogno di un servizio in cambio dei loro contributi, l’assistenza sanitaria è loro negata o ritardata. La mobilità dei pazienti può contribuire a migliorare i servizi sanitari attualmente inadeguati in alcuni Stati membri. Di fatto, le liste d’attesa determinano un ritardo nelle cure dei pazienti, ritardo che, dal punto di vista medico, può persino essere considerato come una minaccia per la loro salute e la loro vita. Le liste d’attesa si possono ammettere per la chirurgia plastica. I pazienti in attesa di una protesi dell’anca, per esempio, nel frattempo gestiscono la propria salute con antidolorifici, il cui uso protratto può causare dipendenza, deperimento del midollo osseo e ulcere addominali.

Inoltre, alcuni Stati membri attualmente rimediano alle carenze dei loro servizi sanitari a proprio vantaggio; uso il termine “vantaggio” per riferirmi all’acquisto di servizi di manodopera poco costosa, sotto forma di medici e infermieri provenienti dall’Europa orientale. Per quanto riguarda il futuro dell’Europa, considero quindi la mobilità dei pazienti di gran lunga preferibile alla mobilità degli operatori sanitari. Se medici e infermieri lasciano gli Stati dell’Europa orientale, il servizio sanitario in tali paesi ne risentirà. Secondo le statistiche dell’associazione dei medici slovacchi, il numero di medici che hanno lasciato la Slovacchia è superiore a quello dei laureati presso le tre facoltà di medicina del paese. E’ quindi evidente che in futuro compariranno divari sulla cartina dell’Europa, una situazione che, anche in questo caso, non è una soluzione.

 
  
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  Dorette Corbey (PSE).(NL) Signor Presidente, la ringrazio. Vorrei innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Bowis per la chiarezza della sua relazione e della sua posizione su un tema vitale.

Purtroppo, i servizi sanitari sono tutt’altro che ideali in molti paesi. Il peggio è che, in più di un paese, emergono dubbi sulla qualità e sull’accessibilità in un momento in cui le liste d’attesa e i tempi d’attesa si allungano. In normali circostanze, i pazienti ricevono le cure vicino a casa, o quanto meno nel proprio paese. In situazioni di qualità ridotta, per i pazienti diventa allettante orientarsi verso altri paesi.

Recenti sentenze della Corte di giustizia hanno incoraggiato i pazienti a cercare risposta altrove ai loro problemi di salute. Sono pienamente d’accordo con il relatore sulla necessità di dare priorità al miglioramento della qualità dei servizi sanitari; fare acquisti oltre frontiera non è una soluzione. Naturalmente, è pratico adottare disposizioni comuni sulle cure transnazionali nelle regioni frontaliere, e la fuga di pazienti verso altri paesi può essere un incentivo a investire di più nei servizi sanitari nazionali, anche se si tratta di un modo poco razionale di incoraggiare la qualità. E’ quindi inaccettabile disciplinare la mobilità dei pazienti nell’ambito della direttiva sui servizi a mo’ di ripensamento e la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare ha fatto bene a escludere la mobilità dei pazienti da tale direttiva.

Il problema è tuttavia urgente. Esiste una notevole differenza di qualità tra gli Stati membri. La diversità tra le probabilità di sopravvivenza, per esempio in caso di cancro alla vescica, è impressionante. In Austria e in Islanda i pazienti affetti da cancro alla vescica hanno il doppio di possibilità di sopravvivere rispetto a chi ne soffre in Polonia. Anziché inventare procedure, leggi e regolamenti destinati a guidare la libertà di circolazione dei pazienti, la Commissione farebbe meglio a investire nello scambio di conoscenze più dinamico possibile. Anche i pazienti con il cancro alla vescica in Polonia meritano un trattamento di alta qualità. Tutti i pazienti con il cancro alla vescica vogliono beneficiare delle conoscenze e delle competenze austriache. Compiamo dunque questo passo avanti ed evitiamo inutili investimenti in una mobilità che i pazienti in ogni caso non desiderano. A nessuno piace svegliarsi da un’anestesia generale in un ambiente estraneo. Preferisco quindi intervenire a favore della qualità, anziché della mobilità.

 
  
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  Christofer Fjellner (PPE-DE).(SV) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto ringraziare l’onorevole Bowis per l’eccellente relazione. In Europa sono numerosi i pazienti e i soggetti bisognosi di cure che hanno molto da guadagnare dalla prospettiva, che stiamo presentando in questa sede, di una maggiore possibilità di circolazione a livello transfrontaliero.

Purtroppo in Europa vi sono politici e burocrati che disapprovano la maggiore mobilità e libertà di scelta. Considerano la libertà di scelta una minaccia per la loro capacità di pianificazione e regolamentazione, in altre parole una minaccia per il loro potere. Questo è il motivo per cui, in un gran numero di Stati membri, tra cui la Svezia, per i pazienti può rivelarsi persino impossibile ricevere cure in un’altra regione del paese. Con la presente relazione, dimostriamo chiaramente che in questo conflitto non stiamo dalla parte dei burocrati, ma dalla parte dei pazienti.

Vorrei tuttavia rilevare che anch’io ritengo che i servizi sanitari siano di competenza nazionale. Il nostro compito è eliminare le frontiere e garantire che i pazienti possano ottenere cure ovunque ne abbiano bisogno. La libertà di circolazione comporta, in primo luogo, una concorrenza tra sistemi sanitari che promuove lo sviluppo e, in secondo luogo, un uso più efficiente delle scarse risorse a disposizione dei servizi sanitari. In Svezia, i pazienti possono dover restare per anni in attesa di cure per le quali in altri paesi è presente un eccesso di capacità. Eliminando le frontiere, creiamo le premesse per lo sviluppo e per l’efficienza. Ciò significa migliorare i servizi sanitari nei nostri Stati membri, soddisfacendo così un maggior numero di esigenze dei cittadini.

Vorrei invitare gli onorevoli colleghi a votare a favore dell’emendamento n. 5, presentato dall’onorevole Bowis, dall’onorevole Oomen-Ruijten e da me, a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei. L’emendamento introduce un nuovo paragrafo 4 bis e riguarda la mancata indicazione nella risoluzione della necessità di eliminare i servizi sanitari e le cure mediche dalla direttiva sui servizi. Se esistono società di servizi che operano in un ambiente caratterizzato da regolamenti e monopoli che impediscono la mobilità e la concorrenza, sono proprio le società che forniscono cure mediche e servizi sanitari. A coronare il tutto, l’eliminazione dei servizi sanitari dalla direttiva è un aspetto che non rientra nemmeno nella discussione odierna, nell’ambito della quale stiamo esaminando la mobilità dei pazienti, non dei fornitori di servizi sanitari.

E’ importante dare risalto all’informazione dei pazienti riguardo ai servizi sanitari nei diversi paesi. Abbiamo bisogno di pazienti informati, in grado di beneficiare delle possibilità che sono loro offerte. Vorrei quindi concludere invitando gli onorevoli colleghi a un seminario, che si svolgerà il 15 giugno a Bruxelles, nell’ambito del quale presenteremo per la prima volta un confronto reale e corretto tra i sistemi sanitari europei dal punto di vista del paziente. Siete tutti caldamente invitati a partecipare.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, a mio parere, oggi dobbiamo comunicare a chiare lettere ai cittadini europei che, sebbene ogni singolo punto dell’ottima relazione dell’onorevole Bowis esorti l’Europa a prendere l’iniziativa, ciò non può giustificare l’accusa di eccessiva regolamentazione che le viene mossa. Se sarà adottata, ogni singolo elemento richiesto