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Resoconto integrale delle discussioni
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Giovedì 7 luglio 2005 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Correzioni di voto delle sedute precedenti: vedasi processo verbale
 3. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 4. Strumento finanziario per l’ambiente (LIFE+)
 5. Tessile e abbigliamento (dopo il 2005)
 6. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
 7. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
 8. Comunicazione del Presidente
 9. Turno di votazioni
 10. Stipendi base e indennità applicabili al personale dell’Europol
 11. Strumento finanziario per l’ambiente (LIFE+)
 12. Accordi di associazione UE/Svizzera: 1. Determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda d’asilo, 2. Acquis di Schengen
 13. Accordo CE/Canada sulle informazioni preventive sui passeggeri API / PNR
 14. Situazione politica e indipendenza dei mezzi d’informazione in Bielorussia
 15. Avvenire dei Balcani dieci anni dopo Srebrenica
 16. Relazioni tra Unione europea, Cina e Taiwan, nonché sicurezza in Estremo Oriente
 17. Un mondo senza mine
 18. Ripercussioni delle operazioni di concessione di prestiti della Comunità europea nei paesi in via di sviluppo
 19. Attuazione del piano d’azione comunitario riguardante le normative, la governance e il commercio nel settore forestale (FLEGT)
 20. Compensazione e regolamento nell’Unione europea
 21. Progressi di Bulgaria e Romania verso l’adesione
 22. Dichiarazioni di voto
 23. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 24. Dichiarazioni scritte (articolo 116): vedasi processo verbale
 25. Tessile e abbigliamento (dopo il 2005) (proseguimento)
 26. Agricoltura delle regioni ultraperiferiche dell’Unione
 27. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (articolo 115 del Regolamento del Parlamento)
 28. Zimbabwe
 29. Tratta di minori in Guatemala
 30. Diritti umani in Etiopia
 31. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 32. Turno di votazioni
 33. Zimbabwe
 34. Tratta di minori in Guatemala
 35. Diritti umani in Etiopia
 36. Agricoltura delle regioni ultraperiferiche dell’Unione
 37. Dichiarazioni di voto
 38. Correzioni di voto: vedasi processo verbale
 39. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale
 40. Dichiarazioni scritte (articolo 116): vedasi processo verbale
 41. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
 42. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
 43. Interruzione della sessione
 ALLEGATO


  

PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 10.00)

 

2. Correzioni di voto delle sedute precedenti: vedasi processo verbale

3. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

4. Strumento finanziario per l’ambiente (LIFE+)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0131/2005), presentata dall’onorevole Marie Anne Isler Béguin a nome della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio riguardante lo strumento finanziario per l’ambiente (LIFE+) COM(2004)0621 – [C6-0127/2004 – 2004/0218(COD)].

 
  
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  Stavros Dimas, Membro della Commissione. – (EL) Signor Presidente, desidero ringraziare il Parlamento europeo e la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, ma soprattutto la relatrice, onorevole Isler Béguin, per la dettagliata e costruttiva relazione. Il mio ringraziamento va anche ai membri della commissione per i bilanci e della commissione temporanea per le prospettive finanziarie, per il contributo che hanno dato alla relazione su LIFE+.

LIFE+ è lo strumento finanziario per l’attuazione della politica ambientale comunitaria che è stato proposto dalla Commissione per il periodo 2007-2013. A parte tale attuazione, il programma dispone di risorse per il miglioramento della governance ambientale e per il finanziamento di azioni di informazione e di comunicazione.

Questa proposta è frutto di un valido accordo per il finanziamento della politica ambientale. Come chiaramente affermano le relazioni preparate dalla Commissione per il Consiglio, LIFE+ prevede, per i finanziamenti, un incremento annuale medio del 21 per cento rispetto ai livelli attuali.

E’ previsto inoltre che il nuovo programma passi da un approccio per progetti a un approccio basato sui programmi nazionali, consentendo maggiore flessibilità agli Stati membri, che in tal modo possono affrontare le proprie esigenze ambientali più pressanti.

Tale approccio comporta una sussidiarietà anche più accentuata di quella attuale; quindi, i fattori regionali e locali che spesso indirizzano l’applicazione della legislazione ambientale potranno esprimersi in merito alla pianificazione e all’attuazione del programma.

Non ignoro la valutazione che il Parlamento ha espresso sulla proposta della Commissione. Quest’ultima ritiene però che gran parte dei finanziamenti destinati all’ambiente possano essere effettuati in maniera più proficua dagli organismi finanziariamente più robusti: alludo ai programmi per i Fondi strutturali e ai programmi di sviluppo rurale.

Il nostro operato a salvaguardia della politica d’integrazione ha registrato finora tre sviluppi degni di nota: in primo luogo, il 21 giugno, l’adozione del regolamento sullo sviluppo rurale; in secondo luogo, gli orientamenti strategici per lo sviluppo rurale connessi al regolamento, che fanno chiaro riferimento a Natura 2000; in terzo luogo, gli orientamenti strategici per la politica regionale adottati martedì scorso dalla Commissione, che riguardano la protezione della natura e delle specie.

Di conseguenza, la Commissione sta attuando la politica d’integrazione nel settore ambientale. LIFE+ non sarà in grado di intraprendere progetti delle dimensioni e della portata previste dai programmi in questione, e per tale motivo LIFE+ dovrà svolgere, rispetto a tali programmi, una funzione complementare; dovrà concentrarsi cioè, come spesso ha richiesto il Parlamento, sullo sviluppo della politica ambientale, sostenendone l’applicazione pratica – per questo aspetto il Parlamento ha spesso manifestato il proprio interesse – tramite il miglioramento della governance ambientale. Occorre a tale scopo favorire la partecipazione della società civile e diffondere informazione, per consentire ai cittadini europei di comprendere obiettivi e ripercussioni della legislazione ambientale.

Tali obiettivi coincidono con gli auspici espressi dal Parlamento e, tramite tale Istituzione, dai cittadini europei. Proprio per questo motivo ritengo che quella della Commissione sia la proposta giusta.

 
  
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  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE), relatore. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, consentitemi innanzi tutto di ringraziare, nella mia veste di relatrice, la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare per il lavoro svolto. In particolare, desidero ringraziare il suo presidente per il sostegno che egli ha offerto in questo contesto e, soprattutto, i relatori ombra che mi hanno veramente aiutato a ricercare un compromesso, per proporre un risultato ragionevole e serio. Vorrei quindi ringraziare, sinceramente e ufficialmente, l’intera commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare per aver seguito la mia strategia, in modo da dotare l’Unione degli strumenti necessari per l’attuazione delle sue politiche ambientali. Insieme, mi sembra, siamo riusciti a far capire – al di là dell’ambito della nostra commissione – che per l’ambiente le parole non bastano più e che anche questo settore, come tutte le altre politiche, ha bisogno di mezzi finanziari. Anche su questo punto, il messaggio è stato recepito.

Signor Commissario, nel corso di un dibattito tenutosi questa settimana, uno dei suoi colleghi ci ha ricordato che non dovremmo perdere di vista l’essenziale. Ha ragione, e noi non perdiamo di vista l’essenziale, perché l’essenziale, oggi, è proprio la conservazione del nostro pianeta, che è unico, fragile e malato a causa delle pressioni che noi esercitiamo su di esso, e lo sappiamo fin troppo bene.

Oggi, con l’Unione europea, abbiamo deciso di fermare l’emorragia: dobbiamo salvare ciò che può essere salvato e ripristinare ciò che è stato danneggiato. L’Unione europea è consapevole della sfida che si è posta; in questo campo ha già combattuto numerose battaglie, uscendone vittoriosa. Ha vinto a Kyoto, inizialmente la battaglia per la firma, e poi la battaglia per la ratifica. Oggi possiamo sperare che anche il G8 assuma le proprie responsabilità con i paesi europei disposti a lottare affinché si agisca contro i cambiamenti climatici. Signor Commissario, l’Unione deve affermare con forza la propria volontà di preservare l’ambiente. A tale proposito, ci preoccupano le dichiarazioni rilasciate lunedì dal Presidente Barroso; egli infatti ha affermato che l’ambiente e le strategie in materia sarebbero troppo costosi.

Non ci sembra una valutazione adeguata. Ormai lo sappiamo: il degrado è un fenomeno ormai avviato a livello globale; quanto più aspettiamo per intervenire, tanto più alto sarà il prezzo da pagare. E allora sta a noi, deputati di questo Parlamento, convincere il Consiglio e la Commissione che, anche in un periodo di vacche magre, investire nell’ambiente, in una certa misura, equivale a sottoscrivere prudentemente un’assicurazione, o addirittura una polizza sulla vita, contro le minacce che incombono sull’ambiente.

L’attuale relazione su LIFE+ è indubbiamente molto importante poiché riguarda il nerbo della guerra: è uno strumento finanziario. La commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare sostiene LIFE+ ma, come abbiamo già fatto sapere, intendiamo migliorarlo. Grazie al vecchio programma LIFE, articolato nelle sezioni natura, ambiente e paesi terzi, eravamo riusciti a dare impulsi politici innovativi e avevamo dimostrato che gli investimenti nell’ambiente erano la via da seguire nel quadro dello sviluppo sostenibile, anche per creare occupazione.

Con il nuovo programma LIFE, la Commissione conta sull’integrazione dell’ambiente nelle diverse politiche – come ci è stato illustrato. Questo è indubbiamente un elemento positivo, non si può negare, ma non siamo convinti dell’utilità di delegare le politiche ambientali agli Stati membri. Sappiamo benissimo che spesso l’essenziale per gli Stati membri non è certo l’ambiente; non è quindi con una rinazionalizzazione dell’ambiente che otterremo risultati.

D’altro canto, l’Unione europea deve sostenere le ONG poiché esse sono assolutamente insostituibili e devono poter continuare a compiere il proprio lavoro che – com’è stato detto – è nell’interesse di tutti.

Infine, come sapete, riteniamo che il progetto Natura 2000 sia caduto nell’oblio. A questo proposito, in effetti, abbiamo deciso di far prendere coscienza a tutti che Natura 2000 ha certamente un costo, ma non è un pozzo senza fondo; il denaro stanziato per questo programma sarà destinato ad uno sviluppo locale originale, basato sul rispetto dell’ambiente e sul rispetto di coloro che lavorano la terra.

Ci avete spiegato che avevate gettato il pallone fuori campo, e che spettava alle altre politiche e agli altri fondi integrare Natura 2000. Giustamente abbiamo atteso la fine delle discussioni sui Fondi strutturali e sullo sviluppo rurale per sapere se davvero ci veniva garantito che Natura 2000 sarebbe stata presa in considerazione. Posso dirvi che il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, a seconda del modo di vedere le cose.

Per quanto riguarda il Fondo di sviluppo rurale ci sono buone speranze, ma sappiamo che si tratta soltanto di compensazioni, e ciò è assai positivo perché servono compensazioni di natura finanziaria. Quanto ai Fondi strutturali, sappiamo che si tratta di investimenti. Ora, sappiamo benissimo che gli investimenti sono qualcosa di rigoroso e che non abbiamo bisogno di costruire nuove strade per scoprire dei biotopi. Su questo punto quindi c’è una lacuna considerevole. Ecco perché proponiamo di prendere un terzo dell’importo di 21 miliardi di euro da voi deciso, e di aggiungerlo a LIFE+ affinché Natura 2000 possa vivere e possa davvero servire a proteggere il nostro ambiente, nel pieno rispetto degli impegni che ci siamo assunti.

 
  
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  Cristina Gutiérrez-Cortines, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, prima di commentare le caratteristiche di questo progetto, vorrei esprimere il mio apprezzamento non solo all’onorevole Isler Béguin, ma anche all’onorevole Lienemann e agli altri relatori ombra, nonché ai funzionari e ai consulenti che hanno lavorato tenacemente affinché questo progetto venisse approvato. In seno alla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare si è raggiunta un’unanimità straordinaria; tutti hanno esposto le proprie opinioni e sebbene, apparentemente, non ci siano molti emendamenti, è stato infuso un nuovo spirito e, in collaborazione con la Commissione europea, siamo riusciti ad arricchire il programma LIFE.

Come è stato possibile questo arricchimento? A mio avviso, abbiamo introdotto numerosi aspetti nuovi. In primo luogo, in questo progetto si è insistito molto sulla gestione delle risorse naturali. Il progetto assume una grande importanza pedagogica, in quanto insegna a governare e gestire l’ambiente. Inoltre, si è insistito sulla presenza istituzionale, ossia i comuni e le regioni che, in quanto autorità locali, devono valorizzare le proprie risorse. A questo proposito desidero sottolineare un altro elemento: l’introduzione di paesaggi da rispettare che non sono stati inseriti nell’elenco di Natura 2000, come alcuni fiumi, e che invece possono essere importanti spazi comuni.

C’è un’altra novità: è stato introdotto il concetto ed è stata rafforzata l’idea di progetti internazionali e progetti transfrontalieri. Perché? Perché gli spazi naturali si trovano spesso, per l’appunto, in zone di frontiera e in zone montuose. Basti pensare ai fiumi; a rigor di logica, un giorno si potrebbe realizzare un programma LIFE per i fiumi, poiché i fiumi attraversano vari paesi.

D’altro canto, è opportuno ricordare che abbiamo creato uno spirito di mercato per Natura 2000. Voglio dire che, in questo caso, si deve imitare la politica statunitense che prevede la realizzazione di banche per aree paludose e di banche per zone naturali, in modo tale che gli Stati membri possano compensare i proprietari, creando un’area, per così dire, di interscambio di proprietà per la zona di Natura 2000. In tal modo, anche le imprese e molti altri che devono assumere iniziative sul territorio potranno contribuire economicamente per compensare, sulla base del principio “chi inquina paga”, il proprio passaggio attraverso tali territori protetti con politiche attive, positive, di conservazione dell’ambiente naturale, finanziate da enti privati e da istituzioni.

Di conseguenza, questo non è solo un altro programma LIFE, ma un progetto che ha raccolto un vasto sostegno e che è guidato, credo, da un solido buon senso; per questo, mi congratulo con tutti.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero a mia volta ringraziare l’onorevole Isler Béguin, la relatrice, nonché tutti i colleghi della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare e i relatori ombra, che hanno cercato di offrire all’Assemblea – come ha appena detto la collega Gutiérrez-Cortines – un’opinione unanime o comunque capace di coagulare il massimo consenso.

LIFE+ e il programma LIFE rappresentano un elemento estremamente importante della nostra politica ambientale, essendo gli unici strumenti di bilancio messi a punto dall’Unione europea per le proprie politiche ambientali. A livello europeo veniamo spesso criticati dai nostri concittadini per le direttive, le limitazioni e le regole che fissiamo – cosa legittima e necessaria. L’Europa ha fatto molto per le politiche ambientali, ma spesso ci viene detto “imponete limitazioni, ma non fornite una quantità di risorse sufficiente per assisterci nell’attuazione delle politiche in questione”. Ci sono quindi alcune resistenze e difficoltà, per cui si chiede all’Unione di sostenere il processo attuativo con un contributo finanziario.

Esistono certamente strumenti di sostegno, come le politiche integrate, nell’ambito delle quali si registrano, ormai da qualche anno, alcuni progressi; tornerò su questo punto in relazione ai Fondi strutturali e alla politica agricola. Abbiamo tuttavia anche bisogno di strumenti specifici, e il programma LIFE ha già dimostrato la propria efficacia in vari settori. Insisterò sulla necessità di utilizzare LIFE per infondere vita alle grandi direttive quadro come quella in materia di acque, o il programma contro l’effetto serra; l’onorevole Isler Béguin ha comunque ragione quando afferma che il vero oggetto del nostro dibattito è Natura 2000. E’ positivo che, nel quadro di FEASER, si sia ottenuto l’impegno di tener conto di Natura 2000; in realtà, però, tutta una serie di spese, che sono indispensabili per la gestione del territorio stabilito e l’attuazione della direttiva, non possono essere incluse in questo contesto.

Si tratta di due categorie di spese: quelle che riguardano il funzionamento e quelle che concernono alcune aree geografiche. Penso in particolare alle aree non direttamente incluse nelle zone agricole – zone umide, zone un po’ periferiche, eccetera – e che non potranno essere finanziate nell’ambito dei meccanismi legati al Fondo di sviluppo regionale e al Fondo di sviluppo rurale. Abbiamo dunque bisogno di un supplemento: abbiamo proposto che il 35 per cento dell’importo che lei, signor Commissario, ha valutato pari a 21 milioni di euro sia dedicato, nel quadro del programma LIFE, alla gestione di Natura 2000. Credo in ogni caso che l’esistenza di un bilancio specifico per LIFE sia, per la nostra Assemblea, un elemento decisivo ed essenziale.

Inoltre, dal momento che la nuova Commissione, a partire dal suo insediamento, ci ha più volte annunciato l’intenzione di prestare ascolto alle opinioni del Parlamento, il vasto consenso che esiste su questo tema nella nostra Assemblea dovrebbe spingere la Commissione a sostenere i nostri punti di vista.

 
  
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  Frédérique Ries, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, anch’io vorrei ringraziare la relatrice, onorevole Isler Béguin, per la qualità di quest’opera di collaborazione e per l’energia del suo impegno su questo dossier. In occasione della tornata di giugno, il Parlamento ha inviato, con la sua risoluzione sulle sfide e i mezzi finanziari dell’Unione allargata, un segnale politico molto chiaro per la protezione del pianeta, della natura e della biodiversità. E’ essenziale garantire il buon funzionamento della rete Natura 2000, che è il tema centrale di questo dibattito; anche l’onorevole Lienemann lo ha appena ricordato. D’altronde gli esperti della Commissione hanno valutato le esigenze di Natura 2000 nell’ordine di 21 miliardi di euro in sette anni.

Lo sappiamo: il Fondo di sviluppo rurale e i Fondi strutturali non saranno sufficienti a soddisfare tutte le diverse esigenze. E’ perciò necessario rafforzare LIFE+, lo strumento finanziario specifico per l’ambiente di cui ci siamo dotati a partire dal 1992.

Adesso vorrei rivolgere alla Commissione due critiche fondamentali che condivido con la relatrice. La prima riguarda l’importo iniziale di 300 milioni di euro, che ovviamente è del tutto insufficiente. Dietro questa guerra di cifre, è in gioco la volontà dell’Europa di raccogliere sfide importanti come la qualità dell’aria, la qualità dell’acqua, la pianificazione del territorio e la gestione sostenibile dei rifiuti. La seconda critica è la seguente: ritengo che la Commissione europea non debba scaricare le proprie responsabilità in campo ambientale. La strategia di integrazione dell’ambiente in tutte le politiche dell’Unione ha i suoi limiti, signor Commissario. Ecco perché il gruppo ALDE sosterrà gli emendamenti nn. 42, 43 e 44. Il Parlamento europeo sarà sempre al vostro fianco per opporsi a questo tipo di Europa ambientale, un’Europa ambientale che sotto alcuni aspetti è in declino, e sotto tutti gli aspetti à la carte, e che viene imposta da alcuni Stati membri che a quanto pare hanno scelto di ripiegarsi su se stessi.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, per cominciare vorrei aggiungere i miei ringraziamenti personali alla relatrice per l’opera che ha svolto insieme ad altri colleghi; desidero tuttavia formulare alcune osservazioni sulla proposta che ci apprestiamo a votare. Alcuni deputati sembrano aspettarsi un forte sostegno a favore della politica ambientale da parte dell’Unione europea; condivido anch’io tale aspettativa. Credo infatti che, mediante la creazione di reti ecologiche, l’Unione europea possa offrire un contributo positivo al nostro continente. Non dobbiamo però riporre tutte le nostre speranze nella sola Europa, almeno per quanto riguarda il finanziamento dei siti di Natura 2000 che, dopo tutto, sono designati dalle autorità nazionali con l’aiuto di esperti europei; è perciò accettabile che alcuni dei finanziamenti per la loro conservazione provengano dal bilancio europeo.

In ultima analisi, comunque, sono gli Stati membri i primi responsabili di tali siti. A mio avviso, è comprensibile che i finanziamenti siano conformi ai bisogni, come sottolineano vari emendamenti. A livello europeo, la nostra azione e i nostri finanziamenti devono subentrare laddove l’opera degli Stati membri di per sé non è sufficiente. Non dobbiamo invertire la tendenza e insistere per pagare tutto, e soltanto dopo accertare se gli Stati membri vogliano contribuire alle spese. Chiedo quindi di conferire agli Stati membri un ruolo più ampio nell’ambito dei finanziamenti, e di fornire loro assistenza e sostegno soltanto nel caso in cui i finanziamenti dell’Unione europea abbiano un’effettiva giustificazione.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, in Scozia i leader del G8 si preoccupano per la sostenibilità del nostro mondo. Se si spostassero un poco verso i monti Cairngorm e la riserva forestale di Abernethy, vedrebbero uno dei siti europei di Natura 2000, che si estende su un’area di 13 000 ettari di antica foresta di pini di Caledonia, brughiera, laghi e monti, che funge da habitat per specie rare come il gallo cedrone e il fagiano di monte. Il numero di esemplari di gallo cedrone – che in precedenza, nel Regno Unito, veniva considerato l’uccello a più alto rischio di estinzione nel giro di quindici anni – sta ormai raddoppiando. La riserva, con il suo centro del falco pescatore, attrae circa 100 000 visitatori all’anno con introiti annuali pari a 1,7 milioni di sterline e offre oggi 87 posti di lavoro a quella che un tempo era un’economia agricola povera.

Gli stessi risultati si registrano in tutta Europa, dalla Scozia alla Spagna fino alla Germania. La lince iberica in Spagna è stata salvata da Natura 2000. Nel Brandeburgo, dove la popolazione dell’otarda era scesa dai 4 000 esemplari degli anni ’30 a poche centinaia, 9 500 ettari di monocoltura hanno rivoluzionato le prospettive, con importanti vantaggi economici per una zona depressa.

Stiamo parlando del nostro patrimonio europeo, che abbiamo il dovere di proteggere. LIFE+ è il nuovo strumento finanziario che, insieme ai Fondi strutturali e al Fondo per lo sviluppo rurale, garantirà il successo di Natura 2000. L’8 giugno il Parlamento ha votato a favore di un “programma LIFE+ considerevolmente rafforzato”. So che quest’anno il bilancio non sarà facile, ma riprendiamo la proposta, contenuta nella risoluzione dell’8 giugno, di riservare 21 miliardi di euro per un periodo di sette anni. Indichiamo la strada per rafforzare considerevolmente LIFE+. LIFE III, suddiviso nelle tre sezioni di natura, ambiente e paesi terzi, è stato un successo da tutti i punti di vista, ma soprattutto, forse, nei siti di Natura 2000 previsti da LIFE Natura.

LIFE+ procederà nella stessa direzione, e questa relazione contribuirà a tale processo. Mi auguro che la Commissione risponda in modo costruttivo, offrendo il proprio sostegno e la propria inventiva.

 
  
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  Jutta D. Haug (PSE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, l’obiettivo della relazione è far diventare LIFE+ l’unico strumento finanziario per l’ambiente a partire dal 2007. Condivido l’idea di fondere in un unico strumento ambientale i vari programmi che hanno sostenuto misure ambientali, come le azioni nell’ambito del regolamento Forest Focus, e hanno contribuito all’opera di organizzazioni non governative e autorità locali e regionali. In considerazione del mio ruolo nella stesura del bilancio, noto con particolare soddisfazione che la maggiore efficienza ed efficacia che sarà garantita da quest’operazione è ormai scontata.

Sappiamo che una politica energetica, per poter essere efficace, dev’essere attuata alla base della società, in tutta l’Unione europea e ovunque a livello locale. Per questo motivo, pur senza mettere in discussione i principi di sussidiarietà e proporzionalità, è necessario con urgenza – se davvero vogliamo che il finanziamento della politica ambientale aggiunga un valore certo e indiscutibile all’Europa – monitorare rigorosamente l’utilizzo di tali fondi. Tale monitoraggio non comporterà soltanto la codecisione del Parlamento sui programmi pluriennali, ma anche, necessariamente, una valutazione a brevi intervalli, affinché si possano apportare modifiche tempestive.

La parte di LIFE Natura è stata quasi rimossa dalla proposta della Commissione su LIFE, e contemporaneamente sono stati cancellati i finanziamenti per le misure di Natura 2000; ciò è inaccettabile. La proposta della Commissione di finanziare la gestione delle zone di Natura 2000 con il Fondo non è una cattiva idea, anche alla luce dell’opinione espressa dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare sui problemi inerenti a un simile modus operandi – essenzialmente la concorrenza con altri obiettivi fissati da vari fondi.

Alla fine siamo giunti a un accordo, in base al quale LIFE+ dovrà essere utilizzato per sostenere quelle zone di Natura 2000 che non sono coperte da uno dei fondi. Rimane da vedere quanto lontano ci spingerà questo approccio, che è al contempo intuitivo, realistico e motivato dalla solidarietà. Anche se ieri l’Assemblea, spinta dalla commissione per lo sviluppo regionale, ha rimosso ogni riferimento a Natura 2000 dal regolamento sui Fondi strutturali, mi aspetto che la commissione parlamentare, insieme alla Commissione europea e alle ONG, passi all’offensiva e intraprenda un’efficace opera di persuasione.

 
  
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  Anne Laperrouze (ALDE).(FR) Signor Presidente, il programma per l’ambiente LIFE+ è indispensabile per sostenere l’esecuzione e lo sviluppo della politica ambientale. Esso deve dunque fungere da impulso per l’esecuzione, da catalizzatore per l’innovazione e il cambiamento e consentire altresì azioni trasversali a livello europeo sui temi prioritari. Sulla base delle esperienze positive dell’attuale programma LIFE, LIFE+ deve agire da sostegno ad azioni di valutazione e follow-up dello stato di conservazione, per elaborare piani d’azione per la ricostituzione delle specie e per le azioni legate al funzionamento della rete europea Natura 2000.

Sarebbe opportuno continuare a finanziare i progetti dimostrativi concernenti l’istituzione e la protezione di Natura 2000, poiché essi apportano un valore aggiunto europeo.

La politica ambientale tuttavia non si riduce solo a Natura 2000. Ecco perché sono contraria all’emendamento n. 35, che propone di destinare il 90 per cento del programma LIFE+ al finanziamento di Natura 2000. LIFE+ in effetti deve avere un approccio proporzionato alle quattro tematiche essenziali del sesto programma d’azione per l’ambiente: il cambiamento climatico, la conservazione della biodiversità, l’ambiente e la salute, la protezione delle risorse naturali.

Infine, vorrei sottolineare che condivido l’opinione della relatrice, secondo cui la selezione dei progetti deve restare a livello comunitario per garantirne il valore aggiunto europeo.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, credo veramente che sia giunto il momento di passare dalle parole ai fatti, perché di discorsi sul pianeta da salvare e sullo sviluppo sostenibile ne facciamo continuamente, dentro e fuori quest’Aula. Purtroppo, quando è necessario dotarsi dei mezzi per passare ai fatti, non c’è più nessuno. Il Parlamento non è d’accordo con la Commissione europea, di cui non possiamo condividere le scelte.

Signor Commissario, possiamo capire la necessità di integrare il finanziamento di LIFE+ nel FEASER e nel FESR; è una questione di trasversalità, e possiamo accettarla anche se con rammarico. Conosciamo però il comportamento dei rappresentanti eletti locali: quando si tratta di scegliere tra priorità diverse, tra priorità economiche e priorità ambientali, si sa benissimo che, purtroppo, è l’ambiente a soffrire, schiacciato tra queste difficili scelte.

Ecco perché l’Europa deve assolutamente manifestare i propri desideri con autorità; ecco perché, tra l’altro, è fondamentale prevedere un finanziamento specifico nell’ambito di Natura 2000. Natura 2000 è una grande politica che è stata invocata dall’Europa, che è stato difficile fare accettare sul campo ai rappresentanti eletti locali, che è stata difficile da comprendere e difficile da realizzare. Eppure proprio oggi che dobbiamo gestire i siti di Natura 2000, la Commissione europea fa marcia indietro. Non è possibile!

Oggi la Commissione non vuole più contribuire al finanziamento della gestione di questi siti. Alcuni non saranno coperti dal FEASER né dal FESR perché non sono né zone agricole né zone forestali. Cosa faremo in questi casi? Vorrei ricordare che LIFE+ è uno strumento finanziario, e quindi sembreremmo privarci della capacità di negoziare al meglio con il Consiglio. Signor Commissario, lei dovrebbe aiutare il Parlamento nei negoziati finanziari con il Consiglio; abbiamo bisogno di lei. Siamo in prima lettura e dobbiamo mostrarci decisi, decisi a difendere i finanziamenti che sono assolutamente indispensabili. Abbiamo raggiunto un ottimo compromesso e tuttavia abbiamo l’impressione di essere stati abbandonati dalla Commissione. Se così fosse, sarebbe veramente deprecabile.

 
  
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  María Isabel Salinas García (PSE).(ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio gruppo è orgoglioso e soddisfatto per la relazione che è stata portata avanti in modo eccellente dalla relatrice, onorevole Isler Béguin, e da tutti coloro che vi hanno contribuito.

La codecisione è la nostra forza, alimentata dalla necessità di rispettare gli obiettivi ambientali che, come ha sempre proclamato l’Unione europea, costituiscono una priorità.

Per quanto riguarda le risorse per la rete Natura 2000, questa relazione non chiede l’impossibile. La Commissione, come il Parlamento, è consapevole delle difficoltà provocate dalle prospettive finanziarie, ma, se devo essere sincera, credo che, come in questo caso, si possano individuare le soluzioni adeguate con buona volontà e decisione. Forse un aumento dei finanziamenti per la rete dev’essere anche accompagnato da una migliore ridistribuzione delle risorse necessarie.

Naturalmente, signor Commissario, non è giusto che si debba pagare per i peccati altrui. Per esempio, non possiamo continuare a chiedere agli operatori rurali andalusi di tirare ancora di più la cinghia per il mantenimento della rete, richiamandoli alla loro legittima responsabilità di agricoltori, e per azioni specifiche e necessarie, come la conservazione della lince iberica.

La Commissione ricorderà meglio di me l’entusiasmo con cui è stato accolto il varo della rete Natura 2000. Da allora abbiamo assistito ad un processo che ha aperto vaste speranze, mediante strumenti legislativi e programmi che ci hanno consentito di realizzare le nostre priorità ambientali. Non possiamo quindi permettere che tutto questo entusiasmo e tutti gli investimenti di risorse vengano vanificati. LIFE+ deve rappresentare una solida garanzia del mantenimento e del rafforzamento di ciò che abbiamo costruito finora, anche rispetto agli habitat e alla varietà di specie di cui disponiamo.

A questo proposito, e senza mettere in dubbio la legittimità del cofinanziamento, nessuno può negare che il mantenimento della rete comporta – com’è giusto che sia – alti costi per alcuni Stati membri, e soprattutto per la Spagna. Il mio paese, insieme alla Danimarca, conta la maggiore superficie di aree protette, e per di più il 29 per cento di tale superficie si trova nella mia comunità, l’Andalusia.

Signor Commissario, talvolta è necessario impegnarsi, prendere posizione e dare prova di coraggio. La esorto a investire ancora nella protezione ambientale. Ne vale la pena.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, fin dal 1992 LIFE – lo strumento finanziario per l’ambiente – ha rappresentato il principale veicolo della politica ambientale della Comunità europea. Esso comprende tre fondi diversi: natura, ambiente e paesi terzi. L’attuale programma LIFE III giungerà a termine alla fine del 2006, quando verrà introdotto un nuovo pacchetto, LIFE+, nel quadro delle nuove prospettive finanziarie su cui attendiamo una decisione da parte del Consiglio. E’ ormai tempo che il Parlamento decida: vogliamo conservare il nostro patrimonio naturale?

Per quanto riguarda il nostro patrimonio ambientale comune, è il finanziamento che deve adeguarsi alla politica e non il contrario. E’ estremamente difficile quantificare, in termini monetari, il valore delle paludi, delle specie locali di flora e fauna, degli habitat naturali e di luoghi pubblici come i parchi o i boschi; si tratta di tesori comuni, di proprietà e godimento comune. Gli unici responsabili siamo noi, deputati al Parlamento europeo; è qui che, attraverso la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, svolgiamo l’attività legislativa insieme al Consiglio.

Siamo ugualmente responsabili per il mantenimento e il rafforzamento del nostro impegno, volto a scongiurare la perdita di biodiversità e il degrado ambientale. In mancanza di fondi adeguati per LIFE+, verrà meno l’effetto delle misure positive adottate per affrontare questi problemi a partire dall’introduzione dell’attuale programma nel 1992. Si perderanno altresì gli importanti vantaggi socioeconomici del programma. Nell’UE a 15 ben 125 000 posti di lavoro godono di misure di sostegno in attività correlate alla tutela dell’ambiente.

Questo è un settore in crescita. L’onorevole Bowis ha ricordato l’esempio scozzese. Secondo le stime del parlamento scozzese, l’agriturismo contribuisce ogni anno all’economia scozzese con 560 milioni di euro, gran parte dei quali affluiscono nelle regioni economicamente depresse. Egli ha ricordato il fagiano di monte e la lince iberica. Signor Commissario, posso esprimere l’auspicio che tra sette anni anche lo scoiattolo rosso si aggiungerà all’elenco dei successi nel campo della biodiversità?

Non si tratta soltanto di definire l’importo, ma di garantire i fondi. In mancanza di finanziamenti precisi e specificamente assegnati all’ambiente, non potremo raggiungere i nostri obiettivi di politica ambientale. L’attuale “approccio integrato” al finanziamento della politica ambientale proposto dalla Commissione – per cui saranno il Fondo per lo sviluppo rurale e i Fondi strutturali a fornire i finanziamenti – è per me fonte di grave preoccupazione; credo infatti che non funzionerà. Siamo realistici: ci sarà sempre qualcosa di più urgente della tutela ambientale. Se invece riusciremo a dotare LIFE+ di finanziamenti adeguati, questo strumento ci consentirà di promuovere le zone speciali di conservazione, e quindi di proteggere la biodiversità in Europa, che si sta depauperando a un ritmo allarmante.

 
  
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  Karin Scheele (PSE). (DE) Signor Presidente, mi consenta di unirmi alle congratulazioni rivolte alla relatrice; la sua relazione è un esempio dell’impegno che è necessario dedicare a questo problema e, come è emerso finora dal dibattito, essa gode del sostegno della stragrande maggioranza dell’Assemblea.

La relazione pone rimedio alle gravissime carenze della proposta presentata dalla Commissione, ed è quindi essenziale che essa venga adottata con una maggioranza assai vasta. A mio modo di vedere, il difetto più vistoso della proposta è il mancato sostegno finanziario alla gestione della rete Natura 2000 per il periodo 2007-2013, nonostante l’alta priorità che il sesto programma d’azione in materia di ambiente assegnava, tra l’altro, alla diversità e alla protezione delle specie.

Nel piano previsto dalla Commissione per finanziare le reti Natura 2000 con i Fondi strutturali si cela l’enorme pericolo che, in pratica, non venga messa a disposizione delle reti una sufficiente quantità di denaro. L’onorevole Haug ha già ricordato il risultato del voto di ieri. Inoltre, l’approccio della Commissione indica chiaramente che essa è riluttante ad assumersi la responsabilità delle modalità di attuazione delle politiche ambientali comunitarie.

Ancora, la Commissione ha completamente omesso di inserire una clausola che garantisca la corretta gestione delle reti Natura 2000, benché ciò costituisca una condizione essenziale per il finanziamento a titolo dei Fondi strutturali; l’Assemblea deve quindi esprimere una convincente maggioranza a favore dell’approccio della relatrice, che prevede di integrare i costi dell’attuazione di Natura 2000 nel programma LIFE+.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE). (PL) Signor Presidente, la proposta di integrare gli attuali programmi di sostegno all’ambiente in un unico strumento finanziario, LIFE+, si giustifica in quanto fornisce una garanzia contro il rischio di sovrapposizione delle azioni intraprese; anche l’armonizzazione e semplificazione di principi e procedure è un’idea ragionevole.

Il programma LIFE+ si propone di assicurare il finanziamento a quelle azioni che risulteranno inammissibili al sostegno nel quadro degli altri strumenti finanziari dell’Unione europea; alla luce delle sfide che attualmente si delineano nel campo della tutela ambientale, si tratta di un approccio completamente giustificato. Il problema più arduo che il programma LIFE+ ci pone è tuttavia quello di cofinanziare, istituire e realizzare in pratica la rete Natura 2000.

Le priorità stabilite per il programma LIFE+ tengono in debita considerazione i problemi connessi alla protezione della natura e della biodiversità, compresa la rete Natura 2000. Al contempo però si sottolinea che il cofinanziamento della rete Natura 2000 deve assumere unicamente un carattere complementare; in altre parole, il sostegno dev’essere erogato nel quadro del Fondo europeo per lo sviluppo regionale e del Fondo di coesione.

Mi preoccupa il fatto che l’evoluzione compiuta in Europa dalla rete Natura 2000 non sia stata sostenuta dalla garanzia di adeguati finanziamenti per l’istituzione e il mantenimento della rete stessa. Non sono stati forniti dettagli precisi sui criteri in base ai quali verranno erogati, dal 2007 al 2013, i finanziamenti a favore delle misure di protezione per i siti Natura 2000; senza dubbio, ne risulterà un’insufficienza nei finanziamenti per questa rete, e diverrà impossibile attuare numerose misure di tutela estremamente necessarie. Per esempio, dai fondi indicati resterà esclusa la maggior parte delle aree designate quali siti di Natura 2000 in Polonia e in altri paesi: si tratta fra l’altro di zone che fanno parte di foreste nazionali, o di torbiere, paludi, aree prative naturali, dune, brughiere e macchie boschive non sfruttate per scopi agricoli.

Alla luce della lettera inviata dalla Commissione il 6 gennaio 2005, che suggeriva la possibilità di ampliare la lista dei siti Natura 2000 in Polonia, nel qual caso tali siti potrebbero estendersi fino al 20 per cento della superficie del paese, per la Polonia, come per altri paesi, la garanzia di un finanziamento separato per la rete Natura 2000 assume un’importanza ancor maggiore.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE). (PL) Signor Presidente, il regolamento LIFE+ è un provvedimento legislativo di notevole importanza; trattandosi di un regolamento, esso sarà vincolante per tutti gli Stati membri, ed avrà maggior forza di qualsiasi direttiva che venga ad essi rivolta.

Il documento ha tuttavia un difetto, nel senso che si limita a fornire una lista indicativa di priorità, e non precisa affatto l’entità dei finanziamenti che tali priorità riceveranno, ammesso che ne ricevano. Questo vale soprattutto per Natura 2000, com’è stato notato dai colleghi che mi hanno preceduto; da parte mia vorrei far notare al Commissario che sarebbe un errore costringere questo programma a lottare per i finanziamenti erogati nell’ambito dei Fondi strutturali e del Fondo per lo sviluppo rurale.

Tale approccio si rivelerebbe impraticabile, poiché scatenerebbe uno squallido conflitto sull’urgenza e le dimensioni delle contrapposte necessità: esigenze di comunità locali, di tutela dell’ambiente e di rare specie animali e vegetali, o delle popolazioni che in tali aree vivono. Si avrebbe una situazione intollerabile.

Vorrei sollevare poi una seconda questione, connessa al finanziamento di Natura 2000. Secondo la comunicazione della Commissione, si prevede che l’ammontare di tale finanziamento raggiungerà i 6,1 milioni di euro; so bene che non si tratta di una somma rilevante, ma anzi dell’assoluto minimo indispensabile. Tuttavia, 5 milioni di questa somma saranno destinati ai 15 vecchi Stati membri, mentre un solo milione di euro andrà ai 10 nuovi Stati membri: è una proporzione corretta? Non crede il Commissario che un tale criterio di distribuzione dei fondi sia contrario al principio della solidarietà europea?

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, non invidio l’attuale posizione del Commissario Dimas; lunedì infatti, signor Commissario, lei ha dovuto riferire al Parlamento in merito al rinvio delle strategie tematiche che la Commissione aveva annunciato, ma che ora è evidentemente restia a portare avanti, mentre oggi stiamo discutendo LIFE+, il nuovo strumento finanziario sul quale, ancora una volta, i nostri punti di vista non sono affatto coincidenti.

Lo strumento LIFE, che ha visto la luce nel 1992, è comunque un provvedimento per cui desidero congratularmi con la Commissione; con la sua istituzione infatti essa ha creato un programma che apre nuove strade alla politica ambientale europea. L’aspetto più importante di questo programma è il fatto che esso era stato concepito per applicare la direttiva “uccelli”, la direttiva “habitat” e la direttiva “flora e fauna”, e per fornire i necessari mezzi finanziari. E’ significativo che la Commissione abbia scelto un approccio di gestione integrata, che io approvo senza riserve; esso costituisce la caratteristica più spiccata di questo programma, che non è dato riscontrare altrove.

Stiamo ora discutendo la nuova proposta, che è destinata a coprire il periodo 2007-2013 e intende anche contribuire a cogliere gli obiettivi del sesto programma comunitario d’azione in materia di ambiente. Dal momento che in quest’Assemblea si fa un gran parlare di Lisbona, vi ricordo che uno degli obiettivi da raggiungere entro il 2010 – “l’anno di Lisbona” – è quello di arrestare la perdita di biodiversità in Europa: si tratta di un obiettivo autonomo, ricco però di implicazioni socioeconomiche. Parlando in qualità di rappresentante di una regione in cui il turismo svolge un ruolo di grande importanza, posso dire che il nostro capitale è formato principalmente dalla biodiversità e dalle ricchezze naturali possedute dalla nostra regione.

E’ importante che questo nuovo programma continui a garantire sostegno finanziario alla rete Natura. Benché sia indubbio che la Commissione abbia fatto bene a scegliere l’approccio integrato in collaborazione col Fondo di sviluppo regionale, vorrei notare che in tal modo finiamo per perseguire obiettivi differenti. Ne deriva un conflitto che è assolutamente necessario risolvere se vogliamo raggiungere l’indispensabile equilibrio fra due aspetti, ossia un razionale sviluppo regionale, da un lato, e la protezione della natura, dall’altro.

 
  
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  Andres Tarand (PSE). (ET) Signor Presidente, gli emendamenti apportati dal Parlamento a LIFE+ hanno sensibilmente migliorato la proposta di regolamento. Decuplicando il bilancio, al di là della raccomandazione formulata dalla Commissione, abbiamo compiuto un tangibile passo in avanti verso gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, giovando pure all’obiettivo strategico di arrestare, entro il 2010, la riduzione della diversità biologica.

L’incremento di bilancio fa di LIFE+ un importante e autonomo strumento della politica ambientale dell’Unione europea; nella sua forma attuale, LIFE+ è stato utilizzato solo per puntellare “gli attuali divari finanziari” che si creano tra fondi strutturali e fondi agricoli. La promozione degli obiettivi di tutela ambientale dipende, in questo caso, dalle priorità nazionali cruciali, e può passare in secondo piano rispetto a obiettivi socioeconomici.

Sia i Fondi strutturali che il Fondo per lo sviluppo rurale operano assegnando finanziamenti ai singoli richiedenti. In tal modo sorge il concreto rischio che attività, le quali si svolgono in aree di grande valore naturale, non vengano finanziate per la mancanza di richiedenti adeguati o per la distanza. Nel caso di LIFE+ sarebbe quindi più utile operare sulla base del modello che viene impiegato in Estonia ormai da molti anni: le sovvenzioni destinate alle attività rilevanti dal punto di vista della protezione della natura vengono distribuite per luogo di residenza, e il destinatario di una sovvenzione non deve per forza essere un proprietario terriero, ma può essere una persona che svolge un’attività importante ai fini della conservazione della natura.

Per gli Stati membri è necessario che l’Unione europea offra un’affidabile strategia di finanziamento a lungo termine, tale da garantire la protezione dei siti Natura. Se il processo decisionale viene lasciato esclusivamente nelle mani degli Stati membri, c’è il rischio che la protezione di beni di grande valore naturale passi in secondo piano di fronte ad altre priorità nazionali. Per sventare tale pericolo, è importante lasciare le decisioni di programmazione agli Stati membri, fissando però a livello di Unione europea i livelli minimi di finanziamento delle attività di LIFE+.

E’ essenziale che tutti noi sosteniamo gli emendamenti presentati dal Parlamento, per indirizzare le risorse dell’Unione europea a favore della conservazione di beni naturali di importanza europea.

Vi ringrazio molto.

 
  
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  Christa Klaß (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, signor Commissario, anch’io apprezzo la proposta della Commissione, che vuole semplificare il finanziamento e l’amministrazione dei programmi ambientali esistenti, unificandoli – con LIFE+ – in un unico strumento finanziario. Anch’io sono favorevole alla protezione dell’ambiente e a qualsiasi provvedimento finanziario si renda necessario a tale scopo; sarei felice se oggi potessimo prendere generosi provvedimenti finanziari a tutela della natura.

Mi sembra però che il mancato successo della programmazione finanziaria per il 2007-2013 renda poco realistico avanzare oggi precise richieste finanziarie, e illusorio ritenere che sia possibile realizzarle; in questo momento non sappiamo ancora a quanto ammonterà complessivamente il bilancio europeo. Sappiamo invece che bisogna finire di costruire la casa – ossia il quadro finanziario – prima di arredare le stanze. Abbiamo descritto in modo dettagliato la concorrenza tra i Fondi strutturali e lo sviluppo rurale, da un lato, e LIFE+, dall’altro.

Nella situazione attuale dobbiamo chiederci quali misure sia ragionevole promuovere tramite LIFE+ e quali compiti si debbano continuare ad affidare agli Stati membri. La protezione delle foreste, per esempio, non dovrebbe rimanere una responsabilità e un compito degli Stati membri? E perché mai finanziare l’acquisizione di terreni con stanziamenti LIFE+? Si parte qui dal presupposto che la mera acquisizione di un appezzamento di terra da parte di un’organizzazione ambientale basti di per sé a proteggere l’ambiente; il punto, però, non è a chi appartenga la terra, bensì come essa viene amministrata. In altre parole, occorre garantire e promuovere la sua gestione come habitat per flora e fauna, e i compiti e i costi che ne derivano vanno coperti da LIFE+. La protezione dell’ambiente si impernia essenzialmente su un’adeguata gestione degli appezzamenti di terra e alla fine si rivela anche un investimento assai proficuo.

Mi oppongo fermamente al sostegno istituzionale a organizzazioni non governative; LIFE+ non deve servire a coprire i costi amministrativi di questi organismi, bensì a finanziare progetti che offrano vantaggi pratici per l’ambiente.

 
  
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  Evangelia Tzampazi (PSE). (EL) Signor Presidente, desidero a mia volta congratularmi con la relatrice, onorevole Béguin, e con i relatori ombra per l’eccellente lavoro che ci hanno presentato.

L’esigenza di finanziare LIFE+ ha chiaramente dimensione e valore europei; il deterioramento dell’ambiente e i sempre più gravi problemi ambientali, spesso di natura transfrontaliera, rendono necessario mutare approccio a livello globale e paneuropeo.

A tale scopo è necessario non solo effettuare investimenti in campo ambientale, ma anche monitorare le azioni ambientali intraprese nell’ambito di tutti i programmi all’interno e all’esterno dell’Unione europea, per migliorarne funzionamento e coordinamento. Il concetto di protezione della natura e della biodiversità va introdotto, quale elemento fondamentale, nelle priorità tematiche per il finanziamento del programma LIFE+, per servire da essenziale linea di approccio e di azione nel nuovo strumento finanziario.

Questo programma dovrà essere in grado di finanziare altre azioni, come Natura 2000, che nessun altro programma può coprire; in tal modo vi sarà, anche da parte di altri strumenti finanziari, l’impegno a soddisfare tali requisiti.

Signor Commissario, sono convinta che l’incremento richiesto dal Parlamento europeo sia il minimo indispensabile per un serio funzionamento di LIFE+, che si pone come obiettivo aspetti fondamentali della politica ambientale: informazione, sensibilizzazione dei cittadini e, soprattutto, controllo dell’applicazione di questa politica.

(Applausi)

 
  
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  Stavros Dimas, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare gli oratori per le loro costruttive osservazioni, e soprattutto per l’interesse mostrato nei riguardi di Natura 2000. La Commissione ritiene che gli attuali programmi ambientali siano serviti al loro scopo. LIFE-Natura e LIFE-Ambiente si sono dimostrati eccellenti catalizzatori, ma, come si è osservato nella valutazione intermedia del programma LIFE, hanno fatto poco per lo sviluppo della politica ambientale.

LIFE+ intende appunto cambiare questa situazione. Esso mira a fornire finanziamenti per lo sviluppo di tale politica, e consentire altresì, ai soggetti locali e regionali, di diffondere la migliore prassi per affrontare i problemi di attuazione in materia di ambiente. I finanziamenti per investimenti con tangibili ricadute ambientali si possono integrare nella maniera migliore nei fondi dotati di una solida struttura finanziaria, come quelli destinati alle zone rurali o di sviluppo regionale.

Ho già fatto riferimento al successo della politica di integrazione della Commissione. Il 21 giugno il Consiglio “Agricoltura” ha approvato il regolamento relativo al Fondo per lo sviluppo rurale; esso prevede che gli agricoltori e i proprietari di foreste private possano ricevere compensazioni per i costi sostenuti e le perdite di reddito mancato in seguito ad azioni condotte nell’ambito di Natura 2000. Ai sensi di tale regolamento, per quanto riguarda gli investimenti agricoli, le migliorie apportate a luoghi ricreativi aperti al pubblico in un sito Natura 2000 sono ammissibili al sostegno e potrà essere finanziata l’elaborazione di piani di gestione concernenti Natura 2000.

Il Consiglio prevede un bilancio di 82,75 miliardi di euro per accompagnare il regolamento. Almeno il 25 per cento di tale importo – ossia 22,2 miliardi di euro – sarebbe stanziato, tra l’altro, per compensare agricoltori e proprietari di foreste private in relazione a Natura 2000. Inoltre, è del tutto legittimo che gli Stati membri concedano una quota maggiore del proprio stanziamento nazionale al finanziamento di Natura 2000, se lo desiderano. Due giorni fa, anche la Commissione ha adottato gli orientamenti strategici per la spesa rurale e regionale. Gli orientamenti rurali fanno riferimento a Natura e gli orientamenti regionali, ovviamente, alla protezione della natura e delle specie. La Commissione quindi provvede all’integrazione dell’ambiente in altre politiche.

Passando a LIFE+ e agli emendamenti proposti, la Commissione trova difficile prendere in considerazione la maggior parte degli emendamenti presentati su questa proposta dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. Da quanto mi risulta, tale commissione ha presentato 44 emendamenti, mentre la commissione per i bilanci ne ha presentati altri quattro. Vorrei dividere questi emendamenti in tre blocchi distinti.

In primo luogo, il campo d’azione; purtroppo la maggior parte degli emendamenti cerca di ampliare il campo d’azione della proposta, opponendosi quindi all’approccio integrato della Commissione. Molti emendamenti riguardano Natura 2000, altri definiscono in maniera più precisa ciò che è già indicato nel testo, per esempio il monitoraggio delle foreste, la creazione di reti, le campagne di sensibilizzazione e il finanziamento delle ONG. Inoltre, alcuni aspetti come l’ecoinnovazione sono chiaramente coperti da altri programmi, in questo caso dal programma sulla competitività e l’innovazione. Introdurre tali elementi in LIFE+ comporterebbe il rischio del doppio finanziamento dei progetti, un elemento che è motivo di forte preoccupazione per la Corte dei conti.

In secondo luogo, la procedura: la Commissione potrebbe accettare alcuni degli emendamenti in linea di principio, per esempio quelli concernenti la valutazione d’impatto, in termini qualitativi, del programma. Tuttavia altri emendamenti, che riguardano l’approvazione di piani pluriennali mediante procedura di codecisione, paralizzerebbero l’attuazione del programma; è evidente che questo è inammissibile. Ugualmente, la Commissione non può accettare le richieste supplementari connesse alla procedura di comitatologia.

Infine il bilancio, che è la proposta più complessa e difficile per la Commissione: la relazione su LIFE+ aumenta il bilancio proposto di 21 miliardi di euro, ma è stato presentato un emendamento per ridurre questa proposta a 7,35 miliardi di euro. So bene però che la commissione per i bilanci ha proposto un bilancio pari a zero per LIFE+. Anche la commissione temporanea per le prospettive finanziarie non ha indicato alcuna cifra per il bilancio di LIFE+.

Se il Parlamento fornisse un bilancio supplementare di 7,35 miliardi di euro per l’ambiente, la Commissione farebbe del suo meglio per garantire che tali fondi venissero opportunamente inclusi nei pertinenti programmi strutturali, offrendo quindi un sostegno a Natura 2000. A sua volta, la Direzione generale dell’ambiente si adopererebbe affinché tali fondi fossero spesi in maniera efficace ed efficiente per Natura 2000.

Passando agli emendamenti nei dettagli, la Commissione può accogliere, in linea di principio, gli emendamenti nn. 9, 32 e 33. La Commissione può inoltre accettare, in parte, l’emendamento n. 25, modificato dall’emendamento n. 43. La Commissione non può accettare gli altri emendamenti.

Per concludere, la proposta LIFE+ offre uno strumento finanziario flessibile per l’ambiente. Spero che, nel breve periodo, riusciremo a trovare un punto comune da cui partire per procedere con questa proposta.

 
  
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  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE), relatore. – (FR) Signor Presidente, mi consenta una breve replica. Signor Commissario, posso chiederle da che parte sta? Non ci eravamo forse accordati su una riduzione dell’importo da 21 a 9 miliardi di euro, che è davvero il minimo indispensabile? Ora lei ci dice che in sede di prospettive finanziarie non è stato raggiunto alcun accordo, mentre l’onorevole Böge ha chiaramente specificato che il costo di Natura 2000 era pari a 21 miliardi di euro. Dobbiamo avere la garanzia che questi 21 miliardi saranno effettivamente ripartiti nell’ambito del bilancio. Riteniamo che l’agricoltura possa prendere un terzo e che i Fondi strutturali possano prendere un altro terzo; all’ambiente dunque spetta un terzo.

 
  
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  Stavros Dimas, Membro della Commissione. – (EN) Lei ha ragione; l’importo di 21 miliardi di euro è il risultato di uno studio condotto dalla Commissione, dal quale è emerso che, per questi programmi, sono necessari almeno 6,1 miliardi di euro all’anno. Naturalmente, la relazione Böge faceva riferimento a tale cifra. L’importo è stato ridotto dall’emendamento a 7,35 miliardi di euro per il periodo di sette anni, quindi il denaro di cui lei parlava non è stato reso disponibile da questa relazione. Devo ripetere ancora una volta che, se disponessimo di quest’importo supplementare di 7,35 miliardi di euro, potremmo garantire che tale importo venisse speso attraverso i fondi pertinenti per Natura 2000 e gli altri programmi ambientali.

Devo sottolineare che, mediante l’approccio integrato, utilizzeremo i Fondi strutturali, il Fondo di coesione e il Fondo agricolo per ottenere il denaro di cui abbiamo bisogno. Gli orientamenti che sono stati votati la settimana scorsa e due giorni fa ci saranno di aiuto.

Il Fondo per lo sviluppo rurale, e soprattutto l’asse 2, che si occupa di gestione territoriale, otterrà almeno il 25 per cento dei 22,2 miliardi di euro di fondi rurali. Questo offrirà un significativo contributo ai programmi che gli Stati membri hanno interesse a finanziare, giacché essi hanno l’obbligo giuridico di finanziare progetti concernenti Natura 2000.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà fra poco, alle 12.00.

 

5. Tessile e abbigliamento (dopo il 2005)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0193/2005), presentata dall’onorevole Tokia Saïfi a nome della commissione per il commercio internazionale, sull’avvenire del settore tessile e dell’abbigliamento dopo il 2005 [2004/2265(INI)].

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE), relatore. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, consentitemi anzitutto – pur senza tirare in causa la sua persona, signor Commissario – di deplorare l’assenza dei Commissari Mandelson e Verheugen a questo dibattito, che concerne una questione divenuta di grande attualità da parecchi mesi a questa parte.

Signor Commissario, il settore europeo del tessile e dell’abbigliamento ha un avvenire e ha degli interessi commerciali da difendere. Dopo il memorandum d’intesa firmato a Shanghai il 10 giugno scorso dalla Commissione europea e dal governo cinese, e convalidato dai venticinque Stati membri, il Parlamento europeo si pronuncia oggi sul futuro del settore europeo del tessile e dell’abbigliamento; un futuro che tutti auspichiamo positivo, nonostante le frequenti traversie che il settore ha subito nei mesi scorsi.

A mio avviso, questo accordo quadro di liberalizzazione degli scambi dà un certo respiro alle imprese tessili europee; il Parlamento europeo deve comunque seguire attentamente la gestione di quest’accordo e il seguito che gli sarà dato. In effetti, mi sembra opportuno mantenere alcune misure di tutela, ed utilizzare – qualora se ne ravvisi la necessità – gli strumenti commerciali di salvaguardia, di cui disponiamo nell’ambito dell’OMC. In una prospettiva di lungo termine, poi, l’Unione europea e le autorità nazionali devono contribuire allo sviluppo di misure che possano permettere di sfruttare il potenziale di produzione e di vendita degli imprenditori europei, garantendo insieme il rispetto di regole commerciali leali e corrette sul mercato mondiale dei tessili e dell’abbigliamento.

Ricordo quindi la parola d’ordine secondo cui una politica di scambi con il resto del mondo deve fondarsi su due principi: equità e reciprocità. In tale ottica – e allo scopo di mantenerci competitivi in questo nuovo ambiente commerciale – il libero accesso al mercato dei paesi terzi costituisce un elemento importantissimo, e anzi indispensabile, per avere la possibilità di prendere l’iniziativa.

Per tale motivo, dunque, la Commissione deve incoraggiare tutti i paesi dell’OMC – ad eccezione dei più vulnerabili paesi in via di sviluppo – a definire, nel quadro dei negoziati di Doha, condizioni di accesso ai reciproci mercati che siano al tempo stesso eque e comparabili per i grandi produttori del settore tessile e dell’abbigliamento. D’altro canto, è necessario opporsi con fermezza a quei paesi che sbarrano ancora le loro frontiere agli europei, servendosi di barriere commerciali non tariffarie. Dobbiamo contrastare queste prassi servendoci degli strumenti giuridici di cui dispone l’Unione europea.

A sei mesi dalla riunione ministeriale di Hong Kong ribadisco, signor Commissario, che la soppressione dei fattori che ostacolano l’accesso al mercato dei prodotti industriali deve rappresentare uno degli obiettivi chiave del mandato di Doha. E’ altresì indispensabile – ed anche questa risoluzione lo sottolinea – proteggere il know-how europeo, il nostro valore aggiunto europeo; a tal fine occorre difendere i diritti di proprietà intellettuale e lottare contro la contraffazione e la pirateria. In realtà la Commissione deve adottare un atteggiamento aggressivo per garantire che i paesi terzi rispettino gli accordi TRIPS, soprattutto in materia di disegni e modelli tessili; allo stesso modo, è necessario gettare le basi di un commercio etico, fondato su una produzione rispettosa dell’ambiente, della salute e delle norme che regolano il lavoro.

Infine, per reagire alla stasi del settore tessile europeo e garantirne il futuro e la competitività di fronte alle compagini regionali americane ed asiatiche, dobbiamo sostenere la creazione di uno spazio Euromed di produzione per il settore del tessile e dell’abbigliamento. A tale scopo occorre rendere più fluida la circolazione dei beni, applicando il più rapidamente possibile il cumulo d’origine pan-euromediterraneo.

Insieme a queste misure commerciali, l’Unione europea deve elaborare un piano concreto di aiuti transitori per la ristrutturazione e la riconversione dell’intero settore, allo scopo di venire in aiuto alle regioni in cui è radicata l’industria tessile e garantire il futuro e la competitività del settore sui mercati internazionali.

Signor Commissario, è necessario che la Commissione europea studi dettagliatamente i punti su cui si articola questa risoluzione, valorizzando le raccomandazioni in essa contenute e impegnandosi in azioni concrete.

Ancora, a nome del Parlamento europeo chiedo che la Commissione presenti ai deputati di questa Istituzione una relazione trimestrale, illustrando tutti i suggerimenti derivanti da questa risoluzione e le azioni intraprese.

Infine, per rendere davvero positivo l’avvenire di questo settore, occorre vigilare costantemente sui suoi sviluppi; è quanto chiedo oggi per il settore tessile e dell’abbigliamento, che ha una funzione cruciale nell’Unione europea.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, desidero anzitutto precisare che, se il mio collega Peter Mandelson non è presente oggi, ciò si deve a ottime ragioni, strettamente connesse al dossier in discussione. Egli era tenuto a partecipare ad una serie di riunioni bilaterali nel Regno Unito, ove ha avuto la possibilità di incontrare numerosi ministri assai importanti, soprattutto nel quadro dei negoziati che avranno luogo in ambito OMC a Hong Kong. Se egli non avesse partecipato a queste riunioni, avremmo perduto un’occasione per difendere le priorità che voi avete illustrato in questa sede. Come sapete, questi negoziati interessano direttamente il settore tessile; vi chiedo quindi di voler scusare quest’assenza, causata da impegni veramente improrogabili. La partecipazione del Commissario Mandelson a queste riunioni è stata davvero preziosa.

Fatta questa premessa, desidero vivamente ringraziare l’onorevole Saïfi per la sua splendida relazione e congratularmi per la proposta di risoluzione; essa rappresenta un valido sostegno all’opera già intrapresa dalla Commissione per aiutare il settore europeo del tessile e dell’abbigliamento a raccogliere le sfide poste dall’abolizione delle quote dopo il gennaio 2005. Il nostro obiettivo è evidentemente quello di attenuare gli effetti di un accordo storico in materia di liberalizzazione del commercio, concluso esattamente dieci anni or sono. Tutti concordemente riconosciamo la necessità che l’Unione europea garantisca al settore il miglior ambiente e le migliori condizioni possibili per affrontare la concorrenza ad armi pari. Lo sconvolgimento subito dall’ambiente normativo e commerciale deve spingerci ad affrontare l’avvenire con un agguerrito spirito di iniziativa, a individuare nuovi sbocchi commerciali e a creare mercati, anziché badare unicamente a proteggerci dalla concorrenza sul mercato interno.

Passo ora all’analisi dei principali problemi commerciali esaminati nella proposta di risoluzione. Anzitutto, per quanto riguarda le importazioni cinesi, accennerò all’accordo Unione europea-Cina del 10 giugno 2005. Dopo mesi di colloqui, siamo lieti di aver stipulato con la Cina un accordo che garantisce un incremento più moderato delle importazioni per le principali categorie di prodotti; l’industria europea dispone così di due anni e mezzo in più per riorganizzarsi ed adattarsi.

Il vasto sostegno che gli Stati membri hanno offerto all’approccio della Commissione dimostra che la conclusione di un accordo negoziato era veramente lo strumento più adatto ad affrontare l’afflusso di importazioni cinesi. Le ragioni sono svariate; in primo luogo, risulta in questo modo coperta la parte essenziale dei prodotti dell’Unione europea, ossia all’incirca la metà dei prodotti la cui importazione è stata liberalizzata nel gennaio 2005. In secondo luogo, non c’è che una minima differenza tra i quantitativi convenuti e quelli che sarebbero scaturiti da una meccanica applicazione della clausola di salvaguardia, se a questa si fosse fatto ricorso. Bisogna rendersi conto che in realtà non esistevano soluzioni alternative; applicare le misure di salvaguardia caso per caso avrebbe avuto effetti destabilizzanti dal punto di vista economico, e sarebbe stato assai arduo da quello politico. Questo accordo sarà vantaggioso, in termini di trasparenza, certezza e credibilità, per le aziende di entrambe le parti – produttori, esportatori, importatori e dettaglianti – e gioverà alle esportazioni di prodotti tessili dai paesi in via di sviluppo del Mediterraneo verso l’Europa; esso quindi fa gli interessi di tutti.

Continuiamo a riservarci la prerogativa di ricorrere in futuro, per altri prodotti, alla clausola di salvaguardia; l’Unione europea non ha rinunciato ai suoi diritti legali, ma è chiaro che stiamo negoziando una transazione. Non escludiamo azioni future, qualora avessero una reale giustificazione; manterremo quindi un’attenta vigilanza. Ormai dobbiamo concentrare la nostra attenzione sugli interessi dell’Unione europea; interessi che intendiamo tutelare in maniera decisa, su temi quali i prodotti tessili, l’accesso ai mercati, la proprietà intellettuale, lo spazio Euromed, le norme d’origine e il marchio di origine.

Il piano d’azione concernente l’accesso al mercato, discusso dal gruppo ad alto livello il 14 giugno 2005, dev’essere approvato ufficialmente e messo in pratica dando particolare rilievo ai problemi della proprietà intellettuale; è d’altra parte necessaria una convergenza più forte nelle condizioni di accesso al mercato per il settore tessile e dell’abbigliamento. Sarebbe opportuno ridurre i livelli doganali nel quadro dell’OMC, fissandoli al livello più basso possibile per i paesi meno sviluppati ed i paesi in via di sviluppo più vulnerabili. Occorre inoltre affrontare in maniera efficace il problema delle barriere non tariffarie; si tratta di un obiettivo cruciale dei negoziati condotti in sede OMC sull’accesso al mercato per i prodotti non agricoli. Le riduzioni tariffarie previste dall’Unione europea sarebbero accettabili se un numero significativo di paesi – tale da raggiungere idealmente una massa critica – offrisse una contropartita comparabile in termini di accesso al mercato. La Commissione intende avanzare proposte in materia di marchio d’origine e di etichettatura; tali proposte consentiranno tra l’altro di fornire adeguate informazioni e garanzie sull’origine dei capi d’abbigliamento, evitando inoltre di accollare alle imprese un onere inutile.

Il nuovo sistema di preferenze generalizzate, che offre un accesso preferenziale ai paesi in via di sviluppo, è stato adottato il 27 giugno ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2006; vi è stata inserita una specifica clausola di salvaguardia, che esclude tutti i paesi le cui esportazioni registrano un incremento annuale superiore al 20 per cento. Tale clausola rappresenta l’unica concessione nell’ambito di un accordo di stabilità globale che rimarrà in vigore fino a tutto il 2008; la Cina ne è stata esclusa, mentre per l’India viene mantenuto lo status quo.

Per quanto riguarda la riforma delle norme d’origine preferenziali, la Commissione si accinge ad effettuare una valutazione d’impatto nei settori più sensibili, tra cui quello tessile e dell’abbigliamento. Dobbiamo misurare gli effetti che questi mutamenti avranno sull’industria dell’Unione europea e su quei paesi in via di sviluppo cui ci lega un partenariato.

Giungo quindi a trattare il tema dello spazio Euromed. Condividiamo la vostra volontà di istituire un autentico spazio euromediterraneo in cui le merci possano liberamente circolare, esenti da diritti di dogana. Dagli anni ’70 in poi, i prodotti tessili entrano nel mercato dell’Unione europea in regime di franchigia; parallelamente, i paesi mediterranei hanno progressivamente eliminato i diritti doganali che gravavano sulle esportazioni dell’Unione europea. La competitività del settore tessile Euromed non dipende tanto dai diritti doganali, quanto piuttosto dalla concorrenza asiatica, dalle preferenze accordate dall’UE ai paesi asiatici tramite il sistema di preferenze generalizzate, dal minore rigore delle norme d’origine preferenziali e dalla concorrenza sleale derivante dalla scarsa osservanza del diritto del lavoro in Cina. Se il cumulo d’origine ha fatto registrare dei ritardi in seno al Consiglio, ora tutto è stato preparato per accelerarne la procedura e garantirne l’entrata in vigore nell’autunno 2005.

In conclusione, gli Stati membri hanno massicciamente sostenuto l’accordo concluso con la Cina; il settore ha ottenuto un periodo di transizione supplementare per migliorare la propria competitività tanto all’interno che sul piano internazionale; la Commissione intende seguire in maniera costante ed approfondita questo programma di azioni positive, per garantire il futuro del settore tessile e dell’abbigliamento.

Per quanto riguarda la vostra richiesta di aggiornamenti regolari, la Commissione informerà regolarmente il Parlamento sull’attuazione delle proprie iniziative. Detto questo, non giungo sino a promettervi una relazione ogni tre mesi, ma credo che in effetti sarebbe ragionevole presentare relazioni periodiche al Parlamento.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), relatore per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. – (PT) Signor Presidente, signor Commissario, l’importazione di prodotti tessili dalla Cina è il primo segnale di un nuovo fenomeno: l’inizio di un’inarrestabile invasione di prodotti cinesi sui mercati europei; i prodotti tessili sono il primo segnale, ma tutti gli altri settori produttivi seguiranno.

Dobbiamo riconoscere che l’Europa non è in grado di fornire una risposta efficace a questo nuovo fenomeno, che è una conseguenza della globalizzazione. E’ chiaro che l’Europa deve competere con chi produce a salari più bassi, ma né l’Europa né nessun altro potrà competere con chi mantiene artificialmente svalutata la propria moneta, con chi non deve ammortizzare gli investimenti effettuati, con chi non deve pagare l’energia, con chi non rispetta le norme ambientali, con chi sfrutta manodopera schiavizzata o infantile – e tutto questo con la collaborazione delle rispettive autorità nazionali.

Il metodo adottato dall’Unione europea per negoziare gli accordi internazionali deve quindi, a mio avviso, subire un riesame; occorre esercitare maggiori pressioni per quel che riguarda la responsabilità sociale delle imprese, nonché il rispetto rigoroso di norme e convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro e delle convenzioni internazionali in materia di ambiente e diritti umani, includendo tali principi negli accordi bilaterali e multilaterali stipulati dall’Unione europea.

Temo inoltre che l’importazione di prodotti tessili nell’Unione europea non sia stata adeguatamente monitorata. I dati che mi hanno fornito le organizzazioni del settore indicano che nel giugno del 2005 sono già state ampiamente superate le quantità recentemente negoziate per quest’anno fra Unione europea e Cina. Spero sinceramente che l’Unione europea, per mezzo della Commissione, si dimostri rapidamente capace di far rispettare gli accordi stipulati.

 
  
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  Joan Calabuig Rull (PSE), relatore per parere della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia. – (ES) Signor Presidente, ringrazio l’onorevole Saïfi per il lavoro svolto con questa relazione. Il documento che oggi proponiamo all’Assemblea esprime in modo esplicito la nostra inquietudine per la difficile situazione attualmente vissuta dal settore tessile europeo, ma contempla altresì misure concrete per affrontare l’immensa sfida che ci attende.

In primo luogo, riteniamo irrinunciabile esigere reciprocità. In altre parole, chiediamo regole del gioco uguali per tutti, trasparenza nell’accesso ai mercati e rispetto da parte di tutti per le leggi sociali e ambientali. In secondo luogo, però, chiediamo un sostegno concreto alla rapida ristrutturazione delle imprese, allo scopo di migliorare la competitività e garantirne il futuro sul nuovo mercato mondiale.

Abbiamo bisogno di effettuare una ristrutturazione del settore che dev’essere stimolata a tutti i livelli – europeo, statale e regionale – e che dovrà fondarsi sul dialogo sociale e istituzionale; è necessario risolvere i problemi di fondo per mezzo di una moderna politica industriale.

Per tale motivo, questa risoluzione invita la Commissione e gli Stati membri ad elaborare una strategia europea del tessile e dell’abbigliamento orientata a migliorare i processi che garantiscono valore aggiunto, offrire prodotti innovativi e tecnologicamente avanzati, valorizzare i marchi, intensificare gli sforzi commerciali ed integrare le tecniche della nuova economia nonché la formazione professionale lungo tutto l’arco della vita.

Per realizzare tali obiettivi sarà necessario un piano tessile europeo che contempli aiuti alla ristrutturazione e interventi specifici nel quadro dei fondi dell’Unione europea. Nell’affrontare il futuro del settore, due strumenti dovranno recare un contributo decisivo: il varo di una piattaforma tecnologica europea, che permetterà di elaborare una strategia coordinata nell’ambito della ricerca, e l’accesso del settore al settimo programma quadro, in armonia con le caratteristiche specifiche del settore stesso, come la forte presenza di piccole e medie imprese.

Il settore tessile europeo è rinomato in tutto il mondo per la qualità e il design, ha dimostrato capacità di adattamento e oggi, se riceverà il sostegno di cui ha urgente bisogno di fronte alle profonde trasformazioni che dovrà affrontare, possiamo affermare che avrà un futuro.

 
  
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  Pedro Guerriero (GUE/NGL), relatore per parere della commissione per lo sviluppo regionale. – (PT) Desidero sottolineare alcune proposte e alcuni particolari contenuti nel parere della commissione per lo sviluppo regionale.

In primo luogo, l’abolizione delle quote nel settore del tessile e dell’abbigliamento potrà avere conseguenze assai negative per le regioni più svantaggiate dell’Unione europea. Si tratta di un settore strategico per l’UE, ricco di potenzialità immense e capace di recare un decisivo contributo alla realizzazione concreta della coesione economica e sociale; l’Unione europea dovrà quindi sostenere il settore come filiera produttiva, sia a livello nazionale che all’interno dello spazio comunitario.

Occorre prevedere un programma comunitario per il settore, e soprattutto per le regioni più svantaggiate che da esso dipendono. Il sostegno all’ammodernamento e la promozione del tessile e dell’abbigliamento si devono considerare obiettivi trasversali delle politiche dell’Unione europea. Occorre invocare quanto prima le clausole di salvaguardia previste dagli accordi commerciali, per proteggere il settore europeo sia nel presente che in prospettiva futura. Si deve ricorrere alla procedura d’urgenza prevista negli orientamenti per l’applicazione delle clausole di salvaguardia, con l’inclusione di tutte le categorie colpite.

Vorrei aggiungere alcune considerazioni. Il cosiddetto memorandum d’intesa, concordato il 10 giugno 2005 fra l’Unione europea e la Cina, serve in sostanza a legittimare la situazione attuale, con tutte le sue drammatiche conseguenze per il settore e soprattutto per i paesi che più ne dipendono; questo è inaccettabile. Come denunciano le associazioni del settore – in base ai dati della stessa Commissione europea – il memorandum ha permesso incrementi delle esportazioni compresi fra il 49 per cento del 2004 e il 318 per cento previsto per il 2005, e non certo l’8, il 10 e il 12,5 per cento annunciati.

Ma già il 20 giugno, le esportazioni provenienti dalla Cina allora registrate superavano, per quasi tutti i prodotti, i quantitativi concessi il 10 giugno. Inesplicabilmente, però, la Commissione europea ha rinunciato al diritto di far valere le clausole di salvaguardia, restringendone l’applicazione. D’altronde, la Commissione europea e il Consiglio hanno agito in maniera tale da dimostrare definitivamente la propria assenza d’impegno nella difesa di quest’industria europea; Commissione e Consiglio sono quindi i principali responsabili della drammatica situazione in cui versano migliaia di imprese e della scomparsa di migliaia di posti di lavoro, con gravissime conseguenze sociali. Da questa valutazione sono scaturite le proposte di emendamento che presentiamo.

 
  
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  Nicola Zingaretti (PSE), relatore per parere della commissione giuridica. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, sembra che stiano finalmente prendendo corpo un’analisi delle proposte compiute, una politica e una strategia dell’Europa nei confronti dell’industria tessile.

Questo è fondamentale perché milioni di cittadini in queste settimane guardano a noi e ci chiedono di agire su questi temi. Non possiamo ignorare questa insofferenza, a volte rabbia, legata alla percezione di vivere in un’epoca nella quale i fenomeni della globalizzazione sono alla fine governati dagli Stati Uniti, usati da grandi paesi come l’India e la Cina e pagati, in forma diversa, dai paesi in via di sviluppo e dall’Europa.

E’ per questo che la relazione chiarisce che le politiche e le strategie per il tessile non significano assistenzialismo o protezionismo, ma anzi piena accettazione delle regole di mercato. Tuttavia, si pretende che le regole siano rispettate da tutti e si indica una via da seguire, quella dell’apertura dei mercati e della concorrenza come opportunità, ma al contempo anche del rafforzamento delle azioni pubbliche per l’industria tessile, per il suo ammodernamento e la sua riconversione, per l’innovazione, per la ricerca e per la formazione dei lavoratori.

Nella relazione si chiede inoltre alla Commissione di adottare un’iniziativa chiara su tre punti. In primo luogo una politica che garantisca in tutti i paesi produttori, e in particolare in Cina, il rispetto delle regole della libertà di mercato e quindi la riduzione degli aiuti o delle sovvenzioni statali occulte alle imprese che alterano la concorrenza. In secondo luogo, si chiede con forza il riconoscimento e l’affermazione di clausole etiche, sociali e ambientali, volte ad allargare la sfera dei diritti e a migliorare le condizioni di lavoro. Infine, si chiede una lotta più efficace alla contraffazione, alle frodi e ai falsi, che va perseguita inasprendo le sanzioni per i rivenditori e per gli acquirenti e adottando un sistema di tracciabilità.

Concludo dicendo che avremmo preferito maggiore chiarezza su altri punti, ad esempio l’inserimento di una strategia attiva per un consumo consapevole e parole più precise in merito a una tempestiva promozione – e mi fa piacere che il Commissario l’abbia detto – di un marchio di origine per tutte le merci tessili e di abbigliamento, proprio per difendere e rilanciare uno dei punti di forza della nostra produzione. Tuttavia, in questo momento tutto è in mano alla politica e alla capacità dell’Europa di farsi ascoltare e rispettare.

 
  
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  Daniel Caspary, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, pochi giorni fa la Commissione, col nostro sostegno, è riuscita a concludere con la Cina un accordo il cui obiettivo è quello di proteggere il settore tessile europeo dall’autentico tsunami rappresentato dai prodotti tessili cinesi.

Questo fatto ha un aspetto positivo e uno negativo. La buona notizia è che il settore tessile dell’Europa meridionale ottiene in questo modo un attimo di respiro, ma non dobbiamo ignorare il lato negativo dell’accordo: con la reintroduzione delle quote noi ostacoliamo il commercio, facciamo cioè proprio quello che abbiamo sempre rimproverato ai cinesi.

Chi deve decidere le quote da assegnare ad ogni singolo importatore? Si favoriranno semplicemente i primi a presentarsi, o si accorderà un trattamento preferenziale a coloro che hanno contratti di fornitura precedenti? Vi saranno forse altre variazioni? E in tal caso, come saranno giustificate, e come intende la Commissione determinarle?

E che ne sarà dei supermercati e degli altri operatori che, in previsione della scadenza delle quote, hanno effettuato in Cina cospicui ordini? Otterranno la loro merce? Dovranno lasciare gli scaffali vuoti o qualcuno verserà loro una compensazione, se dovranno comperare altrove i loro prodotti a un prezzo più alto?

Cosa accadrà poi alle aziende tessili europee che, in previsione della scadenza delle quote, da un lato, hanno delocalizzato la produzione in Cina e, dall’altro, hanno ulteriormente esteso la commercializzazione e la distribuzione dei propri prodotti in Europa? Potranno rifornirsi presso i propri stabilimenti in Cina, o la reintroduzione delle quote significherà semplicemente per esse la sventura di perdere la propria fonte di reddito, e la necessità di licenziare i propri dipendenti in Europa?

E i produttori del settore tessile che negli ultimi anni hanno profuso un tenace impegno e i propri stessi profitti in una difficile opera di ristrutturazione? Verranno ora penalizzati, mentre le aziende che non hanno raccolto la sfida otterranno denaro dai Fondi strutturali?

Ora noi stiamo offrendo un’ultima occasione di recupero a quelle imprese che non sono riuscite ad adeguarsi al nuovo status quo dei mercati globali, ma certo non vi è alcuna politica europea di protezione e sussidi che abbia il compito di fungere da assicurazione permanente contro il futuro per il settore tessile. Oggi stiamo discutendo di quale sia in sostanza la funzione delle imprese, dei dirigenti e dei lavoratori; li invito quindi a raccogliere questa sfida.

 
  
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  Francisco Assis, a nome del gruppo PSE. – (PT) Signor Presidente, comincerò congratulandomi con l’onorevole Saïfi per la qualità del lavoro svolto. Al centro della nostra discussione c’è la necessità di definire e concretizzare una strategia commerciale e industriale che consenta al settore tessile e dell’abbigliamento europeo di operare efficacemente nel contesto della grande apertura dei mercati internazionali.

Questa strategia passa attraverso l’adozione di due misure essenziali: in primo luogo, misure di natura difensiva e in secondo luogo misure di natura più offensiva. Le misure di natura difensiva si collegano alla necessità di contribuire alla regolamentazione del commercio internazionale nel settore. In tale prospettiva, ben vengano tutte le iniziative volte a creare condizioni reciproche di accesso ai mercati e ad attivare clausole di natura etica, sociale ed ambientale che assicurino una corretta regolamentazione dei mercati internazionali. Non si tratta di protezionismo, ma di garantire che il commercio internazionale di questo settore si svolga in maniera giusta e corretta.

In secondo luogo è necessario adottare misure proattive, poiché c’è anche una questione di competitività di questo settore industriale nel contesto mondiale. Queste misure offensive implicano l’adozione di una politica industriale più aggressiva da parte dell’Unione europea in questo settore, che è un settore di estrema importanza. In tale prospettiva, sono gradite altresì tutte quelle iniziative che intendono aumentare gli investimenti a favore di ricerca e sviluppo e promuovere l’innovazione, nonché le iniziative volte a migliorare l’accesso ai finanziamenti, problema cruciale per le imprese del settore.

Parliamo infatti di un tessuto imprenditoriale che è costituito, per più del 95 per cento, da piccole e medie imprese; uno dei problemi più gravi con cui queste si confrontano è appunto il problema dell’accesso ai finanziamenti. In quest’ottica è assolutamente imprescindibile puntare al progresso tecnologico del processo manifatturiero, creare nuovi servizi e nuovi meccanismi nel mondo della moda, e infine investire nei tessili tecnici, nell’innovazione non tecnologica e nella creazione di una piattaforma tecnologica che miri al rafforzamento di quest’area industriale.

Per questo, a nostro avviso, ci sono due componenti che devono essere valorizzate: una componente commerciale ed un’altra industriale. L’articolazione di entrambe può garantire l’operatività dell’industria del tessile e dell’abbigliamento all’interno dell’Unione europea. Lo ripeto, e mi accingo a concludere: quando ci appelliamo alla regolamentazione dei mercati internazionali in questo settore, è importante che l’Unione europea disponga di proposte chiare nell’ambito del ciclo di Doha. Quando parliamo di questo, non stiamo invocando misure protezionistiche. Questo è un settore che deve aprirsi, un settore che deve rafforzare la propria capacità di competere sui mercati internazionali. Ciò di cui parliamo è soltanto la regolamentazione del commercio internazionale in un settore molto specifico, un fattore assolutamente imprescindibile.

 
  
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  Sajjad Karim, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, la questione del settore tessile e dell’abbigliamento dopo il 2005 segna per molti versi l’inizio di una nuova era nelle pratiche commerciali mondiali e dimostra la crescente forza delle economie emergenti. In questa nuova era avranno il sopravvento gli innovatori, i possessori delle conoscenze più adatte e coloro che, avendo intuito il mutare delle condizioni mondiali, sapranno reagire in maniera tempestiva e corretta.

Molte collaudate analisi spiegano le difficoltà contro cui deve attualmente lottare il settore tessile dell’Unione europea. Si tratti della semplice impreparazione dell’intero continente europeo alla liberalizzazione del 1° gennaio 2005, oppure delle distorsioni che la concorrenza di mercato subisce a causa del coinvolgimento dello Stato cinese nei processi produttivi delle aziende di quel paese, sta di fatto che l’esperienza attualmente affrontata dal settore tessile non rimarrà di certo isolata. Anzi, ho appena letto un articolo pubblicato dal Guardian di oggi, che illustra nei dettagli la prima spedizione di automobili 4x4 importate dalla Cina, a un prezzo cui nessun attuale produttore europeo può certamente avvicinarsi. Queste sono le caratteristiche della concorrenza con cui dobbiamo confrontarci.

Dobbiamo capire che l’ordine economico mondiale si sta trasformando a un ritmo senza precedenti. Ne scaturiscono, per noi, innumerevoli sfide gestionali che dovremo affrontare a livello di Unione europea; in tale quadro il nostro compito – in quanto Istituzione – è quello di fare ogni sforzo per dotare i nostri imprenditori delle conoscenze necessarie per continuare a competere, ed anzi rimanere all’avanguardia nei settori in cui possiamo vantare competenze.

Non è auspicabile il ripetersi – con uno qualsiasi dei nostri partner e concorrenti – del tipo di gestione che abbiamo recentemente dovuto subire nel corso dei negoziati con la Cina. La Commissione ha preso misure corrette, ma non può essere questa una soluzione a lungo termine. L’esperienza che abbiamo accumulato deve ampliare le nostre prospettive e rafforzare la nostra posizione, per consentirci di sfruttare le opportunità insite nelle sfide gestionali che ci attendono.

Io rappresento un collegio elettorale che per lungo tempo ha svolto un ruolo di avanguardia nel commercio di prodotti tessili: i cotonifici del Lancashire hanno contribuito a formare la spina dorsale della rivoluzione industriale nel Regno Unito. Con gli anni, però, molte cose sono cambiate e in stabilimenti che un tempo impiegavano migliaia di lavoratori se ne contano ora poche centinaia. Questa trasformazione è iniziata negli anni ’80, allorché il mutare delle condizioni ha imposto l’avvento di processi produttivi elaborati dal computer, con l’efficienza di più lungo termine che ne deriva.

Malauguratamente, nel Lancashire questo processo non è stato gestito a livello di governo, e moltissimi lavoratori specializzati di grande capacità hanno dovuto improvvisamente constatare che la loro professionalità era divenuta inutile. Lungimiranza, mancanza di volontà di fornire conoscenze utili, e innovazione: questi fattori non sono stati curati a livello nazionale. Nelle nuove mutevoli circostanze che dobbiamo affrontare ora quell’amara esperienza non deve ripetersi; la situazione attuale deve piuttosto rappresentare uno spazio aperto per lo sviluppo della nostra industria.

Sono lieto di poter raccomandare questa relazione – coi ritocchi che vi ha apportato la commissione per il commercio internazionale – all’approvazione della nostra Assemblea; mi congratulo con la relatrice.

 
  
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  Caroline Lucas, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, ringrazio l’onorevole Saïfi per la sua tempestiva relazione; a mio avviso, con la fine dell’accordo multifibre moltissimi paesi di tutto il mondo si trovano di fronte a una sfida cruciale. La Banca mondiale e l’OMC prevedono che, grazie all’abolizione di tutte le quote, la Cina aumenterà la propria percentuale degli scambi mondiali di prodotti tessili e di abbigliamento dal 17 per cento del 2003 a più del 50 per cento nel 2010.

Alcuni osservano che finora le importazioni cinesi sono cresciute a spese delle importazioni provenienti da altri paesi terzi, i quali hanno visto ridursi la propria quota di mercato nell’Unione europea; tuttavia, è già estremamente chiaro che il settore tessile e dell’abbigliamento dell’Unione europea è sottoposto a forti pressioni. Secondo Euratex, l’Associazione europea dell’abbigliamento e del tessile, il settore rischia di perdere 1 000 posti di lavoro al giorno, per un totale di un milione di posti di lavoro prima della fine del 2006.

Apprezzo le misure finalmente prese dalla Commissione per far fronte a questo problema, ma mi chiedo per quale motivo essa confidi che qualche anno di respiro possa produrre differenze significative nel lungo periodo. Nell’Unione europea il settore tessile ha già avuto a disposizione dieci anni per adattarsi alla nuova realtà: cosa si potrà fare, nei prossimi anni, che non sia già stato fatto? Faccio queste osservazioni nel timore che la Commissione stia sottovalutando le dimensioni della sfida che ci sta di fronte.

La reazione della Commissione è consistita nell’invitare le imprese europee a produrre articoli di valore più alto, piuttosto che cercare di competere con la Cina sui prodotti di base; tuttavia, la Cina si è dimostrata capace di salire rapidamente la scala del valore aggiunto in molti settori, e ciò dimostra la sterilità del suggerimento della Commissione.

La Commissione non ha neppure percepito chiaramente il carattere di questa sfida, che non è settoriale ma investe l’intero sistema; quello tessile è probabilmente solo il primo dei molti settori che saranno colpiti. Come ha appena notato l’onorevole Karim, già sappiamo che dovremo preoccuparci della concorrenza cinese in molti altri settori: penso alle calzature, alle biciclette, ai componenti meccanici, ma anche ai beni ad alta tecnologia. Tuttavia, se l’impatto per l’Unione europea sarà duro, per molti paesi in via di sviluppo sarà addirittura devastante, specialmente per le donne che in questo settore sono la stragrande maggioranza.

Nel 2000 tessili e abbigliamento costituivano il 95 per cento di tutti i prodotti esportati dal Bangladesh; per il Laos questa percentuale giungeva al 93 per cento, per la Cambogia all’83 per cento, per il Pakistan al 73 per cento, e l’elenco potrebbe continuare; i lavoratori di questo settore erano quasi due milioni in Bangladesh, e 1,4 milioni in Pakistan. Non sorprende quindi che parecchie decine di paesi, guidati dal Bangladesh e dalla Repubblica di Maurizio, abbiano rivolto un appello in extremis all’OMC, per la salvezza del proprio settore tessile. E’ assai grave che quest’appello sia rimasto inascoltato, perché le pressioni deflazionistiche esercitate dalla Cina stanno già spingendo in basso i salari, costringendo i fornitori mondiali a peggiorare le condizioni di lavoro e limitare i diritti dei lavoratori, nel tentativo di mantenersi competitivi.

Nelle Filippine, ad esempio, il governo ha deciso di escludere il settore dell’abbigliamento dalla legge sul salario minimo; il governo del Bangladesh ha invece appena annunciato l’aumento delle ore straordinarie permesse e minori limitazioni al lavoro notturno delle donne.

Indubbiamente questo problema si può risolvere in parte premendo sulla Cina per indurla a rispettare gli standard sociali ed ambientali, affinché il suo vantaggio competitivo non si fondi su uno spaventoso sfruttamento dei lavoratori o dell’ambiente. Questo però non basta; la sfida lanciata oggi dalla Cina solleva alcune questioni fondamentali, riguardanti la logica e la direzione in cui si sta avviando il libero scambio in sé. Ne emergono, tra l’altro, le devastanti conseguenze che si registrano quando un paese gode non solo di un vantaggio comparativo, ma di un vantaggio più o meno assoluto in tanti settori. Le vecchie teorie, secondo le quali il libero scambio si sarebbe infallibilmente dimostrato un sistema vantaggioso per tutti, si rivelano ora errate; la Commissione deve quindi intraprendere con urgenza ricerche più approfondite per comprendere meglio le nuove tendenze che si profilano ed elaborare gli approcci politici opportuni.

Desidero infine esprimere il mio rammarico per il nesso fra prodotti tessili e REACH instaurato da due emendamenti presentati oggi. Giudico tali emendamenti inutili e fuorvianti, e in gran parte per causa loro il mio gruppo si asterrà nel voto finale su questa relazione.

 
  
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  Helmuth Markov, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, non mi spiego il clamore suscitato dal brusco incremento di importazioni tessili dalla Cina, che si è registrato dopo il 1° gennaio di quest’anno: era ovvio per tutti noi, infatti, che proprio questo sarebbe accaduto. Quando si aprono e si liberalizzano i mercati senza imporre condizioni, bisogna aspettarsi che altri produttori colgano al volo l’occasione, e si precipitino a capofitto nei mercati appena aperti.

Date una semplice occhiata ai principali articoli importati oggi in Cina: attrezzature per la fusione dell’alluminio, fonditori, presse, forme da fonderia, laminatoi. Ciò significa che tra cinque anni avremo enormi problemi nell’industria calzaturiera, in quella delle biciclette, nel settore automobilistico e in quello siderurgico. Neppure il rinvio dell’applicazione al 2008, previsto da speciali clausole di salvaguardia, risolverà il problema; potrà solo alleviarlo. E’ ingenuo chiedere uguali condizioni di concorrenza commerciale con la Cina e con altri paesi. Si vuol forse dire che, per reggere la concorrenza, dopo il 2008 i lavoratori del settore tessile europeo dovranno portare a casa lo stesso salario dei loro colleghi cinesi? E’ un’idea assurda.

E’ assurdo e scandaloso che l’Unione europea giunga ora persino a sovvenzionare le imprese che trasferiscono la produzione in paesi terzi, dandosi così la zappa sui piedi. L’unica soluzione possibile sta in un drastico ripensamento delle politiche commerciali dell’UE; l’Unione deve impegnarsi nella costruzione di un sistema di commercio equo, e ciò significa abbandonare l’illimitata apertura e liberalizzazione dei mercati. Per ottenere un corretto equilibrio di interessi occorre promuovere il commercio quando ciò è razionale, e non come fine in sé, e inoltre tutelare e incoraggiare le produzioni locali e i cicli economici regionali – non solo nelle nostre regioni, ma anche nei paesi in via di sviluppo.

Per raggiungere quest’obiettivo è necessario poi un altro elemento, che il mio gruppo ha spesso invocato: l’impegno, da parte dell’Unione europea, a migliorare le condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori nel campo della sicurezza sociale, e a raggiungere elevati standard ambientali sia nella nostra industria, sia nei sistemi produttivi dei nostri partner commerciali. Ciò significa tenere opportunamente conto delle differenze di sviluppo tra i nostri vari partner commerciali. Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare l’urgente necessità di rielaborare, una volta per tutte, il mandato della Commissione per i negoziati commerciali. Il vecchio mandato, risalente al 1999, ha già dato pessima prova due volte, a Seattle e a Cancún, e provocherà un altro fallimento a Hong Kong. Non comprendo assolutamente come si possa pensare che la Commissione – per usare le parole della relazione – possa concepire da sé il suo futuro mandato.

Mi unisco alla relatrice nel chiedere un sostegno mirato alla ricerca e allo sviluppo nel settore tessile, nel cui ambito dare priorità allo sviluppo di prodotti tessili sicuri e privi di componenti chimiche, tramite una coerente applicazione del principio del riconoscimento reciproco nel vero spirito di REACH. Mi sembra altresì necessario vigilare affinché i consumatori non diventino cavie per il collaudo di prodotti tessili derivanti da ogni sorta di nanotecnologie, prima che gli effetti di queste ultime siano stati adeguatamente indagati.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, dopo l’abolizione dei contingenti d’importazione nel gennaio 2005, il settore tessile ha subito un radicale mutamento a livello globale. Parallelamente alla spettacolare crescita delle esportazioni tessili cinesi, si registra una profonda crisi di questo settore nell’Unione europea e nei paesi in via di sviluppo, tra cui Bangladesh, Cambogia e Laos. Mi associo alle preoccupazioni espresse dalla relatrice per la vistosa crescita quantitativa delle esportazioni tessili cinesi sul mercato europeo, e invito la Commissione a monitorare attentamente, dal 2005 al 2008, l’applicazione dell’accordo bilaterale stipulato fra Unione europea e Cina. Consentitemi di sottolineare che quest’accordo costituisce appena un primo passo per rendere equo il mercato dei tessili e permettergli di funzionare adeguatamente. La Commissione deve continuare il dialogo con Pechino, per chiarire che il funzionamento di un mercato mondiale liberalizzato dipende dall’esistenza di regole e condizioni uguali per tutti.

Illeciti sostegni statali, sistematici sussidi all’esportazione, violazioni dei diritti di proprietà intellettuale o insufficiente apertura del mercato interno di un paese non sono in alcun modo compatibili con i principi del libero mercato. Situazioni come queste non sono certo generate dall’ignoranza, dal momento che Pechino non manca di ricordare con estrema pignoleria all’Unione europea gli obblighi che le incombono nell’ambito dell’OMC. La relatrice invita giustamente a vigilare sul rispetto, da parte della Cina, degli orientamenti in materia di lavoro; in molti stabilimenti, le condizioni di lavoro – anche per molti minorenni – sono spaventose. La Commissione deve attivamente perseguire una politica che si proponga di migliorare le condizioni di lavoro in Cina; si tratta di un elemento vitale non solo per i lavoratori cinesi, ma anche per i lavoratori tessili dei paesi vicini. A causa dell’espansione cinese, infatti, le aziende tessili di quei paesi sono costrette a ridurre ulteriormente i costi di produzione per mantenersi competitive sul piano internazionale.

Mi è sembrato però deludente che la relatrice abbia inquadrato il futuro del settore tessile europeo in una prospettiva così angusta, che lo restringe alla zona euromediterranea. Data la complessità del mercato globale dei prodotti tessili, l’Unione europea non deve concentrarsi quasi esclusivamente sulla cooperazione con una singola regione. Inoltre, alla luce dell’attuale situazione in materia di diritti umani, la conclusione di un accordo con la Siria è impensabile.

La Commissione deve individuare con precisione le opportunità e le minacce che si presentano, su scala globale, nel settore tessile in assenza di contingenti d’importazione, e formulare poi una politica chiara per il settore europeo dopo il 2008. Solo dimostrandosi innovativo e commercialmente vitale, il settore tessile europeo potrà mantenersi competitivo sul mercato globale.

 
  
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  Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’azione avviata alcuni mesi fa dall’Unione europea, duramente colpita dagli insostenibili aumenti delle importazioni di tessili e di manufatti dalla Cina, ha cominciato a dare qualche risultato con il memorandum d’intesa. Tuttavia, la liberalizzazione completa avverrà solo nel 2008.

La relazione dell’onorevole Saïfi, che ringrazio veramente per l’ottimo lavoro, insiste giustamente affinché venga mantenuta alta l’attenzione per verificare le buone intenzioni delle autorità cinesi e per tener sotto controllo una situazione che è degenerata.

Con gli emendamenti al testo finale ho voluto sottolineare alcuni aspetti di estrema importanza per il settore tessile europeo e per i manufatti in generale.

Oggi vi è la necessità di prevedere sanzioni adeguate, quali l’interdizione a commerciare per un certo periodo con l’Unione europea per tutti coloro che sono risultati colpevoli di importazioni illegali di merci o di importazioni di merci contraffatte, e che si sono quindi resi complici di un reato che deve essere valutato nella sua gravità per i suoi riflessi sull’intera società europea, non solo verso i produttori ma soprattutto verso i consumatori.

Vogliamo che sia costantemente monitorato l’impegno delle autorità cinesi nella lotta contro la pirateria, la contraffazione dei marchi e dei prodotti, lo sfruttamento minorile e il rispetto dei diritti dei lavoratori.

Un altro problema importante è dovuto al fatto che il boom delle esportazioni tessili dalla Cina ha prodotto effetti devastanti in quei paesi in via di sviluppo che avevano nell’Unione europea, oggi sovraccarica di merci cinesi, il loro principale ed essenziale mercato di sbocco e di vendita. Nel riequilibrare il settore nei prossimi anni, segnati dalla liberalizzazione commerciale, bisognerà tener conto anche delle necessità di questi paesi.

La Commissione ha la responsabilità di attuare strategie che diano i supporti indispensabili per la modernizzazione e che permettano alle imprese di affrontare, in modo informato e con prospettive chiare, una strada che rimane comunque in salita, specie per le piccole e medie attività.

Non ci può essere liberalizzazione nel mercato globale se gli attori non rispettano tutti le stesse regole e le disposizioni che derivano dagli accordi. L’assenza di regole o il loro mancato rispetto impedisce una corretta concorrenza e, di fatto, inficia lo stesso concetto di libero mercato. Non stiamo difendendo solo un importante settore produttivo dell’Unione, ma stiamo difendendo il diritto dei consumatori alla sicurezza e alla qualità dei prodotti, il diritto dei lavoratori a conoscere le vere prospettive per il futuro e a vedere applicate le clausole sociali nel rispetto dei diritti dell’uomo.

L’Unione europea deve dire con forza al resto del mondo che non può esserci libero mercato senza una concorrenza corretta e che, affinché la concorrenza sia corretta, occorre che le regole comuni siano rispettate.

 
  
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  Presidente. – Numerosi colleghi si rivolgono alla Presidenza in merito ai gravi fatti – forse ne avete già avuto notizia – che stanno avvenendo proprio in questo momento a Londra, la cui rete di trasporti è stata sconvolta da una serie di esplosioni; sono stati colpiti alcuni autobus e alcune stazioni della metropolitana. Sembra che vi siano dei feriti e forse dei morti, ma per ora non ne sappiamo di più.

Comprendo bene che alcuni colleghi desiderino intervenire su questo tema. Desidero semplicemente dire loro che la Presidenza e tutto il Parlamento sono naturalmente assai preoccupati per quel che sta succedendo; propongo solo di non aprire un dibattito ora. Questi avvenimenti sono ancora in corso; ne sono stato informato, ho chiesto informazioni. Solo pochi minuti fa c’è stata un’altra esplosione: un terzo incidente, secondo le fonti britanniche, ma è più probabile che si tratti di un attentato, è avvenuto in una stazione della metropolitana di Londra. Prima di discuterne mi sembra più opportuno aspettare di sapere cosa sia successo, di avere degli elementi di informazione. Ora la metropolitana londinese è completamente ferma, bloccata, paralizzata.

Per il momento desideravo solo fare quest’annuncio all’Assemblea e manifestare, com’è naturale, la forte preoccupazione del nostro Parlamento per questi fatti. Propongo quindi di proseguire il dibattito in attesa di informazioni più precise.

 
  
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  James Hugh Allister (NI). (EN) Signor Presidente, questo dibattito, pur importante, perde ogni significato di fronte agli atroci attentati terroristici perpetrati oggi nella capitale del mio paese. Anch’io desidero – e sono sicuro di farlo a nome di tutta l’Assemblea – condannare senza riserve questo terrorismo ed esprimere cordoglio e solidarietà a coloro che sono rimasti feriti o uccisi.

Viviamo in un’era in cui il terrore sembra non conoscere limiti né confini; chi, come me, viene dall’Irlanda del Nord, terra la cui storia è purtroppo intrisa di tali atrocità, non può fare a meno di rivolgere un commosso pensiero alle vittime degli spaventosi eventi odierni.

Per tornare al tema del nostro dibattito, l’Irlanda del Nord, come molte altre regioni europee, poteva un tempo vantare una vasta e fiorente industria tessile; oggi essa è quasi scomparsa, e migliaia di posti di lavoro sono andati perduti. Da quando la politica commerciale è stata stoltamente consegnata all’esclusiva competenza dell’Unione europea, la cruda verità è che gli Stati membri sono del tutto inermi di fronte alle importazioni di merci a buon mercato che devastano il loro settore tessile.

Un’altra cruda verità è che l’Unione europea ha abbandonato il settore tessile. La soppressione dei contingenti d’importazione, avvenuta il 1° gennaio 2005, ha provocato, nel Regno Unito e in altri paesi, un’impennata delle importazioni, soprattutto di quelle provenienti dalla Cina. Mentre a noi i contingenti d’importazione sono negati, le imprese di Stato cinesi fruiscono di sussidi all’esportazione, di aiuti statali e persino di elettricità gratuita, per non parlare dei vantaggi offerti da una moneta artificialmente svalutata. Non c’è da stupirsi se ci è impossibile competere.

La decisione con cui il Commissario Mandelson ha imposto dazi antidumping su alcuni tessuti sintetici è, nei suoi limiti, apprezzabile; spesso tuttavia, questi tessuti subiscono in Cina un’ulteriore lavorazione per ottenere un valore aggiunto che consenta di evitare i dazi antidumping. Per esempio, un tessuto sintetico che potrebbe andare soggetto a tale dazio viene trasformato in tenda avvolgibile, riceve in tal modo un valore aggiunto che gli consente di sfuggire al dazio antidumping e viene commercializzato nell’Unione europea a prezzi irrisori. Occorre vietare questa scappatoia.

In generale, la Commissione deve adottare nei confronti della Cina un atteggiamento assai più intransigente di quanto abbia fatto sinora.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Allister, il Parlamento intero, ne sono certo, si associa alla condanna del terrorismo che lei ha appena pronunciato, ed esprime inoltre tutta la sua solidarietà ai feriti; in questo momento, infatti, non sappiamo ancora se vi siano stati dei morti.

Il terrorismo – poiché sembra che si tratti veramente di un attentato terroristico – incontrerà sempre sulla sua strada la mobilitazione degli europei che sono pronti ad affrontarlo e si rifiutano di cedere. Come sappiamo, ieri a Londra si sono svolti alcuni avvenimenti di grande rilievo: uno particolarmente lieto, la scelta di Londra come sede delle Olimpiadi del 2012, e poi il G8. Gli attentati di oggi quindi non sono certo casuali, e di conseguenza esprimiamo la nostra più ferma condanna.

 
  
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  Maria Martens (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, anch’io desidero esprimere la mia solidarietà per tutte le vittime. Dal 1° gennaio 2005 i paesi membri dell’OMC non possono più imporre quote sulle importazioni di articoli tessili e di abbigliamento. Questa misura ha avuto un fortissimo impatto sul mercato europeo, sia per gli importatori che per i produttori. Bene ha fatto la Commissione a impegnarsi in un dialogo per risolvere questo problema, poiché in tal modo ha concesso un attimo di respiro ai produttori europei: solo una pausa, e non poteva essere altrimenti, poiché l’OMC non permette di effettuare interventi più ampi, né si prevede che cambi la propria posizione.

I produttori europei dovranno ora escogitare una risposta concreta alla nostra situazione. E’ necessaria una risposta strategica e di lungo termine, poiché in Europa il settore tessile e dell’abbigliamento – e non è il solo – soffre di un problema strutturale; moltissimi articoli si producono – o si possono produrre – più a buon mercato in Cina, e forse anche in altri paesi. Inoltre la Cina non rispetta le norme dell’OMC, e ciò rappresenta un problema estremamente grave, soprattutto in materia di proprietà intellettuale, condizioni di lavoro, ambiente e accesso al mercato; è questo il motivo per cui la Cina può produrre a prezzi inferiori, e la concorrenza sleale che ne deriva va affrontata con decisione. Occorre garantire il rispetto delle norme esistenti. Negli ultimi anni molti paesi poveri sono divenuti largamente dipendenti del settore tessile e dell’abbigliamento, ed ora anch’essi – nella lotta per competere con la Cina – vedono diminuire l’occupazione. Dobbiamo impedire che siano proprio i paesi meno sviluppati ad avere la peggio.

Inoltre, non si tiene sufficientemente conto degli interessi di quei produttori e importatori che per reagire alla situazione del dopo 2005 hanno assunto impegni finanziari talvolta assai onerosi. Essi non devono rimanere vittima di un’operazione di salvataggio condotta in un segmento del settore produttivo; hanno diritto a fruire di prevedibilità e certezza giuridica.

Infine, possiamo ovviamente tutelare la nostra posizione commerciale, ma sempre in linea con l’OMC e dimostrando il debito senso di solidarietà nei confronti dei paesi poveri, del commercio equo, dei diritti umani e dell’ambiente; potrei aggiungere che tutti i membri dell’OMC dovrebbero fare altrettanto. Mi congratulo con l’onorevole Saïfi.

 
  
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  Harald Ettl (PSE).(DE) Signor Presidente, solo negli ultimi tre anni più di 20 miliardi di dollari – in misura non indifferente provenienti addirittura dalle nostre industrie – sono stati investiti nel settore cinese del tessile e dell’abbigliamento, la cui capacità è così aumentata del 50 per cento. Ciò significa che in Cina si producono ogni anno 20 miliardi di articoli di abbigliamento, ossia quattro articoli per ogni abitante della terra: ecco in sintesi qual è la capacità della Cina.

Vorrei ora soffermarmi sull’aspetto sociale della questione. Le donne che lavorano nell’industria tessile cinese sono relegate al gradino più basso della scala sociale; molte di esse guadagnano meno di un dollaro al giorno e – peggio ancora – non godono di alcun diritto. In ogni caso, la Cina sta accrescendo la propria quota sul mercato globale dei prodotti tessili, e i paesi più poveri del mondo vedono ora sfumare persino la propria industria tessile; l’Africa, flagellata dall’AIDS, perde ogni giorno migliaia di posti di lavoro; l’Unione europea attualmente ne perde mille al giorno. In tutto il mondo più di 30 milioni di posti di lavoro sono minacciati dalle delocalizzazioni, per non parlare degli altri 30 milioni dipendenti da subappaltatori. Siamo di fronte a qualcosa di ben più grave di una radicale trasformazione del mondo del lavoro: siamo di fronte ad una catastrofe.

In Cina le cose sono giunte a un punto tale, che il paese fa concorrenza a se stesso: si tagliano le norme di sicurezza sociale, e le imprese vengono esonerate dagli obblighi sociali. Mentre noi parliamo di commercio equo e di standard fondamentali di diritto del lavoro, il capitale può fare ciò che vuole.

L’unica richiesta che le rivolgo, signor Commissario, è di sollevare il problema della sicurezza sociale in occasione dei prossimi negoziati OMC ad Hong Kong. Dire “sì” alla globalizzazione significa considerare attentamente anche il “come”. Faccio quest’affermazione in qualità di Vicepresidente della Federazione internazionale dei lavoratori tessili, dell’abbigliamento e del cuoio, i cui aderenti – più di 10 milioni di lavoratori in 110 paesi di tutto il mondo – subiscono i devastanti effetti di questa catastrofe.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE).(LT) Fra i settori industriali dell’Unione europea, quello tessile è stato il primo ad avvertire le negative conseguenze dei mutamenti in atto sul mercato globale. Nuovi protagonisti – India e Cina in primo luogo – sono comparsi sulla scena del mercato dei tessili. E’ sconcertante udire funzionari dell’Unione europea ammettere che dieci anni fa, quando venne negoziata l’adesione della Cina all’OMC, nessuno immaginava le proporzioni che avrebbe assunto la crescita cinese. Le vicende del tessile, insieme a quelle di altri settori in difficoltà, dimostrano che in questo caso non siamo di fronte all’incapacità, da parte di un singolo Stato europeo, di gestire la propria economia; si tratta invece di un problema che affligge gran parte dei settori industriali di tutta Europa. Pur disponendo di una politica industriale, l’Unione europea in realtà si limita a indicare la direzione complessiva della crescita e dell’occupazione. Non vengono identificati i settori di cui si raccomanda l’espansione: questo compito spetta agli Stati membri. Per controbilanciare la Cina, la relatrice propone di incentivare la produzione tessile nella regione mediterranea; questo però certamente non varrà a fermare la Cina, mentre l’Europa avrà nuovi concorrenti. Sono necessarie un’analisi e una previsione di sviluppo a lungo termine per i settori industriali dell’Unione europea, che tengano conto della comparsa sul mercato di nuovi soggetti, nonché della divisione dei mercati. Chiedo quindi al Parlamento europeo di invitare la Commissione europea a preparare proposte di modifica della politica industriale, a formulare previsioni di lungo termine per lo sviluppo industriale fino al 2030-2050, e infine a sottoporre all’industria alcune raccomandazioni, che indichino i settori di futura importanza in cui cominciare a investire ora. Se non prendiamo tali misure, uno tsunami cinese spazzerà via l’industria europea.

 
  
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  Presidente. – Interrompiamo adesso la discussione che riprenderà alle 15.00.

 

6. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale

7. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
  

PRESIDENZA DELL’ON. BORRELL FONTELLES
Presidente

 

8. Comunicazione del Presidente
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, nel corso dell’ultima ora ho ricevuto successive comunicazioni su quella che ormai si configura come una serie coordinata di attentati contro la rete dei trasporti di Londra. Sono stati fatti esplodere degli ordigni su tre autobus e in quattro stazioni della metropolitana. E’ stato confermato che vi sono dei morti, e molte persone hanno subito gravissime ferite. Non dispongo ancora di dati precisi, ma è probabile che vi siano molte vittime; notizie di questi attentati continuano a giungere, in rapida successione.

A nome del Parlamento desidero esprimere il nostro cordoglio a tutti coloro che hanno dovuto subire le conseguenze di questa barbarica violenza. In qualità di Presidente del Parlamento, e come cittadino di un paese che solo l’anno scorso ha dovuto sperimentare gli orrori di un’analoga catena di attentati, desidero inviare, a nome di tutti noi, un messaggio di solidarietà al popolo britannico. Oggi siamo tutti al vostro fianco; non permetteremo che la ferocia del terrorismo sconfigga in Europa i valori della pace e della democrazia.

Vi chiedo ora di osservare un minuto di silenzio.

(Il Parlamento, in piedi, osserva un minuto di silenzio)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS
Vicepresidente

 

9. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati dettagliati delle votazioni: cfr. Processo verbale)

 

10. Stipendi base e indennità applicabili al personale dell’Europol

11. Strumento finanziario per l’ambiente (LIFE+)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 14

 
  
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  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE), relatore. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero modificare una parte dell’emendamento; desideriamo cioè sostituire le parole “sarà data priorità” con l’espressione “la Commissione sostiene”.

 
  
  

(Il Presidente constata che non vi sono obiezioni alla presentazione dell’emendamento orale)

 

12. Accordi di associazione UE/Svizzera: 1. Determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda d’asilo, 2. Acquis di Schengen
  

– Prima della votazione sulla proposta di decisione n. 1

 
  
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  John Bowis (PPE-DE), in sostituzione del relatore. – (EN) Signor Presidente, a nome del relatore e ai sensi dell’articolo 53 del Regolamento vorrei chiedere alla Commissione se intende ora accettare gli emendamenti del Parlamento.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (EN) Onorevoli deputati, la Commissione conferma la posizione illustrata ieri dalla mia collega, signora Commissario Ferrero-Waldner, in base alla quale si richiede la consultazione del Parlamento europeo.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE), in sostituzione del relatore. – (EN) Signor Presidente, in tal caso, ancora una volta a nome del relatore, desidero chiedere all’Assemblea di rinviare la questione in commissione per un’ulteriore deliberazione.

 
  
  

(Il Parlamento approva la proposta di rinviare la questione in commissione)

 
  
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  Alessandra Mussolini (NI). – Signor Presidente, io credo che il Parlamento europeo abbia il dovere di rispettare i morti. In questo momento a Londra si sta verificando una serie di nuove esplosioni. Questo è un attacco a tutta l’Unione, che non può non mettersi in contatto con la Presidenza del semestre europeo.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
  

– Prima della votazione sulla proposta di decisione n. 2

 
  
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  John Bowis (PPE-DE), in sostituzione del relatore. – (EN) Signor Presidente, prendo ancora una volta la parola, ai sensi del medesimo articolo e a nome del medesimo relatore, e pongo alla Commissione la medesima domanda. Grazie.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Prendo ovviamente nota della posizione del Parlamento, e non mancherò di informarne il Collegio dei Commissari.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE), in sostituzione del relatore. – (EN) Signor Presidente, questo è forse un modesto progresso, ma vorrei comunque rinviare la questione in commissione, per una deliberazione ulteriore.

 
  
  

(Il Parlamento approva la proposta di rinviare la questione in commissione)

 

13. Accordo CE/Canada sulle informazioni preventive sui passeggeri API / PNR
  

– Prima della votazione

 
  
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  Sophia in ’t Veld (ALDE), relatore. – (EN) Signor Presidente, vorrei precisare che con questa relazione noi invitiamo il Parlamento europeo a respingere l’accordo sul trasferimento dei dati sui passeggeri fra Unione europea e Canada. Ciò non significa che – pure con il nostro voto contrario – l’accordo non possa procedere: su questo tema, infatti, noi veniamo meramente consultati.

Ricorderete sicuramente che l’anno scorso il Parlamento europeo respinse, per motivi sia sostanziali che procedurali, un accordo analogo stipulato con gli Stati Uniti. L’accordo è stato comunque firmato, e di conseguenza il nostro Parlamento è ricorso presso la Corte di giustizia contro la Commissione e il Consiglio; il procedimento è ancora in corso, e una sentenza della Corte è attesa per la fine di quest’anno.

Devo sottolineare che, dal punto di vista sostanziale, l’accordo con il Canada è notevolmente migliore; dobbiamo riconoscere che la Commissione si è impegnata in vasti negoziati. L’esecutivo però, ha scelto la medesima procedura che era stata adottata per l’accordo con gli Stati Uniti; sia il Parlamento europeo che i parlamenti nazionali vengono emarginati. La Commissione avrebbe dovuto invece far ricorso alla procedura dell’assenso.

E’ opinione unanime della commissione giuridica che la Commissione europea abbia scelto una base giuridica errata; se il Parlamento accettasse ora tale procedura, minerebbe alla base il procedimento legale in corso.

Ripeto che, votando questa relazione, non si impedisce al Consiglio di procedere con l’accordo. In altre parole, se il Parlamento europeo respinge l’accordo, quest’ultimo non corre comunque alcun rischio; allo stesso tempo, però, il Parlamento si mantiene coerente con le sue precedenti posizioni, e non si minano le basi del procedimento legale in corso.

Vi chiedo quindi per favore di votare questa relazione.

(Applausi)

 

14. Situazione politica e indipendenza dei mezzi d’informazione in Bielorussia

15. Avvenire dei Balcani dieci anni dopo Srebrenica

16. Relazioni tra Unione europea, Cina e Taiwan, nonché sicurezza in Estremo Oriente

17. Un mondo senza mine

18. Ripercussioni delle operazioni di concessione di prestiti della Comunità europea nei paesi in via di sviluppo

19. Attuazione del piano d’azione comunitario riguardante le normative, la governance e il commercio nel settore forestale (FLEGT)

20. Compensazione e regolamento nell’Unione europea
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 2/riv

 
  
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  Piia-Noora Kauppi (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, c’è una votazione per parti separate sull’emendamento n. 2 al paragrafo 26. Si propone di mantenere la prima parte, fino alla parola “mercato”, cancellando il resto dell’emendamento, per renderlo simile alla forma originariamente elaborata in sede di commissione parlamentare.

Propongo di adottare la prima parte; la seconda parte non sarebbe invece da adottare, bensì da respingere.

 
  
  

(Il Presidente constata che non vi sono obiezioni alla presentazione dell’emendamento orale)

– Prima della votazione sull’emendamento n. 3/riv

 
  
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  Piia-Noora Kauppi (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, quest’emendamento presenta un problema linguistico. Vorrei sostituire “e” con “o”, in modo che questa divenga l’ultima ragione possibile per cui un servizio di compensazione e regolamento possa rifiutare l’accesso. La congiunzione “e” andrebbe quindi sostituita dalla congiunzione “o” nella versione inglese, che è quella originale, e poi nelle versioni in tutte le altre lingue.

 
  
  

(Il Presidente constata che non vi sono obiezioni alla presentazione dell’emendamento orale)

 

21. Progressi di Bulgaria e Romania verso l’adesione
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 
  
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  Francis Wurtz (GUE/NGL). (FR) Signor Presidente, desidero avanzare una proposta concreta: questa mattina non abbiamo potuto votare la relazione dell’onorevole Saïfi sull’industria tessile, e so che si prevede di metterla ai voti nel pomeriggio. Considerando la notevole importanza dei problemi del settore tessile, soprattutto dal punto di vista dell’occupazione, non mi sembra opportuno deliberare su questo tema praticamente di soppiatto, come si farebbe oggi pomeriggio; suggerisco quindi di rimandare il voto alla prossima tornata.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz (PSE). (DE) Signor Presidente, mi sembra che il collega Wurtz abbia perfettamente ragione. Non si tratta solo del fatto che non abbiamo ancora concluso il dibattito, questo è normale; si tratta piuttosto di non tenere la votazione oggi, bensì nella prossima tornata, cioè in quella di settembre. Sostengo senz’altro questa proposta.

(Applausi)

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE). (FR) Signor Presidente, comprendo chiaramente le argomentazioni formulate dai colleghi: il problema del settore tessile riveste in effetti importanza fondamentale. Desidero però semplicemente ricordare che la tornata di Strasburgo termina il giovedì pomeriggio intorno alle 17, e i deputati dovrebbero essere presenti. Domandare rinvii di questo genere significa in pratica accettare il fatto che noi non lavoriamo fino al termine delle tornate, così come sono previste: mi sembra davvero deplorevole.

 
  
  

(Il Parlamento accoglie la richiesta)

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, mi ero iscritto a parlare già prima delle dichiarazioni di voto sull’ordine dei lavori. Volevo rivolgerle una domanda diretta: è regolare chiedere il rinvio di una votazione prima della fine di un dibattito? Io credo di no; a mio avviso una simile proposta avrebbe dovuto essere avanzata solo alla fine del dibattito, oppure avremmo potuto votare stasera. Le chiedo di verificare prima di allora. Potremmo quindi votare sulla proposta di rinvio stasera, in occasione della votazione finale. A mio avviso, infatti, è stato irregolare votare nel bel mezzo del dibattito.

 

22. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Moraes (A6-0139/2005)

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. (EN) Oggi ho votato a favore della mia relazione sull’iniziativa del Granducato di Lussemburgo in vista dell’adozione della decisione del Consiglio che adegua gli stipendi base e le indennità applicabili al personale dell’Europol, poiché ci è stato assicurato che sarà innalzato il livello di responsabilità e di trasparenza nella conduzione delle attività dell’Europol. Questo organismo riveste una grande importanza per i cittadini europei e per il Parlamento europeo. Le attività che esso svolge in relazione a problemi come il traffico di stupefacenti, la tratta di esseri umani e altre forme di criminalità organizzata offrono un contributo fondamentale che ha assunto un’importanza crescente con l’ultimo allargamento dell’Unione europea e in vista di altri futuri allargamenti. Decidendo di votare a favore della mia relazione, ho tenuto conto dell’audizione parlamentare con il nuovo Direttore, svoltasi nel giugno 2005, e della visita del Parlamento presso la sede dell’Europol dell’aprile 2005. E’ importante che il Parlamento sostenga l’operato dell’Europol, ma è altresì importante che il Consiglio, a sua volta, comprenda quanto sia urgente accrescere il livello di responsabilità e di trasparenza nelle attività che competono a tale organismo, visto che al momento non è affatto ottimale.

 
  
  

– Relazione Isler Béguin (A6-0131/2005)

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, desidero solo puntualizzare che per ben due volte mi sono espresso contro l’emendamento n. 43 nella votazione sulla relazione Isler Béguin, non perché ne ignorassi i contenuti o non conoscessi approfonditamente la proposta della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, ma perché, a mio giudizio, si impone una questione ben più ampia: è giusto che le singole commissioni, nel mezzo del dibattito sulle prospettive finanziarie, adottino risoluzioni contrarie a quanto avevamo già deciso in merito alla relazione Böge?

A prescindere da quanto possano essere legittimi i vari pareri delle singole commissioni, riusciremo ad avere una certa influenza nei negoziati con il Consiglio solo se non saboteremo la base già creata attraverso delibere precedenti, anticipando la decisione sulle prospettive finanziarie. Per tale ragione, in vista dei negoziati sulle prospettive finanziarie, abbiamo votato contro.

 
  
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  Christa Klaß (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, avendo votato contro la relazione Isler Béguin, voglio precisare che sono a favore della tutela ambientale e anche dello strumento finanziario, la cui necessità è indiscussa. Reputo inoltre che dovremmo mantenere la posizione definita in merito alle prospettive finanziarie, come indicato nella relazione Böge. Non credo però che le Istituzioni debbano prestare sostegno ad associazioni ambientaliste o ad organizzazioni non governative né che l’Unione europea debba assumersi ulteriori funzioni.

La sussidiarietà deve essere all’ordine del giorno anche nella protezione dell’ambiente la cui competenza spetta in primis agli Stati membri e si estende altresì alla politica sulla silvicoltura nonché all’acquisto di terreni a fini di conservazione della natura. Quando poi le casse languono, dobbiamo concentrarci sull’essenziale, ossia sul sostegno alla gestione ecoresponsabile del territorio.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La proposta della Commissione sullo strumento finanziario per l’ambiente LIFE+ è inferiore al fabbisogno finanziario ed è inammissibile che non comprenda la componente di Natura 2000.

La relazione approvata oggi migliora sensibilmente la proposta della Commissione, in quanto vi inserisce la componente sulla natura e sulla biodiversità, ossia l’istituzione, la conservazione e la gestione dei siti Natura 2000 (la rete dei principali siti naturalistici dell’Unione europea), aumentandone i finanziamenti, e quindi contribuisce a realizzare gli obiettivi che ci eravamo prefissati per arginare la perdita di biodiversità entro il 2010 ed oltre.

Gli emendamenti presentati chiariscono lo scopo del progetto LIFE+, che mira a ridurre in maniera drastica le concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera, a proteggere le foreste europee, a diffondere maggiori informazioni sull’ambiente e a coinvolgere di più i cittadini europei nel raggiungimento degli obiettivi ambientali.

Ora, però, bisogna vedere se questo ambizioso progetto può essere attuato con le risorse disponibili e a fronte della volontà politica dimostrata.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione. LIFE+ rappresenta uno strumento fondamentale per sviluppare, attuare, monitorare, valutare e diffondere la politica e la legislazione comunitaria in materia ambientale. Il progetto è diretto a sostenere, in particolare, l’attuazione del sesto programma d’azione in materia di ambiente. Dobbiamo quindi assicurarci che sia stanziato un bilancio appropriato per LIFE+ in linea con i suoi ambiziosi obiettivi.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) In linea generale sosteniamo l’impegno mostrato dall’Unione europea verso le tematiche ambientali. E’ nostra responsabilità cercare di lasciare un mondo vivibile alle generazioni future; per tale ragione è vergognoso che le risorse disponibili vengano sfruttate smodatamente come se non ci fosse un domani. Bisogna però operare una distinzione tra le politiche tese a proteggere l’ambiente e le politiche che s’incentrano sull’ambiente come se non esistesse null’altro. Vi sono anche altre questioni fondamentali che non devono essere trascurate, ad esempio le persone e le esigenze economiche e di sviluppo.

In questo contesto condivido ampiamente le preoccupazioni che il Parlamento ha espresso sia in sede di commissione che in plenaria, soprattutto visto che l’accordo raggiunto è ragionevole. Proteggiamo l’ambiente perché mettiamo le persone al primo posto, è questo il principio cui dovrebbero ispirarsi tutte le nostre azioni.

 
  
  

– Relazione Kirkhope (A6-0201/2005)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’opinione pubblica svizzera nutre un certo scetticismo nei confronti dell’Unione europea, in quanto teme di perdere i propri diritti politici e non tollera imposizioni dall’esterno. Sinora lo Stato alpino ha saggiamente deciso di stipulare solamente trattati bilaterali in virtù dei quali gode di un partenariato privilegiato con l’Unione europea, una soluzione ideale anche per molti altri paesi che intendono mantenere la propria sovranità e le proprie caratteristiche.

L’Unione europea è tormentata da continue crisi e passa da uno scivolone all’altro; subito dopo lo scompiglio suscitato dallo scandalo dei visti tedeschi, si è trovata dinanzi al duplice diniego alla Costituzione e a diverse questioni di bilancio ancora irrisolte. Va detto che la bocciatura stessa della Costituzione probabilmente ha favorito l’approvazione dell’accordo di Schengen e della Convenzione di Dublino da parte di alcuni elvetici, in quanto essi sono più favorevoli a una libera federazione di Stati che a uno Stato unico centralizzato.

Visto il clima di sospetto imperante, la velata minaccia insita in Schengen e Dublino non è proprio lo strumento ideale per creare fiducia, in quanto si sa che a settembre si dovrà votare sull’estensione di tali accordi ai nuovi Stati membri dell’UE.

Essendo all’oscuro di vicende come queste e vedendo che il processo decisionale sovrano viene bellamente calpestato, l’opinione pubblica europea è comprensibilmente inquieta. Non è ammissibile che si ricorra a sovvenzioni milionarie di sostegno e a promesse menzognere per attirare nuovi membri o per vincolare i paesi in maniera ancora più stretta all’Unione europea, derubandoli al contempo della possibilità di agire autonomamente al di fuori di essa.

 
  
  

– Relazione in ’t Veld (A6-0226/2005)

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, intervenendo a nome del gruppo PPE-DE, esprimo apprezzamento per l’accordo concluso tra Unione europea e Canada sul trattamento delle informazioni anticipate e dei dati delle pratiche dei passeggeri, che consideriamo ben calibrato. Si tratta di un passo decisivo per affrontare le delicate questioni legate alla sicurezza globale e alla lotta contro il terrorismo internazionale, di cui proprio oggi abbiamo avuto un’altra triste dimostrazione.

Il gruppo PPE-DE, però, si è astenuto in segno di protesta contro il Consiglio; i termini fissati infatti sono eccessivamente stretti, sono del tutto irreali e non lasciano tempo sufficiente per l’imprescindibile dibattito.

La nostra protesta si leva unicamente contro la procedura. Vogliamo l’accordo, in quanto da esso dipende la sicurezza dei cittadini che noi rappresentiamo in quest’Aula e la posizione che abbiamo assunto in sede di voto rispecchia tale fatto. Desidero quindi porgere le congratulazioni alla Commissione per l’accordo e per la proposta, e mi congratulo altresì con la relatrice.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore l’accordo stipulato con il Canada sul trattamento delle informazioni anticipate sui passeggeri (API) e dei dati delle pratiche dei passeggeri (PNR) nell’ambito dei viaggi aerei diretti verso tale paese.

Apprezzo in particolare i principi di non discriminazione e di reciprocità, la possibilità di una revisione congiunta degli impegni presi e il fatto che i dati trasferiti siano limitati grazie al sistema “push”, che stabilisce un precedente positivo in vista di accordi analoghi, ad esempio con gli Stati Uniti.

Sono molto lieto che, diversamente dagli USA, il Canada sia dotato di un dispositivo normativo di protezione dei dati sotto la vigilanza di un garante. Apprezzo inoltre che la legge canadese conferisca ai cittadini il diritto di accesso, di rettifica e persino di opposizione in relazione ai dati personali e che il Canada si sia impegnato ad estendere tale diritto anche ai passeggeri europei che non sono fisicamente presenti in territorio canadese.

Sostengo l’eccellente relazione dell’onorevole in ’t Veld e le proposte ivi contenute e convengo sulla necessità di attendere la sentenza della Corte europea di giustizia in merito alla causa USA PNR.

 
  
  

– Proposte di risoluzione: Bielorussia

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione sulla situazione politica e sull’indipendenza dei media in Bielorussia. Sono grata ai colleghi dei diversi assembramenti e gruppi politici per il sostegno accordato al testo. Attendo quindi con ansia gli interventi concreti che la Commissione metterà in atto per prestare al più presto l’assistenza necessaria affinché in Bielorussia sia possibile avviare la trasmissione di programmi radiofonici indipendenti dall’estero, dalla Lituania, dalla Polonia ed eventualmente anche dall’Ucraina.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Come conseguenza diretta dell’ultimo allargamento, l’attenzione dei politici, dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica si sta rivolgendo sempre più verso i paesi che ora sono ai confini esterni dell’Unione europea. Tra di essi si annovera anche la Bielorussia, un paese che da anni desta inquietudine per le vicende che si susseguono al suo interno. Come è parso più che evidente nel recente caso dell’Ucraina, l’Unione europea è perfettamente in grado di usare la propria influenza per promuovere una transizione positiva verso la democrazia. Infatti è proprio questa l’idea sottesa alle preoccupazioni espresse nella risoluzione approvata dall’Assemblea, alla quale accordo tutto il mio sostegno.

 
  
  

– Proposte di risoluzione: Balcani

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, spero che nella nostra Europa non dovremo mai più assistere a una guerra contro la sovranità di uno Stato. Spero che non succeda mai più che un’economia nazionale viene stritolata con la complicità della Banca mondiale, che vengono successivamente imposte condizioni usurarie e che vengono espropriate o fatte fallire miseramente imprese pubbliche e a partecipazione statale. Spero che tutti sentano ancora la vergogna per una delle più ignobili pagine della storia d’Europa, che ha causato morte, miseria e instabilità nei Balcani. Per questo mi sono astenuto nella votazione sull’ipocrita risoluzione su Srebrenica.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) A distanza di dieci anni da uno dei momenti più bui della storia europea recente, è nostro dovere ricordare i terribili avvenimenti di quegli anni, traendone insegnamento; in particolare, possiamo ricavarne due considerazioni importantissime: in primo luogo bisogna riconoscere che la pace, oggi data ampiamente per scontata, è un dono fragile e, in secondo luogo, dobbiamo renderci conto degli enormi progressi compiuti negli ultimi dieci anni. Adesso, però, è il momento di rievocare l’orrore insieme al ruolo svolto dai mandanti e dagli esecutori dell’eccidio, di ricordare che talune organizzazioni non sono riuscite a proteggere le vittime e di imparare dagli errori commessi.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. (EN) Il massacro perpetrato dieci anni fa a Srebrenica, in Bosnia, non deve mai essere dimenticato. Nel luglio 1995 l’esercito serbo-bosniaco assunse il controllo di una piccola cittadina termale che le Nazioni Unite avevano proclamato “zona di sicurezza”. Nell’arco di cinque giorni furono brutalmente uccisi 7 000 uomini e ragazzi. E’ stato il genocidio più aberrante compiuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale. A distanza di dieci anni, i mandanti dell’eccidio sono ancora latitanti. L’Unione europea deve fare tutto quanto in suo potere per esercitare pressioni sulle autorità competenti affinché i mandanti di queste atrocità siano arrestati e processati.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il partito comunista greco ha votato contro l’inammissibile proposta di risoluzione su Srebrenica, in quanto essa punta ad assolvere la guerra omicida condotta dalla NATO contro la Jugoslavia e a legittimare i crimini commessi contro il popolo jugoslavo, che è stato smembrato dall’intervento degli imperialisti americani ed europei, i quali inizialmente hanno innescato la guerra all’interno del paese e poi hanno scatenato l’attacco della NATO. Srebrenica viene usata per mascherare questa sporca guerra e per dare una veste di legittimità alle prossime mosse tese a ridividere i Balcani e agli interventi imperialisti che investiranno l’intera regione.

E’ in corso un tentativo per consacrare il tribunale speciale istituito all’Aia su iniziativa degli Stati Uniti, il cui “atto d’accusa” è caduto ed è stato coperto di ridicolo.

Per quanto concerne Srebrenica, vogliamo precisare quanto segue:

? non si possono insabbiare le ragioni che sono state alla base dell’intervento imperialista straniero;

? la gente ricorda che le bombe della piazza del mercato di Sarajevo, atto che esacerbò la guerra, erano frutto dell’azione di servizi segreti stranieri.

Laddove la risoluzione allude a Srebrenica come al più grave crimine postbellico, compie una cieca manipolazione della storia, in quanto il più grave crimine sinora perpetrato nel dopoguerra in nome dell’imperialismo in Europa è l’annientamento della Jugoslavia.

A livello politico i responsabili morali della guerra, del bombardamento dell’ospedale infantile di Belgrado, del reparto di terapia intensiva e della scuola di Alexinatz, della strage di civili, dell’uso di bombe a grappolo e della distruzione delle infrastrutture sono gli imperialisti americani ed europei.

 
  
  

– Proposte di risoluzione: Cina/Taiwan

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) L’embargo sulla vendita di armi alla Cina rappresenta uno dei cardini delle nostre relazioni con l’Estremo Oriente; personalmente lo condivido, pur sapendo che si tratta più che altro di un gesto simbolico, visto che, anche senza gli armamenti europei, la Cina continua a essere una minaccia per Taiwan e continua a violare i diritti umani in maniera allarmante.

Il potere della Cina – sia attuale che futuro – non è unicamente di stampo militare. Questo paese è una crescente potenza economica che utilizza un’enorme quantità di risorse energetiche. E’ una potenza demografica. E’ una potenza diplomatica, alla luce del seggio permanente che le sarà assegnato presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e in considerazione dell’attività diplomatica e della politica di cooperazione che punta ad aiutare i paesi in via di sviluppo senza imporre alcun genere di processo di democratizzazione; anzi è ben lungi dal farlo. Di conseguenza, anziché limitarsi a discutere dell’eventualità di levare l’embargo, l’Unione europea deve ragionare a livello strategico. Il nostro obiettivo primario consiste nel garantire che la Cina diventi una democrazia. Nessun regime democratico rappresenta una minaccia per noi, mentre una potenza militare, diplomatica e demografica, con un’immensa forza economica e senza un sistema di controllo democratico, può diventare un pericolo nel medio e nel lungo termine.

 
  
  

– Proposte di risoluzione: un mondo senza mine

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, non posso aderire alle conclusioni della risoluzione sulle mine terrestri, benché, essendo da tempo impegnata nella cooperazione allo sviluppo, ne condivida le preoccupazioni e ritenga che l’uso di mine terrestri nei paesi in via di sviluppo sia un vero e proprio dramma.

Io rappresento uno Stato membro che si è impegnato ad adempiere agli obblighi sanciti dalla Convenzione di Ottawa entro il 2016. Entro tale data elimineremo le mine più sicure e meno distruttive del mondo, poste a protezione del nostro confine di 1 324 chilometri con la Russia. Le mine non sono certo prive di sorveglianza: sono sotto deposito e vengono sistematicamente controllate. Erano state piazzate durante la guerra secondo una mappatura precisa, destinata a consentirne il successivo disinnesco. Nessun civile può accidentalmente posare il piede su una mina finlandese o inciampare sull’innesco di una mina disattivata. Le immagini di bambini con arti mutilati non hanno nulla a che vedere con la situazione che vige in Finlandia; i paesi che sono teatro di questi drammi non possono aderire alla Convenzione di Ottawa. Tuttavia, sapendo sin d’ora che le nostre difese si indeboliranno notevolmente, dovremo individuare un sistema alternativo avente la medesima funzione ma con un nome diverso. Il problema quindi è essenzialmente di natura semantica.

Suscita allora perplessità la logica strategica che sulla base di una serie di principi morali punta irrimediabilmente alla distruzione delle mine antipersona, ma che al contempo avalla l’istituzione di un sistema alternativo. Lo scopo di tenere i nemici lontani e di distruggerli implica che questo sistema di armamenti sarà sostituito da un dispositivo più moderno, più costoso e più efficace. I nuovi sistemi sono strumenti di morte tanto quanto le mine antipersona. Sono infatti concepiti per impedire l’avanzata del nemico. Nel risolvere il problema dovremmo concentrarci maggiormente sull’uso delle mine come strumenti di terrore, non tanto come armamento in sé.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Le mine antipersona sono tra i dispositivi più atroci usati in guerra, in quanto, spesso in maniera invisibile, protraggono nel futuro gli orrori del conflitto. Pertanto vogliamo affermare il nostro naturale impegno ad assicurare la riuscita della Convenzione sulla messa al bando delle mine e condividiamo le preoccupazioni espresse dal Parlamento in proposito. Non è però sufficiente esprimere inquietudine e impegno per assicurare un esito positivo alla Convenzione. Paesi della levatura degli Stati membri dell’UE devono attivarsi per prestare un sostegno diretto alle vittime che generalmente si trovano in paesi con gravissimi problemi di sviluppo, come l’Angola.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. (EN) Il gruppo PPE-DE si è astenuto sulla risoluzione presentata dagli altri gruppi politici sostanzialmente perché non condividiamo le parti della risoluzione in cui si chiede che la campagna contro le mine antipersona sia estesa anche alle mine anticarro e ad altri tipi di munizioni che attualmente rientrano nelle dotazioni obbligatorie dei nostri eserciti, dotati di senso di responsabilità.

Questi armamenti, ad ogni modo, sono al vaglio delle parti contraenti della Convenzione su determinati tipi di armi convenzionali (CCW) – un gruppo altamente competente che sta valutando questioni come l’intercettabilità, il funzionamento dei detonatori e la funzione di autodistruzione per limitare al minimo gli effetti collaterali.

E’ per noi fondamentale che si preservi un ampio consenso sul tema delle mine antipersona e ci si concentri su quanto va effettivamente fatto, ossia la bonifica del territorio in molte parti del mondo in cui le mine costituiscono una minaccia per la popolazione civile e un ostacolo allo sviluppo economico, prestando parallelamente assistenza alle vittime.

 
  
  

– Proposte di risoluzione: FLEGT

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Lo sfruttamento illegale e insostenibile delle foreste si ripercuote in maniera devastante sia sull’uomo che sulla natura. Nelle regioni vulnerabili, come l’Amazzonia, l’Africa centrale, il sudest asiatico e la Russia, oltre la metà delle attività di abbattimento è illegale. L’anno scorso il governo brasiliano ha annunciato che la distruzione della foresta tropicale più grande del mondo, l’Amazzonia, procede senza sosta. Nel periodo di 12 mesi, conclusosi lo scorso agosto, l’agricoltura e le attività di abbattimento, perlopiù illegali, hanno causato la distruzione di 10 000 miglia quadrate di foresta. E’ stata la perdita annuale più ingente dal 1995, anno in cui l’Amazzonia subì una contrazione di circa 11 000 miglia quadrate.

A livello internazionale l’Unione europea si è impegnata a proteggere le ultime grandi foreste e a contrastare lo sfruttamento e il commercio illegale di legname mediante strumenti quali la Convenzione CITES, il Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile e la Convezione sulla biodiversità.

Nel maggio del 2003 la Commissione europea ha pubblicato il piano d’azione FLEGT. Esorto quindi l’Esecutivo a imprimere un’accelerazione alla messa in atto di questa importante iniziativa.

 
  
  

– Relazione Kauppi (A6-0180/2005)

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Il mio intento era quello di astenermi totalmente dal voto sulla risoluzione contenuta nella relazione Kauppi.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione che contribuisce a individuare soluzioni idonee per completare il mercato interno dei servizi finanziari, soprattutto nel comparto della compensazione e del regolamento per le transazioni su titoli.

E’ necessario un quadro comune di disciplina e di sorveglianza in materia di compensazione e regolamento in modo da approfondire l’integrazione del mercato unico dei servizi finanziari. La relazione, infatti, delinea un approccio opportuno per la definizione di tale sistema.

 
  
  

– Proposte di risoluzione: Bulgaria/Romania

 
  
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  Hans-Gert Poettering (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervenendo a nome del gruppo PPE-DE in merito alla votazione su Bulgaria e Romania, devo dire che il nostro gruppo ha infuso motivazione al dibattito di ieri. Desideriamo sottolineare che l’ultimo allargamento dell’Unione europea è stato un grande successo e vogliamo che tale successo si ripeta anche con l’adesione di Bulgaria e Romania. Nessun altro gruppo in quest’Aula si è espresso così coralmente nel voto a favore dell’adesione di questi due paesi. Vogliamo l’adesione e vogliamo che i relativi Trattati si applichino per intero e in tutta la loro pienezza.

Abbiamo tuttavia assunto un posizione diversa in merito agli osservatori. La Conferenza dei presidenti, nella riunione del 9 giugno, ha deciso che il loro mandato prenderà avvio a partire dal 26 settembre. Voglio precisare che originariamente la proposta di invitare gli osservatori – ossia gli osservatori dei dieci paesi che ora sono Stati membri – era stata avanzata dal nostro gruppo. Noi siamo strenui fautori dell’idea secondo cui i paesi destinati all’adesione debbano inviare degli osservatori.

Avremmo però preferito che il loro mandato in Aula iniziasse un anno prima dell’adesione, come è accaduto per gli osservatori dei dieci nuovi Stati membri. Quando lunedì si è innescato il dibattito, il Presidente avrebbe potuto avvertirci che aveva già esteso l’invito a nostra insaputa. E’ un fatto di cui avremmo dovuto essere informati.

A fronte di questo stato di cose abbiamo ritenuto opportuno ritirare la nostra proposta nonché entrambe le modifiche al voto che avevamo richiesto. Avremmo gradito che l’Assemblea giungesse a una posizione comune. Visto poi che il mio gruppo si è espresso a maggioranza a favore dell’astensione, non abbiamo votato in merito alla proposta di risoluzione comune. Essendo democratici, naturalmente rispettiamo l’esito della votazione. Daremo infatti il benvenuto agli osservatori e siamo ansiosi di iniziare a lavorare con loro.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione relativa all’ammissione degli osservatori della Bulgaria e della Romania al Parlamento europeo. Credo che questo sia un importantissimo passo avanti verso il giorno della piena adesione di questi ultimi due Stati ex comunisti che, a mio parere, avrebbero dovuto essere accolti insieme agli altri otto il 1° maggio 2004.

Nell’inno nazionale italiano c’è la frase “stringiamoci a coorte”, che – lo dico per gli interpreti – significa “uniamoci tutti insieme per le prossime battaglie”. Le brutte notizie che abbiamo ricevuto poc’anzi da Londra mi spingono a dire che, se tutti gli Stati europei rimarranno uniti, potremo difenderci molto meglio dagli insani attacchi contro la democrazia, come sta avvenendo in questo momento a Londra.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, in aggiunta a quanto affermato dal presidente del nostro gruppo, desidero precisare che mi sono astenuto nella votazione sulle risoluzioni concernenti la Romania e la Bulgaria, in quanto il Presidente del Parlamento venerdì aveva già invitato ufficialmente gli osservatori, facendo quindi decadere qualsiasi base procedurale per le risoluzioni.

Noi del gruppo PPE-DE abbiamo reagito a questa modifica della base procedurale ritirando la risoluzione, in quanto abbiamo ritenuto che fosse la cosa più giusta da fare. Visto che l’altra parte dell’Emiciclo non ha fatto altrettanto e che le risoluzioni – a cui nella sostanza non eravamo contrari – erano già state adottate e quindi il fatto si era compiuto, non è più parso necessario stilare una nuova risoluzione. Per me vige sempre il principio secondo cui, quando si trasmette un invito, non lo si può ritirare se le circostanze rimangono immutate. Esprimiamo un caloroso benvenuto alle persone cui sono stati inviati gli inviti e siamo impazienti di lavorare con loro, ma crediamo che più della data sia importante riservare un pari trattamento a tutti i paesi candidati, assicurando che le norme siano rispettate e che la loro sostanza sia presa seriamente, altrimenti l’opinione pubblica avrebbe l’impressione che non offriamo un trattamento paritario.

Mi preme reiterare che era dovere del Presidente del Parlamento informarci delle sue azioni nel corso della seduta di lunedì. Se così fosse stato, ci saremmo risparmiati tante recriminazioni, turbamenti e incomprensioni sia prima che durante questo dibattito.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Accolgo con grande favore la risoluzione sugli osservatori di Bulgaria e Romania.

La presenza di osservatori dei parlamenti di questi paesi può rendere un utile contributo ai preparativi per una positiva adesione e attendo con ansia il loro arrivo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Tenendo conto dello stato dei negoziati sulla futura adesione della Bulgaria all’Unione europea, delle difficoltà che ancora rimangono da superare e degli ultimi processi di adesione, ritengo che, nonostante l’eventualità della maggiore durata di questo processo, per la Bulgaria e per i suoi politici debbano essere fissate le medesime condizioni applicate in passato agli altri paesi che si trovavano nella stessa fase. Pertanto accolgo con favore la decisione adottata dalla Conferenza dei presidenti il 9 giugno di invitare i parlamenti di Bulgaria e Romania a designare gli osservatori il cui mandato prenderà effetto a partire dal 26 settembre 2005 e rimarrà valido fino a che tali paesi aderiranno ufficialmente all’Unione europea.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. (EN) I democratici europei e molti altri esponenti del gruppo PPE-DE sostengono appieno la risoluzione comune e si sono attivati per respingere alcune proposte inopportune che in effetti sono poi state ritirate. Ci rincresce che la questione sia stata inutilmente portata all’attenzione dell’Assemblea in questa fase.

Rinnoviamo il nostro impegno affinché l’Unione europea possa accogliere al più presto la Bulgaria e la Romania e vediamo con favore l’insediamento degli osservatori parlamentari di questi due paesi a settembre. Tutto avverrà senza indugi dopo la firma del Trattato di adesione, come è già successo in passato.

Riconosciamo unanimemente che rimane ancora molto da fare affinché la Bulgaria e la Romania possano essere pronte all’adesione per tempo. Nella fase attuale, tuttavia, appare estremamente inopportuno parlare già di ritardi e agitare prematuramente il fantasma delle clausole di salvaguardia. Al riguardo reiteriamo la necessità di garantire che ogni paese sia trattato a seconda dei meriti conseguiti.

Le elezioni che si sono svolte in Bulgaria il 25 giugno hanno avuto un esito poco chiaro. E’ pertanto importante che si formi al più presto un governo di coalizione stabile e con un’ampia base, dotato di forti elementi di continuità, per attuare il necessario programma di modernizzazione e di riforme con urgenza ed efficacia.

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 13.00, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS ROCA
Vicepresidente

 

23. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

24. Dichiarazioni scritte (articolo 116): vedasi processo verbale

25. Tessile e abbigliamento (dopo il 2005) (proseguimento)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la continuazione della discussione sulla relazione, presentata dall’onorevole Saïfi a nome della commissione per il commercio internazionale, sull’avvenire del settore tessile e dell’abbigliamento dopo il 2005 [2004/2265(INI)] (A6-0193/2005).

 
  
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  Hélène Flautre (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, mi permetta innanzi tutto, dal momento che riprendiamo questa discussione in un momento molto penoso, di esprimere le mie condoglianze alle famiglie delle vittime degli attentati che hanno colpito Londra, di cui apprendiamo le terribili conseguenze minuto dopo minuto.

Per tornare alla nostra discussione, di cui questa mattina si è ricordata la grande importanza, con l’intervento dell’onorevole Caroline Lucas, il mio gruppo ha sottolineato fino a che punto sostiene la serie di misure transitorie che sono state proposte. Detto questo, oggi, vorrei sottolineare alcuni punti che mi paiono essenziali. Il primo riguarda due paragrafi della relazione che cercano di minimizzare la portata della direttiva REACH e che consideriamo assolutamente inaccettabili. Questi due paragrafi, infatti, suggeriscono molto chiaramente di limitare l’ambito di applicazione della direttiva per evitare che abbia presunte conseguenze nefaste per l’industria tessile e per la sua competitività. Vorrei ricordare che la proposta di direttiva REACH, attualmente in discussione in Parlamento, propone di registrare, valutare e controllare l’utilizzo di sostanze chimiche che potrebbero rivelarsi nocive per la nostra salute e il nostro ambiente.

Questi riferimenti sono quindi del tutto inaccettabili, perché non riteniamo si possa migliorare la competitività della nostra industria a spese della salute, dell’ambiente e delle condizioni di lavoro dei dipendenti. Ciò risulta ancora meno accettabile, dato che, per esempio nella mia regione, il Nord Pas-de-Calais, una zona duramente colpita dalle ristrutturazioni, purtroppo conosciamo benissimo questo tipo di discorsi, che predicano la moderazione nelle rivendicazioni ambientali per salvaguardare, così dicono, i posti di lavoro. Questo approccio porta sistematicamente a un disastro sociale e ambientale. Mi riferisco, naturalmente, alle moltissime vittime dell’amianto e anche alla questione della Metaleurop, che è stata oggetto di un’importante discussione in questa Assemblea e che ha fatto perdere agli abitanti della regione il lavoro, la salute e anche il terreno, reso inutilizzabile per anni.

Questo attacco alla direttiva REACH è quindi assolutamente fuori luogo, tanto più che si dà per scontato che i suoi effetti sull’industria tessile e chimica in generale favoriranno e daranno impulso alla capacità di innovazione. La nostra discussione dovrebbe concentrarsi maggiormente sul vantaggio competitivo derivante dai bassi costi di produzione dei prodotti tessili cinesi. In effetti, dovremmo essere consapevoli che tali bassi costi di produzione sono il risultato dello sfruttamento degli operai cinesi e della repressione violenta delle loro rivendicazioni.

Consentitemi di fare riferimento ad una relazione di Amnesty International relativamente recente, in quanto risale al 2002, dove si afferma molto chiaramente che nelle aziende private, in Cina, le ore straordinarie non soltanto sono obbligatorie, ma non vengono nemmeno remunerate. La relazione riferisce inoltre che certe fabbriche comminano multe a chi si rifiuta di prestare servizio oltre l’orario prestabilito o a chi si presenta in ritardo al lavoro. Gli operai cinesi lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno e le loro spese per il vitto e l’alloggio sono talvolta detratte direttamente dal salario. Non è raro che le imprese si rifiutino di versare i salari, anche per due mesi, o che trattengano la carta d’identità di alcuni operai per diversi mesi. In breve, una grave repressione sindacale.

Poiché abbiamo con la Cina un dialogo strutturato sui diritti umani – anche la scorsa settimana si sono svolti dei colloqui – dovremmo, a mio parere, porre l’accento sulle libertà sindacali. I numerosi sindacalisti oggi incarcerati nelle prigioni cinesi dovrebbero godere di misure di protezione, delle misure previste dagli orientamenti dell’Unione europea sui difensori dei diritti umani. Questo è un elemento assolutamente centrale della discussione che credo sia passato ingiustamente sotto silenzio.

 
  
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  Jacky Henin (GUE/NGL).(FR) Signor Presidente, dal 1° gennaio, centinaia di lavoratori tessili si sono ritrovati in mezzo a una strada, decine di imprese ed industrie di piccole e medie dimensioni sono scomparse, assieme al loro know-how. Non è facile dirlo, ma non bisognerebbe contare i pantaloni e le magliette importati dalla Cina, ma i posti di lavoro distrutti e le vite spezzate.

Quando sentiamo la Commissione e il Consiglio dei ministri dire “non sappiamo, non sapevamo, non potevamo sapere, è colpa della Cina”, non posso che esclamare: ma chi vogliono prendere in giro? La decisione di abolire le quote è stata presa dieci anni fa, con il consenso di tutti i governi. La Cina fa parte dell’OMC da quattro anni circa. Negli ultimi due anni, nove macchine tessili su dieci sono state acquistate dalla Cina. Fabbriche ultramoderne sono state costruite in quel paese grazie a investimenti di capitale diretti o indiretti, anche da parte dell’Europa. I governi e le Istituzioni europee erano ben al corrente di tutto questo e hanno fatto pochissimo oppure nulla. Essi sono pertanto completamente e congiuntamente responsabili.

Non sarà il pietoso accordo che il Commissario Mandelson ha raggiunto con le autorità di Pechino a cambiare qualcosa. L’ineffabile Commissario Mandelson è come il medico di Molière: attende la morte del paziente per accertarne la malattia. Ma si possono conciliare gli interessi generali europei con gli interessi particolari della City: investire in Cina, in Turchia o altrove?

Oggi, è il momento del settore tessile, ma domani sarà quello del settore automobilistico o forse di quello aeronautico, perché la Cina già produce alcuni portelli dell’Airbus e costruisce aerei regionali che fanno concorrenza ai prodotti europei, canadesi o brasiliani. E voi vi siete stupiti del rifiuto istintivo della vostra costituzione ultraliberale da parte della maggioranza dei pochi popoli europei che hanno avuto la possibilità di votare! Questo immenso rifiuto è la punizione popolare per la vostra politica, compresa quella sul tessile. I cittadini non vogliono che questa politica diventi la legge su cui si costituirà l’Unione.

Per salvare e sviluppare la nostra industria tessile è tempo di cambiare politica. Dopo l’introduzione di una moratoria sulla revoca delle quote, la Commissione è tenuta a dare impulso e a sostenere gli sforzi di ricerca, sviluppo e formazione di questo settore. La Banca centrale europea dovrebbe incoraggiare l’introduzione di crediti a tasso agevolato per le imprese ed industrie del settore di piccole e medie dimensioni, promovendo l’occupazione, la ricerca e la formazione. L’Unione dovrebbe adottare misure volte a vietare l’importazione di merci prodotte sfruttando il lavoro minorile, la schiavitù oppure operai privati delle libertà sindacali, e imporre una tassa sul dumping sociale. Infine, occorre fornire aiuti ai paesi emergenti per lo sviluppo dei loro mercati interni.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, dopo essermi congratulato con la relatrice, l’onorevole Saïfi, desidererei evidenziare, a beneficio della Commissione, alcuni punti di dialogo, accordo e/o disaccordo relativi a un settore strategicamente importante come quello tessile e dell’abbigliamento europeo.

Sono a favore dell’apertura dei mercati e contrario al neoprotezionismo, ma favorevole al principio di reciprocità. Sostengo l’abolizione delle quote, ma con il vincolo di obblighi reciproci sulle barriere doganali e tecniche.

Sono favorevole alla concorrenza internazionale, ma contrario a tutte le forme di distorsione della stessa, a favore dello scambio libero, ma equilibrato, eppure contro le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale e industriale, contro le imitazioni e la pirateria e contro le pratiche aggressive di dumping economico, sociale ed ecologico.

Sono favorevole alle soluzioni concordate con la Cina e ai memorandum d’intesa ma, al contempo, contrario all’approccio frammentario adottato nei confronti delle aggressive esportazioni cinesi verso l’Europa. Sono contro un mercato cinese che è ancora, in larga misura, chiuso e non trasparente, contro il mantenimento di elevate barriere all’importazione, l’applicazione di pratiche sleali e la mancanza di un’adeguata cooperazione su indagini fondamentali relative alle pratiche di dumping.

Sono a favore dell’immediata attuazione della zona di scambio euromediterranea fondata sul principio di reciprocità, di un adeguato finanziamento comunitario volto a potenziare la ricerca e l’innovazione, in particolare nelle aree più svantaggiate dell’Unione europea.

I pro e i contro, e non li ho elencati tutti, sono i parametri attuali di una vera e propria sfida nelle relazioni tra Unione europea e Cina, di una sfida per il sistema del commercio mondiale in generale.

Concludendo, vorrei esprimere le mie condoglianze alle famiglie delle vittime di Londra e comunicare alla Presidenza britannica la mia riprovazione per l’accaduto.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE). (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, i disastrosi effetti dell’ultima tornata di liberalizzazioni nel settore tessile del 1° gennaio 2005 hanno reso necessario agire con urgenza, e sono lieto che la Commissione lo abbia fatto. Benché meriti grandi elogi per la rapidità con cui ha avviato trattative e ha adottato provvedimenti per affrontare la situazione, tali provvedimenti avrebbero potuto essere di portata più vasta e avrebbero potuto essere adottati prima.

Vorrei sottolineare l’importante ruolo svolto da questa Assemblea a tale proposito. E’ stato proprio grazie alla nostra azione che la Commissione si è vista costretta, più di quanto non fosse, ad adottare tali misure. Se lasciata a se stessa, forse lo avrebbe fatto in misura più limitata. E’ tuttavia a sfide come queste che la politica europea deve rispondere.

In Europa abbiamo il grande vantaggio, e ne sono lieto, di avere i consumatori più maturi al mondo, pertanto essi dovrebbero avere l’opportunità di decidere in modo molto più consapevole e semplice cosa e come acquistare. Dovremmo inoltre valutare la possibilità di introdurre un marchio made in Europe legato a criteri molto severi, da apporre soltanto sui prodotti che li rispettano. Tra tali criteri, anzitutto, dovrebbe esserci il rispetto delle norme internazionali sul lavoro, l’osservanza di regole sociali e ambientali e il divieto di sfruttamento del lavoro minorile.

Se riusciremo in un simile intento, riusciremo a trovare un altro modo per reagire a questi sviluppi e per rendere il mondo più socialmente responsabile e pulito.

 
  
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  Patrizia Toia (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che questa discussione, che purtroppo vede un’Aula abbastanza deserta, sia importante perché riguarda uno dei settori più significativi per l’industria europea e dunque per l’economia e per i cittadini dell’Europa.

Si tratta di un settore che sta vivendo ormai da anni una grave crisi, che oggi è stata accelerata dall’introduzione di nuovi accordi commerciali e dalla caduta di molte barriere doganali, ma che già da tempo soffriva di grandi difficoltà.

E’ un settore importante per volume d’affari, numero di occupati, distribuzione nei diversi paesi europei e concentrazione, in modo particolare in alcune regioni. Di conseguenza, una crisi in questo settore comporta, in alcune realtà locali, tout court una crisi del sistema economico e produttivo.

Come abbiamo già affermato in altre occasioni, anche noi abbiamo ritenuto un po’ tardivo l’intervento della Commissione, la quale era stata già da tempo sollecitata, con i dati alla mano, su quello che stava accadendo nelle importazioni e nel loro volume.

Tuttavia, nonostante questa critica, prendiamo atto con soddisfazione dell’azione del Commissario Mandelson, che invitiamo a vigilare, non solo sull’accordo che è stato fatto e sulla sua applicazione, ma anche su quanto sta accadendo per altre categorie di prodotti. Infatti, la questione non è definitivamente risolta e quanto è stato fatto per alcune categorie di prodotti, tamponando in qualche modo la situazione, potrebbe rendersi necessario nei prossimi mesi per altre categorie di prodotti.

Per ora non dobbiamo sprecare il tempo guadagnato e dobbiamo utilizzare i suggerimenti provenienti dal gruppo di alto livello, dalla cooperazione con gli imprenditori e con le forze sociali e dal dialogo in corso. E’ necessario intraprendere azioni che favoriscano la ristrutturazione e la riorganizzazione di questo settore, in modo tale da vincere una crisi profondamente strutturale. Mi riferisco in particolare all’occupazione, alla formazione professionale, all’aiuto del credito e a tutte quelle innovazioni che possono aiutare un settore così importante per l’Europa a rimanere tale.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, sull’avvenire del settore tessile e dell’abbigliamento gravano pesanti ombre da quando l’Europa e gli Stati nazionali sono soggiogati alla dittatura dell’Organizzazione mondiale per il commercio, asserviti al libero mercato e al dominio della finanza sull’economia e sulla politica, e quindi consenzienti alla globalizzazione, che è stata spesso esaltata anche in questa sede. Di conseguenza, essi hanno rinunciato alla difesa dell’industria, delle produzioni e del lavoro nazionale.

Attualmente è quasi annullata la prospettiva di esportazione di molti beni e servizi europei, a causa dell’impossibilità di reggere la concorrenza operata dalle cosiddette “Tigri dell’Asia” nei confronti dei mercati dei paesi in via di sviluppo. A questo si aggiunge il fatto che sui mercati interni subiamo una concorrenza inarrivabile, sia a causa delle importazioni di prodotti dai paesi menzionati, sia per il diabolico meccanismo che consente ai produttori europei, i quali magari hanno anche beneficiato di finanziamenti pubblici per la loro attività, di delocalizzare la produzione e di importare e commercializzare i prodotti nei paesi d’origine dei marchi.

Alla luce delle terribili previsioni delle associazioni di settore e considerando che nell’assenza di sovranità nazionale, imposta da questa Europa burocratica, non si possono prendere misure d’iniziativa a livello dei singoli Stati membri, è necessario che la Commissione attivi politiche e direttive di sostegno alle imprese europee e ai lavoratori del settore, ostacoli la commercializzazione nei paesi dell’Unione europea dei prodotti delle Tigri dell’Asia, che invadono i nostri mercati. Tra l’altro si tratta di prodotti che sono realizzati senza alcuna garanzia per il consumatore per quanto riguarda i processi di produzione e i materiali utilizzati, che hanno spesso un altissimo impatto ambientale e che per di più non rispettano le garanzie sociali e la dignità del lavoratore, in pieno contrasto con quanto previsto dall’Organizzazione mondiale del lavoro.

 
  
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  Jean Louis Cottigny (PSE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, quello che sta accadendo oggi nel settore tessile per quanto concerne gli scambi tra Cina ed Europa prelude, a nostro parere, a ciò che accadrà in molti settori nel giro di qualche anno. Non siamo che alla prima tappa. E’ per questo che le risposte che daremo oggi su questa tematica serviranno in futuro per altri comparti della nostra industria. Non possiamo accettare la deregulation del commercio internazionale senza preoccuparci delle conseguenze umane, economiche ed ambientali ad essa legate. Ne è un esempio il settore tessile, dove la fine delle quote è stata temuta e in cui si è assistito a numerosissime ristrutturazioni aziendali, se non addirittura a chiusure definitive nelle regioni in cui questa industria ha ancora grande rilievo. Assistiamo a questi drammi umani con una sorta di impotenza.

L’introduzione delle clausole di salvaguardia, la lotta alla contraffazione e gli aiuti alla ricerca e alla raccolta di informazioni sono buone piste da seguire, ma non possiamo fermarci qui. Nei paragrafi 18 e 24 della propria relazione, l’onorevole Saïfi insiste a ragione sulla necessità di combattere contro qualsiasi forma di schiavitù moderna e di lavoro forzato, oltre che ogni forma di sfruttamento minorile. Infatti, la nostra moderna economia basata, tra l’altro, sul rispetto della dignità umana non potrà mai competere, contro tali abusi. Tuttavia, le risposte dell’onorevole Saïfi a questi flagelli sono insufficienti: bisogna essere in grado di affrontare i punti dolenti.

E’ per questo che, assieme a 50 nostri colleghi in rappresentanza di quattro gruppi politici, abbiamo presentato un emendamento che chiede alla Commissione di valutare la creazione di un’imposta etica su prodotti comprovatamente fabbricati in violazione di tutte le regole della dignità umana, in particolare tramite lo sfruttamento minorile. E’ fondamentale che un’Istituzione come la nostra sia al servizio di più generazioni e che serva ad alimentare la speranza.

 
  
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  Anne Laperrouze (ALDE). (FR) Signor Presidente, sono sinceramente soddisfatta dell’esito dei negoziati della Commissione europea con le autorità cinesi. In tal modo le imprese colpite dal massiccio aumento delle importazioni potranno godere di una tregua in questa situazione di estrema crisi per il settore tessile e dell’abbigliamento. Ora è necessario monitorare l’applicazione delle clausole di salvaguardia e valutare gli effetti di queste misure.

Vorrei porre tre domande al signor Commissario. Come intende rispondere a questa risoluzione del Parlamento europeo sul futuro del settore tessile e dell’abbigliamento? Come intende applicare le raccomandazioni del gruppo di alto livello, accolte molto positivamente dal Parlamento? Quali azioni conta di adottare per permettere alle imprese di avere accesso al mercato? Per esempio, l’Unione europea potrebbe promuovere strategie commerciali comuni a quelle PMI europee che potrebbero voler formare consorzi con l’intento di conquistare nuovi mercati come quello cinese?

Altri colleghi lo hanno già detto, ma l’attuale crisi del settore tessile era prevedibile, così come lo sono crisi in altri settori industriali nel contesto di un’economia globalizzata. Dobbiamo tutti lavorare con ingegno e tenacia per salvaguardare l’industria tessile, dell’abbigliamento e del cuoio, perché gli insegnamenti che trarremo da questa crisi ci aiuteranno, nel lungo periodo, a conservare e a sviluppare altri settori dell’economia europea.

 
  
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  Antonio Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione sull’avvenire del tessile e dell’abbigliamento dopo il 2005 presenta senz’altro un quadro completo delle nuove realtà economiche e commerciali a livello globale. Il tessile e l’abbigliamento costituiscono un settore chiave per l’Unione europea e pertanto mi associo alla protesta dell’onorevole Saïfi per l’assenza dei Commissari competenti in quest’Aula.

Il settore, che è composto per lo più da piccole e medie imprese, si trova oggi in grande difficoltà a causa dei prodotti cinesi, fabbricati e venduti a bassissimo costo, che hanno invaso il nostro mercato. Le importazioni dalla Cina sono aumentate in maniera preoccupante, soprattutto dopo la soppressione definitiva dei contingenti di importazione nel gennaio 2005. Di conseguenza, il settore tessile e dell’abbigliamento dell’Unione europea si trova sotto una pressione senza precedenti. Sempre più spesso le nostre fabbriche chiudono e migliaia di lavoratori si ritrovano senza lavoro. In Italia sono stati persi 24 000 posti di lavoro nel 2004 e oltre 66 000 nell’ultimo triennio.

Bisogna sottolineare che questo problema affligge anche tutti quei paesi in via di sviluppo che esportavano i loro prodotti in Europa e che ora non sono più in grado di resistere alla concorrenza cinese. Di conseguenza, le fabbriche non chiudono solo in Europa, ma anche nello Sri Lanka, in Pakistan, in Marocco e nell’intera area del Mediterraneo.

Che cosa possiamo fare? La comparsa sullo scenario commerciale mondiale dei nuovi aggressivi global players, in particolare la Cina e l’India, rende necessario rivedere gli obiettivi tradizionali della politica commerciale comunitaria, improntati alla massima apertura dei mercati per favorire la proiezione internazionale dell’industria europea. Lo scenario attuale e le sue prevedibili evoluzioni impongono invece un approccio più prudente, mirato alla tutela dell’industria europea nei confronti della concorrenza squilibrata e distruttiva.

E’ urgente mettere in atto le seguenti azioni: approvare senza ritardi – come ci ha detto in quest’Aula stamattina il Commissario Michel – la proposta di regolamento per la marcatura di origine obbligatoria dei prodotti importati nell’Unione europea; definire politiche industriali mirate a sostegno dei settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale, anche attraverso l’uso dei Fondi strutturali; potenziare gli strumenti di difesa commerciale a disposizione delle imprese europee, tra cui le misure antidumping – come è stato fatto per le scarpe di cuoio – e antisovvenzione nonché le clausole di salvaguardia; fare della lotta alla contraffazione una priorità europea, sostenendo le iniziative del Commissario Frattini; orientare le scelte della Commissione verso gli accordi bilaterali. Se Hong Kong dovesse fallire come Cancún, non vi sarà tempo per rilanciare i negoziati multilaterali.

In conclusione, invito a rivedere la posizione sulla nuova politica relativa alle sostanze chimiche – la direttiva REACH – soprattutto per garantire la competitività delle piccole e medie imprese.

 
  
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  Anna Záborská (PPE-DE). (FR) Signor Presidente, signor Commissario, desidero esprimere anzitutto un sentito ringraziamento alla collega, onorevole Saïfi, per la sua eccellente iniziativa e la relazione presentata.

Tengo a sottolineare l’importanza di questa tematica. Un mercato europeo comune necessita di regole comuni e le stesse regole di concorrenza devono essere applicate a tutti gli attori del mercato tessile europeo. Rispetto per la concorrenza vuol dire anche questo. La Cina rappresenta l’ideologia delle aziende di Stato. Nessuno potrà mai accettare che siano accordati vantaggi alle imprese cinesi. I nostri governi non hanno il diritto di accordare vantaggi alle imprese nazionali. La Commissione si pronuncerebbe subito per un divieto, ma sarebbe un errore per le nostre industrie nazionali non reagire di fronte al fenomeno cinese. Pertanto sono favorevole all’applicazione del principio di reciprocità del commercio, perché tutti ne potrebbero trarre beneficio. E’ di conseguenza importantissimo assicurarsi che le raccomandazioni del gruppo di alto livello siano adeguatamente applicate e vigilare sulla corretta attuazione degli accordi di Shanghai.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, il recente accordo UE-Cina segna uno sviluppo positivo e dobbiamo riconoscere l’importante contributo fornito dal Commissario Mandelson per giungere all’esito finale. Questo accordo concede all’industria tessile europea un momento di tregua ma, soprattutto, permette di adottare ora decisioni strategiche cruciali relativamente alla riorganizzazione e alla modernizzazione del settore tessile europeo.

Oggi, gli sviluppi internazionali della concorrenza costringono le società a progredire ad un ritmo vertiginoso negli ambiti della modernizzazione tecnologica, dell’innovazione, della ricerca, della tecnologia e dell’apprendimento permanente. E’ per tale ragione che l’Unione europea deve sviluppare le politiche e i Fondi strutturali per l’industria tessile, portare avanti il settimo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo, creare uno specifico programma comunitario per lo sviluppo del settore tessile e dell’abbigliamento, sviluppare dinamicamente le possibilità istituzionali offerte dall’OMC per abbattere il dumping sociale e ambientale della Cina e per lottare contro il lavoro minorile adottando, ove necessario, specifiche misure commerciali difensive, salvaguardando e difendendo l’accesso libero e paritario ai mercati dei paesi terzi e la pura concorrenza dei prodotti europei, difendendo i diritti dei consumatori, lottando contro la pirateria e le imitazioni e proteggendo i diritti di proprietà intellettuale, avviando iniziative volte a raggiungere un nuovo accordo di cooperazione integrata con la Cina che sostituisca l’accordo di cooperazione del 1985, che ormai è fondamentalmente superato dagli sviluppi internazionali.

Vorrei approfittare della presenza del Commissario Michel in questa sede per concludere dicendo che la Commissione dovrà anche intensificare le sue indagini sulle importazioni senza controllo di scarpe cinesi, le quali hanno creato gravi problemi in alcuni paesi europei, come la Grecia.

 
  
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  Louis Michel , Membro della Commissione.(FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei innanzi tutto esprimere, a nome mio personale e della Commissione, le nostre più sincere condoglianze alle vittime e alle famiglie delle vittime degli atroci e barbari atti commessi a Londra. Vorrei anche esprimere la mia completa solidarietà alle autorità britanniche.

Onorevoli deputati, noto che dietro a qualche critica inevitabile, eppure certamente necessaria, il tono generale degli interventi è piuttosto positivo nei confronti dell’approccio della Commissione. Questo sentimento è già emerso nella proposta di risoluzione, anche se alcuni ritengono che si possa fare di più, per esempio, in materia di norme sociali, di protezione nei confronti della Cina o di ristrutturazione industriale.

Cionondimeno desidererei ritornare su alcune delle preoccupazioni espresse. L’accordo con la Cina preoccupa, tra gli altri, gli onorevoli Silva Peneda, Guerreiro, Caspary, Allister e Martens. L’onorevole Martens, in particolare, ha trovato le parole giuste per esprimere tale preoccupazione: come la maggior parte di coloro che sono attenti a queste questioni, ritiene che l’accordo con i cinesi concederà all’industria europea un po’ di respiro fino al 2008 e che pertanto sia di per sé positivo. Tengo quindi a precisare che questo accordo deve essere applicato rigorosamente e che le quantità importate sono rigorosamente contabilizzate nel quadro di vere e proprie quote di autolimitazione.

A proposito delle clausole di salvaguardia previste dall’atto di adesione della Cina all’OMC, occorre precisare che l’Unione europea non vi ha formalmente rinunciato, ma è evidente che l’accordo con la Cina è globale ed è appositamente studiato per evitare una gestione conflittuale del settore che potrebbe derivare dalle misure brutali create da tali clausole. Queste clausole verrebbero quindi applicate solo nei casi in cui sia realmente giustificato. Nella fattispecie non mi sembra giustificato, proprio perché l’accordo con la Cina copre i prodotti più sensibili, cioè quasi la metà del settore tessile cinese liberalizzato nel gennaio del 2005. L’onorevole Allister che, ho notato, è generalmente ben disposto verso questo accordo, comprenderà che la gestione del commercio cinese così attuata ovvia alla necessità delle misure antidumping da lui raccomandate.

Infine, vorrei rassicurare l’onorevole Caspary: l’accordo con la Cina permetterà di stabilizzare i volumi, con un ragionevole tasso di aumento annuale compreso tra l’8 e il 12 per cento. Esso tutela quindi i produttori europei ma stabilizza anche le scorte degli importatori fino al 2008. Nel quadro dei negoziati in corso con i cinesi sono previste clausole di flessibilità per mitigare le misure di limitazione a vantaggio degli importatori.

Consentitemi di dire qualche parola sul rispetto delle norme sociali da parte dei paesi in via di sviluppo. In risposta all’onorevole Silva Peneda dirò che, benché l’Unione europea e la Commissione promuovano attivamente tali norme, i paesi in via di sviluppo ci criticano a questo riguardo, poiché interpretano le nostre richieste come una sorta di protezionismo mascherato. Le cose quindi non sono sempre così semplici come appaiono. I paesi in via di sviluppo costituiscono la grande maggioranza dei membri dell’OIL e rifiutano il legame tra il commercio e le norme sociali. Cionondimeno, la Commissione non getta la spugna e propone di introdurre sistematicamente in ogni negoziato di accordo preferenziale di libero scambio, una clausola di revoca delle preferenze in caso di mancato rispetto di tali norme. La Commissione inoltre sta agendo attivamente: lo scorso 27 giugno, per citare un caso, il Consiglio ha seguito l’esempio della Commissione, che ha proposto nuove concessioni commerciali allo Sri Lanka, perché quel paese aveva appena ratificato le otto convenzioni fondamentali dell’OIL. La strategia è abbastanza chiara: vietare il lavoro minorile in cambio della soppressione dei dazi doganali sulle esportazioni verso l’Unione europea. Si tratta di creare un legame tra i negoziati commerciali multilaterali e le norme sociali. Non possiamo sapere cosa si deciderà a Hong Kong in dicembre, ma è possibile contare fin d’ora sul fatto che la Commissione sosterrà con forza questo legame. Se il mio collega responsabile del commercio, il Commissario Mandelson, avesse potuto essere presente qui stamattina, avrebbe certamente illustrato come, lo scorso 26 maggio a Torino, è intervenuto in questo senso nel quadro di una riunione organizzata congiuntamente con l’OIL. In questo ambito, così come in altri, sono possibili numerosi provvedimenti concreti, per esempio, si sta seriamente valutando una struttura di partenariato e di dialogo sociale con la Cina in campo tessile.

Tornerei ora alle priorità in materia di politica commerciale dell’Unione europea rispondendo, tra gli altri, all’onorevole Belder. La proposta di risoluzione prevede, implicitamente, di dare priorità all’area euromediterranea, in particolare rispetto all’Asia. La Commissione condivide ampiamente questo punto di vista. Sviluppare il commercio tra le due sponde del Mediterraneo dovrebbe contribuire a sviluppare questa regione e a risolvere, in parte, i gravi problemi comuni al nord e al sud di questa regione (quali, ad esempio, l’immigrazione) che vanno ben al di là del settore tessile.

Esistono altre priorità: l’Africa, in merito alla quale rinvio al G8 riunitosi oggi in Scozia, i paesi meno sviluppati e i paesi poveri dell’Asia. Pertanto, la Commissione è d’accordo con l’onorevole Saïfi circa la necessità di mantenere un certo numero di vantaggi relativi a favore di coloro che l’Unione europea intende privilegiare. E’ per questo motivo che, per esempio, sostiene con convinzione il cumulo dell’origine pan-euromediterranea, che dovrebbe essere adottato dal Consiglio quest’autunno. Vorrei inoltre approfittare di questa opportunità per invitare il Parlamento a unirsi agli sforzi della Commissione esercitando pressioni sul Consiglio al fine di accelerare l’adozione dei protocolli in questione.

Infine, sulla questione delle preferenze commerciali, va notato che l’Unione europea ha revocato la maggior parte delle sue preferenze commerciali alla Cina a partire da quest’anno. Ciò si inserisce perfettamente nello spirito della proposta di risoluzione.

L’onorevole Zingaretti, in particolare, ha parlato delle misure di protezione commerciale. Se paesi terzi sovvenzionano le loro esportazioni, esistono delle risposte: l’Unione europea ne ha un intero arsenale a disposizione. Ci sono dazi antidumping o misure antisovvenzioni. Per esempio, una settimana fa la Commissione ha aperto un’inchiesta antidumping relativa ad alcuni tipi di scarpe cinesi e indiane. La questione è stata affrontata; in quest’Aula non ci limitiamo ai pii desideri. Tali misure vengono prese molto sul serio da parte di questi due paesi, ve lo posso garantire.

In materia di contraffazione, la preoccupazione espressa dall’onorevole Muscardini, che la Commissione condivide, l’Unione europea ha fatto passi avanti. Dal luglio 2004 è in vigore un nuovo dispositivo che consente alle imprese di domandare alle autorità doganali la confisca di merci probabilmente contraffatte. Si tratta di una procedura comunitaria unificata, gratuita e semplice, pensata in parte per le piccole imprese tessili che rappresentano, come un deputato ha giustamente ricordato, il 90 per cento del settore. Tuttavia, la maggiore efficienza non esige soprattutto che si faccia di più per integrare le dogane europee? Un codice doganale comunitario esiste dal 1992, ma è applicato solo da 25 Stati, talvolta con problemi di coordinamento e tale situazione viene spesso abilmente sfruttata dai truffatori. Molto, dunque, resta ancora da fare in questo ambito.

In materia di proprietà intellettuale, argomento particolarmente delicato per il settore tessile, questi ultimi anni sono stati caratterizzati da una vera e propria esplosione di statistiche.

Vorrei ricordare che l’ingresso della Cina nell’OMC impone degli obblighi a quel paese e fornisce anche all’Unione europea la possibilità di ricorrere ad azioni più vigorose se la Cina non dovesse rispettare gli obblighi derivanti dalla sua adesione. Desidero quindi dire ai rappresentanti della sinistra europea, i quali non vogliono che l’Unione europea finanzi le delocalizzazioni, che siamo perfettamente d’accordo. Bisogna semplicemente ricordare che non esiste alcuna clausola in tal senso in nessun accordo commerciale preferenziale. Non ritengo corretto suggerire cose non rispondenti al vero o permettere che queste vengano dette.

Anche gli onorevoli Rull e Karim sono intervenuti sulla ristrutturazione industriale del settore tessile. Penso che l’onorevole Karim abbia ragione: l’industria europea attende con urgenza un miracolo da parte della Commissione fin dall’inizio del 2005, ovvero dalla liberalizzazione del settore tessile cinese. E’ già stato detto, ma vorrei sottolinearlo ancora: la liberalizzazione fu decisa dieci anni fa, nel 1994. Alcuni Stati membri hanno avuto la possibilità di prepararsi, la crisi del tessile non riguarda quindi tutta l’Europa, ma soltanto gli Stati membri che sono impreparati.

Occorre anche ricordare che le misure di ristrutturazione industriale sono in gran parte di competenza degli Stati membri. Nella sua sfera di competenza, la Commissione ha proposto di riservare una parte dei Fondi strutturali per i settori in riconversione industriale a seguito di situazioni di crisi, proprio come il settore tessile, argomento ora in discussione presso il Consiglio.

Nel dicembre 2004, la Commissione, e più specificatamente il Commissario Potočnik, e l’Euratex (associazione europea del tessile e dell’abbigliamento) hanno annunciato un’iniziativa conosciuta sotto il nome di “piattaforma tecnologica europea del tessile” fra i cui obiettivi vi è l’incoraggiamento dell’innovazione tecnologica volta a promuovere prodotti più sofisticati per far fronte alla concorrenza cinese. E’ vero che le vere vittime della liberalizzazione del settore tessile sono, come ha ben osservato l’onorevole Lucas, i paesi più poveri, ovvero i paesi meno sviluppati. E questo proprio perché i loro prodotti sono a basso contenuto tecnologico, come le magliette di cotone. L’Europa ha i mezzi per rendere più sofisticata la propria produzione e specializzarsi nei settori tessili. Penso a tessuti ad altissimo contenuto tecnologico, dove la concorrenza cinese è più limitata. La protezione è, certamente, necessaria come misura temporanea, ma l’innovazione è sicuramente la vera soluzione.

Mi dispiace che questa risoluzione non sia adottata già da oggi perché, a nome della Commissione, condivido ampiamente l’approccio che essa propone. Ancora alcuni commenti: gli onorevoli Leichtfried e Toia dicono che si tratta di provvedimenti positivi, ma che la Commissione avrebbe potuto reagire in tempi più rapidi. La Commissione ha risposto cinque mesi dopo, previa verifica dei danni effettivi. Con i cinesi, non si devono imporre quote alla leggera.

Onorevole Romagnoli, vorrei ripetere quanto ho appena detto: la sfido a indicare il meccanismo preciso tramite il quale la Commissione incoraggerebbe le delocalizzazioni. Ciò non corrisponde al vero.

L’onorevole Laperrouze vede con favore l’accordo e penso abbia ragione. Riguardo al gruppo di alto livello, il 14 giugno scorso la Commissione ha presentato un piano per l’individuazione delle restrizioni commerciali. Tale piano è stato presentato dai Commissari Mandelson e Verheugen, tra l’altro in presenza dell’onorevole Saïfi.

Per quanto riguarda l’intervento dell’onorevole Tajani, che parla di marchi di origine, la Commissione sta preparando una proposta di regolamento per rendere obbligatori tali marchi per l’importazione, ma, come dovreste sapere, gli Stati membri sono divisi su questa questione, il che, ovviamente, frena i progressi in materia.

Per quanto riguarda la reciprocità menzionata dall’onorevole Lienemann, sono d’accordo con lei, ma occorre discuterne in seno all’OMC.

Lasciatemi concludere richiamando l’attenzione su due piccole considerazioni perfettamente in tema. Un Airbus equivale a venti milioni di camicie cinesi. E’ bene riflettere su questo e ricordare che il commercio non è una questione unilaterale. Il commercio funziona in tutte le direzioni e talvolta, concentrandosi su un solo prodotto, si corre il rischio di perdere terreno su un altro. Questo è un concetto che è bene ripetere.

Vorrei ugualmente proporre una riflessione sulla carica molto ideologica che ho avvertito nei confronti dell’Europa liberale, che viene così denigrata. Desidero far notare che è l’Europa liberale che ha permesso la pace e che ha fatto sì che la ricchezza creata sia indubbiamente meglio distribuita e meglio condivisa qui in Europa che altrove. L’Europa collettivista o marxista, di cui alcuni sono chiaramente nostalgici, non può certo vantare, mi sembra, lo stesso bilancio della cosiddetta Europa liberale.

Quanto alla libertà sindacale, l’altro argomento che è stato affrontato contestualmente, essa è garantita in tutti gli Stati liberali, mentre non l’ho ancora vista realmente garantita in quelli totalitari, anche di sinistra. Lo dico semplicemente perché sono liberale e perché, ogni tanto, è bene ricordarlo.

 
  
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  Presidente . – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà a settembre.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Bogdan Golik (PSE).  – (PL) Considerata l’attuale elevata penetrazione della Cina nel mercato UE, questa relazione non fa abbastanza e giunge troppo tardi. Il futuro di 170 000 società, di 2 milioni e mezzo di lavoratori europei e di un mercato da 185 miliardi di euro è a rischio. Per trovare un buon esempio di come non prendere decisioni in materia basta guardare agli USA. Due anni dopo la revoca delle quote nel 2002, la Cina aveva conquistato una quota di mercato nel paese pari al 65 per cento. Il problema cinese non consiste soltanto in importazioni di abbigliamento a basso prezzo, ma anche in pratiche sleali come sussidi di Stato, agevolazioni fiscali, distribuzione della terra e sussidi in termini di energia e trasporti. Se vogliamo fermare la Cina e conservare i posti di lavoro in Europa, dobbiamo convocare una sessione straordinaria dell’OMC per discutere come impedire che il commercio mondiale venga dominato da un solo fornitore. Allo stesso tempo, dovremmo avviare la procedura di emergenza prevista dalle linee di orientamento per il ricorso alle clausole di salvaguardia e creare un nuovo programma per garantire finanziamenti alle regioni in cui il settore assicura posti di lavoro a lavoratori che sarebbero altrimenti disoccupati, evitando inoltre che le donne siano costrette ad accettare lavori di livello inferiore. Dovremmo rendere disponibili finanziamenti per le ristrutturazioni nelle nuove prospettive finanziarie, nonché per nuove soluzioni e per l’applicazione dei risultati della ricerca nel settore delle PMI nell’ambito del settimo programma quadro. Le politiche UE dovrebbero mirare a modernizzare l’industria, perché in caso contrario lo strumento elettronico di presentazione delle proposte non avrà mai alcuna possibilità di successo. Ai governi degli Stati membri più industrializzati dovrebbero essere concesse deroghe al divieto di sovvenzioni, e si dovrebbe condurre una valutazione di impatto su REACH per assicurarsi che non agisca da freno alla competitività dell’industria europea. Bisognerebbe creare un mercato consolidato nel rispetto degli accordi euromediterranei e realizzare una piattaforma simile nella regione del Baltico.

 

26. Agricoltura delle regioni ultraperiferiche dell’Unione
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  Presidente . – L’ordine del giorno reca la discussione sulla relazione presentata dall’onorevole Duarte Freitas, a nome della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, sulla proposta di regolamento del Consiglio recante misure specifiche nel settore dell’agricoltura a favore delle regioni ultraperiferiche dell’Unione [COM(2004)0687 – C6-0201/2004 – 2004/0247(CNS)] (A6-0195/2005).

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, desidero anzitutto ringraziare i membri della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, e in particolare il suo relatore, onorevole Freitas, nonché i membri e i relatori delle commissioni per i bilanci, per il commercio internazionale e per lo sviluppo regionale, per tutto il lavoro svolto su questa relazione.

Il 28 giugno 2001 il Consiglio ha approvato una riforma del regime di aiuti all’agricoltura nelle regioni ultraperiferiche dell’Unione. Questi provvedimenti risalgono al 1991 e al 1992 e hanno dimostrato la loro efficacia nella promozione dell’agricoltura e dell’approvvigionamento di prodotti agricoli in queste regioni, tuttavia la loro gestione ha determinato vari problemi. Le due linee del programma POSEI, il regime specifico di approvvigionamento e sostegno ai produttori locali, sono caratterizzati da mancanza di flessibilità amministrativa. Per quanto riguarda il regime specifico di approvvigionamento, la Commissione è invitata a legiferare per variazioni quantitative talvolta minime dei prodotti da inviare alle regioni ultraperiferiche. Questo non è un quadro amministrativo efficace. I regimi di aiuti alle produzioni locali comprendono una gamma di ben 56 micromisure stabilite dai regolamenti del Consiglio. E’ impossibile un adattamento di queste misure senza procedure legislative interistituzionali, il che impedisce qualsiasi reazione rapida da parte della Comunità volta ad adeguare le misure di sostegno a situazioni specifiche.

E’ per questo che la Commissione propone di cambiare filosofia per quanto riguarda, da un lato, gli aiuti concessi a queste regioni e, dall’altro, l’adozione di una metodica partecipativa in sede decisionale. Il nuovo sistema permetterebbe anche di adeguare rapidamente i provvedimenti, tenendo conto delle peculiarità di queste regioni. La proposta di regolamento prevede la presentazione di un programma per ogni regione ultraperiferica degli Stati membri interessati, che comprenderà due titoli, uno relativo al regime specifico di approvvigionamento di prodotti agricoli (fattori di produzione agricoli o prodotti destinati alla trasformazione) essenziali in termini di consumo umano nella regione ultraperiferica interessata, e uno relativo agli aiuti alle produzioni locali.

Per quanto riguarda i finanziamenti, il regolamento non modifica né le fonti di finanziamento, né il livello del sostegno comunitario. La Comunità finanzierà il programma, a titolo della sezione Garanzia del FEAOG, fino al 100 per cento nei limiti di un massimale annuo fissato dal regolamento del Consiglio. Una parte di questi aiuti sarà obbligatoriamente riservata al sostegno alla produzione agricola locale. Gli importi sono calcolati in base alla media degli importi spesi per il finanziamento del regime specifico di approvvigionamento nel corso del periodo di riferimento 2001-2003 e sulla base dei massimali di spesa applicabili al sostegno alla produzione locale. Una parte delle somme sovvenzionate sarà integrata nei versamenti diretti, ai sensi del regolamento n. 1782/2003. Tali importi fanno parte dei massimali di cui all’allegato 8 del presente regolamento.

Passo ora alla riforma del regime dello zucchero e alle regioni ultraperiferiche. Benché non facciano parte della proposta della Commissione, desidero formulare una serie di osservazioni in merito a tali argomenti. La Commissione sa bene che le caratteristiche della produzione dello zucchero nelle regioni ultraperiferiche della Comunità sono molto diverse da quelle di altre regioni. E’ per questo che sarebbe opportuno fornire un sostegno finanziario a questo settore, concedendo sovvenzioni agli agricoltori delle regioni ultraperiferiche.

Il finanziamento del regime di ristrutturazione sarà garantito dal prelievo di uno specifico importo da tutte le quote applicabili agli edulcoranti. Le imprese saccarifere delle regioni ultraperiferiche non rientreranno in questo regime. Ciò metterà queste regioni sullo stesso piano dei paesi ACP, in termini di prezzi. E’ un approccio che la Commissione considera ragionevole.

Inoltre, le regioni ultraperiferiche francesi, che erano le sole a beneficiare degli aiuti agli sbocchi, riceveranno sovvenzioni supplementari per 15 milioni di euro corrispondenti alle attuali misure per gli sbocchi per il periodo di riferimento. Il versamento diretto a favore delle regioni ultraperiferiche sarà incluso nel quadro unico del programma POSEI oggi in esame e, di conseguenza, verrà escluso dal regime di pagamento unico. Le regioni ultraperiferiche francesi e portoghesi hanno beneficiato quanto gli altri Stati membri dello stesso aumento degli importi dei versamenti diretti corrispondenti alla diminuzione dei prezzi supplementari. Per quanto riguarda le regioni ultraperiferiche francesi, l’importo passa da 39 a 44 milioni di euro e nel caso delle regioni ultraperiferiche portoghesi, a poco più di un milione di euro.

Passo ora alla posizione della Commissione sugli emendamenti proposti. Tenuto conto di quanto appena detto, la Commissione può accogliere gli emendamenti nn. 1, 8, 9, 18, 23, 24, 27, 28 e 32 e, in parte, l’emendamento n. 35. Purtroppo, la Commissione non intende, né può accogliere gli altri emendamenti proposti.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE) , relatore.(PT) Gli arcipelaghi delle Azzorre, di Madera e delle Isole Canarie e i dipartimenti francesi d’oltremare costituiscono le cosiddette regioni ultraperiferiche dell’Unione europea, caratterizzate da lontananza, insularità, superficie ridotta, topografia e clima difficili e dipendenza economica da un ristretto numero di prodotti. Il concetto di regioni ultraperiferiche fu introdotto nel diritto primario dell’Unione europea dall’articolo 299, paragrafo 2, del Trattato, e costituisce la base giuridica che permette al Consiglio di adottare, su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento, misure specifiche applicabili a dette regioni.

Come già ricordato dal Commissario, i programmi agricoli appositamente progettati e attuati per compensare i problemi delle regioni ultraperiferiche risalgono al 1991 e al 1992. Tali programmi comprendevano due tipi di misure: in primo luogo il regime specifico di approvvigionamento volto a sostenere, in queste regioni, l’approvvigionamento di prodotti agricoli destinati al consumo umano e animale, alla trasformazione nelle industrie locali e come fattori di produzione; in secondo luogo, il sostegno alle produzioni agricole locali. Queste misure hanno avuto un considerevole impatto e hanno influenzato positivamente la ripresa economica delle regioni ultraperiferiche. Tuttavia, come è stato già riferito, l’esperienza acquisita nel corso degli anni ha evidenziato la necessità di introdurre una maggiore flessibilità nella gestione di questi due regimi.

La proposta in discussione mantiene i due programmi precedenti, ma propone un cambiamento radicale della loro filosofia, allo scopo di semplificare la gestione dei programmi e di avvicinare il processo decisionale ai diretti interessati, ovvero alla regioni stesse, mantenendo al contempo il livello di sostegno garantito in passato. L’intento della Commissione di decentralizzare il processo decisionale e di semplificare il regime di gestione è positivo, come lo è il desiderio di incoraggiare la partecipazione al processo decisionale e ad accelerare l’attuazione delle misure, tenendo conto delle specifiche esigenze di tali regioni. Pertanto, a grandi linee, concordo con la proposta della Commissione. Ritengo, tuttavia, che vi siano alcune questioni da migliorare, a tal fine sono stati adottati alcuni emendamenti che fanno parte della mia relazione.

In primo luogo, credo che non si debba limitare la possibilità di esportare o spedire prodotti trasformati che hanno ottenuto aiuti nel quadro del regime specifico di approvvigionamento, dato che non esistono restituzioni all’esportazione. Questo perché la produzione e il mercato delle regioni ultraperiferiche sono spesso di dimensioni troppo ridotte per garantire la sostenibilità delle industrie di trasformazione locali essenziali per la sopravvivenza di alcune colture agricole e per mantenere un certo grado di diversificazione. Pertanto, in certi casi, queste industrie devono integrare i propri approvvigionamenti ricorrendo a materie prime provenienti dall’esterno, nonché optare per l’esportazione o la spedizione dei propri prodotti per garantire che siano economicamente redditizi. Devo esprimere la mia soddisfazione anche per le misure annunciate dalla Commissione a favore delle regioni ultraperiferiche nella proposta di revisione dell’organizzazione del mercato comune dello zucchero. Tuttavia, essa non risolve una questione specifica: mi riferisco alla produzione di barbabietola nelle Azzorre, che coinvolge l’azienda Sinaga, la quale non avrà alcuna possibilità di sopravvivenza né con il regolamento attualmente in vigore, né con la proposta della Commissione.

In secondo luogo, considerati i tempi fissati dalla proposta di regolamento per la presentazione dei programmi e per la loro approvazione, ritengo sia necessario rendere più flessibile la data prevista per la loro applicazione, onde evitare che l’attuale regolamentazione sia abrogata prima che i programmi risultato della nuova legislazione entrino in vigore.

In terzo luogo, vorrei sottolineare l’importanza di introdurre la possibilità di concedere deroghe alle regioni ultraperiferiche in materia di sviluppo rurale, tenendo conto delle specificità e delle vulnerabilità di questo ambito e dando continuità al regime attualmente in vigore.

In quarto luogo, per quanto riguarda la base per la definizione dei massimali finanziari, penso che il periodo di riferimento 2001-2003 non sia adeguato per definire gli importi di finanziamenti, perché ignora l’impatto delle modifiche introdotte dalla riforma del 2001. Perciò la mia relazione suggerisce che, nel calcolo dei massimali finanziari, si tenga conto anche delle esenzioni concesse nell’ambito del regime specifico di approvvigionamento. Questo approccio, oltre a essere più vantaggioso per le regioni ultraperiferiche, non gonfia gli importi degli aiuti attualmente concessi a queste regioni.

Da ultimo, desidero congratularmi con i miei colleghi della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale per il sostegno che mi hanno dato e, in particolare, con i deputati delle regioni ultraperiferiche, che si sono impegnati seriamente in questo processo. Ringrazio anche i politici e i rappresentanti dei settori socioeconomici di queste regioni per la loro dedizione e il loro aiuto nella preparazione della presente relazione.

Signor Commissario, vorrei sottolineare che questa relazione è stata adottata all’unanimità dalla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, e confido che il Parlamento ne terrà conto quando fornirà il suo parere definitivo in materia, mediante la votazione. Confido che la Commissione apprezzerà l’enorme importanza di tale questione per le regioni ultraperiferiche e, naturalmente, chiedo ai deputati del Parlamento di votare a favore della relazione stessa.

 
  
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  Paulo Casaca (PSE), relatore per parere della commissione per i bilanci.(PT) Desidero congratularmi con l’onorevole Freitas e con tutti i (numerosi) colleghi delle regioni ultraperiferiche, e non solo, che hanno contribuito a redigere la presente relazione.

Vorrei dire alla Commissione che, in questi ultimi anni, siamo già riusciti a ottenere risultati positivi, migliorando le disposizioni di questo regolamento su questioni come il vino aromatico noto come vinho de cheiro e le quote latte specifiche delle Azzorre. Siamo anche riusciti a evitare che il governo portoghese trasferisse queste quote al continente. Abbiamo già un principio di accordo su una spinosa questione, accennata dal relatore, ovvero la raffinazione dello zucchero di barbabietola e di canna nelle Azzorre.

Detto questo, vorrei richiamare l’attenzione della Commissione sulla problematica dell’articolo 4, che vieta, in alcune versioni linguistiche, i “prodotti trasformati”, in altre versioni linguistiche i “prodotti che contengono prodotti importati nell’ambito di questo regime”. Questo è un argomento trattato in modo pessimo nella proposta della Commissione: pur essendo estremamente tecnico, esso è di estrema importanza.

Invito la Commissione a fare ciò che ha fatto in altri ambiti: convogliare tutti gli sforzi nella soluzione di questo problema, ascoltare ciò che abbiamo da dire, vedere ciò che questo può significare in loco nelle regioni ultraperiferiche. Adottando tale atteggiamento, riusciremo anche noi ad arrivare ad un esito positivo.

Per concludere, un ringraziamento speciale ai colleghi della commissione per i bilanci che hanno sostenuto l’importantissimo potenziamento di questo programma. Una pratica che non sempre è seguita dalla commissione per i bilanci, ma che rivela come questa commissione dia grande importanza agli interessi delle regioni ultraperiferiche. Grazie a tutti e speriamo di riuscire a superare gli ultimi ostacoli.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), relatore per parere della commissione per lo sviluppo regionale.(PT) Inizio congratulandomi con l’onorevole Duarte Freitas per la sua eccellente relazione e, soprattutto, per l’impegno e la disponibilità dimostrata nell’accogliere gli emendamenti e i suggerimenti di altre commissioni – di tutte le commissioni, e in particolare della commissione per lo sviluppo regionale, per la quale sono stato relatore. Inoltre lo ringrazio per il modo con cui ha accettato i suggerimenti di tutti i deputati delle regioni ultraperiferiche, che si sono impegnati nella soluzione di questo problema, che interessa tutti.

Nonostante la proposta di regolamento della Commissione sia positiva, sono stati necessari alcuni emendamenti al fine di continuare a garantire l’efficacia di un regime che ha contribuito sostanzialmente a sviluppare le regioni dal punto di vista dei cittadini, delle aziende e, in particolare, delle imprese agroalimentari. Tra i suggerimenti e gli emendamenti che abbiamo presentato, accennerò solo a quelli più importanti: il primo riguarda gli importi annuali per il finanziamento delle misure di sostegno all’agricoltura nelle regioni ultraperiferiche. Condividiamo l’opinione del relatore, il quale osserva che il calcolo per il 2001-2003 presentato nella proposta della Commissione non è adeguato, perché il 2001 è stato un anno transitorio, un anno in cui i programmi POSEI agricoltura sono stati oggetto di riforme entrate in vigore soltanto nel 2002. Pertanto suggeriamo che un triennio di riferimento 2001-2004 sarebbe più utile.

Il secondo aspetto è la questione dell’esenzione dai dazi doganali. Non ha senso che la proposta della Commissione ignori questo grande vantaggio per le regioni ultraperiferiche e quindi suggeriamo di tenere conto degli importi concessi nel triennio di riferimento per il calcolo del massimale futuro.

Il terzo aspetto è quello delle esportazioni. Anche noi riteniamo che, per soddisfare ciò che la Commissione ha dichiarato, occorra considerare la possibilità di creare uno spazio di integrazione regionale, sostenere il mondo rurale di queste regioni e, a tale scopo, stabilire le condizioni per consentire le esportazioni indipendenti di prodotti lavorati e importati nell’ambito del regime speciale di approvvigionamento verso paesi terzi, ovviamente paesi confinanti, oppure verso il resto della Comunità. Non ho dubbi che questo risolverà i problemi di varie aziende agroalimentari in tutte le regioni, ma in particolare il settore della produzione dello zucchero di barbabietola nelle Azzorre, come è già stato accennato.

Alla luce di questi punti, spero che la Commissione tenga conto della posizione non solo di questi deputati, ma di tutto il Parlamento.

 
  
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  Sérgio Marques, a nome del gruppo PPE-DE.(PT) Mi congratulo, in primo luogo, con l’onorevole Freitas per l’eccellente relazione sulla proposta di regolamento del Consiglio recante misure specifiche nel settore dell’agricoltura a favore delle regioni ultraperiferiche.

Concordo con le posizioni del relatore e le appoggio, in particolare quelle relative a una gestione più flessibile del regime di aiuti all’agricoltura nelle regioni ultraperiferiche e quelle con il principale obiettivo di adottare un approccio decentrato che incoraggi la partecipazione e assicuri rapidità nell’attuazione delle misure in vigore, ove necessario.

Nel quadro di questa filosofia, gli Stati membri stanno progettando di presentare alla Commissione un programma per ogni regione ultraperiferica che comprenda le due linee del regime POSEI agricoltura, ossia il regime specifico di approvvigionamento e il regime di aiuti alle produzioni locali. Ogni programma dovrà contenere una descrizione dell’attuale situazione agricola, i suoi punti deboli e le potenzialità, la strategia proposta, l’impatto atteso e il calendario di attuazione. Ciò permetterà a ogni regione ultraperiferica di definire la propria strategia di sviluppo agricolo, in conformità delle proprie specifiche esigenze. Si potrà così finalmente tener debito conto della doppia insularità con cui devono fare i conti i produttori e gli operatori di alcune delle isole che appartengono alle regioni ultraperiferiche.

Desidero mettere anche in risalto i suggerimenti del relatore riguardo allo sviluppo di una politica efficace a favore delle piccole e medie imprese del settore agroalimentare delle regioni ultraperiferiche; tale misura ha inciso positivamente sul settore agricolo, sull’occupazione e sul commercio.

Non posso concludere senza riferire un buon esempio di applicazione del concetto di regione ultraperiferica, come indicato nell’articolo 299, paragrafo 2, del Trattato. Le politiche agricole e di approvvigionamento prevedono un trattamento speciale ad hoc, adeguato alla specifiche realtà delle regioni ultraperiferiche, trattamento che è stato migliorato e rafforzato alla luce dell’esperienza acquisita con l’applicazione dei regimi POSEI. Questo rappresenta di fatto un esempio da seguire nell’adeguamento delle restanti politiche comuni dell’UE alle peculiarità delle regioni ultraperiferiche.

 
  
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  Joel Hasse Ferreira, a nome del gruppo PSE.(PT) Esprimo i più calorosi saluti a lei, signor Presidente, e a tutti i deputati di questo Parlamento a nome mio e del mio collega del gruppo socialista e amico, l’onorevole Capoulas Santos.

Date le loro specifiche caratteristiche, quali lontananza, insularità, superficie ridotta, clima difficile, dipendenza economica da alcuni prodotti, la cui concomitanza pregiudica gravemente il loro sviluppo, le regioni ultraperiferiche godono giustamente di una speciale protezione prevista dall’articolo 299 del Trattato. Essa deriva, inoltre, dalle successive decisioni del Parlamento, dagli atti del Consiglio europeo di Siviglia, del Comitato economico e sociale, del Comitato delle regioni e dalle conclusioni della terza relazione sulla coesione economica e sociale. Pertanto, è necessario tradurre in pratica tale protezione in modo completo e con la massima urgenza.

La Commissione ha presentato a tempo debito una comunicazione volta a creare un partenariato più forte per le regioni ultraperiferiche intitolata “Un partenariato più forte”, la quale merita una risposta positiva. La relazione ora in discussione si inserisce nel processo di attuazione di questa strategia e riguarda la proposta di regolamento del Consiglio recante misure specifiche nel settore dell’agricoltura a favore delle regioni ultraperiferiche. Si tratta di un comparto estremamente importante per queste regioni, pertanto tale relazione rappresenta un sostanziale e rilevante passo avanti in questo ambito.

L’iniziativa può e deve, tuttavia, essere notevolmente migliorata e la relazione dell’onorevole Freitas può dare un grande contributo in questo senso. Desidero congratularmi con lui anche per l’impegno e l’atteggiamento positivo che ha adottato nella preparazione del testo, congratulazioni che si estendono, ovviamente, a tutti i colleghi che hanno partecipato attivamente e che hanno fornito importanti contributi nella ricerca delle soluzioni più adeguate alle specifiche peculiarità di ogni regione ultraperiferica, in particolare ai relatori per parere della commissione per i bilanci, l’onorevole Casaca, della commissione per lo sviluppo regionale, l’onorevole Jardim Fernandes, e della commissione per il commercio internazionale, l’onorevole Assis.

Sebbene la presente proposta di regolamento non preveda la modifica delle fonti di finanziamento né dell’intensità degli aiuti, consentirà, tuttavia, di introdurre una maggiore flessibilità nell’applicazione delle diverse misure e un miglior adeguamento alle specificità di ognuna delle regioni interessate, mediante il rafforzamento della partecipazione al processo decisionale, un elemento positivo che gode dell’appoggio incondizionato del gruppo socialista al Parlamento europeo.

La proposta della Commissione risente, tuttavia, di insufficienze e lacune da molteplici punti di vista. Ora abbiamo la possibilità di colmare tali lacune, a partire dall’ampio consenso che la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale è riuscita a raccogliere mediante le proposte che ha adottato, senza contare i pareri approvati dalle altre commissioni. Esistono perciò motivi più che sufficienti per invitare i deputati di tutti i gruppi parlamentari a esprimere, tramite il loro voto sugli emendamenti presentati, la loro solidarietà con alcune delle regioni più problematiche dell’Unione europea, un’Unione che tutti noi desideriamo vedere più coesa dal punto di vista economico e sociale.

Siamo certi che sia il Parlamento europeo che la Commissione, alla quale chiediamo altresì di accogliere le proposte più pertinenti adottate da questa Assemblea, sapranno soddisfare le legittime aspettative degli abitanti e delle autorità delle regioni ultraperiferiche. Oggi abbiamo visto già una certa apertura da parte del Commissario Michel, vedremo se ce ne saranno ulteriori in futuro.

Solo così gli obiettivi definiti chiaramente e oggettivamente nel preambolo alla proposta di regolamento del Consiglio ora in discussione, sui quali siamo assolutamente d’accordo, potranno essere raggiunti al meglio e in tempi più rapidi. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è lavorare per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale dell’Europa.

 
  
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  Willem Schuth, a nome del gruppo ALDE.(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei anzitutto congratularmi con l’onorevole Freitas per la sua equilibrata relazione. Rispetto alle altre regioni dell’Unione europea, le regioni ultraperiferiche sono caratterizzate da condizioni geografiche, climatiche ed economiche sfavorevoli. L’UE ha riconosciuto tale particolare situazione e l’ha inserita nell’articolo 299, paragrafo 2, del Trattato delle Comunità europee. E’ per questo motivo che spetta all’UE fare sì che i suoi territori più lontani siano coinvolti nello sviluppo complessivo.

L’agricoltura costituisce un importante mezzo di sostentamento per le economie delle regioni ultraperiferiche e pertanto accolgo con favore la proposta della Commissione di un regolamento del Consiglio recante misure specifiche per questo settore. Misure di questo tipo, finora regolate da programmi risalenti al 1991, sono ora indispensabili per lo sviluppo delle regioni ultraperiferiche, in quanto garantiscono da un lato l’approvvigionamento in tali territori di prodotti agricoli essenziali, dall’altro favoriscono la produzione, la commercializzazione e la lavorazione di questi prodotti in loco.

La proposta della Commissione prevede maggiore flessibilità per le regioni ultraperiferiche dell’Unione mediante il decentramento e la semplificazione degli strumenti di gestione, un’impostazione che considero positiva, in quanto, a mio parere, la migliore soluzione al problema si deve ricercare, di regola, laddove le particolari circostanze di una data regione sono maggiormente conosciute, cioè sul posto. Solo in tal modo potremo migliorare la competitività delle regioni ultraperiferiche nel lungo periodo, permettendo loro di recuperare lo svantaggio rispetto al resto dell’UE, perché una sospensione permanente delle regole del mercato interno oppure l’impiego di denaro proveniente dai Fondi strutturali non può rappresentare una soluzione sostenibile a lungo termine.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel (NI).  – (PL) Signor Presidente, parlo in qualità di rappresentante di un nuovo Stato membro in cui il settore agricolo è di importanza cruciale per la vita di molti cittadini, e su cui la mancanza di adeguate sovvenzioni per gli agricoltori ha avuto gravi ripercussioni. Sono pertanto felice che sia stata avviata questa iniziativa comunitaria, volta a sostenere l’agricoltura di regioni geograficamente lontane e con scarse possibilità di accesso al mercato comune.

Gli aspetti più interessanti di questa relazione sembrerebbero essere il desiderio che le colture tradizionalmente praticate e tipiche di una determinata zona possano continuare a essere coltivate ed esportate in tutta l’UE mediante un trattamento speciale. L’UE dovrebbe fornire particolare sostegno ai processi produttivi locali non industriali, poiché i prodotti di questi processi hanno un sapore e un aroma migliori. A mio parere, consentire esportazioni a minor prezzo verso paesi terzi confinanti sarebbe un altro modo per fornire adeguata assistenza alle regioni ultraperiferiche. Questa idea meriterebbe di essere presa in considerazione da tutta la Comunità, compresi i nuovi Stati membri, i quali hanno legami di lunga data con i paesi terzi limitrofi.

Ciò risolverebbe i problemi delle regioni orientali povere dell’UE, della Polonia e di altri Stati, confinanti con la Bielorussia, la Russia e l’Ucraina. Le economie di questi Stati membri hanno risentito delle restrizioni imposte al commercio con quei paesi.

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, benché l’efficacia dei programmi POSEI sia stata dimostrata e riconosciuta dalla Commissione europea, soltanto a due anni dall’attuazione dell’ultima riforma l’Esecutivo ha ritenuto che occorresse modificare le modalità di amministrazione del regime specifico di approvvigionamento e del sostegno alle produzioni locali nelle regioni ultraperiferiche.

La Commissione europea si è tuttavia impegnata affinché la riforma proposta non metta in discussione né la tempestività, né il funzionamento delle misure e non influenzi né le fonti di finanziamento, né il livello degli aiuti comunitari. Il fatto è che alcune delle condizioni previste dalla proposta di regolamento comportano una maggiore complessità per i beneficiari in termini di procedure di valutazione, programmazione, monitoraggio e controllo rispetto al quadro attuale.

Inoltre, il bilancio proposto per il regime specifico di approvvigionamento, calcolato sulla base di riferimenti storici troppo severi, finisce in realtà, contrariamente a quanto promesso della Commissione, col limitare il livello del sostegno comunitario e rischia di frenare lo sviluppo dei settori interessati, mentre se il programma POSEIDOM non fosse modificato fino alla fine del 2006, il regime specifico di approvvigionamento proseguirebbe al suo attuale ritmo, aumentando sostanzialmente.

Tutti oggi sono d’accordo nel riconoscere che lo sviluppo dei settori di diversificazione nei territori d’oltremare sarebbe impossibile senza il programma POSEIDOM. Attuare ora uno schema diverso equivarrebbe a dire che tutti gli sforzi compiuti finora, sia da parte dell’Unione europea, sia da parte degli agricoltori locali sono stati inutili. L’eccellente relazione dell’onorevole Freitas realizza un compromesso equilibrato tra l’esigenza di una riforma e il mantenimento di un sistema di sostegno a un’agricoltura sostenibile, nelle piccole aziende agricole delle regioni ultraperiferiche.

Spero sinceramente che la Commissione e soprattutto il Consiglio prendano ampio spunto dal parere del Parlamento per evitare che le attuali misure di sostegno vengano messe in discussione, anche solo parzialmente.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE).(ES) Signor Presidente, in primo luogo desidero congratularmi con l’onorevole Freitas per il lavoro che ha svolto in qualità di relatore, lavoro che considero molto soddisfacente. Inoltre, desidero ringraziare la Commissione della nostra Unione per l’impegno intrapreso a favore delle regioni ultraperiferiche.

Ritengo che il Commissario Michel l’abbia esposto con grande chiarezza. Questa è la storia di un successo: negli ultimi 14 o 15 anni le regioni ultraperiferiche hanno beneficiato di un trattamento speciale grazie ai programmi POSEIDOM, POSEIMA e POSEICAN, che hanno permesso a quattro milioni di cittadini, residenti in isole situate in diverse aree del mondo (Atlantico centrale, Caraibi e Oceano Indiano) di vivere in modo dignitoso e coerente con le proprie esigenze. Tali programmi hanno anche consentito ad alcune regioni, prima colpite da forte emigrazione, di conservare i propri abitanti e, talvolta, di acquisirne anche di nuovi. In breve, si è prodotto un evidente miglioramento delle condizioni di vita in queste regioni.

Questo è stato possibile grazie a una procedura molto ragionevole che, da un lato, permette che le eccedenze agricole del resto dei territori dell’Unione entrino nel nostro, consentendo anche ad altre aree del mondo di importare prodotti e, dall’altro, impedisce che le importazioni, necessarie al mantenimento dello standard di vita, distruggano l’agricoltura e altri elementi dell’economia locale.

La proposta che ci presenta oggi la Commissione è volta a rendere maggiormente flessibile l’attuale sistema. Come il Commissario ha fatto notare, in precedenza è stato necessario adottare 56 micromisure che in realtà non rispettavano l’importanza di questo tipo di organizzazione. Gli emendamenti presentati dalla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale sono volti a rendere maggiormente flessibile detto meccanismo e devono essere accolti.

Vorrei segnalare, per coloro che non conoscono la situazione, che quanto giustifica questo trattamento speciale e questa flessibilità verso le regioni ultraperiferiche è la loro assoluta impossibilità di competere sui mercati dell’Unione, in altre parole, gli aiuti agli agricoltori delle Isole Canarie, dell’Isola della Riunione, di Madera o delle Azzorre non pregiudicheranno in alcun modo il resto dell’Unione europea, giacché le condizioni di concorrenza sono le stesse. Anzi, direi che queste regioni agevoleranno lo sviluppo economico del resto dell’Unione europea perché rappresenteranno mercati con un certo livello di potere di acquisto che porteranno benefici a tutta l’Unione.

Mi auguro pertanto che questa Assemblea approvi la relazione della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale con un’ampia maggioranza e che queste misure continuino a operare a vantaggio nostro e del resto del territorio dell’Unione europea.

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, anzitutto anch’io desidero ringraziare di cuore il relatore per il suo eccellente lavoro. E’ necessario adottare misure speciali in tutti gli ambiti politici dell’Unione europea. Ciò vale naturalmente anche e soprattutto per l’agricoltura, in particolare nelle regioni ultraperiferiche.

Io stesso provengo da una regione, il Waldviertel nell’Austria Inferiore, che per decenni è rimasta ai margini dell’Europa occidentale e del mondo libero. Anch’essa ha dovuto lottare contro problemi analoghi: topografia e clima difficili, risorse inadeguate, un mercato piccolo e regionale e scarsità di posti di lavoro. I programmi di sostegno dell’Unione europea hanno aiutato il mio Stato a costruire un’agricoltura innovativa e autosufficiente e a creare posti di lavoro.

Uno dei principi fondamentali dell’Unione europea è la solidarietà nella vita reale. Purtroppo molti capi di Stato non lo capiscono così chiaramente, soprattutto per quanto concerne la politica agricola comune. Un’agricoltura produttiva deve essere possibile in tutte le regioni dell’Unione, come è già stato deciso dal Consiglio nei Vertici di Bruxelles e Lussemburgo.

In definitiva, sono proprio le regioni geograficamente svantaggiate ad avere bisogno dell’agricoltura per portare occupazione e benessere ai propri abitanti. Le misure di sostegno in questione, oltretutto, permettono al nostro modello di agricoltura multifunzionale e sostenibile di fungere da esempio per tutti coloro che abitano nelle zone ultraperiferiche dell’Unione.

In molti Stati confinanti con tali regioni, e penso in particolar modo all’America meridionale, si sta sviluppando un settore agricolo paragonabile a quello statunitense. Oggi abbiamo la possibilità di creare un’economia sostenibile percorrendo altre strade, che sono corrette dal punto di vista economico, ecologico e sociale.

 
  
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  Fernando Fernández Martín (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, oggi discutiamo un regolamento che potrebbe passare inosservato tra i gravi problemi che l’Unione deve affrontare in questo periodo, un regolamento che tuttavia è di estrema importanza per i settori agricoli delle regioni ultraperiferiche e, in molti casi, rappresenta una questione di sopravvivenza.

Della proposta in esame oggi desidero sottolineare fondamentalmente due aspetti: in primo luogo, il mantenimento del finanziamento approvato nell’ultima riforma del 2001, che, data l’attuale situazione, non è di poco conto; in secondo luogo, il decentramento della gestione che concede agli enti locali di introdurre la flessibilità necessaria, sulla base delle esigenze contingenti dei settori agricoli. In altre parole, non s’intende apportare modifiche a livello di aiuti, bensì creare uno strumento gestionale più flessibile, come indicato dall’onorevole Duarte Freitas negli emendamenti nn. 4 e 21.

L’emendamento n. 27 intende fornire una copertura giuridica alle importazioni di zucchero C in alcune regioni ultraperiferiche, in particolar modo negli arcipelaghi delle Azzorre, delle Canarie e a Madera. Esistono sicuramente ostacoli da superare, ma spero che, nella ricerca della soluzione più adeguata, la Commissione possa analizzare la materia e tener conto degli emendamenti presentati.

Il Commissario Michel ha citato, in modo ambiguo seppure politicamente corretto, la gestione del regime specifico di approvvigionamento per le isole e in particolare per le Canarie.

Mi creda, Commissario Michel, gli abitanti delle Isole Canarie desidererebbero che sia le autorità locali, sia i servizi della Commissione garantissero la massima trasparenza nella gestione del regime specifico di approvvigionamento (RSA) per le isole.

 
  
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  Louis Michel , Membro della Commissione.(FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, vi ringrazio per i contributi che avete fornito alla discussione. Consentitemi di rispondere ad alcuni punti importanti che sono stati sollevati. Innanzi tutto, desidero riaffermare che questo cambiamento fondamentale ha per principale obiettivo quello di offrire agli Stati membri una maggiore flessibilità che possa consentire loro di tenere conto con maggiore efficacia delle esigenze delle regioni ultraperiferiche.

Per quanto riguarda il periodo di riferimento, e mi riferisco agli interventi degli onorevoli Freitas e Fernandes, alcuni di voi chiedono un periodo flessibile per il calcolo dei massimali finanziari applicabili al regime specifico di approvvigionamento. Penso di poter affermare che la Commissione ha compiuto sforzi considerevoli affinché il nuovo regime di aiuti sia favorevole alle regioni ultraperiferiche. Occorre sottolineare che adottare i periodi di riferimento proposti produrrebbe un sensibile aumento delle spese.

La proposta costituisce un pacchetto: non si possono estrapolare le disposizioni più positive e chiedere il riesame di quelle considerate meno favorevoli. Mi permetto di richiamare la vostra attenzione su questo punto. Il finanziamento è stato calcolato su una base favorevole a queste regioni considerando, in particolare, i massimali previsti per il sostegno alle produzioni locali e non i dati storici. La Commissione non è disposta a modificare la propria proposta relativamente ai massimali finanziari.

Per quanto riguarda la limitazione del regime specifico di approvvigionamento per i prodotti agricoli – una questione affrontata sia dall’onorevole Freitas che dall’onorevole Casaca – anche la Commissione desidera fornire un quadro più chiaro per le misure POSEI. E’ per questo motivo che il nuovo regime riguarda esclusivamente i prodotti agricoli elencati nell’allegato I del regolamento. E’ consigliabile porre fine alle situazioni insoddisfacenti del passato riguardo la gestione delle misure POSEI. La Commissione propone periodi transitori per permettere ai diversi settori di adeguarsi alla nuova situazione.

E’ stata anche nominata la questione delle Azzorre e di Sinaga. Tale questione, sollevata dagli onorevoli Freitas e Fernandes, riguarda gli specifici problemi delle Azzorre e in particolare dello zuccherificio Sinaga. La proposta di regolamento del Consiglio non comporta nuove disposizioni per le esportazioni e le spedizioni di prodotti che hanno beneficiato del regime specifico di approvvigionamento.

Dal 1992 la Commissione applica a tutte le regioni ultraperiferiche gli stessi criteri, ovvero la media dei flussi commerciali del periodo 1989-1991. Questa decisione, è bene ricordare, è stata confermata dalla Corte di giustizia europea nella causa Sinaga.

Le possibilità di sostenere finanziariamente la produzione di zucchero nelle Azzorre sono aumentate sensibilmente nella proposta di regolamento del Consiglio, la quale, nel caso di aiuti alla produzione locale, prevede un finanziamento calcolato sul potenziale di sviluppo della produzione di zucchero nel quadro delle quote di produzione, per una cifra pari a circa 4 milioni di euro l’anno, anziché sulla produzione effettiva attuale, pari a 400 milioni di euro l’anno. Sulla base di questo generoso finanziamento e nel quadro dell’ampio margine di flessibilità concessa agli Stati membri nella scelta dei settori da sovvenzionare, è compito delle autorità nazionali decidere, a loro discrezione, se incrementare gli aiuti alla produzione di zucchero e allo specifico zuccherificio, dopo aver consultato tutte le parti interessate.

La Commissione è convinta che queste nuove regole miglioreranno la supervisione di questi regimi, soprattutto nello specifico interesse delle regioni ultraperiferiche.

 
  
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  Paulo Casaca (PSE).(PT) Desidero solo informare il Commissario Michel che è profondamente in errore circa la decisione della Corte di giustizia delle Comunità europee, la quale ha rimesso al sistema giudiziario portoghese la decisione su questa causa. Gli sottoporrei con molto piacere la sentenza della Corte suprema portoghese, la quale dice precisamente il contrario di ciò che la Commissione insiste nel sostenere, quasi ignorando le ragioni della giustizia, che sono assolutamente chiare e inequivocabili.

 
  
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  Presidente . – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 17.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 142)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) La Commissione desidera modificare il regolamento n. 1453/2001 per applicare i principi alla base della riforma di questi regimi specifici di aiuto all’agricoltura per le regioni ultraperiferiche dell’Unione.

Anche se il decentramento proposto è positivo, dal momento che concede maggiori responsabilità ai rappresentanti regionali, è anche essenziale salvaguardare gli interessi specifici di ogni regione, tenendo conto delle diverse date di adesione e aumentando sensibilmente gli importi previsti. Il periodo

2001-2003 non può essere un periodo di riferimento accettabile, dato che il 2001 è stato un anno di transizione. Il sistema dei limiti alle esportazioni per i paesi terzi e alle spedizioni verso il resto della Comunità dei prodotti previsti dal regime specifico di approvvigionamento ha contribuito a soffocare il settore agroalimentare locale, come nel caso dello zucchero delle Azzorre, la cui produzione deve essere resa economicamente redditizia. Ma lo stesso vale per l’allevamento e le produzioni alimentari che utilizzano i metodi tradizionali locali. Pertanto questo sistema va modificato.

Per quanto concerne il regime specifico di approvvigionamento, occorre dedicare particolare attenzione ai vigneti e alle banane di Madera, al latte delle Azzorre e alle misure speciali volte ad aiutare gli agricoltori nell’acquisto di fertilizzanti e pesticidi agricoli.

Pertanto io appoggio la relazione.

 
  
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  Witold Tomczak (IND/DEM).  – (PL) La discussione odierna sul sostegno all’agricoltura nelle regioni ultraperiferiche dell’UE è un eccellente esempio delle due diverse politiche agricole comuni attualmente applicate, una nei vecchi Stati membri dell’UE, l’altra in quelli nuovi.

E’ evidente che gli agricoltori che vivono nelle regioni ultraperiferiche dell’UE sono in difficoltà finanziarie. Allo stesso tempo, tuttavia, i 3,6 milioni di agricoltori che vivono nei nuovi Stati membri devono fare i conti con problemi ancora più gravi. I primi godono già di tutti i benefici della politica agricola comune da molti anni, mentre l’UE ha cortesemente “consentito” agli agricoltori dei nuovi Stati membri di ricevere pagamenti diretti bassissimi, privandoli pertanto della possibilità di raggiungere gli stessi livelli degli agricoltori dei vecchi Stati membri. Le decisioni prese in merito non si basavano su motivazioni economiche o sociali e, certamente, neanche su motivazioni etiche. Esse tuttavia rappresentano gravi minacce per la sicurezza alimentare europea e per la stabilità del mercato agroalimentare dell’Unione, oltre a essere un focolaio di pericolose tensioni sociali.

Gli agricoltori dei nuovi Stati membri sono ancora adesso oggetto di discriminazioni. Le argomentazioni e le opinioni degli esperti avanzate finora si sono dimostrate prive di valore per le autorità dell’UE, al pari del livello dei finanziamenti previsto. Basta essere un agricoltore di un nuovo Stato membro per essere privato di qualsiasi possibilità di ricevere aiuti, per quanto giustificati possano essere. Il pretesto utilizzato è la mancata conformità con le innumerevoli condizioni imposte da Bruxelles.

Dovremmo porre fine a tale discriminazione, e iniziare questa opera oggi stesso, rifiutandoci di acconsentire a risolvere il problema minore del sostegno alle regioni ultraperiferiche dell’UE. In tal modo daremmo un avvertimento ai nemici di un’Europa comune basata sulla solidarietà, facendo loro capire che solo coloro che hanno fatto della solidarietà la base delle loro azioni in passato potranno contare su di essa in futuro.

 

27. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (articolo 115 del Regolamento del Parlamento)

28. Zimbabwe
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sette proposte di risoluzione sullo Zimbabwe(1).

 
  
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  Margrete Auken (Verts/ALE), autore. – (DA) Signor Presidente, la situazione nello Zimbabwe non fa che peggiorare. Il più recente episodio di brutalità, noto come “Operazione eliminare la spazzatura”, consiste nella demolizione di interi quartieri cittadini. Secondo stime delle Nazioni Unite, oltre 200 000 persone sono rimaste senza tetto e molte di esse corrono ora il rischio di morire di freddo. La violenta e sistematica persecuzione ai danni degli oppositori di Mugabe si sta trasformando in una catastrofe umanitaria. Secondo la BBC, negli scorsi giorni pastori metodisti hanno messo in guardia dal rischio di un genocidio. Le reazioni del mondo circostante sono ancora troppo deboli e le sanzioni adottate sono applicate correttamente solo in misura ridottissima. Ma la cosa peggiore è che i paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa australe, tra cui in particolare il Sudafrica, continuano a proteggere Mugabe e a tollerare le pesanti sofferenze che egli impone alla sua gente.

Di tutto ciò si è parlato pubblicamente in occasione della recente audizione della commissione per lo sviluppo; sono state anche avanzate proposte su ciò che si potrebbe fare. Innanzi tutto e soprattutto, l’Unione europea deve esercitare una pressione molto più forte sia sulle Nazioni Unite sia sulla Comunità di sviluppo dell’Africa australe, specialmente sul Sudafrica, facendosi carico in tal modo, una buona volta, delle responsabilità che si deve assumere in base alla sua forza. In aggiunta a ciò, in termini esclusivamente pratici l’Unione può rafforzare il proprio sostegno alla società civile sia all’interno che all’esterno dello Zimbabwe, allo scopo di sviluppare una cultura dei diritti umani e di ottenere maggiore documentazione sulle loro violazioni. L’Unione può inoltre aumentare il proprio sostegno alle vittime della tortura e della violenza organizzata sia nello Zimbabwe sia ai cittadini di quel paese che sono in esilio, e può fornire adeguata assistenza legale per i procedimenti legali – ovviamente ingiustificati – avviati contro i sostenitori dei diritti umani e contro coloro che appoggiano, o sono sospettati di appoggiare, l’opposizione. Può sostenere la libertà di stampa mediante l’invio di notizie dalla Gran Bretagna e dai paesi limitrofi, in parte sotto forma di quotidiani stampati nel paese. Ma tutte queste misure costeranno un bel po’ di soldi. Concludendo, siamo favorevoli alla risoluzione, però vorremmo anche che cogliessimo l’occasione per mettere in evidenza tutte queste opportunità concrete di fornire aiuto. Ci auguriamo che la Commissione le valuterà con favore.

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, mentre si svolgono massicce dimostrazioni contro la situazione in Africa, i leader del G8 si riuniscono in Scozia. Mi pare che questo sia un momento assolutamente opportuno per approvare una risoluzione sullo Zimbabwe.

“Operazione eliminare la spazzatura”: così Robert Mugabe ha intitolato l’ultima sua atrocità. Il suo governo si è reso responsabile della distruzione delle case e dei mezzi di sostentamento di non meno di un milione e mezzo di cittadini dello Zimbabwe, ma il loro numero è destinato ad aumentare se non prenderemo le necessarie misure. Ancora la settimana scorsa, una donna incinta e un bambino di quattro anni sono stati uccisi durante la cacciata in massa di 10 000 persone dai sobborghi di Harare. Provate a immaginare il dolore e le sofferenze, l’esperienza di dover assistere impotenti alla distruzione della propria casa rasa al suolo da bulldozer, senza sapere dove si sarà portati.

Nonostante l’urgente appello di Amnesty International affinché si facciano pressioni sul regime di Mugabe, non più tardi della settimana scorsa l’Unione africana si è rifiutata nuovamente di condannare il Presidente Mugabe. La popolazione dello Zimbabwe è vittima di una catastrofe in termini di diritti umani. Le violazioni dei diritti umani non possono mai essere considerate come una questione di politica interna di un paese. Spetta a tutti noi far sentire la nostra voce di protesta, ed è ancora più importante che i paesi vicini condannino le atrocità commesse nello Zimbabwe.

Non dovremmo tuttavia limitarci a far sentire la nostra voce e poi continuare a comportarci come se nulla fosse. Per tale motivo è necessario smettere subito di rimandare nello Zimbabwe le persone che chiedono asilo da noi, perché altrimenti i governi dell’Unione europea, come quello del Regno Unito, potranno essere accusati, non senza fondamento, di ipocrisia bella e buona.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), autore. – (NL) Signor Presidente, nell’esprimere le sue preoccupazioni per la situazione nello Zimbabwe, il mio gruppo non pensa in primo luogo agli agricoltori bianchi che si sono arricchiti durante l’epoca coloniale, bensì alla grande maggioranza di neri che hanno tuttora redditi molto bassi.

Il Presidente Mugabe ha svolto un ruolo importantissimo nella lotta per l’indipendenza del suo paese, sia contro il colonialismo sia contro il regime della minoranza bianca guidato da Ian Smith. Durante e dopo quella lotta egli si è sempre proposto come l’eroe della maggioranza nera; ma in realtà, per molti anni egli ha fatto decisamente troppo poco per darle un destino migliore. Sembrava essere diventato un governante moderato, radicale solo nella sua avversione contro l’omosessualità. Era difficile vedere in lui l’ex leader della lotta per un’indipendenza che aveva suscitato la flebile speranza di grandi cambiamenti nella società, una società che avrebbe fatto dell’uguaglianza di tutti i cittadini la sua priorità fondamentale. Solo molto tempo dopo aver assunto il potere la sua posizione si è fortemente radicalizzata, soprattutto nei confronti di chiunque minacci, o potrebbe minacciare, il suo governo assoluto.

L’opposizione politica, i ricchi proprietari terrieri, gli abitanti degli slum e i commercianti sono stati, di volta in volta, le vittime delle sue azioni, mirate a intimidirli e distruggerli. In una precedente discussione sullo Zimbabwe, il 16 dicembre 2004, ipotizzai che Mugabe avesse iniziato simili campagne per compensare la sua perdita di popolarità, nel tentativo di acquisire e mobilitare nuovi seguaci attraverso queste azioni sorprendentemente decise. Ora possiamo notare che il suo approccio non può più essere attribuito a una tattica intelligente; è piuttosto il comportamento di una persona che sta perdendo la testa.

Invece di dare ai poveri abitazioni migliori, egli li sta cacciando via dalle città demolendo le loro case. Così facendo si rivela molto simile al demente regime che Pol Pot cercò di insediare in Cambogia trent’anni fa. Il mio gruppo giudica deplorevole che questa risoluzione critichi pesantemente il Sudafrica, paese confinante con lo Zimbabwe, e l’Unione africana, senza cercare di contribuire a risolvere i problemi.

Finché l’Europa darà agli africani motivo di percepirla ancora come la potenza colonizzatrice che è stata una volta, non avrà l’autorità morale necessaria per contribuire a migliorarne la situazione.

 
  
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  Neena Gill (PSE), autore. – (EN) Signor Presidente, desidero innanzi tutto esprimere il mio profondo dolore, in qualità di rappresentante del Regno Unito al Parlamento europeo, per le esplosioni avvenute a Londra. Pur essendo ancora impossibile avere un quadro preciso degli avvenimenti, è nondimeno certo che essi presentano tutte le caratteristiche di un attentato terroristico coordinato. Ancora una volta siamo posti di fronte alla fragilità del nostro ordine mondiale e alla necessità di collaborare per sradicare la barbarie e la brutalità che contraddistinguono atti di tal genere.

La libertà e la democrazia sono i canoni fondamentali su cui si fonda l’Unione europea. E mentre, all’interno dell’Unione, ribadiamo la nostra adesione a questi principi, dobbiamo anche tradurre gli impegni che da essi discendono in azioni concrete contro i regimi che agiscono in modo diametralmente opposto alle libertà da noi propugnate. Ecco perché appoggio con convinzione la risoluzione sullo Zimbabwe.

Non basta che la comunità internazionale si produca nella rituale e occasionale condanna del Presidente Mugabe; ciò di cui abbiamo bisogno è una forte e valida opposizione nei suoi confronti. Se siamo veramente promotori di una società libera, come possiamo continuare a stare a guardare e permettere che l’oppressione e la dittatura in quel paese rimangano immutate? Perché, come Unione, non abbiamo esercitato una maggiore pressione su quel regime? Perché non abbiamo rafforzato e applicato sanzioni? Perché il Consiglio si è rifiutato di rispondere ai coerenti richiami del Parlamento in tal senso?

E’ inoltre motivo di grave rammarico il fatto che il Sudafrica e alcuni altri paesi confinanti con lo Zimbabwe abbiano deciso di non intervenire per alleviare le condizioni di vita della popolazione. Abbiamo assistito all’asservimento di tutte le risorse di un paese che una volta era ricco. Abbiamo visto il suo popolo privato dei diritti umani fondamentali, eppure la risposta dei paesi confinanti a una tale oppressione e distruzione è stata flebile. Mi permetto di dire al Presidente sudafricano Thabo Mbeki che la sua scelta di non criticare il Presidente Mugabe rappresenta una grave ipoteca sulla sua concezione di una società equa, libera e aperta.

In un momento in cui la comunità internazionale è mossa dall’impeto di affrontare i problemi endemici dell’Africa, è doveroso che non ci limitiamo ad alleviare la povertà ma agiamo per garantire il buongoverno, la trasparenza, il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani in tutti i paesi africani. Invito quindi il Parlamento europeo ad appoggiare pienamente questa proposta di risoluzione.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), autore. – (EN) Signor Presidente, desidero in primo luogo manifestare la mia fermissima condanna e indignazione per gli attentati terroristici compiuti oggi a Londra, a causa dei quali, secondo le ultime notizie, oltre 40 persone hanno perso la vita e molte centinaia sono rimaste ferite. Alle vittime e alle loro famiglie rivolgo la mia più profonda solidarietà.

La popolazione dello Zimbabwe convive con un altro tipo di terrorismo, un terrorismo incessante che è opera delle stesse autorità che dovrebbero invece proteggere la gente: il governo, la polizia, l’esercito. La situazione nel paese è disperata e continua a peggiorare. Dopo aver fissato le elezioni in marzo, Mugabe sta ora distruggendo in maniera deliberata le case e i mezzi di sussistenza di centinaia di migliaia di persone, dei cittadini più poveri del paese, mentre milioni di altri possono sopravvivere solo grazie agli aiuti alimentari internazionali. Quanto ci vorrà ancora prima che il mondo reagisca a una simile catastrofe?

L’Africa è al primo punto dell’ordine del giorno della riunione dei leader del G8 che si tiene oggi a Gleneagles, nonché al primo punto dell’agenda della Presidenza britannica dell’Unione europea. Tutta questa attenzione per l’Africa è appoggiata dalla massiccia ondata di sostegno popolare per il concerto Live 8 promosso da Bob Geldof. Tutti riconoscono la necessità di aumentare gli aiuti, ridurre il debito e applicare regole commerciali eque. E tutti riconoscono altresì che, senza un buon governo, gran parte del valore di quegli aiuti andrà perduto.

L’atteggiamento dei governi africani nei confronti dello Zimbabwe rappresenta un vero e proprio test del loro impegno a praticare il buongoverno, eppure il Sudafrica, ovvero il paese chiave per produrre una svolta nello Zimbabwe, continua la sua politica di tacita complicità con il regime oppressivo di Mugabe. Ho chiesto al ministro degli Esteri britannico e Presidente in carica del Consiglio Jack Straw di invitare il Presidente Mbeki, che oggi si trova a Gleneagles, a condannare Mugabe e a utilizzare ogni mezzo a sua disposizione per migliorare la situazione nello Zimbabwe.

I capi dell’opposizione dei paesi dell’Africa australe sanno cosa occorre fare. Ho parlato con alcuni di loro oggi, qui in Parlamento; è tuttavia necessario dare ai loro paesi il potere di agire, mentre l’Unione europea deve, dal canto suo, occuparsi seriamente della questione.

Per poter ottenere risultati, è necessario che il Consiglio e la Commissione affrontino queste tematiche con una determinazione nuova. Non devono più tollerare scuse per il mancato rispetto delle sanzioni, devono anzi rafforzare ed estendere le sanzioni stesse. Devono, inoltre, chiedersi quali interventi specifici e aggiuntivi dovrebbero adottare. Il Parlamento europeo darà loro qualche indicazione in merito con la sua risoluzione odierna, e mi auguro che Consiglio e Commissione ne terranno conto.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM), autore. – (NL) Signor Presidente, mi sia innanzi tutto consentito esprimere, in particolare ai colleghi britannici, il mio più profondo cordoglio per le vittime dei terribili eventi di Londra.

Passo ora al tema in discussione: la situazione nello Zimbabwe. Ora più che mai si ha l’impressione che Mugabe stia diventando il Pol Pot dell’Africa. Forse si tratta di un’espressione un po’ forte, però ieri, sfogliando documenti dello Zimbabwe, l’ho incontrata molte volte e la situazione del paese è apparsa ai miei occhi in tutta la sua tragica realtà. Con l’indifendibile “Operazione eliminare la spazzatura”, Mugabe sta distruggendo migliaia di alloggi nei sobborghi poveri delle città. Tutti indistintamente, gli abitanti di quei quartieri vengono cacciati dalle loro dimore e si ritrovano disperati a dover affrontare il freddo invernale senza sapere dove andare. Alle elezioni di marzo, molte delle persone cacciate dalle loro case hanno votato per il partito di opposizione, il Movimento per il cambiamento democratico.

Come ha reagito la comunità internazionale? Il Sudafrica, paese confinante con lo Zimbabwe, sostiene di applicare una diplomazia silenziosa, ma la sua diplomazia è talmente silenziosa che nello Zimbabwe non la sente nessuno. Inoltre, i membri dell’Unione africana riunitisi a Sirte, in Libia, non hanno avvertito l’urgente necessità di condannare il regime di Mugabe, accampando la scusa di non volersi ingerire negli affari interni dello Zimbabwe. La Commissione, rappresentata dal Presidente Barroso, è del parere che non c’è bisogno che insegniamo alcunché all’Africa. Il Consiglio sembra rendersi conto della gravità della situazione, tuttavia fa ben poco per promuovere miglioramenti concreti. Insieme con il Regno Unito, e con il sostegno della Grecia e della Danimarca, gli Stati Uniti hanno sollevato il tema della crisi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Se l’ONU vuole effettivamente fare le grandi cose cui aspira, questa è senz’altro l’occasione giusta; non basterà, però, mandare Anna Tibaijuka in Zimbabwe come inviato speciale di Kofi Annan.

Per troppo tempo il mondo è rimasto a guardare da bordo campo mentre il dittatore Mugabe continuava impunito a farsi gli affari propri, diventando sempre più insolente. Al Vertice del G8 di Gleneagles in Scozia, la povertà era il primo punto all’ordine del giorno. E’ evidente che ci aspettiamo di più del simbolico appello rivolto dai ministri del G8 il 23 giugno a Harare affinché rispetti le norme dello Stato di diritto e i diritti umani. Un eccellente punto di partenza per quei leader mondiali sarebbe questa risoluzione del Parlamento europeo, che è esplicita e intransigente.

 
  
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  Michael Gahler, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, dopo le elezioni manipolate del 31 marzo scorso, qualcuno può aver pensato che il dittatore dello Zimbabwe ne avrebbe avuto abbastanza dell’oppressione, almeno per un po’; purtroppo, così non è stato. Per intimidire il suo popolo ancora di più, ha lanciato la “Operazione eliminare la spazzatura”, laddove con il termine “spazzatura” si intendono, con una buona dose di cinismo, esseri umani, alcuni dei quali – dopo aver dovuto abbandonare le loro fattorie, confiscate – vengono ora privati della loro casa per la seconda volta e si ritrovano sprovvisti di qualsiasi mezzo di sostentamento.

Ma ciò che va ancora al di là del cinismo è il comportamento dell’Unione africana, che si rifiuta di intervenire, mentre il Sudafrica sta svolgendo un ruolo chiave in tutta questa vicenda. Al Presidente sudafricano Mbeki, che oggi è a Gleneagles, voglio dire quanto segue: “Lei è personalmente e politicamente responsabile di quanto sta accadendo nello Zimbabwe, perché per anni e anni lei non ha fatto ciò che avrebbe potuto fare per porre fine a questa tragedia umana! Se, come appare evidente, lei e la sua “banda dei vecchi ragazzi” ritenete che la miseria di milioni di persone sia un prezzo accettabile da pagare pur di conservare il potere, avete perso ogni diritto di governare ciò che vi è stato lasciato in eredità da un movimento di liberazione”!

Finalmente, il Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha fatto uso del suo tagliente spirito critico nel descrivere tale comportamento in un’intervista pubblicata nel numero odierno del Financial Times.

Invito il Consiglio e tutti gli Stati membri a trattare finalmente quel regime come un regime paria. Il Consiglio non è neppure disposto a negare a quella cricca i visti d’ingresso. Coloro che terrorizzano la propria gente in questo modo non possono vedersi riconosciuto il diritto di partecipare a conferenze internazionali profittando di accordi internazionali; eppure, né il Consiglio né gli Stati membri sono pronti a dare un simbolico schiaffo diplomatico quale sarebbe il rifiuto del visto. E questo è un altro scandalo – uno scandalo, stavolta, per la politica europea. Vi sono infatti certi Stati membri che stanno sfruttando il progressivo ritiro di altri Stati membri dallo Zimbabwe per allargare la loro presenza nel paese; così facendo, essi – tutti quanti – stanno facendo di noi i tirapiedi del regime dello Zimbabwe. Il popolo dello Zimbabwe ha invece bisogno di noi; poniamo quindi fine a questa situazione e facciamo finalmente qualcosa di concreto.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (NI).(PL) Signor Presidente, lo Zimbabwe era una volta uno dei paesi più ricchi dell’Africa; esportava generi alimentari e forniva aiuto agli altri Stati africani meno ricchi di lui. Oggi lo Zimbabwe è un paese debole e povero, e il dittatore che lo governa è un uomo grande dagli interessi limitati. Sfortunatamente, i suoi interessi spesso sono anche disonesti e sanguinosi.

Dobbiamo rendere merito agli autori della proposta di risoluzione per aver inserito nel loro documento la seguente idea chiave: anche se aumentassimo i nostri aiuti per l’Africa, e quindi per lo Zimbabwe, essi non sarebbero in realtà molto efficaci, a meno che non fossero sostenuti dal buongoverno, dal rispetto dei diritti umani e dalla solidarietà in Africa. Dicendo ciò non intendo la solidarietà tra dittatori, bensì la solidarietà tra le società a supporto della democrazia.

La nostra discussione odierna ha come tema lo Zimbabwe; dovremmo tuttavia parlare anche di Bruxelles. Sono ormai molti anni che il Parlamento chiede ripetutamente al Consiglio di passare all’azione per quanto riguarda le nostre relazioni con lo Zimbabwe; finora, però, il Consiglio ha fatto finta di essere cieco e sordo. Questa situazione mi ricorda un proverbio polacco che così recita: “un mendicante parlò a un quadro, ma il quadro non gli rispose”, con la sola differenza che il Consiglio non solo non parla, ma è anche un brutto quadro. E’ ora di prendere in seria considerazione il ricorso a sanzioni effettive e indiscriminate, nonché il boicottaggio dello Zimbabwe da parte degli altri paesi africani. A tal fine l’Unione europea, insieme con gli Stati Uniti e i paesi del Commonwealth, dovrebbe esercitare pressioni diplomatiche sui paesi africani.

Il Consiglio non deve nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che il problema non esista.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, in quest’Aula abbiamo discusso tante volte dello Zimbabwe, e tutto ciò che si poteva dire al riguardo è stato detto. Non è mia intenzione ripetere quanto già affermiamo nella risoluzione; voglio dire soltanto che la democrazia è un processo molto impegnativo, che richiede grandi sforzi. Né, peraltro, possiamo dare per scontato che la democrazia esista laddove ci si è impegnati con un giuramento a preservarla. Forse abbiamo bisogno di una figura professionale completamente nuova, di un “ingegnere della democrazia”, che sappia individuare i punti deboli delle strutture di una società ed eseguire un’analisi e un controllo imparziali della qualità della democrazia.

Il Presidente Mugabe, ex combattente per la libertà ed eroe nazionale, è degenerato trasformandosi in un dittatore geloso del proprio potere, nonché in un criminale, e tale evoluzione merita di essere analizzata. Qualche anno fa, quando siamo stati nello Zimbabwe in qualità di osservatori elettorali, siamo rimasti meravigliati del comportamento di Mugabe, il quale ebbe l’ardire di affermare, mentre le elezioni erano in corso, che il governo sarebbe rimasto al suo posto, indipendentemente dall’esito del voto. Da dove nasce una simile arroganza?

L’ex paese modello di un’Africa fertile è ora in preda al caos. Ora le sue strutture economiche sono scomparse e le sue condizioni stanno peggiorando costantemente. Come si è potuto verificare questo lento scivolamento dalla democrazia alla dittatura? Un concetto chiave è quello di legge e ordine, una delle condizioni del patto sociale. Quando incitò la gente a occupare illegalmente la terra, invece di porre mano di persona a una riforma terriera controllata, Mugabe abolì di fatto la legge e l’ordine nel paese, distruggendo così l’esistenza stessa del suo nucleo sociale. E ora assistiamo al seguito di quegli eventi: Mugabe usa la fame e la miseria come un’arma contro il suo stesso popolo, alimentando il nazionalismo e addossando ogni colpa al colonialismo per nascondere i propri crimini. Ma, ancor peggio, schiacciando l’opposizione egli distrugge le basi di una società democratica.

Affinché la democrazia possa funzionare, i governanti devono essere consapevoli della loro potenziale pericolosità. La possibilità di essere corrotti dal potere viene dalla natura dell’uomo. Il filosofo e teologo Niebuhr ha così spiegato la ragione della natura duale dell’animo umano: la nostra capacità di fare del bene rende la democrazia possibile, la nostra inclinazione al male rende la democrazia necessaria. Solo una vera democrazia può garantire che persone nuove prenderanno il posto di coloro che sono stati corrotti dal potere.

Presidente Mugabe, per amore del suo popolo, è ora che se ne vada.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, condivido più o meno quanto è stato detto e quanto si afferma nella risoluzione. E’ evidente che il regime di Mugabe è un regime intollerabile, che sta facendo cose assolutamente inammissibili e odiose. Su questo punto siamo d’accordo.

Detto ciò, desidero nondimeno avanzare qualche riserva sulle risposte tattiche o strategiche che occorre dare, considerato il regime che è al potere e considerati i mezzi a nostra disposizione per far andare le cose nella giusta direzione. Quando parlate di sanzioni, ad esempio, condivido ovviamente il vostro punto di vista, purché si tratti di sanzioni che colpiscano direttamente le autorità dello Zimbabwe. Sanzioni di questo tipo vanno applicate senz’altro; invero, mi chiedo cosa aspettiamo a farlo. Sono naturalmente d’accordo su tale richiesta. Detto ciò, non dobbiamo tuttavia dimenticare che determinati tipi di sanzioni hanno conseguenze dannose sulla popolazione. Inoltre, in linea di principio non sono favorevole alle sanzioni; sono tendenzialmente più incline al dialogo politico. Abbiamo visto nei fatti che le sanzioni, quando toccano la popolazione, di norma si ripercuotono su chi le ha applicate, invece di colpire le autorità cui erano destinate. Questa è la prima cosa che volevo dire.

Per quanto riguarda ciò che sto per dirvi ora, so bene che i miei commenti mi esporranno a critiche. Ma non sarebbe corretto, a mio parere, se non vi mettessi a parte delle impressioni che ho ricavato da questa discussione. Per noi europei è molto facile rilasciare alla stampa, con cadenza quasi giornaliera, dichiarazioni in cui denunciamo e attacchiamo Mugabe. Dovreste però tener presente il fatto che ogni volta che Mugabe viene attaccato, si rafforza la sua importanza simbolica come eroe nero contrapposto ai malvagi coloni bianchi. Come qualcuno di voi – mi pare l’onorevole Meijer – ha detto pochi minuti fa, Mugabe sta chiaramente sfruttando questo circolo vizioso per riabilitare se stesso da un punto di vista politico e nell’immaginazione popolare. Dobbiamo prenderne atto.

C’è poi un’altra cosa che dovreste sapere, poiché altrimenti non sareste correttamente informati. Al pari di voi, anch’io so bene che è necessario esercitare la massima pressione possibile; occorre però farlo in maniera sottile. E occorre comprendere altresì che i leader degli altri paesi africani, che voi accusate di non osare prendere posizione o di non esprimere giudizi di valore sul comportamento di Mugabe, si trovano in una situazione difficile nei loro paesi ogni volta che Mugabe rafforza la sua immagine simbolica – per non dire eroica. Dovete prenderne atto, così come dovete sapere anche che una cosa del genere è estremamente difficile per il Presidente Mbeki. In proposito, vorrei dire subito che la “banda dei vecchi ragazzi”…

(Il Commissario Michel si interrompe per l’esclamazione di un deputato)

… no, ovviamente non esiste nessuna “banda dei vecchi ragazzi”; mi spiace, sarebbe un vero insulto per il Presidente sudafricano parlare di una cosa del genere.

Ciò che il Presidente Mbeki e altri leader africani della regione temono in realtà è che il fenomeno della violenza e di una rivolta anticolonialista possa diffondersi nei paesi limitrofi. In molte occasioni ho avuto modo di discutere di questo tema con i rappresentanti dell’Unione africana e con i capi di governo di quei paesi. Sono in grado di dirvi che essi vogliono veramente esercitare pressioni sul Presidente Mugabe, ma vogliono anche che sussistano le condizioni per poterlo fare. E per realizzare tali condizioni, non basta, oltretutto, che la comunità internazionale al di fuori dell’Africa rilanci la discussione e agiti la minaccia di sanzioni, chiedendo che ne siano applicate di più e insistendo sulla necessità di una linea più dura. Tanto per cominciare, cosa si intende per “necessità di una linea più dura”? Qualcuno mi dica cosa dobbiamo fare. Dobbiamo forse inviare truppe? Cosa dovremmo fare? Il Presidente Barroso ha usato termini estremamente forti per condannare il comportamento di Mugabe dopo le recenti espulsioni. A parte questo e a parte le vendicative e talvolta arroganti dichiarazioni della stampa e gli sfoghi di routine, vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa significa “adottare una linea più dura”. In alternativa, potremmo metterci a discutere del dovere, o del diritto, di ingerenza negli affari di un altro paese, e personalmente sono pronto a farlo. Una discussione su questo tema non mi lascia indifferente; ho tuttavia il sospetto che il giorno in cui il Parlamento chiederà l’invio di truppe nello Zimbabwe per fare un po’ d’ordine in quel paese – e in tal caso sarà comunque necessario il consenso dell’Unione africana – si arrecherà un grave danno all’Africa e alle sue organizzazioni regionali. Inoltre, dubito fortemente che troveremo i candidati per mettere assieme il grosso delle truppe necessarie.

Ciò che voglio dire è che occorre sforzarsi di essere coerenti nel difendere i propri punti di vista. Noi non siamo una semplice cassa di risonanza. A un certo momento, è necessario dire alle Istituzioni europee, e anche a me, quali sono esattamente le altre cose che devono essere fatte. Non è vero che abbiamo smesso di condannare. Quattro giorni fa il Presidente Barroso e io abbiamo incontrato a Sirte il Presidente Konare, e la nostra conversazione si è svolta essenzialmente in questi termini: alle nostre domande sul perché l’Unione africana non condanni il comportamento di Mugabe, il Presidente Konare ci rispondeva così: ma, miei cari amici, ogni volta che voi attaccate Mugabe ci complicate di molto la vita, perché i nostri popoli non lo considerano come un tiranno o un dittatore, bensì fondamentalmente come un oppositore dei malvagi colonizzatori, come la personificazione stessa della resistenza e come un esempio di fedeltà alla storia. Questo è ciò che mi è stato detto, e a queste parole io credo.

So che sarà impossibile, ma per qualche settimana è necessario adottare un basso profilo e non parlare troppo di queste cose. Sono abbastanza certo che ciò consentirà all’Unione africana, alle organizzazioni regionali, al Presidente Mbeki e ad altri di esercitare il loro dovere di peer review. Sono quasi certo sarebbero messi in condizione di farlo. Finché continueremo a dare addosso a Mugabe, con dichiarazioni pubbliche e richieste di vendetta, non riusciremo – e mi dispiace molto dovervelo dire – a indurre l’Unione africana e le altre organizzazioni africane a emettere quel giudizio che ci aspettiamo. Soltanto dopo potremo finalmente esercitare la nostra influenza. Personalmente la penso così. Non credo che esistano altri modi per ottenere il risultato voluto. Di ciò dovete prendere atto.

Ho trascorso molto tempo in quei paesi dell’Africa e sono profondamente costernato nel dover assistere a questo circolo vizioso in cui, quanto più Mugabe diventa tirannico e quanto più l’Unione europea e altre organizzazioni internazionali intervengono per condannarlo, tanto più aumenta la sua popolarità. Se, però, un simile circolo vizioso non ci fosse, è indubbio che Mugabe non durerebbe più a lungo, perché è solo grazie a tale meccanismo che riesce a restare al potere. Ciò che ha detto l’onorevole Meijer è vero: è questo meccanismo la chiave di tutta la questione.

In sintesi, occorre essere molto prudenti quando si attaccano l’Unione africana e i leader africani della regione. Smentisco nel modo più assoluto che siamo i tirapiedi del regime di Mugabe. Vi posso dire che io personalmente non lo sono affatto, e ve lo dico dopo aver cercato in molte occasioni di smuovere la situazione in Sudafrica. A un certo punto, il Sudafrica ha cercato di convincere Mugabe a trasformare il suo regime in un governo di unità nazionale, aprendolo alla partecipazione di Tsvangirai e del suo partito. A un certo punto, le cose si sono mosse nella giusta direzione, ma poi sono arrivate le sanzioni, e il clima è ridiventato estremamente difficile.

Condanno recisamente il comportamento di Mugabe. Credo che le misure e le sanzioni previste dovrebbero essere applicate nei confronti delle autorità dello Zimbabwe; è del tutto evidente che non c’è alcuna ragione per non applicarle. Condivido la maggior parte di quanto si afferma nella risoluzione. Sto soltanto cercando di spiegarvi i limiti di ciò che possiamo utilmente fare, perché il problema è, appunto, quello di fare cose che siano utili.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, intervengo per una questione di procedura. Il Commissario ha avuto quasi dieci minuti a disposizione per fare un’apologia del regime di Mugabe e dell’inattività di Mbeki, della Commissione e del Consiglio. Tutto ciò è ignominioso. In quest’Aula c’è un problema procedurale. Come possiamo avere una discussione adeguata se il nostro tempo di parola è limitato a uno o due minuti, dopo di che il microfono ci viene tolto, mentre il Commissario può parlare quanto vuole e fare una replica vergognosa? Egli ha negato tutto ciò che è stato detto dai deputati al Parlamento europeo, in rappresentanza dell’intero spettro politico.

(Applausi)

Noi non abbiamo potere; lei ha potere, signor Commissario. Oggi ho parlato con altri colleghi, con esponenti dell’opposizione politica di molti paesi africani. Essi non condividono la sua opinione, signor Commissario.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

Quella odierna è stata l’esternazione più ignominiosa da parte di un Commissario cui ho assistito da molto tempo a questa parte.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 17.30.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


29. Tratta di minori in Guatemala
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sulla tratta di minori in Guatemala(1).

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), autore. – (ES) Signor Presidente, quando abbiamo visitato il Guatemala alcuni mesi fa abbiamo potuto constatare quanto fosse delicato il momento che stanno attraversando il paese e, in particolare, gli accordi di pace. Molte delle persone che abbiamo incontrato hanno manifestato la propria preoccupazione per quella che considerano una sostituzione dell’agenda per la pace, ancora da concludere, con un’emergente agenda economica e di liberalizzazione commerciale.

In detto contesto, la vulnerabilità di molti gruppi della popolazione è ovvia e, quindi, preoccupante. Tra i gruppi maggiormente colpiti dall’attuale situazione vorrei ricordare le popolazioni indigene, i movimenti sociali, i difensori dei diritti umani e, come espresso chiaramente nella risoluzione che oggi discutiamo e votiamo, le donne e i bambini, in particolare quelli più poveri.

Un primo esempio ci viene dato dall’unità di protezione dei difensori dei diritti umani del Movimento nazionale per i diritti umani,: tra gennaio e maggio sono stati registrati 76 attacchi contro difensori dei diritti umani, numero che include attentati, omicidi e violazione delle sedi.

Nel corso della nostra visita, molti dei gruppi attaccati e minacciati ci hanno raccontato la loro esperienza denunciando al contempo l’impunità di cui, a loro avviso, hanno beneficiato i responsabili di tali fatti a causa della mancanza di indagini da parte delle autorità.

Un secondo esempio è poi rappresentato dai dati allarmanti sulla violenza strutturale e diretta di cui sono vittime le donne guatemalteche. Nonostante ciò la risposta giudiziaria e legislativa risulta insufficiente. Le adozioni illegali, le denunce di gravidanze forzate e la sottrazione di minori non sono che uno dei sintomi della debolezza dello Stato di diritto guatemalteco, soprattutto nei confronti delle donne indigenti e delle popolazioni indigene.

Per tutte queste ragioni occorre chiedere alla Commissione che, nella futura strategia dell’Unione per il Guatemala per il periodo 2007-2013, stabilisca come prioritari i seguenti punti: la coesione sociale, il diritto all’alimentazione, lo sviluppo rurale e la riforma del sistema di gestione e sfruttamento dei terreni agricoli.

E’ inoltre necessario che tale strategia venga elaborata con la massima partecipazione possibile da parte dei gruppi interessati. Solo permettendo alle varie parti di partecipare a questo processo si potrà garantire che l’attuazione della strategia ottenga l’appoggio locale necessario a portare a buon fine i suoi obiettivi.

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, il Guatemala è divenuto preda di una cultura della violenza cui il governo sembra non saper porre fine. Il terrore serpeggia in particolar modo tra le famiglie dei quartieri poveri, dove il numero di omicidi risulta più elevato. La tratta di donne e bambini è una pratica comune.

“Né protezione, né giustizia”, questo il titolo di una relazione di Amnesty International pubblicata il mese scorso, in cui si stima che il numero di donne e bambine brutalmente uccise tra il 2001 e i 2004 ammonti a circa 1 200. Molte sono state violentate e meno di un omicidio su dieci ha dato seguito a regolare inchiesta. Uno studio iniziato nel 2002 e durato nove mesi ha rivelato che 688 ragazze, provenienti non soltanto dal Guatemala, ma anche dal altri paesi dell’America latina, sono state vendute in varie città guatemalteche.

Reclutate da organizzazioni criminali, tutte le vittime avevano tra i 14 e i 18 anni. Durante la selezione veniva lasciato loro credere che avrebbero lavorato come cameriere in Guatemala, mentre la vera natura del loro lavoro veniva rivelata solo in seguito. Spesso vengono picchiate o chiuse in una stanza per giorni, senza cibo, come forma di punizione per la loro disobbedienza. Non fuggono perché vivono in uno stato di paura. Il governo deve perseguire i criminali coinvolti in questo traffico.

Sono andate sviluppandosi altre pratiche illegali, tra cui rapimenti di bambini, gravidanze in affitto e acquisto di minori da madri indigenti. Il Guatemala deve adottare una legislazione specifica sulle adozioni e applicare la Convenzione dell’Aia sulle adozioni internazionali. Il governo deve prendere misure per far fronte a tutte queste problematiche altrimenti noi, come comunità internazionale, ci troveremo in diritto di condannarlo.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE), autore. – (PL) Signor Presidente, le continue violazioni dei diritti umani e la tratta di minori in Guatemala non possono essere tollerati dalla comunità internazionale. Sebbene la guerra civile sia terminata sette anni orsono, all’interno del paese persiste un clima di violenza e di intimidazione e le vittime più frequenti sono bambini e giovani.

Il problema principale, che richiede una risposta da parte della comunità internazionale, è l’impunità di gruppi di criminalità organizzata. Questi sfuggono alle sanzioni perché le autorità guatemalteche non s’impegnano a sufficienza o perché, semplicemente, non sono in grado di vincere la battaglia.

Nel corso degli ultimi dieci anni, la tratta illegale di minori è divenuta un settore più redditizio del traffico di stupefacenti, pertanto il Guatemala è diventato un paese di transito per la tratta illegale e su larga scala di minori verso il Messico, Stati Uniti e Canada. Si tratta di un problema estremamente complesso. Nella maggior parte dei casi, i minori coinvolti vengono venduti in adozioni illegali, ed è bene sottolineare che, per numero di bambini dati in adozione verso paesi esteri, il Guatemala si posiziona al mondo subito dopo Russia e Cina. Questo fenomeno esaspera piaghe sociali quali la prostituzione infantile, il lavoro minorile forzato e la violenza nei confronti delle donne.

La tratta illegale di minori e di loro organi sta dilagando in questo Stato, soprattutto a causa della mancanza di norme nazionali per i diritti umani e dell’estrema povertà in cui versano i due terzi della popolazione. Dati statistici rivelano che la metà degli abitanti del paese sopravvive con meno di due dollari al giorno.

La povertà del paese, assieme alla mancanza di una politica di pianificazione familiare e alla disintegrazione del sistema scolastico, fanno sì che un terzo dei bambini con meno di 15 anni non abbia accesso alla scolarizzazione.

Nel promuovere il rispetto dei diritti umani fondamentali e condannare ogni forma di violenza e di sfruttamento dei minori, l’Unione europea ha l’obbligo morale di intervenire negli affari interni dei paesi che violano i diritti dei loro cittadini più giovani e indifesi. Per tale ragione propongo che venga lanciata una campagna mondiale di concerto con i programmi dell’UNICEF al fine di promuovere i diritti dei bambini e dei giovani in tutta l’America latina.

Gli attentati terroristici perpetrati oggi a Londra hanno evidenziato la fragilità del nostro senso di sicurezza anche in Europa, dove viviamo in pace. Dobbiamo pertanto effettuare sforzi ancor più concertati per opporci a ogni forma di violenza, ovunque essa si verifichi nel mondo.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), autore. – (NL) Signor Presidente, nel corso della precedente discussione abbiamo concluso che lo Zimbabwe si è trasformato in un inferno, ma si può dire altrettanto del Guatemala, il quale, tuttavia, è preda della miseria da molto più tempo. Fin dal colpo di Stato del 1954, che ha rovesciato un governo che intendeva liberare il paese dalla povertà e dall’arretratezza in cui si trovava, poco o nulla è andato per il verso giusto in Guatemala, che è stato costantemente guidato da governi che non si sono minimamente occupati dei gruppi sociali più deboli o dei diritti umani, portando avanti una tradizione di violenza ed altre forme intimidatorie nei confronti di chiunque cercasse di migliorare la situazione.

L’arretratezza che ha caratterizzato gli ultimi 50 anni si riflette nell’assenza di qualunque legge che criminalizzi la tratta di minori, nella falsificazione di documenti governativi, nei numerosi omicidi rimasti impuniti, nell’intralcio delle attività dei difensori dei diritti umani, nella povertà in cui vive il 56 per cento della popolazione e nella pressoché totale assenza di possibilità per le popolazioni indigene di prendere parte al processo politico decisionale. Vi è ragione di credere che l’aiuto dell’Unione europea possa portare a grandi cambiamenti non solo in Zimbabwe, ma anche, e per lo meno nella stessa misura, in Guatemala. Il mio gruppo sostiene pertanto fermamente la proposta in esame.

 
  
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  Fernando Fernández Martín (PPE-DE), autore. – (ES) Signor Presidente, in occasione della recente visita effettuata in Guatemala da una delegazione del Parlamento europeo, abbiamo rivolto la nostra attenzione a una questione in particolare. Noi cinque deputati che costituivamo tale delegazione, provenienti tutti da gruppi politici diversi, abbiamo concordato che l’adozione di bambini in Guatemala da parte di famiglie straniere comporta un problema enorme, rappresenta una flagrante violazione dei diritti dei minori e si trova, in definitiva, alla base di un business estremamente redditizio.

Secondo le cifre ufficiali ottenute in loco, nel 2004 ben 3 824 bambini guatemaltechi sono stati oggetto di adozioni internazionali e tale cifra, per un paese che conta poco più di 12 milioni di abitanti, dimostra che in quello Stato qualcosa non funziona come dovrebbe. L’adozione di un bambino costa tra i 25 000 e i 30 000 dollari statunitensi e di tale cifra la madre naturale riceve soltanto il 2 o il 3 per cento, ovvero meno di 400 euro.

Questo significa che l’ammontare complessivo di tali ingenti donazioni pone tale fenomeno al secondo posto nelle esportazioni del paese. I bambini coinvolti sono, in generale, figli di ragazze madri, molte delle quali tra i 13 e i 14 anni, per la maggior parte indigene e in molti casi vittime della droga e/o della prostituzione.

Nel corso degli ultimi anni, molti dei governi guatemaltechi hanno tentato di approvare una legge che attuasse la Convenzione dell’Aia in materia di adozioni, ma senza successo. Il Congresso del Guatemala, sicuramente a causa di pressioni esterne, non è stato in grado di approvare tale legge.

Ora il governo guatemalteco auspica che nelle prossime settimane venga approvata una legge che ponga fine a questa situazione. Pertanto il mio gruppo intende inviare un messaggio molto chiaro alle autorità del Guatemala comunicando loro che possono contare sul nostro pieno appoggio affinché il Congresso possa finalmente approvare una legge che regoli questa situazione davvero insostenibile.

 
  
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  Urszula Krupa, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL) Signor Presidente, il titolo della discussione odierna indica una tragedia moderna su larghissima scala. Ogni anno più di 1,2 milioni di bambini vengono venduti e le adozioni internazionali generano guadagni pari a 20 milioni di dollari statunitensi l’anno. I bambini dei paesi poveri vivono nella miseria e vengono gettati per le strade, sfruttati sessualmente o uccisi per il trapianto d’organi. I paesi in via di sviluppo sono divenuti un covo per la depravazione di molti paesi sviluppati.

Traffico di droga e armi a parte, la tratta dei minori è il modo migliore per fare soldi in Guatemala. I gruppi coinvolti in tale traffico mettono annunci su Internet, ben sapendo che non verranno puniti perché da nessuna parte, nella giurisprudenza guatemalteca, tali pratiche clandestine vengono condannate come criminali.

Il grado di barbarie di simili criminali si evince dal fatto che le puerpere vengono drogate e obbligate a firmare documenti con i quali rinunciano ai propri diritti di genitore. Nonostante la crescente dimensione del problema, tuttavia, né il governo guatemalteco, né le autorità locali hanno intrapreso alcuna azione. Dal momento del loro concepimento, oggi i bambini invece dell’amore e delle doverose cure conoscono aggressioni senza precedenti, sono esposti a minacce e morte, vengono obbligati a lavorare e sono sfruttati sessualmente. Pratiche simili sono facilitate dalla depravazione di politici, avvocati, funzionari e persino di organizzazioni umanitarie internazionali.

Giovanni Paolo II una volta disse che la cura dei bambini era la prima e più basilare prova dei rapporti umani. Le nostre azioni non dovrebbero limitarsi all’intervento e all’adozione di risoluzioni, per quanto lodevoli ci possano sembrare. E’ necessario porre particolare enfasi sul ruolo svolto dalla famiglia moralmente sana, in quanto questa offre al bambino l’amore ed il senso di sicurezza che sono indispensabili alla sua crescita e al suo sviluppo.

(Applausi)

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, la Commissione è ben consapevole della situazione in Guatemala, grazie alle relazioni redatte da vari inviati speciali delle Nazioni Unite, nonché della delegazione del Parlamento europeo recatasi in missione in questo paese nel mese di aprile. Nel quadro dell’attuazione degli accordi di pace del 1996, la tutela dei diritti umani è una priorità chiave nei nostri rapporti con il Guatemala.

Per quanto concerne l’adozione dei bambini, sin dal 2004 la Commissione ha appoggiato le azioni che l’Unione europea ha regolarmente intrapreso nei confronti delle autorità guatemalteche, azioni che ci permettono di esprimere la nostra preoccupazione relativamente alla mancata attuazione della Convenzione dell’Aia. A questo proposito anche i contatti tra l’Unione europea e l’UNICEF sono stati soddisfacenti, in particolare in occasione della recente visita in Guatemala da parte del Segretario generale della Conferenza dell’Aia, van Loon, visita che ha permesso di creare un clima più propizio alla necessaria attuazione della Convenzione. Al contempo, la Commissione sostiene una serie di progetti di cooperazione relativi alla problematica della tratta di minori in Guatemala e alla lotta alla pornografia infantile, il tutto nel quadro della strategia “paese” per il periodo 2007-2013, la cui definizione è attualmente in corso. Contiamo di integrare e intensificare questi sforzi per mezzo di una politica di cooperazione basata interamente sulla tutela e l’affermazione generale dei minori e dell’infanzia, in particolare dei bambini e delle famiglie a rischio.

La Commissione si è unita anche a varie azioni dell’Unione europea, in particolar modo a sostegno del ministro degli Interni e del Procuratore generale. Questo ci ha permesso di esprimere la nostra preoccupazione per la situazione dei diritti umani, ivi compresi gli attacchi alle organizzazioni per la tutela di tali diritti e la crescente violenza nei confronti delle donne. Sul piano della cooperazione, le stime di bilancio dell’Unione europea hanno assegnato al Guatemala, nel campo dei diritti umani e della democratizzazione per il periodo 2002-2006, fondi pari a 18 milioni di euro. Tali aiuti includono il sostegno alle autorità giudiziarie e all’Ufficio del Procuratore generale per i diritti umani nelle zone rurali. La Commissione ha lanciato altresì uno specifico programma “genere”, rivolto in modo più mirato alle donne indigene, per il quale sono stati stanziati 6 milioni di euro.

La Commissione, infine, ha approvato un bilancio di 1,2 milioni di euro per sostenere la creazione dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani in Guatemala, previsto per luglio 2005.

Per quanto concerne la nostra cooperazione futura, rimangono assi prioritari nel quadro delle nostre relazioni con il Guatemala la coesione sociale, lo sviluppo rurale e locale, ivi compresa la definizione di una strategia integrale per gli aiuti alimentari e, infine, il progresso delle popolazioni indigene.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 17.30.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


30. Diritti umani in Etiopia
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sui diritti umani in Etiopia(1).

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), autore. – (ES) Sono lieto di iniziare questo mio intervento festeggiando la liberazione dei sei difensori dei diritti umani di cui chiedevamo la scarcerazione proprio nella risoluzione oggi in esame. Questi si trovavano tra le migliaia di persone arrestate nella capitale etiope, Addis Abeba, sia durante che dopo le manifestazioni iniziate il 6 giugno e protrattesi più giorni.

Durante tali disordini sono state assassinate 36 persone. Sebbene ne siano state liberate circa 4 000, parecchie migliaia si trovano ancora in prigione o in centri di detenzione non ufficiali della polizia. Dinanzi a tale situazione l’Unione europea deve continuare a essere ferma ed esigere che l’indagine su quanto avvenuto prosegua senza che vengano frapposti ostacoli da nessuna delle parti.

Inoltre, sembra chiaro che l’opposizione non ha né l’intenzione né i mezzi per portare a termine una rivolta violenta suscettibile di compromettere, in ultima istanza, la vittoria elettorale che afferma di aver ottenuto. Tuttavia, non possiamo dire altrettanto del governo che, secondo varie voci, avrebbe perduto le elezioni.

L’Unione europea, perciò, deve inviare un chiaro messaggio al governo, intimandogli di sospendere qualunque atteggiamento repressivo e provocatorio, specialmente nei confronti dei membri dell’opposizione, dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti indipendenti, in quanto questo comportamento ostile può portare il paese a una situazione di caos che non gioverebbe a nessuno.

Per concludere, l’Unione europea deve esigere che il governo etiope si assuma la propria responsabilità di garantire la sicurezza dei cittadini e del nuovo Parlamento.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che, in un giorno in cui la piaga del terrorismo ha di nuovo colpito civili innocenti in una capitale europea, noi continuiamo a discutere gli argomenti regolarmente previsti dall’ordine del giorno. La risposta, naturalmente, è che, sebbene i nostri cuori siano rivolti alle vittime e alle loro famiglie, noi in nessun caso dobbiamo permettere che atti di terrorismo e di codardia sconvolgano le nostre Istituzioni e i nostri processi democratici. Agire altrimenti significherebbe di fatto dare ai terroristi codardi quella malsana soddisfazione e quel perverso piacere che cercano di raggiungere nel perpetrare tali mostruosi crimini contro l’umanità.

L’Etiopia, purtroppo, è un paese con una lunga storia di povertà e carestia. E’ altresì un paese con una lunga storia di autocrazia e terrore da parte dello Stato. Durante i quattordici anni in cui il Primo Ministro Meles Zenawi è stato al potere, i suoi governi hanno continuato ad aggiudicarsi un vergognoso record di violazione dei diritti umani. Molti oppositori del suo governo sono stati regolarmente sottoposti a vessazioni, detenzioni e torture. Il mese scorso, dopo le recenti elezioni legislative nel paese, le dimostrazioni dell’opposizione nella capitale Addis Abeba sono state accolte da brutali attacchi da parte della polizia etiope. I dimostranti, per lo più studenti universitari, sostenevano, e non a torto, che si erano verificate frodi elettorali in tutto il paese. Le forze dell’ordine hanno fatto fuoco, indiscriminatamente, sulla folla di dimostranti inermi, uccidendone almeno 36 e ferendone più di 100. Si stima che 5 000 persone siano state arrestate e recluse in centri di detenzione militari. A seguito della reazione della comunità internazionale, molte di queste persone sono state rilasciate, ma sono ancora numerose quelle tuttora detenute.

Nel corso degli ultimissimi anni l’Etiopia ha ricevuto, e continua a ricevere, considerevoli aiuti allo sviluppo da parte dell’Occidente, e in particolar modo dall’Unione. Molti sostengono, e a ragion veduta, che dovremmo riconsiderare le modalità di versamento di tali fondi ai paesi africani perché sembrerebbe che, per lo meno in alcuni casi, come in quello dell’Etiopia, gli aiuti finanziari possano coincidere con il sostegno a regimi non democratici le cui politiche portano in seguito la nazione alla povertà. Vi chiedo di sostenere questa proposta di risoluzione.

 
  
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  Ana Maria Gomes (PSE).(PT) No, signor Presidente, purtroppo mi rivolgo a quest’Aula non in qualità di autrice, ma di membro di questo Parlamento e di capo della missione di osservazione elettorale dell’Unione europea in Etiopia. Le elezioni hanno permesso alle forze dell’opposizione e a tutta la società di esprimersi come mai prima di allora, fatto di cui bisogna dar credito al Primo Ministro Meles Zenawi. La presenza di osservatori internazionali, di cui la nostra missione è stata la più importante in termini numerici e di impegno professionale, è stata decisiva per infondere fiducia negli elettori che per tale ragione sono accorsi alle urne e il 90 per cento ha espresso il proprio voto. La delegazione inviata dal Parlamento europeo ha sentito i prolungati applausi degli elettori che facevano la fila il 15 maggio ed è per tale ragione che la missione elettorale dell’Unione europea avverte una forte responsabilità. E’ cruciale che il popolo etiope veda rispettate le proprie aspettative di risultati elettorali genuini, e la nostra missione farà tutto il possibile perché ciò accada.

Nessuno può sapere con certezza quali saranno i risultati elettorali, perché il processo ha incontrato serie difficoltà in fase di conteggio delle schede. Ai ritardi nella pubblicazione dei risultati si è aggiunta una profusione di denunce provenienti da tutti i partiti, incluso quello al governo. Le preoccupazioni della popolazione circa tali ritardi e denunce sono state alla base dei drammatici avvenimenti del 6, 7 e 8 giugno, su cui la missione ha immediatamente preso una posizione ufficiale. Abbiamo sollecitato, allora come ora, un’inchiesta indipendente. Invitiamo specificatamente il governo a rilasciare quanti erano stati arrestati in violazione delle garanzie istituzionali e dei diritti umani. Chiediamo che ai candidati eletti e ad altri rappresentanti dell’opposizione, oltre che ai difensori dei diritti umani, venga concessa libertà d’azione. Richiediamo la libertà di stampa e che ai rappresentanti dell’opposizione venga consentito l’accesso ai media. Abbiamo chiesto altresì all’opposizione, allora come ora, di trattenersi e di scoraggiare altri dal portare avanti o dal sollecitare un’insurrezione, dal chiedere alla gente di violare il diritto costituzionale, o dall’inasprire conflitti interetnici che, alla fin fine, sarebbero utili solo a coloro che hanno interessi ben precisi a far sì che i risultati reali del voto popolare non vengano mai appurati, a chi perciò non esiterebbe a fare qualunque cosa per forzare la rottura del processo elettorale, gettando il paese in una spirale di violenza e nel caos economico e politico. Invitiamo entrambe le parti, sia il governo che l’opposizione, a rispettare fino in fondo l’accordo del 10 giugno, volto a dar seguito alle denunce, tenendo conto che tale accordo è sostenuto dai principali donatori, inclusi gli Stati membri dell’Unione europea.

A questo punto desidero rendere omaggio al rappresentante della Commissione, che ha svolto e continua a svolgere un ruolo fondamentale ad Addis Abeba. La nostra missione è stata ridefinita per rispondere alla richiesta avanzata da entrambe le parti affinché rimanessimo in veste di osservatori anche per tutto il tempo necessario a dar seguito alle denunce inoltrate. Perciò la prossima settimana sarò di nuovo ad Addis Abeba.

Concludo, signor Presidente, dicendo che la situazione si trova in una fase di equilibrio estremamente delicato e pericoloso. Il rischio di una guerra civile non è un mero esercizio di retorica. Ho appena ricevuto notizie secondo cui la principale forza dell’opposizione ha annunciato stamattina il proprio ritiro dalla fase istruttoria delle denunce per supposto ostruzionismo nei confronti dei propri rappresentanti. Pertanto, qualunque manifestazione di interesse per il processo etiope, per quanto costruttiva e benintenzionata, com’è certamente il caso di questa iniziativa del Parlamento, rischia di essere mal interpretata o utilizzata a proprio vantaggio da coloro che hanno interesse a provocare la rottura del processo di democratizzazione dell’Etiopia.

I miei compiti di capo della missione di osservazione elettorale non sono conclusi. Si tratta di una missione indipendente il cui lavoro non è ancora finito. Chiedo perciò al Parlamento di comprendere le ragioni per cui ritengo mio dovere non partecipare alla votazione di questa risoluzione.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), autore. – (CS) Onorevoli colleghi, sono lieto di poter esprimere il mio pieno appoggio alla proposta di risoluzione comune sulla situazione in Etiopia. Non vi è nessun tentativo di tornare ai tempi di re Giovanni, anzi, la risoluzione esprime piuttosto chiaramente la nostra consapevolezza circa la gravità della situazione in uno dei paesi più poveri dell’Africa. L’Etiopia è stata uno dei membri fondatori dell’Organizzazione dell’unità africana, ma il paese è ancora influenzato dalla situazione instabile della Somalia nonché dai conflitti con il regime medievale dell’Eritrea. Uno dei paesi confinanti è il Sudan, che da decenni cerca di risolvere i conflitti interni nel nord e nel sud del paese come pure la situazione disastrosa nel Darfur. In passato l’Etiopia ha subito colpi di Stato ed è stata vittima della siccità e della guerra in Uganda.

In una situazione come questa è di importanza cruciale rafforzare la fiducia degli etiopi nei sistemi democratici. A questo proposito concordo con l’onorevole Gomes, la collega a capo della missione di osservazione elettorale. E’ più che giusto che la risoluzione sottolinei questo punto, ma ciò, da solo, non basta: non possiamo tollerare la violazione o il raggiro delle leggi di nessun paese, specialmente quando il paese in questione vanta un’altissima affluenza alle urne, chiaro indice dell’enorme interesse pubblico. E’ necessario fornire il nostro sostegno per permettere un’indagine puntuale di tutte le denunce. Dobbiamo però intensificare i nostri sforzi: a un paese come l’Etiopia, che sta tentando di migliorare la propria situazione agricola ed industriale, occorre il nostro aiuto. Alcuni paesi hanno già fruito di assistenza in passato, e i programmi di questo tipo dovrebbero essere ulteriormente incentivati. Il sostegno all’Etiopia deve essere chiaramente mirato a risolvere problemi fondamentali e non andare a beneficio del governo. E’ estremamente importante inviare esperti in loco che aiutino a formare agricoltori e, se necessario, che collaborino a identificare e garantire le fonti idriche, come lo è offrire possibilità di studio nelle scuole superiori e nelle università dell’Unione europea. Un vecchio proverbio dice: “Dà a un uomo un pesce e lo sfamerai per un giorno, insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita”: questa dovrebbe essere la nostra linea guida.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, singolarmente, il tema di questa settimana è l’Africa, un continente trascurato troppo a lungo da tutti, inclusi, per certi versi, quanti siedono in quest’Aula. A partire dai concerti di musica pop del fine settimana, passando per il Vertice tenutosi in Scozia mercoledì arrivando alla grande discussione che abbiamo svolto qui in Parlamento, l’Africa si trova al centro dell’urgente e attuale discussione di questo giovedì pomeriggio.

La questione dello Zimbabwe, da sola, ha appena dimostrato quanti potenziali conflitti nasconde questa discussione. E’ risultato evidente che, al di là di approcci semplicemente umanitari, esiste la necessità di sviluppare una politica per l’Africa rigorosa e ben ponderata. Devo dire che sono rimasto turbato dalle affermazioni formulate dal Commissario in proposito. In qualità di membro bavarese al Parlamento europeo, devo dire che se penso che quando il Commissario rivestiva l’incarico di ministro belga degli Affari esteri era stato uno dei principali promotori del tentativo di sanzionare l’Austria, modello di democrazia europea, sentendolo ora riferire che sarebbe controproducente e sbagliato sanzionare Mugabe, uno dei peggiori dittatori mai esistiti al mondo, ebbene devo dire che non possiamo assolutamente accettare questa sua impostazione di due pesi e due misure.

Dobbiamo far capire chiaramente che noi, in Europa, possiamo essere credibili solo se non ci limitiamo a far piovere un po’ di denaro sull’Africa, ma realizziamo invece una strategia politica e tracciamo un concetto chiaro di quelli che sono i diritti umani.

Condivido senza riserva alcuna l’opinione secondo cui, com’è ovvio, non possiamo atteggiarci a maestri del mondo. Abbiamo parecchio da sistemare in casa nostra. Tuttavia, signor Commissario, ritengo che sia necessario imporre sanzioni ai dittatori africani ed esercitare pressioni su di loro, e ritengo che lo si debba fare con urgenza.

Il Presidente della Repubblica sudafricana, Mbeki, che si pavoneggia in tutto il continente di essere un modello di democrazia e un attore di pace, non è egli stesso che un Mugabe travestito, altrimenti si sarebbe opposto da lungo tempo a quanto avviene in Zimbabwe. Questo risulta sufficientemente chiaro quando si ascolta ciò che dicono in merito i rappresentanti della chiesa in Sudafrica. Si tratta di una causa di cui dovremmo farci carico.

E’ in tale contesto che dobbiamo considerare gli eventi etiopi, e stare all’erta. L’Etiopia ha già conosciuto numerose catastrofi sotto forma di terribili carestie, conflitti e guerre civili, una dittatura contraddistinta dall’inconfondibile marchio del comunismo di stampo sovietico, cui sono seguite una guerra civile e una di secessione, conflitti tra i paesi vicini e altro ancora. Ora siamo sull’orlo di un nuovo conflitto. Vediamo farsi strada una nuova dittatura, proprio in un paese dai grandi potenziali, uno degli Stati al mondo con la più lunga storia di indipendenza, con un popolo di antiche tradizioni, di cultura essenzialmente cristiana, che fino a tempi recenti non ha mai dovuto subire un’egemonia coloniale, un paese che ha lottato contro il fascismo e il militarismo europeo, un paese che era un tempo l’orgoglio dell’Africa e il simbolo di uno sviluppo indipendente ed autosufficiente. Non dobbiamo permettere che questo paese si disintegri in clan come ha già fatto la vicina Somalia, in molteplici divisioni di tribù e partiti, per lo più basati su alleanze tribali.

Questa è la ragione per cui dobbiamo puntare tanto sulla democrazia e i diritti umani in Etiopia. Non accade spesso che io concordi con l’onorevole Kohlíček, ma oggi unisco la mi voce alla sua: dobbiamo sostenere progetti locali per quanto concerne agricoltura ed irrigazione, impedendo che ne beneficino solo coloro che si trovano al centro e i burocrati; dobbiamo invece favorire la nascita di una nuova comunità, che sorga dal basso, nell’area così strategicamente vitale del Corno d’Africa.

 
  
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  Alyn Smith, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, nel corso di questa discussione sui diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto in Etiopia, non posso permettere che i terribili eventi verificatisi a Londra quest’oggi passino inosservati. Non rappresento Londra, né l’Inghilterra, ma affermo che noi scozzesi siamo solidali con il nostro vicino più prossimo, con i nostri amici, con i nostri colleghi e, naturalmente, con le nostre famiglie a Londra e altrove. Domani sarà il momento delle domande e delle ragioni, ma oggi è quello della civiltà e dell’umanità.

Nel nostro mondo interdipendente, un attacco ai diritti degli innocenti a Londra, in Etiopia, in qualunque posto è un attacco ai diritti di tutti noi. Alla luce degli avvenimenti di oggi, è ancor più fondamentale che quelli di noi che parteggiano per i diritti umani e per lo Stato di diritto parlino con voce chiara, forte e convincente. Quand’anche non fossimo d’accordo che su un unico punto, concorderemmo sul fatto che mai e poi mai i problemi si risolvono con la violenza illegittima contro gli innocenti.

Circa i numerosi casi di violazione dei diritti umani in Etiopia, appoggio pienamente quanto detto in precedenza dall’onorevole Romeva i Rueda, del mio gruppo, e vorrei aggiungere che in questa discussione non dovremmo scordare la libertà di stampa. Si tratta di una questione fondamentale per una società libera e un mondo libero. Anche questa libertà è ampiamente violata in Etiopia e vorrei aggiungere la mia condanna personale a quella del Parlamento.

C’è ben poco da discutere in questa sede sulla sostanza della proposta di risoluzione in esame, ma eventi esterni a quest’Assemblea rendono ancor più importante che noi proteggiamo tali diritti.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (NI).(PL) Signor Presidente, io invidio l’Etiopia. Sì, ha capito bene, io invidio l’Etiopia, ma non per il suo governo, che ha ben poco da invidiare. Invidio il popolo etiope perché crede che così tanto dipenda da lui. Non credo che ci sia un solo paese in Europa che possa vantare un afflusso alle urne di quasi il 90 per cento, come è avvenuto nel corso delle elezioni etiopi il 15 maggio di quest’anno. Un tale afflusso merita il nostro rispetto e il nostro sostegno: un paese in grado di raggiungere un simile risultato merita la democrazia. L’unico problema è che la democrazia costa cara in Etiopia: trentasei persone sono state uccise e alcune migliaia imprigionate, sebbene, per fortuna, 4 000 di queste siano state recentemente rilasciate.

La parola solidarietà è di enorme importanza per i cittadini del mio paese, la Polonia, e certamente riveste un grande significato anche per l’Unione europea. Questa solidarietà dovrebbe essere estesa anche all’Etiopia, un paese che non va condannato all’oblio, pur essendo molto distante da Strasburgo. Non dovremmo permetterci di scordare l’Africa, e le nostre menti non dovrebbero rivolgersi a questo continente solo una volta l’anno, o quando Bob Geldof organizza qualche concerto.

I membri non iscritti sostengono pienamente la proposta di risoluzione in esame, perché non è altro che una versione politica di quanto Ernest Hemingway aveva saggiamente scritto: “Non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) L’Etiopia è il tipico caso in cui l’Unione europea può fare la differenza e in cui, inoltre, si impegna a farlo. Come tutti voi, ho seguito molto attentamente lo sviluppo del processo elettorale in Etiopia. L’ho fatto prima delle elezioni e devo dire che la campagna elettorale è stata un modello di democrazia, con accesso ai media garantito a tutti. I problemi sono iniziati con l’avvio delle elezioni. Naturalmente sono stato testimone dei gravi incidenti avvenuti il 7 e l’8 giugno scorsi. Sono intervenuto personalmente e Javier Solana ha fatto altrettanto. Vi informo che sento il Primo Ministro Meles quasi ogni due giorni per trasmettergli le preoccupazioni dell’Unione circa lo sviluppo delle elezioni e soprattutto circa le violazioni dei diritti umani che si sono verificate durante quegli incidenti.

E’ chiaro che i messaggi che l’Unione europea e altri hanno mandato e continuano a mandare alle autorità etiopi sortiscono qualche effetto, come prova la decisione del governo di rilasciare circa 3 800 persone arrestate senza alcuna imputazione a seguito delle dimostrazioni. Abbiamo avuto numerosi contatti telefonici e ogni volta il Primo Ministro Meles ha soddisfatto le nostre richieste. Ho avuto modo di parlare con lui e con il Presidente Barroso, tre giorni fa, in Libia: rimarrebbero ancora da 600 a 700 detenuti, di cui molti in località segrete. Il Primo Ministro Meles mi ha detto che stava cercando di accelerare la soluzione di tali questioni e che la maggior parte delle persone ancora detenute verrà probabilmente rilasciata se è stata arrestata senza motivo. Le autorità etiopi devono rispettare non solo le proprie leggi, ma anche le norme internazionali in materia di diritti umani. Abbiamo chiesto che il Comitato internazionale della Croce Rossa possa visitare coloro che sono ancora detenuti.

Per quanto concerne gli avvenimenti del 7 e 8 giugno, sarebbe auspicabile che il governo autorizzasse un’inchiesta indipendente al fine di stabilire con chiarezza fatti e responsabilità. Il Primo Ministro Meles mi ha detto che era in grado di soddisfare questa richiesta e che si sarebbe impegnato in tal senso.

Per quanto riguarda il processo elettorale, sono molto lieto dei progressi compiuti dopo il grave rischio che le cose uscissero dal binario prestabilito, nonché per il fatto che sia stato possibile iniziare il processo per il contenzioso elettorale. Ho chiesto a tutti i partiti politici – li ho incontrati tutti, anche quelli dell’opposizione – e ai loro leader di mantenere il massimo riserbo, in modo da permettere all’amministrazione elettorale nazionale di ultimare il proprio lavoro in modo indipendente.

L’Unione europea ha ottenuto altresì, come richiesto dai partiti dell’opposizione, che tutti i partiti, anche quelli dell’opposizione, fossero rappresentati nel comitato per l’esame delle denunce. Anche in questo caso la nostra richiesta è stata accolta. Siamo stati altresì il solo motore della negoziazione di un codice di condotta per la stampa, prossimo all’adozione da parte di tutti i partiti. E’ più che probabile che questo codice sarà adottato in tempi estremamente rapidi. La Commissione e tutta l’Unione desiderano fortemente che l’Etiopia ultimi il processo elettorale non solo per la stabilità del paese, ma anche per il fortissimo segnale che una reale democratizzazione del paese invierebbe. Grazie alla missione di osservazione elettorale dell’Unione europea e grazie al dialogo politico condotto in loco dal suo rappresentante, la Commissione si trova a capo delle iniziative e svolge un ruolo costruttivo, apprezzato in Etiopia da tutti i partiti. Continueremo a sostenere tale processo.

Vorrei inoltre sinceramente e pubblicamente ringraziare l’onorevole Ana Gomes e congratularmi con lei, per il notevole lavoro svolto in qualità di capo della missione europea di osservazione elettorale e per l’eccellente collaborazione che ha permesso si instaurasse con noi. Siamo stati in contatto e so fino a che punto ha contribuito all’avvicinamento delle nostre posizioni. Tengo a sottolineare che è andata al di là del suo semplice ruolo di capo della missione di osservazione, facilitando davvero il compito a tutti.

(Applausi)

Sono convinto che l’Unione europea continuerà a impegnarsi in un dialogo costruttivo ma al contempo fermo ed esigente allo scopo di continuare a influenzare positivamente il processo in corso in Etiopia. Tale processo è ovviamente delicato: in ogni campo gli estremisti non aspettano altro che un errore da parte di qualcuno o una qualunque occasione per dar fuoco alle polveri. Ritengo che la responsabilità collettiva di Parlamento, Commissione e Consiglio dovrebbe evitare che si verifichi questa ipotesi pessimistica e mantenere l’impegno di tutti all’interno del quadro giuridico e dell’attuale processo elettorale e politico.

Vorrei ad ogni modo aggiungere un ulteriore elemento. Senza per questo espormi, vorrei comunque dire che l’influenza dell’Unione europea è facilitata, in certa misura, dall’atteggiamento di apertura del Primo Ministro Meles e, soprattutto, dalla sua considerevole fiducia nell’Unione europea. L’UE, ai suoi occhi, rappresenta un’Istituzione e una realtà in cui crede e che rispetta, ragion per cui è abbastanza pronto a soddisfare le nostre richieste, le nostre sollecitazioni, le nostre esigenze. Sono persuaso che, se continueremo a sostenere tale processo, dovremo svolgere un ruolo di conciliazione e in tal caso la democrazia potrebbe molto facilmente essere restaurata in Etiopia.

Il Primo Ministro Meles ci ha detto che accetterà il verdetto delle urne quando verrà annunciato dall’istituzione che deve dare i risultati esatti. Se, ad esempio, bisognerà procedere a nuove elezioni in determinate circoscrizioni e via dicendo, lo farà. Vedremo come si evolverà la situazione. Ad ogni buon conto, tutte le volte che si è impegnato a fare qualcosa, lo ha fatto. Era importante che ve lo dicessi.

Il quadro che vi sto dipingendo non è così nero come quello abbozzato da alcuni oratori. Certo, la situazione è delicata, rischiosa e anche pericolosa. Chi potrebbe pensare che le cose stiano diversamente? Tuttavia, da quando sono diventato Commissario, è la prima volta che mi rendo conto che quando le diverse Istituzioni (Parlamento, Alti rappresentanti, Commissione, delegazioni in loco) lavorano insieme, anche con gli Stati membri, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione dell’Unione europea, il risultato è assicurato. Questo è sicuramente il caso dell’Etiopia. Ho la sensazione che siamo stati davvero molto utili, ma tengo ancora a ringraziare, dal più profondo del cuore, l’onorevole Gomes per il grosso aiuto che ci ha fornito.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Procediamo ora con le votazioni.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


31. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

32. Turno di votazioni
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  Presidente. – Procediamo ora con le votazioni.

(Per i risultati e altri particolari relativi alla votazione: cfr. Processo verbale)

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, la votazione sulla relazione Saïfi era prevista per questa sera, non per mezzogiorno, cionondimeno a mezzogiorno si è deciso di non votarla oggi e ciò è accaduto dopo che il turno di votazioni era concluso e molti di noi avevano già abbandonato l’Aula. Nel rileggere il Regolamento, mi pare chiaro che l’articolo 170, paragrafo 4, stabilisce che è possibile proporre l’aggiornamento di una votazione prima che questa abbia luogo. Ne deriva che l’onorevole Schulz potrebbe ora chiedere che la relazione Saïfi venga aggiornata, ma la ragione per cui non lo può fare è più che evidente: non si trova neppure qui. A mio avviso non possiamo accettare oltre che il Regolamento venga utilizzato in questo modo. La relazione avrebbe potuto essere votata adesso, ma la ragione per cui tale votazione non è stata prevista per questa sera è che ci sarebbe stata una netta maggioranza di persone che avrebbero voluto votarla, perché quanti sono presenti in questo momento sono quelli che lavorano fino all’ultimo. Quanto è accaduto oggi a mezzogiorno è il risultato del comportamento di quanti sono troppo pigri per rimanere in Aula fino al termine dei lavori.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE).(DE) Signor Presidente, vorrei effettuare una correzione. L’onorevole Posselt evidentemente non sa che la mozione non è partita dall’onorevole Schulz, ma da qualcun altro. Potrei aggiungere che la votazione ha dato il risultato che ha dato grazie ad una maggioranza ben più ampia del numero di deputati presenti al momento, e questo è democratico.

 
  
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  Paul Marie Coûteaux (IND/DEM).(FR) Signor Presidente, devo dire, a sostegno dell’intervento del mio esimio collega, onorevole Posselt, che da un certo punto di vista siamo rimasti molto colpiti da quanto è accaduto in merito alla relazione Saïfi. Vorrei che ne valutassimo le conseguenze, perché, in fin dei conti, si tratta di un segnale rivolto a tutti coloro che hanno a cuore la sede di Strasburgo. Tutti sanno che questa sede è a rischio. Ripensiamo alla votazione di stamattina e alla questione sollevata dalla relazione dell’onorevole Saïfi su un argomento importante come il settore tessile la cui discussione, a mio avviso, non dovrebbe essere rimandata di due mesi, in quanto si tratta di una questione urgente. Indipendentemente da ciò è bene considerare anche il segnale che abbiamo lanciato ammettendo che dopo giovedì a mezzogiorno è impossibile fare alcunché d’importante nell’Aula del Parlamento della sede di Strasburgo, che considero essere la sede principale del Parlamento europeo. Dato che le nostre attività iniziano il martedì mattina, il fatto che terminino il giovedì mattina sembrerebbe indicare, a grandi linee, che il Parlamento di Strasburgo si riunisce a Strasburgo solo per circa due giorni al mese. Si tratta di una conseguenza la cui importanza vorrei venisse valutata da tutti i colleghi ed è per questo motivo che rivolgo una protesta formale in merito.

 

33. Zimbabwe
  

Prima della votazione

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, ritengo che su questo punto sia stato raggiunto un accordo da parte di tutti i gruppi. Al paragrafo 17 della risoluzione dovremmo eliminare la dicitura “governo di unità nazionale” ed inserire “governo di transizione”.

Suggerirei altresì che nel paragrafo 18 includessimo anche i governi del G8.

 
  
  

(Il Presidente constata che non vi sono obiezioni alla presentazione dell’emendamento orale)

 

34. Tratta di minori in Guatemala

35. Diritti umani in Etiopia

36. Agricoltura delle regioni ultraperiferiche dell’Unione
  

Prima della votazione

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), relatore. – (PT) Volevo solo spiegare che ho avuto delle difficoltà con il mio cartellino e l’apparecchio per le votazioni e che, purtroppo, non ho potuto votare la mia relazione. Desidererei tuttavia che venisse registrato il mio voto che, naturalmente, è favorevole.

 
  
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  Presidente. La votazione è chiusa.

 

37. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Freitas (A6-0195/2005)

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Il carattere specifico dell’agricoltura e dell’approvvigionamento dei mercati nelle regioni ultraperiferiche è evidente e l’Unione lo ha giustamente riconosciuto. In tale contesto, e alla luce delle recenti esperienze, ritengo che l’essenza della proposta della Commissione, che mira essenzialmente a rendere maggiormente flessibile il processo, venga incontro ai notevoli interessi del Portogallo in materia. Le nostre regioni ultraperiferiche, Azzorre e Madera, meritano particolare attenzione a causa della loro situazione specifica, soprattutto per quanto concerne l’agricoltura.

 

38. Correzioni di voto: vedasi processo verbale

39. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale

40. Dichiarazioni scritte (articolo 116): vedasi processo verbale

41. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale

42. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale

43. Interruzione della sessione
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  Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento Europeo.

(La seduta termina alle 18.00)

 

ALLEGATO
INTERROGAZIONI AL CONSIGLIO
Interrogazione n. 23 dell'on. Edite Estrela (H-0504/05)
 Oggetto: Sostanze cancerogene
 

Considerando che il piombo è una sostanza chimica che provoca il cancro e che la sua presenza è stata rilevata nei rossetti commercializzati dalle più note marche dell'industria cosmetica,

Intende il Consiglio verificare se tale anomala situazione si protrae? In caso di risposta affermativa, quali misure intende adottare per tutelare i diritti e la salute dei consumatori?

 
  
 

Il Consiglio non è al corrente dei fatti menzionati dall’onorevole parlamentare, tuttavia desidera sottolineare che la composizione dei prodotti cosmetici deve essere conforme alla direttiva 76/768/CEE concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative ai prodotti cosmetici. Come l’onorevole parlamentare saprà, spetta alla Commissione garantire la corretta applicazione di questo atto legislativo e agli Stati membri esercitare controlli sulle disposizioni vigenti, punendone le violazioni conformemente al diritto nazionale. In questo contesto, il Consiglio invita l’onorevole parlamentare a rivolgere l’interrogazione alla Commissione.

 

Interrogazione n. 24 dell'on. Brian Crowley (H-0506/05)
 Oggetto: Sfratto forzato di una moltitudine di persone in Zimbabwe
 

Il Presidente del Consiglio in carica sarà al corrente del recente sfratto forzato di una moltitudine di persone in Zimbabwe a causa del quale, secondo le Nazioni Unite, 200.000 persone sono rimaste senza abitazione.

È stato inoltre riferito l'arresto di almeno 30.000 cittadini durante questa operazione nominata dalle autorità dello Zimbabwe "Operatin Murambatsvina" [allontana i rifiuti].

Intende il Presidente in carica garantire al Parlamento che sarà richiesta l'interruzione immediata di tale operazione, che viola la Carta dei diritti dell'uomo ONU, e che saranno ricordati alle autorità dello Zimbabwe i loro obblighi nell'ambito della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, ratificata dal loro paese nel 1991?

 
  
 

L’Unione europea ha condannato le azioni compiute dal governo dello Zimbabwe nel quadro delle operazioni Clean Sweep e Restore Order. In una dichiarazione resa dalla Presidenza a nome dell’Unione europea il 7 giugno 2005, l’Unione europea ha anche lanciato un appello al governo dello Zimbabwe affinché ponesse immediatamente fine a tali operazioni, esortandolo altresì a rispettare i diritti umani e lo Stato di diritto.

 

Interrogazione n. 25 dell'on. Eoin Ryan (H-0508/05)
 Oggetto: Influenza aviaria : "bomba ad orologeria sanitaria"
 

Lo scorso aprile la Commissione ha dichiarato dinanzi al Parlamento che "è indubbio che la pandemia d'influenza è una minaccia e, come avvertono gli scienziati, non si tratta di stabilire 'se', ma 'quando'. (...) Abbiamo un programma a livello comunitario, ma dobbiamo disporre di piani nazionali anche a livello di Stati membri".

Alla luce di quanto sopra, intende il Consiglio indicare se tale questione è stata discussa a livello di Consiglio, e in caso affermativo, può comunicare le conclusioni a cui si è giunti? In caso contrario, può il Consiglio far sapere se intende inserire tale pericolo potenzialmente catastrofico per la salute dell'intera umanità tra le questioni prioritarie ed urgenti della sua agenda?

 
  
 

Il Consiglio ringrazia l’onorevole parlamentare per aver rivolto l’attenzione a questa importante problematica.

Il 29 aprile 2005 il Consiglio ha ricevuto dalla Commissione una proposta di direttiva del Consiglio relativa a misure comunitarie di lotta contro l’influenza aviaria.

Il testo è inteso ad aggiornare le attuali misure comunitarie in materia di influenza aviaria previste dalla direttiva 92/40/CEE, e ciò al fine di garantire che gli Stati membri applichino le più adeguate misure di sorveglianza e di lotta contro l’influenza aviaria, in modo da ridurre il rischio di gravi focolai della malattia e incoraggiare una più stretta collaborazione tra autorità veterinarie e sanitarie negli Stati membri.

Il Consiglio ha già iniziato a lavorare a questo testo, il cui esame continuerà sotto la Presidenza britannica. Dopo che il Parlamento europeo avrà espresso il suo parere in materia, la Presidenza britannica cercherà di giungere a un accordo sulla proposta, tenendo conto del parere del Parlamento.

Il Consiglio ha inoltre adottato varie conclusioni politiche che sono pertinenti all’interrogazione dell’onorevole parlamentare.

In particolare, nelle conclusioni del 2 giugno 2004 sulla pianificazione della capacità d’intervento in caso di pandemia influenzale, il Consiglio ha individuato alcune componenti essenziali della strategia comunitaria per la lotta contro la pandemia influenzale.

Il Consiglio ha tra l’altro invitato la Commissione e gli Stati membri a facilitare l’assistenza tecnica a livello operativo e strategico, a operare per promuovere il coordinamento dei piani nazionali, a effettuare una valutazione comune e a continuare a cooperare con le pertinenti organizzazioni internazionali e intergovernative, in particolare con l’Organizzazione mondiale della sanità, per garantire l’efficace coordinamento delle attività nel settore della pianificazione della capacità d’intervento e della reazione in caso di pandemie.

Il 6 dicembre 2004 il Consiglio ha adottato conclusioni sulla risposta europea alle infezioni zoonotiche emergenti.

Il Consiglio ha concluso che si dovrà definire un piano d’azione europeo per la pianificazione della capacità di intervento e di controllo delle zoonosi allo scopo di attuare una strategia comunitaria intersettoriale in grado di reagire alle minacce emergenti derivanti dalle infezioni zoonotiche. Tale piano d’azione, che la Commissione intende proporre, dovrebbe comprendere misure politiche integrate in materia di sanità pubblica e animale e i relativi strumenti.

Il Consiglio ha anche esortato gli Stati membri e la Commissione:

a esaminare, se del caso, gli ostacoli giuridici e finanziari che si frappongono a un appropriato trattamento delle infezioni zoonotiche emergenti e a sviluppare un approccio che consenta di garantire in modo integrato la valutazione, gestione e comunicazione quotidiana del rischio – compresi la cooperazione intersettoriale e il collegamento in rete dei laboratori;

a coordinare le attività di ricerca per affrontare le sfide della prevenzione e della gestione delle infezioni zoonotiche.

Infine, il Consiglio ha invitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, in stretta cooperazione con il Centro europeo di prevenzione e di controllo delle malattie, a presentare, sulla base della relazione comunitaria annuale sulle zoonosi, un’analisi dettagliata sui fattori di rischio e ha esortato gli Stati membri e la Commissione a intensificare la cooperazione con le pertinenti organizzazioni internazionali e intergovernative.

 

Interrogazione n. 26 dell'on. Liam Aylward (H-0510/05)
 Oggetto: Il Tribunale penale internazionale e i presunti crimini di guerra in Sudan
 

Secondo le Nazioni Unite, circa 180 000 persone sono morte durante i due anni di guerra nel Darfur e più di due milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case nella regione.

Per la prima volta nella sua storia, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a seguito di una votazione, ha deferito al Tribunale penale internazionale un'inchiesta per presunti crimini di guerra nella regione del Darfur, nel Sudan occidentale.

I nomi di 51 potenziali sospetti sono stati riferiti al TPI. Le autorità sudanesi hanno annunciato che si rifiuteranno di collaborare con il TPI.

Può il Consiglio garantire che eserciterà la propria influenza per far capire al governo sudanese che è nel suo interesse collaborare con il TPI?

 
  
 

Nel periodo che ha preceduto la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il Consiglio ha espresso in varie occasioni il suo sostegno a favore del deferimento della situazione nel Darfur al Tribunale penale internazionale (TPI).

Inoltre, nelle conclusioni del 23 maggio il Consiglio ha accolto con favore la risoluzione 1593 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha esortato tutte le parti presenti in Sudan a cooperare pienamente con il TPI e ha dichiarato che seguirà con attenzione i progressi compiuti.

La necessità di una collaborazione del governo sudanese con il TPI è stata più volte ribadita da rappresentanti dell’UE nei loro contatti con le autorità sudanesi.

 

Interrogazione n. 27 dell'on. Seán Ó Neachtain (H-0512/05)
 Oggetto: Intimidazione da parte delle autorità sudanesi
 

In una recente relazione, Medici senza frontiere (MSF) ha presentato prove relative a omicidi, stupri e incendi dolosi perpetrati nella regione del Darfur, nel Sudan. Secondo MSF "più dell'80% delle vittime identificano i loro aggressori nei soldati o nei membri della milizia Janjaweed alleata con il governo".

Il Consiglio certamente saprà che per rappresaglia e come atto di intimidazione le autorità sudanesi hanno arrestato, con gravi capi d'imputazione, i volontari che hanno osato parlare.

Intende il Presidente del Consiglio in carica indicare se e quali misure ha adottato il Consiglio a seguito di questo comportamento completamente inaccettabile delle autorità sudanesi?

 
  
 

Il Consiglio ha seguito da vicino il caso dell’arresto di due operatori di Medici senza frontiere (MSF). A seguito degli arresti, la troika dell’UE a Khartoum si è rivolta alle autorità sudanesi per esprimere la profonda preoccupazione dell’Unione europea riguardo agli arresti, ribadendo la necessità di un immediato rilascio degli operatori di MSF interessati e del ritiro dei capi d’imputazione avanzati nei loro confronti.

La troika dell’UE ha continuato a trattare la questione con il governo sudanese e a tale scopo ha sostenuto gli sforzi compiuti dal Rappresentante speciale per il Sudan del Segretario generale delle Nazioni Unite.

In questo contesto, il Consiglio si compiace per il rilascio dei due operatori di MSF e per la decisione del governo sudanese di annullare formalmente i capi d’imputazione a loro carico.

 

Interrogazione n. 28 dell'on. Diamanto Manolakou (H-0516/05)
 Oggetto: Arresto e sequestro illegale di Rodrigo Granada da parte delle autorità colombiane
 

Il 13 dicembre 2004 poliziotti colombiani e poliziotti venezuelani corrotti hanno sequestrato a Caracas (Venezuela) Rodrigo Granada, noto anche come Ricardo González, membro della Sezione internazionale delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), consegnandolo alle autorità colombiane. Per ammissione del Ministro della difesa della Colombia, il sequestro è costato 2 milioni di dollari. Inoltre, la mancanza di un mandato di cattura internazionale e il carattere precostituito dell'atto di accusa dimostrano l'illegalità dell'arresto di Granada. In tale contesto va anche visto il rifiuto, da parte del procuratore, di consegnare le prove al legale di Granada, mentre lo stesso legale incontra serie difficoltà a soggiornare nella città in cui si svolgerà il processo, a causa della presenza massiccia di gruppi paramilitari.

Considerato che l'arresto e il sequestro di Rodrigo Granada costituiscono una palese violazione dei diritti fondamentali, delle procedure internazionali e del principio del giusto processo, da parte delle autorità della Colombia, può il Consiglio far conoscere la sua posizione al riguardo, precisando in che modo intende reagire?

 
  
 

Il Consiglio non dispone di informazioni dettagliate sul caso di Rodrigo Granada, che è un membro di alto grado delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Il Consiglio rammenta che le Forze armate rivoluzionarie della Colombia sono incluse nell’elenco dell’Unione europea delle organizzazioni terroristiche.

Il Consiglio ha regolarmente invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto in Colombia a rispettare i diritti umani e il diritto umanitario internazionale e ha chiesto a tutti i gruppi illegali di cessare le ostilità e di impegnarsi in un processo di pace negoziato. La situazione purtroppo rimane critica e i gruppi illegali continuano a commettere gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

Nel campo dei diritti umani, il Consiglio sostiene con forza l’opera dell’ufficio di Bogotá dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, che svolge un ruolo importante negli sforzi compiuti per lottare contro le violazioni in corso dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale. Il Consiglio non dispone di informazioni su eventuali iniziative intraprese da tale ufficio in questo caso.

 

Interrogazione n. 29 dell'on. Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (H-0518/05)
 Oggetto: Avvio delle operazioni da parte dell'Agenzia ferroviaria europea
 

Il regolamento (CE) 881/2004(1) istituisce un'Agenzia ferroviaria europea con l'obiettivo di promuovere un processo di ammodernamento del settore ferroviario europeo. Ritiene il Consiglio tale Agenzia, che ha già ufficialmente avviato le operazioni (17 giugno 2005), in possesso dell'infrastruttura, della competenza e del bilancio necessari per fornire un effettivo contributo al raggiungimento dell'obiettivo summenzionato?

Attualmente, i 25 Stati membri posseggono standard tecnici e di sicurezza incompatibili tra loro. Ciò costituisce un ostacolo di grandi proporzioni allo sviluppo del mercato unico nel settore ferroviario. Qual è l'opinione del Consiglio al riguardo?

Intende il Consiglio adottare misure concrete per avviare un'azione immediata dell'Agenzia ferroviaria europea volta allo sviluppo di standard di sicurezza comuni e all'istituzione di un sistema di gestione per il monitoraggio delle specifiche tecniche per l'interoperabilità delle ferrovie europee?

 
  
 

Il Consiglio desidera informare l’onorevole parlamentare che, in base al regolamento (CE) n. 881/2004, l’Agenzia ferroviaria europea (Agenzia) ha il compito di contribuire sul piano tecnico all’attuazione della normativa comunitaria finalizzata a migliorare la posizione concorrenziale del settore ferroviario potenziando il livello di interoperabilità dei sistemi ferroviari e a sviluppare un approccio comune in materia di sicurezza del sistema ferroviario europeo, nella prospettiva di concorrere alla realizzazione di uno spazio ferroviario europeo senza frontiere, in grado di garantire un elevato livello di sicurezza.

L’Agenzia ha inoltre il compito di fornire assistenza tecnica agli Stati membri e alla Commissione europea.

Il regolamento (CE) n. 881/2004 contiene disposizioni relative al bilancio dell’Agenzia e nel dicembre 2004 il Consiglio di amministrazione ha approvato il programma di lavoro per il 2005.

L’Agenzia ha iniziato ufficialmente l’attività il 16 giugno 2005. In queste prime fasi di funzionamento dell’Agenzia è prematuro fare qualsiasi osservazione riguardo all’adempimento da parte dell’Agenzia dei compiti che le sono stati affidati.

In base al regolamento (CE) n. 881/2004, la Commissione europea effettuerà una valutazione dei risultati ottenuti dall’Agenzia. Il Consiglio attenderà la relazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo elaborata in base a tale valutazione.

 
 

(1) GU L 164 del 30.4. 2004, pag. 1

 

Interrogazione n. 30 dell'on. Proinsias De Rossa (H-0520/05)
 Oggetto: Transizione verso la democrazia nella Repubblica democratica del Congo
 

Considerando la persistente lentezza del processo, pilotato dal governo di transizione della Repubblica democratica del Congo (RDC), che dovrebbe condurre a elezioni democratiche, la crisi umanitaria provocata da una guerra civile che dal 1998 ha causato nel paese la morte di oltre 3.8 milioni di persone, il mancato rispetto e la mancata tutela dei diritti umani e il continuo sfruttamento delle risorse naturali del paese da parte di gruppi stranieri, non ritiene la Presidenza del Consiglio che l'Unione europea non si stia impegnando abbastanza per garantire che il governo transitorio rispetti i criteri contenuti nell'accordo di Pretoria, e soprattutto che siano adottate misure atte a contrastare i ritardi e gli ostacoli nell'organizzazione delle elezioni?

 
  
 

L’Unione europea ha preso atto della decisione delle due camere del parlamento della Repubblica democratica del Congo di prolungare di sei mesi, a decorrere dal 1o luglio 2005, il periodo di transizione, e della richiesta del Comitato internazionale di accompagnamento della transizione (CIAT) affinché questa estensione vada di pari passo con una maggiore efficacia e capacità di risposta delle istituzioni di transizione. La decisione di prolungare il periodo di transizione è in linea con le disposizioni dell’accordo di pace firmato nel dicembre 2002 a Pretoria e deve consentire di organizzare le elezioni in condizioni soddisfacenti dal punto di vista logistico e della sicurezza. Al contempo, l’Unione europea esorta le istituzioni della transizione, i partiti politici e la società civile a collaborare per preparare un processo elettorale libero, trasparente e democratico.

L’Unione europea ha contribuito alla riforma del settore della sicurezza, alla transizione e alla stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo varando, nell’aprile del 2005, la missione di polizia dell’UE a Kinshasa, EUPOL Kinshasa, e avviando, l’8 giugno 2005, la sua missione di consulenza e di assistenza per la riforma del settore della sicurezza, EUSEC RD Congo. L’UE e i suoi Stati membri hanno confermato di essere disposti a prendere in considerazione la possibilità di un sostegno più operativo all’integrazione dell’esercito congolese, in particolare sulla scorta delle informazioni che trasmetterà l’EUSEC RD Congo.

Attraverso la formazione del personale di polizia e militare congolese, l’Unione europea contribuisce alla creazione di condizioni di sicurezza per lo svolgimento delle elezioni. L’Unione europea, insieme ad altri donatori, contribuisce inoltre al finanziamento delle elezioni che attualmente si calcola sia pari a circa 468 milioni di dollari. I preparativi per quanto riguarda la registrazione degli elettori sono iniziati a Kinshasa e continueranno nel resto del paese. Si tratta di un’operazione cui partecipano sia l’Unione europea sia la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo, MONUC.

Inoltre, attraverso il Rappresentante speciale per la regione dei Grandi Laghi, l’Unione europea cerca costantemente di fornire alle autorità consulenza in merito alle modalità di preparazione delle elezioni e di rammentare loro la necessità di osservare il calendario imposto nell’ambito dell’accordo di Pretoria.

 

Interrogazione n. 31 dell'on. Georgios Toussas (H-0522/05)
 Oggetto: Diritti dei lavoratori in Pakistan
 

Le autorità pakistane hanno fermato oltre 300 dipendenti della società di telecomunicazioni statale (PTCL) a seguito dell'annuncio di uno sciopero da parte degli stessi. Il governo del generale Musharraf ha mobilitato forze speciali dell'esercito con l'ordine di intervenire nei confronti dei dipendenti che non approvano la privatizzazione del 26% della società prevista, e ciò malgrado la realizzazione della stessa comporti il licenziamento di migliaia di dipendenti, con pesanti conseguenze per tutti i lavoratori pakistani. A questo proposito, va rilevato che il bilancio della società di telecomunicazioni pakistana è in attivo e non esistono quindi motivi validi che giustifichino la cessione della stessa a privati.

È il Consiglio a conoscenza del progetto di privatizzazione citato e dell'eventuale coinvolgimento nello stesso di imprese europee? Considerando anche i rapporti di cooperazione amichevole tra UE e Pakistan, come valuta il Consiglio la palese violazione delle libertà sindacali e l'intervento dell'esercito contro lavoratori che esercitano semplicemente il diritto di sciopero loro garantito dalla legge?

 
  
 

Il Consiglio è a conoscenza delle iniziative intraprese dal governo pakistano per cedere una quota della società di telecomunicazioni pakistana (PTCL). Le informazioni disponibili sembrano indicare che nessuna impresa degli Stati membri dell’UE sia stata coinvolta in tale operazione ed è certo che nessuna è stata inserita nell’elenco degli acquirenti.

Il Consiglio continua a seguire da vicino la situazione politica in Pakistan e si avvale dei suoi contatti con tale paese (come l’ultima riunione della troika ministeriale svoltasi il 27 aprile a Lussemburgo) per sottolineare l’esigenza di “rispettare i diritti umani e i principi democratici”, che costituisce la base dell’accordo di cooperazione per il partenariato e lo sviluppo concluso nel 2004 tra Unione europea e Pakistan.

 

Interrogazione n. 32 dell'on. Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0526/05)
 Oggetto: Preservazione dell'identità linguistica e culturale dei figli di cittadini europei stabilitisi in uno Stato membro diverso da quello di provenienza
 

Il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona presuppone la sistemazione del capitale umano europeo in posti di lavoro di qualità. Ciò comporta che alcuni cittadini europei debbano stabilirsi per periodi di tempo prolungati in uno Stato membro differente da quello di provenienza, nell'ambito delle libertà fondamentali di circolazione e stabilimento previste nei trattati.

In che maniera il Consiglio sta affrontando il problema dell'istruzione e della preservazione dell'identità linguistica e culturale dei figli di cittadini europei stabilitisi in uno Stato membro diverso da quello di provenienza, per far sì che, insieme all'identità europea, possa essere preservata la loro identità linguistica e culturale nazionale, e rafforzata la diversità culturale europea?

 
  
 

Il Consiglio prende atto con interesse dell’interrogazione rivolta dall’onorevole parlamentare, tuttavia desidera sottolineare che la questione sollevata non rientra nella sfera di competenza comunitaria. L’articolo 149 del Trattato stabilisce che l’azione della Comunità nel campo dell’istruzione si svolge “nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche”. Ne consegue che il Consiglio non può adottare misure per i fini cui l’onorevole parlamentare fa riferimento.

 

Interrogazione n. 33 dell'on. Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (H-0530/05)
 Oggetto: Bilancio dell'Unione europea per il periodo 2007-2013
 

Considerato il proprio veto, la Gran Bretagna proporrà probabilmente un nuovo compromesso sul bilancio durante la sua presidenza che rifletterà il punto di vista inglese sul futuro dell'UE.

Si calcola che, qualora non si raggiunga un compromesso, la Polonia perderebbe quattro miliardi di euro solo nell'ambito dei Fondi strutturali. Secondo il Consiglio, quali conseguenze potrebbe avere il mancato raggiungimento di un compromesso sui restanti nuovi Stati membri, considerato che i pagamenti diretti e i Fondi strutturali costituiscono per essi un fattore fondamentale di trasformazione, offrendo loro un'opportunità per la realizzazione di riforme strutturali e la creazione di nuovi impieghi nel settore agrario?

 
  
 

In giugno il Consiglio europeo ha invitato la futura Presidenza a portare avanti le discussioni sulle prospettive finanziarie al fine di definire tutti gli elementi necessari per giungere quanto prima a un accordo globale. Il Consiglio compirà ogni possibile sforzo per conseguire tale obiettivo e pertanto non sarebbe opportuno esprimersi in merito alle eventuali conseguenze del mancato raggiungimento di un accordo.

 

Interrogazione n. 34 dell'on. Justas Vincas Paleckis (H-0533/05)
 Oggetto: Entrata di Estonia, Lituania e Slovenia nella zona euro a partire dal 2007
 

L'entrata nella zona euro di Estonia, Lituania, e Slovenia a partire dal 2007 sarà decisa il prossimo anno in base al rispetto dei tre criteri di Maastricht da parte dei singoli Stati. Uno di essi prevede che il tasso d'inflazione non debba superare di oltre 1,5 punti percentuali quello medio dei tre Stati che hanno conseguito i migliori risultati.

Una leggera divergenza rispetto al citato criterio al momento della verifica potrebbe effettivamente pregiudicare l'entrata nella zona euro?

 
  
 

Conformemente all’articolo 122, paragrafo 2, del Trattato, la Commissione e la Banca centrale europea riferiranno al Consiglio nel 2006 in merito al rispetto dei criteri di convergenza per l’UEM da parte di tutti gli Stati membri con deroga che non hanno ancora adottato l’euro (come avevano già fatto nel 2004, in quanto il Trattato prevede che tale valutazione venga effettuata almeno una volta ogni due anni).

A norma dell’articolo 121 del Trattato, il Consiglio prende in considerazione tali valutazioni e può, sulla base di una raccomandazione della Commissione, confermare, decidendo a maggioranza qualificata, che alcuni Stati membri soddisfano i criteri di convergenza e che è pertanto opportuno che adottino l’euro. Il Consiglio consulta quindi il Parlamento europeo e decide in via definitiva, a livello di capi di Stato e di governo (anche in questo caso a maggioranza qualificata), quali Stati membri adotteranno l’euro.

I criteri di convergenza da valutare sono indicati con chiarezza in un protocollo del Trattato, che all’articolo 1 stabilisce il criterio della stabilità dei prezzi. Le relazioni della Commissione e della BCE del 2004 illustravano con precisione le loro modalità di valutazione di questo criterio. Il Consiglio adotterà una decisione dopo avere discusso le parti pertinenti delle relazioni della Commissione e della BCE e sulla base di una raccomandazione della Commissione.

Sarebbe prematuro esprimere un giudizio sugli elementi di valutazione, ma è opportuno rammentare il quadro stabilito agli articoli 121 e 122 del Trattato e il protocollo sui criteri di convergenza di cui all’articolo 121 del Trattato.

 

Interrogazione n. 35 dell'on. Ryszard Czarnecki (H-0534/05)
 Oggetto: Fondi destinati alla Croazia
 

Nel bilancio dell'UE per il 2006, i fondi destinati alla Turchia hanno subito un incremento del 67%, da 300 a 500 milioni di euro, mentre quelli stanziati per la Croazia sono aumentati solo del 33%, da 105 a 140 milioni di euro.

Considerando che verosimilmente la Croazia entrerà a far parte dell'Unione europea molto prima della Turchia e che quindi dovrebbe beneficiare di maggiori finanziamenti, come devono essere interpretati gli stanziamenti summenzionati?

 
  
 

Gli impegni di stanziamento indicati nel progetto preliminare di bilancio generale per l’esercizio 2006 proposti dalla Commissione, cui l’onorevole parlamentare fa riferimento, prevedono un aumento significativo dell’assistenza preadesione sia per la Croazia che per la Turchia, in linea con le pertinenti conclusioni del Consiglio europeo. Quest’ultimo ha chiesto di aumentare in misura considerevole l’assistenza di preadesione per la Turchia e, nel caso della Croazia, di elaborare una strategia di preadesione, comprensiva degli strumenti finanziari necessari, per fornire assistenza nell’ambito di PHARE, ISPA e SAPARD, oltre ai finanziamenti erogati attraverso lo strumento CARDS per i Balcani occidentali, nel quadro ed entro i limiti delle attuali prospettive finanziarie.

Conformemente al partenariato per l’adesione della Turchia e al partenariato europeo con la Croazia, le priorità in essi individuate per sostenere gli sforzi di avvicinamento all’Unione europea sono adeguate alle esigenze e alla fase di preparazione specifiche del paese candidato e forniscono orientamenti per l’assistenza finanziaria comunitaria.

Infine, si invita l’onorevole parlamentare a tener conto delle dimensioni dei rispettivi paesi, delle pertinenti problematiche relative all’acquis e della disparità tra i due paesi e l’Unione europea, nonché a considerare l’aspetto dell’aiuto pro capite.

 

Interrogazione n. 36 dell'on. Caroline Lucas (H-0535/05)
 Oggetto: Modifica del protocollo sulle norme di origine dell'accordo di associazione UE-Israele
 

Il 29 novembre 2004 la Commissione ha presentato al Consiglio un progetto di posizione comune della Comunità che dovrebbe sostituire il protocollo sulle norme di origine dell'accordo di associazione UE-Israele con un nuovo protocollo, che consentirà ad Israele di entrare a far parte del sistema di cumulo dell'origine paneuromediterraneo. Nel "memorandum esplicativo" che introduce il progetto di posizione della Comunità, la Commissione dichiara che "la posizione della Comunità dovrà essere presentata al Consiglio di associazione UE-Israele dopo la risoluzione della questione bilaterale UE-Israele sulle norme di origine" (Bruxelles, 29.11.2004, SEC(2004)1437 def.).

Ritiene il Consiglio che le norme derivanti dall'accordo tecnico sulla cooperazione doganale UE-Israele, entrato in vigore lo scorso 1° febbraio, possano rappresentare una "risoluzione della questione bilaterale UE-Israele sulle norme di origine"?

 
 

Interrogazione n. 37 dell'on. Saïd El Khadraoui (H-0543/05)
 Oggetto: Modifica del protocollo sulle norme di origine dell'accordo di associazione UE-Israele
 

È vero che Israele continua ad applicare ai territori occupati il protocollo sulle norme di origine anche dopo l'entrata in vigore dell'"accordo tecnico" non vincolante tra l'UE e Israele, relativo all'attuazione del protocollo sulle norme di origine dell'accordo di associazione UE-Israele, mantenendo il proprio rifiuto di distinguere, all'atto del rilascio delle prove di origine in base al citato accordo, tra prodotti fabbricati in quei territori e quelli fabbricati nello Stato di Israele? Alla luce di quanto sopra, ritiene il Consiglio che le norme derivanti dall'accordo tecnico sulla cooperazione doganale UE-Israele possano rappresentare una "soluzione alla questione bilaterale UE-Israele sulle norme di origine"?

 
  
 

Nel dicembre 2004, nell’ambito del Comitato di cooperazione doganale, l’Unione europea e Israele hanno approvato un accordo tecnico per l’attuazione del protocollo n. 4 dell’accordo di associazione UE-Israele. In base a tale accordo, Israele ha accettato di indicare su tutti i certificati di esportazione verso l’UE il nome e il codice postale della città, del paese o della zona industriale in cui ha avuto luogo la produzione. L’accordo si applica dal 1o febbraio 2005.

L’accordo costituisce una misura che offre una possibilità pratica di effettuare una distinzione tra prodotti originari di Israele che sono ammissibili ai dazi preferenziali e quelli che non lo sono. In base alla posizione dell’Unione europea e in linea con il diritto internazionale, i prodotti provenienti dai territori che dal 1967 si trovano sotto il controllo dell’amministrazione israeliana non sono ammessi a beneficiare del trattamento tariffario preferenziale previsto dall’accordo di associazione UE-Israele. Le autorità doganali dell’Unione europea hanno istruzioni di negare il trattamento preferenziale alle merci la cui prova di origine indichi che la produzione che determina l’origine ha avuto luogo in una città, un paese o una zona industriale che dal 1967 si trova sotto il controllo dell’amministrazione israeliana.

Il Consiglio finora non ha ricevuto informazioni da cui si potrebbe dedurre che l’attuale accordo non funziona correttamente.

Attualmente il Consiglio sta esaminando i 16 progetti di decisione degli organismi misti in base ai quali il sistema paneuropeo del cumulo dell’origine sarà esteso ai paesi mediterranei. Nel caso di Israele, il nuovo protocollo sarà accompagnato da una dichiarazione nella quale l’UE ribadirà la sua posizione in merito all’ambito territoriale dell’accordo di associazione UE-Israele.

 

Interrogazione n. 38 dell'on. Johan Van Hecke (H-0545/05)
 Oggetto: Spese agricole nel bilancio europeo e Agenda di Doha per lo sviluppo (DDA)
 

Durante la riunione del Consiglio europeo di Bruxelles del 16 e il 17 giugno 2005, non è stato raggiunto nessun accordo in relazione alle prospettive finanziarie 2007-2013. Uno degli ostacoli è stato rappresentato dall'impossibilità di accettare una riduzione delle spese agricole. D'altra parte, lo scorso primo agosto i membri dell'OMC hanno concluso a Ginevra un accordo quadro per la ripresa del ciclo di Doha. In virtù di tale accordo quadro, l'Unione europea si è impegnata a ridurre gradualmente le sovvenzioni e gli altri aiuti ai prodotti agricoli. Tali compromessi devono concretizzarsi entro la prossima Conferenza ministeriale che si terrà a Hong Kong alla fine di quest'anno.

Come pensa l'Unione europea di rispettare gli impegni contenuti nell'accordo quadro del ciclo di Doha, quando la stessa, d'altra parte, rifiuta di inserirli in un quadro finanziario di lungo periodo? Durante lo scorso Vertice europeo, non ha forse l'Unione europea trasmesso un messaggio sbagliato ai paesi in via di sviluppo, continuando a riferirsi nel suo bilancio ad alcune spese e sovvenzioni agricole elevate?

 
  
 

Desidero innanzi tutto sottolineare che il Consiglio ribadisce l’impegno a proseguire l’attuazione delle misure stabilite nella riforma della PAC.

In questo contesto, i finanziamenti previsti per il periodo 2007-2013 per le misure legate al mercato e i pagamenti diretti della PAC sono limitati dagli impegni assunti nella riunione del Consiglio europeo svoltasi a Bruxelles nell’ottobre 2002. Le stime finanziarie delle proposte legislative rispettavano tali limiti. Si precisa inoltre che la riforma della PAC prevede il trasferimento, mediante la modulazione, di parte dei fondi inizialmente destinati al primo pilastro al secondo pilastro della PAC, quello dello sviluppo rurale.

A questo proposito, il Consiglio “Agricoltura e Pesca” ha da poco raggiunto un accordo politico unanime in merito al regolamento sul sostegno allo sviluppo rurale e la Presidenza confida nella sua adozione nel corso della prossima riunione del Consiglio del 18 luglio.

Ritengo che la PAC riformata rappresenti un punto di forza per l’Unione europea nei negoziati internazionali. A questo proposito, occorre anche sottolineare che, nella risoluzione sulla valutazione del ciclo di negoziati di Doha, il Parlamento ha espresso la propria soddisfazione per l’accordo raggiunto il 1o agosto nel quadro dell’OMC. Sono sicuro che possiamo essere tutti del parere che questo accordo non mette in alcun modo in discussione l’efficace modello agricolo europeo multifunzionale emerso dalle successive riforme della PAC.

 

Interrogazione n. 39 dell'on. Rosa Miguélez Ramos (H-0546/05)
 Oggetto: Saturazione delle Scuole europee
 

Considerando che le Scuole europee furono create per istruire congiuntamente i figli del personale della Comunità europea e garantire in tal modo il buon funzionamento della stessa, facilitando l'adempimento della sua missione, pare che la situazione attuale delle Scuole europee I e II di Bruxelles sia molto lontana dal soddisfare tale premessa: bambini che non possono essere iscritti, fratelli sistemati in scuole distinte, classi sature, ecc. Il Consiglio superiore delle Scuole europee, a fronte di tale situazione, è stato capace di attuare una politica restrittiva che non rispetta i criteri pedagogici minimi stabiliti e che non tiene conto né della qualità dell'istruzione, né dei problemi sociali arrecati a numerose famiglie. Considerato il carattere intergovernativo di tali Scuole, e pertanto, le responsabilità dei governi degli Stati membri in materia, che genere di misure intende adottare il Consiglio nel breve e medio periodo per porre rimedio a tali problemi?

 
 

Interrogazione n. 40 dell'on. Javier Moreno Sánchez (H-0557/05)
 Oggetto: Problemi di saturazione degli alunni nelle Scuole europee
 

È al corrente il Consiglio dei problemi di sovrannumero nelle Scuole europee II e III di Bruxelles, che si protrarranno fino all'apertura della IV Scuola nel 2009, e delle gravi conseguenze che essi comportano per l'istruzione dei figli dei funzionari e impiegati delle Istituzioni europee nonché per le loro famiglie? È a conoscenza del fatto che a fronte di tale situazione, il Consiglio superiore delle Scuole ha attuato unilateralmente una politica restrittiva per l'anno 2004-2005 (divieto di creare nuovi gruppi per la scuola materna nelle sezioni di lingua inglese, francese, tedesca, italiana o spagnola, e di ammettere nuovi alunni nelle categorie I o II che avrebbe potuto comportare lo sdoppiamento di una classe o di creare qualsiasi gruppo di appoggio, ecc.), la quale non rispetterebbe i criteri pedagogici minimi richiesti nei singoli Stati membri. Tenendo presenti il carattere intergovernativo delle Scuole europee, gli obiettivi per cui furono fondate, il grave danno che si sta arrecando agli alunni e alle famiglie, e la necessità urgente di trovare una soluzione immediata a tutti questi problemi, intende il Consiglio adottare misure tempestive per evitare e frenare tale situazione?

 
 

Interrogazione n. 41 dell'on. Bárbara Dührkop Dührkop (H-0559/05)
 Oggetto: Scuole europee: numero degli alunni per classe
 

È al corrente il Consiglio del fatto che il criterio per lo sdoppiamento delle classi nelle Scuole europee è di 32 alunni per ciascuna, e che tale quantità supera di gran lunga il massimo stabilito dalla maggior parte degli Stati membri? Concorda con tale criterio, stabilito dal Consiglio superiore delle Scuole europee? Come intende agire per ridurre sostanzialmente tale numero e far sì che le Scuole europee rispondano alle esigenze pedagogiche dei singoli Stati membri e rispettino la parità di opportunità alla quale hanno diritto i figli dei funzionari europei, alla pari dei bambini che frequentano le scuole pubbliche e private dei distinti Stati membri? Intende il Consiglio adottare misure per migliorare la qualità dell'insegnamento nelle Scuole europee?

 
  
 

Il Consiglio non ha competenza per pronunciarsi su questioni relative alle scuole europee.

La Convenzione recante statuto delle scuole europee, conclusa il 21 giugno 1994 a Lussemburgo tra le alte parti contraenti, membri delle Comunità europee, e le Comunità europee, non contiene alcun riferimento al Consiglio e pertanto non attribuisce alcun tipo di potere a tale Istituzione in questo campo.

Per contro, gli Stati membri e la Commissione sono rappresentati nel Consiglio superiore, come stabilito all’articolo 8 della Convenzione.

Inutile dire che è prerogativa degli onorevoli parlamentari contattare i rappresentanti a livello ministeriale del proprio Stato membro o la Commissione per esprimere le proprie preoccupazioni in merito a una questione così delicata.

Né il Consiglio né il suo Segretariato sono rappresentati nel Consiglio superiore.

 

Interrogazione n. 42 dell'on. Tobias Pflüger (H-0551/05)
 Oggetto: Status delle basi militari britanniche nell'isola di Cipro
 

Quali misure intende adottare il Consiglio per far sì che le basi militari britanniche nell'isola di Cipro (territorio del Regno Unito), attualmente sfruttate anche dagli USA come base logistica per la guerra in Iraq, siano chiuse e, in vista di una smilitarizzazione dell'isola di Cipro, passino sotto il controllo dell'Unione europea o entrino a far parte della stessa?

 
  
 

Dal punto di vista giuridico, lo status delle zone di sovranità del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord a Cipro è stabilito nel trattato relativo all’istituzione della Repubblica di Cipro e nei relativi scambi di note del 16 agosto 1960. Inoltre, le disposizioni che si applicano alle relazioni tra la Comunità europea e queste zone sono stabilite, da un lato, nell’atto finale del trattato relativo all’adesione del Regno Unito alle Comunità europee e, dall’altro, nel protocollo n. 3 allegato all’atto relativo alle condizioni di adesione all’Unione dei dieci nuovi Stati membri del 2003.

Per quanto riguarda il futuro di queste zone, non spetta al Consiglio pronunciarsi su un argomento che non rientra direttamente nella sfera di competenza dell’Unione europea. Quanto alla questione della smilitarizzazione dell’isola, la Presidenza sottolinea il costante sostegno accordato a tutti gli sforzi compiuti, in particolare nel quadro delle Nazioni Unite, per giungere a un accordo globale sulla questione di Cipro.

 

INTERROGAZIONI ALLA COMMISSIONE
Interrogazione n. 43 dell'on. Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (H-0463/05)
 Oggetto: Programma Cultura 2007 (2007 - 2013)
 

Quest'anno le istituzioni europee adotteranno il Programma Cultura 2007 (rispettando sia i contenuti che il bilancio) per il periodo 2007-2013. Considerando che il regolamento del Consiglio (CE, Euratom) n°1605/2002(1) attualmente in vigore, sul regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee verrà sottoposto a revisione nel 2007, come potrebbero influire sul Programma Cultura eventuali modifiche allo stesso?

Nel caso si verifichino conflitti tra le disposizioni sull'uso dei fondi disponibili all'interno del Programma Cultura 2007, quale tra i due documenti sarà considerato di grado superiore?

 
  
 

In base all’articolo 184, il regolamento finanziario viene riesaminato ogni tre anni, o ogniqualvolta ciò risulti necessario. Di recente la Commissione ha presentato una proposta di modifica del regolamento finanziario(2), che tiene conto della nuova base giuridica per i programmi comunitari per il periodo 2007-2013. Il regolamento finanziario modificato si applicherà a tutti questi programmi a partire dalla sua entrata in vigore il 1o gennaio 2007, dopo l’adozione da parte del Consiglio. Si applicherà pertanto al programma Cultura 2007 quando quest’ultimo entrerà in vigore.

 
 

(1) GU L 248, 16.9.2002, pag. 1
(2) COM (2005) 181 def.

 

Interrogazione n. 44 dell'on. Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (H-0501/05)
 Oggetto: Eccessive importazioni di calzature in cuoio cinesi nel mercato europeo
 

I produttori di calzature in pelle polacchi hanno riscontrato, dal 1° gennaio 2005, un aumento vertiginoso delle importazioni di prodotti del settore dalla Cina, pari al 700% nei primi quattro mesi di quest'anno. Essi richiamano l'attenzione sul fatto che i calzaturifici cinesi non devono sostenere costi di produzione quali i contributi assicurativi per i propri lavoratori o le spese legate al rispetto degli standard di protezione ambientale, il che consente loro di offrire prodotti ad un prezzo significativamente più basso. Tale situazione ha portato allo sviluppo di una concorrenza sleale e minaccia l'industria del cuoio polacca, dalla quale dipendono circa 100.000 lavoratori. Condivide la Commissione la suddetta valutazione della situazione del mercato calzaturiero, e che genere di misure intende prendere per controbattere tale concorrenza sleale?

 
  
 

La Commissione è consapevole della situazione del settore calzaturiero comunitario e la segue con attenzione, in stretta collaborazione con le associazioni dell’industria calzaturiera.

La Commissione ha introdotto un sistema di vigilanza che può rapidamente individuare problemi di prezzo o di volume per l’industria comunitaria che possono derivare dalle importazioni di scarpe dalla Cina. Il sistema, sotto forma di licenze di importazione, consente la raccolta di dati su quantità e prezzi dei prodotti importati entro un breve periodo di tempo.

In effetti sono stati rilevati aumenti considerevoli delle quantità di calzature importate dalla Cina e al riguardo vengono pubblicati regolarmente i relativi dati.

Il 30 giugno è stata anche avviata un’inchiesta antidumping relativa alle calzature antinfortunistiche provenienti da Cina e India. Inoltre, l’industria calzaturiera europea ha presentato una seconda denuncia antidumping relativa alle scarpe in cuoio cinesi e vietnamite ed entro breve verrà adottata una decisione in merito all’avvio di un’altra inchiesta antidumping. Qualora fossero soddisfatti i requisiti giuridici per l’avvio di un procedimento antidumping (aumento delle importazioni a prezzi di dumping che hanno un effetto negativo sulla concorrente industria europea), la Commissione aprirà un’inchiesta.

Tali procedimenti antidumping affronterebbero anche la questione delle possibili distorsioni della concorrenza dovute ai costi sollevata dall’onorevole parlamentare.

Infine, è ovvio che la Commissione adotterà i provvedimenti adeguati qualora da un’inchiesta dovesse emergere che l’industria calzaturiera comunitaria subisce un pregiudizio dovuto alle importazioni oggetto di dumping originarie della Cina.

 

Interrogazione n. 45 dell'on. Ryszard Czarnecki (H-0542/05)
 Oggetto: Informazioni relative al terrorismo islamico nei media
 

Le emittenti satellitari europee svolgono un ruolo importante nelle informazioni relative al terrorismo islamico, e in particolare al terrorismo islamico. In Europa e nel mondo vengono visti il canale al-Manar nonché le emittenti Arabsat, che trasmette dall'Arabia Saudita, e Nile Sat, trasmessa dall'Egitto, entrambe captabili in Europa. Ora, gravi riserve devono essere formulate quanto al contenuto delle loro trasmissioni. Pur conoscendo i contenuti trasmessi da al-Manar, la spagnola Hispasat, detenuta in parte da Telefonica e dallo Stato spagnolo, e la francese GlobeCast, detenuta in parte da France Telecom, non reagiscono e, di conseguenza, violano la legislazione europea in materia, il che è molto grave.

Per quanto tempo continuerà la Commissione a tollerare questa situazione, che riguarda emittenti europee, e che cosa intende fare per porre termine alla loro attività di promozione de facto del terrorismo?

 
 

Interrogazione n. 113 dell'on. Charles Tannock (H-0555/05)
 Oggetto: Diffusione dei programmi della televisione Al-Manar e violazioni continuative delle direttive dell'UE
 

Nonostante tutte le autorità di regolamentazione dell'audiovisivo abbiano confermato che i contenuti dei programmi di Al-Manar violano la direttiva europea "Televisione senza frontiere", Al-Manar continua ad essere trasmessa in Europa, e dall'Europa verso altre regioni del mondo.

Hispasat spagnola (parzialmente di proprietà del governo) e Eutelsat francese continuano ad offrire capacità di trasmissione a Al-Manar.

Sorprende che, pur essendo consapevole dei contenuti di odio di Al-Manar, Hispasat non si sia ancora attivata concretamente per sospendere queste disgustose trasmissioni, visto che in Francia il governo ha ordinato a Eutelsat, che si è conformata, di bloccare la ricezione di Al-Manar.

Inoltre, Arabsat saudita e Nilesat egiziana continuano a trasmettere Al-Manar, che incita i giovani a compiere attentati kamikaze, direttamente a spettatori europei in gran parte dell'Europa.

Intende la Commissione sollevare la questione con i governi spagnolo, francese, saudita ed egiziano per garantire che questa situazione cessi urgentemente?

Come può l'Unione sostenere di assumere seriamente tutte le sue responsabilità nella lotta al terrorismo quando canali come Al-Manar sono liberi di continuare indisturbati nella loro promozione del terrorismo attraverso i media, nonostante la situazione sia nota da tempo?

 
 

Interrogazione n. 114 dell'on. Frédérique Ries (H-0562/05)
 Oggetto: TV AL Manar
 

Nel marzo 2005 la Commissaria Viviane Reding organizzò una riunione dell'ente disciplinatore audiovisivo europeo (EPRA) in cui si riaffermò che l'articolo 22 bis della Direttiva sulla televisione senza frontiere vieta esplicitamente le trasmissioni con contenuto di incitamento all'odio basato su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità. In tale occasione si convenne inoltre che tali disposizioni si applichino anche alle emittenti di paesi terzi che utilizzano una frequenza, una capacità di trasmissione satellitare o un uplink ad un satellite che appartiene ad uno Stato membro. Al Manar incita all'odio, alla violenza ai bombardamenti suicida, diffonde materiale antisemita e non rispetta i diritti fondamentali. Al Manar trasmette utilizzando servizi e capacità satellitare di Hispasat (di proprietà in parte del governo spagnolo) e di Globecast, un'ausiliaria di France Telecom. Dagli studi di Beirut il segnale di Al Manar è inviato a Arabsat (www.arabsat.com) e Nilesat (www.nilesat.com.eg).

Che cosa sta facendo la Commissione per fermare questo tipo di propaganda terrorista che raggiunge l'Europa ed altre regioni del mondo? Sono state allertate le autorità saudite ed egiziane e sono state invitate a svolgere un'azione e un ruolo responsabile nella lotta comune contro il terrorismo?

 
  
 

Le disposizioni e i principi della direttiva “Televisione senza frontiere” sono i seguenti.

La Commissione desidera innanzi tutto richiamare l’attenzione sull’importanza della libertà di stampa e di informazione televisiva e sul diritto di tutti i cittadini europei di ricevere le trasmissioni televisive di loro scelta, anche quelle provenienti da paesi terzi, a condizione che siano rispettate le disposizioni comunitarie vigenti in materia.

L’articolo 22 bis della direttiva “Televisione senza frontiere” vieta con chiarezza le trasmissioni che contengono incitamento all’odio basato su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità. Tale divieto vale ovviamente per le emittenti radiotelevisive comunitarie, ma anche per i canali trasmessi da emittenti radiotelevisive aventi sede in paesi terzi, a condizione che rientrino nel campo di applicazione della direttiva in base all’articolo 2, paragrafo 4. In pratica si tratta di emittenti radiotelevisive di paesi terzi che utilizzano una frequenza, una capacità via satellite o un “satellite up-link” soggetti alla giurisdizione di uno Stato membro.

La questione fondamentale è chi controlla il rispetto delle disposizioni della direttiva e in particolare il divieto dell’incitamento all’odio. Le disposizioni stabilite nella direttiva “Televisione senza frontiere” sono chiare: gli Stati membri e i loro organi competenti hanno la responsabilità di assicurare la conformità delle emittenti radiotelevisive soggette alla loro competenza, comprese quelle dei paesi terzi, a patto che siano soddisfatte le condizioni menzionate in precedenza, vale a dire se le emittenti radiotelevisive utilizzano una frequenza, una capacità via satellite o un “satellite up-link” soggetti alla giurisdizione dello Stato membro interessato.

Tenuto conto che i programmi di Al Manar vengono trasmessi da Eutelsat, le autorità francesi competenti ne hanno vietato la ritrasmissione attraverso tale satellite. Le autorità olandesi hanno adottato un provvedimento analogo nel caso del New Satellite System situato all’Aia.

In base alle informazioni da poco ricevute dalla Commissione, anche le autorità spagnole competenti di recente hanno vietato la trasmissione dei programmi di Al Manar tramite Hispasat.

In una riunione svoltasi il 17 marzo 2005 su iniziativa della Commissione, i presidenti delle autorità di regolamentazione nel settore della telediffusione hanno ribadito l’importanza del rafforzamento della mutua collaborazione per lottare con efficacia contro l’incitamento all’odio nei programmi dei paesi terzi e hanno raggiunto un accordo su misure concrete che consentano di attuare una strategia più coordinata.

Per quanto riguarda la trasmissione dei programmi di Al Manar tramite Arabsat e Nilesat, l’applicazione delle disposizioni comunitarie non è giuridicamente possibile in quanto i canali trasmessi da questi satelliti non rientrano nel campo di applicazione della direttiva per il fatto che non utilizzano una frequenza, una capacità via satellite o un “satellite up-link” soggetti alla giurisdizione di uno Stato membro dell’Unione europea.

A questo proposito, la Commissione sta valutando le opzioni a sua disposizione nel quadro delle relazioni con i paesi terzi interessati.

 

Interrogazione n. 46 dell'on. David Martin (H-0485/05)
 Oggetto: Esiti del G8 per le Istituzioni dell'Unione europea
 

Il Vertice del G8 è in programma per questa settimana in Scozia. Può far sapere la Commissione come intende esaminare gli esiti di questa riunione e le eventuali future misure che le Istituzioni dell'Unione europea dovranno adottare?

 
  
 

Il Gruppo degli Otto terrà la sua riunione annuale dal 6 all’8 luglio a Gleneagles, in Scozia. Le due priorità della Presidenza britannica del G8 sono il cambiamento climatico e Africa e sviluppo, in merito alle quali nella riunione dei ministri delle Finanze del G8 dell’11 giugno è stato raggiunto un accordo sulla cancellazione del debito per i paesi più poveri. I leader del G8 dovrebbero rilasciare a Gleneagles le seguenti dichiarazioni:

1. dichiarazione del G8 sull’Africa;

2. dichiarazione del G8 sul cambiamento climatico;

3. dichiarazione del G8 sulla risposta al disastro nell’Oceano Indiano;

4. dichiarazione del G8 sull’economia globale, compresi i negoziati di Doha per lo sviluppo;

5. dichiarazione del G8 sulla lotta al terrorismo;

6. dichiarazione del G8 sulla non proliferazione;

7. dichiarazione del G8 sul Medio Oriente allargato e l’Africa settentrionale.

E’ prevista anche l’elaborazione di un documento di sintesi del presidente, che verrà presentato sotto la responsabilità della presidenza.

Al Vertice l’Unione europea sarà rappresentata dal Presidente della Commissione e dal Presidente del Consiglio europeo.

Come l’onorevole parlamentare sa, il Gruppo degli Otto non adotta decisioni vincolanti. La Commissione intende presentare l’esito del Vertice alle Istituzioni comunitarie e, qualora si rendesse necessario intraprendere iniziative specifiche per dare seguito al Vertice, la Commissione terrà informate le altre Istituzioni nel quadro del normale processo decisionale.

 

Interrogazione n. 47 dell'on. Gay Mitchell (H-0488/05)
 Oggetto: Lenta crescita economica nell'UE
 

Considerati i recenti no di Francia e Olanda alla Costituzione europea, la conseguente perdita di valore dell'euro e la recente previsione OCSE secondo cui la crescita economica nei 12 paesi della zona Euro dovrebbe rallentare fino all'1.2% nel 2005, contro l'1.8% del 2004, che misure intende prendere la Commissione per garantire che i 12 Stati membri esercitino la disciplina di bilancio in un momento così difficile?

 
  
 

Il Patto di stabilità e di crescita prevede nel suo braccio preventivo che gli Stati membri raggiungano e mantengano una posizione di bilancio a medio termine con un saldo prossimo al pareggio o in attivo in termini corretti per il ciclo. Una volta che un paese ha raggiunto l’obiettivo a medio termine, il pareggio di bilancio nominale può consentire di affrontare le fluttuazioni cicliche senza che il disavanzo rischi di diventare eccessivo in caso di un normale rallentamento economico. La revisione del Patto di stabilità e di crescita ne ha rafforzato la dimensione preventiva. Gli Stati membri si sono impegnati a consolidare attivamente le finanze pubbliche nei periodi di congiuntura economica favorevole e, come regola generale, a utilizzare le entrate cicliche per la riduzione del disavanzo e del debito. Inoltre, gli Stati membri della zona dell’euro o quelli che partecipano al meccanismo europeo dei tassi di cambio che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo a medio termine sono esplicitamente obbligati a perseguire un aggiustamento annuale in termini corretti per il ciclo, al netto di misure una tantum, pari allo 0,5 per cento del PIL come parametro di riferimento. Lo sforzo di aggiustamento dovrebbe essere maggiore in periodi di congiuntura favorevole e può essere più limitato in periodi di congiuntura sfavorevole. In base alla nuova serie di disposizioni, la Commissione dovrà fornire indicazioni politiche direttamente a uno Stato membro per incoraggiarlo a non discostarsi dal suo percorso di aggiustamento. Al contempo, il Patto di stabilità e di crescita riveduto nella sua parte correttiva introduce un margine più ampio per una valutazione economica e per tener conto degli sviluppi ciclici, mentre resta in vigore il sistema della procedura per i disavanzi eccessivi basato su disposizioni rigorose.

Allo scopo di garantire un’effettiva vigilanza fiscale nell’Unione europea, la Commissione segue ininterrottamente la situazione di bilancio in tutti gli Stati membri e si avvale del suo diritto di iniziativa al momento opportuno. Ad esempio, la Commissione di recente ha deciso di avviare procedure per disavanzo eccessivo nei confronti di Italia e Portogallo, incoraggiando in tal modo il necessario consolidamento fiscale in tali paesi.

 

Interrogazione n. 48 dell'on. Jan Andersson (H-0489/05)
 Oggetto: Stimolo alla domanda nell'economia dell'Unione europea
 

Lo sviluppo economico all'interno dell'Unione europea è particolarmente debole rispetto a quello dell'Asia e degli USA. La politica economica nell'UE mira quasi esclusivamente ad aumentare l'offerta puntando solo minimamente a stimolare la domanda. Eppure il mercato dell'UE è più grande di quello statunitense e dovrebbe essere possibile coordinare gli sforzi al fine di aumentare non solo l'offerta ma anche la domanda. Condivide la Commissione tale opinione? In caso affermativo, come intende agire per stimolare la domanda nell'economia dell'Unione europea?

 
  
 

E’ vero che negli ultimi anni il tasso di crescita economica nell’Unione europea nel complesso, e in particolare nella zona dell’euro, è stato più basso rispetto a quello degli Stati Uniti e dell’Asia non giapponese, tuttavia è importante sottolineare che, a seguito dei diversi sviluppi demografici in queste regioni, le differenze dei tassi di crescita su base pro capite sono considerevolmente inferiori.

La ripresa economica nell’Unione europea iniziata nella seconda metà del 2003 è stata ostacolata da una flessione della domanda che sembra in parte dovuta a una scarsa fiducia di consumatori e investitori. L’aumento del prezzo del petrolio e il rafforzamento dell’euro hanno avuto un effetto diretto negativo e hanno anche influito sulla fiducia. Ciononostante, la Commissione prevede un rilancio del potenziale di crescita nel corso del 2005 grazie al sostegno di politiche macroeconomiche correttive che consentano alla domanda interna di diventare la principale forza trainante nella zona dell’euro e nell’Unione europea (cfr. previsioni economiche di primavera per il 2005 della Commissione).

La Commissione fa presente che i tentativi di aumentare la domanda nel breve termine con politiche fiscali più espansionistiche potrebbero avere ripercussioni negative sull’andamento della crescita a causa dei possibili effetti sulla fiducia. Un ulteriore aumento della spesa pubblica o tagli fiscali ingiustificati potrebbero rafforzare le incertezze riguardo alla futura sostenibilità fiscale ed essere controbilanciati da una riduzione della spesa per i consumi privati e gli investimenti, con un effetto globale sulla crescita del prodotto interno lordo (PIL) che potrebbe essere negativo. Tenuto conto che tale politica non può incrementare in maniera duratura il potenziale di produzione, è più importante che la politica fiscale contribuisca alla stabilizzazione economica e consenta di far fronte all’effetto dell’invecchiamento della popolazione sulle finanze pubbliche.

La Commissione è del parere che i principali contributi che le politiche macroeconomiche possono dare a una crescita e a un’occupazione sostenute nell’attuale situazione economica siano il mantenimento di condizioni macroeconomiche stabili e l’attenuazione degli shock economici. La politica monetaria può fornire il proprio contributo perseguendo la stabilità dei prezzi e, in funzione della realizzazione di questo obiettivo, sostenendo altre politiche economiche generali. La politica fiscale può avere un ruolo nella stabilizzazione dell’economica consentendo agli stabilizzatori automatici di svolgere pienamente il loro compito. Tenuto conto dell’entità degli stabilizzatori automatici nell’Unione europea, che è doppia rispetto agli Stati Uniti, non si dovrebbe sottovalutare il contributo alla stabilizzazione della domanda. A parte il contributo alla stabilizzazione economica, le politiche fiscali possono sostenere la crescita attraverso una spesa destinata a investimenti che favoriscano la crescita e strutture fiscali orientate alla crescita e all’occupazione. Viste le principali debolezze dell’economia comunitaria (impiego di manodopera relativamente basso ed esigua crescita della produttività) la Commissione ha proposto per il periodo 2005-2008 una combinazione di politiche macroeconomiche a favore della crescita e della stabilità, riforme microeconomiche intese ad aumentare il potenziale di crescita europeo e politiche occupazionali volte a creare nuovi e migliori posti di lavoro.(1)

La Commissione ritiene che uno sforzo concertato volto a fare chiarezza sulle riforme delineate nella strategia di Lisbona rinnovata, insieme ai progressi compiuti per conseguire l’obiettivo di finanze pubbliche sane e sostenibili, accrescerà la fiducia tra le imprese e i consumatori europei, creando una delle condizioni fondamentali per sbloccare la fase di contrazione della domanda.

 
 

(1) Cfr. Commissione europea, Orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione (2005-2008), 12 aprile 2005, COM(2005) 141.

 

Interrogazione n. 49 dell'on. Claude Moraes (H-0466/05)
 Oggetto: Campagna "Live 8"
 

Qual è il parere della Commissione riguardo alle recenti iniziative in favore della campagna "Live 8", che sollecita le nazioni del G8 a favorire ulteriormente l'alleggerimento del debito e incoraggia altre nazioni, principalmente occidentali, a rispettare i parametri raccomandati dalle Nazioni Unite in materia di aiuti?

 
  
 

La Commissione è favorevole a tutte le iniziative che richiamano l’attenzione del pubblico sulle sfide che il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio comporta ed esprime compiacimento per l’organizzazione contemporanea di concerti volti a incoraggiare i leader del G8 riuniti a Gleaneagles a impegnarsi maggiormente nella lotta contro la povertà.

Per consentire ai paesi in via di sviluppo in generale, e all’Africa in particolare, di realizzare gli obiettivi del Millennio, è essenziale accrescere la qualità e la quantità degli aiuti.

Nella riunione del Consiglio europeo del 16 e 17 giugno 2005, gli Stati membri dell’Unione si sono impegnati a continuare ad aumentare le risorse finanziarie da destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo e ad andare al di là degli impegni di Monterrey, fissando il nuovo obiettivo individuale minimo dello 0,51 entro il 2010 e dello 0,17 per cento per i nuovi Stati membri, portando quindi il livello di aiuto collettivo dell’Unione allo 0,56 per cento.

Tale impegno rappresenta un aumento di 20 miliardi di euro all’anno. Nel 2004 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei venticinque Stati membri è stato pari a 43 miliardi di euro.

Un aumento delle risorse e un aiuto più efficace sono essenziali, ma non saranno sufficienti per conseguire gli obiettivi di sviluppo del Millennio. Esistono altre politiche comunitarie che possono fornire un considerevole contributo allo sviluppo, da cui il concetto di “coerenza per lo sviluppo”. La Commissione propone di elaborare una relazione intermedia sulla coerenza nel periodo compreso tra il Vertice delle Nazioni Unite del settembre 2005 e la prossima valutazione internazionale degli obiettivi di sviluppo del Millennio.

La Commissione si augura altresì che la riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio a Hong Kong giunga a risultati concreti che consentano ai paesi più poveri, e in particolare all’Africa subsahariana, di partecipare in maggior misura ai mercati mondiali.

La Commissione si compiace del successo del G8 per quanto riguarda l’alleggerimento del debito multilaterale per i paesi più poveri. Questa decisione positiva e importante va infatti ad aggiungersi a quelle relative ai finanziamenti per lo sviluppo. Secondo le indicazioni preliminari, lo sforzo finanziario sarà pari a un importo compreso tra 1 e 2 miliardi di euro all’anno. La Commissione chiede agli altri grandi donatori di accrescere il loro impegno per contribuire alla realizzazione degli obiettivi del Millennio.

 

Interrogazione n. 50 dell'on. Georgios Papastamkos (H-0476/05)
 Oggetto: Organizzazioni non governative greche e politica di sviluppo dell'Unione europea
 

Quali organizzazioni non governative greche o internazionali (con partecipazione greca) sono risultate operative, nel periodo 2000-2004, nell'ambito dei programmi e delle azioni dell'Unione europea nei confronti dei paesi in via di sviluppo?

Quali proposte di organizzazioni non governative greche sono state presentate per ottenere un finanziamento nel periodo su riferito e raggiungere gli obiettivi delle politiche di sviluppo europee?

Qual è la base finanziaria dell'Unione europea nei confronti delle organizzazioni non governative con partecipazione greca?

 
  
 

In base ai nostri dati, tra il 2000 e il 2004 le organizzazioni greche, fra cui le organizzazioni non governative (ONG), le università, le fondazioni e i centri di ricerca, hanno presentato 109 proposte di finanziamento nell’ambito della politica di sviluppo.

Delle 109 proposte, 52 sono state finanziate sotto forma di sovvenzioni nel quadro dei programmi e delle azioni dell’Unione europea nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Tra il 2000 e il 2004 hanno ricevuto finanziamenti trenta ONG greche.

Con riserva di verifica e salvo che emergano errori di codifica, in particolare nel caso dei consorzi, il finanziamento totale della Commissione alle ONG greche è stato pari a 18 508 274,87 euro.

 

Interrogazione n. 51 dell'on. María Badía i Cutchet (H-0477/05)
 Oggetto: Microfinanziamenti
 

Considerando che il 2005 rappresenta l'Anno Internazionale del Microcredito e che, come richiede la risoluzione ONU 53/197 del 15 dicembre 1998, è fondamentale approfittare del momento propizio per dare impulso a programmi di microcredito in tutti i paesi, specialmente in quelli in via di sviluppo, desidero ringraziare la Commissione per la sua decisione di indire per quest'anno una gara d'appalto tesa a sostenere progetti di microfinanziamento nei paesi dell'Africa, dei Caraibi e dell'Oceano Pacifico (ACP).

Considerando inoltre che i microfinanziamenti costituiscono un elemento fondamentale che si inserisce nella strategia della comunità internazionale per la realizzazione degli Obiettivi del millennio - aiutando a mitigare la povertà attraverso la generazione di reddito e la creazione di posti di lavoro - e in particolare di quelli inerenti la parità di genere (gender mainstreaming), il conferimento di maggior potere alla donna e l'eliminazione della povertà, non ritiene la Commissione che l'Unione europea debba sviluppare un quadro legislativo e regolamentare coerente e concedere per tale progetto un periodo di realizzazione che si protragga ben oltre il 2006 ?

 
  
 

I microfinanziamenti sono uno strumento fondamentale per aiutare i più poveri a realizzare iniziative economiche e a partecipare attivamente al miglioramento delle proprie condizioni di vita. La Commissione si compiace vivamente che il 2005 rappresenti l’Anno internazionale del microcredito, in quanto ciò dovrebbe consentire di attribuire un’importanza ancora maggiore ai microfinanziamenti nei programmi per lo sviluppo.

Nel 2005 la Commissione pubblicherà un invito a presentare proposte per progetti di microfinanziamenti nei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Tale invito promuoverà i progetti che sono volti a rafforzare le infrastrutture degli istituti di microfinanziamento e comprendono attività di formazione e di consulenza, nonché l’acquisto di importanti attrezzature. Il programma interviene anche a livello di governi nei paesi ACP per aiutarli a migliorare il quadro normativo per i microfinanziamenti.

La Commissione ha già stabilito un quadro politico per le operazioni microfinanziarie. La comunicazione del 1998 intitolata “Microfinanziamenti e riduzione della povertà” descrive l’approccio della Commissione nel campo dei microfinanziamenti. Per quanto riguarda la continuità del sostegno ai microfinanziamenti, l’impegno della Commissione si estenderà oltre il 2006, in quanto il programma continuerà ad essere operativo nei paesi ACP fino al 2009. Inoltre, se la domanda di finanziamento supera le risorse disponibili del programma, la Commissione prevede di aumentare queste ultime.

 

Interrogazione n. 52 dell'on. Jacek Protasiewicz (H-0500/05)
 Oggetto: Diritti umani a Cuba
 

Il regime di Castro detiene ancora 61 prigionieri politici, condannati a scontare in carcere pene molto lunghe per le loro attività in difesa delle libertà dei cittadini e dei diritti umani.

Allo stesso tempo, violando chiaramente i principi del diritto internazionale, il governo cubano impedisce i contatti tra i deputati al PE e gli attivisti per i diritti umani a Cuba.

Considerata questa situazione, intende la Commissione sostenere un inasprimento delle sanzioni dell'Unione europea?

 
  
 

La Commissione condivide la preoccupazione dell’onorevole parlamentare per la sorte dei prigionieri politici detenuti a Cuba. In occasione della visita da me compiuta a Cuba in marzo, ho sollevato la questione dei prigionieri politici con tutti i miei interlocutori, compreso il Presidente Castro. La Commissione ha anche condannato pubblicamente con estrema fermezza il comportamento inaccettabile di Cuba nei confronti dei deputati al Parlamento europeo che hanno partecipato alla riunione dell’Assemblea per promuovere la società civile svoltasi il 20 maggio all’Avana.

La delegazione della Commissione all’Avana ha offerto tutto il suo sostegno per favorire i contatti tra i deputati al PE e gli attivisti per i diritti umani a Cuba, ad esempio, organizzando in marzo presso la delegazione riunioni tra i deputati al PE e rappresentanti della dissidenza, prestando aiuto per l’ottenimento del visto di uscita per Oswaldo Payá e svolgendo in maggio una teleconferenza tra un gruppo di parlamentari europei e alcuni dissidenti, fra i quali Marta Beatriz Roque.

Il 13 giugno il Consiglio ha riaffermato la validità della posizione comune del 1996, che, nel quadro delle relazioni dell’Unione europea con Cuba, mira a incoraggiare il processo di transizione verso una democrazia pluralistica e il rispetto dei diritti dell’uomo.

La Commissione resta favorevole a portare avanti una politica di impegno costruttivo attraverso il dialogo politico con le autorità cubane, anche se negli ultimi mesi non sono stati compiuti progressi in materia di rispetto dei diritti dell’uomo. La decisione del Consiglio del 13 giugno ha ribadito la necessità di sfruttare tale dialogo per compiere concreti passi avanti nel settore dei diritti dell’uomo.

Il fatto che negli ultimi mesi si siano rafforzati i contatti con i dissidenti e i rappresentanti della società civile, nel quadro delle linee guida adottate dai capi missione all’Avana nel gennaio 2005, è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Tali contatti continueranno e saranno ulteriormente intensificati.

Il dialogo con le autorità cubane e la società civile è uno strumento per promuovere a Cuba un processo di transizione pacifica più efficace delle sanzioni e dell’isolamento.

La Commissione è del parere che la politica di impegno costruttivo sia anche la politica che ha maggiori possibilità di assicurare la liberazione di tutti i prigionieri politici a Cuba.

 

Interrogazione n. 53 dell'on. Glenys Kinnock (H-0538/05)
 Oggetto: Programma di aiuto per i paesi del Protocollo zucchero
 

Potrebbe la Commissione chiarire quali procedure prevede di applicare nella realizzazione dei programmi di aiuto per i paesi del Protocollo zucchero interessati dalla riforma del settore dello zucchero dell'UE? Conviene la Commissione che è essenziale che tali procedure siano semplificate, accelerate e più efficienti rispetto al caso di quelle del FES destinate ad aiutare i paesi interessati dalle modifiche della regolamentazione concernente le banane?

 
  
 

La Commissione concorda senza riserve sulla necessità di istituire per i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) del Protocollo zucchero uno strumento di sostegno che comporti procedure di attuazione rapide ed efficaci. Questa è stata una delle principali preoccupazioni quando è stata elaborata la proposta di regolamento corrispondente, adottata dalla Commissione il 22 giugno di quest’anno.

L’attuazione della disciplina speciale per l’assistenza ai tradizionali fornitori ACP di banane ha subito alcuni ritardi dovuti, tra l’altro, a procedure comunitarie complesse. Tale fatto è stato preso in considerazione e la Commissione confida che l’applicazione delle misure di sostegno a favore dei paesi del Protocollo zucchero sarà più efficace, in particolare grazie ai seguenti elementi:

la gestione del regime di assistenza sarà affidata alle delegazioni fin dall’inizio;

la Commissione propone risorse finanziarie e umane specifiche per assicurarne la gestione, sia a livello di delegazione che di sede centrale;

lo strumento di attuazione privilegiato per questo tipo di assistenza sarà il sostegno di bilancio, ovviamente nel rispetto delle condizioni di ammissibilità;

la Commissione propone procedure relativamente semplici e rapide, senza escludere lo stretto coinvolgimento degli Stati membri nelle decisioni relative all’attuazione del regime di assistenza.

La Commissione desidera tuttavia sottolineare che gli effetti di questo regime di assistenza non dipendono solo dalle procedure amministrative comunitarie, ma anche dalla qualità delle strategie di adeguamento definite dagli stessi paesi. La Commissione li incoraggia a svolgere un ruolo attivo in questo processo, in modo da poter disporre di una buona base per l’attuazione del sostegno nel momento in cui lo strumento proposto dalla Commissione entrerà in vigore.

La Commissione desidera cogliere l’occasione per incoraggiare il Parlamento ad adottare appena possibile la proposta di regolamento, assicurando che nel bilancio siano stanziate le relative risorse finanziarie supplementari.

 

Interrogazione n. 54 dell'on. Anne Van Lancker (H-0539/05)
 Oggetto: Continuità della politica nel settore delle cure sanitarie e dei diritti in materia di sessualità e di riproduzione
 

Il partenariato strategico con l'OMS (25 milioni di euro) pone l'accento sulla mortalità infantile e neonatale, nonché sulla mortalità legata alla maternità. Quindi è molto importante che ulteriori sforzi siano esplicati nei settori della pianificazione familiare e della prevenzione, segnatamente per quanto riguarda la messa a disposizione permanente di preservativi. Queste priorità politiche devono essere sancite nel bilancio. Ora, la linea di bilancio relativa alle cure sanitarie e ai diritti in materia di sessualità e di riproduzione scomparirà nel 2006. Vi sarà un seguito? Come garantire la continuità dei progetti in corso in questo settore e come intende la Commissione colmare, in futuro, il cosiddetto "decency gap"?

 
  
 

La Commissione desidera ribadire il suo impegno a promuovere le cure sanitarie e i diritti in materia di sessualità e di riproduzione e ad attuare il piano d’azione del Cairo.

Dal punto di vista finanziario, il partenariato con l’Organizzazione mondiale della Sanità prevede una durata di cinque anni e lo stanziamento di un importo di 25 milioni di euro a titolo del nono Fondo europeo di sviluppo (FES), che sarà erogato a partire dalla fine del 2005.

Per quanto riguarda le risorse di bilancio, è in corso il processo di selezione delle proposte di progetto da finanziare con i fondi disponibili per il 2005 e il 2006. I progetti selezionati saranno quindi finanziati fino alla loro conclusione, ben oltre il 2006. In merito al seguito della linea di bilancio in questione, è in corso la definizione della nuova struttura del bilancio comunitario e a questo scopo la Commissione sta elaborando una strategia relativa ai programmi tematici, anche nel campo dello sviluppo umano e sociale, che prevede di attuare nel quadro delle prospettive finanziarie per il periodo 2007-2013. Nell’ambito del processo di elaborazione di tali strategie, la Commissione presenterà proposte concrete in merito alle future risorse finanziarie.

Quanto al “decency gap”, creato nel 2002 a seguito della decisione del governo statunitense di sospendere i finanziamenti al Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (FNUAP), la Commissione ha fornito a tale organizzazione un contributo aggiuntivo di 22 milioni di euro, oltre a un importo di 10 milioni di euro alla International Planned Parenthood Federation (Federazione internazionale per la pianificazione familiare). Tali importi sono stati utilizzati per finanziare programmi e attività attualmente in corso.

Nel quadro dell’iniziativa europea nel campo della salute riproduttiva e sessuale avviata nel 2004 dalla Presidenza olandese, la Commissione ha deciso di fornire al FNUAP un contributo aggiuntivo di 15 milioni di euro a titolo del nono FES per l’acquisto di articoli sanitari, preservativi e prodotti simili nei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico che ne hanno bisogno. Nei prossimi anni la Commissione fornirà sostegno al FNUAP mettendo a disposizione risorse finanziarie per le attività tematiche.

 

Interrogazione n. 55 dell'on. Dimitrios Papadimoulis (H-0448/05)
 Oggetto: Sicurezza degli alimenti
 

Secondo un articolo intitolato "Risk Based Consumption Advice for Farmed Atlantic and Wild Pacific Salmon Contamined with Dioxins and Dioxins-like Compounds" pubblicato nel maggio 2005 (Foran et al., Environmental Health Perspectives, 113:552-556), sono state trovate sostanze come i PCB, il tossafene, la dieldrina, le diossine e gli eteri difenili polibrominati, in concentrazioni molto più elevate nei salmoni provenienti da pescicolture europee rispetto ai salmoni di vivai dell'America del nord e del sud. Tali sostanze possono causare problemi al sistema riproduttivo umano nonché carcinogenesi. I redattori dello studio raccomandano segnatamente ai consumatori europei di non consumare salmone proveniente da pescicoltura europea più di quattro volte al mese mentre permettono agli americani di consumarne fino a dieci volte al mese.

Può la Commissione indicare se effettivamente si registrano percentuali più elevate di sostanze chimiche nei salmoni provenienti da pescicolture europee e se il loro consumo è innocuo e in quali quantità? Ha proceduto la Commissione a una valutazione scientifica dei rischi per la salute per quanto riguarda il consumo umano anche di altri tipi di pesce proveniente da pescicolture e intende adottare una legislazione più rigorosa onde ridurre le sostanze tossiche e chimiche nelle pescicolture?

 
  
 

L’interrogazione dell’onorevole parlamentare fa riferimento ai consigli sul consumo di pesce forniti nell’articolo “Risk Based Consumption Advice for Farmed Atlantic and Wild Pacific Salmon Contaminated with Dioxins and Dioxin-like Compounds” pubblicato nel maggio 2005. Nella seduta plenaria di febbraio dell’anno scorso, il Commissario Byrne aveva detto che tale studio non sollevava nuovi problemi in materia di sicurezza alimentare, poiché i livelli rilevati erano coerenti con i risultati di altre indagini e dei controlli ufficiali.

I consigli sul consumo di pesce contenuti nell’articolo citato sono basati su un valore orientativo di livelli di assunzione tollerabili di diossine e PCB simili alle diossine ottenuto con un metodo di valutazione dei rischi non riconosciuto a livello internazionale, come confermato nel corso di un congresso scientifico organizzato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) nel giugno 2004.

Il 22 giugno 2005 il gruppo scientifico sui contaminanti della catena alimentare (CONTAM Panel) dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha adottato una valutazione scientifica dei rischi per la salute legati al consumo umano di pesci selvatici e di pesci di allevamento. Tale valutazione è stata effettuata su richiesta formale del Parlamento e ha riguardato in particolare varie specie di pesce (di allevamento, selvatico, marino, di acqua dolce, magro e grasso) commercializzate in quantità considerevoli nell’Unione europea.

Il gruppo scientifico dell’EFSA ha concluso che i livelli di nutrienti e di contaminanti del pesce, compreso il salmone, dipendono in gran parte dai seguenti fattori: specie, stagione, dieta, luogo, fase di vita ed età. Questi livelli variano ampiamente all’interno di una stessa specie e da una specie all’altra, sia per i pesci selvatici che per quelli di allevamento. Tenendo conto di questi fattori, non è stata osservata alcuna differenza sostanziale nei livelli di nutrienti e di contaminanti tra pesce selvatico e pesce di allevamento, compreso il salmone.

Il gruppo scientifico ha concluso che, per quanto riguarda la sicurezza, per il consumatore non vi è differenza fra pesce selvatico e pesce di allevamento, neppure per il salmone.

Il gruppo scientifico ha inoltre concluso che è dimostrato che il consumo di pesce, compreso il pesce di allevamento, e specialmente di pesce grasso, giova al sistema cardiovascolare e si addice alla prevenzione secondaria in caso di malattia coronarica manifesta ed è probabile che tale consumo sia benefico anche per lo sviluppo fetale.

Il gruppo scientifico ha anche sottolineato che al momento non esiste purtroppo alcuna metodologia concordata per confrontare da un punto di vista quantitativo i rischi e i benefici del consumo di pesce.

Ciononostante, la presenza di diossine e di altri contaminanti è motivo di preoccupazione per la Commissione, che nel 2001 ha adottato una strategia globale per ridurre la presenza di diossine e PCB nell’ambiente, nei mangimi e negli alimenti, la cui attuazione darà nuovo impulso alla riduzione di diossine in mangimi e alimenti, compresi i pesci. La Commissione intende pertanto rivedere i livelli massimi in modo da tener conto dei risultati di tale strategia. Inoltre, il regolamento (CE) n. 850/2004 relativo agli inquinanti organici persistenti prevede misure per eliminare o ridurre alcuni di tali inquinanti riconosciuti a livello internazionale.

Il pesce, di allevamento o selvatico, deve far parte di un’alimentazione equilibrata per assicurare che i consumatori continuino a beneficiare dei suoi effetti positivi sulla salute. Il parere scientifico dell’EFSA relativo alla valutazione sulla sicurezza dei pesci selvatici e dei pesci di allevamento fornisce a questo proposito un supporto scientifico.

 

Interrogazione n. 56 dell'on. Carl Schlyter (H-0475/05)
 Oggetto: Revisione della politica in materia di salute degli animali
 

Numerose autorità collegano l'aumento dell'incidenza delle malattie epizootiche al crescere dell'intensificazione della produzione agricola. Citando da una dichiarazione congiunta FAO/OIE, "gli effetti dell'influenza aviaria e la minaccia di futuri focolai di malattie transfrontaliere, comprese le zoonosi, aumenteranno con il crescere dell'intensificazione della produzione animale, a meno che non ci sia un intervento veterinario significativo e prolungato atto a interrompere il ciclo di trasmissione e insorgenza delle malattie". La dichiarazione, poi, prosegue, precisando solamente che detto "intervento veterinario prolungato" sarà molto difficile da porre in atto in molti dei paesi chiave.

Intende la Commissione considerare i meccanismi che mirano esplicitamente a ridurre la dipendenza dell'agricoltura europea dall'allevamento intensivo nel quadro della prossima riforma della sua politica in materia di salute degli animali?

 
  
 

E’ chiaro che la frase tratta dagli atti di un recente seminario svoltosi in Vietnam fa riferimento all’attuale epidemia di influenza aviaria in Asia.

E’ opportuno citare un’altra frase tratta dalle conclusioni dello stesso seminario:

“L’insorgenza (della malattia) nella regione è legata alla produzione animale tradizionale che comprende la produzione di pollame da cortile e di sussistenza, le pratiche di allevamento di più specie di animali e i sistemi di commercializzazione di pollame vivo”.

La produzione agricola intensiva non viene pertanto individuata come fattore di rischio decisivo per l’insorgenza e la diffusione della malattia.

Più in generale, l’onorevole parlamentare desume che la riduzione della produzione agricola intensiva nella Comunità costituirebbe la misura più adeguata per una riduzione dei rischi derivanti dalle malattie degli animali e dai loro effetti.

La Commissione ritiene che la situazione sia più complessa.

I fattori che possono contribuire all’insorgenza di malattie negli animali e all’amplificazione dei loro effetti, fra cui la densità della popolazione animale e i rischi biologici delle aziende agricole, saranno affrontati nell’ambito di una nuova strategia comunitaria in materia di salute degli animali.

Nella prospettiva dell’elaborazione di questa nuova strategia al fine di un miglioramento della prevenzione e del controllo delle malattie degli animali nell’Unione europea, come annunciato dal Commissario responsabile per la salute e la protezione dei consumatori nella riunione del Consiglio “Agricoltura” del dicembre 2004, la Commissione intende proporre nel 2007 una comunicazione che stabilisca le azioni da intraprendere per il periodo 2007-2013. L’elemento fondamentale nell’elaborazione di tale strategia sarà la valutazione esterna basata su un approccio partecipativo cui sarà sottoposta l’attuale politica comunitaria in materia di salute degli animali. Le conclusioni finali e le raccomandazioni potrebbero essere rese note entro la metà del 2006. Le conseguenti opzioni politiche e i loro effetti economici, ambientali e sociali saranno esaminati nel corso di tale processo di valutazione e faranno parte di una valutazione di impatto.

La futura politica in materia di salute degli animali sarà volta a incoraggiare i produttori ad adottare le misure appropriate per prevenire in modo più adeguato le malattie degli animali e ridurne gli effetti negativi.

 

Interrogazione n. 57 dell'on. Mairead McGuinness (H-0480/05)
 Oggetto: Etichettatura alimentare
 

Alla luce dei risultati del sondaggio sull'atteggiamento dei consumatori nei confronti del benessere degli animali effettuato da Eurobarometro e delle osservazioni pubbliche della Commissione sull'etichettatura degli alimenti compatibili con tale benessere, può essa chiarire come questo sarà possibile ora che il mercato degli alimenti nell'ambito dell'OMC è sempre più globalizzato? Può inoltre la Commissione fornire risposte in merito alle legittime preoccupazioni degli allevatori europei suscitate dallo strapotere del settore della vendita al dettaglio che, abbassando indiscriminatamente i prezzi, rende sempre più difficile la sopravvivenza dei piccoli produttori?

Condivide la Commissione il timore che tale relazione costituisca solo un'ulteriore regolamentazione che però non comporta azioni concrete a favore di consumatori o produttori?

 
  
 

Il sondaggio di Eurobarometro in questione pone in evidenza le difficoltà incontrate dai consumatori nell’identificare gli alimenti prodotti in modo più compatibile con il benessere degli animali, oltre alla loro disponibilità a pagare un prezzo più elevato per i prodotti compatibili con tale benessere e agli alti livelli di certezza di influire sul benessere degli animali con le loro scelte di acquisto.

Il sondaggio conferma dati già raccolti nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato con fondi comunitari intitolato “Consumer concerns about animal welfare and the impact on food choice” (preoccupazioni dei consumatori riguardo al benessere degli animali e conseguenze sulla scelta dei prodotti alimentari).

La comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo del 2002, concernente la legislazione in materia di benessere degli animali d’allevamento nei paesi terzi e le implicazioni per l’UE, ha posto in evidenza la questione dei regimi di etichettatura quale possibile mezzo per i produttori che applicano norme più rigorose in materia di benessere per recuperare l’importo dei costi e degli investimenti, in quanto i consumatori possono essere disposti a pagare un prezzo più elevato per tali prodotti. La Commissione sta valutando questa possibilità.

Un attuale progetto di ricerca finanziato dall’Unione europea intitolato “Welfare Quality” (qualità del benessere) analizzerà in modo più approfondito le preoccupazioni dei consumatori, dei venditori al dettaglio e dei produttori per quanto riguarda il benessere degli animali. Nell’ambito di tale progetto, il 17 e 18 novembre 2005 verrà organizzato a Bruxelles un seminario che consentirà alle parti interessate di definire la futura direzione di questa ricerca attraverso un dialogo aperto.

In particolare, una recente proposta della Commissione di direttiva relativa ai polli da carne prevede altresì che la Commissione presenti una specifica relazione al Consiglio e al Parlamento sulla questione dell’etichettatura obbligatoria dei prodotti alimentari basata sulla conformità alle norme in materia di benessere degli animali. La relazione terrà conto degli aspetti socioeconomici e delle considerazioni dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).

I dati degli studi menzionati saranno molto importanti nell’individuazione di varie strategie, come quella relativa all’etichettatura, volte a rispondere alle preoccupazioni dei consumatori riguardo al benessere degli animali. La Commissione valuterà inoltre in quale modo si possano superare gli ostacoli all’espressione da parte dei consumatori di preferenze etiche nelle loro scelte alimentari.

In sintesi, la Commissione ritiene che una chiara etichettatura dei prodotti alimentari possa offrire importanti benefici ai consumatori, senza penalizzare i produttori. La Commissione è infatti del parere che l’etichettatura alla fine renderà questi prodotti più competitivi a vantaggio proprio dell’industria e in particolare di coloro che producono in un modo compatibile con il benessere degli animali.

Dall’esperienza acquisita nell’applicazione dei regimi di etichettatura volontaria esistenti è emerso che da tali iniziative possono derivare vantaggi in termini di commercializzazione. Mentre proseguono gli studi per capire di preciso in quale modo varie forme di etichettatura vengono utilizzate dai consumatori, questi ultimi hanno il diritto legittimo di chiedere e ricevere una chiara etichettatura dei prodotti, compresa un’indicazione della conformità alle norme in materia di benessere degli animali.

 

Interrogazione n. 58 dell'on. Anna Hedh (H-0483/05)
 Oggetto: Pubblicità sugli alcolici destinata ai giovani
 

In Europa il consumo di alcool è il più alto del mondo. Nel 2002, l'alcool ha mietuto in Europa oltre 600 000 vittime. Nel 1999 le cause di decesso nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni erano nel 25% dei casi legate all'alcool. Il dato è stato presentato alla conferenza dell'OMS sui giovani e l'alcool tenutasi nel 2001 a Stoccolma.

Talune ricerche mostrano inoltre che la pubblicità sugli alcolici favorisce il consumo di alcool maggiormente tra i giovani. Le nuove bibite alcoliche, ad esempio, figurano tra le cause che hanno portato all'aumento del consumo di alcool registratosi tra le ragazze e le donne di giovane età a partire dalla metà degli anni '90. Sappiamo anche che negli ultimi anni l'autoregolamentazione dell'industria degli alcolici non ha funzionato. Recentemente il Commissario Kyprianou ha dichiarato di vedere una chiara correlazione tra il consumo di alcool e il peggioramento della salute della popolazione e che intende prendere sul serio il suo ruolo di responsabile della sanità pubblica.

Quali misure concrete intende adottare la Commissione per regolamentare i contenuti della pubblicità sugli alcolici, in particolare quella rivolta a un pubblico giovanile?

 
  
 

La Commissione condivide appieno le preoccupazioni dell’onorevole parlamentare riguardo a questa importante problematica e desidera rammentare le azioni concrete che intraprende in materia. Nel giugno 2001 il Consiglio ha adottato la raccomandazione sul consumo di bevande alcoliche da parte di giovani, in particolare bambini e adolescenti, la quale fu in larga misura dovuta alla diffusa preoccupazione del pubblico, dei mezzi di informazione e dei politici circa la possibilità che le nuove bibite alcoliche commercializzate costituissero un richiamo soprattutto per i bambini.

La raccomandazione elenca una serie di misure che gli Stati membri potrebbero adottare per evitare che le bevande alcoliche vengano studiate e commercializzate per i giovani. Il Consiglio raccomanda che gli Stati membri dovrebbero, tra l’altro, favorire la creazione di meccanismi efficaci nei settori della promozione, commercializzazione e vendita al dettaglio per assicurare che i produttori non realizzino bevande alcoliche specificamente destinate ai bambini e agli adolescenti.

La raccomandazione invita la Commissione a riferire riguardo all’attuazione delle misure proposte entro la fine del quarto anno dalla data di adozione della raccomandazione, e in seguito regolarmente.

La Commissione attualmente sta elaborando la relazione, che dovrebbe essere pronta entro la fine di quest’anno. La Commissione intende pertanto stabilire un quadro globale delle misure intraprese dagli Stati membri, ma sappiamo, ad esempio, che l’industria delle bevande alcoliche e/o il settore pubblicitario in molti Stati membri hanno risposto alla preoccupazione istituendo strutture di autoregolamentazione o rafforzando quelle esistenti, che comprendono anche le procedure di denuncia.

La Commissione desidera anche richiamare l’attenzione dell’onorevole parlamentare sulle conclusioni del Consiglio del 5 giugno 2001 relative a una strategia comunitaria intesa a ridurre i pericoli connessi con l’alcol, che invita la Commissione a presentare proposte per una strategia comunitaria globale intesa a ridurre i pericoli connessi con l’alcol, che stabilisca un calendario delle diverse azioni. La strategia dovrebbe includere una gamma coordinata di attività comunitarie in tutti i settori d’azione pertinenti, quali la ricerca, la protezione dei consumatori, i trasporti, la pubblicità, la commercializzazione, la sponsorizzazione, le accise e altri aspetti del mercato interno. La Commissione sta attualmente elaborando la strategia, che dovrebbe essere pubblicata entro l’inizio del prossimo anno. Tenuto conto che l’abitudine di consumare bevande nocive è in aumento tra i giovani e la commercializzazione è un’industria globale, la Commissione ha già individuato il consumo di bevande alcoliche tra i minorenni e la comunicazione commerciale come settori fondamentali per la strategia.

A questo proposito è anche importante la direttiva “Televisione senza frontiere”, che indica vari criteri cui la pubblicità televisiva delle bevande alcoliche deve conformarsi, uno dei quali è che non deve rivolgersi espressamente ai minorenni, né, in particolare, presentare minorenni intenti a consumare tali bevande.

La Commissione desidera altresì menzionare che, nell’ambito del programma nel campo della sanità pubblica, ha deciso di cofinanziare un progetto denominato ELSA, che valuterà l’applicazione delle norme nazionali e dell’autoregolamentazione in materia di pubblicità e commercializzazione di alcolici. Questo progetto, che è stato avviato quest’anno e durerà fino alla fine del 2006, fornirà anche raccomandazioni politiche per la Commissione.

Dal punto di vista della regolamentazione, la proposta relativa alle indicazioni nutrizionali e sulla salute, per la quale il Parlamento ha adottato di recente un parere in prima lettura, prevede all’articolo 4 disposizioni volte a limitare l’inclusione di taluni messaggi, come le indicazioni sulla salute, nella commercializzazione di bevande alcoliche. E’ certo che tale disposizione rappresenta una misura concreta nella direzione auspicata dal Parlamento e dalla Commissione.

Infine, la Commissione desidera sottolineare che non si dovrebbe dimenticare il ruolo centrale svolto dagli Stati membri nell’affrontare i pericoli connessi con l’alcol. Un approccio integrato richiede un’azione concertata di tutte le parti interessate, comprese famiglie, scuole, datori di lavoro, industria, pubblicitari e autorità nazionali di regolamentazione.

 

Interrogazione n. 59 dell'on. Mia De Vits (H-0490/05)
 Oggetto: Temperatura di conservazione degli alimenti
 

Attualmente non esiste alcuna normativa sulle temperature di conservazione degli alimenti. Il 74% di essi sono conservati a temperature non idonee. Talvolta l'etichetta indica una temperatura di conservazione che oscilla tra i 4 e i 7° C a seconda dello Stato membro ed è assurdo che, sulla base di 25 normative nazionali, siano indicate sulle etichette temperature di conservazione diverse per lo stesso prodotto. Intende pertanto la Commissione prendere in considerazione un'armonizzazione delle temperature di conservazione degli alimenti? In caso affermativo, quando? Che ne pensa la Commissione di una campagna d'informazione volta a sensibilizzare i consumatori sulle corrette temperature di conservazione degli alimenti?

 
  
 

La conformità alle norme in materia di temperatura di conservazione e il mantenimento della catena del freddo sono elementi essenziali per salvaguardare, in tutta la catena alimentare, la sicurezza e la qualità dei prodotti alimentari più deperibili.

A parte alcuni prodotti di origine animale, nella legislazione comunitaria non sono tuttavia stabiliti specifici criteri di temperatura. Si ritiene infatti più appropriato ed efficace affrontare la questione delle condizioni di temperatura di conservazione per i prodotti alimentari a livello di operatori del settore alimentare anziché a livello comunitario. Gli operatori del settore alimentare sono nella posizione migliore per fissare le condizioni alle quali gli alimenti prodotti devono essere conservati, in quanto è chiaro che tali requisiti sono legati alla natura, al processo di produzione e alla conservabilità degli alimenti.

Questo approccio continua a prevalere nel nuovo quadro normativo in materia di igiene che entrerà in vigore dal 1o gennaio 2006.

Si deve inoltre cercare di educare in modo più adeguato i consumatori sulla necessità di rispettare le condizioni di conservazione specificate dai produttori sulle confezioni degli alimenti. L’insorgenza di focolai di infezione di origine alimentare è spesso dovuta infatti a un’errata manipolazione degli alimenti dopo l’acquisto e alle frequenti interruzioni della catena del freddo. Le campagne di informazione possono essere importanti strumenti educativi al riguardo e devono essere promosse a livello nazionale.

 

Interrogazione n. 60 dell'on. Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (H-0519/05)
 Oggetto: Sicurezza della gravidanza e del parto
 

Nel Libro verde dal titolo "Una nuova solidarietà tra le generazioni di fronte ai cambiamenti demografici" recentemente pubblicato dalla Commissione, sono riportati i dati relativi alla crescita demografica europea che, nel 2003, è stata solo dello 0,04% annuo, percentuale che comprende anche le cifre relative ai nuovi Stati membri, i quali, con le sole eccezioni di Cipro e Malta, hanno addirittura fatto registrare un calo demografico. Secondo i più recenti dati diffusi dall'Organizzazione mondiale della sanità e dall'OCSE, il tasso di mortalità infantile e tra le madri in Europa ha raggiunto livelli preoccupanti (17,4 casi su 100.000 nascite), anche se poi le cifre variano considerevolmente da Stato membro a Stato membro.

Dispone la Commissione dei dati relativi ai singoli Stati membri? Nell'ambito delle politiche demografica e di sanità dell'Unione, intende la Commissione intraprendere iniziative concrete a favore della sicurezza delle donne durante la gravidanza e il parto, soprattutto negli Stati membri che presentano maggiori problemi al riguardo? Nell'ambito della ricerca europea, intende la Commissione promuovere programmi specifici per la risoluzione, attraverso visite prenatali, l'ammodernamento delle attrezzature e delle cure mediche ecc., del problema in esame?

 
  
 

Pur essendo vero che è previsto un calo demografico in molti Stati membri nei prossimi decenni, è importante tener presente che questo non è dovuto a un aumento della mortalità infantile o di quella legata alla maternità, che in realtà sono diminuite in tutti gli Stati membri, anche se esistono ancora ampie differenze tra i vari paesi.

La Commissione desidera sottolineare che gli ultimi dati sulla mortalità infantile contenuti in EurLife, la banca dati interattiva sulle condizioni di vita e la qualità della vita in Europa della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, avvalorano le precedenti considerazioni. I dati forniti riguardano gli attuali 25 Stati membri dell’Unione europea e tre paesi candidati, ossia Bulgaria, Romania e Turchia.

La Commissione non ha il potere di proporre direttamente norme e misure di sicurezza nel campo della sanità pubblica, compito che spetta in primo luogo agli Stati membri. Nell’ambito del programma di azione nel campo della sanità pubblica, potrebbe esservi l’opportunità di uno scambio di informazioni e di esperienze sulle buone prassi nei vari Stati membri; a questo proposito, le priorità di finanziamento dipendono dai rispettivi programmi di lavoro annuali.

Più in generale, la legislazione comunitaria in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro prevede la tutela delle gestanti sul luogo di lavoro. In particolare, la direttiva 92/85/CEE del Consiglio relativa alla sicurezza e alla salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti o puerpere prevede, tra l’altro, un congedo per maternità minimo di almeno 14 settimane, ripartite prima e/o dopo il parto.

In questo settore sono stati attuati vari progetti di ricerca riguardanti la salute pubblica, la diagnosi e gli aspetti tecnologici. La proposta della Commissione per il settimo programma quadro di ricerca, che deve ancora essere approvata dal Consiglio e dal Parlamento, offre in questa fase prospettive favorevoli per la ricerca sulla problematica sollevata dall’interrogazione.

 

Interrogazione n. 61 dell'on. Milan Gaľa (H-0528/05)
 Oggetto: Possibilità di finanziare il costo della prevenzione e della cura della pandemia d'influenza ricorrendo al Fondo europeo di solidarietà
 

Nel dibattito sulla "minaccia globale di una pandemia di influenza", che era un punto all'ordine del giorno della tornata del Parlamento europeo per il 12 aprile 2005, il Commissario Markos Kyprianou ha fatto riferimento alla possibilità di finanziare il costo della prevenzione e della cura dell'incombente pandemia di influenza attraverso il Fondo europeo di solidarietà. Quali iniziative ha assunto finora la Commissione, in accordo con il Parlamento europeo, per attivare tale finanziamento?

 
  
 

La Commissione è lieta di informare l’onorevole parlamentare di un’importante novità per quanto riguarda il finanziamento delle spese sostenute per l’uso di vaccini e antivirali.

Il 6 aprile la Commissione ha adottato una proposta di regolamento relativo a un nuovo Fondo di solidarietà dell’Unione europea che amplia in misura considerevole il campo di intervento dell’attuale Fondo di solidarietà. Il regolamento proposto prevede la possibilità di contribuire ai costi sostenuti per le spese effettive in caso di pandemia a determinate condizioni.

Questo Fondo prevede un volume annuale di 1 miliardo di euro e contempla esplicitamente la possibilità di coprire i costi della spesa relativa a vaccini e antivirali. Se il Parlamento e il Consiglio approveranno la proposta della Commissione, l’Unione europea avrebbe maggiori possibilità di garantire una protezione e interventi medici più adeguati nell’eventualità di una prossima pandemia.

La Commissione conta sul sostegno del Parlamento per questa proposta di ampia portata.

 

Interrogazione n. 62 dell'on. Justas Vincas Paleckis (H-0529/05)
 Oggetto: Creazione di centri regionali finanziati dall'Unione europea nei nuovi Stati membri, per il controllo della propagazione dell'HIV/AIDS dalle regioni limitrofe verso l'UE.
 

Durante la seconda Conferenza europea sull'AIDS, organizzata dalla Commissione europea a Vilnius nel 2004, i Ministri della sanità degli Stati membri dell'UE hanno approvato il progetto per la creazione di un centro regionale di informazione sull'AIDS finanziato dall'UE, che dovrebbe raccogliere e diffondere le ultime scoperte scientifiche e le procedure degli Stati membri dell'UE, e fornire generalmente informazioni sulle teorie e la strategia dell'UE per combattere tale malattia.

Sotto vari aspetti, gli esperti credono che la Lituania potrebbe essere il posto ideale per la creazione di tale centro: programmi nazionali per prevenire e porre fine alla propagazione dell'HIV sono stati attuati con successo e la Lituania mantiene contatti permanenti con la regione di Kaliningrad e con la Bielorussia per quanto concerne il controllo dell'HIV/AIDS.

Non ritiene l'Unione europea opportuno permettere la creazione di alcuni centri regionali con i finanziamenti UE nei nuovi Stati membri, inclusa la Lituania, per il controllo della propagazione dell'AIDS dalle regioni limitrofe verso l'UE (nel caso della Lituania, dalla regione di Kaliningrad e dalla Bielorussia)?

 
  
 

Affrontare l’epidemia di HIV/AIDS è nostro compito comune. Lavorare insieme offre un’effettiva opportunità di unire le competenze e le conoscenze disponibili in tutto il continente al fine di individuare i migliori strumenti di prevenzione, sostegno, trattamento e cura.

Per rafforzare la capacità dell’Europa contro le minacce costituite dalle malattie trasmissibili, la Commissione ha proposto di istituire un Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che ha iniziato l’attività pochi mesi fa a Stoccolma.

Il rafforzamento della vigilanza sull’HIV/AIDS sarà una delle priorità del Centro e pertanto la Commissione confida che in futuro si potrà disporre di dati e informazioni più attendibili sull’epidemia in tutta Europa. Se in futuro si rivelasse necessaria la creazione di centri regionali, è ovvio che la Commissione valuterà la questione.

La Commissione ha instaurato buoni legami con i paesi limitrofi, in particolare con la Federazione russa, l’Ucraina, la Bielorussia e la Moldova, tutti paesi in cui l’epidemia di HIV/AIDS si sta rapidamente diffondendo.

La Commissione è consapevole dei problemi specifici dei paesi baltici per quanto riguarda la diffusione dell’HIV/AIDS e intende incoraggiare le organizzazioni che si occupano del problema a creare partenariati negli Stati baltici e con paesi con problemi analoghi. Tali reti potrebbero essere istituite come progetti e, se apportano valore aggiunto alla Comunità, potrebbero chiedere un cofinanziamento attraverso i programmi e gli strumenti comunitari esistenti.

 

Interrogazione n. 63 dell'on. Caroline Lucas (H-0549/05)
 Oggetto: Analisi per la rilevazione di tossine nei molluschi
 

Vi è crescente preoccupazione per l'attuazione della direttiva 91/492/CEE(1) del Consiglio, che stabilisce le norme sanitarie applicabili alla produzione e alla commercializzazione dei molluschi bivalvi vivi e prescrive quale metodo di riferimento un biotest sui topi per la rilevazione di tossine nei molluschi.

È riconosciuto che la DG SANCO, mediante il laboratorio comunitario di riferimento in consultazione con il Centro europeo per la convalida di metodi alternativi (ECVAM), ha intrapreso attività di convalida per sostituire la sperimentazione su animali. Sembra tuttavia che l'Ufficio alimentare e veterinario (Irlanda) insisterà sull'applicazione del metodo basato su biotest sui topi, anche se gli Stati membri da molti anni applicano con successo metodi in vitro o un affinamento o una riduzione del metodo in vivo.

Dato che ciò è chiaramente in contrasto con la direttiva 86/609/CEE(2) sulla protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici, potrebbe la Commissione far sapere come intende agire?

 
  
 

La Commissione considera una priorità la sostituzione dei metodi di analisi biologica che utilizzano i roditori per verificare l’assenza di biotossine nei molluschi e si sta occupando della questione in stretta collaborazione con il Centro europeo per la convalida di metodi alternativi (ECVAM).

L’intossicazione con biotossine di molluschi bivalvi è una forma abbastanza grave di intossicazione alimentare che può essere contratta attraverso il consumo di molluschi. Gli Stati membri devono verificarne la presenza e, in caso di rilevamento, le zone di produzione dei molluschi vengono chiuse fino a quando il problema non è stato risolto.

Vi sono molte tossine di molluschi diverse e sono disponibili metodi di analisi senza l’impiego di animali convalidati per molti, ma non per tutti i tipi. Ne consegue che il metodo di riferimento per rilevare tutte queste tossine ed evitare che vengano raccolti molluschi tossici resta il biotest sui topi.

La Commissione da molti anni cerca attivamente di sostituire i metodi di analisi biologica con metodi alternativi e negli ultimi tempi ha chiesto al laboratorio di riferimento comunitario di Vigo, in Spagna, di sviluppare, in collaborazione con l’ECVAM e con l’assistenza dei laboratori di riferimento nazionali, metodi alternativi entro la fine del 2005. E’ ovvio che questo processo terrà conto anche degli sviluppi internazionali, e in particolare del recente lavoro compiuto negli Stati Uniti su un metodo di analisi chimica del tenore di veleno paralizzante, attualmente in fase di convalida in Europa.

L’attuale legislazione consente agli Stati membri di utilizzare metodi diversi dai biotest laddove esistano. I metodi chimici alternativi possono tuttavia sostituire i metodi biologici solo se danno risultati equivalenti per quanto riguarda la sensibilità e l’affidabilità diagnostica.

La Commissione incoraggia gli Stati membri a continuare a lavorare in questo settore e a condividere i risultati, i metodi e i materiali di riferimento.

Quando saranno stati convalidati metodi alternativi sufficienti per tutte le tossine, la Commissione sarebbe molto lieta di proporre di modificare la legislazione comunitaria in modo da poter eliminare in modo definitivo i biotest sui topi.

 
 

(1) GU L 268 del 24.9.1991, pag. 1.
(2) GU L 358 del 18.12.1986, pag. 1.

 

Interrogazione n. 64 dell'on. Bart Staes (H-0446/05)
 Oggetto: Controlli appropriati sulla destinazione dei fondi stanziati in seguito allo tsunami
 

La Commissione europea ha promesso di stanziare 350 milioni di euro per il ripristino e la ricostruzione a medio termine delle zone colpite dallo tsunami.

Quali provvedimenti ha preso la Commissione per garantire il corretto utilizzo di questi fondi e quali meccanismi di controllo ha instaurato per evitare il verificarsi di frodi? Esistono già relazioni al riguardo?

 
  
 

Lo tsunami che il 26 dicembre 2004 si è abbattuto sui paesi dell’Oceano Indiano è stato una delle peggiori calamità della storia. La reazione allo tsunami è stata straordinaria. La comunità internazionale ha risposto con grande generosità impegnando un importo di oltre 6,2 miliardi di euro per gli aiuti di emergenza e la ricostruzione, che corrisponde al livello generale di esigenze dei paesi più colpiti.

La Commissione ha svolto un ruolo di primo piano in tale risposta internazionale. Alla conferenza dei donatori svoltasi in gennaio a Giakarta, l’Unione europea si è impegnata a stanziare 123 milioni di euro per gli aiuti umanitari e 350 milioni di euro per gli aiuti al ripristino e alla ricostruzione a più lungo termine. Gli aiuti a più lungo termine saranno destinati in modo particolare ai paesi più gravemente colpiti, ossia Indonesia, Sri Lanka e Maldive. Gli altri paesi interessati, vale a dire India e Tailandia, hanno reso noto all’Unione europea che non hanno bisogno degli aiuti comunitari, che dovrebbero essere concentrati sui paesi che ne hanno maggiore necessità. Va sottolineato che l’importo totale che l’Unione europea si è impegnata a stanziare per gli aiuti umanitari e la ricostruzione (473 milioni di euro) è in linea con quelli di entità più elevata che altri donatori si sono offerti di fornire (Giappone: 385 milioni di euro, Stati Uniti: 700 milioni di euro, Australia: 590 milioni di euro, Canada: 265 milioni di euro, Banca mondiale: 195 milioni di euro, Banca asiatica per lo sviluppo: 385 milioni di euro). L’Unione europea è inoltre il maggiore donatore con circa 2,3 miliardi di euro dell’aiuto internazionale totale impegnato di circa 6,2 miliardi di euro.

La maggior parte degli aiuti comunitari alla ricostruzione passerà attraverso fondi fiduciari di più donatori e la Banca mondiale sarà il fiduciario. I fondi fiduciari rafforzeranno il coordinamento tra i donatori e garantiranno trasparenza, efficienza e flessibilità. In tutte le circostanze la Commissione farà sì che l’uso dei fondi erogati attraverso fondi fiduciari sia in linea con le norme fiduciarie internazionali, che sia assicurata adeguata trasparenza e che vengano presentate con regolarità relazioni sull’uso dei fondi. Tutto questo è garantito nel caso dell’Indonesia e dello Sri Lanka dal fatto di avere quale fiduciario la Banca mondiale per gestire direttamente il flusso di fondi e nel caso delle Maldive dall’assicurazione fornita dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica per lo sviluppo che il governo utilizza un sistema di gestione finanziaria adeguato e in linea con le norme internazionali.

Anche per quanto riguarda i programmi cofinanziati con le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite e la Banca asiatica per lo sviluppo, vengono applicate norme di gestione finanziaria internazionali ed è prevista la presentazione di relazioni. In tutti gli altri casi, la Commissione sarà incaricata della gestione diretta dei fondi e assicurerà una sana gestione finanziaria e la presentazione di relazioni conformemente al regolamento finanziario(1) e alle procedure interne.

Infine, in merito ai controlli e alle relazioni, è previsto un meccanismo di regolare elaborazione di relazioni che i fiduciari che gestiscono i fondi fiduciari dovranno fornire ai donatori. La Commissione ha stanziato specifiche risorse per l’Unione europea per avviare valutazioni intermedie di controllo indipendenti in merito all’andamento e ai risultati di ogni singolo fondo fiduciario. Al Parlamento europeo e al Consiglio saranno fornite informazioni regolari sulle relative relazioni intermedie.

La Commissione attribuirà la massima importanza a una buona assegnazione delle risorse e alla prevenzione delle frodi.

 
 

(1) Regolamento (CE, Euratom) n. 1605/2002 del Consiglio che stabilisce il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee, GU L 248 del 16.9.2002.

 

Interrogazione n. 65 dell'on. Sajjad Karim (H-0450/05)
 Oggetto: Accordi di partenariato economico (APE)
 

Negli ultimi mesi gli Accordi di partenariato economico attualmente in via di negoziato tra l'UE e i paesi dell'ACP stanno destando crescenti preoccupazioni. Del gruppo ACP fanno parte alcune delle nazioni in via di sviluppo più povere e vulnerabili, le cui relazioni commerciali e di sviluppo risultano di vitale importanza per il loro futuro sviluppo. Tuttavia, gli attuali accordi di partenariato economico contengono una serie di difetti, che fanno soprattutto preoccupare in vista dell'apertura di tutte le economie ACP alle importazioni UE, inclusi i prodotti agricoli, e dell'incapacità per alcuni paesi ACP di negoziare su un piede di parità con la UE. Molte ONG temono che il risultato di tali negoziati risultino disastrosi per i paesi meno avanzati.

Ha la Commissione tenuto conto delle preoccupazioni espresse da molti, in questo caso, in che maniera intende risolvere tali urgenti questioni al fine di garantire Accordi di partenariato economico giusti ed equi?

 
  
 

Come il Commissario responsabile per il commercio e il Commissario responsabile per lo sviluppo e gli aiuti umanitari hanno sottolineato in varie occasioni, gli Accordi di partenariato economico (APE) non sono accordi di libero scambio tradizionali, ma sono intesi quali strumenti per lo sviluppo e la promozione dell’integrazione economica regionale. Tali accordi serviranno da base per l’integrazione dei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) nell’economia globale e nel sistema di scambi commerciali multilaterali.

La liberalizzazione delle importazioni ACP non è il principale obiettivo degli APE. Il primo passo decisivo del processo degli APE è sostenere la creazione di mercati regionali, che dovrebbe comprendere l’adozione di tariffe esterne comuni. La preferenza regionale, anche nei confronti delle importazioni comunitarie, sarà un elemento importante di questa politica.

Solo in una fase successiva le regioni ACP apriranno i loro mercati ai prodotti dell’Unione europea, progressivamente e nel corso del tempo. I periodi di transizione e i settori interessati saranno concordati insieme a ciascuna rispettiva regione ACP conformemente alle relative esigenze di sviluppo. Per quanto riguarda l’agricoltura, i negoziati terranno conto delle preoccupazioni di sviluppo rurale e sicurezza alimentare. In modo più specifico, una parte considerevole delle importazioni ACP potrebbe, se necessario, essere ancora protetta in base a disposizioni di salvaguardia. Inoltre, un elemento fondamentale in tali discussioni saranno gli effetti sugli introiti fiscali e il modo in cui farvi fronte, laddove richiesto. Per affrontare i problemi potranno essere necessari aiuti allo sviluppo e una diversificazione delle fonti di entrate pubbliche.

La Commissione ricorrerà agli aiuti comunitari allo sviluppo per sostenere i paesi ACP e far sì che ottengano il massimo beneficio. Tali aiuti saranno disponibili durante i negoziati e oltre. La Commissione ha già istituito un rilevante pacchetto di aiuti legati agli scambi commerciali per i paesi ACP pari a un importo di circa 650 milioni di euro, di cui una parte è destinata direttamente al rafforzamento della capacità negoziale dei paesi ACP. In ogni fase, il processo degli APE sarà sottoposto a verifica per garantire che gli APE mantengano la promessa di porre al primo posto lo sviluppo.

I negoziati per gli APE vengono condotti in modo trasparente. Vengono svolte regolari riunioni informative e consultazioni con tutte le parti interessate, fra cui il Parlamento, gli Stati membri, la società civile e le organizzazioni non governative (ONG), allo scopo di garantire che i loro pareri vengano presi in considerazione.

 

Interrogazione n. 66 dell'on. Inger Segelström (H-0453/05)
 Oggetto: Scioglimento di un'associazione di insegnanti in Turchia
 

Il 25 magio 2005 la Corte suprema turca ha deciso di sciogliere l'associazione di insegnanti, Egitim Sen. A seguito di tale decisione, tale associazione, cui fanno capo circa 200.000 membri, ha perduto il diritto di rappresentarli di fronte ai datori di lavoro ed alle autorità. Stando alle informazioni pervenute, l'argomento che sottende siffatta decisione è che Egitim Sen difende esplicitamente il diritto all'insegnamento della lingua materna e il diritto del fanciullo a sviluppare la propria identità culturale. Secondo la Corte suprema ciò è in contrasto con la Costituzione turca.

Premesso che la Turchia ha ratificato la Convenzione dell'OIL che stabilisce norme relative ai diritti e libertà civili, come la libertà di associazione e i diritti delle minoranze, potrebbe la Commissione far sapere come intenda agire per richiamare i paesi candidati all'adesione all'UE al loro obbligo di preservare e rispettare le libertà e i diritti democratici come, nella fattispecie, la libertà di associazione?

 
 

Interrogazione n. 67 dell'on. Jonas Sjöstedt (H-0455/05)
 Oggetto: Sentenza pronunciata in Turchia in merito a Egitim Sen
 

Il 25 maggio 2005, la Corte suprema turca ha deciso lo scioglimento dell'organizzazione sindacale degli insegnanti Egitim Sen, la quale perde quindi il diritto di rappresentare i suoi circa 200 000 membri presso le autorità e il datore di lavoro.

Alla base di tale decisione c'è il fatto che Egitim Sen nel suo statuto e nel suo regolamento difende il diritto di insegnamento nella lingua madre per tutti i bambini e il diritto di tutti a formarsi partendo dalla propria cultura d'origine. La Corte suprema ritiene che ciò sia in contrasto con la costituzione della Repubblica di Turchia, la quale stabilisce che l'insegnamento deve essere impartito integralmente in turco.

La Commissione riconosce da tempo che in Turchia sussistono tuttora considerevoli restrizioni al diritto di associazione, al diritto di negoziazione di accordi collettivi e al diritto di sciopero e che la Turchia non ottempera alle norme dell'Organizzazione internazionale del lavoro.

Secondo la Commissione, quali conseguenze comporta suddetta sentenza della Corte suprema turca per le ambizioni del paese di divenire membro dell'UE?

 
  
 

La Commissione ha seguito da vicino il caso di Eğitim Sen. Nel maggio 2005, in una sentenza definitiva, la Corte di cassazione ha stabilito che l’organizzazione sindacale avrebbe dovuto chiudere l’attività. Come entrambi gli onorevoli parlamentari affermano, la Corte di cassazione ha ritenuto che questa organizzazione sindacale violasse la costituzione turca, in quanto un articolo del suo statuto sostiene il diritto all’insegnamento nella propria lingua madre (mentre l’articolo 42 della costituzione turca stabilisce che l’insegnamento deve essere impartito nella lingua ufficiale, ossia il turco). La decisione della Corte di cassazione ha riformato due sentenze successive del Tribunale del lavoro a favore di Eğitim Sen.

Gli onorevoli parlamentari pongono in evidenza la possibile contraddizione con le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). La Commissione sostiene con forza l’effettiva applicazione di tali convenzioni. Nel 1998 i membri dell’OIL, di cui la Turchia fa parte, hanno adottato una dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali sul luogo di lavoro, che prevede una verifica che comporta una valutazione annuale, una relazione globale e conclusioni sulle priorità della cooperazione tecnica. La Commissione prenderà in debita considerazione la prossima valutazione che il consiglio di amministrazione dell’OIL effettuerà in merito all’applicazione della libertà di associazione e alla tutela dei diritto di organizzazione in Turchia.

La Commissione ha anche preso atto dell’intenzione espressa dall’avvocato Oya Aydın, che difende gli interessi di Eğitim Sen, di sottoporre la questione alla Corte europea dei diritti dell’uomo, in particolare perché il Tribunale del lavoro di Ankara aveva sottolineato che la costituzione turca dovrebbe essere interpretata conformemente alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e che una decisione di chiusura dell’organizzazione sindacale non sarebbe conforme agli articoli 10 (libertà di espressione) e 11 (libertà di associazione) della Convenzione in questione.

La Commissione ha espresso preoccupazione riguardo alla decisione della Corte di cassazione relativa a Eğitim Sen e ha dichiarato che sembra sproporzionata e non conforme alle norme comunitarie e internazionali. La Commissione continuerà a seguire da vicino il caso di Eğitim Sen nel contesto dei costanti controlli effettuati per verificare il rispetto dei diritti delle organizzazioni sindacali in Turchia.

 

Interrogazione n. 68 dell'on. Sarah Ludford (H-0456/05)
 Oggetto: Direttiva sulle acque reflue urbane
 

Cosa è stato fatto perché il governo britannico eviti di incorrere nelle procedure previste per la violazione della Direttiva 91/271/CEE(1) sulle acque reflue, per non essere riuscito ad evitare lo scarico massiccio nel Tamigi di acque reflue non trattate, e si convinca ad installare il "canale intercettore", mezzo indicato per canalizzare le acque di scorrimento?

 
  
 

La Commissione ha ricevuto alcune denunce a seguito dello scarico di considerevoli quantità di acque reflue non trattate nel fiume Tamigi nell’agosto 2004. Questo caso ha sollevato l'interrogativo se la capacità degli impianti di raccolta e di trattamento delle acque reflue urbane di Londra fosse sufficiente per assicurare la piena conformità alle disposizioni della direttiva 91/271/CEE del Consiglio concernente il trattamento delle acque reflue urbane. La Commissione ha pertanto inviato una lettera di costituzione in mora al Regno Unito ai sensi dell’articolo 226 del Trattato CE, chiedendo di esprimere le sue osservazioni. E’ stata ricevuta un risposta che ora è in fase di esame. Se risulterà che le accuse sono fondate, il Regno Unito avrà l’obbligo di migliorare la capacità degli impianti di raccolta e di trattamento che servono Londra. Tenuto conto che la direttiva 91/271/CEE è una direttiva basata sui risultati, la scelta della soluzione sarà una questione sulla quale spetterà al Regno Unito decidere.

 
 

(1) GU L 135 del 30.5.1991, pag. 40.

 

Interrogazione n. 69 dell'on. Bogusław Sonik (H-0457/05)
 Oggetto: Assunzione di amministratori polacchi
 

Secondo la relazione Kallas (presentata il 27 aprile 2005) sull'attuale situazione delle assunzioni di amministratori provenienti dai 10 nuovi Stati membri, la proporzione di quelli di origine polacca risulterebbe essere molto al di sotto della media (circa il 20% - 134 su 671 del numero fornito dalla Commissione). Tenuto conto della scadenza imminente degli elenchi di riserva (dicembre 2005), può la Commissione indicare quali siano le ragioni di tale squilibrio, se specifiche direzioni generali ne siano al corrente e quali misure siano state prese per accelerare il lento processo di assunzione degli amministratori polacchi?

Inoltre, considerate la densità della popolazione polacca (simile a quella spagnola) e la lentezza del processo di assunzione, non ritiene la Commissione che gli elenchi di riserva relativi a tale paese debbano avere un periodo di validità più lungo?

 
  
 

La risposta all’interrogazione dell’onorevole parlamentare riguarda principalmente la Commissione in quanto è evidente che essa non è responsabile delle assunzioni nelle altre Istituzioni.

Al fine di giungere a un equilibrio geografico nell’assunzione di funzionari provenienti dai nuovi Stati membri, il regolamento (CE, Euratom) n. 401/2004(1) del Consiglio prevede un periodo di transizione compreso tra il 2004 e il 2010 durante il quale è possibile organizzare concorsi destinati in modo specifico a cittadini dei nuovi Stati membri.

Tale disposizione consente una regolare integrazione di funzionari dei nuovi Stati membri.

1. Come riportato nella comunicazione del Vicepresidente della Commissione responsabile per gli affari amministrativi, l’audit e la lotta antifrode del 22 aprile 2005(2), è vero che la proporzione di funzionari polacchi assunti dalla Commissione rispetto all’obiettivo fissato è inferiore alla proporzione media di funzionari originari degli altri nuovi Stati membri.

La priorità nelle assunzioni è stata data a linguisti, amministratori aggiunti e segretari. Si è calcolato che per ogni lingua fossero necessari 80 linguisti di grado A*, a prescindere dalle dimensioni del nuovo Stato membro. Per quanto riguarda gli amministratori aggiunti e i segretari, è stato ritenuto più importante avere un numero significativo di idonei di ciascuno dei nuovi Stati membri, anziché raggiungere una rappresentanza adeguata dei nuovi Stati membri nel primo anno di adesione.

Inoltre, da un’analisi della prima serie di concorsi organizzati in vista dell’allargamento è emersa una considerevole carenza del numero di idonei ottenuto rispetto a quello indicato nei bandi di concorso. La situazione era molto diversa da un paese all’altro e tra i vari settori. In esito al concorso per amministratori polacchi nel settore dell’audit, ad esempio, gli idonei sono risultati 13, mentre l’obiettivo era 40. Simili variazioni sono state osservate in altri concorsi.

2. La comunicazione del Vicepresidente della Commissione responsabile per gli affari amministrativi, l’audit e la lotta antifrode è stata messa a disposizione di tutti i servizi. Se si esaminano le assunzioni in base alle singole Direzioni generali, il quadro varia in misura considerevole per il fatto che alcuni profili sono diventati disponibili solo di recente, o non lo sono ancora.

3. La questione di un equilibrio geografico globale per nazionalità sarà affrontato nella successiva serie di concorsi. E’ in atto la valutazione delle esigenze di idonei per nuovo Stato membro. La Commissione cercherà, in stretta collaborazione con l’EPSO, di assicurare il raggiungimento di un equilibrio adeguato del personale proveniente da ciascuno dei nuovi Stati membri in tutte le categorie, comprese quelle dirigenziali di livello medio e alto, alla fine del periodo di transizione.

4. Per quanto riguarda l’utilizzo degli elenchi di riserva, la Commissione desidera chiarire due malintesi.

Innanzi tutto, il processo di assunzione non è lento e i tassi di utilizzo degli elenchi di amministratori relativi ai dieci nuovi Stati membri dimostrano con chiarezza che le assunzioni di cittadini polacchi dagli elenchi di riserva sono molto superiori alla media. La Commissione ha assunto il 67 per cento degli idonei inclusi negli elenchi di riserva polacchi rispetto al 50 per cento degli elenchi di riserva globali relativi ai dieci nuovi Stati membri.

In secondo luogo, il fatto che la validità degli elenchi di riserva sia limitata al 31 dicembre 2005 non implica necessariamente che scadranno in tale data. L’autorità che ha il potere di nomina (l’EPSO, in questo caso) può estenderne la validità (e l’esperienza dimostra che, qualora il numero di idonei ancora presenti nell’elenco sia significativo, è probabile che l’autorità che ha il potere di nomina decida di farlo).

 
 

(1) Regolamento (CE, Euratom) n. 401/2004 del Consiglio del 23 febbraio 2004 che istituisce misure particolari e temporanee per l’assunzione di funzionari delle Comunità europee in occasione dell’adesione di Cipro, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania, di Malta, della Polonia, della Repubblica ceca, della Slovacchia, della Slovenia e dell’Ungheria, GU L 67 del 5.3.2004.
(2) “Recruitment of Officials and Temporary Staff from the New Member States: State of Play and Way Forward”, SEC (2005)565.

 

Interrogazione n. 70 dell'on. Raül Romeva i Rueda (H-0459/05)
 Oggetto: Accordo di pesca UE - Marocco/Sahara occidentale
 

La Commissione europea ha recentemente annunciato l'inizio di un processo negoziale con il Regno del Marocco allo scopo di sottoscrivere un accordo di pesca.

Un aspetto importantissimo del futuro accordo di pesca è la decisione di includervi o meno le acque del Sahara occidentale, ovvero il tratto di mare compreso tra il parallelo 27° 40' N e Capo Bianco.

Secondo quanto dichiarato dal responsabile degli affari giuridici delle Nazioni Unite nel parere del 29 gennaio 2002, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ritiene che il Marocco non abbia la sovranità su detto territorio, né che possa esserne considerato "potenza amministratrice". Intende la Commissione escludere le acque del Sahara occidentale dall'accordo di pesca con il Regno del Marocco, nell'eventualità che esso venga sottoscritto?

 
  
 

Nel quadro dei negoziati per un accordo di partenariato con un paese terzo la Commissione si attiene ai principi del diritto internazionale e in particolare a quelli derivanti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982. La Commissione è anche a conoscenza del parere giuridico del Sottosegretario per gli affari giuridici delle Nazioni Unite sullo status delle risorse naturali del Sahara occidentale. Tenendo presente quanto precede, la Commissione intende negoziare un accordo di partenariato per la pesca con il Marocco che si applicherebbe alle acque sotto la sovranità o la giurisdizione di tale paese.

 

Interrogazione n. 71 dell'on. Simon Coveney (H-0461/05)
 Oggetto: Burma - Diritti umani e i civili dello Stato Shan
 

In considerazione dell'aumento significativo di attacchi da parte dell'esercito di Burma nei riguardi di civili Shan e delle gravi violazioni dei diritti umani che hanno luogo nello Stato Shan (Burma), quali misure concrete prende la Commissione per esercitare pressioni sulle autorità di Burma al fine di porre termine alla brutalità nella provincia di Shan e quali misure la Commissione sta prendendo per incoraggiare le autorità tailandesi a far fronte alle loro responsabilità e a fornire ai rifugiati, che ogni giorno attraversano la frontiera con la Tailandia, protezione della vita e assistenza umanitaria; la Commissione sta fornendo tale assistenza da parte dell'Unione europea?

 
  
 

La situazione politica e dei diritti umani in tutta la Birmania, e in particolare nelle zone abitate da minoranze etniche come lo Stato di Shan, continua a essere motivo di profonda preoccupazione per l’Unione europea. La Commissione e gli Stati membri insistono pertanto nel chiedere alle autorità birmane di prendere provvedimenti decisivi per migliorare la situazione in tali zone. Finora, purtroppo, la situazione non è cambiata.

Di recente è giunta notizia che gruppi dell’esercito nazionale dello Stato di Shan hanno rotto l’accordo di cessate il fuoco concluso con la giunta militare e che sono aumentati gli scontri tra i soldati shan e le forze governative. A quanto risulta, tali scontri avrebbero provocato un afflusso di rifugiati shan in Thailandia. Si tratta di uno sviluppo preoccupante e la Commissione continua a seguire la situazione con molta attenzione.

La Tailandia non è parte contraente della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR) mantiene uffici a Bangkok e lungo il confine, ma solo sulla base di accordi di lavoro. Ne consegue che il governo thailandese non concede il pieno status di rifugiato alle persone sfollate provenienti dalla Birmania. Le autorità hanno tuttavia fornito di fatto alloggio e protezione sul suolo thailandese.

La delegazione della Commissione a Bangkok, in pieno coordinamento con rappresentanti degli Stati membri dell’UE, si mantiene in stretto contatto con le autorità tailandesi, fra cui il ministero degli Esteri e il consiglio di sicurezza nazionale, in merito alla questione dei rifugiati birmani, per garantire che vengano trattati in base alle norme internazionali.

Tenuto conto che la situazione attuale è insostenibile nel lungo periodo, la delegazione della Commissione a Bangkok sta conducendo un dialogo con le autorità tailandesi e l’ACNUR allo scopo di ottenere un graduale miglioramento della situazione, compresa l’integrazione nel mercato del lavoro locale.

La Commissione fornisce inoltre considerevole sostegno ai rifugiati birmani che vivono al confine tra Thailandia e Birmania. Nel periodo 2002-2004 l’aiuto comunitario fornito ai rifugiati birmani è stato pari a circa 30 milioni di euro, ed è stata utilizzata per soddisfare tutta una serie di esigenze come, ad esempio, assistenza, prodotti alimentari, sanità e istruzione.

 

Interrogazione n. 72 dell'on. Maria Matsouka (H-0462/05)
 Oggetto: Ammissione da parte dell'industria automobilistica americana General Motors di aver utilizzato cadaveri umani nei test di collisione
 

Stando al testo presentato sul sito web della nota industria automobilistica americana General Motors, tale impresa ha ammesso di aver attuato, in passato, un programma che prevedeva l'utilizzazione di cadaveri umani nei test di collisione (crash test). Per tali test di collisione normalmente si utilizzano manichini speciali (crash test dummies). Tuttavia, pare che il costo di tali manichini, che può raggiungere i 500.000 euro, abbia un effetto dissuasivo. Al contrario, il costo di acquisto di un cadavere è ritenuto molto più interessante!!!

Tale programma non offende soltanto la memoria del defunto ma, ancora peggio, riduce il defunto - e, in generale, l'esistenza umana - a un genere commerciabile. Allo stesso tempo, lo scarso numero di nostri simili che desiderano, dopo la morte, donare i loro organi vitali, o tutto il corpo, per salvare i malati, si ridurrà ulteriormente davanti all'esca del guadagno economico e all'estesa povertà nel mondo che è il "miglior" consigliere per la conclusione di tali macabri affari.

Può la Commissione dire se intende esaminare la questione più ampiamente ed imporre le relative sanzioni all'industria automobilistica americana in questione, ed indagare sulla possibilità che, secondo quanto si dice, anche altre società utilizzino tale programma e, infine, se intende adottare misure per eliminare totalmente tale attività disumana?

 
  
 

Negli anni ’30, quando l’automobile era diventata un elemento comune della vita quotidiana e il numero di morti per incidenti con veicoli a motore era in continuo aumento, i progettisti di veicoli si resero conto chiaramente che era necessario condurre ricerche per trovare il modo di rendere i loro prodotti più sicuri.

In America si iniziò a raccogliere dati sugli effetti delle collisioni ad alta velocità sul corpo umano alla fine degli anni ’30, quando non si disponeva ancora di dati attendibili sulla risposta del corpo umano a condizioni fisiche estreme e non esistevano strumenti efficaci per misurare tali risposte. La biomeccanica era un settore ancora in fase embrionale. Era pertanto necessario disporre di soggetti da sottoporre a prove per elaborare le prime serie di dati.

I soggetti coinvolti per primi nelle prove furono cadaveri umani, che venivano utilizzati per ottenere informazioni fondamentali sulla capacità del corpo umano di resistere alle forze di schiacciamento e di lacerazione cui di norma si è sottoposti in un incidente automobilistico. Dalle ricerche è emerso che a seguito di questo lavoro iniziale, e delle modifiche di progettazione successivamente attuate, entro la fine degli anni ’80 negli Stati Uniti erano state salvate ogni anno fino a 8 500 vite umane.

Le informazioni ottenute dalle ricerche sono state successivamente utilizzate per sviluppare gli attuali manichini antropomorfi per prove di collisione. Questi speciali manichini offrono uno strumento coerente nel collaudo di autoveicoli e vengono continuamente migliorati e resi più simili agli esseri umani. Solo usando tali manichini, i veicoli possono essere provati in condizioni controllate e in modo pienamente comprensibile. I manichini originari, sui quali è basata la maggior parte di quelli odierni, sono stati sviluppati dalla General Motors negli Stati Uniti.

Oggi, in base alla legislazione comunitaria, le prove di collisione in cui è richiesta la valutazione dei livelli di lesioni potenziali vengono effettuate utilizzando manichini specifici che stanno diventando sempre più complessi e pertanto più rappresentativi degli esseri umani reali. A quanto risulta alla Commissione, i produttori europei non fanno uso di cadaveri umani nelle prove di collisione e i manichini utilizzati sono sottoposti a continui miglioramenti per fornire maggiori informazioni sui livelli di lesioni, con il risultato che ogni anno sulle strade vengono salvate migliaia di vite umane.

 

Interrogazione n. 73 dell'on. Georgios Karatzaferis (H-0464/05)
 Oggetto: Censimento delle minoranze presenti in Albania
 

L'Albania si era assunta nei confronti dell'UE l'impegno di procedere, entro il 31 dicembre 2003, ad un censimento coerente, attendibile e serio di tutte le minoranze che vivono nel suo territorio. Può dire la Commissione se il censimento ha avuto luogo? In caso di risposta negativa, quali sono le sanzioni che si possono imporre a tale paese, che riceve finanziamenti a titolo del bilancio dell'UE?

 
  
 

L’Albania non si è assunta nei confronti dell’UE alcun impegno riguardo alla conduzione di un nuovo censimento generale della popolazione, tuttavia, in risposta a richieste rivolte dalla Commissione in una serie di successive riunioni della task force consultiva, l’Albania si è impegnata per quanto riguarda i dati sulle minoranze. Più di recente, nel giugno 2003 l’Albania ha accettato di dare seguito a una raccomandazione comune in base alla quale avrebbe raccolto e reso pubblici, prima della fine del 2003, dati precisi sulle dimensioni delle sue minoranze. Questo non è stato fatto entro il termine fissato e, sebbene nel febbraio 2004 l’Albania abbia fornito dati pertinenti, non è stato espresso ampio consenso riguardo alla loro accuratezza. Il compimento di ulteriori progressi è ostacolato dalla difficoltà di raggiungere un accordo tra le autorità e i gruppi minoritari sulla metodologia da usare nella raccolta dei dati. La Commissione continua a incoraggiare una stretta cooperazione e il dialogo tra governo e rappresentanti delle minoranze, allo scopo di definire una metodologia in grado di produrre risultati precisi e accettati da tutte le parti. Più in generale, i progressi compiuti dall’Albania nel processo di stabilizzazione e associazione dipendono dalla sua capacità di affrontare in modo soddisfacente questioni fondamentali quali i diritti delle minoranze.

 

Interrogazione n. 74 dell'on. Robert Evans (H-0468/05)
 Oggetto: Assicurazione di un bombardiere della seconda guerra mondiale
 

Un'anomalia del regolamento (CE) n. 785/2004(1), relativo ai requisiti assicurativi applicabili ai vettori aerei e agli esercenti di aeromobili, minaccia di tenere a terra l'ultima fortezza volante B-17, conosciuta come “Sally B”, ancora in grado di volare, che viene utilizzata negli show aerei in Gran Bretagna. Ciò è dovuto alla massa massima al decollo, che lo fa annoverare tra gli aeromobili ordinari per il trasporto passeggeri, e non tra quelli storici. Intende la Commissione adottare provvedimenti in merito a tale anomalia?

 
  
 

Il regolamento (CE) n. 785/2004 del Parlamento e del Consiglio del 21 aprile 2004 relativo ai requisiti assicurativi applicabili ai vettori aerei e agli esercenti di aeromobili(2) è entrato in vigore il 30 aprile 2005 e introduce requisiti assicurativi comuni per gli esercenti di aeromobili e i vettori aerei. Tutti gli aeromobili che rientrano nel campo di applicazione del regolamento devono essere assicurati riguardo alla responsabilità verso i passeggeri, i bagagli, le merci e i terzi. Lo scopo del regolamento è garantire che le parti che subiscono un danno ricevano una compensazione pecuniaria in caso di incidente, a prescindere dalla situazione finanziaria dell’esercente dell’aeromobile. Il regolamento non fa alcuna eccezione per gli aeromobili storici, in quanto gli esercenti di questi aeromobili possono essere ritenuti responsabili per i danni causati e pertanto devono avere un’adeguata assicurazione a copertura di tale responsabilità. Per lo stesso motivo, il regolamento non fa alcuna distinzione tra vettori aerei comunitari e vettori aerei di paesi terzi, o tra il fatto che l’aeromobile sia o meno utilizzato per fini commerciali. I proprietari di aeromobili che vengono utilizzati di rado possono tuttavia influire sui costi dell’assicurazione in quanto nel loro caso i livelli dei premi di solito variano a seconda del numero di ore di volo.

La Commissione segue tuttavia da vicino l’applicazione del regolamento (CE) n. 785/2004 e valuterà con attenzione i suoi effetti sulle varie parti del settore dei trasporti aerei.

 
 

(1) GU L 138 del 30.4.2004, pag. 1.
(2) GU L 138 del 30.4.2004.

 

Interrogazione n. 75 dell'on. Luis Herrero-Tejedor (H-0469/05)
 Oggetto: Criteri per valutare l'impatto ambientale e la sostenibilità dei progetti di desalatori presentati dal governo spagnolo nel Piano Acqua
 

La Spagna ha presentato una serie di progetti nell'ambito del programma Acqua, che includono vari desalatori sulla costa mediterranea, il cui impatto ambientale può superare le frontiere di questo paese a causa degli scarichi nel Mar Mediterraneo. Considerato il fatto che non esistono precedenti in Europa di desalatori di questa scala e dimensione, né ricerche integrali sull'impatto ambientale né sull'impatto derivante dal consumo di combustibili fossili e la generazione di gas a effetto serra; considerata inoltre la preoccupazione esistente soprattutto in materia di scarichi di grandi quantità di sostanze chimiche(1) di composizione non dichiarata, di cui molti sono notoriamente inclusi nella lista delle sostanze nocive per l'ambiente(2).

Quali sono i criteri e indicatori che si applicheranno negli studi di impatto? Che studi si realizzeranno per conoscere gli effetti delle sostanze chimiche utilizzate nel trattamento, che si aggregano all'acqua addolcita e che vengono versati in seguito con gli scarichi? Si terrà conto del consumo di energia, dell'impatto sul suolo in caso di uso per irrigazione, dell'influenza sulla fauna e la flora marina, della possibile tossicità dell'acqua e dei suoi usi possibili? Si terrà conto del costo dell'acqua addolcita, della distribuzione e il posizionamento di membrane e altri componenti, soprattutto con riguardo alla durata limitata di tali impianti desalatori?

 
  
 

La Commissione è al corrente dell’intenzione delle autorità spagnole di fornire acqua da impianti di dissalazione a regioni colpite da scarsità idrica. A questo proposito, sono pertinenti gli atti normativi comunitari di seguito specificati.

1) La direttiva quadro in materia di acque(3):

prevede la protezione di tutte le acque, fiumi, laghi, acque sotterranee e acque costiere;

riguarda tutti i settori dell’attività umana (compresi quindi gli scarichi di acque reflue dagli impianti di trattamento delle acque e dagli impianti di dissalazione);

stabilisce l’obiettivo di buona qualità (“buono stato”) per tutte le acque, legato a una clausola di non deterioramento;

definisce il “buono stato” per le acque costiere in modo globale, in termini di elementi di qualità biologica, fisico-chimica e idromorfologica;

sottopone tutti gli scarichi in fonti puntuali che possono provocare inquinamento a una procedura di autorizzazione.

2) La direttiva “habitat”(4):

prevede la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie minacciate; la direttiva contempla la designazione di siti nella rete Natura 2000 e l’effettuazione di valutazioni specifiche se tali siti rischiano di subire gli effetti di progetti di costruzione come gli impianti di dissalazione.

3) La direttiva sulla valutazione d’impatto ambientale(5) e la direttiva sulla valutazione ambientale strategica(6).

La prima direttiva menzionata prevede l’effettuazione di una valutazione dell’impatto ambientale su una serie di progetti di costruzione/ingegneria civile; la seconda direttiva prevede una valutazione strategica di piani e programmi di dimensione geografica e impatto potenziale più ampi.

Ne consegue che nella legislazione comunitaria in materia di ambiente esiste un quadro globale di criteri cui attenersi, assicurando il rispetto degli obiettivi ambientali e la salvaguardia delle zone sottoposte a particolare tutela, come le praterie di posidonia lungo la costa mediterranea spagnola.

 
 

(1) Agenti anticalcarei, biocidi, detergenti, agenti di depurazione chimica, correttori dell’acidità, ecc.
(2) Dannosi per la funzione endocrina, cancerogenici, bioaccumulanti, persistenti, ecc.
(3) Direttiva 2000/60/CE del Parlamento e del Consiglio del 23 ottobre 2000 che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque, GU L 327 del 22.12.2000.
(4) Direttiva 92/43/CEE del Consiglio del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche.
(5) Direttiva 97/11/CE del Consiglio del 3 marzo 1997 che modifica la direttiva 85/337/CEE concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati.
(6) Direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 giugno 2001 concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente.

 

Interrogazione n. 76 dell'on. Bogusław Liberadzki (H-0472/05)
 Oggetto: Regolamento su diritti e doveri dei passeggeri di autobus internazionali e a lunga distanza
 

L'adozione del regolamento europeo su diritti e doveri dei passeggeri internazionali per ferrovia avrà come conseguenza che questi diritti saranno disciplinati con riguardo al trasporto aereo e per ferrovia, ma non al trasporto per autobus internazionali e a lunga distanza. La cura per i passeggeri provocherà un miglioramento del trattamento, specialmente nel caso di incidenti ferroviari o del sistema aereo ma, allo stesso tempo la discesa dei costi del trasporto via autobus.

Ritiene la Commissione che sarebbe opportuno preparare una proposta di regolamento adattato al settore dei trasporti via autobus internazionali (e anche a lunga distanza) particolarmente in vista del fatto che la percentuale di incidenti in questo settore è molto più alta che in qualunque altro settore di trasporto di massa? La mia domanda deriva dalla preoccupazione per i passeggeri e dal bisogno di garantire condizioni comparabili di concorrenza nel mercato del trasporto internazionale passeggeri.

 
  
 

Nel Libro bianco “La politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte”, la Commissione ha previsto l’istituzione di diritti dei passeggeri in tutti i modi di trasporto.

Nella comunicazione sul rafforzamento dei diritti dei passeggeri nell’Unione europea del 16 febbraio 2005(1), la Commissione ha presentato una strategia politica per estendere le misure di protezione dei passeggeri a tutti i modi di trasporto diversi da quello aereo. La Commissione ha posto in evidenza tre principali settori di preoccupazione per quanto riguarda il trasporto internazionale effettuato con autobus: i diritti delle persone a mobilità ridotta, la questione della responsabilità e compensazione e assistenza in caso di interruzione del viaggio. La Commissione si è impegnata a esaminare il modo migliore per rafforzare e garantire i diritti dei passeggeri nei servizi di trasporto internazionale effettuato con autobus nel corso del periodo 2005/2006.

A tale scopo, la Commissione sta elaborando un documento di consultazione sui diritti dei passeggeri nel settore del trasporto internazionale effettuato con autobus o pullman che contiene un approfondito questionario rivolto agli Stati membri e ad altre parti interessate.

Tenendo in considerazione i risultati della consultazione pubblica, la Commissione, se necessario, presenterà una proposta legislativa.

Oltre ai diritti dei passeggeri, la Commissione sta inoltre affrontando la questione della sicurezza degli autobus e dei pullman. Anche se autobus e pullman restano i mezzi di trasporto stradale più sicuri (130 morti su 43 700 nel 2004), sono ancora necessarie ulteriori misure di sicurezza. La Commissione ha adottato varie misure nell’ambito del piano d’azione in materia di sicurezza stradale, norme sulla costruzione dei veicoli, che migliorano le caratteristiche di sicurezza di autobus e pullman, fra cui l’obbligo di installare cinture di sicurezza, e disciplina le qualifiche e le condizioni degli esercenti e degli autisti.

 
 

(1) Doc. COM(2005) 46 def.

 

Interrogazione n. 77 dell'on. James Hugh Allister (H-0474/05)
 Oggetto: Servizio di azione esterna
 

Come sarà influenzata la proposta per un servizio di azione esterna dal fatto che il processo di ratifica del progetto di Costituzione europea è fallito? Visto che la Costituzione è stata respinta, e quindi manca la base prevista di azione, quali misure propone la Commissione di prendere per tornare sui passi che già presumibilmente sono stati compiuti in preparazione della creazione del servizio di azione esterna?

 
  
 

Conformemente al mandato conferito dal Consiglio europeo nel dicembre 2004, la Commissione ha lavorato alla preparazione del servizio europeo di azione esterna con il Segretario generale del Consiglio/Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune (PESC).

La Commissione ha anche partecipato ai lavori del Parlamento, che il 26 maggio ha adottato una risoluzione sul servizio europeo di azione esterna.

Per quanto riguarda il Trattato costituzionale, il Consiglio europeo ha deciso di dare inizio a un periodo di riflessione che dovrebbe essere utilizzato per un’approfondita discussione su questioni importanti per gli europei e il futuro dell’Europa. Tra tali questioni dovrebbe essere compresa la sfida di assicurare che l’Unione europea svolga un ruolo effettivo sulla scena internazionale. Sarebbe prematuro in questo momento trarre conclusioni più specifiche sulle conseguenze istituzionali.

Il Consiglio europeo ha accettato in linea di principio di tenere un’ulteriore discussione sul Trattato costituzionale nella prima metà del 2006.

 

Interrogazione n. 78 dell'on. Bill Newton Dunn (H-0479/05)
 Oggetto: Costo della criminalità organizzata
 

Qual è la migliore stima della Commissione in merito al costo per lo scorso anno della criminalità organizzata all'interno dell'Unione a 25? Può suddividere i costi in base ai reati - quali droga, contraffazione di merci, furto di identità via internet, tratta di persone, eccetera?

 
  
 

L’onorevole parlamentare chiede qual è la migliore stima della Commissione in merito al costo per lo scorso anno della criminalità organizzata all’interno dell’Unione europea. I costi della criminalità organizzata sono enormi, che si misurino solo i costi economici diretti o i costi diretti e indiretti tangibili e intangibili. Varie organizzazioni effettuano stime approssimative del costo di specifiche tipologie criminali, per regioni e periodi di tempo specifici, come fanno alcuni Stati membri dell’UE.

Una stima quantitativa precisa del costo della criminalità organizzata richiederebbe un’ampia base di conoscenze contenente informazioni comparabili sulle dimensioni dei vari tipi di criminalità organizzata negli Stati membri dell’UE e sulla risposta della giustizia penale alla criminalità, informazioni sui costi relativi a singole vittime e imprese, sui costi relativi alle conseguenze tangibili e intangibili dell’attività criminale e sulle misure adottate in previsione dell’attività criminale, per ridurre o prevenire i reati e le loro conseguenze, per citare solo alcuni parametri necessari.

Com’è stato delineato nella risposta fornita all’interrogazione orale H-0524/04 dell’onorevole parlamentare, la Commissione attualmente sta lavorando all’elaborazione di dati statistici comparabili sulla criminalità organizzata e la giustizia penale a livello di Unione europea. Questo lavoro è stato avviato partendo dal riconoscimento che una delle principali carenze nel settore della giustizia, della libertà e della sicurezza è la mancanza di dati comparabili sulla criminalità e la giustizia penale. Le attuali raccolte di dati statistici nazionali non sono comparabili tra i vari paesi, mancano dati infranazionali e le indagini esistenti sulle vittime non riguardano tutte le importanti tipologie criminali, o tutti gli Stati membri. La mancanza di dati quantitativi di buona qualità specifici sulla criminalità organizzata è un problema generale. Le relazioni sulla criminalità organizzata presentate da Europol sono viziate da una mancanza di armonizzazione di indicatori e procedure di elaborazione delle relazioni, per citare solo alcuni dei problemi che ostacolano la comparabilità e la quantificazione dell’incidenza e frequenza della criminalità organizzata.

La Commissione ha finanziato uno studio sull’analisi del rapporto costi/benefici nella prevenzione della criminalità, in cui si rileva che solo pochi Stati membri dispongono di dati sull’aspetto dei costi della criminalità. Lo studio è stato discusso nel corso di un seminario sul costo della criminalità svoltosi lo scorso anno in Finlandia e cofinanziato dal programma AGIS della Commissione, nell’ambito del quale si è giunti alla conclusione che occorre impegnarsi ulteriormente su questa problematica nell’Unione europea.

L’elaborazione di dati statistici comparabili è un obiettivo a lungo termine che dovrà essere realizzato nel corso dei prossimi anni, in stretta collaborazione con gli Stati membri, in quanto la raccolta di informazioni sulla base di definizioni e procedure armonizzate per l'elaborazione di relazioni richiederà tempo e risorse a livello nazionale e comunitario. Per la fine del 2005 è prevista la presentazione di una comunicazione in materia di statistiche sulla criminalità e la giustizia penale, che contempla un piano d’azione e una decisione della Commissione volta a istituire un comitato consultivo per fornire alla Direzione generale per la giustizia, la libertà e la sicurezza consulenza in merito ai vari passi da compiere per giungere a statistiche comparabili.

L’obiettivo finale è disporre di dati comparabili di buona qualità sulla criminalità e la giustizia penale, in modo da rendere possibile l’adozione di misure in base a un ordine di priorità nonché il controllo e la valutazione delle stesse e l’analisi del rapporto costi/benefici, tra altri importanti strumenti politici.

 

Interrogazione n. 79 dell'on. Catherine Stihler (H-0481/05)
 Oggetto: Trasferimento di petrolio da una nave all'altra
 

Alcune recenti drastiche proposte per il trasferimento di petrolio da una nave all'altra, presentate in relazione alle acque interne del Firth of Forth, comporterebbero il trasferimento di quasi 8 milioni di tonnellate annue di petrolio grezzo russo e altri idrocarburi.

Può la Commissione chiarire il suo punto di vista in merito al trasferimento di petrolio da una nave all'altra?

 
  
 

La Commissione è consapevole della preoccupazione suscitata dal progetto di una società privata di istituire un sistema per il trasferimento di petrolio tra navi cisterna ancorate nel Firth of Forth, ad alcune miglia dalla costa della contea scozzese dell’East Lothian.

Il trasferimento di petrolio tra navi è un’operazione tecnica complessa che comporta un rischio elevato di riversamento di petrolio in mare.

Il trasferimento di petrolio tra navi nelle acque territoriali e nei porti si effettua sotto la responsabilità delle autorità nazionali. A questo proposito, è opportuno sottolineare che l’Unione europea ha stabilito disposizioni che impongono un divieto rigoroso di effettuare questo tipo di operazione da e verso petroliere monoscafo nelle acque sotto la giurisdizione degli Stati membri. Tali disposizioni, contenute nel regolamento (CE) n. 417/2002, sono in vigore da ottobre 2003 e dovranno essere rispettate in caso di autorizzazione di trasferimenti di questo tipo da parte delle autorità britanniche.

Per quanto riguarda le operazioni di trasferimento di petrolio tra navi a doppio scafo, la Commissione ritiene che tali operazioni devono essere effettuate in base a linee guida operative, sotto stretta sorveglianza da parte delle autorità nazionali responsabili.

Per quanto riguarda il trasferimento di idrocarburi tra navi in mare, anche se il settore stesso ha stabilito raccomandazioni in proposito, l’idea di instaurare un quadro vincolante per queste operazioni sarà oggetto di discussione in seno all’Organizzazione marittima internazionale (OMI) a metà luglio 2005. La Commissione e diversi Stati membri sono dal canto loro favorevoli all’inserimento nella Convenzione MARPOL 73/78 di norme relative a tali trasferimenti.

 

Interrogazione n. 80 dell'on. Luisa Morgantini (H-0486/05)
 Oggetto: Accordo tecnico per la cooperazione doganale tra UE e Israele
 

Considerando che l'accordo tecnico per la cooperazione doganale tra UE e Israele, entrato in vigore dal 1° febbraio 2005, non rientra nell'Accordo di associazione UE-Israele in quanto decisione legalmente vincolante e che non è stato approvato dal Consiglio di associazione, esiste qualche vincolo legale con la Comunità europea che obblighi Israele a rispettare detto accordo, o può recedere legalmente in qualsiasi momento?

Considerando che, per rispettare l'accordo tecnico, sia gli esportatori che le autorità doganale israeliane devono distinguere tra la produzione realizzata nei territori occupati e quella nei territori dello Stato di Israele, ha adottato Israele qualche misura che vincoli sia gli esportatori che le autorità doganali ad effettuare tale distinzione?

 
  
 

L’accordo tra l’Unione europea e il governo di Israele concernente una misura relativa all’esecuzione del Protocollo 4 dell’accordo di associazione UE-Israele è stato adottato dal comitato di cooperazione doganale UE-Israele. Le misure adottate dal comitato di cooperazione doganale non sono giuridicamente vincolanti per le parti contraenti.

Allo scopo di assicurare la corretta esecuzione dell’accordo, Israele ha dato disposizioni ai suoi esportatori e alle autorità doganali affinché distinguano tra produzioni effettuate nel territorio dello Stato di Israele e produzioni effettuate in zone che sono amministrate da Israele dal 1967.

 

Interrogazione n. 81 dell'on. Åsa Westlund (H-0491/05)
 Oggetto: Conseguenze della politica agricola dell'UE sullo sviluppo dei paesi più poveri del mondo
 

Ritiene la Commissione che delle modifiche alla politica agricola dell'UE potrebbero produrre effetti positivi per lo sviluppo dei paesi più poveri del mondo? In caso affermativo, di quali modifiche si tratterebbe?

 
  
 

Anche se i motivi alla base della recente riforma della politica agricola comune (PAC) sono molteplici, uno dei suoi obiettivi principali era ridurre gli effetti distorsivi del commercio sui paesi terzi. Ne consegue che, nel corso dei dieci anni trascorsi dall’inizio del processo, il ricorso agli strumenti di sostegno nazionale e alle sovvenzioni all’esportazione che provocano distorsioni degli scambi ha subito una netta riduzione, che supera di gran lunga quella prevista in base agli impegni assunti in occasione dell’Uruguay Round e che ha comportato, tra l’altro, una considerevole diminuzione della quota comunitaria delle esportazioni agricole mondiali di tutti i principali prodotti di base. Inoltre, anche le tariffe doganali sono diminuite del 36 per cento, mentre il mercato comunitario è caratterizzato da regimi preferenziali generosi e di ampia portata per le importazioni dai paesi in via di sviluppo. L’iniziativa “Tutto fuorché le armi” del 2001 è solo uno degli elementi del sistema di preferenze generalizzate che consente ai paesi in via di sviluppo di esportare verso l’Unione europea, in franchigia doganale o a condizioni di considerevoli riduzioni tariffarie, prodotti agricoli spesso delicati e importanti dal punto di vista economico.

La combinazione di tutti questi fattori ha diminuito in misura rilevante gli effetti che i prodotti agricoli dell’Unione europea hanno sui mercati mondiali e sui prezzi mondiali dei prodotti di base. Un aspetto ancora più importante è che tale situazione ha contribuito a creare condizioni di concorrenza più uniformi in cui, posto che altri facciano altrettanto, i paesi in via di sviluppo potrebbero competere in modo più efficace.

Inoltre, la posizione dell’Unione europea riguardo ai paesi in via di sviluppo è sempre stata chiara e globale. L’Unione europea ha sostenuto con forza fin dall’inizio l’agenda di Doha per lo sviluppo, credendo fermamente nella necessità di procedere a una liberalizzazione degli scambi commerciali mondiali. Una delle principali concessioni fatte nel quadro del negoziato in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) è stata la proposta di una graduale abolizione delle proprie sovvenzioni all’esportazione a condizione che venissero eliminate tutte le forme di sovvenzionamento delle esportazioni. La fissazione di un termine per porre fine al sovvenzionamento delle esportazioni farà parte dei negoziati globali sull’agricoltura e potrà avere successo solo se tutti i partecipanti al negoziato multilaterale aderiranno a un processo parallelo di eliminazione.

Uno dei migliori esempi che dimostrano gli effetti positivi della riforma della PAC è il settore del cotone. Anche se la produzione comunitaria è trascurabile a livello internazionale (2 per cento della produzione mondiale) e non ha alcuna influenza significativa sul prezzo mondiale, l’Unione europea è all’avanguardia nella riforma delle politiche interne in materia di cotone. A partire dal 2006, il 65 per cento delle sovvenzioni al cotone saranno tali da non creare distorsioni degli scambi. L’Unione europea inoltre non concede sovvenzioni all’esportazione per il cotone e garantisce libero accesso nel settore del cotone.

 

Interrogazione n. 82 dell'on. Erna Hennicot-Schoepges (H-0493/05)
 Oggetto: Centro virtuale della conoscenza sull'Europa
 

È la Commissione a conoscenza del Centro virtuale della conoscenza sull'Europa?

In che misura è essa pronta a portare avanti tale progetto estendendolo ai nuovi Stati membri?

Quali mezzi può mettere a disposizione per promuovere tale banca di dati elaborata innanzitutto grazie al sostegno finanziario della Commissione stessa e successivamente del governo lussemburghese?

 
  
 

La Commissione ha seguito con interesse la creazione e lo sviluppo del Centro virtuale della conoscenza sull’Europa. Questo progetto ha ricevuto fin dall’inizio sostegno finanziario dalla Commissione, tenuto conto del suo interesse per la Comunità, contribuisce alla conoscenza della storia della costruzione europea e si distingue per l’elevata qualità del suo materiale documentale, tecnologico e multimediale.

L’onorevole parlamentare chiede quali sono le possibilità di estendere il progetto ai nuovi Stati membri. Le uniche risorse di cui la Commissione dispone per sostenere progetti come il Centro virtuale della conoscenza sull’Europa sono quelle dei programmi esistenti nei settori dell’istruzione e della cultura. Tuttavia, a prescindere dall’elevata qualità delle iniziative presentate, il sostegno alla creazione di contenuti multimediali non figura tra gli obiettivi di questi programmi.

L’onorevole parlamentare fa anche riferimento ai mezzi che la Commissione potrebbe mettere a disposizione per promuovere tale banca di dati elaborata innanzitutto grazie al sostegno finanziario della Commissione stessa e successivamente del governo lussemburghese. Dato che si tratta di un centro virtuale accessibile via Internet, la Commissione potrebbe utilizzare i vari server di cui dispone, compresi quelli delle sue rappresentanze negli Stati membri, per contribuire alla promozione del Centro. La Commissione potrebbe anche valutare la possibilità di contribuire alla traduzione dei testi di presentazione del Centro virtuale della conoscenza sull’Europa nelle lingue ufficiali dei nuovi Stati membri.

 

Interrogazione n. 83 dell'on. Paulo Casaca (H-0494/05)
 Oggetto: Iniziativa in materia di trasparenza
 

La Commissione europea ha annunciato la pubblicazione di un libro verde sulla trasparenza nelle istituzioni europee.

Può la Commissione chiarire se detto libro verde conterrà anche una valutazione sull'applicazione dell'articolo 42 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea da parte delle istituzioni europee, che conferisce a tutti i cittadini europei un diritto di accesso ai documenti delle istituzioni europee?

 
  
 

Il 18 maggio 2005 la Commissione ha tenuto un primo dibattito orientativo su una possibile iniziativa europea in materia di trasparenza e ha deciso di creare un gruppo di lavoro interservizi con il compito di procedere a un’analisi approfondita di tutte le questioni pertinenti. Tali attività comprenderanno anche, entro i limiti appropriati, l’analisi della legislazione nel campo dell’accesso ai documenti.

Sulla base dei risultati del gruppo di lavoro il Collegio dei commissari, dopo la pausa estiva, deciderà in merito ai prossimi passi da compiere, che potranno comprendere anche la pubblicazione di un libro verde.

 

Interrogazione n. 84 dell'on. Bernd Posselt (H-0497/05)
 Oggetto: Situazione umanitaria nel Caucaso
 

Come valuta la Commissione la situazione umanitaria nella regione del Caucaso, in particolare in Cecenia e nelle zone limitrofe?

 
  
 

La situazione umanitaria in Cecenia continua a essere per la Commissione motivo di estrema preoccupazione. La popolazione civile è la principale vittima di questo conflitto di lunga data e sopravvive in condizioni spaventose in una repubblica che è stata martoriata da due guerre. Grozny, in particolare, è una città ridotta in macerie dove l’opera di ricostruzione finora è stata scarsa.

Gran parte della popolazione in Cecenia, e le persone ancora sfollate nelle repubbliche limitrofe di Inguscezia e Dagestan, dipendono dall’assistenza umanitaria esterna, tuttavia la questione principale, al di là dell’assistenza materiale, resta la protezione dei civili, in un contesto in cui rapimenti, scomparse, esecuzioni extragiudiziali, stupri ed estorsioni sono elementi comuni della vita quotidiana.

La Commissione, attraverso l’Ufficio europeo per gli aiuti umanitari (ECHO), resta il principale donatore di aiuti umanitari alla regione, con lo stanziamento di un importo di circa 170 milioni di euro dall’inizio del secondo conflitto ceceno nell’autunno 1999, compresa l’ultima decisione di finanziamento di 22,5 milioni di euro adottata in aprile.

Fornire assistenza umanitaria alla popolazione in Cecenia continua tuttavia a rappresentare un'ardua sfida a causa delle numerose restrizioni di accesso imposte dalle autorità, che vogliono controllare l’opera delle organizzazioni umanitarie, e dell’insicurezza, in particolare il rischio elevato di rapimenti.

Oltre all’assistenza umanitaria, la Commissione sta lavorando su un possibile contributo alla ripresa socioeconomica nel Caucaso settentrionale, che farebbe parte di una politica legata anche ai progressi compiuti in merito al processo politico, compreso lo svolgimento di elezioni parlamentari libere ed eque verso la fine di quest’anno. Le consultazioni con la Russia sui diritti umani, avviate in marzo, forniscono una base per compiere progressi in materia. La Commissione sta inoltre discutendo le possibili modalità dell’assistenza finanziaria con le autorità russe per far sì che la spesa possa apportare valore aggiunto.

 

Interrogazione n. 85 dell'on. Alfredo Antoniozzi (H-0502/05)
 Oggetto: Regime linguistico: richiesta di studio annunciata dalla Commissione e pubblicazione dei bandi di concorso nelle Istituzioni comunitarie sui quotidiani italiani
 

Può la Commissione fornire lo studio sulla riforma e l'analisi del regime linguistico, annunciato nelle ultime tre righe della risposta H-0159/05? Può dare spiegazione della pubblicazione su quotidiani italiani di annunci/bandi di concorso nelle Istituzioni comunitarie solo in EN-FR-DE e, inspiegabilmente, non in italiano, in grave violazione del principio di uguaglianza linguistica, non discriminazione, trasparenza, parità di accesso e di opportunità nel prendere parte o essere informati nella propria lingua nazionale circa la pubblicazione di un concorso pubblico?

Può metter fine a questa grave violazione ed evitare l'imposizione delle tre lingue (EN-FR-DE), che, come la Commissione ha più volte ricordato (risposte H-0159/05 e H-0384/05 del Commissario Figel del 07-06-05) sono, assieme alle altre, lingue ufficiali e non di lavoro? Dal 1° gennaio 2007 il gaelico sarà la 21° lingua ufficiale e a quella data le lingue saranno 23 (con rumeno e bulgaro);

Vista l'inadeguatezza del regime attuale e la mancanza di regole scritte, non ritiene opportuno la Commissione presentare una comunicazione ed aprire un dibattito coinvolgendo il Parlamento europeo?

 
  
 

Dopo aver consultato tutte le parti interessate, la Commissione ha preso le misure seguenti nel quadro del regime d'interpretazione utilizzato nella sala stampa della Commissione:

Nei giorni in cui il Collegio si riunisce, la Commissione continuerà a fornire l'interpretazione alle conferenze stampa in tutte le lingue ufficiali dell'Unione europea.

Per le conferenze stampa dei Commissari in altre occasioni, la cui frequenza e il preavviso sono meno prevedibili, l'obiettivo è di assicurare anche in tali casi un'interpretazione completa. Nell'immediato, l'intenzione è quella di fornire quante più lingue possibile in funzione della disponibilità quotidiana delle risorse necessarie.

L'EPSO può assicurare all'onorevole parlamentare di non aver mai pubblicato sui quotidiani italiani annunci/bandi di concorso in una lingua diversa dall'italiano.

La Commissione conferma di aver pubblicato, in linea con la sua decisione del 10 novembre 2004, avvisi di posti vacanti per manager di alto livello sulla Gazzetta Ufficiale e sui quotidiani nazionali ed internazionali in francese, inglese e tedesco. Tale misura temporanea è stata adottata a causa delle pesanti limitazioni che la DGT deve attualmente affrontare per quanto riguarda la traduzione. Quanto alla pubblicazione del posto di direttore generale dell'Ufficio antifrode (OLAF), si ricorda che i candidati italiani costituivano il secondo gruppo in ordine di grandezza, mentre erano relativamente poche le candidature ricevute da persone di madrelingua tedesca o inglese. La Commissione è quindi convinta che de facto non esista alcuna discriminazione per quanto attiene ai posti vacanti per funzionari di alto livello.

Di recente la Commissione ha deciso che in futuro pubblicherà un breve annuncio di tutti i posti vacanti per funzionari di alto livello nella Gazzetta Ufficiale in tutte le lingue.

Conformemente al regolamento n. 1/58 del Consiglio, tutte le lingue ufficiali sono allo stesso tempo lingue di lavoro (articolo 1) e possono dunque essere utilizzate di diritto e allo stesso titolo all'interno delle Istituzioni.

Ciononostante, per garantire l'efficacia del processo decisionale, il regolamento interno della Commissione stabilisce il quadro del regime linguistico applicabile a livello del Collegio stesso. Spetta al Presidente decidere quali lingue di lavoro soddisfino nel modo migliore le esigenze minime dei membri della Commissione e debbano essere utilizzate indistintamente.

Di conseguenza, la Commissione lavora e può adottare decisioni in tali lingue, a meno che non siano necessarie versioni linguistiche supplementari, in particolare ai fini dell'entrata in vigore dell'atto o della sua notifica ai destinatari.

La trasmissione ufficiale alle altre Istituzioni comunitarie e/o la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea richiedono per contro la disponibilità dei testi in tutte le lingue ufficiali dell'Unione.

La Commissione è un'Istituzione il cui personale proviene dai vari Stati membri dell'Unione europea. Conformemente allo spirito del trattato, essa incoraggia e pratica il multilinguismo. Le disposizioni interne ai servizi (per l'elaborazione di documenti e lo svolgimento delle riunioni) sono pertanto lasciate alla discrezionalità della dirigenza. Per ragioni operative e di buona comunicazione, alcune lingue sono più utilizzate di altre dal personale della Commissione nell'ambito del funzionamento quotidiano dei servizi. Tuttavia, tale prassi è seguita nel rispetto dell'uguaglianza delle lingue in quanto lingue ufficiali e di lavoro.

La Commissione non vede la necessità di stabilire regole scritte supplementari o di adottare una comunicazione concernente l'utilizzo delle lingue all'interno delle Istituzioni. Tuttavia, sta preparando una comunicazione sul multilinguismo e l'utilizzo delle lingue nella società europea e sul plurilinguismo dei cittadini europei.

 

Interrogazione n. 86 dell'on. Panagiotis Beglitis (H-0503/05)
 Oggetto: Tutela del patrimonio marino e del reddito dei pescatori greci della regione di Alessandrupoli e della Samotracia
 

Come è noto, ogni estate durante i mesi di giugno, luglio, agosto e settembre viene sospesa la pesca a strascico nelle acque internazionali che si estendono al di là della acque territoriali greche nelle regioni di Alessandrupoli e della Samotracia a tutela del patrimonio marino.

Tuttavia, tale divieto mentre vale per i pescatori greci sulla base dei regolamenti comunitari, non vale per la flotta peschereccia turca, per cui il patrimonio marino viene distrutto e i pescatori greci delle zone in questione si trovano in una posizione produttiva ed economica svantaggiata dal momento che, da parte greca, viene a perdersi ogni possibilità di "ripresa produttiva" all'inizio del periodo di pesca in ottobre.

Intende la Commissione e, se sì, in che modo far fronte alla situazione che le attività di pesca della flotta peschereccia turca determinano a danno dell'ambiente marino come pure dei pescatori greci? Nell'ambito dei negoziati di adesione può essa chiedere che l'acquis comunitario venga esteso e applicato anche da parte turca?

Quali provvedimenti può prendere per applicare regole comuni di pesca nel Mediterraneo al fine di impedire un trattamento discriminatorio ai danni dei pescatori greci? Quali possibilità hanno le competenti autorità greche di sostenere il reddito dei pescatori durante il periodo quadrimestrale di blocco della attività?

 
  
 

La Commissione è consapevole del fatto che, come nel caso della Grecia, l’applicazione della legislazione comunitaria volta a garantire la conservazione e la gestione sostenibile degli stock ittici può comportare situazioni in cui ai pescatori comunitari vengono imposte restrizioni che non si applicano ai pescatori di paesi al di fuori dell’Unione europea che svolgono la loro attività nelle vicinanze delle acque soggette alla legislazione comunitaria. Si tratta di uno dei motivi importanti per cui la Commissione auspica di rafforzare la cooperazione con altri paesi costieri della regione per quanto riguarda la gestione della pesca e lo sviluppo di pratiche di pesca sostenibili e responsabili nel Mediterraneo.

A tale scopo, la Commissione persegue una politica di rafforzamento del ruolo della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM), in particolare al fine di renderla uno strumento più efficace per l’attuazione delle azioni definite e approvate durante la Conferenza ministeriale per lo sviluppo sostenibile delle attività di pesca nel Mediterraneo svoltasi a Venezia dal 25 al 26 novembre 2003.

Già nella sua ultima riunione tenutasi nel febbraio 2005, la CGPM ha adottato, sulla base di proposte comunitarie, alcune importanti misure relative alla conservazione (ad esempio, una dimensione minima delle reti di 40 mm e il divieto della pesca a strascico oltre i 100 metri di profondità) e alla gestione delle attività di pesca (ad esempio, attraverso l’istituzione di un registro delle navi superiori a 15 metri cui è consentito pescare). La CGPM ha inoltre adottato una raccomandazione relativa agli orientamenti per l’istituzione di un piano di controllo che renderà possibile rafforzare il controllo delle attività di pesca e lottare in modo efficace contro la pesca illegale.

Come l’onorevole parlamentare saprà, il principio generale applicato nei negoziati per l’allargamento è che il paese candidato in questione accetti l’acquis comunitario. Lo stesso criterio sarà seguito nei confronti della Turchia. I negoziati saranno basati sull’acquis relativo alla politica comune della pesca (PCP), che la Commissione presenterà in dettaglio alla Turchia durante il processo di valutazione della sua candidatura. L’acquis in questione si applicherà alla Turchia dalla data di adesione, a meno che nei negoziati di adesione non vengano concordate disposizioni transitorie.

E' disponibile l’assistenza comunitaria per il rafforzamento istituzionale e la preparazione amministrativa, principalmente attraverso progetti di gemellaggio con partner degli Stati membri cofinanziati dalla Comunità. I progressi amministrativi e giuridici compiuti in Turchia in merito all’applicazione dell’acquis relativo alla PCP sono oggetto di discussioni regolari in seno al sottocomitato per l’agricoltura e la pesca nell’ambito dell’accordo di associazione UE-Turchia.

In base all’articolo 16 del regolamento (CE) n. 2371/2002 del Consiglio, gli Stati membri possono concedere un risarcimento ai pescatori e ai proprietari di navi per la cessazione temporanea delle attività nelle seguenti circostanze:

in caso di eventi imprevedibili, in particolare quelli causati da fattori biologici;

quando non viene rinnovato un accordo di pesca, o quando esso viene sospeso per le flotte comunitarie che dipendono dall’accordo;

quando il Consiglio adotta un piano di ricostituzione o di gestione o la Commissione o uno o più Stati membri decidono misure di emergenza.

Tuttavia, la sospensione stagionale ricorrente dell’attività di pesca, come nella situazione segnalata dall’onorevole parlamentare, non è ammissibile a un risarcimento ai sensi dell’articolo 16 del regolamento (CE) n. 2371/2002 del Consiglio.

 

Interrogazione n. 87 dell'on. Edite Estrela (H-0505/05)
 Oggetto: Sostanze cancerogene
 

Considerando che il piombo è una sostanza chimica che provoca il cancro e che la sua presenza è stata rilevata nei rossetti commercializzati dalle più note marche dell'industria cosmetica,

intende la Commissione verificare se tale anomala situazione si protrae? In caso di risposta affermativa, quali misure intende adottare per tutelare i diritti e la salute dei consumatori?

 
  
 

La legislazione comunitaria vieta l’uso del piombo nei prodotti cosmetici. In base a tale legislazione, la presenza di tracce di alcune sostanze può essere consentita solo a condizione che tale presenza sia inevitabile da un punto di vista tecnico nelle buone prassi di produzione e il prodotto non arrechi danno alla salute umana.

La direttiva relativa ai prodotti cosmetici prevede che gli Stati membri adottino tutte le misure necessarie per garantire che vengano immessi sul mercato solo i prodotti cosmetici conformi alla direttiva. Spetta pertanto agli Stati membri ritirare dal mercato qualsiasi prodotto che non sia conforme alla direttiva.

Se l’onorevole parlamentare dispone di ulteriori informazioni sul prodotto in questione, dovrebbe trasmetterle alla Commissione che contatterà l’autorità di controllo competente del paese in cui è stato rilevato il prodotto in modo che esso possa adottare i provvedimenti necessari.

 

Interrogazione n. 88 dell'on. Brian Crowley (H-0507/05)
 Oggetto: Armonizzazione fiscale
 

È la Commissione consapevole del fatto che molti Stati membri reputano che la politica fiscale sia di esclusiva competenza e responsabilità dei governi nazionali?

Inoltre, sarà di certo al corrente della proposta promossa da Francia e Germania circa una maggiore armonizzazione, entro 3 anni, delle imposte sulle società.

Alla luce di quanto sopra, può la Commissione definire la sua posizione in merito a tale armonizzazione relativa al regime fiscale sulle imprese e all'IVA?

 
  
 

La Commissione ha spiegato formalmente la sua strategia in materia di coordinamento e armonizzazione fiscale nei vari settori di tassazione nella comunicazione intitolata “La politica fiscale dell’Unione europea - Priorità per gli anni a venire" del 23 maggio 2001(1), cui si invita l’onorevole parlamentare a far riferimento. Pur essendo i principali responsabili in materia di imposizione fiscale, nell’esercizio della loro competenza gli Stati membri devono rispettare il Trattato CE, in particolare il principio di non discriminazione, le libertà fondamentali e le norme in materia di aiuti di Stato.

La strategia della Commissione volta a fornire alle imprese una base imponibile consolidata per le attività di dimensione comunitaria delle società non mira a una piena armonizzazione e in particolare non lede il diritto degli Stati membri di fissare le aliquote fiscali. La politica della Commissione è stabilita in due comunicazioni intitolate “Verso un mercato interno senza ostacoli fiscali - Strategia per l’introduzione di una base imponibile consolidata per le attività di dimensione UE delle società”(2) e “Un mercato interno senza ostacoli inerenti alla tassazione delle società - risultati, iniziative in corso e problemi ancora da risolvere”(3).

Nel campo dell’IVA e di altre imposte indirette, in una certa misura è necessario un più alto grado di armonizzazione per garantire che il mercato interno senza frontiere interne possa funzionare senza distorsioni della concorrenza troppo elevate. Anche in questo caso tuttavia l’obiettivo perseguito non è la piena armonizzazione delle norme e le aliquote fiscali vengono determinate a livello nazionale, a condizione che vengano concordati un’aliquota minima normale a livello comunitario (15 per cento) e un elenco di prodotti e servizi cui gli Stati membri possono applicare aliquote ridotte opzionali. La politica della Commissione è stabilita in due comunicazioni intitolate “Strategia volta a migliorare il funzionamento del regime IVA nel mercato interno”(4) e “Riesame e aggiornamento delle priorità nella strategia IVA”(5).

 
 

(1) COM (2001)260.
(2) COM (2001)582.
(3) COM (2003)726.
(4) COM (2000)348.
(5) COM (2003)614.

 

Interrogazione n. 89 dell'on. Eoin Ryan (H-0509/05)
 Oggetto: Compagnie aeree sicure
 

Al fine di garantire ulteriormente la sicurezza dei passeggeri, concorda la Commissione sulla necessità di rendere facilmente accessibili tra Stati le informazioni sull'aeronavigabilità delle compagnie aeree?

Il Regno Unito è l'unico paese europeo ad aver pubblicato una lista di cinque compagnie non autorizzate a volare in quanto prive dei requisiti di sicurezza internazionali. La lista delle cinque compagnie in questione è disponibile sul sito del ministero per i Trasporti del Regno Unito.

Ha la Commissione elaborato una strategia finalizzata all'introduzione di un'analoga lista nera comunitaria, allo scopo di migliorare il coordinamento in materia di requisiti di sicurezza dell'aviazione?

 
  
 

La Commissione concorda sulla necessità di garantire che i dati sulla sicurezza delle compagnie aeree siano resi disponibili alle autorità nazionali competenti degli Stati membri, da un lato, per consentire loro di partecipare al miglioramento della sicurezza aerea e, dall’altro lato, per informare i passeggeri delle situazioni potenzialmente pericolose.

La direttiva 2004/36/CE(1) sulla sicurezza degli aeromobili di paesi terzi prevede la raccolta e lo scambio di informazioni sugli aerei e le compagnie aeree che non soddisfano le norme di sicurezza internazionali, la cui conseguenza può essere il fermo di un aeromobile o una decisione di divieto dell’uso degli aeroporti o di imposizione di condizioni all’esercizio dell’attività da parte degli operatori.

Il 16 febbraio 2005 la Commissione ha adottato una proposta di regolamento relativo alle informazioni da fornire ai passeggeri del trasporto aereo(2) che prevede la pubblicazione di un elenco di tutti i vettori che non sono autorizzati nello spazio aereo degli Stati membri o che per ragioni di sicurezza sono sottoposti a limitazioni dei diritti di traffico.

Il 26 maggio 2005 la Commissione ha inoltre organizzato una riunione del comitato istituito con regolamento (CE) n. 3922/1991, che ha deciso, tra l’altro, di creare un sistema comunitario di segnalazione tempestiva per informare la Commissione e tutti gli Stati membri se sembra probabile che possa essere necessario adottare entro breve una decisione di sospensione dei diritti di traffico di una compagnia aerea in vista di una decisione a livello comunitario. E’ stato anche raggiunto un consenso sulla necessità di stabilire criteri comuni sulla base dei quali si possa compilare un elenco delle compagnie aeree non sicure.

 
 

(1) Direttiva 2004/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 aprile 2004 sulla sicurezza degli aeromobili di paesi terzi che utilizzano aeroporti comunitari, GU L 143 del 30.4.2004.
(2) Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alle informazioni da fornire ai passeggeri del trasporto aereo sull’identità del vettore aereo effettivo e alla comunicazione delle informazioni di sicurezza da parte degli Stati membri, COM(2005) 48 def. del 16 febbraio 2005, COD 08/2005.

 

Interrogazione n. 90 dell'on. Liam Aylward (H-0511/05)
 Oggetto: Gli Stati Uniti e i cambiamenti climatici
 

La Commissione sarà certamente a conoscenza delle dimissioni del capo di gabinetto del Consiglio sulla qualità ambientale della Casa bianca, avvenute due giorni dopo la rivelazione delle modifiche che aveva apportato a molte relazioni federali sull'ambiente nel 2002 e 2003. Tali modifiche erano mirate ad enfatizzare l'incertezza degli elementi comprovanti che le emissioni di gas a effetto serra stanno causando un aumento della temperatura globale.

Il consigliere in questione, privo di qualsiasi formazione scientifica, precedentemente era a capo della lobby dei petrolieri americani sui cambiamenti climatici negli USA.

Concorda la Commissione che le decisioni su gravi problemi ambientali debbano essere basate su informazioni scientifiche sicure e accurate? Concorda che si debba cogliere questa opportunità per evidenziare le contraddizioni presenti nell'approccio degli Stati Uniti all'accordo di Kyoto e ai cambiamenti climatici in generale?

 
  
 

La Commissione è del parere che le politiche ambientali debbano essere definite sulla base di solide conoscenze scientifiche. Nel campo dei cambiamenti climatici questo è uno dei motivi per cui è stato istituito il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC), che valuta su una base globale, obiettiva, aperta e trasparente le informazioni scientifiche, tecniche e socioeconomiche inerenti alla comprensione della base scientifica del rischio dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo, dei suoi effetti potenziali e delle possibilità di adattamento e attenuazione.

Al Vertice UE-Stati Uniti del 20 giugno, il Presidente della Commissione ha affermato che le divergenze esistenti tra Unione europea e Stati Uniti in merito al Protocollo di Kyoto non dovrebbero impedire a entrambe le parti di guardare al futuro e che, nel complesso, la comunità internazionale deve intensificare gli sforzi volti a conseguire un accordo su un regime multilaterale per i cambiamenti climatici per il periodo successivo al 2012.

La comunicazione della Commissione intitolata “Vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici” del 9 febbraio 2005 illustra le opinioni della Commissione in merito agli elementi fondamentali di tale regime, oltre a dimostrare che l’approccio sostenuto dagli Stati Uniti di stimolare la ricerca su nuove tecnologie non è di per sé sufficiente. Per incoraggiare l’impiego di tali tecnologie sono necessarie strutture incentivanti aggiuntive, come il sistema di scambio dei diritti di emissione dell’Unione europea.

 

Interrogazione n. 91 dell'on. Seán Ó Neachtain (H-0513/05)
 Oggetto: Accordo EU-USA sui "cieli aperti"
 

Può la Commissione fornire aggiornamenti sul ciclo di negoziati attualmente in corso, relativo all'accordo UE-USA sui "cieli aperti"?

 
  
 

Dal giugno 2004 la Commissione si è adoperata per ottenere quanto prima la ripresa dei negoziati formali e a tale scopo il 21 e 22 marzo 2005 il Vicepresidente Barrot si è recato a Washington per incontrare il Segretario di Stato ai trasporti degli Stati Uniti, Mineta, e altri rappresentanti dell’amministrazione e dell’industria statunitensi. Il Vicepresidente Barrot e il Segretario Mineta hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermavano che i negoziatori avrebbero “compiuto un ulteriore esame dei possibili elementi di un accordo relativo ai servizi aerei UE-Stati Uniti al fine di creare una solida base per poter riprendere i negoziati formali”.

La Commissione ha lavorato attivamente con gli Stati Uniti attraverso una serie di discussioni tecniche per valutare la possibilità di compiere progressi in merito a questioni importanti per ciascuna parte. Le discussioni si sono concentrate in particolare sui tre settori della cooperazione normativa individuati nelle conclusioni della Presidenza della riunione del Consiglio “Trasporti” del 21 aprile, ossia sicurezza, concorrenza e aiuti di Stato nel settore dei trasporti aerei. Sono state discusse anche questioni di accesso al mercato e proprietà e controllo. Sono stati compiuti buoni progressi verso la definizione dei parametri che possono consentire di riprendere i negoziati.

Alla luce di queste discussioni tecniche, la Commissione ha riferito al Consiglio “Trasporti” del 27 e 28 giugno e si è svolto uno scambio di opinioni tra i ministri. Nel frattempo, al Vertice UE-Stati Uniti del 20 giugno 2005 è stato concordato che le due parti continuino a collaborare su questioni legate ai trasporti aerei, tra cui la sicurezza e la liberalizzazione, anche al fine di concludere con la massima sollecitudine un accordo globale iniziale sui servizi aerei UE-Stati Uniti. E’ stato riconosciuto che tale accordo comporterebbe considerevoli benefici offrendo nuove preziose opportunità commerciali, a vantaggio delle compagnie aeree, degli aeroporti, del turismo, dei legami commerciali, del trasporto di merci e dei consumatori di entrambe le parti.

 

Interrogazione n. 92 dell'on. Peter Baco (H-0514/05)
 Oggetto: Visione a lungo termine per l'agricoltura e lo sviluppo rurale
 

Nell'ambito dei negoziati sulle prospettive finanziarie 2007-2013, si è ritenuto particolarmente opportuno inserire le decisioni a medio termine sullo sviluppo agricolo e rurale dell'Unione europea in una visione a lungo termine.

Può la Commissione, indicare quali sono, dal suo punto di vista, gli obiettivi dell'Unione europea per il 2030 e il 2050 nel settore dell'agricoltura, e quali i mezzi per raggiungerli? Quali sono, a suo parere, i rischi maggiori in questo settore, e quali gli ostacoli assolutamente da evitare?

 
  
 

Con il processo di riforma della PAC, iniziato nel 1992 e giunto a conclusione nel 2003, la Commissione ha accresciuto l’orientamento al mercato e la competitività dell’agricoltura e delle zone rurali dell’Unione europea, ha integrato le preoccupazioni in materia di ambiente e di benessere degli animali della società civile europea nonché le esigenze di qualità e sicurezza dei prodotti alimentari, ha cercato di garantire l’equilibrio sociale continuando ad assicurare un equo tenore di vita per la comunità agricola e ha ampliato il campo di intervento rafforzando lo sviluppo rurale.

La Commissione è del parere che la competitività, l’integrazione delle preoccupazioni dei cittadini e l’equilibrio sociale resteranno in futuro obiettivi fondamentali per il modello agricolo e di sviluppo rurale europeo, che è basato sulla sostenibilità economica, ecologica e sociale.

 

Interrogazione n. 93 dell'on. Karin Riis-Jørgensen (H-0515/05)
 Oggetto: Regole di concorrenza per la navigazione mercantile senza itinerario fisso
 

Nel Libro bianco della Commissione sulla revisione del regolamento (CEE) n. 4056/86(1) sull'applicazione delle regole di concorrenza UE nell'ambito dei trasporti marittimi, a pagina 10, si afferma che la Commissione darà all'industria della navigazione mercantile senza itinerario fisso linee guida sull'attuazione delle regole di concorrenza nel settore. Siffatta normativa appare giustificata dal fatto che questa attività economica non può desumere le proprie regole dalla prassi giuridica dal momento che è stata esclusa sia dal regolamento (CEE) n. 4056/86 sia dalle disposizioni generali di attuazione UE.

La Commissione può confermare che siffatta regolamentazione sarà introdotta prima o almeno contemporaneamente all'abolizione della deroga per la navigazione mercantile senza itinerario fisso dal regolamento (CE) n. 1/2003(2)?

Inoltre si chiede alla Commissione di far sapere quando ci si aspetta che la deroga sia abolita, e infine quale forma di istruzioni saranno introdotte in suo luogo?

 
  
 

Nel Libro bianco sulla revisione del regolamento (CEE) n. 4056/86 sull’applicazione delle regole di concorrenza UE nell’ambito dei trasporti marittimi, la Commissione ha affermato che intende proporre la revoca dell’attuale esclusione dei servizi di navigazione mercantile senza itinerario fisso (ossia i servizi marittimi non di linea) dall’ambito delle norme di applicazione del diritto in materia di concorrenza.

La Commissione ha previsto di presentare una proposta legislativa per il quarto trimestre del 2005.

La misura in questione non comporterà un cambiamento sostanziale per il settore. Le norme sostanziali di diritto della concorrenza, stabilite agli articoli 81 e 82 del Trattato, si applicano già ai servizi senza itinerario fisso. La proposta legislativa prevista si limiterà ad assoggettare tali servizi alle norme di applicazione del diritto in materia di concorrenza stabilite nel regolamento (CE) n. 1/2003. La Commissione ha previsto di presentare una proposta legislativa per il quarto trimestre del 2005.

La Commissione potrà tuttavia fornire linee guida solo dopo essere stata dotata degli strumenti di applicazione adeguati per ottenere le informazioni pertinenti sul funzionamento del settore della navigazione mercantile senza itinerario fisso.

 
 

(1) GU L 378 del 31.12.1986, pag. 4
(2) GU L 1 del 4.1.2003, pag. 1

 

Interrogazione n. 94 dell'on. Ignasi Guardans Cambó (H-0517/05)
 Oggetto: Persone scomparse
 

Da vari anni l'Unione europea contempla la possibilità di affrontare la questione delle persone scomparse, dal momento che l'aumento dei flussi di circolazione delle persone al suo interno ha reso necessaria l'adozione di un approccio congiunto da parte degli Stati membri.

La Commissione dovrebbe già avere intrapreso un'azione concreta in questo campo, ad esempio la presentazione della sua relazione al Consiglio sui bambini scomparsi o sfruttati a fini sessuali, di cui al punto 3.3 dell'allegato al Programma dell'Aia: Dieci priorità per i prossimi cinque anni - Partenariato per rinnovare l'Europa nel campo della libertà, sicurezza e giustizia.

Può dire la Commissione quando intende presentare al Consiglio la sua relazione concernente i risultati di uno studio realizzato a seguito della risoluzione del Consiglio del 2001 relativa al contributo della società civile al reperimento di bambini scomparsi o sfruttati a fini sessuali?

Inoltre, ha la Commissione previsto di estendere questo tipo di indagine alle persone scomparse di tutte le età?

 
  
 

Come indicato nel piano d’azione del Consiglio e della Commissione per l’attuazione del programma dell’Aia relativo al rafforzamento della libertà, della sicurezza e della giustizia nell’Unione europea, nel 2005 sarà pubblicata la relazione sui risultati di uno studio condotto a seguito della risoluzione del Consiglio del 2001 sull’apporto della società civile alla ricerca di bambini scomparsi o sessualmente sfruttati.

Un progetto di relazione è già stato elaborato a livello operativo ed esaminato nell'ambito dei servizi del Commissario competente. Si prevede che la Commissione colga l’opportunità della relazione per comunicare al Parlamento e al Consiglio quale tipo di azione potrebbe essere intrapresa per sostenere e rafforzare il contributo della società civile nel settore interessato. I risultati delle discussioni in corso saranno presentati appena possibile dopo la pausa estiva. Doveva inoltre essere preso in considerazione l’allargamento dell’Unione europea avvenuto nel maggio 2004. Nel 2004, nell’ambito del programma AGIS, è stato concesso un finanziamento per un progetto successivo al fine di estendere lo studio ai dieci nuovi Stati membri.(1)

La Commissione accoglie con favore qualsiasi contributo adeguato della società civile alla ricerca o al sostegno di persone scomparse o sessualmente sfruttate di tutte le età. Per quanto riguarda ulteriori studi, sembra indispensabile il contributo delle pertinenti organizzazioni della società civile; in particolare potrebbero essere considerate con favore iniziative di studi relativi, ad esempio, ai bambini, ai giovani e alle donne nel contesto del programma DAPHNE II.

Come la Commissione ha sottolineato nella risposta all’interrogazione scritta E-1498/05 dell’onorevole Richard Corbett, occorre prestare particolare attenzione al fatto che nell’ambito del sistema di informazione Schengen (SIS) esiste già la possibilità di cercare persone e bambini scomparsi, che sarà mantenuta quando verrà realizzata la seconda generazione del SIS. La Commissione avvierà inoltre uno studio di fattibilità sulla possibilità di creare una nuova categoria di segnalazioni su minori cui dovrebbe essere vietato lasciare l’area Schengen, allo scopo di prevenire l’eventuale rapimento di un minore che finirebbe in un paese terzo.

 
 

(1) Study on the actual extent of the phenomenon of missing and sexually exploited children in the 10 acceding countries to the EU, JHA/2004/AGIS/006.

 

Interrogazione n. 95 dell'on. Proinsias De Rossa (H-0521/05)
 Oggetto: Recepimento della direttiva del 2002 sull'informazione e la consultazione
 

La direttiva 2002/14/CE(1), che istituisce un quadro generale relativo all'informazione e alla consultazione dei lavoratori all'interno della Comunità europea, avrebbe dovuto essere recepita in tutti gli Stati membri entro il 23 marzo 2005. L'Irlanda non ha tuttavia ancora provveduto.

Può la Commissione indicare se e quali altri Stati membri debbano ancora notificare alla stessa l'avvenuto recepimento della citata direttiva? Quali azioni ha essa intrapreso o intende intraprendere per garantire che la direttiva in questione sia recepita e pienamente attuata in tutti gli Stati membri?

 
  
 

Come l’onorevole parlamentare afferma a giusto titolo, la direttiva 2002/14/CE(2) del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 marzo 2002 che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori all’interno della Comunità europea stabilisce quale termine per il suo recepimento la data del 23 marzo 2005.

Al 20 giugno 2005 la Commissione ha ricevuto 14 notifiche di recepimento della direttiva 2002/14/CE dai seguenti Stati membri: Belgio, Repubblica ceca, Germania, Francia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia, Repubblica slovacca, Finlandia e Regno Unito.

La mancata notifica di misure nazionali di esecuzione costituisce un inadempimento da parte di uno Stato membro e comporta l’avvio di una procedura di infrazione da parte della Commissione, che inizia con una fase precontenziosa in cui è previsto l’invio di una lettera di costituzione in mora allo Stato membro interessato.

 
 

(1) GU L 80 del 23.3.2002, pag. 29.
(2) GU L 80 del 23.3.2002.

 

Interrogazione n. 96 dell'on. Georgios Toussas (H-0523/05)
 Oggetto: Violazione dei diritti dei lavoratori al Carrefour di Salonicco
 

Ai dipendenti della catena di supermercati Carrefour di Salonicco è richiesto di lavorare su turni discontinui con l'obbligo di rimanere sul posto anche durante le ore libere tra un turno e l'altro. In questo modo, pur rispettando, almeno apparentemente, i periodi di riposo quotidiano cui i dipendenti hanno diritto, la società sta di fatto costringendo gli stessi a rimanere sul luogo di lavoro, a completa disposizione del datore di lavoro anche per riprendere a lavorare in quelle ore che, ovviamente, non sono considerate lavorative.

Intende la Commissione ritirare la proposta di direttiva (COM(2005)0246 def.), concernente taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro, finalizzata a rendere più flessibili le condizioni di lavoro, e adottare invece delle misure volte a garantire un ritmo di lavoro fisso di 7 ore al giorno e 5 giorni/35 ore a settimana in modo da assicurare ai dipendenti sufficiente tempo libero e una vita familiare normale?

 
  
 

L’onorevole parlamentare descrive la situazione dei dipendenti della catena di supermercati Carrefour, che hanno l’obbligo di effettuare servizi di guardia senza che il tempo ad essi dedicato sia considerato orario di lavoro.

L’articolo 2, punto 1), della direttiva 2003/88/CE(1) definisce l’orario di lavoro “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali”.

Per essere qualificati orario di lavoro ai sensi della direttiva, tutti i periodi devono soddisfare i tre criteri della definizione menzionata in precedenza.

Nella sentenza pronunciata nella causa SIMAP(2), la Corte di giustizia ha dichiarato che “l’obbligo (...) di essere presenti e disponibili sul luogo di lavoro per prestare la loro opera professionale dev’essere considerato rientrante nell’esercizio delle loro funzioni” (punto 48) e ha concluso che “il periodo di servizio di guardia che svolgono i medici (...), secondo il regime della presenza fisica nel centro sanitario, dev’essere interamente considerato come rientrante nell’orario di lavoro”.

In base alla direttiva 2003/88/CE, così come interpretata dalla Corte di giustizia, il periodo di servizio di guardia descritto nell’interrogazione dell’onorevole parlamentare deve essere interamente considerato come rientrante nell’orario di lavoro. Spetta alle autorità nazionali competenti assicurare il rispetto del diritto comunitario a livello nazionale.

Se la proposta modificata del 31 maggio 2005(3) verrà adottata dal Parlamento e dal Consiglio, i periodi attivi di servizio di guardia dovranno essere interamente considerati come rientranti nell’orario di lavoro. I periodi inattivi di servizio di guardia non verrebbero considerati come rientranti nell’orario di lavoro, ma non potrebbero più essere presi in considerazione per il calcolo del periodo di riposo giornaliero e settimanale.

La Commissione ritiene che la proposta modificata rappresenti un giusto equilibrio tra la necessità di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori e l’esigenza di offrire agli Stati membri e alle imprese dell’Unione europea la flessibilità necessaria in materia di organizzazione dell’orario di lavoro.

 
 

(1) Direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 4 novembre 2003 concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, GU L 299 del 18.11.2003.
(2) Sentenza della Corte di giustizia del 3 ottobre 2000, causa C-303/98, Sindicato de Médicos de Asistencia Pública (SIMAP) contro Conselleria de Sanidad y Consumo de la Generalidad Valenciana, Racc. 2000, pag. I-07963.
(3) Proposta modificata di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 2003/88/CE concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, documento COM (2005) 246 def.

 

Interrogazione n. 97 dell'on. Panayiotis Demetriou (H-0524/05)
 Oggetto: Regolamento (CE) n. 60/2004 recante misure transitorie nel settore dello zucchero in seguito all'adesione dei nuovi Stati membri all'Unione europea
 

Il 14 gennaio 2004 la Commissione ha adottato il regolamento (CE) 60/2004(1) allo scopo di regolamentare la produzione e la commercializzazione dello zucchero nei paesi allora candidati all'adesione. La citata norma obbligava i paesi interessati ad eliminare dal mercato le quote di zucchero eccedenti il consumo medio degli ultimi quattro anni.

Tuttavia, secondo una prassi commerciale consolidata nel settore dello zucchero, gli ordini e gli acquisti di tale prodotto erano già stati effettuati nell'autunno dell'anno precedente, ossia prima dell'entrata in vigore del regolamento, a sua volta adottato ancora prima della firma dei trattati di adesione da parte dei nuovi Stati membri dell'Unione. Come intende la Commissione giustificare, sul piano politico, la decisione di imporre una sanzione ai nuovi Stati membri e quindi anche alle imprese importatrici di zucchero per i quantitativi di zucchero che superano il quantitativo considerato come scorta normale di riporto? Considerando le preoccupazioni e i numerosi problemi di natura politica e giuridica suscitati dalla suddetta decisione, come intende la Commissione trattare la questione in futuro?

 
  
 

Sulla base dell’atto di adesione (allegato 4, capitolo 4, paragrafo 2) e conformemente alle disposizioni del regolamento (CE) n. 60/2004 della Commissione(2), con regolamento (CE) n. 832/2005(3) sono state determinate le eccedenze di zucchero per i nuovi Stati membri. L’atto di adesione è stato firmato nell’aprile 2003, ossia nove mesi prima della pubblicazione del regolamento (CE) n. 60/2004. I rischi della costituzione di scorte a fini speculativi sono già stati individuati e discussi durante i negoziati di adesione con gli allora paesi candidati, soprattutto con quelli in cui non esisteva una produzione di zucchero e veniva applicata una limitata protezione delle importazioni. La Commissione disponeva pertanto delle basi giuridiche e politiche necessarie per adottare tale decisione.

Innanzi tutto, l’articolo 6, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 60/2004 stabilisce che le quantità determinate devono essere eliminate dal mercato comunitario entro il 30 novembre 2005. Le penali previste dovranno essere versate solo se l’eliminazione delle eccedenze determinate non avviene in modo corretto entro il termine stabilito. Va richiamata l’attenzione sul fatto che il possibile onere finanziario può essere ridotto in misura considerevole qualora vengano individuati gli operatori speculativi utilizzando il sistema di constatazione previsto all’articolo 6, paragrafo 3, del regolamento (CE) n. 60/2004. Qualora tuttavia restino quantità non eliminate per le quali non è possibile individuare alcun operatore, le penali che i nuovi Stati membri dovranno versare potranno essere ripartite in quattro anni (2006-2009).

 
 

(1) GU L 9 del 15.1.2004, pag. 8.
(2) Regolamento (CE) n. 60/2004 della Commissione del 14 gennaio 2004 recante misure transitorie nel settore dello zucchero in seguito all’adesione della Repubblica ceca, dell’Estonia, di Cipro, della Lettonia, della Lituania, dell’Ungheria, di Malta, della Polonia, della Slovenia e della Slovacchia, GU L 9 del 15.1.2004.
(3) Regolamento (CE) n. 832/2005 della Commissione del 31 maggio 2005 concernente la determinazione delle eccedenze di zucchero, isoglucosio e fruttosio per la Repubblica ceca, l’Estonia, Cipro, la Lettonia, la Lituania, l’Ungheria, Malta, la Polonia, la Slovenia e la Slovacchia, GU L 138 dell’1.6.2005.

 

Interrogazione n. 98 dell'on. Anna Ibrisagic (H-0525/05)
 Oggetto: Accordo di pace in Bosnia
 

In numerose occasioni è stato detto che, prima dell'inizio dei negoziati di adesione con l'UE, la Bosnia e i suoi paesi confinanti dovrebbero stipulare un nuovo trattato di pace, il quale in pratica sostituirebbe il trattato di Dayton. Come interpreta la Commissione quanto sopra?

 
  
 

La Bosnia-Erzegovina e i suoi paesi confinanti dovranno soddisfare alcuni rigorosi requisiti prima che possa essere preso in considerazione l’avvio di negoziati di adesione all’Unione europea. Il consolidamento della stabilità e della democrazia e lo sviluppo di buoni rapporti di vicinato sono certamente alcune delle precondizioni cui sono subordinati tali negoziati. Non esiste tuttavia alcun requisito relativo alla conclusione di un accordo di pace regionale.

L’accordo di pace di Dayton del 1995 pose fine a una spaventosa guerra civile durata tre anni in Bosnia-Erzegovina. L’obiettivo di tale accordo era ottenere la cessazione del conflitto armato in Bosnia-Erzegovina e fornire al paese gli elementi di base per la sua normalizzazione, compresa una costituzione. Sotto questo aspetto, l’accordo di Dayton ha avuto successo. Ciononostante, è ampiamente riconosciuto che l’accordo di pace di Dayton e l’attuale assetto costituzionale di Bosnia-Erzegovina dovranno essere progressivamente adattati al fine di tener conto della normalizzazione del paese e per poter soddisfare i criteri dell’Unione europea.

 

Interrogazione n. 99 dell'on. Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0527/05)
 Oggetto: Identità linguistica e culturale dei figli di cittadini europei stabiliti in uno Stato membro diverso dal loro Stato membro d'origine
 

Il numero dei cittadini europei che si stabiliscono per un lungo periodo in uno Stato membro diverso da quello d'origine, nel contesto delle libertà di circolazione e di stabilimento previste dai trattati, aumenta con la nuova ripartizione e utilizzazione delle capacità umane europee in posti di lavoro di alto livello, il che contribuisce alla realizzazione degli obiettivi della strategia di Lisbona.

Quali misure intende adottare la Commissione per consentire ai figli dei lavoratori migranti di conservare la propria identità linguistica e culturale nello Stato membro di accoglienza, e per permettere all'Unione europea di non perdere la sua diversità?

Quali cambiamenti la Commissione intende apportare alla direttiva 77/486/CEE(1) del Consiglio, del 25 luglio 1977, per adeguarla alla situazione attuale e alle prospettive per il 2010?

Quali mezzi intende utilizzare la Commissione, ed in che senso, per far fronte alle esigenze fondamentali di una parte cospicua della giovane generazione europea?

 
  
 

La Commissione, al pari dell’onorevole parlamentare, attribuisce molta importanza all’idea di salvaguardare la diversità culturale e linguistica, tuttavia, nell’azione svolta a tale scopo, la Commissione è vincolata dalle prerogative ad essa conferite dai Trattati. In questo contesto, la Commissione ha intrapreso una serie di iniziative.

Nel luglio 2003 la Commissione ha adottato un piano d’azione per il periodo 2004-2006 per promuovere l’apprendimento delle lingue e la diversità linguistica, con il quale si è proposta di definire 45 misure a livello europeo allo scopo di creare un ambiente più favorevole alle lingue.

Nel piano d’azione la Commissione sottolinea che promuovere la diversità linguistica significa incoraggiare attivamente l’insegnamento e l’apprendimento della più ampia gamma possibile di lingue nelle scuole, nelle università e nei centri d’istruzione per adulti, comprese le lingue delle comunità migranti. La Commissione sostiene altresì il metodo CLIL che consiste nell’apprendimento di una materia in una lingua straniera.

La possibilità di introdurre questo metodo nei sistemi di istruzione degli Stati membri è stato discusso di recente in occasione di una conferenza sull’insegnamento plurilingue organizzata dalla Commissione e dalla Presidenza lussemburghese del Consiglio. I vantaggi di questo sistema, come l’incoraggiamento di una maggiore coesione sociale, sono stati sottolineati nella posizione della Presidenza in materia adottata nella riunione del Consiglio del 24 maggio 2005 (EDUC 69 – 8392/05).

Il gruppo di lavoro sulle lingue istituito nel quadro del programma “Istruzione e formazione 2010” ha raccomandato, tra l’altro, che l’insegnamento delle lingue regionali, minoritarie, delle comunità migranti e dei paesi limitrofi faccia parte della politica generale nel settore dell’istruzione e della formazione.

L’azione comunitaria in questo campo si limita a incentivare la cooperazione tra Stati membri e a sostenere e integrare la loro azione, “nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche”, secondo quanto stabilito all’articolo 149 del Trattato.

L’onorevole parlamentare fa riferimento alla direttiva 77/486/CEE del Consiglio del 25 luglio 1977 relativa alla formazione scolastica dei figli dei lavoratori migranti(2), che all’articolo 3 stabilisce che gli Stati membri prendono, conformemente alle loro situazioni nazionali e ai loro ordinamenti giuridici e in cooperazione con gli Stati d’origine, le misure appropriate al fine di promuovere un insegnamento della madrelingua a favore dei figli dei lavoratori migranti. Tale direttiva è attualmente in fase di valutazione da parte della Commissione in modo da poter definire nel modo più preciso possibile gli obblighi degli Stati membri e, se necessario, presentare proposte adeguate al Consiglio e al Parlamento.

Nel quadro dei programmi di cooperazione dell’Unione europea, la Commissione cofinanzia alcuni progetti volti a promuovere la diversità linguistica e il dialogo interculturale, di cui un esempio è costituito dal programma Cultura 2000, che incoraggia il dialogo interculturale e gli scambi tra culture europee e non europee. Questo aspetto è ulteriormente rafforzato nella proposta della Commissione relativa al programma Cultura 2007.

Nell’ambito del futuro programma integrato per l’apprendimento permanente per il periodo 2007-2013, la Commissione propone il finanziamento di reti europee nel settore dell’apprendimento delle lingue e della diversità linguistica, che potrebbe consentire, ad esempio, di sostenere progetti di scuole in cui verrebbe organizzato un apprendimento del tipo CLIL.

 
 

(1) GU L 199 del 6.8.1977, pag. 32.
(2) GU L 199 del 6.8.1977.

 

Interrogazione n. 100 dell'on. Linda McAvan (H-0531/05)
 Oggetto: Ftalati nei neonati
 

È la Commissione a conoscenza del recente studio realizzato ad Harvard "Uso del di(2-etihexil) ftalato contenente medicinali e livelli di urina di mono(2-etihexil) ftalato nell'unità di terapia intensiva neonatale", il quale indica nei neonati accolti nelle unità di terapia intensiva neonatale un elevato livello di DEHP nelle urine?

Ritiene la Commissione che i risultati di tale studio implichino conseguenze sul futuro della politica dell'UE quanto all'uso degli ftalati?

 
  
 

La Commissione segue con attenzione qualsiasi nuovo sviluppo relativo ai problemi di sicurezza inerenti all’uso degli ftalati nei dispositivi medici e, in particolare, all’esposizione di gruppi di pazienti ad alto rischio come i neonati. La Commissione ha pertanto preso atto del recente studio menzionato dall’onorevole parlamentare e pubblicato l’8 giugno 2005 dal National Institute of Environmental Health Science degli Stati Uniti.

Già nel 2002 era stato consultato il Comitato scientifico dei medicinali e dei dispositivi medici in merito alla potenziale tossicità dei dispositivi medici contenenti PVC plastificato con DEHP per i neonati ed era stato adottato un parere secondo cui, tenuto conto dei dati disponibili all’epoca, non poteva essere formulata alcuna specifica raccomandazione per limitare l’uso di DEHP in particolari gruppi di pazienti.

La Commissione è profondamente impegnata a garantire che i gruppi di pazienti ad alto rischio, e in particolare i neonati accolti nelle unità di terapia intensiva, ricevano cure e trattamenti adeguati attraverso dispositivi medici sicuri. Per questo motivo, la Commissione ha convocato una riunione del gruppo di esperti sui dispositivi medici fabbricati in PVC contenente DEHP.

Per valutare i nuovi dati verrà richiesto il parere del Comitato scientifico dei rischi sanitari emergenti e recentemente identificati, che è stato istituito in questi ultimi tempi. Lo studio di Harvard del giugno 2005 sarà uno dei documenti che verranno esaminati da tale Comitato.

In seguito, il gruppo di esperti, tenendo conto del parere del Comitato scientifico e di qualsiasi nuovo sviluppo tecnico, proporrà, se necessario, ulteriori azioni sull’uso di PVC contenente DEHP nei dispostivi medici e possibili alternative.

Il futuro della politica dell’UE sull’uso degli ftalati nei dispositivi medici verrà riesaminata, laddove opportuno, sulla base dell’esito di tale consultazione.

 

Interrogazione n. 101 dell'on. Johan Van Hecke (H-0532/05)
 Oggetto: Attuazione della direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE)
 

La direttiva del PE e del Consiglio sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) la cui proposta iniziale della Commissione (COM(2000)0347 def.), risalente al 2000, e il testo definitivo sono stati approvati l'11 ottobre 2002 al termine di laboriosi negoziati dal Comitato di conciliazione (PE-CONS 3663/2002), avrebbe dovuto essere recepita dagli Stati membri nelle loro legislazioni nazionali entro e non oltre il 1° agosto 2004.

Non poche sono le imprese e istituzioni che si lamentano del fatto che la direttiva viene applicata in maniera diversa dagli Stati membri per cui in seno all'UE vigono attualmente normative tutt'altro che uniformi e oltremodo divergenti creando incertezza giuridica e difficoltà per le imprese che nei vari Stati membri si trovano ogni volta alle prese con legislazioni diverse.

E' la Commissione al corrente di siffatti problemi? Intende essa adottare provvedimenti per ovviare a questo stato di cose?

 
  
 

La Commissione è consapevole che la direttiva è molto complessa e che riguarda molte imprese, in particolare quelle che devono rispettare le diverse disposizioni legislative vigenti nei vari Stati membri, anche perché la direttiva è basata sull’articolo 175 del Trattato.

Per quanto riguarda la posizione giuridica sulla direttiva RAEE, la Commissione sta attualmente valutando se le misure notificate dagli Stati membri recepiscano in modo corretto gli obblighi previsti dalla direttiva. La Commissione, in qualità di custode dei Trattati, non esita a intraprendere tutte le iniziative necessarie, compreso l’avvio di procedure di infrazione ai sensi dell’articolo 226 del Trattato, per garantire l’osservanza del diritto comunitario.

La Commissione ha instaurato un dialogo strutturato e uno scambio di opinioni e di esperienze con gli Stati membri nell’ambito del Comitato per l’adeguamento al progresso tecnico della direttiva e con le parti interessate del settore in varie riunioni bilaterali e nel forum di discussione ad alto livello istituito dalla Direzione generale per l’Ambiente all’inizio del 2005. la Commissione sta assumendo un ruolo di primo piano nel garantire la massima armonizzazione possibile della sua applicazione. A tale scopo, sul sito web della Direzione generale per l’Ambiente http://europa.eu.int/comm/environment/waste/weee_index.htm è disponibile un documento orientativo sulla direttiva RAEE.

Va tuttavia rispettata la mancanza di uniformità di applicazione, in quanto è la stessa direttiva a consentirlo.

Finora non sono previste ulteriori misure legislative.

 

Interrogazione n. 102 dell'on. Ivo Belet (H-0536/05)
 Oggetto: Accesso agli asili nido per i lavoratori frontalieri
 

La legge olandese sulla custodia dei bambini (Wet Kinderopvang) stipula all'articolo 6, paragrafo 3 che, per poter beneficiare delle relative agevolazioni finanziarie, entrambi i genitori devono lavorare nei Paesi Bassi. In altre parole numerose famiglie di lavoratori frontalieri, residenti in Germania o in Belgio, dei quali un genitore lavora nei Paesi Bassi, mentre l'altro lavora in Belgio o in Germania, non possono beneficiare di questa indennità. Quest'ultima è calcolata per figlio e dipende dai redditi della famiglia.

Le indennità versate a titolo della legge olandese sulla custodia dei bambini costituiscono un vantaggio sociale (secondo l'articolo 7 del Regolamento (CEE) 1612/68(1)) ovvero una prestazione e/o indennità di famiglia (articolo 1, u)i) e ii) del Regolamento (CEE) 1408/71(2))?

I Paesi Bassi hanno facoltà di rifiutare le indennità di famiglia ai lavoratori frontalieri ove i due genitori siano lavoratori dipendenti ma soltanto uno di loro lavora nei Paesi Bassi?

Ove l'indennità per la custodia dei bambini prevista dalla legge olandese "Wet Kinderopvang" rientrasse nel campo di applicazione materiale del Regolamento (CEE) 1408/71, sarebbe di applicazione il sistema di coordinamento prescritto al capitolo 7 di detto Regolamento?

Ove si tratti di un vantaggio sociale (quale definito all'articolo 7, paragrafo 2, del Regolamento (CEE) 1612/68), come si effettua il computo dell'importo dell'indennità?

 
  
 

L’onorevole parlamentare richiama l’attenzione della Commissione sulla legge olandese sulla custodia dei bambini, in base alla quale si ha diritto a percepire un’indennità solo se entrambi i genitori lavorano nei Paesi Bassi. Questo significa che i lavoratori frontalieri non possono usufruire di tale indennità se un genitore lavora in Belgio.

Sulla base delle informazioni fornite dall’onorevole parlamentare sulla legislazione olandese in questione, la Commissione è del parere che si tratta di un’indennità che, da un lato, soddisfa i criteri stabiliti nella giurisprudenza della Corte di giustizia(3) per essere qualificata prestazione familiare ai sensi dell’articolo 4, lettera h), del regolamento (CEE) n. 1408/71 e, dall’altro lato, che può anche essere classificata come vantaggio sociale ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 2, del regolamento (CEE) n. 1612/68.

Per essere in grado di esaminare tutti gli aspetti giuridici dell’interrogazione dell’onorevole parlamentare, la Commissione contatterà le autorità olandesi al fine di ottenere ulteriori dettagli sulla legislazione menzionata e valutare gli effetti del diritto comunitario sull’indennità in questione. La Commissione comunicherà senz’altro all’onorevole parlamentare i risultati del suo esame.

 
 

(1) GU L 257 del 19.10.1968, pag. 2.
(2) GU L 149 del 5.7.1971, pag. 2.
(3) Cfr. sentenza della Corte del 10 ottobre 1996, C-245/94 e C-312/94, Hoever e Zachow.

 

Interrogazione n. 103 dell'on. María Isabel Salinas García (H-0537/05)
 Oggetto: Impulso dei sistemi di dissalazione nell'UE
 

La Spagna sta dando impulso al Programma AGUA con una serie di misure per l'approvvigionamento di tale risorsa in un paese pesantemente colpito dalla siccità. AGUA, che adempie alle norme comunitarie in materia, si sta dimostrando molto efficace nel garantire la fornitura e nel rispettare l'esigenza dei livelli minimi necessari al fine di mantenere gli ecosistemi dei diversi bacini idrici. Il Programma rifiuta in tal modo altre tecniche o grandi opere di conduzione idraulica che potrebbero aver pregiudicato in modo irreversibile l'ambiente e la biodiversità spagnola. Per contro le nuove tecnologie disponibili per la dissalazione consentono che il processo di osmosi inversa si possa realizzare con un alto grado di efficienza energetica nonché una gestione delle saline residue altamente sostenibile.

Molti paesi mediterranei dell'UE utilizzano già i sistemi di dissalazione, sebbene non si basino sulle migliori tecniche disponibili già applicate in Spagna. Ritiene la Commissione formulare una raccomandazione affinché i paesi dell'UE che possono ottenere acqua attraverso la dissalazione investano nell'impianto e nella modernizzazione di tale tipo di sistemi? Con quali fondi l'UE può incentivare la realizzazione di desalinizzatori nelle zone in cui essi si dimostrino la forma di risorsa più sostenibile?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza di una serie di impianti di dissalazione esistenti o previsti, in particolare nei paesi del Mediterraneo. Gli elementi importanti da considerare sembrano essere i seguenti: aspetti ambientali, promozione delle tecnologie ambientali e uso degli strumenti di finanziamento.

Aspetti ambientali

La Commissione è consapevole dell’intenzione delle autorità spagnole di utilizzare impianti di dissalazione per fornire acqua a regioni afflitte da scarsità idrica. La Commissione desidera cogliere l’opportunità per fornire alcune informazioni sulla direttiva quadro in materia di acque(1), che costituisce uno degli elementi fondamentali della legislazione europea globale in materia di protezione delle risorse idriche nel suo complesso.

La direttiva quadro in materia di acque prevede la protezione di tutte le acque, riguarda tutti i settori dell’attività umana, stabilisce l’obiettivo di buona qualità (“buono stato”) per tutte le acque, legato a una clausola di non deterioramento, definisce il “buono stato” per le acque costiere in modo globale, in termini di elementi di qualità biologica, fisico-chimica e idromorfologica e sottopone tutti gli scarichi in fonti puntuali che possono provocare inquinamento a una procedura di autorizzazione.

Oltre alle disposizioni di questa direttiva, esiste anche un quadro globale di criteri da rispettare in base ad altre parti della legislazione ambientale comunitaria, in particolare la normativa in materia di protezione della natura, e questo soprattutto in relazione al caso di zone sottoposte a particolare tutela (di cui un esempio è costituito dalle praterie di posidonia lungo le coste spagnole, che godono di particolare tutela in base alla direttiva “habitat”(2)), garantendo il rispetto degli obiettivi ambientali.

La Commissione non ha inteso raccomandare tecniche specifiche, tuttavia viene incentivata l’innovazione in generale, nonché l’ecoinnovazione o innovazione nel campo delle tecnologie ambientali, attraverso il piano d’azione per le tecnologie ambientali nell’Unione europea(3). Ad esempio, la sperimentazione e la convalida di nuove tecnologie, come le tecniche di dissalazione, dovrebbero essere facilitate dalle reti di sperimentazione istituite attraverso il sesto programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico e un eventuale sistema di verifica delle tecnologie ambientali a livello UE, di cui la Commissione si sta attivamente occupando.

Strumenti di finanziamento

Per cofinanziare gli impianti di dissalazione possono essere utilizzati i Fondi strutturali e il Fondo di coesione. La Commissione valuterà, alla luce della normativa comunitaria relativa a tali Fondi attualmente in vigore, il possibile cofinanziamento di qualsiasi progetto presentato dalle autorità spagnole ed eventualmente incluso nel programma AGUA. Alcuni programmi operativi regionali sono stati appositamente ridefiniti all’inizio del 2005 per tenere conto di tale possibile cofinanziamento dei progetti del programma AGUA, soprattutto degli impianti di dissalazione (costruzione di nuovi impianti e/o ampliamento di quelli esistenti).

In base alle ultime informazioni pervenute dalle autorità spagnole, nel programma AGUA fino a questo momento sono stati inclusi circa 21 impianti di dissalazione, gran parte dei quali è nella fase di elaborazione del progetto.

 
 

(1) Direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2000 che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque, GU L 327 del 22.12.2000.
(2) Direttiva 92/43/CEE del Consiglio del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, GU L 206 del 22.7.1992.
(3) COM (2004) 38 def.

 

Interrogazione n. 104 dell'on. Leopold Józef Rutowicz (H-0540/05)
 Oggetto: Dazi doganali sull'alluminio
 

L'industria polacca di trasformazione dell'alluminio grezzo non in forma di lega è minacciata di fallimento in quanto, a fronte di una redditività del 4-5%, l'introduzione di un dazio doganale del 6% su questo tipo di alluminio costituisce una catastrofe. Ora, il mercato europeo si è esteso alla produzione dell'industria rumena, il cui costo della manodopera è inferiore e la quale beneficia, per la sua produzione, di alluminio in esenzione doganale. I fornitori preferenziali di alluminio grezzo hanno aumentato i loro prezzi tramite un sistema di premi di categoria corrispondenti all'importo dei dazi doganali obbligatori. Questa situazione rischia di risolversi nel licenziamento di circa 5000 lavoratori. La vicenda ha già formato l'oggetto di un intervento.

Visto che i documenti pertinenti le sono stati trasmessi, come si propone la Commissione di risolvere il problema?

 
  
 

La Commissione ha preso atto dei problemi descritti dall’onorevole parlamentare.

Dal marzo 2004 le questioni relative alle importazioni di alluminio grezzo sono state oggetto di discussione in seno al Consiglio. Per quanto riguarda la tariffa del 6 per cento, un’analisi della situazione comporta, tra l’altro, una valutazione della posizione competitiva di tutte le imprese interessate e dell’impatto di qualsiasi misura su altri interessi comunitari. La Commissione si sta adoperando attivamente per portare molto presto a conclusione tali considerazioni.

 

Interrogazione n. 105 dell'on. Jelko Kacin (H-0541/05)
 Oggetto: Difficoltà incontrate dagli organizzatori di giochi d'azzardo a pubblicizzare le proprie attività in altri Stati membri
 

Vari organizzatori di giochi d'azzardo hanno recentemente incontrato delle difficoltà a pubblicizzare le proprie attività in altri Stati membri, ad esempio i gestori di casinò sloveni che volevano fare pubblicità alla loro attività nella confinante Austria. Nel 2003 l'Austria ha modificato la propria legislazione nazionale introducendo il divieto di fare pubblicità a tutti i giochi d'azzardo che non si svolgono sul suo territorio.

Con l'articolo 56 della sua legge sui giochi d'azzardo l'Austria proibisce la pubblicità dei giochi d'azzardo da parte di operatori di altri Stati membri, mentre consente che gli stessi servizi siano pubblicizzati dai suoi operatori interni, i quali possono liberamente fare pubblicità ai propri servizi sia nei vecchi che nei nuovi Stati membri.

L'interrogante ritiene che questa disposizione di legge austriaca non sia conforme al diritto dell'UE, in quanto opera una discriminazione sulla base della cittadinanza o del paese del fornitore del servizio. Che cosa intende fare la Commissione per assicurare che l'Austria ponga fine a tale pratica discriminatoria entro la data alla quale assumerà la Presidenza dell'UE, vale a dire l'inizio del 2006?

 
  
 

La Commissione non ha ancora ricevuto alcuna denuncia riguardo alla legge cui si fa riferimento e pertanto non ne ha esaminato le disposizioni, tuttavia valuterà ulteriormente la legislazione in questione allo scopo di stabilirne la compatibilità con il diritto comunitario.

In generale, gli Stati membri possono imporre restrizioni alla prestazione transfrontaliera di servizi per proteggere obiettivi di interesse generale come la protezione dei consumatori o il mantenimento dell’ordine pubblico nella società. Tuttavia, conformemente alla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGE), tali restrizioni sono compatibili con il Trattato solo se non sono discriminatorie e sono proporzionate agli obiettivi di interesse generale in questione. Ad esempio, le considerazioni economiche non sono accettate quale valido obiettivo di interesse pubblico a giustificazione di una restrizione transfrontaliera.

 

Interrogazione n. 106 dell'on. Saïd El Khadraoui (H-0544/05)
 Oggetto: Modifica del protocollo sulle norme di origine dell'accordo di associazione UE-Israele
 

È vero che Israele continua ad applicare ai territori occupati il protocollo sulle norme di origine anche dopo l'entrata in vigore dell'"accordo tecnico" non vincolante tra l'UE e Israele, relativo all'attuazione del protocollo sulle norme di origine dell'accordo di associazione UE-Israele, mantenendo il proprio rifiuto di distinguere, all'atto del rilascio delle prove di origine in base al citato accordo, tra prodotti fabbricati in quei territori e quelli fabbricati nello Stato di Israele? Alla luce di quanto sopra, ritiene la Commissione che le norme derivanti dall'accordo tecnico sulla cooperazione doganale UE-Israele possano rappresentare una "soluzione alla questione bilaterale UE-Israele sulle norme di origine"?

 
  
 

L’accordo concluso tra l’Unione europea e il governo di Israele relativo all’attuazione del protocollo n. 4 dell’accordo di associazione UE-Israele è stato adottato dal Comitato di cooperazione doganale UE-Israele. L’accordo tecnico prevede che tutte le prove di origine preferenziali emesse in Israele per le esportazioni verso l’Unione europea rechino il nome e il codice postale della città, del paese o della zona industriale in cui ha avuto luogo la produzione. Per determinare la città, il paese o la zona industriale in cui ha avuto luogo la produzione, Israele deve distinguere tra produzione effettuata nei territori occupati e produzione effettuata nel territorio dello Stato di Israele.

L’indicazione del luogo di produzione su tutte le prove di origine preferenziali emesse in Israele per le esportazioni verso l’Unione europea consente ai servizi doganali degli Stati membri dell’UE di applicare le norme di origine dell’accordo di associazione in modo funzionale ed efficace, permettendo loro di individuare i prodotti originari di Israele ammissibili ai dazi preferenziali rispetto a quelli originari degli insediamenti che sono assoggettati a dazi non preferenziali. L’accordo tecnico costituisce pertanto un mezzo pratico per gestire il problema delle esportazioni di prodotti originari degli insediamenti israeliani nei territori occupati di Gaza, Cisgiordania, Golan e parte orientale di Gerusalemme.

 

Interrogazione n. 107 dell'on. Rosa Miguélez Ramos (H-0547/05)
 Oggetto: Saturazione delle Scuole europee
 

Considerando che le Scuole europee furono create per istruire congiuntamente i figli del personale della Comunità europea e garantire in tal modo il buon funzionamento della stessa, facilitando l'adempimento della sua missione, pare che la situazione attuale delle Scuole europee I e II di Bruxelles sia molto lontana dal soddisfare tale premessa: bambini che non possono essere iscritti, fratelli sistemati in scuole distinte, classi sature che non rispettano i criteri pedagogici minimi stabiliti. Nella propria decisione del 19 luglio 2004, l'Ombudsman europeo sottolinea che, a seguito della nuova Convenzione delle Scuole europee del 1994, la Commissione deve assumersi la responsabilità di garantire la corretta amministrazione e il corretto funzionamento delle stesse. Considerata la sua responsabilità, la Commissione ritiene giusta la politica restrittiva adottata dal Consiglio superiore delle Scuole europee, che non tiene conto di nessun criterio pedagogico né, tanto meno, della qualità dell'insegnamento? Che genere di misure sta adottando la Commissione per porre rimedio a tali problemi nel breve e medio periodo?

 
 

Interrogazione n. 109 dell'on. Javier Moreno Sánchez (H-0558/05)
 Oggetto: Problemi causati dalla saturazione di alunni delle scuole europee di Woluwe e di Ixelles a Bruxelles
 

La sovrappopolazione delle scuole europee II e III a Bruxelles sta originando gravissimi problemi sia per l'istruzione dei figli di funzionari e lavoratori delle istituzioni europee che per le loro famiglie. L'apertura della scuola IV a Laeken nel 2009 è una prospettiva troppo lontana per essere considerata una possibile soluzione agli attuali problemi scottanti. Dinanzi a questa situazione, il Consiglio superiore delle scuole ha espressamente vietato chiaramente ai direttori delle due scuole la creazione, per l'anno scolastico 2005-2006, di nuovi gruppi per la scuola materna per le sezioni inglese, francese, tedesca, italiana e spagnola, nonché l'ammissione di nuovi allievi nelle categorie I o II che possano portare allo sdoppiamento di una classe o alla creazione di un qualsiasi gruppo di sostegno. Cosa pensa la Commissione di questa politica restrittiva, che non tiene conto dei più basici criteri pedagogici né delle difficoltà sociali in cui vengono messe numerose famiglie? Chi è responsabile di questa mancanza di previsione? Cosa intende fare la Commissione per trovare una soluzione immediata a fronte dell'inizio del nuovo anno scolastico, e difendere in tal modo gli interessi del personale delle istituzioni europee riguardanti un aspetto tanto fondamentale quale l'istruzione dei figli?

 
 

Interrogazione n. 110 dell'on. Bárbara Dührkop Dührkop (H-0560/05)
 Oggetto: Sovraffollamento delle scuole europee: numero massimo di alunni per classe
 

Consapevole del problema rappresentato dal sovraffollamento delle scuole I e II di Bruxelles, il Consiglio superiore ha ora deciso di vietare che vi si accolgano altri alunni per non arrivare a 32 alunni per classe e non dover creare nuove unità. Ciò implica il rifiuto di accettare nuove domande di iscrizione specie nelle sezioni linguistiche, che sono le più richieste, ma anche che gli alunni già iscritti si ritrovino in classi con non meno di 30-31 alunni; ovviamente ciò comporta grossi problemi sul piano pedagogico: scarsa assistenza individuale agli alunni, problemi di disciplina e di sicurezza, rischio elevato di bocciature, ecc.. Se si considera che le scuole sopra citate hanno finora avuto la necessaria disponibilità di bilancio, insegnanti e locali, e che non si è dovuto applicare il criterio dei 32 alunni per classe, qual è al riguardo l'opinione della Commissione? Condivide essa la politica del Consiglio superiore? E' disposta a intervenire per evitare il sovraffollamento delle classi nel prossimo anno accademico?

 
  
 

La Commissione comprende e condivide le preoccupazioni espresse dagli onorevoli parlamentari in merito a vari aspetti del funzionamento delle scuole europee e desidera assicurare loro che, pur disponendo di un solo voto su 29 in seno al Consiglio superiore delle scuole europee, difende con forza gli interessi dei dipendenti delle Istituzioni e dei loro figli al fine di trovare soluzioni accettabili a livello del sistema delle scuole europee. In questo contesto, la Commissione ha espresso più volte la sua formale opposizione a qualsiasi politica restrittiva che potrebbe penalizzare i figli dei dipendenti delle Istituzioni europee per i quali queste scuole sono state create(1), comportare la separazione di fratelli delle famiglie di categoria I e costringere bambini molto piccoli a compiere lunghi tragitti attraverso Bruxelles.

La Commissione desidera sottolineare che, pur non potendo essere accusata di scarsa lungimiranza, da anni svolge un ruolo centrale nelle misure volte a sostenere l’ammissione di nuovi alunni fino a quando non sarà pronta la quarta scuola a Bruxelles.

La Commissione ha pertanto fornito il proprio sostegno al Segretario generale delle scuole europee, riuscendo a ottenere dalle autorità belghe che, al più tardi entro il settembre 2005, vengano messi a disposizione delle scuole europee due edifici (l’edificio BASF come succursale della scuola I di Bruxelles e l’edificio HP come succursale della scuola II di Bruxelles).

Inoltre, nel febbraio 2004 la Commissione aveva proposto, quale misura di emergenza, la sospensione immediata di qualsiasi nuova ammissione di alunni di categoria III nelle scuole europee di Bruxelles e Lussemburgo per prevenire un eventuale sovraffollamento.

Nessuna di queste proposte ha ricevuto il sostegno necessario per poter essere attuata.

La Commissione ribadisce la sua opposizione alla politica restrittiva perseguita dal Segretario generale delle scuole europee, alla separazione di fratelli di categoria I e, in particolare, alla decisione di limitare a una classe materna taluni gruppi linguistici delle scuole II e III di Bruxelles.

La Commissione ha pertanto scritto al Segretario generale delle scuole europee invitandolo espressamente a chiedere, per iscritto, al Consiglio superiore di riaprire entro settembre 2005 le classe materne che erano state chiuse e di accettare l’ammissione dei figli di dipendenti delle Istituzioni europee.

Inoltre, i risultati della consultazione sulle opzioni di sviluppo del sistema delle scuole europee(2), avviata dalla Commissione nel luglio 2004, consentiranno a quest’ultima dal 2006 di elaborare proposte più specifiche per una positiva evoluzione o una riforma radicale del sistema delle scuole europee, al fine di rispondere alle sfide che attendono tali scuole dal punto di vista dell’istruzione, della gestione e del finanziamento.

 
 

(1) Articolo 1 della Convenzione recante statuto delle scuole europee (GU L 212 del 17.8.1994, pag. 3).
(2) Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo – Consultazione sulle opzioni di sviluppo del sistema delle scuole europee, Bruxelles, 20.7.2004, COM(2004) 519 def.

 

Interrogazione n. 108 dell'on. María Elena Valenciano Martínez-Orozco (H-0548/05)
 Oggetto: Scuole europee: numero di alunni per classe
 

Nella sua comunicazione sulle scuole europee (COM(2004)0519 definitivo) la Commissione fa riferimento al fatto che il numero massimo di alunni per classe in tali scuole è 32, un numero molto superiore a quello di molti Stati membri, aggiungendo che si dovrebbero esaminare i modi per ridurre la dimensione massima delle classi. Si tratta di un questione fondamentale, che consentirebbe di rispondere ai criteri pedagogici minimi assicurando un'elevata qualità dell'istruzione di questi alunni, senza dimenticare il diritto che essi hanno alla parità di opportunità rispetto ai bambini che vivono e sono scolarizzati nelle scuole pubbliche e private dei diversi Stati membri.

Che cosa sta facendo la Commissione affinché il consiglio superiore riduca il numero massimo di alunni per classe e affinché le condizioni pedagogiche e didattiche nel sistema delle scuole europee migliorino anziché restare ancorate ad un passato obsoleto?

 
  
 

La Commissione desidera rammentare all’onorevole parlamentare che, in base alla Convenzione recante statuto delle scuole europee(1), la responsabilità di tali scuole è affidata al Consiglio superiore, che è un organismo intergovernativo costituito da rappresentanti di ciascuno Stato membro nell’ambito del quale la Commissione dispone di un solo voto su 29, nonostante il suo considerevole contributo finanziario (circa il 60 per cento della dotazione finanziaria delle scuole europee).

E’ opportuno precisare che la politica definita dal Consiglio superiore stabilisce un numero massimo di 32 alunni per classe, al superamento del quale viene creata una nuova classe. Il limite stabilito per tutte le classi e tutti i livelli si avvicina a quello massimo applicato come prassi comune nei vari Stati membri dell’Unione europea e viene scrupolosamente rispettato dalle scuole.

Le classi talvolta hanno più di 30 alunni, a prescindere dal gruppo linguistico, in particolare nelle grandi scuole di Bruxelles e Lussemburgo.

Come indicato dall’onorevole parlamentare, nella comunicazione sulle opzioni di sviluppo del sistema delle scuole europee(2) la Commissione ha proposto una riduzione delle dimensioni delle classi, in particolare tenuto conto del fatto che queste ultime spesso accolgono alunni per i quali non esiste una sezione di lingua materna e che pertanto necessitano di un sostegno specifico per lavorare in una lingua diversa da quella materna(3).

Dopo aver analizzato le risposte alla consultazione in corso, che ha dissipato qualsiasi dubbio al riguardo, la Commissione chiarirà la sua posizione in una delle prossime riunioni del Consiglio superiore. La questione costituirà senza dubbio un importante elemento pedagogico delle proposte di riforma delle scuole europee presentate dalla Commissione.

 
 

(1) Convenzione del 21 giugno 1994 (GU L 212 del 17.8.1994, pag. 3).
(2) Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo – Consultazione sulle opzioni di sviluppo del sistema delle scuole europee, Bruxelles, 20.7.2004, COM(2004) 519 def.
(3) Cfr. punto 4.3 della comunicazione intitolato “Dimensioni delle classi”.

 

Interrogazione n. 111 dell'on. Francisca Pleguezuelos Aguilar (H-0550/05)
 Oggetto: Coltivazione del tabacco
 

Alla vigilia dell'approvazione delle prospettive finanziarie per il periodo 2007-2013, l'adozione del regolamento di attuazione della riforma del settore del tabacco è ancora in sospeso.

Di che margine di manovra disporranno i governi per l'attuazione di tale riforma in materia di disaccoppiamento e di distribuzione della quota accoppiata alla produzione di tale coltivazione?

Saranno riconosciute le quote di produzione alla data del 15 maggio 2004?

Qual è il bilancio proposto dalla Commissione per la ristrutturazione del settore dopo il 2010?

Se l'obiettivo finale perseguito è quello dell'eliminazione della coltivazione del tabacco in Europa, quale alternativa si prevede per ristrutturare il settore, come annunciava la PAC del 1992?

 
  
 

Per quanto riguarda il margine di manovra di cui si potrà disporre per l’attuazione della riforma, gli Stati membri avranno la facoltà di decidere di aumentare il tasso minimo di disaccoppiamento del 40 per cento, di fissare criteri obiettivi in relazione alla distribuzione degli aiuti accoppiati e, se opportunamente giustificato, di introdurre una differenziazione del tasso di disaccoppiamento per regione.

La concessione degli aiuti non sarà basata sulla titolarità delle quote di produzione del tabacco al 15 maggio 2004. In generale, gli aiuti disaccoppiati sono basati sui premi erogati per il tabacco ricevuti durante il periodo di riferimento 2000-2002. Nel periodo 2006-2009 gli aiuti accoppiati saranno concessi agli agricoltori che hanno ricevuto i premi erogati per il tabacco durante il periodo 2000-2002 e a quelli che hanno acquisito quote di produzione del tabacco nel periodo dal 1o gennaio 2002 al 31 dicembre 2005.

Il Consiglio ha deciso che, a partire dal bilancio dell’esercizio 2011, ogni anno sarà disponibile un importo di 484 milioni di euro quale sostegno comunitario aggiuntivo per misure di ristrutturazione nelle regioni produttrici di tabacco nell’ambito della programmazione dello sviluppo rurale.

Nella riforma del 2004 l’obiettivo perseguito dal Consiglio non era quello dell’eliminazione della coltivazione del tabacco nell’Unione europea. Dopo il 2009, i coltivatori di tabacco continueranno a ricevere aiuti disaccoppiati e potranno continuare a coltivare tabacco o dedicarsi ad altri tipi di colture. Per quanto riguarda le colture alternative, il Fondo comunitario per il tabacco finanzia studi sulle possibilità per i produttori di tabacco greggio di passare ad altre colture o attività, e azioni di interesse generale. Nell’Unione europea dal 2003 sono stati avviati 51 e azioni di questo tipo, di cui 4 in Spagna.

 

Interrogazione n. 112 dell'on. Tobias Pflüger (H-0552/05)
 Oggetto: Status delle basi militari britanniche nell'isola di Cipro
 

Cosa intende fare la Commissione per modificare lo status delle basi militari britanniche nell'isola di Cipro (appartenenti alla sfera di sovranità del Regno Unito) - che sono attualmente utilizzate dagli Usa, fra l'altro come basi logistiche per la guerra in Iraq - visto che, in virtù dello status attuale, esse non possono essere considerate come facenti parti del territorio dell'Unione europea? Quali interventi contempla la Commissione a favore delle basi militari britanniche dell'isola di Cipro per assisterle o per ravvicinarle all'Unione europea sul piano sociale ed economico?

 
  
 

La Commissione desidera informare l’onorevole parlamentare che lo status delle zone di sovranità britannica a Cipro è stabilito nel trattato relativo all’istituzione della Repubblica di Cipro, concluso tra Regno Unito, Grecia, Turchia e Repubblica di Cipro nel 1960.

Non spetta pertanto alla Commissione esprimersi in merito allo status di tali zone, in quanto si tratta di una materia che esula dalla sua sfera di competenza.

L’applicazione del Trattato CE alle zone in questione era stata esclusa ai sensi dell’articolo 299, paragrafo 6, lettera b), del Trattato CE prima dell’adesione di Cipro.

Dall’adesione di Cipro, le relazioni tra l’Unione europea e le zone di sovranità britannica sono disciplinate esclusivamente dal protocollo n. 3 dell’atto di adesione del 2003, che ribadisce che il Trattato CE non si applica a queste zone, fatta eccezione per settori specifici quali le dogane, l’imposizione fiscale, la sicurezza sociale e l’agricoltura.

 

Interrogazione n. 115 dell'on. Inés Ayala Sender (H-0556/05)
 Oggetto: Reti transeuropee di trasporto - Progetti prioritari
 

Negli ultimi mesi è apparsa sulla stampa del mio paese la presentazione di un progetto di iniziativa privata per un nuovo asse ferroviario mercantile che unirebbe Algeciras (Spagna) con Duisburg (Germania) attraverso Port-Bou e che, secondo la stampa spagnola, chiede finanziamenti comunitari nel quadro delle reti transeuropee (RTE) rivalizzando con l'attuale progetto dell'attraversamento ferroviario centrale dei Pirenei (progetto n. 16 dell'RTE).

Il più sorprendente è che queste medesime fonti si fanno eco dell'opinione favorevole della Commissione europea e citano testualmente le dichiarazioni di un funzionario della Commissione europea, responsabile dell'RTE.

Considerando che l'accordo sugli attuali 30 progetti prioritari per il periodo 2003-2020 è stato concluso soltanto lo scorso anno 2004, dopo ardui negoziati:

la Commissione ha intenzione di modificare l'accordo raggiunto? Qual è esattamente la posizione della Commissione di fronte a questa situazione?

 
  
 

Conformemente alla decisione n. 884/2004/CE(1) relativa alla rete transeuropea dei trasporti (RTE), la Commissione ha attribuito priorità ai 30 progetti di interesse europeo individuati dal Parlamento e dal Consiglio elencati nell’allegato III di tale decisione. I progetti prioritari, come quelli n. 3 (asse ferroviario ad alta velocità dell’Europa sudoccidentale) e n. 16 (asse ferroviario merci Sines/Algeciras-Madrid-Parigi) sono intesi a sviluppare una serie di grandi infrastrutture ferroviarie nei Pirenei, che svolgeranno un ruolo fondamentale nel conseguimento dell’obiettivo di riequilibrare i modi di trasporto in un’area nevralgica caratterizzata da un considerevole aumento del traffico stradale. La decisione adottata dal Parlamento e dal Consiglio riguardo al secondo progetto prevede la possibilità di un nuovo asse ferroviario ad alta capacità attraverso i Pirenei, senza specificarne tuttavia il tracciato e la data di completamento.

“L’asse” che scaturisce dall’iniziativa FERRMED non figura nell’elenco dei progetti prioritari. Questa iniziativa, che è basata sulla rete ferroviaria transeuropea per il trasporto merci aperta alla concorrenza prevista dalla direttiva 2001/12/CE