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Resoconto integrale delle discussioni
Giovedì 8 settembre 2005 - Strasburgo Edizione GU

19. Violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare in materia di libertà di religione
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca sette proposte di risoluzione sulle violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare in materia di libertà di religione(1).

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, la libertà di religione rientra tra i diritti umani fondamentali e costituisce altresì un importante indicatore del livello di civiltà di una società. E’ però innegabile che la religione talvolta sia stata strumentalizzata per convenienza politica ed economica. Ed è parimenti innegabile che il fanatismo religioso in taluni casi abbia dato luogo a molteplici manifestazioni estremiste contro le istituzioni democratiche. In fondo, l’equilibrio tra la libertà di religione e un’adeguata tutela del cittadino è molto delicato e richiede una grande saggezza nell’inquadrare la legislazione, nonché fermezza e onestà per garantirne la corretta applicazione.

Non sorprende infatti che tale volontà venga meno negli Stati totalitari in cui la religione è percepita unicamente come potenziale minaccia alla stabilità politica del regime al potere. Sembra essere questo il caso della Cina. Negli ultimi tempi, grazie alle pressioni internazionali, il governo cinese ha promulgato nuove normative su tematiche religiose, ma è oltremodo palese che tali cambiamenti non sono sufficienti e che parallelamente persistono politiche tese a limitare la libertà di culto. Infatti sono ampiamente documentati numerosi casi di persecuzione e di intimidazione contro gruppi religiosi e singoli individui, quindi non è necessario ribadirli nuovamente in questa occasione. Esortiamo pertanto il governo cinese a porre veramente fine alla repressione religiosa nel paese; chiediamo inoltre che siano immediatamente rilasciati tutti coloro che sono perseguitati dalle autorità statali in ragione della loro fede e delle loro pratiche religiose e che siano annullati tutti i procedimenti giudiziari a loro carico.

Vi esorto a sostenere la proposta di risoluzione comune.

 
  
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  Józef Pinior (PSE), autore. – (PL) Signor Presidente, dobbiamo favorire lo sviluppo delle relazioni tra l’Unione europea e la Cina nei settori del commercio, dell’economia, della cultura e della politica. La Cina potrebbe diventare un partner strategico per l’Unione europea nell’opera tesa a creare un nuovo ordine mondiale. Va però tenuto presente che un partenariato autentico poggia su valori condivisi. Pur avendo un approccio positivo verso questo paese, non è possibile passare sotto silenzio le violazioni dei diritti umani perpetrate nella Repubblica popolare cinese, né possiamo condonare gli attacchi alle libertà politiche e sindacali. Non dobbiamo mai dimenticare che la Cina non è una democrazia.

Nella risoluzione il Parlamento europeo sottolinea le violazioni dei diritti umani fondamentali in Cina, segnatamente la libertà di culto, soprattutto in relazione alle chiese e alle confessioni cristiane. Esortiamo le autorità cinesi a mettere fine ai severi controlli, alla repressione e alle persecuzioni contro gruppi religiosi sia di stampo cristiano che di altre fedi, come il buddismo tibetano e l’Islam.

La Chiesa cattolica romana si è trovata costretta ad operare perlopiù nella clandestinità. E questo, così come la situazione delle chiese protestanti, è per noi fonte di grave preoccupazione. Inoltre chiediamo che sia dato conto della sorte di alcuni vescovi e preti cattolici scomparsi. Chiediamo il rilascio dei sacerdoti cattolici e dei pastori protestanti che sono stati arrestati e che si trovano in carcere, e il rilascio di tutte le persone condannate in ragione delle loro pratiche religiose.

Le autorità cinesi devono impegnarsi a garantire il rispetto dell’articolo 36 della costituzione che sancisce la libertà di religione. Desidero inoltre richiamare l’attenzione dell’Assemblea sulle notizie che ci giungono per mezzo di Reporters sans frontières sulla condanna del signor Shi Tao in relazione all’uso di Internet. Il 30 aprile 2005 il tribunale di Changsha l’ha condannato a dieci anni di reclusione per violazione del segreto di Stato. Il signor Shi Tao lavorava come giornalista per una rivista economica, Dangdai Shangbao; la sua unica colpa è stata quella di aver pubblicato su Internet alcune informazioni tratte da un documento riservato del ministero per la Propaganda, pervenuto in redazione alla vigilia del quindicesimo anniversario della strage di Piazza Tienanmen. Sarebbe inoltre opportuno aprire un’inchiesta sulla condotta del portale Internet Yahoo che ha rivelato l’identità del signor Shi Tao alla magistratura.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), autore. – (ES) Signor Presidente, l’Assemblea si trova a dibattere nuovamente della Cina e temo che non sarà l’ultima volta.

Nello sviluppo delle relazioni tra l’Unione europea e la Cina si profilano grandi opportunità per entrambe le parti, e oserei dire per il mondo intero.

Queste relazioni però non si possono fondare unicamente sull’intensificarsi dei legami commerciali. Se l’Unione europea vuole rendere credibile la propria politica nei confronti della Cina, deve chiedere con maggiore determinazione un radicale miglioramento della politica cinese in materia di diritti umani.

Il dialogo tra Unione europea e Cina sui diritti umani rappresenta un adeguato strumento di intervento, ma appare palesemente sottoutilizzato. Sono diversi i problemi che la Cina non sta affrontando responsabilmente, in relazione al ruolo che essa svolge in un mondo che sta diventando sempre più interdipendente: libertà sindacale, libertà di espressione, libertà di stampa e libertà di religione.

Sono un fautore della vocazione laica delle istituzioni pubbliche e statali, e ritengo essenziale assicurare la separazione tra Stato e Chiesa, ma reputo altresì che una laicità autentica debba garantire la libertà di culto nella sfera privata. Pertanto nutro preoccupazione per le costanti denunce che provengono da diversi gruppi riguardo alle difficoltà incontrate nel praticare la loro religione in Cina.

Pur opponendomi agli stanziamenti pubblici speciali che privilegiano alcune fedi rispetto ad altre – qualche giorno fa, ad esempio, ho criticato la Commissione per aver elargito consistenti finanziamenti alle Giornate mondiali della gioventù promosse dalla Chiesa cattolica – non credo che le istituzioni debbano violare il diritto personale alla libertà di culto. Essendo in gioco i diritti umani, dobbiamo levare la nostra protesta e denunciarne le violazioni.

In sintesi, nella risoluzione chiediamo alle autorità cinesi di porre immediatamente fine a ogni forma di repressione religiosa, di assicurare il rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani e di garantire la democrazia, la libertà di espressione, di associazione e di stampa; chiediamo altresì, come recita la stessa risoluzione, che la libertà di culto sia garantita in tutti i territori sotto il controllo delle autorità cinesi.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), autore. – (NL) Signor Presidente, la Cina moderna è ancora governata da un partito che si definisce comunista ma non lo è più da molti anni, soprattutto per quanto concerne la sua dirigenza. Oggi contano solo la ricerca della crescita economica e i benefici delle esportazioni nel mercato mondiale, conseguiti mediante bassi livelli salariali, condizioni di lavoro inadeguate e messa al bando dei sindacati indipendenti; tutto ciò ricorda molto da vicino il modello dittatoriale di cui si avvalse in passato la Corea del Sud per diventare un paese industrializzato. Ci vorranno ancora alcuni decenni per capire se la maggioranza della popolazione potrà godere delle ricadute positive. Nel frattempo si è venuta a creare una società spaccata da grandi sperequazioni sociali – in termini di potere e di reddito – e domina un grande disinteresse per la natura, il paesaggio e l’ambiente. In Cina la tutela dell’uomo e dell’ambiente tanto cara a noi socialisti è un ideale ancora ben lontano dal realizzarsi.

Sebbene la dirigenza cinese non possa più dirsi comunista, purtroppo ha mantenuto le caratteristiche peggiori della tradizione statalista del comunismo. Non tollera le organizzazioni indipendenti e la coesistenza con altri centri di potere. La popolazione può professare una fede religiosa, ma non può organizzarsi seriamente. La dirigenza teme che le chiese indipendenti possano fomentare l’opposizione e quindi, in una commistione fra tradizione ateistica e politica del potere, è il governo che autorizza i gruppi religiosi, dettandone le condizioni.

E’ universalmente noto che non è la Chiesa cattolica ufficiale a essere autorizzata, bensì una variante nazionale tenuta sotto stretto controllo. Meno noto invece è che la fede ebraica – che prima del 1949 aveva un ampio seguito, soprattutto nelle grandi città della costa orientale – è assolutamente vietata. In questo contesto non dobbiamo dare alla Cina la possibilità di minacciare i paesi vicini o di schiacciare l’opposizione interna. Va da sé quindi che l’embargo sugli armamenti deve essere rafforzato.

In nessun caso gli Stati membri dell’Unione europea devono essere autorizzati a vendere armi alla Cina. Qualsiasi tentativo di rimuovere l’embargo è deprecabile. Non andrebbe a vantaggio di nessuno innescare un’altra dispendiosa corsa agli armamenti e avanzare nuove minacce. Proprio per questa ragione anche l’Europa deve premere per il disarmo.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, mi congratulo con l’onorevole Meijer per il suo eccellente e puntuale intervento; sono però rimasto basito per quanto hanno affermato alcuni colleghi poc’anzi. Non bisogna stupirsi che i cristiani siano perseguitati e privati così brutalmente dei loro diritti, se pensiamo alla condotta assunta dalla classe politica europea. Anche in questa sede vi sono deputati che, quando intervengono, non riescono proprio a denunciare le violazioni dei diritti umani dei cristiani in Cina senza scagliarsi contro la Chiesa, rendendo dichiarazioni che peraltro non hanno alcuna attinenza con l’argomento in discussione; in un dibattito sui diritti fondamentali delle vittime della persecuzione infatti alcuni colleghi non sono proprio riusciti a trattenersi dal criticare le Giornate mondiali della gioventù.

Pur non essendoci – giustamente – un monopolio cristiano nella nostra Unione europea, l’85 per cento della popolazione è composto da cristiani, e il 56 per cento da cattolici. Anch’essi hanno diritto a un’adeguata rappresentanza politica. Chi altri può difendere le piccole minoranze cristiane perseguitate in Cina, ma anche gli ebrei, i musulmani e i buddisti, se non noi? Il mondo islamico ha abbracciato la causa dei fratelli e delle sorelle di fede musulmana perseguitati in paesi come la Cina. Siamo solo noi europei a doverci ancora attivare per contrastare le violazioni dei diritti umani e assumere un atteggiamento critico. Continuando come stiamo facendo ora, ci rendiamo complici.

Guardando le immagini del Primo Ministro Blair in occasione del Vertice UE-Cina, mi sono venute in mente le sue parole, quando affermò che considerava l’Unione europea molto più di una zona di libero scambio. Non ne intravedo alcun segno tangibile però, in quanto, se veramente la considerasse una comunità di valori, promuoverebbe una politica estera incentrata sui diritti umani – compresi questi diritti umani – anche nei confronti di un paese di grandi dimensioni come la Cina. Lo stesso vale per il Cancelliere Schröder il cui solitario tentativo di allentare l’embargo sugli armamenti siamo riusciti, grazie a Dio, a bloccare. Dobbiamo conseguire un’unità che trascenda i confini di partito se vogliamo acquisire autorevolezza anche verso paesi di grandi dimensioni come la Cina sul versante dei diritti umani e della libertà di religione.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM), autore. – (NL) Signor Presidente, desidero citare un breve passaggio di una lettera scritta da un anonimo cittadino cinese di fede protestante, il quale dice: “Anelo a ricevere un nutrimento spirituale”, un nutrimento che, a quanto afferma, scarseggerebbe nella chiesa protestante ufficiale a causa del forte controllo ideologico esercitato dallo Stato.

Proprio a causa delle violazioni perpetrate dal governo ai danni della libertà di culto nella Repubblica popolare cinese si è innescata una grande proliferazione di gruppi religiosi protestanti non ufficiali. Ai sensi delle nuove norme in materia di religione, entrate in vigore il 1° marzo di quest’anno, tali gruppi sono però soggetti a ondate repressive indiscriminate: brutali azioni di disturbo delle funzioni religiose, forti multe, arresti, distruzioni di abitazioni private, pestaggi e l’affermazione, per esempio, che gli insegnanti non possono professare il cristianesimo. Mi ha colpito in maniera particolare il resoconto dell’incursione del 7 agosto scorso presso un gruppo religioso nella provincia di Shenyang. Dieci dei trenta fedeli erano donne che sono state costrette a spogliarsi e a posare nude. Chi opponeva resistenza veniva brutalmente picchiata.

Nel corso di una recente inchiesta volta ad appurare le responsabilità delle autorità statali e locali riguardo alle violazioni della libertà di culto in Cina, è venuto alla luce un punto molto interessante. Alcune autorità locali mostrano tolleranza verso i cristiani, in realtà li proteggono, in cambio del loro leale contributo allo sviluppo economico e sociale locale. Si tratta di un esempio pratico che il governo centrale cinese farebbe bene a seguire, poiché dopo tutto esso determina quali sono effettivamente le normali attività religiose, le uniche ad essere consentite dalla legge.

Signor Commissario, mi rivolgo a lei, alla Commissione o al Consiglio affinché chiediate alle autorità cinesi di dar conto di questo inquietante criterio applicato al diritto fondamentale alla libertà di culto. Mi chiedo inoltre cosa si intenda esattamente per normali attività religiose. Spero soprattutto che lei e il Consiglio eserciterete pressioni affinché siano rilasciati tutti coloro che si trovano in carcere o la cui libertà viene limitata in Cina a causa della loro fede.

 
  
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  Marcin Libicki (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, purtroppo è ormai diventata una consuetudine dedicare il pomeriggio del giovedì ai dibattiti sulle azioni commesse dalle autorità cinesi contro il loro stesso popolo e contro tutti gli altri popoli che hanno soggiogato. Rammento all’Assemblea che recentemente abbiamo tenuto un dibattito sulle violazioni dei diritti umani in Tibet. L’espressione “violazione dei diritti umani” però diventa una sorta di eufemismo allorché si riferisce a omicidi, detenzioni e sparizioni di massa, quando alla popolazione viene impedito di professare una religione e non esiste alcuna libertà. Pane al pane e vino al vino: si tratta di attività criminosa bella e buona, non di violazioni dei diritti umani.

Da sessant’anni seguiamo le vicende cinesi. I colleghi che provengono dagli ex paesi comunisti sanno molto bene come tendono a comportarsi le autorità comuniste, a prescindere dalla loro vocazione autenticamente comunista che a questo punto diventa del tutto irrilevante. Parlo per esperienza diretta, ho ricordi molto nitidi dei primi anni di comunismo in Polonia. In questo caso siamo in presenza di una feroce dittatura comunista o postcomunista.

La persecuzione è indiscriminata, viene data la caccia a musulmani, buddisti ed ebrei. La persecuzione più feroce è però riservata ai cristiani, soprattutto ai cattolici – insieme ai buddisti tibetani. In particolare, vengono presi di mira i cattolici che abbracciano un principio fondamentale della Chiesa cattolica, ossia l’unità della Chiesa personificata dal Pontefice. Si è tentato di favorire gli scismi ed è stata istituita una chiesa nazionale, benché non vi sia traccia di alcuna mossa ufficiale.

La situazione sta peggiorando invece di migliorare. Come indicato nella risoluzione, il numero degli arresti è in aumento. Quindi si fanno più frequenti anche i casi di tortura, di persone che scompaiono inspiegabilmente e di detenzioni in strutture penali; aumenta pure il numero di campi di isolamento. Solo parlare di “campi di isolamento” fa gelare il sangue nelle vene. Noi europei conosciamo bene gli orrori perpetrati in nome del nazismo tedesco e del comunismo russo.

L’Unione europea intrattiene relazioni diplomatiche con la Cina da trent’anni. Si è parlato molto di dialogo. Mi chiedo però quale sia la sua natura e cosa implichi. A quanto vedo l’Assemblea adotta una risoluzione dopo l’altra il giovedì pomeriggio, quando la maggior parte dei deputati è già in viaggio verso casa.

Al contempo, altri soggetti che potrebbero avere una grande influenza sulla futura evoluzione della Cina propugnano l’allentamento dell’embargo. La Francia e la Germania si stanno schierando in maniera assai eloquente, sostenendo che l’embargo non sortisce alcun effetto. Tutto ciò avviene in un contesto in cui la Cina andrebbe isolata quanto più possibile, e non solo per ragioni economiche. Dobbiamo agire soprattutto in base a principi morali. L’Unione europea deve affermare molto chiaramente che non ci possono essere trattative o accordi di alcun genere con questo paese. La Cina merita solo una totale e assoluta condanna.

 
  
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  Filip Andrzej Kaczmarek, a nome del gruppo PPE-DE. – (PL) Signor Presidente, la scorsa settimana l’ex ministro degli Esteri cinese, Tang Jaixuan, ha dichiarato dinanzi all’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite che ogni paese deve promuovere e proteggere i diritti umani a modo proprio senza alcuna ingerenza esterna. E’ una posizione che non possiamo proprio sottoscrivere. Il rispetto dei diritti umani fondamentali, compresa la libertà di culto, non è meramente una questione di politica interna in Cina. E’ un tema che sta a cuore a tutti coloro che respingono l’egoismo e l’opportunismo.

In realtà, la libertà di religione può esplicarsi anche in paesi non democratici. I cechi, gli ebrei e le popolazioni provenienti dai Paesi Bassi emigrarono in Polonia nel XVI secolo non certo perché il paese fosse una democrazia, ma perché tutte le religioni vi potevano essere praticate in assoluta libertà. Va inoltre ricordato, però, che esistono ancora ordinamenti politici in cui i capi religiosi di diverse confessioni vengono riconosciuti solo se sposano la teoria secondo cui l’autorità, anche la più crudele, ha origine divina.

La Cina non solo dovrebbe rispettare la libertà di religione, ma anche l’indipendenza delle chiese e delle associazioni religiose. Le autorità laiche non possono influenzare la nomina di un vescovo cattolico, del quindicesimo Dalai Lama o del dodicesimo Panchen Lama. Non è ammissibile che ai monaci tibetani venga forzatamente impartita una formazione ideologica. L’ottantasettenne Gongola Lama ha denunciato le attività di formazione di questo tipo in cui gli istruttori indottrinano i monaci sulla natura dell’amore per la comune madrepatria cinese, inculcando loro l’asservimento alla legge. Essi inoltre insegnano ai monaci che il Dalai Lama rappresenta un pericolo. Alcuni monaci sono costretti a firmare un documento in cui dichiarano di non riconoscere più la guida spirituale e politica del Dalai Lama.

La storia del mondo è costellata di episodi di repressione religiosa. Va ricordato, tuttavia, che gli atti repressivi si sono sempre rivelati inefficaci, anche sotto i regimi più brutali, e saranno inutili anche in Cina. Non importa se una persona viene cacciata dal lavoro o subisce la confisca dei beni, se viene imprigionata, espulsa, crocifissa o uccisa con il gas. Né il Papa né il Dalai Lama possono decretare i cosiddetti scismi, in quanto la religione non trae la sua forza dai fedeli o dal clero, ma dalla sua stessa natura. Nella maggior parte delle religioni la morte non rappresenta una tragica fine, bensì l’inizio di una nuova vita.

 
  
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  Catherine Stihler, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, la libertà di culto rientra tra i diritti umani fondamentali. Come è stato ricordato prima, la costituzione cinese, all’articolo 36, sancisce la libertà di culto; ma la retorica non trova alcun riscontro nella realtà.

Amnesty International, ad esempio, ha segnalato il caso di Zhang Rongliang, capo di una delle principali comunità cristiane cinesi. Egli è stato arrestato nel suo villaggio dove la polizia ha perquisito ogni abitazione, sequestrando tutto il materiale cristiano. Sua moglie e suo figlio sono costretti a vivere nella clandestinità e il pastore è stato incarcerato cinque volte per un totale di 12 anni di reclusione nel corso dei quali ha subito terribili torture.

Il Parlamento si è occupato anche del caso di Tenzin Delek Rinpoche, un monaco tibetano condannato a morte dalle autorità cinesi a seguito di un processo iniquo. Ora sta scontando l’ergastolo, ma non si sa dove sia detenuto e la sua famiglia reclama notizie.

Fintantoché la Cina non affronterà seriamente la questione della libertà di culto, quest’Assemblea ha il dovere di denunciare le violazioni dei diritti umani. Dobbiamo dare voce a coloro che non hanno libertà di parola.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, che la Cina si distingua per scarsa considerazione dei diritti umani è un fatto acclarato. Ulteriori sottolineature sono eufemistiche.

Onorevoli colleghi, ciò che manca alle risoluzioni di questo Parlamento, tanto trasversali come questa, è un po’ di onestà intellettuale.

Ipocrita risulta essere il paragrafo 3, dove si chiede di chiarire alle autorità cinesi che un partenariato autentico può svilupparsi solo quando sono pienamente rispettati e tradotti in pratica valori condivisi.

Si cade nel ridicolo poi quando, dopo aver elencato una pietosa sequela di violazioni e formulate le solite esortazioni, ci si compiace dell’esistenza di un dialogo strutturato UE-Cina in materia di diritti umani. Non una parola di seria condanna e, meno ancora, ipotesi sanzionatorie.

Associarsi a questa risoluzione significa coprirsi di ridicolo ed essere complici morali della più violenta sintesi liberista-comunista mai realizzata. Esorto i colleghi a non votare questa risoluzione.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, la Repubblica popolare cinese non rispetta i diritti umani fondamentali dell’individuo. Da molti anni ormai la Cina comunista viola le norme e gli obblighi universali più elementari sulla libertà di espressione, di pensiero, di azione e di creazione.

In occasione dell’ultimo incontro a livello ministeriale UE-Cina svoltosi a maggio di quest’anno, l’Unione aveva espresso inquietudine in relazione a quattro aspetti specifici inerenti ai diritti umani. In particolare, aveva chiesto il rilascio degli esponenti del movimento democratico del 1989, l’attenuazione della censura sui mezzi di comunicazione, la riforma del sistema di “rieducazione mediante il lavoro” e la ratifica della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Avremmo anche dovuto chiedere la fine della repressione contro la Chiesa cattolica romana, che non è riconosciuta dal regime.

Oltre 126 famiglie hanno perso i loro cari nella strage di Piazza Tienanmen del 1989 le cui circostanze non sono mai state chiarite. Stando ad Amnesty International, alla fine dell’anno scorso oltre 50 persone erano state incarcerate per aver pubblicato su Internet informazioni potenzialmente dannose per le autorità. Sempre secondo Amnesty International, nel 2004 sono state giustiziate 3 400 persone e oltre 6 000 sono state condannate a morte. Questi dati sono veramente allarmanti.

Il governo cinese sta spietatamente sterminando il popolo tibetano. Si avvale di false accuse di violazione delle leggi, predeterminando l’esito dei processi, e organizza deportazioni di massa dei tibetani da aree che poi vengono ripopolate da comunità di etnia cinese. Oltre 100 capi religiosi tibetani si trovano in stato di detenzione in Cina con l’accusa di attività sovversiva. Il mondo rimane inerte di fronte alla scomparsa di una delle più antiche e importanti civiltà di tutti i tempi.

Quanti drammi ancora e quante tragiche notizie dovremo attendere prima che il mondo cominci ad accorgersi delle violazioni dei diritti umani perpetrate in Cina? La diplomazia non porterà ai risultati auspicati. L’Unione deve raccogliere una sfida enorme. Il suo intervento infatti sarà determinante affinché la Cina prenda provvedimenti specifici in risposta alle esortazioni a riformare la politica condotta verso il suo stesso popolo.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, la Cina è un grande paese e ha una civiltà di grandi tradizioni, ma le violazioni dei diritti umani gettano un’ombra sul suo nome e sul suo prestigio.

I cinesi devono prestare ascolto alle parole dei deputati di questo Parlamento e a questa risoluzione sulla libertà di religione. Devono rilasciare i cattolici e i cristiani attualmente in stato di reclusione. Devono rendere giustizia ai musulmani, gli uiguri dello Xinjiang. Devono rendere giustizia ai tibetani senza minacciare di imporre il loro Panchen Lama. Devono mettere fine all’uso indebito della psichiatria. Devono prestare ascolto a Fen Yang, arrestata mentre era in visita presso amici e condannata senza processo a due anni in un campo di lavoro femminile in cui subisce abusi e lavaggio del cervello. Devono ascoltare la madre di Wang Nan, perita in Piazza Tienanmen, che è stata arrestata per aver ricevuto un pacco di t-shirt: sono abusi che non possiamo tollerare. La Cina si guadagnerà il nostro rispetto solo se presterà ascolto, agirà coerentemente e porrà fine a questi abusi.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, intervengo a nome della collega, il Commissario Ferrero-Waldner.

Benché la Cina negli ultimi anni abbia compiuto progressi significativi sul fronte dei diritti umani, soprattutto nell’ambito dei diritti economici e sociali, l’Unione europea rimane preoccupata per la situazione generale dei diritti umani nel paese, nella fattispecie a causa delle restrizioni imposte in materia di diritti civili e politici.

Il rispetto dei diritti umani costituisce un fattore essenziale della politica estera comunitaria. L’Unione infatti ne ha sempre discusso in maniera franca e aperta con le autorità cinesi sia attraverso il dialogo politico – anche ad alto livello, ad esempio nel corso dell’ultimo Vertice bilaterale tenutosi a Pechino il 5 settembre – sia attraverso il dialogo bilaterale dedicato in modo specifico ai diritti umani.

Nell’ambito del dialogo UE-Cina la questione della libertà di culto, di religione, di espressione e di associazione ha sempre figurato in primo piano tra le priorità dell’Unione europea. L’Unione non ha mai mancato di esprimere la sua profonda preoccupazione per la situazione di coloro che vengono perseguitati o privati dei diritti fondamentali per aver apertamente professato la propria fede a prescindere dalla religione o dalla fede religiosa. Molti dei religiosi reclusi, citati dagli onorevoli deputati, figurano nell’elenco dei casi individuali che l’Unione trasmette regolarmente alla controparte cinese nell’ambito del dialogo sui diritti umani. Inoltre l’Unione europea ha più volte avviato azioni ufficiali presso le autorità cinesi attraverso i suoi rappresentanti a Pechino; tali iniziative sono state intraprese anche per Tenzin Deleg Rinpoche e per il pastore Zhang Rongliang, solo per citare alcuni esempi recenti.

L’abolizione della pena capitale, o perlomeno l’introduzione di una moratoria sulla sua applicazione, la rapida ratifica da parte della Cina della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e la cooperazione con il sistema delle Nazioni Unite rientrano parimenti tra i temi prioritari sistematicamente discussi con le autorità cinesi. Al proposito, nel corso dell’ultimo incontro del dialogo sui diritti umani che si è svolto in Lussemburgo il 24 e il 25 febbraio di quest’anno, l’Unione europea ha insistito in modo particolare affinché il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di religione e di culto possa recarsi in Cina quanto prima.

L’Unione europea intende certamente perseguire e approfondire il dialogo con Pechino nell’ambito dei diritti umani anche attraverso seminari specifici. Come corollario del dialogo, tali iniziative sono volte a sensibilizzare esponenti di spicco della società civile cinese. Speriamo che il prossimo incontro del dialogo sui diritti umani, previsto a Pechino il 24 e il 25 ottobre 2005, consentirà di compiere progressi significativi.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alla fine delle discussioni di questo pomeriggio.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.

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