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Discussioni
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Mercoledì 28 settembre 2005 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Storno di stanziamenti: vedasi processo verbale
 3. Apertura dei negoziati con la Turchia – Protocollo aggiuntivo all’accordo d’associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia a seguito dell’allargamento
 4. Benvenuto
 5. Turno di votazioni
 6. Protocollo aggiuntivo all’accordo d’associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia a seguito dell’allargamento
 7. Turchia
 8. Benvenuto
 9. Turno di votazioni (seguito)
 10. 1. Accesso all’attività degli enti creditizi, 2. Adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi
 11. Revisione legale dei conti annuali e dei conti consolidati
 12. Sviluppo delle ferrovie comunitarie
 13. Certificazione del personale viaggiante addetto alla guida di locomotori e treni
 14. Diritti e obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario internazionale
 15. Esigenze di qualità contrattuali per il trasporto ferroviario di merci
 16. Venticinquesimo anniversario di Solidarność e suo messaggio per l’Europa
 17. Ruolo della coesione territoriale nello sviluppo regionale
 18. Partenariato rafforzato per le regioni ultraperiferiche
 19. Dichiarazioni di voto
 20. Correzioni di voto: vedasi processo verbale
 21. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 22. Difesa dell’immunità (proseguimento)
 23. Petrolio
 24. Riforma delle Nazioni Unite e obiettivi del Millennio per lo sviluppo
 25. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
 26. Bielorussia
 27. Relazioni tra l’Unione e l’India
 28. Fonti energetiche rinnovabili nell’Unione
 29. Situazione delle minoranze in Kosovo in materia di diritti dell’uomo
 30. Ridurre il numero di vittime della strada entro il 2010
 31. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 32. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. BORRELL FONTELLES
Presidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 9.05)

 

2. Storno di stanziamenti: vedasi processo verbale

3. Apertura dei negoziati con la Turchia – Protocollo aggiuntivo all’accordo d’associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia a seguito dell’allargamento
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta, le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sull’apertura dei negoziati con la Turchia e la raccomandazione (A6-0241/2005) sul protocollo aggiuntivo all’accordo che istituisce un’associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia a seguito dell’allargamento dell’Unione europea [9617/2005 – COM(2005)0191 – C6-0194/2005 – 2005/0091(AVC)] (Relatore: Elmar Brok).

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. (EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, accolgo con favore questa discussione, che si svolge nel momento critico in cui l’Unione europea si prepara ad aprire i negoziati di adesione con la Turchia.

Ho molto gradito i miei precedenti scambi di pareri con gli onorevoli deputati sull’argomento e il Parlamento ha dato ulteriore prova dell’attento e profondo interesse che nutre sia per il processo di adesione della Turchia sia per gli aspetti più generali dell’allargamento con le questioni presentate per il tempo delle interrogazioni di stasera.

La decisione del Consiglio europeo di dicembre 2004 di aprire i negoziati di adesione è stata un passo significativo verso l’obiettivo quarantennale della Turchia di aderire all’Unione europea e ha contribuito a legare ulteriormente all’Unione tale paese, che riveste importanza cruciale per la nostra sicurezza, stabilità e prosperità futura. Gli argomenti strategici a favore dell’apertura dei negoziati sono convincenti e comprendono il forte incentivo alla riforma, il contributo che il processo apporta alla stabilità e alla prosperità, l’esempio che dà al mondo che non vi è alcuna contraddizione tra islam e democrazia, diritti umani e tutela delle libertà fondamentali e il fatto che contribuisce a ridurre le tensioni nell’Egeo e riguardo a Cipro.

Il Consiglio europeo di giugno ha confermato la decisione di dicembre e ha riconosciuto l’importanza per la credibilità dell’Unione europea di rispettare gli impegni precedenti. Come Presidenza, è nostro compito tener fede a tali impegni e stiamo lavorando sodo al fine di ultimare la posizione del Consiglio sul quadro di negoziazione entro il 3 ottobre.

Il processo di allargamento ha avuto un successo senza pari nel diffondere i valori europei e promuovere una maggiore sicurezza in tutto il continente europeo, ma proprio per assicurare la continuità di tale successo dobbiamo essere scrupolosi nel garantire che tutte le condizioni siano soddisfatte. Come ha affermato il Commissario Rehn, qui con noi oggi, i negoziati con la Turchia saranno i più rigorosi finora e terranno conto delle lezioni apprese dalla precedente ondata di allargamento. Si prevede inoltre che saranno necessari molti anni per giungere alla conclusione.

Il forte incentivo alla riforma offerto dall’allargamento ai paesi candidati è stato straordinariamente evidente in Turchia negli ultimi anni. La relazione periodica 2004 della Commissione europea sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione ha rilevato “una notevole convergenza istituzionale con le norme europee”, in quanto il processo di riforma “ha chiaramente affrontato questioni fondamentali ed evidenziato un crescente consenso a favore della democrazia liberale”.

La Turchia ha ancora molto da fare per conformarsi alle norme dell’Unione europea, anche per quanto riguarda la libertà di religione e l’attuazione della legislazione esistente, e la Commissione continuerà a seguirne da vicino i progressi. Tuttavia, sono stati i risultati straordinari delle riforme a favore dell’armonizzazione europea attuate finora a indurre il Consiglio di dicembre a concludere che la Turchia soddisfaceva sufficientemente i criteri politici di Copenaghen. Infatti, nello stesso mese, il Parlamento ha adottato una risoluzione che invitava ad aprire, “senza ritardo ingiustificato”, i negoziati di adesione con la Turchia.

Il Consiglio di dicembre ha imposto alla Turchia due ulteriori condizioni da soddisfare prima di poter aprire i negoziati di adesione: mettere in vigore sei atti legislativi in sospeso che rafforzano lo Stato di diritto e i diritti umani e firmare un protocollo che estende l’accordo di Ankara del 1963 ai nuovi Stati membri. La nuova legislazione è entrata in vigore il 1° giugno e la Turchia ha firmato il protocollo dell’accordo di Ankara il 29 luglio. Entrambe le misure rappresentano sviluppi significativi. La nuova legislazione riforma il sistema penale turco, allineandolo molto di più ai modelli dell’Unione europea, e apporta un contributo significativo alle riforme introdotte in Turchia negli ultimi anni. La firma del protocollo estende l’accordo di associazione tra Unione europea e Turchia – o accordo di Ankara – a tutti i 25 Stati membri. Naturalmente, è con 25 Stati membri che la Turchia condurrà i suoi negoziati di adesione.

Sapete tutti che, unitamente al protocollo, la Turchia ha adottato una dichiarazione unilaterale in cui ribadisce la sua antica posizione di non riconoscimento della Repubblica di Cipro. La scorsa settimana la Comunità europea e i suoi Stati membri hanno adottato una dichiarazione in cui è espressa la posizione dell’Unione sulle questioni sollevate. Nella dichiarazione si afferma che la “dichiarazione della Turchia è unilaterale, non è parte integrante del protocollo e non ha alcun effetto giuridico sugli obblighi della Turchia nel quadro del protocollo”. Si afferma altresì che “la Turchia deve applicare il protocollo integralmente a tutti gli Stati membri dell’Unione europea” e che “l’Unione europea ne verificherà l’applicazione e valuterà la piena attuazione nel 2006”. Si ribadisce inoltre che la Comunità europea e i suoi Stati membri “riconoscono solo la Repubblica di Cipro come soggetto di diritto internazionale” e si precisa che “il riconoscimento di tutti gli Stati membri è una componente necessaria del processo di adesione della Turchia”.

La dichiarazione del Consiglio sottolinea che la Comunità europea e i suoi Stati membri concordano “sull’importanza di sostenere gli sforzi del Segretario generale delle Nazioni Unite volti a raggiungere la piena soluzione del problema di Cipro, conformemente alle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai principi su cui si basa l’Unione europea”. La soluzione del problema di Cipro è nelle mani della Nazioni Unite e delle comunità dell’isola. L’Unione europea ha il compito di sostenere i “buoni uffici” del Segretario generale delle Nazioni Unite e offrire un contesto in cui le due parti possano ricominciare a impegnarsi insieme, in un clima di fiducia reciproca, a raggiungere un accordo definitivo.

Consentitemi di rilevare un ultimo punto nelle mie osservazioni iniziali sulla discussione. L’adesione della Turchia all’Unione non è imminente: si devono aprire e chiudere 35 capitoli, saranno necessarie ulteriori riforme e alcuni Stati membri si sono già impegnati a svolgere referendum sull’eventuale adesione della Turchia. Onestamente, la Turchia che infine aderirà all’Unione europea sarà una Turchia diversa da quella di oggi, e anche l’Unione europea cui aderirà potrebbe essere molto diversa. Tuttavia, i progressi compiuti finora dalla Turchia sono stati davvero straordinari e il governo del Primo Ministro Erdogan rimane impegnato a favore della riforma. Le condizioni fissate dal Consiglio europeo di dicembre sono soddisfatte e ciò spiana la strada per l’avvio dei negoziati di adesione lunedì prossimo. Sono lieto che il giorno successivo il ministro degli Esteri interverrà in seno alla commissione per gli affari esteri del Parlamento; naturalmente, aggiornerà i membri di tale commissione sui progressi compiuti.

(Applausi)

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto porgere un caloroso benvenuto ai nuovi osservatori del Parlamento provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania. Sono lieto che partecipino ai lavori dell’Assemblea e attendo con impazienza di collaborare con loro in futuro.

La discussione sulla Turchia è senza dubbio opportuna. Siamo alla vigilia dei negoziati di adesione, che cominceranno lunedì prossimo, 3 ottobre, data fissata all’unanimità dal Consiglio europeo. Si aprirà così una nuova fase nelle relazioni UE-Turchia.

I motivi che hanno indotto l’Unione europea a decidere di aprire i negoziati di adesione con la Turchia non sono cambiati: l’Unione ha bisogno di una Turchia stabile, democratica e sempre più prospera, in pace con i suoi vicini e che abbracci i valori, le politiche e le norme europee.

L’avvio dei negoziati darà forte impulso a coloro che in Turchia vogliono riformare il paese e adottare i valori europei dello Stato di diritto e dei diritti umani; i negoziati offriranno inoltre all’Unione la possibilità di esercitare pressioni sulla direzione delle riforme in Turchia.

Le condizioni fissate nelle conclusioni del Consiglio europeo di dicembre sono soddisfatte. In primo luogo, i sei atti legislativi, tra cui il nuovo codice penale giudicato necessario dalla Commissione nella raccomandazione dello scorso anno, sono entrati in vigore il 1° giugno. In secondo luogo, la Turchia ha firmato il protocollo aggiuntivo dell’accordo di Ankara il 29 luglio.

In questo contesto, vorrei ringraziare il presidente e relatore della commissione per gli affari esteri, onorevole Elmar Brok, per aver adottato la raccomandazione di approvare la conclusione del protocollo aggiuntivo dell’accordo di Ankara.

Vorrei ora fare alcune osservazioni sui recenti sviluppi in questo ambito. La Commissione deplora il fatto che la Turchia abbia adottato una dichiarazione in occasione della firma del protocollo aggiuntivo. Ciò ha costretto gli Stati membri dell’Unione europea a reagire e stabilire gli obblighi che la Turchia dovrà rispettare in una dichiarazione adottata il 21 settembre. In tale dichiarazione, l’Unione sottolinea che la dichiarazione della Turchia è unilaterale, come ha correttamente rilevato il Ministro Alexander, non è parte integrante del protocollo e non ha alcun effetto giuridico sugli obblighi della Turchia nel quadro del protocollo.

Questo è l’aspetto cruciale. I servizi giuridici del Consiglio e della Commissione sono pienamente d’accordo in proposito. Ho preso atto del fatto che al paragrafo 2 della vostra proposta di risoluzione comune chiedete alla Commissione di fornire una risposta del governo turco riguardo al processo di ratifica in seno alla Grande assemblea nazionale turca.

Sono a vostra disposizione per chiedere ulteriori precisazioni sul processo di ratifica in Turchia, ma il nocciolo della questione è che la dichiarazione della Turchia è semplicemente unilaterale. Non ha alcuna efficacia giuridica e non può in alcun modo mettere in dubbio l’attuazione completa e non discriminatoria del protocollo. Questo è ciò che conta.

In secondo luogo, l’Unione si attende l’attuazione completa e non discriminatoria del protocollo, compresa l’eliminazione di tutti gli ostacoli alla libera circolazione delle merci, che riguarda anche le restrizioni imposte ai mezzi di trasporto. In terzo luogo, l’apertura dei negoziati sui vari capitoli dipende dalla conformità della Turchia ai suoi obblighi contrattuali nei confronti di tutti gli Stati membri; la mancata piena attuazione di tali obblighi avrà ripercussioni sui progressi complessivi dei negoziati.

Il quarto elemento della dichiarazione è che il riconoscimento di tutti gli Stati membri è una componente necessaria del processo di adesione; di conseguenza, l’Unione sottolinea l’importanza che attribuisce alla normalizzazione delle relazioni fra la Turchia e tutti gli Stati membri dell’Unione, appena possibile.

Infine, la dichiarazione afferma chiaramente che la Comunità europea e i suoi Stati membri concordano sull’importanza di sostenere gli sforzi del Segretario generale delle Nazioni Unite volti a raggiungere la piena soluzione del problema di Cipro, conformemente alle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai principi su cui si basa l’Unione europea, affinché una soluzione equa e duratura contribuisca alla pace, alla stabilità e a buone relazioni sull’isola e nella regione in generale.

Appena prima dell’inizio dei negoziati di adesione, il Consiglio dovrebbe adottare il quadro negoziale proposto dalla Commissione. Tale quadro costituisce una solida base per negoziati equi e rigorosi con la Turchia. E’ il quadro più rigoroso che sia mai stato proposto dalla Commissione.

Ho letto la vostra proposta di risoluzione comune con grande attenzione. Condivido molte vostre preoccupazioni. Concordo anche sul fatto che esiste un legame importante tra il ritmo dei negoziati, da un lato, e il ritmo delle riforme politiche in Turchia, dall’altro. Non risparmierò gli sforzi per continuare a ribadire che l’apertura dei negoziati di adesione segna solo l’inizio di un processo molto impegnativo e complesso. La Turchia dovrà proseguire e accelerare il processo di trasformazione interna e la transizione verso una democrazia liberale a tutti gli effetti, rispettosa dei diritti umani e delle minoranze.

Il processo di riforma della Turchia è in corso. La situazione dei diritti umani è migliorata, ma sono ancora necessari sforzi significativi. Innanzi tutto, esaminiamo gli aspetti positivi. Di recente, vi sono stati alcuni segnali incoraggianti. Il riconoscimento da parte del Primo Ministro Erdogan dell’esistenza di una “questione curda” rappresenta una svolta cruciale. Il suo viaggio a Diyarbakir rivela l’importanza attribuita dal governo turco allo sviluppo economico e sociale della regione sudorientale della Turchia. Inoltre, la conferenza accademica sulla questione armena si è infine potuta svolgere a Istanbul lo scorso fine settimana, con il sostegno del governo e nonostante i tentativi di annullarla all’ultimo minuto da parte di un tribunale amministrativo. Tali tentativi sono stati vivamente condannati dal Primo Ministro Erdogan e dal vice Primo Ministro Abdullah Gül. Si tratta di un enorme passo avanti nella ricerca della verità storica in Turchia su questa delicatissima questione.

Passando ora agli aspetti negativi, va detto che, nonostante gli sforzi delle autorità, l’attuazione sul campo rimane disomogenea. Da un lato, vi sono indicazioni del fatto che il potere giudiziario sta introducendo le riforme. Sono state pronunciate varie sentenze positive in relazione a casi di libertà di espressione, libertà di religione e lotta contro la tortura e i maltrattamenti.

Dall’altro lato, sono state prese decisioni contraddittorie, in particolare nell’ambito della libertà di espressione, in cui, per esempio, i giornalisti continuano a essere perseguiti e, a volte, condannati per aver espresso pareri non violenti. Il caso dell’autore Orhan Pamuk è emblematico e illustra le difficoltà che si incontrano nel garantire un’attuazione efficace e uniforme delle riforme, nonché la lotta tra riformisti e conservatori in atto in Turchia. Lo scrittore è accusato da un tribunale distrettuale di Istanbul, a norma dell’articolo 301 del nuovo codice penale, di “aver denigrato l’identità turca”.

La Commissione ha già affermato con grande chiarezza che la sua valutazione del nuovo codice penale, in particolare le dubbie disposizioni relative alla libertà di espressione, dipenderà dal modo in cui tali disposizioni saranno attuate. In questo contesto, il procedimento legale contro Orhan Pamuk desta serie preoccupazioni. Se questa è veramente la direzione presa dal potere giudiziario in Turchia, il codice penale turco dovrà essere modificato in modo da garantire che la libertà di espressione non sia più subordinata alle personalissime opinioni di un giudice distrettuale, ma segua semplicemente i criteri europei che tutti conosciamo, sulla base della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Al riguardo, la Commissione continuerà a seguire da vicino i progressi verso il pieno rispetto dei criteri politici di Copenaghen. Svolgeremo un’analisi dettagliata di tali progressi nella nostra relazione periodica, la cui adozione è prevista per il 9 novembre.

(FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, l’Unione europea è giunta a un punto cruciale, del quale non dobbiamo sottovalutare l’importanza. L’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia ci offre una grande possibilità di promuovere la trasformazione politica, economica e sociale di tale paese. In tal modo, rispetteremo gli impegni assunti nei suoi confronti.

Rivolgo agli europei e alla Turchia in particolare il messaggio che dobbiamo costruire relazioni basate sulla fiducia reciproca. Ripongo fiducia nella volontà delle autorità turche di cominciare questo viaggio con un atteggiamento aperto e mi auguro che il 3 ottobre offra l’occasione per una nuova partenza. Dar prova di un impegno privo di ambiguità e secondi fini a favore della trasformazione democratica e dei valori europei sarà senza dubbio la miglior carta che la Turchia potrà giocare per conquistarsi il sostegno dell’opinione pubblica in Europa.

Nel periodo a venire, la Turchia avrà l’opportunità di dimostrare che intende seriamente integrare i valori europei. I paesi che desiderano aderire all’Unione devono infatti condividere la nostra visione dell’Europa e la nostra concezione di democrazia, Stato di diritto, diritti umani e solidarietà. Devono anche condividere le nostre norme, che si applicano, tra l’altro, in campo sociale, ambientale e industriale. Se l’Unione europea scommette sulla loro futura adesione, è perché siamo convinti che sia anche nel nostro interesse e nell’interesse dei nostri concittadini. M’impegno personalmente dinanzi all’Assemblea ad applicare con rigore i nostri criteri e le nostre condizioni.

Infine, signor Presidente, come ho già affermato, il viaggio è altrettanto importante della destinazione finale. Le riforme contano. Sebbene l’obiettivo comune dei negoziati sia l’adesione, tali negoziati sono, per loro stessa natura, un processo aperto il cui esito non può essere garantito. Tuttavia, è nostro interesse comune che questo processo si basi su principi chiari e rigorosi, quali quelli previsti dal quadro di negoziazione. Questa è la migliore garanzia di successo.

(Applausi)

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, il protocollo aggiuntivo, così come molte altre questioni riguardanti l’apertura dei negoziati con la Turchia, solleva quella che in realtà è una questione di principio, cioè se un paese candidato all’adesione sia disposto ad accettare tutte le parti dell’entità di cui desidera diventare membro o, in altre parole, se riconosca tutti gli Stati membri.

Nel dicembre dello scorso anno la Commissione ha proposto al Consiglio che il riconoscimento ai sensi del diritto internazionale al momento non fosse necessario, ma bastasse la firma del protocollo aggiuntivo sull’unione doganale tra l’Unione europea a 25 e Cipro. La Turchia si è conformata a questa condizione, ma con una dichiarazione unilaterale che come minimo suscita dubbi in merito alla sua effettiva attuazione. Il Consiglio ha risposto con una dichiarazione in cui si afferma che ciò non ha alcuna validità politica o giuridica. La nostra commissione ha tuttavia chiesto al Commissario, verbalmente il 13 settembre e per iscritto il 15 settembre, di mettere a nostra disposizione i suoi buoni uffici, cosa che ha fatto. Finora, non abbiamo ottenuto alcuna risposta in merito all’intenzione o meno del governo turco di includere tale dichiarazione unilaterale nel processo di ratifica da parte del parlamento nazionale. Il fatto è che, se tale dichiarazione sarà integrata nel processo di ratifica in seno al parlamento turco, rendendo la non attuazione da parte della Turchia una questione di diritto, avremo un problema. Vi invito quindi, prima che procediamo alla votazione, a fornire alla commissione per gli affari esteri la dichiarazione che ha chiesto, menzionata anche nella risoluzione comune.

Dobbiamo chiarire che è la Turchia a chiedere di aderire all’Unione europea, non siamo noi – contrariamente all’impressione che ho ogni tanto – a invitarla ad aderire. Non dobbiamo dimenticare che la risoluzione comune, nella versione presentata dai gruppi, attribuisce enorme importanza all’attuazione effettiva del protocollo aggiuntivo. Se vogliamo affrontare la questione, sarà bene negoziare il capitolo sull’unione doganale entro il 2006 al più tardi e concludere i relativi negoziati entro la fine di tale anno, in modo che questo problema – che incide anche sul riconoscimento di Cipro – possa essere risolto al più presto e non si finisca per negoziare con la Turchia senza la prospettiva di poter mai risolvere questa questione fondamentale. Per tale motivo, concordiamo con il Commissario e il Presidente in carica del Consiglio sul fatto che, in futuro, dovremo nuovamente avvalerci dei buoni uffici delle Nazioni Unite al fine di risolvere il conflitto di Cipro nel suo insieme.

Consentitemi di fare alcune osservazioni personali. Ieri mi è stato chiesto come mai la tortura in Turchia – di cui esistono migliaia di esempi – non sia argomento di dibattito, mentre una questione irrisolta riguardante un generale si frappone ai negoziati con la Croazia. Devo ammettere che non sono riuscito a trovare una risposta. Dobbiamo essere onesti nel modo in cui facciamo politica e fare attenzione a non usare pretesti per i nostri fini politici soggettivi; dobbiamo anzi essere molto chiari e onesti nell’esprimere la nostra posizione al riguardo. Un motivo per cui la risoluzione presentata dai gruppi dell’Assemblea è molto importante è che dobbiamo chiarire che un criterio da soddisfare è la capacità dell’Unione europea di assorbire nuovi Stati membri, sia come un fine in sé, sia perché solleva questioni in merito a che cosa sia realmente possibile a livello finanziario, a livello pratico e a livello istituzionale. Vorrei che il Consiglio e la Commissione, nelle prossime settimane e mesi, dedicassero al periodo di riflessione sulla Costituzione lo stesso impegno costante che dedicano all’adesione della Turchia. Forse in tal modo riusciremo a fare progressi sulla questione della capacità di assorbimento.

Non dobbiamo dimenticare – come si afferma chiaramente nella risoluzione dei gruppi – che spetta al Parlamento europeo dichiarare che le condizioni sono formalmente rispettate – che è diverso dalla loro formulazione, “sufficientemente soddisfatte” – e che le questioni riguardanti i diritti delle minoranze, i processi di riforma all’interno della Turchia e la libertà di religione hanno un ruolo importante. Quest’estate, il Commissario ha intrattenuto uno scambio di corrispondenza con il ministro degli Esteri turco riguardo alla legge sulle fondazioni, nel corso del quale il ministro degli Esteri ha respinto i miglioramenti proposti dal Commissario e ha dichiarato che la questione era di competenza del parlamento e solo dopo il 3 ottobre. Le questioni riguardanti il pluralismo, la tolleranza e la libertà di religione, per non parlare del diritto della chiesa ortodossa di formare i propri preti, cosa che non può fare dal 1971, sono questioni sostanziali, che riguardano la percezione che l’Unione europea ha dei suoi stessi valori e devono avere priorità nei primi mesi del processo negoziale.

A mio parere – e questo vale per la Turchia e molti altri paesi – la prospettiva di aderire all’Unione europea svolge un ruolo importante. Permette di esercitare pressioni cruciali e mettere in moto processi di riforma interni in paesi quali quelli in corso nei Balcani occidentali, in Ucraina e in Turchia; è per questo motivo che non dobbiamo mai chiudere la porta. Tuttavia, dobbiamo anche essere realistici e aperti, non solo riguardo ai risultati che ci attendiamo dai negoziati, ma anche riguardo alle finalità.

(Applausi)

 
  
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  Hans-Gert Poettering, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, raramente una questione politica ha implicazioni di portata tanto vasta per l’esistenza dell’Unione europea quanto quelle presentate dalla possibilità che la Turchia ne diventi membro. Trattandosi di una questione di enorme importanza, i pareri divergono in merito a ciò che si debba fare al riguardo. A nome del mio gruppo e in veste di firmatario della proposta di risoluzione comune, consentitemi di dire che, su una questione fondamentale come questa, è naturale permettere a ogni membro del nostro gruppo di votare come ritiene opportuno, in quanto è una questione sulla quale ogni singolo membro del nostro gruppo ha il proprio parere, non solo perché lo permettiamo, ma perché è nostra profonda convinzione che debba averlo. Per questo motivo, è possibile che vari membri del nostro gruppo adottino posizioni diverse sull’argomento.

Tuttavia, su un aspetto siamo d’accordo, ed è per questo che abbiamo potuto sostenere all’unanimità la proposta di risoluzione, cioè che entrambe le parti dei negoziati sulla Turchia devono considerarli un processo dall’esito aperto. Vogliamo sottolineare che abbiamo tutti interesse allo sviluppo della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani in Turchia, in modo che si avvicini ai nostri valori. Anche se l’adesione della Turchia non fosse l’obiettivo finale, o anche se, alla fine del processo, la Turchia non diventasse uno Stato membro, possiamo dire ai nostri amici e partner turchi che è comunque nostro grande interesse ricercare una forma alternativa di partenariato, che fornisca solide basi per il partenariato, la cooperazione e l’amicizia con la Turchia. Dopo aver ascoltato le dichiarazioni del Presidente in carica del Consiglio e del Commissario, cerchiamo di parlare chiaro: sembra si stia camminando sulle uova, con dichiarazioni rilasciate dall’una o dall’altra parte, dalla Turchia da un lato e dal Consiglio dall’altro.

Come ha ricordato l’onorevole Brok, signor Commissario, lei ha preso l’impegno con la commissione per gli affari esteri di tentare di convincere il governo turco ad adottare una dichiarazione in cui si affermi che il non riconoscimento di Cipro e il rifiuto di autorizzare le imbarcazioni o gli aerei ciprioti ad attraccare o atterrare su suolo turco non faranno parte del processo di ratifica da parte della Turchia. Tale dichiarazione non è pervenuta. Se non otterremo da lei tale dichiarazione, con cui la Turchia garantisca che queste questioni non faranno parte del processo di ratifica, entro mezzogiorno di oggi, il nostro gruppo proporrà di rinviare l’approvazione del protocollo, perché è logico – sotto il profilo politico e anche di per sé – che non si svolga alcuna votazione in materia finché non riceveremo tale dichiarazione dal governo turco.

Consentitemi di sollevare una questione molto seria: qual è la situazione dei diritti umani? Vi suggerisco di chiederlo al Patriarca della chiesa ortodossa, il Patriarca Bartolomeo. Per quanto riguarda la libertà dei cristiani di praticare la loro religione in Turchia, nulla è cambiato. Noi del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei siamo tutti favorevoli al partenariato, all’amicizia e al dialogo con il mondo islamico, ma non può essere una strada a senso unico. Anche l’islam – in questo caso, il governo turco – deve essere disposto a riconoscere i diritti legittimi dei cristiani in Turchia e darne prova nella pratica. E’ un aspetto che mi preoccupa. Mi rivolgo al Presidente in carica del Consiglio e mi auguro che presti attenzione: invito il governo britannico ad applicare gli stessi criteri a tutti. Sappiamo qual è la situazione dei diritti umani in Turchia, ma che cosa succede in Croazia? Ci rifiutiamo di avviare i negoziati con la Croazia perché un certo generale non viene consegnato, anche se è oltremodo evidente che il governo non è in grado di farlo. Per la Turchia, invece, quasi tutti chiudiamo gli occhi e applichiamo altri parametri di valutazione. Per la nostra stessa credibilità, vi esorto ad applicare criteri uniformi e a riservare anche alla Croazia un trattamento equo e oggettivo.

E’ molto importante e invitiamo la Commissione a farlo. Anche se può sempre contare sul nostro sostegno, adotteremo una linea molto critica se non vi saranno miglioramenti della situazione dei diritti umani entro un determinato arco di tempo dopo l’apertura dei negoziati. Sappiamo che la tortura è tuttora praticata. Se la Turchia non vi porrà fine, dobbiamo essere pronti a rinviare i negoziati. Non dobbiamo lasciar passare sotto silenzio queste violazioni dei diritti umani.

Ciò mi porta all’ultima osservazione che vorrei fare: è molto importante e citerò la nostra risoluzione comune, che ho firmato assieme agli onorevoli Eurlings e Brok, ai quali rivolgo i miei calorosi ringraziamenti per aver condotto insieme i negoziati a nome del nostro gruppo. Al paragrafo 16 della risoluzione si afferma che il Trattato di Nizza non costituisce una base accettabile per ulteriori decisioni in merito all’adesione di eventuali nuovi Stati membri e il Parlamento insiste pertanto sulla necessità che le riforme richieste siano varate nel quadro del processo costituzionale. Ciò significa che la Turchia non è l’unica a dover soddisfare le condizioni per l’adesione. E’ un cammino difficile e insidioso da percorrere e ci auguriamo che la Turchia imbocchi la strada che porta alla democrazia, allo Stato di diritto e al rispetto dei diritti umani. Anche noi nell’Unione europea dobbiamo essere certi di poter far fronte a una nuova adesione. In caso contrario, è irresponsabile continuare ad allargare l’Unione europea, perché finiremo per ottenere qualcosa che non sarà più l’Unione europea. Qui, al centro dell’Unione europea, dobbiamo fare ciò che è necessario per rendere l’Unione forte ed efficace.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo aver ascoltato con attenzione l’onorevole Poettering, si può giungere a una sola conclusione e cioè che sarebbe meglio se dicesse che lui e il suo gruppo non vogliono che la Turchia diventi membro a pieno titolo dell’Unione europea. Questo è il messaggio contenuto nel suo intervento. Lo dica quindi chiaramente, anziché tergiversare! Se non vuole che la Turchia diventi membro a pieno titolo dell’Unione europea, lo dica! Il sito Internet del suo gruppo contiene pagine piene di alcuni suoi iscritti che affermano precisamente questo. Questo è il punto in questione, questo è ciò che sta cercando di evitare.

Vi dirò che cosa vuole il nostro gruppo. E’ stato deciso dai capi di Stato o di governo, 18 dei quali sono alleati politici dell’onorevole Poettering, che il 3 ottobre sarà la data di apertura dei negoziati di adesione; richiederanno da dieci a quindici anni e saranno portati avanti senza sconti , perché sono state fissate condizioni proposte dalla Commissione e definite dal Consiglio ed è di queste che discutiamo oggi.

Consentitemi di citare un paio di condizioni indispensabili. Se la Turchia vuole aderire all’Unione europea, deve conformarsi ad alcune condizioni fondamentali. Una cosa su cui siamo d’accordo è che un paese non può pensare di aderire all’Unione europea se non riconosce uno dei suoi Stati membri; ciò è impossibile. Siamo quindi del parere che il riconoscimento non possa essere l’elemento da cui far dipendere l’apertura dei negoziati, ma debba comunque avvenire nel corso del processo negoziale. Affermiamo anche chiaramente che tale riconoscimento non potrà avvenire al termine di un processo di quindici anni, bensì entro breve, durante il primo o il secondo anno. Se il protocollo menzionato dall’onorevole Brok non sarà attuato, se la Repubblica di Cipro non sarà riconosciuta, i negoziati di adesione dovranno essere sospesi.

Per quanto sia lieto che l’onorevole Poettering concordi con noi in proposito, chiedo all’Assemblea di trattenere gli applausi ancora un paio di minuti, perché c’è dell’altro. Per poter allargare l’Unione europea, occorre prepararla all’allargamento. Questo è un altro punto su cui siamo d’accordo, come risulta dalla risoluzione comune. Se vuol essere compreso meglio, l’onorevole Poettering dovrà usare un linguaggio molto preciso.

Se l’Unione europea non ha la capacità di assorbire la Turchia, non potrà assorbire nemmeno la Croazia. Dirò all’onorevole Poettering che cosa afferma il suo gruppo con la sua politica: afferma che non vuole la Turchia perché è lontana e musulmana, mentre la Croazia è cattolica, conservatrice e vicina e quindi è accettabile. A questo si riduce la politica del suo gruppo: nient’altro che ipocrisia! Non si può tenere sulla corda un paese candidato per 40 anni con promesse di adesione all’Unione europea; non si possono pretendere da tale paese processi di trasformazione cui si è già sottoposto. Con nessun governo conservatore – che sia quello della signora Çiller o quello del signor Yilmaz, grande amico dell’onorevole Poettering – la Turchia ha compiuto progressi verso la democrazia tanto significativi quanto quelli compiuti con il Primo Ministro Erdogan.

Dico quindi senza mezzi termini che non dobbiamo sottovalutare la maggiore sicurezza che potrebbe derivare dalla piena adesione della Turchia. Tuttavia, non possiamo essere ingenui – e mi rivolgo anche al mio gruppo – e affermare che la Turchia può aderire domani. L’adesione dipende dalle condizioni fissate e tali condizioni si applicano a entrambe le parti. La Turchia vi si deve conformare e lo stesso deve fare l’Unione europea. Sarebbe utile essere un po’ più onesti in questa discussione. Se considerate la Turchia inaccettabile, dovreste dirlo apertamente. Vogliamo offrirle una possibilità, ma non sappiamo se l’adesione sarà infine possibile, perché devono essere attuate riforme in entrambi i paesi, da entrambe le parti.

(Commenti dell’onorevole Langen)

Lei, in particolare, dovrebbe controllarsi, onorevole Langen. Ricordo bene il dicembre 1995, quando il più eloquente sostenitore dell’adesione in seno al Parlamento era proprio lei. Lei è uno dei più grandi ipocriti dell’Assemblea. Mi permetta di dirle che ho buona memoria e le sue urla di certo non rendono i suoi argomenti meno falsi. Invito gli onorevoli colleghi a riflettere sul fatto che il Parlamento europeo...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Onorevole Schulz, aspetti un momento. Onorevole Langen, lei non ha ufficialmente la parola e le chiedo quindi di non intervenire. Per favore si calmi e faccia silenzio.

 
  
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  Martin Schulz (PSE).(DE) Signor Presidente, forse può essere così gentile e far sì che il commento dell’onorevole Langen, “Che bugiardo!”, sia messo a verbale. Sarei grato se almeno questo fosse possibile.

L’agitazione tra i deputati democratico-cristiani rivela quanto sia difficile sopportare di essere colti in fallo pubblicamente.

Consentitemi di dire all’Assemblea che cosa il mio gruppo considera importante. Il dibattito descritto dall’onorevole Poettering all’interno della sua compagine naturalmente esiste anche tra noi. Anche nella mia compagine, con cui intendo il mio gruppo, esistono pareri diversi, ma vorrei tornare al paragrafo 16 della risoluzione comune, perché è evidente dall’intervento dell’onorevole Poettering che presto dovremo discutere della Croazia.

Le stesse condizioni fondamentali si applicano anche alla Croazia: la cooperazione con il Tribunale internazionale è una conditio sine qua non. E’ chiaro dal paragrafo 16, tuttavia, che un’altra condizione fondamentale per qualsiasi allargamento è che l’Unione europea deve avere una costituzione. Se tale costituzione non sarà quella che si sta rivelando inaccettabile nella sua versione attuale, vi dico con grande chiarezza che il Trattato di Nizza e alcune sue correzioni non saranno sufficienti. Se l’Unione europea deve essere preparata all’allargamento, dobbiamo insistere sulla necessità di una costituzione, dobbiamo continuare a perseguire questo obiettivo. Ciò vale per la Turchia ma, a scanso di equivoci, vale anche per qualsiasi altro paese candidato all’adesione.

Vorrei anche sapere se l’onorevole Poettering insisterebbe con altrettanta foga su queste due condizioni associate se si trattasse della Croazia. Sono ansioso di vedere se in tale occasione chiederà la conformità alle condizioni fondamentali con lo stesso ardore con cui la chiede per la Turchia. Non vedo l’ora.

In sintesi, come gruppo, voteremo a favore della risoluzione. Riguardo al rinvio previsto dall’onorevole Brok nel caso in cui la risposta non pervenga entro oggi a mezzogiorno, dico che, se la Turchia dovesse effettivamente inserire la questione nel processo di ratifica in seno al parlamento turco, il risultato sarà precisamente quello indicato nella risoluzione comune: i negoziati dovranno essere interrotti, forse persino sospesi, quindi il rinvio non è necessario.

(Applausi)

 
  
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  Emma Bonino, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, qualunque sia l’occasione di discutere sulla Turchia, è chiaro che il dibattito diventa immediatamente politico, al di là dell’occasione più o meno giuridica che ne è alla base, come sta succedendo ora.

Abbiamo firmato insieme, tutti i gruppi, un importante documento di compromesso che esprime un punto unitario, ma abbiamo sacrificato sull’altare di questa unità anche taluni elementi di correttezza.

A mio avviso, il documento è estremamente duro rispetto alle richieste che rivolge alla Turchia e tale approccio non aiuta neppure gli amici greci, ciprioti ad essere più flessibili, a trovare anche loro una soluzione a questa situazione, di cui sono ampiamente e largamente responsabili. Non si può dimenticare chi ha respinto il referendum, non si possono dimenticare i motivi per cui ci si trova in questa situazione. Dico questo giusto per mettere le cose come stanno.

Un paese che stava per diventare membro ha impedito a un Commissario dell’Unione europea di rivolgersi dalla TV di Stato e questo Commissario ha dichiarato di essere stato tradito nella fiducia riposta e nella parola data dalle autorità grecocipriote. Lo dico perché non facciamo un favore neanche agli amici ciprioti se non richiamiamo anche loro al senso di responsabilità per quanto riguarda questa situazione.

Finalmente per chi come noi pensa e spera ad un’Europa politica, ad una forza politica, economica, morale, è chiaramente sorprendente che noi stessi non ci rallegriamo dei successi che il nostro potere dolce europeo già sta ottenendo in Turchia. Possibile che noi stessi non ci rendiamo conto che sono caduti recentemente diversi tabù, che in Turchia si discute di Armenia e lo si fa con l’appoggio del governo, nonostante tutto il Primo Ministro e il ministro degli Esteri hanno sostenuto l’apertura di questo dibattito. E’ caduto il tabù curdo, basta pensare all’ultimo intervento del Primo Ministro sugli errori commessi al riguardo, l’assunzione di responsabilità con l’intervento di Diyarbakir. Questi sono i successi dell’Europa politica, sono i successi della nostra capacità di attrazione alle strutture e a sistemi democratici aperti e più rispettosi.

E’ vero, abbiamo il diritto di essere critici, ma non abbiamo il diritto di essere cinici; la morte precoce della Costituzione europea sulle forche elettorali di Francia e Olanda ha lasciato il continente senza una frontiera di maturazione ideale, facendo stagnare risentimenti, cinismi che non sono una politica.

Non si fa politica in questo modo, non si fa una politica federalista, liberale dell’Europa che noi vogliamo come attrazione di libertà, di Stato di diritto, di democrazia.

(Applausi)

 
  
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  Daniel Marc Cohn-Bendit, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando persone ragionevoli si agitano tanto, ci dev’essere qualcosa sotto, altrimenti non si agiterebbero.

Forse possiamo ricordare un paio di cose. Finora non abbiamo allargato l’Unione europea: l’abbiamo unita.

La discussione sulla Turchia è la prima vera discussione sull’allargamento, perché nessuno – a prescindere da come vota – descrive l’adesione della Polonia, della Repubblica ceca o dell’Ungheria come un allargamento dell’idea europea; era d’obbligo, perché era giusto e corretto accogliere tali paesi dopo il crollo del comunismo.

Quella che affrontiamo ora è veramente una nuova dimensione. Questo è l’allargamento. A prescindere dalla decisione che prenderemo, si tratta di una nuova dimensione.

(L’onorevole Posselt interviene a microfono spento)

Stia zitto, per favore!

Dobbiamo realmente affrontare una nuova dimensione e ciò che dobbiamo chiederci è se dopo l’11 settembre sia importante, in termini di interessi europei, offrire alla Turchia la possibilità dell’adesione. A questo interrogativo si può rispondere in modo diverso, ma si deve rispondere in considerazione degli interessi dell’Unione europea, degli interessi dei popoli d’Europa, non sulla base di risentimenti emotivi, culturali o razzisti. Questo non è accettabile e non lo vogliamo!

(L’onorevole Brok interviene a microfono spento)

Se lei non si comporta così, se non pensa che mi riferisca a lei, allora non è di lei che sto parlando. Parlo dell’onorevole de Villiers, va bene? Smetta di pensare che tutto si riferisca a lei! Lei non è il centro dell’universo!

Al momento, gli argomenti usati in Europa contro la Turchia si basano sull’emotività, su risentimenti razzisti contro l’islam. Non tutti coloro che sono contrari alla Turchia fanno questi discorsi, ma comunque cavalcano l’onda di questi sentimenti. Ne consegue che tutti gli oppositori devono chiedersi che cosa scatenino con i loro argomenti. Per questo motivo considero corretto sostenere che l’Europa deve prima cambiare, che l’Europa deve fare i suoi compiti a casa e che l’Europa ha bisogno di una costituzione; su questo nessuno è contrario. L’Europa, così com’è oggi, non si può allargare.

Riguardo a se l’Europa, alle condizioni del Trattato di Nizza, possa diventare più unita accogliendo la Croazia, ho anch’io i miei dubbi. Ma questa è una discussione legittima. L’altra discussione, quella in cui ci si domanda se l’Europa possa assorbire un paese la cui popolazione è prevalentemente musulmana, invece non ha senso. Oggi in Europa vi sono più musulmani che belgi. Li abbiamo già accolti tra noi. La questione dell’islam europeo esiste con o senza la Turchia, quindi smettiamola di parlarne. L’islam è la terza religione in Europa; se mi piaccia o meno, come ateo, è un’altra questione.

Per questo motivo, l’unica cosa da chiedersi al termine della discussione è come sarà la Turchia tra dieci anni. Sarà uno Stato democratico, uno Stato laico? L’islam sarà un islam europeo? Questa Turchia sarà pronta a unirsi a noi europei e a difendere i valori enunciati in una costituzione? Se la risposta sarà affermativa, le darò il benvenuto; in caso contrario, dovremo trovare un’altra soluzione.

(Applausi)

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, le sarei immensamente grato se usasse tutta l’influenza che può avere sull’onorevole Cohn-Bendit per indurlo a riflettere e quindi a ritirare le accuse generalizzate di razzismo che ha rivolto a coloro che si oppongono all’adesione della Turchia.

 
  
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  Daniel Marc Cohn-Bendit (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, vorrei dire all’onorevole Brok che non tutti gli argomenti contro la Turchia sono razzisti, ma che coloro che possono cavalcare l’onda del razzismo nella loro campagna contro la Turchia, proprio per tale motivo, devono riflettere sugli argomenti che usano. Di questo sono convinto. Se si sente toccato, è un suo problema, se no buon per lui.

 
  
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  Presidente. – Onorevoli Brok e Cohn-Bendit, dobbiamo operare in conformità del Regolamento. Immagino che l’onorevole Brok sia intervenuto a norma dell’articolo 145. Non lo ha detto, ma la mia interpretazione è che abbia chiesto la parola ai sensi di tale articolo, il quale prevede che le dichiarazioni per fatto personale si svolgano alla fine della discussione interessata. Se lo desidera, onorevole Brok, può quindi intervenire alla fine della discussione.

 
  
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  Philippe de Villiers (IND/DEM).(FR) Signor Presidente, un richiamo al Regolamento. Vorrei chiedere all’onorevole Cohn-Bendit di ritirare la sua osservazione, che mi sembra estremamente grave e non è...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Onorevole de Villiers, poiché non ha menzionato l’articolo del Regolamento cui intendeva richiamarsi, ho dovuto interromperla.

 
  
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  Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, alla vigilia dell’apertura di queste trattative, che si dovranno svolgere nell’arco di un lungo periodo, occorre ricordare con grande chiarezza i punti non negoziabili, sui quali i negoziatori europei non dovranno quindi transigere, quali che siano le pressioni che subiranno. Sebbene tali punti siano noti, non è inutile, a mio parere, ricordarli oggi. Il nostro gruppo lo ha fatto nella sua proposta di risoluzione.

In primo luogo, si tratta dell’applicazione reale delle norme democratiche e del rispetto reale dei diritti civili e dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Ciò ovviamente comprende i diritti civili, politici e culturali delle minoranze, innanzi tutto dei curdi. E’ un aspetto che, con nostra sorpresa e vivo rammarico, nella proposta di compromesso che ci è stata presentata, peraltro ampiamente soddisfacente, passa sotto silenzio. A nostro parere è fondamentale che la Turchia rinunci definitivamente a qualsiasi idea di risolvere la questione curda con la forza militare, riconosca la dimensione politica del conflitto e promuova la riconciliazione, in particolare con i curdi che hanno rinunciato all’uso delle armi.

Nello stesso spirito, si tratta di persuadere la Turchia, in contrasto con qualsiasi forma di nazionalismo, ad accettare di guardare in faccia la propria storia e riconoscere il genocidio armeno. E’ sintomatico che l’inammissibile procedimento giuridico contro Orhan Pamuk riguardi al tempo stesso la questione curda e la questione armena.

Si tratta infine di assicurare, entro un arco di tempo che sarebbe utile precisare sin dalla prima fase dei negoziati, che la Turchia riconosca la Repubblica di Cipro, ritiri le truppe di occupazione dalla parte settentrionale dell’isola e, nell’immediato, dia piena attuazione a tutti gli impegni previsti dal protocollo che estende l’unione doganale UE-Turchia ai nuovi Stati membri, in particolare alla Repubblica di Cipro. Ciò ovviamente significa il pieno rispetto del libero accesso di navi e aerei ciprioti ai porti e agli aeroporti della Turchia.

Questo elenco non contiene alcuna condizione eccessiva o ingiustificata. Nell’insieme, queste misure rispondono alle aspettative delle forze democratiche della Turchia stessa. Come noi, esse vogliono creare le condizioni per la futura adesione del loro paese all’Unione. Per loro, per le forze democratiche turche e curde, questi negoziati costituiscono una leva eccezionale per accelerare le trasformazioni che reputano necessarie. La nostra vigilanza è quindi a loro favore!

 
  
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  Roger Knapman, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, per chi di noi si oppone all’intera idea di unione politica, la questione è molto semplice. Siamo contrari all’unione politica con la Turchia, così come siamo contrari all’unione politica con la Germania, la Francia o l’Italia.

Tuttavia, che cosa si deve pensare all’improvviso di tutti questi eurofanatici – specialmente laggiù – della CDU in Germania e persino del grande Presidente Chirac, il cui ardore per lo sviluppo infinito dell’Unione europea tutto a un tratto si raffredda quando raggiunge il Bosforo?

Alcuni stamattina sentiranno puzza di ipocrisia, ma in realtà non si tratta di ipocrisia; è l’odore della paura: paura che il sostegno dei cittadini per l’intero progetto europeo alla fine venga meno se si promuove seriamente l’adesione della Turchia. In fondo, come l’onorevole Poettering di sicuro ben sa, l’ultimo Eurobarometro indica che il 70 per cento dei cittadini francesi e il 74 per cento dei cittadini tedeschi sono contrari all’adesione della Turchia. Tuttavia, come al solito Bruxelles andrà diritta per la sua strada. Bene! Pur essendo contrari all’adesione della Turchia, saremo lieti di osservare l’Unione europea distruggere se stessa nel tentativo di ottenerla.

Dicono che i tacchini non votano a favore del Natale, ma se le Istituzioni dell’Unione europea voteranno a favore della Turchia, potrebbe essere una fortunatissima eccezione alla regola.

 
  
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  Konrad Szymański, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, ogni allargamento dell’Unione europea ha provocato reazioni emotive, ma finora nessuno di essi ha causato altrettante apprensioni tra gli europei quanto quello che riguarda la Turchia. Ciò può significare che gli europei non daranno mai il loro consenso. Se gli europei si oppongono a questo allargamento sia ora sia in futuro, creare il miraggio della piena adesione della Turchia all’Unione europea equivarrà a creare enorme disappunto e scompiglio nel governo di Ankara. La prima volta che si è discussa in Aula la questione turca nel dicembre 2004, ho rilevato che è oltremodo ovvio che tutti i vantaggi di più stretti legami economici, politici e militari con la Turchia si possono ottenere anche senza la piena adesione. Molto è stato scritto sull’argomento.

Oggi vorrei evidenziare un altro problema legato a questo allargamento, cioè la perdita di equilibrio politico e geografico che comporta. Posticipare l’adesione della Croazia ed evitare una dichiarazione sul legittimo posto dell’Ucraina in Europa e al tempo stesso premere perché questo processo prosegua in Turchia è penoso e inaccettabile. E’ eccessivamente costoso e pregiudizievole per l’Unione europea nei paesi dell’Europa centrale e orientale e negli altri paesi che ho menzionato.

L’onorevole Schulz e l’onorevole Poettering sostengono che la nostra capacità di assorbimento è limitata. In tal caso, preferirei usarla in modo diverso. Il documento che ci è stato presentato è di fatto un tentativo di ricatto, perché condiziona il processo di allargamento al cosiddetto processo costituzionale. I deputati del partito “Legge e Giustizia” si asterranno quindi dal voto su tale documento.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signor Presidente, tutto indica che la Turchia aderirà a qualunque costo, ma come ha dimostrato di recente la commissione civica UE-Turchia, la Turchia non soddisfa i criteri di Copenaghen, sebbene la Commissione e il Consiglio affermino il contrario. Conoscono benissimo la situazione. Il Commissario Rehn ha menzionato poc’anzi il procedimento giuridico contro lo scrittore Orhan Pamuk; esprimono preoccupazione ogni volta che succede qualcosa, ma quando si tratta di affrontare il problema, non prendono alcun provvedimento.

Quand’è che la Turchia dovrebbe riconoscere tutti gli Stati membri? Qual è il calendario per l’apertura degli aeroporti e dei porti turchi? Alcuni propongono nel corso dei negoziati, quindi fra circa dieci anni, forse, perché naturalmente avremo compiuto così tanti progressi da non poter più fare marcia indietro, anche se la Turchia non soddisfa le condizioni. Questa è la soluzione del salame: le decisioni sono prese a piccoli pezzi e ancor prima di accorgercene ci troviamo davanti al fatto compiuto. L’unico argomento che continuiamo a sentire prima dell’adesione della Turchia è la promessa fatta ai turchi. E la promessa di soddisfare le condizioni fatta dalla Turchia? Quando chiederemo ai cittadini che cosa pensano dell’adesione di un paese non europeo che non ha alcun posto nell’Unione europea?

 
  
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  Camiel Eurlings (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, proprio prima della prevista apertura dei negoziati, le relazioni tra l’Europa e la Turchia attraversano una fase molto travagliata, innanzi tutto a causa di una controdichiarazione della Turchia che la Commissione ha cercato a ogni costo di evitare, ma anche perché l’idea che ha la Turchia di ciò che è necessario per aderire all’Unione europea è incompatibile con le regole del club. Ha una percezione diversa delle cose.

Per questo motivo, al momento abbiamo soprattutto bisogno di chiarezza, chiarezza sulle regole e su ciò che deve succedere; per questo accolgo con favore la nostra risoluzione comune: perché garantisce proprio tale chiarezza. In essa si afferma che il riconoscimento di Cipro non è negoziabile. La Repubblica di Cipro deve essere riconosciuta non appena possibile, altrimenti le conseguenze potrebbero essere gravi. Questo è ciò che crediamo qui in seno al Parlamento ed è ciò cui dovremo attenerci. L’onorevole Schulz ha accennato a un periodo di un paio di anni, quindi il mancato riconoscimento di Cipro entro due anni sarebbe inaccettabile anche per i socialisti; ne abbiamo preso nota.

In secondo luogo, si usano termini chiari anche riguardo all’attuazione del protocollo. La questione dovrà essere risolta sin dall’inizio dei negoziati nel 2006; in caso contrario, le conseguenze potrebbero essere gravi. Alla luce di queste considerazioni, vorrei aggiungere che la situazione presenta anche un altro risvolto. L’Europa deve assumersi la responsabilità di incoraggiare le Nazioni Unite a compiere sforzi a favore della riconciliazione tra le due parti a Cipro. Lo scorso fine settimana ho parlato con i leader delle due fazioni, i quali non si incontrano da anni. Come minimo dobbiamo insistere con le Nazioni Unite affinché inviino un rappresentante sull’isola a parlare con entrambe le parti. Qualunque altra cosa equivarrebbe a un’ammissione di debolezza.

In terzo luogo, per quanto riguarda la posizione giuridica della dichiarazione, il Commissario ha ragione a dire che non ha alcun valore giuridico per noi, ma anche gli onorevoli Brok e Poettering hanno ragione a dire che avremo un problema se il parlamento turco la includerà nel processo di ratifica. L’onorevole Schulz sostiene che, se la Turchia la includerà nel processo di ratifica, dovremo immediatamente sospendere i negoziati. Come può affermare una cosa del genere se vuole che il processo con la Turchia vada a buon fine? Mi auguro che il Commissario sarà presto in grado di confermare che la Turchia non farà dipendere la ratifica da tale dichiarazione. Se la Turchia dovesse comunque farlo, è bene che il Parlamento rimanga vigile e sospenda il processo, in modo da poter esercitare la massima pressione per garantire che la Turchia non imbocchi tale strada indesiderabile ed eviti il problema, anziché, come afferma l’onorevole Schulz, trovarci nella posizione di dover interrompere l’intero processo tra un paio di mesi.

La risoluzione è molto chiara anche sul modo in cui si devono affrontare i negoziati nel tempo. Sebbene la Turchia a quanto pare abbia formalmente soddisfatto le condizioni per l’apertura dei negoziati, va detto che i nuovi atti sono problematici, perché gli articoli 301 e 305 del codice penale assicurano che Orhan Pamuk possa essere incriminato e che un giudice possa annullare una conferenza sull’Armenia. Sono lieto che il Primo Ministro Erdogan si sia espresso con grande chiarezza durante la conferenza, anche riguardo alla questione curda. E’ un atteggiamento coraggioso.

Tuttavia, per risolvere realmente i problemi, tali atti legislativi devono essere modificati, compreso quello sulle minoranze religiose, che non è degno di un paese che vuol far parte dell’Europa. Non può essere giusto che i preti non possano ricevere una formazione nel paese dopo anni di promesse e che le persone continuino a essere private delle chiese. Per questo mi compiaccio dell’uso del termine “scadenzario” nella risoluzione. Se prendiamo sul serio la priorità dei criteri politici, dobbiamo essere abbastanza coraggiosi da fissare scadenze precise e avvisarli che hanno tempo un paio d’anni per risolvere la situazione, altrimenti non potremo procedere.

Ultimo punto, ma non per questo meno importante, nella risoluzione si menziona espressamente la capacità di assorbimento. La capacità dell’Europa di assorbire un grande paese come la Turchia dovrà andare di pari passo con una costituzione e con disposizioni finanziarie, ma sarà soprattutto necessario persuadere i comuni cittadini. Spetta alla Turchia farlo, tramite campagne adeguate e riforme reali, ma anche il Parlamento può fare qualcosa: non solo usare un linguaggio chiaro nella risoluzione, ma anche tener fede alle sue parole negli anni a venire.

 
  
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  Jan Marinus Wiersma (PSE).(NL) Signor Presidente, dopo aver ascoltato l’onorevole Eurlings, possiamo affermare che siamo d’accordo su molti punti della risoluzione, ma, a mio parere, non su tutti. Riguardo alla Turchia, esiste una differenza tra l’atteggiamento di alcuni gruppi di sinistra, o di centrosinistra, e il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani). Questo è il primo aspetto che intendevo rilevare. Nondimeno, sono lieto che sia stata presentata una proposta di risoluzione molto chiara e mi auguro che superi indenne la tornata di votazioni.

E’ superfluo dire che per elaborare la risoluzione abbiamo principalmente usato, come punto di partenza, la posizione adottata dal Parlamento l’anno scorso. Ne abbiamo anche volutamente ripreso vari punti, al fine di illustrare il quadro negoziale che l’Assemblea vorrebbe adottare nei prossimi anni.

Abbiamo chiesto che la prima fase dei negoziati con la Turchia s’incentri sui criteri politici, sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e sulla situazione delle minoranze. In tal modo, l’Unione europea potrà esercitare pressioni sul governo turco affinché non si limiti a introdurre tali diritti e libertà nel diritto, ma dia loro anche attuazione pratica. Abbiamo insistito su questo punto in numerose occasioni e continueremo a farlo; la Turchia deve quindi attuare questa riforma e darle espressione concreta, in modo da permetterci di valutare i progressi sotto una luce favorevole.

E’ almeno altrettanto importante confermare ancora una volta che la finalità dei negoziati è la piena adesione all’Unione europea. Al tempo stesso – e ciò trova espressione anche nella risoluzione – l’esito ovviamente dipenderà dal processo stesso. Il nostro obiettivo è il successo, ma non esistono garanzie. Come ha affermato il Commissario, il processo è molto importante di per sé e avrà conseguenze enormi per il futuro della Turchia.

Purtroppo, va detto che la discussione sull’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia e sul testo della risoluzione è offuscata da due questioni: in primo luogo, il riconoscimento della Repubblica di Cipro e, in secondo luogo, l’estensione e l’attuazione del protocollo doganale, sempre per quanto riguarda Cipro. Questi due problemi, mi rincresce dire, sono stati creati dalla Turchia stessa.

Non riusciamo a capire perché una decisione globale quale l’apertura di porti o aeroporti costituisca un enorme problema di principio. Non riusciamo a capire perché la Turchia trovi così difficile riconoscere tutti i membri di un club al quale vorrebbe appartenere. Questo è il motivo per cui insistiamo sulla necessità che la Turchia rinunci a opporsi all’estensione dell’accordo doganale e dia piena attuazione all’accordo di Ankara, senza discriminazioni. Questo è il motivo per cui insistiamo sulla necessità che la Turchia riconosca formalmente Cipro quanto prima possibile dopo l’avvio dei negoziati. Questo è il motivo per cui insistiamo sul fatto che firmare un accordo con 25 paesi significa anche riconoscere tali 25 paesi.

Temiamo, e ciò trova espressione anche nella risoluzione, che questi problemi possano creare intoppi nel processo dei negoziati, o persino determinarne la sospensione. Non è nostro interesse né del governo turco o del popolo turco che ciò avvenga. Invitiamo quindi espressamente il governo turco a mettersi subito al lavoro in questo ambito, in modo da eliminare tali problemi.

Infine, anche se la discussione non verte su Cipro, o sulla questione di Cipro, il problema esiste e vorrei quindi sollevare due questioni al riguardo. Innanzi tutto, come l’onorevole Eurlings, vorrei invitare tutte le parti a tornare al tavolo dei negoziati per superare l’impasse riguardante il futuro della parte settentrionale di Cipro.

In secondo luogo, vorrei chiedere alle stesse parti, nonché al Consiglio e alla Commissione, di smettere di tergiversare e adottare invece le misure necessarie a dare una possibilità reale all’economia e quindi alla popolazione della parte settentrionale di Cipro.

 
  
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  Andrew Duff (ALDE).(EN) Signor Presidente, mi spiace constatare, in base a quanto hanno affermato gli oratori che mi hanno preceduto, che le trattative tra SPD e CDU sulla formazione della grande coalizione non procedono nel modo migliore.

Trovo strano che chi ha tratto tanto profitto dall’integrazione europea in termini di prosperità, sicurezza e democrazia liberale debba ora rifiutarsi di estendere tali gratificazioni alla Turchia. Tuttavia, concordo con l’onorevole Poettering che è importante rafforzare la capacità dell’Unione di assorbire tale paese. Mi chiedo se il Presidente in carica del Consiglio può indicare se è d’accordo con noi sulla necessità di trovare un accordo sulla Costituzione europea prima che la Turchia e la Croazia possano aderire all’Unione. E’ d’accordo anche sul fatto che il problema di Cipro rimarrà intrattabile e i Balcani continueranno a essere riottosi e instabili se l’Unione negherà alla Turchia la possibilità dell’adesione? Può dirci quali misure la Presidenza intende adottare per promuovere iniziative volte a stabilire relazioni finanziarie e commerciali con la parte settentrionale di Cipro in seguito all’avvio dei negoziati di adesione?

 
  
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  Joost Lagendijk (Verts/ALE).(NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in vista delle importanti decisioni che l’Unione europea deve prendere riguardo alla Turchia, diventa sempre più evidente che è in atto una lotta – anche dura – tra riformisti e conservatori sul futuro della Turchia, tra una Turchia democratica ancorata all’Europa e una Turchia non democratica in splendido isolamento.

Consentitemi di affermare ancora una volta chiaramente che spero vincano i riformisti. Ciò significa che l’Unione europea, nelle sue relazioni con la Turchia, non deve usare mezzi termini, ma deve anche essere equa. Per quanto riguarda Cipro, la firma del protocollo da parte del governo turco comporta, a mio parere, la sua piena attuazione. Non devono esistere dubbi al riguardo. Tuttavia, ciò significa anche che l’Unione deve tener fede alla sua promessa di porre fine all’isolamento della parte settentrionale di Cipro e, sempre riguardo a Cipro – e lo dico a beneficio dei deputati socialisti al Parlamento – si deve procedere nell’ordine corretto: innanzi tutto dobbiamo chiedere a Kofi Annan di verificare se sia possibile trovare una soluzione e poi darvi seguito con il riconoscimento, perché viceversa non funzionerà. Essere sinceri e onesti significa inoltre che dobbiamo lodare la Turchia per il nuovo codice penale e al tempo stesso far notare ai riformisti che tale codice contiene ancora troppe clausole e articoli che possono essere interpretati erroneamente dai conservatori per sconfiggere i riformisti, come abbiamo visto nel caso dello scrittore Orhan Pamuk; questo è il motivo per cui sono necessarie ulteriori modifiche.

Per quanto mi riguarda, i negoziati possono cominciare. Auguro alla Commissione e al Consiglio molta onestà e chiarezza e auguro ai riformisti in Turchia grande forza e saggezza.

 
  
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  Adamos Adamou (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, intendevo cominciare il mio breve intervento di un minuto e mezzo in modo diverso, ma devo fare un’osservazione sulle affermazioni dell’onorevole Bonino, che nel suo intervento ha criticato i grecociprioti perché hanno respinto il piano Annan. Penso si riconosca che le decisioni adottate in seguito a referendum vanno rispettate, come indicato nella proposta di risoluzione, a prescindere dal fatto che lei esprima il suo personale rammarico. Tuttavia, mi sarei aspettato che l’onorevole Bonino spiegasse anche i motivi per cui i grecociprioti hanno respinto il piano e precisasse che anche il 35 per cento dei turcociprioti ha detto “no” e che anche i coloni che commettono un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale hanno avuto il diritto di votare nei territori occupati di Cipro. Questo solo a titolo di breve commento.

La Turchia deve rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale e dei principi su cui si basa l’Unione europea. Si deve inoltre tenere conto del fatto che l’Unione europea è costituita da 25 Stati membri, che comprendono la Repubblica di Cipro, e sarebbe paradossale se la Turchia dovesse aderire all’Unione europea e al tempo stesso avere un esercito di occupazione nel territorio di uno Stato membro che si rifiuta di riconoscere.

In questo quadro, la Turchia deve dare piena attuazione, senza discriminazioni, alle disposizioni del protocollo, compreso il capitolo sui trasporti. Va da sé che la Turchia deve quindi riconoscere la Repubblica di Cipro.

Con Cipro riunificata e la Grecia e la Turchia membri dell’Unione europea, sono convinto che si rafforzeranno la pace e la sicurezza nella regione.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM).(NL) Signor Presidente, prima o poi, la politica ambigua è punita dagli elettori e la linea ambigua seguita dal Consiglio e dalla Commissione nelle trattative con la Turchia non farà eccezione. Abbiamo già ricevuto la prima punizione: il Trattato costituzionale è stato affondato da due referendum. Una seconda, tardiva punizione elettorale si prospetta sotto forma di nuovi referendum se risulterà che i cosiddetti “negoziati aperti” con la Turchia devono culminare nell’adesione. Perché gli Stati membri non optano semplicemente per un valido programma di vicinato con Ankara? In fin dei conti, persino una piena unione doganale tra l’Unione a 25 e la Turchia sta già sollevando ostacoli politici quasi insormontabili dovuti a profonde divisioni sulla questione di Cipro.

La prospettiva dei negoziati con la Turchia mi rammarica soprattutto per la situazione della chiesa cristiana in tale paese, che è – lo sottolineo – priva di diritti, senza parlare dei gravi casi di abusi fisici subiti il mese scorso dai protestanti turchi. Attendo con impazienza iniziative da parte del Consiglio e della Commissione per quanto riguarda la conformità ai criteri politici di Copenaghen e il Commissario Rehn forse ricorda che gli ho chiesto di rendere conto su questo tema un anno fa. Stamattina si è detto molto sul cosiddetto Stato laico in Turchia. I deputati che trattano questo argomento conoscono i fatti ed è dai fatti che si deve cominciare.

 
  
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  Roberta Angelilli (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, a dicembre avevamo chiesto alla Turchia di dare un segnale chiaro, di accettare le regole di democrazia dell’Unione europea riconoscendo per prima cosa Cipro. La risposta negativa del governo turco è invece un segnale di ostinazione sorprendente.

Sappiamo che si tratta di una dichiarazione unilaterale senza efficacia, ma proprio per questo grave ed ingiustificata. Non meno sorprendente è l’atteggiamento dell’Europa che, attraverso eterni compromessi, dimostra ancora una volta il suo ruolo ambiguo che rimanda ed incancrenisce i problemi invece di risolverli.

Vogliamo ribadire che il processo di adesione della Turchia non può avere un esito scontato. La Turchia deve assumere impegni concreti, rispetto ai quali non possiamo fare sconti. Non voglio affermare che non ci sono stati miglioramenti, ma c’è ancora troppo da fare contro la tortura, sul rispetto dei diritti umani e civili e sulla tutela delle minoranze; soprattutto la Turchia non può non riconoscere uno Stato già effettivamente membro dell’Unione europea come Cipro, né tanto meno continuare ad occupare il suolo cipriota con ben 40 000 soldati turchi. Occorre un processo di adesione serio e chiaro, secondo i valori di integrazione e di rispetto reciproco.

Sappiamo anche quanto il governo italiano si sia impegnato per il buon esito dei negoziati, ma per le ragioni che ho citato la delegazione di Alleanza Nazionale esprimerà un voto critico di astensione, che non vuol significare una chiusura verso la Turchia, è soltanto la pretesa del rispetto delle regole, che devono essere sempre uguali per tutti.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel (NI).(PL) Signor Presidente, una volta aperti i negoziati con la Turchia, purtroppo prima o poi essi sfoceranno nell’adesione, anche se la Turchia non soddisferà le condizioni fissate. Dopo tutto, perché dovrebbe sforzarsi di soddisfarle, se il fatto che oggi non le soddisfa non è considerato un impedimento all’apertura dei negoziati?

La Turchia non rispetterà la nostra cultura e cercherà di imporre a noi la sua. Un paese che non è mai stato cristiano non potrà mai diventare europeo. Tutti gli Stati membri attuali e potenziali dell’Unione sono diventati cristiani più di mille anni fa e nessuna filosofia umanista può sostituire questo denominatore comune che lega tutti i nostri paesi. Dobbiamo accogliere la Turchia come partner, ma non come Stato membro.

Due giorni fa il Presidente Borrell ha ricordato all’Assemblea, seppure in un contesto diverso, quello della Costituzione, che “l’Europa è degli europei”; in caso contrario, gli europei lasceranno l’Unione.

 
  
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  Ioannis Kasoulides (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, sono tra coloro che, lo scorso dicembre, non si sono opposti all’apertura dei negoziati con la Turchia, nella speranza di promuovere così la democratizzazione e i diritti umani in tale paese e favorire la pace nella regione tra la Turchia, la Grecia, Cipro e l’Armenia. Purtroppo, in quest’ultimo anno si sono compiuti passi indietro e nessun progresso.

Oltre alla legislazione sulla discriminazione tra i sessi, era stata fatta una richiesta essenziale alla Turchia, cioè di estendere il protocollo di Ankara al fine di includervi Cipro. Tuttavia, solo una settimana fa il ministro degli Esteri Gül ha affermato che i porti e gli aeroporti non hanno nulla a che fare con l’unione doganale.

Il Consiglio e la Commissione vogliono farlo passare sotto silenzio, così come hanno fatto passare sotto silenzio il trattamento riservato alle minoranze religiose, l’articolo 305 del codice penale, la questione del genocidio armeno, la repressione delle manifestazioni delle donne e molte altre questioni, tra cui quella di Orhan Pamuk e della libertà di espressione in Turchia.

Il trattamento riservato alla Turchia come paese candidato deve essere equo, ma severo. Quale dei precedenti dieci paesi candidati avrebbe osato, al momento dell’avvio dei negoziati, non riconoscere uno Stato membro? Eppure questo è ciò che avviene con Cipro. Possiamo rammaricarci del risultato del referendum a Cipro, ma dobbiamo rispettare l’esito di tale referendum e dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi.

Il compiacimento manifestato dal Consiglio e dalla Commissione indebolisce il messaggio trasmesso da tali referendum. Temo che il problema non sia la Turchia. Il problema sono il Consiglio e la Commissione.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE).(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, il Primo Ministro turco Erdogan ha fatto molto per il suo paese, non ultimo trasformandolo in modo da ravvicinarlo all’Unione europea. Gli ha reso un cattivo servizio, tuttavia, adottando questa inaccettabile dichiarazione unilaterale all’atto della firma dell’accordo di Ankara. E’ superfluo dire che l’accordo ha comunque conseguenze giuridiche che la Turchia non solo deve accettare, ma anche attuare.

Nondimeno, ritengo che noi, nell’Unione europea, dobbiamo dimostrare alla Turchia che cosa significa pensare e agire in modo europeo e procedere con fiducia e coerenza. Questo è anche il motivo per cui ritengo che l’Unione europea debba avviare i negoziati il 3 ottobre. Perché?

In primo luogo, anche se il processo di riforma in corso in Turchia incontra ostacoli e problemi, sui quali l’onorevole Kasoulides fa bene a richiamare l’attenzione, interromperlo sarebbe irresponsabile e danneggerebbe l’Europa. Al contrario, dobbiamo promuoverlo.

In secondo luogo, dobbiamo dare a tutti i gruppi in Turchia, in particolare ai gruppi minoritari come i curdi, la possibilità e l’opportunità di usare questo processo di riforma come mezzo per trovare nuovi modi di esprimere la loro cultura e partecipare alla vita politica.

In terzo luogo, dobbiamo assicurare che la Turchia, una volta riconosciuto il suo status di paese candidato all’adesione all’Unione europea, migliori anche, in modo analogo, le relazioni con tutti i suoi vicini, in particolare con l’Armenia, il che comporta, tra l’altro, il riconoscimento della sua stessa storia e delle atrocità commesse.

In quarto luogo, è assolutamente indispensabile fornire sostegno alla popolazione di lingua turca a Cipro. Abbiamo molto da dire – e giustamente – sulla maggioranza di lingua greca sull’isola, ma non dimentichiamo che è stata la minoranza turca a dire un clamoroso “sì” alla riunificazione e un clamoroso “sì” all’Europa. Né dobbiamo dimenticare che l’Europa finora non è riuscita a rispettare i suoi obblighi e le sue responsabilità nei confronti di tale minoranza in termini di sostegno commerciale e finanziario.

Per tutti questi motivi, dobbiamo adottare un atteggiamento coerente e dire un chiaro “sì” all’apertura dei negoziati. Sarà un processo difficile, con moltissimi problemi da risolvere, ma dobbiamo far sì che la Turchia prosegua spedita il processo di riforma. Se ci riuscirà, la Turchia può e deve diventare uno Stato membro dell’Unione europea. Soltanto se non ci riuscirà dovremo cercare altre forme di cooperazione con tale paese.

Consentitemi di dire – a beneficio dell’onorevole Poettering e per essere assolutamente chiaro e fugare ogni dubbio – che noi, in questo gruppo, ci auguriamo che il 3 ottobre si aprano i negoziati non solo con la Turchia, ma anche con la Croazia. Questo sarebbe un grande segnale di progresso. Non abbiamo alcun desiderio di mettere la Turchia e la Croazia l’una contro l’altra. Entrambi i paesi meritano l’apertura dei negoziati. Se riusciamo ad avviarli ora, i negoziati con la Croazia di sicuro saranno completati prima di quelli con la Turchia, ma è bene procedere verso il futuro del nostro continente insieme con entrambi i paesi.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE).(FR) Signor Presidente, a pochi giorni, a poche ore dalla data prevista per l’apertura dei negoziati, la Turchia non ha ancora riconosciuto la Repubblica di Cipro e la giustizia turca ha vietato, per l’ennesima volta, lo svolgimento di una conferenza sul genocidio armeno, genocidio che la Turchia finora non ha riconosciuto. Nonostante queste gravi violazioni del dovere di ricordare e dei principi della democrazia, le Istituzioni europee fanno finta di niente e ci confermano che i giochi sono fatti: il prossimo 3 ottobre l’Unione europea aprirà i negoziati di adesione con Ankara.

Voglio rispondere, in una parola, a tutti coloro che ci spiegano che l’apertura dei negoziati non significa che il loro esito sia scontato. E’ falso, per almeno due motivi. Il primo è che tali negoziati si aprono espressamente in vista dell’adesione e non di un partenariato privilegiato. Affermare il contrario significa mentire. Il secondo motivo è che, evidentemente, l’apertura dei negoziati sfocerà nell’adesione. Nell’arco di diversi anni, apriremo, tratteremo e quindi richiuderemo l’uno dopo l’altro i vari capitoli dell’adesione. Tuttavia, la conclusione è nota sin d’ora: nessun paese, al temine di un lungo processo, si assumerà da solo la responsabilità di dire “no”. Anche in questo caso, affermare il contrario significa mentire.

L’Europa attraversa oggi la crisi più grave della sua storia e non vi è alcun progetto, alcuna prospettiva, sul tavolo del Consiglio e della Commissione, a parte quella, se ci si attiene alle recenti dichiarazioni, di voltare le spalle all’Europa politica. Il solo argomento all’ordine del giorno è l’allargamento alla Turchia, come se, in questa Europa disorientata, la perenne fuga in avanti sostituisse ormai la lungimiranza. In futuro l’Europa dovrà subire una profonda riorganizzazione. Saremo al fianco di tutti coloro che intendono riformare il progetto europeo in modo radicale per dare infine corpo a un’Europa politica e democratica.

(Applausi)

 
  
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  Cem Özdemir (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è già stato detto molto in Aula sulla conferenza degli storici lo scorso fine settimana a Istanbul, alla quale ho partecipato. Diversamente da quanto ha appena affermato l’onorevole De Sarnez, la conferenza di fatto si è svolta e si è svolta perché il Primo Ministro e il ministro degli Esteri turchi hanno dichiarato esplicitamente che si sarebbe dovuta svolgere ed espresso la loro solidarietà agli studiosi e agli spiriti critici in Turchia. Tornerebbe a merito del Parlamento europeo se tutti i gruppi in seno ad esso cogliessero questa occasione per ringraziare il Primo Ministro della Turchia per la dimostrazione di coraggio nel permettere lo svolgimento di questa difficile conferenza. In tal modo, ha dato prova di essere consapevole di che cosa significhi essere europeo.

Comunque, sono tornato dalla Turchia con una duplice missione. La prima cosa che mi è stato chiesto di fare è ringraziare tutti i parlamentari europei che, nel corso di molti anni, hanno condotto campagne a favore dei diritti umani e della democrazia in Turchia, anche nel periodo in cui la Turchia, come il resto del mondo, era impegnata nella Guerra fredda e alcuni di coloro che oggi parlano di diritti umani vedevano tutto in Turchia, tranne i problemi di diritti umani.

In secondo luogo, sono latore di una richiesta rivolta al Parlamento di continuare a promuovere il processo di ravvicinamento della Turchia all’Unione europea, perché è l’unica soluzione per creare basi sostenibili per la democrazia e le riforme in Turchia.

(Applausi)

 
  
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  Vittorio Agnoletto (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevole colleghi, il 3 ottobre inizia il negoziato con la Turchia, ma la Turchia non può prendersi gioco dell’Unione europea: i diritti umani devono essere al centro di ogni trattativa, invece la riforma della Costituzione è rimasta un semplice auspicio e nella legge elettorale permane lo sbarramento del 10% che impedisce ai curdi di avere una propria rappresentanza parlamentare.

Una nuova legge limita la possibilità per gli avvocati di compiere il loro dovere professionale, i giornalisti possono essere arrestati se i loro articoli vengono ritenuti un attacco all’integrità territoriale, i sindacati degli insegnanti sono stati condannati perché avevano difeso il diritto di ciascuno di esprimersi a scuola anche nella propria lingua. Mehmet Tarhan, un giovane turco gay, è stato condannato a diversi anni di carcere per essersi dichiarato obiettore di coscienza.

Ma la situazione è più grave nella regione del Kurdistan. Solo qualche settimana fa, il Presidente Erdogan aveva alimentato la speranza per l’avvio di un percorso di pace, nulla di tutto questo è avvenuto. Nonostante la sospensione di ogni azione militare dichiarata dal Congra-Gel si continua a registrare violente azioni militari contro la popolazione curda, torture e rapimenti.

L’Unione europea deve chiedere alla Turchia di riconoscere politicamente l’esistenza di una questione curda e di avviare delle trattative pubbliche. La strada per l’Unione europea passa per Diyarbakir la capitale del Kurdistan turco. I diritti umani, il rispetto delle regole democratiche non sono trattabili e il governo turco non appare intenzionato a rispettare l’invito della Corte europea per i diritti umani a celebrare un nuovo processo ad Ocalan. L’Unione europea non può ignorare tale situazione, a meno di svalutare la credibilità delle stesse istituzioni.

L’idea che la Turchia possa entrare nell’Unione europea senza riconoscere Cipro è del tutto inaccettabile: la palla ora è nel campo turco, si può discutere per anni su accordi economici e doganali, mai sui diritti umani.

 
  
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  Georgios Karatzaferis (IND/DEM).(EL) Signor Presidente, stiamo parlando dell’ingresso della Turchia in Europa. Un esempio di ieri: ha impedito al Papa di recarsi a celebrare la messa a Istanbul. Ditemi, quale altro paese al mondo vieta al Pontefice di visitarlo? Persino il comunista Fidel Castro ha ricevuto il Papa con onori degni di un capo di Stato. La Turchia gli nega l’ingresso. Questo è razzismo. Questo divieto è razzista. Non è solo contro il Patriarca ecumenico; non è solo che hanno trasformato la più grande chiesa del cristianesimo, la basilica di santa Sofia, in una sede per danze orientali e sfilate di moda in costume da bagno. E’ un insulto. Questi eventi sono un insulto all’Europa.

Non riconosce Cipro e alcuni parlano del piano Annan. Se il piano Annan è così allettante per la Turchia, che lo applichi ai 20 milioni di curdi. Se l’esercito di occupazione lascia l’isola, sarà ripristinata la costituzione del 1960, con un presidente grecocipriota e un vicepresidente turcocipriota, e si porrà fine a questa situazione. Automaticamente, la parte settentrionale di Cipro acquisterà i vantaggi di cui gode la parte meridionale dell’isola. E’ semplice: richiede solo la logica, non l’intervento degli americani, che purtroppo dirigono i passi dell’Europa anche in quest’Aula.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 
  
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  Sebastiano (Nello) Musumeci (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, da sempre guardiamo con grande interesse alla coraggiosa scelta della Turchia di schierarsi dalla parte dell’Occidente, almeno sul piano delle scelte strategico-militari. In particolare chi vive come me nell’ultimo lembo di terra europea, nel sud, nel cuore del bacino euro-afro-asiatico, avverte più di ogni altro l’esigenza di stabilire contorni e confíni improntati a spirito di pacifica convivenza.

Il processo di democratizzazione avviato dallo Stato turco in direzione di un possibile ingresso nell’Unione europea appare ancora lento, incerto e contraddittorio. Alcuni ostacoli sono stati superati, è vero, altri però restano ancora da eliminare. Non si tratta di un lungo e infinito esame cui l’Occidente sottopone la Turchia, ma dell’indispensabile esigenza di costruire un ampliamento su un terreno di democrazia e di rispetto dei diritti civili e internazionali.

Per questo l’Unione europea ha il dovere di sostenere la Turchia nel suo cammino di allenamento all’Occidente, ma ha anche il dovere di essere inflessibile e intransigente su questo terreno: qualunque altra scelta di opportunismo non potrebbe trovare giustificazioni, intanto per oggi giustifica la nostra attenta astensione.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signor Presidente, chi ascolta questa discussione si sta già chiedendo come si possa agire in modo tanto irresponsabile. Che cosa, si chiede, hanno continuato a promettere e ripromettere i responsabili delle decisioni? Nessun allargamento oltre i Dieci senza Nizza e nessun ulteriore allargamento senza una costituzione per l’Unione. E che cosa facciamo adesso? Stiamo aprendo la strada alla Turchia!

Se questo è davvero ciò che sta succedendo, sono convinto che la storia seppellirà l’Unione. Non avremo alcuna possibilità di portare avanti quella che in origine era stata concepita come l’Unione europea in qualsiasi forma significativa. Se proseguiremo questo processo, lo considererò un grande fallimento e, di fatto, soprattutto alla luce delle responsabilità nei confronti dei giovani, un tradimento da parte dell’élite politica.

Usiamo dunque un po’ di simbolismo anche oggi, con un’altra bara in seduta plenaria. State rovinando il progetto europeo! Ho tempo per un ultimo appello, che lancio nella mia nuova funzione di membro della delegazione per la commissione paritetica parlamentare UE-Turchia, e dico quindi: azionate il freno di emergenza e fermate i negoziati!

(Applausi)

 
  
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  Renate Sommer (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nelle ultime settimane e mesi ho perso il conto delle discussioni che ho sentito in Turchia sulla necessità di tener fede ai patti: pacta sunt servanda, ma ciò sembra valere solo per la parte europea e, in seno all’Assemblea, nemmeno per tutti, ma solo per coloro che esprimono un parere critico sulla Turchia e sulla sua adesione. Il principio pacta sunt servanda sembra applicarsi soltanto a noi, senza esigere alcunché dalla Turchia, che evidentemente – a giudicare dai fatti degli ultimi mesi – non è nemmeno disposta a osservare le nostre regole. Pacta sunt servanda, ma nemmeno il Consiglio o la Commissione lo mettono in pratica, perché violano costantemente le regole e i Trattati che abbiamo in comune. In realtà dovrebbero essere portati in tribunale per questo.

I criteri politici di Copenaghen non sono negoziabili e gli altri paesi candidati hanno dovuto soddisfarli prima dell’avvio dei negoziati. All’improvviso, niente di tutto ciò vale più per la Turchia, anche se – nonostante tutte le riforme – tutto va male in tale paese. Che cosa è successo? Il Commissario Rehn ha affermato che la Commissione considera deplorevole la cattiva condotta della Turchia, eppure continua a sostenere energicamente l’apertura dei negoziati e la piena adesione. La Commissione ci dice che la Turchia attribuisce ora grande importanza allo sviluppo economico e sociale delle sue regioni sudorientali; ebbene, non è vero. Ciò che accade al momento in tali regioni è un grande spettacolo allestito dal Primo Ministro Erdogan. La verità è che i curdi sono esclusi non solo dal processo dell’Unione europea, ma anche dal loro parlamento nazionale.

Non dimentichiamo che è stato un membro del governo turco a bloccare inizialmente la conferenza sugli armeni. Orhan Pamuk è sotto processo. L’altro ieri, l’organizzazione degli omosessuali e delle lesbiche della Turchia è stata messa fuori legge. Manifestanti pacifici sono stati picchiati brutalmente e poi trascinati in tribunale. La tortura è ancora ampiamente praticata. La posizione delle donne è vergognosa; questo da solo è un motivo per dire “no” all’apertura dei negoziati, perché non vi è alcuna prospettiva di cambiamento in questo ambito. La libertà di religione non esiste nella pratica, ma la Turchia la usa come giustificazione per l’islamizzazione del paese. Rinunciando – per ingenuità o per enormi interessi nazionali – a qualsiasi mezzo per esercitare pressioni, l’Unione europea permette tutto questo. In Turchia, tuttavia, le cose cambieranno soltanto se...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Véronique De Keyser (PSE).(FR) Signor Presidente, il gruppo socialista al Parlamento europeo ha sempre sostenuto l’apertura dei negoziati con la Turchia, nella chiara prospettiva dell’adesione. Tuttavia, vorrei dire al Primo Ministro Erdogan: francamente non ci ha aiutato con la sua dichiarazione unilaterale all’atto della firma del protocollo di Ankara. Come sapete, in seno al Parlamento esistono tre schieramenti, il che è emerso chiaramente oggi.

Vi sono coloro che non vogliono la Turchia e lo dicono apertamente, evocando addirittura con compiacimento immagini di bare e sepolture.

Vi è un secondo schieramento, quello di coloro che si rassegnano a un matrimonio d’interesse, dicendosi che, dopo tutto, la Turchia è un grande paese, un importante crocevia per le risorse energetiche, possiede acqua, è amico degli Stati Uniti, si è dimostrato corretto durante la guerra in Iraq evitando di interferire e, a conti fatti, a ogni paese restano comunque 71 occasioni per porre il veto in sede di negoziato.

Esiste infine un terzo raggruppamento, al quale appartengo, ed è quello di coloro che credono in questo progetto, considerandolo un autentico progetto politico verso un’Europa tollerante, pluralista, che si apre alla diversità. Questo non è un funerale, ma un progetto immenso, una scommessa straordinaria della quale occorre convincere gli elettori, e che comprende due aspetti.

Il primo è che non transigeremo né su Cipro, né sulla questione armena, né sui diritti dei curdi, né sui diritti delle donne. Vogliamo un vero matrimonio, in cui i partner siano liberi di esprimere la propria opinione. Vogliamo questo tipo di democrazia, con determinazione.

Esiste tuttavia un secondo aspetto, ancora più difficile da risolvere. Saremo capaci di cambiare, l’Europa sarà capace di cambiare, senza tradire il nostro modello sociale? In queste circostanze, saremo capaci, per accogliere la Turchia, di rafforzare le Istituzioni, approvare il Trattato costituzionale, ma anche dimostrare solidarietà con questo paese che, per quanto grande, è comunque povero? E’ una questione che rimane aperta. Tuttavia, se apriamo i negoziati, non dobbiamo dimenticare che, in un matrimonio, esistono due partner e ciascuno ha la propria responsabilità.

 
  
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  Presidente. – Grazie, onorevole De Keyser, per questa descrizione del matrimonio. E’ un bel modo di presentare le cose.

 
  
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  Silvana Koch-Mehrin (ALDE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’Europa è in crisi. Non abbiamo una costituzione e non abbiamo idea del modo in cui l’Unione si finanzierà in futuro. Le Istituzioni della Comunità sono già sin troppo oberate con 25 Stati membri e il deficit democratico è sotto gli occhi di tutti. Se l’Unione stessa dovesse chiedere di aderire all’Unione europea, la sua domanda sarebbe respinta con il motivo che non è una democrazia.

E’ in queste circostanze che si dovrebbero aprire i negoziati con la Turchia e, poiché è del tutto improbabile che le due parti raggiungano un accordo nel futuro prossimo, esse devono essere giudicate in base alle stesse norme, come previsto dai criteri di Copenaghen. La possibilità che i negoziati siano aperti in termini di esito e durata deve essere garantita, nell’interesse di entrambe le parti. La riforma è necessaria da entrambe le parti e i negoziati offriranno sia alla Turchia sia all’Unione europea la grande opportunità di attuarla. Ringrazio tutti, in particolare il ministro per l’Europa, per l’attenzione.

 
  
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  Mirosław Mariusz Piotrowski (IND/DEM).(PL) Signor Presidente, il mio paese sarà sempre grato alla Turchia per la solidarietà che ha dimostrato alla Polonia quando quest’ultima ha perso l’indipendenza nel XVII e nel XIX secolo ed è stata ripartita tra Austria, Prussia e Russia. Sulla base dello stesso principio di solidarietà, incombe su tutti noi l’obbligo di esprimere oggi una forte opposizione all’adesione della Turchia all’Unione europea, perché uno degli Stati membri dell’Unione, cioè la Repubblica di Cipro, è attualmente occupato dalla Turchia e la sua condizione di Stato non è riconosciuta.

Acconsentire a questo stato delle cose stabilirebbe un precedente molto pericoloso per tutti gli Stati membri dell’Unione. Significherebbe avallare una situazione in cui i diritti delle nazioni più piccole o più deboli sono sacrificati nel nome degli interessi politici o economici di quelle più forti. La storia della Polonia dimostra quanto ciò possa essere pericoloso e il recente accordo tra la Russia e la Germania dimostra che tale situazione potrebbe ripetersi. Se abbiamo a cuore gli interessi dell’Europa, è irresponsabile negoziare l’adesione con la Turchia finché quest’ultima non avrà riconosciuto la Repubblica di Cipro, che è una nazione sovrana e uno Stato membro dell’Unione europea.

(Applausi)

 
  
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  Mogens N.J. Camre (UEN).(EN) Signor Presidente, i cittadini d’Europa non vogliono la Turchia nell’Unione europea. Se il Parlamento voterà a favore dell’apertura dei negoziati, esso agirà contro la volontà dei cittadini che ci hanno eletto. I cittadini dell’Unione europea non vogliono un paese non europeo e una cultura non europea nell’Unione. I cittadini non vogliono che il Corano abbia un’influenza sulla democrazia europea. Non vogliono pagare per lo sviluppo della Turchia.

I politici che auspicano l’adesione della Turchia affermano che la Turchia deve adottare tutti i nostri valori. Non sanno ciò che chiedono. Non si può togliere a un popolo la sua cultura. Crediamo che la nostra cultura sia unica. Stiamo costruendo l’Unione su di essa. Ma i turchi pensano che la loro cultura sia la migliore e chiedono spazio per essa in Europa. Ci hanno provato per un migliaio di anni. L’abbiamo respinta, ma ora alcuni politici apriranno la porta che può distruggere l’Unione europea. Sottovalutano l’islam; sottovalutano l’effetto demografico ed economico di un paese in cui la religione non è solo una religione, ma determina anche la politica.

(Applausi)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, il 70 per cento degli europei e l’80 per cento dei miei concittadini austriaci si oppongono all’adesione della Turchia e ciò è abbastanza comprensibile, considerata la situazione. Che qualcuno in seno all’Assemblea – e mi riferisco all’onorevole Cohn-Bendit – possa definire tali persone razziste e farla franca è per me una vergogna senza pari per un’Istituzione politica democratica.

La firma del protocollo sull’unione doganale era intesa come un quasi riconoscimento di Cipro, che avrebbe permesso ad Ankara di salvare la faccia e al tempo stesso soddisfare una condizione essenziale per l’apertura dei negoziati. L’adozione della dichiarazione aggiuntiva, in spregio di ogni accordo, nella quale il riconoscimento è rigorosamente, ma subdolamente negato e il nuovo inutile compromesso equivalgono, sotto molti aspetti, alla politica del rischio calcolato. Non solo non siamo affatto più vicini a risolvere la questione della Turchia e di Cipro, ma cedere significa che sarà la Turchia a dettare le condizioni, il che è assolutamente inaccettabile. Una prova ulteriore è fornita dall’atteggiamento spesso arrogante con cui la Turchia esige dall’Unione il rigoroso rispetto degli impregni presi e sostiene tali richieste con le minacce, non considerandosi al tempo stesso vincolata ad alcun trattato o accordo. Non è questo il modo in cui la Turchia può diventare parte dell’Europa.

(Applausi)

 
  
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  Jacques Toubon (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Presidenza britannica si è aperta con un discorso pieno di fascino e di ambizione del Primo Ministro Blair. Ora si sa che l’unica decisione significativa di questo secondo semestre del 2005, per quanto cruciale, sarà l’apertura dei negoziati con la Turchia. Al culmine della finzione e della correttezza diplomatica, tale decisione dimostra indifferenza riguardo all’opinione della popolazione e incoerenza con il progetto di integrazione europea. Perché si tratta soprattutto di questo. L’Unione europea che vogliamo non è quella che la presenza della Turchia ci obbligherebbe a creare. Esiste un’incompatibilità tra la nostra Unione politica e il destino che questo grande Stato nazionale, che rispettiamo, intende perseguire su base sovrana e nazionalista.

In seguito al 15 dicembre 2004, la situazione è diventata ancora più rischiosa rispetto al passato. Si può vedere chiaramente, per quanto riguarda le libertà, i diritti, il non riconoscimento del genocidio armeno, la situazione nella regione popolata dai curdi e, infine, il rifiuto di riconoscere Cipro, che i negoziati saranno condotti alle condizioni della Turchia e non dell’Europa, come abbiamo più volte denunciato. Come si può affermare che, dopo la decisione presa dal Consiglio alla fine dell’anno scorso, ora abbiamo soddisfatto in modo più adeguato le condizioni per l’apertura dei negoziati?

Per questo motivo, onorevoli colleghi, è indispensabile che il Parlamento, che rappresenta i cittadini, trasmetta un forte segnale rinviando la decisione sul protocollo di Ankara e affermando che i negoziati non si possono aprire nelle condizioni in cui si vogliono aprire oggi.

(Applausi)

 
  
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  Michel Rocard (PSE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, diversamente dall’oratore che mi ha preceduto, io, come molti di noi, resto convinto che l’adesione della Turchia all’Unione sia essenziale per garantire la riconciliazione, la pace e la sicurezza nell’intera regione, per contribuire agli sforzi di democratizzazione e di sviluppo di tale paese e forse soprattutto per dimostrare a un paese musulmano che, se rispetta i diritti umani, può trovare posto in un’Unione di paesi democratici. Tuttavia, il compito è molto arduo, come emerge dalla discussione, perché sono presenti forze ostili, che guadagnano terreno e tentano di far fallire il processo.

Signor Commissario, signor Presidente, si tratta di un caso da manuale che illustra quanto sia difficile prendere decisioni piene di complicazioni a breve termine, i cui effetti positivi si potranno apprezzare pienamente solo 10 o 15 anni più tardi. Per questo motivo vi esorto ad attribuire grande importanza e dedicare molto tempo al compito della spiegazione. Bisogna sicuramente rendere note le difficoltà, come la dichiarazione unilaterale turca su Cipro appena menzionata, come i recenti casi di condanna per reati di opinione.

Tuttavia, si devono anche evidenziare i progressi compiuti e i motivi dei ritardi. Alla luce di queste considerazioni, posso solo pensare che la dichiarazione su Cipro, che deploriamo, sia una risposta della Turchia, a lungo attesa dalla sua popolazione, al rifiuto del progetto di soluzione delle Nazioni Unite da parte dei grecociprioti. Questa non è una giustificazione, ma aiuta a comprendere meglio la situazione e soprattutto a insistere con le Nazioni Unite sulla necessità che intensifichino i lavori e riprendano la loro opera di mediazione. Inoltre, occorre insistere molto più di quanto non si sia fatto finora sul significato della conferenza accademica sulla questione armena svoltasi di recente a Istanbul. E’ un tabù che è infine crollato e a tal fine è stato necessario un impegno molto fermo da parte del Primo Ministro. Ciò non significa che, d’ora in poi, l’opinione turca sarà disposta a riconoscere quanto è accaduto, ma è almeno l’inizio di una fase cruciale verso tale riconoscimento.

Signor Presidente, signor Commissario, il processo fallirà se i negoziati che condurrete e i progressi che ne scaturiranno passeranno sotto silenzio. Parlatene, spiegatevi! Dovete combattere su due fronti: quello dei vostri partner turchi e quello dell’opinione pubblica europea. Combattete su due fronti, non dimenticatelo mai!

 
  
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  Karin Riis-Jørgensen (ALDE).(DA) Signor Presidente, il fatto che l’Unione europea apra i negoziati di adesione con la Turchia il 3 ottobre 2005 dimostra che noi nell’Unione manteniamo le nostre promesse. Inoltre, è così che dev’essere nell’Unione, la quale è e deve essere una comunità fondata sullo Stato di diritto. La Turchia si sviluppa rapidamente, come ho potuto constatare di persona. La Turchia sta realmente cambiando giorno dopo giorno. Questo processo di trasformazione va sostenuto e incoraggiato. Tuttavia, non tutto è come dovrebbe essere in Turchia, anzi è lungi dall’esserlo. L’accordo doganale tra l’Unione europea e la Turchia è stato firmato, ma la Turchia continua a non autorizzare le navi cipriote a fare scalo nei porti turchi. Questo è assolutamente inaccettabile. Ciò che chiedo al Primo Ministro Erdogan è chiarissimo. La Turchia deve trattare le navi cipriote come se fossero navi danesi o francesi. Devono avere accesso ai porti ora, subito. I ministri degli Esteri dell’Unione devono esigere questa condizione indispensabile dalla Turchia lunedì 3 ottobre 2005.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni (IND/DEM). – Signor Presidente, onorevole colleghi, a proposito della Turchia abbiamo sentito parlare di diritti umani, di libertà religiosa, di curdi, di Cipro, di messe del Papa, di armeni e così via. Tutte cose interessantissime e importanti, ma a mio parere una sola cosa ci deve orientare nelle nostre decisioni: la volontà popolare.

I cittadini europei, i nostri elettori di cui siamo rappresentanti, non vogliono la Turchia in Europa, invito pertanto i colleghi a rispettare la volontà del popolo, a non ritenerci superiori a chi ci ha eletto, perché se siamo qui è perché qualcuno ci ha votato e questo qualcuno la Turchia in Europa non la vuole. Siamo coerenti.

(Applausi)

 
  
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  Roger Helmer (NI).(EN) Signor Presidente, esistono validi argomenti sia a favore sia contro la proposta adesione della Turchia all’Unione europea. Tuttavia, non ho tempo di enumerarli ora. A mio parere, l’argomento fondamentale è la responsabilità democratica. L’adesione di un nuovo Stato membro delle dimensioni della Turchia indebolirebbe l’influenza di tutti gli altri Stati membri e quindi comprometterebbe ulteriormente l’autodeterminazione dei cittadini che rappresento, quelli delle East Midlands nel Regno Unito. Per questo motivo fondamentale mi oppongo all’adesione della Turchia.

Esorto gli amici turchi a esaminare la proposta tedesca di Angela Merkel relativa a un partenariato privilegiato. Non è una soluzione di ripiego; al contrario, conferirebbe alla Turchia gran parte dei vantaggi derivanti dalla piena adesione con pochi costi. E’ quindi un’offerta migliore della piena adesione. Infatti, un partenariato privilegiato è un’offerta talmente buona che vorrei fosse a disposizione del mio paese, il Regno Unito. Sarebbe una soluzione di gran lunga migliore della piena adesione nelle circostanze attuali.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Angela Merkel non sta proponendo che il Regno Unito fruisca di tale soluzione.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, lo scorso Natale il Consiglio ha votato a favore della Turchia quando ha deciso che i negoziati di adesione si sarebbero potuti aprire il 3 ottobre 2005, purché fossero soddisfatte alcune condizioni. Tali condizioni sono state soddisfatte. Il processo di modernizzazione in corso in Turchia negli ultimi 70 anni ha subito una forte accelerazione e nel paese si presta ora maggiore attenzione alle questioni legate ai diritti umani e al superamento dei risentimenti storici.

Naturalmente, vi sono ancora elementi dissidenti in Turchia che perseguono ambizioni separatiste o vogliono distogliere e allontanare la Turchia dall’occidentalizzazione. Dobbiamo quindi essere prudenti e garantire che eventuali indebolimenti delle strutture di protezione dello Stato non diventino un’occasione per gli elementi radicali di cambiare la natura della democrazia unificata e laica della Turchia.

Abbiamo appreso che i negoziati saranno i più rigorosi finora. Giustizia naturale e correttezza esigono che la Turchia sia trattata allo stesso modo degli altri paesi candidati all’Unione europea. La questione di Cipro dovrebbe essere un aspetto separato dalla candidatura della Turchia, ma è diventata inestricabilmente collegata. La storia dell’isola è stata distorta in questi ultimi trent’anni circa. Vi sono torti da entrambe le parti e fingere che la responsabilità sia solo dei turchi non serve alla giustizia. Non dovremmo chiedere alla Turchia e ai turcociprioti, riguardo alla Repubblica di Cipro, più di quanto chiediamo ai greci e ai grecociprioti riguardo alla parte settentrionale di Cipro. E’ stata la popolazione della parte settentrionale di Cipro a votare a favore del piano Annan; è stato il governo della parte settentrionale di Cipro a dichiararsi pronto a riaprire i negoziati sulla base del piano del Segretario generale delle Nazioni Unite. Chi ha respinto il piano vive nel sud dell’isola. Perché la Turchia dovrebbe aprire i suoi porti alle imbarcazioni battenti bandiera della Repubblica di Cipro se i porti della parte settentrionale di Cipro sono chiusi al commercio internazionale e i voli internazionali diretti non possono atterrare all’aeroporto di Ercan?

Nel maggio 2004 il Consiglio dell’Unione europea ha promesso di porre fine all’isolamento della parte settentrionale di Cipro, ma ha fatto ben poco al riguardo. Questa non è giustizia. La questione di Cipro deve essere risolta. L’unificazione che molti di noi auspicano deve essere realizzata in modo da rispondere alle preoccupazioni e agli interessi di entrambe le comunità dell’isola, non di una sola.

Sono favorevole all’apertura dei negoziati con la Turchia. Tali negoziati dureranno molti anni. Il Commissario Rehn ha giustamente osservato che per la Turchia il viaggio è altrettanto importante della destinazione. E’ chiaro che la prospettiva dell’adesione della Turchia avrà un effetto catalizzatore sulla natura dell’Unione europea. L’Unione dovrà abbandonare le sue ambizioni integrazioniste e diventare una comunità più flessibile di nazioni sovrane, il che sarà di enorme vantaggio per tutti noi.

 
  
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  Vural Öger (PSE).(DE) Signor Presidente, nel dicembre dello scorso anno l’Assemblea ha adottato una decisione, con 402 voti contro 216, a favore dell’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia.

Devo dire che non capisco perché per alcuni ciò sembri impossibile da digerire, né perché l’intera situazione sia di nuovo messa in discussione. Se una decisione che abbiamo adottato viene poi apertamente messa in discussione, che cosa rimane della credibilità dell’Assemblea?

Questo è un problema, e la questione di Cipro è un altro. Sarei molto lieto di veder dedicare parte dell’energia con cui si conducono campagne a favore del riconoscimento turco di Cipro alla causa della comunità turcocipriota, alla quale dovremmo dedicare altrettanta attenzione, esercitando pressioni sul governo di Cipro affinché si adoperi a favore di una riunificazione duratura, come previsto in un altro piano.

Considero ingiusto esercitare pressioni su una sola parte, perché, in fin dei conti, si tratta di parte di una nazione – la comunità turcocipriota – che ci ha davvero rimesso, che non è riuscita a ottenere ciò che le spetta di diritto. L’Assemblea deve tenere conto anche dei diritti di queste persone.

Come repubblica, Cipro non è costituita solo da grecociprioti, ci sono anche i turcociprioti. In seno al Parlamento, chi si batte per i diritti di queste persone?

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE).(EN) Signor Presidente, non vi è alcuna parte turca di Cipro, così come non vi è alcuna parte greca di Cipro. Esiste un unico paese: la Repubblica di Cipro, riconosciuta a livello internazionale.

Alcuni di noi ritengono che aprire negoziati di adesione con un paese che non riconosce uno dei nostri Stati membri, continua a occupare parte del territorio dell’Unione europea e presenta una pessima situazione in materia di diritti umani sia totalmente assurdo. L’idea che la Turchia debba aderire all’Unione per essere trasformata è altrettanto incomprensibile. Secondo questo argomento, dovremmo far sì che l’Iraq, l’Afghanistan, la Cambogia, il Nepal e numerosi altri paesi non molto democratici aderissero all’Unione. Una donna non sposa il suo stupratore per cambiarlo. Ne sta alla larga e spera che finisca in galera e vi rimanga a lungo. Smettiamo di comportarci come subalterni degli Stati Uniti. Se il Presidente Bush, nella sua immensa saggezza, ha una così grande opinione della Turchia, che la faccia aderire al suo paese!

Il tentativo di far diventare la Turchia uno Stato membro dell’Unione europea da brutto scherzo si sta trasformando in un incubo e i nostri cittadini, che pagheranno cari i nostri errori, se ne rendono conto molto meglio di quanto pensiamo. Smettiamo di insultare la loro intelligenza. La Turchia è un paese non democratico, fortemente aggressivo e superproblematico ed è lontano anni luce dalle norme e dai valori europei. Non trasformiamo il 3 ottobre in un lunedì nero per l’Europa: votiamo contro l’adesione.

(Applausi)

 
  
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  Philippe de Villiers (IND/DEM).(FR) Signor Presidente, chiedo l’annullamento puro e semplice dei negoziati che dovrebbero cominciare il 3 ottobre. Chiedo al governo francese di opporre il veto della Francia la mattina del 3 ottobre e lasciare il tavolo dei negoziati. Se i negoziati cominceranno il 3 ottobre, il processo difficilmente sarà reversibile e l’Europa correrà due rischi: in primo luogo, di perdere la sua credibilità negoziando con un paese che rifiuta di riconoscere uno degli Stati membri dell’Unione europea. In secondo luogo, di distruggere se stessa. L’Unione europea purtroppo oggi non è in grado di risolvere i suoi problemi, in particolare quelli legati alla delocalizzazione e all’immigrazione. In tal modo si accollerebbe nuovi problemi di delocalizzazione e immigrazione. Questo è il motivo per cui invito tutti a prendere una posizione chiara e mi rivolgo all’onorevole Cohn-Bendit, che ha interpellato gli scettici sulla questione della Turchia. Gli pongo il seguente quesito: onorevole Cohn-Bendit, lei sostiene i turchi che continuano a negare il genocidio armeno?

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Le sue richieste saranno trasmesse rispettivamente all’onorevole Cohn-Bendit e al governo francese.

 
  
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  Ville Itälä (PPE-DE).(FI) Signor Presidente, stiamo per compiere un grande passo storico per l’Unione europea. Per la prima volta, ci stiamo espandendo al di là dei confini dell’Europa. Non parliamo più di un’Unione europea, ma di un superstato.

Esistono nondimeno rischi enormi legati all’apertura dei negoziati con la Turchia. In primo luogo, gli interessi di Cipro non devono essere violati solo a causa della presenza di un grande paese come la Turchia. Il fatto che la Turchia non riconosca uno degli Stati membri è un indice dell’atteggiamento con cui comincia il processo negoziale. Se l’intenzione è ora di cominciare le trattative senza che la Turchia abbia riconosciuto Cipro, l’intero processo sarà molto umiliante per tutta l’Unione europea. Sarà la Turchia a dettare le condizioni, anziché il contrario.

Tempo fa, i leader di un gran numero di paesi hanno chiesto con vigore il riconoscimento di Cipro. Mi auguro che ora non ritirino le loro richieste. Io stessa, in quanto rappresentante di un piccolo paese, sono molto preoccupata che si permetta alla Turchia di calpestare Cipro. E’ evidente che non si è tratta alcuna lezione dai referendum in Francia e nei Paesi Bassi.

Mi preoccupa soprattutto ciò che hanno affermato gli onorevoli Schulz e Cohn-Bendit. Sono talmente propensi all’idea di una superpotenza europea da non prestare alcuna attenzione alla situazione di Cipro, un piccolo paese. Non hanno parlato della situazione delle minoranze in Turchia: dei cristiani, dei curdi, né della situazione delle donne. Se vogliono solo trasformare l’Unione europea in un superstato e al tempo stesso non insistono con fermezza sul fatto che la Turchia deve compiere progressi in materia di diritti umani, possiamo solo chiederci: dove sta realmente il razzismo?

(Applausi)

 
  
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  Emine Bozkurt (PSE).(NL) Signor Presidente, la scorsa settimana ero in Turchia per una serie di colloqui con le ONG e il governo riguardanti la mia relazione sui diritti delle donne in tale paese, adottata dall’Assemblea prima della pausa estiva. Il governo prende molto sul serio la relazione e ha cominciato a lanciare nuovi progetti e promulgare nuove leggi. Infatti, il ministro mi ha detto che il numero dei centri di assistenza è aumentato da 15 a 26.

Mentre ero in Turchia sono successe diverse cose che hanno dato molto da pensare sia in Turchia sia nell’Unione europea. I problemi riguardavano una conferenza sulla questione armena, il procedimento legale contro Orhan Pamuk, il riconoscimento – o meno, a seconda del caso – di Cipro e la chiusura di un’organizzazione che difende i diritti degli omosessuali, la Kaos-GL.

Posso dirvi per esperienza diretta che la conferenza sulla questione armena ha di fatto avuto luogo, nonostante vari media abbiano affermato il contrario. Alla fine, la conferenza si è svolta presso l’università di Bilgi, dove incidentalmente mi trovavo lo stesso giorno per un intervento sui diritti delle donne.

In Turchia ho parlato anche con Orhan Pamuk, lo scrittore, che si augura che l’intera faccenda finisca in nulla. Era anche un po’ sorpreso dell’agitazione in Europa. Il caso Pamuk indica quanto sia importante la libertà di espressione. Un governo può non essere in grado di interferire nell’amministrazione indipendente della giustizia, ma può cambiare le leggi che creano confusione nella sua interpretazione.

Per quanto riguarda Cipro, mi è stato assicurato che il governo turco sicuramente riconoscerà Cipro non appena si sarà trovata una soluzione sostenibile per tutta l’isola. La buona notizia sull’organizzazione per i diritti degli omosessuali Kaos-GL è che è ancora attiva, ma esorto il governo turco a non perseguitare questo tipo di ONG. Anch’esse devono essere libere di prendere parte al dibattito pubblico.

Invito sia la Turchia sia l’Unione europea a ricordare la posta in gioco all’apertura dei negoziati di adesione il 3 ottobre. Auguro alla Turchia e all’Unione europea molta saggezza e pazienza per tale giorno e per quelli a venire.

 
  
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  Karin Resetarits (ALDE).(DE) Signor Presidente, perché tutta questa indignazione sulla posizione della Turchia riguardo a Cipro? Perché distogliamo l’attenzione da noi stessi, perché i turchi mettono il dito sulla piaga. L’Unione europea avrebbe dovuto assumere il comando delle operazioni di pace sull’isola il 1° maggio 2004, ma non lo abbiamo fatto. Nessuna promessa è stata mantenuta. Non abbiamo posto fine all’isolamento della parte settentrionale di Cipro, né abbiamo erogato i 259 milioni di euro promessi per la ricostruzione dell’economia.

Il punto non è solo che la Turchia deve riconoscere la Repubblica di Cipro: dobbiamo riconoscere una volta per tutte che i turcociprioti che vivono sull’isola sono persone con pari diritti. I giovani ciprioti del nord non possono nemmeno partecipare alle manifestazioni sportive internazionali e tanto meno sono accolti come deputati od osservatori al Parlamento europeo. Quando affermiamo, nell’accordo di Ankara, che vogliamo aprire tutti i porti e gli aeroporti, intendiamo anche il porto di Famagosta e l’aeroporto di Ercan. Vogliamo pari diritti per tutti, a meno che i turchi non siano cittadini di seconda classe.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, è inconcepibile voler costruire l’Europa con e per gli europei e non ascoltare la loro opinione sulla candidatura della Turchia. I cittadini ci hanno chiesto una pausa. Ebbene, l’Europa imperscrutabile, quella dei nostri capi di Stato e di governo, mostra ancora una volta la sua indifferenza, in spregio alla democrazia. Niente può dunque arrestare il processo di adesione della Turchia, l’adesione di un paese che non ha il coraggio di chiedere perdono per il genocidio armeno, un paese che non riconosce l’esistenza dei nostri amici ciprioti. Il Consiglio ci dice che tale riconoscimento costituisce una componente fondamentale. A mio parere, è una componente indispensabile. Tale paese pratica ancora la tortura, la discriminazione delle donne, non rispetta le minoranze e la libertà di culto: non può trovare posto nell’Unione europea. Chi vogliamo prendere in giro?

Per rassicurare l’opinione pubblica, il Consiglio afferma oggi che la Turchia sarà molto diversa quando aderirà all’Unione europea. Poi ci dice che le condizioni dei negoziati saranno talmente difficili da fare affondare i negoziati. Che ipocrisia! Che cosa ne pensa la popolazione turca? E l’Europa? L’Europa è in crisi, ed è una crisi grave. Le sue Istituzioni non le permettono di funzionare correttamente a 25. Tuttora non ha un bilancio per il futuro.

Ringraziamo la Presidenza britannica, il cui unico risultato sarà quello di essersi piegata alle pressioni americane a favore dell’adesione della Turchia. Questa Europa si rifiuta di prendere una decisione sulle sue frontiere. Dov’è finito il nostro progetto di integrazione europea? Ci dicono che questa adesione è necessaria per la nostra economia e per la nostra sicurezza. Ebbene, in tal caso, dovremmo proporre alla Turchia un partenariato strategico in vista di un solido progetto di cooperazione con l’immediato circondario dell’Europa, comprendente la Russia, i nostri nuovi vicini dell’est, la Turchia e il Maghreb. La Turchia non ha la vocazione per aderire all’Unione europea. La verità richiede il coraggio e la determinazione di esigere che l’apertura dei negoziati possa sfociare in tale partenariato. Purtroppo, l’Europa continua a procedere incurante, con una vigliaccheria che i nostri concittadini non accettano più.

(Applausi)

 
  
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  Stavros Lambrinidis (PSE).(EL) Signor Presidente, la delegazione del PASOK sostiene la proposta di risoluzione comune sulla Turchia, anche se non è perfetta. Sostiene altresì, come fa sin dall’inizio di questa lunga procedura, la prospettiva di un’adesione reale della Turchia, con diritti reali e obblighi reali.

L’apertura dei negoziati con la Turchia non significa tuttavia che tutto sia negoziabile. Da un lato, non è negoziabile la sincera volontà dell’Unione di vedere un giorno una Turchia europea diventare membro a pieno titolo. Dall’altro, non è negoziabile l’obbligo della Turchia di applicare integralmente il protocollo e di riconoscere Cipro.

Se questi obblighi si trasformeranno in una semplice lista di desideri, sarà catastrofico. Di conseguenza, sono necessari obiettivi chiari, con calendari e scadenze, nonché sanzioni nel caso in cui non siano conseguiti. Lo dobbiamo al popolo della Turchia, ai suoi milioni di cittadini che onestamente desiderano un paese europeo, democratico, prospero e pacifico. Lo dobbiamo anche ai cittadini europei, al fine di combattere un facile e pericoloso turcoscetticismo. Dobbiamo dare loro la certezza che l’adesione della Turchia sarà frutto di negoziati europei dignitosi, non di un bazar orientale.

 
  
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  Giorgos Dimitrakopoulos (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, dopo aver precisato che la delegazione di Nuova Democrazia sostiene sia le prospettive europee della Turchia sia l’apertura dei negoziati di adesione, vorrei evidenziare alcuni obblighi che la Turchia deve adempiere proprio in ragione delle sue prospettive europee e dei negoziati.

In primo luogo, l’immediato riconoscimento della Repubblica di Cipro, che, come tutti sapete, è uno Stato membro dell’Unione europea, riguardo al quale il Consiglio europeo ha di recente adottato la giusta posizione.

In secondo luogo, la conformità senza riserve a tutti gli obblighi derivanti dal protocollo di Ankara, che la Turchia ha firmato.

In terzo luogo, il rispetto dei diritti delle minoranze, in particolare dei greci di Istanbul, Imvro e Tenedos.

In quarto luogo, il rispetto della libertà di religione, in particolare per il ruolo del Patriarca ecumenico.

In quinto luogo, non intendo aprire una discussione giuridica in questa sede, ma richiamo l’attenzione del Commissario sui colloqui in corso con le autorità turche e gli chiedo di accertare che il governo turco non – ripeto non – trasmetta la dichiarazione unilaterale di non riconoscimento della Repubblica di Cipro all’Assemblea nazionale turca.

Infine, un paese candidato deve chiaramente migliorare le sue relazioni bilaterali con tutti gli Stati membri dell’Unione europea quanto prima possibile.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, tutti noi che abbiamo sempre difeso con fermezza il percorso della Turchia verso l’Europa accogliamo con favore l’apertura dei negoziati di adesione, che possono contribuire a una profonda trasformazione democratica della società turca e alla pace, alla prosperità e allo sviluppo della regione nel suo insieme.

Solo una strategia onesta con obiettivi e messaggi chiari da parte dell’Unione europea può essere efficace con la Turchia. La difesa costante del percorso della Turchia verso l’Europa non le dà carta bianca. Essa non deve considerarla un’opportunità per indebolire le condizioni fondamentali e gli obblighi che ha assunto. La Turchia deve rispettare l’ordinamento giuridico europeo e i principi democratici europei in materia di diritti umani, diritti delle minoranze, ruolo del Patriarca ecumenico, problemi della minoranza greca, questione armena, riconoscimento diplomatico della Repubblica di Cipro e applicazione del protocollo sull’unione doganale entro un periodo preciso.

Tutte queste problematiche, signor Presidente, riguardano il rispetto dell’ordinamento giuridico europeo e la credibilità stessa dell’Unione europea.

 
  
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  Ursula Stenzel (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, i turchi non stanno rendendo le cose facili ai parlamentari europei. Dobbiamo chiederci che cosa stia realmente succedendo. Per quanto riguarda Cipro, qual è la verità? L’estensione dell’accordo doganale equivale al suo riconoscimento indiretto, ma al tempo stesso la Turchia adotta una dichiarazione unilaterale in cui afferma che la Repubblica di Cipro non è affatto riconosciuta.

Mai prima d’ora, nell’intera storia dell’apertura di negoziati di adesione, è successa una cosa del genere. L’atteggiamento dei turchi può anche essere comprensibile, ma il Parlamento europeo non può tollerare questa forma di coercizione.

In secondo luogo, devo dire che nessuno finora è riuscito a convincermi che la Turchia soddisfi i criteri politici; può essere così sulla carta, ma non nella realtà. Gli scrittori che fanno esplicito riferimento alla questione curda e armena sono prelevati e trascinati di fronte a un giudice. Gli avvocati che vogliono difendere i diritti umani dei curdi sono ostacolati allorché cercano di rappresentare i loro clienti. Non voglio nemmeno entrare nelle questioni riguardanti i diritti delle donne, ma sono ben al di sotto delle norme europee.

L’Unione europea si è impegnata ad aprire i negoziati con la Turchia nella speranza di un progresso in materia di diritti umani, ma l’aspetto cruciale è che stiamo applicando due metri e due misure. Per esempio, adottiamo una linea molto più tollerante verso la Turchia rispetto alla Croazia, un paese che ha fornito molte più prove di progresso in questo ambito e che sta raggiungendo gli obiettivi previsti dal piano d’azione della task force del Consiglio.

La relazione Eurlings rappresenta un tentativo di quadratura del cerchio. Se non si mette nero su bianco che l’esito di questi negoziati è aperto e se le condizioni minime dell’Assemblea, definite nei due emendamenti supplementari presentati dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, non saranno soddisfatte, sono favorevole a respingere l’intera relazione, al fine di trasmettere un messaggio chiaro prima del 3 ottobre, non ultimo al Consiglio.

(Applausi)

 
  
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  Libor Rouček (PSE).(CS) Nel dicembre dello scorso anno ho detto all’Assemblea che l’Unione europea deve rispettare gli impegni assunti e riconoscere i progressi compiuti dalla Turchia. Oggi vorrei rilanciare tale appello. Come si indica nella risoluzione che stiamo per votare, la Turchia ha formalmente rispettato tutte le condizioni per l’apertura dei negoziati di adesione il 3 ottobre.

Tali negoziati segneranno l’inizio di un processo lungo e dall’esito aperto. Innanzi tutto, spetterà agli amici turchi dimostrare di essere in grado di soddisfare tutte le condizioni e i criteri che hanno dovuto rispettare i paesi che sono diventati membri dell’Unione europea l’anno scorso. Essi comprendono i criteri politici, le questioni legate ai diritti umani e civili, i preparativi economici e molte altre condizioni, ma sono convinto che l’Unione europea debba offrire una possibilità agli amici turchi e cercare di superare questo ostacolo, che molti considerano estremamente serio.

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, tutti i problemi si trovano nel contenuto. Si potevano prevedere difficoltà riguardanti, per esempio, la religione o l’ideologia, ma ora sembra che la Turchia crei difficoltà a livello politico o diplomatico. La questione fondamentale è se la Turchia voglia entrare in Europa in modo responsabile, o se l’Europa intenda accogliere la Turchia in modo irresponsabile, a qualunque costo, nello spirito del socialismo internazionale o, come ha affermato un’oratrice precedente con belle parole romantiche, nello spirito dell’amore. Ma bello è solo ciò che è vero.

Signor Presidente, siamo forse vittime delle nostre stesse macchinazioni o, in altre parole, siamo presi in contropiede dalla regola secondo cui si è investito troppo per poter lasciar perdere? Tutto considerato, l’Europa non si è forse spinta troppo in direzione della Turchia, nonostante quest’ultima si comporti come un bambino viziato che ricatta i propri genitori? Forse l’Europa non può ora permettersi di perdere la faccia tirandosi indietro, oppure non sa quale altra soluzione escogitare per garantire la coesistenza e un futuro comune?

Di sicuro si ha l’impressione che l’Europa istituzionale, rispetto all’Europa dei cittadini, abbia perso la strada. Mi auguro vivamente che la ritrovi presto e i tempi non possono essere restrittivi al riguardo.

La prego di prendere atto che sono stato breve, signor Presidente.

 
  
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  Nicola Zingaretti (PSE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Turchia è un paese in cammino, non è più quello di ieri, proprio il rapporto con l’Europa ha spinto il paese verso importanti riforme.

La Turchia di oggi non potrebbe certo entrare nell’Unione, non stiamo discutendo di questo e nella risoluzione che approveremo figurano mille condizioni. Discutiamo sulla possibilità di rilanciare l’Europa come protagonista e promotore di un progetto democratico e di stabilità in un’epoca in cui nel mondo hanno prevalso scelte politiche folli, fondate sull’odio, sulle paure, sulla presunzione di esportare la democrazia con le bombe. Simili scelte che hanno prodotto morte, insicurezza e maggiore instabilità.

Basta cedere alle paure, occorre una svolta, un segnale, direi un’altra politica, come la proposta di Zapatero-Erdogan accolta da Kofi Annan concernente un’alleanza di civiltà. Dico dunque sì all’apertura dei negoziati nel nome della sicurezza di cittadini dell’Europa, nel nome della pace, nel nome della lotta al terrorismo che, per essere efficace, deve anche essere fatta di scelte politiche che isolano i terroristi, nel nome della forza dell’Europa in quanto modello democratico esportatore di valori democratici.

 
  
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  György Schöpflin (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, due principi sembrano essere in conflitto tra loro per quanto riguarda la Turchia. Che cosa è più importante: la democrazia e i criteri di Copenaghen o la rilevanza della Turchia come partner geostrategico? Sussiste il grave pericolo che i sostenitori dell’argomento geostrategico sottovalutino le lacune nei risultati conseguiti finora dalla Turchia in materia di democrazia.

I pareri sono molto divisi in merito a se la situazione stia migliorando o peggiorando in termini di rispetto dei criteri di Copenaghen. La decisione di accusare Orhan Pamuk di aver denigrato la Repubblica turca, perché si è espresso in modo critico sul genocidio armeno e sul trattamento riservato alla minoranza curda, desta profonda preoccupazione. In uno Stato pienamente democratico questi non possono essere motivi alla base di un procedimento penale.

Alcuni sorvolerebbero su questi aspetti e su molte altre carenze presenti in Turchia, non ultimo affermando che si tratta di “incidenti di percorso”. Il problema di questo atteggiamento è che dà troppa libertà d’azione a coloro che non sono realmente interessati alla trasformazione democratica della Turchia. Esso scoraggia inoltre i democratici impegnati in tale paese. Che senso ha impegnarsi a favore della democrazia se vi è chi riesce a farla franca con un comportamento non democratico?

Tutto ciò solleva una questione spinosa: il governo turco ha il controllo delle istituzioni dello Stato turco? In caso contrario, non vi è alcuna possibilità che la Turchia possa soddisfare i criteri di Copenaghen. Ciò solleva a sua volta il problema ancora più spinoso delle forze armate turche, che hanno tuttora il diritto di intervenire nel processo politico in veste di garanti della laicità e dell’integrità territoriale del paese. Questo è compatibile con i criteri di Copenaghen?

(Applausi)

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Signor Presidente, la ringrazio per la possibilità di rivolgermi al Parlamento e rispondere a una discussione utile e appassionante. Tuttavia, vorrei innanzi tutto unirmi al Commissario Rehn nel porgere il benvenuto al Parlamento agli osservatori bulgari e romeni.

Mi compiaccio della tempestività di questa discussione e degli autentici sforzi profusi dall’onorevole Brok e da altri deputati al fine di ottenere un ampio sostegno e far sì che la voce del Parlamento europeo sia realmente sentita prima del 3 ottobre.

Ringrazio il Commissario Rehn per il suo contributo alle discussioni precedenti. La forma e la sostanza dei suoi interventi evidenziano la misura in cui la Presidenza e la Commissione seguono un’impostazione comune sulle importanti questioni che dobbiamo affrontare.

Rendo omaggio all’onorevole Brok e al suo predecessore in veste di relatore, nonché ai leader di tutti i gruppi politici che abbiamo ascoltato oggi, per aver esposto il loro parere con grande chiarezza. Colgo l’occasione per lodare il lavoro svolto da altri deputati al Parlamento europeo, per esempio quello dell’onorevole Pack in materia di diritti delle donne in Turchia, comprovato dall’esperienza e dalla competenza che hanno caratterizzato le nostre analisi e considerazioni di oggi.

Chiedo venia al Parlamento, ma non tenterò di rispondere a ogni punto specifico sollevato nel corso di una lunga ma nondimeno illuminante discussione. Cercherò invece di affrontare tre temi principali, che sono stati trattati da diversi oratori.

Comincerò con l’aspetto generale cui ha accennato l’onorevole Wurtz, cioè che la Presidenza sta indirizzando il Consiglio verso l’adempimento del mandato definito nelle conclusioni del Consiglio europeo di dicembre, di fatto confermato dal Consiglio di giugno. In sostanza, la decisione di aprire i negoziati con la Turchia il 3 ottobre è quindi già stata presa. Compito della Presidenza è accertare che le condizioni siano soddisfatte e assicurare l’adozione del quadro di negoziazione.

In questo contesto, consentitemi di accennare alla questione della Croazia, sollevata dagli onorevoli Brok e Poettering e anche dall’onorevole Schulz. La Turchia e la Croazia sono ovviamente questioni separate. Sono state fissate condizioni per entrambi i paesi e il Consiglio adotterà decisioni indipendenti, sulla base di una valutazione di tali criteri oggettivi. Sono tuttavia lieto che, nel caso di tutti e due i paesi, sia già chiaro che la prospettiva di avvicinarsi alla realizzazione del desiderio di entrambi i paesi di entrare a far parte della famiglia europea abbia determinato progressi significativi, come ha espressamente riconosciuto l’onorevole Duff nel suo intervento di stamattina.

Affronterò anche alcune questioni specifiche che sono state sollevate. E’ stata espressa preoccupazione riguardo alla dichiarazione della Turchia prima del 3 ottobre. E’ importante rilevare che le preoccupazioni sono emerse specificamente in relazione con il riconoscimento di Cipro e l’attuazione del protocollo dell’accordo di Ankara. La posizione del Consiglio su entrambe le questioni è chiara ed è espressa nella dichiarazione che ho citato nelle mie osservazioni iniziali.

Lascerò al Commissario Rehn il compito di rispondere ai punti specifici riguardanti la lettera che gli avete trasmesso, ma la posizione del Consiglio sulla necessità della piena attuazione, compresa la dichiarazione, è già stata espressa chiaramente. In realtà, si sottolinea anche la necessità di seguire da vicino la situazione.

Per quanto riguarda specificamente le riforme che sono già state introdotte, ma anche, aspetto ancor più significativo, che continuano a dover essere introdotte, ho ascoltato con grande attenzione le preoccupazioni espresse stamattina, sia riguardo alla situazione delle minoranze e alla libertà di religione e di espressione, sia più in generale in materia di diritti umani.

Il Commissario Rehn ha già fatto alcune osservazioni sul caso specifico di Orhan Pamuk, l’insigne scrittore turco. Nondimeno, con tutto rispetto, ricordo al Parlamento che il progetto di quadro negoziale e il processo di riforma generale definito dalla Commissione sono intesi a rispondere proprio a tali preoccupazioni. Infatti, questo è uno dei motivi per cui sia la Commissione sia il Consiglio sono così propensi a promuovere il processo negoziale per garantire ulteriori progressi con le riforme. A questo punto della discussione, merita riflettere anche sulle parole dell’onorevole Bonino, che ha affermato a chiare lettere che il processo dell’Unione europea ha già prodotto risultati enormi in Turchia, sebbene vi sia ancora molto da fare.

Un quesito rimasto in sospeso, formulato in alcuni interventi, è quale sia l’obiettivo ultimo delle discussioni e del processo negoziale. Anche in questo caso, per rispondere a tale quesito occorre innanzi tutto ricordare le conclusioni del Consiglio del 17 dicembre 2004. Permettetemi di citare letteralmente tali conclusioni: “L’obiettivo condiviso dei negoziati è l’adesione”. Tuttavia, si aggiunge anche che: “Tali negoziati sono un processo aperto, i cui risultati non possono essere garantiti in anticipo”. E’ quindi molto chiaro che l’obiettivo condiviso dei negoziati è la piena adesione, ma è altrettanto chiaro che il suo conseguimento è subordinato a condizioni precise.

Ho anche preso atto delle preoccupazioni espresse riguardo alla capacità di assorbimento dell’Unione. Di fatto, nel quadro di negoziazione proposto dalla Commissione si tiene conto di questo fattore.

Alcuni oratori hanno sottolineato la necessità di una soluzione per Cipro e naturalmente si tratta di una questione importante e delicata. Mi compiaccio tuttavia del fatto che il Parlamento riconosca l’importanza di raccogliere ampio sostegno per il processo delle Nazioni Unite; anche questo trova espressione nella precedente dichiarazione del Consiglio.

L’ultimo punto che vorrei affrontare è la questione della Costituzione. Molti ne hanno parlato in relazione con l’adesione della Turchia. Tuttavia, con tutto il rispetto, ricordo al Parlamento che vi saranno altre occasioni per discutere il progetto di Trattato costituzionale europeo. Infatti, la decisione del Consiglio europeo di giugno è stata di fissare un nuovo appuntamento e riesaminare la questione entro la primavera del 2006. Ciò non esonera il Consiglio o la Commissione dall’obbligo di continuare a compiere progressi su tutta una serie di aspetti concernenti il futuro dell’Europa prima di tale data. E’ ciò che intendiamo fare. Apprezzo i contributi dati in relazione alla nostra percezione dell’adesione turca, in particolare sono grato di avere avuto la possibilità di ascoltare i pareri dei parlamentari europei in questa fase specifica, considerata l’imminenza della decisione e del processo negoziale.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei complimentarmi con il Ministro Alexander, soprattutto per quanto riguarda le questioni legate alla natura giuridica della dichiarazione. Come lui, eviterò le chiacchiere e passerò subito al sodo.

Alcuni deputati hanno chiesto se il Commissario può fornire una dichiarazione scritta del governo turco sul processo di ratifica e la natura della dichiarazione. Prendo molto sul serio la questione e sono disposto a chiedere precisazioni sul processo di ratifica alle mie controparti in seno al governo turco. Dobbiamo tenere conto del fatto che la Turchia ha un sistema parlamentare: grazie a Dio, è una democrazia parlamentare. Spetta alla Grande assemblea nazionale turca ratificare il protocollo di Ankara, non al governo della Turchia. Sono certo che, come parlamentari, comprendete bene la situazione e converrete con me che sarebbe molto delicato, e persino discutibile, se un Commissario fornisse garanzie a nome del Parlamento europeo.

L’aspetto essenziale, che è bene sottolineare ancora una volta, è che la dichiarazione adottata dal governo turco non può assolutamente mettere in discussione gli obblighi della Turchia. Il protocollo deve essere attuato correttamente nella sua integrità e la dichiarazione non sminuisce in alcun modo la rilevanza giuridica della firma del protocollo da parte della Turchia.

La dichiarazione dell’Unione, adottata dagli Stati membri la scorsa settimana, contiene anche una severa clausola di revisione, riferita al 2006. Disponiamo inoltre di tutti gli strumenti necessari a garantire la piena attuazione, perché in caso contrario vi saranno ripercussioni dirette sui progressi dei negoziati. Esistono condizioni molto chiare e molto severe e vi invito a non sottovalutare l’intelligenza dei turchi. Sanno che per compiere progressi nei negoziati devono attuare pienamente il protocollo, perché lo hanno firmato e presto lo ratificheranno.

Riguardo alla prospettiva di nuovi processi di pace a Cipro, cui hanno accennato molti oratori, l’Unione europea conferma il suo fermo impegno a conseguire il nostro obiettivo generale, cioè la riunificazione di Cipro. In questo contesto, vorrei ricordare la dichiarazione dell’Unione europea e degli Stati membri, che la scorsa settimana hanno concordato, cito: “sull’importanza di sostenere gli sforzi del Segretario generale delle Nazioni Unite volti a raggiungere la piena soluzione del problema di Cipro”.

La Commissione è pronta ad assistere le Nazioni Unite ovunque possibile, in modo attivo come ha fatto finora, e proseguiremo quest’opera con determinazione in futuro. Tuttavia, cerchiamo di essere onesti e chiari: la chiave della soluzione è nelle mani delle due comunità ed è ora che entrambe si impegnino a condurre un dialogo serio l’una con l’altra, affinché Cipro possa diventare uno Stato membro come tutti gli altri, unito e in pace.

Entrambe le comunità sono molto interessate a una soluzione e sono nella migliore posizione per affrontare gli aspetti critici. Di sicuro, ci attendiamo che anche la Turchia continui a lavorare in modo costruttivo a favore di una soluzione e sostenga la ripresa degli sforzi delle Nazioni Unite.

Occorre inoltre ricordare l’oggetto della votazione di oggi. Si tratta di concludere una procedura da parte dell’Unione, riguardante un impegno che abbiamo chiesto noi stessi, persino con insistenza, alla Turchia. Ora che lo abbiamo ottenuto, alcuni di noi dicono “no grazie”. Davvero, non posso fare a meno di paragonare questo stato delle cose a una situazione un po’ curiosa su un campo di calcio: immaginate che la vostra squadra abbia sudato per 89 minuti per segnare il gol vincente. Alla fine, il centravanti è da solo in area, supera il portiere, sta per mettere la palla in rete e improvvisamente l’allenatore gli grida “fermati, girati e passa indietro la palla”! Forse per alcuni ha senso, ma di sicuro non per me. A mio parere, è come segnare un autogol.

Inoltre, è difficile comprendere perché l’Assemblea dovrebbe volere che l’unione doganale si applichi solo alla Germania ma non alla Polonia, alla Grecia ma non a Cipro. Di nuovo, può aver senso per alcuni, ma non per me. Votando a favore ora, contribuirete a estendere l’unione doganale a tutti i nuovi Stati membri dell’Unione europea.

Infine, ed è estremamente importante, invito cordialmente gli onorevoli deputati, per il bene dell’Europa, a non indebolire la nostra posizione negoziale rinviando l’approvazione del protocollo. Se voterete a favore dell’approvazione ora, l’Unione europea acquisterà molta più credibilità nel richiedere la rapida ratifica da parte della Grande assemblea nazionale turca. Questo deve essere il nostro obiettivo.

Vi invito a tenere conto di questo obiettivo principale e, per la nostra credibilità e per il bene dell’Europa, a votare a favore dell’approvazione.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, è stato affermato che le dichiarazioni per fatto personale devono essere fatte alla fine della discussione. Siamo ora giunti alla fine di una discussione e vorrei fare una dichiarazione per fatto personale.

 
  
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  Presidente. – Se vuole intervenire ai sensi dell’articolo 145, ha a disposizione un massimo di tre minuti.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, l’onorevole Cohn-Bendit ha accusato coloro che sono contrari all’adesione della Turchia all’Unione europea di cavalcare l’onda del razzismo e dell’ostilità verso l’islam. Vorrei dire con assoluta chiarezza che sono convinto che i musulmani bosniaci siano europei, i musulmani albanesi siano europei e i nostri concittadini musulmani nell’Unione europea siano europei, ma che, per esempio, i cristiani etiopi non lo siano.

Le mie perplessità si fondano sul semplice fatto che la Turchia non è uno Stato europeo. Sostenere che questa affermazione è frutto di razzismo e ostilità verso l’islam significa distorcere i fatti ed è una calunnia intenzionale che respingo con forza. L’onorevole Cohn-Bendit stesso ha fatto una sottile distinzione tra chi è evidentemente europeo e uno spostamento verso l’Eurasia. Ha davvero adottato una linea molto intelligente, anche se poi ha sprecato una buona occasione diffamando intenzionalmente coloro che esprimono un parere critico sulla situazione tacciandoli di razzismo. E’ un’accusa che respingo!

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Onorevole Posselt, devo interromperla. Questa non è una dichiarazione per fatto personale, ma il proseguimento di una discussione che non possiamo riprendere.

 
  
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  Werner Langen (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vorrei fare una dichiarazione per fatto personale. Durante la discussione, il presidente del gruppo socialista al Parlamento ha affermato che in passato ho sostenuto la piena adesione della Turchia all’Unione europea. Vorrei chiarire che non la sostengo né mi sono mai espresso a favore. Ho richiesto il processo verbale della discussione del 13 dicembre 1995. E’ più che evidente che l’argomento in discussione era se dire “sì” o “no” all’unione doganale. All’epoca, l’onorevole Schulz e io eravamo di parere opposto: io ero favorevole all’unione doganale e lui era contrario. Ciò che è stato affermato oggi è una palese distorsione della verità.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento(1).

La seduta è sospesa in attesa del turno di votazioni.

DICHIARAZIONI SCRITTE (ARTICOLO 142 DEL REGOLAMENTO)

 
  
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  Richard Corbett (PSE).(EN) Sono pienamente favorevole all’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia quest’autunno. Senza dubbio saranno lunghi e difficili, ma se si riuscirà a raggiungere l’accordo e se la Turchia riuscirà a soddisfare tutte le condizioni richieste in materia di funzionamento della democrazia e rispetto dei diritti umani, compresi quelli delle minoranze, non vi sono motivi di principio per cui non possa aderire all’Unione europea.

Respingo gli argomenti di coloro che si oppongono all’adesione della Turchia in ragione del fatto che la Turchia non è “europea”. Tale argomento è stato risolto anni fa, quando abbiamo approvato l’adesione della Turchia al Consiglio d’Europa. Chi si oppone all’adesione della Turchia tenta di equiparare “europeo” a “cristiano”. Tuttavia, l’islam ha svolto un ruolo nella storia e nella cultura europea per secoli. In ogni caso, il motto dell’Unione europea è “uniti nella diversità”. Non stiamo cercando di armonizzare le culture, ma di trovare vie per lavorare insieme pur conservando identità diverse. Tendendo la mano alla Turchia sottolineiamo che l’Unione non si basa su un’identità europea esclusiva, ma inclusiva.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Il Parlamento si appresta a esprimere il suo parere conforme sull’estensione dell’accordo di Ankara ai dieci nuovi Stati membri dell’Unione europea. I deputati del Front National si rifiutano di associarsi a tale decisione.

In realtà, il governo turco ha voluto sottolineare che la firma del protocollo assolutamente non costituisce un riconoscimento della Repubblica di Cipro. In altre parole, il governo turco nega l’esistenza giuridica di un paese che è membro a pieno titolo dell’Europa, nella quale la Turchia vuole imporre la sua presenza.

Considerata l’esclusione della Repubblica di Cipro da parte della Turchia, la dichiarazione del Consiglio del 21 settembre è un vero e proprio scandalo. Di fatto, il Consiglio non trae alcuna conseguenza dalla posizione adottata dal governo turco. Si limita a chiedere che, nel 2006, Ankara rispetti tali impegni verso tutti i paesi dell’Unione europea. Nel frattempo, tuttavia, la clausola di riserva voluta dalla Turchia avrà piena efficacia.

La sola risposta possibile sarebbe non solo mettere in discussione la firma del protocollo, ma rinunciare definitivamente ad aprire i negoziati di adesione con la Turchia, che evidentemente non sono la soluzione giusta per garantire relazioni serene e reciprocamente proficue.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE).(EN) O il Parlamento continua a impegnarsi con le forze del progresso presenti in Turchia, oppure possiamo rinunciare a tutta l’influenza che abbiamo. Mi rammarico che il Parlamento oggi abbia inserito una serie di incoerenze superflue nella nostra relazione. Il riconoscimento turco di Cipro, il rispetto dei diritti umani, il migliore trattamento dei curdi, il riconoscimento del genocidio armeno e molte altre questioni devono tutte essere affrontate, perché la Turchia al momento è ben lontana da qualsiasi standard accettabile. L’unica possibilità di migliorare tali standard è proseguire il dialogo.

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 11.50, riprende alle 12.05)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. BORRELL FONTELLES
Presidente

 
  
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  Martin Schulz (PSE).(DE) Signor Presidente, durante il dibattito sulla politica dell’Unione europea nei confronti della Turchia, avevo chiesto il permesso di intervenire per fatto personale in risposta a un’osservazione tutt’altro che amichevole che mi era stata rivolta dall’onorevole Langen. Durante il tempo che abbiamo trascorso in quest’Aula, tuttavia, l’onorevole Langen ed io abbiamo litigato talmente tante volte, finendo poi per sotterrare sempre l’ascia di guerra, che posso rinunciare a intervenire per fatto personale.

 
  
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  Presidente. – Me ne rallegro. La riconciliazione è alla base del progetto europeo.

Onorevole Brok, desidera riconciliarsi con qualcuno?

(Ilarità e applausi)

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, sono molti gli obiettivi che possiamo realizzare, ma il più grande di tutti è l’amore.

 
  
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  Presidente. – E’ proprio questo che desidero: che veniate in plenaria con un atteggiamento così positivo.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


4. Benvenuto
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  Presidente. – Prima delle votazioni vorrei, a nome mio e di tutti voi, porgere il benvenuto in tribuna d’onore ai membri della delegazione del Congresso messicano.

(Applausi)

Questa delegazione partecipa ai lavori della prima riunione della commissione parlamentare mista UE-Messico, in corso a Strasburgo. Desidero rivolgere i miei migliori auguri all’intera delegazione e in particolare a colui che ne è a capo, il senatore Fernando Margaín, presidente della commissione per gli affari esteri del Senato messicano.

Sono convinto che i lavori della prima riunione di questa commissione parlamentare mista rappresenteranno una pietra miliare nel rafforzamento della cooperazione tra le due parti, poiché rivendichiamo entrambi gli stessi valori democratici e lo stesso rispetto dello Stato di diritto.

 

5. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr. Processo verbale)

 

6. Protocollo aggiuntivo all’accordo d’associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia a seguito dell’allargamento
  

Prima della votazione

 
  
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  Hans-Gert Poettering (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non posso rivolgervi alcuna dichiarazione d’amore; credo che nel nostro caso sia sufficiente il rispetto reciproco.

Conformemente all’articolo 170, paragrafo 4 del Regolamento, vorrei chiedere, a nome del mio gruppo, di rinviare l’approvazione del protocollo aggiuntivo sull’unione doganale. Il ragionamento sotteso a questa proposta è che il governo turco ha accettato il protocollo aggiuntivo, ma al tempo stesso, pur essendo intenzionato a negoziare con la Repubblica di Cipro, si è rifiutato di riconoscerla, dichiarando altresì che alle navi e ai velivoli di uno Stato membro dell’Unione europea, quale è Cipro, è interdetto l’uso dei porti e dello spazio aereo della Turchia.

Riteniamo – alquanto logicamente – che si tratti di una contraddizione intrinseca e che tale atteggiamento sia del tutto inammissibile dal punto di vista politico. Se ora approvassimo il protocollo aggiuntivo, non avremmo più la possibilità – nonostante quanto dichiarato stamani dal presidente del gruppo socialista – di esercitare pressioni sul governo turco. Pertanto, a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, chiedo di rinviare la votazione sul protocollo aggiuntivo.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz (PSE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non sono d’accordo con l’onorevole Poettering. Diversamente da quanto sostiene il collega, la risoluzione, che presentiamo congiuntamente, richiede a chiare lettere la piena attuazione di tutti gli accordi sottoscritti, inoltre, come ha ribadito stamani il Commissario nel proprio intervento, afferma che, in caso di inottemperanza, i negoziati verranno sospesi o addirittura interrotti.

Credo che, noi dovremmo rispettare gli accordi contrattuali che abbiamo sottoscritto, poiché in questo modo riusciremo a essere più credibili se dovessimo dichiarare che i negoziati sono chiusi e che non intendiamo portarli avanti nel caso in cui l’altra parte venisse meno agli impegni. Siamo dunque favorevoli a votare sulla questione oggi.

(Applausi)

 

7. Turchia
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 5

 
  
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  Giorgos Dimitrakopoulos (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, vorrei apportare un’aggiunta all’emendamento n. 5, l’emendamento corretto presentato dall’onorevole Lambrinidis. Poiché dinanzi a me ho la versione inglese, leggerò l’aggiunta in questa lingua. Alla fine, dopo l’espressione “a norma del Protocollo”, vorrei che venisse aggiunta la frase “e non dovrebbe essere trasmessa alla Grande Assemblea nazionale per la ratifica”.

 
  
  

Prima della votazione sul paragrafo 6

 
  
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  Jan Marinus Wiersma (PSE).(EN) Signor Presidente, ho un semplice emendamento al paragrafo 6: vorrei che le parole “quanto prima” venissero sostituite dall’espressione “all’inizio del processo negoziale”.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS ROCA
Vicepresidente

 

8. Benvenuto
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  Presidente. – Procediamo con le votazioni, ma prima desidero informarvi che Gustavo Pacheco, deputato al Congresso peruviano, nonché presidente della commissione per gli affari esteri e del gruppo di amicizia Unione europea-Perù, è presente in tribuna d’onore.

(Applausi)

Vorrei inoltre ricordare che l’ultima riunione della Conferenza interparlamentare Unione europea-America latina e Caraibi, che è stata la diciassettesima, si è svolta proprio in Perù nel mese di giugno di quest’anno.

A nome di tutti i parlamentari europei membri della delegazione, che era presieduta dal collega António dos Santos, desidero esprimere al Congresso peruviano i nostri ringraziamenti per il sostegno fornito ai fini dello svolgimento di tale conferenza.

(Applausi)

 

9. Turno di votazioni (seguito)
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  Presidente. – Proseguiamo ora con le votazioni.

 

10. 1. Accesso all’attività degli enti creditizi, 2. Adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 781

 
  
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  Alexander Radwan (PPE-DE), relatore.(DE) Signor Presidente, questa modifica è il frutto del compromesso raggiunto non solo con gli altri gruppi, ma anche con il Consiglio e la Commissione, e compare nuovamente nell’emendamento n. 785. Lo leggerò ad alta voce:

“Fatte salve le misure di attuazione già adottate, alla scadenza del periodo di due anni dopo l’adozione della presente direttiva, e al più tardi il 1° aprile 2008, l’applicazione delle disposizioni che richiedono l’adozione di norme tecniche, adattamenti e decisioni, in conformità del paragrafo 2 viene sospesa. Il Parlamento europeo ed il Consiglio possono, su proposta della Commissione, rinnovare le disposizioni in questione in conformità della procedura di cui all’articolo 251 del Trattato e a tal fine le riesaminano prima della scadenza del periodo o della data di cui sopra”.

 
  
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 778

 
  
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  Alexander Radwan (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, anche questo emendamento è il frutto del compromesso raggiunto tra i vari gruppi, il Consiglio e la Commissione e a sua volta compare nuovamente nell’emendamento n. 782. Comincia così:

... “Il Parlamento europeo è del parere”; a questa frase andrebbero aggiunte le parole: “che il Parlamento europeo e il Consiglio dovrebbero avere l’opportunità di valutare il conferimento di competenze di esecuzione alla Commissione, entro un determinato...”.

 
  
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 785

 
  
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  Alexander Radwan (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, questo è lo stesso emendamento su cui abbiamo votato prima nell’ambito dell’emendamento n. 781, che ho già enunciato. Il prossimo corrisponde all’emendamento n. 778, il secondo emendamento orale.

 

11. Revisione legale dei conti annuali e dei conti consolidati
  

Prima della votazione

 
  
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  Bert Doorn (PPE-DE), relatore.(NL) Signor Presidente, oggi, a Milano inizia il processo per lo scandalo Parmalat. All’epoca in cui esplose lo scandalo, quest’Aula adottò una risoluzione in cui si chiedeva di rendere più rigorose le norme contabili all’interno delle imprese europee e oggi, come relatore, sono in grado di presentarvi un pacchetto di misure che dovrebbero rafforzare la supervisione dei revisori contabili in generale e, più nello specifico, di coloro che lavorano all’interno delle imprese. Siamo riusciti a raggiungere un accordo su questo punto con il Consiglio e la Commissione dopo una sola lettura, un accordo che, inoltre, prevede una notevole riduzione della comitatologia.

Vorrei chiedervi di accordare il vostro sostegno alla proposta e alla relazione in esame affinché quest’Aula possa lanciare il chiaro messaggio che, a suo avviso, gli scandali contabili all’interno delle aziende europee devono finire.

 

12. Sviluppo delle ferrovie comunitarie

13. Certificazione del personale viaggiante addetto alla guida di locomotori e treni
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 50

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL).(NL) Signor Presidente, l’emendamento n. 14 del relatore e l’emendamento n. 50 presentato dal mio gruppo sono collegati. Dall’emendamento n. 14 è stata cancellata la categoria C. Nell’elaborare il nostro emendamento n. 50, relativo a un’esperienza professionale nazionale di tre anni per i macchinisti addetti alla guida dei locomotori nel traffico transfrontaliero, eravamo partiti dal presupposto che questa categoria C fosse ancora in vigore. D’accordo con il relatore, elimineremo il riferimento alla categoria C, in modo che non possa più indurre alcun deputato a votare contro l’emendamento n. 50.

 

14. Diritti e obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario internazionale
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 138

 
  
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  Michael Cramer (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, senza dubbio desidero che si voti sia sull’emendamento n. 32 che sull’emendamento n. 138, però gradirei che l’emendamento n. 138 venisse messo ai voti prima dell’emendamento n. 32, in modo che la versione emendata sia la seguente:

“esse trasportano la bicicletta del passeggero in tutti i treni, inclusi i treni transfrontalieri e ad alta velocità, eventualmente dietro pagamento di un supplemento”.

 

15. Esigenze di qualità contrattuali per il trasporto ferroviario di merci
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  Presidente. – La proposta di regolamento è stata respinta; la parola alla Commissione.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, la Commissione prende atto della posizione adottata oggi dal Parlamento sulla questione.

Alla luce degli impegni assunti nei confronti del Parlamento europeo, la Commissione non esiterà a trarre tutte le conclusioni nel caso di una reiezione da parte dell’Assemblea, tenendo conto anche della posizione del Consiglio. Come vi ha detto ieri il collega, Commissario Barrot, la Commissione dovrà riflettere sul modo migliore di realizzare l’obiettivo, condiviso da tutte e tre le Istituzioni, di migliorare i servizi internazionali di trasporto ferroviario di merci.

 

16. Venticinquesimo anniversario di Solidarność e suo messaggio per l’Europa

17. Ruolo della coesione territoriale nello sviluppo regionale

18. Partenariato rafforzato per le regioni ultraperiferiche
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 5

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE).(SV) Signor Presidente, stiamo per votare sull’emendamento n. 5. Sono un sostenitore della filosofia del lungo periodo, ma sicuramente la versione svedese è in errore quando si riferisce al “quadro finanziario 2007-2123”. Credo che dovrebbe trattarsi del 2013.

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 

19. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Brok (A6-0241/2005)

 
  
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  Erna Hennicot-Schoepges (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La Commissione non ha risposto alla mia domanda, ovvero se al termine del Vertice di Helsinki del 1999 il Commissario Verheugen e Javier Solana abbiano dovuto convincere il Primo Ministro Ecevit affinché desse il suo assenso alla designazione della Turchia come paese candidato. Non è chiaro se il testo presentato ai turchi in quell’occasione fosse lo stesso approvato dal Consiglio europeo nel 1999. Vorrei sapere la verità. Per riguardo ai promotori delle campagne per i diritti umani ho votato a favore dell’adesione della Turchia durante la votazione tenutasi nel dicembre 2004. Da allora abbiamo ricevuto provocazioni continue dai turchi. La brutale repressione attuata dalla polizia nel corso della manifestazione femminile dell’8 marzo 2005, la negazione del genocidio ai danni degli armeni, l’atteggiamento nei confronti del popolo curdo e il mancato riconoscimento di Cipro mi inducono a votare contro l’avvio dei negoziati. Mi chiedo se l’ingresso della Turchia nell’Unione non sia il frutto di pressioni statunitensi e delle ragioni economiche di certi governi europei. Dobbiamo vedere atti da parte del governo turco che dimostrino la volontà di adeguarsi alle norme dell’Unione.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Pochi giorni prima dell’apertura dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione, i deputati al Parlamento di sei gruppi politici ritengono che tale Stato abbia soddisfatto le ultime condizioni che permettono di dare il via a questi negoziati. E’ assolutamente desolante vedere questi rappresentanti “europei” eletti compromettersi con le loro bugie, il loro comportamento vergognoso e la loro arrendevolezza. Si tratta di compiacere una certa pseudo-élite internazionalista, di tutelare interessi economici poco chiari o, piuttosto, di sottomettersi alla volontà politica degli Stati Uniti?

In un’ottica machiavellica, un atteggiamento simile può garantire efficacemente che il tale “conservatore illuminato” o il talaltro “progressista” possano raccogliere i vantaggi proficui di una rielezione? La realtà è piuttosto che questi “rappresentanti” non ascoltano i loro elettori, ma anzi li disprezzano. L’opinione pubblica europea dice un chiaro e tondo “NO” all’ingresso della Turchia nell’Unione. In effetti sarebbe del tutto irresponsabile far aderire un paese asiatico, per giunta povero e di cultura musulmana, a un’Unione instabile dal futuro economico e istituzionale incerto.

Non è sufficiente che la Turchia riconosca Cipro, un territorio europeo occupato, per potere aderire all’Unione. La Turchia non deve aderirvi semplicemente perché non è un paese europeo. Il rispetto delle norme di buon vicinato non significa che dobbiamo vivere tutti sotto lo stesso tetto.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. – (FR) Dunque il nostro Parlamento si accinge a votare a favore della risoluzione legislativa sulla conclusione del Protocollo aggiuntivo all’accordo di associazione tra la Comunità economica europea e la Turchia.

Benché la Turchia rifiuti tuttora di ammettere la sua responsabilità nel genocidio armeno e di riconoscere la Repubblica di Cipro continuando a occupare il nord dell’isola, i capi di Stato o di governo, la Commissione e il Parlamento si accingono ad aggirare l’opinione della gente in barba alla sua sovranità. La macchina internazionalista prosegue tranquillamente il suo corso, ordendo una politica che si rivelerà disastrosa per l’equilibrio socioeconomico e per la pace in Europa.

In un’epoca segnata dal terrorismo islamico, nella quale le reti fondamentaliste vengono smantellate in alcune periferie e in un tempo in cui le nostre leggi repubblicane e i nostri principi laici entrano in conflitto con lo sviluppo di un islam radicale sul nostro territorio, come può l’Europa assumersi la responsabilità di imporre ai popoli europei un paese con un governo islamico? In questa faccenda non dovremmo piuttosto applicare il principio di precauzione proponendo un altro partenariato?

Quest’adesione non farà altro che consolidare una logica di promozione delle minoranze nella società, una logica che spiana la strada alla libanizzazione dell’Europa.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Avallando il principio dell’ingresso della Turchia nell’Unione, il Parlamento rimane sordo alla voce della gente che esprime riserve sempre crescenti su questo nuovo allargamento.

E’ giunto il momento di stabilire confini netti e coerenti per l’Unione, anziché continuare all’infinito questa sconsiderata fuga in avanti senza sosta. Nessuna costruzione politica seria – tranne quella che deriva dalla creazione di un mercato unico – può fare a meno di definire il profilo territoriale dell’Unione.

Ora, nulla è stato intrapreso a questo scopo. Da anni sostengo la necessità di creare diversi gradi di integrazione europea: il primo grado dovrebbe essere una forte integrazione di tipo federale, concorde sulla convergenza sociale e fiscale; il secondo grado dovrebbe comprendere i paesi dell’Europa orientale e permetterebbe un consolidamento più progressivo delle nostre politiche; infine dovrebbe esserci un grado di cooperazione nell’ambito di un partenariato stretto e rafforzato in cui la Turchia svolgerebbe un ruolo di primo piano.

Inoltre, non vedo per quale motivo non dovremmo trattare alla stessa stregua regioni come il Maghreb, al quale un gran numero di Stati membri è unito da legami stretti.

Quello che ci viene proposto non ha nulla a che fare con questo progetto e conferma anzi che il progetto europeo si avvia a venir diluito in una vasta area di libero scambio.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Mi dispiace che sul protocollo turco abbiano avuto il sopravvento visioni miopi e ristrette. Il fatto che la relativa votazione sia stata ritardata rappresenta una battuta d’arresto, ma fondamentalmente non dovrebbe influire sui progressi compiuti dalla Turchia in vista dell’adesione all’Unione. La proposta di risoluzione che è stata adottata dimostra che vi è unanimità sull’adesione della Turchia, il problema è accordarsi sui tempi e sulle condizioni.

 
  
  

– Apertura dei negoziati con la Turchia (RC-B6-0484/2005)

 
  
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  Bernat Joan i Marí (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, da quando la Turchia ha presentato per la prima volta domanda di adesione all’Unione europea, il nostro gruppo ha appoggiato tale processo. Si è tenuto un incontro del nostro gruppo a Istanbul, dove abbiamo direttamente sostenuto tale evoluzione. Riteniamo che la Turchia abbia affrontato una trasformazione con l’obiettivo di introdurre la modernità, la democrazia e un metodo corretto per ottenere l’adesione all’Unione europea.

La Turchia si è sforzata di adeguare il suo sistema giuridico ai criteri di Copenaghen. Ha compiuto inoltre dei progressi nell’ambito della democrazia, dei diritti umani e della tutela della minoranze. Mi chiedo come mai coloro che ora chiedono di difendere i diritti dei curdi siano rimasti in silenzio per quasi un secolo e perché non lavorino per i diritti delle minoranze in altri paesi dell’Unione europea.

La Turchia possiede un’economia di mercato funzionante, capace di essere competitiva all’interno dell’Unione europea. Possiede altresì la capacità amministrativa e istituzionale per attuare le norme e i regolamenti comunitari. Ritengo che dobbiamo lavorare per fare in modo che la Turchia riconosca Cipro e inoltre penso che dovremmo chiederci cosa succederebbe qualora la Turchia non aderisse all’Unione europea. Ci sono attualmente difficoltà, ma credo che dovremmo facilitare i cambiamenti in Turchia, in modo che possa compiere progressi in vista dell’adesione all’Unione europea. Abbiamo deciso di astenerci, perché gli emendamenti adottati nel corso della votazione hanno alterato in molti casi il significato del testo.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando partivo dall’aeroporto di Genova per venire a Strasburgo mi si è avvicinato un pensionato genovese, Giacomo Bertone, e mi ha chiesto: “Ma la Turchia fa parte della geografia dell’Europa?” Gli ho risposto: “Una piccola parte della Turchia fa parte dell’Europa, una grande parte della Turchia fa parte dell’Asia”. E lui ha commentato: “Allora devi rispondere di no all’ingresso della Turchia nell’Unione europea” e poi ha continuato: “ma se la Turchia entra nell’Unione europea finirà finalmente il terrorismo islamico?” Io ho risposto: “No, credo proprio di no, anzi i terroristi islamici colpiranno non solamente l’Europa ma anche la Turchia”. E allora ha aggiunto: “Fatuzzo, come rappresentante del Partito pensionati, devi votare contro l’ingresso della Turchia nell’Unione europea, per queste ragioni e pur restando molto amico dei cittadini della Turchia”. Così ho fatto, signor Presidente.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, la Turchia è un paese estremamente importante anche nella prospettiva europea. Ciononostante dovremmo essere consapevoli del fatto che anche paesi grandi come la Turchia, che oltretutto è un paese candidato, devono rispettare determinati criteri. Dovremmo essere consapevoli del fatto che qui sono in gioco i valori fondamentali dell’Unione.

Credo che la sentenza emessa la scorsa settimana dalla Corte suprema, che ha condannato la conferenza di Istanbul sulla rivalutazione del passato collegato al genocidio degli armeni, faccia riflettere e ci mostri che in Turchia i diritti fondamentali probabilmente non vengono rispettati.

Per questa ragione, ho respinto la risoluzione e ritengo che faremmo tutti bene a insistere sul rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione e ad applicare le stesse condizioni alla Turchia.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, il voto odierno ha lanciato un colossale avvertimento al Consiglio sulla questione della Turchia. Lunedì prossimo l’avvio dei negoziati con la Turchia, ma non con la Croazia, darebbe al pubblico dell’Unione europea l’impressione che tutti i 25 membri del Consiglio abbiano collettivamente perso la ragione. Non si tratta di uno scenario auspicabile, ci sono determinate cose che consiglierei venissero fatte nel corso della riunione di domani del Comitato dei rappresentanti permanenti.

Innanzi tutto, dare via libera alla Croazia, un paese europeo che soddisfa tutte le condizioni. In secondo luogo, i negoziati con la Turchia vanno aperti solo previo chiarimento che l’obiettivo del quadro negoziale è un’adesione privilegiata. Se questo è impossibile, devo fare appello agli Stati membri affinché usino lo strumento dell’unanimità e rinviino i negoziati con la Turchia, come è stato fatto – ingiustamente – nel caso della Croazia il 16 marzo – alla vigilia del giorno previsto per l’inizio dei negoziati.

 
  
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  Mario Borghezio (IND/DEM). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo votato “no” alla risoluzione sulla Turchia perché riteniamo che la Turchia sarebbe il cavallo di Troia dell’Islam nell’Europa. Abbiamo votato “no” e auspichiamo che ci sia almeno uno dei paesi membri che si opponga alla decisione del 3 ottobre, perché sarebbe infausta per il futuro dell’Europa.

Personalmente auspico e desidero che a farlo sia il mio governo, il governo dell’Italia, di un paese che ha radici storiche, di continuità storica con quella grande tradizione di opposizione e di resistenza europea e cristiana all’invasione dell’Islam che ha un solo nome “Lepanto”. Coloro che dovranno decidere il 3 ottobre si ricordino di Lepanto: contro l’Islam in Europa, mai l’Islam in Europa!

(Applausi)

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Turchia non è Europa, troppo diverse sono sensibilità, usi, costumi, religioni dominanti, troppo diversi i modus dei rapporti tra individui e di genere, contrastanti gli interessi geopolitici, troppo legati a quelli degli Stati Uniti che – lo sottolineo – contrastano con i nostri.

Cipro, innanzitutto: dovremo vergognarci solo di iniziare un simile discorso, quando uno Stato membro e di antica adesione non è ancora riconosciuto ed in parte militarmente occupato dalla Turchia, poi il genocidio armeno, la questione curda, le libertà civili, le frizioni sociali e potrei continuare con un lungo elenco incontestabile, di contrasti che si oppongono all’adesione nell’Unione della Turchia.

Nel Parlamento europeo, nella Commissione, la proporzionalità del peso politico in base alla popolazione, renderà determinante il ruolo delle decisioni della Turchia nell’Unione europea. Abbiamo resistito all’annessione dell’Europa alla Turchia, perché di questo si tratta, a Lepanto e poi a Vienna.

I popoli europei a grande maggioranza non vogliono la Turchia in Europa, questo è il mandato popolare che avevamo il dovere di rispettare votando “no”.

(Applausi)

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, alcuni giorni fa il quotidiano fiammingo De Standaard ha scritto che il futuro status di Stato membro della Turchia è stato già deciso molto tempo fa. Secondo l’articolo, un funzionario dell’UE di cui non è stata resa nota l’identità avrebbe dichiarato al giornale che la cosiddetta natura aperta dei negoziati non è altro che un’operazione di facciata e che, cito, “l’espressione «aperta» è stata inclusa solo per ingannare i critici inducendoli a credere che non sia stata ancora presa alcuna decisione definitiva”. Questo dice veramente tutto. Penso che la questione turca stia diventando l’illustrazione più evidente e più politicamente spaventosa del modo in cui l’Unione europea sta sospendendo i normali processi decisionali democratici e facendo ingoiare le decisioni ai cittadini, se necessario con tutti gli sporchi trucchi del commercio e, nel caso della Turchia, con le menzogne e l’inganno. Tuttavia, non bisogna farsi illusioni in proposito, dal momento che le ultime parole non sono state ancora pronunciate, e la nostra opposizione all’adesione della Turchia islamica all’Unione europea non farà altro che divenire più forte e determinata e il pubblico europeo ci sosterrà anche di più di quanto non faccia già.

 
  
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  Albert Dess (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, ho votato contro la proposta di risoluzione sull’apertura dei negoziati con la Turchia, perché ritengo sia irresponsabile iniziare questi negoziati di adesione.

La Turchia non soddisfa in alcun modo i requisiti per l’apertura dei negoziati di adesione. Corre voce che sia ancora praticata la tortura, che persistano le violazioni dei diritti umani e i cristiani continuino ad essere ostacolati in modo sostanziale nelle pratiche religiose, solo per elencare alcune ragioni.

E’ incomprensibile che la Commissione in questo caso agisca contro ogni buon senso. Il Commissario Rehn, responsabile dell’allargamento, dovrebbe dare le dimissioni prima di fare altri danni. Sta offendendo il concetto di integrazione europea su scala massiccia. Non dovremmo sorprenderci se un numero sempre maggiore di cittadini perde fiducia nelle Istituzioni europee come il Parlamento, la Commissione e il Consiglio e la maggioranza dunque vota contro la Costituzione, come si è verificato nei referendum di Francia e Paesi Bassi.

Nel respingere la risoluzione sulla Turchia, ho agito, come l’amico onorevole Posselt, quasi certamente nell’interesse della grande maggioranza dell’elettorato bavarese, che desidera un partenariato privilegiato con la Turchia e non la piena adesione.

Per inciso, molti dei miei amici turchi condividono questo parere.

 
  
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  James Hugh Allister (NI), per iscritto. (EN) In qualità di oppositore all’adesione all’Unione di un paese non europeo come la Turchia, ho votato oggi contro la risoluzione che appoggia l’apertura dei negoziati con tale Stato asiatico. Ritengo che l’aspirazione dell’Unione europea di accogliere la Turchia tra i suoi membri sia mossa in realtà da un’ignobile mira espansionista.

Inoltre, la malafede con cui la Turchia ha agito nei confronti di Cipro non la rende meritevole di aderire all’Unione europea. Da un lato, essa accetta ipocritamente un protocollo in cui sembra riconoscere Cipro, ma allo stesso tempo rilascia una dichiarazione rinnegando tale riconoscimento. Se a questo aggiungiamo la sua storia crudele e le continue persecuzioni dei cristiani, è chiaro che possiamo benissimo fare a meno della Turchia e della sua cultura.

 
  
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  Marie-Arlette Carlotti (PSE), per iscritto. – (FR) Sono convinta che aderire all’Unione europea sia sinonimo di accettazione di determinati valori, in particolare nell’area dei diritti umani e delle libertà fondamentali. E’ per questo motivo che la Turchia deve divenire un paese democratico a tutti gli effetti.

La prospettiva di un suo ingresso nell’Unione europea può determinare cambiamenti positivi in grado di condurre a una sorta di democrazia reale, e non solo virtuale, che riconosca e rispetti le sue minoranze, in particolare la popolazione curda. Tale prospettiva può altresì produrre un maggiore rispetto dei diritti umani, mettendo fine alle violazioni della libertà di espressione, di cui è esempio la recente condanna dello scrittore Orhan Pamuk, e far luce sulle pagine buie della sua storia, riconoscendo il genocidio degli armeni.

Nondimeno, alla vigilia del termine del 3 ottobre – data in cui il Consiglio dovrà pronunciarsi sull’apertura dei negoziati di adesione – siamo molto lontani dall’obiettivo.

Al contrario, la Turchia si sta impuntando e sta assumendo delle posizioni anche più radicali su almeno due punti: il riconoscimento di Cipro, che non sarà in alcun modo oggetto di negoziato, e il rifiuto ostinato di affrontare la questione del genocidio degli armeni, mentre a mio avviso la volontà di farlo dovrebbe essere un requisito imprescindibile per l’adesione.

Per questo motivo ho presentato, insieme ad altri, due emendamenti per integrare una risoluzione particolarmente reticente sul genocidio degli armeni. E’ responsabilità del Parlamento europeo rammentare allo Stato turco, che dichiara di trovarsi sulla strada della democrazia, il dovere di non dimenticare.

(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163 del Regolamento)

 
  
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  Paul Marie Coûteaux e Philippe de Villiers (IND/DEM), per iscritto. – (FR) Con l’apertura formale dei negoziati di adesione con la Turchia, i capi di Stato e di governo europei prenderanno una decisione di cui dovranno rispondere davanti al popolo e alla storia.

Le autorità del mio paese sono tuttavia depositarie di un mandato chiaro affidatogli dal popolo che dovrebbero rappresentare: il 29 maggio 2005 i francesi hanno respinto la Costituzione europea e il progetto di allargamento alla Turchia.

Oggi i rappresentanti del partito dell’UMP in questo Parlamento si preoccupano dei pericoli di un’Europa “autistica”, del pericolo di un divorzio tra la popolazione e il progetto europeo. Che scoperta! Costoro ricordano di aver regolarmente votato a favore dei crediti di preadesione della Turchia? Ricordano che, all’interno del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, siedono a fianco dell’AKP, il partito islamico guidato dal Primo Ministro Erdogan? Sanno almeno che la persona che ha in mano l’elemento decisivo della faccenda è il più anziano tra di loro, il Presidente Chirac?

Questa menzogna collettiva, per cui la Turchia deve entrare nell’Unione, è vergognosa, dal momento che ciascuno spera tacitamente che l’altro dica “no” assumendosi la responsabilità della rottura.

Ecco perché, a nome del popolo francese, ci rivolgiamo solennemente al Presidente della Repubblica e gli chiediamo di porre il suo veto all’apertura di questi negoziati.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Anche se la Commissione e il Consiglio ritengono che la Turchia abbia soddisfatto formalmente gli ultimi requisiti per l’apertura dei negoziati di adesione il 3 ottobre 2005, la verità è che ci sono questioni fondamentali che non sono state prese in considerazione, come sostiene la risoluzione del Parlamento.

Una delle questioni principali riguarda il protocollo che estende l’accordo di Ankara ai dieci nuovi Stati membri. La Turchia ha firmato il protocollo, ma allo stesso tempo ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che la firma, la ratifica e l’applicazione del protocollo stesso non rappresentano in alcun modo, forma o aspetto il riconoscimento della Repubblica di Cipro, a cui si fa riferimento nel protocollo. Ci opponiamo a tale inaccettabile posizione.

Ci opponiamo inoltre al permanere del divieto turco che nega l’accesso ai porti alle imbarcazioni battenti bandiera cipriota e a quelle provenienti da porti situati nella Repubblica di Cipro nonché al divieto che nega agli aeromobili ciprioti i diritti di sorvolo e di atterraggio negli aeroporti turchi.

Ci siamo astenuti dal voto su questa risoluzione perché abbiamo delle obiezioni su alcuni dei punti ivi contenuti. Per esempio la risoluzione sostiene la riforma costituzionale come condizione per l’adesione di altri nuovi Stati membri. Crediamo che questo non costituisca un ostacolo all’allargamento.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) Se un paese nelle immediate vicinanze dell’Europa rispetta i requisiti politici ed economici dell’Unione europea, non ci dovrebbe essere in linea di principio alcun ostacolo all’adesione. L’Unione europea non è un blocco culturale o religioso, ma una forma di cooperazione in cui gli Stati membri devono garantire democrazia, diritti umani e un’economia di mercato funzionante. L’adesione turca non può quindi essere respinta su basi religiose o geografiche.

La Junilistan ritiene dunque che la Turchia dovrebbe, a lungo termine, poter divenire membro dell’Unione europea. Tuttavia, l’Unione europea non è stata riformata in maniera sufficiente da poter accogliere la Turchia come membro. Tale constatazione è valida specialmente per la politica agricola e i Fondi strutturali. Né la Turchia ha fatto abbastanza per rispettare i requisiti politici dell’Unione europea. Non sono stati applicati diversi requisiti in materia di rispetto dei diritti umani. Il genocidio degli armeni del 1915 e la sovranità di Cipro non sono stati riconosciuti. Inoltre le conseguenze finanziarie per l’Unione europea dell’adesione turca sono ancora incerte.

Infine, il progetto di Trattato costituzionale ora è stato respinto, dunque nessuno sa come l’Unione europea sarà governata in futuro. Questa è un’altra importante ragione per posticipare i negoziati di adesione.

Alla luce di questi fattori e per come stanno le cose, crediamo che non si dovrebbero avviare i negoziati di adesione. Votiamo dunque contro la risoluzione nella sua interezza.

 
  
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  Jeanine Hennis-Plasschaert (ALDE), per iscritto. – (NL) Molti ora vedono la questione di Cipro come il punto più controverso. Infatti, firmando il protocollo sull’Unione doganale il 29 luglio 2005, la Turchia ha reso tutti inutilmente nervosi. In certa misura dovevamo attendercelo. Che detta ratifica sarebbe stata equivalente al riconoscimento di Cipro si evince principalmente ed esclusivamente da dichiarazioni rilasciate dai capi di governo europei, ma tale supposizione non è stata mai confermata dalla Turchia. E per di più, tornando ad Ankara – dopo i negoziati del dicembre 2004 durante la Presidenza olandese – il Primo Ministro Erdogan ha fatto subito sapere che la firma non equivaleva affatto al riconoscimento di Cipro, né esplicito né implicito.

Quanto alla questione di Cipro, sono del parere che il Consiglio dovrebbe compiere ogni possibile sforzo per arrivare all’unificazione del paese. Per questo motivo dobbiamo far uscire la comunità turcocipriota al più presto dal suo isolamento economico.

Come menzionato ai paragrafi 3 e 4 della risoluzione, la Turchia deve ovviamente avviare l’attuazione completa dell’unione doganale senza ritardi, quindi, tra le altre cose, aprire i suoi porti alle imbarcazioni cipriote. Ad ogni modo, parallelamente (e quindi con la stessa tempistica), l’isolamento economico della comunità turcocipriota deve terminare e dunque il paragrafo 7, anche se stimolante, è troppo evasivo in materia.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (NI), per iscritto. – (FR) Abbiamo più volte sottolineato che la Turchia non è un paese europeo sia per ragioni geografiche, sia per la sua storia, cultura, lingua o religione. Davanti ad una constatazione tanto evidente e convalidata dai trattati, non si può che concludere che i leader europei sono ciechi.

Solo i popoli europei, forti del buon senso che manca ai loro dirigenti, hanno compreso da tempo che l’adesione della Turchia all’Europa significherebbe la fine dell’avventura europea e soprattutto comporterebbe la rapida diffusione dell’islam nella sua società.

Il popolo turco, che si comporta in modo provocatorio, rifiuta di riconoscere la Repubblica di Cipro a motivo dell’occupazione turca di una parte dell’isola. I turchi mantengono l’occupazione a dispetto del diritto internazionale, per non menzionare poi il genocidio armeno del 1915.

Il dovere di ricordare, così caro alle nostre grandi coscienze occidentali, non è giunto fino a loro. Ai sensi del nuovo codice penale turco, menzionare il genocidio armeno o l’occupazione della parte nord di Cipro è un reato passibile di detenzione. In queste condizioni, senza neppure accennare al tragico destino delle minoranze cristiane, è indecente aprire i negoziati di adesione il 3 ottobre prossimo con un grande paese dell’Asia minore.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI), per iscritto. – (FR) Oggi, mercoledì 28 settembre nell’ambito del dibattito sulla Turchia, gli interventi e gli applausi sono stati inequivocabili. Si è trattato di un “no” da tutti i fronti. Gli oratori hanno parlato di “Armenia”, di “violazione dei diritti umani”, di “anni luce che separano due civiltà”, di “occupazione a Cipro di una parte del territorio europeo da parte di un esercito straniero…”. Persino l’onorevole Toubon, deputato francese molto vicino a Chirac, ha manifestato forti perplessità. Abbiamo ascoltato un deputato britannico proporre al popolo turco di accettare lo status di partner privilegiato, prospettiva, questa, così attraente che la vorrebbe per il Regno Unito.

Per quanto l’onorevole Cohn-Bendit possa aver gridato al “razzismo”, l’onorevole Rocard ha perorato l’adesione della Turchia in mezzo ad un silenzio di disapprovazione. In questa Assemblea, i rappresentanti dei popoli delle nazioni d’Europa ripetono il “no” proferito da Cervantes a Lepanto, da Lord Byron a Missolungi, dai bambini greci delle catacombe che professavano la loro religione nella paura, ripetono il “no” espresso dai dipinti e dalle poesie rispettivamente di Delacroix e Victor Hugo sull’impero dei massacri e dei rapimenti e il “no” dei detenuti martirizzati del film “Fuga di mezzanotte”.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) A una settimana dalla possibile apertura dei negoziati di adesione della Turchia all’Unione europea, c’è poco spazio per l’ottimismo. La trasformazione della Turchia in un paese normale in cui tutti i gruppi etnici, le idee politiche e le fedi religiose siano considerati eguali è in fase di stagnazione. La scorsa settimana un tribunale ha vietato una conferenza sull’uccisione di massa del popolo armeno del 1915, che è stata negata per molti anni. La grande comunità curda del sud-est del paese continua a vedersi negata la prospettiva di avere un sistema di istruzione, un’amministrazione e mezzi di comunicazione nella propria lingua, una rappresentanza normale in seno al parlamento nazionale o un autogoverno regionale. Notevoli forze in Turchia si oppongono a ulteriori concessioni ai requisiti europei e non si piegano neppure alla minaccia di un ritiro della sua domanda di candidatura.

Nelle ultime settimane, l’interesse per la situazione in Turchia sembra essersi spostato sui rapporti del paese con Cipro. E’ inaccettabile che alle imbarcazioni provenienti dalla parte meridionale di Cipro continui a essere impedito l’accesso ai porti turchi, mentre la Turchia pretende di aver rispettato tutti gli accordi a partire dal 2004. Questo non è di buon auspicio per altri punti in discussione. Come Stato membro dell’Unione europea, Cipro ha il diritto di porre il veto ai negoziati e all’adesione. I gruppi svantaggiati all’interno della Turchia non hanno tale influenza. Per tale motivo questa Assemblea dovrebbe prendere a cuore i loro problemi e i loro interessi.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La proposta di risoluzione comune sull’apertura dei negoziati con la Turchia dimostra che questa procedura fa riferimento a interessi più generali, a conflitti e rivalità tra i poteri imperialistici dell’area. Da questo punto di vista, le pressioni e la coercizione esercitate sui popoli dell’area si intensificheranno affinché accettino soluzioni di cui dovranno fare le spese.

Questa proposta di risoluzione rientra all’interno della filosofia più generale della cosiddetta controdichiarazione del Consiglio europeo. La proposta, pur contenendo alcuni punti positivi, non dice chiaramente l’ovvio, vale a dire una chiara dichiarazione che i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea non inizieranno se non ci sarà un immediato riconoscimento della Repubblica di Cipro.

Il partito comunista greco è contro l’adesione per le stesse ragioni per cui era contrario all’adesione della Grecia. Riteniamo che la politica e il carattere dell’Unione europea non offrano alcuna garanzia, quantunque vengano approvate molte risoluzioni per giungere a un’equa composizione della questione di Cipro. Questo viene dimostrato anche ora. I presunti principi dell’Unione europea e il famoso acquis comunitario vengono asserviti agli interessi dei paesi imperialisti.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Questa proposta di risoluzione si occupa della questione turcocipriota in modo convincente e ragionevolmente chiaro. Mi sarebbe piaciuto vedere dichiarazioni più chiare sulla democrazia e i diritti umani in Turchia.

Secondo Amnesty International, la tortura continua ad avere proporzioni serie come in passato; prende solo una forma differente. Il caso di Mehmet Tarhan è stato un esempio recente di come gli obiettori di coscienza siano puniti con anni di detenzione. Ci sono nuovi conflitti nelle regioni curde, polizia e forze militari sono onnipresenti e attori statali e non compiono violazioni di diritti umani. La libertà di stampa è continuamente violata: per esempio chi pubblica materiale che segue una linea critica sul genocidio degli armeni o sul permanere dell’occupazione turca nella parte settentrionale di Cipro rischia ancora la detenzione.

Dal punto di vista dei capi di Stato e di governo, una motivazione strategica per tale adesione è di natura geopolitica. Un documento di lavoro della Commissione elaborato per rendere accettabile l’adesione della Turchia all’Unione europea afferma che “la Turchia è un paese strategicamente importante” e che “l’adesione della Turchia contribuirà a rendere più sicure le vie di approvvigionamento energetico dell’UE”. Il documento prosegue dicendo che “con la sua grande spesa militare e forza lavoro, la Turchia ha la capacità di contribuire significativamente alla sicurezza e alla difesa dell’Unione europea”.

Anch’io desidero vedere l’adesione della Turchia all’Unione europea, ma non in questo modo. I capi di Stato e di governo e la Commissione europea evidentemente si preoccupano poco delle reali condizioni di vita della popolazione.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. – (SK) Il requisito decisivo che mi indurrebbe a sostenere la proposta di risoluzione comune del Parlamento europeo sull’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia, elaborata a seguito della risoluzione del 15 dicembre 2004 e delle conclusioni del Consiglio europeo del 17 dicembre 2004, sarebbe l’approvazione delle proposte a favore degli emendamento integrativi nn. 2 e 3.

Qualora tali proposte di emendamento non fossero approvate, voterò contro la risoluzione.

La mia decisione è dettata dalle seguenti ragioni.

Credo che la Turchia non abbia rispettato i criteri di Copenaghen per l’apertura dei negoziati di adesione con l’Unione europea a causa dei suoi continui problemi con i diritti umani, della mancata soluzione dei problemi della minoranza curda e, soprattutto, del rifiuto del riconoscimento giuridico e politico di uno Stato membro dell’UE – Cipro. Senza il consenso unanime di tutti gli Stati membri, non è possibile concedere il mandato per l’avvio dei negoziati di adesione con la Turchia.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’iter negoziale in vista dell’adesione della Turchia all’Unione europea dovrebbe procedere nel modo consueto e dovrebbe osservare regole chiare e obiettive. A mio avviso non è giustificabile un diverso trattamento di tale candidatura all’adesione.

Su tale base, non ho avuto altra scelta che votare contro la proposta di risoluzione comune che stiamo esaminando, a causa di due punti che considero di cruciale importanza.

Innanzi tutto, respingendo l’emendamento presentato dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei che afferma chiaramente che “ritiene, in particolare che vada garantita fin dal principio la natura aperta dei negoziati, prevedendo possibilità costruttive parallele all’adesione a pieno titolo”, il Parlamento rifiuta chiaramente di includere un piano B nella sua risoluzione, che ritengo essenziale se vogliamo evitare la possibilità che in futuro l’apertura dell’iter negoziale sia intesa come un pieno impegno all’adesione.

Inoltre è del tutto chiaro che la questione di Cipro non è stata risolta in maniera appropriata. La Turchia sta cercando di aderire all’Unione europea, ma non accetta l’Unione nella sua forma attuale. Affrontiamo i fatti: non è possibile aderire a un’organizzazione che non si riconosce, come non è possibile negoziare con una parte che non riconosce la nostra organizzazione. Questi negoziati stanno iniziando con il piede sbagliato e conseguentemente non hanno il mio sostegno.

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Il 23 settembre 2005, la Corte di giustizia turca ha proibito lo svolgimento di una conferenza sul genocidio armeno. Questo divieto purtroppo indica che il governo turco continua a tenere la questione nella più completa oscurità e illegalità.

La forza dell’attualità e, soprattutto, quella del passato ci obbliga dunque a ribadire che i popoli europei non ignoreranno tale questione.

Purtroppo devo quindi reiterare il mio intervento del 6 ottobre 1999, giacché la situazione non è cambiata in alcun modo. La risoluzione del Parlamento europeo del 18 giugno 1987 mette in rilievo quattro punti che costituiscono ostacoli importanti ai negoziati di adesione con la Turchia. Questi punti riguardano:

1/ il rifiuto del governo turco di riconoscere il genocidio armeno

2/ la sua reticenza a rispettare il diritto internazionale nelle controversie con la Grecia

3/ il permanere delle truppe turche di occupazione a Cipro

4/ la negazione della questione curda.

La questione armena non può cadere nel dimenticatoio nel corso di questi negoziati. Mi rifiuto fermamente di accettarlo. L’Unione europea è abbastanza forte da imporre alla Turchia un significativo cambiamento di atteggiamento, se quest’ultima desidera aderire all’Unione e rispettare le nostre regole e i nostri valori.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Anche mentre parliamo, in Turchia si combatte una battaglia tra riformisti e tradizionalisti. L’attuale Primo Ministro e ministro degli Affari esteri appartengono al primo gruppo e meritano il nostro sostegno. Il dibattito sull’apertura dei negoziati è stato recentemente alimentato dall’opportunismo politico. Molti, come ha affermato il Presidente del mio gruppo, l’onorevole Cohn-Bendit, hanno cavalcato un’ondata di razzismo latente. Ora sarebbe ingiusto applicare criteri più rigidi di quelli su cui si erano accordati a dicembre i capi di governo. Un simile comportamento inoltre invierebbe al popolo turco il messaggio scoraggiante che l’Europa in realtà non vuole la Turchia. Chi condiziona l’apertura dei negoziati al riconoscimento di Cipro dimentica che un rapido riconoscimento di Cipro da parte della Turchia rappresenterebbe la fine del tentativo di Kofi Annan di avviare un nuovo ciclo di negoziati sulla divisione dell’isola. L’Unione europea deve sostenere i riformatori, chiedere la corretta applicazione dell’Unione doganale e insistere sull’ulteriore ammorbidimento del codice penale. L’apertura dei negoziati indirizzerà ulteriormente la Turchia verso la laicizzazione dello Stato e il pieno ed effettivo rispetto delle persone e del diritto internazionale. Le minoranze religiose, i curdi e gli alaviti, staranno meglio in una Turchia membro dell’Unione europea piuttosto che in una Turchia che volta le spalle al nostro continente.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. (EN) La risoluzione relativa all’apertura dei negoziati con la Turchia deve essere accolta positivamente. Spero tuttavia che nel corso di questi negoziati si presterà attenzione alla libertà religiosa. Il diritto di ciascuno di professare liberamente il proprio credo religioso è essenziale in qualsiasi società democratica. Il First Step Forum, una ONG impegnata per la libertà religiosa, visiterà la Turchia nelle prossime settimane. Spero che la Commissione ascolterà i risultati della visita di tale delegazione.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Se si esamina il bilancio del processo di democratizzazione della Turchia, si evince che il paese, nonostante gli sforzi compiuti, deve fare ancora molta strada.

Il riconoscimento di Cipro da parte del governo turco e del genocidio degli armeni restano le condizioni preliminari per il proseguimento dei negoziati dopo il 3 ottobre.

L’Unione europea dovrà restare inoltre particolarmente vigile sulla situazione dei diritti umani. La condizione delle donne nel paese resta preoccupante e il governo turco si deve ulteriormente impegnare nel ridurre le disuguaglianze tra uomini e donne.

La libertà di espressione non è stata ancora garantita. L’Unione europea deve cercare di fare pressione su Ankara al fine di assicurare le condizioni necessarie a permettere lo svolgimento di un dibattito pubblico e democratico indipendente.

Dal momento che si tratta di un processo aperto, i cui risultati non possono essere garantiti in anticipo, e tenuto conto del fatto che nel corso dei negoziati l’insieme di tutti i 25 Stati membri beneficerà del diritto di veto in ogni momento, sarebbe conseguentemente opportuno prevedere un’alternativa all’adesione, definendo fin da ora le condizioni di un partenariato privilegiato.

Ecco perché ho votato contro questa risoluzione, rifiutandomi di accettare un percorso così veloce verso l’adesione della Turchia.

 
  
  

– Relazione Radwan (A6-0257/2005)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore di questa relazione e vorrei associarmi a chi si è congratulato col mio collega, l’onorevole Radwan, per l’eccellente lavoro che ha svolto con i membri della commissione per i problemi economici e monetari sull’importante questione dei requisiti patrimoniali di vigilanza delle banche al fine di tenere conto dei recenti sviluppi sui mercati finanziari.

Si era reso necessario accertare la coerenza tra il capitale totale e il capitale regolamentare nell’ambito di un quadro di convergenza internazionale relativamente alla valutazione di questi dati finanziari (Basilea II).

Tuttavia, domando se, per la comunità finanziaria degli enti creditizi, sotto gli auspici della BCE e in collaborazione con le autorità competenti degli Stati membri responsabili della vigilanza bancaria, non sia venuto il momento di esaminare quali siano le risorse cui ricorrere per accelerare la creazione della massa finanziaria necessaria per lo sviluppo economico dell’Europa, soprattutto all’interno della zona euro. Occorre andare oltre il successo pratico, monetario e finanziario riscosso dall’euro, trasformando una moneta tecnica in una moneta politica al servizio dello sviluppo economico europeo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il sistema bancario è uno dei pilastri fondamentali della nostra economia di mercato e spetta alle autorità pubbliche garantire che il suo funzionamento obbedisca a regole chiare, sia trasparente e salvaguardi gli interessi dei clienti. In un mercato che per ovvie ragioni non può essere interamente valutato dai consumatori, la responsabilità di fornire queste necessarie garanzie ricade pertanto sulle autorità pubbliche.

In tale contesto, i requisiti patrimoniali stabiliti nella proposta di direttiva in esame e la versione approvata dalla commissione per i problemi economici e monetari sono del tutto in linea con quelli che a mio avviso sono i doveri e le giuste preoccupazioni delle autorità pubbliche. Pertanto ho votato a favore.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Per quanto riguardava questa relazione, ho votato contro o mi sono astenuto dal votare parecchi punti di competenza del Parlamento. La relazione conteneva riferimenti alla Costituzione del tutto superflui e che ora non hanno più valore. Credo che una certa libertà di perseguire una propria politica finanziaria sia importante, soprattutto per potere aiutare, in zone scarsamente popolate, le associazioni di garanzia che sono in grado di favorire la cooperazione a livello locale. Mi sono astenuto dal voto nei casi in cui sono state fatte richieste assolutamente sensate per quanto riguarda le condizioni di lavoro del Parlamento, ma sono stati infilati riferimenti inutili alla Costituzione.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Questa relazione, poiché riunisce norme bancarie concordate a livello internazionale, costituisce un elemento essenziale del settore dei servizi finanziari.

Il gruppo laburista ha appoggiato il lavoro svolto dal relatore e dai servizi del Parlamento per garantire che il Parlamento stesso conservi i suoi poteri giuridico-politici. A tal fine, il Partito laburista può appoggiare i provvedimenti introdotti per consentire l’esercizio del diritto di richiamo e delle clausole di caducità contenute nella direttiva, cosa che non costituisce un’imposizione riguardo ai poteri nazionali.

 
  
  

– Relazione Doorn (A6-0224/2005)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Dopo avere votato a favore di questo testo, vorrei associarmi a chi si è congratulato col mio collega, l’onorevole Doorn, per l’eccellente lavoro che ha svolto con la commissione giuridica.

Per rinsaldare la fiducia necessaria nelle imprese e nei loro sistemi di governance, era molto importante fornire all’Unione regole in merito, ispirandosi alle norme internazionali derivate dalle migliori pratiche mondiali. Gli aspetti legati all’indipendenza dei revisori sono decisivi per la qualità dei controlli. In particolare, definire il concetto di “rete” stava diventando una questione urgente.

Infine, sarò molto attento e chiedo che venga esaminata la questione della responsabilità dei revisori, perché è impensabile che possano avere una responsabilità illimitata e che pertanto quest’ultima non sia assicurabile per quanto riguarda il lavoro che svolgono.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Approvo questa relazione che, se venisse trasposta nella legislazione e opportunamente applicata, dovrebbe impedire che avvenga in Europa uno scandalo come quello Enron e ridurre la probabilità che in futuro si verifichi un altro caso Parmalat.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) I conti annuali e i conti consolidati devono essere soggetti a revisioni efficaci e accurate, un obiettivo chiaramente espresso dalla Commissione nella proposta presentata al Parlamento, proposta sostanzialmente migliorata grazie ad alcuni degli emendamenti introdotti da questa relazione. Pertanto ho votato a favore.

E’ emerso che le norme attualmente in vigore non offrono garanzie sugli elementi cruciali di questa incombenza estremamente importante, come la trasparenza del mercato, la libertà e l’autonomia di chi effettua le revisioni e la veridicità delle revisioni. Questo non è salutare per l’economia. In mancanza di tali elementi, occorre provvedere a rettificare il quadro giuridico relativo alle proposte in esame. Come ho detto, ritengo che la proposta della Commissione unitamente agli emendamenti presentati da questo Parlamento, permetterà di conseguire quest’obiettivo.

 
  
  

– Relazione Jarzembowski (A6-0143/2005)

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) L’Europa ha bisogno di ferrovie principalmente per ragioni ambientali, ma anche per il trasporto di merci e passeggeri. Ciò richiede l’apertura dei mercati ferroviari internazionali, affinché i treni possano viaggiare rapidamente e senza intoppi attraverso le frontiere. In conformità del secondo pacchetto ferroviario, attualmente stanno per essere aperti i mercati per il trasporto delle merci su rotaia, cosa che noi approviamo.

La relazione dell’onorevole Jarzembowski propone che venga aperto anche il mercato del servizio passeggeri nazionale e internazionale seguendo un preciso calendario. Crediamo che, per il servizio internazionale, ciò sarà fattibile nel giro di qualche anno. Tuttavia, nel caso dei servizi nazionali passeggeri, pensiamo che il processo dovrà realizzarsi in un lasso di tempo più lungo di quello proposto. Pertanto riteniamo che non sia ancora il momento di votare a favore della proposta dell’onorevole Jarzembowski sulla liberalizzazione dei servizi di trasporto nazionale dei passeggeri, perché non siamo in grado di prevedere le conseguenze della sua proposta, per esempio, sul trasposto pubblico locale e regionale.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) Anch’io, come gli altri socialisti portoghesi, approvo l’impostazione generale della relazione Jarzembowski, perché siamo a favore del principio di aprire il mercato dei servizi di trasporto internazionale dei passeggeri.

Tuttavia, nel corso del dibattito, abbiamo espresso qualche riserva e obiezione sul progetto di anticipare al 2008 la liberalizzazione del trasporto internazionale, cabotaggio compreso, e sul progetto di liberalizzare i servizi di trasporto nazionale dal 1° gennaio 2012.

Certo, la liberalizzazione del trasporto internazionale ha la potenzialità di contribuire a rivitalizzare il trasporto ferroviario incoraggiandone la crescita e ponendolo su un piano più equo rispetto al trasporto aereo e su strada. Tuttavia è anche vero che la liberalizzazione incontrollata e casuale dei servizi a livello europeo potrebbe comportare gravi problemi per alcuni Stati membri come il Portogallo, dove le infrastrutture specializzate, come i collegamenti ferroviari ad alta velocità e i loro modelli di gestione, devono essere ancora messe in atto. Inoltre, la prestazione del servizio pubblico nel settore dei trasporti, elemento fondamentale per l’occupazione e la crescita economica, deve restare garantita.

Abbiamo quindi votato contro tutte le disposizioni relative alle forme di liberalizzazione sopra menzionate, e ciò ha determinato il nostro voto finale.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Un’occhiata alle richieste della Confederazione europea dei datori di lavoro (UNICE) sulla liberalizzazione del trasporto ferroviario passeggeri (comunicato stampa del 21 gennaio 2005) rivela il motivo della posizione adottata dalla maggioranza di questo Parlamento.

Benché approvi le proposte della Commissione sulla nuova ondata di liberalizzazione del trasporto ferroviario, l’UNICE chiede di più e in tempi più rapidi. Chiede l’“apertura dei mercati” per tutto il settore del trasporto ferroviario dei passeggeri, e non solo in quello del trasporto internazionale, come la proposta della Commissione ha previsto per questa fase.

L’UNICE ha inoltre ricordato la posizione precedentemente adottata dalla maggioranza del Parlamento che era favorevole ad aprire il mercato del trasporto ferroviario dei passeggeri a partire dal 2008.

Inoltre la maggioranza del Parlamento (che comprende i voti dei deputati dei Socialdemocratici, del Partito popolare e del Partito socialista portoghesi) sta assecondando le richieste dei grandi industriali approvando la liberalizzazione del trasporto internazionale passeggeri nel 2008 e di quello nazionale nel 2012. Per giunta, gli Stati membri possono anche anticipare queste date.

Di conseguenza, siamo estremamente delusi dal fatto che la nostra proposta intesa a bloccare questo nuovo passo verso la liberalizzazione del trasporto ferroviario sia stata respinta, e continueremo a batterci per difendere i servizi pubblici di trasporto ferroviario e le condizioni di lavoro dei dipendenti del settore.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Voterò contro la relazione dell’onorevole Jarzembowski che sancisce una nuova fase di liberalizzazione per il trasporto ferroviario. L’“apertura” del mercato del trasporto merci costituiva già una minaccia per il servizio pubblico ferroviario, ma la liberalizzazione del servizio passeggeri è inaccettabile e gravida di conseguenze per gli utenti e per la programmazione e lo sviluppo in Europa.

Al fine di assicurare un miglioramento nell’organizzazione del traffico internazionale, la Commissione e la relazione stanno aprendo alla concorrenza le linee ferroviarie più redditizie di ogni paese, privando in tal modo il servizio pubblico degli Stati membri di risorse essenziali per la perequazione tariffaria e per lo sviluppo regionale relativamente, per esempio, alle tratte ferroviarie meno redditizie.

Anche se in molti paesi dell’Unione le tratte di trasporto passeggeri sono ben gestite, questa decisione renderà più incerto il loro futuro e ridurrà la capacità d’investimento dei governi.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) Mentre si continua a risparmiare e a tagliare sia i servizi ferroviari regionali che i collegamenti ferroviari internazionali, i politici di ogni schieramento insistono nell’affermare che occorre trasportare su rotaia più passeggeri e più merci. La ricetta per conseguire quest’obiettivo è il traffico merci sulle strade e la concorrenza tariffaria delle compagnie aeree a basso costo nell’aviazione. Si separa la gestione dalla rete ferroviaria e il recepimento dall’erogazione dei servizi, e si spera che le imprese private forniscano servizi vantaggiosi per la clientela a prezzi più bassi e attirando un maggior numero di clienti. Penso che questa strategia, in sostanza, deluderà le aspettative. L’unico interesse perseguito sarà la riduzione dei costi tramite la soppressione di linee, la riduzione dei servizi, l’aumento delle tariffe e lo scoraggiamento di molti clienti in perdita.

Le relazioni Savary e Sterckx non compensano a sufficienza i progetti di liberalizzazione dell’onorevole Jarzembowski. La relazione Savary è assolutamente necessaria per risolvere i problemi tecnici che riguardano i treni transfrontalieri, dal momento che questi problemi si sono registrati da quando è avvenuta l’elettrificazione. La relazione Sterckx relega in secondo piano la possibilità di obbligare le compagnie ferroviarie a rendere i servizi transfrontalieri più accessibili e a mantenerli. Le sole persone che ne hanno tratto vantaggio sono i disabili.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore dell’eccellente relazione Jarzembowski perché credo che, promuovendo la concorrenza e la creazione di un reale mercato interno per il trasporto ferroviario, costituisca un passo positivo verso la sua rivitalizzazione. E’ fondamentale che la tendenza al ribasso della quota di mercato del trasporto ferroviario subisca un’inversione, e noi dobbiamo impegnarci con risolutezza per conseguire quest’obiettivo, costruendo un mercato aperto e fondato sulla concorrenza.

Per quanto riguarda la proposta della Commissione di permettere alle compagnie ferroviarie l’accesso alle infrastrutture di tutti gli Stati membri allo scopo di far funzionare il servizio internazionale di trasporto passeggeri entro il 2010 al massimo, il relatore include il servizio nazionale nell’apertura del mercato, in maniera da contrastare l’inevitabile riduzione dell’efficacia dei costi nell’ambito del servizio internazionale e l’enorme barriera che ciò rappresenta all’ingresso nel mercato. Inoltre, nel contesto dell’apertura delle reti al trasporto ferroviario di passeggeri, proponiamo di dare agli Stati membri il diritto di limitare, in alcuni casi, la liberalizzazione del mercato ai fini del mantenimento della redditività economica di un servizio di pubblico interesse connesso con le ferrovie. Credo che le lacune principali della proposta della Commissione siano state colmate e desidero riaffermare il mio parere positivo e votare a favore di questa relazione.

 
  
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  Kathy Sinnott (IND/DEM), per iscritto. – (EN) Siamo tutti alle prese con la sfida rappresentata dall’impiego razionale dell’energia. Pur con tutta la buona volontà, la gente che va e viene dall’Irlanda dovrà fare affidamento in primo luogo sul trasporto aereo. Tuttavia, lo sviluppo del trasporto ferroviario in Irlanda è fondamentale per ridurre il traffico stradale, il traffico aereo interno e il conseguente consumo di carburante.

Dublino, la nostra capitale, è situata sulla costa orientale; eppure tutti i treni, in pratica, partono e arrivano a Dublino. Abito nell’Irlanda sudoccidentale. Se voglio andare in treno verso nord, devo viaggiare in direzione est fino a Dublino e poi verso ovest fino al mio luogo di destinazione.

L’Irlanda ha urgente bisogno di un corridoio ferroviario occidentale per collegare le città grandi e piccole lungo la costa ovest. Finché questo non avverrà, è inutile che ci preoccupiamo di chiedere alla gente di lasciare l’auto a casa. L’altro settore in crescita del trasporto ferroviario è quello dei pendolari. Stiamo costruendo città satellite con nuove strade che le collegano alla città. Perché non si costruiscono linee ferroviarie accanto a queste strade? Questa strategia sembrerebbe la più efficace in termini di costi. Dove ci sono linee per pendolari, la gente le usa. Queste linee, siano pubbliche o private, sarebbero redditizie pur avendo prezzi competitivi.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Ho votato contro questa proposta in virtù della quale gli Stati membri europei sarebbero obbligati ad aprire tutte le reti ferroviarie alle imprese private entro il 2012. Prima di tutto, abbiamo bisogno di una valutazione esauriente delle esperienze passate dei vari Stati membri nell’ambito della liberalizzazione ferroviaria. Sia la proposta della Commissione che la relazione Jarzembowski sono premature e mancano di una base solida. La direttiva proposta non prevede accordi vincolanti in merito alla qualità del servizio, della sicurezza o dei requisiti ambientali. Inoltre, lo stesso modello di liberalizzazione della rete ferroviaria viene imposto a tutti i paesi dell’Unione, che differiscono ampiamente per quanto riguarda la posizione di partenza e le modalità di utilizzo delle loro ferrovie. Perciò occorre elencare quali forme di liberalizzazione del trasporto su rotaia hanno funzionato in passato e quali no. C’è anche un’altra questione: l’Europa può effettivamente contribuire a far sì che gli Stati membri possano, in futuro, rendere più efficienti, più vantaggiose per la clientela e per l’ambiente le proprie ferrovie nazionali? Una volta che la situazione nei vari Stati membri sia stata valutata, potremmo non avere altra scelta se non ammettere che, dopo tutto, tale questione dovrebbe essere piuttosto affrontata a livello nazionale, perché ogni situazione è unica. Per il momento, mi rifiuto di sostenere i progetti di liberalizzazione sfrenata attualmente in esame.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Si tenta, con il “terzo pacchetto ferroviario” di assestare il colpo di grazia al trasporto ferroviario per incrementare i profitti della grande industria. Il fatto di accelerare la liberalizzazione del mercato sia nell’ambito del servizio ferroviario internazionale che di quello nazionale e la liberalizzazione completa di tutti i servizi di trasporto passeggeri aumenterà, da una parte, i profitti dei monopoli e, dall’altra, sferrerà un duro colpo ai diritti dei lavoratori, farà salire i prezzi dei biglietti e i costi delle merci peggiorando gli standard di sicurezza, com’è avvenuto dovunque sia stata messa in atto la privatizzazione.

La proposta è stata abbellita con disposizioni sull’eventuale rimborso ai passeggeri in caso di disservizi per assicurarsi il consenso dei lavoratori e agevolare la svendita del patrimonio del proletariato ai monopoli. La domanda, riducendo la questione all’osso, è come le imprese private sfrutteranno i lavoratori, i passeggeri e i settori interessati prendendo il controllo assoluto di una leva fondamentale del trasporto.

In nome della competitività si investirà maggiormente nelle infrastrutture che saranno gestite dalla grande industria.

I lavoratori si batteranno per rovesciare la politica antiproletaria dell’Unione, per un cambiamento radicale e per una politica in virtù della quale il trasporto su rotaia sarà di proprietà sociale e contribuirà alla prosperità del proletariato.

 
  
  

– Relazione Savary (A6-0133/2005)

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno è contraria alla proposta della Commissione di istituire norme comuni per i macchinisti e il personale. La cooperazione deve basarsi sulla fiducia e sugli accordi intergovernativi. Pertanto, ci asterremo dal votare tutti gli emendamenti. Per noi l’ideale sarebbe stato avere anche l’opportunità di votare contro il testo originale della Commissione.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI), per iscritto. – (FR) In questo settembre 2005 stiamo votando un “pacchetto ferroviario”. Tuttavia, per i ferrovieri, i passeggeri, il servizio pubblico e le stazioni ferroviarie delle nostre piccole città rurali questo non è un “pacchetto regalo”.

Va benissimo preoccuparsi di un certificato internazionale per i macchinisti, parlare di concorrenza tra strada e ferrovia e volere uno statuto europeo dei passeggeri. Tuttavia, in Francia il TGV raggiungerà Nizza solo nel 2020, due anni dopo la costruzione di una stazione spaziale permanente sulla luna.

Le stazioni ferroviarie stanno chiudendo o vanno in rovina come a Sainte-Gabelle, non lontano da Tolosa, mentre la linea Parigi-Bordeaux-Pau-Madrid e la linea Parigi-Montpellier-Perpignan-Barcellona, non esistono ancora. Migliaia di chilometri di tratte ferroviarie non sono più sottoposte a manutenzione, costringendo gli espressi regionali a viaggiare a 80 km/h anziché a 120. A Tarascon sur Ariège la stazione apre solo alle 15 per un treno, il “Tour de Carol-Tolosa” che parte alle 14 e 50…

Così, mentre il sistema ferroviario europeo scende ai livelli delle ferrovie britanniche, è urgentemente necessario un progetto massiccio per collegare, nel prossimo decennio, le 25 capitale europee tramite linee ferroviarie ad alta velocità.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. – (EN) Essendo un deputato londinese al Parlamento europeo che ha dibattuto con i sindacati delle ferrovie, ho votato per la relazione Savary perché istituisce un sistema di certificati per il personale viaggiante che ne attesti la conformità ai requisiti professionali e medici e, per i macchinisti che prestano servizio transfrontaliero, anche linguistici. Con una formazione sufficiente, siffatto progresso tutelerebbe l’incolumità e la sicurezza dei passeggeri durante i viaggi in treno nei paesi dell’Unione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’obiettivo della relazione Savary è chiarire e semplificare la proposta della Commissione che stabilisce condizioni europee armonizzate per la certificazione dei macchinisti in vista di un’apertura del traffico ferroviario delle merci e dei passeggeri.

Questa proposta di direttiva prevede un sistema di certificazione a due livelli per tutti i macchinisti e per il personale addetto alla guida su tutta la rete ferroviaria europea.

Il reciproco riconoscimento della formazione dei macchinisti è fondamentale per promuovere la libera circolazione dei lavoratori, perché, stabilendo norme comuni, semplificheremo la situazione e contribuiremo ad aumentare le possibilità occupazionali di questi lavoratori.

Pertanto ho votato a favore della relazione Savary.

 
  
  

– Relazione Sterckx (A6-0123/2005)

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Esiste un’organizzazione intergovernativa per il traffico ferroviario internazionale (OTIF) che ha già raggiunto un accordo in merito ai diritti dei viaggiatori. C’è uno statuto, firmato dalle compagnie ferroviarie europee, che riguarda il livello qualitativo del trasporto passeggeri su rotaia. Non riteniamo che l’Unione debba intervenire per disciplinare questo settore. Se è necessaria una regolamentazione in questo campo, dev’essere elaborata tramite le autorità nazionali dei paesi interessati.

Stando così le cose, il voto a favore di un regolamento sulle indennità minime da corrispondere ai passeggeri in caso di ritardo sarebbe un passo tutt’altro che piccolo da compiere. Potrebbe comportare un aumento dei costi che i fornitori del servizio farebbero ricadere sui passeggeri, aspetto, questo, che potrebbe infliggere un altro duro colpo al settore proprio mentre subisce la pressione della concorrenza dei voli a basso costo e dei viaggi in pullman.

Pertanto, crediamo che, in questa situazione, la relazione del Parlamento non proponga nulla di vantaggioso per i passeggeri nel lungo termine. Dunque voteremo contro gli emendamenti presentati dal Parlamento alla proposta della Commissione. Inoltre intendiamo respingere la proposta stessa.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Questa relazione fa parte di un più ampio pacchetto di provvedimenti intesi a migliorare il trasporto ferroviario delle persone e delle merci in Europa. Il traffico ferroviario internazionale nel nostro continente sta crescendo d’importanza in quanto costituisce un’alternativa al traffico aereo più rispettosa dell’ambiente. Pertanto, approvo la relazione in quanto crea una situazione chiara e funzionale per le imprese, tutelando al contempo gli interessi dei milioni di persone che in Europa si servono delle ferrovie sia per lavoro che per svago. La relazione, tuttavia, va considerata nel contesto del pacchetto più ampio: nei prossimi mesi dovremo lavorare per garantire che queste nuove norme trovino un equilibrio complessivo tra le esigenze degli utenti delle ferrovie e gli interessi di chi fornisce il servizio.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. – (EN) Voterò per la relazione Sterckx perché, come deputato londinese al Parlamento europeo e rappresentando uno dei maggiori nodi di trasporto mondiali, credo che i diritti e i doveri dei passeggeri non siano stati enunciati chiaramente. Ritengo che i diritti dei passeggeri non debbano valere solo per gli utenti delle ferrovie internazionali, ma anche per quelli delle ferrovie nazionali. Credo che gli orientamenti in materia di indennizzo minimo previsti dalla Commissione in caso di ritardi inaccettabili siano in linea di massima appropriati.

Sono fermamente convinto che i passeggeri titolari di un abbonamento ferroviario che abbiano subito ripetuti ritardi o soppressioni di servizio debbano ricevere un indennizzo sotto forma di biglietti gratuiti, riduzioni di prezzo o prolungamento del periodo di validità dell’abbonamento.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione Sterckx.

La proposta di regolamento relativo ai diritti e agli obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario internazionale prevede standard minimi per fornire informazioni ai passeggeri prima e durante il viaggio, nonché norme da seguire in caso di ritardi, per trattare i reclami e per occuparsi delle persone a mobilità ridotta.

Credo che l’introduzione di queste regole sia chiaramente dovuta all’esigenza di stabilire norme senza mettere a repentaglio la qualità del trasporto passeggeri.

La relazione che votiamo oggi è volta a rendere più coerente e leggibile il testo e a semplificarne alcune formulazioni e definizioni.

A nostro parere, il punto essenziale della proposta consiste nell’applicazione di questo quadro di diritti e doveri dei viaggiatori sia a livello nazionale che internazionale.

Ho votato a favore della relazione anche perché propone un regolamento non troppo dettagliato che lascia alle imprese la possibilità di prendere decisioni commerciali e le incoraggia a trovare nuove soluzioni per rendere il trasporto su rotaia più piacevole per i passeggeri.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) I diritti dei passeggeri sono fondamentali, a prescindere dal mezzo di trasporto usato. Il diritto al rimborso per i passeggeri dei treni rappresenta un passo avanti e io approvo la relazione Sterckx. Tuttavia, alla luce della recente normativa sui diritti dei passeggeri aerei e della sua applicazione, occorre chiarire quali siano i diritti di chi viaggia e l’indennizzo spettante. E’ inutile introdurre una normativa se poi non viene correttamente applicata. Se vogliamo essere credibili nei confronti dei nostri elettori, dobbiamo far sì che le norme vengano applicate fino in fondo.

 
  
  

– Relazione Zīle (A6-0171/2005)

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, credo che fosse giusto liberalizzare il trasporto merci per mezzo del secondo pacchetto ferroviario. Tuttavia, se ora dovessimo introdurre disposizioni come quelle appena proposte dalla Commissione, ciò costituirebbe un onere ulteriore, nonché una vera e propria ingerenza nei meccanismi che disciplinano il libero scambio. O lasciamo che le compagnie ferroviarie agiscano a loro piacimento nel libero mercato o le discipliniamo: dobbiamo decidere. Perciò sarebbe anche sensato rinviare alla commissione l’intero testo.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Crediamo che non occorra nessun quadro comunitario per le indennità in caso di ritardi nel trasporto merci su rotaia. Pertanto, appoggiamo la posizione della commissione per i trasporti e il turismo e voteremo contro la proposta della Commissione. L’intenzione sottesa a questa proposta è quella d’incoraggiare le compagnie ferroviarie a migliorare la qualità del trasporto merci e aumentare così la domanda della clientela. Ci chiediamo se i regolamenti proposti siano auspicabili e se sortiranno l’effetto desiderato.

 
  
  

– Venticinquesimo anniversario di Solidarność e suo messaggio per l’Europa (RC-B6-0485/2005)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il 25° anniversario di Solidarność dev’essere per noi l’occasione di ricordare che mezza Europa, consegnata all’Unione Sovietica di Stalin, ha subito il terrore del comunismo per quasi 50 anni.

Non dobbiamo solo commemorare il coraggio e ricordare gli operai di Danzica e il ruolo che il loro sciopero ha svolto per la caduta della cortina di ferro.

Dobbiamo anche rendere omaggio al coraggio degli insorti di Berlino, Praga e Budapest che furono schiacciati dai carri armati sovietici e al coraggio di chi lottò per la propria libertà e l’indipendenza del proprio paese, malgrado le persecuzioni, gli arresti arbitrari, l’internamento negli ospedali psichiatrici e le deportazioni nei gulag.

Dobbiamo ricordare che il comunismo è l’ideologia più sanguinaria della storia e si è reso responsabile di 100 milioni di morti.

Né dobbiamo dimenticare che, quando non sono stati complici degli eventi, troppi capi e funzionari politici dell’Occidente, durante quegli anni di piombo hanno chiuso gli occhi o hanno taciuto di fronte a ciò che stava accadendo. Oggi i loro successori si comportano allo stesso modo nei confronti dell’ultima grande dittatura marxista del pianeta, dimenticando i morti di Piazza Tienanmen e i campi di rieducazione.

 
  
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  Ole Krarup, Kartika Tamara Liotard, Mary Lou McDonald, Erik Meijer, Esko Seppänen, Jonas Sjöstedt e Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) La risoluzione di compromesso non riflette il nostro giudizio politico sul 25° avversario di Solidarność, per cui questa è la nostra dichiarazione di voto.

Condanniamo l’oppressivo sistema cosiddetto comunista che ha governato la Polonia dopo la Seconda guerra mondiale.

Abbiamo appoggiato il movimento dei lavoratori e Solidarność nella lotta che hanno sostenuto negli anni ’80 per avere migliori condizioni di lavoro, giustizia sociale e una vera democrazia.

Oggi la Polonia è una democrazia politica, soprattutto grazie alla lotta di Solidarność.

C’è ancora bisogno di un forte movimento sindacale nella Polonia odierna, perché i diritti dei lavoratori e la giustizia sociale sono ben lungi dall’essere garantiti nel sistema economico neoliberale polacco.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. – (SK) Ho votato a favore della proposta di risoluzione congiunta che ricorda il 25° anniversario di Solidarność e l’eredità che ha lasciato all’Europa.

Il 25° anniversario del sindacato polacco Solidarność è una data importante da ricordare, e non solo per la Polonia. Il suo messaggio fondamentale – solidarietà in un contesto paneuropeo – merita anche l’attenzione del Parlamento. Da una parte, rappresenta un segnale importante perché questo movimento guidato da Lech Wałęsa incarna il coraggio della nazione polacca contro un regime totalitario all’ombra dell’impero sovietico. Dall’altra, costituisce un fulgido esempio di valori come la solidarietà, la libertà, la pace e i diritti umani – un’eredità per l’Europa intera.

Se dobbiamo prestare la dovuta attenzione agli avvenimenti storici che hanno portato alla caduta del Muro di Berlino, alla rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia e all’indipendenza dei paesi baltici, non dobbiamo dimenticare le vittime dei regimi totalitari e, al contempo, dobbiamo presentare fedelmente la storia alla generazione più giovane che non ha mai sperimentato il totalitarismo. Questo MEMENTO del totalitarismo lancia un monito cupo a chi ne brama il ritorno ed alimenta le forze dei popoli che continuano a subirlo ancora oggi.

Contemporaneamente, serve a ricordarci le parole di un grand’uomo, Giovanni Paolo II. Le sue parole – Non abbiate paura! – sono risuonate a Danzica e, durante il suo pontificato, hanno lasciato un’impronta indelebile nei cuori e nelle menti delle persone in tutto il mondo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) A quasi un anno e mezzo dall’adesione di dieci nuovi Stati membri – otto dei quali erano dall’altra parte della cortina di ferro – le celebrazioni per il 25° anniversario del sindacato Solidarność rivestono un significato speciale.

Si è trattato di un’impresa compiuta da uomini coraggiosi, da uomini liberi. E’ stata anche l’impresa di un’epoca segnata da politiche coraggiose, da leader mondiali lungimiranti e da un Papa – non bisognerebbe sottovalutarlo – davvero determinato a liberare il genere umano.

Come Lech Wałęsa ha affermato in occasione di recenti interviste, per eroico che fosse questo movimento – e lo era infatti – non si sarebbe potuto immaginare che 25 anni dopo ci saremmo seduti qui accanto a deputati al Parlamento di otto – o meglio, dieci da ieri – dei paesi che hanno subito la dominazione dell’impero sovietico.

Permetteteci dunque di ricordare questa data per onorare gli eroi di Solidarność e della Polonia, nonché per commemorare il punto di partenza del processo di liberazione di un’ampia parte dell’Europa che era “occupata”.

 
  
  

– Relazione Guellec (A6-0251/2005)

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, oggi mi sembra di avere il monopolio. Tuttavia vorrei sottolineare, in merito a questa relazione, che la componente territoriale deve incrementare il valore aggiunto europeo, altrimenti non si giustifica l’erogazione di così tanti soldi alle regioni.

Contemporaneamente, però, dobbiamo preoccuparci di mantenere e promuovere la varietà dello sviluppo regionale. Al riguardo vorrei lanciare un appello a sostenere il ruolo degli enti regionali, in modo che possano soddisfare le esigenze della gente del posto.

 
  
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  Pedro Guerriero (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Per uno Stato la coesione territoriale significa combattere il divario socioeconomico interregionale e gli effetti delle concentrazioni; in altre parole, promuovere uno sviluppo armonioso e omogeneo in tutto il territorio nazionale. In tale contesto, la coesione territoriale comprende la geografia economica e fa parte degli obiettivi di qualsiasi politica strutturale. L’inserimento di questo concetto a livello comunitario accanto all’obiettivo della coesione socioeconomica ha senso solo perché, per alcuni, sta alla base della nozione federale di Stato comunitario inteso come territorio.

Crediamo pertanto che la relazione debba concentrarsi sulle disparità regionali all’interno di ogni Stato membro, che attualmente tendono a rimanere stabili o a peggiorare. La relazione deve affrontare l’esigenza di una nuova politica che contrasti, anziché favorire, queste disparità, il che comporta la promozione dei servizi pubblici, lo sviluppo dell’apparato produttivo, la garanzia di infrastrutture di base (trasporti, comunicazioni ed energia), l’esistenza stabile di una grande rete di aziende agricole piccole e medie e la definizione di una strategia di sostegno per i centri urbani di piccole e medie dimensioni nelle regioni interne, rurali e periferiche. Affinché questo avvenga, occorre rendere disponibili risorse migliori e attuare una vera politica di coesione.

Pertanto deploriamo che le nostre proposte siano state respinte.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Desidero complimentarmi con l’onorevole Guellec per la notevole e opportuna relazione sul ruolo della coesione territoriale nello sviluppo regionale, che ha il mio appoggio. Apprezzo in particolare il paragrafo sull’esigenza di applicare questo concetto nelle varie politiche comunitarie al fine di migliorare il coordinamento della pianificazione territoriale in Europa. Questo, a sua volta, garantirà il successo dell’allargamento e aumenterà la competitività dell’Unione sulla scena mondiale.

Per impostare adeguatamente l’azione comunitaria in questo settore e il livello d’intervento in ogni regione, la relazione invita a istituire nuovi criteri e indicatori territoriali, oltre al PIL, per misurare lo sviluppo di una determinata regione e valutare gli ostacoli alla sua evoluzione, come particolari vincoli territoriali, l’indice di perifericità e accessibilità, la dotazione di infrastrutture e trasporti, il livello di attività nel settore della ricerca, dell’innovazione, dell’istruzione e della formazione e il grado di diversificazione della produttività della zona.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Nemmeno le zone rurali vengono risparmiate dalla globalizzazione, dall’allargamento e dallo sviluppo demografico; anzi, proprio queste zone tendono a essere particolarmente sensibili alle sfide del ventunesimo secolo. Ci sono molte questioni che non possono essere risolte solo dagli enti locali, ed è per questo che la cooperazione con altre amministrazioni e la partecipazione e il coinvolgimento del pubblico si collocano tra i principi basilari dello sviluppo rurale.

E’ essenziale mantenere la qualità della vita nelle zone rurali e promuovere l’attaccamento della gente al proprio paese se si vuole tenere sotto controllo l’emigrazione. Al riguardo attrattive e opportunità economiche durature sono importanti quanto uno sfruttamento sostenibile del territorio, la tutela dell’ambiente, la sensibilizzazione a livello locale e infrastrutture adeguate. Ad esempio, molti gemellaggi tra città e molte competizioni paesane si sono dimostrati validi nel dare impulso allo spazio vitale, dove vivono due terzi degli austriaci.

Pertanto le zone rurali non possono essere finanziate unicamente da sussidi agricoli, soprattutto perché la politica comunitaria che li concede finora ha fatto poco per promuovere l’occupazione, anzi per un certo verso ha accelerato l’emigrazione: nonostante i sussidi ingenti, molte aziende agricole stanno chiudendo e non tutti i membri delle future generazioni possono guadagnarsi di che vivere da tali attività.

Per assicurare la vitalità delle zone rurali occorre, in particolare, aiutare le aziende biologiche e dare alle piccole imprese maggiori possibilità di sopravvivenza. Non ci dev’essere in nessun caso un taglio ai sussidi per le zone svantaggiate che, per esempio, costituiscono il 71 per cento del terreno agricolo austriaco. I tagli determinerebbero la rovina sistematica di intere regioni.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) A mio parere, l’importanza della coesione territoriale nell’Unione e la necessità che la politica comunitaria promuova tale coesione sono evidenti. A livello macroscopico – ovvero tra i vari Stati – la coesione territoriale è una chiara realtà dell’Unione e una delle sue ragioni d’essere. Se ciò è valido a livello macroscopico, varrà anche a livello più locale perché, per quanto riguarda i valori, non c’è differenza alcuna tra i due livelli.

Pertanto approvo l’iniziativa dell’onorevole Guellec in quanto, oltre a enunciare principi validi, identifica anche i settori e propone politiche concrete che potrebbero fornire un reale aiuto al conseguimento di una maggiore coesione territoriale nell’Unione.

 
  
  

– Relazione Marques (A6-0246/2005)

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, gli Stati membri devono rispettare gli impegni finanziari e adottare al più presto le prospettive finanziarie. A parte questo, le regioni ultraperiferiche possono ovviamente ricevere i fondi cui hanno diritto. Al tempo stesso, tuttavia, dobbiamo chiedere a tali regioni di spendere saggiamente le risorse – investendo in particolare nell’istruzione e nelle infrastrutture – in modo da utilizzare in modo adeguato le imposte pagate dai nostri concittadini europei.

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo scelto di astenerci sulla questione di un partenariato più forte per le regioni ultraperiferiche. Parecchie regioni europee hanno esigenze e difficoltà particolari poiché sono molto distanti dai centri commerciali, hanno una bassa densità di popolazione o sono caratterizzate da condizioni morfologiche e climatiche sfavorevoli. Le difficoltà cui devono far fronte le isole e gli arcipelaghi nelle regioni ultraperiferiche sono note e sosteniamo la politica adottata dall’Unione europea in quest’ambito. Il partenariato con l’UE comporta anche l’obbligo di pescare in modo attento, proteggere il nostro ambiente comune e utilizzare responsabilmente le sovvenzioni comunitarie. Riteniamo che la relazione Marques si spinga troppo oltre nella richiesta di maggiori sovvenzioni a favore dell’agricoltura e della pesca. Abbiamo quindi scelto di astenerci dalla votazione.

 
  
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  Ole Christensen, Dan Jørgensen, Miloš Koterec, Henrik Dam Kristensen, Poul Nyrup Rasmussen e Britta Thomsen (PSE), per iscritto.(DA) Voteremo a favore della relazione generale su un partenariato più forte per le regioni ultraperiferiche.

Agiremo in tal senso perché riconosciamo la speciale situazione in cui versano le regioni ultraperiferiche e capiamo la loro necessità di ricevere sostegno da parte dell’Unione.

Ci siamo tuttavia visti costretti a votare contro alcune parti della relazione. Lo abbiamo fatto principalmente perché riteniamo che le regioni ultraperiferiche non debbano avere uno statuto particolare, né pertanto ricevere aiuti che sono essenzialmente in contrasto con le altre politiche e gli altri valori della Comunità. Abbiamo votato contro le proposte che sostengono una politica agricola e della pesca superata, che non giova né agli interessi dell’Unione nel complesso né agli interessi di lungo periodo delle regioni ultraperiferiche. Il protezionismo, le tariffe e le barriere commerciali non sono soluzioni durature. Il sostegno alle regioni ultraperiferiche deve basarsi sullo sviluppo sostenibile.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto.(PT) Ho votato a favore della relazione e ne ho chiesto l’approvazione.

Seppure da diverse prospettive e con approcci diversi, abbiamo unito le nostre forze per sostenere la strategia proposta dalla Commissione a favore dello sviluppo sostenibile delle regioni ultraperiferiche. La proposta contempla le priorità, gli strumenti e, punto ancora più importante, la creazione di un “programma specifico di compensazione dei sovraccosti” e l’istituzione di un “piano d’azione per il grande vicinato”.

Benché sulla strategia vi sia un accordo globale, permangono critiche e riserve, in quanto il documento non riesce a fornire una risposta chiara alle esigenze delle regioni ultraperiferiche.

Di conseguenza, convengo con il relatore sulla necessità di ribadire le seguenti priorità:

1 accordare un trattamento differenziato alle regioni ultraperiferiche per quanto riguarda le condizioni di accesso ai Fondi strutturali nel quadro della politica di coesione riformata; alla luce delle difficoltà specifiche con cui tali regioni si trovano confrontate, occorre concedere loro un aiuto finanziario prioritario, a prescindere dal rispettivo livello di reddito;

2 aumentare la dotazione finanziaria al programma specifico affinché venga distribuita equamente, alla luce delle difficoltà che tali regioni devono affrontare; e

3 chiarire il piano d’azione nel contesto del futuro obiettivo “Coesione territoriale europea” della politica di coesione riformata e nel contesto della politica di vicinato dell’Unione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Riteniamo che la relazione non sia abbastanza ambiziosa su due punti che a nostro parere sono fondamentali: la creazione di un programma comunitario per le regioni ultraperiferiche e la difesa della sovranità delle loro Zone economiche esclusive (ZEE).

Abbiamo dunque proposto di chiedere alla Commissione di creare uno specifico programma comunitario a sostegno delle regioni ultraperiferiche, dotato delle risorse finanziarie necessarie (le risorse finanziarie proposte dalla Commissione per le regioni ultraperiferiche nella proposta per il quadro finanziario 2007-2013 sono insufficienti e devono essere aumentate) a compensare gli svantaggi strutturali permanenti (e non i vincoli, come li definisce il relatore). Tale programma dovrebbe fungere da strumento unificante, nel quale confluirebbero tutte le misure attualmente sparse.

Riteniamo inoltre che, per garantire la sostenibilità degli stock ittici nelle ZEE interessate e per preservare le attività di pesca nelle regioni ultraperiferiche, sia fondamentale che la competenza esclusiva di accesso alle acque delle regioni ultraperiferiche, in conformità della giurisdizione nazionale in materia, sia equivalente alla loro ZEE.

Infine, poiché la maggior parte del territorio di queste regioni è occupata da riserve naturali e altre zone protette, riteniamo che dovrebbero esistere misure permanenti per le regioni ultraperiferiche in quest’ambito.

Ci rammarichiamo che queste proposte siano state respinte dalla maggioranza del Parlamento.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto.(PT) Come rileva giustamente il collega Marques, la peculiarità delle regioni ultraperiferiche – e, poiché il Portogallo ne ha due, la questione assume particolare importanza per un paese di così ridotte dimensioni – ha indotto la Commissione ad avviare l’iniziativa di proporre politiche direttamente rivolte a queste regioni, al fine di migliorare le condizioni di vita locali e sfruttarne al massimo le potenzialità economiche.

Le peculiarità geografiche delle regioni ultraperiferiche non sono necessariamente svantaggiose o, per utilizzare un’altra espressione, non per forza devono costituire un ostacolo allo sviluppo. Si tratta semplicemente di perseguire le politiche giuste, come quelle proposte nella relazione in esame.

Per queste ragioni, ho votato a favore della relazione.

 
  
  

– Relazione Guellec (A6-0251/2005) e relazione Marques (A6-0246/2005)

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno sceglie di votare contro queste relazioni perché sono due esempi del modo in cui, tramite le sue relazioni di iniziativa, il Parlamento europeo intende dotare l’UE di nuove aree di competenza. L’onorevole Guellec vuole aggiungere una dimensione territoriale, al fine di chiarire come gli Stati membri debbano gestire le relazioni tra il centro e la periferia. L’onorevole Marques è alla ricerca di maggiori finanziamenti per la pesca, l’agricoltura, la produzione di banane, eccetera, allo scopo di promuovere ulteriormente le regioni ultraperiferiche dell’Unione europea. La relazione discute dell’importanza di erogare sovvenzioni supplementari a favore del settore della pesca, in parte effettuando investimenti nell’ammodernamento della flotta di pesca al fine di aumentare la redditività del settore.

Queste due relazioni comporterebbero inoltre nuove spese e autorizzerebbero l’erogazione di sovvenzioni in settori in cui gli aiuti andrebbero ridotti anziché aumentati.

 

20. Correzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 13.40, riprende alle 15.05)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. SARYUSZ-WOLSKI
Vicepresidente

 

21. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

22. Difesa dell’immunità (proseguimento)

23. Petrolio
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sull’aumento del prezzo del petrolio e la dipendenza dal petrolio.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Signor Presidente, la ringrazio per avermi offerto l’opportunità di rivolgermi al Parlamento oggi su questo tema così importante e attuale.

Le evoluzioni alle quali abbiamo assistito sul mercato petrolifero negli ultimi anni pongono sia problemi importanti sia, nella fase attuale, una serie di questioni fondamentali per l’Unione europea.

Un prezzo del petrolio elevato per periodi prolungati rappresenta un notevole rischio per l’economia mondiale e costituisce un aspetto particolarmente dannoso per i paesi poveri. L’accesso a forniture di petrolio affidabili ed economicamente accessibili è vitale per l’Unione europea e per l’economia mondiale. Nel 2003, i prodotti petroliferi hanno rappresentato il 43 per cento del consumo energetico totale nell’Unione europea.

L’importanza di questo tema è stata evidenziata dal recente Consiglio informale ECOFIN di Manchester, nel Regno Unito, che, nelle discussioni sull’attuale situazione economica, si è concentrato in particolare sull’impatto dei prezzi petroliferi.

Tuttavia, come è stato adeguatamente illustrato in altre sedi, la situazione attuale è diversa rispetto a quella dei precedenti periodi caratterizzati da prezzi petroliferi elevati. In termini reali, i prezzi petroliferi attuali sono inferiori rispetto ai picchi della fine degli anni ’70 e inizio anni ’80, e il ritmo di crescita dei prezzi è stato più lento. E questo è indice del fatto che la forza trainante all’origine dell’aumento dei prezzi è stata una forte ed inattesa crescita della domanda mondiale di petrolio, piuttosto che una crisi delle forniture. In ragione di questo aumento della domanda, la capacità di produzione e di raffinazione a livello mondiale è diventata molto scarsa.

Allora che cosa si può fare per migliorare le attuali condizioni di mercato? Il petrolio è un tema di rilevanza mondiale e può essere risolto solo mediante un’azione a livello mondiale. Sia i paesi produttori che i paesi consumatori di petrolio hanno interessi e responsabilità comuni nell’assicurare prezzi petroliferi più stabili che consentano una crescita economica sostenibile.

I paesi consumatori e i paesi produttori e le organizzazioni internazionali devono lavorare assieme per rendere più efficiente il funzionamento dei mercati petroliferi, sia dal punto di vista della domanda che dell’offerta. Prezzi petroliferi e mercati petroliferi trasparenti e competitivi costituiscono il meccanismo più efficace per assicurare forniture affidabili a prezzi più stabili.

Le riserve servono per soddisfare la domanda futura. Il mondo non è ancora sul punto di esaurire le riserve di petrolio o di gas. Tuttavia, sono necessarie azioni in grado di garantire che le riserve siano trasformate in effettive forniture. Occorrono maggiori investimenti sia nella capacità di produzione sia in quella di raffinazione. Nel mercato petrolifero internazionale nel suo insieme è necessario un clima più propizio agli investimenti, che sia caratterizzato da mercati aperti, pratiche commerciali trasparenti e quadri normativi stabili.

Anche la conservazione e l’efficienza energetica, come la tecnologia e l’innovazione, sono importanti e possono svolgere un ruolo significativo. A Gleneagles, i capi di governo del G8 hanno reso noto un piano d’azione su questi temi per affrontare il cambiamento climatico, ma il progresso in questo ambito può anche contribuire notevolmente alla sicurezza energetica.

In definitiva, i meccanismi di mercato razioneranno le riserve di petrolio rimanenti e forniranno un incentivo per il passaggio alle fonti energetiche alternative, ma possono essere intraprese azioni adeguate proprio per facilitare tale passaggio e promuovere l’efficienza energetica.

L’efficienza energetica è giustamente al vertice dell’agenda in materia di politica energetica dell’Unione europea. Il miglioramento dell’efficienza energetica all’interno dell’Unione europea è il mezzo più vantaggioso in termini di costi per ridurre contemporaneamente la domanda di energia – promuovendo la sicurezza di approvvigionamento e migliorando la competitività dell’economia europea – e le emissioni di gas a effetto serra. Molto è già stato fatto dall’Unione europea, ed è giusto riconoscerlo, grazie ad una serie di misure normative e volontarie ora in vigore, ma sappiamo bene che, mentre esiste un significativo potenziale di ulteriore miglioramento in termini di efficienza energetica, ci sono anche barriere che ostacolano la realizzazione di questo potenziale.

Per questo gli Stati membri hanno accolto con favore l’elevata priorità attribuita dal Commissario Piebalgs alla necessità di compiere ulteriori progressi e la recente pubblicazione del Libro verde sull’efficienza energetica, intitolato “Fare di più con meno”. Detto Libro verde sta attualmente stimolando un dibattito importante e – credo di poter dire – gradito, su come sia possibile superare le barriere che ostacolano ancora la realizzazione di risparmi energetici sufficienti entro il 2020. Anche per questo la Presidenza britannica si impegnerà per assicurare un accordo in seconda lettura tra il Consiglio e il Parlamento sulla direttiva concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia, che definirà un quadro e gli obiettivi di risparmio in termini di efficienza energetica nell’Unione europea nei prossimi anni.

L’Unione europea ha introdotto la direttiva sui biocarburanti per incoraggiare lo sviluppo di carburanti rinnovabili alternativi per i trasporti. Gli Stati membri hanno accettato di definire obiettivi indicativi per le vendite di biocarburanti nel 2005 e di contribuire a ridurre la dipendenza dell’Unione europea dai combustibili fossili entro il 2010. Gli Stati membri dell’Unione europea hanno introdotto politiche, quali la riduzione delle imposte di consumo sui carburanti, che hanno stimolato una rapida crescita della vendita di biocarburanti.

Le pile a combustibile e l’idrogeno offrono un potenziale significativo a più lungo termine e molti considerano le pile a combustibile a idrogeno le vere sostitute del petrolio e del motore a combustione interna. La piattaforma tecnologica europea per l’idrogeno e le pile a combustibile ha svolto un lavoro eccellente e importante in vista della preparazione di un’agenda per la ricerca strategica e una strategia preparatoria per le pile a combustibile e l’idrogeno. Questo lavoro influenzerà a sua volta la Commissione nella sua definizione delle priorità di finanziamento nell’ambito del settimo programma quadro. La Commissione sta attualmente chiedendo il sostegno dell’industria in vista di un’iniziativa tecnologica comune nel settore per consentire l’avvio di progetti dimostrativi di ampia portata sull’idrogeno all’interno dell’Unione europea.

E’ inoltre necessaria una maggiore trasparenza dei mercati. Sono fondamentali dati più precisi sulla domanda, sull’offerta e sulle scorte di petrolio a livello mondiale per prendere decisioni di mercato più informate. A tal fine, gli Stati membri dell’Unione europea stanno trasmettendo dati alla Joint Oil Data Initiative, il cui lancio è previsto a Riyad per la fine di quest’anno. La Commissione europea attualmente sta lavorando sul miglioramento dei dati, in particolare per quanto riguarda le scorte petrolifere per l’Europa.

Anche la mancanza di trasparenza sulle riserve mondiali di petrolio e i relativi piani di sviluppo compromettono la stabilità e causano incertezza. Sono necessarie maggiore chiarezza e maggiore coerenza nella rendicontazione delle riserve a livello mondiale.

E’ chiaramente anche importante accrescere il dialogo e la comprensione tra consumatori e produttori. L’Unione europea intrattiene ora un dialogo formale con l’OPEC, che consente uno scambio di opinioni sui temi energetici di interesse comune. La prima riunione di giugno ha consentito di individuare quattro temi per il rafforzamento della cooperazione tra Unione europea e OPEC: evoluzioni del mercato petrolifero, sia a breve che a medio-lungo termine, politiche energetiche, tecnologie energetiche e tematiche multilaterali correlate all’energia.

Le discussioni su questi temi verranno portate avanti attraverso seminari e altri incontri che contribuiranno a precisare i contenuti delle future riunioni nell’ambito del dialogo. Innanzi tutto, il 21 novembre si svolgerà una tavola rotonda sugli sviluppi del mercato petrolifero, che si concentrerà sulle necessità di investimento lungo tutta la catena di fornitura.

L’Unione europea ha attualmente avviato dialoghi anche con Norvegia, Russia, Cina e India. Il dialogo sull’energia con la Russia costituisce un valido esempio di una cooperazione efficace tra l’Unione europea e la Federazione russa su un tema di grande importanza per le loro relazioni generali. L’idea di fondo alla base del dialogo è un semplice equilibrio di interessi: la Russia ha bisogno degli investimenti europei per sviluppare le sue risorse energetiche, mentre l’Europa ha bisogno di un accesso sicuro e a lungo termine al petrolio e al gas russi.

Dato che l’Unione europea ha una sempre maggiore necessità di forniture di petrolio e di gas per stimolare la crescita, è fondamentale che avvii un dialogo costruttivo e una cooperazione concreta con le economie emergenti di Cina e India, per realizzare i suoi obiettivi sia in termini di sicurezza energetica che di cambiamenti climatici.

Infine, vorrei anche spendere alcune parole sulla reazione all’impatto prodotto dall’uragano Katrina sui mercati petroliferi e sul ruolo svolto dall’Unione europea in questo contesto.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha chiesto ai suoi Stati membri di sbloccare due milioni di barili di petrolio al giorno per 30 giorni. Sebbene da molti anni ormai non vengano testate le misure di reazione dell’Agenzia internazionale dell’energia, l’organizzazione si è rapidamente resa conto che l’effetto dirompente per i mercati mondiali era abbastanza grande da giustificare lo sblocco delle riserve e da raggiungere un accordo con i suoi Stati membri in merito all’opportunità di tale sblocco.

L’AIE opera secondo la regola dell’unanimità. Questo accordo rappresenta un risultato notevole nonché un tributo a tutte le parti interessate. Dimostra i meriti dell’approccio multilaterale dell’AIE e la necessità di tale approccio di fronte all’attuale mercato petrolifero mondiale.

Non tutti gli Stati membri dell’Unione europea sono membri dell’AIE. Tuttavia, il gruppo dell’Unione europea sulla fornitura di petrolio si è riunito per consentire a tutti gli Stati membri di riflettere sulla loro reazione e per dare ai paesi non membri dell’AIE l’opportunità di contribuire al dibattito generale.

Il consiglio di amministrazione dell’AIE, nella riunione del 15 settembre, ha riesaminato i contributi dei suoi Stati membri allo sblocco delle riserve. Ha anche deciso che non sarebbero state immediatamente necessarie altre misure e che la posizione poteva essere riconsiderata nuovamente alla fine di questo mese o ai primi di ottobre per valutare l’eventuale necessità di altre azioni.

Lo sblocco delle riserve ha migliorato la situazione degli approvvigionamenti e ha avuto un effetto sedativo sul mercato e sui prezzi. E’ stata sicuramente la cosa giusta da fare, ed è stata fatta al momento giusto. Gli Stati membri dell’Unione europea, oltre a partecipare allo sblocco delle riserve, hanno potuto aumentare le esportazioni di benzina verso gli Stati Uniti, pur assicurando allo stesso tempo l’approvvigionamento dei mercati dell’Unione europea senza alcuna penuria interna.

Tenuto conto del clima attuale, questo dibattito si svolge proprio al momento giusto. L’Unione europea sta già dando un contributo importante al miglioramento delle condizioni sui mercati petroliferi, sia a breve che a medio-lungo termine, ma sono ancora molte le sfide che ci aspettano. Vorrei ora cogliere l’occasione per dare ad altri la possibilità di contribuire con le loro riflessioni al lavoro futuro.

(Applausi)

 
  
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  Andris Piebalgs, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione europea è molto preoccupata per l’attuale situazione del mercato petrolifero, caratterizzato da una forte impennata dei prezzi. La causa all’origine del rialzo dei prezzi è l’equilibrio sempre più delicato tra l’offerta e la domanda, dovuto in particolare alla forte crescita della domanda di petrolio degli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, e, conseguentemente, all’attuale grave insufficienza di disponibilità di produzione e di capacità di raffinazione del greggio. In realtà, nel 2004, si è registrato il maggiore aumento mondiale della domanda di petrolio mai osservato nella storia. In circostanze di questo tipo, in cui le capacità disponibili sono limitate, eventi specifici, come la guerra in Iraq e l’uragano Katrina, favoriscono la speculazione e il continuo rialzo dei prezzi.

Dato che questi prezzi estremamente elevati iniziano ad avere un impatto negativo non trascurabile sul benessere dei nostri cittadini, in particolare dei più vulnerabili, e sulla nostra economia, la Commissione e gli Stati membri devono far convergere i propri sforzi verso questa sfida. Se, da una parte, la Commissione non può naturalmente risolvere questo problema da sola, dall’altra credo comunque che possa contribuire in maniera significativa a ricondurre i prezzi a livelli più ragionevoli. E’ essenziale per i cittadini dell’Unione europea, ma anche per le popolazioni vulnerabili dei paesi in via di sviluppo per le quali l’impatto è sempre più devastante.

Dopo approfonditi dibattiti in seno alla Commissione e con il pieno sostegno dei miei colleghi, e in particolare del Presidente Barroso, ho recentemente presentato un piano di misure in cinque punti che la Commissione sta già attuando e che verrà ora accelerato per affrontare questa sfida.

Il nostro primo intervento deve concentrarsi sul risparmio energetico e la riduzione della domanda. Da quando ho assunto il mio mandato ne ho fatto la mia priorità principale. La Commissione ha già adottato un Libro verde sull’efficienza energetica nel giugno del 2005, che indica che l’Europa ha un potenziale di risparmio pari al 20 per cento del suo attuale consumo di energia, ed è un risparmio che può realizzare in modo vantaggioso in termini di costi. La legislazione vigente, se attuata in ogni sua parte, potrebbe consentire un risparmio energetico del 10 per cento circa. La Commissione sta pertanto prendendo misure volte ad accelerare un Piano d’azione europeo sull’efficienza energetica che fa seguito al Libro verde con una serie di misure concrete per realizzare il potenziale del 20 per cento. Si tratta di accrescere la pressione in vista della piena e rapida attuazione della nuova direttiva sull’edilizia e premere con forza per un accordo sulla proposta di direttiva sui servizi energetici.

Tuttavia, risparmiare energia solo in Europa non basterà a trovare una risposta. La vera sfida consiste nell’utilizzare l’esempio positivo sviluppato in Europa per sostenere all’estero politiche energetiche che si concentrino anche sulla limitazione della domanda anziché sul semplice aumento dell’offerta di petrolio e gas. In questo contesto, l’esempio europeo può illustrare come l’aumento dell’efficienza energetica è in grado di ridurre i costi di produzione. Sta diventando la mia priorità nei contatti bilaterali che intrattengo con altri importanti paesi consumatori di energia e attraverso l’Agenzia internazionale dell’energia. Allo stesso tempo, siamo sensibili alla situazione specifica dei paesi in via di sviluppo fortemente dipendenti dal petrolio ed estremamente vulnerabili.

Il nostro secondo intervento deve riguardare l’incremento dell’utilizzo di forme di energia alternative in Europa. La risposta più logica al rialzo dei prezzi petroliferi è il passaggio all’uso di fonti energetiche alternative, competitive e, laddove possibile, più ecocompatibili. Per esempio, deve essere sviluppato il potenziale energetico della biomassa nell’Unione europea. Un piano d’azione per la biomassa sarà presentato entro la fine dell’anno. Dovremmo anche promuovere la ricerca in materia di energia eolica, energia delle maree ed energia solare, di idrogeno – in particolare nel settore dei trasporti – di carbone pulito e di sequestro del carbonio, e chiederò finanziamenti adeguati nell’ambito del settimo programma quadro. Anche la corretta attuazione della direttiva sui biocarburanti può essere utile in tal senso. Infine, prima della fine del 2005, la Commissione presenterà una comunicazione sui programmi di sostegno finanziario per le fonti energetiche rinnovabili. Inoltre, dovremmo impegnarci attivamente per costituire alleanze mondiali che consentano di esplorare le possibilità di fare un uso più valido e realizzabile delle fonti energetiche rinnovabili, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

In terzo luogo, dobbiamo migliorare la trasparenza e la prevedibilità dei mercati petroliferi. La mancanza di trasparenza sui mercati petroliferi mondiali facilita la speculazione ed ostacola gli investimenti nel settore petrolifero. La Commissione porterà avanti molteplici azioni per affrontare questa situazione, accelerando per esempio la messa a punto del Sistema europeo di osservazione del mercato del petrolio all’interno della Commissione. L’obiettivo di questo sistema di osservazione sarebbe quello di fornire informazioni affidabili per facilitare gli investimenti degli operatori privati nel settore energetico e di migliorare il processo decisionale dei politici. La Commissione intensificherà anche le misure volte a consentire ai suoi servizi di pubblicare con maggiore regolarità dati relativi al livello delle scorte petrolifere europee.

Quarto, dobbiamo aumentare l’offerta di petrolio e gas. Se da un lato la priorità deve essere quella di ridurre la domanda e abbandonare progressivamente il petrolio, dall’altro sarebbe sbagliato non riconoscere il fatto che il mondo avrà bisogno di più petrolio e più capacità di raffinazione. A tale fine, la Commissione rafforzerà il dialogo produttori-consumatori con i paesi produttori di petrolio, compreso l’OPEC. Questo dialogo è già stato avviato la scorsa primavera e domenica 18 settembre ho incontrato il Presidente della Conferenza dell’OPEC, lo sceicco Fahad al Sabah, a Vienna. Gli ho parlato delle nostre preoccupazioni in merito all’attuale situazione dei mercati petroliferi e della cooperazione che ci aspettiamo dall’OPEC.

A tale proposito, desidero segnalarvi che l’OPEC si è impegnata a favorire la stabilizzazione del mercato petrolifero mondiale e a contribuire a riportare i prezzi del petrolio a livelli sostenibili. Nel corso di tale riunione, l’OPEC ha rilevato la necessità di investire in tutta la catena di fornitura del petrolio e, in particolare, ha segnalato l’insufficiente capacità di raffinazione sul mercato petrolifero. L’OPEC ha anche dichiarato che intende cercare più opportunità di investimento nel settore europeo del downstream petrolifero. Da parte della Commissione, abbiamo espresso all’OPEC le nostre preoccupazioni in merito al fatto che l’attuale insufficiente disponibilità di capacità contribuisce a favorire movimenti speculativi a livello internazionale e crea un’ulteriore pressione sul mercato petrolifero.

Saranno altresì portate avanti altre opportunità di dialogo con importanti paesi produttori di petrolio – come Russia, Norvegia e i paesi del Golfo Persico – con l’industria del petrolio e del gas e con i principali paesi consumatori di petrolio nel mondo – come Cina, India e Stati Uniti. Recentemente è stato creato un “Piano d’azione Cina-UE sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili”.

Infine, tra breve incontrerò i dirigenti delle principali compagnie petrolifere. Ritengo infatti che sia molto importante che, vista la situazione attuale, le compagnie petrolifere si comportino nel modo più responsabile possibile. Insisterò in particolare sulla necessità di effettuare maggiori investimenti da parte loro e di individuare le misure aggiuntive che possono essere adottate per eliminare gli ostacoli che impediscono ulteriori investimenti, in particolare nel settore della capacità di raffinazione.

Quinto, dobbiamo reagire in modo efficace alle situazioni di emergenza in materia di scorte petrolifere. In questo contesto, la Commissione ha sostenuto la proposta dell’Agenzia internazionale dell’energia del 2 settembre volta ad accrescere l’offerta di petrolio di due milioni di barili al giorno per un periodo di 30 giorni. Se da un lato il grosso di questo sforzo collettivo internazionale consisterà inizialmente nello sblocco delle scorte di sicurezza sui mercati internazionali, dall’altro la Commissione sostiene con convinzione un comportamento orientato al risparmio energetico che, se necessario, può condurre all’introduzione di misure di limitazione della domanda da parte degli Stati membri se fossero necessarie ulteriori azioni, in particolare se si dovesse prevedere un calo degli approvvigionamenti per più mesi.

Come forse sapete, ai sensi del diritto comunitario, tutti gli Stati membri sono tenuti ad avere scorte petrolifere di emergenza equivalenti a 90 giorni di consumo normale, da utilizzarsi in caso di effettiva interruzione degli approvvigionamenti nel breve termine. Pur avendo scorte petrolifere di sicurezza, l’Unione europea non le ha mai utilizzate, perché non dispone dei mezzi legali per farlo. L’Europa deve svolgere il proprio ruolo, poiché non tutti gli Stati membri sono membri dell’Agenzia internazionale dell’energia.

A questo riguardo, la Commissione ha già iniziato a convocare regolarmente il gruppo di fornitura del petrolio della Comunità al fine di discutere di prezzi petroliferi, delle misure d’emergenza adottate dagli Stati membri e di mezzi più efficaci per coordinare le misure di emergenza a livello comunitario.

Gli eventi recenti mostrano che è assolutamente necessario un meccanismo che faciliti il coordinamento dell’utilizzo delle scorte petrolifere nell’Unione europea. La Commissione sta ora riflettendo sulle migliori modalità per approntarlo e ne discuterà con tutti i soggetti interessati nell’ambito di un nuovo Fossil Fuel Forum che ho creato e che si riunirà per la prima volta a Berlino in ottobre. Desidero rilevare che nell’elaborazione di tale proposta dedicherò un’attenzione particolare alla posizione del Parlamento europeo rispetto alla precedente proposta della Commissione in materia.

Come ultima osservazione, vorrei dire che la Commissione non crede che la reazione migliore all’aumento dei prezzi energetici sia una riduzione compensativa delle imposte. Una misura di questo tipo non fa che incoraggiare i consumi. I ministri, in occasione dell’ultimo Consiglio informale ECOFIN, hanno chiaramente convenuto sulla necessità di evitare interventi fiscali e di altro tipo con effetti distorsivi, che impediscono i necessari adeguamenti. Si sa che le riduzioni fiscali non coordinate possono avere un effetto distorsivo sulla concorrenza nel mercato interno.

In conclusione, la Commissione ha attivamente proposto misure volte a sanare la situazione. Riuscirà nel suo intento solo se tutte le parti interessate – le Istituzioni europee, l’industria, i paesi terzi e le organizzazioni internazionali – lavoreranno insieme. Sono pertanto determinato ad utilizzare l’equilibrato modello di politica energetica sviluppato in Europa, un modello in grado di favorire il cambiamento a livello internazionale, e a dimostrare il nostro impegno ad aiutare le popolazioni vulnerabili sia nell’Unione europea che nei paesi in via di sviluppo.

(Applausi)

 
  
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  Giles Chichester, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, signor Ministro, signor Commissario, desidero iniziare elogiando il Commissario per il suo approccio misurato nei confronti di questa situazione ed esprimendogli in termini generali il nostro appoggio per l’impostazione che ha adottato. Cerchiamo di non reagire in modo esagerato e affrettato a una situazione che sta modificandosi nel momento stesso in cui parliamo; i prezzi si stanno in una certa qual misura moderando e dovremmo lasciar agire il mercato.

Se ci sono problemi che meritano di essere specificatamente affrontati, per esempio se ci sono preoccupazioni rispetto ai poveri, ai soggetti vulnerabili e svantaggiati, dovremmo utilizzare misure sociali alternative per aiutarli e non farci tentare dal rimedio a breve termine della defiscalizzazione. I fattori fondamentali della nostra situazione rimangono invariati: l’Unione europea è estremamente dipendente dalle importazioni di petrolio. Dovremmo cercare di ridurre tale dipendenza mediante misure che si concentrino su efficienza, conservazione, sostituzione e nuove tecnologie.

Esiste un principio importante in virtù del quale le imposte dovrebbero continuare a essere definite dagli Stati membri: un principio al quale non si dovrebbe rinunciare a favore di un effimero regime fiscale a livello europeo. E’ anche importante ricordare che, nel settore dei trasporti su strada, la componente di gran lunga più importante del prezzo del carburante è rappresentata dalle imposte. Per questo, a chi è preoccupato degli spropositati utili delle compagnie petrolifere, vorrei dire che forse dovremmo preoccuparci di più degli spropositati utili dei ministri delle Finanze o del fisco.

Infine, mi chiedo se, oltre a considerare il settore dei trasporti e le strade, non dovremmo forse ricominciare a pensare al settore dell’aviazione, e verificare se sia possibile raggiungere un accordo internazionale per garantire l’efficienza e la conservazione del carburante in tale settore che, per il momento, per la sua stessa natura, non è soggetto a tassazione.

 
  
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  Hannes Swoboda, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, desidero iniziare il mio breve intervento sottolineando che stimiamo moltissimo il Commissario Piebalgs, in ragione della sua efficienza e del suo impegno nel portare avanti la politica energetica. Mi fa molto piacere che lo abbia dimostrato nuovamente negli ultimi giorni, e sono anche molto lieto che la Presidenza abbia assunto una serie di impegni in quest’Aula sul tema della politica energetica.

Tuttavia, secondo il nostro gruppo, le parole della Commissione e del Presidente della Commissione su questo argomento sono state alquanto inadeguate; infatti, come spiegato dal ministro Alexander, questi mercati – se così possono essere definiti – sono caratterizzati da una grave mancanza di trasparenza. D’altro canto, l’Unione europea deve utilizzare un linguaggio politico chiaro in tutti i settori – dalla politica estera alla politica dei trasporti, dalla politica agricola, alla politica commerciale. E questo vale anche in particolare – ma non solo, naturalmente – per la politica energetica.

Accolgo con particolare favore la dichiarazione odierna del Commissario, poiché va oltre le nostre discussioni precedenti. Ha detto la stessa cosa stamani in commissione. Sul tema delle compagnie petrolifere, comunque – e non invidio né a loro né ai loro azionisti gli elevati utili – credo che sia necessaria una maggiore responsabilità sociopolitica per la nostra società comune e per il futuro delle compagnie stesse. Occorre tuttavia riconoscere che solo una piccola parte di questi profitti può essere utilizzata per aumentare investimenti che vanno a loro diretto vantaggio, per esempio nella miscelazione dei biocarburanti, come si fa ora in alcuni paesi e, naturalmente, in ricerca e sviluppo nel settore delle energie alternative.

Questa mattina il Commissario ha detto che è cosciente del fatto che quello che è stato speso sinora non sono che noccioline. Spero che, a seguito del dialogo che ha qui annunciato, di noccioline ce ne siano almeno un po’ di più. Se rimarrà a lungo Commissario, forse con il tempo potrebbero essere addirittura sufficienti per una torta, una torta energetica da offrire ai cittadini europei. Auguro buona fortuna e tanto coraggio al Commissario, e vorrei chiedergli di dire ai dirigenti delle grandi compagnie petrolifere che il Parlamento si aspetta che facciano qualcosa per la nostra società comune.

 
  
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  Fiona Hall, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, accolgo con favore l’enfasi posta questo pomeriggio sugli aspetti legati alla domanda nell’ambito della problematica petrolifera. Sarebbe più semplice per noi concentrarci sull’aspetto dell’offerta e sulle difficoltà causate dall’uragano Katrina, ma se lo facessimo ci limiteremmo ad applicare un cerotto, mentre quello di cui abbiamo davvero bisogno è un serio intervento chirurgico.

Alla base del problema c’è l’eccessiva dipendenza dell’Europa dal petrolio. Con un terzo del petrolio dell’Unione importato dalla Russia e un quarto dal Medio Oriente – proporzioni che stanno crescendo – siamo di fronte ad un problema strutturale che va ben al di là di qualsiasi crisi a breve termine. La realtà è semplice: dobbiamo diminuire il consumo di petrolio e diminuirlo davvero, non solo parlarne, e ne abbiamo discusso molto nel contesto della riduzione delle emissioni di CO2. Permane tuttavia una grande distanza tra la solenne retorica che predica la riduzione dell’utilizzo del petrolio e la portata delle azioni concrete condotte sul campo.

Oggi ho due domande specifiche da rivolgere al Consiglio e alla Commissione. E’ davvero una buona notizia che la Presidenza britannica si sia impegnata a raggiungere un accordo sulla direttiva concernente l’efficienza energetica e i servizi energetici entro la fine di dicembre, ma oggi il Ministro ci può garantire che sarà una direttiva autorevole, una direttiva in grado di assumere impegni seri e vincolanti sulla riduzione del consumo energetico, di stabilire un quadro per l’efficienza energetica e di stimolare una rapida crescita nei servizi di efficienza energetica in tutta Europa? Questo è il tipo di impegno di cui abbiamo bisogno se vogliamo affrontare concretamente gli aspetti legati alla domanda nell’ambito della problematica della dipendenza dal petrolio, anziché limitarci a parlarne.

In secondo luogo, una domanda alla Commissione: la Commissione si impegnerà ad avviare un ragionamento coeso sulla tematica delle alternative al petrolio? Accolgo con interesse le strategie future citate dal Commissario Piebalgs. Spero che non vengano solo dal Commissario per l’energia, che, come sappiamo, è profondamente impegnato nella promozione del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Spero che la Commissione elabori strategie ampie e integrate in grado di stimolare l’azione europea a ogni livello, avviando iniziative politiche in materia di trasporti, industria, tassazione e agricoltura. In molti casi abbiamo la tecnologia, da qualche parte nell’Unione europea abbiamo persino un progetto pilota di successo, ma quello che ci manca sono i mezzi per un’applicazione generalizzata della tecnologia.

Nella mia regione assistiamo ai primi passi di un’industria di biocarburanti che opera con successo nella Tees Valley. La colza oleaginosa ad alta resa cresce proprio accanto a un’industria petrolchimica preesistente. Abbiamo già assistito alla nascita di una “green route” di stazioni di servizio che vendono biocarburante al 5 per cento, ma mancano ancora l’infrastruttura, la capacità e il regime fiscale in grado di consentire lo sviluppo generalizzato di questo programma in materia di biocarburanti. Il biocarburante è solo uno dei casi in cui dobbiamo smettere di limitarci a parlare. Temo che la domanda petrolifera non diminuirà a meno che non ci siano azioni strutturali più concrete sia in materia di energie rinnovabili che di efficienza energetica.

 
  
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  Claude Turmes, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, desidero innanzi tutto ringraziare il Commissario per aver definito le priorità corrette. Viviamo in un mondo in cui nel 2015 in Cina ci saranno 150 milioni di auto, mentre oggi ce ne sono solo 6 milioni. Dobbiamo smettere di consentire a mostri di due tonnellate di trasportare persone che pesano 80 chili. Finché non prenderemo sul serio l’efficienza nel settore dei trasporti, non ci sarà risposta al petrolio o al cambiamento climatico.

Nella sua risoluzione di domani, il Parlamento chiederà all’Europa di diventare l’economia più efficiente sotto il profilo energetico e meno dipendente dal petrolio entro il 2020. E’ una grandissima opportunità per la politica ambientale e per la politica occupazionale. Per ogni euro che spendiamo per riscaldare una casa col petrolio, mandiamo del denaro fuori dall’Europa invece di investire in tecniche di isolamento e posti di lavoro all’interno dei nostri confini.

Posso dire di essere estremamente soddisfatto delle proposte del Commissario ma altrettanto scandalizzato dalla Commissione Barroso nel suo insieme, poiché è ridicolo presentare una comunicazione sul petrolio che non contiene nemmeno una frase sui trasporti, mentre tutti sappiamo che ad essi è imputabile il 70 per cento del consumo di petrolio in Europa. Per questo, la domanda che le rivolgo, signor Commissario, è la seguente: quando presenterà la Commissione un piano che preveda che i Commissari Barrot, Kovács e Verheugen si assumano le loro responsabilità? Non spetta solo a lei farlo.

La mia ultima domanda è indirizzata alla Presidenza britannica. Non ha parlato della direttiva sui pedaggi stradali per i veicoli pesanti. E’ stata presentata. Quindi, se il Consiglio vuole produrre non solo parole, ma anche azioni, perché la Presidenza britannica non insiste per giungere a un accordo sui pedaggi basato sul modello svizzero?

 
  
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  Umberto Guidoni, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il problema che abbiamo davanti è garantire un approvvigionamento energetico per le esigenze irrinunciabili della nostra società moderna e assicurare al tempo stesso un bassissimo impatto ambientale e una riduzione dei rischi per la salute dei cittadini.

L’unica risposta è avviare una transizione per uscire dall’era del petrolio, anche se non ci sono ricette miracolistiche, due sono le opzioni su cui bisogna agire: risparmio energetico e fonti rinnovabili. Solo così l’Europa potrà garantire risposte immediate sia alla crisi di approvvigionamento e agli alti prezzi che alla diversificazione energetica per ridurre la dipendenza estera dal petrolio.

Per il pianeta potrebbe significare attenuare i punti di tensione che sono alla base di molti conflitti. Siamo sul punto in cui un regime energetico è diventato troppo oneroso rispetto ai benefici: non solo i costi economici – cento dollari al barile che sembrano ormai imminenti – ma i danni ambientali, i rischi per la salute e il peso di un apparato militare e logistico per garantire il controllo delle aree di produzione e la sicurezza dei trasporti al livello planetario.

In Europa occorre affrontare la crisi energetica con programmi di ricerca capaci di stimolare lo sviluppo tecnologico dei sistemi energetici sostenibili e competitivi anche economicamente, (l’oratore è interrotto) per sviluppare l’occupazione. Anche per questo, la strada per arrivare ad un’economia basata sull’energia rinnovabile e sul risparmio energetico non può fare a meno del ruolo guida dell’investimento pubblico.

 
  
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  Guntars Krasts, a nome del gruppo UEN. – (LV) Signor Presidente, gli attuali prezzi del petrolio, elevati e instabili, possono influenzare la crescita economica mondiale, e questo sarebbe particolarmente doloroso per gli Stati membri dell’Unione europea che negli ultimi anni non hanno registrato una ripresa economica forte, ma che si vedono obbligati a pagare un prezzo più elevato per il petrolio, dettato da una forte crescita economica a livello mondiale. In molti nuovi Stati membri dell’Unione europea, i fattori dell’aumento dei prezzi petroliferi determinati dal ruolo dominante che tecnologie obsolete e dispendiose in termini di energia svolgono nelle loro economie sono anche all’origine di una crescente pressione inflattiva.

Attualmente non ci sono le premesse oggettive per un aumento della quantità di petrolio sul mercato. Anche se nei prossimi due-tre anni si dovessero produrre tali condizioni, l’ubicazione geografica della produzione di petrolio in ogni caso non si modificherebbe e questo significa che molti rischi perdurerebbero e il prezzo del petrolio non calerebbe in misura sostanziale. Allo stesso modo, non ci si può illudere che i paesi produttori di petrolio possano essere sinceramente interessati a rendere più stabile il mercato del petrolio o siano in grado di collaborare con i paesi consumatori di petrolio per realizzare questo fine. La recente nazionalizzazione delle compagnie petrolifere in Russia e Venezuela, che ha una motivazione ideologica più che economica, ha reso il settore della produzione petrolifera di questi paesi meno trasparente e meno prevedibile. Questa è la realtà che dobbiamo affrontare nel dare forma alla politica dell’Unione europea, e non solo in ambito energetico.

In quanto alle attuali sfide a breve termine – in una situazione in cui sul mercato non ci sono riserve petrolifere in abbondanza – l’unico strumento di cui disponiamo per stabilizzare il petrolio è la riduzione dei consumi. Dovremmo sospendere ogni forma di sovvenzioni e di incentivi fiscali per il settore della raffinazione petrolifera e per i consumatori. Gli incentivi fiscali danno al mercato un segnale sbagliato sulla direzione dei prezzi del petrolio e incoraggiano il consumo e, in ultima analisi, accrescono gli utili delle compagnie petrolifere. La Commissione europea, di concerto con gli organi che controllano i mercati degli Stati membri, dovrebbe creare un meccanismo che consenta di monitorare il mercato petrolifero, un mercato poco trasparente, per ridurvi le speculazioni. In merito a tutte le strategie d’azione presentate, che sono state programmate dalla Commissione per accrescere il portafoglio energetico e ridurre la dipendenza dal petrolio dell’Unione europea, devo dire che è fondamentale prevedere un aumento sostanziale dei finanziamenti nelle prospettive finanziarie per l’espansione del portafoglio energetico.

 
  
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  Sergej Kozlík (NI).(SK) Solo alcuni mesi fa, le Istituzioni dell’Unione europea hanno affrontato il tema della sicurezza energetica in Europa. Secondo un’affermazione dichiaratamente teorica, la dipendenza dei paesi europei dalle fonti energetiche esterne aumenterà del 50-70 per cento nei prossimi vent’anni.

I paesi dell’Unione europea non possiedono fonti energetiche naturali importanti. Sostengo pertanto le misure a favore dell’aumento dell’efficienza energetica, delle fonti energetiche alternative e rinnovabili, e della conservazione energetica. Analogamente, sono a favore di misure programmate tese ad accrescere le scorte di petrolio e di prodotti petroliferi negli Stati membri, e di una posizione comune per l’Unione europea nei negoziati con l’OPEC e altri paesi, in vista del miglioramento della stabilità del mercato del petrolio greggio e dell’energia.

D’altra parte, tuttavia, le Istituzioni europee devono adottare un approccio più lungimirante in merito alla chiusura degli impianti energetici esistenti. In questo contesto, non posso approvare la decisione, sostanzialmente motivata da considerazioni politiche, di procedere prematuramente al decommissioning della centrale nucleare di Jaslovské Bohunice, benché questo impianto soddisfi i requisiti operativi di sicurezza. Tale iniziativa indebolirà il potenziale energetico non solo della Slovacchia, ma di tutta l’Unione europea.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE).(FR) Signor Presidente, viviamo in un mondo affamato di energia, in cui circa un milione e mezzo di persone non hanno accesso all’elettricità. Crisi come quella che sta scuotendo il mercato petrolifero dimostrano la nostra eccessiva dipendenza dai combustibili fossili. Probabilmente non rimarremo mai senza petrolio, ma l’estrazione di quello che resta diventerà talmente costosa che le nostre economie saranno obbligate a rinunciarvi: ragione di più per preparare il periodo postpetrolifero. Il risparmio energetico e una migliore efficienza energetica sono priorità. Tutte le forme di energia rinnovabile devono essere incoraggiate.

Sono tuttavia ancora necessari progressi tecnici di rilievo per aumentare l’uso economico delle energie “pulite”. L’Europa deve accrescere gli investimenti in tutte le forme di ricerca energetica e negli sviluppi tecnologici legati all’idrogeno. La trasformazione dell’idrogeno richiede molta energia. Non abbandoneremo immediatamente l’energia nucleare. Spero che, attraverso il progetto ITER, la fusione si possa realizzare. Nel frattempo, il carbone resterà un’importante fonte di energia primaria, anche se è necessario sviluppare tecnologie più pulite.

Attualmente, gli incerti movimenti del mercato del greggio sono all’origine di molteplici problemi. Si potrebbero avanzare dubbi sull’intelligenza di questo mercato se si considerano l’improvvisa impennata dei prezzi provocata dall’annuncio di un ciclone e l’improvviso crollo degli stessi prezzi dopo che gli uragani Katrina e Rita avevano perso forza. Su questo mercato molto particolare, ci sono troppe speculazioni a breve termine, determinate da un cartello e da oligopoli. La Commissione deve seguire più da vicino l’attività predatoria di certi fondi estremamente speculativi e cercare di assicurare maggiore trasparenza nella definizione dei prezzi petroliferi. I cittadini europei accoglierebbero con favore un maggiore coinvolgimento a livello normativo.

 
  
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  Vittorio Prodi (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare anche il Commissario per la sua presenza e il suo impegno. Stamattina abbiamo già discusso sugli approcci da seguire e condivido il suo parere sulla necessità di un approccio sistemico a questo problema, proprio perché siamo di fronte ad una sfida enorme.

Il petrolio è scarso e scarsa è pure la capacità dell’ecosistema di accogliere le correnti di scarto e i prodotti di combustione. Dobbiamo uscire dall’età del petrolio, questo è semplicemente quello che dobbiamo fare, ma ciò implica un cambiamento e di conseguenza anche la necessità di una leadership per il cambiamento; non si può accettare l’inazione dimostrata parecchi governi nazionali sul sistema, è come dare tutto per scontato. In effetti, è scontato che il petrolio salirà a prezzi ancora più alti, perché non ci sono ragioni per cui, data la domanda attuale, il prezzo possa scendere.

Dobbiamo agire, subito, e intervenire già nelle linee ricordate in precedenza: risparmio, efficienza, fonti energetiche diversificate. Occorre concentrarsi soprattutto sulle energie rinnovabili, che sono quelle che ci permettono di rispettare l’impegno che abbiamo assunto con le nuove generazioni. Inoltre leadership implica una capacità di dirigere, anche culturalmente, il processo proprio perché il vero cambiamento dal lato della domanda si può preparare attraverso un simile cambiamento culturale.

Non è per austerità, non è per sobrietà, ma possiamo impostare una civiltà di ordine superiore attraverso la società della conoscenza presa sul serio, questo dobbiamo fare come sistema e questo è l’impegno di leadership che dobbiamo assumere.

 
  
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  Satu Hassi (Verts/ALE).(FI) Signor Presidente, il rapido aumento del prezzo del petrolio ha fatto capire a tutti che questa risorsa non durerà per sempre. Questo concetto è noto alle persone dotate di raziocinio già da tempo, e più recentemente da quando i geologi del petrolio hanno condotto analisi sul rapporto tra domanda di petrolio e crescita della sua produzione annuale.

Ora dobbiamo concentrarci sullo sviluppo di alternative pulite con un futuro sostenibile, come l’energia rinnovabile e il miglioramento dell’efficienza energetica. Sarebbe ora folle sperperare risorse per alternative a base di combustibili fossili che sono ancora più inquinanti del petrolio, come il combustibile liquido prodotto a partire dal carbone o dagli scisti bituminosi.

Come ha detto il collega, onorevole Turmes, il petrolio è per la maggior parte utilizzato per i trasporti. Per questo motivo, dobbiamo ripensare il nostro sistema di trasporti. Oltre ai biocarburanti, dovremmo cercare di sviluppare i trasporti pubblici. Per esempio, nei progetti di investimento nel settore delle comunicazioni finanziati dall’Unione europea l’enfasi dovrebbe essere posta più che mai sul trasporto ferroviario.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, mi dispiace, ma nonostante la crisi petrolifera ci accompagni già da un anno, la risposta della Commissione è, a dir poco, rilassata e quella del Consiglio inesistente. Oggi abbiamo sentito ancora una volta splendide dichiarazioni che non sono tuttavia accompagnate da misure concomitanti, il che rivela una mancanza di perspicacia.

Le chiedo: sono state prese misure drastiche per ridurre la dipendenza dal petrolio? Sono state cercate soluzioni nel settore del trasporto ad alta intensità di energia, che consuma il 70 per cento della produzione totale? La risposta, purtroppo, è “no”.

La conclusione è che l’aumento dei prezzi petroliferi, unitamente alle catastrofi naturali, dovute – in gran parte – al consumo sconsiderato di combustibili minerali, impone di abbandonare un modello di sviluppo ad alta intensità di energia e di sviluppare rapidamente forme di energia alternative. Tuttavia, per realizzare questo obiettivo, abbiamo bisogno di denaro e, purtroppo, sia il Consiglio sia la Commissione respingono l’idea di un’imposta speciale sui carburanti per finanziare in futuro questo investimento.

 
  
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  Liam Aylward (UEN).(EN) Signor Presidente, benché io sia favorevole a quanto detto dal Consiglio e dalla Commissione, la realtà odierna è che la domanda di combustibili fossili è sempre maggiore. Nei prossimi anni, il fabbisogno della sola Cina aumenterà a livelli straordinari. Alla fine entrerà in diretta concorrenza con gli Stati Uniti per l’acquisizione di forniture sempre più ridotte, un pensiero poco piacevole e, come sappiamo, i combustibili fossili si stanno esaurendo molto rapidamente.

Le fonti energetiche alternative sono vitali per il nostro futuro. Che cosa ci vorrà per farci prendere sul serio questo problema? Il bioetanolo è una di queste fonti. La Commissione dell’Unione europea riconosce l’importanza di questo settore e il fatto che certi prodotti agricoli, compreso lo zucchero, potrebbero essere utilizzati per produrre bioetanolo.

La Commissione attualmente contribuisce finanziariamente alla realizzazione di progetti europei per i biocarburanti. Purtroppo i tassi di utilizzo e di assorbimento di questi fondi da parte degli Stati membri sono ancora miseramente bassi.

A seguito della valutazione intermedia della politica agricola comune, sarà destinata più terra ad usi alternativi. I nostri agricoltori, che sono i custodi dell’ambiente rurale, potrebbero seriamente contribuire, e lo faranno, al controllo dei cambiamenti climatici attraverso l’uso alternativo dei terreni agricoli per la produzione di fonti energetiche alternative e rinnovabili. Non è venuto il momento di prendere davvero sul serio queste problematiche?

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando parliamo di petrolio dovremmo interrogarci sulla politica estera dell’Unione, sul suo sostanziale avvallo della politica di aggressione e di rapina delle risorse energetiche e delle principali materie prime posta in essere dalle multinazionali e dagli USA.

Tutto quello che produce da un lato ricchezza e dall’altro impoverisce i legittimi proprietari delle risorse diventa puntualmente bersaglio dei tentativi di rapina delle amministrazioni finanziarie e politiche menzionate. Non si vuole parlare qui di riduzione dell’IVA o delle accise e allora, cosa si può fare per liberare i nostri popoli dal giogo della dipendenza degli interessi esterni all’Europa?

1. Nazionalizzare le risorse; 2. rafforzare legami politico-economici con i paesi produttori divenendone gli interlocutori privilegiati; 3. smettere di sostenere o essere complici della politica estera statunitense; 4. liberare da ricatti e condizionamenti e sostenere invece con forti stanziamenti gli enti di ricerca europea sulle fonti di energia alternativa, specialmente quelle da biomassa, geotermiche e ogni altra fonte rinnovabile; 5. monitorare i prezzi che le compagnie petrolifere applicano nei diversi paesi dell’Unione.

 
  
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  Christoph Konrad (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è importante ricordare che anche il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei è favorevole alle energie alternative, e al fatto che tali energie non siano solo promosse, ma anche rese competitive. E’ inaccettabile che siano sovvenzionate all’infinito. Dobbiamo fare in modo di avviare le energie alternative sulla strada della competitività.

Ascoltando il dibattito in Aula, noto che anche in questo caso parecchi colleghi ripongono molta fiducia nello Stato. Alcuni colleghi sollecitano un intervento dello Stato, dimenticando fondamentalmente che, dopo tutto, il prezzo del petrolio in un’economia competitiva segue ancora il mercato. E’ innanzi tutto un prezzo di mercato; dobbiamo accettarlo. Sappiamo però tutti che, in definitiva, il problema è in parte rappresentato dalla capacità di raffinazione, che al momento è insufficiente, ma la situazione cambierà ancora.

Tuttavia, se consideriamo che oltre il 70 per cento del prezzo dei carburanti alla pompa negli Stati membri dell’Unione europea, come la Germania, è rappresentato da imposte, noi deputati al Parlamento europeo dobbiamo lanciare un appello ai governi nazionali perché intraprendano azioni ad hoc in materia, al fine di restituire qualcosa ai cittadini dei paesi ad alta fiscalità in particolare, assicurando così il mantenimento della mobilità in queste società incentrate sul lavoro. E ora un’altra osservazione di natura squisitamente politica. Non si possono accusare i mercati se si è direttamente responsabili del 70 per cento del prezzo, perché si incolperebbe chi colpevole non è. Faremmo quindi bene a chiarire che lo Stato dovrebbe sostenere le energie alternative – con moderazione – ma che dovremmo anche investire nelle nuove tecnologie. C’è un’ampia gamma di opzioni tra le quali scegliere, per esempio, i motori ibridi. In questo contesto bisognerebbe lasciarsi ispirare dalla moderazione e dal buon senso, piuttosto che dall’ideologia.

 
  
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  Reino Paasilinna (PSE).(FI) Signor Presidente, la Russia sta intensificando la sua cooperazione con l’OPEC. Il cartello dei produttori di petrolio sta diventando più potente che mai. Le speranze e le azioni legate allo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili non hanno effetti sufficientemente rapidi. Il prezzo del petrolio rimane elevato, mentre l’Europa diventa sempre più dipendente e vulnerabile alle crisi.

Mentre il vento prende forza in un continente, l’Europa affonda a capofitto nella crisi. Negli Stati Uniti d’America, il vento e l’acqua hanno fermato un decimo dell’attività di raffinazione, ma il prezzo è cresciuto del 40 per cento. In futuro ci saranno altre crisi, in quanto la domanda e l’offerta di petrolio sono strettamente correlate. Gli utili delle compagnie petrolifere dovrebbero essere utilizzati per sviluppare forme di energia alternative e sostenibili. La domanda potrà così calare e parallelamente si svilupperanno ricerca, biomassa e fonti alternative.

Nonostante tutto non ci siamo adoperati per elaborare leggi in grado di limitare il gioco borsistico che conduce al rialzo dei prezzi, come ha detto il collega, onorevole Goebbels, o di ridurre l’ineguaglianza sociale derivante dal petrolio. La Presidenza, che è anche a capo del G8, è disposta a organizzare al più presto un vertice tra i principali consumatori e venditori, prima della conferenza dei ministri del Petrolio che si terrà la prossima primavera? Dobbiamo stabilizzare i prezzi del petrolio.

Infine, Commissario Piebalgs, a che punto è il dialogo sull’energia tra Unione europea e Russia? Ci sono progressi?

 
  
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  Roberto Musacchio (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo nostro parlare del problema del petrolio significa oggi parlare dei drammi del nostro presente, dalle guerre all’esaurimento delle risorse non rinnovabili, al degrado ambientale, e decidere se ci sarà un futuro diverso oppure se non ce ne sarà nessuno.

La crisi del petrolio non è congiunturale, ormai è evidente, è connessa all’esaurirsi degli attuali assetti sociali, geopolitici e di modelli di sviluppo. Per uscirne occorrono equità, distribuzione delle ricchezze, nuovi assetti dello sviluppo, nuove scelte energetiche fondate sul risparmio e su fonti alternative rinnovabili, pulite e sicure, l’opposto del carbone e del nucleare. Pace, equità e ambiente sono le uniche scelte in grado di portarci al futuro. Dobbiamo renderle realtà con politiche concrete, delegate non al mercato, ma a nuove scelte politiche e a nuovi interventi pubblici.

 
  
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  Luis de Grandes Pascual (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, signor Commissario per l’energia, grazie di essere qui. La sua presenza è molto opportuna. In seno all’Unione europea è stato sicuramente espresso un appello unanime rispetto alla necessità di affrontare la dura realtà del rialzo dei prezzi del petrolio. La situazione era prevedibile, ma la realtà si è rivelata molto più brutale di quanto ci si aspettasse. Il fatto è che le previsioni si sono moltiplicate per due e i prezzi del greggio hanno ripercussioni sulla crescita economica e sul benessere dei cittadini dell’Unione.

La diagnosi è condivisa e le formule per alleviare lo squilibrio macroeconomico in un contesto caratterizzato dalla crescita dei prezzi del greggio sono tra loro molto simili. Non sto dicendo che trovarsi d’accordo in termini di analisi sia negativo, ma vorrei sottolineare che si tratta di misure a medio e lungo termine, che presuppongono la volontà di metterle in atto e che nel breve termine sono insufficienti.

Se me lo consente, non perderò tempo – tempo che del resto non ho – a ripetere le solite cose. Vorrei invece, a nome della commissione per i trasporti e il turismo, segnalare la situazione estrema che ha raggiunto non solo provvisoriamente, ma strutturalmente, il trasporto su strada, situazione che sarà pertanto difficile da risolvere.

Sosterremo le azioni degli Stati membri volte ad adottare misure che agevolino il trasferimento modale verso trasporti più efficienti. Appoggeremo l’adozione di misure che consentano un uso più efficiente dei diversi modi di trasporto e, infine, considereremo favorevolmente le misure volte ad aumentare l’efficienza energetica dei veicoli. Detto questo, tuttavia, converrete con me che nel breve termine non è possibile modificare la realtà e che la prima vittima delle conseguenze di questa situazione è un settore come quello dei trasporti, eccessivamente dipendente dall’andamento della domanda e in balia delle fluttuazioni dei prezzi del petrolio.

I costanti incrementi del prezzo del greggio hanno determinato un forte aumento delle spese di esercizio delle imprese, condannando il settore a una situazione di assoluta impotenza, in quanto le imprese non possono ribaltare gli aumenti sui prezzi dei servizi che forniscono. Per tutte queste ragioni, crediamo che sia opportuno, senza mettere in discussione l’adozione di misure di natura generale che condividiamo, che la Commissione, insieme agli Stati membri, studi anche misure volte ad armonizzare verso il basso le tasse sul gasolio utilizzato come carburante per fini professionali e a modulare la tassazione in un modo che abbia effetti concreti sull’occupazione.

 
  
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  Ewa Hedkvist Petersen (PSE).(SV) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, come è stato detto in Aula, il settore dei trasporti è responsabile della stragrande maggioranza del consumo totale di petrolio nell’Unione europea. Siamo tutti estremamente dipendenti dal petrolio per il trasporto delle merci e per la circolazione in ragione del totale dominio del trasporto su strada.

Sia noi che l’industria ne siamo coscienti da tempo, ma questa consapevolezza non ha condotto ad azioni concrete. Dobbiamo ora garantire la conversione e intraprendere un lavoro volto a produrre fonti energetiche e combustibili rinnovabili. Si osservano tuttavia anche tendenze incoraggianti: la consapevolezza aumenta e, dopo Katrina, l’industria automobilistica statunitense ha chiesto al Presidente di convocare un vertice per discutere delle possibilità di sviluppo dei carburanti alternativi. I grandi costruttori automobilistici dicono inoltre che gli Stati Uniti devono ridurre la loro dipendenza dal petrolio. Dobbiamo sfruttare questa consapevolezza e creare le condizioni di base necessarie nelle nostre società e nell’Unione europea, e questa è naturalmente una cosa che noi, in quanto politici, possiamo fare. Nel settore dei trasporti, dobbiamo condurre ricerche volte a produrre nuovi combustibili rinnovabili, riponendo le nostre speranze, per esempio, nel diesel sintetico. Dobbiamo favorire i combustibili alternativi come l’etanolo. Dobbiamo rinnovare il parco veicoli e, in questo settore, occorre fare molto con grande rapidità. Dobbiamo anche riporre le nostre speranze in forme di trasporto alternative.

Oggi abbiamo parlato di ferrovie e abbiamo deciso di sviluppare il traffico ferroviario. Questo è importante ma, nella revisione del Libro bianco, dobbiamo anche scrivere di più, e prendere più decisioni, sui carburanti alternativi e sul rinnovamento del nostro parco veicoli.

 
  
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  Carmen Fraga Estévez (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, sono venuta qui per parlare di un settore che soffre particolarmente per questa situazione: il settore della pesca. Sono d’accordo con la Commissione sulla necessità di elaborare un piano d’azione a medio e lungo termine, che consenta alla flotta di affrontare una situazione che è evidentemente strutturale e non temporanea. Tuttavia, devo anche precisare che non nego che alcune delle soluzioni indicate dalla Direzione generale per la pesca, per il risparmio energetico, come lo smantellamento della flotta comunitaria, sono motivo di grande preoccupazione per molti di noi.

Credo che, preparandoci per il futuro, dobbiamo anche tenere conto del presente, visto che la flotta si trova già in una situazione disperata e che non siamo convinti dalle misure a breve termine individuate nell’ultimo Consiglio dei ministri della Pesca.

Gli arresti temporanei dello SFOP non sono stati pensati per affrontare questo tipo di crisi, visto che i governi, oltre tutto, hanno già stanziato i loro fondi e una riprogrammazione sarebbe problematica. Nemmeno l’annuncio del Commissario Borg sull’aumento degli aiuti de minimis risolve il problema, poiché per darvi soluzione dovremo aspettare nove mesi e nuove regole comunitarie.

Tutto questo induce molti Stati membri ad aiutare i propri settori come possono, il che causa gravi distorsioni della concorrenza. Pertanto, come abbiamo fatto un anno fa, desideriamo chiedere ancora una volta alla Commissione, qui rappresentata dal Commissario per l’energia, di dare la possibilità al settore della pesca di sottrarsi alla crisi, con l’introduzione di un meccanismo in grado di intervenire automaticamente in caso di aumenti improvvisi o continuativi dei prezzi dei carburanti, e che dovrebbe essere attivato prima che le imprese ittiche inizino a crollare in massa.

 
  
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  Mechtild Rothe (PSE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, signor Ministro, onorevoli colleghi, vi sono diverse risposte importanti all’attuale crisi petrolifera. Sono tuttavia profondamente convinta del fatto che, nel lungo periodo, l’unica risposta adeguata sia il superamento della nostra dipendenza dal petrolio, una fonte energetica che durerà forse altri 40-60 anni, vulnerabile alle crisi e che, più diventa scarsa, più aumenta di prezzo. Constatiamo pertanto che le alternative sono una scelta ovvia.

Al primo posto deve venire la conservazione energetica. Gli studi condotti hanno dimostrato che sono possibili risparmi del 14 per cento nel settore dei trasporti e del 20 per cento nel settore dell’edilizia, e questo senza sacrifici in termini di comfort. Mi rivolgo al Presidente in carica del Consiglio nell’esprimere la profonda speranza che, particolarmente in questa difficile situazione, si riesca a raggiungere un compromesso ragionevole e praticabile in merito alla direttiva concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici.

Molto è stato fatto nell’Unione europea nel settore dell’energia rinnovabile, ma permangono delle lacune. Quasi metà dell’intera energia prodotta è utilizzata per generare calore, ricorrendo in larga misura al petrolio. In questo particolare caso osserviamo che la penetrazione del mercato non riesce a realizzare tutto il suo potenziale. Sollecito pertanto il Commissario a presentare una direttiva adeguata in materia, che stabilisca obiettivi chiari e che conduca alle opportune misure negli Stati membri.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’attuale situazione in materia di prezzi petroliferi è estremamente insoddisfacente.

Da una parte, i consumatori pagano prezzi molto alti, dall’altra si generano profitti eccezionali non solo nel settore petrolifero, ma anche in altri settori energetici. Credo che sia nostro dovere discutere dell’uso migliore a cui le compagnie petrolifere potrebbero destinare questi utili e in particolare di ciò che gli Stati che ne traggono il maggior vantaggio potrebbero fare con queste tasse.

Il primo problema è che questo reddito non è reinvestito in altri settori. Forse la Commissione dovrebbe mettere a punto un piano d’azione in vista dell’elaborazione di un questionario che ponga domande sull’uso migliore al quale le compagnie e, in particolare, gli Stati potrebbero destinare questo reddito aggiuntivo che si riversa nelle loro casse. Una possibilità potrebbe essere quella di lanciare una sorta di progetto di analisi comparativa e migliori prassi che garantisca che tale reddito sia speso in ricerca e sviluppo, misure di efficienza, sgravi fiscali – e non sul consumo, ma nel settore degli investimenti – trasferimenti e programma CIP.

A questo riguardo ci viene offerta l’opportunità di intraprendere un nuovo percorso. Credo che potremmo trovare esempi delle migliori modalità di gestione a livello nazionale – e forse anche a livello internazionale.

Il secondo grande tema è il seguente: attualmente, le fatture sono emesse in dollari, cosa che al momento può essere per noi vantaggiosa, ma è anche possibile che il vento cambi, in caso per esempio di ulteriore aumento dei prezzi e di inversione del valore del dollaro. Per questo motivo, dovremmo forse riflettere sulla possibilità di creare una zona euro separata nel settore energetico per i paesi non OPEC, oppure addirittura di introdurre incentivi per la creazione di una zona di questo tipo, poiché anche un’iniziativa simile procurerebbe un certo livello di stabilità e indipendenza.

Come osservazione finale, vorrei dire che, per quanto riguarda gli hedge funds, abbiamo bisogno di requisiti in termini di capitale e di condizioni di responsabilità che poi siano rispettati, e in definitiva anche di trasparenza, per evitare nel modo più idoneo inutili speculazioni sul mercato in futuro.

 
  
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  Riitta Myller (PSE).(FI) Signor Presidente, sono d’accordo con coloro che si sono resi conto che occorre mettere fine alla dipendenza dal petrolio grazie a un impegno determinato a investire in fonti energetiche rinnovabili e nel risparmio energetico. L’Unione europea dovrebbe sostenere il progresso nelle nuove tecnologie ambientali. Queste innovazioni ci possono aiutare non solo ad accrescere la nostra autosufficienza nel settore energetico, ma anche a migliorare la qualità dell’aria e a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Molte delle fonti energetiche rinnovabili che contribuiscono a conservare l’ambiente sono già alla nostra portata. La biomassa può essere utilizzata in modi diversi per riscaldare, per produrre elettricità e come carburante. Per il momento è l’unica fonte energetica rinnovabile che possa essere utilizzata in sostituzione dei combustibili liquidi per i trasporti. L’Unione europea dovrebbe stabilire obiettivi ambiziosi per ridurre la dipendenza dal petrolio e per aumentare i risparmi. Le fonti energetiche rinnovabili dovrebbero rappresentare almeno il 25 per cento del consumo energetico totale entro il 2020.

 
  
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  Ján Hudacký (PPE-DE).(SK) L’attuale situazione energetica, derivata principalmente dalla crisi petrolifera, ci obbliga a cercare urgentemente una soluzione. E’ essenziale utilizzare il petrolio greggio nel modo più efficace ed efficiente possibile. E’ indubbio che gli sforzi profusi dall’Unione europea in questa direzione dovrebbero contemplare azioni tese ad abbandonare al più presto l’utilizzo del petrolio greggio per produrre elettricità. E’ arrivato il momento di discutere di questo tema in modo trasparente.

L’energia nucleare è un sostituto molto più efficace del petrolio greggio, sia in termini di capacità di produzione disponibile che di protezione ambientale. L’ingegneria nucleare utilizza le tecnologie più all’avanguardia con elevati standard di sicurezza. Il nucleare è inoltre una fonte energetica pulita che non produce emissioni di CO2. E’ stata altresì individuata una soluzione sicura al problema spesso sottolineato dai nemici dell’energia nucleare – le scorie nucleari. Gli investimenti per la ricerca nel settore del riciclaggio sicuro delle scorie nucleari e l’ulteriore sviluppo di nuove tecnologie, che anche l’Unione europea può assicurare, consentendo l’accesso al settimo programma quadro, fugherebbero rapidamente qualsiasi dubbio in merito alla sicurezza delle centrali nucleari.

D’altra parte, non intendo diminuire l’importanza delle altre fonti alternative di energia elettrica, in particolare quelle che non producono emissioni di CO2. Tuttavia, la gravità dell’attuale situazione energetica richiede l’adozione dell’unica soluzione razionale e opportuna: il ritorno all’energia nucleare attraverso la realizzazione di nuove capacità di produzione.

 
  
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  Mia De Vits (PSE).(NL) Signor Commissario, se vuole tamponare l’impatto diretto dell’aumento dei prezzi petroliferi, le soluzioni a lungo termine da sole non bastano. Ci aspettiamo che la Commissione svolga un ruolo di coordinamento e supervisione anche per le misure a breve termine. E’ tra i cittadini, in particolare i più deboli e quelli a più basso reddito, che il costoso petrolio miete più vittime. E’ compito di ogni paese adottare misure che consentano di alleviare tali problemi, ma la Commissione europea potrebbe coordinare le misure, per esempio consentendo l’applicazione di un’IVA ad aliquota ridotta nel suo settore di competenza. La Commissione è anche scettica sul sostegno ai settori più colpiti dagli elevati prezzi del petrolio, in particolare il settore dei trasporti, ma anche quello della pesca, e anche in questi casi, potrebbe svolgere un ruolo importante, coordinando il passaggio ad attrezzature ecocompatibili. A molti pescatori mancano le risorse finanziarie per sostenere questi costi, pertanto vorrei chiederle di intensificare il suo impegno affinché sia possibile realizzare questa transizione.

 
  
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  Alejo Vidal-Quadras Roca (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, desidero innanzi tutto congratularmi con il Commissario per l’energia per aver prontamente reagito all’estrema recente volatilità dei prezzi petroliferi con questo piano, di cui ci ha esposto oggi i punti principali e di cui condivido in pieno le idee di fondo e le misure concrete.

Il prezzo del greggio è aumentato del 50 per cento lo scorso anno e questo incremento ha provocato un notevole deterioramento della competitività della nostra economia. Molti governi sono pertanto oggetto di una forte pressione affinché riducano le imposte sul petrolio in certi settori dei trasporti. Tuttavia, come ha detto il Commissario, la soluzione non è questa. Oltre a creare distorsioni del mercato e problemi in materia di norme per gli aiuti di Stato, può favorire possibili aumenti del consumo e futuri rialzi del prezzo al barile.

Dobbiamo adottare le misure indicate dal Commissario nel piano: promuovere in modo risoluto l’uso delle energie rinnovabili e migliorare l’efficienza, aumentare la capacità di raffinazione, lottare contro i movimenti speculativi, considerare l’energia nucleare un elemento fondamentale della sicurezza della strategia di rifornimento e promuovere l’uso dei biocarburanti. Oggi stiamo discutendo di crisi, ma dobbiamo trarne la forza sufficiente per pianificare il nostro futuro in modo intelligente.

Non posso concludere senza chiedere al Consiglio, il cui rappresentante sta ora osservando un foglio con grande interesse, di considerare molto seriamente, viste le circostanze attuali, gli effetti di un’eccessiva riduzione dei fondi destinati alla ricerca tecnologica e all’innovazione nel settimo programma quadro.

 
  
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  Antolín Sánchez Presedo (PSE).(ES) Signor Presidente, il sistema energetico è fondamentale e ha una dimensione globale. Le misure adottate all’interno dell’Unione europea per alleviare gli effetti dell’aumento dei prezzi petroliferi dovrebbero adeguarsi a un approccio coordinato ed essere coerenti con i nostri impegni multilaterali.

Dobbiamo assicurare più trasparenza ed equilibrio nella definizione dei prezzi, eliminando i comportamenti speculativi, evitando gli abusi dei grandi operatori e impedendo gli interventi pubblici che possono creare distorsioni. Dobbiamo introdurre più razionalità ed efficienza nel sistema globale, impedendo gli sprechi di energia che poi paghiamo tutti – gli Stati Uniti utilizzano il 50 per cento in più di energia per dollaro di PIL rispetto all’Unione europea.

Dobbiamo ridurre la disparità tra le normative ambientali, evidenziate negli Stati Uniti dai recenti uragani, esortando le compagnie a dotarsi di maggiori scorte e a promuovere nuovi investimenti.

Dobbiamo orientarci verso un nuovo modello energetico grazie all’innovazione nei trasporti, allo sviluppo di tecnologie per la decarbonizzazione e la diversificazione e allo sviluppo di risorse rinnovabili, e anche grazie a una cooperazione internazionale stabile e duratura.

 
  
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  Peter Liese (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, mi associo a chi ha già ringraziato ed elogiato il Commissario Piebalgs per la sua strategia attiva e coerente.

Vorrei ora parlare del tema dell’energia rinnovabile, non perché credo che sia l’unica soluzione al problema, ma perché, in quanto relatore ombra per il mio gruppo, ho una particolare responsabilità rispetto a questo tema. E’ vero che l’energia rinnovabile costituisce parte della risposta all’incremento dei prezzi del petrolio, ma a mio avviso un altro fattore importante è che l’Europa e gli Stati membri non sempre hanno stabilito le priorità corrette in materia di energia rinnovabile.

Abbiamo una direttiva sull’elettricità, e siamo attivi in tale settore, mentre siamo molto meno attivi nel settore dei biocarburanti. Non abbiamo tuttavia una strategia europea coerente per la promozione dell’energia rinnovabile nel settore del riscaldamento e del raffreddamento, anche se proprio in questi settori la dipendenza dal petrolio e dal gas è più forte. E la ragione è nota: molti sostenitori dell’energia rinnovabile la vedono solo come una rivale dell’energia nucleare. Mi chiedo tuttavia se sia davvero così importante abbandonare l’energia nucleare. Non è forse molto più importante ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas e tenere sotto controllo per quanto possibile le conseguenze dei cambiamenti climatici globali?

Alcuni potrebbero dire che è importante fare una cosa e imperativo farne un’altra; ma non è così facile quando si dispone solo di risorse limitate. La Germania, per esempio, ha una legge sull’energia rinnovabile, in virtù della quale 0,5 euro per chilowattora sono investiti nella tecnologia fotovoltaica. In totale, nei prossimi anni si raccoglieranno 3 miliardi di euro in questo settore; naturalmente questi soldi non possono essere reperiti altrove.

Dobbiamo ricordare che, per ogni euro investito nel riscaldamento e nel raffreddamento, per esempio nel riscaldamento che utilizza la biomassa, le pompe di calore o l’energia termica di origine solare, si risparmiano anidride carbonica e combustibile fossile fino a 45 volte. Proprio per questo è venuto il momento di definire nuove priorità.

 
  
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  Péter Olajos (PPE-DE).(HU) Signor Presidente, sebbene il prezzo del greggio negli ultimi tre anni sul mercato mondiale sia triplicato, l’insaziabile fame di energia dell’umanità non sembra essersi placata. Inoltre, l’impatto economico delle catastrofi naturali di quest’anno sembra costituire un campanello d’allarme per la nostra società basata sul petrolio. La maggior parte degli Stati membri dipende da fonti energetiche che si trovano in regioni remote e paesi lontani, il che determina una dipendenza da Stati meno democratici. Se non agiamo con sufficiente rapidità, dovremo ricorrere a tipi di combustibili ancora più inquinanti, quando esauriremo petrolio e gas puri, con danni ambientali ancora più gravi. Appoggio pertanto con forza il piano in cinque punti della Commissione, soprattutto i capitoli sull’efficienza energetica e l’uso delle fonti energetiche alternative.

Dobbiamo ridurre con ogni mezzo il consumo di petrolio per la produzione di energia e soprattutto per i trasporti. La direttiva in materia deve essere rispettata più rigorosamente per favorire la promozione dei biocarburanti. I fornitori di servizi così come i consumatori devono essere incoraggiati da misure fiscali e amministrative preferenziali. In Europa è estremamente importante sostenere maggiormente la ricerca nel settore della produzione energetica non basata sul petrolio, sia a livello comunitario che a livello degli Stati membri. La nanotecnologia nel settore dell’energia solare, la biotecnologia nel settore dei biocombustibili, MUX nel settore dell’energia nucleare o ITER in quello della produzione di energia termonucleare devono essere tutti sostenuti, poiché sono fondamentali sia per l’ambiente sia per l’economia, e tale sostegno è indispensabile se vogliamo che il campanello d’allarme smetta di suonare. E’ una buona notizia che i principali paesi consumatori di petrolio e inquinatori dell’ambiente, come Stati Uniti, Cina, India, Australia, Giappone e Corea del Sud abbiano sottoscritto nel giugno di quest’anno, nel Laos, una sorta di “accordo alternativo a Kyoto” per sviluppare e promuovere forme di energia e tecnologie più pulite, poiché così come il problema, anche la soluzione deve essere globale.

 
  
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  Ivo Belet (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, signor Commissario, l’elevato costo del petrolio è, naturalmente, il migliore incentivo che può indurre le autorità, l’industria e i consumatori a cercare alternative, e va da sé che appoggiamo incondizionatamente le iniziative da lei sviluppate in questo settore nelle ultime settimane. A lungo termine tutto questo va benissimo, ma nel breve periodo, come è già stato ricordato questo pomeriggio, moltissime famiglie, persone che vivono sole, giovani e anziani, nei prossimi mesi rischiano di essere lasciati al freddo, nel vero senso della parola, semplicemente perché non riusciranno più a pagare le bollette del riscaldamento. Temo che la Commissione, con la sua posizione sicuramente coerente, ma un po’ rigida, non consideri a sufficienza questo aspetto.

Nel frattempo, vari governi nazionali hanno adottato ogni tipo di misure nuove e diversificate. Il governo belga, per esempio, intende rimborsare parte del gasolio destinato al riscaldamento per alleggerire la pressione, ma queste misure non risolvono certo i problemi contingenti dei cittadini; per questo mi appello a lei perché si faccia finalmente qualcosa a breve termine. Una riduzione temporanea dell’IVA sull’olio combustibile potrebbe non essere una cattiva idea. So, signor Commissario, che non è quella che lei preferisce, ma dopo tutto si tratta di una misura sociale. A più lungo termine, forse potrà introdurre una sorta di fascia di fluttuazione. Con questo intendo non solo un’aliquota minima, ma anche un’aliquota massima, in altri termini un limite inferiore e un limite superiore entro i quali gli Stati membri dovrebbero muoversi. In questo modo, possiamo intervenire rispetto alle enormi e ridicole differenze di prezzo tra gli Stati membri.

L’olio combustibile, il gas e l’elettricità sono beni di prima necessità che servono per riscaldare le case e non certo beni di lusso. Sono fondamentali e lei sa meglio di me che buona parte del loro prezzo è costituito da IVA e accise che vanno ad arricchire le casse nazionali. C’è pertanto sicuramente un margine di manovra per introdurre misure strutturali, almeno a breve termine.

Un’ultima osservazione, signor Commissario: se da un lato lei deve ovviamente tutelare gli interessi dell’Unione europea a lungo termine, dall’altro potrebbe fare un gesto molto nobile verso tutte quelle famiglie vulnerabili che nelle prossime settimane rischiano di trovarsi in difficoltà.

 
  
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  Ivo Strejček (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, desidero esprimere alcune osservazioni che qualcuno considererà una sorta di eresia.

A mio avviso, l’Unione europea dovrebbe incoraggiare un dibattito politico internazionale che possa favorire gli investimenti nei paesi in via di sviluppo. I vantaggi sono ovvi: le grandi compagnie europee apporterebbero risorse finanziarie ai paesi in via di sviluppo, mentre l’Europa trarrebbe vantaggio da un petrolio meno costoso proveniente da questi paesi e contribuirebbe ad innalzare il loro livello di vita.

Dal punto di vista economico, dovremmo lasciare che il mercato funzioni senza alcuna regolamentazione, senza alcuna restrizione o senza ulteriori oneri. Dovremmo smettere di sognare fonti energetiche rinnovabili toccasana per ogni male e rimanere coi piedi per terra. Non dovremmo cercare in alcun modo di influenzare artificialmente i prezzi del petrolio. L’unica soluzione possibile è quella di lasciare che il mercato funzioni. Le forze di mercato originate da un approccio domanda-offerta ristabiliranno da sole l’equilibrio tra meccanismi di elevato consumo e uno sviluppo di prodotti innovativi naturale e rispettoso dei consumatori.

Non dobbiamo intensificare i nostri sforzi per realizzare un’armonizzazione fiscale a livello sovranazionale e non dobbiamo promuovere incentivi fiscali che determinerebbero livelli di fiscalità più bassi per alcuni segmenti dell’industria energetica o petrolifera.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare tutti gli onorevoli deputati dei loro interventi. Sono consapevole dell’ora, ma vorrei cercare di rispondere ad alcune delle osservazioni espresse nel corso di quello che è stato un dibattito utile e tempestivo.

L’onorevole Chichester ha avviato il dibattito con un chiaro appello al mantenimento dei regimi fiscali nazionali e ha sollecitato l’adozione di un approccio misurato rispetto alla situazione attuale. Condivido in una certa qual misura le idee che ha esposto.

L’onorevole Swoboda ha ripreso le osservazioni da me già espresse in merito alla garanzia di trasparenza per quanto riguarda il funzionamento dei mercati petroliferi internazionali. L’onorevole Hall ha posto alcuni quesiti sulla direttiva concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici. Posso garantirle che gli Stati membri e il Parlamento si stanno impegnando seriamente per individuare posizioni di compromesso sui temi in merito ai quali c’è ancora divergenza tra Consiglio e Parlamento. Speriamo che tutte le Istituzioni si impegnino costruttivamente in un processo volto a difendere una direttiva importante per tutti noi.

L’onorevole Turmes ha espresso considerazioni più ampie sulla sostenibilità ambientale – ho appena citato la direttiva concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici. Inoltre ha menzionato quello che ha definito “un accordo sui pedaggi basato sul modello svizzero”. Supponendo che facesse riferimento all’eurovignetta, vorrei precisare la posizione della Presidenza. Come Presidenza, avvieremo sforzi concreti per garantire un accordo negoziato con il Parlamento europeo in seconda lettura. Tuttavia, desidero sottolineare in questa fase che l’accordo raggiunto il 5 aprile in seno al Consiglio “Trasporti” rappresenta un delicato compromesso dal fragile equilibrio, e conseguentemente, alla luce delle decisioni prese allora, il margine di manovra per ulteriori cambiamenti è limitato.

L’onorevole Kozlík ha accolto con favore le iniziative già avviate per affrontare le crisi petrolifere e l’intensificazione della cooperazione con l’OPEC. In merito agli investimenti nella capacità di raffinazione, è importante ricordare che ci si sta già muovendo in tal senso, tuttavia i prezzi indicano che sono necessari investimenti ancora più elevati nell’intero settore petrolifero, compresa la capacità di raffinazione; occorrono maggiore trasparenza e un clima più propizio per i necessari investimenti che stiamo sostenendo con convinzione.

L’onorevole Goebbels si è pronunciato con vigore a favore della trasformazione dell’idrogeno e ha sollecitato maggiore trasparenza – un aspetto su cui mi sono già soffermato.

In relazione alla questione più generale della speculazione da parte degli operatori di borsa, è difficile conoscere con esattezza l’equilibrio, il ruolo preciso che la speculazione ha svolto in materia di prezzi. Vorrei tuttavia fare riferimento all’analisi elaborata dal Fondo monetario internazionale nel suo recente World Economic Outlook, che suggerisce che l’attività speculativa segue il movimento dei prezzi del petrolio, sollevando dubbi sul fatto che la speculazione sia davvero stata la forza trainante all’origine dell’aumento dei prezzi fino al livello attuale.

L’onorevole Prodi ha affermato che è inaccettabile che da parte nostra non si faccia nulla. Spero che le mie osservazioni e quelle del Commissario all’inizio del dibattito siano bastate a convincerlo che si stanno adottando misure e si continuerà a farlo in futuro.

L’onorevole Hassi ha sollevato alcune questioni sulla sostenibilità dell’approvvigionamento. L’Agenzia internazionale dell’energia ha rilevato nel suo World Energy Outlook del 2004 che, stando alla maggior parte delle stime, le riserve di petrolio accertate sono sufficienti per soddisfare la domanda mondiale prevista per i prossimi tre decenni e che la produzione di petrolio a livello mondiale non raggiungerà il culmine prima del 2030, a condizione che siano fatti gli investimenti necessari – un avvertimento importante. Come ho detto nelle mie osservazioni introduttive, la sfida fondamentale è la creazione del clima più propizio per questi investimenti.

L’onorevole Papadimoulis ha espresso una serie di osservazioni. Devo dire che, seppure con rispetto, non condivido i suoi punti di vista in merito alla necessità o all’opportunità che il Consiglio cerchi di imporre una tassa a livello europeo nelle circostanze in cui ci troviamo ora.

L’onorevole Aylward ha citato il tema della politica agricola comune. La Presidenza britannica non è mai stata contraria a dibattere tale politica, ma vorrei ricordare, se mi è consentito, che esistono forse altre sedi di discussione in cui si potrebbero affrontare in maniera più appropriata le problematiche generali evocate nel suo intervento.

Analogamente, l’onorevole Romagnoli ha citato una serie di temi affascinanti, compresa la politica estera degli Stati Uniti. Purtroppo, però, visto che ho cinque minuti per concludere il dibattito, non è probabilmente questo il momento più opportuno per approfondire tali temi specifici.

L’onorevole Konrad ha affrontato la questione della capacità di raffinazione. Lo rimando alle mie osservazioni introduttive e a quelle appena espresse.

L’onorevole Paasilinna ha sollevato l’importante tema del rapporto con la Russia. Anche in questo caso, vorrei gentilmente ricordargli che, nelle mie osservazioni introduttive, ho rilevato l’esistenza di un dialogo in materia di energia – elemento sul quale forse tornerà il Commissario – e che, durante la nostra Presidenza, tra Russia e Unione europea è in corso un dialogo continuo, non solo sulle problematiche energetiche, ma su un’ampia serie di temi.

L’onorevole Fraga Estévez ha citato problemi più vasti e importanti relativi alla politica della pesca e vorrei a questo riguardo ribadire quanto detto in relazione alla politica agricola comune. Sono assolutamente consapevole dell’onere che grava sulle comunità dedite alla pesca in ragione dell’attuale aumento dei prezzi del petrolio, ma vi sono molti altri forum in cui può sicuramente svolgersi uno scambio più completo e più franco sul futuro della politica comune della pesca.

L’onorevole Rothe ha evocato la direttiva sull’energia e sull’efficienza e anche in questo caso spero di avere già affrontato debitamente l’argomento durante le mie osservazioni. L’onorevole Rübig ha esposto una serie di osservazioni in relazione alle nuove opportunità ricordate. Ammetto, anzi, sono orgoglioso di comunicare che nel settore automobilistico, per esempio, sono gli stessi mercati a fornire soluzioni, come lo sviluppo delle auto ibride, che stanno conquistando una quota di mercato sempre maggiore in molti paesi europei.

L’onorevole Myller ha perorato con convinzione la causa delle tecnologie rinnovabili e di una in particolare cui sono molto favorevole. L’onorevole Hudacký ha ricordato il tema dell’energia nucleare. Vorrei dire chiaramente e con rispetto che il modo in cui un paese soddisfa il proprio fabbisogno energetico e stabilisce il ruolo dell’energia nucleare nella soluzione individuata sono in ultima analisi decisioni che spettano a ogni singolo Stato membro. L’energia nucleare è sicuramente un’opzione di cui i paesi possono tenere conto, ma se vogliamo considerarla specificatamente un’alternativa al petrolio, non dovremmo di certo perdere di vista la concentrazione della domanda di petrolio nel settore dei trasporti di cui abbiamo tanto sentito parlare nei nostri dibattiti odierni.

L’onorevole De Vits ha sollevato la più ampia problematica del livello delle imposte di consumo sui carburanti. Vari deputati si sono chiesti se una soluzione che vada a toccare i livelli delle imposte di consumo sui carburanti possa effettivamente contribuire ad alleggerire l’onere dell’aumento dei prezzi del petrolio che grava attualmente sugli Stati membri. Torno al recente Consiglio informale ECOFIN, durante il quale è stato deciso che gli Stati membri devono evitare interventi fiscali e altri interventi politici con effetti distorsivi che impediscono i necessari adeguamenti. In particolare, i ministri hanno confermato che, laddove siano adottate misure mirate a breve termine, tese ad alleviare l’impatto dell’aumento dei prezzi petroliferi sui segmenti più poveri della popolazione, tali misure non devono comunque produrre effetti distorsivi.

L’onorevole Sánchez Presedo e l’onorevole Liese si sono pronunciati a favore delle energie rinnovabili e ho già detto che condivido in buona parte queste osservazioni. L’onorevole Olajos ha detto che il problema che abbiamo discusso durante l’ultima ora e mezza ha una portata mondiale. Direi, con rispetto parlando, che sicuramente è vero, ma che lo è anche il rimedio che dobbiamo trovare.

L’onorevole Belet ha rivolto una serie di quesiti alla Commissione e lascerò che sia il Commissario a rispondere. Infine l’onorevole Strejček, a conclusione del dibattito di oggi, ha espresso osservazioni che, a suo dire, potrebbero essere considerate un’eresia. Lascerò ad altri il compito di giudicare se le sue osservazioni possano essere così descritte. Da parte mia mi limito a dire che, se davvero sta chiedendo che si tenga una chiara e opportuna discussione a livello internazionale di alcuni dei temi che abbiamo toccato oggi, allora desidero richiamare la sua attenzione sulla priorità che la Presidenza britannica e il governo britannico hanno attribuito al tema del cambiamento climatico durante la presidenza del G8 quest’anno. Credo che sia stata una decisione coraggiosa e di principio dire che, unitamente allo sviluppo internazionale, in Africa in particolare, il cambiamento climatico sarebbe stato l’obiettivo specifico della riunione di Gleneagles tra il 6 e l’8 luglio.

Come è chiaramente emerso da tutto il dibattito, si tratta di un problema fondamentale non solo per l’Europa, ma per l’economia mondiale, un problema che richiede un’azione internazionale basata sulla cooperazione. La crescita economica sostenibile dipende dall’accesso a forniture di energia sicure ed economicamente abbordabili. Come spero di aver spiegato chiaramente nella mia dichiarazione introduttiva, la chiave per migliorare il funzionamento dei mercati petroliferi è rappresentata da condizioni più propizie agli investimenti, da una maggiore trasparenza del mercato e, in particolare, da dati più affidabili, da una migliore efficienza energetica e dallo sviluppo di tecnologie alternative.

I paesi consumatori e i paesi produttori e le organizzazioni internazionali stanno già lavorando attivamente in questi settori, e l’Unione europea in particolare sta svolgendo un ruolo costruttivo e prezioso. Insieme i nostri sforzi possono aiutare il mercato ad adattarsi all’aumento della domanda che abbiamo registrato, consentendogli di affrontare con maggiore efficacia le crisi future, che hanno ripercussioni sia sulla domanda che sull’offerta.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS
Vicepresidente

 
  
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  Andris Piebalgs, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare il Parlamento europeo per il suo profondo interesse e le sue attività sui temi dell’energia sostenibile, nell’ambito dei quali dovremmo affrontare tutti i problemi – sicurezza di approvvigionamento, competitività e sfide ambientali – allo stesso tempo. Prevedo che in futuro si terranno altri dibattiti in materia.

Desidero inoltre ringraziare la commissione per l’industria, la ricerca e l’energia e il suo presidente, onorevole Chichester, per averci offerto oggi la possibilità di discutere in modo dettagliato con i membri della commissione alcuni dei temi emersi in plenaria. Per questo motivo, non mi soffermerò su ogni singola proposta, ma concentrerò le mie osservazioni su alcuni punti specifici.

In merito alle proposte legislative, suppongo che ci siano buone probabilità di pervenire a un valido compromesso per la direttiva concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici. Nella situazione attuale, tale direttiva diventa ancora più necessaria. In novembre, la Commissione approverà un piano d’azione per la biomassa. Il passo successivo potrebbe essere una proposta legislativa per l’uso della biomassa a fini di riscaldamento e raffreddamento. Si tratta di misure a breve termine che potrebbero essere adottate.

Allo stesso tempo, condivido l’affermazione secondo cui non possono esistere soluzioni miracolose. Significa davvero cambiare atteggiamento mentale e adottare un approccio sistematico, non solo da parte della Commissione, ma anche del Consiglio. Immagino che durante le riunioni del Consiglio la situazione dell’energia sarà discussa in maggior dettaglio. Il Consiglio ha già affrontato la questione della pesca. Anche altri Consigli si occupano di temi correlati alla nuova situazione dell’approvvigionamento e dell’energia.

In tutti i casi, la risposta dell’Europa dipende moltissimo dagli investimenti in ricerca e sviluppo. E’ la via giusta per andare avanti. Saranno i massimali finanziari del settimo programma quadro a determinare, in larga misura, la rapidità della nostra reazione. Spero che, entro la data dell’adozione del settimo programma quadro, ci siano le risorse finanziarie sufficienti per fare fronte a necessità critiche in alcuni settori particolari, per affrontare i temi di cui abbiamo discusso oggi.

Accolgo con favore la proposta di risoluzione che adotterete domani. E’ una risoluzione molto forte, ambiziosa e realistica. La Commissione porterà avanti le attività nei cinque settori, ma non solo in questi. Saranno necessari un approccio sistematico, pazienza e coerenza per realizzare i risultati che i cittadini europei si aspettano da noi.

 
  
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  Presidente. – Comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento sul petrolio(1).

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 29 settembre 2005, alle 12.00.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) Il recente andamento dei prezzi del petrolio ha portato il problema dell’elevato livello dei prezzi petroliferi ai primi posti dell’ordine del giorno, in ragione dei gravi problemi che tale aumento ha causato in termini di crescita economica e di occupazione, in un momento in cui l’economia dell’Unione europea sta praticamente per arrestarsi.

Come ha recentemente detto il professor Michael T. Klare, l’era del petrolio facile è finita. Il tramonto dell’era del petrolio è sempre più visibile nella politicizzazione della politica petrolifera e nell’uso ripetuto della forza militare per conquistare il controllo delle forniture disponibili. Non mancano gli esempi e la guerra in Iraq è uno dei più evidenti.

Riteniamo che sia fondamentale che il tema della valutazione delle risorse e le iniziative di prospezione e sviluppo degli idrocarburi sia a livello europeo che a livello mondiale siano oggetto di un ampio dibattito. Un’azione positiva potrebbe essere l’organizzazione di una conferenza sotto l’egida delle Nazioni Unite, in modo da garantire un approccio mondiale in vista della riduzione del consumo di petrolio.

Dobbiamo prepararci per il futuro investendo nella ricerca, per individuare possibilità di riduzione del consumo di petrolio in termini di PIL. Inoltre, dobbiamo investire nelle fonti energetiche alternative e in un uso più efficiente dell’energia, uno dei problemi strutturali più gravi ai quali sono confrontati molti paesi, compreso il Portogallo. Le prossime prospettive finanziarie devono attribuire a questo tema l’importanza che merita e stanziare fondi per l’energia rinnovabile.

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


24. Riforma delle Nazioni Unite e obiettivi del Millennio per lo sviluppo
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla riforma delle Nazioni Unite e obiettivi del Millennio per lo sviluppo.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. (EN) Signor Presidente, due settimane or sono, al Vertice mondiale del 2005, i nostri capi di Stato e di governo si sono riuniti per decidere in quale modo, la comunità internazionale, tramite le Nazioni Unite, debba affrontare i problemi più pressanti per il mondo: le sfide interrelate dello sviluppo, della sicurezza e dei diritti umani.

Le decisioni che essi hanno adottato dopo due anni di dibattito e consultazioni, inseriti nel cosiddetto documento finale, determinano l’agenda delle Nazioni Unite per gli anni a venire. Le sfide alla sicurezza e alla prosperità mondiali sono state illustrate in modo netto e completo dal gruppo ad alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, sulle minacce, le sfide e il cambiamento, dal professor Jeffrey Sachs, responsabile del progetto “Millennio” delle Nazioni Unite e dallo stesso Kofi Annan nel suo rapporto In Larger Freedom. Tutti hanno convenuto che, finché non adotteremo un’iniziativa urgente per affrontare povertà, malattie, degrado ambientale e ingiustizia sociale, non saremo in grado di prevenire o risolvere i conflitti, né di costruire la pace, e senza pace e sicurezza non può esservi sviluppo. Nessuna delle due cose è possibile se manca il rispetto per i diritti umani.

Come gli onorevoli deputati sanno, questi concetti non sono nuovi. Le Nazioni Unite, infatti, sono state create sessant’anni fa per costruire la pace e la sicurezza in tutto il mondo. Ma il mondo, sessant’anni dopo, è molto cambiato. I paesi sono più che mai collegati gli uni agli altri tramite la tecnologia e le comunicazioni. Ciò significa altresì che l’impatto dei conflitti e delle catastrofi ha una portata sempre più globale. Noi tutti, perciò, abbiamo un enorme interesse a lavorare insieme per garantire la pace e promuovere la prosperità.

Mi rendo conto che alcuni sono rimasti delusi e frustrati dai risultati del Vertice mondiale. Molti hanno ritenuto che gli impegni non siano sufficienti. Raggiungere un consenso tra 191 nazioni non poteva essere impresa facile, lo sappiamo fin troppo bene noi, sulla scorta della nostra esperienza a venticinque.

Pertanto dovremmo sentirci incoraggiati per il fatto che gli impegni di ampio respiro formulati dai leader del G8 a luglio per aumentare l’aiuto, ridurre il debito ed espandere il commercio siano stati sostanzialmente salvaguardati al Vertice delle Nazioni Unite. Per dirla con le parole del Segretario generale Kofi Annan: “Nel complesso il documento [del Vertice ONU] è comunque un’espressione notevole dell’unità mondiale su una vasta gamma di problematiche”.

Il nostro compito, ora, è garantire che gli accordi siano applicati. Come ha affermato a New York il mio Primo Ministro, Tony Blair, se cominciamo subito ad attuare gli accordi sul raddoppio dell’aiuto, l’apertura del commercio e la definizione di regole per il commercio equo, l’alleggerimento del debito, l’HIV/AIDS e la malaria, la prevenzione dei conflitti e l’interruzione dei genocidi, avremo più democrazia, meno oppressione, più libertà, meno terrorismo, più crescita, meno povertà.

Sono fiero che l’Unione europea abbia guidato gli sforzi tesi a raggiungere un consenso su tutte le questioni in discussione. Avevamo molte priorità per il Vertice comprese nei cosiddetti quattro blocchi relativi a sviluppo, pace e sicurezza collettiva, diritti umani e Stato di diritto, e infine rafforzamento delle Nazioni Unite.

Ritengo che le conclusioni raggiunte al Vertice ci instradino su una buona pista che ci condurrà a progredire in tutti questi settori, se conserveremo lo slancio e agiremo in fretta. L’interesse e l’impegno dimostrati dagli onorevoli parlamentari per ottenere miglioramenti in questi ambiti sono davvero ammirevoli e si sono palesati nella competenza della delegazione del Parlamento europeo che ha partecipato al Vertice, guidata dai copresidenti, onorevoli Deva e Rocard.

Il Vertice ha cementato gli impegni fermi e univoci dei paesi donatori e dei paesi in via di sviluppo in merito a quanto è necessario per raggiungere gli Obiettivi del Millennio. Esso ha rafforzato il partenariato tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo avviato a Monterrey e ha consolidato tutti i risultati finora conseguiti quest’anno. Il Vertice ha esteso ai 191 paesi gli impegni assunti a luglio a Gleneagles, in particolare la necessità di accelerare i progressi verso gli Obiettivi del Millennio per l’Africa e di progredire ulteriormente a livello internazionale in materia di cambiamento climatico. Come indica chiaramente il documento finale, il Vertice ha concordato che lo sviluppo deve essere sostenibile e tenere conto dell’impatto sull’ambiente globale.

Sotto la Presidenza britannica, il Consiglio europeo ha continuato a premere per moltiplicare le iniziative internazionali volte a incrementare l’aiuto allo sviluppo nella lotta contro la povertà e l’indigenza. L’Unione europea è già di gran lunga il maggior donatore di aiuto a livello mondiale: l’80 per cento dei 5 miliardi di dollari supplementari impegnati al Vertice del G8 a Gleneagles proverrà dall’Europa.

Abbiamo inoltre assunto lo storico impegno di raddoppiare l’aiuto per l’Africa entro il 2010. Abbiamo mirato gli importanti accordi conclusi quest’anno all’obiettivo della riduzione del debito e all’avvio di programmi globali di immunizzazione contro le malattie nei paesi più poveri.

Ovviamente sono stati criticati i progressi insufficienti in materia di commercio raggiunti al Vertice di luglio. Tuttavia, sarà soltanto con il Round dello sviluppo di Doha che la comunità internazionale potrà e dovrà garantire benefici reali per i paesi poveri, abolendo le sovvenzioni alle esportazioni e riducendo tutte le barriere al commercio, incluse le sovvenzioni interne che distorcono il commercio. Lavoreremo con la massima determinazione per fare in modo che i responsabili politici si concentrino sul conseguimento di risultati alla riunione ministeriale dell’OMC a Hong Kong in dicembre e soprattutto sulle problematiche indicate prima della riunione ministeriale di Hong Kong a dicembre.

Come ha affermato il mio Primo Ministro, se l’incontro di dicembre sarà un fallimento, l’eco si diffonderà in tutto il mondo. Per compiere progressi in termini di sviluppo abbiamo bisogno di pace e di sicurezza. Come ha scritto Kofi Annan nel suo documento In Larger Freedom: “Non vi sarà sviluppo senza sicurezza, né sicurezza senza sviluppo, e non vi sarà nessuna delle due cose senza rispetto per i diritti umani”.

Il Vertice ha deciso di istituire una nuova commissione per il consolidamento della pace, che riunirà i paesi membri delle Nazioni Unite, le agenzie ONU e le istituzioni finanziarie internazionali, allo scopo di colmare una lacuna critica nella capacità dell’ONU di aiutare i paesi che emergono dai conflitti ad effettuare la vitale transizione verso la stabilità a lungo termine e a evitare di ricadere nella guerra. In qualità di deputati di questo Parlamento sapete che l’Unione europea si è impegnata a rispettare la scadenza decisa al Vertice affinché tale commissione sia costituita entro la fine dell’anno.

Il documento del Vertice avrebbe potuto essere più esaustivo rispetto al terrorismo. La forte condanna del terrorismo “in ogni sua forma e manifestazione” è stata senza dubbio una dichiarazione politica gradita. A questo punto, però, dobbiamo lavorare per dare corpo alla promessa di concludere la convenzione completa sul terrorismo entro il settembre 2006. Ciò significa trovare un accordo sulla definizione giuridica di atto terroristico, cosa che sta a cuore di tutti i nostri governi. Nonostante il Vertice non sia riuscito a concludere un accordo sulle misure di non proliferazione e disarmo, posso assicurare al Parlamento che continueremo a lavorare per portare avanti l’agenda su queste importanti tematiche.

Assicurare il rispetto dei diritti umani è il fulcro della missione delle Nazioni Unite. Per tale motivo sosteniamo incondizionatamente la creazione di un nuovo consiglio per i diritti umani che sostituisca la chiacchierata commissione per i diritti umani. E’ necessario raggiungere al più presto un accordo sulle dimensioni, sul mandato e sulla composizione del consiglio, affinché questo possa cominciare a lavorare, e per fare in modo che i diritti umani ancora una volta siano il nucleo delle attività dell’ONU.

Forse la decisione più significativa emersa dal Vertice è l’accordo sulla “responsabilità di proteggere”, un impegno politico secondo cui la comunità internazionale ha il dovere di intervenire, quando gli Stati non possono o non vogliono proteggere la propria popolazione dalle peggiori atrocità: genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Si tratta di un riconoscimento importante del fatto che nel mondo d’oggi non possiamo esimerci dall’intervenire quando popoli vulnerabili sono esposti a simili terribili atrocità.

Dobbiamo anche lavorare per rafforzare il Segretariato delle Nazioni Unite, per renderlo un organo più efficace e più efficiente. Dovremmo iniziare incoraggiando Kofi Annan ad avvalersi dei poteri esecutivi di cui già dispone per cambiare l’organizzazione dall’interno. Anche sui paesi membri grava tuttavia una responsabilità centrale: garantire che la struttura e le risorse delle Nazioni Unite siano commisurate alle sfide odierne e future. Il Consiglio europeo ha accolto con favore la riforma dei principali organi dell’ONU, inclusa l’Assemblea generale, il Consiglio economico e sociale, e il Consiglio di sicurezza. Per essere efficace l’ONU deve lavorare collettivamente con tutti i suoi membri. Ciò significa guadagnarsi il loro sostegno. Le organizzazioni dell’ONU, pertanto, devono essere rappresentative, aperte ed efficienti.

Continueremo a lavorare per migliorare l’efficacia dell’Assemblea generale e soprattutto dell’ECOSOC. Accogliamo con particolare favore il mandato conferito al Segretario generale sulla riforma a più lungo termine delle organizzazioni delle Nazioni Unite competenti per lo sviluppo, l’assistenza umanitaria e l’ambiente, affinché il loro lavoro sia meglio gestito e coordinato.

Per esseri efficaci, le Nazioni Unite devono disporre delle risorse di cui hanno bisogno, ma non possono permettersi di sperperare fondi in inefficienza o replicando iniziative già svolte altrove. L’Unione europea appoggia pienamente il vecchio principio della disciplina di bilancio. Pertanto stiamo cercando di adottare un bilancio per il prossimo esercizio finanziario che consenta al Segretario generale e alle Nazioni Unite di realizzare ciò che i membri chiedono e si aspettano, anche ai sensi dei nuovi mandati concordati al Vertice di New York.

La chiave per il successo del Vertice del 2005 sulla revisione del Millennio e del programma di riforma dell’ONU in generale è ovviamente la realizzazione pratica. Alcune delle proposte saranno vagliate dal Comitato dell’Assemblea generale, che è riunito in sessione fino alla fine dell’anno. Altre saranno portate avanti separatamente. L’Unione europea ancora una volta sarà in prima linea in tale processo. In qualità di paesi membri delle Nazioni Unite, ora abbiamo la responsabilità di fare in modo che alle parole seguano i fatti.

(Applausi)

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, sono stata orgogliosa di partecipare al Vertice del Millennio e alla settimana ministeriale che n’è seguita. Si è trattato del più grande incontro in assoluto dei leader mondiali e spero che sia foriero di una nuova era di cooperazione internazionale. A prescindere da tutte le critiche – che io stessa ho formulato – dobbiamo chiaramente affermare che le Nazioni Unite costituiscono il fondamento del moderno ordine mondiale.

Come il Ministro ha già indicato, il risultato è variegato, ma il bicchiere è mezzo pieno e non mezzo vuoto. L’Unione europea è stata molto ambiziosa e ha assunto la guida, unitamente al Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Jean Ping. Alla fine, non siamo riusciti ad ottenere tutto ciò che volevamo, il che è normale in un incontro multilaterale: si nutrono ambizioni elevate, ma poi bisogna cedere al compromesso.

Ciò premesso, abbiamo conseguito una serie di successi molto importanti e su altre questioni siamo rimasti delusi. Quali sono stati i risultati ottenuti? Per la Commissione è degno di nota che gli Obiettivi di sviluppo del Millennio siano consacrati nella Dichiarazione del Millennio. Ciò è stato possibile grazie al collega, il Commissario Michel. Sono lieta di affermare che l’Unione europea ha dato il buon esempio con lo 0,56 per cento fino al 2010 e lo 0,7 per cento fino al 2015. Ciò ha dimostrato che altri colleghi, in particolare i paesi in via di sviluppo, ne erano immensamente soddisfatti. E’ la prima volta che si è ottenuto, in una sede intergovernativa, di riconfermare il riconoscimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio come quadro galvanizzante per gli sforzi in tema di sviluppo.

Il secondo prezioso risultato è l’avallo del principio della responsabilità di proteggere le popolazioni dalle atrocità. Questo è un successo d’enorme peso perché ridefinisce il concetto di sovranità in positivo, ponendo gli esseri umani al centro delle preoccupazioni in materia di sicurezza. Ciò dovrebbe rafforzare la credibilità della comunità internazionale e gli strumenti di cui le Nazioni Unite dispongono per intervenire in presenza di genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Vengo da un paese vicino ai Balcani e ricordo l’intervento in Kosovo. Tale intervento, in qualche modo, ha innescato questo nuovo sviluppo nel diritto internazionale e, per la prima volta, questa consacrazione degli obiettivi di sviluppo.

Il terzo successo è la commissione per il consolidamento della pace, un importante risultato concreto che dovrebbe rendere più efficace e coordinata la risposta della comunità internazionale alle esigenze dei paesi che si trovano a gestire le conseguenze dei conflitti. La Commissione europea si occupa di tutti questi fattori, dagli sforzi umanitari all’impegno per la ricostruzione e lo sviluppo delle istituzioni, al commercio e alle questioni connesse alla democrazia e ai diritti umani; dalle missioni militari di mantenimento della pace alle missioni di osservazione delle elezioni. Tutte tali iniziative saranno d’ora in poi coordinate in seno alla commissione per il consolidamento della pace e, pertanto, riteniamo che la Commissione europea debba avere un posto al tavolo.

Vi sono altri aspetti sui quali mi sono sentita personalmente delusa. Il primo riguarda il consiglio per i diritti umani. Si è trattato di un cambio di nome più che di un risultato concreto, ma quanto meno il principio è stato accolto e speriamo che si possa lavorare insieme per migliorare e rendere più cruciale la nuova architettura relativa ai diritti umani, di concerto con il nuovo Presidente dell’Assemblea generale, Jan Eliasson. E’ importante disporre di un’istituzione permanente forte e credibile, di cui facciano parte i paesi membri che vantano una storia lodevole in materia di rispetto dei diritti umani.

D’altro canto sono stati compiuti alcuni passi positivi sui diritti umani, quali il raddoppio del bilancio per l’Alto rappresentante speciale per i diritti umani, scelta che apre la possibilità di un’azione diretta in questo campo. Prendo atto, altresì, con incoraggiamento che l’esito del Vertice include una risoluzione per “rafforzare i meccanismi delle Nazioni Unite in materia di diritti umani, allo scopo di garantire l’effettivo godimento dei diritti umani da parte di tutti”.

Un altro elemento negativo è l’intera questione del disarmo. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, lo ha descritto né più né meno come un disonore. Chiaramente dobbiamo continuare a lavorare su quest’argomento tanto importante.

Vi sono due altre questioni, una delle quali è l’ambiente. La sostenibilità ambientale è strumentale alla nostra lotta contro la povertà, alla stabilizzazione e all’aumento della sicurezza. Soprattutto ora, con lo tsunami, gli uragani “Katrina” e “Rita” e le inondazioni nell’Unione europea, una vera e propria organizzazione ambientale delle Nazioni Unite sarebbe stata la risposta giusta da parte della comunità internazionale.

Infine, una parola sulle riforme della gestione delle Nazioni Unite. Penso sia molto importante che il Segretario generale non soltanto abbia l’obbligo di rendere conto e la responsabilità, ma riceva anche l’autorità di guidare tale riforma e sia in grado di attuarla.

(Applausi)

 
  
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  Francisco José Millán Mon, a nome del gruppo PPE-DE.(ES) Signor Presidente, concordo con la signora Commissario Ferrero-Waldner che il Vertice di New York ha prodotto un risultato diversificato ed eterogeneo, nel quale compaiono elementi positivi e negativi.

In ogni caso, provo una certa sensazione di sollievo di fronte al documento finale del Vertice, in quanto ricordo distintamente che, due anni fa, la comunità internazionale era molto divisa e le Nazioni Unite attraversavano una fase di stallo. Inoltre, ancora solo qualche ora prima dell’apertura del Vertice, sembrava che sarebbe stato difficile ottenere un documento finale che contenesse qualcosa di più che non semplici punti generali.

Fortunatamente è stato possibile un accordo su un documento che comprende alcune rilevanti conquiste, ma anche lacune e insuccessi.

Al pari della signora Commissario desidero porre in rilievo che, ad esempio, il Vertice ha ottenuto un’importante riconferma degli Obiettivi di sviluppo del Millennio.

Con riferimento alla sicurezza, la mia diagnosi coincide: è deplorevole il risultato nullo in materia di non proliferazione e disarmo.

Quanto alla lotta al terrorismo, tema assai importante, credo che i progressi siano alquanto scarsi. Non è stato possibile nemmeno redigere una definizione de minimis di “atto terroristico” condivisibile da tutta la comunità internazionale. Com’è già stato ricordato, l’aspetto positivo, invece, è l’istituzione della Commissione per il consolidamento della pace.

Nell’ambito della riforma delle Nazioni Unite, credo che nessuno sia sorpreso del fallimento della riforma del Consiglio di sicurezza. Nella comunità internazionale esistono divisioni profonde, e all’apparenza insuperabili, a tale riguardo. L’Unione europea non ha una posizione comune. L’unica cosa che mi preme sottolineare in questo contesto è che la maggioranza del Parlamento, nella risoluzione del giugno scorso, si è pronunciata a favore di un seggio per l’Unione europea.

In un altro ambito di vasta portata, quale i diritti umani, sono soddisfatta per quanto riguarda il riconoscimento del diritto e dovere di proteggere che grava sulla comunità internazionale in caso di genocidio, così come prima di me hanno fatto il rappresentante del Consiglio e la signora Commissaria. Tuttavia, nel medesimo ambito dei diritti umani, purtroppo, si è soltanto adottata la decisione di creare il consiglio per i diritti umani, senza alcuna ulteriore precisazione. Pertanto, temo molto che i negoziati per definire il mandato di tale consiglio, i suoi membri e la formula per eleggerli subiscano forti ritardi.

Riassumendo, credo che rimanga molto da fare, ma il fatto certo è che dopo il Vertice – e termino, signor Presidente – esiste una base sulla quale continuare a costruire. La celebrazione del sessantesimo anniversario della creazione delle Nazioni Unite era un’ottima occasione per raggruppare la comunità internazionale e allinearla alle sfide del nuovo secolo.

Spero che i passi compiuti possano tradursi in progressi nel corso di quest’anno tanto decisivo.

 
  
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  Glenys Kinnock, a nome del gruppo PSE.(EN) Signor Presidente, desidero innanzi tutto dare il benvenuto in questo dibattito al Presidente in carica del Consiglio, che – lo so perfettamente – è a sua volta un convinto internazionalista. Ringrazio la signora Commissario per il sostegno che ha offerto alla nostra delegazione che ha partecipato al Vertice di New York.

Come voi tutti avete indicato, le ONG e altri sono stati alquanto critici rispetto al documento finale del Vertice. Tuttavia, come voi, anch’io sarei per un approccio più misurato al momento che esprimere una valutazione e concordo con la formula del bicchiere mezzo pieno. Sono altresì convinta che esagerare le accuse di fallimento non contribuirà a creare i giusti incentivi perché i politici si assumano i propri rischi e agiscano.

Nel documento finale sono contenuti impegni forti su come perseguire gli OSM entro il 2015. Tuttavia, una delle cose di cui mi rammarico è che l’obiettivo globale 8 non sia sufficientemente consistente da garantire che paesi come la Nuova Zelanda, l’Australia, il Canada o l’Italia non possano cavarsela, e da mantenere la pressione su di essi affinché si comportino come l’Unione europea. Le promesse dello 0,7 per cento non bastano e quindi abbiamo bisogno di vedere azioni concrete da parte di questi e di altri paesi.

Sono altrettanto lieta – e immagino che lo stesso valga per il Presidente in carica – che il documento contenga un forte riferimento alla necessità di trovare fonti finanziarie innovative per realizzare gli OSM.

Credo altresì che l’avallo dato dal Presidente Bush agli OSM rappresenti un progresso significativo, forse il maggiore della settimana. Forse è l’interesse proprio a spingere gli Stati Uniti verso quel multilateralismo che, secondo molti di noi, non sono pronti ad abbracciare.

Mi preme anche dare atto che nel documento finale si stabilisce un chiarissimo nesso tra sicurezza, sviluppo e risoluzione dei conflitti nelle misure che si adottano. Il documento individua con altrettanta chiarezza le responsabilità dei paesi in via di sviluppo e sviluppati. La dichiarazione dell’UE in materia di politica di sviluppo, adesso, è il veicolo adeguato per procedere e dimostrare che siamo fermamente convinti della necessità di ricostruire, in Europa e altrove, quel forte senso di unità, finalità e azione. Il documento è molto energico anche in merito alla governance e allo Stato di diritto, aspetti importantissimi del nostro lavoro con i paesi in via di sviluppo.

Avete citato la Commissione per il consolidamento della pace – che è molto importante – e i temi del rafforzamento, del mantenimento e della costruzione della pace. Mi dispiace che il consiglio per i diritti umani ora farà capo all’Assemblea generale, dove sarà oggetto di diverbi e contrattazioni di bassa lega. Pertanto, ancora una volta, l’Unione europea ha un ruolo da svolgere per spingere nella giusta direzione.

Soprattutto accolgo con favore il fatto che adesso esista la responsabilità collettiva di proteggere i civili dal genocidio, dai crimini di guerra, dalla pulizia etnica e da tutti i crimini contro l’umanità. Ora attendiamo con ansia la prova che in futuro le Nazioni Unite saranno in grado di evitare i fallimenti che abbiamo visto compiersi tragicamente in Bosnia e Ruanda.

Quanto ai temi relativi alla riforma, ci spiace che il Segretario generale continuerà ad essere “microgestito” dai paesi membri delle Nazioni Unite.

La delusione maggiore è l’incapacità di affrontare il tema della proliferazione delle armi nucleari. Ciò significa che ora abbiamo un vuoto enorme nei nostri accordi internazionali e che l’Unione europea dovrà nuovamente usare pressioni per far avanzare questa problematica.

Infine, desidero fare riferimento all’emendamento presentato dal gruppo socialista al Parlamento europeo relativo ai diritti sulla salute sessuale e riproduttiva. E’ una posizione importante da assumere se vogliamo realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Si tratta del fondamento stesso di tutti questi obiettivi, in particolare riguardo all’HIV/AIDS e alla mortalità materna e infantile. Confido che il Parlamento reintegrerà questo punto nel testo e che c’impegneremo su questo aspetto importante come abbiamo fatto quando è stata votata la mia relazione sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Il Parlamento dovrebbe poi sostenere la legittimità internazionale delle Nazioni Unite. Nel 1945 la posta in gioco era elevata per i politici, anche oggi lo è, ma i motivi per andare avanti sono altrettanto forti di allora.

 
  
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  Alexander Lambsdorff, a nome del gruppo ALDE.(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi europei siamo d’accordo che il mondo ha bisogno delle Nazioni Unite, anzi di Nazioni Unite forti.

Raramente nei suoi sessant’anni di storia l’ONU è stata tanto al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, raramente le riforme sono state tanto importanti e tanto necessarie quanto quest’anno.

I risultati ottenuti nel documento finale non sono soddisfacenti. Tuttavia, il mio gruppo, l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, è dell’opinione che il progresso compiuto vada riconosciuto e gli obiettivi che non sono stati raggiunti debbano invece essere discussi in modo ancora più intenso di prima.

Il bicchiere è mezzo pieno. L’UE ora ha il compito di contribuire a far sì che venga completamente riempito. Il Parlamento europeo, in particolare, deve considerare il risultato del Vertice come un’opportunità. Noi riteniamo il Parlamento uno degli architetti del continuo processo di riforma. Noi parlamentari abbiamo la chiave per garantire e rafforzare l’accettazione dell’ONU presso l’opinione pubblica, per far avanzare con successo la democratizzazione dell’Organizzazione e soprattutto per far sì che milioni di persone ottengano l’accesso all’alimentazione, all’acqua pulita e a servizi sanitari migliori.

Gli Obiettivi di sviluppo del Millennio devono essere conseguiti. Il progresso dei paesi membri non è soddisfacente. Il documento finale del Vertice non contiene un calendario preciso che vincoli gli Stati ai loro obblighi. Ciò è motivo di delusione. D’altro canto, come ha ricordato la collega, onorevole Kinnock, il fatto che gli Stati Uniti abbiano riconosciuto gli Obiettivi del Millennio con una chiarezza inaspettata è uno sviluppo assai positivo sul quale dobbiamo costruire. Penso, che dovremmo prendere gli amici americani sulla parola.

Il mio gruppo valuta molto positivamente la costituzione di una commissione per il consolidamento della pace. Questa decisione aumenterà il profilo dell’ONU nelle regioni di crisi. Il compito dell’UE deve essere quello di offrire un valido contributo all’istituzione e al metodo di lavoro di tale commissione. L’UE è uno dei maggiori promotori della pace a livello mondiale, in quanto donatore, fornitore di assistenza e forza politica. Peraltro, è necessario che tale realtà acquisti maggiore visibilità di quanto sia il caso all’interno del sistema ONU. Ci rallegriamo di essere tanto d’accordo con lei su questo punto, signora Commissario.

Un primo passo, sul quale mi piacerebbe sentire l’opinione del Consiglio e della Commissione, sarebbe l’integrazione delle rappresentanze del Consiglio e della Commissione a New York e nelle altre sedi ONU.

Un’altra missione importante, secondo il gruppo dell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, è la promozione della democratizzazione. L’istituzione di un Fondo per la democrazia è un passo apprezzabile nella giusta direzione; altre misure potrebbero essere la creazione di un “caucus per la democrazia”, cioè un comitato ad alto livello in seno all’Assemblea generale. Si potrebbe anche riflettere sull’ipotesi di un’Assemblea parlamentare.

E’ chiaro che la riforma dell’ONU non è completa e pertanto dovrà essere proseguita con coerenza. Ciò vale in particolare per il Consiglio di sicurezza. Le proposte di Kofi Annan sono note. Ora spetta all’Assemblea generale adottarne una entro la fine dell’anno. Oltre a ciò, al Parlamento europeo continuiamo a difendere l’idea di un seggio permanente per l’Unione europea, non appena vi siano i presupposti politici, giuridici e costituzionali. Lo ripetiamo ancora una volta nella nostra risoluzione, che sarà posta in votazione domani.

Non possiamo permetterci di relegare le Nazioni Unite ad un ruolo di secondo piano. L’ONU deve essere in prima fila poiché solo quest’organizzazione ha la possibilità di gestire le sfide del nostro tempo con un approccio multilaterale e globale. Il Parlamento europeo deve sostenerla in questo senso, perché abbiamo bisogno di Nazioni Unite forti. Per il resto ritengo che questa discussione avrebbe dovuto tenersi a Bruxelles e non a Strasburgo.

 
  
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  Frithjof Schmidt, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, signora Commissario, signor Ministro, onorevoli colleghi, occorre dirlo a chiare lettere: le Nazioni Unite hanno sprecato una storica occasione per realizzare una riforma sistematica. Il risultato è deludente e il buon lavoro di preparazione di Kofi Annan non si è tradotto in un successo concreto.

La riforma è fallita in quattro settori chiave. Il Consiglio di sicurezza non sarà riformato nel senso di una vera rappresentanza regionale. Manca un progetto in materia di disarmo e non proliferazione delle armi di distruzione di massa. I piani per istituire un’Organizzazione mondiale per l’ambiente si sono arenati. Aggiungo che proprio a fronte delle sfide della politica climatica ambientale quest’omissione è particolarmente grave. Non disponiamo a questo riguardo di un vero strumento per la politica delle Nazioni Unite. Non è stato neanche possibile promuovere l’ulteriore sviluppo del Consiglio economico e sociale, nonostante le enormi sfide che dobbiamo affrontare proprio nell’ambito della politica dello sviluppo. Pertanto oggi è vero affermare che la fine di una riforma è l’inizio della riforma successiva.

Naturalmente vi sono anche progressi ai quali possiamo fare riferimento come punto di partenza. E’ positivo che sia istituito un consiglio per i diritti umani, anche se la sua composizione non è ancora chiara. E’ una buona cosa che siano raddoppiate le risorse per l’Alto commissario per i diritti umani. Un altro sviluppo positivo è che ci sarà una commissione per il consolidamento della pace. E’ una buona cosa che siano stati riaffermati gli Obiettivi di sviluppo per il Millennio e che siano stati creati diversi programmi d’azione e fondi di solidarietà.

Da tale contesto emerge una sfida concreta per l’Unione europea e per questo motivo vorrei esortare il Consiglio e la Commissione a presentare un piano d’azione preciso sullo specifico contributo finanziario e organizzativo dell’Unione europea alla realizzazione di tali misure. L’obiettivo ora, sulla scia del Vertice, è sostenere materialmente e concretamente la retorica delle Nazioni Unite.

 
  
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  Miguel Portas, a nome del gruppo GUE/NGL.(PT) Anche a me piacerebbe affermare che il bicchiere è mezzo pieno, ma sappiamo tutti che non è la verità. Il Vertice è fallito. Anche se esso ha riaffermato i modesti Obiettivi di sviluppo del Millennio, gli si è vietato di trasformare le parole in azioni. Qualcuno ha impedito ai paesi donatori di assumere impegni finanziari basati su obiettivi chiari. Non ci rimane che un bicchiere pieno di parole e mezzo pieno di nulla.

L’Assemblea ha altresì espresso le sue buone intenzioni contro la proliferazione delle armi nucleari, ma alcuni hanno ostacolato una strategia per il disarmo, in assenza della quale il club nucleare continuerà inevitabilmente a proliferare. L’Assemblea ha inoltre cercato di riformare le Nazioni Unite, ma qualcuno ha tirato tutti i freni per garantire che ogni cosa rimanga com’è. Questo qualcuno ha un nome: John Bolton, il portavoce ufficiale dell’impero presso le Nazioni Unite.

Signora Commissario, lei ha citato l’uragano “Katrina”. La tragedia di New Orleans e il fallimento di New York hanno un comune denominatore: l’amministrazione nordamericana. A New Orleans la regola era semplice: chi aveva una macchina poteva andarsene e chi non l’aveva, peggio per lui. Così vanno le cose nel mondo ideale dell’imperatore. Washington non vuole saperne dei poveri, perché non si preoccupa nemmeno dei propri. Per la Casa Bianca, i poveri sono soltanto una perdita di tempo e denaro.

Signor Presidente, il mio gruppo voterà a favore della risoluzione, perché, nonostante le sue scarse ambizioni, rappresenta comunque un passo nella giusta direzione e perché abbiamo bisogno di un’Organizzazione delle Nazioni Unite forte e faremo tutto quanto è in nostro potere per rafforzarla. Ma intendiamoci: le Nazioni Unite saranno credibili soltanto quando l’Europa e il resto del mondo invieranno a Washington i segnali giusti. Oggi sono state pronunciate parole grosse riguardo alla Turchia. Vorrei che nei confronti di Washington si usasse la stessa severità.

 
  
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  Hélène Goudin, a nome del gruppo IND/DEM.(SV) Signor Presidente, il movimento “Lista di giugno” è amico delle Nazioni Unite e ritiene che si possa affidare alle Nazioni Unite un’ampia capacità per contribuire ai conflitti internazionali con soluzioni costruttive. Tuttavia, non crediamo che l’UE e il Parlamento europeo debbano imporre come le Nazioni Unite devono funzionare e quali obiettivi perseguire. La discussione sul futuro dell’ONU dovrebbe svolgersi tra i suoi paesi membri e in contesti internazionali più vasti di quello europeo. Siamo critici rispetto alla proposta di un unico seggio di rappresentanza per l’UE nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nemmeno condividiamo l’auspicio del Parlamento di istituire delegazioni UE comuni presso le varie sedi delle Nazioni Unite. Gli Stati membri dell’Unione europea hanno posizioni diverse sulle questioni trattate dall’ONU e dal Consiglio di sicurezza.

La Svezia, ad esempio, ha svolto un ruolo importante nelle Nazioni Unite come trait d’union tra paesi ricchi e paesi poveri, come mediatore e promotore del disarmo. Ciò dimostra che anche i paesi piccoli hanno una parte importante nelle Nazioni Unite e nella politica internazionale. Temiamo che la voce dei paesi piccoli non sarebbe ascoltata se l’UE dovesse parlare con una sola voce nelle sedi ONU. Quale delle venticinque voci dell’UE sarebbe ascoltata se ci fosse un unico seggio? Se l’UE potesse esprimersi con un’unica voce nei contesti ONU, perché la Francia e il Regno Unito difendono il rispettivo seggio permanente che attualmente hanno nel Consiglio di sicurezza? Perché la Germania sta cercando di ottenere un seggio nel Consiglio di sicurezza? La verità è che gli Stati membri dell’Unione europea non hanno una visione uniforme rispetto alle questioni di politica internazionale. Ciò è risultato evidente in svariate occasioni, soprattutto a proposito dell’intervento degli Stati Uniti in Iraq. Affermiamo l’eterogeneità del nostro continente e lavoriamo per fare in modo che nella discussione si dia ascolto a tutte le voci.

(Applausi)

 
  
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  Inese Vaidere, a nome del gruppo UEN.(LV) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in seguito a vivaci discussioni, il Parlamento europeo, a maggio, ha adottato una risoluzione sulla riforma delle Nazioni Unite. In tale risoluzione il Parlamento esortava le Nazioni Unite a mantenere le proprie promesse, a fornire assistenza ai paesi in via di sviluppo, a raggiungere un accordo su una definizione comune di terrorismo, ad adottare un piano d’azione per la prevenzione del genocidio e anche a riformare il Consiglio di sicurezza, che continua a riflettere l’ordine mondiale postbellico. Nessuno di tali compiti è stato realizzato, anzi, i pochi accordi raggiunti sono condizionati da compromessi e con tutta probabilità non saranno veramente efficaci. In materia di riforma delle Nazioni Unite, in questo momento, i fallimenti superano i successi.

Questo risultato induce a chiedere se l’Unione europea è un attore globale forte. La risposta è ovvia. L’Unione europea non ha lavorato in modo sufficientemente efficace. Desidero pertanto invitare la Commissione europea a valutare i risultati della riforma dell’ONU nella prospettiva dell’Unione europea e anche a riflettere su come coordinare le future attività con altri paesi, di modo che le decisioni che adottiamo non rimangano soltanto allo stadio di semplici risoluzioni. In tali circostanze è anche importante valutare se le Nazioni Unite sono davvero capaci di riformarsi o se invece non sia necessaria un’organizzazione nuova di tipo analogo. Questa però è una riflessione per il futuro più lontano. Per ora è importante elaborare una strategia su come raggiungere gli obiettivi che abbiamo già fissato, affinché le Nazioni Unite possano lavorare in modo efficace per ottenere la sicurezza e la prosperità nel mondo moderno.

 
  
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  Irena Belohorská (NI).(SK) Tutti concordano in merito alla necessità di riformare le Nazioni Unite. L’unico problema è quale impronta deve assumere tale riforma. Siamo d’accordo che il sistema ONU è troppo complesso e dovrebbe essere semplificato. Tuttavia, sono convinta che il problema maggiore non sia la riforma degli organi dell’ONU, bensì l’incapacità dei suoi membri di raggiungere un consenso politico, a causa delle divergenze d’opinione fondamentali riguardo al lavoro delle Nazioni Unite in quanto tale. Alcuni membri vorrebbero che le Nazioni Unite fossero forti, mentre altri si oppongono a tali obiettivi: è proprio questo che impedisce un accordo.

Ciò nonostante mi preoccupa di più l’impegno delle Nazioni Unite per realizzare i cosiddetti Obiettivi di sviluppo del Millennio, ovvero, dimezzare la povertà, combattere la fame, la malaria e altre malattie come l’HIV/AIDS e garantire il rispetto dei diritti umani, in particolare delle donne. Anche se l’ONU ha formulato la solenne promessa di raggiungere tali obiettivi entro il 2015, la povertà non è ancora diminuita, anzi sta aumentando. Si stima che se continueremo a lavorare a questo ritmo, ci vorranno cento anni per realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio.

A settembre, sono stata l’unico membro di un’Istituzione europea a partecipare a una conferenza sui diritti delle donne in Cina: la cosiddetta Conferenza “Pechino + 10”. La prima conferenza si tenne nel 1975 e da allora se n’è tenuta una ogni dieci anni. E’ interessante che dal 1995 nessun paese al mondo sia riuscito a organizzare una quinta conferenza sulle questioni femminili. Mi viene da chiedermi se l’Unione europea sia interessata alle informazioni su come sono state attuate le dichiarazioni che abbiamo cofirmato e sugli scopi per i quali è utilizzata l’assistenza fornita ad alcuni paesi dall’Unione europea, soprattutto in termini di aiuto finanziario.

Se vogliamo realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio entro il 2015, dobbiamo più che raddoppiare l’assistenza finanziaria. L’Unione europea, in quanto importante donatore, deve vigilare su come tale assistenza è impiegata. L’UE deve garantire che l’assistenza prestata non sia oggetto di abusi, nel senso di sviamento dei fondi verso altri scopi, e che i paesi beneficiari rispettino i diritti umani. Nel caso in cui i diritti umani non fossero rispettati, l’assistenza finanziaria dovrebbe essere ritirata. Se, però, non partecipiamo alle conferenze e non apprendiamo quali sono i problemi che sorgono in fase d’attuazione, la nostra assistenza, destinata ad acquistare medicinali e a costruire scuole, potrebbe invece essere utilizzata per comprare armi o reclutare bambini soldato.

 
  
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  Nirj Deva (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, desidero ringraziare il Presidente in carica del Consiglio e la signora Commissario Ferrero-Waldner per l’eccellente lavoro svolto alle Nazioni Unite. Ho avuto il privilegio di copresiedere la delegazione alle Nazioni Unite con il collega, onorevole Rocard, ex Primo Ministro francese.

Abbiamo bisogno di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che rifletta i valori condivisi dalla gente comune e che li realizzi. Oggi viviamo in un mercato globale pieno di immagini. Lo tsunami in Indonesia, le inondazioni a New Orleans, il terrorismo a Londra diventano avvenimenti locali: nel mio villaggio, nella mia realtà, nella mia casa e con i miei amici. Questa è unità attraverso la diversità, non una formula unica, adatta a tutti. Le Nazioni Unite come possono esistere in questo mondo nuovo e continuare a contare? Le Nazioni Unite non hanno competenze legislative, né sono un governo mondiale. Sono semplicemente un’organizzazione che produce risultati. Con il senno di poi, la cosa migliore che è capitata all’ONU, è che gli Stati Uniti improvvisamente abbiano iniziato a prendere più sul serio le sue capacità di produrre risultati.

Non è più possibile continuare come se nulla fosse e il lavoro di Jean Ping e di Kofi Annan, per avviare il processo di riforma è stato eccellente. Altrettanto eccellente è il lavoro svolto dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, quali l’OMS, l’UNDP, il Programma alimentare mondiale, l’IMO e l’ICO, ma anche qui esiste un margine per un esame approfondito al fine di garantire la miglior resa e la massima qualità della gestione.

Se è vero che queste organizzazioni producono risultati, altrettanto non si può dire del processo ONU a New York. Ciò deve cambiare. Dovremmo limitare il processo a New York e concentrarci invece sul lavoro delle agenzie dell’ONU in termini di rendimento. Bisogna attingere alle migliori pratiche nei governi e nelle grandi società. Occorrerebbe istituire un gruppo di pianificazione a lungo termine per predire le situazioni di crisi con buon anticipo.

La povertà, le malattie, i conflitti e la disperazione spesso sono il risultato di una cattiva amministrazione nazionale. Dovremmo dare il nostro apporto per incrementare la capacità e fornire aiuto a chi lo può usare saggiamente.

Sono lieto di annunciare che il Parlamento europeo, tramite la sua commissione per lo sviluppo, ha già proposto di destinare 2 milioni di euro del bilancio a favore di azioni “Quick Win” e in seguito a una riunione con la signora Commissario a New York, anche a favore della commissione per il consolidamento della pace.

Un sistema efficace di governance e di giustizia internazionale può portare dinanzi a un tribunale quanti hanno commesso crimini contro l’umanità. Abbiamo anche un diritto di proteggere. Le forze delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace devono essere meglio addestrate e ai sensi del Titolo VII della Carta delle Nazioni Unite potrebbero avere il diritto di esercitare i poteri d’applicazione della legge ai fini della risoluzione dei conflitti.

Signor Presidente, desidero affermare che questa discussione è stata importantissima ed eccellente. La ringrazio.

 
  
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  Jo Leinen (PSE). – (DE) Signor Presidente, il Vertice delle Nazioni Unite non è stato un fallimento, ma concordo con molti onorevoli colleghi nel dire che è stato deludente. Ciò nondimeno, grazie all’impegno dell’Europa e di tanti paesi in via di sviluppo, sono emersi risultati tangibili. Speriamo che l’Assemblea generale produca altri progressi nel corso dei prossimi mesi.

La delusione maggiore, per quanto mi riguarda, è l’assenza di un impegno a favore del disarmo globale. L’umanità spende 1 000 miliardi di euro l’anno per le armi e 60 miliardi di euro per l’aiuto allo sviluppo. Se da un altro pianeta guardassero giù verso la terra, penserebbero che l’umanità voglia distruggersi e non desideri sopravvivere. Vorrei chiedere dunque alla Commissione e al Consiglio cosa sta facendo l’Europa per garantire che sia adottata un’iniziativa per correggere tale deficienza nell’ambito del disarmo, con particolare riferimento alle armi di distruzione di massa. Penso altresì che sia vergognoso aver raggiunto successi così scarsi in materia di riforma degli organi delle Nazioni Unite. Il ruolo del Segretario generale non è praticamente stato rafforzato. L’Assemblea generale è stata incapace di autoriformarsi e il Consiglio di sicurezza è assolutamente anacronistico. Da questo punto di vista, è sbalorditivo che l’Unione africana apparentemente funzioni meglio dell’Unione europea. I 53 Stati africani avevano idee precise su quali paesi del loro continente dovrebbero sedere nel Consiglio di sicurezza. L’Europa è divisa al riguardo e forse ha anche contribuito al fallimento del tentativo di allargare il Consiglio di sicurezza. Pertanto chiederei anche alla Commissione e al Consiglio cosa sta facendo l’Europa per porre rimedio a tale lacuna.

Il mio ultimo commento riguarda la democratizzazione delle Nazioni Unite. Dopo sessant’anni ciò non può essere solo una questione per i governi. E’ necessaria una componente parlamentare. L’Unione interparlamentare è un’ottima soluzione, ma non basta. Prima o poi ci vorrà un’assemblea parlamentare perché la società civile dell’UE ha una posizione migliore in seno alle Nazioni Unite rispetto alle camere di rappresentanza dei cittadini, e tale situazione non può perdurare.

 
  
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  Lapo Pistelli (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio collega e amico Lambsdorff è già intervenuto a nome del gruppo e fatemi scherzare così a nome della componente liberale del gruppo, descrivendo il bicchiere mezzo pieno. Tocca a me, forse perché faccio parte della componente democratica del medesimo gruppo, provare a riflettere un po’ sulla parte mezza vuota del bicchiere.

Tutti noi abbiamo sperimentato una contraddizione in queste settimane: nel mondo esiste una crescente attenzione, mai come in passato, sul ruolo dell’ONU, sul ruolo dell’Europa. C’è una grande domanda, eppure le volte in cui abbiamo la chance di rispondere a quella crescente aspettativa, manchiamo il risultato.

Il documento da noi approvato alle Nazioni Unite non era un documento per aprire una riflessione sull’ONU, doveva implementare una discussione che aveva già due anni di vita. Invece sappiamo che, tra agosto e settembre, alcuni temi difficili sono scomparsi dal tavolo, altri sono stati ribaditi solo in termini di principio, e lì ci siamo fermati, altri ancora sono stati rinviati a negoziati successivi. Questo è lo stato delle cose.

Nessuna riforma del Consiglio di sicurezza, nessun passo in avanti nel rapporto tra disarmo e non proliferazione, nessuna condanna chiara del terrorismo ma una definizione vaga del terrorismo, un organo come l’Human Right Council esiste solo in termini di principio; anche ciò che è stato presentato come un grande avanzamento, cioè la nuova norma del right to protect, se uno la legge attentamente, si rende conto che, avendo scritto in quel documento che il Consiglio di Sicurezza valuterà su una base caso per caso, vuol dire che siamo come a prima del Ruanda.

Non è cambiato niente, abbiamo detto che esiste un principio, ma ogni volta dovremo stabilire se in quel caso si applica. Cosa significa tutto questo? Che anche se noi abbiamo ribadito gli Obiettivi del Millennio abbiamo mancato a un’occasione. Il documento è un po’ simile al nostro lavoro in Europa, non siamo in crisi, la burocrazia funziona, produciamo documenti. Produciamo migliaia di decisioni, ma spesso sono le decisioni che i cittadini non si aspettano da noi e non siamo in grado di produrre le decisioni che i cittadini si aspettano da noi.

Questo è il nostro problema. Un documento di trentacinque pagine che rimuove i punti più difficili, non è un documento di successo: è un documento che affoga le sue difficoltà dentro la quantità e allora l’unica cosa che voglio dire è che questo Summit ha testimoniato, invece, quanto ci sia bisogno, oggi, che l’Europa conti come un’unità politica, come una singola unità politica dove noi pesiamo in termini commerciali perché abbiamo una volontà univoca. Abbiamo un ruolo nel mondo, là dove siamo divisi in venticinque non ne abbiamo o ne abbiamo molto di meno di quanto pensiamo.

Siamo in piena pausa di riflessione, dopo le bocciature referendarie, non facciamo in modo che questa pausa di riflessione diventi una siesta messicana, svegliamoci un po’ prima.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE). – (ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non tergiversiamo: il Vertice sulla riforma delle Nazioni Unite, in termini generali, è stato un’enorme delusione per quanti di noi credono in quest’istituzione e soprattutto nei suoi principi fondatori.

Il Vertice si è concluso – è vero ed è stato detto – con certi commenti positivi, ma taluni aspetti chiave sono stati trascurati – com’è stato altrettanto ricordato –, ad esempio la riforma del Consiglio di sicurezza, per citarne uno.

Le proposte sottoposte alla discussione da parte del Segretario generale, Kofi Annan, erano valide e ragionevoli, ma anche urgenti e avrebbero dovuto essere sostenute, e per questo motivo – non posso esprimermi in altri termini – mi rammarico che l’Unione europea abbia ceduto alle pressioni degli Stati Uniti, sprecando così quella che avrebbe potuto essere un’opportunità storica.

E’ particolarmente preoccupante la mancanza d’impegni volti a migliorare e rafforzare la governance globale sulle questioni ecologiche, sociali ed economiche, così com’è inquietante il ritiro delle conclusioni del capitolo sul disarmo e la non proliferazione. Non si è detto nulla neppure su un tema tanto pressante e necessario come l’adozione di un trattato internazionale sugli armamenti, visto che la proliferazione delle armi è la causa principale di tante morti nel mondo.

Per tutti questi motivi mi sento in dovere di esortare il Consiglio e la Commissione ad avere, d’ora in poi, il coraggio e l’ardire di difendere questi principi tramite misure concrete e, per usare le parole dell’onorevole Schmidt, attraverso un piano d’azione che definisca chiaramente la posizione dell’Unione europea cosicché – insisto – non si ceda ancora una volta alle pressioni degli Stati Uniti.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, adesso stiamo disquisendo di quanto il bicchiere sia pieno. In tutta franchezza, mi sento di affermare che il bicchiere è quasi vuoto: non c’è niente da bere e questo fatto dovrebbe essere comunemente accettato.

Il Vertice delle Nazioni Unite è stato un fallimento su tutta la linea. Non si è ottenuto quanto era nei piani. Ne è esempio illuminante il cambiamento di questa risoluzione finale, se confrontiamo la versione originaria con quella definitiva: è rimasto solo un foglio di carta sottile.

Di una cosa però mi compiaccio: che la risoluzione non sia stata approvata. Il motivo è che tale risoluzione riguarda le proposte del gruppo ad alto livello che ha presentato un rapporto a Kofi Annan. Il gruppo voleva sancire a livello di Nazioni Unite il concetto di guerra preventiva e così facendo avrebbe distrutto l’idea fondamentale delle Nazioni Unite. Non vi è più alcun riferimento specifico alla guerra preventiva; rimane soltanto un’allusione al paragrafo 92. Sono molto lieto che sia stato apportato un simile cambiamento.

La signora Commissario Ferrero-Waldner ha affermato che ciò è stato in qualche modo innescato dalla guerra in Kosovo, ma è proprio questo il problema. Quella guerra ha costituito una violazione del diritto internazionale ed è proprio quello che noi vogliamo evitare. Il diritto internazionale non dovrebbe essere violato.

 
  
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  Kathy Sinnott (IND/DEM).(EN) Signor Presidente, le Nazioni Unite sono il risultato evolutivo di una serie d’iniziative volte a riunire i paesi del mondo per promuovere la vera pace tramite il riconoscimento della dignità e del valore dell’essere umano e della comunità – locale, nazionale e globale – nella difesa della persona. Per oltre sessant’anni, in modi diversi, le Nazioni Unite hanno svolto questo mandato vitale. Tuttavia, negli ultimi decenni, si sono moltiplicate le critiche sul modo di operare dell’ONU, su come impiega il suo denaro e sul tipo di risultati che ottiene o non ottiene.

La sfida del Millennio è enorme e per raccoglierla è necessario che l’ONU sia funzionale. La riforma non è qualcosa di cui ci si debba vergognare. Anche la casa più linda ha bisogno delle pulizie di primavera. Ogni organizzazione ha la necessità di fare un passo indietro e rivedere i propri metodi. Penso che l’esempio dell’UNICEF sia un buon punto di partenza per comprendere quanto sia urgente e profonda l’esigenza di riformare le Nazioni Unite.

Fino alla sua morte, nel 1995, Jim Grant è stato la guida e in larga misura il creatore dell’UNICEF, la risposta delle Nazioni Unite ai bambini. Meritatamente l’UNICEF si è guadagnata ovunque il rispetto dei paesi e delle agenzie per i suoi programmi di reidratazione orale, promozione dell’allattamento al seno, e istruzione primaria. L’UNICEF era in sintonia con le reali esigenze dei bambini reali. Durante i dieci anni trascorsi dalla morte di Jim Grant, è sembrato che l’UNICEF diventasse non tanto un veicolo per promuovere l’infanzia, quanto piuttosto un’agenda politica concentrata sui diritti delle donne, mentre non ne era la sede appropriata, trattandosi di un’agenzia per l’infanzia.

Carol Bellamy, che ha diretto l’UNICEF dopo Jim Grant, è stata costretta a dimettersi l’anno scorso. Nonostante il moltiplicarsi delle critiche nei nove anni del suo mandato, le strutture ONU, così come si sono evolute, non consentivano alcun’indagine interna nell’UNICEF. Soltanto l’accumularsi delle critiche dall’esterno e lo scandalo che stava montando perché erano trascurati i programmi per l’infanzia, alla fine l’hanno obbligata a rassegnare le sue dimissioni. L’anno scorso, nel bel mezzo del crescendo finale, pubblicazioni come The Lancet riferivano in merito all’incapacità dell’UNICEF di mettere a punto una strategia coerente per la sopravvivenza dei bambini e che le sue carenze contribuivano alla morte di 10 milioni di bambini ogni anno. Il fatto che un’organizzazione tolleri una cosa simile, un problema pubblicamente noto, dimostra che ha bisogno di essere riformata.

La riforma non è un disonore. Semmai, è disonorevole opporsi alla riforma quando è necessaria. Il successo arriverà, quando ci renderemo conto che le Nazioni Unite sono un ideale che deve essere promosso e che ci occorre un’organizzazione efficiente, capace di essere al servizio di tali ideali.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI).(NL) Signor Presidente, il generale de Gaulle usava chiamare le Nazioni Unite “le machin”. Ora che il sessantesimo anniversario dell’ONU sembra essersi ridotto a una rappresentazione che evoca “Molto rumore per nulla”, di shakespeariana memoria, possiamo chiederci, in tutta onestà, se le sagge parole dell’ex capo di Stato francese non siano tuttora valide. Infatti, ci sono volute settimane e settimane per discutere un documento di 35 pagine, che alla fine – diciamolo apertamente – è poco più che una vaga dichiarazione d’intenti.

A sessant’anni dalla sua fondazione, la debolezza delle Nazioni Unite è stata ancora una volta chiaramente esposta. La commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, così discreditata dal fatto che in passato ne siano entrati a far parte paesi come Cuba, Zimbabwe e Sudan, sarà sostituita da un consiglio per i diritti umani. Tuttavia, il testo non contiene una sola parola sulla composizione di tale nuova istituzione o sulle misure per bandire la presenza di paesi quali quelli appena citati. Sebbene tutti i paesi abbiano condannato il terrorismo, la commissione per i diritti umani non è stata in grado di raggiungere un accordo sulla definizione del termine.

Non è stato raggiunto un consenso neppure sui principi della non proliferazione delle armi nucleari e, ultimo commento ma non meno importante, la riforma così disperatamente necessaria del Consiglio di sicurezza è stata ancora una volta rinviata. In un simile contesto è davvero incredibile che il Giappone, per fare un esempio, dovrebbe finanziare il 19 per cento delle operazioni di pace dell’ONU senza avere voce in capitolo nel processo decisionale: si potrebbe sostenere che non è proprio il modo più democratico di affrontare i problemi.

 
  
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  Enrique Barón Crespo (PSE).(ES) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, la sfida ambiziosa del Vertice del Millennio riguardava la globalizzazione umana, i diritti umani, la pace e la prosperità per tutta l’umanità, e possiamo concludere che ciò che il Vertice ha ottenuto, in buona sostanza, è contenere i tentativi di smantellare le Nazioni Unite e indicare, nonostante i tanti limiti, alcune aree di progresso.

Signor Presidente, vorrei citare una di esse, che ritengo importante: l’iniziativa del Segretario generale, Kofi Annan, che ha ripreso la proposta del Primo Ministro spagnolo, Rodríguez Zapatero e del Primo Ministro turco Erdogan. Ciò cui abbiamo assistito questa mattina in quest’Aula dimostra quanto sia importante l’iniziativa sull’alleanza delle civiltà.

Signor Presidente, desidero concludere affermando che dobbiamo tenere a mente che l’Unione europea attualmente non è un membro delle Nazioni Unite, ma è un membro di peso dell’OMC. Questa è una sfida che dobbiamo affrontare con generosità e con uno spirito multilaterale.

 
  
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  Paul Marie Coûteaux (IND/DEM).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, quello che doveva accadere, alla fine, è successo. Non vi è stata una vera riforma delle Nazioni Unite, l’Europa non avrà un seggio nel Consiglio di sicurezza, un punto che tutti hanno taciuto, sebbene – occorre ricordarlo – si trattasse della principale speranza dell’Unione europea per il Vertice.

Una delle conseguenze di questo fallimento è che l’Unione europea, che non avrà un ministro degli Esteri così come non ha alcun tipo di politica estera comune, rimarrà una sorta di forum internazionale senza visibilità esterna. Tutto ciò era più che ovvio, nonostante i commenti equilibrati formulati poc’anzi dalla signora Commissario Ferrero-Waldner che, per inciso, visto che si trova in territorio francese, avrebbe potuto parlare francese; comunque non mi sta ascoltando, cosa in cui è estremamente abile.

Se la “macchina” europea avesse avuto una percezione un po’ più realistica della propria importanza, avremmo potuto risparmiarci tutte queste lunghe, vacue discussioni sul cosiddetto seggio europeo, che andranno ad accumularsi in fondo agli armadi delle nostre illusioni infrante. Tuttavia s’impone una riflessione su questo fallimento, perché dovrebbe metterci in guardia, tanto quanto ha fatto, su scala addirittura maggiore, il fallimento della Costituzione – o, meglio, della “decostituzione” europea, contro i limiti angusti entro i quali devono rimanere le nostre ambizioni. L’impossibilità di riformare le Nazioni Unite, che era prevedibile e che, di fatto, avevamo previsto nei nostri precedenti interventi sull’argomento, era scritta nelle condizioni dell’attività internazionale.

Il principio che governa e che sempre governerà la vita internazionale è il primato delle sovranità. Mentre all’interno degli Stati possono esservi una legislazione che si applica a tutti e mezzi coercitivi legittimi al fine di rendere più pacifiche le relazioni tra le persone, a livello internazionale non esiste, né mai esisterà un arbitro legittimato – che si tratti di un’organizzazione internazionale o di uno Stato – il quale rivendichi la responsabilità esclusiva per la pace tra le nazioni. Ciò accade perché di fronte a uno Stato arbitro, di fatto uno Stato imperiale, così come di fronte a un’organizzazione sopranazionale, gli altri Stati non perderanno mai di vista i propri interessi, la propria personalità e, ripeto, la propria sovranità, come ha affermato la collega Goudin.

Ciò non significa necessariamente che il mondo sia una giungla: vuole semplicemente dire che la pace si basa unicamente sull’equilibrio tra nazioni e gruppi di nazioni e che il diritto internazionale al massimo può limitare i giochi naturali degli Stati che, per quanto si dichiarino devoti alla causa della pace, sono mostri senza cuore e non smetteranno mai di calcolare la propria potenza.

Che ci serva pertanto di lezione: il quadro multilaterale può raggiungere alcuni risultati laddove, e soltanto laddove, per un qualche miracolo, gli interessi delle nazioni casualmente coincidono. Spero che il realismo ci apra gli occhi e che finalmente riusciremo a vedere quanto è ristretto il quadro entro il quale sono confinate le nostre azioni, per la natura stessa delle cose.

 
  
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  Miguel Angel Martínez Martínez (PSE).(ES) Signor Presidente, vorrei limitarmi a formulare solo sei commenti.

In primo luogo desidero condannare l’operato dell’amministrazione degli Stati Uniti, che ha silurato le Nazioni Unite in generale e queste riunioni di New York in particolare. Gli Stati Uniti le hanno silurate nominando John Bolton come proprio rappresentante presso le Nazioni Unite e presentando 750 emendamenti sul progetto di documento finale, che la comunità internazionale aveva impiegato tanto tempo a elaborare, a negoziare e a concordare, allo scopo di svuotarlo di ogni contenuto.

E’ assurdo che, una volta che gli Stati Uniti finalmente sono costretti a fare qualche concessione, ci si debba sperticare in ringraziamenti e congratulazioni, soltanto perché non hanno portato interamente a termine il loro più recente rifacimento di Apocalypse Now.

In secondo luogo, riconosco che il ruolo dell’Unione europea al Vertice è stato relativamente meritevole e positivo. E’ stato anche relativamente efficace, quando i suoi Stati membri hanno agito in modo coordinato e concordato.

Terzo, desidero sottolineare che il migliore esempio di quanto sopra si può vedere in un aspetto che senza dubbio è il più valido del Vertice di New York: rispetto agli Obiettivi di sviluppo del Millennio non abbiamo compiuto passi indietro, nonostante qualcuno ci abbia provato. L’Unione europea è stata ferma e quanto meno ha garantito che fossero mantenuti gli impegni e il calendario approvati cinque anni fa.

Quarto, è deplorevole che sia fallita la riforma essenziale delle Nazioni Unite, un punto che è eloquente tanto quanto il precedente, ma in senso negativo. Da questo punto di vista, i nostri Stati membri si sono presentati con visioni differenti e l’Unione europea è stata incapace di esprimersi tramite le proprie posizioni o esercitando una qualsiasi influenza, perciò è parzialmente responsabile di questo insuccesso.

Quinto, siamo lieti che il Vertice abbia sostenuto la strategia della “alleanza delle civiltà” di Kofi Annan, accettando un’iniziativa europea come quella proposta dai Primi Ministri di Spagna e Turchia.

Sesto, siamo lieti che l’Europa abbia contribuito a mantenere a galla le Nazioni Unite, salvandole dal naufragio che alcuni avevano preparato. Tuttavia, non è sufficiente mantenere le Nazioni Unite a galla, è fondamentale rilanciare l’organizzazione in modo definitivo. Gli sforzi dell’Unione europea devono convergere verso quest’obiettivo, ma perché ciò sia possibile la nostra Unione dovrà fare di più che semplicemente galleggiare.

Termino con una frase che ci ha rivolto un politico africano: “Questo mondo non ispira entusiasmo, anzi, spesso suscita disgusto, ma è terrificante pensare cosa accadrebbe se l’Europa non agisse come fattore di razionalità, d’equilibrio, di una certa coerenza e talvolta di solidarietà”.

 
  
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  Inger Segelström (PSE).(SV) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, il Vertice delle Nazioni Unite ha reso chiara la necessità di cooperare per combattere il terrorismo, il cambiamento climatico, la criminalità internazionale e le armi di distruzione di massa e per gestire l’immigrazione. Ha posto in luce che ci vuole più cooperazione, non meno. La commissione per il consolidamento della pace ha ricevuto un ampio mandato. Il Parlamento europeo avrà modo di seguirne l’evoluzione. In seguito all’iniziativa del ministro degli Esteri svedese, che ha coinvolto 13 donne, che ricoprono la carica di ministro degli Esteri, e la stessa signora Commissario Ferrero-Waldner, ora abbiamo il lavoro nell’ambito del consolidamento della pace su cui adottare una posizione. Dobbiamo far partecipare un maggior numero di donne e, soprattutto, deve esserci una donna per ogni uomo a tutti i livelli, con una rappresentanza paritetica che consenta alle donne e agli uomini di offrire migliori contributi. Perché ciò è tanto importante? Ebbene, perché nelle guerre e nei conflitti moderni, la grande maggioranza delle vittime è costituita da donne e bambini innocenti. Nella transizione dal conflitto alla pace sostenibile, sono necessarie tutte le risorse e le soluzioni civili. Come garantire ora il seguito a ciò nell’Unione europea? In occasione della discussione sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio è emerso in modo palese che i paesi donatori devono essere più generosi. Pertanto, nel fine settimana, abbiamo appreso con grande piacere che sarà cancellato il debito di 18 paesi. Mi rammarico che siano soltanto la Svezia e altri quattro paesi a fornire un aiuto pari allo 0,7 per cento. Dobbiamo fare meglio. Nell’anno 2000 la Svezia ha raggiunto il livello dell’1 per cento. Dato il volume degli aiuti che l’Unione europea elargisce dovremmo essere facilmente in grado di riempire il bicchiere.

 
  
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  Manuel António dos Santos (PSE).(PT) Sono stato un membro della delegazione parlamentare alla Seconda conferenza mondiale dei presidenti di parlamento, organizzata dall’Unione interparlamentare a New York il 7, 8 e 9 settembre.

Nel mio discorso alle 145 delegazioni presenti ho ribadito le recenti posizioni assunte dal Parlamento in materia di riforma delle Nazioni Unite e impegni relativi agli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Il mio messaggio ha ottenuto ancor maggiore risonanza grazie al fatto che tutte le risoluzioni del Parlamento europeo su questioni simili erano state diffuse in precedenza alle delegazioni nazionali e alle delegazioni regionali politiche.

Con specifico riferimento alla riforma delle Nazioni Unite, ho esposto ai delegati che il Parlamento sostiene incondizionatamente le posizioni adottate dal Segretario generale, ad esempio il fatto che la sicurezza mondiale sia intrinsecamente legata allo sviluppo economico e sociale, al rispetto dei diritti umani e alla protezione ambientale. Ho altresì menzionato la necessità di premere per ottenere le modifiche alla composizione del Consiglio di sicurezza: credo che l’UE alla fine dovrebbe avere un seggio permanente e che alla prima occasione dovrebbero essere creati nuovi seggi, per consentire ai nuovi paesi e alle regioni emergenti di essere rappresentati.

La mia ultima osservazione sull’Assemblea generale delle Nazioni Unite è che non si dovrebbero soltanto riformare i metodi di lavoro, ma in definitiva bisognerebbe anche istituire una vera e propria assemblea parlamentare delle Nazioni Unite.

Il mio intento era contribuire alla discussione con questa breve panoramica, che sarà anche la relazione sulla missione che sono tenuto a presentare al Parlamento.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Signor Presidente, la ringrazio per l’opportunità di replicare a questa discussione. Rivolgo un ringraziamento anche agli onorevoli parlamentari per le domande perspicaci e i commenti stimolanti. Nelle mie osservazioni conclusive mi sforzerò di trattare quanti più punti possibile.

Al Vertice del 2005 sulla revisione del Millennio i nostri capi di Stato e di governo e quelli di altri 166 paesi hanno raccolto la sfida lanciata da Kofi Annan di riformare le Nazioni Unite per renderle più efficienti, più efficaci e più pertinenti rispetto alle sfide del nostro tempo. Il documento finale del Vertice, per caratterizzare la discussione di questo pomeriggio, deve essere visto non come un bicchiere mezzo vuoto, bensì deve essere inteso per quello che ritengo sia: un chiaro mandato per un ulteriore cambiamento. Credo che noi tutti concordiamo che un’Organizzazione delle Nazioni Unite più forte, più efficace e dotata di risorse più adeguate sia l’unico modo per garantire la stabilità e la prosperità globale in questo mondo interdipendente.

Come l’Unione europea ha indicato nella sua dichiarazione all’Assemblea generale, il 17 settembre: “Senza uno sforzo condiviso per accelerare il progresso verso gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, i paesi ricchi, al pari dei paesi poveri, affronteranno un futuro di accresciuta instabilità. Il fallimento degli sforzi capitanati dalle Nazioni Unite per affrontare la minaccia del terrorismo e della proliferazione metterebbero a repentaglio la prosperità del mondo in via di sviluppo tanto quanto del mondo sviluppato. Le Nazioni Unite non dovrebbero essere una sede nella quale i paesi promuovono le proprie individuali agende, bensì un forum nel quale la comunità internazionale può concordare azioni comuni a beneficio di tutti i cittadini del mondo”.

Mi pare questo il contesto appropriato in cui affrontare alcuni degli importanti punti sollevati oggi dagli onorevoli parlamentari. Gli onorevoli Millán Mon, Lambsdorff e Schmidt hanno evocato la questione dell’allargamento del Consiglio di sicurezza. A tale riguardo, anche se i partner dell’Unione europea sono d’accordo sulla necessità di riformare il Consiglio di sicurezza, di fatto non esiste un consenso in seno all’Unione europea sul modello di riforma. Quanto al problema, collegato al precedente, e cioè se l’Unione europea debba avere o meno un seggio nel Consiglio di sicurezza, con tutto il rispetto, vorrei ricordare agli onorevoli parlamentari che la Carta delle Nazioni Unite è molto chiara su questo punto: solo i singoli paesi membri hanno facoltà di sedere nel Consiglio di sicurezza, non le organizzazioni regionali. Pertanto è fuori discussione parlare di un seggio unico per l’Unione europea nel Consiglio di sicurezza.

L’onorevole Kinnock si è profusa in elogi per il lavoro svolto e credo abbia dipinto un quadro accurato del progresso compiuto, anche se, per contro, rimane ancora molto da fare. Il suo contributo mi offre la giusta occasione per esprimere a mia volta un encomio, non soltanto per il suo instancabile impegno su queste tematiche, che dura ormai da vari anni – sia prima di diventare membro di questo Parlamento sia dopo – ma anche per l’esperienza e la preparazione di numerosi altri onorevoli parlamentari che credo abbiano arricchito la discussione su questi temi nell’Unione europea e la stessa voce dell’Europa nelle sedi internazionali. Non sarà una sorpresa per l’onorevole Kinnock sentire che appoggio assolutamente i suoi richiami alla necessità di creare meccanismi di finanziamento innovativi relativi all’attuazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio.

Quanto a un’altra specifica domanda da lei formulata, e cioè se gli Stati membri stanno già tirandosi indietro rispetto ai loro impegni a proposito del volume degli aiuti, la mia risposta è un no categorico. I venticinque Stati membri si sono formalmente impegnati a destinare collettivamente almeno lo 0,56 per cento del PNL entro il 2010 e, nel caso dell’UE a 15, di devolvere tutti, entro il 2015, almeno lo 0,7 per cento del proprio PNL agli aiuti. Come ho affermato alla Conferenza delle parti, alla quale sono intervenuto solo pochi giorni fa, ancora soltanto qualche anno addietro, immaginare che quindici paesi europei si assumessero un simile impegno sarebbe parso un sogno a molti di noi che da tempo perseguiamo tale obiettivo.

L’Unione europea ha riaffermato tale impegno nella sua dichiarazione al Vertice sulla revisione del Millennio. La Commissione e il Consiglio vigileranno sui progressi su base annuale. E’ vitale garantire che ciò avvenga. Desidero inoltre sottolineare che l’Unione europea è destinata a superare gli obiettivi per il 2006, vale a dire lo 0,39 per cento della media UE, fissati nel 2002. In questa fase non esiste ragione per cui un simile risultato non debba ripetersi.

Il punto seguente è stato sollevato dall’onorevole Portas, il quale ha espresso un parere sugli Stati Uniti su cui francamente dissento.

Nonostante ciò, rispetto alla questione specifica della non proliferazione, vorrei puntualizzare quanto segue. E’ importante evidenziare che noi tutti condividiamo la delusione di molti paesi membri delle Nazioni Unite, nonché di molti onorevoli parlamentari, incluso l’onorevole Leinen, circa la mancanza di un impegno internazionale a favore della non proliferazione manifestatosi nella sostanziale incapacità degli Stati di trovare un linguaggio comune su tali argomenti. Posso assicurare a voi tutti che, anche se oggi intervengo per conto della Presidenza, il Regno Unito si è adoperato instancabilmente e letteralmente fino all’ultimo minuto, sia a livello nazionale sia nelle altre sedi in cui rappresenta l’Unione europea in qualità di Presidenza, per cercare il miglior risultato possibile sulla non proliferazione e il disarmo al Vertice sulla revisione del Millennio. Posso altresì garantire a quest’Aula che continueremo a cercare soluzioni ragionevoli e pragmatiche che promuovano il regime di non proliferazione nucleare, per superare questa lacuna.

Per venire alle domande poste dall’onorevole Guardans Cambó, devo affermare con tutto rispetto che i paesi più piccoli dell’Unione europea hanno davvero svolto un ruolo vitale nel formulare le opinioni condivise dell’Unione europea nella fase precedente al Vertice sulla revisione del Millennio. Suggerire il contrario sarebbe fare un torto al contributo offerto da vari paesi che non sono i più grandi dell’Unione europea.

L’onorevole Vaidere poi ha chiesto se sia ipotizzabile un ruolo per una nuova organizzazione internazionale che sostituisca le Nazioni Unite. Ancora una volta, con tutto il rispetto, vorrei affermare che non posso condividere tale proposta. Al contrario, sulla base di quanto ho affermato chiaramente oggi – al pari di alcuni onorevoli parlamentari – la sfida consiste nel fatto che dobbiamo dare un senso tangibile alle parole concordate al Vertice delle Nazioni Unite sulla revisione del Millennio soltanto alcuni giorni fa, e garantire che le altre parole ormai vergate sulla carta possano tradursi in nuove azioni nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

L’onorevole Belohorská ha rivolto alla Commissione alcune domande sul vertice relativo al seguito di Pechino. Posso informarla che l’Unione europea non ha inviato nessun rappresentante alla conferenza informale di Pechino dal 29 agosto al 1° settembre. Il decimo anniversario della Dichiarazione di Pechino e della Piattaforma per l’azione è stato celebrato alla commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna nel marzo 2005. In tale occasione l’Unione europea è stata rappresentata dal ministro lussemburghese per le Pari opportunità.

L’onorevole Deva ha presentato solide argomentazioni a favore di una maggiore efficienza ed efficacia nel funzionamento delle Nazioni Unite. Ritengo che oggi sia emerso un ampio consenso attraverso l’intero arco parlamentare circa la necessità di adottare subito ulteriori azioni.

L’onorevole Pistelli, vista la sua delusione per il progresso alquanto altalenante, come risulta dalla sua descrizione, ha chiesto in quali ambiti l’Unione europea potrebbe spingere per conseguire altri passi avanti, visti i vincoli nel documento finale del Vertice. Posso fornirgli le seguenti assicurazioni. Stiamo incoraggiando gli interlocutori, incluso Kofi Annan, a procedere speditamente sulle riforme che ci stanno a cuore, ma che non sono incluse o espresse in modo soddisfacente nel documento con le conclusioni finali del Vertice. In merito specificamente alla riforma della gestione – di cui si è ampiamente trattato nella discussione odierna – nelle conclusioni del Vertice, Kofi Annan ha ricevuto mandato di proporre nel primo trimestre 2006 ulteriori riforme per l’organizzazione e il segretariato delle Nazioni Unite. Abbiamo già esortato il Segretario generale a formulare proposte coraggiose, non da ultimo sulla scia dello scandalo “Oil for food”, poiché è importante che siano compiuti tali passi.

L’Unione europea sostiene la forte condanna del terrorismo, espressa nel documento finale del Vertice – una questione che è stata ancora una volta affrontata da alcuni onorevoli parlamentari – e l’invocazione di una strategia efficace delle Nazioni Unite contro il terrorismo. Tuttavia, riteniamo che il testo avrebbe dovuto andare oltre.

Da quasi un decennio, le Nazioni Unite discutono di una convenzione globale sul terrorismo, che si adoperi a darne una definizione. Noi vogliamo che sia concordata una definizione univoca, che non lasci alcun dubbio in merito a ciò che costituisce un atto terroristico e in merito al fatto che simili atti sono assolutamente inaccettabili.

Infine, vorrei formulare un’altra osservazione puntuale. Siamo perfettamente d’accordo con il Segretario generale che la mancanza di un riferimento alla non proliferazione e al disarmo nel documento finale del Vertice è assai deludente. L’Unione europea ha lavorato letteralmente fino all’ultimo minuto per cercare di mediare un accordo su tali questioni chiave. Nonostante questa battuta d’arresto, riaffermo che l’Unione europea continuerà a cercare il modo di rafforzare il regime della non proliferazione in tutte le sedi rilevanti.

L’onorevole Romeva i Rueda ha espresso il suo disappunto in merito al Consiglio di sicurezza. Ho già affrontato quest’aspetto. Condividiamo, però, la delusione che ha espresso in merito al fallimento dei tentativi tesi redigere un trattato sul commercio internazionale delle armi. Ancora una volta sono consapevole di parlare oggi al Parlamento in rappresentanza della Presidenza e non di un singolo Stato membro. Tuttavia, mi sento di rassicurare l’onorevole parlamentare circa il nostro impegno permanente a tale riguardo, non da ultimo perché il mio stesso partito è stato rieletto in Regno Unito sulla base di un esplicito impegno programmatico volto a cercare di ottenere ulteriori progressi verso un trattato sul commercio delle armi.

L’onorevole Sinnott ha affermato che anche le case più pulite hanno bisogno delle pulizie di primavera. Sicuramente concordo che la riforma possa realmente contribuire alla realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio ed è per questo motivo che siamo tanto determinati a fare in modo che le parole proclamate a settembre si traducano in azione nelle settimane e nei mesi a venire.

L’onorevole Dillen ha citato il generale Charles de Gaulle. Ero tentato di rispondere per le rime, ma resisterò alla tentazione e rinvio il tutto a un’altra occasione. L’onorevole parlamentare ha poi sollevato ancora la questione dell’ampliamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e a tale riguardo ho parlato alquanto diffusamente della posizione della Presidenza.

L’onorevole Barón Crespo ha sollevato una questione che francamente mi sarei aspettato di sentire più spesso nella discussione odierna: la centralità dei negoziati in sede di Organizzazione mondiale del commercio, che si terranno soltanto tra dieci settimane lavorative, nel quadro della realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. E’ difficile esagerare l’importanza della sfida che attende insieme l’Europa, gli Stati Uniti e gli altri rappresentanti dell’Organizzazione mondiale del commercio, una volta che arriveranno a Hong Kong e nelle settimane che precederanno il loro arrivo. E’ assolutamente fuor di dubbio che il 2005 già di per sé sarà ricordato come un anno di progressi concreti in termini di riduzione del debito e aumento dei flussi dell’aiuto, per tutti i motivi che ho descritto. L’Europa, ora, ha l’opportunità di assumere, ancora una volta, il potenziale di leadership che è alla sua portata e di muoversi attivamente e aggressivamente per cercare di garantire che l’autentica dimensione “sviluppo” della Dichiarazione originaria di Doha trovi compimento a Hong Kong. In questo senso mi hanno confortato le osservazioni formulate la settimana scorsa da Pascal Lamy, nella sua prima conferenza stampa come Segretario generale dell’OMC, perché credo che soltanto se a Hong Kong saremo chiari rispetto alla dimensione “sviluppo” del round di Doha, vedremo realizzarsi quel progresso che credo molti onorevoli parlamentari auspichino di vedere all’inizio di dicembre.

L’onorevole Coûteaux ha sollevato la questione del seggio alle Nazioni Unite, tema che ho già trattato, e l’onorevole Martínez Martínez ha menzionato gli Stati Uniti. Come spero di avere già chiarito in questa mia replica a chiusura della discussione, è un sollievo parlare a nome della Presidenza dell’Unione europea e non di un’amministrazione, perciò lascerò che siano altri a rispondere delle azioni di soggetti esterni all’Unione europea.

L’onorevole Segelström ha sollevato la questione del terrorismo e della necessità di una maggiore cooperazione, cosa che condivido incondizionatamente e che ho sentito esprimere con molta incisività in quest’Aula, quando il ministro degli Interni del Regno Unito, Charles Clarke, ha dichiarato con forza che non è costruendo muri più spessi o più alti che combatteremo in modo efficace il terrorismo, ma piuttosto con una cooperazione più profonda e più compiuta tra gli Stati membri dell’Unione europea. L’onorevole parlamentare ha altresì insistito sul punto importante che riguarda la rappresentanza in termini di genere a livello delle alte cariche rappresentate al Vertice delle Nazioni Unite sulla revisione del Millennio. Certamente riconosco l’importanza di questo punto e pertanto mi permetto di suggerire, con tutto il rispetto, che magari la signora Commissario è più qualificata di me a rispondere.

L’ultimo contributo è stato quello dell’onorevole dos Santos, che ha spiegato di aver partecipato a un importante incontro internazionale che ha preceduto il Vertice sulla revisione del Millennio. Ancora una volta vorrei cogliere l’occasione per ribadire la sincera gratitudine tanto della Commissione, credo, e certamente della Presidenza in carica per l’instancabile impegno di tanti onorevoli deputati di questo Parlamento per perseguire quanto si è ottenuto al Vertice delle Nazioni Unite sulla revisione del Millennio.

Comprendo perfettamente che vi sia una certa delusione per il fatto che il documento del Vertice alla fine non è tanto ambizioso quanto molti di noi avrebbero desiderato, ma sono del tutto convinto che se non fosse stato per l’azione efficace dei membri dell’Unione europea non avremmo ottenuto il progresso realizzato a New York. Per questo motivo credo che possiamo insieme provare un reale e autentico sentimento d’orgoglio.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, sarò breve e inizialmente dirò che ci siamo rallegrati di vedere a New York una delegazione parlamentare. Ringrazio gli onorevoli Kinnock, Deva e Lambsdorff per la loro presenza. Mi preme affermare che ciò è stato molto positivo perché avete visto con i vostri occhi i lati buoni e i lati cattivi di questo Vertice del Millennio.

Molti di voi hanno affermato che il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Il quadro è eterogeneo, ma credo che sia molto importante che questo Vertice del Millennio si sia concluso con una dichiarazione sulla base della quale possiamo continuare a lavorare: questa è la cosa principale.

Conoscendo le Nazioni Unite dall’interno – sono stata capo del protocollo di Boutros Boutros-Ghali nel 1994 e nel 1995 – so che il valore dell’ONU può essere solo quello dei suoi paesi membri e dei paesi membri che sono disponibili al compromesso. I paesi membri sono 191 e quindi non è facile per un’Unione europea di 25 Stati membri, e per alcuni membri associati che condividono la stessa posizione, portare avanti le questioni. L’Unione europea ha svolto un ottimo lavoro e lo stesso Segretario generale Kofi Annan e molti altri lo hanno indicato.

Vero è che nel consiglio per i diritti umani, come ho rammentato all’inizio, non abbiamo ottenuto piena soddisfazione per quanto riguarda, ad esempio, la definizione di terrorismo. Vorrei approfondire un po’ quest’argomento, affermando che la condanna chiara e incondizionata del terrorismo in ogni sua forma e manifestazione, commesso da chiunque e ovunque, espressa da parte di tutti i governi, è un elemento molto importante e costituisce un forte sprone, visto che quest’accordo è stato negoziato per quasi dieci anni. Vi sono buone possibilità che l’Assemblea Generale riunita in sessione prima della fine dell’anno possa addirittura giungere a una conclusione di quest’accordo. Se così fosse, si tratterebbe di un altro risultato positivo.

Con riferimento alle questioni che riguardano le donne, vorrei ricordare che ho partecipato alla cena della rete delle donne. Ho avuto l’incarico di ministro degli Esteri, ma ora sono un Commissario competente per le relazioni esterne. E’ molto importante pensare all’altra parte della popolazione, che non è sempre rappresentata nel modo adeguato, e perciò pensiamo che le donne possano apportare un contributo speciale alla pace e alla costruzione della pace, aspetto sul quale abbiamo posto un accento particolare.

Desidero inoltre aggiungere che le questioni che ho citato oggi – e i temi del dialogo e dell’alleanza tra le civiltà e le culture – costituiscono un punto davvero cruciale, che è nell’aria da molto tempo, ma che ora è stato indicato come concetto nuovo e sicuramente lavoreremo e coopereremo sulla base di questo concetto perché ciò potrebbe portare, ancora una volta, tutti i popoli a una comune intesa sulla necessità della tolleranza verso le civiltà religiose, ma allo stesso tempo sul fatto che condividiamo valori comuni.

Tutto sommato, posso ripetere nuovamente che l’UE è davvero il partner naturale delle Nazioni Unite e le due organizzazioni sono nate dalla medesima esperienza, l’esperienza della guerra, e si fondano sulla stessa convinzione che agire insieme è molto meglio che agire da soli, anche se tante volte questo significa scendere a compromessi. Da parte nostra vi è un fortissimo impegno ad andare avanti, con un eccellente Presidente dell’Assemblea Generale.

 
  
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  Alexander Lambsdorff (ALDE).(DE) Signor Presidente, avevo chiesto alla Commissione e al Consiglio la loro opinione su quando il Parlamento può aspettarsi che le rappresentanze della Commissione e del Consiglio siano combinate a New York e presso le altre sedi ONU, allo scopo di ottenere una migliore coerenza della rappresentanza dell’Unione presso le Nazioni Unite. Sarei grato al Consiglio e alla Commissione se rispondessero.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione.(DE) Signor Presidente, onorevole Lambsdorff, lei sa tanto quanto me che la Costituzione non ha fatto passi avanti e non è stata ratificata. Il Segretariato del Consiglio per ora ha un ufficio a New York; la Commissione ha lo statuto di osservatore presso le Nazioni Unite e lavoriamo davvero in strettissima concertazione. Per il momento, tuttavia, non è nei progetti fondere le due cose.

 
  
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  Presidente. – Ho ricevuto sei proposte di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 29 settembre 2005, alle 12.00.

(La seduta, sospesa alle 18.10 in attesa del Tempo delle interrogazioni, riprende alle 18.35)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


25. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni al Consiglio (B6-0331/2005).

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 1 dell’onorevole Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0659/05):

Oggetto: Problema dei rifiuti e misure per affrontarlo

Può il Consiglio precisare se gli Stati membri hanno l’obbligo della raccolta differenziata dei rifiuti?

Come giudica la prassi finora seguita dagli Stati membri soprattutto per quanto riguarda la raccolta, lo smaltimento o il riciclaggio dei rifiuti prodotti da sostanze chimiche, tossiche, lubrificanti e radioattive?

Reputa necessario pubblicizzare il problema e finanziare opportune misure a tutela dell’ambiente e della salute delle future generazioni di cittadini europei?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Il Consiglio ritiene che ai sistemi di raccolta differenziata sia stata data e si continuerà a dare ampia attuazione al fine di realizzare gli obiettivi delle direttive comunitarie in materia di rifiuti. Grazie alla raccolta differenziata, i tassi di riciclaggio sono più elevati e lo smaltimento finale è più sicuro.

Diverse direttive comunitarie su flussi specifici di rifiuti prevedono la raccolta differenziata di rifiuti, specialmente per quanto riguarda prodotti al termine della loro vita utile che altrimenti entrerebbero nel flusso municipale dei rifiuti solidi. Grazie alla legislazione comunitaria, negli Stati membri è stato fatto molto per rispondere a questa sfida ambientale. E’ stato istituito un regime specifico di disciplina per rifiuti pericolosi importanti, tra cui gli oli usati e le pile. Sono stati stabiliti obiettivi di riciclo e recupero per alcuni fondamentali flussi di rifiuti complessi, tra cui gli imballaggi, i veicoli fuori uso e i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Alcune di queste misure devono ancora essere applicate in taluni Stati membri.

Per un cambiamento di comportamento, da parte di produttori, consumatori o autorità pubbliche, occorre del tempo, soprattutto quando si tratta di raggiungere un preciso risultato ambientale che richiede un ingente investimento in termini di infrastrutture. Pertanto, le future iniziative sui rifiuti dovranno prevedere tempi realistici per consentire alle parti interessate di disporre di tempo sufficiente per pianificare i loro investimenti.

L’esperienza degli Stati membri dimostra l’importanza di sensibilizzare maggiormente il pubblico sulle questioni relative ai rifiuti. Sono certo che la Commissione terrà in piena considerazione questo aspetto quando presenterà la sua strategia tematica sui rifiuti.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) La ringrazio della risposta, signor Ministro, ma quando sono tornata in Grecia da Bruxelles ho avuto un’impressione opposta alla sua e chiedo al Consiglio se ha valutato a quanto ammontino finora i danni diretti e indiretti e se ha calcolato i danni che subiranno tutti gli Stati membri a seguito della loro inosservanza delle direttive.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Ovviamente ogni Stato membro è soggetto agli obblighi che gli derivano dalla legislazione comunitaria. E’ quindi importante sapere che, soprattutto in caso di inosservanza delle direttive approvate, scaturiscono processi ai quali possono seguire procedure d’infrazione. Se da un lato riconosciamo che non tutti gli Stati membri hanno dato piena attuazione alla legislazione comunitaria sui rifiuti, dall’altro devo dire che in generale negli ultimi anni l’applicazione del diritto ambientale comunitario ha conosciuto un effettivo miglioramento.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 2 dell’onorevole Sajjad Karim (H-0661/05):

Oggetto: Armonizzazione dell’approccio degli Stati membri nella lotta al terrorismo

I provvedimenti antiterrorismo adottati da alcuni Stati membri, con il pretesto della lotta al terrorismo, indicano che l’UE deve attualmente affrontare una realtà secondo la quale uno degli effetti della minaccia terroristica è che le libertà fondamentali dell’individuo, alla base dei valori e dei principi condivisi dall’Unione, sono al giorno d’oggi compromesse e minacciate. In seguito agli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004 e di Londra del 7 luglio 2005, l’UE sta definendo il suo approccio per combattere l’attacco al sistema europeo di vita.

Come intende il Consiglio, sotto la guida della Presidenza del Regno Unito, programmare la cooperazione, superando le differenze nazionali e gli ostacoli burocratici all’interno degli Stati membri dell’UE, al fine di favorire un approccio armonizzato nella lotta al terrorismo, che consente di raggiungere un equilibrio tra le esigenze in termini di sicurezza dei cittadini dell’UE e la garanzia dei loro diritti umani e delle loro libertà civili, indipendentemente dal credo religioso e dalle origini etniche?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Non potrei davvero convenire maggiormente con l’onorevole deputato riguardo all’importanza di tali questioni, non da ultimo a seguito degli attentati di Madrid e di quelli compiuti a Londra il 7 luglio. Il Consiglio ha sempre cercato di raggiungere un equilibrio tra le esigenze in termini di sicurezza dei cittadini dell’UE e la garanzia dei loro diritti umani e delle loro libertà civili, indipendentemente dal credo religioso o dalle origini etniche.

Il 13 giugno 2002 il Consiglio ha adottato una decisione quadro sulla lotta contro il terrorismo. Questa decisione quadro ravvicina la legislazione degli Stati membri in materia di atti di terrorismo, reati riconducibili a un’organizzazione terroristica e reati connessi alle attività terroristiche. Nello specifico, l’articolo 1 della decisione quadro afferma che “l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali e i principi giuridici fondamentali quali sono sanciti dall’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea non può essere modificato per effetto della presente decisione quadro”. E’ in particolare in difesa di tali diritti che gli Stati membri devono combattere il terrorismo, che è l’antitesi dei diritti umani così come li consideriamo nelle società democratiche.

Rivolgendosi al Parlamento europeo il 7 settembre, il collega Charles Clarke, ministro degli Interni britannico, aveva evidenziato la necessità di trovare un equilibrio tra le libertà civili e una maggiore sicurezza. In quell’occasione il Vicepresidente della Commissione, Franco Frattini, aveva inoltre sottolineato la necessità di trovare un equilibrio tra le attività di applicazione della legge e la protezione dei diritti fondamentali.

 
  
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  Sajjad Karim (ALDE).(EN) Vorrei nuovamente porgere il benvenuto in quest’Aula al Ministro Alexander. E’ un piacere averla qui, a fornire una risposta dettagliata all’interrogazione che avevo presentato.

Lei ha fatto riferimento alle dichiarazioni pronunciate dal suo collega, il ministro degli Interni del Regno Unito, Charles Clarke. Vorrei richiamare la sua attenzione sulle osservazioni da lui formulate dopo la data da lei menzionata e chiederle in quale misura la Presidenza intende intervenire sulla soppressione di talune disposizioni della Convenzione sui diritti umani.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Permettetemi di affrontare la questione affermando a chiare lettere che la priorità della nostra Presidenza, non da ultimo a seguito degli attentati di Madrid e Londra, consiste nell’infondere nuovo slancio al piano d’azione dell’Unione europea per la lotta contro il terrorismo, che è stato sottoscritto da tutti gli Stati membri. Riteniamo che, concentrando i nostri sforzi su questo piano, potremo giungere a un approccio armonizzato e creare il terreno comune di cui ho parlato prima.

 
  
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  David Martin (PSE).(EN) Signor Presidente in carica, il mandato d’arresto europeo è una misura molto ragionevole e opportuna per cercare di contrastare il terrorismo, ma non è stata attuata da diversi Stati membri per timore che le persone estradate in conformità del mandato non ricevano un giusto processo, un’adeguata assistenza giuridica o un appropriato sostegno linguistico. Come Presidente in carica del Consiglio, esaminerà la questione per vedere se può rassicurare tutti gli Stati membri sul fatto che si può dare piena attuazione al mandato d’arresto europeo?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Posso promettere all’onorevole deputato che ci occuperemo del problema, poiché ci siamo impegnati non solo a fare applicare il mandato d’arresto, ma anche ad agire per portare avanti il mandato europeo di ricerca delle prove in tutta l’Unione. Se, date le preoccupazioni emerse all’interno degli Stati membri, esistono motivi concreti che impediscono di approfondire la cooperazione di cui parlavo prima, questo problema rientra proprio tra quelli che riguardano il Consiglio. In particolare, farò in modo che le osservazioni dell’onorevole deputato giungano all’attenzione del ministro degli Interni.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 3 dell’onorevole Chris Davies (H-0663/05):

Oggetto: Il sito web del Consiglio dei Ministri

E’ il Consiglio a conoscenza di un sito web, curato da un’autorità pubblica europea, che sia stato meglio progettato per frustrare l’abilità dei cittadini ad avere accesso alle informazioni, di quanto non lo sia quello del Consiglio dei Ministri?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Innanzi tutto, prima di iniziare a difendere il sito web del Consiglio, vorrei congratularmi per il lancio di quello del Parlamento europeo.

(Applausi)

Cercherò di fare del mio meglio. L’obiettivo del sito Internet del Consiglio è duplice: fornire informazioni sul ruolo e le attività del Consiglio e permettere all’Istituzione di adempiere i suoi obblighi in materia di accesso ai documenti. Pertanto, oltre alla home page di Javier Solana, Segretario generale del Consiglio e Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, il sito web del Consiglio permette di accedere a comunicati stampa e a un’ampia gamma di informazioni, di particolare interesse per i media, sulle attività svolte dal Consiglio nei vari ambiti politici.

Inoltre, il sito Internet include il registro pubblico dei documenti del Consiglio e fornisce informazioni sull’uso del registro e sulle norme in materia di trasparenza e accesso ai documenti. Va detto che l’alquanto specializzato sito web del Consiglio è stato progettato al fine di evitare, per quanto possibile, sovrapposizioni e duplicazioni di lavoro rispetto al sito interistituzionale Europa, che è gestito dalla Commissione europea ed è rivolto al grande pubblico.

 
  
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  Chris Davies (ALDE).(EN) “Sì, signor Ministro!”. La Presidenza in carica sa che i giornalisti e le ONG, se viene chiesto loro di esprimere un giudizio sui difetti del sito web del Consiglio, non sanno se mettersi a ridere in maniera isterica o digrignare i denti dalla rabbia?

Conviene che se l’Unione europea vuole comunicare meglio con i suoi cittadini, le fonti pubbliche d’informazione devono riflettere i principi di apertura e trasparenza? Adotterà iniziative per avviare una revisione e una consultazione pubblica volte a eliminare il retrogrado approccio del Segretariato del Consiglio e a fornire ai cittadini una fonte di prima qualità di informazioni oneste, reali e accurate?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Devo dire che, sulla base delle ricerche che ho effettuato da quando è stata presentata l’interrogazione, condivido i punti sollevati dall’onorevole deputato. Posso garantirgli che la struttura e il contenuto del sito web del Consiglio sono sottoposti a una revisione costante e che questo processo proseguirà in parallelo con il miglioramento del sito Europa, di cui ho parlato poc’anzi.

Credo che l’unico punto di divergenza tra noi, per quanto riguarda la domanda che mi è stata rivolta, consista nel ritenere che il pubblico dovrebbe innanzi tutto consultare il sito web del Consiglio, anziché il sito Europa. Penso che il vero problema sia come evitare il fenomeno della duplicazione, fin troppo diffuso tra i siti dei governi degli Stati membri, e garantire che il prodotto offerto alla cittadinanza dell’Europa rifletta meglio il punto di accesso unico verso cui vogliamo che si orientino i cittadini. A tale proposito, per quanto riguarda il pubblico, il sito web Europa è chiaramente quello più indicato. La Commissione ha recentemente annunciato il suo piano d’azione volto a migliorare la comunicazione in Europa e sono certo che esso avrà un impatto diretto sul sito Europa.

 
  
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  David Martin (PSE).(EN) Signor Presidente in carica del Consiglio, forse potrebbe farle piacere visitare un sito Internet che è davvero frustrante per chi lo visita e che presenta effettivamente dei difetti. Si tratta del sito dei liberaldemocratici britannici, in cui, ad esempio, si afferma che questo partito politico è il principale oppositore del governo del Regno Unito e ha delle politiche.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Tenendo sempre a mente le responsabilità che rivesto come rappresentante della Presidenza del Consiglio, anziché esprimere le mie posizioni di parte, mi permetto rispettosamente di dire che forse tali difetti non sono tanto di natura tecnologica quanto ideologica.

 
  
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  Bill Newton Dunn (ALDE).(EN) Vorrei chiedere al Presidente in carica del Consiglio di rispondere gentilmente all’interrogazione originaria dell’onorevole Davies: è il Consiglio a conoscenza di un sito web, curato da un’autorità pubblica europea, che sia stato meglio progettato per frustrare? In realtà, il Ministro Alexander non ha risposto a questa domanda.

Possiamo quindi desumere che condivide l’affermazione secondo cui il sito del Consiglio è il peggiore di tutti i siti Internet pubblici?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Vorrei dire all’onorevole deputato che se ritiene che visitare ogni sito Internet pubblico presente in rete significhi fare un uso efficiente ed efficace del tempo del Consiglio, allora sono rispettosamente in disaccordo con lui.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 4 dell’onorevole Sarah Ludford (H-0665/05):

Oggetto: Ostacoli al diritto di accesso ai documenti del Consiglio

Il regolamento (CE) n. 1049/2001(1) sull’accesso ai documenti stabilisce che le istituzioni dell’UE tengano un registro dei documenti e ne concedano l’accesso diretto in forma elettronica. L’accesso al registro del Consiglio, benché ci siano stati alcuni recenti miglioramenti, non è agevole per l’utente. Può il Consiglio far sapere se riorganizzerà il suo registro e il suo sito web, magari sulla falsariga dell’osservatorio legislativo del Parlamento europeo, e creerà per ogni riunione speciali pagine web che permettano ai cittadini di rintracciare tutti i documenti rilevanti dell’ordine del giorno e di seguire le varie fasi del processo decisionale?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Come rilevato dall’onorevole deputata, le Istituzioni dell’Unione europea sono obbligate per legge a tenere un registro dei documenti e a concederne l’accesso diretto in forma elettronica. Istituendo il proprio registro pubblico di documenti, che a quanto mi è dato sapere è diventato operativo nel gennaio 1999, il Consiglio ha ottemperato a tale requisito molto prima dell’entrata in vigore del pertinente regolamento.

Da allora il numero di utenti del registro del Consiglio è in costante aumento. Così, nel 2004, si sono validati sul registro dei documenti pubblici del Consiglio quasi 300 000 utenti diversi, rispetto agli appena 180 000 del 2003. Si tratta di un aumento del numero di utenti in un anno pari quasi al 63 per cento. L’aumento del numero totale di visite è stato di poco inferiore al 20 per cento: 920 000 nel 2004 rispetto alle 770 000 del 2003, pari a oltre 2 500 visite al giorno.

In tutto, il numero di pagine consultate sono state più di 5 milioni e mezzo. Come indicano queste cifre sull’utilizzo del registro dei documenti del Consiglio da parte del pubblico, il registro è diventato a tutti gli effetti uno strumento di ricerca frequentemente utilizzato dai cittadini che vogliono seguire da vicino lo sviluppo delle questioni comunitarie. Questo è più che mai comprensibile, in quanto il registro del Consiglio viene costantemente aggiornato tramite un sistema di archiviazione automatica. Al 9 settembre 2005, il registro del Consiglio conteneva riferimenti a oltre 640 000 documenti.

Inoltre, una notevole quantità di documenti del Consiglio è automaticamente disponibile sul registro del Consiglio, in formato full-text, non appena viene prodotta. Nel 2004, pertanto, circa 70 000 documenti, o quasi il 60 per cento degli oltre 100 000 documenti prodotti e registrati quell’anno, potevano essere consultati on-line in formato full-text subito dopo la loro diffusione.

Gli ordini del giorno provvisori delle riunioni del Consiglio e dei suoi organi preparatori possono essere consultati on-line subito dopo la loro diffusione, permettendo così agli utenti del registro di individuare facilmente i numeri di riferimento dei documenti discussi in una data riunione.

Oltre che immettendo il numero del documento, gli utenti del registro possono inoltre cercare documenti su un determinato argomento immettendo altri dati, quali la data della riunione, il numero interistituzionale del documento o un codice tematico.

Tuttavia, per migliorare ulteriormente la qualità del registro, il Consiglio studierà la fattibilità tecnica di eseguire una ricerca automatica di documenti relativi a una determinata questione o facenti parte dello stesso dossier tramite agende interattive.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Ringrazio la Presidenza, ma permettetemi di fare un esempio.

Se digitate “conservazione dei dati” – un argomento di grande attualità – nella casella di ricerca per materia, non otterrete alcun documento. E’ come se la frenetica smania di Charles Clarke di intervenire sulla questione fosse un miraggio. Se digitate le parole “conservazione dei dati” nella casella del titolo, otterrete 45 documenti, senza però avere alcuna possibilità di scoprire a quale riunione si riferiscano.

Lei non ha risposto alla domanda specifica che le ho posto nella mia interrogazione: riorganizzerà il sito web del Consiglio sulla falsariga dell’Osservatorio legislativo del Parlamento europeo per renderlo più facile da navigare?

Se utilizzate la sezione dedicata alla guida in linea, comparirà “suffissi sui documenti”. Possono esservi molteplici suffissi che indicano le varie versioni, ad esempio REV 1 (la prima revisione), REV 2 COR 1 (il primo corrigendum alla seconda revisione), COR 1 REV 2 (la seconda revisione del primo corrigendum). Non credo che queste informazioni siano illuminanti per il pubblico.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Non sono del tutto convinto che si possa contribuire a illuminare il pubblico quando sembra che a ciò che ho chiaramente affermato nell’ultimo paragrafo della mia risposta non sia stato dato ascolto. A titolo informativo, permettetemi quindi di ripeterlo. Per migliorare ulteriormente la qualità del registro, il Consiglio studierà la fattibilità tecnica di eseguire una ricerca automatica di documenti relativi a una determinata questione o facenti parte dello stesso dossier tramite agende interattive.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 5 dell’onorevole Nigel Farage (H-0666/05):

Oggetto: Accordi di partenariato in materia di pesca

L’interrogante è molto preoccupato per il fatto che gli accordi di partenariato in materia di pesca con i paesi terzi sono totalmente iniqui, molto dannosi per la popolazione locale e con conseguenze ambientali disastrose.

Come per il WWF, Oxfam e alcuni altri organismi, l’interrogante è convinto che non si tratti del cosiddetto “sviluppo sostenibile” .

Sarebbe possibile effettuare un’inchiesta su questi accordi? Ha il Consiglio intenzione di mantenere la stessa posizione e di porre un freno a questi incredibili accordi di pesca?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Il Consiglio sa che diverse organizzazioni hanno espresso preoccupazione per i presunti effetti negativi degli accordi di pesca tra la Comunità e i paesi terzi. In risposta a tali critiche, il 27 dicembre 2002 la Commissione ha emesso una comunicazione relativa a un quadro integrato applicabile agli accordi di partenariato con i paesi terzi nel settore della pesca. Successivamente, nel luglio 2004, il Consiglio ha approvato i cambiamenti di carattere politico caldeggiati dalla Commissione nella propria comunicazione.

E’ importante sottolineare la parola “partenariato”. Con questo termine si tratta di fare ben di più che limitarsi a comprare diritti di pesca da paesi terzi per poi spogliarne gli stock. La Comunità avvia un dialogo con il paese terzo sulla base di prove scientifiche volte a stabilire l’esistenza di risorse ittiche eccedentarie che possano essere sfruttate in maniera sostenibile dai pescherecci comunitari. La Comunità discute con il paese terzo come utilizzare il denaro erogato affinché vada a beneficio della popolazione di quel paese. Trattandosi di accordi di partenariato in materia di pesca, il Consiglio cerca di fare in modo che questo denaro vada a vantaggio del settore ittico locale, tra cui pescatori e popolazioni costiere.

Infine, quando prepara nuovi accordi o rinnova quelli esistenti, la Commissione presenta sistematicamente al Consiglio relazioni di valutazione sui loro effetti. Il Consiglio ritiene che tali accordi siano vantaggiosi per entrambe le parti ed è ansioso di concludere futuri accordi di partenariato in materia di pesca con paesi terzi. La Presidenza del Regno Unito sta inoltre lavorando con la Commissione per ospitare un seminario, che si terrà più avanti nel corso dell’anno, sulla questione degli accordi con i paesi terzi.

 
  
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  Nigel Farage (IND/DEM).(EN) Signor Ministro, per me è assolutamente incredibile che un governo come il suo e quello del suo leader Tony Blair – che ha fatto un così gran parlare dell’Africa, di ciò che sta accadendo in Africa e di ciò che dobbiamo cercare di fare per aiutare l’Africa – possa chiudere un occhio su un problema come questo. Temo che questi accordi di pesca con i paesi terzi siano la più spaventosa combinazione tra avidità commerciale europea e corruzione del malgoverno africano.

Se si esaminano le varie relazione indipendenti, è assolutamente indubbio che, in termini ecologici, questi accordi di pesca al largo della costa occidentale africana hanno lo stesso impatto ambientale di un incendio nel Serengeti! Le popolazioni locali vengono private di ogni speranza di guadagnarsi da vivere e sono molto deluso che lei non voglia nemmeno prometterci un’inchiesta.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Non ho alcun dubbio in merito alla sincerità delle osservazioni dell’onorevole deputato e rispetto le organizzazioni che ha consultato per preparare il suo contributo al dibattito odierno; gli sarei quindi grato se potesse trasmettere, sia alla Commissione che al Consiglio, i documenti che ha citato nel suo intervento in modo che io possa farli pervenire ai funzionari competenti.

 
  
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  Christopher Beazley (PPE-DE).(EN) Ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per la risposta. Ovviamente, in materia di pesca non ho l’infallibile esperienza che il collega Farage ha appena dimostrato. Ho però lavorato come rappresentante della Cornovaglia e di Plymouth. In quella parte del mondo la pesca dipende esclusivamente da partenariati e accordi. Se non ci fossero accordi – e su questo punto dissento dall’onorevole Farage – succederebbe che qualche cane sciolto si limiterebbe semplicemente ad abusare della quantità degli stock ittici esistenti. Ritengo che sia un’ottima idea che l’Unione europea concluda questi accordi e personalmente mi auguro che continuino.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Condivido pienamente l’osservazione espressa dall’onorevole deputato. Questo dibattito è in certa misura simile a quello sugli accordi di partenariato economico in generale. Credo che siano in pochi a non ritenere che gli accordi di partenariato di questo tipo possano essere effettivamente vantaggiosi per i paesi in via di sviluppo interessati. Tuttavia, se all’atto pratico l’effetto di tali accordi è nocivo e dannoso rispetto ai loro stessi obiettivi, allora questo è giustamente un problema che suscita preoccupazione. Ecco perché, qualora mi vengano fornite prove in tal senso, mi sono impegnato a trasmetterle a chi di competenza.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE).(EN) E’ incredibile che l’onorevole Farage sollevi questo problema quando non prende quasi mai parte alle riunioni della commissione per la pesca, e vorrei esortarlo a parteciparvi più regolarmente per esprimere il proprio parere sulla questione.

Temo che con le sue affermazioni si riferisca a ogni accordo di pesca. Ad esempio, l’accordo di pesca con la Norvegia ha un’importanza fondamentale per i pescatori scozzesi. Il collega deve avere un approccio coerente.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Resisterò alla ghiottissima occasione che mi si è presentata di discutere delle incongruenze inerenti alla posizione dell’UKIP e mi limiterò semplicemente a dire che convengo pienamente, non da ultimo sulla base dell’instancabile lavoro svolto in Scozia dall’onorevole deputata che ha formulato la domanda, sul fatto che gli accordi di partenariato in materia di pesca possono svolgere un ruolo davvero importante. Questo è un chiaro esempio di come lavorare in maniera indipendente anziché in partenariato non offra alcun futuro all’Europa né, oserei dire, agli stock ittici.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 6 dell’onorevole Bernd Posselt (H-0668/05):

Oggetto: I diritti delle minoranze in Serbia

Mentre in Kosovo le minoranze dispongono di seggi parlamentari garantiti, la Serbia, sotto le pressioni del partito radicale di Vojslav Seselj, imputato dinanzi al tribunale dell’Aia, è stata trasformata in un collegio elettorale senza un seggio locale, ma con una clausola del 5 per cento. Di conseguenza le minoranze etniche che vivono in zone ad alto rischio, come la Vojvodina, il Sandzak, il Novi Pazar e la vallata di Presevo, sono state de facto escluse dalla partecipazione parlamentare, nonostante costituiscano la maggioranza della popolazione nella loro regione natale.

Riconosce il Consiglio i rischi che possono scaturire dallo squilibrio tra le richieste del Kosovo e della Serbia? Quali saranno le ripercussioni sulla preparazione dei negoziati sui trattati dell’UE con Belgrado?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Il futuro della Serbia e Montenegro è all’interno della famiglia europea, proprio come ho potuto affermare recentemente quando ho visitato i Balcani occidentali e ho avuto l’opportunità di incontrare le autorità del paese.

Pertanto la partecipazione di tutti i gruppi etnici al processo democratico è essenziale per questo paese che si sta incamminando verso un futuro europeo. Tuttavia, secondo noi la situazione in Serbia non è così negativa come suggerisce l’interrogazione.

Mentre le situazioni politiche del Kosovo e della Serbia non sono direttamente analoghe, riteniamo che in Serbia le minoranze abbiano la possibilità di partecipare pienamente alle politiche parlamentari.

Una delle prime misure adottate dal nuovo parlamento serbo all’inizio del 2004 è stata l’eliminazione dello sbarramento del 5 per cento imposto ai partiti rappresentanti le minoranze etniche per entrare in parlamento. Di conseguenza, in occasione delle prossime elezioni politiche anche le minoranze etniche avranno la possibilità di essere rappresentate in parlamento.

La legge serba sulle elezioni locali fissa una soglia del 3 per cento, ma nei comuni multietnici vengono istituiti consigli per le relazioni interetniche che si compongono di membri di tutte le comunità etniche che rappresentano oltre l’1 per cento della popolazione municipale.

Inoltre, le questioni concernenti le minoranze etniche possono essere sottoposte all’attenzione del governo centrale serbo tramite il Consiglio Nazionale delle Minoranze etniche, un’istanza istituita nel 2004 in cui vengono trattate le questioni relative alle minoranze etniche.

Speriamo di iniziare i negoziati per l’accordo di stabilizzazione e associazione con la Serbia e il Montenegro durante la nostra Presidenza. Affinché tale accordo venga concluso, Belgrado dovrà soddisfare una serie di condizioni fissate dall’Unione europea. Per poter aderire all’Unione europea Belgrado dovrà soddisfare tutti i criteri politici di Copenaghen.

L’onorevole deputato ha ragione quando afferma che gli standard democratici in Serbia devono essere al centro di questo processo.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, la ringrazio per la risposta molto buona e molto precisa. Voglio però aggiungere che la valle di Presevo, cioè la parte della Serbia meridionale abitata da albanesi, non è assolutamente rappresentata in parlamento, mentre la minoranza serba in Kosovo, ha dei seggi garantiti, almeno in teoria: questi seggi non sono ancora stati occupati. Il Presidente in carica del Consiglio potrebbe prevedere che, nell’ambito di una soluzione per il Kosovo, si miri a un compromesso bilaterale – in modo tale che non si debbano modificare i confini, perché non vogliamo modificare i confini – che dia agli albanesi in Serbia gli stessi diritti dei serbi in Kosovo?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Con tutto il rispetto per l’autore dell’interrogazione, non credo, soprattutto in questo periodo di una certa delicatezza e di attesa, che sia corretto anticipare la relazione dell’ambasciatore Eide sul Kosovo. Dobbiamo solo aspettare ancora un po’ questa relazione, e sulla base di questo documento potremo continuare in modo migliore la discussione sullo status definitivo del Kosovo.

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE). – (HU) Signor Presidente, Presidente Alexander, vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che nella Serbia settentrionale c’è una provincia chiamata Vojvodina che godeva dello stesso status del Kosovo prima del 1989, mentre ora in pratica è solo un “territorio sulla carta”, senza status. Non si sa perché cinque anni dopo la caduta di Milosevic lo status di questa regione non possa essere ripristinato. Poiché le grandi minoranze indigene ungherese e croata non sono rappresentate nel parlamento di Belgrado, nella Vojvodina tali minoranze sono oggetto di discriminazione politica. Quando si parla di cambiamenti etnici positivi in Serbia, mi chiedo se lei sappia che i membri di una nazione europea, ossia della nazione ungherese, sono perseguitati e attaccati solo perché parlano ungherese, mentre le forze di polizia si rifiutano di raccogliere le loro denunce, che nella regione è presente un numero sempre maggiore di giudici di dubbia reputazione provenienti dal Kosovo e dalla Krajina e che si verificano uccisioni ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Con tutto il rispetto, vorrei far notare all’autore dell’interrogazione che è necessario saper distinguere tra quelle che sono le legittime responsabilità della Presidenza dell’Unione europea e quelle del governo serbo.

Per quanto riguarda questo punto specifico, il recente attentato a József Kasza, Presidente dell’Alleanza degli ungheresi di Vojvodina, e la posizione generale della minoranza ungherese, ritengo che l’azione rapida e decisa del governo serbo abbia contribuito molto a placare le preoccupazioni della comunità di etnia ungherese che temeva che l’attentato a Kasza potesse essere l’inizio di una serie di altri attentati. Siamo lieti che nessuno sia stato ferito, secondo quanto ci è stato riferito, ma comprendo le preoccupazioni espresse dall’onorevole deputato.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, mi rallegro del fatto che fra pochi giorni inizino effettivamente i negoziati con la Croazia. Ciò rappresenta un importante passo avanti per la Presidenza britannica. Quando prevede che inizieranno i negoziati di adesione con Belgrado?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Apparentemente l’interrogazione allude a un fatto al quale non posso riferirmi nella mia risposta. Stiamo ancora attendendo ulteriori relazioni sulla situazione in Croazia, anche per quanto concerne la task force per la Croazia. Per il momento siamo fermi a questo punto e non andiamo oltre.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 7 dell’onorevole Dimitrios Papadimoulis (H-0671/05):

Oggetto: Diritti di proprietà delle minoranze religiose in Turchia

La Direzione generale dei Vakuf di Turchia ha manifestato l’intenzione di affittare immobili appartenenti a fondazioni filantropiche di minoranze religiose, in passato oggetto di esproprio, persistendo nella sua pratica di violare i diritti di proprietà delle minoranze religiose. Parallelamente il governo turco persiste tacitamente con tale pratica e, in più, presenta al parlamento turco un progetto di legge sui Vakuf, in base al quale lo Stato turco restituirà agli aventi diritto solo gli immobili che si trovano sotto la sua giurisdizione e non quelli che sono stati illegalmente venduti a terzi.

E’ al corrente il Consiglio di tale pratica posta in essere dalla Direzione generale dei Vakuf e del progetto di legge presentato dal governo turco? Intende porre all’ordine del giorno delle sue discussioni con le autorità turche il progetto di legge in questione? Quali provvedimenti ha in animo di assumere in vista dell’inizio dei negoziati di adesione, il 3 ottobre 2005, al fine di garantire i diritti di proprietà delle minoranze religiose in Turchia?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Siamo consapevoli del fatto evidenziato dall’onorevole deputato. Nonostante la libertà religiosa sia sancita dalla Costituzione della Repubblica di Turchia e nonostante la relazione del 2004 della Commissione europea sui progressi compiuti dalla Turchia verso l’adesione affermi che non ci sono ostacoli alla libertà di culto, restano ancora in sospeso alcune questioni importanti. Secondo il partenariato di adesione riveduto, approvato nel maggio 2003, la Turchia deve, tra l’altro, creare le condizioni per il funzionamento delle comunità religiose non musulmane, conformemente alla prassi corrente degli Stati membri dell’Unione europea. Tuttavia, il Consiglio fa rilevare che alcune minoranze e comunità religiose musulmane e non musulmane continuano a incontrare difficoltà relativamente alla personalità giuridica, ai diritti di proprietà, alla formazione, al diritto di residenza e al permesso di lavoro per il clero turco e non turco, alle scuole e all’amministrazione interna. In particolare, l’Unione europea è preoccupata per la costante confisca da parte dello Stato delle proprietà appartenenti a fondazioni religiose non musulmane. L’Unione europea ha esortato la Turchia ad approvare immediatamente una legge sulle fondazioni che sia pienamente in linea con gli standard europei, e attende i commenti della Commissione sul progetto di legge che a giugno il Commissario Rehn ha inviato al ministro degli Esteri turco Gül affinché li considerasse con attenzione. L’Unione europea ha anche invitato la Turchia a riaprire il seminario greco-ortodosso di Halki.

Come l’onorevole deputato ben sa, il 16 e 17 dicembre 2004 il Consiglio europeo, quando decise che la Turchia rispettava in misura sufficiente i criteri politici di Copenaghen e si potevano dunque lanciare i negoziati di adesione, affermò chiaramente che l’Unione avrebbe continuato a vigilare con attenzione sull’evoluzione delle riforme politiche nel paese. Il Consiglio può pertanto confermare all’onorevole deputato che continuerà a seguire con molta attenzione gli sviluppi in questo ambito.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL). – (EL) Signor Presidente del Consiglio, il Parlamento europeo, in una risoluzione votata proprio oggi, ha giudicato inadeguati gli accordi giuridici specifici. Il Consiglio condivide questa opinione? Ha rilasciato commenti su questa legge specifica? Intende discutere di tale questione nel corso dei negoziati e, se sì, quando?

Visto che stiamo parlando di libertà religiosa, la Presidenza britannica cosa pensa del trattamento inaccettabile e sprezzante del governo turco nei confronti del Papa, dopo l’invito da parte del patriarca ecumenico ortodosso a visitare Istanbul?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Non sono sicuro che l’onorevole deputato questa mattina abbia avuto l’opportunità, come ho avuto io, di partecipare a un dibattito di tre ore sulla Turchia in quest’Aula. Posso assicurarle che la Presidenza britannica è pienamente consapevole di tutte le questioni connesse all’adesione della Turchia.

Tuttavia, vorrei che molti di noi credessero che il processo che la Turchia ha seguito finora e che continuerà a seguire è la migliore garanzia del fatto che si stanno affrontando e continueranno ad essere affrontati anche in futuro quei problemi che devono essere affrontati.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE). – (EN) La questione della libertà religiosa riveste chiaramente un’importanza cruciale nel quadro dei negoziati con la Turchia. Nelle prossime settimane l’ONG FirstStep Forum visiterà il paese per analizzare la situazione sul terreno e sarà lieta di trasmettere una copia della relazione che redigerà al Presidente in carica.

Il Presidente in carica può rassicurami del fatto che la libertà di religione e di culto verranno messe in evidenza nel corso del processo di adesione della Turchia?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Posso darle questa rassicurazione, ma vorrei anche far notare all’onorevole deputata che i capi delle chiese cattolica, greco-ortodossa e siriana ortodossa in Turchia hanno affermato che, in seguito alle riforme di armonizzazione dell’Unione europea, per le loro comunità ora è più facile praticare i loro culti e sono inoltre cambiati gli atteggiamenti nei loro confronti.

Ammetto sinceramente che resta ancora moltissimo lavoro da fare, ed è per questo motivo che rendo omaggio alle attività realizzate dall’onorevole Stihler e da altri membri di varie ONG in questo campo. Ciononostante, penso che le parole dei capi delle chiese cattolica, greco-ortodossa e siriana ortodossa cui mi riferivo poc’anzi siano la dimostrazione dei progressi concreti già realizzati.

 
  
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  Presidente.

Interrogazione n. 8 dell’onorevole James Hugh Allister (H-0673/05):

Oggetto: Terroristi dell’IRA

Tre terroristi condannati in fuga, Niall Connolly, James Monaghan e Martin McCauley, sono rientrati senza ostacoli dalla Colombia in Irlanda. Considerato l’impegno dichiarato dell’UE ad appoggiare la lotta al terrorismo internazionale, quali iniziative ha preso il Consiglio per assicurare che il governo irlandese non dia rifugio a questi terroristi internazionali? Ritiene il Consiglio che Europol abbia fatto effettivamente tutto il possibile per impedire il loro ritorno?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Come ho già precedentemente affermato in quest’Aula nel corso del mese, si tratta di una questione che non è di competenza del Consiglio, ma dei governi irlandese e colombiano.

 
  
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  James Hugh Allister (NI).(EN) Signor Ministro, questa risposta non è forse una scusa vile e patetica? Il Consiglio, con enfasi collegiale, ha ripetutamente ribadito il suo impegno nella lotta contro il terrorismo internazionale eppure, quando si trova dinanzi a una flagrante violazione di tale impegno da parte di uno Stato membro che dà rifugio a terroristi noti a livello mondiale, tutto ciò che sa fare è scrollare le spalle in segno di deplorevole indifferenza.

Questa è una sfida per il Consiglio. E’ in grado di dimostrare le proprie credenziali nella lotta al terrorismo internazionale o è interessato solo a schivare le proprie responsabilità? Potete fare meglio. Il punto è: avete la volontà di fare meglio o tutti i vostri discorsi sono solo frasi fatte e parole vuote?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Con il massimo rispetto per l’autore dell’interrogazione, vorrei dire che non si tratta di un problema di volontà, ma di legittimazione, e poiché il Consiglio non ha ricevuto alcuna richiesta da nessuno dei due governi interessati, il Consiglio non è direttamente legittimato a intervenire sulla questione.

 
  
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  James Nicholson (PPE-DE).(EN) Trovo che le osservazioni del Presidente in carica del Consiglio siano assolutamente sbalorditive. Se si considera che fa parte di un governo che ha assunto una linea durissima sul terrorismo internazionale, il modo in cui ha schivato la questione – la scusa che ha tirato fuori questa sera – è davvero sorprendente.

Non conviene che dovrebbe incoraggiare i due governi della Repubblica d’Irlanda e della Colombia a fare in modo che non vi sia alcun luogo in cui possa nascondersi chi è stato condannato in Colombia, rinchiuso in carcere e poi è fuggito? Non conviene che, alla luce del terrorismo internazionale, dovrebbe essere il primo ad assumere un ruolo positivo e a non sottrarsi alla sua posizione?

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Non vi stupirà che io respinga i termini dell’accusa che mi è stata rivolta dall’oratore nella domanda complementare. E’ alquanto curioso, considerata la posizione assunta dal suo partito sull’importanza dello Stato nazione, che l’onorevole deputato non accetti la basilare proposizione giuridica che stabilisce chi è giuridicamente legittimato a intervenire sulla questione. Il soggetto giuridicamente legittimato è lo Stato membro e, anziché ripetere le argomentazioni su cui avevamo già avuto occasione di discutere precedentemente in quest’Aula nel corso del mese, gli suggerirei di esprimere le sue preoccupazioni direttamente a quei governi che hanno il potere di intervenire sulla questione.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Non intendo addentrarmi nella questione, ma vorrei semplicemente dire che nella Repubblica d’Irlanda le disposizioni giuridiche e giudiziarie vengono già applicate. Nella Repubblica d’Irlanda questo sistema è indipendente dall’influenza politica di qualunque partito e sono certo che si possa dire altrettanto anche per il sistema del Regno Unito, Irlanda del Nord compresa.

Vorrei chiederle di rispondere all’interrogazione n. 9, che è la prossima ed è stata formulata da me. Desidererei soprattutto rivolgere una domanda complementare al rappresentante del Consiglio sulla questione della direttiva sui lavoratori temporanei.

 
  
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  Douglas Alexander, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Signor Presidente, la ringrazio per l’indicazione. Considerate la preoccupazione espressa dall’autore dell’interrogazione e la pressione cui sono sottoposto perché devo prendere un aereo, ritengo che sarebbe meglio se affrontassimo la questione per iscritto. In questo modo potrò fornire una risposta esauriente riguardo alle sue preoccupazioni su questa direttiva.

 
  
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  Christopher Beazley (PPE-DE).(EN) La mia interrogazione è la n. 32 dell’elenco, ma ha già detto che le verrà data risposta per iscritto. Sono ansioso di ricevere tale risposta. Spero che il Ministro Alexander riesca a prendere l’aereo e attendo con ansia il seguito di questa discussione.

 
  
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  Presidente. – Essendo scaduto il tempo assegnato alle interrogazioni, le interrogazioni dalla n. 9 alla n. 38 riceveranno risposta per iscritto(2).

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 19.05, riprende alle 21.05)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 
  

(1)GU L 145 del 31.5.2001, pag. 43.
(2) Per le interrogazioni non esaminate, cfr. Allegato “Tempo delle interrogazioni”.


26. Bielorussia
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazione della Commissione sulla Bielorussia.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, il Commissario Ferrero-Waldner sperava tantissimo di poter essere qui con voi a discutere di questo argomento. Si è dedicata con grande impegno a sviluppare le attività della Commissione sulla Bielorussia fin da quando siamo entrati in carica. A nome del Commissario Ferrero-Waldner e della Commissione, sono lieto di poter avere uno scambio di opinioni con voi sulla situazione in Bielorussia e sul lavoro svolto dalla Commissione a sostegno della democratizzazione e della società civile.

La Commissione è profondamente preoccupata per l’assenza di democrazia e dello Stato di diritto, nonché per la mancanza di rispetto dei diritti umani in Bielorussia. Questo paese viola chiaramente gli impegni assunti a livello internazionale in conformità delle carte dell’OSCE e delle Nazioni Unite. Abbiamo recentemente assistito a un preoccupante deterioramento della situazione. Il regime limita ancor più i diritti umani e sta adottando ulteriori azioni contro le organizzazioni non governative, pregiudicando i diritti delle minoranze, imprigionando cittadini per motivi politici e riducendo la libertà di espressione.

Abbiamo condannato con fermezza gli atti intimidatori compiuti dalle autorità locali contro l’Unione dei polacchi in Bielorussia. Questi incidenti si verificano nel contesto della crescente repressione dei partiti politici, delle ONG e dei mezzi di comunicazione indipendenti in Bielorussia. Riteniamo che tale interferenza pregiudichi i diritti delle minoranze, contravvenendo così alle norme di governo sottoscritte dalla Bielorussia nell’ambito degli impegni assunti nei confronti dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Inoltre, la Bielorussia ha introdotto decreti che limitano ulteriormente l’aiuto esterno, isolando così ancor più se stessa e il suo popolo.

Forse vorrete sapere qual è stata la reazione della Commissione. In risposta alla crescente repressione in Bielorussia, abbiamo aumentato i nostri finanziamenti a favore della democratizzazione e dei diritti umani trasferendo 2 milioni di euro dal programma TACIS all’Iniziativa europea per la democrazia e i diritti dell’uomo (EIDHR), uno dei due strumenti per i quali non è necessario il consenso del governo. Il programma TACIS è stato riorientato per affrontare le esigenze della popolazione con la piena partecipazione della società civile.

Quest’anno abbiamo già firmato 27 piccoli contratti con le ONG per un valore di 3 milioni di euro. Pubblicheremo un ulteriore invito a presentare proposte nell’ambito del programma EIDHR a ottobre, con una dotazione finanziaria complessiva di 420 000 euro.

Stiamo anche per stanziare più di un milione e settecentomila euro a favore di tre nuovi progetti specifici per la Bielorussia, che saranno attuati dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE (ODIHR), dallo PNUS e dal Consiglio nordico dei ministri. Questi progetti si concentreranno sui diritti dell’uomo, la democratizzazione, la società civile e gli istituti di istruzione indipendenti quali l’Università umanistica europea per gli studenti bielorussi in esilio.

Continueremo a occuparci delle esigenze generali della popolazione con il programma TACIS, concentrandoci su questioni di carattere sanitario e sociale, istruzione superiore, formazione e problemi ambientali.

Quanto ad alleviare i problemi correlati al disastro di Chernobyl, il nostro approccio consiste nel finanziare proposte di progetto presentate dalle comunità locali.

Uno degli aspetti più rilevanti del nostro aiuto è il sostegno che abbiamo accordato alle emittenti indipendenti. In risposta ai suggerimenti avanzati dal Parlamento europeo e in altre sedi, a partire dal 1° novembre finanzieremo un notiziario radiofonico quotidiano. L’idea consiste nel sensibilizzare maggiormente la popolazione bielorussa su questioni riguardanti i diritti dell’uomo e la democrazia e fornirle notizie reali sugli avvenimenti interni ed esterni al paese, di cui altrimenti non potrebbe venire a conoscenza. All’inizio la trasmissione sarà in russo, e i programmi bielorussi verranno introdotti gradualmente non appena possibile.

L’inizio di trasmissioni indipendenti è un importante passo avanti e sono lieto che siamo stati il primo donatore ad avviare iniziative simili in Bielorussia.

Inoltre, apriremo un ufficio della Commissione a Minsk all’inizio dell’anno prossimo. L’ufficio sarà guidato da un incaricato d’affari. Questo faciliterà i nostri contatti con la società civile locale e agevolerà anche i nostri sforzi di coordinamento nonché il monitoraggio delle nostre attività.

Abbiamo anche esaminato il modo migliore di garantire che tutte le nostre politiche nei confronti della Bielorussia siano logiche e coerenti. In ambito commerciale abbiamo realizzato un’inchiesta sulle violazioni dei diritti sindacali in conformità del Sistema di preferenze generalizzato e abbiamo esaminato la definizione di quote tessili annuali. Teniamo inoltre costantemente aggiornato l’elenco comunitario degli alti funzionari soggetti al divieto di visto.

La Commissione si è posta alla guida delle discussioni volte a individuare il modo di migliorare la cooperazione tra i donatori attivi in Bielorussia. Quest’anno abbiamo organizzato tre riunioni di donatori. La prima si è tenuta a Vilnius a marzo, seguita da una svoltasi a Kiev a luglio, mentre l’ultima ha avuto luogo la settimana scorsa a Bruxelles.

Il processo di democratizzazione in Bielorussia e il benessere della sua popolazione sono questioni che ci stanno molto a cuore e che rivestono grande importanza per gli obiettivi della Commissione. Stiamo facendo tutto il possibile per sostenere chi lotta per lo sviluppo di una società democratica e pluralistica in Bielorussia.

In particolare, oltre a mantenere l’attenzione sulla democratizzazione e i diritti umani, esortiamo le forze democratiche bielorusse a intrattenere una stretta collaborazione reciproca. Si tratta di un aspetto fondamentale in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.

Siamo ansiosi di accogliere la Bielorussia come partner a pieno titolo della politica europea di vicinato, non appena il paese terrà fede ai propri impegni sulla democrazia, lo Stato di diritto e i diritti dell’uomo non solo a parole, ma anche nei fatti.

 
  
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  Bogdan Klich, a nome del gruppo PPE-DE.(PL) Signor Presidente, prima l’Assemblea ha adottato una risoluzione sull’eredità del movimento Solidarność, nato 25 anni fa. E’ stata più di una risoluzione storica, tuttavia, poiché si è trattato in parte anche di un appello alla solidarietà in seno all’Unione europea. Ora stiamo lavorando a una risoluzione sulla Bielorussia e questa risoluzione deve essere un’espressione della nostra solidarietà europea nei confronti di coloro che hanno bisogno ora di una dimostrazione di solidarietà, come sicuramente avviene per i nostri amici della Bielorussia, il popolo bielorusso.

Ci si potrebbe benissimo interrogare sulla necessità di un’altra risoluzione sulla Bielorussia, quando l’ultima è stata adottata solo a luglio, proprio prima della pausa estiva. Come il Commissario ha giustamente rilevato, tuttavia, la situazione in Bielorussia sta cambiando molto rapidamente. La situazione politica sta peggiorando di mese in mese. L’ultimo sviluppo di cui siamo venuti a conoscenza riguardava la repressione esercitata dal governo Lukashenko sulla leadership democraticamente eletta dell’Unione dei polacchi in Bielorussia. L’intero mondo civilizzato ha visto da sé come la più ampia organizzazione della società civile bielorussa sia stata perseguitata e i suoi leader brutalmente privati del loro incarico.

Come deputato polacco al Parlamento europeo, vorrei rivolgere i miei sinceri ringraziamenti ai colleghi che ci hanno aiutato e sostenuto in quell’epoca difficile, che aveva visto la partecipazione di rappresentanti di tutti i gruppi politici. Credo che l’aiuto e il sostegno forniti da altri bielorussi che condividono lo stesso destino dei polacchi in Bielorussia sia stato altrettanto importante. In particolare, vorrei ringraziare i rappresentanti dell’opposizione bielorussa per il sostegno accordato all’Unione dei polacchi in Bielorussia in questo momento difficile. E’ la dimostrazione che in Europa sta emergendo una rete di solidarietà. Questa rete permette alle persone che spesso hanno avuto bisogno d’aiuto in passato di sostenere chi si trova attualmente in difficoltà.

A mio parere, dobbiamo congratularci anche con la Commissione europea per il motivo citato dal Commissario, ossia per i primi segnali di una revisione della politica dell’Unione europea nei confronti della Bielorussia. Si tratta di segnali positivi e sono certo che questo buon lavoro proseguirà.

 
  
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  Joseph Muscat, a nome del gruppo PSE.(EN) Signor Presidente, gli avvenimenti di cui è teatro la Bielorussia non riguardano solo un numero limitato di paesi membri, come la Polonia o gli Stati baltici, per ovvi motivi storici, politici, geografici e sociali, ma devono interessare ogni singolo Stato membro rappresentato in quest’Aula. Questa è una delle lacune del nostro approccio: non tutti riteniamo che la questione della Bielorussia ci riguardi da vicino, e invece è così.

Non ripeterò ciò che è già stato detto. Permettetemi piuttosto di rilevare che sono stati compiuti progressi notevoli dall’ultima volta che ci siamo riuniti e abbiamo affrontato l’argomento in quest’Aula.

Come lei ha detto, signor Commissario, l’Esecutivo sta per aprire un ufficio di rappresentanza a Minsk e sta per avviare un progetto di trasmissione e, benché alcuni di noi – a ragione – possano non essere soddisfatti del modo in cui è stata affrontata la questione, si tratta tuttavia di un primo passo sul quale abbiamo insistito a lungo e la Commissione va elogiata per aver tenuto fede alla parola data.

Tuttavia, non dobbiamo fermarci qui. Le dichiarazioni rilasciate dal Presidente del paese durante il Vertice delle Nazioni Unite non lasciano ben sperare. Alcuni dei nostri colleghi sono ancora in carcere – cito il nome di Mikola Statkevich come simbolo di tutti loro.

Mi auguro che questo interesse per la Bielorussia non si affievolisca, poiché in alcuni Stati membri gli impegni politici vanno e vengono. La situazione in Bielorussia è troppo delicata per essere utilizzata come un pallone politico. Deve trattarsi di un impegno a lungo termine – non troppo a lungo termine, si spera; auguriamoci che la situazione possa essere risolta nel medio termine. Questo, però, deve essere un impegno dell’Unione europea.

(Applausi)

 
  
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  Janusz Onyszkiewicz, a nome del gruppo ALDE.(PL) Signor Presidente, la Bielorussia è un’anomalia nel continente europeo. E’ governata da un individuo che, per sua stessa ammissione, considera l’Unione sovietica la sua patria e si rammarica della scomparsa di quel meraviglioso paese dalla cartina dell’Europa. Questo individuo sta cercando di isolare la Bielorussia dall’Europa. E’ chiaramente intimorito dal vento di libertà che ha soffiato sull’Europa proprio a seguito delle attività di Solidarność. Credo che sia estremamente importante fare in modo che, se il Presidente Lukashenko introduce imposte per l’attraversamento della frontiera, gli Stati membri dell’Unione inizino a rilasciare visti gratuiti ai bielorussi, dimostrando così con estrema chiarezza che l’Europa non sta voltando le spalle alla Bielorussia come sostiene il suo leader.

Non si tratta semplicemente di compiere gesti di questo tipo. Occorre anche sostenere le attività in Bielorussia. Sono stato lieto di sentir dire dal Commissario che la Commissione europea sta avviando programmi per la Bielorussia, ma mi rammarico che per farlo sia occorso tutto questo tempo. In ultima analisi, l’anno volge al termine. Capisco che vi siano stati ostacoli tecnici da superare. Se si tratta di ostacoli permanenti, mi sembra che in quest’Aula vi sia la volontà di eliminare la burocrazia e aiutare la Commissione ad agire in maniera efficiente ed efficace. Se non agiremo in tal senso e se non aiuteremo la Bielorussia, questo paese non solo sarà una macchia sulla cartina dell’Europa, ma sarà anche una macchia sulle nostre coscienze. Europa deve essere sinonimo di libertà, e questo significa libertà anche per la Bielorussia.

 
  
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  Elisabeth Schroedter, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, siamo uniti nel criticare gli allarmanti sviluppi ai quali stiamo assistendo nel paese nostro vicino. Dinanzi ai nostri occhi si sta sistematicamente instaurando una dittatura senza alcun rispetto per i diritti umani e la democrazia.

La convergenza di opinioni si estende addirittura alla Commissione e al Consiglio. Dobbiamo alfine agire e utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione per promuovere la democrazia e il pluralismo in Bielorussia. Queste sono state le parole del Commissario Ferrero-Waldner.

Tuttavia, non sono soddisfatta di ciò che è stato fatto finora. La Commissione ha ignorato l’iniziativa polacca/baltica/ucraina. La frontiera orientale è caratterizzata da un pericolo molto insidioso e da tensioni tra gli Stati confinanti, ma non vi è alcuna politica estera comune. La società civile, l’unica fonte di potenziale democratico e speranza in quel paese, non riceve abbastanza sostegno.

Ciò che il Commissario ha proposto finora è insufficiente. Il nostro repertorio di proteste diplomatiche si è esaurito da tempo. Il ricorso alle sanzioni dovrebbe essere molto più modulato e mirato. Le parole non bastano. E’ necessario un sostegno finanziario molto più cospicuo a favore della società civile.

Chiedo al Commissario di sviluppare un programma speciale e di affrettarsi a sedersi al tavolo con il Consiglio, in modo che possano essere adottate misure politiche, finanziarie ed economiche davvero coerenti e che così il 2006 segni l’inizio della democrazia in Bielorussia.

 
  
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  Jonas Sjöstedt, a nome del gruppo GUE/NGL.(SV) Signor Presidente, desidero associarmi alle aspre critiche rivolte questa sera dall’Assemblea al regime di Lukashenko. Abbiamo assistito a un serio deterioramento di una già grave situazione in Bielorussia e ora il regime sta mostrando sempre più le classiche caratteristiche di una dittatura politica.

In generale posso convenire con tutte le posizioni espresse nella risoluzione, ma credo che si potrebbe sviluppare maggiormente un aspetto, ossia il significato del movimento sindacale indipendente in Bielorussia. I sindacati indipendenti sono stati tra i principali organizzatori dell’opposizione al regime Lukashenko, ma ora stanno lottando per sopravvivere ed esistere sotto la tirannia. Vi è una grande cooperazione tra i sindacati di altri paesi europei, ad esempio quelli della Svezia, e i sindacati indipendenti della Bielorussia. Mi auguro che siano a conoscenza del sostegno accordato dall’Unione europea all’opposizione democratica. Questa settimana ci è stata ricordata l’importanza di Solidarność in Polonia e, ovviamente, è fondamentale avere un movimento sindacale forte e indipendente per realizzare i cambiamenti necessari in Bielorussia.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM.(NL) Signor Presidente, 11 anni fa, subito dopo essere entrato in carica, il Presidente Alexander Lukashenko fece un’importante promessa al proprio elettorato bielorusso. Disse che avrebbe ridato vita all’Unione Sovietica. Lukashenko ha mantenuto la parola. La storica bandiera bielorussa bianca-rossa-bianca è vietata e il russo è la lingua nazionale ufficiale. Quest’assurda politica antinazionale ha ora toccato il fondo con l’esistenza, a Minsk, di un liceo clandestino, che è l’unica scuola superiore rimasta nel paese in cui le lezioni si tengono ancora nella madre lingua, fino a quando i servizi segreti non scoveranno le abitazioni private che oggigiorno fungono anche da aule scolastiche.

Data la situazione, sono favorevole all’iniziativa della Commissione volta a sostenere finanziariamente trasmissioni radiofoniche indipendenti per la Bielorussia. Di fatto, questo è ciò che il governo polacco sta già facendo. Bruxelles farebbe bene a prendere esempio. Non solo i polacchi stanziano molti più fondi, ma i loro programmi inizieranno anche direttamente in bielorusso quest’autunno. Nel frattempo, le relazioni tra la Bielorussia di Lukashenko e i tre Stati membri orientali dell’Unione europea, ossia Polonia, Lituania e Lettonia, che hanno subito un drastico peggioramento, devono essere fonte di grave preoccupazione per la Commissione.

L’oppressivo regime di Minsk si comporta addirittura come se fosse in corso un intervento della NATO e ciò potrebbe dare adito a un piccolo conflitto di frontiera. I principali rischi che ne potrebbero scaturire in termini di sicurezza per l’Unione europea a 25 mi inducono a rivolgere alcune domande alla Commissione. Cosa ne è dell’iniziativa avviata da Polonia, Lituania, Lettonia e Ucraina per coordinare le loro politiche rispetto alla Bielorussia? La Commissione ha avviato azioni per persuadere la Russia a farsi carico della propria responsabilità di Presidente del G8 e apportare un contributo positivo alla riduzione delle tensioni causate dalla politica interna ed estera di Lukashenko?

Signor Commissario, giacché sostituisce la collega Ferrero-Waldner, vorrei chiederle di trasmetterle queste domande che, in ultima analisi, sono fondamentali per la politica di sicurezza dell’Unione europea, non da ultimo alla luce della PESC. Resto in attesa di una risposta. Sono venuto a sapere, da conoscenze in ambito ecclesiastico nel mio paese e da informazioni scientifiche provenienti dalla Germania, che i concittadini degli Stati membri dell’Unione ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Konrad Szymański, a nome del gruppo UEN.(PL) Signor Presidente, le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno in Bielorussia. L’ultima di questo lungo elenco di violazioni è stata la repressione nazionalistica dei polacchi, culminata con la dichiarazione dell’illegalità dell’Unione dei polacchi in Bielorussia e con la persecuzione dei suoi militanti.

La strada da compiere è lunga, ma questo non significa che dobbiamo accontentarci di un approccio morbido, anzi; dobbiamo portare avanti con inflessibilità le nostre relazioni con la Bielorussia. Se non vogliamo tornare a cadenza settimanale sulla questione delle violazioni dei diritti dell’uomo in Bielorussia, la Commissione deve avere un relatore permanente per questo paese. E’ inoltre necessario un efficace metodo di finanziamento delle forze democratiche, ed è difficile prevedere come si potrebbe fornire un sostegno simile senza uno specifico strumento per i diritti umani. Tale strumento deve essere quanto più flessibile, rapido ed efficace possibile per quanto riguarda l’erogazione di aiuti in circostanze giuridiche sfavorevoli.

Il fatto che stiamo tenendo l’ennesimo dibattito sulla Bielorussia è la dimostrazione della debolezza di cui il Parlamento e l’Unione europea hanno dato prova su tale questione. Questa è la quinta volta che iscriviamo la Bielorussia all’ordine del giorno, eppure non siamo ancora riusciti a dare priorità alla questione e a vincolarla allo sviluppo di buone relazioni tra l’Unione europea e la Russia. E’ vero che la Commissione europea ha fatto sempre più promesse, ma continua a tirarla per le lunghe e ad agire con riluttanza, lentezza e passività per quanto riguarda la Bielorussia. Pertanto, la credibilità dell’Unione europea in quest’ambito ne ha risentito.

Vorrei semplicemente segnalare che persino le procedure amministrative adottate dal semigrottesco regime di Minsk si sono rivelate più efficienti ed efficaci delle nostre nel caso delle trasmissioni radiofoniche. La Bielorussia trasmette verso l’Unione europea, ma da parte nostra non c’è che un assordante silenzio. Vorrei concludere con un’osservazione di carattere più generale, ossia che l’Europa si è resa talmente ridicola riguardo alla Bielorussia da privare di ogni significato la sua dichiarazione sulla politica estera comune dell’Unione.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, quest’Aula si è già ripetutamente occupata della Bielorussia in passato, ma è stata solo una piccola minoranza a farlo: l’onorevole Schroedter, il collega Gahler e pochi altri. Sono lieto che ora stiamo lavorando attivamente su questa importante questione, soprattutto grazie ai nostri colleghi polacchi, e desidero ringraziarli esplicitamente per questo.

Questa è la dimostrazione dell’influenza della storia. Vi sono state epoche negative, nazionalistiche, nella storia, ma anche ripetuti esempi positivi di coesistenza. Nel Medio Evo, ne abbiamo avuto un esempio con la coesistenza di polacchi, lituani e bielorussi in una federazione. Si trattava di un’Europa in miniatura, e quell’Europa ha ripercussioni ancor oggi, poiché sia noi che i nostri colleghi polacchi sosteniamo tutti non solo la minoranza polacca in Bielorussia, ma l’intero popolo bielorusso, un popolo soggetto a un’oppressione su vasta scala e che purtroppo è minacciato anche dai tentativi di restaurare l’Unione Sovietica in un modo o nell’altro.

Tali tentativi sono assurdi e destinati al fallimento, ma, come sappiamo, nell’est si continuano ad accarezzare queste idee. E’ quindi nei fondamentali interessi dell’Unione europea dare alla vicina Bielorussia, alla sua popolazione e alla sua società civile molto più sostegno di quanto abbiamo fatto finora e, in particolare, fare in modo che si affermi la libertà dei mezzi di comunicazione.

Vorrei inoltre criticare a chiare lettere l’emittente tedesca Deutsche Welle, che trasmette in russo i suoi programmi verso questo importante paese europeo, ossia nella lingua della potenza coloniale che ha oppresso la Bielorussia per molti anni e che è corresponsabile della situazione che ora predomina nel paese. Il popolo bielorusso ha diritto a essere rispettato come cultura europea unica e questo dovrebbe trovare riscontro anche nei media promossi dall’Unione europea. Questa cultura è un elemento importante della comunità dei popoli europei.

 
  
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  Józef Pinior (PSE).(PL) Signor Presidente, negli ultimi anni Internet è diventata una delle principali fonti di informazione indipendente in Bielorussia. Il numero di computer domestici e di collegamenti a Internet è in aumento. A metà 2005, su una popolazione di dieci milioni di abitanti, in Bielorussia erano connessi a Internet due milioni di persone. Nel 2004 quasi 450 000 persone hanno utilizzato gli Internet Café a Minsk. Al tempo stesso, però, l’azienda di Stato Beltelecom, che è affiliata al ministero delle Comunicazioni, continua a detenere il monopolio sui collegamenti a Internet. Il regime di Lukashenko sta facendo del proprio meglio per controllare l’uso di Internet da parte della società civile. Sta anche perseguendo e opprimendo individui attivi nel ciberspazio, invocando a tal scopo articoli antidemocratici del codice penale.

L’Unione europea deve cercare di promuovere i diritti umani in Bielorussia sfruttando i più moderni mezzi di comunicazione. Il ruolo di Internet nel fornire informazioni indipendenti deve essere identico a quello svolto nel XX secolo dalle radio nel rovesciare le dittature. L’Unione deve aumentare i finanziamenti destinati a sfruttare queste nuove forme di comunicazione tramite Internet e la telefonia mobile, nell’interesse della società civile bielorussa.

 
  
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  Věra Flasarová (GUE/NGL).(CS) Onorevoli colleghi, tutti noi portiamo i segni di ferite non rimarginate e di ingiustizie che possono spiegare la nostra situazione attuale. Questo vale anche per la Bielorussia. Dovremmo pertanto tenere a mente tre cose. Dovremmo cercare di capire in maniera obiettiva la situazione in cui versa la Bielorussia, ovvero evitare di selezionare e scegliere le nostre fonti di informazione e cercare invece di tenere conto di qualunque elemento che non corrisponda a una visione nitida del paese. Inoltre, non dovremmo escludere nessuno a priori dalle discussioni, anche se non necessariamente ci troviamo sempre d’accordo. Infine, la Bielorussia non è semplicemente Lukashenko o viceversa.

La politica dell’Unione europea deve essere volta a migliorare la situazione del paese e della sua popolazione. Non prendo le parti del governo di Lukashenko, né sostengo i suoi abietti fallimenti; avverto solo che una politica della forza improntata all’uso delle sanzioni, alla demonizzazione dei rappresentanti del regime e alla semplificazione propagandistica del problema di solito serve solo a inasprire la situazione e non risolve nulla.

 
  
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  Mirosław Mariusz Piotrowski (IND/DEM).(PL) Signor Presidente, le vessazioni e le persecuzioni subite dalla minoranza polacca in Bielorussia sono ampiamente note. La convenzione quadro del Consiglio d’Europa del 1995 per la protezione delle minoranze nazionali viene sistematicamente e brutalmente violata per quanto riguarda l’Unione dei polacchi in Bielorussia e anche altre minoranze quali i rom. Tutto ciò sta avvenendo in un paese europeo situato subito oltre la frontiera esterna dell’Unione. Il Parlamento europeo risponde tradizionalmente e a ragione alle violazioni dei diritti umani, compresi quelli delle minoranze nazionali in diverse parti del mondo. Il Parlamento non può quindi restare indifferente a quanto accade in Bielorussia.

Il gruppo Indipendenza/Democrazia sostiene la proposta di risoluzione comune, soprattutto per quanto riguarda la situazione dei polacchi in Bielorussia. Chiedo dunque di dare priorità al sostegno a favore dell’Unione dei polacchi in Bielorussia e dei suoi legittimi leader. Gli aiuti devono essere incanalati essenzialmente attraverso le regioni di frontiera polacche. Deve essere chiaro che, in realtà, ad avere la chiave di una vera e propria soluzione della maggior parte dei problemi della Bielorussia non è il Presidente Lukashenko, ma il suo padrino russo Putin, ex funzionario del KGB. Sia Putin che Lukashenko ricorrono ai metodi impiegati dai servizi segreti dell’ex regime comunista. Il Parlamento europeo farebbe bene a ricordarsene.

 
  
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  Inese Vaidere (UEN).(LV) Signor Presidente, onorevoli colleghi, finora la politica adottata dall’Unione europea nei confronti del regime di Lukashenko è stata completamente priva di polso. La Commissione europea non ha un piano d’azione consono a promuovere lo sviluppo concreto della democrazia. Talvolta sembra che, per quanto riguarda la Commissione, la Bielorussia non esista – semplicemente non c’è. Il coordinamento di azione e informazione tra le Istituzioni dell’Unione europea, il Consiglio d’Europa e le Nazioni Unite è del tutto inadeguato. Le forze democratiche in Bielorussia oggigiorno sono assolutamente frammentate.

Vorrei chiedere alla Commissione di redigere un piano d’azione volto a riunire le forze della democrazia. Al contempo, la Commissione deve continuare a chiedere il rilascio immediato di Mihail Marinich, il leader dell’opposizione che è stato incarcerato per motivi politici. Quanto alla creazione di un’emittente indipendente per la Bielorussia, vorrei richiamare l’attenzione su due punti. In primo luogo, desidero esprimere la mia estrema delusione poiché, a causa delle condizioni della concorrenza che è stata annunciata, gli organismi di radiodiffusione degli Stati baltici e della Polonia si trovano nell’impossibilità pratica di partecipare. Non possono nemmeno prendere parte a un consorzio. Tuttavia, sono proprio questi vicini della Bielorussia ad avere la massima esperienza riguardo ai processi che avvengono in quel paese. In secondo luogo, i programmi devono essere trasmessi principalmente in bielorusso, come ha già affermato l’onorevole Posselt, in modo che la popolazione possa sentirli propri. Il fatto che in Bielorussia molte persone conoscano meglio il russo e non conoscano il bielorusso è una diretta conseguenza della russificazione. Questo è un processo che non dobbiamo incoraggiare.

 
  
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  Barbara Kudrycka (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, i partiti dell’opposizione, le organizzazioni non governative e le minoranze nazionali e religiose in Bielorussia attendono tutti con ansia l’impatto delle azioni della Commissione europea e del Consiglio. Tale impatto, tuttavia, non si fa ancora sentire. Le risorse dell’Iniziativa europea per la democrazia devono ancora essere assegnate. Del fondo di solidarietà per le famiglie dei politici oppressi si sta ancora discutendo. Alla commissione di Venezia non è stato chiesto di condurre uno studio internazionale sulla validità dei referendum grazie ai quali il Presidente Lukashenko può continuare a esercitare un regime totalitario per altri mandati. Nessun ufficio europeo è ancora stato aperto a Minsk, benché a Bruxelles sia attiva la missione del governo bielorusso. Gli individui che hanno oppresso le organizzazioni non governative, le minoranze e le chiese protestanti possono viaggiare liberamente per l’Europa, poiché solo un paio di essi sono soggetti alle sanzioni sui visti.

Esorto dunque la Commissione a essere più proattiva e a dare prova di maggiore impegno su tali questioni. Suggerisco di redigere una relazione sulla situazione in Bielorussia svolgendo parallelamente audizioni e ricerche approfondite, al fine di elaborare un piano per le relazioni dell’Unione con la Bielorussia nel breve e nel lungo periodo. Grazie a questa relazione si potrebbero inoltre definire esigenze e minacce, nonché le risorse e il genere di azioni che l’Unione europea e gli Stati membri dovrebbero avviare. Tuttavia, per avere qualche possibilità di successo, tali azioni dovranno essere intraprese in maniera coesa e sincronizzata.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, signor Commissario, quante altre dittature dovranno cadere, e quanti altri dissidenti dovranno perire o rovinarsi la salute in prigione prima che squallidi dittatori come Castro o Lukashenko capiscano il danno che stanno arrecando alle loro nazioni? Per quanto tempo ancora i dissidenti dovranno continuare a essere perseguitati per le loro convinzioni, per la salvaguardia dei diritti umani fondamentali e la difesa della libertà e della giustizia?

Ogni cittadino del mondo libero, e soprattutto chi di noi proviene da quella parte d’Europa che ha sopportato il pugno di ferro del comunismo, è specialmente chiamato a combattere il totalitarismo e il disprezzo dei diritti umani. Per questo mi auguro vivamente che la Commissione europea e il Consiglio europeo siano al nostro fianco e ci aiutino a condurre questa battaglia.

Signor Commissario, nonostante la mia gratitudine per ciò che è stato fatto finora, ritengo che sia giunto il momento di adottare una posizione più determinata. Per quanto tempo ancora possiamo tollerare che in Bielorussia, un paese con cui l’UE ha una frontiera comune, si continuino a disprezzare in questo modo i valori fondamentali su cui si basa l’Unione europea? Prima o poi i dittatori cadono, lasciandosi alle spalle la devastazione. Mi riferisco a società divise e terrorizzate in cui le persone sono prive di uno spirito di indipendenza e di fiducia nei propri meriti.

Dobbiamo aiutare il popolo bielorusso a rovesciare Lukashenko e dovremmo aiutarlo anche a gettare le fondamenta di una società civile libera e a istruire la generazione dei più giovani. Dovremmo sostenere l’opposizione democratica in Bielorussia e condannare le violazioni delle libertà dei cittadini e dei diritti umani. La Commissione dovrebbe sostenere la cultura bielorussa, di cui la lingua bielorussa fa parte. Sarebbe pertanto un errore sostenere la trasmissione di programmi radiofonici e televisivi in russo. Non dobbiamo prendere parte alla russificazione della Bielorussia ordinata da Lukashenko. I finanziamenti europei devono essere destinati a trasmissioni radiofoniche e televisive in bielorusso. Vorrei segnalare alla Commissione che esistono già trasmissioni di questo tipo. In Bielorussia si ricevono trasmissioni in bielorusso diffuse da emittenti radiofoniche e televisive polacche, e questo lavoro va sostenuto. Analogamente, occorrerebbe prestare sostegno alla proposta di istituire una stazione radiofonica per trasmissioni in bielorusso da parte di bielorussi liberi emigrati in Polonia, Lituania e Ucraina. Chi di noi proviene dall’Europa centrale ricorda bene quanto Radio Europa Libera sia stata per noi un faro di speranza.

L’Europa sarà sempre un faro di libertà e quindi chiedo che venga istituita una Radio Bielorussia Libera.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, vi ringrazio per gli importanti e seri contributi che avete apportato a questo dibattito sulla Bielorussia e sullo stato della democrazia e dei diritti umani nel paese. Prendo nota dei punti sollevati e li trasmetterò affinché venga prestata loro la debita considerazione.

Desidero ringraziarvi anche per il sostegno che avete accordato al lavoro della Commissione, compresa l’apertura dell’ufficio dell’Esecutivo a Minsk. Come l’onorevole Onyszkiewicz ha affermato, non possiamo voltare le spalle alla Bielorussia, non possiamo ignorarla. Convengo con i vari oratori che sono molto preoccupati per la strada che continua a percorrere la Bielorussia.

Sono inoltre molto preoccupato per la mancanza di concentrazione su un interesse strategico dell’Europa, situazione che oggi si verifica fin troppo spesso. Nella nostra costante riflessione esistenziale non dovremmo esimerci dal considerare il modo migliore di garantire una zona stabile di libertà e democrazia nel nostro vicinato sudorientale e orientale, che si tratti, per esempio, della Turchia o dei Balcani occidentali, dell’Ucraina o della Bielorussia. Questo implica, inter alia, che dobbiamo sfruttare al massimo e sviluppare ulteriormente gli strumenti politici di cui disponiamo nell’ambito della politica europea di vicinato.

Sono state rivolte alcune domande specifiche al Commissario e, come ho detto, le ho trasmesse ai nostri servizi. Tuttavia, vorrei formulare un’osservazione in merito alla questione linguistica. Perché sosteniamo la trasmissione di programmi sia in russo che in bielorusso? Dobbiamo tenere conto di un semplice fatto: in casa, il 65 per cento della popolazione bielorussa parla russo, mentre il 5 per cento parla bielorusso. Per fare recepire il nostro messaggio, dobbiamo tenere conto del fatto che in casa la maggioranza della popolazione bielorussa parla russo. E’ proprio per questo motivo che abbiamo deciso di trasmettere in entrambe le lingue, russo e bielorusso: il russo per ragioni pratiche – si tratta della lingua che la maggior parte delle persone parla ogni giorno; il bielorusso per ragioni simboliche – è la lingua che prelude a una nuova Bielorussia libera, alla quale siamo tutti favorevoli.

La voce del Parlamento europeo e il suo sostegno a favore della nostra iniziativa conferiscono un’importanza ancora maggiore agli sforzi compiuti dall’Unione europea per promuovere la democratizzazione e il rispetto dei diritti umani in Bielorussia. Questo elemento non è mai stato importante come oggi, nel periodo precedente le elezioni, che, se si svolgessero correttamente, potrebbero rappresentare una svolta per il destino del paese.

 
  
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  Presidente. – Grazie, Commissario Rehn. A conclusione del dibattito, comunico di aver ricevuto sette proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento(1).

La discussione è chiusa.

La votazione sulle proposte di risoluzione si svolgerà domani, alle 12.00.

Dichiarazione scritta (Articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Grazie Presidente, parlo a nome del Nuovo Psi. Troppo spesso questo Parlamento negli ultimi tempi si è trovato a discutere dei comportamenti del Governo bielorusso, ultimo baluardo dell’autoritarismo comunista nel nostro continente.

Il Presidente Lukashenko prosegue nella sua azione illiberale soffocando la voce di tante persone, soprattutto giovani, che invocano un futuro di libertà per la loro nazione.

Alcuni basilari diritti degli individui vengono costantemente e deliberatamente negati dal Governo centrale che anzi sta stringendo la morsa, impedendo ai cittadini di esprimere liberamente il proprio pensiero, la propria ideologia politica, la propria fede. Le minoranze, nel Paese, non godono di sufficiente protezione e, anzi, spesso, sono oggetto di abusi e discriminazioni.

Il tutto, intollerabilmente, ad un passo dai nostri confini.

Condividendo la impostazione del Presidente Barroso, crediamo che si debba accelerare lo sforzo per una maggiore presenza dell’Unione Europea a Minsk: per distribuire informazioni, svolgere funzioni di coordinamento e supporto e monitorare la situazione, con particolare riguardo al rispetto dei diritti umani.

L’Europa deve avere la capacita’ e la forza di avviare una azione politica in grado di incidere, anche attraverso una più stretta sinergia con le forze politiche di opposizione presenti che, con un sostegno crescente della gente, stanno lottando per garantire un domani diverso e migliore alla Bielorussia.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


27. Relazioni tra l’Unione e l’India
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0256/2005), presentata dall’onorevole Emilio Menéndez del Valle a nome della commissione per gli affari esteri, sulle relazioni tra l’UE e l’India: una partnership strategica [2004/2169(INI)].

 
  
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  Emilio Menéndez del Valle (PSE), relatore – (ES) Signor Presidente, desidero iniziare ringraziando i deputati dei vari gruppi politici che con i loro emendamenti hanno contribuito a migliorare la mia relazione, la commissione per lo sviluppo e la commissione per il commercio internazionale per i loro pareri e, naturalmente, i funzionari del Parlamento che con il loro lavoro hanno reso possibile il successo della relazione.

Sono partito dalla comunicazione della Commissione del giugno 2004 su un’associazione strategica tra l’Unione europea e l’India e dalla risposta eccellente e ben documentata del governo indiano contenuta nel documento strategico dell’agosto dello stesso anno.

Ho tenuto conto dei vari eventi che da quel momento hanno visto protagonisti indiani ed europei, e ovviamente del quinto Vertice bilaterale dell’Aia, svoltosi a novembre dell’anno scorso, pietra miliare che ha lanciato ufficialmente l’associazione strategica e che concede all’India lo status di partner privilegiato, simile a quello concesso ad altri paesi importanti.

Infine, nella misura del possibile, ho seguito i preparativi e le riunioni che hanno preceduto il sesto Vertice bilaterale, celebrato a Nuova Delhi il 7 settembre di quest’anno, che ha dato via libera al tanto atteso piano d’azione dell’associazione strategica.

In alcune parti della relazione mi sembra di spingermi più lontano della Commissione e del Consiglio e a volte possono esserci discrepanze tra la mia posizione e la loro, anche se dovute piuttosto a omissioni che ad azioni concrete da parte loro. Ritengo tuttavia che, se la mia relazione domani verrà approvata dall’Aula, si potrà affermare a ragione che le tre Istituzioni dell’Unione – Parlamento, Commissione e Consiglio – condividono pienamente il desiderio di promuovere, consolidare e arricchire i rapporti con la più grande democrazia del mondo nell’interesse di entrambe le parti. Non possiamo dimenticare che stiamo parlando di un paese, l’India, che è realmente la più grande democrazia del mondo.

Inoltre, è necessario ricordare, ed è quanto faccio nel testo, che alcuni degli obiettivi individuati nella comunicazione del Consiglio e nel recente piano d’azione congiunto richiedono un finanziamento specifico al quale, se intendiamo prendere le cose sul serio, non possiamo sottrarci. Altrimenti il dialogo politico servirà a poco.

A questo proposito propongo che il Parlamento si dichiari favorevole a che nell’ambito dell’associazione strategica si dia priorità al dialogo politico, pur sottolineando che la realizzazione degli Obiettivi del Millennio e una lotta efficace contro la povertà devono continuare ad essere gli elementi centrali dell’impegno strategico dell’Unione nei confronti dell’India. Quest’ultimo costituisce di per sé un atto politico, poiché in assenza della volontà politica di stanziare le adeguate risorse finanziarie non esistono obiettivi di sviluppo realizzabili.

L’India si trova di fronte al compito di portare a termine il grande progetto di sviluppo che ha già intrapreso. Parto dal presupposto che India e Unione europea condividano l’opinione secondo cui gli scambi commerciali, gli investimenti e la libera concorrenza sono fattori chiave per lo sviluppo; tuttavia, affinché lo sviluppo sia armonioso ed equo, si deve tener conto di criteri sociali fondamentali in grado di rafforzare la coesione economica e sociale, la tutela ambientale e i diritti dei consumatori. Mi permetto quindi di invitare Nuova Delhi ad affrontare con rigore questi aspetti.

L’altro giorno – vorrei raccontarvi un aneddoto – l’editoriale di un influente quotidiano britannico annunciava la fine della luna di miele tra il governo indiano e il settore economico-finanziario privato, accusando il governo indiano di avere permesso agli alleati di sinistra – e cito testualmente – della coalizione di governo di bloccare le riforme promesse. Il quotidiano riconosceva però espressamente che l’economia indiana ha il vento in poppa: quest’anno la crescita potrebbe superare il 7 per cento, gli utili delle imprese aumentano, il settore informatico si sta rafforzando, la Borsa è in rialzo e i capitali continuano ad affluire in quantità ingenti – fine della citazione. Tuttavia – continua il quotidiano – il governo indiano non può attribuirsi nessuno di questi successi, che sono dovuti – dice – unicamente alla fortuna, alle riforme del passato o all’impegno del settore privato.

Francamente, mi sembra che questo influente quotidiano non manchi di fantasia. Non sapevo che la fortuna costituisse un fattore attivo determinante dell’economia. In realtà – e poi concludo – l’India sta facendo progressi, così come la sua relazione strategica con l’Unione.

Il mio intervento di cinque minuti non mi permette di dire altro. Le mie intenzioni sono spiegate dettagliatamente nella motivazione e nella proposta di risoluzione. Desidero semplicemente ricordare al governo e alla società indiani i seguenti punti: deve essere abolita la pena di morte, deve essere ratificata la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, il paese deve aderire al Tribunale penale internazionale e sarebbe opportuno che firmasse il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, così come dovrebbero fare, peraltro, anche Pakistan e Israele.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero rendere omaggio all’onorevole Menéndez del Valle per la sua eccellente relazione sull’associazione strategica UE-India che costituirà un utile impulso per la politica dell’Unione europea in questo campo. Nella relazione ci sono molti spunti di riflessione che dobbiamo assimilare. Il rapido emergere dell’India, e il conseguente impatto sulla scena mondiale, è un fenomeno di estrema importanza. Mentre la nuova India si definisce da un punto di vista economico e politico, il resto del mondo, Europa compresa, deve modificare la propria visione di questo paese.

L’Europa ha fatto capire chiaramente che prende l’India molto sul serio. In occasione dell’ultimo Vertice UE-India, svoltosi due settimane fa, è stato approvato un ambizioso piano d’azione che costituisce il quadro per una trasformazione qualitativa del nostro atteggiamento nei confronti dell’India. Questo piano d’azione prepara la strada per una più stretta cooperazione sugli obiettivi strategici comuni per lo sviluppo delle relazioni commerciali e degli investimenti nella cooperazione culturale rafforzata e per la partecipazione a Galileo, e prevede anche la partecipazione dell’India a ITER. Il piano d’azione include un calendario per la concreta realizzazione della nostra associazione strategica. Abbiamo notato l’accento posto nella relazione sul fatto che l’UE e l’India, in qualità di principali democrazie del mondo, condividono l’impegno a favore dei valori che contribuiscono alla pace a alla stabilità mondiali. Abbiamo in comune valori fondamentali, come l’impegno a favore della democrazia e dei diritti umani o l’importanza delle istituzioni di governance mondiale.

Qualche volta la nuova India sembra un mondo intero in un solo paese. Unisce competenze straordinarie nelle tecnologie dell’informazione, nell’industria farmaceutica e nelle biotecnologie a livelli di povertà da Terzo mondo. Gli indiani acquistano due milioni di telefoni cellulari al mese, ma 300 milioni di indiani vivono ancora oggi con meno di un dollaro al giorno.

La Commissione condivide l’idea espressa eloquentemente nella relazione dell’onorevole Menéndez del Valle secondo la quale l’apertura del commercio e l’aumento degli investimenti provenienti dall’esterno sono fattori essenziali per lo sviluppo economico, ma che tale sviluppo, per essere armonioso, sostenibile ed equo, deve tenere conto delle esigenze sociali.

Infine, la Commissione intende sostenere l’India nel processo di riforma economica e di ammodernamento. Il dialogo normativo, gli scambi a livello accademico e la cooperazione in ambito scientifico sosterranno la riforma in corso.

Il nostro rapporto con l’India non può essere costruito solo sulla base della cooperazione bilaterale. Dobbiamo continuare a collaborare strettamente con l’India affinché la riunione ministeriale dell’OMC a Hong Kong sia un successo. L’UE e l’India devono dare prova di leadership perché l’Agenda di Doha per lo sviluppo giunga ad una conclusione positiva e proprio l’India, come nostro partner, è in una posizione unica per sostenere la causa dell’apertura del commercio di beni e servizi come potente strumento per lo sviluppo.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE), relatore per parere della commissione per il commercio internazionale. (EL) Signor Presidente, le relazioni strategiche tra l’Unione europea e l’India, soprattutto il recente piano d’azione congiunto, segnano il passaggio verso una cooperazione più avanzata e più stabile.

A mio avviso è positivo che il nuovo quadro di cooperazione non sia un elenco di singoli obiettivi e strumenti, ma rifletta un’impostazione generale basata sull’uguaglianza e la reciprocità.

Le dinamiche della cooperazione e i vantaggi previsti per entrambe le parti sono più che sufficienti per giustificare il nostro sforzo. Tuttavia, dobbiamo attribuire il giusto peso al frutto della cooperazione bilaterale nella regione dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale, in seno alla quale l’India svolge un ruolo fondamentale, e nel quadro del sistema commerciale mondiale.

In qualità di relatore per parere, e concentrandomi sul pilastro della dimensione economica, soprattutto sul commercio, vorrei sottolineare che la sfida consiste nel rafforzare ulteriormente i flussi commerciali e degli investimenti.

Una maggiore apertura del mercato indiano, che porterà benefici anche per la stessa India, e riforme economiche, che evidenzieranno una convergenza sistematica e fungeranno da sostegno per il settore della scienza e della tecnologia, sono punti di incontro creativi per entrambe le parti. Senza dubbio, come ha detto lei stesso, signor Commissario, l’attuale round dell’OMC, il round di Doha, costituisce un’opportunità irrinunciabile.

Per concludere, sono certo che il peso particolare dell’India al G20 assumerà le caratteristiche di un contributo proficuo e creativo per costruire un ponte tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.

Le mie sincere congratulazioni al relatore.

 
  
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  Marcello Vernola, a nome del gruppo PPE-DE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, dal lavoro svolto dal relatore e dai colleghi parlamentari impegnati in questi mesi sul tema della cooperazione con l’India il Parlamento europeo non può che trarre un notevole vantaggio. Si va verso una partnership strategica, destinata a consolidarsi in atti forti che auspichiamo dalla Commissione, ma anche dal Consiglio europeo, mentre noi, in veste di Parlamento europeo, dobbiamo rivendicare con forza un ruolo attivo in temi di cooperazione con il Parlamento indiano.

Il relatore Menéndez del Valle ha svolto un ottimo lavoro, che però esige la continuità dell’impegno del Parlamento europeo. Il provvedimento che domani voteremo è estremamente analitico e approfondisce tantissimi aspetti della cooperazione fra l’Unione europea e l’India: le due più grandi democrazie del mondo, alleate insieme per promuovere lo sviluppo e la cooperazione non solo nel settore economico, ma anche nel settore sociale, per garantire un equilibrio mondiale. Questi due protagonisti devono allearsi garantendo lo Stato di diritto, i diritti delle persone e, lo ribadisco, la necessità della tutela dei diritti dei lavoratori.

Ecco perché è importante che, volendo impegnarci insieme all’India per nuovi equilibri di pace e di sviluppo sotto ogni profilo, nasca una delegazione interparlamentare fra l’Unione europea e l’India, che ci siano incontri annuali fra le due istituzioni parlamentari, in sintesi che nel concreto, su tutti i punti richiamati dalla direttiva che domani voteremo, sia garantito un impegno costante da parte del nostro Parlamento.

 
  
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  Neena Gill, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, innanzitutto desidero congratularmi con l’onorevole Menéndez del Valle per l’eccellente lavoro svolto. In qualità di presidente della delegazione parlamentare che si occupa dell’India, ritengo che questa relazione sia equilibrata e illustri la complessità e l’importanza dei rapporti tra l’UE e l’India. Segna, inoltre, un autentico punto di svolta nella nostra storia comune.

L’Unione e l’India sono partner naturali e, come abbiamo sentito più volte oggi, sono due delle principali democrazie al mondo. Tra qualche decennio l’India sarà una delle più potenti economie mondiali. Possiede un’enorme forza geopolitica, ed è giunto il momento per l’Europa di spostare questi rapporti ad un livello più alto e più intenso. Entrambi i partner hanno le carte in regola per diventare attori di spicco nell’economia globale basata sulla conoscenza. Come ha affermato Tony Blair, è fondamentale che l’Unione europea e l’India creino un’associazione equa, che vada a beneficio di entrambe, soprattutto se consideriamo che il nostro indice demografico è in calo e metà della popolazione indiana ha meno di 25 anni.

Tuttavia, se spesso sentiamo parlare di una tecnologia indiana altamente sviluppata, è importante non dimenticare che ci sono ancora grandi sfide con cui l’India deve confrontarsi e in cui noi possiamo svolgere un ruolo fondamentale: povertà e miseria e oltre 600 milioni di persone dipendenti dall’agricoltura. Ecco perché la nostra risposta deve andare oltre la retorica. Sono d’accordo con l’onorevole Menéndez del Valle quando sottolinea la necessità di incrementare le risorse. La Commissione e il Consiglio devono considerare con serietà la richiesta di un miliardo di euro ciascuno per l’istruzione e la sanità in India, riconoscendo che una delle nostre priorità è costituita dagli Obiettivi di sviluppo del Millennio, di cui l’India rappresenta il 40 per cento. Al contempo la Commissione deve elaborare politiche di assistenza che promuovano la crescita nell’intero paese, e non solo in alcune regioni.

A parte le belle parole, come possiamo cambiare le cose? La nostra associazione deve andare oltre l’aspetto economico e diventare più politica. Non possiamo parlare di potenziamento del dialogo politico e poi limitarci a sottoscrivere accordi commerciali ad alto livello. E’ assolutamente necessario instaurare e migliorare la qualità dei contatti tra i nostri parlamenti. Sono lieta che la Federazione delle Camere di Commercio e Industria indiane abbia creato il forum dei parlamentari, ma entrambe le parti devono fissare un calendario per rafforzare il dialogo politico, prevedendo il sostegno parlamentare.

 
  
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  Sajjad Karim, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, la globalizzazione è una sfida per le economie affermate a livello mondiale. In Europa dobbiamo assicurarci che si creino stretti legami con i paesi che condividono i nostri valori. L’associazione strategica tra UE e India che ci viene proposta rappresenta quindi un’opportunità sia per l’Unione che per l’India e può creare effetti positivi per l’intera regione dell’Asia sudorientale.

Mentre è fin troppo facile vedere questa associazione in un’ottica puramente economica, a mio avviso essa rappresenta qualcosa di più. E’ chiaro che l’India è una delle principali economie emergenti, ma è anche un paese che condivide con noi i valori della democrazia, dello Stato di diritto, dell’indipendenza del sistema giudiziario e della libertà dei mezzi di informazione. C’è ancora molto da fare, ma tutti questi fattori permettono agli investitori di avere fiducia nei loro rapporti d’affari con l’India e dovrebbero suscitare fiducia anche in noi e indurci a procedere verso l’associazione.

Nel quadro di questa associazione sarà anche possibile sollevare questioni concernenti altri ambiti, quali i diritti umani, il lavoro minorile, l’istruzione, lo sviluppo, l’eliminazione della povertà, i diritti delle donne o i diritti delle minoranze. Dobbiamo sempre avere la volontà di affrontare queste questioni con i nostri partner, ma solo sulla base dell’uguaglianza, nell’interesse di entrambe le parti.

L’India è una nazione ricca di cultura e di storia. La sua storia è indissolubilmente intrecciata con quella europea. Le esperienze comuni costituiscono solide fondamenta sulle quali costruire. La crescente importanza che l’India sta assumendo nell’Asia sudorientale le impone ulteriori responsabilità. Talvolta saremo noi a imparare dall’esperienza indiana, ma in altre circostanze dovremo dare il nostro parere e il nostro sostegno per assicurare che l’India faccia fronte a queste responsabilità. Solo in questo modo possiamo garantire il nostro sincero impegno nel quadro dell’associazione.

Nel villaggio globale l’Asia sudorientale rappresenta un’area di grande opportunità e proprio qui le nostre relazioni con l’India possono favorire la pace, la stabilità e una più stretta collaborazione tra i paesi della regione. Ovviamente ognuno di questi paesi ha i suoi problemi, che si tratti dell’acqua o dell’autodeterminazione, ma resta una chiara possibilità che l’Asia sudorientale si trasformi in un’unione più stretta.

 
  
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  Derek Roland Clark, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, poiché ho avuto una giornata lavorativa di 13 ore, sto per commettere una flagrante violazione della direttiva sull’orario di lavoro. Come membro della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, ne discuterò forse con il Presidente, tuttavia sopravviverò alla fatica, come possono dire milioni di persone nel subcontinente indiano.

Siamo di fronte a uno spettacolo stupefacente: l’Unione europea stanzia fondi per le tre organizzazioni SEI e trasferisce a call centre in India migliaia di posti di lavoro del settore dei servizi software, nell’ambito del massiccio trasferimento di posti di lavoro in Asia. Il fatto che questo faccia aumentare la disoccupazione in Europa non è il punto più importante. Importante è il motivo del trasferimento di posti di lavoro. Ne conosciamo tutti le ragioni: prodotti meno costosi, perché in quei paesi la manodopera viene pagata meno che in Europa, anzi meno dello stipendio minimo legale europeo. Senza questa motivazione, i trasferimenti non avrebbero ragione di esistere.

Le tre SEI incoraggiano orari di lavoro più lunghi. L’onorevole Menéndez del Valle parla di cinque ore e mezza in più al giorno. E, peggio ancora, ammette l’esistenza in India di abusi riguardanti la disoccupazione, compreso il lavoro minorile. Così si ottengono prodotti meno costosi violando le norme comunitarie sulle retribuzioni e sugli orari di lavoro di persone che, non ho alcun dubbio, spesso lavorano in condizioni che un ispettore del lavoro europeo riterrebbe sufficienti per ordinare la sospensione delle attività.

In breve, l’Unione europea si sta servendo di manodopera sfruttata, ricorrendo così a quella stessa pratica indegna che vuole assolutamente eliminare sul suo territorio. Che disgrazia!

 
  
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  Ryszard Czarnecki (NI). – (PL) Signor Presidente, l’associazione strategica tra l’Unione europea e l’India può essere definita con parole semplici: è un’associazione tra democratici. Come è già stato detto in quest’Aula, l’India e l’Unione europea sono le due più grandi democrazie al mondo. La democrazia del subcontinente indiano si basa su una tradizione e su un sistema di valori che gli sono propri, ma è comunque una democrazia.

L’India è uno dei paesi più popolati al mondo, nonché una potenza economica emergente. Gode già dello status di osservatore al G7. E’ il paese dei paradossi, come ho potuto osservare durante le due settimane passate laggiù: da un lato vi sono i prodotti tecnologici e informatici più avanzati e dall’altro – come ha già affermato l’onorevole Gill – oltre mezzo miliardo di persone dipendono dall’agricoltura e 370 milioni, circa il 35 per cento della popolazione, vivono al di sotto della soglia di povertà. Vi sono poi dai 17,5 ai 35 milioni di bambini costretti a lavorare. Al contempo l’India importa il 70 per cento dell’energia che consuma e dipende dagli aiuti esterni.

Non sappiano ancora se l’India otterrà un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Potrebbe essere inopportuno modificare la struttura di questo organo, perché si susciterebbero forti reazioni in altri Stati europei ed extraeuropei. Tuttavia, è certo che a breve Nuova Delhi avrà un ruolo guida nella politica e nell’economia mondiali.

L’associazione strategica tra l’Unione e l’India è un passo necessario nella giusta direzione per entrambe le parti. Non dobbiamo però dimenticare determinate questioni, come ad esempio il conflitto ancora irrisolto del Kashmir, né il fatto che i recenti sviluppi della cosiddetta diplomazia del cricket tra India e Pakistan non tengono conto della volontà della popolazione. In primo luogo è la popolazione del Kashmir che dovrebbe essere consultata sul futuro della regione, e non solo i politici di Karachi o Nuova Delhi.

Per quanto importante, questa osservazione non deve sminuire il fatto che l’India ha bisogno dell’Unione europea e l’Unione europea ha bisogno dell’India.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, una delle realizzazioni di questo Parlamento di cui vado più fiero è stata quella di essere stato cofondatore tre anni fa dell’intergruppo informale Amici dell’India. Da allora l’India è diventata sempre più forte e ora è un partner strategico dell’Unione europea, fatto di cui mi rallegro molto.

L’India resta una democrazia secolare stabile, smentendo così la convinzione cinese secondo la quale la dimensione di un paese è un ostacolo per la democrazia e i diritti umani. Il sesto Vertice UE-India del 7 settembre a Nuova Delhi tra il Presidente del Consiglio dell’Unione europea Tony Blair, il Presidente della Commissione Barroso e il Primo Ministro Manmohan Singh è stato un grande successo, conclusosi con la firma del piano d’azione per una associazione strategica UE-India.

Il piano prevede la costituzione di un gruppo ad alto livello che studi le differenze sui diritti di proprietà intellettuale, sull’antidumping e sulle barriere non tariffarie. E’ chiaramente nell’interesse dell’India associarsi nel quadro dei negoziati OMC a quelle forze che vogliono ridurre le barriere protezionistiche, soprattutto nel settore contabile, giuridico e finanziario, perché ciò aprirà il commercio a incrementerà il flusso degli investimenti.

L’India attualmente ha una classe media di 220 milioni di persone, il volume degli scambi commerciali con l’UE l’anno scorso ha raggiunto 35,37 miliardi di dollari e vanta uno stupefacente tasso di crescita del 20 per cento. Recentemente l’India ha acquistato aerei Airbus e il mio paese fa ricorso a call centre e anche a servizi sanitari in India, cosa che io – a differenza del collega dell’UKIP – accolgo con favore.

Tuttavia l’India rappresenta solo l’1,5 per cento del commercio estero dell’UE, mentre l’Unione rappresenta circa il 20 per cento di quello indiano, pertanto il potenziale di crescita è enorme. Si potrebbe fare di più per agevolare il cosiddetto Mode 4, la libera circolazione dei professionisti – soprattutto dei ricercatori – e l’India sta ora partecipando, come è stato sottolineato, al progetto Galileo.

Ho presentato un emendamento che chiede che all’India venga concesso uno status privilegiato nello scambio di informazioni con Europol per la lotta al terrorismo. Sono lieto che l’argomento sia stato discusso in occasione del Vertice.

Infine, sono grato all’India per aver votato, unitamente agli Stati Uniti e all’Unione europea, nonostante la protesta del suo partito comunista, la risoluzione dell’AIEA sul programma nucleare dell’Iran.

L’India merita di avere una delegazione specifica del Parlamento europeo.

 
  
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  Jo Leinen (PSE). (DE) Signor Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Menéndez del Valle per la sua relazione eccellente ed equilibrata. L’associazione strategica, che è stata ulteriormente rafforzata a Nuova Delhi all’inizio di settembre, prevede anche obblighi precisi. Penso che sarebbe contraddittorio se la Commissione dovesse ridurre le risorse anziché aumentarle. Sarebbe assurdo.

Penso anche che l’Unione dovrebbe aumentare la propria visibilità in India. Durante la visita del Primo Ministro britannico, spesso non era chiaro se egli agisse in qualità di Presidente del Consiglio dell’Unione europea o di Primo Ministro di uno Stato membro. Dobbiamo eliminare questa confusione. Dobbiamo chiarire che parliamo a nome dell’Unione europea e non di un solo Stato membro.

Si è parlato dell’economia. E’ uno degli elementi fondamentali dell’associazione strategica. Anch’io penso che il potenziale commerciale non si esaurirà per lungo tempo. Dobbiamo ridurre la burocrazia, dobbiamo abbattere le barriere e accelerare la costruzione di infrastrutture, porti e aeroporti.

Come è già stato detto più volte, abbiamo bisogno anche di un commercio equo, devono essere tutelati i diritti dei lavoratori, si deve eliminare il lavoro minorile e rispettare la proprietà intellettuale. Fa parte del pacchetto e non sono assolutamente d’accordo con l’onorevole Clark dell’UKIP: l’India investe in Europa. Si stanno creando migliaia di posti di lavoro anche in Europa. Ad esempio, non molto tempo fa in Irlanda del Nord è stata fondata una società di tecnologia dell’informazione che ha creato 600 posti di lavoro. Non si tratta di una strada a senso unico, ma piuttosto di uno scambio.

Per quanto riguarda i temi politici, vorrei che l’India sottoscrivesse impegni multilaterali, ad esempio riconoscendo il Tribunale penale internazionale o aderendo alla Convenzione dell’ONU contro la tortura. Entrambe le parti hanno ancora una lunga strada da percorrere insieme.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE). – (FI) Signor Presidente, desidero ringraziare l’onorevole Menéndez del Valle per la sua relazione in cui le questioni relative ai diritti umani sono state integrate nel quadro dell’associazione in modo esemplare, e non accantonate come fossero una categoria a sé stante come spesso accade.

Lo sviluppo dell’India negli ultimi decenni è stato notevole. La sua evoluzione tecnologica è guardata con invidia da tutto il mondo e contemporaneamente il paese è riuscito a preservare la sua società multietnica, multireligiosa, multiculturale e multilinguistica. Le relazioni tra UE e India sono strette, siamo amici. Abbiamo particolare rispetto per il modo in cui la più grande democrazia al mondo sta cercando di correggere per via legislativa le carenze che ancora caratterizzano la sua società. Un esempio in proposito è la discriminazione positiva.

Ma le buone leggi da sole non bastano: si devono investire tempo e impegno per garantirne l’applicazione. La commissione indiana per i diritti dell’uomo ha già svolto un lavoro notevole, ma le autorità locali devono attuare con costanza le buone decisioni politiche. A tale proposito l’Unione europea potrebbe fornire il proprio sostegno tramite i suoi programmi di sviluppo, per esempio, che potrebbero concentrarsi sulla lotta contro la discriminazione.

Circa il 35 per cento del miliardo di abitanti dell’India vive al di sotto della soglia di povertà e una larga fetta della popolazione ancora non gode dei diritti fondamentali. La causa principale di questo stato di cose è il sistema delle caste, che legittima la disuguaglianza fra le persone. Particolarmente preoccupante è drammatica situazione delle donne e degli oltre 160 milioni di dalit appartenenti alle classi inferiori, il cui sfruttamento è socialmente accettato e costituisce una prassi abituale. I dalit che tentano di infrangere il sistema delle caste sposando qualcuno di una casta superiore oppure, per esempio, acquisendo legalmente un’istruzione o la proprietà di un terreno, diventano spesso vittime di violenza fisica ed emarginati sociali. Le autorità locali sono ben disposte a interpretare la legge a favore dei membri di una casta superiore. Noi, deputati al Parlamento europeo, in più occasioni abbiamo sollevato la questione delle violazioni dei diritti umani a causa del sistema delle caste, ma finora abbiamo visto poche azioni concrete da parte dell’UE.

Ora che l’industria parla apertamente dei progressi tecnologici di cui l’India ha bisogno e che possono essere realizzati grazie all’aiuto dell’Unione europea, l’UE dovrebbe fornire all’India un sostegno più tangibile in materia di diritti umani, affinché il paese riesca a trasformare in realtà la sua eccellente volontà politica.

 
  
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  Libor Rouček (PSE).(CS) Onorevoli deputati, l’Unione europea e l’India sono predestinate alla cooperazione e all’associazione strategica. Insieme siamo le due più grandi democrazie del mondo. Queste democrazie sono fondate sul rispetto dei diritti umani e civili e sul principio dello Stato di diritto.

L’UE e l’India sono predestinate alla cooperazione strategica su questioni di natura globale, politica e di sicurezza, a livello bilaterale o nel quadro delle Nazioni Unite, per esempio. L’UE e l’India sono predestinate a diventare partner economici: l’Unione è infatti la principale controparte commerciale dell’India e l’India, come è già stato detto, investe in Europa in modo massiccio. Nel mio paese, la Repubblica ceca, ad esempio, la Mittal Steel ha ristrutturato con successo il settore siderurgico ceco. L’India e l’Unione europea sono anche predestinate a collaborare nel settore dell’ambiente, dell’agricoltura, dei diritti umani per realizzare gli Obiettivi del Millennio e nella lotta contro la povertà.

Vorrei concludere ringraziando e complimentandomi con il relatore, onorevole Menéndez del Valle, per la sua relazione equilibrata e di alta qualità. Sono favorevole alla relazione e sono certo che anche l’Assemblea esprimerà il suo pieno sostegno nella votazione di domani.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, alle 12.00.

 

28. Fonti energetiche rinnovabili nell’Unione
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0227/2005), presentata dall’onorevole Claude Turmes a nome della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, sulla quota di fonti energetiche rinnovabili nell’Unione europea e le proposte di azioni concrete [2004/2153(INI)].

 
  
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  Claude Turmes (Verts/ALE), relatore. – (EN) Signor Presidente, il XXI secolo sarà il secolo delle tecnologie rinnovabili. Martedì pomeriggio abbiamo organizzato un convegno al quale hanno partecipato rappresentanti delle principali industrie interessate. E’ stato davvero impressionante constatare l’amplissima gamma di energie rinnovabili disponibili e i progressi compiuti di recente in questo campo, come le energie oceaniche, l’elettricità termica solare e i biocarburanti di seconda generazione.

Quando parliamo di energie rinnovabili non parliamo soltanto della sicurezza dell’approvvigionamento o dell’ambiente, ma anche della futura politica industriale ed economica dell’Europa. Grazie all’impegno profuso da un piccolo numero di paesi europei, quello delle energie rinnovabili è oggi uno dei settori nei quali l’Europa è leader a livello mondiale. La settimana scorsa sono stato in Danimarca. Proprio la Danimarca si è aggiudicata l’appalto per la realizzazione del più grande investimento mai progettato al mondo nel campo dell’energia eolica, e una società danese lo attuerà ora negli Stati Uniti.

In questo settore tecnologico disponiamo quindi di un vantaggio, che dobbiamo conservare. E’ pertanto necessario adottare un approccio politico, ma anche un approccio sistemico, alla politica energetica. La migliore energia rinnovabile è l’uso intelligente dell’energia, è l’efficienza energetica.

Un secondo, importante approccio sistemico – e questo è un aspetto di cui spesso ci dimentichiamo – consiste in densità energetiche adeguate. Utilizzare l’elettricità per riscaldare o raffreddare una casa è assolutamente irrazionale e antieconomico. Dobbiamo attuare una politica energetica che ponga fine agli attuali usi inefficienti dell’energia e cominciare a sfruttare le energie rinnovabili a bassa temperatura e l’energia elettrica residuale.

Consideriamo ora i vari comparti economici. Nel settore dell’edilizia – e martedì abbiamo potuto vedere un esempio concreto in proposito – la Commissione sta finanziando in Ungheria, con i propri fondi, un progetto riguardante uno di quegli orribili casermoni denominati Plattenbau. Grazie al progetto, il consumo energetico è diminuito dell’80 per cento. Ne consegue che anche un semplice 5 per cento di riscaldamento con l’energia solare si traduce immediatamente, a fronte di una riduzione dell’80 per cento del consumo, in una quota del 25 per cento di energia rinnovabile. Ciò significa maggiore comfort per gli abitanti dell’edificio, ma significa altresì nuovi posti di lavoro in Europa. Soprattutto in Europa orientale, il risanamento del parco edilizio e l’ammodernamento dei sistemi di teleriscaldamento centralizzato, con l’utilizzo delle biomasse anziché del carbone, rappresentano un importante settore di intervento.

Vorrei ora parlare del raffreddamento a energia termica solare. Ebbene sì, possiamo raffreddare le nostre case sfruttando l’energia del sole. Questa fonte energetica ci offre una combinazione perfetta, perché il sole non solo riscalda gli edifici, ma ci aiuta anche a produrre l’energia necessaria a raffreddare le abitazioni. Il parco edilizio costituisce pertanto un’enorme opportunità e l’onorevole Mechtild Rothe parlerà di alcuni strumenti politici inerenti a questo settore.

Quanto alla produzione di elettricità, il prossimo grande passo avanti sarà rappresentato dallo sfruttamento dell’energia oceanica. Dobbiamo investire altresì nello sviluppo dell’elettricità termica solare, che offre grandi chance all’Europa meridionale e, nelle regioni più calde del mondo, fornisce importanti opportunità economiche alle nostre industrie.

E’ tuttavia necessario correggere il funzionamento del mercato dell’elettricità. Signor Commissario, discutiamo molto di questo punto. Credo che dovremmo agire con maggiore decisione. Occorre separare la proprietà delle reti dalla loro gestione, abolire i sussidi per il carbone e l’energia nucleare e creare un quadro stabile di riferimento per l’elettricità rinnovabile.

Concluderò parlando del settore dei trasporti, che è quello più inefficiente. L’efficienza energetica di un’automobile è pari solo al 10-12 per cento, mentre nel campo dell’elettricità abbiamo raggiunto il 40 per cento e in quello del riscaldamento l’80-90 per cento. Quindi, la prima cosa da fare nel settore dei trasporti è aumentare l’efficienza rendendola obbligatoria per le automobili e spostando i trasporti di merce dalla strada alla ferrovia e via dicendo; solo dopo aver fatto tutto ciò avrà senso passare allo sfruttamento dei biocarburanti e dei biocarburanti di seconda generazione. Anche qui dobbiamo creare un quadro stabile di riferimento fino al 2020 poiché, in caso contrario, non ci saranno investimenti nei biocarburanti di seconda generazione.

Desidero infine ringraziare tutti i colleghi che mi hanno sostenuto. Penso che abbiamo fatto un buon lavoro e mi auguro che la votazione di domani avrà un esito favorevole.

(Applausi)

 
  
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  Andris Piebalgs, Membro della Commissione. – (EN) Voglio anzitutto esprimere la mia gratitudine all’onorevole Turmes, che ha svolto la funzione di relatore sulla comunicazione della Commissione riguardante la quota di fonti energetiche rinnovabili nell’Unione europea, e a tutti i suoi colleghi che hanno collaborato alla stesura della relazione.

Questa tematica assume un’importanza crescente non solo a causa degli alti livelli che il prezzo del petrolio registra attualmente, ma anche ai fini delle politiche di medio e lungo termine dell’Unione europea. Oggi abbiamo già avuto modo di discuterne e vorrei sottolineare che, nonostante i sostanziali progressi compiuti nel settore delle energie rinnovabili, dobbiamo farne ancora molti altri e che, sebbene ci siamo posti come finalità generale quella di sfruttare le fonti energetiche rinnovabili come l’elettricità verde e le biomasse, siamo ancora ben lontani dagli obiettivi stabiliti per il 2010. La Commissione sta facendo tutto il possibilità per incoraggiare e stimolare gli Stati membri a rispettare tali obiettivi. E’ chiaro che dobbiamo e possiamo fare meglio.

Ho letto la relazione veramente con grande piacere. Essa ci propone una panoramica ampia e coerente delle possibilità esistenti a breve e medio termine nel campo delle energie rinnovabili.

So che sono stati presentati emendamenti per modificare talune parti della relazione. Trattandosi di una relazione d’iniziativa del Parlamento, non commenterò tutti i punti della relazione o degli emendamenti, bensì solo alcuni degli elementi chiave della relazione.

Innanzi tutto sono rimasto colpito dall’ampia gamma di possibilità che le energie rinnovabili ci offrono. Ciò dimostra che in futuro potremo senz’altro modificare il nostro mix energetico.

Mi ha fatto inoltre molto piacere rilevare l’approccio complesso e sistemico con cui il Parlamento affronta il tema dell’energia. Voi dite giustamente che la liberalizzazione richiede condizioni eque per l’elettricità prodotta con fonti energetiche rinnovabili; mettete inoltre in relazione l’efficienza energetica con l’energia rinnovabile; avete un progetto per l’uso della ricerca, l’assorbimento del mercato e i regimi di aiuto. Inoltre, affermate in modo convincente che le energie rinnovabili sono parte della soluzione globale ai nostri problemi energetici globali. E infine, un punto molto importante: mettete in relazione anche la competitività, la sicurezza dell’approvvigionamento e la tutela dell’ambiente.

Trovo particolarmente interessanti i punti relativi allo sfruttamento delle biomasse, alle quali la relazione riserva una grande importanza. Vi posso comunicare che alla fine di novembre la Commissione adotterà un piano d’azione. Il potenziale energetico delle biomasse nell’Unione europea è considerevole e meritevole di essere sviluppato. Condivido il parere secondo cui l’energia da biomassa è strettamente correlata ad altre politiche dell’Unione. Nella recente proposta della Commissione per una decisione del Consiglio sullo sviluppo rurale, la Commissione suggerisce di integrare le biomasse e i biocarburanti nello sviluppo rurale come un nuovo, importante mercato di un’agricoltura sostenibile.

E’ evidente che le misure di sostegno diretto avranno un ruolo fondamentale anche in futuro, allo scopo di garantire una sufficiente diffusione delle energie rinnovabili sul mercato e di raggiungere gli obiettivi che abbiamo concordato. Come sapete, alla fine di novembre la Commissione intende adottare una comunicazione sui regimi di aiuto per le fonti energetiche rinnovabili.

La comunicazione offrirà una buona occasione per valutare i molti e diversi regimi di aiuto che esistono attualmente in Europa. Essa affronterà inoltre la questione delle barriere che ostacolano lo sviluppo delle energie rinnovabili, tra cui le complesse procedure per le autorizzazioni e la scarsa integrazione delle energie rinnovabili nella progettazione locale. Dobbiamo svolgere un’analisi approfondita sui diversi sistemi nazionali e, sulla base del loro impatto, dovremo definire una prospettiva di più lungo termine.

Per quanto riguarda il riscaldamento e il raffreddamento, accolgo con favore la relazione d’iniziativa dell’onorevole Rothe, che contribuirà anch’essa a portare avanti iniziative adeguate. Ho visto gli emendamenti sul riscaldamento e il raffreddamento; la Commissione valuterà attentamente cos’altro si può fare in proposito.

Nella situazione attuale, caratterizzata da alti prezzi del petrolio, dobbiamo reagire con determinazione e ambizione. Oggi ho elaborato il mio piano in cinque punti, che ha il sostegno della Commissione.

Ringrazio nuovamente il relatore e la commissione per l’industria, la ricerca e l’energia per aver preso l’iniziativa di preparare questa relazione, che oggi ci consente di discutere di questo tema e che aiuterà la Commissione a proporre iniziative adeguate.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), relatore per parere della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. – (EL) Signor Presidente, a nome della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, desidero ringraziare il relatore e congratularmi con lui per l’importante relazione che ci ha presentato.

In considerazione dei notevoli vantaggi che le fonti energetiche rinnovabili ci offrono, dobbiamo chiederci in che modo possiamo promuovere ulteriormente il loro sviluppo affinché le prossime generazioni possano trarne giovamento. Sono già stati compiuti passi in questa direzione, però, come rilevato di recente dalla Commissione, siamo molto in ritardo per quanto attiene al raggiungimento degli obiettivi previsti dalla direttiva 2001/77/CE. Dobbiamo quindi impegnarci maggiormente, e credo che dobbiamo concentrarci su quattro punti.

Primo: dobbiamo creare un ambiente politico più favorevole per le fonti energetiche rinnovabili. Il ruolo dei governi è decisivo a questo fine, dato che le grandi multinazionali continuano purtroppo a investire soprattutto e anzitutto nel petrolio. Dobbiamo perciò predisporre una rete di incentivi per incoraggiare gli investimenti nelle energie alternative e creare mercati redditizi.

Secondo: dobbiamo istituire un idoneo quadro giuridico per sostenere le energie rinnovabili, un quadro capace di superare i confini di un sistema energetico che, insieme alle sue basi giuridiche, era stato creato in un’epoca in cui le fonti energetiche rinnovabili erano pressoché sconosciute.

Terzo: abbiamo bisogno anche di immediati investimenti pubblici e privati nella ricerca mirati a sviluppare tecnologie migliori e meno costose nel campo delle energie rinnovabili.

Quarto: dobbiamo fissare obiettivi quantitativi vincolanti, da raggiungere entro il 2020, sia per la produzione complessiva con fonti energetiche rinnovabili sia per l’elettricità destinata al riscaldamento e al raffreddamento.

Con investimenti pianificati nel futuro delle fonti energetiche rinnovabili potremo garantire 250 000 posti di lavoro.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), relatore per parere della commissione per l’agricoltura. – (EN) Signor Presidente, ringrazio il relatore per il lavoro che ha svolto e per la considerazione in cui ha tenuto i pareri formulati dalla commissione per l’agricoltura su questa importante relazione. Credo che il momento non potrebbe essere più opportuno per discutere di una relazione sulle energie rinnovabili. Mentre venivo qui per partecipare alla discussione, il prezzo del petrolio ha raggiunto i 67 dollari al barile e, come sappiamo, le sue riserve sono limitate. Intanto, nelle zone rurali dell’Unione europea, da dove proverrà gran parte delle energie rinnovabili, si continuano a invocare imprese alternative e sostenibili.

Trovo deplorevole che l’Unione europea probabilmente non riuscirà a raggiungere entro il 2010 l’obiettivo di coprire il 12 per cento del proprio fabbisogno energetico con le fonti rinnovabili. E’ evidente che in alcuni Stati membri non ci sono né la volontà né la tendenza a prendere in seria considerazione la necessità di generare energia rinnovabile, mentre altri paesi vanno avanti spediti su questa strada. La direttiva sui biocarburanti fissa l’obiettivo del 2 per cento di copertura del mercato con le fonti rinnovabili entro la fine di quest’anno, mentre l’Irlanda ha fissato per i biocarburanti un obiettivo pari solo allo 0,03 per cento.

Per quanto attiene all’intero settore della produzione di biomasse – il cosiddetto “gigante addormentato” delle energie rinnovabili –, di cui ha appena parlato il Commissario, apprendo con piacere che avremo un piano d’azione in quest’ambito. Si tratta di un fatto altamente positivo.

Occorre riconoscere il contributo che la politica agricola comune può fornire alla produzione di energie alternative sotto forma di biocarburanti e biomasse. Le energie rinnovabili possono migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali perché forniscono nuove opportunità di diversificazione, garantiscono i redditi agricoli e creano posti di lavoro. Tuttavia, se vogliamo assicurare il pieno sfruttamento del potenziale rappresentato dalle diverse fonti di energia alternativa, occorrono incentivi. In particolare, la politica fiscale non deve ostacolare la diffusione delle energie rinnovabili.

Vogliamo sicuramente incoraggiare la diversificazione da parte dei nostri agricoltori; nondimeno, desidero lanciare un monito alla prudenza. C’è il timore, infatti, che col passare del tempo possa sorgere un conflitto tra la produzione di colture destinate all’alimentazione e quella di colture destinate ad altri usi. Sarebbe deplorevole se ciò si verificasse, perché entrambe le produzioni devono essere sostenibili e devono produrre reddito. Ritengo anch’io che in futuro la politica di sviluppo rurale dovrà porsi come obiettivo prioritario la promozione delle energie rinnovabili.

Concluderò dicendo che ieri, in Irlanda, 60 000 persone hanno partecipato a una gara di aratura, e molte di esse hanno parlato di questo nuovo settore delle energie rinnovabili. Un ricercatore che per vent’anni ha lavorato senza posa in questo campo mi ha detto: “Credo che, finalmente, sia giunto il nostro momento”.

(Applausi)

 
  
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  Peter Liese, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, mi unisco anch’io ai ringraziamenti che sono stati rivolti al relatore, onorevole Turmes.

Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei è favorevole alle fonti energetiche rinnovabili, ma in alcune occasioni abbiamo dovuto ricordare all’onorevole Turmes la necessità di affrontare questa materia con maggiore realismo. In realtà, ci siamo riusciti in parte al momento della votazione in seno alla commissione. La relazione presenta molti aspetti positivi. Un tema che ci stava molto a cuore è quello delle biomasse, e mi fa piacere che siamo riusciti ad approvare un intero capitolo. Vogliamo armonizzare, a lungo termine, i diversi regimi di aiuto europei nel settore dell’elettricità. Sappiamo che occorrerà del tempo; tuttavia, è necessario creare anche in questo settore un mercato unico europeo, con tutti i benefici che esso può comportare e con l’obiettivo, tra l’altro, di ridurre i costi – e questo è un altro punto che giudichiamo importante. I fondi sono limitati e dobbiamo perciò ottenere il massimo con quelli a nostra disposizione. Per tale motivo, i regimi di aiuto devono essere orientati alla riduzione dei costi.

Alcuni aspetti della presente proposta di relazione continuano a non soddisfarci. Ad esempio, riteniamo che l’obiettivo del 25 per cento entro il 2020 comporti problemi e abbiamo perciò presentato emendamenti in proposito. Pensiamo che si dovrebbe non solo discutere degli aspetti positivi dell’energia eolica, ma sia necessario anche prendere in considerazione le questioni relative alla stabilità della rete e le obiezioni della popolazione locale. Crediamo che il tema del riscaldamento e del raffreddamento meriti un’attenzione maggiore di quella che gli viene riservata nella relazione, dato che in questo settore si possono ottenere molti risultati con poca spesa, ad esempio riducendo in misura considerevole la quantità dei combustibili fossili consumati e dell’anidride carbonica prodotta. Questi sono anche i motivi per cui vogliamo promuovere le energie rinnovabili: vogliamo ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas e mettere sotto controllo il problema del cambiamento climatico.

Per tali ragioni, vi chiedo di votare a favore degli emendamenti proposti dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei. E’ in ogni caso evidente che in materia di energie rinnovabili l’Europa deve collaborare.

 
  
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  Mechtild Rothe, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, vorrei iniziare anch’io con l’esprimere al relatore, onorevole Turmes, i miei più vivi ringraziamenti per l’eccezionale relazione e per l’eccellente collaborazione. Nonostante le peraltro poche parole di critica da parte dell’onorevole Liese, sono molto fiduciosa che domani approveremo la relazione con un’ampia maggioranza.

L’attuale crisi petrolifera, in particolare, ha reso viepiù evidente che la limitatezza delle risorse energetiche rende necessario il ricorso a fonti energetiche che si autorinnovano continuamente. Di recente l’Unione europea ha lanciato con successo una strategia mirata alla diffusione delle energie rinnovabili che stabilisce anche i requisiti giuridici degli obiettivi da raggiungere, ad esempio per l’elettricità prodotta con biocarburanti. Siamo riusciti a penetrare il mercato e abbiamo così fornito un importante contributo alla lotta contro i cambiamenti climatici. Con la creazione di 300 000 posti di lavoro e la produzione di un fatturato annuo di circa 15 miliardi di euro, la diffusione delle energie rinnovabili ha inoltre offerto un contributo significativo alla strategia di Lisbona. Tuttavia, gli sforzi attuali non sono sufficienti.

Come è stato inoltre già rilevato, siamo ancora ben lontani dall’aver raggiunto gli obiettivi stabiliti per i biocarburanti; la Commissione si è vista pertanto costretta a inviare ad alcuni Stati membri forti richiami per quanto riguarda la realizzazione degli obiettivi nel settore dell’elettricità. Tra gli ostacoli che devono essere rimossi figurano le barriere burocratiche, i problemi di capacità della rete e l’inadeguatezza dei regimi di aiuto. A un’idea non ho ancora rinunciato, ovvero alla possibilità di raggiungere l’obiettivo di raddoppiare entro il 2010 la quota del consumo totale di energia coperta dalle fonti energetiche rinnovabili, portandola al 12 per cento. C’è una cosa, però, che resta ancora da fare e che è molto importante a questo fine: colmare la lacuna legislativa nel settore del riscaldamento e del raffreddamento. Ciò significa che abbiamo bisogno di requisiti giuridici chiari e di obiettivi precisi, se vogliamo incentivare gli Stati membri ad adottare misure adeguate e sfruttare il grande potenziale rappresentato dalle biomasse, dall’energia termica solare e dall’energia geotermica. Questo, dunque, è un messaggio molto importante che lanciamo alla Commissione; vi invitiamo ad attivarvi in questo campo e a proporre una normativa adeguata.

 
  
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  Vittorio Prodi, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, volevo ringraziare anch’io il collega Turmes per il suo lavoro, per il lavoro che abbiamo fatto assieme. Il documento è molto importante perché riequilibra una situazione di presunzione favorevole alla produzione centralizzata e concentrata di energia.

C’è stata una notevole negligenza nei confronti delle energie rinnovabili, ora, finalmente, si può affrontare il problema del riequilibrio e quindi dedicare ad esse lo sforzo di ricerca che non hanno avuto e che invece meritano per il contributo indispensabile che possono dare al nostro fabbisogno energetico.

Si tratta di un contributo nella garanzia della sostenibilità, in quanto sono non CO2 emittenti e CO2 neutre, nell’indipendenza energetica, nella creazione di posti di lavoro nell’Unione, proprio in un momento così difficile, come abbiamo visto oggi nella discussione sul documento del petrolio e grazie a una tecnologia in cui siamo all’avanguardia nel mondo.

Sarà uno sforzo che prima di tutto dovrà darci informazioni precise sul contributo che ciascuna fonte può dare. Sono sicuro che tale contributo sarà molto importante in senso assoluto, oltre le più ardite aspettative e anche nella modalità di produzione diffusa, la quale andrà nel senso di una grande responsabilizzazione e di un salto in avanti nell’efficienza energetica, tramite l’adozione generalizzata della generazione di elettricità e contemporaneamente riscaldamento e raffreddamento. Tale ottica dovrà essere prioritaria perché in essa si concretizza il nostro impegno.

In particolare vorrei ricordare il contributo delle biomasse che nei processi di conversione in gas potranno direttamente produrre idrogeno, sappiamo quanto questo sia importante. Altre fonti come l’eolico hanno già dato un contributo considerevole, altre sono estremamente promettenti. Questo deve essere il nostro impegno e credo che con il gruppo Turmes riusciremo a fare ancora molto lavoro.

 
  
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  Umberto Guidoni, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi associo al ringraziamento al relatore Turmes per l’ottimo lavoro che abbiamo svolto insieme.

Non ci siano dubbi: la grande maggioranza della comunità scientifica è ormai convinta che le emissioni di gas a effetto serra siano i principali responsabili dell’aumento di temperatura del pianeta e sussiste il ragionevole dubbio che la sempre maggiore frequenza e violenza delle recenti catastrofi naturali siano correlate con questo riscaldamento.

Per ridurre i gas a effetto serra occorre puntare sul superamento dell’era del petrolio e sulle fonti energetiche alternative, a partire dalla prima fonte alternativa costituita dal risparmio energetico. Da una politica volta ad aumentare l’efficienza e a diminuire gli sprechi può infatti essere ricavato in pochi anni oltre il 20 per cento del risparmio nel consumo di petrolio, una quota comperabile potrebbe risultare da un massiccio ricorso alle fonti rinnovabili come l’eolico, il solare e le biomasse.

Il Libro verde dell’energia della Commissione europea è un buon punto di partenza, ma affinché risulti efficace occorre approntare programmi di ricerca capaci di simulare lo sviluppo di sistemi energetici sostenibili e competitivi, anche attraverso progetti dimostrativi pluriennali, per esempio qui al Parlamento europeo, e politiche di sostegno alle piccole e medie imprese che investono nel settore.

Agli investimenti massicci si dovranno aggiungere incentivi finanziari e fiscali a favore delle energie alternative per la realizzazione delle necessarie infrastrutture, per esempio dell’idrogeno, e per una mobilità sostenibile.

Il ruolo dell’Unione europea è determinante, anche per stimolare le politiche nazionali e realizzare concretamente le direttive comunitarie: solo con uno sforzo coordinato a livello continentale l’Europa può diventare un interlocutore credibile per le politiche energetiche planetarie.

 
  
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  Mieczysław Edmund Janowski, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, desidero elogiare il relatore per l’eccellente lavoro che ha svolto. Le varie crisi energetiche, unite alla prospettiva dell’esaurimento dei combustibili organici non rinnovabili in vista di un aumento della domanda e della necessità di tutelare l’ambiente, hanno alimentato l’interesse nei confronti delle fonti energetiche rinnovabili. Accolgo pertanto con favore la decisione di affrontare la questione in Parlamento.

L’onorevole Turmes ha parlato dell’energia solare. Se anche tutte le risorse di combustibili come petrolio, gas, carbone e legno potessero essere bruciate nel modo più efficiente possibile, la quantità di energia ottenuta sarebbe pari soltanto alla quantità di energia solare che raggiunge la Terra in appena quattro giorni. Si tratta di un dato che vale la pena di rilevare.

La questione di cui stiamo discutendo è di fondamentale importanza, ed è un peccato che ne parliamo a un’ora così tarda e alla presenza di così pochi deputati. La sfida che dobbiamo affrontare presenta molte sfaccettature, ad esempio gli aspetti tecnici, ambientali, climatici, economici, sociali, quelli connessi con la ricerca e la difesa – tanto per citarne alcuni. Al riguardo è necessario adottare un’azione specifica a livello dell’intera Unione, tenendo nella debita considerazione la cooperazione internazionale. Tale azione va intrapresa nei singoli Stati…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Sergej Kozlík (NI).(SK) Purtroppo, i paesi dell’Unione europea non dispongono di fonti energetiche naturali importanti. Qualche mese fa le Istituzioni dell’Unione hanno affrontato la questione della sicurezza energetica in Europa. Secondo un’affermazione dichiaratamente platonica, nei prossimi vent’anni la dipendenza dei paesi europei dalle fonti energetiche esterne salirà dal 50 al 70 per cento.

Se prendiamo in considerazione le implicazioni di un simile sviluppo, ci accorgiamo immediatamente di quanto ingenua sia la politica energetica dell’Unione europea, soprattutto nell’ottica di garantire un adeguato livello di autosufficienza energetica. Sono certamente favorevole a misure volte a migliorare l’efficienza energetica, a creare le condizioni per un aumento della quota delle fonti energetiche alternative e rinnovabili e a promuovere la conservazione dell’energia; d’altro canto, però, per avere una possibilità realistica di soddisfare i requisiti energetici, gli europei devono superare la loro fobia nei confronti dell’energia nucleare e di forme consolidate di produzione di energia, che ovviamente devono essere sfruttate nel pieno rispetto delle norme ambientali e operative. Le Istituzioni europee dovrebbero inoltre adottare un approccio più lungimirante verso la chiusura delle centrali esistenti. In tale contesto, devo criticare la decisione di smantellare prematuramente, per motivi in gran parte di natura politica, la centrale nucleare di Jaslovské Bohunice, nonostante essa soddisfi i requisiti operativi di sicurezza. Tale decisione indebolirà il potenziale energetico non solo della Slovacchia bensì dell’intera Unione europea e cancellerà risorse che, inter alia, sarebbero potute servire per finanziare programmi di sostegno nel campo delle fonti energetiche alternative.

 
  
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  Nikolaos Vakalis (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, sappiamo che la promozione delle fonti energetiche rinnovabili è una questione di importanza cruciale.

L’opinione recente non fa che ribadirlo. Penso che il recente piano d’azione in cinque punti del Commissario Piebalgs vada in questa direzione.

Permettetemi di richiamare ora la vostra attenzione su due punti.

Il primo punto riguarda la necessità di promuovere l’indipendenza dei sistemi insulari dell’Unione europea. Il mio paese, ad esempio, ha moltissime isole che non sono inserite nella rete elettrica nazionale. E’ prioritario applicare ai sistemi energetici indipendenti tecnologie avanzate di cogenerazione, che combinano le fonti energetiche rinnovabili con le tecniche di stoccaggio. In questo modo potremo disporre di unità energetiche indipendenti e decentralizzate e garantire ai consumatori una produzione e fornitura di energia costanti.

Il secondo punto concerne soprattutto le energie solare ed eolica. L’inserimento di queste fonti energetiche nelle reti di energia esistenti sta creando problemi e, per superarli, la Commissione dovrà studiare le pratiche migliori di gestione delle reti. Questa dev’essere la nostra preoccupazione principale, se vogliamo che le fonti energetiche rinnovabili possano diffondersi nei sistemi energetici di tutti i paesi.

 
  
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  Adam Gierek (PSE).(PL) Signor Presidente, l’energia prodotta con le fonti rinnovabili dovrebbe essere sfruttata in base alle priorità tecnologiche di un dato paese. In Polonia, considerate le condizioni climatiche e agricole che caratterizzano il paese, occorrerebbe dare priorità al sostegno immediato dei biocarburanti, seguiti al secondo posto dalle fonti di energia geotermica. Tuttavia, dall’esperienza maturata finora non emerge un quadro particolarmente roseo della produzione di elettricità con le biomasse solide. Ciò è dovuto, inter alia, al basso livello di efficienza della conversione dell’energia termica in energia elettrica, nonché a problemi di carattere logistico e ambientale. Inoltre, la biomassa ottenuta dal legno deve essere seccata per eliminare all’incirca il 20 per cento del suo contenuto idrico, e questo procedimento consuma una quantità ulteriore di energia.

Un’altra priorità per la Polonia potrebbe essere l’energia contenuta nei rifiuti urbani. Questa è una fonte energetica che non solo si rinnova continuamente, ma aumenta anche a un ritmo molto veloce e allarmante. Per definizione, si tratta senz’altro di una fonte energetica rinnovabile. Le tecnologie attualmente disponibili, come la pirolisi, ci consentono di ricavare idrocarburi dai rifiuti e di convertirli in modo efficiente in energia elettrica, con un doppio beneficio: da un lato, produzione di energia unitamente a una forma di riciclo secondario e, dall’altro, eliminazione delle discariche. La Commissione dovrebbe riconoscere questo tipo di energia come una fonte energetica rinnovabile.