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Discussioni
Martedì 15 novembre 2005 - Strasburgo Edizione GU

27. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B6-0339/2005).

Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte alla Commissione.

Prima parte

 
  
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  David Martin (PSE).(EN) Signora Presidente, sono lieto che il Tempo delle interrogazioni venga esteso fino alle 20.00, perché accade fin troppo facilmente che il tempo ad esso assegnato venga ridotto, com’è spesso avvenuto in passato.

La mozione di procedura che desidero sollevare riguarda la mia interrogazione, la n. 69, che ho presentato proprio perché sapevo che questa sera il Commissario Mandelson sarebbe intervenuto in Aula per rispondere alle interrogazioni. Quella da me presentata riguarda l’OMC, ma è stata inspiegabilmente iscritta in elenco come interrogazione generale. Potrei sapere perché?

 
  
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  Presidente. – L’unica spiegazione che posso darle è che, secondo le consuetudini di quest’Aula, la Commissione decide quale Commissario risponderà a ogni interrogazione. Ecco perché la sua interrogazione è stata inserita nella terza parte del Tempo delle interrogazioni.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Vorrei sottoporre al Commissario Mandelson un’interrogazione sulla stessa questione, alla quale potrebbe forse rispondermi in privato!

 
  
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  Presidente. – Questo potrebbe essere un modo di risolvere la questione. In caso contrario, posso solo darle la stessa risposta che ho già fornito all’onorevole Martin.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 37 dell’onorevole Manuel Medina Ortega (H-0893/05):

Oggetto: Imposizione fiscale sul traffico aereo civile

Sta esaminando la Commissione la possibilità di impedire che misure nazionali relative all’imposizione fiscale sul traffico aereo civile, come le imposte sui biglietti o sul carburante aereo, diventino un ostacolo per il mercato interno?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Ultimamente la questione dell’imposizione fiscale sul traffico aereo è stata molto discussa, ma d’altra parte figura tra gli strumenti esaminati nella ricerca di nuove fonti di finanziamento per gli aiuti ufficiali ai paesi in via di sviluppo, in linea con gli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite.

L’onorevole deputato di sicuro sa che il Consiglio sta esaminando attivamente la questione e che la Commissione ha prodotto diversi documenti di lavoro sugli aspetti tecnici, su richiesta del Consiglio. Sono stati esaminati due tipi di strumenti fiscali: le imposte sul carburante aereo e le imposte sui biglietti aerei, anche dette tasse aeroportuali. Dal punto di vista del mercato interno, il contesto giuridico non è lo stesso per questi due tipi di imposte.

Le imposte sul carburante aereo sono trattate dalla legislazione comunitaria nel quadro della direttiva 2003/96/CE, relativa alla tassazione dei prodotti energetici. Sebbene il carburante aereo sia, in linea di principio, esente da imposizione, gli Stati membri possono scegliere di tassarlo per i voli nazionali. Possono anche tassare il carburante per i voli tra Stati membri, purché tale decisione sia adottata a livello bilaterale. Tuttavia, nella pratica non vi sono possibilità di tassare il carburante utilizzato dai vettori di paesi terzi che operano nella Comunità.

Per quanto riguarda le imposte sui biglietti aerei, non esistono disposizioni comunitarie specifiche. Gli Stati membri sono quindi liberi di applicare tali imposte, alla condizione ovvia che esse siano conformi agli obblighi previsti dal Trattato CE.

L’onorevole deputato ha chiesto se la Commissione stia esaminando la possibilità di impedire che l’imposizione fiscale sul traffico aereo diventi un ostacolo per il mercato interno. Vorrei innanzi tutto rilevare che il fatto che un prodotto o servizio sia tassato non significa che la sua libera circolazione sia ostacolata. Sussiste un ostacolo per il mercato interno soltanto se un’imposta applicata a operazioni tra Stati membri è superiore a quella applicata a un’operazione analoga all’interno di uno Stato membro. La Commissione farà pieno uso dei suoi poteri per applicare il Trattato contro qualsiasi imposta discriminatoria sul traffico aereo, così come fa per tutte le altre imposte. Tuttavia, comprendo che le discussioni tra Stati membri in questa fase si concentrino principalmente sulle imposte sui biglietti. Al riguardo, devo sottolineare che, in assenza di norme comunitarie, ogni decisione in materia spetta agli Stati membri, i quali agiscono nell’ambito della loro sovranità fiscale.

Nondimeno, nei suoi documenti di lavoro, la Commissione afferma che esistono buoni motivi per preferire un’impostazione comune in materia di imposte sui biglietti. La Commissione ha altresì dichiarato di essere disposta a esaminare gli aspetti tecnici insieme con gli Stati membri che intendono scegliere questa alternativa, al fine di garantire la compatibilità con gli obblighi derivanti dal Trattato.

Vorrei rilevare che la Commissione continua a seguire da vicino il funzionamento del mercato interno. Le imposte del tipo menzionato nell’interrogazione dell’onorevole deputato sono ancora rare. Se la Commissione dovesse individuare un problema strutturale legato alla tassazione del traffico aereo, che si tratti delle imposte sul carburante o delle imposte sui biglietti, in definitiva essa potrebbe esercitare il suo diritto di proporre l’opportuna legislazione.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE).(ES) Commissario Mandelson, approfittando della sua presenza in Aula, e considerato che lei è responsabile delle relazioni esterne dell’Unione europea, vorrei chiederle se è consapevole del fatto che i più colpiti dalle imposte sui biglietti aerei, a favore della globalizzazione, sarebbero i paesi del Terzo mondo, che dipendono in larga misura dal turismo per compiere progressi, essendo quest’ultimo una delle loro poche attività economiche.

In secondo luogo, le imposte sui biglietti o sul carburante aereo danneggerebbero gli Stati insulari o peninsulari. Tali imposte sono state concepite in una prospettiva esclusivamente continentale e infatti limiterebbero realmente il traffico tra le zone continentali dell’Unione europea e le regioni e i paesi insulari, soprattutto quelli ultraperiferici o più lontani dal centro dell’Unione europea.

Mi auguro possa trasmettere al Commissario Kovács le mie preoccupazioni.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) In risposta al suo primo quesito relativo al turismo, una maggiore imposizione fiscale sul traffico aereo in teoria potrebbe determinare un calo della domanda di trasporti aerei. Tuttavia, l’incremento del prezzo del biglietto aereo va esaminato nel contesto del costo complessivo del pacchetto di viaggio – cioè spese di viaggio, alloggio e divertimento – del quale di solito costituisce una quota modesta. Le possibili ripercussioni sul turismo vanno inoltre esaminate in relazione con la tendenza generale alla crescita molto sostenuta della domanda di turismo. Esistono quindi validi motivi per ritenere che l’impatto generale sul turismo sarà modesto.

In risposta al suo secondo quesito, relativo alle regioni periferiche e ultraperiferiche, l’incremento del costo dei trasporti aerei può avere maggiori ripercussioni sulle regioni fortemente dipendenti dal trasporto aereo. Tuttavia, poiché le imposte sui biglietti sono principalmente di competenza degli Stati membri, i paesi che scelgono di applicare tali imposte hanno libertà d’azione per concepirle in modo da prevedere rimedi per tenere conto delle circostanze specifiche delle regioni periferiche e delle esigenze sociali dei loro abitanti.

Come ho già detto, la Commissione ha dichiarato di essere disposta a esaminare insieme con gli Stati membri gli aspetti tecnici dei biglietti aerei. Ciò può comprendere l’esame di varie misure correttive per le regioni periferiche e ultraperiferiche nel quadro delle norme comunitarie.

 
  
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  Josu Ortuondo Larrea (ALDE).(ES) Signor Commissario, concordo sul fatto che gli Stati devono adottare misure per rafforzare la politica di sviluppo nei paesi che, proprio perché non offrono opportunità ai loro cittadini, ci inviano sempre più immigrati, causando gravi problemi nell’Unione europea.

Al riguardo, vorrei chiederle se la Commissione ha analizzato in misura sufficiente altre misure alternative aventi lo stesso scopo, per esempio la proposta dell’economista Tobin di introdurre un’imposta sulle operazioni finanziarie, la quale non inciderebbe sul turismo.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) La breve risposta alla sua domanda è che la Commissione non sta esaminando misure alternative, quali la Tobin tax, che è una proposta controversa e contestata da molti.

Le proposte esaminate dalla Commissione sono quelle emerse dalle discussioni tra gli Stati membri. Come ho detto, esse sono oggetto di documenti di lavoro. Non sono attualmente oggetto di iniziativa da parte della Commissione.

E’ ovvio che, se la cosiddetta Tobin tax dovesse cominciare a essere sollecitata o promossa da un gran numero di Stati membri, senza dubbio la Commissione potrebbe esaminare la questione ed esprimere il suo parere al riguardo.

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, sappiamo tutti che i paesi in via di sviluppo meritano particolare attenzione e preoccupazione da parte nostra. Tuttavia, ciò che continuo a chiedermi è perché non siamo disposti a tassare il carburante aereo allo stesso modo in cui tassiamo altre fonti di energia, in particolare i combustibili fossili. Per passare alla questione dell’inquinamento ambientale, vorrei richiamare l’attenzione dell’Assemblea sui gravi problemi che talvolta s’incontrano in relazione alle piste di volo negli aeroporti.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) L’onorevole deputata ha fatto un’osservazione molto valida. Va rilevato che, pur incidendo sui prezzi, un’imposta sul carburante può di fatto contribuire a porre il trasporto aereo su un piano di parità con mezzi di trasporto alternativi, quali il trasporto su strada, che è attualmente soggetto a un’imposta sul carburante, e spesso rappresentano l’unica possibilità per i viaggiatori meno abbienti. Il punto rilevato dall’onorevole deputata sarà senz’altro preso in considerazione dalle parti interessate alla questione.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 38 dell’onorevole Sarah Ludford (H-0896/05):

Oggetto: Protezione dei dati, banche dati dell’UE

Sia la prima che la seconda relazione annuale al Consiglio e al Parlamento europeo (SEC(2004)0557 e SEC(2005)0839), inerenti le attività dell’unità centrale di Eurodac, la banca dati dell’UE sui richiedenti asilo, hanno rivelato che tale unità ha registrato un numero sorprendentemente alto di “ricerche speciali”. Con tale sigla si intende una categoria destinata ad attuare l’articolo 18 (paragrafo 2 e seguenti) del regolamento Eurodac, ossia proteggere i dati e salvaguardare i diritti degli interessati all’accesso ai propri dati.

Tali ricerche speciali sono state tuttavia eseguite senza che le autorità nazionali di controllo fossero in grado di confermare che questi casi avessero davvero coinvolto persone che richiedevano l’accesso ai propri dati. Quali misure ha adottato la Commissione per scoprire la natura di queste ricerche speciali? Ha tenuto fede alla sua promessa di continuare a sorvegliare l’applicazione del regolamento Eurodac rispetto a questo punto, e quale é stato il risultato?

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) L’onorevole Ludford chiede chiarimenti in merito alle ricerche speciali nel quadro dell’Eurodac e alle misure adottate dalla Commissione. Sono lieto di rispondere all’interrogazione, che rientra nel settore di competenza del Vicepresidente della Commissione Frattini.

In primo luogo, una ricerca è definita speciale se non mira a determinare lo Stato membro responsabile di una domanda di asilo, ma a garantire a ogni individuo l’esercizio dei suoi diritti, secondo quanto prescritto dalla direttiva sulla protezione dei dati.

L’articolo 18 del regolamento Eurodac definisce le procedure per l’esercizio dei diritti di informazione e di accesso, rettifica o cancellazione dei dati personali trattati dall’Eurodac. Tali diritti sono sanciti dalla legislazione dell’Unione europea in materia di protezione dei dati e mirano a garantire la tutela del diritto alla vita privata dell’individuo. Infatti, a norma dell’articolo 18, paragrafo 2, del regolamento Eurodac, qualsiasi persona residente in uno Stato membro ha il diritto di ottenere in qualsiasi Stato membro la comunicazione dei dati ad essa relativi, registrati nella banca dati centrale, che lo Stato membro ha trasmesso all’unità centrale. L’interessato può quindi chiedere allo Stato membro in questione che i dati di fatto inesatti siano rettificati o che i dati registrati illegalmente siano cancellati. Merita rilevare che solo alcuni Stati membri hanno trasmesso ricerche di questo tipo all’unità centrale.

Nel quadro del sistema istituito dalla legislazione dell’Unione in materia di protezione dei dati, le autorità incaricate della protezione dei dati negli Stati membri e il garante europeo della protezione dei dati sono le autorità competenti a controllare la legalità delle attività di trattamento dei dati personali svolte dall’Eurodac. Nel corso di una recente riunione degli utenti dell’Eurodac, la Commissione ha ricordato agli utenti stessi i loro obblighi giuridici. In un’altra riunione organizzata dal garante europeo della protezione dei dati, la Commissione ha richiamato l’attenzione del garante e delle autorità nazionali di controllo sul numero elevato di ricerche speciali registrate nell’unità centrale dell’Eurodac.

La Commissione segue la questione da vicino, perché è importante verificare che le attività svolte dalle autorità nazionali nel quadro dell’Eurodac siano conformi alle norme consolidate in materia di protezione dei dati.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) La ringrazio, Commissario Rehn, ma fino a un certo punto. Ciò che lei afferma è che la Commissione non ne sa più delle autorità nazionali incaricate della protezione dei dati sul perché si svolgano queste ricerche speciali. Il motivo per cui l’argomento riveste grande importanza è che la domanda di accesso alle banche dati dell’Unione europea cresce a ritmi elevati.

Nel caso dell’Eurodac, come sappiamo che queste ricerche speciali non siano state accessi non autorizzati da parte di agenzie nazionali, camuffate da ricerche eseguite per conto di persone che vogliono verificare i propri dati? Se la Commissione non conosce la risposta, quale fiducia possiamo avere nella sua funzione di garante, considerate le crescenti pressioni legate alla protezione dei dati? Le ricordo che la Commissione è responsabile dell’applicazione delle disposizioni di questo regolamento.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Innanzi tutto, trasmetterò le sue preoccupazioni al Commissario Frattini. In secondo luogo, la Commissione ha chiesto ulteriori chiarimenti a uno Stato membro, nel quale si è registrato un numero particolarmente alto di ricerche in un periodo di tempo molto breve.

Comprenderà che in questa fase, senza conoscere i motivi precisi di tali cifre, non voglio puntare il dito contro uno Stato membro in particolare. Ribadisco che, anche se siamo sorpresi da queste cifre, nella fase attuale non disponiamo di elementi che permettano di affermare che il regolamento Eurodac sia stato applicato in modo non corretto.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 39 dell’onorevole Giorgos Dimitrakopoulos (H-0904/05):

Oggetto: Kosovo

Può dire la Commissione se è stata garantita la partecipazione dell’Unione europea ai negoziati sul futuro status del Kosovo e se è stato elaborato l’elenco delle questioni e delle problematiche cui l’Unione europea, in particolare la Commissione e il Parlamento europeo, potrebbero contribuire in modo sostanziale, soprattutto in considerazione del fatto che nei testi esistenti delle istituzioni dell’UE riguardanti il Kosovo si fa esplicito riferimento alla prospettiva europea?

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Mi permetta di rilevare innanzi tutto che la responsabilità ultima dell’adozione di decisioni volte ad agevolare il processo politico per determinare il futuro status del Kosovo è nelle mani del Segretario generale delle Nazioni Unite, conformemente alla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

La Commissione è soddisfatta della recente raccomandazione del Segretario generale delle Nazioni Unite, successivamente adottata dal Consiglio di sicurezza, la quale afferma che i negoziati sul futuro status del Kosovo devono proseguire. La Commissione è altresì soddisfatta della nomina del Presidente Martti Ahtisaari, il 1° novembre di quest’anno, a rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, o inviato per lo status, per condurre i negoziati sul futuro del Kosovo. La Commissione sostiene pienamente gli sforzi della comunità internazionale e del Presidente Ahtisaari volti a preparare e definire una soluzione equilibrata e sostenibile per il Kosovo e naturalmente lavoreremo in stretta cooperazione con il Presidente Ahtisaari per conseguire questo obiettivo. Per quanto riguarda la partecipazione dell’Unione e il ruolo della Commissione, vorrei rilevare quattro aspetti.

Innanzi tutto, dobbiamo garantire che l’esito sia compatibile con la prospettiva europea per il Kosovo e comprenda l’intera regione dei Balcani occidentali.

In secondo luogo, dobbiamo conferire poteri alle autorità locali, i nostri futuri interlocutori, e al tempo stesso mantenere una presenza internazionale efficiente, quale garanzia di sicurezza in Kosovo.

In terzo luogo, e sono certo che il Parlamento europeo concorderà con me su questo aspetto in particolare, il nostro obiettivo comune deve essere lo “status con norme”. E’ di vitale importanza che i diritti delle minoranze e la protezione dei beni culturali e storici siano salvaguardati, al fine di giungere a una soluzione sostenibile che favorisca la stabilità e la prospettiva europea per l’intera regione.

Infine, lo sviluppo economico è fondamentale per il futuro del Kosovo. Presto presenterò con Javier Solana un documento comune sulla politica generale dell’Unione europea nei confronti del Kosovo. In tale documento descriviamo il modo in cui favoriremo il processo di definizione dello status con adeguate risorse finanziarie, aspetto sul quale la Commissione intende agire in stretta cooperazione con il Parlamento. Conto sul vostro sostegno in questa importantissima impresa.

 
  
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  Giorgos Dimitrakopoulos (PPE-DE).(EL) Signora Presidente, ringrazio il Commissario e il suo staff per la risposta e per la cooperazione e mi limito a ribadire due punti.

In primo luogo, è molto importante sostenere la prospettiva europea per il Kosovo, come afferma l’ambasciatore delle Nazioni Unite Eide in diversi paragrafi della sua relazione.

In secondo luogo, considerato che, come ha affermato il Commissario, sarà elaborato un documento comune con Javier Solana, è molto importante che l’Unione europea adotti strategie negoziali specifiche su aspetti specifici, in modo da contribuire ad affrontare i problemi che emergono e, al tempo stesso, far sì che l’intero processo rappresenti la prospettiva europea per il Kosovo.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Ringrazio l’onorevole Dimitrakopoulos per la sua interrogazione e per la domanda complementare. Posso assicurargli che è realmente obiettivo comune far sì che la prospettiva europea sia il futuro del Kosovo.

E’ vero che ciò è sottolineato più volte nella relazione dell’ambasciatore Eide sulle norme in Kosovo. A mio parere, la relazione Eide è molto professionale, di altissima qualità, molto oggettiva e realistica. In essa si sottolinea anche la necessità di garantire sia le norme sia lo status nell’ambito del processo negoziale. Posso inoltre assicurare che, nel documento comune con Javier Solana, descriviamo il nostro obiettivo per una soluzione equilibrata e sostenibile.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE).(NL) Signora Presidente, non potrei essere più d’accordo con il Commissario, quando afferma che bisogna offrire al Kosovo una prospettiva europea. Persino le autorità locali riconoscono che sarà necessaria una presenza militare non appena esso avrà ottenuto l’indipendenza. Vorrei chiedere al Commissario se ciò significa che, a tempo debito, quando il Kosovo avrà ottenuto lo status indipendente, le forze KFOR saranno ritirate e sostituite da forze europee. In caso affermativo, ha già un’idea dei costi che ciò comporterà per l’Unione europea? L’Unione europea e la Commissione sono disposte a garantire la disponibilità di fondi sufficienti?

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Il Presidente Ahtisaari ha appena cominciato il suo lavoro ed è impegnato in attività diplomatiche che lo costringono a far la spola tra Belgrado, Pristina e la comunità internazionale. Di conseguenza, non vorrei essere precipitoso e preconizzare la proposta dell’inviato delle Nazioni Unite Ahtisaari. A mio parere, è meglio lasciarlo lavorare, permettergli di consultare le diverse parti e quindi, a tempo debito, tentare di giungere a una soluzione con la necessaria determinazione. Non ritengo quindi saggio prendere posizione in questa fase in merito a se e come la missione KFOR debba proseguire in Kosovo.

Vorrei dire due cose. Innanzi tutto, sarà necessaria una presenza internazionale anche in futuro, quale garanzia di sicurezza. In secondo luogo, stiamo per cominciare la nostra valutazione delle necessità relative ai finanziamenti in Kosovo, per poter sostenere il lavoro della comunità internazionale e del Presidente Ahtisaari.

 
  
  

Seconda parte

Interrogazioni rivolte al Commissario Michel

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 40 dell’onorevole Bart Staes (H-0894/05):

Oggetto: Effetti del FLEGT sulla protezione dei diritti sociali e dell’ambiente nei paesi in via di sviluppo

Il Programma d’azione FLEGT inteso a combattere il taglio illegale di alberi si concentra principalmente sugli aspetti legali del taglio di alberi, lasciando per lo più in ombra la silvicoltura sostenibile. Tuttavia il taglio legale non offre di per sé alcuna garanzia per lo sviluppo sostenibile dei paesi in via di sviluppo interessati, il miglioramento della situazione sociale della popolazione locale e la protezione della biodiversità e dell’ambiente. Non ritiene la Commissione che nel corso dei negoziati sui partenariati in ambito FLEGT occorrerebbe prevedere condizioni vincolanti sugli aspetti dello sviluppo (sia di carattere sociale che ambientale) onde migliorare in tal modo le condizioni di vita della popolazione locale? Non ritiene essa inoltre che la legalità sia una condizione di base per accedere al mercato europeo e non un fine in se stesso del FLEGT?

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, il piano d’azione dell’Unione europea noto con la sigla FLEGT, con cui si intende applicazione delle normative, governance e commercio nel settore forestale, riguarda unicamente gli aspetti connessi alla legalità e non affronta le questioni più ampie e complesse relative allo sviluppo sostenibile della silvicoltura. Esiste una chiara differenza tra questi due aspetti. Il legname di origine legale può essere tagliato in modo da costituire una minaccia per l’ambiente, per esempio tramite un disboscamento autorizzato. Del pari, il legname di origine illegale può provenire da fonti sostenibili, come nel caso del legname tagliato nel quadro di sistemi di gestione indigeni che, pur essendo rispettosi dell’ambiente, non osservano i requisiti giuridici ufficiali.

Nondimeno, nella maggior parte dei paesi la legislazione forestale si fonda sui principi dello sviluppo sostenibile. Il miglioramento della governance e un’applicazione più efficace delle norme determineranno una gestione più sostenibile delle risorse forestali. Gli accordi di partenariato che saranno conclusi nell’ambito del piano d’azione FLEGT saranno anche un mezzo per riunire le parti interessate al fine di affrontare gli aspetti più ampi della governance nel settore forestale e, se necessario, sostenere l’attuazione di riforme legislative di carattere normativo. La Commissione si augura che tali procedure permettano di migliorare e rendere più eque la legislazione e la governance negli Stati partner. Di conseguenza, mi auguro comprendiate che, nonostante l’importanza accordatale nel piano d’azione FLEGT, la legalità non è un fine di per sé, bensì un mezzo per collaborare con gli Stati partner al fine di migliorare la governance nel settore forestale.

Ciò detto, il piano d’azione FLEGT dell’Unione europea è un’iniziativa intesa a introdurre cambiamenti tramite la partecipazione delle parti interessate. Non è quindi opportuno imporre condizioni sociali e ambientali rigorose ai potenziali partner. Condizioni troppo severe possono compromettere la partecipazione di tali paesi agli accordi di partenariato. E’ anche vero che, sebbene il piano d’azione FLEGT ponga l’accento sulla governance e la legalità, l’Unione resta determinata a incoraggiare la gestione sostenibile delle risorse forestali nei paesi in via di sviluppo. Negli ultimi dieci anni, l’Unione europea ha destinato oltre 700 milioni di euro alla gestione sostenibile delle foreste in Asia, Africa centrale e Sud America.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE).(NL) Signora Presidente, signor Commissario, la ringrazio per la sua risposta e per alcune sue osservazioni. E’ evidente che la cooperazione con questi paesi nel quadro di partenariati può essere uno strumento valido, ma sappiamo tutti che nulla impedirà ai potenziali paesi partner, tra cui la Cina, per esempio, di importare legname in Europa illegalmente attraverso paesi terzi. Greenpeace ha riferito di recente di aver scoperto reti illegali che vanno dal Congo-Brazzaville all’Italia, dalla Papua Nuova Guinea alla Cina e quindi al Regno Unito. La mia domanda è quindi in che modo la Commissione, e il Commissario in particolare, intende porre fine a questo tipo di pratiche.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) La Commissione naturalmente comprende, per esempio, l’auspicio – ho ricevuto di recente interrogazioni in materia – che venga introdotto un divieto unilaterale delle importazioni di legname di origine illegale. Tuttavia, va ammesso che, nella pratica, questa misura non risolverebbe il problema dello sfruttamento illegale delle foreste. Innanzi tutto, introducendo un divieto unilaterale di importazione di legname di origine illegale nell’Unione, non doteremmo le autorità doganali di uno strumento che permetta loro di confermare o confutare la legalità dell’origine del legname. Di per sé, tale divieto non sarebbe quindi sufficiente a impedire l’ingresso di legname di origine illegale nell’Unione. Per operare una distinzione tra legname di origine legale e di origine illegale, e questa è la grande difficoltà che abbiamo, è ovviamente necessaria la piena cooperazione dei paesi esportatori.

In secondo luogo, un divieto a livello europeo non fornirebbe uno strumento per affrontare il problema della governance nei paesi produttori. Questo è il motivo per cui la Commissione ha proposto un’impostazione basata sull’instaurazione di partenariati con i paesi produttori di legname. Questo metodo agevolerà la cooperazione necessaria tra l’Unione europea e i paesi produttori, al fine di affrontare il problema della corruzione e le lacune constatate in materia di governance, che portano allo sfruttamento illegale delle risorse forestali. Se non si raddoppiano e coordinano gli sforzi volti a sradicare la corruzione nel settore del legname dei paesi produttori, le misure intese ad arrestare il commercio di legname di origine illegale associato allo sfruttamento illegale delle foreste saranno prive di efficacia.

In terzo luogo, la soluzione dei partenariati è mirata e proporzionata. Ci permette di concentrare l’attenzione e le risorse sui paesi più afflitti da questo problema, senza colpire gli scambi commerciali con i paesi in cui lo sfruttamento illegale delle foreste non costituisce un problema significativo. La maggior parte degli scambi commerciali di prodotti derivati dal legno non è oggetto di presunzione di illegalità.

Così stando le cose, dobbiamo decidere il modo in cui reagire quando gli scambi con paesi non partner sono oggetto di presunzione di illegalità. La questione sarà esaminata in modo più approfondito nel corso del prossimo esercizio di valutazione. Vorrei insistere sul fatto che le misure da esaminare nell’ambito di tale valutazione non sono destinate a sostituire l’impostazione su base volontaria prevista dal piano d’azione FLEGT, ma a integrarla secondo le necessità. Vorrei altresì segnalare che si tratta di un esercizio di valutazione e che in questa fase non abbiamo intenzione di presentare nuove proposte legislative.

La Commissione s’impegna a rivedere e analizzare la fattibilità di una legislazione supplementare di sostegno al piano d’azione FLEGT, com’è stato richiesto in questa sede. Come promesso, ho quindi trasmesso il messaggio al Consiglio. Purtroppo, questi lavori sono stati rallentati da ritardi nella conferma della partecipazione attiva degli Stati membri e dalla decisione di concentrare le scarse risorse sull’attuazione dell’approccio volontario descritto nel piano d’azione. La valutazione è in corso ed è svolta in stretta collaborazione con gli Stati membri, dal momento che numerose misure potenziali sono di competenza nazionale.

Le alternative esaminate comprendono la politica in materia di appalti pubblici, il riciclaggio di denaro, le merci rubate e la legislazione anticorruzione, nonché la fattibilità degli aspetti pratici della nuova legislazione in materia di controllo delle importazioni di legname tagliato illegalmente.

Concludo dicendo che, nel breve periodo in cui sono stato Commissario responsabile per la ricerca, ho avuto occasione di visitare il centro di ricerca della Commissione vicino a Milano e ho visto lavori estremamente interessanti, tra cui sistemi di sorveglianza satellitare che permettono di seguire in modo molto preciso sia le deforestazioni sia le riforestazioni. Ritengo quindi che potrebbe essere utile verificare anche se questo strumento possa almeno permetterci, nel nostro dialogo politico con i paesi, di esortarli a mostrarsi un po’ più inclini ad aiutarci. E’ una risorsa tecnologica che ci permetterebbe di seguire più da vicino l’evoluzione della situazione. Non so se avete già avuto occasione di visitare il centro, di vedere ciò che può fare, ma vi assicuro che sono rimasto molto colpito. E’ perfettamente possibile esercitare un controllo relativamente preciso sull’evoluzione a volte drammatica, a volte un po’ più ottimistica della situazione.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE).(EN) Signor Commissario, sono certo che il Parlamento intenda sostenerla per quanto riguarda l’adozione di ulteriori misure sulla base della relazione che, secondo il piano d’azione, doveva essere presentata entro il 2004.

Un modo in cui possiamo sostenerla consiste nell’esercitare pressioni a favore di un’azione nel quadro dell’ottimo accordo siglato al Vertice con la Cina in settembre. Può il Commissario indicare in che modo ritiene che tale accordo contribuirà a porre fine al riciclaggio di legname in Cina e nella regione?

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Onorevole Bowis, purtroppo, tutto ciò che posso dirle è che seguo un’impostazione di carattere volontario e che la questione sarà sollevata nelle discussioni con i nostri partner. Posso solo offrirle la mia buona volontà. Desidero due cose. Innanzi tutto, vorrei che gli Stati membri, cioè il Consiglio, adottassero un comportamento un po’ più positivo sull’argomento. Ritengo che sarebbe utile per noi se, per esempio, l’esame delle richieste avanzate non fosse bloccato, perché non sono del tutto contrario a rafforzare la legislazione, anzi. A un certo punto, dovremo comunque farlo.

Ho quindi indicato un approccio, che definirei tecnico, che ci permetterebbe almeno di esercitare pressioni sugli Stati partner e naturalmente sugli Stati membri. Ciò di cui abbiamo bisogno, in realtà, è un metodo – diciamo un metodo scientifico – per identificare e classificare l’origine del legname. Siamo riusciti a farlo a livello tecnico per i diamanti, per esempio. Oggigiorno esistono strumenti estremamente precisi per certificare l’origine di un diamante. Questa è più o meno la direzione che dovremmo seguire.

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, le attività di silvicoltura a conduzione familiare in Europa rappresentano un esempio convincente di pratiche forestali sostenibili di cui beneficia l’economia nel suo insieme. Vorrei chiedere al Commissario se ritiene possibile fornire sostegno sul posto ai paesi in discussione, sotto forma di consulenza tecnica, al fine di evitare di dover reagire per l’ennesima volta a cose fatte. Ha parlato di ricerca e ciò mi porta a un’osservazione ovvia, cioè che in futuro il legname continuerà a essere una materia prima utilizzata per la fabbricazione di molti altri prodotti.

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) In tutti i nostri programmi di sviluppo, è chiaro che l’azione da lei proposta nella sua interrogazione può rientrare in progetti di sviluppo. E’ inoltre perfettamente ammissibile per tali progetti, per esempio per ottenere assistenza tecnica, impianti e diverse altre misure. Siamo ovviamente molto attenti a questo aspetto. La questione da lei sollevata riguardo ai progetti di sviluppo sta diventando sempre più trasversale. I progetti di sviluppo a favore di paesi, regioni o aree sono perfettamente ammissibili. Infatti, alcuni sono già in corso di realizzazione.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 41 dell’onorevole Othmar Karas (H-0902/05):

Oggetto: Cooperazione allo sviluppo

Sussiste l’esigenza di portare l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) dei paesi donatori allo 0,7% del proprio prodotto interno lordo. Questo permetterebbe di raggiungere entro il termine convenuto del 2015 gli obiettivi di sviluppo del millennio. A questo scopo l’APS di ciascun paese dovrebbe rispettare le seguenti tappe: ottenere per il 2006 un “sostanziale aumento” e raggiungere lo 0,5% del PIL entro il 2009 e lo 0,7% entro il 2015.

Tuttavia, in molti paesi la liquidazione dei debiti è calcolata nel raggiungimento di questa percentuale, e di conseguenza non c’è altro denaro a disposizione, che sarebbe necessario, invece, per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio (MDGs). Quali altre componenti rientrano nel raggiungimento di questo 0,7% e come si può cercare di ottenere una base di calcolo omogenea? In che modo se ne possono rendere gli Stati membri giuridicamente responsabili?

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, è del tutto evidente che le risorse finanziarie destinate allo sviluppo devono essere aumentate in maniera considerevole se si vogliono realizzare gli Obiettivi del Millennio entro il 2015.

Come sapete, l’Unione europea affronta seriamente le sfide collegate alla mobilitazione delle risorse di bilancio necessarie per dimezzare la povertà entro il 2015. L’UE, pertanto, nel 2002 si è data un primo obiettivo intermedio: aumentare l’aiuto allo sviluppo nel 2006. L’Unione nel suo complesso vorrebbe raggiungere un livello di aiuto pari allo 0,39 per cento del PIL per l’aiuto pubblico allo sviluppo.

Nel maggio scorso il Consiglio ha adottato proposte per l’avvio di una nuova fase, al fine di raggiungere congiuntamente un livello dello 0,56 per cento entro il 2010 e successivamente dello 0,7 per cento del PIL entro il 2015. Mi rendo conto che si tratta di obiettivi ambiziosi, che però sono anche realistici e non sono stati fissati per caso. Sono lieto che quattro Stati membri abbiano già raggiunto questo livello di aiuto e che altri sei abbiano indicato di essere intenzionati a realizzarlo entro il 2015.

Esiste una definizione più precisa di “aiuto pubblico allo sviluppo”, stabilita dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e riconosciuta a livello internazionale, secondo cui l’alleggerimento del debito deve essere considerato come aiuto allo sviluppo. Questa decisione è motivata dal fatto che, con l’alleggerimento del debito, si rendono disponibili fondi per l’aiuto allo sviluppo di paesi poveri che prima venivano utilizzati per servire tale debito.

Dalla Conferenza di Monterrey sul finanziamento dello sviluppo, si è registrato un aumento nel flusso dell’aiuto dell’Unione europea al fine di raggiungere l’obiettivo intermedio del 2006. Una percentuale notevole di tale aumento è dovuta a misure di alleggerimento del debito.

Secondo il consenso di Monterrey, tuttavia, l’iniziativa dell’alleggerimento del debito per i paesi poveri pesantemente indebitati dovrebbe, e cito, “essere completamente finanziata attraverso risorse supplementari”. Di conseguenza, nel 2005, la Commissione ha indicato, nella sua relazione annuale sul seguito dato agli impegni assunti dall’Unione nel quadro di Monterrey, che occorre esaminare con attenzione l’impatto degli sforzi di alleggerimento del debito sui flussi di aiuto. Manterremo ovviamente un occhio vigile sulla questione nelle future relazioni annuali. A tale proposito vorrei rilevare che l’UE si è impegnata a mobilitare circa 66 miliardi di euro all’anno a partire dal 2010, importo che supera di 20 miliardi di euro la somma fissata per il 2006. Alla luce dei volumi di aiuto previsti, l’impatto dell’alleggerimento del debito sull’aiuto pubblico allo sviluppo sarà limitato nel breve e nel medio periodo.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Commissario, noto che lei dà per certo che nel 2006 raggiungeremo l’obiettivo intermedio. Vorrei quindi chiederle quando sarete in grado di presentare una relazione sull’argomento e quali saranno le conseguenze per quei paesi che non raggiungono questo obiettivo; se non realizzeremo il primo obiettivo, infatti, riusciremo a compiere solo scarsi passi avanti per il conseguimento del secondo. Quali altri progetti, ovvero progetti cofinanziati dall’Unione europea, intendete proporre per aiutare i paesi a raggiungere questo obiettivo, e su quali punti essenziali saranno incentrati?

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Forse nel mio primo intervento non mi sono spiegato bene. Intendevo dire che ciò che è stato promesso per il 2006 non solo verrà raggiunto, ma di fatto superato. Nel 2006 faremo più di quanto promesso o, per utilizzare un’altra espressione, siamo lievemente in anticipo rispetto alla tabella di marcia. Per non perdere questo slancio, che è relativo, ho proposto un nuovo obiettivo per il 2010. Credo di essere stato chiaro – è abbastanza realistico ritenere che riusciremo a raggiungere l’obiettivo del 2010. Purtroppo, non dispongo di alcun bastone con cui costringere gli Stati membri recidivi a rispettare i propri impegni.

Detto questo, ritengo che ora vi sia la consapevolezza che la politica di sviluppo riveste un’importanza centrale e che, a prescindere dalle circostanze, non abbiamo più alcuna scusa per non tenere fede ai nostri impegni. Anche per quanto riguarda gli impegni del Millennio non ci sono più scuse. Se si vuole, i fondi si possono trovare, e credo che la volontà politica di fatto non manchi. Non resta che tradurla in azione.

La domanda successiva – quella da lei formulata – è come trovare le risorse supplementari. Come sapete, alcuni paesi hanno già deciso di applicare un’imposta o di introdurre una maggiorazione sui biglietti aerei. Sapete anche che abbiamo parlato, e continuiamo a parlare, della tassa Tobin sulle operazioni finanziarie, benché non sia ancora stato raggiunto un consenso atto a permetterne l’attuazione.

Per quanto mi riguarda vorrei dire che sono ovviamente disposto ad accogliere eventuali nuove idee sulla questione. Qualche tempo fa avevo proposto l’imposizione di una tassa sul mercato delle armi. In quest’ambito entra però in gioco una piccola questione morale: il mercato legale delle armi ammonta a mille miliardi di dollari all’anno, mentre si stima che il mercato illegale si attesti su oltre duemila miliardi di dollari. Sorge dunque un problema: perché tassare il commercio legale di armi quando, purtroppo, il commercio illegale sfuggirà a tale imposizione?

Come sapete, tra pochi minuti affronteremo l’interrogazione dell’onorevole Rocard sulla creazione di una lotteria mondiale, idea alla quale sono molto favorevole. Saprete anche che si sta discutendo dei proventi ottenuti dalla Commissione in seguito alle sanzioni comminate per inosservanza delle regole di concorrenza. Perché non destinare queste risorse allo sviluppo? Stiamo attualmente esaminando tutta una serie di opzioni per verificarne la fattibilità tecnica.

Desidero informarvi che ho altre idee, che però devono essere sottoposte all’approvazione degli Stati membri prima di poter essere attuate. La maggior parte di queste idee non si rivelerà utile né davvero efficace se saranno solo tre, quattro, cinque o sei paesi a metterle in pratica. La loro attuazione deve avvenire su una scala molto più ampia. Per concludere, ho l’impressione che nei prossimi anni riusciremo ad aumentare in maniera sostanziale l’aiuto allo sviluppo.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 42 dell’onorevole Marie-Hélène Aubert (H-0934/05):

Oggetto: Elezioni nella Repubblica democratica del Congo (RDC)

In un contesto in cui le elezioni libere in Africa pongono sempre tanti problemi, il processo elettorale nella Repubblica democratica del Congo deve essere osservato da vicino. Giungono, infatti, notizie allarmanti sull’attendibilità dei futuri scrutini: mancanza di trasparenza del corpo elettorale, gravi frodi organizzate in occasione delle iscrizioni sulle liste elettorali, insicurezza alimentata per limitare l’accesso ai centri elettorali soprattutto nella parte orientale del paese, esclusione di frange importanti della popolazione, in modo particolare i congolesi che vivono all’estero (di cui più di 3 milioni nell’Unione europea). Queste irregolarità avranno come inevitabile conseguenza il rifiuto, da parte delle forze politiche democratiche, di prendere parte allo scrutinio e la prevedibile contestazione dei risultati.

L’Unione europea, che sostiene attivamente queste scadenze elettorali, ha il dovere di vigilare su quanto accadrà nella RDC. La Commissione dovrebbe pertanto specificare di quali informazioni disponga riguardo all’organizzazione delle elezioni nella RDC. In che modo intende sostenere il corretto svolgimento delle elezioni? Quali misure intende adottare in caso di gravi frodi?

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Signora Presidente, insieme all’intera comunità internazionale, la Commissione sta monitorando molto da vicino il processo elettorale nella Repubblica democratica del Congo e la sua organizzazione da parte di una commissione elettorale indipendente. Alla fine del mese di agosto di quest’anno ho personalmente effettuato una missione per monitorare l’iscrizione degli elettori, con l’obiettivo di osservare le condizioni in cui si è svolta tale iscrizione. Malgrado le cattive condizioni delle infrastrutture del paese, il numero di elettori iscritti ad oggi ha superato la cifra di 21 milioni. Tale cifra è largamente in linea con le proiezioni demografiche calcolate sulla base dell’ultimo censimento generale della popolazione, che al momento resta la base statistica più affidabile su cui lavorare.

L’iscrizione degli elettori è disciplinata da una normativa specifica che stabilisce le condizioni per l’iscrizione volontaria. Inoltre la commissione elettorale aveva intrapreso alcune iniziative al fine di garantire che tutti i centri di iscrizione fossero trattati allo stesso modo e che nessuna regione o zona fosse penalizzata da un’apertura tardiva di un centro. Per darvi una rapida idea delle grandi difficoltà tecniche affrontate, devo dirvi che è stato necessario distribuire più di 10 000 kit di iscrizione su tutto il territorio del Congo, nonostante il fatto che, in alcune aree, non ci siano più camion, strade e si sia dovuto ricorrere all’utilizzo degli elicotteri. Potrete dunque immaginare forse la grandezza del lavoro svolto.

Inoltre, al fine di prevenire il più possibile i rischi di una doppia iscrizione o di frodi massicce – dal momento che la domanda che mi è stata posta fa riferimento a tale questione – la commissione elettorale ha optato, con il sostegno della comunità internazionale, per un’iscrizione degli elettori sulla base di dati biometrici, l’emissione immediata della tessera elettorale, la spedizione quotidiana delle liste degli elettori registrati in ogni ufficio di iscrizione, l’utilizzo di inchiostro indelebile e la pulizia delle liste degli elettori sulla base di dati biometrici. La Commissione sostiene l’organizzazione del processo elettorale tramite l’erogazione di un contributo di 149 milioni di euro per mezzo di un fondo fiduciario gestito dal programma di sviluppo delle Nazioni Unite. In questo senso sta partecipando attivamente al comitato direttivo del progetto sostenendo il processo elettorale, che effettua il monitoraggio delle attività gestite dalla commissione elettorale nell’ambito del progetto.

Al fine di garantire elezioni conformi alle norme internazionali, la Commissione ha appena deciso di inviare una missione di osservazione elettorale che inizierà l’attività a partire dal referendum costituzionale del 18 dicembre prossimo e continuerà fino alla fine del processo elettorale.

In questa fase, niente lascia sospettare l’esistenza di frodi massicce nell’organizzazione e nello svolgimento delle elezioni. E’ chiaro che quando uso il termine “massicce”, va precisato che tutto deve essere visto nel contesto di 22 milioni di iscrizioni. Questo pomeriggio ho ricevuto dati dai quali risulta che sono state rilevate frodi, che alcune sono deliberate, che in alcuni casi non è possibile stabilire se siano state deliberate o meno e che sono stati altresì commessi errori. Le persone che si occupano di questo tipo di iscrizioni sono in genere cittadini congolesi che sono stati formati dalla società che ha fornito i kit ed è evidente che, quando si iscrivono milioni di persone, bisogna aspettarsi una percentuale di errori tecnici e di errori di gestione. Quando viene commesso un errore su un nome, una volta che la macchina lo ha iscritto, non è possibile eliminarlo immediatamente. Tuttavia è possibile agire a livello centrale. E’ lì che saranno eliminati i doppioni tra 22 milioni di persone circa finora iscritte. Potremmo dunque ipotizzare che, una volta trattati tali doppioni, ci saranno senza dubbio da 21 a 22 milioni di elettori legalmente iscritti, senza doppioni.

Nel caso in cui la missione di osservazione elettorale rilevi irregolarità sufficientemente serie da mettere a rischio la trasparenza, la credibilità e la rappresentatività del processo, conformemente alle disposizioni dell’accordo di Cotonou, la Commissione è disposta a promuovere un dialogo politico rafforzato al fine di identificare misure correttrici. Questo non è il caso al momento, anzi siamo lontani da ciò. Vi presenterò i numeri.

Oggi, nel corso della riunione del comitato tecnico per il processo elettorale, sono stati presentati i risultati della deduplicazione – per usare un termine poco elegante – che riguardano l’area operativa di Kinshasa. Su un totale di 2 963 101 elettori iscritti a Kinshasa, sono stati identificati 150 000 casi di doppioni. Ci sono 18 587 casi di doppioni tecnici – si tratta di quello di cui vi ho appena parlato, ovvero di errori di gestione – 10 490 casi di frode e 121 000 casi di frode potenziale. Il totale dei doppioni corrisponde dunque a circa il 5 per cento del totale degli elettori iscritti.

Per quanto riguarda la percentuale di doppioni fraudolenti, bisogna tenere in considerazione il fatto che, quando viene identificato un doppione, non è interessata una sola persona, ma almeno due. Ecco perché, anche quando aggiungiamo i casi di frode e i casi di frode potenziale, si ottiene al massimo un 2 per cento di frodi sul totale dei casi registrati. Le cifre relative ai casi di frode potenziale nonché il risultato della deduplicazione nel Congo inferiore saranno resi noti nel corso della prossima settimana. Dunque tutto sarà ripulito a livello centrale e si dovrebbe dunque disporre di una lista elettorale generale del tutto corretta, senza casi di frode, che consenta in ogni caso di affermare che le presenti elezioni, se avranno luogo, saranno condotte utilizzando una base interamente corretta in termini di elettori iscritti.

Ho anche avuto la possibilità di verificare sul posto come stava funzionando il tutto e vi devo dire che è stato impressionante. Tutte le persone che si stavano iscrivendo, quelle che volevano farlo e quelle che erano felici di farlo, hanno avuto in pratica per la prima volta la possibilità di godere di uno status giuridico in rapporto al loro Stato. Per la prima volta hanno ricevuto una tessera elettorale che, in una certa misura, funge anche da carta d’identità. Si tratta indubbiamente di qualcosa di nuovo per quei popoli che non hanno mai posseduto veri e propri documenti. Vedere tutto questo è stato molto impressionante e il fatto che più di 22 milioni di elettori si siano potuti iscrivere in tali condizioni – non si tratta di un processo interamente concluso dal momento che mancano alcuni giorni – è stato un grande successo, un successo per la comunità internazionale, e in particolare per l’Unione europea, che ha lavorato duramente per sostenere questo processo.

 
  
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  Marie-Hélène Aubert (Verts/ALE).(FR) Grazie, signor Commissario, per le sue osservazioni incoraggianti e di alto livello tecnico. Lei sarà consapevole del fatto che gli aiuti allo sviluppo non possono essere davvero efficaci se non vi sono livelli minimi di democrazia e Stato di diritto.

Desidero dunque rivolgere una domanda complementare relativamente alla libertà di espressione e di stampa. Siamo a conoscenza di un certo numero di avvenimenti che dimostrano l’esistenza di difficoltà notevoli in questo ambito, difficoltà che coinvolgono giornalisti e un certo numero di esponenti dell’opposizione che cercano di esprimere le proprie opinioni. Le liste elettorali sono una cosa, ma la libertà di espressione è un’altra. Potrebbe fornirci maggiori informazioni in merito a ciò che farebbe la Commissione in caso di constatazione di abusi?

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR) Il livello di dialogo politico che abbiamo instaurato con le autorità congolesi ci consentirebbe, se necessario, di intervenire e certamente di convincerli a cambiare rotta.

Per quanto riguarda la libertà di stampa, onorevole Aubert, non so se ha potuto seguire la stampa congolese sul posto. Se lei vuole, posso procurarle alcuni giornali, fra cui tutti quelli che escono quotidianamente a Kinshasa e in altre città. Devo dirle che la stampa congolese è caratterizzata, nel suo insieme, da una certa libertà di espressione, una libertà di muovere accuse contro chiunque si desideri – accuse di cui a volte mi capita di fare le spese. Si tratta di una libertà che si trova in poche democrazie. Dunque, se c’è un settore in cui sono stati compiuti progressi sostanziali, questo settore è quello della libertà di stampa, sebbene ci sia molto da dire su altre questioni, in particolare sulla governance. I giornalisti di Kinshasa e di altre località godono di una completa libertà di espressione. Devo dire che le loro posizioni sono talvolta ingiustificate. Lanciano accuse interamente infondate e, anche se non sto dicendo che tutta la stampa si comporta in questo modo, posso affermare che la stampa può criticare chiunque, che si tratti del Presidente o di qualsiasi altra persona. Dunque ritengo che la libertà di stampa in Congo non costituisca un problema. Ci sono altri problemi, enormi problemi, ma, parlando in modo assolutamente onesto, non ritengo che su questo punto in particolare ve ne siano.

Per quanto riguarda l’opposizione, devo dirvi che, da parte mia, non ho sentito al momento e da un po’ di tempo di alcun membro dell’opposizione a cui sia stato impedito di partecipare a elezioni o, per esempio, di creare un partito politico, a patto che rispetti i criteri ovviamente. Non credo. Quello che sto dicendo non vuol dire che tutto è perfetto. Bisogna solamente tenere presente i progressi compiuti.

Ho avuto occasione di seguire il problema del Congo da molti anni, in particolare nella mia altra veste, e devo far notare che mai negli ultimi anni siamo stati così vicini ad avere la possibilità di condurre il paese verso elezioni libere e democratiche e ad assicurargli una certa stabilità. Spero con tutte le mie forze che la costituzione venga ratificata a fine dicembre e che si tengano le elezioni a partire da marzo o aprile, in modo da rispettare l’ultimo termine fissato. Non ho detto che mi sono lasciato prendere da un cieco ottimismo. Sto semplicemente dicendo che non siamo mai stati così vicini al raggiungimento delle condizioni minime per riportare la stabilità in Congo.

E’ vero che sono molto impegnato su tale questione, poiché ritengo che la stabilità nella Repubblica democratica del Congo costituirà senza dubbio un fattore estremamente importante in termini di stabilità in tutta la regione. Bisogna rendersi conto che l’Africa centrale in pratica rappresenta un continente in sé. Quando si considera il numero di morti dal 1994, quando si considerano i progressi compiuti, credo, in Rwanda, le elezioni che hanno permesso un’alternanza di governo senza problemi in Burundi, cosa del tutto inattesa, quando osservo, per esempio, i primi gesti e i primi atti del Presidente El Nkurunziza in Burundi, spero che potremo vedere tra qualche mese in Congo lo stesso tipo di sviluppo.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni dal n. 43 al n. 45 riceveranno risposta per iscritto(1).

Interrogazioni al Commissario Mandelson

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 46 dell’onorevole Sajjad Karim (H-0906/05):

Oggetto: Maggiore trasparenza e responsabilità nei negoziati dell’OMC

Dato che il commercio è un campo di competenza esclusiva dell’UE, è essenziale che i deputati europei, in qualità di rappresentanti eletti, possano garantire un pieno controllo democratico della politica commerciale dell’UE. Fare ricorso a un comitato riservato non eletto, quale il comitato dell’articolo 133 che risponde dinanzi al Consiglio dei Ministri, per definire la politica commerciale, minaccia la legittima autorità dei membri del Parlamento ad agire nell’interesse dei propri elettori. Tenendo conto che vi è motivo di pensare che anche i più fermi sostenitori dell’accordo NAMA dell’OMC, come il governo britannico, hanno difficoltà a dimostrare che il “libero” scambio potrà effettivamente confermare le loro posizioni sia sulla povertà che sulla sostenibilità, e considerando le critiche formulate dai mediatori europei riguardo alla trasparenza delle discussioni e dei negoziati commerciali, quali misure intende adottare la Commissione per migliorare l’accesso del pubblico ai negoziati dell’OMC e, in particolare, intende condurre valutazioni d’impatto approfondite su tutti i settori del NAMA, compresi settori sensibili quali la pesca e le foreste, e pubblicarne i risultati?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) La Commissione è a favore di un aumento della trasparenza e della responsabilità dell’OMC in modo da rafforzare la legittimità di tale istituzione.

Per quanto concerne il funzionamento dell’OMC, l’Unione europea ha presentato una serie di proposte per apportare miglioramenti, specialmente in relazione alla preparazione e alla gestione delle conferenze ministeriali, allo scopo di rendere più efficienti la conduzione dei negoziati e i processi decisionali tra il crescente numero di membri. Ad esempio, dovrebbe essere possibile approvare nel breve termine una migliore definizione del ruolo del paese che ospita le conferenze ministeriali. Allo stesso modo è necessario migliorare la capacità di delegazioni più piccole e non residenti di negoziare in maniera efficace sia nel processo di Ginevra che a livello di riunioni ministeriali.

Per quanto concerne il controllo parlamentare, la Commissione è favorevole alla concessione al Parlamento europeo di maggiori poteri in termini di politica commerciale. Ha pertanto sostenuto proposte che mettono il Parlamento europeo sullo stesso piano del Consiglio in termini di politica commerciale nell’ambito della Convenzione sul futuro dell’Europa.

Nel frattempo, manteniamo informato il Parlamento europeo sulla conduzione e sulle conclusioni dei negoziati internazionali prendendo parte regolarmente a riunioni formali e informali del Parlamento e trasmettendo ad esso documenti politici così come al Consiglio, nonché consultando il Parlamento sui principali orientamenti di politica commerciale.

Tuttavia, la Commissione è vincolata a rimanere entro i limiti del quadro del Trattato. Il comitato dell’articolo 133, che è composto di rappresentanti dei governi degli Stati membri, non è un organo decisionale, ma un organo consultivo. Le decisioni più importanti a livello politico vengono prese da ministri democraticamente eletti in seno al Consiglio.

Per quanto riguarda la trasparenza nei confronti del pubblico in generale, la Commissione persegue una politica proattiva di comunicazione inserendo, tra l’altro, le informazioni pertinenti sul suo sito Internet, attraverso un dialogo regolare con la società civile e rispondendo alle richieste dei cittadini di poter accedere ai documenti.

Per quanto riguarda le valutazioni d’impatto della sostenibilità, esse sono state già condotte sul primo lotto dei settori NAMA nel 2002/2003, per esempio nei settori del tessile e dell’abbigliamento, dei farmaci e dei metalli non ferrosi. I risultati sono disponibili sul sito Internet dell’università di Manchester dal 2003, con proposte di adeguamenti in caso di qualsiasi squilibrio sia sul piano interno che a livello di paesi terzi.

E’ stato altresì condotto uno studio sulle foreste e i risultati sono stati pubblicati nel giugno 2005. E’ stata appena avviata una seconda serie di studi relativi a un altro gruppo di settori NAMA e tale serie riguarderà la pesca. I risultati di questo secondo lotto dovrebbero essere resi noti nella prima metà del prossimo anno.

 
  
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  David Martin (PSE).(EN) Accolgo con favore l’affermazione del Commissario per quanto riguarda il proposito di mantenere il Parlamento informato. Si impegnerà personalmente e in modo specifico a tenere informata la delegazione del Parlamento ai negoziati di Hong Kong mentre procedono le discussioni in seno all’OMC, in modo che possa svolgere un ruolo attivo in tali negoziati e servire da canale per trasmettere le informazioni al pubblico assicurando in tal modo la piena trasparenza?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Si tratta di qualcosa di molto importante. Per la delegazione del Parlamento europeo sono state adottate ampie disposizioni, non solo per fare in modo che possa accompagnarci a Hong Kong, ma anche per far sì che possa incontrarci tutti i giorni ed essere regolarmente informata. In realtà ho appena scritto al presidente della commissione per il commercio internazionale, comunicandogli che ogni mattino si terrà una riunione informativa giornaliera.

E’ molto importante osservare che quello che faremo a Hong Kong non è un processo oscuro, astratto. Riguarda la vita giornaliera e le opportunità di occupazione di miliardi di persone. Il nostro compito è quello di giustificare quello che facciamo, al fine di assicurare la comprensione dei cittadini e il sostegno a quello che negozieremo in una riunione ministeriale di tale importanza.

 
  
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  James Hugh Allister (NI).(EN) Signor Commissario, vorrei chiederle di concentrare la sua attenzione per un attimo su un aspetto sostanziale nei negoziati OMC, vale a dire sul fatto che molti percepiscono l’agricoltura come vittima e offerta sacrificale di questi negoziati.

La riforma della PAC è stata indubbiamente spacciata come mezzo per proteggere le tariffe agricole da attacchi futuri. Ci è stato poi detto che l’agricoltura sarebbe stata al sicuro nell’ambito dell’OMC. Ora scopriamo che, forse in modo precipitoso, è stato proposto unilateralmente di ridurre le tariffe di un’ulteriore cospicua percentuale. Viene da chiedersi se si valuti davvero il gravissimo pericolo cui verrà esposta l’agricoltura in molte regioni come la mia, che conoscete bene, se questo sarà il processo da seguire.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) E’ troppo facile affermare che avreste fatto un lavoro migliore del mio nel persuadere coloro con cui sto negoziando in seno all’OMC del peso della nostra offerta agricola, se foste riusciti a convincerli che ridurremo le nostre tariffe agricole. È ovvio che abbiamo fatto un’offerta assolutamente credibile e seria, relativamente alle tariffe agricole, collegata alle proposte fatte in materia di sovvenzioni interne e di eliminazione delle sovvenzioni all’esportazione. Tali sovvenzioni sono commisurate, ben radicate nel quadro delle riforme esistenti della PAC e non vanno oltre questo. Esse rappresentano quello che ci viene chiesto di fare. Abbiamo firmato il mandato originale di Doha e successivamente, la scorsa estate, abbiamo aderito all’accordo quadro che ci invita a introdurre misure che porteranno a un progresso sostanziale nell’accesso al mercato nell’agricoltura. Credo che questo sia quello che stiamo facendo. Tuttavia, non stiamo correndo alcun rischio e non stiamo mettendo in pericolo o minacciando i mezzi di sostentamento degli agricoltori europei e delle comunità agricole. Si tratta di un discorso allarmistico che non sottoscrivo.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, se i negoziati che si terranno a Hong Kong conformemente al sistema multilaterale falliranno – il che rappresenta una reale possibilità, anche se è l’ultima cosa che vogliamo –, ritiene che poi sarebbe più facile o più difficile creare una zona di libero scambio tra l’Europa e l’America?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Non posso pensare a niente di più difficile e forse più doloroso che negoziare una zona di libero scambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America! Tuttavia, credo fermamente che ci sia la possibilità di attaccare alcune delle barriere non tariffarie che si frappongono alla crescita del commercio e degli investimenti dall’altra parte dell’Atlantico.

Come l’onorevole deputato sa, questo aspetto mi interessa molto. Sono particolarmente preoccupato delle differenze normative, della mancanza di convergenza e degli ostacoli che si creano a causa delle differenze e della frequente incompatibilità tra i diversi sistemi normativi vigenti in Europa e negli Stati Uniti. Tuttavia entrambi i sistemi normativi hanno radici nelle tradizioni, nelle prassi del passato, e se noi in Europa dicessimo agli americani come riformare i loro sistemi normativi, non credo che avremmo una fortuna maggiore rispetto a quella che avrebbero gli americani se venissero qui e ci dicessero come far funzionare i nostri. Ciononostante, attraverso un dialogo paziente e, spero al momento opportuno, attraverso i negoziati, dovremmo essere in grado di compiere progressi necessari e di grande portata che saranno di beneficio alle nostre rispettive comunità commerciali e, dunque, avranno ripercussioni positive in termini di posti di lavoro e fonti di reddito da entrambe le parti dell’Atlantico.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 47 dell’onorevole Hélène Goudin (H-0909/05):

Oggetto: Riduzione delle tariffe doganali sui gamberetti provenienti dalla Thailandia

La Commissione ha ridotto dal 12% al 4,2% le tariffe doganali sui gamberetti provenienti dalla Thailandia. L’introduzione di tali riduzioni era prevista inizialmente per il 1° luglio di quest’anno, ma è stata anticipata al 1° aprile come conseguenza del devastante maremoto, nella speranza di aiutare la Thailandia a riprendersi economicamente. Il Consiglio aveva in precedenza convenuto che l’assistenza dell’UE ai paesi colpiti dal maremoto deve contribuire a rendere questi ultimi meno vulnerabili dinanzi a eventuali calamità naturali future. Secondo le voci critiche, la riduzione delle tariffe doganali sui gamberetti provenienti dalla Thailandia è in contrasto con l’accordo del Consiglio, in quanto gli allevatori di gamberetti abbattono le foreste di mangrovie litoranee per fare spazio ai bacini di allevamento. Le foreste di mangrovie costituiscono un’importante difesa contro le tempeste, le inondazioni e le onde giganti. L’Associazione svedese per la protezione della natura (Naturskyddsföreningen) ha dichiarato che le conseguenze dello tsunami sarebbero state meno gravi se i boschi di mangrovie non fossero stati distrutti per fare spazio all’allevamento di gamberetti.

Ritiene la Commissione che il sostegno agli allevamenti di gamberetti, sotto forma di riduzione delle tariffe doganali, sia conforme alla summenzionata decisione del Consiglio? Ha la Commissione analizzato quali conseguenze comportano gli allevamenti di gamberetti in Thailandia per quanto concerne l’abbattimento delle foreste di mangrovie?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Nell’ambito dell’attuale sistema di preferenze generalizzate – SPG – il piano unilaterale di concessioni tariffarie accordate a 180 paesi in via di sviluppo in vigore ancora fino al 1° gennaio 2006, le importazioni nell’Unione europea di prodotti alieutici, fra cui gamberetti e gamberi, provenienti dai maggiori concorrenti della Thailandia – Indonesia, Malaysia e Brasile – beneficiano di tariffe doganali ridotte: dal 12 per cento al 4,2 per cento. La Thailandia è stata esclusa dalle preferenze dell’SPG per i prodotti alieutici dal 1° gennaio 1999 sulla base degli alti livelli di competitività nel mercato comunitario.

Il nuovo SPG adottato dal Consiglio il 27 giugno 2005 è basato su diversi criteri ed è anche più generoso nei confronti di tutti i beneficiari di tale sistema, tra cui, come stabilito, i paesi colpiti dallo tsunami come la Thailandia. Dunque, a partire dal gennaio 2006, la Thailandia beneficerà nuovamente di tariffe doganali ridotte sui suoi prodotti alieutici nell’ambito del nuovo SPG. Ciò è in linea con l’obiettivo generale della Commissione e del Consiglio di aiutare i paesi colpiti dallo tsunami.

La Commissione è consapevole che sono state sollevate preoccupazioni sulla questione dell’allevamento dei gamberetti nell’Asia sudorientale e sugli effetti dell’abbattimento delle foreste di mangrovie per lasciare spazio alla creazione di bacini di allevamento. La Commissione sostiene dunque lo sviluppo sostenibile della gestione delle zone costiere in Asia attraverso il trasferimento di migliori prassi e migliori soluzioni ambientali dall’Europa all’Asia.

L’ufficio di cooperazione EuropeAid della Commissione ha finora stanziato finanziamenti per tre progetti che si occupano del risanamento delle foreste di mangrovie nelle zone colpite dallo tsunami dell’Indonesia, dello Sri Lanka e della Thailandia attraverso il programma Asia Pro Eco post-tsunami. Tali finanziamenti dovrebbero altresì salvaguardare la produzione dei gamberetti – un settore ammissibile nell’ambito del programma – che deve affrontare lo sviluppo della gestione ambientale nelle zone costiere destinate all’acquacoltura.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 48 dell’onorevole Ilda Figueiredo (H-0930/05):

Oggetto: Difficoltà dell’industria calzaturiera

Come è noto, l’industria calzaturiera sta attraversando gravi problemi, risultanti dalla liberalizzazione del commercio internazionale, che colpiscono soprattutto i paesi dall’economia più fragile, come il Portogallo, dove esistono zone nel settentrione minacciate da elevati tassi di disoccupazione oltre che da una stasi nello sviluppo. Particolarmente grave è risultata la soppressione del sistema di quote alle importazioni provenienti dalla Cina cui ha fatto specularmente riscontro una riduzione di circa il 50% del prezzo medio delle importazioni.

Ciò premesso, potrebbe la Commissione far sapere quali provvedimenti sta adottando, con specifico riferimento all’inchiesta sollecitata dalla Confederazione Europea dell’Industria Calzaturiera?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione.(EN) La Commissione è consapevole del recente sviluppo delle importazioni nella Comunità di calzature provenienti dalla Cina e dal Vietnam. In tale contesto, la Commissione ha ricevuto all’inizio di quest’anno denunce presentate dall’industria calzaturiera dell’Unione europea contenenti dati convincenti che indicano che l’industria calzaturiera comunitaria sta subendo gli effetti negativi derivanti dai prezzi di dumping delle calzature importate nella Comunità.

La Commissione ha agito prontamente avviando due indagini antidumping. La prima riguarda le importazioni di calzature con protezione supplementare della punta del piede provenienti dalla Cina e dall’India. La seconda riguarda le importazioni di calzature con tomaia in cuoio provenienti dalla Cina e dal Vietnam.

L’obiettivo di tali indagini è quello di stabilire se le importazioni in questione siano oggetto di dumping e se abbiano avuto un effetto negativo sulla situazione economica dell’industria calzaturiera comunitaria. Le indagini dovranno altresì valutare l’impatto e i possibili effetti negativi di qualsiasi misura sugli altri operatori economici comunitari.

Le indagini sono andate avanti. La Commissione sta al momento analizzando la questione dello status di economia di mercato degli esportatori interessati, la definizione delle diverse categorie e dei modelli di prodotti interessati, la questione dell’esistenza di pratiche di dumping, l’impatto di tali importazioni sull’industria comunitaria di produzione delle calzature e la posizione di commercianti, rivenditori e consumatori. Tutto questo è in fase di svolgimento. Non è una sorpresa che si tratti di un caso molto complicato. A causa degli enormi problemi tecnici, con centinaia di operatori economici e un prodotto che consiste di migliaia di modelli differenti, è troppo presto per dare indicazioni concrete su possibili risultati.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) Ci sono molte piccole e medie imprese che stanno già chiudendo o sono sul punto di farlo. Questo fenomeno ha come effetto quello di aggravare il problema della disoccupazione nelle zone in questione – come per esempio nel mio paese e in alcuni altri paesi dell’Europa meridionale – e di ostacolare lo sviluppo in tali zone. Se il processo non evolverà al più presto, potrebbe essere troppo tardi. Desidero dunque chiedervi per quanto tempo le zone maggiormente colpite dovranno attendere prima che vengano adottate misure pratiche ed efficaci come le clausole di salvaguardia.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Le indagini saranno completate entro i tempi previsti, sebbene non possa dire precisamente quando ciò avverrà. La Commissione potrà adottare misure provvisorie nel periodo compreso tra i due e i nove mesi dall’inizio delle indagini.

Desidero sottolineare che si tratta di una questione molto complessa, molto più di quanto fosse stato originariamente previsto quando abbiamo iniziato le indagini. Dobbiamo stare molto attenti e fare in modo di valutare con precisione non soltanto quale sarà l’effetto sugli interessi della Comunità, ma anche quale impatto si verificherebbe qualora adottassimo un’azione antidumping su una serie di produttori e operatori economici differenti in tale settore. Alcuni produttori comunitari stanno già parzialmente producendo al di fuori della Comunità.

Gli ex produttori comunitari a pieno titolo hanno mantenuto le loro attività di ricerca, progettazione e sviluppo all’interno della Comunità, ma ottengono forniture da diverse fonti, come la Cina e il Vietnam, ma anche la Romania, la Bulgaria, il Brasile nonché l’Italia, la Slovacchia e altri Stati membri. Tali ex produttori creano anche una quantità considerevole di posti di lavoro attraverso queste altre attività economiche.

Da ciò si evince – e potrei anche menzionare altre questioni che rendono la situazione più difficile – che dobbiamo essere molto attenti nella nostra valutazione. Non abbiamo un unico gruppo omogeneo di produttori europei con una serie di interessi chiaramente identificabili e quantificabili. I diversi produttori hanno una varietà di interessi e dobbiamo affermare con sicurezza, dopo la nostra valutazione iniziale volta a dimostrare la fondatezza delle presunte pratiche di dumping, quale potrebbe essere l’impatto sui vari interessi dei diversi produttori, qualora seguisse un’azione.

 
  
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  David Martin (PSE).(EN) Sono lieto e sollevato nel sentire la risposta del Commissario poiché sono stato oggetto di pressioni da parte di rivenditori europei che hanno investito somme ingenti di denaro in Asia, hanno migliorato le condizioni sanitarie, di sicurezza e lavorative nei paesi asiatici e stanno portando benefici economici sia ai lavoratori asiatici che ai rivenditori europei. Il Commissario è d’accordo che sarebbe molto sbagliato se tali imprese fossero soggette a qualsiasi forma di dazio antidumping?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) L’onorevole deputato ha identificato un tipo di produttore europeo di cui devo tenere in considerazione gli interessi. Chiaramente non sarà semplice trovare una soluzione equa ed equilibrata in una situazione così complessa. Francamente la Commissione avrà bisogno di una grande ingegnosità e flessibilità per fare in modo che in questo caso si possa giungere a una soluzione accettabile per gli Stati membri e gli operatori economici.

Detto ciò, gli Stati membri riceveranno al più presto una proposta da parte dei miei servizi volta a non garantire lo status di economia di mercato agli esportatori vietnamiti, dal momento che sono ancora diffuse pratiche quali l’interferenza statale, i sussidi o altre forme di distorsione della concorrenza. La Commissione non ha ancora ottenuto risultati sulla Cina.

 
  
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  Anne E. Jensen (ALDE).(DA) Signora Presidente, anche io desidero ringraziare il Commissario Mandelson per aver sostenuto il libero commercio e per essersi fatto portavoce di quelle industrie che beneficiano del libero scambio. Sempre su tale questione, desidero sapere perché le indagini antidumping si estendono anche alle calzature sportive, che sono state per molti anni esentate dal regolamento 467/98 e, in generale, da tutte le restrizioni alle importazioni. L’impressione ricevuta è che la Commissione si sia lasciata prendere dal panico per essere stata messa sotto pressione dalle forze nell’Unione europea che temono la libera concorrenza. Può il Commissario confermare che non è vero?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) L’onorevole deputata si è concentrata su una questione importante. Non dovrebbe dare per scontato che saranno imposti dazi antidumping ai produttori di abbigliamento sportivo. Non sono ancora certo che nella Comunità esista un concorrente diretto che produce tale abbigliamento sportivo. Dunque non mi è ancora chiaro quale interesse comunitario venga danneggiato in questo segmento del settore. Tuttavia le indagini continuano. Presumo che a breve saremo in grado di esprimere un parere sul settore particolare a cui l’onorevole deputata fa riferimento.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni dal n. 49 al n. 53 riceveranno risposta per iscritto(2).

Interrogazioni al Commissario Špidla

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 54 dell’onorevole Panayotopoulos-Cassiotou (H-0890/05):

Oggetto: Previsioni in materia di ristrutturazioni

Quali strumenti utilizza la Commissione per effettuare previsioni in materia di ristrutturazioni delle imprese e dei futuri andamenti economici e delle relazioni di lavoro in ciascun settore del mercato e per ogni tipo di posto di lavoro soprattutto nelle regioni insulari, agricole e periferiche?

Su tali previsioni influiscono gli impegni e gli accordi bilaterali e internazionali conclusi dall’UE?

Attraverso quali meccanismi assicura essa il mantenimento dello sviluppo sostenibile delle regioni interessate, la preservazione del tessuto sociale, il corretto sviluppo professionale dei lavoratori e la programmazione della formazione delle generazioni future?

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione.(CS) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, le attività della Commissione nel campo delle ristrutturazioni sono svolte su una base paneuropea. Essa non dispone di strumenti specifici per effettuare previsioni in materia di ristrutturazioni delle imprese, futuri andamenti economici e relazioni di lavoro in ciascun settore del mercato e per ogni tipo di posto di lavoro nelle zone insulari, rurali o periferiche. Mentre ogni Stato membro ha accesso agli strumenti per controllare singoli settori e il proprio mercato del lavoro, la Commissione può soltanto vigilare su regioni o settori specifici su base individuale. La comunicazione della Commissione del 31 marzo 2005 sulle ristrutturazioni e l’occupazione forniva alle parti sociali un’opportunità di rendere note le proprie opinioni in materia alla Commissione. Inoltre, nella comunicazione del 5 ottobre sulla politica industriale, la Commissione faceva riferimento ad alcuni settori industriali nei quali potranno avvenire cambiamenti strutturali nel corso dei prossimi anni. Ne consegue che dobbiamo essere in grado di prevedere tali cambiamenti e di facilitarli a livello regionale, nazionale ed europeo. Anche il settore terziario potrebbe essere interessato dalle ristrutturazioni e sono necessari studi approfonditi sull’argomento.

La Commissione sta lavorando con l’Osservatorio europeo del cambiamento, che ha sede a Dublino, e partecipa attivamente ai suoi progetti, che sono mirati a vari settori e al monitoraggio delle ristrutturazioni. Gli impegni assunti dall’Unione europea e i trattati conclusi su base bilaterale e internazionale hanno un impatto su alcuni aspetti chiave delle ristrutturazioni, come la misura in cui i mercati sono aperti, l’accesso ai mercati, l’innovazione tecnologica e la condivisione di tecnologie e le clausole sociali in questo tipo di trattato. La Commissione dispone di certi strumenti per promuovere lo sviluppo sostenibile delle regioni, fra cui in particolare la strategia europea per l’occupazione, il Fondo sociale europeo, nel caso degli investimenti nelle risorse umane, e il Fondo europeo di sviluppo regionale, nel caso di investimenti in infrastrutture, investimenti produttivi e sviluppo del potenziale endogeno.

E’ disponibile assistenza a titolo dei Fondi strutturali sotto forma di programmi strategici a medio termine volti alla formulazione di previsioni, a una migliore gestione degli sviluppi industriali e a minimizzare il loro impatto sui lavoratori. Tenendo a mente questi elementi, le proposte della Commissione per il periodo di programmazione 2007-2013 accordano la priorità al monitoraggio e alla gestione del cambiamento, nell’ambito degli obiettivi della competitività e dell’occupazione. Il risultato sarà una concentrazione su tre questioni fondamentali: le gravi disuguaglianze esistenti nel campo dell’occupazione, il ritmo costantemente rapido delle ristrutturazioni economiche e sociali dovuto alla globalizzazione e allo sviluppo di un’economia basata sulla conoscenza, e i cambiamenti demografici che porteranno all’invecchiamento della forza lavoro.

Tra le altre cose, questo regolamento prevede una riserva per imprevisti dell’1 per cento per le regioni dell’obiettivo “Convergenza” e del 3 per cento per le altre regioni. Ciò consentirà agli Stati membri di utilizzare i Fondi per ottimizzare la gestione delle ristrutturazioni economiche e sociali e per gestire meglio le conseguenze dell’apertura del mercato globale. Inoltre la Commissione ha proposto di recente di istituire un Fondo di adeguamento alla globalizzazione, inteso ad affrontare gli effetti avversi delle ristrutturazioni. Se tale Fondo sarà istituito, sosterrà i lavoratori colpiti dalle crisi legate alla globalizzazione.

Quanto all’istruzione delle generazioni future, i programmi europei di istruzione, ERASMUS, SOCRATES e LEONARDO, consentono a migliaia di giovani di studiare all’estero. Inoltre, i programmi quadro per la ricerca finanziata dall’UE rendono possibile il finanziamento di progetti chiave a livello europeo, particolarmente nell’ambito dell’occupazione, dell’istruzione, della formazione professionale e dell’innovazione, e tali progetti prepareranno il terreno per nuove misure.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signora Presidente, ringrazio il Commissario per la sua risposta alquanto illuminante.

Volevo chiedere, nello specifico, se avete pianificato da dove attingere le risorse per finanziare questo fondo volto a sostenere le ristrutturazioni e se si è previsto di pubblicizzare tali misure di accompagnamento per consolidare la fiducia degli europei negli sviluppi e impedire che si scoraggino di fronte al fenomeno della globalizzazione.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione.(CS) E’ ovvio che i fondi attualmente a disposizione della Commissione significano che essa può già rispondere a certi cambiamenti inaspettati. Per fare un esempio ben noto, recentemente 5 000 persone sono state licenziate in poco tempo dalla Rover. La Commissione ha fatto ricorso ai Fondi strutturali per intervenire ed è stato ampiamente riconosciuto il successo di tale intervento. E’ superfluo dire che si tratta di un caso straordinario, poiché ha riguardato soltanto un impianto di produzione in un paese. I recenti cambiamenti all’Electrolux sono un esempio dei problemi interrelati causati da grandi ristrutturazioni di sistema che coinvolgono più paesi. Attualmente ci mancano gli strumenti efficaci per gestire situazioni del genere, motivo per cui si è ventilata l’idea di un fondo che faccia fronte agli effetti della globalizzazione e delle ristrutturazioni. L’obiettivo non sarebbe quello di proteggere le imprese non competitive, ma di consentire a quanti subiscono le conseguenze negative delle ristrutturazioni di trovare una nuova fonte di sussistenza. Per utilizzare una metafora, se mi è consentito, il nostro obiettivo non è salvare una nave che affonda, ma trarre in salvo l’equipaggio e portarlo su un’altra nave o sulla terra ferma, così che possa continuare la propria vita.

Il fondo promuoverà gli investimenti in capitale umano e nell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, come pure la conclusione di accordi sull’occupazione e i partenariati per l’innovazione a livello nazionale, regionale e locale. Sosterrà inoltre lo sviluppo di sistemi e strumenti che facilitano le previsioni del cambiamento economico e sociale, incoraggiano una maggiore flessibilità dei lavoratori e delle imprese interessate dalle ristrutturazioni e promuovono le capacità amministrative e la produttività di tutte le parti, ad esempio formando i dirigenti coinvolti nel cambiamento. Sarà possibile utilizzare strumenti che già esistono a livello di Stati membri, come quelli utilizzati per il Fondo sociale europeo, per dare esecuzione a questo fondo.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 55 dell’onorevole Joachim Wuermeling (H-0899/05):

Oggetto: Libera circolazione dei lavoratori

Alla fine di settembre, nel corso di un incontro con le parti sociali, Vladimir Spidla, Commissario per l’impiego, gli affari sociali e le pari opportunità, si è pronunciato a proposito della libera circolazione dei lavoratori. A quanto si è saputo, la Commissione intende eliminare al più presto le limitazioni cui sono soggetti i disoccupati in cerca di lavoro provenienti dai paesi dell’Est europeo.

Poiché tra gli Stati membri e le regioni ad essi vicine c’è una notevole disparità salariale, il rinvio della libera circolazione dei lavoratori e della prestazione di servizi è, tuttavia, di vitale importanza.

Ha già elaborato la Commissione un progetto concreto per eliminare le limitazioni cui sono soggetti i disoccupati in cerca di lavoro provenienti dai paesi dell’Est europeo? In caso affermativo, in che modo e quando esso sarà attuato?

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione.(CS) Onorevoli parlamentari, quando sono stati conclusi i trattati di adesione, si è deciso di adottare la politica “2+3+2” per i periodi transitori. Un modo di considerare questi periodi transitori multipli, o intervalli ai quali possono essere condotti controlli per verificare se ha senso prorogarli, è ritenere che siano giustificati dal desiderio sia di firmare i trattati di adesione sia di porre fine ai periodi di transizione, poiché questi ultimi renderebbero impossibile il raggiungimento della piena libertà di circolazione per i lavoratori nel più breve tempo possibile.

L’attuale obbligo della Commissione è presentare una relazione che valuti l’impatto dei periodi transitori nei primi due anni. Il nostro scopo è redigere una relazione che sia credibile e assolutamente affidabile in termini di metodologia, e che tenga conto di tutte le circostanze concomitanti, incluso il fatto che alcuni paesi hanno frontiere comuni con i nuovi Stati membri. Devo dire che attribuisco a questa relazione un enorme valore. Oltre a fornire una base autorevole per le decisioni su una materia tanto sensibile, essa deve servire anche come piattaforma per un ulteriore lavoro e ulteriori valutazioni tra tre anni. A questo punto le decisioni saranno ancora prese in linea con il Trattato, poiché cinque anni saranno trascorsi dall’inizio del periodo di transizione e ci sarà molto meno margine di manovra che dopo soltanto due anni. E’ nel nostro interesse, per non dire nel nostro supremo interesse, attribuire la debita considerazione a tutte le circostanze rilevanti che riguardano questo tema delicato, inclusa la posizione geografica dei singoli paesi.

 
  
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  Manfred Weber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, desidero rivolgere i miei sentiti ringraziamenti al Commissario per le sue osservazioni e per l’assicurazione che ha fornito in merito al fatto che la relazione sarà equilibrata. Desidero formulare la seguente domanda complementare. Perché le affermazioni fatte in pubblico da lei e dai suoi collaboratori hanno lasciato intendere che una decisione è stata già presa e perché tanta fretta di concedere la libera circolazione?

Concordiamo tutti che la libertà di circolazione è il nostro obiettivo e anche noi difendiamo questo principio fondamentale dell’Unione europea. La questione chiave, tuttavia, è garantire che siano prese sul serio le preoccupazioni di tutte le parti in causa. Per ripetere la domanda: perché è stata già adottata la decisione sulla questione?

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione.(CS) In un certo senso ho già risposto a questa domanda nel mio precedente intervento, ma credo che per la sua importanza meriti una risposta più particolareggiata. Il trattato di adesione ha suddiviso i periodi transitori in alcune fasi, sulla base del presupposto che queste saranno soggette a una valutazione approfondita. L’obiettivo implicito di queste fasi interinali è porre fine ai periodi transitori, quanto prima possibile. Sono fermamente convinto che la libera circolazione dei lavoratori sia una delle principali forze trainanti della crescita economica dell’Unione europea, e con ciò intendo anche la creazione di posti di lavoro. Ne consegue che si tratta di una questione di pubblico interesse.

D’altro canto, mi rendo perfettamente conto che si tratta di una questione estremamente delicata. Desidero ribadire che il nostro obiettivo sarà presentare una relazione che sia ritenuta autorevole, nel senso che non potrà essere criticata dal punto di vista metodologico. I singoli paesi naturalmente adotteranno le proprie decisioni nel rispetto del Trattato e potranno decidere cosa reputano giusto in base ai fatti. La Commissione non intende affatto distruggere il mercato del lavoro o causarne il collasso in alcun paese. L’obiettivo dei trattati di adesione, però, è creare un mercato comune e ottenere la libera circolazione dei lavoratori all’interno del mercato comune, poiché questo è uno dei quattro valori cardinali che l’Unione europea difende e che sottendono il concetto di integrazione europea. In considerazione di quanto sopra, ritengo che dovremmo agire tempestivamente e con il coraggio necessario, dopo aver ponderato tutte le informazioni del caso. E’ implicito che la responsabilità delle decisioni ricade sui governi.

 
  
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  Claude Moraes (PSE).(EN) Signor Commissario, la ringrazio per aver riaffermato il suo impegno nei confronti del principio della libera circolazione dei lavoratori. Sono assolutamente concorde.

Tuttavia, vorrei chiederle se intende svolgere una ricerca o un’analisi, dal punto di vista della Commissione, sulla decisione del Regno Unito e di altri paesi, di aprire i propri mercati del lavoro alla libera circolazione dei lavoratori da subito, diversamente dai paesi che impongono restrizioni. Ha progetti in proposito e ci potrebbe dire se si tratta di un’idea fattibile?

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. (CS) Non vi è dubbio che l’esperienza maturata da Regno Unito, Irlanda e Svezia è una fonte preziosa di informazioni quando si tratta di valutare l’impatto del termine o della non applicazione dei periodi transitori. E’ necessaria un’attenta valutazione di tali esperienze e ciò potrebbe certo comportare il ricorso a studi.

 
  
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  Presidente. – Essendo scaduto il tempo assegnato alle interrogazioni, le interrogazioni dal n. 56 al n. 90 riceveranno risposta per iscritto(3).

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 20.15, riprende alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. SARYUSZ-WOLSKI
Vicepresidente

 
  

(1) Per le interrogazioni non esaminate, cfr. Allegato “Tempo delle interrogazioni”.
(2) Per le interrogazioni non esaminate, cfr. Allegato “Tempo delle interrogazioni”.
(3) Per le interrogazioni non esaminate, cfr. Allegato “Tempo delle interrogazioni”.

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