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Martedì 15 novembre 2005 - Strasburgo Edizione GU

28. 2005, Pacchetto “Allargamento II”
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sul pacchetto “Allargamento II”.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, qualche settimana fa ho riferito in quest’Aula in merito alle informazioni raccolte dalla Commissione sulla Bulgaria e la Romania. Oggi sono lieto di illustrare i pareri della Commissione sulla strategia dell’allargamento in generale, sui paesi candidati Turchia e Croazia e sui potenziali candidati dei Balcani occidentali.

L’allargamento è uno degli strumenti politici più potenti dell’Unione europea: personifica il soft power dell’UE, ovvero il potere della trasformazione, che ha aiutato vari paesi a diventare democrazie stabili e società più prospere, con un maggiore livello di sviluppo economico e di protezione sociale. E’ sempre tra gli interessi fondamentali dell’Europa e dei suoi cittadini portare avanti con cautela il processo di adesione.

Il tratto distintivo della strategia della Commissione Barroso per l’allargamento è il consolidamento. Dobbiamo fare attenzione prima di farci carico di nuovi impegni ma, al tempo stesso, dobbiamo ottemperare agli obblighi già assunti, una volta che i paesi interessati rispettano i rigidi criteri di adesione. La condizionalità costituisce l’elemento chiave del nostro potere di trasformazione, ma è una strada a doppio senso: la condizionalità funziona se i paesi possono credere nell’impegno dell’UE riguardo alla loro eventuale adesione.

Inoltre, dobbiamo comunicare in modo più efficace quali sono gli obiettivi e le sfide insiti nel processo di adesione e come intendiamo comportarci con i paesi in questione. Un vasto appoggio da parte dell’opinione pubblica è essenziale perché la politica dell’allargamento sia sostenibile, ora più che mai. Spetta inoltre agli Stati membri in particolare sostenere la causa e difendere le politiche che essi stessi hanno approvato all’unanimità.

La Commissione fa certamente la sua parte e sono più che consapevole degli importantissimi sforzi compiuti dal Parlamento europeo e da molti di voi nei rispettivi paesi.

Per quanto riguarda la Turchia e la Croazia, circa tre settimana fa abbiamo iniziato a selezionare i capitoli per i negoziati di adesione. Le relazioni sui progressi compiuti analizzano le condizioni in cui si trovano i due paesi e i partenariati di adesione fissano gli obiettivi a medio e lungo termine per affrontare i problemi individuati.

Francamente, il quadro non è omogeneo. In Turchia sono ormai entrate in vigore riforme coraggiose e significative che rafforzano lo Stato di diritto e i diritti umani, tuttavia la loro attuazione resta irregolare. La relazione sottolinea che la Turchia si deve ancora impegnare a fondo a favore della libertà di espressione, dei diritti delle donne, delle libertà religiose, dei diritti dei sindacati, dei diritti culturali, nonché per la lotta contro la tortura e i maltrattamenti, dove deve essere applicata la politica della tolleranza zero. Il partenariato di adesione con la Turchia si occupa di queste questioni, ponendole tra le azioni prioritarie nel medio termine.

Tra i fatti positivi, la Commissione riconosce la Turchia come un’economia di mercato funzionante, a condizione che vengano saldamente mantenute le misure di stabilizzazione e le riforme.

La Croazia sta procedendo al recepimento delle normative comunitarie, ma deve ancora compiere sforzi significativi per riformare il sistema giudiziario, combattere la corruzione, migliorare la situazione delle minoranze e facilitare il ritorno dei profughi, nonché per rafforzare le strutture amministrative per l’applicazione dell’acquis comunitario. E’ inutile dire che la Croazia deve anche continuare a collaborare con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, in modo tale che l’ultimo fuggitivo venga finalmente portato davanti alla giustizia. Controlleremo questo impegno con molta attenzione.

Il parere della Commissione sulla domanda di adesione all’Unione europea avanzata dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia è oggettivo e costituisce una giusta valutazione. Dopo essere stato sull’orlo della guerra civile, qualche anno dopo, il paese ha raggiunto una stabilità politica e uno sviluppo democratico notevoli, soprattutto grazie all’applicazione dell’accordo quadro di Ohrid. Attualmente l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia è l’unico stato multietnico funzionante nei Balcani occidentali, e dunque una testimonianza del fatto che il modello multietnico può funzionare sul serio. Per questi motivi la Commissione può raccomandare lo status di paese candidato per l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, sebbene il paese non sia ancora pronto per avviare i negoziati di adesione. Lo status di candidato per l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia sarà un segnale politico importante per l’intera regione. La Commissione non intende comunque raccomandare l’inizio dei negoziati di adesione finché il paese non sarà pronto. Valuteremo regolarmente la situazione e raccomanderemo l’apertura dei negoziati solo quando sarà stato raggiunto un sufficiente livello di conformità con i criteri di Copenaghen.

Per quanto riguarda Albania, Serbia e Montenegro e Bosnia-Erzegovina, è giunto il momento di fornire una base più solida alle nostra relazioni negoziando un accordo di stabilizzazione e associazione con ognuno di questi paesi. Con l’Albania dovremmo poterlo fare nel prossimo futuro. Con gli altri due paesi penso che potremo procedere verso la fine del 2006, se compiranno importanti progressi in termini di riforme. Un accordo di stabilizzazione e associazione è il primo passo importante verso l’Unione europea e deve essere rigorosamente applicato prima di prevedere qualsiasi ulteriore passo.

Sulla scorta della relazione oggettiva e della raccomandazione dell’inviato speciale dell’ONU KAI Eide stanno per iniziare i colloqui sul futuro status del Kosovo. La Commissione sostiene pienamente gli sforzi profusi dall’inviato delle Nazioni Unite, il presidente Ahtisari, per elaborare una soluzione equilibrata in Kosovo e naturalmente lavoreremo in stretta collaborazione con lui.

Il nostro obiettivo comune deve essere uno status con requisiti: è di primaria importanza che i diritti delle minoranze e la protezione dei siti culturali e storici vengano garantiti per giungere a una soluzione sostenibile che faciliti la stabilità nell’intera regione. A tale scopo, a breve presenterò insieme all’Alto rappresentante Solana un documento sulla politica dell’UE per il Kosovo. Dobbiamo sostenere il processo dello status anche con risorse finanziarie adeguate, e la Commissione chiede al Parlamento una stretta collaborazione a tale proposito. Conto sul vostro appoggio su questa questione così importante per la sicurezza e la stabilità dell’Europa.

Ogni singolo paese dei Balcani occidentali quest’autunno sta compiendo passi avanti verso l’Unione europea. Inviamo pertanto un messaggio chiaro, ossia che l’Unione europea conferma il suo impegno a favore della loro prospettiva nel medio o nel lungo termine di aderire all’Unione europea, una volta che ognuno di essi soddisferà le rigide condizioni. Sono di fatto le due facce della stessa medaglia: la prospettiva dell’adesione si avvicina progressivamente in funzione dei risultati ottenuti per rispettare le condizioni e i criteri dell’UE.

La Commissione continua a lavorare a favore della prospettiva europea nei Balcani occidentali. Sono sicuro di poter contare sul vostro sostegno in questa importantissima impresa.

 
  
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  Elmar Brok, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare la Commissione per la cura con cui scende nei dettagli, cercando di far evolvere positivamente la situazione, e desidero anche ringraziare quei paesi che si stanno impegnando nel tentativo di soddisfare i criteri. Deve essere però chiaro che le condizioni devono essere rispettate e non rinviate a una data successiva. Tra queste condizioni inseriamo anche la capacità di assorbimento, per la quale a oggi stiamo ancora attendendo spiegazioni su come questo concetto possa diventare operativo. Spero che, dopo il dibattito svoltosi il 3 ottobre, la Commissione avanzerà una proposta.

Sono d’accordo con il Commissario: l’allargamento è una delle strategie di politica estera dell’Unione di maggior successo, poiché ha dato stabilità all’Europa e ha contribuito alla diffusione della democrazia e dello Stato di diritto. La prospettiva europea è uno strumento importante, che aiuta i paesi interessati a realizzare riforme interne che altrimenti, probabilmente per motivi di politica nazionale, non si potrebbero permettere.

Tuttavia, credo che si debba dire con chiarezza che l’Unione europea, dopo l’allargamento a ulteriori dieci paesi, e tra poco probabilmente ad altri due paesi, ha anche bisogno di una fase di consolidamento, proprio come un’impresa che, dopo un periodo di crescita, ha bisogno di consolidarsi. Dobbiamo chiederci se vogliamo ripristinare l’equilibrio tra approfondimento e allargamento, se intendiamo riconfermare i nostri piani per garantire che l’Unione europea sia in grado di agire e si sappia concentrare sulla questione dell’unità politica, o se invece vogliamo che l’Unione si riduca a una mera zona di libero scambio.

Sebbene questa relazione sia classificata come relazione strategica, penso che manchino alcuni aspetti, tra cui la forma che dovrebbe assumere una strategia globale, nonché quali dovranno essere le future strutture interne e i confini esterni dell’Unione europea. E’ chiaro che una relazione di questo tipo non possa rispondere con precisione all’ultima domanda, poiché si riferisce a un processo in corso, tuttavia, a mio avviso, è giunto il momento di formarci un’opinione su queste questioni, affinché si possano registrare dei progressi, evitando di dedicare tutto il nostro tempo a casi isolati, ritrovandoci così in un processo automatico che metterebbe in pericolo l’Unione. Dovremmo anche riflettere sull’opportunità di offrire un’alternativa alla piena adesione e alla politica di vicinato, almeno nel breve periodo. Ciò darebbe ai paesi una prospettiva europea, spingendoli a concentrare le loro forze a favore dello sviluppo, evitando al contempo ripercussioni negative sulle capacità di sviluppo dell’UE. Tale alternativa potrebbe essere qualcosa di simile allo Spazio economico europeo di una decina di anni fa. E’ a mio avviso riprovevole che la Commissione non abbia proposto iniziative di tale genere, e si sia invece impelagata nei dettagli, senza osare pensare in grande stile.

 
  
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  Jan Marinus Wiersma, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signor Presidente, la positiva integrazione dei Balcani occidentali in Europa è estremamente significativa per questa regione e per l’intera Europa. E’ infatti una delle priorità politiche del mio gruppo, il gruppo socialista al Parlamento europeo. Abbiamo di conseguenza elaborato una posizione sul futuro europeo dei Balcani occidentali che è stata integrata in un ampio documento strategico appena pubblicato. In primo luogo continueremo a sostenere appieno l’agenda di Salonicco. Dobbiamo ottenere una pace duratura, la stabilità e la prosperità nei Balcani nell’ambito di un processo di integrazione dell’Unione europea e con la prospettiva finale dell’adesione, naturalmente.

Nel quadro di tale processo una priorità consiste nella risoluzione dei problemi endemici in tutta la regione, mentre l’integrazione dell’Unione europea dipende dal consolidamento della democrazia e dello Stato di diritto, dallo sviluppo economico, dalla politica in materia d’immigrazione, dalla cooperazione con il Tribunale dell’Aia e dalla lotta contro la corruzione e la criminalità. Tutti questi fattori sono anche strettamente connessi con la sicurezza e la stabilità regionali, che sono tuttora fragili. E’ il motivo per cui tali problemi non riguardano solo le relazioni bilaterali tra i paesi dei Balcani e l’Unione europea, ma sono proprio questi paesi che possono beneficiare di più di un processo del genere.

La mutua cooperazione tra i paesi dei Balcani occidentali è quindi una componente essenziale della nostra strategia. L’Unione europea deve creare un quadro solido, ma il dinamismo per risolvere questi problemi deve provenire dalla regione. Ciò è vero anche per gli ostacoli ancora presenti. I politici della regione dovranno assumersi le loro responsabilità quando dovranno decidere in merito alla struttura dello Stato della Bosnia-Erzegovina, alle relazioni tra la Serbia e un Montenegro probabilmente indipendente e allo status del Kosovo.

Dobbiamo anche riconoscere gli sviluppi positivi, seppure con una sana dose di cauto ottimismo. La Bosnia ha segnato una svolta nella riforma del suo apparatchik di polizia, che è stata un’importante concessione della parte serba del paese. Il fatto che la Commissione intenda concedere alla Macedonia (FYROM) lo status di paese candidato è indicativo dei solidi progressi realizzati da questo paese.

Infine, sosteniamo la Commissione e le sue tre C per l’allargamento, ovvero consolidamento, condizionalità e comunicazione, ma spero di tornare presto sull’ultimo punto, per ottenere, anche nei nostri paesi, un più ampio sostegno che è fondamentale per il successo del futuro allargamento.

 
  
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  István Szent-Iványi, a nome del gruppo ALDE. – (HU) Signor Presidente, il risultato più importante del pacchetto dell’allargamento è che offre ai paesi dei Balcani occidentali chiare prospettive per il futuro. La sezione che raccomanda lo status di candidato per l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia è particolarmente positiva. In questo modo vengono riconosciute le evoluzioni e gli sforzi compiuti dalla Macedonia negli ultimi anni. Al contempo, è giusto che non sia stata fissata alcuna data per l’inizio dei negoziati di adesione, poiché al momento né la Macedonia né l’Unione europea sono pronte. Speriamo che entrambe lo siano per iniziare i negoziati entro pochi anni.

L’Unione europea si aspetta due cose dai paesi dei Balcani occidentali: la chiusura del tragico capitolo della loro storia recente e la consegna dei criminali di guerra – Ante Gotovina, Mladic e Karadzic – al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. L’Unione si aspetta anche che questi paesi facciano tutto quanto in loro potere per ripristinate la pace tra le varie etnie. Devono cioè potenziare i diritti delle minoranze su ampia scala, che sia nella Vojvodina o in Kosovo. Ci attendiamo anche che intensifichino gli sforzi per rispettare i criteri per l’adesione, per analizzare il potenziale offerto dalla cooperazione regionale e per aprire le frontiere.

Per valutare la capacità di integrazione dei Balcani occidentali dobbiamo vedere se sono in grado di collaborare tra loro. Mi auguro che ce la facciano e che lo dimostrino ultimando i preparativi per l’integrazione europea.

 
  
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  Joost Lagendijk, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signor Presidente, sono convinto che molti storici scriveranno tesi di dottorato su ciò che davvero accadde in Europa nella primavera 2005, in termini di atteggiamento, atmosfera e disposizione verso l’allargamento. Forse perché non avevamo ancora assimilato l’allargamento del 2004? Forse i due no ai referendum sulla Costituzione? Non lo so, e non lo si saprà ancora per un po’ di tempo, ma il fatto è che l’allargamento dell’Unione europea è al centro del mirino. Molti hanno l’impressione che la maggioranza dei cittadini dell’UE sia contraria all’allargamento e vari politici sono ben lieti di nascondersi dietro questi cittadini scettici.

Per questo motivo sono lieto che la Commissione non solo abbia assunto una posizione decisa, ma che abbia anche valide argomentazioni – che condivido – a favore dell’allargamento che, come abbiamo potuto constatare finora, è stato uno dei successi dell’UE e non sarebbe pertanto lungimirante da parte nostra rimangiarci le promesse fatte a Romania e Bulgaria, Turchia e Croazia, o ai paesi dei Balcani occidentali.

Mi rallegro anche del fatto che la Commissione abbia tratto alcune conclusioni pertinenti dal processo che abbiamo vissuto fino a oggi. Si è concluso che trasformare l’allargamento in realtà è più importante che fare promesse, che l’Unione europea – e qui concordo con l’onorevole Brok – dovrebbe essere in grado di accogliere nuovi paesi, che le valutazioni per paese devono basarsi sui fatti e non sugli automatismi e, infine, che i futuri allargamenti si concluderanno con successo solo se i politici daranno prova di leadership e saranno pronti a difendere l’allargamento di fronte allo scetticismo che potrebbe generarsi nell’opinione pubblica.

Se la Commissione continua a compiere sforzi a favore di un allargamento che sia basato su fatti, non su promesse né automatismi, un allargamento che poggia sulla visione e sull’analisi politica e non sui sondaggi di opinione, allora anche il mio gruppo la sosterrà sinceramente.

 
  
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  Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la seconda fase dell’allargamento rappresenta per l’Unione europea un ulteriore passo verso la sua piena riunificazione. Il 1° maggio 2004 è una data che è entrata nella storia del nostro continente, non solo per il maggior peso politico acquisito, ma anche per l’arricchimento culturale che ne è derivato.

E’ importante proseguire su questa strada, ma solo dopo aver consolidato l’attuale Unione e senza perdere di vista quello che deve costituire il presupposto fondamentale per l’ingresso di altri paesi, vale a dire il rispetto dell’acquis comunitario e dei principi fondanti dell’Unione. Tale questione non è puramente formale e diventa anzi sostanziale allorquando le legislazioni dei paesi che hanno presentato domanda di adesione violano questi principi.

Come ho sottolineato nella mia interrogazione scritta del 26 ottobre scorso, in Croazia continua la discriminazione nei confronti dei cittadini italiani nell’accesso al mercato immobiliare, che è invece garantito ad altri paesi dell’Unione. Signor Commissario, le chiedo se si possa accettare che un paese che aspira a entrare nell’Unione ponga pregiudiziali nei confronti dei cittadini di uno Stato membro, in palese violazione con i principi comunitari, e se la Commissione è disposta a far rientrare nel negoziato il riconoscimento del libero accesso al mercato immobiliare croato per i cittadini italiani.

La discriminazione, prima ancora di avere una valenza giuridica negativa, ha un impatto umano civile e incalcolabile. Le istituzioni che la praticano non possono considerarsi credibili e affidabili. Il principio dell’uguaglianza del diritto contraddistingue i paesi civili e democratici da quelli che non lo possono essere se tale principio non si incarna nella loro legislazione.

Noi non siamo contrari all’adesione della Croazia all’Unione europea, ma solo a condizione che essa rispetti le norme acquisite in tutto l’Occidente relativamente alle proprietà immobiliari e che definisca finalmente il lungo contenzioso con gli esuli giuliano-dalmati che attendono ancora giustizia.

 
  
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  Camiel Eurlings (PPE-DE).(NL) Signor Presidente, ripeto l’opinione di molti quando affermo che l’allargamento è stato uno dei successi dell’Europa, sia per i nuovi paesi sia per la vecchia Unione. Dobbiamo però anche riconoscere che si è creato un certo squilibrio tra i processi di approfondimento e allargamento. Il processo di approfondimento doveva essere realizzato a Nizza, ma ciò non è avvenuto, mentre l’allargamento è stato fissato per una data successiva. Dobbiamo riflettere sul fatto che il processo di approfondimento sia ancora in sospeso. Al mio collega olandese, l’onorevole Wiersma, vorrei dire che l’80 per cento del mio partito si è dichiarato favorevole alla Costituzione. Se la prossima volta anche il suo partito voterà in questo modo, dovremmo riuscire a registrare un voto positivo nei Paesi Bassi.

Prima che inizi il processo di allargamento dobbiamo riguadagnare un certo livello di credibilità, e ciò significa che dobbiamo considerare i criteri di adesione con più serietà rispetto al passato. Quando si fissano criteri, finanziari e per l’allargamento, devono essere rispettati, altrimenti perdiamo in credibilità. Uno dei criteri è la capacità di assorbimento. Avremo bisogno di sufficiente appoggio, sia istituzionale sia nel senso di base di appoggio, affinché il futuro allargamento possa diventare realtà.

Vorrei ora passare ai criteri per i paesi in questione. Anche da questo punto di vista dobbiamo considerare i criteri con serietà. Per quanto riguarda Romania e Bulgaria, spero sinceramente che i due paesi possano aderire nel 2007, ma ciò dipenderà dai progressi che compieranno nei prossimi sei mesi. Per quanto concerne la Turchia, se vogliamo che tutto proceda bene, dovremo dire chiaramente che le leggi sulla libertà personale e di espressione devono essere modificate, che la questione di Cipro deve essere risolta, riconoscendo entrambe le parti interessate, e che, per quanto riguarda la libertà di religione, ad esempio, non possiamo aspettare ancora qualche anno prima che si convochino altre elezioni e si faccia effettivamente qualcosa in questo settore.

La Commissione ha dichiarato esplicitamente che ci sono cose che possono essere realizzate a breve termine. Diamo il nostro appoggio alla Commissione e ritengo che al momento si debba procedere con prudenza riguardo all’ammissione di nuovi paesi candidati. Al contempo dovremmo fare ordine anche nell’ambito della nostra Assemblea, dimostrando che seguiamo molto seriamente le procedure. Signor Commissario, noi europei dobbiamo assumere una posizione ferma contro i populisti che allarmano la popolazione in merito all’allargamento, ma sarebbe sbagliato confonderli con le persone sinceramente preoccupate per il giusto equilibrio che deve essere trovato tra approfondimento e allargamento.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, onorevole Eurlings, forse il problema dipende dal fatto che ci sono troppi politici che parlano delle difficoltà e dei problemi derivanti dall’allargamento e troppo pochi ne vedono i vantaggi.

Do, tuttavia, pienamente ragione al collega quando afferma che dobbiamo pianificare le prossime fasi dell’allargamento con estrema cautela e giudizio. Vorrei esprimermi rapidamente su tre paesi dei Balcani, iniziando dalla Croazia. Nella mia veste di relatore sulla Croazia sono molto lieto che si dia avvio ai negoziati. C’è ancora molto da fare e il Commissario ha citato alcuni esempi. Aggiungerei all’elenco anche la questione dell’applicazione del diritto, in merito alla quale sussistono gravi problemi in alcune regioni del paese, dove la giurisdizione e l’amministrazione non sono ancora del tutto al passo con i tempi. E siccome ho parlato dei tempi, vorrei anche dire alla Croazia che ora non si dovrebbe discutere della data di inizio dei negoziati – che nessuno di noi conosce – ma piuttosto delle misure necessarie da intraprendere affinché la data di adesione auspicata possa essere rispettata.

Per quanto riguarda la Macedonia, mi rendo conto che forse alcuni cittadini di questo paese sono delusi perché i negoziati non sono ancora iniziati. Ciò dovrebbe però essere interpretato come un incentivo a compiere i passi necessari prima di iniziare il processo negoziale e prima di fissare una data. Il compromesso raggiunto dai vari gruppi etnici in Macedonia, e in particolare l’accordo di Ohrid è, a mio avviso, un successo.

Relativamente al Kosovo, vorrei invitarla, signor Commissario, a continuare a seguire la linea delineata nella sua relazione e che riveste un’importanza cruciale. A una lettura della relazione è palese che è ispirata da un sentimento di solidarietà nei confronti del Kosovo, senza però risparmiare le critiche sulle situazioni insostenibili che tuttora caratterizzano la regione, da un punto di vista politico, economico, delle minoranze e così via. Si tratta di una delle poche relazioni della Commissione davvero critiche e oggettive.

Si discute costantemente dello status e dei criteri. Ritengo che non possiamo dare a nessuno Stato l’indipendenza, né offrire ad un paese relazioni più strette con l’Unione europea se questo non soddisfa i criteri europei. Sono estremamente favorevole a che si aiuti il Kosovo, ma sono anche del tutto favorevole al fatto il Kosovo rispetti i requisiti europei – e ciò vale anche per la maggioranza in Kosovo per cui ci siamo battuti duramente negli anni passati.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, il Commissario Rehn ha ragione quando afferma che un processo di allargamento gestito con attenzione costituisce uno degli strumenti politici più potenti e di maggiore successo dell’UE. Dobbiamo impegnarci a fondo per entusiasmare i nostri cittadini. Per fare una battuta un po’ frivola, se potessimo mettere in scena giovani attraenti come quello che appare sulle pubblicità dell’idraulico polacco forse riusciremmo a vendere più facilmente l’allargamento, ma non devo essere sessista.

Dobbiamo inoltre offrire ai cittadini dei paesi aspiranti una ricompensa tangibile per i duri sforzi che devono compiere lungo la strada verso l’adesione all’Unione europea, ma il regime comunitario dei visti per i Balcani occidentali costituisce un’enorme barriera alla comunicazione attraverso il viaggio. Soffoca proprio quelle parti della società che l’Unione europea dovrebbe incoraggiare con tutte le sue forze.

Nel maggio scorso il Commissario Rehn durante una conferenza ha dichiarato di essere ottimista in merito alle possibilità di snellire il regime dei visti. Spero che la data si stia avvicinando. Mi rendo conto che la totale abolizione dei visti è ancora molto lontana, ma agevolazioni per alcuni gruppi, analoghe a quelle che si stanno attualmente discutendo o negoziando con la Russia, l’Ucraina e la Cina, dimostrerebbero l’impegno dell’Unione per il futuro allargamento. Nel breve periodo solleverebbe il morale e offrirebbe una prospettiva agli abitanti dei Balcani occidentali. Il fatto che il 70 per cento degli studenti universitari in Serbia non sia mai uscito dal paese dovrebbe farci riflettere sulla nostra cultura politica introversa.

Le considerazioni di sicurezza interna dell’Unione sono importanti, ma non devono essere preponderanti al punto tale da compromettere una più ampia sicurezza regionale. Non permettiamo alla minoranza criminale di tenere gli altri in ostaggio!

 
  
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  Gisela Kallenbach (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, mi congratulo con lei per le conclusioni tratte dalle relazioni sui progressi compiuti dai paesi dei Balcani occidentali. Queste conclusioni rispecchiano la posizione del Parlamento e dimostrano che la Commissione si sta impegnando per garantire che l’Europa dia prova di affidabilità e continuità rispettando le decisioni prese. Ciò è ancora più significativo in un periodo in cui purtroppo si parla molto di crisi europea e dei limiti della capacità di assorbimento. Nella gestione delle crisi l’Europa ha fallito nella ex Jugoslavia all’inizio degli anni ’90; ora è nel nostro interesse dare alla regione una tabella di marcia verso la futura adesione all’Unione europea.

Permettetemi di esprimere qualche raccomandazione concreta. Dovremmo trarre alcuni insegnamenti dagli ultimi cicli di allargamento e dovremmo sostenere lo sviluppo della società civile attraverso i programmi di formazione e democratizzazione. I cittadini dovrebbero essere preparati all’adesione meglio che in passato e dovrebbero essere coinvolti fin dall’inizio. E’ positivo che si presti particolare attenzione alla protezione e all’integrazione delle minoranze. Affinché ciò sia garantito anche a lungo termine, ci occorrono però strumenti che permettano all’Unione europea di esercitare la propria autorità e di disporre di un meccanismo di controllo anche dopo un’eventuale nuova adesione. Fin dall’inizio dell’accordo di associazione si dovrebbero applicare quegli strumenti che rendono i politici locali attori importanti e che si sono rivelati i più efficaci e i più adatti a raggiungere lo scopo. A tale proposito vorrei ricordare, tra l’altro, la decisione del Parlamento sull’elaborazione di piani di sviluppo nazionali da parte dei governi della regione.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, per quanto riguarda il rapporto dialettico tra consolidamento, approfondimento e allargamento, l’onorevole Brok ha detto quanto volevo esprimere a mia volta.

Vorrei concentrare il mio intervento sul ruolo creativo della Grecia come fattore di stabilità politica ed economica nella regione, un ruolo che credo sia visibile e noto.

Innanzi tutto abbiamo fornito appoggio concreto all’adesione della Bulgaria e della Romania all’Unione europea. Siamo stati i primi a ratificare gli atti di adesione all’Unione europea di questi due paesi.

Secondo, abbiamo sostenuto l’orientamento europeo della Turchia, con la prospettiva che il paese rispetti il diritto internazionale e l’acquis comunitario. Proseguono, tuttavia, l’occupazione del territorio nella Repubblica di Cipro, il casus belli, la violazione dello spazio aereo greco, la campagna contro la libertà religiosa e le minacce contro il Patriarcato Ecumenico.

Terzo, l’Albania da un punto di vista economico viene largamente mantenuta dalla valuta importata dai cittadini albanesi che lavorano in Grecia. La Grecia è pro rata il primo paese meta degli immigrati dell’Unione europea rispetto al numero di abitanti.

Quarto, siamo favorevoli all’orientamento europeo dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia.

Il Commissario ha di recente sottolineato a Skopje che la Grecia è il principale investitore in questo paese. Ciò è vero e sono stato lieto di sentire queste parole. Invece, onorevole Swoboda, siamo i destinatari dell’intransigenza sulla questione del nome, della propaganda che non tiene conto della storia e dell’aggressione storica e culturale.

E’ logico chiedersi perché sosteniamo le prospettive europee dei paesi nella nostra regione. La risposta è che vogliamo diffondere e consolidare la pace, la stabilità e il benessere nell’intera area.

Onorevoli colleghi, la piena accettazione e applicazione dei principi, dei valori e delle regole dell’Unione sono una responsabilità dei paesi in questione. Tuttavia, è nei diritti dell’Unione europea, di tutte le sue agenzie politiche e istituzionali e dei suoi Stati membri controllare il corso della loro integrazione.

E’ una nostra sfida comune.

 
  
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  Borut Pahor (PSE). – (SL) Sono ampiamente d’accordo sul contenuto della relazione della Commissione, perché sono favorevole all’ulteriore allargamento dell’Unione europea. Ho notato, tuttavia, la mancanza di riferimenti al fatto che la portata dell’allargamento deve essere commisurata alla capacità di assorbimento dell’Unione europea.

La conclusione della relazione pone costantemente l’accento sulla necessità che i paesi che aspirano all’adesione all’UE soddisfino tutte le condizioni. Penso che questo requisito sia legittimo e giusto, poiché pone sullo stesso livello tutti i paesi che desiderano aderire all’Unione europea.

Come molti miei colleghi sono però convinto che la stessa Unione europea debba soddisfare le condizioni per l’ulteriore allargamento. Personalmente, non posso immaginare un’Unione allargata che continui a funzionare con efficacia senza che prima venga approvato il Trattato costituzionale o a meno che, in qualche altro modo, non vengano apportate le necessarie modifiche ai Trattati attuali.

Per evitare malintesi, sono favorevole ai futuri allargamenti dell’Unione europea, ma penso che la Commissione europea, quando elabora relazioni di questo tipo, debba far risaltare in particolare l’importanza del consolidamento costante dell’Unione.

Infine, visto che oggi abbiamo qui con noi il Commissario, vorrei porgli una domanda sul Kosovo, al quale egli ha dedicato particolare attenzione. Il Presidente sloveno Drnovšek ha di recente presentato un’iniziativa per l’indipendenza del Kosovo. La proposta, a mio avviso di gran valore, fissa una serie di condizioni sostanziali affinché il Kosovo raggiunga l’indipendenza. Vorrei sapere dal Commissario se è al corrente di tale iniziativa e se può formulare qualche commento al riguardo.

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, l’allargamento dell’Unione è una sfida rischiosa, ma che merita anche il nostro impegno. L’Unione ha deciso di affrontare l’ampliamento per integrare altri due paesi: la Croazia e la Turchia. Sono state espresse molte obiezioni, soprattutto relativamente al secondo paese, e passerà molto tempo prima che i cittadini europei, piuttosto che la Commissione o il Parlamento, si abituino all’idea che la Turchia aderisca all’Unione.

Per quanto concerne la Croazia, per contribuire alle svolte attese in questo paese l’Unione ha adottato misure speciali sotto forma di strumenti di preadesione. In seno al gruppo di lavoro abbiamo proposto l’introduzione di uno strumento specifico per i diritti umani, e mi dispiace che tale proposta sia stata respinta. E’ un peccato che non sia stato creato questo strumento perché una società e uno Stato democratici possono essere costruiti solo su fondamenta adeguate. Spesso tali fondamenta non sono costituite né dal governo, né dal parlamento eletto, né dal presidente, bensì da cittadini liberi e responsabili che amano la loro patria. Si può fornire maggiore assistenza a una popolazione affinché sviluppi idee personali di questo tipo piuttosto che a favore dello sviluppo dell’economia o dell’amministrazione.

La seconda questione sulla quale vorrei richiamare l’attenzione della Commissione è il ruolo del Parlamento nell’elaborazione di una strategia di aiuti di preadesione, nel controllo della sua applicazione e dell’evoluzione dei processi sociali, politici e religiosi interni. Con tutto il rispetto per le competenze della Commissione, voglio dire chiaramente che essa non deve essere l’unica responsabile degli strumenti e della politica globale. Il Parlamento deve essere almeno un partner equo con diritto di codecisione e deve fungere da arbitro obiettivo e affidabile, qualora ciò si riveli necessario. Quando l’Unione aveva 15 Stati membri forse bastava che la Commissione seguisse le istruzioni del Consiglio e che il Parlamento svolgesse un ruolo limitato. Oggi, invece, con 25 attori sulla scena europea, che a breve saranno 27, i futuri allargamenti non porteranno alcun beneficio senza il pieno coinvolgimento dei rappresentanti eletti e riuniti in quest’Aula.

In sintesi, voglio affermare con decisione che la Commissione e il Consiglio devono prendere in considerazione i suggerimenti, le idee, le opinioni e le critiche che provengono dal Parlamento, per il bene dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, che non ha ancora confini definitivi: è questo l’obiettivo cui tutti dobbiamo mirare.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, la strategia dell’allargamento e dell’integrazione nelle Istituzioni europee è l’unica proposta credibile ed efficace da parte dell’Unione europea, l’unico forte incentivo che può smuovere i processi di cambiamento e di riforma.

Ciò che oggi vediamo nelle relazioni tra l’Unione europea e gli stati candidati è una reciproca sfiducia che ha ripercussioni negative sull’opinione pubblica in Europa. Non possiamo pretendere cambiamenti e riforme se l’obiettivo della futura integrazione non è chiaro. Al contempo, non possiamo garantire la futura integrazione se non ci sono segnali di progresso costante nella realizzazione delle riforme. Questo è il caso della Turchia.

Per quanto riguarda tale paese, stiamo assistendo a una seria battuta d’arresto nella realizzazione delle riforme a causa della mancanza di volontà politica per trasformare in realtà impegni specifici. Come pensa di reagire l’Unione europea se la Turchia mantiene questo atteggiamento? L’atteggiamento nei confronti dei diritti umani e dei diritti delle minoranze. L’atteggiamento verso Cipro. Tutto ciò costituisce terreno fertile per la diffidenza e la crisi di fiducia tra i cittadini europei.

La Commissione europea, con la sua proposta di rafforzare la strategia europea dei Balcani, sta realmente procedendo nella giusta direzione, riconfermando la strategia approvata dal Consiglio europeo di Salonicco nel 2003. Il sostegno a favore delle prospettive europee dei Balcani occidentali, con l’obiettivo della loro futura integrazione nelle istituzioni europee, costituisce un investimento nella sicurezza dell’Unione stessa. I negoziati relativi alla conclusione di accordi di stabilità e associazione con l’Albania, la Serbia, il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina devono procedere senza ostacoli.

Vorrei dire al Commissario che è necessaria una tabella di marcia più chiara per concludere tali negoziati, che costituirebbe un forte incentivo per questi paesi. La possibile secessione del Montenegro non deve avere ripercussioni negative sui negoziati con la Serbia, che può assumere un ruolo decisivo per la stabilità dei Balcani. L’Unione europea e la Commissione europea devono assumere un alto profilo nell’ambito dei negoziati sullo status finale del Kosovo, nel rispetto del diritto internazionale. Tuttavia, la Commissione europea deve dimostrare un interesse particolare per la tutela dei diritti della minoranza serba in Kosovo.

Per concludere, vorrei dire che concordo pienamente riguardo alla proposta della Commissione sullo status di candidato dell’ex repubblica jugoslava di Macedonia. Per quanto attiene alla questione del nome ancora irrisolta, vorrei dire che il tango lo si balla in due e purtroppo l’amministrazione di Skopje è intrappolata nel passato.

 
  
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  Doris Pack (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, la proposta della Commissione è fondamentalmente uno sviluppo positivo e la strategia di allargamento per i Balcani occidentali è corretta. Il fatto che la Commissione abbia confermato che l’adesione all’UE è una prospettiva a medio termine per i paesi dei Balcani occidentali è un’altra buona notizia. Ciò è importantissimo per lo sviluppo futuro della regione, poiché a lungo termine sarà l’unico modo per portare la pace in questa parte di Europa che ha vissuto un passato così difficile.

Il gruppo PPE-DE lancia tuttavia al tempo stesso un chiaro appello alla Commissione, affinché giudichi la preparazione di ogni paese candidato dei Balcani occidentali individualmente e punto per punto, prima che vengano fissate date vincolanti per l’inizio dei negoziati di adesione e il calendario per l’adesione all’Unione europea. La Commissione non può ripetere con i Balcani occidentali l’errore commesso con Romania e Bulgaria, e ancora di più con la Turchia, con cui ha fissato prematuramente una data, quando ancora non tutti i requisiti erano rispettati. La reazione dell’opinione pubblica europea a una tale mossa potrebbe essere una più forte opposizione al fatto che altri paesi aderiscano all’UE e al contempo si pretenderebbe troppo dalla capacità di riforma dei Balcani occidentali. Non ci possiamo assolutamente permettere questo errore in una regione molto instabile e che fino a poco tempo fa era ancora, in alcune sue parti, devastata dalla guerra civile.

Per quanto riguarda il processo di riforma, come ha affermato anche il Commissario, si possono constatare enormi progressi. Giustamente la Commissione ritiene che Croazia e Macedonia hanno registrato i maggiori progressi e di conseguenza la Croazia ha già ottenuto la status di candidato, mentre la Macedonia lo otterrà a breve. Ciò costituisce anche un incoraggiamento per gli Stati vicini che, lungo la strada dell’adesione all’Unione europea, per motivi di varia natura sono molto più indietro.

Ognuno di questi paesi deve combattere con il proprio destino. L’Albania deve riprendersi dai decenni di regime comunista di Enver Hoxha, quando il paese sembrava un carcere di massima sicurezza. La Bosnia-Erzegovina deve fare i conti con l’incubo di anni di sfollamento, carneficina e guerra, e deve farsi carico dell’onere degli accordi di Dayton, la mostruosità che ha concluso la guerra senza però creare una piattaforma per il buon governo e la cooperazione. La Serbia ha impiegato molto tempo per liberarsi dal suo dittatore e a tutt’oggi non è chiaro quanto durerà l’unione con il Montenegro. Infine, lo status del Kosovo deve essere determinato senza ulteriore indugio per mezzo di un accordo tra Belgrado e Pristina con la mediazione della comunità internazionale. Mi ha fatto piacere sentire dal Commissario che la Commissione presenterà un’iniziativa e una strategia a tale proposito.

I Balcani occidentali e la nostra strategia dell’allargamento in questa regione sono la prova del nove per le politiche europee.

 
  
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  Guido Podestà (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, io condivido le considerazioni che il Commissario Rehn ha sottoposto all’attenzione di questo Parlamento per quanto riguarda i paesi dell’area del Patto di stabilizzazione e associazione. Diversi colleghi hanno già rilevato come quest’area, sebbene ancora fragile, stia mostrando segni positivi in un percorso che ha già caratterizzato gli altri momenti di allargamento della nostra Unione.

L’allargamento è stato positivo fin dalla sua preparazione. La sola prospettiva di apertura dei negoziati ha molto spesso accelerato la transizione dei paesi dell’Europa dell’est da regimi totalitari a convinti e ben avviati regimi democratici, oltre ad aver ispirato delicate e difficili riforme nella stessa Turchia.

Tuttavia, io devo anche considerare quanto detto dall’onorevole Brok. Noi ci troviamo di fronte a un allargamento che si compone di dieci paesi che hanno già aderito, a cui si aggiungono Bulgaria e Romania, paesi ai quali credo vada espresso un apprezzamento per gli sforzi compiuti, analogamente a quanto fatto dal Commissario nella presentazione della sua relazione il mese scorso.

Ritengo inoltre opportuno fare una riflessione anche sui nuovi paesi aventi lo status di paese candidato. Ho notato che le parole della mia collega Muscardini hanno suscitato una certa ilarità in alcuni colleghi, mentre invece esse dovrebbero essere tenute in grande considerazione. Credo infatti che la Croazia dovrebbe dare una maggiore dimostrazione di coerenza per quanto riguarda i vari problemi che si sono verificati in relazione al libero accesso al mercato immobiliare. Si tratta di un fatto che va considerato seriamente, perché ritengo che la coerenza non abbia latitudini né longitudini.

Noi chiediamo che i paesi che desiderano entrare nell’Unione debbano dimostrare questa coerenza, non soltanto per quanto riguarda una piena collaborazione col Tribunale internazionale, come ha ricordato il Commissario, ma anche per tutti quei presupposti che devono essere comuni a tutti i paesi che credono nel libero mercato e nella libertà della democrazia.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, nel corso di questo decennio probabilmente arriveranno tre nuovi Stati membri: Croazia, Romania e Bulgaria.

La Croazia ha già proceduto a enormi preparativi e con la buona volontà di entrambe le parti questi negoziati di adesione potrebbero diventare i più rapidi nella storia dell’allargamento. Romania e Bulgaria devono ancora impegnarsi a fondo in due settori: la giustizia – soprattutto la Romania – e le questioni relative alle minoranze. In primavera saremo chiamati a decidere, in modo critico, ma anche obiettivo e aperto, la data dell’adesione.

La Turchia è e resta un paese non europeo, per il quale miriamo a un partenariato privilegiato, che presuppone ugualmente il rispetto dei criteri. Signor Commissario, vorrei sentire la sua opinione sulla legge sulle fondazioni religiose, poiché noi abbiamo la chiara impressione che le minoranze in Turchia, in gran parte cristiane, continuino a essere oggetto di forti discriminazioni.

Dobbiamo affrontare tre problemi prioritari nell’Europa sudorientale, ossia la democratizzazione della Serbia, la riforma costituzionale e del trattato in Bosnia-Erzegovina, e lo status del Kosovo e la sua futura indipendenza. Onorevole Pahor, nutro molta simpatia per l’iniziativa del Presidente sloveno, poiché credo che vada nella giusta direzione.

E’ sottointeso che riusciremo a risolvere tutti questi problemi grazie a una più stretta coesione europea. In tale contesto, signor Commissario, dobbiamo chiederci cosa significa per noi l’Unione europea. Consideriamo l’Unione europea solo un gruppo di Stati nazionali che utilizzano la prospettiva dell’allargamento come uno strumento di politica estera per portare la stabilità negli Stati nazione confinanti, oppure vogliamo veramente un’Europa forte, federale e funzionante, in grado di affermarsi sulla scena mondiale?

Visto che sono favorevole alla seconda opzione, vorrei fare la seguente affermazione: sono sempre stato un sostenitore dell’allargamento e continuo ad esserlo. Abbiamo però bisogno di una chiara fase di consolidamento, e ci occorre un quadro preciso dei principi istituzionali e dei confini che dovrà avere in futuro questa Unione europea, aspetto questo, che a mio avviso è essenziale, signor Commissario. Finora abbiamo evitato questo dibattito.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare gli onorevoli deputati per il loro sostegno generale a favore di un processo di allargamento gestito con cautela, che miri ad aumentare la stabilità, la sicurezza, la democrazia e la libertà in Europa. Li voglio anche ringraziare per il riscontro e per le domande pertinenti.

Mi soffermerò su due o tre questioni principali e raggrupperò alcuni commenti e alcune domande per poter rispondere in modo più conciso.

Gli onorevoli Brok, Eurlings e altri hanno detto che si deve trovare il giusto equilibrio tra approfondimento e allargamento. Sono senz’altro d’accordo. La politica della Commissione è propria quella di tenere conto sia dell’approfondimento sia dell’allargamento: entrambi sono importanti obiettivi politici dell’Unione europea. Per questo motivo abbiamo sottolineato la necessità di tener conto della capacità dell’Unione di assorbire nuovi membri, in modo tale che i futuri allargamenti non indeboliscano né l’Unione stessa né il nostro potere decisionale, bensì rafforzino entrambi considerate le grandi sfide che dobbiamo affrontare.

Se riflettiamo sulla sua storia recente, vediamo che l’Unione europea ha registrato i migliori progressi quando approfondimento e allargamento procedevano, se non di pari passo, almeno in parallelo. Dal 1989, dalla caduta del muro di Berlino, abbiamo approfondito la nostra integrazione politica tramite la creazione del mercato unico, la moneta unica e l’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle persone, e abbiamo potenziato la politica estera e di sicurezza comune. Al contempo, l’Unione si è ampliata: gli Stati membri sono più che raddoppiati, passando da 12 a 25. Il parallelismo tra approfondimento e allargamento si è dimostrato realizzabile ed è stato di beneficio per l’Unione europea.

Nel prossimo futuro, il proseguimento della riforma costituzionale sarà essenziale per l’Unione europea, a mio avviso, affinché il nostro processo decisionale diventi più efficace ed efficiente, per aumentare la democrazia e l’apertura e per rafforzare la nostra politica comune di sicurezza e di difesa.

Per quanto riguarda il nesso con l’allargamento, non dobbiamo dimenticare la prospettiva temporale: dobbiamo trovare soluzioni per la riforma costituzionale piuttosto in fretta, nei prossimi due o tre anni, utilizzare efficacemente la pausa di riflessione, e trarre conclusioni dal dibattito e dalle riflessione per poi passare all’azione.

Non possiamo aspettare la conclusione dei negoziati con la Turchia, che potrebbero durare dai 10 ai 15 anni. Si tratta di una scadenza troppo lontana, considerate le nostre sfide interne. Pertanto, nell’interesse dell’Europa, dobbiamo riuscire a risolvere i nostri problemi sulle prospettive finanziarie o sulle questioni istituzionali prima che i Balcani occidentali o la Turchia aderiscano all’Unione europea.

Il mio secondo punto riguarda il Kosovo. Concordo pienamente con l’onorevole Swoboda sul fatto che il modo migliore in cui l’Unione europea possa contribuire al buon esito dei negoziati, affinché si trovi una soluzione sostenibile, consiste nel fornire sostegno ma mantenendo al tempo stesso un atteggiamento critico. Lo Stato di diritto e i diritti delle minoranze sono al centro dei valori europei. Questi valori sono fondamentali affinché si compiano progressi nella prospettiva europea per il Kosovo e i Balcani occidentali.

Il ruolo della Commissione consiste nel favorire una soluzione equilibrata e sostenibile. Lavoriamo in stretta collaborazione con la comunità internazionale e il suo inviato, il presidente Ahtisaari, al fine di garantire che, qualunque sia il risultato dei negoziati sullo status, esso sarà compatibile con la prospettiva europea per il Kosovo e i Balcani occidentali.

In terzo luogo, gli onorevoli Wiersma, Pack, Szent-Iványi e Lagendijk si sono riferiti alla cooperazione regionale nei Balcani occidentali e ai progressi compiuti dai singoli paesi. Sono d’accordo con l’onorevole Wiersma quando afferma che la nostra condizionalità funziona. Pensiamo, ad esempio, alla Bosnia-Erzegovina: la politica che si è delineata in questo paese è in buona parte la conseguenza delle condizioni da noi fissate per concludere l’accordo di stabilizzazione e associazione. Lo stesso vale per la Serbia e Montenegro: i progressi realizzati relativamente al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia sono stati il risultato delle condizioni per iniziare i negoziati sull’accordo di stabilità e associazione. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra la condizionalità e il processo di ricompensa nei confronti dei paesi candidati.

Spero che l’anno prossimo si vedano nuove evoluzioni per i Balcani occidentali. La Presidenza austriaca sta pianificando un evento ad alto livello nel corso del suo mandato per fare un bilancio e decidere le prossime mosse al fine di potenziare la cooperazione politica, lo sviluppo economico e le questioni riguardanti i cittadini – tra cui le agevolazioni per i visti – in modo tale che la prospettiva europea diventi più concreta e tangibile possibile per i cittadini e i paesi della regione dei Balcani occidentali.

Vi posso garantire che la Commissione darà il suo pieno appoggio alla Presidenza austriaca e sono certo che il Parlamento europeo farà lo stesso. Attendo con impazienza di poter iniziare a collaborare con voi. Conto sul vostro appoggio a favore di un processo di adesione all’Unione europea gestito con attenzione.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE) , per iscritto. – (FR) Ignorando il sentimento popolare espresso alle recenti consultazioni referendarie in Francia e nei Paesi Bassi e non contenti dell’avvio già controverso dei negoziati di adesione con la Turchia e la Croazia, la Commissione e gli Stati membri sono presi da una vera e propria frenesia di apertura dell’Unione europea.

Sotto una forte pressione americana l’Unione si appresta a imprimere una potente accelerata all’allargamento verso i Balcani: dopo il Kosovo e la Serbia si estenderà immediatamente alla Bosnia e, naturalmente, alla Macedonia.

Dovrebbe dunque essere chiaro che riaprire in fretta e furia il vaso di Pandora dei Balcani in un momento in cui l’Europa non ha né la Costituzione né il bilancio, e tutti i governi dei grandi paesi continentali sono indeboliti da gravi problemi interni, è pura follia.

La delegazione francese del gruppo PPE-DE non è contraria al principio di una nuova fase di allargamento a medio termine, ma si oppone in modo categorico e fermo alla prospettiva di un impegno dell’Unione così affrettato nei confronti di questi nuovi partner.

 
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