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Discussioni
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Martedì 14 marzo 2006 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della sessione annuale
 2. Apertura della seduta
 3. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 4. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (comunicazione delle proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 5. Una società dell’informazione per la crescita e l’occupazione (discussione)
 6. Ristrutturazioni e occupazione (discussione)
 7. Istituto europeo per la parità tra uomini e donne (discussione)
 8. Lotta contro il razzismo nel calcio (dichiarazione scritta) : vedasi processo verbale
 9. Turno di votazioni
  9.1. Accordo CE/Ucraina su taluni aspetti dei servizi aerei (votazione)
  9.2. Fondo di garanzia per le azioni esterne (votazione)
  9.3. Costituzione e capitale sociale della società per azioni (votazione)
  9.4. Istituto europeo per la parità tra uomini e donne (votazione)
  9.5. Strumento di preparazione e di reazione rapida alle emergenze gravi (votazione)
 10. Seduta solenne – Repubblica federale di Germania
 11. Turno di votazioni (seguito)
  11.1. Revisione strategica del Fondo monetario internazionale (votazione)
  11.2. Trasferimento di imprese nel contesto dello sviluppo regionale (votazione)
  11.3. Strategia comunitaria sul mercurio (votazione)
  11.4. Una società dell’informazione per la crescita e l’occupazione (votazione)
 12. Dichiarazioni di voto
 13. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 14. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 15. Situazione del settore calzaturiero europeo a un anno dalla sua liberalizzazione (discussione)
 16. Valutazione del mandato d’arresto europeo (discussione)
 17. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
 18. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
 19. Protezione e inclusione sociali (discussione)
 20. Orientamenti per la procedura di bilancio 2007 (discussione)
 21. Regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee (discussione)
 22. Metodi di pesca più rispettosi dell'ambiente (discussione)
 23. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 24. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. COCILOVO
Vicepresidente

 
1. Apertura della sessione annuale
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  Presidente. – Dichiaro aperta la sessione 2006-2007 del Parlamento europeo.

 

2. Apertura della seduta
  

(La seduta è aperta alle 9.05)

 

3. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

4. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (comunicazione delle proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

5. Una società dell’informazione per la crescita e l’occupazione (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione presentata dall’on. Reino Paasilinna, a nome della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, su una società dell’informazione per la crescita e l’occupazione (2005/2167(INI)) (A6-0036/2006).

 
  
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  Reino Paasilinna (PSE), relatore. – (FI) Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando ho iniziato a redigere la relazione, il settore delle telecomunicazioni versava in una situazione alquanto desolante. La gran parte degli Stati membri non aveva ancora consegnato le comunicazioni nazionali sui progressi realizzati in sede di applicazione. Ora la situazione è migliorata: la Commissione dispone di tutte le comunicazioni nazionali, e in quasi tutti gli Stati membri le cinque direttive sono entrate in qualche modo in vigore. Tuttavia, nel frattempo, i numerosi Stati membri che per anni hanno continuato a proteggere i propri monopoli, hanno avuto la disponibilità di capitali necessaria per penetrare i mercati degli Stati membri che invece li hanno liberalizzati secondo i tempi.

Comunque sia, le direttive di cui sopra sono già obsolete. L’industria si sta sviluppando ad un ritmo tale da rendere necessaria una nuova legislazione per garantire la redditività e lo sviluppo del mercato e il suo potenziale in termini occupazionali. Per tale ragione è positivo che la Commissione abbia deciso di proporre la strategia i2010, che mira a creare uno spazio comune praticabile basato sulla conoscenza. Occorre salvaguardare gli investimenti e gli stanziamenti a favore della ricerca, e tutti gli Europei devono avere accesso a tale sistema, inclusi i meno abbienti.

La tecnologia cambia più rapidamente della legislazione, motivo per cui ho aderito alla premessa di base secondo la quale la strategia proposta nella mia relazione deve essere il più possibile trasparente e la tecnologia neutrale. In tal modo sarà possibile creare incentivi per l’accesso al mercato per tutti i tipi di nuove invenzioni e alternative, e anche per i concorrenti. Cambieremo il mondo più con la tecnologia che con la politica. Ma chi deve porsi alla guida di questo cambiamento? La nostra discussione dovrebbe vertere sulla società dell’informazione onnipresente. La tecnologia dell’informazione e della comunicazione non è più sinonimo di tecnologia audiovisiva. L’informazione, ad esempio, si trasmette tra un pneumatico e un’automobile, tra un frigorifero e un terminale portatile, tra un portafoglio e un anello portachiavi, tra un condizionatore d’aria domestico e un navigatore. Abbiamo a che fare con una tecnologia digitale che è presente sempre e ovunque.

Quanto è più intelligente una persona con un vestito intelligente? E’ una fonte mobile e un bersaglio di informazione. Mi chiedo soltanto quando cominceremo a controllare le persone come fossero robot. La tecnologia digitale facilita anche di molto la vita di tanta gente, con il risultato che cominciamo a cercare stimoli al di fuori di questo ambiente. E’ stato calcolato che l’80 per cento del nostro benessere nazionale è intangibile, in altre parole l’istruzione, la conoscenza, l’amministrazione, e soltanto il 3 per cento è dato dalle risorse naturali. Pertanto è allarmante che in questa fascia dell’80 per cento arranchiamo con indifferenza dietro ai nostri concorrenti. Non investiamo, non promuoviamo la ricerca e non applichiamo le direttive correttamente e ad un ritmo accettabile. Soltanto i paesi perlopiù nordici e uno o due altri fanno eccezione rispetto a questa tendenza.

Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono il settore industriale che registra il tasso di crescita più veloce, sono il settore che crea il maggior numero di posti di lavoro nell’industria. Se non ci diamo da fare il disastro sarà inevitabile. Gli investitori del settore cercheranno i propri partner in paesi come la Cina e l’India e le vecchie economie in declino, cioè noi qui in Europa, rimarremo indietro. Già ora molti cinesi e indiani altamente qualificati stanno entrando nel settore, molto più degli europei. L’altro ieri l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha ammonito l’Europa in merito a questa trasformazione. Onorevoli colleghi, non è forse il momento di agire, come anche la Commissione propone?

Alla mia relazione sono stati presentati alcuni emendamenti. Insieme alla collega Riera Madurell ho redatto tre emendamenti di compromesso che possono essere mantenuti nelle versioni riassunte. Tali modifiche sono intese a tenere pienamente conto dell’uguaglianza di genere e del parere della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, in una versione un po’ più succinta. Spero che questa impostazione sia accolta favorevolmente. Inoltre il collega Guidoni ha elaborato alcuni emendamenti che la commissione ha bocciato, sostanzialmente a causa di un errore di traduzione. Penso anche di poterli sostenere.

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero innanzi tutto esprimere la mia riconoscenza al Parlamento, e in particolare al relatore Paasilinna, per la sua relazione tanto dettagliata. Egli ha lavorato a stretto contatto con gli altri relatori e ha raccolto i loro pareri. Il mio ringraziamento è rivolto a tutti loro.

E’ davvero incoraggiante vedere che il Parlamento condivide le principali preoccupazioni della Commissione e le priorità politiche per la società dell’informazione per i prossimi cinque anni. Come le varie commissioni e i relatori hanno dimostrato, è molto difficile prevedere, oggi, come sarà la società dell’informazione di domani, ed ecco perché abbiamo optato per un quadro strategico ampio e ambizioso, invece di un piano d’azione particolareggiato, perché tale quadro strategico consente una revisione e degli adeguamenti a fronte di nuove sfide. Il quadro i2010 pertanto cerca di fornire un quadro politico a prova di futuro.

Sono molto lieta di prendere atto che il Parlamento e la Commissione condividono una posizione comune sugli elementi chiave di i2010: gli impegni per rendere la legislazione sulle TIC lungimirante e reattiva ai cambiamenti dovuti alla convergenza. Pertanto, la legislazione deve essere tecnologicamente neutrale e sostenere la concorrenza, e allo stesso tempo gli Stati membri devono applicare integralmente il quadro normativo vigente, il che, malauguratamente, non sempre accade, ma sapete che mi sto battendo per fare in modo che sia così.

Identifichiamo un’analoga esigenza in vista di una politica di gestione dello spettro radioelettrico che sia in grado di rispondere a sviluppi tecnologici rapidi e a cambiamenti della domanda, e che sia sostenuta dalle autorità di regolamentazione, dagli operatori e dagli altri attori. In questo senso avremo molto da fare nei prossimi mesi.

Le nostre priorità comuni includono anche il sostegno alla creazione e alla diffusione nell’UE di contenuto europeo, la protezione della proprietà intellettuale, l’aumento della sicurezza e la tutela degli utenti dai contenuti dannosi. La Commissione e il Parlamento sono concordi anche quando si tratta di esortare gli Stati membri e le imprese a investire di più nella ricerca sulle TIC e percepiamo lo stesso bisogno di garantire adeguate risorse finanziarie per le TIC nel settimo programma quadro e nel Programma per la competitività e l’innovazione (CIP).

Conveniamo inoltre sulla necessità di promuovere e difendere i diritti dei cittadini nella società dell’informazione e per questo motivo dobbiamo aumentare la consapevolezza dei cittadini in merito ai loro diritti, alla libertà di espressione, alla privacy, alla protezione dei dati personali e al diritto di ricevere o comunicare informazioni che può essere esercitato nella società dell’informazione.

Con il Parlamento vorrei invitare gli Stati membri a utilizzare i piani di riforma nazionali per le priorità in tema di TIC al fine di migliorare i servizi pubblici, come le iniziative di e-government, dove ravviso notevoli progressi nell’attirare maggiori investimenti per l’introduzione dell’uso delle TIC nei servizi pubblici.

Al pari del Parlamento sono preoccupata per la frattura digitale. Dobbiamo garantire la partecipazione di tutti, non soltanto di coloro che vivono nelle città, non soltanto di quanti hanno un certo livello di istruzione, non soltanto dei giovani. Questo è un obiettivo molto forte e un’opportunità da cogliere. Lavoreremo insieme sui passi da compiere per sanare la frattura digitale.

Quando parlo di “frattura digitale” intendo anche la promozione dell’alfabetizzazione digitale per tutti, il che mi porta alla partecipazione delle donne a tutti gli ambiti connessi alle TIC nel mondo accademico e imprenditoriale. Abbiamo una buona notizia: le nuove statistiche dimostrano che il genere non è più il fattore principale nella frattura digitale; tale fattore è in rapida diminuzione. E’ un elemento che ritengo incoraggiante, ma non significa che non ci si debba più impegnare per risolvere le questioni residuali. Dobbiamo lavorare insieme e proseguire i nostri sforzi per promuovere un maggiore equilibrio di genere negli ambiti legati alle TIC, come le scienze. In molti governi si stanno adottando iniziative in questa direzione.

Sono d’accordo con voi che Internet è fondamentale per un’economia basata sull’informazione. Ecco perché l’UE ha svolto un ruolo attivo nella mediazione di un accordo sull’internazionalizzazione progressiva della governance di Internet al Vertice mondiale sulla società dell’informazione tenutosi a Tunisi l’anno scorso. Dal mio punto di vista, questo è il migliore approccio alla governance di Internet. La Commissione, insieme al Parlamento, continuerà su questa strada organizzando un forum verso la fine dell’anno.

Sto anche rafforzando le attività di monitoraggio nell’ambito del pluralismo dei media e tra breve pubblicherò un documento di lavoro sull’argomento. Si tratterà di un inventario per cogliere l’ampia gamma di situazioni diverse negli Stati membri, ma al contempo – e continuo a ripeterlo – il mio parere sulla proprietà e il pluralismo dei media non è cambiato. Le questioni relative alla proprietà sono di competenza degli Stati membri: essi devono assumersi le proprie responsabilità ed esercitarle in modo efficace, in linea con il principio della sussidiarietà. Per questo motivo la Commissione si limita a sostenere gli Stati membri: non impone alcun diktat in questa importante materia della vita nazionale.

Detto questo, vi avevo promesso che avrei seguito la materia e cooperato con voi. A breve presenterò al Parlamento delle misure in tal senso.

Quanto alla vostra richiesta di accelerare l’iniziativa sull’inclusione elettronica (e-inclusion) – prevista per il 2008 – vi invito a non guardare solo alla data del 2008, perché il 2008 è l’anno in cui avremo raggiunto il nostro obiettivo. Per ottenerlo ci stiamo già attrezzando. Ho incontrato le future Presidenze dell’Unione: la Finlandia, la Germania e il Portogallo. Svolgeremo azioni preparatorie fino a realizzare l’iniziativa della e-inclusion nel 2008.

Dalla pubblicazione del piano d’azione i2010 abbiamo compiuto con successo un’opera considerevole di sensibilizzazione ai temi relativi alle TIC. Abbiamo iniziato a registrare progressi su obiettivi centrali, adottando diverse proposte, preparandone di nuove e avviando iniziative che non erano incluse nella strategia i2010. La flessibilità del piano d’azione ci consente di aggiungere delle iniziative, laddove necessario. L’ultima che ho adottato include una consultazione sulle RIFD, che conciliano la necessità economica e la necessità di proteggere la riservatezza dei nostri cittadini.

Tuttavia, per raggiungere il nostro ambizioso obiettivo sono necessarie risorse adeguate. Non appena sarà concluso un accordo interistituzionale sulle prospettive finanziarie occorrerà adottare decisioni e adeguamenti importanti indicati nel settimo programma quadro e nel Programma per l’innovazione e la competitività. Pertanto vi esorto a garantire che i due programmi ricevano la copertura finanziaria fondamentale necessaria per sostenere le TIC come motore per la competitività e la crescita. Sono molto lieta di vedere che questo parere e questo obiettivo sono condivisi non soltanto in questo Parlamento, ma anche dalle tre Istituzioni, il che è una garanzia di successo.

(Applausi)

 
  
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  Teresa Riera Madurell (PSE), relatore per parere della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere.(ES) Signor Presidente, intervengo a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere e vorrei, innanzi tutto, congratularmi con il relatore per l’eccellente lavoro svolto, unirmi alle parole della signora Commissario e dire che per raggiungere gli obiettivi di Lisbona è indispensabile costruire una società dell’informazione che includa tutti, nella quale tutti abbiano accesso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e possano beneficiarne godendo di pari condizioni.

In proposito, la scarsa presenza delle donne in ambiti connessi con tali tecnologie pone in evidenza la reale esistenza, nell’Unione europea, di una frattura digitale di genere, che ha chiare ripercussioni nell’ambito del lavoro e che deve essere affrontata con azioni specifiche.

Occorre approfondire le cause di questo divario, e dunque è necessario promuovere azioni di formazione che consentano di aumentare il numero di donne qualificate in questo ambito e a tutti i livelli, e ottenere una maggiore presenza e partecipazione delle donne in seno a tutti gli organismi decisionali e che formulano le politiche correlate alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La presenza delle donne in questo settore è ancora estremamente bassa.

Chiediamo che si presti particolare attenzione alle donne che vivono nelle zone rurali, isolate e periferiche, che possono trovare nelle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni un mezzo efficace di partecipazione alla vita economica, politica e sociale.

Per tutti questi motivi è fondamentale disporre di dati affidabili, ripartiti per genere, e di un quadro giuridico che contempli la prospettiva di genere e che ci consenta di conoscere e contrastare le cause della discriminazione. Da tale punto di vista, il ruolo del nuovo Istituto europeo per la parità di genere può essere fondamentale.

Nella nostra relazione facciamo inoltre riferimento all’utilizzo sessista dell’immagine delle donne nei media e in particolare nei media digitali, perciò preghiamo la Commissione di dare impulso all’elaborazione di un codice per la parità di genere nei mezzi di comunicazione che contribuisca a promuovere l’uguaglianza di genere nei mezzi di comunicazione sia in termini di contenuti trasmessi che sul piano organizzativo.

Non vorrei concludere senza aver chiesto alla Commissione di prestare particolare attenzione all’uso delittuoso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, come ad esempio l’uso di Internet per il traffico di donne e bambini. In tal senso, chiediamo di promuovere tutte le iniziative legali e tecnologiche necessarie per porre fine a tale fenomeno.

 
  
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  Giulietto Chiesa (ALDE), relatore per parere della commissione per la cultura, la gioventù, i mezzi d’informazione e lo sport. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa relazione costituisce un passo avanti rilevante verso la comprensione del concetto di “società dell’informazione”. In particolare vorrei segnalare soprattutto un aspetto della relazione, ossia il fatto che essa indica con precisione lo strettissimo rapporto esistente tra gli impressionanti sviluppi tecnologici in atto e le sorti della democrazia.

Giusto è stato mostrare gli effetti che la società dell’informazione crea su crescita e occupazione e prospettare vantaggi, problemi e anche rimedi. Ma le implicazioni sono molto più vaste: i media sono già divenuti decisivi per condizionare le idee e i comportamenti di miliardi di individui. Il loro ruolo è dunque socialmente rilevante, spesso decisivo. La loro proprietà non può essere distinta dalla responsabilità verso la società, i loro effetti non possono essere visti solo in termini di mercato.

Attorno a questo problema sono in gioco tutti i nostri valori, i nostri diritti, perfino le sorti della pace e della sopravvivenza dell’uomo. Non ci troviamo solo di fronte solo a una serie di problemi economici e tecnici, sono in gioco diritti fondamentali come quello di ciascuno di essere informato, di potersi esprimere e comunicare, senza dimenticare che la società dell’informazione sarà sempre di più società dell’immagine in movimento, Questo sarà il linguaggio dominante del futuro.

Chi non saprà decifrare le immagini e difendersi dalla loro manipolazione non sarà libero: aiutare i nostri figli a imparare questo linguaggio sarà l’unico modo per farli diventare cittadini consapevoli.

 
  
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  Pilar del Castillo Vera, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, in primo luogo, desidero ringraziare la signora Commissario per la relazione elaborata dalla Commissione. Grazie a questa relazione credo che sia stato possibile tenere un dibattito che è stato straordinariamente interessante, perché ha sottolineato ancora una volta l’elemento, a mio modo di vedere, assolutamente essenziale nell’agenda di Lisbona.

Se esiste un ambito decisivo per l’attuazione dell’agenda di Lisbona è proprio quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che è un tema prioritario per questo Parlamento e per le Istituzioni europee.

Vorrei cogliere l’occasione per parlare delle questioni finanziarie che non sono ancora state definite. Ad esempio, in relazione al settimo programma quadro, non si può dimenticare il ruolo essenziale e determinante delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’agenda di Lisbona.

Desidero segnalare solo due aspetti della discussione tenutasi in seno alla nostra commissione, nel corso della quale abbiamo raggiunto un accordo sulla relazione. In primo luogo, riguardo al paragrafo 66, approvato dalla commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, che fa riferimento alla necessità di non dimenticare la deregolamentazione che è necessaria per il settore, il quale richiedeva una regolamentazione soltanto in modo congiunturale e a termine.

Ritengo importante non dimenticare questo aspetto perché, altrimenti, se non ne teniamo conto e oggi votiamo a favore della regolamentazione, andremo contro l’agenda di Lisbona.

Da ultimo, riguardo al tema delle donne, tutti i gruppi si sono accordati su un emendamento di compromesso, che abbiamo approvato, però, in seguito, sono stati presentati otto emendamenti sulla questione delle donne, che – come ci ha ora annunciato il relatore Paasilinna – si sono ridotti a tre.

Le donne non hanno bisogno che si ribadiscano le cose. Le donne hanno bisogno di azioni decise. Quando ci sono dei problemi le donne non hanno bisogno di sentirsi ripetere venti volte la stessa cosa, ma piuttosto che, una volta per tutte, si agisca seriamente e decisamente. Per questo motivo siamo favorevoli all’emendamento di compromesso, ma non alla retorica – l’ennesima – negli emendamenti aggiuntivi.

 
  
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  Catherine Trautmann, a nome del gruppo PSE. – (FR) La società basata sulla conoscenza è irrealizzabile se non si supera la frattura digitale in tutte le sue forme. La frattura digitale esiste tra paesi ricchi e poveri, ma anche all’interno dell’Unione. Per combattere in modo efficace il problema, sarebbe opportuno affrontarne le diverse sfaccettature, tecnologiche, ma anche socioeconomiche. La conoscenza delle TIC, infatti, è la miglior risposta che si possa fornire a questo problema. La strategia i2010 si pone come obiettivo lo sviluppo di un’utilizzazione efficace dei beni e dei servizi offerti dalle TIC e l’incoraggiamento di una partecipazione interattiva e critica alla società dell’informazione per tutti e a beneficio di tutti. Per questo motivo il piano d’azione in esame è particolarmente benvenuto.

L’intento dei nostri emendamenti era garantire che i gruppi vulnerabili, come gli anziani, i disabili, le persone che vivono da sole o che hanno difficoltà sociali non siano dimenticati. Ritengo che ai fini della nostra comprensione e del monitoraggio del piano sarebbe molto utile anche un’analisi degli effetti economici, culturali e sociali del passaggio alla società dell’informazione, perché credo che non vi possa essere competitività senza condivisione del sapere e delle competenze.

 
  
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  Anne Laperrouze, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, l’innovazione nell’ambito delle TIC è talmente rapida che l’Unione europea, che investe soltanto 80 euro pro capite, contro l’equivalente di 350 euro in Giappone e 400 euro negli Stati Uniti, rischia di diventare il fanalino di coda. L’UE deve aumentare i suoi investimenti nella ricerca ed esortare gli Stati membri a fare altrettanto.

D’altro canto, il ritmo galoppante dell’innovazione comporta il rischio di un aggravamento della frattura digitale e quindi delle disuguaglianze sociali a scapito della coesione territoriale e sociale che perseguiamo. E’ dunque fondamentale costruire una società dell’informazione fondata sull’inclusione, su un’ampia diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nei servizi pubblici, nelle PMI e nelle famiglie.

Il successo della strategia i2010 esige da parte della Commissione europea proposte che rendano le tecnologie accessibili a tutti i cittadini, tenendo conto del ruolo cruciale attribuito alle regioni, per garantire i principi di libertà e di pluralismo dei mezzi di comunicazione, per definire azioni chiare in materia di protezione contro i contenuti illeciti e nocivi, di protezione dei minori e della dignità umana, vigilando al contempo sulla tutela della privacy. La Commissione dovrà altresì porre l’accento sul buon utilizzo delle TIC nei servizi pubblici, segnatamente nella sanità e nell’istruzione.

Infine, pur approvando a medio termine l’apertura dei mercati dopo un periodo di transizione verso l’attuazione di regole generali della concorrenza, ricordo che i Trattati definiscono le regole della libera concorrenza, ma invocano, contemporaneamente, la coesione economica, sociale e territoriale.

La libera concorrenza nell’ambito delle TIC non può avere come conseguenza il rifiuto, da parte del settore privato, di investire in infrastrutture non redditizie. Il ruolo degli Stati e delle regioni, allora, sarà determinante per incoraggiare le infrastrutture necessarie.

E’ compito di noi tutti rendere le TIC dei veri e propri strumenti finalizzati allo sviluppo economico e alla coesione sociale e territoriale dell’Unione europea. Ringrazio l’onorevole Paasilinna per la qualità del suo lavoro, come pure i miei colleghi per il contributo alla discussione.

 
  
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  Umberto Guidoni, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, le tecnologie dell’informazione rappresentano un elemento cardine per costruire una società più ricca culturalmente e più coesa. La società dell’informazione deve essere aperta a tutti, deve essere un elemento di democrazia che tenga conto della diversità culturale e che favorisca la partecipazione dei cittadini, in quanto protagonisti e non come semplici consumatori.

Bisogna affrontare il tema dell’eliminazione del digital divide, un problema di sviluppo equilibrato, ma soprattutto di giustizia sociale. Va considerato fondamentale il ruolo dell’investimento pubblico teso a salvaguardare il carattere aperto del TLC, onde garantire lo sviluppo di mezzi tecnici e di strumenti culturali che consentano a tutti i cittadini di fruire di un volume sempre maggiore di servizi di comunicazione e di informazione. Per realizzare la good governance e garantire a tutti gli europei la cittadinanza a pieno titolo, bisogna approvare una Carta europea dei diritti dei consumatori del mondo digitale, i cosiddetti e-right, con principi e orientamenti condivisi, che definiscano il quadro dei diritti dei cittadini. Nella Carta deve essere inserito in particolare il diritto all’accesso libero e gratuito, quindi non discriminante, a un’informazione trasparente, pluralistica e completa, in un ambiente sicuro attraverso servizi e piattaforme di telecomunicazione basati su standard aperti e interoperativi, per esempio la portabilità dell’indirizzo e-mail.

Con la direttiva I-2010, all’Europa spetta il ruolo essenziale di garantire l’obiettivo che la società d’informazione diventi accessibile a tutti.

 
  
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  Mieczysław Edmund Janowski, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, desidero esprimere il mio apprezzamento per i due documenti: la relazione in discussione e la comunicazione della Commissione.

Vorrei fare brevemente riferimento ad alcune questioni. In senso lato si deve intendere che i servizi TIC, soprattutto Internet, producono un impatto sulla coscienza umana e addirittura sul subconscio. Di conseguenza è essenziale porre in essere misure di salvaguardia tecnologiche, distributive e giuridiche per garantire che tali strumenti non siano utilizzati per trasmettere un contenuto nocivo. Penso al contenuto che può favorire la depravazione, incitare all’odio o favorire comportamenti criminali. E’ altrettanto necessario offrire una protezione efficace per i servizi finanziari e amministrativi, per impedire l’accesso a persone non autorizzate. Particolare cura andrebbe riservata al materiale destinato ai bambini e ai giovani. La promozione delle reti informatiche a banda larga deve essere prioritaria. Occorre incoraggiare un utilizzo più diffuso delle reti elettriche domestiche per la trasmissione di dati. E’ assolutamente fondamentale educare e informare la società sull’argomento. Nell’identificare i compiti che devono essere realizzati in tale ambito dobbiamo ricordare che questo problema non tocca soltanto l’Unione ma tutto il mondo. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che l’accesso alla rete informatica diventi una realtà per tutti i nostri cittadini e che essi possano avvantaggiarsene al massimo.

 
  
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  Nikolaos Vakalis (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, gli sviluppi e i cambiamenti tecnologici che si realizzano oggi nel settore delle TIC procedono ad un ritmo vertiginoso con cui è difficile tenere il passo. Tra gli Stati membri si sta palesando una frattura digitale a livello di regioni, e, fatto ancora più importante, addirittura tra persone con una piccola differenza di età. Vorrei commentare due aspetti che ritengo cruciali per raggiungere gli obiettivi di i2010. Il primo punto è il quadro istituzionale e il secondo il quadro finanziario.

In merito alla prima questione, con la strategia i2010 in esame oggi si identificano i bisogni e si pianifica la revisione del quadro istituzionale vigente sulla base della nuova situazione in tema di convergenza digitale. Si tratta di un’enorme sfida, posto che il nuovo quadro istituzionale deve, in primo luogo, essere flessibile, così da potersi adattare ai rapidi cambiamenti tecnologici e alle esigenze del mercato senza limitare le idee innovative; in secondo luogo proteggere lo sviluppo e la produzione di contenuto e salvaguardare il libero accesso all’informazione per ogni cittadino. Alcuni di questi parametri sono contraddittori, tuttavia, occorre individuare un’azione drastica che risolva i problemi delle strozzature e consenta all’Europa di essere più competitiva e di conquistare una posizione all’avanguardia.

Quanto al secondo elemento, la nuova strategia fissa obiettivi ambiziosi. Nondimeno, in termini di finanziamento della ricerca e dell’innovazione nei settori delle TIC, anche con l’aumento dell’80 per cento delle risorse proposto dalla nuova strategia, l’Europa rimane indietro: anzi direi che il ritardo sui concorrenti è notevole. Ciò mi rende pessimista e lo considero uno dei punti cruciali sui quali dobbiamo concentrarci.

Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, gli obiettivi, se non si accompagnano alle risorse per realizzarli, non sono obiettivi.

 
  
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  Eluned Morgan (PSE).(EN) Signor Presidente, accolgo con favore la relazione. Questa materia è stata certamente una delle 10 priorità della Presidenza britannica, fondamentale per raggiungere gli obiettivi di Lisbona. Attualmente le TIC rappresentano il 40 per cento della crescita in termini di produttività europea e il 25 per cento della crescita del PIL dell’UE. Una delle questioni centrali, dal mio punto di vista, come pure nell’ottica della signora Commissario e del relatore, non è legata soltanto agli obiettivi economici di Lisbona, ma al fatto che gli obiettivi di Lisbona dovrebbero essere onnicomprensivi. L’inclusione sociale ovviamente è un fattore strategico.

A Ely, Cardiff, dove sono cresciuta, conosco famiglie monoparentali povere che non possiedono l’automobile. Quando vogliono fare la spesa settimanale non possono prendere l’autobus: hanno troppe buste da portare, oltre ai bambini piccoli, e quindi prendono il taxi, che costa loro circa 10 sterline. Se facessero la spesa online, non dovrebbero spendere le 10 sterline, e questo per tante famiglie povere farebbe una bella differenza. La dimostrazione dei vantaggi pratici delle TIC è importante per far sì che i membri meno abbienti della nostra società abbraccino le nuove tecnologie.

Infine, quando parliamo di TIC, dobbiamo essere realistici. L’investimento primario in questo settore deve venire dal privato. Lo Stato non può rispondere in modo sufficientemente tempestivo ai cambiamenti tecnologici. La nostra responsabilità è garantire un quadro legislativo stabile per questo tipo di investimenti.

 
  
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  Angelika Niebler (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, innanzi tutto un sentito ringraziamento al nostro relatore per l’ottima relazione e per la cooperazione costruttiva.

La digitalizzazione modifica in modo radicale il panorama dei media e della comunicazione. In futuro la separazione tra infrastrutture e contenuto perderà significato, ogni contenuto sarà accessibile su tutte le piattaforme. Tutti i contenuti finiranno per essere disponibili tramite tutte le tecnologie: il televisore, il computer o il telefonino. Un altro fenomeno rivoluzionario, ovviamente, è che tutti i contenuti sono fruibili ad un livello di qualità elevato su tutte le piattaforme e tramite tutte le tecnologie. Il numero dei fornitori di servizio in concorrenza tra loro continua a crescere in un mercato che include società di telecomunicazioni, gestori di servizi via cavo, operatori di radiotrasmissione via satellite, gestori di telefonia mobile, operatori che offrono contenuto, provider di servizi via Internet e via dicendo. Ognuno concepisce il proprio modello commerciale e nessuno sa – tanto meno noi – quale modello commerciale finirà per imporsi e a quale prodotto gli spettatori alla fine vogliono davvero avere accesso, cosa vogliono vedere, quali contenuti desiderano.

Ciò solleva evidentemente dei problemi per noi come legislatori europei, perché siamo chiamati a formulare il quadro giuridico e dunque a pronosticare questi fattori imponderabili e la direzione che prenderà lo sviluppo, su cui non vi sono certezze. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi dovremo trovare risposta a molteplici interrogativi.

Sono molto grata all’onorevole Paasilinna e a tutti i colleghi che hanno collaborato alla relazione per aver riformulato nel testo tematiche fondamentali e per averle riassunte. Ne cito alcune: quanta regolamentazione è ancora necessaria nel settore delle telecomunicazioni per il futuro? Quale influsso deve esercitare a tale riguardo l’Unione europea? Quale politica vogliamo in materia di frequenze? Un problema percepito come estremamente vessatorio dal pubblico è il roaming internazionale, perché le tariffe sono ancora troppo elevate per le chiamate internazionali da cellulare. Sono tutte questioni che ci terranno impegnati nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Sono ansiosa di poter svolgere questo dialogo con lei e penso che il mondo digitale, che tante sfide rappresenta per noi legislatori, certamente nelle prossime settimane e nei prossimi mesi ci darà ancora un bel daffare.

 
  
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  Reino Paasilinna (PSE), relatore. – (FI) Signor Presidente, signora Commissario, desidero sottolineare, in questo intervento di un minuto, quanto sia vitale ottenere informazioni pertinenti. Se il pubblico non riceve informazioni rilevanti per la propria vita, lo sviluppo non sarà sostenibile. L’informazione pertinente è il fulcro della società dell’informazione. Oggi ciò è oscurato dai giochi e da un mondo del divertimento irrealistico, nel quale è difficile reperire e racimolare informazioni fondamentali che le persone possono utilizzare per acquisire il controllo della propria vita e partecipare alla democrazia. Pertanto è una questione essenziale per la democrazia stessa. Immagino che la signora Commissario abbia ponderato la questione e vorrei sentire adesso il suo parere sul tema dell’informazione pertinente, mentre sta salutando questo importante funzionario.

 
  
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  Viviane Reding, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, mi sia consentito ringraziare i relatori per parere e tutti gli onorevoli parlamentari che si sono impegnati in questo ambito tanto importante, non soltanto per l’evoluzione economica e industriale, ma anche per il benessere delle nostre società.

Vorrei, innanzi tutto, rispondere brevemente alla domanda dell’onorevole Paasilinna sull’informazione. Vi sono due livelli di informazione: il primo è il benchmarking, che si effettua su base annuale. Mi rendo conto, onorevole Paasilinna, che il benchmarking e le cifre sono perfettibili. Ogni tanto anch’io trovo frustrante non avere a disposizione cifre che mettono meglio in evidenza l’importanza del settore e la sua evoluzione. Una delle difficoltà sta nel fatto che questo non è un settore stabile, bensì caratterizzato da un rapido dinamismo. Occorre, perciò, rivedere le nostre informazioni praticamente ogni due-tre mesi.

Il secondo livello riguarda le informazioni che i consumatori ricevono. A tale riguardo è estremamente importante prendere in mano le redini della situazione. Ho appena avviato un’indagine e delle consultazioni sulle RFID perché mi sembra necessario sviluppare l’economia e l’industria delle RFID, ma anche discutere con le associazioni dei consumatori e con i garanti della privacy, dell’influenza delle nuove tecnologie sui cittadini nonché, forse, delle misure necessarie per proteggere meglio i cittadini. Si stanno compiendo degli sforzi e conto sul Parlamento europeo perché si faccia portavoce di tali discussioni sulla cittadinanza.

Mi consenta, signor Presidente, di rispondere brevemente ad alcune delle questioni sollevate.

Quasi tutti gli oratori, a ragione, hanno parlato della sicurezza su Internet. Internet è una cosa formidabile, ma come tutte le cose formidabili presenta anche degli aspetti negativi: il cattivo uso di Internet ne è un esempio. Ecco il motivo per il quale, nelle prossime settimane, presenteremo una comunicazione su spam, spyware, e malware. Questo è stato il tema del seminario “Trust in the Net” tenutosi a febbraio di quest’anno sotto l’egida della Presidenza austriaca. Ecco perché lavoriamo con gli organismi di tutela dell’infanzia e delle donne. In effetti, sulla rete operano dei criminali e dobbiamo ergere delle barriere per fermarli. A tal fine, nell’ambito della ricerca, nel 2007 presenteremo il Programma europeo di ricerca sulla sicurezza, che copre tutti gli ambiti – crittografia, biometria, carte intelligenti, autenticazione, RFID e via dicendo – nei quali i problemi relativi alla sicurezza devono sempre essere la nostra preoccupazione principale.

Un secondo tema ricorrente, che è stato citato a giusto titolo da molti oratori, riguarda la frattura digitale e lo sviluppo regionale. In effetti, se lasceremo libero corso alla concorrenza, questa ovviamente si svilupperà laddove esistono dei ritorni sugli investimenti, cioè le città. Occorre dunque che le nostre politiche diano alle nuove tecnologie la possibilità di svilupparsi anche al di fuori delle nostre città. E’ in questa prospettiva che la Commissione presenterà un’iniziativa alla fine del mese, che riguarderà sia lo sviluppo regionale sia quello rurale.

Un terzo tema, sollevato da alcuni onorevoli parlamentari, attiene al livello delle competenze, e soprattutto alla necessità di misure specifiche per le donne. In merito alle competenze, sappiamo già che nel settore delle tecnologie, lo sviluppo economico accusa oggi un deficit del 15 per cento dovuto alla penuria di tecnici e ingegneri. E’ dunque di primaria importanza riformare l’insegnamento di queste materie. Abbiamo a disposizione anche le statistiche relative alla presenza insufficiente di donne in questo ambito. Devo riconoscere che le statistiche sono meno peggio di quello che temevo in partenza: le donne fanno meglio di quello che generalmente si pensa. Pertanto non bisogna allarmarsi eccessivamente, ma agire. Con il Commissario responsabile per l’istruzione e il Commissario responsabile per la ricerca fisseremo inoltre una roadmap per meglio integrare le donne nella formazione scientifica e nella ricerca. Stiamo anche incoraggiando le ricercatrici a impegnarsi di più nella ricerca tecnologia.

Nel 2007 presenteremo altresì una guida europea delle migliori pratiche in questo ambito. Sottoscrivo assolutamente l’appello per i finanziamenti a favore della ricerca nelle TIC. Onorevoli parlamentari, dovete sapere che i successi tecnologici di oggi – ad esempio, il GSM, che è diventato lo standard mondiale, è fondato sulla ricerca europea – derivano dalla ricerca degli anni Ottanta. Se vogliamo essere all’avanguardia del progresso mondiale nelle tecnologie anche in futuro, è la ricerca di oggi che produrrà i risultati di domani. Pertanto, se non investiamo nella ricerca, possiamo stare sicuri che domani in nessun settore economico ci potrà essere una crescita di questo tipo.

Pertanto, quando chiedo una dotazione sufficiente per la ricerca tecnologica, non lo faccio per me, ma per lo sviluppo dell’economia e quindi per la futura occupazione in Europa e per impedire delocalizzazioni al di fuori dell’Europa.

Alcuni di voi hanno evocato il quadro normativo. Voglio essere molto chiara al riguardo: il regolamento sulle telecomunicazioni – un esempio assai positivo, sul quale, peraltro, stiamo pensando di basarci per riformare il mercato e il quadro giuridico dei settori dei trasporti e dell’energia – non era inteso a regolamentare, bensì a deregolamentare, ad aprire i mercati alla concorrenza.

Le nostre statistiche dimostrano una cosa: laddove i mercati sono aperti alla concorrenza, i prezzi diminuiscono e la domanda di tecnologie da parte dei cittadini è molto più elevata. Al contrario, laddove i mercati sono chiusi, dove esistono dei monopoli, la domanda è inesistente, perché i prezzi sono troppo elevati. Consultate le statistiche sulla banda larga, ad esempio, e comprenderete che solo la concorrenza fa funzionare il mercato, ma – e ripeto quanto ho già affermato – solo sui mercati che possono essere lasciati alla concorrenza. Occorrono dei correttivi sui mercati che sono troppo cari per l’economia industriale, cioè la politica regionale deve avere a cuore le regioni periferiche rispetto alle zone urbane.

Detto questo, il quadro regolamentare è in fase di revisione. Ho avviato le prime discussioni e prima dell’estate presenterò una revisione dei mercati interessati e un primo progetto di riforma del pacchetto telecom. Le consultazioni su tale argomento inizieranno nella seconda metà dell’anno e alla fine dell’anno presenterò un nuovo “pacchetto telecom” molto semplificato rispetto a quello attualmente in discussione o in vigore. Tuttavia – e su questo non voglio ci siano malintesi – questo nuovo pacchetto non consentirà l’instaurazione di nuovi monopoli: su questo sono irremovibile.

Qualcuno di voi ha anche menzionato il roaming. Credo che sappiate che nell’estate scorsa avevo dichiarato che non avrei più tollerato a lungo dei prezzi eccessivi: ricorderete che nell’ottobre scorso ho pubblicato su un sito una comparazione tra le tariffe. Sto elaborando un raffronto tra l’evoluzione delle tariffe da ottobre a oggi. Per la delusione a fronte di tale andamento ho annunciato un regolamento per abbassare le tariffe. Miracolo! Dopo questo mio annuncio le tariffe del roaming internazionale sono diminuite, il che è una buona cosa.

Tra qualche settimana comunicherò le mie intenzioni al riguardo e mi pronuncerò sull’eventuale necessità di un regolamento in materia. Penso che sarà necessario un regolamento: pertanto ve lo presenterò affinché le tariffe del roaming tornino a basarsi sui costi reali e non su prezzi fantasiosi che gravano sul bilancio delle famiglie.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alle 11.30.

Dichiarazione scritta (articolo 142)

 
  
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  Edit Herczog (PSE).(HU) Centoventi anni or sono Thomas Edison affermò: “La luce elettrica costerà talmente poco che soltanto i più ricchi useranno le candele per illuminare.” Oggigiorno soltanto i più ricchi possono permettersi di non avere un numero di telefono cellulare o un indirizzo di posta elettronica, senza i quali sarebbe molto difficile fare domanda per un posto di lavoro e avviare un’impresa sarebbe un progetto senza speranza.

La creazione della società dell’informazione non è soltanto il mezzo ma anche il presupposto indispensabile per la crescita e l’occupazione. Dobbiamo garantire che tutti i settori si sviluppino allo stesso tempo, in modo rapido e flessibile.

Occorre costruire reti anche in zone dove non sarebbe redditizio in una mera logica di mercato. Tale obiettivo deve rientrare nella nostra politica di coesione.

Dobbiamo offrire alla popolazione un accesso alle reti a prezzi abbordabili. Il mercato se ne farà carico, se non frapporremo troppi ostacoli sul cammino.

Dobbiamo offrire un contenuto sicuro, di standard elevato. Ciò include formazione aggiornata, innovazione, ricerca e sviluppo e senza dubbio una protezione più efficace dei diritti intellettuali.

Se avessimo atteso tanto a lungo per passare all’energia elettrica, la cera delle candele ci avrebbe bruciato le dita. Se procrastiniamo ulteriormente le questioni relative alla società dell’informazione, l’economia globalizzata delle TIC sarà fin troppo lieta di scavalcarci. Dobbiamo agire immediatamente.

 

6. Ristrutturazioni e occupazione (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione presentata dall’on. Jean Louis Cottigny, a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sulle ristrutturazioni e l’occupazione [2005/2188(INI)] (A6-0031/2006).

 
  
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  Jean Louis Cottigny (PSE), relatore. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto ringraziare i miei colleghi per la fiducia che mi hanno dimostrato assegnandomi questa relazione.

Per preparare la relazione, uno dei metodi che ho utilizzato è stato l’ascolto. Ho ricevuto tutte le parti sociali – lavoratori, imprenditori – ho incontrato il Consiglio economico e sociale e il Comitato delle regioni e ho tenuto una riunione con il Commissario Špidla e i partner della Commissione.

Abbiamo anche svolto un enorme lavoro di concertazione con i relatori ombra e vorrei ringraziare i colleghi Bachelot, McDonald, Schroedter e Beaupuy, per la loro disponibilità al compromesso e per la qualità del loro lavoro.

Quando si parla di ristrutturazioni, si ha sempre l’impressione di cadere dalle nuvole e di ritrovarsi di fronte a una novità. In realtà il fenomeno è vecchio come il mondo e assolutamente ineluttabile. La società cambia, progredisce, si modernizza. E’ normale che la sua attività economica segua lo stesso andamento evolutivo.

I progressi tecnologici dell’uomo da secoli sono generatori di ristrutturazioni. Farò un esempio che sono sicuro non urterà le suscettibilità di nessuno in questo Emiciclo: nella transizione dalla società della caccia e della raccolta a quella agreste, i nostri antenati hanno conosciuto ristrutturazioni importanti. Detto questo, è vero che questi fenomeni di ristrutturazione, con l’accelerazione del progresso e la dimensione ormai globale del mercato, hanno assunto un volto nuovo.

Ogni nostra nuova decisione può determinare altre ristrutturazioni. Ecco perché vorrei congratularmi, se mi è consentito, con la Commissione per aver preso atto, nella sua comunicazione, che essendo l’Unione talvolta, come nel caso del tessile, all’origine di fenomeni di ristrutturazione, essa ha l’obbligo di assumersi la propria parte di responsabilità accompagnandoli al meglio.

Come avrete avuto modo di constatare, in tutta la mia relazione ho tenuto a riaffermare il carattere di necessità delle ristrutturazioni, perché dal mio punto di vista esse sono la garanzia per mantenere la competitività economica delle nostre imprese e dunque per salvaguardare l’occupazione. Tuttavia, esaminando tale problematica non possiamo ignorare le ristrutturazioni basate su pretesti fallaci, dietro i quali si nasconde la semplice ricerca del profitto immediato. Tali comportamenti si possono legittimamente giudicare immorali, perché è inammissibile, oggi, in Europa, che un padre di famiglia si debba ritrovare il lunedì mattina davanti ai cancelli chiusi di una fabbrica che è stata svuotata in fretta e furia durante il fine settimana.

Il ruolo delle nostre Istituzioni, nonché delle parti sociali, è intervenire il più possibile a monte, per prevedere meglio le ristrutturazioni e attenuarne le conseguenze in termini di costi sociali. In effetti, le ristrutturazioni, a prescindere dal fatto che siano giustificate o meno, molto spesso lasciano i lavoratori in mezzo alla strada.

Le ristrutturazioni non costituiscono un fenomeno che tocca questo o quello Stato membro specifico. Non bisogna cedere al canto delle sirene che cercano di aizzarci gli uni contro gli altri, quando in questo Emiciclo si discute il tema dell’occupazione. Non esistono due blocchi: da un lato, i vecchi Stati membri e dall’altro i nuovi Stati membri. No, vi sono 450 milioni di europei che, da un giorno all’altro, da Tallinn a Lisbona, possono trovarsi improvvisamente di fronte a questa situazione.

Nella mia relazione, cerco di definire tre ambiti di azione. In primo luogo, un ambito che riguarda misure di sostegno alle imprese per così dire civiche, rafforzando gli strumenti d’analisi del fenomeno, cosicché possano attivarsi per affrontarlo in anticipo, accrescendo gli aiuti per le piccole e medie imprese, incoraggiando la formazione professionale permanente, che è un diritto per i lavoratori e una risorsa innegabile per le imprese, promuovendo una riforma degli aiuti di Stato per sostenere la crescita e innanzi tutto istituendo un Fondo di adeguamento alla globalizzazione.

In secondo luogo, un campo d’azione per sanzionare le imprese “pirata” – mi sia consentito il termine – che sono di gran lunga la minoranza, certo, ma anche quelle di cui si sente parlare di più. Questo tipo di azione passa per un miglior controllo dell’utilizzo dei Fondi europei, che contrasti il turismo delle sovvenzioni, ridiscuta talune richieste di ristrutturazione, le cui motivazioni sono dubbie, promuova l’ottemperanza all’acquis giuridico comunitario e la sua corretta applicazione.

In terzo luogo, un ambito d’azione per sostenere le principali vittime del fenomeno delle ristrutturazioni: i lavoratori. Ciò implica la creazione di nuclei di riconversione permanenti, per aiutare i lavoratori a trovare un nuovo impiego nel tempo più breve possibile dopo la perdita del posto di lavoro. Si tratta di rafforzare il ruolo delle parti sociali, che sono il nostro vero asso nella manica per gestire questi fenomeni. Ecco perché chiedo ancora una volta ai colleghi di prendere in considerazione l’ipotesi di una revisione della direttiva sui comitati aziendali europei. Si tratta inoltre di incoraggiare la partecipazione dei lavoratori al capitale della loro impresa e di introdurre uno sportello unico che consenta a tutti i cittadini dell’Unione parità di accesso alle misure di sostegno.

Per concludere, credo che sia possibile, con le parti sociali e a prescindere dalle affiliazioni politiche, contribuire a sostenere le misure di accompagnamento delle ristrutturazioni per vincere la battaglia dell’occupazione. Dobbiamo tenerlo a mente in un’epoca in cui, in un pugno di secondi, la semplice decisione di un consiglio di amministrazione, dall’altra parte del mondo, può cancellare completamente, qui da noi, il frutto di tanti decenni di lavoro. Questo dossier ci offre l’occasione di intervenire nella vita dei nostri cittadini, perché di questo si tratta al di là di tutti i tecnicismi: di uomini e donne che aspirano solo alla felicità. Nello spirito dei padri fondatori che hanno costruito l’Europa fondata sulla pace, tocca a noi, oggi, contribuire a costruire un’Europa fondata sulla pace sociale.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS
Vicepresidente

 
  
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  Vladimir Špidla, Membro della Commissione. – (CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, le ristrutturazioni sono fondamentali in quanto consentiranno all’economia di svilupparsi, eliminando le attività meno produttive e rafforzando i settori chiave. Tuttavia, solitamente i nuovi posti di lavoro non coincidono con i posti di lavoro persi. La maggior parte sarà nei servizi e nelle professioni più qualificate. I lavori industriali e meno qualificati andranno scomparendo, il che comporterà costi sociali e pertanto è fondamentale prevenire le ristrutturazioni e garantire che esistano misure di accompagnamento, il che è responsabilità condivisa delle autorità pubbliche, delle imprese e delle parti sociali. La comunicazione sulle ristrutturazioni del 31 marzo 2005 è stata redatta precisamente in quest’ordine di idee. La Commissione è grata all’onorevole Cottigny e a tutti i deputati che hanno contribuito a redigere la relazione, che in linea di principio conferma il consenso generale emerso nella discussione sulle ristrutturazioni.

La Commissione si rallegra che il Parlamento approvi l’assegnazione di finanziamenti europei significativi ad azioni intese a prevenire le ristrutturazioni e garantire l’adozione di misure di accompagnamento. E’ opportuno ricorrere in più ampia misura ai Fondi strutturali per sostenere il cambiamento socioeconomico nelle regioni e per riqualificare i lavoratori più colpiti dalle ristrutturazioni in modo da aiutarli ad ottenere posti di lavoro nuovi e migliori. Inoltre la Commissione ha recentemente adottato una proposta volta a istituire un Fondo europeo per l’adeguamento alla globalizzazione, proposta che vi è già stata trasmessa. Lo scopo del Fondo in parola è garantire in futuro il livello necessario di solidarietà tra coloro che beneficiano della liberalizzazione del commercio e coloro che perderanno il posto di lavoro a causa della globalizzazione.

La Commissione prende atto di una serie di spunti interessanti nella relazione Cottigny, che esaminerà ulteriormente. Tra questi l’idea di uno sportello unico europeo per le ristrutturazioni, che ritengo particolarmente interessante. Quanto a un migliore controllo sull’utilizzazione dei fondi comunitari, la Commissione ha proposto per il periodo 2007-2013 che i fondi Comunitari rendano più severe le regole relative alle delocalizzazioni delle imprese ed estendano la responsabilità di garantire utili sul capitale investito. La Commissione propone altresì per le imprese che violano tali norme l’obbligo di restituire gli aiuti ricevuti e l’esclusione da ogni sovvenzione futura.

Se vogliamo perseguire un approccio positivo e costruttivo al cambiamento socioeconomico, è fondamentale il coinvolgimento delle autorità pubbliche a livello europeo, nazionale e regionale. Al contempo, le ristrutturazioni devono chiamare in causa principalmente quanti le realizzano e quanti ne subiranno le conseguenze, cioè le imprese e i lavoratori. Precisamente per tale motivo la comunicazione dell’anno scorso si concentrava anche sulle parti sociali europee, invitandole a portare avanti il comune compito di redigere e applicare procedure preventive e positive sulle ristrutturazioni. La Commissione ha anche invitato le parti a trovare i modi per rafforzare il ruolo dei consigli aziendali europei. Il programma di lavoro dei prossimi anni, che ha recentemente ricevuto il sostegno dei partner europei, offre le opportunità di proseguire il lavoro su entrambi i fronti. La Commissione esorta le parti sociali ad accelerare i risultati in questo settore.

Onorevoli parlamentari, le ristrutturazioni non devono diventare sinonimo di declino sociale e perdita di consistenza economica. Possono anche contribuire al progresso economico e sociale, se sono affrontate con un anticipo tale da consentire alle imprese di gestirle in modo rapido ed efficace, e alle autorità pubbliche di dare un contributo con adeguate misure di accompagnamento. Sono lieto di riscontrare questa visione nell’introduzione alla relazione del Parlamento europeo ed essa deve essere il nostro faro sulla strada della crescita, della coesione sociale e di standard di vita più elevati.

 
  
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  Roselyne Bachelot-Narquin, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, le ristrutturazioni mettono insieme due mondi: il modo dell’economia, in cui sono necessarie per far fronte ai cambiamenti dovuti alla globalizzazione e alle aspettative dei consumatori, e il mondo sociale, dove spesso sono fonte di sofferenze e angoscia per i lavoratori. Le ristrutturazioni stanno assumendo tutta un’altra dimensione con l’emergere di nuove potenze che determinano una nuova dimensione nella divisione del lavoro, che condannerà l’Europa a sviluppare il settore dei servizi rinunciando a rimanere una potenza agricola e industriale. Rifiutiamo di rassegnarci a questa prospettiva.

In tale contesto, il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei rifiuta la demonizzazione delle ristrutturazioni indispensabili, ma ritiene che il mercato europeo debba promuovere un quadro regolamentare per ammortizzare gli urti della globalizzazione. Il mercato interno non è la causa delle ristrutturazioni, ne è l’antidoto.

Nonostante ciò, questo modello europeo è anche un modello umanista e dobbiamo prendere in considerazione le sofferenze causate alle persone e ai territori colpiti da questo fenomeno. La questione si pone nei seguenti termini: come promuovere ristrutturazioni socialmente responsabili? La relazione Cottigny consente di esplorare molteplici piste, alle quali il nostro gruppo ha apportato il suo contributo.

Una prima pista consiste nella revisione della direttiva sui comitati aziendali europei e nel rafforzamento del ruolo delle parti sociali, previa un’approfondita concertazione: il relatore ha proposto un emendamento in tal senso che incontra il nostro favore. Altre piste riguardano: l’accesso al know-how e lo scambio di buone pratiche, che costituisce un ambito significativo per il metodo di coordinamento aperto; la formazione professionale, e a tal proposito ci congratuliamo che il fondo ammortizzatore proposto dal Presidente della Commissione Barroso sia inteso a sostenere la riconversione dei lavoratori colpiti e non a realizzare rischiose operazioni di salvataggio; l’ottimizzazione del sostegno alle politiche di solidarietà tramite i Fondi strutturali FSE/FESR a condizione però, signor Commissario, di non comprometterle a causa del ritardo nelle prospettive finanziarie. Infine, ricordo ovviamente la ricerca e l’innovazione.

Voglio concludere ringraziando il relatore Cottigny per la mentalità aperta che ci ha consentito di trovare numerosi compromessi e dovrebbe permettere al nostro gruppo, salvo imprevisti, di votare a favore della sua relazione.

 
  
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  Jan Andersson, a nome del gruppo PSE. – (SV) Signor Presidente, desidero innanzi tutto ringraziare il relatore per la trasparenza con cui ha lavorato sulla relazione, riuscendo così a unire la commissione. Il relatore ha davvero agito in modo eccellente.

Condivido altresì l’opinione del relatore secondo cui le ristrutturazioni non sono un fenomeno nuovo. Se penso alla mia città d’origine, mi accorgo che i grandi luoghi di lavoro che esistevano quando ero bambino non ci sono più, ne esistono di completamente nuovi. La società è cambiata in seguito a tale processo e i posti di lavoro, oggi, hanno una qualità migliore rispetto all’epoca della mia gioventù. Questa evoluzione è destinata a proseguire. Il fatto nuovo è che questo processo è assai più rapido nel mondo moderno globalizzato, motivo per cui le ristrutturazioni devono essere uno strumento.

Possono essere considerate come una minaccia o un’opportunità, ma ora che abbiamo scelto il cammino da seguire e che abbiamo affermato che non ci metteremo in competizione con la Cina e l’India, con le loro retribuzioni basse e le loro particolari condizioni di lavoro, ma manterremo livelli retributivi elevati e buone condizioni sociali, le ristrutturazioni devono essere uno strumento utilizzato nel processo di Lisbona. Il punto, tuttavia, è come gestire le ristrutturazioni.

Per prima cosa, deve esserci una pianificazione a lungo termine. Devono essere tangibili alcune tendenze. Inoltre dobbiamo agire con tempestività, perché, se procrastiniamo il nostro intervento, il ritardo potrebbe essere eccessivo. A quel punto gli stabilimenti dovranno chiudere e basta, non ci saranno alternative. La nostra azione che promuove il cambiamento deve essere tempestiva.

In secondo luogo, è necessaria la partecipazione. Le due parti in causa nell’industria, inclusi i lavoratori, devono essere coinvolte nell’intero processo di modo che, quando avviene il processo di ristrutturazione nel senso di un aggiornamento delle competenze e simili, la gente sia preparata.

Terzo, bisogna condividere le esperienze. Lo scorso fine settimana ho visitato l’Istituto di Dublino. E’ stata svolta un’analisi approfondita sui processi di ristrutturazione riusciti ed esiste una banca di informazioni sull’argomento. Ad esempio so che, dopo la chiusura dell’anno scorso, il 75 per cento dei lavoratori dell’ex Electrolux di Västervik hanno già un nuovo posto di lavoro. Vi è stata una cooperazione tra la società, entrambe le parti industriali e la comunità locale nell’ottica di creare nuova occupazione.

Ora che stiamo per istituire un nuovo Fondo per la globalizzazione, non dimentichiamo i vecchi strumenti: il Fondo sociale e l’aggiornamento delle competenze, unitamente alla responsabilità a livello nazionale e regionale. Sono un sostenitore del Fondo per la globalizzazione, se sarà utilizzato per rafforzare i singoli e per aumentare l’occupazione e non per preservare le vecchie strutture. Tuttavia, dobbiamo anche ricorrere ai vecchi strumenti, come il Fondo sociale, per promuovere l’aggiornamento delle competenze.

 
  
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  Jean Marie Beaupuy, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ritengo che la relazione in esame sia davvero esemplare da svariati punti di vista. Credo che il primo motivo sia che la relazione sottoposta alla nostra attenzione pone bene i termini della questione.

Alcuni di voi hanno ricordato, al pari dello stesso relatore, che il problema non è nuovo, ma esiste da millenni. Vorrei semplicemente sottolineare che i problemi di adattamento – perché le ristrutturazioni altro non sono che forme di adeguamento delle imprese – sono assolutamente vitali per poter rispondere ai bisogni dei consumatori, vale a dire di ognuno di noi.

Non voglio ripetere i diversi punti menzionati dal relatore nella sua presentazione. Vorrei dire, invece, perché lo trovo esemplare, che egli ha formulato delle proposte molto pragmatiche, che vorrei raggruppare in sei categorie. Lo hanno sottolineato in molti. Il primo punto è la necessità di intervenire il più possibile a monte. D’altronde vorrei ricordare ai colleghi, se fosse necessario, che della maggior parte delle ristrutturazioni non sentiamo parlare perché, appunto, sono decise a monte.

In secondo luogo occorre associare le parti, a livello dell’impresa, evidentemente, ma anche i partner regionali ed esterni.

Infine, e questo punto è stato già affrontato, il sostegno ai lavoratori. Insisto però su un aspetto ben preciso, il sostegno individuale ai lavoratori, perché non esistono soltanto risposte globali. Occorre davvero una risposta personalizzata. Ogni lavoratore deve trovare una risposta tramite l’informazione, l’aiuto nella ricerca di un nuovo posto di lavoro e via dicendo.

Quanto alle imprese, occorre distinguere, come è stato detto, tra imprese fraudolente – ve ne sono alcune – e le imprese assolutamente fondamentali che hanno bisogno di essere sostenute. Vorrei infine citare il sostegno alle regioni svantaggiate.

Ringrazio l’onorevole Cottigny per il modo in cui ha lavorato. Come ha detto l’onorevole Bachelot a nome del suo gruppo, vorrei affermare che, per quanto riguarda il mio gruppo, ci sono forti probabilità, anzi fortissime, che sosterremo la sua linea.

Concludendo, signor Commissario, mi auguro, com’è ovvio, che la Commissione ascolti le proposte del Parlamento, ma auspico altresì che, al di là delle nostre Istituzioni europee, i diversi attori, negli Stati membri, nelle regioni, nelle Camere di commercio, e i vari operatori professionali prendano atto della lettera e dello spirito della relazione, perché le ristrutturazioni non siano una condanna a morte, ma piuttosto, l’occasione di una ripresa per queste imprese e per questi lavoratori.

 
  
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  Elisabeth Schroedter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, è vero che le imprese coinvolte in ristrutturazioni paragonano sempre le pressioni cui sono esposte ad una forza della natura scatenatasi improvvisamente contro di loro, ma non credo che le cose stiano in questi termini.

Le ristrutturazioni e la modernizzazione sono una responsabilità permanente delle imprese e addirittura un obbligo sociale nei confronti dei loro dipendenti. Le imprese sono responsabili dello sviluppo permanente delle competenze dei lavoratori e in proposito concordo con il relatore: la formazione di base, il perfezionamento e la formazione continua sono un diritto dei lavoratori. Ovviamene esiste la possibilità che lo sviluppo professionale e anche la formazione del personale siano finanziate da organismi pubblici, ma sarebbe un’assurdità se un’impresa sostenesse che ciò è compito dello Stato e che lo Stato deve assumersi questa responsabilità.

Ammetto che in alcune regioni le ristrutturazioni o le delocalizzazioni delle imprese si accompagnano ad una fortissima disoccupazione, ma vorrei ricordare che per queste situazioni esistono strumenti come i patti territoriali per l’occupazione da noi creati – Parlamento e Commissione di concerto. Gli studi dimostrano che il motivo per cui tali strumenti si sono rivelati davvero eccezionali è il coinvolgimento di tutti gli attori locali. Sono efficienti, sono stati finanziati con i Fondi strutturali europei e hanno avuto successo. Mi stupisce davvero che la Commissione sia diventata più riluttante a sostenere questi patti territoriali per l’occupazione e non vi faccia più molto ricorso, come invece avveniva in passato.

Ancora una parola sul Fondo di adeguamento alla globalizzazione. Anche il nostro gruppo sostiene questo Fondo, però la partecipazione deve essere ristretta alle imprese che si assumono effettivamente la responsabilità sociale per la riqualificazione e la formazione continua e non la scaricano su altri. Solo così si impedisce che il Fondo diventi un mero gesto simbolico. Pertanto il coinvolgimento di tutti gli attori, incluse le imprese, nei piani sociali deve essere una condizione preliminare per l’intervento dello Stato.

 
  
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  Ilda Figueiredo, a nome del gruppo GUE/NGL. (PT) La relazione riguarda uno dei problemi principali che l’UE deve affrontare attualmente, che ha serie ramificazioni in termini di disoccupazione, disuguaglianza economica e sociale e che ostacola lo sviluppo e addirittura porta all’abbandono di intere zone.

Riteniamo fondamentale che le ristrutturazioni aziendali si realizzino soltanto quando hanno lo scopo di salvaguardare i posti di lavoro e di aiutare le imprese a svilupparsi e mai soltanto per aumentare i profitti a scapito degli esuberi, o per motivi puramente finanziari o speculativi, come accade sempre più di frequente.

Perciò crediamo che occorra una regolamentazione severa per combattere queste ristrutturazioni, che portano ad investimenti che non creano occupazione e provocano migliaia di esuberi. E’ altresì necessario un controllo pubblico efficace sulle modalità di utilizzo e di concessione delle sovvenzioni comunitarie per le imprese. La nuova regolamentazione deve garantire che la concessione degli aiuti sia condizionata alla difesa dei posti di lavoro con diritti e allo sviluppo regionale nel medio termine. Altrimenti alle imprese deve essere precluso qualsiasi aiuto.

Di conseguenza, riteniamo che i lavoratori – tramite i loro rappresentanti, ovvero i consigli aziendali europei – dovrebbero avere il diritto di essere coinvolti in tutte le fasi del processo, il che significa che devono avere il diritto di voto e pertanto chiediamo una revisione della direttiva sui consigli aziendali europei.

 
  
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  Derek Roland Clark, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, prendo atto che questo pomeriggio discuteremo del settore calzaturiero europeo. Utilizzo questo settore come esempio di ristrutturazione, poiché vivo a Northampton, un tempo la capitale dell’industria calzaturiera britannica. Negli ultimi 40 anni le sette o otto grandi marche, i calzaturieri ad alta intensità di manodopera di Northampton, si sono ridotti ad uno solo, e tutte le imprese meccaniche della città se ne sono andate. Nel frattempo la città è raddoppiata, in termini di dimensioni, e anche il numero delle persone in cerca di lavoro è raddoppiato, ma il problema della disoccupazione non esiste. Il tasso di disoccupazione a Northampton è attualmente di poco al di sotto della media britannica, che è del 5,5 per cento, il più basso nell’UE ad eccezione di Svezia e Danimarca.

Come ci siamo riusciti? Come abbiamo ristrutturato? Non con i programmi dell’UE: tutto questo è iniziato prima che il Regno Unito entrasse nella Comunità europea. Non sono stati utilizzati nemmeno fondi europei. Lo abbiamo fatto con le nostre forze, rendendo la città attrattiva per il settore dei servizi. La Barclaycard, ad esempio, una delle maggiori società di carte di credito, ha la sua sede centrale nella nostra città da molto tempo.

So che non amate questo approccio del “fai-da-te”: non si presta all’interferenza dell’UE, alle sue regole e regolamenti e alla grandiosa restituzione del denaro, che lo stesso paese ha versato, tramite assemblee regionali non elette e agenzie di sviluppo. Ancora ieri l’onorevole Schulz ha lamentato che i deputati di questo Parlamento non hanno altrettanta voce in capitolo del Consiglio e della Commissione che è un’Istituzione non eletta.

Allora cancelliamo Lisbona II e lasciamo che i governi nazionali e gli enti locali degli Stati membri svolgano il lavoro per cui sono stati democraticamente eletti.

 
  
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  Zdzisław Zbigniew Podkański, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, è del tutto scontato che le imprese debbano adeguarsi alle nuove condizioni e alle nuove sfide imposte dall’economia globale, dalla maggiore competitività e dai cambiamenti sociali. Il nostro ruolo è adottare le azioni atte a fare sì che tali cambiamenti mirino ad accrescere la competitività minimizzando i costi sociali.

Nel considerare nuove soluzioni giuridiche a livello europeo, non dovremmo focalizzarci esclusivamente sulla necessità di migliorare i risultati finanziari e la redditività. La nostra principale preoccupazione deve sempre essere il bene dei cittadini. Sono loro che ci hanno eletto per rappresentare i loro interessi e per promuovere il benessere. Le risorse a nostra disposizione dovrebbero essere orientate principalmente alle regioni più deboli che per lo più si trovano negli Stati membri che per ultimi hanno aderito all’Unione.

Concludendo, e facendo riferimento alla discussione di ieri sulle delocalizzazioni nel contesto dello sviluppo regionale, mi permetto di segnalare che molti, gli stessi deputati di questo Parlamento, hanno dimenticato in fretta le speranze suscitate nei nuovi Stati membri nel corso delle campagne di preadesione. Esiste anche una tendenza a dimenticare gli impegni assunti nei confronti di questi paesi. Dobbiamo ricordare che sono questi i paesi in cui la situazione è particolarmente difficile e la disoccupazione più elevata.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, parlo a nome del nuovo PSI. Anche oggi in quest’aula ci troviamo davanti a un bivio: l’Europa deve scegliere se procedere in favore di un’apertura dei mercati che segua ciecamente le leggi naturali della concorrenza o al contrario decidere di tutelare i suoi lavoratori dai rischi legati a una liberalizzazione eccessiva.

Ancora una volta, da riformista, credo che la giusta strada sia nel mezzo: impedire le ristrutturazioni è utopico. Quello che l’UE può e deve fare è prevenirle con incentivi per le piccole imprese, per renderle il più possibile competitive a livello internazionale, e con disincentivi contro il cosiddetto turismo delle sovvenzioni. Va inoltre impostata una strategia atta a favorire con tutti i mezzi il pieno e soddisfacente inserimento delle nostre risorse umane per combattere la disoccupazione ed evitare la fuga dei cervelli migliori al di fuori dei nostri confini.

Nei casi di ristrutturazione inevitabile, l’UE dovrà inoltre garantire tutto il sostegno necessario per limitare i licenziamenti e tutelare lealmente i lavoratori, con l’ausilio giustamente richiesto dal relatore, di fondi ad hoc.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, sono d’accordo con il Commissario, quando ha affermato, in apertura della discussione che le ristrutturazioni sono necessarie per ridurre le attività che non sono più sufficientemente produttive. Il punto è come gestire le ristrutturazioni e chi le dovrebbe gestire. Ancora una volta concordo con il Commissario che questo compito dovrebbe spettare alle imprese stesse, ai datori di lavoro e ai lavoratori direttamente coinvolti.

In origine la votazione sulla relazione era prevista nella sessione di febbraio, ma i principali gruppi politici, a ragione, hanno deciso di ritardarla di un mese per avere il tempo di migliorare il testo. I tempi supplementari sicuramente sono stati utili. Alcuni degli emendamenti ora presentati costituiscono un progresso. La collega Bachelot-Narquin è stata particolarmente attiva in questo senso e la ringrazio per il suo impegno. Tuttavia non dovremmo soltanto adottare gli emendamenti positivi, dovremmo anche stralciare completamente alcuni dei paragrafi originari. Diversamente la relazione riguarderà sostanzialmente la resistenza al cambiamento e il rafforzamento del potere dei sindacati per fronteggiarlo. Invece dovrebbe occuparsi dei modi per consentire il cambiamento e rafforzare il potere dei lavoratori per gestirlo.

Il relatore avrà compreso che la sua relazione ancora non mi piace. Non ha bisogno soltanto di essere migliorata, ha bisogno – se così posso esprimermi – di una ristrutturazione. Come egli sa, sono uno dei deputati che ha votato contro la relazione in commissione, in parte per aiutarci a presentare ulteriori emendamenti per questa sessione, ma ora devo aggiungere che i miei colleghi conservatori britannici, come alcune altre delegazioni nazionali, per quanto ne so, si riservano il diritto di votare contro domani in plenaria. Pur trattandosi di una relazione non legislativa, sarebbe un peccato bocciare una relazione su un tema tanto importante. Sarebbe comunque meglio non approvarla piuttosto che far erroneamente credere che questo Parlamento sia più preoccupato di cercare di preservare il passato invece che di aiutare i datori di lavoro e i lavoratori ad affrontare il futuro.

 
  
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  Françoise Castex (PSE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, dopo la relazione Hutchinson, in esame ieri sera, la relazione Cottigny imposta la discussione sulle ristrutturazioni e le delocalizzazioni delle imprese.

Desidero ringraziare i due relatori per aver sollevato tali problematiche socioeconomiche che sono tra quelle che più generano ansia e insicurezza sociale nei nostri concittadini. E’ una fortuna che il Parlamento ne discuta perché, signor Commissario, è urgente che la Commissione adotti delle misure. Tali questioni pongono l’Unione europea di fronte alla sfida della competitività economica delle nostre imprese e della sicurezza del posto di lavoro per i lavoratori europei. Nell’immaginario dei lavoratori europei, le delocalizzazioni e le ristrutturazioni sono collegate e praticamente sinonimi, perché producono i medesimi effetti: la perdita del posto dopo anni di lavoro nello stesso settore di attività, talvolta nella stessa impresa, addirittura la messa in discussione del proprio valore professionale. Ciò non dovrebbe accadere, perché le ristrutturazioni, a volte, sono il segno del progresso, del progresso tecnico. Le ristrutturazioni non hanno le stesse cause economiche delle delocalizzazioni e spetta al legislatore apportare a ciascun problema la soluzione adeguata.

Vorrei mettere in rilievo il problema delle ristrutturazioni delle imprese indotte da sviluppi tecnologici. Di fatto, questo è il perno della relazione Cottigny. Tale questione pone all’Unione europea la sfida di adattarsi ai mutamenti sempre più rapidi della nostra era del progresso tecnico. Ci pone realmente di fronte alla sfida di anticipare questi sviluppi. Si dice che governare è prevedere. Allo stesso modo anche avviare imprese, essere all’avanguardia della produzione e della concorrenza economica significa prevedere. Non si tratta di adeguarsi al progresso, bensì di anticiparlo, inventarlo. In questo ambito la responsabilità è esclusivamente delle imprese: esse devono produrre e aiutare i propri lavoratori ad anticipare i cambiamenti, offrendo loro una formazione continua. Questo è il tema della relazione Cottigny e vi chiedo, signor Commissario e onorevoli colleghi, di sostenere queste proposte.

 
  
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  Gabriele Zimmer (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, ringrazio molto il collega Cottigny per la solerzia profusa nella relazione. Tuttavia, dubito che l’intento sotteso alla relazione, cioè attenuare le conseguenze sociali delle ristrutturazioni, possa realmente concretizzarsi.

Primo: l’Unione europea pone come obiettivo dell’attività economica, e dunque delle ristrutturazioni, il consolidamento della sua competitività sui mercati globali, il che equivale praticamente a un tentativo di individuare e trovare le aree più deboli al di fuori dell’UE verso le quali poter trasferire i perdenti.

Secondo: per poter realmente contrastare le conseguenze delle ristrutturazioni, i fondi a favore delle vittime della globalizzazione dovrebbero essere tanto cospicui da indebolire a loro volta la competitività. Invece di esportare i nostri problemi, come UE dovremmo accettare le ristrutturazioni, ma interrogarci sulle loro modalità. Abbiamo bisogno di un modo diverso di gestire l’economia, di un modo di produzione nella società, realmente fondato sulla sostenibilità sociale e globale. L’obiettivo non deve essere quello di battere la concorrenza a tutti i costi e non dobbiamo asservirci a questa logica. Questa è la vera sfida di fronte alla quale ci troviamo.

 
  
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  Georgios Karatzaferis (IND/DEM).(EL) Signor Presidente, le parole sono belle, ma occorre passare ai fatti. Bisognerebbe andare a ripetere queste stesse affermazioni che abbiamo udito in quest’Aula a Salonicco o in Macedonia o a Naoussa, che è una città morta: le delocalizzazioni hanno portato disoccupazione, povertà, ingiustizia sociale e morte. Questa è la verità.

L’IKEA ha aperto ad Atene e duemila cinquecento piccoli negozi ed esercizi artigianali hanno chiuso i battenti. Come possono ristrutturarsi? Come sapete, quando arrivano le grandi imprese, quelle piccole vanno a picco. E’ diventata una giungla, un oceano in cui i pesci grandi mangiano i pesci piccoli. Arriva un Carrefour di 20 000 metri quadrati e tutti i piccoli negozi nell’intera regione chiudono. Che dobbiamo fare? Cosa faremo? Come possiamo aiutare? Questa è la realtà. Si tratta di un grave problema. Abbiamo lasciato briglia sciolta al capitalismo, che invade la vita e seppellisce i sogni dei più deboli. Oggi non funziona nulla. In Macedonia, che una volta era la fucina dell’occupazione europea, oggi la disoccupazione si attesta intorno al 20 per cento. Che fare? Come salvare questo mondo dal bisogno e dalla povertà? Formiamo un nuovo esercito di nuovi poveri! Questo è il problema. E’ qui che si deve intervenire, è qui che si deve aiutare.

 
  
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  Guntars Krasts (UEN).(LV) Signor Presidente, la proposta della Commissione sulle ristrutturazioni e l’occupazione contiene la conclusione secondo cui le politiche tese a bloccare il cambiamento e congelare le strutture economiche possono soltanto procrastinare il problema e dunque esacerbare gli effetti negativi. Ciò nonostante, le varie misure relative alle ristrutturazioni indicate nella relazione del Parlamento, sfortunatamente vanno proprio in tale direzione e potrebbero rendere difficoltoso per le imprese adattarsi ai cambiamenti dei mercati.

L’analisi della situazione e le conclusioni formulate dalla relazione sono in conflitto con le misure proposte. Ad esempio, la relazione accenna alla crescita rallentata dell’economia dell’Unione europea, alla scarsa competitività delle imprese e alla mobilità dei lavoratori. A dispetto di ciò, più avanti nella relazione si suggerisce che le ristrutturazioni non dovrebbero essere utilizzate per aumentare la redditività delle imprese riducendo il numero dei lavoratori. La proposta della relazione di istituire un Fondo per l’adeguamento alla crescita è un ulteriore esempio di miopia. Il modo migliore per difendere l’occupazione è creare nuovi posti di lavoro. La relazione dovrebbe anche porre in rilievo tale aspetto. Pertanto, nell’ambito delle ristrutturazioni, la politica dovrebbe, innanzi tutto, essere orientata verso la realizzazione dei modelli socioeconomici che sono improntati al cambiamento permanente. Le misure adottate dovrebbero promuovere lo sviluppo di una capacità di autoregolamentazione negli Stati membri e nell’Unione europea nel suo insieme. Soltanto in questo modo sarà possibile trovare un equilibrio tra crescita ed elevato tasso di occupazione anche nel lungo periodo.

 
  
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  Jacek Protasiewicz (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, si è parlato ampiamente in questo Parlamento del fatto che oggigiorno le economie sono sempre più globalizzate e competitive. Questa è la situazione e gli imprenditori pertanto devono applicare una gestione moderna. La caratteristica principale di quest’ultima è la capacità di reagire in modo flessibile al cambiamento delle condizioni di mercato, con particolare riguardo alle nuove sfide competitive. Date le circostanze, non è possibile gestire le imprese in modo efficace senza un’analisi permanente dei costi e senza la disponibilità ad intraprendere le ristrutturazioni necessarie. E’ importante tenere a mente che, quando si rifugge dalle ristrutturazioni opportune, le conseguenze sono sempre dolorose per gli imprenditori, tanto quanto per i lavoratori. Non dovremmo mai dimenticarlo, quando discutiamo della relazione Cottigny sulle ristrutturazioni e l’occupazione.

Sono certo che la qualità del documento sia nettamente migliorata grazie al lavoro della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. Tuttavia, mi sento in dovere di affermare che il testo, dal mio punto di vista, rimane controverso, in quanto sposa una linea di aperta sfiducia nei confronti degli imprenditori che ristrutturano le proprie imprese o hanno in programma di farlo. In qualità di deputato che rappresenta uno dei paesi che recentemente hanno aderito all’Unione europea sono particolarmente preoccupato dalle proposte che mirano ad imporre sanzioni alle società che trasferiscono in toto o in parte le proprie attività in altre zone dell’Unione dove i costi di produzione sono inferiori. Gli imprenditori che adottano simili decisioni certamente non attuano “interventi immorali o predatori”, per citare alla lettera il documento in esame. Secondo il mio modo di vedere è vero proprio il contrario. Essi dimostrano solide capacità gestionali e si assumono la responsabilità per il futuro della società, pertanto agiscono per promuovere lo sviluppo dell’economia dell’Unione e per aumentarne la competitività. Vorrei rammentarvi che questo è uno degli obiettivi fondamentali della strategia di Lisbona, che tanto sta a cuore a noi tutti.

Neanche l’introduzione di elementi di pianificazione centralizzata nell’economia europea è il modo giusto di rispondere alle conseguenze delle ristrutturazioni. Si è già dimostrata una scelta fallimentare e non soltanto nei paesi postcomunisti. L’unica risposta adeguata è migliorare le qualifiche, promuovere la formazione lungo tutto l’arco della vita tra i lavoratori e incoraggiarne la mobilità. Vorrei lanciare un ulteriore appello in tal senso e invocare l’abrogazione immediata degli accordi transitori sull’accesso al mercato del lavoro.

 
  
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  Emine Bozkurt (PSE).(NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero congratularmi con l’onorevole Cottigny per la sua relazione. Nei Paesi Bassi, la mia patria, le ristrutturazioni e la globalizzazione sono temi pesanti e le opinioni su come gestire questo fenomeno divergono. I socialdemocratici, tra cui mi annovero, ritengono che non sia necessario pompare fondi dai Paesi Bassi a Bruxelles e viceversa, e che non sia questa la risposta.

Sebbene, di conseguenza, nel mio paese non tutti si rallegrino per la proposta di istituire un Fondo europeo per la globalizzazione, vorrei invece esprimere il mio personale sostegno e aggiungere che secondo me dovremmo ricorrere il più possibile alle strutture esistenti nel contesto del FES. Perché, tutto considerato, sono favorevole? Ebbene, perché i cittadini hanno bisogno di sostegno per affrontare gli effetti avversi della globalizzazione. Se tale assistenza non viene dai governi – come, di fatto, succede nei Paesi Bassi nel caso di certe regioni, ad esempio settentrionali – allora siamo contenti di riceverla dall’Europa.

 
  
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  Vladimir Špidla, Membro della Commissione. – (CS) Onorevoli parlamentari, ho ascoltato la vostra discussione con interesse e ho avuto l’impressione che sia nata da un periodo di approfondita preparazione e che il consenso emerso sia molto forte. Desidero replicare ad alcune delle questioni che sono state sollevate direttamente o indirettamente. In merito all’informazione e alla consultazione dei lavoratori, questa è la seconda fase di consultazione con le parti sociali. Quanto alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori ad essere informati e consultati in anticipo sulle misure di ristrutturazione, tale obbligo è prescritto da alcune direttive comunitarie che devono essere severamente rispettate.

Vorrei sottolineare quanto sia fondamentale il dialogo sociale nelle imprese, in quanto costituisce uno strumento per anticipare e gestire le ristrutturazioni, e la comunicazione, pertanto, presenta la seconda fase di consultazione con le parti sociali europee come qualcosa che tocca in eguale misura le ristrutturazioni delle società e i consigli aziendali europei. Spero che le parti sociali inizieranno a lavorare intensivamente per arrivare ad introdurre meccanismi atti ad attuare e controllare i principi di riferimento indicati un anno e mezzo fa in tema di ristrutturazioni e per utilizzare i consigli aziendali europei come mediatori per il cambiamento a livello d’impresa. La Commissione reputa che questo sia il loro compito precipuo. Non si può escludere del tutto la pista legislativa, ma nella fase attuale sarebbe più appropriato e vantaggioso lasciare il campo alle parti sociali.

Sulla questione dell’assistenza comunitaria alle delocalizzazioni, consentitemi di ricordare che il quadro vigente prevede la cancellazione dell’aiuto a titolo dei Fondi strutturali nei casi in cui una data impresa subisca un cambiamento significativo, ad esempio se viene delocalizzata entro cinque anni dalla data in cui è stata adottata la decisione e in cui le risorse sono state assegnate. Vorrei altresì affermare che, in riferimento al periodo di programmazione 2007-2013, la Commissione propone di aumentare la garanzia a sette anni, a condizione che l’aiuto ricevuto sia restituito in caso di violazione del regolamento e che qualunque azienda non ottemperi a tale requisito una volta non possa più beneficiare degli aiuti in futuro.

La Commissione ha adottato di recente una proposta di regolamento che istituisce un Fondo per l’adeguamento alla globalizzazione. Spetterà al Parlamento discuterne con il Consiglio e decidere se dare la propria approvazione. La Commissione è assolutamente disposta a dibattere delle modalità del Fondo in questione e ho preso nota di alcuni suggerimenti che mi paiono importanti in quest’ottica. Tra questi figura senza dubbio l’idea che le stesse imprese devono offrire il proprio contributo nel quadro delle ristrutturazioni e che la strategia di scaricare tutte le spese sulle casse pubbliche non è sostenibile. Vorrei anche sottolineare la natura diretta e a breve termine dell’assistenza a titolo di questo Fondo, diversamente dalle attività più strutturate dei Fondi strutturali, soprattutto il Fondo sociale europeo. Ciò significa che il Fondo è pienamente ed esplicitamente concepito come uno strumento complementare rispetto a quelli esistenti, che li completa in ambiti nei quali questi non sono efficaci. Come ho già affermato, il Fondo sociale, al pari degli altri Fondi strutturali, consente attività di lungo termine mirate all’adattamento di regioni, settori e processi lavorativi al cambiamento economico e sociale, diversamente dalle richieste a breve termine poste da situazioni eccezionali specifiche. Questa è una priorità fissata per l’obiettivo dei Fondi strutturali, cioè la competitività e l’occupazione nel periodo 2007-2013.

Onorevoli parlamentari, l’idea aggregante in questa discussione è stata indubitabilmente che le ristrutturazioni offrono delle opportunità, ma che i costi umani saranno troppo elevati se non saranno gestiti in modo corretto. Tali opportunità nascono dalla struttura fondamentale della nostra società e dalla struttura fondamentale dello sviluppo moderno in generale, in quanto costituisce una ricerca di soluzioni più efficaci e più avanzate tecnologicamente negli ambiti socioeconomici. Onorevoli parlamentari perseguire la qualità della vita nell’accezione quotidiana del termine come obiettivo dei nostri sforzi è un principio fondamentale del Trattato UE. Secondo me, la comunicazione o la relazione che il Parlamento presenta è un documento ispirato che rappresenta un passo in tale direzione.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, alle 11.30.

 

7. Istituto europeo per la parità tra uomini e donne (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0043/2006), presentata dagli onorevoli Lissy Gröner e Amalia Sartori a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che costituisce un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere [COM(2005) 0081-C6-0083/2005 2005/0017(COD)].

 
  
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  Vladimír Špidla , Membro della Commissione. (CS) Signor Presidente, onorevoli deputati, la creazione di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere risponde a un’esigenza fondamentale, quella di dotare la politica europea in materia di parità di un nuovo strumento che consenta di compiere ulteriori progressi. Sono certo che sarete d’accordo con me nell’affermare che l’uguaglianza di genere è un obiettivo tanto economico quanto politico, oltre a essere un elemento fondamentale della nostra società democratica; costituisce infatti un principio caratterizzante della vita economica, sociale e politica europea. La piena partecipazione delle donne, con opportunità assolutamente uguali e un’importante presenza nel mercato del lavoro, è diventata un elemento fondamentale dell’economia europea in un’Unione che deve affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione e del calo demografico. Le relazioni della Commissione per gli anni 2005 e 2006 sull’uguaglianza di genere mostrano tuttavia che in questo settore il progresso è stato lento. Ci sono ancora grossi ostacoli che si frappongono alla realizzazione di questo obiettivo sociale.

Onorevoli deputati, se non sfruttiamo il potenziale offerto dalle donne, non realizzeremo gli obiettivi di Lisbona, e inoltre non saremo in grado di competere a livello mondiale. L’uguaglianza di genere, al di là dei suoi aspetti politici di base, costituisce un fattore competitivo fondamentale nella spietata arena della concorrenza mondiale. Per eliminare tutte le forme residue di disuguaglianza tra uomini e donne, è ora assolutamente prioritario intensificare l’impegno a livello di Unione e di Stati membri, facendo particolare attenzione alla maggiore eterogeneità dell’Europa allargata. Per tutte queste ragioni, sin dal 1999 abbiamo ritenuto essenziale la creazione di uno strumento che operi a livello europeo. Il Consiglio europeo, nel giugno 2004, ha pertanto invitato la Commissione a presentare una proposta. La Commissione quindi ha proposto di creare un’istituzione che opererebbe quale ausilio tecnico per gli organismi europei e in particolare per la Commissione nello sviluppo di politiche e nell’assistenza degli Stati membri a livello di attuazione. Il compito prioritario sarà la raccolta, l’analisi e la diffusione di dati obiettivi, attendibili e comparabili in un contesto comunitario. L’Istituto svilupperà altresì risorse metodologiche adeguate, tese in particolare a integrare la prospettiva di genere nelle politiche comunitarie. L’Istituto potrà infine contribuire anche a una maggiore visibilità della politica comunitaria, che è ora particolarmente importante e che in linea di principio è anche un elemento fondante del processo politico democratico, in quanto è della massima importanza che la situazione sia chiaramente visibile a tutti. Se un tema non è visibile o è stato nascosto, è molto difficile mobilitare l’opinione pubblica e raggiungere un consenso maggioritario.

La nostra proposta è il risultato di numerose analisi e tiene conto dei risultati di due studi di fattibilità, nonché delle innumerevoli discussioni che si sono svolte. Uno degli studi è stato condotto dalla Commissione e un altro dal Parlamento europeo, che sostiene la creazione dell’Istituto dal 2002. La proposta tiene conto delle restrizioni di bilancio e non introduce nuove spese rispetto a quanto previsto dal bilancio europeo.

Onorevoli deputati, la Commissione vuole che questa istituzione diventi un centro di eccellenza. Attualmente non esiste nessun centro di questo tipo a livello europeo. Ci sono alcuni eccellenti istituti universitari o di altra natura, ma nessun centro di questo tipo. E’ pertanto necessario che ci sia una reazione da parte nostra, e la Commissione ha dunque deciso di venire incontro all’esigenza che è stata espressa con grande enfasi da tutti i soggetti.

 
  
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  Lissy Gröner (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, questo Parlamento da molto tempo chiede un Istituto per l’uguaglianza di genere. Non solo esprimiamo questa richiesta ogni anno in occasione della festa internazionale della donna, ma vogliamo anche assistere a un concreto miglioramento qualitativo della politica in materia di uguaglianza. Per questo appoggiamo la proposta della Commissione.

La commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, al fine di garantire un ampio sostegno, ha affidato il compito di elaborare la relazione ai due gruppi principali, nelle persone dell’onorevole Sartori e della sottoscritta. Abbiamo raggiunto dei compromessi e abbiamo presentato congiuntamente una serie di emendamenti che hanno l’obiettivo generale di snellire l’apparato amministrativo e di assicurare il primato della politica. Vogliamo evitare duplicati e sovrapposizioni con altre agenzie. Vogliamo garantire che tutte le competenze in materia di parità di cui dispongono gli istituti nazionali – gli esperti dell’uguaglianza di genere, le università, le organizzazioni non governative – possano confluire in un’unica rete. Abbiamo suggerito aggiunte alla proposta della Commissione con l’intento di coinvolgere la società civile, attribuendole un ruolo consultivo.

L’Istituto per l’uguaglianza di genere svolgerà un ruolo molto importante consentendo a noi, chiamati a prendere decisioni politiche, di utilizzare rapidamente i risultati della ricerca in materia di uguaglianza di genere, migliorando così il processo legislativo. L’intenzione è quella di fare dell’Istituto un centro di eccellenza indipendente, che naturalmente dovrà seguire gli orientamenti di massima dell’Unione europea e della nostra politica. Sarà una pietra miliare e gli effetti della sua attività andranno molto al di là delle frontiere dell’Unione europea. C’è tuttavia anche il rischio che si dica – come alcuni deputati di questo Parlamento stanno già facendo – che non vogliamo un Istituto specificamente dedicato all’uguaglianza di genere, ma che l’Istituto dovrebbe essere integrato nell’Agenzia per i diritti umani.

In questo modo correremmo però un grosso pericolo, quello di non garantire più la visibilità dei programmi dell’Unione europea all’opinione pubblica. Come per il programma per l’uguaglianza, abbiamo bisogno di uno strumento che abbia effetti anche all’esterno. Non credo che PROGRESS ci abbia dato la possibilità di garantire la visibilità, e dobbiamo avere la certezza che l’Istituto per l’uguaglianza di genere invece ci riesca. Quello di cui abbiamo bisogno è un istituto piccolo, di livello elevato, che operi in modo estremamente efficiente.

Il nostro “no” oggi sarebbe un grave passo indietro per la politica dell’Unione europea in materia di uguaglianza di genere, e anche un grave passo indietro nella tabella di marcia per la parità tra donne e uomini che è stata presentata in modo così convincente la settimana scorsa. Il Presidente della Commissione Barroso la scorsa settimana ha illustrato il calendario. Facciamo in modo, approvando oggi la relazione Sartori/Gröner, che il calendario sia rispettato e che non ci siano ritardi.

 
  
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  Amalia Sartori (PPE-DE), relatrice. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, aggiungo la mia voce a quella della collega Lissy Gröner per sostenere un voto a questa proposta della Commissione che risponde a un’esigenza sentita in tutti i paesi europei, non solo dalle donne.

In realtà, come è già stato spiegato sia dal Commissario sia dalla collega Gröner, della questione si parla da molto tempo: l’idea di creare un istituto del genere risale a più di dieci anni fa, sull’impulso dell’allora ministro svedese per le Pari opportunità. Il lavoro è continuato per cinque anni, il dibattito è stato approfondito, tanto che nel 2000 il Consiglio europeo di Nizza aveva riconosciuto la necessità di uno strumento per stimolare lo scambio di esperienze e condividere assieme le informazioni in materia di parità fra uomo e donna.

La Commissione europea ha elaborato uno studio di fattibilità, lo ha poi presentato e un anno fa, l’8 marzo, è stata presa questa decisione. Tale studio è già stato indicato come un lavoro congiunto e molto importante della nostra commissione parlamentare, la quale è intervenuta affinché l’istituto divenisse quello che tutti noi volevamo: uno strumento tecnico molto agile, con il compito di raccordare fra di loro tutti i dati forniti dagli istituti statistici e diffondere tali conoscenze per dare a tutti gli operatori e a tutti coloro che sono chiamati a legiferare e a operare la possibilità di poter fare scelte rispettose di un’ottica di genere.

Qualcuno si chiederà: ma un istituto di genere è proprio necessario? Credo proprio di sì e ce lo confermano i dati che sono sotto gli occhi di tutti. A titolo di esempio la direttiva europea sull’uguaglianza di remunerazione è stata adottata trenta anni fa, nel 1975, ma ancora oggi in Europa abbiamo una disuguaglianza media del 15 per cento, che in alcuni paesi sfiora il 30 per cento.

Contano anche i dati relativi all’occupazione: Lisbona sarà realizzata soltanto se sempre più donne avranno accesso al mercato del lavoro. Per non parlare poi dei problemi della denatalità e della violenza.

A mio parere esiste un bisogno di questo istituto, serve ancora un istituto di genere per le donne, rivolto alle donne. La struttura sarà molto accorpata, ci saranno nove membri nel consiglio di amministrazione, più un rappresentante della Commissione, e un rappresentante per ogni paese nel consiglio consultivo.

Concludo dicendo che le posizioni contrarie sono di due tipi: alcuni vogliono accorpare tutto nell’istituto per i diritti umani, la cui istituzione che è già prevista a Vienna. Se io volessi dare una mano al Commissario Frattini direi di sì, ma credo che le donne non abbiano bisogno di questo. Secondo altri costa troppo, ma allora dico che in Europa abbiamo quattro istituti che si occupano di lavoro e costano sessantasei milioni di euro all’anno; questo ne costerà invece solo otto.

 
  
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  Jutta D. Haug (PSE), relatore per parere della commissione per i bilanci. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell’Unione europea abbiamo effettivamente bisogno di un altro strumento efficace che ci consenta di compiere progressi più significativi sulla strada della parità tra uomini e donne; infatti se continueremo con la politica dei piccoli passi come abbiamo fatto finora, le nostre pronipoti si troveranno ancora a dover lottare per la parità. Il futuro Istituto per l’uguaglianza di genere può essere proprio quello strumento in più, ma poiché noi europarlamentari – e in particolare noi donne – non vogliamo solo lavorare con impegno, ma vogliamo che il nostro lavoro produca un effetto duraturo, il futuro Istituto per l’uguaglianza di genere ha anche bisogno di operare in condizioni quadro corrette, tra cui la disponibilità di sufficienti risorse finanziarie.

Due sono i commenti che la commissione per i bilanci e la sua relatrice permanente per le agenzie desiderano esprimere a questo riguardo. Primo, abbiamo già 23 agenzie, molte delle quali in fase di costituzione o di ristrutturazione, e tutte con elevate necessità finanziarie. Se l’accordo che raggiungeremo con il Consiglio sulle prossime prospettive finanziarie dovesse prevedere importi più bassi rispetto a quelli proposti dal Parlamento, ne farebbero le spese anche le agenzie decentrate.

In secondo luogo, la Commissione ha proposto – e il Parlamento non ha espresso obiezioni – che l’Istituto per l’uguaglianza di genere sia totalmente a carico della quinta componente di PROGRESS. Nel giugno dello scorso anno, il Parlamento, nella posizione sulle prospettive finanziarie, aveva previsto lo stanziamento di oltre 850 milioni di euro per PROGRESS, ma poi in dicembre il Consiglio ha tagliato quasi 300 milioni. Senza una dotazione finanziaria sufficiente, non riusciremo tuttavia a produrre effetti duraturi in materia di parità. Una politica reale e un lavoro reale richiedono denaro reale, se non vogliamo trovarci a costruire altri villaggi Potemkin, a frustrare i lavoratori e a illudere i cittadini.

 
  
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  Borut Pahor (PSE), relatore per parere della commissione per gli affari costituzionali.(SL) Prima di sottoporvi alcune mie riflessioni, desidero esprimere il mio appoggio alla collega che è intervenuta poco prima di me in merito all’importanza dei finanziamenti per l’esito positivo dei lavori dell’Istituto.

Intervengo in qualità di relatore per parere della commissione per gli affari costituzionali, e desidero esprimere la mia soddisfazione per la proposta sulla creazione di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. In realtà, in commissione per gli affari costituzionali, avevo proposto che si chiamasse agenzia piuttosto che istituto. Con questo emendamento ho cercato di sottolineare l’impegno politico dell’istituzione, piuttosto che la sua dimensione accademica, che invece sarebbe stata accentuata dalla parola istituto.

In ogni caso, proprio in occasione della festa internazionale della donna, con questa decisione il Parlamento europeo incoraggia un nuovo passo verso la realizzazione delle pari opportunità che è, a mio avviso, una delle ambizioni fondamentali di un’Europa moderna. Spero che l’Istituto non diventi semplicemente un ufficio statistico passivo che si occupa di misurare l’uguaglianza o la disuguaglianza, ma che svolga anche un attivo ruolo propositivo in termini di nuove strategie che assicurino un concreto progresso in materia di uguaglianza.

Non posso resistere alla tentazione di parlare a questo illustre Parlamento della candidatura della Slovenia quale sede dell’Istituto. L’eventuale scelta della Slovenia potrebbe essere una decisione incoraggiante; infatti, se da un lato abbiamo realizzato ottimi risultati nell’ambito della nostra transizione, i dati indicano tuttavia che gli uomini hanno avuto più successo delle donne. D’altro canto, le autorità si stanno impegnando moltissimo per cambiare le cose e, alla luce di tutto ciò, quella di ubicare la sede dell’Istituto in uno dei nuovi Stati membri sarebbe una decisione di buon auspicio, in quanto incoraggerebbe cambiamenti positivi.

 
  
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  Anna Záborská, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, esprimo la mia profonda riconoscenza alle onorevoli Gröner e Sartori per il loro ottimo lavoro di squadra in seno alla commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere.

Consentitemi una domanda iconoclastica: potremmo fare a meno di un centro di monitoraggio che si occupa esclusivamente di differenze di trattamento tra uomini e donne?

Da trent’anni, malgrado tutte le nostre direttive europee, la persistente disuguaglianza di trattamento tra uomini e donne in tutte le attività economiche è un insulto alla nostra democrazia. La questione demografica non è stata risolta. Nell’interesse dei padri, delle madri e dei figli, dobbiamo riconciliare urgentemente la vita familiare e la vita professionale. La strategia di Lisbona è lungi dall’essere un successo. Chi prende sul serio la creazione del capitale umano delle generazioni future? Chi prende sul serio la solidarietà tra le generazioni? Queste attività economiche, informali e non retribuite sono un lavoro pesante, per la maggior parte svolto dalle donne. E non si tiene nemmeno minimamente in considerazione il ruolo degli uomini nel processo dell’uguaglianza di genere.

Conseguentemente, ritengo valga la pena di promuovere metodi per monitorare e condannare le differenze inaccettabili subite dalle donne rispetto agli uomini. Qualsiasi iniziativa che condanni obiettivamente queste ingiustizie non può che essere la benvenuta, al di là di qualsiasi differenza di opinione politica.

 
  
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  Sarah Ludford, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, l’impegno a favore dell’uguaglianza di genere non si dovrebbe misurare sulla base del sostegno alla creazione di un Istituto per l’uguaglianza di genere. Le relatrici spiegano che sostengono tale organismo: “quale garanzia del fatto che l’obiettivo primario dell’uguaglianza di genere… non sia subordinato a nessuna altra politica in materia di non discriminazione a livello europeo”. L’obiettivo è sbagliato e spiega perché un istituto separato è in realtà una pessima idea. Non c’è gerarchia di oppressione. I suoi sostenitori ritengono più importante vantare la gloria di un organismo esclusivo che la realtà di una trasformazione generalizzata e diffusa della società.

L’Istituto per l’uguaglianza di genere dovrebbe in realtà costituire parte della nuova agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, proprio come lo sarà l’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo. Se le questioni di genere sono l’unico obiettivo di parità a rimanere fuori dall’Agenzia per i diritti fondamentali, si verrà a determinare un modello squilibrato nonché un indebolimento dell’agenzia stessa. E questo potrà anche far sì che l’uguaglianza di genere diventi una sorta di isolata zona depressa, anziché quel faro di progresso che i suoi sostenitori vorrebbero.

Dire che un istituto separato è necessario per mantenere prioritaria l’uguaglianza di genere nell’ordine del giorno dell’Unione europea equivale ad arroccarsi su un atteggiamento difensivo. Al contrario, le donne possono condurre la campagna per la parità dei diritti umani per tutti attraverso l’Agenzia per i diritti fondamentali. E’ questo il parere della commissione per le pari opportunità del Regno Unito e io lo sostengo.

 
  
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  Hiltrud Breyer, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, il gruppo Verts/ALE è assolutamente favorevole a un Istituto per l’uguaglianza di genere indipendente ed efficiente. Appoggiamo la relazione delle onorevoli Gröner e Sartori nel suo complesso.

Molti in quest’Aula chiedono perché abbiamo bisogno di un nuovo Istituto. Perché ne abbiamo bisogno? Ne abbiamo bisogno perché l’uguaglianza di genere è la caratteristica distintiva dell’Unione europea, perché l’Unione europea ha affermato che la parità è uno dei suoi valori, e perché sappiamo che le donne sono ancora discriminate. Contrariamente a quello che ha detto l’onorevole Ludford, qui non stiamo parlando solo di violazioni dei diritti umani. La discriminazione esiste nel mercato del lavoro, nello sport e in molti altri settori. Sappiamo che anche le donne possono essere artefici del futuro, non solo per il loro potenziale nel processo di Lisbona, ma anche, per esempio, a livello demografico, ambito nel quale alle donne spetta un ruolo assolutamente cruciale. Le madri, in particolare, hanno un ruolo centrale da svolgere per quanto concerne le violazioni dei diritti delle donne migranti. Ieri abbiamo sentito dal Commissario Frattini, che proprio in materia di prostituzione forzata, le statistiche sono ancora insufficienti. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere è proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

L’Unione europea in passato è stata un faro per la politica in materia di parità. Un voto negativo sarebbe un disastro; comporterebbe una vera rottura nell’Unione europea e per questo Parlamento equivarrebbe ad ammettere che la sua politica per la parità non ha null’altro da offrire. Per tutti questi motivi, esorto i deputati di quest’Assemblea a votare numerosi a favore dell’Istituto per l’uguaglianza di genere, e fargli acquisire in tal modo la necessaria visibilità.

Tuttavia l’Istituto per l’uguaglianza di genere non sostituisce l’iniziativa legislativa. Vigileremo affinché la politica in materia di parità non si blocchi. Non dobbiamo consentire che l’Istituto per l’uguaglianza di genere diventi un mezzo per calmare le acque o distrarre l’attenzione dall’assenza di azione legislativa. Un Istituto per l’uguaglianza di genere non renderà certo meno necessaria la politica per l’uguaglianza legislativa, e noi faremo in modo che la Commissione tenga fede ai suoi impegni.

Chiedo pertanto ancora una volta un ampio sostegno a questa relazione.

 
  
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  Eva-Britt Svensson, a nome del gruppo GUE/NGL.(SV) Desidero ringraziare i colleghi della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, in particolare le onorevoli Gröner e Sartori, per la dedizione con cui hanno svolto questo lavoro. Come tutti i colleghi del mio gruppo, anch’io lo sostengo incondizionatamente. Ci rendiamo conto che un istituto non può da solo condurre a una maggiore uguaglianza, ma riconosciamo che, se sarà progettato e concepito correttamente, potrà costituire uno strumento estremamente importante per la promozione dell’uguaglianza.

Desidero avanzare due proposte che rafforzerebbero ulteriormente il lavoro dell’Istituto. Primo, propongo che sia possibile valutare effettivamente le conseguenze per le donne o, a seconda dei casi, per gli uomini, delle decisioni prese a tutti i livelli; e, secondo, propongo che il consiglio di amministrazione sia composto da sei rappresentanti del Consiglio, sei della Commissione e altri tre membri in rappresentanza, rispettivamente, di un’organizzazione dei lavoratori, di un’organizzazione dei datori di lavoro e di un’organizzazione non governativa. Credo che anche questi ultimi tre membri dovrebbero avere diritto di voto e che l’organizzazione non governativa dovrebbe essere un’organizzazione femminile.

 
  
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  Urszula Krupa, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL) Signor Presidente, nel tentativo di realizzare l’uguaglianza tra i generi, la Commissione europea intende destinare 50 milioni di euro alle attività del futuro Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. Questo organismo deve avere il compito di garantire il principio del salario uguale per lavoro di uguale valore, eliminando gli stereotipi di genere e promuovendo l’uguaglianza tra i generi oltre i confini dell’Unione europea.

Desidero tuttavia ricordare all’Aula che quasi 70 dei 450 milioni di abitanti dell’Unione europea vivono in condizioni di povertà. Questa cifra è pari al 15 per cento della popolazione ed è un chiaro segnale di disuguaglianza. E’ anche una violazione dei diritti umani fondamentali e un affronto alla dignità umana.

Per favorire la pace sarebbe opportuno aiutare i poveri, eliminare la disoccupazione e affrontare i problemi che affliggono il servizio sanitario. Sarebbe molto più utile che incoraggiare sentimenti di rancore tra uomini e donne, che hanno sempre conseguenze negative per le donne. Qualsiasi disparità salariale potrebbe essere risolta con un unico atto giuridico, che non esigerebbe finanziamenti così elevati. Invece di cercare di compensare gli squilibri naturali – che si riscontrano in diversi settori dell’economia e della vita professionale – e di promuovere l’uguaglianza al di là dei confini dell’Unione, dovremmo concentrarci sull’uguaglianza all’interno dell’Unione. I suddetti fondi sarebbero più utili se fossero spesi per aiutare almeno i bambini poveri migliorando le loro condizioni di vita. La promozione della famiglia dovrebbe avere la priorità rispetto all’eliminazione degli stereotipi di genere, e potrebbe contribuire a invertire l’attuale tendenza che vede nella famiglia null’altro che una curiosità culturale fuori moda.

 
  
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  Wojciech Roszkowski, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, l’uguaglianza tra uomini e donne è un mantra ricorrente nell’Unione europea. Tuttavia il buon senso ci dice che il problema non è per nulla semplice. Si parla di uomini e donne con termini diversi, proprio perché sono diversi. Sono uguali in termini di dignità, ma sono diversi. E’ evidente nel mondo dello sport, che abbiamo citato in precedenza. Recentemente ho cercato di capire come la Commissione europea interpreti questa formula, soprattutto perché la formula è spesso accompagnata dal corollario in tutti i settori. Va bene, così sia. Ho cercato quindi di capire se questa uguaglianza derivi dalla legge naturale o dalla legge scritta, e che cosa si possa fare per consentire agli uomini di partorire. Il Commissario Špidla ha risposto che il principio dell’uguaglianza di genere si applica solo al lavoro e all’accesso ai beni e ai servizi. Ma contraddice la realtà. Dopo tutto, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea l’articolo 23 del capo III si riferisce chiaramente a tutti i campi. Se la Commissione europea non è in grado di risolvere il problema nell’ambito del diritto europeo, dubito che ci riuscirà il futuro Istituto.

 
  
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  Lydia Schenardi (NI).(FR) Signor Presidente, una cosa è sicura: le strutture e le reti di ogni tipo che si dedicano allo studio e alla difesa delle donne non mancano. Si può citare l’Istituto per l’uguaglianza di genere, varie ONG, comitati ad hoc, agenzie per i diritti fondamentali, forum consultivi sui diritti delle donne, la lobby europea delle donne, e la nostra commissione in seno al Parlamento.

Ma allora è davvero ragionevole creare un nuovo Istituto europeo per l’uguaglianza di genere? In questa nebulosa di strutture tra le quali lo scambio di informazioni non è sempre efficace, questo nuovo organismo che dovrebbe mettere in rete tutte queste informazioni disporrà delle risorse effettivamente necessarie alla sua esistenza? In altri termini, possiamo ora essere certi che, indipendentemente dalla sua futura attività, sarà totalmente indipendente sia dal punto di vista politico che da quello finanziario?

Sembra di no, visto che la Commissione non è disposta a concedere troppo margine di manovra a questo futuro istituto. Anzi, la sua riluttanza nell’acconsentire che il direttore dell’Istituto debba rispondere del proprio operato unicamente al consiglio di amministrazione, senza interferenze da parte della Commissione, è a tal riguardo estremamente rivelatrice.

Per tutte queste ragioni e per altre ancora, non posso votare a favore dell’iniziativa volta a creare quello che descriverei un ennesimo sistema labirintico.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) Onorevoli colleghi, il finanziamento di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, un importante compito a lungo termine evidenziato dal Trattato di Amsterdam e positivamente influenzato dal processo che è seguito alla Quarta conferenza mondiale sulle donne tenutasi a Pechino, è diventato un tema di discussione politica tra i sostenitori e gli avversari dell’Istituto.

Io sono tra coloro che sostengono il punto di vista comune delle relatrici, onorevoli Gröner e Sartori, che sono riuscite a trovare una soluzione comune a nome dei due principali gruppi politici del Parlamento europeo. Ammiro e apprezzo il loro lavoro su questa relazione, e in particolare la loro paziente campagna di sensibilizzazione a favore della creazione dell’Istituto come organo di coordinamento, con il compito di fornire un supporto tecnico per l’attuazione della politica di parità dell’Unione, stimolando e agendo in collaborazione con le istituzioni esistenti, diffondendo le informazioni e migliorando la visibilità dei temi legati all’uguaglianza di genere.

Non sono favorevole all’emendamento che propone di integrare l’Istituto nell’Agenzia europea per i diritti umani di Vienna, in quanto tutta questa problematica si inserirebbe in un programma esistente, e questo non sarebbe conforme all’ambizione dell’Unione europea di rafforzare la sua politica in materia di parità. Come indicano anche le relazioni più recenti, le ineguaglianze tra uomini e donne persistono. La disuguaglianza è un problema che riguarda la società nel suo insieme e non solo le donne. La creazione dell’Istituto sarà una delle basi fondamentali della tabella di marcia recentemente adottata per attuare la politica delle pari opportunità. In termini finanziari, l’Istituto non rappresenterà un onere rilevante, in quanto le risorse saranno attinte dai fondi già esistenti. Il valore aggiunto dell’Istituto includerà anche attività dirette all’esterno dell’Unione europea, soprattutto verso i nuovi Stati membri, dove le pari opportunità sono e rimarranno un tema attuale.

In conclusione, sono convinta che la scelta di ubicare la sede dell’Istituto in uno dei nuovi Stati membri possa promuovere la causa di un’equa decentralizzazione istituzionale nell’Unione europea.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (PSE).(ES) Signor Presidente, innanzi tutto desidero congratularmi con le relatrici per la loro relazione, ed esprimere la mia soddisfazione rispetto agli sforzi della Commissione per dotare l’Unione europea di un organismo indipendente specificamente dedicato alle problematiche legate all’uguaglianza di genere.

Desidero sottolineare che è necessario che l’Istituto sia assolutamente indipendente e che non sia sottoposto a condizioni di alcun tipo. E’ un obiettivo fondamentale se vogliamo che l’Istituto riesca a realizzare le proprie finalità, che vanno ben al di là della semplice fornitura di assistenza tecnica alla Commissione.

Quanto al metodo di lavoro, credo che l’idea di creare una rete europea per l’uguaglianza di genere sia sicuramente molto innovativa e valida, soprattutto al fine di ovviare alle limitazioni legate al tempo e alla distanza nella condivisione e nello scambio di conoscenze, informazioni e politiche.

In merito alla struttura dell’Istituto, credo che sia stata finalmente trovata una soluzione accettabile al problema della composizione del consiglio d’amministrazione. Una soluzione che assicura una distribuzione equa ed efficace delle funzioni fra le tre Istituzioni, una soluzione adeguata alla realtà di un organismo che sarà purtroppo sottofinanziato e disporrà di poco personale. A tale proposito desidero sottolineare che, affinché l’Istituto sia in grado di realizzare i propri obiettivi, è fondamentale un finanziamento appropriato che dia credibilità all’impegno dell’Unione europea in materia di parità.

E’ un elemento che dobbiamo tutti tenere ben presente in questi giorni, nei negoziati sul finanziamento che sono in corso tra le varie Istituzioni.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, sono favorevole alla creazione di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere separato, attivo e indipendente. Una decisa politica dell’Unione europea in materia di uguaglianza sarebbe una risorsa. Le donne sono sempre più presenti sul mercato del lavoro e gli uomini sempre meno. In futuro non potremo permetterci di trascurare o ignorare le risorse umane esistenti. L’Istituto per l’uguaglianza di genere potrebbe tuttavia esercitare un’influenza su questo stato di cose. Nel contesto della strategia di Lisbona, l’aspetto dell’uguaglianza all’inizio rivestiva una grande importanza, ma poi è caduto nell’oblio. Il tema dell’uguaglianza dovrebbe acquisire molta più visibilità; proprio per questo un Istituto attivo potrebbe contribuire a rendere l’Unione europea più forte e più competitiva che mai.

 
  
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  Irena Belohorská (NI). (SK) Desidero ringraziare le relatrici per aver preparato questa relazione che dovrebbe essere coronata dalla creazione dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. Il compito dell’Istituto sarà quello di raccogliere e analizzare dati sull’uguaglianza di genere negli Stati membri dell’Unione europea, e di organizzare conferenze e campagne. Mi sembra assolutamente sbagliato mettere in discussione la creazione dell’Istituto e, a questo proposito, non condivido i dubbi espressi sulla Repubblica slovacca come potenziale sede dell’Istituto.

Non elencherò tutte le Istituzioni che hanno sede nel territorio dei quindici vecchi Stati membri. Rispetto il fatto che, nel corso della fondazione dell’Unione europea, sia stato necessario creare e sviluppare ulteriormente questi centri nell’ambito di un’azione comune coordinata. Vi esorto pertanto a votare a favore della creazione di questo Istituto.

L’Istituto per l’uguaglianza di genere potrebbe fungere da ombudsman per le donne, e svolgere il ruolo di mediatore tra governi e organizzazioni non governative per eliminare le ingiustizie, come le discriminazioni nel mondo del lavoro. Dopo tutto, è noto che le retribuzioni più basse si trovano in genere nei cosiddetti “settori a dominanza femminile”, ossia istruzione e sanità, mentre le retribuzioni più elevate sono tipiche dei posti di lavoro a predominanza maschile, come le forze armate e la polizia. Ma la salute e l’istruzione delle generazioni future sono forse meno importanti?

 
  
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  María Esther Herranz García (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, desidero naturalmente congratularmi con le due relatrici e con tutti i componenti della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, per il gran lavoro svolto con questa relazione.

Credo che questo Istituto si rivelerà uno strumento utile, anche se la sua utilità dipenderà dalla volontà politica di realizzare l’uguaglianza tra uomini e donne effettivamente dimostrata dai governi.

Lo dico perché, come ha rilevato l’onorevole Sartori, da oltre cinquant’anni c’è una legislazione che garantisce che gli uomini e le donne percepiscano un salario uguale per lavoro di uguale valore. Tuttavia, siamo nel 2006 e molte donne guadagnano ancora meno degli uomini per lo stesso lavoro o hanno contratti che non corrispondono al lavoro che svolgono effettivamente.

Queste misure efficaci, che sono poi quello di cui hanno realmente bisogno le donne nella nostra società europea, prevedono pertanto l’applicazione delle leggi esistenti e non la creazione di nuove leggi. A tal fine, la volontà politica deve essere espressa col denaro, denaro che deve essere previsto nei bilanci, sia nei bilanci nazionali che nei bilanci dell’Unione europea.

Voglio una vera uguaglianza, ma non voglio certo propaganda politica. Quando dei governi che asseriscono di essere molto progressisti presentano piani – come per esempio il piano di riforma nazionale che è stato proposto dal governo del mio paese – spesso vi includono frasi come “saranno concesse facilitazioni per l’assunzione di giovani disoccupati di sesso maschile al di sotto dei 30 anni”, senza prevedere allo stesso tempo alcuna misura per le donne al di sotto dei 30 anni, tra le quali, nel mio paese, si registra un tasso di disoccupazione molto più elevato che tra gli uomini. Io questa la chiamo demagogia: dire una cosa e poi farne un’altra, ed è proprio quello che dobbiamo evitare nell’Unione europea.

Pertanto dico “sì” all’Istituto, a condizione che si ponga un obiettivo reale.

 
  
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  Marie-Line Reynaud (PSE).(FR) Desidero congratularmi con le due correlatrici, onorevoli Gröner e Sartori, per l’ottimo lavoro che hanno svolto. La relazione apporta in effetti al testo iniziale della Commissione molte migliorie che anch’io avevo proposto nel mio progetto di parere in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Ne citerò quattro. Innanzi tutto il ruolo proattivo attribuito all’Istituto, in particolare attraverso le sue missioni di analisi e di consulenza e la possibilità che gli è concessa di presentare raccomandazioni e orientamenti alle Istituzioni comunitarie. In secondo luogo l’importanza della cooperazione con l’Agenzia per i diritti fondamentali. Quindi, la necessità della partecipazione equilibrata di uomini e donne alla composizione del consiglio di amministrazione e, infine, il ruolo del Parlamento europeo, in particolare per quanto riguarda la nomina del direttore dell’Istituto e dei membri del consiglio di amministrazione e il controllo del loro lavoro.

Questo Istituto per l’uguaglianza di genere è indispensabile per una vera Europa dei cittadini e sono rimasta molto delusa dal fatto che il mio progetto di parere sia stato respinto in commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, con diciotto voti contro diciotto, perché una parte del gruppo del PPE-DE e una parte del gruppo ALDE volevano impedire a questo Istituto di vedere la luce. Detto questo, sono comunque soddisfatta nel vedere che le correlatrici hanno integrato la maggior parte degli elementi che mi stanno a cuore nella loro relazione.

 
  
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  Eugenijus Gentvilas (ALDE).(LT) Sono molto soddisfatto della relazione e credo che sia molto importante per l’identità della nuova Europa moderna. Il problema della parità è particolarmente sentito negli Stati dell’Europa dell’est. E non è un caso che la Slovenia, la Slovacchia e la Lituania aspirino a ospitare la sede dell’Istituto. Le donne degli Stati dell’Europa dell’est sono ancora spesso considerate casalinghe e non sono integrate nei processi economici. Il Parlamento europeo ha la sua commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere. In molti Stati europei ci sono ministeri, dipartimenti e altre istituzioni che si occupano di uguaglianza di genere. Per questo credo che sia logico creare un istituto di questo tipo che abbracci tutta l’Unione europea. Appoggio pertanto l’impegno delle relatrici, onorevoli Gröner e Sartori, e la loro argomentazione secondo cui un istituto indipendente può operare in modo molto più efficiente di un organismo integrato in un’altra agenzia. Desidero sottolineare che l’Istituto è necessario per gli uomini così come per le donne, ed è una vergogna che la maggioranza degli oratori che sono intervenuti oggi sia costituita da donne.

 
  
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  Maciej Marian Giertych (NI).(PL) Signor Presidente, il ridicolo slogan delle femministe sull’uguaglianza di genere danneggia le donne. Questo slogan attribuisce grande valore alle caratteristiche maschili e lascia intendere che le possiedano anche le donne. Ma non è cosi. Le donne possiedono caratteristiche femminili e anche queste devono essere apprezzate. I riferimenti alle mogli che non lavorano sono un insulto, in quanto queste donne lavorano moltissimo a casa. Il loro lavoro dovrebbe essere apprezzato e gli dovrebbe essere attribuito almeno lo stesso valore di quello svolto dagli uomini, se non addirittura un valore superiore. Uno degli aspetti più deplorevoli della società contemporanea è che le donne sono obbligate a lavorare fuori casa per motivi economici, perché è impossibile fare vivere una famiglia con un unico stipendio. Tutto questo avviene in un contesto caratterizzato da un elevato tasso di disoccupazione. Alle donne non si può chiedere di contribuire nella stessa misura degli uomini. Per esempio, non ci si può aspettare che facciano i turni o che passino molti giorni fuori casa, semplicemente perché non siamo uguali. Le donne hanno un valore inestimabile in ragione del loro ruolo di madri, per questo meritano un’attenzione e una protezione speciali. Non hanno bisogno di un istituto.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE).(PL) Signor Presidente, un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere è urgentemente necessario, perché persino nel cuore dell’Europa del XXI secolo assistiamo regolarmente a casi di discriminazione fondata sul sesso.

Le donne rappresentano il 52 per cento della popolazione europea e sono costantemente vittime di discriminazione in molte sfere della loro vita. Questo nuovo Istituto non deve solo limitarsi a raccogliere dati statistici, se vuole promuovere e realizzare efficacemente una politica in materia di uguaglianza di genere nell’Unione allargata. Deve invece concentrarsi sull’analisi dettagliata dei dati e fornire la consulenza e gli orientamenti necessari per integrare efficacemente il concetto di uguaglianza di genere nel sistema giuridico europeo. Si dovrebbe ricordare che l’uguaglianza di genere, che l’Istituto ha il compito di promuovere, è un diritto fondamentale e una politica comunitaria prioritaria. E’ sancita dal Trattato e deve essere attuata in tutti i settori dell’attività economica e sociale, in particolare per quanto riguarda l’accesso all’occupazione e all’imprenditoria.

Sarebbe opportuno che la sede dell’Istituto fosse ubicata in uno dei nuovi paesi dell’Europa unita, magari in Polonia. La Polonia è il più grande dei nuovi paesi, un paese in cui non solo la discriminazione è diffusa, ma la sua importanza è minimizzata dalle autorità.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE). (LT) Émile Zola ha detto che la donna è l’asse attorno al quale ruota la civiltà. Questo Istituto dovrebbe diventare l’asse attorno al quale ruotano le politiche europee per la parità e la loro attuazione. Per tradurre in realtà l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, le uniche cose che servono sono la comprensione del problema, la volontà politica e qualche finanziamento. E’ molto più difficile che l’Istituto modifichi gli atteggiamenti nei confronti delle donne ed elimini la discriminazione di cui le donne sono vittime in molti paesi europei. L’Istituto non dovrebbe assumere esperti qualsiasi, ma persone di entrambi i sessi appassionate alle tematiche di cui si occupa. L’influenza del Parlamento europeo per quanto riguarda la costituzione della squadra che sarà operativa all’interno dell’Istituto e un costante controllo parlamentare sono necessari. L’Istituto dovrebbe valutare la situazione in ogni singolo settore, in ogni singolo paese e dovrebbe presentare proposte. Su questa base, le Istituzioni dell’Unione europea potrebbero adottare misure efficaci e chiedere ai governi nazionali di fare lo stesso. L’Istituto dovrebbe avviare la propria attività in uno dei nuovi Stati membri dell’Unione. Vilnius offre non solo quello che la Lituania può realizzare attraverso la concretizzazione dell’uguaglianza, ma anche l’opportunità di unire l’esperienza dei paesi scandinavi – che costituiscono un modello in questo settore – al potenziale dell’Europa centrale, e di tutta l’Europa.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. (CS) Onorevoli deputati, ho ascoltato con grande interesse la vostra discussione e spero che mi consentirete di trattare brevemente molti dei temi che sono stati citati. In primo luogo, desidero esprimere il mio apprezzamento per l’eccezionale qualità del lavoro delle relatrici, che non può che essere definito brillante, tenuto conto della complessità del tema. Onorevoli deputati, nel dibattito sono stati esposti molti pareri e molte argomentazioni, che a mio avviso esigono una risposta.

Il primo punto di vista espresso è quello secondo cui questa Istituzione dovrebbe rientrare nell’agenda dei diritti umani. Alcuni oratori che sono intervenuti nel dibattito hanno espresso il parere, che condivido pienamente, secondo cui la questione delle pari opportunità va ben al di là del semplice tema dei diritti umani, ma che i diritti umani rivestono comunque un’importanza fondamentale. Il tema delle pari opportunità è più ampio.

E’ stato poi chiesto se è giusto che l’Unione europea promuova la parità anche nelle sue relazioni internazionali. Io sono assolutamente convinto che sia necessario. L’Unione europea è coinvolta in numerosissimi rapporti internazionali, sia con gli Stati membri che nel contesto degli aiuti allo sviluppo oppure a livello multilaterale, e ognuno di essi offre l’opportunità di rafforzare concretamente la parità di genere.

Onorevoli deputati, sono convinto che l’uguaglianza di genere, se promossa e sostenuta su scala mondiale, possa essere una grande fonte di stabilità mondiale e possa risolvere molti dei nostri attuali conflitti. Ritengo anche che l’argomentazione avanzata durante il dibattito – secondo cui l’Istituto può assicurare una più grande visibilità e trasparenza politica alle tematiche della parità di diritti e delle pari opportunità – sia corretta e la sostengo pienamente. E’ anche opportuno non dimenticare, come si è frequentemente affermato nel dibattito, che resta ancora molto lavoro da fare. Stiamo tentando di definire le politiche attraverso la discussione, e questa è una delle espressioni di civiltà della vita nell’Europa di oggi. Potrei aggiungere che sono politiche che si basano su prove pratiche e pareri pratici. Anche da questo punto di vista, l’Istituto può migliorare la qualità.

E’ a mio avviso evidente che ci sono moltissime informazioni che non vengono utilizzate efficacemente nel processo decisionale. Chi di voi, per esempio, sa che in Spagna gli uomini dedicano ogni anno 52 milioni di ore a prendersi cura di altre persone, mentre per le donne si parla di 200 milioni di ore? E’ certamente un indicatore importante che dimostra quanta disuguaglianza ci sia nel modo in cui condividiamo alcuni dei doveri e delle responsabilità che abbiamo come esseri umani – uomini e donne. Eppure nessuna di queste informazioni viene considerata nel corso del processo decisionale. Sono convinto che l’Istituto schiuderà molteplici possibilità.

Onorevoli deputati, uno dei principi fondamentali della vita parlamentare europea è il multilinguismo e spesso scopriamo che un dato concetto può essere espresso più elegantemente e con più precisione in un’altra lingua europea. Spero pertanto che mi permetterete di citare l’espressione tedesca “Stillstand ist Rückschritt” Sono assolutamente convinto che rimanere fermi equivalga in realtà a retrocedere. Onorevoli deputati, consentitemi di esprimere il mio punto di vista sugli emendamenti contenuti nella relazione, o che saranno oggetto della vostra imminente votazione. L’atteggiamento della commissione in merito alla natura dell’Istituto ci consente di essere flessibili e di accettare la maggior parte degli emendamenti che rafforzano il ruolo e i metodi di lavoro dell’Istituto, compresa la creazione di una rete per l’Istituto. Questi emendamenti sono accettabili nella loro forma originale, parzialmente o previa riformulazione. La seconda categoria comprende gli emendamenti che migliorano la leggibilità del testo e che la Commissione può accettare nella loro forma originale o con alcune lievi modifiche. Il terzo gruppo è costituito dagli emendamenti che riguardano gli aspetti relativi alle tecniche di presentazione giuridica che, sebbene siano costruttivi, determinano un allontanamento dalle disposizioni originali degli strumenti esistenti e pertanto non possono essere approvati, per motivi di coerenza. Infine ci sono gli emendamenti che riguardano le questioni orizzontali, in altri termini tutte le agenzie e organizzazioni, relativamente alle procedure di selezione dei membri del consiglio di amministrazione, la proroga dei loro contratti e la valutazione delle organizzazioni. Questi emendamenti non possono essere accettati, perché è necessario mantenere un certo grado di coesione rispetto a tutte le agenzie.

Ho lasciato per ultima la questione della composizione del consiglio di amministrazione. Siamo lieti che la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere si sia pronunciata a favore della limitazione del numero di membri del consiglio di amministrazione e che abbia seguito la risoluzione del Parlamento europeo del dicembre dello scorso anno sull’inquadramento delle future agenzie europee di regolazione. Ora possiamo farci guidare da questa proposta, anche se il numero di rappresentanti della Commissione è diverso da quello del Consiglio. L’equilibrio tra le due organizzazioni e tra i due livelli di interesse, ossia il livello nazionale e il livello comunitario, può essere ulteriormente garantito se, conformemente alla proposta e negli ambiti di competenza della Commissione, la voce del suo rappresentante ha lo stesso peso di tutti i rappresentanti del Consiglio insieme, nel limitatissimo numero di casi che prevedono l’approvazione di bilanci e programmi di lavoro. Accettiamo pertanto gli emendamenti nn. 66, 82 e 85 relativi alla composizione del consiglio di amministrazione e alle regole di voto. Nello stesso spirito accettiamo che il numero di membri possa essere ridotto a 25 rappresentanti degli Stati membri, come stabilito negli emendamenti nn. 67 e 83, e reputiamo sufficiente che gli organi coinvolti assistano alle riunioni del consiglio di amministrazione senza diritto di voto. Speriamo che il Consiglio possa adottare la vostra proposta relativa al consiglio di amministrazione che, insieme al sistema di rotazione, consentirà ai rappresentanti di tutti gli Stati membri di alternarsi per un periodo di tre mandati.

In conclusione, desidero sottolineare che abbiamo fatto ogni sforzo per adottare il maggior numero possibile di emendamenti. La Commissione può ora accettare gli emendamenti dal n. 2 al n. 10, 13, 15, 17, 18, 20, 24, 25, 26, 28, 29, 35, 36, dal n. 38 al n. 42, nn. 44, 45, 48, 53, 55, dal n. 59 al n. 69, 74 e dal n. 76 al n. 85. La Commissione non può approvare gli emendamenti nn. 1, 11, 12, 14, 16, 19, dal n. 21 al n. 23, 27, dal n. 30 al n. 34, 37, 43, 46, 47, dal n. 49 al n. 52, 54, dal n. 56 al n. 58, dal n. 70 al n. 73 e parte del n. 75. Dovremmo anche tenere conto delle discussioni in seno al Consiglio e dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere per assicurare che entro la fine dell’anno sia raggiunto un compromesso accettabile. La Commissione conta sul sostegno del Parlamento europeo per creare questo Istituto europeo così necessario, ed è importante assicurare che tale Istituto inizi a lavorare nel 2007, perché ci possano essere progressi e per elevare il profilo della politica in materia di uguaglianza di genere. Naturalmente presenterò in seguito un parere scritto sui singoli emendamenti.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 11.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM).(SV) La Lista di giugno ritiene che le problematiche legate all’uguaglianza di genere siano importanti e che dovrebbe essere assolutamente ovvio che le donne e gli uomini siano trattati nello stesso modo in tutte le circostanze. Il nuovo Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha il compito di svolgere analisi in materia di uguaglianza nell’Unione europea confrontando i dati dei diversi Stati membri.

L’ovvia domanda che dobbiamo porci è la seguente: quale valore aggiunto apporterà questa autorità? Svolgerà un lavoro concreto e importante, oppure sarà soprattutto un mezzo con cui le Istituzioni dell’Unione europea potranno dimostrarsi capaci di agire? L’autorità contribuirà ad accrescere l’uguaglianza di genere, oppure sarà soprattutto una specie di alibi e un mezzo per fare vedere che l’Unione europea si occupa di parità?

Le argomentazioni presentate nella relazione non sono convincenti. I compiti dell’autorità potrebbero essere svolti nell’ambito delle strutture esistenti. L’Unione europea ha già la sua agenzia statistica centrale, Eurostat, che è in grado di produrre statistiche comparative sull’uguaglianza di genere nei paesi dell’Unione europea. Ci sono anche autorità nazionali che lavorano nel campo dell’uguaglianza di genere e che possono cooperare a livello internazionale.

La Commissione è composta da 18 uomini e 7 donne. Il 30 per cento circa dei deputati del Parlamento europeo è rappresentato da donne. Le Istituzioni dell’Unione europea dovrebbero essere le prime ad applicare la parità nelle loro strutture, dando in questo modo un esempio, prima di creare nuove autorità comunitarie centralizzate. La cooperazione può anche assumere forme più decentrate, senza che l’Unione europea si ingrandisca con la creazione di nuove autorità per ogni tema di rilievo.

 
  
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  Katalin Lévai (PSE).(HU) Onorevoli colleghi, la creazione di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, in grado di favorire l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione basata sul genere in Europa, è della massima importanza.

Sono d’accordo con l’auspicio espresso dalle relatrici secondo cui le attività dell’Istituto non dovrebbero limitarsi semplicemente alla raccolta di dati, alla conservazione di documenti e alla ricerca. Le analisi dovrebbero essere integrate nelle politiche degli Stati membri in modo innovativo, affinché il principio delle pari opportunità diventi un importante principio guida politico per i legislatori. Allo stesso tempo, i risultati della ricerca dovrebbero essere resi accessibili al pubblico, al fine di consentire ai cittadini europei di adottare una posizione consapevole in merito alle tematiche correlate all’uguaglianza di genere. Questo richiede tuttavia che il rapporto dell’Istituto con la società civile e i centri responsabili della comunicazione sia rafforzato e istituzionalizzato. Desidero segnalare che la cooperazione con i media e l’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione costituisce un compito importante per l’Istituto!

Devono essere rese disponibili le risorse necessarie a garantire che i risultati della ricerca superino i confini della sfera professionale e siano disponibili e utilizzabili nella misura più ampia possibile. Il lavoro dell’Istituto sarà efficace solo se l’Istituto opererà realmente come rete europea sull’uguaglianza di genere, se sarà in grado di coordinare i centri, le organizzazioni e gli esperti nazionali coinvolti nell’attuazione delle pari opportunità, e se il suo messaggio raggiungerà i governi e i cittadini europei.

Mi congratulo con le relatrici e propongo che la relazione sia approvata.

Grazie per avermi concesso l’opportunità di intervenire!

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 

8. Lotta contro il razzismo nel calcio (dichiarazione scritta) : vedasi processo verbale

9. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

Oggi il turno di votazioni sarà diviso in due parti per lasciare spazio alla seduta solenne dedicata all’allocuzione del Presidente della Repubblica federale di Germania.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr. Processo verbale)

 

9.1. Accordo CE/Ucraina su taluni aspetti dei servizi aerei (votazione)

9.2. Fondo di garanzia per le azioni esterne (votazione)

9.3. Costituzione e capitale sociale della società per azioni (votazione)

9.4. Istituto europeo per la parità tra uomini e donne (votazione)

9.5. Strumento di preparazione e di reazione rapida alle emergenze gravi (votazione)
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  Presidente. – Mi accingo a sospendere la seduta per qualche minuto in attesa dell’allocuzione del Presidente Horst Köhler. Riprenderemo il turno di votazioni subito dopo il termine della seduta solenne.

(La seduta è sospesa dalle 11.55 alle 12.00, in attesa della seduta solenne)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. BORRELL FONTELLES
Presidente

 

10. Seduta solenne – Repubblica federale di Germania
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  Presidente. Signor Presidente della Repubblica federale di Germania, onorevoli colleghi, prima di dare il benvenuto all’illustre ospite di oggi, devo informarvi che, nel corso dell’incontro con il Presidente Köhler che ha preceduto il nostro ingresso in Aula, ci è giunta la triste notizia della morte di Lennart Meri, che è stato Presidente dell’Estonia dal 1992 al 2001. Come sapete, il Presidente Meri era considerato il simbolo della lotta dell’Estonia per la libertà e l’identità nazionale, e la sua morte ci priva di un’importante personalità europea, di cui oggi onoreremo la memoria in quest’Aula.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi è un grande onore per me e per l’intero Parlamento europeo darle il benvenuto a questa seduta solenne.

Signor Presidente, mi permetta di ricordare il suo personale impegno per il progetto europeo, che è particolarmente prezioso e necessario in un momento in cui la situazione dell’Unione europea è fonte di tanti dubbi tra i cittadini. So che questo desta in lei un’inquietudine che esprime con passione. So della sua estrema consapevolezza della responsabilità da noi tutti condivisa per quanto riguarda i problemi odierni dei cittadini europei, che non si possono risolvere senza avere un’Europa più forte.

Conosciamo le iniziative da lei intraprese al fine di ampliare e approfondire il dibattito europeo. Ne è un esempio l’invito da lei rivolto alle sue controparti di Finlandia, Italia, Lettonia, Austria, Portogallo e Ungheria alla riunione che si è svolta a Dresda della quale sono certo parlerà stamani con studenti e personalità di questi paesi, per discutere dell’identità europea e del futuro dell’Europa.

Questa importante iniziativa non è isolata. Lei coglie tutte le opportunità che le si presentano per uno scambio di opinioni con i cittadini e in particolare con i giovani. Ciò che è curioso è che sono proprio loro a mostrarsi più scettici nei confronti di questo progetto tanto importante per il loro futuro.

Alle parole, inoltre, lei associa i fatti: non solo parla di “Europa” agli eventi ufficiali, ma ogni giorno lavora a questioni concrete del programma europeo.

La sua esperienza personale fa di lei un cittadino europeo pressoché esemplare. Era un bambino, un giovane profugo, nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale. Nel corso della mia visita in Germania, mi ha raccontato le sue esperienze in modo molto diretto e personale: le sofferenze da lei patite durante la guerra e l’esodo dal campo profughi, il modo in cui si è fatto strada nella vita in un paese distrutto che a poco a poco si costruiva un futuro a partire dalle rovine della storia.

La sua esperienza personale l’ha condotta lontano dall’Europa. Ha vissuto fuori dal nostro continente, osservandoci dall’esterno e, proprio per questo, avendo subito esperienze drammatiche in Europa e avendola vista costruire dall’esterno, sa che per l’Europa l’unica possibilità è il progetto dell’Unione europea.

Sa anche, tuttavia, che quei valori e progetti vanno fortemente difesi ogni giorno e che non sono né gratuiti né spontanei. Pertanto la ringrazio di essere venuto oggi in quest’Aula a comunicare le sue idee, dando così un indubbio e cospicuo contributo al nostro ampio dibattito sull’Europa.

Presidente Köhler, è con grande piacere che la invito a prendere la parola.

 
  
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  Horst Köhler, Presidente della Repubblica federale di Germania. (DE) Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, onorevoli deputati al Parlamento europeo, la vostra Assemblea è il cuore della politica pubblica e dell’opinione democratica nell’Unione europea, e sono grato per l’occasione di parlare dell’Europa e del suo futuro in quest’Aula.

L’Europa si presenta come un rompicapo agli occhi del mondo. Perché, a così breve distanza dalla riunificazione, sembra già tanto divisa? Perché non ha più fiducia nei propri aspetti positivi, benché il mercato interno europeo abbia dato tanti risultati? Perché, a dispetto di tutti i suoi punti di forza e delle sue opportunità, mostra tanta esitazione?

Quando lavoravo per la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e per il Fondo monetario internazionale, ho conosciuto molti paesi del mondo. Guardare l’Europa dall’esterno me ne ha dato un’immagine più nitida, e ho imparato come gli altri paesi vedono il nostro continente e l’Unione europea. Per noi la democrazia fondata sulla libertà, la soluzione pacifica dei conflitti e la solidarietà reciproca tra i venticinque Stati membri fanno parte da molto tempo della vita di tutti i giorni. Osservando dall’esterno, però, si vede molto più chiaramente a quali incredibili risultati dobbiamo ciò che ora è normale, a sole due generazioni dalla Seconda guerra mondiale e a mezza generazione dalla caduta della cortina di ferro.

E’ grazie a questi risultati che l’Europa è oggetto dell’ammirazione di molte persone in tutto il mondo, che però, pur ammirandoci, a poco a poco iniziano a provare impazienza e sconcerto nei nostri confronti. Ai loro occhi, troppi europei appaiono sorprendentemente inconsapevoli, afflitti dal dubbio e privi di coraggio, e in modo amichevole ci dicono: “Se sei stanca, Europa, fatti da parte; vogliamo andare avanti noi”. Qual è la nostra risposta?

La mia risposta è che l’Europa sarà sempre ricca di fervore creativo; noi europei non temiamo le sfide, ma ne traiamo vantaggio, e per questo motivo l’Unione europea ha un futuro positivo davanti a sé.

Vorrei illustrare le ragioni di queste mie tre affermazioni.

Chi vuole comprendere l’Europa deve considerarne la storia e capire quali idee e ideali legano noi europei. Ciò che reputiamo centrale è il valore inalienabile di ogni essere umano nella sua unicità, insieme alla sua dignità e libertà. Persino migliaia di anni fa, in Europa questi principi erano visti come doni di cui ci si dimostrava degni solo sfruttandoli al meglio e, se necessario, lottando più e più volte per averli. E’ proprio questo che gli europei hanno fatto instancabilmente, superando gli ostacoli più temibili. L’uso dei propri talenti ha dato loro accesso alle profondità della mente e dello spirito, alla filosofia, alle scienze e ai tesori dell’arte. Così facendo, gli europei hanno imparato anche a mettere in dubbio le proprie convinzioni e a chiedere e a fornire buone ragioni per ogni azione, e tale processo illuministico non avrà mai fine.

Ben presto abbiamo capito e preso a cuore l’importanza della coesione sociale, dell’autodeterminazione e dell’autonomia, non solo nelle città-Stato dell’antica Grecia, ma nelle repubbliche dell’Italia medievale, non solo con la consapevolezza di Spagna, Francia, Polonia e Inghilterra, ma anche con la variopinta diversità del “Sacro Romano Impero della nazione germanica”.

In tutti questi luoghi, gli europei erano tanto timorati di Dio quanto industriosi. Non solo in patria, ma anche fuori, nel mondo, hanno inteso il lavoro come un obbligo religioso; hanno praticato il commercio e appreso come coesistere e come convivere con le persone di altre fedi e culture.

E’ vero che così facendo gli europei più di una volta si sono macchiati di colpe terribili nei confronti di altri popoli e culture, nonché l’uno verso l’altro, ma da questo hanno tratto il giusto insegnamento, in quanto ora si battono per i diritti umani, la pace e la democrazia e auspicano che gli altri apprendano le stesse cose che essi hanno dovuto imparare. L’Europa porta inoltre il segno di una cultura di vivo amore per il prossimo e di lotta attiva per la giustizia sociale.

Queste buone qualità si trovano di certo in tutti i continenti, dai quali l’Europa ha tratto insegnamento, ma la miscela specificamente europea di amore per la libertà, lotta per la verità, solidarietà e fervore creativo è unica e ritenuta valida dai molti fuori dall’Europa che da noi si aspettano un contributo alla pace e al benessere del mondo, così come la troveranno valida coloro che verranno dopo di noi.

Tuttavia, lo ripeto, grandi sfide attendono l’Unione europea e i suoi Stati membri.

In tutto il mondo emergono regioni in crescita, e il volto della concorrenza sta cambiando; vi sono nuove sfere d’influenza e si stanno tracciando nuove linee di conflitto. In numerosi paesi europei la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili.

Il pubblico e l’elettorato si stanno sensibilmente allontanando dall’Unione europea, e il Trattato costituzionale europeo non è riuscito a ottenere l’approvazione dei cittadini di due degli Stati fondatori della Comunità.

Quante sfide, quante opportunità! Dobbiamo tornare con il pensiero alle numerose occasioni in cui l’Europa è riuscita ad affrontare situazioni critiche, proprio perché è stata capace di rinnovamento. Basti ricordare il mercato interno europeo e l’Unione economica e monetaria.

Trent’anni fa il ministro degli Esteri olandese Van der Stoel disse che il motto delle Comunità europee non era più “completezza, profondità e allargamento”, ma piuttosto “inerzia, regresso e fuga”. Allora l’Europa attraversava una profonda crisi economica e istituzionale.

Vent’anni fa l’Atto unico europeo si è posto l’obiettivo del mercato interno. All’epoca vi erano talmente tanti ostacoli alla libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali che, a titolo di esempio, la Philips doveva produrre sette versioni diverse del medesimo rasoio elettrico per il mercato europeo e la Siemens doveva produrre venticinque diverse spine elettriche.

Dieci anni fa l’obiettivo del mercato interno era stato in gran parte raggiunto. L’Unione europea ora l’ha posto su una base istituzionale e ha incrementato la coesione economica e sociale tra gli Stati membri. Da allora le imprese europee hanno un mercato nazionale che oggi conta 450 milioni di clienti per i loro prodotti. Si sono create nuove occasioni di successo, soprattutto per i fornitori di servizi degli Stati membri più piccoli, che ora sono in grado di produrre le proprie merci in quantità maggiori e quindi in modo più competitivo. E, soprattutto, il mercato interno è un ottimo programma per adeguare le imprese europee alla concorrenza globale. Chi riesce a provare il proprio valore al suo interno non deve temere la concorrenza straniera.

L’Unione economica e monetaria era ed è la conseguenza logica del mercato interno, che protegge dall’eventualità di un’ulteriore divisione a opera di svalutazioni arbitrarie, dalle crisi monetarie e dalle ondate di speculazione simili a quelle cui in Europa assistevamo ancora all’inizio degli anni ’90. Dà alle imprese la sicurezza per pianificare, permette ai consumatori di confrontare i prezzi senza difficoltà ed elimina gli elevati costi di cambio di valuta e di copertura dai rischi di cambio. Per questo l’euro, come il mercato interno, vanta una lunga serie di successi, e la sua forza sui mercati valutari internazionali dimostra che la fiducia mondiale conosciuta molto tempo fa è ancora attuale, che l’Europa è in grado di trasformare le sfide in opportunità; e questo è un elemento che dovete ricordare sempre, ogni giorno.

(Applausi)

Avremo ancora buoni risultati, ma a due condizioni: non dobbiamo permettere che i nostri principi e risultati consolidati vengano sminuiti, e dobbiamo affrontare con serietà e onestà il compito di rimediare gli errori e di mettere ordine dove necessario.

Tutto ciò che va detto sulla prima condizione è che chi indebolisce il mercato interno europeo con il suo protezionismo in fin dei conti danneggia se stesso.

(Applausi)

Chi ora ritorna al vecchio principio che ciascuno deve pensare innanzi tutto per sé ha un’idea sbagliata dell’entità della concorrenza globale e offre false sicurezze ai cittadini.

(Applausi)

A lungo andare, costoro minano la capacità dell’Europa di mantenere la propria posizione nel mondo, di creare posti di lavoro duraturi e di accumulare le risorse per una società più equa.

Ne consegue che resta solo l’altra via: l’Europa deve ritornare in forma. Per ciascuno di noi tale compito comincia a casa propria. Alcuni Stati membri hanno compiuto notevoli progressi nelle riforme strutturali necessarie e possiedono ciò di cui hanno bisogno; altri devono incrementare ulteriormente gli sforzi in tale direzione. Vi sono molti esempi a dimostrazione del fatto che vale la pena d’impegnarsi, e non dobbiamo mancare di farlo.

Anche l’Unione europea ha bisogno di darsi una nuova forma. La prima questione da affrontare è dove, in quanto Unione, dev’essere attiva. In fin dei conti, non deve fare tutto ciò che si può fare, ma tutto ciò che va fatto, il che non comprende quelle attività che possono essere sbrigate in modo più che soddisfacente a livello locale o regionale o da parte dei singoli Stati nazionali. Il rispetto per i principi di sussidiarietà implica rispettare per quanto possibile la responsabilità e l’identità personale dei cittadini comunitari, e chiunque sappia come si giunge veramente alle decisioni in seno all’Unione europea saprà che questo è un obbligo che spetta non solo ai governi degli Stati membri, ma anche alle Istituzioni comunitarie.

(Applausi)

Se però l’Unione europea intraprende azioni motivate, deve farlo con la minor quantità di burocrazia amministrativa possibile e in un modo che i cittadini possano comprendere. Dopo tutto, in Europa ereditiamo una grande tradizione giuridica e amministrativa, il che ci deve incoraggiare una volta per tutte a far entrare un po’ d’aria nell’apparato burocratico. Il nostro precedente entusiasmo legislativo ci ha messo a disposizione molteplici luoghi per farlo, perciò è positivo che la Commissione europea abbia messo in moto un importante programma di sfrondamento della verbosità giuridica attuale e di semplificazione del diritto europeo. Ho poc’anzi avuto una valida discussione al riguardo con il Commissario Verheugen.

I cittadini saranno inoltre lieti se in Europa si giungerà alle decisioni in modo più trasparente. In questo momento i processi decisionali a livello comunitario sono spesso molto distanti dai cittadini che ne sono interessati, molti dei quali non hanno un’idea molto chiara dell’effettiva distribuzione delle responsabilità in Europa e di chi, da ultimo, va ritenuto responsabile di ciò che accade. Di conseguenza, diventano apatici o sospettosi, ed entrambi gli atteggiamenti sono dannosi.

I cittadini, tuttavia, vogliono essere qualcosa di più che spettatori che comprendono la trama; oltre alle elezioni europee, auspicano il maggior coinvolgimento democratico possibile; vogliono essere ascoltati e poter prendere l’iniziativa per influenzare le attività delle Istituzioni europee.

A queste parole replicherete che tutti questi concetti sussidiarietà, partecipazione democratica, diritto all’iniziativa del cittadino si possono trovare nel Trattato costituzionale europeo. In effetti è così, e il Trattato contiene molte altre idee valide e giuste, che non vanno abbandonate troppo a cuor leggero, soprattutto alla luce del fatto che 14 Stati membri ne hanno già votato l’approvazione.

(Prolungati applausi, proteste a destra)

Ora l’Europa si è prescritta una “pausa di riflessione”, in tedesco Denkpause, che può significare sia una pausa per pensare che una pausa del pensiero. Dobbiamo usare questa pausa di riflessione come opportunità per una revisione completa. Entro tale lasso di tempo al più tardi, dobbiamo parlarci l’un l’altro con sobrietà e serietà, non solo in seno alle Istituzioni e ai partiti europei, ma anche in tutti i luoghi di discussione politica. Questo richiederà ai deputati dell’Assemblea idee e impegno indefesso, soprattutto nelle discussioni con coloro che non hanno apprezzato le mie parole.

(Applausi)

Questo dibattito europeo può solo trarre vantaggio dalla diversità e dalla creatività, ma l’unica cosa che conterà sarà la forza dei buoni argomenti. Sarà illuminante nel miglior senso della parola se in seno agli Stati membri si discuterà a fondo della sostanza e degli obiettivi dell’integrazione europea. Nel lungo periodo avrà effetti positivi sull’accettazione pubblica dell’Unione europea. Ho fiducia negli europei, nei cittadini d’Europa; si deve almeno affidare loro qualcosa.

Noi europei ci aspettiamo buone ragioni e offriamo buone ragioni; è un elemento che considero tipicamente europeo. Dunque credo che vi sia più di una buona ragione per cui l’Europa, nel nuovo ordine mondiale che sta nascendo, debba esprimersi all’unisono in merito a questioni di politica estera e di sicurezza. Ci conferisce maggiore importanza, per esempio nelle discussioni con gli altri Stati del mondo sulla dimensione internazionale della responsabilità sociale e sulla tutela dell’ambiente, e i cittadini sanno da molto tempo che, nella concorrenza globale, dobbiamo essere tanto migliori quanto più siamo costosi. Per le prospettive future dell’Europa e per i troppi giovani disoccupati, istruzione, formazione, ricerca e sviluppo sono dunque cruciali, e questa è una ragione abbastanza valida per ridistribuire somme notevoli dal bilancio europeo in tale direzione, guadagnandoci così il plauso dei nostri Stati nazionali.

(Applausi)

I cittadini, inoltre, saranno molto lieti se l’Unione europea si porrà nuovi obiettivi e intraprenderà azioni che semplificheranno e renderanno più sicura la vita degli europei. E’ davvero possibile, come la politica energetica ha clamorosamente dimostrato negli ultimi tempi. Senza dubbio dev’essere chiaro a ogni persona ragionevole che tutti gli Stati membri nutrono un interesse fondamentale nell’approvvigionamento sicuro ed economico di energia pulita e che devono collaborare per trovare il modo più efficace di ottenerlo. Il principio “ognuno pensi per sé” è infondato. La Commissione europea ha presentato un Libro verde sulla politica energetica, che accolgo con grande favore. Per quanto riguarda questi argomenti, occorre prendere le decisioni giuste, e in fretta. I dibattiti di cui ho parlato e che assicureranno un futuro roseo all’Unione europea sono già in corso.

Vorrei darne un piccolo esempio; alcune settimane or sono mi trovavo a Dresda con altri sei Presidenti europei. Stavamo portando avanti un dialogo aperto dall’ex Presidente portoghese Sampaio, rivolgendoci ai giovani, a cento studenti provenienti da sette Stati membri, cui abbiamo chiesto che cosa pensavano dell’Europa, quali benefici pensavano di poterne trarre e che cosa si aspettavano dall’Unione europea e dai suoi Stati membri. Non si trattava di studenti selezionati; sono stati scelti mediante estrazione pubblica, ma erano preparati. Dopo aver trascorso un giorno e mezzo a discutere tra loro, hanno chiamato l’esito delle loro deliberazioni “Richieste di Dresda per la coesione europea”. Pensano per esempio al suffragio unico e vorrebbero un Istituto storico europeo. Suggeriscono di destinare il cinque per cento del prodotto interno lordo alla ricerca e allo sviluppo.

(Applausi)

E vogliono un esercito europeo e un servizio civile europeo.

(Applausi)

Oltre a questo intervento, presento, per i verbali dell’Assemblea, una copia di ciò che questi giovani hanno scritto. Certo, il loro gruppo non era molto rappresentativo, e le loro richieste appaiono idealistiche, ma il loro idealismo è straordinario. Ha molto dell’entusiasmo di coloro che hanno ricostruito l’Europa nel dopoguerra e che hanno lottato per la sua unità nella libertà. Ecco il tipico fervore creativo. Ecco gli europei che si aspettano qualcosa dall’Europa e sono pronti a fare qualcosa per lei. Si trovano in Europa.

(Applausi)

A proposito, alcuni di questi studenti avevano partecipato al programma ERASMUS; rallegriamoci di questa generazione ERASMUS e valorizziamola maggiormente!

(Vivi applausi)

E per restare in argomento, anche i tirocinanti e gli apprendisti dovrebbero avere maggiori opportunità d’imparare dai vicini e di sperimentare il valore dell’Europa.

(Applausi)

E’ stato Jacques Delors a proporre l’assegno di formazione europeo, e invito l’Assemblea a emettere questo assegno!

(Applausi)

Prendiamo a modello l’entusiasmo di questi giovani. Dimostriamo a noi stessi di essere veramente europei. Anziché inquietarci per il futuro, lasciamoci pervadere dall’inquietudine creativa, per l’Europa e per l’Unione europea. Uniamoci per trasformare tutte le sfide in opportunità, a vantaggio di tutti; l’Europa resterà quindi ciò che è oggi, un bel posto in cui vivere e una forza positiva in questo nostro mondo!

(L’Assemblea, in piedi, applaude lungamente)

Allegato

Richieste di Dresda per la coesione europea (5 febbraio 2006)

I. Avvicinare l’Europa ai cittadini.

1. Programma di scambio per tutti i gruppi della società.

2. Leggi elettorali uniformi in tutta l’Unione europea.

3. Dare un volto all’Europa mediante un Presidente eletto a suffragio diretto.

4. Costituzione europea breve e comprensibile.

5. Dare all’Europa “abiti visibili” mediante simboli più forti, quali

un Istituto per la storia europea;

una Croce europea al merito;

il Giorno dell’Europa quale festività pubblica in tutta l’Unione europea;

un passaporto comunitario blu, e molto altro.

6. “Studi europei” in ogni scuola d’Europa e un “Centro europeo d’istruzione politica”.

7. Sviluppare “Euro-News” per trasformarlo in un popolare “Canale europeo”.

8. Campagna “Noi siamo l’Europa”.

9. Un “Eurobus” per portare l’Europa nelle zone rurali.

II. Cogliere le opportunità dell’Europa

1. Destinare il 5 per cento del prodotto interno lordo degli Stati membri dell’Unione alla ricerca e alla scienza.

2. Pieni poteri del Parlamento europeo sul bilancio.

3. Riduzione e riforma delle sovvenzioni all’agricoltura.

4. Istituzione del “Servizio volontario europeo”.

III. Insieme per la sicurezza e la responsabilità

1. Bielorussia nell’agenda politica.

2. Istituzione di un “Esercito europeo” nel quadro di una politica estera e di sicurezza comune.

3. Dare al principio di sostenibilità una collocazione permanente in seno alla legislazione europea.

 
  
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  Presidente. Grazie, signor Presidente.

Prima di proseguire la seduta, vorrei dire qualche parola di ringraziamento al Presidente per il suo discorso.

E’ vero che vi è stato un tempo in cui avevamo venticinque diversi tipi di spine elettriche: ora abbiamo la stessa spina, ma venticinque reti elettriche diverse.

Come ha sottolineato, il prossimo passo è andare avanti con l’Europa dell’energia e con molti altri aspetti che devono diventare comuni.

Grazie di cuore per le sue parole e il suo incoraggiamento, signor Presidente.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 

11. Turno di votazioni (seguito)
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, ci accingiamo ora a riprendere il turno di votazioni.

 

11.1. Revisione strategica del Fondo monetario internazionale (votazione)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 9

 
  
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  Benoît Hamon (PSE), relatore. – (FR) Signor Presidente, vorrei proporre un emendamento orale all’emendamento n. 9 al fine di togliere il riferimento alla società civile. Il resto dell’emendamento rimane invariato.

 
  
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  Presidente. – Vi sono obiezioni all’emendamento orale?

(L’emendamento orale è accolto)

 

11.2. Trasferimento di imprese nel contesto dello sviluppo regionale (votazione)

11.3. Strategia comunitaria sul mercurio (votazione)

11.4. Una società dell’informazione per la crescita e l’occupazione (votazione)
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 

12. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Kauppi (A6-0050/2006)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione della collega, onorevole Kauppi, sulla proposta di modifica della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente il capitale delle società per azioni.

In considerazione dell’ampio ventaglio di situazioni differenti che gli operatori economici devono affrontare, si impone con urgenza la necessità di semplificare i metodi di salvaguardia e di modificazione del capitale sociale delle società per azioni, pur tutelando i diritti degli azionisti e dei creditori. Nell’estendere le riflessioni che sono all’origine di tali sviluppi legislativi, diviene necessario, a mio avviso, impegnarsi in un dibattito politico più ampio che miri, soprattutto per quanto riguarda le persone fisiche o giuridiche non residenti nell’Unione europea, a regolamentare l’accesso, diretto o indiretto, al capitale delle società che operano sul mercato interno europeo.

 
  
  

– Relazione Gröner, Sartori (A6-0043/2006)

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, vorrei chiarire che ho deciso di votare contro la relazione Gröner non perché sia contrario all’uguaglianza di genere, anzi, ma perché la relazione e l’Istituto per l’uguaglianza di genere cui essa fa riferimento sono tipici esempi di quella soffocante moda del politicamente corretto che sta gradualmente stendendo la sua cappa su tutta l’Europa.

La Carta dei diritti fondamentali, documento ispirato a una filosofia di sinistra politicamente corretta e applicato da un non meno politicamente corretto ufficio per i diritti fondamentali, è un prodotto della medesima ideologia, come le quote per l’occupazione e altre misure contenute nella defunta ma sempre incombente Costituzione europea.

Vi chiedo quindi di ignorare tali questioni e di occuparvi dei temi davvero importanti, ossia il diritto delle donne a occupare gli stessi posti di lavoro degli uomini e a ricevere uguale salario a parità di lavoro; su questo siamo tutti d’accordo. Tutto il resto non è altro che mera correttezza politica.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, vorrei ribadire che sono assolutamente convinta della necessità di tutelare i diritti umani di uomini e donne, ma mi chiedo se questo specifico testo serva veramente a tutelare tali diritti, o piuttosto a proteggere la sussidiarietà degli Stati membri su questi temi.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato a favore perché consideriamo importante creare un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere; è fondamentale però – desidero sottolinearlo – che tale Istituto non si limiti al compito, comunque importante, di produrre studi, analisi e statistiche.

E’ opportuno invece che esso sviluppi il dialogo e la cooperazione con le ONG e gli organismi che si occupano specificamente di pari opportunità a livello nazionale ed europeo e nei paesi terzi; occorre inoltre che l’Istituto sostenga misure volte a eliminare le discriminazioni.

E’ altresì necessario che l’Istituto analizzi e accompagni la progressiva integrazione della dimensione della parità di genere in tutte le politiche e nel processo di bilancio dell’Unione europea; ciò vale soprattutto per la valutazione dell’impatto su uomini e donne delle pertinenti politiche comunitarie e nazionali, secondo le proposte da noi avanzate ma purtroppo non approvate.

Auspichiamo infine che venga stanziato un adeguato finanziamento comunitario, e che nella nomina del futuro Consiglio di amministrazione prevalga il buon senso.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La relazione propone la costituzione di un nuovo Istituto europeo per l’uguaglianza di genere.

In sostanza, la Lista di giugno ritiene che i temi dell’uguaglianza debbano godere di un’altissima priorità; infatti la parità di trattamento per uomini e donne è un requisito che tutti i paesi dell’Unione europea devono rispettare. Ciò non significa, tuttavia, che l’UE debba allestire un nuovo apparato burocratico a tal fine. La Svezia ha registrato progressi eccezionali per ciò che riguarda l’uguaglianza e la Lista di giugno è convinta che questo tipo di attività debba rientrare tra le competenze nazionali. Un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere comporterebbe maggiore burocrazia e minore efficienza.

E’ dal basso, nei singoli Stati membri, che si deve ingaggiare la lotta per l’uguaglianza, e non dall’alto a opera di burocrati nominati a livello europeo, se vogliamo che i cittadini di entrambi i generi vi prendano parte. Eurostat potrà occuparsi dell’analisi comparativa dei dati statistici in questo settore.

Abbiamo quindi deciso di votare contro l’intera relazione.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici siamo convinti sostenitori delle pari opportunità in seno alla società. Crediamo che sia gli uomini che le donne debbano svolgere senza ostacoli il loro ruolo nella vita delle nazioni e in altro ambito; ci opponiamo a ogni discriminazione basata sul genere.

Oggi, però, abbiamo votato contro questa relazione in quanto non approviamo la proliferazione di nuove agenzie e istituti dell’Unione europea, destinati unicamente ad accrescere gli oneri per i contribuenti e a estendere ancor più gli apparati burocratici, senza recare alcun sicuro vantaggio ai cittadini che dovrebbero esserne i teorici beneficiari. Creando un Istituto separato, destinato a occuparsi esclusivamente di questo problema, si rischia la ghettizzazione; l’Istituto stesso, infatti, rimarrebbe esposto a gruppi di pressione monotematici, e probabilmente verrebbe ignorato ed emarginato. Il problema della parità di genere va affrontato nel quadro di un approccio globale ai diritti fondamentali.

 
  
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  Christa Klaß (PPE-DE), per iscritto. (DE) La Commissione europea ha annunciato la costituzione dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere prima che il Parlamento europeo portasse a termine la propria relazione in materia; non è una procedura metodologicamente corretta. Oggi noi votiamo su questo tema, e in tali questioni la voce del Parlamento ha la sua importanza.

Si prevede la creazione di un Istituto dotato di un bilancio di 54,5 milioni di euro, cui sarà affidato il compito specifico di monitorare le pari opportunità tra donne e uomini tramite la pubblicazione di statistiche e relazioni. Già l’anno scorso, tuttavia, per motivi pratici e finanziari il Parlamento europeo ha formulato una raccomandazione in base alla quale l’Istituto per l’uguaglianza di genere dovrebbe entrare a far parte dell’Agenzia europea per i diritti umani. Per poter intervenire efficacemente sul terreno della parità di genere è necessario un ventaglio più ampio di azioni e risorse, che attualmente non è però disponibile. E’ quindi da preferire l’idea originaria, che prevedeva la fusione delle due agenzie in un’unica Agenzia per i diritti fondamentali.

E’ per questo motivo che ho presentato l’emendamento n. 73. Respingere la proposta di formare un Istituto indipendente per l’uguaglianza di genere non significa assolutamente opporsi alla politica per le donne. I fondi disponibili vanno piuttosto investiti nell’istruzione delle donne; è questo il primo passo verso l’uguaglianza. Anche nel quadro del dibattito odierno sullo snellimento della burocrazia in Europa, la creazione di un’altra agenzia non è ragionevole, né facile da far comprendere ai cittadini. Quindi, non ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Da più di quarant’anni mi batto per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere.

Non mi si può quindi certo rimproverare di essere sorda a questa richiesta.

Mi interrogo tuttavia sulla necessità di costituire un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, in quanto molto tempo è trascorso dal momento in cui, più di dieci anni fa, fu avanzata l’idea di creare un tale Istituto e le priorità in base alle quali distribuire in modo più efficace lo scarso denaro disponibile sono oggi ben diverse.

Avendo più di 50 milioni di euro da spendere a favore delle pari opportunità tra donne e uomini, posso immaginare un modo migliore di utilizzarli che la creazione di un Istituto i cui compiti e competenze si sovrappongono a quelli di organismi già esistenti a livello nazionale, europeo e mondiale.

Se esamino questa shopping list – gli 85 emendamenti presentati in fondo non sono altro – provo una forte preoccupazione per i costi che comporterebbe questo complicato giocattolo per femministe dalle idee sorpassate.

Sostengo l’emendamento che ricorda come il nostro Parlamento abbia già deciso che questo Istituto debba entrare a far parte dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea; ciò servirebbe per lo meno a limitare i danni.

Considerando le numerose assurdità che contiene e l’assenza di qualsiasi prospettiva finanziaria, non posso sostenere oggi questa relazione.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Giudico positivamente la relazione, e in particolare il tentativo di istituire un organismo indipendente che si occupi specificamente delle tematiche di genere. Apprezzo l’idea di un organismo che tratti esclusivamente le tematiche di genere, in quanto ciò garantisce che l’obiettivo della parità di genere – nei termini in cui lo definiscono i Trattati – non verrà scavalcato da alcuna altra politica antidiscriminatoria a livello di Unione europea.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il controllo quasi poliziesco delle opinioni e l’adozione pressoché definitiva del pensiero unico hanno trasformato dibattiti seri e importanti che affrontano questioni urgenti in esercizi di professione di fede su alcune politiche. E’ il caso delle cosiddette “politiche di genere”.

Dal riconoscimento della necessità di una società più equilibrata, con una distribuzione dei compiti tra uomini e donne più adatta ai tempi attuali e tale da garantire una maggiore libertà di scelta, si passa molto spesso all’imposizione di politiche che dovrebbero garantire la realizzazione di tali obiettivi.

Come se ci fossero aree politiche in cui le divergenze sui metodi e sui modelli sono impossibili: su questo si basa, in sintesi, la mia prima obiezione all’idea di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. Il fatto di difendere, come ho detto poc’anzi, la necessità di un maggiore equilibrio nell’organizzazione delle nostre società, non mi spinge a sostenere la creazione di tale Istituto.

La burocratizzazione della libertà non mi sembra il metodo più opportuno; il fine non sempre giustifica i mezzi. D’altro canto, la proliferazione di “agenzie” e “istituti” non mi sembra il modello migliore per organizzare le Istituzioni comunitarie.

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Noi, deputati del partito popolare austriaco al Parlamento europeo, siamo favorevoli all’uguaglianza di genere e anche a una politica attiva in questo campo. Affidare la gestione di questo problema alla progettata Agenzia europea dei diritti umani costituisce perciò, a nostro parere, un segnale positivo, che corrobora la nostra posizione tendente a considerare le questioni inerenti all’uguaglianza di genere come uno dei compiti più importanti dell’Agenzia, conformemente alla risoluzione del Parlamento europeo del 26 maggio 2006 sulla relazione Kinga Gal.

Siamo tuttavia contrari alla creazione di ulteriori organismi indipendenti, che finirebbero per provocare la proliferazione di una nuova e costosa burocrazia; dal momento che la questione dei finanziamenti è ancora del tutto aperta, respingiamo pure l’incerto impegno finanziario, previsto intorno ai 52 milioni di euro.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) L’Unione europea è afflitta da un eccessivo proliferare di enti e agenzie; nonostante questo, voterò a favore della realizzazione dell’Istituto. Dal punto di vista dell’uguaglianza di genere la situazione è disastrosa, come dimostrano in particolare le norme ormai obsolete sul congedo parentale, l’inesistenza di un’educazione alla parità di genere, la carente legislazione e il fatto che l’83 per cento delle posizioni dirigenziali siano occupate da uomini. Potrebbe quindi essere opportuno investire alcuni milioni di euro per cercare di migliorare la situazione attraverso un istituto che integri l’organismo già attivo nella lotta contro le discriminazioni nei confronti delle minoranze. Potrebbe addirittura essere ragionevole l’idea di un istituto che si opponga alle discriminazioni perpetrate a danno della maggioranza, ossia delle donne.

 
  
  

– Relazione Papadimoulis (A6-0027/2006)

 
  
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  Liam Aylward (UEN), per iscritto. – (EN) Questa relazione è veramente ottima. Nell’Unione europea e nel mondo, la realtà ci ha messo bruscamente di fronte allo scatenarsi sempre più frequente di terribili calamità naturali. Negli ultimi 15 mesi, ad esempio, abbiamo assistito al disastroso tsunami che ha colpito l’Asia, ai cicloni tropicali che si sono abbattuti sulla Louisiana e il Mississippi, alle inondazioni che hanno devastato Romania, Bulgaria, Svizzera, Austria, Germania e Francia, alla grave siccità che ha tormentato la Spagna e il Portogallo, e agli incendi che in Portogallo hanno distrutto quasi 180 000 ettari di foreste. E’ evidente che le calamità naturali costituiscono una minaccia globale, che esige risposte globali.

Accolgo quindi con favore la proposta di regolamento del Consiglio e la relazione del Parlamento europeo che si imperniano specificamente sul concetto di prevenzione per l’elaborazione di una risposta dell’Unione europea alle calamità naturali. Da ogni punto di vista, la prevenzione è un’essenziale modalità di risposta alle calamità naturali, e sono lieto che il concetto di prevenzione abbia trovato posto nella relazione.

Sono d’accordo pure sul fatto che l’articolo 175, paragrafo 1, del Trattato che istituisce la Comunità europea rappresenti una base giuridica più chiara, e sostengo il relatore.

Aderisco alla tesi per cui la dottrina di protezione civile dell’Unione europea deve fondarsi su approccio di tipo bottom up; penso inoltre che la responsabilità primaria delle attività di protezione civile debba ricadere sugli Stati membri.

 
  
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  Johannes Blokland (IND/DEM), per iscritto. – (NL) L’Unione Cristiana-SGP non può approvare la raccomandazione al Consiglio che istituisce uno strumento di risposta rapida e preparazione alle emergenze gravi. In particolare, siamo contrari a mutare la base giuridica, ad ampliare il campo d’azione di questo strumento per consentire il finanziamento di misure preventive e ad aumentare il bilancio.

Ci opponiamo in particolare al mutamento della base giuridica, dal momento che in precedenti voti analoghi il Parlamento aveva già deciso che l’articolo 308 era l’unica base giuridica corretta. Allargare artificiosamente la definizione dell’articolo 175 del Trattato, per far rientrare questo strumento nel suo ambito, non è una procedura opportuna; si può interpretare solo come una posizione assunta a maggioranza dal Parlamento per estendere la propria influenza a temi che in base al Trattato non dovrebbero rientrare nelle sue competenze.

Inoltre, le conseguenze finanziarie dell’impiego delle squadre d’intervento non vanno regolamentate da uno strumento comunitario, in quanto si tratta piuttosto di una questione di solidarietà fra i vari paesi.

 
  
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  David Casa (PPE-DE), per iscritto. – (MT) Benché sul problema delle risposte rapide a emergenze gravi siano stati compiuti grandi progressi, mi sembra purtroppo che molto resti ancora da fare; c’è bisogno quindi di uno sforzo collettivo, in maniera da acquisire la migliore preparazione possibile per evitare tali disastri.

Tutti concordiamo, penso, sul fatto che impegnandoci a operare per prevenire calamità di dimensioni nazionali risparmieremo ai nostri paesi e all’Unione europea gli enormi costi che attualmente dobbiamo sostenere a causa della nostra politica odierna.

Dobbiamo essere pronti a investire denaro e risorse umane nello svolgimento di uno studio che indichi chiaramente – o ancor meglio valuti – località e regioni che più rischiano di essere investite da calamità.

In tal modo saremo pronti a qualsiasi eventualità possa presentarsi e, come ho già sottolineato, non solo risparmieremmo molti milioni, ma compiremmo anche il nostro dovere morale di proteggere la vita delle potenziali vittime di tali catastrofi.

Dovremmo quindi fornire una direzione politica, tramite la quale ogni paese possa confidare nell’aiuto dell’Unione per varare progetti che migliorino il livello di vita delle popolazioni delle regioni ove più facilmente possono presentarsi problemi di vaste dimensioni.

A mio avviso prevenire è meglio che curare; dobbiamo quindi concentrare le nostre energie per essere pronti ad affrontare qualsiasi eventualità.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le recenti catastrofi naturali – le inondazioni, la grave siccità e gli incendi forestali – che si sono abbattute non soltanto sui paesi all’interno dell’Unione europea ma anche su quelli al di là dei suoi confini, come ad esempio lo tsunami in Asia e i cicloni negli Stati Uniti, dimostrano l’importanza di meccanismi efficaci di protezione civile.

Lo strumento di risposta rapida e preparazione alle emergenze gravi proposto dalla Commissione intende rafforzare la capacità di risposta dell’Unione europea nell’ambito del meccanismo di protezione civile e massimizzare l’assistenza in termini di risposta rapida e preparazione alle emergenze gravi. Non si parla però di prevenzione. Riteniamo quindi importante l’approvazione di questa relazione, che attribuisce priorità a tale aspetto e ne propone l’inclusione nell’ambito di applicazione di tale strumento.

Rimarchiamo inoltre le proposte concernenti la gestione integrata delle risorse naturali e ambientali, che include la gestione delle foreste, delle zone particolarmente soggette a inondazioni, delle zone umide e di altri ecosistemi fragili, nonché la valutazione dei rischi nelle zone urbane. Accogliamo con favore la particolare attenzione riservata alle regioni isolate e ultraperiferiche, a una migliore informazione e sensibilizzazione delle popolazioni nonché a una maggiore e migliore formazione professionale.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il testo proposto dalla Commissione offre concrete prospettive nell’ambito della protezione civile a livello europeo. Le misure e le azioni mediante le quali è possibile attivare questo strumento renderanno assai più agevole la preparazione e la risposta in situazioni di crisi.

Con gli emendamenti presentati in Parlamento, la prevenzione di tali fenomeni trova un suo posto in questo strumento, che sembra essenziale nella lotta per la concretizzazione di obiettivi importanti come la protezione delle popolazioni, dell’ambiente e dei beni.

In un paese come il Portogallo, che anno dopo anno viene colpito da incendi forestali e siccità che lasciano segni indelebili, questa proposta consentirà la formazione di personale specializzato e l’istituzione di meccanismi di preparazione, nonché la condivisione di attrezzature e migliori prassi con paesi più evoluti in questo settore.

Concordo quindi con la relazione dell’onorevole Papadimoulis e con i relativi emendamenti al testo della Commissione.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) Parecchie buone ragioni invitano i governi degli Stati membri a conferire priorità alle misure che possono ridurre il rischio di calamità naturali. Ci chiediamo tuttavia se in quest’ambito all’Unione europea spetti davvero il ruolo preminente che il Parlamento vorrebbe attribuirle. Tra l’altro, il Parlamento europeo desidera:

– che l’Unione europea svolga un ruolo attivo nella prevenzione di catastrofi come le gravi siccità che hanno colpito Spagna e Portogallo, o gli incendi scoppiati in paesi dell’Europa meridionale;

– che l’Unione europea venga coinvolta nella risposta a calamità che si verifichino al di fuori dei suoi confini, per esempio tramite l’intervento della protezione civile;

– che il bilancio per uno strumento di risposta rapida e preparazione venga incrementato di 105 milioni di euro (in aggiunta alla cifra proposta dalla Commissione) per il periodo 2007-2013.

A nostro avviso, agire in caso di catastrofi naturali è in primo luogo compito di ogni Stato membro. Parecchie forme di calamità naturali (ad esempio siccità e incendi) sono ricorrenti e si possono prevedere. Per ogni Stato membro dovrebbe essere sicuramente possibile attuare investimenti che riducano al minimo il rischio di questo tipo di calamità.

Cosa ancor più importante, le Nazioni Unite hanno già messo a punto un sistema di assistenza per i paesi colpiti da catastrofi e gravi incidenti. Gli Stati membri potrebbero ricorrere a tale sistema, anziché sviluppare una struttura parallela, e rischiare così una superflua duplicazione degli sforzi. In base a tale ragionamento abbiamo deciso di votare contro la relazione.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore di questo regolamento.

Accolgo con molta soddisfazione il rafforzamento dei meccanismi di protezione civile dell’Unione europea nei casi di emergenza. Questo strumento di risposta comunitaria dev’essere visibile, coordinato ed estremamente tempestivo, per vincere la corsa contro il tempo che segue ogni calamità naturale. Per garantire il successo di questi interventi è necessaria una cooperazione perfetta tra i diversi soggetti interessati.

Con gli emendamenti che ho presentato, ho cercato di sottolineare l’aspetto preventivo; infatti, è importante sapere come reagire a una calamità, ma è ancora più importante sapere come evitarla. La prevenzione rappresenta un elemento fondamentale per la riduzione dei rischi. Per esempio, gli incendi sono molto spesso di origine umana. Un altro non trascurabile strumento di prevenzione è il richiamo alla vigilanza associato a esaustive informazioni sulle sanzioni.

D’altra parte, prima di elaborare specifici piani d’azione, abbiamo bisogno di un preciso inventario delle risorse umane e dei materiali disponibili; tale inventario dovrà essere realizzato dalla Commissione europea in cooperazione con gli Stati membri.

Infine, la responsabilità primaria delle attività di protezione civile deve ricadere sugli Stati membri; questi meccanismi comunitari devono integrare le politiche realizzate dalle autorità nazionali, regionali o locali.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Siamo naturalmente favorevoli alle proposte formulate nella relazione per introdurre e la dimensione della prevenzione e attribuirvi la priorità nell’ambito di tale strumento come fattore fondamentale della riduzione dei rischi di calamità naturali, nonché per valorizzare il ruolo delle Nazioni Unite nella gestione delle emergenze e degli aiuti alle popolazioni, e infine per tutelare la salute pubblica e il patrimonio culturale.

Tuttavia, il dibattito sulla solidarietà tra i vari paesi in caso di calamità contribuisce ugualmente a evidenziare – se non addirittura a denunciare – l’inaccettabile spreco di risorse inghiottite dalla corsa agli armamenti e dalla militarizzazione delle relazioni internazionali di cui sono protagoniste le principali potenze capitalistiche, con gli Stati Uniti che ne rappresentano il principale promotore.

Utilizzando le colossali risorse finanziarie della militarizzazione e della guerra, che cosa non sarebbe possibile realizzare a favore della prevenzione, del soccorso e della risposta immediata, nonché del recupero delle regioni colpite dalle catastrofi?

Quante sofferenze, quanto spreco di risorse economiche, sociali e ambientali e quante perdite di vite umane si potrebbero evitare con una politica improntata alla distensione delle relazioni internazionali, alla risoluzione pacifica dei conflitti, al disarmo e all’effettiva cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra paesi e popoli?

 
  
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  Caroline Jackson (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I conservatori britannici aderiscono all’opinione secondo cui nel caso di gravi emergenze è opportuno che gli Stati membri, in una manifestazione di solidarietà europea, contribuiscano collettivamente tramite il bilancio dell’Unione europea agli sforzi di uno o più Stati membri. Voteremo quindi a favore della relazione nel suo complesso. Non sosteniamo però le proposte di modifica della base giuridica, né l’idea di estendere la risposta alle emergenze al di là dei confini dell’Unione europea, né l’incremento del bilancio. Se la risposta dovesse applicarsi su scala mondiale, nessun ragionevole bilancio dell’Unione europea sarebbe sufficiente a finanziarla. Il Parlamento non deve far balenare speranze che l’Unione europea si rifiuterà poi di esaudire.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) I fatti dimostrano che le classi popolari più povere sono le prime vittime della carenza, spesso criminale, di misure adeguate che le tutelino dalle calamità naturali.

La terribile inondazione di New Orleans che ha causato la morte di migliaia di persone, anche se vi era la capacità e la possibilità di prendere misure preventive. Per contro, a Cuba, ove vige un generale sistema governativo di prevenzione e protezione, non si sono registrate vittime.

In tal senso, sono necessarie misure preventive a protezione della salute e dell’ambiente, di cui è responsabile solo il governo e non certo le ONG; naturalmente, occorre anche fornire risorse adeguate.

La proposta della Commissione ignora la questione della prevenzione, poiché se l’affrontasse dovrebbe anche occuparsi delle motivazioni sociali ed economiche che provocano o inaspriscono le conseguenze; dovrebbe anche fornire le necessarie risorse, che sono ancora inadeguate.

E’ curioso notare, però, che tra le emergenze che rendono indispensabile la solidarietà comunitaria contro le catastrofi naturali, industriali e tecnologiche si includa anche la solidarietà contro le azioni terroristiche. Così l’articolo più ripugnante della “Costituzione europea”, concernente la solidarietà in caso di azioni terroristiche, è rientrato dalla porta di servizio. Infatti, come sappiamo, la definizione del terrorismo è elastica e viene adattata alle circostanze dal capitale eurounificato e utilizzata principalmente come arma contro i movimenti popolari di massa che lottano contro la politica repressiva e antipopolare dell’Unione europea e dei governi.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’Unione europea ha reagito in maniera positiva e solidale alle richieste di aiuto degli Stati membri che hanno dovuto affrontare gravi emergenze. Detto questo, le ultime drammatiche calamità, come la grave siccità e gli incendi forestali che hanno colpito il Portogallo e la Spagna, hanno dimostrato che il rafforzamento del meccanismo comunitario di protezione civile deve diventare una priorità immediata prima che si verifichino nuove emergenze.

Il testo in esame migliora sensibilmente la proposta della Commissione sull’estensione dell’ambito di applicazione del regolamento e sull’aumento dei finanziamenti a favore delle azioni di prevenzione, preparazione e assistenza in caso di calamità.

Cresce l’importanza dell’inquinamento marino, quindi dobbiamo riconoscere che i paesi costieri, da soli, non possono affrontare un’emergenza ambientale provocata da fuoriuscite di petrolio su larga scala che raggiungano le loro coste.

Siamo ancora un’Unione aperta, dotata di politiche di solidarietà internazionale. Dobbiamo agire, nei limiti delle nostre possibilità, quando gli altri popoli sono colpiti da gravi emergenze, senza dimenticare che la cosa più importante è il rafforzamento dell’aiuto reciproco tra gli Stati membri dell’Unione.

Per concludere: con tali misure potremo rispondere nel modo più adeguato alle richieste d’aiuto, e quindi ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) I paesi dell’Unione europea devono allestire strutture di assistenza reciproca per l’eventualità di incendi forestali e altre calamità naturali. Si tratta dei tipici settori in cui il coordinamento internazionale è costruttivo e necessario. Il Parlamento intende pure mutare la base giuridica, aumentando in tal modo la possibilità che la società civile faccia sentire la sua voce.

Voterò quindi a favore di questa proposta, benché mi sia trovato in minoranza nell’oppormi all’inserimento nella proposta stessa del riferimento agli attacchi terroristici. Tali attacchi a mio avviso sono di natura totalmente differente dalle altre calamità; quindi per proteggerci da essi occorrono metodi del tutto differenti, che non devono rientrare nei finanziamenti di questo fondo. In caso di terrorismo è necessario un tipo di intervento diverso, e questo strumento deve estendersi solo agli aspetti puramente civili di tale intervento, come per esempio la ricostruzione dopo un attacco.

Il terrorismo colpisce soprattutto i paesi che hanno una politica estera coloniale. Anziché mutare tale politica, come sarebbe più giusto, questi paesi cercano invece di esportarla, con tutte le sue conseguenze, in tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Dal momento che solo una percentuale irrisoria di questo fondo verrà utilizzato a tale scopo, la proposta rimane accettabile.

 
  
  

– Relazione Hamon (A6-0022/2006)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’FMI è una delle istituzioni di Bretton Woods che, come la Banca mondiale e il GATT/OMC, ha contribuito a radicare lo sviluppo disuguale tra il centro e i limiti esterni del mondo capitalista. Ciò ha aiutato a liberalizzare lo scambio di beni e servizi e ha promosso la prevalente ideologia neoliberale che, tra l’altro, propugna la riduzione del ruolo dello Stato, le privatizzazioni e un mercato del lavoro più flessibile, tutti elementi che costituiscono la cosiddetta “strategia di Lisbona”.

I piani di adeguamento strutturale sono un tentativo di ciò che viene considerato come l’adattamento delle economie dei paesi del sud alla cosiddetta economia di mercato e della concorrenza, in base alla quale i mercati di questi paesi saranno aperti agli investimenti esteri e vi saranno introdotti quei modelli di specializzazione economica che favoriscono il centro. Le disastrose conseguenze economiche e sociali di questi piani sono ben note. Anche la tanto lodata stabilizzazione cui dichiarano di mirare non si verifica. Inoltre, il sistema monetario internazionale sta diventando più instabile e le crisi si verificano con maggiore frequenza.

Ciò di cui abbiamo bisogno è un diverso sistema monetario, con l’ONU al centro, basato sul vantaggio reciproco e sulla promozione dello sviluppo. La riforma dell’FMI, anche se fosse fondata su un maggiore coinvolgimento dei paesi in via di sviluppo, fatto che non corrisponde alla realtà, non ne modifica la natura. Per questo motivo ci siamo astenuti.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore questa relazione che favorisce lo stretto coordinamento tra gli Stati membri nel quadro dei negoziati in seno all’FMI. Poiché non viene riconosciuto nessun blocco rappresentativo dell’UE, con poteri delegati dagli Stati membri, è essenziale che i singoli Stati membri continuino a rappresentare se stessi nell’FMI. Ci sono molte questioni importanti, come lo sviluppo, per le quali sono necessarie molte voci per far passare un messaggio.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. (EN) Sono lieto che ci sia uno stretto coordinamento tra gli Stati membri durante i negoziati in seno all’FMI. Ritengo che, in assenza del pieno riconoscimento di un blocco rappresentativo dell’UE, con poteri delegati dagli Stati membri, i singoli Stati membri debbano continuare a rappresentare se stessi nell’FMI, così come avviene in molte altre organizzazioni internazionali, come ad esempio l’ONU. Ci sono molte questioni importanti, come lo sviluppo, che hanno bisogno di molte voci per far passare un messaggio.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. (EN) L’EPLP accoglie con favore lo stretto coordinamento tra gli Stati membri durante i negoziati in seno all’FMI. Ritiene, infatti, che, in mancanza del pieno riconoscimento di un blocco rappresentativo dell’UE, con poteri delegati dagli Stati membri, i singoli Stati membri debbano continuare a rappresentare se stessi nell’FMI, così come avviene in molte altre organizzazioni internazionali, come ad esempio l’ONU. Ci sono molte questioni importanti, come lo sviluppo, che necessitano di molte voci per far passare un messaggio. Ridurre la voce dell’UE a una sola in alcune circostanze può avere un effetto significativo sul peso dell’opinione internazionale.

 
  
  

– Relazione Hutchinson (A6-0013/2006)

 
  
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  Oldřich Vlasák (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, permettetemi di spiegare perché ho votato contro questa relazione. Si tratta di una relazione superflua, non equilibrata e non basata su risultati reali, bensì solo su presunzioni che non sono corroborate da fatti. Una proroga del termine di protezione da cinque a sette anni è inaccettabile e va contro il principio della libera circolazione. Se continuiamo ad approvare nuovi regolamenti, anziché eliminare le restrizioni riguardanti le imprese e aprire il mercato del lavoro e dei servizi, non aiuteremo l’economia dell’UE, ma, al contrario, la renderemo ancora più stagnante.

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Sui punti principali, noi socialdemocratici svedesi siamo favorevoli alla relazione dell’onorevole Hutchinson, ma abbiamo la seguente opinione sulle delocalizzazioni. Non crediamo che le risorse dell’UE debbano essere utilizzate per spostare la produzione perché, in pratica, ciò significa che si sposta disoccupazione e che i lavoratori in regioni diverse vengono posti in competizione tra di loro. Tuttavia, non riteniamo che tutte le delocalizzazioni siano necessariamente sbagliate. Deve essere possibile delocalizzare le imprese se vogliamo che si sviluppino. Maggiori conoscenze e capacità in una regione o in un paese possono rendere necessarie le delocalizzazioni se la regione deve potersi sviluppare.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione sulle delocalizzazioni nel contesto dello sviluppo regionale perché essa è fondamentale per rassicurare i cittadini europei del fatto che l’Unione europea è una fonte di soluzioni di fronte ai profondi cambiamenti economici e sociali di oggi, e non la causa dei problemi.

La gravità delle questioni economiche e sociali legate alle delocalizzazioni richiede una politica europea forte, al fine di conciliare i necessari cambiamenti con l’obiettivo di coesione. Desidero sottolineare con grande soddisfazione la richiesta che mira a ottenere in futuro informazioni obiettive sul fenomeno delle delocalizzazioni. Queste informazioni saranno indispensabili per noi, soprattutto nel quadro dei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio relativi ai settori economici molto esposti a tali cambiamenti, che possono essere anche molto brutali. Era anche urgente chiarire il regime degli aiuti europei rispetto alle delocalizzazioni, creando un collegamento tra l’aiuto e l’obbligo di produrre sul territorio dell’Unione europea.

Infine, accolgo con favore la richiesta di introdurre clausole sociali nei trattati internazionali, sulla base delle convenzioni prioritarie dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

 
  
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  Brigitte Douay (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione Hutchinson sulle delocalizzazioni nel contesto dello sviluppo regionale dopo avere partecipato ai dibattiti in seno alla commissione competente e dopo avere presentato alcuni emendamenti.

Questa relazione propone di evitare che i Fondi strutturali favoriscano misure che contribuiscono alle delocalizzazioni che nelle nostri regioni comportano elevati costi sociali.

Prevede la creazione di una strategia europea di lotta contro le delocalizzazioni e la creazione di un Osservatorio europeo delle delocalizzazioni per misurare l’effettivo impatto degli aiuti europei sulle delocalizzazioni.

Non si tratta assolutamente di ritornare a un’economia amministrata, né di nuocere alla concorrenza libera e leale, che è il fondamento del mercato comune. Non si tratta nemmeno di controllare tutte le imprese, né di ostacolare lo sviluppo dei nuovi Stati membri. E’ importante tuttavia ricordare che i Fondi strutturali devono essere strumenti di sviluppo e di coesione sociale e non armi per una guerra tra le nostre regioni. Infatti esistono ancora, anche nei paesi più ricchi dell’Unione europea, regioni povere dove i lavoratori assistono disperati alla scomparsa del loro posto di lavoro, spesso restando senza possibilità di riqualificazione.

 
  
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  Lena Ek e Cecilia Malmström (ALDE), per iscritto. (SV) Un mondo ancora più globalizzato crea nuove esigenze. Presenta nuovi problemi da affrontare e dà vita a nuove opportunità da sfruttare al meglio. Oggi il Parlamento europeo vota sulla relazione di iniziativa dell’onorevole Hutchinson sulle delocalizzazioni nel contesto dello sviluppo regionale. Abbiamo deciso di votare contro la relazione perché riteniamo che non affronti nel modo giusto il problema della delocalizzazione delle imprese.

Siamo d’accordo sul fatto che non ci sia alcuna giustificazione per il fatto che le risorse dell’UE, ad esempio i Fondi strutturali, vengano utilizzate per finanziare migliori condizioni competitive per le imprese europee che poco dopo decidono di trasferire le loro attività al di fuori dell’UE. Tuttavia, né lo Stato né le autorità comunitarie devono intervenire per controllare come le imprese gestiscono le loro attività e per decidere cosa è necessario per impedire alle imprese di prendere decisioni razionali che permettano loro di sopravvivere.

Non creeremo la piena occupazione aumentando il ruolo dello Stato. La creeremo facilitando la vita alle imprese e agevolando nuovi investimenti sul mercato privato. Pertanto, non possiamo nemmeno votare a favore di un’ulteriore limitazione degli spostamenti delle imprese sul mercato interno, come propone la relazione. Per superare i problemi e gestire le delocalizzazioni in un mercato globalizzato, ci serve un punto di partenza diverso da questa nuova tendenza basata sul patriottismo economico.

 
  
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  Anne Ferreira (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Hutchinson sulle delocalizzazioni, che sottolinea l’urgenza da parte dell’UE di tenere conto della gravità degli effetti delle delocalizzazioni delle imprese sulle persone e sulle regioni.

Si deve fare luce sull’evoluzione di questo fenomeno e sulle sue conseguenze, cosa che sarà possibile con un osservatorio.

Il tutto deve però basarsi su un quadro normativo più restrittivo in seno all’UE, con l’inclusione di clausole sociali e ambientali negli scambi commerciali internazionali.

L’interesse dei lavoratori e il mantenimento dell’occupazione devono essere al centro delle nostre preoccupazioni politiche. Ciò è indispensabile per realizzare gli obiettivi della piena occupazione e della strategia di Lisbona fissati nel 2000, che non potranno essere conseguiti in mancanza di una politica industriale europea.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) Questa relazione, che si colloca al di fuori della procedura legislativa, si occupa di un tema importante. Tuttavia, avremmo dovuto formulare i problemi relativi a tale questione in modo diverso.

Pensiamo che la delocalizzazioni delle imprese in paesi terzi al di fuori dell’UE sia un argomento nel quale non possiamo interferire. In genere sono le considerazioni di mercato a dover determinare la collocazione definitiva delle imprese nel mondo. In questo contesto, gli Stati membri dell’UE si possono impegnare per competere quando si tratta, ad esempio, di offrire conoscenze, competenze e stabilità.

Per quanto riguarda la delocalizzazione delle imprese all’interno dell’UE, dobbiamo occuparci del problema derivante dal fatto che i singoli Stati membri integrano gli aiuti strutturali comunitari con agevolazioni fiscali discriminatorie e aiuti di Stato. Ciò è successo nel 2002 quando venne chiusa un’impresa produttrice di pneumatici a Gislaved e la società interessata, la Continental, investì in un’impresa produttrice di pneumatici nel Portogallo settentrionale. Che una cosa simile possa accadere nel mercato interno dell’UE per noi è un grave problema.

Nella motivazione il relatore afferma anche che potrebbe essere istituito un Osservatorio europeo delle delocalizzazioni. Invece di creare un nuovo organismo di controllo dovremmo assegnare alla Commissione il compito di controllare le chiusure delle imprese come conseguenza delle ristrutturazioni e di sistemi fiscali discriminatori.

Per questo motivo scegliamo di votare contro la relazione. Riteniamo che la questione sia importante in linea di principio, ma avremmo voluto una risoluzione con una diversa impostazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La risoluzione adottata dal Parlamento sulla delocalizzazione delle imprese era l’unica possibile perché, respingendo gli emendamenti che abbiamo presentato, l’accordo di compromesso tra le forze politiche dominanti, cioè i socialdemocratici e la destra, non ha consentito di ottenere una risoluzione di più ampio respiro. Le nostre proposte erano quelle di seguito indicate.

– Sottolineare che, in molti casi, l’obiettivo delle delocalizzazioni di imprese è quello di trarre il massimo profitto, garantirsi condizioni fiscali più vantaggiose e sostegno finanziario, e sfruttare manodopera a basso costo privata di ogni diritto.

– Sottolineare il fatto che le delocalizzazioni fanno parte della liberalizzazione del commercio a livello mondiale e della deregolamentazione del mercato del lavoro, sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale del commercio.

– Creare un quadro giuridico normativo che si occupi, tra gli altri, dei seguenti aspetti: la definizione contrattuale di un periodo minimo di sette anni, la garanzia di un’occupazione stabile e duratura e dello sviluppo economico regionale, l’applicazione di sanzioni in caso di mancato rispetto degli obblighi contrattuali (restituzione degli aiuti erogati e divieto di ricevere altri aiuti comunitari) e la protezione dei lavoratori, mantenendoli informati e garantendone il giusto coinvolgimento, anche attraverso il diritto di voto.

– Redigere una comunicazione annuale sulle delocalizzazioni e il loro impatto.

Speriamo, comunque, che quanto votato oggi venga perlomeno attuato.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Chiedendo la restituzione degli aiuti europei concessi alle imprese che delocalizzano le loro attività, la relazione dell’onorevole Hutchinson riprende una delle proposte avanzate nell’Île de France, in occasione delle elezioni regionali, dal Front national a proposito delle sovvenzioni del consiglio regionale.

Le Istituzioni europee stanno iniziando a rendersi conto delle conseguenze economiche e sociali delle loro scelte politiche: molte delle nostre imprese sono state costrette a delocalizzare le loro attività perché l’abbattimento delle frontiere le ha messe in competizione con produttori che sono soggetti a oneri salariali estremamente bassi.

Per proteggere le nostre economie da questo dumping sociale e per preservare il nostro modello sociale, dobbiamo applicare una politica diversa: ripristinare le frontiere e rendere le nostre imprese più competitive, finanziando i sistemi di previdenza sociale con un’aliquota IVA sociale che andrebbe a sostituire i contributi. A tal fine i governi nazionali devono mantenere la sovranità in materia fiscale.

Queste sono solo alcune misure economiche e sociali di buon senso che potrebbero essere applicate non dall’attuale Europa di Bruxelles, rinnegata dai francesi lo scorso anno, ma da un’Europa di nazioni libere e sovrane.

 
  
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  Toine Manders (ALDE), per iscritto. – (NL) La delegazione del VVD ha deciso di votare contro la relazione Hutchinson sulle delocalizzazioni nel contesto dello sviluppo regionale perché tale documento appoggia apertamente la proposta della Commissione di istituire un fondo per la globalizzazione, al quale il VVD si oppone fermamente poiché questo tipo di intervento di Stato è in contrasto con il mercato interno. La politica sociale è un ambito di competenza dei soli Stati membri. Inoltre, esiste già un sistema europeo che prevede possibilità per la riqualificazione dei lavoratori: infatti, gli attuali Fondi strutturali forniscono agli Stati membri sostegno finanziario per la formazione e riqualificazione dei cittadini. La relazione Hutchinson prevede anche una serie di misure burocratiche superflue che limitano la libertà di stabilimento e fanno perdere slancio al mercato interno.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Sono favorevole a questa relazione sulla delocalizzazione nel contesto dello sviluppo regionale. In virtù del principio del partenariato, è responsabilità degli Stati membri e della Commissione negare la partecipazione ai Fondi strutturali a quelle imprese che, dopo avere ricevuto gli aiuti dell’Unione europea, trasferiscono la loro attività in un altro Stato membro o in un paese terzo nei sette anni successivi all’erogazione degli aiuti.

A tale proposito è indispensabile che l’UE determini una strategia europea per combattere le delocalizzazioni, in coordinamento con gli Stati membri, e che istituisca un Osservatorio europeo delle delocalizzazioni per analizzare, valutare, garantire un seguito e avanzare proposte concrete sugli accordi a lungo termine nel settore dell’occupazione e dello sviluppo locale.

Considerato l’aumento delle regioni colpite dall’effetto statistico in Scozia, oggi più che mai è importante prendere misure concrete che garantiscano che i fondi stanziati vengano spesi in modo efficace e rispettino la durata dell’intero periodo di programmazione.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (NI), per iscritto. (FR) Era evidente che la creazione di un mercato unico tra 25 Stati con costi salariali, sociali e fiscali molto diversi avrebbe comportatola delocalizzazione delle imprese verso i paesi con costi di produzione più bassi, ed è proprio ciò che si è verificato. I dieci nuovi Stati attirano le imprese della “vecchia Europa” e anche imprese degli Stati Uniti con sede in Messico.

Ancora più scioccante è il fatto che questi Stati offrono condizioni fiscali allettanti, facendo poi pagare le infrastrutture sanitarie, sociali, stradali e di altro tipo ai paesi occidentali che, aumentando il proprio onere fiscale per finanziare i dieci nuovi Stati membri, peggiorano i loro problemi produttivi.

Per le delocalizzazioni al di fuori dell’Unione esiste una soluzione di fondo. Dobbiamo inventare dazi doganali di nuova tecnologia con tre caratteristiche. Devono essere modulabili in funzione della differenza fra i costi di produzione dei due paesi in questione. Devono essere rimborsabili: il dazio doganale a carico dell’esportatore diventerebbe un “credito d’imposta” detraibile acquistando sull’economia dell’importatore. In altre parole, il dazio doganale offrirebbe all’esportatore un diritto di prelievo sull’economia dell’importatore, che costituirebbe una situazione “win-win” per il commercio internazionale.

Infine, tali dazi sarebbero riscattabili nel momento in cui l’importatore volesse concedere un vantaggio all’esportatore. Il credito doganale diventerebbe in questo modo un “matching credit” come quelli già previsti dal diritto fiscale internazionale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il mio parere favorevole alla relazione si basa essenzialmente sulla diagnosi mentre, secondo me, la medicina prescritta segue una strada che si è rivelata essere un grande insuccesso.

In questo contesto, nonostante queste obiezioni, condivido l’idea espressa nella relazione secondo la quale troppo spesso ci occupiamo delle delocalizzazioni quando sono già avvenute. Ciò mi colpisce, non solo perché è di scarsa utilità, ma anche perché è indicativo della terribile incapacità di anticipare le situazioni. Ritengo dunque che dovrebbero essere presentate alcune misure legislative al fine di prevenire l’abuso dei fondi pubblici e di proibire l’uso degli aiuti pubblici quando gli organismi privati non sono gestiti con un adeguato senso di responsabilità.

Ciononostante, penso che alcune forme di delocalizzazione siano inevitabili. Penso anche che questo dibattito non si sarebbe potuto svolgere senza tenere conto del bilancio complessivo, inclusi gli alti e i bassi. In altre parole, oltre a tutti i posti di lavoro che sono andati persi a causa dell’apertura dei mercati, nell’equazione dobbiamo anche calcolare i posti di lavoro che sono stati creati, per non parlare dei vantaggi per i consumatori. E’ vero che dobbiamo evitare che prevalga la legge della giungla, ma al tempo stesso non dobbiamo bandire una cosa che è necessaria. Al contrario, dovremmo tentare di trarne il massimo beneficio.

 
  
  

– Relazione Matsakis (A6-0044/2006)

 
  
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  Milan Gaľa (PPE-DE). (SK) Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sono astenuto dalla votazione sulla relazione Matsakis sulla strategia comunitaria sul mercurio proposta dalla Commissione e vorrei spiegare perché. Come formazione sono dentista e so che gli emendamenti concernenti il divieto immediato degli amalgami in odontoiatria non sono realizzabili, soprattutto nei nuovi Stati membri, in primo luogo per motivi economici. Poiché le otturazioni dentali con materiali diversi dagli amalgami sono tre volte più costose, esse costituirebbero un onere irragionevole per le compagnie di assicurazione sanitaria. Al contempo, le prove degli effetti nocivi dell’amalgama sono poco chiare e incomplete. Indubbiamente dobbiamo migliorare lo smaltimento dei resti di amalgama negli studi odontoiatrici, ma non dovremmo vietare ai dentisti l’uso del mercurio. Ritengo inoltre che spetti agli Stati membri la competenza per quanto riguarda la legislazione in materia. Questa opinione è condivisa dall’Associazione dei dentisti slovacchi e per questo motivo ho votato contro la relazione.

 
  
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  Johannes Blokland (IND/DEM), per iscritto. – (NL) Anche se possono appoggiare la proposta di risoluzione sulla strategia comunitaria sul mercurio, i deputati dell’Unione Cristiana e dell’SGP vorrebbero aggiungere che le deroghe al divieto del mercurio nelle attrezzature di misurazione e controllo dovrebbero rimanere possibili.

Una di queste deroghe dovrebbe applicarsi alla produzione dei tradizionali barometri a mercurio, così come indicato nel testo della risoluzione approvata. La quantità utilizzata per la produzione è minima e i rischi ambientali, poiché il mercurio è contenuto nel vetro, è relativamente basso.

Varie piccole imprese nell’UE vivono della produzione di questi barometri e, in mancanza di alternative adeguate, dovrebbero chiudere se venisse introdotto un divieto assoluto. Riteniamo che la produzione di questo patrimonio europeo debba poter continuare in un ambiente controllato.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’obiettivo di questa proposta della Commissione è quello di colmare le lacune e di proporre una strategia europea per i prossimi anni per la produzione e l’uso del mercurio in Europa.

Tra i vari punti importanti citati nella relazione ci sono la fine delle esportazioni di mercurio e la fine dell’uso del mercurio negli apparecchi di misurazione e negli amalgami dentali, i controlli delle emissioni e gli studi degli effetti del mercurio nei vaccini, azione, questa, che potrebbe portare enormi benefici per la salute pubblica.

L’autorizzazione prevista dall’emendamento n. 2 tutela le attività dei piccoli produttori in circostanze controllate, le esposizioni nei musei, i barometri tradizionali e articoli di valore storico. L’emendamento n. 6 introduce il termine per le restrizioni alle esportazioni. Ciò si potrebbe rivelare una mossa affrettata e potrebbe danneggiare l’Europa, favorendo solo i paesi terzi esportatori di mercurio.

Appoggio la proposta della Commissione e il contenuto essenziale della relazione Matsakis.

 
  
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  Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno appoggia la proposta di adottare misure per ridurre ed eliminare progressivamente le emissioni di mercurio. Si tratta di una questione ambientale transfrontaliera che giustifica un’azione congiunta e coordinata. Per questo motivo abbiamo deciso di votare a favore della relazione in esame.

Tuttavia abbiamo le nostre opinioni su alcuni punti della proposta del Parlamento europeo. Riteniamo, ad esempio, che gli Stati membri siano pienamente capaci di organizzare autonomamente campagne informative sui rischi per la salute derivanti dall’esposizione al mercurio. Inoltre, pensiamo che sia principalmente compito degli Stati membri, piuttosto che dell’UE, affrontare le conseguenze sociali della chiusura delle miniere di mercurio.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore di questo testo.

Dobbiamo avere una strategia comunitaria decisa sul mercurio. Fatta questa premessa, essere decisi significa essere realisti.

Il mertiolato, che contiene mercurio, è utilizzato come conservante in alcuni medicinali, tra cui anche i vaccini. Esiste circa un milione di dosi di vaccini per i quali il mertiolato rientra nel processo produttivo a fini di decontaminazione. Ciò rappresenta lo 0,0000003 per cento del mercurio utilizzato ogni anno in Europa.

Inoltre, considerato l’impatto estremamente positivo della vaccinazione sulla salute pubblica, anche per i paesi in via di sviluppo, l’imposizione immediata di un divieto di questo prodotto nei vaccini sarebbe ingiustificata.

E’ auspicabile, invece, incoraggiare la ricerca di metodi alternativi per ridurre o eliminare in futuro l’uso del mertiolato.

Vorrei inoltre rammentare che, conformemente alla normativa farmaceutica, i produttori devono dimostrare che i loro prodotti non danneggiano l’ambiente.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore questa relazione sulla strategia comunitaria proposta per affrontare l’impatto del mercurio sull’ambiente e sugli esseri umani. Il mercurio è una sostanza altamente tossica ed è fondamentale ricorrere a prove scientifiche per stabilire quando può essere utilizzato in modo sicuro e quando deve essere vietato. Esorto la Commissione a presentare con urgenza i risultati della sua indagine.

 
  
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  Linda McAvan (PSE), per iscritto. (EN) Gli eurodeputati laburisti sono favorevoli alla strategia proposta dalla Commissione per controllare il mercurio. Il mercurio è una sostanza altamente tossica che deve essere soggetta a controlli severi. Tuttavia, riteniamo che si debbano introdurre divieti o restrizioni solo dopo essersi consultati con le parti interessate e dopo avere effettuato un’approfondita valutazione d’impatto delle conseguenze, lasciando al settore il tempo sufficiente per adeguarsi ai cambiamenti.

 
  
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  Claude Moraes (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato in questo modo sulla relazione Matsakis relativa alla strategia proposta dalla Commissione per affrontare il problema del mercurio emesso nell’ambiente perché la Commissione ha individuato i settori che intende analizzare ulteriormente prima di raccomandare normative o azioni comunitarie. Personalmente ritengo che il mercurio sia una sostanza altamente tossica e appoggio la strategia della Commissione e la valutazione d’impatto.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) Con l’approvazione questo martedì della relazione del collega Marios Matsakis sulla strategia comunitaria sul mercurio, il Parlamento europeo lancia un segnale forte alla comunità internazionale: le sostanze chimiche più tossiche devono essere rigorosamente regolamentate e l’Europa a 25 dà l’esempio vietandone rapidamente l’esportazione.

E’ questo il trattamento che in futuro sarà riservato al mercurio, un metallo pesante tossico per gli esseri umani e gli ecosistemi di cui l’Europa è il principale esportatore al mondo.

In particolare, sono lieta che sia stato adottato il paragrafo 17 che propone di limitare entro la fine del 2007 l’uso del mercurio negli amalgami dentali. Il Parlamento conferma in questo modo il voto del 25 gennaio 2005 sulla mia relazione concernente il piano d’azione europeo per l’ambiente e la salute che, al punto 6, proponeva l’uso di alternative più sicure rispetto al mercurio impiegato negli amalgami dentali. E’ stato il buon senso a prevalere. L’esposizione umana deve essere limitata al minimo. Per questo motivo è fondamentale che l’Unione europea trovi rapidamente una soluzione per il trattamento delle 12 000 tonnellate di rifiuti di mercurio che verranno prodotti nei prossimi quindici anni dall’industria del cloro e della soda.

 
  
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  Karin Scheele (PSE), per iscritto. (DE) Il mercurio e i suoi composti sono altamente tossici per gli esseri umani, gli ecosistemi e gli animali. Il mercurio è stato classificato come sostanza chimica molto pericolosa ai sensi della direttiva quadro sulle acque, e ritarda i processi microbiologici nel suolo.

Il mercurio è una sostanza persistente e nell’ambiente si può trasformare in una sostanza denominata metilmercurio che ha ripercussioni estremamente negative sulla salute umana.

Gli amalgami dentali, che vengono liberati durante interventi dentistici e cremazioni, sono una fonte importante di emissioni di mercurio.

E’ pertanto necessario che i rifiuti degli amalgami dentali vengono smaltiti in modo opportuno.

L’uso del mercurio negli amalgami dentali è una questione scottante. Dobbiamo appoggiare l’idea di verificare tutti i potenziali pericoli derivanti dall’uso del mercurio negli amalgami dentali. In base ai risultati delle analisi dovranno essere intraprese le azioni necessarie.

 
  
  

– Relazione Paasilinna (A6-0036/2006)

 
  
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  Nina Škottová (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, permettetemi di esprimere qualche osservazione a guisa di dichiarazione di voto per spiegare perché ho votato contro la relazione dell’onorevole Paasilinna su un modello europeo di società dell’informazione per la crescita e l’occupazione. L’obiettivo del progetto 2010 include l’innovazione e gli investimenti nella ricerca. Sono rimasta sorpresa scoprendo che la relazione non affronta la questione della ricerca in modo più dettagliato, senza prestare l’attenzione che tale questione merita. La ricerca è citata solo relativamente al sostegno per la ricerca nelle singole tecnologie.

D’altro canto, comunque, la ricerca, in ogni ambito delle attività umane, suscita l’esigenza di tecnologie dell’informazione e della comunicazione. E’ esattamente questo aspetto di feedback che secondo me manca nella relazione, sebbene possa essere uno dei motori della crescita economica e della creazione di posti di lavoro nel quadro della strategia di Lisbona. Il rapido riferimento al settimo programma quadro non è proporzionato all’importanza del programma per la crescita e l’occupazione. Le competenze professionali nelle tecnologie digitali sono ormai considerate fondamentali e dobbiamo svilupparle nel quadro dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, eccoci qui a cercare nuovi modi per rendere tutto più digitale. L’idea è che le biblioteche digitali e le cartine stradali, i passaporti biometrici e il governo elettronico faranno miracoli. Il fatto che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione rappresentino il 40 per cento della crescita economica è impressionante.

Tuttavia, di fronte a questa euforia per le nuove tecnologie non possiamo dimenticare la realtà. Anche se ci sono incoraggianti segnali di crescita nel settore digitale, saranno più i posti di lavoro eliminati che quelli creati. Infatti il settore dell’alta tecnologia è particolarmente mobile, si sposta negli Stati membri orientali e poi, a tempo debito, in paesi come l’India e la Cina.

Ancora una volta i sogni dell’UE di una macchina per la creazione di posti di lavoro non si realizzeranno, ma è positivo constatare che le piccole e medie imprese tendono sempre più a migliorare le loro attrezzature, con l’obiettivo di diventare più produttive e competitive e di aprire nuovi mercati. Sono proprio queste piccole e medie imprese quelle a cui dovremo dare un maggiore aiuto.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore di questa relazione su un modello europeo di società dell’informazione per la crescita e l’occupazione perché ritengo che l’accesso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sia una condizione necessaria allo sviluppo economico e al progresso sociale. L’uso di queste tecnologie concerne quasi tutti i settori tecnici, amministrativi, commerciali, culturali, sociali, sanitari, e così via. E’ indispensabile che tutti i cittadini dell’Unione europea godano di pari opportunità in termini di accesso a queste tecnologie, e ciò a un costo che corrisponda al normale prezzo di mercato. Accolgo con favore l’idea di colmare il divario digitale ed è opportuno ricordare che l’Unione europea ha perso un’occasione non applicando una politica coerente per quanto riguarda le licenze per la telefonia mobile di terza generazione, cioè l’UMTS (Universal Mobile Telecommunications System), che sono state messe all’asta dagli Stati membri a condizioni deplorevoli rispetto alle possibilità offerte da queste tecnologie in termini di coerenza politica. Non dovremo ripetere questo errore. Sostengo senza riserve la necessità di investire a favore della ricerca e dell’innovazione in queste tecnologie che sono importanti catalizzatori della competitività, della crescita e dell’occupazione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Siamo delusi perché gli emendamenti presentati dal nostro gruppo, il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea, non sono stati approvati. I nostri emendamenti miravano a garantire il libero accesso alla tecnologia e alla conoscenza, la libera circolazione e lo scambio delle conoscenze, e a rafforzare il ruolo della proprietà intellettuale in relazione alla libera circolazione e alla diffusione del sapere. Altrimenti, si rischia che la società basata sulla conoscenza sia limitata a una élite.

La relazione appoggia la costante politica di liberalizzazione e l’uso delle comunicazioni al fine di trasmettere “le idee e i valori europei”, in altre parole vuole trasformare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) nell’ennesimo strumento di propaganda dell’UE.

Sebbene la relazione si riferisca al ruolo delle TIC nella promozione della coesione sociale e territoriale e avverta che la nuova tecnologia può contribuire ad acuire l’esclusione sociale, non sviluppa questa argomentazione e non presenta nessuna proposta per prevenire questa evoluzione.

Ci siamo astenuti a causa delle contraddizioni contenute nella relazione.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Appoggio in gran parte la relazione Paasilinna e riconosco pienamente il contributo significativo che le TIC possono dare alla realizzazione degli obiettivi di Lisbona. Tuttavia, sono contraria alla creazione di un’imposta sulle imprese consolidata e comune poiché ritengo che si debba applicare il principio di sussidiarietà e che le decisioni in materia fiscale debbano essere prese a livello nazionale.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Desidero congratularmi con l’onorevole Paasilinna per la sua relazione importante e tempestiva su una società europea dell’informazione per la crescita e l’occupazione, che gode del mio appoggio totale. In particolare, accolgo con favore la rapida adozione del settimo programma quadro di ricerca e del programma per la competitività e l’innovazione (2007-2013), che mirano entrambi a fornire le adeguate risorse finanziarie a favore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) in quanto forze motrici di competitività, crescita e occupazione.

Questi due programmi aiuteranno a sviluppare lo spirito imprenditoriale e una cultura dell’imprenditorialità nell’UE, che sono fondamentali per lo sviluppo regionale, poiché pongono fine “all’isolamento digitale” e appoggiano le PMI nello sviluppo di progetti innovativi.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Accolgo con favore questa relazione che è stata presentata nel giugno 2005 per favorire la crescita e l’occupazione nei settori della società dell’informazione e dei mezzi d’informazione.

La relazione contiene tre obiettivi prioritari. Innanzi tutto la promozione di uno spazio dell’informazione senza frontiere, in secondo luogo l’innovazione tramite gli investimenti e la ricerca e in terzo luogo l’accesso alle TIC per tutti in ogni punto dell’UE.

Nonostante le preoccupazioni di un’ulteriore regolamentazione, sono incoraggiato dal fatto che i2010 comporterà vantaggi per tutti i cittadini aiutando a colmare il divario digitale e a ridurre gli squilibri sociali e regionali.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La relazione contiene due idee fondamentali che mi hanno indotto a votare a favore, pur avendo qualche obiezione da muovere riguardo ad altri aspetti affrontati nel testo.

Da un lato, ritengo che sia estremamente importante rendersi conto del fatto che, per quanto riguarda le nuove tecnologie, quasi tutto quanto si dice è ormai superato. Non sappiamo come sarà il futuro, sappiamo solo che si evolverà rapidamente e sarà nuovo. Di conseguenza, l’obiettivo di questo regolamento dovrebbe essere, da un lato, l’apertura dei mercati alla concorrenza e, dall’altro, l’incentivazione degli investimenti nell’innovazione. L’economia europea sarà competitiva solo se sarà trainata dall’innovazione e solo se diventerà un’economia del prossimo futuro e non del presente.

Fatta questa premessa, condivido la preoccupazione nutrita in merito alle questioni della privacy e della sicurezza informatica. La società che si sta creando rischia di diventare una società sotto controllo costante e ciò sarà una grande tragedia moderna in termini di libertà pubbliche.

Infine, riconosciamo che l’innovazione, in particolare le nuove tecnologie, ha reso possibile la rivoluzione democratica nelle società moderne, e questo fatto deve essere accolto con favore, mantenuto e incoraggiato.

 

13. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 13.00, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MAURO
Vicepresidente

 

14. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

15. Situazione del settore calzaturiero europeo a un anno dalla sua liberalizzazione (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca l’interrogazione orale dell’on. Enrique Barón Crespo, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sulla situazione del settore calzaturiero europeo a un anno dalla sua liberalizzazione (O-0005/2006 – B6-0007/2006).

 
  
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  Enrique Barón Crespo (PSE), autore. (ES) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’industria calzaturiera è un importante settore economico della Comunità europea, famoso in tutto il mondo per l’eccellenza dei suoi prodotti.

Il settore è formato perlopiù da PMI, situate in molti casi in regioni dove costituiscono la principale fonte di occupazione. Nel 2005 esistevano più di 11 000 imprese, che davano lavoro, direttamente o indirettamente, a oltre 500 000 persone e che producevano circa 700 milioni di scarpe, pari al 10 per cento della produzione mondiale. Vorrei inoltre sottolineare che, in risposta al processo di apertura, il settore calzaturiero è stato ampiamente ristrutturato e ora concentra la produzione in particolare sulla gamma di prezzo più elevato. Direi che la specialità europea più evidente è l’industria del cuoio.

Come nel caso dei prodotti tessili, l’impatto del processo di liberalizzazione è stato importante per porre fine al contingentamento. Il sistema di monitoraggio introdotto dalla Commissione dimostra chiaramente che nelle importazioni, in particolare dalla Cina, ma non solo da questo paese, si è registrato un aumento straordinario. L’anno scorso l’incremento medio delle importazioni in termini di valore e di quantità ha superato il 450 per cento e, in alcuni casi, ha raggiunto il 900 per cento.

Il prezzo medio delle calzature importate è sceso in modo significativo, ma non il prezzo di vendita dei prodotti. Questo non avvalora la tesi, che tutti noi crediamo vada difesa, secondo cui i veri beneficiari del processo di liberalizzazione del commercio dovrebbero essere i consumatori.

Un anno fa la Confederazione europea dell’industria calzaturiera ha presentato un reclamo per le pratiche di dumping nel settore delle calzature in cuoio. Si tratta di uno dei maggiori casi che si sono presentati nell’Unione europea, e interessa molte industrie per un valore superiore a 800 milioni di euro.

Il 23 febbraio il Commissario Mandelson ha annunciato ai media l’intenzione della Commissione di raccomandare un aumento dei dazi del 19,4 per cento per la Cina e del 16,8 per cento per il Vietnam. Le calzature per bambini e di altro tipo, che rappresentano una parte molto significativa, non erano soggette a simili misure. Il fatto è che la Commissione ha adottato una decisione senza precedenti, introducendo dazi provvisori per un periodo di cinque mesi mediante una misura antidumping. Va sottolineato che, dato il valore unitario dei prodotti, tale misura non può considerarsi estrema. Si tratta di una percentuale relativamente bassa.

Non desidero approfondire oltre il tema del dumping. In qualità di presidente della commissione per il commercio internazionale, tuttavia, vorrei esporre alcune considerazioni sulla base di un concetto preliminare, cioè la necessità di rispettare le regole che abbiamo istituito nel quadro dell’OMC, sia all’interno che all’esterno della Comunità. Sono consapevole che siamo dinanzi a un problema che va ben al di là di un semplice episodio di dumping. In alcuni casi, si tratta della sopravvivenza del settore in Europa, nonché della possibilità di delocalizzazione quale risposta adeguata all’evoluzione dei fatti. Come sapete, tutti hanno le loro buone ragioni in questi casi; è tuttavia inconcepibile che l’intera industria europea debba trasferirsi.

Nel contempo, va detto che la Cina sta tentando di raggiungere lo status di economia di mercato nel quadro dell’OMC. Alcuni aspetti delle indagini comunitarie indicano che in questo caso la Cina ha chiaramente eluso gli obblighi dell’OMC, o nel campo delle sovvenzioni, più o meno occulte, o in quello della contraffazione. Questa è pertanto un’occasione, signor Commissario, per dimostrare ai cittadini che la Commissione intende fare tutto ciò che è in suo potere per assicurare il rispetto delle norme commerciali, compreso, se necessario, il ricorso al comitato arbitrale dell’OMC.

Tali alterazioni del mercato non si limitano al settore calzaturiero. Esiste il fondato sospetto che talune forme di sostegno illegale alle società cinesi di esportazione abbiano carattere abituale. Signor Commissario, viste le aspettative del settore in questione e la sensibilità dell’opinione pubblica europea, vorrei sapere quali azioni intraprenderà la Commissione per assicurare che il paese rispetti le norme dell’OMC. Le considerazioni politiche non devono prevalere sulle conclusioni tecniche in materia di antidumping. Le misure proposte dalla Commissione sono controverse. L’industria europea e alcuni Stati membri non sono soddisfatti della sua proposta. Sono state espresse obiezioni pubbliche alla “creatività” dimostrata dalla Commissione nell’applicazione delle norme e pratiche consolidate nel campo della lotta al dumping. Non so se tali accuse siano vere. Quello che so è che le indagini antidumping si basano su leggi che vanno applicate fedelmente senza alcun genere di considerazione parallela.

In conclusione posso dirle, signor Commissario, che la commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo intende seguire con molta attenzione l’intero processo, poiché crede che quello compiuto dalla Commissione sia un primo passo e che debba essere accompagnato da un atteggiamento favorevole al fatto che la Cina e altri paesi, tra cui il Vietnam, abbiano maggiori opportunità all’interno del commercio internazionale, rispettando però le norme che abbiamo stabilito.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, in risposta alle gradite domande, vorrei sottolineare il mio forte impegno a sviluppare scambi commerciali e flussi di investimenti bilaterali tra Europa e Cina e con altri mercati asiatici, tra cui quello vietnamita. A mio avviso, uno sviluppo armonioso di tali relazioni rappresenta la più grande ricompensa per la politica commerciale europea dei prossimi anni.

Credo che l’Europa debba rispettare i vantaggi naturali di queste economie asiatiche e adeguarsi ad essi, orientando le proprie attività verso settori e produzioni nei quali le sue competenze e le sue tecnologie le offrono un vantaggio. E’ così che si sviluppa il commercio ed è così che le economie europee si sono sviluppate nel corso dei secoli.

Il settore calzaturiero europeo è in prima linea nella concorrenza globale. Nonostante l’ingegno, la creatività e l’eccellenza, i produttori europei di calzature in cuoio si trovano ad affrontare la sfida straordinaria posta dai produttori asiatici. Tuttavia il caso del dumping mi obbliga a distinguere tra questa nuova e dura concorrenza da un lato, e il commercio puramente sleale dall’altro.

Le misure di protezione del commercio in Europa intendono colpire il commercio sleale. Non ci possono proteggere da una concorrenza agguerrita. Non possono difenderci dai vantaggi naturali e legittimi di cui l’Asia dispone in termini di costo. Tuttavia, quando a tali vantaggi comparati si aggiungono pratiche sleali e non concorrenziali, abbiamo il diritto e il dovere di intervenire. Per questo motivo, dopo aver ricevuto dai miei servizi un’analisi e una valutazione preliminari, ho raccomandato alla Commissione e agli Stati membri l’istituzione di dazi provvisori per questo caso.

Esistono prove evidenti di pesanti interventi dello Stato nel settore delle calzature in cuoio in Cina e in Vietnam: finanziamenti a buon mercato, agevolazioni fiscali, rendite fondiarie estranee alle leggi di mercato e valutazione impropria delle attività da cui scaturisce il dumping. Tale dumping sta arrecando gravi danni ai produttori comunitari.

I dazi antidumping da me suggeriti garantiranno ai dettaglianti con merci in transito di non dover improvvisamente sostenere alla frontiera costi inattesi. Suggerisco che vengano introdotti gradualmente nell’arco di cinque mesi, partendo da un’aliquota del 4 per cento circa in aprile. Grazie a questa misura, gli importatori potranno fare programmi per i sei mesi successivi con la massima trasparenza e il massimo livello di prevedibilità. Ciò significa tuttavia che una volta decorsi i sei mesi verrà applicato l’intero dazio per contrastare gli effetti pregiudizievoli del dumping.

Come previsto dalla legge, ho valutato attentamente la questione degli interessi dei consumatori e dei dettaglianti in questo caso particolare. Ho proposto di escludere le calzature sportive high-tech, la cui produzione in Europa non è più quantitativamente significativa. Propongo inoltre di escludere le scarpe per bambini, onde garantire che un aumento anche minimo dei prezzi non incida sulle famiglie più povere.

So che alcuni si preoccupano per il possibile impatto sui prezzi al consumo. Sulla base di dati oggettivi, ritengo che la catena di approvvigionamento disponga di un margine che consente di assorbire un modesto dazio sui costi all’importazione ripartendolo tra le varie gamme di prodotti e all’interno della catena di distribuzione. Come ho già detto, le misure proposte sono provvisorie. Verranno discusse con gli Stati membri e dovranno essere confermate dal Collegio dei Commissari.

Credo di proporre una soluzione equilibrata che merita il sostegno degli Stati membri e dell’Assemblea. Rimedia al danno, ma consente la massima prevedibilità per gli importatori e comporta costi aggiuntivi minimi per i consumatori. Non vi saranno contingenti, né alcun limite alle importazioni di calzature in cuoio dalla Cina e dal Vietnam. Ho comunicato al governo cinese e a quello vietnamita la mia intenzione di collaborare con loro per aiutarli a far fronte ai problemi sollevati dall’inchiesta comunitaria.

Istituire un dazio su merci oggetto di dumping non è una forma di protezionismo. Non si tratta di chiedere ai consumatori di sovvenzionare produttori europei non competitivi questo facile paragone viene citato troppo spesso. Vale inoltre la pena di mettere in chiaro che le scarpe non faranno la stessa fine dei prodotti tessili. La questione tessile riguardava l’importazione leale di prodotti tessili. Le misure antidumping da noi proposte per le scarpe in cuoio, al contrario, intendono colpire la concorrenza sleale. La Commissione ha l’obbligo giuridico di compiere indagini in merito a tale istanza e il diritto legittimo di proteggere i produttori europei da queste pratiche.

Alcune delle vostre domande riguardano la situazione generale del settore calzaturiero europeo. Vorrei rispondere brevemente. La contrazione del settore calzaturiero è un processo di lungo periodo iniziato ben prima che il commercio delle calzature con la Cina venisse liberalizzato nel 2005. Tuttavia, è chiaro che da questo cambiamento qualcuno ha guadagnato e qualcuno ha perso. Alcuni produttori hanno incrementato le esportazioni, mentre altri, tra cui la Turchia e alcuni dei paesi ACP, hanno visto le proprie esportazioni verso l’Unione europea e altri paesi mantenersi costanti o diminuire.

Evidentemente è stata la Cina, dotata di una produzione e una capacità di esportazione incredibili, a trarre maggior vantaggio dalla situazione. Qui in Europa sono andati persi più di 40 000 posti di lavoro nel settore calzaturiero e dal 2001 oltre 1 000 calzaturifici hanno chiuso i battenti. La produzione europea di calzature in cuoio è diminuita del 30 per cento e i margini di profitto si sono drasticamente ridotti, attestandosi appena al di sopra dell’un per cento.

Non dobbiamo tuttavia fingere che questa intensa pressione competitiva sui produttori europei di calzature sia legata solo alle merci oggetto di dumping. In gran parte, queste sono le conseguenze del cambiamento degli schemi di produzione e di consumo nell’economia globale. Credo che dobbiamo accettarlo, aiutando chi ne è colpito ad adattarsi a tali cambiamenti. Dobbiamo altresì riconoscere che i produttori europei hanno contribuito in modo significativo al cambiamento trasferendo la produzione in Asia in numerose occasioni. Di conseguenza, nella valutazione dei nostri interessi al riguardo, dobbiamo tenere conto del ventaglio di interessi dei produttori europei.

Rispondere alla sfida asiatica impone grandi sforzi alle nostre imprese e ai nostri lavoratori. La strategia della Commissione per la crescita e l’occupazione si fonda sull’idea che l’Europa debba impegnarsi a mettere gli europei di oggi in condizione di rispondere a questa sfida e di creare i posti di lavoro di domani. Non possiamo frenare la globalizzazione e il cambiamento economico. Non credo che tentare di farlo sia nell’interesse dell’Europa. Chi crede che il Commissario per il commercio possa invertire il processo di cambiamento economico mondiale sta chiedendo a re Canuto di respingere la marea.

Possiamo però dare una struttura alla globalizzazione, e persino imbrigliare il suo potenziale dinamico di rinnovamento nonché d’innovazione in Europa. Penso che la questione calzaturiera nel senso più ampio ci ponga dinanzi a tale imperativo. Dobbiamo investire nel cambiamento, in coloro che sono interessati dal cambiamento, ma nel contempo affrontare il mondo che cambia. Dobbiamo inoltre difendere con forza le regole e la concorrenza leale. Dobbiamo riconoscere che se vogliamo vincere la disputa più generale sul libero scambio, dobbiamo essere pronti a difendere e a sostenere il commercio leale.

Non possiamo però negare all’Asia i suoi vantaggi comparati o l’industria competitiva che sta togliendo da una condizione di povertà milioni di persone nel mondo in via di sviluppo. L’unico contrappeso sostenibile a quella concorrenza è dato dalla creatività, dall’innovazione e dall’impegno delle stesse società europee, corroborati dall’adeguato aiuto da parte delle autorità politiche.

Sarò lieto di tornare su ciascuno di questi punti per un approfondimento e di rispondere alle eventuali questioni che i deputati potrebbero successivamente sollevare.

 
  
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  Robert Sturdy, a nome del gruppo PPE-DE. (EN) Signor Presidente, nutro una certa preoccupazione per il fatto che noi, e la Commissione in particolare, non abbiamo imparato nulla dal problema delle cosiddette “guerre dei reggiseni”, quando abbiamo dovuto rivedere la nostra posizione. Comprendo appieno la situazione per quanto riguarda le misure antidumping e mi trovo totalmente d’accordo con l’opinione della Commissione al riguardo. Tuttavia, signor Commissario, un paio di punti del suo intervento hanno destato la mia preoccupazione.

Parlando di Vietnam e Cina, ha detto che in alcune circostanze essi hanno goduto di finanziamenti, accordi finanziari speciali, agevolazioni fiscali e così via. Questo non vale in alcuni casi anche per l’Unione europea? Non succede che questo si verifichi con una certa frequenza nell’UE? In particolare, non si è mai fatto ricorso a finanziamenti europei, Fondi strutturali e così via? Esiste il rischio che veniamo denunciati all’OMC a causa di misure o di supporto antidumping?

Potrebbe rispondere ad altre due o tre domande? Mi è molto chiara la situazione nei confronti della Cina e sono disposto ad accogliere la sua posizione, ma uno degli obiettivi che stiamo cercando di realizzare nel mondo occidentale in questo momento è lasciarci alle spalle la povertà. E’ un argomento di cui abbiamo discusso parecchio. Il Vietnam, tuttavia, 30 anni fa e persino 10 anni fa era un paese molto povero, probabilmente più povero di molti paesi dell’Africa subsahariana. Perché erano in miseria? Siamo certi che siano stati in grado di competere senza istituire un meccanismo di supporto? Può dare una risposta a questa domanda? E’ un paese che a fatica si è sottratto a una condizione di estrema povertà e che ora almeno ha una parvenza di infrastrutture.

Mi preoccupa il nostro proposito di proteggere il settore calzaturiero europeo. Lei dice che non è così. Eppure la mia preoccupazione resta.

Vorrei che rispondesse a un’ultima domanda. Credo che sia noi deputati al Parlamento europeo che voi Commissari abbiamo perso l’occasione di trasmettere un messaggio sul dumping. I cittadini ci considerano protezionisti. Dal suo personale ho appreso che un paio di stivali firmati provenienti dalla Cina costano circa 180 euro in Europa ma solo 10 euro al momento dell’importazione da quel paese. Se l’effetto del 19 per cento ricadrà direttamente sul consumatore, sarà calcolato sui 180 euro o sui 10 euro del costo d’importazione?

 
  
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  Erika Mann, a nome del gruppo PSE. (EN) Signor Presidente, ho alcune domande e in questa occasione non potrò parlare a nome del mio gruppo perché, in materia di antidumping, penso che siamo piuttosto divisi e abbiamo opinioni proprie al riguardo. Voglio però ringraziare il Commissario Mandelson per aver presentato il suo punto di vista e per il suo intervento.

Parto dall’idea che le misure e gli strumenti antidumping vanno presi in seria considerazione. A questo proposito, concordo con il collega, onorevole Sturdy, che ha ragione. Se non utilizziamo lo strumento in modo trasparente ed equo, le cose potrebbero farsi alquanto complicate per noi.

Come prima domanda, chiedo al Commissario se l’Unione europea produrrà una valutazione complessiva delle condizioni di concorrenza e degli interventi dello Stato nella Repubblica popolare cinese. Il Parlamento europeo desidererebbe inoltre ricevere una relazione sul rispetto delle norme e degli impegni di accesso dell’OMC da parte della Cina a cinque anni dal suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio.

La Comunità europea agirà nell’ambito dell’OMC se la Cina e il Vietnam non porranno fine alle attività sleali entro un ragionevole lasso di tempo e, in tal caso, quali misure intraprenderà?

Signor Commissario, conviene che l’accordo CE e gli esiti dell’inchiesta antidumping sono confidenziali e che la fuga di notizie può provocare distorsioni del mercato? Potrebbe spiegare con precisione le ragioni alla base dell’esclusione delle calzature per bambini, in particolare alla luce del fatto che in alcuni paesi le scarpe per bambini vengono indossate dagli adulti? Potrebbe spiegare perché la pubblicazione degli esiti del sistema antisorveglianza ha subito un tale ritardo? Se non sono del tutto in errore, si tratta di un anno. Una questione minore: come considera questa indagine in relazione all’altra valutazione attualmente in corso per quanto riguarda il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina?

 
  
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  Johan Van Hecke, a nome del gruppo ALDE. (NL) Signor Presidente, signor Commissario, dai dati messi recentemente a disposizione dai suoi servizi, dei quali lei sembra essere a conoscenza da molto tempo, è emerso che dalla liberalizzazione delle importazioni europee lo scorso anno, le importazioni mensili di calzature dalla Cina sono aumentate del 400 per cento, e in alcuni casi non meno del 900 per cento. Finora non ha annunciato alcun dazio antidumping. Alcuni diranno che è troppo poco e troppo tardi. Pensano che avrebbe potuto evitare il peggioramento della situazione vigilando maggiormente e reagendo con maggior prontezza.

L’industria calzaturiera europea è un settore relativamente piccolo, che si limita all’incirca a quattro paesi europei, e già delocalizzato in larga misura. Viene da chiedersi se questa sia una ragione sufficiente per mandare all’aria l’intero settore, il che accadrà certamente se dovrà confrontarsi con pratiche di commercio sleale, come lei stesso le ha molto adeguatamente definite, quali il dumping o gli aiuti di Stato diretti o indiretti.

Oggi il libero mercato è un meccanismo regolato socialmente in cui le norme che si applicano a livello globale devono essere rispettate da tutte le parti in causa. Chiaramente in questo caso non è così. La Cina è propensa a godere dei benefici dell’appartenenza all’OMC, ma trascura gli obblighi che essa implica. E’ ovvio che l’intero mercato mondiale rischia di essere sconvolto. Ieri i prodotti tessili, oggi le calzature; a cosa toccherà domani?

Vorrei chiedere al Commissario Mandelson perché la Commissione non ha reagito prima. Può davvero temere di prendere il gigante giallo per il verso sbagliato? E soprattutto, il Commissario può spiegarci in che modo possiamo convincere dei benefici che derivano da una globalizzazione di questo tipo i lavoratori del settore calzaturiero europeo che rischiano di perdere il lavoro a causa della concorrenza sleale?

 
  
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  Caroline Lucas, a nome del gruppo Verts/ALE. (EN) Signor Presidente, si ha come una sensazione di déjà vu in questo dibattito. Benché le misure antidumping siano di fatto diverse dall’esempio dell’accordo multifibre, non credo sia una coincidenza che questa crisi si verifichi dopo l’abolizione dei contingenti. E’ chiaro che in un mondo in cui il libero mercato è assolutamente deregolamentato e privo di restrizioni il cosiddetto “prezzo cinese” trascinerà verso il basso costi e standard in tutto il mondo, fenomeno di cui saranno i più poveri a subire le conseguenze peggiori. Penso che assisteremo ad altri casi simili finché non riconosceremo che la strada da seguire è un contingentamento che permetta a tutti, e non solo a pochi, di trarre vantaggio dal commercio.

Il Commissario Mandelson parla di un’Europa in grado di adattarsi salendo nella catena del valore aggiunto, ma si tratta di una discussione che abbiamo già fatto diverse volte. Sa che, a mio avviso, la Cina continuerà essenzialmente a comportarsi proprio nello stesso modo, e perché non dovrebbe? Così non si troverà la soluzione né per l’Europa né per il resto del mondo.

Ciò che è interessante in questa circostanza sono le straordinarie lungaggini che la Commissione sembra essersi sobbarcata al fine di dare l’impressione che questo caso sia molto meno grave di quanto è in realtà. Pare quasi che il dogma e l’ideologia neoliberale stiano avendo la meglio sulla realtà.

Pertanto vi sono alcune domande fondamentali cui rispondere, tra cui il livello dei dazi, basato sugli effetti pregiudizievoli, individuato dalla Commissione: 19,4 per cento per la Cina e 16,8 per cento per il Vietnam. Queste cifre si fondano evidentemente su sistemi di calcolo mai utilizzati prima d’ora nella Comunità europea. Il settore teme seriamente che tali percentuali non saranno sufficienti. L’esenzione delle scarpe per bambini e sportive ha l’effetto di escludere circa il 42 per cento delle calzature importate sottocosto, per le quali tuttavia non si pagheranno dazi antidumping. Non credo sia equo verso i produttori europei, ma non è equo neppure verso quelli cinesi, che lavorano per salari ridicoli circa 12 dollari americani la settimana, come dicono i servizi di China Labor Watch ma nel contempo hanno diritti sociali ridotti al minimo. A meno che non supponiamo che sia il consumatore a trarne vantaggio, mi pare valga la pena osservare che è improbabile che i dazi antidumping portino all’aumento dei prezzi al consumo, bensì alla riduzione del margine di profitto degli importatori.

Ritengo che dobbiamo preoccuparci seriamente dell’impatto della concorrenza delle società che hanno sede in Cina non solo sull’Europa, ma sui paesi più poveri, quali i paesi Euromed e riconoscere che, finché avremo un sistema di commercio gestito, i vincitori si concentreranno sempre in un pugno di paesi sempre meno numerosi e i vinti saranno la maggioranza.

 
  
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  Vittorio Agnoletto, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, per dieci anni, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno guidato le trattative per l’entrata della Cina nell’OMC. Ora Pechino ha imparato la lezione e non esita ad applicare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio con la spietata risolutezza degna dei suoi maestri.

Le misure antidumping non sembrano per nulla rispettose della legislazione e della giurisprudenza comunitaria e possono avere un impatto estremamente negativo sull’intero sistema della politica commerciale comunitaria e sui consumatori: è necessario pertanto rimettere totalmente in discussione le dottrine liberiste dell’OMC.

Riteniamo importante che l’Unione europea sostenga un modello economico che ponga al centro il rispetto delle clausole sociali e dei diritti dei lavoratori in ogni parte del mondo.

L’Europa si deve adoperare maggiormente nelle diverse istanze internazionali per promuovere il lavoro dignitoso. L’Europa deve realizzare normative atte a valorizzare marchi per accertare la provenienza geografica e il rispetto delle regole sociali e ambientali.

Se non rimetteremo in discussione il liberismo dell’OMC, dopo il tessile e dopo le scarpe, vi sarà un’altra lunga lista di prodotti.

 
  
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  Nigel Farage, a nome del gruppo IND/DEM. (EN) Signor Presidente, vorrei esprimere la mia solidarietà al Commissario Mandelson. Signor Commissario, le è stato affidato un compito impossibile. Come possono 25 paesi avere una sola politica commerciale? L’approccio “taglia unica” non va bene per tutti, che si tratti di politica commerciale o di misure di scarpe.

Ha inoltre il problema di essere lei stesso un fautore del libero commercio, della globalizzazione, della modernizzazione. Lei riconosce ciò che sta accadendo nel mondo, ma combatte contro il rinnovato nazionalismo economico che esiste all’interno di quest’Unione europea. E’ chiaramente impossibilitato a svolgere il suo lavoro e sovrintende a un regime intriso di protezionismo e mera ipocrisia, poiché noi, naturalmente, sovvenzioniamo la nostra agricoltura e manterremo in vigore le sovvenzioni all’esportazione fino al 2013.

Tuttavia, in linea con le parole che John Blundell, Direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia, ha pronunciato solo l’altro giorno, ammette che la stragrande maggioranza delle imprese britanniche vuole che il Regno Unito si ritiri dalla politica commerciale comune e che ritorni a gestire la propria politica commerciale? Lo riconosce?

 
  
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  Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la liberalizzazione del mercato delle calzature dal primo gennaio 2005 ha prodotto un aumento delle importazioni dalla Cina pari al 500 per cento in un anno, determinando un’ulteriore contrazione del settore calzaturiero comunitario e facendo aumentare i fallimenti e anche la disoccupazione.

I prezzi all’importazione sono artificialmente bassi, non vi può esserci concorrenza corretta quando le basi di partenza sono talmente divaricate e non vi è equità quando impera il dumping. La conseguenza di questa situazione ha colpito anche i fornitori di calzature e di componenti dei paesi terzi, inclusi i paesi candidati e paesi in via di sviluppo che sono stati espulsi dal mercato comunitario.

Dopo la denuncia dell’industria europea, contro la Cina e il Vietnam la Commissione ha aperto un’indagine antidumping che, per dimensioni, è la maggiore di questo genere mai avviata dalla Comunità.

Al Parlamento però non bastano le buone intenzioni, chiediamo informazioni su punti specifici. La scomparsa del sistema delle quote che impatto ha avuto per l’industria comunitaria e per i paesi in via di sviluppo? Come intende la Commissione affrontare l’esigenza di ristrutturare il settore calzaturiero europeo? Quali valutazioni fornisce la Commissione sui risultati del sistema di vigilanza comunitario nel settore? Come procedono le indagini antidumping e quali sono le prospettive per la tutela dell’interesse comunitario? Intende la Commissione avviare ulteriori iniziative a livello internazionale, come avvenuto per il tessile, o aspettiamo che sia troppo tardi? La Commissione ha considerato la necessità di avviare un’indagine nei confronti della Cina nel cuore del meccanismo transitorio di salvaguardia specifico per prodotto?

Il livello della protezione previsto nella proposta è troppo basso, è inadeguato, tanto più se viene spalmato su sei mesi, nel corso dei quali i cinesi non aspetteranno che il dazio raggiunga il venti per cento per esportare enormi quantità di calzature. Questo, signor Presidente e signor Commissario, non è libero mercato.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (NI). (PL) Signor Presidente, è del tutto ovvio che l’Europa deve tutelarsi. Le proporzioni della minaccia che abbiamo di fronte si possono comprendere senza difficoltà se si pensa che le importazioni di calzature dalla Cina sono aumentate di diverse centinaia di punti percentuali. La situazione è addirittura più grave per quanto riguarda il Vietnam, paese ancor più dinamico. Dobbiamo chiaramente ricorrere ad alcuni strumenti solo in apparenza in contrasto con lo spirito del libero mercato. Dico solo in apparenza, perché in continenti come l’Asia la produzione nel settore in questione non ha nulla a che fare con il libero mercato, in quanto la forza lavoro locale è oltremodo economica. E’ evidente che l’Unione europea ha il diritto di difendersi e di ricorrere alle procedure economiche e agli strumenti previsti.

Vorrei tuttavia lanciare un invito alla coerenza. Uno studio della situazione generale rivela che la disoccupazione nel settore colpisce un paio di Stati dell’Unione europea in particolare. Rivela inoltre che quegli stessi Stati si rifiutano di riconoscere il libero mercato all’interno dell’Unione europea. A mio avviso, questo comportamento dimostra una certa mancanza di coerenza, e invito i governi degli Stati membri in questione a porre rimedio alla situazione.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE). (FR) Signor Presidente, signor Commissario, ci ha fornito le cifre: oggi la produzione calzaturiera in Europa è diminuita del 30 per cento circa, i prezzi all’importazione sono scesi di oltre il 20 per cento e, soprattutto, il settore ha perso quasi 40 000 posti di lavoro. Sono passati sei mesi dagli eventi dell’industria tessile e, proprio come avevamo previsto allora, il mercato comunitario si trova di nuovo dinanzi a pratiche commerciali sleali. Di fatto, come lei ha sottolineato, abbiamo le prove dell’intervento da parte dello Stato e della concessione di sovvenzioni occulte ai produttori cinesi e vietnamiti. Di fronte alle prove di una simile violazione delle norme commerciali, l’Unione europea ha il dovere di reagire e di riparare il danno arrecato all’industria comunitaria, in conformità delle norme dell’OMC.

Per questo motivo è necessario come lei ha spiegato, signor Commissario attuare misure antidumping in relazione a tali importazioni. Istituire una legge per i prodotti soggetti a dumping non equivale a chiedere al consumatore di sovvenzionare le imprese europee non competitive. In effetti si tratta piuttosto di assicurare le condizioni per un commercio equilibrato, che tuteli gli interessi sia dei consumatori che dei produttori. In questo senso, intervenire allo scopo di limitare gli effetti pregiudizievoli del dumping non dev’essere considerato un atto di protezionismo.

L’Unione europea aspira a relazioni armoniose e aperte con i partner asiatici, anche al fine di emancipare le loro popolazioni dalla povertà. Tuttavia aspira anche a far osservare norme commerciali leali ed eque per tutti.

 
  
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  Francisco Assis (PSE). (PT) Un anno dopo l’abolizione delle ultime restrizioni sulle importazioni di calzature dalla Cina, ci troviamo nella condizione di valutare oggettivamente l’impatto della liberalizzazione del commercio in questo settore. Si è verificato un netto aumento delle importazioni, con le conseguenze che ciò comporta per il settore produttivo europeo.

La nuova situazione accentua la necessità di monitorare l’attuale processo di ristrutturazione del settore calzaturiero, incoraggiando lo sforzo di adattamento del mondo imprenditoriale e rimodellando la struttura economica delle regioni per le quali l’impatto sociale dei cambiamenti in atto è stato più diretto. Nel contempo, tuttavia, la Commissione deve impegnarsi a individuare e a combattere gli esempi palesi di concorrenza sleale, che aggrava ulteriormente un quadro già problematico. La concorrenza sleale è il maggior alleato degli impulsi protezionistici. L’Unione europea dev’essere particolarmente severa in quest’ambito.

Date le premesse, dobbiamo accogliere con favore la decisione della Commissione di adottare misure antidumping, dopo aver appurato che Cina e Vietnam hanno fatto ricorso a pratiche sleali, quali l’abbassamento artificioso dei prezzi delle loro esportazioni in questo settore. Tali pratiche sono particolarmente inaccettabili se si tiene conto del fatto che questi paesi godono già di straordinari vantaggi rispetto ai concorrenti. Pertanto non vi può essere alcuna giustificazione per manipolazioni di alcun genere.

Benché nel complesso le misure adottate siano ben accette, nutriamo alcune preoccupazioni. L’attuazione graduale di dazi antidumping a partire da un valore basso potrebbe portare a un netto e immediato anticipo delle importazioni da Cina e Vietnam, che aggraverebbe ulteriormente la situazione attuale. Si tratta di un problema serio. D’altro canto, anche l’idea di escludere alcune categorie di prodotti dal campo d’applicazione delle misure merita un’analisi approfondita, dal momento che si temono comportamenti aggressivi che si possono contrastare solo se, come speriamo, tali importazioni verranno monitorate rigorosamente.

 
  
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  Sajjad Karim (ALDE). (EN) Signor Presidente, a settembre, in quest’Aula, ho chiesto al Commissario di dar prova di maggior lungimiranza in seguito alla prima abolizione dei contingenti. Allora non ero al corrente del fatto che da giugno la Commissione fosse in possesso di statistiche che mostravano un aumento delle importazioni di calzature dalla Cina pari quasi al 700 per cento, che indicava il pesante intervento dello Stato nel settore, che la Commissione ha rivelato cinque mesi più tardi. Il cinico che c’è in me mi suggerisce che tali statistiche sono state nascoste sotto il tappeto per porre fine alle “guerre dei reggiseni”, l’ennesimo palliativo, quando invece all’Unione servono soluzioni durature.

Per aggiungere al danno la beffa, all’epoca la Commissione aveva comunicato alla stampa i progetti per i dazi antidumping sulle calzature in cuoio prima che persino gli Stati membri ricevessero le proposte, per non parlare di quest’Assemblea. Signor Commissario, i produttori e i dettaglianti comunitari che hanno paura del futuro in un mercato sommerso da esportazioni asiatiche a basso costo hanno bisogno di risposte, che lei tiene loro nascoste. Hanno bisogno di fiducia e di speranza, che lei sottrae loro; e soprattutto le chiedono innovazione, idee e capacità di gestione, che lei appare incapace di offrire.

Signor Commissario, prima è toccato ai prodotti tessili, ora alle scarpe; la prossima sarà la volta degli arredi. Se non darà prova di maggior lungimiranza e non comunicherà in modo esauriente con i partner comunitari, non saremo in grado di collaborare e di aiutare l’industria europea ad affrontare la sfida posta da questi mercati emergenti.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM). (NL) Signor Presidente, a meno di un anno dai problemi verificatisi nel settore tessile, l’Europa è in procinto d’intraprendere un nuovo conflitto commerciale con la Cina. Non è la prima volta che il rapido sviluppo economico dei paesi asiatici coglie di sorpresa l’Europa, che ancora una volta si presenta divisa. L’Unione europea non deve però farsi paralizzare dalle opinioni opposte adottate negli Stati membri settentrionali e meridionali. Ancora una volta, la politica della Commissione rappresenta un debole compromesso tra il libero commercio e il protezionismo. Per questo motivo la Commissione deve elaborare con urgenza una politica commerciale solida e chiara con le regioni asiatiche, in modo da spezzare la catena dei conflitti di settore.

Pur comprendendo la frustrazione degli importatori e degli Stati membri che non hanno una propria industria, sono dell’opinione che sia essenziale ricordare alla Cina le norme dell’OMC. Poiché a queste parole devono seguire i fatti, mi rivolgo a lei, Commissario Mandelson, affinché nel corso dei negoziati per il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Repubblica popolare cinese faccia menzione del comprovato intervento dello Stato nel settore calzaturiero.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Commissario, onorevoli colleghi, siamo alle solite: dopo aver abolito ogni restrizione sulle importazioni di prodotti calzaturieri dall’Estremo Oriente e aver così danneggiato l’industria europea e italiana del settore con le ovvie ricadute occupazionali, si stanno gettando le basi della futura e certa compromissione delle sorti delle piccole e medie imprese. Queste saranno definitivamente schiacciate dalla sleale concorrenza di merci a bassissimo costo, prodotte senza alcuna seria verifica delle condizioni nella filiera di produzione e distribuzione, sia per quanto riguarda l’impatto ambientale che per le garanzie sociali e di impiego della manodopera.

Sono questi i fattori della produzione sui quali si gioca il vantaggio dei costi d’impresa, che alterano slealmente ogni capacità di concorrenza e la trasformano, invece che da gioco del libero mercato, in aperto dumping contro gli interessi non solo di un settore, ma dell’intera comunità.

Chiedo che la Commissione intervenga in difesa del settore calzaturiero dalla concorrenza sleale dei prodotti importati da paesi extra UE, anche alla luce del fatto che le misure di vigilanza che l’Unione ha finora intrapreso si sono dimostrate praticamente inutili.

Rivendichiamo non solo vigilanza, ma anche difesa attiva del genio e della qualità dell’impresa calzaturiera europea, limitando fortemente le importazioni, imponendo dazi e certificando l’eticità sociale ed ambientale dei prodotti, come da me sollecitato già in altre occasioni richiesto.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE). (EL) Signor Presidente, appartengo al novero dei sostenitori di un sistema di commercio mondiale multilaterale, equilibrato e libero, caratterizzato da coerenza istituzionale e politica. Intendo un sistema fondato su norme ancor più rigide, su istituzioni più forti, su procedure più trasparenti e democratiche.

L’aumento del 500 per cento delle importazioni di calzature in cuoio nel 2005, percentuale che l’onorevole Barón Crespo ha innalzato al 900 per cento, non è soltanto il prodotto della liberalizzazione, e questo va compreso. E’ il prodotto di pratiche sleali che violano le norme del commercio internazionale da parte di Cina e Vietnam, da parte di due economie emergenti.

Come hanno affermato altri deputati, ieri abbiamo perso migliaia di posti di lavoro e assistito alla scomparsa di centinaia di unità produttive nel settore tessile europeo, e oggi tocca all’industria calzaturiera. L’Unione europea deve inviare un messaggio chiaro, come lei ha suggerito, Commissario Mandelson, e in questo messaggio siamo tutti con lei. La sosteniamo. Sì alla concorrenza, no alle sue distorsioni evidenti o occulte. I dazi antidumping bisogna capirlo non sono una misura protezionistica; sono una misura di difesa commerciale legale, e se si vuole che tale misura sia efficace, i dazi devono essere commisurati al grado di dumping.

A tutti coloro che accampano l’argomento del prezzo migliore contro l’imposizione di dazi, vorrei ribattere con la seguente domanda: i consumatori hanno tratto vantaggio dalla riduzione dei prezzi all’importazione in seguito alla liberalizzazione? E’ mia opinione personale che ne abbiano tratto profitto i pochi fornitori di prodotti di Cina e Vietnam. La Commissione deve organizzare il proprio attacco istituzionale, un attacco di convergenza sistematica e protezione efficace della proprietà intellettuale e industriale, un attacco contro il dumping ecologico e sociale, contro pratiche non trasparenti e sleali e contro gli interventi da parte dello Stato. In caso contrario, l’accumulo di casi di violazione delle norme del commercio internazionale, con l’Unione che reagisce dopo il fatto, potrebbe compromettere la fiducia dei cittadini europei nel principio fondamentale della liberalizzazione del sistema del commercio mondiale.

 
  
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  Kader Arif (PSE). (FR) Signor Presidente, signor Commissario, da quando l’anno scorso i contingenti sono stati aboliti, le importazioni dalla Cina, come si è detto, sono aumentate in modo straordinario, del 500 per cento circa.

Le conseguenze sono gravi per la competitività del settore calzaturiero europeo che, di fronte a questa marea d’importazioni a prezzo bassissimo, è teatro di numerosi e tragici fallimenti, per non parlare della conseguente perdita di posti di lavoro.

Inoltre i nostri fornitori tradizionali, quali i paesi candidati e i paesi Euromed, sono stati estromessi dal mercato comunitario. La Commissione rimane in silenzio al riguardo e non sembra propensa a valutare l’impatto del danno arrecato da questa liberalizzazione.

In seguito al reclamo presentato dagli operatori del settore, lei ha aperto un’inchiesta antidumping. I preoccupanti risultati di tale inchiesta portano alla luce prove inconfutabili d’intervento dello Stato e di pratiche di dumping sociale, che causano perdite rilevanti alle nostre industrie.

Al fine di contrastare tale distorsione delle norme fondamentali del commercio internazionale, oggi ci propone alcune misure. Tuttavia mi preoccupa la graduale entrata in vigore di tali leggi antidumping lungo un arco di cinque mesi, precedente che reputo inadeguato e discutibile dal punto di vista giuridico e che non sarà privo di effetti nefasti. Queste leggi dovrebbero consentire l’eliminazione o del dumping o dei danni che esso comporta. Di fatto, i tassi progressivi proposti non soddisfano alcuna delle due condizioni. L’esclusione delle scarpe per bambini, inoltre, mi pare ingiustificata e incomprensibile. Le sue proposte potrebbero rapidamente rivelarsi insufficienti di fronte alla portata delle perdite subite dalle nostre imprese.

Si potrebbero prendere altre iniziative per contrastare queste pratiche commerciali sleali. Si potrebbe ad esempio aprire un’inchiesta nel quadro delle misure di salvaguardia provvisorie applicabili alle importazioni cinesi, misure che hanno il vantaggio di essere semplici ed efficaci.

Se gli Stati membri le chiedessero di avviare tali iniziative, la Commissione prenderebbe in considerazione questa ipotesi? Signor Commissario, si potrebbe pensare di valutare l’effettiva attuazione delle norme commerciali dell’OMC da parte della Cina e il suo effettivo rispetto di pratiche commerciali leali ed eque, in contrasto con le evidenti violazioni del diritto dell’OMC attuate da questo paese? Le sue proposte non sono né forti né illuminate. Dopo quello tessile l’anno scorso e quello calzaturiero adesso, quali altri settori dovranno subire tali pratiche sleali in futuro?

 
  
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  Giulietto Chiesa (ALDE). – Signor Commissario, onorevoli colleghi, l’esame della situazione italiana del settore delle calzature mi induce a chiedere una modifica sostanziale delle misure da lei proposte e in parte accettate dal governo italiano. L’Italia sta già pagando prezzi altissimi in termini di occupazione.

La mia è una richiesta non in nome del protezionismo, ma di un calcolo degli effetti sociali. Non si tratta di affermare o di negare la globalizzazione o il mercato, la sua analisi è teoricamente misurata e anche realistica. Si tratta di una questione di accenti: il sentiero fra il paradiso e l’inferno è stretto. Stretto come poter distinguere, come lei ha qui ripetuto, tra una dura concorrenza e una concorrenza sleale.

Mi baso sulle sue parole: Cina e Vietnam hanno violato le regole. Lei propone di reagire, ma le proporzioni del dumping sembrano assai superiori a quelle dei dazi che lei propone. Penso francamente che le sue misure debbano essere rinegoziate, cambiando sia i valori che i tempi, cioè applicazione immediata dei dazi, non tra qualche mese, e il loro innalzamento escludendo dall’esenzione daziaria le scarpe anche quelle di tipo staff. Altrimenti non si difenderanno né i produttori né i consumatori europei, né si renderà un buon servizio al mercato.

 
  
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  Patrick Louis (IND/DEM). (FR) Signor Presidente, nella città di Romans, nella Drôme, il tasso di disoccupazione è del 18 per cento il doppio della media francese perché il settore calzaturiero locale è devastato e gli antichi mestieri stanno scomparendo. Questo tracollo è dovuto all’applicazione anacronistica del modello ricardiano alla base della sua politica. La nuova distribuzione internazionale del lavoro ha incoraggiato i paesi con salari bassi a specializzarsi nelle industrie di manodopera, mentre i paesi che risparmiano molto si concentrano sulle industrie di capitale.

Oggi anche il capitale, in assenza di crescita, abbandona tali paesi. In questo modo gli Stati dell’Unione europea, che avevano un alto livello di produttività e salari alti, vengono superati da paesi altrettanto produttivi, ma con salari bassi.

Al fine di evitare un esito negativo, dobbiamo rileggere il lavoro del liberale Maurice Allais, dobbiamo riscoprire le virtù della tariffa esterna comune di veneranda memoria e dobbiamo difenderci all’esterno dell’Unione al fine di essere liberi al suo interno. Se non agiremo in questo modo, tutte le nostre industrie di manodopera seguiranno le orme del settore calzaturiero.

 
  
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  Christofer Fjellner (PPE-DE). (SV) Signor Commissario, la storia comunitaria è spaventosa per quanto riguarda l’antidumping. Si consente ripetutamente agli interessi particolaristici ben organizzati d’imporre dazi doganali al fine di perseguire piccoli guadagni, che si trasformano in alti costi per i consumatori.

Quando la Commissione ha introdotto i dazi doganali sui televisori, i consumatori hanno dovuto pagare 2 corone svedesi per ogni corona guadagnata dall’industria. Nel caso dei dazi sulla biancheria del Pakistan, ciascuna corona che è andata ai produttori ne è costata 3 ai consumatori. Nel caso del salmone norvegese, le cose sono andate anche peggio: ogni corona andata ai produttori di salmone è costata ai consumatori non meno di 70 corone. Pertanto la Commissione non sta tenendo sufficiente conto dei consumatori e quindi degli interessi comunitari.

Ebbene, il processo volto a compiere nuovamente lo stesso errore in materia di calzature da Cina e Vietnam ha avuto inizio, ma questa volta conosciamo in anticipo il prezzo della politica. Il governo danese ha condotto uno studio a dimostrazione del fatto che i costi per i consumatori dell’Unione europea erano otto volte superiori ai profitti dei produttori e che, in totale, l’Unione europea stava perdendo più di 2,5 miliardi di corone svedesi.

Per la Svezia, la cifra è ancora più spaventosa. Per ogni corona andata ai produttori svedesi i consumatori hanno sostenuto un costo di 44 corone. In tutto, si può calcolare che i consumatori svedesi paghino quasi 60 milioni di corone in più per le scarpe. L’unico paese comunitario in cui tale commercio è ritenuto vantaggioso è la Slovacchia, dove si stima che i guadagni ammontino a 300 000 corone. Sarebbe più economico se raccogliessimo i soldi in seno al Parlamento europeo, evitando così che i cittadini debbano pagare i dazi.

Ad essere sinceri, non credo sarebbe un errore. Malgrado tutto, la Commissione ha scelto deliberatamente di fare paragoni con le scarpe costose provenienti dal Brasile e ha confrontato l’aumento delle importazioni prima dell’abolizione dei contingenti con quello successivo all’abolizione. A nessuna fabbrica è stato concesso lo status di economia di mercato, nonostante sia riconosciuto che le fabbriche comprano cuoio e manodopera in un modo regolato in base alle condizioni del mercato. Nutro serie preoccupazioni per il crescente protezionismo che incontro nell’Unione europea, e mi auguro che sia l’ultima volta che la Commissione cede alle richieste dei protezionisti a spese dei cittadini.

 
  
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  Joan Calabuig Rull (PSE). (ES) Signor Presidente, il settore calzaturiero europeo si trova in difficoltà per due ragioni: da un lato subisce le conseguenze delle pratiche sleali; dall’altro, signor Commissario, incorre ancora in problemi legati a dazi doganali e altri ostacoli pratici per quanto riguarda l’accesso ai mercati di paesi terzi.

Credo che tutto ciò renda necessario avviare un’azione efficace contro il dumping, che ci permetta di reagire in modo leale, ma rapido, al fine di evitare movimenti speculativi e, da ultimo, un aumento maggiore delle importazioni mentre aspettiamo che si prendano misure, com’è accaduto nel caso dei prodotti tessili.

La proposta della Commissione sulla procedura antidumping relativa alle calzature da Cina e Vietnam è ragionevole ed equilibrata, ma comprende curiosi elementi che molti non riescono a comprendere, come ad esempio la mancata applicazione delle misure che ha proposto alle calzature per bambini, che come sa non vengono indossate solo dai bambini, o alle calzature sportive high tech (STAF).

Dove vi è dumping, si dovranno imporre dazi che siano efficaci nel garantire condizioni di concorrenza leale e, a questo proposito, il livello dei dazi e la loro applicazione pratica vanno basati sulla loro efficacia, cioè su quanto si dimostrano efficaci nell’eliminare il dumping.

 
  
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  Daniel Caspary (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, signor Commissario, ciò che manca all’Unione europea è una strategia per fa fronte alla globalizzazione. Ora il fondo di adeguamento alla globalizzazione ci offre uno strumento per affrontare il passato, ma quali soluzioni abbiamo per il futuro? La mia reazione iniziale alla proposta è stato il pensiero che questo è lo stesso tipo di protezionismo che troviamo in ambito tessile, il che sarebbe negativo, poiché abbiamo bisogno di accesso libero e leale ai mercati di tutto il mondo. E’ importante per i nostri produttori all’interno dell’Unione europea, ed è importante che all’interno dell’Unione europea ci atteniamo alle regole, proprio come chiediamo di fare ai nostri partner commerciali.

Dopo aver raccolto maggiori informazioni, mi è risultato chiaro che non si tratta di protezionismo, ma di dumping, e mi è parso chiaro che le misure che lei istituisce sono, da un punto di vista tecnico, progettate meglio di quelle prese in passato per il settore tessile, ma capisco anche che le nostre azioni, ora come allora, sono incoerenti, e i cinesi interpreteranno l’incoerenza come un segno di debolezza. Capisco persino il motivo per cui teniamo le scarpe sportive fuori dalla procedura, ma perché facciamo altrettanto con le scarpe per bambini? O è dumping o non lo è.

Penso non abbia alcun senso discutere delle conseguenze per i consumatori, perché negli ultimi anni non hanno beneficiato in alcun modo della riduzione dei prezzi all’importazione e, se si considera che una scarpa importata al prezzo di 6,50 euro si può vendere al dettaglio a 120 euro, appare chiaro che non vi è alcuna giustificazione per gli aumenti di prezzo da cui gli importatori mettono in guardia, che si stimano nell’ordine del 20 per cento.

Consideriamo la questione della Cina. Che cosa c’è dietro al dumping? Vi è un aspetto che trovo molto inquietante: le imprese sono incapaci di tenere un’adeguata contabilità o di assicurare una gestione corretta. Questa è una parte dei motivi. D’altra parte, però, mi preoccupa seriamente anche il ruolo sempre più importante svolto dallo Stato nel dumping, le rendite fondiarie ingiustificate, gli sgravi fiscali per le società d’esportazione, i prestiti a fondo perduto dalle banche, i costi agevolati delle materie prime e molto altro ancora. Non ha semplicemente senso, dunque, agire come sembrano intenzionati a fare alcuni Commissari, riconoscendo la Cina quale economia di mercato. Anche in quest’ambito dobbiamo essere coerenti.

In tutti questi casi, in futuro vorrei che dimostrassimo maggiore coerenza e che ci attenessimo più scrupolosamente alle regole.

 
  
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  Elisa Ferreira (PSE). (PT) Innanzi tutto vorrei esprimere il mio sostegno alla proposta di adottare misure antidumping nel settore calzaturiero. Era il minimo che potessimo esigere, dal momento che il dumping distrugge l’essenza stessa della libertà di scambio. L’industria europea non deve morire di apatia e di complicità con tali pratiche.

Per mancanza di tempo, mi limiterò a due considerazioni. Poiché sappiamo che si verificano episodi di dumping, non ha senso permettere che venga tollerato. Questo è ciò che accadrà con il proposto approccio graduale all’attuazione delle misure antidumping. Tale approccio non trova alcuna giustificazione.

In secondo luogo, l’esclusione delle scarpe per bambini è del tutto inaccettabile. Tale iniziativa non ha alcuna giustificazione, né una base giuridica, né un fondamento tecnico. Perseguire questa e altre esenzioni ingiustificate compromette del tutto la credibilità delle misure. Pertanto chiedo che tali aspetti vengano completamente riesaminati.

In conclusione, è essenziale che la Commissione abbandoni la sua posizione di costante reattività e che cominci a ottenere risultati nella sua priorità politica di aprire mercati in paesi terzi per l’esportazione di calzature europee, e in particolare il mercato giapponese, meccanismi di accesso al mercato russo nonché al mercato cinese.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei ringraziare la Commissione per aver tratto insegnamento dall’esperienza passata. Sono lieto che si sia presa la decisione di non imporre contingenti in materia d’importazione, poiché avrebbero avuto effetti disastrosi per l’intera catena di approvvigionamento e per i consumatori, concetto su cui credo siamo tutti concordi.

Dobbiamo tuttavia chiederci nell’interesse di chi vengono imposti questi dazi antidumping. Non vedo come i consumatori ne trarranno vantaggio. Che ci piaccia o meno, i cittadini europei decidono con il portafogli in mano e comprano calzature importate. Imporre dazi potrebbe punire i consumatori aumentando il prezzo che essi pagano per le calzature.

Convengo che alcuni degli aumenti di prezzo previsti possano essere allarmistici, ma gli aumenti ci saranno. Ci dicono che un dazio del 20 per cento sul prezzo all’importazione delle calzature non dovrebbe comportare un grosso aumento del prezzo di vendita. Si presume che i dettaglianti e altri anelli della catena di approvvigionamento assorbano i dazi. In questo periodo e momento storico, tuttavia, sono sbalordito che la Commissione creda di sapere meglio di tutti come i dettaglianti e le imprese calzaturiere debbano condurre i propri affari e quanto debbano chiedere ai clienti. Che cosa ne è stato delle leggi di approvvigionamento e della domanda tra venditori, cittadini europei e consumatori?

Se la Commissione pensa davvero che il margine dei dettaglianti sulle scarpe sia eccessivo, allora apra un’inchiesta sulla competitività dell’industria calzaturiera, non punisca i dettaglianti e la catena di approvvigionamento con l’arma dei dazi antidumping. Innalzare i prezzi delle calzature provenienti da Cina e Vietnam aiuterà davvero i produttori europei, o costringerà semplicemente i dettaglianti ad acquistare le calzature da altri mercati extracomunitari, come quello indiano?

In conclusione, davvero possiamo sentirci superiori e lamentarci del fatto che il governo cinese finanzi l’industria calzaturiera quando spendiamo tanta parte del bilancio comunitario per sovvenzionare agricoltori inefficienti? Sbarazziamoci del modello protezionista postbellico nell’Unione europea e diamo l’esempio nell’abbracciare la globalizzazione.

 
  
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  Pia Elda Locatelli (PSE). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei solo dire che ha l’impressione di occuparmi di un guscio ormai vuoto. Sono state escluse le scarpe sportive, ma come si definiscono le scarpe sportive? Sono state escluse le scarpe da bambino che io e molte, molte altre donne, portiamo ancora senza essere più bambine da molti anni.

L’applicazione delle misure antidumping è avvenuta con una gradualità che non si era mai vista prima, soprattutto si propongono dazi antidumping che non servono a fronteggiare una situazione di concorrenza sleale che la Commissione stessa definisce grave.

E allora le chiedo: Non crede che dietro la difesa dei consumatori, in particolare delle famiglie più povere, come lei ha scritto su Le Figaro di domenica, ci sia anche o forse soprattutto, non saprei, il tentativo di salvaguardare gli interessi delle multinazionali?

Non crede che la politica, che io a volte valuto ambigua, della Commissione possa mettere in pericolo lo strumento importante, per non dire unico, della politica commerciale europea?

Vorrei, infine, che lei commentasse quello che sta succedendo nel caso della biancheria da letto perché, anche in questo caso, non si capisce bene l’azione della Commissione.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, se non le dispiace, non mi soffermerò a replicare alla questione della biancheria in questo preciso momento. Nel tempo a disposizione penso sarebbe meglio attenersi alle calzature, ma le posso assicurare che la questione di un eventuale dazio antidumping sulla biancheria verrà valutata e portata avanti in modo adeguato, come si sta facendo, a mio avviso, in questo momento.

Penso che del valore dei dibattiti come questo e del ruolo significativo di questo Parlamento diano prova le osservazioni ricche di sostanza e di acume espresse negli ultimi 45 minuti. Il mio ruolo per conto della Commissione è ascoltare gli interventi degli onorevoli deputati e riflettere con molta attenzione sulle questioni e sugli argomenti sollevati. Posso assicurarvi che rifletterò su di essi e sui commenti espressi dagli Stati membri, in modo tale che, quando mi ripresenterò in seno alla Commissione con le raccomandazioni finali, potrò farlo avendo sentito le diverse questioni e i diversi argomenti citati nella loro varietà, molteplicità e ampiezza.

Poiché però questo pomeriggio ho sentito tanti oratori definire il mio intervento protezionista, inutile e ingiustificato, insieme a un numero leggermente superiore di deputati al Parlamento che si sono lamentati che non oso abbastanza, che le mie azioni sono inadeguate e che dovrei andare avanti lungo questa strada, sono tentato di trarre la facile conclusione che forse ho colto proprio la giusta misura tra questi due opposti punti di vista! Tuttavia, per quanto sia forte la tentazione di esprimere questo commento da quattro soldi, preferisco farne a meno.

Vorrei dire però che mi trovo particolarmente d’accordo con gli onorevoli Papastamkos e Saïfi, che riconoscono entrambi la necessità d’intervenire contro comportamenti sleali che distorcono il commercio da parte dei nostri partner, ma nel contempo lo fanno con un grado di lungimiranza ed equilibrio che ritengo doveroso appoggiare. Credo che l’onorevole Assis abbia ragione, in quanto, nelle misure provvisorie che vengono introdotte, è importante continuare a monitorare e a controllare gli effetti del nostro operato, per assicurare che, in caso i nostri dazi vengano elusi, possiamo riesaminare la situazione e magari correggere i nostri interventi quando le misure entreranno nella fase definitiva tra alcuni mesi.

Vorrei rispondere molto rapidamente ad alcune altre questioni che sono state sollevate.

Alcuni hanno istituito un parallelismo tra l’azione proposta per le calzature e quella intrapresa per i prodotti tessili. Si tratta di casi molto diversi. Nel caso dei prodotti tessili, si trattava di merci vendute in modo leale, benché soggette a un aumento quantitativo eccezionale e improvviso in seguito all’abolizione dei contingenti per i prodotti tessili cinesi all’inizio del 2005. Pertanto abbiamo preso una misura di salvaguardia introducendo contingenti, come abbiamo il diritto di fare. Non stavamo affrontando, come ora avviene, misure anticoncorrenziali azioni di dumping che sollecitano una misura antidumping quale un dazio doganale che non è un contingente né un limite fisico. Perciò prevedo che non incorreremo nelle prime, temporanee difficoltà incontrate nel caso dei prodotti tessili. Questo dev’essere ricordato da coloro che parlano del periodo del tessile come se ci avesse portato a una sorta di guerra o battaglia con la Cina. Tutt’altro. Siamo stati in grado di concordare con la Cina le misure che abbiamo adottato in modo molto pacifico.

Altre due questioni sono state sollevate da numerosi deputati. La prima riguarda l’impatto sui prezzi al consumo. Vediamo il problema in prospettiva. Ne sono interessate solo nove paia di scarpe ogni cento acquistate dai consumatori europei; in altre parole, una porzione minima della gamma di produzione. L’istituzione di un dazio aggiungerebbe solo poco più di 1,50 euro al prezzo medio all’ingrosso di 8,50 euro per le calzature vendute al prezzo di 40-120 euro al dettaglio, a differenza di un dazio del semplice valore di 1,50 euro. Vi prego di non dirmi che 1,50 euro non possono essere assorbiti lungo la catena di approvvigionamento da importatori e dettaglianti, soprattutto da quelli che hanno tratto vantaggio dai prezzi all’importazione contenuti di Cina e Vietnam, ma che non hanno trasmesso ai consumatori gli effetti di tale abbassamento dei prezzi all’importazione problema che i consumatori potranno porre ai dettaglianti se in un momento successivo ne avranno occasione.

Numerosi deputati mi hanno chiesto il motivo della proposta di esclusione delle scarpe sportive high-tech e delle calzature per bambini. Nel caso delle scarpe sportive, queste sono escluse dall’inchiesta perché in Europa non vengono prodotte in quantità sufficienti da essere considerate a rischio di danno a causa del dumping. Pertanto non vi è pregiudizio per i produttori europei, perché a malapena esistono nel caso di tali calzature sportive.

Nel caso delle calzature per bambini, il motivo dell’esclusione che propongo è l’interesse comunitario. Ai bambini piccoli servono tre o quattro paia di scarpe nuove l’anno. Perciò l’impatto di un dazio sul prezzo di tali calzature è potenzialmente maggiore rispetto a quello delle scarpe normali.

A mio parere, non si devono porre potenziali ostacoli ai genitori che intendano acquistare scarpe di qualità ai figli. Coloro che mi chiedono di riclassificare la ripartizione doganale di tali calzature devono ricordare che la classificazione doganale di scarpe per bambini arriva fino alla misura 37½ con tacchi inferiori a 3 centimetri. Pur essendo pronto a discuterne con i colleghi della DG Fiscalità e unione doganale, si tratta di una classificazione che mi viene data e che non ho proposto io.

Vorrei esporre brevemente qualche altra rapida osservazione. Si è insinuato che l’inchiesta sia durata troppo. Un simile campionamento richiede tempo. I regolamenti esistenti all’interno della Comunità europea m’impongono di osservare procedure molto rigorose e di utilizzare paesi e società di riferimento molto rigidi quando la mia indagine ha per oggetto quelle di un altro paese che non gode dello status di economia di mercato.

Pertanto, proprio come non posso prevedere i reclami in materia di dumping alcuni deputati mi hanno accusato di scarsa lungimiranza, come se avessi di fronte una sfera di cristallo che mi rivelerà da quale settore verrà il prossimo reclamo in materia di dumping non posso ignorare le giuste procedure e indagini previste dai nostri regolamenti, che ho l’obbligo di seguire alla lettera.

Vorrei replicare all’affermazione secondo cui vi è stata una qualche violazione della riservatezza. Non capisco. Gli Stati membri hanno ricevuto il documento di lavoro della Commissione prima della mia conferenza stampa del 23 febbraio. Posso assicurarvi che, nel momento in cui vengono inviati agli Stati membri, tali documenti sono praticamente già resi noti ai media. Perciò devo darne immediata spiegazione, nonché chiarire e giustificare ciò che sto facendo. Certamente questo non priva gli Stati membri del diritto di esprimere un parere al riguardo o di ricevere risposte dettagliate dai servizi della Commissione.

Mi fermo qui, aggiungendo solo, in conclusione, che è molto importante vedere in una sorta di prospettiva ciò che accade in Cina, Vietnam, India e in altri paesi asiatici. Senza dubbio vi è una forte concorrenza e la sfida che i produttori e gli industriali europei devono affrontare è ardua, e abbiamo l’obbligo di fare tutto il possibile per aiutare i produttori europei a essere all’altezza e i dipendenti delle società ad adattarsi a tali sfide e alla nuova situazione del commercio internazionale che abbiamo di fronte. Non reputo adeguato e legittimo aiutare i cittadini ad adattarsi a queste nuove potenze dell’economia globale incoraggiandoli a sottrarsi ad esse o a fingere che, chiudendo gli occhi e nascondendo la testa sotto la sabbia, tali cambiamenti, sfide e nuove fonti di concorrenza in un modo o nell’altro spariranno e ci lasceranno in pace, esentandoci dal reagire.

Un politico che desse un messaggio simile ai cittadini si renderebbe responsabile di una falsa leadership, e di una leadership mediocre verso i cittadini, che devono comprendere ciò che accade e contribuire a farvi fronte. Non possiamo continuare a fingere che in Europa, ritirandoci dalla sfida della concorrenza che l’economia globale comporta, in qualche modo riusciremo a sottrarcene, mantenendo nel contempo i nostri standard di vita e il nostro benessere per il futuro. Non possiamo farlo e non lo faremo.

Dobbiamo rispondere alla sfida ponendo l’accento sulla nostra competitività, innovazione, capacità di adattarci ai cambiamenti e di concorrere con maggior efficacia in futuro. Se non saremo all’altezza di tale sfida e non ne renderemo partecipi i cittadini, non potremo poi biasimarli per aver reagito in modo pavido e confuso a quanto sta accadendo nell’economia mondiale.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. COCILOVO
Vicepresidente

 
  
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  Erika Mann (PSE). (EN) Signor Presidente, vorrei chiedere al Commissario Mandelson di formulare un breve commento alla questione, sollevata da numerosi colleghi, del riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, la Cina non ha ancora i requisiti affinché l’Europa le riconosca lo status di economia di mercato. Esistono criteri tecnici che la Cina deve soddisfare, ambito in cui sta facendo progressi. In effetti possiamo e dobbiamo dare alla Cina, come stiamo facendo, tutta l’assistenza possibile per permetterle di apportare con maggior facilità e rapidità i cambiamenti tecnici che le consentiranno di soddisfare tali criteri. E’ un gesto importante.

A questo proposito avrei un commento da aggiungere. Sarà la stessa Cina a favorire e a stimolare il clima in cui gli Stati membri e i deputati al Parlamento si troveranno a valutare il suo status di economia di mercato; farà infatti più di quanto non stia già facendo per aprire i mercati alle nostre esportazioni e al commercio con altre regioni, si sforzerà di rispettare appieno gli impegni di adesione all’OMC e, ove stia impiegando più tempo del ragionevole per avvicinarsi al totale rispetto degli impegni e delle norme dell’OMC, apporterà quanto prima i cambiamenti necessari. Se così farà, e se risponderà alle preoccupazioni che l’Europa e il mondo nutrono per la crescita della sua capacità d’esportazione riequilibrando i termini degli scambi in modo che oltre a vedere arrivare merci in quantità sempre crescente dalla Cina, i cittadini vedano quegli stessi container pieni di merci europee o di altra provenienza rispediti in Cina , compirà il gesto più efficace in assoluto per placare l’ansia del pubblico per la situazione che osserviamo in Cina. Comprensibilmente, i cittadini europei reputano la crescita del mercato cinese una minaccia, ma dobbiamo considerarla una straordinaria occasione per noi europei di vendere in futuro le nostre merci e i nostri servizi a quel mercato.

La Cina ha tuttavia la responsabilità di garantire l’eliminazione di ogni barriera artificiale o irragionevole alle merci e ai servizi europei che vengono posti in vendita sul mercato cinese in quantità sempre crescente. Una volta sistemata tale equazione, forse i cittadini potranno affrontare con maggior favore, oltre che sotto l’aspetto tecnico, la questione dello status di economia di mercato della Cina.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (Articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Apprezzo l’impegno della Commissione nell’ascoltare le istanze delle PMI europee preoccupate dall’incremento delle importazioni da paesi terzi, e l’ultima proposta di dazi compensativi antidumping sulle calzature in pelle contro Cina e Vietnam. Ritengo tuttavia le misure proposte ancora profondamente inadeguate alla gravità della questione. Inadeguati i dazi proposti, troppo bassi e quindi inefficaci. Inadeguata la gradualità temporale (6 mesi), procedura troppo debole per un caso cosi grave di dumping. Inaccettabili inoltre le esclusioni delle calzature sportive non professionali e quelle da bambini (in cui possono rientrare anche quelle femminili).

Ricordo inoltre che un’altra fondamentale richiesta, l’introduzione obbligatoria del marchio di origine per i prodotti in entrata nella UE, si trascina da 2 anni senza riuscire a trovare un accordo tra i Paesi Membri.

Occorre inoltre affrontare l’inquietante l’aumento delle “triangolazioni”, ossia di movimenti anomali di prodotti con lo scopo di aggirare controlli doganali più stringenti (le importazioni dal Belgio sono aumentate del 17,8 per cento in quantità, cosa assolutamente inspiegabile). Gli appelli della Commissione al bisogno di cambiamento innovazione sono ragionevoli ed interessanti, ma hanno un senso soltanto in un ambiente competitivo realmente equo e leale, e la Commissione ha il dovere di vegliare che il mercato internazionale sia tale.

 
  
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  Glyn Ford (PSE). (EN) Vorrei porre all’attenzione del Commissario Mandelson la situazione in cui versa uno stabilimento situato nella mia circoscrizione elettorale Dickies di Midsomer Norton, vicino a Radstock, nel Somerset sul cui futuro e sulla cui forza lavoro incombe la minaccia di un eventuale esito avverso dell’inchiesta in corso da parte dei servizi della Commissione su un reclamo antidumping relativo a calzature protettive importate dalla Cina.

Ho incontrato i rappresentanti sia della direzione che dei lavoratori, tra cui rappresentanti del sindacato GMB, e tutti concordano nel dire che i posti di lavoro e i mezzi di sostentamento sarebbero a rischio se la Commissione dovesse imporre dazi antidumping su questo settore specifico. Le calzature importate dalla Cina stanno alla base del reparto distribuzione e produzione dello stabilimento di Midsomer Norton. Chi ha presentato il reclamo in genere non produce in Europa, ma ottiene i prodotti da altri paesi terzi diversi dalla Cina. Credo che l’inchiesta appurerà che tali importazioni dalla Cina non hanno arrecato alcun danno all’industria europea, e infatti gli stabilimenti interessati, la maggior parte dei quali ha richiesto lo status di economia di mercato, non si sono dati a pratiche di dumping. Fermi la minacciata tassa di protezione, allevi le comprensibili preoccupazioni dei cittadini e chiuda la questione al più presto.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL). (PT) La situazione del settore calzaturiero è preoccupante, soprattutto in Portogallo.

Solo a titolo di esempio, decine di imprese, tra cui Ecco e Rhode, del distretto di Aveiro, nel 2005 hanno chiuso i battenti o lasciato a casa i dipendenti. La disoccupazione e il rischio di povertà sono aumentati, e un caso pertinente è dato da C & J Clarks di Castelo de Paiva, dove agli operai sono stati promessi lavoro, formazione e sovvenzioni, per poi lasciarli semplicemente a casa due anni più tardi.

Ancora una volta dobbiamo denunciare che:

– Con il brusco aumento delle importazioni di calzature da paesi terzi, non si è ingrossato il portafogli del cosiddetto consumatore, bensì quello dei grandi dettaglianti e distributori che hanno accumulato eccezionali profitti;

– Non sono i paesi terzi i responsabili della chiusura delle imprese e della perdita dei posti di lavoro; è l’Unione europea, che è la prima a promuovere la concorrenza e la liberalizzazione del commercio internazionale e che mantiene l’euro a un livello che danneggia la produzione e le esportazioni, come nel caso delle calzature.

I veri sconfitti di questa politica sono i lavoratori, le piccole, medie e microimprese, e i paesi come il Portogallo, come si evince dalle indagini e, cosa più importante, dalla realtà.

 
  
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  David Martin (PSE). (EN) E’ chiaro che l’Unione europea sta affrontando nuove sfide competitive sul mercato mondiale, sfide che sono causa di preoccupazione e incertezza per l’industria, i lavoratori e i consumatori. Tuttavia, nell’adattarci al nuovo ambiente globale, dobbiamo evitare la seduzione populista delle misure protezionistiche che nel migliore dei casi sono un’effimera panacea per mali durevoli.

In questo caso, tuttavia, pare essersi verificato un caso ben documentato di dumping e di danno all’industria europea. Pur temendo che tali misure colpiscano alcune società comunitarie con buoni standard di occupazione e interessi in Estremo Oriente (come ad esempio le calzature Clarks), constato con piacere che si sono ottenute alcune esenzioni dal dazio punitivo proposto dalla Commissione, ossia quella del delicato settore delle calzature per bambini.

Tutto sommato penso che in questo caso la Commissione abbia toccato il tasto giusto. Sono propenso a concordare con il Commissario Mandelson quando afferma che i consumatori dovrebbero preoccuparsi maggiormente del margine di profitto di cui finora hanno goduto i dettaglianti su merci prodotte a basso costo in pessime condizioni occupazionali e ambientali, rivendute poi al di sotto del costo di produzione. I nostri partner devono ora occuparsi di questi problemi sociali e occupazionali, problemi che noi stessi abbiamo affrontato e al cui superamento collettivo abbiamo dedicato tanto tempo ed energie attraverso il progetto europeo.

 

16. Valutazione del mandato d’arresto europeo (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione dell’on. Adeline Hazan, a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla valutazione del mandato d’arresto europeo [005/2175(INI)] (A6-0049/2006)

 
  
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  Adeline Hazan (PSE), relatore. – (FR) Signor Presidente, Ministro Gastinger, Commissario Frattini, onorevoli colleghi, sono molto lieta che oggi ci venga offerta la possibilità di discutere dello spazio giudiziario europeo, sulla base della mia relazione sulla valutazione, ancora molto recente e quindi necessariamente frammentaria, di un anno di applicazione del mandato d’arresto europeo. Abbiamo già avuto occasione di discutere di questo tema.

Prima di passare alla trattazione specifica del mandato d’arresto europeo, vorrei esprimere una breve osservazione, perché, dietro a questa nozione di spazio giudiziario, formulato molto gradualmente dopo l’appello di Ginevra del 1996, c’era l’ambizione di trasmettere agli europei un concetto comune di giustizia in un contesto in cui le autorità fanno tutto il possibile per assicurare che la loro libertà sia rispettata ed impedire che i loro diritti siano calpestati.

Nel mese di ottobre 1999, il Vertice di Tampere ha segnato una tappa importante, con l’introduzione del principio del riconoscimento reciproco. E’ stato un cambiamento radicale. Implica la fiducia reciproca, l’esercizio di una sovranità condivisa e il riconoscimento dello spazio europeo come territorio comune.

E’ passato del tempo ma, come abbiamo potuto constatare, ci sono ancora dei problemi e dobbiamo esserne consci. Va detto che l’ispirazione e l’ambizione che motivavano i capi di Stato e di governo a Tampere non hanno animato con lo stesso entusiasmo le discussioni sui testi che da allora sono stati presentati. Il riconoscimento reciproco ha ispirato molti progetti, ma la misura più emblematica è senz’altro l’istituzione del mandato d’arresto europeo. Il mandato costituisce di fatto un tangibile passo avanti, malgrado si scontri con difficoltà persistenti.

Qual era dunque l’obiettivo di questa misura, ufficialmente entrata in vigore il 1° gennaio 2004?

Il mandato d’arresto europeo si applica ad una gamma più ampia di reati rispetto a quelli coperti dalla procedura di estradizione. Grazie a questo mandato, la procedura di consegna è diventata un processo esclusivamente giudiziario e non politico – il che è un vantaggio. Il risultato positivo è che il diritto europeo può ora essere correttamente interpretato dagli operatori della giustizia, mentre la legislazione attualmente in vigore in materia di estradizione si fonda su una miriade di accordi bilaterali e nazionali. Inoltre, è precisato in molti punti – e anche nell’articolo primo della decisione quadro – che nell’emissione come nell’esecuzione del mandato d’arresto, gli Stati membri e le autorità giudiziarie devono garantire il rigoroso rispetto dei principi riconosciuti nella Carta dei diritti fondamentali.

Una volta stabiliti i principi di questo strumento, come sono attuati? Oggi disponiamo di una valutazione condotta, come ho detto, solo su un breve periodo di tempo dalla Commissione europea, e dobbiamo pertanto rimanere prudenti rispetto ai risultati di questa valutazione, che non è ancora completa. Alcuni degli obiettivi previsti sono stati completamente realizzati. Per esempio, il mandato d’arresto è stato recentemente molto utile nella ricerca di un etiope sospettato dalle autorità britanniche di essere coinvolto negli attentati di Londra. La sua estradizione da parte delle autorità italiane è stata ottenuta in tempi record. Un altro successo è stato l’arresto di un giudice corrotto, ricercato dal suo paese, la Grecia.

Il mandato d’arresto europeo è un innegabile successo, con 3 000 mandati emessi nel 2004, 1 000 persone arrestate e 650 persone consegnate. Le cifre del 2005 evidenzieranno certamente un aumento, ma saranno disponibili ufficialmente solo a giugno o luglio. La procedura di estradizione è stata considerevolmente abbreviata. Sostituendo la vecchia procedura di estradizione con il mandato d’arresto europeo, la durata media dei procedimenti è passata da nove mesi a 43 giorni, un apprezzabile vantaggio sia per i giudici che per le parti in giudizio. Infine – fattore estremamente importante – la procedura non è più in alcun modo politicizzata perché non coinvolge più i governi ma solo il sistema giudiziario.

Si deve tuttavia ammettere che l’applicazione del mandato d’arresto europeo si è scontrata con molti ostacoli. Lo scorso autunno, per esempio, di fronte al rifiuto di Berlino di estradare il cittadino germano-siriano Mamoun Darkazanli, presunto membro di Al-Qaeda, la giustizia spagnola ha dichiarato nullo il mandato d’arresto emesso dalla Germania. Vari Stati membri cercano anche di ripristinare elementi del sistema tradizionale, come la verifica della doppia incriminazione. Ai motivi facoltativi di rifiuto dell’esecuzione previsti dalla decisione quadro, certi Stati membri hanno aggiunto altri motivi di rifiuto dell’estradizione.

C’è un elemento ancora più importante: la questione dei diritti fondamentali ha determinato notevoli problemi di recepimento in Polonia e in Germania. Questa difficoltà deve essere interpretata come un’incapacità di comprendere il principio del riconoscimento reciproco, principio che sta proprio alla base della costruzione stessa dello spazio giudiziario europeo.

In conclusione, vorrei dire che il mandato d’arresto europeo segna un importante passo avanti nella lotta contro la criminalità – soprattutto a vantaggio dei cittadini europei – e nella creazione dello spazio giudiziario europeo. Resta il fatto che le difficoltà sono ancora molte e che non devono essere sottovalutate. La prima difficoltà nasce dall’eccessiva disparità tra i nostri sistemi giudiziari. La seconda difficoltà è data dal fatto che la maggior parte degli Stati vuole ancora controllare in misura eccessiva l’assistenza legale internazionale. Anche se il sistema giudiziario è un prodotto della storia, i problemi che sorgono dovranno essere affrontati. In conclusione: ci vuole più o meno armonizzazione? Credo che ce ne voglia di più. Bisogna andare oltre nel riconoscimento reciproco dei sistemi? Credo che, anche in questo caso, la risposta sia affermativa.

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, Vicepresidente Frattini, onorevole Hazan, onorevoli deputati al Parlamento europeo, desidero innanzi tutto ringraziarvi calorosamente a nome della Presidenza per questa relazione sulla valutazione del mandato d’arresto europeo che ho letto con molto interesse. La Presidenza condivide il suo punto di vista – così come lo condivido io personalmente – secondo cui il mandato d’arresto europeo è stato sostanzialmente un successo. E’ stato senz’altro una pietra miliare in vista del miglioramento della cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione europea, in particolare per quanto concerne il nostro desiderio comune di combattere la criminalità organizzata e il terrorismo.

Credo anche che possiamo essere d’accordo sul suo carattere assolutamente innovativo ed esemplare e sul fatto che abbia dato un contributo fondamentale allo sviluppo del principio del riconoscimento reciproco, al quale l’onorevole Hazan si riferisce in più punti e sul quale avevamo trovato un accordo sin dal Consiglio europeo di Tampere. Noi al Consiglio, in ogni caso, consideriamo il mandato d’arresto europeo come la base per tutto il lavoro futuro che svolgeremo in questo settore. Mi fa particolarmente piacere che anche il Parlamento europeo condivida la nostra posizione.

Potremmo forse guardare un attimo indietro e ricordare come in passato le procedure di estradizione fossero molto lunghe, farraginose e, da molti punti di vista, dipendenti dalle decisioni politiche. Una situazione che per tutti noi che operiamo in questo settore era davvero insostenibile. Tutti i 25 Stati membri hanno ora recepito la decisione quadro sul mandato d’arresto europeo nel diritto nazionale. Se osserviamo la situazione attuale, possiamo constatare che la procedura di consegna dei sospetti è veloce, efficiente e, in linea di principio, riservata a tribunali indipendenti. E’ già un vantaggio fondamentale ed è stato reso possibile da questa decisione quadro.

E’ anche importante che si sia riusciti – come già rilevato dall’oratrice che mi ha preceduta – a ridurre notevolmente i tempi necessari per la procedura di estradizione. Finora, la procedura di estradizione richiedeva in media nove mesi, mentre la durata media si è ora ridotta a 40-45 giorni. Si tratta di un progresso sostanziale, in particolare in termini di diritti fondamentali. Infatti sapete tutti che, conformemente all’articolo 5, paragrafo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo, abbiamo il dovere di contribuire ad accelerare le procedure di carcerazione preventiva. Grazie a questa decisione quadro sul mandato d’arresto europeo, abbiamo potuto rispettare ampiamente questo impegno.

Nonostante i timori che lei manifesta nella sua relazione in merito ai pareri critici espressi nelle sentenze delle corti costituzionali nazionali in materia di recepimento in alcuni Stati membri, la Presidenza non è a conoscenza di alcuna reiezione sostanziale del mandato d’arresto europeo negli Stati membri. Non ne sono a conoscenza personalmente e sono certa che non ci sia questo problema. A questo proposito tuttavia, dobbiamo anche ricordare che la fiducia dei nostri cittadini dipende in larga misura dal fatto che noi ammettiamo la possibilità – sicuramente prevista a livello giuridico – che l’applicazione della decisione quadro, avviata a livello nazionale, sia sottoposta alla verifica delle corti supreme nazionali. E’ un aspetto di primaria importanza. Se tale verifica evidenzierà la necessità di modificare qualcosa a livello di recepimento nazionale, allora saranno apportate le modifiche del caso. Ma la cosa più importante è che i cittadini abbiano fiducia in quello che facciamo a livello europeo.

Un altro elemento importante che potrebbe dare adito a ripetute difficoltà di interpretazione – anche se la mia posizione non è critica quanto quella da lei esposta nella relazione – è il carattere esemplare della clausola riguardante i diritti fondamentali, che non costituisce, da un punto di vista formale, un motivo di rifiuto. Anche questo è un aspetto di grande rilevanza.

E’ tuttavia importante che consentiamo ai tribunali nazionali di svolgere la loro funzione essenziale negli Stati membri, ossia verificare se il sistema giuridico del loro paese garantisce la protezione dei diritti fondamentali. Credo che non ci debba essere alcuna contraddizione.

Tuttavia in questa relazione intravedo una contraddizione, in quanto da una parte si evidenzia il rischio di un utilizzo discriminatorio della clausola relativa ai diritti fondamentali, mentre dall’altra – e anche questo è un elemento che sostengo in tutto e per tutto – essa sottolinea la necessità del mandato d’arresto europeo per proteggere in modo specifico i diritti umani e le libertà individuali. Occorre fare attenzione ad evitare qualsiasi conflitto tra i due aspetti.

Come ho già rilevato, il compito dei tribunali nazionali deve essere quello di verificare, sulla base della clausola relativa ai diritti fondamentali, che non siano violati i diritti fondamentali dei cittadini. Anche questo aspetto deve rientrare nella procedura prevista dal mandato d’arresto europeo.

Visto che sono in tema, vorrei fare riferimento ad un caso per il quale il Belgio ha adito la Corte di giustizia delle Comunità europee, chiedendole di verificare gli aspetti del mandato d’arresto europeo relativi ai diritti fondamentali. Ci aspettiamo che la Corte di giustizia emetta una sentenza inequivocabile, non solo sull’aspetto della base giuridica, ma anche sulla questione dell’elenco di reati per i quali non si applica più la verifica della doppia incriminazione. Questo elenco di 32 reati è stato oggetto di ripetuti dibattiti e vorremmo che ci fosse una chiara dichiarazione in merito.

Dopo la pronuncia di una sentenza chiara in questi termini, ci saranno sicuramente altre decisioni in merito all’opportunità di modificare tale elenco, e forse possiamo anche chiudere qui l’argomento. Si vedrà in seguito se sarà opportuno o utile.

Vorrei cogliere l’occasione per segnalare che la Presidenza del Consiglio reputa importantissimo dare priorità all’applicazione uniforme della decisione quadro negli Stati membri dell’Unione. E’ necessario, se vogliamo trasformare il principio del riconoscimento reciproco in una realtà concreta.

E’ inoltre incontestabile che, al momento dell’esecuzione del mandato d’arresto europeo, lo Stato di esecuzione deve salvaguardare i diritti umani e soprattutto rispettare le garanzie procedurali. Anche questo deve essere un nostro obiettivo comune.

La Presidenza, come il Parlamento europeo, parte dal presupposto che sia necessario valutare ulteriormente l’applicazione e il funzionamento del mandato d’arresto europeo mediante analisi approfondite ed imparziali. E’ un punto molto importante. Per questo, il Consiglio ha già deciso di procedere ad un quarto giro di valutazione reciproca. Il lavoro necessario a tale fine prosegue secondo la tabella di marcia prevista. Rimaniamo in attesa di altri risultati derivanti dalla pratica, dai quali possono essere tratte informazioni utili in vista dell’applicazione pratica.

In merito all’utilizzo pratico del mandato d’arresto europeo, vorrei ricordare, molto brevemente, visto anche il tempo a disposizione, che su Internet sono disponibili informazioni facilmente accessibili che possono costituire un supporto per la sua applicazione anche a lungo termine. Tali informazioni non sono fornite solo dal Segretariato del Consiglio, ma anche dalla Rete giudiziaria europea, e anche l’atlante giudiziario si sta rendendo particolarmente utile, e di conseguenza i contatti diretti tra le autorità giudiziarie, che rivestono un’importanza assolutamente fondamentale per assicurare la migliore applicazione possibile del mandato d’arresto europeo, sono stati notevolmente agevolati.

Vorrei ora segnalare un altro aspetto non trascurabile per quanto concerne l’applicazione pratica, ossia il fatto che il mandato d’arresto europeo ha anche permesso di ridurre al minimo le procedure tra gli Stati membri per quanto riguarda formalità quali certificazioni, eccetera; ora sappiamo infatti che non ne abbiamo bisogno, se tra di noi regna fiducia reciproca e se applichiamo concretamente il principio del mutuo riconoscimento. Credo che il mandato d’arresto europeo anche in questo caso abbia dato un contributo assolutamente fondamentale.

Attendo pertanto con estremo interesse il prosieguo della discussione, dopodiché aggiungerò ancora qualche osservazione nella mia dichiarazione conclusiva.

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. – (FR) Signor Presidente, Ministro Gastinger, onorevole Hazan, credo che si possa dire che il mandato d’arresto europeo è una misura emblematica della cooperazione giudiziaria europea in materia penale. Dà applicazione, per la prima volta, al principio del riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie e spero vivamente che sia quanto prima potenziato da altri strumenti, come la proposta concernente il mandato europeo di acquisizione delle prove. Oltre alle Istituzioni europee, è molto importante coinvolgere i parlamenti nazionali nel dibattito, come è avvenuto lo scorso ottobre, in occasione delle fruttuose sessioni organizzate dal Parlamento europeo.

A mio parere, la relazione dell’onorevole Hazan ha arricchito e, in molti punti, aggiornato le conclusioni della Commissione sull’attuazione del mandato d’arresto europeo. Ne terremo conto quando elaboreremo la nostra seconda relazione di valutazione sull’attuazione del mandato d’arresto, che sarà trasmessa al Parlamento il prossimo giugno. Già nel gennaio di quest’anno, la Commissione ha presentato una versione della sua prima relazione aggiornata con i dati relativi all’Italia. Un recepimento tardivo ci aveva infatti impedito di includere questo Stato membro nella prima relazione.

Condivido gli elementi fondamentali della proposta di raccomandazione destinata al Consiglio. Per quanto riguarda la possibilità di intervenire sulla proposta di raccomandazione ampliando eventualmente l’elenco delle 32 categorie di reati in relazione alle quali è abolita la verifica della doppia incriminazione, credo di potervi dire che, per me, qualsiasi possibile progresso in questo senso è in linea di principio auspicabile.

Tuttavia, la Commissione verificherà che sia mantenuta la coerenza tra i diversi strumenti di riconoscimento reciproco. La Commissione si riserva pertanto la facoltà di presentare proposte volte ad emendare la decisione quadro, quando saranno state acquisite ulteriori esperienze. Signor Presidente, lascio ora spazio al dibattito, al termine del quale interverrò probabilmente con altre osservazioni.

 
  
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  Panayiotis Demetriou, a nome del gruppo PPE-DE. – (EL) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, signora Presidente in carica del Consiglio, la relazione dell’onorevole Hazan è eccezionale. Sono d’accordo con tutte le sue raccomandazioni e i suoi commenti. Congratulazioni, onorevole Hazan.

Onorevoli colleghi, il mandato d’arresto europeo è un banco di prova per la volontà di cooperazione e lo spirito di rispetto e fiducia reciproci tra gli Stati membri dell’Unione europea. Rappresenta un importante progresso nella direzione della creazione di uno spazio unico di giustizia e sicurezza, nonché una misura efficace per combattere la criminalità. Pone fine al fenomeno dei contumaci, ai complicati processi politici per l’estradizione di sospetti criminali.

La presuntuosa invocazione da parte di certi Stati membri della sovranità nazionale, dei diritti umani e dell’asserita supremazia del loro diritto nazionale per eludere l’istituzione del mandato d’arresto europeo è pericolosa. Va da sé che ogni Stato membro individualmente e tutti gli Stati membri in generale hanno l’obbligo fondamentale di rispettare fedelmente ed applicare i diritti umani nei loro procedimenti giudiziari, e non c’è spazio per dubbi inutili.

L’istituzione deve essere rafforzata e a tal fine devono essere adottate tre misure: primo, l’istituzione del mandato d’arresto europeo deve essere spostata dal terzo al primo pilastro. Secondo, il Consiglio deve adottare, al più presto possibile, la proposta volta ad armonizzare i criteri minimi nei procedimenti penali. Terzo, ogni ostacolo costituzionale all’applicazione del mandato d’arresto deve essere eliminato. Nel mio paese, Cipro, la costituzione sarà emendata nei prossimi giorni, proprio per allinearsi a questa istituzione. La lotta contro la criminalità non è solo un problema nazionale, è un problema che coinvolge tutta l’Europa. Per questo dobbiamo contribuire tutti al rafforzamento del mandato d’arresto europeo.

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, desidero ringraziare la nostra relatrice per il lavoro estremamente approfondito che ha svolto. In realtà, questa relazione non solo ci consente di valutare il mandato d’arresto europeo – il primo strumento pratico dello spazio giudiziario europeo – ma ci offre anche l’occasione di ridefinire le nostre priorità per quanto riguarda la realizzazione di un vero spazio giudiziario europeo.

Il mandato d’arresto europeo, come abbiamo detto, ha segnato un evidentissimo successo: dalla sua introduzione in tutta l’Unione europea sono stati emessi 2 600 mandati, e conseguentemente le procedure giudiziarie sono state notevolmente accelerate.

Le frontiere non costituiscono pertanto più un ostacolo alla giustizia. Questo successo mostra che gli Stati membri sono disposti a lavorare insieme. Rafforziamo così il principio della fiducia reciproca, pietra angolare dello spazio giudiziario europeo. Il mandato d’arresto europeo si è tuttavia scontrato ad alcuni ostacoli che certi governi hanno frapposto alla sua applicazione, e deploro il ritardo di recepimento registrato in Italia. Questo ritardo ha determinato una valutazione tardiva di questo paese da parte della Commissione.

Inoltre, gli Stati membri interpretano diversamente il mandato nelle legislazioni nazionali. Questo illustra anche la mancanza di volontà degli Stati membri e i limiti imposti dalle modalità decisionali in questo ambito. Tuttavia, il successo del mandato d’arresto europeo mostra che è impossibile limitarsi al diritto civile. Dobbiamo essere più ambiziosi ed estendere la cooperazione giudiziaria al diritto penale.

Per questo motivo, riteniamo essenziale fare ricorso all’articolo 42 e alla clausola “passerella”, onde consentire un’armonizzazione minima della legislazione penale europea. Potremo in questo modo porre fine all’applicazione della regola dell’unanimità, che rallenta la realizzazione di un reale spazio di libertà, sicurezza e giustizia.

Inoltre dobbiamo colmare il deficit democratico, e solo un pieno e completo coinvolgimento del Parlamento europeo nella realizzazione dello spazio giudiziario europeo assicurerà la protezione dei diritti fondamentali. Inoltre, come possiamo progredire se ci limitiamo al settore della sicurezza? E’ sicuramente importante fare progressi per quanto riguarda le forze di polizia, benissimo, ma dobbiamo anche stabilire norme rigorose in materia di diritti fondamentali. Quindi, deve essere affrontata in parallelo la proposta relativa alle garanzie procedurali.

Per concludere, rivolgo una domanda specifica alla Commissione e al Consiglio: quando potremo finalmente compiere progressi con altri strumenti concreti, come lo scambio di prove e di informazioni tra casellari giudiziari?

 
  
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  Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Hazan, relatrice del Parlamento. Il mio gruppo condivide ampiamente la sua valutazione e le sue preoccupazioni. Sono stato io a sottoporre questo tema all’attenzione dell’Aula, in qualità di relatore. Ho avuto l’onore di farlo nel 2001. Tuttavia, non interverrei qui oggi a nome del mio gruppo se non fosse per il fatto che il nostro collega, onorevole Duquesne, che era all’epoca ministro degli Interni in Belgio e che ha sostenuto con convinzione questa misura, si trova purtroppo in ospedale in gravi condizioni.

All’epoca in cui abbiamo trattato il tema, credevamo che il mandato d’arresto europeo offrisse soluzioni pratiche al problema che più preoccupava i cittadini europei: la sicurezza.

L’esperienza ha dimostrato che il mandato è l’arma più preziosa di cui dispone d’Europa nella lotta contro la criminalità transfrontaliera, che consente alle autorità giudiziarie di ridurre la durata media della procedura di estradizione a 13 giorni in oltre la metà dei casi; 13 giorni rispetto ai mesi di attesa necessari in passato. E’ stato utilizzato correttamente dagli Stati membri e in genere ha funzionato bene.

Nessuno nega che ci siano state alcune difficoltà iniziali. Oltre ai ritardi di attuazione, decisioni controverse dei tribunali in Polonia e in Germania hanno generato un certo scetticismo – e accuse secondo cui questa misura viola i diritti fondamentali. Tuttavia, tutti gli Stati membri sono vincolati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, come specificatamente stabilito da questa misura.

Oggi vorrei porre due domande. La prima è rivolta al Consiglio. Il Consiglio additerà gli Stati membri che bloccano la decisione quadro relativa ai diritti procedurali, che dissiperebbe qualsiasi timore di violazione dei diritti fondamentali in questa misura? Qual è, secondo il Consiglio, la tempistica prevedibile per l’accordo su questa decisione quadro?

La seconda domanda è rivolta alla Commissione. Ci potrebbe dire il Commissario se il mandato è ora applicato correttamente nel paese che egli conosce meglio e se altri Stati membri stanno tirando le cose per le lunghe, e se avvierà procedure contro qualsiasi Stato membro che abbia eventualmente applicato la legge in modo errato o ne abbia limitato gli effetti?

 
  
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  Kathalijne Maria Buitenweg, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signor Presidente, è fuori dubbio che il mandato d’arresto europeo sta già dando i suoi frutti in molti modi ma, anche se rende il sistema di estradizione più efficiente, notevolmente più rapido e anche meno arbitrario, presenta ancora alcuni difetti. All’epoca, il mio gruppo si era detto contrario alla sua introduzione, perché mancavano accordi sulle norme procedurali minime in materia penale. Gli interventi messi a punto riguardano però solo la ricerca dei sospetti, e non introducono le garanzie necessarie a salvaguardare i loro diritti. Potrebbe sembrare un’azione decisiva e forte contro la criminalità, ma costituisce allo stesso tempo un ostacolo alla cooperazione in materia di estradizione.

Tre anni dopo l’adozione del mandato d’arresto, la situazione non è cambiata. La decisione quadro relativa ai diritti procedurali dei sospetti non è stata ancora adottata dal Consiglio. Mi unisco all’appello rivolto al Consiglio dall’onorevole Watson che chiede di sapere quali Stati membri sono contrari al miglioramento dei diritti dei sospetti e perché. Infatti, quello che intendiamo dire, e che ha espresso anche l’onorevole Demetriou, è che mentre tutti gli Stati membri devono rispettare i diritti dei sospetti e la Convenzione dei diritti dell’uomo, ci sono comunque molti procedimenti pendenti a Strasburgo. Allo stesso modo, ci sono moltissime differenze tra gli Stati membri rispetto a queste procedure.

Se fossimo tutti d’accordo sui diritti dei sospetti, la firma dell’accordo sui diritti procedurali sarebbe una pura formalità, ma non è così, perché ci sono differenze di rilievo che fanno sì che i tribunali nazionali stiano ora cercando di immaginare in quali condizioni sarebbe ammessa l’estradizione. Questo significa che in molti casi giudiziari, non c’è stata estradizione in altri Stati membri dell’Unione europea. Un esempio è quello di un caso giudiziario a Bolzano, in cui il tribunale locale si è rifiutato di consegnare un cittadino italiano all’Austria.

Quando avremo accordi comuni sui diritti dei sospetti, le procedure di consegna saranno più semplici. Chiedo pertanto al Consiglio di non considerare questo elemento come un premio in termini di diritti delle persone sospettate, ma come una componente necessaria: la repressione e le ricerche devono andare di pari passo, e allo stesso tempo deve essere garantito lo Stato di diritto, anche a livello europeo. Dopo tutto, l’assenza di fiducia reciproca tra gli Stati membri avrà un impatto negativo anche sull’aspetto relativo alle ricerche dei criminali sospettati.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la valutazione sul mandato d’arresto europeo va fatta analizzando complessivamente gli effetti che la decisione quadro ha sulla cooperazione giudiziaria, sul riconoscimento reciproco dei reati, sul rispetto delle garanzie individuali e delle libertà civili.

Purtroppo, oggi ci troviamo in grande difficoltà, alcuni Stati membri hanno mostrato difficoltà nell’applicazione perché ostacolati perfino dalle loro costituzioni nazionali. Tuttavia sarebbe sbagliato pensare di imporre torsioni alle costituzioni nazionali per garantire il mandato d’arresto.

La valutazione di oggi, purtroppo, deve prescindere dai dati di un paese: l’Italia, che, per tutelare gli interessi privati a causa di un ministro decisamente euroscettico e antieuropeo, non ha recepito in tempo la normativa comunitaria.

Infine non è possibile pensare di istituire il mandato d’arresto europeo senza preliminarmente istituire norme minime comuni in materia di procedura penale e senza prevedere garanzie condivise. Il Parlamento sulle procedure minime si è già espresso, aspettiamo che il Consiglio vada avanti su questo punto. E’ stato come costruire un palazzo partendo dal tetto invece che dalle fondamenta.

In realtà il mandato d’arresto europeo può essere sicuramente uno strumento utile a sottrarre al volere politico l’estradizione dei criminali e già ci sono alcuni esempi positivi al riguardo, ma la procedura è macchiata da un vizio di origine, da un peccato originale scaturito dalla fretta di dover rispondere con legislazioni di emergenza agli attentati terroristici.

Condivido molto delle valutazioni proposte dall’onorevole Hazan nella sua relazione. In commissione il testo è stato migliorato, evitando anche di estendere la lista dei trentadue reati, ma il nostro giudizio non può non derivare proprio dalla falsa partenza determinata dall’ossessione sicuritaria. C’è un vecchio proverbio italiano che dice: “La gatta frettolosa fece i gattini ciechi”. Questa metafora si può applicare perfettamente alla valutazione del primo anno d’applicazione del mandato d’arresto europeo.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, appoggio questa misura volta a combattere con maggiore efficacia il terrorismo. Nel dibattito del 2002, avevo sostenuto che nell’elenco dovevano figurare solo i reati per i quali esisteva una definizione europea o internazionale. L’attuale elenco di reati è troppo vasto, e questo potrebbe determinare incertezza giuridica e discriminazione. Gli Stati membri sfruttano così qualsiasi possibile occasione per applicare il criterio della doppia incriminazione.

L’onorevole Hazan ha ragione quando esorta il Consiglio a garantire l’eliminazione della doppia incriminazione. Inizialmente, aveva addirittura chiesto di ampliare l’elenco dei reati – una richiesta che è stata respinta dalla Commissione. Visti gli attuali indicatori, è stata sicuramente una proposta poco opportuna. E’ meglio seguire da vicino le evoluzioni dei prossimi due anni. Prevedo che una valutazione condurrà tuttalpiù alla contrazione dell’elenco attuale. L’elenco può essere ampliato, nel pieno rispetto della certezza giuridica, solo se tutti i reati specificati sono definiti a livello europeo. Sarebbe tuttavia poco auspicabile che il diritto penale fosse armonizzato, in modo surrettizio, grazie a questa decisione.

 
  
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  Brian Crowley, a nome del gruppo UEN. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare la relatrice per il lavoro che ha svolto su questa materia. Purtroppo, tuttavia, si ha l’impressione che la relatrice, come tutti noi qui al Parlamento, si sia trovata a lavorare in una situazione di svantaggio, poiché non abbiamo ancora accesso al Consiglio e al meccanismo di valutazione della Commissione in merito al funzionamento del mandato d’arresto europeo.

Possiamo imparare qualcosa dall’esperienza che abbiamo già acquisito. Per quanto riguarda i lati positivi, rispetto alla vecchia procedura di estradizione, i tempi si sono enormemente accorciati. I colleghi parlano di 90-42 giorni, ma alcune procedure di estradizione, che in passato sarebbero andate avanti per anni tra gli Stati membri dell’Unione europea, ora si sono ridotte a 42 giorni.

Tuttavia, dobbiamo essere cauti ed andare con i piedi di piombo per quanto riguarda i diritti costituzionali e le libertà fondamentali. Alcuni tribunali hanno espresso dubbi sul funzionamento del mandato d’arresto europeo, sia per quanto riguarda il suo recepimento nel diritto internazionale con il meccanismo utilizzato, sia in merito al modo in cui certi tribunali hanno interpretato taluni elementi della procedura del mandato d’arresto.

A prescindere dall’armonizzazione, questa idea del rispetto, della fiducia e della comprensione reciproci tra le autorità giudiziarie è il primo passo verso la creazione di un’area di attività giudiziaria più ampia e inclusiva. Una delle difficoltà che dobbiamo affrontare deriva dal fatto che abbiamo sistemi giuridici diversi negli Stati membri dell’Unione europea, che hanno dato vita a complessi normativi e giurisprudenza. E questo influisce in una certa qual misura sul modo in cui possiamo utilizzare al meglio questo spazio. Proprio per questo, nella fase iniziale, era stata una buona idea limitare a 32 le categorie di reati. Ora, tuttavia, alla luce dell’esperienza acquisita, possiamo esaminare il problema più da vicino.

La mia ultima osservazione è che non dovremmo avere fretta di realizzare subito tutti questi obiettivi. Non dimentichiamo che alcuni paesi hanno recepito la decisione quadro solo negli ultimi mesi. Abbiamo bisogno di più tempo per studiare la valutazione e garantire che ci sia un funzionamento corretto.

Infine, il rispetto fondamentale delle libertà e dei diritti umani deve essere al centro di tutto il nostro lavoro in questo ambito.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI).(NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, due settimane fa, quando il nostro ministero per la sicurezza dello Stato si è fatto sfuggire Fehriye Erdal, una pericolosa esponente del movimento terroristico turco DHKP-C, il giorno prima della pronuncia della sentenza di condanna a quattro anni di carcere, e senza che nemmeno un ministro sia stato chiamato a rendere conto dell’evento, il Belgio è diventato ancora una volta lo zimbello di tutta l’Unione europea. In altri Stati membri, il DHKP-C è incluso già da tempo nell’elenco dei gruppi terroristici pericolosi, ma non in Belgio, dove Fehriye Erdal godeva indisturbata di rifugio e asilo.

Questo fatto mi è stato ricordato, mio malgrado, quando abbiamo iniziato la valutazione del mandato d’arresto europeo. Se vogliamo condurre una valutazione efficace delle regole e delle procedure tese a combattere la criminalità transfrontaliera, compreso il terrorismo, servendoci, tra le altre cose, del mandato d’arresto europeo, l’unica conclusione a cui posso giungere, quando si verificano errori grossolani di questo tipo, è che l’Unione europea ha ancora molta strada da fare.

 
  
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  Jaime Mayor Oreja (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, desidero innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Hazan, per la sua relazione, indubbiamente precisa e rigorosa.

Desidero segnalare che l’approvazione del mandato d’arresto europeo – e non dobbiamo mai dimenticarlo – non è stata semplicemente l’approvazione di un nuovo strumento giuridico, né tantomeno tale strumento si limita a sostituire un sistema di estradizione obsoleto; è stata invece un’azione emblematica, una risposta, espressione ed immagine di un nuovo atteggiamento.

E’ stato il frutto emblematico dell’urgente necessità di creare uno spazio giudiziario e di polizia europeo; è stata la reazione europea al terribile attentato dell’11 settembre alle Torri gemelle a New York e, allo stesso tempo, espressione ed immagine dell’atteggiamento politico secondo cui il terrorismo doveva essere combattuto attivamente affrontando la sicurezza grazie ad una politica interna dell’Unione europea, uno dei grandi obiettivi che dovremmo davvero cercare di attuare.

Mi preme ricordare che ho avuto l’opportunità di presentare questo mandato all’epoca in cui ero al Consiglio dei ministri e, purtroppo, non è stato approvato fino a quando si sono verificati gli attentati dell’11 settembre. E’ pertanto fondamentale che non sia reintrodotta la verifica della doppia incriminazione, che si risolvano le varie incompatibilità con le diverse costituzioni e che i giudici nazionali non introducano strumenti supplementari prima che un altro attentato ci obblighi a introdurre urgentemente e in tutta fretta modifiche a questo importantissimo mandato.

Non ci devono dunque essere ostacoli o esitazioni in merito a questo tema. E’ sicuramente necessaria una volontà incondizionata, e dobbiamo anche ricordare il lavoro estremamente importante di un ministro degli Interni di quell’epoca, Antoine Duquesne, che non è qui oggi, ma che ha svolto un ruolo decisivo e cruciale nel fare sì che il mandato d’arresto europeo fosse oggetto del nostro dibattito di oggi pomeriggio.

 
  
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  Stavros Lambrinidis (PSE).(EL) Signor Presidente, signora Ministro, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, desidero anch’io congratularmi a mia volta con la relatrice per il lavoro svolto. Il mandato d’arresto europeo di per sé non è uno strumento sufficiente per la creazione di uno spazio europeo di sicurezza, libertà e giustizia, e riusciremo ad applicarlo in modo corretto, solo se consolideremo in misura sostanziale la fiducia reciproca tra i giudici, se applicheremo regole comuni minime ai procedimenti penali per tutelare i diritti fondamentali dei sospetti e se realizzeremo un elementare ravvicinamento delle legislazioni nazionali.

Per questo, come primo passo, chiediamo l’approvazione della decisione quadro, con gli emendamenti del Parlamento europeo, relativa a taluni diritti procedurali accordati nel quadro di procedimenti penali nell’Unione europea. Speriamo anche che la futura Agenzia per i diritti umani svolga un ruolo sostanziale nella protezione e nel rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali nell’ambito del mandato d’arresto europeo.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, l’utilità del mandato d’arresto europeo è emersa in tutta evidenza, specialmente per gli iscritti al mio collegio elettorale di Londra, quando Hussein Osman, sospettato negli attentati del 21 luglio, è stato consegnato al Regno Unito e sottoposto a processo nel giro di qualche settimana invece che di anni. Tuttavia, due terzi degli Stati membri hanno presentato espliciti motivi di rifiuto: la violazione dei diritti fondamentali. Per i casi in cui tale motivazione è valida, essa giustifica il gradito cambiamento di parere della Presidenza austriaca rispetto al fatto che ci debba essere un accordo in materia di norme minime per procedimenti giudiziari giusti e equi.

Dobbiamo tuttavia fare di più per investire nel sistema della giustizia penale, come ha chiesto il Parlamento europeo un anno fa. Purtroppo, molti politici di primo piano cedono alla tentazione di criticare i giudici per sentenze non di loro gradimento. Lo scorso anno il Primo Ministro britannico, Tony Blair, si è vantato del modo in cui aveva attaccato il sistema della giustizia penale. Invece di mettere in discussione diritti fondamentali, come la presunzione di innocenza e l’habeas corpus, e magari di colludere con voli destinati a luoghi di tortura e con le cosiddette consegne speciali, dobbiamo rendere le norme più rigorose, e non il contrario.

 
  
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  Sylvia-Yvonne Kaufmann (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, Ministro Gastinger, signor Commissario, nel luglio dello scorso anno la Corte costituzionale tedesca ha dichiarato nulla la legge di attuazione del mandato d’arresto europeo. Ha giustamente chiesto che i legislatori tedeschi adempissero pienamente alla loro responsabilità in termini di protezione e garanzia dei diritti civili fondamentali garantiti dalla costituzione tedesca. Questa sentenza è stata indubbiamente un sonoro schiaffo per i legislatori tedeschi.

Proprio in questo contesto mi risulta del tutto incomprensibile, signora Ministro, che il Consiglio permetta che la decisione quadro relativa ai diritti procedurali si trascini in questo modo senza, finora, aver fatto nulla in merito. E’ semplicemente inaccettabile, e i diritti degli imputati, proprio in considerazione del mandato d’arresto europeo, devono essere chiaramente rafforzati. Mi associo a quanto hanno già detto molti colleghi.

Tra questi diritti c’è il diritto per gli imputati di essere informati dei propri diritti in una lingua che conoscono bene. Devono avere il diritto di avvalersi del servizio di un interprete, e naturalmente deve essere garantita la traduzione dei documenti pertinenti al procedimento penale.

Signora Gastinger, è giunto il momento che il Consiglio faccia qualcosa; è fondamentale che agisca, poiché i cittadini dell’Unione europea devono avere la certezza che i loro diritti siano protetti e rispettati nello stesso modo in tutta Europa.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 
  
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  Ashley Mote (NI).(EN) Signor Presidente, i paesi abituati al diritto romano e napoleonico devono accettare che lo Stato governi la loro vita, ma in Gran Bretagna qualsiasi idea di questo tipo è un abominio. Nel paese da cui provengo, lo Stato non esiste per diritto e il governo del giorno risponde di fronte a chi lo ha eletto.

Le nostre tutele contro qualsiasi tentativo di ingerenza da parte dello Stato nelle libertà e nei diritti risalgono a secoli fa e sono protette dal diritto consuetudinario e dal diritto legislativo. Nessun europeo ha il diritto di detenere o allontanare un cittadino britannico dal Regno Unito senza che ci sia stato un giusto processo, e questo significa salvaguardia contro la detenzione dopo tre giorni a meno che un tribunale esamini le prove e decida diversamente. Questo significa anche che non può esistere alcun reato che non sia un reato nel Regno Unito: la xenofobia, per esempio, nel Regno Unito può essere un’imputazione. Beneficiamo ancora della presunzione di innocenza, della tutela del processo con giuria e del divieto della doppia incriminazione, nonostante i vergognosi sforzi compiuti dal governo Blair per allinearsi a quello che l’Unione europea decide di chiamare legge.

I cittadini dei vostri paesi starebbero molto meglio se godessero dei diritti e delle libertà dei britannici. Imparate questa lezione e forse riuscirete a conquistare i cuori e le menti. Qualcuno dovrebbe dire al Commissario Wallström ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE).(PT) Ministro Gastinger, Commissario Frattini, onorevoli colleghi, anch’io desidero iniziare ringraziando l’onorevole Hazan per la sua eccellente relazione. Come ha affermato l’onorevole Mayor Oreja, accogliamo con favore l’istituzione del mandato d’arresto europeo come passo innovativo e molto efficace per lo sviluppo della cooperazione giudiziaria e il rafforzamento della cooperazione e della fiducia reciproca. Questo mandato garantirà il medesimo livello di protezione giuridica a tutti i cittadini dell’Unione europea e diventerà uno dei principali strumenti nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata.

Purtroppo, la prima valutazione ha evidenziato molti problemi che ne impediscono la completa attuazione e che indeboliscono la fiducia reciproca. Si sono registrate difficoltà a livello di recepimento, per esempio, con il ricorso alla giurisdizione costituzionale in vari Stati membri, e ostacoli pratici riscontrati nell’attuazione del mandato d’arresto europeo, in particolare in termini di traduzione, trasmissione o utilizzo di formulari divergenti. C’è stata anche resistenza tra molti Stati membri che desiderano conservare certi elementi del sistema di estradizione tradizionale, come il controllo della doppia incriminazione e l’intervento delle autorità politiche nella procedura giudiziaria.

Desidero sottolineare tre punti: primo, vorrei ribadire i vantaggi che l’adozione del progetto di Trattato costituzionale porterebbe a questo spazio di cooperazione giudiziaria e di polizia, in particolare l’eliminazione dei pilastri. Come affermato dall’onorevole Demetriou, dobbiamo utilizzare le risorse di cui disponiamo, compresa la “passerella” prevista dall’articolo 42 del Trattato che dà la possibilità agli Stati membri di integrare il mandato d’arresto europeo nel primo pilastro, al fine di garantire maggiore trasparenza, il controllo democratico da parte del Parlamento e il controllo giurisdizionale da parte della Corte di giustizia delle Comunità europee.

Secondo, desidero segnalare che dovremmo prendere ad esempio il mandato d’arresto nordico per rafforzare l’efficienza del mandato d’arresto europeo. Il mandato d’arresto nordico vanta alcuni aspetti innovativi, ivi compreso un regime di consegna più efficace e termini procedurali ancora più brevi.

Terzo e ultimo aspetto, è cruciale, come ha affermato il Commissario Frattini, che sia il Parlamento europeo sia i parlamenti nazionali partecipino alla prossima valutazione dei progressi compiuti nell’ambito dell’attuazione del mandato d’arresto europeo.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE).(PL) Signor Presidente, desidero associarmi alle congratulazioni che gli oratori precedenti hanno rivolto alla relatrice.

Nel 2002 l’Unione europea ha proposto un nuovo meccanismo nell’ambito del suo impegno nella lotta contro la criminalità. Mi riferisco al mandato d’arresto europeo. Ora, quasi quattro anni dopo, dobbiamo valutare l’efficienza della sua attuazione e capire che cosa è necessario fare per evitare che i criminali si sentano sicuri in Europa. Vorrei fare solo due commenti, se mi è consentito.

Primo, è deplorevole che, conformemente all’attuale sistema giuridico, il mandato d’arresto europeo sia uno strumento del terzo pilastro e non rientri nella competenza del Parlamento europeo o della Corte di giustizia delle Comunità europee. Chiaramente è necessario cambiare le cose. Si dovrebbe ricordare tuttavia che, secondo quanto previsto dalla Costituzione europea, i pilastri saranno eliminati e saranno sviluppati strumenti per l’amministrazione della giustizia. Inoltre, nuove procedure entreranno a fare parte delle competenze comunitarie. Conseguentemente, l’Unione dovrebbe diventare più efficiente e le sue decisioni avranno un carattere più trasparente e democratico. A tale proposito, vale la pena di ricordare che la parte del Trattato costituzionale relativa a questi metodi non è mai stata oggetto di proteste. Non è stata in alcun modo contestata durante le recenti campagne di ratifica, il che è di buon auspicio per questa istituzione.

Il mio secondo commento è che, nonostante il successo a livello di attuazione, il mandato d’arresto europeo si è scontrato con parecchi ostacoli giuridici di rilievo in certi paesi. L’Assemblea ha sentito qual è la situazione in Germania e a Cipro. Conosciamo anche la posizione di Belgio e Italia. Anche nel mio paese, la Polonia, ci sono difficoltà di attuazione del mandato d’arresto europeo. E’ stato integrato nel codice penale ed è applicato, ma nell’aprile 2005 la Corte costituzionale ne ha decretato l’incostituzionalità. Sono stati concessi 18 mesi per porre rimedio alla situazione, ed ora ce ne rimangono solo sette. Mi auguro che la Polonia risolva questa situazione contraddittoria in tempo utile.

 
  
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  Ioannis Varvitsiotis (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, due poli fondamentali della cooperazione europea in materia penale sono il principio del riconoscimento reciproco delle sentenze e l’armonizzazione delle leggi degli Stati membri. Questi due principi si integrano a vicenda; tuttavia la loro attuazione è difficilmente realizzabile e richiederà molto tempo.

Ciononostante, deve essere compiuto ogni sforzo possibile per attuare una politica penale comune nell’Unione europea. Il mandato d’arresto europeo costituisce un primo passo importante per quanto riguarda il principio del riconoscimento reciproco delle sentenze penali e contribuisce a consolidare una cultura giuridica comune. Naturalmente, nonostante siano stati compiuti progressi in termini procedurali per adattare il mandato d’arresto europeo, certe difficoltà sussistono, per esempio, per quanto riguarda il recepimento uniforme o non uniforme della decisione quadro nelle legislazioni nazionali degli Stati membri e le categorie di reati per le quali non è accertato il carattere delittuoso. Occorre prestare particolare attenzione a queste difficoltà.

Analogamente, e mi rivolgo al Presidente in carica del Consiglio e ministro austriaco, signora Gastinger, mi chiedo perché ci debba essere questo elenco di 32 reati e perché non semplifichiamo l’intero processo dicendo che tutti i reati puniti con pene detentive superiori a tre anni sono oggetto di questo accordo. Questo agevolerebbe notevolmente sia la legislazione nazionale sia i giudici nazionali. Sono certo che, con l’abilità che la contraddistingue, signora Ministro, affronterà la questione.

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli deputati del Parlamento europeo, nella mia dichiarazione conclusiva vorrei ribadire in termini molto generali che, nonostante le critiche del tutto legittime che avete espresso oggi su vari punti, possiamo partire dal presupposto che il mandato d’arresto europeo è sicuramente un risultato di cui possiamo essere fieri. E’ stato infatti un primo passo molto importante in vista della lotta comune contro la criminalità organizzata e il terrorismo secondo il principio del riconoscimento reciproco. E’ un elemento essenziale, e dobbiamo sempre tenerlo presente.

Molti deputati mi hanno chiesto di intervenire sulle salvaguardie procedurali minime nei processi penali, che ritengo essere un punto assolutamente fondamentale. Hanno sollevato la questione gli onorevoli Watson, Buitenweg, Catania, Lambrinidis, Ludford e Kaufmann. Saprete sicuramente che durante il Consiglio informale del 13 e 14 gennaio 2006 a Vienna abbiamo dedicato a questo tema un ampio spazio nella nostra discussione.

Sapete sicuramente anche che questa decisione quadro – e non esito a pronunciare queste parole – si trova attualmente in un vicolo cieco, cosa che al Consiglio decisamente deploriamo. Infatti vi posso garantire che in seno al Consiglio c’è la volontà politica di regolamentare in qualche modo queste garanzie procurali minime per l’imputato nei procedimenti penali. Vogliamo così lanciare un segnale politico molto importante.

Tuttavia ci sono problemi in relazione alla decisione quadro stessa, poiché alcuni Stati membri nutrono dubbi sulla base giuridica per l’adozione di uno strumento giuridico a livello europeo. E potete sicuramente immaginarvi che è un problema al quale è piuttosto difficile sottrarsi. Se osserviamo i dettagli, ci rendiamo conto che i dubbi hanno a che fare in particolare con il campo di applicazione e aspetti analoghi di cui stiamo discutendo. Vi posso tuttavia assicurare, a nome della Presidenza austriaca, che per noi questo è un argomento che riveste un’altissima priorità e che durante la nostra Presidenza vogliamo compiere progressi concreti.

Dobbiamo peraltro ricordare, inoltre, che le garanzie procedurali minime costituiscono un punto sul quale dobbiamo apportare un valore aggiunto rispetto alla Convenzione dei diritti dell’uomo, in particolare all’articolo 6; infatti l’articolo 6 costituisce la nostra base comune in Europa, verso la quale ci sentiamo tutti impegnati.

Durante la nostra Presidenza cercheremo pertanto di pervenire ad una soluzione in modo da poter compiere il passo successivo, che è davvero essenziale. Per noi è importante soprattutto riuscire ad uscire dal vicolo cieco nel quale ci troviamo attualmente.

L’onorevole Roure ha affrontato un altro aspetto importante, chiedendo a che punto siamo con gli altri strumenti, in particolare la procedura europea per l’acquisizione delle prove e lo scambio di informazioni tra le autorità giudiziarie. In merito alle procedure per la raccolta delle prove, vi posso dire che a livello di Consiglio sono stati compiuti progressi considerevoli al riguardo. E’ evidente che l’elenco dei 32 reati – sul quale il dibattito è ritornato più volte – è ancora di estrema attualità. Affronterò questo aspetto successivamente.

E’ un altro tema da discutere, ma spero vivamente che anche su di esso potremo compiere molti progressi durante la nostra Presidenza. Potremmo riuscire a concludere questo fascicolo ma, qualora non risultasse possibile, saremo comunque in grado di passare alla Presidenza finlandese un fascicolo già maturo.

Passando ora alla decisione quadro sull’attuazione e il contenuto dello scambio di informazioni dei casellari giudiziari tra gli Stati membri e la decisione quadro sulla protezione dei dati personali, elaborate nell’ambito della cooperazione giudiziaria e di polizia, vi posso dire che ne stiamo discutendo a livello di gruppi di lavoro, e anche in questo caso, e crediamo di poter compiere progressi.

L’onorevole Varvitsiotis ha chiesto perché non prendiamo come base una pena detentiva di tre anni invece dell’elenco dei 32 reati. Per rispondere a questa domanda, posso dirle che – e sono certa che ne sia al corrente – questi 32 reati sono stati oggetto di una lunga ed approfondita discussione in seno al Consiglio prima di poter pervenire ad un accordo. E’ stato un processo molto complesso, e oggi siamo soddisfatti dell’elenco. Non dobbiamo dimenticare, quando esaminiamo questi 32 reati, che con questo elenco è stato deciso che questi sono i settori nei quali, in pratica, la doppia incriminazione non è più oggetto di ulteriori verifiche. E’ questa la motivazione alla base dell’elenco dei 32 reati. L’estradizione e l’applicazione del mandato d’arresto europeo continuano tuttavia ad essere possibili in altri settori, in cui si verifica solo la doppia incriminazione per applicare il mandato d’arresto europeo.

Come ho già detto, questi 32 reati sono ancora oggetto di discussione nell’ambito del fascicolo sul mandato d’arresto europeo, infatti sappiamo benissimo che alcuni di questi reati hanno una definizione molto ampia, mentre altri riguardano atti molto specifici, il che non è coerente, alla luce della situazione attuale, ne siamo perfettamente consapevoli. Siamo tuttavia lieti che l’elenco ci sia e, sulla base delle esperienze acquisite con il mandato d’arresto europeo, continueremo naturalmente a lavorarci. Vi chiedo di darci un po’ di tempo; ne abbiamo bisogno, se alla fine vogliamo poter disporre di una base valida per una cooperazione ancora migliore in questo settore.

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. – Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei esporre poche riflessioni dopo questo interessante dibattito.

In primo luogo ricordo che il monitoraggio sulla trasposizione del mandato d’arresto europeo proseguirà e il Parlamento ha a disposizione le nostre valutazioni su tutti gli Stati membri, da gennaio inclusa anche l’Italia con una relazione aggiuntiva; a giugno vi sarà una successiva relazione.

Mi rivolgo al presidente Watson per dire che, purtroppo, la Commissione non è in grado di avviare procedure di infrazione secondo la normativa comunitaria dato che si tratta di uno strumento di terzo pilastro. Sono particolarmente felice di ascoltare quello che alcuni onorevoli parlamentari hanno detto circa la possibilità, sulla quale ovviamente sarei d’accordo, di trasferire al primo pilastro uno strumento di tale importanza nella lotta al terrorismo e alla criminalità; ciò innescherebbe chiaramente le conseguenze positive di un monitoraggio ancora più effettivo e cogente di quello oggi possibile per noi.

Continueremo a mettere in evidenza i punti di forza e anche i punti deboli di ciascuna legge di trasposizione. Lo faremo restando in contatto continuo, onorevole Coelho, con i parlamenti nazionali, perché ovviamente dobbiamo renderci conto dei problemi esistenti, talvolta legati a ragioni costituzionali, talaltra a ragioni parlamentari, che hanno reso difficoltosa in alcuni Stati la piena attuazione della procedura. A mio avviso questo è rispetto del principio di leale collaborazione tra le Istituzioni.

Concludo il mio intervento dicendo che occorrerà integrare questo programma di azione europea con il mandato europeo per la raccolta delle prove. L’ho già detto prima, ma lo confermo adesso: mi sembra singolare che siamo stati in grado di giungere a un accordo per trasferire le persone da un paese all’altro, mentre non riusciamo a trasferire le prove che sono un elemento assai meno rilevante in termini di invasione nei diritti fondamentali, di fiducia reciproca. Esiste fiducia sufficiente per consegnare una persona arrestata e ancora non riusciamo a metterci d’accordo per raccogliere una prova da un paese all’altro.

Concordo con le valutazioni del Ministro Gastinger sulla necessità di fare davvero un passo avanti e auspico che con la Presidenza austriaca si pervenga a un accordo sul quale sussistono ancora solo pochi punti di divergenza.

Lo stesso vale per i diritti procedurali, devo riconoscere alla Presidenza austriaca che impegna grande energia nel tentativo di arrivare ad un accordo e a mio parere non sembra che la base legale sia un motivo di ostacolo. Ci sono argomenti giuridici, ma tutti gli argomenti giuridici si prestano a essere discussi.

Sono convinto che esista una base per trovare un accordo su un’iniziativa europea attinente ai diritti processuali; questo sarebbe un segnale politico estremamente importante.

So che esiste l’impegno della Presidenza, altrettanto importante è l’impegno sullo scambio di informazioni dei casellari giudiziari. Contestualmente, l’approccio repressivo deve essere bilanciato costantemente con un rafforzamento dei diritti e delle libertà, questo ci darà una carta politica in più per contrastare la criminalità.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, alle 11.30.

 

17. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
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  Presidente. L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B6-0013/2006). Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte al Consiglio.

Prima parte

Annuncio l’interrogazione n. 1 dell’onorevole Eoin Ryan (H-0110/06):

Oggetto: Membri dell’opposizione in Etiopia

Attualmente sono detenuti in Etiopia 131 membri di primo piano dell’opposizione, tra cui 10 membri eletti del parlamento etiope, oltre a docenti, magistrati e giornalisti.

Può il Consiglio far sapere quali misure ha adottato per richiamare l’attenzione del governo etiope su queste gravi ingiustizie alla luce del fatto che tali detenzioni costituiscono una violazione del diritto internazionale e considerando che l’Unione europea è il maggior donatore mondiale di aiuti internazionali all’Etiopia.

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Signor Presidente, parlando a nome del Consiglio, vorrei rispondere in questi termini all’interrogazione dell’onorevole Ryan sui membri dell’opposizione in Etiopia.

Il Consiglio sta seguendo molto da vicino la sorte dei capi dell’opposizione, dei rappresentanti delle organizzazioni della società civile, degli editori e dei giornalisti arrestati. Il 6 novembre dello scorso anno, in seguito al loro arresto, l’Unione ha fatto una dichiarazione in cui esprime la propria inquietudine e chiede il rilascio di tutti i prigionieri politici. Inoltre l’Unione ha chiesto l’immediata liberazione di tutti gli arrestati a carico dei quali non siano state formulate accuse con un procedimento regolare rispondente a certi criteri minimi, e ha parimenti chiesto che a tutti gli arrestati sia riconosciuto il diritto di ricevere visite da parte dei propri parenti e della Croce Rossa Internazionale e/o di altri idonei rappresentanti della comunità internazionale. Una richiesta analoga è contenuta in una dichiarazione congiunta redatta il 6 novembre 2005 ad Addis Abeba dagli ambasciatori dell’Unione e degli Stati Uniti.

Dall’inizio del novembre 2005, quando sono stati effettuati gli arresti, i rappresentanti dell’Unione hanno regolarmente fatto presente il caso di questi detenuti negli incontri con il governo etiope e lo hanno anche portato direttamente all’attenzione del Primo Ministro Meles Zenawi, nell’ambito del dialogo politico, ai sensi dell’articolo 8 dell’accordo di Cotonou. I rappresentanti diplomatici dell’Unione a Addis Abeba hanno concordato di sollevare la questione del rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto in quanto elementi cardine del dialogo politico con l’Etiopia e di richiedere che tutte le persone detenute a seguito delle manifestazioni politiche svoltesi a giugno e a novembre vengano rimesse in libertà, nonché la garanzia che i loro parenti, i loro legali e le organizzazioni umanitarie possano far loro visita.

Colgo l’occasione per fare presente che io stesso ho discusso tali questioni con Lord Triesman e col Ministro Hilary Benn, perché noi sappiamo – come ho infatti accennato – che i vari progressi compiuti durante la Presidenza britannica hanno avuto grande importanza al riguardo, e ovviamente ritengo sia importante assicurare continuità in questo campo.

Inoltre, i rappresentanti diplomatici si sono accordati per insistere affinché i parenti dei detenuti vengano informati sul luogo di detenzione e affinché i detenuti ottengano l’accesso a consulenti legali e il diritto a un trattamento umano.

Dobbiamo altresì prestare particolare attenzione nel garantire che il processo contro i capi dell’opposizione e gli altri arrestati avvenga alla presenza di osservatori locali e internazionali. Auspichiamo che un osservatore segua il processo contro il capo dell’opposizione Hailu Shawel e altri detenuti e informi in merito i rappresentanti dell’Unione europea ad Addis Abeba.

L’Unione continuerà a sollevare tali questioni presso il governo etiope e a seguire molto da vicino la situazione dei detenuti.

 
  
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  Eoin Ryan (UEN). (EN) Sono alquanto deluso dalla risposta all’interrogazione. La nostra politica di aiuti allo sviluppo è incentrata sulla buona governance e sul rispetto dei diritti umani, ma tale principio non sembra affatto applicarsi in questo contesto. Se si considera che tra il 2002 e il 2005 abbiamo dato circa 900 milioni di euro all’Etiopia, non pare che abbiamo ottenuto alcun rispetto per i diritti umani in questo paese. Si discute molto, ma si fa molto poco.

Vorrei richiamare l’attenzione sul caso specifico di Berhanu Nega, il sindaco eletto di Addis Abeba. Che cosa gli è successo? Il Consiglio ha sollevato la questione?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. (EN) Per quanto riguarda la domanda complementare, com’è noto all’onorevole Ryan e a tutti noi, l’Etiopia è uno dei paesi più poveri del mondo. Ci sono zone del paese, in particolare al sud, che patiscono una grave crisi; il cibo scarseggia e noi abbiamo l’obbligo di aiutare la popolazione.

Crediamo che gli aiuti e la cooperazione allo sviluppo per i poveri del paese non debbano essere impiegati come un mezzo per esercitare pressioni sul governo né debbano comportare una punizione per il popolo etiope. Perciò l’Unione non nega i fondi per la cooperazione allo sviluppo, ma ora li distribuisce in maniera diversa. Dobbiamo tenere conto di questo aspetto.

Pertanto stiamo riflettendo sul modo in cui occorre procedere. Stiamo riducendo la quota degli aiuti destinati direttamente al governo e cercando di trovare soluzioni e modalità per far giungere detti fondi direttamente alla popolazione, ove ciò sia necessario.

Il 13 e il 14 marzo, a Parigi, avrà luogo una conferenza in cui sarà discusso il futuro degli aiuti allo sviluppo per l’Etiopia e si escogiteranno nuovi metodi per aiutare direttamente i poveri di quella nazione, evitando che l’erogazione dei fondi passi attraverso il governo.

Per quanto riguarda il caso citato dall’onorevole Ryan, non ho notizie specifiche in merito; indagherò senz’altro sulla questione e vi farò sapere il risultato delle nostre ricerche.

 
  
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  Ana Maria Gomes (PSE). – (EN) Perché l’Etiopia è uno dei paesi più poveri del mondo, come lei ha detto? Il motivo è nella natura del regime politico, che diffida dalla società civile anche quando si tratta di distribuire aiuti alimentari, come ho avuto modo di vedere di persona quando ero a capo della missione di osservazione elettorale in Etiopia. Un altro motivo consiste nel fatto che in questo paese l’85 per cento della popolazione è costituito da contadini che non hanno terre di proprietà e quindi non sono incentivati a produrre.

Le riunioni dei donatori svoltesi ieri e oggi hanno tenuto conto delle conclusioni della missione comunitaria di osservazione delle elezioni, secondo cui non sono stati rispettati i principi che stanno alla base di elezioni veramente democratiche? Tali conclusioni mettono anche in evidenza i motivi di quest’insuccesso. Perché il Consiglio ha ignorato gli appelli di questo Parlamento, contenuti in tre risoluzioni, ad avviare un dialogo…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Mi dispiace, ma non ho compreso l’ultima parte della sua domanda.

Come ho detto, conosciamo assai bene le condizioni sociopolitiche del paese. Posso assicurarle che le teniamo in grande considerazione. Posso inoltre garantirle che il convegno attualmente in corso dispone di tutte le informazioni sulla situazione politica, sociale, economica e finanziaria in Etiopia.

 
  
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  David Martin (PSE). – (EN) Concordo col Consiglio sul fatto che non si può fare soffrire il povero popolo etiope a causa delle manchevolezze del suo governo.

Come appoggerà il Consiglio la società civile nel distribuire gli aiuti all’interno dell’Etiopia? E’ chiaro che non dobbiamo far giungere nessun finanziamento tramite il governo etiope, ma che dobbiamo continuare a incoraggiare le ONG a impegnarsi in questo paese. Tuttavia, per poterlo fare con successo, tali organizzazioni hanno bisogno di supporto logistico. Come intende il Consiglio aiutare le ONG in Etiopia?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Ci sono svariati modi con cui il Consiglio può intervenire e interviene. Siamo molto interessati al processo di democratizzazione in Etiopia e intendiamo sostenerlo.

Vorrei citare brevemente alcuni degli strumenti che stiamo impiegando, uno dei quali è la questione delle procedure parlamentari. Le abbiamo esaminate e prese in considerazione. Abbiamo condotto diversi studi e vogliamo aiutare il parlamento a migliorare le sue procedure al fine di aumentare le opportunità per i partiti dell’opposizione e per portare tali procedure al livello degli standard internazionali. A questo proposito stiamo anche cercando di ideare programmi e progetti per formare i parlamentari.

Stiamo contribuendo col supporto logistico all’espansione e alla costruzione di un’infrastruttura parlamentare. Il parlamento, per quanto mi risulta, non dispone di infrastrutture per i partiti dell’opposizione, che non hanno mezzi tecnici di comunicazione. Perciò stiamo cercando, in collaborazione col Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, di ideare progetti che possano essere d’aiuto a questo proposito.

Inoltre stiamo aiutando i parlamentari – in particolare quelli dei partiti di opposizione – a recarsi presso altri parlamenti per acquisire esperienza: per esempio presso quelli dell’India, del Regno Unito e degli Stati Uniti. Come lei saprà, lo scenario del pluripartitismo in Etiopia è ancora molto giovane, molto arretrato, e stiamo tentando di fare conoscere a questi parlamentari alle prime armi parlamenti più tradizionali, in modo che possano trarne insegnamento.

Stiamo contribuendo alla riforma del National Election Board, un’iniziativa a mio modo di vedere molto interessante. I nostri ambasciatori in Etiopia ci stanno lavorando per garantire che il National Election Board sia conforme agli standard internazionali.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 2 dell’onorevole Cecilia Malmström (H-0148/06):

Oggetto: Aiuti alla democrazia in Iran

Gli sviluppi politici in Iran sono molto inquietanti. L’elezione a presidente di Mahmoud Ahmandinejad ha contribuito a rafforzare il potere di mullah reazionari e antidemocratici. È ora molto importante che la comunità internazionale, ivi compresa l’UE, appoggi le forze democratiche che operano in Iran. Occorre esercitare una maggiore pressione su coloro che detengono il potere politico per quanto riguarda il mancato rispetto dei diritti umani, il finanziamento di organizzazioni terroristiche e lo sviluppo di armi nucleari. La scorsa settimana il ministro degli esteri statunitense ha dichiarato che l’amministrazione richiederà un’ulteriore dotazione di 75 milioni di dollari a favore della democrazia in Iran. Un’ingente parte di tale finanziamento sarà investita nella radio e nella televisione per la popolazione del paese. Si investe molto anche per raggiungere il popolo iraniano attraverso Internet. Gli Stati Uniti prevedono inoltre un congruo aumento degli aiuti a favore della stazione radiofonica FARDA, che trasmette notiziari critici del regime all’interno del paese.

Ciò premesso, quali misure intende adottare la presidenza del Consiglio a livello dell’UE per sostenere le stazioni radiofoniche e televisive indipendenti e le altre forze democratiche in Iran?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, come risulta anche dalle conclusioni del 7 novembre 2005, il Consiglio è concorde sull’importanza di sostenere riforme politiche in Iran e promuovere i diritti umani e la democrazia. Ovviamente l’Unione auspica di vedere la trasformazione dell’Iran in una società in cui i diritti umani, civili e politici siano pienamente rispettati, in cui possano sbocciare i valori democratici e la libertà di opinione, e la parità di trattamento e di opportunità prevalga sulla discriminazione.

Al tempo stesso, tuttavia, siamo consapevoli che il conseguimento di quest’obiettivo richiederà pazienza e sforzi a lungo termine. Il Consiglio ha tentato in passato di promuovere riforme politiche, e lo farà anche in avvenire, in particolare sostenendo vari organismi e organizzazioni in Iran, compresa la società civile iraniana. A tale scopo l’Unione ha ripreso il dialogo politico globale e si sta impegnando a fondo anche per ripristinare un dialogo significativo e costruttivo in materia di diritti umani. Attualmente l’Unione sta cercando di sostenere nel migliore dei modi le riforme politiche e la democrazia in Iran, e le sue valutazioni comprendono il potenziamento del ruolo dei media e delle forze democratiche.

 
  
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  Cecilia Malmström (ALDE). – (SV) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, molte grazie per la risposta.

Purtroppo, in Iran, non sta avendo luogo nessun dialogo sui diritti umani. Non è successo niente. Attualmente in Iran si stanno verificando violazioni dei diritti umani su vasta scala. L’Iran ha un regime che viola la maggior parte dei diritti umani. Questo stato di cose tende a passare in secondo piano quando dibattiamo sul programma di armamento nucleare, che riveste naturalmente estrema importanza.

Ritengo che sia necessaria una strategia ben ponderata per affrontare la situazione dei diritti umani in Iran, e mi chiedo se possiamo attingere all’esperienza che abbiamo maturato nel periodo in cui abbiamo sostenuto l’opposizione bielorussa trasmettendole in bielorusso programmi dall’Europa. Mi chiedo se questa costituisca un’esperienza cui possiamo fare ricorso.

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Onorevole Malmström, siamo consapevoli di non potere fare tutto in una volta, anche se ci piacerebbe molto. Riteniamo, però, che il dialogo sia l’unica alternativa perseguibile, dal momento che la sua interruzione e, per così dire, “la punizione della società civile” non costituiscono di certo una scelta praticabile.

E’ indubbiamente deludente che, dal giugno 2004, il dialogo sui diritti umani non abbia più avuto luogo. Infatti è questa la ragione per cui il Consiglio “Affari generali”, già nel novembre scorso, ha invitato l’Iran a intraprendere passi per riprendere colloqui concreti nell’ambito del dialogo. Posso dirle, onorevole Malmström, che in queste ultime settimane l’Iran si è effettivamente mostrato interessato alla ripresa di questo dialogo, benché l’Unione abbia fissato determinate condizioni generali, perché un dialogo fine a se stesso è inutile.

Se riusciremo a imporre condizioni generali che permettano un dialogo significativo e che inoltre sostengano la società civile, saremo lieti di riprendere questi colloqui. Ci auguriamo di riuscire a riprendere questo dialogo anche prima della fine della Presidenza austriaca, nella speranza che sia significativo e proficuo.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE). (EN) La questione riguarda specificatamente il potenziamento delle forze democratiche in Iran. Una delle maggiori forze democratiche dell’Iran si chiama, in inglese, the People’s Mujahedin – i Mujahedin del popolo – e attualmente figura nell’elenco delle organizzazioni terroristiche redatto dall’Unione, presumibilmente per volere del governo iraniano.

Vorrei chiedere al Presidente in carica Winkler di considerare l’opportunità di interpellare il Consiglio sull’eventualità di eliminare quanto prima quest’anomalia.

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Posso assicurare all’onorevole Bushill-Matthews che non solo prenderò in considerazione l’idea di sottoporre il problema all’attenzione del Consiglio: lo sottoporrò io stesso all’attenzione del Consiglio.

 
  
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  David Martin (PSE). – (EN) Mi sono rallegrato nel sentire la risposta del Consiglio, perché la diplomazia del megafono non funzionerà nel caso dell’Iran.

Quando George Bush ha pronunciato il famoso discorso che menzionava l’Iran come parte dell’“asse del male”, l’Iran aderiva al Trattato di non proliferazione nucleare. Ora non vi aderisce più, in parte perché si sente messo al bando dal resto del mondo. Se si demonizzano le persone, queste poi si comporteranno di conseguenza.

Il Consiglio intende assicurarci che porterà avanti il dialogo con l’Iran, senza però immischiarsi nella politica interna né – come hanno suggerito alcuni dei miei colleghi – sostenere singoli partiti politici, ma coinvolgendo l’Iran in un dibattito più ampio? Se l’Unione sostenesse un determinato partito politico iraniano, ne decreterebbe la fine.

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Ringrazio l’onorevole Martin per l’incoraggiamento. Stiamo cercando di portare avanti un dialogo significativo, senza rispondere in modo tale da chiudere la porta alla possibilità di dialogare. Posso garantirle che andremo avanti così.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 3 dell’onorevole Panagiotis Beglitis (H-0150/06):

Oggetto: Decisione del governo israeliano di costruire una linea tranviaria che collegherà l’insediamento illegale di Pisgat Ze’ev a Gerusalemme Est con il centro di Gerusalemme Ovest

Il governo israeliano ha recentemente deciso la costruzione di una linea tranviaria che collegherà l’insediamento illegale di Pisgat Ze’ev a Gerusalemme Est con il centro di Gerusalemme Ovest. La decisone, che si inserisce nella strategia dell’annessione de facto dei territori palestinesi ad Israele, viola palesemente i principi del diritto umanitario internazionale, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra, come anche le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nella realizzazione del progetto di costruzione sono già coinvolte due società private francesi, la Alstom e la Connex.

Quali misure intende prendere il Consiglio nei confronti delle autorità israeliane, che continuano a violare indisturbate il diritto internazionale?

Per quale motivo non sfrutta il quadro offerto dall’accordo di partenariato e cooperazione UE-Israele al fine di adottare misure intese a porre termine agli insediamenti illegali?

Quali misure conta di prendere nei confronti della Francia e del governo francese, per far sì che le società coinvolte nella realizzazione del progetto di costruzione rispettino il diritto internazionale?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, in risposta all’interrogazione dell’onorevole Beglitis vorrei dire quanto segue.

La posizione inequivocabile dell’Unione nei confronti di tutte le attività intraprese da Israele in contrasto col diritto internazionale nei territori palestinesi, compresa Gerusalemme est, è sempre valida e viene ribadita regolarmente, con chiarezza e determinazione a tutti i livelli durante i costanti contatti politici fra l’Unione e Israele. Gli strumenti di cui si avvale l’Unione per perseguire questa linea politica sono l’accordo di associazione siglato con Israele, accordo che prevede tali contatti, e il piano d’azione UE-Israele, concordato all’inizio del 2005 nell’ambito della politica europea di vicinato. Questa posizione non è cambiata, com’è emerso una volta di più nelle ultime due occasioni in cui abbiamo potuto discutere del processo di pace e della situazione in Medio Oriente, ovvero durante l’ultimo Consiglio “Affari generali” e durante la riunione informale dei ministri degli Esteri, la cosiddetta riunione di Gymnich svoltasi a Salisburgo lo scorso fine settimana. L’Unione e tutti i suoi ministri degli Esteri continuano a seguire questa linea della correttezza e della chiarezza – anche nei confronti di Israele – quando si tratta di richiamare l’attenzione su quelle che sono, a nostro avviso, attività in contrasto col diritto internazionale.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente, vorrei ringraziare il rappresentante della Presidenza austriaca ma, contemporaneamente, desidero esprimere il mio rammarico per il taglio burocratico della sua risposta, come rappresentante della Presidenza, alla mia interrogazione su un tema che costituisce una vera e propria violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta su cui si fondano le Nazioni Unite.

A dire il vero, signor Ministro, non comprendo il doppio linguaggio che l’Unione utilizza nei confronti dei palestinesi e di Israele. Non vedo nessuna dichiarazione, né provvedimenti in merito ai continui insediamenti nei territori palestinesi occupati. Non vedo nessuna reazione da parte della Comunità europea nei confronti della dichiarazione del Primo Ministro israeliano Olmert, dichiarazione in cui ha affermato che definirà unilateralmente i confini di Israele entro il 2010.

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Sono dolente che l’onorevole Beglitis abbia trovato burocratica la mia risposta: non era questa la mia intenzione. Credo di essere stato molto chiaro quando ho affermato che il Consiglio, ogniqualvolta reputi che un comportamento è in contrasto col diritto internazionale, coglie ogni occasione per farlo chiaramente presente a tutti i livelli.

Solo per citare qualche esempio, abbiamo detto molto chiaramente che consideriamo il muro, ovvero la barriera di separazione eretta in territorio palestinese, non conforme al diritto internazionale. Abbiamo criticato inequivocabilmente la politica delle colonie di Israele in ripetute occasioni e perseveriamo nel farlo. Spero che l’onorevole Beglitis non lo consideri un comportamento burocratico; non ci stiamo comportando in maniera burocratica, ma squisitamente politica.

 
  
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  James Hugh Allister (NI). – (EN) Poiché l’Unione apprezza e promuove i progetti infrastrutturali transfrontalieri all’interno del proprio territorio, non sarebbe incoerente e sbagliato da parte sua opporsi a un simile progetto in Israele, visto che un miglioramento dei contatti può solo portare coesione e progresso socioeconomico a questi territori eterogenei?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (EN) Sì, concordo sull’opportunità di incoraggiare e sostenere tutti i contatti tra le persone e tutte le misure infrastrutturali che li promuovono. Queste misure, però, devono essere in linea con le norme riconosciute del diritto internazionale. E’ proprio questa la politica dell’Unione europea. Noi incoraggiamo i contatti e i progetti che sono in linea col diritto internazionale mentre disapproviamo quelli che non lo sono.

 
  
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  Jonas Sjöstedt (GUE/NGL). – (SV) Signor Presidente, come evidenziato nell’interrogazione, imprese comunitarie stanno contribuendo alla realizzazione di progetti infrastrutturali nei territori occupati. Si tratta di progetti palesemente in contrasto col diritto internazionale e con la legislazione umanitaria internazionale. Tali progetti comprendono, per esempio, la linea tranviaria che collega gli insediamenti e la nuova ferrovia per Gerusalemme che attraversa la Cisgiordania occupata. L’azienda francese Connex partecipa a tali progetti di costruzione. Cosa pensa il Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione di aziende europee a queste attività in contrasto col diritto internazionale?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Alla domanda che chiede se l’Unione europea può partecipare alle citate attività, posso rispondere che tale partecipazione, di per sé, non è incompatibile col mandato del Consiglio. Posso solo ripetere quanto ho già affermato e mi scuso per la ripetizione. L’Unione, ovviamente, promuove solo progetti che siano in armonia col diritto internazionale e conformi alle norme. Possono esserci divergenze di opinione in merito alla definizione di quanto è conforme o meno al diritto internazionale; tuttavia, in ogni caso, il Consiglio ovviamente sostiene solo progetti che siano in armonia col diritto internazionale.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 4 dell’onorevole Reinhard Rack (H-0175/06):

Oggetto: "Tutela dei diritti fondamentali"

Come si potrebbe garantire che al rafforzamento del reciproco riconoscimento ed allo snellimento delle procedure transfrontaliere non faccia riscontro una minore tutela dei diritti fondamentali?

Quali norme vincolanti sono necessarie per chiarire l’applicazione di garanzie procedurali minime in sede transfrontaliera, con specifico riferimento alla tutela dei diritti fondamentali?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, l’interrogazione verte sulla tutela dei diritti fondamentali e sul principio, già discusso in precedenza, del riconoscimento reciproco. Vorrei rispondere che il Consiglio ha sempre sottolineato la priorità assoluta che accorda al rispetto dei diritti umani e che inoltre sta promuovendo attivamente la prevenzione e l’abolizione della tortura e di altre forme di trattamento crudeli, disumane e degradanti, con particolare riferimento all’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea e agli orientamenti comunitari in materia.

Inoltre il Consiglio ha sottolineato, nelle conclusioni della Presidenza del Consiglio europeo di Tampere, alle quali oggi si è già accennato in questa sede, che il principio del riconoscimento reciproco deve diventare la pietra angolare della cooperazione giudiziaria e che il riconoscimento reciproco e il necessario ravvicinamento delle legislazioni agevolerebbero la tutela giudiziaria dei diritti individuali.

A tale riguardo, nella comunicazione del 26 luglio 2000 al Consiglio e al Parlamento intitolata “Riconoscimento reciproco delle decisioni definitive in materia penale”, la Commissione ha dichiarato che è necessario garantire che il trattamento degli indagati ed i diritti della difesa non siano pregiudicati dall’applicazione di tale principio – ovvero il principio del riconoscimento reciproco – e che, anzi, le garanzie devono essere rafforzate.

Ciò è stato confermato anche nel Programma di misure per l’attuazione del principio del reciproco riconoscimento delle decisioni penali approvato dal Consiglio e dalla Commissione. Il 28 aprile 2004 la Commissione ha approvato una proposta di decisione quadro del Consiglio su determinati diritti processuali in procedimenti penali nel territorio dell’Unione europea e il 3 maggio 2005 l’ha sottoposta al Consiglio. Ne abbiamo già parlato, più o meno approfonditamente, in occasione del precedente punto all’ordine del giorno.

Questa proposta, che è attualmente all’esame delle competenti formazioni del Consiglio e in merito alla quale tenteremo di compiere progressi significativi durante la nostra Presidenza, ha l’obiettivo di potenziare i diritti di tutti gli indagati e degli imputati garantendo loro un livello di tutela uniforme in tutta l’Unione. Il Consiglio fa inoltre presente che gli Stati membri della Comunità devono tenere fede ai loro obblighi in materia di diritto internazionale e, in particolare, nell’ambito della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cui, dopo tutto, abbiamo tutti aderito. Ciò è ribadito dall’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea.

Il fatto che il principio del riconoscimento reciproco sia stato realizzato nel quadro di un procedimento prettamente giudiziario implica anche che la tutela giuridica è garantita da autorità giudiziarie indipendenti, il che costituisce un enorme vantaggio. In proposito occorre considerare che, di norma, gli strumenti giuridici che si basano sul principio del riconoscimento reciproco prevedono una clausola generale sui diritti umani la quale ribadisce che resta fermo l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali e i principi giuridici generali sancito dall’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea.

Infine, la proposta di regolamento del Consiglio che istituisce l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, proposta presentata dalla Commissione nel luglio 2005 e attualmente al vaglio degli organi competenti del Consiglio, rappresenta un ulteriore passo verso una politica comunitaria efficace in materia di diritti umani.

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE). – (DE) Sono molto riconoscente alla Presidente in carica Gastinger per l’esauriente risposta. Vorrei porre una domanda complementare sulla Costituzione europea, la cui parte II prevede che l’esito dei lavori dell’allora Convenzione sui diritti fondamentali abbia lo scopo, per così dire, di integrare e in parte anche di consolidare, le disposizioni dell’articolo 6 del presente Trattato. Possiamo contare sulla sua applicazione, anche da parte del Consiglio, come già raccomandato da Commissione e Parlamento? Ciò potrebbe migliorare la situazione nel suo complesso?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Certamente. Questo è infatti uno dei motivi per cui ci rammarichiamo che il Trattato costituzionale non sia ancora in vigore, perché, a mio avviso, uno dei grandi vantaggi della Costituzione europea sarebbe proprio quello di includere la Carta dei diritti fondamentali. Se i nostri trattati avessero un’unica base giuridica non sarebbe più necessario discutere nei dettagli queste garanzie procedurali di minima che abbiamo dibattuto a fondo in precedenza.

Questo mi sembra un vantaggio enorme, e anche per questo è importante continuare in un modo o nell’altro la discussione. Infatti confido che a tempo debito perverremo a una soluzione.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 5 dell’onorevole Diamanto Manolakou (H-0193/06):

Oggetto: Stato di emergenza nelle Filippine

Permane lo stato di emergenza nelle Filippine, nonostante le assicurazioni e le promesse sulla sua revoca, adducendo sospetti di un rovesciamento del governo del Presidente Gloria Arroyo. Si moltiplicano le azioni giudiziarie e gli arresti contro dirigenti del movimento democratico di massa mentre l’esercito fa trapelare documenti per giustificare l’esistenza di un piano per rovesciare il Presidente.

Condanna il Consiglio l’imposizione dello stato di emergenza che molti definiscono, sotto altro nome, come legge marziale e che sospende le libertà civili fondamentali? Intende richiedere la sua revoca immediata e il ripristino delle libertà democratiche?

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, lo stato di emergenza dichiarato il 24 febbraio di quest’anno dal Presidente delle Filippine è stato revocato – come lei sa – una settimana dopo, il venerdì 3 marzo. Il primo marzo sia la Presidenza dell’Unione, che in precedenza era pervenuta a un accordo con i responsabili locali della missione a Manila, sia la troika dell’UE, che dal 28 febbraio al 4 marzo è stata a Manila per la riunione intersessionale del Gruppo di sostegno nell’ambito del forum regionale dell’ASEAN sulle misure per costruire fiducia e sulla diplomazia preventiva, hanno espresso verbalmente la preoccupazione dell’Unione per i recenti sviluppi nel corso degli incontri avvenuti presso il ministero degli Esteri delle Filippine. Inoltre hanno invocato lo Stato di diritto, il diritto a un giusto processo e il rispetto dei diritti umani, nonché la sollecita revoca dello stato di emergenza, cosa che, come ho detto, è poi effettivamente avvenuta il 3 marzo.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL). – (EL) Signor Presidente, signor Ministro, grazie per l’informazione. Tuttavia, devo dirle che, anche se abbiamo ottenuto la revoca dello stato di emergenza, cinque parlamentari appartenenti all’opposizione sono stati arrestati e attualmente si trovano in prigione. Pertanto vorrei chiederle cosa intende fare per ottenere il rilascio immediato dei parlamentari detenuti e dei sindacalisti che sono tuttora in prigione.

 
  
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  Hans Winkler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Posso garantire all’onorevole Manolakou che, in questi come in tutti gli altri casi di flagrante violazione dei diritti umani, soprattutto in quelli che riguardano i rappresentanti democratici, l’Unione si impegna con costanza e continuità, dovunque sia possibile, per garantire il rispetto dei criteri e delle disposizioni in materia di diritti umani.

Com’è già stato giustamente affermato, tale impegno non sempre ha carattere pubblico, perché non sempre questo approccio produce l’effetto desiderato – talvolta la diplomazia silenziosa è preferibile –, ma è presente, e in modo costante. Molto spesso se ne occupano i rappresentanti locali dell’Unione – ivi compresa, in particolare, la troika – nel corso di dibattiti con gli alti funzionari dei paesi interessati. Inoltre posso assicurare ancora una volta all’onorevole Manolakou che continueremo naturalmente a impegnarci e a lavorare per i casi da lei citati.

 
  
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Seconda parte

  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 6 dell’onorevole Agnes Schierhuber (H-0179/06):

Oggetto: Accesso alla giustizia per i consumatori

Il miglioramento dell’accesso alla giustizia, soprattutto per i consumatori, è uno dei punti centrali del piano d’azione di Vienna e del Consiglio di Tampere. Nell’ambito della cooperazione giudiziaria in materia civile e commerciale sono state già adottate alcune misure per agevolare l’applicazione delle normative all’estero. E’ proprio nelle procedure transfrontaliere che esiste l’esigenza di una semplificazione e accelerazione procedurale per garantire ai cittadini UE l’accesso alla giustizia.

Può il Consiglio far sapere su quali agevolazioni procedurali in materia i cittadini UE potranno contare a breve termine, e quali progressi verranno realizzati soprattutto per quanto riguarda lo status dei consumatori?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio.(DE) In risposta all’interrogazione dell’onorevole Schierhuber concernente il miglioramento dell’accesso alla giustizia per i consumatori europei, desidero far presente che nell’ambito della cooperazione giudiziaria in materia civile e commerciale il Consiglio è al momento impegnato nel dar seguito ai progetti indicati nel programma dell’Aia del 2004 e nel piano d’azione attuativo del 2005. Tra le varie attività figura l’introduzione di nuove procedure che permettano ai cittadini dell’Unione europea di ottenere la pronuncia di decisioni giudiziarie con maggiore rapidità e facilità nel caso di controversie transfrontaliere.

In termini più specifici, sono soprattutto due i regolamenti oggetto della nostra attenzione: il primo è il regolamento che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento e il secondo è quello che istituisce un procedimento europeo per controversie di modesta entità. Poiché si tratta di regolamenti, il Parlamento è direttamente chiamato a pronunciarsi su entrambi gli iter in virtù della procedura di codecisione.

Entrambe le normative creano nuove opportunità procedurali che rafforzeranno altresì soprattutto la tutela dei consumatori a livello comunitario. Qualora un consumatore si trovi coinvolto in una controversia giuridica avente per oggetto operazioni finanziarie transfrontaliere, deve poter rivolgersi a istituzioni che sovrintendano la cooperazione giudiziaria tra le autorità giudiziarie dei singoli Stati membri.

Le due nuove procedure integreranno pertanto gli strumenti finora adottati nel campo della cooperazione giudiziaria – la procedura semplificata per l’assunzione delle prove o i livelli minimi per il patrocinio legale, solo per citarne alcuni – e amplieranno pertanto i mezzi di tutela giurisdizionale a disposizione nell’Unione europea.

Il regolamento che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento permetterà in futuro ai cittadini europei di ottenere un’ingiunzione di pagamento presentando istanza dinanzi a una giurisdizione riguardo a notifiche di pagamento eventualmente non contestate dal debitore. Nel caso in cui, in seguito a tale azione, il debitore non sollevi alcuna obiezione, l’ingiunzione di pagamento assume carattere definitivo ed esecutivo. Questa impostazione renderà più agevole per il creditore rivendicare l’esecuzione del titolo in questione negli Stati membri.

In seguito al parere positivo espresso dal Parlamento nel dicembre 2005, è stato possibile pervenire a un accordo politico in merito al regolamento in oggetto già in data 21 febbraio 2006, in occasione dell’ultimo Consiglio “Giustizia e affari interni”. Previa disamina da parte dei giuristi linguisti, il testo dovrebbe essere adottato dal Consiglio nell’aprile 2006 in sede di prima lettura come punto “A”. Nondimeno, auspichiamo che il regolamento entri in vigore entro due anni.

L’introduzione di un procedimento europeo per controversie di modesta entità – il secondo tema cruciale in discussione – dovrebbe semplificare, nonché accelerare l’esecuzione di una sentenza inerente a piccoli crediti a carattere transfrontaliero. Nella procedura di risoluzione di contenziosi di tale genere, concepita in linea di principio per essere condotta per iscritto, le decisioni giudiziarie vengono pronunciate relativamente a contenziosi aventi per oggetto crediti fino a 2 000 euro. Per ottenere l’auspicato sveltimento dei tempi occorre fissare decorrenze per ogni singola fase del procedimento, che dovranno essere rispettate non solo dalle giurisdizioni adite, ma anche dalle parti in causa.

L’autorità giudiziaria ha inoltre facoltà di determinare i mezzi probatori e l’estensione dell’assunzione di prove, a seconda del singolo caso. Le prove possono essere acquisite anche tramite la moderna tecnologia delle comunicazioni, con il ricorso, ad esempio, a videoconferenze o soluzioni analoghe, a condizione che, ovviamente, tale strumento sia ammesso anche nei procedimenti degli Stati membri interessati. E’ nostra intenzione impegnarci attivamente durante la nostra Presidenza per portare avanti il lavoro sul regolamento che istituisce un procedimento europeo per controversie di modesta entità, e ci auguriamo davvero di ultimarlo.

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE).(DE) Ringrazio di cuore la Presidente in carica del Consiglio per la risposta fornita. Ha menzionato il procedimento europeo relativo alla composizione delle controversie di modesta entità, nonché la tutela transfrontaliera per entrambe le parti. La mia domanda supplementare è pertanto la seguente: in quale modo in futuro i consumatori europei verranno informati in merito agli strumenti giuridici di cui possono avvalersi per un’adeguata tutela?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, in generale si può affermare che i cittadini europei hanno un sacco di possibilità di essere informati. In particolare, l’atlante giudiziario della Commissione europea, consultabile da chiunque su Internet, svolge un ruolo estremamente prezioso in quanto permette di accedere con estrema facilità alle autorità giudiziarie competenti e a questioni analoghe in tutta Europa. E’ un aspetto di enorme rilevanza.

Com’è ovvio, prestiamo la massima attenzione affinché i cittadini europei, soprattutto nell’adire la giustizia, possano disporre sempre delle informazioni più esaustive possibili ed è quindi importante che queste vengano trasmesse in tempi rapidi. A nostro avviso, è tuttavia necessario che tra le istituzioni maggiormente coinvolte si sviluppi una collaborazione molto costruttiva, caratterizzata da rapidità ed efficienza. E’ un aspetto di importanza cruciale. Ritengo che negli Stati membri occorra procedere a un ingente lavoro in merito all’acquisizione di informazioni da parte delle varie giurisdizioni, in modo che queste ultime possano trasmettere le informazioni necessarie ai cittadini. E’ un altro aspetto di importanza cruciale. In Europa un valido sistema giudiziario può funzionare solo se il pubblico sa a chi può rivolgersi.

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio, i consumatori utilizzano in misura crescente i nuovi canali offerti da Internet e in particolare il commercio elettronico. E’ stato esaminato questo ambito in relazione al potenziamento o alla tutela dei provvedimenti giuridici? Al più presto, quando potremo aspettarci risultati che migliorino l’attuale situazione?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio.(DE) In linea di massima, l’onorevole deputato ha perfettamente ragione, quando afferma che il settore del commercio elettronico assumerà un peso decisivo nell’Europa di domani. Esistono ovviamente strumenti normativi che disciplinano già la tutela dei consumatori soprattutto nell’ambito del commercio su Internet, in quanto siamo consapevoli che non di rado se ne possa fare un uso illecito. So anche che singoli fornitori di commercio elettronico ricorrono già a sigilli di qualità e procedure analoghe, che sono una peculiare forma di accesso. Confido nel fatto che in futuro affronteremo la questione concernente questi strumenti, anche se non tratteremo l’argomento principalmente in sede di Consiglio “Giustizia e affari interni”, ma piuttosto nell’ambito delle competenze del Consiglio “Competitività”.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio, anch’io ritengo che nel mercato interno debba vigere un sistema giudiziario efficiente e, soprattutto un sistema che garantisca in modo efficace l’applicazione della legge. Tuttavia, quali sono gli accordi previsti in materia di costi? In fin dei conti, l’applicazione della legge è sempre anche una questione di costi. Verrà elaborato al riguardo un accordo europeo uniforme oppure rimarremo ancorati al sistema dei singoli accordi nazionali?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio.(DE) L’onorevole deputato ha sollevato una questione estremamente delicata che, com’è ovvio, è uno dei punti focali oggetto di discussione soprattutto per quanto riguarda il regolamento che istituisce un procedimento europeo per controversie di modesta entità. A rigore, il procedimento in parola non prevede alcun obbligo al patrocinio da parte di un legale il che, logicamente, pone un problema fondamentale concernente i costi e in particolare il rimborso dei costi giudiziari, che nei vari Stati membri è disciplinato in modo diverso.

In linea generale, ci siamo impegnati per introdurre strumenti giuridici in particolare nel quadro dell’assistenza legale. Tali strumenti sono già stati messi in atto. Dovremo senza dubbio pensare di creare nuovi strumenti per l’altro ambito. Dagli incontri dei gruppi di lavoro del Consiglio è emerso che si tratta di un aspetto al vaglio dei miei esperti e in merito al quale saremo di certo in grado di trovare una soluzione anche in relazione al procedimento europeo per la composizione di controversie di modesta entità.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 7 dell’onorevole Sarah Ludford (H-1113/05):

Oggetto: Decisione quadro sul razzismo e la xenofobia

Intende la Presidenza austriaca rinnovare gli sforzi per raggiungere un accordo in seno al Consiglio sulla decisione quadro per combattere il razzismo e la xenofobia proposta dalla Commissione nel 2001 e fortemente sostenuta dal Parlamento?

Dato il quadro allarmante che emerge dalle relazioni dell’Osservatorio della Comunità europea sul razzismo e la xenofobia, sito in Vienna, sull’estensione reati connessi al razzismo in Europa e sul fallimento nel fronteggiarli, come può essere giustificata dal Consiglio la scelta di non dare la priorità a tale legislazione, per raggiungere un approccio paneuropeo volto a proibire comportamenti criminali basati sull’odio razziale?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, questo ci conduce a un altro tema molto delicato. C’è stata, naturalmente, una proposta di decisione quadro della Commissione, presentata il 29 novembre 2001, sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia. Nonostante serrati dibattiti in sede di Consiglio, non si è potuto raggiungere un accordo su questa proposta nel febbraio 2003.

Conseguentemente, nel marzo 2003, la delegazione italiana ha proposto una versione alternativa della bozza di decisione quadro, ma anche questa versione non ha ottenuto il consenso delle delegazioni. Di conseguenza il 24 febbraio 2005 il Consiglio ha incaricato il suo gruppo di lavoro sul diritto penale sostanziale di proseguire le discussioni sulla proposta. Il gruppo ha pertanto ripreso il lavoro sulla proposta sulla base dello statu quo raggiunto nel 2003. Il dibattito su questa decisione quadro nel corso della riunione del Consiglio del 2 e 3 giugno 2005 ha acclarato che non c’è la possibilità di raggiungere un consenso tra gli Stati membri. Ovviamente è stata una pillola amara da ingoiare, soprattutto per quegli Stati membri che avevano sostenuto energicamente questa decisione quadro.

Alla luce dei trascorsi di questa decisione quadro che le ho appena illustrato, la Presidenza austriaca non ritiene che, al momento, una ripresa dei dibattiti sia promettente. Tuttavia, la Presidenza non vuole che questo importantissimo dossier – e, in particolare, il messaggio politico che vi è sotteso – subisca una totale battuta d’arresto; pertanto organizzeremo entro la fine della nostra Presidenza un seminario su questa tematica, anche d’intesa con la Commissione e l’Osservatorio della Comunità europea per il razzismo e la xenofobia. Ci aspettiamo che partecipino circa 100 persone a questo seminario, che si svolgerà a Vienna dal 20 al 22 giugno 2006 e dibatterà problematiche di spicco correlate con questa proposta.

Come lei – ne sono certa – può immaginare, e come infatti è emerso anche dai recenti dibattiti sulle vignette, ci troviamo di nuovo nel mezzo dell’area di tensione tra il nostro messaggio politico, che ci oppone senza ambiguità al razzismo e alla xenofobia, e la libertà d’espressione. Dobbiamo neutralizzare proprio quest’area di tensione se vogliamo effettivamente compiere progressi importanti. Inoltre sono proprio queste le tematiche che devono essere discusse nel seminario.

Dovrebbero partecipare a questo seminario due rappresentanti per ogni Stato membro, per ogni paese di prossima adesione e per ogni paese candidato. Intendiamo invitare anche le ONG, in particolare quelle che sono esperte in queste tematiche, nonché i rappresentanti del Consiglio d’Europa, quelli dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OCSE, quelli della rete comunitaria di esperti indipendenti di diritti fondamentali e quelli della commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza. Non occorre dire che verranno invitati a partecipare anche i rappresentanti del Parlamento, che riceverà un invito ufficiale a questo seminario a fine marzo, quando il programma sarà stato definito e potremo dunque presentarlo.

Vorrei inoltre fare presente – come già accennato relativamente all’interrogazione n. 4 sulla tutela dei diritti fondamentali – che il Consiglio europeo ha decretato nel dicembre 2003 l’istituzione di un’Agenzia europea per i diritti fondamentali, confermandola di fatto nel dicembre 2004. Il gruppo di lavoro ad hoc del Consiglio sui diritti fondamentali e sulla cittadinanza sta attualmente esaminando la proposta di regolamento presentata dalla Commissione nel giugno 2005. L’inizio dei lavori dell’Agenzia è previsto per il primo gennaio 2007. Sappiamo che i tempi sono molto ristretti, ma speriamo di poterli rispettare.

La Presidenza austriaca attribuisce la massima priorità a questa tematica e spera di riuscire a portare a termine i negoziati in modo che l’Agenzia possa iniziare a lavorare secondo il calendario previsto.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE). – (EN) Ci sono alcune questioni complesse – come la negazione dell’Olocausto e la tutela della libertà di parola –, ma è scandaloso che nel 2006 non ci sia ancora una risposta a livello comunitario al crescente e allarmante problema rappresentato dalla violenza razzista. Dev’essere possibile giungere a un accordo a livello comunitario sulla questione centrale, ovvero la prevenzione dell’odio e delle molestie razziali quotidiane di cui sono fatti oggetto molti dei nostri cittadini e residenti.

Attualmente alcuni paesi, come la Grecia, l’Italia e il Portogallo, omettono persino di registrare le aggressioni razziali. La prego di fare i nomi degli Stati membri ostruzionisti che stanno bloccando questo accordo sulla decisione quadro e di impegnarsi a fondo durante la sua Presidenza per mettere fuori legge i reati motivati dall’odio razziale. La fortuna l’assista!

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Non potrei essere maggiormente d’accordo con quanto affermato dall’onorevole Ludford. Dal punto di vista della Presidenza, abbiamo ovviamente tutto l’interesse a inviare un segnale politico significativo anche a questo proposito. A nostro avviso, il seminario che stiamo organizzando concretizzerà nuovamente la questione e, grazie ai pareri degli esperti – che saranno particolarmente numerosi –, sortirà un risultato che ci permetterà di conseguire in futuro l’equilibrio necessario per la nostra comune aspirazione, ovvero opporsi con maggiore efficacia al razzismo e alla xenofobia, ma senza mettere in forse la libertà di espressione come conseguenza. In ogni caso intendiamo compiere progressi davvero ragguardevoli e speriamo di dimostrare in tal modo che, con nuovo slancio, la Presidenza finnica potrà portare a termine con successo la questione, o almeno continuare i negoziati sulla base del nostro lavoro.

 
  
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  Manolis Mavrommatis (PPE-DE). – (EL) Signor Presidente, signor Ministro, il razzismo e la xenofobia si sono insinuati persino nello sport e nel gioco del calcio. Sono certo che lei sa perfettamente che si sono verificati numerosi episodi contro atleti e calciatori di colore in occasione di molti eventi e molte partite – soprattutto di calcio – in Inghilterra, Spagna, Francia eccetera. La Presidenza austriaca intende raccomandare alla Germania l’adozione di misure contro il razzismo e la xenofobia durante la Coppa del mondo che si svolgerà l’estate prossima? Come affronterà questi problemi, considerato che l’Austria avrà ancora la Presidenza?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Partiamo dal presupposto che la Germania sia governata dallo Stato di diritto e che spetti alle sue autorità prendere misure adeguate per combattere il razzismo e la xenofobia, anche in occasione della Coppa del mondo. Sono assolutamente certa che la Germania adotterà i provvedimenti opportuni.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE). – (EN) Anche la mia interrogazione, la n. 8, riguarda la xenofobia. Qui i ministri continuano a fornire risposte molto lunghe. Non è possibile, per cortesia nei confronti degli onorevoli deputati, raggruppare le interrogazioni che riguardano lo stesso argomento?

Vengo qui ogni mese per presentare interrogazioni che, tuttavia, non ricevono mai risposta. Arriviamo a rispondere a ben poche di esse e le risposte possono protrarsi all’infinito. Già la prossima interrogazione a mio nome riguarda il problema della xenofobia e non capisco perché non sia stata presa in considerazione insieme all’interrogazione n. 7.

 
  
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  Bill Newton Dunn (ALDE). – (EN) Signor Presidente, una questione di procedura: il ministro austriaco della Giustizia ha tanta strada. Ci avevano detto di porre a lei le interrogazioni. Abbiamo dovuto aspettare fino a marzo; alcune di queste interrogazioni erano state presentate a dicembre, ma abbiamo atteso pazientemente tre mesi per rivolgergliele. In tre mesi, a tutt’oggi, è riuscita a rispondere a due interrogazioni in tutto!

Non è colpa sua, siamo lieti che sia arrivata – la ringrazio d’essere venuta, signora Ministro –, ma la pregherei di comunicare al Presidente Borrell che questo è un disastro. Così non funziona. Non è un bel sistema che il Ministro Gastinger arrivi e risponda a due interrogazioni dopo tre mesi.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. SYLVIA-YVONNE KAUFMANN
Vicepresidente

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 8 dell’onorevole Gay Mitchell (H-0138/06):

Oggetto: Xenofobia nell’UE

Dispone il Consiglio di un piano d’azione coerente per far fronte all’aumento del livello di xenofobia che sta interessando tutta l’UE, in particolare i cittadini degli Stati membri che vivono e lavorano quali minoranze in altri Stati membri dell’Unione?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signora Presidente, in effetti ho risposto in una volta sola alle interrogazioni nn. 7 e 8 degli onorevoli Sarah Ludford e Gay Mitchell, ma ovviamente accetto volentieri domande complementari.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE). – (EN) Considerato che la xenofobia e il razzismo si manifestano spesso negli eventi sportivi, il Presidente in carica Gastinger intende considerare, come parte del piano d’azione, l’impiego dello sport come mezzo per combattere la xenofobia? Come si suol dire, dalle ghiande nascono le querce.

Nel mio collegio elettorale il Crumlin United Football Club – una squadra giovanile in cui ha giocato Robbie Keane – organizza ogni anno un fine settimana dedicato allo sport durante il quale la gente non solo pratica lo sport, ma effettua anche scambi culturali. Il Presidente in carica Gastinger pensa di prendere in considerazione l’idea di organizzare un fine settimana nell’Unione in cui si svolgano scambi sportivi e culturali analoghi, cosicché si possa usare lo sport per combattere la xenofobia?

 
  
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  Karin Gastinger, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signora Presidente, onorevole Mitchell, penso che in linea di principio questa sia una buona idea, perché anch’io credo che dobbiamo lottare insieme per garantire che in Europa il razzismo e la xenofobia non abbiano alcuna possibilità di affermarsi. Inoltre, a mio avviso, lo sport può gettare dei ponti a questo riguardo perché, quando i giovani – soprattutto loro, che sono in definitiva il nostro futuro – e spesso anche gli adulti si allenano insieme, insieme possono successivamente continuare a intraprendere altre attività.

Tuttavia, in quest’ambito, non c’è soltanto lo sport che può svolgere un ruolo; noto che ci sono concrete possibilità anche nel campo della cultura. Anche se i due settori non sono direttamente collegati, dobbiamo tentare di gettare questi ponti in molte aree diverse. Molto spesso il razzismo e la xenofobia sono legati ai pregiudizi, che derivano tendenzialmente dalla poca familiarità con altre culture, perché le cose che non ci sono familiari si associano spesso alla paura. Poiché la paura, a sua volta, suscita sentimenti negativi, è ovviamente molto probabile che da ciò derivino il razzismo e la xenofobia. Pertanto, tutto quello che potrebbe indurci a conoscerci meglio l’un l’altro e a conoscere meglio altre culture è bene accetto perché costituisce un mezzo per sconfiggere la xenofobia.

La domanda è – dal momento che l’onorevole Mitchell si è rivolto specificatamente a me in quanto ministro della Giustizia – se il Consiglio abbia effettivamente la competenza di fare questo in base al Trattato sull’Unione europea. Credo, tuttavia, che questo costituisca un messaggio politico importante che tutti quanti noi abbiamo il dovere di trasmettere.

 
  
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  Presidente. I miei più sinceri ringraziamenti per queste osservazioni. Dobbiamo discuterle con la Presidenza del Consiglio e considerare come procedere la prossima volta per la soddisfazione di tutte le parti interessate.

 
  
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  Claude Moraes (PSE). – (EN) Una questione di procedura: non sono sicuro che il problema sia stato capito. La Presidenza austriaca ha deciso di cambiare il sistema per rispondere alle interrogazioni al Consiglio, cosa che ha comportato un’attesa di tre mesi per tanti che sono in lista, compreso il sottoscritto. L’onorevole Newton Dunn lo ha fatto presente.

Abbiamo aspettato per tre mesi. Il Ministro Gastinger è stata molto gentile e non è colpa sua se la Presidenza ha deciso di cambiare il sistema. E’ stata straordinariamente gentile a rispondere a un’interrogazione aggiuntiva, cosa che non avevo mai visto succedere prima.

Adesso, tuttavia, può cortesemente rivedere questa decisione e tornare al sistema precedente? Questo sistema non funziona, ecco tutto. Abbiamo posto interrogazioni importanti sulla radicalizzazione e su altri temi cui dopo tre mesi non è ancora stata data risposta. La prego di considerare l’idea di tornare al vecchio sistema.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni che, per mancanza di tempo, non hanno ricevuto risposta, la riceveranno per iscritto (vedasi allegato).

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni rivolte al Consiglio.

 

18. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
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  Presidente. L’ordine del giorno reca le interrogazioni rivolte alla Commissione (B6-0013/2006).

 
  
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  Carlos Carnero González (PSE).(ES) Signora Presidente, la prego di scusarmi se rubo un po’ di tempo prima dell’inizio delle interrogazioni alla Commissione, ma vorrei esprimere sorpresa, o meglio costernazione, per ciò che è accaduto a una delle interrogazioni che avevo presentato proprio per questa seduta.

Sebbene la scorsa settimana mi sia stato detto che la mia domanda sul mantenimento o sulla modifica della decisione di ridurre il numero di traduttori spagnoli della Commissione europea sarebbe stata la terza interrogazione a ricevere risposta nel corso di questo Tempo delle interrogazioni, ieri ho ricevuto una comunicazione che diceva che il Presidente del Parlamento aveva giudicato irricevibile la mia interrogazione.

Oggi ho ricevuto una lettera da Harald Rømer, segretario generale aggiunto, in cui mi spiega che la decisione è stata presa perché si è data risposta orale a una domanda simile da me posta a febbraio.

Senza dubbio Harald Rømer ha letto solo il titolo della mia interrogazione, che è il medesimo, ma non ha letto il testo. Quello dell’interrogazione di febbraio e quello dell’interrogazione di questo mese sono completamente diversi. Qualcuno potrebbe dirmi, ad esempio, quando la Commissione ha detto se intende ridurre a 67 il numero di traduttori dei servizi spagnoli entro la fine dell’anno o come intende sostenere tale decisione in seno al prossimo Vertice UE-America latina, che avrà luogo a Vienna.

Respingo la dichiarazione d’irricevibilità della mia interrogazione. La reputo una violazione dei miei diritti di deputato al Parlamento, e chiedo che alla mia domanda sia data risposta, se non nel corso di questa seduta, il mese prossimo.

 
  
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  Presidente. – Molte grazie, onorevole Carnero González. Trasmetterò il messaggio a Harald Rømer, presso il Segretariato, dove è stata presa la decisione. Nel contempo, tuttavia, vorrei richiamare nuovamente la sua attenzione sul Regolamento, e cioè sull’allegato II, paragrafo 3, in merito allo svolgimento del tempo riservato alle interrogazioni (Articolo 109). Vi si stabilisce che le interrogazioni non sono ricevibili qualora nei tre mesi precedenti sia stata presentata e abbia ottenuto risposta un’interrogazione identica o simile. Su questo, evidentemente, si basa la decisione; per ora non posso dirle altro, ma riferirò in ogni caso i suoi commenti.

 
  
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  Presidente. – Poiché l’autore non è presente, l’interrogazione n. 43 decade.

Annuncio l’interrogazione n. 44 dell’onorevole Bill Newton Dunn (H-0134/06):

Oggetto: Risorse di bilancio per il progetto Transcrime

Le risorse di bilancio assegnate dalla Commissione al progetto Transcrime sono sufficienti soltanto per l'UE-15. Visto che la grande criminalità organizzata ha origine prevalentemente al di là delle frontiere orientali e sud orientali dell'Unione europea, non sarebbe più opportuno espandere il bilancio di tale progetto in modo da permettere la partecipazione dell'UE-25?

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signor Presidente, onorevoli deputati, l’interrogazione pone un problema importante in quanto si riferisce a fondi per un progetto per noi essenziale, segnatamente per un progetto di ricerca che riguarda il tema della criminalità.

Per ragioni tecniche non è possibile, come chiede l’onorevole interrogante, incrementare i finanziamenti, è un progetto del 2004 che sta per concludersi nel 2006; tuttavia è possibile organizzare nell’ambito di questo stesso programma, seminari estesi alle attività e alle analisi dei nuovi Stati membri, come auspica l’onorevole interrogante.

Inoltre, esiste un altro programma diverso, sempre finanziato dalla Commissione, che riguarda esattamente tutti gli Stati membri, quindi anche i nuovi Stati membri, e comprende precisamente la raccolta di dati statistici e di informazioni su cinque tipi di reati gravi: la corruzione, la frode, il traffico illecito di beni culturali, la contraffazione, la pirateria e lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia. Su questi argomenti il progetto in corso si estende a tutti gli Stati membri dell’Unione.

 
  
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  Bill Newton Dunn (ALDE). (EN) Di questo vorrei ringraziare il Commissario Frattini. Credo che in questo caso ci troviamo sulla stessa lunghezza d’onda, come il Commissario sa. In effetti avevamo il medesimo obiettivo.

Grazie, dunque, per l’informazione, signor Commissario. Vorrei solo chiederle quando prevede che i risultati vengano resi disponibili. Quando sarà pronto il programma, e quando ci permetterà di avere davvero dati statistici armonizzati in tutta l’Unione europea?

 
  
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  Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione. Signor Presidente, onorevoli deputati, il progetto in corso si concluderà nell’aprile 2006, tra poche settimane; il progetto successivo è già iniziato e si concluderà nel corso dell’anno. Possiamo pertanto affermare che quest’anno avremo a disposizione dati statistici aggiornati, sia degli Stati membri prima del 2004, sia successivamente, entro la fine dell’anno, di tutti gli altri Stati membri.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 45 dell’onorevole Cristobal Montoro Romero (H-0157/06):

Oggetto: Situazione dell’economia europea

Si inquieta la Commissione dell’aumento dei tassi di interesse in un momento in cui l’inflazione in Europa non dà segni di accelerazione?

A suo avviso, quale conseguenze avrà questo aumento sull’incipiente ripresa dell’economia europea e sull’occupazione nella zona euro?

Seconda parte

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. (EN) La domanda riguarda la politica dei tassi d’interesse e la politica monetaria.

A nome della Commissione, devo dire che la Banca centrale europea è l’unica responsabile della politica monetaria, e quindi delle decisioni in materia di variazioni dei tassi d’interesse. La sua indipendenza è sancita dal Trattato. L’obiettivo primario della Banca centrale europea è il mantenimento della stabilità dei prezzi nell’area dell’euro, assicurando che le aspettative d’inflazione a medio-lungo termine nell’area dell’euro restino saldamente ancorate a livelli coerenti con la stabilità dei prezzi. La Banca centrale europea sostiene la crescita economica e la creazione di posti di lavoro nell’area dell’euro. Il livello attuale dei tassi d’interesse per tutte le diverse scadenze continua a essere basso dal punto di vista storico, sia in termini nominali che reali.

Per quanto riguarda l’ultima parte della domanda sulle prospettive economiche, nell’ultima previsione provvisoria la Commissione ha affermato che la crescita economica nel 2006 dovrebbe conoscere un incremento compreso tra l’1,9 e il 2 per cento nell’area dell’euro, il che si avvicina alle stime del tasso potenziale di crescita dell’area. La Commissione è tuttavia cauta nel commentare le politiche della Banca centrale europea, in quanto la responsabilità ricade unicamente sulla Banca.

 
  
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  Cristóbal Montoro Romero (PPE-DE).(ES) Signora Presidente, signor Commissario, il rispetto istituzionale e la cautela necessari non ci impediscono di esprimere valutazioni politiche in merito alle decisioni prese dalle Istituzioni, come nel caso della Banca centrale europea, il cui aumento dei tassi d’interesse, in un momento di bassa crescita economica e occupazionale nell’Unione europea, è alquanto preoccupante per milioni di spagnoli, milioni di cittadini europei, milioni di piccole imprese in tutta Europa e milioni di famiglie che hanno contratto un’ipoteca.

Per questo motivo, signor Commissario, ho invitato anche la Commissione a presentare una rispettosa proposta politica alla Banca centrale europea.

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. (EN) Il messaggio politico è che la Banca centrale europea è un organismo molto indipendente, come stabilito dal Trattato. In qualità di economista e di ex Presidente della Banca centrale, potrei approfondire il concetto. Posso dire soltanto che gli obiettivi della politica monetaria europea si basano sulla lotta all’inflazione, che incide fortemente sul piano sociale, e in tale ambito la regolazione della politica monetaria è un meccanismo piuttosto sofisticato.

Tutti i mutuatari vogliono il tasso d’interesse più basso possibile. In questo momento i tassi sono molto bassi in Europa e non inficiano la crescita economica. Posso parlare solo da economista. E’ opinione della Commissione che la politica dei tassi d’interesse debba restare in mano alla Banca centrale europea.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, senza dubbio anche la politica dei tassi d’interesse ha un’influenza decisiva sul debito pubblico. Qual è l’opinione del Commissario sulla politica dei tassi d’interesse in relazione al Patto di stabilità e di crescita?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. (EN) Nel corso della storia i governi e le banche centrali hanno adottato misure diverse e radicali. Negli Stati Uniti, ad esempio, i tassi d’interesse sono stati alzati di colpo al 17 per cento e in quell’occasione la valuta aggiuntiva ha raggiunto livelli davvero molto bassi. Allo stato attuale, tuttavia, la variazione dei tassi d’interesse è piuttosto modesta nella Banca centrale. Rispetta le previsioni, le considerazioni e le prospettive economiche. Noi non interveniamo in tali politiche.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE).(EN) Signor Commissario, tre Stati Slovenia, Lituania ed Estonia intendono aderire all’area dell’euro l’anno prossimo. Se il tentativo di queste tre piccole economie andrà a buon fine, quali conseguenze vi saranno per i tassi d’interesse e l’inflazione in Europa? Vi sono segni di cambiamento?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. (EN) Per quanto riguarda eventuali cambiamenti in caso d’ingresso di questi paesi nella zona euro, tutti conoscete la situazione e sapete che i criteri adottati dal Trattato di Maastricht sono molto rigorosi. Posso discutere della questione solo in qualità di economista. In quanto cittadino di uno di questi paesi, naturalmente sostengo l’allargamento dell’area dell’euro, che verrà decisamente rafforzata da paesi con politiche finanziarie adeguate. Si tratterebbe inoltre di un allargamento che andrebbe a favore anche dell’euro e della sua importanza nel mondo. Poiché hanno una politica finanziaria stabile, questi paesi daranno maggiore credibilità all’euro.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 46 dell’onorevole Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0100/06):

Oggetto: Programmi di istruzione e di formazione, e identità europea

Nel definire la nuova serie di programmi (Cultura 2010, Apprendimento lungo tutto l’arco della vita 2007-2013, Istruzione e formazione 2010 e Gioventù in azione 2007-2013), con quali azioni concrete e con quali misure di semplificazione della procedura e di abolizione delle lungaggini burocratiche intende la Commissione valorizzare le nuove possibilità in materia di istruzione e di formazione che mirano all’integrazione intellettuale e scientifica dei giovani e al conseguimento di requisiti e di qualifiche professionali, rafforzando, parallelamente, il loro sentimento di appartenenza all’Europa, in modo da far sì che contribuiscano alla vita economica, sociale e politica dell’UE?

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. – (EN) L’interrogazione riguarda la semplificazione e l’esistenza di uno spazio più facilmente fruibile per la mobilità dell’istruzione e i programmi connessi alla gioventù, alla cultura e alla cittadinanza.

Come sapete, la proposta sull’istruzione e la nuova generazione di programmi nel campo dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, della gioventù e della cultura sono state adottate nel 2004 per il periodo 2007-2013. Ci stiamo preparando in tal senso, la fase di approvazione non è ancora del tutto terminata, ma tali programmi andranno a sostituirsi a quelli esistenti e favoriranno inoltre la creazione di condizioni più chiare e più semplici per gli utenti. Una volta entrati in vigore a tutti gli effetti, i nuovi programmi permetteranno ai cittadini di beneficiare maggiormente di un vero spazio comune europeo di mobilità. Ci auguriamo di poter disporre dei finanziamenti adeguati. Questi programmi permetteranno di migliorare l’interoperabilità delle istituzioni attive nei settori dell’istruzione, della formazione e della cultura. In tale contesto, la semplificazione delle procedure amministrative e finanziarie è una questione fondamentale. Da valutazioni successive e da iniziative di consultazione pubblica su vasta scala è emerso che la semplificazione arrecherà un effettivo beneficio ai programmi attuali. Per realizzare questo obiettivo, tuttavia, è necessario compiere sforzi a vari livelli, sia nel quadro delle disposizioni amministrative per i programmi stessi che nell’ambito del regolamento finanziario e delle sue modalità di esecuzione.

Per quanto riguarda i programmi, si propone di ridurne il numero nell’area dell’istruzione e della formazione collocando sotto lo stesso ombrello i progetti ERASMUS, Leonardo da Vinci, COMENIUS e GRUNDTVIG: un programma integrato relativo all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. La formulazione dei nuovi programmi – soprattutto nell’area della gioventù, della cultura e della cittadinanza – è volta ad agevolare l’accesso ai potenziali beneficiari. Ad esempio, abbiamo reso più aperta e accessibile la struttura del nuovo programma Cultura 2007, dotandolo solo di tre obiettivi principali rispetto ai precedenti otto. E’ dunque più facile cogliere l’essenza di questo programma, soprattutto per l’approccio non settoriale che adotta, grazie al quale ogni soggetto può sentirsi benaccetto; questo programma è inoltre esplicitamente rivolto alla diversità dei beneficiari.

La Commissione intende poi semplificare i sistemi previsti per la presentazione delle candidature e delle relazioni nonché, ovviamente, accelerare la procedura di selezione. Abbiamo inserito disposizioni in tal senso nel progetto di decisione. Durante la procedura di codecisione, attualmente in corso, per l’adozione delle decisioni programmatiche, sia il Parlamento che il Consiglio hanno sostenuto l’obiettivo della Commissione di raggiungere la massima semplificazione possibile, non solo per quanto riguarda la forma delle azioni previste dal programma, ma anche le loro prescrizioni amministrative e finanziarie, approvando la necessità di trovare il giusto equilibrio tra flessibilità e uso agevole, da una parte, e chiarezza di obiettivi e opportune garanzie finanziarie e procedurali, dall’altra.

Quanto al regolamento finanziario, la Commissione ha proposto una serie di emendamenti attualmente all’esame del Parlamento. Questi emendamenti introdurranno, tra l’altro, il principio di proporzionalità, in virtù del quale i requisiti amministrativi e contabili devono essere proporzionali all’entità della sovvenzione. Riguardo alle modalità di esecuzione, sono già stati compiuti progressi perché nel luglio 2005 la Commissione ha modificato le modalità di esecuzione del regolamento finanziario n. 1, da cui sono scaturiti, tra le altre cose, i seguenti miglioramenti in termini di procedure semplificate.

Innanzi tutto, il requisito di una revisione contabile esterna a sostegno dei pagamenti è ora obbligatorio solo per i pagamenti intermedi o per i pagamenti a saldo nel caso in cui si superino i 750 000 euro per la sovvenzione di un’azione e i 100 000 euro nel caso di una sovvenzione di funzionamento. La seconda modifica è l’innalzamento del limite degli importi forfettari da 5 000 a 10 000 euro. Inoltre, ora una sovvenzione può essere erogata sulla base di diversi importi forfettari e la Commissione può autorizzare l’utilizzo di importi forfettari anche nel caso in cui non siano espressamente menzionati nell’atto di base.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE). – (EL) Grazie molte per la sua esauriente e istruttiva risposta, signor Commissario. Sono lieta delle misure di semplificazione da lei presentate. Tuttavia, dobbiamo forse dedurne che la semplificazione si applicherà anche al finanziamento di questi programmi? I cittadini temono che ai progetti in questione verranno assegnati finanziamenti meno generosi che in passato. Si tratta di timori giustificati?

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. – (SK) La ringrazio molto per la domanda complementare. Ho ascoltato con grande interesse, anche se solo nel corso di una trasmissione, il discorso in cui il Presidente della Repubblica federale di Germania ha parlato in toni entusiastici dell’istruzione, dei giovani e del progetto ERASMUS. Ritengo si tratti del giusto comportamento da parte di un capo di Stato e di un cittadino europeo che crede che attraverso l’istruzione e la mobilità si possano raggiungere molti più risultati nei settori economico, sociale, culturale e politico. Sono dunque fermamente convinto che i nuovi programmi per gli organismi di volontariato e per i giovani nel settore dell’istruzione, nonché della cultura, vadano rafforzati in termini sia quantitativi sia qualitativi, considerata l’enorme importanza che rivestono sia per i singoli che per la Comunità nel suo complesso. La situazione è ora essenzialmente nelle mani dei partner che discutono delle prospettive finanziarie, ma ritengo che stiamo trasmettendo un messaggio molto opportuno al paese che detiene la Presidenza, al Parlamento, alla Commissione e all’intera Unione europea allargata. Sono particolarmente riconoscente al Parlamento per il suo costante sostegno a favore dei programmi europei d’istruzione: per noi è un appoggio molto prezioso.

 
  
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  Josu Ortuondo Larrea (ALDE).(ES) Signora Presidente, ora parliamo di integrazione e di senso di appartenenza all’Europa, mentre fino a qualche minuto fa discutevamo di razzismo e xenofobia. Credo che esistano elementi comuni in tutto questo. Alcuni mesi fa sono stato in Canada e ho visto che in quel paese esiste un programma molto completo per l’integrazione degli immigranti e delle loro famiglie.

Vorrei chiedere alla Commissione se, in questo senso, intende creare qualche programma per l’integrazione dei giovani immigranti, affinché anche da noi sia possibile assistere a una riduzione dei fenomeni di razzismo e xenofobia; anche questi nuovi cittadini europei, infatti, provano un senso di appartenenza alla nostra comunità.

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. – (EN) Sono certo che servirsi dell’istruzione come strumento per combattere il razzismo e la xenofobia e promuovere l’inclusione sociale e l’integrazione sia un dovere altrettanto sentito e comune. Un’Europa integrata, libera e democratica può basarsi solo su società integrate, libere e democratiche. Gli Stati membri, i loro governi, le autorità pubbliche nel senso più ampio del termine e le Istituzioni europee sono pertanto chiamate a sostenere tali strumenti.

Alcuni programmi vengono già utilizzati a tal fine. Il Patto europeo per la gioventù, adottato l’anno scorso, è uno degli strumenti specificamente concepiti per l’integrazione e fornisce alcune risposte alla gioventù europea, a giovani che sono sopraffatti dalle difficoltà o che si trovano in situazioni delicate nei singoli paesi. L’inclusione sociale è uno degli aspetti più importanti della politica sociale. Non intendo parlare a nome dei colleghi, ma si tratta di questioni che vengono prese in considerazione e promosse attraverso i vari programmi di cui disponiamo nei nostri ambiti di competenza.

Si può fare di più sulla base di politiche coerenti a livello nazionale ed europeo. Si tratta di una questione che richiede costantemente la nostra attenzione e che deve essere affrontata non solo attraverso l’istruzione, ma anche tramite lo sport, la cultura e il dialogo interculturale. Questi sono strumenti molto utili ed efficaci per promuovere l’inclusione sociale e l’integrazione e per combattere problemi quali la violenza, il vandalismo, il razzismo e la xenofobia.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signora Presidente, come tutti i suoi colleghi, il Commissario parla di semplificazione; queste complesse procedure europee, infatti, sono un grave motivo di contrasto. Potrebbe eventualmente fornirmi un paio di esempi specifici di ciò che sta per essere ulteriormente semplificato e di ciò che verrà migliorato? In secondo luogo, gli effettivi costi di gestione dei programmi e l’ammontare dei fondi stanziati a titolo di questi programmi, di cui in futuro i cittadini europei saranno i diretti beneficiari, vengono contabilizzati?

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. – (EN) Ho citato il progetto ERASMUS perché è stato l’esempio fornito dal Presidente tedesco. Credo che abbia fatto bene a menzionarlo poiché si tratta probabilmente del programma più famoso e conosciuto. Dal 1987 gli studenti ERASMUS sono stati un milione e quattrocentomila. Questi programmi sono molto proficui sia per i singoli sia per le società. Le persone ricevono molto da questi programmi, che sono sempre più richiesti. Ho espresso la mia gratitudine per il sostegno accordato dal Parlamento a tali programmi perché hanno un forte impatto. Senza di essi, il futuro dell’Europa sarebbe più incerto.

I programmi influiscono su altre aree: il progetto ERASMUS è stato la forza trainante del processo di Bologna, che è determinante per qualunque studente, professore e ateneo europeo.

Ho elencato alcune delle proposte che sono già presenti nelle modalità di esecuzione adottate dalla Commissione. L’Esecutivo ha proposto oltre 100 emendamenti al regolamento finanziario. Il compito di decidere e di migliorarlo spetta ora a voi. Dal gennaio 2006 abbiamo istituito una nuova agenzia esecutiva che si occupa di tutti i singoli casi e i singoli progetti e lavora a stretto contatto con le agenzie nazionali. Questo sistema centralizzato per il funzionamento dei nostri programmi è uno strumento valido. Le agenzie nazionali operano negli Stati membri avvalendosi delle lingue del paese in questione. Sono molto più vicine ai cittadini e questo permette di fornire il servizio migliore agli utenti del programma.

Forse potremo scendere maggiormente nei dettagli in futuro, quando discuteremo del regolamento finanziario stesso. Esistono alcune misure e proposte concrete per semplificare la vita ai beneficiari di sovvenzioni di modesta entità, ben diverse dai milioni richiesti dai progetti in materia di infrastrutture e ricerca.

Intendiamo inoltre stanziare maggiori risorse per il progetto ERASMUS, ad esempio, o per i programmi di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, poiché, se consideriamo i costi concreti della vita quotidiana nei nostri paesi, ci rendiamo conto che l’erogazione di 125 euro mensili pro capite non può considerarsi un aiuto europeo significativo. Di conseguenza, fare “di più” significa anche adoperarsi maggiormente nella dimensione sociale. Questi fondi sono spesso decisivi per chi ha bisogno di sovvenzioni comunitarie per studiare all’estero.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 47 dell’onorevole. Maria Badia I Cutchet (H-0132/06):

Oggetto: Piano per promuovere lo spirito imprenditoriale nell’insegnamento

Con riferimento al piano della Commissione per promuovere lo spirito imprenditoriale dall’insegnamento primario fino a quello universitario, essa fa riferimento alla necessità di una maggiore crescita economica e di un maggiore spirito di iniziativa imprenditoriale per mantenere in modo soddisfacente il modello sociale europeo. Condivido pienamente questa esigenza. Tuttavia, mi preoccupa il rischio che l’istruzione venga subordinata alla logica della concorrenza e del mercato in quanto ritengo essenziale che la formazione rientri nel modello sociale europeo per costruire cittadini liberi, indipendenti e assennati nonché per coltivare le qualità personali dei singoli.

Nonostante alcune buone pratiche da cui sicuramente possiamo trarre insegnamento come l’aumento dei programmi di formazione professionale nelle imprese, senza che ciò vada a detrimento degli studi aziendali, una prospettiva eccessivamente mercantilista come quella del modello d’insegnamento statunitense non deve essere il nostro modello di riferimento.

Non ritiene la Commissione che, pensando al futuro dell’istruzione come pilastro della cittadinanza, non dovremmo anche noi dedicare i nostri sforzi a sottoporre a revisione i piani di studio degli Stati membri per migliorare la formazione in settori diversi, come quelli umanistici e culturali?

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. (SK) Signora Presidente, onorevoli deputati, il piano d’azione noto come “Un’agenda europea per l’imprenditorialità” è stato approvato nel 2004. Nell’ambito di tale piano d’azione, in questi anni sono state istituite cinque aree politiche strategiche per l’agenda europea per l’imprenditorialità. La prima di queste aree riguarda la promozione della cultura imprenditoriale tra i giovani. Di recente, il 13 febbraio, la Commissione europea ha adottato, come parte del piano d’azione, una comunicazione dal titolo “Stimolare lo spirito imprenditoriale attraverso l’istruzione e l’apprendimento”. Nella comunicazione, la Commissione ha delineato una serie di raccomandazioni per gli Stati membri, poiché l’Unione europea non ha alcun potere o competenza ufficiale in tale area.

L’idea è di promuovere il ruolo dell’istruzione nel plasmare una più forte cultura imprenditoriale in Europa e nelle imprese europee. L’istruzione deve stimolare lo spirito imprenditoriale nei giovani e offrire nuove opportunità per il loro futuro, nonché gli strumenti per sviluppare le abilità imprenditoriali di base. Uno degli obiettivi della comunicazione è il miglioramento della preparazione dei giovani alla vita, all’occupazione e al posto di lavoro futuri. La Commissione crede che i benefici dell’imprenditorialità e dell’istruzione in ambito imprenditoriale non vadano valutati solo in base al numero di nuove società o imprese innovative e di nuovi posti di lavoro. L’imprenditorialità è innanzi tutto e soprattutto una competenza fondamentale per ciascuno, poiché aiuta i giovani a essere più creativi e intraprendenti, ad avere più fiducia in se stessi e a lavorare e a prendere decisioni in modo più responsabile sotto l’aspetto sociale, a prescindere dall’attività svolta.

In quest’ottica e nel contesto più ampio delle competenze proposte nell’ambito del programma di lavoro istruzione e formazione professionale 2010, lo spirito imprenditoriale è uno degli elementi nel quadro di riferimento di otto competenze fondamentali per l’apprendimento permanente. Reputiamo tali competenze essenziali per la realizzazione personale, l’inclusione sociale, la cittadinanza attiva e la capacità di inserimento professionale. Tali competenze includono inoltre una dimensione civica, culturale ed educativa. Nella sua comunicazione, la Commissione reputa che stimolare la cultura imprenditoriale mediante l’istruzione e la formazione professionale sia del tutto coerente e compatibile con gli obiettivi che ci siamo prefissi e con quelli formulati dai deputati al Parlamento europeo, tra cui anche l’autrice dell’interrogazione, l’onorevole Maria Badia i Cutchet, nel tentativo di migliorare l’istruzione generale in tutti i campi e di assicurare che in futuro i cittadini europei continuino a essere liberi e indipendenti e trovino condizioni migliori per lo sviluppo.

 
  
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  Maria Badia i Cutchet (PSE).(ES) Signora Presidente, signor Commissario, vorrei ringraziarla per le sue parole, che certamente mi hanno in parte rassicurata; leggendo la comunicazione, infatti, mi è venuto il dubbio che forse si stia esagerando nel piegare l’istruzione alle esigenze della concorrenza e del mercato.

Attualmente sto venendo a contatto con numerosi studenti e sono convinta che in futuro alcuni di loro intendano diventare imprenditori, ma che molti altri possano avere interessi completamente diversi: interessi culturali o umanitari.

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. (EN) Sono certo che non tutti siamo uomini d’affari, e che non tutti i nostri figli lo diventeranno, ma è importante capire come funzionano le imprese. Noi crediamo – e dicendo “noi” intendo anche gli Stati membri, perché vi è forte consenso sull’insieme di competenze fondamentali, tra cui l’iniziativa imprenditoriale – che l’imprenditorialità sia l’abilità di comprendere la complessità, di prendere iniziative, di trasformare l’iniziativa in azione e di assumersi la responsabilità personale.

Si tratta di un bene anche per i lavoratori dipendenti, non solo per i datori di lavoro: i lavoratori dipendenti attivi e creativi sono ottimi elementi per qualsiasi impresa seria. Per questo motivo crediamo che tale abilità sia molto utile per l’intera società e per tutti gli individui e che non si tratti solo di diffondere e creare imprese e uomini d’affari. Si tratta di una mentalità, inoltre, che dovrebbe essere più matura in un ambiente mutevole, in un ambiente che richiede una comprensione più profonda delle influenze e del dinamismo.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signor Commissario, in linea di principio è positivo che la Commissione prenda iniziative nel campo dell’imprenditorialità, quali il programma quadro per la competitività e l’innovazione, nonché in questa sede. In fin dei conti, i posti di lavoro si creano solo dove si mette in vendita qualcosa. Il Commissario intravede la possibilità che queste iniziative, se inserite tra le attività di pubbliche relazioni della Commissione con la collaborazione del Commissario Wallström, vengano presentate a un pubblico un po’ più ampio?

 
  
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  Ján Figeľ, Membro della Commissione. (EN) Questo punto dovrebbe rientrare in una comunicazione o campagna promozionale promossa dai colleghi della Commissione e parimenti dei deputati, perché l’Europa tende a confrontare il proprio potenziale con quello di molti altri partner.

Penso che abbiamo il potenziale, ma la maggior parte dei blocchi e degli ostacoli deriva o dalle nostre norme, in altre parole dal modo in cui organizziamo le nostre economie o società, o dalla nostra mentalità. Per questo motivo concordo senza riserve con l’idea dell’onorevole Rübig, secondo cui questo concetto basilare – quello delle competenze fondamentali che comprendono l’educazione allo spirito imprenditoriale, l’educazione alla cultura, la consapevolezza culturale, la cittadinanza e, naturalmente, le lingue, la matematica, le scienze, l’alfabetizzazione digitale e imparare ad imparare – è importante per tutti.

L’apprendimento permanente è e dev’essere fondato su alcune competenze fondamentali, che comprendono un’abilità o cultura imprenditoriale. Pertanto anch’io vorrei invitare voi e tutti i sostenitori delle PMI, e delle iniziative prese dai cittadini e dalle Istituzioni, a promuovere l’importante concetto dell’apprendimento permanente.

Non sono rimasto stupito, bensì incoraggiato quando, nel corso dell’ultimo Tempo delle interrogazioni, un collega ha parlato dell’apprendimento permanente come di un diritto dei cittadini, il diritto dell’individuo nei confronti dello Stato o delle sue autorità di avere accesso all’apprendimento permanente, non solo all’istruzione di base o secondaria.

Per attuare tali sistemi, occorre inoltre una maggiore prontezza mentale. Vi ringrazio e vi invito alla collaborazione in quest’ambito.

 
  
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  Presidente. L’interrogazione n. 48 è stata dichiarata irricevibile (allegato II, parte A, paragrafo 3, del Regolamento).

Annuncio l’interrogazione n. 49 dell’onorevole Andreas Mölzer (H-0102/06):

Oggetto: La moneta turca da una lira

Da un anno, la Turchia ha coniato una moneta da una lira (del valore di 0,6 euro), che è incredibilmente simile alla moneta da due euro. L’effigie di Atta Türk ad esempio rischia di essere facilmente presa per quella di Re Alberto II. A causa della conformità tecnica in peso e spessore, i proprietari di distributori automatici in Europa sono stati gravemente danneggiati. Sorgono problemi anche per quanto riguarda le apparecchiature di selezione delle banche, per non menzionare il comune cittadino, che non è forse mai stato messo al corrente del pericolo di scambio.

Come giudica la Commissione questa mossa turca, e fino a che punto è permesso che uno Stato crei una moneta così somigliante all’Euro? Quali misure concrete intende adottare per proteggere i cittadini europei?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. (EN) L’interrogazione riguarda le monete turche coniate a partire dall’inizio del 2005, piuttosto simili alle monete comunitarie. Naturalmente la Commissione condivide la preoccupazione dell’onorevole Mölzer al riguardo. Simili episodi non dovrebbero verificarsi. Quella di coniare monete è una delle principali prerogative della sovranità di una nazione. Si raccomandano tuttavia consultazioni informali. Vi è un ente che si chiama Ufficio di registrazione delle monete, istituito dalla Conferenza internazionale dei direttori di zecca. Prima di introdurre una nuova moneta, le zecche appartenenti a tale Conferenza dovrebbero consultare l’Ufficio di registrazione delle monete, in modo da evitare le somiglianze. E’ ovvio che in questo caso tale processo non si è svolto nella maniera dovuta, e così sono apparse monete simili all’euro.

Non è la prima volta che un simile evento si verifica. Nel 2000, in alcuni paesi, alcune monete erano molto simili agli euro. Persino nel mio paese, quando ero il responsabile in materia, abbiamo emesso monete molto simili ai marchi tedeschi e perciò abbiamo dovuto modificarne la produzione.

La Commissione sta lavorando con le autorità turche, che hanno promesso di modificare leggermente le monete. La produzione di monete è molto costosa e rappresenta un’operazione di vasta portata.

Tuttavia non vi è motivo di panico e i rischi sono molto limitati. I distributori automatici, che rappresentano il problema principale, possono essere modificati. Stimiamo che alcuni vecchi modelli di distributori siano più difficili da modificare, ma la maggior parte di quelli nuovi possono essere sistemati a dovere, in modo che possano accettare le monete giuste. Alla vista sono piuttosto diverse. Se usate nel commercio al dettaglio, queste monete si possono distinguere facilmente. Perciò i rischi sono limitati.

La Commissione ha inoltre collaborato con i produttori di meccanismi a moneta per informarli che tali meccanismi vanno modificati per via di questo problema. Stiamo lavorando con le autorità turche per assicurare che la nuova produzione di monete venga leggermente modificata, in modo che non siano più tanto simili agli euro.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, mi è chiaro che non vi è motivo di panico, come dice lei. Ciononostante, vorrei chiederle se non sarebbe forse auspicabile sollevare la questione nell’ambito dei negoziati di adesione con la Turchia, per assicurare che tali monete vengano ritirate dalla circolazione quanto prima. Dopo tutto, vi è anche la tentazione da parte delle società turche parallele in Europa – in Germania o in Austria, ad esempio – di utilizzare scorrettamente tali monete. Non sarebbe possibile accelerare il processo – benché coniare monete, come lei sostiene, sia molto costoso – al fine di limitare il danno arrecato all’Europa e all’economia europea?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. (EN) Questo tema dev’essere oggetto di negoziato in ogni ambito, e quindi anche nel quadro dei negoziati di adesione. Esiste una sorta di accordo sulla parola che impedisce il verificarsi di simili fatti. Se si verificano, chi conia le monete di taglio inferiore deve apportare qualche modifica in modo da evitare l’uso di monete simili.

Questo problema sarà oggetto di negoziato. Avrò occasione d’incontrare i membri del governo turco molto presto, e pertanto solleverò senz’altro la questione entro un lasso di tempo definito, perché, come dicevo, la produzione di monete è una pratica immane e molto costosa. Col tempo potremo risolvere il problema, ma fino ad allora lavoreremo con i produttori di meccanismi a moneta per evitare eventuali scompensi.

 
  
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  Presidente. Poiché vertono sullo stesso argomento, annuncio congiuntamente l’

interrogazione n. 50 dell’onorevole Enrico Letta (H-0104/06):

Oggetto: Scuola europea Bruxelles II - trasferimento di sezioni

Il Consiglio superiore delle Scuole europee ha stabilito i criteri da adottare per identificare quali sezioni linguistiche verranno aperte nella quarta scuola europea di Laeken. Il gruppo di lavoro (Groupe de suivi) presieduto dal Segretario generale delle scuole europee ha indicato, in vari documenti ufficiali, la sezione italiana della scuola di Bruxelles II come una tra quelle da proporre al Consiglio per un trasferimento alla quarta scuola. Certamente questa indicazione è frutto di un’analisi comparativa ottenuta incrociando i criteri con le singole sezioni esistenti.

Può la Commissione presentare in dettaglio questa analisi? Qualora detta analisi non fosse stata realizzata, può la Commissione spiegare come si è giunti ad un tale risultato ed in particolare descrivere come si è arrivati ad escludere le altre singole sezioni linguistiche? Vi è naturalmente la consapevolezza che allo stato attuale nessuna decisione definitiva è stata presa, ma si ritiene opportuno conoscere nel dettaglio la procedura sinora seguita nei lavori del «Groupe de suivi» per comprendere se gli stessi sono improntati a criteri di rigore scientifico sufficienti a giustificare proposte che rischiano di avere effetti estremamente negativi su centinaia di famiglie di agenti delle istituzioni comunitarie.

e l’interrogazione n. 51 dell’onorevole Richard Seeber (H-0172/06):

Oggetto: Trasferimento della sezione linguistica tedesca

Il Consiglio superiore delle Scuole europee si appresta a chiudere le sezioni linguistiche da insediare nella scuola europea di Bruxelles IV in Laecken. Una delle opzioni presentate al Consiglio superiore prevede il trasferimento verso Laeken delle sezioni italiana e neerlandese da Woluwé e della sezione tedesca da Ixelles.

Si rende la Commissione conto che, in caso di trasferimento verso Laeken, i fanciulli delle sezioni di Woluwé e Ixelles trascorreranno da tre a quattro ore al giorno nei scuolabus?

Quali modalità ed alternative al trasferimento coatto di sezioni ha la Commissione esaminato? Si fida essa delle esperienze maturate dal Segretario generale e dal Consiglio superiore con siffatti traslochi le cui modalità, già in occasione dell’apertura della scuola di Ixelles, hanno comportato situazioni intollerabili?

E’ la Commissione disposta a rendere pubbliche ed illustrare le istruzioni di voto impartite al suo rappresentante in seno al Consiglio superiore?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Le interrogazioni nn. 50 e 51 sono piuttosto simili, ma, se necessario, risponderò loro separatamente, anche se il concetto sarà lo stesso.

Devo iniziare col dire che le scuole europee costituiscono una delle questioni più complesse della mia area di competenza e presentano molti problemi. Il sistema è alquanto indipendente e complicato. La gestione del sistema non spetta alla Commissione, che di fatto è solo uno dei 29 membri del Consiglio superiore.

Il rapido allargamento dell’Unione europea ha richiamato un gran numero di persone presso le nostre sedi, non solo a Bruxelles, e dobbiamo affrontare svariati problemi dovuti alla mancanza di posti per gli studenti nelle scuole e in altre strutture. Una soluzione, assolutamente indispensabile, potrebbe essere quella di aprire una quarta scuola europea a Laeken nel 2009. Perché Laeken? La decisione è stata presa dal governo belga. Il Belgio è il paese ospite e apporta un contributo notevole all’infrastruttura scolastica, che è appunto il paese ospite a fornire per intero. Mi sono messo in contatto con il governo e i ministri del Belgio. Il Presidente Barroso ha esposto la questione al governo belga per accelerare il processo e la data del 2009 è anteriore rispetto a quella originariamente prevista.

Ora si tratta di definire l’organizzazione scolastica interna delle sezioni linguistiche, decidendo quali sezioni linguistiche aprire e quali trasferire. Innanzi tutto, è prematuro affermare che sia già stata presa una decisione. Le discussioni sono ancora in corso e la Commissione è solo una delle parti coinvolte nel dibattito e non è assolutamente la più importante. Le decisioni spetteranno al Consiglio superiore. Com’è ovvio, la Commissione cerca di contribuire sulla base della propria esperienza e conoscenza, e di partecipare al processo tutelando gli interessi dei genitori delle Istituzioni europee, nonché garantendo trasparenza e procedure eque.

Nella sua riunione del 25 e 26 ottobre, il Consiglio superiore ha adottato un elenco di criteri per la gestione delle sezioni linguistiche. E’ stato istituito un gruppo di lavoro denominato “Groupe de suivi Bruxelles IV”, al quale il Segretario generale delle scuole europee ha presentato un documento preliminare. La Commissione sta prendendo attivamente parte anche ai lavori di questo gruppo, ma abbiamo solo il ruolo di partner. Infine, il “Groupe de suivi Bruxelles IV” deve tenere conto di tutte le considerazioni e proporre una soluzione adeguata.

Si è discusso di alcune soluzioni preliminari – le opzioni A e B –, ma è davvero troppo presto per dire che una soluzione è preferibile all’altra. Il gruppo sta ora valutando opzioni intermedie che adottino la parte migliore di entrambe le soluzioni, tra le quali figuri il principio – sostenuto dalla Commissione – secondo cui gli allievi attualmente iscritti in una delle scuole esistenti non dovrebbero essere costretti a trasferirsi a Laeken. Si tratta probabilmente di una proposta valida per quei genitori i cui figli frequentano già tali scuole. E’ molto difficile credere che la soluzione definitiva soddisferà tutti, ma dobbiamo trovare una soluzione che permetta agli alunni di ricevere la miglior istruzione possibile.

Stiamo collaborando con il Consiglio superiore e con il governo olandese, che lo presiede, riguardo alla riforma delle scuole europee, poiché esistono diversi problemi, anche di natura strutturale, e sarà ovviamente necessario modificare il sistema.

La mia risposta concettuale è questa e, al momento, posso dire che non abbiamo elaborato alcuna agenda o soluzione segreta. Cooperiamo molto seriamente con il “Groupe de suivi Bruxelles IV” e posso garantirvi che affrontiamo la questione con altrettanta serietà, ma si tratta di un’area molto complessa in cui si è andata accumulando una serie di problemi ai quali dovremo trovare soluzioni definitive e a lungo termine. Ci impegneremo a fondo con il governo belga e le autorità di Bruxelles per pervenire a qualche soluzione temporanea che ci aiuti a risolvere i problemi e le lacune a breve termine in tutte le nostre strutture.

La situazione attuale è questa.

 
  
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  Presidente. – Ovviamente ha ragione, signor Commissario: le interrogazioni nn. 50 e 51 devono essere affrontate congiuntamente, poiché vertono su temi intercorrelati. Vi sono inoltre molti deputati interessati alla questione. Innanzi tutto, però, darò la parola ai due autori affinché possano formulare le loro domande complementari.

 
  
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  Enrico Letta (ALDE). – Signor Commissario, la ringrazio per la risposta. Dal momento che l’opzione B, rispetto all’opzione A, appare chiaramente la migliore da molti punti di vista, mi chiedo se lei sia in grado ora di escludere che la Commissione porrà un problema di costi. In particolare, se il problema del lieve incremento dei costi non indurrà la Commissione a bloccare quella che tra le due opzioni appare invece la di gran lunga la migliore?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Ovviamente la Commissione si sta facendo carico della maggior parte dei costi delle scuole europee e anche questo è un problema serio. Tuttavia, non intendo concentrarmi essenzialmente sulla questione dei costi; preferisco soffermarmi soprattutto sul sistema di lavoro e sul modo di impartire la migliore istruzione possibile agli studenti. In questo senso, l’opzione B non è la migliore.

Con l’opzione B, che prevede l’allestimento di pressoché ogni sezione ovunque, si assisterà a una forte frammentazione, in cui prevarranno gruppi e classi di modeste dimensioni, nel qual caso dovremo affrontare il problema di garantire un insegnamento di buona qualità e un’istruzione altrettanto valida. L’opzione B, quindi, non è la migliore. Certo, è anche di gran lunga più onerosa, ma la Commissione non ritiene che il problema dei costi sia la questione principale e più importante. L’aspetto essenziale è garantire l’efficace funzionamento del sistema delle scuole europee, ma vi sono anche molti problemi sulla futura qualità dell’istruzione.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signora Presidente, il Commissario parla di procedure complicate, di una situazione complessa. Ne siamo tutti consapevoli, ma la situazione diventa ancora più complicata se la Commissione non è disposta a dotare di maggiore trasparenza il suo processo decisionale. In fin dei conti, la riunione decisiva del Consiglio superiore si terrà a metà aprile. Perché la Commissione non è disposta semplicemente a dire, in base ai criteri da essa stessa definiti, qual è la situazione attuale, quali sono le cifre e fin dove sarà possibile spingersi in futuro?

Se il Commissario si limita a continuare a usare un linguaggio oscuro, non può aspettarsi un livello di soddisfazione più elevato all’interno delle sezioni linguistiche.

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. – (EN) La ringrazio molto ma, diversamente da lei, non ritengo che in questo processo la Commissione manchi di trasparenza. L’intero processo è trasparente per tutte le parti e le opzioni non mancano. Se volete, la Commissione assumerà l’iniziativa maggiore nel preparare tali opzioni. Logicamente, però, alla fine occorrerà raggiungere un consenso che soddisfi le organizzazioni di genitori, le scuole stesse e il corpo insegnanti. La Commissione sta fornendo il proprio contributo e sta valutando tutte le possibili opzioni proposte da altre parti. Stiamo cercando di adoperarci per trovare una soluzione finale che sia più o meno accettabile per tutti.

Siamo stati trasparenti nel corso dell’intero processo e stiamo ora pensando a una sorta di soluzione di compromesso, un’opzione intermedia tra le opzioni A e B. Il processo è quindi trasparente e prevede negoziati molto complessi con tutte le parti. In questo caso la Commissione è un partner negoziale e vuole anche rispettare le altre parti, comprese le autorità belghe, che possono fornire un prezioso contributo.

 
  
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  Luigi Cocilovo (ALDE). – Signor Commissario, se venisse adottata l’opzione A, alla quale è stato fatto riferimento fra le due all’esame, ossia quella che prevede il trasferimento di sezioni, le risulta che si verificherebbe il rischio per molte famiglie di avere i propri figli in scuole diverse?

Dato che dai dati diffusi all’interno del groupe de suivi risulta che l’andamento demografico di alcune sezioni, per esempio la sezione italiana nei prossimi anni, sarà superiore a quello di tante altre nazionalità, non ritiene che questo costituisca un elemento e un punto che dovrebbe indurre a Commissione a scegliere piuttosto l’opzione B tra le alternative citate?

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. – (EN) La decisione finale verrà presa dal Consiglio superiore.

Lei ha affermato che i figli di una stessa famiglia potrebbero finire col frequentare scuole diverse. Ho letto i criteri da seguire in questo caso nei documenti concettuali di base. La Commissione ritiene che dobbiamo impegnarci al massimo per evitare che questo accada. I figli di una stessa famiglia, i fratelli, devono frequentare la stessa scuola.

L’opzione B presenta alcune profonde lacune riguardo allo sviluppo futuro dell’istruzione. A nostro parere l’opzione B non è la migliore, ma ci impegneremo a fondo per trovare soluzioni che soddisfino quante più parti e genitori possibile.

 
  
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  Alfonso Andria (ALDE). – Signor Commissario, ritorno sullo stesso argomento: il criterio F, tra quelli adottati in ottobre, stabilisce che se una sezione esiste in più di una scuola deve essere ospitata in scuole periferiche e in scuole centrali. Voglio essere ancora più chiaro: se venisse accolta l’opzione A predisposta dal groupe de suivi, la sezione italiana sarebbe l’unica ad essere penalizzata perché verrebbe dislocata in due scuole periferiche: Uccle e Laeken. Non ritiene, Signor Commissario, che detta opzione A sia discriminatoria rispetto agli alunni italiani? Le chiedo pertanto di assumere impegni in proposito, respingendola e adottando l’opzione B.

 
  
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  Siim Kallas, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Non dico che sosterremo l’opzione B, ma non ho nemmeno detto che appoggeremo l’opzione A. Stiamo cercando di trovare una soluzione di compromesso. Se vuole farmi dire che assegneremo tutti gli stanziamenti all’opzione B, sappia che non posso farlo.

Devo ribadire che i responsabili decisionali sono il Consiglio superiore e il gruppo di lavoro – il Groupe de suivi – composto da genitori e altre parti interessate. Il processo è questo. A questioni spinose come queste cerco sempre di trovare qualche soluzione di compromesso, come probabilmente farò anche per il complesso problema in questione. La prossima riunione del Consiglio superiore si terrà alla fine di aprile e, in quell’occasione, si discuterà di tutti gli aspetti e di tutte le soluzioni possibili.

La sua domanda sulla sezione italiana è stata sollevata molte volte e interessa anche altre persone. Abbiamo cercato di trovare una soluzione equilibrata e di non penalizzare nessuno.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 53 dell’onorevole Manuel Medina Ortega (H-0098/06):

Oggetto: Allargamento dell’UE a Bulgaria e Romania e adozioni

Potrebbe la Commissione fornire informazioni sulle conseguenze che l’allargamento a Bulgaria e Romania comporterà per i cittadini dell’Unione europea nell’ambito del diritto privato, e soprattutto riguardo al sistema delle adozioni attraverso le future frontiere interne dell’Unione? Saranno garantite le adozioni già effettuate, oppure dovranno essere riesaminate?

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Sono profondamente consapevole dei casi pendenti di adozioni internazionali di bambini rumeni e della comprensibile ansia che circonda tale questione fra le famiglie che vorrebbero dare una nuova casa a questi bambini. Nel contesto delle riforme legislative in preparazione dell’adesione all’Unione, e con l’appoggio del Parlamento europeo nel corso degli anni, la Romania ha adottato di recente una nuova legge in materia di protezione dell’infanzia.

Ai sensi di tale normativa, entrata in vigore il 1° gennaio 2005, l’adozione internazionale è un’ultima risorsa alla quale ricorrere se non è possibile trovare una soluzione appropriata all’interno del paese, attraverso misure che vanno da orfanotrofi di dimensioni più piccole all’affidamento. Con questa legge la Romania si è allineata alle disposizioni giuridiche dell’Unione europea in questo settore, contenute anche nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. L’applicazione di queste disposizioni deve essere vista nel contesto delle precedenti pratiche abusive connesse alle adozioni internazionali in Romania.

Riguardo agli aspetti giuridici più precisi, va inoltre sottolineato che non esiste attualmente alcuna legislazione comunitaria nel campo dell’adozione internazionale. Di fatto, il regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, che stabilisce il riconoscimento reciproco delle sentenze in materia di responsabilità parentale, esclude esplicitamente l’adozione dal proprio campo di applicazione.

Questo significa fondamentalmente che in Romania e in Bulgaria è stato attuato l’acquis communautaire nel settore della protezione dell’infanzia. In entrambi i paesi viene presa a fondamento la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, che non distingue tra confini interni ed esterni dell’Unione europea.

 
  
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  Presidente. – Su questo tema abbiamo, oltre a questa interrogazione, anche le interrogazioni numero 55 e 56. Se i colleghi sono d’accordo, possiamo trattare queste interrogazioni congiuntamente. Ma prima di tutto do la parola all’autore dell’interrogazione, onorevole Medina Ortega, per una domanda supplementare.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE).(ES) Signora Presidente, ritengo che l’adeguamento della legislazione della Bulgaria e della Romania alle norme europee costituisca un progresso, perché in materia di adozioni la cosa più importante è la protezione dei bambini.

Tuttavia, purtroppo, sappiamo che in questi paesi, come in altri, vi sono bambini che non vivono in situazioni familiari felici, mentre nell’Unione europea abbiamo famiglie che sarebbero disposte ad assumere il ruolo parentale con tutte le garanzie del caso.

So che non esiste una legislazione europea in materia, ma esiste la possibilità che l’Unione europea svolga, in qualche forma, un ruolo di mediazione con le autorità della Bulgaria e della Romania, per garantire che le famiglie dell’Unione europea disposte a realizzare questo tipo di progetto lo facciano nelle migliori condizioni possibili e per facilitare così, quando necessario, l’adozione da parte di famiglie dell’Unione europea.

Gradirei conoscere il suo parere sulle possibilità di azione da parte della Commissione in questo ambito.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Stiamo lavorando insieme al governo rumeno in modo molto coerente. Riconosciamo che ha sottoposto a revisione la sua legislazione e che, sulla base di tale legislazione, un gruppo di esperti sta esaminando i casi pendenti. Il gruppo di esperti dovrebbe completare il proprio lavoro nel corso di questo mese.

Siamo costantemente in contatto con le autorità rumene su tale questione. Il nostro parere è che, a condizione che rispettino la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e la legislazione europea, spetta al governo e alle autorità della Romania trovare una soluzione.

Per quanto riguarda la situazione nel settore dell’assistenza all’infanzia, riteniamo, sulla base delle relazioni molto particolareggiate sullo stato di avanzamento, che vi siano stati miglioramenti concreti, anche perché l’Unione europea ha fornito un sostegno sostanziale per la ristrutturazione del settore dell’assistenza all’infanzia, erogando un importo di circa 160 milioni di euro negli ultimi 15 anni.

In termini generali, il processo di esame delle domande di adozioni internazionali inoltrate prima dell’entrata in vigore della nuova legislazione dovrebbe completarsi questo mese. Ci aspettiamo che le autorità rumene informino individualmente tutti i richiedenti.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Signore Commissario, alla mia domanda ha già risposto in parte, si tratta del problema dei casi di adozione in sospeso; sulla base di inviti espressi del Parlamento europeo in diverse risoluzioni, è stato creato un gruppo di esperti per esaminare caso per caso le situazioni in sospeso. Vorrei sapere se sono disponibili notizie sulla tempistica con cui le domande verranno espletate e quindi se avremo informazioni sui risultati del lavoro fin qui portato avanti da questo gruppo.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Siamo costantemente in contatto con le autorità rumene e in risposta all’onorevole deputato posso dire che le autorità rumene sono sulla buona strada per giungere a una soluzione delle domande di adozione pendenti, inoltrate prima dell’entrata in vigore della nuova legge, il 1° gennaio 2005.

Le autorità rumene hanno istituito un gruppo di lavoro che dovrebbe completare il proprio compito il 31 marzo, e la Commissione è impegnata a seguire da vicino la questione. Riferiremo al Consiglio e al Parlamento sulla questione nella nostra relazione globale di monitoraggio che sarà adottata, secondo le previsioni, il 16 maggio.

Riguardo agli altri elementi della sua interrogazione, gli 82 000 bambini attualmente sotto protezione sociale, in case protette, in affidamento o in famiglie allargate stanno beneficiando di una struttura di protezione in linea con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, e questo vale anche per l’accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

 
  
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  Presidente. Annuncio l’

interrogazione n. 54 dell’onorevole Mairead McGuinness (H-0137/06):

Oggetto: Adesione della Romania all’Unione europea

Alla luce della relazione globale di monitoraggio della Commissione sul grado di preparazione raggiunto dalla Romania ai fini della sua adesione all’Unione europea nel 2007, in cui si esprime la preoccupazione riguardo ai mancati progressi in certi settori del paese nell’ambito della protezione dell’infanzia, così come del sistema previdenziale di igiene mentale e di assistenza alle persone disabili, potrebbe la Commissione specificare quanto peso attribuisce a tali questioni nel quadro dei negoziati in corso con le autorità rumene?

Inoltre, ritiene la Commissione che si siano compiuti e che si continueranno a compiere progressi sufficienti per consentire alla Romania di aderire all’Unione europea nel 2007?

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. (EN) Ho in parte già risposto a questa domanda, quindi affronterò solo gli aspetti che non sono state ancora trattati.

In primo luogo, oltre alla valutazione generale sulla tutela dei bambini, sulla situazione del sistema delle cure sanitarie per i disabili e i malati psichici, abbiamo organizzato una revisione inter pares sulla salute mentale per valutare la situazione in loco. Siamo in attesa della relazione degli esperti su detta revisione inter pares. Stiamo svolgendo un totale di 15 perizie, o revisioni inter pares, sia in Bulgaria che in Romania, su vari punti critici. Questo è uno dei settori essenziali in cui stiamo svolgendo tale revisione inter pares, che è effettuata sia dai funzionari della Commissione che dai migliori esperti degli Stati membri in materia.

Quanto all’assistenza ai disabili, al momento l’attenzione si concentra principalmente sull’elaborazione di una strategia generale finalizzata a chiudere e ristrutturare i grandi istituti residenziali a vantaggio dell’organizzazione di servizi alternativi di comunità, di sostegno alle famiglie e di unità residenziali più piccole. Ad esempio, abbiamo erogato 15 milioni di euro. Inoltre in Romania è in corso una campagna di sensibilizzazione pubblica a favore dei diritti dei disabili.

Sebbene la riforma di questo settore stia solo muovendo i suoi primissimi passi, la Commissione, per parte sua, ritiene che il paese abbia imboccato la via giusta al riguardo.

Infine, occorre affrontare subito il persistente problema dei maltrattamenti negli ospedali psichiatrici rumeni, come ha fatto presente la relazione generale di monitoraggio di ottobre; occorre altresì affrontare le notevoli carenze a livello di condizioni di vita e assistenziali di alcune strutture.

Abbiamo vivamente esortato le autorità rumene a dare priorità al settore della salute psichica e a destinarle adeguate risorse. Le autorità rumene sono state fortemente sollecitate a sfruttare l’assistenza prevista a titolo dell’attuale programma PHARE e a elaborare una strategia e un piano d’azione per la riforma della salute mentale.

Naturalmente, l’elemento decisivo è l’attuazione. Occorrerebbe dimostrare la fattibilità degli accordi pratici, ad esempio destinando risorse finanziarie sufficienti. Tale aspetto sarà oggetto della valutazione inter pares e verrà incluso nella relazione del maggio 2006 sui progressi compiuti.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Signor Commissario, potrebbe parlare della questione dei letti a gabbia in Romania? Questo punto rientra a pieno titolo tra i motivi di preoccupazione che lei potrebbe affrontare. Siamo fortemente preoccupati al riguardo.

Quanto alla revisione inter pares, che reputo positiva, prevedrà visite negli istituti senza preavviso? Credo che questo sia essenziale. La Commissione ha fatto una stima del tempo di cui la Romania necessiterà per affrontare questo immenso problema? Lei è sicuro che, se la Romania dovesse aderire all’UE il prossimo anno, continuerebbe a portare avanti le riforme? Credo che riusciremo a compiere progressi solo esercitando pressioni.

Vorrei chiedere che, quando si parla dei bambini abbandonati nei reparti maternità degli ospedali e delle adozioni internazionali, si privilegiassero i bambini, rispetto a qualsiasi altra preoccupazione.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. (EN) Sono pronto a fornire ulteriori dettagli sulla revisione inter pares, se necessario. Di norma gli esperti effettuano sia missioni concordate in precedenza sia a sorpresa che prevedono visite a strutture di diversi settori, che vanno da quello dello Stato di diritto, vale a dire sistema giudiziario e preture, a quello dell’assistenza all’infanzia e della salute mentale. Gli esperti effettuano il medesimo tipo di azioni.

Quanto tempo occorrerà in questo settore? Si tratta di un concetto molto relativo. La nostra preoccupazione è accertare che vi siano precedenti credibili a dimostrazione che la Romania ha davvero imboccato la via giusta. La revisione inter pares si concentrerà su questo punto.

Lei ha toccato il punto nevralgico dell’intera questione: l’assistenza dei bambini deve essere centrale nella nostra valutazione. Questo è proprio l’obiettivo che ci prefiggiamo nello svolgimento della revisione inter pares e nella presentazione dei suoi risultati.

In proposito abbiamo anche preso in esame i sospetti esistenti in merito all’utilizzo di letti a gabbia in Romania. Posso garantirvi che in 15 anni le valutazioni di seguito effettuate dalla Commissione non hanno mai confermato alcun sospetto in merito all’utilizzo di simili letti in Romania. La Commissione seguirà la questione nell’ambito dei regolari contatti che intrattiene con varie organizzazioni non governative.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signora Presidente, vorrei ringraziare il Commissario e dire che siamo tutti d’accordo sulla necessità di aiutare la Romania a migliorare le condizioni e la tutela dei bambini nonché le cure sanitarie.

Vorrei chiedere al Commissario se l’Esecutivo può destinare maggiori risorse comunitarie nell’ambito dei “progetti di gemellaggio” al fine di migliorare le cure sanitarie, tutelare i bambini e migliorare le condizioni degli ospedali psichiatrici. Vorrei inoltre chiedere se la Commissione europea può collaborare con l’Organizzazione mondiale della sanità e con altre organizzazioni internazionali per migliorare la situazione del settore sanitario in Romania.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. (EN) Vi sono strutture gemellate con la Romania in vari settori che rientrano nella riforma della pubblica amministrazione rumena. Abbiamo riscontrato che nell’Europa centrale e orientale, i cosiddetti Stati membri, nonché il futuro Stato membro della Romania, il gemellaggio è stato uno degli accordi più efficaci per la diffusione di conoscenze.

Sì, vogliamo che in futuro si tenga sempre maggior conto del gemellaggio anche in questo settore. Si tratta di una prassi davvero utile che è contemplata dal programma quadro PHARE. Dobbiamo valutare la questione con più attenzione per capire quali accordi concreti si possono stipulare.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE).(EN) Signor Commissario, se lei davvero non ha visto alcuna prova dei letti a gabbia in Romania, la rinvio alla storia pubblicata sulla prima pagina di un recente numero del giornale londinese Sunday Times e ai casi ben documentati resi noti da Mental Disability Advocacy Centre. Mi auguro che lei farà sapere alla Romania e agli altri paesi che adottano questo barbaro uso che i letti a gabbia non sono adatti né ai bambini, né agli anziani confusi né ai malati psichici di nessun paese civilizzato né tanto meno di nessuno Stato membro dell’Unione europea.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. (EN) Ho già risposto in base a una valutazione molto attenta della Commissione. Come ho detto, non abbiamo mai avuto alcuna prova dell’utilizzo di letti a gabbia in Romania, ma, se lei è in possesso di prove concrete al riguardo, sono disponibile a vagliarle e a chiedere ai miei funzionari di rivedere la questione. In tal caso, potremmo sollevare la questione con la Romania, se necessario.

 
  
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  Presidente. Le interrogazioni che, per mancanza di tempo, non hanno ricevuto risposta, la riceveranno per iscritto (vedasi allegato)..

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 19.50, riprende alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. PAN OUZKÝ
Vicepresidente

 

19. Protezione e inclusione sociali (discussione)
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  Presidente. L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0028/2006), presentata dall’onorevole Bauer a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sulla protezione sociale e sull’inclusione sociale [2005/2097(INI)].

 
  
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  Edit Bauer (PPE-DE), relatore. – (HU) Signor Presidente, a mezzogiorno di oggi il Presidente Horst Köhler ha affermato che molte persone non riescono a capire l’Europa odierna. Sono certa che, se qualcuno considerasse le ingenti energie investite dall’Europa per riformulare la propria politica migratoria, troverebbe incomprensibile il problema della povertà dei bambini in Europa.

Mentre parliamo della mancanza di immigrati qualificati, registriamo inevitabili e ingenti perdite a seguito della povertà dei bambini, perdite di cui le generazioni future ci chiederanno a buon diritto di rendere conto.

Non è pertanto una semplice coincidenza che la presente relazione sulla protezione sociale e sull’inclusione sociale si incentri principalmente sulla povertà dei bambini, visto che, se il 15 per cento dei cittadini europei è a rischio di povertà, questo dato sale al 19 per cento nel caso dei bambini e, secondo i dati del 2004, in 12 dei 25 Stati membri il rischio di povertà infantile ha un’incidenza almeno del 25 per cento in più rispetto alla popolazione adulta. Vorrei mettere in rilievo che non si tratta di un’argomentazione che fa leva sull’emotività, e forse nemmeno di una questione giuridica, in quanto la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo contiene clausole vincolanti al riguardo.

L’Europa inoltre ha il problema che nei prossimi decenni, a seguito della crisi della crescita demografica e dell’invecchiamento della società, avrà bisogno di 50 milioni di nuovi immigrati per mantenere gli attuali livelli occupazionali. La povertà dei bambini e l’esclusione che l’accompagna, nonché l’alto tasso di abbandono scolastico precoce mettono a rischio la possibilità di costruire una società fondata sulla conoscenza che non lasci sempre più indietro alcuni ceti sociali.

La Commissione ha ragione ad affrontare in via prioritaria la questione della povertà dei bambini; d’altro canto, riteniamo però che manchino dati accurati e comparabili sulla povertà dei bambini. E’ ovvio che occorre porre urgentemente rimedio a tale situazione.

Nella mia relazione volevo mettere in rilievo che l’inclusione sociale rappresenta un valore aggiunto per il processo di Lisbona. La politica sociale europea richiede una nuova solidarietà intergenerazionale, giacché non bisognerebbe sottovalutare i danni arrecati alle risorse umane del futuro dalla povertà dei bambini e dalla correlata mancanza di istruzione adeguata.

Naturalmente potrei menzionare molti altri problemi illustrati nella relazione. Tuttavia, poiché il tempo stringe, ne aggiungerò solo uno, ovvero l’espulsione dei lavoratori più anziani dal mercato del lavoro. Nonostante sia in vigore una direttiva contro le discriminazioni in questo ambito, le discriminazioni continuano a esistere, ma sono più difficili da individuare. Sono certa che la Commissione abbia imboccato la direzione giusta quando ha fissato obiettivi chiari e ben definiti per la modernizzazione della protezione sociale. Infine, ma non da ultimo, vorrei esprimere la mia gratitudine al segretariato della commissione per l’occupazione e gli affari sociali per l’eccellente collaborazione e ringraziare i colleghi per le proposte di emendamento presentate. Non da ultimo vorrei ringraziarli anche per la loro presenza e partecipazione al dibattito.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. (CS) Signor Presidente, onorevoli deputati, desidero vivamente ringraziarvi tutti e in particolar modo la relatrice, onorevole Bauer, per la relazione svolta. Sono lieto di poter dire che la Commissione è in completo accordo con voi sul fatto che la strategia di Lisbona si fonda sul positivo funzionamento congiunto di politica economica, occupazionale e sociale. Mi compiaccio del sostegno espresso nella relazione per l’iniziativa della Commissione intesa a modernizzare e rendere più efficace il metodo di coordinamento aperto nei settori della protezione sociale e dell’inclusione sociale. Occorre chiedersi come contribuire maggiormente al conseguimento degli obiettivi di Lisbona attraverso la politica sociale, rafforzando al contempo il coordinamento di queste politiche. Per apportare un maggiore contributo attraverso il processo di coordinamento sociale della strategia di Lisbona occorre introdurre funzioni attive di protezione sociale e dimostrare il valore aggiunto in relazione all’occupazione e alla crescita create. Sul piano pratico sia i nuovi obiettivi comuni del metodo di coordinamento aperto che gli obiettivi tematici parziali, appena approvati dal Consiglio, verranno trasposti nelle strategie nazionali. I nuovi organismi nazionali presenteranno prima di tutto un approccio strategico per ogni Stato membro relativo alla modernizzazione delle proprie politiche in settori specifici. Gli Stati membri presenteranno quindi tre programmi tematici: inclusione sociale, pensioni e cure sanitarie.

La Commissione ha altresì adottato una comunicazione che avvia una consultazione pubblica su eventuali misure mirate a livello di Unione europea in materia di adeguamenti delle retribuzioni minime e del reinserimento delle persone escluse dal mercato del lavoro. Tale consultazione naturalmente coinvolge anche il Parlamento europeo e altre organizzazioni; tuttavia, alla luce del tema in discussione, verrà estesa agli organismi pubblici di tutti i livelli, nonché alle organizzazioni, ai gruppi di interesse e alle parti sociali. La vostra relazione ventila inoltre la possibilità di un nuovo accordo interistituzionale che rafforzi il ruolo del Parlamento nell’applicazione del metodo di coordinamento aperto. Certo, la partecipazione del Parlamento al lavoro nell’ambito del coordinamento aperto resta limitata dalla mancanza di un quadro regolamentare generale in vigore. Per parte mia, posso assicurare ai deputati che sostengo gli sforzi compiuti dai funzionari dei miei dipartimenti al fine di proseguire ulteriormente il dialogo con il Parlamento.

 
  
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  Věra Flasarová (GUE/NGL), relatore per parere della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (CS) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, reputo molto positiva la relazione dell’onorevole Bauer che abbiamo discusso in seno alla commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere e che sosteniamo. Gli obiettivi della relazione sono presentati nell’ottica della parità tra uomini e donne e mettono in risalto le necessità delle donne in particolare nel settore dell’inclusione sociale.

Tuttavia, non vorrei parlare solo delle donne, ma anche di come la povertà e l’esclusione sociale colpiscono i bambini e i giovani. Non dobbiamo dimenticare il cambiamento rispetto al passato del nostro approccio alla povertà nei paesi sviluppati, in un ambiente in cui lo sfoggio di benessere e prosperità ha indotto a ritenere che i tenori di vita bassi fossero in via di diminuzione. Oserei dire che la povertà è considerata una condizione anomala e umiliante da cui si può uscire da soli. Intendo cioè dire che i mezzi di comunicazione e i pubblicitari presentano un quadro di opulenza di massa e chi non la raggiunge si sente incapace. Il successo e l’abbondanza materiale che ne derivano sembrano a portata di tutti, per cui chi non li raggiunge è escluso dai vantaggi offerti dalla società. Tale esclusione non è connessa solo a fattori materiali, ma anche all’istruzione, alla salute o alle garanzie che si hanno da anziani e si trasmette di generazione in generazione. I bambini che vengono da ambienti sociali marginali hanno difficoltà ad accedere all’istruzione di livello superiore, viaggiano di meno e hanno un tenore di vita più basso. Nonostante da noi la povertà non sia evidentemente così estrema come nei paesi in via di sviluppo, il fatto che sia nascosta per vergogna e non adeguatamente censita dalle statistiche crea un senso di esclusione dal mondo normale e alla percezione che quello che è normale e quotidiano è nello stesso tempo irraggiungibile.

Perché dovrebbe essere così? Come spiegare a un bambino che, a differenza degli altri, deve fare a meno di varie cose? Certo, le differenze sociali sono sempre esistite e hanno inciso sullo sviluppo dei bambini lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia, mai l’abbondanza è stata data così tanto per scontata come parametro di normalità e la mancanza di mezzi finanziari non ha mai come oggi escluso la gente da numerose opportunità. Questo è il paradosso delle società sviluppate. Un tenore di vita dignitoso è più a portata di tutti che in passato, ma allo stesso modo sono peggiori le condizioni di chi, per varie ragioni, non ne gode. Vorrei far notare che non si tratta di meri effetti materiali, ma anche di una protezione sociale inadeguata, soprattutto nel caso dei bambini e dei giovani, il che ha conseguenze sia in termini etici che di sicurezza personale per il futuro della società, in quanto l’ingiustizia sociale è foriera di tensione, che, come vediamo tutt’intorno a noi, può sfogarsi sotto forma di violenza o condurre all’estraniazione dalla realtà mediante l’uso di stupefacenti e di divertimenti d’evasione.

Non sottovaluto le attività di volontariato, fermo restando il fatto che la protezione sociale e l’inclusione sociale devono essere inserite in un sistema cui la gente deve avere il diritto di ricorrere. Gli enti di volontariato sono un dono e nelle moderne società che difendono la dignità dell’uomo devono essere un’estrema ratio e non possono sostituire una politica sociale positiva che risponda alle esigenze dell’Europa del XXI secolo.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou, a nome del gruppo PPE-DE. (EL) Signor Presidente, la prima relazione comune della Commissione europea sulla protezione sociale e l’inclusione sociale è ormai un testo vecchio che è stato scritto nel gennaio 2005 e che va esaminato insieme alle conclusioni della Presidenza del Consiglio europeo e alla relazione intermedia sulla strategia di Lisbona.

La relazione Bauer è un documento costruito con cura, cosa di cui mi complimento con la relatrice. Il testo è suddiviso in modo sistematico e presenta tutti gli aspetti dell’urgente necessità che l’obiettivo centrale della strategia di Lisbona continui a essere una drastica riduzione della povertà e dell’esclusione sociale entro il 2010. Le due tornate negoziali dedicate al metodo di coordinamento aperto sull’integrazione sociale tra i 15 e, dal 2004, i 25 Stati membri, hanno fatto emergere la necessità di garantire la razionalizzazione dell’applicazione del metodo di coordinamento aperto alla protezione e all’integrazione sociale. Certo, la crescita economica e l’aumento dell’occupazione sono i mezzi con cui conseguire maggiori livelli di coesione sociale, insieme a sistemi efficaci di istruzione e formazione.

In proposito la relazione Bauer ricorda la necessità di adottare misure intese a evitare l’abbandono precoce dell’istruzione e della formazione e che aiutino soprattutto gli studenti che completano gli studi con scarse qualifiche a riprendere gli studi e a inserirsi nel mondo del lavoro.

La relazione menziona in modo particolare gli investimenti per l’istruzione e l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, che sono in fase di ristagno, motivo per cui si caldeggia anche la partecipazione di iniziative private. Tali investimenti sono un mezzo molto forte per combattere la povertà e l’esclusione sociale. Occorre inoltre prestare particolare attenzione all’eliminazione della povertà dei bambini, motivo per cui la relatrice, onorevole Bauer, ha molto opportunamente messo in evidenza la necessità di affrontare la trasmissione della povertà di generazione in generazione accelerando il lavoro della Commissione per la Carta dei bambini, finalizzata a tutelarne i diritti.

 
  
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  Proinsias De Rossa, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare il Commissario Špidla e l’onorevole Bauer per la relazione e per l’iniziativa relativa alla protezione e all’inclusione sociale. Il fatto che nell’Unione europea quasi 70 milioni di persone siano a rischio di povertà è un dato vergognoso e inaccettabile.

La povertà è conseguenza delle azioni degli esseri umani e può essere superata solo con le azioni di esseri umani intelligenti. Anche se conosciamo i rimedi alla povertà, il nostro sistema economico continua a riprodurre miseria per decine di milioni di persone e, come è stato sottolineato, lo fa di generazione in generazione.

Questo succede perché non riusciamo a integrare a livello nazionale le varie politiche economiche, sociali, culturali e ambientali che perseguiamo. Non riusciamo a integrare le soluzioni individuate da vari organi consultivi e relazioni. Una delle soluzioni di per sé più importanti, non è, come spesso si sostiene, il lavoro; in realtà è l’istruzione: a partire da quella prescolastica, e senz’altro elementare, per arrivare almeno a quella secondaria.

L’occupazione è ovviamente un fattore cruciale, ma occorre notare che da noi troppi senza casa e troppi poveri in realtà hanno un lavoro. Risulta pertanto evidente che il lavoro deve essere qualificato e garantire retribuzione e condizioni dignitose per contribuire a risolvere il problema della povertà.

Ritengo inoltre che la protezione sociale debba essere più ampia della mera sicurezza sociale. I nostri servizi pubblici dovrebbero essere considerati meccanismi per la protezione sociale. I servizi sanitari, per l’istruzione, i trasporti e la cultura non solo contribuiscono a tutelare quanti sono a rischio di povertà, ma la loro stessa esistenza contribuisce altresì a proteggere dalla povertà decine, se non centinaia di milioni di persone. Se non esistessero ci sarebbero molti più milioni di persone sul lastrico.

Credo altresì che la concezione della sicurezza sociale quale mera rete di sicurezza vada evitata e che la riforma dei nostri sistemi di sicurezza sociale debba prestare particolare attenzione all’eliminazione delle trappole di povertà.

 
  
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  Siiri Oviir, a nome del gruppo ALDE. – (ET) Signor Presidente, onorevole Presidente, onorevoli colleghi, l’eliminazione della povertà e dell’esclusione sociale è una delle priorità strategiche dell’Unione europea. La relazione intermedia sulla strategia di Lisbona è stata critica sulle azioni degli Stati membri, o piuttosto sulla loro inazione. Il 15 per cento della popolazione europea, ovvero 68 milioni di persone, un terzo delle quali sono bambini, vive in condizioni di povertà. Le disparità retributive tra uomini e donne si attestano su una media del 20 per cento in meno per le donne. La povertà naturalmente ingenera povertà.

L’equilibrio sociale va a vantaggio degli interessi dell’intera società. Gli errori individuali non sono la principale ragione che getta la gente nella povertà. Un’inclusione sociale che prenda in considerazione ciascuna politica e la fine dello spreco di capitale umano stimoleranno direttamente i progressi che vogliamo conseguire mediante la strategia di Lisbona, come mette in rilievo anche la relazione in discussione.

L’Europa deve di nuovo rimettere ordine in casa propria. I paesi scandinavi sono un esempio positivo. Questi paesi hanno economie che senza dubbio sono tra le prime dieci al mondo e nel contempo hanno i sistemi di protezione sociale più efficaci.

Vorrei in particolare sottolineare la richiesta espressa dalla relazione di avviare negoziati per individuare le politiche cui sarà applicato il metodo di coordinamento aperto. L’Europa deve considerare che, se adesso ci sono 38 pensionati ogni cento lavoratori, il numero dei lavoratori a riposo potrebbe raddoppiare nei prossimi decenni, a meno che non si attui un cambiamento nella politica occupazionale. Tuttavia tale problema deve essere affrontato fin d’ora. L’apprendimento lungo tutto l’arco della vita e l’aumento dell’occupazione tra le persone anziane sono obiettivi cruciali.

Purtroppo la legislazione di diversi Stati membri contiene disposizioni che promuovono la discriminazione sulla base dell’età nel mercato del lavoro. Tali prassi dovrebbero essere eliminate all’interno dello spazio giudiziario europeo.

Oltre agli altri gruppi a rischio, il maggiore pericolo di esclusione si riscontra tra le donne ultracinquantenni e si aggrava con il pensionamento. E’ molto positivo che la relazione presti grande attenzione a tale aspetto. Il testo chiede agli Stati membri di prendere provvedimenti affinché i periodi di inattività professionale per maternità e congedi parentali cessino di essere penalizzanti nel computo dei diritti pensionistici delle donne. Reputo essenziale la parte della relazione che invita tutti gli Stati membri, e in particolare i nuovi Stati membri, a rivedere i propri sistemi pensionistici basati sulla solidarietà, tenendo conto dell’aspettativa di vita notevolmente inferiore degli uomini e delle significative differenze retributive tra uomini e donne, differenze che trovano riscontro nell’importo delle pensioni delle vedove e le relegano spesso al di sotto della soglia di povertà.

Desidero ringraziare l’onorevole Bauer per il competente lavoro svolto e mi auguro che i principi definiti in questo documento vengano presto recepiti nella prassi legislativa degli Stati membri.

 
  
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  Jean Lambert, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare l’onorevole Bauer per l’eccellente lavoro svolto nella relazione e la Commissione per il documento iniziale che ha presentato.

Uno dei dati che emerge dalla relazione è che il carattere pluridimensionale della povertà è spesso connesso alla discriminazione; se si prendono in considerazione alcuni dei gruppi particolarmente colpiti – le donne, come abbiamo appena sentito, i disabili, le persone di colore e appartenenti a minoranze etniche, sia anziani che giovani – si può comprendere perché le direttive sull’articolo 13 contro la discriminazione sono tanto importanti e vanno attuate il più integralmente possibile.

L’attenzione alla povertà dei bambini è positiva. Sappiamo che esistono legami tra cattive condizioni nutrizionali, abitative, ambientali – i poveri spesso vivono negli ambienti peggiori – e scarse prospettive di istruzione, che spesso si protraggono per tutta la vita e si ripercuotono sui figli. Accolgo con favore la richiesta di un Libro verde sulla povertà dei bambini. Dobbiamo considerare questo aspetto nell’ambito della coesione sociale generale, giacché si ripercuote sul divario tra ricchi e poveri.

L’onorevole De Rossa ha parlato delle difficoltà relative all’istruzione e all’occupazione. La vera causa della povertà è la scarsità di denaro. Non si può solo fare affidamento su una ricaduta a pioggia della crescita economica. Occorre intraprendere azioni specifiche per andare incontro ai ceti più bassi. Prendiamo l’esempio del Regno Unito, che registra un elevato rischio di povertà. Nonostante i vari sforzi che il nostro governo sta attualmente compiendo, si vede che la quota di reddito netto del 10 per cento di popolazione più povera è pari al 2,8 per cento, mentre quella del 10 per cento di popolazione più ricca è del 28 per cento: 10 volte tanto. Lo si può vedere nella mia regione, l’Inner London, l’area più ricca dell’Unione europea, che registra anch’essa livelli di povertà terribilmente elevati. Dobbiamo cambiare queste percentuali e aumentare la quota di reddito dei ceti più bassi.

Convengo sull’importanza dei servizi pubblici e del ruolo che la sicurezza sociale deve avere al riguardo. Gli Stati membri dovrebbero appurare se i loro sistemi di sicurezza sociale sono in grado di permettere alle persone di completare la propria formazione e di sfruttare le possibilità dell’istruzione o se di fatto le ostacolano perché devono essere pronte per il lavoro in qualsiasi momento.

Vorrei inoltre associarmi alle osservazioni fatte sul metodo di coordinamento aperto e sul ruolo che il Parlamento europeo dovrebbe svolgere in proposito, non da ultimo nella revisione dei piani di azione nazionali e dei loro esiti.

 
  
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  Ilda Figueiredo, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) In questa discussione si è già parlato degli elevati livelli di povertà ed esclusione sociale che interessano oltre 70 milioni di persone nell’Unione europea. Come afferma la relazione, in quattordici dei diciassette Stati membri per i quali sono disponibili dati, negli anni ’90 la povertà dei bambini è aumentata. La situazione attuale tende a peggiorare a causa di maggiori tassi di disoccupazione, dell’aumento dei lavori precari e mal remunerati, della flessibilità e della privatizzazione dei settori e dei servizi di base.

Dato che la povertà è una violazione dei diritti umani, occorre prestare maggiore attenzione alle sue cause. Di conseguenza occorre adottare le necessarie misure per promuovere l’inclusione sociale considerandola in un’ottica multidisciplinare. Di qui le proposte che abbiamo presentato al fine di cambiare le politiche macroeconomiche e di mettere in cima alle priorità politiche l’inclusione sociale, l’occupazione tutelata da diritti, la sanità pubblica, l’istruzione e l’accesso alla giustizia, la cultura e il diritto ad una casa dignitosa. Sosteniamo pertanto la sostituzione del Patto di stabilità e di crescita con un vero patto per lo sviluppo e il progresso e della strategia di Lisbona con un’adeguata strategia di coesione economica e sociale. Per parte nostra riteniamo che non si debba dare priorità alla proposta di direttiva sulla creazione del mercato interno dei servizi.

L’esperienza ci ha dimostrato che il metodo di coordinamento aperto previsto dalla strategia di Lisbona non ha ridotto la povertà. A seguito della strategia di Lisbona, sono state privilegiate la liberalizzazione e la privatizzazione dei settori e dei servizi pubblici, il che ha acuito la povertà e ostacolato l’inclusione sociale. Dette misure erano vincolanti, mentre il metodo di coordinamento aperto non ha costretto nessuno Stato membro a diminuire la povertà, e questa differenza ha fatto sì che nel processo di Lisbona venissero applicati due pesi e due misure.

Le politiche pubbliche sono fondamentali per ridurre la povertà e garantire i diritti umani, di qui la necessità, da un lato, di una politica pubblica di sicurezza sociale universale e solidale e, dall’altro, di opporsi alla privatizzazione dei sistemi sanitari, come abbiamo proposto.

Analogamente, lo Stato ha un ruolo fondamentale nel garantire un’istruzione pubblica di elevata qualità e diritti lavorativi che non violino la dignità dei lavoratori. Di conseguenza ribadiamo che non basta limitarsi a deplorare la povertà. Occorre cambiare le politiche neoliberali che sono a monte dell’aumento del numero di persone a rischio di povertà. Questa è la sfida che lanciamo all’Assemblea nella speranza che questo non resti l’ennesimo dibattito senza conseguenze.

 
  
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  Guntars Krasts, a nome del gruppo UEN. – (LV) Nel paragrafo 37 della relazione del Parlamento, testo che nel complesso va considerato positivamente, si legge la conclusione secondo cui il rapido cambiamento prodotto dalla globalizzazione e l’ampio utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione incrementano la vulnerabilità ai rischi sociali. La globalizzazione e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione vengono considerate dei rischi.

A mio avviso, a essere a rischio è una società in cui il rapido cambiamento prodotto dalla globalizzazione non si accompagna all’ampio utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le minacce insorgono quando i vantaggi dei cambiamenti sono considerati dei rischi.

L’ampio utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione incrementa le possibilità di istruzione e di formazione delle persone, nonché le loro opportunità di entrare nel mercato del lavoro, soprattutto per i gruppi socialmente più vulnerabili come i disabili. Grazie all’e-government i gruppi sociali e i singoli possono partecipare direttamente al dialogo sociale con i governi nazionali. Anche per questo motivo dovremmo dare importanza alle misure di politica sociale che aiutano i cittadini ad avvalersi di queste possibilità. Occorrerebbe coordinare le politiche sociali e quelle finalizzate a creare una società dell’informazione.

Dobbiamo lasciare i timori per la rapida diffusione della tecnologia dell’informazione ai dittatori della Corea del Nord e della Bielorussia.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel (NI).(PL) Signor Presidente, è deplorevole che, stando alle ultime statistiche, l’aumento del numero di miliardari a livello mondiale non si sia tradotto in un maggiore benessere per tutti i cittadini. E’ invece avvenuto il contrario. Il numero di persone che vive in condizioni di povertà è in costante aumento sia nei nuovi che nei vecchi Stati membri. Certo, la povertà, la mancanza di protezione sociale e della necessaria inclusione sociale sono problemi vissuti soprattutto dai nuovi Stati membri. In Polonia, ad esempio, abbiamo una situazione paradossale. Un ex Stato socialista adesso garantisce ai suoi cittadini minore tutela sociale rispetto a paesi che sono sempre stati capitalisti. Ai problemi sociali dei quindici vecchi Stati membri si aggiungono i nostri problemi specifici, come l’elevata disoccupazione tra i giovani istruiti e la mancanza di accesso alle cure mediche di base.

Signor Commissario, l’Unione viene spesso criticata per l’eccesso di regolamentazione, ma mi sembra che le manchi una normativa di particolare importanza. L’Unione dovrebbe obbligare gli Stati membri a fissare un reddito sociale minimo, il che permetterebbe a tutti i cittadini di sentirsi sicuri. Questa misura promuoverebbe inoltre l’inclusione sociale diminuendo le preoccupazioni per la sopravvivenza.

 
  
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  Tomáš Zatloukal (PPE-DE).(CS) Signor Commissario, onorevoli colleghi, ritengo che la discussione odierna sulla protezione sociale e sull’inclusione sociale sia fortemente pertinente, in quanto, nonostante la diminuzione del 3 per cento del livello di povertà relativa registrato negli anni 1995-2000, il tasso del 15 per cento è senz’altro allarmante. Alla luce dei numeri e della situazione attuale, temo che non sarà possibile eliminare la povertà e l’esclusione sociale che ne deriva entro il 2010. Tali fenomeni scaturiscono dai cambiamenti strutturali che si accompagnano allo sviluppo sociale ed economico della nostra società. Vi sono mutamenti nel mercato del lavoro e nelle tecnologie usate dalla società, cambiamenti demografici, differenze etniche, nonché cambiamenti nella composizione dei nuclei familiari e la ridefinizione dei ruoli di uomini e donne. L’assistenza deve dunque essere destinata in via prioritaria ai gruppi più a rischio, ai disoccupati, alle famiglie monoparentali, agli anziani che vivono soli, alle famiglie con molte persone a carico, alle minoranze etniche e ai disabili. Il fatto che la povertà spesso si ripercuota anche sui bambini è a mio avviso estremamente triste e allarmante.

Nel novero delle principali priorità politiche per risolvere i problemi della povertà e dell’esclusione sociale, vorrei mettere l’accento sull’istruzione. Il problema è assicurare il livello di istruzione adeguato, un passaggio agevole dalle istituzioni scolastiche al luogo di lavoro e l’integrazione dei gruppi svantaggiati nei sistemi educativi mediante l’uso dell’e-learning. Istruzione non significa solo scuola, è un sistema mirato di apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia, l’attuazione di questa e altre priorità richiede risorse finanziarie. I nuovi Stati membri in particolare non riescono a utilizzare abbastanza lo strumento finanziario per questo settore, vale a dire il Fondo sociale europeo. Esorto pertanto i nuovi Stati membri, e in particolare la Repubblica ceca, a fare tutto il possibile per snellire gli adempimenti burocratici per i richiedenti in relazione ai documenti di programmazione recentemente elaborati per il periodo 2007-2013. Desidero concludere ringraziando l’onorevole Bauer per l’eccellente relazione.

 
  
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  Karin Jöns (PSE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, la politica previdenziale, la riduzione della povertà e le cure sanitarie a lungo termine sono compiti cruciali per noi e questioni che stanno a cuore a tutti i cittadini dell’UE. Il Parlamento deve pertanto accrescere considerevolmente il proprio impegno a favore del metodo di coordinamento aperto in tutti gli aspetti della protezione sociale e dell’inclusione sociale. L’attuale procedura è del tutto inaccettabile. La situazione di cui stiamo discutendo oggi è ormai superata. Il Consiglio ha già discusso la comunicazione di seguito della Commissione. Per questo motivo è urgentemente necessario un accordo interistituzionale.

Oggi il Commissario ha dichiarato il proprio impegno a favore di un dialogo con il Parlamento. Gliene sono estremamente grata, ma non ci basta un dialogo rilassato; quello che davvero vogliamo è la conclusione di un accordo interistituzionale che definisca regole cristalline. Inoltre in futuro bisognerebbe occuparsi maggiormente delle questioni della conciliazione tra vita professionale e familiare, prestando particolare attenzione alla custodia dei bambini nell’ambito del metodo di coordinamento aperto nel settore della protezione sociale.

 
  
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  Zdzisław Zbigniew Podkański (UEN).(PL) Signor Presidente, l’accresciuta globalizzazione comporta la ristrutturazione sia delle imprese che del mercato del lavoro. Un’altra conseguenza della globalizzazione è l’accento posto sulla dimensione internazionale, oltre che su quella locale e nazionale. Le grandi imprese hanno la crescente tendenza a espellere dal mercato le PMI, con un significativo impatto sui mezzi di sussistenza delle comunità locali.

La natura delle ristrutturazioni varia da regione a regione. Nei vecchi Stati membri suscita preoccupazione per la perdita di posti di lavoro, mentre i nuovi Stati membri sono preoccupati per l’arresto della produzione e i massicci esuberi di lavoratori. Nei nuovi Stati membri il mercato del lavoro è stato duramente colpito dallo diffusione di ipermercati e supermercati, soprattutto quelli costruiti nei centri urbani e nei grandi complessi residenziali. Tali grandi centri commerciali hanno privato dei mezzi di sussistenza i commercianti al dettaglio e i fornitori di servizi presenti nelle aree limitrofe, molti dei quali sono stati costretti a cessare la loro attività. Per ogni posto di lavoro creato all’interno di un ipermercato, se ne perdono da cinque a otto nell’area ad esso circostante. Gli investitori spesso non hanno tenuto conto del fattore umano o dell’ambiente naturale e del retaggio storico del singolo. L’onorevole Bauer ha perfettamente ragione a individuare tale problema nella sua relazione.

In sintesi, le prime vittime della ristrutturazione dei luoghi di lavoro sono i lavoratori e i fornitori, compresi i produttori agricoli. Occorre dare aiuto e sostegno a queste categorie di persone. Bisognerebbe dar loro la possibilità di trovare nuovi posti di lavoro, nuove professioni o nuovi mercati per i loro prodotti.

 
  
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  Ljudmila Novak (PPE-DE).(SL) Ritengo che il paese più impegnato socialmente sia quello che crea le condizioni per lavori altamente qualificati e assicura pari opportunità ai suoi cittadini. Si possono garantire lavori altamente qualificati mediante investimenti nel capitale umano, l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, l’incoraggiamento della flessibilità del mercato del lavoro e mediante una legislazione che favorisca l’economia.

I cittadini hanno bisogno di condizioni esterne favorevoli per svolgere il proprio lavoro ed essere creativi, nonché per soddisfare le proprie esigenze fondamentali. Le cose vanno però in modo diverso per i gruppi a rischio, come gli anziani o i giovani senza esperienze lavorative, le persone malate, i disabili e le ragazze madri o le famiglie con molti figli. Tutti questi gruppi di persone necessitano della nostra attenzione e del nostro aiuto per fruire della protezione sociale e non essere esclusi dalla società.

Non riesco tuttavia a capire la decisione presa dal Consiglio nei negoziati sulle prospettive finanziarie di ridurre i fondi stanziati per l’istruzione e i prestiti per i giovani, settore in cui finanziamenti relativamente modesti possono servire a ottenere un significativo impatto sull’istruzione, lo studio delle lingue straniere, lo sviluppo di legami internazionali e di opinioni positive nei confronti dell’Unione europea. Ci stiamo battendo per questi valori in pressoché tutti i nostri documenti. Finché l’Unione europea continuerà ad adottare misure concrete che sconfessano puntualmente le parole dette e gli accordi sottoscritti, non riusciremo a conseguire con maggiore rapidità gli obiettivi che abbiamo fissato.

Probabilmente nella storia dell’umanità il tempo non è mai trascorso tanto rapidamente come oggi, e niente fa presagire un rallentamento di questo ritmo. Per tale motivo occorrono anche soluzioni rapide e semplici che consentano di adeguarsi a tali cambiamenti al fine di conseguire una maggiore crescita economica e una migliore protezione sociale per le fasce sociali maggiormente a rischio.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE).(ET) Onorevoli colleghi, come socialdemocratica ritengo che il lavoro sia l’unica fonte di benessere, eppure il lavoro sta perdendo terreno a favore delle macchine, in altre parole del capitale, quale fattore produttivo.

Nei vecchi Stati membri molti pensionati hanno una buona pensione, in quanto le leggi emanate dai governi di questi paesi prevedono che i lavoratori sostengano in una certa misura tali pensionati, mentre molti lavoratori che vanno avanti con retribuzioni basse e lavorano a vantaggio della società rischiano di cadere al di sotto della soglia di povertà una volta andati in pensione. In troppi Stati membri i regimi pensionistici sono fondamentalmente piramidali. Vorrei far notare che gli ultimi ad aderire al sistema, i giovani, non riusciranno più a trovare chi dovrebbe poi sostenerli più tardi con i propri stipendi. Gli oneri lavorativi, retributivi e finanziari impediscono loro di avere figli o risparmiare denaro.

Apprezzo la relazione dell’onorevole Bauer, ma per risolvere i problemi pensionistici non basta una sola relazione. Oggi possiamo tuttavia intraprendere azioni per garantirci il futuro. I regimi pensionistici sia privati che pubblici devono contenere denaro tangibile e non fondarsi solo sulle promesse.

La transizione dell’Estonia a un regime pensionistico finanziato è stata un successo. La competitività e la sostenibilità europea ne beneficerebbe enormemente se i vecchi Stati membri fossero in grado di riprodurre questo successo. Mi auguro che il nostro Parlamento ritornerà presto sull’argomento dei regimi pensionistici.

 
  
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  Zita Gurmai (PSE).(HU) Signor Presidente, la vera sfida dell’Unione europea è fornire un’opportunità per spezzare il circolo vizioso dell’esclusione sociale. E’ inaccettabile che il 15 per cento dei cittadini europei, circa 68 milioni di persone, viva sapendo di essere a rischio di povertà, come afferma la relazione della Commissione europea pubblicata il 27 gennaio 2005.

E’ inaccettabile che l’esclusione sociale colpisca le fasce sociali più vulnerabili, donne e minoranze etniche. Queste sono le categorie svantaggiate nella ricerca e nel mantenimento di un lavoro, nelle retribuzioni che percepiscono, nell’assistenza sociale, nelle cure sanitarie, nell’istruzione e nell’accesso ai patrimoni culturali.

La relazione afferma che in Ungheria la percentuale di persone a rischio di povertà è più bassa rispetto alla media dell’Unione europea, in quanto si attesta sotto il 10 per cento, analogamente a quanto accade nella Repubblica ceca, in Svezia, Danimarca e Slovenia. Tuttavia, nelle repubbliche di Irlanda, Slovacchia, Grecia e Portogallo tale percentuale è del 20 per cento.

Nel suo discorso il Commissario Vladimír Špidla ha fatto presente che durante la loro vita le donne passano un tempo quattro volte maggiore rispetto agli uomini ad occuparsi degli altri. Quando riconosceremo il valore sociale di questo fatto forniremo una reale possibilità di colmare lo scarto.

I gruppi sociali poveri e vulnerabili riusciranno a spezzare il circolo vizioso dell’esclusione sociale solo se creeremo opportunità lavorative e garantiremo una formazione orientata al mercato del lavoro apposta per loro. Trovare un lavoro significa disporre di un reddito che agevola l’integrazione sociale e migliora la situazione finanziaria del singolo. Questa è la vera sfida che dobbiamo raccogliere! Propongo di approvare la relazione.

 
  
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  Aloyzas Sakalas (PSE).(LT) Desidero ringraziare l’onorevole Bauer per la relazione che ha abilmente redatto. Sarebbe tuttavia preferibile disporre di un sistema che indicasse una gerarchia di priorità cui prestare attenzione. A mio avviso la principale priorità sono i bambini, in quanto sono l’inizio e gli adulti non sono che il risultato dell’educazione dei bambini. Se i bambini non frequentano la scuola, non andranno neanche a lavorare. Se i bambini hanno costantemente fame, inizieranno a chiedere l’elemosina e persino a rubare. Se i bambini subiscono violenze o abusi sessuali, una volta cresciuti diventeranno a loro volta violenti. Se i bambini non hanno genitori o vivono separati da essi, la strada diventerà la loro casa. Tutti gli esempi citati forniscono un magnifico pretesto al mondo della criminalità per dare asilo a questi bambini facendoli diventare dei delinquenti. Questi bambini non entreranno nel mercato del lavoro, perché sanno fare solo cose indesiderabili per il mercato occupazionale. La priorità fondamentale dovrebbe pertanto essere quella di eliminare le cause che rendono i bambini inadatti al mercato del lavoro. Se non eliminiamo le cause, le altre misure indicate nella relazione saranno solo una lotta contro le conseguenze.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. (CS) Signor Presidente, onorevoli deputati, mi complimento per l’elevato livello della discussione e delle proposte presentate dai parlamentari. Desidero altresì ribadire la mia volontà di collaborare con voi per conseguire gli obiettivi dell’Unione e svolgere il ruolo assegnatoci dai cittadini europei. Posso garantirvi che la Commissione contribuisce con decisione a dare maggior rilievo alla dimensione sociale nell’ambito della strategia di Lisbona. Vorrei suggerirvi alcune idee per il nostro lavoro futuro.

In primo luogo dobbiamo innalzare il profilo del coordinamento europeo. Siamo riusciti a mettere a punto un approccio equilibrato, incentrato sulla necessità di combinare aspirazioni sociali e obiettivi finanziari. Si tratta di una grande conquista che è fondamentale per rafforzare la fiducia dei cittadini nelle riforme. Dobbiamo rafforzare il partenariato tra Stati membri e Unione. La strategia europea per la crescita e l’occupazione e l’agenda sociale non sono un’emanazione della Commissione o delle Istituzioni europee. Si fondano sugli obblighi sottoscritti da tutte le parti coinvolte, Stati membri, cittadini europei, parlamenti, parti sociali e gruppi di interesse, nonché di tutte le istituzioni e gli organismi comunitari. Il successo di tale collaborazione richiederà una chiara separazione dei ruoli. Gli Stati membri attueranno le riforme a livello interstatale e le politiche strutturali approvate nel quadro della revisione della strategia di Lisbona. L’Unione europea continuerà a sostenere gli sforzi di riforma e nel contempo utilizzerà tutti i nuovi strumenti, l’assistenza a titolo dei Fondi strutturali, il rispetto dei diritti fondamentali, la promozione del dialogo sociale e l’introduzione di approcci collaudati.

 
  
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  Presidente. La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 11.30.

 

20. Orientamenti per la procedura di bilancio 2007 (discussione)
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  Presidente. L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0058/2006), presentata dall’onorevole Grech a nome della commissione per i bilanci, sugli orientamenti relativi alla procedura di bilancio 2007 – Sezioni II, IV, V, VI, VII, VIII(A) e VIII(B) e sul progetto preliminare di stato di previsione del Parlamento europeo (Sezione I) per la procedura di bilancio 2007

Sezione I – Parlamento europeo

Sezione II – Consiglio

Sezione IV – Corte di giustizia

Sezione V – Corte dei conti

Sezione VI – Comitato economico e sociale

Sezione VII – Comitato delle regioni

Sezione VIII (A) – Mediatore europeo

Sezione VIII (B) – Garante europeo della protezione dei dati [2006/2021 (BUD)].

 
  
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  Louis Grech (PSE), relatore. – (EN) Signor Presidente, la relazione che ho presentato all’esame e all’approvazione dell’Assemblea delinea i principali orientamenti relativi alla procedura di bilancio 2007 riguardante le altre Istituzioni, ma la parte principale della relazione è dedicata, comunque, al bilancio del Parlamento.

La relazione pone un forte accento sulla necessità di consolidare i risultati ottenuti con successo in questi ultimi anni. Per il 2007 non sono previsti progetti di grande portata; questo dovrebbe offrirci un tempo sufficiente per effettuare un’esauriente operazione di inventario e consentirci di esaminare e valutare criticamente e obiettivamente cosa occorre fare nei prossimi anni.

In un quadro di ristrettezze di bilancio, dobbiamo applicare il principio del rigore di bilancio in tutte le attività in corso, assicurando un valore aggiunto per il denaro dei contribuenti. Desidero sottolineare l’importanza dell’applicazione del bilancio per attività, che dovrebbe risultare in stati di previsione più razionali e analitici. Inoltre, gli stanziamenti dovrebbero riferirsi ad attività specifiche. Questo aiuterebbe a evitare la cancellazione di stanziamenti alla fine dell’esercizio.

Le Istituzioni devono basare le loro stime su necessità ben definite, evitando la duplicazione delle funzioni, concentrandosi su operazioni essenziali, eliminando l’inefficienza e tutte le strozzature. A tale riguardo, le Istituzioni sono invitate a fare un uso più efficiente delle risorse, mirando a una maggiore cooperazione interistituzionale, che dovrebbe contribuire ad aumentare l’efficienza e, come speriamo, i risparmi. E’ ragionevole presumere che alcuni compiti amministrativi potrebbero essere divisi fra le Istituzioni, senza che queste perdano la loro indipendenza. Questo potrebbe creare economie di scala e aumentare l’efficacia dei servizi.

Un’altra questione chiave nella relazione riguarda la politica dell’informazione, che affronta l’obiettivo del Parlamento di avvicinare l’Europa e le sue Istituzioni ai cittadini. Per migliorare la percezione che i cittadini hanno dell’Unione è essenziale l’attuazione di una strategia dell’informazione forte ed efficace. Detto questo, comunque, vorrei sottolineare che in qualsiasi progetto in materia di informazione occorre prestare particolare attenzione al grado di partecipazione e di cooperazione dei gruppi politici, al pluralismo delle opinioni, al valore dei suoi contenuti e alla struttura dei costi. In ultima analisi, il livello di successo di qualsiasi progetto deve essere misurato in base al suo impatto positivo sui cittadini dell’Unione europea.

In termini di personale, ricordando lo straordinario numero di assunzioni negli ultimi tre anni e il programma informatico Streamline, che dovrebbe entrare in funzione entro la fine dell’anno, sarebbe giustificato presumere che, ad eccezione dei posti derivanti dall’allargamento e di un numero oltremodo esiguo di assunzioni di personale specializzato, nel 2007 non dovrebbero avvenire nuove assunzioni, il che dovrebbe tradursi in concreti risparmi futuri.

Nella mia relazione ho anche affrontato una serie di priorità addizionali per il 2007, relative principalmente alla politica in materia di edifici, all’allargamento, all’assistenza ai deputati, a uno statuto degli assistenti dei deputati e alla formazione. Purtroppo, in considerazione dei limiti di tempo, non potrò trattare tutti questi temi in dettaglio.

Purtroppo questa procedura di bilancio prende avvio in un clima di incertezza, a causa dell’assenza di un nuovo accordo interistituzionale. Si capisce che dobbiamo fare il massimo per giungere a un accordo sulle prospettive finanziarie, ma non a qualsiasi costo. Non possiamo e non dobbiamo dare un sostegno puramente formale a concetti alla moda, ripetendo altisonanti parole come “crescita”, “occupazione”, “ricerca”, “solidarietà sociale” e “allargamento”, e allo stesso tempo non assicurare i fondi o la flessibilità necessari per realizzare tali obiettivi. In altri termini, se davvero pensiamo quello che diciamo, dobbiamo fornire un sostegno concreto agli obiettivi di cui parliamo.

Inoltre, date le circostanze, sarebbe consigliabile, almeno in questa fase, lavorare sul presupposto che manterremo il limite autoimposto del 20 per cento per le spese iscritte alla rubrica 5. Detto questo, comunque, sappiamo che il limite autoimposto non è una legge irrefutabile e fissa. In futuro non dovremmo esitare a mettere in discussione e a revisionare questo accordo se saremo davvero convinti che ciò sarà più sensato in termini finanziari e di bilancio.

In conclusione, sono certo che i vari orientamenti evidenziati in questa relazione, se adottati, miglioreranno l’efficienza, la qualità, il funzionamento e la trasparenza delle Istituzioni europee, offrendo un maggiore valore aggiunto ai cittadini europei e auspicabilmente alla credibilità delle Istituzioni.

 
  
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  Ville Itälä, a nome del gruppo PPE-DE.(FI) Signor Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare il relatore, onorevole Grech, per la sua eccellente proposta e per i soddisfacenti livelli di cooperazione che siamo stati in grado di raggiungere durante la discussione della relazione. Signor Presidente, il bilancio del Parlamento deve essere trattato in modo efficace, responsabile e credibile. Questo dipende da molti fattori.

In primo luogo, dobbiamo smettere di parlare di un aumento o di un limite annuo del 20 per cento. Dovremmo discutere e attuare unicamente un bilancio basato su necessità reali. Dobbiamo sempre considerare la nostra responsabilità nei confronti del contribuente. Questo alimenterà la credibilità che ci si attende dal Parlamento. Ne è un importante esempio la politica in materia di informazione. Non dovremmo imbarcarci in progetti ambiziosi, come quello dei nostri canali televisivi, ma dovremmo assicurarci sempre che i gruppi politici siano coinvolti attivamente in tutti i campi dell’informazione del Parlamento. Dobbiamo inoltre progettare con buon anticipo tutte le informazioni che diffondiamo, per determinare i costi dei progetti e il personale necessario. Il miglior esempio di offerta di informazione è rappresentato dai gruppi di visitatori, e ora dobbiamo davvero affrettarci affinché i 5 milioni di euro decisi l’anno scorso siano utilizzati il più possibile in tempi rapidi.

Vorrei inoltre menzionare un emendamento riguardante l’asilo nido del Parlamento. Forse questo non sembra un aspetto molto importante in termini politici, ma la questione di come trattiamo i lavoratori con figli è molto importante dal punto di vista dello status del Parlamento come datore di lavoro. Questa è più di qualsiasi altra cosa una questione di parità: non possiamo penalizzare i genitori soli e le donne che hanno figli e che desiderano lavorare in Parlamento. Per questa ragione si dovrebbe mantenere un asilo il più possibile vicino al Parlamento e ai servizi di trasporto pubblico. La proposta che è appena stata fatta di non utilizzare più l’asilo Eastman è evidentemente molto allarmante e spero che si possa giungere a un accordo sull’adozione di questo emendamento.

 
  
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  Neena Gill, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, anch’io desidero ringraziare l’onorevole Grech per il suo intenso lavoro e per l’ottima relazione che ha prodotto sugli orientamenti per la procedura di bilancio 2007.

Spero davvero, come suggerisce la relazione, che alla luce delle attuali restrizioni finanziarie le Istituzioni presentino richieste realistiche basate sul rigore di bilancio. Come il relatore, sono convinta che in tutte le Istituzioni si possa lavorare in modo più efficace sotto il profilo dei costi, senza compromettere gli standard. Esorterei tutti i responsabili – cioè ognuno di noi e tutti i membri di tutte le Istituzioni – a ricordarlo e a cambiare di conseguenza le nostre abitudini di lavoro.

Vorrei sottolineare alcuni altri aspetti della relazione che ritengo particolarmente importanti. Abbiamo sentito il riferimento al settore dell’informazione e della comunicazione. Plaudo all’idea di porre l’accento sui risultati anziché unicamente sulla spesa. Non sempre le soluzioni costose sono le più efficaci. Come suggerisce il relatore, non dovremmo avere paura di abbandonare strumenti o strategie che non danno i risultati previsti. Questo sottintende un costante monitoraggio e una chiara e appropriata distribuzione delle responsabilità.

Si è fatto riferimento anche agli strumenti di informazione. Un’idea che è stata esplorata è quella della web TV. Sono decisamente favorevole a questa proposta. Molti giovani traggono di fatto la maggior parte delle loro informazioni da Internet. Se gestito e trattato in modo adeguato, potrebbe essere un modo nuovo di comunicare con i cittadini e di portare avanti i nostri obiettivi. Dobbiamo trovare modalità migliori, ma occorre una gestione adeguata. Sono decisamente favorevole all’idea della web TV e al contributo che tutte le Istituzioni possono dare lavorando insieme per far giungere le nostre informazioni ai vari membri della società.

 
  
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  Kyösti Virrankoski, a nome del gruppo ALDE.(FI) Signor Presidente, l’onorevole Grech ha redatto una relazione eccellente sugli orientamenti per l’anno prossimo relativi alle sezioni del bilancio non riguardanti la Commissione. Lo ringrazio quindi vivamente.

Una caratteristica del bilancio 2007 è ancora una volta l’istituzione del nuovo sistema di contabilità basato sulle attività in tutte le Istituzioni. Proprio come asserisce il relatore, è importante che tutte le Istituzioni adottino la stessa nomenclatura, permettendo ai deputati al Parlamento e alle altre parti interessate di controllare più agevolmente l’attuazione del bilancio. E’ importante ottenere dati comparabili sui costi e sui risultati delle diverse attività.

Un’altra caratteristica del bilancio 2007 è l’allargamento anticipato. E’ molto probabile che Romania e Bulgaria aderiscano all’Unione europea l’anno prossimo. Questo comporterà esigenze specifiche che devono essere prese in considerazione. Dobbiamo sottolineare l’importanza di organizzare il servizio linguistico e l’impiego del personale, in modo da garantirci una fase di transizione senza difficoltà.

Il relatore concentra giustamente l’attenzione sul fatto che il bilancio del Parlamento debba rimanere inferiore al 20 per cento per tutte le spese amministrative dell’UE. Sarà un segnale della disciplina amministrativa del Parlamento.

Signor Presidente, nel bilancio del prossimo anno vi è l’intenzione di prestare particolare attenzione all’informazione. Si tratta in sé di un intento molto positivo. Tuttavia, dobbiamo insistere sulla necessità che l’informazione rimanga attinente e appropriata. Non possiamo permetterci soluzioni troppo costose, specialmente se non saranno compensate da alcun vantaggio corrispondente.

Dobbiamo concentrare l’attenzione sui servizi per i visitatori e i gruppi di visitatori. Le strutture attualmente destinate all’accoglienza dei visitatori sono state migliorate, ma lasciano ancora molto a desiderare. Le sale dove riunire i visitatori sono insufficienti e si registrano quindi tempi di attesa eccessivi. Sarebbe positivo se presso la sede del Parlamento venisse impiegato un maggior numero di esperti delle altre Istituzioni dell’Unione europea, in modo da offrire ai visitatori un quadro più vario dell’organizzazione di quanto non accada adesso. I costi effettivi dei gruppi di visitatori dovrebbero essere coperti in modo più efficace. Più che aumentare il numero di visitatori, è importante garantire un rimborso più adeguato delle spese di viaggio sostenute dai visitatori attuali.

Riguardo alla futura discussione del bilancio, speriamo che gli stanziamenti del prossimo anno siano proposti subito nel progetto preliminare di bilancio. Troppo spesso tendiamo ad avere un numero sempre maggiore di richieste riguardanti il bilancio nell’autunno, quando la discussione è in corso, cosa che dovrebbe essere considerata inaccettabile. Con ciò desidero esprimere il mio appoggio alla proposta del relatore.

 
  
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  Lars Wohlin, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, vorrei intervenire a proposito del Comitato delle regioni e del Comitato economico e sociale europeo.

(SV) Entrambi questi Comitati hanno fatto il loro tempo. Il loro valore per l’Unione europea è sproporzionato ai costi che comportano nell’attuale integrazione. In origine, l’idea sottesa ai Comitati era che avrebbero aumentato la legittimità democratica dell’UE. Oggi, tuttavia, questo ruolo è stato in larga misura rilevato dal Parlamento europeo. Quello che invece rimane è un Comitato delle regioni del quale la maggioranza dei membri della commissione per i bilanci mette in discussione l’esonero dalle responsabilità.

Abbiamo anche visto come sia i sindacati che i datori di lavoro abbiano condotto campagne di successo al di fuori del Comitato economico e sociale. Nessuno infatti mette in dubbio che queste parti sociali siano oggi ben costituite e possano fare sentire le loro voci senza l’aiuto di un’Istituzione finanziata dall’Unione europea.

Nell’UE dovremmo piuttosto consultare direttamente le parti interessate. Così facendo emergerebbero opportunità non ancora sfruttate per realizzare risparmi. Oltretutto, sarebbe vantaggioso ricevere risposte da organizzazioni e parti che non siano necessariamente del tutto dipendenti dal bilancio comunitario. Ritengo quindi che gli stanziamenti nel bilancio del 2007 debbano essere limitati in misura sostanziale.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signor Presidente, in una democrazia parlamentare i rappresentanti del popolo possono e devono dare l’esempio. Tanti di noi sono attualmente costretti a chiedere sacrifici ai loro concittadini, ma questo è giustificabile, nello spirito della democrazia, solo se anche noi siamo disposti a rinunciare a qualcosa. Ridurre il bilancio del Parlamento da 1,2 o 1,3 miliardi di euro a meno di un miliardo è il modo per ottenere credibilità.

Vorrei dare a questo proposito un paio di suggerimenti. I numerosi deputati che hanno promesso di imputare d’ora in poi soltanto le spese di viaggio realmente sostenute dovrebbero restituire gli importi che hanno ottenuto in più. Nel 2004 un gruppo di soli 37 deputati ha gravato per una cifra assurda di 234 000 euro. Sappiamo che 26 milioni di euro sono scialacquati a causa di un uso scorretto dei servizi di interpretariato. Qui i molti minuti di silenzio non necessario costano altri milioni, e così si va avanti. Cento milioni di euro l’anno sono stati spesi per una varietà di cose, e cerchiamo il modo di inserire queste spese sotto qualche voce. Dobbiamo porre fine a questa situazione. Potremmo risparmiare 300 milioni di euro senza alcun problema; in tal modo non solo eviteremmo i titoli negativi della stampa internazionale, ma ne otterremmo di positivi. Lo dico da europeista. Domani vi sveglierete e ancora una volta leggerete qualcosa che definite scandaloso, ma è ciò che sta accadendo qui a essere scandaloso. Mi dispiace, ma l’Europa non può compiere progressi a meno che non si realizzino finalmente risparmi proprio qui, ai vertici.

 
  
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  Salvador Garriga Polledo (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, voglio riferirmi a quella che secondo il mio gruppo dovrebbe essere la linea ispiratrice nel bilancio del Parlamento, cioè massimizzare l’efficacia del lavoro parlamentare minimizzandone il costo.

Nel redigere il bilancio del Parlamento europeo dovremmo rispondere a domande come queste: stiamo fornendo ai deputati gli strumenti adeguati per l’adempimento delle loro funzioni? I deputati europei dispongono di un servizio di interpretazione in tutte le lingue, di una traduzione rapida dei documenti, nonché di una corretta assistenza giuridica e tecnica? I deputati dispongono di un valido sistema informatico e di una dotazione sufficiente di personale ausiliario? Da un punto di vista esterno, i deputati ricevono un’informazione corretta? I gruppi politici partecipano all’elaborazione e al controllo di tale informazione? I deputati europei hanno bisogno di nuovi supporti informatici o devono fare un uso migliore di quelli già esistenti?

Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei ha presentato emendamenti specifici che rispondono a queste domande.

Inoltre, dovremmo pensare a minimizzare il costo. E’ necessario raggiungere il limite del 20 per cento? Non sarebbe meglio dimostrare che, anche in questo Parlamento, l’austerità e il risparmio sono principi fondamentali di comportamento?

Spero che il bilancio 2007 segua la tendenza del 2006 e che, in nessun caso, si torni alla spesa generalizzata.

 
  
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  Brigitte Douay (PSE).(FR) Signor Presidente, ringrazio il collega Grech per la chiarezza e il rigore della sua relazione, completa e pragmatica. I paragrafi dedicati alla nostra Istituzione, unica rappresentanza democraticamente eletta dalla popolazione dell’Unione europea, secondo le stesse parole dell’onorevole Grech, hanno richiamato tutta la mia attenzione, in particolare quelli che riguardano le visite al Parlamento.

I recenti dibattiti sul Trattato costituzionale e il risultato del referendum nel mio paese, che personalmente ho deplorato, evidenziano il fatto che troppi nostri concittadini ignorano la realtà e l’importanza dell’Unione europea per la loro vita quotidiana. I timori e le idee invalse prendono spesso il posto dell’informazione. Dalla mia breve esperienza di deputata neoeletta al Parlamento europeo, ho imparato che, ogni volta che ho avuto l’opportunità di ricevere visitatori, a Bruxelles o a Strasburgo, qualunque fosse la loro età, la loro origine, il loro bagaglio socio-professionale, essi sono ripartiti convinti, spero, del valore dell’Unione europea o, in ogni caso, meglio informati e più interessati, ne sono sicura.

Secondo una nota regola di marketing, un cliente insoddisfatto comunica il suo malcontento a undici persone, mentre una persona soddisfatta ne mette al corrente soltanto quattro. Aumentiamo quindi il numero di cittadini soddisfatti, perché se sono meglio informati sapranno diffondere meglio l’idea europea tra le nostre popolazioni. A tale scopo, occorre tuttavia aumentare, come ricorda la relazione Grech, il numero di visitatori per deputato: io sono favorevole a questa richiesta. Di recente, l’Ufficio informazioni del Parlamento europeo per la Francia ha organizzato nella mia circoscrizione un appassionante forum europeo sul tema “Il dialogo sull’Europa: ridurre la distanza tra l’Unione europea e i cittadini”. Molti partecipanti si sono rammaricati che il numero di visite patrocinate al Parlamento non sia più elevato. Si tratta di una richiesta reale.

Un ultimo punto: per quanto riguarda l’accoglienza ai visitatori e l’organizzazione del nostro lavoro, i nostri assistenti svolgono un ruolo inestimabile. Condividono la nostra vita di rappresentanti eletti e mettono a nostra disposizione la loro intelligenza e il loro tempo, ma esistono tra essi grandi disparità e la loro situazione sociale è spesso precaria. Meritano veramente – come ricorda l’onorevole Grech nella sua relazione – che venga loro accordato finalmente uno statuto concreto e significativo.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE).(FR) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, innanzi tutto vorrei esprimere il mio apprezzamento per il lavoro del collega, onorevole Grech, ed elogiare l’elevata qualità della sua relazione.

Nel contesto attuale, e date le difficoltà che stiamo incontrando nel quadro dei negoziati con il Consiglio sulle prospettive finanziarie 2007-2013, questa relazione giunge al momento giusto per fare il punto sulle risorse finanziarie che occorrerà stanziare nel 2007 per il finanziamento delle maggiori Istituzioni della nostra Unione: Parlamento, Consiglio, Corte di giustizia e così via.

Desidero associarmi questa sera alle richieste riguardanti sia i principi di sana gestione sia la ricerca di un valore aggiunto, ma vorrei che estendessimo questi principi a tutte le Istituzioni e ovviamente anche, in modo particolare, alle agenzie dell’Unione europea.

Dobbiamo compiere sforzi addirittura maggiori per ottimizzare i nostri strumenti di lavoro, la gestione degli strumenti informatici, i costi connessi alla trasmissione dei dati e, infine, la nostra politica sulle risorse umane.

Vorrei insistere anch’io sulla nostra politica in materia di comunicazione, che deve permettere ai cittadini non solo un reale accesso all’informazione, come veniva spiegato poc’anzi, ma anche a tutte le espressioni dell’Unione europea. I cittadini dell’Unione devono poter non solo comprendere le decisioni che prendiamo in loro nome, ma anche appropriarsi di questo magnifico progetto di società che stiamo costruendo per loro e, spero, con loro.

A tal fine dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi di comunicazione e dotarci di risorse adeguate all’attuazione di una politica di comunicazione che sia moderna, efficace, pedagogica, in breve adatta al nostro tempo, in particolare attraverso strumenti come la web TV.

Analogamente, mi sembra doveroso sottolineare l’importanza di migliorare anche l’accoglienza riservata ai visitatori e alla stampa nelle diverse sedi in cui si tengono le sedute parlamentari. Nella prospettiva del futuro allargamento, è innegabile che siamo privi di infrastrutture adeguate. Molto spesso mi capita di dover ricevere le delegazioni nei corridoi del Parlamento.

 
  
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  Jeffrey Titford (IND/DEM).(EN) Signor Presidente, come cittadino britannico mi oppongo con forza all’accordo sul bilancio che Tony Blair dice di aver negoziato a dicembre. Io preferisco definirlo “la grande elargizione”. Aprire il libretto degli assegni e chiedere quanto fa non è esattamente la mia idea di negoziato. Permettere che il contributo annuo del Regno Unito aumenti da una media di 3 miliardi netti di sterline a oltre 6 miliardi di sterline l’anno dal 2007 è del tutto inaccettabile e dissipa il rimborso ottenuto a fatica dalla signora Thatcher. Ho quindi votato contro l’approvazione del bilancio quando è stato sottoposto all’esame del Parlamento, ma sospetto che le mie ragioni fossero piuttosto diverse da quelle della maggior parte degli altri membri dell’Istituzione che hanno votato contro.

Nessun grande partito politico nel mio paese, tranne il mio, è disposto a condurre una campagna onesta e aperta sulle questioni europee in tempo di elezioni. E’ il tipico argomento di cui tutti evitano di parlare. In questo sono aiutati da mezzi di informazione supini che sono fin troppo desiderosi di contribuire a quella che di fatto è una copertura. Blair e il suo governo possono credere di essere stati molto intelligenti ad aver evitato un dibattito corretto sull’Unione europea in occasione delle ultime elezioni politiche. Tuttavia, c’è un lato negativo. Come possono sostenere legittimamente di avere un mandato per elargire tutto questo denaro dei contribuenti, la maggior parte del quale sarà usato per sovvenzionare progetti in paesi dell’Europa orientale, a costo di sottofinanziare le nostre infrastrutture nazionali?

Ho esaminato gli orientamenti contenuti in questa relazione e per la maggior parte sono solo una lista di desideri magnificata, piena di espressioni di moda come “cuore dell’Europa” e “alzare la posta”. A mio parere, se l’UE fosse veramente interessata ad alzare la posta, tanto per cominciare potrebbe chiedere meno soldi, non di più, e dovrebbe inoltre avviare un importante studio sui mezzi necessari a restituire i poteri che ha sottratto ai governi democraticamente eletti. Questa è la mia lista dei desideri.

 
  
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  Presidente. La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 11.30.

 

21. Regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee (discussione)
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  Presidente. L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0057/2006), presentata dall’onorevole Ingeborg Gräßle a nome della commissione per i bilanci, sulla proposta di regolamento del Consiglio recante modifica del regolamento (CE, Euratom) n. 1605/2002, che stabilisce il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee [COM(2005)0181 – C6-0234/2005 – 2005/0090(CNS)].

 
  
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  Dalia Grybauskaitė, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, oggi vorrei congratularmi con il Parlamento per questa giornata tanto importante che segna la fine delle nostre discussioni sul regolamento finanziario. E’ una settimana importante perché il parere del Parlamento sarà messo ai voti nella plenaria. Desidero congratularmi con entrambi i relatori per il loro lavoro. Riconosco l’enorme compito di cui si sono fatti carico per presentare gli emendamenti. Mi preme confermare che la Commissione includerà nella sua proposta rivista la larga maggioranza dei suggerimenti del Parlamento.

Desidero anche confermare che gli obiettivi del Parlamento e della Commissione sono pressoché convergenti.

Alla luce di questi obiettivi condivisi in fatto di regole semplificate e riduzione della burocrazia, sono lieta di annunciare che, subito dopo la votazione in Parlamento, presenteremo la nostra nuova proposta modificata. Sappiamo che il Consiglio è pronto a fornirci una decisione finale e un parere definitivo in tempi brevissimi.

Vorrei indicarvi alcuni esempi dei vari emendamenti che siamo molto ansiosi di includere nella nostra nuova proposta: un riferimento esplicito al principio della proporzionalità – ciò contribuirà a definire una procedura più snella per i progetti minori; l’informazione per coloro che richiedono le sovvenzioni e moduli standard per le richieste a titolo di politiche analoghe; il rafforzamento della suddivisione dei contratti di appalto in lotti specializzati e/o parziali. Il quarto elemento che stiamo valutando positivamente è la procedura in due fasi per il processo relativo alla richiesta di sovvenzioni che eviterà costi superflui nel primo stadio.

La Commissione e il Parlamento non sono gli unici due attori nel processo legislativo in corso. Il Comitato economico e sociale europeo e la Corte dei conti hanno presentato i rispettivi pareri tra ottobre e dicembre 2005. Il Consiglio sta per completare la sua prima lettura.

Desidero sottolineare che il processo legislativo di revisione del regolamento finanziario della Comunità ha compiuto ormai un progresso notevole. Il nostro comune obiettivo è disporre di un sistema di regole finanziarie nuovo, più semplice e più moderno, più adatto alla nuova generazione di programmi di spesa, nella speranza che entri in vigore a partire dal gennaio 2007. Questo è il motivo per cui la tempistica è tanto importante e per cui dobbiamo rispettare le scadenze.

Il mio impegno è lavorare strenuamente nei prossimi negoziati interistituzionali e incoraggiare un processo di conciliazione mirato a raggiungere un consenso efficace tra Parlamento e Consiglio.

 
  
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  Ingeborg Gräßle (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario Grybauskaitė, onorevoli colleghi, oggi presento alla plenaria 135 emendamenti al regolamento finanziario. Il Commissario Grybauskaitė oggi mi ha fatto un enorme piacere annunciando la sua intenzione di incorporare nella revisione della Commissione alcuni punti cruciali della relazione.

Il Parlamento europeo sfrutta la prima revisione periodica di questo testo – tanto importante per l’amministrazione – al fine di eliminare problemi fondamentali. Sulle procedure burocratiche abbiamo raccolto critiche molto severe, di principio. Svariate organizzazioni che chiedono sovvenzioni, aziende che partecipano ad appalti per forniture di beni e servizi, gli stessi funzionari, all’interno della Commissione e di altre Istituzioni, chiamati ad applicare il regolamento finanziario hanno contribuito alla nostra riforma e agli emendamenti proposti dal Parlamento. Desidero esprimere la mia sentita riconoscenza a tutti. I loro consigli informati consentiranno di migliorare le procedure.

Rivolgo un ringraziamento speciale al Presidente del Parlamento Borrell e naturalmente ai colleghi della commissione per i bilanci e della commissione per il controllo dei bilanci, in particolare all’onorevole Pahor e a tutti i colleghi che per mesi hanno dato il proprio contributo agli emendamenti nel gruppo di lavoro in cui erano rappresentati tutti i gruppi politici. L’approvazione della relazione da parte delle due commissioni, a larga maggioranza in un caso e all’unanimità nell’altro, è stata possibile non soltanto grazie alla buona collaborazione, bensì anche grazie alla percezione generale delle pressioni a favore dalla riforma. Anche il mio assistente personale, il signor Sichel, ha fornito un apporto prezioso, di cui gli sono molto riconoscente. La mia gratitudine va altresì alla Commissione, al Commissario Grybauskaitė, al direttore generale Romero e al direttore generale Taverne e ai suoi collaboratori per la proficuità delle numerose discussioni tenute, che spero possano proseguire e alle quali sono davvero ansiosa di assistere.

Noi tutti – anch’io, che mi occupo del regolamento finanziario da anni – ci chiediamo: che Europa è questa che pretende procedure di domanda così complicate e così costose? Fino ad un terzo dell’importo della sovvenzione è assorbito dai costi della procedura. Anno dopo anno, le organizzazioni gettano via somme ingenti per partecipare agli appalti relativi alla politica europea, anche se non hanno possibilità di successo. Quaranta pagine di formulari, più cinquecento pagine di manuali: questa è la norma, non l’eccezione. Solo dal 5 al 25 per cento delle richieste è accolto. Considerando che ogni domanda costa fino a 200 000 euro, potete immaginare quanto denaro viene sperperato in Europa da ogni organizzazione che partecipa ad un appalto UE.

Che Europa è questa, dove le aziende non vogliono più partecipare agli appalti perché, anche per i contratti di routine, devono presentare due bilanci annuali? Per la verità, la Commissione ha già lavorato minuziosamente su questo aspetto e continuerà a farlo e a modificare le importanti modalità di esecuzione. Vorrei incoraggiare il Commissario Grybauskaitė in questa direzione e le sarei grata se volesse recepire tutte le proposte del Parlamento europeo, perché noi non auspichiamo che la Commissione, in tutta Europa, sia associata alla pesantezza, alla burocrazia e agli sprechi di denaro. Vogliamo che da tutti coloro che intendono applicare e sostenere le politiche europee la Commissione in Europa sia percepita come un ente di servizio.

I nostri emendamenti più importanti domani saranno posti in votazione per appello nominale. Il Commissario Grybauskaitė ha già annunciato che ne riprenderà taluni. Vorrei presentarne alcuni altri. Uno riguarda una banca dati per notificare le comunicazioni ai richiedenti, procedura che consente di evitare che la stessa documentazione debba essere consegnata in più copie, e dunque di risparmiare tempo e denaro nella fase di presentazione della domanda. Preferiremmo inoltre decisioni della Commissione piuttosto che contratti voluminosi. Ciò contribuirebbe ad abbreviare le procedure e, nel caso delle piccole sovvenzioni, a renderle più snelle.

Il nostro punto principale è che la Commissione in futuro dovrà assistere i richiedenti nel corso della procedura. Si tratta di una rivoluzione culturale, ma sarà universalmente proficua, soprattutto ai fini dell’immagine dell’Unione europea. Il nostro obiettivo è molteplice: aumentare la prevedibilità, l’affidabilità e la certezza del diritto, e ai fini di una maggiore flessibilità vi è stato sottoposto un emendamento che ha come oggetto la trasferibilità limitata degli stanziamenti d’impegno che diversamente decadrebbero. Domani presenterò anche un emendamento orale che, pur non proponendo un importo concreto, indica comunque un massimale. I negoziati al riguardo dipenderanno dalle prospettive finanziarie.

Lancio un appello al Consiglio affinché non lasci la situazione immutata. Che utilità ha una procedura che rende impossibile il flusso finanziario, quando al contempo le organizzazioni degli Stati membri subiscono perdite tanto ingenti? Il Parlamento ha preso atto di non poter continuare su questa strada, tanto più che queste procedure burocratiche complesse non si rivelano nemmeno particolarmente utili per raggiungere l’obiettivo di proteggere le risorse comunitarie.

Per questo motivo esprimo il mio ultimo auspicio: perseguiamo una nuova versione del regolamento finanziario a medio termine. Negli Stati membri le regole finanziarie sono testi semplici per le amministrazioni, proprio perché devono essere utilizzati quotidianamente. Il regolamento finanziario dell’UE non deve essere il più complicato che l’amministrazione può aver concepito per la sua gestione. Anche questo punto rimane all’ordine del giorno del Parlamento europeo.

Desidero ancora una volta esprimere riconoscenza a tutti per la collaborazione e spero nel vostro appoggio per domani.

(Applausi)

 
  
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  Borut Pahor (PSE), relatore per parere della commissione per il controllo dei bilanci. – (SL) Innanzi tutto due ringraziamenti: il primo alla relatrice, onorevole Gräßle, che è stata di grande ispirazione per tutti noi che abbiamo lavorato al suo fianco durante la preparazione della relazione. Poi anche al presidente della commissione per il controllo dei bilanci, onorevole Fazakas, che sotto le forti pressioni di calendario ha fatto di tutto per garantire che le due commissioni cooperassero in modo eccellente per presentare la relazione al Parlamento.

In qualità di correlatore e relatore per parere sul regolamento finanziario, vorrei sottolineare che lo scopo principale della relazione era rendere il regolamento finanziario e le sue modalità di esecuzione meno burocratici, più comprensibili, più semplici e soprattutto più fruibili per gli utenti. In tal modo potremmo anche assicurare un’esecuzione più efficace dei fondi iscritti a bilancio. Come la relatrice ha affermato, la relazione dedica particolare attenzione al settore degli appalti pubblici e delle sovvenzioni. In effetti, in alcune riunioni, abbiamo sentito che le organizzazioni non governative in particolare non desiderano più cooperare con l’Unione europea a causa delle lungaggini burocratiche e soprattutto perché le procedure sono troppo onerose.

Nessuno, me incluso, vorrebbe modificare nulla nel regolamento che possa rendere meno trasparente l’utilizzo del denaro del contribuente. Nel redigere la relazione abbiamo cercato di trovare un equilibrio nuovo e migliore tra l’uso efficace dei fondi, da un lato, e il controllo democratico su tale utilizzo dall’altro. In particolare, la commissione presieduta dall’onorevole Fazakas, la commissione per il controllo dei bilanci, è estremamente sensibile al riguardo. Ecco perché i pareri della Corte dei conti spesso sono stati decisivi per entrambi i relatori – e in modo particolare per la commissione per il controllo dei bilanci – e perché sono stati recepiti nella relazione.

Vorrei concludere ricordando che nessuno, specialmente in politica, ama gli scandali finanziari. Non esistono regole, per quanto ben scritte, in grado di prevenire in assoluto gli scandali, tuttavia esse possono facilitare una gestione più o meno riuscita delle risorse di bilancio e suscitare una fiducia più o meno generalizzata del pubblico nella legalità e nell’efficacia di tale gestione. Infine oserei addirittura affermare che la relazione muove nella giusta direzione, che le soluzioni proposte consentono un tipo di equilibrio nuovo e positivo, e che sono ansioso di vedere approvata la relazione domani.

 
  
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  Simon Busuttil, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, mi congratulo con la relatrice per il suo lavoro eccellente e coraggioso.

La relazione in esame invia un messaggio chiaro e forte ai cittadini: il Parlamento europeo vuole garantire loro un accesso più agevole ai finanziamenti UE. Una grande importanza è attribuita al dibattito sulle prospettive finanziarie che riguarda l’ammontare delle risorse che saranno disponibili nel bilancio dell’UE. Ciò è giusto, ma non dovremmo trascurare la questione, altrettanto importante, di come queste risorse devono essere spese e di come possiamo rendere più semplice per i cittadini beneficiarne. Che senso ha parlare di ingenti risorse UE se, nel concreto, le persone si sentono sempre più frustrate dall’eccessiva burocrazia che l’accesso ai finanziamenti comporta, da domande lunghe e incomprensibili e da funzionari che fanno poco o nulla per spiegarle? Non c’è da stupirsi che molti rinuncino prima ancora di provare. E’ un meccanismo sbagliato e andrebbe cambiato. Dovremmo modificarlo riformando il regolamento finanziario e assicurando che il sistema sia più semplice e più accessibile.

Questo è l’obiettivo raggiunto dalla relazione: essa introduce diverse misure per semplificare l’accesso ai fondi e in tal senso trasforma il denaro europeo virtuale, che si potrebbe ricevere, in denaro europeo reale cui si può realmente accedere. E’ una buona notizia per i cittadini, ma anche per le ONG e le piccole imprese. Invito pertanto la Commissione a essere nostra alleata in questa riforma.

Il nostro messaggio è chiaro: se davvero vogliamo ricollegarci con la gente, dobbiamo promuovere la semplificazione.

 
  
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  Paulo Casaca, a nome del gruppo PSE. – (PT) Gli elogi in questo caso non sono una mera formalità, bensì il riconoscimento del lavoro straordinariamente coerente e impegnato che la relatrice ha svolto per ottenere due obiettivi chiari: la semplificazione e la proporzionalità della regolamentazione. In quest’ottica, si tratta di una relazione esemplare alla quale non dobbiamo lesinare l’encomio.

A questo punto vorrei affermare che, dal mio punto di vista, è essenziale analizzare i prossimi passi in questo processo di riforma del regolamento finanziario. Dobbiamo garantire che, tramite le prossime prospettive finanziarie, il Parlamento continui ad esercitare il potere di codecisione, come nel passato, così da espletare nel prossimo futuro quattro funzioni principali.

Il primo compito è aggiornare gli orientamenti finanziari in taluni ambiti, ad esempio il principio dell’annualità e i meccanismi di flessibilità del bilancio; secondo, ridurre le eccezioni allo stretto necessario – così facendo confermeremmo la prevalenza del regolamento finanziario sulla legislazione settoriale e porremo fine alle duplicazioni e alle discrepanze tra regolamentazione di base, da un lato, e modalità di esecuzione dall’altro, e tra queste due e le norme settoriali; terzo, chiarire gli obblighi, i poteri e le responsabilità dei vari attori di bilancio garantendo che rispettino debitamente gli standard contabili finanziari. Il quarto e ultimo compito sarà incorporare il regolamento finanziario e il quadro finanziario convenuto nell’accordo interistituzionale e renderli coerenti.

Questi compiti possono sembrare facili, ma, di fatto, sono complessi e richiedono enorme attenzione.

 
  
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  Kyösti Virrankoski, a nome del gruppo ALDE. – (FI) Signor Presidente, desidero innanzi tutto ringraziare i relatori Gräßle e Pahor per l’enorme lavoro di cui si sono fatti carico per preparare il dossier. La modifica del regolamento finanziario è stato un lavoro preparatorio immenso, estremamente tecnico e difficile. Ha richiesto molto tempo e concentrazione. La collega Gräßle ha presieduto infaticabilmente numerose riunioni dei gruppi di lavoro. Il fatto stesso che il parere del Parlamento risulti intelligibile a tutti è proprio il risultato di questo eccellente lavoro di preparazione. Esprimo ad entrambi la mia calorosa gratitudine.

La proposta della Commissione mirava a una revisione del regolamento in vigore da tre anni. L’obiettivo principale era eliminare e semplificare la burocrazia ed aumentare la flessibilità, nutrendo al contempo l’auspicio di garantire la sicurezza finanziaria.

Il presupposto per tutto ciò è lo sviluppo di una nuova cultura amministrativa. Nel 1999, dopo la crisi conclusasi con le dimissioni della Commissione, un gruppo di lavoro di esperti ha proposto che l’amministrazione dell’UE fosse organizzata in modo tale da esplicitare la responsabilità personale e al contempo da semplificare l’amministrazione finanziaria: questo pacchetto legislativo includeva la riforma della struttura di bilancio nel senso di un bilancio basato sulle attività e la revisione del regolamento finanziario e degli atti contenenti le modalità di esecuzione. Questo è il momento di una valutazione intermedia.

Si potrebbe affermare che l’ambizioso obiettivo iniziale è stato raggiunto in parte. Attualmente stiamo ricavando un’immagine più chiara dei costi e dei risultati delle varie politiche dell’UE. Tuttavia la burocrazia è ancora forte e sono in vigore notevoli controlli e verifiche.

La proposta della Commissione di modifica del regolamento finanziario, a mio avviso, va nella giusta direzione, nonostante la modestia degli obiettivi. La delega di poteri e responsabilità non è ancora sufficientemente coraggiosa e l’amministrazione basata sulle attività è ancora una realtà lontana.

Secondo la nostra opinione, i relatori hanno sposato proprio l’approccio giusto cercando di collegare l’amministrazione necessaria a una somma di denaro gestibile. Attualmente le procedure sono talvolta così complicate e onerose che l’azione non determina il raggiungimento degli scopi desiderati, come la cooperazione con il settore privato.

La relazione adottata dalle commissioni secondo noi è troppo cauta. Avremmo preferito un’impostazione più intrepida, più liberale. Dal nostro punto di vista il Parlamento è ancora coinvolto nella “microamministrazione”. Nell’amministrazione quello che conta sono i risultati, e non le procedure tramite cui si espleta. Processi amministrativi complicati servono soltanto per proteggere funzionari pubblici inefficienti, scaricandoli dalla necessità di prendere decisioni. L’amministrazione finanziaria si deve basare su decisioni razionali e sulla responsabilità personale.

A prescindere da tali commenti, siamo comunque pronti a sostenere la relazione nella sua totalità e attendiamo la discussione imminente sulle modalità di esecuzione.

 
  
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  Kathalijne Maria Buitenweg, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signor Presidente, vorrei a mia volta congratularmi di cuore con la collega Gräßle per il lavoro svolto, per aver addirittura sacrificato le sue vacanze natalizie, mi pare di capire, e per le tante riunioni proficue tenute insieme. La riforma del regolamento finanziario è davvero una necessità impellente.

Le dimissioni della Commissione Santer hanno portato a rego