Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sull’impunità in Africa, in particolare il caso di Hissène Habré(1).
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), autore. – (ES) Signor Presidente, in questo momento in Africa si stanno aprendo molte opportunità per chiudere con un passato molto spesso tinto di sangue.
Nondimeno, per far progredire la pace è necessario combattere in modo chiaro l’impunità e tale lotta, a sua volta, implica far affiorare la verità, per quanto dolorosa possa essere, e accertarsi che giustizia sia fatta. I processi a Pinochet o a Milošević, sebbene imperfetti e tristemente incompiuti, rappresentano chiari indizi circa la direzione che è necessario prendere anche in Africa. Nomi come Charles Taylor, Mengistu Haile Mariam o Hissène Habré, tanto per citarne alcuni, devono essere inseriti nella lista di ex dittatori tenuti a rispondere delle proprie azioni di fronte alla giustizia nazionale e internazionale.
Esistono già alcuni meccanismi per chiamare le persone a rispondere delle proprie azioni come, ad esempio, i tribunali ad hoc per coloro che hanno commesso crimini e atrocità in Ruanda e in Sierra Leone. Purtroppo, però, la mancanza di mezzi e, in taluni casi, di volontà politica e di capacità, fanno sì che spesso questi tribunali risultino inefficienti ed insufficienti.
La lotta contro l’impunità costituisce uno dei cardini della politica dell’Unione nel campo dei diritti umani. Per tale ragione dobbiamo ricordare che, in assenza di un Tribunale penale internazionale che funga da strumento per applicare la legge e stabilisca la responsabilità individuale, gli atti di genocidio e le flagranti violazioni dei diritti umani continueranno a restare impuniti.
Per questa ragione esortiamo gli Stati membri dell’Unione africana che non l’abbiano ancora fatto a ratificare lo Statuto di Roma e ad adottare quanto prima un piano di azione nazionale per la sua effettiva attuazione.
Sarebbe pretenzioso, e non è questa la mia intenzione, che l’Europa impartisse lezioni all’Africa, quando anche noi europei abbiamo numerosi casi aperti o mai risolti di impunità o di giustizia carente in fatto di ex dittatori, ma credo fermamente che questa sia una questione che devono affrontare su scala universale Africa ed Europa assieme.
Senza verità, senza giustizia, senza compensazione alle vittime, la pace non può essere che un sogno; la lotta all’impunità, tuttavia, può aiutarci un giorno a trasformare questo sogno in realtà.
Jürgen Schröder (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, il caso dell’ex dittatore del Ciad, Hissène Habré, non dovrebbe essere analizzato isolatamente, bensì considerato nel contesto africano, perché l’impunità di ex despoti è ancora diffusa, in Africa. E’ sufficiente citare i casi di Charles Taylor in Liberia, o di Mengistu Haile Mariam in Etiopia. I dittatori africani hanno governato con estrema violenza, opprimendo la loro gente e mantenendo le proprie posizioni di potere con la tortura, l’omicidio e la tirannia. Un altro elemento che tutti loro hanno in comune è che hanno trovato rifugio in altri paesi africani senza che fossero puniti e senza che nessuno chiedesse loro di rispondere delle loro azioni.
E’ proprio questo, però, che non possiamo più accettare, perché le vittime e le loro famiglie lottano da molto tempo per ottenere un processo in cui quei despoti si assumano le proprie responsabilità. Accolgo quindi con estremo favore l’enorme progresso compiuto nel caso di Hissène Habré. Nel settembre del 2005 un giudice belga ha emesso un mandato d’arresto internazionale a seguito del quale, a novembre, il Senegal ha posto Hissène Habré agli arresti domiciliari.
Quello Stato, tuttavia, ha ribadito che Hissène Habré deve essere condotto di fronte a un tribunale africano e che la decisione spetta all’Unione africana. A gennaio, in occasione del suo ultimo incontro, l’Unione africana ha creato un comitato che a luglio presenterà una relazione su come dovrebbe essere questo tribunale.
Signor Presidente, signora Commissario, ritengo siano molte le vie possibili per portare Hissène Habré davanti alla giustizia. La più realistica è la sua estradizione in Belgio, in quanto verrebbe rapidamente giudicato da un tribunale equo in Europa. Anche il Tribunale penale internazionale potrebbe occuparsi del caso. Un tribunale africano ad hoc, invece, richiederebbe una fortissima volontà politica e probabilmente è di difficile realizzazione senza un enorme dispendio di denaro, tempo e sforzi amministrativi.
Spetta ora all’Unione africana fare tutto il possibile affinché il caso di Hissène Habré si concluda finalmente di fronte a un tribunale. Qualora invece l’estradizione in Belgio venga rifiutata, l’Unione africana dovrà predisporre un piano preciso su come un tribunale africano possa procedere il più rapidamente possibile.
Sarei davvero lieto se questo caso creasse un precedente e Hissène Habré fosse tradotto in giustizia. Le sue numerose vittime lo pretendono.
Ana Maria Gomes (PSE), autore. – (PT) Signor Presidente, in Europa siamo costernati che le vittime sopravvissute al genocidio orchestrato da Slobodan Milošević non abbiano potuto vederlo giudicato all’Aia.
In Africa, le vittime di governi responsabili di violazioni dei diritti umani e di criminali di guerra hanno diritto alla giustizia e la reclamano. Ecco i nomi dei responsabili: Hissène Habré, Charles Taylor, Mengistu Haile Mariam e Robert Mugabe.
Alcuni giorni or sono, in seno alla commissione per i diritti umani, abbiamo sentito un’avvocatessa del Ciad sottolineare questo fatto relativamente al dittatore Hissène Habré, il quale ha vissuto per anni in esilio in Senegal. Questa giurista ha appoggiato la sua estrazione in Belgio, dove un tribunale ha chiesto che venisse tradotto in giustizia su richiesta delle sue vittime. Ha anche spiegato che l’estradizione è necessaria perché, nel quadro dell’Unione africana, non ci sono ancora, purtroppo, i meccanismi né, soprattutto, la volontà politica, di giudicare questo criminale responsabile dell’assassinio politico di più di 40 mila connazionali e della tortura e dell’imprigionamento di un numero ancora maggiore di persone. Inoltre ha spiegato che le autorità senegalesi hanno rimesso la questione nelle mani dell’Unione africana non per favorire la giustizia e tutelare la dignità dell’Africa, bensì per impedire che giustizia fosse fatta e offendere ulteriormente le vittime che esigono che Hissène Habré venga giudicato.
Signor Presidente, signora Commissario, recentemente sono stata in Senegal, dove ho parlato con attivisti dei diritti umani, parlamentari senegalesi e giornalisti. Tutti, purtroppo, mi hanno confermato la medesima sensazione: l’Unione europea ha delle responsabilità in Africa ed è per questo che oggi abbiamo approvato questa risoluzione. Mi auguro, pertanto, che le autorità politiche portoghesi eserciteranno la propria influenza e cercheranno di porre fine all’impunità di tutti questi criminali in Africa.
Erik Meijer (GUE/NGL), autore. – (NL) Signor Presidente, gli Stati africani non devono la propria origine alle popolazioni africane stesse, bensì alla colonizzazione europea. I loro confini sono stati tracciati da stranieri, separando gruppi etnici che volevano stare assieme e unendone altri che avevano ben poco in comune in termini di storia, cultura, lingua e religione. E’ impossibile che questa gente guardi all’autorità come a qualcosa che le appartiene.
Nella pratica, questo comporta un grave ostacolo per la democrazia. In tali situazioni, vi è un ampio margine di azione per coloro che, con mezzi violenti, favoriscono un gruppo etnico a spese di un altro. E’ solo con mezzi terribili che possono tenere uniti i loro instabili paesi. In simili circostanze solo gli approfittatori che fanno uso della violenza riescono a rimanere ai vertici dello Stato per lunghi periodi. Situazioni come queste si possono riscontrare in tutta l’Africa, ma soprattutto dove popolazioni araboislamiche e non islamiche sono state riunite in un unico paese. A tutti sono note le tragedie, le perenni guerre civili e le drammatiche migrazioni di rifugiati che hanno colpito il Sudan.
Solo ieri abbiamo adottato una risoluzione sul Ciad, paese che confina con il Sudan. Hissène Habré un tempo era a capo di questo paese desertico, ed era universalmente accettato dal mondo esterno, tanto da rimanere al potere in parte di esso fino al 1990, quando fu obbligato a fuggire in Senegal. Nonostante la sua partenza, tuttavia, non vi è spazio nel paese per un’opposizione politica, la gente soffre la fame ed è tenuta nel terrore da bande armate, mentre i paesi vicini cercano di ottenere il controllo di parte del suo territorio. Charles Taylor è fuggito dalla Liberia alla volta della Nigeria, Mengistu Haile Mariam ha lasciato l’Etiopia e ora vive in Zimbabwe; sarebbe opportuno che persone come queste venissero giudicate da un tribunale. Ciò potrebbe anche costituire un deterrente per futuri politici africani ed evitare che diventino violenti dittatori.
La situazione in Ruanda non può essere del tutto paragonata alle altre. Alcuni considerano l’attuale predominio della minoranza tutsi come una forma di lecita punizione per il tentativo della maggioranza hutu di sopraffare e massacrare i loro oppressori di sempre. Il protrarsi dell’attuale situazione, di cui dobbiamo considerare la possibilità che rimanga immutata nel prossimo futuro, continua ad alimentare uno storico sentimento di odio reciproco. Ecco perché non dobbiamo generalizzare e prestare invece la dovuta attenzione alle atrocità che sono state commesse in quelle regioni.
Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, la lotta all’impunità dovrebbe costituire una delle pietre miliari della politica dell’Unione nel campo dei diritti umani. Questo è anche troppo vero nel caso dell’Africa dove, in alcune regioni, si sono verificati numerosi e terribili abusi dei diritti umani, talvolta su vasta scala. Purtroppo, però, chi ha perpetrato tali crimini raramente è tradotto in giustizia, mentre alle vittime viene spesso negata qualunque forma di effettiva riparazione.
E’ assolutamente necessario che persone ignobili come Charles Taylor, il colonnello Mengistu e l’ex Presidente in esilio del Ciad, Hissène Habré, affrontino il giudizio di un tribunale riconosciuto a livello internazionale per rendere conto delle atrocità e dei crimini contro l’umanità di cui sono accusati.
E’ davvero una vergogna e ragione di biasimo per i governi di paesi come Zimbabwe, Nigeria e Senegal continuare ad ostacolare il corso della giustizia fornendo un rifugio sicuro a persone accusate di crimini simili. A mio avviso, se questo governi ignorano quanto indicato nella risoluzione, l’Unione europea e la comunità internazionale dovrebbero considerare l’ipotesi di passare ad azioni più drastiche, anche se pacifiche, per indurli a porre rimedio alla situazione.
Karin Scheele, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, la discussione odierna verte sull’impunità in Africa ed è già stata sottolineata l’importanza dell’istituzione del Tribunale penale internazionale, ma essa verte anche, in particolare, sul caso dell’ex dittatore del Ciad. Hissène Habré è stato a capo di quello Stato dal 1982 al 1990 e il suo sistema monopartitico è stato caratterizzato da gravi abusi dei diritti umani e da campagne di violenza su larga scala ai danni del suo stesso popolo. Per molto tempo Stati Uniti e Francia hanno spalleggiato Habré perché consideravano il suo regime un avamposto contro Gheddafi. Durante la presidenza di Ronald Reagan, Habré ha ricevuto cospicui aiuti militari e paramilitari per mezzo della CIA.
Anche questo dev’essere detto. Non si tratta semplicemente di non poter impartire lezioni ad altri continenti, dobbiamo avere ben chiaro in mente che, per lunghi anni, potenze occidentali di primo piano hanno prestato il proprio appoggio a qualunque dittatore sanguinario fosse al potere. La questione adesso è come porre fine all’impunità di Habré. Plaudo alla ricerca di una soluzione africana, ma qualora questa dovesse venire meno, Habré deve essere consegnato alle autorità belghe per porre termine all’impunità di un despota sanguinario.
Urszula Krupa, a nome del gruppo NI. – (PL) Signor Presidente, la discussione odierna sulle violazioni dei diritti umani tratta dell’impunità di vari ex capi di Stato africani accusati di dittatura e di metodi barbari di governo.
La questione sollevata nella risoluzione del Parlamento tratta specificatamente dell’ex Presidente della repubblica del Ciad, Hissène Habré, il quale è responsabile di 40 000 omicidi politici e 200 000 casi di tortura. Il documento, ad ogni modo, indica anche altri dittatori di Libia ed Etiopia e gli esempi riportati includono i conflitti in Sierra Leone, Ruanda e Repubblica democratica del Congo, dove, nel corso dei conflitti degli ultimi sei anni, tre milioni di persone hanno perso la vita.
Un’analisi della situazione politica in Africa induce a interrogarsi sulle cause dei conflitti tra le élite di governo africane e la massa dei loro compatrioti, soggetti a trattamenti così disumani. Bisognerebbe ricordare che la composizione e il ruolo delle élite africane sono stati determinati in gran parte dalle potenze coloniali e altrettanto vale per i cambiamenti in seno alle élite stesse. Come nella maggior parte delle società colonizzate, anche in Africa esse si sono formate sotto l’influenza dei modelli europei e l’interferenza comunista, influsso che ha avuto un ruolo decisivo nel modellare il carattere amministrativo e intellettuale delle élite salite al potere. Le potenze coloniali, concentrandosi sullo sfruttamento della forza lavoro e sull’esportazione delle materie prime, hanno deliberatamente ristretto l’attività politica e lo sviluppo economico di quei paesi. Al contempo, le élite cui era dato accesso a un’istruzione presso università europee e americane hanno adottato uno stile di governo in cui ampie risorse di bilancio erano destinate non solo all’esercito, ad aumentare il numero dei funzionari, a coprire le spese per viaggi all’estero e per l’attività delle delegazioni, ma anche agli stipendi dei dipendenti pubblici, a stili di vita ostentatamente elevati e ad abitazioni e automobili di lusso, in altre parole a modelli di vita ben lontani dalle condizioni in cui versava la maggioranza degli africani vittime della fame. La dipendenza economica era aggravata dal fatto che le industrie chiave erano gestite da capitale straniero con metodi irrispettosi dell’ambiente. Il perdurante drenaggio economico dell’Africa è frutto di uno scambio economico iniquo e invece di creare opportunità di sviluppo, la politica adottata è stata quella di indebitare sistematicamente i paesi poveri.
Sosteniamo questa risoluzione che chiede di tradurre in giustizia i criminali, ma sottolineiamo che è assai più urgente migliorare la situazione generale della popolazione africana, in modo da garantire uno sviluppo sostenibile, sviluppo che le condizioni descritte in precedenza rendono difficile da realizzare.
Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, siamo compiaciuti di questa discussione sull’impunità. La Commissione è impegnata nella lotta a questo problema con tutti i mezzi di cui dispone, siano essi di natura politica oppure finanziaria.
A livello internazionale, come sapete, abbiamo costantemente espresso un forte sostegno nei confronti del Tribunale penale internazionale, sia nella nostra posizione comune che con il nostro piano d’azione. A ciò si aggiunga che l’Unione europea, attraverso i propri Stati membri, è il maggiore contribuente del Tribunale e del suo bilancio. La credibilità di tale Istituzione e le sue possibilità di operare con efficacia dipendono in larga misura dal grado in cui la comunità internazionale ne accetta l’operato. Ecco perché ci stiamo tanto adoperando acciocché il Tribunale assuma un ruolo davvero universale incoraggiando quanti più paesi possibile a ratificare lo Statuto di Roma. Sono particolarmente lieta che l’Unione europea e 77 paesi ACP abbiano accettato di includere nella versione rivista dell’accordo di Cotonou l’impegno a procedere in direzione della ratifica e dell’attuazione dello Statuto: si tratta di un ottimo passo avanti.
Nel luglio 2004, il procuratore del Tribunale penale internazionale ha aperto un’indagine sui crimini che dal 2002 sarebbero stati commessi nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda. Tali denunce, seguite da mandati d’arresto in Uganda, sono chiari indici del contributo che questo tribunale può e intende offrire alla lotta all’impunità in seno al continente africano. Oltre a ciò, nel marzo 2005, dopo molte insistenze da parte dell’Unione europea e di altri attori, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione con la quale la situazione in Darfur passava di competenza del Tribunale penale internazionale.
Purtroppo non è stato possibile chiudere il caso di Hissène Habré in Senegal, ma plaudo alla decisione che l’Unione africana ha preso nel gennaio 2006 di istituire un comitato di eminenti giuristi africani per valutare ulteriormente la questione. Sembra che tale comitato abbia un mandato piuttosto forte ed è degno di particolare menzione il fatto che esso aderisca ai principi di totale rifiuto dell’impunità.
Auspico che si raggiunga presto una soluzione che soddisfi criteri di giustizia. Oltre al caso di Hissène Habré, è necessario trovare, come alcuni di voi hanno detto, una via pragmatica per tradurre in giustizia Charles Taylor, attualmente in esilio in Nigeria.
In termini di finanziamenti, stiamo offendo il nostro contributo ai tribunali penali internazionali della Sierra Leone e del Ruanda. E’ inoltre in atto un ampio progetto per la Repubblica democratica del Congo, che cercherà di sostenere il nostro operato in seno al Tribunale penale internazionale.
Concludendo, conformememte al diritto internazionale, gli Stati hanno il dovere di estradare, o di cercar di estradare, coloro che sono accusati di crimini internazionali, quali crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidi. E’ pertanto di competenza anzitutto dei capi di Stato interessati assicurarsi che ciò avvenga nei casi di Hissène Habré, Charles Taylor e Mengistu Haile Mariam. L’importanza del ruolo del Tribunale penale internazionale entra in gioco quando un paese rifiuta di compiere il proprio dovere in questo senso. Ecco perché è così importante che l’Unione europea continui a sostenere la ratifica dello Statuto di Roma da parte di tutti e la sua successiva attuazione.
Presidente. La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà immediatamente.
Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)
Filip Andrzej Kaczmarek (PPE-DE). – (PL) L’impunità e il più grande nemico della giustizia. Crimini innominabili che non vengono vendicati, criminali che vivono all’insegna dell’impunità e spesso persino nel lusso, tutto ciò porta a una banalizzazione della morte e della sofferenza umana. Le popolazioni africane hanno molto sofferto sotto chi li ha governati. E’ nostro dovere aiutarle, e non solo in termini economici, ma anche a livello di valori, fra i quali rientra il senso della giustizia. La modernizzazione ha fatto sì che i malvagi possano causare gravi danni, ma la modernizzazione dovrebbe anche comportare una giustizia più veloce ed efficace nei confronti di coloro che hanno sfacciatamente abusato del proprio potere. L’immunità e i privilegi sono stati intesi per proteggere i singoli dagli abusi delle autorità, non per proteggere coloro che commettono abusi di potere.
Alte autorità morali possono concedere il perdono, ma non vi è vero perdono senza pentimento. Purtroppo, i criminali che non hanno il senso della responsabilità individuale e non riconoscono il diritto degli altri a condannare le loro azioni, di rado sono sufficientemente maturi da provare qualcosa come il pentimento. Dobbiamo pertanto sostenere qualunque azione li obblighi a rispondere alle seguenti domande: perché gli omicidi, le violenze, le torture? Non si tratta di vendetta, ma di ripristinare l’equilibrio tra il bene e il male. Senza un equilibrio fondamentale come questo il futuro dell’umanità sarà costantemente minacciato, e non solo in Africa.