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Procedura : 2005/0102(COD)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0061/2006

Discussioni :

PV 04/04/2006 - 16
CRE 04/04/2006 - 16

Votazioni :

PV 05/04/2006 - 5.6
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0128

Discussioni
Mercoledì 5 aprile 2006 - Strasburgo Edizione GU

7. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Calendario delle tornate del 2007

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. (EN) I colleghi conservatori britannici ed io sosteniamo da tempo i tentativi di assicurare che il Parlamento europeo abbia un’unica sede ufficiale e che tale sede sia Bruxelles. Si stima che per il contribuente il costo della sede di Strasburgo si aggiri intorno a 150 milioni di sterline l’anno. E’ un spreco enorme di fondi pubblici. I contribuenti britannici meritano che il loro denaro sia ben speso.

Vogliamo svolgere il lavoro a nome dei nostri elettori nella sede più comoda ed efficace in termini di costi, cioè a Bruxelles. La spesa da affrontare per mantenere attività parlamentari sia a Strasburgo sia a Bruxelles è diventata insostenibile e continueremo a condurre campagne affinché in futuro il Parlamento abbia un’unica sede a Bruxelles.

 
  
  

– Relazione Roure (A6-0064/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione Roure perché riguarda un’iniziativa molto positiva volta a rafforzare la sicurezza. Per la prima volta, si stabilisce una base istituzionale, specificamente disciplinata, per la cooperazione tra gli ufficiali di collegamento distaccati all’estero dagli Stati membri. Sempre per la prima volta, si garantisce la cooperazione tra gli ufficiali di collegamento e i loro omologhi dell’Europol e il relativo coordinamento da parte di questi ultimi nei paesi terzi. Inoltre, gli Stati membri contro i quali siano dirette potenziali minacce da parte di paesi nei quali non dispongano di alcun ufficiale di collegamento potranno ricevere informazioni tempestive dai funzionari di collegamento di altri Stati membri.

L’istituzionalizzazione della cooperazione tra ufficiali di collegamento rafforza la sicurezza nell’Unione europea e nel suo immediato vicinato. Ciò è nell’interesse dei cittadini e nell’interesse della sicurezza nell’Unione europea.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La proposta in esame è stata presentata in seguito alla valutazione della decisione 2003/170/GAI, che prevede il rafforzamento della cooperazione tra gli Stati membri per quanto riguarda gli ufficiali di collegamento distaccati all’estero e presso organizzazioni internazionali.

Sostengo l’idea di introdurre le modifiche necessarie per contemplare e rendere vincolante la prassi in vigore relativa all’utilizzo di ufficiali di collegamento dell’Europol.

In tal modo, gli ufficiali di collegamento degli Stati membri dovranno stabilire e mantenere contatti diretti con le autorità locali dello Stato ospitante o con l’organizzazione internazionale, al fine di facilitare e accelerare la raccolta e lo scambio di informazioni, che a loro volta dovranno essere trasmesse all’Europol.

L’obiettivo è contribuire a creare uno spirito di cooperazione europea tra le autorità di polizia, in altre parole un approccio comunitario alle missioni affidate agli ufficiali distaccati e lo scambio diretto di informazioni tra tali ufficiali e la sede centrale dell’Europol. Ciò contribuirà a migliorare la coerenza e l’efficacia delle missioni di tali ufficiali, evitando i problemi di mancanza di coordinamento e cooperazione e le eventuali sovrapposizioni.

Sostengo quindi gli emendamenti proposti dalla relatrice e mi auguro si possa raggiungere un accordo in prima lettura.

 
  
  

– Relazione Takkula (A6-0076/2006)

 
  
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  Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, il tenore del programma della relazione Takkula rispecchia alla perfezione la posizione arrogante e sussiegosa assunta dall’Europa ufficiale dopo i referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi. Gli stupidi francesi e olandesi non avevano recepito il messaggio e andavano rieducati. Il rappresentante perfetto di questa arrogante élite è il Commissario Michel, il quale ha affermato testualmente che la gente non ha sempre ragione e che, in casi come questi, sono i politici a dover tracciare la strada da seguire.

L’attuale programma “Cittadini per l’Europa” s’inserisce in questa discutibile strategia di comunicazione e informazione. Investendo centinaia di milioni di euro in ogni sorta di organizzazioni e progetti insensati e politicamente corretti, la Commissione vuole avvicinare i cittadini all’Unione, o così dice. Ironicamente, il documento si riferisce anche al piano D che sta per democrazia, dialogo e dibattito, ma nello stesso mese in cui il piano è stato presentato sono stati aperti i negoziati di adesione con la Turchia, benché fosse di dominio pubblico il fatto che in Europa la maggioranza della gente è contraria a tale adesione. Questo è proprio il tipo d’ipocrisia che sta incontrando la resistenza di un numero sempre maggiore di europei.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione del collega, onorevole Hannu Takkula, sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce, per il periodo 2007-2013, il programma mirante a promuovere la cittadinanza europea. E’ essenziale sottolineare questa originale caratteristica dell’integrazione europea, consistente nel dotare gli europei d’una doppia cittadinanza nazionale ed europea.

La capacità degli Stati membri di nutrire ambizioni comuni continuando al tempo stesso ad affermare i nostri valori dipende direttamente dal coinvolgimento dei cittadini nell’integrazione europea. Dobbiamo pertanto lavorare tutti a questo progetto, soprattutto i deputati al Parlamento europeo in relazione con i colleghi dei parlamenti nazionali, che rappresentano la cittadinanza nazionale degli abitanti degli Stati membri.

La cittadinanza europea costituisce il collante da promuovere ovunque, con la fierezza di far parte di un progetto speciale e unico al mondo: l’integrazione dell’Unione europea, che non è una nazione, bensì la creazione, nella pace e tramite la democrazia, di una civiltà umanistica.

 
  
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  Gerard Batten, Graham Booth, Derek Roland Clark, Roger Knapman, Michael Henry Nattrass, Jeffrey Titford e Thomas Wise (IND/DEM), per iscritto. – (EN) L’UKIP ha votato contro gli emendamenti nn. 62 e 63 al programma “Cittadini per l’Europa”, perché reputa che i progetti proposti, che riscuotono tutta la sua approvazione, debbano essere organizzati e finanziati a livello nazionale.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Oggi i conservatori svedesi hanno deciso di astenersi dal voto in merito alla relazione “Cittadini per l’Europa”, documento che evidenzia soluzioni costruttive quali l’importanza di diffondere informazioni sulle vittime del nazismo e del comunismo. E’ anche un bene che le Istituzioni forniscano notizie sulle proprie attività e sui diritti e i doveri che comporta la cittadinanza europea. Disapproviamo, tuttavia, l’aumento degli stanziamenti finanziari dell’Unione destinati a formare l’opinione pubblica al fine di sviluppare un’identità europea. Un’identità europea si sviluppa tramite incontri tra la gente e una cooperazione più profonda, non tramite gli sforzi delle Istituzioni pubbliche intesi a formare le opinioni.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Mi sono astenuta nella votazione finale di questa relazione perché gli emendamenti nn. 62 e 63 – che ho sottoscritto – non sono stati approvati. A mio avviso, questo tentativo di riscrivere la storia è sconcertante. Le vittime del fascismo e di altri regimi dittatoriali che sono stati al potere in Europa nel recente passato non devono essere dimenticate. Votare contro gli emendamenti nn. 62 e 63 è un errore storico e politico.

Poiché l’obiettivo principale di questo nuovo programma è promuovere i valori, le conquiste e la diversità culturale dell’Europa per avvicinare i cittadini dell’Unione – consolidando in tal modo i legami tra i cittadini e le Istituzioni europee – e promuovere la coesione tra gli europei, non si possono tralasciare le vittime del fascismo o trascurare l’importanza della conquista storica della libertà e della democrazia, senza le quali paesi come il Portogallo non avrebbero potuto prendere parte al progetto europeo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La promozione della cittadinanza implica ben più del mero consolidamento della democrazia e dell’integrazione politica e sociale in Europa, che la relazione afferma di difendere. Per la promozione della cittadinanza occorre incoraggiare i cittadini a partecipare alla definizione delle politiche che li riguardano direttamente e indirettamente. Ciò si può conseguire, inter alia, attraverso pari opportunità per uomini e donne, promozione di una pubblica istruzione di alta qualità e inclusiva, diritto al lavoro e a un lavoro con diritti, diritto a una sanità gratuita e di buona qualità, diritto alla cultura, accesso al diritto, accesso a un’abitazione decorosa e pace. Questo è, di fatto, un elenco di libertà, garanzie e diritti economici, sociali e culturali sanciti dalla costituzione della Repubblica portoghese.

Riteniamo che l’identità individuale e collettiva dei popoli sia costituita dalla loro memoria collettiva e che questa debba essere portata alla ribalta affinché tutti possiamo sapere da dove veniamo e stabilire dove vogliamo andare.

Ci dispiace, tuttavia, che la relazione approvata contribuisca a falsificare la storia dell’Europa e che la maggioranza parlamentare abbia scelto di adulterare la memoria collettiva su cui si fonderà l’identità delle generazioni attuali e future, respingendo per esempio le proposte riguardanti il sostegno di iniziative in onore delle vittime del fascismo…

(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163, paragrafo 1, del Regolamento)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Non siamo affatto favorevoli ad alcuni degli emendamenti presentati dalla commissione per la cultura e l’istruzione del Parlamento europeo.

La relazione si fonda principalmente su un atteggiamento di evidente incomprensione di fronte alla scarsa affluenza registrata nelle elezioni del Parlamento europeo del 2004 e alla bocciatura del progetto di Costituzione nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi. Il programma “Cittadini per l’Europa” non contribuirà a cambiare la situazione politica.

Siamo contrari all’aumento del bilancio per questo programma oltre i 235 milioni di euro accantonati per il periodo 2007-2013, come caldeggiato nell’emendamento n. 36. L’importo suddetto è già fin troppo generoso.

Il lavoro riguardante i club sportivi amatoriali locali è un affronto nei riguardi della gente. Analogamente, per quanto sia importante che gli europei preservino la memoria delle dittature e delle tragedie che hanno segnato la loro storia, rileviamo che ciò dovrebbe avvenire a livello nazionale. Non tocca ai burocrati di Bruxelles interessarsene.

Pertanto abbiamo votato contro la relazione.

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Sono favorevole alla relazione perché parla della necessità di sensibilizzare e informare maggiormente i cittadini europei sull’Unione e sulle opportunità che hanno di esercitare la loro influenza. Inoltre sono d’accordo col relatore quando afferma che il programma dovrebbe essere accessibile a tutti e non concentrarsi solamente sui gruppi più istruiti e privilegiati. Tuttavia, non approvo i paragrafi che fanno riferimento alla nuova Costituzione e l’aspirazione a una cittadinanza comune europea.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I colleghi del partito conservatore britannico ed io concordiamo che si riscontra una vasta disaffezione nei confronti delle Istituzioni europee da parte dei cittadini dell’Unione, come hanno dimostrato i “no” nei referendum sulla Costituzione europea svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi e la bassa affluenza alle urne in occasione delle elezioni europee del 2004.

Riteniamo necessario che le Istituzioni europee diventino più trasparenti e responsabili nei confronti dell’elettorato. Inoltre devono essere più efficienti e più efficaci sotto il profilo dei costi; occorre che il Parlamento e le altre Istituzioni agiscano in maniera da guadagnarsi fiducia e rispetto. La relazione affronta questi problemi in modo fondamentalmente sbagliato e pregiudicherà ulteriormente la fiducia nell’Unione chiedendo che al suo bilancio vengano assegnati circa 300 milioni di euro sborsati dai contribuenti, da spendere in progetti arbitrari che cercano d’imporre un’identità europea artificiosa.

Vorremmo fosse chiaro che i conservatori britannici sono decisamente a favore di celebrazioni solenni per ricordare e commemorare gli orrori inflitti a milioni di persone dal nazismo e dallo stalinismo nell’Europa centrale e orientale e nell’ex Unione Sovietica, però siamo dell’avviso che siano i singoli Stati membri e i loro popoli a doversi occupare di tali celebrazioni.

 
  
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  Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) I cittadini europei si sentono molto delusi e lontani dalle Istituzioni e dal processo d’integrazione europea. La bocciatura del Trattato costituzionale in Francia e nei Paesi Bassi ha reso ancora più evidente questa situazione. In tale contesto, la Commissione ha presentato il suo programma “Cittadini per l’Europa” finalizzato a promuovere i valori europei e la cittadinanza europea attiva.

Il programma prevede l’applicazione di misure che avvicineranno i cittadini europei per condividere e scambiare esperienze, opinioni e valori, incoraggiare il dibattito e la riflessione sulla cittadinanza europea attraverso la cooperazione tra organizzazioni della società civile, la realizzazione di eventi di grande visibilità, studi e inchieste e il potenziamento di altri strumenti d’informazione e di divulgazione.

In linea di massima, sono d’accordo con gli emendamenti presentati in questa relazione, in particolare per quanto riguarda il nome del programma. Il nome “Europa per i cittadini” rafforza l’idea di un’Europa che deve servire da strumento per realizzare le aspirazioni dei cittadini e non il contrario.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Tramite il programma “Cittadini per l’Europa”, la Commissione e il Parlamento stanno scatenando una campagna d’indottrinamento contro i popoli dell’Europa per combattere il crescente malcontento e la condanna nei confronti della sua politica e lo scetticismo nei confronti dell’Unione stessa.

Il suo arsenale ideologico si fonda su due pilastri: la santificazione della barbarie capitalista
– considerata l’unica strada da seguire per i popoli – e l’anticomunismo, facendo rientrare dalla porta di servizio il “memorandum” che equipara il fascismo al comunismo.

Mediante stanziamenti pari a 235 milioni di euro per pagare e tacitare ogni sorta di propagandisti ed elogiatori dell’europeismo ad ogni costo, l’Unione sta mobilitando i meccanismi allestiti anni fa e le cosiddette ONG per coltivare un clima positivo e spargere tra la gente vane speranze riguardo al carattere e alla politica dell’Unione. Una missione analoga viene affidata ai capi riconciliati delle organizzazioni sindacali, affinché possano nascondere sotto il titolo “Cittadini d’Europa” le gravi e inconciliabili differenze di classe tra i capitalisti e la classe lavoratrice.

I deputati al Parlamento europeo del partito comunista greco hanno votato contro la relazione. Per quanto riguarda l’emendamento che si riferisce alla condanna del nazismo e delle dittature europee, ci siamo astenuti dal voto, perché non fa espressamente riferimento alle dittature della Spagna, del Portogallo e della Grecia ed è formulato in modo da fare passare per dittature i regimi socialisti.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Come sappiamo, l’Unione sta attraversando un periodo difficile. Si profilano nuove sfide su vari fronti: la debole crescita economica ha avuto un impatto sociale e posto sfide globali cui dobbiamo ancora trovare soluzione. Tuttavia, la sfida più importante che abbiamo dinanzi oggi è l’opinione dei cittadini sul progetto europeo. L’aumento dello scetticismo e l’evidente insoddisfazione per il progetto d’integrazione europea allargano il solco tra i cittadini e i responsabili delle decisioni politiche. Pertanto dobbiamo riconsiderare le modalità di comunicazione delle Istituzioni democratiche europee.

Reputo questo programma uno strumento importante per la sensibilizzazione di tutti i cittadini ai valori europei: prevede un ventaglio di progetti dei cittadini, il sostegno a favore dell’informazione alla società civile europea e l’organizzazione di eventi di grande visibilità e di altri eventi che contribuiranno ad accrescere la consapevolezza della memoria europea.

Il progetto europeo è caratterizzato dal rispetto per la diversità e la ricchezza culturale, un obiettivo che si raggiunge attraverso misure che approfondiscano la coesione tra gli europei, che è d’importanza vitale per il completamento del mercato interno e la realizzazione della crescita e dello sviluppo sostenibile delle nostre società.

Pertanto ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Appoggio senz’altro la relazione, che mira ad avvicinare i cittadini alle Istituzioni europee, un obiettivo, o meglio una necessità nell’Europa di oggi in cui lo scetticismo continua a crescere.

La relazione introduce nuovi spunti in materia di comunicazione, progetti dei cittadini di portata transnazionale e soprattutto sul dovere di una “memoria europea attiva”, un’iniziativa unificante per commemorare le vittime delle deportazioni e degli stermini di massa commessi sotto il regime nazista e quello comunista. Ho votato contro tutti i tentativi volti a indebolire il testo, poiché alcuni deputati intendevano fare riferimento ad altre forme di totalitarismo in Europa. Le atrocità commesse da questi due regimi e subite da tutti i popoli europei sono all’origine dell’integrazione europea, ed è fondamentale non banalizzarle.

Al di là di quest’iniziativa, il nostro ruolo è quello di informare, incontrare, dialogare, convincere, garantire che ogni cittadino sappia come l’Europa amministra i propri affari quotidiani, consolidare il sentimento di appartenenza all’Europa, lottare contro tutte le forme di ripiegamento nazionalista, tradurre in realtà il valore aggiunto dell’Europa e mettere in evidenza che quella europea è l’idea più brillante del XX secolo.

Ricordiamo che, mentre alcuni di noi cominciano a dubitare, il resto del mondo sogna l’Europa.

 
  
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  Lydia Schenardi (NI), per iscritto. – (FR) Il programma “Cittadini per l’Europa” non è nient’altro che uno strumento propagandistico a beneficio dell’Unione. La relazione constata che il Trattato costituzionale è stato respinto in Francia e nei Paesi Bassi e che gli europei sono scettici di fronte all’allargamento, vale a dire all’allargamento alla Turchia. Invece, lungi dal trarre le conclusioni da questa disapprovazione sferzante, la relazione vuole “rieducare” i cittadini! Un’iniziativa come il gemellaggio di città, che sappiamo da tempo quanto vale, viene spudoratamente recuperata mentre milioni di euro verranno sperperati per circuiti e campagne di comunicazione.

Un emendamento, il n. 14, incoraggia persino le azioni a livello comunitario! Facendo riferimento a queste azioni nell’ambito dello sport, la relazione indica – cito – che “in tal modo è inoltre possibile rivolgersi a quanti mostrano un atteggiamento passivo o addirittura euroscettico”. Volete proprio braccare quei cittadini che, diversamente da voi, non si cullano nelle illusioni. Il neologismo promosso dalla relazione – valori europei “attivi” – non significa niente. Un valore non è attivo né passivo, non è un dispositivo che possiamo accendere o spegnere, se non agendo e comportandoci come voi, da ideologi.

 
  
  

– Relazione Prets (A6-0061/2006)

 
  
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  John Attard-Montalto (PSE).(MT) La ringrazio, signor Presidente. Desidero innanzi tutto esprimere la mia gratitudine a quei colleghi, il 30 per cento dei membri del Parlamento, che, per rispetto verso il mio paese, hanno ascoltato il discorso pronunciato dal Presidente di Malta. Intervengo, tuttavia, per una dichiarazione di voto riguardante la relazione sulla Capitale europea della cultura. Ieri deve esserci stato un equivoco. Era previsto che prendessi la parola, ma per qualche ragione non mi è stata data la possibilità di farlo. Ciò che volevo dire era che mi sarei astenuto, come hanno fatto i colleghi maltesi della delegazione del partito socialista perché, dei nuovi Stati membri, il nostro paese era agli ultimi posti nell’elenco delle possibili candidature e, se si considerano tutti gli Stati membri nonché i due nuovi paesi di cui è prevista l’adesione, occupava il penultimo posto della lista. Non ritengo equo che a Malta sia stata assegnata una posizione tale per cui dovranno trascorrere almeno dodici anni prima che possa essere designata. Grazie.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato a favore degli emendamenti proposti dalla relatrice, che migliorano la proposta iniziale della Commissione e tutelano gli interessi portoghesi. Citerò a questo proposito la riformulazione dell’articolo 13, che attribuisce al Portogallo una delle Capitali europee della cultura per il 2012.

Si è inoltre ottenuta una semplificazione delle procedure amministrative di selezione e di monitorizzazione delle “Capitali europee della cultura”, garantendo al contempo che la valutazione avvenga secondo nuovi criteri molto più esaurienti. Per quanto riguarda il programma, la sola condizione è che deve essere coerente con la strategia o la politica culturale nazionale.

Riteniamo quindi che questa impostazione consenta la promozione della diversità e la salvaguardia delle caratteristiche specifiche del patrimonio culturale di ciascuno Stato membro e faciliti il dialogo fra le varie culture.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto(SV) L’idea di fondo dell’iniziativa “Capitale europea della cultura” ci trova sostanzialmente d’accordo. Ci rendiamo però anche conto che la manifestazione sta ingigantendo in termini di organizzazione e di impegno comunitario.

L’idea della Capitale europea della cultura è in sé valida, tanto che potrebbe essere finanziata in molti altri modi, per esempio grazie a sponsorizzazioni locali. Le risorse finanziarie dell’Unione non dovrebbero essere necessarie per assicurare la sopravvivenza di questo progetto.

Votiamo quindi contro la relazione, pur non essendo contrari all’idea della Capitale europea della cultura.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto(DE) Ottenere il titolo di Capitale europea della cultura dovrebbe comportare un considerevole miglioramento dell’immagine di una città, ma lo status di Capitale europea della cultura non può tradursi essenzialmente in un festival della durata di un anno e in un’operazione di promozione e vendita della cultura locale a breve termine. Newcastle e Bilbao hanno dimostrato che la cultura può anche avere effetti di lunga durata.

In un’epoca in cui i bilanci sono ridotti all’osso, spesso non si tiene sufficientemente conto dei costi di follow-up per i nuovi progetti di prestigio. Il portale Internet che è stato proposto come strumento per lo scambio di informazioni e per la fornitura di assistenza potrebbe essere usato per evitare problemi nell’organizzazione e nell’attuazione dell’anno della cultura ben prima del loro insorgere. Già in fase molto precoce si potrebbe evitare alle città che intendono proporre la loro candidatura di spendere inutilmente milioni di euro in campagne pubblicitarie che finiranno col non produrre il risultato sperato, o addirittura, come è avvenuto per la precedente Capitale della cultura, Weimar, di dover chiudere il museo della città per le pesanti perdite accumulate.

Nel 2009 il titolo di Capitale della cultura andrà, ancora una volta, a un capoluogo di provincia austriaco, Linz. I lavori di preparazione sono già in corso: resta da vedere se l’esecuzione è stata preceduta dai necessari studi preventivi.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto(EL) La riforma dell’istituzione della Capitale europea della cultura rientra in un più vasto progetto volto a integrare e ad armonizzare il tessuto culturale di ciascun paese, allo scopo di offrire un supporto unitario alla “cultura europea”, che consisterà in una miscela di sottocultura, presentazione folcloristica delle culture nazionali e moderne strategie commerciali.

L’esperienza del mio paese, con Atene nel 1985 e Salonicco nel 1997, è stata penosa sia del punto di vista culturale che da quello economico. Programmi dai costi esorbitanti, storicamente slegati e culturalmente superficiali, portati avanti da sponsor, agenzie e società create con intenti speculativi in base a volgari criteri commerciali orientati alla realizzazione del massimo profitto, hanno fatto passare in secondo piano ogni lodevole obiettivo. Eventi mondani, ricchi buffet e insipide celebrazioni hanno relegato in posizioni marginali o addirittura respinto qualsiasi proposta di natura progressista in Grecia o nei paesi confinanti. Questo è il “modello culturale europeo”, che funziona altresì come importante fonte di lucro per innumerevoli imprese.

La proposta di riforma non modifica il carattere dell’iniziativa, ma ne trasferisce i costi agli Stati membri, rafforza la supervisione e il controllo dell’UE e chiede ai cittadini di pagare a livello nazionale gli imprenditori privati e i costi della politica dell’Unione diretta a imporre la sottocultura europea e i “valori” della barbarie capitalista. Voteremo contro la relazione, sollecitando i lavoratori e gli operatori del settore dell’arte e della cultura a manifestare la loro opposizione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Fin dalla sua creazione nel 1985, il programma “Capitale europea della cultura” ha contribuito ad avvicinare fra loro i cittadini d’Europa, sottolineando la ricchezza, la diversità e la specificità del patrimonio culturale europeo.

L’immenso successo del programma presso i cittadini ha contribuito a rafforzare la dimensione europea e lo sviluppo socioeconomico delle città prescelte.

Questi benefici possono crescere in modo esponenziale se adotteremo alcuni nuovi provvedimenti come metodologia di base per creare quelle sinergie che, in caso contrario, non sarebbe possibile ottenere. Un esempio di tali misure è la creazione di un sito Internet contenente informazioni sulle città designate Capitali europee della cultura, le reti di contatti esistenti e lo scambio di esperienze; si tratta di una strategia che dovrebbe applicarsi a tutti i programmi comunitari. Desidero altresì osservare che questo programma, con l’innovazione che ha comportato e il successo ottenuto, è all’origine delle proposte da me presentate, e successivamente approvate dal Parlamento, volte a istituire una Destinazione europea di eccellenza, che indubbiamente contribuirà alla promozione dell’Europa nel mondo.

Ho pertanto votato a favore della relazione in esame.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto(SV) La decisione che ci viene proposta non comporta costi supplementari, ma offre ai nuovi Stati membri e ai paesi candidati all’adesione la possibilità di designare le Capitali della cultura. La cooperazione culturale è un elemento che può consentire ai cittadini di conoscersi e rispettarsi, ed è pertanto da ritenersi positivo. Le possibilità della Commissione sono limitate: la responsabilità di far funzionare le cose ricade in ultima analisi sui paesi e sulle città.

L’iniziativa è incoraggiante, mentre lo stesso non si può dire della normativa europea, che viene imposta ai cittadini limitando la loro attiva partecipazione democratica. Ho quindi votato a favore della proposta, nonostante una vaga componente euronazionalistica.

 
  
  

– Relazione Őry (A6-0069/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, faccio questa dichiarazione di voto a nome della delegazione del partito popolare austriaco.

Abbiamo votato contro la relazione perché invoca l’abrogazione dei periodi transitori attualmente applicabili per la libera circolazione dei lavoratori. Abbiamo votato contro perché ci aspettiamo che il trattato di adesione, firmato da tutti i paesi – inclusi i nuovi Stati membri – venga mantenuto con le sue disposizioni transitorie a tutela del mercato del lavoro austriaco e a giusta ragione, perché le statistiche mostrano che negli ultimi due anni il numero di lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri è già raddoppiato.

La delegazione del partito popolare austriaco è contraria alla relazione perché, ora e in futuro, solo l’Austria può decidere e deciderà per quanto tempo le restrizioni all’ingresso garantite dal trattato di adesione dovranno essere mantenute nell’interesse della forza lavoro austriaca: questo stato di cose potrebbe protrarsi ancora per sette anni.

 
  
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  Oldřich Vlasák (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, considerato che la comunicazione COM 2006 della Commissione sul funzionamento delle misure transitorie dimostra che l’afflusso di lavoratori provenienti dai dieci nuovi Stati membri negli Stati che hanno aperto i propri mercati del lavoro non è stato affatto ingente e, al contrario, secondo gli esperti, ha avuto un effetto positivo incrementando la produzione e migliorando l’economia, e anche alla luce del fatto che i periodi transitori hanno palesemente contribuito a un aumento del numero dei lavoratori in nero, ritengo che approvare la relazione dell’onorevole Őry sia un’iniziativa importante che dovrebbe contribuire ad aprire completamente i mercati del lavoro nei paesi dell’Unione. Solo così potremo dare piena realizzazione a tutte le libertà sancite dal Trattato che istituisce la Comunità europea e dare impulso a tutta l’economia comunitaria. Pertanto ho votato per l’approvazione del documento.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) La libera circolazione delle persone e l’accesso ai mercati del lavoro costituiscono uno dei pilastri dell’integrazione europea. Se non appoggeremo questo principio in conformità con i valori di base della Comunità, non saremo mai al livello degli Stati Uniti, anche se l’America dovesse avvicinarsi a noi, né riusciremo a frenare il colosso asiatico.

Credo fermamente che le preoccupazioni di alcuni dei quindici vecchi Stati membri siano infondate, ed è deplorevole che non accettino le raccomandazioni di un documento della Commissione redatto in conformità con i trattati di adesione. D’altra parte dobbiamo elogiare le decisioni adottate da quei paesi che apriranno i rispettivi mercati del lavoro durante l’Anno europeo della mobilità dei lavoratori.

Per questi motivi, la relazione Őry va vista non come uno spauracchio, ma come una semplice guida su come realizzare gradualmente gli obiettivi della strategia di Lisbona rivista. E’ un tentativo di assicurare parità di diritti per i vecchi e per i nuovi Stati membri in un’Europa unita. Perciò ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI). – (DE) Signor Presidente, anche quando la Grecia e il Portogallo aderirono all’Unione vennero introdotte disposizioni transitorie volte a permettere ai mercati del lavoro di adattarsi alla nuova situazione. Ne consegue che non si tratta di un mezzo per marchiare i nuovi Stati membri come Stati di serie B. Inoltre le disposizioni transitorie sono gradite anche ai nuovi Stati membri dell’Est in quanto assecondano in ciò i loro interessi nazionali. Considerato l’alto livello di disoccupazione – in particolare in Austria e in Germania – e la pressione crescente sul settore a basso salario, sarebbe assolutamente irresponsabile consentire subito il diritto alla libera circolazione dei lavoratori.

Dobbiamo già fare i conti con il gran numero di lavoratori parasubordinati, alcuni dei quali evadono tasse e contributi sociali. Fino a quando le imprese non smetteranno di attuare delocalizzazioni verso i paesi dell’est a basso regime fiscale e di tentare di affrancarsi dagli accordi tariffari, e finché il mercato non si sarà adeguato alle nuove condizioni o non saranno state adottate misure appropriate di supporto, la libera circolazione illimitata dei lavoratori sarebbe irresponsabile. Perciò ho votato contro la relazione.

 
  
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  Hynek Fajmon (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, le quattro libertà europee, ovvero la libertà di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e soprattutto delle persone, sono sempre state tra gli elementi che la gente apprezza di più dell’Unione europea. Pertanto è incomprensibile, ingiusto e discriminatorio che gli abitanti di otto nuovi Stati membri, compresa la Repubblica ceca, non godano ancora a questo riguardo degli stessi diritti che hanno i cittadini degli altri Stati dell’Unione. Le ragioni per limitare questa libertà europea fondamentale sono totalmente infondate e prive di senso. Gli esempi costituiti da Regno Unito, Svezia e Irlanda dimostrano che i mercati del lavoro non corrono alcun pericolo. Sono lieto che anche altri Stati intendano aprire i rispettivi mercati del lavoro e confido che lo facciano molto presto. Abbiamo bisogno di un’Unione in cui tutti i cittadini condividano gli stessi diritti e gli stessi doveri, non di un’Unione dove alcuni sono più uguali degli altri, come nella Fattoria degli Animali di George Orwell. Pertanto ho votato a favore della relazione dell’onorevole Őry.

 
  
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  Milan Cabrnoch (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho sostenuto assieme ad altri parlamentari del partito civico democratico la relazione del mio collega, onorevole Őry, sulla libertà di circolazione dei lavoratori. Nutriamo il massimo rispetto per il diritto che i governi dei singoli Stati membri hanno di attuare restrizioni temporanee alla libertà di circolazione dei lavoratori nel contesto del trattato di adesione. Apprezziamo anche la decisione di Regno Unito, Irlanda e Svezia di non avvalersi di tale diritto e approviamo la decisione, adottata dai governi di Finlandia, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo, di porre fine a tali restrizioni. Siamo convinti che non ci siano ragioni obiettive per limitare la libertà di circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. Le ragioni politiche per limitare tale libertà, comunque, sembrano tanto convincenti per i vecchi Stati membri quanto la libertà di circolazione dei lavoratori è importante per quelli nuovi. Pertanto abbiamo sostenuto un appello a tutti i governi affinché smantellino le limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il voto sulla relazione riguardante il regime transitorio che limita la libertà di circolazione dei lavoratori sui mercati del lavoro dell’Unione è sintomatico delle contraddizioni in seno al Parlamento.

Da una parte, i deputati al Parlamento affermano di difendere la libertà di circolazione dei lavoratori e di voler porre fine alla situazione ingiusta in cui si trovano i lavoratori dei nuovi Stati membri.

Però, quando questa libertà di circolazione potrebbe implicare uguali diritti, votano contro, il che significa che vogliono la libertà di circolazione solo quando comporta bassi salari e la perdita di diritti.

Così, purtroppo, gli emendamenti che abbiamo presentato sono stati respinti, ed erano i seguenti:

– considera fondamentale porre fine alle gravi situazioni di sfruttamento di lavoratori in diversi paesi dell’Unione nel contesto del lavoro nero al quale sono esposti molti lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri e da alcuni vecchi Stati membri, per esempio dal Portogallo.

– insiste sulla necessità di controlli efficaci e di un intervento permanente inteso a porre fine alle discriminazioni, alle disparità di trattamento e al lavoro nero, nonché sulla necessità di promuovere la parità di diritti dei lavoratori e di applicare la stessa legislazione in materia previdenziale e di lavoro a tutte le persone che lavorano in uno Stato membro, a prescindere dal loro paese di origine nell’Unione europea.

Da qui la nostra decisione di astenerci.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Difendiamo un mercato interno efficiente e sosteniamo toto corde la libertà di circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. Questa è una delle libertà fondamentali previste dal Trattato CE. La libera circolazione dei lavoratori contribuisce a creare più posti di lavoro e a rafforzare la competitività dell’Unione. Siamo orgogliosi che la Svezia sia uno dei tre paesi che non hanno introdotto alcuna norma transitoria.

Ci dispiace che i capi di Stato e di governo abbiano deciso di inserire disposizioni transitorie nell’accordo di adesione con i dieci nuovi Stati membri. Al tempo stesso, rispettiamo il fatto che singoli Stati membri scelgano di agire in base alle opportunità previste dall’accordo di adesione stipulato.

Nella relazione il Parlamento invita gli Stati membri ad abolire le disposizioni transitorie vigenti. Riteniamo che su questo tema debbano essere i singoli Stati membri a prendere decisioni a livello nazionale. Pertanto siamo contrari al fatto che il Parlamento plasmi l’opinione pubblica allo scopo di influire sugli Stati membri affinché adottino una linea particolare per quanto riguarda questo tema importante.

Non riteniamo, inoltre, che l’Unione debba condurre campagne di informazione sulla libera circolazione dei lavoratori. Siamo assolutamente certi che le rispettive autorità nazionali possano svolgere egregiamente questo compito. Inoltre ci pare discutibile la proposta di introdurre un progetto per “il monitoraggio sistematico della migrazione di lavoratori all’interno dell’Unione europea” e di prevedere gli stanziamenti necessari a questo scopo (paragrafo 11).

Abbiamo deciso di votare contro la relazione.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Dal 1° maggio 2004 tre “vecchi” Stati membri – Irlanda, Regno Unito e Svezia – hanno aperto i rispettivi mercati del lavoro senza restrizioni ai cittadini dei “nuovi” Stati membri. Gli altri Stati membri dell’UE a Quindici hanno optato per l’applicazione di misure nazionali restrittive nell’ambito degli accordi transnazionali.

Dopo l’apertura del mercato del lavoro, nel corso del 2004 sono arrivati nel Regno Unito 60 000 cittadini di nuovi Stati membri in cerca di occupazione, principalmente nei settori dell’agricoltura e della pesca, nei quali, considerato l’alto numero dei posti disponibili, l’afflusso migratorio non ha certamente comportato un aumento di disoccupazione. Al contrario, ha sortito l’effetto immediato di migliorare la redditività e la competitività delle imprese interessate, aumentando la loro produttività e consolidando la loro posizione finanziaria.

In termini macroeconomici, la politica di apertura del mercato del lavoro si traduce in un netto aumento del tasso di crescita britannico. Stando alle relazioni disponibili degli esperti, la migrazione dei lavoratori provenienti dai dieci nuovi Stati membri ha contribuito all’aumento della produzione e alla creazione di nuovi posti di lavoro e ha determinato una consistente riduzione del numero di lavoratori illegali. Apprezzo questi risultati positivi.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) Il fatto d’integrare la libera circolazione di capitali con la libera circolazione della manodopera viene salutato come un atto di solidarietà. Tuttavia è vero il contrario, perché rafforza lo sfruttamento e crea un inutile conflitto fra i lavoratori di diversi Stati membri.

Un’attuazione affrettata porta, nei paesi ospitanti, a uno scarso controllo dell’applicazione dei minimi salariali e dei contratti collettivi. Nonostante le restrizioni in vigore fino al 2011, si fa già ricorso ai lavoratori dipendenti dei nuovi Stati membri per far scendere i costi della manodopera. Uno studio condotto dal mio partito, il partito socialista olandese, ha dimostrato che l’afflusso di lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri per la gente si è tradotto in una messa ai margini del mercato del lavoro, concorrenza sleale per le piccole imprese, sfruttamento della manodopera a basso costo, cattive condizioni di alloggio e di lavoro nonché salari al di sotto dei 3 euro all’ora. Molti camionisti olandesi sono stati già sostituiti da camionisti polacchi.

Secondo uno studio condotto dal partito socialista fra gli imprenditori della regione dell’Aia, molte imprese edili subiscono gli effetti negativi della concorrenza sleale dei paesi dell’Europa orientale, contro i quali i sindacati olandesi hanno lanciato una campagna nel mese di marzo. Nei paesi di origine si registra già in alcuni settori una carenza di personale qualificato. Dal momento che il mio partito sta conducendo una campagna contro un libero mercato così neoliberista, voterò contro la relazione Őry.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La relazione sul regime transitorio che limita la libertà di circolazione dei lavoratori sui mercati del lavoro dell’Unione è tempestiva, perché coincide con l’annuncio della decisione di Portogallo, Spagna e Finlandia di rimuovere le barriere erette dal 1° maggio 2004.

La libera circolazione dei lavoratori costituisce un elemento sostanziale dell’Unione, in quanto è indicativo della sua generosità e rappresenta un passo verso l’autentica costruzione di uno spazio comune.

C’è già stato un tempo in cui gli abitanti dell’Europa dell’est volevano fuggire dai propri paesi ma non potevano farlo. Oggi, per quegli Stati, c’è indubbiamente la speranza di un futuro migliore e le aspettative suscitate dall’adesione li hanno indotti a nutrire fiducia nello sviluppo delle loro economie nazionali, come i fatti hanno confermato. Per di più, i paesi che hanno rimosso le restrizioni, come Regno Unito, Irlanda e Svezia, non hanno registrato un aumento sostanziale dei propri flussi migratori in confronto agli altri Stati membri – sono stati accordati, nella maggior parte dei casi temporaneamente, alcuni permessi di lavoro – e hanno confermato di fatto che questi immigrati hanno sortito un effetto positivo per le loro economie, cosa del resto ben documentata.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Sono senz’altro, per principio, favorevole all’apertura dei mercati del lavoro nell’UE a Quindici ai lavoratori provenienti da otto nuovi Stati membri.

Nel 2004 Regno Unito, Irlanda e Svezia hanno aperto le proprie frontiere senza limitazioni. Due anni dopo, una relazione della Commissione difende questa strategia politica, cifre alla mano: gli immigrati sono meno del previsto e occupano i posti di lavoro lasciati vacanti in determinati settori.

Tuttavia, dal momento che non possiamo permetterci di essere ingenuamente ottimisti, sono anche favorevole alle disposizioni transitorie stabilite in questo campo dalla maggioranza degli Stati membri. Per questo sostengo la posizione adottata dal governo federale belga di mantenere determinate condizioni di accesso al mercato del lavoro, al massimo fino al 2009.

Queste restrizioni sono di portata limitata e non riguardano le professioni autonome come quelle dei commercianti e degli artigiani e professioni liberali che godono, da quando è avvenuto l’allargamento, di una libertà totale di esercizio.

In particolare, queste restrizioni sono limitate nel tempo e affrontano sia la reale situazione sul campo che la concorrenza talvolta sleale fra lavoratori e datori di lavoro europei. Dobbiamo lasciare agli Stati membri “impreparati” il tempo di mettere in atto strutture di registrazione e di monitoraggio necessarie per consentire ai lavoratori di muoversi liberamente al di fuori dei loro paesi di provenienza.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Abbiamo celebrato di recente il ventesimo anniversario dell’adesione portoghese al progetto europeo. Fin dall’inizio i lavoratori portoghesi si sono visti limitare la propria libertà di circolazione da barriere poste da Stati membri che temevano la disgregazione dei loro mercati del lavoro.

La storia si ripete e adesso i lavoratori degli otto nuovi Stati membri dell’est sono alle prese con le medesime difficoltà.

Ho votato a favore della relazione perché si è riscontrato che, proprio come nel 1986, l’immigrazione da questi paesi ha sortito effetti positivi sulle economie degli Stati membri che hanno deciso di aprire i loro mercati del lavoro. Quei paesi si sono resi conto che non c’erano più ragioni valide per mantenere tali restrizioni alla libertà di circolazione. Sono proprio le restrizioni di questo tipo a fomentare il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori.

Si tratta, più che altro, di una questione di solidarietà nei confronti dei nuovi Stati membri.

L’Unione non deve rispondere alle sfide mondiali col tipo di nazionalismo e protezionismo praticato in alcuni dei suoi Stati membri. Tutti i lavoratori europei sono necessari per incrementare la competitività delle imprese e alimentare in tal modo la crescita economica nell’Unione.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Sono favorevole alla relazione Öry sul regime transitorio che limita la libera circolazione dei lavoratori sui mercati del lavoro dell’Unione, e lo sono perché condivido il parere secondo il quale sarebbe preferibile che tutti gli Stati Membri, compreso il Belgio, abolissero le misure transitorie.

I tre paesi che hanno aperto le loro frontiere non hanno dovuto affrontare un flusso migratorio di ampia portata. Nel contempo abbiamo la prova che i periodi transitori comportano un considerevole aumento di doppie attività e falso lavoro autonomo, cosa che mette sotto pressione i salari e porta i lavoratori dipendenti ad affrontare condizioni di lavoro cattive e inique.

Limitare la libera circolazione dei lavoratori dipendenti che provengono dai nuovi Stati Membri è discriminatorio, conduce allo sfruttamento e testimonia di un modo di pensare a breve termine che non si accorda con la realtà odierna. La relazione può assicurare che, abolendo i periodi transitori, non verranno più ostacolati i diritti sociali e si spianerà la strada a un’Europa sociale e giusta.

Il punto essenziale è che il mercato europeo del lavoro si crea quando si applica la stessa retribuzione per lo stesso lavoro, sussistono uguali condizioni lavorative e a tutti i dipendenti viene assicurato un pari accesso ai diritti sociali. Al tempo stesso anche gli ispettorati sociali devono essere potenziati e cooperare a livello transnazionale.

 
  
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  Gary Titley (PSE), per iscritto. – (EN) La relazione sulla libera circolazione dei lavoratori riconosce l’aumento della redditività e della competitività delle imprese in Irlanda, Svezia e Regno Unito – paesi che hanno aperto i rispettivi mercati del lavoro.

L’esperienza britannica ha dimostrato che il Regno Unito ha fatto bene a compiere il passo coraggioso di aprire il proprio mercato del lavoro. I tassi britannici di produttività e di crescita hanno dimostrato l’infondatezza dei timori relativi all’apertura dei mercati comunitari del lavoro.

Un mercato unico non può funzionare correttamente se i mercati del lavoro rimangono protetti e chiusi. Il Regno Unito ha dimostrato come un’economia prospera possa essere alimentata da mercati del lavoro liberi con l’aiuto di un’adeguata protezione sociale. A memoria d’uomo, questo è stato il più lungo periodo di crescita economica sostenuta nel Regno Unito.

Il partito laburista al Parlamento europeo ritiene che i mercati europei del lavoro debbano essere aperti, come quello del Regno Unito, senza paventare ondate migratorie.

 
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