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Procedura : 2005/2161(INI)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo del documento : A6-0257/2006

Testi presentati :

A6-0257/2006

Discussioni :

PV 06/09/2006 - 14
CRE 06/09/2006 - 14

Votazioni :

PV 07/09/2006 - 7.2
CRE 07/09/2006 - 7.2
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0346

Resoconto integrale delle discussioni
Mercoledì 6 settembre 2006 - Strasburgo Edizione GU

14. Relazioni UE-Cina (discussione)
Processo verbale
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0257/2006), presentata dall’onorevole Bastiaan Belder a nome della commissione per gli affari esteri, sulle relazioni UE-Cina [2005/2161 (INI)].

Ho ricevuto una mozione del gruppo socialista al Parlamento europeo, ai sensi dell’articolo 168 del Regolamento, per chiedere il rinvio in commissione della relazione dell’onorevole Belder sulle relazioni UE-Cina. Qualcuno desidera motivare questa mozione del gruppo socialista?

 
  
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  Alexandra Dobolyi (PSE).(EN) Signor Presidente, il mio gruppo ha chiesto che la relazione dell’onorevole Belder sulle relazioni UE-Cina sia rinviata in commissione perché la consideriamo inadeguata e non equilibrata nell’affrontare una serie di questioni riguardanti le relazioni tra l’Unione europea e la Cina. Il gruppo PSE ritiene anche che la relazione contenga diversi errori fattuali che potrebbero essere corretti solo con un numero molto elevato di emendamenti. Comunque, siamo del parere che una relazione così importante della commissione per gli affari esteri riguardante una potenza mondiale come la Cina debba essere riesaminata e ridiscussa in dettaglio. Questo perché la relazione contiene 125 considerando e paragrafi, ma unicamente due di questi riguardano la cooperazione UE-Cina e soltanto 13 paragrafi riguardano la politica estera, mentre sono ignorati alcuni dei principi fondamentali dell’UE degli ultimi 30 anni. La sicurezza globale e le questioni energetiche sono a malapena menzionate. E’ quindi necessario apportare un maggiore equilibrio a questa relazione.

Esortiamo l’Assemblea a rinviare questa relazione in commissione, dove avremo il tempo sufficiente per affrontare tali questioni estremamente importanti riguardanti la cooperazione UE-Cina.

Al momento la Commissione sta svolgendo un lavoro straordinario esaminando le relazioni UE-Cina in oltre 20 settori diversi, comprese la politica estera, le questioni di sicurezza globale e le questioni energetiche. Dobbiamo agire congiuntamente per definire una posizione coerente basata su fatti e informazioni chiare fornite dai dipartimenti interessati nella Commissione e nel Consiglio. La posizione del Parlamento sarà notevolmente rafforzata e saremo più influenti ai fini della realizzazione dei nostri obiettivi comuni se ci concederemo un po’ di tempo in più per prepararci e riflettere ancora su questa relazione.

(Applausi dai banchi del gruppo PSE)

 
  
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  Presidente. – Ora che la proposta è stata motivata, qualcuno desidera intervenire a favore?

Onorevole Speroni, moderi la sua impazienza. Ai sensi del Regolamento è previsto l’intervento di un oratore a favore e di uno contrario. Ora sto domandando se qualcuno desidera prendere la parola a favore.

 
  
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  Véronique De Keyser (PSE).(FR) Signor Presidente, temevo che nessun altro si sarebbe espresso a favore. Mi permetta quindi di intervenire. Onorevoli colleghi, lo spirito con cui presentiamo questa richiesta è assolutamente costruttivo. Vorrei dire che, nel campo dei diritti umani, e qualunque sia l’esito del voto che seguirà, sosterremo certamente tutti gli emendamenti in favore dei diritti umani. Non sono quindi questi a essere in discussione oggi. Vorremmo piuttosto rimediare – ed è questo che l’onorevole Dobolyi ha voluto sottolineare – agli errori fattuali, alle mancanze, alle lacune che rimangono. Gradiremmo anche ristabilire un rapporto un po’ più stretto con il relatore. E’ tutto.

 
  
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  Presidente. – La parola va all’onorevole Tajani, come oratore contrario.

 
  
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  Antonio Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, un lavoro completo, approvato a larga maggioranza nella commissione per gli affari esteri, deve essere votato da questa Assemblea. Mi rendo conto e mi faccio anche carico di alcune delle osservazioni formulate dal gruppo socialista, dato che abbiamo presentato (come ben sa il gruppo socialista) un emendamento per colmare un’eventuale carenza nella relazione, cioè il riferimento alla one China policy (esclusione dell’indipendenza di Taiwan).

La scelta permette pertanto di trovare un accordo complessivo, un segnale di distensione e di attenzione anche per le richieste che vengono dal gruppo socialista. A mio parere la relazione è completa, può essere esaminata ed è conforme anche alla volontà di diversi gruppi parlamentari di esaminarla e di sostenerla; ritengo giusto affrontare il dibattito questa sera e domani andare al voto.

(Applausi)

 
  
  

(Il Parlamento respinge la richiesta di rinviare la relazione in commissione)

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM), relatore. – (NL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, con grande tempestività, pochi giorni prima del Vertice UE-Cina a Helsinki, il Parlamento europeo sta inviando un segnale chiaro e forte al Consiglio e alla Commissione allo scopo di stabilire un partenariato strategico veramente degno di questo nome. La presente relazione offre a Bruxelles e a Pechino punti di riferimento per tutti gli aspetti delle relazioni reciproche: credibilità, stabilità e responsabilità.

Come relatore europeo, ho ritenuto della massima importanza ascoltare con grande attenzione le discussioni cinesi sullo straordinario sviluppo pacifico della Repubblica popolare cinese negli ultimi tre decenni. In tale contesto sono emersi anche i lati oscuri, con tutte le implicazioni che essi comportano per il partenariato UE-Cina. E’ logico che anche questi aspetti siano inclusi nella proposta di risoluzione. Una vasta maggioranza della commissione per gli affari esteri appoggia questo specifico approccio per il suo indispensabile e prezioso contributo: di questo ringrazio vivamente i deputati interessati.

Le reazioni pubbliche dell’Ambasciata cinese a Bruxelles durante le varie fasi della mia relazione mi impongono di esporvi la mia posizione, in sintesi, su tre aree chiave: il sistema Ankang, la libertà di religione nella Repubblica popolare e la questione di un’annessione pacifica di Taiwan alla Cina.

In una lettera del 25 aprile, l’Ambasciata cinese ha negato recisamente che dissidenti politici e sociali siano stati sottoposti a trattamento psichiatrico obbligatorio. Questo odioso metodo di tortura è ufficialmente noto come Ankang, che significa: salute attraverso il riposo e la pace.

Si dà il caso che l’edizione del 3 novembre 2005 del settimanale tedesco Die Zeit abbia pubblicato le testimonianze dirette di tre vittime di questo sistema Ankang, con il significativo titolo “Elettrochoc contro il virus della libertà”. Il 14 dicembre 2005 il Neuzüricher Zeitung ha pubblicato un articolo ugualmente schiacciante sull’Ankang. Ignorando entrambi, l’Ambasciata cinese ha invitato il Parlamento a cancellare il paragrafo 24 della proposta di risoluzione sull’Ankang in quanto completamente infondato, e il gruppo socialista al Parlamento europeo, agendo come se fosse tutto normale, ha proposto un emendamento a tale scopo. Ho chiesto in due occasioni alla commissione per gli affari esteri di ritirare l’emendamento, ma inutilmente.

Il sistema Ankang è in totale contrasto con i diritti umani fondamentali che certamente tutti noi sosteniamo con forza, come ha detto poco fa l’onorevole De Keyser, il cui atteggiamento mi lascia quindi molto perplesso. Vi esorto a togliere questa macchia dall’onore del Parlamento e a sostenere il testo originale sull’Ankang che ho ripresentato come emendamento.

Sappiamo già abbastanza delle numerose violazioni del diritto fondamentale alla libertà di religione in Cina. Ciò vale anche in riferimento alle discussioni critiche interne su questa azione del governo, persino a livello degli uffici del dipartimento di Stato per gli affari religiosi. Avrei davvero voluto parlare con quei funzionari che erano così disponibili durante la mia visita a questa istituzione di Stato lo scorso autunno.

Secondo quanto affermato nel bollettino del 31 agosto dalla missione cinese nell’Unione europea, il popolo cinese gode di ampia libertà di religione. Invito pubblicamente tale missione a tradurre e a pubblicare la recente intervista con il “grande capo religioso” della Cina per chiarire esattamente quale controllo esercita il partito, poiché gli aspetti positivi e negativi delle religioni sono valutati esclusivamente dal partito comunista cinese.

La stragrande maggioranza del popolo di Taiwan non desidera in alcun caso essere soggetta allo stesso controllo. Questo è ciò che mi hanno detto diplomatici europei sul posto e molti cittadini di Taiwan. Uno di questi ha spiegato perché la dottrina di riunificazione pacifica di Pechino, e tanto meno la deleteria politica del figlio unico, che rappresenta la questione chiave del PSE, non ha alcuna possibilità al momento di essere accettata da quel popolo: “Non si tratta tanto di ideologia o di nazionalismo, quanto della differenza in fatto di sistema politico e del rispetto di tutti i diritti umani come stile di vita. Non vi è alcuna possibilità fintanto che la Cina non abbandona il suo regime autoritario, il che è improbabile nel prossimo futuro”.

Presumo che ciò risponda adeguatamente agli emendamenti socialisti, che inoltre, deviando curiosamente dalla posizione ufficiale contenuta nei documenti dell’Unione europea, sollevano il tema di due sistemi riguardo alla Cina e a Taiwan. Ciò è piuttosto significativo.

Questa relazione rappresenta l’impegno del Parlamento verso un solido partenariato tra l’Unione europea e la Cina. Il documento è pertanto onesto nell’elencare gli ostacoli che si frappongono a questa impresa politica, ora che essi vengono riconosciuti da parte cinese – vi invito a leggere la relazione che contiene le dichiarazioni da parte cinese, tra cui quelle di rappresentanti del mondo accademico di quel paese – ma che, politicamente, non affatto vengono riconosciuti in misura sufficiente come ostacoli né di conseguenza eliminati.

Il messaggio che dobbiamo inviare al Consiglio e alla Commissione alla vigilia del Vertice con i leader cinesi è che la Cina ha bisogno di essere aiutata a stabilire lo Stato di diritto e incoraggiata a realizzare una modernizzazione politica come necessaria azione sociale parallela al suo straordinario sviluppo economico.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, voglio dire innanzi tutto che accolgo con favore la presente discussione. Ringrazio gli onorevoli deputati e in particolare il relatore.

Per incominciare, consentitemi di fare alcune osservazioni strategiche. Come saprete, il nono Vertice UE-Cina si terrà a Helsinki fra soli tre giorni. Sarà un’opportunità molto importante per discutere le attuali questioni e preoccupazioni ai massimi livelli. Nel mio contributo odierno vorrei comunque soffermarmi anche – in particolare alla luce del concetto su cui verte la vostra relazione – su come possiamo conferire un approccio più strategico alle nostre relazioni. Infine, potrei poi aggiungere qualche parola su alcuni punti specifici.

Le nostre relazioni con la Cina costituiscono una delle questioni chiave con cui è confrontata oggi l’Unione europea e su cui verte costantemente la mia attenzione. Ciò vale in tutti i settori: l’ambiente e il cambiamento climatico, la sicurezza dell’energia, la non proliferazione, la sicurezza globale e regionale, le relazioni economiche e commerciali e questioni specifiche come la migrazione illegale. Vi sono anche tutte le questioni relative allo Stato di diritto che avete menzionato.

Noi tutti conosciamo le sfide chiave. In primo luogo, la crescita economica della Cina è stata fenomenale, ma, nel contempo, è ancora un paese in via di sviluppo, più fragile di quanto possiamo immaginare. Per essere sostenibile, la crescita economica deve essere accompagnata da una riforma sociale e politica. In secondo luogo, la Cina ha un ruolo vitale da svolgere nella creazione di mercati dell’energia internazionali più stabili e nella gestione delle sfide ambientali. In terzo luogo, la globalizzazione sempre più rapida – identificata in misura crescente dall’opinione pubblica con la produzione a basso costo in Cina – costituisce un problema e sta suscitando pressioni a favore del protezionismo nei mercati sviluppati, che sia l’Unione europea sia la Cina devono adoperarsi per evitare. In quarto luogo, la Cina, come l’Unione europea, è soggetta all’influenza globale. Questa sosterrà od ostacolerà un ordine mondiale multilaterale basato su regole? In parole semplici, la questione che ci è posta è come dobbiamo reagire alla superpotenza emergente con la quale certamente condividiamo interessi e un terreno comune, ma – siamo realistici – con la quale siamo anche in disaccordo per quanto riguarda alcuni valori e convinzioni fondamentali.

Prima di suggerire alcuni principi che dovrebbero orientare la nostra risposta strategica a questa sfida, devo ribadire che la premessa di base per la politica dell’Unione europea nei confronti della Cina deve essere di impegno e di partenariato. Non c’è alcuna idea di ridurre o limitare le nostre opzioni. Impegno e partenariato sono la base più efficace per incoraggiare e sostenere lo sviluppo della Cina nel rispetto degli obiettivi e degli interessi sia dell’UE che della Cina.

Quali sono i principi che dovrebbero guidarci? In relazione alla riforma e allo sviluppo interni della Cina dobbiamo essere costruttivi e dobbiamo completare ove possibile la politica cinese. L’Unione europea deve anche, comunque, inviare messaggi molto coerenti sulle nostre aree di interesse, come la necessità di riforma sociale e politica per assicurare la sostenibilità della Cina, l’importanza di regimi internazionali di non proliferazione, l’immediato accesso al mercato e condizioni di parità per le imprese dell’Unione europea. In secondo luogo, a livello internazionale, l’Unione europea ha interesse a incoraggiare un impegno internazionale più attivo e responsabile da parte della Cina. Dobbiamo migliorare la nostra comprensione della politica estera cinese se vogliamo lavorare insieme efficacemente. Dovremmo enfatizzare la componente regionale, aumentando la nostra consapevolezza e sensibilità riguardo alle questioni regionali e incoraggiando l’integrazione regionale e un maggiore multilateralismo in Asia.

In terzo luogo, l’Unione europea ha bisogno di maggiore precisione e coerenza a livello interno. Prima di esplorare aree nuove, si dovrebbe effettuare una completa revisione interna della nostra cooperazione esistente, per giungere a una maggiore definizione delle priorità e, ove necessario, abbandonare aree inefficaci o che non costituiscono più priorità. Il nostro obiettivo dovrebbe essere un approccio olistico, in cui l’Unione europea nel suo insieme ritorni a esprimersi all’unisono sulla propria politica nei confronti della Cina.

In quarto luogo, dovremmo lavorare anche affinché le nostre relazioni bilaterali siano rafforzate, abbracciando tutti gli elementi essenziali delle società. Il Parlamento avrà un ruolo molto importante da svolgere anche in questo contesto. Abbiamo bisogno di un programma a lungo termine per promuovere la comprensione reciproca e di uno strumento efficace di strategia politica sufficientemente informale e flessibile.

In quinto luogo, in tutto questo processo l’Unione europea dovrebbe essere consapevole dei suoi punti forti. Esiste una particolare competenza dell’UE su una serie di questioni relative alla stabilità interna su cui la Cina ha bisogno di aiuto, per esempio sull’energia, l’ambiente, l’integrazione regionale e la salute pubblica, e dovremmo sfruttarla il più possibile.

In sesto luogo, vi sono altre aree nelle quali abbiamo meno influenza. So che la situazione dei diritti umani in Cina sta particolarmente a cuore al Parlamento, come anche alla Commissione. L’anno passato non è stato considerato un anno di progressi significativi in alcuna delle aree alle quali siamo particolarmente interessati, come la ratifica del Patto internazionale sui diritti civili e politici, la liberazione dei 1989 prigionieri, l’abolizione della rieducazione attraverso il lavoro e una maggiore tutela della libertà di espressione e di religione, su cui continuiamo a nutrire reali preoccupazioni. Ma posso assicurarvi, onorevoli deputati, che tali questioni rimarranno una parte centrale della nostra agenda politica e continueremo a impegnarci e a insistere per compiere progressi.

La Commissione sta compiendo passi per trasformare questi principi in realtà. Esporremo, come chiede la relazione, una nuova visione strategica per la nostra politica nei confronti della Cina, che saremo in grado di presentare formalmente al Consiglio e al Parlamento a novembre. Attendo con ansia di valutare la situazione personalmente durante il mio viaggio in Cina all’inizio del mese prossimo.

Oltre al nostro costante appoggio al processo di riforma interna della Cina, penso che dovremmo concentrarci anche su quattro priorità fondamentali: prima di tutto, abbiamo bisogno di un maggiore equilibrio nelle relazioni bilaterali, che lo si voglia definire reciprocità, uguaglianza o beneficio reciproco. A tal fine intendiamo anche instaurare un dialogo più significativo sui diritti umani e sui temi correlati, tra cui saranno incluse questioni come i progressi sui diritti sociali ed economici. Siamo preoccupati dalla situazione relativa ai diritti civili e politici in Cina e, in particolare, come è stato menzionato, per quanto riguarda la libertà di espressione, di religione e di associazione e la protezione dei diritti delle minoranze. In tale contesto, siamo preoccupati che l’uso di Internet sia sempre più limitato e controllato. Come ha detto il relatore, diamo grande importanza alla questione del prelievo di organi. E’ chiaro che la legislazione recentemente adottata in materia dal governo cinese non affronta in modo adeguato la questione del consenso del donatore, in particolare per coloro che muoiono in carcere o che sono giustiziati. Abbiamo esposto molto chiaramente le nostre preoccupazioni al governo cinese, sia attraverso il nostro dialogo sui diritti umani sia attraverso canali politici più ampi, esortandolo, in termini piuttosto forti, a predisporre misure per rispondere con urgenza a queste preoccupazioni.

Dobbiamo fare in modo che la Cina diventi un membro responsabile della comunità internazionale, rendendola più di una semplice presenza: deve dare un contributo positivo e attivo. Per quanto riguarda le questioni commerciali, se i mercati dell’Unione europea devono rimanere aperti, dobbiamo ricordare che abbiamo bisogno di una risposta genuina, bilaterale e multilaterale dalla Cina che attui la lettera e lo spirito degli impegni dell’OMC. Dobbiamo esaminare le strutture di gestione per le nostre relazioni per evitare la frammentazione e assicurare un’adeguata assegnazione di risorse alla Cina.

C’è molto da fare nel definire una visione strategica realistica ma anche ambiziosa mirata a far progredire le relazioni UE-Cina. Non dobbiamo ignorare le difficoltà che comporta la realizzazione di tale obiettivo – e non penso che le stiamo ignorando. Ma consentitemi di ribadire che è di cruciale importanza far funzionare tali relazioni. Entrambe le parti vogliono un partenariato strategico genuino degno di questo nome. E’ nostra responsabilità tradurre in pratica questo desiderio politico.

Penso che disponiamo di una buona base su cui procedere e, in questo percorso, spero che possiamo contare sul vostro appoggio, perché è una questione troppo importante, in cui non possiamo fallire.

(Applausi)

 
  
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  Karsten Friedrich Hoppenstedt (PPE-DE), relatore per parere della commissione per i problemi economici e monetari. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, cosa accadrebbe se non potessimo parlare oggi della questione della Cina?

Come è stato detto prima, l’imminente Vertice tra l’Unione europea e la Cina si svolgerà il 9 settembre, con il Primo Ministro, i ministri degli Esteri e i ministri delle Riforme, della Pianificazione e del Commercio. Il 12 settembre si svolgerà, sempre a Helsinki, un forum economico cinese-europeo ad alto livello. Dal punto di vista dell’economia mondiale si stanno avvicinando altre date importanti, in particolare una nuova distribuzione di voti all’interno del Fondo monetario internazionale a favore della Cina e forse a svantaggio dell’Europa; inoltre, alla fine di settembre, sarà necessario formare nuovi raggruppamenti e alleanze nel Doha Round in Australia.

Come relatore per parere sull’argomento nella commissione per i problemi economici e monetari, mi concentrerò sulle prospettive della politica economica e monetaria. Nel 2005 l’eccedenza della bilancia commerciale cinese ammontava a 102 miliardi di dollari; nel 2006 sarà ancor più elevata e alla fine del 2006 la Cina disporrà di oltre 1 000 miliardi di dollari di riserve in valuta estera. Da molte parti giungono richieste di un rapido cambiamento del tasso di cambio e a medio termine la Cina è disposta ad ascoltare tali richieste. In considerazione della stretta interconnessione dei mercati finanziari, comunque, ho sostenuto un cambiamento cauto, perché misure radicali e repentine potrebbero condurre a conseguenze incalcolabili per i mercati finanziari.

Il Fondo monetario internazionale deve controllare tali sviluppi e agire tempestivamente ove necessario. Nell’imminente assemblea annuale dell’FMI la Cina riceverà maggior peso nel Fondo, e in questo sviluppo sta ottenendo un forte appoggio dagli Stati Uniti. Ci si potrebbe domandare perché gli Stati Uniti, con il loro enorme disavanzo di bilancio, siano così desiderosi di sostenere la Cina. Forse perché la Cina, come è stato sottolineato in precedenza, con la sua politica sul tasso di cambio e le sue elevate riserve in valuta estera, ora ha voce in capitolo in questioni che colpiscono il dollaro americano.

Come viene percepito questo fatto negli Stati membri dell’Unione europea e cosa hanno da dire in proposito i funzionari nel Consiglio ECOFIN? L’Unione europea è il maggiore partner commerciale per la Cina, la Cina è il secondo partner commerciale per l’Unione europea. Quindi dobbiamo rispetto ai cinesi per il modo in cui hanno adempiuto in parte, e stanno cercando di adempiere, gli impegni che hanno assunto quando hanno aderito all’OMC, anche se esiste ancora un ampio margine di miglioramento riguardo alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e specialmente sulle questioni di credito. L’ulteriore apertura dei mercati dei servizi bancari e delle assicurazioni e i progressi nella ricerca di norme comuni costituiscono concreti passi avanti.

Si spera che alla fine di settembre i colloqui in Australia imprimano una nuova spinta al Doha Round. Anche qui gli Stati Uniti sarebbero lieti di vedere una maggiore influenza cinese. Quali persone sceglierà l’Unione europea per accompagnare questo processo, per convincere i cinesi che l’Europa può lavorare in partenariato con la Cina allo sviluppo di strategie comuni?

 
  
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  Antonio Tajani, a nome del gruppo PPE-DE. – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, noi sosteniamo con convinzione la relazione Belder, è una relazione completa, affronta tutti i problemi attinenti alle relazioni tra Unione europea e Cina e si basa sul dibattito importante svolto nella commissione per gli affari esteri, per il quale ringrazio il presidente Brok, che ha voluto approfondire in maniera consistente il tema.

Noi auspichiamo un’ampia convergenza su questa relazione, invitiamo pertanto il gruppo socialista a votare a favore, anche perché ci impegniamo a sostenere la politica di una sola Cina, che è alla base del rispetto di una soluzione pacifica della questione Taiwan attraverso un dialogo costruttivo.

Nella relazione certamente la Cina non è vista come un nemico dell’Europa, anzi al contrario, è un partner importantissimo nei settori del commercio e dell’industria, molte imprese europee trovano in Cina un’ospitalità che permette loro di scoprire nuovi mercati. Ma per migliorare i rapporti tra Unione europea e Pechino e per procedere con reciproco vantaggio occorre fissare regole certe, che devono essere rispettate, come ci sono dei valori fondamentali che riguardano la persona che, quando sono violati, possono rendere meno positiva la collaborazione tra Unione europea e Cina.

Siamo preoccupati per le scelte poco democratiche del partito comunista cinese, per la violazione dei diritti umani e dei diritti sindacali, per la libertà delle minoranze, per la libertà di informazione, per la questione del Tibet. Il gruppo parlamentare, che segue con attenzione questo problema, presentando e facendo approvare diversi emendamenti ha sottolineato la questione della libertà religiosa: ci preoccupa la nomina dei vescovi da parte del partito comunista, è come se il Vaticano nominasse generali dell’armata cinese, è incomprensibile, si conculca la libertà di tanti cittadini cinesi.

Inoltre esiste la questione delle regole nei rapporti economici e commerciali, chiediamo al Consiglio e alla Commissione un impegno per tutelare le imprese europee e di altri paesi vicini all’Europa, soprattutto nei settori del tessile e delle calzature. Qualche segnale è arrivato dal Commissario Mandelson, si deve tuttavia procedere con coraggio, anche la Presidenza finlandese, mi rammarico che non sia presente qui, per quanto riguarda la tutela dei diritti umani. Per tutti questi motivi voteremo a favore della relazione Belder sostenendo alcuni emendamenti che riguardano anche le questioni ambientali.

 
  
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  Glyn Ford, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, sono molti i punti della relazione dell’onorevole Belder su cui possiamo essere d’accordo. Siamo d’accordo che la Cina deve assumersi una crescente responsabilità internazionale in virtù del suo status di membro permanente del Consiglio di sicurezza e ora di quarta economia del mondo. Siamo d’accordo sull’importanza del ruolo della Cina in Africa e nel Medio Oriente. Dobbiamo avere un dialogo con la Cina sulla situazione nella Corea del Nord, dove sta svolgendo un importante ruolo presiedendo i colloqui a sei, sull’Iran, dove la Cina può essere determinante nella ricerca di una soluzione alla crisi nucleare, e sul Darfur, in merito al quale la Cina, a causa dei suoi interessi per il petrolio, si è opposta sinora allo spiegamento di forze dell’ONU.

Attendiamo con ansia l’istituzione di un partenariato strategico UE-Cina e certamente sosteniamo l’abolizione della pena di morte – cosa che sollecitiamo in tutti i paesi, incluso il Giappone, la Repubblica di Corea e gli Stati Uniti. Il miglioramento nel campo dei diritti umani deve essere costante.

La relazione, però, nel complesso presenta purtroppo sia una mancanza di equilibrio sia peccati di omissione. Pensavo che si trattasse di peccati di omissione, ma nel suo intervento iniziale l’onorevole Belder ha chiarito che la ragione per cui la politica di una sola Cina (One China policy) non compare nella relazione non è frutto di una dimenticanza, ma della sua intenzione di cambiarla. Spero che coloro che ancora la sostengono nel gruppo dei democratici cristiani non vi si adeguino, ma sostengano il nostro emendamento.

Abbiamo due righe sulla situazione drammatica di 150 milioni di lavoratori migranti – oltre il 10 per cento della popolazione della Cina – una sola frase sulla libertà di associazione sindacale, mentre vi sono cinque paragrafi su una minoranza religiosa che è cento volte più piccola. Il guaio è che l’onorevole Belder si perde nei dettagli.

Sì, naturalmente dobbiamo difendere tutti i gruppi oppressi, ma dove è il senso delle proporzioni del relatore? Analogamente, è giusto credere ad alcune delle informazioni negative che ci vengono dette sulla Cina, ma non è giusto crederle tutte senza le necessarie prove. Vi sono aree nelle quali invadiamo molto il territorio della commissione per il commercio internazionale, ma la relazione adotta una linea molto più protezionistica della recente relazione di quella commissione.

La questione dello status di economia di mercato viene liquidata con grande facilità, eppure 40 paesi nel mondo hanno già accordato alla Cina lo status di economia di mercato – da ultima la Repubblica di Corea nel novembre 2005. Io rispetto il parere del Parlamento europeo sull’embargo, ma qui stiamo insistendo che tutti i nostri paesi partner seguano un embargo che mette la Cina nella stessa situazione della Birmania e dello Zimbabwe – che personalmente considero di gran lunga peggiori in quanto a oppressione e discriminazione – mentre, al tempo stesso, chiediamo ai cinesi di aiutarci a esercitare pressione su questi due paesi che definiamo esattamente come la Cina.

Al paragrafo 4 indichiamo che alla fine del 2006 la Cina disporrà di un miliardo di euro in riserve. La relazione è precisa; è soltanto sbagliata di mille volte: si tratta di mille miliardi e non di un miliardo, eppure nessuno se n’è accorto, benché questa sia una relazione splendidamente accurata che tutti appoggiano.

In nessun punto lamentiamo il fatto che la Cina detiene troppo pochi euro – piuttosto che dollari – né diciamo che la Cina dovrebbe continuare a lavorare con l’Unione europea nei colloqui a sei. Non menzioniamo che l’interesse della Cina per il Sacrario di Yasukuni va ricercato nel fatto, emerso di recente, che l’imperatore giapponese si è rifiutato di visitarlo dopo che vi sono stati deposti i resti criminali di guerra di primo grado.

Infine, come ha detto il Commissario, vogliamo impegno e partenariato, non scontro e contenimento. Temo che da questa relazione emerga un messaggio sbagliato.

 
  
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  Cecilia Malmström, a nome del gruppo ALDE. – (SV) Signor Presidente, signora Commissario, a nome del mio gruppo accolgo con favore questa relazione. E’ importante che il Parlamento europeo presenti una dichiarazione prima dell’importante Vertice del fine settimana. Le relazioni dell’Unione europea con la Cina sono divenute ovviamente sempre più estese, e non solo in termini di politica commerciale. E’ quindi positivo che affrontiamo queste relazioni in modo più strategico.

La Cina è un’economia in crescita e un partner commerciale sempre più importante. Noi democratici liberali consideriamo il commercio un importante modo in cui i paesi possono avvicinarsi e avere più contatti e forme di scambio. Il commercio conduce anche a lungo termine a una maggiore apertura, a migliori regolamentazioni, a meno corruzione e, con il tempo, noi crediamo, alla democrazia. Il commercio ha condotto anche alla crescita economica, consentendo a milioni di cinesi di affrancarsi dalla povertà e ciò significa che possiamo anche, naturalmente, discutere come debbano essere distribuiti i frutti di quella crescita.

La Cina ha crescenti ambizioni sulla scena internazionale. E’ un fatto positivo, ma in quel caso il paese deve anche accettare una maggiore responsabilità internazionale ed essere un partner responsabile. Noi crediamo che la Cina possa avere un ruolo importante nelle relazioni con la Corea del Nord, ma non possiamo accettare che la Cina si avvalga del suo diritto di veto alle Nazioni Unite per impedire un intervento mondiale inteso a porre fine al genocidio in Darfur o mirato a esercitare pressione sull’Iran affinché sottoponga il suo programma nucleare al controllo internazionale.

Considerate le sue dimensioni, la sua storia e la sua popolazione, la Cina ha un enorme potenziale. Al tempo stesso, dobbiamo riconoscere che la Cina è anche una dittatura. Non possiamo accettare che migliaia di persone siano incarcerate per avere opinioni politiche diverse o per essere di una religione diversa o di un gruppo etnico diverso. Non possiamo accettare la censura della Cina su Internet, e vediamo con grande preoccupazione i resoconti che ora provengono da tutto il mondo – e più recentemente da un rispettato istituto in Canada – sul commercio di organi prelevati, per esempio, da simpatizzanti del Falun Gong. Siamo anche preoccupati delle minacce dirette contro la democrazia di Taiwan.

Non dobbiamo mai perdere l’occasione per far presente ai politici e alle imprese cinesi che condanniamo queste violazioni dei diritti umani. Al tempo stesso, dobbiamo anche essere costruttivi nel cercare di aiutare la Cina a percorrere la lunga strada verso la democrazia. Allo stesso modo, tutti noi come politici, imprenditori e consumatori dobbiamo esigere che le imprese cinesi permettano i sindacati e consentano ai loro dipendenti di godere della sicurezza e dei diritti fondamentali.

La Cina è anche una bomba a orologeria ambientale, e l’ambiente è un’area di cooperazione potenziale enorme tra la Cina e l’Unione europea. Il Commissario Ferrero-Waldner ha parlato della necessità di un partenariato strategico che comprenda molti elementi pratici. Accogliamo con favore questo obiettivo e speriamo che il Parlamento europeo possa svolgere un ruolo critico ma anche costruttivo in questo lavoro.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – (ES) Signor Presidente, anch’io sono lieto che finalmente stiamo svolgendo questa discussione. Credo che sarebbe stato un errore e un messaggio sbagliato rinviare la relazione in commissione, soprattutto tenendo conto dell’importanza data alla sovranità di questa Assemblea.

E’ evidente che la Cina sta compiendo grandi progressi e la modernizzazione sta attualmente procedendo, ma dobbiamo anche tenere a mente che questo ritmo accelerato e rapido della modernizzazione pone rischi dal punto sociale e ambientale. In tal senso, l’Unione europea deve contribuire allo sviluppo degli aspetti positivi di questa modernizzazione e non alimentare gli aspetti negativi o i rischi che comporta questo processo.

Perciò, in un momento in cui si stanno discutendo le relazioni Unione europea-Cina dobbiamo essere molto chiari. Tra amici bisogna parlare chiaro; è proprio con gli amici che dobbiamo mantenere buone relazioni e anche essere molto sinceri. In questo caso, credo che dobbiamo farlo indicando molto chiaramente quali sono i valori che consideriamo fondamentali per avere una buona e fruttuosa relazione.

Alcuni sono già stati menzionati, ma voglio esporli nuovamente, per ricordare, in modo chiaro e inequivocabile che siamo favorevoli all’abolizione della pena di morte e che lo consideriamo un valore universale, che siamo favorevoli alla democratizzazione e alla libertà di espressione, anche in Internet, e alla libertà di manifestazione culturale e religiosa, che condanniamo la tortura sistematica e l’esistenza di campi di rieducazione per i prigionieri e che consideriamo fondamentale il rispetto dei diritti di popoli come quello del Tibet. Ci rivolgiamo quindi al Consiglio affinché attui la politica applicabile e acconsenta all’invio di un inviato speciale. In relazione all’embargo sulle armi, abbiamo detto molte volte che non possiamo accettare e non accetteremo la revoca dell’embargo sulle armi a meno che non si pervenga previamente a una soluzione, una giustificazione o una chiara assunzione di responsabilità in relazione ai fatti di Tienanmen; se non si chiariscono questi fatti, non possiamo prendere in considerazione la revoca dell’embargo.

Infine, riguardo alla politica di una sola Cina, convengo che l’obiettivo deve essere questo e che tale principio offre un buon quadro per negoziare le relazioni tra Cina e Taiwan, ma le trattative devono avvenire tra entità democratiche. In caso contrario, logicamente, la “One China policy” potrebbe avere conseguenze negative.

 
  
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  Willy Meyer Pleite, a nome del gruppo GUE/NGL. – (ES) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, domani il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica voterà contro questa relazione, perché, se l’intenzione è quella di esercitare un’influenza su un settore tanto sensibile come quello dei diritti umani, va nella direzione sbagliata.

Tale errore è esplicito al paragrafo 75, in cui si incoraggia l’Unione europea e i suoi Stati membri a sviluppare un consenso strategico, d’intesa con gli Stati Uniti, per le relazioni con la Cina.

Io mi domando: su quali argomenti si può sviluppare un consenso con gli Stati Uniti? Riguardo alla pena di morte? Riguardo al rispetto del diritto internazionale? Riguardo alla smilitarizzazione della sicurezza? Riguardo al cambiamento climatico? In altre parole, intendiamo procedere a fianco degli Stati Uniti per sviluppare tale consenso strategico – l’Unione europea e gli Stati Uniti – in modo da dire ai cinesi cosa fare in tali settori?

Io credo che sia un terribile errore e che in questo modo si vada proprio nella direzione sbagliata. Inoltre, la relazione propone anche di dire ai cinesi – al governo cinese, alle autorità cinesi – quale politica devono realizzare nella regione, con quali paesi – con la Corea del Nord, con l’Iran – e con quali principi, come se alla Repubblica popolare cinese si potesse dire quello che deve fare o se fosse disposta ad ascoltare. Come se la Repubblica popolare cinese dicesse all’Unione europea quale tipo di relazioni e di politica dobbiamo attuare.

Questo non è serio. Dobbiamo tenere a mente di quale paese stiamo parlando. Stiamo parlando di un paese che ha 1,2 miliardi di abitanti, che si estende su una superficie di 9 milioni e mezzo di chilometri quadrati e che nel 1910 era ancora una società feudale. Se non contestualizziamo questa relazione, meniamo colpi alla cieca. Infine, onorevoli colleghi, credo che questa relazione trasudi un puro interesse economico. Nient’altro. Tutto il resto sono solo belle parole.

Domani, quindi, il nostro gruppo voterà contro la relazione, perché credo che si stia andando nella direzione sbagliata. Per influire sulla Repubblica popolare cinese dobbiamo partire da una chiara autonomia dell’Unione europea e non dal vincolo tra questa e gli Stati Uniti d’America.

 
  
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  Ģirts Valdis Kristovskis, a nome del gruppo UEN. – (LV) Signora Commissario, onorevoli colleghi, desidero esprimere un commento sulle relazioni tra l’Unione europea e la Cina viste attraverso la lente delle relazioni tra Cina e Taiwan e della democrazia. Non è un segreto che la Cina rifiuta di impegnarsi in un dialogo diretto con il governo democraticamente eletto di Taiwan. L’Unione europea dovrebbe quindi esortare la Cina a mantenere un’atmosfera di fiducia reciproca con Taiwan e ad avvalersi di mezzi pacifici per sviluppare le proprie relazioni, al fine di raggiungere la stabilità in tutta la regione. Le azioni con cui la Cina cerca di restringere la partecipazione di Taiwan ai processi internazionali non sono tollerabili. La Cina deve rispettare i diritti umani fondamentali e la libertà di scelta politica dei 23 milioni di abitanti di Taiwan. Dovremmo condannare il fatto che la legge cinese che legittima la possibile occupazione di Taiwan pende su Taiwan come una spada di Damocle. Onorevoli colleghi, a mio parere nel concetto di “una Cina” l’idea di riunificazione pacifica dovrebbe essere sostituita con un’idea maggiormente applicabile: una soluzione pacifica. Lo spiegamento di circa 800 missili guidati e altri tipi di missili sulla costa meridionale della Cina, di fronte allo Stretto di Taiwan, deve essere ridotto significativamente. Si tratta di una minaccia e di una fonte di tensione per gli abitanti di Taiwan. Crea la necessità di contromisure per la costruzione di armamenti a Taiwan, sottraendo risorse significative alle necessità dell’economia e della società. L’embargo dell’Unione europea sulle armi deve essere mantenuto. Una sua revoca sarebbe erroneamente interpretata come un incoraggiamento ad accrescere ulteriormente la forza militare della Cina. Ciò potrebbe seriamente influire sulla stabilità nella regione asiatica e condurre all’intensificazione della spesa per gli armamenti. Una revoca dell’embargo sulle armi non promuoverebbe la desiderata democratizzazione della Cina. Scomparirebbe per il regime monocolore la spinta a porre fine alle significative violazioni dei diritti umani cui assistiamo da così lungo tempo.

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, dobbiamo congratularci con il popolo cinese per i progressi che ha compiuto dopo la morte, 30 anni fa, del tiranno Mao Zedong. L’eredità maoista di uccisioni, di oppressione, sofferenza, miseria, fame e morte è senza eguali. Egli mise la Cina in ginocchio. Il suo strumento per mantenere questa tirannia era, chiaramente, il partito comunista cinese, che ancora governa la Cina. Il riconoscimento da parte del successore di Mao, Deng Xiao Ping, e dei suoi successori, di alcune realtà capitaliste e di libero mercato ha consentito alla Cina di avanzare economicamente al punto che ha raggiunto oggi.

Tuttavia, al centro del fenomeno economico cinese rimane una contraddizione irrisolta. La nuova prosperità della Cina è basata su principi capitalisti applicati dal partito comunista cinese, che è l’unico partito politico in Cina. Assistiamo al curioso spettacolo di un partito comunista che non crede più nel comunismo e che applica idee capitaliste nelle quali non dovrebbe credere. La sua unica reale convinzione è assicurarsi la propria sopravvivenza e l’Unione europea non dovrebbe aiutarlo in questo scopo fornendo il tipo di appoggio che abbiamo già visto.

Il progresso in Cina sarà limitato inevitabilmente alla sfera economica finché il partito comunista cinese manterrà il potere. Il progresso non si estenderà alla libertà di associazione, alla libertà di parola e alla democrazia. Il popolo cinese sta finalmente cominciando a raccogliere alcuni dei benefici materiali del sistema capitalista. Ma quando raccoglierà i benefici del sistema democratico occidentale? La relazione dell’onorevole Belder chiede giustamente il pluralismo politico e un ordinamento giudiziario indipendente ed esorta l’Unione europea a non revocare l’embargo sulle armi fintanto che la Cina non affronterà la situazione dei diritti umani e delle libertà civili e politiche.

L’onorevole Belder chiede una politica coerente e ben strutturata nei confronti della Cina. Tale politica coerente dovrebbe promuovere gli interessi del popolo cinese, ma non gli interessi del partito comunista cinese. Perciò non dobbiamo revocare l’embargo sulle armi e dobbiamo continuare a riconoscere Taiwan come Stato democratico indipendente.

Purtroppo devo dire che questa relazione dovrebbe essere respinta perché difende l’ulteriore sviluppo di una strategia dell’Unione europea riguardo alle relazioni con la Cina. Ciò sarebbe negativo per il popolo cinese. Restringerebbe anche le decisioni politiche ed economiche del Regno Unito, indebolendone l’influenza e le priorità. A lungo termine sarebbe anche negativo per il popolo cinese.

 
  
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  Paweł Bartłomiej Piskorski (NI). (PL) Signor Presidente, il fatto che stiamo discutendo le relazioni UE-Cina ne dimostra l’importanza. I singoli oratori, la relazione stessa, nonché tutti coloro che stanno intervenendo qui hanno sottolineato quanto siano importanti le relazioni con la Cina per il futuro dell’Unione europea. Tuttavia, concordiamo anche sul fatto che queste relazioni sono fondamentalmente diverse. Il nostro approccio deve essere diverso, nelle discussioni su questo argomento, da quello adottato nelle nostre relazioni con un altro grande paese della regione come l’India.

Quando discutiamo della Cina, dovremmo sempre tenere presente le fondamenta su cui poggiano questo Parlamento e l’intera Unione europea. Perciò, la nostra priorità è promuovere, favorire e creare condizioni che consentano alla gente di vivere in condizioni democratiche, senza la paura della repressione e senza atti che sono parte della vita quotidiana in Cina.

Nel discutere questa relazione, che nel suo insieme è corretta – e spero che tutti gli emendamenti e tutti gli elementi relativi ai diritti dell’uomo e dei cittadini saranno adottati dall’Assemblea – dovremmo ricordare che la repressione delle comunità religiose, cui tutte sono soggette, dalla Chiesa cattolica ai movimenti religiosi come il Falun Gong, che subiscono oppressioni sconvolgenti, nonché la repressione dei diritti umani fondamentali, non sono un fenomeno del passato in Cina, ma sono tuttora all’ordine del giorno. Continuano a essere praticati la sterilizzazione forzata e gli aborti forzati. Anche la repressione di gruppi nazionali, come avviene attualmente in Tibet, non è stata ancora relegata nel passato.

Dobbiamo richiamare l’attenzione su tutto questo nella nostra relazione, poiché è estremamente importante che sia il Parlamento europeo che l’intera Unione europea, non si concentrino semplicemente sulle statistiche economiche e sul commercio nelle relazioni con la Cina, ma anche sugli ideali che l’Unione europea promuove e dovrebbe promuovere.

 
  
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  Georg Jarzembowski (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario, il nostro gruppo è realmente impegnato per lo sviluppo del partenariato strategico tra l’UE e la Cina, ma queste relazioni devono essere basate su una completa apertura, credibilità e responsabilità. Non dobbiamo sacrificare le nostre convinzioni nell’interesse di considerazioni economiche o politiche; piuttosto, dobbiamo parlare chiaro quando discutiamo con i nostri partner cinesi.

Vorrei ringraziarla, signora Commissario, per le parole chiare che ha pronunciato nel suo intervento iniziale e la incoraggio a pronunciare lo stesso discorso al Vertice di Helsinki. Se siamo aperti e onesti gli uni con gli altri, abbiamo una buona occasione per sviluppare ulteriormente il partenariato strategico in modo ragionevole.

Consentitemi di formulare tre ulteriori osservazioni. Come la Commissione, dobbiamo continuare a chiedere al governo della Repubblica popolare cinese di attuare i principi di base di un commercio mondiale equo, ora che fa parte dell’OMC. Non può sfuggire con la scusa che il governo centrale non sa cosa avviene in ogni provincia.

La tutela della proprietà intellettuale deve essere garantita e, se il governo cinese è in grado di imporre le sue convinzioni politiche in ogni carcere, deve sapere anche attuare la tutela della proprietà intellettuale in ogni fabbrica.

In secondo luogo, ci appelliamo al Congresso popolare nazionale perché finalmente ratifichi il Patto internazionale sui diritti civili e politici. L’hanno firmato, ma ne stanno rinviando la ratifica. Ritornano su questo punto nelle discussioni che siamo sempre lieti di tenere con loro e affermano che si tratta di una questione difficile e che devono prima prepararsi. No: hanno firmato, perciò devono ratificare e devono rispettare i diritti umani. Ciò significa in pratica libertà di religione, libertà di stampa e libertà di parola. Questo deve essere garantito. Deve anche esserci l’autonomia culturale per il Tibet.

Mi sembra che l’onorevole Ford non abbia compreso esattamente come stanno le cose: la Cina deve fare la prima mossa nel cambiare il modo in cui si relaziona con i paesi vicini. Deve cambiare anche le sue relazioni con il Giappone e Taiwan. Per quanto riguarda Taiwan, naturalmente tutti noi vorremmo che vi fosse un dialogo politico tra Pechino e Taipei, ma questo non deve assumere la forma di minacce. E’ quindi del tutto insensato che i socialisti abbiano chiesto – come di recente hanno fatto – la revoca dell’embargo sulle armi. Dovreste piuttosto tornare a dimostrare solidarietà ai democratici di questa Assemblea. Finché si registrano violazioni dei diritti umani in Cina, non si dovrebbe revocare l’embargo.

 
  
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  Alexandra Dobolyi (PSE).(EN) Signor Presidente, accolgo con favore il lavoro svolto sinora sulla Cina dalla Commissione e il contributo fornito questa sera dal Commissario Ferrero-Waldner. Se la relazione fosse equilibrata come il suo contributo di questa sera, signora Commissario, la sosterrei di tutto cuore. Tuttavia, in tutte le nostre discussioni in seno alla commissione per gli affari esteri, ho detto che la relazione era debole nelle sezioni dedicate alla cooperazione UE-Cina e alla politica estera. Non capisco per quale ragione la relazione non prende posizione sulla “One China policy” né sul ruolo della Cina nel Consiglio di sicurezza, né esprime un parere equilibrato sul problema di Taiwan, sui colloqui a sei, sulla cooperazione UE-Cina e sulle questioni inerenti alla sicurezza mondiale.

La relazione indica soltanto uno dei principali partner per la cooperazione nelle relazioni con la Cina. Perché? Io credo, come la vasta maggioranza di persone in Europa, che dovremmo lavorare insieme in cooperazione con tutti i nostri principali partner, invece che con uno soltanto.

Vi sono anche errori fattuali nella relazione dell’onorevole Belder, che è appoggiata dal gruppo PPE-DE e da altri gruppi. Faccio solo un esempio: al paragrafo 24, il Parlamento invita la Commissione ad avviare un dialogo strutturato con le controparti cinesi nel campo dell’occupazione e degli affari sociali. Bene, onorevole Belder e onorevoli colleghi dei gruppi PPE-DE e ALDE, o non avete fatto bene i compiti o dobbiamo congratularci con la Commissione per i suoi poteri magici, perché due anni fa deve aver mangiato uno di quei pasticcini cinesi contenenti un bigliettino che predice la sorte, con la previsione che nel settembre 2006 il Parlamento avrebbe espresso tale invito ad avviare un dialogo strutturato.

La verità è che sono anni che la Commissione svolge un dialogo strutturato su questi e molti altri argomenti. Il suggerimento del nostro gruppo, che è stato rifiutato, prevedeva che la Commissione ci fornisse aggiornamenti regolari sui diversi dialoghi settoriali, che ora coprono un’ampia gamma di settori, dalla tecnologia spaziale alla regolamentazione delle imprese, dalle questioni ambientali all’istruzione e alla società dell’informazione. Signora Commissario, il gruppo PSE apprezzerebbe molto se volesse fornirci tali aggiornamenti regolari riguardo al suo lavoro nella costruzione dei dialoghi strutturati con la Cina.

La mia idea era che questa relazione dovesse essere il contributo del Parlamento alle relazioni UE-Cina basato sul pragmatismo, sui fatti e sul rispetto delle rispettive sensibilità, e mirato al progressivo approfondimento delle relazioni tra le due parti, che stanno maturando rapidamente in un completo partenariato strategico.

Infatti, l’Europa è impegnata con la Cina in termini culturali, economici e strategici. Correggetemi se sbaglio, ma la questione principale è se la Cina sarà disposta a cercare di capire e accettare i valori europei. C’è un modo per trovare risposta a queste domande se non attraverso un dialogo costruttivo? La mia idea era che questa relazione potesse contribuire a un processo nel quale entrambe le parti possano comprendersi meglio reciprocamente. Questo sarebbe vantaggioso per entrambi. Purtroppo, la relazione nella sua forma attuale non dà questo contributo. Indebolisce notevolmente la posizione e l’influenza del Parlamento per quanto riguarda la realizzazione dei nostri obiettivi comuni, specialmente ora in considerazione dell’imminente Vertice.

 
  
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  Dirk Sterckx (ALDE).(NL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevole Belder, come presidente della delegazione del Parlamento per la Cina, questa relazione suscita in me sentimenti contrastanti. Il relatore ha lavorato molto intensamente e la relazione contiene molti punti validi sollevati o ribaditi dal Parlamento, ma ciò che manca, a mio parere, è una valutazione, una valutazione critica e costruttiva di ciò che la Commissione sta già facendo in Cina al momento. Quanto siamo critici riguardo ad alcuni degli interventi avviati dalla Commissione in quel paese? Dopotutto, vanta una delegazione molto estesa, seconda soltanto – credo – a quella per le relazioni con gli Stati Uniti.

In quale campo stiamo offrendo incoraggiamento alla Commissione? Ad esempio, vi è cooperazione sufficiente tra la Cina e la Commissione nel settore della politica regionale, dello sviluppo delle regioni svantaggiate della Cina? Potremmo insegnar loro qualcosa a tale riguardo. Stiamo lavorando insieme in misura sufficiente e non potremmo, per esempio, chiedere al governo cinese di essere un poco più ricettivo su questo aspetto?

Sono questi gli elementi che mancano. Vi è un insufficiente controllo o analisi critica e/o costruttiva delle attività in cui è impegnata la Commissione. Quali suggerimenti stiamo presentando per il Vertice di Helsinki? I miei sentimenti contrastanti scaturiscono dal fatto che non ve ne è traccia.

Sono lieto che lei stia affrontando i problemi con decisione. Poiché i colleghi ne hanno già parlato, non mi soffermo sulle questioni dei diritti umani, dei diritti di associazione sindacale, della libertà di espressione e di opinione e così via.

Non mi entusiasma, a proposito, il modo in cui chiede il consenso UE-Stati Uniti sulla politica nei confronti della Cina. Questa eventualità mi dispiacerebbe molto. Infatti, nel nostro gruppo abbiamo presentato emendamenti proprio su questo punto, perché esistono differenze tra noi, l’Unione europea, e gli Stati Uniti, riguardo all’approccio da adottare nei confronti della Cina. Vi sono anche interessi diversi in gioco. Non dovremmo chiedere il consenso con gli Stati Uniti, poiché penso che ci limiterebbe enormemente nella nostra politica.

Inoltre, la Cina non è un vecchio paese qualsiasi. Possiamo fare finta che siano soltanto i cinesi ad avere bisogno di noi, ma non dobbiamo cadere in un’idea sbagliata: anche noi abbiamo bisogno dei cinesi, economicamente e strategicamente. Non devono esservi dubbi in proposito, signora Commissario. Presumo che la politica di una sola Cina sia una pietra angolare della stabilità che vorremmo vedere in tutta l’Asia, e anche una pietra angolare e una componente fondamentale nella politica dell’Unione europea nei confronti della Cina. Non trovo alcun dettaglio esauriente al riguardo in questa relazione. Presumiamo tutta una serie di cose, ma come Parlamento dovremmo anche confermare la politica di una sola Cina, perché è importante nell’interesse della stabilità.

La Cina ha bisogno di noi per quanto concerne l’ambiente, per esempio. Penso che questo paese potrebbe trarre un grandissimo numero di suggerimenti dalla nostra esperienza, anche nel settore dell’energia.

Per quanto riguarda le condizioni per il partenariato, va detto che ogni giorno qualche ministro, il commissario di una regione o di un paese, si reca in Cina per discutere in loco questo partenariato strategico. Dovremmo quindi smettere di fingere che non esista e che possiamo semplicemente imporre qualsiasi condizione vogliamo.

 
  
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  Caroline Lucas (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, accolgo con favore questa relazione non solo per il forte accento che pone sulla necessità di rispettare i diritti umani in Cina, ma anche perché riflette una scoperta chiave della relazione che io stessa ho elaborato sulle relazioni economiche dell’Unione europea con la Cina, vale a dire che le sfide poste dalla concorrenza cinese non sono limitate a singoli settori come il settore dell’abbigliamento o delle calzature, ma in realtà sono di natura sistemica e richiedono un approccio molto più ampio.

La risposta della Commissione sinora è stata quella di sostenere che l’Europa deve semplicemente aumentare il valore aggiunto; dobbiamo semplicemente diversificarci nel lavoro più qualificato, più specializzato. Tuttavia, è un atteggiamento piuttosto compiaciuto e borioso presumere che l’Europa e l’Occidente possano mantenere un monopolio sull’innovazione e sulle soluzioni ad alta tecnologia, mentre la Cina si limita alla produzione industriale. I laureati cinesi stanno giustamente, e per loro merito, risalendo la catena del valore aggiunto e molto presto potremmo trovarci di fronte alla possibilità che vi sia ben poco di ciò che l’Europa può produrre che la Cina non possa produrre con maggiore efficienza. La vecchia presunzione colonialista secondo cui l’Unione europea e i paesi industrializzati manterranno i massimi livelli nei settori ad alto contenuto di conoscenze, mentre i paesi in via di sviluppo si concentrano su settori a bassa specializzazione è ora aperta a un ampio dibattito.

La nostra risposta alle sfide poste dalla Cina deve prevedere un approfondito riesame delle supposizioni sulle quali fino ad ora si è basata la teoria del commercio internazionale. Non necessariamente nel nostro interesse, ma certamente nell’interesse di molti lavoratori nei paesi in via di sviluppo, perché la realtà è che la pressione deflazionistica della Cina sta già causando un abbassamento dei salari in tutto il mondo in via di sviluppo, spingendo i fornitori mondiali a ridurre i diritti dei lavoratori e inasprire le condizioni in cui operano, nel tentativo di rimanere competitivi a tutti i costi, e imporre alla Cina le convenzioni dell’OIL sulla libertà di associazione e di contrattazione fa certamente parte della soluzione.

Comunque, vorrei anche chiedere alla Commissione di esaminare più da vicino alcune delle sue convinzioni sui vincitori e i perdenti del processo di globalizzazione.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL).(CS) Vorrei ringraziare il relatore per la sua esauriente relazione e, anche se non sono del tutto d’accordo su molti dei temi da essa affrontati, la accolgo favorevolmente come contributo al dibattito. Chiaramente, il relatore aspirava a fornire la più ampia e dettagliata descrizione possibile delle relazioni UE-Cina, ma ritengo che in futuro dovremo prestare particolare attenzione a due aree. Nel testo il relatore sottolinea in varie occasioni che la crescente importanza della Repubblica popolare cinese nella politica mondiale, parallelamente alla sua crescente importanza come superpotenza economica globale, comporta maggiori responsabilità internazionali. In questo contesto, vorrei evidenziare due questioni che ritengo estremamente importanti.

In primo luogo, vi sono le questioni relative alla protezione ambientale. I rappresentanti della Repubblica popolare cinese sono consapevoli di questo importante problema, ma sono trattenuti dai costi associati alle forme più ecologiche di produzione e di consumo. Io credo che sulla questione l’UE dovrebbe essere molto più proattiva di quanto non sia stata sinora. Forse la protezione dell’ambiente e della tecnologia verde potrebbero essere future aree di investimento per le imprese dell’Unione europea in Cina.

La seconda questione, che è menzionata nella relazione, e che a mio giudizio dovrebbe divenire un tema di negoziazione importante con i rappresentanti dalla Repubblica popolare cinese – ma anche un’area in cui l’Europa dovrebbe condividere esperienze – è quella della protezione della salute sul posto di lavoro, dell’assistenza sociale, del dialogo sociale, della prevenzione del lavoro infantile e della garanzia dei diritti fondamentali dei lavoratori. Offriamo un aiuto e contribuiamo a trovare soluzioni a questi problemi complessi che condurranno soprattutto a elevare gli standard di coloro che sono coinvolti più direttamente nel miracolo cinese.

 
  
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  Roberta Angelilli (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, è noto che negli ultimi anni l’Unione europea è diventata il secondo partner commerciale della Cina, diventa allora essenziale chiarire le relazioni esistenti tra il nostro continente e la Cina, per affrontare al meglio le sfide globali future, anche se a mio parere restano troppi punti critici da evidenziare.

La Cina, pur facendo parte dell’OMC, ha dimostrato spesso di non rispettare le regole condivise dagli altri partner commerciali. Come fin troppo spesso denunciamo, la Cina immette sui mercati europei merci contraffatte o non corrispondenti alle normative dell’Unione, non corrispondenti a standard di qualità e di sicurezza. La Cina non rispetta adeguatamente gli accordi TRIPS sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e delle invenzioni e non favorisce l’accesso dei mercati ai partner stranieri. Occorre inoltre rivedere con assoluta urgenza gli accordi commerciali sul calzaturiero, il tessile e l’abbigliamento, restano tuttora squilibri inaccettabili.

Ciò che desta ancora più preoccupazione sono i problemi relativi ai diritti umani ed in particolare delle donne, delle bambine e dei bambini, l’assenza in molti casi di norme minime di sicurezza e salute sul logo di lavoro nonché, addirittura, l’esistenza dei campi di lavoro. Sono purtroppo tutte questioni note, tuttavia è tempo di individuare le soluzioni e soprattutto i mezzi concreti per affrontare in maniera più incisiva la concorrenza sleale e il dumping sociale ed ambientale praticati dalla Cina.

In conclusione varrebbe la pena auspicare che la Presidenza finlandese, anche nel corso del prossimo vertice Unione europea – Cina tra qualche giorno, possa farsi finalmente promotrice dei veri interessi dei cittadini, dei consumatori e dei produttori europei.

 
  
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  Bogusław Rogalski (IND/DEM).(EN) Signor Presidente, sono sconcertato per ciò che è avvenuto in quest’Aula oggi. Evidentemente, per alcuni deputati, gli interessi del comunismo internazionale hanno la precedenza rispetto ai valori europei!

(PL) Signor Presidente, è positivo che il Parlamento europeo stia discutendo la questione delle relazioni UE-Cina. La Cina è la seconda potenza mondiale e non è una democrazia né ha un’economia di mercato. Entro il 2010, la Cina vuole creare il blocco economico più potente del mondo, insieme con i paesi ASEAN. Già oggi la Cina è tra questi il paese più industrializzato. Dopo l’allargamento, l’Unione europea è diventata il maggiore partner commerciale della Cina, ed è per questo che per noi le relazioni con la Cina rivestono tanta importanza. Comunque, dovremmo ricordare che un approccio puramente economico alle nostre relazioni non ci rivelerà la vera faccia del dragone cinese.

Politicamente, la Cina continua a essere una minaccia per il mondo. Il socialismo utopistico continua a prosperare in questo paese. Nelle sue carceri sono detenuti prigionieri politici, non c’è libertà di parola e vige la censura. Il partito comunista continua a essere l’unico vero percorso. La tortura è ampiamente diffusa in Cina, così come la discriminazione religiosa.

D’altra parte, la Cina è il terzo paese importatore mondiale di petrolio greggio. Gli interessi economici hanno avvicinato la Cina a paesi problematici come l’Iran, il Sudan e il Venezuela. La concorrenza per le materie prime eserciterà maggiore pressione sulle nostre relazioni con la Cina in futuro. La politica energetica della Cina ha condotto il paese a concludere accordi bilaterali che minano tutti gli sforzi di stabilizzare il prezzo del petrolio. L’aumento della spesa militare della Cina, in particolare alla luce dei suoi provocatori annunci della possibilità di fare ricorso alle armi contro Taiwan, costituisce un altro motivo di preoccupazione. La Cina effettua regolarmente manovre militari che simulano un attacco a Taiwan.

L’Unione europea deve assumere una posizione decisa al riguardo. La pace in Estremo Oriente può essere garantita soltanto con una Taiwan pienamente indipendente. Lo ripeto: solo se Taiwan è completamente indipendente vi può essere una garanzia di pace in Estremo Oriente.

La relazione dell’onorevole Belder oggi in discussione offre una visione obiettiva delle relazioni UE-Cina. Speriamo che sia l’inizio di un approccio più critico da parte dell’Unione europea alla questione della Cina nel mondo.

 
  
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  Mario Borghezio (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando sono in gioco enormi interessi affaristici o finanziari, si vedono e si profilano molto spesso le azioni di lobby che sostengono questi interessi anche in sede politica, anche in sede parlamentare (non soltanto questa sera per la verità, ma questa sera forse abbiamo assistito a questo tipo di giochi).

Condividiamo la relazione Belder perché riteniamo che l’Europa non debba aver paura di chiedere al gigante Cina, così potente anche economicamente, risposte adeguate sui vari temi citati. Però vorrei che quando, anche da parte della Commissione, si parla della difesa dei diritti umani, non lo si facesse come quando nelle vecchie cancellerie europee di tutti i paesi si mettevano clausole di stile, cose che si dovevano dire: oggi si deve parlare del Tibet, tanto per fare bella figura e far vedere che ci interessiamo. Dopo aver sentito qui ed esserci tutti commossi alle parole di un’alta autorità spirituale come il Dalai Lama, mi sembrano, e mi esprimo generosamente, molto tenui e sostanzialmente inefficaci le risposte che stiamo dando al dramma del Tibet, al dramma di un olocausto, del genocidio culturale di un popolo.

In merito al campo economico e monetario mi colloco oltre la relazione Belder e la critico nel senso che in campo monetario è ora di chiedere la rivalutazione piuttosto rapida anche se progressiva dello yuan renmimbi, se vogliamo difendere dall’assalto cinese le nostre economie.

Come è poi possibile che, pur sapendo che il 70 per cento delle merci contraffatte che circolano nei nostri paesi sono di origine cinese, dobbiamo ancora confrontarci con temi come quello del funzionamento dei tribunali cinesi, delle risposte, del fatto che qui c’è un tribunale che ci dà ragione al quale ci si può rivolgere, insomma dobbiamo chiedere alla Cina di rivedere totalmente il suo sistema per rispondere alle esigenze di democrazia e di sviluppo ecc.

Infine mi sia consentito ricordare la questione della libertà religiosa: è un tema fondamentale: cristiani, cattolici, protestanti, ma anche gli appartenenti, li abbiamo visti di fronte al nostro Parlamento, al Falun Gong, ovvero esseri umani che credono in una loro idea, in una loro filosofia e che sono trattati come delinquenti, torturati, incarcerati e probabilmente anche a loro vengono prelevate parti del corpo umano. Questa è una vergogna, il traffico di organi praticato da un paese con il quale noi continuiamo a commerciare!

 
  
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  Simon Coveney (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, voglio ringraziare il relatore, onorevole Belder, per il lavoro che ha svolto nell’esaminare la massa di emendamenti presentati per questa relazione. Non è stato un lavoro facile elaborare una relazione sulle relazioni UE-Cina, perché si è dovuto tenere conto di una moltitudine di fattori. Il risultato finale deve essere equilibrato, deve riflettere le relazioni in divenire e positive tra due enormi blocchi economici, senza trascurare le reali e difficili preoccupazioni che esistono sulle questioni dei diritti umani e della promozione della democrazia; questioni che noi in Parlamento proclamiamo di prendere sul serio.

Io sono fortemente favorevole a continuare a sviluppare relazioni più strette con la Cina. In fondo l’Unione europea è il maggiore partner commerciale della Cina, che è il nostro secondo partner commerciale. Esistono enormi opportunità economiche per entrambe le parti per crescere e avvantaggiarsi di nuovi mercati. Perciò, chiunque sostenga, per qualunque ragione, l’isolamento della Cina come strategia di politica estera non è realistico.

Detto questo, comunque, dobbiamo essere fermi e coerenti nei nostri sforzi volti ad assicurare che lo sviluppo di relazioni commerciali sia accompagnato anche da uno sviluppo democratico e da un maggiore rispetto per i diritti umani. I due aspetti devono andare di pari passo. Per questo motivo, come portavoce dei diritti umani, sono molto lieto di notare in questa relazione un forte accento sulle preoccupazioni riguardanti i diritti umani.

Mi ha confortato sentire l’onorevole De Keyser chiarire che le obiezioni del gruppo PSE non sono basate su preoccupazioni riguardanti i riferimenti alle questioni dei diritti umani – ma soltanto fino a che non ho ascoltato l’intervento dell’onorevole Ford. La relazione non è certamente dominata da preoccupazioni sui diritti umani, ma solleva questioni spinose – e giustamente, se vogliamo essere presi sul serio dalla Cina in relazione ai problemi connessi ai diritti umani – come la necessità di garantire una vera libertà religiosa, la preoccupazione per le notizie delle torture diffuse nelle carceri cinesi, e del trattamento inumano e degradante e dell’internamento senza processo, il sistema laogai dei centri di detenzione e campi di lavoro, l’imposizione forzata della politica di pianificazione familiare, la censura di Internet e le recenti notizie di prelievi di organi dai prigionieri. Sono lieto di sentire dal Commissario una dichiarazione molto forte in relazione a tale problema. Mi congratulo con lei per la sua presentazione molto equilibrata di questa sera.

Si tratta di preoccupazioni serie che esigono la nostra attenzione mentre procediamo nello sviluppo di più strette relazioni con la Cina, che tutti accettiamo in quanto inevitabile e desiderabile.

(Applausi)

 
  
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  Katerina Batzeli (PSE).(EL) Signor Presidente, signora Commissario, secondo i dati ufficiali dell’ufficio statistico nazionale cinese, il tasso di crescita dell’economia cinese per l’intero 2005 è stato ritoccato dal 9,9 a 10,2 per cento, a causa della crescita più rapida dell’attività industriale e del settore dei servizi.

Nel contempo, la Banca centrale ha deciso di aumentare il limite minimo sui depositi in valuta estera dal 3 al 4 per cento, con l’ulteriore scopo di limitare l’approvvigionamento di dollari, dato che il paese ha riserve valutarie di 941 miliardi di euro.

I prodotti cinesi, a causa del basso costo e della parità di cambio, hanno un vantaggio di esportazione comparativo. La Cina è il maggiore consumatore mondiale di elettricità e il terzo importatore di petrolio, il che ne fa il paese che regola la politica energetica e lo sviluppo economico a livello internazionale e regionale. E’ uno scenario di sviluppo che rappresenta un sogno irrealizzabile per l’Europa e gli Stati Uniti.

Comunque, l’Unione europea non deve assolutamente considerare l’emergere della Cina nel commercio mondiale e nell’economia come una minaccia, ma come un importante nuovo mercato che offre nuove possibilità e importanti opportunità per lo sviluppo economico e il rafforzamento del mercato europeo stesso. E’ sufficiente che questo sia dimostrato e perseguito negli accordi e con politiche specifiche. Credo che il Parlamento europeo concordi riguardo al riferimento alle politiche e alle tattiche dell’Unione europea e, a nome del gruppo socialista al Parlamento europeo, vorrei accogliere con favore questa iniziativa politica della Commissione.

Dobbiamo porre al centro di un accordo di cooperazione con la Cina l’ulteriore apertura dell’economia cinese alle imprese europee, obiettivo che richiede regolamentazioni di carattere legislativo e amministrativo. I recenti annunci del governo cinese sugli aumenti del capitale che gli investitori possono detenere in imprese nazionali e la legge antimonopolio sono passi particolarmente positivi in questa direzione.

Signora Commissario, la nostra futura strategia non dovrebbe essere basata su un atteggiamento coloniale né su pratiche di “guerra commerciale”, ma dovrebbe proteggere gli interessi dei cittadini, delle imprese e dei lavoratori europei, promuovendo la cooperazione e il dialogo con le autorità cinesi.

 
  
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  Marco Cappato (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, congratulazioni al collega Belder, sarebbe stato veramente un peccato se fosse stata accolta la richiesta molto bizzarra di rinvio, abbiamo la possibilità di esprimerci a pochi giorni dal vertice. A mio parere la richiesta è un po’ viziata dall’idea che il dibattito sui diritti umani e sulla necessaria relazione economica sulla Cina possano essere separati, in realtà è si parla della stessa cosa: far rispettare la legge internazionale, i regolamenti internazionali sul dumping e sulla libera concorrenza è la stessa cosa che cercare di far rispettare le carte internazionali sui diritti umani e sul diritto individuale alla libertà e alla democrazia, in particolare per popoli come i tibetani, ma anche gli iuguri, spesso dimenticati.

Visto che siamo in argomento, dobbiamo però concentrarci, lo dico alla signora Commissario (lo vorrei dire anche al Consiglio, purtroppo non c’è) – il Presidente ha la luce alle spalle, quindi potrebbe esercitarsi lui in un esercizio di ombre cinesi – su tre temi di cui dovremmo occuparci, il primo: la libertà in rete. E’ sicuramente un problema cinese, ma è vero anche che le tecnologie per opprimere sulla rete i cittadini cinesi sono americane ed europee.

Secondo: Europol a quanto pare il consiglio di amministrazione di Europol vorrebbe addirittura cominciare negoziati per concludere un accordo di cooperazione con i cinesi. Che collaboriamo con la polizia cinese mi pare veramente il massimo della contraddizione.

Il terzo tema, che è anche una campagna del partito radicale transnazionale, riguarda la pena di morte: il compito è anche nostro, alla prossima imminente sessione dell’Assemblea generale dell’ONU dobbiamo porre come Unione europea la questione della moratoria universale delle esecuzioni capitali. Va bene dire queste cose alla Cina, dobbiamo cercare però di occuparcene noi stessi in quanto Europa.

 
  
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  Eva Lichtenberger (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, la reazione dell’ultima ora del gruppo socialista al Parlamento europeo mi ha lasciata alquanto stupita, poiché durante il lungo processo che ha condotto alla risoluzione aveva avuto tutto il tempo per esprimere il suo parere. Anch’io ho ricevuto la lettera dai rappresentanti cinesi, alla quale forse è attribuibile questa reazione, poiché in effetti contiene alcune sorprendenti cosiddette confutazioni delle affermazioni fatte nella risoluzione. Fra le altre cose, il Dalai Lama viene ancora una volta definito separatista, pur avendo ripetutamente dichiarato in pubblico di non mettere in discussione la politica di una sola Cina. Inoltre, il Falun Gong viene descritto come “gruppo dannoso”, un’espressione di cui non ci fidiamo più molto.

Dobbiamo porre queste domande nei nostri colloqui con la Cina, poiché se non lo faremo non otterremo una maggiore quota di mercato, ma piuttosto perderemo il rispetto dei nostri partner. Un buon partenariato è basato su un dialogo franco e sulla possibilità per ciascun partner di esprimere ciò che non approva nell’altro. Questo è un partenariato tra pari e ciò esige che poniamo queste domande sui diritti umani in modo chiaro e franco.

 
  
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  Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (UEN). (PL) Signor Presidente, in un’economia mondiale in rapida globalizzazione, è assolutamente essenziale che l’Europa promuova la cooperazione con le potenze economiche emergenti come la Cina o l’India. Tuttavia, tale cooperazione dovrebbe apportare benefici a entrambe le parti. Purtroppo, per quanto riguarda le relazioni tra la Cina e l’UE, questo sano principio è stato distorto, a svantaggio dell’Europa, per le seguenti ragioni.

In primo luogo, i fabbricanti cinesi non includono nei costi di fabbricazione i contributi di previdenza sociale, né i costi relativi alla protezione ambientale. Questo permette ai produttori cinesi di offrire prodotti a prezzi molto più bassi.

In secondo luogo, in Cina la produzione di molti beni, compresi i prodotti metallurgici, gode di varie forme di sostegno statale che costituiscono sovvenzioni statali vietate dai regolamenti dell’Unione europea. L’esportazione di questi prodotti verso il mercato europeo costituisce quindi una concorrenza sleale con i fabbricanti europei.

In terzo luogo, la valuta cinese è significativamente sopravvalutata rispetto al dollaro o all’euro. Mantenere artificialmente il tasso di cambio al livello corrente aumenta il rendimento delle esportazioni cinesi, mentre penalizza le importazioni verso il mercato cinese.

In quarto luogo, le autorità cinesi non stanno facendo praticamente nulla per limitare la contraffazione su larga scala di prodotti di marca da parte dei fabbricanti cinesi. Basti dire che ben il 70 per cento di tutti i prodotti contraffatti sul mercato europeo proviene dalla Cina.

In tali circostanze, la Commissione europea deve fare tutto ciò che è in suo potere per ridurre al minimo la concorrenza sleale dalla Cina. Dovrebbe migliorare in particolare le seguenti attività.

In primo luogo, la Commissione deve aumentare le pressioni sulla Cina, sia attraverso l’OMC sia direttamente, per eliminare la concorrenza sleale, in particolare la concorrenza sleale derivante da una politica del tasso di cambio assistito.

In secondo luogo, la Commissione deve adottare quanto prima una politica antidumping comune verso la Cina. In particolare deve introdurre tariffe doganali antidumping elevate nei settori più soggetti alla concorrenza sleale, specialmente il settore tessile, calzaturiero e metallurgico, nonché il settore agricolo.

Infine, la Commissione europea deve offrire un pacchetto completo di aiuti ai settori dell’economia europea che subiscono tuttora gli effetti della concorrenza sleale cinese.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM).(NL) Signor Presidente, sono lieto che vi sia spazio per un breve commento. Vorrei rivolgere alcune osservazioni ai colleghi. Innanzi tutto desidero ringraziare vivamente il Commissario per la sua reazione al contenuto della mia relazione. Il suo impegno è evidente. Io non ho nulla contro la Repubblica popolare cinese e tanto meno contro i cinesi. Intendo continuare a fare ciò che ho sempre fatto, ovvero ascoltare con attenzione le discussioni dei cinesi.

Lei ha parlato di un paese in via di sviluppo. Vi sono accesi dibattiti al momento, poiché un unico paese vanta diverse economie, cercando al contempo di lavorare alla costruzione di una società armoniosa.

Gli esperti cinesi impegnati verso questo obiettivo affermano di avere bisogno di valori sociali. Bene, mi sembra che sarebbe un’ottima cosa se riuscissimo ad adottare un approccio cauto ma impegnato alla discussione, nell’interesse sia del partenariato, sia della stabilità interna. Entreremmo così a far parte del processo di elaborazione, non dall’esterno ma dall’interno, a vantaggio del benessere del popolo cinese nonché del partenariato. Le sono quindi molto grato per il suo approccio, e spero che riuscirà a trasmetterlo al Vertice.

Ho notato di nuovo che il gruppo socialista al Parlamento europeo non ha ancora risposto alla mia domanda sul sistema Ankang, pur presentandosi come difensori dei diritti umani. Onorevole Dobolyi, lei non ha risposto a una domanda precisa che le ho posto per tre volte. Se vi sono errori fattuali, come ha affermato l’onorevole Ford, vorrei che fossero rettificati con un emendamento. Alcuni elementi sono stati aggiunti al testo grazie alla raccomandazione dell’onorevole Hoppenstedt. Ho presentato un emendamento perché venga cancellata. Sia leale nel suo...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario, sono lieto di avere la possibilità di prendere la parola dopo l’intervento conclusivo del relatore. Ritengo che la discussione odierna sia importante, perché la Cina – non lo dico così per dire – è un grande paese con una grande cultura, che potrà svolgere un ruolo importante in futuro se tutto andrà secondo le previsioni. Comunque, le regole devono essere rispettate. Noi vogliamo lo sviluppo di queste relazioni costruttive e del partenariato strategico con la Cina.

Comunque, se un paese desidera aderire all’OMC, poi deve rispettare i diritti di proprietà intellettuale, deve provvedere alle regole sul dumping, deve chiedersi cosa significa il lavoro dei detenuti nei campi di prigionia, cosa significa concorrenza leale, deve cooperare per quanto riguarda Doha, deve mantenere una politica monetaria adeguata, e può realizzare un’eccedenza della bilancia commerciale attraverso i propri risultati, ma non ignorando le regole.

E’ altresì importante che tale paese contribuisca alla soluzione delle crisi politiche, come in effetti sta in certa misura facendo in relazione all’Iran, benché al contempo acquisti energia ovunque, ad esempio in Darfur. Ci si domanda se debba essere vista in tal senso la responsabilità di una futura superpotenza. E’ vitale che questa responsabilità sia collegata ai diritti umani.

La Cina ha vissuto uno sviluppo economico intensivo, ma deve fornire le prove di una liberalizzazione su larga scala non solo dell’economia, ma anche del sistema politico. Diversamente, si potrebbe verificare una grande rottura che potrebbe minare il suo sviluppo economico. Sinora la Cina non ha fornito tali prove.

Sosterrò la “One China policy”, ma soltanto se basata sulla libera decisione di tutte le parti interessate, e questo non si può realizzare attraverso la violenza. La legislazione cinese dell’anno scorso in materia è inaccettabile e, finché non sarà cambiata e continueranno le minacce, l’embargo sulle armi non potrà essere revocato.

Noi vogliamo che vi siano relazioni con questo grande paese, con la Cina, ma penso che nello svilupparle dobbiamo anche rispettare le regole comuni del diritto umanitario internazionale: questa è l’unica base per un progresso stabile.

 
  
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  Libor Rouček (PSE).(CS) Vorrei concentrare l’attenzione, se posso, nel breve tempo assegnatomi, su un aspetto delle relazioni economiche tra l’Unione europea e la Cina. I dati statistici indicano che gli scambi commerciali stanno aumentando rapidamente e stanno prosperando. In effetti sono aumentati di 40 volte negli ultimi 25 anni. L’Unione europea è diventata il principale partner della Cina e, viceversa, la Cina è diventata il secondo partner dell’Unione. Tuttavia, accanto a questi sviluppi positivi, non si può mancare di rilevare numerosi sviluppi negativi che stanno bloccando una ulteriore espansione di scambi commerciali significativi, tra i quali, soprattutto, la pirateria e la contraffazione di prodotti e marchi europei da parte di fabbricanti cinesi.

Non è un segreto che oltre due terzi dei prodotti contraffatti intercettati sul mercato europeo provengono dalla Cina. Vorrei quindi chiedere alla Commissione e al Consiglio di affrontare questo problema al Vertice di Helsinki. La Cina deve essere invitata a introdurre miglioramenti sostanziali nella protezione dei diritti di proprietà intellettuale e delle invenzioni internazionali, a rafforzare la legislazione vigente sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e naturalmente a potenziare le attività dei tribunali civili del paese nella risoluzione dei casi di pirateria industriale. Le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, di cui la Cina è firmataria, sono vincolanti in questo campo.

 
  
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  Alexander Lambsdorff (ALDE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, la Cina è una delle potenze emergenti del XXI secolo. Economicamente e politicamente, la Repubblica popolare è diventata un attore importante. Com’è ovvio, le differenze tra i nostri sistemi politici implicano che vi sono limiti alla cooperazione, ma, malgrado ciò, l’Unione europea deve considerare l’esistenza di buone relazioni una priorità centrale per questo partenariato, e ritengo che oggi, signora Commissario – come ha già detto l’onorevole Coveney – lei abbia espresso straordinariamente bene questo equilibrio.

Un esempio di cooperazione positiva si può osservare nella politica estera. Noi vogliamo che la Cina si assuma una maggiore responsabilità nelle questioni di politica estera; una Cina credibile e affidabile in termini di politica estera potrebbe dare un contributo sostanziale alla stabilità internazionale. Stiamo svolgendo un dialogo con la Cina sui diritti umani e i diritti civili, e sul diritto delle organizzazioni non governative e delle fondazioni politiche di svolgere liberamente il loro lavoro. Accolgo quindi con grande favore l’appello del Parlamento per la riapertura dell’ufficio della Fondazione liberale tedesca Friedrich Naumann a Pechino, costretta a chiudere nel 1996. E’ importante che la Fondazione riprenda il suo lavoro di promozione della democrazia e dello sviluppo: è un obiettivo da realizzare. Sarebbe un importante contributo allo sviluppo del partenariato strategico.

Concludo rispondendo brevemente a quello che è stato detto oggi: è giusto avere un dialogo con gli Stati Uniti sulla Cina? Io penso di sì. Stiamo assistendo a uno spostamento del potere all’interno del sistema internazionale. Sta avvenendo davanti ai nostri occhi, e credo che sia responsabilità delle grandi democrazie in Europa e nell’America del nord consultarsi riguardo a tale cambiamento nel sistema internazionale. E’ meglio, è molto importante confrontarci al riguardo.

Vorrei aggiungere che a mio parere avremmo dovuto svolgere la presente discussione a Bruxelles anziché a Strasburgo.

 
  
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  Milan Horáček (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, saluto la Presidenza, il Commissario e, anche se assente, la Presidenza del Consiglio. L’agitazione per questa relazione sulla Cina ci dimostra che in Parlamento sussistono duplici standard di moralità, il che non si addice a una discussione sulla politica e i diritti umani. L’Unione europea è conosciuta in tutto il mondo come paladina dei diritti umani, e nel contempo è il più importante partner commerciale della Cina. Dobbiamo agire partendo da questo. Noi tutti conosciamo le gravi violazioni dei diritti umani in Tibet e in Cina, e sappiamo che il Parlamento chiede continuamente alla Cina di rispettare i diritti umani.

Mi rivolgo all’onorevole Brok quando dico che questa chiara richiesta deve essere rafforzata dalla nomina di un rappresentante speciale dell’UE per il Tibet. Il mio gruppo, insieme ad altri colleghi, ha presentato un emendamento a tale scopo, che vi invito a sostenere. L’UE chiede il rispetto dei diritti umani come condizione per la cooperazione con tutti i paesi, senza eccezione.

Inoltre, respingo gli spudorati interventi dell’Ambasciata cinese presso di noi in riferimento al Tibet.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, la Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione europea dopo gli Stati Uniti e, in termini economici, non può essere ignorata. Ciononostante, rimane una dittatura comunista monocolore, che condivide ben poco in termini di valori comuni con l’UE, diversamente dall’India, che condivide il rispetto del mondo occidentale per la democrazia e i diritti umani.

Un raro esempio di interesse comune è la lotta contro il terrorismo islamico internazionale, poiché la Cina ha problemi con le proprie minoranze musulmane uighur. E’ però deplorevole che nella sua ricerca di appoggio internazionale e, in particolare, di sicurezza energetica, la Cina abbia di recente corteggiato l’Iran, difensore del terrorismo, e insieme alla Russia abbia rifiutato di imporre le sanzioni dell’ONU per il proseguimento del programma di arricchimento dell’uranio in Iran. Analogamente, sul principio di non ingerenza, la Cina ha buone relazioni con regimi canaglia che vanno dal Venezuela allo Zimbabwe.

Le critiche mosse dall’Unione europea sui diritti umani in Cina sono in sé positive. La Cina ha trascorsi spaventosi di un uso improprio e su vasta scala della pena di morte e di persecuzione delle minoranze religiose e di altro tipo, come i gruppi cristiani non ufficiali, i seguaci del Falun Gong, i tibetani e così via. Il suo trattamento inumano dei prigionieri condannati al lavoro forzato, in cui rientrano le accuse di traffico di organi prelevati dai prigionieri giustiziati, nonché i bassi livelli di benessere animale e l’inosservanza delle norme dell’OIL, significano anche che il paese ha un vantaggio competitivo sleale in termini di costi nelle sue esportazioni, che susciterà legittime richieste di maggiore protezionismo, mentre dovremmo tutti sforzarci piuttosto per conseguire il libero scambio mondiale.

La Cina sta anche ostacolando la piena democrazia a Hong Kong, cui tengo molto come deputato britannico. Nelle sue recenti leggi antisecessione, la Cina ha mostrato inoltre un atteggiamento belligerante verso la democratica Taiwan, che si pone come modello per confutare recisamente chi sostiene che la Cina è troppo grande e il popolo cinese culturalmente diverso dell’Occidente per attuare la democrazia e standard elevati in materia di diritti umani. Perciò dobbiamo mantenere l’embargo sulle armi imposto dall’UE.

Non possiamo ignorare la Cina con i suoi tassi di crescita annua dell’11 per cento, ma, se necessario, non dobbiamo neanche sottrarci dal criticare questo grande paese.

 
  
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  Joan Calabuig Rull (PSE).(ES) Signor Presidente, signora Commissario, vorrei dire, in primo luogo, che evidentemente tutti concordiamo nel riconoscere l’importanza strategica delle relazioni con la Cina e credo che tutti condividiamo altresì la preoccupazione per la situazione dei diritti umani e delle libertà pubbliche. Non ci sono divergenze sulla necessità di esigere dalla Cina progressi rapidi e chiari in questi settori. Non siamo qui per fare a gara a chi difende di più i diritti umani, perché credo sinceramente che, su questo tema, siamo uniti in quest’Aula.

Dobbiamo però anche riconoscere che la Cina deve far fronte a sfide enormi, sfide politiche, sociali, economiche e ambientali; deve affrontare, ovviamente, le conseguenze della sua rapida crescita e, al contempo, deve anche rispondere alle crescenti aspettative dei suoi cittadini in materia di libertà, naturalmente, di istruzione, di sanità e di molti altri ambiti. Collaboriamo con la Cina in molti di questi settori, con risorse umane e materiali dell’Unione europea, per contribuire al progresso del paese e, quando sorgono problemi, come è successo in relazione ad alcune questioni commerciali del settore tessile e calzaturiero, esigiamo reciprocità ma, contemporaneamente, ricorriamo alla fermezza e al dialogo per risolvere tali problemi, perché ci interessa anche, naturalmente, poter accedere a quel mercato e garantire il rispetto dei nostri prodotti in condizioni di reciprocità.

Tuttavia, mi domando sinceramente se questa relazione ci aiuta a rafforzare le nostre relazioni, se rappresenta la strada giusta che ci consentirà di esercitare maggiore influenza su tali processi di trasformazione, se ci aiuta a essere uniti per avere maggiore influenza, o se invece ci divide, se ci rafforza per poter avere un ruolo attivo nel processo di cambiamento della Cina, o se invece ci indebolisce.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE).(LT) Signor Presidente, onorevoli colleghi, parlando delle relazioni UE-Cina, vorrei sottolineare i legami economici che sono strettamente connessi agli aspetti dei diritti politici e umani evidenziati nella relazione. La Cina sta diventando uno dei più importanti partner del commercio estero dell’Unione europea; quindi, lo sviluppo della cooperazione tra gli Stati membri dell’UE e la Cina è di grande importanza, specialmente per quanto riguarda le relazioni economiche e commerciali. Nel frattempo, le relazioni economiche tra l’UE e la Cina incontrano alcuni problemi. La Cina non è ancora un mercato libero, ma piuttosto un mercato misto e un’economia pianificata. Il partito comunista che governa il paese e controlla i fondi nazionali può interferire nell’economia, mentre le istituzioni statali stanno cercando di mantenere la loro influenza attraverso procedure burocratiche e requisiti amministrativi, impedendo così l’accesso degli investimenti e dei beni dell’Unione europea a questo mercato, nonché il loro effetto sul mercato. Dopo l’adesione della Cina all’OMC, i prodotti cinesi hanno invaso il mercato dell’Unione europea. La bilancia commerciale degli Stati membri dell’UE con la Cina sta diventando sempre più sfavorevole all’UE. Le merci cinesi stanno prendendo il posto dei prodotti locali, ma la Cina non è disposta ad aprire i suoi mercati. In considerazione del partenariato strategico UE-Cina avviato nel 2003, dobbiamo pretendere che la Cina contribuisca a creare condizioni vantaggiose per il commercio estero, migliori la tutela giuridica per gli investimenti stranieri e apra i mercati ai beni e agli investimenti dell’Unione europea.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, nel primo progetto di relazione sul tema UE-Cina il Tibet non viene neppure menzionato. Sono molto grato alla commissione per gli affari esteri per aver sostenuto gli emendamenti presentati dal sottoscritto e dai miei colleghi dell’intergruppo per il Tibet.

La relazione descrive le basi e il futuro orientamento delle nostre relazioni con la Cina e ha un importante effetto di segnalazione. I diritti umani non sono un problema minore, ma il punto di partenza della nostra attività politica. Non sono affatto l’espressione del cosiddetto tipico pensiero occidentale. Non sono parole vuote che suonano piacevoli e non impegnano; si tratta del rispetto pratico per i diritti fondamentali.

Al paragrafo 37, l’onorevole Belder ha trovato un buon compromesso e ha incluso i miei emendamenti. Noi condanniamo le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate in Tibet, la repressione della libertà religiosa, gli arresti arbitrari e la tortura. Ripudiamo la cosiddetta “campagna di educazione patriottica” con cui si obbligano i monaci e le monache a fare dichiarazioni in cui denunciano il Dalai Lama come un pericoloso separatista e proclamano che il Tibet fa parte della Cina.

Invitiamo la Cina a consentire il libero accesso al Panchen Lama rapito, la seconda autorità spirituale dopo il Dalai Lama. Sosteniamo espressamente i negoziati tra le autorità cinesi e i rappresentanti di Sua Santità, riguardanti anche l’autonomia del Tibet. Al paragrafo 82 chiediamo l’abolizione della pena di morte e una migliore protezione delle minoranze.

Spero che domani l’Assemblea approvi entrambi questi emendamenti. Sono molto importanti per un popolo che è stato derubato della sua identità. Ricordo la visita del Dalai Lama a Bruxelles il 31 maggio. In quell’occasione incontrò i deputati al Parlamento europeo, diversi Commissari e il Presidente in carica del Consiglio, Wolfgang Schüssel. Noi speriamo che in Cina un numero crescente di persone in posizioni di autorità riesca a liberarsi dalle zavorre ideologiche.

 
  
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  Ana Maria Gomes (PSE).(PT) Non esistono relazioni perfette. La relazione dell’onorevole Belder non è un’eccezione, ma contiene elementi importanti e pertinenti. In primo luogo, tratta esaurientemente la situazione dei diritti umani e i problemi politici, economici, sociali, ambientali e dei lavoratori in Cina, che sono particolarmente gravi fra le minoranze come i tibetani e gli uighur.

Amnesty International ha appena inviato un documento alla Presidenza finlandese in occasione del Vertice UE-Cina, nel quale descrive la situazione dei diritti umani nel paese, e rileva che i pochi progressi registrati sono insoddisfacenti. Campi di lavoro forzato, controllo su Internet, pena di morte e mancanza di libertà religiosa sono parte di questa triste realtà. In secondo luogo, la relazione Belder sottolinea l’importanza che la Cina si assuma seriamente le sue responsabilità come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Nell’Unione europea non accettiamo le ripetute minacce lanciate da Pechino a Taiwan. In fin dei conti, la Cina sa che può ottenere quello che vuole con mezzi pacifici, come a Hong Kong e Macao, specialmente per quanto riguarda le sue relazioni con i paesi africani. Pechino non ha mostrato alcun impegno per lo sviluppo sostenibile, la democratizzazione e la pace. Al contrario, la Cina è uno dei principali esportatori di armi verso il Sudan, dove il regime si prepara a un’altra sanguinosa offensiva in Darfur. La Cina inoltre importa petrolio dal Sudan.

Infine, soprattutto, questa relazione ci ricorda il massacro di Tienanmen e l’importanza di mantenere un embargo sulle armi contro un regime che rifiuta di affrontare il proprio passato e dove tuttora vi sono persone detenute e scomparse delle quali i familiari non hanno notizie.

Non siamo ingenui. Sappiamo bene che i paesi europei, insieme agli Stati Uniti e altri, continueranno a vendere tecnologia militare o per uso militare alla Cina, nonostante l’embargo sulle armi. La prova chiara dell’importanza politica simbolica di questo embargo è l’ansia di Pechino di vederlo revocato a qualunque costo.

Appoggio la massima interazione tra l’Unione europea e Pechino a tutti i livelli e in tutti i campi: economico, politico, commerciale, culturale, eccetera. Ma appoggio anche un linguaggio di verità. La Cina non merita niente di meno e perciò l’embargo sarà uno strumento utile finché la Cina non affronterà ciò che accadde in quei giorni fatidici del giugno 1989 e finché non smetterà di esportare armi e di sostenere regimi che massacrano e opprimono il loro popolo, come nei casi del Sudan e di Myanmar.

E’ essenziale che l’Unione europea mantenga questo embargo, soprattutto perché deve ancora rendere giuridicamente vincolante il suo codice di condotta. Lo dobbiamo all’Unione europea, ai nostri valori e alle migliaia di cittadini cinesi che oggi vivono meglio economicamente, ma che hanno sempre più paura in relazione alla libertà e alla democrazia.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, signora Commissario, la Cina è oggi al centro dell’economia mondiale. Per questo motivo l’Unione europea, mediante la sua nuova strategia commerciale, deve costruire un partenariato equilibrato con la Cina. Riguardo alle ultime controversie commerciali, l’Unione europea deve fare rispettare assolutamente le regole della proprietà intellettuale e permettere un accesso facilitato al mercato cinese. Se da un lato l’emergere della Cina come superpotenza economica genera ostacoli, dall’altro apre anche nuove prospettive all’Unione europea, a condizione tuttavia che le norme commerciali internazionali siano rispettate.

Non si tratta tanto di evitare l’adozione di misure protezionistiche quanto di far prendere coscienza alla Cina che, in quanto membro a pieno titolo dell’OMC, ha il dovere di rispettare le regole di un mercato mondiale leale ed equilibrato. In questo senso, l’attuazione di procedure antidumping o di misure di salvaguardia – strumenti legali di difesa del commercio – è solamente la manifestazione di squilibri commerciali; non è per nulla in contrasto con la sfida di una globalizzazione più giusta.

Adottando la nuova strategia nei confronti della Cina, l’Unione europea dovrà difendersi da accuse e da eventuali indizi di concorrenza sleale e favorire l’accesso dei produttori ed esportatori europei al mercato cinese. Parallelamente, e per adeguarsi a un partenariato basato su scambi equilibrati, l’Europa dovrà cogliere la sfida della competitività, del progresso tecnologico e dell’innovazione. Facciamo in modo, signora Commissario, che la Cina abbia bisogno di noi tanto quanto noi abbiamo bisogno della Cina.

 
  
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  Józef Pinior (PSE). (PL) Signor Presidente, la Cina è un partner strategico per l’Unione europea e l’Europa riconosce la posizione della Cina come potenza emergente sulla scena internazionale.

In questi ultimi anni, le relazioni tra la Cina e l’Europa sono migliorate in molti campi, in particolare nel commercio, nonché nel campo della cooperazione tecnica e scientifica. Il più importante esempio di partenariato strategico è forse la cooperazione su GALILEO, il programma di navigazione satellitare europeo.

L’UE è il partner e l’investitore più significativo per la Cina, mentre la Cina è il secondo partner commerciale dell’UE. Come potenza economica emergente, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU e membro dell’OMC, la Cina ha una sempre maggiore responsabilità per la sicurezza internazionale e la pace globale. In questa prospettiva vorrei richiamare l’attenzione sulle informazioni inviate da Amnesty International alla Presidenza finlandese in relazione al Vertice UE-Cina che si terrà il prossimo 9 settembre.

Amnesty International ha richiamato l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Cina. Le informazioni sollevano la questione dell’applicazione della pena capitale in Cina, della “rieducazione” attraverso il lavoro forzato, degli arresti e della detenzione arbitrari, dell’uso della tortura e della persecuzione contro attivisti dei diritti umani e della mancanza di libertà di informazione in quel paese.

Amnesty International ha sollevato altresì la questione della vendita di armi da parte della Cina al Sudan come esempio di una politica estera che ignora i diritti umani fondamentali nel mondo moderno. L’Unione europea deve associare al suo partenariato strategico con la Cina un lavoro volto a persuadere le autorità cinesi ad ampliare le libertà politiche e personali nel sistema cinese e a rispettare realmente la costituzione e i trattati internazionali dei quali la Cina è firmataria.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, quando si instaura un partenariato con una dittatura, il problema cruciale è creare un equilibrio credibile tra interessi economici e strategici, da un lato, e valori democratici dall’altro. Questa relazione esprime grave preoccupazione su questi ultimi, e a ragione. In effetti, dobbiamo affrontare la realtà: maggiori relazioni economiche non hanno apportato alcun reale progresso nel campo dello Stato di diritto.

L’esperienza insegna, inoltre, che limitarsi a esprimere preoccupazione per i diritti umani non ha alcun impatto sulle dittature. Il nostro messaggio per il Vertice UE-Cina dovrebbe quindi essere che non vi saranno progressi automatici nelle relazioni economiche in mancanza di un reale progresso dello Stato di diritto. L’Unione europea, essendo il principale partner commerciale della Cina, ha il peso necessario per costringere i leader cinesi a cominciare ad attuare reali riforme democratiche.

Vorrei fare qualche osservazione. Le relazioni economiche stesse devono essere equilibrate. In Cina si attua la contraffazione su vasta scala dei marchi europei, la concorrenza è distorta e i diritti di proprietà intellettuale sono ignorati. Gli Stati membri dell’UE stanno importando, con ogni probabilità, grandi quantità di beni prodotti da prigionieri nei campi di tortura laogai. E’ un oltraggio all’etica.

In secondo luogo, c’è il Tibet. Deve diventare una priorità per l’Unione europea insistere affinché la Cina conceda al Tibet l’autonomia culturale e religiosa e avvii un dialogo con il Dalai Lama. Secondo Freedom House il Tibet è, insieme alla Cecenia, uno dei due territori in cui si registrano le peggiori condizioni al mondo. L’UE dovrebbe sottolineare l’importanza che attribuisce alla questione nominando un rappresentante speciale per il Tibet.

In terzo luogo, c’è Taiwan. La politica Taiwan-Cina dovrebbe rispettare pienamente le scelte democratiche dei 23 milioni di abitanti di Taiwan. Dovremmo insistere anche affinché Pechino permetta a Taiwan di avviare una cooperazione pratica con l’Organizzazione mondiale della sanità e altri organismi internazionali.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario Ferrero-Waldner, onorevoli colleghi, l’Europa è la regione con il maggiore potere d’acquisto al mondo, e questo la dice lunga. Siamo un mercato allettante per i fabbricanti cinesi e siamo una buona fonte di reddito per i lavoratori cinesi. Siamo in una situazione favorevole a tutti. Grazie ad approvvigionamenti a costi accessibili e a una situazione salariale diversa dalla nostra, i consumatori europei possono comprare prodotti economici, e intanto la Cina ha riserve finanziarie di centinaia di miliardi che le consentono di comprare a sua volta prodotti da noi.

Si tratta quindi di aprire reciprocamente i rispettivi mercati, di ridurre le quote, di abbassare i diritti doganali, in modo che si crei una situazione favorevole a entrambe le parti. Come portavoce sulle questioni energetiche per il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, il tema dell’energia e di Kyoto è per me di particolare importanza. La Cina ha un ruolo molto importante nel campo del carbone: il 75 per cento della sua energia è prodotto dal carbone e, onorevole Brok, soltanto l’uno per cento dall’energia nucleare. Dobbiamo quindi guardare in faccia la realtà: il 75 per cento dei cinesi ha bisogno di molta tecnologia per raggiungere il livello richiesto da Kyoto e per giungere a un’attuazione generalizzata.

Al riguardo, come nell’uso dell’energia idroelettrica, esistono grandi opportunità per entrambe le parti. In questo campo la Cina ha enormi potenzialità: detiene infatti la quota maggiore di energia idroelettrica al mondo. In tale ambito vi sono ancora molte risorse che possono essere sviluppate in futuro. Anche il consumo di petrolio greggio, che attualmente ammonta a circa il 5,5 per cento del consumo mondiale, aumenterà rapidamente in futuro. Attualmente, la Cina è responsabile del 40 per cento dell’incremento della domanda mondiale di petrolio.

L’energia è una sfida centrale e chiedo al Commissario di affrontare in modo adeguato questo problema in occasione del Vertice.

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vorrei fare alcune brevi osservazioni. In primo luogo, desidero ringraziare il presidente della commissione e il relatore e, in secondo luogo, il Commissario per la sua presenza in plenaria questo pomeriggio e questa sera, mentre altri erano assenti perché occupati ad attendere la visita volante dei mediatori iraniani, quindi non avevano tempo per il Parlamento.

In terzo luogo, in commissione abbiamo rifiutato di nominare un rappresentante speciale perché è impossibile da controllare. Tali rappresentanti sono costosi e in ogni caso esiste già un numero esagerato di rappresentanti speciali che nessuno riesce a controllare. Per questa ragione è a mio avviso importante trovare soluzioni che possano funzionare nel quadro della Commissione.

Sono favorevole a sostenere il Tibet e la sua identità culturale, ma non dobbiamo indebolire la Commissione, che ha i poteri per affrontare la questione dei diritti umani. Il rappresentante speciale si insedierebbe nel Consiglio, dove, a causa della situazione giuridica, il Parlamento non potrebbe intervenire. Concordiamo quindi su ciò che lei ha da dire in termini di contenuto, ma riteniamo che i suoi metodi siano sbagliati.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, questa discussione è stata molto tempestiva e mi ha offerto spunti di riflessione per il Vertice UE-Cina di Helsinki. Vorrei aggiungere che la vasta maggioranza degli argomenti sollevati questa sera rientra anche chiaramente nell’agenda del Vertice e vi riferirò in proposito.

Vorrei fare un’osservazione generale sul rapporto tra commercio e diritti umani, che costituisce un tema centrale di questa relazione. Non sono sicura che siano auspicabili o realizzabili specifici collegamenti, ma direi che è un legame inevitabile, in quanto l’apertura della Cina è fortemente basata sulla sua adesione all’OMC, che, oltre a importanti questioni sollevate con frequenza come i diritti di proprietà intellettuale, comporta anche una revisione dell’ordinamento giuridico cinese, con un accento sullo Stato di diritto. Va detto che si sono compiuti progressi concreti. E’ fondamentale per progredire in molte delle questioni relative ai diritti umani sollevate oggi e ciò sta avvenendo quasi in sordina.

Vorrei ora tornare su alcuni punti specifici che sono stati sollevati questa sera. Innanzi tutto, per quanto riguarda il Tibet, condividiamo le preoccupazioni espresse dal Parlamento europeo riguardo alla situazione dei diritti umani in Tibet e in particolare alla conservazione dell’identità culturale, religiosa e linguistica del popolo tibetano. Abbiamo affrontato costantemente la questione del Tibet nel quadro del dialogo bilaterale UE-Cina sui diritti umani, nonché ai massimi livelli politici, anche in occasione dei Vertici. Nel quadro di questa politica globale in relazione al Tibet, da molti anni chiediamo l’avvio di un dialogo diretto tra il Dalai Lama e le autorità cinesi, poiché questo è l’unico modo realistico per trovare una soluzione pacifica e duratura alla questione. Abbiamo quindi preso nota dei colloqui tra gli inviati del Dalai Lama e i rappresentanti della Cina.

Vorrei altresì soffermarmi brevemente su Taiwan. Siamo sempre stati coerenti nell’esortare le due parti a risolvere le questioni attraverso un dialogo pacifico. A tale riguardo abbiamo anche rilevato alcuni recenti sviluppi positivi nella situazione tra i due lati dello stretto. Dobbiamo riconoscere che vi sono nuovi sforzi da parte cinese per ricominciare le discussioni con i politici dell’opposizione cinese e taiwanese. Sono ripresi i collegamenti aerei attraverso lo stretto, ma è anche necessario un dialogo generale con tutte le parti a Taiwan. Questo è importante.

Vorrei dire qualcosa anche sulle nostre relazioni bilaterali e sulle relazioni con gli Stati Uniti d’America. Come ha detto l’onorevole Lambsdorff, è importante parlare della Cina con gli Stati Uniti su preoccupazioni comuni, ad esempio sull’apertura dei mercati e sui diritti umani, perché insieme possiamo ottenere maggiori risultati per quanto riguarda la Cina. E’ altresì chiaro, comunque, che un dialogo strategico con gli Stati Uniti, che svolgiamo a livello ufficiale, non significa che dobbiamo concordare su tutto.

Sulla vexata quaestio dell’embargo sulle armi, è vero che siamo disposti a continuare a lavorare in direzione di una possibile revoca, sulla base della nostra dichiarazione comune del 2004, del Vertice UE-Cina e delle susseguenti conclusioni del Consiglio europeo. Comunque, abbiamo anche chiarito in modo inequivocabile alla Cina l’importanza del progresso sui diritti umani al fine di creare un’atmosfera più positiva per la revoca dell’embargo. Abbiamo anche chiarito il nostro impegno a garantire che la revoca dell’embargo non conduca ad alcun cambiamento sostanziale nell’equilibrio strategico nella regione asiatica e che si tenga pienamente conto della sicurezza nazionale dei paesi amici e alleati. Si tratta quindi, di nuovo, di una questione molto importante.

Per quanto riguarda la questione molto specifica e importante del settore calzaturiero, desidero precisare che il 30 agosto 2006 la Commissione ha adottato una proposta per imporre tasse antidumping su certe calzature in pelle provenienti dalla Cina e dal Vietnam. Avendo rilevato che il dumping esiste e i produttori dell’UE ne stanno subendo le conseguenze, abbiamo proposto un’imposta del 16,5 per cento per la Cina e del 10 per cento per il Vietnam per alcune calzature in pelle. Questa proposta ora passa agli Stati membri, che hanno un mese per esaminarla e deciderne l’adozione. Questa è la situazione al momento.

Sui dialoghi settoriali, i miei servizi producono aggiornamenti regolari che sono pubblicati sui nostri siti web. Un ulteriore aggiornamento sarà disponibile a breve.

Vorrei concludere con due dichiarazioni generali. Come ho detto all’inizio, vorrei ribadire che siamo impegnati a favore dei diritti umani, dei diritti sociali ed economici, tra cui figurano in particolare la libertà di espressione, di religione, di associazione e la tutela dei diritti delle minoranze. Vorrei dire anche che la pena di morte è una delle questioni affrontate costantemente e ribadire altresì quanto che ho affermato prima sul Falun Gong.

Infine, in risposta all’onorevole Brok, come ho detto all’inizio, dobbiamo fare in modo che la Cina diventi un membro responsabile della comunità internazionale, ma sia più di una semplice presenza: deve essere un partner positivo e contribuire attivamente. Come membro permanente del Consiglio di sicurezza, riveste un ruolo molto importante all’interno della comunità internazionale. Tutto questo avrà uno spazio rilevante nella nostra comunicazione, che sarà disponibile in autunno.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 
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