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Mercoledì 25 ottobre 2006 - Strasburgo Edizione GU

5. Seduta solenne - Ungheria
PV
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  Presidente. – Signor Presidente della Repubblica ungherese, onorevoli colleghi, è per me un onore darle il benvenuto nella seduta plenaria del Parlamento europeo, Presidente Sólyom.

Il Presidente Sólyom è un insigne avvocato che ha sempre dato prova di grande determinazione nel difendere la legge, la libertà politica e la dignità umana. E’ stato uno dei primi cinque giudici la cui nomina fu decisa dalla Tavola rotonda costituitasi in Ungheria nel 1989, quando quel paese e altri conquistarono la libertà.

In veste di Presidente della Corte costituzionale, il Presidente Sólyom ha influenzato notevolmente le decisioni che hanno rafforzato la giovane democrazia ungherese e le sue istituzioni.

In qualità di terzo Presidente della Repubblica ungherese, il Presidente Sólyom ha contribuito a dare peso e prestigio al suo paese.

Egli è un sostenitore dei diritti sociali e ambientali. Nel primo anno del suo mandato si è conquistato rispetto svolgendo le proprie funzioni con prudenza ma anche con fermezza, laddove necessario.

Il Presidente Sólyom è inoltre un convinto ambientalista. In tale spirito ha dato vita a un Gruppo europeo dei presidenti verdi, ovvero dei capi di Stato interessati ai problemi ambientali – un’iniziativa originale e creativa.

(Applausi)

Avrà senz’altro compreso a quale gruppo appartengono i deputati che l’hanno testé applaudita.

Cinquant’anni fa, con la rivolta il popolo ungherese dimostrò quanto fosse forte il sostegno popolare ai principi democratici e la volontà di diventare padrone del proprio destino nazionale. Oggi commemoriamo e celebriamo una serie di eventi che costituiscono vere e proprie pietre miliari.

Tutto cominciò nel 1989, quando il paese proclamò l’indipendenza, e nel 1990, quando il parlamento ungherese stabilì che il 23 ottobre sarebbe stata festa nazionale, a dimostrazione del fatto che l’eredità della rivoluzione del 1956 è ancora viva tra noi.

Nella seduta plenaria di ieri il Parlamento europeo ha commemorato la rivoluzione ungherese del 1956; giovedì adotteremo una risoluzione in proposito. Inoltre, oggi pomeriggio il Parlamento europeo ribadirà l’importanza di questa giornata celebrativa inaugurando la mostra fotografica “Ungheria – passato e futuro – 1956-2006”, che invito tutti i colleghi a visitare.

Signor Presidente, la ringrazio di essere qui con noi in un momento così importante per la storia del suo paese e anche per la storia di tutta l’Europa.

(Applausi)

 
  
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  László Sólyom, Presidente della Repubblica ungherese. – (EN) Signor Presidente, onorevoli deputati al Parlamento europeo, rappresentanti del Consiglio e della Commissione, signore e signori, l’Ungheria e il mondo intero celebrano insieme il cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese del 1956 e la sua lotta per la libertà. E’ incoraggiante ed esaltante constatare che esiste un evento nella cui commemorazione tutti si possono identificare, senza divergenze di opinione, senza riserve. Tutti rendono omaggio alla memoria degli eroi ungheresi del 1956. Ora, a cinquant’anni di distanza, in una prospettiva storica e dopo la caduta del regime comunista sovietico, possiamo comprendere chiaramente l’importanza storica della rivoluzione ungherese del 1956 e della lotta per la libertà.

Ma questo è anche un evento che offre al mondo l’occasione di celebrare sé stesso – e ne ha ben donde. Possiamo rivivere insieme l’entusiasmo con cui i popoli si schierarono durante la rivoluzione ungherese. Il mondo può oggi celebrare il suo generoso sacrificio: l’Austria, che era stata liberata da poco, aprì i propri confini a 160 000 rifugiati ungheresi; i polacchi, che donarono sangue per salvare coloro che erano rimasti feriti lottando per la libertà; i numerosi paesi in tutto il mondo che diedero una nuova casa a decine di migliaia di rifugiati ungheresi.

Ma il vero motivo di questa commemorazione e di questa gioia è il fatto che oggi l’Ungheria è uno Stato indipendente, sovrano e democratico, in cui vige lo Stato di diritto, un paese che di propria spontanea volontà può diventare membro di organizzazioni internazionali come l’Unione europea.

E’ in virtù degli eventi del 1956 che il mondo guarda all’Ungheria con atteggiamento positivo. L’eroica lotta dei combattenti ungheresi per la libertà contro il dominio sovietico ha conquistato all’Ungheria riconoscimento e apprezzamento ovunque e fino ai giorni nostri.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è diventato normale presentare la rivoluzione ungherese come un colpo mortale al regime sovietico a livello mondiale, ma nei primi anni dell’oppressione militare e negli anni del terrore sotto il regime di Kádár non tutti la pensavano così. Al massimo, i fatti del 1956 mettevano in dubbio l’ideologia comunista e ponevano un dilemma all’ala sinistra e filosovietica dell’intellighenzia dell’Europa occidentale, mettendola di fronte a eventi inconfutabili. Quegli atteggiamenti possono ancora oggi essere interpretati come una dimostrazione di sincerità intellettuale; dal punto di vista politico, però, l’Unione Sovietica aveva compreso che poteva affermare il suo potere nell’Europa orientale senza incontrare ostacoli né restrizioni: le potenze occidentali non avevano alcun interesse diretto né economico né di sicurezza in quella regione.

Sussisteva un’ambivalenza tra le reali intenzioni politiche e la propaganda delle grandi potenze, e quindi vi era anche un’ambivalenza nelle aspettative della nazione ungherese. Né il governo americano né quello francese o britannico avevano l’intenzione di intervenire, e neppure di mettere in questione l’integrità della sfera d’influenza sovietica, come fecero chiaramente intendere all’Unione Sovietica nel mese di ottobre. Ma lasciarono il governo ungherese da solo, isolato e non informato, creando anche un fraintendimento nei combattenti per la libertà e nella popolazione, perché la propaganda delle emittenti radio occidentali, sponsorizzate dai rispettivi Stati, li invitavano confidare nell’arrivo di aiuti che li avrebbero liberati.

Nessuno ha ostacolato i comunisti quando costruirono il Muro di Berlino nel 1961 e quando intervennero militarmente per annientare, nel 1968, il movimento riformista noto come la Primavera di Praga. Ciò che li ha costretti nel 1989 ad abbandonare la loro sfera d’influenza nel Baltico e nell’Europa centrale e orientale, e che ha portato infine al crollo del loro sistema, non sono stati i fatti del 1956 bensì la debolezza innata di quel sistema e l’incapacità dell’Unione Sovietica di essere competitiva in campo economico e nella corsa agli armamenti.

Tuttavia, viste da un’altra angolatura, la rivoluzione e la lotta per l’indipendenza ungheresi hanno fornito la prima e più evidente prova dell’instabilità dei regimi comunisti nei paesi dell’Europa centrale, le cui tradizioni storiche, politiche e culturali erano diverse da quelle dell’Unione Sovietica. Quei paesi avevano una tradizione democratica, e l’indipendenza nazionale era diventata una sorta di valore quasi intrinseco. Le rivolte in Polonia e in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968 e poi nuovamente in Polonia, sotto la guida del sindacato Solidarność, a partire dagli anni ’80, erano lotte concomitanti volte ad affermare le libertà democratiche fondamentali e a limitare l’influenza sovietica. Quegli eventi e quelle lotte hanno infine determinato il passaggio alla democrazia dei paesi dell’Europa centrale nel 1989-90.

Un tratto comune alla rivoluzione del 1956 e al cambiamento di regime del 1989 è che entrambi si opponevano al partito-Stato comunista. La fedeltà alla rivoluzione e la legittimità delle nostre rivendicazioni dipendono dalla misura in cui permettiamo che si offuschi la distinzione tra la nostra Ungheria libera di oggi e l’Ungheria che c’era prima.

La lezione parallela da trarre dal 1956 e dal 1989 è che in entrambi i casi la storia ha superato le aspirazioni di chi voleva maggiore libertà all’interno di un sistema socialista. La grandezza del Primo Ministro Imre Nagy sta nell’averlo riconosciuto: egli si liberò del suo passato comunista, uscì dal sistema sovietico. Rimase un politico di sinistra, ma assunse un ruolo storico accettando il destino che la rivoluzionaria nazione ungherese gli offrì – e sarebbe morto piuttosto che sottrarsi ad esso.

Il 22 ottobre, alla vigilia della rivoluzione, capi di Stato, primi ministri e altri illustri ospiti parteciparono a una serata di gala al Teatro nazionale dell’opera di Budapest. Alcuni degli invitati erano rappresentanti dei paesi che in quei giorni avevano accolto molti rifugiati ungheresi.

Alla fine del 1956 oltre 153 000 ungheresi erano già fuggiti in Austria e altri 30 000 seguirono il loro esempio successivamente. L’Austria provvide molto generosamente affinché ai rifugiati ungheresi fossero garantite accoglienza e assistenza e organizzò gli aiuti internazionali, che erano diventati quasi indispensabili. I profughi ungheresi poterono così avere consulenza, assistenza legale, aiuto nella ricerca di un lavoro e persino la possibilità di andare a scuola e ricevere assistenza spirituale. L’Austria si adoperò inoltre per favorire l’emigrazione in paesi terzi, ma un decimo dei rifugiati rimase in Austria, un paese al quale gli ungheresi si erano sempre sentiti vicini.

Gli aiuti austriaci non si limitarono, tuttavia, all’assistenza ai rifugiati. I nostri vicini non seguirono semplicemente gli eventi con attenzione, ma li vissero in prima persona con profonda empatia. Le forze di occupazione avevano lasciato l’Austria solo poco tempo prima, l’Armata rossa aveva appena abbandonato Vienna; gli austriaci sapevano quindi cosa significasse vivere in un paese privato della libertà, avevano vissuto sulla propria pelle come la mancanza di autodeterminazione possa pervadere e distruggere tutto. Anche noi avevamo esperienza di regimi totalitari.

Siamo particolarmente grati anche alla Repubblica federale di Germania. I primi rifugiati ungheresi vi arrivarono il 2 novembre 1956. Quando il governo tedesco si rese conto di quanti fossero, decise di concedere al 10 per cento di essi il diritto di asilo, nonostante in un primo momento, il 7 novembre, avesse stabilito di accoglierne solo 3 000. Sebbene i rifugiati e gli esuli della Germania orientale stessero già mettendo pesantemente alla prova il sistema assistenziale tedesco, gli ungheresi furono accolti con grande sensibilità. La Croce rossa tedesca spese 30 milioni di marchi per aiutarli. 20 000 rifugiati ungheresi si stabilirono definitivamente in Germania, 1 200 studenti ungheresi furono accolti nelle università tedesche e a Kastl fu organizzata una scuola superiore bilingue.

A nome del popolo ungherese desidero ringraziarvi di tutto.

La commemorazione dei fatti del 1956 deve ricordare il senso di liberazione che abbiamo provato allora, insieme con una sensazione di pura e semplice gioia: questa è l’espressione che si legge sui volti dei dimostranti del 23 ottobre 1956 così come sono documentati in tutte le fotografie e in tutti i filmati dell’epoca. E questo è anche ciò che raccontano tutti coloro quando ricordano quei momenti.

Vorrei concludere citando le parole di un famoso scrittore, Géza Ottlik: “Chi non vi ha partecipato dall’inizio alla fine non può comprendere come sia stato, e né l’immaginazione poetica né un cuore ardentemente rivoluzionario e neppure la mente di un genio possono riuscire a capirlo. Prima, non avrei mai potuto immaginare né la gioia di camminare nelle strade di Budapest, perché non sapevo, semplicemente non avevo la più pallida idea che una simile gioia potesse esistere… Nessuno dà più valore alla propria vita sventurata – forse resa troppo sventurata – di chi ha provato il senso astratto dell’onore della patria. Guardate quei volti, osservate… la loro espressione di quieto sollievo. Perché la cosa più importante non è la loro coraggiosa determinazione, l’ardimento eroico, bensì ciò che brilla nei loro occhi: un lieto sollievo. Marciano, insieme o separatamente, di fronte a carri armati, cannoni e mitragliatrici puntati contro di loro, animati da un senso di profonda e felice serenità. Nulla hanno più a cuore della loro riconquistata dignità umana”.

Grazie.

 
  
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  Presidente. – Signor Presidente, la ringrazio molto per aver condiviso con noi le sue riflessioni sugli eventi che oggi commemoriamo. Rivolgiamo al suo paese i nostri migliori auguri.

L’Europa è stata il faro che ha guidato molti paesi, non solo nell’est ma anche nell’ovest e nel sud del continente, verso la libertà e la democrazia.

E’ indubbio che quanto lei ci ha detto accrescerà la conoscenza di quegli eventi storici da parte delle giovani generazioni. Le siamo grati per essere venuto qui oggi e ci auguriamo che lei e il governo ungherese possiate continuare a fare progressi sulla strada della piena integrazione nell’Unione europea. La ringrazio molto.

(Applausi)

(La seduta solenne termina alle 12.25)

 
  
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  Gérard Onesta (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, in merito all’ordine del giorno della nostra riunione, mi pare, se non erro, che l’inizio delle votazioni fosse stato annunciato per le ore 12.30. Credo che questo spieghi con ogni probabilità perché alcuni colleghi non siano ancora presenti in Aula. Non potremmo semplicemente cominciare il turno di votazioni alle 12.30, come annunciato?

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Il turno di votazioni era stato annunciato e stiamo tutti continuando i lavori dell’Assemblea. Non reputo opportuno attendere fino alle ore 12.30 in punto, perché ho detto molto chiaramente che le votazioni sarebbero iniziate subito dopo la conclusione della seduta solenne.

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó (ALDE).(ES) Signor Presidente, ho ascoltato quanto ci ha detto non nell’interpretazione simultanea bensì direttamente in originale, nel suo splendido castigliano, e, alla fine della discussione di stamani su questo argomento, lei ha detto che le votazioni si sarebbero svolte alle 12.30. Non ha aggiunto altro: ha detto solo che il voto avrebbe avuto luogo alle 12.30.

Le chiedo pertanto, per rispetto verso gli onorevoli colleghi su una materia così delicata come questa, nella quale ogni singolo voto è importante – come sempre, del resto –, di avere la sensibilità di far iniziare la votazione alle 12.30 e non alle 12.25 o 12.26.

 
  
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  Presidente. – La ringrazio per il suo complimento sulla mia padronanza del castigliano, onorevole Guardans. Di norma, mi esprimo abbastanza bene in quell’idioma e, se ricordo bene, ho detto “12.30, dopo la seduta solenne”. Il processo verbale stabilirà chi di noi due ha ragione, però non c’è bisogno che lei mi solleciti a dar prova di sensibilità quando adotto le decisioni che reputo opportune.

 
  
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  Josu Ortuondo Larrea (ALDE).(ES) Signor Presidente, vorrei ribadire quanto dettole dall’onorevole Guardans, ovvero che, alla fine della discussione sul processo di pace, lei ha affermato che la votazione avrebbe avuto luogo alle dodici e mezza; inoltre, in lingua castigliana, che lei padroneggia così bene, quanto detto da lei – 12.30, dopo la seduta solenne – non è affatto incoerente con l’inizio delle votazioni alle ore 12.30.

La seconda parte della frase va interpretata come una semplice garanzia del fatto che, qualora la seduta solenne non si concluda alle 12.30, le votazioni possono comunque iniziare anche dopo quell’ora. Questo è il significato delle parole da lei pronunciate in castigliano.

 
  
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  Presidente. Non intendo esaminare alcun altro richiamo al Regolamento.

 
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