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Resoconto integrale delle discussioni
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Giovedì 16 novembre 2006 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Relazione annuale del Mediatore (2005) (discussione)
 3. Libro bianco su una politica europea di comunicazione (discussione)
 4. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
 5. Dichiarazione della Presidenza
 6. Turno di votazioni
  6.1. Accordo di pesca UE/Mauritania (votazione)
  6.2. Situazione a Gaza (votazione)
  6.3. Convenzione sull’interdizione delle armi biologiche e tossiniche (BTWC), bombe a frammentazione e armi convenzionali (votazione)
  6.4. Una strategia per la dimensione settentrionale incentrata sul Mar Baltico (votazione)
  6.5. Attuazione della strategia europea in materia di sicurezza nel contesto della PESD (votazione)
  6.6. Successioni e testamenti (votazione)
  6.7. Donne nella politica internazionale (votazione)
  6.8. Lotta contro la tratta di esseri umani – approccio integrato e proposte per un piano d’azione (votazione)
  6.9. Relazione annuale del Mediatore (2005) (votazione)
  6.10. Libro bianco su una politica europea di comunicazione (votazione)
 7. Dichiarazioni di voto
 8. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 9. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 10. Ordine del giorno della prossima tornata: vedasi processo verbale
 11. Famagosta / Varosha (discussione)
 12. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto(discussione)
  12.1. Etiopia
  12.2. Bangladesh
  12.3. Iran
 13. Turno di votazioni
  13.1. Etiopia (votazione)
  13.2. Bangladesh (votazione)
  13.3. Iran (votazione)
 14. Richiesta di difesa dell’immunità parlamentare: vedasi processo verbale
 15. Richiesta di revoca dell’immunità parlamentare:vedasi processo verbale
 16. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 17. Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale
 18. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale
 19. Dichiarazioni scritte che figurano nel registro (articolo 116 del Regolamento): vedasi processo verbale
 20. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
 21. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
 22. Interruzione della sessione
 ALLEGATO (Risposte scritte)


  

PRESIDENZA DELL’ON. JANUSZ ONYSZKIEWICZ
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 10.00)

 
  
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  Edward McMillan-Scott (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, prendo la parola soltanto per riferire all’Assemblea una buona notizia: ieri sera il Presidente del Pakistan, che era stato nostro ospite qualche settimana fa, ha commutato la condanna a morte di un cittadino del mio collegio elettorale – Mirza-Tahir Hussain, che si trovava nel braccio della morte ormai da 18 anni, ma è ritenuto generalmente innocente delle accuse che sono state mosse nei suoi confronti. Alcuni deputati al Parlamento europeo, guidati dall’onorevole Karim, si sarebbero recati in Pakistan il mese prossimo per presentare un ultimo appello. Adesso naturalmente concentreremo i nostri sforzi per garantire che il signor Hussain possa tornare a Leeds prima di Natale.

Sono lieto di questa notizia e mi auguro che il Presidente del Parlamento voglia fare una dichiarazione in proposito nel corso della giornata. So che anch’egli, come altri deputati al Parlamento europeo, si è impegnato a fondo in questo caso.

(Applausi)

 

2. Relazione annuale del Mediatore (2005) (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0309/2006), presentata dall’onorevole Andreas Schwab a nome della commissione per le petizioni, sulla relazione 2005 in merito alle attività del Mediatore europeo [2006/2117(INI)].

 
  
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  Nikiforos Diamandouros, Mediatore.(EN) Signor Presidente, vorrei ringraziarla per avermi dato l’occasione di parlare dinanzi a quest’Assemblea e di presentare la relazione annuale per il 2005, anno in cui l’ufficio del Mediatore europeo ha celebrato una tappa importante: il suo decimo anno di attività.

La relazione annuale illustra i progressi ottenuti nel trattare le denunce, favorire la buona amministrazione e informare l’opinione pubblica in merito al lavoro del Mediatore. Complessivamente, il nostro ufficio ha ricevuto 3 920 denunce, con un aumento del 5 per cento rispetto all’anno precedente.

Vorrei notare che un aumento delle denunce non si spiega necessariamente con un peggioramento della condotta amministrativa delle Istituzioni europee, ma potrebbe semplicemente riflettere la maggiore sensibilità dei cittadini nei confronti delle questioni europee e la crescente consapevolezza dei propri diritti e del modo di esercitarli.

Questa generale consapevolezza è stata osservata nel corso del 2005 nella partecipazione dei cittadini al dibattito sul futuro dell’Unione europea e sulla Costituzione. Per approfondire ulteriormente questa generale consapevolezza, ho fatto ogni sforzo per informare i cittadini in merito ai loro diritti, e per metterli al corrente dei positivi risultati raggiunti nella lotta per la difesa di tali diritti. Complessivamente, i miei collaboratori e io abbiamo tenuto più di 170 conferenze pubbliche, presentazioni e interviste alla stampa, oltre a incontri con mediatori, funzionari pubblici e altri interlocutori.

Nel 2005 a queste attività di comunicazione è stata affiancata una serie di manifestazioni per celebrare il decimo anniversario del Mediatore; tali manifestazioni si rivolgevano a gruppi specifici, ossia la società civile, il mondo accademico, la stampa e le Istituzioni stesse. Il 27 settembre si è tenuto un ricevimento in onore del Parlamento europeo, al quale è intervenuto lo stesso Presidente Borrell Fontelles.

Nel 2005, sono riuscito a offrire la mia assistenza a più del 75 per cento delle persone che mi avevano inviato una denuncia. Tale assistenza si è concretizzata nell’istruzione di un’indagine, nel trasferimento della denuncia a un organismo competente o nell’offerta di consulenza riguardo alle sedi a cui rivolgersi per una soluzione tempestiva ed efficace del caso in esame. Nel corso dell’anno ho chiuso 312 indagini. Nel 36 per cento dei casi, l’indagine non ha accertato alcun caso di cattiva amministrazione. Un simile risultato non è sempre negativo per il denunciante, che se non altro riceve una spiegazione esaustiva dall’organismo istituzionale interessato. Inoltre, laddove non venga accertata la cattiva amministrazione, l’organismo ha l’occasione di migliorare la qualità della propria amministrazione per il futuro. In simili casi, faccio un’ulteriore osservazione al momento di adottare una decisione conclusiva.

Ogni volta che accerto un caso di cattiva amministrazione cerco, se possibile, di raggiungere un risultato positivo per entrambe le parti – il denunciante e l’Istituzione. Nel 30 per cento dei casi le mie indagini si sono concluse con la composizione della vertenza da parte dell’Istituzione – con la soddisfazione del denunciante – o con una soluzione amichevole. Qualora non sia possibile una soluzione amichevole, io chiudo il caso con un’osservazione critica, oppure presento un progetto di raccomandazione.

Uno dei progetti di raccomandazione accettati nel 2005 riguardava un caso in cui la Commissione ha concesso ex gratia un indennizzo a un denunciante il cui progetto era stato cancellato con brevissimo preavviso. La Commissione ha acconsentito a pagare 56 000 euro, il più alto indennizzo mai ottenuto dal Mediatore.

Se un organismo istituzionale comunitario non risponde in maniera soddisfacente a un progetto di raccomandazione, il Mediatore non può far altro che presentare una relazione speciale al Parlamento. Nel 2005 sono state elaborate tre relazioni speciali: una sulla prassi del Consiglio di legiferare a porte chiuse; una sulla responsabilità della Commissione per quanto riguarda i figli dei suoi funzionari con particolari esigenze educative e didattiche; e la terza sul tipo di informazioni fornite dall’OLAF al Mediatore durante un’indagine precedente.

Sono grato al Parlamento per il suo sostegno manifestato nelle sue risoluzioni del 4 e del 6 aprile 2006, sulla base delle relazioni Hammerstein Mintz e De Rossa, relativamente alle prime due di queste relazioni speciali.

Adesso vorrei parlare brevemente delle mie priorità per il futuro. Come ho già detto, la mia prima priorità sta nel favorire un approccio incentrato sui cittadini da parte delle Istituzioni e degli organismi dell’Unione europea, in tutte le loro attività. A tal fine, colgo ogni occasione per avvicinarmi alle Istituzioni europee, incoraggiare le migliori prassi e favorire soluzioni amichevoli. La cooperazione attiva delle Istituzioni e degli organismi è essenziale per il successo dell’opera che il Mediatore svolge a favore dei cittadini. La relazione annuale contiene numerosi esempi di azioni intraprese tempestivamente dalle Istituzioni per risolvere i casi sottoposti alla loro attenzione e rispondere positivamente alle mie proposte e raccomandazioni.

Nel corso delle mie visite a organismi e Istituzioni, ho sottolineato l’importanza di reagire in maniera tempestiva e costruttiva alle denunce. L’obiettivo finale di noi tutti dev’essere quello di garantire il miglior servizio possibile ai cittadini.

La Commissione ha già intrapreso misure costruttive per migliorare i propri servizi ai cittadini mediante una revisione del sistema di trattamento delle indagini del Mediatore motivate da denunce. Nella sua comunicazione del novembre 2005, la Commissione ha definito la nuova procedura da applicare a partire da quel momento. L’idea del Commissario Wallström nell’elaborare la nuova procedura era di offrire ai singoli Commissari maggiore titolarità dei casi, senza negare il prezioso ruolo del Segretariato generale. Sono particolarmente grato agli sforzi della signora Commissario che ha portato a compimento tale obiettivo e si è costantemente impegnata per la sua adeguata applicazione.

La nuova procedura consente ai singoli Commissari di interessarsi ai casi precocemente, quando vi sono ancora diverse opzioni di soluzione. La rapidità della nuova procedura ha già dato i suoi frutti in un caso in cui ho accertato che la risposta della Commissione a una denuncia di infrazione da parte di un cittadino era stata insoddisfacente. Mi sono incontrato con il Commissario McCreevy, il quale mi ha informato che la Commissione si stava già adoperando per risolvere quella particolare questione. Ritengo che la felice soluzione del caso dimostri l’importanza del ruolo del Mediatore nel favorire la buona amministrazione nelle procedure di infrazione, e il concetto di maggiore titolarità dei casi da parte dei singoli Commissari. Desidero quindi ringraziare la Commissione, nella persona della Vicepresidente Wallström.

Ho riconsiderato la questione dello statuto del Mediatore presentando al Presidente Borrell Fontelles, nel mese di luglio, concrete proposte di adeguamento, in risposta alle precedenti risoluzioni elaborate da quest’Assemblea sulla relazione annuale del Mediatore. Nell’insieme, lo statuto continua a fornire una buona base per le indagini del Mediatore e per una sua efficace cooperazione con le Istituzioni, per favorire la buona amministrazione e combattere la cattiva amministrazione.

Propongo quindi modifiche limitate – sia per numero che per portata complessiva. Il mio obiettivo principale è di garantire che i cittadini nutrano piena fiducia nella capacità del Mediatore di accertare la verità, ascoltando i testimoni o esaminando i documenti del caso.

Vorrei inoltre collaborare con il Parlamento per far sì che le denunce dei cittadini in merito a violazioni dei diritti fondamentali menzionati nella Carta possano essere portate dinanzi alla Corte di giustizia qualora non sia possibile risolvere altrimenti un’importante questione di principio. Il Parlamento inoltre, nella sua veste di Istituzione, gode già del pieno diritto di avviare una causa dinanzi alla Corte. In tale contesto, sarebbe utile per il Mediatore disporre del potere di intervenire in simili casi, potere che è già stato concesso al supervisore europeo per la protezione dei dati, con il quale ho sviluppato una stretta relazione di lavoro.

Attendo con ansia di poter lavorare con gli onorevoli Guardans Cambó e Matsouka allorché cominceranno a redigere una relazione e un parere su quest’aspetto, rispettivamente in seno alla commissione per gli affari costituzionali e alla commissione per le petizioni.

La mia terza priorità sta nell’approfondimento della mia collaborazione con i mediatori degli Stati membri all’interno della rete europea dei mediatori, per promuovere la buona amministrazione in tutta l’Unione europea affinché i cittadini possano godere dei propri diritti in virtù della legislazione europea. Constato con piacere che la commissione per le petizioni partecipa alla rete a pieno titolo, ed è stata rappresentata alla riunione dei mediatori nazionali tenutasi all’Aia nel settembre 2005. La settimana prossima si terrà a Londra una riunione simile per mediatori regionali dell’Unione europea, che mi sono impegnato a incontrare ogni due anni.

Desidero ringraziare i membri della commissione per le petizioni, e in particolare il relatore di quest’anno, onorevole Schwab, per il loro sostegno e le costruttive proposte contenute nella relazione del Parlamento.

Oggi ho già ricordato molte delle questioni su cui la relazione avanza consigli al Mediatore. Mi impegno a migliorare la qualità delle informazioni offerte al Parlamento e ai cittadini sui servizi forniti da me e dalla rete europea dei mediatori. Ho già chiesto di comparire dinanzi alla commissione per le petizioni ogni volta che presenterò una relazione speciale a quest’Assemblea.

Per l’anno prossimo, intendo inserire una guida interattiva sul nostro sito per aiutare i denuncianti a trovare il mediatore giusto, sia a livello europeo, che a livello nazionale o regionale. Ritengo che questo sarà di grande aiuto per i cittadini e contribuirà ad affrontare le preoccupazioni, cui ha dato giustamente voce la relazione dell’onorevole Schwab, sull’alta percentuale di denunce irricevibili.

L’anno scorso abbiamo consolidato con successo l’ufficio del Mediatore europeo, e ci siamo mossi con decisione per accrescere la capacità, da parte di quest’Istituzione, di trattare con efficacia le denunce e le indagini che i cittadini conducono sull’Unione europea allargata. A tal fine, abbiamo sempre potuto contare sul sostegno di due dei funzionari più anziani, che stanno per andare in pensione o lo hanno appena fatto – i signori Priestley e Garzón Clariana. La loro consulenza e la loro assistenza al Mediatore sono state molto preziose e saranno ricordate a lungo.

Credo che il rapporto di buona volontà, fiducia e comprensione che è stato allacciato negli ultimi dieci anni tra il Mediatore europeo e le Istituzioni dell’Unione europea rappresenti una preziosa risorsa per migliorare la qualità della pubblica amministrazione in Europa a beneficio dei cittadini. E’ per me estremamente tranquillizzante, sia a livello personale che istituzionale, sapere che a questo proposito il Parlamento europeo e la commissione per le petizioni sono partner cruciali per il Mediatore europeo. E’ mia intenzione ottenere il massimo da tale partenariato, per cercare di approfondire una cultura dei servizi a vantaggio dei cittadini dell’Unione europea. Vi ringrazio per la vostra attenzione.

(Applausi)

 
  
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  Andreas Schwab (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signor Diamandouros, signora Commissario Wallström, onorevoli colleghi, sono lieto che siate riusciti tutti a essere così mattinieri e a essere qui presenti alla discussione sulla relazione concernente la relazione 2005 in merito alle attività del Mediatore europeo.

Esordisco ringraziandola con calore, signor Diamandouros, per il costruttivo contributo che ha offerto con la sua relazione annuale, sulla quale ho l’onore di riferire all’Assemblea a nome della commissione per le petizioni; colgo quindi l’occasione per ringraziare tutti i deputati dell’Assemblea i quali, con i loro emendamenti e i loro commenti personali, hanno svolto un ruolo concreto nell’elaborazione della relazione – soprattutto il coordinatore, onorevole Atkins, e il mio predecessore dello scorso anno, onorevole Mavrommatis.

Mi compiaccio del fatto che fin dall’inizio lei abbia sottolineato l’esigenza di definire chiaramente lo status del Mediatore, in considerazione del crescente carico di lavoro derivante dalle denunce dei cittadini, e le sono grato per averlo fatto, ancora una volta, in questa sede. Dal momento che dobbiamo tracciare una linea di demarcazione netta tra le funzioni delle diverse Istituzioni europee, le considerazioni contenute nella sua lettera al nostro Presidente Borrell potrebbero dare risultati soddisfacenti.

Il Mediatore europeo è un’Istituzione europea importante, soprattutto per lo sviluppo europeo; essa riveste un ruolo speciale agli occhi dei cittadini europei. Esiste infatti per avvicinare l’Unione europea ai suoi cittadini e per renderla più trasparente. E’ al Mediatore che i cittadini europei possono rivolgersi per denunciare eventuali inadempienze delle Istituzioni, e questo gli assicura una relazione assai personale con l’Europa, una relazione che non può essere la stessa ovunque, e ciò rende la sua posizione così speciale.

E’ quest’idea – l’idea che nella politica europea debbano contare di più le considerazioni di carattere pratico e l’interesse dei cittadini – che in futuro dovremmo prendere più a cuore. Dobbiamo rivolgere di più le nostre politiche ai cittadini, per dimostrare che li prendiamo sul serio e che abbiamo a cuore le loro preoccupazioni – indipendentemente dal grado di importanza o di gravità. Per raggiungere tale obiettivo, dovremo innanzi tutto comunicare meglio il contenuto della politica europea e, in secondo luogo, assicurare una maggiore trasparenza – due punti importanti tra quelli che ho sottolineato in merito alla sua relazione annuale.

La commissione per le petizioni ha ricevuto la relazione annuale del Mediatore europeo, che discute le attività dello scorso anno, e questo mi spinge a ringraziarla per il suo splendido lavoro. Lei è in carica dal 1° aprile 2003, e la sua attività è stata coronata da successo.

Ritengo che la relazione prodotta da quest’Assemblea sia estremamente equilibrata; ho cercato di esaminare gli emendamenti presentati dai colleghi e, laddove mi è sembrato possibile, di inserirli. Credo che la relazione sia di facile comprensione, e questa è la cosa più importante ma, dopo il voto in seno alla commissione parlamentare, non mi è sembrato opportuno ripresentare tutti gli emendamenti e, per tale ragione, raccomanderò al mio gruppo di respingerli. Su questo chiedo la vostra comprensione, giacché abbiamo trascorso molto tempo alla ricerca di un compromesso.

Lei ha già esposto i punti principali della sua relazione. Nel 2005 si è registrato un alto numero di denunce – il più alto mai registrato da un Mediatore – e ciò dimostra prima di tutto che un numero sempre crescente di persone si sta interessando attivamente all’Unione europea e al modo in cui essa lavora.

Colpisce però, come lei stesso ha ricordato, il persistente alto numero di denunce – circa il 70 per cento delle denunce presentate – che non rientrano fra le sue competenze, molto spesso perché i cittadini che le presentano non sanno con precisione a chi rivolgersi; è per questo motivo che apprezzo molto la sua proposta di inserire un modulo online nella vostra homepage per guidare il cittadino verso l’istituzione giusta; sarebbe certamente utile per tutti coloro che desiderino contattarla online.

Di conseguenza, i poteri e le responsabilità delle Istituzioni devono essere definiti ancora più chiaramente affinché i cittadini possano comprendere quali sono, nell’Unione europea, gli organismi responsabili nei diversi settori, e lei potrà contribuire alla trasparenza di questo intreccio di istituzioni e poteri – un compito che spetta senz’altro in primo luogo al Parlamento e ai suoi deputati che operano nei diversi collegi elettorali, nelle relative regioni, ma a cui anche lei potrà offrire il suo contributo.

Rivolgiamo altresì il nostro saluto alla rete europea dei mediatori e a simili organismi, che assumono forme diverse nei diversi Stati membri, e per questo motivo abbiamo ricordato le manifestazioni organizzate da questi organismi per informare i cittadini.

Passando alla sostanza delle varie denunce, queste riguardano soprattutto la mancanza di trasparenza, e su questo punto, dal momento che la relazione ripete le richieste del Mediatore – avanzate nella relazione speciale sul tema – di aprire ai cittadini tutte le riunioni del Consiglio nella sua funzione legislativa, lei ha servito anche la causa della democrazia e della trasparenza in Europa.

Anche noi abbiamo bisogno di maggiore trasparenza se vogliamo garantire il funzionamento democratico dell’Unione europea, ed è per questo che nella nostra relazione – e in questo momento mi rivolgo soprattutto a lei, Commissario Wallström – chiediamo di riorganizzare il portale Internet europa.eu affinché divenga uno strumento di accesso a tutte le Istituzioni, e di inserire nella homepage una guida chiara a tutte le Istituzioni europee, piuttosto che un catalogo delle varie attività dell’Unione europea.

Vorrei concludere con una constatazione: lei ha presentato la sua relazione annuale per l’anno scorso in gennaio, ma soltanto adesso – nel novembre dell’anno seguente – ne stiamo discutendo. Noi membri della commissione per le petizioni dobbiamo cercare di discutere queste relazioni subito dopo la loro pubblicazione.

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, in primo luogo vorrei congratularmi con il relatore, onorevole Schwab, per il suo lavoro sulla relazione 2005 in merito alle attività del Mediatore europeo. Si tratta di una importante relazione del Parlamento sui principi generali, la situazione attuale e il futuro sviluppo della collaborazione tra il Mediatore e le altre Istituzioni europee.

Desidero inoltre congratularmi con il Mediatore, signor Diamandouros, per la sua relazione annuale. Come sempre è per me un piacere ascoltare il signor Diamandouros che conferma il proprio impegno a favore dei più alti standard di amministrazione nelle Istituzioni europee, un impegno che la Commissione condivide.

Condivido senza riserve l’apprezzamento espresso dall’onorevole Schwab per il ruolo del Mediatore quale meccanismo di controllo esterno per una sana amministrazione; con il suo lavoro infatti, il Mediatore contribuisce a promuovere la buona amministrazione. Sono convinta che la collaborazione con il Mediatore sostenga le Istituzioni dell’Unione europea in quell’approccio orientato al cittadino, che deve guidarle nella loro attività quotidiana. Ciò significa garantire una maggiore trasparenza al processo decisionale dell’Unione, e lavorare per elaborare migliori prassi che soddisfino le aspettative dei cittadini e tutelino i loro diritti. In tal modo si potrà colmare il divario che separa le Istituzioni dai cittadini dell’Unione europea.

Vorrei adesso commentare tre punti specifici della relazione. In primo luogo, credo che la cooperazione tra il Mediatore e la Commissione abbia seguito un’evoluzione positiva negli ultimi anni. Come si è evidenziato nella relazione, la Commissione ricorre a una nuova procedura interna che autorizza ogni Commissario ad adottare e trasmettere comunicazioni al Mediatore. Sono lieta che sia il Mediatore, sia l’onorevole Schwab apprezzino quest’innovazione nelle loro relazioni. Inoltre, la Commissione ha modificato la propria normativa interna per accelerare il trattamento delle proprie risposte al Mediatore, e intende continuare a sviluppare la propria cooperazione con il Mediatore.

Secondo il relatore sarebbe opportuno introdurre la medesima procedura di autorizzazione per il trattamento delle petizioni. La Commissione europea continuerà a lavorare in stretto contatto con la commissione per le petizioni, ma non ritiene possibile introdurre tale modifica; la commissione per le petizioni e il Mediatore europeo hanno ruoli distinti, e a ognuno di essi i cittadini attribuiscono un valore diverso.

In secondo luogo, la relazione menziona il sito web Europa, uno dei siti più visitati al mondo, in cui la navigazione è divenuta piuttosto complessa. In considerazione di tutto ciò, il rinnovamento del portale Europa, per quanto riguarda la sezione della Commissione, è in fase avanzata. L’obiettivo finale è quello di trasformare il sito Europa in un portale di più facile utilizzo, ben articolato e coerente. Sarà una struttura opportunamente plurilingue e la sua presentazione sarà orientata ai cittadini e alla comunicazione.

In terzo luogo, e concludo, la decisione di rivedere lo statuto del Mediatore spetta al Parlamento europeo, previa approvazione del Consiglio. La Commissione tuttavia è stata consultata e segue da vicino gli sviluppi concernenti la proposta, anche quelli pertinenti alle commissioni interessate. La Commissione attualmente sta esaminando la proposta nei dettagli, ed è in contatto con l’ufficio del Mediatore per avere alcuni chiarimenti su specifici aspetti della proposta.

Infine, mi risulta che il prossimo anno il Mediatore intenda includere nella propria relazione annuale alcuni casi di successo: si tratta di casi in cui, a quanto mi risulta, le denunce sono state trattate in maniera esemplare da parte delle Istituzioni dell’Unione europea – indipendentemente dal fatto che sia stata accertata la cattiva amministrazione. Mi sembra un’ottima iniziativa, e attendo con impazienza la relazione del prossimo anno.

 
  
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  Manolis Mavrommatis, a nome del gruppo PPE-DE. (EL) Signor Presidente, Commissario Wallström, signor Diamandouros, onorevoli colleghi, per cominciare desidero congratularmi con il relatore, onorevole Andreas Schwab, per lo straordinario impegno che ha dedicato alla relazione al fine di dimostrare che, anno dopo anno, il Mediatore europeo sta diventando estremamente importante per i cittadini europei, grazie al lavoro svolto dal Mediatore stesso.

Desidero inoltre ringraziare il signor Diamandouros, poiché i nuovi dati che egli, nella sua veste, è riuscito a portare alla nostra attenzione rappresentano punti di riferimento per la fiducia che i cittadini ripongono nelle Istituzioni.

Sono stato relatore per la relazione annuale sulle attività del Mediatore europeo nel 2004, e vorrei sottolineare che, rispetto ad allora, quando si era registrato un aumento delle denunce pari al 53 per cento rispetto all’anno precedente, nel 2005 il Mediatore ha ricevuto un totale di 3 920 denunce – in altre parole c’è stato un aumento nell’ordine del 5 per cento. Ciò non significa che i casi di cattiva amministrazione da parte delle Istituzioni dell’Unione europea siano aumentati, ma che i cittadini sono più consapevoli dei propri diritti. Un fattore importante per garantire l’efficacia del Mediatore è la sua cooperazione con le Istituzioni dell’Unione: mi riferisco per esempio ai costanti aggiornamenti e alle riunioni tra il signor Diamandouros, la commissione per le petizioni e l’ufficio di quest’ultima. La relazione annuale del Mediatore illustra, tra l’altro, gli sforzi fatti dal Mediatore – e ovviamente dalla Commissione – per ampliare e rafforzare la rete dei mediatori nazionali e regionali, favorendo lo scambio di informazioni in merito alle migliori prassi.

La partecipazione della commissione per le petizioni del Parlamento europeo a questa rete è importante, e favorirebbe una reale cooperazione tra le Istituzioni europee e i mediatori nazionali e regionali, permettendo di aumentare i contatti regolari con le commissioni per le petizioni dei parlamenti nazionali e con i mediatori degli Stati membri.

Se confrontiamo le relazioni del Mediatore per il 2004 e il 2005, vediamo che il risultato è stato positivo, quindi possiamo concentrarci sui punti a cui la commissione per le petizioni è particolarmente interessata. Inoltre, in questo modo possiamo constatare il ruolo essenziale che egli svolge e i progressi registrati nel giro di un anno.

 
  
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  Proinsias De Rossa, a nome del gruppo PSE.(EN) Anch’io vorrei ringraziare l’onorevole Schwab, nonché i colleghi degli altri gruppi politici, per il considerevole contributo che hanno offerto a questa relazione con il loro lavoro.

La relazione del Mediatore, e in particolare il compendio, mi sembra un ottimo esempio del modo di presentare il nostro lavoro ai cittadini: è chiara, concisa e puntuale. A mio avviso, la trasparenza è la chiave della democrazia europea, il suo elemento portante.

Mi compiaccio per l’accresciuta consapevolezza del ruolo del Mediatore europeo, che si riflette nel maggior numero di denunce che gli vengono inviate. Non mi preoccupa il fatto che molte di queste non rientrino direttamente fra le sue competenze; ciò dimostra comunque che egli è riuscito a portare l’attività del suo ufficio all’attenzione dell’opinione pubblica, e forse anche l’incapacità delle altre istituzioni di illustrare chiaramente il proprio ruolo e il modo per accedere ai loro servizi.

Non possiamo aspettarci che i cittadini si orientino facilmente nel labirinto delle Istituzioni dell’Unione europea; essi hanno cose più importanti da fare nella vita. Quando devono fare una denuncia, ricorrono allo strumento più familiare a loro disposizione. Credo che il diritto del cittadino di sporgere denuncia sia un elemento positivo.

L’azione con cui il Mediatore rinvia i casi per cui non è direttamente competente agli enti responsabili è il modo più opportuno per trattare tali denunce, e credo che anche le altre Istituzioni dovrebbero seguire questo esempio.

Un’ultima osservazione: sono passati dieci anni dall’elaborazione dello statuto del Mediatore, ed è evidente che si è reso necessario un adeguamento. Accolgo l’iniziativa del Mediatore a tale proposito, e attendo con impazienza la possibilità di discuterne in Parlamento in un prossimo futuro.

(Applausi)

 
  
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  Diana Wallis, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, anch’io voglio ringraziare il Mediatore, sia per la sua relazione che per la sua interessante presentazione odierna. Vorrei inoltre ringraziare l’onorevole Schwab per la competenza con cui ha redatto la sua relazione, offrendo un’efficace analisi della relazione del Mediatore. C’è poco da aggiungere: le cose sembrano procedere nel verso giusto giacché i nostri cittadini dimostrano una maggiore consapevolezza riguardo alle attività del Mediatore. E se le denunce aumentano per una maggiore consapevolezza delle opportunità che si offrono loro, ciò contribuisce a colmare la distanza che ci separa dai nostri cittadini. Ed è proprio questo il punto fondamentale. Relazioni di questo tipo ci offrono un’immagine della situazione attuale, e di come sia possibile migliorare le cose per il futuro; questa relazione infatti ce ne offre vari esempi.

Vorrei concentrare le mie osservazioni su una questione che è già stata menzionata da altri oratori: se vogliamo orientare la nostra attività verso i cittadini, dobbiamo garantire che essi possano sporgere una denuncia facilmente, magari attraverso uno sportello unico. Disporre unicamente di un buon sito web potrebbe non bastare.

Attualmente esistono numerose entità che si occupano di denunce, problemi e questioni di vario tipo. C’è il Mediatore – che offre un ottimo servizio –, la commissione per le petizioni, la Commissione europea – che riceve le denunce – e ci siamo noi deputati – perché è a noi che vengono sottoposti i casi dei cittadini dei nostri collegi elettorali; poi ci sono SOLVIT ed Eurojust. Temo che alcuni cittadini dell’Unione europea, che si rivolgono a uno di questi organismi per poi essere rinviati a un altro, finiranno per rinunciare. Dobbiamo pensare a come riunire questi diversi filoni di attività, affinché i nostri cittadini sentano che i loro problemi vengono affrontati tempestivamente, e che essi vengono indirizzati all’ufficio giusto. Dovremmo riflettere su questo punto per il futuro.

La ringrazio ancora una volta per la relazione.

 
  
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  David Hammerstein Mintz, a nome del gruppo Verts/ALE.(ES) Signor Presidente, desidero ringraziare il Mediatore, nonché l’onorevole Schwab, per la completa e esaustiva relazione e l’approccio positivo.

In primo luogo vorrei manifestare il mio accordo sulla proposta dell’onorevole Wallis e far mia la proposta di uno sportello unico europeo per le denunce dei cittadini. Tale sportello potrebbe riunire SOLVIT, il Mediatore europeo e la commissione per le petizioni, e il suo compito sarebbe quello di indirizzare le denunce dei cittadini all’istituzione responsabile. Non possiamo sperare che i cittadini possano orientarsi in un labirinto complesso come l’Unione europea.

Il mio unico rammarico per la relazione, che in generale è molto positiva, riguarda la sua riflessione sulla terza relazione speciale del Mediatore, che doveva essere una relazione sull’OLAF e che è stata bloccata dalla Conferenza dei presidenti. Alcune parti della relazione Schwab sembrano legittimare i tentativi della Conferenza dei presidenti di ostacolare il Mediatore europeo nella sua attività di monitoraggio degli organismi europei, fra cui l’OLAF.

In particolare dobbiamo ringraziare il Mediatore per alcune delle sue attività, come quelle concernenti l’ambiente, per il quale esistono diffuse preoccupazioni. Vorrei ricordare il caso del porto industriale di Granadilla, nelle isole Canarie, per il quale il Mediatore ha cercato di garantire una più rigorosa applicazione della direttiva Habitat, con un certo successo.

E’ altresì importante ricordare la relazione speciale sulla trasparenza del Consiglio quando esercita la propria funzione legislativa, una relazione alla cui stesura ho partecipato personalmente. In questo settore possiamo osservare un progresso lento e graduale, ma effettivo.

Concluderò ricordando che il ruolo della commissione per le petizioni non contraddice affatto il ruolo del Mediatore, e che i loro ruoli sono complementari. Il Mediatore controlla le Istituzioni europee nella loro attività quotidiana, mentre la commissione per le petizioni svolge il ruolo di intermediario diretto tra i cittadini e il corpo del diritto comunitario. Sarebbe auspicabile una cooperazione giornaliera più fluida tra loro, basata su maggiori informazioni e più frequenti contatti.

Onorevole Schwab, la ringrazio per la sua relazione, e ringrazio anche lei, signor Diamandouros, per il suo lavoro energico, ampio e importante.

 
  
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  Willy Meyer Pleite, a nome del gruppo GUE/NGL.(ES) Signor Presidente, anch’io desidero ringraziare il Mediatore, signor Diamandouros, e il nostro relatore, onorevole Schwab, poiché entrambi lavorano per cercare di migliorare la nostra risposta alle denunce, amministrative o di altro tipo, presentate dai cittadini europei.

In effetti, credo che sia giunto il momento di adottare iniziative concrete per realizzare tali miglioramenti. Alcune interessanti iniziative sono già state ricordate, come il modulo online e la migliore demarcazione tra le competenze dei diversi organismi, ma credo che dovremmo essere più ambiziosi. Dobbiamo progredire verso un codice di buona condotta amministrativa per tutte le Istituzioni europee, e anche lo sportello unico, di cui ha parlato l’onorevole Hammerstein, potrebbe rivelarsi un’iniziativa importante.

Nelle relazioni si legge che il 24 per cento delle denunce riguarda la mancanza di trasparenza. Dobbiamo quindi fare uno sforzo per promuovere un pubblico dibattito in Europa sui rapporti tra cittadini e Istituzioni, e per garantire che le Istituzioni agiscano in piena trasparenza.

A questo proposito vorrei ricordare un altro problema che i membri della commissione per le petizioni dovranno risolvere. Molte delle denunce che ci giungono dai cittadini riguardano le grandi opere, le grandi infrastrutture che vengono realizzate nell’Unione europea senza gli studi obbligatori d’impatto ambientale. Talvolta la Commissione europea giunge troppo tardi a presentare una relazione, quando i danni provocati da alcune opere faraoniche sono già irreversibili.

Credo che la Commissione europea debba agire molto più rapidamente, per evitare che tali danni abbiano un gravissimo impatto ambientale. A tal fine, ognuno di noi dovrà fare la sua parte per istituire meccanismi di valutazione rapida per questo tipo di opere, in modo da scongiurare simili danni.

Ritengo che la rete europea dei mediatori sia importante, poiché potrebbe fornire la chiave di molte soluzioni scongiurando così le denunce dei cittadini europei e, se necessario, migliorare le nostre risposte.

 
  
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  Marcin Libicki, a nome del gruppo UEN.(PL) Signor Presidente, in un certo senso mi presento qui in una duplice veste. Come lei ha detto, parlo a nome del gruppo UEN nonché in qualità di presidente della commissione per le petizioni, e questo mi rende particolarmente qualificato a parlare su questo tema. Ringrazio naturalmente l’onorevole Schwab per la sua relazione, che è stata stilata con particolare cura e quindi adottata dalla nostra commissione, e condivido ogni affermazione dell’onorevole Schwab. Vorrei anche ringraziare il signor Diamandouros; egli svolge il suo lavoro con estrema efficacia e questo viene apprezzato giacché, mi permetto di ricordarvelo, egli è stato rieletto con una maggioranza superiore al novanta per cento dei voti.

Apprezzo i contatti che il signor Diamandouros intrattiene con i cittadini europei, al di là del suo compito principale di Mediatore. Egli ha partecipato a più di 170 riunioni. Io stesso ero presente a uno di tali incontri in Polonia, cui hanno partecipato più di 150 persone, che erano venute apposta per vederlo, per sentirlo parlare e per capire quale fosse il messaggio che il Mediatore europeo aveva per loro. Questo è uno dei successi dell’approccio diretto e personale del signor Diamandouros.

Ripeterò ciò che è già stato detto da altri: la partecipazione attiva del Mediatore europeo rispecchia l’accresciuta coscienza che i cittadini europei hanno dei propri diritti; è strettamente legata e dà forma a tale consapevolezza, che del resto deriva proprio dalle attività del Mediatore europeo. La commissione per le petizioni, di cui sono presidente, lavora in stretto contatto con il Mediatore europeo; abbiamo competenze simili, ma non identiche. E’ perciò importante apprezzare le differenze tra le competenze del Mediatore e quelle della commissione per le petizioni.

Se il Presidente mi consente di parlare ancora per pochi secondi, vorrei attirare la vostra attenzione su un’altra questione. La commissione per le petizioni è un organismo del Parlamento europeo. E’ quindi deprecabile che il Parlamento europeo e i suoi organismi talvolta scavalchino la nostra commissione nei loro rapporti con il Mediatore. Ne abbiamo avuto un esempio il 15 marzo 2006, quando il Parlamento europeo ha firmato un nuovo accordo con il Mediatore senza consultare la commissione che io presiedo e che non è stata affatto coinvolta in questo processo.

 
  
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  Witold Tomczak, a nome del gruppo IND/DEM.(PL) Signor Presidente, la relazione del Mediatore per il 2005 dimostra che un numero crescente di cittadini è insoddisfatto dell’attività svolta dagli organismi dell’Unione europea.

Un’attività che è caratterizzata da scarsissima trasparenza e da carenti controlli sul modo di spendere il denaro pubblico. La violazione del diritto dei cittadini all’informazione è particolarmente dannosa, come dimostra la campagna di sostegno della cosiddetta Costituzione per l’Europa.

Nel marzo dello scorso anno mi sono rivolto al Mediatore europeo per denunciare la spesa di 8 milioni di euro per la promozione della Costituzione europea. Tale finanziamento era accessibile soltanto ai sostenitori della Costituzione, come è stato confermato dal portavoce della Commissione europea il 16 febbraio 2005. Rispondendo ai media che gli chiedevano se fosse possibile utilizzare il denaro dell’Unione europea per finanziare una campagna organizzata dagli oppositori della Costituzione europea, egli ha dichiarato, cito testualmente: “La Commissione considera la Costituzione europea una sua creatura e si preoccupa della sua ratifica” e “l’Ufficio delle pubblicazioni ufficiali dell’Unione europea non intende pubblicare materiale scritto dagli oppositori della Costituzione”.

Queste esplicite dichiarazioni rilasciate dal portavoce del Commissario, signora Wallström, dimostrano che gli oppositori della Costituzione non avevano e non hanno alcuna occasione di presentare le proprie opinioni. Per esempio, prima del referendum in Spagna, la Commissione ha speso un milione di euro per stampare cinque milioni di opuscoli e adesivi a favore della Costituzione, che sono stati distribuiti in luoghi pubblici. Si è scelto deliberatamente di non fornire informazioni sugli aspetti negativi della Costituzione europea, violando quindi palesemente il diritto fondamentale dei cittadini europei a un accesso equo all’informazione.

Dopo aver esaminato la mia denuncia per un anno, il Mediatore europeo ha deciso che la Commissione europea non aveva violato il diritto dei cittadini a un equo accesso all’informazione. E dunque chi era il colpevole di tale violazione?

Con il venir meno della loro credibilità, le Istituzioni dell’Unione europea ricorrono sempre più frequentemente a una propaganda mendace, finanziando e imponendo l’idea dell’unica “vera” unità europea. Apprezzo gli sforzi del Mediatore nella sua lotta per la trasparenza dell’attività delle Istituzioni europee, ma c’è ancora molta strada da fare. Le cene con i rappresentanti degli organismi su cui il Mediatore sta indagando non servono ad accrescere la credibilità e l’autorità del suo ufficio – un ufficio in cui un vero Mediatore dovrebbe difendere i nostri diritti, battersi per la verità e difendere i cittadini dai tentacoli della burocrazia europea. Ma per agire così servono coraggio e autonomia.

 
  
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  Robert Atkins (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, mi congratulo con l’onorevole Schwab, che ha elaborato un’ottima relazione, a cui sono lieto di aver contribuito.

Il Mediatore ha avuto notevole successo nelle sue attività, ma per ironia il suo successo ha destato maggiore interesse – un fattore evidentemente positivo per la commissione per le petizioni, a cui il Mediatore riferisce e il cui lavoro comune con lui è così importante.

Condivido appieno il contenuto dell’intervento dell’onorevole Diana Wallis: è essenziale informare i cittadini dell’Unione europea in merito alle opportunità di ottenere giustizia, soprattutto mediante gli auspici del Mediatore e della commissione per le petizioni.

Insieme a tutti i colleghi, mi congratulo con il signor Diamandouros per i suoi successi, e in particolare – se mi è concesso esprimere un parere – per la sua determinazione, passata, presente e futura, nell’illustrare l’utilizzo dei suoi poteri ai nuovi Stati membri e nell’incoraggiarli a ricorrere ai suoi servizi. Intendiamo fare la stessa cosa a nome della commissione per le petizioni, e devo dire che l’associazione tra un Commissario svedese – la Svezia è il paese dove è nata l’istituzione del mediatore – e un Mediatore greco – la Grecia è il paese in cui è nata la democrazia – si è rivelata efficace e influente.

Nutro particolare interesse per le relazioni speciali del Mediatore. Egli sa certamente che io sono il relatore “mancato” per una di tali relazioni, concernente l’OLAF. Egli deve sapere, e lo stesso vale per quest’Assemblea, che non lascerò passare la questione. La trasparenza e la chiarezza dei rapporti dev’essere considerata cruciale, e questa relazione dovrà essere affrontata – e lo sarà – al termine del procedimento giudiziario.

Come ha dichiarato il suo presidente, la commissione per le petizioni assume crescente importanza, e dovrà presto cessare di essere la commissione cenerentola, l’ultima della lista e di scarso rilievo. Le attività del Mediatore e della commissione per le petizioni sono varie, numerose e crescono in modo esponenziale. Dovranno quindi essere riconosciute dal Parlamento e dalla Conferenza dei presidenti, ottenendo l’autorità che meritano.

(Applausi)

 
  
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  Inés Ayala Sender (PSE).(ES) Signor Presidente, comincerò il mio intervento congratulandomi con il signor Diamandouros per la sua accurata relazione, che ci indica la strada per migliorare e progredire nei rapporti tra cittadini e amministrazione europea. Vorrei inoltre congratularmi con il Commissario, signora Wallström, e ringraziarla per i suoi instancabili sforzi volti a favorire la comunicazione dei cittadini con le Istituzioni europee e a realizzare soluzioni agili, più semplici e interattive. Desidero inoltre congratularmi con l’onorevole Schwab, soprattutto per la profondità con cui ha trattato questi temi, che possono sembrare routine ma certamente rappresentano il progresso sulla strada che ci porterà “più Europa”.

Sono particolarmente soddisfatta dei progressi ottenuti nell’attività di mediazione e risposta alle richieste dei cittadini, e osservo con particolare piacere e interesse le soluzioni amichevoli che sono state proposte.

Signor Diamandouros, la invito anche a creare uno schema per la composizione amichevole delle controversie, che serva da modello per tutta l’Europa. Sono certa che la democrazia di cui godono sia l’amministrazione che i cittadini si rafforzerà con un’amministrazione migliore e più trasparente.

Apprezzo inoltre l’esplicita proposta di offrire i siti Internet di tutte le Istituzioni in tutte le lingue ufficiali dell’Unione.

Alla luce del suo approccio costruttivo, condivido la preoccupazione dell’onorevole Schwab in merito alla necessità di migliorare la cooperazione, senza alcun ostacolo o malinteso, tra il Parlamento e il Mediatore europeo, evitando al contempo ogni sovrapposizione delle loro funzioni: la commissione per le petizioni e il Mediatore stanno ancora cercando di definire il proprio orientamento, ed è perciò positivo che la commissione per le petizioni partecipi alla rete europea dei mediatori.

Infine, forse perché non sono pienamente consapevole dell’entità della questione, sono piuttosto preoccupata per il fatto che, apparentemente, il futuro del Mediatore sarà nei tribunali; mi auguro che ciò non comporti il precoce abbandono di ogni attività volta a migliorare l’informazione e, soprattutto, a raggiungere la pacifica composizione delle controversie. L’approccio giudiziario proposto non è il modo più opportuno per migliorare i rapporti fra i cittadini e l’amministrazione pubblica dell’Unione europea, come ci ricordano gli esempi che sono già stati menzionati.

Credo fermamente che la fiducia dei cittadini europei nel Mediatore dipenda da una maggiore capacità di comporre pacificamente le controversie.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, desidero ringraziare il signor Diamandouros per la sua relazione, e l’onorevole Schwab per la relazione di cui stiamo discutendo oggi. Condivido le sue preoccupazioni: effettivamente è un po’ tardi per discutere una simile questione, ma meglio tardi che mai!

Il Mediatore è il cane da guardia del sistema. Preferisco pensare a lui come un rottweiler – di cui abbiamo bisogno – piuttosto che a una razza più docile. I miei colleghi irlandesi rideranno alla parola rottweiler perché, in termini politici, ne abbiamo uno nel nostro parlamento nazionale.

Il Mediatore ha un importante ruolo da svolgere, e non condivido i timori di coloro secondo i quali il 70 per cento delle denunce ricadrebbe all’esterno delle sue competenze. Come altri prima di me hanno già affermato, ciò riflette un alto grado di frustrazione e il fatto che la gente ha bisogno di qualcuno a cui rivolgersi. Questo è un punto importante che dev’essere sottolineato. Sono lieta che il Mediatore, nella sua saggezza, non allontani i cittadini, ma anzi li assista, e credo che debba continuare a farlo. Altri potrebbero non essere d’accordo, ma questo fa parte del suo lavoro, e abbiamo bisogno di tale flessibilità.

Mi congratulo con il Mediatore per gli sforzi tesi a promuovere la sua attività. Tutti noi, deputati al Parlamento europeo, abbiamo il compito di aiutarlo in questo senso, sebbene io stessa consideri il mio ufficio – e credo che altri colleghi la pensino come me – uno sportello unico. In ultima analisi, mi auguro che i deputati europei siano i primi interlocutori ai quali i cittadini si rivolgono quando hanno problemi. La proposta dell’onorevole Wallis di istituire uno sportello unico è interessante, ma non dobbiamo dimenticare che, in quanto rappresentanti eletti, siamo qui anche per ottenere informazioni per i cittadini.

Il Mediatore deve ricordare che noi, in quest’Assemblea, proviamo spesso un senso di profonda frustrazione, proprio come i cittadini, quando si tratta di ottenere informazioni dalla Commissione europea. Gli amministratori hanno il dovere di considerarsi al servizio dell’opinione pubblica e non protettori del sistema. Se sarà necessario, ci occuperemo della formazione dei cittadini e di cambiarne la cultura. Vorrei sapere se il Mediatore ha considerato l’atteggiamento di coloro che sono alla radice dei problemi. In altre parole, nelle denunce che ha accolto c’è forse un evidente e cattivo atteggiamento tra gli amministratori? In tal caso, dobbiamo fare qualcosa in merito.

Desidero ringraziare ancora una volta tutti coloro che hanno partecipato, e mi auguro che il carico di lavoro del Mediatore aumenti in modo esponenziale, come è giusto che sia.

 
  
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  Thijs Berman (PSE).(NL) Signor Presidente, la relazione annuale del Mediatore europeo rivela che un quarto delle denunce presentate giunge da cittadini che lamentano la scarsa trasparenza delle Istituzioni europee. Sebbene tali denunce non siano sempre giustificate, naturalmente – come si può leggere anche in questa ampia relazione – rimane comunque una percentuale piuttosto alta, e quindi vi è un gran margine di miglioramento. Il relatore osserva giustamente che, in virtù del Trattato di Nizza, ogni Istituzione europea deve cercare di garantire la massima apertura e accessibilità.

Gran parte delle denunce è rivolta alla Commissione, ovviamente, poiché essa è l’Istituzione che è a più stretto contatto con i cittadini, sebbene, in effetti, sia soprattutto il Consiglio dei ministri a provocare i ritardi. Nell’antiquata cultura del potere paternalistico e dell’approccio dall’alto, l’apertura non è certo una priorità. Ma la fiducia dei cittadini è una condizione fondamentale se vogliamo garantire l’efficacia delle nostre politiche, e il mondo ha bisogno di un’Unione europea vigorosa la cui forza propulsiva venga dai cittadini, perché la posta in gioco è assai più alta della mera attività di governo.

L’Europa è disposta a battersi a favore di una globalizzazione diversa, e di uno sviluppo sociale, sostenibile ed equo? Soltanto se l’Europa si impegnerà per raggiungere questo obiettivo, l’UE potrà ottenere la fiducia dei propri cittadini; ma tale fiducia sarà concessa solo a un’Europa che si dimostri aperta in tutte le sue decisioni. Se vogliamo stimolare la fiducia degli europei nell’Unione europea e renderla permanente, apertura e accessibilità sono priorità politiche assolute. Chiedo quindi all’Europa di spalancare le porte.

 
  
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  Andreas Schwab (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, un richiamo al Regolamento; vorrei fare un commento sull’intervento della stimatissima collega, onorevole McGuinness. I rottweiler a cui lei ha fatto riferimento provengono proprio dalla città in cui sono nato, e quindi mi considero un rottweiler. Se potrò esserle d’aiuto, signor Diamandouros, e fungere da rottweiler, sarò lieto di farlo.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente della Commissione, signor Diamandouros, onorevole Schwab, vorrei ringraziare in particolare il Mediatore europeo e il relatore per l’eccellente lavoro svolto, ed esprimere la speranza che l’onorevole Schwab continui a dimostrare la stessa grinta – soprattutto per quanto riguarda la politica – della nota razza di cani della sua città natale di Rottweil. In ogni caso gli auguro grandi successi.

Anche lei, signor Diamandouros, ha un ruolo importante da svolgere, soprattutto dal momento che, a mio avviso, lei è il punto di contatto tra l’opinione pubblica e le Istituzioni europee; è a lei che i cittadini manifestano le preoccupazioni che nutrono in merito alle Istituzioni stesse. Il suo ruolo è quello di comporre le controversie e lei si adopera per trovare soluzioni. L’anno scorso sono state presentate 3 920 denunce, e nel 75 per cento dei casi è stato possibile offrire una soluzione al denunciante avviando indagini o rinviando la denuncia agli uffici competenti; si tratta effettivamente di una percentuale altissima.

Anche la Commissione ha un ruolo importantissimo da svolgere giacché, attraverso varie iniziative volte a garantire la trasparenza, cerca di dimostrare la propria apertura, e non posso che incoraggiarla in questo – e incoraggiare lei, signora Vicepresidente, ad adoperarsi in questo ambito. Come sappiamo, molte grandi istituzioni – non solo la Commissione ma anche quelle attive nel mondo degli affari – hanno la tendenza a diventare autosufficienti e ad acquisire vita propria, così che diventa difficile per un esterno avere un’immagine chiara della loro attività; vi chiedo quindi di procedere con la vostra iniziativa a favore della trasparenza.

Al collega polacco vorrei dire che mi sembra ipocrita accusare la Commissione di fornire soltanto informazioni che mettono in buona luce il Trattato costituzionale. Le pubblicazioni che ho avuto modo di consultare mi sono sembrate relativamente obiettive, e si sono dimostrate uno strumento necessario per informare i cittadini sull’argomento.

(Applausi)

E’ veramente ipocrita chiedere, da un lato, maggiore informazione, e dall’altro il taglio di alcune informazioni. Per questo motivo dobbiamo accelerare insieme su questa strada per poter costruire un’Europa comune.

(Applausi)

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE). (PL) Signor Presidente, la relazione per il 2005 ci consente di affermare che il Mediatore europeo sta realizzando con successo l’obiettivo di migliorare l’efficacia della sua Istituzione, nel campo della buona prassi amministrativa e del rispetto dei principi dello Stato di diritto e dei diritti umani.

A questo punto dobbiamo ringraziare il professor Diamandouros, che guida tale Istituzione. Il carattere pubblico delle attività del Mediatore merita un elogio, ma preoccupa che il 70 per cento delle denunce presentate esuli dalle competenze del Mediatore. Ciò dipende, quasi sempre, dal fatto che le denunce sostanzialmente non sono dirette contro organismi e Istituzioni dell’Unione europea, e dimostra che per molti cittadini dell’Unione la divisione delle competenze tra le Istituzioni e il processo decisionale sono ancora tutt’altro che chiari.

E’ quindi essenziale definire e precisare il ruolo del Mediatore e della commissione per le petizioni del Parlamento europeo, affinché risulti chiaro ai cittadini dell’Unione europea. L’anno scorso il numero delle denunce è aumentato del 5 per cento rispetto all’anno precedente; tale incremento riflette forse l’accresciuta notorietà dell’opera del Mediatore, ma può anche dipendere dal fatto che non tutti gli Stati membri dell’Unione europea dispongono di un’istituzione analoga, e che quindi molte persone si rivolgono al Mediatore europeo per problemi che riguardano organismi amministrativi locali, regionali o nazionali.

Il Mediatore deve moltiplicare gli sforzi per fornire all’opinione pubblica informazioni attendibili. E’ necessario che i cittadini possano accedere facilmente alle informazioni nella propria lingua madre; in tal modo sapranno di essere cittadini dell’Unione europea a pieno titolo, il cui benessere è importante e la cui voce può farsi sentire.

Mi congratulo infine con il relatore, onorevole Schwab, per la sua ottima relazione; sono certa che egli continuerà a svolgere il suo ruolo di cane da guardia, anzi di rottweiler, della legge.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE). (EL) Signor Presidente, undici mesi dopo aver celebrato il decimo anniversario dell’istituzione del Mediatore europeo, approviamo oggi la relazione annuale del decimo anno. Mi congratulo con il signor Diamandouros, che incarna degnamente e con efficacia il ruolo di difensore della trasparenza e della buona amministrazione nell’Unione europea.

Forse l’anno prossimo esamineremo prima e più rapidamente la relazione annuale del Mediatore, e la commissione per le petizioni – che è quella competente – sarà direttamente in contatto con il Mediatore e potrà essere informata in merito alla procedura per la firma degli accordi interistituzionali conclusi tra lui e il Parlamento europeo.

Il paragrafo 6 della relazione Schwab esprime – giustamente – il nostro rammarico per la firma del nuovo accordo entrato in vigore il 1° aprile 2006, ossia prima dell’approvazione della relazione per il 2005. L’11 luglio, il Mediatore ha poi presentato una proposta per l’adeguamento del proprio statuto, e il paragrafo 13 della relazione Schwab se ne compiace. Desidero però notare che i temi da lui toccati nella richiesta sono particolarmente delicati, e le sue argomentazioni particolarmente deboli. Il divieto di intervenire nei casi pendenti di fronte a un tribunale non si può contestare sulla base dei Trattati; i funzionari della Comunità devono essere vincolati dal segreto professionale. Disponiamo di istituzioni competenti per l’esame dei diritti umani; ma anche noi, in quanto Parlamento controllato dai cittadini, abbiamo la giurisdizione per esaminare e presentare denunce, ed esistono numerose procedure extragiudiziarie. Il Mediatore svolge numerose funzioni, e si può solo sperare che la sua Istituzione abbia il tempo e il personale – quest’ultimo è fortunatamente aumentato, da 38 a 51 membri, e poi a 57 nel 2006 – per rispondere al maggior numero di denunce. Se tuttavia il Mediatore condanna la scarsa trasparenza dei lavori del Consiglio, con l’emendamento n. 1, che vi chiedo di sostenere, lo invitiamo a controllare – di propria iniziativa e non dopo denunce specifiche da parte dei cittadini – la trasparenza dello svolgimento dei concorsi organizzati dall’Ufficio europeo di selezione del personale (EPSO), oltre che i metodi di assunzione in uso presso i vari organismi europei, compresa la sua stessa Istituzione. Questo tema è particolarmente importante e delicato per i nuovi cittadini europei, che a migliaia partecipano a concorsi e colloqui di lavoro, senza avere il diritto di sapere perché l’esito sia stato negativo.

Ringrazio anche la signora Commissario per aver posto in risalto l’intenzione del Mediatore di dedicare il proprio tempo a elogiare la Commissione.

 
  
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  Nikiforos Diamandouros, Mediatore.(EN) Signor Presidente, desidero ringraziare calorosamente tutti i colleghi di questa esimia Assemblea, per le loro parole estremamente incoraggianti. Traggo quindi conforto dal sostegno che mi giunge dalla vostra Istituzione, la cui cooperazione è per me preziosa. Mi impegno quindi personalmente, e credo di poterlo fare anche a nome del personale che lavora per me, ad andare avanti, perseverando in ciò che sto già facendo, accogliendo le richieste che mi vengono rivolte e traendo quindi nuovi spunti per la mia attività.

Non mi è certo possibile rispondere a tutte le osservazioni che sono state fatte nel corso della discussione, ma vorrei affrontare alcune questioni in particolare.

In primo luogo, sono molto grato per il sostegno che ho ricevuto in merito allo statuto. Con il permesso dell’onorevole Panayotopoulos-Cassiotou, vorrei chiarire due punti a riguardo, e lo farò in greco dal momento che ella si è rivolta a me in greco.

(EL) Signor Presidente, onorevole Panayotopoulos, desidero assicurarvi che l’Ufficio europeo di selezione del personale rientra già nella sfera di competenza del Mediatore europeo; si tratta anzi di una questione che ci sta molto a cuore e che seguiamo con estremo rigore.

Per quanto riguarda poi le mie raccomandazioni, posso garantire che la mia richiesta…

(Il Presidente interrompe l’oratore, per segnalargli un problema relativo al servizio di interpretazione)

(EN) Signor Presidente, mi scuso, ma non mi ero reso conto che ci fosse un problema con il servizio di interpretazione. Pensavo che fosse un tentativo di mettere alla prova la mia capacità di esprimermi nella mia lingua madre!

Con il permesso del Presidente vorrei brevemente rassicurare l’onorevole Panayotopoulos-Cassiotou e l’Assemblea: l’Ufficio europeo di selezione del personale rientra già fra le competenze del Mediatore e dedichiamo infatti molto tempo a questioni concernenti il reclutamento.

Quanto allo statuto, vorrei chiarire che il Mediatore non sta assolutamente chiedendo il diritto di avviare procedimenti giudiziari dinanzi alla Corte; ovviamente non spetta a noi. La Corte e il Mediatore sono due organismi separati. Chiediamo piuttosto il diritto di intervenire dinanzi alla Corte, giacché tale diritto è stato conferito al supervisore europeo per la protezione dei dati in casi di gravi violazioni dei diritti fondamentali. Si tratta di una differenza importante. Lo ripeto: non stiamo assolutamente cercando di accedere alla Corte in un modo che, in pratica, esulerebbe dal mio mandato.

Apprezzo l’incoraggiamento sulla questione del codice unico, e sto collaborando appunto con il Commissario, signora Wallström, per vedere se ciò sia possibile; ella infatti ha accennato a questo tema nel suo intervento.

Desidero ringraziare Sir Robert Atkins per la sua determinazione e il suo impegno a far discutere da quest’Assemblea tutte le relazioni speciali che le vengono presentate dal Mediatore, e spero che il suo impegno sarà premiato.

L’idea di uno sportello unico mi sembra molto importante. Sarei molto interessato a collaborare con il Commissario, signora Wallström, e con le altre Istituzioni, e forse ad avviare un processo di riflessione su quest’idea, per poter servire meglio i nostri cittadini. Devo sottolineare che il Mediatore europeo e la commissione per le petizioni sono organismi complementari; sono grato a questa commissione parlamentare con la quale intendo continuare a collaborare costantemente per ottenere concreti successi.

Infine vorrei fare alcune osservazioni. Le denunce irricevibili sono molto importanti e cercheremo di ridurne il numero. Ma continueremo ad aiutare tutti i cittadini che si rivolgono a noi per la ragione sbagliata, utilizzando la rete dei mediatori dell’Unione europea come meccanismo per rinviare loro le denunce, aiutando quindi quei cittadini e, in un certo senso, cercando di applicare la sussidiarietà in meccanismi non giudiziari. Collaboriamo con i nostri colleghi a livello nazionale e regionale per servire meglio i cittadini, ed è a tal fine che rinviamo le denunce irricevibili.

Ringrazio moltissimo l’onorevole McGuinness per i suoi elogi. Mi considero un meccanismo di controllo esterno sull’amministrazione e quindi, se le cose vanno male, anch’io dovrò svolgere il ruolo di rottweiler. Lasciando da parte i sottintesi irlandesi – non intendo affrontare qui le implicazioni di carattere teologico o divino – credo però che questa sarebbe l’ultima spiaggia. Il primo passo, su cui sto lavorando in stretta cooperazione con la Commissione, con il Segretariato generale della Commissione e con il Commissario, signora Wallström, è quello di entrare in contatto con le Istituzioni, in particolare con la Commissione, e aiutarle a capire quali sono i loro obblighi; aiutarle a capire che, se le Istituzioni europee – e quindi anche la Commissione – devono rendersi conto che le istituzioni esistono per servire il cittadino, e non viceversa, abbiamo estremo bisogno di un cambiamento culturale.

Vi ringrazio per avermi dato il tempo di fare questi chiarimenti. Ancora una volta, ringrazio l’Assemblea per il sostegno e l’incoraggiamento offerti alla mia relazione.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  András Gyürk (PPE-DE). (HU) Desidero ricordare un problema legato alla relazione del signor Diamandouros sulla sua attività di Mediatore nel 2005, in merito al quale il Parlamento europeo ha già adottato quest’anno una risoluzione.

Nel 2005 il Mediatore europeo aveva presentato al nostro Parlamento una relazione speciale, dopo aver riscontrato una discriminazione ingiustificata nel trattamento economico applicato nei confronti del personale dell’Unione europea con figli che presentano particolari esigenze educative e didattiche. Nel suo progetto di raccomandazione egli aveva invitato la Commissione ad adottare le misure necessarie per garantire che i genitori, i cui figli sono esclusi dalle scuole europee per il loro grado di disabilità, non dovessero essere costretti a contribuire al costo dell’istruzione della loro prole. La risoluzione approvata in merito dal Parlamento chiedeva alla Commissione di rispettare il principio della parità di trattamento.

Le misure necessarie però non sono state adottate: purtroppo, nel corso delle iscrizioni scolastiche di quest’autunno è avvenuto ancora una volta che un alunno dalle particolari esigenze educative sia stato respinto da scuola; tale prassi, che viola il rispetto dei diritti umani, costringe le famiglie a dividersi e a lasciare Bruxelles, e talvolta persino le Istituzioni europee.

Secondo la Carta dei diritti fondamentali e il Trattato dell’Unione europea, il diritto all’istruzione, la parità di trattamento e il divieto di qualsiasi forma di discriminazione costituiscono i principi fondamentali del diritto comunitario. Chiedo quindi che la Commissione europea, tenendo conto della raccomandazione del Mediatore e della risoluzione del Parlamento in materia, crei le condizioni per garantire pari opportunità educative e didattiche ai bambini che presentano esigenze particolari, conformemente ai principi europei.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 

3. Libro bianco su una politica europea di comunicazione (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sulla relazione (A6-0365/2006), presentata dall’onorevole Herrero-Tejedor a nome della commissione per la cultura e l’istruzione, sul Libro bianco su una politica europea di comunicazione [2006/2087(INI)].

 
  
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  Luis Herrero-Tejedor (PPE-DE), relatore. – (ES) Signor Presidente, quando il Commissario, signora Wallström, ha presentato al Parlamento europeo il Libro bianco su una politica di comunicazione europea e ho appreso che avrei avuto l’onore di essere il relatore incaricato della relazione su quel Libro bianco, un mio amico giornalista che lavora qui, al Parlamento europeo, mi ha detto che la cosa migliore che avrei potuto fare era pubblicare una relazione brevissima, di una sola frase, vale a dire “Commissario Wallström, questo Libro bianco può essere usato solo come carta da pacchi perché, sebbene le sue intenzioni siano lodevoli, è assolutamente inutile”.

Io gli ho risposto: “Penso che tu sia un po’ ingiusto. Credo infatti che il Commissario Wallström si stia adoperando per creare una politica di informazione e comunicazione valida. Inoltre, a rischio di essere tacciato di ingenuità, in più occasioni mi ha dimostrato che quello è il suo obiettivo. Il problema è che attualmente non esistono le condizioni per poter articolare una siffatta strategia di informazione e comunicazione nell’Unione europea”.

Perché? Perché attualmente non esiste una base giuridica per strutturare tale politica e, dunque, per intraprendere azioni e controllarle adeguatamente.

Facciamo pertanto un passo avanti – e questo è l’approccio che ho adottato nel preparare la presente relazione – cercando di cambiare la situazione in cui ci troviamo, in quanto, ogni volta che ci riuniamo per parlare della strategia di informazione e comunicazione, formuliamo tutta una serie di raccomandazioni generiche che non portano a nulla. Proviamo a creare quello che ancora non abbiamo. Definiamo quella base giuridica indispensabile per agire, in futuro, in maniera molto più efficace.

Approfondendo tale aspetto, ho scoperto che esiste una sola formula per creare una base giuridica: l’applicazione dell’articolo 308 del Trattato.

Quando mi sono state spiegate le circostanze in cui sarebbe possibile applicare detto articolo, ho avuto la tentazione di rispondere: “E’ impossibile, non riusciremo a farlo”. Occorrono tre condizioni concomitanti che è molto difficile riunire. Primo: la Commissione deve formulare la richiesta; secondo: occorre che il Parlamento sia d’accordo; terzo condizione più difficile, è necessario che il Consiglio dia la sua approvazione unanime.

Ho parlato con il Commissario Wallström e mi ha detto che la Commissione era d’accordo. Ho consultato tutti i relatori ombra e mi hanno riferito che il Parlamento sarebbe potuto essere d’accordo. In seno al gruppo interistituzionale, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare il parere del ministro che in quella occasione rappresentava il Consiglio, il quale ci ha detto che non era in grado di garantire l’unanimità del Consiglio poiché era un impegno che non poteva assumersi, ma poteva perlomeno affermare di ritenere che tale unanimità fosse potenzialmente raggiungibile.

Ora coesistono dunque tutti gli elementi, ma è molto improbabile che tale situazione favorevole si riproponga in futuro. In politica, la cosa più importante è saper sfruttare le condizioni createsi in un determinato momento.

Attualmente abbiamo un’opportunità che probabilmente non si ripresenterà, un’opportunità straordinaria di migliorare le cose creando una base giuridica, che certo non rappresenta la panacea di tutti i mali, ma senza dubbio costituisce un passo avanti, e possiamo scegliere di accettarla o respingerla. Io propongo di accettarla.

Onorevole Christa Prets, la prego di aiutarmi perché so, avendo udito l’intervento dell’onorevole Corbett, che il suo partito voterà contro l’applicazione dell’articolo 308. L’onorevole Corbett ritiene che vi sia un altro modo per ottenere tale base giuridica. Per me non esiste e, se esiste, vi prego di indicarmelo. Trattiamo. Parliamone. Non vi sono stati emendamenti da parte della commissione per gli affari costituzionali che ci abbiano offerto un’alternativa. L’onorevole Gérard Onesta, relatore ombra di questa relazione, che ringrazio per aver parlato a nome del gruppo Verts/ALE, ha capito che al momento abbiamo questa opportunità e ha convenuto sulla necessità di coglierla.

Lei sa, onorevole Prets, che all’interno della commissione per la cultura e l’istruzione vi è stato solo un voto contrario alla presente relazione, che sollecita l’applicazione dell’articolo 308. Cerchiamo di sfruttare la situazione. Non si tratta di una questione ideologica. Ho elogiato il Commissario Wallström, che non è del mio partito, perché credo che stia facendo la cosa giusta.

Ringrazio inoltre l’onorevole Bono per il suo ruolo di relatore ombra del gruppo PSE in seno alla commissione per la cultura e l’istruzione. So che mi aiuterebbe se potesse, ma so anche che la disciplina di gruppo talvolta impone criteri non necessariamente corretti.

Vi prego di riflettere prima del voto affinché la presente relazione sia adottata. Vi esorto a farlo dal profondo del cuore perché non si tratta di una questione ideologica. Si tratta invece di una questione politica, di una questione di opportunità che è necessario cogliere adesso, altrimenti in futuro sarà estremamente difficile.

Questo è il modo migliore di strutturare la politica che auspichiamo. Diversamente, onorevoli membri della commissione per la cultura e l’istruzione oggi presenti in quest’Aula, ci riuniremo ogni anno e ascolteremo un elenco di buone intenzioni che, oltre a rappresentare un notevole dispendio di denaro, comunicheremo al Commissario all’ultimo momento, senza alcuna possibilità di controllo. Non sapremo esattamente come viene speso il denaro o a cosa può servire. Non faremo altro che girare in tondo.

Onorevole Bono, onorevole Prets, onorevole Badia i Cutchet, voi che siete i membri della commissione per la cultura e l’istruzione presenti in Parlamento, abbiamo discusso la relazione e l’abbiamo approvata in commissione con un solo voto contrario. L’emendamento dell’onorevole Corbett non ha avuto buon esito in seno alla commissione per gli affari costituzionali. Non ci è stata presentata alcuna alternativa.

Cogliamo l’opportunità politica che ci viene offerta. Vi esorto a farlo dal più profondo del cuore.

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei esordire ringraziando il relatore, onorevole Herrero-Tejedor, per l’eccellente lavoro svolto, il tono positivo della presente relazione e il sostegno da essa offerto alle idee della Commissione. Devo dire, tuttavia, che spero che il suo amico sia un giornalista migliore di quanto sia esperto delle Istituzioni dell’Unione europea.

Quando la Commissione ha adottato il Libro bianco in febbraio, ha affermato che era sua intenzione aprire un nuovo capitolo per quanto concerne la comunicazione tra l’Unione europea e i suoi cittadini. Così come l’abbiamo formulata, la nuova politica di comunicazione dovrebbe evolvere dal monologo al dialogo. Dovrebbe dare all’Unione europea una maggiore capacità di ascolto. Dovrebbe passare da una comunicazione incentrata sulle Istituzioni ad un approccio incentrato sui cittadini basato sul diritto fondamentale dei popoli all’informazione e all’ascolto. Dovrebbe passare da una comunicazione basata su Bruxelles a un approccio decentrato, da uno strumento accessorio a una vera e propria politica europea, al pari delle altre politiche comunitarie. In altre parole, dovrebbe diventare una politica a tutti gli effetti.

Tali premesse mi conducono direttamente alla questione della base giuridica per la politica di comunicazione che, ne convengo, in questo caso è un problema con aspetti molto difficili e controversi da affrontare. La base giuridica è un mezzo per dare legittimità a ciò che facciamo, per creare impegno, e dovrebbe enunciare i principi in base ai quali abbiamo lavorato sul tema della comunicazione.

La Commissione ha proposto una carta dei cittadini, un codice di condotta come noi l’abbiamo chiamato, che gli attori istituzionali, compresi gli Stati membri, potrebbero sottoscrivere su base volontaria.

La relazione suggerisce un approccio leggermente diverso invitando la Commissione a lavorare su un progetto di accordo interistituzionale ed esortandola a sondare la possibilità di intraprendere un vero e proprio programma comunitario per l’informazione e la comunicazione sull’Europa a norma dell’articolo 308 del Trattato CE.

La Commissione è disposta, come voi raccomandate, a esplorare tutte le possibilità per individuare una base solida per un’azione comune, da una carta dei cittadini ad una base giuridica formale, e sono più che lieta di abbracciare le idee formulate perché, lo ribadisco, il nostro intento è dare legittimità a ciò che facciamo.

Mi compiaccio nel vedere che la vostra relazione riconosce l’importanza dell’educazione civica e del coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale. Essa esorta la Commissione a garantire la consultazione del pubblico in una fase precoce della definizione di una politica, e questa posizione è anche condivisa da gran parte della società civile. Sicuramente intraprenderemo azioni in proposito.

Siamo più che consapevoli del ruolo cruciale svolto dai mezzi di comunicazione – stampa, televisione, radio e Internet – nella democrazia contemporanea. Noi tutti sappiamo che gran parte delle lacune a livello di comunicazione dipende dal fatto che gli affari europei sono trattati alquanto marginalmente e spesso in maniera impropria dai mezzi di informazione.

Al riguardo vorrei essere chiara, perché avete chiesto alla Commissione di definire con la massima precisione quale ruolo vorrebbe assegnare ai mezzi di comunicazione. Il problema, tuttavia, non può essere affrontato da tale angolazione. L’unico ruolo che i mezzi di comunicazione possono svolgere è quello che la nostra tradizione democratica ha affidato loro, ossia informare i cittadini in maniera indipendente, pluralistica e critica sui temi europei, come avviene per le questioni interne. Il problema è come creare le condizioni affinché ciò avvenga, e questo sarà il tema di una conferenza delle parti interessate che si terrà a Helsinki in dicembre, quale seguito dato al Libro bianco.

Un altro tema centrale del Libro bianco è la comprensione dell’opinione pubblica. Le nostre società stanno vivendo cambiamenti senza precedenti per la maggiore mobilità interna, la migrazione e la globalizzazione. L’opinione pubblica è diventata sempre più complessa da definire e da comprendere. Negli ultimi 30 anni, l’Eurobarometro è stato uno strumento molto utile per misurare l’opinione pubblica, le sue percezioni e i suoi orientamenti. Riteniamo, tuttavia, che si possa fare molto di più e, in tal senso, prendo atto delle vostre esitazioni in riferimento alla nostra proposta di un osservatorio dell’opinione pubblica europea, ma possiamo adottare un approccio più pragmatico o graduale alla questione. Per esempio, l’idea di istituire reti di esperti per scambiare buone prassi e sfruttare sinergie ha raccolto un consenso notevole durante la consultazione pubblica.

Non mi soffermerò sui tanti altri aspetti giustamente da voi affrontati nella vostra relazione molto completa come, per esempio, il ruolo degli Stati membri, l’importanza del livello regionale e locale, il coinvolgimento dei parlamenti nazionali o le responsabilità dei partiti politici, aspetti che sono tutti, ovviamente, fondamentali. In linea di principio, concordiamo su tali temi, e sono lieta che l’ambito del mio mandato mi consenta di elaborare proposte concrete per contribuire alla realizzazione di queste aspirazioni comuni.

La vostra relazione costituisce una pietra miliare nel processo che abbiamo avviato con il Libro bianco. Essa contiene un forte incoraggiamento a procedere sulla base di una collaborazione ancora più stretta tra le nostre due Istituzioni. La Commissione produrrà la propria relazione definitiva sul Libro bianco la prossima primavera, una relazione che delineerà una serie di proposte concrete e alla quale seguiranno piani di azione operativi. Il cammino che ci attende è ancora lungo e tutt’altro che privo di ostacoli, ma confido nel fatto che, con il vostro appoggio, riusciremo ad operare un reale cambiamento nel modo in cui l’Europa comunica con i suoi cittadini permettendo loro di esprimere concretamente la propria voce e ascoltandoli. Una politica di comunicazione dell’Unione europea può essere uno strumento per rafforzare la democrazia e attendo con ansia le prossime discussioni al riguardo.

 
  
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  Michael Cashman (PSE), relatore per parere della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. – (EN) Signor Presidente, non senza complimentarmi con il relatore, nel minuto a mia disposizione vorrei concentrarmi direttamente su ciò che dovremmo fare, ossia analizzare il modo in cui comunichiamo con i nostri cittadini, e ciò significa che dobbiamo essere assolutamente chiari sul linguaggio da utilizzare, un linguaggio che deve essere diretto, semplice, chiaro e preciso. E’ inutile parlare di strumenti e barometri. Non desteremmo alcun interesse. Dobbiamo invece mettere passione in ciò che facciamo e nel modo in cui lo facciamo.

Il nostro Parlamento è incontestabilmente l’Istituzione europea più riuscita. Eppure siamo criticati e raramente ci difendiamo. Abbiamo 25 Stati membri con culture e convinzioni politiche diverse che operano insieme per il bene comune di 450 milioni di cittadini. Un risultato più che brillante! Ma vendiamo e promuoviamo ciò che facciamo in maniera efficace? La risposta è no. Facciamo in modo che i parlamenti nazionali si impegnino nel loro ruolo di scrutinio? Ancora una volta, no. Semplicemente subiamo le critiche senza reagire in alcun modo.

Concludendo, approfitterei ancora di quattro secondi per sollecitare la Commissione a procedere con la sua proposta di revisione del regolamento (CE) n. 1049/2001. Non è un tema contenuto nella relazione, ma rientra nel suo programma di lavoro. Possiamo essere ritenuti efficaci e affidabili soltanto se i cittadini comprendono ciò che facciamo per loro.

 
  
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  Gérard Onesta (Verts/ALE), relatore per parere della commissione per gli affari costituzionali. – (FR) Signor Presidente, la commissione per gli affari costituzionali ha chiaramente espresso il proprio consenso per una politica di comunicazione corretta e accoglie favorevolmente l’operato del Commissario Wallström. D’altronde, è più che giunto il momento di disporre di una siffatta politica se crediamo agli Eurobarometri che dimostrano il profondo scarto tra le nostre Istituzioni e le aspettative dei cittadini. La commissione per gli affari costituzionali, inoltre, si rallegra per il fatto che la Commissione ipotizza una comunicazione bilaterale, il che rappresenta un elemento di indubbia novità: le Istituzioni parlano ai cittadini e i cittadini possono rivolgersi alle Istituzioni.

Il problema è che, dopo aver sancito questo eccellente principio sin dalle prime righe del Libro bianco, si ricercano un po’ a tentoni gli strumenti per garantire concretamente tale possibilità di espressione ai cittadini. Questa è la pecca, signora Commissario, della vostra proposta. Forse potreste trarre utile ispirazione dai suggerimenti del Parlamento, soprattutto quelli relativi alla creazione di un forum aperto dei cittadini, organo di concertazione che inizierà a essere testato nel 2007.

In linea di principio, la nostra commissione non è contraria ad un nuovo strumento interistituzionale, che si tratti di una carta o di un codice, ma chiede che le garanzie e gli obblighi che ciò implica siano attentamente studiati, rammentando peraltro che la Carta dei diritti fondamentali già definisce diritti in materia di informazione e che occorre in ogni caso rispettare le prerogative del nostro Parlamento, specialmente il suo potere di rivolgersi liberamente ai cittadini.

Occorre inoltre tener conto del ritmo molto particolare del dibattito a livello europeo, completamente svincolato dalle agende nazionali. In proposito, ricordiamo la nostra volontà di tenere un dibattito annuale sul tema in plenaria, qui, al Parlamento. Quanto alle nuove tecnologie, siamo d’accordo sul loro utilizzo, a patto tuttavia che non si crei una frattura digitale tra i cittadini che avranno accesso a queste nuove tecnologie e quelli che non vi avranno accesso. Riteniamo peraltro che sarebbe meglio gerarchizzare i nostri partenariati tra società civili, partiti politici europei e giornalisti, nel pieno rispetto, ovviamente, dell’indipendenza di questi ultimi. Osiamo persino formulare una proposta iconoclasta: lo sviluppo di un’amministrazione europea di prossimità affinché Bruxelles si avvicini ai cittadini.

Ciò che nella mia relazione non figura è la questione della base giuridica. La commissione per gli affari costituzionali non ha infatti voluto pronunciarsi sull’articolo 308. Con una votazione molto misurata non ha voluto fare espressamente riferimento a tale articolo, ma con una votazione dai margini altrettanti stretti, e ringrazio l’onorevole Andrew Duff, non ha scartato formalmente il ricorso a questo stesso articolo 308. A buon intenditor... La discussione sulla base giuridica resta dunque assolutamente aperta, anche se personalmente e a livello tattico, mi schiero senza riserve per quanto propone il vostro relatore Luis Herrero-Tejedor, con il quale colgo l’occasione per complimentarmi per l’apertura e la giovialità, oltre che per il suo lavoro costruttivo.

 
  
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  Doris Pack, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, mi compiaccio realmente per il fatto che la discussione sulla politica dell’informazione si tenga subito dopo quella sul Mediatore europeo poiché spesso, questa mattina, il Mediatore è stato citato in riferimento alle sue relazioni con il pubblico. Trovo problematico, e lo abbiamo riscontrato anche in commissione, che la Commissione, per quanto concerne le sue relazioni con il pubblico, spesso sia in ritardo rispetto a quanto il Mediatore desidera effettivamente ottenere.

Le risposte della Commissione alle tante richieste formulatele dal pubblico o da quanti realizzano progetti nell’Unione europea sono sovente scortesi, se non addirittura arroganti, e questo è semplicemente inaccettabile. Sono proprio i cittadini interessati, che rispondono a domande per la presentazione di proposte, a essere spesso oggetto di tale trattamento scostante, per cui perdono interesse per qualsiasi forma di ulteriore collaborazione con progetti europei.

Cosa ne sarà dunque dei cittadini che già in partenza hanno altri interessi e non sono coinvolti? Non è certo quello il modo giusto per trasmettere il nostro messaggio ai cittadini e devo dire che, se stiamo ricercando un loro maggiore coinvolgimento, la nuova strategia di comunicazione della Commissione non conseguirà tale obiettivo. Abbiamo bisogno che i cittadini restino dove sono ed è lì che dobbiamo comunicare con loro; non possiamo farlo da Bruxelles. La signora Commissario ha buone intenzioni, vuole veramente comunicare, ma il problema è che il pubblico non ha alcun interesse per quanto la signora Commissario propone alla sua attenzione, poiché ritiene che la Commissione sia già comunque tutta a favore ed in essa non ha alcuna fiducia. Ciò di cui abbiamo bisogno, pertanto, sono cittadini eletti sul loro territorio, abbiamo bisogno dei membri di questo Parlamento, del Bundestag tedesco, dei parlamenti regionali, con i quali parlare delle questioni che rivestono interesse per l’Europa, sebbene questo non ovvi al grande problema che essi si reputano i responsabili. Nella comunicazione dobbiamo cercare di avvicinarci maggiormente al pubblico potenziando i punti di informazione nelle città e creandone altri, perché sono proprio questi punti di informazione nei municipi che trasmettono il messaggio ai cittadini. Infine, ovviamente, dobbiamo avvalerci dei programmi già istituiti dall’Unione europea nel campo dell’istruzione. Programmi educativi come COMENIUS, ERASMUS e LEONARDO rappresentano la migliore strategia di comunicazione, per cui utilizziamoli e poi troveremo i cittadini di cui abbiamo bisogno per far progredire il progetto europeo.

 
  
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  Guy Bono, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, in veste di relatore per i socialisti in merito al progetto di relazione relativo al Libro bianco sulla politica di comunicazione europea, vorrei in primo luogo complimentarmi, come ha fatto poc’anzi l’onorevole Onesta, per il fatto che, finalmente, la comunicazione è concepita come un processo bilaterale tra Istituzioni e cittadini, e non più come una semplice operazione di marketing. Nondimeno resta molta strada da percorrere prima di creare una comunicazione europea che consenta di porre le questioni europee al centro dello spazio pubblico a livello nazionale.

L’ho detto in commissione e lo ribadisco in questa sede: mi dispiace che il Libro bianco continui a sopravvalutare le nuove tecnologie e a sottovalutare le televisioni nazionali. Sappiamo che i canali generalisti nazionali restano, e lo dimostrano le ricerche dell’Eurobarometro, la fonte di informazione privilegiata dai cittadini dell’Unione ed è opportuno, mi pare, agire a tale livello.

Inoltre, il Libro bianco stranamente tace sui mezzi finanziari. Orbene, noi tutti sappiamo che la democrazia e, dunque, la comunicazione hanno un costo. Fintantoché il bilancio pluriennale dell’Unione sarà inferiore al bilancio di un’agenzia pubblicitaria europea, si potranno di fatto attuare ben poche cose. Vorrei ovviamente complimentarmi con il relatore, onorevole Herrero, e dirgli che, per quanto riguarda la questione dell’articolo 308, la discussione non è chiusa. La mia collega, onorevole Christa Prets, tornerà più tardi sull’argomento.

Signora Commissario, purtroppo la Commissione parla di politica della comunicazione ogniqualvolta l’Europa è in crisi! La Commissione sente il bisogno di comunicare soltanto quando le cose vanno male. Il problema per la Commissione è il contenuto stesso della sua comunicazione. I cittadini identificano la Commissione con un organo ultraliberale che non si preoccupa affatto di tutelare i cittadini europei dai venti impetuosi della globalizzazione.

Ai cittadini e alla democrazia dobbiamo offrire una spiegazione migliore di ciò che accade a Bruxelles. La maggior parte dei cittadini europei non ha coscienza delle realizzazioni divenute possibili grazie alle politiche e ai finanziamenti dell’Unione europea. Inoltre, i cittadini troppo spesso ignorano che tutto ciò che viene deciso a Bruxelles emerge dalla volontà degli Stati membri. Se si sono liberalizzati elettricità, gas, trasporto ferroviario, trasporto stradale e, ora, il servizio postale è perché l’hanno voluto gli Stati membri! Senza questa volontà degli Stati membri, tutto questo non sarebbe accaduto.

In conclusione, ritengo che non abbiamo tanto bisogno di un codice di condotta delle Istituzioni europee in materia di comunicazione con i cittadini quanto di un codice di condotta per la Commissione affinché attui una politica più vicina alle preoccupazioni dei nostri concittadini. Infine, è un codice di condotta tout court che va sottoposto agli Stati membri affinché si assumano le proprie responsabilità e, una volta per tutte, smettano di “nazionalizzare” i successi europei e “comunitarizzare” gli insuccessi nazionali. Solo così l’Europa crescerà.

 
  
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  Karin Resetarits, a nome del gruppo ALDE. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, il Libro bianco sulla comunicazione in merito al quale oggi votiamo è un esempio di come si possa trasformare qualsiasi cosa in scienza e imparare una serie di cose veramente interessanti. Se la casa è in fiamme, però, ciò che occorre concretamente fare per evitare che tutto sia distrutto è, anziché filosofeggiare sul fuoco, individuare la fonte dell’incendio, isolarla e afferrare un estintore.

L’Unione europea ha un grave problema di comunicazione e una pessima immagine. La cosa peggiore della quale i cittadini ci accusano è la nostra eccessiva burocratizzazione con leggi troppo avulse dalla realtà che non procurano loro alcun beneficio. Questo ovviamente non è vero, ma è proprio in tale ambito che dobbiamo trasmettere il messaggio, e spesso non lo facciamo.

In proposito, l’esempio più recente è quello dei regolamenti di sicurezza dell’Unione europea riguardanti il bagaglio a mano sugli aeromobili. Ascoltando gli utenti che ne parlano negli aeroporti, si può avere facilmente un’idea di quanto siano irritati dalla situazione, ma si comprende anche che ne attribuiscono tutte le colpe a Bruxelles e non a Osama bin Laden o altri terroristi. Siamo noi ad essere sul banco di accusa perché non è più possibile portare neanche una bottiglia di acqua a bordo, noi ad essere derisi quando insistiamo sui contenitori da 100 ml, anche se tali contenitori sono irreperibili in tutto il mercato unico dell’Unione europea.

Detto ciò, visto che questa controversa normativa è stata elaborata dalla Commissione, ad essa chiederei cosa ha fatto per migliorare il modo in cui è stata comunicata. Ha forse distribuito opuscoli ai passeggeri pregandoli di portare pazienza? Se lo ha fatto, io non ne ho sentito parlare. Ha riposto tutta la sua fiducia nelle notizie dei mezzi di comunicazione? Non basta. Ciò che occorre fare è rivolgersi direttamente al pubblico perché si sta interferendo direttamente con la sua vita e, considerato che sono le sue libertà ad essere limitate da queste norme di sicurezza, è necessario fornire ottime argomentazioni a loro favore. Questa è comunicazione.

Allo stato attuale, abbiamo dedicato due anni e mezzo al miglioramento della comunicazione, ma ne sono emersi solo concetti intellettuali, antitesi per eccellenza di una comunicazione efficiente. Vi esorto dunque ad essere più pratici, più concreti e, anziché trasformare la comunicazione in una scienza astratta, a vederla semplicemente per quello che è, ossia uno strumento e non un estintore quando qualcosa è in fiamme.

 
  
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  Diamanto Manolakou, a nome del gruppo GUE/NGL. – (EL) Signor Presidente, ad oggi gli opuscoli informativi e i mezzi di comunicazione elettronici dell’Unione europea hanno formulato le sue politiche sfavorevoli alla base nei termini più allettanti nel senso che, anche se vanno a vantaggio del capitale, si presentano come se fossero a vantaggio dei lavoratori eliminando in tal modo qualsiasi opinione contraria; eppure i risultati sono stati nulli.

I lavoratori, giudicando sulla base della loro esperienza di vita, iniziano a mettere in discussione la visione dell’Unione europea, come ha dimostrato il notevole astensionismo alle ultime elezioni europee, con i referendum e i voti contrari sulla Costituzione europea in Francia e nei Paesi Bassi, con le reazioni all’euro e all’inflazione e con i grandi movimenti contro la privatizzazione (nell’istruzione, nella sanità e nel welfare) e i rapporti di lavoro (per quanto concerne l’assicurazione e altri aspetti), fatti che dimostrano come la credibilità dell’Unione europea stia vacillando agli occhi della gente. Pertanto, lentamente ma inesorabilmente, sta emergendo una tendenza verso scontri sociali e politici sempre più acuti.

Parrebbe che l’insoddisfazione della base si stia trasformando in una lotta alla politica inumana della povertà, dell’ingiustizia e della guerra. Così, la Commissione, nel suo Libro bianco su una politica europea della comunicazione, elenca tutti i mezzi, iniziando dalle sue Istituzioni, passando per gli Stati membri, i parlamenti nazionali, le autorità locali e i mezzi di comunicazione, spingendosi fino all’uso della formazione nel campo delle nuove tecnologie e di Internet, per individuare le preoccupazioni e l’insoddisfazione dell’opinione pubblica e della base e utilizzare le informazioni così ottenute per la sua propaganda.

Il suo obiettivo, sfruttando il denaro dei contribuenti, come nel caso del programma PRINCE, attraverso presunte azioni di informazione, è migliorare la sua propaganda ed esercitare pressione per l’adozione della Costituzione europea che militarizza l’Europa e condanna i suoi cittadini a meno diritti, ad un’austerità permanente, nonché alla tolleranza e all’accettazione della sua politica generale.

Essa concentra i propri sforzi sul controllo del modo in cui l’informazione è trasmessa dalle emittenti nazionali, dai giornali nazionali e regionali, dai canali privati, la stragrande maggioranza dei quali sono nelle mani del capitale, da Internet e così via, in maniera da formularne l’esatto contenuto atto a dissimulare la politica imperialista europea rendendola allettante e persuasiva agli occhi dei cittadini.

Il Libro bianco essenzialmente sviluppa una politica di comunicazione dinamica e attiva adducendo falsamente a pretesto la libertà di espressione e la comprensione delle sue politiche applicate. In tal modo, essa intende nascondere le sue scelte politiche unilaterali attraverso un dialogo sociale rafforzato che salvaguardi l’indispensabile regolare funzionamento dell’Unione europea quale meccanismo di consenso sociale e del capitale alle sue scelte politiche e/o di complicità con esse.

 
  
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  Zdzisław Zbigniew Podkański, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, abbiamo una buona ragione per tenere oggi una discussione sulla politica europea della comunicazione in quanto si tratta di una politica inesistente. Ciò che attualmente definiamo comunicazione è, di fatto, nulla più di una comune propaganda. Parole e argomentazioni formulate non hanno fatto vibrare le corde dei nostri concittadini, né lo faranno, perché ciò che essi vogliono è dialogo e non propaganda unilaterale. Finché verranno proposte loro soluzioni dogmatiche preconfezionate, non si sentiranno coinvolti nella discussione, si rinchiuderanno in loro stessi e si trincereranno dietro le loro convinzioni. Se realmente vogliamo una comunicazione moderna o, ancor meglio, un dialogo sociale, dobbiamo prima chiederci se siamo pronti a parlare con la gente e, in caso di risposta affermativa, dobbiamo avviare un dibattito su ciò che dovrebbe essere l’Unione europea. Dovrebbe essere uno Stato federale o un’Europa di paesi e nazioni che operano in stretta collaborazione? Se vogliamo un dialogo, dobbiamo riconoscere i risultati dei referendum costituzionali in Francia e nei Paesi Bassi e non ritornare ostinatamente sul progetto di Costituzione ormai morto.

Smettiamola di discutere se si debba parlare di Europa per i cittadini o di cittadini per l’Europa. Cerchiamo invece di tenere un grande dibattito europeo sulla direzione che l’Europa sta prendendo e avviciniamo l’Europa ai cittadini, non con la propaganda, ma attraverso soluzioni valide, normative chiare, procedure semplificate, meno burocrazia, Istituzioni rispettose dei cittadini e opportunità di discussione tra partner alla pari.

 
  
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  Thomas Wise, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, la politica di comunicazione dell’Unione europea che la presente relazione valuta è stata elaborata nel tentativo di arrestare la crescita dell’euroscetticismo. E’ dunque un’ennesima reazione al rifiuto inequivocabile da parte dei cittadini di Francia e Paesi Bassi sia del progetto di Trattato costituzionale sia di un’ulteriore integrazione.

Anziché accettare il fatto che “no” vuol dire “no”, l’élite politica si illude che francesi e olandesi non abbiano basato il proprio “no” su motivazioni sensate frutto di un’adeguata informazione. Un funzionario della Commissione è stato infatti recentemente citato per aver detto: “Vista la recente esperienza in Francia e nei Paesi Bassi in merito ai referendum, non consiglieremmo a nessuno di organizzarne uno”. Dunque, chiedere alla popolazione di esprimere la sua volontà è diventato un tabù.

Posso darvi un consiglio? Siete sprofondati in una fossa che vi siete scavati voi stessi. Vi suggerisco di smettere di scavare e di buttare via la pala. Perché? Molto semplice: perché non avete capito la cosa fondamentale. Poco importa con quanto stile e con quanta vernice si ricopra un progetto perché, se la sostanza è marcia, il progetto fallirà. Affinché la comunicazione abbia successo, è necessario ascoltare. Gridare più forte è assolutamente inutile!

Le Istituzioni non sono sincere nei confronti dei cittadini che affermano di rappresentare. Francesi e olandesi hanno affondato il progetto, eppure andate avanti come se nulla fosse mai accaduto. Vi assicuro che se e quando i britannici avranno la stessa opportunità, i risultati saranno ancor più decisivi, e nessuna politica di comunicazione potrà mutare questa crescente presa di coscienza del fatto che, proprio negli Stati membri, il progetto dell’Unione europea è un costoso fallimento.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signor Presidente, sebbene la relazione giustamente sottolinei che i cittadini vanno ascoltati, risulta deprecabilmente lacunosa laddove si tratta di proporre soluzioni specifiche. Apparentemente si ipotizza che una politica di comunicazione migliore sia possibile soltanto se vi è più Europa, da cui l’arringa a favore della Costituzione europea e di partiti politici paneuropei. Sembra che non si sia appreso molto dai referendum in Francia e Paesi Bassi.

Certo, devo ammettere che è difficile entusiasmare i cittadini con una politica di comunicazione se le altre politiche si scontrano con l’opinione pubblica. Penso, per esempio, alla politica di allargamento. Sebbene Commissione e Consiglio sappiano fin troppo bene che la grande maggioranza degli europei è contraria all’adesione di un paese non europeo come la Turchia, non se ne preoccupano minimamente. Possiamo comunicare fino all’esaurimento delle forze, ma nulla colmerà il divario abissale tra l’opinione pubblica da un lato e le Istituzioni europee dall’altro.

La relazione lascia intendere che gli uffici di informazione della Commissione non sono in grado di suscitare l’interesse pubblico, concetto espresso, direi, in termini assai blandi. Nelle Fiandre, per esempio, il partito più grande del paese, il Vlaams Belang, non ha ricevuto neanche un invito ai dibattiti sui temi europei organizzati nelle province, dibattiti dunque riservati a coloro che la pensano nella stessa maniera, perché l’unico partito critico nei confronti della politica di allargamento e della Costituzione ne è stato escluso. Ma c’è di più. Il Commissario Wallström ha ammesso apertamente dinanzi al parlamento federale belga che tale discriminazione prosegue. Di conseguenza, nel mio paese, la cosiddetta comunicazione europea non è altro che propaganda, una propaganda che nessuno prende sul serio e che non alimenta alcuna credibilità. E’, in altre parole, uno sperpero di denaro.

 
  
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  Maria da Assunção Esteves (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, signora Commissario, il problema della comunicazione tra l’Europa delle Istituzioni e l’Europa dei cittadini è stato ignorato troppo a lungo.

L’Europa non ha ancora formato un centro politico in grado di coinvolgere e mobilitare i cittadini e conquistarsene il sostegno in un’epoca assai mutevole. Le ragioni che spiegano tale situazione sono semplici: l’assenza di una riforma strutturale adeguata, la prevalenza del potere della rappresentanza indiretta in Consiglio rispetto a quello della rappresentanza diretta in Parlamento, nonché la prevalenza della burocrazia e del lavoro svolto a porte chiuse sugli sforzi reali per pubblicizzare e informare.

Come ci ricorda l’Eurobarometro, i cittadini vedono le Istituzioni europee come una libertà remota o persino estranea. Non hanno neanche la più vaga idea di alcune di esse. La distanza dai centri di potere è lunga e il sistema politico non risponde al contesto sociale. La verità è che la cittadinanza europea, transnazionale, cosmopolita esiste soltanto quando è imposta per motivi politici, proprio perché le manca quel vigore spontaneo delle nostre cittadinanze nazionali. Abbiamo dunque urgentemente bisogno di cogliere l’importanza strategica dei mezzi di comunicazione di massa generalisti, dobbiamo urgentemente inserire l’Europa come materia nei programmi di studio in scuole, università e centri di formazione, è necessario pubblicizzare urgentemente le nostre Istituzioni nei mezzi di comunicazione, abbiamo urgentemente bisogno di prendere sul serio il lavoro svolto dagli uffici di informazione di Commissione e Parlamento negli Stati membri ed è essenziale non accantonare il progetto costituzionale per rimodellare l’Europa: senza una riforma istituzionale seria e senza una politica di informazione efficace, l’Europa sarà un gigante con i piedi di argilla.

 
  
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  Christa Prets (PSE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario, abbiamo appena sentito parlare dei referendum sul progetto di Costituzione europea nei Paesi Bassi e in Francia, ma vanno anche citati i motivi per i quali i cittadini si sono espressi in tal senso, poiché l’esito non è imputabile a manchevolezze dell’Unione europea e la maggior parte degli europei ha già votato a favore della Costituzione.

Occorre tuttavia pensare a come comunicarlo, e sul tavolo è stata portata una serie di proposte pratiche in tal senso sotto forma di Libro bianco, e, se vogliamo colmare le lacune a livello di conoscenza, è anche necessario sviluppare e promuovere un lavoro di alta qualità sulle relazioni pubbliche ad ogni livello, il che significa, tra l’altro, un maggior numero di punti di informazione in grado di fornire risposte utili ad un pubblico che vaga a tentoni nelle città alla ricerca di un modo per stabilire un contatto. Abbiamo infine bisogno di più mezzi di comunicazione a livello locale, regionale e nazionale, poiché spesso accade che le notizie diffuse dai mezzi di comunicazione assumano connotazioni negative.

Il Consiglio, peraltro, sia esso a Bruxelles o a Strasburgo, parla una lingua diversa da quella abitualmente usata dai cittadini. E’ colpa dell’Unione europea se tale o tal’altra decisione è stata recepita nel modo sbagliato, per cui, anche in questo ambito, occorre agire ed è per questo, proprio come chiede la relazione, che è importante incoraggiare il dialogo tra Consiglio, Commissione, Parlamento e cittadini, perché, grazie ad esso, forse avremo un’opportunità.

Condivido l’importanza dei programmi citati. Programmi come LEONARDO ed ERASMUS, per esempio, fanno molto per promuovere la comunicazione. Eppure stiamo riducendo gli stanziamenti a loro favore anziché incrementarli. Iniziative quali la cittadinanza attiva e i gemellaggi tra città sono importanti, e ne abbiamo bisogno in quanto preferibili a innumerevoli opuscoli. Eppure è proprio qui, dove non si dovrebbe, che stiamo operando tagli.

Quanto all’articolo 308, esso indebolirebbe il Parlamento, visto che non lo cita in alcun modo. Ci escluderebbe da qualsiasi consultazione ed è un risvolto dal quale dobbiamo difenderci.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE).(FR) Signor Presidente, un Libro bianco sulla politica di comunicazione europea, che buona idea! E che buona idea aver aspettato tanto! Questo è, come è stato già affermato, l’unico effetto positivo del rifiuto della Costituzione in Francia e nei Paesi Bassi che ha infine messo i dirigenti d’Europa di fronte alle loro enormi responsabilità in termini di comunicazione. L’Europa non soffre di un deficit democratico – è un’accusa ingiusta – ma di un deficit di informazione, di spiegazione, di comunicazione adeguata, interattiva e comprensibile.

Se mi rallegro per questo Libro bianco, mi rammarico per il fatto che si accontenta di questioni e di principi. Non è più tempo di parlare di forum, consultazioni, inchieste, reti; non è più tempo di chiedersi quali misure vadano adottate: occorre adottarle.

I tre punti essenziali del presente documento sono, a mio giudizio, i punti 23, 24 e 32. Questa battaglia della cittadinanza europea si vince a scuola. Lo sperimentiamo tutti i giorni nei nostri incontri con gli studenti. E’ nell’ambito dell’insegnamento superiore che si coltivano, grazie a ERASMUS, veri cittadini europei imbevuti delle nostre culture e delle nostre differenze; è con i mezzi di comunicazione tradizionali – io non credo ai mezzi di comunicazione alternativi – che dobbiamo lavorare per fare valere il quotidiano delle nostre attività e decodificare il valore aggiunto delle nostre normative.

Concludo dicendo, signor Presidente, che questa sfida è immensa e che questo dibattito è essenziale perché la vera minaccia in Europa, oggi, non è lo scetticismo, bensì l’indifferenza. Orbene, la nostra arma per combatterla è comunicare.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, parlo a nome del nuovo PSI. Sono d’accordo con la Commissione nel sostenere l’importanza di avvicinare le istituzioni ai cittadini, anche grazie ad un’efficiente politica di comunicazione.

Condivido, tuttavia, l’approccio del relatore, secondo cui definire una linea comune a tutte le istituzioni ridurrebbe lo spazio per la libertà di espressione e anche per adattare, come è necessario, la comunicazione ai diversi settori d’azione e al divenire della realtà sociale e tecnologica. Un quadro giuridico in materia, infatti, non farebbe che appesantire inutilmente un settore che vive di creatività e spontaneità. Ma non dimentichiamoci che la comunicazione è uno strumento non un fine ultimo: se vogliamo che i cittadini si riavvicinino alle istituzioni, occorre che queste facciano il possibile per avvicinarsi a loro ed ascoltino le istanze che arrivano dal territorio.

Occorre quindi evitare legislazioni inutili; occuparsi di politiche ed azioni che concretamente abbiano un impatto positivo sulla crescita e lo sviluppo; rilanciare il progetto di Costituzione; aumentare l’efficienza, in primis, smettendola con questo assurdo e costosissimo trasloco mensile. Se sapremo fare tutto questo e sapremo poi in grado di comunicarlo, saremo più vicini ai cittadini.

 
  
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  Péter Olajos (PPE-DE).(HU) Signor Presidente, secondo una teoria diffusa, è stata la capacità di espressione, ossia di comunicazione, che ha innalzato gli esseri umani al di sopra del loro ambiente. Non essendo un etologo, non sono in grado di dire se questo sia ciò che è realmente accaduto o se siano intervenuti anche altri fattori. E’ tuttavia un fatto certo che l’essere umano è l’essere più comunicativo sulla terra. In altre parole, la comunicazione avanzata è una caratteristica naturale distintiva dell’umanità.

Il problema è che non solo noi umani, ma anche istituzioni, organizzazioni e gruppi che creiamo vogliono comunicare, atto che non è intrinseco nella loro essenza o natura. Un’analisi storica ci porta a concludere che, in passato, le istituzioni responsabili dell’organizzazione e della direzione delle nostre vite non hanno sempre ricercato una comunicazione di alta qualità, bensì di fatto l’hanno spesso espressamente rifuggita. L’impegno per ottenere una comunicazione sempre migliore con la società è un tratto distintivo della democrazia ed è stata resa possibile dalla rivoluzione delle telecomunicazioni del XX secolo. Senza radio, televisione e Internet non saremmo neanche stati in grado di affrontare oggi l’argomento.

Alla luce di quanto precede, sostengo che l’Unione europea è una delle organizzazioni più aperte e comunicative che abbiamo mai avuto in Europa. Non è ovviamente perfetta, al contrario, ma sinora è la migliore. Certo potrebbe usare meno abbreviazioni o termini tecnici, i suoi concetti potrebbero essere più chiari e comprensibili, e così via.

Tutto ciò, però, sarebbe inutile se l’Unione europea, come comunicatrice, non godesse di credibilità. Senza credibilità, anche un messaggio comprensibile non viene recepito e, al riguardo, va aggiunto anche che i più grandi distruttori della credibilità dell’Unione europea altro non sono che i politici e i governi dei suoi Stati membri, ossia coloro nelle cui dichiarazioni l’Unione europea viene presentata unicamente come causa di difficoltà, mentre i suoi risultati positivi sono sempre citati come traguardi raggiunti dal governo di turno. Anche il Libro bianco avrà successo unicamente se gli Stati membri si impegneranno a sviluppare e sostenere una nuova politica di comunicazione comune europea.

 
  
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  Maria Badia i Cutchet (PSE).(ES) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, nella discussione sulla presente relazione ancora una volta ci poniamo la questione del divario che separa le Istituzioni comunitarie dai cittadini analizzando i modi per ridurlo.

Sebbene io riconosca i grandi sforzi profusi dalla Commissione e da questo Parlamento per colmare lo scarto esistente, è assolutamente indispensabile coinvolgere i mezzi di comunicazione e i parlamenti nazionali.

E’ opinione diffusa tra i mezzi di comunicazione negli Stati membri che ciò che accade qui non faccia notizia o in generale non interessi i cittadini. Pertanto, dovremmo in primo luogo coinvolgere più direttamente i mezzi di comunicazione, in maniera che ci possano aiutare a divulgare e ad avvicinare la dimensione comunitaria ai cittadini evitando il gergo tecnico, una collaborazione che probabilmente ci permetterebbe anche di comunicare le notizie di attualità dell’Unione europea nelle fasce orarie di programmazione che registrano i maggiori ascolti.

Dal canto nostro, dobbiamo facilitare il lavoro di tali professionisti ed è indispensabile semplificare le procedure e renderle più trasparenti. Occorre creare forme di cooperazione e lavoro congiunto con i parlamenti nazionali, affinché questi possano informare i cittadini sulle questioni che li preoccupano a livello nazionale, regionale e locale, generando così, nell’ambito del loro normale lavoro, un riscontro sui vari temi, inclusi quelli inerenti la politica europea.

Ritengo inoltre che dovremmo continuare a guardare a Internet come a uno dei principali fornitori di informazione comunitaria, sebbene esso raggiunga solo una fetta di pubblico che già dimostra interesse per questo mezzo, mentre noi abbiamo anche un altro pubblico, che utilizza unicamente mezzi di comunicazione tradizionali – televisione e radio – attraverso emittenti e canali nazionali, regionali o locali.

Le nuove tecnologie possono schiudere nuovi orizzonti in tale ambito integrando diversi servizi e prodotti che possono agevolare la trasmissione multimediale dell’informazione, aumentando in tal modo il numero di quanti la ricevono.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE).(EN) Signor Presidente, desidero congratularmi con il relatore.

Nello scarso tempo a mia disposizione vorrei ricordare la strategia che l’ex Presidente di questo Parlamento, onorevole Pat Cox, adoperava per comunicare l’Europa. In un celebre discorso, egli iniziò a parlare dell’impatto dell’Unione a livello locale su una piccola comunità dell’Irlanda meridionale che si valeva della legislazione europea per conservare i propri servizi telefonici, per poi spostarsi a livello globale, europeo, citando valori e questioni comunitari come le spiagge contrassegnate dalla bandiera blu, la tessera sanitaria europea e altri vantaggi di cui godono i nostri cittadini. Comunicare il valore aggiunto dell’Europa a livello locale, regionale, comunitario e mondiale è una strategia vincente.

Considerate la settimana in corso e i documenti legislativi che abbiamo approvato: abbiamo accolto un emendamento alla Convenzione di Aarhus, che già garantisce una partecipazione pubblica al processo decisionale e l’accesso alla giustizia in materia ambientale. A questo abbiamo aggiunto gli OGM, un elemento che farà la differenza a livello locale, dove i cittadini possono ottenere un beneficio economico. Abbiamo infine approvato la direttiva sui servizi, un ulteriore documento di impatto positivo sui nostri cittadini.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Libro bianco su una politica europea di comunicazione intendeva arrestare l’aumento dell’euroscetticismo, visti gli esiti dei referendum in Francia e Olanda. Questo è il diabolico ritrovato per cercare di colmare la distanza tra l’Unione e i cittadini, invece che finirla di imporre astrattezze e vessazioni attraverso regolamenti e direttive.

Elaborare norme di condotta a cui tutte le Istituzioni europee dovrebbero attenersi – concordo pienamente con il relatore – riduce ulteriormente lo spazio per pareri indipendenti. Questo vale tanto più per il Parlamento, ove i già ristrettissimi spazi di libertà – basti vedere ad esempio come viene eletto il Presidente o come per i non iscritti siano compressi i tempi di parola e conculcata la possibilità di incidere sul processo legislativo – sarebbero ulteriormente ridotti da un codice che ne definisca le modalità di comunicazione. Basta buttare soldi in assurda propaganda!

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, dire che vendere l’Unione europea è difficile non è tanto un’affermazione relativa alla sua potenziale utilità, quanto una considerazione di ordine fattuale sul come informare le persone in materia. Le problematiche che l’Europa deve affrontare sono altamente complesse: le nostre procedure sono prolisse e laboriose, una caratteristica che rende difficile ai nostri cittadini capirne l’utilità.

La colpa di tutto ciò, tuttavia, ricade almeno in parte su noi stessi, in quanto la Commissione è così presa dalla propria ricerca di obiettività che le riesce impossibile dire un sonoro sì alla Costituzione europea, e le autorità di questo nostro Parlamento fanno di tutto per relegare i visitatori di Bruxelles e Strasburgo nelle sale più remote o nei sotterranei.

Questa è la ragione per cui necessitiamo di un’informazione fresca e di migliore qualità, senza stare a discutere circa la sua base giuridica. Quello di cui abbiamo bisogno sono servizi televisivi ben fatti e accuratamente confezionati che raccontino quello che l’Europa fa a vantaggio dei cittadini, mentre non ci servono affatto lussuosi dépliant che nessuno legge e che tutti buttano nel cestino.

 
  
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  Andrew Duff (ALDE).(EN) Signor Presidente, a nostro avviso, perderci in aspetti legali in un settore sensibile come questo sarebbe un grosso errore, E’ chiaro che una legge europea sui media sarebbe complessa, controversa e impopolare. Per tale ragione il mio gruppo si oppone strenuamente al ricorso all’articolo 308, che non risulta necessario, né opportuno. Preferiamo di gran lunga la pragmatica proposta originale della Commissione relativa alla stesura di un codice di condotta.

 
  
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  Alejo Vidal-Quadras (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, il 1° febbraio 2006 la Commissione ha presentato il Libro bianco su una politica europea di comunicazione; la relazione dell’onorevole Herrero, approvata a larga maggioranza dalla commissione per la cultura e l’istruzione, raccoglie i principali spunti della Commissione, introducendo tuttavia una novità essenziale, che ha dato origine a un serio e profondo dibattito sia in seno a questo Parlamento che a livello interistituzionale.

Al punto 10 la relazione Herrero invita la Commissione a valutare la possibilità di avviare un programma comunitario per l’informazione e la comunicazione, ai sensi dell’articolo 308 del Trattato.

Nella mia veste di Vicepresidente responsabile per l’informazione di questo Parlamento, ho seguito con particolare attenzione la discussione e devo segnalare che il gruppo interistituzionale si è espresso a favore della creazione di una base giuridica e che, come ha detto l’onorevole Herrero, altrettanto hanno fatto tutte le Istituzioni. A mio avviso vale la pena di tentare.

Sono cosciente delle riserve che tale proposta ha suscitato circa una possibile perdita di controllo da parte del Parlamento, ma trovo che questo sia strano, onorevoli colleghi, perché è difficile perdere qualcosa che non si possiede.

Nondimeno, è necessario tener presente tre cose. Anzitutto la relazione stabilisce chiaramente che, se la Commissione presenterà una proposta, il Parlamento dovrà partecipare appieno all’elaborazione del suo contenuto. Secondariamente, il Parlamento detiene un potente strumento, ossia il controllo di bilancio, ed infine esiste il gruppo interistituzionale sull’informazione, che ha il mandato di fissare le linee guida della politica di comunicazione.

Dobbiamo avere il coraggio di creare una strategia di comunicazione capace di presentare, spiegare e difendere l’Europa non solo con la ragione, ma anche con l’entusiasmo, la passione e l’emozione.

Per tale ragione desidero esprimere il mio pieno sostegno all’onorevole Herrero e alla sua relazione, per la creazione di un programma ai sensi dell’articolo 308 del Trattato.

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, devo ammettere che questa discussione mi ha lasciato un po’ perplessa. Nel Libro bianco su una nuova politica europea di comunicazione abbiamo cercato anzitutto di analizzare che cosa non andava nelle precedenti politiche in materia e di individuare cosa dovevamo fare per tutelare in modo democratico il diritto all’informazione dei cittadini e permettere loro di intervenire nei processi decisionali dell’Europa.

Abbiamo definito cinque aree di azione. Ora dobbiamo definire principi comuni, come la libertà di espressione, la diversità, l’inclusione e la partecipazione. Dobbiamo dare ai cittadini maggiore potere, dobbiamo coinvolgerli in vari modi, dall’educazione civica, fornendo loro una conoscenza di base su quanto succede, all’impegno attivo nella società civile. Non possiamo ignorare i nuovi mezzi di comunicazione e le nuove tecnologie. Se pensiamo che pubblicare un articolo sul Financial Times sia sufficiente per comunicare con i cittadini, sono spiacente di comunicare che siamo nel 2006. Il dibattito prende vita anche in altre sedi.

La vera divisione, come qualcuno ha detto in occasione di una delle nostre conferenze con le parti interessate, è quella tra coloro che prendono le decisioni e coloro che utilizzano Internet.

Se guardate alla campagna in Francia, la maggior parte dei siti web sulla Costituzione era a favore del “no”. Dove si trovavano quelli che volevano esprimere un’opinione a favore? Non ricorrevano abbastanza a Internet. Dobbiamo capire e accogliere le nuove tecnologie.

Il quarto capitolo è capire l’opinione pubblica. Dobbiamo essere più professionali nel monitorare l’opinione pubblica e nel rapportarci con essa. Come molti di voi hanno osservato, dobbiamo operare di concerto: tutte le Istituzioni devono farsene responsabili.

Nel corso della discussione, alcuni ci hanno accusato di fare propaganda ad ogni piè sospinto, mentre altri sembrano ritenere che basti aumentare il numero di Info Point sull’Europa presenti sul territorio. Così non può funzionare. Dobbiamo dotarci di una politica di comunicazione seria, quale strumento di democrazia a beneficio dei cittadini. Essi hanno il diritto di capire meglio, di partecipare a una sfera pubblica dove esistano una cultura politica davvero europea e mezzi di comunicazione realmente paneuropei, che riflettano il dibattito in atto e ci aiutino a capire e seguirne il filo. Abbiamo bisogno altresì di luoghi di partecipazione per i cittadini.

Voi dite che in Europa abbiamo già la democrazia. Ebbene, soffriamo di un deficit di partecipazione. La maggior parte dei cittadini sostiene ancora di sapere molto poco o comunque non abbastanza dell’Unione europea e delle sue Istituzioni e di non essere in grado di seguire l’operato del Parlamento europeo o della Commissione. Possiamo forse dire che la cosa non ci interessa e continuare ad agire come abbiamo sempre fatto? Dobbiamo modificare il modo di comunicare con i cittadini; essi hanno il diritto di impegnarsi al nostro fianco.

Continueremo a lavorare su tutte le questioni che avete sollevato. Abbiamo sensibilmente aumentato il numero di centri di informazione diretta sull’Europa: ora ne abbiamo 400 e per la prima volta ne abbiamo aperti anche nel Regno Unito. Il prossimo anno il loro numero è destinato a salire di 30 unità e noi proseguiremo nel nostro impegno di informare i cittadini, ma questo non è ancora sufficiente. Non si tratta semplicemente di informazione, ma di comunicazione: questo deve diventare un processo interattivo.

La maggior parte dei nostri cittadini ricava molte delle proprie informazioni dalla radio o dalla televisione, perciò dobbiamo far sì che radio e televisione, a tutti i livelli, possano riferire ai cittadini cosa accade in Europa. Anche questo fa parte della nostra politica.

Rivedremo il regolamento (CE) n. 1049/2001, perché l’accesso all’informazione è di cruciale importanza. Trasparenza, apertura e accesso all’informazione sono al centro di una nuova politica di comunicazione.

Naturalmente discuteremo il contenuto delle varie politiche: ciò sta alla base del nostro modo di operare. Una politica di comunicazione non può sostituirsi né ai sani contenuti né a una buona politica. Per questa ragione ci impegniamo nel “Piano D”, che invita i cittadini a partecipare al dibattito politico sul futuro dell’Europa.

Prendiamo in seria considerazione le proposte di carattere pratico come Agora, che reputiamo estremamente importanti.

Abbiamo analizzato i problemi legati alla mancanza di una vera e propria politica di comunicazione, abbiamo identificato le cinque aree di azione e ora attendiamo una reazione seria da parte del Parlamento. Le aree individuate sono corrette? Se avete proposte alternative, saremo più che lieti di ricavarne idee estremamente pratiche, in modo da poter tornare a chiedere le risorse di bilancio necessarie a metterle in atto. Otterremo questo risultato riformando il nostro modus operandi, così da diventare più professionali, più aperti, più trasparenti e più democratici.

Vi ringrazio per il dibattito e spero che continueremo a discutere questi importantissimi principi con l’obiettivo di addivenire a una politica di comunicazione corretta per l’Unione europea e tutte le sue Istituzioni.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Grazie, signora Commissario.

Non vedevo l’ora di intervenire in questo dibattito. La signora Commissario si è spiegata in modo molto corretto e la ringrazio per essersi espressa con tanta forza, ma mi fermo qui altrimenti rischio di abusare della mia posizione.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Zita Gurmai (PSE).(EN) La comunicazione diviene pragmatica nella misura in cui si basa su un dialogo costante con i cittadini europei, sulla discussione e sul chiarimento degli obiettivi e delle strategie dell’Unione volti allo sviluppo del progetto europeo. Parte di questa responsabilità ricade sull’Unione, ma quel che resta ricade sugli Stati membri. Il principale obiettivo è l’efficacia, pertanto la comunicazione dev’essere orientata in tal senso e dovrebbe poggiare su una base giuridica.

E’ assolutamente necessario che la stessa società europea, col suo dinamismo, svolga un ruolo decisivo. La comunicazione dovrebbe raggiungere tutti i membri della società tramite una serie di strumenti, tra cui i metodi tradizionali e le nuove tecnologie di comunicazione. Comunicare per mezzo di messaggi ben definiti, visioni chiare dell’Europa e politiche europee sulle lingue dei cittadini.

I cittadini europei vorrebbero vedere l’Europa come un modello di economia in crescita, competitività, coesione sociale e solidarietà e vorrebbero sentirsi parte attiva dei processi decisionali. Una comunicazione corretta, tuttavia, non deve mirare a trasmettere esclusivamente storie di successi e punti di forza, ma riferire anche sfide e problemi che le nostre società devono prepararsi ad affrontare e a risolvere assieme. Questa è la direzione in cui dovremmo muoverci.

 
  
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  Gábor Harangozó (PSE).(HU) Scetticismo, una mancata Costituzione e una crescente incertezza sul processo di allargamento, sui nuovi Stati membri e persino sulla stessa Unione europea: sono tutte conseguenze di una politica di comunicazione inadeguata. Alla luce di questa considerazione dovremmo plaudire al Libro bianco della Commissione e alla sua intenzione di migliorare la comunicazione tra l’Unione e i suoi cittadini. La creazione di una sfera pubblica europea composta da cittadini ben informati su quanto accade al di là delle rispettive frontiere nazionali dev’essere indubbiamente al centro di una politica europea di comunicazione efficace.

Da un lato dobbiamo compiere progressi significativi nell’informazione sul funzionamento e sugli obiettivi delle Istituzioni europee, dall’altro dobbiamo essere capaci di ascoltare i cittadini degli Stati membri e renderli parte attiva nella creazione delle politiche europee. E’ a livello locale, regionale e nazionale che possiamo raggiungere i cittadini in modo più efficace, pertanto possiamo rendere il nostro processo di informazione più efficace solo rafforzando la comunicazione e rendendo più efficiente il flusso di informazioni tra questi livelli e le Istituzioni dell’Unione europea.

Non si tratta di creare semplicemente adeguati canali di comunicazione a due corsie, è lo stesso messaggio che dev’essere reso più chiaro e comprensibile. Dobbiamo pertanto smettere di utilizzare il gergo tecnico comunitario, che spesso risulta di difficile comprensione anche per un pubblico esperto. Il progetto europeo ed il suo successo dipendono, tra le altre cose, dal fatto che le persone che ne sono al contempo gli attori e lo scopo primo, ovvero i cittadini dell’Unione europea, li facciano propri.

 

4. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
  

PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS
Vicepresidente

 

5. Dichiarazione della Presidenza
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  Presidente. – Desidero fare un annuncio a tutti voi, onorevoli colleghi. Con nostro grande sollievo ci è stato riferito che la pena di morte che gravava su Mirza-Tahir Hussain, un cittadino britannico detenuto in Pakistan, è stata commutata.

Il Presidente del Parlamento europeo e i membri dell’Assemblea si sono enormemente adoperati per salvare la vita di questo cittadino: Accogliamo con grande piacere il fatto che il nostro messaggio sia stato ascoltato.

(Vivi applausi)

 

6. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr. Processo verbale)

 

6.1. Accordo di pesca UE/Mauritania (votazione)
  

– Dopo la votazione

 
  
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  Véronique De Keyser (PSE).(FR) Signor Presidente, poiché l’ultima volta abbiamo avuto qualche difficoltà con gli appelli nominali per alzata di mano, mi chiedo per quale ragione oggi abbiamo fatto ricorso a un appello di questo tipo, che per altro non è indicato nella mia lista di voto.

 
  
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  Presidente. – La ragione è che un gruppo politico ne ha fatto richiesta.

 

6.2. Situazione a Gaza (votazione)
  

– Prima della votazione sul paragrafo 4

 
  
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  Pasqualina Napoletano (PSE). – Signor Presidente, alla fine del paragrafo 4, bisognerebbe aggiungere la seguente frase: “Condemns the recent rocket attack in Sderot and the killing of innocent Israeli civilians”.

 
  
  

(Il Parlamento approva l’emendamento orale)

 

6.3. Convenzione sull’interdizione delle armi biologiche e tossiniche (BTWC), bombe a frammentazione e armi convenzionali (votazione)

6.4. Una strategia per la dimensione settentrionale incentrata sul Mar Baltico (votazione)

6.5. Attuazione della strategia europea in materia di sicurezza nel contesto della PESD (votazione)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 21

 
  
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  Karl von Wogau (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, questo emendamento presenta un problema di natura redazionale. Consiglio pertanto di non seguire la lista di voto che avevo proposto e di votare contro l’emendamento n. 21.

 
  
  

(Il Parlamento approva l’emendamento orale)

– Prima della votazione sull’emendamento n. 7

 
  
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  Helmut Kuhne (PSE).(DE) Signor Presidente, il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa mi ha chiesto di apportare una piccola modifica. Accolgo volentieri la richiesta, poiché essa non modifica in nulla la valenza politica del testo. All’ultima riga si legga:

(EN) “si compiacerebbe della disponibilità degli Stati Uniti a partecipare a tali negoziati con l’Iran.”

(DE) Faccio mia la proposta dei liberali e chiedo che il testo sia modificato di conseguenza.

 
  
  

(Il Parlamento approva l’emendamento orale)

 

6.6. Successioni e testamenti (votazione)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 3

 
  
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  Maria Berger (PSE).(DE) Signor Presidente, propongo che il nostro emendamento n. 3 sia modificato cosicché nella versione inglese la parola testator sia sostituita in due punti con il termine deceased e la durata minima per la residenza sia ridotta da tre a due anni.

 
  
  

(Il Parlamento approva l’emendamento orale)

– Prima della votazione sull’emendamento n. 1

 
  
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  Maria Berger (PSE).(DE) Signor Presidente, l’emendamento in questione è stato presentato allo scopo di cancellare alcune parole dal testo originale del relatore, ma in realtà ne sono state tagliate alcune di troppo, perché l’espressione with binding effect doveva restare e non essere cancellata.

 
  
  

(Il Parlamento approva l’emendamento orale)

 

6.7. Donne nella politica internazionale (votazione)

6.8. Lotta contro la tratta di esseri umani – approccio integrato e proposte per un piano d’azione (votazione)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 4

 
  
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  Lissy Gröner (PSE).(DE) Signor Presidente, vogliamo che sia verificata la votazione sul paragrafo 1, seconda parte. La richiesta è stata presentata per tempo e la invitiamo pertanto a verificare la votazione.

 
  
  

– Prima della votazione sull’emendamento n. 21

 
  
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  Edit Bauer (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, vorrei chiedere ai colleghi di sostituire per maggiore chiarezza la dicitura dell’attuale emendamento n. 21 con il seguente testo: “la Commissione dovrebbe affrontare il problema del traffico di bambini nel settore sportivo nel contesto della decisione quadro 2002/629/GAI del Consiglio prestando particolare attenzione ai casi in cui alcuni club sportivi possono prendere in esame la possibilità di concedere contratti a giovanissimi al fine di aggirare la regola dei “vivai giovanili”.

 
  
  

(Il Parlamento approva l’emendamento orale)

 

6.9. Relazione annuale del Mediatore (2005) (votazione)
  

– Prima della votazione

 
  
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  Andreas Schwab (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, intervengo per una questione di procedura. Questa mattina abbiamo discusso con il Mediatore europeo le funzioni di vigilanza che egli esercita sull’EPSO, l’Ufficio europeo di selezione del personale, ed egli ci ha confermato che tali funzioni rientrano nelle sue competenze. Inviterei pertanto i colleghi presenti alla discussione di questa mattina ad approvare l’emendamento n. 1 dell’onorevole Panayotopoulos-Cassiotou poiché esso conferma quanto detto dal Mediatore europeo.

 

6.10. Libro bianco su una politica europea di comunicazione (votazione)
  

– Prima della votazione sul paragrafo 44

 
  
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  Marc Tarabella (PSE).(FR) Signor Presidente, mi sembra che sia insorto un piccolo equivoco. Stavamo in realtà votando la seconda parte del paragrafo 44 quando sullo schermo era indicato paragrafo 44, prima parte. Questo potrebbe avere dato adito a confusione.

 
  
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  Vittorio Agnoletto (GUE/NGL). – Signor Presidente, volevo solo confermare che, per il voto precedente, sullo schermo appariva 44/1 e non 44/2, nell’ultima votazione che ha fatto. Quindi c’è stata molta confusione.

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 

7. Dichiarazioni di voto
  

– Situazione a Gaza (RC-B6-0588/2006)

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Nel votare a favore della risoluzione comune desidero sottolineare l’appello affinché l’UE utilizzi ora tutti gli strumenti a sua disposizione, ivi compreso l’accordo di associazione con Israele, al fine di porre termine agli scontri a Gaza che condannano i palestinesi a una lenta morte e rischiano di incendiare l’intero Medio Oriente. In quanto Stato democratico, Israele deve porsi degli interrogativi. Non è possibile rispondere all’illegalità con altra illegalità. Il governo israeliano deve abbandonare l’assedio di Gaza e gli aiuti alla Palestina devono essere ripristinati immediatamente, unitamente a forme di sostegno per il governo di unità nazionale.

Sono favorevole a richiedere un’inchiesta internazionale sul possibile ricorso ad armi di distruzione di massa da parte delle forze israeliane, in particolare in Libano. Sono altresì favorevole a una conferenza di pace internazionale che riunisca tutte le forze in gioco nel Medio Oriente, Siria e Iran compresi. Richiedo la presenza di una forza internazionale a Gaza.

Siamo corresponsabili del caos che domina in Palestina e abbiamo consentito agli israeliani di spingersi troppo oltre in nome del diritto legittimo alla salvaguardia della loro sicurezza. E’ stato un errore cui dobbiamo porre rimedio.

 
  
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  Vasco Graça Moura (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Vorrei dichiarare il mio voto contrario alla risoluzione comune sulla situazione a Gaza.

Ho scelto di votare contro non perché ritenga che gli eccessi militari contro la popolazione civile non meritino di essere condannati, ma perché mi pare che il tenore generale della risoluzione sia molto negativo nei confronti dello Stato di Israele, che ha subito attentati terroristici continui. Non posso condividere questa posizione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Israele ha moltiplicato le sue aggressioni a danno del popolo palestinese con impunità, come dimostrato dal massacro di Beit Hanun e dall’assedio criminale e disumano alla Striscia di Gaza, trasformata in un enorme campo di concentramento. Alla luce di questi fatti, il Parlamento europeo condanna l’esercito israeliano per il massacro commesso e per la sua risposta che definisce “sproporzionata”, mentre evita di menzionare che ha avallato la partecipazione dell’UE al blocco finanziario a danno dell’Autorità palestinese.

Di fronte alle prove schiaccianti della brutalità con cui Israele si accanisce contro il popolo palestinese, il Parlamento si limita a “deplorare” il veto degli Stati Uniti alla proposta di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU in cui viene condannata l’aggressione di Israele, quando invece dovrebbe denunciare la complicità e corresponsabilità degli USA negli attacchi e nei crimini perpetrati in Medio Oriente e più precisamente in Israele.

Piuttosto che proporre lo spiegamento di truppe straniere a Gaza e in Cisgiordania con il solo effetto di contribuire a mantenere lo status quo, occorre condannare Israele per la sua politica imperialista, la costruzione illegittima del muro, la repressione sistematica del popolo palestinese, la distruzione delle infrastrutture e tutti gli ostacoli con cui impedisce all’Autorità palestinese di lavorare, inibendo la creazione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente con Gerusalemme come capitale.

 
  
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  Marco Pannella (ALDE), per iscritto. – A nome del Partito Radicale Transnazionale ho votato convintamente contro la risoluzione sulla situazione nella Striscia di Gaza (così come avrei fatto per tutte le proposte di tutti i vari “Gruppi”), ritenendo tutte le risoluzioni presentate inadeguate a risolvere i problemi strutturali del Medio Oriente.

Non credo che la posizione comune europea sul conflitto più antico del Medio Oriente possa continuare ad essere la vecchia politica dei “due popoli, due Stati”. Come ha ricordato l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, ogni vittima civile causata dagli attacchi dell’esercito israeliano è un errore tragico, vissuto come tale nella società democratica israeliana, mentre ogni israeliano ammazzato dai razzi o dai kamikaze di Hamas o Hezbollah viene rivendicato come un successo contro Israele, considerato come un tumore da estirpare dal Medio Oriente.

In realtà, Signor Presidente, l’alternativa europea possibile ed urgente per costruire la Pace tra Israele e i palestinesi (e nel Medio Oriente) è: due popoli, due democrazie! Perché soltanto proponendo a tutto il Mediterraneo riforme democratiche ed il modello federalista europeo antinazionalista, sarà possibile eliminare alla radice le cause strutturali del conflitto Medio Orientale, così simili alle cause di tutte le guerre che hanno devastato il nostro continente, fino alla decisione di rinunciare al valore assoluto della Sovranità nazionale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La soluzione del conflitto mediorientale dipende dalla forza con cui sosteniamo la pace e il riconoscimento reciproco e con cui condanniamo la violenza, il terrorismo e l’aggressione militare gratuita. Dobbiamo anche accettare che uno Stato democratico ha il diritto di esistere e di difendersi. La risoluzione non fa nulla di tutto questo, dimostrandosi esagerata dove dovrebbe dare prova di ragionevolezza e cieca laddove occorrerebbe particolare lungimiranza.

Non possiamo considerare gli attacchi terroristici contro Israele come azioni di “combattenti” e accusare successivamente Israele di compiere massacri. Questo Parlamento non dovrebbe permettersi di giudicare la composizione di un governo democratico, quando a governi eletti ma niente affatto democratici chiede appena il minimo ossia di riconoscere Israele, una richiesta che tra l’altro non è neppure menzionata nella risoluzione. Inoltre non intendo sottoscrivere una risoluzione in cui apparentemente si conclude che gli Stati Uniti sono la causa del perdurare del conflitto e si minaccia in maniera poco velata di mettere in discussione l’accordo di associazione con Israele quando sta per essere approvato un accordo analogo con la Siria.

La sincera solidarietà nei confronti delle vittime e il rifiuto di lasciare impunito l’attacco di Beit Hanun non rendono trascurabile la necessità di un maggiore equilibrio, né indurmi a votare a favore di una risoluzione che è sproporzionata e controproducente.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro questa risoluzione su Gaza.

L’intenzione non è certo di minimizzare la tragedia di Beit Hanun, costata la vita a 19 palestinesi a causa di un errore di tiro da parte israeliana. Un errore che si è rivelato dalle conseguenze drammatiche e che è nostro dovere denunciare.


Senza nulla togliere alla gravità di tale tragedia, non possiamo votare questa risoluzione che è la più squilibrata che io abbia mai visto nei sette anni che ho trascorso in questo Parlamento. Mi è impossibile enumerare tutti i punti contestabili e faziosi presenti nel testo.

Nel suo insieme, la risoluzione è un attacco unilaterale contro Israele. L’unica concessione che gli viene fatta, al paragrafo 4, è un riferimento al suo diritto inalienabile alla sicurezza. Per il resto, sulla pioggia di missili Qassam che cade ogni giorno sulle città israeliane non viene sprecata neppure una parola. Per Gilad Shalit, rapito ormai da tre mesi, appena tre parole e non una di più – inserite alla chetichella al fondo del paragrafo 19, senza menzione alcuna dei suoi compagni rapiti in Libano. In alcuni momenti la discussione ha assunto toni spregevoli, laddove è stata evocata “la società israeliana, grezza e razzista” o quando si è parlato di “morti palestinesi che valevano meno dei morti israeliani”. Oggi tutto sembra permesso e il confine tra atteggiamento anti-israeliano e antisemita è scavalcato senza che nessuno fiati. E’ insopportabile.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) Nella risoluzione odierna sulla situazione a Gaza, che ho sostenuto con il mio voto favorevole, avrei voluto vedere un esame più equilibrato dei motivi che hanno obbligato Israele e il suo esercito a impiegare metodi che, visti fuori contesto, possono sembrare spropositati. Il diritto di uno Stato a proteggere i propri cittadini è fondamentale e un giudizio deve essere formulato tenendo conto dell’intero quadro anziché di singoli eventi.

 
  
  

– Armi biologiche e tossiniche (RC-B6-0585/2006)

 
  
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  Gerard Batten, Derek Roland Clark, Roger Knapman e Thomas Wise (IND/DEM), per iscritto. – (EN) Il Regno Unito è all’avanguardia nella ricerca per sistemi di difesa dalle armi biologiche e tossiniche e il nostro paese deve continuare ad avere libertà d’azione e piena autonomia in questo tipo di questioni. Deploriamo l’impiego delle armi contro la popolazione civile e siamo sostenitori convinti delle Convenzioni di Ginevra, ivi compresa la quarta Convenzione, che rappresenta uno strumento giuridico a tutela dei civili in tempo di guerra ed è stata ratificata da 194 paesi.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Sottoscrivo la proposta di vedere riconfermato in occasione della sesta conferenza per la revisione della Convenzione sulle armi biologiche e tossiniche (BTWC) l’impegno da parte dei 155 Stati contraenti verso la prima convenzione multilaterale sul disarmo che vieta un’intera categoria di armi, nell’ottica di un’interdizione totale delle armi biologiche.

Bisogna rivedere completamente il funzionamento della BTWC al fine di individuare, discutere e concordare soluzioni volte a un rafforzamento della Convenzione e all’interdizione delle armi biologiche e tossiniche tramite uno strumento giuridico vincolante e universalmente riconosciuto del diritto internazionale.

L’UE deve sollevare la questione nei consessi transatlantici e in particolare presso la NATO per persuadere l’amministrazione USA ad abbandonare la sua posizione unilaterale e a contribuire al rilancio di una soluzione multilaterale rafforzata.

Accolgo con favore l’entrata in vigore, questo mese, del Protocollo V alla Convenzione sulle armi convenzionali relativo ai residui bellici esplosivi e spero che molti altri Stati ancora firmino tale Convenzione e ratifichino i cinque protocolli.

Mi appello all’UE e agli Stati membri affinché definiscano tempestivamente dei protocolli sui sistemi di armi in questione e vietino senza mezzi termini, tramite un protocollo, la produzione, il magazzinaggio, il trasporto e l’uso di qualsiasi tipo di bombe a grappolo (bombe a frammentazione).

 
  
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  Richard Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito laburista del Parlamento europeo ha deciso oggi di votare unitamente agli altri deputati a favore della campagna internazionale per la messa al bando delle bombe a grappolo. Inoltre desideriamo precisare che il fosforo bianco è considerato un’arma convenzionale e non chimica e che il Regno Unito – ma non l’America – ha firmato il Protocollo III alla Convenzione del 1980 su talune armi convenzionali che vieta l’impiego di armi incendiarie contro le popolazioni civili. I laburisti ritengono valido lo studio sugli effetti dell’uranio impoverito sulla salute condotto dalla Royal Society britannica e sostengono ulteriori ricerche da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità. Le truppe britanniche meritano di essere equipaggiate sempre con la migliore attrezzatura protettiva disponibile; ad ogni modo le voci relative all’impiego di granate al fosforo bianco in Iraq si sono rivelate infondate e il Regno Unito non possiede arsenali di uranio impoverito in questo paese.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La delegazione britannica del partito conservatore appoggia incondizionatamente la BTWC e gli sforzi internazionali volti a garantire l’applicazione universale e l’attuazione efficace della Convenzione.

Da anni abbiamo adottato una linea coerente anche a favore della messa al bando delle mine antiuomo, seppure non riteniamo prioritario procedere allo sminamento di territori disabitati e non sfruttati a fini economici, come lo sono ad esempio alcune aree delle isole Falkland, fermo restando che tutte le aree potenzialmente minate devono essere chiaramente segnalate.

Siamo altresì molto cauti verso le campagne mirate a un ampliamento della portata delle convenzioni internazionali al fine di includere anche le bombe a grappolo e altre munizioni. Siamo favorevoli alle misure adottate per ridurre al minimo i danni post-bellici, come nel caso di ordigni inesplosi, e diffondere l’uso di armi “intelligenti” (in grado di autodistruggersi, ad alta precisione, ecc.) nei casi opportuni.

Siamo favorevoli all’interdizione del fosforo bianco come arma, ma questa sostanza è utilizzata in guerra anche per altri scopi, ad esempio come cortina fumogena. Di certo non sosterremo alcuna iniziativa passibile di incrementare il rischio per i militari britannici o di privare l’esercito britannico di armi essenziali. Pur condividendo molte parti della risoluzione, in questo momento non possiamo votare a favore di un’interdizione generalizzata degli ordigni a grappolo o del fosforo bianco. Abbiamo pertanto votato contro gli emendamenti e ci siamo astenuti dal voto sull’intera risoluzione.

 
  
  

– Relazione Stubb (A6-0367/2006)

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen e Inger Segelström (PSE), per iscritto. (SV) Siamo favorevoli al progetto per l’autostrada Via Baltica a condizione che sia condotto uno studio d’impatto ambientale scrupoloso.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno è lieta che il Mar Baltico sia oggetto di discussioni politiche. La relazione ha diversi aspetti positivi, tra cui quello di dedicare ai problemi ambientali della regione l’attenzione che meritano. Vediamo con favore anche il paragrafo 13, in cui si lascia agli Stati membri la libertà di introdurre una normativa ambientale più severa di quella proposta dall’UE.

Tuttavia non siamo d’accordo che sia l’UE a finanziare il progetto per l’autostrada Via Baltica. La relazione propone anche un rafforzamento della cooperazione con l’Europol; possiamo convenire su questo punto solo a condizione che si limiti a un maggiore scambio di informazioni. Non deve essere la premessa né a un mandato di arresto europeo, né all’intervento delle forze di polizia di uno Stato all’interno di un altro paese.

Oggi abbiamo votato a favore della relazione nel suo insieme poiché riteniamo che in essa gli elementi positivi superino quelli negativi.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) La relazione intende innanzi tutto sottolineare che il Baltico è un mare di acqua salmastra particolarmente sensibile. Il paragrafo 13 che assicura agli Stati membri il diritto di adottare una normativa più restrittiva a tutela del Mar Baltico e il paragrafo 11 che stabilisce la necessità di opportune valutazioni di impatto ambientale per i progetti di infrastrutture connessi all’energia sono strumenti fondamentali per salvare il Baltico. Il mio voto sarà pertanto a favore della relazione, sebbene non condivida altre proposte ivi contenute, come l’incremento dei controlli alle frontiere e altri progetti infrastrutturali insostenibili nella regione.

 
  
  

– Relazione von Wogau (A6-0366/2006)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La relazione su cui votiamo oggi è un elenco di buoni propositi per i fautori di un’Unione europea militarizzata. Fortunatamente è solo una relazione di iniziativa, ma rimane nondimeno un segnale chiaro della maggioranza parlamentare alle altre Istituzioni europee sulla direzione che l’Unione europea dovrebbe imboccare.

La creazione di una forza navale permanente nel Mediterraneo è una delle idee più balzane tra quelle avanzate. Come se non bastasse, la maggioranza della commissione auspica l’istituzione di una linea di bilancio separata per le operazioni militari e tenta altresì di resuscitare l’ormai sepolta Costituzione. Come accade ogni volta che il Parlamento europeo ha la possibilità di esprimere il proprio parere, viene manifestato il desiderio che ai deputati siano conferiti maggiori poteri. Abbiamo preso posizione anche sull’emendamento che chiede la creazione di un servizio di guardiacoste sotto l’egida dell’UE.

Gli sviluppi prefigurati nella relazione sono estremamente preoccupanti e dovrebbero servire da campanello d’allarme anche per i fautori più inveterati di uno Stato UE. Data l’insicurezza in cui viviamo oggi a seguito dei diversi conflitti in atto nel mondo, dovremmo chiederci se la creazione di un esercito comunitario sia il modo corretto di affrontare questi problemi. La scelta da parte di un paese di inviare o meno i propri soldati spetta sempre e comunque al parlamento nazionale e non a ipotetici Stati Uniti d’Europa nati dall’Unione europea.

Abbiamo votato contro la relazione e la maggioranza degli emendamenti proposti.

 
  
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  Richard Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito laburista del Parlamento europeo sottoscrive la relazione per molti aspetti, in particolare per la sua volontà di rendere più efficace la PESD al fine di trasformarla in uno strumento di aiuto per le aree di crisi in tutto il mondo. In uguale misura vediamo con favore una cooperazione più stretta tra UE e NATO sulla base delle esperienze passate e concordiamo sulla necessità di sviluppare nuove capacità.

Tuttavia non condividiamo il contenuto del paragrafo 52 in cui si ipotizza l’istituzione di un ministro europeo della Difesa o la creazione di una forza navale europea permanente. Non concordiamo neppure con il paragrafo 44 laddove si raccomanda che le operazioni militari siano finanziate direttamente dal bilancio UE. Con riferimento al paragrafo 51, è importante rammentare che ci troviamo ora in un momento di riflessione sul futuro della Costituzione e sottolineare che la PESD non prelude alla creazione di un’Unione di sicurezza e di difesa.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (NI), per iscritto. – (FR) Alcune considerazioni dell’onorevole von Wogau sono in sintonia con le nostre, in particolare per quanto attiene alle minacce che gravano sulla sicurezza europea: il terrorismo, la vulnerabilità del nostro sistema di approvvigionamento energetico, la permeabilità delle nostre frontiere. In effetti, in contrasto con quanto hanno affermato i nostri governi quando hanno voluto smantellare i rispettivi sistemi di difesa nazionali, il mondo è oggi un luogo più pericoloso di quanto non lo fosse prima del crollo del muro di Berlino.

Le proposte illustrate nella relazione si reggono su una seconda illusione, ovvero che le nazioni possano rimettersi a organismi sopranazionali per vedere garantita la loro sicurezza. Nella realtà dei fatti, le nazioni sono sempre lasciate a se stesse.

Al giorno d’oggi gli Stati Uniti destinano il 3,5 per cento del PIL alla difesa, mentre i venticinque Stati membri dell’Unione europea vi dedicano meno dell’1 per cento. Certo, occorre un’armonizzazione europea per i materiali da difesa, ma guardiamoci dall’abbandonare i nostri eserciti a favore di un ipotetico esercito europeo in cui gli ordini sarebbero impartiti in ventuno lingue e che per il tramite della NATO finirebbe sotto il comando degli americani. Pensiamo piuttosto a rafforzare la difesa di ogni Stato membro.

Tale sforzo può essere richiesto solo a nazioni indipendenti, consapevoli della propria identità. Ma a tale fine occorre trasformare l’Europa di Bruxelles, senz’anima né frontiere, in un’Europa di nazioni sovrane.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il documento proposto merita il mio sostegno perché è realistico nel definire ciò che è auspicabile e al tempo stesso ambizioso su ciò che è fattibile.

La sicurezza è uno dei temi che sta maggiormente a cuore ai cittadini europei, in particolare per quanto attiene alle potenziali minacce in Europa. Su questo tema il relatore si è sforzato di essere realistico e di comprendere l’immediatezza e la natura delle minacce nonché il loro pericolo effettivo. Nel contempo il relatore ha avuto l’ambizione di adottare un’ottica più ampia che comprendesse non solo l’aspetto militare ma anche i risvolti in ambito tecnologico, dell’informazione e dell’intelligence. Anche noi dobbiamo essere ambiziosi per quanto riguarda la promozione della pace e dello sviluppo economico nei paesi terzi, poiché ciò è essenziale per la nostra stessa sicurezza e per un mondo migliore, un obiettivo quest’ultimo da perseguire con altrettanta determinazione.

Con queste motivazioni ho votato a favore della risoluzione, poiché concordo nella sostanza sulle sue analisi e preoccupazioni, seppure non condivida né consideri necessario condividere tutti i suoi assiomi e le sue conclusioni.

 
  
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  Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto. (SV) La cooperazione comune dell’UE nella politica estera e di sicurezza non deve entrare in antagonismo con la NATO. Riscontro quindi con piacere che il Parlamento europeo si è espresso qui chiaramente a favore di un rafforzamento dei legami transatlantici e ribadisce l’importanza di una cooperazione più stretta con la NATO.

L’UE dispone già di una politica estera e di sicurezza comune, ma la relazione compie un passo ulteriore e prefigura un livello più approfondito di cooperazione su questi aspetti che rischierebbe di togliere alla Svezia la libertà di scelta in merito alla propria politica estera e di sicurezza. Le risorse militari nazionali degli Stati membri dovrebbero continuare a costituire la base di questa cooperazione anche in futuro. E’ deplorevole che la relazione si dichiari in favore del mandato d’arresto europeo, in base al quale i cittadini svedesi potrebbero essere consegnati ad altri Stati dell’Unione senza la possibilità di subire un processo in Svezia. La relazione si esprime anche a favore della Costituzione. Questi aspetti mi hanno indotto a votare contro la relazione nel voto finale, anche se condivido i suoi contenuti relativamente al rafforzamento della cooperazione tra UE e NATO.

 
  
  

– Relazione Gargani (A6-0359/2006)

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Lena Ek, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Abbiamo votato a favore della relazione sulle successioni e testamenti (A6-0359/2006) affinché venga fatta chiarezza in merito alle norme di conflitto. Considerato però che la relazione aspira a un’armonizzazione delle leggi sulle successioni e testamenti, vogliamo ribadire con forza che a nostro avviso un’armonizzazione del diritto sostanziale non è auspicabile e che, ai sensi del Trattato CE, questo ambito deve essere e rimanere esclusivamente di competenza nazionale.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Con questo tentativo di risoluzione dei conflitti tra leggi e giurisdizioni nell’ambito delle successioni e dei testamenti, il Parlamento europeo è riuscito per una volta a evitare d’immischiarsi in questioni di esclusiva competenza degli Stati membri.

Pur tenuto conto che ogni anno si aprono nel territorio dell’Unione europea tra le 50 000 e le 100 000 successioni caratterizzate da elementi di internazionalità, questo non giustifica un ennesimo tentativo di unificazione forzata delle norme di diritto sostanziali, bensì richiede solo un’armonizzazione delle norme del diritto internazionale privato e la creazione di un certificato successorio europeo.

Sottoscriviamo pertanto la seconda raccomandazione del Parlamento che aspira soltanto a uniformare le regole che disciplinano i conflitti di leggi e di competenza giurisdizionale. A nostro avviso questa è la sola via che consentirà agli Stati membri di preservare i loro sistemi giuridici, nonché gli usi e costumi giuridici caratteristici.

Allora e soltanto allora sarà possibile coordinare in maniera efficace i sistemi giuridici nazionali implicati in una data successione. Conoscere in maniera certa e incontestabile quale sarà il diritto applicabile è quanto occorre e basta per prevenire potenziali conflitti legislativi in materia di successioni.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La relazione creerebbe un caos giuridico e, se le sue proposte fossero attuate, si metterebbero in conflitto tra loro le varie norme e prassi giuridiche nazionali. La Lista di giugno è fermamente contraria all’adozione di leggi comuni a livello di UE in materia civile e penale. L’approvazione di queste proposte significherebbe anche che i cittadini svedesi perderebbero il loro diritto incondizionato al divorzio – previo periodo di riflessione di sei mesi.

Possiamo fornire un esempio: una coppia sposata di cittadinanza svedese prende residenza a Malta, dopodiché uno dei coniugi ritorna in Svezia e presenta a un tribunale svedese un’istanza di divorzio. Ai sensi dell’attuale normativa svedese, tale coniuge otterrebbe il divorzio secondo il diritto svedese. Se fosse approvata la proposta odierna, si applicherebbero invece le leggi di Malta. In pratica potrebbe essere addirittura impossibile divorziare, poiché il divorzio è proibito a Malta e in taluni altri Stati europei. Di conseguenza, i cittadini svedesi non avrebbero diritto agli alimenti per i figli e a metà del patrimonio posseduto in comune con il coniuge. Per la Lista di giugno, questa prospettiva è assolutamente inaccettabile. La legislazione in questa materia è un’espressione di valori nazionali, religiosi e sociali. L’UE non deve permettersi di calpestare tali valori. Per l’ennesima volta riscontriamo che la sussidiarietà e il pluralismo esistono soltanto nei grandi discorsi, mentre la realtà è dominata da una spinta inesorabile verso l’armonizzazione.

 
  
  

– Relazione Gomes (A6-0362/2006)

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Gomes sulle donne nella politica internazionale.

La volontà politica espressa al Vertice di Pechino del 1995 e le convenzioni internazionali in essere hanno effettivamente permesso di sensibilizzare l’opinione pubblica e i politici sul tema della parità a tutti i livelli della società. Purtroppo tali dichiarazioni non hanno eliminato in termini concreti gli ostacoli di natura non giuridica che ancora si frappongono a una partecipazione completa delle donne alla vita pubblica. E’ pertanto necessario che gli Stati membri adottino provvedimenti che consentano di conciliare vita sociale, professionale e familiare in sintonia con le conclusioni del Consiglio europeo di Barcellona e della strategia di Lisbona.

Plaudo alla creazione di un Istituto europeo per l’uguaglianza di genere al fine di ovviare all’inadeguata presenza delle donne nella politica e di promuovere una maggiore rappresentanza delle donne nella politica internazionale.

Occorre urgentemente trovare nuovi canali che consentano alle donne di essere maggiormente coinvolte nelle questioni della pace e della sicurezza, in particolare tramite nomine più paritarie in seno alle Nazioni Unite o nelle delegazioni esterne dell’Unione europea.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) La strategia di Lisbona ha posto le politiche economiche che tengono conto della dimensione di genere al centro della strategia per la crescita e la competitività, ma un requisito essenziale per l’attuazione di questo tipo di politiche è la piena partecipazione delle donne alla vita politica.

Un traguardo importante verso una maggiore uguaglianza di genere è stato raggiunto dalla Conferenza di Pechino del 1995. Stando ai dati dell’Unione interparlamentare però, soltanto il 16,4 per cento dei 43 961 deputati parlamentari nel mondo sono donne. La percentuale di donne elette al Parlamento europeo oscilla tra il 58 e lo 0 per cento, con una media di poco superiore al 30 per cento. La percentuale di donne elette nei parlamenti nazionali degli Stati membri varia tra il 45 e il 9 per cento.

Questi dati evidenziano un grave deficit democratico a livello europeo e nel più vasto contesto internazionale.

Mi appello agli Stati membri affinché rivedano la loro legislazione nazionale in un’ottica di promozione della parità e di un’effettiva democrazia nella politica, rivedano la costituzione, la legislazione e la prassi, sanciscano la parità di genere quale principio fondamentale nelle rispettive costituzioni e adottino misure volte a conciliare vita sociale, familiare e professionale, in sintonia con le conclusioni del Consiglio europeo di Barcellona e la strategia di Lisbona, al fine di creare un contesto favorevole a una piena partecipazione delle donne alla vita politica.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione è incentrata sulle donne nella politica internazionale e constata l’esistenza di un problema reale, ma non analizza le restrizioni che impediscono alle donne di partecipare attivamente alla vita politica e sociale. Il documento non contiene alcun riferimento ai motivi economici e sociali che costringono le donne a una partecipazione marginale. Per esempio, viene menzionata la differenza tra le retribuzioni e la necessità di condividere le responsabilità domestiche con gli uomini, ma non si approfondiscono le difficoltà reali, in particolare quelle relative a condizioni di lavoro, sfruttamento, paghe inadeguate, insicurezza del posto di lavoro, lavoro part-time, assenza di strutture sociali a un prezzo accessibile.

Nell’affrontare il tema la relazione ignora le differenze di classe e si riferisce esclusivamente a quanto accade nella classe dominante. Non viene fatto pertanto alcun riferimento esplicito a politiche economiche, occupazionali o sociali. Di conseguenza, tra le misure proposte, la relazione continua a suggerire come soluzione a mio avviso inaccettabile quella di un sistema di quote obbligatorio con sanzioni per i partiti, mentre ignora i problemi e gli ostacoli esistenti, che comprendono, ad esempio, le condizioni economiche e sociali alla base e gli stessi sistemi elettorali.

In Portogallo, ad esempio, il partito socialista ha approvato un sistema di quote, ma nel contempo sta per rimaneggiare l’attuale sistema elettorale, e in pratica la riforma elettorale potrebbe avere per effetto l’elezione di un numero ancora inferiore di donne.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La partecipazione delle donne alla politica internazionale (come pure alla politica nazionale, all’economia e all’arte) è segno di una società sviluppata e equilibrata. Un mondo di soli uomini è peggiore di un mondo di uomini e donne. Ciò non significa tuttavia che l’elezione di una donna o la formazione di un governo composto da un numero uguale di uomini e donne siano di per sé motivo di soddisfazione. Le donne non sono solo donne, contrariamente a quanto sembrano pensare alcuni promotori del sistema a quote e della pari rappresentanza.

Fortunatamente il valore di ogni donna risiede in ciò che ella pensa, fa, propugna e rappresenta. Non ritengo ragionevole applaudire senza criterio l’elezione di una donna solo in quanto donna. Non credo che il risultato cui aspiriamo possa essere ottenuto imponendo quote e parità di rappresentanza. Questa parità deve essere una conquista matura, non un bel gesto. Credo di poter parlare senza troppi freni su questo argomento, visto che il Centro democratico sociale (CDS) è l’unico partito ad avere avuto una donna come deputato, capo del partito, ministro della Giustizia o segretario generale. A queste donne va tutto il mio rispetto, non per motivi simbolici, ma per i loro stessi meriti.

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) In Germania, Liberia, Cile e, più di recente, anche nel Congresso degli Stati Uniti, la nomina di donne a posizioni chiave è stato motivo di plauso. Mi associo volentieri a questi applausi, pur esprimendo l’auspicio che un giorno questi successi al femminile non assurgano più a simbolo esemplare, ma possano diventare avvenimenti di tutti i giorni.

Per una donna dedita alla politica non è più sufficiente basare il proprio discorso mediatico sul maschilismo reale o supposto dei propri avversari, come si è purtroppo verificato nella campagna interna al partito socialista francese per l’investitura presidenziale.

Dobbiamo dare prova di maggiore responsabilità piuttosto che di spirito di rivalsa, poiché la rappresentanza equa tra i generi è ormai una logica acquisita. La delegazione dell’UMP al Parlamento europeo, composta da nove donne e otto uomini, è esemplare in questo senso.

Spero che incoraggeremo la vocazione e motivazione di una nuova generazione di donne a dedicarsi alla politica. Anziché moltiplicare all’infinito le regolamentazioni puntigliose e talvolta troppo estremiste a favore delle donne, dovremmo tuttavia avere fiducia nella loro capacità d’imporsi e di fare valere le proprie convinzioni a tutti i livelli – locale, nazionale o europeo – e lo dico come donna certo, ma anche come rappresentante eletta.

 
  
  

– Relazione Bauer (A6-0368/2006)

 
  
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  Patrick Gaubert (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Vorrei complimentarmi con l’onorevole Bauer per questa relazione eccellente; la sua approvazione unanime in seno alla commissione LIBE è una riprova della sua qualità.

Essa rammenta con tempestività che la tratta internazionale di esseri umani interessa ogni anno tra 600 000 e 800 000 uomini, donne e bambini. Circa l’80 per cento delle vittime è costituito da donne, di cui la metà minorenni. La maggioranza delle vittime della tratta sono destinate allo sfruttamento sessuale commerciale.

Per fare fronte all’incremento di questi traffici e alla loro portata sempre più internazionale, la relazione propone una serie di misure integrate da adottare su scala europea che mi paiono all’altezza delle problematiche associate a questo male. In particolare, la relazione sottolinea la volontà dell’UE di seguire un’impostazione incentrata sui diritti umani e sulle vittime, che mi pare fondamentale.

Per i motivi illustrati e perché la lotta per la salvaguardia della dignità umana merita tutto il nostro sostegno, ho votato a favore di questo testo che propone l’approvazione di una raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sulla lotta contro la tratta degli esseri umani.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) E’ strano che la relazione insista nell’operare una netta distinzione tra la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina. Eppure in molti casi esiste tra loro una somiglianza inconfutabile, perché l’immigrazione clandestina si è trasformata in una vera e propria tratta di esseri umani la cui espressione più efferata è il commercio di persone ai fini dello sfruttamento sessuale.

Ma chi sono i veri colpevoli ? Sono senz’altro i passatori, i narcotrafficanti, gli sfruttatori o altri oppressori che approfittano di un territorio europeo privo di controlli alle frontiere interne e totalmente permeabile ai flussi migratori. Ma la colpa ricade anche sui politici nazionali e europei che non hanno intrapreso nulla di serio contro gli ingressi clandestini, l’immigrazione di massa, i finti matrimoni o, ancor peggio, che mettono in atto una politica apertamente “immigrazionista”.

Sanzionare più severamente i passatori, sgominare le reti della criminalità organizzata, programmare nuove forme di cooperazione tra gli Stati sono senz’altro obiettivi da perseguire. Ma l’effetto placebo non durerà a lungo perché il vero male rimane l’assenza di controlli alle frontiere interne dell’Unione europea. Se non rimettiamo in discussione la libera circolazione delle persone che non sono cittadine dell’Unione – un dogma questo imposto da Bruxelles – l’immigrazione clandestina continuerà a crescere incontrollata.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Convenzione del Consiglio d’Europa sull’azione contro la tratta degli esseri umani è già stata firmata da 30 paesi e ratificata in vari altri, tra cui la Moldavia e la Romania; la sua ratifica è in corso anche in Svezia. La Convezione si applica a qualsiasi forma di tratta degli esseri umani, sia essa perpetrata a livello nazionale o internazionale o legata al crimine organizzato. La Convenzione integra in questo modo le disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale.

La Lista di giugno ritiene che l’UE dovrebbe osservare gli accordi nazionali e internazionali già sottoscritti dagli Stati membri. A nostro giudizio, spetta ai parlamenti nazionali democraticamente eletti dei vari paesi decidere in merito all’adesione a trattati giuridicamente vincolanti. Siamo favorevoli alla lotta contro la tratta degli esseri umani e ci complimentiamo con i governi di Romania e Moldavia per il coraggio dimostrato con la ratifica di questa Convenzione tanto importante. Riteniamo superfluo che l’UE ne solleciti a sua volta la ratifica. Le nazioni sovrane dell’Europa hanno già intrapreso questa lotta da sole, senza l’interferenza di entità sopranazionali.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nel complesso siamo favorevoli alla relazione, anche se notiamo con rammarico che alcuni emendamenti approvati non servono a rendere più efficace la lotta contro la tratta degli esseri umani e soprattutto delle donne.

Con delusione abbiamo assistito all’eliminazione dei paragrafi che sancivano la necessità di “considerare reato l’acquisto del corpo di un’altra persona a scopo sessuale” al fine di conseguire una riduzione della tratta a scopi sessuali. Come dimostrato da numerosi studi, l’interdizione dello sfruttamento della prostituzione riduce drasticamente il crimine organizzato e la tratta, in particolare delle donne e dei minori.

Cionondimeno, la relazione ha mantenuto alcuni elementi positivi, quali la necessità d’imporre sanzioni severissime alle aziende che fanno uso di manodopera a basso prezzo sfruttando la tratta degli esseri umani, o l’assunzione della responsabilità da parte degli Stati membri per le vittime della tratta degli esseri umani e per efficaci misure antiriciclaggio dei proventi derivati dalla tratta degli esseri umani.

La relazione avrebbe potuto anche spingersi oltre e confrontarsi con il problema alla fonte, tramite una politica di cooperazione con i paesi di origine e di sostegno per progetti specifici di sviluppo socioeconomico, aiutando così a ridurre le cause principali della tratta, che sono la povertà, la disoccupazione e l’emarginazione sociale.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) La relazione stabilisce una distinzione artificiosa e illusoria tra la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina. A partire dai disastrosi accordi di Schengen del 1985, con cui sono stati eliminati i controlli alle frontiere interne dell’Unione europea, questi due fenomeni, che nessuno dubita siano strettamente legati, si sono tuttavia sviluppati in maniera esponenziale.

Da quando l’Europa si è incaricata in luogo e in vece degli Stati membri della realizzazione di uno “spazio di libertà, sicurezza e giustizia”, le associazioni criminali, i protettori e le reti organizzate di passatori hanno ottenuto profitti lauti come mai in passato. Queste reti criminali proliferano e prosperano sfruttando un numero sempre maggiore di esseri umani.

Con l’intento di trovare una soluzione a questi drammi umani, la Commissione e il Parlamento propongono di organizzare dialoghi politici tra Stati e gli ennesimi programmi e progetti di cooperazione. A che pro? E’ giunta l’ora di colpire la vera causa della tratta degli esseri umani e dell’immigrazione clandestina: la mancanza di frontiere sicure e protette in Europa. E’ vero tuttavia che i nostri eurocrati non vogliono a nessun costo rimettere in questione la sacrosanta regola della libera circolazione delle persone!

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La tratta degli esseri umani è la versione moderna del commercio degli schiavi, anzi sotto alcuni aspetti è ancora peggiore. Infatti oggi la disperazione spinge le vittime a pagare per essere incluse nella tratta e le autorità, spesso con le migliori intenzioni umanitarie, talvolta finiscono con l’attuare politiche che promuovono la tratta e incrementano gli affari dei trafficanti.

Come accade spesso, anche in questo ambito bisogna essere crudeli per essere buoni. In pratica, dobbiamo essere severi verso chi fornisce impiego, severi con chi arriva, con chi rimane e, soprattutto, severi e rigorosi nell’applicazione della legge. Chiudere gli occhi di fronte all’immigrazione clandestina equivale a favorire e rendersi complice della tratta degli esseri umani.

Credo che dobbiamo riconoscere senza esitazioni i vantaggi dell’immigrazione clandestina e difendere con determinazione la legalità, poiché se non si adotta il pugno di ferro nella lotta contro tale immigrazione si finisce per incoraggiare le reti criminali che organizzano la tratta. Tuttavia non è sufficiente concentrarsi sulle leggi per l’immigrazione. Per affrontare il problema in maniera efficace – e umana – dobbiamo cercare di incoraggiare una crescita e uno sviluppo economico simili ai nostri anche nei paesi di origine dei migranti. Questa è la direzione verso cui noi tutti dovremmo orientarci.

 
  
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  Lydia Schenardi (NI), per iscritto. – (FR) Le cifre e le stime relative alla tratta di esseri umani fanno rabbrividire. La relazione dell’onorevole Bauer parla di 600 000-800 000 uomini, donne e bambini che diventano oggetto di traffici internazionali ogni anno. Si tratta di una forma di sfruttamento che spazia come minimo dalla prostituzione al lavoro o ai servizi forzati, per spingersi fino alla schiavitù e al prelievo di organi.

La relazione non dice però che il numero di questi drammi umani continua a crescere da quando i disastrosi accordi di Schengen del 1985 hanno abolito i controlli alle frontiere interne.

Il paradiso europeo, “lo spazio di sicurezza, libertà e giustizia” tanto atteso e agognato da tutti si rivela presso tutti gli Stati membri inesistente o peggio ancora pericoloso e favorevole alla proliferazione delle reti mafiose e del crimine organizzato.

Fintanto che i nostri politici nazionali ed europei rifiuteranno di riconoscere che all’origine dello sviluppo di questa tratta internazionale si trova la permeabilità delle frontiere e che qualsiasi politica di lotta contro la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina presuppone il ripristino immediato dei controlli alle frontiere in Europa, i programmi e i progetti continueranno a succedersi con un’efficacia pari a quella di un cerotto su una gamba di legno.

 
  
  

– Relazione Herrero-Tejedor (A6-0365/2006)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione su una comunicazione estremamente controversa della Commissione suggella in ultima analisi alcuni degli aspetti più deteriori dei metodi propagandistici messi in atto nel tentativo di riproporre il progetto per una cosiddetta Costituzione europea.

Dopo il colpo inferto alla classe politica europea dai referendum sulla proposta di Trattato costituzionale in Francia e in Olanda, si vuole andare avanti come se nulla fosse e senza rischiare altri contraccolpi, puntando il più possibile su una campagna di propaganda che trasforma una normale e necessaria politica democratica di comunicazione in una vera e propria propaganda ad uso e consumo della classe dominante.

Sebbene la relazione si occupi anche di altri temi meno controversi, quali i programmi settoriali per i giovani nell’istruzione, l’intensificazione del confronto parlamentare e altro ancora, in realtà il suo leitmotiv è la propaganda finalizzata al balzo qualitativo che vogliono conseguire verso la cosiddetta Costituzione europea. Da qui il nostro voto contrario.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il fine dichiarato della politica europea di comunicazione è di “controbilanciare l’effetto della mancata approvazione del Trattato costituzionale [...] e arrestare l’aumento generalizzato dell’euroscetticismo”.

Qual è la posta in gioco, secondo voi ? L’informazione sull’Europa, tronca, deformata, strumentalizzata dai media e dalle classi politiche nazionali. La soluzione? Lo sbandieramento delle buone iniziative dell’Unione europea organizzato da una “Propaganda Staffel” di Bruxelles. L’obiettivo? I cittadini europei, il cui euroscetticismo è direttamente proporzionale alla loro ignoranza del paradiso predisposto per loro da Bruxelles e che bisogna convertire alla cieca ammirazione e all’incondizionato sostegno.

Chi volete prendere in giro? Non avete sentito e capito nulla. E’ proprio perché sono stati informati e si sono informati alla fonte, leggendone il testo, che i cittadini francesi e olandesi hanno bocciato in massa la Costituzione. E’ proprio perché vivono ogni giorno sulla loro pelle i disastri economici e sociali della vostra politica che sono diventati euroscettici. E’ proprio perché, per una volta, sono stati interpellati direttamente che si sono interessati all’Europa.

E’ per la vostra paura viscerale del popolo che preferite il lavaggio del cervello alla consultazione diretta dei cittadini, che voi, in fondo, considerate degli idioti. Vi hanno reso pan per focaccia.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La politica di comunicazione dell’UE non deve ridursi a un tentativo di propinare gli Stati Uniti d’Europa ai cittadini. Le Istituzioni europee devono fornire relazioni finanziarie precise e concrete, relazioni sulle attività svolte o comunque informazioni relative per esempio ai progetti di scambio offerti per gli studi superiori.

Al contrario di quanto sottintende la relazione, non è detto che un’informazione approfondita degli elettori li trasformi automaticamente in fautori di un superstato UE. Le opinioni delle persone in merito alla collaborazione intergovernativa o alla sopranazionalità quali metodi di cooperazione all’interno dell’UE sono formulate sulla base di valori e non di dati concreti.

Inoltre non crediamo che Bruxelles debba preoccuparsi di lanciare iniziative top-down o finanziare i partiti dell’UE affinché possano stabilire un dialogo con il loro elettorato sulle questioni inerenti all’Unione. L’interesse politico alle tematiche comunitarie deve essere costruito dal basso attraverso i partiti e le organizzazioni politiche.

Nella relazione si sottolinea altresì l’importanza di imperniare la comunicazione su iniziative che facciano leva su vettori di comunicazione “gran pubblico” quali i programmi culturali (premi letterari o cinematografici), gli eventi sportivi, eccetera. Anche in questo caso ribadiamo che siffatti metodi di marketing del prodotto “UE” indicano disistima nei confronti dei cittadini europei. Non è questo il modo in cui l’Unione europea dovrebbe informare le persone della propria esistenza e del proprio operato.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Pur concordando nella sostanza sulle posizioni e sulle preoccupazioni espresse dalla Commissione per quanto concerne la politica di comunicazione, e in particolare la necessità di trasparenza e di vicinanza ai cittadini, ritengo necessario ribadire che la politica di comunicazione è un mezzo e non un fine, e come tale deve essere considerata. L’illusione che tutto è comunicazione e che la comunicazione è tutto ci porta verso una società priva di significato, in cui importa soltanto l’esistenza del messaggio e ben poco è investito nei contenuti.

A mio parere, una politica di comunicazione efficace dell’UE dipende dalla capacità dell’Unione di essere vista come utile dai cittadini degli Stati membri. Sottolineo utile e essere vista come utile. Qui entrano in gioco entrambi gli elementi: la sostanza e la comunicazione. L’UE deve promuovere riforme politiche atte a incentivare lo sviluppo economico, la sicurezza, l’ordine internazionale e la speranza. Questo per la sostanza. Una volta appurato che la sostanza è buona, la comunicazione diventa un’arte, ma rimane solo un aspetto della questione, e non il più importante. Inoltre questo non è il momento adatto per confondere la comunicazione con la propaganda. Accetto la prima, ma rifiuto la seconda.

 

8. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 13.10, riprende alle 15.05)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. OUZKÝ
Vicepresidente

 

9. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

10. Ordine del giorno della prossima tornata: vedasi processo verbale

11. Famagosta / Varosha (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sull’interrogazione presentata dall’onorevole Marcin Libicki, a nome della commissione per le petizioni, e sulla risposta orale relativa all’inclusione della restituzione di Varosha ai suoi legittimi abitanti tra le misure globali volte a porre fine all’isolamento della comunità turcocipriota (O-0106/2006-B6-0446/2006).

 
  
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  Marcin Libicki (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, abbiamo atteso a lungo che l’interrogazione orale su Varosha, nella zona di Famagosta, fosse iscritta all’ordine del giorno del Parlamento europeo. Oggi accade che affrontiamo per la seconda volta questioni collegate alla commissione per le petizioni; la prima è stata questa mattina, quando la nostra commissione ha presentato la propria relazione sulla relazione del Mediatore europeo.

Sono molto lieto che entrambi gli argomenti siano stati affrontati nello stesso giorno, anche se abbiamo dovuto attendere a lungo prima di discuterne. E’ grande la soddisfazione di poter discutere oggi una petizione molto importante, tanto più che la commissione per le petizioni ha come vocazione quella di avvicinare le Istituzioni dell’Unione europea al cittadino. Mi compiaccio anche che alcuni tra gli autori della petizione siano presenti in Aula, nella tribuna d’onore. Ho il piacere di dare il benvenuto ai signori Afxentiou e Christofidis che, come ho detto, sono due degli autori della petizione venuti ad assistere alla discussione odierna.

Signor Presidente, la decisione di presentare un’interrogazione orale è stata presa in seno alla commissione nella riunione del 14 luglio 2005. Gli autori della petizione, tra cui quelli presenti qui oggi, erano presenti anche a tale riunione. Essi rappresentano un’organizzazione molto importante di Cipro, chiamata Famagusta Refugees Movement. Questo movimento è stato istituito nel 1976 dagli abitanti evacuati di Famagosta. Purtroppo, il Parlamento europeo ha rimandato la discussione più volte, causando notevoli ritardi nell’organizzazione della discussione odierna. Nel frattempo, il problema è diventato ancora più urgente.

Gli autori della petizione hanno sottolineato che sono trascorsi 30 anni da quando Famagosta fu occupata dall’esercito turco e la zona della città chiamata Varosha fu chiusa. Quando hanno illustrato i problemi ed esposto la petizione in sede di riunione della nostra commissione, essi hanno sottolineato che Varosha, diventata ormai in una vera e propria città fantasma, sta causando una frattura profonda tra i profughi e i loro discendenti. Essa costituisce un ostacolo alla ripresa economica generale della città e non contribuisce certo a promuovere una migliore comprensione tra le comunità di Cipro.

Gli autori della petizione propongono in particolare che Varosha sia restituita ai suoi abitanti originari in conformità delle disposizioni che adotterà la comunità internazionale e in particolare l’Unione europea. Essi dichiarano di essere a favore degli sforzi volti ad aiutare i turcociprioti che, da un punto di vista giuridico e sociale, sono parte integrante di Cipro, ma esprimono altresì preoccupazione per i regolamenti attuati che favoriscono la comunità turcocipriota. I loro timori sono motivati dal fatto che queste misure sono a sé stanti e dissociate dalla strategia generale mirata a una riunificazione dell’isola.

Gli autori della petizione sottolineano che seppure il regolamento del Consiglio dichiari nella sua motivazione di mirare a creare uno strumento di aiuto finanziario atto a promuovere lo sviluppo economico della comunità turcocipriota, il pacchetto di misure intende incoraggiare la riunificazione di Cipro sostenendo lo sviluppo economico e sociale e concentrandosi in particolare sull’integrazione economica.

Non è stata attuata una politica coerente al fine di conseguire questi obiettivi. Da parte loro, gli autori della petizione propongono innanzi tutto che siano attuate misure di promozione del commercio e del turismo che potrebbero migliorare il benessere della comunità e la sua situazione finanziaria, oltre a consentire un uso ottimale della struttura portuale di Famagosta con una rivitalizzazione dell’intera regione circostante.

Gli autori della petizione propongono altresì che una parte degli stanziamenti dell’Unione europea destinati a fornire aiuto alla comunità turcocipriota sia versata in un fondo speciale gestito da un’organizzazione non governativa in cui siano equamente rappresentate entrambe le comunità, sotto l’egida dell’Unione europea e la supervisione della Commissione europea. Essi suggeriscono anche di riservare tali risorse alla ristrutturazione, all’ammodernamento e all’utilizzo del porto di Famagosta.

La commissione per le petizioni ha presentato a nome degli autori un’interrogazione alla Commissione europea in cui chiede quali strumenti la Commissione intende impiegare al fine di assicurare una soluzione dei punti sollevati dagli autori della petizione.

Il 27 febbraio 2006 il Consiglio “Affari generali” ha deciso di chiedere alla Commissione di proseguire i propri sforzi a favore di scambi diretti a beneficio delle comunità turcocipriote, sulla base dei negoziati svoltisi nel corso della Presidenza del Lussemburgo, quando le questioni della zona chiusa di Varosha e del porto erano state prese in esame insieme con le tematiche sul libero scambio. Nel contempo venne anche affermato che questa zona di Famagosta, ossia Varosha, attualmente non è utilizzata. Tale situazione è motivo di profonda sofferenza per i profughi e i loro discendenti, oltre a rendere difficile la ripresa economica della città e a non favorire certo un clima di fiducia tra le comunità cipriote. Come intende procedere la Commissione, in base alla decisione summenzionata, per far sì che la zona chiusa di Famagosta possa essere restituita ai suoi legittimi abitanti?

Signor Presidente, questo Parlamento ha discusso in diverse occasioni questioni inerenti a Cipro, alla Turchia e ai problemi causati dall’aggressione turca contro Cipro. La petizione e l’interrogazione orale ad essa collegata affrontano direttamente il cuore del problema che è di grande rilevanza per quella parte d’Europa e si ripercuote sull’intera Unione europea. Sarei pertanto molto grato se, oltre a ricevere una risposta in merito, si desse effettivamente seguito alle proposte presentate da varie Istituzioni europee e alle richieste degli autori della petizione.

La questione è importante perché la sua soluzione sarà indicativa per la società turca, greca e cipriota del grado di efficacia con cui le Istituzioni europee riescono a risolvere i problemi legati alle speranze dei cittadini europei.

Signor Presidente, signor Commissario, ho davvero a cuore di ricevere una risposta che spero possa soddisfare gli autori delle petizioni, la commissione per le petizioni e il Parlamento europeo.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare innanzi tutto l’onorevole Libicki e la commissione per le petizioni per avere sollevato la questione. Alcuni miei amici di lunga data sono profughi da Varosha e dunque conosco l’importanza della questione non soltanto in ragione del mio mandato, ma anche per contatti personali.

Le Nazioni Unite hanno la responsabilità e le competenze per perseguire una composizione completa della questione di Cipro. La Commissione appoggia le Nazioni Unite in questi sforzi e incoraggia le parti coinvolte a riprendere i negoziati alla ricerca di una soluzione.

La restituzione di Varosha ai suoi legittimi abitanti è uno dei temi cruciali nel processo guidato dall’ONU. Se le parti accetteranno l’accordo, Varosha dovrebbe essere restituita sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il piano di Annan prevedeva una restituzione precoce di Varosha ai suoi legittimi abitanti, ma fu abbandonato nel 2004, nonostante il sostegno delle Nazioni Unite e dell’Unione europea.

La restituzione di Varosha è una questione separata dall’introduzione di scambi diretti tra la comunità turcocipriota e il resto dell’Unione europea. Il commercio diretto è di competenza comunitaria. La Commissione ha proposto un progetto di regolamento in tal senso nel luglio 2004.

Nel tentativo di pervenire a un’intesa in merito al regolamento sul commercio diretto in seno al Consiglio, le successive Presidenze dell’UE hanno sondato varie alternative, finora senza alcun esito. La Presidenza finlandese sta compiendo grandi sforzi diplomatici nel tentativo di sbloccare l’attuale situazione di stallo e la Commissione dà il suo totale appoggio a tali azioni. La formula finlandese consentirebbe di creare una situazione di vantaggio reciproco per entrambe le comunità e per tutte le parti coinvolte. Questo passo contribuirebbe a rafforzare la fiducia verso una soluzione completa che includerebbe anche la restituzione di Varosha. Creare situazioni senza sconfitti è il principio ispiratore dell’integrazione europea fin dall’epoca di Robert Schuman e Konrad Adenauer che riuscirono a unire Francia e Germania appena cinque anni dopo il conflitto più aspro e devastante che fosse mai stato combattuto sulla loro terra.

Negli ultimi 42 anni si è parlato spesso di “linee rosse” e “ricatti” nel Mediterraneo orientale. Sono discussioni ormai antidiluviane nell’Europa postmoderna di oggi. E’ davvero tempo di costruire ponti anziché tracciare confini e pensare a soluzioni che prevedano solo vincitori, perché questo è il senso profondo dell’Unione europea.

 
  
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  Panayiotis Demetriou, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, Famagosta è una questione essenzialmente umanitaria e su questa base è stata presentata alla commissione per le petizioni la petizione del movimento dei profughi di Famagosta.

Da 32 anni ormai oltre 30 000 persone sognano notte e giorno di ritornare alle loro case. Trentadue anni sono un periodo troppo lungo. La bella cittadina di Famagosta è ancora disabitata, una città fantasma. Con cinismo, la Turchia insiste nel tenerla come strumento di contrattazione e ovviamente gli abitanti di Famagosta si domandano cosa stia facendo la comunità internazionale, e in particolare l’Unione europea, per aiutarli a tornare alle loro case. Il Commissario ha affermato che tutti si stanno dando da fare. Ma la questione è molto semplice. C’è una città vuota che deve essere restituita ai suoi legittimi abitanti. La Turchia può avvalersi di altri strumenti di contrattazione.

Non stiamo trasmettendo alla Turchia il giusto messaggio sul da farsi. Le decisioni su Famagosta sono un primo passo importante verso una soluzione adeguata del problema cipriota in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite e i valori europei. La Turchia deve compiere questo passo ora, nell’interesse della giustizia, nei suoi interessi e negli interessi dei ciprioti greci e turchi, come ha detto l’onorevole Libicki.

L’appello accorato dei profughi di Famagosta ancora in vita è: “Aiutateci a tornare a casa”. Aiutiamoli, signor Commissario. E’ giunto il momento di farlo.

 
  
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  Maria Matsouka, a nome del gruppo PSE. – (EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la maggior parte di noi è abbastanza fortunata da potersi concedere piccoli lussi, come, ad esempio, vivere in una casa di proprietà in un quartiere abitato da amici e conoscenti. Oggi parliamo invece degli sforzi che alcuni cittadini appartenenti alla grande famiglia europea sono costretti a fare per riavere proprio ciò che consideriamo ragionevole nella nostra vita quotidiana.

Il movimento dei profughi di Famagosta è formato dai cittadini sfollati da quella che da 32 anni è una città fantasma. Queste persone sono ovviamente riuscite a rifarsi una vita a Cipro, ma provate a pensare per un attimo cosa significhi sapere che la prima casa che avete posseduto o la casa dei vostri genitori è abbandonata e per voi inaccessibile, pur trovandosi a solo pochi chilometri di distanza, per motivi di cui non avete la minima colpa.

Il ritorno della città di Famagosta ai suoi legittimi abitanti nella comunità grecocipriota e turcocipriota comporterà molti vantaggi economici e sociali. Famagosta era una famosa località turistica. Se ricostruita, potrà tornare agli antichi fasti e costituire un enorme potenziale da sfruttare a fini commerciali grazie al porto, che, come richiesto, può essere riaperto e dotato delle tecnologie più moderne, per garantirne un utilizzo ottimale. Se la città sarà resa nuovamente vivibile per i suoi abitanti in modo tale da salvaguardare il rafforzamento dei legami tra le due comunità, con la protezione della comunità internazionale e, naturalmente, dell’Unione europea durante il periodo di ricostruzione e sviluppo, le due comunità potranno instaurare rapporti ragionevoli. Se verrà creato un clima di sicurezza, certezza e fiducia per lo sviluppo e la cooperazione in termini economici, di pari passo con una maggiore collaborazione nell’occupazione e nell’economia, si svilupperanno anche i legami sociali.

Infine, ciò di cui la città ha bisogno per potersi sviluppare è di generare uno slancio proprio, uno slancio autonomo in grado di fungere da esempio e precursore. Dato che la richiesta proviene dagli stessi abitanti della città, e conoscendo i buoni legami tra le persone di entrambe le parti, mi chiedo se abbiamo il diritto di rifiutare, se abbiamo il diritto di negare il nostro aiuto. Tuttavia, non dovremmo fare di questa opportunità un’occasione per mandare all’aria gli sforzi di progresso a Cipro. Dovremo assumerci ciascuno le sue responsabilità – responsabilità nei confronti delle persone, ma anche nei confronti del futuro.

 
  
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  Marios Matsakis, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, la presa di ostaggi da parte di terroristi e il susseguente sequestro a fini di riscatto è stato un evento alquanto frequente negli scorsi anni. Si tratta di un deplorevole atto di perversione criminale e satanica, condannato ampiamente e universalmente da chiunque sia in possesso anche di un solo briciolo di buon senso. Del pari, la presa in ostaggio di un’intera città da parte di uno Stato che ne ha invaso un altro e sfrutta quella città per trarre vantaggi politici attraverso il ricatto è un caso di barbarie psicopatica di enormi proporzioni, frutto di argomentazioni insostenibili. Questo è quanto è successo a Famagosta.

Fino al 1974 Famagosta era una città fiorente, piena di vita e di vigore, con una ricca storia antica di migliaia di anni, una città circondata da agrumeti in fiore, distesa su una costa di sabbia dorata. Città di invidiabile bellezza, Famagosta era considerata da molti il gioiello del Mediterraneo orientale. I suoi pacifici abitanti erano abituati a lavorare sodo per migliorare le proprie condizioni di vita e renderle più prospere. Ma nell’estate del 1974 tutti i loro sogni andarono in frantumi.

Dopo ripetuti, pesanti bombardamenti aerei dagli effetti catastrofici, la città fu invasa da orde di soldati, carri armati e mezzi blindati turchi, che lasciarono sulla loro strada morte e devastazione. Terrorizzati, gli abitanti fuggirono, cercando disperatamente di salvare la vita dei loro cari e portando con sé il minimo necessario per la sopravvivenza. La maggior parte di loro trovò rifugio in una zona collinare pochi chilometri a sud della città, dove questa gente ha vissuto in una sorta di campo profughi e da dove ha assistito al saccheggio delle proprie case da parte dei soldati turchi.

Oltre al mobilio e alle suppellettili domestiche, gli invasori portarono via porte, finestre, grondaie, tegole e qualsiasi altra cosa su cui riuscirono a mettere le mani; poi recintarono l’intera città, la dichiararono zona militare e ci misero soldati di guardia. Questo stato di cose persiste tuttora, 33 anni dopo. Ogni volta che uno degli ex abitanti di Famagosta, preso dalla nostalgia e dalla disperazione, ha cercato di avvicinarsi alla sua città recintata, è stato ucciso sul posto o arrestato dai soldati turchi e processato in corti marziali turche per aver violato una zona militare ad alta sicurezza.

La città fantasma di Famagosta è stata più volte oggetto di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e, tra i “se”, i “quando” e i “come” del fumoso linguaggio diplomatico, i suoi abitanti si sono sforzati ogni volta di credere che avrebbero potuto far ritorno nelle loro case. Ma questa è rimasta una pia illusione, perché nel mondo reale della diplomazia politica sono sempre i più forti a dettare le condizioni. Nel caso di Cipro, la Turchia è stata ed è tuttora la parte più forte.

Proprio quando i profughi di Famagosta stavano per perdere ogni fiducia nei vari ONU e consigli di sicurezza di questo mondo, nuove speranze sono state improvvisamente alimentate dall’adesione di Cipro all’Unione europea.

Uomini, donne e bambini hanno d’un tratto cominciato a parlare dell’“acquis comunitario europeo”, dei “principi e valori sui cui si fonda l’Unione europea”. Molti si sono addirittura convinti che, dopo l’adesione, l’Unione avrebbe costretto la Turchia a restituire Famagosta ai suoi abitanti legittimi: beata ingenuità! Non hanno capito che ciò che interessa all’Unione europea più di tutto è fare affari con il vasto mercato turco, non difendere principi antiquati come la giustizia e la libertà. Non hanno capito che l’Unione europea guarda alla Turchia come a uno strumento potentissimo per contrastare la minaccia dei fondamentalisti islamici.

Pertanto, onorevoli colleghi, oggi ci ritroviamo a parlare, parlare e ancora parlare del diritto dei cittadini di Famagosta di ritornare a casa. Molto probabilmente, se la Turchia continuerà a imporre la propria volontà, ne parleremo ancora a lungo, mentre la grande Unione europea continuerà a vantarsi dei suoi principi e dei suoi valori, e quasi tutti saranno felici – soprattutto il governo turco – tranne i cittadini di Famagosta.

Un po’ alla volta ci abitueremo al loro dolore nel dover assistere alla lenta agonia della loro città, il gioiello del Mediterraneo orientale, sotto l’occhio vigile delle Nazione Unite, del Consiglio di sicurezza e, ora, anche dell’Unione europea.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides, a nome del gruppo GUE/NGL. – (EL) Signor Presidente, il problema della restituzione della zona vietata di Famagosta ai suoi legittimi abitanti non è mai stato incluso nell’accordo generale sulla questione cipriota che è stato oggetto delle relative risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite.

Vorrei sottolineare proprio quest’annosa questione dell’esclusione della restituzione della città dall’accordo generale. Un secondo punto che mi preme ricordare è che la Commissione, nell’ultima relazione sui progressi compiuti riguardante la Turchia, ha evidenziato come l’applicazione del protocollo sia un obbligo giuridico a sé stante, e non possa pertanto essere condizionata allo status della comunità turcocipriota. La Turchia ha dunque torto quando fa dipendere il rispetto dei propri impegni dalla cessazione del cosiddetto isolamento dei turcociprioti, che, nella misura in cui è una realtà, è dovuto solo ed esclusivamente all’occupazione turca.

Altrettanto torto hanno quegli ambienti europei che accettano tale collegamento. Tuttavia, se lo si accetta, la proposta del governo cipriota di un uso congiunto del porto di Famagosta sotto l’egida delle Nazioni Unite e con la supervisione della Commissione europea, insieme al ritorno in città dei suoi legittimi abitanti, può essere la chiave di volta necessaria per superare l’attuale sgradevole situazione di stallo. La Turchia vedrebbe così soddisfatta la sua richiesta di porre fine al cosiddetto isolamento dei turcociprioti, i quali, pur non avendo assolutamente nulla da perdere nel restituire ai suoi legittimi abitanti una città deserta da 32 anni, tutelerebbero il loro diritto di svolgere attività commerciali di esportazione attraverso il porto. Nel contempo, tutti i legittimi abitanti di Famagosta potrebbero riprendere possesso della loro città, mentre i porti e gli aeroporti turchi si aprirebbero alle navi e agli aerei ciprioti. Infine, la coesistenza delle due comunità a Famagosta potrà sostenere gli sforzi volti a definire una soluzione globale al problema di Cipro.

Per concludere, la restituzione della città ai suoi legittimi abitanti è la mossa decisiva per superare le attuali difficoltà in modo tale da soddisfare i sinceri interessi di tutte le parti. Se qualcuno saprà cogliere questa occasione e se prevarrà il buon senso, possiamo essere moderatamente ottimisti sulle probabilità di affrontare con successo questa difficile situazione.

 
  
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  Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, Famagosta è tenuta in ostaggio. E’ stata descritta come una città fantasma: è abbandonata, isolata e vuota. Famagosta è una città sulla costa orientale di Cipro. Nel 1974 è stata invasa dalle truppe turche e da allora è segregata dal resto del mondo. Attualmente è disabitata ed è sotto la vigilanza dell’esercito turco. Non ci abita anima viva. Chiunque cerchi di entrarvi viene fermato immediatamente con le armi o processato da una corte marziale.

Famagosta ha goduto dell’indipendenza per soli 14 anni, durante i quali ha svolto un ruolo di vitale importanza per l’economia cipriota. Aveva 60 000 abitanti e 15 000 pendolari, il suo porto era ricco di traffici. Nonostante ospitasse solo il 7 per cento della popolazione di Cipro, contribuiva per oltre il 10 per cento all’occupazione e alla produzione industriale complessiva dell’isola. Malgrado queste cifre e gli indiscutibili benefici per Cipro, la città è abbandonata e versa in una situazione che, ovviamente, è intollerabile sia per l’isola che per la sua popolazione. E’ del tutto evidente che occorre fare qualcosa.

Mi pare incredibile che l’Unione europea non esiga l’immediata e incondizionata restituzione di Famagosta ai suoi abitanti, che, incidentalmente, sono cittadini europei. Ci troviamo, invece, nella bizzarra situazione in cui l’Unione e molti governi dei suoi Stati membri si sforzano di soddisfare tutti gli esecrabili desideri e pretese della Turchia. Sappiamo bene che la Turchia vuole aderire all’Unione europea, sappiamo quanto sia potente quel paese, però dobbiamo chiederci se la Turchia è pronta per entrare a far parte dell’Unione.

La Turchia non sta favorendo la propria causa di adesione. Quando sono entrata per la prima volta in quest’Aula ho votato a favore di colloqui aperti con quel paese, ma nell’ultima votazione su tale argomento mi sono astenuta. La prossima volta sarò forse costretta a votare contro l’adesione della Turchia, o questa si deciderà finalmente a dimostrare un po’ di buona volontà?

Non c’è nulla di positivo in questa situazione. La restituzione di Famagosta sarebbe un’eccellente occasione per la Turchia di dimostrare non solo agli abitanti originari della città, ma anche all’Unione europea e al resto del mondo, che persegue e appoggia la pace.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, dall’invasione turca del 1974 Cipro è rimasta tragicamente divisa e la città di Famagosta è stata occupata dalle forze armate turche.

Ora, grazie alla Presidenza finlandese dell’Unione europea, inizia a delinearsi un accordo promettente che prevede, sotto il rigido controllo dell’Unione, la riapertura agli scambi commerciali diretti, attraverso il porto di Famagosta, della parte settentrionale dell’isola, occupata dai turchi. In cambio, la Turchia si obbliga a restituire la zona vietata di Varosha ai suoi originari abitanti grecociprioti, sotto il controllo delle Nazioni Unite. Fortunatamente, il ritorno di questi non crea problemi in quanto non comporta il trasferimento di nessuno, dato che l’area spopolata di Varosha è stata isolata nel 1974 ed è sotto il controllo diretto dell’esercito turco.

L’accordo ad alto livello Kyprianou-Denktas del 1979 conteneva un riferimento al ripopolamento di Varosha. Già a quell’epoca fu stabilito che il ripopolamento sarebbe stato attuato senza attendere gli esiti delle discussioni su altri aspetti della questione cipriota, e che non sarebbe stato usato come moneta di scambio nella risoluzione di altri aspetti connessi con tale questione.

E’ evidente che la restituzione di Famagosta non può essere messa in relazione con l’impegno della Turchia di assolvere il proprio preciso impegno, in quanto candidato all’adesione all’Unione europea, di aprire i suoi porti a tutte le navi cipriote, come concordato dalla Turchia nell’ambito del Protocollo di Ankara sull’allargamento dell’unione doganale, che dev’essere applicato a tutti gli Stati membri dell’UE. E tra gli Stati membri dell’UE c’è anche la Repubblica di Cipro, che la Turchia risibilmente si rifiuta di riconoscere in via ufficiale, anche se Cipro è a pieno titolo un paese membro dell’Unione europea.

Anche la linea verde dovrà essere monitorata accuratamente se e quando riprenderanno gli scambi commerciali diretti dal nord, riservando particolare attenzione a un potenziale aumento dell’immigrazione illegale e della tratta di esseri umani, soprattutto di donne dell’Europa orientale. Inoltre, non si può più permettere che la cosiddetta Repubblica di Cipro del nord continui a dare asilo a criminali in fuga, in particolare a noti latitanti inglesi come Asil Nadir, che si sottraggono alla giustizia.

 
  
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  Mechtild Rothe (PSE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, secondo i canoni europei è intollerabile che Varosha continui a versare nell’attuale situazione: una città fantasma, una città circondata da filo spinato e isolata dal mondo che, dopo aver avuto 30 000 abitanti, è deserta da ormai 32 anni. Ai suoi ex abitanti non è rimasto altro che guardare da lontano le loro vecchie case dietro il filo spinato; il desiderio di farvi ritorno non è mai venuto meno, e credo che tale desiderio sia anche un loro diritto.

So, signor Commissario, che né a noi in quest’Aula né a lei in Commissione è possibile sollevare la questione cipriota di nostra iniziativa. Se le cose fossero andate come voleva il Parlamento o la Commissione, oggi avremmo una soluzione fondata sul piano Annan; ma, per quanto delusi dallo schiacciante “no” dei grecociprioti, abbiamo nondimeno il dovere di rispettarlo, e – lasciatemelo dire apertamente – così abbiamo fatto. Ci auguriamo comunque che tra breve sia possibile giungere a una soluzione.

Se c’è una cosa che potrebbe veramente creare un clima di fiducia e incoraggiare ulteriori sviluppi positivi è la restituzione di Varosha ai suoi abitanti originari e l’insediamento di un’amministrazione cittadina formata da esponenti di entrambe le comunità, nonché la convivenza di ambedue le etnie cipriote a Famagosta.

Signor Commissario, lei ha affermato che la Presidenza finlandese del Consiglio è impegnata attualmente a facilitare gli scambi diretti tra l’Unione europea e Cipro del nord, come promesso oltre due anni fa. Abbiamo dato ai turcociprioti la nostra parola che lo avremmo fatto.

Aprire Varosha alle condizioni dei firmatari della petizione aiuterebbe tuttavia le persone che da 32 anni attendono di potervi tornare e, inoltre, permetterebbe loro di convivere secondo modalità nuove, tali da preparare il terreno a una soluzione globale. Mi auguro che la Presidenza finlandese riconsidererà la propria proposta al riguardo.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL).(CS) Onorevoli colleghi, Cipro è da molto tempo divisa in tre settori. Il tre per cento del suo territorio ospita basi militari britanniche. Nessuno degli abitanti del posto sa cosa vi succeda, ma è evidente che si tratta di posti nei quali molti stranieri percepiscono ottimi stipendi.

Il Consiglio “Affari generali” ha invitato la Commissione a sostenere gli scambi diretti con la comunità turca di Cipro in relazione all’apertura di Famagosta – nota anche con il nome turco di Varosha –, che attualmente è isolata. Dato che il Parlamento ha discusso dello stanziamento di una certa somma di danaro per lo sviluppo e l’ammodernamento delle infrastrutture nella parte settentrionale di Cipro, vorrei sapere, nel caso in cui Famagosta sia compresa nella parte settentrionale di Cipro, quando inizieranno i lavori di ricostruzione finanziati con tale stanziamento e quando essa sarà nuovamente accessibile alla popolazione locale. Nel caso in cui, invece, Famagosta sia compresa nella parte meridionale, chiedo quando sarà permesso alla popolazione locale di iniziarne la ricostruzione.

O c’è, forse, una terza via, signor Commissario? Dovrebbero essere forse le truppe inglesi stanziate sull’isola a risolvere il problema?

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, dopo la Seconda guerra mondiale Ernest Bevin, politico laburista britannico, propose di nominare Strasburgo, questa splendida città dove il Parlamento europeo ha la sua unica sede e, ci auguriamo, continuerà ad averla anche in futuro, capitale di un’Europa unita. Egli sostenne all’epoca che nessun’altra città aveva sofferto tanto per la stupidità umana quanto Strasburgo, che era quindi particolarmente adatta a diventare il luogo in cui superare la stupidità umana.

Mi auguro che tra non molto potremo dire una cosa del genere di Famagosta, teatro e simbolo di un’espulsione brutale che non solo è contraria al diritto internazionale, ma viola anche i diritti umani, ed è tanto brutale quanto insensata; eppure, senza difficoltà e con un semplice gesto di buona volontà, quella città potrebbe diventare il simbolo della fine delle politiche fondate sul nazionalismo e sull’espulsione – un gesto il cui impatto si farebbe sentire a molti chilometri di distanza da Cipro.

Ricordo che una volta, mentre mi trovano nella parte settentrionale di Cipro, avevo un autista turcocipriota che parlava bene il greco e mi disse: “Ho una profonda simpatia per i miei compatrioti ciprioti che parlano greco, e il nostro problema non sono i grecociprioti; il nostro problema sono l’esercito turco e i nuovi arrivati, portati qua con l’inganno”. Sono questi i soggetti che hanno un interesse legittimo a mantenere viva la disputa, ed è quindi qui che dovremmo intervenire. Dovremmo garantire che entrambi i gruppi etnici possano riconciliarsi e che le persone cacciate dalle loro case a Famagosta vi possano far ritorno; in tal modo lanceremmo all’intero bacino del Mediterraneo, all’Europa e al mondo intero il segnale che persone appartenenti a gruppi etnici diversi possono convivere in pace sotto la tutela dello Stato di diritto.

A tale proposito, Cipro potrebbe diventare un esempio per molti, molti altri luoghi tormentati; sono pertanto grato ai firmatari di questa petizione per aver sollevato la questione. E’ nostro dovere sostenerli in ogni modo e garantire loro ciò cui hanno diritto e che stanno attendendo da così tanto tempo, cioè che Famagosta possa ridiventare il fiorente centro di commercio e cultura che la città è stata nel corso di tutta la sua storia – una storia ricca di orgogliose tradizioni che, ci auguriamo, possano di nuovo prosperare in futuro.

(Applausi)

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, dopo 32 anni di continua occupazione, seguita all’invasione militare, le immagini che ci giungono dalla zona vietata di Varosha, sotto l’esclusivo controllo dell’esercito turco, testimoniano in modo incontrovertibile la tragedia cipriota, le violazioni del diritto internazionale ed europeo, il collasso della civiltà democratica europea.

La richiesta dei cittadini grecociprioti – anch’essi profughi nel loro stesso paese, al pari dei loro concittadini turcociprioti – di rientrare in possesso delle loro case e proprietà è una richiesta basilare per quanto attiene al rispetto dei principi umanitari. Al contempo è un’iniziativa vitale per ricostruire un clima di fiducia, sicurezza e riconciliazione tra le due comunità, un’iniziativa che supera la dura realtà della divisione e sosterrà gli sforzi volti a realizzare uno sviluppo congiunto e una convivenza possibile, nonché a colmare il divario psicologico tra le due parti.

Se l’Unione europea agirà in maniera coerente e decisa sul versante di misure volte a creare fiducia – ed è senz’altro in grado di farlo, signor Commissario –, saranno poste le premesse necessarie per la ripresa di un dialogo franco con l’obiettivo di trovare una soluzione praticabile e funzionale alla questione cipriota. La ricerca di tale soluzione non può essere lasciata ai soli leader politici e alla loro volontà, essendo strettamente collegata con la comunità e con i cittadini, nonché con il senso di giustizia, che va consolidato.

Nella storia di Cipro ci sono state molte occasioni mancate a livello politico; dobbiamo saper cogliere quelle a livello sociale, per promuovere una riunificazione pacifica dell’isola a beneficio di tutti i suoi cittadini, siano essi grecociprioti o turcociprioti.

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, per quanto riguarda i fatti, molto è già stato detto sullo status di Famagosta. Vorrei ora sottolineare tre punti. Primo, gli abitanti hanno il diritto di rientrare in possesso delle loro proprietà e di farvi ritorno. Secondo, il problema di Famagosta può essere paragonato alla schizofrenia o a un cancro che dilania il corpo dell’Unione europea. Se non siamo in grado di gestire questa situazione, dubito che, in un futuro più o meno prossimo, saremo in grado di gestire l’adesione della Turchia. Infine, signor Presidente, lei stesso, tutte le Istituzioni europee e la democrazia europea nel suo complesso sarete un giorno giudicati e accusati di non aver tutelato il patrimonio culturale che ha influenzato la formazione di noi tutti. Famagosta è un buon esempio di questo patrimonio culturale e non possiamo tollerare che quella città vada completamente in rovina, come sembra stia già accadendo. Se abbiamo a che fare con una potenza occupante, credo che dovremmo adottare una strategia diversa, posto che quella attuale è inefficace – cosa di cui siamo tutti responsabili, lei compreso, signor Presidente.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, molti oratori hanno affermato che la divisione di Cipro è un fatto tragico. Ne sono convinto anch’io. La riunificazione sarebbe dovuta avvenire ieri al più tardi.

L’Unione europea appoggia con coerenza tutti gli sforzi compiuti in tal senso e ha cercato anche di fornire il proprio contributo attraverso un attivo coinvolgimento da parte della Commissione. Grazie alla partecipazione di tutte le Presidenze a tali azioni da un paio d’anni a questa parte, l’Unione europea ha investito una quantità enorme di energie e si è impegnata a fondo per risolvere la questione cipriota.

Oggi, la formula della Presidenza finlandese sembra essere l’ultima occasione per molti anni di sbloccare l’attuale situazione di stallo. Va quindi presa molto seriamente. A giudicare dalla riunione di lunedì scorso del Consiglio dei ministri degli Affari esteri dell’Unione europea, gli Stati membri dell’UE sono effettivamente favorevoli all’iniziativa finlandese, al pari della Commissione, che è disposta a offrire sia i mezzi e gli strumenti politici che le competenze giuridiche e d’altro tipo per facilitare la ricerca di soluzioni.

In sintesi, tutti dovrebbero cogliere quest’opportunità per creare una situazione che vada a vantaggio di tutte le parti interessate, anche dei profughi di Varosha.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

 

12. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto(discussione)

12.1. Etiopia
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sull’Etiopia(1).

 
  
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  Adam Jerzy Bielan (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, le notizie dei continui arresti, delle umiliazioni e delle intimidazioni ai danni di politici dell’opposizione e di studenti in Etiopia hanno suscitato indignazione. Simili azioni vanno condannate con fermezza. Il recente arresto e l’espulsione dall’Etiopia di due funzionari dell’Unione europea, accusati di aver cercato di aiutare Yalemzewd Bekele, avvocato e difensore dei diritti delle donne che lavora per la Commissione europea ad Addis Abeba, non fa che evidenziare la gravità della situazione. Non dobbiamo, poi, dimenticare che 111 persone sono tuttora detenute dopo gli arresti in massa di sostenitori dell’opposizione durante le dimostrazioni di giugno e novembre 2005.

Invito la Commissione e il Consiglio a fare tutto quanto in loro potere per avviare in Etiopia un dialogo di vasta portata, in cui coinvolgere i partiti politici, le organizzazioni della società civile e le autorità, per concordare una soluzione definitiva all’attuale crisi politica. Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per garantire che in Etiopia siano applicati nuovamente i sempre validi principi del rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto. Affinché ciò possa realizzarsi, le autorità etiopi devono dimostrare al mondo che sono intenzionate a risolvere la crisi attuale. In tale ottica, il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri politici sarebbe sicuramente interpretato come un segnale di buona volontà.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, la questione dei diritti umani in Etiopia è stata oggetto di molte proposte di risoluzione adottate in passato in quest’Aula. Purtroppo, sembra che i nostri consigli e le nostre parole di saggezza e decisa condanna non siano state ascoltate all’interno del governo etiope. Del resto, come biasimarlo per il suo comportamento arbitrario e assolutamente inaccettabile nei confronti del Parlamento europeo dopo che la Commissione, per ragioni note solo a se stessa, ha invitato il Primo Ministro etiope Meles Zenawi a discettare specificamente di questioni di governance in occasione delle Giornate europee dello sviluppo? Quell’invito ha lanciato – né poteva essere diversamente – il segnale sbagliato in merito alla linea politica dell’UE in materia di rispetto dei diritti umani, dei principi democratici, dello Stato di diritto e del buon governo. Forse oggi il Commissario sarà così gentile da spiegarci quale logica fosse sottesa a tale invito.

Noi tutti comprendiamo le difficoltà che l’Etiopia si è trovata ad affrontare durante la sua travagliata storia post-coloniale, e ci rendiamo conto del fatto che una parte della colpa va chiaramente e giustamente attribuita agli ex colonizzatori. Noi tutti vogliamo aiutare il popolo etiope a raggiungere un livello di vita accettabile, a liberarsi dai demoni delle lotte intestine e dei conflitti regionali. Ma il regime al governo ad Addis Abeba deve capire, in maniera piena e inequivocabile, che non potrà realizzare l’auspicata stabilità politica se continuerà a compiere arresti, maltrattamenti, detenzioni arbitrarie, umiliazioni e intimidazioni ai danni di politici dell’opposizione, di attivisti della società civile, di studenti e altri comuni cittadini. Al contrario, azioni del genere sono destinate ad aggravare la già fragile situazione politica, e il temuto ulteriore peggioramento di quest’ultima diventerà una realtà concreta, più che una semplice possibilità.

Invito vivamente i colleghi ad appoggiare questa proposta di risoluzione. Ascolterò con interesse i commenti che il Commissario vorrà fare sulla questione dell’invito al Primo Ministro Meles Zenawi.

 
  
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  Ana Maria Gomes (PSE), autore. – (PT) La repressione degli studenti e dei gruppi etnici degli oromo, amhara e altri; i continui arresti e i processi farsa dei capi eletti dell’opposizione, di leader sindacali, giornalisti, insegnanti, attivisti dei diritti umani e dello sviluppo, nonché di molti altri cittadini etiopi che lottano per la libertà e la democrazia; la manipolazione da parte del governo Meles Zenawi delle conclusioni cui è giunta la commissione d’inchiesta sul massacro di 193 persone nel giugno e nel novembre 2005, in seguito a manifestazioni di protesta contro le frodi elettorali, e la persecuzione contro i membri di quella commissione che si sono rifiutati di manipolare i dati e che sono stati perciò costretti a fuggire dal paese; la detenzione dell’avvocato Yalemzewd Bekele, che lavorava per la delegazione dell’Unione europea; l’ingiustificata espulsione di diplomatici europei, in violazione della Convenzione di Vienna: tutti questi fatti non solo dimostrano quanto sia antidemocratico e totalitario il regime di Meles Zenawi, ma ne rivelano altresì la crescente fragilità e disperazione.

Già dalla fine della missione degli osservatori elettorali dell’UE, nel 2005, i governi degli Stati membri, all’interno del Consiglio, e la Commissione avrebbero dovuto lavorare insieme per adottare misure concrete nei confronti del regime di Meles Zenawi. Come ha detto Teshale Aberra, uno dei giudici della commissione d’inchiesta che ha dovuto abbandonare il paese, il governo di Meles Zenawi è almeno altrettanto brutale, se non addirittura peggiore, del regime di Mengistu.

L’Etiopia riceve aiuti finanziari dall’Unione europea; pertanto, quest’ultima ha il dovere di chiedere il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici. Deve chiedere inoltre che sia condotta un’inchiesta internazionale sui massacri del 2005 e che i loro responsabili siano assicurati alla giustizia. L’Unione europea deve adottare gli idonei provvedimenti previsti dall’articolo 96 dell’accordo di Cotonou, di cui l’Etiopia è uno dei firmatari, come chiede il Parlamento europeo.

Tali provvedimenti comprendono il congelamento dei beni europei di Meles Zenawi e dei membri del suo governo, nonché il rifiuto di concedere loro visti d’ingresso in Europa. Tutte queste misure devono essere predisposte in modo tale che vadano a colpire i principali responsabili, risparmiando il popolo etiope. I nostri governi e la Commissione devono smetterla di giustificare il loro atteggiamento tollerante verso quel regime antidemocratico che viola i diritti umani, con la scusa che sarebbe un alleato nella lotta contro il terrorismo.

L’Europa e gli Stati Uniti devono smettere di illudersi. L’intervento etiope in Somalia, con il pretesto di contrastare il terrorismo, è servito soltanto a rafforzare i tribunali islamici a Mogadiscio, ma le sue disastrose conseguenze non si fermano qui: screditato e privo di sostegno popolare, il regime di Meles Zenawi ha spalancato le porte, in quello che è il secondo paese più popoloso dell’Africa, a infiltrazioni da parte di terroristi.

 
  
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  Michael Gahler (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mese scorso l’onorevole Kinnock ed io, insieme con due colleghi africani, abbiamo avuto l’onore di guidare una delegazione in Etiopia, dove abbiamo avuto colloqui con esponenti sia del governo sia dell’opposizione, nonché con familiari dei dissidenti incarcerati.

Siamo molto preoccupati per la situazione in quel paese. Abbiamo riscontrato una totale mancanza di disponibilità – in particolare da parte del governo – a trarre qualche insegnamento concreto tanto dai risultati delle elezioni quanto dai risultati di una commissione d’inchiesta sul parlamento insediata dal governo stesso.

Abbiamo sollecitato il Primo Ministro a considerare i risultati della commissione d’inchiesta come spunto per avviare un dialogo a livello nazionale. A tale richiesta, il Primo Ministro non ha dato una risposta precisa; per contro, abbiamo scoperto che i membri di quella commissione hanno subito violenze e che alcuni di essi sono dovuti fuggire all’estero. Se la relazione della commissione sarà mai pubblicata, lo sarà di certo in una versione ripulita e falsificata.

Siamo grati al Presidente della Commissione per aver parlato con il Primo Ministro in termini invero chiarissimi durante la visita di quest’ultimo; è però un peccato che il Commissario competente per l’ambiente, invitando il Primo Ministro Meles a Bruxelles, abbia minato la posizione della Commissione.

Ritengo importante, ora che ci stiamo dotando di un nuovo strumento per la democrazia e i diritti umani, assicurarci che esso sia efficace e tale da metterci in condizione di appoggiare le forze politiche democratiche. A tale scopo, il nuovo regolamento deve comprendere una formulazione linguistica specifica, perché, altrimenti, come potremo fornire consulenza giuridica all’opposizione, o come potremo aiutare i parlamentari neoeletti che non dispongono di danaro per esercitare i loro diritti costituzionali? Per questo motivo sollecito non solo la Commissione ma anche e soprattutto gli Stati membri a superare le loro resistenze alla redazione in questi termini di uno strumento efficace per la democrazia e i diritti umani.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE), autore. – (EN) Signor Presidente, in queste discussioni sottolineiamo periodicamente l’importanza del dialogo e di una discussione franca. Nel caso dell’Etiopia, tale dialogo sarà cruciale, sia per la sua importanza, sia per la nostra posizione critica nei confronti delle attuali pratiche del governo etiopico.

Gli auspici non sono dei migliori: i disordini di giugno e di novembre 2005 hanno fatto circa 193 morti. La relazione su quell’inchiesta resta inedita, contiene omissis ed è ancora poco chiara. Da allora diversi etiopi sono stati incarcerati, e di recente due funzionari UE sono stati espulsi dal paese. Tutto questo non è niente di nuovo per i partecipanti a questa discussione, ma gli eventi incalzano e le cose non si stanno mettendo bene per l’Etiopia.

Il dialogo sarà infatti di importanza cruciale e, come dichiara l’onorevole Matsakis, il paragrafo 7 della presente risoluzione esprime rammarico per l’imminente visita del Primo Ministro Zenawi a Bruxelles, il quale verrà a parlarci di buon governo. E’ un’ironia che sarebbe ridicola se non fosse tragica. Ma cerchiamo di essere positivi: speriamo che il Commissario oggi ci dica che avremo l’opportunità di parlare al Primo Ministro Zenawi e di informarlo con franchezza dei nostri timori. Spero che il Commissario confermerà che non si debba sprecare questa opportunità, quando il Primo Ministro Zenawi verrà qui a Bruxelles.

L’Etiopia riveste un ruolo importante nell’ambito dell’Unione africana e in tema di sviluppo. Potremmo agire molto meglio in cooperazione reciproca. Tuttavia, tale cooperazione, come è stato ricordato dai colleghi, non va data per scontata e deve fondarsi su principi comuni e, soprattutto, sull’adesione ad essi.

Se noi non restiamo fedeli ai nostri principi, non possiamo aspettarci che gli altri lo facciano, pertanto spero che avremo una discussione franca e aperta con il Primo Ministro quando giungerà a Bruxelles.

 
  
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  Karin Scheele, a nome del gruppo PSE.(DE) Signor Presidente, dopo l’esito delle elezioni parlamentari del 15 maggio 2005, ancora una volta sull’Etiopia è calata un’atmosfera di repressione politica, e ancora una volta, quindi, ci troviamo riuniti in quest’Aula a discutere di quel paese.

La sua manipolazione delle elezioni e la sua risposta repressiva ai tumulti popolari sono costate al governo etiopico il rispetto all’interno del paese e all’estero e all’Etiopia la propria stabilità. L’unico modo di controbilanciare questi sviluppi è quello di riavviare il processo di democratizzazione coinvolgendo i partiti dell’opposizione. Un anno fa, il parlamento etiopico creò una commissione che doveva indagare sugli omicidi commessi a giugno e a novembre 2005, pertanto chiediamo al governo etiopico di pubblicare senza indugio la relazione finale di tale commissione, senza alterazioni e per intero. Le sue conclusioni devono essere portate dinanzi ai tribunali competenti e utilizzate come base per procedimenti giuridici equi.

Chiediamo anche al governo etiopico di rilasciare tutti i detenuti politici senza indugio e incondizionatamente.

 
  
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  Marcin Libicki, a nome del gruppo UEN. (PL) Signor Presidente, siamo ben consapevoli del fatto che tutti i paesi e le società di tutto il mondo hanno diritto alla libertà e all’indipendenza. Dovrei sottolineare che oggi stiamo parlando di un paese molto particolare, un paese più antico di molti paesi, perfino europei, che affonda le proprie radici ai tempi del Vecchio Testamento: ai tempi del re Davide e della regina di Saba.

Questo paese, che adottò il cristianesimo prima di molti, se non della maggioranza dei paesi europei, è un paese senza eguali nel continente africano. Ha conservato la sovranità per tutta la sua storia, ad eccezione di un breve periodo negli anni ’30, quando fu conquistato da uno Stato europeo. Perfino allora, conservò la sua indipendenza dal punto di vista legale. Anche durante quell’invasione, che fu un tentativo di imporre un dominio coloniale, l’Imperatore Haile Selassie, l’onorato sovrano del paese, molto rispettato in tutto il mondo e in Etiopia, rappresentò il suo paese da profugo e da esule.

Negli anni ’70, l’Etiopia cadde vittima di un complotto comunista ordito dal Cremino e da Cuba. Da allora, non è più ritornata alla normalità. Non voglio ripetere ciò che è già stato detto riguardo alle attuali sofferenze del popolo etiopico, ma è veramente nostro dovere aiutare questo paese e la sua società.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (NI). (PL) Signor Presidente, signor Commissario, purtroppo la Commissione europea si è comportata come un elefante in un negozio di porcellane quando ha invitato il Primo Ministro etiopico alle Giornate europee dello sviluppo. Questo evento, a cui il Primo Ministro dell’Etiopia è stato invitato come ospite, ha avuto inizio lo stesso giorno della sessione parlamentare e terminerà domani. Il Primo Ministro etiopico ha persino preso parte all’evento in qualità di oratore. La Commissione europea ha deciso che preferisce non dare ascolto alle notizie delle persecuzioni che ci giungono dall’Etiopia.

Tuttavia, l’Unione europea non può far finta di avere a che fare con un paese normale: al contrario. Abbiamo a che fare con un paese che è una prigione politica per molti giornalisti, sindacalisti e attivisti per i diritti umani. Non sappiamo neanche quanto è grande questa prigione perché il governo etiopico si rifiuta sistematicamente di rivelare quanti sono i suoi detenuti politici o le persone arrestate.

Di recente, sono stati arrestati esponenti di un’altra professione: gli insegnanti. E’ chiaro che l’atteggiamento della Commissione europea e del Consiglio nei confronti dell’Etiopia deve dipendere dall’atteggiamento di quel paese rispetto alla tutela dei diritti umani e, in primo luogo, rispetto al rilascio dei suoi detenuti politici. Tuttavia, deve essere chiaro che questa problematica non riguarda soltanto l’Unione europea: anche l’Unione africana dovrà prendere provvedimenti. E’ per questo che sottolineo che entrambe le unioni devono affrontare il problema.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, dopo la crisi seguita alle elezioni del 2005, la Commissione, in stretta collaborazione con gli Stati membri dell’UE e con la comunità internazionale, compì sforzi per disinnescare le tensioni e invitò il governo etiopico a ridare fiducia al processo di democratizzazione rilasciando i detenuti politici. L’UE, in linea con la comunità internazionale dei donatori, ha dato priorità al mantenimento di un dialogo aperto e strutturato con il governo etiopico, considerandolo il modo più adatto per migliorare la situazione.

In seguito a una visita a detenuti politici di spicco, il Commissario Michel ha ottenuto l’impegno del Primo Ministro Zenawi, durante un colloquio a febbraio, di sottoporli a un processo breve e imparziale. Il Presidente Barroso ha incontrato il Primo Ministro Zenawi ad Addis Abeba lo scorso ottobre per esprimere i timori della Commissione per tali processi e per i detenuti. Il Presidente Barroso ha sottolineato che si attendeva che il processo fosse rapido, imparziale e trasparente. Ha anche sottolineato che non ritiene che i procedimenti penali siano una risposta adeguata alle divergenze politiche etiopiche. Invece, ha suggerito che la riconciliazione e il dialogo rappresentano l’unica strada percorribile per creare un clima di fiducia.

Quando due membri della delegazione della Commissione furono arrestati ed espulsi dall’Etiopia e fu arrestato anche un dipendente locale della delegazione, il Presidente Barroso, il Commissario Michel e gli Stati membri dell’UE espressero subito la loro grande preoccupazione per questi fatti, che rappresentavano una chiara violazione della Convenzione di Vienna. La Commissione respinse fermamente le accuse mosse alla sua delegazione e al suo personale. Il quartier generale della Commissione espresse il proprio sostegno e solidarietà al personale della delegazione e fu soddisfatto del fatto che questa sua reazione forte e immediata portò al rilascio su cauzione dell’agente locale arrestato.

Sono stati sollevati dubbi in merito alla saggezza dell’invito al Primo Ministro Zenawi alle Giornate europee dello sviluppo. La Commissione ritiene che occorra ricercare il dialogo e compiere ulteriori sforzi per comunicare le preoccupazioni dell’UE al governo etiopico e per ottenere l’impegno di questo alla realizzazione delle riforme democratiche e del buon governo. Gli incontri e le discussioni previste per le Giornate europee dello sviluppo saranno un’occasione per recapitare direttamente questi messaggi e per esprimere la nostra profonda preoccupazione.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà al termine della discussione.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


12.2. Bangladesh
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sul Bangladesh(1).

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), autore. – (CS) Onorevoli colleghi, il Bangladesh è uno dei paesi più sovrappopolati e poveri del mondo. Negli anni ’40 il Bangladesh fu diviso in due parti su basi religiose, il che non riuscì a sbrogliare una situazione già complessa. La successiva guerra per l’indipendenza dal Pakistan non fece altro che aggravare l’estrema povertà del paese, non solo nelle province.

La costituzione del paese prevede uno speciale meccanismo che affida il potere nelle mani del governo in carica nel periodo precedente le elezioni. Tutto il mondo sa che il microcredito è stato un grande successo. Meno noto è che questo successo è stato dovuto, in questo paese profondamente islamico, soprattutto all’impegno delle donne. Come ogni altro paese sovrappopolato e poverissimo, esso ha gravi problemi legati all’inadeguatezza delle infrastrutture e all’intolleranza religiosa ed etnica. Credo sia possibile mitigare questi problemi e ritengo che una tradizione laica possa trionfare.

Un difficile problema in qualunque elezione, non solo nei paesi in via di sviluppo, è stabilire chi detiene il diritto di voto. In Bangladesh il problema è aggravato dal fatto che una parte della popolazione è analfabeta. La cosa più importante dopo l’effettiva correttezza dei registri elettorali è che i candidati abbiano la possibilità di presentare il proprio programma. Non c’è da stupirsi che il testo proposto della risoluzione evidenzi anche questo aspetto. A questo punto, desidero sottolineare che non credo che il riconoscimento dei giornalisti da parte di alcun paese al mondo possa servire da criterio di valutazione del grado di democratizzazione. Ad ogni modo, la libertà di stampa è strettamente correlata alla concorrenza democratica delle idee e dei programmi. E’ qualcosa su cui non bisogna transigere in alcun modo nel periodo precedente alle elezioni. Allo stesso modo, è compito di tutti i governi eliminare i gruppi terroristici.

Un problema più spinoso è stabilire come definire la parola “terrorista” e come condurre la lotta al terrorismo in una società democratica. All’ultima riunione del gruppo per la cooperazione con i paesi del sudest asiatico, che ho avuto l’onore di presiedere, i presenti hanno espresso il parere che sia possibile indire elezioni veramente democratiche in Bangladesh.

Le osservazioni contenute nella proposta di risoluzione hanno lasciato il segno nella riunione che ho presieduto, e ritengo che inviare una missione di osservatori del Parlamento europeo contribuirà alla gestione democratica delle elezioni.

Il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica appoggia la proposta di risoluzione in discussione, inoltre credo sia nostro dovere sostenere il processo di democratizzazione nel Bangladesh, e contribuire a rendere queste elezioni il più democratiche possibile.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), autore. – (FR) Signor Presidente, il Bangladesh, terra di tradizione democratica, di rispetto per i diritti umani, di indipendenza della magistratura e di libertà di stampa, oggi è tormentato dall’ascesa di un violento fondamentalismo islamico. L’ultima relazione di “Reporters sans frontières” segnala centinaia di attentati alla libertà di stampa. Solo quest’anno, tre giornalisti sono stati uccisi, almeno altri 95 sono stati aggrediti e decine, se non centinaia, di corrispondenti sono stati costretti a fuggire dopo aver subito intimidazioni per aver scritto articoli giudicati “non islamici”.

Era mio desiderio che il Parlamento esprimesse con urgenza il suo parere in merito a questa situazione oggi, perché, proprio ora, a Dhaka, si sta celebrando un processo per sedizione contro Salah Choudhury. Questo giornalista, direttore di Weekly Blitz, è un fervente sostenitore dell’islam moderato, è a favore dell’apertura e del dialogo tra le religioni e del riconoscimento da parte del suo paese dello Stato di Israele. Per questi motivi, e solo per questi motivi, oggi rischia la pena capitale.

Invitiamo la Commissione a seguire gli sviluppi di questo processo al fine di garantire che siano rispettati i diritti dell’imputato e le convenzioni internazionali in tema di libertà di stampa.

Dal momento che mi rimane qualche secondo, vorrei dichiarare il mio appoggio agli sforzi del governo provvisorio per garantire che anche il processo pre-elettorale sia conforme agli standard democratici internazionali: con un apposito registro elettorale, una commissione elettorale veramente indipendente e (vi tornerò sopra più avanti) mezzi di informazione imparziali e liberi durante la campagna elettorale, naturalmente. E’ chiaro che i quattro canali televisivi privati del paese faticano a presentare un punto di vista diverso da quello del governo, se intendono conservare le loro licenze.

Due terroristi di spicco sono stati arrestati in Bangladesh; a questo proposito occorre compiere continui sforzi per disarmare le milizie islamiche che cercano di esercitare pressioni sugli elettori alla vigilia delle elezioni. Ci attendiamo che anche il governo confermi il suo impegno a questo riguardo.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE) , autore. – (PL) Signor Presidente, il Bangladesh è un partner importante per l’Unione europea. E’ un paese che ha registrato sensibili progressi economici negli ultimi anni. Attualmente, il suo cittadino più famoso è Mohammad Junus, insignito del Nobel per la Pace 2006 per il contributo alla lotta alla povertà dato dal suo sistema di microcrediti.

Tuttavia il Bangladesh non sta combattendo soltanto la povertà, ma anche la corruzione e il crescente antagonismo dei seguaci dell’islam. La formazione di un governo temporaneo guidato dal Presidente Iajuddin Ahmed è stata accolta con proteste da parte della società bangladese. Secondo quanto riferito dagli osservatori esteri e dalla Lega Awami, le autorità hanno allungato illegalmente le liste elettorali delle prossime elezioni di 13 milioni di cognomi. Il governo di transizione deve garantire elezioni libere conformi agli standard internazionali: anche l’indipendenza del comitato elettorale va garantita mentre la lista elettorale deve essere più che altro credibile.

Un accordo tra il partito nazionalista bangladese, la Lega Awami e gli altri partiti sulla creazione di un programma economico comune, essenziale per migliorare le condizioni di vita e le libertà civili del popolo del Bangladesh, costituirebbe indubbiamente una solida base per la futura stabilità nel paese. Ai sensi delle principali convenzioni internazionali sui diritti umani, il governo provvisorio deve combattere l’illegalità, le esecuzioni extragiudiziali e la tortura, solitamente opera della polizia o delle forze di pubblica sicurezza.

Intanto la situazione è la seguente: l’anno scorso tre giornalisti sono stati uccisi e circa 100 persone sono state vittime di intimidazioni o hanno subito lesioni fisiche. Le aggressioni al personale delle organizzazioni non governative si intensificano di giorno in giorno. Le minoranze religiose, ovvero indù e cristiani, vivono nel pericolo. Gli stupri e la tratta di donne e bambini sono all’ordine del giorno. L’impressione è che tutto ciò che è stato conquistato in termini di democrazia nel paese stia scomparendo sotto le crescenti violenze dei fondamentalisti islamici.

Il Consiglio e la Commissione europea devono monitorare sistematicamente il rispetto dei diritti umani in Bangladesh. Devono inoltre monitorare la situazione della libertà di parola e di stampa. Speriamo che la prevista missione di osservazione dell’Unione europea in Bangladesh che dovrà vigilare sulle prossime elezioni di gennaio contribuisca a far sì che il processo elettorale sia democratico.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, tutto ha avuto inizio due settimane fa, quando il Primo Ministro uscente del Bangladesh, Khaleda Zia, ha pronunciato un controverso discorso televisivo, provocando violenti scontri nella capitale, Dhaka, che hanno fatto tre morti e centinaia di feriti.

L’opposizione ha accusato Zia di inserire nei posti chiave del suo governo provvisorio i suoi simpatizzanti, ha denunciato la commissione elettorale per la sua parzialità e ha sostenuto che sono stati inseriti 13 milioni di nomi non validi nel registro elettorale. All’inizio di questa settimana si sono registrate ulteriori violenze, con il blocco di tutte le vie di transito per Dhaka via terra o fiume, nel corso delle quali sono stati aggrediti e feriti gravemente alcuni giornalisti, mentre 20 000 membri delle forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma nel corso di scontri per le strade che hanno provocato diciassette morti e migliaia di feriti.

Si registra un numero crescente di attentati da parte dei fondamentalisti islamici nei confronti dei seguaci delle altre religioni, pertanto, a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, io condanno le azioni di violenza sanguinaria e i costanti assalti da parte di estremisti islamici contro minoranze religiose come i cristiani, gli ahmadi e gli indù, nonché la soppressione della libertà di stampa, che altri deputati hanno già denunciato.

Coloro che sono al potere (e che appartengono al partito nazionalista del Bangladesh) e l’opposizione della Lega Awami, devono mettere da parte una volta per tutte le loro animosità personali e avviare un dialogo costruttivo. E’ stata fissata una data per le elezioni che va rispettata; la commissione elettorale deve iniziare i preparativi fin da ora, e ciò significa, in particolare, assicurarsi che la lista elettorale sia corretta.

Le condizioni attuali (che equivalgono a una guerra civile) vanno normalizzate il prima possibile, e i fondamentalisti islamici disarmati. Per dare una chance alla democrazia occorre che i cittadini possano avvalersi del diritto di voto senza timore di rappresaglie.

Accolgo con favore la disponibilità della Commissione a inviare osservatori alle elezioni in Bangladesh: questa Assemblea deve decidersi a fare altrettanto.

 
  
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  Gérard Onesta (Verts/ALE), autore. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, qualche settimana fa, il Parlamento europeo, nel quadro della sua delegazione interparlamentare per le relazioni con i paesi dell’Asia meridionale, ha invitato diversi rappresentanti della società civile bangladese a un dibattito estremamente interessante.

E’ stato interessantissimo, in primo luogo, vedere la reazione dell’ambasciatore bangladese, che era stato nominato, ahimè per lui, il giorno stesso e che stava scoprendo cos’era il Parlamento proprio in quell’occasione: egli ha visto le devastazioni che la democrazia e la trasparenza possono portare quando vengono applicate! Abbiamo, infatti, appreso molto quel giorno, il che è stato utilissimo perché i rappresentanti della Commissione presenti in Aula non erano ben predisposti, di prima mattina, ad andare a verificare sul campo cosa stava accadendo. Avendo udito quello che tutti noi abbiamo udito, sono stati obbligati, a fine riunione, a riconoscere che occorreva intervenire, tanto è grave la situazione sul campo.

Non tornerò su ciò che è stato detto dai colleghi deputati riguardo alla povertà, alla corruzione, alla violenza e alla tortura, inflitta non solo dagli squadroni delle varie milizie, ma anche dalla polizia. Le cifre a tal proposito sono terribili: nel 2005 si sono registrati 2 297 casi di tortura commessa dalla polizia. Ricorderò il caso del giornalista Salah Uddin Shoaib Choudhury, il quale rischia di essere condannato a morte soltanto per aver espresso liberamente le proprie opinioni: questo è assolutamente inaccettabile! Potrei anche citare un dato proveniente dalla Commissione, signor Commissario: i vostri servizi stimano che alla lista elettorale siano stati aggiunti oltre 13 milioni di nomi non validi. Come è possibile prevedere lo svolgimento delle elezioni quando è già chiaro che ci saranno frodi di queste proporzioni, frodi così ben organizzate?

E’ per questo che, al di là del voto favorevole che la grande maggioranza di noi, come spero, emetterà oggi, la Commissione dovrà veramente dotarsi di tutte le risorse necessarie per inviare sul campo segnali volti a convincere il governo a cambiare rapidamente le regole del gioco, riportandole in linea con gli standard democratici che esistevano nel paese fino a qualche anno fa, ponendo così fine alla violenza istituzionale che sta purtroppo degenerando in violenza sociale.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, per l’UE deve essere prioritario garantire che l’anno prossimo si tengano elezioni libere e corrette in Bangladesh, un paese di 140 milioni di abitanti tradizionalmente laico e democratico.

Per molti anni dalla sua fondazione nel 1971, il Bangladesh è stata l’eccezione nel mondo islamico, una nazione del Bengala che percorreva la sua strada in autonomia, in modo pacifico e democratico. Sfortunatamente, dal 2001 vi è stata una crescente islamizzazione del Bangladesh, quando i fondamentalisti islamici hanno cercato di colmare il vuoto lasciato da partiti laici corrotti e in guerra tra loro. L’ONG Task Force against Torture ha documentato oltre 500 casi di tortura e di intimidazione da parte di fondamentalisti islamici più radicali, i quali hanno anche assassinato sostenitori del partito comunista. In realtà sono stati presi di mira anche indù, ahmadi, cristiani, le popolazioni tribali del Chittagong Hill Tract e buddisti.

Di recente, per il diffuso malcontento, la gente è scesa per le strade dando vita a violente manifestazioni, quando l’opposizione, composta dalla Lega Awami, ha messo in dubbio l’imparzialità della commissione elettorale, l’integrità della lista elettorale o addirittura l’imparzialità della figura inizialmente designata come Primo Ministro ad interim.

L’accordo di cooperazione UE-Bangladesh del 2000 si fonda sul rispetto dei principi democratici ai sensi dell’articolo 1, e la loro violazione può condurre alla sospensione dell’accordo e, con esso, alla sospensione dell’importante sistema UE di preferenze tariffarie generalizzate e degli aiuti UE verso l’estero, che rappresentano il 70 per cento degli aiuti totali del Bangladesh.

L’UE e tutti i principali donatori ora devono coordinarsi per tenere alta la pressione al fine di contribuire alle riforme e al pieno rispetto della democrazia, della libertà di stampa e dei diritti umani per tutti i cittadini del Bangladesh prima delle elezioni parlamentari previste per il prossimo gennaio. Dobbiamo inviare un discreto numero di osservatori politici del Parlamento europeo nel breve periodo. Queste elezioni sono di importanza cruciale ed è essenziale che l’UE mantenga una presenza consistente e visibile per tutto il periodo di governo provvisorio, perché altrimenti a qualche generale frustrato e assetato di potere potrebbe venire in mente di organizzare un colpo di Stato militare.

 
  
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  Marek Aleksander Czarnecki, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, come sicuramente sappiamo bene, la popolazione del delta del Gange e del Brahmaputra non nasconde la propria ammirazione per i talebani afghani, inoltre vuole emulare, nel proprio paese, l’Emirato d’Afghanistan del Mullah Omar. Per raggiungere il loro scopo, questi sostenitori della guerra santa fanno un uso spregiudicato della violenza.

E’ stato un peccato che il governo del Bangladesh non abbia trattato con sufficiente serietà le prime avvisaglie della rapida ascesa di questi gruppi terroristici. Gli eventi hanno dimostrato ben presto che non sono un’invenzione della febbrile immaginazione di gelosi esponenti dell’opposizione o di giornalisti in cerca di sensazionalismi. Molti di loro hanno pagato il prezzo più alto per aver rivelato la verità, e molti altri sono stati costretti a lasciare il paese.

In questa situazione, è rassicurante sapere che sono state arrestate due persone con l’accusa di essere a capo di gruppi terroristici. Tuttavia, non dobbiamo accontentarci di questo. Se esaminiamo attentamente la situazione di questo paese, il quale da diversi anni non rispetta i parametri europei riconosciuti nel campo dei diritti umani, nonostante i drastici provvedimenti adottati dal governo per prevenire la violenza estremista verso le minoranze religiose, continuiamo ad assistere a eventi agghiaccianti.

Il paese è afflitto da molti altri problemi: è per questo che sostengo incondizionatamente la decisione della Commissione di inviare una missione di osservazione elettorale e chiedo al Parlamento europeo di fare lo stesso.

 
  
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  Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, in qualità di deputati al Parlamento europeo sosteniamo di essere impegnati nella difesa dei diritti umani, pertanto spero che adotteremo una posizione energica di fronte alla difficile situazione di Choudhury.

Choudhury è un giornalista accusato di sedizione per una serie di articoli da lui pubblicati che le autorità bangladesi hanno giudicato favorevoli a Israele e critici nei confronti dell’estremismo islamico. Le sue osservazioni a favore della moderazione e del dialogo saranno senza dubbio appoggiate da tutti i deputati di questa Assemblea. Nulla di quanto ha detto è privo di fondamento e, in qualunque paese democratico e moderno, articoli come quello sarebbero considerati obiettivi e informativi per il pubblico.

Tuttavia, le cose non vanno così in Bangladesh, dove Choudhury è stato incriminato e potrebbe essere giustiziato per i suoi articoli. Ha ricevuto minacce di morte ed è stato aggredito, arrestato, picchiato e torturato. Salah Choudhury ora sta affrontando un processo ingiusto e ha scarse probabilità di essere trattato secondo giustizia. Il presidente della corte ha commentato in pubblica udienza che Choudhury ha ferito i sentimenti dei musulmani: è chiaro che spera in una condanna a morte.

In qualità di deputati al Parlamento europeo, non possiamo restare a guardare mentre un giornalista innocente affronta un processo arbitrario e rischia probabilmente di essere giustiziato. Sono lieto di vedere che la sua situazione viene espressamente menzionata in questa risoluzione, oltre all’appoggio a elezioni libere e imparziali in Bangladesh.

(Applausi)

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione condivide le preoccupazioni del Parlamento e vede positivamente l’opportunità di discutere del Bangladesh oggi.

Il paese si trova a un punto critico della sua fragile democrazia. La posta in gioco nelle prossime elezioni è alta in questo popoloso paese. Sfortunatamente, tuttavia, il quadro istituzionale e gli aspri rapporti tra i due principali partiti politici non fanno ben sperare per un processo elettorale pacifico e democratico.

Nelle scorse settimane e mesi, la Commissione e i sette Stati membri con uffici di rappresentanza a Dhaka, oltre alla comunità internazionale nel suo insieme, si sono impegnati assiduamente con i principali capi di partito e con i responsabili elettorali, invitandoli tutti a concordare un quadro elettorale che ottenga la fiducia di tutti i partiti. La troika regionale dell’UE a febbraio, i rappresentanti locali dell’UE e diverse visite di alto livello da parte della Commissione e degli Stati membri hanno coerentemente sottolineato l’esigenza di una guida imparziale del paese da parte del governo provvisorio nel periodo preelettorale, di una commissione elettorale neutrale e di una lista elettorale credibile.

Come forse già sapete, il Commissario Ferrero-Waldner ha preso la decisione politica di dispiegare una missione di osservazione elettorale UE in occasione di queste elezioni. Attualmente si stanno effettuando i preparativi per l’invio degli osservatori UE, ivi incluse le procedure interne tra le Istituzioni per il finanziamento della missione. Nella sua lettera al Presidente, o Consigliere principale, il Commissario sottolinea che le tematiche descritte sopra rappresentano le principali preoccupazioni dell’Unione europea.

La missione partirebbe circa sei settimane prima della data delle elezioni, e resterebbe nel paese per altre due/tre settimane, per monitorare il periodo post-elettorale, specialmente alla luce dell’infausta possibilità di violenze post-elettorali, in particolare contro le minoranze.

La Commissione condivide i timori del Parlamento per le diffuse violenze contro i giornalisti. Il fatto che l’ultima relazione di Reporters sans Frontières classifichi il Bangladesh come un luogo molto pericoloso per i giornalisti parla da sé, sfortunatamente. La Commissione ha condannato fermamente le intimidazioni e l’ampia impunità di cui godono gli atti violenti nei confronti dei giornalisti in quel paese.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà al termine della discussione.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


12.3. Iran
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sull’Iran(1).

 
  
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  Daniel Strož (GUE/NGL), autore. – (CS) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, nessuno oggi può dubitare del fatto che le politiche neoconservatrici, ivi inclusa la dottrina dell’intervento globale, hanno fallito. Hanno fallito in Iraq, Palestina e Afghanistan, e anche per l’Iran.

La “guerra al terrorismo” guidata dagli USA ha rafforzato il potere e l’influenza dell’Iran in Medio Oriente, e finché non vi sarà stabilità nella regione, l’influenza dell’Iran è destinata ad aumentare, così come i suoi sforzi di far fronte alle pressioni dell’Occidente. Inoltre, più l’Occidente minaccia l’Iran, più aiuta le forze radicali nel paese. Allo stesso tempo, non è possibile ignorare che il solo paese della regione che ha perseguito una chiara politica di pluralismo e che ha conosciuto significativi mutamenti interni è proprio l’Iran. Se esiste un solo paese al mondo a non avere bisogno di alcun aiuto esterno per liberarsi dell’estremismo, questo è l’Iran. Se esiste un regime a cui l’Occidente non dovrebbe fornire alcuna scusa per acquisire armamenti nucleari, è proprio l’Iran. La politica statunitense e britannica in particolare, tuttavia, stanno andando in questa direzione, invece di impegnarsi in delicati negoziati politici. L’Iran dovrebbe naturalmente sottolineare la sua determinazione a far fronte ai suoi obblighi internazionali.

Vorrei ribadire, tuttavia, che il Parlamento deve favorire la tutela dei diritti umani e la non discriminazione in tutto il mondo. Devo fare un’ultima osservazione: nel territorio degli Stati membri dell’UE, si sta accumulando un numero così alto di problemi sociali comprendenti un’inevitabile dimensione relativa ai diritti umani che le discussioni sulla questione dovrebbero fare riferimento anche a questi Stati.

 
  
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  Christa Prets (PSE), autore. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, è tristissimo che dobbiamo continuare ad adottare risoluzioni sulle violazioni dei diritti umani che si commettono in questo o quel paese. Negli ultimi due anni sono state adottate ben sei risoluzioni, dichiarazioni e relazioni di varie istituzioni e organizzazioni aventi come oggetto l’Iran.

Con nostro rammarico, non possiamo non giungere alla conclusione che la situazione in quel paese è peggiorata e non migliorata. Non vi è libertà né di opinione, né di stampa; Internet è censurata e i giornali indipendenti sono stati chiusi. Pare vi siano più giornalisti in carcere nella Repubblica islamica dell’Iran che in qualunque altro paese del Medio Oriente, mentre la tortura è all’ordine del giorno. Coloro tra noi che fecero parte della delegazione interparlamentare furono continuamente rassicurati, durante vari colloqui, del fatto che le suddette affermazioni non corrispondevano affatto alla realtà. Purtroppo, coloro che hanno subito tutto questo raccontano una storia ben diversa.

Non vi è alcun rispetto per i diritti delle donne: per esempio, si impedisce loro di festeggiare pubblicamente la Giornata internazionale delle donne. Il 12 giugno una dimostrazione di donne e uomini che protestavano contro la discriminazione legale delle donne è stata dispersa con la violenza.

Il fatto che vi sia stata una prima visita a questa Assemblea da parte di una delegazione del Majlis è stato un passo nella direzione giusta nella ricerca del dialogo con i parlamentari e con la gente, e il rispetto dei diritti umani e della dignità umana sono stati al centro di questo dibattito, un dibattito in cui ci hanno riferito che tutte le accuse mosse all’Iran erano ben lontane dalla verità. Ora chiediamo all’organo rappresentativo degli iraniani (il Majlis) e al governo iraniano di fare tutto ciò che è in loro potere per confermarlo, corroborando queste dichiarazioni con i fatti.

Il dialogo sui diritti umani tra l’Unione europea e l’Iran è arrivato a una situazione di stallo, ma dobbiamo assicurarci che riprenda. Forse, signor Commissario, si potrebbe contemplare la possibilità di una stazione radiotelevisiva che potrebbe trasmettere in Iran informazioni sull’Europa e sulle politiche europee, che potrebbero essere utili agli abitanti di quel paese.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), autore. – (FR) Signor Presidente, ripetere continuamente che la situazione dei diritti umani in Iran è preoccupante è un eufemismo, tanto è sprezzante delle libertà e dei diritti fondamentali il regime teocratico di Teheran.

Come si fa a non stabilire un legame tra l’elezione nel giugno 2005 del presidente conservatore e revisionista, Mahmoud Ahmadinejad, e la crescente tendenza alla repressione e alla persecuzione, le cui vittime non sono soltanto le minoranze araba, azera e curda e le minoranze religiose, cristiani, ebrei, bahaisti e sufi, ma anche gli omosessuali e le donne, le quali non sono una minoranza, ma continuano a essere vittime di innumerevoli forme di discriminazione?

Se potessi citare soltanto due punti della nostra risoluzione, sottolineerei, in primo luogo, che l’Iran detiene il record mondiale per il numero di esecuzioni di giovani, ladri di pane o di biciclette, e omosessuali. Quindi sottolineerei il fatto che il governo ha dichiarato illegale il Centro per la difesa dei diritti umani, cofondato dal premio Nobel per la pace 2003, la signora Shirin Ebadi.

La diplomazia europea deve farsi sentire su esempi concreti come questi. Dato che il governo iraniano osa dichiarare che la pena della lapidazione non esiste più nel suo paese, chiedo alla Commissione di discutere con Teheran del caso di 11 persone condannate alla lapidazione: ho qui i nomi di nove donne e di due uomini. Teheran non deve perdere tempo nel farci avere le prove delle sue asserzioni e nel suffragare le sue parole con i fatti.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE), autore. – (DE) Signor Presidente, potrebbe sorprendersi nell’apprendere che concordo con gran parte di ciò che l’onorevole Strož ha dichiarato nel suo discorso, ma questo perché credo che occorra in realtà dipingere un quadro molto variegato dell’Iran, ed è per questo che abbiamo elaborato una risoluzione ad ampio raggio ed esauriente, dimostrando, da un lato, quanto siamo preoccupati per la situazione del paese, e dall’altra quanto lo prendiamo sul serio e lo riteniamo importante.

Si tratta di una delle culture più antiche del mondo, ed è stata una potenza mondiale per millenni; dobbiamo cercare, tramite politiche e una diplomazia astute, di reintegrarlo, passo dopo passo, nella comunità internazionale, tra i paesi che coesistono in rapporti di buon vicinato. Affinché ciò accada, tuttavia, occorre che in Iran avvengano mutamenti fondamentali.

E’ stato menzionato anche il tema delle minoranze, e, in Iran, che in realtà è uno Stato multietnico, perciò non si può parlare veramente di minoranze, sono proprio le diverse nazioni ed etnie ad essere riuscite a convivere bene fin dai tempi antichi. In passato ha anche dato prova di maggiore tolleranza religiosa rispetto a molti altri paesi della regione, ma oggi la situazione è tale che l’ideologia islamica ufficiale dello Stato rende la vita molto difficile per le minoranze come gli azeri o i seguaci di altre religioni, nonché di altre correnti islamiche come i sufi.

D’altro canto, tuttavia, esistono sicuramente prove provenienti dall’Iran che indicano che sempre più donne sicure di sé stanno entrando in politica, che una nuova generazione sta percorrendo strade del tutto nuove e questo fa ben sperare per il futuro.

Dobbiamo pertanto considerare questa struttura variegata per quello che è, senza isolarla. Dobbiamo ricercare contatti con le varie comunità e le varie etnie, e con ogni generazione di questo popolo, chiarendo al contempo che non siamo pronti in alcun modo ad accettare lo Stato di polizia, la repressione della libertà di coscienza, o le persecuzioni per motivi religiosi o per reati di opinione, e che ripudiamo a maggior ragione le dichiarazioni anti-Israele del Presidente Ahmadinejad, sotto la cui guida (va detto con rammarico) le condizioni in questo grande paese sono andate deteriorandosi.

Adottare provvedimenti energici per correggere questo stato di cose è nostro dovere di europei; per farlo, dobbiamo cooperare con gli Stati Uniti d’America, e spero che una conseguenza dei recenti sviluppi politici sarà un miglioramento della nostra cooperazione con loro.

 
  
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  Adam Jerzy Bielan (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, nel corso dell’ultimo anno, nonostante il grande impegno del governo iraniano per la promozione dei valori universali, dei diritti civili, delle libertà politiche, la situazione dei diritti umani è andata deteriorandosi in quel paese. Ci giungono continuamente notizie sull’uso della tortura e sul trattamento disumano dei prigionieri. Le notizie sempre più frequenti di arresti di giornalisti e di minacce nei loro confronti sono particolarmente preoccupanti. Dall’inizio dell’anno, sono stati arrestati almeno 16 giornalisti, il che pone l’Iran tra i peggiori paesi al mondo in fatto di restrizione della libertà di stampa.

Siamo anche preoccupati perché l’Iran, nonostante gli sforzi dell’Unione europea, non ha concordato una seconda tornata di colloqui sui diritti umani, avviati nel 2002. E’ giunto il momento che l’Unione europea usi fermezza e decisione nei suoi colloqui con l’Iran sul tema dei diritti umani. L’Iran diventerà un legittimo partner dell’Unione europea e di tutto il mondo soltanto se garantirà a tutti l’accesso ai diritti civili e alle libertà politiche.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE).(SV) Signor Presidente, l’Iran è una nazione con migliaia di anni di storia e di cultura alle spalle, un paese dalle grandi ricchezze che può offrire molto al suo popolo e al mondo. Tuttavia, cosa offre l’attuale regime al suo popolo? Oppressione, prigionia, disoccupazione e censura! Il Presidente Ahmadinejad si è insediato il 3 agosto 2005: da quel momento la situazione è andata deteriorandosi. L’attuale governo riserva al suo popolo feroci punizioni corporali. Seicento bambini tengono compagnia alle loro madri in prigione. Ma se è vero che i detenuti hanno soltanto tre metri quadrati in cui muoversi, sono fortunati rispetto ai condannati alla pena capitale. L’Iran riesce persino a giustiziare più persone degli USA: centoundici giustiziati negli ultimi 12 mesi.

Ma in assoluto la violazione più palese della Convenzione sui diritti del fanciullo, di cui l’Iran è firmatario, è la pena di morte per i minori. Un regime che non permette ai minori di scontare la propria pena e di ravvedersi non ha futuro; è destinato a cadere.

L’Iran ha grandi potenzialità, ma finché il regime iraniano si dedicherà alla persecuzione di accademici, giornalisti e attivisti politici invece di sfruttare le loro potenzialità, il paese e il suo popolo continueranno a soffrire. Molte mani sono state tese all’Iran e il Parlamento europeo ne sta tendendo un’altra oggi. Rilasciare i detenuti politici, i giornalisti e i rappresentanti delle minoranze citati nella risoluzione odierna non è una grossa richiesta, ma se sarà esaudita, sarà possibile gettare le basi per un dialogo migliore.

Perché il regime iraniano ha così paura delle donne? Che partecipino, siano elette, lavorino, vivano e svolgano il proprio ruolo alla pari degli uomini. Fare questo significa raddoppiare le potenzialità di sviluppo di una società. C’è di che sperare: già le delegazioni ONU hanno il permesso di ispezionare varie strutture, e alcuni prigionieri politici sono stati liberati. Tuttavia, il nuovo governo deve cogliere l’opportunità di adottare una politica che non chiuda più la porta davanti al mondo esterno e che garantisca alle donne i diritti democratici. Questo è il futuro.

 
  
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  John Purvis, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, tre settimane fa ho partecipato al conferimento di una laurea honoris causa all’ex Presidente iraniano Khatami presso la mia ex università nella mia città natale di St. Andrews, l’università più antica della Scozia e una delle università più antiche e rispettabili d’Europa.

Nel corso della sua lezione di commiato, l’ex Presidente Khatami ha rivolto un appello al dialogo tra le civiltà, tra le religioni. Questo, sicuramente, è l’unico modo per ottenere la comprensione delle nostre rispettive posizioni, che è di estrema importanza. E’ in quello stesso spirito che appoggio questa mozione.

Facciamo appello alle autorità iraniane e al popolo iraniano perché comprendano quanto è difficile per noi accettare le numerose e ripetute violazioni di diritti umani indubbiamente fondamentali quali i diritti religiosi, i diritti delle donne, i diritti dei bambini, i diritti delle minoranze, i diritti alla giustizia, i diritti alla libertà di parola e di pensiero, e alla libertà di stampa, così come sono elencati nella presente risoluzione. Invitiamo le autorità iraniane a rispondere positivamente ai nostri appelli affinché possiamo avviare un dialogo positivo, che potrà andare solo a vantaggio dell’Europa e dell’Iran, della pace e della comprensione tra i nostri popoli.

 
  
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  Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor Presidente, nel corso del nuovo anno accademico, iniziato a fine settembre, in Iran è stato negato l’accesso all’istruzione superiore a oltre una decina di studenti, a causa delle loro idee politiche. Altri sono stati informati che avrebbero potuto iniziare gli studi soltanto dopo aver firmato una specie di dichiarazione di lealtà all’attuale regime.

Secondo Human Rights Watch, le autorità iraniane hanno negato ad almeno diciassette studenti l’accesso all’istruzione universitaria: sei nell’anno accademico 2005-2006 e undici nel settembre di quest’anno. Dal luglio 2005, le commissioni disciplinari hanno sospeso almeno 41 studenti per almeno due semestri. Human Rights Watch ha anche i nomi dei 35 studenti condannati a partire dal 2005 per le loro attività politiche nell’ambito delle organizzazioni studentesche. I più brillanti giovani iraniani vedono limitato il loro diritto all’istruzione superiore per le loro convinzioni politiche e per la loro visione del mondo. Ciò non è semplicemente un segno dell’autoritarismo di questo regime, ma è anche particolarmente nocivo per lo sviluppo della società iraniana, oltre ad andare contro gli interessi nazionali iraniani.

L’Unione europea deve creare un fondo di borse di studio che possano permettere ai giovani iraniani ai quali sia stato impedito di studiare in Iran per le loro convinzioni di proseguire i loro studi presso istituti universitari degli Stati membri europei. E’ anche particolarmente importante per l’Unione europea creare una rete radiotelevisiva che trasmetta programmi in farsi di informazione sulla cultura, sulla politica e sulla società dell’Unione europea.

 
  
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  Marios Matsakis, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, nel corso dell’anno abbiamo improvvisamente assistito a un peggioramento della situazione del rispetto dei diritti civili e delle libertà politiche in Iran. Ciò è stato riconosciuto dalle stesse autorità iraniane: una mossa che in sé rappresenta già un segnale positivo.

Una relazione redatta dalla magistratura fornisce prove chiare e dettagliate di violazioni dei diritti umani, ivi incluse la tortura e il maltrattamento dei prigionieri. Inoltre, sono stati riferiti numerosi casi di esecuzioni di delinquenti minorenni e di persecuzioni di accademici e giornalisti liberali e secolari in Iran. Inoltre, la libertà di religione, la libertà di stampa e i diritti delle donne, nonché i diritti delle minoranze, non sono adeguatamente tutelati.

Le autorità di Teheran devono capire che non esistono giustificazioni per la violazione dei diritti umani fondamentali del suo fiero popolo e che, se tali violazioni proseguiranno, non faranno altro che danneggiare i tentativi dell’Iran di conseguire stabilità, progresso e prosperità per i suoi cittadini, e influiranno senza dubbio sui suoi rapporti con l’Occidente.

 
  
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  Marcin Libicki, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, questo è un elenco degli atti più spregevoli che incontriamo più di frequente quando discutiamo di varie deplorabili dittature. Naturalmente, tra questi atti vi è la persecuzione religiosa, nella fattispecie la persecuzione dei cristiani. Di recente è apparso un servizio giornalistico sull’esecuzione di un quattordicenne che ha dichiarato “Non sto per morire perché sono un peccatore, ma perché sono cristiano.” La pena di morte viene applicata con incredibile leggerezza. Essa è crudele e comprende la lapidazione di minori e la persecuzione di gruppi nazionali diversi da quelli al potere.

Queste sono tutte questioni di cui discutiamo continuamente senza mai giungere a una soluzione. Dobbiamo fermarci a riflettere. Oggi è stato suggerito che è chiaro che dovremmo collaborare con gli Stati Uniti, perché gli USA sono una potenza pronta a intervenire nei momenti in cui l’Unione europea non intende autorizzare un intervento militare, almeno finché questa non avrà una propria capacità militare. Dobbiamo sviluppare una strategia. Forse sarebbe d’aiuto informare in modo massiccio le popolazioni di quei paesi, per mostrare loro che esistono possibilità di sviluppo diverse da quelle attuate contro di loro dai rispettivi regimi.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione accoglie con favore e appoggia l’impulso dato dalle proposte di risoluzione relative alla situazione dei diritti umani in Iran. La nostra valutazione è che per tutto il 2006 nel paese si sono registrate gravi violazioni dei diritti umani. In effetti, non sono stati compiuti passi in avanti nei principali ambiti di interesse dell’UE, e sotto molti aspetti la situazione si è aggravata.

L’elenco degli esempi è lungo e scoraggiante: l’incremento nel ricorso alla pena di morte e le esecuzioni di minori continuano a destare gravi preoccupazioni; le minoranze etniche e religiose continuano a subire discriminazioni; la condizione delle donne resta difficile; la libertà di espressione è stata ulteriormente ridotta; mentre proseguono la chiusura dei giornali, le intimidazioni e la persecuzione dei giornalisti, nonché la stretta nei confronti dei blogger.

L’Unione europea ha sollevato questi timori dinanzi alle autorità iraniane nel corso dell’anno, mediante iniziative e dichiarazioni pubbliche. Purtroppo, come è stato detto in questa Assemblea, sembra che le autorità iraniane siano meno disponibili rispetto al passato a prendere in considerazione le nostre richieste o a compiere sforzi tangibili per migliorare la situazione. Detto questo, alcune autorità dello Stato, come i giudici della corte suprema, sembrano di fatto in qualche misura impegnate nella causa delle riforme. Tuttavia, dato il deterioramento complessivo della situazione, l’UE ha deciso di patrocinare insieme al Canada la risoluzione in tema di diritti umani in Iran in occasione del Terzo Comitato ONU a fine mese.

Poiché Teheran afferma che il dialogo bilaterale sui diritti umani e le risoluzioni stile ONU si escludono a vicenda, ha dichiarato che avrebbe preso in considerazione la revoca della sessione dei colloqui UE-Iran sui diritti umani, previsti per dicembre. Noi, naturalmente, respingiamo fermamente collegamenti di questo tipo. Ma miriamo ancora a riprendere il dialogo a breve, restiamo convinti che un dialogo costruttivo, accompagnato da progetti di cooperazione, sia bilaterali, sia tramite agenzie ONU, siano gli strumenti più realistici per impegnarsi nel campo dei diritti umani.

L’onorevole Prets ha proposto il finanziamento di programmi radiofonici o televisivi da parte dell’Unione. Non ho le competenze adatte per fornire una risposta affermativa a tale riguardo, ma per quanto riguarda i contatti tra i popoli, vale la pena di notare che un milione di iraniani hanno visitato la Turchia nel 2005: lo hanno fatto per respirare una boccata di aria fresca, guardare “Beautiful” e verificare il livello democratico di quella tormentata regione.

Il nocciolo della questione delle nostre relazioni con l’Iran è che, a prescindere da sviluppi positivi o negativi sulla questione nucleare, una questione di capitale importanza, senza un sistematico miglioramento della situazione dei diritti umani, i nostri rapporti con quel paese non possono svilupparsi adeguatamente, quali che siano le potenzialità future dei nostri rapporti in termini di cooperazione economica ed energetica.

Vorrei concludere esprimendo il mio apprezzamento per il lavoro intrapreso dalla delegazione per le relazioni con l’Iran, presieduta dall’onorevole Beer. Vedo positivamente gli sforzi del Parlamento per instaurare contatti con i vostri interlocutori del Majlis e con il più ampio spettro della società iraniana. La recente visita a questa Assemblea da parte di Akbar Ganji (per la cui liberazione ci siamo tutti instancabilmente prodigati) ne è un importante esempio.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Procediamo ora con le votazioni.

 
  

(1)Cfr: Processo verbale.


13. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e altre informazioni relative alla votazione: vedasi Processo verbale)

 

13.1. Etiopia (votazione)

13.2. Bangladesh (votazione)

13.3. Iran (votazione)
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 

14. Richiesta di difesa dell’immunità parlamentare: vedasi processo verbale

15. Richiesta di revoca dell’immunità parlamentare:vedasi processo verbale

16. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale

17. Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale

18. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale

19. Dichiarazioni scritte che figurano nel registro (articolo 116 del Regolamento): vedasi processo verbale

20. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale

21. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale

22. Interruzione della sessione
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  Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo.

(La seduta termina alle 17.05)

 

ALLEGATO (Risposte scritte)
INTERROGAZIONI AL CONSIGLIO (La Presidenza in carica del Consiglio dell’Unione europea è la sola responsabile di queste risposte)
Interrogazione n. 17 dell'on. Hélène Goudin (H-0915/06)
 Oggetto: Pesca del merluzzo nel Mare del Nord, nello Skagerrak e nel Kattegat
 

Il Consiglio internazionale per l'esplorazione del mare (ICES) ha presentato una relazione in cui sostiene che è necessario introdurre un blocco totale della pesca al merluzzo nel Mare del Nord, nello Skagerrak e nel Kattegat per il 2007. L'Ufficio svedese per la pesca appoggia la relazione e sostiene che un blocco totale delle attività di pesca è una condizione necessaria affinché gli stock di merluzzo possano ricostituirsi. Sono inoltre state mosse critiche all'attuale sistema delle quote. Al posto delle quote, la federazione nazionale svedese dei pescatori e il nuovo ministro per la pesca propongono l'introduzione di un sistema basato sui giorni di pesca. Attualmente, per rispettare le quote vengono ributtate in mare ingenti quantità di merluzzo.

Ciò premesso, intende la Presidenza raccomandare il blocco totale della pesca al merluzzo nel Mare del Nord, nello Skagerrak e nel Kattegat? Qual è la sua posizione riguardo all'introduzione di un sistema basato sui giorni di pesca al posto delle quote?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

La situazione relativa agli stock di merluzzo nelle zone menzionate dall’onorevole parlamentare è ormai da molti anni motivo di preoccupazione per tutte le parti interessate, e ha portato all’adozione di varie misure per limitare la pesca. Anche se si intravedono alcuni segnali positivi, è ovvio che sono necessari ulteriori sforzi per consentire agli stock di merluzzo di ricostituirsi a un livello sostenibile nel lungo periodo. Le misure introdotte finora sono state il piano di ricostituzione del merluzzo nel Mare del Nord, la riduzione delle quote annuali, l’aumento delle dimensioni delle maglie delle reti, zone di divieto della pesca, periodi di divieto della pesca, soprattutto il periodo di riproduzione, e riduzione del numero dei giorni di pesca.

Il Consiglio adotterà una decisione sulla proposta della Commissione relativa alla gestione annuale della pesca del merluzzo. Verso la fine di novembre, la Commissione dovrebbe presentare una proposta, basata sui pareri espressi dal Consiglio internazionale per l’esplorazione del mare (ICES), con cui darà conferma del totale delle catture ammesse (TAC), delle quote e di altre misure pertinenti per il 2007. Ne consegue che il Consiglio non può dire in cosa consisterà la proposta o quale sarà la reazione degli Stati membri al riguardo.

La Presidenza propone di condurre le discussioni, su questo argomento che di solito è molto difficile, con lo scopo positivo e costruttivo di giungere a una decisione nella riunione del Consiglio di dicembre.

 

Interrogazione n. 18 dell'on. Avril Doyle (H-0916/06)
 Oggetto: Autentiche zone senza fumo
 

Il tabacco, provocando 4.9 milioni di morti l'anno secondo le stime, è la principale causa evitabile di mortalità nel mondo. All'interno dell'Unione Europea, patologie e decessi dovuti al fumo costano agli Stati membri 100 miliardi di euro l'anno. Il tabagismo mette altresì gravemente a repentaglio la vita dei non fumatori, se si considera che 79.000 adulti non fumatori muoiono ogni anno in Europa a causa del fumo passivo.

Conviene il Consiglio che gli Stati membri - in linea con i propri obblighi derivanti dal trattato e per garantire un alto livello di tutela della salute umana nell'ambito delle politiche comunitarie - debbano adoperarsi maggiormente per favorire la diffusione di ambienti effettivamente privi di fumo?

Concorda inoltre il Consiglio sulla necessità che gli Stati membri effettuino maggiori sforzi per istituire interventi adeguati per la cessazione del tabagismo e, conformemente agli obblighi contratti nell'ambito dell'OMS, per adottare provvedimenti efficaci al fine di promuovere la cessazione del consumo di tabacco?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

La prevenzione e la lotta contro il fumo è già uno degli obiettivi prioritari della politica sanitaria negli Stati membri e nella Comunità europea.

Nella raccomandazione del 2 dicembre 2002 sulla prevenzione del fumo e su iniziative per rafforzare la lotta contro il tabagismo(1), il Consiglio sottolinea che, a causa dei rischi per la salute derivanti dal fumo passivo, gli Stati membri dovrebbero mirare a proteggere i fumatori e i non fumatori dal fumo ambientale. Il Consiglio raccomanda agli Stati membri:

di emanare o applicare le norme di legge, e/o altre misure efficaci per garantire una protezione dall’esposizione al fumo di tabacco negli ambienti interni dei luoghi di lavoro, nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto pubblici;

di continuare a sviluppare strategie e misure per ridurre il consumo di tabacco, come il rafforzamento dell’educazione sanitaria in generale, segnatamente nelle scuole, e dei programmi generali per scoraggiare l’uso iniziale dei prodotti del tabacco e vincere la dipendenza dal tabacco.

La raccomandazione invita la Commissione a riferire sull’attuazione delle misure proposte, in base alle informazioni fornite dagli Stati membri. La relazione che sarà presentata nel 2007 valuterà l’efficacia delle misure indicate nella raccomandazione e la necessità di ulteriori misure.

Lo scopo della Convenzione quadro per il controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), entrata in vigore il 27 febbraio 2005, è proteggere le generazioni attuali e future contro il consumo di tabacco e prevenire l’inquinamento ambientale dovuto all’uso di tabacco. La Commissione e tutti gli Stati membri, ad eccezione di Italia e Repubblica ceca, hanno ratificato la Convenzione quadro, che stabilisce un obbligo specifico, vincolante per le parti, di proteggere le persone dall’esposizione al fumo di tabacco. In base all’articolo 8 della Convenzione quadro, le parti aderenti devono emanare o applicare misure efficaci che garantiscano una protezione dal fumo passivo negli ambienti interni dei luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto pubblici, negli ambienti interni dei luoghi pubblici e, laddove opportuno, in altri luoghi pubblici.

Alla prima Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro, svoltasi a Ginevra nel febbraio 2006, l’Unione europea e gli Stati membri hanno dato un considerevole contributo alla discussione della decisione relativa alla definizione di orientamenti per l’attuazione della Convenzione quadro per quanto riguarda la protezione dal fumo passivo. Attualmente sono stati compiuti i primi passi per la definizione di tali orientamenti, che specificheranno i fattori fondamentali per l’applicazione dell’articolo 8.

Spetta esclusivamente alle autorità competenti degli Stati membri adottare provvedimenti come il divieto di fumo o fornire programmi di consulenza per coloro che smettono di fumare.

 
 

(1) GU L 22 del 25.1.2003, pag. 31.

 

Interrogazione n. 19 dell'on. Georgios Toussas (H-0924/06)
 Oggetto: Penalizzazione arbitraria della Gioventù Comunista della Repubblica ceca da parte del governo ceco
 

Il ministro degli interni della Repubblica ceca, il 12 ottobre 2006, ha proceduto arbitrariamente all'illegalizzazione e alla domanda di scioglimento della Gioventù Comunista ceca, motivando detta decisione con il riferimento che viene fatto nello statuto di tale organizzazione giovanile alla "socializzazione dei mezzi di produzione".

Ritiene il Consiglio che tale azione del governo ceco sia contraria ai principi e libertà fondamentali, penalizzi e proibisca le posizioni economiche, ideologiche e politiche, la libera circolazione di idee, l'attività indisturbata delle organizzazioni politiche giovanili e dei partiti? Condanna tali misure e come valuta il fatto che siano in aumento, in seno agli Stati membri dell'Unione europea, i fenomeni di restrizione della libera circolazione delle idee e di restrizione del funzionamento delle organizzazioni politiche a causa dell'arbitrarietà e repressione statale?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Il Consiglio non si è mai occupato della questione, che non rientra nella sua sfera di competenza.

La promozione dei diritti umani costituisce tuttavia una delle priorità dell’Unione europea. L’impegno degli Stati membri dell’UE a rispettare i diritti fondamentali è anche sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Gli Stati membri dell’Unione sono anche membri del Consiglio d’Europa, e si sono pertanto assunti l’impegno di adempiere gli obblighi ad essi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Quanto verrà istituita, l’Agenzia europea per i diritti fondamentali rafforzerà l’attività di controllo dell’UE e gli strumenti per fornire informazioni, e in questo modo promuoverà i diritti fondamentali nella massima misura possibile.

 

Interrogazione n. 20 dell'on. Diamanto Manolakou (H-0926/06)
 Oggetto: Persone scomparse a Cipro utilizzate come cavie dai turchi
 

Una relazione elaborata da una società americana di analisi e studi strategici riferisce che soldati greco-ciprioti e greci scomparsi all'epoca dell'invasione del nord di Cipro da parte dell'esercito turco nel 1974 sono stati utilizzati come cavie in laboratori industriali dell'esercito turco, nel periodo compreso fra il 1984 e il 1988.

Considerato che il dramma dei familiari delle persone scomparse dura ormai da più di trent'anni e che la Turchia, che continua ad occupare la parte settentrionale dell'Isola, non ha mai fornito informazioni o dati sugli scomparsi, può dire il Consiglio se intende prendere le iniziative necessarie per esigere dalla Turchia che renda note tutte le informazioni di cui è a conoscenza riguardo alle persone in questione, per quanto dure esse siano, onde si possa mettere un punto finale a questa tragedia?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Il Consiglio non può prendere posizione su singole relazioni riguardo alle quali non dispone di una conoscenza diretta. E’ ovvio che siamo consapevoli della dimensione umana delle conseguenze dei tragici eventi del 1974 per tutta la popolazione di Cipro. Nel 1981 è stata istituita a Cipro la commissione per le persone scomparse per indagare sui casi di greci e turcociprioti scomparsi. L’attività di tale commissione costituisce una parte importante dell’azione intrapresa per cercare di creare un clima di fiducia e di cooperazione tra le due comunità dell’isola.

L’Unione europea continua a sostenere gli sforzi compiuti nel quadro delle Nazioni Unite allo scopo di giungere a una soluzione globale del problema di Cipro.

 

Interrogazione n. 21 dell'on. Willy Meyer Pleite (H-0929/06)
 Oggetto: Dichiarazioni di Álvaro Uribe a favore di uno scambio di prigionieri colombiani
 

Il 4 ottobre scorso il Presidente colombiano Álvaro Uribe ha rilasciato alcune dichiarazioni, in cui si riconosceva disposto a incontrare i capi della guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) al fine di ottenere la pace per il suo paese. Questa posizione presuppone un cambiamento radicale della sua posizione dinanzi al conflitto, giacché apre la possibilità di avviare un dialogo con i guerriglieri allo scopo di pervenire ad un accordo umanitario, con la liberazione di 59 persone sequestrate in cambio di circa 500 ribelli prigionieri.

Tre settimane dopo e a causa dell'esplosione di un'autovettura bomba di fronte ad alcune installazioni militari il Presidente ha smentito la propria intenzione di dialogare con le FARC. Di fronte a questa notizia, intende il Consiglio rilasciare una dichiarazione intesa a sostenere lo scambio di prigionieri e l'avvio di un possibile futuro processo di pace in Colombia?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Da alcuni anni ormai l’UE incoraggia costantemente tutte le parti a compiere ogni possibile sforzo per creare le condizioni per lo scambio umanitario di prigionieri. La posizione da noi adottata è senz’altro nota a tutti. Il Consiglio deplora che, nonostante l’esistenza di un ampio sostegno internazionale, lo scambio non sia ancora stato effettuato. Il Consiglio non ritiene che una nuova dichiarazione pubblica possa essere utile, tenuto conto della delicatezza della situazione. L’UE intende portare avanti la sua politica di incoraggiamento e attiva assistenza. Vorrei sottolineare che il ministro degli Esteri colombiano ha tenuto a ringraziare l’UE per il suo contributo alla soluzione della situazione degli ostaggi e per il sostegno dato alla popolazione colombiana nel complesso. Come il governo colombiano, anche il Consiglio è molto grato al Parlamento europeo per il suo attivo coinvolgimento in questo caso.

 

Interrogazione n. 22 dell'on. Athanasios Pafilis (H-0930/06)
 Oggetto: Promulgazione di una nuova e inaccettabile legge contro il terrorismo negli Usa
 

Alcuni giorni orsono, negli Usa è stata promulgata la legge denominata "Military Commission Act 2006" che consente sostanzialmente il ricorso alla tortura, abroga l'Habeas Corpus e il patrocinio legale obbligatorio per i detenuti "sospettati di terrorismo", conferisce al Presidente degli Usa il diritto di disporre la detenzione a tempo indeterminato di persone senza esercitare l'azione penale, di istituire tribunali speciali che possono giudicare sulla base di elementi che non vengono resi noti e non sono provati, e di deposizioni estorte con la forza.

Condanna il Consiglio questa insolita legge che abolisce i diritti fondamentali dell'uomo e le garanzie procedurali basilari dei detenuti? Ritiene che tale legge violi le convenzioni internazionali e i principi del diritto internazionale concernente i diritti dell'uomo e i diritti dei detenuti? Respinge l'adozione di siffatte leggi da parte di qualsivoglia Stato della Comunità internazionale? Intende invalidare gli accordi con gli Usa che implicano il rischio che questa legge sia applicata a persone che sono cittadini degli Stati membri dell'UE o risiedono nel suo territorio?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Il 15 settembre 2006 i ministri degli Esteri hanno raggiunto un accordo sul seguente comunicato stampa:

“I Ministri hanno riconfermato il loro impegno a combattere efficacemente il terrorismo ricorrendo a tutti i mezzi e agli strumenti legali disponibili. Il terrorismo rappresenta di per sé una minaccia a un sistema di valori basato sullo Stato di diritto.

Hanno ribadito che, nella lotta al terrorismo, è necessario preservare i diritti umani e mantenere gli standard umanitari. In questo senso hanno preso atto dell’intenzione dell’amministrazione statunitense di trattare tutti i detenuti secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra e delle garanzie di accesso per il CICR (Comitato internazionale della Croce Rossa).

L’esistenza di strutture segrete di detenzione in cui le persone sono detenute in uno stato di vuoto giuridico è in contrasto con il diritto internazionale umanitario e con il diritto penale internazionale.

I Ministri hanno affermato che continueranno il dialogo con gli Stati Uniti concentrandosi sulla salvaguardia dei diritti umani nella lotta al terrorismo”.

Il Consiglio non ha ancora completato l’esame della Military Commission Act.

 

Interrogazione n. 23 dell'on. Gay Mitchell (H-0933/06)
 Oggetto: Il ruolo del Consiglio nel rendere il mondo un posto più sicuro
 

Alla luce di quanto sta accadendo, ad esempio, in Iraq, Corea del Nord e Iran, può il Consiglio spiegare come contribuisce efficacemente a rendere il mondo un posto più sicuro?

 
  
 

Questa risposta elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento a Strasburgo nel novembre 2006.

L’obiettivo del Consiglio continua a essere un’Europa più sicura in un mondo più giusto. La strategia europea per la sicurezza adottata nel dicembre 2003 illustra i mezzi con i quali l’UE cerca di conseguire questo obiettivo.

Per quanto riguarda gli esempi menzionati dall’onorevole parlamentare, il Consiglio può fornire la seguente risposta.

Iraq

L’Unione europea continua a sostenere il governo di unità nazionale, guidato dal Primo Ministro Nouri Al-Maliki, nell’attuazione del suo programma, che comprende il piano per il dialogo e la riconciliazione nazionale proposto dal governo. L’UE è attivamente coinvolta nell’elaborazione del patto internazionale per l’Iraq insieme al governo iracheno, le Nazioni Unite e altre parti della comunità internazionale. Tale patto offre al governo iracheno un’importante opportunità di impegnarsi in un difficile, ma necessario processo di riforme in campo politico, economico e della sicurezza e alla comunità internazionale di impegnarsi a sostenere tale processo.

L’Unione europea ha sostenuto il referendum sulle elezioni e la costituzione in Iraq e in futuro intende anche sostenere il processo democratico nel paese. L’UE sta portando avanti il suo programma di aiuti globale sostenuto dall’Iraq e, su richiesta del paese, ha anche continuato la missione integrata sullo Stato di diritto per l’Iraq (EUJUST LEX). Grazie a questa missione, finora è stata fornita una formazione in materia di Stato di diritto a circa 800 funzionari di polizia, giudici e funzionari penitenziari iracheni. E’ previsto nel prossimo futuro l’avvio di negoziati su un accordo commerciale e di cooperazione con l’Iraq. Prosegue anche il serrato dialogo politico dell’UE con il paese.

Iran

Il Consiglio ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a sviluppare relazioni sostenibili a lungo termine con l’Iran e ha sempre sostenuto gli sforzi compiuti per trovare una soluzione diplomatica alla questione della potenza nucleare dell’Iran.

Il termine del 31 luglio 2006 fissato nella risoluzione 1696 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è scaduto, e l’UE ha espresso profonda preoccupazione per il fatto che l’Iran non abbia ancora interrotto le attività di arricchimento dell’uranio.

Nei suoi contatti con le autorità iraniane, l’Alto rappresentante dell’UE ha ripetutamente invitato l’Iran ad attuare le misure indicate nella risoluzione 1696 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e richieste dal Consiglio amministrativo dell’AIEA.

L’Iran non ha ancora dimostrato di essere disposto a conformarsi alla richiesta di interrompere le attività di arricchimento dell’uranio. Tale interruzione costituisce una condizione preliminare indispensabile per i negoziati, sostenuti dall’UE, per una nuova iniziativa sulla base dell’offerta avanzata da Francia, Germania, Regno Unito, Cina, Russia e Stati Uniti.

Nella risoluzione 1696, il Consiglio di sicurezza ha espresso l’intenzione di adottare misure adeguate ai sensi dell’articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite se l’Iran non si conformerà alle sue richieste. Il Consiglio ha ritenuto che il fatto che l’Iran continui le attività di arricchimento dell’uranio non lasci all’UE altra scelta se non quella di sostenere consultazioni su tali misure.

Il 17 ottobre il Consiglio ha tuttavia sottolineato che l’Iran ha ancora la possibilità di negoziare e ha invitato fermamente l’Iran a scegliere la linea d’azione positiva proposta.

Il 6 giugno 2006 l’Alto rappresentante dell’UE ha illustrato all’Iran le proposte dei sei Stati (Francia, Germania, Regno Unito, Cina, Federazione russa e Stati Uniti). Tali proposte lungimiranti servirebbero quale base per un accordo a lungo termine e fornirebbero all’Iran tutto il necessario per sviluppare un moderno settore nucleare civile, tenendo conto anche delle preoccupazioni internazionali.

La scelta di questa linea d’azione positiva preparerebbe la strada per nuove relazioni con l’Iran, basate sul rispetto reciproco e su una più ampia cooperazione nelle sfere economica e politica.

Corea del Nord

Quando la Repubblica popolare democratica di Corea ha annunciato l’effettuazione di un test nucleare, il Consiglio, nelle conclusioni adottate il 17 ottobre sulla Repubblica popolare democratica di Corea, ha condannato fermamente il test di un ordigno esplosivo nucleare, che a suo avviso costituisce un pericolo per la stabilità regionale e rappresenta una chiara minaccia per la pace e la sicurezza internazionali. Il Consiglio ha affermato che l’UE applicherà appieno le disposizioni di tutte le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, segnatamente la risoluzione 1718 del 2006 e la risoluzione 1695 del 2006.

Le sanzioni previste nella risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite includono un divieto relativo all’esportazione di prodotti sensibili e di tecnologia sensibile che potrebbero promuovere i programmi della Corea del Nord relativi all’energia nucleare, ad altre armi di distruzione di massa e ai missili balistici, e un divieto relativo alla fornitura di servizi legati a tali programmi, un divieto sull’approvvigionamento di prodotti sensibili e di tecnologia sensibile dalla Corea del Nord, un divieto relativo all’esportazione di beni di lusso e il congelamento dei fondi e delle risorse economiche di persone, comunità e organismi che partecipano ai programmi della Corea del Nord menzionati in precedenza o li sostengono.

Nelle conclusioni il Consiglio esorta inoltre la Repubblica popolare democratica di Corea a riprendere immediatamente i colloqui a sei.

Successivamente la Presidenza ha espresso soddisfazione per il fatto che il 31 ottobre a Pechino la Cina, la Repubblica popolare democratica di Corea e gli Stati Uniti hanno raggiunto un consenso sullo svolgimento nel prossimo futuro di una riunione nel contesto dei colloqui a sei.

 

Interrogazione n. 24 dell'on. Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (H-0935/06)
 Oggetto: Liberalizzazione dei servizi postali
 

Il 18 ottobre 2006 la Commissione ha presentato una proposta intesa ad aprire completamente alla concorrenza i mercati postali dell'UE entro il 2009, al fine di completare il mercato interno, introdurre un maggior numero di innovazioni, migliorare i servizi, soddisfare le esigenze dei consumatori, nonché mantenere gli attuali impegni degli Stati membri per quanto riguarda la fornitura di un servizio universale di alta qualità.

Può dire il Consiglio in che misura condivide la proposta della Commissione in vista di un'apertura completa dei servizi postali entro il termine di cui sopra? Diversi Stati membri hanno già provveduto ad aprire completamente il mercato postale, mentre altri pensano di farlo entro il 2009. Dispone il Consiglio di uno studio che faccia luce sui risultati ottenuti dagli Stati membri grazie all'apertura completa del loro mercato alla concorrenza? Condivide il Consiglio il punto di vista della Commissione circa la necessità di garantire un servizio universale di alta qualità nonché la sua proposta di prevedere una scelta elastica degli strumenti intesi a finanziarlo?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Il 18 luglio la Commissione ha presentato, conformemente alle disposizioni dell’attuale direttiva 97/67/CE relativa ai servizi postali(1), modificata dalla direttiva 2002/39/CE, una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al pieno completamento del mercato interno dei servizi postali comunitari(2). Il 20 ottobre 2006 il Consiglio ha ricevuto la proposta in questione, una relazione della Commissione sull’applicazione della direttiva postale(3) e lo studio prospettivo della Commissione sull’impatto sul servizio universale della piena apertura del mercato nel 2009(4). Inoltre, riguardo alla comunicazione della Commissione dal titolo “Una migliore regolamentazione per la crescita e l’occupazione nell’Unione europea”(5), la Commissione ha condotto una valutazione d’impatto(6) che ha trasmesso al Parlamento europeo e al Consiglio. Tale valutazione evidenzia gli effetti economici e sociali delle varie opzioni sugli utenti e su tutte le pertinenti parti interessate.

La Commissione ha presentato la proposta soltanto poco tempo fa e pertanto il Consiglio ha appena iniziato a esaminarla. In questo momento sarebbe prematuro adottare una posizione sul contenuto della proposta o esprimersi in merito ai documenti ad essa allegati senza pregiudicare l’esito delle discussioni sull’argomento che si svolgeranno in seno al Consiglio nei prossimi mesi.

Il Consiglio dell’Unione europea sottolinea il suo impegno a lavorare sulla materia in stretta collaborazione con il Parlamento europeo e desidera affermare che ha deciso di effettuare un’approfondita analisi, in un periodo di tempo adeguato, di tutti le pertinenti questioni fondamentali dei parametri e delle soglie, con lo scopo prioritario di salvaguardare un settore postale comunitario efficiente, sostenibile e competitivo, che possa ancora fornire un servizio di alta qualità e a prezzi ragionevoli a tutti i cittadini e le imprese in Europa.

 
 

(1) Direttiva 97/67/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 dicembre 1997 concernente regole comuni per lo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari e il miglioramento della qualità del servizio (GU L 15 del 21.1.1998, pag. 14), modificata dalla direttiva 2002/39/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 10 giugno 2002 che modifica la direttiva 97/67/CE per quanto riguarda l’ulteriore apertura alla concorrenza dei servizi postali della Comunità (GU L 176 del 5.7.2002, pag. 21).
(2) COM(2006) 594 def. (14357/06).
(3) COM(2006) 595 def. (14368/06) e SEC(2006) 1293 (14368/06 ADD 1).
(4) COM(2006) 596 def. (14371/06).
(5) COM(2005) 97 def. (7797/05).
(6) Valutazione d’impatto (SEC(2006) 1291, 14357/06 ADD 1), Sintesi della valutazione d’impatto (SEC(2006) 1292, 14357/06 ADD 2).

 

Interrogazione n. 25 dell'on. Leopold Józef Rutowicz (H-0942/06)
 Oggetto: Ambizione del Generale Pervez Musharraf di rimanere capo dello stato e dell'esercito
 

Il Generale Pervez Musharraf, dittatore del Pakistan, ha reso noto che intende rimanere capo dello stato e dell'esercito anche dopo la fine del presente mandato che scadrà nel 2007.

Ritiene il Consiglio che l'attuale governo militare debba continuare il proprio mandato e le proprie attività?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

L’Unione europea sostiene appieno qualsiasi progresso compiuto verso l’instaurazione di una democrazia duratura in Pakistan, e questo vale anche per il rafforzamento delle istituzioni democratiche e il buon governo in tale paese. L’Unione europea è pertanto del parere che sia importante che le prossime elezioni parlamentari in Pakistan siano libere e aperte.

 

Interrogazione n. 26 dell'on. Panagiotis Beglitis (H-0944/06)
 Oggetto: Sostegno a forze politiche nazionalistiche antieuropee in paesi dell'Europa orientale
 

Ultimamente assistiamo con particolare inquietudine alla tendenza a sostenere forze e movimenti politici nazionalistici, antieuropei e xenofobi nei paesi dell'Europa orientale che hanno aderito all'Unione europea.

Dal momento che la situazione che si viene a creare minaccia i fondamenti e i valori della cultura democratica europea, in che modo intende il Consiglio far fronte, sul piano istituzionale e politico, a tale fenomeno? Inoltre, perché non ha già preso l'iniziativa di avviare un dibattito approfondito sulla questione e di elaborare una strategia integrata che difenda le istituzioni democratiche dai rischi di una "restaurazione" nazionalistica in Europa?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Il Consiglio non si è mai occupato della questione, che non rientra nella sua sfera di competenza.

La promozione dei diritti umani costituisce tuttavia una delle priorità dell’Unione europea. L’impegno degli Stati membri dell’UE a rispettare i diritti fondamentali è anche sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Gli Stati membri dell’UE sono anche membri del Consiglio europeo, e si sono pertanto assunti l’impegno di adempiere agli obblighi ad essi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Quanto verrà istituita, l’Agenzia europea per i diritti fondamentali rafforzerà l’attività di controllo dell’UE e gli strumenti per fornire informazioni, e in questo modo promuoverà i diritti fondamentali nella massima misura possibile.

 

Interrogazione n. 27 dell'on. Seán Ó Neachtain (H-0947/06)
 Oggetto: Istituto europeo di tecnologia
 

Può il Consiglio dichiarare ufficialmente a che punto è la creazione di un nuovo Istituto europeo di tecnologia?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Come l’onorevole parlamentare sa, il 18 ottobre 2005, dopo accurati preparativi, la Commissione ha trasmesso al Parlamento europeo e al Consiglio la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce l’Istituto europeo di tecnologia(1). Sarebbe pertanto prematuro esprimersi su tale proposta. La sua base giuridica è l’articolo 157 del Trattato che istituisce la Comunità europea, che richiede l’applicazione della procedura di codecisione.

Da parte sua, il Consiglio intende valutare con molta attenzione la proposta della Commissione e svolgere discussioni al riguardo con il Parlamento europeo alla prima occasione possibile.

Nella riunione dell’8 novembre 2006, il COREPER ha creato un gruppo di lavoro ad hoc per discutere la proposta che istituisce l’Istituto europeo di tecnologia.

 
 

(1) COM(2006) 604 def.

 

Interrogazione n. 28 dell'on. Pedro Guerreiro (H-0949/06)
 Oggetto: Situazione nel Sahara Occidentale
 

Il processo di pace nel Sahara Occidentale risulta bloccato a causa dell'intransigenza del Marocco che, violando la legalità internazionale, continua ad occupare detto territorio negando il legittimo e inalienabile diritto all'autodeterminazione del popolo saharoui, sancito da risoluzioni e dalla Carta delle Nazioni Unite.

L'atteggiamento del Marocco è caratterizzato dagli ostacoli frapposti al processo di pace e da pseudo proposte miranti, fondamentalmente, a rimettere in discussione sia il diritto del popolo saharoui a disporre del proprio destino sia il suo diritto all'autodeterminazione, contesto unico e ineludibile per una soluzione equa e duratura del conflitto nel Sahara Occidentale.

Stante l'aggravarsi della repressione nei territori del Sahara Occidentale occupati dal Marocco, potrebbe il Consiglio far conoscere i provvedimenti urgenti che intende varare onde sbloccare il processo di pace nel Sahara Occidentale e garantire, in linea con il diritto internazionale, il legittimo ed inalienabile diritto all'autodeterminazione del popolo saharoui?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Il Consiglio è del parere che il conflitto nel Sahara occidentale continui a costituire uno dei principali ostacoli alla stabilità, alla cooperazione e alla prosperità nella regione. Il Consiglio è convinto che una più efficace cooperazione nei paesi del Maghreb sarebbe vantaggiosa per tali paesi e li ha invitati ad adoperarsi per conseguire questo obiettivo.

Il Consiglio pertanto sostiene pienamente i tentativi del Segretario generale delle Nazioni Unite e del suo inviato personale Peter Van Walsum di trovare una soluzione al conflitto nel Sahara occidentale che sia giusta, duratura e accettabile per entrambe le parti. Una soluzione di questo genere offrirebbe alla popolazione del Sahara occidentale la possibilità di esercitare il diritto all’autodeterminazione in conformità, ad esempio, della recentissima risoluzione 1720 del Consiglio di sicurezza approvata il 31 ottobre 2006.

Il Consiglio ha incoraggiato le parti a cercare di trovare tale soluzione e a compiere ogni possibile sforzo per instaurare un rapporto di collaborazione costruttiva e flessibile con l’inviato personale del Segretario generale delle Nazioni Unite.

Il Consiglio ha inoltre rammentato a Marocco e Algeria che uno degli scopi della politica europea di vicinato è il rafforzamento di buoni rapporti di vicinato per prevenire e risolvere i conflitti.

Il Consiglio ha sempre rivolto particolare attenzione agli aspetti umanitari del conflitto nel Sahara occidentale. Il Consiglio è attivamente coinvolto in tali questioni e ha esortato le parti ad attuare misure più concrete per superare i problemi umanitari ancora irrisolti. Il Consiglio ha anche affermato di essere preoccupato riguardo alle presunte violazioni dei diritti umani nel Sahara occidentale e nei campi di Tindouf, e ha offerto alle parti la possibilità di instaurare contatti ufficiali per affrontare la questione.

Il problema del Sahara occidentale viene regolarmente discusso nelle riunioni che si svolgono nell’ambito dell’accordo di associazione UE-Marocco. Il Consiglio ha menzionato in particolare l’argomento al termine della riunione del dialogo politico rafforzato del 9 novembre 2005 e della quinta riunione del Consiglio di associazione UE-Marocco del 22 novembre 2005. Il Consiglio ha nuovamente discusso la questione nella riunione del Comitato di associazione del 17 novembre di quest’anno, e intende farlo anche nella riunione del dialogo politico rafforzato di metà dicembre.

 

Interrogazione n. 29 dell'on. Ryszard Czarnecki (H-0952/06)
 Oggetto: Accordo UE - Russia
 

Quali sono i punti salienti del nuovo accordo decennale UE - Russia che verrà firmato nel corso della Presidenza tedesca?

 
  
 

Questa risposta, elaborata dalla Presidenza, e di per sé non vincolante per il Consiglio né per i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata tenuta dal Parlamento europeo a Strasburgo nel novembre 2006.

Per il momento il Consiglio non può fornire dettagli riguardo al nuovo accordo in fase di negoziato con la Federazione russa, in quanto gli organi del Consiglio competenti stanno ancora discutendo le direttive di negoziato.

Il Consiglio può tuttavia informare l’onorevole parlamentare che i partecipanti all’ultimo Vertice UE-Russia svoltosi a Sochi il 25 maggio 2006 hanno concordato quanto segue nei negoziati sul nuovo accordo.

Le relazioni tra UE e Russia continueranno a essere basate sugli accordi.

Lo scopo del nuovo accordo giuridicamente vincolante è fornire un quadro duraturo e completo per le relazioni reciproche.

Il nuovo accordo dovrebbe anche riguardare le prospettive di rafforzamento degli scambi e di integrazione economica dopo che la Russia avrà aderito all’Organizzazione mondiale del commercio.

Nessuna delle due parti dell’accordo si dissocerà dall’attuale accordo di partenariato e cooperazione prima dell’entrata in vigore del nuovo quadro, per evitare una situazione giuridicamente non regolamentata.

Il nostro scopo è giungere a una decisione sull’inizio dei negoziati con la Russia sul nuovo accordo in occasione del Vertice UE-Russia che si svolgerà a Helsinki il 24 novembre 2006. Non si sa ancora quando l’accordo sarà concluso, né è chiaro quale Stato membro eserciterà la Presidenza di turno quando l’accordo verrà concluso, in quanto ciò dipenderà dalla durata dei negoziati con la Russia.

 

INTERROGAZIONI ALLA COMMISSIONE
Interrogazione n. 34 dell'on. Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0875/06)
 Oggetto: Promozione del lavoro dignitoso e aiuto allo sviluppo
 

La recente comunicazione della Commissione "Promuovere la possibilità di un lavoro dignitoso per tutti" (COM(2006)0249 def.) prevede, nel quadro dei programmi e delle politiche di sviluppo che mirano, fra l'altro, a lottare contro la povertà nel mondo, la realizzazione della relativa agenda.

Può dire la Commissione se la promozione dell'agenda per il lavoro dignitoso si finanzierà autonomamente? In caso di risposta negativa, quale si prevede che sia la percentuale di finanziamento per ogni singola azione?

 
  
 

Il ruolo del lavoro dignitoso nella riduzione della povertà e la necessità di intensificare gli sforzi per promuoverlo attraverso la cooperazione allo sviluppo vengono sempre più riconosciuti, come risulta evidente nella comunicazione della Commissione dal titolo “Promuovere la possibilità di un lavoro dignitoso per tutti” e nel documento del 2005 che registra il consenso raggiunto a livello europeo in materia di sviluppo, in cui l’occupazione e la coesione sociale, nonché il lavoro dignitoso, vengono considerati nel complesso come uno dei nuovi settori di intervento comunitario. Tali questioni sono anche parte integrante della strategia dell’UE per l’Africa, della cooperazione con l’America latina e dei piani d’azione che si inseriscono nel contesto della cooperazione tra la CE e i paesi partner interessati dalla politica europea di vicinato.

La Commissione europea finanzia già alcuni programmi di sostegno del lavoro dignitoso o di suoi aspetti in vari paesi e regioni partner.

Tali programmi riguardano, tra l’altro, il sostegno al rafforzamento della formazione professionale allo scopo di accrescere le opportunità di trovare un lavoro dignitoso per le persone alla ricerca di un’occupazione, il sostegno ai fondi di azione sociale per lo sviluppo locale a favore delle comunità vulnerabili, il sostegno all’integrazione sociale, alla creazione di reddito e alla reintegrazione economica di gruppi vulnerabili della società come gli sfollati, gli ex combattenti smobilitati e le popolazioni indigene. L’occupazione, la coesione sociale e il lavoro dignitoso non erano tuttavia inclusi nell’ambito della maggior parte dei programmi e progetti di cooperazione esterna per il periodo 2000-2006.

La Commissione non accorda però alcun finanziamento autonomo per ciascuno dei settori nei quali cooperiamo con i paesi partner, e questo vale anche per le questioni relative al lavoro dignitoso. La cooperazione è fondata sul principio della titolarità nazionale e da parte nostra dobbiamo rispettare le scelte dei paesi partner riguardo alle loro priorità di cooperazione con la Commissione.

Il processo di programmazione del decimo Fondo europeo di sviluppo (FES) per il periodo 2008-2013 non si è ancora concluso e pertanto non disponiamo di informazioni definitive in merito alla ripartizione degli stanziamenti tra i vari settori prioritari. Non disponiamo quindi di informazioni specifiche sugli importi stanziati per la promozione del lavoro dignitoso.

La programmazione della cooperazione con i paesi non ACP (Africa, Caraibi, Pacifico), come, ad esempio, quelli dell’America latina, dell’Asia e dell’Asia centrale, e la politica europea di vicinato sono in una fase più avanzata. Sarebbe tuttavia prematuro, anche a questo proposito, fornire dati definitivi sugli stanziamenti specifici, tenuto conto che non è ancora stata elaborata la versione finale dei documenti di strategia relativi a questi paesi e regioni. Anche gli Stati membri e il Parlamento si esprimeranno in merito al contenuto dei documenti in questione prima della loro adozione nel quadro del dialogo tra le Istituzioni previsto in materia.

Oltre alla programmazione per paese, a partire dal 2007 il programma tematico dal titolo “Investire nelle risorse umane” finanzierà l’innovazione, i partenariati mondiali e misure concrete in settori fondamentali dello sviluppo umano e sociale, fra cui il lavoro dignitoso. Anche in questo caso i finanziamenti non sono ancora stati determinati.

Dal 2007 potrà essere fornito sostegno anche alle parti sociali, nel quadro del programma tematico dal titolo “Attori non statali e autorità locali nello sviluppo”. Possono inoltre essere concessi aiuti per promuovere le norme fondamentali in materia di lavoro grazie al nuovo strumento europeo per la democrazia e i diritti umani. Alla promozione del lavoro dignitoso contribuirà anche il sostegno alle iniziative volte a migliorare la gestione della migrazione economica a vantaggio dei paesi di origine e dei paesi di accoglienza. Tale sostegno è previsto dal programma AENEAS e sarà disponibile dal 2007 nel quadro del programma relativo a migrazione e asilo.

A mio avviso, è necessario sottolineare che il lavoro dignitoso, lungi dall’essere una semplice questione di occupazione o di protezione sociale, è legato soprattutto alla governance. L’attuazione di efficaci politiche incentrate sul lavoro dignitoso richiede istituzioni gestite in maniera adeguata, per consentire un’effettiva promozione del lavoro dignitoso.

Per questo motivo, nell’ambito del decimo FES la Commissione ha proposto la concessione di una quota di incentivazione, che sarà legata al programma per i paesi partner, riguardo a una serie di questioni relative alla governance, e in particolare alla firma e alla ratifica delle otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro. La Commissione è convinta che questa iniziativa fondamentale svolgerà un ruolo importante nella promozione del lavoro dignitoso nei paesi partner.

 

Interrogazione n. 35 dell'on. Sarah Ludford (H-0880/06)
 Oggetto: Giornata mondiale dei servizi igienici
 

Il 19 novembre 2006 si svolge la "Giornata mondiale dei servizi igienici". Nel 2004 due quinti della popolazione mondiale (2,6 miliardi di persone) erano costrette a defecare in luoghi aperti o non igienici. Per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio, ossia dimezzare entro il 2015 la percentuale delle persone che non hanno accesso alle strutture igienico-sanitarie di base, è necessario che più di 1,6 miliardi di persone ottengano tali servizi entro il 2015.

Del suo bilancio per gli aiuti allo sviluppo, quanto ha destinato la Commissione dal 2000 a oggi per migliorare l'accesso ai servizi sanitari nei paesi in via di sviluppo, e di quanto intende eventualmente aumentare tale importo entro il 2015?

Quali benefici concreti sono stati finora raggiunti con il partenariato UE-Africa in materia di acque e di servizi igienici lanciato al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile nel 2002?

 
  
 

Nel mondo in via di sviluppo circa 2,2 milioni di persone, di cui la maggior parte bambini, muoiono ogni anno per malattie associate alla mancanza di accesso ad acqua potabile sicura, a strutture igienico-sanitarie inadeguate e a scarsa igiene. Questa è una delle principali cause di malattia e di morte nei paesi in via di sviluppo.

L’UE non è soltanto il maggiore fornitore di aiuti allo sviluppo tra i paesi donatori, ma anche il maggiore fornitore di aiuti allo sviluppo per quanto riguarda l’acqua e i servizi igienici, con una dotazione finanziaria di circa 1,4 miliardi di euro all’anno.

Tra il 2002 e il 2005 la Commissione ha impegnato un importo di 1 283 milioni di euro per l’acqua e i servizi igienici per i paesi in via di sviluppo. Gli importi per il 2006 non sono ancora noti e quelli del periodo anteriore al 2002 non sono comparabili. La Commissione valuta che circa il 25 per cento di tali importi siano destinati ai servizi igienici.

La Commissione prepara e svolge le sue attività nel settore dell’acqua e dei servizi igienici nel contesto dei documenti di strategia e dei programmi indicativi nazionali e regionali. Tali documenti sono elaborati in consultazione con i paesi partner e riflettono le priorità e le esigenze nazionali dei beneficiari dell’aiuto. I nuovi documenti di strategia nazionale sono in fase di preparazione in partenariato con i paesi beneficiari e riguarderanno i finanziamenti a titolo del decimo Fondo europeo di sviluppo (FES) per il periodo 2008-2013 e del bilancio dell’UE per il periodo 2007-2012. Non sono ancora disponibili informazioni sui nuovi impegni.

La seconda parte dell’interrogazione riguarda il partenariato strategico UE-Africa in materia di acque e di servizi igienici, concluso dai capi di Stato africani ed europei in occasione del Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile del 2002 e attuato attraverso la componente africana dell’iniziativa europea per l’acqua.

L’iniziativa per l’acqua dell’UE non è uno strumento finanziario attraverso il quale fornire aiuto, ma un’azione concertata di Commissione, Stati membri, paesi partner e altre parti interessate, fra cui le organizzazioni della società civile e i governi locali, il cui scopo è lavorare insieme per contribuire al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Gli effetti dell’iniziativa sono lenti, tuttavia sono stati raggiunti alcuni risultati significativi:

– l’iniziativa ha favorito l’instaurazione di dialoghi tra governi dei paesi partner, parti interessate e UE al fine di aiutare i paesi partner a definire e attuare politiche, strategie e priorità in materia di acqua e di servizi igienici che i donatori possano sostenere; i progressi sono lenti, ma è stato anche registrato un certo successo nello svolgimento di tali dialoghi. Sottolineando l’importanza di un’ampia partecipazione della società civile, hanno offerto alle organizzazioni civili africane l’opportunità di far sentire la loro voce;

– l’iniziativa ha consentito di svolgere attività di coordinamento dei donatori al fine di contribuire ad accrescere l’efficacia dell’aiuto (soprattutto in Etiopia);

– l’iniziativa ha consentito di avviare cinque progetti regionali per la gestione delle acque transfrontaliere in Africa;

– il Fondo ACP-UE per l’acqua, istituito nel 2004 con un finanziamento totale di 500 milioni di euro a titolo del nono FES, è il risultato diretto dell’impulso politico creato dall’iniziativa europea per l’acqua e riflette l’importanza attribuita dall’UE all’acqua e ai servizi igienici;

– l’iniziativa europea per l’acqua ha contribuito a rafforzare il Consiglio ministeriale africano per l’acqua (AMCOW) e a favorire la partecipazione dell’AMCOW al dibattito politico sull’acqua a livello regionale e internazionale;

– il contributo del sesto programma quadro di ricerca della Commissione agli obiettivi dell’iniziativa europea ha consentito di istituire più di cinquanta nuovi progetti di ricerca, per i quali il contributo combinato della Commissione è di circa 28 milioni di euro. Un esempio è costituito dal progetto SWITCH (Sustainable Water management Improves Tomorrow’s Cities’ Health), che riceverà dalla Commissione più di 14 milioni di euro (14 749 997 euro) ripartiti in cinque anni. Il progetto in questione affronta i problemi igienico-sanitari in varie parti del mondo sulla base di studi di casi specifici in alcune città di paesi in via di sviluppo, fra cui Bogotà, Cali, Lima, Belo Horizonte, Accra, Alessandria e Pechino.

 

Interrogazione n. 36 dell'on. Danutė Budreikaitė (H-0884/06)
 Oggetto: Studi di impatto ambientale dei progetti di sviluppo
 

Nel 2001, nel suo progetto di conclusioni su una strategia per integrare le problematiche ambientali nella politica di cooperazione economica e di cooperazione allo sviluppo della Comunità europea, al fine di tutelare lo sviluppo sostenibile, il Consiglio ha dichiarato che, per quanto attiene ai progetti, sarà necessario ricorrere sistematicamente alle valutazioni d'impatto ambientale.

Nella sua relazione speciale n. 6/2006 sugli aspetti ambientali della cooperazione allo sviluppo della Commissione, la Corte dei conti europea evidenzia che la Commissione non dispone di alcuno studio sulle valutazioni d'impatto ambientale (VIA) svolte relativamente ai progetti di sviluppo, e che alcuni elementi confermano come queste valutazioni non siano state realizzate ogni qualvolta erano necessarie.

Nel 1998 la Comunità europea ha firmato, congiuntamente alla commissione economica per l'Europa delle Nazioni unite per l'Europa, una convenzione sull'accesso all'informazione, sulla partecipazione del pubblico al processo decisionale e l'accesso alla giustizia in materia ambientale (la convenzione di Aarhus).

Quando prevede la Commissione di pubblicare un elenco degli studi di impatto ambientale dei progetti di sviluppo?

 
  
 

Nel 2005 la Commissione ha effettuato un inventario delle valutazioni d’impatto ambientale attraverso il suo helpdesk dedicato all’ambiente. Finora sono state individuate più di cento valutazioni, la maggior parte delle quali riguarda i trasporti, l’agricoltura o lo sviluppo rurale, l’ambiente, le risorse naturali e l’acqua. Si prevede che l’elenco, non ancora completato, verrà pubblicato nel corso del 2007.

 

Interrogazione n. 37 dell'on. Glenys Kinnock (H-0917/06)
 Oggetto: Processo consultivo nell'elaborazione dei documenti strategici per paese
 

Non ritiene la Commissione che il coinvolgimento della società civile e strategie basate sulla partecipazione contribuiscano a un sentimento di comunione e possano migliorare la qualità tecnica dell'analisi sottesa dai Documenti di strategia per paese? In caso affermativo potrebbe la Commissione far sapere cosa sta facendo per raccogliere informazioni in merito alla prassi ottimale da seguire per coinvolgere la società civile nello sviluppo dei Documenti strategici per paese? Non ritiene anche la Commissione che si dovrebbe procedere ad una consultazione obbligatoria con i parlamenti nazionali dei paesi dell'Accordo di Partenariato e di Cooperazione?

 
  
 

La società civile svolge un ruolo fondamentale nel processo di elaborazione dei documenti di strategia per paese in virtù della sua doppia vocazione di attore essenziale nella fornitura di aiuti e di partner strategico in grado di promuovere il dialogo politico, economico e sociale. La Commissione ne è consapevole e deve compiere ogni possibile sforzo per favorire l’interazione costruttiva e continua tra le autorità pubbliche nazionali e un’ampia serie di organizzazioni della società civile, in quanto ciò costituisce un fattore fondamentale per lo sviluppo di un paese e per consentire a tutte le fasce della popolazione di fare proprie le strategie di sviluppo.

Nel quadro del nono Fondo europeo di sviluppo (FES), la società civile dei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (paesi ACP) ha partecipato per la prima volta al processo di programmazione. Due relazioni della Commissione hanno valutato i progressi compiuti per favorire le iniziative basate sulla partecipazione. La prima relazione riguardava la partecipazione della società civile all’elaborazione dei documenti di strategia per paese per i paesi ACP (2003) e la seconda è stata elaborata nel corso della revisione intermedia dei documenti di strategia per paese (2005). Per quanto riguarda quest’ultima relazione, sono stati utilizzati vari strumenti per ottenere informazioni sulle migliori prassi. In particolare, ai responsabili geografici regionali è stato trasmesso un questionario specifico per ciascun paese relativo principalmente ai seguenti aspetti: contesto nazionale, partecipazione della società civile alle discussioni sulla politica da seguire e sulla sua attuazione, utilizzo delle risorse destinate al rafforzamento delle capacità degli attori non statali, grado, qualità e tendenze generali della partecipazione di tali attori. Oltre alle fonti di informazione interne della Commissione (relazioni annuali congiunte, analisi delle conclusioni delle revisioni intermedie, proposte e accordi di finanziamento), è stata utilizzata altra documentazione, fra cui le valutazioni delle parti sociali e degli operatori economici, i questionari e le valutazioni del Comitato di monitoraggio ACP-UE del Comitato economico e sociale europeo (CESE) e altre utilissime ricerche documentarie e sul campo realizzate dalle organizzazioni della società civile.

La nostra volontà di promuovere i principi di partecipazione e appropriazione è stata anche integrata come uno dei principi di base della programmazione del decimo FES attualmente in corso. Tale volontà si esprime negli orientamenti per la programmazione nel seguente modo:

“La consultazione delle autorità locali e degli attori non statali costituisce una caratteristica essenziale di questo processo. Devono essere coinvolti nelle varie fasi del processo di programmazione e in particolare avere la possibilità di contribuire ai DSP/DSR(1) e di esprimersi in materia”.

Al fine di consentire la piena partecipazione di tutte le parti coinvolte nel processo di programmazione, gli orientamenti sono stati condivisi con loro e sono stati pubblicati su Internet. Gli orientamenti precisano inoltre che gli attori non statali “possono beneficiare di un sostegno finanziario conformemente all’accordo (di Cotonou)” e che i documenti di strategia devono “fornire informazioni sull’utilizzo delle risorse del FES per promuovere l’emergere degli attori non statali e lo sviluppo delle loro capacità”.

In quanto garanti della legittimità democratica, i parlamenti nazionali devono svolgere un ruolo importante nella promozione di una sana gestione pubblica nel contesto del partenariato ACP-UE, in particolare attraverso l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE. La Commissione, attraverso il dialogo permanente che intrattiene con le autorità e le regioni partner, incoraggia a vari livelli la massima partecipazione possibile delle istituzioni, e in particolare dei parlamenti. Questo positivo orientamento si riflette in alcuni documenti strategici, fra cui l’accordo di Cotonou riveduto e il “Consenso europeo in materia di sviluppo”, che riconosce l’essenziale ruolo di controllo dei rappresentanti dei cittadini democraticamente eletti, in particolare in seno alle assemblee nazionali, ai parlamenti e alle autorità locali. Ciascun paese ACP ha tuttavia la facoltà di determinare il modo migliore per coinvolgere e informare il proprio parlamento nazionale, e non spetta alla Commissione adottare misure specifiche per l’adozione di disposizioni pratiche in materia.

 
 

(1) Documento di strategia per paese/documento di strategia per regione.

 

Interrogazione n. 38 dell'on. Linda McAvan (H-0932/06)
 Oggetto: Sostegno a titolo del bilancio ai paesi in via di sviluppo
 

Il sostegno a titolo del bilancio può costituire un modo vantaggioso ed efficace per l'Unione europea di assistere i paesi in via di sviluppo nella lotta alla povertà, ma l'efficacia dell'aiuto dell'Unione europea mediante il sostegno a titolo di bilancio può essere compromessa in aree remote, dove i servizi del governo sono limitati o inesistenti. Intende la Commissione prendere in esame la possibilità di applicare in maniera più ampia il sostegno a titolo di bilancio per finanziamenti decentralizzati nei paesi in via di sviluppo, per esempio per i bilanci delle autorità locali o il sostegno diretto a fondi di sviluppo in collegi elettorali di deputati, in quanto in grado di raggiungere più efficacemente aree remote e più direttamente responsabili nei confronti delle popolazioni più svantaggiate?

 
  
 

La Commissione prende molto sul serio il rischio che il sostegno a titolo del bilancio da essa fornito possa non conseguire l’obiettivo di accrescere la quantità e la qualità dei servizi offerti ai più poveri.

Per limitare questo rischio, la Commissione ha definito una strategia innovativa basata sui risultati, che stabilisce un legame tra gli importi erogati e i risultati ottenuti attraverso una serie di indicatori approvati dal paese interessato, in modo da consentire di verificare l’effettivo miglioramento dei servizi sociali pubblici, come ad esempio vaccinazione o scolarizzazione delle ragazze.

Per aiutare in maniera più efficace le fasce più bisognose della popolazione, alcuni programmi stabiliscono obiettivi basati non su medie nazionali, ma sulle regioni più sfavorite in cui l’accesso ai servizi di base è più problematico. Un esempio è costituito dal Mali, dove viene fornito un sostegno a titolo del bilancio alla decentralizzazione attraverso il programma di sostegno alla riforma dell’amministrazione e alla decentralizzazione (PSRAD).

In questo contesto, la Commissione preferisce trasferire i fondi direttamente alle tesorerie nazionali anziché alle autorità locali per i motivi di seguito specificati.

Tenuto conto che tali trasferimenti comporterebbero una modifica della distribuzione delle risorse rispetto a quella originaria prevista dal bilancio nazionale, in questo modo la Commissione ridurrebbe il controllo del paese partner sulla politica di bilancio e influirebbe sul suo sistema di gestione delle finanze pubbliche, indebolendo pertanto gli strumenti necessari per rafforzare lo Stato al fine di definire politiche coerenti di sviluppo territoriale, che spesso mancano per carenza di risorse.

D’altro canto, e più realisticamente, erogando il sostegno a titolo del bilancio direttamente alle autorità locali si potrebbero indurre le autorità centrali a modificare il modo in cui distribuiscono le risorse alle autorità locali, deducendo le risorse fornite dalla CE.

Inoltre, tenuto conto che il bilancio nazionale include trasferimenti alle autorità locali, tali trasferimenti, come le altre spese iscritte in bilancio, beneficerebbero del sostegno a titolo del bilancio, come ad esempio nel caso del sostegno a titolo del bilancio fornito all’Honduras per promuovere la decentralizzazione e alla Giordania per promuovere lo sviluppo locale.

Infine, la Commissione tiene conto in vari modi della dimensione locale nei programmi di sostegno a titolo del bilancio:

includendo la verifica dei trasferimenti di risorse di bilancio alle autorità locali tra gli argomenti discussi in occasione delle revisioni annuali, nel quadro del dialogo con i governi, o anche, in alcuni casi, stabilendo condizioni per la concessione del sostegno a titolo del bilancio;

introducendo un sostegno a titolo del bilancio settoriale, in particolare nel campo dell’istruzione e della sanità, a integrazione del processo di decentralizzazione, come è stato fatto ad esempio in Nicaragua o nelle Filippine;

accompagnando il sostegno a titolo del bilancio con il rafforzamento delle capacità dei servizi centrali, decentrati e locali incaricati della gestione delle finanze pubbliche.

 

Interrogazione n. 39 dell'on. Fiona Hall (H-0937/06)
 Oggetto: Aiuti comunitari alle zone periferiche
 

Dato che molti dei popoli più poveri del mondo vivono in zone periferiche, aride o comunque 'svantaggiate' e che le scuole pubbliche, i servizi sanitari, l'acqua e le strutture igienico-sanitarie, i servizi agricoli/veterinari e le comunicazioni potrebbero non riuscire a raggiungere tali zone, quali misure, a parte quelle finanziarie, la Commissione ha intenzione di adottare per garantire che gli aiuti comunitari siano destinati a coloro che ne hanno più bisogno?

 
  
 

La risposta a questa interrogazione si può suddividere in due parti.

1. Come tenere conto dell’isolamento nella ripartizione dei fondi tra paesi.

2. Come assicurare che si tenga conto dei senza voce nella programmazione nazionale di ciascun paese.

La risposta a ognuna di queste parti si trova nel documento relativo al consenso europeo sulla politica di sviluppo dell’Unione europea.

1. Criteri per l’assegnazione dei fondi

Il consenso europeo stabilisce che l’assegnazione delle risorse per lo sviluppo sarà improntata all’obiettività e alla trasparenza, secondo le esigenze e i rendimenti dei paesi beneficiari. Si cerca di definire il concetto di povertà secondo criteri basati sulle esigenze, come il livello di accesso all’istruzione di base e all’acqua, la mortalità infantile o il grado di malnutrizione.

Oltre a questi indicatori generali sono previsti indicatori di coesione sociale. Per i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), conformemente all’accordo di partenariato ACP-CE, nell’assegnazione degli aiuti si tiene esplicitamente conto di caratteristiche quali la mancanza di sbocchi al mare e l’insularità. A questi si aggiungono altri criteri basati sull’isolamento, come il costo relativo dei trasporti rispetto ai principali mercati esterni e il rapporto tra le dimensioni del territorio e la popolazione non urbana, al fine di tener conto dei costi aggiuntivi che derivano dalla necessità di garantire i servizi sociali di base alle popolazioni più lontane dai centri urbani.

2. Processo di programmazione

Il consenso europeo sottolinea che, oltre alla ripartizione dei fondi tra paesi, l’obiettivo primario della cooperazione allo sviluppo dell’UE è l’eliminazione della povertà e la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. I documenti di strategia analizzano in modo approfondito i problemi della povertà e le risposte dei paesi partner, in modo da poter proporre strategie di risposta che consentano di contribuire con efficacia alla riduzione della povertà. Vengono individuati indicatori di risultato della cooperazione per poter essere in grado di verificare i progressi compiuti in questo settore.

Per conseguire risultati significativi e duraturi, il consenso europeo ribadisce anche la necessità di una cooperazione più strutturata attraverso approcci settoriali anziché attraverso un approccio basato sui progetti, in modo da far sì che le misure comunitarie si inseriscano in una strategia globale di sviluppo.

I rappresentanti degli attori non statali sono coinvolti nel processo di programmazione e il coordinamento tra le parti interessate, tra cui gli altri donatori, deve garantire che nel processo di programmazione non venga dimenticato alcun gruppo vulnerabile.

L’individuazione della prevenzione dei conflitti e della pianificazione territoriale, nonché del sostegno ai processi di decentramento e allo sviluppo locale come parti integranti delle priorità di cooperazione dell’UE deve inoltre assicurare che nell’attuazione della cooperazione si tenga pienamente conto dei problemi delle minoranze e delle popolazioni più bisognose.

Inoltre, lo strumento per i diritti dell’uomo (iniziativa europea per la democrazia e i diritti dell’uomo – EIDHR) e il programma tematico “Attori non statali e autorità locali nello sviluppo” consentiranno alla Comunità di affrontare problemi specifici in contesti diversi dalla cooperazione con i governi.

 

Interrogazione n. 40 dell'on. Pedro Guerreiro (H-0950/06)
 Oggetto: Aiuti umanitari ai profughi Saharoui
 

Stante il degradarsi della situazione umanitaria nei campi profughi Saharoui, susseguente alla drastica riduzione degli aiuti e assistenza umanitaria alle popolazioni Saharoui ivi rifugiate, potrebbe la Commissione far conoscere i provvedimenti urgenti e straordinari che intende adottare per garantire decenti condizioni di vita alle popolazioni Saharoui nei campi profughi?

 
  
 

La Commissione è uno dei maggiori donatori di aiuti umanitari ai profughi Saharoui che vivono nei campi situati nella parte sudoccidentale dell’Algeria. Dal 1993 sono stati stanziati 117 milioni di euro per far fronte alle esigenze dei profughi.

Gli aiuti erogati nell’esercizio finanziario 2006 sono stati pari a un importo totale di 10,9 milioni di euro, che rappresenta un aumento rispetto ai 9 311 000 euro di aiuti concessi a titolo del bilancio 2005. Sono state adottate due decisioni di finanziamento, di cui la prima nel febbraio 2006 per affrontare l’emergenza derivante dalle inondazioni che hanno colpito i campi (900 000 euro) e la seconda nel luglio 2006 per soddisfare le esigenze umane ricorrenti a partire dal settembre 2006 (10 milioni di euro).

Gli aiuti della Commissione hanno lo scopo principale di soddisfare le esigenze alimentari dei profughi attraverso, da un lato, i fondi del programma alimentare mondiale (PAM) per i prodotti alimentari di base e, dall’altro lato, i fondi di organizzazioni non governative (ONG) per la fornitura di prodotti freschi. Questo doppio approccio contribuirà a far fronte alle esigenze alimentari di base dei profughi e a diversificare la loro alimentazione, con vitamine e micronutrienti. Si tratta anche di una forma di risposta alle raccomandazioni contenute nello studio nutrizionale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e del programma alimentare mondiale del 2005, in cui è stato sottolineato un deterioramento della situazione nutrizionale dei profughi.

Gli aiuti della Commissione sono inoltre intesi a migliorare le condizioni di vita dei profughi da una prospettiva multisettoriale. Nel quadro della decisione di finanziamento del 2006, che riguarda l’ultimo trimestre dell’anno e gran parte del 2007 – oltre agli aiuti alimentari, che rappresentano metà dei finanziamenti – è stato previsto un sostegno a favore di progetti di ONG e agenzie delle Nazioni Unite in alcuni settori, fra cui la distribuzione di kit igienici (per le donne), la distribuzione di tende, il sostegno al sistema sanitario, la gestione dei rifiuti, l’approvvigionamento idrico, le attività per i bambini in età scolare e i disabili e la vaccinazione.

Oltre a fornire aiuti umanitari, la Commissione intende avvalersi della sua presenza permanente ad Algeri e delle sue visite regolari nei campi per garantire la verifica della realizzazione dei progetti che finanzia, la valutazione delle esigenze correnti e il coordinamento delle azioni di aiuto intraprese dalle varie organizzazioni dei donatori. A questo proposito, la Commissione è consapevole della situazione critica della “catena alimentare” del programma alimentare mondiale, che ha suscitato richieste di intervento urgente da parte di alcune organizzazioni. Successivamente la Commissione è tuttavia venuta a conoscenza di alcuni contributi forniti da donatori al programma alimentare mondiale, che assicurano la copertura finanziaria per le esigenze alimentari di base fino alla fine del 2006. Potrebbero esservi alcune difficoltà logistiche nel trasporto dei prodotti alimentari per la distribuzione di novembre 2006. La Commissione ritiene che non abbia senso adottare misure speciali di emergenza, ma che gli aiuti umanitari debbano continuare a essere attuati, come previsto dalla decisione di finanziamento del 2006, per evitare ulteriori interruzioni nella fornitura degli aiuti.

 

Interrogazione n. 45 dell'on. Eoin Ryan (H-0907/06)
 Oggetto: Possibile acquisto della Aer Lingus da parte di Ryanair
 

Il 24 aprile 2006 il Commissario europeo responsabile per la concorrenza Neelie Kroes ha pronunciato un discorso all'Università di Leida intitolato "Concorrenza nel settore aereo: l'approccio della Commissione europea".

Nel suo discorso essa dichiara che la Commissione europea, prima di prendere una decisione in merito a questioni quali l'acquisto di compagnie aeree in Europa, esamina in modo specifico il seguente criterio: "Un punto di partenza positivo non implica che possiamo ignorare le conseguenze delle concentrazioni e alleanze di compagnie aeree sui singoli mercati e, in particolare, sulle rotte che collegano i principali aeroporti delle parti interessate".

Significa ciò che, se la Ryanair acquistasse la Aer Lingus, la Commissione europea prenderà attentamente in esame l'impatto di tale acquisto sul singolo mercato irlandese, considerando che entrambe queste compagnie aeree controllano più dell'80% di tutti i viaggi aerei tra la Repubblica d'Irlanda e la Gran Bretagna?

Analogamente, la Commissione europea prenderà attentamente in esame gli effetti di tale fusione sul funzionamento dell'aeroporto di Dublino, considerando la posizione dominante che entrambe le compagnie assumerebbero in tale aeroporto in caso di conclusione positiva di un'offerta pubblica di acquisto?

 
  
 

In base al regolamento sulle concentrazioni(1), la Commissione ha la competenza esclusiva di valutare le concentrazioni di “dimensione comunitaria” dal punto di vista della concorrenza. La “dimensione comunitaria” è determinata, conformemente all’articolo 1, paragrafi 2 e 3 del regolamento sulle concentrazioni, sulla base del fatturato delle imprese interessate. Una concentrazione che raggiunge le soglie di fatturato previste deve essere notificata alla Commissione prima della sua attuazione.

Il proposto acquisto di Aer Lingus da parte di Ryanair è stato formalmente notificato alla Commissione il 30 ottobre 2006. Questo lascia tuttavia impregiudicata la necessaria valutazione del fatto che l’operazione rientri o meno nell’ambito di competenza della Commissione. Tale valutazione può essere effettuata soltanto sulla base di dati precisi relativi al fatturato di entrambe le parti.

Se l’operazione proposta rientrerà nell’ambito di competenza della Commissione, verrà avviata un’ampia indagine di mercato per valutare con attenzione gli effetti della concentrazione sulla concorrenza, in particolare riguardo ad alcune rotte che collegano l’Irlanda con altri paesi europei, fra cui il Regno Unito. L’indagine esaminerà inoltre la posizione dell’entità risultante dalla fusione in Irlanda e in particolare nell’aeroporto di Dublino. Per il momento la Commissione non può tuttavia anticipare quali saranno i risultati di un’indagine di mercato né se l’operazione proposta potrebbe comportare problemi di concorrenza nei mercati rilevanti del trasporto aereo.

 
 

(1) Regolamento (CE) n. 139/2004 del Consiglio del 20 gennaio 2004 relativo al controllo delle concentrazioni tra imprese, GU L 24 del 29.1.2004.

 

Interrogazione n. 46 dell'on. Katerina Batzeli (H-0923/06)
 Oggetto: Controllo dell'aumento dei prezzi al consumo da parte della Commissione
 

Secondo dati di Eurostat, negli ultimi due anni il mercato greco registra un aumento costante dei prezzi ed un aumento senza precedenti dei prezzi al consumo, mentre accresce costantemente il divario tra i prezzi di produzione e di consumo.

Ritiene la Commissione che la cooperazione e la correlazione dei due pilastri che assicurano il normale funzionamento della concorrenza, ossia le autorità greche indipendenti di regolazione e la commissione greca per la concorrenza, funzionino attualmente in modo efficace per il mercato greco e garantiscano la protezione contro le pratiche sleali che colpiscono la concorrenza?

Dispone la Commissione della competenza e di meccanismi propri per procedere al controllo dell'aumento incontrollato ed artificiale dei prezzi al consumo negli Stati membri?

 
  
 

L’inflazione dei prezzi al consumo in Grecia misurata tramite il pertinente indice armonizzato è, da alcuni anni, tra le più alte della zona dell’euro. Non si può tuttavia rilevare un divario strutturale tra prezzi di produzione e prezzi al consumo, in quanto negli ultimi due anni, ossia confrontando agosto 2006 con settembre 2004, la differenza tra l’indice dei prezzi di produzione e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo per la Grecia è stata in media di soli due punti. Nello stesso periodo i prezzi al consumo dell’energia in Grecia sono aumentati di circa il 30 per cento, mentre i prezzi al consumo, esclusa l’energia, sono aumentati del 3 per cento.

Più in generale, va sottolineato con chiarezza che gli aumenti dei prezzi possono dipendere da vari fattori e non sono sempre la conseguenza di pratiche anticoncorrenziali.

Qualora un aumento dei prezzi al consumo per un prodotto o un servizio nel territorio di uno Stato membro sia la conseguenza di pratiche anticoncorrenziali che violano le regole comunitarie della concorrenza, contro tali pratiche possono adire le vie legali l’autorità nazionale garante della concorrenza, soggetti privati dinanzi ai tribunali nazionali o la Commissione. Molto spesso l’autorità nazionale garante della concorrenza si trova nella posizione ideale per affrontare tali casi. La coerenza nell’applicazione delle regole comunitarie della concorrenza è garantita nel quadro della Rete europea della concorrenza. Se si creasse una situazione in cui esiste il grave rischio che la normativa comunitaria in materia di concorrenza sia applicata in modo non corretto o inadeguato, la Commissione ha il potere di revocare all’autorità nazionale garante della concorrenza interessata la competenza a trattare il caso. Finora un caso del genere non si è mai verificato nella pratica.

La Commissione non ha ricevuto indicazioni dalle quali risulti che l’autorità greca garante della concorrenza e le commissioni greche indipendenti di regolamentazione non collaborano in modo adeguato nell’esecuzione dei loro compiti. A seguito dei recenti sviluppi della normativa greca in materia di concorrenza, all’autorità greca garante della concorrenza sono stati attribuiti maggiori poteri applicativi, che dovrebbero consentirle di intensificare ulteriormente le azioni intraprese contro le violazioni della normativa in materia di concorrenza.

 

Interrogazione n. 47 dell'on. Dimitrios Papadimoulis (H-0938/06)
 Oggetto: Fissazione dei prezzi del gas naturale nel mercato greco
 

Durante la sua recente visita in Grecia la sig.ra Neelie Kroes, commissario responsabile per la concorrenza ha riferito che "il sistema che associa la fissazione dei prezzi del petrolio e del gas naturale manca di trasparenza".

Si fa notare che la commissione greca per la concorrenza svolge una consultazione pubblica volta a verificare le condizioni di concorrenza efficace nel settore di acquisto e di commercializzazione dei derivati del petrolio grazie alla quale sono state accertate notevoli distorsioni nel mercato in questione che hanno fatto sì che i prezzi del carburante in Grecia siano diventati i più elevati dell'Unione europea.

In che cosa consiste il legame tra la fissazione dei prezzi del gas naturale e quella del petrolio? Qual è il commento della Commissione sulla situazione nel mercato greco del gas naturale? Quali misure intende adottare per il buon funzionamento del mercato?

 
  
 

La relazione preliminare dell’indagine settoriale della Commissione sulla concorrenza nei mercati del gas ha confermato che nella maggior parte dei contratti a lungo termine il prezzo del gas è legato al prezzo del petrolio o dei suoi derivati. E’ stato anche rilevato che i prezzi del gas sono indicizzati, anche se in minor misura, ai prezzi del gas scambiato nei centri di smistamento, ai prezzi del carbone, ai prezzi dell’elettricità e agli indici di inflazione generale.

Il legame tra i prezzi del petrolio e quelli del gas naturale è basato sul presupposto che il gas naturale può sostituire il petrolio. La concorrenza tra imprese del gas, in cui i prezzi sono basati esclusivamente sull’offerta e la domanda di gas, offrirebbe al mercato meccanismi di fissazione dei prezzi più efficaci. La Commissione sta pertanto prendendo provvedimenti per promuovere lo sviluppo di tale concorrenza in un mercato interno del gas sempre più competitivo.

Il gas naturale è stato introdotto per la prima volta nel mercato energetico greco nel novembre 1996. La Grecia beneficia di esenzioni da alcune disposizioni della direttiva relativa al gas quale mercato emergente in base all’articolo 28, paragrafo 2, della direttiva in questione. La maggior parte delle disposizioni della direttiva relativa al gas sarà pertanto applicabile in Grecia soltanto dal 15 novembre 2006.

Nel dicembre 2005 la Grecia ha adottato la legge 3428 che recepisce la direttiva sul gas nella sua interezza. Attualmente le autorità greche stanno definendo misure secondarie per promuovere lo sviluppo di un mercato del gas maturo e correttamente funzionante e la Commissione segue con attenzione tali sviluppi.

 

Interrogazione n. 48 dell'on. Glenis Willmott (H-0876/06)
 Oggetto: Nuovo vaccino contro il tumore al collo dell'utero
 

L'interrogante si compiace dell'annuncio fatto dalla Commissione nel settembre 2006 circa l'approvazione di un vaccino in grado di proteggere migliaia di donne dal tumore al collo dell'utero e della notizia relativa all'imminente disponibilità di altri vaccini del genere. Nel Regno Unito, il programma di screening del collo dell'utero salva circa 4 500 vite ogni anno, ma l'introduzione dell'immunizzazione potrebbe apportare un netto miglioramento a tali dati. Secondo quanto riportato, immunizzare tutte le bambine di 12 anni potrebbe ridurre di oltre il 75% la mortalità dovuta al tumore al collo dell'utero.

Alla luce di quanto esposto, può la Commissione fornire informazioni a questa Assemblea sulla propria strategia atta a garantire l'attuazione più ampia possibile di un programma di vaccinazione in tutti i 25, e presto 27, Stati membri dell'UE? Può inoltre assicurare che sarà introdotto un programma completo di educazione e formazione per garantire che i genitori vengano pienamente informati dei vantaggi di un programma di vaccinazione e che, partecipando a tale programma, essi possano impedire alle figlie di entrare nelle statistiche di tale terribile malattia?

 
  
 

L’autorizzazione alla commercializzazione di un nuovo vaccino contro il tumore al collo dell’utero da parte della Commissione nel settembre 2006 rappresenta un importante passo avanti nella prevenzione dei tumori.

Sulla base dell’attuale incidenza del tumore al collo dell’utero, dalle stime risulta che con questo vaccino si potrebbero prevenire circa 32 000 casi di tumore nelle donne.

Tenuto conto che attualmente nell’UE a 25 a varie centinaia di migliaia di donne vengono diagnosticate ogni anno avanzate lesioni pretumorali, che devono essere trattate clinicamente, l’effetto positivo di un vaccino in grado di prevenire l’80 per cento di tali lesioni potrebbe essere enorme.

In questa situazione, la Commissione si muoverà su diversi fronti per contribuire a individuare le migliori prassi, ad affrontare le carenze di prove nel settore della ricerca e sviluppo nel quadro del futuro settimo programma quadro di ricerca e ad aggiornare e promuovere il codice europeo contro il cancro, che dal 2003 contiene una raccomandazione sulla prevenzione primaria del tumore al fegato tramite vaccinazione contro il virus dell’epatite B.

Queste azioni includeranno anche la pubblicazione e la promozione degli orientamenti comunitari per una garanzia di qualità dello screening e della diagnosi del tumore al collo dell’utero. Gli orientamenti dovrebbero essere pubblicati nella prima metà del 2007 e conterranno capitoli specifici dedicati alle analisi e alla vaccinazione relative al virus del papilloma umano.

E’ stata inoltre selezionata per il finanziamento a titolo del programma per la salute per il periodo 2003-2008 una nuova proposta di aggiornamento degli orientamenti comunitari per una garanzia di qualità dello screening e della diagnosi del tumore al seno e al collo dell’utero, che affronterà la vaccinazione contro il virus del papilloma umano a titolo prioritario.

La Rete europea per i tumori sarà chiamata a estendere la sua relazione di attuazione e di impatto a un’approfondita analisi degli effetti previsti della vaccinazione contro il virus del papilloma umano sulla prevenzione del tumore al collo dell’utero e sulle migliori prassi nello screening.

Sarà attribuita priorità alla soddisfazione delle esigenze di informazione e consultazione nei nuovi Stati membri, nei paesi aderenti e nei paesi candidati e all’integrazione dei loro esperti in materia.

In questo modo si garantirà la crescita della conoscenza e della motivazione per un’efficace attuazione della raccomandazione del Consiglio sullo screening dei tumori e dei relativi orientamenti comunitari in tutti gli Stati membri.

La Commissione sta inoltre valutando la possibilità di invitare un gruppo di esperti delle due reti dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, nonché degli Stati membri e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, per valutare la situazione e le possibili strade da seguire.

Prevenire i rischi sanitari per mantenere competitiva e in buona salute la popolazione attiva fa parte degli orientamenti strategici per la politica di coesione per il periodo 2007-2013 adottati di recente, in particolare nelle regioni dell’obiettivo “Convergenza”. L’obiettivo è fare in modo che la popolazione attiva possa lavorare di più rimanendo in buona salute e mantenere in attività il maggior numero di persone possibile. A tale scopo occorre garantire che i servizi sanitari dispongano delle competenze, dei prodotti e delle attrezzature necessari per prevenire i rischi e ridurre al massimo i danni potenziali. Le azioni da intraprendere riguarderanno le infrastrutture sanitarie e la formazione dei professionisti della sanità. Saranno inoltre sostenute azioni di promozione della salute, di prevenzione delle malattie e di trasferimento di conoscenze.

Il tumore al collo dell’utero deve essere affrontato, e gli esempi di migliori prassi dimostrano che possono essere ottenuti risultati significativi.

E’ necessario un approccio coerente e collaborativo, in particolare per quanto riguarda il nuovo aspetto della vaccinazione contro questo tipo di tumore.

Spetta in primo luogo agli Stati membri intervenire, tuttavia l’UE può fornire e fornirà sostegno, come nel caso delle politiche di ricerca e di coesione laddove possibile.

Circa mezzo milione di donne ogni anno dipende da tale azione.

 

Interrogazione n. 49 dell'on. Sajjad Karim (H-0878/06)
 Oggetto: Costi della ricostruzione in Libano
 

Il 16 agosto scorso il capo del Consiglio libanese per lo sviluppo e la ricostruzione, Fadl Shalak, ha dichiarato che i danni provocati agli edifici e alle infrastrutture dai bombardamenti aerei e navali israeliani tra il 12 luglio e il 14 agosto ammontavano a 3,5 miliardi di dollari. La Conferenza di Stoccolma sulla ripresa rapida del Libano svoltasi il 31 agosto ha raccolto circa 940 milioni di dollari, con la promessa da parte dell'UE di un contributo aggiuntivo di 50 milioni di dollari oltre ai precedenti impegni presi prima della guerra. Ritiene la Commissione che tali cifre rispecchino fedelmente i danni subiti dal Libano durante il conflitto? Quale percentuale dei danni totali riguarda edifici e infrastrutture inizialmente sovvenzionati dall'UE? Quale percentuale dei costi di ricostruzione sarà sostenuta dall'UE? Quale percentuale dei costi di ricostruzione sarà sostenuta da Israele? Quali meccanismi devono essere messi a punto per raccogliere tali somme? La Commissione ha preso in considerazione la possibilità di imporre dazi sulle importazioni di merci provenienti da Israele allo scopo di creare un fondo che potrebbe essere impiegato per la ricostruzione?

 
  
 

Nel settembre 2006 la Commissione insieme a esperti degli Stati membri ha effettuato una missione in Libano per valutare i danni. La missione ha raccolto un’ampia serie di dati tramite 450 schede e questionari standardizzati relativi a più di 100 luoghi, nei quali sono state effettuate visite sul posto. La valutazione ha riguardato i danni a beni e infrastrutture pubblici, nei settori dei trasporti (strade e ponti), delle risorse idriche, dell’energia, della sanità e dell’istruzione. La missione ha concentrato le sue visite sul posto nelle zone che hanno subito i maggiori danni, ossia a Tiro, Bint Jbeil, Marjayoun, Nabatiye e Baabda, prevalentemente nella parte meridionale del Libano, nonché nella Beqaa.

Per i settori oggetto della missione, si è calcolato che i costi diretti dei danni alle infrastrutture pubbliche sono stati pari a 83 milioni di euro. La valutazione effettuata dal gruppo dell’UE corrisponde a circa un terzo delle stime già presentate da altre fonti, fra cui quelle governative, per una serie di motivi. In particolare, essa ha riguardato soltanto i principali settori delle infrastrutture pubbliche e si è concentrata l’attenzione sui danni diretti (costo di risanamento e di sostituzione), mentre altre stime potevano includere esigenze preesistenti o il risanamento di siti. La stima dei prezzi da parte del gruppo dell’UE riflette inoltre i prezzi di mercato in una situazione postbellica, mentre le precedenti stime dei prezzi riflettevano i prezzi più elevati applicabili durante la guerra.

Una valutazione dei danni alle abitazioni private non faceva parte dei compiti principali della missione, tuttavia dalle stime di altre fonti risulta che tali danni variano da circa 800 milioni di euro a 1,4 miliardi di euro, e sono anche inferiori alle stime iniziali.

Stanno per essere intraprese missioni di controllo per valutare in quale modo la Commissione può riorientare i finanziamenti già disponibili e quelli per la futura assistenza. A quanto risulta alla Commissione, Israele non ha espresso alcuna intenzione di sostenere attualmente i costi relativi alla ricostruzione del Libano.

La Commissione ritiene fondamentale, soprattutto in una situazione di crisi, mantenere aperti tutti i canali di contatto diplomatico e politico con tutti i partner euromediterranei. La Commissione non sta pertanto valutando la possibilità di imporre dazi come quelli suggeriti, che potrebbero avere effetti negativi sull’influenza dell’UE nella regione.

 

Interrogazione n. 50 dell'on. Anne E. Jensen (H-0882/06)
 Oggetto: Dazi antidumping sulle importazioni di calzature in pelle
 

Secondo statistiche elaborate da Eurostat, l'introduzione di dazi antidumping, avvenuta l’aprile scorso, sulle calzature in pelle provenienti dalla Cina e dal Vietnam non ha provocato una considerevole diminuzione delle importazioni che provengono ora da altri paesi asiatici. Può dire la Commissione come giudica tali sviluppi? La Commissione non ha ancora presentato i risultati concreti della sua inchiesta sulle disposizioni antidumping, ma ha semplicemente pubblicato alcuni documenti generali. Può la Commissione illustrare tali risultati e precisare come interpreta le conseguenze che tali dazi antidumping hanno e avranno per i consumatori e le imprese europei, segnatamente quelle imprese che hanno filiali in Cina e in Vietnam? Quante imprese europee in tale situazione sono interessate dai dazi?

 
  
 

Il 5 ottobre 2006 il Consiglio ha adottato le misure proposte dalla Commissione per affrontare il problema delle importazioni oggetto di dumping di calzature cinesi e vietnamite nell’Unione europea.

I risultati completi dell’inchiesta nonché i dettagli del modo in cui è stato stabilito il livello del dumping e dei danni subiti dall’industria comunitaria ed è stato determinato il livello adeguato dei dazi in questo caso sono contenuti nel regolamento (CE) n. 1472/2006 del Consiglio del 5 ottobre 2006(1).

Tali misure offrono una soluzione equilibrata in un caso complesso, in quanto libero scambio significa anche scambio leale; si tratta di una soluzione che risponde alla prova evidente dell’esistenza di pratiche concorrenziali sleali e dell’intervento dello Stato, che sarebbe vietato dalla normativa comunitaria in materia di concorrenza e che ha invece consentito alle imprese cinesi e vietnamite di praticare il dumping nell’Unione europea.

E’ stata effettuata una valutazione completa dell’impatto delle misure sui consumatori nel mercato comunitario. Con ogni probabilità l’effetto dei dazi sui prezzi al consumo sarà nullo o soltanto marginale, tenuto conto della considerevole differenza tra i prezzi di importazione delle calzature e i prezzi pagati dai consumatori. Il prezzo di importazione medio delle calzature è infatti di circa 8,5 euro. Un dazio del 10 per cento su questo prezzo è pari ad appena 0,85 euro, mentre i consumatori pagano prezzi compresi tra 50 e 130 euro. Esiste pertanto un margine sufficiente di assorbimento del dazio nella catena di distribuzione.

Non sono disponibili dati statistici sul numero di imprese europee del settore calzaturiero che hanno investito direttamente in luoghi di produzione in Cina e Vietnam. Anche se il caso delle calzature ha dimostrato che alcune imprese europee hanno effettivamente stabilito propri impianti di produzione nell’Asia orientale, sembra essere più comune l’esternalizzazione sotto forma di subappalto a produttori asiatici indipendenti. Infatti, nessuna delle tredici società produttrici esportatrici cinesi o nessuna delle otto imprese vietnamite oggetto della verifica a campione nell’inchiesta sulle calzature era di proprietà di imprese europee.

Come indicato al paragrafo 325 del regolamento che istituisce misure antidumping definitive nel caso delle calzature, le tendenze delle importazioni a seguito dell’imposizione delle misure saranno oggetto di un sistema di sorveglianza delle importazioni. Tale sistema è stato creato fin da quando sono state istituite misure antidumping provvisorie nell’aprile 2006. Questi dati sono di pubblico dominio. Anche l’andamento dei prezzi al dettaglio nel settore calzaturiero viene sottoposto a costanti controlli.

Non è uno degli obiettivi principali delle misure antidumping bloccare le importazioni, in quanto non si tratta di misure di restrizione quantitativa, ma di misure che servono soltanto a ovviare a strategie sleali di fissazione dei prezzi. Tenuto conto che nel caso in questione le misure sono in vigore da un periodo di tempo relativamente breve, e in particolare della loro graduale introduzione, sarebbe prematuro individuare già in questa fase tendenze di impatto inequivocabili delle misure sui flussi di importazione. La Commissione continuerà a seguire la questione, tuttavia va detto che, secondo notizie di stampa, il Vietnam ha aumentato le esportazioni di calzature verso gli Stati Uniti d’America. Non si prevede di presentare automaticamente relazioni pubbliche, a meno che circostanze e sviluppi imprevisti non richiedano in futuro ulteriori riflessioni.

 
 

(1) GU L 275 del 6.10.2006.

 

Interrogazione n. 51 dell'on. Nils Lundgren (H-0886/06)
 Oggetto: Mantenimento dei dazi doganali sulle calzature importate dalla Cina e dal Vietnam
 

Il 3 ottobre 2006, la Commissione europea ha deciso di prorogare per altri due anni la controversa applicazione di dazi doganali sulle calzature in pelle provenienti dalla Cina e dal Vietnam. Come conseguenza della decisione della Commissione, migliaia di persone occupate nel settore calzaturiero in Cina e in Vietnam perderanno il lavoro e nell’UE aumenteranno i prezzi delle calzature in pelle. Come motiva la Commissione la decisione di mantenere tali dazi per altri due anni? Ha la Commissione calcolato le conseguenze di tale decisione per i consumatori europei, in termini di aumento dei prezzi delle calzature?

 
  
 

Il 5 ottobre 2006 il Consiglio ha adottato le misure proposte dalla Commissione per affrontare il problema delle importazioni oggetto di dumping di calzature cinesi e vietnamite nell’Unione europea.

I risultati completi dell’inchiesta nonché i dettagli del modo in cui è stato stabilito il livello del dumping e dei danni subiti dall’industria comunitaria ed è stato determinato il livello adeguato dei dazi in questo caso sono contenuti nel regolamento (CE) n. 1472/2006 del Consiglio del 5 ottobre 2006(1).

E’ vero che la durata prevista di tali misure è fissata soltanto per due anni. Tali misure offrono una soluzione equilibrata in un caso complesso; si tratta di una soluzione che risponde alla prova evidente dell’esistenza di pratiche concorrenziali sleali e dell’intervento dello Stato che ha consentito alle imprese cinesi e vietnamite di praticare il dumping nell’Unione europea.

Non esistono prove che le misure in vigore possano comportare drastiche perdite di posti di lavoro in Cina e Vietnam. La portata di questo caso deve essere infatti collocata nella giusta prospettiva. Le misure attuali riguardano soltanto circa il 18 per cento del volume totale delle importazioni di calzature cinesi e vietnamite di tutti i tipi nella CE, ossia soltanto alcune calzature in pelle, e non le calzature sportive prodotte con tecnologie speciali (“STAF”). E’ chiaro che Cina e Vietnam continueranno ad avere ampie opportunità di rifornire delle loro calzature i consumatori comunitari.

Inoltre, il settore calzaturiero non è importante soltanto per Cina e Vietnam. In questo contesto potrebbe essere opportuno rammentare che, con circa 200 000 persone impiegate nella produzione di calzature nell’UE, spesso in regioni con scarse fonti alternative di occupazione, questo settore svolge un ruolo importante anche per l’economia europea. I produttori di calzature dell’UE sono rinomati in tutto il mondo per il loro stile, la loro competenza e la qualità della loro produzione. Le pratiche commerciali sleali, intese a minare il loro vantaggio competitivo, non sono accettabili.

E’ stata effettuata una valutazione completa e rigorosa dell’impatto delle misure sui consumatori nel mercato comunitario. Con ogni probabilità l’effetto dei dazi sui prezzi al consumo sarà nullo o soltanto marginale, tenuto conto della considerevole differenza tra i prezzi di importazione delle calzature e i prezzi pagati dai consumatori. Il prezzo di importazione medio delle calzature è infatti di circa 8,5 euro. Un dazio del 10 per cento su questo prezzo è pari ad appena 0,85 euro, mentre i consumatori pagano prezzi compresi tra 50 e 130 euro. Esiste pertanto un margine sufficiente di assorbimento del dazio nella catena di distribuzione.

 
 

(1) GU L 275 del 6.10.2006.

 

Interrogazione n. 52 dell'on. Luisa Fernanda Rudi Ubeda (H-0883/06)
 Oggetto: Linea ferroviaria centrale transpirenaica - progetto prioritario n. 16
 

Il Coordinatore europeo del progetto prioritario n. 16 delle Reti di trasporto transeuropee ha dichiarato che il progetto di tunnel nel massiccio del Vignemale deve aspettare lo sviluppo delle due nuove linee ad alta velocità tra Spagna e Francia facenti parte del progetto prioritario n. 3. Tuttavia, da un'attenta lettura della relazione del Coordinatore del progetto n. 3, sig. Etienne Davignon, si deduce che il tratto atlantico (Irún/Hendaya-Dax) non potrà essere terminato prima del 2015 o del 2020. Il tratto mediterraneo (Figueras-Perpin?an) è più avanzato - il completamento dei lavori è infatti previsto per il 2009 o 2010 - anche se il Coordinatore constata l'esistenza di ulteriori ritardi.

Potrebbe la Commissione confermare le suddette date relative al completamento di ciascuno dei tratti transfrontalieri? Sottoscrive la Commissione le dichiarazioni del sig. Davignon riguardo al progetto di linea centrale ferroviaria transpirenaica? Quali sono le date previste di inizio e di completamento dei lavori, e di entrata in servizio delle infrastrutture del progetto n. 16?

 
  
 

Le date di completamento riportate nella relazione di Etienne Davignon, che è il Coordinatore europeo per il progetto prioritario n. 3, ossia l’asse ferroviario ad alta velocità dell’Europa sudoccidentale, sono state fornite dalle autorità nazionali responsabili per questo settore. La sezione transfrontaliera Figueras-Perpignan dovrebbe aprire nel 2009. Per quanto riguarda il completamento del collegamento transfrontaliero Irún/Hendaye-Dax, sulla sezione atlantica di tale asse, la data probabile è il 2020 – anche se non è ancora stata ufficialmente confermata –, che corrisponde a quanto indicato nell’allegato III della decisione n. 884/2004 sugli orientamenti comunitari per lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti (RTE-T).

Al momento la Commissione non può specificare con maggiore precisione la data di inizio dei lavori del progetto prioritario n. 16, ossia “il nuovo asse ferroviario ad alta capacità attraverso i Pirenei”. A parte il fatto che questo rientra nella sfera di competenza degli Stati membri interessati, l’esperienza acquisita dalla Commissione nella verifica delle principali infrastrutture della RTE-T dimostra che sono necessari vari anni di approfonditi studi preliminari prima di effettuare una precisa pianificazione. Nel caso di questo progetto, tali studi non sono ancora stati portati a termine, e anche per questo motivo la decisione n. 884/2004 non indica la data di realizzazione del progetto.

 

Interrogazione n. 53 dell'on. Pilar Ayuso (H-0888/06)
 Oggetto: Aglio proveniente dalla Cina
 

L'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) ha appena comunicato che l'Unione Europea perde ogni anno 60 milioni di euro in conseguenza delle importazioni illegali provenienti dalla Cina.

Nonostante le continue proteste espresse dai produttori europei e le misure introdotte dall'Unione per porre fine a tale frode, le cifre parlano da sole. Non si è ancora riusciti a porre termine al commercio triangolare di aglio che la Cina pratica già da molti anni tramite l'invio di merci nell'Unione Europea attraverso altri paesi terzi, superando in questo modo il contingente preferenziale di cui dispone per le proprie esportazioni verso il mercato comunitario.

L'OLAF ha inoltre segnalato che le importazioni clandestine di aglio cinese si collocano al terzo posto nella graduatoria delle importazioni illegali di prodotti agricoli, precedute soltanto dai casi già registrati nei settori dello zucchero e della carne.

Può indicare la Commissione se ha preso in considerazione la possibilità di introdurre un qualche tipo di meccanismo di salvaguardia o di altra misura destinata a porre un freno una volta per tutte al commercio illegale di aglio?

 
  
 

Esistono due modi fondamentali per importare aglio illegalmente:

descrizione errata dell’origine e

più di recente, descrizione errata del prodotto.

Per lottare contro il primo metodo, la Commissione ha introdotto due misure.

– Oltre alle attività operative dell’OLAF(1), nell’agosto 2005 è stato pubblicato un “Avviso agli importatori” nella serie “C” della Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, in cui gli operatori comunitari sono invitati a prendere tutte le debite precauzioni contro questo tipo di frode.

– Da gennaio 2006 tutte le importazioni di aglio sono subordinate al rilascio di una licenza di importazione.

Di conseguenza, l’incidenza di questo tipo di frode è diminuita: le importazioni da paesi terzi diversi da Argentina e Cina nel periodo da gennaio a giugno 2006 hanno rappresentato il 75 per cento delle importazioni effettuate durante lo stesso periodo del 2005, e il 65 per cento delle importazioni medie dello stesso periodo dal 2001 al 2005.

Per sua natura il secondo tipo di frode è più difficile da affrontare. La Commissione desidera sottolineare la responsabilità delle autorità doganali degli Stati membri in questo particolare contesto, in quanto l’unico modo per lottare davvero contro questo tipo di frode è il controllo fisico delle importazioni.

Va anche sottolineato che dal 2001 non sembrano esservi rilevanti perturbazioni sul mercato dell’aglio europeo, che anzi sembra addirittura registrare un miglioramento.

In sintesi, con le misure già in vigore i produttori di aglio comunitari sembrano essere sufficientemente protetti. Tenuto conto delle possibili perdite elevate per il bilancio comunitario, la Commissione valuterà tuttavia se saranno necessarie ulteriori misure.

 
 

(1) Ufficio europeo per la lotta antifrode.

 

Interrogazione n. 54 dell'on. Georgios Karatzaferis (H-0890/06)
 Oggetto: Tutela del diritto di proprietà nell'UE
 

La tutela del diritto di proprietà è un diritto fondamentale inquadrabile nell'ambito della civiltà giuridica creata dall'ordinamento comunitario? La violazione di tale diritto - ed anche la mancata applicazione da parte delle Amministrazioni nazionali di sentenze emanate dagli stessi organi giurisdizionali nazionali - riguarda la Commissione?

 
  
 

La Commissione desidera richiamare l’attenzione dell’onorevole parlamentare sul fatto che ha risposto varie volte a interrogazioni presentate in Parlamento sulla questione del diritto di proprietà (interrogazioni H-0732/06, E-0316/05 e E-0450/06, e petizioni 819/2005, 462/2005, 392/2005, 330/2004, 298/2004 e 158/2004).

Inoltre, in una lettera del 7 giugno 2006 sul diritto di proprietà in Grecia inviata all’onorevole parlamentare, il Presidente della Commissione ha ribadito il parere di tale Istituzione secondo cui “…le questioni sollevate non rientrano nel diritto comunitario e pertanto la Commissione non può intervenire. Questo caso riguarda possibili violazioni del diritto fondamentale in materia di proprietà da parte del governo greco in Grecia. La controversia con il governo greco è limitata a questioni relative all’esercizio di diritti come comproprietari di terreni edificabili, che non rientrano in alcun modo nel diritto comunitario. Non è pertanto possibile stabilire il legame necessario tra diritto fondamentale eventualmente violato e diritto comunitario”.

 

Interrogazione n. 55 dell'on. Panayiotis Demetriou (H-0892/06)
 Oggetto: Servizi postali nell'Unione europea
 

In base alla direttiva 97/67/CE(1) modificata dalla direttiva 2002/39/CE(2) la Commissione dovrebbe preparare entro la fine dell'anno una proposta di nuova direttiva che liberalizza i servizi postali nell'Unione europea nel 2009 o prevede altre regolamentazioni temporanee e progressive.

Gli studi in materia dimostrano che la maggior parte degli enti postali degli Stati membri non sono pronti a una piena liberalizzazione del mercato nel 2009 e che vi saranno effetti negativi sugli enti che forniscono servizi postali universali e quindi sulla qualità dei medesimi.

Alla luce delle conclusioni cui sono pervenuti detti studi e stante che i provvedimenti correttivi proposti non garantiscono il finanziamento e la prosecuzione del servizio universale con la conseguenza che ne verrà limitata la portata per motivi economici o ne aumenterà il costo per i consumatori, quali misure possibili e efficaci la Commissione intende proporre per finanziare a sufficienza il servizio universale in caso di soppressione dell'esclusiva nel 2009 e quali sono gli effetti previsti di una completa liberalizzazione del mercato postale sul settore della prestazione, dato che il costo del lavoro rappresenta l'80% circa delle spese di funzionamento del servizio postale che occupa 5 milioni di persone?

 
  
 

Il 18 ottobre 2006 la Commissione ha adottato una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 97/67/CE relativa al pieno completamento del mercato interno dei servizi postali comunitari(3). La direttiva in questione conferma il 2009 quale data per il pieno completamento del mercato postale interno e mantiene il quadro regolamentare istituito per garantire un servizio universale di alta qualità e a prezzi accessibili.

I lavori preparatori sono stati basati su numerosi studi di settore, fra cui due richiesti dalla Commissione nel 2005/2006. Inoltre, nella terza relazione al Consiglio e al Parlamento europeo sull’applicazione della direttiva postale(4) sono riportate adeguate informazioni sugli sviluppi nel settore, per quanto riguarda in particolare gli aspetti economici, sociali, occupazionali e tecnologici, nonché sulla qualità del servizio. Questo documento contiene un allegato dettagliato che riporta specifiche informazioni sulle questioni sollevate dall’onorevole parlamentare. In merito agli effetti della piena apertura del mercato sul servizio universale, è stata presentata una relazione al Consiglio e al Parlamento europeo dal titolo “Studio prospettivo sull’incidenza sul servizio universale del pieno completamento del mercato interno dei servizi postali nel 2009”(5). E’ stata inoltre fornita una valutazione d’impatto che accompagna la proposta di modifica della direttiva insieme a un allegato più dettagliato.

Tutti questi documenti confermano che la riforma postale è in fase avanzata e ritengono che la piena apertura del mercato sia fattibile in tutti gli Stati membri nel 2009. Dalle informazioni e dalle analisi disponibili risulta che, per sostenere i progressi e i risultati finora conseguiti e per garantire ulteriori miglioramenti e un’occupazione sostenibile, deve essere avviata la fase finale del processo di graduale apertura del mercato iniziato un decennio fa con la direttiva 97/67/CE. Gli aspetti occupazionali sono stati esaminati in modo approfondito e sono illustrati in dettaglio nei documenti menzionati in precedenza. Va sottolineato le prospettive occupazionali sono influenzate da una serie di fattori, fra cui in particolare la domanda e l’evoluzione delle esigenze degli utenti, l’attuazione di strumenti di comunicazione elettronici, le nuove tecnologie e l’automazione e le modifiche organizzative. Occorre anche tenere presenti gli effetti positivi dell’apertura del mercato sull’occupazione come la creazione di opportunità di lavoro presso nuovi operatori e nei settori connessi.

Per quanto riguarda gli strumenti finanziari per i possibili costi netti del servizio universale, la Commissione desidera richiamare l’attenzione dell’onorevole parlamentare sulle pertinenti disposizioni della proposta di direttiva menzionata in precedenza e in particolare sull’articolo 7. Gli strumenti finanziari, che includono ad esempio gli aiuti di Stato, gli appalti pubblici, i fondi di compensazione e la condivisione dei costi, sono stati tutti valutati con molta attenzione. Ferma restando l’applicazione delle regole comunitarie della concorrenza, tali strumenti possono essere utilizzati dagli Stati membri in caso di necessità di finanziamento dei costi netti del servizio universale.

 
 

(1) GU L 15 del 21.1.1998, pag. 14.
(2) GU L 176 del 5.7.2002, pag. 21.
(3) COM(2006)594 def.
(4) COM(2006)595 def.
(5) COM(2006)596 def.

 

Interrogazione n. 56 dell'on. Seán Ó Neachtain (H-0901/06)
 Oggetto: Programma UE di sviluppo rurale 2007-2013
 

Sostiene la Commissione l'inserimento di misure atte a promuovere le strutture per l'infanzia nelle zone rurali nei progetti presentati dai governi dell'UE a norma delle disposizioni di finanziamento per il programma di sviluppo rurale dell'UE 2007-2013?

 
  
 

La Commissione sostiene l’iniziativa di promuovere le strutture per l’infanzia nei programmi di sviluppo rurale. Questi tipi di misure possono essere sostenuti nel quadro dell’asse 3 del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale relativo alla qualità della vita nelle zone rurali e alla diversificazione dell’economia rurale.

Questo tipo di misure è sottolineato quale azione chiave per incoraggiare le donne a rientrare nel mercato del lavoro negli orientamenti strategici comunitari per lo sviluppo rurale(1), in cui si afferma che “in molte zone rurali strutture di assistenza all’infanzia inadeguate creano barriere specifiche. Le iniziative locali miranti a sviluppare servizi per l’infanzia possono migliorare le opportunità di accesso delle donne al mercato del lavoro”.

La Commissione sottolinea che anche il Fondo sociale europeo può finanziare azioni volte a favorire l’accesso alle strutture per l’infanzia (articolo 3, paragrafo 1, lettera b), del regolamento (CE) n. 1081/2006).

Sarà pertanto importante che gli Stati membri informino la Commissione riguardo alla complementarietà e al coordinamento tra i programmi finanziati dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e dal Fondo sociale europeo.

 
 

(1) Decisione n. 2006/144/CE del Consiglio, GU L 55 del 25.2.2006.

 

Interrogazione n. 57 dell'on. Brian Crowley (H-0903/06)
 Oggetto: Libera circolazione delle merci
 

Nel nord della Spagna, le autorità spagnole competenti per la pesca hanno impedito ad un autotrasportatore irlandese di trasportare il suo carico di pesce dalla Spagna in Irlanda, adducendo come giustificazione il fatto che la fattura presentata dall'autotrasportatore all'autorità spagnola competente non indicava il prezzo totale. Poiché il pesce in questione doveva essere messo all'asta in Irlanda, era impossibile riportare sulla fattura un prezzo totale preventivato, dato che il pesce non era ancora stato messo all'asta e, quindi, non era ancora stato venduto.

In considerazione del diritto alla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali all'interno dell'UE, come giustifica la Commissione europea la decisione dell'autorità spagnola di impedire il trasporto di pesce in Irlanda? Quali sono le norme o le politiche a livello europeo che possono impedirlo? In mancanza di tali norme o politiche, prevede la Commissione europea di prendere iniziative volte ad eliminare questi ostacoli al principio della libera circolazione delle merci?

 
  
 

In base alle disposizioni della politica comune della pesca, e a parte le norme sanitarie che, in ogni caso, devono essere rispettate, tutti i prodotti della pesca sbarcati o importati nella Comunità per i quali non sono state presentate distinte di vendita né dichiarazioni di assunzione in carico e che sono trasportati in un luogo diverso da quello di sbarco o di importazione sono accompagnati, fino al momento della prima vendita, da un documento redatto dal trasportatore. Questo documento obbliga il trasportatore a fornire alcune informazioni riguardo alla nave che trasporta il pesce e dati relativi alla partita da consegnare, fra cui la destinazione e le quantità e le specie di pesce trasportate. Non è previsto che il trasportatore fornisca una fattura che indichi il prezzo totale prima che avvenga la prima vendita.

Per alcune specie di pesce esistono specifiche disposizioni comunitarie il cui scopo è prevenire il commercio di specie catturate illegalmente. La politica comune della pesca di per sé non contiene misure dirette contro uno Stato membro che ostacola la libera circolazione del pesce. Si applicano tuttavia le regole generali sulla libera circolazione delle merci.

Le informazioni fornite alla Commissione dall’onorevole parlamentare non sono sufficienti per consentirle di valutare se le autorità spagnole hanno violato il diritto comunitario. Se la Commissione riceverà le informazioni pertinenti interverrà immediatamente qualora ritenga che, a suo avviso, si tratti di un caso di violazione del diritto comunitario.

 

Interrogazione n. 58 dell'on. Liam Aylward (H-0905/06)
 Oggetto: Centrale nucleare di Sellafield
 

La Commissione è a conoscenza del fatto che il gruppo nucleare britannico, il quale gestisce la centrale nucleare di Sellafield, ha ricevuto in data 16 ottobre 2006 un'ammenda di mezzo milione di sterline per infrazioni in materia di sicurezza?

Tale ammenda è stata comminata dalla Corte d'appello di Carlisle dato che 83.400 litri di liquido radioattivo sono finiti in un contenimento secondario all'impianto di Thorp.

Quest'ultimo incidente costituisce solo un riflesso dell'andamento vigente all'impianto di Thorp.

Intende esaminare ulteriormente la materia e non ritiene che sia arrivato il momento di chiudere l'impianto di Thorp?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza del fatto che il gruppo nucleare britannico, che gestisce la centrale nucleare di Sellafield, ha ricevuto in data 16 ottobre 2006 un’ammenda di mezzo milione di sterline per infrazioni in materia di sicurezza.

Per quanto riguarda la competenza dell’UE, deve essere operata una distinzione tra sicurezza nucleare, che riguarda misure adottate per limitare il rischio di incidenti nel funzionamento di impianti nucleari, e il sistema di controllo di sicurezza dell’EURATOM, che è un sistema volto a garantire che i materiali nucleari civili non siano utilizzati per fini diversi dagli usi civili ai quali sono destinati.

1. Sicurezza nucleare

Nonostante la sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee emessa il 10 dicembre 2002 nella causa C-29/99, che riconosce la competenza della Comunità europea dell’energia atomica a legiferare in materia di sicurezza degli impianti nucleari, la mancanza di una maggioranza qualificata in seno al Consiglio ha impedito di procedere con il cosiddetto “pacchetto nucleare”(1) che definisce gli obblighi comunitari fondamentali e i principi generali nel campo della sicurezza degli impianti nucleari.

2. Sistema di controllo di sicurezza dell’EURATOM

La Commissione ha valutato le implicazioni dell’incidente verificatosi a Thorp per i controlli di sicurezza, in base alle competenze ad essa attribuite dal Trattato EURATOM. Dopo la valutazione, nel febbraio 2006 la Commissione ha inviato una decisione basata sulle disposizioni dell’articolo 83 del Trattato EURATOM al gestore della centrale di Sellafield, ossia il gruppo nucleare britannico. La decisione contiene un richiamo formale a carico del gestore e chiede l’applicazione di una serie di misure volte a migliorare i controlli di sicurezza nella centrale. Una sintesi della decisione è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale L 255 del 19 settembre 2006.

 
 

(1) Proposta modificata di direttiva (EURATOM) del Consiglio che definisce gli obblighi fondamentali e i principi generali nel settore della sicurezza degli impianti nucleari e proposta modificata di direttiva (EURATOM) del Consiglio sulla gestione sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi (COM (2004) 526 def.).

 

Interrogazione n. 59 dell'on. Yiannakis Matsis (H-0908/06)
 Oggetto: Politica dell'aviazione civile turca nei confronti della Repubblica di Cipro
 

Le autorità dell'aviazione civile turca rifiutano di intraprendere qualsiasi collaborazione con le loro omologhe della Repubblica di Cipro, Stato membro dell'Unione europea. Ma non solo. La Turchia ha rifiutato di prendere parte ad un incontro convocato nell'aprile scorso dall'ICAO, dalla Commissione e da Eurocontrol. Per contro, le autorità turche intrattengono relazioni con le "autorità" illegali dell'aeroporto, anch'esso illegale, di Tymbou, che si trova nella parte occupata della Repubblica di Cipro (si vedano le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU, la 541 e la 550, in base alle quali la cosiddetta "Repubblica turca di Cipro del Nord" e le sue "autorità" sono "illegittime"). L'atteggiamento dell'aviazione civile turca fa correre dei rischi alla FIR di Nicosia, una questione che è stata peraltro sollevata dalla IATA in una lettera all'ICAO del gennaio 2006.

Quali misure prende o conta di prendere la Commissione nei confronti della Turchia affinché tale paese si conformi al diritto internazionale e collabori con la Repubblica di Cipro, e affinché possa essere risolto in modo pragmatico il problema della sicurezza dei voli nella regione?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza dell’incontro convocato dall’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile e da Eurocontrol cui si fa riferimento nell’interrogazione dell’onorevole parlamentare.

La Commissione ritiene che sia Cipro che la Turchia abbiano interesse a instaurare una cooperazione pratica nel campo della gestione della sicurezza aerea, nonostante l’assenza di accordo politico su questioni più ampie.

La Commissione continuerà a incoraggiare Cipro e Turchia a cercare una soluzione accettabile per entrambe le parti sulla questione della gestione del traffico aereo. La Commissione fa presente in varie occasioni la necessità di una collaborazione in materia di sicurezza aerea con le autorità turche in tutti i contesti pertinenti, fra cui Eurocontrol. Nella relazione del 2006 sui progressi compiuti dalla Turchia verso l’adesione all’UE la Commissione ha ribadito la mancanza di progressi su tutti gli aspetti relativi alla normalizzazione delle relazioni tra Turchia e Cipro. In linea con il quadro negoziale e la dichiarazione dell’UE del 21 settembre 2005, la questione sarà valutata dall’UE entro la fine del 2006.

La Commissione continuerà anche a incoraggiare la Turchia a negoziare un accordo sul trasporto aereo con la Comunità, e sottolinea l’importanza di creare uno spazio aereo comune europeo che possa funzionare con regolarità ed efficacia.

 

Interrogazione n. 60 dell'on. Nikolaos Vakalis (H-0909/06)
 Oggetto: PMI e appalti pubblici
 

Quali sono gli ultimi dati di cui la Commissione dispone riguardo alla percentuale di appalti pubblici aggiudicati alle PMI nell'Unione europea (ad esempio, per gli anni 2005 e 2006)? Esistono dati che ci informino più specificamente della percentuale relativa alle piccole imprese e di quella relativa alle medie imprese? Esistono dati per Stato membro?

Negli Stati Uniti vi è la possibilità di vincolare una percentuale degli appalti pubblici alle PMI, e ciò nel quadro autorizzato dell'OMC. In vista dei negoziati OMC e delle nuove proposte che la Commissione promuoverà, può dire quest'ultima se l'Unione cercherà di far sì che i suoi Stati membri abbiano, in modo analogo, la possibilità di vincolare una parte degli appalti pubblici alle PMI, come è stato proposto, in particolare, dalla Francia?

 
  
 

Le informazioni più aggiornate relative all’accesso delle piccole e medie imprese (PMI) agli appalti pubblici di cui la Commissione dispone sono i risultati di uno studio avviato nel 2002 e pubblicato agli inizi del 2004.

Da questo studio risulta che il 78 per cento del totale degli appalti conclusi e pubblicati nella Gazzetta ufficiale nel 2001 è stato aggiudicato a imprese con meno di 250 dipendenti o con un fatturato inferiore a 40 milioni di euro. Tenuto conto delle incertezze metodologiche derivanti dalla verifica di proprietà indipendenti e del fatturato consolidato di alcune imprese oggetto dell’indagine, la relazione dello studio giunge alla conclusione che circa due terzi degli appalti maggiori (ossia al di sopra delle soglie della direttiva relativa agli appalti) nella CE sono stati aggiudicati durante tale anno a PMI (definite in base alla definizione dell’UE)(1).

Tali dati possono essere variati da un anno all’altro, ma la Commissione non dispone di prove che la situazione sia cambiata in maniera sostanziale. Nel 2007 la Commissione avvierà tuttavia uno studio simile per aggiornare e completare il quadro.

La questione delle misure discriminatorie a favore di PMI nazionali mantenute in base a impegni esistenti non soltanto da parte degli Stati Uniti, ma anche di Canada, Corea e Giappone nell’accordo sugli appalti pubblici dell’Organizzazione mondiale del commercio, rientra nei negoziati in corso nel quadro della revisione di tale accordo. Dall’avvio di tali negoziati, la CE, sostenuta da alcune altre parti aderenti all’accordo, e conformemente alla sua strategia generale volta all’ulteriore apertura dei mercati degli appalti dei paesi aderenti all’accordo, è favorevole all’eliminazione di qualsiasi preferenza nazionale.

 
 

(1) Per i dati ripartiti per classe di dimensioni delle imprese e per Stati membri: http://ec.europa.eu/enterprise/entrepreneurship/craft/craft-studies/craft-publicprocurement.htm#Results%20of%20the%20Study.

 

Interrogazione n. 61 dell'on. Avril Doyle (H-0910/06)
 Oggetto: Implicazioni della riforma della PAC per il mercato lattiero-caseario in Irlanda
 

Dal 2003 l’attuazione delle riforme della PAC, e in particolare i drastici tagli ai bilanci destinati al sostegno del mercato lattiero-caseario da parte della Commissione, che sono andati oltre i piani iniziali di riforma della PAC, hanno contribuito a determinare riduzioni dei prezzi del 20% circa per gli allevatori irlandesi di bestiame da latte. Combinandosi con l'elevata inflazione dei costi alla produzione, ciò ha provocato una pressione senza precedenti sui redditi delle imprese familiari del settore lattiero-caseario, non solo in Irlanda ma in tutta l'UE.

In tale situazione di grave crisi del reddito per le aziende lattiere europee, quanta fiducia nutre la Commissione nel fatto che un numero sufficiente di allevatori di bestiame da latte continui a produrre redditi atti a giustificare la loro permanenza in produzione, e ad assicurare un approvvigionamento di latte tale da soddisfare il fabbisogno dei consumatori europei?

 
  
 

Nel 2003, prima della riforma della politica agricola comune (PAC), il prezzo alla produzione medio annuo del latte per gli agricoltori irlandesi era di 28,7 centesimi al litro. Tale prezzo è rimasto stabile nel 2004 e nel 2005. Nei primi nove mesi del 2006 il prezzo è risultato essere soltanto di 1,5 centesimi a litro inferiore al livello del 2003. Nel 2006 gli agricoltori irlandesi riceveranno una compensazione di 3,5 centesimi al litro di latte. Questo significa un guadagno netto di 2 centesimi al litro o un aumento del 7 per cento.

L’attuale situazione del mercato interno è molto favorevole. I prezzi del latte scremato in polvere sono più alti di quelli antecedenti alla riforma. I prezzi del formaggio sono stabili dall’avvio della riforma. Attualmente i prezzi del latte intero in polvere, della caseina e del burro sono in aumento, e questo dovrebbe avere un effetto positivo sui prezzi alla produzione.

La Commissione non ritiene che esista ancora un’effettiva crisi di reddito nel settore lattiero-caseario, e questo vale per l’Irlanda e per la maggior parte degli altri Stati membri.

Tenuto conto che la produzione lattiero-casearia in Irlanda è superiore rispetto a quella dell’anno precedente, anche nel secondo anno successivo all’introduzione del disaccoppiamento, la Commissione è fiduciosa che la produzione di latte continuerà a un livello sufficiente.

 

Interrogazione n. 62 dell'on. Alain Hutchinson (H-0912/06)
 Oggetto: Registrazione e censimento delle popolazioni dei campi profughi di Tindouf
 

Dall'ultimo rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite, presentato nel mese di aprile 2006, si evince che il PAM e l'HCR hanno deciso, in sede congiunta, di ridurre da 158.000 a 90.000 il numero dei beneficiari degli aiuti umanitari nei campi profughi di Tindouf. La mancanza, dal 1982, di un censimento affidabile delle popolazioni di tali campi, onde disporre di dati demografici esatti sul numero e le origini delle popolazioni in base a norme internazionalmente riconosciute, impedisce ai competenti organismi internazionali di quantificare i concreti bisogni di dette popolazioni in materia di assistenza umanitaria. Tale situazione anacronistica favorisce altresì il dirottamento di parte degli aiuti.

Quali provvedimenti ventila la Commissione per indurre l'Algeria ad autorizzare l'HCR ad assolvere tale compito ponendo, pertanto, fine alle incoerenze delle statistiche dell'HCR riguardanti le popolazioni dei campi profughi di Tindouf?

 
  
 

La decisione adottata dall’Alto Commissariato per i rifugiati (HCR) e dal programma alimentare mondiale (PAM) cui l’onorevole parlamentare fa riferimento è stata sottoposta all’attenzione delle autorità algerine in una lettera del 22 agosto 2005, in cui l’HCR e il PAM hanno ribadito la loro richiesta di effettuazione di un censimento, in mancanza del quale le due agenzie hanno calcolato che le persone vulnerabili nei campi sono 90 000.

Per quanto riguarda il nocciolo della questione, un registro dei beneficiari degli aiuti, che è una prassi normale in situazioni come questa, sarebbe estremamente utile per il miglioramento quantitativo e qualitativo della distribuzione degli aiuti – a condizione che il censimento comprenda dati demografici come i gruppi di età e il rapporto tra maschi e femmine. La Commissione sostiene questa richiesta dell’HCR e del PAM e ha avvertito le autorità algerine della necessità per i donatori di operare in un quadro più definito.

 

Interrogazione n. 63 dell'on. Robert Evans (H-0914/06)
 Oggetto: Identificazione dei veicoli
 

Quali sono i piani della Commissione riguardo all'insufficienza delle disposizioni transfrontaliere per l'identificazione dei veicoli, che nel Regno Unito ha permesso a una quantità di veicoli non immatricolati nel paese di violare il codice stradale, dato che, come è noto, non vi sono sufficienti strutture omologhe per far rispettare le sanzioni tra gli Stati membri?

 
  
 

In un’Unione europea sempre più integrata e allargata, il traffico automobilistico è costituito da un numero crescente di conducenti non residenti, alcuni dei quali violano il codice stradale quando viaggiano all’estero, senza timore di essere perseguiti nel paese di residenza.

Nella raccomandazione del 6 aprile 2004 relativa all’applicazione della normativa in materia di sicurezza stradale(1), la Commissione ha raccomandato di istituire un meccanismo per i controlli transfrontalieri delle violazioni del codice stradale, il cui scopo è garantire che almeno le infrazioni più gravi e ripetute siano comunicate all’autorità competente dello Stato membro in cui il veicolo è immatricolato, tramite gli organismi di coordinamento che gli Stati membri sono stati chiamati a creare.

Tenuto conto che l’applicazione del codice stradale è uno dei modi più efficaci per ridurre il numero di morti sulle strade in Europa, la Commissione si è impegnata a proporre misure di carattere più vincolante per conseguire l’obiettivo di ridurre il numero annuale di morti sulle strade nell’UE di 20 000 persone (50 per cento) entro il 2010, se le misure adottate si rivelassero insufficienti a tale scopo.

Poiché, a quanto risulta, questo obiettivo non sarà raggiunto se l’attuale tendenza continuerà (meno 35 per cento), la Commissione ha incluso nel programma di lavoro per il 2007 la presentazione di una legislazione a tale scopo. Questa legislazione dovrebbe garantire che il codice stradale venga applicato allo stesso modo a tutti i cittadini a prescindere dalla loro nazionalità o residenza nell’Unione europea. Dovrebbe prevedere norme e meccanismi elettronici, ad esempio per consentire l’accesso alle banche dati sulle immatricolazioni dei veicoli in tutta l’Unione europea. Inoltre, sarebbe necessaria una cooperazione tra le autorità incaricate di fare applicare la legge dei vari Stati membri su base strutturale.

La Commissione ha avviato una valutazione d’impatto sull’applicazione della normativa in materia di sicurezza stradale e la cooperazione transfrontaliera e fra breve pubblicherà il documento di consultazione in questo campo.

Va infine sottolineato che la decisione quadro del Consiglio del 24 febbraio 2005 relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sanzioni pecuniarie(2) attribuisce agli Stati membri il potere di applicare sanzioni pecuniarie ai conducenti che hanno violato il codice stradale in qualche luogo dell’Unione europea. Gli Stati membri hanno tempo fino a marzo 2007 per adottare le misure necessarie per attuare questa decisione quadro.

 
 

(1) GU L 111 del 17.4.2004.
(2) GU L 76 del 22.3.2005.

 

Interrogazione n. 64 dell'on. Georgios Toussas (H-0919/06)
 Oggetto: Prevenzione dell'inquinamento marino causato dagli scarichi delle navi
 

In violazione della Convenzione internazionale sulla prevenzione dell'inquinamento da parte delle navi (1973) e del relativo protocollo (MARPOL 1977/78), il governo greco aveva concesso, con il Decreto presidenziale 400/1996 (A'268), un termine di più di cinque anni per l'installazione di un sistema di raccolta dei reflui sulle navi passeggeri, termine che era stato prolungato di altri quattro anni con il DP 374/2002 (A'321). Mentre tutti i proprietari di navi avrebbero dovuto conformarsi a tale obbligo entro il 31 dicembre 2005, con il documento n. 1576/31.7.2006 il governo greco ha promosso un progetto di DP che modifica il DP 374/2002 (Gazzetta ufficiale della Repubblica ellenica 321 A') "Rispetto da parte delle navi dei requisiti di cui al paragrafo 2 del DP 400/1996 (Gazzetta ufficiale della Repubblica ellenica 268 A')" presso il Consiglio di Stato, il quale ha giudicato che l'ulteriore proroga di due anni prevista dal DP "non fosse proposta legalmente", svelando così che il governo copre le società marittime che inquinano l'ambiente marino e i rischi per la salute pubblica.

Può dire la Commissione quante navi non hanno rispettato l'obbligo di installare un sistema di raccolta dei reflui? Può dire inoltre quali misure intende prendere in vista della messa in atto della pertinente legislazione internazionale relativa alla protezione della salute pubblica e dell'ambiente marino?

 
  
 

La Commissione ringrazia l’onorevole parlamentare per la sua interrogazione sulla prevenzione dell’inquinamento marino causato dagli scarichi delle navi. Per quanto riguarda l’allegato IV della Convenzione MARPOL 73/78 sulla prevenzione dell’inquinamento provocato dalle navi, la direttiva 2000/59/CE(1) stabilisce che dal 28 settembre 2004 gli Stati membri devono rendere disponibili impianti terrestri per rispondere alle esigenze delle navi. Detto questo, nel diritto comunitario non esiste alcuna disposizione che stabilisca che le navi devono essere dotate di serbatoi di raccolta o di dispositivi di trattamento. Spetta pertanto agli Stati membri applicare le norme internazionali in materia. Va sottolineato che l’allegato IV della Convenzione MARPOL autorizza lo scarico in mare di residui non triturati o disinfettati a una distanza di 12 miglia nautiche dalla terra più vicina.

A livello più generale, la Commissione ha adottato misure sostanziali per garantire la prevenzione dell’inquinamento marino causato dagli scarichi delle navi, tra l’altro, verificando la rigorosa applicazione delle disposizioni della direttiva 2000/59/CE.

La Commissione controlla con estrema attenzione l’attuazione della direttiva ed effettuerà verifiche sistematiche del suo recepimento e della conformità della legislazione nazionale. Inoltre, con l’aiuto dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima(2), la Commissione ha effettuato una valutazione approfondita dell’applicazione pratica della direttiva sul campo.

 
 

(1) Direttiva 2000/59/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 novembre 2000 relativa agli impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi e i residui del carico, GU L 332 del 28.12.2000.
(2) Regolamento (CE) n. 1406/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio europeo che istituisce un’Agenzia europea per la sicurezza marittima, GU L 208 del 5.8.2002.

 

Interrogazione n. 65 dell'on. Neil Parish (H-0920/06)
 Oggetto: Il 7° Programma Quadro di Ricerca, aumento dei finanziamenti per sperimentazioni alternative a quelle sugli animali
 

Vista l'adozione dei divieti alla sperimentazione animale e alla vendita di prodotti basati sulla sperimentazione animale contenuti nella direttiva cosmetici 76/768/CEE(1) e la proposta di nuovo regolamento REACH sulle sostanze chimiche, è d'importanza vitale che la UE renda disponibili maggiori risorse per lo sviluppo e la convalida di metodi di sperimentazione alternativi.

Il 7° Programma Quadro di Ricerca prevede la promozione e l'estensione dello sviluppo e della convalida di strategie alternative, in particolare di metodi non animali in tutti i pertinenti settori di ricerca.

In base alle suddette priorità e rispetto al 6° Programma Quadro di Ricerca può la Commissione confermare che verranno assegnati maggiori fondi alle alternative, al Centro europeo per la convalida di metodi alternativi (ECVAM - Centro Comune di Ricerca)?

 
  
 

Lo sviluppo, la convalida e l’uso di metodi alternativi convalidati resta un’importante priorità per la Commissione europea nel contesto della legislazione sui prodotti cosmetici e di REACH, nonché in senso più ampio. La Commissione si concentra in particolare su tre elementi:

1) partenariato,

2) Centro europeo per la convalida di metodi alternativi (ECVAM),

3) finanziamenti attraverso il settimo programma quadro di ricerca (7PQ).

Le risorse destinate a queste attività, anche se si manterranno a un livello relativamente costante nel 7PQ, dovrebbero consentire di ottenere risultati migliori e più rapidi.

Il sostegno dell’industria e di altre parti interessate nel quadro del partenariato europeo per i metodi alternativi alla sperimentazione animale dovrebbe accelerare in misura considerevole il ritmo di approvazione, convalida e applicazione di metodi alternativi. Questo partenariato è frutto di una collaborazione senza precedenti tra la Commissione e le principali imprese di sette settori industriali. I partner si sono impegnati a riunire conoscenze, ricerca e risorse per accelerare lo sviluppo, la convalida e l’accettazione di metodi alternativi in un periodo iniziale di cinque anni. E’ stato concordato un programma d’azione per promuovere il cambiamento, e i progressi compiuti al riguardo saranno regolarmente pubblicati(2).

L’ECVAM e l’Istituto per la salute e la protezione dei consumatori del Centro comune di ricerca e continueranno a svolgere un ruolo fondamentale nella gestione degli sforzi compiuti per rendere disponibili metodi alternativi. Nel 7PQ l’ECVAM potrà avvalersi per la sua attività di un organico e di competenze simili a quelle previste nel 6PQ, oltre che di un gruppo di scienziati di un’altra unità dell’Istituto per la salute e la protezione dei consumatori del CCR, ossia l’Ufficio europeo delle sostanze chimiche, che si occuperà degli sviluppi della convalida di metodi come quelli rientranti nella categoria “in silico” (QSAR(3)). Si prevede che le attività di laboratorio saranno integrate nell’ambito dell’ECVAM per accelerare la convalida di metodi di sperimentazione alternativi (soprattutto per la sperimentazione dei prodotti “me-too”).

I metodi alternativi sono definiti come tema di particolare rilevanza nel programma specifico di cooperazione del 7PQ. Il programma di lavoro per il primo invito contiene una serie di argomenti per promuovere la sperimentazione alternativa. Le proposte che riguardano questi aspetti sono valutate attraverso un processo di esame tra pari sulla base di criteri pubblicati. L’importo totale dei finanziamenti per i progetti di sperimentazione alternativa dipende pertanto dalla qualità delle proposte presentate.

Tutto questo si basa sul programma d’azione comunitario per la protezione e il benessere degli animali per il periodo 2006-2010(4), comunicato al Consiglio e al Parlamento nel gennaio 2006. Alcuni degli obiettivi principali del programma d’azione sono “coordinare in modo più efficace le risorse esistenti identificando esigenze future, sostenere le tendenze future nell’ambito della ricerca sul benessere degli animali e continuare ad appoggiare il principio: “sostituzione, affinamento e riduzione”, metodi alternativi alla sperimentazione animale”.

La Commissione ribadisce il suo precedente impegno a far sì che la convalida non diventi un ostacolo alla disponibilità di metodi alternativi e vi attribuirà la necessaria priorità.

Ampie informazioni sugli ostacoli alla disponibilità e all’uso di metodi alternativi sono riportate nel documento http://ihcp.jrc.cec.eu.int/docs/20051107its.pdf - “Reach and the need for Intelligent Testing Strategies”.

 
 

(1) GU L 262 del 27.9.1976, pag. 169.
(2).
(3) Relazioni quantitative struttura-attività.
(4) SEC (2006) 65.

 

Interrogazione n. 66 dell'on. Bart Staes (H-0921/06)
 Oggetto: "Serie di notizie" apparse a seguito della raccomandazione 66/462/CEE
 

La raccomandazione della Commissione 66/462/CEE(1) rivolta agli Stati membri relativa alle condizioni di indennizzabilità delle vittime di malattie professionali fa riferimento, al paragrafo 9, comma 2, a una "serie di notizie" che saranno pubblicate. Nei Paesi Bassi si tratta presumibilmente del documento "Notizie mediche relative alle affezioni figuranti nell'elenco europeo delle malattie professionali", recante il numero di riferimento 1253/V/69-N.

Può la Commissione far sapere se tali notizie sono state pubblicate in tutte le lingue allora ufficiali, quando sono state pubblicate, sotto quale forma (allegato alla raccomandazione, relazione a sé stante, ecc.) e a chi sono state notificate tali notizie (responsabili politici, medici, ecc.)?

 
  
 

La raccomandazione 66/462/CEE(2) della Commissione rivolta agli Stati membri relativa alle condizioni di indennizzabilità delle vittime di malattie professionali, menzionata dall’onorevole parlamentare, è basata sulla raccomandazione 62/831(3) della Commissione rivolta agli Stati membri per l’adozione di una lista europea delle malattie professionali. Nel 1990 la raccomandazione del 1962 è stata sostituita dalla raccomandazione 90/326/CEE(4) della Commissione del 22 maggio 1990 rivolta agli Stati membri riguardante l’adozione di un elenco europeo delle malattie professionali. La raccomandazione del 1990 è stata a sua volta sostituita dalla raccomandazione 2003/670(5) della Commissione del 19 settembre 2003 sull’elenco europeo delle malattie professionali.

Si richiama l’attenzione dell’onorevole parlamentare sul fatto che le notizie cui si fa riferimento nell’interrogazione in seguito hanno assunto la forma di un documento dal titolo “Information notices on diagnosis of occupational diseases” (Note informative sulla diagnosi delle malattie professionali) completato nel 1994 e pubblicato come relazione separata dalla Commissione. Questa relazione è stata pubblicata in francese e in inglese ed è disponibile presso l’Ufficio delle pubblicazioni delle Comunità europee a Lussemburgo (cfr. per riferimento ).

Poiché la relazione è disponibile presso l’Ufficio delle pubblicazioni, non è stata intrapresa alcuna azione specifica per inviarne copia alle parti interessate. Vengono tuttavia rese disponibili copie su una base ad hoc, tra l’altro, in occasione di riunioni pertinenti organizzate dalla Commissione.

Infine, la relazione dal titolo “Information notices on diagnosis of occupational diseases” è attualmente in fase di riesame. Alla fine del 2004 è stato istituito uno specifico gruppo di esperti per verificare, riesaminare e aggiornare il suo contenuto alla luce degli ultimi progressi tecnici e scientifici nel settore. Su tale base, nel corso del 2007 sarà pubblicata una nuova versione della relazione.

 
 

(1) GU 147 del 9.8.1966, pag. 2696.
(2) GU 147 del 9.8.1966.
(3) GU 80 del 31.8.1962.
(4) GU L 160 del 26.6.1990.
(5) GU L 238 del 25.9.2003.

 

Interrogazione n. 67 dell'on. Milan Gaľa (H-0922/06)
 Oggetto: Riforma del settore vitivinicolo in Europa
 

La Commissione ha proposto una riforma del settore vitivinicolo europeo allo scopo di contribuire al raggiungimento degli obiettivi della strategia di Lisbona e garantire la competitività dei produttori vitivinicoli nell'Unione allargata. In virtù di essa, i produttori dovrebbero poter sopperire alle necessità dei mercati europeo e mondiale. Posto che la riforma del settore è auspicabile, per quale motivo la Commissione propone lo sradicamento di vigneti in cambio di una contropartita finanziaria invece di adottare un più efficace sistema di ristrutturazione della piattaforma ampelografica e un rafforzamento del marketing e delle attività d'informazione nel settore vitivinicolo? Per quale motivo propone l'introduzione di un penalizzante divieto di utilizzo di saccarosio per l'arricchimento del vino e non tiene maggiormente conto delle condizioni climatiche e delle tradizioni nei singoli Stati membri dell'UE? Non ritiene la Commissione che le due misure summenzionate possano nuocere alla diversità e all'originalità dei vigneti e dei vini dell'Unione europea, e, in ultima analisi, contribuire a ridurne ulteriormente la competitività?

 
  
 

La Commissione è grata all’onorevole parlamentare per aver rivolto questa interrogazione in quanto offre l’opportunità di aggiornare al riguardo il Parlamento.

Sradicamento: la Commissione sa che quella dello sradicamento è una questione controversa, ma ritiene che debba essere esaminata da un punto di vista più sociale. La Commissione non potrà mantenere lo status quo nel settore vitivinicolo. Alcuni produttori di vino dovranno lasciare il settore in quanto non potranno far fronte alla concorrenza. La questione è se la Commissione deve dare ai produttori di vino la possibilità di un’uscita concordata dal settore o se la Commissione non deve intervenire. La Commissione non ritiene che la soluzione migliore sia non intervenire. Le zone sottoposte a sradicamento saranno trasferite nel regime di pagamento unico per azienda, e questo significa che nuovi requisiti eviteranno danni ambientali dopo lo sradicamento. Lo sradicamento non deve essere considerato come un elemento a sé stante, ma in combinazione con l’abolizione delle misure di gestione del mercato e l’istituzione di dotazioni nazionali per finanziare misure più lungimiranti. Tutto questo ha lo scopo di consentire ai produttori europei di acquistare competitività e di (ri)conquistare le quote di mercato attualmente ottenute da nuovi produttori mondiali.

Promozione: la Commissione ribadisce il suo impegno a valutare nuove opportunità per la promozione di un consumo di vino responsabile. Inoltre, classi di qualità più semplici e più trasparenti, attraverso il sistema di indicazioni geografiche e le norme di etichettatura più compatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, possono contribuire a promuovere e a commercializzare i vini europei. La Commissione auspica di conseguire questo obiettivo con l’aiuto del settore vitivinicolo, tuttavia le attuali normative della Commissione sulla fornitura di informazioni e la promozione del vino non sono pienamente applicate.

Arricchimento: nella comunicazione della Commissione su un settore vitivinicolo europeo sostenibile, sono stati affrontati tutti gli aspetti della questione in quanto è importante effettuare un esame approfondito e completo degli elementi dell’attuale organizzazione comune del mercato nel settore vitivinicolo. La Commissione ha tenuto conto delle differenze climatiche esistenti nella Comunità incoraggiando l’uso dello zucchero d’uva al posto dello zucchero di barbabietola per aumentare il grado alcolico del vino in alcuni casi. Questo è del tutto coerente con la definizione comunitaria e internazionale del vino: “…il prodotto ottenuto esclusivamente attraverso la fermentazione alcolica, totale o parziale, di uve fresche…”. L’eccessivo “arricchimento” per aumentare il grado alcolico del vino utilizzando zucchero di barbabietola è riconosciuto anche dal settore.

L’esecutivo si sforzerà di garantire che siano mantenuti i vigneti e i vini europei aventi carattere di originalità, riconosciuto dal mercato. Come il Commissario responsabile per l’agricoltura ha detto in varie occasioni, la Commissione osserva, ascolta e impara in molte regioni della Comunità. Tutte le questioni sollevate dall’onorevole parlamentare sono e continueranno a essere esaminate dalla Commissione nei prossimi mesi, in attesa di ricevere il parere del Parlamento prima di completare la proposta legislativa.

 

Interrogazione n. 68 dell'on. Diamanto Manolakou (H-0927/06)
 Oggetto: Nuova dottrina spaziale degli USA
 

Il 31 agosto 2006 è stato approvato dal Presidente Bush, per essere poi pubblicato all'inizio di ottobre senza pubblicità alcuna nemmeno negli stessi Stati Uniti, un documento contenente la nuova dottrina spaziale degli USA. La nuova dottrina statunitense prepara una nuova generazione di armi spaziali, respinge qualsiasi accordo che ne limiti l'uso da parte degli Stati Uniti e promuove nel contempo anche le attività imprenditoriali nello spazio, agevolando la concessione delle autorizzazioni per attività commerciali!

Condanna la Commissione la dottrina statunitense e la nuova corsa a sistemi d'arma spaziali da parte degli USA, che mette in gravissimo pericolo la pace mondiale? Inoltre, quali misure intende prendere dinanzi alla politica aggressiva degli Stati Uniti, che respingono ogni dialogo e ogni prospettiva di concludere un accordo sul controllo e il divieto di sviluppo di sistemi d'arma nello spazio, come è stato già chiesto da 160 paesi in sede ONU?

 
  
 

La Commissione ha preso atto del documento di politica spaziale nazionale degli Stati Uniti, pubblicato nell’ottobre 2006, cui l’onorevole parlamentare fa riferimento. Tale documento riguarda tutta una serie di aspetti, fra cui la sicurezza nazionale, e contiene considerazioni di carattere civile e commerciale. Tenuto conto che gli Stati Uniti sono uno dei principali protagonisti in campo spaziale, è ovvio che la Commissione analizzerà con estrema attenzione la loro politica spaziale nazionale.

Si può prevedere che la politica spaziale sarà discussa nel quadro di un dialogo regolare in futuro.

La nuova politica spaziale degli Stati Uniti non riguarda lo sviluppo o l’impiego di armi spaziali. Nel documento di politica spaziale non si fa menzione di un sistema di armamento e funzionari di alto livello della Casa Bianca hanno dichiarato pubblicamente che questa politica mira alla difesa delle infrastrutture spaziali e non all’armamento.

La Commissione intrattiene con gli Stati Uniti un dialogo sulle questioni spaziali che è stato concordato in linea di principio nel corso del Vertice UE-Stati Uniti del giugno 2005. La riunione inaugurale si è tenuta nel marzo 2006. La Commissione desidera sottolineare che tale dialogo si propone di individuare le possibilità di cooperazione tra UE e Stati Uniti soltanto nel settore delle attività spaziali civili.

In campo civile, la Commissione sta elaborando, insieme all’Agenzia spaziale europea, una politica spaziale europea, accompagnata da un programma spaziale europeo, che saranno presentati al Consiglio spaziale nel corso del 2007.

In linea più generale, l’UE persegue una politica di non proliferazione e sostiene attivamente gli sforzi compiuti a livello internazionale verso il disarmo. La Commissione sosterrà tali sforzi con i mezzi a sua disposizione.

 

Interrogazione n. 69 dell'on. Helga Trüpel (H-0928/06)
 Oggetto: Finanziamento dei centri d'informazione Europe Direct a decorrere dal 2007
 

La comunicazione a livello europeo può essere migliorata soprattutto a livello locale. Non pochi centri d'informazione Europe Direct svolgono al riguardo un ruolo di rilievo. Quali sono i progetti della Commissione circa ulteriori aiuti finanziari ai centri d'informazione Europe Direct? Ha essa già riflettuto sull'ammontare delle sovvenzioni ai singoli centri d'informazione Europe Direct? Quando saranno pubblicate proposte rimaneggiate e quando sarà indetta la prossima gara d'appalto? Qual è la complessiva dotazione finanziaria ed a quanto ammontano le risorse previste per i singoli centri d'informazione?

 
  
 

La Commissione concorda con l’onorevole parlamentare che la rete della antenne Europe Direct svolge un ruolo importante nella fornitura a livello locale di informazioni sull’Unione europea, e per questo motivo è al centro della strategia di rafforzamento della dimensione locale.

La Commissione desidera inoltre informare l’onorevole parlamentare che siamo a metà del periodo di applicazione delle attuali disposizioni finanziarie per le antenne Europe Direct (2005-2008). In questa fase lo scopo è pubblicare nel corso del mese di novembre 2006 un nuovo invito a presentare proposte per l’istituzione di altre antenne per rafforzare la rete. Il termine per tale invito a presentare proposte è previsto per il 31 dicembre 2006.

L’importo massimo delle sovvenzioni rimarrà di 24 000 euro, per evitare discriminazioni rispetto alle antenne Europe Direct esistenti. Il rafforzamento dovrebbe portare l’importo totale speso per queste antenne a 10 milioni di euro all’anno nei 25 Stati membri.

La rete Europe Direct verrà rinnovata alla fine del 2008, quando saranno riesaminati il bilancio generale e i singoli importi massimi.

 

Interrogazione n. 70 dell'on. Athanasios Pafilis (H-0931/06)
 Oggetto: Bombe al fosforo bianco usate dall'esercito israeliano in Libano
 

Attraverso il suo portavoce, Jacob Edery, il Ministro della difesa israeliano, Amir Peretz, ha ammesso l'uso di bombe al fosforo bianco da parte dell'esercito israeliano contro i combattenti Hezbollah durante la recente aggressione israeliana in Libano.

Le dichiarazioni ufficiali del suddetto portavoce confermano le denunce fatte dal Libano e cioè che l'uso delle bombe al fosforo bianco ha provocato la morte di molti innocenti tra cui anche bambini.

Stante che l'uso di bombe incendiarie, tra cui quelle al fosforo bianco, sono vietate dal terzo protocollo della Convenzione dell'ONU (1980), condanna la Commissione questa azione delittuosa dell'esercito israeliano contro il popolo libanese?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza delle dichiarazioni rilasciate da Jacob Edery. Il governo israeliano ha ammesso di aver fatto uso di bombe al fosforo bianco, anche se conformemente al diritto internazionale.

La Commissione, in linea con le pertinenti conclusioni del Consiglio, deplora la perdita di vite umane tra i civili da tutte le parti. Ha chiesto a tutte le parti di compiere ogni possibile sforzo per proteggere le popolazioni civili e di astenersi da azioni in contrasto con il diritto umanitario internazionale.

In base al protocollo III della Convenzione delle Nazioni Unite su talune armi convenzionali (1980), il divieto relativo alle bombe al fosforo si riferisce al loro uso contro i civili. Il Ministro Jacob Edery ha confermato soltanto l’uso di bombe contro obiettivi militari.

Nelle sue riunioni con le autorità israeliane, in varie occasioni la Commissione ha sottolineato l’importanza di rispettare il diritto umanitario internazionale pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa.

 

Interrogazione n. 71 dell'on. Gay Mitchell (H-0934/06)
 Oggetto: Analisi comparativa
 

Quali progressi sono stati compiuti nell'Unione europea per migliorare la competitività e quali Stati membri hanno compiuto più progressi? I paesi con i risultati migliori sono oggetto di analisi comparative da parte degli altri Stati membri? Qual è il ruolo della Commissione nel promuovere tali analisi comparative?

 
  
 

Dal riesame intermedio del 2005 della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, è stata attribuita particolare importanza alla creazione di partenariati, attraverso una combinazione di azioni a livello nazionale (programmi nazionali di riforma) e misure di sostegno a livello comunitario (programma comunitario di Lisbona).

Attualmente la Commissione sta analizzando le relazioni di avanzamento nazionali presentate dagli Stati membri, che illustrano i progressi compiuti dall’anno scorso per quanto riguarda i rispettivi programmi nazionali di riforma. Tale analisi contribuirà alla relazione annuale sullo stato di avanzamento della strategia di Lisbona, che la Commissione prevede di adottare nel dicembre 2006. Come avvenuto nel 2005, la relazione annuale includerà una valutazione globale dei progressi compiuti dall’UE verso gli obiettivi di Lisbona, nonché capitoli sui singoli paesi che analizzeranno la situazione in ciascuno Stato membro. Questa analisi tiene conto dei progressi compiuti, tra l’altro, riguardo ad alcuni indicatori pertinenti per la competitività come la quota di R&S(1) nel PIL(2) e il tasso di occupazione (che rappresentano due priorità fondamentali della strategia di Lisbona).

Per quanto riguarda la promozione delle analisi comparative, l’attenzione nel processo di Lisbona si è spostata dall’analisi comparativa nel senso di creazione di una “classifica” alla valutazione dei progressi in relazione ai punti di partenza e alle condizioni di ciascuno Stato membro. Dal 2005 la rilanciata strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione ha attribuito la priorità anche alla titolarità nazionale del processo di riforma. La Commissione promuove inoltre lo scambio delle migliori politiche tra Stati membri, in base al quale questi ultimi possono trarre insegnamento dalle rispettive esperienze.

La Commissione ribadisce il suo impegno a promuovere e sostenere attivamente la strategia di Lisbona rilanciata, favorendo il coinvolgimento degli Stati membri e delle principali parti interessate nelle sue analisi (attraverso relazioni analitiche di base fondamentali come la relazione economica dell’UE del 2006 o la relazione sulla competitività del 2006) e nella sua attività di analisi comparativa e di definizione delle raccomandazioni di politica attraverso la relazione annuale di avanzamento del 2006 (che dovrebbe essere adottata il 12 dicembre 2006).

 
 

(1) Ricerca e sviluppo.
(2) Prodotto interno lordo.

 

Interrogazione n. 72 dell'on. Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (H-0936/06)
 Oggetto: Liberalizzazione dei servizi postali
 

Il 18 ottobre 2006, la Commissione ha presentato una proposta intesa ad aprire completamente i mercati postali dell'UE entro il 2009, al fine di completare il mercato interno, introdurre un maggior numero di innovazioni, migliorare i servizi, soddisfare le esigenze dei consumatori, ma anche di mantenere gli attuali impegni degli Stati membri per quanto riguarda la fornitura di un servizio universale d'alta qualità.

Su quali dati quantitativi e qualitativi si basa la Commissione per avvalorare la sua proposta? Diversi Stati membri hanno già provveduto ad aprire completamente il mercato postale, mentre altri pensano di farlo entro il 2009. Dispone la Commissione di uno studio che faccia luce sui risultati ottenuti da questi Stati membri grazie all'apertura completa del loro mercato alla concorrenza? In concreto, quale proposta ha avanzato la Commissione per quanto riguarda la necessaria fornitura di un servizio universale d'alta qualità e in che modo intende la scelta elastica degli strumenti per finanziarla?

 
  
 

La Commissione ha da poco trasmesso al Parlamento in tutte le lingue ufficiali una proposta di direttiva che modifica la direttiva sui servizi postali e tutti i relativi documenti di supporto, fra cui le relazioni della Commissione sull’impatto sul servizio postale universale della piena apertura del mercato e sull’applicazione dell’attuale direttiva postale e una valutazione d’impatto che esamina gli effetti delle varie opzioni politiche.

Questi stessi documenti sono accompagnati e ulteriormente elaborati da due approfonditi documenti di lavoro dei servizi della Commissione. La preparazione della proposta della Commissione è stata basata sui risultati di una consultazione pubblica e su numerosi studi esterni condotti per conto della Commissione negli ultimi anni, di cui l’ultimo nel 2006, nonché su altre informazioni disponibili. Tutti questi documenti sono reperibili sull’apposito sito web della Commissione(1) e contengono rispose dettagliate alle questioni sollevate dall’onorevole parlamentare, in particolare per quanto riguarda gli effetti della piena apertura del mercato negli Stati membri e spiegazioni delle possibilità di finanziamento e di salvaguardia del servizio universale.

 
 

(1)http://ec.europa.eu/internal_market/post/index_en.htm).

 

Interrogazione n. 73 dell'on. Esko Seppänen (H-0939/06)
 Oggetto: Vantaggi economici derivanti dall'azione comunitaria
 

Secondo un articolo comparso sul Financial Times del 10 ottobre 2006, il commissario Günter Verheugen avrebbe stimato a circa 600 miliardi di euro i costi indotti annualmente dalla legislazione comunitaria a carico delle imprese. Può valutare la Commissione a quanto ammontano le entrate e gli altri vantaggi supplementari di cui godono le imprese grazie alla stessa legislazione comunitaria?

 
  
 

L’onorevole parlamentare chiede a quanto ammontano le entrate e gli altri vantaggi supplementari di cui godono le imprese grazie alla legislazione comunitaria.

I vantaggi derivanti dalla legislazione dell’UE non possono essere pienamente quantificati, tuttavia dai dati disponibili risulta che sono considerevoli. Ad esempio, si calcola che gli effetti del programma per il mercato interno siano pari ad almeno il 2 per cento del prodotto interno lordo (PIL). Secondo altri studi, l’effetto dell’integrazione economica tra gli Stati membri dell’UE a 15 è di circa il 10 per cento del PIL. Da un recente studio sull’adesione all’UE e la crescita del reddito(1) emerge che i vantaggi netti per i nuovi Stati membri dopo l’adesione all’UE possono essere pari a un aumento del 39 per cento del reddito totale e a un aumento del 56 per cento del commercio complessivo. Un’analisi dei precedenti allargamenti ha fornito dati simili. In Spagna la produzione pro capite è aumentata dal 74 per cento della media dell’UE nel 1986 all’84 per cento nel 2001, e in Portogallo dal 62 per cento al 75 per cento nello stesso periodo.

La regolamentazione può essere onerosa per le imprese imponendo alti costi di adeguamento alle normative o costi derivanti dall’obbligo di fornire informazioni in relazione alla conformità alle normative. In quest’ultimo caso si tratta dei cosiddetti oneri amministrativi. Tale distinzione è importante in quanto la riduzione degli oneri amministrativi non interferisce in alcun modo con la sostanza della legislazione.

La Commissione propone un obiettivo di riduzione degli oneri amministrativi del 25 per cento in tutta l’Unione europea per quanto riguarda la legislazione europea e nazionale. Si tratta essenzialmente di una particolare forma di snellimento delle procedure di fornitura di informazioni a livello comunitario e nazionale, che in quanto tale non influenza la struttura di base della legislazione. Da recenti simulazioni risulta che il conseguimento di questo obiettivo offrirebbe vantaggi economici compresi tra l’1,1 e l’1,5 per cento del PIL, ovvero di circa 150 miliardi di euro nel medio termine(2).

Occorre tuttavia collocare nella giusta prospettiva l’onere associato ai requisiti amministrativi di trasmissione di informazioni. Innanzi tutto, questi requisiti hanno origine nella legislazione a livello regionale, nazionale e comunitario. Sarebbe pertanto errato presupporre che, se non venissero imposti obblighi di informazione a livello comunitario, il dato sarebbe automaticamente molto inferiore. In base al principio di sussidiarietà, l’UE agisce soltanto qualora vi sia un valore aggiunto per le decisioni adottate a livello nazionale. Sarebbe giusto presupporre che, in mancanza di regolamentazione a livello di UE, esisterebbe nella maggior parte dei casi una corrispondente legislazione a livello nazionale che comporterebbe altrettanti costi per l’economia europea. E’ molto probabile che una situazione in cui 25 paesi agissero singolarmente comporterebbe oneri amministrativi più alti per le imprese che operano nel mercato interno. Infine, alcuni di questi obblighi giuridici o requisiti di informazione sono inevitabili in quanto sono necessari per controllare la conformità alle normative relative ai consumatori, alla salute e alla protezione dell’ambiente o sono intesi a tutelare la gestione finanziaria della Comunità.

 
 

(1) M. Lejour, V. Solanic, P.J.G Tang, “EU accession and income growth”, documento di discussione del CPB, ottobre 2006.
(2) Promuovere una migliore regolamentazione (nota per il Comitato di politica economica), Bruxelles, 18 ottobre 2006.

 

Interrogazione n. 74 dell'on. Leopold Józef Rutowicz (H-0940/06)
 Oggetto: Assassinio del leader nazionalista veterano beluci Nawab Akbar Bugti
 

Ha intenzione la Commissione di prendere in considerazione assieme al governo pakistano il caso del leader nazionalista veterano beluci Nawab Akbar Bugti ucciso dalle forze armate pakistane perché lottava affinché il popolo Baloch potesse beneficiare di maggiori diritti economici e politici?

 
  
 

La Commissione segue da vicino la situazione in Baluchistan ed è del tutto consapevole delle sfide con cui il governo pachistano deve confrontarsi in tale provincia, in relazione alla quale sono state intraprese operazioni di sicurezza cui è stato dato molto risalto.

A seguito della preparazione di due relazioni del Senato finanziate dal governo, la Commissione intende incoraggiare il governo del Pakistan a compiere ulteriori sforzi allo scopo di trovare una soluzione politica nel Baluchistan.

L’Unione europea ha sollevato la questione con le autorità pachistane nell’ambito dei contatti regolari con esse intrattenuti.

 

Interrogazione n. 75 dell'on. Philip Bushill-Matthews (H-0941/06)
 Oggetto: Parità di trattamento per i disabili
 

Vi sono Stati membri in cui sia attualmente in vigore un sistema che riconosca ufficialmente la condizione di disabilità a cittadini di altri Stati membri, in particolare per quanto riguarda gli sconti sull'acquisto di beni e servizi? L'attuale situazione, per cui un portatore di handicap riconosciuto nel Regno Unito, ad esempio, in Italia non può beneficiare di agevolazioni di viaggio concesse ad un disabile italiano, sembrerebbe essere una discriminazione nei confronti di cittadini non italiani. Come intende la Commissione risolvere tale discriminazione al fine di garantire parità di trattamento a tutti i cittadini portatori di handicap in tutta l'UE?

 
  
 

La Commissione non è a conoscenza di alcun riconoscimento reciproco della condizione di disabilità e quindi dei relativi diritti delle persone disabili nell’UE. Non esiste inoltre alcuna definizione unica di disabilità nell’UE. Spetta ai singoli Stati membri determinarla e attualmente la definizione di disabilità è molto diversa tra i vari Stati membri, in linea con le tradizioni e le norme nazionali. Allo stesso modo, i vantaggi finanziari e in natura disponibili per i disabili sono una materia che rientra nella sfera di competenza degli Stati membri, e anche tali vantaggi sono molto vari.

La legislazione comunitaria che vieta le discriminazioni fondate sulla disabilità attualmente si applica soltanto in materia di occupazione, condizioni di lavoro e formazione professionale. La Commissione ha chiesto che venga condotto uno studio sulle misure nazionali che vietano le discriminazione in altri settori, che dovrebbe essere disponibile nel dicembre 2006.

Detto questo, la raccomandazione del Consiglio del 4 giugno 1998 su un contrassegno di parcheggio per disabili intende garantire il riconoscimento reciproco dei contrassegni di parcheggio per disabili nell’Unione europea e nello spazio economico europeo per favorire la libera circolazione dei disabili in tutta Europa. Il riconoscimento reciproco è pertanto favorito da un modello comunitario uniforme illustrato nell’allegato della raccomandazione del Consiglio riguardante le disposizioni pratiche relative al contrassegno. I contrassegni di parcheggio sono rilasciati conformemente alle rispettive disposizioni nazionali, in quanto la definizione di disabilità e le norme per l’assegnazione dei contrassegni ai disabili sono di competenza degli Stati membri.

 

Interrogazione n. 76 dell'on. Ivo Belet (H-0943/06)
 Oggetto: Apertura domenicale dei negozi - effetti distorsivi della concorrenza
 

Nei Paesi Bassi i negozi o i centri commerciali sono aperti anche la domenica. In Belgio ciò non è possibile salvo che un determinato comune sia riconosciuto come centro turistico. Nelle regioni frontaliere una siffatta situazione di disparità comporta inequivocabili effetti distorsivi della concorrenza.

Qual è l'opinione della Commissione sull'apertura domenicale dei negozi contestualmente alla libera concorrenza? Conviene la Commissione che una siffatta situazione rischia inevitabilmente d'innescare un'inopportuna corsa alle aperture domenicali con scarso o inesistente plusvalore economico?

 
  
 

La Commissione è consapevole del fatto che gli Stati membri possono avere regole diverse sull’apertura domenicale dei negozi. Finora alla Commissione non risulta che questa diversità di regole stia dando luogo a una liberalizzazione generale dell’apertura domenicale. Tale diversità può comunque creare nelle regioni frontaliere situazioni in cui i negozi possono trovarsi in condizioni concorrenziali diverse a seconda dello Stato membro in cui sono stabiliti.

La Commissione esaminerà tuttavia con attenzione le denunce ricevute da imprese che sostengono che la diversità delle regole sull’apertura domenicale crea problemi per il mercato interno, in particolare nelle regioni frontaliere. Ad esempio, di recente la Commissione ha ricevuto interrogazioni relative alle condizioni applicabili all’apertura domenicale dei negozi nelle zone turistiche. In tali casi, la Commissione deve valutare se le norme nazionali sono compatibili con i principi del Trattato, in particolare con gli articoli 43 e 49 del Trattato CE che prevedono la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei servizi.

 

Interrogazione n. 77 dell'on. Panagiotis Beglitis (H-0945/06)
 Oggetto: Finanziamento di giornali e periodici specializzati in questioni europee
 

Può la Commissione far sapere se finanzia giornali e periodici, con sede a Bruxelles, il cui contenuto giornalistico sia dedicato a questioni europee e al funzionamento delle istituzioni comunitarie? In caso affermativo, quali sono dette pubblicazioni? Qual è la loro diffusione? Quali criteri sono seguiti per il loro finanziamento? Ha la Commissione esaminato il rapporto "costi-benefici" onde tutelare il denaro dei contribuenti europei promuovendo, al contempo, le idee europee?

 
  
 

La Commissione desidera informare l’onorevole parlamentare che non fornisce finanziamenti, ossia non concede sovvenzioni, a giornali e periodici, con sede a Bruxelles, il cui contenuto giornalistico sia dedicato a questioni europee e al funzionamento delle istituzioni comunitarie.

 

Interrogazione n. 78 dell'on. Caroline Lucas (H-0946/06)
 Oggetto: FLEGT: progressi in merito alle opzioni legislative
 

Il piano d'azione sull'applicazione delle normative, governance e commercio nel settore forestale (FLEGT), presentato dalla Commissione nel 2003, si basa ampiamente sugli accordi di partenariato volontari (VPA) con una selezione di paesi tropicali produttori di legname. Tuttavia, la stessa Commissione ha riconosciuto l'esistenza di due gravi lacune in tale approccio: il primo è che alcuni paesi sono esclusi dal sistema - come la Russia, la quale da una recente indagine è risultata essere una delle fonti principali di legname di provenienza illecita sul mercato UE; il secondo è che è possibile aggirare il sistema - come testimoniato, ad esempio, da quei prodotti realizzati usando legname russo di provenienza illecita esportato dalla Cina.

Riconosce la Commissione le gravi conseguenze negative che tali problemi causeranno sull'efficacia del piano d'azione, e quali sono le sue proposte per affrontare tali problemi? In che modo le raccomandazioni della risoluzione del Parlamento europeo del luglio 2005 si riflettono sull'attuazione del piano? Quali sono il quadro della situazione e il calendario proposto con le opzioni legislative che il Parlamento ha chiesto alla Commissione di presentare? È inoltre prevista una consultazione pubblica?

 
  
 

La Commissione ha riconosciuto nel piano d’azione per l’applicazione delle normative, la governance e il commercio nel settore forestale (FLEGT) che i partenariati FLEGT bilaterali non possono affrontare il problema dell’aggiramento del sistema attraverso paesi terzi o dell’esclusione di alcuni paesi dal sistema. La Commissione intende condurre una valutazione d’impatto di varie opzioni individuate per accrescere l’efficacia dell’iniziativa FLEGT, fra cui una nuova legislazione. La Commissione ha organizzato una serie di riunioni, formali e informali, per i vari operatori e altre parti interessate dell’UE e di paesi terzi. Sulla base dell’esito di tale iniziativa, la Commissione deciderà se sarà necessario avviare una consultazione pubblica o presentare ulteriori proposte.

La Commissione concorda in generale sulle raccomandazioni relative al miglioramento della governance e alla partecipazione ai negoziati inerenti ai partenariati FLEGT. Per quanto riguarda le raccomandazioni della risoluzione del Parlamento del luglio 2005 relative alla base giuridica, la Commissione desidera affermare che proporrà una base giuridica per qualsiasi futuro accordo di partenariato volontario soltanto dopo che sarà stato definito il testo di tale specifico accordo. In termini di assistenza finanziaria, la Commissione prevede che saranno rese disponibili alcune risorse finanziarie nell’ambito del futuro programma tematico per l’ambiente e le risorse naturali, nonché dei principali fondi “geografici” nel quadro dello strumento di cooperazione allo sviluppo e del Fondo europeo di sviluppo.

La Commissione manterrà il Parlamento informato dello stato dei negoziati relativi a FLEGT.

 

Interrogazione n. 79 dell'on. Mihael Brejc (H-0948/06)
 Oggetto: Ostacoli al corretto funzionamento del mercato interno
 

Uno dei fondamentali principi dell'Unione europea è quello di garantire a tutti gli operatori pari condizioni di accesso al mercato per consentir loro di reggere alla concorrenza in condizioni di parità. Orbene, attualmente taluni Stati membri risultano sfavoriti rispetto ad altri a causa delle restrizioni alla libera circolazione delle persone nell'ambito sia dell'Unione europea che dello spazio Schengen. Si tratta per lo più di paesi che, in termini di sviluppo, lamentano ritardi rispetto alla media europea, motivo per cui i succitati ostacoli costituiscono una ulteriore difficoltà che impedisce loro di progredire più rapidamente.

Potrebbe la Commissione specificare i provvedimenti che intende adottare onde accelerare la rimozione di tali ostacoli e dar vita a condizioni che consentano una leale concorrenza?

 
  
 

In base al trattato di adesione, gli Stati membri hanno il diritto di applicare alcune restrizioni all’accesso al proprio mercato del lavoro per i lavoratori di tutti i dieci Stati membri che hanno aderito all’UE il 1o maggio 2004, fatta eccezione per i lavoratori di Cipro e Malta. Le disposizioni temporanee sono suddivise in tre fasi distinte, in base alla formula “2 più 3 più 2” per un periodo di sette anni, e durante ciascuna di esse si applicano condizioni diverse.

In una relazione al Consiglio sulla prima fase delle disposizioni temporanee (1o maggio 2004 – 30 aprile 2006), la Commissione ha concluso che non esistevano rischi di effetti negativi per la libera circolazione dei lavoratori e che gli Stati membri che avevano aperto il loro mercato del lavoro avevano potuto sfruttare gli effetti positivi di tale decisione. La Commissione ha invitato gli Stati membri, al momento della preparazione della notifica delle loro intenzioni per la seconda fase (1o maggio 2006 – 30 aprile 2009), a tenere debito conto dei dati statistici e delle conclusioni contenute nella citata relazione.

La Commissione accoglie con favore la decisione adottata da un numero considerevole di Stati membri, che hanno revocato le restrizioni nella seconda fase: oltre a Regno Unito, Irlanda e Svezia che avevano già realizzato la piena apertura dei loro mercati durante la prima fase, anche Spagna, Portogallo, Grecia e Finlandia hanno deciso di aprire i loro mercati del lavoro dal 1o maggio 2006, e l’Italia dal 21 luglio 2006. Insieme alle decisioni di altri Stati membri (Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi) di consentire un accesso più facile ad alcuni settori e professioni attraverso la semplificazione delle procedure, questo dimostra che la maggior parte degli Stati membri dell’UE a 15 concorda che l’allargamento del 2004 ha avuto effetti positivi per l’UE nel complesso.

Per quanto riguarda la libera circolazione nello spazio Schengen, si deve sottolineare che i controlli sulle persone alle frontiere interne tra gli Stati membri che applicano pienamente l’acquis di Schengen e gli Stati membri che hanno aderito all’UE nel maggio 2004 sono ancora in vigore, e pertanto le persone che attraversano tali frontiere sono ancora sottoposte a controlli alle frontiere. Va tuttavia precisato che tutti i cittadini dell’UE hanno il diritto di attraversare tali frontiere su semplice presentazione di un passaporto o di una carta d’identità validi.

 

Interrogazione n. 80 dell'on. Monica Frassoni (H-0951/06)
 Oggetto: Scuole europee - Camera dei ricorsi
 

La Commissione è membro effettivo del Consiglio superiore delle Scuole europee. Quale giudizio dà essa dell'operatività della Camera dei ricorsi istituita nell'ambito del sistema delle Scuole europee? E' essa consapevole che tutte le decisioni finora emanate dalla Camera dei ricorsi sono di inammissibilità per carenza di competenza della Camera stessa? E' essa a conoscenza che i giudici della Camera non si sono mai riuniti e che apparentemente le decisioni finora prese sono state adottate mediante procedure informali (contatti telefonici e e-mail)? E' vero che la Commissione, previo parere del proprio servizio giuridico, si è pronunciata, in seno al Consiglio superiore, contro l'estensione delle competenze decisionali della Camera dei ricorsi? Cosa intende fare in concreto la Commissione affinché il sistema delle Scuole europee sia assoggettato al principio di legalità e come tale sia previsto il sindacato giurisdizionale sulle decisioni assunte dagli organi delle scuole europee in particolare in materia disciplinare e di diritto di iscrizione di alunni?

 
  
 

La Camera di ricorso(1) è un organo giurisdizionale indipendente del Consiglio superiore delle Scuole europee (SE). I suoi membri sono scelti a partire da una lista stabilita a tal fine dalla Corte di giustizia delle Comunità europee tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza e dotate di comprovate competenze giuridiche.

La Commissione non può condividere l’affermazione dell’onorevole parlamentare secondo cui tutte le decisioni adottate finora dalla Camera di ricorso fanno riferimento all’irricevibilità del ricorso poiché la Camera non sarebbe competente. Essa è stata consultata su 35 controversie nel 2005 e nel 2006 e soltanto 9 casi sono stati respinti per incompetenza. In 11 casi la Camera ha preso una decisione sul merito. Gli altri casi sono stati ritenuti irricevibili per motivi procedurali oppure il loro esame non è stato ancora concluso. Da queste statistiche risulta che la Camera si pronuncia sul merito ogniqualvolta sia possibile.

E’ inesatto affermare che i giudici che costituiscono la Camera non si siano mai riuniti e che le decisioni adottate finora siano state prese sulla base di procedure informali. La Camera di ricorso funziona conformemente alle norme stabilite al capitolo IV del suo statuto e si riunisce regolarmente in udienze pubbliche annunciate sul sito web delle SE(2) nella sua sede di Bruxelles. Peraltro, spetta al presidente della Camera utilizzare, sotto la propria responsabilità, i mezzi che ritiene più opportuni per comunicare con gli altri membri della Camera al di fuori delle sessioni che si svolgono a Bruxelles.

La Commissione si è effettivamente pronunciata insieme al Consiglio superiore contro l’estensione delle competenze della Camera di ricorso a tutte le controversie che possono sorgere nel sistema delle SE. Essa ha, in effetti, rilevato che le parti contraenti della Convenzione concernente lo statuto delle SE non avevano auspicato di accordare una completa immunità di giurisdizione alle SE. Un’estensione dell’immunità di giurisdizione ad altre questioni oltre a quelle attualmente oggetto delle competenze della Camera potrebbe soltanto scaturire da una modifica della stessa Convenzione o da un accordo addizionale tra le parti contraenti e non potrebbe derivare da un atto unilaterale adottato dal Consiglio superiore. Inoltre, il Consiglio superiore e il Comitato amministrativo e finanziario hanno segnalato che il fatto di conferire alla Camera di ricorso una competenza generale avrebbe importanti conseguenze sulla sua struttura e sul suo funzionamento e comporterebbe spese difficili da valutare ma probabilmente comparabili a quelle del Tribunale di primo grado.

Per rispondere all’ultima domanda dell’onorevole parlamentare, è opportuno osservare che il sistema delle SE non è in alcun caso escluso dall’applicazione del principio di legalità in quanto ogni controversia che non rientri nelle competenze della Camera di ricorso rientra nella competenza delle giurisdizionali nazionali.

Occorre precisare che le questioni disciplinari sono oggetto di una procedura chiaramente specificata all’articolo 44 del regolamento generale delle SE, il quale lascia un grande spazio al diritto alla difesa, e che una sospensione dalla scuola superiore ai 15 giorni può essere oggetto di un ricorso amministrativo al Segretario generale delle SE e, se del caso, alla Camera di ricorso. Per contro, le eventuali controversie relative all’iscrizione degli studenti, che rientrano attualmente nella responsabilità esclusiva di ogni Direttore(3) in applicazione dell’articolo 46 del regolamento generale delle scuole europee, non sono di competenza della Camera di ricorso ma devono essere oggetto di un’azione legale dinanzi ai tribunali nazionali.

 
 

(1) Istituita dall’articolo 28 della Convenzione sullo statuto delle Scuole europee.
(2)http://www.eursc.org.
(3) In futuro, a Bruxelles, dell’Autorità Centrale per le iscrizioni.

 

Interrogazione n. 81 dell'on. Ryszard Czarnecki (H-0953/06)
 Oggetto: Politica regionale dell'UE a seguito dell'adesione di Bulgaria e Romania
 

Può la Commissione far sapere in quale misura cambierà la politica regionale dell'UE per quanto riguarda la ristrutturazione delle vecchie case urbane a seguito dell'adesione all'UE di Bulgaria e Romania?

 
  
 

Al momento dell’adesione, il regolamento (CE) n. 1080/2006 relativo al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e il regolamento (CE) n. 1083/2006 recante disposizioni generali sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo e sul Fondo di coesione, adottati il 5 luglio 2006, si applicheranno ai nuovi Stati membri Romania e Bulgaria.

In base all’articolo 7, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 1080/2006 relativo al Fondo europeo di sviluppo regionale:

“2. Le spese per l’edilizia abitativa sono ammissibili unicamente per gli Stati membri che hanno aderito all’Unione europea il 1o maggio 2004 o successivamente e nelle seguenti circostanze:

a) le spese sono programmate nell’ambito di un’operazione di sviluppo urbano integrato o di un asse prioritario per zone colpite o minacciate dal deterioramento fisico e dall’esclusione sociale;

b) l’allocazione per l’edilizia abitativa ammonta a un massimo del 3 per cento della dotazione del FESR destinata ai programmi operativi interessati ovvero al 2 per cento della dotazione totale del FESR;

c) le spese sono limitate a:

– l’edilizia plurifamiliare, o

– gli edifici di proprietà di autorità pubbliche o di operatori senza scopo di lucro da destinare a famiglie a basso reddito o a persone con esigenze particolari”.

Il regolamento della Commissione recante le disposizioni di attuazione per il periodo 2007-2013 definirà un elenco di criteri necessari per determinare i settori cui si fa riferimento alla lettera a). Il regolamento della Commissione dovrebbe essere adottato il 6 dicembre 2006.

Attualmente Bulgaria e Romania, come tutti gli Stati membri, stanno preparando e negoziando i documenti di programmazione (quadro strategico nazionale di riferimento e programmi operativi).

Nel quadro degli stanziamenti dei Fondi strutturali, spetta agli Stati membri decidere gli assi prioritari che saranno finanziati con i fondi nei vari programmi operativi, tenendo conto degli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione e dei regolamenti del Consiglio relativi a ciascun Fondo.

I nuovi Stati membri dovranno pertanto decidere l’importo del FESR che sarà assegnato allo sviluppo urbano, e in particolare al finanziamento della ristrutturazione di vecchie case alle condizioni definite in precedenza.

 

Interrogazione n. 82 dell'on. Luís Queiró (H-0954/06)
 Oggetto: Finanziamento comunitario delle misure agro-ambientali
 

Stante la rilevanza della dimensione ambientale dell'agricoltura europea e della sua funzione di sostegno allo sviluppo rurale e considerato che le misure agro-ambientali costituiscono strumenti privilegiati nella promozione di buone pratiche ambientali e dello sviluppo rurale, potrebbe la Commissione far sapere quale valore rivestano, a suo giudizio, le misure agro-ambientali quali strumenti di promozione di buone pratiche agricole ambientali e in sede di sviluppo rurale?

In quale misura il mancato utilizzo degli stanziamenti comunitari disponibili per tali misure pregiudica il conseguimento degli obiettivi di dette politiche? Quali provvedimenti sono previsti, a livello comunitario, per far fronte alla discrepanza fra le previsioni presentate dagli Stati membri e la loro concreta attuazione? Preoccupa tale discrepanza la Commissione? In quale misura possono uno Stato membro e/o i suoi agricoltori essere danneggiati da tale discrepanza? Quali sono le iniziative/misure della Commissione per evitare il mancato pagamento, a livello comunitario, di misure agro-ambientali previste e iscritte in bilancio? A quanto ammontano gli importi del bilancio comunitario, per misure agro-ambientali, previsti, disponibili e non utilizzati dal Portogallo nel periodo 2004-2005? Qual è la media europea di mancata esecuzione di bilancio per dette misure agro-ambientali nel periodo succitato?

 
  
 

La Commissione attribuisce un ruolo fondamentale alle misure agroambientali che promuovono lo sviluppo sostenibile delle zone rurali e rispondono alla crescente domanda di servizi ambientali da parte della società. Il regolamento (CE) n. 1257/1999(1) del Consiglio prevede i mezzi per incoraggiare gli agricoltori europei a fornire un servizio alla società nel complesso continuando ad applicare pratiche rispettose dell’ambiente al fine di proteggere e valorizzare l’ambiente, le risorse naturali, il suolo e la diversità genetica e di curare il paesaggio e lo spazio naturale. In base al regolamento (CE) n. 1698/2005 del Consiglio(2), le misure volte a valorizzare l’ambiente e lo spazio naturale, tra cui le misure agroambientali, continueranno a svolgere un ruolo fondamentale nel periodo di programmazione 2007-2013, con almeno il 25 per cento del contributo totale del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR). Anche il fatto che le misure agroambientali sono e continueranno a essere le uniche misure vincolanti per gli Stati membri nell’ambito di questa politica dimostra la massima priorità ad esse attribuita dalla Commissione.

I programmi di sviluppo rurale approvati dalla Commissione creano il quadro giuridico e forniscono le risorse di bilancio comunitario necessarie per misure concrete volte a conseguire gli obiettivi generali dell’UE in materia di ambiente e di sviluppo rurale. Ogni anno la Commissione decide lo stanziamento complessivo dell’UE per ciascuno Stato membro. Spetta agli Stati membri assegnare questo importo annuale a ciascuna misura dei loro programmi, tenendo conto delle esigenze specifiche. Per quanto riguarda le misure agroambientali, ad esempio, gli Stati membri hanno la possibilità di modificare l’assegnazione e/o il contenuto delle misure nel corso del periodo di attuazione dei programmi al fine di ottenere un più elevato tasso di utilizzo. Gli Stati membri sono i soli responsabili di qualsiasi discrepanza tra le previsioni da essi stessi presentate e la loro concreta attuazione, e la Commissione non dispone dei mezzi necessari per prevenire il mancato pagamento. E’ ovvio che tutti auspichiamo che i risultati di questi programmi siano i migliori possibili ed è sempre deplorevole quando alcune misure non possono essere finanziate in uno Stato membro, ostacolando la piena efficacia dei programmi specifici.

Per questi motivi, non è possibile indicare la media europea di mancata esecuzione di bilancio per le misure agroambientali nel 2004 e nel 2005. La Commissione può tuttavia informare l’onorevole parlamentare che nell’UE a 15 in questi due anni è stato speso un importo totale di 3.937,257 milioni di euro del Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia /FEAOG), sezione garanzia. Di questo importo, 161,451 milioni di euro sono stati spesi dal Portogallo.

 
 

(1) Regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio del 17 maggio 1999 sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG), GU L 160 del 26.6.1999.
(2) Regolamento (CE) n. 1698/2005 del Consiglio del 20 settembre 2005 sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR), GU L 277 del 21.10.2005.

 
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