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Procedura : 2003/0257(COD)
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Testi presentati :

A6-0345/2006

Discussioni :

PV 11/12/2006 - 14
CRE 11/12/2006 - 14

Votazioni :

PV 13/12/2006 - 8.2
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2006)0553

Discussioni
Mercoledì 13 dicembre 2006 - Strasburgo Edizione GU

10. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Relazione Sacconi (A6-0352/2006)

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. (SV) Scegliamo di sostenere il compromesso che è stato proposto perché rappresenta un chiaro miglioramento alla legislazione vigente in materia di sostanze chimiche.

Inoltre, siamo del parere che la conciliazione sarebbe stata rischiosa, poiché riteniamo probabile che avrebbe portato a un indebolimento del sistema REACH.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto. (SV) Nella votazione di oggi sulla seconda lettura di REACH mi sono astenuta perché non posso appoggiare gli indebolimenti imposti dal Consiglio sulla posizione del Parlamento adottata in ottobre dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare.

Le mie critiche in merito all’accordo riguardano tre punti principali, che sono i seguenti:

– il principio di sostituzione non si applica a tutte le sostanze chimiche. Al contrario, molte di esse, comprese le sostanze cancerogene, continueranno a essere esenti dall’obbligo di sostituzione, purché siano “adeguatamente controllate”.

– Il diritto di informazione risulta annacquato, in quanto copre un numero inferiore di sostanze chimiche e si applica a concentrazioni superiori a quelle ritenute auspicabili dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare del Parlamento.

– Il principio della responsabilità non risulta inserito nell’effettivo testo legislativo, bensì viene relegato nel preambolo. E’ un fatto grave, soprattutto per le numerose sostanze chimiche in merito alle quali l’obbligo di informazione è limitato o inesistente.

La mia astensione non è un’omissione, ma piuttosto è intesa a sottolineare la mia insoddisfazione rispetto alla posizione del Consiglio. Tuttavia, non voglio esprimere critiche nei confronti del relatore, l’onorevole Sacconi. Anzi, desidero congratularmi caldamente con lui per lo splendido lavoro svolto su una questione difficile in un periodo di tempo tanto lungo.

Il voto di oggi apre la strada all’entrata in vigore del sistema REACH all’inizio del secondo semestre del 2007. Il mio lavoro, e quello di molti altri, volto all’ulteriore miglioramento di questa legislazione, comincia ora.

 
  
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  Anne Ferreira (PSE), per iscritto. – (FR) Con il voto di oggi l’UE si è dotata di un testo la cui portata è ben lontana dal raggiungere gli obiettivi desiderati. Il progetto era ambizioso: adottare una legislazione che consenta la registrazione e la valutazione delle sostanze chimiche, con l’obbligo di sostituire i prodotti pericolosi con un’alternativa meno nociva, laddove esista.

Questo progetto non ha resistito alle pressioni di certe lobby dell’industria chimica, fortemente sostenuta all’interno del Parlamento europeo, che ha preferito far prevalere i vincoli economici sulla protezione dell’ambiente e della salute pubblica, al fine di ottenere una legislazione meno vincolante, in particolare per quanto concerne la sostituzione. Mi rammarico inoltre per l’esclusione dei perturbatori endocrini dalla procedura di sostituzione e per il fatto che la relazione sulla sicurezza chimica non sia obbligatoria per le sostanze prodotte in quantitativi tra una e dieci tonnellate.

L’accordo concluso è inadeguato, ma respingerlo significherebbe correre il rischio di avviare la procedura di conciliazione e di ritrovarsi con un testo completamente privo di significato.

Per quanto certamente inadeguata, questa legislazione esiste e su questa base vale la pena di mobilitarci maggiormente nell’esigere le risorse finanziarie e umane per applicarla, farla progredire e garantire la sostituzione su una base molto graduale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Ci siamo astenuti dalla votazione sul compromesso derivante dall’accordo tra i due maggiori gruppi presenti in Parlamento – il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei e il gruppo socialista al Parlamento europeo – perché riteniamo che non risponda ai diritti e alle preoccupazioni legittime dei consumatori e delle piccole e medie imprese in merito alla protezione dei lavoratori e dell’ambiente.

A nostro parere, non stabilisce il necessario equilibrio tra la protezione della salute dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e lo sviluppo industriale.

Al contrario, i diritti dei consumatori non sono stati debitamente salvaguardati, a causa delle restrizioni al diritto di informazione; né è stato salvaguardato il diritto dei lavoratori alla salute, poiché non vengono rese disponibili le informazioni sugli effetti potenzialmente pericolosi dei materiali maneggiati. Inoltre, la relazione non tiene in debito conto le microaziende e le piccole e medie imprese, e neppure le grandi aziende che hanno già espresso il desiderio di sostituire le sostanze chimiche pericolose, poiché il costo della registrazione delle sostanze salirà inevitabilmente, senza un sostegno adeguato.

Detto questo, accogliamo con favore il fatto che l’onere della prova sia stato spostato sull’industria. Questo obiettivo, ora raggiunto, era alla base degli obiettivi del sistema REACH. Tuttavia, ci rammarichiamo del fatto che alcuni emendamenti presentati dal nostro gruppo non siano stati accettati, ivi compresa la possibilità per gli Stati membri di introdurre misure più restrittive, ove lo desiderino.

 
  
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  Jean-Claude Fruteau (PSE), per iscritto. (FR) Il testo presentato oggi per la votazione mette fine a sette lunghi anni di lavoro e di vivaci discussioni tra i sostenitori dell’industria chimica da un lato, che hanno insistito nel fare un uso eccessivo di argomenti quali competitività e occupazione al fine di mantenere lo status quo e garantire i propri interessi finanziari, e i funzionari europei dall’altro, ansiosi di produrre una legislazione responsabile intesa a proteggere gli europei dai pericoli delle sostanze chimiche pericolose contenute nei beni di consumo.

Certamente, come spesso accade, i risultati non rispondono pienamente alle aspettative. Ne è una prova il numero di beni coperti dal regolamento REACH solo 30 000 rispetto ai 100 000 desiderati. Tuttavia, si sono fatti notevoli progressi, se consideriamo in particolare il fatto che oggi vengono studiate solo 3 000 sostanze e che d’ora in poi spetterà all’industria chimica assumere l’onere della prova in merito alla tossicità delle sostanze, ossia dimostrare che non sono pericolose per gli esseri umani.

Alla fine, grazie allo spirito battagliero del relatore del gruppo socialista al Parlamento, l’onorevole Sacconi, l’Unione europea disporrà della legislazione più vincolante a livello mondiale su questa materia. Per tale motivo ho sostenuto con forza l’adozione di questo testo in seconda lettura.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) Ho scelto di sostenere il compromesso dell’onorevole Sacconi sul sistema REACH perché rappresenta un grande passo avanti per i consumatori, per i lavoratori del settore e anche per l’industria, che, se si adegua, diventerà leader mondiale nel campo delle sostanze chimiche sicure.

In effetti, il sistema REACH resta un po’ troppo burocratico e non sempre tiene conto degli interessi delle medie e, soprattutto, delle piccole imprese, che sono la forza dell’Europa. Dobbiamo assicurarci che né la Commissione né l’Agenzia cedano a un principio di precauzione che impedisca l’assunzione di rischi e l’adozione di decisioni, e che il sistema REACH – che in ogni caso è il risultato di un processo durato 11 anni – sia attuato con intelligenza, ossia vengano limitati quelli che sono essenzialmente studi inutili e procedure farraginose.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno opera per limitare la cooperazione UE a questioni effettivamente transfrontaliere, tra cui il mercato interno e varie questioni ambientali. Siamo convinti del fatto che una direttiva forte in materia di sostanze chimiche nel lungo termine costituirebbe un vantaggio competitivo per l’industria svedese ed europea.

Siamo dunque critici nei confronti del compromesso annacquato presentato dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, dal gruppo socialista al Parlamento europeo e dal gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa. Nel quadro del compromesso, è stato di fatto eliminato il principio di sostituzione. Né è presente un principio di responsabilità legalmente vincolante, per cui sarebbe chiaro che l’onere della prova è a carico delle aziende invece che delle autorità degli Stati membri. Allo stesso modo, non è stata approvata la richiesta che gli Stati membri siano in grado di adottare una legislazione di più ampia portata concernente le sostanze chimiche. Questo compromesso potrà anche essere una vittoria per gli operatori dell’industria chimica che non sono al passo coi tempi, ma è una sconfitta per le società moderne e progressiste, per la salute pubblica e per il nostro ambiente comune.

Abbiamo votato contro questo compromesso della maggioranza sulla base delle opinioni sopra esposte. Abbiamo votato a sostegno di un’alternativa più rispettosa dell’ambiente, vale a dire il pacchetto di compromesso presentato dal gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica e dal gruppo Verde/Alleanza libera europea.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE-DE), per iscritto. – (FR) REACH è un passo avanti di estrema importanza in termini di politica UE nel settore della chimica. L’inversione del principio di responsabilità, che passa dalle autorità pubbliche all’industria e ai produttori, è una rivoluzione fenomenale per l’intero settore. E non bisogna sottovalutare neppure l’enorme patrimonio di conoscenze che deriverà dal processo di registrazione, valutazione e autorizzazione. Queste nuove conoscenze avranno conseguenze per l’industria nel suo complesso e in termini di strumenti per preservare il genere umano e l’ambiente.

L’unico grande rammarico è che il principio di sostituzione di sostanze chimiche “estremamente problematiche” non sarà vincolante come auspicato. Ci auguriamo che nel prossimo futuro questo principio sarà ripreso e accettato dai due colegislatori europei, e che non dovremo aspettare vent’anni, come è stato per questa direttiva.

Respingere l’intera legislazione REACH per quest’unico rammarico avrebbe significato buttare via il bambino con l’acqua sporca e non sarebbe certamente servito a produrre una legislazione migliore nel breve o medio termine.

Mi appello alla futura Agenzia affinché mantenga un atteggiamento pragmatico nei confronti di certe sostanze ben note ad esempio la calce il cui utilizzo, in linea di principio, non presenta problemi.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Questo accordo su REACH ci consentirà di proteggere meglio la salute e l’ambiente, mentre la nostra industria europea dovrà diventare più responsabile, pur restando competitiva nel mercato mondiale.

Il testo adottato comprende una serie di miglioramenti importanti: la riduzione della burocrazia, la riduzione dei test inutili, una migliore protezione delle informazioni riservate delle imprese e l’introduzione di un piano di sostituzione obbligatorio.

Questo regolamento permetterà di rendere più chiara la legislazione: il settore chimico attualmente è soggetto a circa 40 direttive europee. Il nuovo regolamento consentirà all’Agenzia europea delle sostanze chimiche di registrare oltre 30 000 sostanze nei prossimi 11 anni.

Tuttavia, mi rammarico del fatto che non sia stata trovata una soluzione durevole al problema delle importazioni da paesi terzi. In effetti, gli importatori europei di sostanze chimiche sono tenuti a registrarle ai sensi di una procedura prevista dal sistema REACH. Il vero problema riguarda l’importazione di prodotti finiti, poiché le sostanze in essi contenute saranno semplicemente notificate.

 
  
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  Ambroise Guellec (PPE-DE), per iscritto. – (FR) E’ molto importante che l’Unione europea disponga di un sistema armonizzato di registrazione, autorizzazione e controllo delle sostanze chimiche. Uno Stato membro da solo non è in grado di istituire un dispositivo efficace. Questo sistema deve consentire, da un lato, di ridurre i rischi per la salute e l’ambiente e, dall’altro, di promuovere l’innovazione e il sostegno per le attività economiche non inquinanti.

Il compromesso sul quale votiamo oggi risponde con successo alla sfida di una legislazione ambiziosa, mirata innanzi tutto a creare un sistema efficace di protezione degli individui, senza ostacolare lo sviluppo economico.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’iniziativa del mio gruppo e di altri deputati, un compromesso che avrebbe preservato le parti migliori della proposta REACH rispondendo a molte delle preoccupazioni del settore.

Così come stanno le cose, la nuova legislazione è piena di scappatoie e di esenzioni e temo che questo consentirà di continuare a utilizzare sostanze chimiche tossiche nella produzione, anche laddove esistono alternative più sicure.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Non sono entusiasta e avrei preferito una versione diversa di questo testo, che resta un vero mostro di burocrazia, soprattutto per le piccole e medie imprese.

Mentre il gruppo Verde/Alleanza libera europea e la sinistra mi criticano fortemente, al punto di arrivare ad affermare che difendo l’industria chimica a spese della sanità pubblica, l’industria chimica, e soprattutto le piccole e medie imprese del settore, ci accusano di imporre una legislazione costosa e difficile da gestire, che potrebbe indurre le grandi aziende alla delocalizzazione fuori dall’Europa e che soprattutto minaccerebbe la sopravvivenza delle PMI.

Alcune sostanze chimiche, come alcune delle 130 sostanze utilizzate nella produzione di pneumatici, non si potrebbero più utilizzare in Europa e di conseguenza verrebbero integrate nei prodotti finiti importati da paesi terzi, sfuggendo a tutti i controlli.

Un sistema REACH eccessivamente perfezionista è quindi pericoloso quanto un sistema REACH estremista, perché rischierebbe di eliminare migliaia di posti di lavoro in Europa senza per questo contribuire a migliorare la salute pubblica.

Un vantaggio di REACH è che combina 40 direttive esistenti, cosa che rappresenta un miglioramento in direzione della promozione del mercato interno.

 
  
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  Jules Maaten (ALDE), per iscritto. – (NL) La questione del sistema REACH è una delle materie più discusse e sottoposte a pressioni nella storia dell’UE. L’industria e le organizzazioni ambientali hanno già espresso un’opinione critica sul risultato. Ciononostante, penso che il compromesso tra il Consiglio e il Parlamento sia realizzabile ed equilibrato. L’accordo raggiunto trova il giusto equilibrio tra interessi economici e attenzione per l’ambiente.

Laddove possibile, le sostanze pericolose devono essere vietate e ritengo che debba essere l’industria a mettere a disposizione i fondi a tale scopo, purché l’onere – in particolare per le piccole e medie imprese – non sia troppo pesante. La direttiva lo prevede, incoraggiando la sostituzione di sostanze pericolose con sostanze alternative e fornendo sostegno alle PMI in caso di adeguamenti in linea con le disposizioni e le normative aggiornate. Con la riduzione dei test sugli animali e il miglioramento delle informazioni ai consumatori, la direttiva fa un passo avanti nella giusta direzione.

Una volta calato il polverone, sono convinto che molti oppositori a poco a poco converranno di sostenere la direttiva.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), per iscritto. (DE) Le PMI e i loro lavoratori non possono essere pienamente soddisfatti del compromesso sul sistema REACH, che non comprende né la proposta del Parlamento in merito a test meno rigorosi nel caso di piccole quantità, né il concetto di una migliore definizione delle categorie di esposizione e di utilizzo, per cui l’UE impone costi considerevoli alle imprese rendendole meno competitive.

Nonostante questi notevoli difetti, ho votato a favore del compromesso, che porta anche la firma della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, di cui ho redatto il parere, per i seguenti motivi: la nuova direttiva crea certezza giuridica in tutta Europa sostituendo quaranta singoli regolamenti, migliora in misura considerevole l’informazione su 30 000 sostanze chimiche e riduce al minimo i rischi per la sicurezza di consumatori e lavoratori nel settore chimico; si è rinunciato all’introduzione di una relazione sulla sicurezza per le sostanze prodotte in quantità inferiori a dieci tonnellate all’anno, evitando così alle PMI in particolare un onere consistente in termini di costi e di impegno per la preparazione della documentazione. C’è stato un notevole miglioramento nella protezione del segreto industriale e alcune sostanze particolarmente pericolose possono essere autorizzate senza limiti di tempo, evitando così strozzature nelle forniture; l’estensione a tre anni e mezzo del termine di registrazione per la prima fase è un’altra agevolazione tangibile per l’industria chimica.

La direttiva entrerà in vigore nel 2007, e il successo del suo recepimento dipende da una buona collaborazione tra l’Agenzia centrale delle sostanze chimiche, le autorità nazionali e le imprese.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), per iscritto. – desidero sottolineare con soddisfazione la riuscita del TRILOGO che, nonostante la sua barbarica denominazione, è riuscito a trovare una via d’uscita onorevole alla questione della registrazione della sostanze chimiche, tanto dal punto di vista della tutela della salute dei consumatori, che da quello degli interessi delle piccole e medie imprese. Auspico che il compromesso raggiunto la scorsa settimana sia approvato dalla nostra assemblea, concludendo così il lavoro svolto durante tre anni, per riunire in un solo regolamento i quaranta testi legislativi esistenti. Sono grata ai colleghi che hanno accolto alcuni emendamenti presentati dal mio gruppo a tutela delle piccole e medie imprese e del benessere degli animali. La complessità della regolamentazione prevede tra l’altro la valutazione della sicurezza di circa 30 mila sostanze commercializzate prima del 1981 e prodotte o importate in quantità superiori a 1 tonnellata all’anno. Tale prospettiva è una garanzia ulteriore per la tutela della salute umana.

Nonostante la quantità consistente delle nuove norme, rimangono tuttavia da definire molti aspetti applicativi per una fattibile e corretta attuazione del sistema REACH all’interno di settori specifici, come quello dei cosmetici, ad esempio. I punti in discussione sono stati numerosi, ne fanno fede le centinaia di emendamenti esaminati, ma il risultato ottenuto mi sembra di grande equilibrio. Anche per questo esprimo il mio voto favorevole al compromesso finale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ci sono voluti cinque anni, ma l’UE sembra finalmente pronta ad approvare una legge su questa materia tanto importante. Considerando che è passato tanto tempo, è essenziale votare a favore di un compromesso, anche se non lo appoggiamo nella sua interezza. Ed è particolarmente importante, poiché quello che è stato raggiunto con successo in questo caso è un equilibrio complesso, e tuttavia vitale, tra la tutela dei vari interessi dei consumatori, la tutela delle esigenze dell’industria europea (che oltre a occupare migliaia di europei è cruciale per la competitività della nostra economia) e la tutela dell’ambiente. Altrimenti, se si è in dubbio, è opportuno seguire gli interessi dei consumatori, perché per loro è fondamentale che si riesca a mantenere in essere un’industria competitiva pur proteggendo l’ambiente. Per questo motivo abbiamo votato a favore della relazione.

Comunque, vorrei aggiungere che cinque anni sono troppi. A volte perdiamo tempo su questioni che non hanno questo peso, né altrettanta rilevanza, e talvolta non ci resta il tempo per impegnarci sui temi che sono più importanti per la nostra economia. Penso che dovremmo tenere presente questo punto quando discutiamo dei problemi dell’UE.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore del compromesso raggiunto con il Consiglio il 30 novembre in merito alla legislazione REACH, seguendo le orme dei tre maggiori gruppi politici (il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, il gruppo socialista al Parlamento europeo e il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), affinché i nostri concittadini possano disporre in tempi rapidi di una legislazione – la cui entrata in vigore è prevista per il 1° aprile 2007 – che controlli l’utilizzo delle sostanze chimiche nei nostri beni di consumo.

Certamente, questo compromesso è meno ambizioso di quello al quale aspiravo nel prendere posizione, in prima lettura, a favore della sostituzione obbligatoria delle sostanze chimiche “estremamente preoccupanti” laddove esistono alternative più sicure. Ciononostante, in quanto frutto di tre anni di preparazione e di difficili negoziati, questo compromesso rappresenta un punto di equilibrio debole, ma necessario, tra l’esigenza di proteggere la salute e l’ambiente e la competitività delle imprese.

Tuttavia, mi auguro che nel quadro fornito da REACH sarà possibile, nonostante tutto, riconoscere adeguatamente il principio di sostituzione, anche se in pratica un gran numero di sostanze tossiche scivoleranno tra le sue maglie. Proprio il monitoraggio e il controllo dell’attuazione di questo regolamento contribuiranno a consolidare una versione più forte di REACH.

 
  
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  Lydia Schenardi (NI), per iscritto. – (FR) In prima lettura avevamo votato contro il regolamento REACH sulle sostanze chimiche, nella convinzione che gli emendamenti adottati non avrebbero consentito di mantenere l’equilibrio fra i tre obiettivi del regolamento stesso: tutela della salute e dell’ambiente, competitività e innovazione, sostituzione di sostanze pericolose con alternative meno dannose o innocue.

Il compromesso che ci viene proposto oggi non è molto più equilibrato. Effettivamente, contiene qualche miglioramento non trascurabile, come hanno rilevato molti oratori nel corso della discussione: ad esempio la semplificazione delle registrazioni, un approccio più pratico e qualche progresso, per quanto insufficiente, per le PMI. Tuttavia, presenta anche lacune e ambiguità, non ultimo per quanto concerne le limitazioni alle importazioni e i potenziali svantaggi che ne derivano per i produttori europei, e anche per quanto concerne l’applicazione del principio di sostituzione esclusivamente a sostanze pericolose, che rappresenta un passo avanti la cui efficacia tuttavia non è garantita neppure nei casi dove esistono alternative realizzabili tecnicamente ed economicamente.

Sostituire uno squilibrio con un altro non significa risolvere il problema. Nessuno dei tre obiettivi iniziali della direttiva sarà veramente raggiunto, e aggiungerei non più di quanto sarà raggiunto l’obiettivo di semplificare la legislazione o di renderla compatibile con altre normative comunitarie.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto.(EN) Sono felice che oggi sia stata confermata una proposta migliorata per affrontare i temi cruciali sollevati nel quadro della relazione REACH. In particolare, l’impiego della sperimentazione sugli animali, che preoccupa fortemente molti dei miei elettori, è stato modificato per prevedere la convalida di metodi alternativi. Inoltre, una verifica triennale consente alla Commissione europea di considerare se eventuali proposte legislative in questo campo potrebbero essere utili per ridurre ulteriormente la necessità di tali test.

Analogamente, il testo migliorato a favore del quale ho votato oggi rispecchia più accuratamente le opinioni di migliaia di individui e di gruppi di interesse per quanto concerne gli effetti cumulativi delle sostanze chimiche tossiche riscontrate in centinaia di prodotti per la casa.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Dopo tanto lavoro per un periodo di tempo così lungo, questo pacchetto non merita l’entusiasmo e l’autocompiacimento a cui abbiamo assistito oggi. Il pacchetto alternativo proposto dal mio gruppo avrebbe funzionato, consentendo di introdurre un nuovo regime che avrebbe protetto i consumatori, pur tenendo conto delle esigenze delle imprese e dell’economia, che ovviamente devono essere considerate nei nostri piani. Il pacchetto di oggi non risponderà alle aspettative ed è una vergogna che i deputati dei gruppi laburisti e conservatori non si siano uniti a noi nel presentare un pacchetto migliore.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Non riesco a rallegrarmi per la proposta REACH che è stata fatta passare in Parlamento. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento si sono tutti lasciati abbagliare dal profitto economico e hanno mostrato indubbi sintomi di apatia. Per la prima volta in molti anni l’UE aveva l’opportunità di creare una legislazione la cui utilità sarebbe apparsa evidente a tutti i cittadini: severa, complessa, ma nel contempo concreta e sempre attenta innanzi tutto alla salute di tutti i cittadini europei.

L’approccio esitante nei confronti delle sostanze chimiche pericolose non soddisfa né l’industria né il pubblico. Proprio per questo motivo alcuni lo considerano un “valido compromesso”. Ma non lo è. Equivarrebbe ad affermare che dimezzare lo spessore del muro di Berlino sarebbe stata una buona soluzione. Non si può scherzare con la salute pubblica. Non ci sono vie di mezzo. Un po’ più di salute è ancora malattia.

Nelle Fiandre, la situazione è arrivata a un punto tale che le sostanze pericolose si trovano ovunque. Pur sapendo che in molti casi non è sano, non sappiamo precisamente perché. Un valido sistema REACH avrebbe risolto questo problema e, ad esempio, avrebbe reso più sane le Fiandre nel medio termine. La proposta sulla quale abbiamo votato non è in grado di farlo. Tutto sommato, essere più sani a metà non è un’alternativa.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Il sistema di registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche (REACH) è cruciale per la protezione della salute pubblica. Questa legislazione è particolarmente importante in relazione alla salute dei neonati nel periodo di allattamento. Il latte materno, la miglior fonte di sostanze nutritive essenziali per un neonato, attualmente è minacciato dalle sostanze chimiche pericolose presenti nell’ambiente, che penetrano nel corpo della madre. Nel quadro del sistema REACH, queste sostanze chimiche pericolose vengono sostituite, laddove possibile, con alternative più sicure. I produttori hanno la responsabilità di tutelare la salute umana e l’ambiente. Inoltre, REACH promuove una maggiore trasparenza nel caso della sperimentazione sugli animali, nonché metodi alternativi. Il compromesso raggiunto oggi è il meglio che potessimo sperare.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), per iscritto. (FR) Prima di tutto desidero sottolineare l’eccellente lavoro svolto dal relatore, l’onorevole Sacconi.

Ho deciso di votare a favore dell’emendamento di compromesso tra Consiglio e Parlamento principalmente perché questo emendamento consentirà di controllare meglio taluni prodotti pericolosi, rendendo più competitiva l’industria chimica.

E’ vero che questa soluzione di compromesso non è perfetta, ma io credo che se non fosse stata adottata, la situazione sarebbe stata ancora più complicata. Questo compromesso prevede la sostituzione obbligatoria delle sostanze più pericolose laddove esistono alternative, il riconoscimento del “dovere di vigilanza” da parte dei produttori e la promozione di metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali.

Questa versione del testo è certamente limitata rispetto a quella presentata in prima lettura, ma se il testo fosse stato respinto avremmo dovuto avviare la procedura di conciliazione, che si sarebbe conclusa con altri risultati, meno vantaggiosi.

Per tale motivo ho ritenuto più saggio votare a favore di questa versione del testo, che è sicuramente imperfetta, ma che comunque consente di fare qualche progresso e di effettuare controlli più approfonditi sulle sostanze chimiche con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana.

 
  
  

– Relazione Sacconi (A6-0345/2006)

 
  
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  Marie-Arlette Carlotti (PSE), per iscritto. – (FR) Questo Fondo è un nuovo strumento; per la prima volta, l’UE non andrà soltanto in aiuto delle imprese e delle autorità locali, bensì direttamente dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro a causa della delocalizzazione. A maggior ragione perché il Parlamento europeo ha voluto estendere i benefici del Fondo ai “piccoli mercati del lavoro”, dove i licenziamenti hanno un impatto fortemente negativo sull’occupazione e sull’economia locale. Questa opportunità offre prospettive promettenti alle aree più vulnerabili della mia regione, e di questo mi compiaccio.

Allo stesso modo, mi compiaccio del fermo impegno dei membri del gruppo Socialista al Parlamento europeo, che hanno assunto una posizione forte e tenace nel difendere l’attuazione di questo strumento e hanno presentato numerosi emendamenti intesi ad ampliare la sua attuazione, nonché l’importo e il numero di beneficiari dello stesso.

Questo è il primo passo verso un’Europa più sociale e più unita. Tuttavia, l’UE non può limitarsi a “curare le ferite” della globalizzazione. Oggi gli europei si aspettano che l’Europa contribuisca alla sicurezza del loro posto di lavoro e del loro tenore di vita, nello stesso modo in cui è stata in grado di garantire la pace e la stabilità per quasi 50 anni.

 
  
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  Richard Corbett (PSE), per iscritto. – (EN) L’adozione di questa legislazione è un grande passo avanti per la protezione delle persone e dell’ambiente nei confronti di sostanze chimiche potenzialmente pericolose. Alcuni sostengono che avrebbe dovuto essere migliore, e certamente è il caso di dire che un compromesso come questo non può essere perfetto. Tuttavia, una serie di norme comuni su una materia così importante è meglio di un mosaico di norme perfette (ma divergenti) in alcuni paesi, di misure a metà in altri e di una totale assenza di norme altrove – in quello che si suppone debba essere un mercato comune con norme comuni. Una simile situazione avrebbe fornito una protezione minore a costi maggiori.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Questo nuovo regolamento sulle sostanze chimiche è inteso a istituire un sistema per la registrazione, la valutazione e l’autorizzazione delle sostanze chimiche con le quali veniamo a contatto ogni giorno.

La nuova proposta colmerà gravi lacune nelle nostre conoscenze attuali sulle sostanze chimiche disponibili sul mercato e nel contempo cercherà di promuovere l’industria europea e di tutelare maggiormente la salute umana e l’ambiente.

Benché la sperimentazione sugli animali sia inevitabile, sono state proposte misure per garantirne il minor impiego possibile, ad esempio con il sistema OSOR (One Substance One Registration) che garantisce che i test non siano inutilmente duplicati.

L’approccio basato sulle quantità prodotte/importate consentirà di ridurre l’onere amministrativo e finanziario per le PMI. La presentazione di un piano di sostituzione dovrebbe garantire alle imprese il tempo sufficiente per adeguarsi e prepararsi al cambiamento, in caso di abbandono delle sostanze chimiche più pericolose. Ora i diritti di proprietà intellettuale sono adeguatamente protetti.

Mantenendo il principio di sostituzione, anche se mediante la presentazione di un piano, possiamo garantire che, in un futuro ragionevolmente vicino, avremo un mondo, o almeno un’Europa, con meno sostanze chimiche pericolose.

I deputati socialdemocratici portoghesi quindi appoggiano la relazione Sacconi...

(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163, paragrafo 1, del Regolamento)

 
  
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  Paul Marie Coûteaux, Patrick Louis e Philippe de Villiers (IND/DEM), per iscritto. – (FR) I membri del Mouvement pour la France nel Parlamento europeo si sono rifiutati di appoggiare il compromesso proposto per il voto in seconda lettura sulla proposta di direttiva concernente le sostanze pericolose, la cosiddetta direttiva REACH.

Ora che la direttiva è stata esaminata dalle varie Istituzioni europee rimane ben poco delle buone intenzioni originali.

Quindi, il testo di compromesso votato questa mattina è sicuramente inadeguato in termini di tutela ambientale e dei consumatori.

Inoltre, i nuovi oneri imposti alle imprese europee non sono compensati da obblighi analoghi sulle importazioni di prodotti finiti, con il risultato di una distorsione della concorrenza che mette a rischio l’industria europea.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione Sacconi sulla modifica alla direttiva 67/548/CEE concernente le sostanze pericolose (REACH), in seconda lettura, perché ritengo che la posizione comune adottata dal Consiglio sia un accordo valido che gioverà ai cittadini dell’Unione europea.

A mio parere, si tratta di una proposta legislativa equilibrata che ha cercato di trovare un compromesso tra la tutela degli interessi legittimi dell’industria, e in particolare delle PMI, e l’esigenza di proteggere l’ambiente e la salute pubblica.

L’accordo REACH garantirà, con effetto dal giugno 2007, che le sostanze estremamente problematiche da un punto di vista ambientale e di salute pubblica siano sostituite, laddove possibile, da sostanze o tecnologie alternative più sicure.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore degli emendamenti di compromesso su questa relazione e contro tutti gli altri. L’ho fatto per evitare che la direttiva REACH fosse sottoposta a procedura di conciliazione, dove a mio parere non era certo che emergesse un documento legislativo. Molti degli emendamenti erano sicuramente validi, ma avrebbero minacciato la direttiva nel suo complesso – come spesso accade in politica, il meglio sarebbe stato nemico del bene.

 
  
  

– Relazione Sacconi (A6-0352/2006 e A6-0345/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, l’idea di base di garantire che, in determinati casi, i materiali che danno forti motivi di preoccupazione siano sostituiti da materiali o tecnologie meno pericolosi, purché siano disponibili alternative economicamente adeguate e tecnicamente fattibili, è sicuramente positiva, benché nel metterla in pratica occorra prestare un’attenzione particolare ai potenziali effetti del regolamento sulle imprese di piccole e medie dimensioni e sui relativi posti di lavoro. Tuttavia, poiché è stato possibile arrivare ad un compromesso per ovviare a questi pericoli, è stato possibile votare a favore della relazione.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signor Presidente, a mio parere è molto importante il fatto che la relazione consideri tutte le opzioni e le alternative nell’intento di ridurre al minimo la sperimentazione sugli animali.

Poiché le sofferenze provocate dai test sugli animali – e in particolare sui mammiferi – preoccupano molti cittadini europei, il loro impiego dovrebbe essere evitato a tutti i costi, laddove possibile.

A questo proposito è stato conferito un ruolo rilevante al Centro europeo per la convalida di metodi alternativi. Questa istituzione, dotata di fondi più consistenti, dovrà convalidare numerose alternative nell’intento di mettere fine alla sperimentazione sugli animali nel lungo termine. Inoltre, siamo a favore della trasparenza e della chiarezza rispetto al numero di animali utilizzati e alle tipologie dei test effettuati dai laboratori di ricerca.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, naturalmente è difficile essere entusiasti in merito a un testo e a un voto che sono molto complessi e sui quali in effetti non saremo in grado di emettere un verdetto finché non avremo avuto il tempo di rileggere tutto con calma; nel complesso ho l’impressione che siamo riusciti a trovare un equilibrio tra il rispetto degli ambiziosi obiettivi di competitività della nostra industria chimica, da un lato, e la diligenza e l’attenzione che sono così necessarie per la nostra salute pubblica, dall’altro. In ogni caso, non possiamo far altro che notare con soddisfazione che negli ultimi anni è emerso con evidenza che la nostra industria chimica è fortemente consapevole delle sue responsabilità e si è assunta l’onere della prova, accettando il principio del “dovere di diligenza”.

Vorrei fare un’osservazione conclusiva. Nel caso delle sostanze per le quali non esistono alternative, il cui utilizzo sia completamente controllabile e per le quali l’obbligo di sostituzione sarebbe causa di un notevole danno economico, ritengo che sarebbe estremamente deplorevole se la nostra industria fosse costretta a trasferirsi in regioni concorrenti a causa della nostra ossessione per le norme e i regolamenti.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) A seguito della discussione su questo documento legislativo ampio e complesso, che ha richiesto tre anni di preparazione, molti di noi in quest’Aula hanno espresso due opinioni diverse in merito alla posizione da assumere su REACH. Dovremmo sostenere il pacchetto di compromesso, la posizione comune, o respingere la proposta?

Da un lato, per gli ambientalisti il pacchetto di compromesso è troppo debole; dall’altro rappresenta una minaccia per l’industria chimica, in particolare per le PMI, mettendo a rischio la competitività e i posti di lavoro. Ho riflettuto a fondo su tutti gli argomenti delle parti interessate e ho votato a favore del pacchetto di compromesso, che reca l’impronta distintiva del Parlamento europeo, poiché sono convinta che abbiamo bisogno di norme che ci permettano di saperne di più sulle trentamila sostanze chimiche presenti nei prodotti che ci circondano nella vita quotidiana.

Occorre sostituire quaranta normative obsolete con un unico regolamento sulle sostanze chimiche concernente la loro registrazione, valutazione, autorizzazione e, altrettanto importante, la loro restrizione. Occorre dare un forte slancio alla ricerca europea per garantire l’eliminazione graduale e naturale delle sostanze pericolose nei casi in cui il regolamento non prevede la sostituzione. Sono convinta che questo documento legislativo segni un reale progresso verso il miglioramento della qualità della vita dei cittadini europei.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, anch’io desidero sottolineare che questo compromesso avrebbe sicuramente potuto essere migliorato, in particolare per quanto riguarda le norme sulla sostituzione, che a nostro parere non sono affatto chiare; tuttavia, l’esperienza della fase di attuazione dimostrerà se saranno utilizzabili nella pratica. Su questo punto gli Stati membri, la Commissione e l’Agenzia europea delle sostanze chimiche – da istituire – sono chiamati a intervenire a favore delle imprese e noi, in quest’Aula, dovremo sicuramente controllare con attenzione che si prendano misure adeguate.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, ho votato a favore del progetto di regolamento sulle sostanze pericolose, altrimenti noto come REACH. Tuttavia, ho una serie di dubbi sul fatto che il compromesso raggiunto dopo negoziati lunghi e difficili, da un lato, contribuisca alla protezione delle salute umana e dell’ambiente e, dall’altro, incoraggi la concorrenza e l’innovazione nell’industria chimica dell’Unione europea.

Sono fermamente convinto che dovremmo ritirare gradualmente le sostanze chimiche dal mercato, sostituendole con sostanze meno pericolose. Tuttavia, dovremmo considerare che i nuovi requisiti restrittivi avranno un impatto negativo sull’industria europea, soprattutto sulle piccole e medie imprese, le quali si troveranno a pagare la maggior parte dei costi dell’adeguamento alla legislazione. Dovremmo quindi riflettere su come sostenerle. Le nuove norme si dovrebbero applicare anche alle importazioni da paesi terzi e quindi essere discusse al livello dell’OMC.

 
  
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  Christoph Konrad (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, REACH in effetti è un esempio di come non si dovrebbe agire.

Non è un esempio di migliore attività legislativa nell’UE ed è per questo motivo che non ho votato a favore della nostra nuova legislazione sulle sostanze chimiche. Ora molto dipenderà dalla gestione della nuova Agenzia europea delle sostanze chimiche, ma in ogni caso pare che l’impostazione sia fortemente burocratica, con oltre 5 000 pagine di norme e disposizioni che penalizzano in particolare le piccole e medie imprese europee. REACH non è una risposta alla richiesta – ormai ripetuta come una litania nell’UE – di una legislazione migliore, in altre parole più semplice. Non si sa se servirà effettivamente a proteggere i consumatori, mentre è certo che imporrà oneri aggiuntivi sulle imprese europee. Si tratta di un problema fondamentale e in futuro faremmo bene a evitare progetti legislativi di questo genere.

 
  
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  Kurt Joachim Lauk (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, è una buona cosa che il regolamento REACH si ponga come scopo primario la protezione della vita umana, dell’occupazione e dell’ambiente, ma il modo in cui è impostata la protezione delle persone e dell’ambiente avrà ripercussioni negative sull’Europa, con un massiccio aumento della burocrazia, diverse migliaia di pagine di norme superflue e, nel lungo termine, la rilocalizzazione di posti di lavoro e la conseguente riduzione dell’occupazione. A nostro parere noi, in Europa, non dovremmo votare a favore. Meno occupazione e più burocrazia fanno il genere d’Europa che non vogliamo.

La decisione è stata resa difficile dal fatto che il compromesso 191 che ci è stato presentato era preferibile all’alternativa che era già sul tavolo e in questa situazione non ho voluto votare per l’adozione di questo compromesso carente, né per la bocciatura della proposta nel suo complesso. Per questo motivo mi sono astenuto dal voto.

 
  
  

– Relazione Hennicot-Schoepges (A6-0435/2006)

 
  
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  Patrick Gaubert (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Strettamente legato all’ambizione di costruire un’Unione europea che riunisca le nazioni, il dialogo interculturale è oggi una dimensione importante di numerose politiche e strumenti comunitari. Per questo motivo mi compiaccio dell’adozione in seconda lettura della decisione di dedicare l’Anno europeo 2008 al dialogo interculturale.

In veste di relatore per parere della commissione per gli affari esteri in sede di prima lettura, mi auguro che questo Anno europeo permetta di sensibilizzare tutti gli europei, in particolare i giovani, alla necessità del dialogo interculturale nella loro vita quotidiana. Si devono evidenziare le migliori pratiche in questo campo, con l’obiettivo specifico di integrare gli immigrati e garantire la continuità delle azioni intraprese nel 2007, ossia l’Anno europeo delle pari opportunità per tutti. In tal modo, la promozione del dialogo interculturale in seno all’Unione europea dovrebbe proseguire ben oltre il 2008, come si chiede nel testo adottato.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto.(SV) La Lista di giugno ritiene che l’idea stessa di dedicare un Anno europeo a un tema o un altro sia inutile e non debba essere finanziata dai contribuenti europei.

Investire 10 milioni di euro in un Anno europeo del dialogo interculturale sarebbe riprovevole ed è difficile, forse persino impossibile, capire il senso di un’iniziativa del genere.

Votiamo contro gli emendamenti proposti nella relazione, in conformità del parere che abbiamo espresso in precedenza, votando contro la relazione in prima lettura.

 
  
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  Katalin Lévai (PSE), per iscritto. – (HU) Vorrei evidenziare l’emendamento proposto dal Parlamento, che dà risalto agli obiettivi culturali ed educativi della strategia di Lisbona rinnovata, e la necessità di diffondere informazioni riguardanti le pari opportunità e la non discriminazione nell’Unione europea.

In questo contesto vorrei ricordare un fenomeno che porta in primo piano l’urgente necessità del dialogo interculturale, cioè la situazione degli immigrati, in particolare delle donne immigrate.

Secondo Eurostat, la percentuale di donne tra i migranti è in costante aumento. Attualmente esse rappresentano quasi il 54 per cento degli immigrati. Il problema è aggravato dall’alto livello di disoccupazione cui vanno incontro.

La loro dipendenza è esacerbata dal fatto che un numero considerevole di immigrati vive ai margini della società e ha un accesso molto limitato alla vita pubblica, politica ed economica. Tra le popolazioni migranti, le donne subiscono una duplice discriminazione, dovuta sia al genere che all’origine etnica. Anche i problemi principali con cui si confrontano gli immigrati, cioè la disoccupazione, l’esclusione dall’istruzione e la situazione di incertezza giuridica, hanno un peso maggiore per le donne e i bambini. E’ tragico che ogni anno circa cinquemila donne migranti siano vittime di violenze fisiche o psicologiche, matrimoni forzati, mutilazioni genitali e delitti d’onore.

A mio parere, è particolarmente significativo che la Commissione europea abbia dichiarato il 2007 l’Anno europeo delle pari opportunità per tutti e il 2008 l’Anno del dialogo interculturale. Mi auguro che questi programmi offriranno la possibilità di affrontare tutti questi problemi e, nella maggiore misura possibile, di porvi rimedio. Per questo motivo, insieme con il ministro dell’Occupazione e degli Affari sociali, ho annunciato una serie di programmi che saranno attuati in Ungheria nel 2007, Anno delle pari opportunità.

 
  
  

– Relazione Pittella (A6-0444/2006)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’esecuzione ridotta del bilancio dei Fondi strutturali e di coesione è un motivo per presentare questo bilancio rettificativo per il 2006.

A causa della mancata esecuzione, è stata proposta la cancellazione di 2,5 miliardi di euro in stanziamenti di pagamento a titolo delle seguenti rubriche di bilancio: 1,5 miliardi di euro si riferiscono al Fondo europeo di sviluppo regionale, 500 milioni di euro al Fondo sociale europeo e 500 milioni di euro al Fondo di coesione.

A prescindere dai motivi alla base della proposta della Commissione di cancellare fondi stanziati per la politica di coesione per questa riduzione, constatiamo che si tratta della prassi ordinaria.

E’ quindi necessario verificare seriamente il motivo di tale esecuzione ridotta del bilancio e non permettere che le necessarie verifiche – per esempio, dell’impatto dei criteri nominali previsti dal Patto di stabilità per gli investimenti pubblici negli Stati membri e della diminuzione dei contribuiti degli Stati membri al bilancio comunitario – sia utilizzata come pretesto per ridurre gli importi stanziati annualmente nel bilancio comunitario per i Fondi strutturali e di coesione.

 
  
  

– Relazione Hieronymi (A6-0399/2006)

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la ringrazio, Presidente, di avermi dato la parola per esprimere le motivazioni del voto sulla relazione della onorevole Hieronymi sulle attività televisive, che ritengo molto importante e ben fatta.

Nel votare a favore ho espresso, con il voto, la mia speranza personale e di tutti i pensionati d’Italia e d’Europa, che in futuro, nella programmazione televisiva, sia riservata un’attenzione particolare alla dignità e alla presenza degli anziani nel mondo culturale.

E’ molto bello vedere giovani ragazze e ragazzi nelle trasmissioni televisive, è bello anche per gli anziani vedere tanti uomini e donne attraenti, ma credo sia importante che anche le qualità dell’anziano si esprimano attraverso il mezzo televisivo.

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato contro la relazione sulla proposta di direttiva per la regolamentazione dei servizi di media audiovisivi. In un’Europa sempre più priva di confini sono necessarie norme comuni a livello europeo per disciplinare la radiodiffusione televisiva e di altri media audiovisivi. Riteniamo tuttavia che una direttiva di tale genere debba garantire un livello elevato di protezione dei consumatori, in particolare per quanto riguarda le trasmissioni per bambini o la pubblicità di bevande alcoliche.

Lo Stato ricevente dovrebbe pertanto poter influenzare il contenuto dei programmi destinati specificamente a tale paese. Il risultato della votazione è un eccesso di liberalizzazione delle norme sulla pubblicità. Per di più, non possiamo accettare che si rischi di compromettere il divieto svedese sulla pubblicità destinata ai bambini e quella riguardante gli alcolici.

 
  
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  Christopher Beazley (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I membri del partito conservatore britannico in seno al gruppo PPE-DE sostengono la relazione Hieronymi A6-0399/2006 [COM(2005)0646 – C6-0443/2005 – 2005/0260(COD)], in particolare perché si pronuncia a favore della coregolamentazione e autoregolamentazione e della norma dei 30 minuti per gli intervalli pubblicitari.

Gli altri aspetti importanti, relativi al principio del paese di origine, all’inserimento di prodotti e all’utilizzo di brevi estratti, hanno subito sostanziali modifiche rispetto al testo originario pubblicato dalla Commissione.

Desideriamo congratularci con l’onorevole Ruth Hieronymi per l’impegno dimostrato in numerose audizioni pubbliche, riguardanti anche i relativi interessi commerciali e normativi del Regno Unito, e per la relazione equilibrata che ha prodotto, che offre buone prospettive di attuazione e durata nel tempo e che ha integrato molti suggerimenti migliorativi avanzati dai colleghi.

 
  
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  Dorette Corbey (PSE), per iscritto. – (NL) A differenza di altri membri olandesi del gruppo socialista al Parlamento europeo, sono favorevole agli emendamenti nn. 170, 156 e 177 che mirano a limitare la pubblicità sui cibi malsani destinati ai bambini. Posso spiegare la mia posizione con i seguenti argomenti.

1. Nell’UE un bambino su quattro è obeso in conseguenza di una dieta scorretta abbinata a un insufficiente esercizio fisico. I bambini obesi partono con pessimi presupposti per la loro vita futura in termini di sviluppo sociale e fisico. La ricerca ha accertato che la pubblicità influisce notevolmente sui comportamenti di consumo e acquisto.

2. Si registra un ampio sostegno pubblico riguardo a restrizioni per la pubblicità sui cibi malsani. Il Centro per l’alimentazione, la Fondazione per la cardiologia e l’Associazione dei consumatori da noi sono tutti favorevoli ad abolire gli annunci pubblicitari televisivi sui cibi malsani per bambini. Da sondaggi di opinione (del Centro per l’alimentazione) e varie indagini (nell’edizione di sabato 2 dicembre del quotidiano Algemeen Dagblad) emerge che circa la metà dei genitori nel complesso è favorevole a limitare e a vietare la pubblicità aggressiva.

3. Ovviamente ci si deve chiedere se la situazione richieda un divieto giuridico o un’autoregolamentazione. Personalmente preferirei l’autoregolamentazione, sempre che i codici di condotta non si siano rivelati inefficaci. Inoltre si può discutere se sarebbe più utile imporre la restrizione o il divieto a livello nazionale o europeo. In ogni caso sarei favorevole a intervenire a livello di Stati membri, perché si deve evitare di arrivare al punto che con questa direttiva sulle attività televisive i paesi interessati non abbiano più competenza in materia.

Poiché la direttiva sulle attività televisive è stata presentata per la prima lettura, non si tratta ancora di un documento giuridico definitivo. Per questo motivo nella fase attuale è meglio accogliere gli emendamenti che vanno nella direzione giusta e tra l’altro offrono ai Paesi Bassi le migliori possibilità di mantenere il diritto di limitare la pubblicità. Questo trasmetterebbe il messaggio politico che la salute dei bambini è più importante degli interessi commerciali dell’industria alimentare.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE-NGL), per iscritto. – (PT) L’obiettivo dichiarato è modificare la direttiva esistente a causa degli sviluppi nel settore televisivo, ma il vero scopo è assicurare che le emittenti televisive private non perdano i loro profitti. Numerosi studi hanno dimostrato che la gente guarda meno la pubblicità, perché si può cambiare canale, e proprio per questo motivo gli intervalli pubblicitari vengono sempre più fatti coincidere tra i diversi canali. I guadagni sulla pubblicità non sono più così alti come un tempo, perché i canali non possono garantire gli indici di ascolto agli acquirenti degli spot pubblicitari, e nella televisione quello che conta sono solo le cifre relative all’audience.

Di conseguenza, la pubblicità deve essere reinventata per poter continuare a far soldi, per esempio con l’inserimento di prodotti, lo split screen, o schermo diviso, le promozioni, la pubblicità virtuale e quella interattiva. Lo stesso succede per quanto riguarda la durata con cui si può trasmettere pubblicità durante un programma. Sono stati proposti numerosi emendamenti anche sulla pubblicità degli alimenti e delle bevande ad elevato contenuto calorico durante le trasmissioni per bambini.

Con queste premesse, dato che si sono adottate le posizioni meno favorevoli ai cittadini e non sono state protette le fasce più vulnerabili della società, non abbiamo votato a favore di questa relazione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno respinge la proposta della Commissione. Il Consiglio si è occupato della questione a novembre, prima della prima lettura in corso al Parlamento europeo adesso, cioè in dicembre. E’ stato concordato un compromesso, che però non ha avuto il sostegno di sette paesi, tra cui la Svezia.

La Svezia, e la Lista di giugno, contestano il principio noto come principio del paese d’origine, secondo cui un’emittente televisiva deve seguire le norme in vigore nel paese da cui trasmette, indipendentemente dal luogo in cui i programmi sono diffusi; infatti sorgono problemi se, per esempio, TV 3 e Kanal 5 trasmettono dal Regno Unito in cui si applica la legislazione britannica, e non quella svedese. La Svezia ha lottato in seno al Consiglio per il diritto del paese ricevente di agire nei confronti di emittenti televisive che trasmettono da un altro paese dell’Unione allo scopo deliberato di eludere la legislazione nazionale.

La commissione per la cultura e l’istruzione ha presentato un emendamento per i casi in cui un fornitore di servizi di media si sia stabilito nel paese di cui rientra nella sfera di competenza per eludere le norme più severe vigenti nei settori coordinati dalla direttiva. Tuttavia, avremmo preferito discutere più approfonditamente della questione per ottenere una formulazione più efficace.

La Svezia e la Lista di giugno pensano che sia la pubblicità destinata ai bambini che quella riguardante le bevande alcoliche dovrebbero essere completamente vietate.

Abbiamo tentato, per quanto possibile, di votare per un miglioramento della direttiva in conformità degli orientamenti sopra esposti.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Nella votazione finale sulle attività televisive ho votato contro perché sono convinto che i programmi saranno invasi da annunci pubblicitari per colpa di questa relazione.

Deploro che il Parlamento abbia respinto i tentativi di vietare la pubblicità di cibi malsani durante le trasmissioni per bambini.

E’ fuor di dubbio che la votazione odierna abbia determinato un deterioramento qualitativo dei programmi nell’Unione europea.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della versione della direttiva sui servizi audiovisivi modificata dagli emendamenti di compromesso del relatore, perché tale intervento ha reso la direttiva applicabile e ragionevole.

Il principio del paese d’origine saldamente radicato in questa direttiva riveste la massima importanza. Consentirà a canali televisivi che stabiliscano la loro sede in un dato paese di trasmettere programmi in tutti gli Stati membri a partire da tale Stato.

Inoltre, considero praticabile il compromesso sull’inserimento di prodotti, dato che garantisce un introito ai produttori europei indipendenti pur salvaguardando i consumatori da eccessi indebiti e mantenendo indenni i programmi per bambini.

Per quanto riguarda gli intervalli commerciali, ho votato a favore di interruzioni di 30 minuti perché lo ritengo realistico considerata la durata media dei programmi televisivi in Europa. Tale intervallo assicura alle emittenti private un reddito adeguato, grazie al quale possono continuare a finanziare la produzione di programmi. Per gli stessi motivi sostengo l’autorizzazione di spot pubblicitari isolati. Imporre restrizioni più severe sulla pubblicità, come ha proposto l’ala sinistra dell’Emiciclo, avrebbe conseguenze negative per la produzione televisiva europea e porterebbe a una sensibile riduzione delle entrate per le emittenti private, stimata in circa 200 milioni di euro all’anno.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione e degli emendamenti che consentono agli Stati membri di intraprendere azioni per proteggere i minori e restringere gli intervalli temporali per la pubblicità di bevande alcoliche e cibi malsani. Ho anche sostenuto un emendamento secondo cui uno Stato membro può agire contro un’emittente televisiva che si insedi in un altro Stato membro per aggirare la legislazione nazionale.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Ho votato contro l’emendamento n. 226, che tratta di un codice di condotta per la pubblicità di cibo destinato ai bambini, in quanto penso che la sua formulazione non sia abbastanza forte da indurre gli Stati membri ad affrontare le urgenti preoccupazioni legate all’aumento dei livelli di obesità nei bambini.

Ho dato il mio appoggio all’emendamento n. 170 per sottolineare la necessità di tenere sotto controllo la questione della commercializzazione di cibo malsano per bambini.

Per quanto riguarda l’emendamento n. 169, relativo alle bevande alcoliche, sono favorevole agli appelli per vietare la pubblicità di alcolici fino alle 21.00, benché in Irlanda sia in vigore un rigoroso codice volontario. La revisione di tale codice, prevista per marzo 2007, dopo il primo anno dall’entrata in vigore, ci aiuterà a prendere decisioni in merito all’efficacia e ad altri aspetti di simili codici.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Resistendo alla tentazione di regolamentare ogni cosa e di imporre ovunque la propria volontà controllando tutto, il Parlamento è riuscito a dare un contributo positivo a questa proposta di direttiva. Naturalmente, nella ricerca di un compromesso equilibrato, si sono lasciati da parte alcuni aspetti rilevanti, o comunque l’intervento al riguardo è stato meno preciso. Nel caso dei servizi non lineari credo che siamo andati oltre quanto necessario allo stato attuale delle conoscenze e dell’esperienza nel campo. Inoltre, le soluzioni cui siamo pervenuti sono equilibrate nonostante il noto fervore da parte di alcuni membri di questa Assemblea nei confronti dell’eccesso di regolamentazione. Nel caso della radiodiffusione il consumatore sta diventando sempre più potente. E’ un fattore positivo di cui si dovrebbe tener maggiormente conto.

Per questi motivi la mia impressione è che, in senso ampio, si siano debitamente considerati gli interessi dei consumatori e del settore, perciò ho espresso voto favorevole.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione Hieronymi sulla revisione della direttiva europea “Televisione senza frontiere” al fine di integrarvi le eccezionali innovazioni tecnologiche.

Mi compiaccio che la direttiva mantenga il tetto previsto per quanto riguarda le quote di produzione di opere europee e la protezione dei minori rispetto a determinati eccessi. Promuovere la diversità culturale e i valori europei di tolleranza equivale altresì a sbarrare la strada all’incitamento alla xenofobia, a prescindere dal canale di diffusione prescelto, che sia la televisione satellitare o Internet. Ecco perché ho sostenuto gli emendamenti che propongono l’estensione del “filtraggio” ai servizi non lineari: è il miglior modo per evitare che, in futuro, programmi che fanno l’apologia del terrorismo possano essere trasmessi sul territorio europeo.

Infine accolgo con favore il voto decisamente moderno espresso oggi dal Parlamento europeo, che riconosce il considerevole apporto della pubblicità alla creazione di opere di qualità indipendenti e di una televisione di svago che risponda alle attese dei cittadini. Ricorderò d’altronde che sono le emittenti commerciali che danno l’esempio: oltre il 30 per cento degli ordini di programmi vanno a produttori indipendenti, non solo soddisfacendo la quota del 10 per cento prevista dalla direttiva, ma soprattutto con una spesa due volte tanto quella dei loro concorrenti nel settore pubblico.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) La pubblicità televisiva di bevande alcoliche e prodotti a base di tabacco sono alcune delle questioni affrontate dalla direttiva in esame. Eppure l’inserimento di questo tipo di prodotti è stato trattato in modo diverso nella votazione odierna. Ho espresso voto favorevole all’eliminazione totale dei prodotti del tabacco dalla pubblicità televisiva e alla limitazione della pubblicità di bevande alcoliche. Tuttavia, benché il tabacco sia stato vietato, non si è raggiunto il quorum per le bevande alcoliche. Data la sofferenza causata dall’alcol in molte famiglie in tutta l’Unione europea, nonché i problemi di salute correlati, non mi ritengo soddisfatto del risultato. In particolare dobbiamo evitare di esporre i più giovani a messaggi allettanti sul consumo di alcolici.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Si prospettano enormi cambiamenti nel settore audiovisivo, pertanto, in questo senso, il superamento della direttiva “Televisione senza frontiere” è positivo. La distinzione operata tra servizi lineari (TV tradizionale, Internet, telefonia mobile) e non lineari – ovvero su richiesta – ci impone di prevedere norme per una protezione basilare dei giovani onde prevenire l’incitamento alla xenofobia o la pubblicità occulta. Il testo approvato contiene elementi positivi e altri negativi. Tra quelli positivi rientra, tra l’altro, la norma sulla trasmissione di brevi estratti delle partite di calcio o di altri eventi. Merita sostegno anche la proposta di introdurre un tempo minimo durante il quale i programmi non possano essere interrotti dalla pubblicità (45 minuti).

Il gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea deplora che non sia giunta in porto la proposta di limitare le interruzioni commerciali a un massimo di tre all’ora e che l’inserimento di prodotti sia circondato di ambiguità. Al riguardo lasceremo decidere gli Stati membri. La linea di demarcazione tra “inserimento di un prodotto” e “aiuto alla produzione” è molto sottile, per cui sorgeranno inevitabili dubbi e controversie. Inoltre i Verdi si rammaricano che la proposta volta a limitare la pubblicità sui cibi malsani durante le trasmissioni per bambini abbia perso incisività. E’ un peccato anche che il riferimento al pluralismo e alla prevenzione della concentrazione dei media sia stato inserito solo nel preambolo e non negli articoli.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) La salute dei bambini in Europa deve essere tra le nostre principali preoccupazioni. Pertanto la diffusione di cibi per bambini ad alto contenuto di zuccheri, sale e grassi compromette i nostri sforzi nella lotta contro l’obesità infantile, fenomeno che colpisce un bambino su cinque nell’Unione europea. Il marketing di questi prodotti rende difficile per i genitori incoraggiare una sana alimentazione ed è quindi indispensabile per affrontare il problema porre dei limiti a tali campagne.

Inoltre, i ministri europei (a novembre) e la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare del Parlamento europeo (la scorsa settimana) hanno approvato l’appello dell’Organizzazione mondiale della sanità di adottare una legislazione rigorosa in materia. In quanto legislatori dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere per tutelare la salute dei bambini e introdurre un divieto sulla pubblicità di questo tipo di prodotti malsani destinati ai minori.

Sostengo altresì appieno l’emendamento teso a limitare la pubblicità sulle bevande alcoliche in orario dopo le 21.00.

Rilevo con profondo disappunto che nella votazione odierna non siamo riusciti a tutelare abbastanza la salute dei bambini.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), per iscritto. – (FR) Ho deciso di votare a favore della relazione Hieronymi perché consente di compiere molti progressi nel settore delle attività televisive.

Tra le altre cose accolgo con favore l’approvazione dell’emendamento n. 227, che vieta l’inserimento di prodotti nei notiziari e nelle trasmissioni di attualità e di informazione politica, nei programmi per bambini, nei documentari e nei programmi di istruzione, autorizzandolo secondo requisiti rigorosi nelle opere cinematografiche, nei film, nelle serie televisive e nelle trasmissioni sportive.

Devo tuttavia fare due critiche importanti alla presente relazione. Deploro che il Parlamento abbia approvato, per un solo voto, l’interruzione della trasmissione di film realizzati per la televisione, opere cinematografiche, trasmissioni per bambini e notiziari o trasmissioni di attualità con intervalli pubblicitari ogni 30 minuti, anziché ogni 45 minuti come aveva indicato nel suo voto la commissione per la cultura e l’istruzione.

Inoltre disapprovo l’adozione dell’emendamento n. 221 riguardante le deroghe al principio del paese d’origine, che consente agli Stati membri di dotarsi di norme più dettagliate o più rigide. Tale emendamento rappresenta una minaccia per la diversità culturale, principio che il Parlamento europeo ha il dovere di preservare.

 
  
  

– Relazione Bachelot-Narquin (A6-0385/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, la globalizzazione – il tema di cui discutiamo oggi – è un fenomeno che si manifesta indipendentemente dalla nostra volontà e che va di pari passo con l’apertura dei mercati, con la concorrenza internazionale, con la crescita economica, con la creazione di nuovi posti di lavoro ma, purtroppo, anche con la perdita di posti di lavoro in quei settori che sono meno competitivi.

Tuttavia, data la necessità di cogliere le occasioni che la globalizzazione ci offre e di sostenere quei lavoratori che ne subiscono gli effetti negativi, ritengo che l’istituzione di questo Fondo europeo di adeguamento sia molto positiva. La delegazione del partito popolare austriaco conosce però la struttura e le dimensioni delle imprese austriache, e ha quindi presentato un emendamento affinché il Fondo diventi operativo non appena 500 lavoratori – e non 1 000 – vengano licenziati, concedendo un importo proporzionato di fondi.

Riteniamo che tutte le altre misure – dai microcrediti alla formazione – siano fattori positivi, e quindi l’intera relazione gode del nostro sostegno.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, grazie per avermi dato la parola per la seconda volta su questo importante documento della onorevole Roseline Bachelot, che giustamente cerca di proteggere noi cittadini europei dai problemi della globalizzazione.

Ho votato a favore, auspicando in questo caso che per globalizzazione ci si attivi non solamente attraverso un aiuto economico, in denaro, ma anche attraverso un aiuto culturale. Credo cioè che sia importante che ci rendiamo conto che la globalizzazione significa anche un unico mondo e quindi dico agli anziani che non solo si devono rendere conto di vivere in uno Stato nazionale, ma che si devono anche rendere conto che vivono nel mondo, e che nel mondo tutti gli anziani, ma anche tutti i giovani, hanno bisogno di qualcosa.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) La globalizzazione porta con sé un’accresciuta concorrenza tra le aziende e maggiori opportunità per i consumatori, i quali possono acquistare prodotti nuovi, più economici e migliori; sorgono quindi nuove esigenze in termini di flessibilità, mentalità innovativa e adattabilità.

Il nostro impegno che mira a renderci migliori, più efficienti e più rapidi ci consentirà di soddisfare le nuove esigenze e cogliere le nuove occasioni che ci vengono offerte dalla globalizzazione. Ma l’effetto del Fondo di globalizzazione, che è già stato istituito, sarà esattamente l’opposto, poiché frenerà questa ventata di rigenerazione e ritarderà modifiche e adeguamenti, senza sfruttare le opportunità che la globalizzazione ci offre.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) Certamente il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) costituirà un prezioso strumento finanziario per rispondere, a livello europeo, alla perdita di posti di lavoro dovuta all’apertura dei mercati e all’aumento della pressione esercitata dalla concorrenza internazionale – uno dei principali effetti negativi che, oltre ai riconosciuti benefici, la globalizzazione porta con sé.

Purtroppo però l’obiettivo dell’istituzione del FEG, secondo i termini della proposta della Commissione, è quello di consentire alla Comunità di offrire un sostegno volto al reinserimento professionale dei lavoratori che perdono il posto di lavoro in seguito ai sensibili mutamenti strutturali degli standard del commercio mondiale. Questo approccio mette in luce un malinteso sul fenomeno della globalizzazione. Esso ignora infatti che, oltre alla liberalizzazione del commercio mondiale, anche la libertà di circolazione del capitale e la deregolamentazione dei mercati – fattori che sono ugualmente all’origine di questo fenomeno – potrebbero essere causa dei licenziamenti associati alla globalizzazione. In questo senso ho presentato vari emendamenti alla proposta, nell’ambito del parere della commissione per lo sviluppo regionale, di cui è responsabile l’onorevole Jamila Madeira.

La relazione in questione, che rimane nell’ambito del FEG, introduce una serie di emendamenti alla proposta della Commissione che la migliorano sensibilmente, completandola e chiarendola. Per questo ho votato a favore.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Purtroppo non sono state approvate le proposte che abbiamo presentato nel tentativo di migliorare i criteri di ammissibilità e, soprattutto, la possibilità di concedere aiuti nel caso di delocalizzazioni all’esterno dell’Unione europea; ciò potrebbe suscitare un senso di ingiustizia tra i lavoratori licenziati in seguito a delocalizzazioni o ristrutturazioni all’interno dell’Unione europea.

La bocciatura delle nostre proposte ha dimostrato chiaramente che, con la creazione di questo fondo, l’Unione europea vuole dare ai lavoratori l’impressione di essere impegnata nella lotta agli effetti negativi della globalizzazione, ma in realtà si tratta di una misura simbolica che non offre alcuna soluzione. Il suo bilancio è limitato e i criteri di ammissibilità sono restrittivi.

La stessa Commissione ha stimato che tra 35 000 e 50 000 lavoratori potrebbero beneficiare di questo fondo ma, soltanto fino al 2005, il numero dei lavoratori licenziati in seguito a ristrutturazioni ha superato i 570 000, giacché, in maggioranza, si trattava di ristrutturazioni all’interno dell’Unione europea le quali, conformemente ai criteri del Fondo, non sono ammissibili.

Ci siamo quindi astenuti dalla votazione finale.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Sono indeciso sulla scelta dell’aggettivo più adeguato per descrivere la relazione dell’onorevole Bachelot-Narquin sul Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.

Potremmo definirla demagogica? Certamente sì, dal momento che dietro un titolo allettante, il quale fa credere che Bruxelles verrà in aiuto alle vittime economiche e sociali della globalizzazione selvaggia, si nasconde una realtà assai più prosaica: i criteri e le modalità di concessione di questo Fondo fanno temere che in realtà i suoi stanziamenti non andranno né ai lavoratori né ai bacini occupazionali che ne hanno bisogno. Esso può addirittura spingere le imprese ad adottare strategie di aggiramento o a ricercare benefici secondari.

Ridondante? Certamente sì, insieme al Fondo sociale europeo.

Cinica? Naturalmente, giacché la Commissione finge di contribuire a mitigare le conseguenze delle proprie politiche globalizzatrici in campo economico e commerciale. Sarebbe meno costoso se essa decidesse di rimetterle in discussione a vantaggio delle imprese e dei lavoratori europei.

Ma non è certo inutile per tutti, anzi si dimostra molto proficua per la propaganda di Bruxelles. L’articolo 9 del regolamento, ulteriormente rafforzato dall’emendamento n. 38 dell’onorevole Bachelot-Narquin, prevede infatti che gli Stati membri debbano reclamizzare il fatto che è la Commissione a pagare. Come se questo denaro non venisse dai bilanci degli Stati, ossia dalle tasche degli europei.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Siamo decisamente contrari alla logica che soggiace al Fondo di globalizzazione. Per cominciare, la proposta considera la globalizzazione un problema in sé. Noi invece riteniamo che la globalizzazione sia un’opportunità, soprattutto per i paesi poveri in via di sviluppo, a condizione che i principali soggetti economici che vi partecipano, come l’Unione europea e gli Stati Uniti, riformino le proprie posizioni protezionistiche di politica commerciale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

Gli Stati membri dell’Unione europea sono capaci di attuare misure nazionali per sostenere quei settori che, a loro avviso, hanno bisogno di assistenza finanziaria. Un fondo speciale dell’Unione europea provocherebbe arbitrio, inefficienza, burocrazia e spese ingiustificate. Come può la Commissione europea decidere, in modo pertinente, se la globalizzazione abbia esercitato un impatto negativo su uno specifico settore? Abbiamo quindi votato contro la relazione per i motivi esposti.

 
  
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  Ambroise Guellec (PPE-DE), per iscritto. (FR) Questo Fondo europeo, cui è stata assegnata una dotazione massima di 500 milioni di euro all’anno, intende ammortizzare gli effetti devastanti della globalizzazione sui lavoratori colpiti dalle ristrutturazioni.

Non si tratta di un nuovo aiuto all’impresa, ma di un’assistenza complementare che mira a sostenere il reinserimento professionale dei lavoratori licenziati in seguito ai mutamenti del commercio mondiale.

Esso interverrà a tre condizioni: che vi siano almeno 1 000 licenziamenti, che questi abbiano un grave effetto sull’occupazione e sull’economia locale e siano legati a una perturbazione del commercio mondiale. Esso dunque si potrà utilizzare soltanto “qualora trasformazioni rilevanti della struttura del commercio mondiale siano all’origine di gravi perturbazioni economiche”, come un aumento massiccio delle importazioni, un progressivo arretramento da parte del mercato dell’Unione europea in un settore specifico, o ancora la delocalizzazione di un’azienda verso paesi terzi.

Accolgo con favore l’adozione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione che consentirà di rispondere alle preoccupazioni dei cittadini sugli effetti negativi della globalizzazione, e contribuirà a una migliore coesione economica e sociale in seno all’Unione europea.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. (FR) Diversamente da quanto afferma la relatrice, non credo che la globalizzazione rappresenti un’opportunità per la Francia e per l’Europa. Una cosa sono i benefici finanziari delle multinazionali, un’altra i benefici economici e sociali in termini di occupazione e di difesa del tessuto industriale europeo.

La creazione di un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, che apparentemente intende rimediare alle delocalizzazioni, sarà in realtà l’ennesimo strumento burocratico e demagogico. Se gli europeisti avessero voluto dar prova di una maggiore efficacia e coerenza con se stessi, avrebbero dovuto pensare a migliorare e rafforzare il Fondo sociale europeo.

Da parte mia, ritengo che soltanto l’applicazione della preferenza e della protezione nazionale e comunitaria potrebbe salvare i nostri posti di lavoro, definendo nuove e più eque regole del commercio mondiale.

D’altro canto, questo Fondo di adeguamento non è accettabile soprattutto perché è teso a rimettere in discussione l’azione degli Stati, ritenendo che gli sforzi di solidarietà debbano realizzarsi soltanto a livello di Unione europea e non più a livello nazionale o regionale.

Palliativi economici di questo tipo non mitigheranno le sofferenze sociali delle nostre popolazioni. Si avvicina il giorno della resa dei conti.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. (FR) Personalmente mi annovero tra coloro che giudicano questo Fondo di adeguamento alla globalizzazione del tutto superfluo se non addirittura controproducente: il Fondo è l’esempio di una pessima “buona idea” che, una volta lanciata, è difficile da fermare.

Abbiamo i Fondi strutturali, il Fondo sociale europeo e altri dispositivi, che funzionano e che dispongono di tutti gli strumenti utili per affrontare le sfide e le conseguenze delle ristrutturazioni legate alle delocalizzazioni, a loro volta probabilmente legate alla globalizzazione.

E’ però veramente aberrante che alcuni emendamenti propongano di attribuire a questo Fondo obiettivi che non contribuiscono ad accrescere la competitività europea con riforme strutturali che non sono realizzabili in questo ambito.

So benissimo che qualsiasi forma di opposizione a questo Fondo può essere interpretata come una scarsa sensibilità agli effetti negativi della delocalizzazione legata alla globalizzazione. Tale interpretazione è ingiustificata, dal momento che siamo estremamente attenti ai timori degli europei per ciò che riguarda la globalizzazione. Vogliamo porvi rimedio con riforme strutturali costruttive, e non con un Fondo che offre un’ottima scusa alle imprese lasciando tranquilla la loro coscienza. Il Fondo, in effetti, le spinge implicitamente a delocalizzare perché esse non devono più preoccuparsi degli effetti negativi sull’occupazione nell’Unione europea.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Ho appena votato contro il Fondo di globalizzazione. Il suo approccio è giusto, giacché intende aiutare quei lavoratori che hanno perso il lavoro in seguito alle delocalizzazioni aziendali internazionali – mediante misure di riqualificazione e reintegrazione – ma la modalità attuativa di tale Fondo lascia a desiderare.

Il metodo operativo del Fondo è sbagliato, giacché esso affronta i sintomi e non le cause dei licenziamenti; le procedure di approvazione sono troppo complesse, e il folto apparato burocratico comporta notevoli spese.

In particolare, il rifiuto di ridurre la soglia da 1 000 a 500 licenziamenti significa che questo strumento è inutile per le PMI e inoltre, quando vengono licenziati meno di 1 000 lavoratori, viene erogato soltanto il 15 per cento dei fondi rispetto al 20 per cento da noi richiesto. L’accesso al Fondo viene concesso quando uno specifico Stato membro denuncia 1 000 licenziamenti dalle sue PMI in un periodo di nove mesi, mentre la commissione per l’occupazione e gli affari sociali aveva richiesto un periodo di dodici mesi.

I potenziali beneficiari saranno amaramente delusi quando il denaro disponibile – al massimo 500 milioni di euro all’anno – si esaurirà; se l’Unione europea suscita grandi speranze ma poi non mantiene le sue promesse, l’opinione pubblica si sentirà profondamente frustrata. La mia posizione è condivisa dai colleghi del gruppo CDU/CSU di quest’Assemblea.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Siamo incondizionatamente favorevoli a misure volte a migliorare la situazione dei lavoratori licenziati in seguito alla delocalizzazione industriale, ma riteniamo che il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione non sia all’altezza di questo compito.

I fondi disponibili sono del tutto inadeguati, giacché sono utilizzabili dal 10 per cento dei lavoratori licenziati in seguito a ristrutturazioni. I licenziamenti e le ristrutturazioni delle PMI negli Stati membri più piccoli, che hanno gravi conseguenze sulle economie nazionali, regionali e locali, trarranno scarsi benefici dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.

Siamo lieti che alcuni lavoratori licenziati da grandi aziende possano avere accesso a questo Fondo, e chiediamo alle imprese interessate di negoziare seriamente con i rappresentanti dei lavoratori e di non usare i fondi disponibili per venir meno ai propri obblighi sociali.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione è una sorta di fondo di beneficenza che eroga importi forfettari nel tentativo di disorientare e illudere i lavoratori.

Il presunto obiettivo di questo Fondo è di offrire assistenza e solidarietà ai lavoratori licenziati nelle zone colpite dalle delocalizzazioni industriali, in altre parole laddove il capitale mira a massimizzare i propri profitti spostandosi in quei paesi dove il costo della manodopera è più basso.

I criteri fissati dal regolamento che ne disciplina l’applicazione sono così ristretti che soltanto un numero assai ridotto di lavoratori potrà beneficiarne, dal momento che il Fondo viene erogato in zone in cui, in seguito alla delocalizzazione industriale, vi siano almeno 1 000 licenziamenti da parte di un’azienda o almeno 1 000 licenziamenti in un periodo di 6 mesi (o di 12 come proposto nella relazione della commissione parlamentare), che equivalgono all’1 per cento dell’occupazione nella regione.

L’erogazione del Fondo può essere richiesta soltanto previa domanda presentata dal governo dello Stato membro, e non dai lavoratori né dai sindacati, e viene effettuata soltanto dal governo. I lavoratori quindi sono alla mercé di qualsiasi governo, che può usare selettivamente questo strumento per esercitare pressioni e svolgere azioni coercitive nei confronti dei lavoratori, per manipolarne le coscienze e smorzare la loro indignazione.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) L’Europa aiuterà le vittime delle delocalizzazioni industriali. A partire dal 1° gennaio il Fondo di adeguamento alla globalizzazione permetterà di erogare fino a 500 milioni di euro all’anno ai lavoratori vittime delle ristrutturazioni internazionali. Essi potranno contare sull’Unione per ottenere una riqualificazione più agevole, o piuttosto meno difficile. Formazione su misura, microcrediti, aiuti alla mobilità; si tratta di soccorrere i lavoratori, e non le imprese.

Una domanda si impone all’attenzione di tutti noi: i lavoratori della VW di Forest potranno contare su questa solidarietà europea?

I criteri di accesso al Fondo sono molto rigorosi: i licenziamenti devono interessare almeno 1 000 persone, subappaltatori inclusi, e avere un grave impatto sull’economia locale. Ma soprattutto, le autorità belghe dovranno provare che la ristrutturazione deriva da “cambiamenti strutturali delle tendenze commerciali mondiali”, e questo non è certo scontato. L’Unione qui deve affrontare un caso palese di concorrenza sociale all’interno del suo territorio, e starà alla Commissione dar prova di flessibilità al momento di esaminare i criteri.

Ne va dell’immagine dell’Europa e della nostra concezione di solidarietà a livello di Unione europea.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore del compromesso che regola la creazione di un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG). La globalizzazione è una realtà che può essere vantaggiosa quando è giusta ed equa.

Ora, dal momento che la globalizzazione ha effetti perversi sui lavoratori, l’Unione europea, compiendo uno sforzo di solidarietà, dovrà correggere le conseguenze dei cambiamenti che hanno interessato la struttura del commercio mondiale. Questo Fondo, che arriva a un massimo di 500 milioni di euro, non servirà a finanziare la ristrutturazione industriale, ma ad aiutare i lavoratori licenziati, in particolare laddove essi si adoperano per reinserirsi nel mercato del lavoro.

Il FEG è uno strumento importante poiché consente di dimostrare che l’Unione europea tiene conto dell’impatto sociale della globalizzazione e che ha a cuore la sorte dei lavoratori. Proprio nel 2005, dopo aver constatato l’impatto della liberalizzazione e della concorrenza sul settore tessile e dell’abbigliamento, e in particolare sui lavoratori, è nata l’idea di tale Fondo. Nel 2007, soltanto due anni dopo, questo Fondo diviene operativo e risponde concretamente alle aspettative dei lavoratori licenziati. Sì, l’Europa oggi ha dimostrato che è in grado di essere più vicina ai suoi cittadini.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) Ritengo che gli effetti della globalizzazione sullo sviluppo mondiale siano positivi e che in generale questo fenomeno si sia dimostrato utile. Oggi abbiamo votato su una relazione concernente il Fondo europeo di adeguamento agli effetti della globalizzazione. La relazione contiene una serie di dichiarazioni critiche proprio su tali effetti. La nuova conformazione del commercio mondiale non ha prodotto le ricadute negative che, a detta della relazione, si sarebbero verificate.

La mia opinione della globalizzazione e dei crescenti scambi di persone, beni, servizi e capitali che ne conseguono è positiva. Credo che un mondo in cui si aprano le frontiere, e la democrazia e i diritti umani siano i valori che regolano i rapporti tra popoli e paesi sia un obiettivo per cui vale la pena di lottare. La globalizzazione offre e continuerà a offrire grandi opportunità per liberare i popoli dalla tirannia e dalla povertà estrema, accrescendo la prosperità e garantendo migliori condizioni di democrazia. Oggi ho quindi deciso di votare contro la relazione.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Dal momento che tutti i fenomeni come i licenziamenti di massa conseguenti a chiusure aziendali, le radicali ristrutturazioni nei settori più sensibili alla globalizzazione, e i licenziamenti collettivi su scala più ridotta che seguono a modifiche strutturali del commercio mondiale influiscono sensibilmente sul mercato del lavoro locale, ritengo positiva l’istituzione di un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. A differenza di altri Fondi strutturali, il Fondo di adeguamento alla globalizzazione consente agli Stati membri di prevedere rapidamente e direttamente le situazioni più gravi di emergenza socioeconomica, consentendo così ai lavoratori colpiti, dopo il licenziamento, di reinserirsi nel mercato del lavoro. E’ altresì positivo che gli Stati membri forniscano il 50 per cento del finanziamento, e che il sostegno offerto da questo Fondo si aggiunga a questi sforzi senza però sostituirli.

Mi compiaccio del fatto che il Consiglio e la Commissione sostengano l’idea di microcrediti quale misura attiva del mercato del lavoro. E’ anche positivo che ai lavoratori più anziani non si richieda di lavorare più a lungo per salari inferiori, ma si offrano incentivi finanziari per restare all’interno del mercato del lavoro.

Infine, il fatto che il Fondo sia articolato in modo tale che i contributi non possano essere intercettati da altri soggetti ma che vadano direttamente i lavoratori può servire da esempio ad altri Fondi strutturali.

 
  
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  Bernadette Vergnaud (PSE), per iscritto. – (FR) La globalizzazione ha effetti negativi per i lavoratori più vulnerabili e meno qualificati di alcuni settori. Le delocalizzazioni producono un clima di insicurezza sociale nefasto per il progresso sociale. Le imprese approfittano di una nuova libertà grazie alla quale possono ignorare le frontiere, lasciandosi dietro schiere di lavoratori spesso poco qualificati, che avranno gravi difficoltà a trovare un nuovo posto di lavoro. In Francia, negli ultimi dodici mesi, sono stati delocalizzati 11 000 posti di lavoro. La paura delle delocalizzazioni dilaga da una regione all’altra, al ritmo di quasi 1 000 posti di lavoro soppressi ogni mese, una cifra più che sufficiente ad alimentare il disagio sociale.

Ho votato a favore della relazione Bachelot-Narquin, poiché essa fornisce una prima risposta alle legittime preoccupazioni dei lavoratori europei. Grazie al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) i lavoratori vittime delle ristrutturazioni internazionali che cercano di reinserirsi sul mercato del lavoro potranno godere di un aiuto annuale di 500 milioni di euro. L’assistenza del FEG così offrirà solidarietà e sostegno ai lavoratori licenziati in seguito ai mutamenti intervenuti nella struttura del commercio mondiale, anche se questo Fondo si rivelerà probabilmente insufficiente.

 
  
  

– Relazione Groote (A6-0301/2006)

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, benché l’approccio adottato dal regolamento, volto a perseguire una politica sulla qualità dell’aria basata sulle emissioni, sia quello giusto, credo che si sarebbe potuta scegliere una linea più ambiziosa, in particolare sui valori limite degli ossidi di azoto, in quanto questi inquinanti provocano gravi problemi, soprattutto nelle vallate montane più anguste.

Sono tuttavia favorevole alla proposta, e ho di fatto votato per adottarla, segnatamente alla luce dell’approccio assunto nei confronti della misura sulla quantità di particolato. Ora la Commissione deve metterla opportunamente in pratica. Sono inoltre lieto per le informazioni sulle riparazioni, che dovrebbero essere trasmesse a tutti i workshop indipendenti.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la ringrazio, Presidente, per avermi concesso la parola per la terza volta su questa relazione di Matthias Groote, relativa alla protezione dei cittadini europei dalle emissioni dannose delle automobili.

Ho votato a favore di questo documento auspicando che, in un futuro prossimo, ci sia anche una direttiva contro l’inquinamento prodotto dai governi, perché, purtroppo, anche i governi talvolta producono un inquinamento a danno della salute e dell’ambiente dei cittadini.

Mi riferisco in particolare, ma non solo, alle leggi che inquinano e rendono difficile e irrespirabile l’aria per le persone anziane, per i pensionati, i quali non possono vivere con una pensione insufficiente.

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Saremmo stati favorevoli a un calendario più serrato per l’introduzione dell’Euro 5 e a un abbassamento dei limiti per le emissioni di biossido di azoto nelle norme Euro 6.

Abbiamo tuttavia votato a favore del compromesso con il Consiglio dei ministri, poiché lo riteniamo valido e pensiamo che da un processo più lungo non scaturirebbero regolamenti migliori, ma semplicemente un rinvio del calendario per l’introduzione.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) I trasporti sono responsabili di buona parte dell’inquinamento ambientale e hanno un impatto notevole sul cambiamento climatico. La nuova norma denominata Euro 5 si concentrerà specialmente sulle polveri e sugli ossidi di azoto (NOx), che vengono emessi dai veicoli dotati di motori diesel.

Questa ulteriore riduzione dei limiti di emissione di polveri e ossidi di azoto da parte dei veicoli costituisce un importante passo avanti in termini di salute pubblica.

L’adozione di questa relazione rafforzerà il potenziale commerciale dell’Unione europea riguardo alla progettazione e alla costruzione di veicoli ecologici.

La futura norma Euro 6 comporterà limiti più bassi di emissione, in particolare per gli ossidi di azoto e, al tempo stesso, stimolerà la ricerca tecnologica per l’industria automobilistica.

Il testo adottato propone anche un calendario, impegnativo ma fattibile, per l’applicazione di queste due norme per il settore automobilistico.

Ritengo tuttavia che dobbiamo rimanere vigili sul rinnovo del parco auto e attuare così le norme Euro più recenti, nella speranza di ottenere risultati significativi sulla qualità dell’aria.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho sostenuto questo pacchetto di compromesso, il quale obbligherà l’industria automobilistica a produrre autoveicoli più ecologici e meno inquinanti che contribuiranno a ridurre l’inquinamento. Grazie a questo pacchetto di emendamenti, nel lungo periodo gli autoveicoli prodotti dovranno attenersi a limiti di emissione prestabiliti e, inoltre, l’industria automobilistica sarà incoraggiata a investire nella tecnologia per fabbricare vetture più ecologiche e a contribuire alla protezione del nostro ambiente.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La proposta su cui abbiamo votato oggi prevede la revisione degli attuali limiti di emissione dei veicoli a motore e pertanto l’inclusione dei veicoli alimentati a biocarburanti

Le nuove tecnologie e scoperte scientifiche ci permettono di aspirare a un elevato livello di protezione ambientale e di investire in questi nuovi segmenti del mercato automobilistico.

Oggigiorno non possiamo trascurare le sfide ambientali con cui siamo confrontati, né possiamo ignorare il fatto che nel settore dei carburanti puliti si sta sviluppando un nuovo mercato. Di conseguenza, informare i consumatori sui veicoli meno inquinanti, sulle riparazioni dei veicoli e sui nuovi articoli immessi sul mercato dai fabbricanti è una misura importante ai fini della protezione e degli investimenti nella società del futuro.

Ancora una volta sono in gioco il funzionamento del mercato interno, la promozione dello sviluppo sostenibile a livello ambientale e il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini.

Ho quindi votato a favore della relazione Groote.

 
  
  

– Relazione Higgins (A6-0432/2006)

 
  
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  Marian Harkin (ALDE). – (EN) Signor Presidente, vorrei semplicemente motivare la mia opposizione all’emendamento n. 1 alla relazione Higgins, in altre parole alla modifica della base giuridica dall’articolo 308 all’articolo 159 del Trattato.

Posso capire perché molti colleghi siano favorevoli a tale modifica, che di fatto, alla luce degli obiettivi economici e sociali del fondo, estenderebbe i poteri del Parlamento, il quale ha ovviamente il diritto di agire in tal senso. Temo però che possano esservi conseguenze impreviste, poiché credo che il Consiglio difficilmente sarà d’accordo e questo provocherà un ritardo. In tale ipotesi siffatto ritardo avrà l’effetto di rinviare lo stanziamento dei finanziamenti a progetti che sono già stati avviati.

Penso che le conseguenze sarebbero molto gravi perché, dal punto di vista politico, questo è un periodo particolarmente delicato per l’Irlanda del Nord. Stiamo per compiere l’ultimo passo e credo proprio che l’UE non debba inviare segnali negativi. In una certa misura, inoltre, si tratta di una vittoria futile per il Parlamento, perché sarà in ogni caso l’ultima volta che gli verrà chiesto di approvare i finanziamenti per il programma, che infatti scadrà nel 2010.

Inoltre, ho votato per sbaglio sull’emendamento n. 169 alla relazione Hieronymi. Ho semplicemente premuto il tasto sbagliato. Avrei dovuto premere il tasto “più”.

 
  
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  Presidente. – Il suo desiderio di pronunciarsi diversamente a questo punto della seduta risulterà agli atti.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Anche se la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito sono due tra i paesi più ricchi del mondo, i buoni motivi per sostenere il Fondo internazionale per l’Irlanda non mancano. Gli Stati membri che intendono contribuire a questo fondo possono farlo tramite decisioni adottate dai parlamenti nazionali. Tale processo, oltre ad essere più democratico, evita anche che le risorse finanziarie degli Stati membri debbano inutilmente passare attraverso il bilancio comunitario. Abbiamo dunque votato contro la relazione in esame.

 
  
  

– Relazione Fruteau (A6-0422/2006)

 
  
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  Jean Claude Martinez (NI). – (FR) Signor Presidente, la banana è un argomento da cui è nato un vero e proprio romanzo a puntate, a partire dal 1990. In Europa consumiamo banane provenienti da tre regioni: banane europee originarie delle Antille francesi, delle Canarie e delle Azzorre, per circa 850 000 tonnellate; banane provenienti dai paesi ACP e, infine, banane marchiate “dollari”, coltivate in America latina, a vantaggio di Chiquita e Dole.

Dieci anni fa i dazi doganali sui 2,5 milioni di tonnellate di banane statunitensi sfioravano gli 850 euro a tonnellata, mentre oggi ammontano a 176 euro. In altre parole, l’Europa fa un regalo di 2 miliardi di euro alle multinazionali americane. Per di più, tali banane vengono prodotte all’equatore da bambini di dieci anni pagati 2 dollari al giorno, che respirano pesticidi, sono affetti da asma, hanno disturbi di equilibrio e soffrono di atassia cerebrale. Altrove le condizioni non sono migliori per quanti lavorano nelle serre per la produzione di rose.

In queste condizioni il cartone da 18 chili di banane può essere venduto a 3 dollari in Germania. Questo si chiama sfruttamento. E’ anche vero che lo stesso Parlamento fa ricorso a una forma di sfruttamento quando utilizza precari per la tornata. Oh Dio, che sarà mai uno schiavo in più o in meno?

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato contro l’emendamento n. 10. Noi socialdemocratici svedesi interpretiamo tale emendamento come un mezzo per consentire agli Stati membri che lo desiderano di mantenere una parte dell’aiuto legato alla produzione per quanto riguarda le banane. Lo riteniamo inaccettabile, tenuto conto del fatto che ci dirigiamo in prevalenza verso un disaccoppiamento delle sovvenzioni agricole. L’aiuto legato alla produzione rende impossibile ai produttori di banane di paesi terzi competere su basi eque.

Siamo critici sulla proposta nel complesso, in quanto comporta un aumento della spesa. A nostro parere una riforma dell’organizzazione del mercato della banana dovrebbe consentire un risparmio a livello di bilancio.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) Sostengo appieno la proposta della Commissione, come modificata dalla presente relazione, con i seguenti obiettivi, avvalorati dagli emendamenti che sono stati accolti:

– mantenere una produzione comunitaria di banane, che in alcune aree produttive costituisce la principale attività agricola, e mi riferisco a regioni ultraperiferiche, o comunque nelle regioni in cui tale produzione svolge un ruolo socioeconomico;

– salvaguardare i redditi dei produttori di banane e impedire un deterioramento della situazione economica nel settore;

– affidare agli Stati membri in cui si producono banane il controllo sulla concessione di aiuti, in modo che si possa operare nel modo più efficace possibile tenendo conto delle priorità specifiche di queste regioni.

Per questi motivi ho votato a favore della relazione.

Tuttavia, contesto l’idea di continuare a rendere obbligatorio per i produttori aderire a un’organizzazione ufficiale di produttori per poter ricevere aiuti – in linea con quanto auspicato dai produttori europei di banane (membri dell’Associazione europea di produttori di banane), dalle autorità delle regioni ultraperiferiche e dagli Stati membri produttori di banane – perché la considero contraddittoria e contraria all’obiettivo ultimo. Pertanto ho presentato un emendamento che mira a lasciar decidere gli Stati membri se il requisito debba o meno essere obbligatorio, come ha proposto la Commissione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato contro questa relazione perché si rivolge completamente contro gli interessi dei coltivatori di banane nell’Unione europea.

Ci opponiamo fermamente all’emendamento n. 10 inserito nella relazione, perché propone un trattamento speciale per le sovvenzioni al cotone, all’olio di oliva, al tabacco grezzo, al luppolo e alle banane.

Se singoli Stati membri, per motivi legati alla politica regionale, desiderano sostenere la coltivazione di banane sul loro territorio, dipenderà da loro, purché ovviamente tengano conto degli accordi commerciali internazionali e delle norme comunitarie. In tal caso, tuttavia, dovrebbe spettare ai singoli Stati membri anche finanziare tale aiuto, senza coinvolgimento da parte dell’Unione europea.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE-NGL), per iscritto. – (PT) Ci opponiamo al disaccoppiamento dell’aiuto legato alla produzione, su cui è incentrata la proposta della Commissione sulla riforma del settore delle banane. La Commissione sta cercando di porre fine alla compensazione per i produttori e di promuovere la liberalizzazione del settore nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Anche se gli accordi in vigore non sono adeguati, preferiremmo mantenerli o introdurre una riforma che affrontasse realmente i problemi con cui si trovano alle prese i produttori di banane, concentrati nelle regioni ultraperiferiche e nelle aree più vulnerabili dell’Unione europea.

Accogliamo con favore l’adozione degli emendamenti che abbiamo presentato, allo scopo, primo, di mantenere il sistema degli anticipi annuali per l’intero periodo e, secondo, di procedere alla presentazione di una relazione con una valutazione d’impatto sugli effetti della normativa per il reddito dei produttori.

Siamo fortemente delusi per la bocciatura degli emendamenti da noi proposti, anzitutto, su un periodo transitorio di un anno per l’entrata in vigore, nonché sull’anticipazione dal 2005 al 2004 del periodo di riferimento per il calcolo degli aiuti.

Pensiamo che la relazione apporti miglioramenti su alcuni aspetti sostanziali della proposta della Commissione, proponendo il disaccoppiamento parziale dell’aiuto e il mantenimento degli aiuti per le organizzazioni di produttori.

Infine, contestiamo la proposta di applicare il sistema di disaccoppiare l’aiuto a tutti gli altri settori “non riformati”.

 
  
  

Proposta di risoluzione B6-0630/2006

 
  
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  Michael Cashman (PSE), per iscritto. (EN) La delegazione socialista britannica (partito laburista al Parlamento europeo) è favorevole all’approvazione della risoluzione sul programma legislativo e di lavoro della Commissione per il 2007, un programma esaustivo e ambizioso. Vi sono indubbiamente alcune deplorevoli omissioni, ma nell’insieme sosteniamo il programma della Commissione. Per quanto riguarda lo specifico tema della sicurezza dei cittadini, della giustizia e della migrazione, il partito laburista al Parlamento europeo sostiene la posizione generale del Parlamento europeo e delle altre Istituzioni sullo sviluppo di una politica in questo importante settore. Alla luce di tali premesse, per ciò che concerne l’ottimizzazione del processo decisionale in questo settore, vorremmo sottolineare che qui la decisione spetta unicamente agli Stati membri in seno al Consiglio.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato contro la risoluzione sul programma legislativo e di lavoro della Commissione per il 2007, perché essa insiste sulla continuazione delle stesse politiche neoliberiste, con le disastrose conseguenze che conosciamo, come l’aumento della povertà e delle sperequazioni sociali. Abbiamo invece bisogno di una rottura con tali politiche e di mutamenti radicali, come si propone in diversi punti nella risoluzione del nostro gruppo.

Tra le proposte che abbiamo presentato e che purtroppo sono state respinte, vorremmo sottolineare quanto segue: chiediamo l’immediata sospensione dell’attuale processo di liberalizzazione dei servizi pubblici e il fermo impegno di ridurre l’orario di lavoro, senza tagliare i salari, al fine di creare nuovi posti di lavoro.

Ci rammarichiamo inoltre del fatto che il programma legislativo e di lavoro della Commissione trascuri la situazione in Medio Oriente, e riteniamo ugualmente inaccettabile che non sia stata istituita alcuna forma di cooperazione finanziaria tra l’Unione europea e l’Autorità palestinese.

Critichiamo inoltre il fatto che la Commissione non abbia proposto alcuna iniziativa volta a migliorare la politica sociale, e insista invece sulle liberalizzazioni in diversi settori, tra cui il settore dei servizi e il mercato dell’energia.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. (EN) I miei colleghi conservatori britannici e io sosteniamo la richiesta, avanzata dal Presidente della Commissione, di dare maggiore priorità alla realizzazione di un’efficace riforma economica mediante la revisione dell’agenda di Lisbona che, a nostro avviso, dovrà tendere innanzitutto a stimolare crescita e competitività in Europa per aumentare l’occupazione.

Siamo altresì favorevoli a completare il mercato interno, e un’efficace applicazione della direttiva sui servizi sarà parte integrante di questo processo. La liberalizzazione e le politiche ispirate al libero scambio favoriranno un’economia più competitiva e dinamica in Europa. Come la Commissione, anche noi attribuiamo grande importanza alla deregolamentazione e al rigoroso svolgimento delle valutazioni d’impatto, che i conservatori britannici sostengono da lungo tempo. Siamo inoltre favorevoli a qualsiasi misura razionale che tuteli l’ambiente e promuova la lotta contro la povertà in tutto il mondo. Possiamo inoltre dirci d’accordo con la lotta alle frodi e alla cattiva amministrazione.

Non possiamo però accogliere le richieste, contenute in questa risoluzione, di applicazione della Costituzione dell’Unione europea, né quelle che invocano una politica comune europea in materia di immigrazione, asilo e visti; né, infine, condividiamo l’opinione per cui l’Unione europea non disporrebbe dei fondi sufficienti per affrontare le sfide del futuro.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il programma legislativo proposto dalla Commissione per il 2007 rivela chiaramente come la mancanza di leadership politica in molti Stati membri stia complicando l’esistenza dell’Unione europea. E’ vero che la Commissione è il motore delle Istituzioni comunitarie, ma è altresì vero che gli Stati membri sono profondamente impegnati in problemi interni che assorbono buona parte delle loro energie.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che, mettendo in evidenza le questioni economiche – in particolare la questione della tecnologia e, ugualmente importante, dell’energia – senza attribuire eccessiva importanza alle questioni istituzionali, la Commissione mostra di aver compreso le proprie priorità. Il suo costante impegno a migliorare la situazione normativa rivela che essa è consapevole della necessità di semplificare l’ambiente legislativo. Ci auguriamo che il 2007 sia l’anno in cui si scioglieranno finalmente i nodi politici europei, affinché non si diffonda la convinzione che manca un progetto di mobilità per l’Europa e lo slancio politico per concretizzarlo.

 
  
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  José Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Per la sua importanza commerciale ed economica e per le evidenti affinità storiche e culturali con i paesi che compongono l’Unione europea, la Russia merita da parte nostra una particolare attenzione.

La caduta della dittatura sovietica aveva suscitato la speranza che il paese potesse seguire la strada della democrazia e della libertà. Purtroppo, la recente e tragica scomparsa di Anna Politkovskaja e quella di Alexander Litvinenko sono un chiaro segnale del fatto che la Russia è ancora molto lontana da standard accettabili per quanto riguarda le libertà fondamentali.

Oltre agli interventi armati nella sua sfera di influenza geopolitica, devo criticare i meccanismi che la Russia impiega nei settori del commercio e dell’energia per esercitare pressioni sui paesi vicini, e che costituiscono vere sanzioni discrezionali.

Ritengo che l’Unione europea debba mantenere una stretta cooperazione con la Russia, sia a livello internazionale che nell’ambito dei rapporti di vicinato, ma questo partenariato dev’essere soggetto a critiche e controlli costanti da parte nostra.

Per il suo equilibrio e la sua sicurezza, l’Unione ovviamente ha bisogno di una Russia prospera, libera e democratica. Spero che il popolo russo possa tracciare una rotta sicura in questa direzione.

 
  
  

Proposta di risoluzione B6-0631/2006

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, in seguito alla nostra discussione, che purtroppo si è svolta nel contesto di una minisessione, la situazione in Russia ha continuato a subire un drastico peggioramento. Posso solo chiedere al Presidente Putin di assicurare un trattamento decoroso ai detenuti – i cosiddetti dirigenti della Yukos e gli altri prigionieri politici – e garantire che non siano assassinati in modo misterioso, com’è successo ad altri. In Russia vigono le norme dello Stato di diritto, almeno sulla carta, e se ne deve assolutamente garantire il rispetto. L’opinione pubblica mondiale vigilerà sull’operato del Presidente Putin, attendendosi tali norme siano garantite.

Ringrazio l’onorevole Horáček per aver inserito in questa ottima risoluzione il riferimento ai dirigenti della Yukos, insistendo sulla necessità che siano finalmente rimessi in libertà o almeno ricevano un trattamento conforme alla legislazione russa e siano detenuti vicino al loro luogo di residenza.

Vorrei cogliere l’occasione offertami da questa dichiarazione di voto per fare una dichiarazione personale. Non so se avrò di nuovo l’onore di intervenire mentre lei presiederà l’Assemblea, e vorrei quindi ringraziarla per il modo straordinario in cui esercita la sua funzione di Vicepresidente.

 
  
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  Presidente. – Grazie, onorevole Posselt, per le sue gentili parole.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Per quanto riguarda la risoluzione approvata oggi dalla maggioranza del Parlamento, merita rilevare che, intenzionalmente, non si fa alcun riferimento a questioni quali l’avanzamento della NATO nell’Europa orientale e l’installazione strategica di nuove basi militari che circondano e minacciano la Russia, incoraggiando la militarizzazione delle relazioni internazionali e la corsa agli armamenti.

Inoltre, nella risoluzione non si fa alcun accenno alle manovre di destabilizzazione attuate nel Caucaso da forze legate alla NATO e all’uso della Georgia come punto di appoggio per i ribelli ceceni.

Né si parla delle migliaia di persone di origine russa che subiscono discriminazioni e si vedono negare i diritti di cittadinanza nelle Repubbliche baltiche che sono membri dell’Unione europea.

Inoltre, si oscilla tra la carota e il bastone. In altre parole, se la risoluzione è caratterizzata dall’interventismo e dalle pressioni politiche sulla Russia – e su altri paesi dell’Europa orientale e del Caucaso, non ultima la Bielorussia – le forze del grande capitale nell’Unione aspirano ad avere pieno accesso alle immense risorse energetiche russe.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto a favore della proposta di risoluzione, perché ritengo che il testo elaborato insieme sia molto equilibrato e tenga conto delle mie due principali preoccupazioni, cioè le deficienze strutturali dell’Unione europea nella politica energetica e la qualità delle relazioni dell’Europa con la Russia.

Non possiamo negare la nostra attuale dipendenza dai fornitori esteri nazionalizzati di energia, né permettere che i valori europei passino in secondo piano rispetto agli interessi economici. Gli interessi economici e politici non devono essere confusi e le nostre apprensioni per le violazioni dei diritti umani e della libertà di stampa non devono essere dimenticate nella speranza di condurre trattative più fruttuose in materia di energia. E’ ora necessario dare priorità a una politica energetica comune europea, in modo che i valori europei fondamentali della nostra Comunità, tra cui la difesa dei diritti umani, non possano essere compromessi dalla dipendenza economica da altri paesi.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Il mancato avvio dei negoziati per un nuovo accordo quadro tra l’Unione europea e la Russia è molto allarmante. Numerose questioni, tra cui il recente omicidio di un’ex spia russa, richiedono risposte. Mi auguro che anche la prossima Presidenza dell’Unione darà priorità alle relazioni con la Russia.

 
  
  

– Relazione Brok (A6-0436/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, il mio voto favorevole alla relazione non sarà certo una sorpresa; il mio consenso è giustificato dal fatto che essa esamina in modo molto realistico il progetto europeo, e fissa obiettivi chiari per il suo futuro sviluppo.

Ciò che conta adesso è che l’integrazione proceda – per sfruttare ogni occasione – e che l’Unione europea mantenga la propria stabilità. Perché ciò si realizzi, abbiamo bisogno di nuove norme per il lavoro, per l’interazione delle Istituzioni e per il finanziamento. Ci auguriamo che quest’attività normativa sia portata a termine entro il 2008.

Dal momento che molti Stati ambiscono a entrare nell’Unione europea, si richiedono nuove strategie. Lo status di membro a pieno titolo non può essere l’unico obiettivo: dobbiamo sviluppare forme alternative di cooperazione con i paesi vicini, e su questo punto i capi di governo dovrebbero riflettere, soprattutto per quanto riguarda la Turchia, e considerare la possibilità di un partenariato privilegiato. L’idea dell’adesione a pieno titolo della Turchia è irrealistica, giacché non possono esserci 71 voti unanimi a livello di Unione europea, così come non tutti i referendum nazionali – o le votazioni in quest’Aula – possono produrre risultati favorevoli; di conseguenza è ancora più importante che i negoziati comincino fin d’ora, che mirino a sviluppare un clima favorevole, e che si concludano con il probabile risultato di accordare a questo importante partner dell’Unione europea un partenariato privilegiato.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, nel corso della discussione di questa mattina il collega onorevole Claeys ha attirato l’attenzione sulle modalità di negoziato con la Turchia, un candidato all’adesione piuttosto problematico. E’ ormai evidente che l’approccio negoziale dell’Unione europea è ben diverso dall’arrogante mercanteggiare che distingue la Turchia e che, secondo il collega, il quale si è espresso con un certo sarcasmo ma con estrema precisione, ricorda molto un bazar. Il modo in cui i negoziatori europei hanno lasciato scadere tutti i loro ultimatum consentendo alla Turchia di farla franca è scandaloso, e dà alla Turchia un messaggio del tutto sbagliato, facendole credere che l’Unione europea sia disposta a tutto purché essa aderisca, contrariamente a quella che è la volontà di gran parte dell’opinione pubblica europea. Potremmo concludere che l’Unione europea è altrettanto antidemocratica dello Stato che sta cercando di aderirvi – la Turchia.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore dell’allargamento dell’Unione europea, come proposto dall’onorevole Elmar Brok, perché sia personalmente, sia come responsabile del partito pensionati in Italia, credo che l’allargamento dell’Europa debba arrivare a tutto il mondo.

L’Europa deve essere allargata a tutto il mondo, perché l’Europa mantiene la pace tra gli Stati membri che ne fanno parte. Maggiore sarà il numero di Stati che riusciranno a far parte dell’Europa e più pace avremo, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Quindi, signor Presidente: “Unione europea in tutto il mondo!”.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) No. Né l’approvazione di una Costituzione, né la creazione di un superstato europeo centralizzato sono in alcun modo un requisito indispensabile per l’allargamento dell’Unione europea. Voteremo certamente contro la relazione dell’onorevole Stubb, che cerca di far rientrare dalla finestra quella Costituzione che due nazioni europee hanno fatto uscire dalla porta.

Dobbiamo anche chiederci se, al di là dei cosiddetti aspetti “istituzionali” che sono piuttosto di natura ideologica, non sarebbe opportuno fare una pausa di riflessione. L’Unione europea è passata, in un arco di tempo molto breve, da quindici a ventisette membri, che presto diverranno ventotto. Oggi nessuno dei presenti in quest’Aula sarebbe capace di dire, al di là dei discorsi convenzionali, quali siano i vantaggi e gli svantaggi di questo allargamento che non ha precedenti, né per l’Unione europea, né per alcuno degli Stati membri.

Un allargamento fine a se stesso non ha alcun senso, se non quello, che noi respingiamo, di un assorbimento degli Stati nazionali da parte del Leviatano di Bruxelles, e infine della loro disgregazione.

Questi problemi non si porrebbero se costruissimo un’autentica Europa di nazioni sovrane, che collaborano in specifici settori da loro scelti e per il loro reciproco vantaggio.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) In linea di principio la Lista di giugno è favorevole all’allargamento dell’Unione europea, ma è essenziale che gli Stati che desiderano aderire all’UE soddisfino i requisiti fissati prima di accedere. I paesi di cui attualmente si discute la possibilità di una futura adesione hanno molta strada da fare. Sarebbe contrario agli interessi degli attuali Stati membri e dei paesi candidati se fissassimo fin da adesso la data di adesione all’Unione europea. Dobbiamo quindi favorire un processo che abbia il tempo di evolversi gradualmente.

Tra le altre cose, nella relazione si legge che il Trattato di Nizza non offre un’adeguata base per i futuri allargamenti; leggendo tra le righe, si sostiene quindi la necessità di una nuova Costituzione, sebbene i popoli della Francia e dei Paesi Bassi abbiano respinto l’idea con un referendum.

Il relatore inoltre parla della “capacità d’integrazione” dell’Unione europea, e ritiene che questa non vada confusa con la percezione nell’opinione pubblica dell’impatto di nuovi ampliamenti. Qui si scorge una nota di disprezzo per i fondamentali principi democratici. Se la maggioranza degli europei ritiene che non sia opportuno allargare ulteriormente l’Unione europea, i rappresentanti eletti dei cittadini europei devono rispettare tale volontà. Questo è un chiaro esempio dell’endemico disprezzo che quest’Assemblea nutre nei confronti dei cittadini.

Abbiamo votato contro la relazione dal momento che essa sfrutta i potenziali allargamenti per giustificare una futura Costituzione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione contiene alcuni punti sull’allargamento dell’Unione europea a cui mi oppongo fermamente. Per esempio, si sottolinea l’artificiosa “necessità” di concludere il cosiddetto “processo costituzionale” come (falsa) condizione per qualsiasi futuro allargamento.

C’è un altro punto concernente i negoziati con la Turchia, che merita di essere respinto con fermezza e che dev’essere evidenziato. La relazione “deplora” il fatto che i tentativi della Presidenza finlandese di “trovare una soluzione per superare l’attuale situazione di stallo e garantire la piena applicazione del protocollo addizionale, da una parte, e ridurre l’isolamento della comunità turcocipriota che vive nel nord dell’isola, dall’altra, non abbiano avuto successo”. In altre parole la relazione intende:

– ignorare il fatto che l’isolamento della comunità turcocipriota è provocato unicamente dall’occupazione illegale, da parte dell’esercito turco, del 37 per cento del territorio della Repubblica di Cipro;

– unire l’applicazione del protocollo addizionale al riconoscimento di fatto dell’occupazione (illegale), da parte dell’esercito turco, e dell’autoproclamata “Repubblica turca di Cipro del nord”; questo è ciò che vogliono le autorità turche, che sono sostenute in questo da numerosi paesi, tra cui alcuni Stati membri dell’Unione europea;

– strumentalizzare la questione di Cipro, nell’ambito delle contraddizioni che caratterizzano l’adesione della Turchia, subordinando le risoluzioni dell’ONU su Cipro.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. (FR) L’attuale strategia di allargamento che consiste nel riunire circa una quarantina di Stati in un unico gruppo, porterà l’Europa di Bruxelles a subire il destino della rana di Jean de la Fontaine, che scoppiò nel tentativo di assumere le dimensioni del bue. Tutto questo per due motivi.

Il primo riguarda la mancanza di un limite geografico, per cui questa Europa, dopo aver accolto la Turchia, non avrà alcun motivo di rifiutare l’ingresso ad altri paesi asiatici o africani.

Il secondo motivo è legato alla natura ideologica del progetto euro-brussellese, che mira a infrangere l’identità e la sovranità delle nazioni europee per costruire, sulle rovine di queste ultime, un superstato centralizzato, la cui amministrazione sarà ancora più gravosa delle amministrazioni nazionali.

Invece di dissolvere le nostre nazioni in questo insieme sovranazionale, votato alla distruzione come l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, costruiamo una grande Europa di nazioni libere e sovrane, unite dai propri valori umanisti e cristiani che hanno fatto la grandezza della nostra civiltà.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Se vogliamo prestare la dovuta attenzione alle esigenze derivanti dallo straordinario processo di allargamento del 2005 e da qualsiasi futuro allargamento, il termine “adeguare” dovrà entrare a far parte del lessico comunitario.

A distanza di un anno e mezzo, dobbiamo riconoscere che le nostre società, la nostra economia, le nostre istituzioni e la nostra mentalità non si sono del tutto adeguate all’allargamento, il che è comprensibile, dal momento che la nostra flessibilità non è illimitata. La data del 1° maggio 2005 è troppo importante perché il suo impatto iniziale si sia dissipato in appena 18 mesi. Detto questo, non dobbiamo confondere ciò che è difficile con ciò che è impossibile, e certamente non con ciò che è inevitabile. Possiamo fare di più e meglio, affinché questo processo si vada normalizzando e adeguando. Allo stesso tempo, dobbiamo prepararci per la fase successiva, secondo una logica per cui l’allargamento dell’Unione europea è vantaggioso sia per i nuovi arrivati che per i membri attuali. Così dovremmo interpretarla. A mio avviso, si tratta di una delle questioni più importanti.

Da qui deriva il riconoscimento della necessità di adeguare il contesto istituzionale alla realtà dell’Unione europea, sebbene non si possa concludere che questa sia la principale difficoltà che dovremo affrontare negli anni a venire. L’adeguamento è di natura sociale, politica ed economica, piuttosto che essenzialmente istituzionale.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. (EN) I conservatori britannici sono sempre stati e rimangono convinti sostenitori dell’allargamento dell’Unione europea, giacché esso offre un mercato unico più ampio e un’Europa che, formata da Stati nazionali, sarà più flessibile e meno impacciata da rigidi vincoli. Non accettiamo tuttavia che questo processo si spinga fino a richiedere una Costituzione a pieno titolo per l’Unione europea, che farebbe perdere agli Stati membri altri poteri a favore dell’Unione europea. Ci siamo quindi astenuti dalla votazione su questa relazione.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Sono profondamente convinto che l’allargamento rappresenti uno dei pochi aspetti positivi dell’Unione europea, a condizione di poter controllare la circolazione delle persone – l’allargamento dell’Unione europea riduce la possibilità di creare un superstato europeo rigorosamente integrato; esso inoltre contribuisce a estendere l’area di stabilità e prosperità in tutta Europa. In effetti, come abbiamo visto, il processo di allargamento e le prospettive del futuro allargamento rappresentano un importante catalizzatore di cambiamento. I federalisti reagiscono cercando di consolidare la propria presa sull’Unione europea quale progetto politico, nel tentativo di resuscitare la Costituzione e di rallentare il futuro allargamento, come si osserva nella relazione Brok. La relazione inoltre affronta il problema di Cipro in modo fazioso e sterile. Mi sono astenuto per segnalare, da una parte, il mio sostegno all’allargamento e, dall’altra parte, la mia ferma e coerente opposizione all’agenda federalista, alla Costituzione e ai pregiudizi nei confronti della parte settentrionale di Cipro.

 
  
  

– Relazione Stubb (A6-0393/2006)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vedo con piacere che l’Assemblea intende, fin da ora, porre la capacità d’integrazione al centro del dibattito sull’allargamento, poiché il successo del processo di allargamento e di un più profondo processo di integrazione europea dipendono da tale fattore.

L’integrazione dev’essere portata a termine prima di poter pensare a un nuovo allargamento; ciò significa che il funzionamento delle Istituzioni deve migliorare in modo tale da consentire loro di assumere decisioni in maniera efficiente e democratica, e che le attuali disposizioni finanziarie devono essere cambiate. Finora l’allargamento è stato un parziale successo e, mentre procede il processo di integrazione, sfrutteremo ogni occasione per rendere più stabile l’Unione europea.

Questo sarà il mio ultimo intervento oggi, e quindi vorrei cogliere l’occasione per porgere i miei più sinceri ringraziamenti al Presidente, che stimo moltissimo, per il modo in cui ha diretto la seduta ricorrendo al suo particolare fascino. Gli faccio i migliori auguri per un futuro di successo in quest’Assemblea.

 
  
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  Richard Corbett (PSE), per iscritto. (EN) Il gruppo PSE sostiene questa relazione e si congratula con il relatore per aver ottenuto un così ampio consenso.

Tuttavia, i deputati europei del partito laburista britannico e altri si sono astenuti dalla votazione su questa relazione e su diversi paragrafi poiché, pur essendo favorevoli a gran parte delle misure proposte, riteniamo che non tutte siano prerequisiti dell’allargamento. Se la relazione non avesse insistito sul fatto che ognuna di queste riforme dev’essere un requisito da applicarsi prima di qualsiasi ulteriore allargamento, essa avrebbe certamente ottenuto una più ampia maggioranza.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Questa proposta, presentata in seconda lettura, differisce dalla legislazione in vigore in tre settori chiave.

Un obiettivo della proposta è quello di presentare i dati annualmente anziché mensilmente. Secondo studi recenti, i dati mensili inviati fino a sei mesi dopo il mese di riferimento sono di scarsa utilità nella gestione giornaliera del mercato, mentre la compilazione di dati annuali può essere utile per studi di mercato di medio o lungo periodo e può contribuire a ridurre il carico di lavoro per le autorità nazionali per quanto riguarda la presentazione dei dati.

Secondo la proposta, la presentazione dei dati dev’essere richiesta dalla bandiera (o nazionalità) delle navi responsabili degli sbarchi. Tale requisito, a differenza delle attuali presentazioni da parte di ampi gruppi dell’UE, dell’EFTA e di altre navi, consentirà di analizzare i dati nei dettagli anche senza aumentare considerevolmente il carico di lavoro delle autorità nazionali che raccolgono già i dati a questo livello di dettaglio.

Infine, la proposta di regolamento offre un approccio più flessibile, che consente di utilizzare tecniche di campionamento per stimare il numero totale degli sbarchi. Le autorità nazionali avranno la facoltà di usare, in misura adeguata, metodi di campionamento per raccogliere i dati, a condizione di giustificarne l’uso e di analizzare la qualità dei dati risultanti in una relazione metodologica …

(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163, paragrafo 1, del Regolamento)

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Nella relazione dell’onorevole Brok sulla strategia per l’allargamento si parla molto di una “capacità d’integrazione”, considerata unicamente dal punto di vista degli interessi e degli appetiti di potere di Bruxelles.

Secondo questa relazione, tale capacità non va confusa, cito testualmente, con “la percezione nell’opinione pubblica dell’impatto di nuovi ampliamenti”. Onorevole Brok, lei ha torto. Prima di tutto perché sono i cittadini degli Stati membri a subire per primi gli effetti economici e sociali degli allargamenti, ed essi meritano quindi di essere ascoltati. In secondo luogo perché sono loro a decidere, in ultima analisi, su queste adesioni. In Francia, per esempio, un referendum si renderà obbligatorio per ogni adesione successiva a quella della Croazia. E’ il regalo di Chirac che, in piena crisi, ha cercato di evitare, invano, un “no” alla Costituzione europea.

Mi rammarico altresì che non sia mai stata posta la questione dei confini geografici dell’Europa e della definizione della sua identità comune. Questo ci permetterebbe di dire chiaramente riguardo alla Turchia che è un grande paese, ma che, in sostanza, in termini geografici, culturali, storici e demografici, è un paese asiatico. Questo ci consentirebbe inoltre di porre fine a quella farsa umiliante che sono divenuti i negoziati d’adesione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La Lista di giugno non condivide l’opinione del relatore, secondo il quale è necessario che l’Unione europea diventi più simile a una federazione perché il processo di allargamento possa continuare.

Al contrario, riteniamo essenziale che le decisioni politiche che devono valere per l’intera Unione europea rimangano di competenza del Consiglio dei ministri, e ci opponiamo a moltiplicare i settori in cui è possibile decidere sulla base di una maggioranza qualificata.

Riteniamo inoltre estremamente importante che ogni Stato membro venga rappresentato in seno alla Commissione affinché il lavoro di quest’ultima acquisti credibilità in tutti gli Stati membri.

Non vediamo poi come la creazione della carica di ministro degli Affari esteri possa favorire il processo di allargamento.

I deputati della Lista di giugno hanno quindi votato contro l’intera relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Come di consueto, la maggioranza del Parlamento ha adottato una relazione basata sull’idea che l’allargamento dell’Unione europea debba procedere a condizione di garantire – e addirittura approfondire – il federalismo; ciò significa a condizione di garantire il dominio delle maggiori potenze nel processo decisionale dell’UE, e quindi di far valere gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari.

La relazione comincia ponendo una premessa demagogica: è necessario riformare le Istituzioni per garantire “l’efficacia” e “il funzionamento” delle Istituzioni dell’Unione europea. Dopo aver enunciato un lungo elenco di riforme, essa raggiunge – e non è sorprendente – il suo fine ultimo, ossia la difesa di quella che, scorrettamente, viene definita “Costituzione europea”.

Mettendo in evidenza il contenuto della proposta di Trattato – che è già stata respinta – la relazione rivela le vere intenzioni della ripresa del cosiddetto “processo costituzionale”.

Di conseguenza, abbiamo il solito arsenale di misure miranti ad accentrare il potere in organismi sovranazionali dominati dalle maggiori potenze: una nuova ponderazione dei voti e la fine della rotazione della Presidenza del Consiglio, l’estensione della “maggioranza” qualificata, il “ministro degli Affari esteri”, la fine della presenza di un Commissario per ogni paese in seno alla Commissione e la fine dell’unanimità per modificare i Trattati.

Questo è inaccettabile.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. (EN) I miei colleghi conservatori britannici e io siamo sempre stati e rimaniamo convinti sostenitori dell’allargamento dell’Unione europea. Non condividiamo affatto, però, la premessa di questa relazione nella quale si legge che gli ulteriori allargamenti potranno realizzarsi con successo soltanto a condizione dell’entrata in vigore della Costituzione europea.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione sugli aspetti istituzionali della capacità dell’Unione europea di integrare nuovi Stati membri conferma la costante determinazione, da parte dei portavoce politici delle capitali europee al Parlamento europeo, di resuscitare la reazionaria Costituzione europea, che è stata condannata dai popoli d’Europa.

Grazie al loro costante desiderio di integrare nuovi paesi nell’Unione europea, essi propongono gli aspetti più reazionari della Costituzione europea (come la totale abolizione dell’unanimità, il rafforzamento del ruolo del Presidente della Commissione, l’introduzione della carica del ministro degli Affari esteri dell’UE, la semplificazione della procedura di modifica della Costituzione) quali presunte riforme necessarie per l’efficace funzionamento dell’Unione; il fine è quello di rimuovere qualsiasi ostacolo che impedisca al capitale monopolistico di promuovere le ristrutturazioni capitalistiche e antipopolari, e di realizzare la politica imperialistica a danno dei popoli d’Europa e di tutto il mondo.

Sfoggiando il più arrogante disprezzo per la dichiarata volontà dei popoli di rifiutare la Costituzione europea, essi chiedono di intensificare il lavaggio del cervello dei cittadini, per costringerli ad accettarla; hanno addirittura fissato una data per la sua promozione, che dovrà avvenire entro la fine del 2008.

Quest’attività di pressione, coercizione e manipolazione delle coscienze riflette la crescente preoccupazione delle forze politiche fautrici dell’ingresso irreversibile in Europa, di fronte alle contestazioni sempre più vibranti dei cittadini nei confronti di questa ipotesi reazionaria. Per questo motivo abbiamo votato contro la relazione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Non è possibile dare un ricevimento in casa se manca la casa in cui ricevere gli ospiti. Se questo è il significato dell’espressione “capacità di assorbimento”, sono assolutamente d’accordo, come ho già detto in diverse occasioni. A ogni nuovo allargamento, l’Unione deve essere capace di assorbire coloro che aderiscono e deve adeguarsi ai cambiamenti che ne derivano. Per questo motivo ho votato a favore della relazione. Deludere le aspettative dei paesi in via di adesione e di coloro che fanno già parte della Comunità sarebbe peggio che deludere le aspettative di coloro che sperano di aderire alla Comunità. Prima di ogni nuovo allargamento, dobbiamo considerare la nostra capacità di accogliere nuovi Stati membri; non fraintendetemi però, e non pensate che siamo disposti a sovvertire questo concetto per trasformarlo in qualcosa che non è, ossia un eufemismo per negare l’accesso.

Per concludere, a questo proposito vorrei ribadire un concetto precedentemente espresso: la capacità di allargamento dell’Unione europea ovviamente ha i suoi limiti, ma sarebbe opportuno che la capacità dell’Unione di produrre gli stessi risultati non fosse limitata, a cominciare dai nostri vicini della regione del Mediterraneo. Non siamo ovviamente capaci di assorbirli, ma possiamo allora cercare di essere all’altezza del compito di “integrarli” nel nostro spazio, con una nuova e più ampia definizione del termine.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Benché gran parte di questa relazione sia condivisibile, essa si concentra non su quanto è necessario per l’allargamento, ma su ciò a cui l’Unione europea deve rinunciare a causa della mancata ratifica del Trattato costituzionale. Non sono contraria al Trattato costituzionale, ma non credo che esso debba costituire un prerequisito per i futuri allargamenti. Di conseguenza mi asterrò.

 
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