Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0439/2006), presentata dall’onorevole Romeva i Rueda a nome della commissione per gli affari esteri, sulla settima e sull’ottava relazione annuale del Consiglio ai sensi della misura operativa n. 8 del Codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi [2006/2068(INI)].
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), relatore. – (ES) Signor Presidente, questa è la terza volta che ho l’onore di rivolgermi alla Commissione e al Consiglio per illustrare loro la valutazione annuale del Parlamento europeo sull’attuazione del Codice di condotta per le esportazioni di armi.
Sono lieto di assolvere questo compito in un momento in cui, su richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite, è ufficialmente iniziato il processo per l’adozione di un trattato internazionale per il trasferimento di armi, che per di più è da sempre auspicato da ampi settori della società civile in tutto il mondo.
Avrete notato che questa volta abbiamo esaminato due annate consecutive, il 2004 e il 2005, allo scopo di porre fine al divario temporale intercorso, in occasione delle precedenti relazioni, tra la presentazione della relazione annuale del Consiglio e la valutazione del Parlamento europeo. Tuttavia, nonostante il Consiglio abbia accelerato in modo considerevole la presentazione della propria relazione annuale, essa arriva comunque troppo tardi – la relazione del 2005 è giunta in autunno – e pertanto ribadiamo che il Consiglio dovrebbe proseguire nei suoi sforzi a favore della trasparenza e della puntualità e che la relazione annuale dovrebbe essere disponibile al più tardi entro il primo trimestre dell’anno seguente. Anche il Parlamento europeo, naturalmente, deve fare la sua parte, rispondendo con puntualità alla presentazione della relazione annuale del Consiglio.
Per quanto concerne il contenuto specifico della relazione oggi in esame, che riguarda, come si è detto, la settima e l’ottava relazione annuale del Consiglio, vorrei porre l’accento su alcuni dati e fatti significativi.
Innanzi tutto i dati. Secondo le statistiche presentate, permane la tendenza per quanto riguarda il peso delle esportazioni di armi europee rispetto al resto del mondo, poiché circa un terzo delle esportazioni totali di armi ha origine nell’Unione europea. Nel 2004 le esportazioni di armi europee avevano un valore di circa 10 miliardi di euro, cifra che nel 2005 ammontava a 9 miliardi. Ciò che ci interessa, tuttavia, è anche il valore totale delle licenze concesse, che permette di comprendere se il Codice di condotta venga davvero applicato correttamente. Sotto questo aspetto, le cifre salgono a 25 miliardi di euro per il 2004 e a 26 miliardi di euro per il 2005.
Inoltre, cosa significativa e preoccupante è che tra i paesi che comprano le armi europee vi sono Cina, Colombia, Etiopia, Eritrea, Indonesia, Israele e Nepal, che vengono regolarmente citati nel corso dei dibattiti sulle questioni urgenti che si svolgono il giovedì pomeriggio in quest’Aula; questa, a prima vista, sembrerebbe una palese violazione del contenuto del Codice di condotta.
In secondo luogo, e questo è senz’altro l’aspetto più importante evidenziato nella nostra relazione, dobbiamo esprimere grande delusione per il fatto che, nonostante già nel giugno 2005 il COREPER abbia deciso di trasformare l’attuale Codice di condotta in una posizione comune, conferendogli così uno status giuridico a livello europeo che ancora non ha, e nonostante i lavori tecnici per tale modifica siano stati fatti mesi addietro dagli esperti di COARM, il Consiglio deve ancora renderlo effettivo. Per tale ritardo manca una ragione esplicita; quella implicita e davvero importante è che alcuni governi starebbero vincolando tale trasformazione, e quindi il rafforzamento del Codice di condotta, alla simultanea revoca dell’embargo sulle armi imposto alla Cina.
Vorrei mettere bene in chiaro una cosa. In quest’Aula abbiamo sempre reputato le due questioni reciprocamente indipendenti. Per quanto riguarda l’embargo sulle armi alla Cina, Consiglio e Commissione conoscono la nostra posizione, ossia che la revoca dev’essere legata a progressi chiari ed effettivi in materia di rispetto dei diritti umani in Cina, soprattutto per quanto concerne i fatti di piazza Tienanmen del 1989.
Si tratta evidentemente di una questione importante di cui intendiamo discutere, ma ciò di cui ci occupiamo quest’oggi è il Codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi, che riguarda le esportazioni di armi nel mondo intero, non solo in Cina. A tale proposito, in altre parole, e mi scuso per la franchezza, non comprendiamo né accettiamo tale ritardo, come non lo accettano le numerosissime organizzazioni in seno alla società civile che da anni lavorano per un meccanismo di controllo delle esportazioni di armi più ampio e migliore, a livello sia europeo che mondiale, allo scopo di ridurre le conseguenze dannose che spesso implica un simile commercio.
Per tutte queste ragioni, mi auguro che la relazione che domani l’Assemblea approverà, dati il contenuto e la tempestività politica, contribuisca in qualche modo a migliorare il controllo delle esportazioni di armi a livello sia europeo che mondiale, nel quadro di un futuro trattato internazionale sul trasferimento di armi, che speriamo non tardi troppo a venire.
Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, ringrazio l’Assemblea per aver presentato questa relazione, e in particolare il relatore, onorevole Romeva i Rueda, che in quanto tale è responsabile ormai da quattro anni della relazione annuale sul Codice di condotta dell’Unione europea e il cui lavoro gode dell’apprezzamento del Consiglio e degli Stati membri.
Vorrei altresì sottolineare che il Consiglio accoglie con favore molti dei suggerimenti della relazione, che tenterà di attuare. Tra i numerosi che potrei menzionare vi è l’ulteriore sviluppo delle migliori pratiche nell’applicazione dei criteri del Codice, il miglioramento delle relazioni prodotte dagli Stati nazionali e di quelle consolidate a livello comunitario, l’attuazione completa della posizione comune sul controllo dell’intermediazione di armi, l’invito costante dei deputati al Parlamento europeo a taluni seminari e workshop, la prosecuzione dell’attività della Presidenza dell’Unione di presentare documenti del gruppo di lavoro del Consiglio sulle esportazioni di armi alla sottocommissione per la sicurezza e la difesa e l’estensione al relatore dell’invito a frequentare le riunioni con il gruppo di lavoro.
L’Unione europea e gli Stati membri daranno inoltre il proprio pieno sostegno ai negoziati per un trattato internazionale sul commercio di armi, come stabilito dal Consiglio nelle conclusioni dell’11 dicembre 2006, in cui ha altresì dichiarato, tra l’altro, di accogliere con favore l’avvio ufficiale del processo di stesura di un trattato internazionale giuridicamente vincolante sul commercio di armi, ottenuto con l’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 6 dicembre 2006, della risoluzione di un trattato internazionale sul commercio di armi, allo scopo di stabilire criteri internazionali comuni per l’importazione, l’esportazione e il trasferimento di armi convenzionali.
Il Consiglio ha osservato con particolare piacere che, nelle parti operative della risoluzione, si richiede al Segretario generale di raccogliere il parere dei paesi membri dell’ONU in merito alla fattibilità, al potenziale campo di applicazione e ai parametri temporanei di tale strumento globale esteso e giuridicamente vincolante. Ha espresso sentimenti analoghi in merito alla nomina di un gruppo di esperti governativi che inizierebbe a esaminare tali questioni nel 2008.
Pertanto il Consiglio, nelle conclusioni, ha ribadito che l’Unione europea e i singoli Stati membri svolgerebbero un ruolo attivo in tale processo. L’Unione europea e tutti gli altri paesi membri dell’ONU sono invitati a sostenere attivamente il processo di elaborazione di un trattato sul commercio di armi, a trasmettere il proprio parere al Segretario generale e partecipare ai lavori del gruppo di esperti governativi.
Jacques Barrot, Vicepresidente della Commissione. – (FR) Signor Presidente, onorevole Romeva i Rueda, onorevoli deputati, la responsabilità del controllo e del monitoraggio sulla vendita delle armi ovviamente spetta innanzi tutto agli Stati membri. La Commissione è tuttavia coinvolta nella questione per via del suo ruolo in seno alla PESC.
Il vostro relatore, onorevole Romeva i Rueda, ha nuovamente prodotto un’ottima relazione, che si rivolge agli Stati membri affinché si adoperino di più e meglio per applicare un approccio rigoroso, armonizzato e trasparente al controllo e al monitoraggio delle esportazioni di armi comunitarie. Le migliorie apportate ai controlli europei possono e devono incoraggiare altre regioni del mondo ad adottare, come minimo e in un primo tempo, buone pratiche, e ad applicarle. Dobbiamo assicurare che le esportazioni del tutto legittime non finiscano in mani sbagliate, poiché contribuirebbero a provocare conflitti armati o violazioni dei diritti umani.
Pur essendo rivolta principalmente agli Stati membri, la sua relazione, onorevole Romeva i Rueda, comprende alcuni elementi che la Commissione sostiene. A nome del Commissario, signora Ferrero-Waldner, intendo perciò informarvi dei nostri commenti e delle nostre osservazioni al riguardo.
Innanzi tutto, la Commissione accoglie con favore la rinnovata attenzione che la sua relazione accorda alla questione delle società di sicurezza private, ed è favorevole allo sviluppo di un meccanismo che ne regoli le attività. Sotto certi aspetti la questione è legata a quella della riforma del settore della sicurezza, entro il quale le società private, esattamente al pari delle istituzioni statali, devono lavorare in accordo con i principi di controllo democratico, responsabilità, rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto. La Comunità europea sostiene con convinzione tutte le attività che mirano alla riforma del settore della sicurezza in molte regioni del mondo. Controlli efficaci nel campo delle esportazioni di armi sono parte di questo impegno.
La Commissione, inoltre, partecipa attivamente alla lotta alla distribuzione illegale di armi leggere e di piccolo calibro. Condividiamo l’opinione che un migliore controllo e monitoraggio delle esportazioni di armi e delle attività connesse, quali l’intermediazione, possa contribuire alla riduzione del traffico illecito di armi leggere e di piccolo calibro, la cui diffusione contribuisce alla violenza armata e all’insicurezza delle persone e sta alla base dei conflitti regionali e interni.
Nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune, stiamo altresì collaborando con gli Stati membri allo scopo di attuare la strategia comunitaria volta a combattere l’accumulazione e il traffico illeciti di armi leggere e di piccolo calibro, adottata dal Consiglio nel dicembre 2005. Da qualche tempo la Commissione lavora a fianco delle organizzazioni internazionali e regionali, dei centri di ricerca, delle ONG e della società civile al fine di prevenire le conseguenze della vendita impropria o illecita di armi. Occorre essere consapevoli di queste sfide e saper dare loro una risposta. In numerose regioni del mondo, tale traffico può essere collegato a quello di droga o di materie prime quali legname tropicale, minerali o diamanti.
Nel 2007 la Commissione approfitterà della propria presidenza del Processo di Kimberley per contribuire a migliorare l’attuazione dei controlli. Dobbiamo prevenire il traffico di diamanti finalizzato a permettere ai gruppi ribelli di comprare armi. Dobbiamo inoltre seguire da vicino il traffico illecito di armi per via aerea. So che questo modo di trasporto viene utilizzato in molte attività connesse al traffico – soprattutto nel caso di aeromobili diretti nel continente africano – e dobbiamo avvalerci di tutte le autorità doganali per prevenirlo.
E’ vero che il quadro internazionale è sfavorevole alla negoziazione e all’adozione di strumenti multilaterali di disarmo giuridicamente vincolanti, ma questo non ci deve impedire di intensificare i controlli sulle esportazioni di armi. Sosteniamo gli sforzi degli Stati membri volti a istituire un trattato sul commercio di armi, anche se la sua negoziazione richiederà tempo. Intanto è fondamentale che l’Unione europea lavori a livello nazionale e regionale per il miglioramento e il potenziamento delle misure esistenti.
In conclusione, la Commissione contribuisce attivamente all’attuazione di strumenti internazionali e alla loro entrata in vigore nei diversi paesi. L’attuazione del programma d’azione delle Nazioni Unite per la lotta al commercio illegale di armi leggere e di piccolo calibro e la Convenzione di Ottawa che vieta le mine antipersona rappresentano un contributo attivo alla tutela delle vite umane.
In sintesi, signor Presidente, dirò che la relazione va presa in seria considerazione da parte di tutti i funzionari europei che detengono la responsabilità del monitoraggio delle esportazioni di armi. Dobbiamo collaborare per migliorare i nostri risultati al riguardo. Un approccio coerente richiede l’uso di una vasta gamma di strumenti, dalla diplomazia internazionale e dal peso politico al controllo delle esportazioni e all’aiuto allo sviluppo. Perché siano efficaci, tali strumenti vanno utilizzati in modo complementare. La questione fondamentale che la sua relazione sottolinea molto bene, onorevole Romeva i Rueda, è che non vi può essere alcun vero sviluppo umano o socioeconomico senza questa vitale sicurezza, e la sua relazione pone l’accento – come se ve ne fosse bisogno – sulla nostra responsabilità riguardo alle esportazioni di armi nel mondo.
Karl von Wogau, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzi tutto vorrei esprimere le mie più sentite congratulazioni all’onorevole Romeva i Rueda per il preziosissimo e scrupoloso lavoro che ha svolto negli ultimi anni e che continua a svolgere oggi in qualità di relatore per questo argomento. Vorrei inoltre ringraziarla, signor Commissario, per quello che ha detto circa le attività della Commissione nella lotta al contrabbando di armi e sul fatto, ben noto a tutti noi, che la condizione preliminare principale per lo sviluppo economico nei paesi in via di sviluppo è la sicurezza, senza la quale non si avrà alcuno sviluppo economico.
La relazione Romeva riguarda le norme comuni che si applicano alle esportazioni di armi, e il problema al riguardo è che, pur avendo norme comuni rappresentate dal Codice di condotta, esso non è di per sé vincolante. Come lo si può dunque rendere giuridicamente vincolante? Innanzi tutto possono farlo i singoli Stati membri dichiarandolo tale o dandogli forza di legge, cosa che la Germania, insieme ad altri, ha fatto. Questo risultato può essere raggiunto anche mediante una singola normativa europea, una posizione comune, verso la quale stiamo ora avanzando, in direzione della quale dobbiamo proseguire.
Il vero problema è tuttavia che, pur avendo norme comuni in linea di principio, queste vengono applicate da 27 uffici diversi in 27 Stati membri e, per di più, con modalità molto differenti. Anche se si scambiano reciprocamente informazioni al riguardo, gli Stati membri non raggiungono decisioni in maniera congiunta; per esempio, alla Cina è stato imposto un embargo sulle armi, ma la definizione di arma per questo embargo è soggetta a norme che vengono interpretate in modo diverso nei 27 Stati membri e in un altro modo ancora negli Stati Uniti. Così non si può andare avanti; in quest’ambito serve un terreno comune più ampio.
Percorriamo la strada verso una politica di difesa comune, di cui fa parte lo sviluppo di un esercito comune. Molti sembrano ignorare il fatto che, in Bosnia-Erzegovina, per esempio, vi sono già truppe sotto il comando europeo che portano pace e sicurezza in quei luoghi. Occorre inoltre un unico mercato della difesa, verso il quale abbiamo compiuto grandi passi avanti negli ultimi anni ma, se realizzeremo entrambe queste cose, occorrerà anche una maggiore azione comune nell’ambito del monitoraggio delle esportazioni di armi. Sarà uno dei compiti importanti che dovremo affrontare nei prossimi anni, e che riguarderà anche la Presidenza tedesca del Consiglio.
Ana Maria Gomes, a nome del gruppo PSE. – (PT) Signor Presidente, vorrei esprimerle le mie congratulazioni per la sua rielezione. Mi complimento con l’onorevole Romeva i Rueda per l’ottimo lavoro che ancora una volta ha compiuto e che spiega il voto quasi unanime in seno alla commissione.
Vi sono numerose ragioni per questo consenso parlamentare sul futuro Codice di condotta, ma la principale è la seguente: in contrasto con la tendenza di alcuni Stati membri, in cui la trasparenza continua a scarseggiare e in cui a guidare la politica delle esportazioni di armi sono considerazioni a breve termine, in seno al Parlamento crediamo che l’Unione europea debba avere una politica per l’esportazione di armi comune, efficace e credibile, che rispetti i valori fondamentali e soprattutto i diritti umani, e che sia legata alla politica di sviluppo e alla politica estera dell’Unione, in modo da favorirne e rafforzarne la coerenza.
La capacità del Parlamento di influenzare il Consiglio e l’opinione pubblica in merito a questo dibattito si basa sulla coerenza delle nostre posizioni, che devono fondarsi su principi ed essere prive di particolarismi nazionali e degli effetti dannosi di un approccio a breve termine. In questo caso il Parlamento è stato la voce dell’Europa. Il messaggio del Parlamento su quest’ultima relazione è chiaro come sempre. Innanzi tutto vogliamo che il Codice di condotta assurga a posizione comune. Si tratta di una misura necessaria, come prova il fatto che il gruppo di lavoro del Consiglio dispone di un testo pronto dal giugno 2005, che però tarda ad approvare. La risoluzione ribadisce inoltre che è importante non far dipendere questa misura dal destino dell’embargo sulle armi imposto alla Cina, che resta giustificato. E’ altresì importante potenziare i meccanismi esistenti. Le relazioni nazionali sull’attuazione del Codice di condotta, per esempio, vanno armonizzate di conseguenza in modo che possiamo utilizzarle per valutare in quale misura gli Stati membri lo rispettano. Il Commissario Barrot ha parlato di traffico di armi per via aerea, specialmente verso l’Africa.
Il lassismo generale degli aeroporti europei, rivelato dalla nostra indagine sui voli della CIA, indica che al riguardo potrebbe in effetti accadere il peggio, l’impensabile. Dopo due anni di paralisi, inoltre, è tempo di istituire un sistema di misure eccezionali per i paesi cui di recente è stato tolto l’embargo, come nel caso della Libia, paese di cui abbiamo parlato poc’anzi. L’immorale corsa alla vendita di armi alla Libia dal 2004 dimostra chiaramente l’importanza di fissare norme transitorie quando vi siano regimi che violano i diritti umani.
In conclusione, questa risoluzione non riguarda solo il Codice di condotta. Nella risoluzione il Parlamento si rivolge agli Stati membri affinché assumano un ruolo di guida nella creazione di strumenti giuridici internazionali più avanzati che regolino e, ove possibile, riducano il commercio internazionale di armi. Così come in seno alla Convenzione di Ottawa sulle mine antipersona l’Europa ha svolto un ruolo fondamentale, l’Unione deve restare in prima linea nel processo di elaborazione di un trattato delle Nazioni Unite sul commercio di armi.
L’azione esterna dell’Unione europea e dei suoi Stati membri deve avere alla base i diritti umani, lo sviluppo sostenibile e una pace e una sicurezza durevoli. Senza una politica coerente ed efficace sul controllo delle esportazioni di armi, l’Unione non riuscirà a raggiungere gli obiettivi fondamentali o a contribuire a migliorare il mondo.
Annemie Neyts-Uyttebroeck, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, è un piacere vederla presiedere nuovamente la seduta. Le mie congratulazioni.
(NL) Vorrei innanzi tutto e soprattutto congratularmi con l’onorevole Romeva i Rueda per la sua eccellente relazione, che gode del sostegno unanime del mio gruppo e che intendiamo approvare nella seduta plenaria di domani. La relazione elenca tutti i progressi compiuti di recente grazie agli sforzi indefessi da parte dell’Assemblea. Le ultime tre Presidenze, per esempio, hanno presentato le proprie attività in materia di Codice di condotta alla nostra sottocommissione per la sicurezza e la difesa, con cui ne hanno inoltre discusso, cosa che inviterei anche la Presidenza tedesca a fare.
Abbiamo inoltre notato, per esempio, la messa a punto e i chiarimenti dei criteri per quanto riguarda la situazione dei diritti umani nel paese di destinazione e i rischi che comporta la prevenzione delle esportazioni di armi o della riesportazione di armi già esportate. Il mio gruppo, insieme ad altri, pensa che occorrano ulteriori miglioramenti per quanto concerne la situazione interna del paese di destinazione, le ripercussioni sulla situazione della regione e la compatibilità tra le esportazioni di armi e le capacità tecniche ed economiche del paese acquirente.
Il maggior motivo di delusione per noi è la mancata trasposizione da parte degli Stati membri del Codice di condotta in una posizione comune del Consiglio, che lo avrebbe reso molto più efficace di quanto non sia ora. Questa sarebbe una dimostrazione decisamente migliore della serietà degli Stati membri nel contribuire al controllo delle armi e al disarmo nel mondo. Ho dedicato grande interesse alle dichiarazioni della Commissione al riguardo e ho inoltre sentito con piacere che la Commissione presiederà il Processo di Kimberley. Questo è per me motivo di particolare piacere, signor Commissario, in quanto molto tempo fa vi ho contribuito io stessa.
In conclusione, vorrei mettere assolutamente in chiaro che il mio gruppo è contrario alla revoca dell’embargo sulle armi imposto alla Cina e che invita gli Stati membri a incrementare notevolmente gli sforzi per l’istituzione di un trattato internazionale sul commercio di armi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il contesto internazionale potrebbe non essere un terreno molto fertile per gli accordi multilaterali, come il Commissario Barrot ha molto giustamente sottolineato, ma non per questo i paesi membri dell’ONU e gli Stati membri dell’Unione devono ridurre il proprio impegno al riguardo.
Liam Aylward, thar ceann an Ghrúpa UEN. – A Uachtaráin, is mór an onóir dom labhairt i mo theanga dhúchais anseo tráthnóna inniu. An fiú tada an Cód Iompair um Easpórtáil Armlóin, a chairde? Sin í an cheist is tábhachtaí atá le freagairt againn.
Faraoir, is iad na tíortha is saibhre a cheannaíonn an t-armlón is cumhachtaí. Sin é an fáth go bhfuil an oiread sin armlóin sa Mheán Oirthear, armlón atá faighte acu ó Bhallstáit an Aontais Eorpaigh agus ó Rialtas Mheiriceá.
Ní féidir an fhírinne a sheachaint. Tá cogaí san Iaráic, san Iaráin, agus sa Chuáit ó na h-ochtóidí. Deineadh ionsaí ar an Araib Shádach i rith Cogadh na Murascáile.
Tá baint mhíleata ag an tSiria le hachrann na Liobáine.
Bíodh sé ceart nó mícheart, tá blianta caite ag an Iosrael i mbun troda i gcoinne fórsaí na Liobáine, na Siria agus na Palaistíne.
Ach tharla sé seo ar fad toisc go raibh na tíortha seo ábalta teacht ar armlón lena
n-aidhmeanna míleata and polaitiúla a bhaint amach.
Ba chóir d’iarthar an domhain a bheith ag iarraidh easportáil armlóin a laghdú seachas a bheith á méadú. Sin é an fáth go gcaithfear An Cód Iompair um Easpórtáil Armlóin a chur i bhfeidhm níos déine.
Is in olcas seachas chun maitheasa atá an teannas sa Mheán Oirthear ag dul, de réir mar a dhíoltar breis armlóin leo.
Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (SV) Signor Presidente, vorrei ringraziare il relatore per la relazione molto costruttiva e completa. Ho apprezzato in particolare la menzione delle società di sicurezza e del settore, sempre più diffuso, dei finti soldati. Se voi che sedete tra il pubblico doveste leggere le normative comunitarie che regolano le esportazioni di armi, vedreste quanto sono fantasiose. Secondo tali normative, i diritti umani e gli accordi internazionali vanno rispettati. Le armi non vanno esportate nei paesi in cui lo sviluppo sociale è a rischio, ma solo nei paesi stabili. Qual è, tuttavia, la realtà? La relazione annuale sulle esportazioni di armi è assolutamente ipocrita. Quattordici Stati comunitari esportano armi in Israele e dodici in Indonesia. Israele e Indonesia sono esempi di paesi in cui regnano pace, stabilità e sicurezza? Cinque paesi esportano armi in Arabia Saudita. Si tratta di un paese che garantisce il rispetto dei diritti umani? No, è un paese in cui le donne non hanno la minima opportunità di esercitare il proprio peso politico. Secondo il criterio 8 del Codice di condotta per le esportazioni di armi, tali esportazioni non devono interferire con lo sviluppo sociale ed economico del paese acquirente. Mezza Africa, tuttavia, figura nell’elenco di paesi verso i quali esportiamo armi. E’ giunto il momento di iniziare ad applicare questo Codice di condotta per le esportazioni di armi. Accordo il mio sostegno agli emendamenti nn. 3 e 4. Lisbona e maggiore sviluppo non possono significare maggiore produzione di armi. Nel modo più assoluto, non vi dev’essere alcuna agenzia per le esportazioni di armi se questo è il risultato.
Tobias Pflüger, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, lo scopo generale di questo intervento è esprimere il sostegno del mio gruppo alla relazione dell’onorevole Romeva i Rueda, che in questo campo lavora a stretto contatto con noi.
Gli Stati membri dell’Unione europea ora sono i primi esportatori mondiali di armi, e precedono sia gli Stati Uniti che la Russia. All’interno dell’Unione, i primi posti spettano a Francia, Germania e Regno Unito, ma anche Paesi Bassi, Svezia e Italia svolgono un ruolo importante. Le armi uccidono: sia quelle esportate dall’Unione, sia quelle provenienti da altri paesi. Questa pratica equivale a una palese violazione dei diritti umani, cui bisogna porre fine.
Per rispondere alla domanda circa il ruolo del Codice di condotta, vorrei citare un documento prodotto dalla Conferenza congiunta su Chiesa e società svoltasi in Germania, che dice: “Il Codice di condotta non ha tuttavia avuto l’effetto di porre un freno alle esportazioni di armi europee. Secondo le ricerche di SIPRI, gli Stati dell’Unione, nel 2005, hanno superato gli esportatori di armi tradizionali, Russia e Stati Uniti”. Che il Codice comunitario sia ancora una mera attività volontaria da parte degli Stati membri è scandaloso. Occorre una posizione comune del Consiglio, che sia giuridicamente vincolante per tutti.
L’Unione europea ha ora istituito un’agenzia degli armamenti, la cui funzione è promuovere l’industria delle armi all’interno dell’Unione europea. La relazione che ho citato poc’anzi si esprimeva in questi termini: “Inoltre, la creazione dell’Agenzia europea per la difesa offre lo strumento con cui la cooperazione europea in materia di armamenti può essere promossa, il che non viene controbilanciato da alcuno sforzo di monitoraggio del riarmo”. E’ proprio questo il problema, ed è per questo motivo che abbiamo presentato un emendamento secondo il quale dovrebbe esserci, anziché un’agenzia degli armamenti, un’agenzia per il disarmo, perché ciò che serve, più che promuovere le esportazioni di armi tramite un’agenzia, è porre loro fine.
Vorrei farvi alcuni esempi concreti dei paesi verso cui sono dirette le esportazioni di armi. La Germania esporta armi in Iraq, per un valore che ha raggiunto i 28,9 milioni di euro nel 2004 e i 25 milioni di euro nel 2005. La relazione si riferisce all’esportazione di armi verso i seguenti paesi: Afghanistan, Algeria, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Indonesia, Iraq, Israele, Giordania, Kazakistan, Malaysia, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Federazione russa, Arabia Saudita, Singapore, Thailandia, Tunisia ed Emirati Arabi Uniti – in altre parole, decisamente troppi. Per questo motivo chiediamo di interrompere l’esportazione di armi; gli armamenti uccidono, e questo deve finire.
Ciò che mi aspetto dall’Unione europea e dalla Presidenza tedesca del Consiglio è che s’intraprendano azioni a tale scopo e che non si finanzi oltre l’agenzia degli armamenti, perché ora si è giunti ad avere una sorta di correlazione tra le avventure militari dell’Unione europea da un lato e le sue esportazioni di armi dall’altro. Perciò si deve porre fine alle sue esportazioni di armi.
Georgios Karatzaferis, a nome del gruppo IND/DEM. – (EL) Signor Presidente, vi sono tre regole per quanto riguarda le armi. La prima è che le armi vengono fabbricate per uccidere le persone, non per uccidere i polli.
La seconda regola è che chiunque abbia denaro comprerà armi di qualche tipo.
La terza regola è che non vi sono regole nel commercio di armi.
Siamo onesti: chi ha venduto le armi a Israele perché potesse invadere il Libano l’estate scorsa? Chi ha venduto le armi alla Turchia affinché potesse invadere e occupare Cipro negli ultimi 40 anni? Questi sono i dati di fatto al riguardo. Chi ha armato Saddam Hussein? Gli americani lo hanno armato per farne il proprio strumento contro l’Iran. Chi ha armato Bin Laden, il maggior terrorista attualmente in guerra con l’umanità intera? Gli americani lo hanno armato e finanziato quando si battevano contro la Russia sullo scacchiere afghano. Quindi non vi sono regole. Non ha senso tentare di adottare regole che non verranno applicate.
Venerdì scorso è esploso un missile nell’ambasciata statunitense di Atene. Il missile non è mai stato comprato dall’esercito greco, eppure ci ha arrecato gravissimi danni, e non sappiamo da dove sia venuto. Dall’Albania, dal Libano? Perché era un missile uguale a quelli usati dall’esercito albanese e dagli Hezbollah. In ogni caso, è arrivato. Nel paese in cui vi sono 150 000 kalashnikov. Non abbiamo mai comprato una sola di queste armi, eppure entrano nel nostro paese. Sapete qual è il problema dell’accordo di Schengen? E’ che le armi vengono trasportate da una parte d’Europa all’altra senza che nemmeno un funzionario doganale le controlli.
Vorrei ricordarle, signor Commissario, che sette anni fa il cannone più grande mai costruito fu trasportato proprio attraverso l’Europa. Un cannone di 50 metri per Saddam Hussein, che fu trovato da un funzionario doganale a Patrasso. Di conseguenza, le nostre fatiche sono vane. Fermiamo la produzione, diamo inizio al disarmo se davvero vogliamo salvare vite umane. Con ciò che facciamo adesso, sembriamo semplicemente vigili urbani che tentano d’indovinare chi verrà ucciso e dove.
Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, vi sono davvero molto grato per aver compreso la mia esigenza di abbandonare tra breve la vostra seduta per poter mantenere un altro impegno a Stoccarda; vorrei esprimere il mio apprezzamento a tutti voi, avendo già detto grazie al relatore, ma vorrei anche ringraziarvi, onorevoli deputati al Parlamento europeo, per la vostra dedizione e il vostro ininterrotto interesse, poiché dobbiamo continuare ad affrontare questo tema con cautela. Posso assicurarvi che senza dubbio la Presidenza continuerà a cercare il dialogo con i deputati dell’Assemblea.
Naturalmente diversi oratori hanno fatto riferimento alla posizione comune, e inoltre sarete a conoscenza del fatto che va adottata all’unanimità dagli Stati membri. Benché questo non sia effettivamente accaduto, forse potremmo riuscire a dare un nuovo slancio. In ogni caso, la Presidenza tenterà di determinare se vi sia stato un qualche cambiamento in talune posizioni. Naturalmente oggi non posso dirvi che cosa ne risulterà, ma stiamo cercando di intervenire al riguardo. Vi ringrazio ancora per il vostro interesse e per aver compreso la mia esigenza di abbandonare la seduta.
Geoffrey Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, per la maggior parte il contenuto della relazione Romeva i Rueda, forse sorprendentemente, non ha sollevato obiezioni. Tuttavia è chiaro che le democrazie occidentali sono molto brave ad autoflagellarsi. Abbiamo rilevato tale insistente tendenza in alcuni degli interventi di questo pomeriggio e in alcuni degli esempi alquanto selettivi che sono stati citati. Spessissimo erigiamo strutture giuridiche e di altra natura per estendere i poteri normativi dell’Unione europea e per imporci dei limiti, mentre se consideriamo i movimenti terroristici e rivoluzionari nel mondo, le persone che davvero sono causa di dolore e sofferenza, scopriamo che le loro armi e attrezzature non provengono dalle democrazie, ma da altri paesi. E’ su quei paesi che dovremmo concentrare la nostra attenzione. Abbiamo pertanto bisogno di un intervento internazionale e di un trattato che si possa applicare ai veri colpevoli. Altrimenti corriamo il rischio di inviare il messaggio sbagliato sia ai nostri cittadini che a coloro che forniscono le armi che alimentano i conflitti.
Dinanzi a tali circostanze, dobbiamo concentrare gli sforzi su un trattato internazionale sul commercio di armi nel quadro dell’ONU che sia ben mirato. In effetti, in seno alle Nazioni Unite si è già iniziato un lavoro notevole. Il 6 dicembre 2006 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che incarica il Segretario generale di portare avanti questa iniziativa. Ban Kimoon passerà al vaglio le opinioni dei paesi membri dell’ONU nel 2007 e un gruppo di esperti governativi si riunirà nel 2008, dopodiché il Segretario generale presenterà una relazione alla sessantatreesima Assemblea delle Nazioni Unite.
L’Unione europea deve concentrarsi sulla promozione di questa linea d’azione in seno alle Nazioni Unite. Ben poco verrà da un regime comunitario di esportazione di armi che limiti le nazioni europee lasciando paesi come la Cina liberi di vendere armi a chiunque ritengano opportuno. La Cina è il più prodigo fornitore di armi a regimi detestabili e ad altri gruppi in tutta l’Asia e l’Africa, tra cui Sudan, Birmania, Zimbabwe e altri paesi, e certamente accoglierebbe con favore restrizioni più severe alle esportazioni di armi rivolte solo gli Stati membri dell’Unione.
Se un Codice di condotta è prezioso, non fraintendiamo né sminuiamo l’importanza delle industrie della difesa per la sicurezza nazionale e per le nostre economie, soprattutto nei paesi come Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e alcuni altri. Le industrie della difesa britanniche svolgono un ruolo economico e strategico vitale e non devono essere assoggettate a restrizioni giuridiche inopportune che non si applicheranno in molti altri paesi. Il problema non riguarda le nostre industrie della difesa, ma le società e i governi stranieri meno scrupolosi. Il Regno Unito, la cui industria della difesa è tra le maggiori al mondo, ha il dovere di sostenere le Nazioni Unite in questa impresa e ha rispettato i propri obblighi. L’associazione britannica degli industriali per la difesa ha dichiarato di essere favorevole al principio sotteso al trattato internazionale sul commercio di armi. Il Regno Unito è stato tra i coautori della risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU del 6 dicembre 2006.
Se dobbiamo ottenere un trattato internazionale che affronti davvero i gravi problemi posti da alcuni esportatori di armi, è indispensabile un trattato delle Nazioni Unite, che tra gli altri comprenda la Cina.
Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei dire che la relazione Romeva i Rueda coglie davvero il problema; l’onorevole Romeva ha prodotto un lavoro molto importante e noi del gruppo socialista al Parlamento europeo lo sosterremo come abbiamo fatto in seno alla commissione per gli affari esteri.
Purtroppo il Presidente in carica del Consiglio Gloser ha lasciato l’Aula; dico purtroppo perché oggi avevamo bisogno di discutere del problema politico di base che abbiamo di fronte: il motivo per cui il Consiglio continua a rifiutarsi di convertire il Codice di condotta in uno strumento giuridicamente vincolante per tutti, in un’effettiva posizione comune. E’ questa la questione importante per tutti ed è in quest’ambito che verremo giudicati, che la nostra responsabilità politica verrà giudicata.
I cittadini europei vogliono sapere quali sono gli interessi nazionali, economici o strategici di quei governi e Stati membri che ancora si oppongono alla nostra volontà di convertire il codice di condotta in uno strumento e in una posizione politica molto più vincolanti. Non si tratta di una questione di secondaria importanza, ma di una questione collegata alla credibilità stessa dell’Unione europea. E’ legata ai principi e ai valori su cui vogliamo costruire l’idea comune di un’Unione europea di pace, sicurezza, stabilità e sviluppo per le nazioni e il mondo in via di sviluppo.
Noi, deputati al Parlamento europeo e membri del gruppo socialista al Parlamento europeo, abbiamo accordato il nostro sostegno all’imposizione di un embargo sul commercio di armi alla Cina sulla base delle sue continue violazioni dei diritti umani, e al riguardo dobbiamo mantenere salda la nostra posizione. A un certo punto, tuttavia, dobbiamo dire onestamente che l’embargo e le sanzioni contro la Cina non hanno avuto assolutamente alcun risultato nel miglioramento della situazione dei diritti umani in Cina. E’ su questo che dobbiamo riflettere.
La responsabilità degli Stati membri che esportano armi, soprattutto in aree instabili del mondo e in paesi terzi che violano i principi fondamentali delle Nazioni Unite mantenendo forze d’occupazione negli Stati membri dell’Unione europea, come nel caso della Turchia a Cipro, è enorme. Oggi la decisione del Consiglio di convertire il Codice in uno strumento giuridicamente vincolante rappresenterebbe un contributo non solo simbolico, ma anche sostanziale da parte dell’Unione europea al consolidamento della stabilità globale.
Marios Matsakis (ALDE). – (EN) Signor Presidente, mi congratulo con l’onorevole Romeva i Rueda per l’ottima relazione. Devo esprimere il mio timore che i nostri sforzi per un Codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi siano in larga misura vani.
Non dobbiamo farci illusioni. I colossi della produzione e del traffico di armi nel mondo, che si trovano principalmente negli Stati Uniti, in Russia e in Cina, non solo sono al di fuori della nostra giurisdizione, ma in ogni caso fanno da sé le loro leggi. Le fobie paranoiche di sicurezza nazionale, la diffusa corruzione e la totale follia vengono sfruttati appieno e manipolati da coloro il cui mestiere è vendere la metodologia della morte e della distruzione. Esportare strumenti per uccidere è per loro un affare globale che vale più di un trilione di dollari l’anno, e non hanno intenzione di farsi limitare dal romanticismo da sogno degli europarlamentari.
Smettiamo dunque di perdere tempo con utopie legislative inefficaci e iniziamo a pensare al modo migliore per affrontare il problema in modo efficace e alla radice, che è l’incontrollabile ricerca, produzione e commercio di armi da parte della nefanda e mortifera industria delle armi.
Bart Staes (Verts/ALE). – (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, un dibattito ragionevole non si tiene nel vuoto, e visti gli esempi che gli onorevoli Schlyter e Pflüger hanno citato per noi, vorrei evidenziare tre questioni che ci aiuteranno ad affrontare la realtà. Innanzi tutto, ogni anno più di 500 000 persone vengono uccise dalle armi convenzionali, il che si traduce in un essere umano al minuto, o 90 persone nel corso di questa discussione. In secondo luogo, un paese su tre spende più per la difesa che per l’assistenza sanitaria. In terzo luogo, alcuni paesi in Asia, Africa, Medio Oriente e America latina spendono in media 22 miliardi di dollari in armi. Questo denaro si potrebbe usare per realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, quali l’istruzione di base per tutti i bambini e l’eliminazione della mortalità infantile.
L’onorevole Romeva i Rueda ha espresso idee valide nella relazione, e a ragione afferma che il Codice di condotta dell’Unione europea va reso giuridicamente vincolante e inserito in una posizione comune. A mio parere, è immorale collegare quest’ambizione alla revoca dell’embargo sulle armi imposto alla Cina.
In conclusione, la relazione giustamente dichiara anche che si deve ottenere un trattato internazionale per l’embargo di armi in seno alle Nazioni Unite. Mi auguro che il mio paese, ora che è membro del Consiglio di sicurezza, rivolga l’attenzione a quest’ambito particolare.
Jaromír Kohlíček (GUE/NGL). – (CS) Onorevoli colleghi, credo che la Commissione sia stata molto attenta nella scelta del Commissario che ci ha presentato l’introduzione alla relazione, consapevole com’è del fatto che nell’Unione europea l’arma utilizzata più spesso è l’automobile. Per questo motivo i commenti d’apertura ci sono stati rivolti dal Commissario per i trasporti.
Più seriamente, il codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi offre ben poco di nuovo al riguardo. Credo che la relazione lo esprima molto bene e vorrei congratularmi con il relatore.
Il titolo della relazione, “Codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi”, suona molto bene. Ma che cosa si cela dietro quel titolo? I grandi paesi dell’Unione sono tra i grandi esportatori di armi; perciò, in seguito all’allargamento della Comunità, la concorrenza dovrebbe essere tranquillamente eliminata. Il che ora comprende anche i concorrenti interni. La relazione purtroppo non dice molto circa il fatto che gli Stati Uniti, che sono tra i maggiori esportatori di armi al mondo, non hanno aderito al controllo delle armi, né del fatto che i grandi paesi dell’Unione eludono tuttora tutte le riduzioni delle esportazioni.
L’anno scorso almeno quattro paesi hanno condotto test per le armi nucleari, ma secondo il relatore solo la Corea del Nord e l’Iran sono pericolosi, mentre gli altri la passano liscia. L’embargo sulle armi imposto alla Cina è ancora in vigore dietro il pretesto che non ha portato a un miglioramento chiaro e durevole dei diritti umani e della libertà politica. Scusate l’audacia, ma su questa base potremmo proibire l’esportazione di armi verso la maggior parte dei paesi del mondo, a partire dai maggiori Stati membri dell’Unione e dagli Stati Uniti. L’elenco comprenderebbe anche Somalia e Arabia Saudita e, se sbaglio, vi prego di correggermi.
Vorrei esprimere un ultimo commento. Solo Belgio e Finlandia tra i vecchi Stati membri, e Repubblica ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia ed Estonia tra i nuovi hanno richiesto licenze per l’esportazione di armi. I maggiori esportatori di armi mancano nella lista. Questo è il più grande problema degli accordi esistenti. Il gruppo GUE/NGL, insieme a numerosi altri deputati al Parlamento europeo, sostiene fermamente il controllo razionale delle esportazioni di armi. In gioco, tuttavia, c’è l’effettivo pacchetto di misure avanzate nella proposta. Finora i risultati sono stati pessimi.
Gerard Batten (IND/DEM). – (EN) Signor Presidente, la commissione per gli affari esteri “giudica inaccettabile che non sia stata intrapresa alcuna azione per adottare il codice come posizione comune”. Una posizione comune non sarebbe vincolante come tale, ma definirebbe gli orientamenti generali cui gli Stati membri devono adeguarsi. Il relatore descrive la posizione comune come “giuridicamente più vincolante per gli Stati membri dell’Unione rispetto a un Codice di condotta”.
La relazione invita la Presidenza e i governi degli Stati membri a spiegare perché il Codice non è stato adottato come posizione comune. Si esprime rammarico per l’assenza di una posizione comune, con la motivazione che questo ha indebolito l’ulteriore sviluppo dei controlli alle esportazioni comunitarie, e impedito interventi volti a un’ulteriore armonizzazione generale dei controlli delle esportazioni comunitarie.
Nella relazione ci si dice convinti “che lo sviluppo e l’attuazione di una politica europea armonizzata in materia di controllo delle esportazioni di armi contribuirebbe in modo decisivo a un approfondimento della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione”. Ecco che lo si dice ben chiaro. Le argomentazioni contenute nella relazione sono espedienti per promuovere la PESC e il bisogno onnipresente e smodato di armonizzare ogni cosa.
Il Regno Unito ha una storia e un retroterra diverso rispetto agli altri paesi d’Europa. Abbiamo antichi legami storici con gli alleati del Commonwealth e in tutto il mondo. Il Regno Unito ha un curriculum finora impeccabile e ben più positivo nel difendere i propri vitali interessi nazionali rispetto a qualunque altro paese rappresentato in quest’Aula. Lo United Kingdom Independence Party pertanto respinge la relazione, in quanto dev’essere compito del Regno Unito decidere la propria politica di esportazione delle armi alla luce dei propri interessi di politica nazionale, internazionale, estera e di difesa, e ai sensi di qualsiasi legittimo accordo internazionale che abbia sottoscritto.
Luis Yañez-Barnuevo García (PSE). – (ES) Signor Presidente, il mio intervento contrasterà totalmente con quello del precedente oratore, e innanzi tutto dirò che né il Regno Unito né alcun altro paese isolato, per quanto grande e potente possa essere, è in grado di affrontare un qualsiasi problema globale del mondo di oggi – uno dei quali è questo – per quanto l’onorevole collega possa credere che il Regno Unito sappia badare a se stesso.
Nemmeno l’Unione europea può badare a se stessa, ma vi sono cose che possiamo fare, e nella sua relazione l’onorevole Romeva presenta numerose proposte, come ha fatto nelle due precedenti occasioni – questa è la terza. Questa volta è relatore per la settima e l’ottava relazione del Consiglio sul controllo delle esportazioni di armi.
Vorrei esprimere un ulteriore commento su un elemento che ho ravvisato in diversi discorsi: non è intenzione di questa relazione, né del relatore, né di quelli tra noi che l’hanno votata in seno alla commissione per gli affari esteri, attaccare l’industria delle armi di per sé o l’esportazione di armi, bensì l’uso improprio – l’abuso – di esportazione di armi, e promuovere quindi il controllo attualmente stabilito nel Codice di condotta non vincolante. Pertanto il relatore sostiene – come pure faranno molti altri domani, ne sono certo – una posizione comune dell’Unione sul controllo delle armi.
Si tratta di qualcosa di assolutamente essenziale, che contribuirà a potenziare la PESC e che migliorerà la denuncia, il controllo e la nostra capacità di porre fine ad abusi, eccessi e violazioni delle norme in materia di esportazione di armi non solo a paesi in conflitto, ma anche a Stati falliti o le cui relazioni con il mondo sono scarse.
Ho esaurito il tempo a mia disposizione. Vorrei semplicemente congratularmi con l’onorevole Romeva per la sua relazione.
PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT Vicepresidente
Sarah Ludford (ALDE). (EN) Signor Presidente, vorrei accordare il mio sostegno all’avvertimento contenuto nella relazione secondo cui la vendita irresponsabile di armi può portare alla corruzione. Secondo la Convenzione anticorruzione dell’OCSE, cui il Regno Unito ha aderito, le indagini sui casi sospetti non devono essere influenzate da considerazioni d’interesse economico nazionale, dall’effetto potenziale sulle relazioni con un altro Stato o dall’identità delle persone coinvolte. Il criterio 1 del Codice dell’Unione europea sulle armi impone agli Stati membri di rispettare gli obblighi internazionali e il criterio 2 di rispettare i diritti umani.
Pertanto avrei voluto essere una mosca sulla parete della stanza in cui ieri i funzionari britannici hanno tentato di spiegare al gruppo di lavoro sulla corruzione dell’OCSE il motivo per cui il governo ha ordinato di abbandonare un’indagine del nostro ufficio per le frodi gravi su presunti pagamenti illeciti per assicurarsi vendite di armi da parte di British Aerospace all’Arabia Saudita. Sono riusciti a sfatare l’idea diffusa che ciò sia avvenuto perché i sauditi minacciavano di cancellare il contratto e dare quelli futuri alla Francia, e cioè per proteggere i posti di lavoro? La linea del governo era quella della necessità nell’interesse della sicurezza nazionale, per timore che l’Arabia Saudita interrompesse i collegamenti di intelligence. Purtroppo per l’alibi del governo, il capo dell’MI6 si è rifiutato di sottoscrivere questa tesi.
Il governo Blair ha promesso di essere più candido di un giglio. Invece ha rappresentato, per i nuovi e ambiziosi Stati membri, un deplorevole esempio di come corruzione e vendita di armi siano compagni inseparabili. Prima il Regno Unito sottrarrà parte della propria capacità produttiva alle armi, meglio sarà.
Richard Howitt (PSE). – (EN) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei esprimere il mio apprezzamento per il fatto che quest’anno si è dato il via ai lavori per il trattato internazionale sul commercio di armi, con l’approvazione di 153 Stati membri dell’ONU. Vorrei riconoscere il lavoro eminente intrapreso dal governo laburista britannico per giungere a tale accordo in seno alle Nazioni Unite e, di fatto, l’odierna e tardiva conversione in suo favore del portavoce dei conservatori britannici.
L’Unione europea e gli Stati membri devono mantenere un orientamento forte e attivo nel sostegno alla proposta di trattato, in particolare durante le imminenti consultazioni bilaterali con il nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite, e dobbiamo mantenere la pressione sul governo degli Stati Uniti affinché riveda i propri obblighi verso il trattato. Abbiamo bisogno di un trattato forte, efficace e giuridicamente vincolante che copra il commercio di tutte le armi convenzionali e che fissi criteri chiari per l’inammissibilità di un trasferimento di armi, tra cui il rispetto dei diritti umani; necessitiamo inoltre di un meccanismo efficace di monitoraggio e applicazione.
Per quanto riguarda altri temi della relazione, vorrei rendere omaggio ancora una volta al mio buon amico e collega, onorevole Romeva i Rueda, per l’ottimo lavoro svolto, che gode del mio pieno sostegno. Dal nostro dibattito annuale dell’anno scorso su questo tema, altri 45 milioni di persone nel mondo sono stati colpiti dalle conseguenze devastanti della guerra e, come sappiamo fin troppo bene, il problema non si esaurisce in questo spaventoso numero di morti. Secondo la FAO, i conflitti violenti oggi sono la maggiore causa di fame nel mondo.
Signor Presidente, lei e io siamo stati, a nome di quest’Assemblea, nella Repubblica democratica del Congo; quest’anno, nonostante l’embargo sulle armi imposto dall’ONU, dalle ricerche è emerso che i ribelli nell’est di quel paese dispongono di munizioni e armi provenienti dalla Grecia, Stato membro dell’Unione europea, e dalla Serbia, Stato con cui stiamo negoziando un accordo di associazione. Al portavoce dei conservatori britannici che durante questo dibattito ha affermato che si tratta di autoflagellazione ai danni delle nazioni europee, rispondo che, quando una persona viene uccisa da un’arma esportata illegalmente, lo chiamo molto semplicemente omicidio. Non è un fatto che si possa scusare dicendo che, poiché lo fa anche la Cina, è accettabile. L’Europa ha il dovere di assumere il ruolo di guida morale. Dobbiamo ottenere l’accordo sulla posizione comune e, entro l’anno prossimo, mettere alla berlina gli Stati che si sono rifiutati di dare il proprio consenso in seno al Consiglio. Ringrazio i tedeschi per quanto hanno detto.
Marianne Mikko (PSE). – (ET) Onorevoli colleghi, l’industria delle armi è uno dei settori più avanzati dell’economia. Le aziende dei paesi occidentali oggi dominano il mercato mondiale delle armi grazie alla loro superiorità tecnologica. Abbiamo dunque una grande responsabilità, alla quale non sappiamo chiaramente far fronte. I conflitti armati non sono diminuiti, ma sono solo divenuti più dispendiosi.
La quantità di denaro spesa per le armi rende impossibile gli investimenti in istruzione e sanità. Questo circolo vizioso incendia le zone di conflitto da decenni. Il denaro che si spende per la morte si sarebbe potuto utilizzare per istruire e sfamare le persone uccise fino alla fine della loro vita naturale.
Le armi già prodotte alla fine raggiungono la meta logica – le zone di conflitto – anche quando nel frattempo sono state raccolte da una missione PESD, com’è accaduto in Bosnia. Lungo il percorso, le armi generano profitti per i criminali e i regimi illeciti.
In qualità di presidente della delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare UE-Moldavia, so che i separatisti della Transnistria traggono finanziamento dai traffici illegali di armi. Il territorio in Cobasna controllato dall’élite dell’ex KGB comprende le riserve di munizioni più grandi d’Europa.
Per quanto riguarda il numero delle vittime, le armi leggere oggi sono vere armi di distruzione di massa. Il mitragliatore kalashnikov, per esempio, ha raggiunto lo status di icona presso gli estremisti, che però sono anche già riusciti più volte ad acquisire sistemi di armamento più sviluppati. Prima o poi rimarremo vittime della nostra stessa irresponsabilità.
Perciò sostengo la trasformazione degli orientamenti procedurali comunitari per l’esportazione di armi in un documento giuridicamente vincolante. So che il Consiglio è in grado di tradurre tali orientamenti in una posizione comune. Deploro il fatto che il Presidente Gloser non oda queste parole.
Mi auguro inoltre che il Regno Unito e la Francia pongano fine all’uso di crediti all’esportazione per sostenere l’esportazione di armi, e che la corruzione che accompagna questo commercio venga punita, e non solo sulla carta.
Il mondo ha bisogno di un accordo internazionale per il commercio di armi, e l’Europa di maggiore trasparenza nel commercio di armi, come ha accennato il relatore, con cui mi congratulo e che ringrazio per il suo lavoro.
Józef Pinior (PSE). – (PL) Signor Presidente, una delle questioni fondamentali impressa nella nostra memoria europea collettiva è il coinvolgimento privo di scrupoli delle industrie della difesa nello scatenare le guerre mondiali del XX secolo. Penso alle vergognose votazioni tenutesi in diversi parlamenti europei per garantire finanziamenti per gli armamenti nella corsa alla Prima guerra mondiale.
Vista l’attuale situazione nel mondo, spetta all’Unione europea elaborare con urgenza una politica europea armonizzata sulle esportazioni di armi. Tale politica rafforzerà e approfondirà la PESC comunitaria. L’Unione non può tollerare una situazione per cui, in alcune parti del mondo, l’esportazione delle armi prodotte in Europa possa contribuire alla violazione dei diritti umani, ad alimentare conflitti e ad abusare di finanziamenti destinati alla promozione dello sviluppo sostenibile.
Vorrei inoltre porre l’accento sulla necessità di ampliare il campo d’applicazione della legislazione comunitaria in materia di controllo delle esportazioni di armi, in modo che copra le società di sicurezza private. Una simile legislazione è già stata introdotta negli Stati Uniti.
Joel Hasse Ferreira (PSE). – (PT) Signor Presidente, onorevoli colleghi, le esportazioni di armi condotte dagli Stati membri dell’Unione non devono contrastare la lotta per i diritti umani o aiutare le dittature o i regimi guerrafondai. Per quanto riguarda la sicurezza in Europa e nel mondo e la prevenzione del terrorismo, occorrono ingenti sforzi se vogliamo garantire il controllo delle esportazioni europee di armi convenzionali e di merci, attrezzature e tecnologia che hanno una chiara applicazione militare.
Devo sottolineare quanto sia importante prestare grande attenzione alle attività e al background dei paesi e dei governi che acquistano armi e attrezzature militari. Le conseguenze inevitabili dei meccanismi di credito alle esportazioni vanno altresì eliminate. Quel che serve è una politica europea chiara, efficace e armonizzata al riguardo; è essenziale contribuire a rafforzare le norme internazionali in materia di fornitura di armi. Vorrei concludere con una frase da me pronunciata in quest’Aula il 16 novembre 2006: “Nessuno comprenderà che le industrie della difesa degli Stati membri dell’Unione a un certo punto sostengano effettivamente guerre illegittime e regimi dittatoriali”. Non è questo che l’Europa è chiamata a fare, né dev’essere questo l’intento dell’Unione europea.
Proinsias De Rossa (PSE). – A Uachtaráin, ar an gcéad dul síos ba mhaith liom an tuairisc seo a thréaslú leis an tuairisceoir. Níl aon dabht ná go bhfuil dul chun cinn maith déanta leis an gcód saorálach faoi easpórtáil arm. Is í an fhadhb mhór a bhaineann leis, áfach, ná go bhfuil sé saorálach agus nach bhfuil dualgas dleathach ar na Ballstáit cloí leis na hoibleagáidí atá ann. Tá sé in am dúinn an cód seo a aistriú ina chomhbheartas Eorpach. In Éirinn, is oth liom a rá, níor chuir an rialtas i gcrích fós na gealltaí chun reachtaíocht 1983 faoi easpórtálaithe arm a thabhairt suas chun dáta. Dá bhrí sin, tá dreasacht ag déileálaithe arm an Stát a úsáid chun srianta níos láidre i dtíortha eile a sheachaint. Go ginearálta, ní aontaím le Coimeádaigh na Breataine ach caithfidh mé a rá go n-aontaím leis an tUasal Van Orden nuair a deireann sé go mba chóir go mbeadh an tAontas chun tosaigh ins na Náisiúin Aontaithe chun conradh nua faoi thrádáil arm idirnáisiúnta a bhaint amach. Chun críochnú, tugaim lántacaíocht do mhír 28 faoi lánchosc arm ar an tSín. Ar a laghad, ba chóir go gcoimeádfar an lánchosc sin go dtí go mbeidh dul chun cinn sásúil déanta le cearta daonna agus polaitiúla.
Presidente. – Vorrei ringraziare gli interpreti e congratularmi con l’onorevole De Rossa per il suo meraviglioso accento irlandese.
Jacques Barrot, Vicepresidente della Commissione. – (FR) Signor Presidente, nel corso del dibattito il Parlamento ha dimostrato ancora una volta la propria notevole perizia nell’affrontare il commercio delle armi. Vorrei ringraziare ancora una volta l’onorevole Romeva i Rueda, che ha personalmente acquisito una conoscenza molto valida di questo argomento indubbiamente difficile, ma importantissimo. Possiamo infatti vedere come la diffusione mondiale di armi alimenti ogni sorta di violenza in diversi luoghi.
Ho notato inoltre che molti di voi sono ansiosi di vedere l’Unione europea svolgere un ruolo centrale in seno alle Nazioni Unite allo scopo di assicurare una legislazione internazionale in materia di commercio di armi.
Credo che il Parlamento contribuisca in questo modo al processo di rafforzamento dei controlli europei su tale commercio, che ha così tante conseguenze: vi è una dimensione etica assolutamente cruciale in tutto questo.
Vorrei pertanto ringraziare tutti i deputati che sono intervenuti in quest’ottima discussione.