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Resoconto integrale delle discussioni
Mercoledì 14 marzo 2007 - Strasburgo Edizione GU

3. Dichiarazione di Berlino (discussione)
Processo verbale
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione in merito alla dichiarazione di Berlino.

Vorrei innanzi tutto rilasciare io stesso una breve dichiarazione, come richiesto dal presidente e dai coordinatori della commissione per gli affari costituzionali.

La dichiarazione sul futuro dell’Europa che dovrebbe essere adottata a Berlino il 25 marzo 2007 potrebbe rappresentare un’importante pietra miliare sulla strada che conduce a un’Europa più forte e lungimirante. La Conferenza dei presidenti mi ha incaricato di rappresentare il Parlamento europeo nel corso dei negoziati in merito alla dichiarazione di Berlino. Nell’ambito di tale funzione ho intrattenuto un intenso scambio d’opinioni e d’informazioni con l’Ufficio di presidenza del Parlamento, con i capigruppo e soprattutto con il presidente e i coordinatori della commissione per gli affari costituzionali. Oggi avrò inoltre il mio terzo incontro con il presidente della commissione per gli affari costituzionali e con i coordinatori per discutere di tali questioni.

Obiettivo dell’odierna discussione plenaria è parlare della questione con tutti i deputati al Parlamento, nonché con il Consiglio e la Commissione. Per me è altresì molto importante trarre dall’odierno dibattito suggerimenti e commenti per gli imminenti colloqui con la Presidenza tedesca.

La dichiarazione di Berlino, che è tuttora oggetto di negoziato, consisterà di quattro capitoli. Il primo renderà brevemente omaggio ai risultati ottenuti dal 1957 a questa parte, con una menzione particolare per i risultati fondamentali di pace, prosperità e stabilità, il consolidamento della democrazia e dello Stato di diritto nel corso dell’allargamento, nonché la fine delle divisioni del continente.

Il secondo capitolo sarà dedicato ai principali aspetti dell’integrazione e della cooperazione europea: parità di diritti e doveri negli Stati membri, trasparenza e sussidiarietà quali elementi fondamentali del metodo comunitario.

Il terzo capitolo avrà un’importanza fondamentale per quanto riguarda i valori centrali su cui si fonda l’integrazione europea. Va sottolineato in particolare che gli esseri umani, la cui dignità è inviolabile, sono al centro di tutto l’agire politico. L’ho sottolineato anche nel corso delle discussioni intrattenute durante la cena di giovedì scorso al Vertice dei capi di Stato e di governo. La persona rappresenta il punto di partenza e la meta della politica. Anche il principio di solidarietà deve avere un ruolo di rilievo: si tratta di un elemento essenziale dell’integrazione europea e, nella prospettiva odierna, rappresenta una sfida attuale anche in ambito energetico.

In conclusione, il quarto capitolo delineerà le sfide per il futuro, quali la politica energetica, la lotta al cambiamento climatico, la PESC, la sicurezza interna, i diritti civili e il mantenimento, mediante risultati più consistenti in campo economico, di una visione della società all’insegna della responsabilità sociale.

Per quanto riguarda la dichiarazione di Berlino e la successiva discussione sul futuro del Trattato costituzionale, il Parlamento deve sciogliere ogni dubbio circa il suo sostegno a tale Trattato. Vogliamo che i contenuti del Trattato costituzionale, che comprende la sezione sui valori, diventi una realtà giuridica e politica.

(Applausi)

In conclusione, vorrei sottolineare che il Vertice di Berlino non è solo un incontro di governi, come accadeva 50 anni fa, ma una conferenza cui prenderanno parte sia il Parlamento europeo che la Commissione. Tutte e tre le Istituzioni verranno rappresentate dai rispettivi Presidenti, ciascuno dei quali firmerà la dichiarazione sul futuro dell’Unione e pronuncerà un discorso.

I risultati raggiunti negli ultimi 50 anni sono eccezionali; a distanza di 50 anni l’Europa ha tuttavia bisogno di un nuovo inizio. Insieme dobbiamo trovare il coraggio e la volontà per affrontare le sfide del XXI secolo.

(Applausi)

 
  
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  Frank-Walter Steinmeier, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, oggi è un piacere e un grande onore rivolgermi per la prima volta all’Aula in qualità di rappresentante della Presidenza in questa seduta plenaria del Parlamento europeo.

Come ha affermato il Presidente, il 25 marzo l’Unione europea celebrerà il cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. Si tratta di un giorno speciale, un giorno in cui dovremmo interrompere per qualche ora l’attività politica quotidiana per ricordare la storia dell’integrazione europea – a mio avviso, una storia a lieto fine che non ha eguali – e dovremo anche pensare al futuro, chiedendoci come noi europei possiamo trovare le risposte ai problemi pressanti del nostro tempo.

Possiamo andar fieri di ciò che i cittadini d’Europa hanno ottenuto negli ultimi 50 anni, e pertanto il 25 marzo dev’essere soprattutto un giorno di fiducia. Il Parlamento europeo ha dato un contributo essenziale affinché si concretizzasse il processo d’integrazione europea. Molti risultati positivi non sarebbero stati possibili senza la perseveranza e l’impegno che i deputati al Parlamento europeo hanno dedicato alla promozione di una maggiore integrazione, democrazia e trasparenza all’interno dell’Unione europea.

La Presidenza sostiene una cooperazione costruttiva con il Parlamento europeo fondata sulla fiducia. Finora il Parlamento ci ha sostenuto al meglio delle sue possibilità, cosa per cui vorrei ringraziarlo in modo particolare in questa sede. Tale sostegno riguarda anche i preparativi per la dichiarazione di Berlino che verrà adottata il 25 marzo quale dichiarazione congiunta da parte delle tre Istituzioni europee: il Consiglio dell’Unione europea, il Parlamento europeo e la Commissione europea. Fin dall’inizio Parlamento e Commissione hanno contribuito con impegno ed energia alla stesura di tale dichiarazione.

Ringrazio il Presidente e tutti i deputati al Parlamento per la fiducia dimostrata alla Presidenza in merito a questa importante questione. Vi sono altresì grato per aver sostenuto la procedura da noi proposta: dai colloqui e dalle discussioni che ho intrattenuto in seno alla commissione per gli affari costituzionali, so quanto sia stato arduo per alcuni di voi. Dunque vi ringrazio davvero di cuore per la fiducia riposta nella procedura.

La Presidenza si è prefissata di rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti dell’Europa e il sostegno che essa le accorda. A tal fine abbiamo bisogno di dialogo, e in quest’ottica abbiamo ascoltato con grande attenzione i cittadini nelle ultime settimane e negli ultimi mesi. Abbiamo invitato cittadini scelti a caso alle conferenze nazionali di Berlino, che hanno dato ottimi risultati, allo scopo di capire che cosa si aspettano dall’Unione europea. A mio avviso, un fatto è chiaro: se vogliamo convincere i cittadini a sostenere la causa dell’Europa, dobbiamo addurre esempi specifici dei benefici che essi possono trarre dall’integrazione europea. Dobbiamo lavorare per fare in modo che l’Unione europea raccolga le sfide del futuro, e dobbiamo proporre soluzioni convincenti.

Come il Presidente ha affermato poc’anzi, il Consiglio europeo dell’8 e 9 marzo ha dimostrato che l’Unione europea è in grado di agire anche con 27 Stati membri, anche negli ambiti verso cui l’opinione pubblica nutre particolari aspettative, quali l’energia e la lotta al cambiamento climatico. Il successo del Vertice di primavera ci infonde fiducia per la prosecuzione del mandato della Presidenza. Desideriamo sfruttare questa condizione favorevole anche per la dichiarazione di Berlino. Il Vertice ha giustamente inviato il messaggio che, se noi europei troviamo la forza di agire insieme, possiamo costruire attivamente il futuro.

Nel corso della cena dei capi di Stato e di governo dell’8 marzo – cui il Presidente della Commissione, José Barroso, e lei, signor Presidente, eravate presenti – il Cancelliere Merkel ha descritto le nostre idee così come si erano sviluppate nel corso di approfondite discussioni con i rappresentanti di Parlamento, Commissione e governi nazionali. Il testo della dichiarazione dev’essere ancora definito, naturalmente, e vi posso assicurare che ciò che ho udito nel corso dell’odierno dibattito verrà naturalmente incluso nelle nostre deliberazioni in merito alla versione definitiva.

Come ho già detto alle commissioni parlamentari, vogliamo che il testo della dichiarazione che segnerà il Trattato di Roma sia breve e coeso, e che usi un linguaggio accessibile ai cittadini. Quali devono essere i punti principali? Innanzi tutto vogliamo che la dichiarazione celebri i risultati comuni ottenuti negli ultimi 50 anni d’Europa, che comprendono naturalmente pace, stabilità, prosperità e la fine della divisione del continente. Tali risultati non sarebbero stati possibili senza il desiderio di libertà dei cittadini dell’Europa centrale ed orientale, che dobbiamo ringraziare in modo specifico nella dichiarazione.

(Applausi)

A mio parere, tra i successi dell’integrazione europea vi sono anche le forme e i principi della nostra cooperazione in Europa: democrazia e Stato di diritto, parità di diritti e doveri negli Stati membri, trasparenza e sussidiarietà. Tali principi rappresentano un modello per la cooperazione regionale in altre parti del pianeta – altro elemento da cui possiamo trarre una certa soddisfazione. La successiva parte della dichiarazione conterrà una dichiarazione congiunta d’impegno verso i valori fondamentali: dignità umana, libertà e responsabilità, solidarietà reciproca, diversità, nonché tolleranza e rispetto reciproci. Dopo tutto, sappiamo che l’Unione europea non è soltanto uno spazio economico comune. E’ anche una Comunità di valori, e questa base di valori comuni, forse insieme a una visione comune della vita, è un presupposto importante affinché l’Europa mantenga la propria capacità di agire quale entità politica.

Le sfide che in Europa dovremo affrontare e superare insieme nel XXI secolo rappresenteranno senz’altro il fulcro della dichiarazione. Tra queste vi sono l’energia e la lotta al cambiamento climatico, una PESC efficace nonché, naturalmente, una lotta efficace contro le minacce poste dal terrorismo e dalla criminalità organizzata senza imporre restrizioni ai diritti umani e civili. Senza dubbio tali sfide implicano anche che si trovino soluzioni comuni per affrontare l’immigrazione clandestina.

Tuttavia c’è un messaggio che mi pare particolarmente importante, se vogliamo nuovamente corroborare la fiducia dei cittadini d’Europa: l’Europa sostiene un modello sociale che alla competitività economica unisce la responsabilità sociale e ambientale. La libertà d’impresa fa parte dell’esperienza europea quanto i diritti dei lavoratori e la loro partecipazione. L’Unione europea ha un aspetto sociale, e pensiamo che anche sulla dimensione sociale europea vada posto l’accento nella dichiarazione. I capi di Stato e di governo europei hanno dichiarato espressamente il proprio impegno al riguardo anche nelle conclusioni di venerdì scorso.

Tutti sappiamo che l’Unione europea deve proseguire il suo processo di riforma e rinnovamento. Tra circa due anni si avranno le prossime elezioni del Parlamento europeo e l’elettorato ha diritto di sapere quali strumenti e possibilità d’azione l’Unione avrà a disposizione. Di conseguenza vorremmo vedere tra i contenuti della dichiarazione l’impegno comune a creare le condizioni necessarie a tal fine.

In conclusione, vorrei aggiungere qualche commento. Il cinquantesimo anniversario rappresenta un’occasione per raccogliere le forze in vista delle sfide che noi tutti abbiamo di fronte. In questo giorno poniamo l’accento su ciò che ci unisce. Approfittiamo della natura simbolica di questo giorno per inviare un messaggio di unità. Il motto della nostra Presidenza è “Europa – riuscire insieme”. I cittadini d’Europa si aspettano che i politici europei diano prova di volontà, coraggio e determinazione ad agire insieme.

Questo è lo spirito con cui intendiamo procedere nella seconda metà della Presidenza; per questo chiedo il vostro ininterrotto sostegno.

(Applausi)

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, l’incontro di Berlino del 25 marzo è un’occasione importante. Cinquant’anni d’integrazione europea senza dubbio meritano di essere festeggiati. Si tratta di un’opportunità per sottolineare tutto ciò che ci unisce e per porre l’accento su valori e principi comuni.

Possiamo però renderla ancora più importante guardando non solo al passato, ma anche al futuro. Abbiamo l’opportunità di presentare obiettivi e ambizioni comuni, sottolineare il rispetto e la solidarietà reciproci e ribadire la nostra determinazione a costruire un’Europa migliore e più forte per il bene di tutti gli europei.

Per questo motivo nel maggio scorso la Commissione ha preso l’iniziativa di suggerire l’idea di una dichiarazione interistituzionale da pronunciare in occasione del cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. La Presidenza tedesca ha lavorato molto per definire un testo in grado di raggiungere obiettivi numerosi e diversi. E’ opinione generale che il testo debba essere breve e accessibile, che debba essere facile da leggere e che sia destinato a durare più di qualche giorno o qualche settimana. E’ opinione comune che esso debba celebrare i risultati di 50 anni d’integrazione europea, ma anche guardare avanti per ispirare gli europei per il futuro. Tutti vogliamo che il testo rispecchi ciò che rende l’Europa speciale ai nostri occhi, ciò che consideriamo importante e il modo in cui lavoriamo. Non è compito facile, ma siamo nelle ottime mani del Cancelliere Merkel, del ministro degli Esteri Steinmeier e del loro competente staff.

Penso che la decisione di coinvolgere direttamente sia il Parlamento europeo che la Commissione si sia dimostrata del tutto giustificata. Le discussioni che abbiamo intrattenuto tra Parlamento e Commissione e con i rappresentanti della società civile sono state una preziosa fonte d’idee che possono contribuire alla riflessione complessiva e all’essenziale lavoro della Presidenza. Le discussioni bilaterali e gli scambi in seno al Consiglio europeo della scorsa settimana si sono orientati a un ampio consenso circa lo scopo, il campo di applicazione e l’impronta da conferire alla dichiarazione. Il risultato ultimo sarà l’impegno sincero dell’Europa ad andare avanti.

In questi ultimi giorni gran parte delle discussioni s’incentrerà su come dare la giusta impronta al testo per quanto riguarda le future ambizioni dell’Unione. A gennaio, in quest’Aula, il Presidente Barroso aveva espresso il nostro pensiero circa alcune questioni fondamentali. Il Consiglio europeo della scorsa settimana deve rinnovare la certezza che non dobbiamo essere pavidi. Possiamo essere ambiziosi, ma anche credibili. L’Unione europea può e vuole continuare a rappresentare un motore di vero e proprio cambiamento in Europa e nel mondo intero.

Crediamo che il testo debba essere concreto, ma non troppo specifico. Deve riflettere l’abilità dell’Unione europea nel trovare il giusto equilibrio tra generale e particolare, collettivo e individuale. Noi favoriamo la crescita e lo sviluppo economico all’interno di un forte quadro sociale. Potenziamo la sicurezza promuovendo i diritti umani. Ci impegniamo a fondo per sostenere gli interessi degli europei, ma con un acuto senso di responsabilità verso la comunità mondiale, come ha spiegato anche il Ministro Steinmeier. Tutto ciò viene talvolta erroneamente considerato la ricetta per un’Europa con un minimo comun denominatore. Non è così. Si tratta semmai di un riconoscimento concreto del fatto che in un mondo complesso che si muove rapidamente dobbiamo essere agili e trovare nuove soluzioni a sfide che hanno radici profonde. Ed è proprio questo che stiamo facendo sul versante del cambiamento climatico e dell’energia.

E’ altresì importante trasmettere l’idea che l’Unione europea si definisce non solo per ciò che fa, ma anche per come lavora. Democrazia, trasparenza e responsabilità sono importanti principi di riferimento per l’Unione di oggi. Sarebbe un segnale importante se gli Stati membri e le Istituzioni sottolineassero l’impegno dell’Unione verso modalità di lavoro democratiche.

L’incontro di Berlino cade esattamente a metà del mandato della Presidenza tedesca e rappresenta un’importante pietra miliare sulla via del rilancio di una revisione del Trattato volta a rafforzare le Istituzioni comunitarie. Si colloca dopo lo straordinario successo del Consiglio europeo della settimana scorsa, Consiglio europeo che ha dimostrato quanto fossero in errore i disfattisti e che l’Unione europea a 27 Stati è forte e audace quanto le sue precedenti versioni. L’allargamento ha accentuato l’orientamento verso il conseguimento di obiettivi e il dinamismo del nostro lavoro e sono convinta che possa continuare su questa linea.

Pensando al futuro, il Consiglio europeo di giugno rappresenterà l’altra prova del nove. Possiamo concordare a grandi linee su come proseguire il dibattito costituzionale e istituzionale? Il lavoro della scorsa settimana sarà certamente d’aiuto. Senza dubbio ha contribuito a sfatare il mito che l’Unione europea in qualche modo è ossessivamente autoreferenziale e indifferente ai veri problemi dei cittadini. Deve emergere forte e chiaro il messaggio che, se le Istituzioni ci preoccupano, il motivo è che ne desideriamo un buon funzionamento per poter soddisfare le aspettative dei cittadini ed esprimere un livello elevato di democrazia.

In conclusione, credo che siamo sulla buona strada e che la dichiarazione di Berlino del 25 marzo raggiungerà gli obiettivi delineati dalla Commissione lo scorso maggio, sostenuti dal Consiglio e promossi da quest’Assemblea. Darà nuovo impulso e rilievo al tentativo di risolvere il dibattito costituzionale e istituzionale. Promuoverà gli sforzi a favore delle priorità centrali e fondamentali, mostrerà un’Unione europea unita nell’impegno di soddisfare le aspirazioni dei cittadini e imprimere alle future imprese dell’Unione il medesimo dinamismo e gli stessi risultati ottenuti nei 50 anni dell’avventura europea.

(Applausi)

 
  
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  Jo Leinen (PSE), presidente della commissione per gli affari costituzionali.(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, la commissione per gli affari costituzionali ha discusso della dichiarazione di Berlino in tre occasioni. Vi abbiamo inviato per iscritto i risultati in vista dei negoziati che intratterrete con la Presidenza tedesca.

Credo vi sia la possibilità di raggiungere un accordo su tre dei cinque capitoli. I successi e i risultati del passato parlano da soli. L’Unione europea è un importante progetto di pace e libertà e una formula di prosperità e di sicurezza per i cittadini, il che va espresso nella dichiarazione.

Si dovrebbe facilmente concordare anche sui nostri valori; in fin dei conti, vengono stabiliti dal Trattato costituzionale. Oltre ai valori tradizionali di democrazia, diritti umani e Stato di diritto, reputiamo che la solidarietà e l’uguaglianza siano parimenti importanti. A tale proposito, la dichiarazione di Berlino non deve parlare di uno “stile di vita europeo”, ma del modello sociale europeo, che intendiamo mantenere e continuare ad applicare in futuro. Tale modello particolare di libertà individuale unita alla sicurezza collettiva è l’elemento specifico che definisce i modelli sociali in Europa.

Ritengo che anche le sfide per il futuro siano evidenti. Se n’è fatta menzione e non occorre elencarle tutte. Siamo di fronte ad alcuni problemi di vasta portata e grande importanza, e di fatto al Vertice della scorsa settimana si è data un’ottima risposta alla questione del cambiamento climatico.

Le cose si fanno più ardue quando si tratta di descrivere gli aspetti distintivi dell’Unione europea. A tale proposito, la commissione per gli affari costituzionali e il Parlamento europeo vorrebbero che la dichiarazione di Berlino comprendesse una dichiarazione d’impegno verso il metodo comunitario. Quest’ultimo tratto distingue l’Unione europea da tutte le altre organizzazioni internazionali, in quanto conferisce al Parlamento, l’organismo eletto a suffragio diretto in rappresentanza di 500 milioni di cittadini, il medesimo diritto di codecisione del Consiglio dei ministri ogniqualvolta si emanano leggi, norme o regole per i cittadini degli Stati membri. Vorremo che il metodo comunitario assurgesse a standard, anche per quanto riguarda il secondo e il terzo pilastro, in modo che le leggi non vengano più promulgate dai governi senza la partecipazione dell’organismo che rappresenta i cittadini.

La prova del nove per la dichiarazione di Berlino sarà la quinta parte, che riguarda gli impegni dei governi. Tale parte dimostrerà se tutto ciò che è stato messo per iscritto in precedenza s’intendeva seriamente, cosa a cui i cittadini presteranno particolare attenzione. A mio avviso occorre affermare che i Trattati precedenti non bastano e che l’Unione europea necessita di una nuova base, e occorre metterle a disposizione nuovi mezzi. Dobbiamo dichiarare il nostro impegno nei confronti del nuovo Trattato. Questo compromesso generale è il minimo al di sotto del quale non si può scendere.

Il Presidente in carica del Consiglio ha dato prova di coraggio nel corso del Vertice sul cambiamento climatico della scorsa settimana. Mi auguro che dimostri altrettanto coraggio per quanto riguarda la dichiarazione di Berlino, perché il coraggio di marzo darà i suoi frutti al Vertice di giugno. Porgo i miei più sinceri auguri alla Presidenza tedesca.

(Applausi)

 
  
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  Joseph Daul, a nome del gruppo PPE-DE.(FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, fin dalla sua fondazione il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei promuove una maggiore integrazione e unità per l’Europa. Abbiamo sempre lavorato per rafforzare l’Europa e creare un’Europa politicamente attiva e ambiziosa. Ciò che ci ha sempre unito è la tutela dei valori e la promozione delle libertà, soprattutto la libertà di portare avanti un’attività, di lavorare e di trarre beneficio dai frutti del proprio lavoro, nonché la garanzia della sicurezza.

Il Trattato di Roma è il fondamento della struttura europea. E’ ciò che assicura che d’ora in poi la guerra tra i nostri paesi sia non solo impossibile, ma anche impensabile. Per me, da bambino, la guerra era semplicemente una realtà. Sono lieto e fiero che, nella nostra parte del mondo, la guerra sia divenuta un concetto astratto, perché così abbiamo voluto. Come dico ai giovani, niente si conquista per sempre, così come nulla è mai perduto per sempre.

Ma questo grande risultato non riguarda tutti nello stesso modo. Tutte le nazioni d’Europa hanno lottato per libertà, pace e prosperità, ma molte hanno dovuto subire 50 anni di dittatura, la perdita della libertà e l’insicurezza sotto il giogo del comunismo. I paesi dell’Europa centrale ed orientale non si sono dati pace finché non hanno colmato questa divisione artificiale allo scopo di reintegrare le loro famiglie d’origine e di permettere all’Europa di operare finalmente a pieno regime.

In quest’Aula vorrei rendere omaggio con ammirazione e affetto alle nazioni e ai cittadini di tali paesi. Senza di loro, senza le rivoluzioni del 1956, del 1968 e del 1980, l’Europa non avrebbe mai potuto sperimentare la “rivoluzione di velluto” della fine degli anni ’80. E il muro di Berlino senza dubbio sarebbe ancora il disonore del nostro continente.

Dobbiamo altresì ricordare che l’anno 2007 segna non solo il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma, ma anche il sessantesimo anniversario del Piano Marshall. Senza l’aiuto degli americani, senza il loro impegno decisivo in aiuto degli europei, la dichiarazione di Schuman e il Trattato di Roma sarebbero andati incontro a ulteriori ostacoli. Gli ultimi 50 anni sono stati un successo, e questa storia ha avuto un lieto fine con la riunificazione del continente. Credo tuttavia che, se lo vorremo, anche questo secolo potrà essere ampiamente europeo. Il Trattato di Roma, fondamento dell’Unione europea, è l’impresa storica di maggior successo nell’incoraggiare i cittadini alla convivenza. In questo modo il continente è divenuto un luogo non di divisioni, bensì di somiglianze e riconciliazioni.

In effetti l’Unione europea non si riduce solo all’esportazione di merci e servizi, ma trasmette anche i nostri valori. Noi agiamo da forza di stabilizzazione. Non è stata la prospettiva di una più stretta cooperazione a riportare la pace nell’Europa sudorientale? I prossimi 50 anni saranno tuttavia ricchi di nuove sfide per tutti i nostri paesi. Non partiamo da zero; semmai è vero il contrario.

La prima condizione per ottenere buoni risultati è ripristinare la fiducia, avere coscienza dei nostri punti di forza e attingere alle nostre risorse. La seconda condizione, in un mondo instabile e globalizzato, è essere realisti, compiere sforzi di adattamento con decisione ed entusiasmo e senza indugio. Adattamento, tuttavia, non equivale a sminuirci e a rinunciare a ciò che siamo. Riforma non significa autodenigrarci e lasciarci sottrarre la nostra identità. Gli europei hanno un senso molto sviluppato della dignità umana e del rispetto dell’individuo. Con l’economia sociale di mercato, inoltre, l’Europa presenta un’idea di organizzazione della società ben lontana dall’approccio individualista e dagli eccessi di una società dei consumi.

La decisione adottata in seno al Consiglio europeo della scorsa settimana è quella di fissare obiettivi comuni e ambiziosi nell’ambito dell’energia e del cambiamento climatico.

Il contesto attuale è caratterizzato da cinque sfide fondamentali: la demografia, la globalizzazione, la multipolarità, l’energia e il surriscaldamento del pianeta, senza dimenticare la lotta al terrorismo. In un mondo globalizzato in cui nuovi punti focali emergono con rapidità – penso all’Asia, e anche al Brasile – l’Europa deve reagire per mezzo di riforme economiche e sociali. L’Europa deve sfruttare al massimo la propria storia e sviluppare il proprio modello sociale. In un mondo incerto, in cui il terrorismo è divenuto una realtà quotidiana, l’Europa deve dar prova sia di fermezza che di determinazione; non può essere preda del terrore.

Onorevoli colleghi, questi sono i valori che lasciamo in eredità dopo 50 anni d’integrazione europea. Queste sono le sfide che dobbiamo affrontare da una nuova prospettiva. Per quanto riguarda il gruppo del PPE-DE, soltanto avendo fede nella propria capacità di creare e adattarsi, le generazioni future potranno svilupparsi e prosperare in questo nuovo mondo. Il nostro ruolo è modesto, questo è vero, ma anche impegnativo. In questo periodo di transizione evitiamo di fermarci, imbocchiamo la strada giusta e gettiamo insieme una solida base. Un simile compito richiede non solo lucidità, ma anche coraggio politico.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz, a nome del gruppo PSE.(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non conosciamo ancora il testo della dichiarazione di Berlino, e perciò ha senso discutere non del testo, bensì del contesto di tale dichiarazione. Dai discorsi del Presidente in carica del Consiglio, del Commissario Wallström e persino degli onorevoli Daul e Leinen, tutti possiamo notare che vi è una qualche incertezza intorno a questo testo, verso cui si nutrono aspettative molto alte. Per quale motivo? Perché si ripongono tali aspettative in un testo che potrebbe essere solo uno dei tanti? La risposta è molto semplice: perché tutti abbiamo la sensazione di trovarci a un bivio. Può darsi che l’integrazione europea prosegua con la stessa fortuna che ha registrato negli ultimi 50 anni, oppure che s’imbocchi una nuova via che si discosta dall’integrazione europea e si addentra in un futuro incerto di rinazionalizzazione, con i rischi che questo comporta.

Tutti nutriamo un sentimento d’insicurezza, e perciò questa dichiarazione di Berlino deve fare ciò che si può fare con un testo molto breve, ossia trasmettere un messaggio di speranza, l’idea che ciò che siamo riusciti a fare negli ultimi 50 anni continuerà a essere possibile in futuro. Una cosa è però certa: non potremo più accontentarci di descrivere i successi degli ultimi 50 anni. E’ triste, ma vero. Spiegherò perché lo reputo triste citando le parole di Jean-Claude Juncker, Primo Ministro lussemburghese. Nel discorso pronunciato quando ha ricevuto il Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, ha affermato che per i suoi figli Adolf Hitler è un personaggio remoto quanto lo era Guglielmo II per lui. Il rischio è questo. Man mano che la storia avanza, si attenuano i rischi dell’intolleranza, dell’odio, dell’esclusione etnica, tutti i pericoli dati dalle aspirazioni territoriali che credevamo superati, ma che tali non sono, perché esistono ancora. Persino in quest’Aula vi è chi promuove siffatte idee. Dobbiamo tuttavia chiederci perché le giovani generazioni non combattono con lo stesso entusiasmo di Joseph Daul per quell’integrazione che ha permesso di vincere l’odio. La risposta è che è già storia.

Se vogliamo evitare che la storia si ripeta, dobbiamo dire soprattutto alle giovani generazioni che questi sono i risultati che abbiamo ottenuto, e che è giusto porci le richieste che essi ci pongono e dare per scontata la pace, ma che occorrono metodi nuovi se vogliamo garantire la pace nel lungo periodo. Assicurare la pace nel lungo periodo significherà proteggere il clima del pianeta. Se un numero sempre maggiore di aree della terra diventa inabitabile, vi saranno flussi migratori sempre maggiori, che destabilizzeranno la pace sempre di più. In passato assicurare la pace era sinonimo d’integrazione. In futuro significherà arrestare il cambiamento climatico. La stabilità sociale implica che i giovani abbiano la certezza della concreta possibilità di trovare un lavoro dignitoso con un reddito dignitoso, che permetta loro di vivere con dignità. I giovani sono come i più anziani, in quanto non sperano di diventare milionari. Questo è un bel sogno, ma ciò che i cittadini vogliono davvero è potersi sposare o poter passare la vita insieme convivendo, e avere figli sapendo che cresceranno in un clima di pace e che avranno prospettive sociali simili alle nostre. Vogliono che l’Europa offra loro queste certezze in questo mondo globalizzato.

Vi è una terza cosa che vogliono, cioè l’istruzione e le qualifiche, perché tutti sappiamo che, benché in passato una pensione e un’assicurazione sanitaria dignitose fossero considerate elementi indispensabili che andavano salvaguardati, l’accesso all’istruzione e alle qualifiche in futuro assumerà questo ruolo. Se l’Europa vuol diventare il continente più competitivo fondato sulla conoscenza, non può riuscirvi senza persone istruite che usufruiscano dell’apprendimento permanente. In questo senso, istruzione e qualifiche divengono gli elementi costitutivi di un futuro di sicurezza sociale. Questo significa che ciò che è stata l’integrazione – territoriale e geografica, economica e sociale – negli ultimi 50 anni, dovranno essere il cambiamento climatico, l’istruzione, le qualifiche e la dignità del lavoro nei prossimi 50 anni. Questi concetti si possono riassumere in un testo breve. Più sarà breve e conciso, più sarà facile trasmetterne il messaggio. Il successo degli ultimi 50 anni è giunto con modalità proprie; quello dei prossimi 50 richiederà nuovi metodi. Se, sostenuti dal desiderio d’integrazione di 27 paesi, riusciremo a esprimerlo nella dichiarazione, imboccheremo la strada giusta al bivio di fronte al quale ci troviamo.

(Applausi)

 
  
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  Graham Watson, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, un compleanno importante è sempre una buona occasione per fare il punto della situazione. Cinquant’anni fa, alla firma del Trattato di Roma, che cosa passava per la mente degli europei? Senza dubbio speranza; forse ottimismo; ma la certezza del successo, quella certo no. E tuttavia l’Unione europea è alla base della sicurezza, della prosperità e delle opportunità di cui ora godono i cittadini.

Viviamo in un’Europa di libertà e sicurezza, di prosperità e opportunità, e di società ed economie più libere di quanto non siano mai state prima. La nostra generazione ha desiderato e ha ottenuto più di quanto i nostri genitori abbiano mai sognato. La dichiarazione di Berlino deve però riflettere non tanto la nostra soddisfazione per il passato, ma la nostra determinazione per il futuro.

Signor Presidente in carica del Consiglio, il processo è triste e opaco. A tutti fa piacere una sorpresa per il compleanno, ma discutere di una dichiarazione senza averne nemmeno la bozza è bizzarro! Lei ha accennato ai possibili contenuti, signor Presidente in carica del Consiglio. Ci ha assicurato che al Cancellierato tedesco si lavora ancora alacremente, e tuttavia le probabilità di discutere del testo nella migliore delle ipotesi saranno limitate, perciò non si stupisca se molti di noi si sentono presi in giro.

Vogliamo una dichiarazione che guardi alle sfide che abbiamo di fronte, che ci dia l’opportunità di riaffermare il nostro impegno per i valori, gli obiettivi, il futuro dell’Unione europea – un futuro che riavvicinerà i cittadini al progetto europeo in un momento in cui le nostre nazioni devono più che mai agire insieme.

Un’Europa allargata e aperta ha bisogno di maggiore solidarietà tra le sue nazioni e i suoi cittadini, di riforma economica, come si è detto in seno al Consiglio europeo, e di una missione più grande per diffondere i nostri valori nel mondo. Dinanzi alle sfide globali della crescita e della migrazione della popolazione mondiale, del cambiamento climatico, della criminalità organizzata internazionale e del terrorismo, la dichiarazione dà agli Stati membri l’opportunità di spiegare ai cittadini perché, ora più che mai, l’Unione europea è tanto importante, perché dobbiamo entrare in contatto con paesi al di là delle nostre frontiere e con culture che non conosciamo.

Gli europei non devono avere paura di tutto questo. Ciò che ha reso forte l’Europa è la sua apertura. Una ritirata nella fortezza Europa, l’idea anacronistica degli Stati nazionali e delle economie protette o il fondamentalismo cristiano ci catapulterebbe soltanto indietro nel tempo: un tempo in cui gli europei avevano solo una cittadinanza, solo un’identità nazionale.

Il nostro consiglio alla Presidenza tedesca è di scrivere un testo breve e semplice, il genere di testo che si possa affiggere alla porta di una chiesa di Wittenberg. O se il Cancelliere è troppo impegnato per spingersi fino laggiù, almeno nella Wittenbergplatz!

Mi è giunta voce che la bozza attualmente arriva a due pagine. Se questo è vero, c’è già una pagina di troppo. I miei colleghi del gruppo ALDE in seno al Comitato delle regioni hanno scritto una dichiarazione d’intenti per l’UE lunga una pagina, che raccomando. Nove punti dicono tutto ciò che va detto: che l’integrazione europea è stata un successo e che dobbiamo portarla avanti.

(Applausi)

 
  
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  Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, Robert Schuman, il 9 maggio del 1950, nella storica dichiarazione alla stampa nella Sala degli orologi di Parigi disse: “l’Europa non potrà farsi una volta sola, né sarà costruita tutta insieme, sorgerà da realizzazioni concrete che creino solidarietà di fatto”.

Dai cinquant’anni trascorsi dalla firma dei trattati, molte realizzazioni e politiche comuni sono state compiute. Ma manca l’Europa politica nonostante la sempre più evidente necessità di realizzarla nel rispetto degli Stati nazionali. Senza una politica estera e di difesa l’Unione rimarrà indebolita: il suo peso negoziale nelle relazioni internazionali non corrisponde alla dimensione e al peso della nostra economia. Oggi il primo dei nostri obiettivi resta la ripresa del dibattito per un nuovo trattato – per il nuovo trattato – senza dimenticare il rifiuto di due Stati fondatori e la ratifica compiuta da parte della maggioranza degli Stati membri.

Un’Unione a 27 non può funzionare con regole che già erano strette per i Quindici. Il miglioramento della funzione legislativa, il blocco decisionale, l’eccessiva complessità delle norme devono essere risolti e vanno chiariti i ruoli. Anche la questione dei nostri valori e delle loro radici storiche e culturali, dalla storia greco-romana alle tradizioni giudaico-cristiane, alla conquista dello Stato laico e liberale, devono essere riprese e riaffermate. Solo dal dialogo tra le culture nascono garanzie per il futuro: ma per dialogare con gli altri dobbiamo prima conoscere e riconoscere noi stessi.

Il futuro dell’Europa non può prescindere dalla constatazione che il presente è diverso da quello di cinquant’anni fa. Il fenomeno dell’immigrazione, e in particolare di quella clandestina, raggiunge limiti pericolosi e ha cambiato il volto delle nostre città. La presenza di culture diverse ci impone sforzi supplementari per assicurare il dialogo e per esigere il rispetto delle regole. Occorre una politica comune e la disponibilità degli Stati membri per garantire le frontiere, l’ordine interno e il rispetto dei diritti umani. Il fenomeno dell’immigrazione va affrontato nell’alveo della democrazia e della legalità, nel rispetto della dignità delle persone e con regole comuni: non esiste vera cultura se non vi è il riconoscimento della dignità della persona.

Altro aspetto per il nostro futuro è quello del mutuo rispetto delle regole commerciali. I fenomeni della contraffazione, del dumping, la questione del marchio d’origine, il rispetto reciproco delle regole sono problemi che vanno affrontati e risolti con decisione, se si vuole evitare che un mercato sleale distrugga i settori produttivi dell’Unione e danneggia a lungo termine anche i paesi emergenti o in via di sviluppo, con conseguenze disastrose sul piano dell’occupazione e delle politiche sociali.

La liberalizzazione del commercio mondiale deve andare di pari passo con la garanzia che le politiche di welfare, conquistate dai lavoratori europei, saranno mantenute e potranno essere applicate gradualmente ma inesorabilmente anche in quei paesi che oggi ne sono privi.

“Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”, dichiarava Schuman nel 1950, ed affermava: “la pace mondiale non può essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che ci minacciano”. La minaccia del terrorismo, alimentata dal fondamentalismo jihadista, incombe su tutto il mondo: occorre più che mai che i nostri sforzi oggi siano coraggiosi e creativi.

 
  
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  Daniel Cohn-Bendit, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente della Commissione, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, non so su cosa si basi la sua fiducia, signor Presidente in carica del Consiglio, ma di sicuro so che si può parlare di fiducia senza averne. Discutiamo dei successi dell’Europa, è vero, ma se parliamo di ricchezza e stabilità dobbiamo parlare anche di povertà, che esiste davvero in Europa. Finora non ho sentito dire nulla al riguardo.

Inoltre, quando si parla di Stato di diritto, si deve parlare anche di quei cittadini che non hanno diritti in Europa. Li si dimentica spesso, e ritornerò sull’argomento. Per quanto riguarda la fiducia nella procedura, ebbene, appartengo al gruppo politico di coloro che non ne hanno. La segretezza non quadra con il dialogo e l’apertura democratica – è impossibile. Le dirò: non credo in questi sherpa, né nei confessionali, né in tutte queste buffonate, perché bisogna rivelare finalmente ai cittadini dove sono le contraddizioni tra gli individui d’Europa.

L’abbiamo visto con i referendum francesi; l’abbiamo visto nei Paesi Bassi. Se i cittadini d’Europa non sono con noi – in altre parole, se non teniamo discussioni pubbliche in merito alle aree problematiche – non ci seguiranno. Vi dirò che il testo dovrebbe essere breve e semplice, senza però essere banale. E’ questo il pericolo della sua strategia: la banalità che ne risulterà. Questo è il mio consiglio. Si è parlato del clima, quindi bisogna essere coraggiosi al riguardo. Formulate gli obiettivi con chiarezza, in modo che possiamo capirli. Gli obiettivi sono i seguenti. Per il clima va fissato l’obiettivo di non superare i 2 gradi di surriscaldamento nei prossimi 50 anni, nonché un uso più efficiente delle risorse – non solo l’energia, ma anche acqua, carta, rame e alluminio – e, nell’arco di 50 anni, l’Unione europea dovrebbe produrre il 100 per cento dell’energia da fonti rinnovabili. Si tratta di obiettivi che porterebbero le persone a dire: “Aha! Avete davvero dei progetti!” Sono ansioso di conoscere il contenuto del vostro testo.

Inoltre, quando si parla del clima, dovete dire che abbiamo bisogno di un Patto di stabilità. Dobbiamo permettere alla Commissione di intervenire quando i paesi non rispettano le regole – come nel caso del Patto di stabilità e di crescita per la moneta unica. Obiettivi vincolanti senza sanzioni non esistono nemmeno nella mia teoria educativa, che è davvero molto liberale. Le sanzioni sono l’unico modo di far rispettare le regole.

Una cosa mi ha fatto sussultare, signor Presidente in carica del Consiglio. Lei ha detto che una delle questioni era la lotta all’immigrazione clandestina. Senza dire nemmeno una parola sui 50 milioni d’immigrati regolari che vivono in Europa, che necessitano degli stessi diritti di tutti gli europei, lei è passato direttamente agli immigrati clandestini. Questo è il problema dell’Europa: non riconosciamo queste persone, attribuendo sempre loro l’etichetta di “clandestini”. Non si pensi che sia un problema secondario. Vi è un piccolo paese europeo tanto orgoglioso della Rivoluzione francese, in cui però uno dei candidati alla presidenza ha appena proposto la creazione di un ministero per l’immigrazione e l’identità nazionale. Questo è il pericolo che incombe sull’Europa: considerare gli immigrati una minaccia alla nostra identità europea. Scuotete la testa; ma anziché limitarvi a visitare i ministeri, dovreste ascoltare una buona volta le discussioni al riguardo nei caffè e nei bar d’Europa. E’ qui che si trovano i cittadini europei. Sbagliamo a parlare sempre e solo d’immigrazione clandestina invece che delle persone che possono essere integrate nella vita europea. Questo mi ha fatto sussultare, perché ho pensato: “Oh cielo, e adesso che cosa dirà?”

In conclusione, vorrei chiarire una questione. Siamo fieri dei valori fondamentali che abbiamo esposto nella Carta dei diritti fondamentali, tra cui si annovera anche l’essere fieri di questi stessi valori: libertà di orientamento sessuale, libertà per le minoranze, libertà per gli esseri umani. Queste idee vorrei vedere nella dichiarazione di Berlino, non un qualche riferimento a Dio o a chiunque altro non ci riguardi in questa sede.

(Applausi)

 
  
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  Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Vicepresidente della Commissione, il fatto che l’Unione abbia deciso di commemorare il cinquantesimo anniversario della sua istituzione non è soltanto normale, a mio avviso, ma potrebbe dimostrarsi anche utile, poiché stiamo cogliendo l’opportunità di esaminare con chiarezza i progressi compiuti e traiamo inevitabilmente lezioni contraddittorie da tale esperienza. D’altra parte, se questo anniversario dovesse assumere la forma di una semplice celebrazione di una festa che miri a decantare tutte le decisioni che hanno portato alla costruzione dell’Unione europea e a esaltarne tutti i risultati senza distinzioni, allora, in termini di analisi storica, avrebbe un’importanza davvero molto scarsa e, quanto a efficacia politica, sarebbe un’assoluta perdita di tempo.

Ebbene, tutto fa pensare che la famosa dichiarazione di Berlino, nello spirito dei suoi iniziatori, propenda per questa seconda opzione, a partire dal metodo utilizzato per redigerla: laddove doveva esserci una consultazione aperta in larga misura ai cittadini, si è deciso che i leader avrebbero discusso perlopiù a porte chiuse. A mio avviso, questo è un errore. Un secondo elemento riguarda i contenuti veri e propri della dichiarazione. In effetti, sembrerebbe che per noi vi sia in serbo un testo molto generico, che s’incentra su una rassegna inevitabilmente luminosa ed esemplare dei 50 anni d’integrazione europea, su valori comuni naturalmente generosissimi e su obiettivi inevitabilmente ambiziosi, soprattutto nella sfera sociale.

Davvero credete che la realtà sperimentata dai nostri concittadini sia altrettanto impeccabile? Per quanto mi riguarda, sono convinto che oggi nessun dibattito sull’Europa avrà conseguenze concrete se non sarà accompagnato da una buona dose di spirito critico in merito alle cause della crisi di fiducia che da qualche anno imperversa praticamente in tutta l’opinione pubblica e in tutte le Istituzioni europee.

Non è più soltanto il mio gruppo ad avere quest’idea. Così pensano anche eminenti funzionari politici impegnati nella supervisione degli affari comunitari che, in privato o in gruppi ristretti, riconoscono l’esistenza di un problema tra l’Europa oggi in corso di trasformazione e gli europei. L’ultimo tra questi a riconoscerlo non è altri che il suo collega, signor Presidente, il Presidente in carica del Consiglio ECOFIN, Peer Steinbrück, che di recente ha menzionato il rischio – testuali parole – “di una crisi di legittimità del modello economico e sociale europeo”, e ha ragione. Pertanto dobbiamo parlarne se vogliamo ridare significato alla grande avventura europea.

Di conseguenza, volendo che l’Unione si doti dei mezzi per uscire dalla crisi a testa alta, con il mio gruppo auspico uno scossone, in modo che, quando verremo a commemorare il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma, la discussione si rivolga ai cambiamenti necessari per preparare il terreno a un’autentica rinascita del progetto europeo.

(Applausi)

 
  
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  Nigel Farage, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, è una mattinata piuttosto tipica in Eurolandia: tutti sono indaffarati a darsi pacche sulla spalla e a dire quale meraviglioso successo rappresentino gli ultimi 50 anni. Vi è quasi una fede religiosa nella capacità di queste Istituzioni di affrontare i problemi del mondo, a tal punto che un paio di oratori in quest’Aula pensano che la dichiarazione di Berlino in futuro possa perfino riuscire a regolare il tempo!

Tuttavia ho notato un lieve cambiamento d’accento: tutti ora parlate molto più di libertà, democrazia, diritti e valori, come se fosse stata l’Unione europea a inventare questi stessi concetti. Sospetto che agiate in questo modo perché non volete stabilire davvero con senso critico se questo progetto funziona o meno.

Basti pensare all’economia. Gli Stati Uniti d’America hanno raggiunto l’attuale livello comunitario di PIL pro capite nel 1985. Forse, più significativamente, gli USA hanno raggiunto l’attuale livello comunitario di investimenti in ricerca e sviluppo nel 1978. Siamo indietro di un’intera generazione economica rispetto agli Stati Uniti d’America. Il modello sociale non funziona, eppure a quanto pare la soluzione è che ne vogliamo di più – più regolamenti, più norme – e temo che sul piano economico questo progetto stia rimanendo ancora più indietro.

Per quanto riguarda la politica, vi concedo che avete i vostri grandi e splendidi edifici a Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo, e che siete riusciti ad acquisire più del 75 per cento della capacità degli Stati nazionali di legiferare. Avete però dimenticato qualcosa: avete dimenticato i cittadini, l’opinione pubblica. Avete perso i referendum e avete scelto di ignorarne gli esiti. Il tentativo disonesto della Presidenza tedesca di comporre a porte chiuse un pacchetto che possa essere imposto agli Stati membri senza referendum è una formula destinata al fallimento. Perseverando su questa strada, alimenterete proprio l’intolleranza e l’estremismo che dite di voler fermare. Vi chiedo e vi prego di domandare ai popoli d’Europa se vogliono o meno questo progetto.

(Applausi dai banchi del gruppo IND/DEM)

 
  
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  Bruno Gollnisch, a nome del gruppo ITS.(FR) Signor Presidente, 50 anni fa a Roma è stato firmato il Trattato fra i sei Stati membri fondatori dell’Unione europea in un clima di entusiasmo pressoché universale. E’ vero che stavamo uscendo da una guerra mondiale, una vera e propria guerra civile europea, e che i cittadini desideravano la pace e la prosperità. A 50 anni di distanza, tuttavia, che cosa notiamo?

Da un diario degli incontri tra l’onorevole Rocard e il Commissario Bolkestein – diario estremamente interessante, a mio avviso – emerge che l’onorevole Rocard non vuole più che l’Unione si chiami “europea”. Questa Unione, infatti, ha tradito l’Europa: la libera circolazione di capitale, merci e persone all’interno dell’Europa ha presupposto l’esistenza di una comprensibile frontiera verso l’esterno. I sacrifici compiuti dai cittadini degli Stati membri hanno reso necessario, in cambio, mettere in atto il sistema comunitario di preferenze – la preferenza di ciascuno Stato membro dell’Unione per la produzione di ogni altro Stato membro. E’ accaduto però il contrario, perché l’Europa nel suo complesso è stata abbandonata alla mercé degli interessi internazionalistici, con le conseguenze che conosciamo fin troppo bene. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. O si commercia liberamente in tutto il mondo o si crea un blocco regionale all’interno dell’Europa; non si possono fare entrambe le cose.

Le conseguenze sono ben note: le nostre industrie vanno in rovina l’una dopo l’altra, la nostra agricoltura è condannata all’estinzione entro il 2013 e persino i nostri servizi hanno i giorni contati. L’Europa ha creato disoccupazione, insicurezza e povertà, aprendo sconsideratamente le proprie frontiere. E’ molto significativo che l’onorevole Schulz abbia assegnato all’Europa l’obiettivo di assicurare che i giovani abbiano un lavoro che permetta loro di farsi una famiglia e acquisire un minimo di ricchezza. Tuttavia, se l’onorevole Schulz è giunto a dire questo e a porre tale obiettivo per l’Europa, allora è un bene che l’Europa non abbia raggiunto quell’obiettivo minimo negli ultimi 50 anni, che viene raggiunto con risultati ben migliori in qualunque altra parte del mondo, dove si fanno progressi molto più importanti che non nell’Unione.

Ritroviamo dunque l’orgoglio per le nostre radici, le nostre tradizioni e le nostre nazioni sovrane! Non ha nulla a che vedere con l’odio, onorevole Schulz. Ritroviamo una cooperazione salutare e fruttuosa a tutti i livelli e in tutti i settori. Il nome del nostro gruppo – Tradizione, identità e sovranità – è, in questo senso, il segno che si sta avvicinando una nuova primavera politica per l’Europa.

 
  
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  Roger Helmer (NI). (EN) Signor Presidente, la dichiarazione di Berlino manca di riconoscere che l’Unione europea ci rende più poveri, meno democratici e meno liberi. Tenta di eludere l’unica questione di vasta portata che davvero preoccupa i capi di governo in tutta l’Unione europea: si tratta di un problema macroscopico proprio sotto i nostri occhi, il cui nome è Costituzione europea.

Nel 2005 i popoli di Francia e Paesi Bassi hanno espresso un voto decisivo contro la Costituzione europea che, secondo i propri stessi termini, dovrebbe essere defunta, finita, distrutta. Ma, come Dracula o Frankenstein, non vuole proprio rimanere nella sua tomba. Il nostro Presidente in carica del Consiglio, il Cancelliere tedesco Angela Merkel, senza voltarsi indietro a guardare gli elettori di Francia e Paesi Bassi, è decisa a ripristinarla in tutti i suoi elementi essenziali. Sappiamo qual è il piano e faremo in modo che lo sappiano i cittadini.

Innanzi tutto il Consiglio eliminerà tutti gli elementi che recano offesa, pur essendo mere riaffermazioni dello status quo. Perché turbare gli elettori parlando della supremazia del diritto comunitario, quando tale supremazia esiste già de facto? La stessa parola “Costituzione” è stata fonte di preoccupazione in sé, e quindi si dirà che è soltanto un Trattato, o persino un minitrattato. Si userà qualunque espediente di procedura, diritto costituzionale nazionale e gestione del tempo per assicurare che non si svolgano referendum o che abbiano luogo solo in paesi di piccole dimensioni, a ratifica avvenuta in tutti i paesi più grandi. Già vediamo il governo laburista britannico ammansire il pubblico prima di pronunciare la promessa solenne di tenere un referendum. “Si tratta solo di dettagli amministrativi,” dirà, “non si giustifica un referendum”.

Ci vantiamo di essere un’Unione di valori fondata sulla democrazia e sullo Stato di diritto, ma in questo processo dimostriamo uno straordinario disprezzo dei cittadini e delle loro opinioni. Calpestiamo la loro identità e le loro aspirazioni. Sfidiamo lo Stato di diritto e la democrazia, ma non si possono ingannare sempre tutti. Quando verrà il contraccolpo, come certo accadrà, spazzerà via questo progetto europeo in rovina.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Helmer, le auguriamo una lunga vita, e la sua esperienza in seno al Parlamento europeo sarà senza dubbio un contributo in questo senso; le porgiamo dunque i nostri migliori auguri.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Signor Presidente, mi spiace interrompere a questo punto, ma prima della replica di Commissione e Consiglio alla discussione di stamani, vorrei far notare che nemmeno un oratore ha menzionato il fatto che l’Unione europea non è faziosa, e che nessuno ha detto quanto sia importante che la dichiarazione affermi con chiarezza che l’Unione europea rispetta tutte le religioni, che è un’organizzazione laica e che deve preservare la propria natura democratica e laica, se vuole mantenere la propria coesione.

 
  
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  Presidente. – Onorevole De Rossa, questa non era una questione di procedura, ma se ne prenderà nota ugualmente.

 
  
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  Frank-Walter Steinmeier, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Signor Presidente, molte grazie per avermi permesso un secondo breve intervento in seno a questo dibattito. Non voglio dilungarmi molto nel commentarlo, bensì ringraziare soprattutto per i contributi espressi.

Nel contempo, tuttavia, onorevole Leinen, la discussione ha chiarito che non è davvero semplice concordare sulla sostanza dei valori da includere in questa dichiarazione di Berlino. La vasta gamma di aspettative rivelate dal dibattito – da quelle più legate alla procedura, quali il metodo comunitario, da un lato, a quelle che riguardano ambiziosi obiettivi climatici e la libertà di orientamento sessuale, onorevole Cohn-Bendit, dall’altro – dimostra proprio quanto sia difficile includere tutto nelle due pagine della dichiarazione di Berlino.

Posso tuttavia assicurarvi che, se cercheremo di rispecchiare in misura ragionevole la gamma di aspettative espresse in questo dibattito, tenendo conto della storia dell’Unione europea, vi sarà qualcosa per tutti. Negli ultimi 50 anni abbiamo scritto insieme documenti cui possiamo fare riferimento. In fin dei conti, le discussioni tra Parlamento, Commissione e Stati membri si tengono non solo allo scopo di redigere la dichiarazione di Berlino, ma anche per attingere a quanto si è appreso dal nostro ambizioso tentativo di fare il punto della situazione comunitaria e delle sfide per il futuro.

Vorrei mettere in chiaro un elemento a beneficio dell’onorevole Cohn-Bendit, che ci ha dato un piccolo saggio di demagogia. Non sono certo tanto ingenuo da discutere della lotta all’immigrazione clandestina nel mio discorso. Comprendo che questo le sia servito per così dire da spunto per orientare il suo intervento, ma io, per la verità, avevo parlato della libertà degli esseri umani e dei diritti civili, e avevo menzionato l’esigenza di un comune approccio alla migrazione clandestina in questo contesto – differenza non trascurabile. Le chiederei di tenerlo a mente per il futuro. Può star certo che anche chi vive a Berlino non per caso, ma perché il suo cuore è lì, ha una certa comprensione dei problemi che la migrazione e l’immigrazione comportano ed è consapevole del fatto che gli Stati nazionali hanno il compito di indirizzare le proprie politiche in tale direzione.

(Applausi)

Al resto dell’Assemblea vorrei dire che ciò che ho udito oggi non è affatto lungi dalla discussione che lei, signor Presidente, ha intrattenuto con i capi di Stato e di governo degli Stati membri alla cena della scorsa settimana. Ho l’impressione che il 90 per cento dei desideri e delle aspettative espressi in questa sede corrisponda alle parole chiave e agli appelli fondamentali espressi nella discussione di giovedì sera, e perciò non vi è alcun bisogno di temere che si omettano questioni significative nel tentativo ambizioso di esprimere tali desideri e aspettative nella dichiarazione di Berlino. Senza dubbio abbiamo il compito di formulare il tutto in modo da soddisfare l’aspettativa che il testo sia comprensibile a tutti.

Onorevole Leinen, questo vale anche per il metodo comunitario. Anche se sono ben consapevole del fatto che “metodo comunitario” è una frase fatta con connotazioni che hanno un significato all’interno dei circoli di esperti dell’UE, simili espressioni non possono apparire come tali nel testo, ma vanno “tradotte”. Assicureremo tuttavia che vi rientri lo spirito sotteso a tali aspettative.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Molte grazie al Presidente in carica del Consiglio. Se si riferisce alla forza delle Istituzioni europee, il testo ne darà espressione.

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei aggiungere due brevi commenti a questo interessante contributo al dibattito sui contenuti della dichiarazione di Berlino.

Il primo riguarda il fatto che il processo di costruzione dell’Europa, o il progetto europeo, non è “pronto”, né lo sarà mai del tutto. Si tratta di un processo di costruzione su cui lavoriamo costantemente, e penso che questo ne sia un esempio. Con tutti i successi e i fallimenti del caso, questo è ciò che stiamo tuttora facendo. Aggiungiamo un’altra tessera al mosaico che è quest’architettura dell’Europa, e credo sia molto importante, come molti di voi hanno sottolineato, non solo guardarsi indietro, ma piuttosto concentrarsi su ciò che si vuole per il futuro. Che dire dei ventenni di oggi e dei loro sogni per il futuro? Come possiamo descriverli? Come possiamo illustrare l’idea che abbiamo del futuro?

Siete i rappresentanti direttamente eletti dei popoli d’Europa. Dovete tenere le orecchie aperte, e quello che avete riferito oggi in quest’Aula è ciò che avete sentito, sono le vostre impressioni riguardo agli elementi importanti da inserire in questa dichiarazione.

In secondo luogo, non potremo continuare a costruire un progetto europeo, la cooperazione europea, se non godiamo del sostegno dei cittadini e se non lavoriamo in modo democratico, aperto e trasparente. E’ assolutamente chiaro e, per quanto lo critichiate, il problema è proprio questo, non è vero? Ciò che dite in questa sede è aperto, pubblico, viene riportato dai media; ciò che dite in questa sede viene ascoltato. Comprendiamo che non possiate negoziare il contenuto di un testo di due pagine con 450 milioni di persone, ma possiamo fare in modo che ciò che avete sentito e ciò che reputiamo più importante, da diversi punti di vista politici, venga affidato nelle mani di coloro che redigono il testo. Questo è il tema del dibattito.

Perciò, continuare a lottare per la democrazia dev’essere uno dei nostri compiti fondamentali, e trovare modalità moderne di interagire con i cittadini dev’essere una parte molto importante della dichiarazione, per dimostrare che questo è possibile.

Per quanto importanti siano per tutti noi, le nostre identità nazionali non ci sembrano in contraddizione con il sentimento di essere anche europei, internazionali, cosmopoliti o che dir si voglia. Crediamo sia possibile aprire gli occhi e i nostri punti di vista, ed è per questo che crediamo nella cooperazione al progetto europeo. Spero sia questo lo spirito del nostro incontro in quest’Aula, volto sia a mettere in luce ciò di cui andiamo fieri nella storia dell’Unione europea che a formulare le nostre speranze per i prossimi 50 anni di cooperazione e integrazione europea.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alexandra Dobolyi (PSE), per iscritto. (HU) Dobbiamo essere in grado di offrire prospettive per il futuro ai cittadini europei. La dichiarazione di Berlino deve avere un ingente peso politico. Oggigiorno non basta più parlare dei grandi risultati ottenuti negli ultimi 50 anni, ma dobbiamo guardare avanti, ed essere in grado di indicare la strada verso il futuro ai cittadini europei.

L’integrazione dell’Unione europea deve proseguire. L’Ungheria ha tutto da guadagnare da un’Europa più integrata, un’Europa capace di rispondere alle sfide del XXI secolo e di garantire al continente pace, sviluppo e sicurezza a lungo termine.

L’Europa fronteggia sfide sempre più difficili, sia interne che esterne, che minacciano il nostro futuro e quello dei nostri figli. Povertà, problemi demografici, cambiamento climatico nel mondo, terrorismo internazionale, criminalità organizzata, problemi energetici: tutti questi sono rischi che necessitano di risposte e soluzioni adeguate e complesse. Possiamo ottenere questo risultato solo se gli europei sono più forti e uniti.

In conclusione, è importante che la dichiarazione rispecchi i propositi degli Stati membri per il futuro comune, rafforzi la coesione interna dell’Unione e, soprattutto, che non dimentichi la sicurezza e il benessere dei cittadini.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto.(EL) Le decisioni prese dal Consiglio europeo di marzo sono un’ulteriore prova inconfutabile del ruolo dell’Unione quale meccanismo che promuove le scelte capitalistiche. Anziché prendere misure a protezione dell’ambiente, se ne prendono per proteggere le imprese e rafforzare i monopoli.

Lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali da parte del capitalismo è la causa primaria degli importanti cambiamenti climatici e del pericolo reale che il pianeta giunga al collasso ecologico. Cionondimeno, invece di reagire con coraggio nell’intento di porre almeno un limite all’irresponsabilità dei monopoli, si prendono decisioni che mirano a intensificare la concorrenza nel mercato dell’energia elettrica e del gas naturale, a liberalizzare il mercato energetico e a consegnare l’intero settore strategico della produzione, trasmissione e distribuzione dell’energia al settore privato.

I governi di centro-destra e di centro-sinistra si sono impegnati all’unanimità ad accelerare l’attuazione dell’impopolare strategia di Lisbona, prefiggendosi gli obiettivi primari della commercializzazione dell’istruzione e della sanità e l’attacco ai fondi assicurativi e alle pensioni, ai salari e ai diritti sociali dei lavoratori. Nel contempo, si intensificano la promozione di misure più severe contro la forza lavoro, l’“adattabilità” del mercato del lavoro e la “flessicurezza” allo scopo di abbassare il costo del lavoro, per aumentare i profitti del capitalismo che unifica l’Europa.

Il partito comunista greco lotta contro queste scelte, avanzando richieste eque e combattendo al fianco dei lavoratori affinché siano soddisfatte le moderne esigenze della base.

 
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