Indice 
Discussioni
Mercoledì 14 marzo 2007 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Ammonizione nei confronti di un deputato
 3. Dichiarazione di Berlino (discussione)
 4. Riunione del Consiglio europeo (8 e 9 marzo 2007) (discussione)
 5. Turno di votazioni
  5.1. Statistiche comunitarie in materia di migrazione e protezione internazionale (votazione)
  5.2. Numero e composizione numerica delle delegazioni interparlamentari (votazione)
  5.3. Agenzia europea per la sicurezza aerea (votazione)
  5.4. Commercializzazione di carne di bovini di età non superiore a dodici mesi (votazione)
  5.5. Ratifica della convenzione sul lavoro marittimo del 2006 (votazione)
  5.6. Servizi sociali d’interesse generale nell’Unione europea (votazione)
  5.7. Conclusione dell’accordo sui servizi aerei tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da un lato, e gli Stati Uniti d’America, dall’altro (votazione)
  5.8. Disarmo e non proliferazione nucleare (votazione)
 6. Dichiarazioni di voto
 7. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 8. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 9. Relazioni euromediterranee - Creazione della zona di libero scambio euromediterranea (discussione)
 10. Bosnia-Erzegovina (discussione)
 11. Futuro dell’industria aeronautica europea (discussione)
 12. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
 13. Nomine nelle delegazioni interparlamentari (proposta della Conferenza dei presidenti): vedasi processo verbale
 14. Epatite C (dichiarazione scritta): vedasi processo verbale
 15. Riforma degli strumenti di politica commerciale dell’UE (discussione)
 16. Rispetto della Carta dei diritti fondamentali nelle proposte legislative della Commissione (discussione)
 17. Negoziato di un accordo di associazione tra l’Unione europea e l’America centrale - Negoziato di un accordo di associazione tra l’Unione europea e la Comunità andina (discussione)
 18. Persone scomparse a Cipro (discussione)
 19. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 20. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. PÖTTERING
Presidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 9.00)

 

2. Ammonizione nei confronti di un deputato
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  Presidente. – Innanzi tutto vorrei fare un annuncio. L’Assemblea ricorderà la pubblicazione del collega, onorevole Giertych, recante il simbolo del Parlamento, che ha destato reazioni in tutto il mondo. Ho esaminato la questione non appena me n’è giunta notizia. Il 1° marzo l’Ufficio di presidenza del Parlamento ha condannato all’unanimità i contenuti di una determinata sezione di tale documento. Ho avviato la procedura ai sensi degli articoli 110 e 147 del Regolamento, che prevede l’imposizione di una sanzione, previo colloquio con la parte interessata. Ho tentato subito di raggiungere l’onorevole Giertych, ma non vi sono riuscito perché per alcuni giorni il suo ufficio è rimasto sguarnito. In seguito ci siamo tuttavia messi in contatto via e-mail al fine di dimostrare – anche a nostro beneficio – che avevamo tentato di stabilire un contatto. L’onorevole Giertych è stato fuori Bruxelles nell’ultima settimana e pertanto solo ieri sono riuscito a intrattenere con lui il colloquio ai sensi dell’articolo 147 in presenza del Segretario generale del Parlamento europeo.

La seconda parte della mia comunicazione è stata trasmessa all’onorevole Giertych alle 19.30 di ieri per mezzo di diversi canali tecnici. Tra poco presenterò all’Assemblea la mia conclusione al riguardo. Alle 8.30 di oggi tale comunicazione è stata trasmessa anche all’Ufficio di presidenza del Parlamento, ai capigruppo e agli organi di cui l’onorevole Giertych fa parte, ossia la commissione per gli affari esteri e la delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti.

Procedo a presentare all’Assemblea la seconda parte dei contenuti della mia lettera all’onorevole Giertych, che riguarda la discussione intrattenuta ieri con lui:

“In quest’occasione deploro fortemente quella che è oggettivamente una grave violazione dei diritti fondamentali e, in particolare, della dignità degli esseri umani, che la nostra Istituzione sostiene con tanta convinzione. Su tale base ho deciso, ai sensi della procedura stabilita dall’articolo 147, d’imporle un’ammonizione, la prima delle misure cui si fa riferimento nella norma menzionata poc’anzi. L’Assemblea plenaria, insieme agli altri organismi politici competenti in seno al Parlamento, verrà debitamente informata una volta che le sia stata comunicata la presente sanzione. Nel corso della mia Presidenza intendo salvaguardare sia la libertà di espressione che lo standard di condotta dei deputati nonché l’onore di quest’Aula. Come ho dichiarato il 13 febbraio 2007 nel mio discorso inaugurale all’Assemblea plenaria, la tolleranza e il rispetto per gli altri sono valori europei importanti, che si collocano al centro delle mie priorità politiche e per cui il Parlamento europeo s’impegna a fondo. Certo comprenderà che il Parlamento europeo, che trae linfa vitale dal dibattito politico e condanna immancabilmente ogni forma di xenofobia, non deve in nessun caso essere collegato alle opinioni pubblicate nel suo scritto”.

... segue la mia firma.

(Applausi)

 

3. Dichiarazione di Berlino (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione in merito alla dichiarazione di Berlino.

Vorrei innanzi tutto rilasciare io stesso una breve dichiarazione, come richiesto dal presidente e dai coordinatori della commissione per gli affari costituzionali.

La dichiarazione sul futuro dell’Europa che dovrebbe essere adottata a Berlino il 25 marzo 2007 potrebbe rappresentare un’importante pietra miliare sulla strada che conduce a un’Europa più forte e lungimirante. La Conferenza dei presidenti mi ha incaricato di rappresentare il Parlamento europeo nel corso dei negoziati in merito alla dichiarazione di Berlino. Nell’ambito di tale funzione ho intrattenuto un intenso scambio d’opinioni e d’informazioni con l’Ufficio di presidenza del Parlamento, con i capigruppo e soprattutto con il presidente e i coordinatori della commissione per gli affari costituzionali. Oggi avrò inoltre il mio terzo incontro con il presidente della commissione per gli affari costituzionali e con i coordinatori per discutere di tali questioni.

Obiettivo dell’odierna discussione plenaria è parlare della questione con tutti i deputati al Parlamento, nonché con il Consiglio e la Commissione. Per me è altresì molto importante trarre dall’odierno dibattito suggerimenti e commenti per gli imminenti colloqui con la Presidenza tedesca.

La dichiarazione di Berlino, che è tuttora oggetto di negoziato, consisterà di quattro capitoli. Il primo renderà brevemente omaggio ai risultati ottenuti dal 1957 a questa parte, con una menzione particolare per i risultati fondamentali di pace, prosperità e stabilità, il consolidamento della democrazia e dello Stato di diritto nel corso dell’allargamento, nonché la fine delle divisioni del continente.

Il secondo capitolo sarà dedicato ai principali aspetti dell’integrazione e della cooperazione europea: parità di diritti e doveri negli Stati membri, trasparenza e sussidiarietà quali elementi fondamentali del metodo comunitario.

Il terzo capitolo avrà un’importanza fondamentale per quanto riguarda i valori centrali su cui si fonda l’integrazione europea. Va sottolineato in particolare che gli esseri umani, la cui dignità è inviolabile, sono al centro di tutto l’agire politico. L’ho sottolineato anche nel corso delle discussioni intrattenute durante la cena di giovedì scorso al Vertice dei capi di Stato e di governo. La persona rappresenta il punto di partenza e la meta della politica. Anche il principio di solidarietà deve avere un ruolo di rilievo: si tratta di un elemento essenziale dell’integrazione europea e, nella prospettiva odierna, rappresenta una sfida attuale anche in ambito energetico.

In conclusione, il quarto capitolo delineerà le sfide per il futuro, quali la politica energetica, la lotta al cambiamento climatico, la PESC, la sicurezza interna, i diritti civili e il mantenimento, mediante risultati più consistenti in campo economico, di una visione della società all’insegna della responsabilità sociale.

Per quanto riguarda la dichiarazione di Berlino e la successiva discussione sul futuro del Trattato costituzionale, il Parlamento deve sciogliere ogni dubbio circa il suo sostegno a tale Trattato. Vogliamo che i contenuti del Trattato costituzionale, che comprende la sezione sui valori, diventi una realtà giuridica e politica.

(Applausi)

In conclusione, vorrei sottolineare che il Vertice di Berlino non è solo un incontro di governi, come accadeva 50 anni fa, ma una conferenza cui prenderanno parte sia il Parlamento europeo che la Commissione. Tutte e tre le Istituzioni verranno rappresentate dai rispettivi Presidenti, ciascuno dei quali firmerà la dichiarazione sul futuro dell’Unione e pronuncerà un discorso.

I risultati raggiunti negli ultimi 50 anni sono eccezionali; a distanza di 50 anni l’Europa ha tuttavia bisogno di un nuovo inizio. Insieme dobbiamo trovare il coraggio e la volontà per affrontare le sfide del XXI secolo.

(Applausi)

 
  
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  Frank-Walter Steinmeier, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, oggi è un piacere e un grande onore rivolgermi per la prima volta all’Aula in qualità di rappresentante della Presidenza in questa seduta plenaria del Parlamento europeo.

Come ha affermato il Presidente, il 25 marzo l’Unione europea celebrerà il cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. Si tratta di un giorno speciale, un giorno in cui dovremmo interrompere per qualche ora l’attività politica quotidiana per ricordare la storia dell’integrazione europea – a mio avviso, una storia a lieto fine che non ha eguali – e dovremo anche pensare al futuro, chiedendoci come noi europei possiamo trovare le risposte ai problemi pressanti del nostro tempo.

Possiamo andar fieri di ciò che i cittadini d’Europa hanno ottenuto negli ultimi 50 anni, e pertanto il 25 marzo dev’essere soprattutto un giorno di fiducia. Il Parlamento europeo ha dato un contributo essenziale affinché si concretizzasse il processo d’integrazione europea. Molti risultati positivi non sarebbero stati possibili senza la perseveranza e l’impegno che i deputati al Parlamento europeo hanno dedicato alla promozione di una maggiore integrazione, democrazia e trasparenza all’interno dell’Unione europea.

La Presidenza sostiene una cooperazione costruttiva con il Parlamento europeo fondata sulla fiducia. Finora il Parlamento ci ha sostenuto al meglio delle sue possibilità, cosa per cui vorrei ringraziarlo in modo particolare in questa sede. Tale sostegno riguarda anche i preparativi per la dichiarazione di Berlino che verrà adottata il 25 marzo quale dichiarazione congiunta da parte delle tre Istituzioni europee: il Consiglio dell’Unione europea, il Parlamento europeo e la Commissione europea. Fin dall’inizio Parlamento e Commissione hanno contribuito con impegno ed energia alla stesura di tale dichiarazione.

Ringrazio il Presidente e tutti i deputati al Parlamento per la fiducia dimostrata alla Presidenza in merito a questa importante questione. Vi sono altresì grato per aver sostenuto la procedura da noi proposta: dai colloqui e dalle discussioni che ho intrattenuto in seno alla commissione per gli affari costituzionali, so quanto sia stato arduo per alcuni di voi. Dunque vi ringrazio davvero di cuore per la fiducia riposta nella procedura.

La Presidenza si è prefissata di rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti dell’Europa e il sostegno che essa le accorda. A tal fine abbiamo bisogno di dialogo, e in quest’ottica abbiamo ascoltato con grande attenzione i cittadini nelle ultime settimane e negli ultimi mesi. Abbiamo invitato cittadini scelti a caso alle conferenze nazionali di Berlino, che hanno dato ottimi risultati, allo scopo di capire che cosa si aspettano dall’Unione europea. A mio avviso, un fatto è chiaro: se vogliamo convincere i cittadini a sostenere la causa dell’Europa, dobbiamo addurre esempi specifici dei benefici che essi possono trarre dall’integrazione europea. Dobbiamo lavorare per fare in modo che l’Unione europea raccolga le sfide del futuro, e dobbiamo proporre soluzioni convincenti.

Come il Presidente ha affermato poc’anzi, il Consiglio europeo dell’8 e 9 marzo ha dimostrato che l’Unione europea è in grado di agire anche con 27 Stati membri, anche negli ambiti verso cui l’opinione pubblica nutre particolari aspettative, quali l’energia e la lotta al cambiamento climatico. Il successo del Vertice di primavera ci infonde fiducia per la prosecuzione del mandato della Presidenza. Desideriamo sfruttare questa condizione favorevole anche per la dichiarazione di Berlino. Il Vertice ha giustamente inviato il messaggio che, se noi europei troviamo la forza di agire insieme, possiamo costruire attivamente il futuro.

Nel corso della cena dei capi di Stato e di governo dell’8 marzo – cui il Presidente della Commissione, José Barroso, e lei, signor Presidente, eravate presenti – il Cancelliere Merkel ha descritto le nostre idee così come si erano sviluppate nel corso di approfondite discussioni con i rappresentanti di Parlamento, Commissione e governi nazionali. Il testo della dichiarazione dev’essere ancora definito, naturalmente, e vi posso assicurare che ciò che ho udito nel corso dell’odierno dibattito verrà naturalmente incluso nelle nostre deliberazioni in merito alla versione definitiva.

Come ho già detto alle commissioni parlamentari, vogliamo che il testo della dichiarazione che segnerà il Trattato di Roma sia breve e coeso, e che usi un linguaggio accessibile ai cittadini. Quali devono essere i punti principali? Innanzi tutto vogliamo che la dichiarazione celebri i risultati comuni ottenuti negli ultimi 50 anni d’Europa, che comprendono naturalmente pace, stabilità, prosperità e la fine della divisione del continente. Tali risultati non sarebbero stati possibili senza il desiderio di libertà dei cittadini dell’Europa centrale ed orientale, che dobbiamo ringraziare in modo specifico nella dichiarazione.

(Applausi)

A mio parere, tra i successi dell’integrazione europea vi sono anche le forme e i principi della nostra cooperazione in Europa: democrazia e Stato di diritto, parità di diritti e doveri negli Stati membri, trasparenza e sussidiarietà. Tali principi rappresentano un modello per la cooperazione regionale in altre parti del pianeta – altro elemento da cui possiamo trarre una certa soddisfazione. La successiva parte della dichiarazione conterrà una dichiarazione congiunta d’impegno verso i valori fondamentali: dignità umana, libertà e responsabilità, solidarietà reciproca, diversità, nonché tolleranza e rispetto reciproci. Dopo tutto, sappiamo che l’Unione europea non è soltanto uno spazio economico comune. E’ anche una Comunità di valori, e questa base di valori comuni, forse insieme a una visione comune della vita, è un presupposto importante affinché l’Europa mantenga la propria capacità di agire quale entità politica.

Le sfide che in Europa dovremo affrontare e superare insieme nel XXI secolo rappresenteranno senz’altro il fulcro della dichiarazione. Tra queste vi sono l’energia e la lotta al cambiamento climatico, una PESC efficace nonché, naturalmente, una lotta efficace contro le minacce poste dal terrorismo e dalla criminalità organizzata senza imporre restrizioni ai diritti umani e civili. Senza dubbio tali sfide implicano anche che si trovino soluzioni comuni per affrontare l’immigrazione clandestina.

Tuttavia c’è un messaggio che mi pare particolarmente importante, se vogliamo nuovamente corroborare la fiducia dei cittadini d’Europa: l’Europa sostiene un modello sociale che alla competitività economica unisce la responsabilità sociale e ambientale. La libertà d’impresa fa parte dell’esperienza europea quanto i diritti dei lavoratori e la loro partecipazione. L’Unione europea ha un aspetto sociale, e pensiamo che anche sulla dimensione sociale europea vada posto l’accento nella dichiarazione. I capi di Stato e di governo europei hanno dichiarato espressamente il proprio impegno al riguardo anche nelle conclusioni di venerdì scorso.

Tutti sappiamo che l’Unione europea deve proseguire il suo processo di riforma e rinnovamento. Tra circa due anni si avranno le prossime elezioni del Parlamento europeo e l’elettorato ha diritto di sapere quali strumenti e possibilità d’azione l’Unione avrà a disposizione. Di conseguenza vorremmo vedere tra i contenuti della dichiarazione l’impegno comune a creare le condizioni necessarie a tal fine.

In conclusione, vorrei aggiungere qualche commento. Il cinquantesimo anniversario rappresenta un’occasione per raccogliere le forze in vista delle sfide che noi tutti abbiamo di fronte. In questo giorno poniamo l’accento su ciò che ci unisce. Approfittiamo della natura simbolica di questo giorno per inviare un messaggio di unità. Il motto della nostra Presidenza è “Europa – riuscire insieme”. I cittadini d’Europa si aspettano che i politici europei diano prova di volontà, coraggio e determinazione ad agire insieme.

Questo è lo spirito con cui intendiamo procedere nella seconda metà della Presidenza; per questo chiedo il vostro ininterrotto sostegno.

(Applausi)

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, l’incontro di Berlino del 25 marzo è un’occasione importante. Cinquant’anni d’integrazione europea senza dubbio meritano di essere festeggiati. Si tratta di un’opportunità per sottolineare tutto ciò che ci unisce e per porre l’accento su valori e principi comuni.

Possiamo però renderla ancora più importante guardando non solo al passato, ma anche al futuro. Abbiamo l’opportunità di presentare obiettivi e ambizioni comuni, sottolineare il rispetto e la solidarietà reciproci e ribadire la nostra determinazione a costruire un’Europa migliore e più forte per il bene di tutti gli europei.

Per questo motivo nel maggio scorso la Commissione ha preso l’iniziativa di suggerire l’idea di una dichiarazione interistituzionale da pronunciare in occasione del cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. La Presidenza tedesca ha lavorato molto per definire un testo in grado di raggiungere obiettivi numerosi e diversi. E’ opinione generale che il testo debba essere breve e accessibile, che debba essere facile da leggere e che sia destinato a durare più di qualche giorno o qualche settimana. E’ opinione comune che esso debba celebrare i risultati di 50 anni d’integrazione europea, ma anche guardare avanti per ispirare gli europei per il futuro. Tutti vogliamo che il testo rispecchi ciò che rende l’Europa speciale ai nostri occhi, ciò che consideriamo importante e il modo in cui lavoriamo. Non è compito facile, ma siamo nelle ottime mani del Cancelliere Merkel, del ministro degli Esteri Steinmeier e del loro competente staff.

Penso che la decisione di coinvolgere direttamente sia il Parlamento europeo che la Commissione si sia dimostrata del tutto giustificata. Le discussioni che abbiamo intrattenuto tra Parlamento e Commissione e con i rappresentanti della società civile sono state una preziosa fonte d’idee che possono contribuire alla riflessione complessiva e all’essenziale lavoro della Presidenza. Le discussioni bilaterali e gli scambi in seno al Consiglio europeo della scorsa settimana si sono orientati a un ampio consenso circa lo scopo, il campo di applicazione e l’impronta da conferire alla dichiarazione. Il risultato ultimo sarà l’impegno sincero dell’Europa ad andare avanti.

In questi ultimi giorni gran parte delle discussioni s’incentrerà su come dare la giusta impronta al testo per quanto riguarda le future ambizioni dell’Unione. A gennaio, in quest’Aula, il Presidente Barroso aveva espresso il nostro pensiero circa alcune questioni fondamentali. Il Consiglio europeo della scorsa settimana deve rinnovare la certezza che non dobbiamo essere pavidi. Possiamo essere ambiziosi, ma anche credibili. L’Unione europea può e vuole continuare a rappresentare un motore di vero e proprio cambiamento in Europa e nel mondo intero.

Crediamo che il testo debba essere concreto, ma non troppo specifico. Deve riflettere l’abilità dell’Unione europea nel trovare il giusto equilibrio tra generale e particolare, collettivo e individuale. Noi favoriamo la crescita e lo sviluppo economico all’interno di un forte quadro sociale. Potenziamo la sicurezza promuovendo i diritti umani. Ci impegniamo a fondo per sostenere gli interessi degli europei, ma con un acuto senso di responsabilità verso la comunità mondiale, come ha spiegato anche il Ministro Steinmeier. Tutto ciò viene talvolta erroneamente considerato la ricetta per un’Europa con un minimo comun denominatore. Non è così. Si tratta semmai di un riconoscimento concreto del fatto che in un mondo complesso che si muove rapidamente dobbiamo essere agili e trovare nuove soluzioni a sfide che hanno radici profonde. Ed è proprio questo che stiamo facendo sul versante del cambiamento climatico e dell’energia.

E’ altresì importante trasmettere l’idea che l’Unione europea si definisce non solo per ciò che fa, ma anche per come lavora. Democrazia, trasparenza e responsabilità sono importanti principi di riferimento per l’Unione di oggi. Sarebbe un segnale importante se gli Stati membri e le Istituzioni sottolineassero l’impegno dell’Unione verso modalità di lavoro democratiche.

L’incontro di Berlino cade esattamente a metà del mandato della Presidenza tedesca e rappresenta un’importante pietra miliare sulla via del rilancio di una revisione del Trattato volta a rafforzare le Istituzioni comunitarie. Si colloca dopo lo straordinario successo del Consiglio europeo della settimana scorsa, Consiglio europeo che ha dimostrato quanto fossero in errore i disfattisti e che l’Unione europea a 27 Stati è forte e audace quanto le sue precedenti versioni. L’allargamento ha accentuato l’orientamento verso il conseguimento di obiettivi e il dinamismo del nostro lavoro e sono convinta che possa continuare su questa linea.

Pensando al futuro, il Consiglio europeo di giugno rappresenterà l’altra prova del nove. Possiamo concordare a grandi linee su come proseguire il dibattito costituzionale e istituzionale? Il lavoro della scorsa settimana sarà certamente d’aiuto. Senza dubbio ha contribuito a sfatare il mito che l’Unione europea in qualche modo è ossessivamente autoreferenziale e indifferente ai veri problemi dei cittadini. Deve emergere forte e chiaro il messaggio che, se le Istituzioni ci preoccupano, il motivo è che ne desideriamo un buon funzionamento per poter soddisfare le aspettative dei cittadini ed esprimere un livello elevato di democrazia.

In conclusione, credo che siamo sulla buona strada e che la dichiarazione di Berlino del 25 marzo raggiungerà gli obiettivi delineati dalla Commissione lo scorso maggio, sostenuti dal Consiglio e promossi da quest’Assemblea. Darà nuovo impulso e rilievo al tentativo di risolvere il dibattito costituzionale e istituzionale. Promuoverà gli sforzi a favore delle priorità centrali e fondamentali, mostrerà un’Unione europea unita nell’impegno di soddisfare le aspirazioni dei cittadini e imprimere alle future imprese dell’Unione il medesimo dinamismo e gli stessi risultati ottenuti nei 50 anni dell’avventura europea.

(Applausi)

 
  
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  Jo Leinen (PSE), presidente della commissione per gli affari costituzionali.(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, la commissione per gli affari costituzionali ha discusso della dichiarazione di Berlino in tre occasioni. Vi abbiamo inviato per iscritto i risultati in vista dei negoziati che intratterrete con la Presidenza tedesca.

Credo vi sia la possibilità di raggiungere un accordo su tre dei cinque capitoli. I successi e i risultati del passato parlano da soli. L’Unione europea è un importante progetto di pace e libertà e una formula di prosperità e di sicurezza per i cittadini, il che va espresso nella dichiarazione.

Si dovrebbe facilmente concordare anche sui nostri valori; in fin dei conti, vengono stabiliti dal Trattato costituzionale. Oltre ai valori tradizionali di democrazia, diritti umani e Stato di diritto, reputiamo che la solidarietà e l’uguaglianza siano parimenti importanti. A tale proposito, la dichiarazione di Berlino non deve parlare di uno “stile di vita europeo”, ma del modello sociale europeo, che intendiamo mantenere e continuare ad applicare in futuro. Tale modello particolare di libertà individuale unita alla sicurezza collettiva è l’elemento specifico che definisce i modelli sociali in Europa.

Ritengo che anche le sfide per il futuro siano evidenti. Se n’è fatta menzione e non occorre elencarle tutte. Siamo di fronte ad alcuni problemi di vasta portata e grande importanza, e di fatto al Vertice della scorsa settimana si è data un’ottima risposta alla questione del cambiamento climatico.

Le cose si fanno più ardue quando si tratta di descrivere gli aspetti distintivi dell’Unione europea. A tale proposito, la commissione per gli affari costituzionali e il Parlamento europeo vorrebbero che la dichiarazione di Berlino comprendesse una dichiarazione d’impegno verso il metodo comunitario. Quest’ultimo tratto distingue l’Unione europea da tutte le altre organizzazioni internazionali, in quanto conferisce al Parlamento, l’organismo eletto a suffragio diretto in rappresentanza di 500 milioni di cittadini, il medesimo diritto di codecisione del Consiglio dei ministri ogniqualvolta si emanano leggi, norme o regole per i cittadini degli Stati membri. Vorremo che il metodo comunitario assurgesse a standard, anche per quanto riguarda il secondo e il terzo pilastro, in modo che le leggi non vengano più promulgate dai governi senza la partecipazione dell’organismo che rappresenta i cittadini.

La prova del nove per la dichiarazione di Berlino sarà la quinta parte, che riguarda gli impegni dei governi. Tale parte dimostrerà se tutto ciò che è stato messo per iscritto in precedenza s’intendeva seriamente, cosa a cui i cittadini presteranno particolare attenzione. A mio avviso occorre affermare che i Trattati precedenti non bastano e che l’Unione europea necessita di una nuova base, e occorre metterle a disposizione nuovi mezzi. Dobbiamo dichiarare il nostro impegno nei confronti del nuovo Trattato. Questo compromesso generale è il minimo al di sotto del quale non si può scendere.

Il Presidente in carica del Consiglio ha dato prova di coraggio nel corso del Vertice sul cambiamento climatico della scorsa settimana. Mi auguro che dimostri altrettanto coraggio per quanto riguarda la dichiarazione di Berlino, perché il coraggio di marzo darà i suoi frutti al Vertice di giugno. Porgo i miei più sinceri auguri alla Presidenza tedesca.

(Applausi)

 
  
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  Joseph Daul, a nome del gruppo PPE-DE.(FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, fin dalla sua fondazione il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei promuove una maggiore integrazione e unità per l’Europa. Abbiamo sempre lavorato per rafforzare l’Europa e creare un’Europa politicamente attiva e ambiziosa. Ciò che ci ha sempre unito è la tutela dei valori e la promozione delle libertà, soprattutto la libertà di portare avanti un’attività, di lavorare e di trarre beneficio dai frutti del proprio lavoro, nonché la garanzia della sicurezza.

Il Trattato di Roma è il fondamento della struttura europea. E’ ciò che assicura che d’ora in poi la guerra tra i nostri paesi sia non solo impossibile, ma anche impensabile. Per me, da bambino, la guerra era semplicemente una realtà. Sono lieto e fiero che, nella nostra parte del mondo, la guerra sia divenuta un concetto astratto, perché così abbiamo voluto. Come dico ai giovani, niente si conquista per sempre, così come nulla è mai perduto per sempre.

Ma questo grande risultato non riguarda tutti nello stesso modo. Tutte le nazioni d’Europa hanno lottato per libertà, pace e prosperità, ma molte hanno dovuto subire 50 anni di dittatura, la perdita della libertà e l’insicurezza sotto il giogo del comunismo. I paesi dell’Europa centrale ed orientale non si sono dati pace finché non hanno colmato questa divisione artificiale allo scopo di reintegrare le loro famiglie d’origine e di permettere all’Europa di operare finalmente a pieno regime.

In quest’Aula vorrei rendere omaggio con ammirazione e affetto alle nazioni e ai cittadini di tali paesi. Senza di loro, senza le rivoluzioni del 1956, del 1968 e del 1980, l’Europa non avrebbe mai potuto sperimentare la “rivoluzione di velluto” della fine degli anni ’80. E il muro di Berlino senza dubbio sarebbe ancora il disonore del nostro continente.

Dobbiamo altresì ricordare che l’anno 2007 segna non solo il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma, ma anche il sessantesimo anniversario del Piano Marshall. Senza l’aiuto degli americani, senza il loro impegno decisivo in aiuto degli europei, la dichiarazione di Schuman e il Trattato di Roma sarebbero andati incontro a ulteriori ostacoli. Gli ultimi 50 anni sono stati un successo, e questa storia ha avuto un lieto fine con la riunificazione del continente. Credo tuttavia che, se lo vorremo, anche questo secolo potrà essere ampiamente europeo. Il Trattato di Roma, fondamento dell’Unione europea, è l’impresa storica di maggior successo nell’incoraggiare i cittadini alla convivenza. In questo modo il continente è divenuto un luogo non di divisioni, bensì di somiglianze e riconciliazioni.

In effetti l’Unione europea non si riduce solo all’esportazione di merci e servizi, ma trasmette anche i nostri valori. Noi agiamo da forza di stabilizzazione. Non è stata la prospettiva di una più stretta cooperazione a riportare la pace nell’Europa sudorientale? I prossimi 50 anni saranno tuttavia ricchi di nuove sfide per tutti i nostri paesi. Non partiamo da zero; semmai è vero il contrario.

La prima condizione per ottenere buoni risultati è ripristinare la fiducia, avere coscienza dei nostri punti di forza e attingere alle nostre risorse. La seconda condizione, in un mondo instabile e globalizzato, è essere realisti, compiere sforzi di adattamento con decisione ed entusiasmo e senza indugio. Adattamento, tuttavia, non equivale a sminuirci e a rinunciare a ciò che siamo. Riforma non significa autodenigrarci e lasciarci sottrarre la nostra identità. Gli europei hanno un senso molto sviluppato della dignità umana e del rispetto dell’individuo. Con l’economia sociale di mercato, inoltre, l’Europa presenta un’idea di organizzazione della società ben lontana dall’approccio individualista e dagli eccessi di una società dei consumi.

La decisione adottata in seno al Consiglio europeo della scorsa settimana è quella di fissare obiettivi comuni e ambiziosi nell’ambito dell’energia e del cambiamento climatico.

Il contesto attuale è caratterizzato da cinque sfide fondamentali: la demografia, la globalizzazione, la multipolarità, l’energia e il surriscaldamento del pianeta, senza dimenticare la lotta al terrorismo. In un mondo globalizzato in cui nuovi punti focali emergono con rapidità – penso all’Asia, e anche al Brasile – l’Europa deve reagire per mezzo di riforme economiche e sociali. L’Europa deve sfruttare al massimo la propria storia e sviluppare il proprio modello sociale. In un mondo incerto, in cui il terrorismo è divenuto una realtà quotidiana, l’Europa deve dar prova sia di fermezza che di determinazione; non può essere preda del terrore.

Onorevoli colleghi, questi sono i valori che lasciamo in eredità dopo 50 anni d’integrazione europea. Queste sono le sfide che dobbiamo affrontare da una nuova prospettiva. Per quanto riguarda il gruppo del PPE-DE, soltanto avendo fede nella propria capacità di creare e adattarsi, le generazioni future potranno svilupparsi e prosperare in questo nuovo mondo. Il nostro ruolo è modesto, questo è vero, ma anche impegnativo. In questo periodo di transizione evitiamo di fermarci, imbocchiamo la strada giusta e gettiamo insieme una solida base. Un simile compito richiede non solo lucidità, ma anche coraggio politico.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz, a nome del gruppo PSE.(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non conosciamo ancora il testo della dichiarazione di Berlino, e perciò ha senso discutere non del testo, bensì del contesto di tale dichiarazione. Dai discorsi del Presidente in carica del Consiglio, del Commissario Wallström e persino degli onorevoli Daul e Leinen, tutti possiamo notare che vi è una qualche incertezza intorno a questo testo, verso cui si nutrono aspettative molto alte. Per quale motivo? Perché si ripongono tali aspettative in un testo che potrebbe essere solo uno dei tanti? La risposta è molto semplice: perché tutti abbiamo la sensazione di trovarci a un bivio. Può darsi che l’integrazione europea prosegua con la stessa fortuna che ha registrato negli ultimi 50 anni, oppure che s’imbocchi una nuova via che si discosta dall’integrazione europea e si addentra in un futuro incerto di rinazionalizzazione, con i rischi che questo comporta.

Tutti nutriamo un sentimento d’insicurezza, e perciò questa dichiarazione di Berlino deve fare ciò che si può fare con un testo molto breve, ossia trasmettere un messaggio di speranza, l’idea che ciò che siamo riusciti a fare negli ultimi 50 anni continuerà a essere possibile in futuro. Una cosa è però certa: non potremo più accontentarci di descrivere i successi degli ultimi 50 anni. E’ triste, ma vero. Spiegherò perché lo reputo triste citando le parole di Jean-Claude Juncker, Primo Ministro lussemburghese. Nel discorso pronunciato quando ha ricevuto il Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, ha affermato che per i suoi figli Adolf Hitler è un personaggio remoto quanto lo era Guglielmo II per lui. Il rischio è questo. Man mano che la storia avanza, si attenuano i rischi dell’intolleranza, dell’odio, dell’esclusione etnica, tutti i pericoli dati dalle aspirazioni territoriali che credevamo superati, ma che tali non sono, perché esistono ancora. Persino in quest’Aula vi è chi promuove siffatte idee. Dobbiamo tuttavia chiederci perché le giovani generazioni non combattono con lo stesso entusiasmo di Joseph Daul per quell’integrazione che ha permesso di vincere l’odio. La risposta è che è già storia.

Se vogliamo evitare che la storia si ripeta, dobbiamo dire soprattutto alle giovani generazioni che questi sono i risultati che abbiamo ottenuto, e che è giusto porci le richieste che essi ci pongono e dare per scontata la pace, ma che occorrono metodi nuovi se vogliamo garantire la pace nel lungo periodo. Assicurare la pace nel lungo periodo significherà proteggere il clima del pianeta. Se un numero sempre maggiore di aree della terra diventa inabitabile, vi saranno flussi migratori sempre maggiori, che destabilizzeranno la pace sempre di più. In passato assicurare la pace era sinonimo d’integrazione. In futuro significherà arrestare il cambiamento climatico. La stabilità sociale implica che i giovani abbiano la certezza della concreta possibilità di trovare un lavoro dignitoso con un reddito dignitoso, che permetta loro di vivere con dignità. I giovani sono come i più anziani, in quanto non sperano di diventare milionari. Questo è un bel sogno, ma ciò che i cittadini vogliono davvero è potersi sposare o poter passare la vita insieme convivendo, e avere figli sapendo che cresceranno in un clima di pace e che avranno prospettive sociali simili alle nostre. Vogliono che l’Europa offra loro queste certezze in questo mondo globalizzato.

Vi è una terza cosa che vogliono, cioè l’istruzione e le qualifiche, perché tutti sappiamo che, benché in passato una pensione e un’assicurazione sanitaria dignitose fossero considerate elementi indispensabili che andavano salvaguardati, l’accesso all’istruzione e alle qualifiche in futuro assumerà questo ruolo. Se l’Europa vuol diventare il continente più competitivo fondato sulla conoscenza, non può riuscirvi senza persone istruite che usufruiscano dell’apprendimento permanente. In questo senso, istruzione e qualifiche divengono gli elementi costitutivi di un futuro di sicurezza sociale. Questo significa che ciò che è stata l’integrazione – territoriale e geografica, economica e sociale – negli ultimi 50 anni, dovranno essere il cambiamento climatico, l’istruzione, le qualifiche e la dignità del lavoro nei prossimi 50 anni. Questi concetti si possono riassumere in un testo breve. Più sarà breve e conciso, più sarà facile trasmetterne il messaggio. Il successo degli ultimi 50 anni è giunto con modalità proprie; quello dei prossimi 50 richiederà nuovi metodi. Se, sostenuti dal desiderio d’integrazione di 27 paesi, riusciremo a esprimerlo nella dichiarazione, imboccheremo la strada giusta al bivio di fronte al quale ci troviamo.

(Applausi)

 
  
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  Graham Watson, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, un compleanno importante è sempre una buona occasione per fare il punto della situazione. Cinquant’anni fa, alla firma del Trattato di Roma, che cosa passava per la mente degli europei? Senza dubbio speranza; forse ottimismo; ma la certezza del successo, quella certo no. E tuttavia l’Unione europea è alla base della sicurezza, della prosperità e delle opportunità di cui ora godono i cittadini.

Viviamo in un’Europa di libertà e sicurezza, di prosperità e opportunità, e di società ed economie più libere di quanto non siano mai state prima. La nostra generazione ha desiderato e ha ottenuto più di quanto i nostri genitori abbiano mai sognato. La dichiarazione di Berlino deve però riflettere non tanto la nostra soddisfazione per il passato, ma la nostra determinazione per il futuro.

Signor Presidente in carica del Consiglio, il processo è triste e opaco. A tutti fa piacere una sorpresa per il compleanno, ma discutere di una dichiarazione senza averne nemmeno la bozza è bizzarro! Lei ha accennato ai possibili contenuti, signor Presidente in carica del Consiglio. Ci ha assicurato che al Cancellierato tedesco si lavora ancora alacremente, e tuttavia le probabilità di discutere del testo nella migliore delle ipotesi saranno limitate, perciò non si stupisca se molti di noi si sentono presi in giro.

Vogliamo una dichiarazione che guardi alle sfide che abbiamo di fronte, che ci dia l’opportunità di riaffermare il nostro impegno per i valori, gli obiettivi, il futuro dell’Unione europea – un futuro che riavvicinerà i cittadini al progetto europeo in un momento in cui le nostre nazioni devono più che mai agire insieme.

Un’Europa allargata e aperta ha bisogno di maggiore solidarietà tra le sue nazioni e i suoi cittadini, di riforma economica, come si è detto in seno al Consiglio europeo, e di una missione più grande per diffondere i nostri valori nel mondo. Dinanzi alle sfide globali della crescita e della migrazione della popolazione mondiale, del cambiamento climatico, della criminalità organizzata internazionale e del terrorismo, la dichiarazione dà agli Stati membri l’opportunità di spiegare ai cittadini perché, ora più che mai, l’Unione europea è tanto importante, perché dobbiamo entrare in contatto con paesi al di là delle nostre frontiere e con culture che non conosciamo.

Gli europei non devono avere paura di tutto questo. Ciò che ha reso forte l’Europa è la sua apertura. Una ritirata nella fortezza Europa, l’idea anacronistica degli Stati nazionali e delle economie protette o il fondamentalismo cristiano ci catapulterebbe soltanto indietro nel tempo: un tempo in cui gli europei avevano solo una cittadinanza, solo un’identità nazionale.

Il nostro consiglio alla Presidenza tedesca è di scrivere un testo breve e semplice, il genere di testo che si possa affiggere alla porta di una chiesa di Wittenberg. O se il Cancelliere è troppo impegnato per spingersi fino laggiù, almeno nella Wittenbergplatz!

Mi è giunta voce che la bozza attualmente arriva a due pagine. Se questo è vero, c’è già una pagina di troppo. I miei colleghi del gruppo ALDE in seno al Comitato delle regioni hanno scritto una dichiarazione d’intenti per l’UE lunga una pagina, che raccomando. Nove punti dicono tutto ciò che va detto: che l’integrazione europea è stata un successo e che dobbiamo portarla avanti.

(Applausi)

 
  
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  Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, Robert Schuman, il 9 maggio del 1950, nella storica dichiarazione alla stampa nella Sala degli orologi di Parigi disse: “l’Europa non potrà farsi una volta sola, né sarà costruita tutta insieme, sorgerà da realizzazioni concrete che creino solidarietà di fatto”.

Dai cinquant’anni trascorsi dalla firma dei trattati, molte realizzazioni e politiche comuni sono state compiute. Ma manca l’Europa politica nonostante la sempre più evidente necessità di realizzarla nel rispetto degli Stati nazionali. Senza una politica estera e di difesa l’Unione rimarrà indebolita: il suo peso negoziale nelle relazioni internazionali non corrisponde alla dimensione e al peso della nostra economia. Oggi il primo dei nostri obiettivi resta la ripresa del dibattito per un nuovo trattato – per il nuovo trattato – senza dimenticare il rifiuto di due Stati fondatori e la ratifica compiuta da parte della maggioranza degli Stati membri.

Un’Unione a 27 non può funzionare con regole che già erano strette per i Quindici. Il miglioramento della funzione legislativa, il blocco decisionale, l’eccessiva complessità delle norme devono essere risolti e vanno chiariti i ruoli. Anche la questione dei nostri valori e delle loro radici storiche e culturali, dalla storia greco-romana alle tradizioni giudaico-cristiane, alla conquista dello Stato laico e liberale, devono essere riprese e riaffermate. Solo dal dialogo tra le culture nascono garanzie per il futuro: ma per dialogare con gli altri dobbiamo prima conoscere e riconoscere noi stessi.

Il futuro dell’Europa non può prescindere dalla constatazione che il presente è diverso da quello di cinquant’anni fa. Il fenomeno dell’immigrazione, e in particolare di quella clandestina, raggiunge limiti pericolosi e ha cambiato il volto delle nostre città. La presenza di culture diverse ci impone sforzi supplementari per assicurare il dialogo e per esigere il rispetto delle regole. Occorre una politica comune e la disponibilità degli Stati membri per garantire le frontiere, l’ordine interno e il rispetto dei diritti umani. Il fenomeno dell’immigrazione va affrontato nell’alveo della democrazia e della legalità, nel rispetto della dignità delle persone e con regole comuni: non esiste vera cultura se non vi è il riconoscimento della dignità della persona.

Altro aspetto per il nostro futuro è quello del mutuo rispetto delle regole commerciali. I fenomeni della contraffazione, del dumping, la questione del marchio d’origine, il rispetto reciproco delle regole sono problemi che vanno affrontati e risolti con decisione, se si vuole evitare che un mercato sleale distrugga i settori produttivi dell’Unione e danneggia a lungo termine anche i paesi emergenti o in via di sviluppo, con conseguenze disastrose sul piano dell’occupazione e delle politiche sociali.

La liberalizzazione del commercio mondiale deve andare di pari passo con la garanzia che le politiche di welfare, conquistate dai lavoratori europei, saranno mantenute e potranno essere applicate gradualmente ma inesorabilmente anche in quei paesi che oggi ne sono privi.

“Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”, dichiarava Schuman nel 1950, ed affermava: “la pace mondiale non può essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che ci minacciano”. La minaccia del terrorismo, alimentata dal fondamentalismo jihadista, incombe su tutto il mondo: occorre più che mai che i nostri sforzi oggi siano coraggiosi e creativi.

 
  
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  Daniel Cohn-Bendit, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente della Commissione, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, non so su cosa si basi la sua fiducia, signor Presidente in carica del Consiglio, ma di sicuro so che si può parlare di fiducia senza averne. Discutiamo dei successi dell’Europa, è vero, ma se parliamo di ricchezza e stabilità dobbiamo parlare anche di povertà, che esiste davvero in Europa. Finora non ho sentito dire nulla al riguardo.

Inoltre, quando si parla di Stato di diritto, si deve parlare anche di quei cittadini che non hanno diritti in Europa. Li si dimentica spesso, e ritornerò sull’argomento. Per quanto riguarda la fiducia nella procedura, ebbene, appartengo al gruppo politico di coloro che non ne hanno. La segretezza non quadra con il dialogo e l’apertura democratica – è impossibile. Le dirò: non credo in questi sherpa, né nei confessionali, né in tutte queste buffonate, perché bisogna rivelare finalmente ai cittadini dove sono le contraddizioni tra gli individui d’Europa.

L’abbiamo visto con i referendum francesi; l’abbiamo visto nei Paesi Bassi. Se i cittadini d’Europa non sono con noi – in altre parole, se non teniamo discussioni pubbliche in merito alle aree problematiche – non ci seguiranno. Vi dirò che il testo dovrebbe essere breve e semplice, senza però essere banale. E’ questo il pericolo della sua strategia: la banalità che ne risulterà. Questo è il mio consiglio. Si è parlato del clima, quindi bisogna essere coraggiosi al riguardo. Formulate gli obiettivi con chiarezza, in modo che possiamo capirli. Gli obiettivi sono i seguenti. Per il clima va fissato l’obiettivo di non superare i 2 gradi di surriscaldamento nei prossimi 50 anni, nonché un uso più efficiente delle risorse – non solo l’energia, ma anche acqua, carta, rame e alluminio – e, nell’arco di 50 anni, l’Unione europea dovrebbe produrre il 100 per cento dell’energia da fonti rinnovabili. Si tratta di obiettivi che porterebbero le persone a dire: “Aha! Avete davvero dei progetti!” Sono ansioso di conoscere il contenuto del vostro testo.

Inoltre, quando si parla del clima, dovete dire che abbiamo bisogno di un Patto di stabilità. Dobbiamo permettere alla Commissione di intervenire quando i paesi non rispettano le regole – come nel caso del Patto di stabilità e di crescita per la moneta unica. Obiettivi vincolanti senza sanzioni non esistono nemmeno nella mia teoria educativa, che è davvero molto liberale. Le sanzioni sono l’unico modo di far rispettare le regole.

Una cosa mi ha fatto sussultare, signor Presidente in carica del Consiglio. Lei ha detto che una delle questioni era la lotta all’immigrazione clandestina. Senza dire nemmeno una parola sui 50 milioni d’immigrati regolari che vivono in Europa, che necessitano degli stessi diritti di tutti gli europei, lei è passato direttamente agli immigrati clandestini. Questo è il problema dell’Europa: non riconosciamo queste persone, attribuendo sempre loro l’etichetta di “clandestini”. Non si pensi che sia un problema secondario. Vi è un piccolo paese europeo tanto orgoglioso della Rivoluzione francese, in cui però uno dei candidati alla presidenza ha appena proposto la creazione di un ministero per l’immigrazione e l’identità nazionale. Questo è il pericolo che incombe sull’Europa: considerare gli immigrati una minaccia alla nostra identità europea. Scuotete la testa; ma anziché limitarvi a visitare i ministeri, dovreste ascoltare una buona volta le discussioni al riguardo nei caffè e nei bar d’Europa. E’ qui che si trovano i cittadini europei. Sbagliamo a parlare sempre e solo d’immigrazione clandestina invece che delle persone che possono essere integrate nella vita europea. Questo mi ha fatto sussultare, perché ho pensato: “Oh cielo, e adesso che cosa dirà?”

In conclusione, vorrei chiarire una questione. Siamo fieri dei valori fondamentali che abbiamo esposto nella Carta dei diritti fondamentali, tra cui si annovera anche l’essere fieri di questi stessi valori: libertà di orientamento sessuale, libertà per le minoranze, libertà per gli esseri umani. Queste idee vorrei vedere nella dichiarazione di Berlino, non un qualche riferimento a Dio o a chiunque altro non ci riguardi in questa sede.

(Applausi)

 
  
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  Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Vicepresidente della Commissione, il fatto che l’Unione abbia deciso di commemorare il cinquantesimo anniversario della sua istituzione non è soltanto normale, a mio avviso, ma potrebbe dimostrarsi anche utile, poiché stiamo cogliendo l’opportunità di esaminare con chiarezza i progressi compiuti e traiamo inevitabilmente lezioni contraddittorie da tale esperienza. D’altra parte, se questo anniversario dovesse assumere la forma di una semplice celebrazione di una festa che miri a decantare tutte le decisioni che hanno portato alla costruzione dell’Unione europea e a esaltarne tutti i risultati senza distinzioni, allora, in termini di analisi storica, avrebbe un’importanza davvero molto scarsa e, quanto a efficacia politica, sarebbe un’assoluta perdita di tempo.

Ebbene, tutto fa pensare che la famosa dichiarazione di Berlino, nello spirito dei suoi iniziatori, propenda per questa seconda opzione, a partire dal metodo utilizzato per redigerla: laddove doveva esserci una consultazione aperta in larga misura ai cittadini, si è deciso che i leader avrebbero discusso perlopiù a porte chiuse. A mio avviso, questo è un errore. Un secondo elemento riguarda i contenuti veri e propri della dichiarazione. In effetti, sembrerebbe che per noi vi sia in serbo un testo molto generico, che s’incentra su una rassegna inevitabilmente luminosa ed esemplare dei 50 anni d’integrazione europea, su valori comuni naturalmente generosissimi e su obiettivi inevitabilmente ambiziosi, soprattutto nella sfera sociale.

Davvero credete che la realtà sperimentata dai nostri concittadini sia altrettanto impeccabile? Per quanto mi riguarda, sono convinto che oggi nessun dibattito sull’Europa avrà conseguenze concrete se non sarà accompagnato da una buona dose di spirito critico in merito alle cause della crisi di fiducia che da qualche anno imperversa praticamente in tutta l’opinione pubblica e in tutte le Istituzioni europee.

Non è più soltanto il mio gruppo ad avere quest’idea. Così pensano anche eminenti funzionari politici impegnati nella supervisione degli affari comunitari che, in privato o in gruppi ristretti, riconoscono l’esistenza di un problema tra l’Europa oggi in corso di trasformazione e gli europei. L’ultimo tra questi a riconoscerlo non è altri che il suo collega, signor Presidente, il Presidente in carica del Consiglio ECOFIN, Peer Steinbrück, che di recente ha menzionato il rischio – testuali parole – “di una crisi di legittimità del modello economico e sociale europeo”, e ha ragione. Pertanto dobbiamo parlarne se vogliamo ridare significato alla grande avventura europea.

Di conseguenza, volendo che l’Unione si doti dei mezzi per uscire dalla crisi a testa alta, con il mio gruppo auspico uno scossone, in modo che, quando verremo a commemorare il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma, la discussione si rivolga ai cambiamenti necessari per preparare il terreno a un’autentica rinascita del progetto europeo.

(Applausi)

 
  
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  Nigel Farage, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, è una mattinata piuttosto tipica in Eurolandia: tutti sono indaffarati a darsi pacche sulla spalla e a dire quale meraviglioso successo rappresentino gli ultimi 50 anni. Vi è quasi una fede religiosa nella capacità di queste Istituzioni di affrontare i problemi del mondo, a tal punto che un paio di oratori in quest’Aula pensano che la dichiarazione di Berlino in futuro possa perfino riuscire a regolare il tempo!

Tuttavia ho notato un lieve cambiamento d’accento: tutti ora parlate molto più di libertà, democrazia, diritti e valori, come se fosse stata l’Unione europea a inventare questi stessi concetti. Sospetto che agiate in questo modo perché non volete stabilire davvero con senso critico se questo progetto funziona o meno.

Basti pensare all’economia. Gli Stati Uniti d’America hanno raggiunto l’attuale livello comunitario di PIL pro capite nel 1985. Forse, più significativamente, gli USA hanno raggiunto l’attuale livello comunitario di investimenti in ricerca e sviluppo nel 1978. Siamo indietro di un’intera generazione economica rispetto agli Stati Uniti d’America. Il modello sociale non funziona, eppure a quanto pare la soluzione è che ne vogliamo di più – più regolamenti, più norme – e temo che sul piano economico questo progetto stia rimanendo ancora più indietro.

Per quanto riguarda la politica, vi concedo che avete i vostri grandi e splendidi edifici a Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo, e che siete riusciti ad acquisire più del 75 per cento della capacità degli Stati nazionali di legiferare. Avete però dimenticato qualcosa: avete dimenticato i cittadini, l’opinione pubblica. Avete perso i referendum e avete scelto di ignorarne gli esiti. Il tentativo disonesto della Presidenza tedesca di comporre a porte chiuse un pacchetto che possa essere imposto agli Stati membri senza referendum è una formula destinata al fallimento. Perseverando su questa strada, alimenterete proprio l’intolleranza e l’estremismo che dite di voler fermare. Vi chiedo e vi prego di domandare ai popoli d’Europa se vogliono o meno questo progetto.

(Applausi dai banchi del gruppo IND/DEM)

 
  
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  Bruno Gollnisch, a nome del gruppo ITS.(FR) Signor Presidente, 50 anni fa a Roma è stato firmato il Trattato fra i sei Stati membri fondatori dell’Unione europea in un clima di entusiasmo pressoché universale. E’ vero che stavamo uscendo da una guerra mondiale, una vera e propria guerra civile europea, e che i cittadini desideravano la pace e la prosperità. A 50 anni di distanza, tuttavia, che cosa notiamo?

Da un diario degli incontri tra l’onorevole Rocard e il Commissario Bolkestein – diario estremamente interessante, a mio avviso – emerge che l’onorevole Rocard non vuole più che l’Unione si chiami “europea”. Questa Unione, infatti, ha tradito l’Europa: la libera circolazione di capitale, merci e persone all’interno dell’Europa ha presupposto l’esistenza di una comprensibile frontiera verso l’esterno. I sacrifici compiuti dai cittadini degli Stati membri hanno reso necessario, in cambio, mettere in atto il sistema comunitario di preferenze – la preferenza di ciascuno Stato membro dell’Unione per la produzione di ogni altro Stato membro. E’ accaduto però il contrario, perché l’Europa nel suo complesso è stata abbandonata alla mercé degli interessi internazionalistici, con le conseguenze che conosciamo fin troppo bene. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. O si commercia liberamente in tutto il mondo o si crea un blocco regionale all’interno dell’Europa; non si possono fare entrambe le cose.

Le conseguenze sono ben note: le nostre industrie vanno in rovina l’una dopo l’altra, la nostra agricoltura è condannata all’estinzione entro il 2013 e persino i nostri servizi hanno i giorni contati. L’Europa ha creato disoccupazione, insicurezza e povertà, aprendo sconsideratamente le proprie frontiere. E’ molto significativo che l’onorevole Schulz abbia assegnato all’Europa l’obiettivo di assicurare che i giovani abbiano un lavoro che permetta loro di farsi una famiglia e acquisire un minimo di ricchezza. Tuttavia, se l’onorevole Schulz è giunto a dire questo e a porre tale obiettivo per l’Europa, allora è un bene che l’Europa non abbia raggiunto quell’obiettivo minimo negli ultimi 50 anni, che viene raggiunto con risultati ben migliori in qualunque altra parte del mondo, dove si fanno progressi molto più importanti che non nell’Unione.

Ritroviamo dunque l’orgoglio per le nostre radici, le nostre tradizioni e le nostre nazioni sovrane! Non ha nulla a che vedere con l’odio, onorevole Schulz. Ritroviamo una cooperazione salutare e fruttuosa a tutti i livelli e in tutti i settori. Il nome del nostro gruppo – Tradizione, identità e sovranità – è, in questo senso, il segno che si sta avvicinando una nuova primavera politica per l’Europa.

 
  
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  Roger Helmer (NI). (EN) Signor Presidente, la dichiarazione di Berlino manca di riconoscere che l’Unione europea ci rende più poveri, meno democratici e meno liberi. Tenta di eludere l’unica questione di vasta portata che davvero preoccupa i capi di governo in tutta l’Unione europea: si tratta di un problema macroscopico proprio sotto i nostri occhi, il cui nome è Costituzione europea.

Nel 2005 i popoli di Francia e Paesi Bassi hanno espresso un voto decisivo contro la Costituzione europea che, secondo i propri stessi termini, dovrebbe essere defunta, finita, distrutta. Ma, come Dracula o Frankenstein, non vuole proprio rimanere nella sua tomba. Il nostro Presidente in carica del Consiglio, il Cancelliere tedesco Angela Merkel, senza voltarsi indietro a guardare gli elettori di Francia e Paesi Bassi, è decisa a ripristinarla in tutti i suoi elementi essenziali. Sappiamo qual è il piano e faremo in modo che lo sappiano i cittadini.

Innanzi tutto il Consiglio eliminerà tutti gli elementi che recano offesa, pur essendo mere riaffermazioni dello status quo. Perché turbare gli elettori parlando della supremazia del diritto comunitario, quando tale supremazia esiste già de facto? La stessa parola “Costituzione” è stata fonte di preoccupazione in sé, e quindi si dirà che è soltanto un Trattato, o persino un minitrattato. Si userà qualunque espediente di procedura, diritto costituzionale nazionale e gestione del tempo per assicurare che non si svolgano referendum o che abbiano luogo solo in paesi di piccole dimensioni, a ratifica avvenuta in tutti i paesi più grandi. Già vediamo il governo laburista britannico ammansire il pubblico prima di pronunciare la promessa solenne di tenere un referendum. “Si tratta solo di dettagli amministrativi,” dirà, “non si giustifica un referendum”.

Ci vantiamo di essere un’Unione di valori fondata sulla democrazia e sullo Stato di diritto, ma in questo processo dimostriamo uno straordinario disprezzo dei cittadini e delle loro opinioni. Calpestiamo la loro identità e le loro aspirazioni. Sfidiamo lo Stato di diritto e la democrazia, ma non si possono ingannare sempre tutti. Quando verrà il contraccolpo, come certo accadrà, spazzerà via questo progetto europeo in rovina.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Helmer, le auguriamo una lunga vita, e la sua esperienza in seno al Parlamento europeo sarà senza dubbio un contributo in questo senso; le porgiamo dunque i nostri migliori auguri.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Signor Presidente, mi spiace interrompere a questo punto, ma prima della replica di Commissione e Consiglio alla discussione di stamani, vorrei far notare che nemmeno un oratore ha menzionato il fatto che l’Unione europea non è faziosa, e che nessuno ha detto quanto sia importante che la dichiarazione affermi con chiarezza che l’Unione europea rispetta tutte le religioni, che è un’organizzazione laica e che deve preservare la propria natura democratica e laica, se vuole mantenere la propria coesione.

 
  
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  Presidente. – Onorevole De Rossa, questa non era una questione di procedura, ma se ne prenderà nota ugualmente.

 
  
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  Frank-Walter Steinmeier, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Signor Presidente, molte grazie per avermi permesso un secondo breve intervento in seno a questo dibattito. Non voglio dilungarmi molto nel commentarlo, bensì ringraziare soprattutto per i contributi espressi.

Nel contempo, tuttavia, onorevole Leinen, la discussione ha chiarito che non è davvero semplice concordare sulla sostanza dei valori da includere in questa dichiarazione di Berlino. La vasta gamma di aspettative rivelate dal dibattito – da quelle più legate alla procedura, quali il metodo comunitario, da un lato, a quelle che riguardano ambiziosi obiettivi climatici e la libertà di orientamento sessuale, onorevole Cohn-Bendit, dall’altro – dimostra proprio quanto sia difficile includere tutto nelle due pagine della dichiarazione di Berlino.

Posso tuttavia assicurarvi che, se cercheremo di rispecchiare in misura ragionevole la gamma di aspettative espresse in questo dibattito, tenendo conto della storia dell’Unione europea, vi sarà qualcosa per tutti. Negli ultimi 50 anni abbiamo scritto insieme documenti cui possiamo fare riferimento. In fin dei conti, le discussioni tra Parlamento, Commissione e Stati membri si tengono non solo allo scopo di redigere la dichiarazione di Berlino, ma anche per attingere a quanto si è appreso dal nostro ambizioso tentativo di fare il punto della situazione comunitaria e delle sfide per il futuro.

Vorrei mettere in chiaro un elemento a beneficio dell’onorevole Cohn-Bendit, che ci ha dato un piccolo saggio di demagogia. Non sono certo tanto ingenuo da discutere della lotta all’immigrazione clandestina nel mio discorso. Comprendo che questo le sia servito per così dire da spunto per orientare il suo intervento, ma io, per la verità, avevo parlato della libertà degli esseri umani e dei diritti civili, e avevo menzionato l’esigenza di un comune approccio alla migrazione clandestina in questo contesto – differenza non trascurabile. Le chiederei di tenerlo a mente per il futuro. Può star certo che anche chi vive a Berlino non per caso, ma perché il suo cuore è lì, ha una certa comprensione dei problemi che la migrazione e l’immigrazione comportano ed è consapevole del fatto che gli Stati nazionali hanno il compito di indirizzare le proprie politiche in tale direzione.

(Applausi)

Al resto dell’Assemblea vorrei dire che ciò che ho udito oggi non è affatto lungi dalla discussione che lei, signor Presidente, ha intrattenuto con i capi di Stato e di governo degli Stati membri alla cena della scorsa settimana. Ho l’impressione che il 90 per cento dei desideri e delle aspettative espressi in questa sede corrisponda alle parole chiave e agli appelli fondamentali espressi nella discussione di giovedì sera, e perciò non vi è alcun bisogno di temere che si omettano questioni significative nel tentativo ambizioso di esprimere tali desideri e aspettative nella dichiarazione di Berlino. Senza dubbio abbiamo il compito di formulare il tutto in modo da soddisfare l’aspettativa che il testo sia comprensibile a tutti.

Onorevole Leinen, questo vale anche per il metodo comunitario. Anche se sono ben consapevole del fatto che “metodo comunitario” è una frase fatta con connotazioni che hanno un significato all’interno dei circoli di esperti dell’UE, simili espressioni non possono apparire come tali nel testo, ma vanno “tradotte”. Assicureremo tuttavia che vi rientri lo spirito sotteso a tali aspettative.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Molte grazie al Presidente in carica del Consiglio. Se si riferisce alla forza delle Istituzioni europee, il testo ne darà espressione.

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei aggiungere due brevi commenti a questo interessante contributo al dibattito sui contenuti della dichiarazione di Berlino.

Il primo riguarda il fatto che il processo di costruzione dell’Europa, o il progetto europeo, non è “pronto”, né lo sarà mai del tutto. Si tratta di un processo di costruzione su cui lavoriamo costantemente, e penso che questo ne sia un esempio. Con tutti i successi e i fallimenti del caso, questo è ciò che stiamo tuttora facendo. Aggiungiamo un’altra tessera al mosaico che è quest’architettura dell’Europa, e credo sia molto importante, come molti di voi hanno sottolineato, non solo guardarsi indietro, ma piuttosto concentrarsi su ciò che si vuole per il futuro. Che dire dei ventenni di oggi e dei loro sogni per il futuro? Come possiamo descriverli? Come possiamo illustrare l’idea che abbiamo del futuro?

Siete i rappresentanti direttamente eletti dei popoli d’Europa. Dovete tenere le orecchie aperte, e quello che avete riferito oggi in quest’Aula è ciò che avete sentito, sono le vostre impressioni riguardo agli elementi importanti da inserire in questa dichiarazione.

In secondo luogo, non potremo continuare a costruire un progetto europeo, la cooperazione europea, se non godiamo del sostegno dei cittadini e se non lavoriamo in modo democratico, aperto e trasparente. E’ assolutamente chiaro e, per quanto lo critichiate, il problema è proprio questo, non è vero? Ciò che dite in questa sede è aperto, pubblico, viene riportato dai media; ciò che dite in questa sede viene ascoltato. Comprendiamo che non possiate negoziare il contenuto di un testo di due pagine con 450 milioni di persone, ma possiamo fare in modo che ciò che avete sentito e ciò che reputiamo più importante, da diversi punti di vista politici, venga affidato nelle mani di coloro che redigono il testo. Questo è il tema del dibattito.

Perciò, continuare a lottare per la democrazia dev’essere uno dei nostri compiti fondamentali, e trovare modalità moderne di interagire con i cittadini dev’essere una parte molto importante della dichiarazione, per dimostrare che questo è possibile.

Per quanto importanti siano per tutti noi, le nostre identità nazionali non ci sembrano in contraddizione con il sentimento di essere anche europei, internazionali, cosmopoliti o che dir si voglia. Crediamo sia possibile aprire gli occhi e i nostri punti di vista, ed è per questo che crediamo nella cooperazione al progetto europeo. Spero sia questo lo spirito del nostro incontro in quest’Aula, volto sia a mettere in luce ciò di cui andiamo fieri nella storia dell’Unione europea che a formulare le nostre speranze per i prossimi 50 anni di cooperazione e integrazione europea.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alexandra Dobolyi (PSE), per iscritto. (HU) Dobbiamo essere in grado di offrire prospettive per il futuro ai cittadini europei. La dichiarazione di Berlino deve avere un ingente peso politico. Oggigiorno non basta più parlare dei grandi risultati ottenuti negli ultimi 50 anni, ma dobbiamo guardare avanti, ed essere in grado di indicare la strada verso il futuro ai cittadini europei.

L’integrazione dell’Unione europea deve proseguire. L’Ungheria ha tutto da guadagnare da un’Europa più integrata, un’Europa capace di rispondere alle sfide del XXI secolo e di garantire al continente pace, sviluppo e sicurezza a lungo termine.

L’Europa fronteggia sfide sempre più difficili, sia interne che esterne, che minacciano il nostro futuro e quello dei nostri figli. Povertà, problemi demografici, cambiamento climatico nel mondo, terrorismo internazionale, criminalità organizzata, problemi energetici: tutti questi sono rischi che necessitano di risposte e soluzioni adeguate e complesse. Possiamo ottenere questo risultato solo se gli europei sono più forti e uniti.

In conclusione, è importante che la dichiarazione rispecchi i propositi degli Stati membri per il futuro comune, rafforzi la coesione interna dell’Unione e, soprattutto, che non dimentichi la sicurezza e il benessere dei cittadini.

 
  
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  Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto.(EL) Le decisioni prese dal Consiglio europeo di marzo sono un’ulteriore prova inconfutabile del ruolo dell’Unione quale meccanismo che promuove le scelte capitalistiche. Anziché prendere misure a protezione dell’ambiente, se ne prendono per proteggere le imprese e rafforzare i monopoli.

Lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali da parte del capitalismo è la causa primaria degli importanti cambiamenti climatici e del pericolo reale che il pianeta giunga al collasso ecologico. Cionondimeno, invece di reagire con coraggio nell’intento di porre almeno un limite all’irresponsabilità dei monopoli, si prendono decisioni che mirano a intensificare la concorrenza nel mercato dell’energia elettrica e del gas naturale, a liberalizzare il mercato energetico e a consegnare l’intero settore strategico della produzione, trasmissione e distribuzione dell’energia al settore privato.

I governi di centro-destra e di centro-sinistra si sono impegnati all’unanimità ad accelerare l’attuazione dell’impopolare strategia di Lisbona, prefiggendosi gli obiettivi primari della commercializzazione dell’istruzione e della sanità e l’attacco ai fondi assicurativi e alle pensioni, ai salari e ai diritti sociali dei lavoratori. Nel contempo, si intensificano la promozione di misure più severe contro la forza lavoro, l’“adattabilità” del mercato del lavoro e la “flessicurezza” allo scopo di abbassare il costo del lavoro, per aumentare i profitti del capitalismo che unifica l’Europa.

Il partito comunista greco lotta contro queste scelte, avanzando richieste eque e combattendo al fianco dei lavoratori affinché siano soddisfatte le moderne esigenze della base.

 

4. Riunione del Consiglio europeo (8 e 9 marzo 2007) (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione del Consiglio europeo e dichiarazione della Commissione, riunione Consiglio europeo, 8–9 marzo 2007.

 
  
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  Frank-Walter Steinmeier, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, a seguito della nostra discussione sulla dichiarazione di Berlino, vorrei informare l’Assemblea dei risultati del Vertice di primavera. Sono lieto di farlo e vorrei dire subito che – anche se è appena stato osservato che siamo troppo pronti a tessere le nostre lodi – dal punto di vista della Presidenza, dal mio punto di vista, questa riunione del Consiglio è stata davvero un successo. Ha fornito risposte in settori in cui i cittadini – giustamente, a mio parere – si attendono un’azione risoluta a livello europeo; ha dimostrato che, a dispetto di tutte le previsioni pessimistiche, l’Unione è in grado di agire anche dopo l’allargamento e che gli Stati membri, con il sostegno e l’incoraggiamento della Commissione e del Parlamento, sono in grado di risolvere le loro differenze e di fissare obiettivi comuni ambiziosi, anche se, naturalmente, le singole decisioni non sono sempre facili.

Il Vertice ha poi dimostrato che l’Unione è pronta ad assumersi i compiti urgenti del futuro e ci ha dato lo slancio e il coraggio di credere che possiamo anche riuscire a ravvivare il processo stagnante di riforma e di rinnovamento dell’Unione nei prossimi mesi.

Questo, oltre ai risultati interni concreti che sto per descrivere, è il messaggio trasmesso dal nostro ultimo Vertice, questo è il segnale che continueremo a trasmettere tra due settimane – ne abbiamo appena parlato – a Berlino e in tutta Europa, quando commemoreremo il 50° anniversario dell’Unione. Questo è l’impulso che vogliamo portare con noi nella seconda metà della nostra Presidenza.

Come sapete, il Vertice di primavera si è concentrato sulla politica energetica e climatica. Entrambe le questioni sono giustamente in cima all’elenco delle preoccupazioni dei cittadini europei. Gli ultimi anni e mesi, in particolare – da ultimo la controversia sul petrolio tra la Bielorussia e la Russia – hanno fornito l’ennesima e persuasiva dimostrazione della nostra dipendenza dalle importazioni di energia e della vulnerabilità dell’economia europea in questi ambiti.

Altrettanto evidenti, anche questo è già stato rilevato, sono gli effetti dei cambiamenti climatici. Catastrofi ambientali, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, siccità: queste non sono più parole astratte, sono diventate minacce molto reali. Studi internazionali hanno indicato il prezzo che dovremo pagare – il prezzo che costringeremo i nostri figli e nipoti a pagare – se non adottiamo provvedimenti immediati.

Conoscete gli esiti delle discussioni al Vertice e mi auguro che concorderete con la mia conclusione che le decisioni prese dai capi di Stato e di governo hanno aperto la porta a una politica europea ambiziosa e, a mio parere, responsabile in materia di clima ed energia, una politica che non dissimuli più l’entità del problema da affrontare, ma ricerchi invece strategie efficaci per rispondere a tali problemi.

Abbiamo compiuto un passo importante verso una politica integrata in materia di clima ed energia; integrata perché l’una non è possibile senza l’altra, perché il rischio di gran lunga maggiore per il clima oggigiorno è legato alla generazione e al consumo di energia da parte degli esseri umani. Naturalmente, ciò vale in particolare per le emissioni di gas a effetto serra. Grazie alle decisioni adottate a Bruxelles, l’Unione rimane all’avanguardia nella protezione internazionale del clima. Le decisioni ci permettono di adottare un approccio credibile nei prossimi negoziati sull’accordo che darà seguito al Protocollo di Kyoto.

L’Unione ha assunto l’impegno unilaterale e indipendente di ridurre del 20 per cento le sue emissioni di gas serra entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990. E’ un obiettivo ambizioso e per raggiungerlo saranno necessari sforzi significativi da parte di tutti gli Stati membri.

Tuttavia, i capi di Stato e di governo si sono spinti ancora oltre. Abbiamo promesso di realizzare una riduzione del 30 per cento nello stesso periodo, purché altri paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo economicamente avanzati si uniscano a noi. Potremo conseguire questi obiettivi soltanto se saremo lungimiranti anche nella nostra politica energetica, e a Bruxelles è stato quindi adottato un piano d’azione completo per la politica energetica, parallelamente agli obiettivi relativi al clima.

Al centro del piano d’azione figurano due obiettivi. Il consumo energetico nell’Unione dovrà essere ridotto del 20 per cento rispetto alle proiezioni per il 2020 tramite un aumento dell’efficienza energetica; inoltre, elemento decisivo, la quota di energie rinnovabili nel totale dei consumi energetici dell’Unione dovrà raggiungere almeno il 20 per cento.

Come ricorderete, abbiamo discusso a lungo sulla necessità di rendere vincolante quest’ultimo obiettivo. Alcuni Stati membri nutrivano riserve, ritenendo che fosse forse troppo ambizioso. Sono lieto che si sia infine riusciti a decidere di renderlo vincolante, in quanto i tre obiettivi che ho appena menzionato evidenziano proprio la stretta interdipendenza tra politica climatica e politica energetica. Senza gli sforzi nel campo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, l’Unione ovviamente non sarà in grado di realizzare il suo obiettivo di protezione del clima.

Quando si tratterà di ripartire l’obiettivo europeo in obiettivi nazionali, dovremo adottare lo stesso approccio congiunto ed equo che ci ha permesso di trovare l’accordo e rendere vincolante l’obiettivo sulle energie rinnovabili. A tal fine, dovremo tenere conto delle diverse posizioni di partenza e potenzialità dei singoli Stati membri, ed è stato chiesto alla Commissione – che ha accettato – di presentare una proposta relativa a questa ripartizione entro la fine dell’anno.

Non è questa la sede per descrivere tutti gli aspetti del piano d’azione sull’energia. A mio parere, dinanzi all’Assemblea è più importante esprimere apprezzamento per il piano d’azione in generale e sottolineare anche e soprattutto, oltre agli obiettivi che ho appena descritto, le decisioni strategiche adottate, per esempio, nei seguenti ambiti: struttura del mercato interno dell’energia, sicurezza dell’approvvigionamento, politica energetica internazionale, ricerca nel settore dell’energia e nuove tecnologie energetiche.

Vorrei approfondire uno di questi cinque esempi. Potremo garantire la sicurezza dell’approvvigionamento a medio e lungo termine soltanto se riusciremo a diversificare le fonti energetiche e le vie di trasporto. In termini concreti, ciò significa intensificare le relazioni con gli importanti paesi produttori, sviluppare relazioni internazionali durature nel settore dell’energia – compreso con i paesi dell’Asia centrale e i paesi che si affacciano sul Mar Nero e sul Mar Caspio – e naturalmente coltivare anche le nostre relazioni energetiche con i paesi del Golfo e l’Africa settentrionale. Significa inoltre intrattenere relazioni affidabili e trasparenti in campo energetico anche con la Russia. Di conseguenza, la nostra Presidenza continua ad adoperarsi per garantire il rapido avvio dei negoziati relativi a un nuovo accordo di partenariato e di cooperazione con la Russia.

I risultati della politica energetica e della lotta contro i cambiamenti climatici sono senz’altro particolarmente importanti, ma, come potete vedere nelle conclusioni, il Consiglio europeo non si è limitato a queste tematiche. Tradizionalmente, il Vertice di primavera fa il bilancio della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione e l’aspetto più importante è che la strategia di Lisbona rinnovata comincia a dare i suoi frutti. Si osserva un chiaro successo, che trova espressione in tutta Europa nell’aumento dei tassi di crescita e nel calo dei tassi di disoccupazione, ma il messaggio è anche che questo non è il momento di riposare sugli allori, anzi occorre fare il contrario. Vogliamo usare questo slancio favorevole; a mio parere, non vi sono alternative: dobbiamo proseguire le riforme strutturali e il necessario consolidamento delle finanze pubbliche.

E’ necessario sviluppare e completare il mercato interno europeo in settori importanti: ancora una volta, cito l’esempio del gas e dell’elettricità, dei servizi postali, ma anche dei mercati finanziari. Le conclusioni di venerdì scorso comprendono inoltre la riduzione del deficit di recepimento della normativa comunitaria. Negli ultimi anni abbiamo effettivamente compiuto solidi progressi: ricordo all’Assemblea che nel 2000 il deficit di recepimento era del 3 per cento, mentre ora è sceso all’1,2 per cento, e sappiamo che questi sforzi devono proseguire. Per tale motivo, venerdì scorso il Consiglio europeo ha deciso di ridurre ulteriormente il deficit all’1 per cento entro il 2009.

Nondimeno, la strategia di Lisbona avrà successo agli occhi dei cittadini soltanto se si riuscirà a sviluppare anche la dimensione sociale: ciò vale soprattutto alla luce dei positivi sviluppi registrati sui mercati del lavoro. In questo contesto, i capi di Stato e di governo hanno sottolineato l’importanza di garantire eque condizioni di lavoro, i diritti e la partecipazione dei lavoratori, la sicurezza e la protezione della salute sul luogo di lavoro e un’organizzazione del lavoro favorevole alla famiglia.

Vorrei evidenziare brevemente un altro elemento delle decisioni: il miglioramento della regolamentazione e la riduzione della burocrazia. Anche in questo campo, abbiamo compiuto alcuni progressi in passato, sia pur con difficoltà. Naturalmente, anche – o soprattutto – in questo campo i nostri sforzi non devono tuttavia venire meno in futuro. In particolare, vogliamo ridurre del 25 per cento gli oneri amministrativi – burocrazia – derivanti dalla legislazione dell’Unione entro il 2012, e gli Stati membri sono stati invitati a fissare obiettivi nazionali altrettanto ambiziosi nel corso del prossimo anno.

Venerdì, alla conferenza stampa conclusiva, il Presidente della Commissione Barroso ha pronunciato parole molto gentili, persino lusinganti, a mio parere, sull’esito della riunione del Consiglio appena terminata. Ha detto che, in termini di risultati e di obiettivi fissati, è stato il Vertice più significativo cui abbia partecipato durante il suo mandato. Dinanzi all’Assemblea, direi anche, signor Commissario, che questo successo non sarebbe stato possibile senza l’ottimo lavoro di preparazione svolto dalla Commissione, né senza il sostegno del Parlamento europeo, in nome del quale, Presidente Poettering, lei ha partecipato per la prima volta alla riunione del Consiglio in veste di nuovo Presidente eletto.

L’Unione mira a sviluppare una politica climatica ed energetica moderna e sostenibile. I capi di Stato e di governo hanno dimostrato che l’Europa può assumere un ruolo guida su importanti questioni globali. A mio parere, il segnale trasmesso dal Vertice è che, se noi europei uniamo le forze, se agiamo insieme, possiamo dare forma a un futuro prospero. Ciò è totalmente in linea con il motto della Presidenza tedesca, il principio informatore che abbiamo usato come titolo per le nostre conclusioni, come ho già ricordato nella discussione precedente: “Europa – riuscire insieme”!

(Applausi)

 
  
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  Günter Verheugen, Vicepresidente della Commissione. – (DE) Signor Presidente del Parlamento europeo, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati.

La Commissione è grata al Consiglio e alla Presidenza tedesca per gli obiettivi coraggiosi e di vasta portata fissati dal Consiglio europeo della scorsa settimana. Vi ringraziamo per il segnale inequivocabile che avete trasmesso al resto del mondo, e che tutto il mondo ha ascoltato con grande attenzione, cioè il segnale che in Europa prendiamo sul serio la lotta contro i cambiamenti climatici, lo sviluppo di una politica energetica comune e la salvaguardia della nostra competitività. Un risultato particolarmente importante di questo Vertice è che ha dimostrato che chi affermava che un’Unione di 27 Stati membri non sarebbe più stata in grado di funzionare si sbagliava. Questo è stato il primo grande banco di prova per l’Unione a 27, e ritengo che la prova sia stata superata.

E’ stato un Vertice positivo per la nostra politica europea di partenariato per la crescita e l’occupazione, nel quadro della strategia di Lisbona. I capi di Stato e di governo hanno riconosciuto che la nuova strategia comincia a dare i risultati sperati e sta contribuendo in modo significativo alla ripresa economica, una ripresa che si riflette nella tendenza al rialzo del PIL, con un tasso di crescita del 2,9 per cento nel 2006. Si prevede ora che, solo nei prossimi due anni, nell’Unione europea saranno creati sette milioni di nuovi posti di lavoro e arriveremo molto vicino a conseguire gli obiettivi originari di Lisbona, fissati nel 2000.

I capi di Stato e di governo hanno precisato che non dobbiamo accontentarci dei primi segnali di una forte dinamica economica. Concordo con quanto ha appena affermato il Ministro Steinmeier: l’Europa ha ora la grande possibilità di accelerare il ritmo delle riforme. Non siamo ancora riusciti a invertire la tendenza. La tendenza negativa è rallentata, è vero, ma non si è ancora invertita. Si può dire solo che siamo sulla buona strada.

Ciò si evince anche dal sostegno del Consiglio europeo alle raccomandazioni specifiche per ciascun paese, adottate per la prima volta dalla Commissione. Non bisogna sottovalutare l’importanza del fatto che gli Stati membri abbiano accettato le raccomandazioni specifiche della Commissione per i loro programmi nazionali, in un settore di loro esclusiva competenza, e che il Consiglio europeo le abbia adottate all’unanimità senza discutere. Ciò dimostra che, per la prima volta, disponiamo di un meccanismo funzionante per il coordinamento delle politiche economiche in Europa.

Quest’anno si svolgeranno i preparativi per il secondo ciclo triennale della politica per la crescita e l’occupazione e la Commissione ha già individuato tre chiare necessità.

Innanzi tutto, dovremo integrare pienamente la politica climatica ed energetica nella politica europea per la crescita e l’occupazione. Deve essere una politica coerente.

In secondo luogo, sarà essenziale rafforzare il terzo pilastro di questa strategia, cioè l’occupazione e la dimensione sociale, con particolare riguardo per il miglioramento delle prospettive di occupazione dei cittadini europei. In fondo, ciò che abbiamo davanti è uno sviluppo del tutto nuovo. In alcune regioni e settori aumenterà la mancanza di lavoratori con una formazione adeguata. Si devono migliorare le prospettive di occupazione, in particolare rafforzando l’istruzione e la formazione.

Il terzo grande compito, in relazione con il riesame della strategia di Lisbona, sarà aumentarne la visibilità. Come si suol dire, non bisogna “mettere la fiaccola sotto il moggio”. Forse parliamo un po’ troppo poco del fatto che abbiamo una risposta europea alla sfida economica globale. Nel dibattito politico nazionale, si dovrebbe dare maggiore prominenza al fatto che l’integrazione europea e una politica economica europea comune sono la risposta di cui abbiamo bisogno per salvaguardare la nostra competitività a livello globale.

Vorrei fare alcune brevi osservazioni sul miglioramento della regolamentazione e sulla riduzione della burocrazia, un tema che mi sta particolarmente a cuore. E’ importante che il Parlamento e il Consiglio siano stati invitati a fare sempre maggiore ricorso in futuro alle valutazioni d’impatto. La qualità della legislazione è l’elemento più importante dell’intero progetto.

A tal fine, una condizione essenziale è una buona valutazione dei costi. Il progetto di miglioramento della regolamentazione e di riduzione della burocrazia è ora avviato in tutte le sue parti. Sono molto grato al Consiglio per aver sostenuto l’obiettivo della Commissione di ridurre del 25 per cento entro il 2012 gli oneri amministrativi derivanti dalla legislazione europea che gravano sulle imprese europee. Almeno altrettanto importante è tuttavia l’impegno assunto dagli Stati membri di fare la stessa cosa nelle sfere di loro competenza. La questione era controversa e il fatto che sia stata risolta è un grande successo. L’obiettivo di conseguire una riduzione generale del 25 per cento degli oneri amministrativi a carico delle imprese entro il 2012 sembra ora realmente raggiungibile.

Vorrei precisare ancora una volta in questa sede che, quando parliamo di ridurre gli oneri amministrativi, non intendiamo altro che meno burocrazia per le imprese. Ci riferiamo a obblighi in materia di relazioni, statistiche, informazioni e documentazione. In nessun caso le norme in materia di protezione dei consumatori, qualità, ambiente, sicurezza o le norme sociali saranno minimamente scalfite. L’obiettivo non è alterare la sostanza dei requisiti, ma permettere alle imprese di liberare energie, anziché gravarle di oneri non necessari.

(Applausi)

Quando il Primo Ministro Blair tempo fa affermò che, se l’Unione non esistesse, bisognerebbe inventarla, probabilmente si riferiva al tipo di decisioni adottate dal Consiglio europeo solo poche settimane dopo la pubblicazione dei dati allarmanti nell’ultima relazione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Con il sostegno del Parlamento e sulla base delle proposte della Commissione di gennaio, il Consiglio europeo è riuscito a rendere i cambiamenti climatici e il passaggio a strutture energetiche sostenibili una priorità della politica europea e ad adottare un piano d’azione per i prossimi tre anni.

La forza delle decisioni sta nel fatto che siamo riusciti a creare stretti legami tra la politica climatica e la politica energetica. La riduzione delle emissioni di gas serra va di pari passo con una politica energetica competitiva, sicura e sostenibile. La forza delle decisioni deriva anche dalla loro credibilità, in quanto non sono sospese nel vuoto, ma sono legate a un pacchetto di misure concrete.

Obiettivi vincolanti per le energie rinnovabili, così come la promozione mirata del risparmio energetico e la nuova tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio, adegueranno l’economia europea alle sfide globali del XXI secolo in termini di politica climatica. Continueremo a eliminare gli ostacoli rimanenti per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica in tutti i settori industriali, al fine di conseguire una quota del 20 per cento di energie rinnovabili nel totale dei consumi energetici dell’Unione e una quota minima del 10 per cento di biocarburanti entro il 2020.

Ho sentito ciò che il Presidente in carica del Consiglio ha appena affermato riguardo al compito della Commissione di presentare una proposta entro la fine dell’anno. Posso assicurarvi che la Commissione presenterà una proposta equa ed equilibrata sulla ripartizione degli oneri tra i paesi dell’Unione, tenendo conto dei risultati già conseguiti dai singoli Stati membri, della loro posizione di partenza e di che cosa hanno bisogno per realizzare questo obiettivo. Sono certo che si possa fare.

Ciò che conta è che stiamo infine realizzando un mercato interno funzionante del gas e dell’elettricità nell’interesse dei consumatori, il che incoraggerà gli investimenti e creerà un’autentica rete europea.

Con queste misure si apriranno nuovi mercati globali per noi e si ridurranno le bollette dell’elettricità di tutti i cittadini e tutte le imprese. In Europa oggigiorno paghiamo troppo per la nostra energia, e ciò non è dovuto solo alla situazione globale ma anche alla cattiva organizzazione del nostro approvvigionamento energetico. Per questo motivo, la realizzazione dell’agenda di Lisbona comporta anche l’attuazione coerente della nuova politica climatica dell’Unione.

Abbiamo proposto che i paesi altamente sviluppati si impegnino a ridurre collettivamente le emissioni di CO2 del 30 per cento entro il 2020, rispetto al 1990. Inoltre, l’Unione si è già impegnata a ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 20 per cento entro il 2020. Questo ci colloca in una posizione eccellente in vista dei prossimi negoziati sul clima.

Ritengo che questa duplice decisione relativa al clima condurrà a una nuova dinamica globale, della quale abbiamo urgente bisogno. Non possiamo più stare a guardare paesi come gli Stati Uniti e la Cina puntarsi il dito l’uno contro l’altro ed esigere che sia l’altro a fare la prima mossa. Uno di loro dovrà prima o dopo fare la prima mossa! Questo è senza dubbio un punto importante anche per il Vertice UE-USA che si svolgerà il 30 aprile di quest’anno, del quale i capi di Stato e di governo hanno discusso insieme con le altre questioni esterne.

Vorrei fare alcune osservazioni sull’industria europea. Gli obiettivi del Consiglio creano un quadro chiaro per la nostra industria e garantiscono sicurezza per gli investimenti negli anni a venire. Le imprese possono ora pianificare i loro investimenti, conoscono le esigenze politiche e possono sviluppare le loro strategie. Vogliamo che l’Europa esporti i prodotti migliori e più puliti, non i suoi posti di lavoro. Dall’industria europea non vorrei più solo sentire ciò che non è in grado di fare e ciò che considera impossibile; vorrei sentire finalmente che cosa può fare e che cosa è possibile. E ci accorgeremo che è possibile fare molto più di quanto essa stessa creda.

Per quanto possiamo dirci soddisfatti, non dobbiamo dimenticare che per ora si tratta solo dei primi segnali. Questa strategia deve essere portata avanti, tramite progetti comunitari concreti e singoli progetti legislativi, durante questa legislatura. Abbiamo anche il sostegno dei cittadini europei. Sappiamo dall’ultimo sondaggio dell’eurobarometro che i cittadini europei sono consapevoli della necessità di un cambiamento. Sono certo che sono altrettanto consapevoli del fatto che un’azione risoluta avrà i suoi costi.

In sintesi, la strategia di Lisbona è un processo aperto e dinamico. Abbiamo bisogno di un mercato delle idee, che trovino sbocco in decisioni politiche concrete.

Come si afferma in una relazione del Centre for European Reform, non vi è praticamente alcun paese europeo che non stia esaminando con grande attenzione il modello danese di “flessicurezza”, il sistema universitario finlandese o la strategia di liberalizzazione britannica. Potrei aggiungere altri esempi, come i Pôles de Compétitivité francesi, il modello dei costi standard olandese e le riforme fiscali in alcuni nuovi Stati membri. L’apprendimento reciproco è un elemento chiave di questo processo di riforma.

Si tratta ora di chiarire insieme che il partenariato europeo per la crescita e l’occupazione è una risposta dell’Europa alle due grandi problematiche della nostra epoca, cioè la grande questione sociale di come rendere disponibile un numero sufficiente di posti di lavoro di qualità nell’era della globalizzazione e la grande questione ambientale di come mantenere abitabile il nostro pianeta.

Sappiamo bene che i cittadini sollevano questioni quali: conserverò il mio posto di lavoro? continuerò a percepire un’indennità se mi ammalo? potrò permettere ai miei figli di proseguire gli studi? riceverò la pensione quando sarò anziano? Sappiamo che chiedono anche: quali saranno le condizioni di vita per i miei figli e i miei nipoti in futuro?

Ecco la risposta a questi interrogativi, ma è importante comunicare ai cittadini d’Europa che questa risposta può solo essere europea. Se mai vi fosse la necessità di dimostrare perché abbiamo bisogno dell’integrazione europea, ecco due questioni che dimostrano che l’integrazione europea è essenziale anche nel XXI secolo. Vi ringrazio.

(Applausi)

 
  
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  Marianne Thyssen, a nome del gruppo PPE-DE. – (NL) Signor Presidente, Ministro Steinmeier, Commissario Verheugen, onorevoli colleghi, un vertice di solito è seguito da conclusioni verbose in cui dobbiamo scavare a fondo per trovare ambizioni sostenute dai 27 Stati membri. Questa volta, invece, le conclusioni sono relativamente brevi e senz’altro rappresentano grandi passi avanti. Il Vertice europeo di primavera ha superato le nostre più audaci aspettative. La visione è stata accompagnata da coraggio politico e ambizione, concretezza, credibilità e – cosa di non poco conto – fermezza.

Noi del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei vogliamo innanzi tutto rendere omaggio al Presidente del Consiglio, il Cancelliere federale tedesco Angela Merkel, e alla sua squadra, e anche alla Commissione guidata dal Presidente Barroso, in particolare al Commissario Dimas e al Commissario Piebalgs, che hanno lanciato il pacchetto sull’energia e sul clima e hanno fatto tutto il possibile per conseguire solidi risultati. Siamo orgogliosi che gli sforzi congiunti del nostro gruppo alla testa delle nostre Istituzioni, naturalmente in associazione con altri partner, abbiano prodotto prospettive piacevoli.

Siamo ancora in attesa della ricca ricompensa, però. Sono stati assunti impegni, ma dobbiamo ancora suddividere le gioie e gli oneri e auguro alla Commissione il massimo successo in questo arduo compito. Spero che tutti gli Stati membri e tutti i settori della società siano disposti a fare ciascuno la propria parte negli strenui sforzi che saranno necessari.

Il mondo osserva l’Europa e vede che l’Europa si assume le proprie responsabilità e sceglie di svolgere un ruolo pionieristico credibile. Come partner europei, abbiamo il dovere di esercitare insieme le massime pressioni sui nostri partner globali per persuaderli a unirsi a noi in questa azione ambiziosa e soprattutto necessaria.

Confrontando i punti di partenza del nostro gruppo prima del Vertice di primavera con i risultati, concludo che volevamo accordi realizzabili e vincolanti, anziché progetti pretenziosi e irrealistici, ed è precisamente ciò che abbiamo ottenuto con la decisione 20-20-20. Si tratta quindi di un grande successo.

La ricerca e lo sviluppo nel settore delle energie rinnovabili e nella lotta contro i cambiamenti climatici vanno di pari passo con gli obiettivi di Lisbona per la crescita e l’occupazione, i quali devono decisamente essere inclusi, Commissario Verheugen. Per la maggioranza del nostro gruppo, l’energia nucleare può trovare spazio nel mix energetico, anche se, come il Consiglio europeo, rispettiamo pienamente il principio di sussidiarietà al riguardo. Non vogliamo che il Parlamento rimanga ai margini della questione dei cambiamenti climatici e intendiamo quindi dare pieno sostegno alla creazione di una commissione parlamentare temporanea sui cambiamenti climatici, gestita in modo efficace.

Durante il Vertice di primavera è stato posto l’accento sull’energia e sul clima, anche se, come ben sappiamo, non sono le uniche problematiche del momento, perché sussiste sempre la grande necessità di mantenere in moto le riforme socioeconomiche. Riteniamo che il processo di Lisbona cominci a dare i suoi frutti, ma non vi è alcun motivo per riposare sugli allori in questa fase, di sicuro non negli Stati membri che hanno debiti pubblici elevati, una bassa partecipazione al mercato del lavoro o regimi pensionistici non pienamente salvaguardati.

In seno al gruppo PPE-DE cerchiamo di evitare qualsiasi forma di autocompiacimento. Le prospettive economiche sono leggermente migliorate e le riforme nazionali non vanno quindi rinviate, devono anzi essere accelerate. Ci attendiamo che la Commissione continui a dar prova di leadership e, se necessario, affronti gli Stati membri, con i loro trucchi e le loro carenze, in modo aperto e senza remore.

Accogliamo con grande favore le decisioni riguardanti la riduzione misurabile degli oneri amministrativi e la prospettiva di svolgere valutazioni d’impatto indipendenti nel caso di una nuova legislazione.

Visione e ambizione nei riguardi di una politica sana sono una cosa, persuadere i cittadini e far sì che siano dalla nostra parte è tutt’altra. Il punto cruciale, come ha giustamente rilevato il Commissario Verheugen, rimane il modo in cui riuscire a coinvolgere maggiormente gli europei nel processo di Lisbona. Se va lodato il fatto che le conclusioni del Vertice chiedono ulteriori sforzi volti a migliorare la comunicazione, tale constatazione non basta: occorre anche tradurre in pratica questa richiesta, e in proposito si sono perse tantissime occasioni negli ultimi anni.

Vorrei quindi esortare i Presidenti delle nostre tre Istituzioni politiche a dare ai 500 milioni di europei, che confidano in un futuro prospero e sociale e in un clima piacevole per i loro figli e nipoti, un posto nella dichiarazione di Berlino, a dar loro nuova fiducia nel valore aggiunto del nostro progetto comune europeo.

 
  
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  Martin Schulz, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, questo Vertice è stato un successo: un fatto cui va dato risalto, in quanto non si può dire lo stesso di tutti i vertici degli ultimi anni. Nel descrivere ciò che è stato realizzato lo scorso fine settimana, il Vicepresidente della Commissione ha giustamente affermato che l’Europa ha dimostrato di essere in grado di agire. Volendo, si può fare.

I 27 capi di Stato e di governo, che sono riusciti a lavorare bene insieme nel fine settimana, hanno preso una decisione che indica la direzione da seguire, ma lascerò agli esperti del nostro gruppo il compito di approfondirne la descrizione nei loro interventi. Ciò mi permette di concentrarmi su alcuni aspetti e segnalare che ciò di cui abbiamo bisogno – far comprendere ai cittadini che questo non è solo un club di perditempo – è realmente possibile e che l’Unione non si limita a descrivere le grandi sfide da affrontare, ma definisce e decide anche le risposte da dare, e mi auguro che le metterà anche in pratica.

Nei miei interventi in Aula sui Consigli europei, ho riflettuto spesso sul modo in cui si possa descrivere meglio la situazione del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo. Una volta, mi è venuto in mente Matteo – signor Presidente, sono certo che lo conosca bene anche lei – capitolo 6, versetto 26: “Guardate gli uccelli del cielo che non seminano né mietono né radunano in granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre”. Non è necessario che prosegua: voi seminate, mi auguro che mieterete e che radunerete in granai; ciò che il Padre celeste farà con voi resta da vedere.

In ogni caso, è vero che si sono compiuti progressi. Onorevole Thyssen, è nell’interesse di tutti descriverlo come uno sforzo congiunto delle Istituzioni europee. Non ho avuto l’impressione che il Cancelliere Merkel agisse in veste di rappresentante del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei; mi era stato detto che sarebbe stata presente in veste di Presidente del Consiglio. Non ho avuto l’impressione che il Presidente del Parlamento partecipasse in veste di rappresentante del gruppo PPE-DE, altrimenti avrebbe inteso male la sua funzione, e il Presidente Barroso non è ufficialmente autorizzato a sapere alcunché del gruppo PPE-DE. La prego quindi di astenersi dal rivendicare i risultati del Vertice come il successo di un gruppo particolare.

(Applausi)

Di che cosa si tratta, dunque? L’Europa ha descritto e si è impegnata ad affrontare una sfida enorme. Abbiamo inoltre appreso una cosa che prima non sapevamo – o forse lei la sapeva, Ministro Steinmeier – cioè che l’energia nucleare fa ora parte delle energie rinnovabili. Questo è, per così dire, il teorema del Presidente Chirac al termine del suo mandato. Be’, qualcosa almeno abbiamo imparato!

In ogni caso, affrontare la sfida ed esercitare pressioni per garantire che queste decisioni siano attuate è di primaria importanza. Per una volta, dobbiamo lodare anche il Primo Ministro Blair. Subito dopo il Consiglio, il governo britannico ha affermato: il 20 per cento va bene, ma vogliamo essere ancora più ambiziosi. Abbiamo bisogno di più posizioni di questo tipo in Europa.

(Applausi)

Vorrei aggiungere che il Vertice del G8 affronterà la situazione in Africa. In questo contesto, dobbiamo prendere atto del fatto che i cambiamenti climatici sono anche un esempio significativo di ingiustizia nel mondo. Il continente che meno contribuisce all’inquinamento del nostro ambiente – l’Africa – è quello che più risente dei cambiamenti climatici. Ciò significa che quando affermiamo, per esempio, di voler assicurare che nel mondo regnino la giustizia e la solidarietà, noi europei abbiamo anche l’obbligo morale di affrontare realmente il problema dei cambiamenti climatici e – com’è stato giustamente affermato – esercitare pressioni su altre regioni del mondo.

Proteggere l’esistenza umana, la sopravvivenza della vita sul pianeta, è il grande obiettivo verso il quale siamo tutti impegnati – ciascuno di noi, compresi gli Stati Uniti d’America, il Giappone, l’Australia e la Cina. Tuttavia, non possiamo pretendere alcunché da loro, se non diamo noi stessi il buon esempio. Questo è il passo storico compiuto nel fine settimana, anche grazie a lei, Ministro Steinmeier, perché in gran parte è frutto del suo lavoro. Il Cancelliere Merkel ha senza dubbio svolto un ruolo decisivo, ma il Ministro Steinmeier merita una menzione per la perseveranza con cui ha esercitato le sue funzioni di Presidente in carica del Consiglio.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Presidente. – Onorevole Schulz, sono lieto di constatare che sulla Bibbia lei è molto più preparato di me.

 
  
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  Alexander Lambsdorff, a nome del gruppo ALDE. – (DE) Signor Presidente, quando ho sentito citare Matteo (Matthäus), non ero del tutto sicuro che non si trattasse di Lothar Matthäus. Sono lieto che non fosse lui.

L’onorevole Schulz ha pienamente ragione: il Vertice del Consiglio è stato un successo. Volete compiere progressi sul mercato interno dell’energia, rallentare il riscaldamento globale, ridurre le emissioni di CO2 e aumentare l’uso delle energie rinnovabili, e volete rafforzare la solidarietà sulle questioni energetiche. Tali obiettivi sono in linea con le richieste del Parlamento, che in parte erano ancora più ambiziose, ma meritate comunque un applauso, ed è ciò che riceverete dal gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa.

Tuttavia, al momento non vi sono motivi per indulgere all’autocompiacimento, perché dovete ancora affrontare la parte più ardua. Sapremo se il Vertice sarà stato realmente un successo se i progetti saranno attuati rapidamente e, come auspichiamo, daranno risultati concreti, possibilmente entro la fine dell’anno. Questo è anche il messaggio centrale del mio gruppo: vogliamo una rapida azione sugli obiettivi fissati. In questo contesto, la Commissione sta già lanciando i segnali giusti. Al Consiglio si chiede di procedere senza tentennamenti una volta che la Commissione avrà presentato le sue proposte.

Permettetemi di fare alcune osservazioni specifiche su un paio di questioni, innanzi tutto la protezione del clima. Avete pienamente ragione: la protezione del clima può funzionare solo a livello europeo. A un più attento esame, tuttavia, è anche vero che la protezione del clima non funziona nemmeno solo a livello europeo, bensì a livello globale. Soltanto se riusciremo a persuadere altri grandi produttori di emissioni di CO2 otterremo il cambiamento globale necessario per rallentare effettivamente i cambiamenti climatici. Beandoci dello splendore del nostro ruolo di pionieri non conseguiremo granché. Essere all’avanguardia se nessuno ci segue mi ricorda un po’ Don Chisciotte, e non dovremmo emularlo.

Alla politica climatica in Europa si deve ora dare seguito con la diplomazia europea in materia di clima, perché in definitiva è dal suo successo che dipende il successo generale dell’impresa. Alcuni ritengono che il G8 sia la sede appropriata a tal fine e che si possa trovare una soluzione affrontando la questione in quel contesto. Andate pure a Heiligendamm con tale convinzione, ma dobbiamo anche riconoscere che il G8 potrebbe non essere la sede più adatta perché non comprende la Cina e l’India. E questo, forse, offre anche un motivo per riflettere sull’architettura delle istituzioni globali.

Per quanto riguarda il mercato interno dell’energia, a nostro parere non si tratta di un fine di per sé ma di un elemento di cui abbiamo veramente bisogno. Come ha ricordato il Commissario Verheugen, il fallimento del mercato è un fattore che influisce direttamente sulla vita dei cittadini dell’Unione. Sono molto lieto che il piano d’azione della Commissione sia stato adottato e vorrei esprimere le mie congratulazioni al Commissario Verheugen e, in particolare, ai suoi colleghi Commissari Kroes e Piebalgs, che non hanno lesinato gli sforzi a tal fine. Si tratta ora di costruire su queste basi, e il mio gruppo incoraggia espressamente la Commissione a procedere con celerità.

La burocrazia richiede una legislazione migliore. Le proposte del Commissario Verheugen sono positive ed è altrettanto positivo che siano state adottate. Accogliamo quindi con favore i progressi compiuti al riguardo, ma riteniamo che gli Stati membri siano tenuti ad agire di conseguenza. E’ un mito che tutta la burocrazia abbia origine a Bruxelles.

Il Consiglio ha dimostrato di saper trovare l’accordo su temi molto importanti. Congratulazioni! Ora deve avere successo anche riguardo al secondo, importante tema della Presidenza. Ci attendono la dichiarazione di Berlino e il Vertice di giugno. Potete contare sul nostro sostegno.

 
  
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  Michał Tomasz Kamiński, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, innanzi tutto, è un vero piacere per me riunire i due punti di vista presentati in Aula. Sarò lieto di conciliare i pareri dei colleghi del gruppo socialista al Parlamento europeo e del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei.

Siamo grati alla Presidenza tedesca per il successo del Vertice, e mi riferisco ai suoi membri sia della SPD sia della CDU. Questo esito positivo suscita speranze di successo per la Germania e per la Presidenza tedesca, e ce ne rallegriamo. Siamo lieti che l’approccio efficiente e pragmatico adottato dalla Presidenza tedesca abbia dato risultati.

Vorrei ringraziare anche il Presidente del Parlamento per il ruolo positivo e pratico che ha svolto al Vertice: grazie, signor Presidente! E’ un ottimo esempio del ruolo significativo che l’Assemblea intende svolgere nel processo di integrazione europea e suscita speranze. Il Vertice è stato un successo e trasmette un importante segnale al resto del mondo su due aspetti: è un segnale della nostra unità ed è un segnale dell’approccio pragmatico e lungimirante della nostra organizzazione.

Tutti i paesi intorno all’Unione europea hanno ora visto che sappiamo essere uniti sulle questioni energetiche. L’Unione sta trasmettendo un segnale chiaro: vogliamo solidarietà e vogliamo che il futuro della nostra organizzazione si fondi su una strategia comune in materia di sicurezza delle risorse energetiche.

Ritengo che gli eventi dell’anno scorso abbiano contribuito a far sì che tutti, all’interno dell’Unione europea, comprendessimo l’importanza della sicurezza energetica non solo per le nostre economie ma anche per il tenore di vita dei singoli cittadini.

Il Consiglio ha trasmesso un chiaro messaggio anche sui cambiamenti climatici. Ha dimostrato la nostra capacità di giungere a un accordo in materia ed è una vera soddisfazione per me approvare i risultati del Vertice. E’ giusto che l’Unione europea abbia fissato obiettivi ambiziosi su una questione di importanza capitale per il futuro dell’Europa.

Per concludere, vorrei evidenziare il fatto che il primo Vertice dell’Unione europea ulteriormente allargata ha anche dimostrato che l’allargamento non è un problema. A mio parere, i nostri amici dei vecchi Stati membri tendono a dare troppo risalto ai problemi dell’allargamento. Da polacco, vorrei rilevare che i recenti allargamenti dell’Unione europea, sia quello di due anni e mezzo fa sia quello più recente, sono un successo comune per tutti noi. E’ così che i cittadini dei nuovi Stati membri vedono la situazione. Vorrei che la vedessimo tutti così.

L’allargamento europeo è un successo e faremmo bene a ricordarlo. Questo Vertice ha dimostrato che, lavorando insieme, avremo successo.

 
  
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  Presidente. – Grazie, onorevole Kamiński. La ringrazio per le parole gentili che ha espresso nei miei riguardi.

 
  
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  Monica Frassoni, a nome del gruppo Verts/ALE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, esiste un chiaro legame fra la discussione precedente sulla dichiarazione di Berlino e quella di adesso, visto che l’Europa dei risultati deve essere capace di agire e senza una Costituzione non può farlo in modo particolarmente efficace. Signor Presidente, noi diamo atto alla Presidenza tedesca di aver saputo guidare il Consiglio ad assumere degli impegni sulla riduzione delle emissioni e sulle energie rinnovabili, in modo visibile e abbastanza chiaro, rifiutando l’offensiva nuclearista del Presidente Chirac, uno Chirac al tramonto, di cui – potete esserne certi – non sentiremo assolutamente la mancanza.

Pur apprezzando i risultati ottenuti al vertice – perché poteva andare molto peggio – riteniamo che le difficoltà comincino soltanto adesso, perché quando si tratterà di passare dalle parole ai fatti, sorgeranno sicuramente problemi di ambiguità nella realizzazione degli obiettivi. Sappiamo per esempio, fin d’ora, che ridurre unilateralmente le emissioni del 20 per cento da qui al 2020 non ci permetterà di raggiungere l’obiettivo di mantenere al di sotto dei 2° C l’aumento della temperatura. Commissario Verheugen, ritengo che ciò non rappresenti un grande sforzo coraggioso, visto che se si rispettassero gli impegni in materia di equa efficienza e di energie rinnovabili, si avrebbe già una riduzione del 24 per cento delle emissioni. Dunque, l’obiettivo unilaterale di ridurre del 30 per cento le emissioni era perfettamente fattibile e avrebbe aumentato in modo radicale la nostra credibilità a livello internazionale.

Inoltre, signor Commissario, se penso al suo ruolo sulla questione della riduzione delle emissioni, delle energie rinnovabili e delle auto nonché alle lotte tremende in seno alla Commissione su tutti questi temi, il suo discorso di oggi mi è sembrato francamente un pochino green wash.

La realizzazione di questi obiettivi ha davanti a sé molti avversari. Prime fra tutte le amministrazioni di molti governi nazionali – che rappresentano il vero onere burocratico dell’Unione europea, altro che i funzionari della Commissione – seguite naturalmente dalle lobby delle grandi aziende di industrie europee che, nonostante le belle parole, sono assolutamente contrarie a un vero sviluppo dell’ecoefficienza delle energie rinnovabili, perché ENEL, EON e EDF sanno benissimo che ridurre la dipendenza dall’energia fossile significa affrancare maggiormente il consumatore europeo anche da loro.

Restiamo in attesa, evidentemente con interesse e con una certa trepidazione, delle proposte della Commissione, anche perché siamo convinti che questo sia il momento di essere rivoluzionari e radicali. E’ questo il motivo per cui noi ci riuniremo a Berlino e mi auguro, Ministro Steinmeier, che vorrà venire a trovarci, per elaborare un bel piano con dieci idee, che abbiamo già più volte annunciato, prima fra tutte quella di un patto per il clima che abbia le stesse caratteristiche del Patto di stabilità e che preveda regole chiare, sanzioni serie e rapide e incentivi molto realistici.

In conclusione, signor Presidente, vorrei aggiungere che siamo molto preoccupati per le voci di corridoio che circolano al Consiglio e alla Commissione riguardo alla possibilità di adottare le nuove norme derivanti dagli impegni assunti dal Consiglio di Bruxelles mediante la procedura di cui all’articolo 175, paragrafo 2, che esclude il Parlamento europeo e impone l’unanimità al Consiglio. Se questo dovesse succedere, sarebbe una beffa per tutti i cittadini europei che oggi sono tanto entusiasti. Mi auguro che ciò non accada.

 
  
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  Gabriele Zimmer, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, tutti parlano soprattutto dell’importanza storica dell’ultimo Vertice per la protezione del clima e dell’ambiente, ma così facendo ignorano il fatto che in altri importanti settori, come la politica in materia di occupazione e il modello sociale europeo, non è stata presa alcuna iniziativa e di conseguenza si sono perse delle opportunità.

La strategia di Lisbona, con il suo orientamento verso la competitività internazionale dell’Unione europea e di altri soggetti globali, ci impedisce, a mio parere, di adottare un’impostazione efficace sia nella protezione del clima sia nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale. In ogni caso, senza dubbio apprezzo il fatto che siano stati compiuti passi nella giusta direzione nel campo della protezione del clima.

Nondimeno, è evidente che tali passi sono limitati e rischiano tuttora di essere rallentati e bloccati. L’Unione è ancora una volta il proprio peggior nemico, dal momento che ignora i suoi stessi studi in cui si conclude che è necessaria una riduzione del 30 per cento delle emissioni di gas serra per prevenire realmente un riscaldamento globale irreversibile, e con esso fino a 86 000 morti supplementari all’anno a causa del clima nell’Unione. La differenza tra il 30 e il 20 per certo corrisponde alla differenza tra sfruttare la possibilità di scongiurare una catastrofe climatica e procedere ignorando quella minaccia.

Il problema non è che l’opposizione di sinistra sia convinta per principio che chi ha il potere non faccia abbastanza cose giuste. Il problema è che si è adottata la linea politica sbagliata e di fatto non si prendono iniziative decisive.

Non sorprende che la lotta alla povertà, all’esclusione sociale e alle disparità sociali sia di nuovo rimasta ai margini del Vertice e non sia stata in alcun modo legata a un’azione coerente volta a contrastare il riscaldamento globale e la distruzione dell’ambiente.

Commissario Verheugen, è proprio questo stretto collegamento tra le questioni sociali ed ecologiche che il Vertice non è riuscito a individuare, nonostante ciò che lei ha affermato oggi. Da anni la Commissione europea presenta relazioni che indicano i posti di lavoro potenziali che si potrebbero creare utilizzando le energie rinnovabili, indicano i costi esterni, ma spiegano anche l’effetto delle tasse ambientali. Il prelievo di questi tributi potrebbe incrementare le entrate dell’Unione europea e rendere disponibili i fondi necessari per misure sociali e ambientali indispensabili.

Questa logica di mercato spiega perché, ad esempio, nel piano d’azione “Politica energetica per l’Europa” la necessità di affrontare i cambiamenti climatici figuri solo in fondo alla lista degli obiettivi principali. Spiega anche perché il Consiglio europeo chieda rapidi progressi nei negoziati relativi agli accordi di partenariato economico, nonostante le lamentele del Vertice riguardo alla crescente percentuale di emissioni di gas a effetto serra dei paesi in via di sviluppo. Questi accordi di libero scambio, a mio parere, sono una forma brutale di neocolonialismo e hanno effetti devastanti sotto il profilo sociale e ambientale.

Vi sono almeno tre conclusioni da trarre: in primo luogo, dobbiamo dare priorità a una politica aggiornata volta ad affrontare la povertà, l’esclusione sociale e il riscaldamento globale, poi dobbiamo porre un blocco agli accordi di partenariato economico e infine dobbiamo stralciare dal progetto di Costituzione i paragrafi che promuovono la deregolamentazione economica, la privatizzazione e l’armamento.

 
  
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  Nils Lundgren, a nome del gruppo IND/DEM.(SV) Signor Presidente, le emissioni di gas serra sono fonte di preoccupazione e sembrano determinare rapidi mutamenti del clima sulla Terra. E’ difficile formarsi un giudizio su ciò che l’Unione può fare da sola al riguardo. Assumendo un ruolo guida, aumenteremo la nostra capacità di esercitare pressioni su Cina, India, Stati Uniti e Russia, e l’Europa acquisirà un vantaggio in termini di tecnologie ambientali. Tuttavia, non dobbiamo essere precipitosi e compromettere la nostra competitività.

Il Consiglio ha trovato l’accordo su una visione equilibrata della questione – un progresso raro in un’Unione in cui la grande maggioranza delle decisioni lede la libertà, indebolisce la democrazia, compromette l’indipendenza dei paesi e rende le nostre vite più burocratiche. Tuttavia, va anche detto che questo progresso demolisce l’argomento ufficiale a favore del Trattato costituzionale, secondo il quale la democrazia deve dare la precedenza all’efficienza e, nel processo decisionale dell’Unione, si deve poter calpestare la volontà dei singoli Stati membri, altrimenti l’Unione diventerà impotente. A quanto pare non è vero, né è stato vero riguardo alla direttiva sui servizi.

L’argomento occulto a favore del Trattato costituzionale è che esso è necessario per creare uno Stato dell’Unione europea: una base su cui fondare il potere di una nuova élite europea. Il potere politico deve essere sottratto agli Stati nazionali, che sono la fonte e la base della democrazia europea. Ora, il Consiglio ha fornito una nuova dimostrazione della possibilità di adottare decisioni importanti anche quando tutti gli Stati membri hanno il diritto di veto. Grazie per averlo dimostrato. Praeterea censeo constitutionum esse repudiendam (Ritengo inoltre che la Costituzione debba essere respinta).

 
  
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  Andreas Mölzer, a nome del gruppo ITS. – (DE) Signor Presidente, anche noi riteniamo che l’esito del Vertice dell’Unione europea sia positivo, ma più in termini di desideri che di risultati. Da un lato, è positivo e importante per il futuro di tutti noi che al Vertice siano stati fissati obiettivi in materia di protezione del clima; tuttavia, dall’altro lato, è vero purtroppo che dichiarazioni di questo tipo spesso non valgono nemmeno la carta su cui sono scritte. Che senso ha decidere di ridurre di un quinto le emissioni di CO2 entro il 2020, se la definizione degli aspetti pratici e problematici, nel tipico stile dell’Unione, è rinviata a una data successiva? Ritengo inoltre che non si sia compiuto alcun progresso sul fronte dell’energia nucleare. La questione dello smaltimento dei rifiuti radioattivi è tuttora irrisolta, la sicurezza delle centrali nucleari non è garantita e gli effetti delle radiazioni nucleari non sono affatto chiari. Tuttavia, il Vertice dell’Unione non è riuscito a trasmettere un segnale chiaro riducendo l’energia nucleare. La minaccia del riscaldamento globale dovrebbe anzi essere contrastata con un rischio nucleare, cosa che considero molto pericolosa.

Naturalmente, va benissimo che l’Unione voglia svolgere un ruolo guida nella protezione del clima. Tuttavia, essa è responsabile solo del 15 per cento delle emissioni globali di biossido di carbonio, che è soltanto la punta dell’iceberg. Da soli, senza i grandi responsabili dell’alterazione del clima – India, Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia e Stati Uniti, che producono quasi la metà dei gas serra a livello mondiale – difficilmente riusciremo a compiere progressi nella lotta contro i cambiamenti climatici. Al contrario, pagheremo un prezzo esorbitante per tutti i nostri sforzi. Non è necessario essere un profeta per prevederlo.

Che ai paesi in via di sviluppo, ma anche e soprattutto agli Stati Uniti, grandi scialacquatori di energia, non possa importare meno dell’ambiente è noto a tutti. Persino nelle basi militari statunitensi in Europa non si mostra alcun rispetto per l’ambiente e le basi USA abbandonate sono molto simili a depositi di rifiuti pericolosi. E’ uno scandalo, non solo per gli americani, che sembra abbiano davvero bisogno di essere condotti per mano in questo ambito, ma soprattutto per gli Stati membri dell’Unione, che non hanno prescritto alcuna condizione tecnica ambientale. Questo è un altro contesto in cui è necessario sollevare interrogativi critici sulle relazioni transatlantiche, così come riguardo ai voli della CIA e alla nostra tendenza generale, accecati dall’euforia, a essere vassalli degli Stati Uniti.

Già nel 1997 i paesi industrializzati si sono impegnati a ridurre le loro emissioni di gas serra. Alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2005, si sono lodate le misure volte a investire di più nell’energia solare, eolica e idroelettrica. Come sempre, a quelle nobili parole sono seguite ben poche azioni. L’Unione ha imposto il proprio obiettivo di aumentare la quota di energie rinnovabili al 12 per cento, ma ha ottenuto solo l’8 per cento. Non vi è quindi alcun motivo per festeggiare le nuove dichiarazioni verbali, come quelle che abbiamo appena sentito, come se fossero un grande successo. Ci ricordano anzi altre iniziative fallite dell’Unione, come gli obiettivi di Lisbona, anch’essi distanti anni luce dall’essere realizzati, per non parlare della Convenzione delle Alpi, a malapena attuata, che rappresenta un altro atto di questa tragedia. Se vogliamo rallentare i cambiamenti climatici e mitigare le loro imminenti e gravi conseguenze, dobbiamo tutti indirizzare i nostri sforzi verso il conseguimento degli obiettivi fissati.

 
  
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  Jim Allister (NI).(EN) Signor Presidente, da quando sono stato eletto al Parlamento, continuo a sentire promesse di riduzione della burocrazia da parte della Commissione, del Consiglio e persino del Parlamento stesso.

Da questo Vertice è giunta ora l’ennesima dichiarazione di guerra alla burocrazia, il che è positivo. Ci si augura che la famosa efficienza tedesca la porti avanti. Temo tuttavia che ciò non accadrà, perché sospetto che, come già in passato, queste promesse non saranno mantenute, per il semplice fatto che gli edifici dell’Unione sono vere e proprie fabbriche di norme. Infatti, allo stesso Vertice, con il pretesto di affrontare i cambiamenti climatici, si è aperto un intero nuovo fronte di regolamentazione e si è persino giunti al punto di prescrivere il tipo di lampadine che gli Stati nazionali e i cittadini possono utilizzare! Dove, ci si chiede, saranno fabbricate queste lampadine? Probabilmente in Cina, grazie, in parte, a un eccesso di regolamentazione che induce i nostri produttori a fuggire in Oriente, dove le fabbriche non soggette a controlli che produrranno quelle lampadine vomiteranno una quantità ancora maggiore di emissioni di CO2. Francamente, non imponiamo mai restrizioni su questo aspetto nei nostri accordi commerciali con la Cina, anzi sembriamo riservare tali misure punitive alla nostra industria. Così gira la giostra autolesionistica di questa Unione europea fanatica della regolamentazione.

Parlare di giostre mi porta alle manovre del Vertice sulla Costituzione respinta. Il Cancelliere Merkel pensa dunque che si possano aggirare e ingannare i cittadini dell’Unione: se si rinuncia al titolo “Costituzione”, si può evitare di chiedere il parere degli elettori. Che colpo per la democrazia! Che vile farsa! Che bella chiosa dell’élite dell’Unione e del suo arrogante disprezzo per i cittadini, dei quali afferma di servire gli interessi. Il fatto che l’Unione rifugga i suoi cittadini ci dice tutto ciò che c’è da sapere sui suoi meriti e valori, ora che ci avviciniamo al 50° anniversario del Trattato di Roma, il quale, come sappiamo, ha generato questa brama insaziabile di dominio e controllo di Bruxelles.

 
  
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  Werner Langen (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per la sua relazione. E’ vero che il Vertice è stato un successo e, come sempre, il successo ha molti padri, mentre il fallimento è orfano. In questo caso, il successo è innanzi tutto dovuto al Cancelliere tedesco Angela Merkel, che, non dimentichiamo, molti anni fa è stata ministro dell’Ambiente per quattro anni e ha grande familiarità con il Consiglio “Ambiente”.

L’attenzione si è concentrata sulla politica energetica e climatica. Purtroppo, il dibattito pubblico che ha fatto seguito a questo Vertice proficuo ha riguardato solo le discussioni interne sulle energie rinnovabili. In realtà, come risulta dalle conclusioni del Consiglio, è stato deciso molto di più sul tema della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e dell’impatto climatico. Sono importanti anche le ripercussioni sociali delle proposte presentate, e, se fissiamo obiettivi, per esempio del 20 o del 30 per cento, tali obiettivi devono essere realistici.

L’onorevole Schulz ha lodato il Primo Ministro Blair per il suo obiettivo del 60 per cento. Il Primo Ministro Blair non dovrà realizzarlo, come tutti sappiamo, e sono certo che domani al più tardi i suoi oppositori conservatori chiederanno il 70 per cento. Gli obiettivi devono essere realistici, altrimenti non hanno alcun valore reale.

In secondo luogo, nonostante tutto questo successo, vi sono ancora alcune questioni in sospeso, come quella della ripartizione degli oneri. Mi auguro che la Commissione e la Presidenza tedesca esprimeranno il loro parere al riguardo entro la metà dell’anno.

Qual è il ruolo dell’energia nucleare? Non si può procedere come è stato indicato nella discussione interna tedesca. E’ un fatto che per generare un chilowattora con l’energia nucleare si producono 15 grammi di CO2, mentre per generare un chilowattora con il carbone fossile se ne producono 970 grammi. La questione deve quindi essere discussa con una mentalità aperta.

Sono convinto che alla fine il successo della Presidenza tedesca sarà giudicato in base al fatto se, nei negoziati internazionali con gli Stati Uniti, la Russia, l’India e la Cina, si riuscirà a convertire questo parametro europeo in una norma internazionale. Se ci riusciremo, la Presidenza tedesca lascerà un’eredità duratura.

 
  
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  Linda McAvan (PSE).(EN) Signor Presidente, qualche mese fa ho incontrato alcuni giovani nel mio distretto elettorale, i quali mi hanno chiesto che cosa stesse facendo l’Unione sul fronte dei cambiamenti climatici. Devo dire che ho fornito un elenco di misure legislative e spiegato il modo in cui affrontiamo la questione, ma mi è sembrato un po’ poco e dalla loro espressione ho potuto notare che erano dello stesso avviso.

Se me lo chiedessero di nuovo oggi, sarei molto più sicura della risposta da dare. L’Europa ha ora una storia da raccontare sui cambiamenti climatici. Disponiamo di una politica adeguata, all’altezza della sfida. Voglio aggiungere le mie congratulazioni al Consiglio per il successo della scorsa settimana e alla Commissione – ai Commissari Verheugen e Dimas – per aver messo a punto un pacchetto completo.

Dobbiamo ora mostrarci all’altezza di tale pacchetto, e non sarà facile. Gli obiettivi fissati sono ambiziosi. Vi sono numerose questioni da risolvere. Si è appena accennato alla ripartizione degli oneri. Mi risulta che vi siano alcuni problemi riguardo alla base giuridica degli obiettivi sulle energie rinnovabili. Voglio dire che il Parlamento desidera essere pienamente associato a ogni discussione riguardante tali obiettivi.

Per quanto riguarda i biocarburanti, intendiamo promuoverli, ma non a spese dei paesi in via di sviluppo. La lotta ai cambiamenti climatici deve far parte della lotta alla povertà, non esacerbarla. Si devono affrontare anche gli investimenti nelle attività di ricerca e sviluppo.

Dobbiamo quindi essere coerenti, dobbiamo cooperare e dobbiamo confermare il nostro impegno a far fronte a questa sfida. Ritengo che la scorsa settimana l’Unione abbia trovato un nuovo senso di interesse comune. Ha dimostrato di saper agire con fermezza su una questione fondamentale che sta a cuore ai nostri cittadini. In tal senso, penso che abbia cominciato a creare il legame indefinibile con i cittadini di cui parliamo continuamente.

Quest’anno festeggiamo il nostro cinquantesimo compleanno. Mi auguro che, quando festeggeremo il nostro centesimo compleanno, le generazioni future guarderanno indietro al Vertice della scorsa settimana e lo considereranno un punto di svolta, in cui l’Unione ha cominciato a lavorare insieme, ad affrontare le grandi questioni della nostra epoca e a riconquistare la fiducia dei suoi cittadini.

 
  
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  Presidente. – Onorevole McAvan, lei ha sicuramente la possibilità di arrivare a festeggiare il nostro centesimo compleanno.

 
  
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  Karin Riis-Jørgensen (ALDE).(DA) Signor Presidente, il risultato del Vertice della scorsa settimana è una conquista storica. Siamo ora sulla strada verso un’Europa più ecologica. Solo poche settimane fa, tuttavia, sembrava irrealistico pensare a obiettivi vincolanti per incrementare entro il 2020 l’uso delle fonti di energia rinnovabili di un quinto del totale dei consumi energetici dei paesi dell’Unione. Sono stati compiuti progressi reali. Ora disponiamo del quadro politico necessario, cui occorre dare un contenuto pratico. E’ qui tuttavia che cominciano i problemi e dovremo batterci per ciò in cui crediamo. Tutti devono svolgere un ruolo costruttivo, sia l’industria sia noi, in veste di legislatori. Tuttavia, dobbiamo anche spingerci oltre e prevedere maggiori requisiti ambientali, ad esempio per le automobili e gli aerei. La Commissione deve assumere la guida in questo campo ed essere certa della sua posizione. Non è vero, Commissario Verheugen? Dobbiamo anche essere molto ambiziosi e garantire la piena liberalizzazione del mercato europeo dell’energia. E’ necessario un autentico mercato interno dell’energia ed è qui che la Presidenza tedesca deve dar prova reale della sua volontà.

Vi sono buoni motivi per rallegrarsi del fatto che l’Europa dia prova di leadership nel mondo e guidi il lavoro volto a ottenere un accordo che subentri al Protocollo di Kyoto. Se in Europa rimaniamo uniti, avremo anche la possibilità di ottenere un accordo internazionale sulla politica climatica che coinvolga i paesi esitanti, quali gli Stati Uniti e i paesi asiatici in rapido sviluppo, come la Cina e l’India. Con il grande passo avanti compiuto al Vertice, l’Unione comincia veramente a far sentire la propria voce dopo anni caratterizzati dalla mancanza di determinazione, cominciati con i “no” francese e olandese al Trattato costituzionale, che hanno fatto sì che l’Unione si distinguesse per la sua incapacità decisionale. Per fortuna, ciò fa parte del passato. L’Unione dimostra ora di saper agire a livello politico. Potremo ritrovare denominatori comuni che ci leghino gli uni agli altri, anche nei settori in cui sono in gioco forti interessi nazionali, e di ciò va reso merito in gran parte a una competente Presidenza tedesca. L’Unione ha ritrovato il suo ottimismo, e questo è cruciale per rimettere in pista il Trattato costituzionale.

 
  
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  Guntars Krasts (UEN).(LV) Grazie, signor Presidente. Vorrei congratularmi con la Presidenza per l’ottimo risultato del lavoro del Consiglio, per aver adottato un programma di lavoro molto ambizioso e averlo in gran parte realizzato.

Vorrei parlare innanzi tutto di ciò che non è stato realizzato. E’ una vera vergogna che la proposta della Commissione relativa alla separazione delle imprese verticalmente integrate sia stata bloccata. Le grandi imprese energetiche, che dettano condizioni ai governi nazionali, finora hanno mostrato scarso interesse per le connessioni transfrontaliere. A quanto pare, la creazione di un autentico mercato europeo dell’energia è stata di nuovo rimandata.

Vorrei ora parlare delle decisioni adottate. Gli obiettivi ambiziosi volti ad aumentare la quota delle fonti di energia rinnovabili e a ridurre le emissioni sono una misura coraggiosa, che accolgo con favore. Ciò che più conta ora è che i rappresentanti dei governi comprendano l’impegno che hanno assunto, al fine di evitare che si ripeta quanto successo con i compiti di Lisbona. Allora la decisione non era stata presa sulla base di calcoli della disponibilità di fonti di energia rinnovabili o della loro ubicazione negli Stati membri o dell’accessibilità delle necessarie tecnologie, né si erano considerati i costi. Sarà quindi necessaria un’azione molto responsabile da parte degli Stati membri, stretta cooperazione e solidarietà reciproca. Questa è una decisione in cui i cittadini europei ripongono fiducia, la sostengono. Tale impegno va rispettato, così come i piani di Lisbona, e i rappresentanti politici non devono sbagliare strada quando definiscono i compiti necessari per realizzare questo obiettivo. Vi ringrazio.

 
  
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  Claude Turmes (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, Ministro Steinmeier, a parte l’euforia, che in certa misura è giustificata, qui e ora sono proprio la sede e il momento giusti per verificare se questi nobili obiettivi poggino su solide fondamenta.

Il prossimo fine settimana, a Berlino, sotto l’egida del gruppo Verde europeo, proporremo un piano articolato in dieci punti volto a rendere l’Europa più sensibile al clima. Lo faremo con maggiore entusiasmo del Commissario Verheugen, che stamattina ha ancora una volta dimostrato di considerare la protezione del clima come un onere per l’economia dell’Unione e non come un motore trainante per l’innovazione.

La sicurezza dell’approvvigionamento è importante, in particolare per quanto riguarda il gas naturale. Tuttavia, la costruzione di nuovi gasdotti non è la misura migliore che si possa prendere in Europa. Sarebbe meglio adottare il modello fruttuoso della Banca tedesca per la ricostruzione e trasferire alla Banca europea per gli investimenti i fondi per la modernizzazione del nostro parco immobiliare! Più del 40 per cento dell’energia europea è dissipato in edifici male isolati e più del 70 per cento del gas naturale russo è utilizzato in edifici europei. Una misura volta a migliorare l’efficienza del nostro parco immobiliare è quindi molto più importante di qualsiasi altro provvedimento si possa prendere sul versante dell’offerta.

Lo stesso vale per il petrolio. Non saranno gli oleodotti ad aiutarci a compiere progressi, ma automobili più moderne. Non so se l’onorevole Juncker abbia figli. L’onorevole Schulz sembra essere meglio informato. So che sta per ottenere una nuova vettura ufficiale e, da europeo convinto, lunedì ha detto alla stampa lussemburghese che presto acquisterà un’auto ibrida giapponese, se l’industria automobilistica europea non costruirà automobili rispettose dell’ambiente.

Sono quindi necessarie norme in materia di efficienza per il 2020, perché le automobili su cui viaggeremo nel 2020 sono già in corso di progettazione. E’ altresì necessario introdurre un limite di velocità in Germania, perché le numerose centinaia di chilometri di “guida libera per cittadini liberi” non sono un problema soltanto tedesco bensì globale, dato che, per questo motivo, le automobili sono munite di motori sovradimensionati in tutto il mondo, ma non sono abbastanza efficienti.

 
  
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  Umberto Guidoni (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’impegno di ridurre unilateralmente le emissioni di carbonio del 20 per cento va nella direzione giusta ma avremmo dovuto puntare sull’obiettivo più ambizioso del 30 per cento obbligatorio entro il 2020. Oggi le energie rinnovabili rappresentano appena il 7 per cento del mix energetico dell’Unione europea ed è evidente che l’obiettivo volontario del 12 per cento entro il 2010 non ha funzionato. Ecco perché è importante puntare su target obbligatori e su regole certe per applicarli.

A chi si lamenta dei costi dello sviluppo di tecnologie non inquinanti, va detto che questo investimento darà all’Europa la leadership nel settore, con la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro secondo la Strategia di Lisbona. Cinquan’anni dopo il trattato di Roma è tempo di rilanciare una politica energetica comune, anche per ridurre la dipendenza dell’Europa dall’estero. Abbiamo fatto una scelta: ora dobbiamo essere pronti a sostenerla, sapendo che il cammino sarà difficile. Ma il costo dell’inerzia per l’Europa e per il mondo interno sarebbe molto più alto e a pagarlo sarebbero soprattutto gli strati sociali più deboli.

 
  
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  Johannes Blokland (IND/DEM).(NL) Signor Presidente, il fatto che il Consiglio europeo abbia organizzato un Vertice di primavera in inverno dimostra che i cambiamenti climatici sono un fenomeno che il Consiglio riconosce, e mi compiaccio che esso adotti le proposte della Commissione volte a contrastarli. Ciò significa tuttavia che il Consiglio è disposto a realizzare una riduzione del 30 per cento soltanto se altri paesi sviluppati contribuiranno a conseguire questo obiettivo. Nondimeno, per garantire che l’aumento della temperatura non superi 2° C, è necessario ridurre i gas serra a livello mondiale del 30 per cento entro il 2020.

Per tale motivo, alcune settimane fa il Parlamento ha optato per questo 30 per cento, e si tratta solo di un primo passo. So bene che non è semplice ottenere una riduzione del 30 per cento. Nei Paesi Bassi, l’Ente per la pianificazione ambientale e naturale ha affermato che è impossibile raggiungere tale obiettivo, a meno che non si introducano enormi cambiamenti nella tecnologia e nel comportamento dei cittadini e delle imprese. Ciononostante, il governo olandese ha fatto propria questa ambizione, e ha fatto bene. Per conseguire simili traguardi ambiziosi, sarà necessario cogliere subito tutte le numerose opportunità esistenti, perché non possiamo fissarci su un’unica soluzione.

Le conclusioni del Consiglio non sono chiare riguardo a quali fonti di energia si debbano usare per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. Sussiste quindi il rischio che si continui a pensare al fabbisogno energetico solo in termini di gas, petrolio e carbone. Rimanendo aggrappati alle fonti energetiche fossili, ostacoleremo lo sviluppo di quelle rinnovabili.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, vorrei congratularmi con tutti i partecipanti per il successo del Vertice. E’ raro che il leader della delegazione dei conservatori britannici esprima solo elogi dopo un Consiglio europeo, ma questa volta è giustificato e sono lieto di farlo.

Raggiungendo l’accordo sulla riduzione dei gas serra nell’Unione, il Consiglio ha dato prova di leadership sulla questione probabilmente più importante che il nostro pianeta deve affrontare, cioè la minaccia dei cambiamenti climatici. Mi auguro sinceramente che la leadership mostrata in questo ambito dagli Stati membri sfoci in una più ampia azione a livello internazionale.

Anche il leader del mio partito, che ha fatto molto perché la questione fosse posta al centro del dibattito politico nel Regno Unito, accoglie con favore l’accordo e si compiace del rinnovato entusiasmo del Primo Ministro Blair e del Ministro Brown. L’Europa, ponendosi all’avanguardia su questo fronte, non solo trasmette un forte segnale alla comunità globale, ma comunica anche ai nostri cittadini il messaggio che l’Unione può fare la differenza. Le notizie da Bruxelles spesso riguardano oscure questioni istituzionali, lontane dalla vita dei cittadini. L’accordo sui cambiamenti climatici è un buon accordo e mi auguro che i deputati al Parlamento ne prenderanno atto quando ci sarà la prossima discussione sui meccanismi istituzionali.

Al riguardo, vorrei chiedere quali proposte sono state presentate per migliorare il regime dell’Unione relativo alle emissioni, nonché conferma del fatto che ciò non richiederà un’importante riforma istituzionale. Quando potremo avere una ripartizione, paese per paese, degli obiettivi relativi alle energie rinnovabili in termini di percentuale dei consumi energetici?

Riguardo alle conclusioni, mi compiaccio dei progressi compiuti anche in merito al miglioramento della legislazione. Aggiungo solo che vorrei vedere una maggiore azione sulla deregolamentazione, in particolare. Il Presidente della Commissione Barroso merita le nostre congratulazioni per aver assunto un ruolo guida su una questione vitale per la competitività europea.

Infine, vorrei esprimere la mia approvazione per l’accento posto nelle conclusioni sulle relazioni economiche e politiche transatlantiche e, in particolare, per l’impegno personale del Cancelliere Merkel a favore di nuove relazioni economiche transatlantiche.

 
  
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  Poul Nyrup Rasmussen (PSE).(EN) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, innanzi tutto vorrei dire “bravi!”, perché è stato realizzato un compito per niente semplice. Il Ministro Steinmeier, noto per la sua perseveranza e determinazione, ha svolto un lavoro lodevole. Accolgo con favore questo risultato che, a mio parere, rappresenta una svolta cruciale per l’Unione europea e pone l’Europa all’avanguardia mondiale sul fronte dei cambiamenti climatici.

Naturalmente, ora mi auguro che questo non sia solo un testo adottato dal Consiglio europeo ma un documento che sarà attuato negli Stati membri. Do quindi per scontato che, come ha detto il deputato conservatore britannico, sarà attuato anche nel Regno Unito, con le imprese britanniche e i conservatori sotto la guida del Primo Ministro Blair: molto bene!

(Si ride)

La mia seconda osservazione è che la politica climatica ed energetica non è un costo ma un nuovo parametro di concorrenza e una nuova opportunità di creare nuovi e migliori posti di lavoro, come previsto dall’agenda di Lisbona. Vorrei dare risalto al fatto che una crescita nuova, ecologica e intelligente può e deve essere un nuovo motore per il processo di Lisbona, come ha affermato il Commissario Verheugen e come ha sottolineato anche lei, signor Presidente in carica del Consiglio.

Concordo con le osservazioni del Commissario Verheugen, che però ha omesso una parola, cioè “coordinamento”, il coordinamento degli investimenti economici in questi settori, per permetterci di affrontare l’enorme investimento che ci attende. Un miliardo di euro è la stima dell’investimento totale necessario nei prossimi anni e ciò richiede coordinamento, affinché si creino le sinergie supplementari che l’Unione europea è in grado di generare.

Vi facciamo quindi i migliori auguri per questa impresa. Noi deputati socialisti europei siamo qui per aiutarvi.

 
  
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  Chris Davies (ALDE).(EN) Signor Presidente, le decisioni del Consiglio sono ambiziose e l’unanimità è straordinaria. Il difficile sarà affrontare i dettagli, e temo che non vi sarà tutto questo accordo quando saranno annunciate le proposte sulla ripartizione degli oneri. Inoltre, alcuni obiettivi specifici potrebbero essere contestati, non ultimo dagli ambientalisti.

L’obiettivo relativo ai biocarburanti, per esempio, deve essere un errore, dal momento che esistono abbondanti prove del fatto che è meglio utilizzare le biocolture per generare elettricità anziché per alimentare automobili. Non fingiamo che la nostra domanda di biocarburanti non avrà ripercussioni sulle foreste pluviali tropicali. Non possiamo nemmeno impedire l’importazione in questo paese di legno tagliato illecitamente, figuriamoci fermare l’espansione delle piantagioni di palma da olio. Le ripercussioni ci saranno, e mi auguro che tutte le proposte sull’energia comprese in questo pacchetto saranno sottoposte alla procedura di codecisione, al fine di garantire ai parlamentari la possibilità di esercitare la loro influenza.

A parte i cavilli, l’orientamento generale è buono e gli obiettivi sono nobili. L’Unione europea ha indossato l’abito dell’evangelista che tenta di allertare il resto del mondo sui pericoli dei cambiamenti climatici e di promuovere un accordo internazionale post-2012 cui partecipino come minimo la Cina, l’India e gli Stati Uniti.

Dobbiamo cercare di ottenere la definizione di questo accordo post-2012 da parte della Conferenza delle parti al più tardi nel 2009, e sarà necessario un vero e proprio cambiamento di mentalità in quei paesi per poter conseguire questo obiettivo. A tal fine, dovremo cercare di influenzare tutti gli opinionisti, i media, i parlamentari, i capitani d’impresa, oltre che i ministri. Non credo che le risorse necessarie esistano, di sicuro non in seno alla DG “Ambiente”, forse nemmeno nell’intera Commissione. Esistono però in Europa, se tutti i 27 Stati membri, i nostri diplomatici e rappresentanti politici e le nostre imprese mettono in comune le loro risorse in una campagna concordata, volta a promuovere un cambiamento di mentalità e garantire il successo.

Dobbiamo ragionare in questi termini e cercare di esprimerci in questo linguaggio drastico, se vogliamo realmente concentrare l’attenzione su questo tema. Abbiamo meno di 1 000 giorni a disposizione per salvare il mondo e garantire l’adozione di un accordo internazionale in materia. Questo è il nostro compito e richiederà tutte le nostre risorse. Dobbiamo valorizzare la decisione del Consiglio e svolgere con zelo, passione e urgenza il nostro lavoro, se vogliamo conseguire tale obiettivo.

 
  
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  Mario Borghezio (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mentre l’Europa non solo si interroga ma comincia a dare risposte concrete e ad assumere impegni per il risparmio energetico e l’adozione di fonti alternative e si domanda come affrontare l’emergenza dei cambiamenti climatici, al centro dell’Europa, un’area vasta e tecnologicamente avanzata, determinante per il futuro sociale ed economico di uno degli Stati membri, la Valle Padana, chiede inutilmente da tempo misure infrastrutturali per risolvere il problema dell’inquinamento causato dalla situazione ormai più che emergenziale della strozzatura delle vie di comunicazione.

Nelle ore cruciali del mattino e della sera, le immagini satellitari descrivono la Padania come un’immensa fila di auto e di camion, che producono tonnellate e tonnellate di gas inquinanti, con consumi assurdi di carburante. Mentre ciò avviene da decenni e si chiedono queste misure, Roma ladrona – ladrona non per gli abitanti, che sono persone eccezionali e oneste, ma per il palazzo del potere centralista del vecchio Stato – disquisisce, come a Bisanzio, sulle riforme dei meccanismi elettorali e lascia che questa situazione continui a produrre guasti.

Vi è poi il secondo aspetto dell’emergenza climatica, cioè quello dell’acqua: non solo il Sud del nostro Paese ma anche la Valle Padana rischia di morire di sete. Desidero richiamare l’attenzione dell’Europa sulla situazione idrica della Valle Padana per le gravissime conseguenze che ciò potrebbe avere per il granaio europeo, che è rappresentato da questa macroregione così importante per il futuro produttivo del nostro Paese.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, il Vertice ha concluso che la strategia di Lisbona rinnovata per la crescita e l’occupazione comincia a dare i suoi frutti. E’ ora che lo faccia, perché a tutt’oggi non si sono visti risultati spettacolari, all’altezza del clamore suscitato dal lancio della strategia. La maggioranza delle imprese, soprattutto le piccole imprese, che rappresentano la maggioranza dei datori di lavoro, lamenta a ragione che l’eccesso di burocrazia ostacola il loro funzionamento e sviluppo. Accolgo quindi con favore l’impegno del Vertice di ridurre del 25 per cento entro il 2012 la burocrazia imposta dall’Unione, e mi auguro che sarà mantenuto. Tuttavia, è un peccato che gli Stati membri non si siano impegnati a realizzare riduzioni analoghe della burocrazia dovuta alla legislazione nazionale.

Gran parte dell’attenzione si è concentrata sugli impegni del Vertice in materia di efficienza energetica ed energie rinnovabili; sono stati fissati obiettivi ammirevoli per il risparmio energetico. Mi auguro nondimeno che ogni nuova legislazione sarà attenta alle circostanze locali. Ad esempio, nel settore dei trasporti, si deve tenere conto del fatto che, nel paese da cui provengo e in gran parte della Scozia rurale, non esistono alternative realistiche al trasporto di merci su strada.

 
  
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  Vladimír Remek (GUE/NGL).(CS) Onorevoli colleghi, la soluzione del problema del riscaldamento globale è indissolubilmente legata non solo all’uso di fonti di energia rinnovabili, ma anche all’atteggiamento che adottiamo nei confronti delle fonti tradizionali. Io, per esempio, sono lieto che al Vertice si sia compiuto un grande passo avanti per quanto riguarda la posizione dell’Unione sull’energia nucleare. L’atteggiamento nei riguardi dell’energia nucleare sotto la Presidenza tedesca finora è stato ambiguo; essa tenta di evitare la questione per timore di scottarsi le dita, pur sapendo che prima o poi dovrà piegarsi alla necessità economica e adottare provvedimenti. Quanto più aspettiamo, tuttavia, tanto più la situazione si aggraverà.

Si può osservare un mutamento nel fatto che i rappresentanti riuniti al Vertice in definitiva hanno riconosciuto che, nell’interesse della sicurezza energetica e della riduzione delle emissioni, gli Stati membri possono fare ricorso all’energia nucleare. Sono convinto che il mix energetico non debba solo essere equilibrato ma anche democraticamente aperto a tutte le fonti energetiche disponibili, ovviamente compiendo ogni sforzo possibile per garantire il massimo livello di sicurezza.

 
  
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  Georgios Karatzaferis (IND/DEM).(EL) Signor Presidente, come sappiamo il Consiglio europeo non ha affrontato solo il tema del clima. Questo è andato nella giusta direzione. Noi europei ne sopporteremo le sofferenze e i costi. In altre parole, con le misure che stiamo adottando, se non persuaderemo gli Stati Uniti, la Cina e l’India ad allinearsi, sarà come costruirci la macchina da soli e pagare un sacco di soldi, mentre il nostro vicino viaggia con il tubo di scappamento rotto. Che cosa cerchiamo di fare? Svuotare il mare con un cucchiaio? Abbiamo quindi bisogno di un nuovo Kyoto, che sia firmato da questi tre paesi, i quali insieme rappresentano la metà della popolazione e il 65 per cento dell’energia. E’ una questione che dobbiamo valutare in questi termini.

D’altro canto, parliamo di sviluppi nel settore dell’economia, dell’occupazione e in campo sociale. Non capisco. Di quale classe sociale stiamo parlando? Di quella che, dopo Lisbona, ha sostituito la BMW con una Mercedes? Cento milioni di europei vivono al di sotto della soglia di povertà. Che cosa stiamo facendo per loro? Che cosa faremo? Sono i cittadini disoccupati. Saranno loro a bloccare qualsiasi referendum si possa svolgere in futuro sulla Costituzione. Prestiamo dunque attenzione ai poveri e non limitiamoci a esprimere pii desideri e parole che alla fine non convincono nessuno.

 
  
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  Antonio Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, si è trattato di un Consiglio europeo positivo, perché è entrato nel vivo dei problemi che interessano i cittadini. Nell’era della globalizzazione i popoli hanno sempre più bisogno di un’Europa che dia soddisfazione alle domande alle quali gli Stati nazionali non sono più in grado di rispondere.

Solo l’Unione infatti può affrontare i grandi temi del cambiamento climatico, della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, dell’immigrazione, della libertà energetica, compreso il rilancio del nucleare, della disoccupazione, del confronto con le nuove grandi potenze economiche e commerciali dell’Asia orientale, per non parlare della pace nell’area del Mediterraneo e nel Medio Oriente. Ecco perché abbiamo bisogno di un nuovo Trattato costituzionale che stabilisca competenze e capacità di azione.

Condivido perciò, signor Presidente, la proposta di dar vita ad un testo che conservi la sostanza e recepisca i valori di quello firmato a Roma e poi bocciato in Francia e in Olanda. Un testo che faccia riferimento alle radici giudaico-cristiane dalle quali attinge nutrimento l’azione dell’Unione a favore della centralità dei diritti della persona e del cittadino.

Signor Presidente del Consiglio, desidero formulare una proposta concreta alla Presidenza tedesca, appellandomi ad essa con convinzione, affinché gli Stati membri, insieme al Parlamento e alla Commissione, diano vita nei prossimi mesi ad una grande campagna di comunicazione mediatica tesa a far conoscere ai cittadini cos’è veramente l’Unione europea, per far capire che l’Unione non è la costosa ed opprimente burocrazia di Bruxelles bensì, com’è emerso durante il vertice dell’8-9 marzo, un’istituzione che rappresenta la certezza di un futuro migliore per mezzo miliardo di persone.

 
  
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  Harlem Désir (PSE).(FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, nelle discussioni e conclusioni sulla strategia di Lisbona, il Consiglio ha anche dato un nuovo orientamento al suo approccio nei riguardi delle questioni sociali.

Me ne compiaccio e, come avete entrambi affermato, ritengo che i capi di Stato e di governo abbiano preso coscienza del fatto che non possiamo riconquistare la fiducia dei cittadini se non dimostriamo che l’Europa si impegna a difendere il modello sociale europeo. Le conclusioni menzionano quindi la necessità non solo di creare più posti di lavoro e sostenere la crescita, ma anche di salvaguardare la qualità dei posti di lavoro, le condizioni di lavoro, la partecipazione dei lavoratori e la possibilità di conciliare la vita professionale e familiare. Ciò mi induce a fare due osservazioni.

La prima è che, se vogliamo che questo nuovo approccio sociale non rimanga lettera morta, esso deve essere accompagnato da un piano d’azione, dal rilancio dell’agenda sociale europea e forse da un Consiglio che si dedichi – come ha fatto l’ultimo per gli obiettivi relativi all’energia e alle fonti energetiche rinnovabili – alla realizzazione di questi obiettivi sociali. Si dovranno fissare obiettivi quantitativi, per esempio nei settori previsti dalla strategia di Lisbona: l’occupazione dei giovani, l’occupazione delle persone ultracinquantenni e l’accesso all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Si dovranno obbligare gli Stati membri a dotarsi delle risorse necessarie per ottenere risultati, per esempio tramite lo scambio di buone pratiche e il ricorso a sanzioni per chi non porta a compimento le azioni. Si dovranno inoltre riaprire diversi fascicoli bloccati da questo stesso Consiglio che dovrebbe rafforzare la dimensione sociale dell’Unione: la direttiva sull’orario di lavoro, la revisione della direttiva sul comitato aziendale europeo e la direttiva sul lavoro temporaneo.

La seconda osservazione è che bisogna garantire la coerenza tra questa nuova attenzione alla dimensione sociale dell’Unione e l’insieme delle altre politiche. La protezione del modello sociale è davvero coerente con la volontà di procedere alla piena liberalizzazione del settore postale, insieme con i settori dell’elettricità e del gas? Questi settori del servizio pubblico si possono affrontare solo nella prospettiva del mercato interno? La liberalizzazione offre garanzie per quanto riguarda il servizio pubblico, la copertura di tutti i territori e il controllo delle tariffe? Ritengo che si debba proporre un nuovo equilibrio anche in questo ambito. Per tale motivo, come sapete, il gruppo socialista al Parlamento europeo ha chiesto che sia esaminato un progetto di direttiva quadro sui servizi di interesse generale.

 
  
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  Bronisław Geremek (ALDE). – (PL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, permettetemi di rilevare che il recente Vertice svoltosi sotto la Presidenza tedesca è non solo un esempio di azione efficace, ma anche un esempio di come associare l’assiologia, o la fedeltà ai valori, a una politica pragmatica.

Europa significa libertà, solidarietà e innovazione, obiettivi che anche la nostra politica energetica dovrebbe perseguire. La solidarietà nel settore dell’energia può essere e sarà al servizio della libertà. In che modo si può associare l’innovazione alla solidarietà nella politica energetica? Vorrei rilevare che i paesi riunitisi di recente all’Europa, dopo un lungo periodo di separazione, sono paesi poveri e non hanno la capacità di realizzare il programma 3 x 20. Di conseguenza, l’attuazione di tale programma potrebbe presto accentuare le divisioni interne.

Invito il Commissario Verheugen a non dimenticare che la politica comunitaria deve essere al servizio degli obiettivi comunitari.

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE). (PL) Signor Presidente, il Vertice rappresenta un nuovo passo avanti nella costruzione dell’Europa. Onde evitare di essere presuntuosi, tuttavia, è bene svolgere un esame critico dello status quo in alcuni settori. Il 3 per cento del PIL per la scienza previsto dalla strategia di Lisbona, pur essendo un miglioramento, non sarà sufficiente per reggere il confronto con gli Stati Uniti. Abbiamo ancora molta strada da percorrere prima che le potenzialità intellettuali dell’Europa siano pienamente realizzate.

Riguardo alla politica energetica, l’obiettivo di soddisfare il 20 per cento del nostro fabbisogno con fonti energetiche rinnovabili e il ricorso all’attività mineraria, compresa l’estrazione di carbone, non deve renderci ciechi di fronte ai nostri attuali problemi energetici. L’allegato parla di una politica europea comune di coordinamento per gli Stati membri. Questi ultimi non devono però agire ai danni della coesione europea, come li abbiamo visti fare di recente.

La situazione attuale per quanto riguarda le forniture di gas dalla Russia – la crisi del gas in Bielorussia e Ucraina – è un nuovo banco di prova per la nostra politica energetica e di sicurezza nel suo insieme, e dovremmo considerarla una lezione oggettiva, non solo un’anomalia destinata a sparire. La sfida della Russia non è semplice, ma l’Europa può evitare di essere il capro espiatorio, purché esprima una sola voce, cosa che raramente avviene. Si spera che questo Vertice cambi la situazione.

Le recenti azioni della Commissione di tutela dell’ambiente nella valle del fiume Rospuda, ancorché in assenza di una votazione sulla costruzione di un gasdotto sotto il Mar Baltico, dimostrano quanto queste azioni siano selettive, non coesive e incoerenti. Si versano fiumi di lacrime se una rosa appassisce o le nostre foreste si incendiano, ma i fatti strategici passano sotto silenzio e noi ci concentriamo sulle sottigliezze.

Vorrei infine accennare alla più grande debolezza dell’Europa, cioè la persistente mancanza di solidarietà a livello governativo e nazionale. Non si tratta tanto di disposizioni formali, quanto di riconoscere il nostro destino comune, che affonda le radici nella tradizione, in particolare la tradizione cristiana, e si basa su obiettivi comuni, che devono essere continuamente definiti. Al momento, la questione energetica è un banco di prova per la solidarietà europea e questa solidarietà stimolerà il futuro sviluppo dell’Europa.

 
  
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  Gianni Pittella (PSE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo quest’ultimo Consiglio europeo possiamo ben dire che questa è l’Europa che ci piace: l’Europa delle scelte, l’Europa della lungimiranza, l’Europa che cura i suoi interessi e proietta il suo ruolo nel mondo. Questo scatto di reni era necessario, sebbene non scontato, ma davvero salutare. Non è la prima volta che siamo sul punto di rotolare in basso e risaliamo la china, dando il meglio di noi: lo abbiamo fatto con l’Unione doganale, con il mercato unico e con l’euro. Oggi lo facciamo con l’energia e la lotta ai cambiamenti climatici. Non fermiamoci, sarebbe un autogol imperdonabile.

La Commissione faccia la sua parte, traducendo le scelte del Consiglio in proposte legislative su cui il Parlamento lavorerà a fondo. Il Consiglio valuti piani nazionali a maggioranza. Soprattutto non fermiamoci sulla strada dell’Europa politica. Come ha detto in quest’Aula il Presidente della repubblica italiana, Giorgio Napolitano, nella scorsa tornata, la Costituzione non è un capriccio, né una vanità o un orpello. Senza nuove regole, senza personalità giuridica, senza un’anima politica e sociale e senza la carta dei diritti, l’Europa rischia di declinare di nuovo.

Ecco perché attendiamo con ansia il manifesto del 25 marzo. Ieri la signora Merkel ha detto che il manifesto non parlerà di Dio ed è giusto, perché chi è sinceramente cattolico e cristiano, Dio lo porta nel cuore. Ma il manifesto non può non parlare di costituzione. Dopo i successi della scorsa settimana, sarebbe deludente se noi facessimo un manifesto generico che non parli dei successi dell’Europa, che non citi le grandi conquiste di questi cinquant’anni e, soprattutto, che non delinei questo grande traguardo che è la Costituzione europea.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, userò il tempo a mia disposizione per parlare della dichiarazione di Berlino. Innanzi tutto, 50 anni di cooperazione tra gli Stati europei sono un buon motivo per festeggiare. La cooperazione ha dato risultati, anche se naturalmente vi sono aspetti insoddisfacenti.

La Germania ha redatto una dichiarazione speciale per l’occasione. Purtroppo, è stata elaborata a porte chiuse. Quando i presidenti dei nostri gruppi sono intervenuti stamattina, hanno dovuto ammettere di non aver visto il testo. Questo la dice lunga sulla situazione attuale dell’Unione, sull’apertura e sulla cooperazione interistituzionale nell’Unione.

La dichiarazione deve avere un solo obiettivo: spiegare in modo chiaro e conciso perché abbiamo bisogno della cooperazione europea in questo millennio. In altre parole, deve fornire una chiara definizione dei nostri obiettivi europei comuni.

 
  
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  Markus Ferber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, vorrei dire innanzi tutto che sono sorpreso dell’intensità e del livello a cui sono condotte molte discussioni sul conseguimento di una riduzione reale delle emissioni di CO2. Nel mio Stato membro, ho l’impressione che si potrebbe tenere la catastrofe climatica sotto controllo se si guidasse a una velocità un po’ più bassa, si sostituissero le lampadine e si piantassero tre alberi ogni volta che si va in vacanza in Africa. Dare questa impressione equivale a ingannare le persone.

E’ senz’altro necessario esaminare con grande attenzione dove si registrano i più alti livelli di emissioni di CO2: si registrano quando si genera elettricità. E’ quindi importante riflettere anche sul modo in cui si possano ottenere riduzioni laddove i livelli di emissioni di CO2 sono i più elevati. E’ interessante osservare il presidente della SPD tedesca viaggiare per il paese in veste di esperto scientifico e calcolare le emissioni di CO2 prodotte dalla generazione di energia nucleare. Dovrebbe lasciare questo compito a un fisico, come il Cancelliere tedesco, e allora sì che saremmo sulla strada giusta.

La prima questione su cui dovremo riflettere è quindi come si possano fissare obiettivi per la produzione di energia anche nel trasporto su strada. Quanti grammi di CO2 si possono emettere per chilowattora? Così affronteremo la questione con l’approccio giusto e potremo quindi prendere in considerazione altre misure. Sottolineo che dovremo riflettere sul ruolo che l’energia nucleare dovrà svolgere nei prossimi anni e decenni. E’ importante per noi europei discutere l’energia nucleare in modo obiettivo e non ideologico, tenendo conto delle responsabilità che dobbiamo assumerci al riguardo, e fornire così un contributo che permetta di condurre questo dibattito con obiettività negli Stati membri.

 
  
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  Adrian Severin (PSE).(EN) Signor Presidente, la sicurezza energetica e la lotta ai cambiamenti climatici sono le due sfide più drammatiche della nostra epoca. Affrontando questi argomenti in modo coraggioso ed esauriente, il Consiglio europeo ha riconosciuto che le sfide globali richiedono risposte globali, che le minacce transfrontaliere richiedono un’azione transfrontaliera. Sono questioni che riguardano i normali cittadini e, affrontandole, il Consiglio trasmette il messaggio che l’Unione europea è sensibile alle esigenze dei cittadini europei e dimostra che la fiducia che essi ripongono nelle Istituzioni europee è giustificata. Tuttavia, questa è solo la punta dell’iceberg. Un mercato comune dell’energia richiede la comunitarizzazione della politica energetica, la quale dovrebbe comprendere o essere associata a uno sforzo congiunto a favore dello sviluppo tecnologico, oltre al coordinamento degli investimenti e delle politiche per l’occupazione e la crescita.

La volontà politica espressa questa primavera non sarà sostenibile né efficace senza una base giuridica europea. Una politica comune richiede inoltre un bilancio specifico e si devono garantire le risorse necessarie per finanziarlo, anche tramite l’imposizione di tasse su alcune operazioni nel settore dell’energia e la costituzione di risorse finanziarie proprie dell’Unione europea. La configurazione dell’allargamento dell’Unione europea, la politica di vicinato e le strategie di sviluppo devono seguire la misura e il modo in cui i nostri partner esteri – vicini o meno – cooperano nella promozione delle strategie energetiche e ambientali europee. D’altro canto, gli accordi bilaterali tra gli Stati membri dell’Unione europea e i paesi terzi nel settore dell’energia devono essere concepiti in modo da operare a favore del miglioramento della nostra strategia energetica comune.

Questa primavera il Consiglio europeo ha dimostrato che esiste una luce alla fine del tunnel. Il Vertice di Berlino deve ora dimostrare che esiste un tunnel che porta alla luce.

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE).(EN) Signor Presidente, sono lieta che il Consiglio abbia deciso che gli oneri amministrativi derivanti dalla legislazione dell’Unione devono essere ridotti del 25 per cento entro il 2012, come ha già affermato un altro oratore.

Accolgo con favore anche il fatto che il Consiglio sia favorevole alla creazione di un gruppo di esperti indipendenti, incaricato di fornire consulenze sul miglioramento della regolamentazione. E’ fondamentale. Tuttavia, mi spingerei oltre e chiederei che valutazioni di impatto indipendenti siano svolte d’ufficio per tutta la legislazione.

Nel campo dell’occupazione, si deve ricorrere a una legislazione a livello di Unione soltanto se non può essere introdotta con successo a livello locale o nazionale. Già ora il titolare di una piccola impresa dedica in media circa 28 ore al mese a compilare moduli previsti dalle norme vigenti. Si deve proporre una legislazione in materia di salute e sicurezza soltanto se prove mediche e scientifiche ne dimostrano la necessità, come nel caso di una modifica della direttiva 2000/54/CE sugli agenti biologici, intesa a proteggere i lavoratori del settore sanitario dalle ferite da ago.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signori Presidenti, onorevoli colleghi, è stato compiuto il primo passo nella giusta direzione per una politica comune in materia di energia e protezione del clima, e non si è prodotta aria fritta: ne siamo soddisfatti. Il contesto per le decisioni politiche è migliorato, ma siamo ancora ben lontani dal nostro obiettivo. Dobbiamo ancora affrontare gran parte delle difficoltà. La prima è la piena integrazione degli obiettivi fissati nei programmi della politica per la crescita, l’occupazione e la competitività, e, se necessario, la loro modifica. La politica climatica ed energetica deve rafforzare la strategia di Lisbona, non sminuirla.

In secondo luogo, la presentazione delle misure, dei progetti e dei programmi europei specifici e dei necessari piani d’azione, che dovranno poter essere esaminati, richiederà tempo. Tutti devono sapere chi fa che cosa, quando e come, per poter conseguire i nostri obiettivi comuni. Tale fase è fondamentale perché, anche se gli obiettivi fissati ai Vertici destano speranze, soltanto i risultati concreti creano fiducia. Chiedo quindi che sia presentata una relazione annuale degli Stati membri ai parlamenti nazionali e della Commissione al Parlamento europeo sullo stato di attuazione.

In terzo luogo, quando riceveremo dalla Commissione e dai governi nazionali i necessari programmi di ricerca, le necessarie iniziative di sostegno e la tabella di marcia per il risparmio energetico? Dobbiamo ancora fornire una prova sia al nostro interno sia a livello internazionale. Non lo abbiamo ancora fatto. Come disse santa Caterina da Siena, non sarà l’inizio a essere premiato ma solo ed esclusivamente la perseveranza.

 
  
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  Riitta Myller (PSE).(FI) Signor Presidente, dobbiamo essere soddisfatti che l’Unione europea abbia compiuto un passo importante al fine di proteggere la vita sulla Terra e abbia confermato la sua leadership globale nella lotta ai cambiamenti climatici.

Ora che siamo d’accordo sul fine e sull’impegno, dobbiamo esaminare con attenzione il modo in cui realizzare gli obiettivi. E’ stato fondamentale impegnarsi a favore dell’uso di fonti di energia rinnovabili per soddisfare il nostro fabbisogno futuro di energia. Molte energie rinnovabili, tuttavia, sono ancora in fase di sviluppo e al tempo stesso molte buone pratiche che garantiscono l’efficienza energetica aspettano solo di essere introdotte. Gli Stati membri hanno ora un lavoro da svolgere. Dobbiamo investire in modo massiccio nell’efficienza energetica.

Si devono sviluppare anche i biocarburanti e le bioenergie, sebbene sia al tempo stesso necessario garantire che si tenga conto della compatibilità ambientale dell’intero ciclo di vita di tali fonti energetiche anche a livello globale, come è già stato affermato. A tal fine, abbiamo bisogno di un sistema di certificazione che serva da guida per metodi di produzione corretti.

Nel complesso, noi europei abbiamo la possibilità di emergere come leader nel settore delle tecnologie energetiche. Come ha detto il Commissario Verheugen, abbiamo bisogno di risposte da parte dell’industria alla questione di che cosa sia possibile. Perché molto è possibile.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, il Commissario Dimas, responsabile dell’ambiente, alla fine del Vertice ha parlato di decisioni rivoluzionarie. Vorrei condividere il suo entusiasmo, ma in questo coro di elogi permettetemi di esprimere il mio scetticismo.

E’ vero, la politica sui cambiamenti climatici è infine integrata nella politica economica dell’Unione europea. E’ positivo. Ricordo tuttavia il Vertice di Lisbona del marzo 2000, quando l’Unione europea si pose l’obiettivo di diventare l’economia della conoscenza più competitiva del mondo entro il 2010. Cinque anni dopo, abbiamo visto risultati mediocri. Non vorrei che questo Vertice finisse per essere un’ennesima farsa e una grande delusione.

Approvo lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, ma esse forniscono solo una risposta parziale al problema del riscaldamento globale. Certo, dobbiamo pensare all’efficienza energetica e all’isolamento degli edifici. Dobbiamo sviluppare l’energia eolica, ma il suo impatto è molto limitato; non si può contare su di essa: non produce elettricità se il vento è troppo debole né se è troppo forte. Dobbiamo promuovere l’energia solare, ma non abbiamo un numero sufficiente di tecnici competenti in queste nuove tecnologie.

Deploro i tentennamenti del Consiglio, che riconosce malvolentieri che l’energia nucleare è una soluzione efficace per ridurre le emissioni di gas serra. Il Cancelliere Merkel vuole che l’Unione europea sia un pioniere nella lotta contro il riscaldamento globale. Tutti sono d’accordo, ma è solo ipocrisia, perché si sa che alcuni Stati membri che oggi si oppongono all’energia nucleare acquistano l’energia così generata quando ne hanno bisogno per garantire la sopravvivenza delle loro economie. E’ anche ipocrita il fatto che il Cancelliere Merkel voglia lottare contro le emissioni di CO2 e al tempo stesso rafforzare la sua politica in materia di centrali termiche che utilizzano il carbone per la produzione di elettricità, dal momento che ne conosciamo gli effetti disastrosi sull’ambiente. Altrettanto ipocrita è il fatto che la Germania, che non vuole più centrali nucleari nel suo territorio, venda la sua tecnologia nucleare alla Cina. Infine, signor Commissario, è ipocrita attendersi sforzi da parte dell’industria, allorché la Presidenza tedesca protegge le automobili di grossa cilindrata che consumano troppa energia ed emettono troppo CO2.

Quindi sì, sono d’accordo con le conclusioni del Vertice, ma alle parole devono seguire i fatti, perché le azioni di oggi impiegheranno 30 anni a produrre effetti. L’Unione europea deve riacquistare la sua influenza e imporre una diplomazia ecologica.

 
  
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  Marek Siwiec (PSE). – (PL) Signor Presidente, da molto tempo non esisteva un simile accordo su un Vertice dell’Unione europea, che è stato lodato dai leader nazionali e anche dall’Assemblea. Ma una prudenza innata rende inevitabile chiedersi: che cosa è accaduto a livello politico? Com’è stato possibile, dopo così tanti mesi, raggiungere infine un successo di cui possiamo tutti essere soddisfatti?

La risposta è che vi era gran voglia di successo e grande necessità di dimostrare unità. Va tuttavia detto chiaramente che il Vertice dell’8 marzo di fatto precede una discussione importantissima sulla Costituzione. All’ombra del successo del Vertice, si cela un dibattito incompiuto. Nonostante il successo ottenuto, rimane tuttora irrisolto il dilemma in sospeso dal Vertice precedente in merito a che cosa debba essere l’Unione europea.

Dobbiamo quindi chiederci se l’accordo raggiunto nel campo dell’energia abbia dato energia e coraggio a tutti coloro che vogliono adottare le ardue decisioni sul futuro dell’Europa, o se in realtà sia vero il contrario. O è forse possibile, come affermano alcuni leader europei, che, essendo riusciti a ottenere l’accordo utilizzando i vecchi meccanismi, non sia necessario sostituirli?

Lancio un monito a tutti coloro che stanno preparando la dichiarazione di Berlino e lavorando a soluzioni costituzionali, affinché non permettano che si verifichi una situazione in cui tutti dicono la stessa cosa ed esaltano il successo, ma in realtà ogni paese, o la maggioranza dei paesi, ha un parere diverso. Se questo Vertice finirà per essere stato l’ultimo successo dell’Unione europea, perché sarà seguito solo da problemi, purtroppo tutte le belle parole pronunciate oggi in Aula si riveleranno prive di significato.

 
  
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  Malcolm Harbour (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, sono stati espressi grandi elogi per il Consiglio, in particolare sul pacchetto energetico, ma vorrei dare risalto a un altro fatto significativo che personalmente considero molto importante. Da quando sono stato eletto al Parlamento, nel 1999, intervengo regolarmente in seguito al Vertice di Bruxelles per chiedere che sia data la massima priorità al mercato interno e al suo completamento. La ringrazio, signor Presidente in carica del Consiglio, per averlo inserito come prima azione nella prima pagina del vostro comunicato. Ancora più importante, sono veramente lieto che il Consiglio abbia confermato l’importanza del completamento del mercato interno nel contesto della risposta dell’Europa alla globalizzazione.

Perché dico che ciò riveste grande importanza? Signor Presidente in carica del Consiglio, ho avuto il privilegio di essere relatore quando si è svolta la riunione dei parlamentari nazionali, alla quale lei ha partecipato, sull’intera agenda di Lisbona. I parlamentari nazionali ci dicevano che è questo il messaggio che dobbiamo trasmettere ai nostri elettori. I nostri governi e i nostri Primi Ministri, tuttavia, non ci offrono molto aiuto nel comunicare questo messaggio sull’importanza fondamentale del mercato interno. Hanno detto la stessa cosa sulle quattro libertà nel mercato interno, un aspetto menzionato anche in questa sede. Signor Presidente in carica del Consiglio, vorrei che tornasse dai ministri e dicesse loro: “aiutate i vostri parlamentari a comunicare questo importante messaggio ai loro elettori”.

Permettetemi di collegare questo aspetto anche a due importanti proposte che sono già state menzionate. La prima è una proposta che conosco molto bene: la direttiva sui servizi. La seconda è l’importantissima proposta del Commissario Verheugen sulla necessità di affrontare le questioni legate ai mercati dei prodotti. Signor Presidente in carica del Consiglio, voglio solo dirle che i Primi Ministri dovrebbero tornare da questo Consiglio e richiedere i fascicoli di tutte le cause pendenti dinanzi alla Corte di giustizia relative a casi in cui i singoli paesi violano i Trattati per quanto riguarda la libera circolazione di prodotti e servizi. Tutto ciò che devono fare è risolvere quei casi. Lo si potrebbe fare entro il prossimo Vertice; si introdurrebbe così il più grande miglioramento nel mercato interno senza alcun intervento legislativo. In questo caso, ciò che serve è l’azione, non le parole.

 
  
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  Presidente. – Grazie, onorevole Harbour. E’ un piacere osservare il suo impegno e la sua passione.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE).(ET) La scorsa settimana si è svolta una riunione del Consiglio epocale. Il sistema energetico europeo è obsoleto. Oltre il 20 per cento dei generatori ha più di 30 anni e deve essere sostituito. Questa è un’opportunità storica per liberare l’Europa dagli atteggiamenti antiquati che finora hanno informato la nostra politica energetica.

Anziché sostituire il quinto fisicamente obsoleto con generatori superato, ma nuovi, abbiamo avuto il coraggio, sotto la Presidenza tedesca, di adempiere l’obbligo di sostituirli con energie rinnovabili. Ancora più di questa idea, tuttavia, mi piace quella di passare da un consumo fondato sullo spreco di energia a un consumo fondato sul risparmio energetico.

L’energia e la sicurezza vanno di pari passo. Ogni chilowatt ottenuto senza dover acquistare energia da regimi non democratici è un contributo alla sicurezza globale. Purtroppo, il sostegno politico accordato al progetto di gasdotto sotto il Mar Baltico dimostra che non si presta ascolto agli insegnamenti della storia.

Non dobbiamo incoraggiare la Russia a proseguire la sua politica stalinista delle zone di influenza. Può sembrare un giudizio severo, ma il gasdotto del Mar Baltico è come uno schiaffo in faccia per l’Estonia, è come un patto Molotov-Ribbentrop del XXI secolo.

L’Europa ha urgente bisogno di una politica energetica comune e di un Trattato costituzionale. L’istituzione del ministro degli Esteri dell’Unione europea garantirà che gli accordi di corridoio siano consegnati per sempre al passato.

Per tale motivo ritengo che la Germania, che ora esercita la Presidenza dell’Unione e ha guidato il Consiglio con successo, darà vita a questo Trattato fondamentale. I cittadini dell’Unione europea capiranno che esso è positivo, che è nello spirito del terzo millennio.

 
  
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  Josef Zieleniec (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, è positivo per l’Europa che il Consiglio abbia adottato il piano d’azione per l’energia per il periodo 2007-2009. Ha così compiuto il primo passo verso l’adozione di una politica energetica europea comune, pur se in forma attenuata.

Sebbene il Vertice abbia riconosciuto che l’Europa deve compiere molta strada per realizzare un mercato interno comune e competitivo dell’energia, esso non ha sostenuto la piena separazione della proprietà delle imprese energetiche, un fattore fondamentale per conseguire questo obiettivo.

L’integrazione totalmente illimitata nel settore favorirà la nascita di enormi conglomerati energetici, che eserciteranno una fortissima influenza economica e politica in tutti i paesi. Ciò permetterà loro di influenzare realmente la situazione politica, sia a livello nazionale sia – come abbiamo constatato di recente – a livello internazionale. Il settore dell’energia è anche meno competitivo e quindi meno efficiente di quanto dovrebbe essere.

Il rischio per la sicurezza è una conseguenza altrettanto pericolosa di tale situazione. Se le imprese russe di proprietà statale dovessero danneggiare queste grandi e potenti imprese, sarà una catastrofe economica e soprattutto politica, in particolare per i nuovi Stati membri dell’Europa centrale e orientale.

La separazione della proprietà delle imprese energetiche e l’adozione a livello europeo di regole di mercato trasparenti applicate a tutti, insieme con una strategia comune dei paesi europei nei riguardi della politica energetica esterna, migliorerebbero il funzionamento del mercato dell’energia e la trasparenza della politica interna nei singoli Stati membri dell’Unione, e ridurrebbero in modo significativo i rischi per la politica estera e di sicurezza non solo per i singoli Stati membri ma anche per l’Unione nel suo insieme.

 
  
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  Frank-Walter Steinmeier, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, vi ringrazio per la vostra valutazione prevalentemente positiva del Vertice di primavera dei capi di Stato e di governo. Onorevole Lambsdorff, vorrei dirle che per me e per il governo tedesco né il Vertice né i commenti positivi sono motivo di autocompiacimento. Tuttavia, resto convinto che, in ogni caso, per il resto della nostra Presidenza, per la seconda metà, sia necessario avere un po’ di fiducia, o quanto meno non faccia male. In altre parole: in un momento in cui l’Europa non gode di ottima salute, diciamo che è in fase di ristagno, ora che il processo di rinnovamento ha subito un arresto, chiunque svolga questo mestiere senza ambizione, senza desideri, senza fiducia nella capacità dell’Europa di riformarsi e cambiare, a mio parere, non avrebbe nemmeno dovuto cominciare a svolgerlo.

Posso assicurarvi che, ancora prima dell’inizio della nostra Presidenza del Consiglio e di sicuro subito dopo il suo inizio, mi è stato chiesto più volte, in particolare dai giornalisti: di fatto, come intendete realizzare il programma? In vista del primo Vertice, chiedevano anche: di fatto, come riuscirete a trovare un accordo se le posizioni degli Stati membri sono così distanti?

Non credo sia un grande segreto. Lo conoscete tutti, grazie al vostro lavoro. E’ necessaria una buona dose di pazienza, soprattutto con i partner dubbiosi, esitanti su alcuni risultati. E’ necessario essere ambiziosi, e soprattutto è necessario essere equi, in particolare nei riguardi di coloro che avranno maggiori difficoltà di altri a conseguire gli obiettivi fissati. Questa ricetta ha funzionato all’ultimo Vertice. Ora, naturalmente, ci vengono posti gli stessi interrogativi in vista del 25 marzo. Come funzionerà di fatto, se le interpretazioni della storia dell’Unione europea sono così varie, se le aspettative sul contenuto della dichiarazione di Berlino sono così diverse? Ve lo dico: funzionerà esattamente allo stesso modo.

In passato abbiamo ascoltato con pazienza, e penso che più o meno sappiamo quali siano le aspettative della gente. Dico questo solo perché qualcuno ha affermato che il risultato sarà necessariamente molto generico. Il fatto che riusciamo effettivamente ad approvare la dichiarazione di Berlino non significa necessariamente che il risultato sarà banale. Il risultato potrebbe anche essere una buona dichiarazione di Berlino. Se riusciremo a compiere questo passo, non sarà ancora la soluzione, ma non sarà nemmeno la fine della nostra Presidenza né sarà la fine della nostra ambizione. Tuttavia, si tratta di un secondo, importante passo verso la soluzione che ci auguriamo sarà adottata al Vertice di giugno, quando cercheremo di sciogliere il nodo che al momento impedisce il proseguimento del processo di rinnovamento europeo. Posso assicurarvi che, quando ci prepareremo per il Vertice di giugno, faremo tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo.

Vorrei proporvi alcune osservazioni conclusive sull’energia e sul clima. Molti deputati hanno rilevato a ragione che il successo del Vertice ovviamente non significa che il nostro lavoro sia concluso. Posso solo confermarlo e dire: sì, è necessario continuare a lavorare in molti ambiti. Ho menzionato la ricerca nel settore dell’energia; ho menzionato il rafforzamento delle nostre relazioni energetiche con i paesi terzi, e naturalmente, Commissario Verheugen, questo vale anche per l’obiettivo ambizioso relativo alle energie rinnovabili. Il 20 per cento è ora il nostro obiettivo europeo e abbiamo sempre detto, anche al mondo esterno, che ora il problema è convertire questo obiettivo europeo in obiettivi nazionali.

Al di là del fatto che sono convinto, Commissario Verheugen, che lo realizzeremo insieme, voglio solo dire che la Commissione e la Presidenza hanno ovviamente discusso se si dovesse procedere nel senso opposto, cioè definire prima gli obiettivi nazionali e poi ricavarne un obiettivo europeo.

Tuttavia, erano entrambe certe – la Commissione e la Presidenza – che con tutta probabilità avremmo dovuto discutere la questione altri cinque anni, senza comunque riuscire a trovare un obiettivo comune. Questo è il motivo per cui abbiamo scelto questa linea. E’ stato affermato che noi europei in fondo non possiamo salvare il clima mondiale da soli. Dobbiamo continuare a osservare il modo in cui la politica energetica e climatica si evolve in paesi importanti come gli Stati Uniti, la Cina e l’India. E’ stato ventilato il sospetto che questo sia proprio ciò di cui non ci interesseremmo. Voglio solo dire che è vero il contrario, e lo dico per l’Europa, lo dico per la nostra politica nazionale tedesca e lo dico in particolare per la nostra Presidenza del G8.

Lunedì sarò a Washington, dove, su invito della mia omologa americana, inaugurerò un’importante manifestazione congiunta alla quale parteciperanno imprese tedesche e americane. Con esse discuteremo di come rafforzare il partenariato tecnologico transatlantico, in particolare nel campo dell’economia energetica. Per quanto riguarda gli sforzi attualmente compiuti negli Stati Uniti, vorrei dire che, al di sotto del livello federale, in molti Stati si sta già svolgendo un lavoro esemplare in materia di politica climatica ed energetica.

In riferimento alla Cina dirò solo che vigiliamo sulla situazione. Nel contesto del G8, sia a livello di Vertice sia a livello di ministri degli Esteri, si svolgeranno le cosiddette riunioni outreach, alle quali saranno invitate non solo la Cina e l’India ma anche il Messico, il Sudafrica e il Brasile, e a entrambe le riunioni – sia a livello ministeriale sia a livello di Vertice – il tema dell’energia e del clima avrà un ruolo centrale. Come vedete, ci preoccupiamo anche dei paesi che non appartengono all’Unione europea.

Dobbiamo dimostrare – come abbiamo fatto all’ultimo Vertice, e su questo concordo con il Commissario Verheugen – che l’Unione europea non è un seminario di storia ma un laboratorio sul futuro. E ne abbiamo fornito un esempio.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La ringrazio, signor Presidente in carica del Consiglio. Dopo il successo del Vertice di Bruxelles abbiamo ora bisogno di un successo sotto forma della dichiarazione di Berlino. Il Parlamento europeo farà tutto il possibile per garantire che possiamo ottenere tale successo insieme.

 
  
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  Günter Verheugen, Vicepresidente della Commissione. – (DE) Signor Presidente, vorrei fare solo una riflessione, anzi una richiesta.

Nell’ambito della tensione presente tra competitività economica, norme sociali elevate e protezione dell’ambiente, dobbiamo smettere di considerare il passato in modo così conflittuale e polarizzante, contrapponendo l’economia all’ecologia e l’ecologia all’economia. Semplicemente non è vero che una persona sia contraria alla protezione del clima e dell’ambiente se afferma che abbiamo una responsabilità anche in termini di posti di lavoro. Semplicemente non è vero che una persona non sia interessata ai posti di lavoro se afferma che dobbiamo fare di più per proteggere l’ambiente.

La verità è che abbiamo ormai imparato che possiamo collegare i due aspetti. La verità è che l’industria europea, che è leader mondiale in questo campo, non solo nelle tecnologie ambientali ma anche per quanto riguarda prodotti e servizi rispettosi dell’ambiente, avrà maggiori possibilità di creare posti di lavoro e offrire un futuro alle persone.

Di questo si tratta, e questa è la convinzione su cui si fonda la politica della Commissione: la solidarietà con la generazione di oggi, che vuole vivere oggi e avere un lavoro oggi, e la solidarietà con le generazioni future, che vogliono trovare un pianeta su cui si possa vivere, non sono in contraddizione tra loro. Ed è precisamente ciò che intendiamo dimostrare con questa politica!

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà tra pochi minuti.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questo Consiglio ha confermato le posizioni della cosiddetta strategia di Lisbona, con le liberalizzazioni e le privatizzazioni, la flessibilità del lavoro e l’attacco previsto ai diritti dei lavoratori, riguardo al quale vorrei evidenziare l’annunciata comunicazione sulla flessicurezza.

Nelle conclusioni del Consiglio, si afferma espressamente: “Per consentire la preparazione del prossimo ciclo triennale della strategia di Lisbona rinnovata, il Consiglio europeo invita la Commissione a presentare una relazione interinale nell’autunno del 2007, in vista della proposta di orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione (2008-2011). Inoltre, il Consiglio europeo invita gli Stati membri a presentare tempestivamente le relazioni nazionali sull’attuazione dei programmi nazionali di riforma”.

In altre parole, si continuano a esercitare pressioni affinché le privatizzazioni e gli attacchi ai diritti dei lavoratori proseguano.

Non vi sono informazioni riguardo alla cosiddetta Costituzione europea, anche se sappiamo che si continuano a esercitare pressioni affinché si organizzi una conferenza intergovernativa durante la Presidenza portoghese. Il Consiglio ha così confermato il suo tacito sostegno al progetto di consolidamento costituzionale di questo neoliberalismo, accompagnato dall’accentramento del potere, dal federalismo e dal militarismo.

 
  
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  Gyula Hegyi (PSE), per iscritto. (HU) Negli ultimi mesi, anche in Ungheria sempre più persone si preoccupano dei cambiamenti climatici globali. Molti non comprendono ancora l’essenza del fenomeno; altri negano che esso possa essere una conseguenza dell’attività umana. Sempre più persone si rendono conto, tuttavia, che le pratiche attuali della nostra civiltà, i nostri trasporti e i nostri consumi sono malsani. Il progresso non è sostenibile perché non esistono sufficienti risorse naturali per soddisfare le nostre esigenze attuali, mentre le emissioni di gas e i rifiuti provocano un inquinamento ambientale irrecuperabile. La Presidenza tedesca ha giustamente riconosciuto la necessità di adottare provvedimenti al fine di rallentare il ritmo dei cambiamenti climatici. Aumentare la quota di fonti di energia rinnovabili nel mix energetico totale europeo è lodevole. Sarebbe tuttavia un grave errore dimenticare che i cambiamenti climatici globali non sono l’unica fonte di minacce per l’ambiente. L’inquinamento atmosferico, la presenza di sostanze cancerogene nella nostra vita quotidiana, l’uso eccessivo di insetticidi e pesticidi, l’estinzione di alcune specie animali e vegetali, l’accumulo di rifiuti sono tutte minacce per il nostro futuro e per lo sviluppo sostenibile. Se vogliamo un futuro più umano per noi e per i nostri figli, dobbiamo adottare provvedimenti a favore di un futuro rispettoso dell’ambiente, sano e sostenibile.

 
  
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  Magda Kósáné Kovács (PSE), per iscritto.(HU) Noi, membri della delegazione socialista, siamo lieti di constatare che, alla loro riunione di marzo, i capi di Stato e di governo hanno preso atto dei primi risultati della strategia di Lisbona rinnovata. I risultati principali sono stati la crescita economica associata al calo della disoccupazione. Siamo lieti, in particolare, che nove Stati membri, tra cui l’Ungheria, abbiano dato grande slancio a questa tendenza positiva sottoscrivendo la dichiarazione a favore dell’ulteriore sviluppo di un’Europa sociale e della promozione del suo ruolo.

Le riforme sono essenziali per trarre il massimo vantaggio dagli aspetti positivi della globalizzazione, per l’innovazione, la ristrutturazione economica e il futuro avanzamento delle politiche europee. Il nostro obiettivo comune è il benessere dei cittadini d’Europa e l’approfondimento della loro fiducia. Il percorso verso questo obiettivo passa attraverso l’aumento dell’occupazione, il miglioramento delle qualifiche e la protezione dei diritti sociali. Queste peculiari tradizioni europee tuttavia non comportano la conservazione delle strutture giuridiche esistenti ma la salvaguardia dei principi europei.

Riguardo al tema dell’occupazione, è importante che la flessibilità sia accompagnata dalla sicurezza. I regolamenti in materia devono essere modificati, in modo da poter offrire ai futuri lavoratori non solo retribuzioni adeguate ma anche conoscenze utili. Al tempo stesso, dobbiamo abbattere le barriere che ostacolano inutilmente gli sforzi delle imprese in risposta alle esigenze della globalizzazione. Nel mettere in pratica la nozione di flessicurezza, dobbiamo garantire che essa offra realmente benefici pratici e garanzie ai lavoratori. Noi socialisti dobbiamo essere particolarmente attenti a questo aspetto in ogni fase del processo di riforma dei diritti dei lavoratori.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Accolgo con favore la dichiarazione della Commissione, che fissa obiettivi ambiziosi per ridurre le emissioni di carbonio del 20 per cento entro il 2020 e aumentare l’uso delle fonti energetiche rinnovabili. I cambiamenti climatici sono una questione globale e dovremo lavorare insieme per ridurre il riscaldamento globale, non solo in Europa ma anche con l’America settentrionale e l’Asia. Ritengo che questi obiettivi siano realizzabili, ma devono essere verificati regolarmente. A mio parere, il miglior modo di farlo è tramite un controllo continuo rigoroso e relazioni annuali. Gli Stati membri devono anche essere tenuti a presentare piani d’azione dettagliati sul modo in cui intendono realizzare questi obiettivi.

 
  
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  Péter Olajos (PPE-DE), per iscritto. (HU) Dopo aver esaminato il risultato del Vertice di primavera della scorsa settimana, come eurodeputato ungherese rilevo con tristezza che il governo ungherese – che nelle sue campagne pubblicitarie ama definirsi progressista – ancora una volta ha dato prova del suo miope provincialismo. In questo caso, tuttavia, il suo atteggiamento di fatto rende un disservizio non solo all’Ungheria ma all’intera Unione europea.

Dalle dichiarazioni fatte a Bruxelles dal Primo Ministro Ferenc Gyurcsány, sembra che il governo ungherese abbia contribuito con il suo voto a indebolire gli obiettivi fissati per la politica climatica ed energetica. Perché è veramente inutile fissare la quota di energie rinnovabili al 20 per cento del totale dei consumi energetici dell’Unione entro il 2020, se l’obiettivo non è vincolante per tutti gli Stati membri. In tal modo, i paesi che ottengono buoni risultati possono compensare i risultati insufficienti dei paesi deboli o pigri. Purtroppo, questo è ciò che voleva anche il governo ungherese.

Sono convinto che si possano rallentare gli effetti dei cambiamenti climatici solo con la cooperazione internazionale. Tuttavia, questa cooperazione promette di essere piuttosto scomoda.

In ogni caso, l’Europa, come soggetto politico, può assumere la guida del processo. Ma come può l’Unione servire da esempio per il mondo intero, se alcuni piccoli Stati membri possono tarpare le ali alla cooperazione persino all’interno dell’Europa?

Nessuno Stato europeo può rallegrarsi di non dover fare praticamente nulla, anziché adottare provvedimenti.

In tal modo, non guadagnano tempo, ma perdono un’occasione. Un’occasione per un’Europa moderna e competitiva.

Vi ringrazio.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Le decisioni adottate dal Consiglio europeo di marzo sono una nuova e inconfutabile prova del ruolo dell’Unione quale meccanismo per promuovere le scelte del capitale. Invece di adottare misure per proteggere l’ambiente, si adottano misure per proteggere le imprese e rafforzare i monopoli.

Il saccheggio delle risorse naturali da parte del capitale è la causa fondamentale di cambiamenti climatici significativi e del pericolo reale di distruzione ecologica del pianeta. Tuttavia, invece di adottare misure coraggiose per limitare almeno l’irresponsabilità dei monopoli, si adottano decisioni volte a intensificare la concorrenza sui mercati dell’elettricità e del gas naturale, liberalizzare il mercato dell’energia e consegnare al settore privato l’intero settore strategico della produzione, trasmissione e distribuzione di energia.

I governi di centro-destra e di centro-sinistra si sono impegnati unanimemente ad accelerare l’attuazione della strategia di Lisbona, avversa al proletariato, ponendosi come obiettivi primari la commercializzazione dell’istruzione e della salute e l’attacco ai fondi assicurativi e alle pensioni, alle retribuzioni e ai diritti sociali dei lavoratori. Al tempo stesso, la promozione di misure più severe avverse ai lavoratori, la “adattabilità” del mercato del lavoro e la “flessicurezza” sono accelerate al fine di mantenere bassi i costi del lavoro e aumentare la redditività del capitale che unisce l’Europa.

Il partito comunista greco lotta contro queste scelte, avanzando richieste eque e lottando al fianco dei lavoratori per il soddisfacimento dei moderni bisogni del proletariato.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE), per iscritto. – (DE) E’ senz’altro corretto descrivere il risultato del Vertice dell’Unione come un passo importante nella giusta direzione. Per il nostro futuro, e in particolare per quello dei nostri figli, è della massima importanza contrastare con vigore un aumento medio della temperatura superiore a 2° C. Per questo motivo, ritengo indispensabile la decisione di fissare obiettivi intesi a ottenere il 20 per cento della nostra energia da fonti rinnovabili e conseguire una riduzione del 20 per cento delle emissioni di CO2 nell’Unione entro il 2020. Accolgo quindi con particolare favore il fatto che i nostri capi di Stato e di governo siano infine riusciti a prendere tale decisione.

So, e penso che gli onorevoli colleghi saranno d’accordo con me, che questi passi sono solo un inizio e che si dovranno compiere ulteriori sforzi per garantire una protezione duratura e sostenibile del clima. Ovviamente, a tal fine si dovrà aver cura di assicurare che la strategia generale adottata sia equilibrata. Sono tuttavia convinto che nuove e rigorose norme ambientali non rappresentino uno svantaggio economico per l’Europa; al contrario, l’Europa sarà un leader mondiale nelle nuove tecnologie. Miglioreremo così il nostro ambiente e garantiremo posti di lavoro duraturi e di alta qualità in Europa.

Chiedo inoltre che si compiano nuovi sforzi per persuadere i grandi responsabili dell’inquinamento, per esempio gli Stati Uniti e la Cina, dell’importanza di proteggere il clima, perché soltanto insieme si può ottenere un successo sostenibile.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS
Vicepresidente

 

5. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli: cfr. Processo verbale)

 

5.1. Statistiche comunitarie in materia di migrazione e protezione internazionale (votazione)
  

Prima della votazione

 
  
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  Ewa Klamt (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, fin dal 1999 quest’Aula discute proposte legislative in materia di migrazione senza avvalersi di cifre su cui basare le proprie decisioni; la portata della politica di immigrazione, nel frattempo, è stata notevolmente ampliata. Pertanto, se vogliamo effettivamente programmare, attuare, valutare e monitorare eventuali misure politiche, dobbiamo disporre di maggiori e migliori informazioni. Su iniziativa del Commissario Frattini, la Commissione ha risposto alle pressioni esercitate da quest’Assemblea e ha presentato una proposta di regolamento sul monitoraggio statistico dei movimenti migratori, resa necessaria dall’incapacità di fornire tutte le informazioni statistiche pertinenti da parte degli Stati membri, che in alcuni casi non sono stati in grado di fornirne affatto, sulla precedente base volontaria.

I dati, inoltre, vengono raccolti in modi diversi, con la conseguenza che, finora, non è stato possibile confrontarli. Questo regolamento obbliga i nostri Stati membri a fornire tutti i dati necessari; assicura inoltre l’armonizzazione e permette di confrontare i dati. E’ stato relativamente difficile convincere il Consiglio ad accettare il regolamento, mentre tutti i partiti di questo Emiciclo hanno convenuto, in linea di principio, sulla sua necessità.

Il consenso generale raggiunto tra i vari gruppi ha indicato che quest’Aula è riuscita a fare accettare la propria posizione attraverso la procedura di comitatologia; inoltre, l’eccellente collaborazione di tutti i relatori ombra, e colgo questa occasione per rivolgere loro i miei ringraziamenti, è stata determinante perché ci ha permesso di portare questo fascicolo a una conclusione soddisfacente. Quindi, ancora una volta, grazie a tutti per il risultato ottenuto.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, chiedo l’indulgenza dell’Assemblea. Desidero richiamare l’attenzione del Parlamento sulla spaventosa situazione in cui versa lo Zimbabwe. Osserviamo con orrore ed enorme frustrazione le immagini del brutale trattamento riservato a un raduno pacifico nel paese di Mugabe. So che il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, è stato scarcerato, ma ha riportato una fattura cranica. A Grace Kwinjeh, invece, rappresentante dell’opposizione a Bruxelles, è stato tagliato parte dell’orecchio durante la detenzione.

So che il Presidente in carica del Consiglio ha condannato l’accaduto, ma potremmo avviare azioni più concrete? In particolare, chiedo alla Presidenza di esercitare la sua influenza per convincere il governo sudafricano e gli altri governi della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe ad assumere una posizione di principio e ad agire per promuovere quanto prima un reale miglioramento della situazione in Zimbabwe. Disperarsi non basta.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Molte grazie, onorevole Van Orden; prendiamo accuratamente nota delle sue osservazioni.

 

5.2. Numero e composizione numerica delle delegazioni interparlamentari (votazione)

5.3. Agenzia europea per la sicurezza aerea (votazione)
  

Prima della votazione

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, volevo semplicemente intervenire in merito alla traduzione dell’emendamento n. 10, relativo all’articolo 1, punto 5 dell’articolo 6 ter, paragrafo 4, in cui sembra che si sia insinuato un errore nella relazione finale da sottoporre al voto della plenaria attraverso la trasmissione del voto della commissione. Nel documento originale, il testo dell’emendamento è il seguente, secondo la versione inglese:

(EN) “Il personale impegnato in operazioni commerciali deve essere in possesso di un attestato quale descritto al”

(DE) ma il testo adottato dalla commissione recita:

(EN) “Il personale impegnato in operazioni commerciali deve essere in possesso di un attestato come descritto inizialmente”

eccetera e, pertanto, chiedo che se ne tenga conto.

 
  
  

(Il Parlamento approva la richiesta)

Prima della votazione sull’Allegato II

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL). – (CS) Signor Presidente, sembra che nella trascrizione sia stata erroneamente omessa una riga dal paragrafo E dell’allegato II, ossia la parte 7, e cito “600 kg per aeromobili ultraleggeri per operazioni non commerciali”.

 
  
  

(Il Parlamento accoglie l’emendamento orale)

 

5.4. Commercializzazione di carne di bovini di età non superiore a dodici mesi (votazione)

5.5. Ratifica della convenzione sul lavoro marittimo del 2006 (votazione)

5.6. Servizi sociali d’interesse generale nell’Unione europea (votazione)

5.7. Conclusione dell’accordo sui servizi aerei tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da un lato, e gli Stati Uniti d’America, dall’altro (votazione)

5.8. Disarmo e non proliferazione nucleare (votazione)
  

Prima della votazione

 
  
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  Monica Frassoni (Verts/ALE). – Signor presidente, il mio gruppo ha commesso un errore, non avendo chiesto per tempo due votazioni per appello nominale. Le chiedo gentilmente, se non ci sono obiezioni, di autorizzarci a farlo ora, anche se siamo fuori il tempo massimo.

Sul testo originale si tratterebbe del paragrafo 1, seconda parte dello split vote che figura sulla voting list e, sempre sul testo originale, del paragrafo 9, in cui è prevista una votazione per parti separate: chiederemmo anche in questo caso una votazione per appello nominale, se lei è d’accordo e ci perdona umilmente per l’errore che abbiamo commesso.

 
  
  

(Il Parlamento approva la richiesta)

Prima della votazione sul paragrafo 2

 
  
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  Vytautas Landsbergis (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, possiamo migliorare il paragrafo 2 con la semplice aggiunta di alcune parole.

Si tratta dell’espressione “invita tutti i paesi che non sono Stati parte del TNP ad aderire a tale Trattato”. Questa è una formula abituale e consuetudinaria. Tuttavia, potremmo invitare innanzi tutto questi paesi a “rispettare tale Trattato su base volontaria” e poi ad aderirvi, introducendo così una nuova esortazione.

 
  
  

(Il Parlamento accoglie l’emendamento orale)

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 

6. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Klamt (A6-0004/2007)

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’evoluzione delle politiche e della legislazione comunitaria in materia di migrazione e di asilo rende necessario disporre di informazioni statistiche di qualità molto superiore rispetto a quelle attualmente disponibili.

Sostengo quindi questa iniziativa, che fa seguito alle conclusioni del Consiglio europeo di Salonicco del 2003, in cui si è riconosciuta la necessità di creare meccanismi più efficaci per raccogliere e analizzare le informazioni su migrazione e asilo nell’Unione europea.

Accolgo favorevolmente la relazione dell’onorevole Klamt, che sostiene la necessità di creare un quadro comune per la raccolta e la compilazione di statistiche comunitarie in questo campo. Ciò consentirà agli Stati membri di utilizzare meglio i dati disponibili per l’elaborazione di statistiche che corrispondano, per quanto possibile, a definizioni armonizzate.

Migliorerà in tal modo l’interscambio di dati statistici e sarà possibile effettuare un’analisi comune per definire politiche comunitarie eque ed efficaci in materia di migrazione e di libera circolazione delle persone.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La relazione in esame dev’essere considerata un ulteriore passo verso la totale armonizzazione della normativa comunitaria. Creare un organismo destinato al monitoraggio dei flussi migratori e al trasferimento dei dati riguardanti tali flussi da e verso l’Unione europea è alquanto superfluo a nostro parere, e pone un ulteriore onere a carico del bilancio comunitario. Definendo concetti giuridici quali “cittadinanza” e “immigrati in situazione illegale”, la relatrice non ha dimostrato alcun rispetto per l’attuale legislazione nazionale. In realtà, sono già disponibili dati e analisi accurate ed affidabili, redatte da specialisti, in materia di migrazione, non solo all’interno dell’Unione ma anche nel mondo intero attraverso le Nazioni Unite. La cittadinanza, lo status di rifugiato e di immigrato sono tutti concetti già definiti perfettamente nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.

La Lista di giugno non intende contribuire alla creazione di una società controllata in cui la libertà di movimento dei cittadini possa essere compromessa da decisioni adottate a livello sopranazionale. Votiamo quindi contro la relazione nel suo complesso.

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) L’attuazione di una politica europea in materia di asilo e immigrazione presuppone che siano disponibili statistiche europee globali e paragonabili su una serie di questioni legate alla migrazione. La proposta in esame, che istituisce regole comuni per la raccolta e l’elaborazione di statistiche in questo campo, deve mettere a disposizione dati confrontabili, in modo che si possa ottenere un quadro preciso dei flussi migratori in Europa.

In particolare ho ritenuto necessario che la proposta contemplasse anche i dati relativi ai cosiddetti procedimenti accelerati. Infatti l’Europa deve accertare che i procedimenti accelerati non vengano applicati in modo sistematico e generalizzato e che siano garantiti la protezione internazionale, il diritto di asilo e il rispetto del principio di non respingimento.

Da ultimo, abbiamo sollecitato statistiche distinte per le persone trasferite, conformemente al regolamento Dublino II sulla determinazione dello Stato membro responsabile della richiesta d’asilo. Sembra infatti che questo regolamento imponga un onere sproporzionato agli Stati membri situati alle frontiere esterne dell’Unione. In assenza di una valutazione da parte della Commissione, inizialmente prevista per la fine del 2006, i dati statistici ci consentiranno di definire l’entità del fenomeno.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto – (SV) Una direttiva non è il modo migliore per disciplinare il complicato processo dell’elaborazione di statistiche. Questo compito può essere affrontato meglio mediante la stipulazione di accordi fra organismi responsabili dotati della necessaria competenza. Sul documento in esame la mia posizione, quindi, è di astensione.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto – (PL) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alle statistiche comunitarie in materia di migrazioni e di protezione internazionale.

L’onorevole Klamt ha preparato una relazione di grande qualità, che solleva importanti questioni sull’efficacia dei meccanismi di rilevazione e analisi dei dati in materia di asilo e migrazione nell’Unione europea. Con l’allargamento dell’Unione è diventato vieppiù necessario disporre di statistiche armonizzate e comparabili. L’attendibilità delle informazioni costituisce un presupposto essenziale per l’attività di definizione e controllo della normativa e della politica in materia di immigrazione e asilo.

 
  
  

– Relazione Leichtfried (A6-0023/2007)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, benché abbia votato a favore della relazione, desidero cogliere l’occasione per far presente la situazione delle agenzie. Nell’Unione europea ne esistono al momento 33, e la Commissione ha appena annunciato la creazione della 34a, mentre il loro costo è salito a oltre un miliardo l’anno. Gli addetti sono 2 700 e il 60-70 per cento dei costi relativi alle agenzie sono puri costi amministrativi. Mi sembra che sia in atto una tendenza sbagliata su cui vorrei richiamare la vostra attenzione.

Sollecito un riesame delle prestazioni, dell’efficienza e dell’utilità di tutte queste agenzie, per poi prendere in esame la necessità di chiudere quelle che non apportino alcun valore aggiunto all’azione dell’Unione europea. Solo a quel punto potremo interrogarci sull’opportunità di aprire una nuova agenzia, qualora se ne constatasse l’utilità.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Leichtfried riguardante l’emanazione di regole comuni nel settore dell’aviazione civile e l’istituzione di un’Agenzia europea per la sicurezza aerea.

Considero un passo avanti la proposta di ampliare il ruolo dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea (AESA) nella prospettiva di definire norme comuni di sicurezza aerea vincolanti per tutte le compagnie aeree operanti in Europa, che abbiano o meno sede nell’Unione europea. Il rispetto di norme che assicurino i massimi livelli di sicurezza costituisce oggi una seria preoccupazione per i cittadini europei.

A questo proposito la normativa conferisce all’AESA il potere di infliggere ammende e sanzioni finanziarie periodiche qualora le norme di sicurezza non vengano applicate correttamente.

Ho inoltre sostenuto le proposte volte a estendere le competenze dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea in materia di licenze dei piloti affinché possa accertare il possesso dei requisiti di formazione e di competenza professionale e linguistica.

Ho anche appoggiato un emendamento analogo che prevede un’identica certificazione per l’equipaggio di cabina.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Regole comuni nel settore dell’aviazione civile sono necessarie e auspicabili, soprattutto per motivi di sicurezza. Vi sono quindi buone ragioni per discutere dell’opportunità e dei modi di portare avanti e sviluppare l’attuale cooperazione in materia di trasporto aereo. Come sempre, tuttavia, il Parlamento europeo cerca di introdurre nuove proposte per aumentare il potere dell’Unione in settori che dovrebbero essere riservati all’autorità dei singoli Stati membri. Riteniamo inoltre che la relazione in esame preveda un mandato eccessivamente ampio per l’Agenzia europea per la sicurezza aerea. Siamo certi che le competenti autorità nazionali sono in grado di garantire che i piloti abbiano sufficienti capacità professionali e adeguate competenze linguistiche. Inoltre non condividiamo l’opinione secondo la quale i paesi europei dovrebbero avere un rappresentante comune in seno all’ICAO, l’organismo dell’ONU che si occupa di questioni attinenti all’aviazione a livello mondiale. Abbiamo quindi votato contro la relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le competenze degli Stati membri in materia di aviazione civile vengono poco a poco trasferite alla “Comunità” e la proposta di modifica del regolamento (CE) n. 1592/2002 costituisce un passo ulteriore in tale direzione. Questo processo di trasferimento e alienazione delle competenze è tanto più negativo in quanto ha luogo in un quadro di cui non sono chiaramente precisati i limiti.

Con la normativa in esame, l’Agenzia europea per la sicurezza aerea (AESA) dovrebbe diventare responsabile anche della certificazione di aeromobili e piloti, compito che attualmente rientra fra le competenze delle autorità nazionali.

Oggi le autorità nazionali attuano e fanno rispettare i requisiti in vigore previsti dagli accordi internazionali in materia di aviazione civile. La cooperazione fra Stati membri e paesi terzi è già in atto, e sarebbe anche possibile ampliarla e promuoverla pur nel rispetto della sovranità di ciascun paese, dei lavoratori e dei loro diritti (assicurando l’armonizzazione sociale con l’applicazione di condizioni lavorative più favorevoli), nonché dei diritti degli utenti.

In sostanza, l’iniziativa in esame rappresenta un ulteriore “passo avanti” verso la creazione del cosiddetto “cielo unico europeo”, al quale ci opponiamo. Nel processo di modifica del regolamento, che viene ora avviato, continueremo a seguire gli sviluppi della questione in modo da garantire in ogni momento la tutela della sovranità nazionale.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (ITS), per iscritto. – (FR) Assistiamo ancora troppo spesso, è vero, a catastrofi aeree dovute non solo al cattivo stato di alcuni aeromobili, ma anche al mancato rispetto dei requisiti di sicurezza.

Il merito di questa proposta del Parlamento e del Consiglio è che rafforza gli obblighi degli Stati membri in materia di ispezione non solo degli aerei dei paesi terzi ma anche di quelli dei paesi comunitari.

Inoltre, qualora un’ispezione riguardante le compagnie aeree o le attività delle autorità dell’aviazione civile rivelasse anomalie o un’inosservanza delle norme di sicurezza standard, l’Agenzia europea per la sicurezza aerea avrebbe il potere di far scattare un meccanismo di sanzioni e di ritirare alle compagnie aeree in difetto l’autorizzazione a trasportare viaggiatori all’interno dell’Unione. Credo si tratti di un notevole progresso nella prospettiva della prevenzione dei rischi di incidenti aerei.

Infine, il lavoro e la missione di questa Agenzia consentiranno di completare, spero in modo utile, la lista nera europea dai cattivi vettori.

Anche se non sono stati ancora risolti tutti i problemi nel campo della sicurezza aerea, ci sembra che questo documento coniughi infine la questione della prevenzione con quella della repressione. Voteremo pertanto a favore.

 
  
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  Luca Romagnoli (ITS), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione Leichtfried mira ad ampliare la competenza dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea, dandole un controllo non solo sull’aviazione ma anche sul comportamento delle compagnie. L’Agenzia sarà competente per il rinnovo e la fornitura di certificati e licenze e per il controllo dell’applicazione di norme uniformi di sicurezza. Essa sarà altresì in grado di imporre ammende fiscali se la sicurezza non è correttamente applicata.

La relazione è anche notevolmente attenta all’esperienza maturata dall’Agenzia a partire dal 2002 in materia di assunzioni; in proposito l’EASA ha registrato difficoltà nel reclutare il personale competente ed esperto di cui ha bisogno a causa di vari fattori, tra cui le competenze linguistiche; perciò, è condivisibile il sollecito del relatore ad affrontare il problema con soluzioni nuove, quali ad esempio sfruttare le possibilità offerte dallo statuto dei funzionari dell’Unione Europea.

Tuttavia, oggi ho appreso con grande sorpresa che gli italiani che fanno parte dell’EASA sono solo 4, mentre i francesi sono 45 e i tedeschi 37. Sollecito l’EASA e la Commissione ad affrontare e risolvere anche questo problema di rappresentatività, che vede una sperequazione ingiustificabile ai danni della Italia.

 
  
  

– Relazione Bourzai (A6-0006/2007)

 
  
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  Jim Allister (NI) , per iscritto. – (EN) Oggi ho votato a favore dell’emendamento n. 12 alla suddetta relazione per esentare dalle norme stabilite in questo regolamento le carni ottenute da bovini di età compresa tra gli otto e i dodici mesi che vengono commercializzate con la dicitura “vitellone”. Occorre concedere questa esenzione affinché i produttori di carne del Regno Unito possano ottenere vantaggi in termini di riduzione dei costi e di sgravio da onerose procedure di costituzione di lotti separati per ogni fase del processo di produzione. Ritengo che l’aggiunta di questa misura sia ingiustificata e pertanto spero che venga concessa un’esenzione.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Ho votato contro la relazione dell’onorevole Bourzai sulla commercializzazione della carne ottenuta da bovini di età non superiore a dodici mesi. Il potenziale consumatore non solo deve poter apprendere dall’etichetta l’età di macellazione dell’animale e dati comuni come il prodotto, il peso, il prezzo e la data di scadenza, ma deve anche essere informato sul numero di chilometri che gli animali hanno percorso quand’erano ancora in vita e nel tragitto verso il luogo di macellazione. Al momento dell’acquisto, i consumatori europei devono poter sapere, in maniera semplice e rapida, per quanto tempo la carne cui sono interessati è stata trasportata prima della macellazione, per poter poi decidere se comprarla o meno.

 
  
  

– Relazione McDonald (A6-0019/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’approvazione di questa relazione costituisce un importante passo avanti nella tutela dei diritti dei lavoratori del settore marittimo.

La Convenzione del 2006 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sul lavoro marittimo mira ad assicurare condizioni di vita e di lavoro dignitose a bordo delle navi, riunendo in un solo testo le convenzioni e le raccomandazioni relative al lavoro marittimo adottate dall’OIL fin dal 1919, e costituisce pertanto la bozza di un primo codice universale in materia di lavoro marittimo.

Per assicurare che si facciano tutti gli sforzi possibili per attuare in modo efficace la citata Convenzione è quindi fondamentale la ratifica da parte degli Stati membri.

Tenendo conto dell’importanza strategica del settore, che assicura il trasporto del 90 per cento degli scambi mondiali e del 40 per cento di quelli intracomunitari, nonché del numero di lavoratori interessati, questa iniziativa era attesa da molto tempo. Abbiamo quindi votato a favore della relazione e speriamo in una sollecita ratifica e attuazione della Convenzione da parte degli Stati membri.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione su un documento che riunisce in un solo testo tutte le convenzioni e raccomandazioni ILO esistenti fin dal 1919. Sono lieto che sia stato indicato nel 2010 un possibile termine per la ratifica da parte degli Stati membri, in quanto l’Unione europea non aderisce all’ILO né ha sottoscritto la Convenzione in questione, ed è quindi importante che ciascuno Stato membro ratifichi le raccomandazioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La Convenzione sul lavoro marittimo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) fissa i diritti dei lavoratori del mare al più basso livello possibile, molto al di sotto dello standard dei loro effettivi diritti e delle aspettative del settore. Abbiamo serie riserve su alcune delle disposizioni in essa contenute, quali il provvedimento che riconosce il diritto dei mercanti di schiavi di esistere e di svolgere la loro attività, che dovrebbe essere quella di trovare lavoro alla gente di mare.

La relazione del Parlamento europeo e la proposta della Commissione che autorizzano gli Stati membri a ratificare la Convenzione riflettono le contraddizioni e la spietata concorrenza esistente fra le varie fazioni di chi detiene il capitale nel settore marittimo.

Alla Convenzione si oppongono ferocemente gli armatori greci, che fanno fronte comune persino contro la salvaguardia di condizioni di lavoro e di retribuzione inadeguate, per mantenere inalterato il quadro legislativo di stampo neocoloniale nel settore marittimo creato dai governi della Nuova democrazia e del PASOK, e per poter continuare a sfruttare impunemente i lavoratori marittimi greci e di altra nazionalità e aumentare i loro profitti.

Il partito comunista greco invita i marittimi a unire le forze nella lotta di classe, a intensificare lo scontro per la salvaguardia e l’affermazione dei loro diritti e il soddisfacimento delle esigenze della loro vita di oggi, opponendosi così alla politica antisociale dell’Unione europea, del partito della Nuova democrazia e del PASOK, che appoggiano il capitale e le forze che in Europa operano sempre a senso unico.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione in esame perché concordo sulla necessità di elaborare un primo codice universale del lavoro marittimo.

Con l’adozione della Convenzione del 2006 dell’OIL potremo contare su norme minime nel campo della salute, della formazione, delle condizioni di lavoro e della protezione sociale dei lavoratori del settore marittimo, a garanzia di condizioni di vita e di lavoro dignitose a bordo delle navi in tutto il mondo.

Tocca ora agli Stati membri ratificare la Convenzione. Sollecito quindi le autorità portoghesi a ratificare questa Convenzione dell’OIL in modo da assicurare condizioni di lavoro minime più omogenee.

Desidero esprimere il mio apprezzamento per il fatto che la Convenzione introduce meccanismi innovativi, quali il certificato di lavoro marittimo emesso dallo Stato di bandiera della nave, previa verifica che le condizioni di lavoro a bordo rispettino la legislazione nazionale e le norme della Convenzione.

Spero che la Convenzione in oggetto contribuisca a stabilizzare il settore del trasporto marittimo, sottoposto alla pressione della concorrenza mondiale di operatori legati a normative sociali meno severe e, anche per quanto riguarda il traffico intracomunitario, alle minacce di delocalizzazione nel reclutamento dei lavoratori marittimi, a detrimento dell’occupazione in Europa.

 
  
  

– Relazione Hasse Ferreira (A6-0057/2007)

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE).(SK) L’invecchiamento della popolazione, in altre parole la percentuale crescente di persone anziane, e la soluzione di problemi legati a una carente fornitura di servizi sociali costituiranno le sfide principali cui l’Unione europea dovrà far fronte negli anni a venire.

Accolgo con favore l’energica relazione dell’onorevole Hasse Ferreira, che si sforza di definire regole chiare per i servizi sociali sull’intero territorio dell’Unione, a maggior ragione perché tali servizi, per loro natura, sono stati esclusi dall’ambito normativo della direttiva sui servizi approvata di recente. Sostengo incondizionatamente la necessità di rispettare il principio di sussidiarietà. Tenendo conto dei 27 diversi modelli e concetti applicati nel finanziamento e nella prestazione dei servizi sociali, dobbiamo riconoscere agli Stati membri il diritto di definire gli obblighi di fornitura dei servizi sociali conformemente alla loro prassi nazionale, e di metterli a disposizione dei cittadini seguendo, per quanto possibile, criteri di prossimità.

I cittadini europei si aspettano un messaggio chiaro da parte nostra, a conferma del fatto che l’Unione assicurerà a tutti, e in particolare ai più deboli e vulnerabili, la possibilità di vivere in condizioni decorose e di sicurezza economica. Ritengo che il Parlamento, grazie a questa relazione, contribuirà ancora una volta alla definizione di un modello sociale sostenibile per l’Europa.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, ho votato contro la relazione Hasse Ferreira perché a breve ci troveremo di fronte al collasso del sistema sociale. Infatti, da un lato entra sempre meno denaro nelle casse previdenziali e dall’altro cresce il numero di coloro che dipendono dallo Stato nonostante abbiano un lavoro.

Se degradiamo le madri a perenni beneficiarie di sussidi sociali, se non è possibile vivere di un lavoro onesto, e se mettere al mondo bambini rappresenta una strada certa verso la povertà, non dobbiamo stupirci né del calo di entusiasmo per l’Unione né dello spauracchio della contrazione delle nascite. A mio parere, da lungo tempo sarebbe necessario valutare e rendere noto quanto costa effettivamente all’Unione la migrazione economica – tanto gli immigrati arrivati qui col pretesto di chiedere asilo, quanto quelli clandestini –, in particolare per gli oneri che ne derivano ai nostri sistemi di previdenza sociale.

Coloro che sognano una società multiculturale dovranno rinunciare una volta per tutte all’illusoria speranza che gli immigrati stranieri possano compensare il nostro calo demografico e dare assistenza alla nostra popolazione anziana, perché rischiamo un’incontenibile marea di costi sociali che finirà per sommergere, lentamente ma inesorabilmente, la popolazione europea autoctona.

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Abbiamo dato il nostro sostegno a questa relazione. I servizi sociali hanno natura specifica e si differenziano dai servizi commerciali. Come finanziare e fornire questi servizi è una decisione che spetta agli Stati membri, ma è importante assicurare un alto livello di qualità e l’accessibilità a tutti.

Per far sì che i servizi sociali non siano influenzati dalle norme sul mercato interno, è opportuno disporre di una direttiva settoriale specifica che definisca chiaramente i servizi sociali e i servizi commerciali, in modo che sia possibile distinguerli senza equivoci.

Ci incuriosisce tuttavia il concetto di “occupazione femminile”, un termine che ci è sconosciuto. Supponiamo che, dal punto di vista del relatore, quello dei servizi sociali sia un settore in cui lavorano molte donne e che sia importante promuovere la loro presenza sul mercato del lavoro e contemporaneamente combattere le condizioni di insicurezza del posto di lavoro. Per quanto riguarda il tempo parziale, riteniamo si debba assicurare il diritto al tempo pieno, ma che debba esistere anche l’opzione dell’orario ridotto. Teniamo poi a chiarire che il lavoro volontario non retribuito è inconcepibile a livello pubblico, ma che può esistere in un’economia sociale integrativa. Il lavoro casalingo non retribuito, invece, non rientra nella categoria del servizi sociali.

Interpretiamo il concetto di “partenariato pubblico-privato” come relativo all’esistenza, nell’ambito dei servizi sociali, di una varietà di servizi che sono finanziati con denaro pubblico e forniti da una pluralità di attori, quali società a responsabilità limitata di diritto pubblico, organizzazioni senza scopo di lucro, società cooperative e società di diritto privato.

 
  
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  Roselyne Bachelot-Narquin (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Era ora! Era ora che una relazione prendesse in esame le specificità dei servizi sociali di interesse generale. Era ormai indispensabile che di tali servizi, che bisogna distinguere dagli altri servizi di interesse economico generale, fossero chiariti la definizione di missione e i principi organizzativi. Del resto, i servizi sociali di interesse generale sono una componente essenziale del modello sociale europeo, che non solo vogliamo salvaguardare ma anche promuovere. E’ quindi buona cosa che il Parlamento europeo abbia fatto sua questa materia di importanza fondamentale.

Il compromesso cui siamo pervenuti è soddisfacente, e pertanto ho votato a favore della relazione Hasse Ferreira.

La scelta appare conforme all’orientamento del Parlamento europeo fin dal compromesso Gebhardt/Harbour riguardante la direttiva sui servizi e, più recentemente, dal compromesso Rapkay/Hökmark sulla relazione Rapkay. Desidero precisare ancora una volta che la scelta odierna non costituisce in alcun modo un impegno in vista di una direttiva quadro sui servizi di interesse economico generale.

Nondimeno la presente relazione non può essere sufficiente. E mi riferisco all’indispensabile direttiva settoriale sui servizi in materia di sanità.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione sui servizi sociali di interesse generale.

Mi congratulo per il senso di continuità e per la coerenza di cui il Parlamento ha dato prova con il suo voto, tenendo conto di esigenze di certezza del diritto e di chiarezza del quadro comunitario applicabile ai servizi sociali di interesse generale.

Ritengo che la relazione in esame consenta di trovare un equilibrio fra l’applicazione del diritto comunitario stricto sensu e l’adempimento dei compiti di interesse generale dei servizi sociali.

Si tratta in realtà di una fase preliminare necessaria in vista di quella direttiva settoriale sui servizi sociali di interesse generale che il Parlamento ha richiesto con la relazione Rapkay relativa al Libro bianco sui servizi di interesse generale.

Per concludere, accolgo favorevolmente la proposta di iniziativa del Parlamento di convocare un forum sui servizi sociali di interesse generale, e chiedo che esso diventi operativo già sotto la Presidenza portoghese dell’Unione europea.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore di questa relazione perché si tratta di una questione importante per i cittadini europei e perché condivido l’opinione del relatore: i servizi di interesse generale (SSIG) sono uno dei pilastri fondamentali su cui poggia il modello sociale europeo e costituiscono uno strumento per rafforzare la dimensione sociale della strategia di Lisbona e per far fronte alle sfide della globalizzazione, delle trasformazioni industriali, del progresso tecnologico, dei cambiamenti demografici, delle migrazioni e dell’evoluzione dei modelli sociali e del mondo del lavoro.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La pericolosa falla aperta con la direttiva sulla creazione del mercato interno dei servizi (la famigerata direttiva Bolkestein) continua a portare avanti il suo sistematico attacco ai servizi pubblici con questa relazione sui servizi di interesse generale.

Lo fa, tanto per incominciare, ammettendo la distinzione dei servizi di interesse generale in servizi economici e servizi sociali.

In secondo luogo non afferma chiaramente il diritto di ciascuno Stato membro di definire i servizi pubblici che intende tutelare, né in che modo vuole organizzarli e finanziarli.

In terzo luogo consente la prestazione di servizi di interesse generale alle imprese private, aprendo in tal modo la strada alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali e compromettendo il rispetto dei principi di uguaglianza, universalità, coesione sociale e, soprattutto, la possibilità di dare attuazione concreta ai diritti umani fondamentali.

Da ultimo, devo rilevare anche la reiezione di tutte le proposte da noi presentate, per esempio l’appello rivolto agli Stati membri affinché ribaltino l’orientamento delle cosiddette “riforme” intraprese finora, che hanno istituzionalizzato modelli di protezione sociale basati sul mercato assoggettandoli alle regole di concorrenza, e affinché rinuncino a promuovere il partenariato pubblico-privato e a esternalizzare servizi sociali al settore privato, perché si tratta di strategie che comportano gravi insidie.

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS) , per iscritto. – (FR) Al punto 6 della relazione sui servizi sociali di interesse generale si richiama “la libertà delle autorità degli Stati membri di definire, organizzare e finanziare i SSIG a loro discrezione” in virtù del principio di sussidiarietà.

Questa sola frase, nonostante la pretesa “corresponsabilità” dell’Unione, rende inutile la parte rimanente del testo: i servizi pubblici sono e devono continuare a essere prerogativa esclusiva degli Stati. Spetta a ciascuno Stato decidere se tali servizi devono dipendere dal mercato, dalla solidarietà nazionale in quanto garante del bene comune, oppure da una giusta commistione dei due elementi.

In atri termini, non spetta né alla Commissione né alla Corte di giustizia di Lussemburgo definire e ancor meno dettar legge in materia di servizi pubblici. Sappiamo bene che cosa succede in caso contrario: privatizzazione degli utili in nome dell’ultraliberalismo e della concorrenza, a grande vantaggio del capitale internazionale, e “nazionalizzazione” delle perdite, senza scrupoli per l’interesse generale né per quello dei cittadini, in particolare dei meno abbienti.

Non si denuncerà mai a sufficienza la responsabilità di queste politiche nei confronti della disintegrazione sociale che vivono oggi i nostri paesi.

 
  
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  Carl Lang (ITS), per iscritto. – (FR) L’onorevole Hasse Ferreira ha ragione nell’affermare che i servizi sociali di interesse generale costituiscono una componente essenziale del modello sociale europeo, fondato sulla protezione delle persone più vulnerabili: i bambini, le persone anziane, i malati, i portatori di handicap, i disoccupati e così via.

Tre fenomeni mettono oggi a repentaglio questo modello sociale. Innanzi tutto, l’immigrazione incontrollata, che sta distruggendo i nostri sistemi di previdenza sociale. In Francia, per esempio, la concessione dell’assistenza medica gratuita da parte dello Stato agli immigrati clandestini costa ogni anno 600 milioni di euro. In secondo luogo, l’eliminazione delle frontiere, che, mettendo le nostre imprese alla mercé della concorrenza internazionale e del dumping sociale, in particolare della Cina, distrugge il fondamento economico di questo modello sociale. Da ultimo, la soppressione progressiva dei servizi pubblici decisa nel 2000 in occasione del Vertice europeo di Lisbona.

La relazione dell’onorevole Hasse Ferreira non propone alcuna soluzione, perché questi fenomeni sono il risultato dell’ideologia ultraliberale voluta dall’Europa di Bruxelles.

Soltanto un’altra Europa, l’Europa delle patrie, fondata sul rispetto delle sovranità nazionali, sulla preferenza comunitaria e su frontiere in grado di proteggere il nostro continente da un’immigrazione sfrenata e da una concorrenza internazionale sleale, consentirà alle nostre nazioni di ricostruire un modello sociale europeo.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione che invita la Commissione a esaminare la proposta di direttiva settoriale sui servizi sociali di interesse generale, visto che non è possibile ricondurli alle norme che disciplinano i servizi commerciali nell’Unione. I servizi sociali devono mantenere un elevato livello di qualità e rimanere accessibili a tutti; inoltre le norme che regolano la loro erogazione devono essere stabilite nella legislazione.

 
  
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  Bairbre de Brún e Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Nonostante le riserve che nutriamo su alcuni aspetti della relazione, nel complesso abbiamo deciso di votare a favore. Pur non essendo convinte della necessità di un quadro giuridico, né soddisfatte del modo in cui alcuni servizi sociali sono stati definiti come servizi di interesse economico generale, riteniamo positivo che la relazione dia ampio sostegno ai valori dell’uguaglianza e della solidarietà, nonché ai principi dell’accessibilità e del servizio universale.

Il nostro voto favorevole non deve in alcun modo essere considerato come un avallo dei partenariati pubblico-privato.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto – (EL) La relazione, oltre alle gratuite dichiarazioni relative al “carattere particolare” dei servizi di interesse generale, prepara la strada per la loro privatizzazione e integrazione nella direttiva riguardante la liberalizzazione dei servizi (direttiva Bolkestein).

Nell’ambito della riorganizzazione del capitalismo, settori fondamentali dei servizi di protezione sociale sono stati ceduti al “libero mercato” e alla “libera concorrenza”, vale a dire alla irresponsabilità dell’alta finanza, così che al momento raramente agiscono nel rispetto degli attuali pur limitati criteri sociali, e producono invece utili per la plutocrazia.

La comunicazione della Commissione europea e la relazione del Parlamento europeo relative ai servizi sociali sono entrambe orientate all’introduzione di modifiche antipopolari.

Esse limitano drasticamente il concetto di servizi di interesse generale, promuovendone il trasferimento dal settore pubblico al settore privato (trasformando così gli organismi pubblici in “servitori” della “libera concorrenza”) nonché il diffondersi di collaborazioni tra pubblico e privato che costituiscono “l’ariete” per la penetrazione di gruppi di monopolio economico nei servizi sociali del settore di interesse generale.

I lavoratori hanno il dovere di combattere contro questo futuro raccapricciante consolidando il movimento della classe operaia e popolare e intensificando la propria lotta, per contribuire, così, al mutamento dell’interazione delle forze politiche nel nostro paese e in Europa, al fine di ribaltare questa politica reazionaria e fortemente antipopolare.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’Unione europea non ha nulla da guadagnare definendo rigidamente le attività economiche e determinandone la natura pubblica o privata. L’economia moderna, in particolare quella europea, richiede flessibilità. Ciò detto, il miglior modello di integrazione europea è quello che lascia un margine di discrezionalità a ciascuno Stato membro per operare le scelte che i suoi cittadini preferiscono, eventualmente lasciando loro anche la facoltà di commettere errori. La possibilità di sbagliare fa parte della libertà di scegliere.

Convengo quindi sulla necessità di una definizione chiara, in termini giuridici, di che cosa si intende per servizi economici di interesse generale e per servizi sociali di interesse generale. Una loro corretta identificazione è importante per far sì che, adottando una normativa, l’Unione europea non imponga né proibisca alcunché al di fuori della sua competenza. In questo senso sono favorevole a molte delle considerazioni contenute nella presente relazione. Mi trovo altresì d’accordo con il relatore quando afferma che i servizi sociali di interesse generale devono essere dotati di finanziamenti sufficienti. Si tratta di un’asserzione incontestabile, anche se possono esservi opinioni divergenti sulle modalità di finanziamento e anche se i singoli Stati membri possono avere concezioni diverse su quelli che sono i suoi doveri nei confronti dei cittadini.

 
  
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  Bernadette Vergnaud (PSE), per iscritto. – (FR) I servizi sociali di interesse generale sono una componente essenziale del modello sociale europeo.

La comunicazione presentata dalla Commissione europea su questi servizi offre la prospettiva di un chiarimento del loro ruolo in seno all’Unione europea in merito agli aspetti sociali, ai principi che vi si possono applicare e alla certezza giuridica che occorre assicurare loro. I modelli organizzativi e gestionali dei servizi sociali di interesse generale sono infatti molto diversi da uno Stato membro all’altro.

Uno degli aspetti su cui la Commissione deve concentrarsi riguarda la creazione di uno strumento giuridico e, più specificamente, di una direttiva settoriale, al fine di garantire la trasparenza politica delle procedure e la certezza giuridica alle organizzazioni sociali interessate. La creazione, durante la Presidenza portoghese, di un forum sotto l’egida del Parlamento europeo, con la collaborazione di tutte le parti sociali, consentirà di raggiungere tale obiettivo.

I servizi sociali di interesse generale possono svolgere un ruolo importante nella realizzazione della dimensione sociale della strategia di Lisbona, grazie ai posti di lavoro che possono creare e alla coesione sociale che in vari modi contribuiscono a garantire sull’intero territorio dell’Unione europea. Per tutti questi motivi ho votato a favore della relazione dell’onorevole Hasse Ferreira.

 
  
  

– Proposta di risoluzione (B6-0077/2007)

 
  
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  Robert Evans (PSE). – (EN) Signor Presidente, i miei colleghi del partito laburista britannico ed io disapproviamo alcuni punti della risoluzione e abbiamo votato contro di essa nella votazione finale poiché riteniamo che sia troppo squilibrata a favore degli Stati Uniti d’America.

Se questa proposta verrà accettata dal Consiglio nella sua forma attuale, le compagnie aeree degli Stati Uniti potranno accedere pressoché indiscriminatamente al mercato interno dell’Unione europea, mentre le linee aeree europee continueranno a non potere effettuare voli interni negli Stati Uniti. Inoltre, gli interessi statunitensi potranno possedere fino al 49 per cento delle azioni con diritto di voto per il controllo delle compagnie aeree dell’Unione europea, mentre ai sensi dell’accordo reciproco gli interessi europei avranno solo il 25 per cento delle azioni con diritto di voto per il controllo delle compagnie aeree statunitensi. A mio avviso, quindi, il progetto di accordo è di poco migliore rispetto a quello del novembre 2005, ritenuto squilibrato sia dal Consiglio sia dalla Commissione.

Ritengo che, avendo raggiunto i loro principali obiettivi negoziali in questo progetto di accordo, gli americani saranno poco incentivati a liberalizzare ulteriormente in futuro. Mi spiace che sia il Regno Unito a pagare il prezzo di questo accordo, che garantisce grandi diritti di traffico alle compagnie aeree statunitensi concedendo loro pieno accesso a Heathrow, che detiene già il 40 per cento del mercato transatlantico, e nonostante il fatto che il traffico transatlantico da Heathrow sia già garantito da quattro compagnie aeree – non solo americane. Ritengo pertanto che, per il Regno Unito e per l’intera Unione europea, questo sia un accordo molto insoddisfacente.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno accetta che l’Unione europea rappresenti gli Stati membri su questioni riguardanti la politica commerciale. L’attuale accordo sull’aviazione con gli Stati Uniti, volto a permettere alle compagnie aeree dell’Unione europea di volare in qualsiasi parte degli USA, rientra in quest’ambito.

A nostro avviso, tuttavia, è inopportuno che il Parlamento europeo si pronunci sulla struttura proprietaria delle compagnie aeree statunitensi. Si tratta di una questione di competenza delle autorità degli Stati Uniti. Condividiamo tuttavia l’impostazione generale della risoluzione. L’accordo sull’aviazione, inoltre, è vantaggioso per il mercato interno, area che noi tuteliamo e intendiamo sviluppare. Abbiamo pertanto votato a favore di questa risoluzione nella votazione finale.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Uno degli obiettivi della conclusione di questo preaccordo sul trasporto aereo tra la Comunità europea e gli Stati Uniti d’America è ridurre al minimo le disuguaglianze attualmente esistenti, a diversi livelli, tra le compagnie dei paesi UE e quelle degli USA.

Accogliamo dunque con preoccupazione la conclusione di questo preaccordo. Il presupposto secondo cui la competenza per la conclusione di questo tipo di accordi spetta alla Comunità e non agli Stati membri pregiudica la sovranità di ogni Stato membro su una questione di enorme importanza strategica, tanto più che il principio che guida questo accordo è “costituire un modello per una maggiore liberalizzazione e convergenza normativa su scala mondiale”, che noi riteniamo inaccettabile.

I vantaggi derivanti dalla conclusione di accordi multilaterali sono ben noti. Tali accordi sono vantaggiosi purché contribuiscano a migliorare le condizioni in cui viene prestato il servizio – in particolare ai passeggeri –, le rotte disponibili e il prezzo praticato, nonché semplifichino le procedure e minimizzino l’impatto ambientale, oltre a salvaguardare e promuovere i diritti dei lavoratori del settore e ad assicurare il rispetto del diritto e della sovranità di ogni paese.

 
  
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  Stanisław Jałowiecki (PPE-DE), per iscritto. – (PL) Le sentenze della Corte di giustizia europea che hanno imposto la revisione degli accordi sul trasporto aereo tra l’Unione europea e i paesi terzi ci hanno chiamati a fronteggiare sfide completamente nuove, in particolare nel caso di paesi come la Russia e soprattutto degli Stati Uniti. Dobbiamo altresì ricordare che le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per una parte, ossia l’Unione europea. L’UE deve pertanto negoziare un nuovo accordo; siamo obbligati a farlo, e questo fatto pone fin dall’inizio i negoziatori UE in una situazione di maggiore difficoltà.

E’ quindi ancor più positivo che due settimane fa, dopo un altro difficile ciclo di negoziati, la Commissione europea sia riuscita a giungere a un’intesa parziale che, pur non essendo del tutto soddisfacente, deve tuttavia essere considerata un importante passo avanti. E’ tuttavia fondamentale procedere senza porsi obiettivi irrealistici. A mio avviso, le disposizioni volte ad armonizzare la politica sociale nel settore dell’aviazione su entrambe le sponde dell’Atlantico, che de facto costituirebbero un tentativo di imporre il modello sociale europeo agli Stati Uniti, sono un tipico esempio di approccio irrealistico. Non si tratterebbe di un peccato di vanità?

D’altro canto, sono decisamente favorevole a insistere sullo scambio delle migliori pratiche in materia di protezione ambientale. Dopo tutto, se anche il riscaldamento globale si rivelasse un mito globale, l’ambiente in sé è un bene inestimabile.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE) , per iscritto. – (EN) I conservatori britannici sono favorevoli ad aprire il mercato dell’aviazione a un’ulteriore concorrenza e a sottoscrivere una politica “cieli aperti” con gli Stati Uniti. Tuttavia, le proposte discusse negli ultimi negoziati perpetuano uno squilibrio a favore degli Stati Uniti. Questo tipo di accordi deve essere improntato all’assoluta reciprocità e deve permettere alle compagnie aeree europee di godere oltreoceano degli stessi diritti di cui beneficiano le linee statunitensi nell’Unione europea. La Commissione ha fatto progressi, ma occorre compierne altri, e presto. Per questo motivo, la delegazione dei conservatori britannici si è astenuta.

 
  
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  David Martin (PSE) , per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione che considera la sicurezza e la sostenibilità due importanti obiettivi dell’accordo tra UE e USA. Penso che sarà importante ripristinare un adeguato equilibrio di interessi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti dopo la decisione del ministero dei Trasporti di ritirare la sua sentenza sul controllo effettivo dei vettori statunitensi.

 
  
  

– Proposta di risoluzione (RC-B6-0078/2007)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ho dato il mio appoggio alla risoluzione perché i lavori preparatori per la conferenza di revisione sono urgentemente necessari e ora è il momento giusto per farli. Tuttavia, poiché è dai risultati che sarà giudicata la qualità del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari e dei suoi protocolli aggiuntivi, dovremmo cogliere l’opportunità emersa ora con la ripresa dei colloqui a sei per lavorare per il disarmo nucleare della Corea del nord. L’Unione europea – e il Parlamento europeo in particolare – ha dato un contributo essenziale a far ripartire tali colloqui e ad attuare con misure concrete quello che è chiamato l’accordo di Pechino.

Ora, tuttavia, dobbiamo dare un sostegno pratico all’attuazione delle misure che sono state decise per denuclearizzare la Corea del Nord, e mi aspetto che l’Unione europea appoggi pienamente le misure riguardanti la sicurezza alimentare, vale a dire gli aiuti allo sviluppo agricolo e alla sicurezza regionale, nonché al miglioramento delle relazioni diplomatiche nella regione, e le misure mirate a una reale applicazione dei diritti umani.

Il nostro obiettivo deve essere che la Corea del nord, senza armi nucleari, disponga dei mezzi necessari per vivere e, in generale, che si realizzi un cambiamento di regime nella Corea del nord nell’interesse della pace e della stabilità nell’intera regione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Le armi nucleari costituiscono una minaccia globale per la popolazione mondiale. Gli sviluppi ai quali assistiamo attualmente, con l’aumento del numero di paesi che acquisiscono la tecnologia delle armi nucleari, sono molto preoccupanti. Ogni Stato sovrano ha il diritto naturale di difendere se stesso e i suoi cittadini. Tuttavia, per principio riteniamo che le armi nucleari non siano giustificate. La storia ha mostrato la devastazione che queste armi possono causare.

La risoluzione all’esame contiene formulazioni sia positive che negative. Ad esempio, a nostro parere, dovrebbero essere eliminati tutti i riferimenti alla strategia europea per la sicurezza. Questa tematica rivela infatti quanto sia inopportuno che l’Unione europea abbia una politica estera e di sicurezza comune (PESC). Più di uno Stato membro ha un significativo arsenale di armi nucleari, mentre altri hanno messo il proprio territorio a disposizione di paesi non europei con armi nucleari. In una futura Unione europea con una politica di sicurezza comune, gli Stati membri senza armamenti nucleari potrebbero essere trascinati contro la loro volontà in conflitti che coinvolgono l’uso di tali armi.

Inoltre, il mondo è più grande dell’Unione europea e un problema globale deve essere risolto a livello globale. L’ONU ha la conoscenza e l’esperienza necessarie ed è l’istituzione competente per evitare la diffusione delle armi nucleari nel mondo.

Noi crediamo che dietro alla risoluzione vi sia l’intenzione di rafforzare la PESC e l’influenza del Parlamento su tali questioni. Quindi votiamo contro la risoluzione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La non proliferazione e il disarmo nucleare costituiscono una delle questioni centrali della nostra epoca, in un quadro internazionale caratterizzato dall’instabilità e dall’insicurezza derivanti dalla crescente aggressività e dall’interventismo dell’imperialismo guidato dagli Stati Uniti, coadiuvati dalle grandi potenze capitaliste.

La corsa agli armamenti è promossa dagli Stati Uniti, un paese che sviluppa le proprie armi nucleari e vuole installare nuovi sistemi di armi offensive in Europa, di cui sono un esempio i nuovi sistemi antimissili in Polonia e nella Repubblica ceca.

Diventando sempre più militarizzati, gli Stati Uniti minacciano altri Stati sovrani con la loro ingerenza e aggressione militare.

In questo contesto, è assai significativo il rifiuto da parte della maggioranza del Parlamento delle proposte presentate dal nostro gruppo parlamentare. Le proposte erano le seguenti:

– insiste per “una soluzione politica pacifica della disputa relativa ai programmi nucleari dell’Iran” e “riafferma la sua opposizione a qualsiasi azione militare o minaccia dell’uso della forza”;

– “esprime la sua opposizione all’utilizzo di nuovi sistemi di missili balistici e antibalistici sul territorio degli Stati membri dell’Unione europea”;

– e invita “gli Stati che detengono armi nucleari a revocare per i propri arsenali lo stato di massima allerta e a impegnarsi a non attaccare gli Stati non nuclearizzati con armi nucleari”.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione poiché sussistono serie preoccupazioni sul rischio di proliferazione ed è importante ridare energia e vigore al Trattato di non proliferazione. L’Unione europea ha adottato una posizione comune sulla non proliferazione che costituisce una piattaforma positiva per uno sforzo più vigoroso in questo campo, in particolare adottando un efficace multilateralismo.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Il Sinn Féin è contrario senza riserve alla proliferazione nucleare e accoglie con favore l’opposizione dichiarata oggi dal Parlamento europeo.

L’Irlanda è un paese denuclearizzato e deve rimanere tale. Tuttavia, il settore nucleare influisce comunque sul nostro ambiente e sulla nostra salute poiché le centrali nucleari straniere hanno prodotto effetti sui nostri mari e sulle nostre campagne causando problemi di salute alla popolazione.

Tutti i paesi, indipendentemente dalle dimensioni, dall’influenza e dalla forma di governo, dovrebbero avviare al più presto un processo di disattivazione dei loro arsenali nucleari. Siamo contrari all’ingresso di nuovi paesi tra le potenze nucleari e all’estensione delle capacità nucleari delle potenze già dotate di armi nucleari.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il Parlamento europeo, mentre ogni anno vota la sua solita lista dei desideri sulla non proliferazione e il disarmo nucleari, rifiuta di condannare l’installazione di nuovi sistemi balistici e antibalistici in Europa.

Essenzialmente, questa decisione equivale all’accettazione e alla partecipazione al sistema nazionale di difesa missilistica degli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di costituire una rete globale di attacco con razzi nucleari. L’installazione di nuove basi statunitensi è già in corso di preparazione nella Repubblica ceca e in Polonia, e il Parlamento europeo, nelle proposte di risoluzione del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei e della stragrande maggioranza di socialisti e liberali, dà il suo beneplacito.

Noi deputati del partito comunista greco ci siamo astenuti dal voto perché ci rifiutiamo di partecipare all’autoillusione sulla natura dell’Unione europea, che era ed è tuttora aggressiva anche in questo settore. Le forze politiche che la sostengono cercano di presentarla come una “potenza antinucleare”. Vi sono Stati membri (il Regno Unito e la Francia) che hanno armi nucleari. Vi sono anche armi nucleari americane sul territorio dell’UE. Ora si appresta a partecipare al sistema nazionale statunitense di difesa missilistica, che sta alimentando una nuova corsa agli armamenti e nuovi antagonismi.

Nonostante le belle dichiarazioni, ciò dimostra ancora una volta che per quanto riguarda le questioni strategiche l’Unione europea è dalla parte degli Stati Uniti e contro il popolo. Il sistema nazionale statunitense di difesa missilistica ha lo scopo di stabilire la sovranità imperialista mediante il terrorismo nucleare.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Approvo vivamente il contenuto di questa risoluzione comune. Il Trattato di non proliferazione è la nostra arma migliore contro la diffusione delle armi nucleari, che costituisce una grave minaccia alla sicurezza mondiale. Va detto che è importante non solo la presenza delle armi nucleari, ma anche chi le possiede. Come abbiamo visto, non tutti i paesi si comportano allo stesso modo a questo riguardo.

Per questa ragione, seppure esprimendo il mio accordo e il mio voto favorevole, insisto sul fatto che abbiamo responsabilità che vanno al di là dei meri atti formali. Nel campo della politica mondiale, ciò che ci interessa di più è assicurare un’ampia e duratura sicurezza. A questo proposito, non sono più sicuro di cosa abbiamo realizzato. Speriamo che gli attuali segnali, poco chiari ma allarmanti, si dimostrino infondati.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Il possesso di armi nucleari è un elemento chiave della politica di difesa del Regno Unito degli ultimi 54 anni. Dati i pericoli insiti nel mondo di oggi e l’imprevedibilità delle minacce future, sarebbe sciocco prendere decisioni che indebolirebbero la nostra possibilità di mantenere un deterrente nucleare britannico indipendente o la credibilità della nostra politica di deterrenza. Con un investimento relativamente modesto, inferiore al 3 per cento del bilancio di difesa nazionale su un periodo di 20 anni, il Regno Unito può mantenere una capacità di difesa di vitale importanza. Il Regno Unito è riconosciuto come Stato legittimo con armi nucleari ai sensi del Trattato di non proliferazione (TNP) e i conservatori sostengono l’obiettivo finale del disarmo nucleare globale stabilito dall’articolo VI del TNP.

Tuttavia, siamo fermamente contrari a un disarmo nucleare unilaterale che esporrebbe a rischi la nostra nazione e la popolazione e lascerebbe la nostra difesa strategica interamente nelle mani di altri. Le decisioni che influiscono sulla sicurezza del Regno Unito, del suo territorio e dei suoi cittadini sono responsabilità del governo di Sua Maestà e non dell’Unione europea. Gran parte della risoluzione di oggi è sorprendentemente esente da controversie e gli emendamenti estremi presentati dalla sinistra sono stati respinti.

Non possiamo però sostenere un testo che accoglie con favore gli sforzi compiuti da colleghi parlamentari in tutto il mondo nella cosiddetta Campagna per il disarmo nucleare, nell’ambito della “Rete internazionale di parlamentari per il disarmo nucleare” (considerando E). Ci siamo quindi astenuti dal voto sulla risoluzione nel suo insieme.

 

7. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 13.10, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROTHE
Vicepresidente

 

8. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

9. Relazioni euromediterranee - Creazione della zona di libero scambio euromediterranea (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione congiunta su EUROMED, nella quale sarà esaminato quanto segue:

– dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulle relazioni euromediterranee e

– la relazione (A6-0468/2006), presentata dall’onorevole Arif a nome della commissione per il commercio internazionale, sulla creazione della zona di libero scambio euromediterranea [2006/2173(INI)].

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, sono lieto di potervi parlare oggi delle relazioni euromediterranee e di poter partecipare insieme a voi al dibattito sulla relazione della commissione per il commercio internazionale in merito alla creazione della zona di libero scambio euromediterranea. La relazione dell’onorevole Arif contiene molti spunti interessanti sul tema delle relazioni tra l’UE e i paesi del Mediterraneo.

E’ nell’interesse dell’Unione europea – non da ultimo per ragioni storiche e geografiche, ma anche in virtù degli attuali sviluppi, tra cui il rischio sempre maggiore posto dal terrorismo e da stretti legami economici – che la regione del Mediterraneo sia sicura, politicamente stabile ed economicamente ben sviluppata. Ci viene ricordato quasi ogni giorno che le regioni dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente non hanno ancora trovato una stabilità politica ed economica.

La proposta di risoluzione del Parlamento europeo illustra senza giri di parole i principali problemi sottesi a questa situazione.

Il conflitto mediorientale ha lasciato il segno nella vita politica, economica e sociale e i suoi effetti si faranno sentire a lungo sulla regione. Un netto incremento della popolazione negli Stati della sponda meridionale del Mediterraneo, unito a uno sviluppo economico incapace di tenere il passo con una simile situazione, ha impedito a un sempre maggior numero di persone di avere accesso all’istruzione e all’occupazione. I giovani, in particolare, non intravedendo alcuna prospettiva per il loro futuro nei propri paesi, cercano di emigrare in Europa o diventano facile preda di chi propina “soluzioni facili” sotto forma di idee radicali; talvolta si verificano contemporaneamente entrambi i casi. I governi di alcuni paesi mediterranei rifiutano di attuare le riforme necessarie negando ai loro cittadini la possibilità della partecipazione politica.

La proposta di risoluzione, tuttavia, riconosce che il processo di Barcellona ha consentito – e cito: “notevoli progressi nella regione... attraverso l’instaurazione di legami politici, economici, sociali e culturali fra il nord e il sud del Mediterraneo”.

Il processo di Barcellona non è stato in grado di risolvere il conflitto mediorientale, ma, all’epoca, non era questo il suo obiettivo e, inoltre, apporta valore aggiunto in un altro modo da non sottovalutare, poiché è una delle poche sedi in cui Israele e i suoi vicini arabi si riuniscono periodicamente allo stesso tavolo. Il processo di Barcellona fornisce loro un tetto sotto il quale possono avere la possibilità di una cooperazione e uno scambio autentici anche in momenti in cui sono divisi da differenze politiche, e spetta ai paesi partecipanti stessi decidere fino a che punto vogliono avvalersi di tale opportunità.

Permettetemi di fornirvi un paio di esempi. A marzo 2006, rappresentanti palestinesi e israeliani hanno partecipato costruttivamente alla riunione degli alti funzionari Euromed e del Comitato Euromed, nonostante le divergenze sorte in seguito al risultato delle elezioni nei territori palestinesi.

Il secondo esempio è che, nella riunione speciale degli alti funzionari Euromed e del Comitato Euromed, svoltasi il 22 febbraio 2006 per discutere il “caso delle vignette”, sono state avanzate proposte costruttive sia dall’UE che dal versante arabo. Anche in questo caso è degno di nota che fossero presenti entrambe le delegazioni, israeliana e araba.

Ne consegue che, sebbene gli ambiziosi obiettivi formalmente sanciti nella Dichiarazione di Barcellona del 1995 – tra cui l’instaurazione di uno spazio comune di pace e stabilità, la creazione di una zona di prosperità condivisa e lo sviluppo di uno stretto partenariato nei settori sociale, culturale e umano – non siano realizzati, il processo di Barcellona resta uno strumento di cui non possiamo fare a meno.

Il fatto è che, nonostante tutti i suoi difetti, può aiutare la regione mediterranea a trasformarsi da “un mare di scontro” a un “mare di cooperazione”, per citare la definizione fornita dall’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer.

E’ il processo di Barcellona a garantire che non siano solo i rappresentanti dei governi e i membri delle élite accademiche a potersi riunire, ma che anche le persone comuni e i membri della società civile su entrambe le sponde del Mediterraneo possano avvicinarsi gli uni agli altri e la “Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture” apporta il proprio contributo in tal senso con un impegno che sarà ulteriormente raddoppiato in futuro.

Potrei aggiungere che un’importante istituzione nel campo della cooperazione euromediterranea è l’Assemblea parlamentare euromediterranea (APEM), che è stata istituita nel 2003 allo scopo di esercitare una sempre maggiore influenza nella promozione delle strutture democratiche e dei diritti umani in tutti i paesi Euromed.

Dalla riunione tenutasi in occasione del decimo anniversario del processo di Barcellona è emerso che, nonostante le divergenze di opinione sulla portata e l’effettiva forma che dovrebbe assumere, l’UE e i paesi del Mediterraneo continuano a volere una stretta cooperazione. Il programma di lavoro per i cinque anni seguenti adottato dal vertice contiene obiettivi specifici in tutte le aree del processo di Barcellona, non solo a livello di cooperazione politica, economica e culturale, ma anche nell’ambito dell’immigrazione, e sussistono le condizioni per una cooperazione durevole.

Ciò che voglio dire a questa Assemblea è che non può esservi stabilità senza progresso economico; lo sappiamo tutti, e ciò vale anche per il contesto euromediterraneo. Per questo i ministri degli Esteri euromediterranei, nella riunione svoltasi a Tampere alla fine di novembre 2006, hanno ribadito il fatto che la creazione di una zona di libero scambio euromediterranea entro il 2010 continuava a essere un obiettivo condiviso da tutti i partner euromediterranei. Questa persistente ricerca di un obiettivo stabilito oltre dieci anni fa è ragionevole o è una dimostrazione di ostinazione?

Permettetemi innanzi tutto di dire che, a mio parere, la data “2010” è divenuta un simbolo dell’importanza che i partner euromediterranei attribuiscono a una zona di libero scambio, ma, soprattutto, gli sviluppi registrati sul versante economico sono stati tali da rendere praticabile il progetto di attuare una zona di libero scambio. Le zone di libero scambio bilaterali contemplate dagli accordi di associazione in vigore tra l’UE e quasi tutti i paesi mediterranei – la Siria attualmente rappresenta l’unica eccezione – vengono attuati in maniera soddisfacente.

L’obiettivo è continuare a integrare progressivamente nell’economia europea i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. La Presidenza tedesca del Consiglio farà tutto il possibile per sostenere la Commissione, in modo tale che i negoziati attuali possano acquisire slancio e si possano compiere ulteriori progressi, in particolare in aree quali la progressiva liberalizzazione della fornitura di servizi e il diritto di stabilimento, la progressiva liberalizzazione del commercio di prodotti agricoli e la creazione di un meccanismo per la composizione delle controversie nonché la convergenza legislativa con un particolare accento sul ravvicinamento delle normative tecniche.

L’obiettivo è agevolare ulteriormente l’accesso degli Stati mediterranei al mercato interno dell’Unione europea, in quanto l’UE, quale destinatario di oltre il 50 per cento delle loro esportazioni, è il principale partner commerciale di tali paesi. Questo sviluppo, ovviamente, va di pari passo con i progressi nell’attuazione dell’accordo di associazione di cui parlavo prima, che comporterà altre sfide, sollevando, tra l’altro, interrogativi sulla competitività delle operazioni commerciali dei partner mediterranei. Tra i paesi mediterranei stessi, sono stati compiuti notevoli progressi in materia di integrazione grazie all’accordo di Agadir, che è in vigore dal 2004 ed è volto a creare una zona di libero scambio per i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’UE promuove questa cooperazione nord-sud anche concedendo sostegno finanziario al suo segretariato. Ci auguriamo che presto altri paesi si uniranno a Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia nella firma dell’accordo di Agadir.

Le liberalizzazioni e le riforme economiche incidono inevitabilmente sulla situazione socioeconomica di un paese e l’influenza che tali cambiamenti esercitano su di essa dipende essenzialmente dal modo in cui i necessari cambiamenti strutturali vengono monitorati e realizzati in vista di un obiettivo preciso. L’UE sta fornendo ai paesi del Mediterraneo un aiuto concreto nella realizzazione di tali cambiamenti; da alcuni anni, infatti, nell’ambito del processo di Barcellona eroga cifre considerevoli per la ristrutturazione e la modernizzazione dell’occupazione e della formazione, nonché per l’ammodernamento dell’infrastruttura dei trasporti.

I programmi di sostegno regionale dell’Unione europea, quali EuroMed-Market, ANIMA ed EuroMed-Innovation, stanno contribuendo a migliorare le condizioni per gli investimenti e le iniziative imprenditoriali e stanno pertanto rafforzando il settore privato, mentre le piccole e medie imprese in particolare possono avvalersi del Fondo euromediterraneo di investimento e partenariato (FEMIP) della Banca europea per gli investimenti, che è uno strumento di sostegno valido, provato e sperimentato non solo a favore delle PMI, ma anche di progetti riguardanti l’ambiente, le infrastrutture e l’istruzione.

Come saprete, il grande ostacolo che occorre superare nello sviluppo di economie di mercato è convincere gli investitori che li attende un ambiente stabile e gratificante. Questo aspetto assume una particolare importanza alla luce dell’urgente necessità di investimenti diretti dall’estero e, giacché i paesi del Mediterraneo hanno particolarmente bisogno di noi in proposito, ci hanno chiesto aiuto a più riprese in tal senso.

Sono quindi particolarmente lieto che il 23 aprile, durante la Presidenza tedesca, si tenga un gruppo di lavoro ad hoc sugli investimenti al quale i partner euromediterranei parteciperanno per individuare i problemi più pressanti e cercare modi e mezzi per migliorare il flusso di investimenti verso la regione mediterranea.

Il punto che, per concludere, vorrei evidenziare a questa Assemblea, è che, come voi, sono del parere che una crescita economica incontrollata non sia tutto, ma che si debbano prendere in considerazione anche le dimensioni sociali e ambientali, e questo è indubbiamente innegabile anche riguardo alle relazioni dell’UE con il Mediterraneo. La Presidenza tedesca, quindi, organizzerà interessanti conferenze su entrambi gli argomenti, alle quali interverranno partecipanti di alto profilo.

Alla fine di questa settimana, quindi, il nostro ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, inaugurerà la Conferenza euromediterranea sull’occupazione e il dialogo sociale a Berlino. La zona di sicurezza e prosperità condivisa, che è l’obiettivo del processo di Barcellona, non potrà avere un’esistenza sostenibile senza un dialogo sociale funzionante e nuovi posti di lavoro; in quella situazione, è più probabile che sussista un rischio maggiore di compromettere la stabilità sociale a causa di livelli elevati di disoccupazione, in particolare tra i giovani, e di ridurre le prospettive di sviluppo sociale ed economico negli Stati della sponda meridionale del Mediterraneo.

In secondo luogo, il 19 aprile 2007, e sempre a Berlino, si terrà una conferenza sull’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Una politica energetica orientata al futuro è indispensabile per la sostenibilità dello sviluppo economico e un uso prudente delle risorse. I ministri dei vicini meridionali e orientali dell’UE, insieme a rappresentanti di istituzioni commerciali e finanziarie internazionali, discuteranno per trovare il modo di erogare energia in maniera sicura e sensibile dal punto di vista ambientale nell’area euromediterranea.

Come potete vedere, le nostre attività sono completamente in linea con la proposta di risoluzione, ed è evidente che vogliamo perseguire, al tempo stesso, tutti e tre i principali obiettivi del processo di Barcellona: l’instaurazione di uno spazio comune di pace e stabilità, la creazione di una zona di prosperità condivisa tramite un partenariato economico e la realizzazione, non solo di una zona di libero scambio euromediterranea entro il 2010, ma anche di una sfera di dialogo tra le culture mediante un partenariato in ambito sociale, culturale e umano.

E’ nell’interesse di tutti noi non allentare gli sforzi nel raggiungimento di questo obiettivo. Tutti noi – governi, parlamenti o altri soggetti in posizioni di responsabilità politica – possiamo offrire il nostro contributo in tal senso e, unendo le nostre forze, potremo sicuramente ottenere grandi risultati.

Grazie molte per l’attenzione.

(Applausi)

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, qualsiasi discussione sulle relazioni euromediterranee è in primo luogo un dibattito su una sfida politica comune. Oggi la regione mediterranea e l’Europa formano un’area strategica ed economica in via di costruzione. In un momento in cui stiamo riscoprendo il nostro patrimonio culturale e politico comune, stiamo cementando la nostra collaborazione economica futura, poiché vogliamo nuovamente svolgere un ruolo chiave nella creazione di uno spazio di stabilità, pace e prosperità.

La vasta regione euromediterranea è la patria di due entità interdipendenti: l’Unione europea a 27 e la regione mediterranea, con i suoi oltre 250 milioni di abitanti. Siamo politicamente interdipendenti come partner che cercano di portare la pace in Medio Oriente e in altre regioni del Mediterraneo e che lavorano per promuovere il pluralismo e la democrazia.

Siamo economicamente interdipendenti: le relazioni commerciali euromediterranee sono sane e fiorenti. Oggi le esportazioni dei paesi del Mediterraneo verso l’UE a 27 sono cresciute del 10 per cento l’anno in media tra il 2000 e il 2006. Anche le importazioni dall’UE a 27 sono aumentate, ma a un ritmo più lento, pari al 4 per cento. L’eccedenza commerciale dell’Unione europea ha subito un calo sostanziale e nel 2006 il commercio è stato fondamentalmente equilibrato.

La nostra interdipendenza, tuttavia, è riscontrabile anche ad altri livelli: a livello ambientale, infatti, abbiamo oltre 46 000 chilometri di coste in comune lungo il Mediterraneo e, insieme, facciamo fronte alle sfide del cambiamento climatico, della penuria idrica e della riduzione dell’inquinamento marino. Siamo interdipendenti anche a livello energetico, grazie ai flussi delle risorse petrolifere e gassose che hanno origine, e transitano, nel Mediterraneo. Siamo anche interdipendenti a livello demografico, data la necessità di dialogare con i paesi dell’Africa settentrionale sulla gestione della migrazione legale e illegale. Infine, la nostra è anche un’interdipendenza culturale, determinata dall’impellente necessità di instaurare un dialogo approfondito tra culture e religioni.

In risposta a questa interdipendenza, l’UE ha istituito la politica di vicinato e il processo di Barcellona: quadri politici e di cooperazione complementari e coerenti, entro i quali abbiamo concluso accordi di associazione e piani d’azione sulla politica di prossimità con quasi tutti i paesi della regione. L’ultimo accordo con l’Egitto è stato adottato in occasione del Consiglio di associazione UE-Egitto il 6 marzo.

La zona di libero scambio euromediterranea, come si è detto, sta gradualmente prendendo forma e agirà da interfaccia tra un mondo sempre più globalizzato e il regionalismo aperto e inclusivo dell’Europa. Stiamo prendendo spunto dal nostro commercio liberalizzato nel settore delle merci per liberalizzare gli scambi dei servizi e la creazione di imprese in maniera tale da incoraggiare la tanto necessaria integrazione economica regionale.

Sono state create istituzioni euromediterranee attive come l’Assemblea parlamentare euromediterranea. Il 2007 sarà sicuramente un anno importante per le nostre relazioni con una regione che sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti, che nutre molte aspettative nei confronti dell’Europa e per cui instaurare una stretta relazione con l’Unione rappresenta un’importante priorità.

Il 2007 sarà il primo anno in cui entrerà in funzione lo Strumento europeo di vicinato e partenariato. Il lavoro che svolgiamo con i nostri partner è animato dalla convinzione che, per essere durevoli, i cambiamenti devono avvenire all’interno della società.

Nel contesto della politica di vicinato, la graduale attuazione delle riforme politiche ed economiche sta aprendo la strada a un riavvicinamento tra l’Europa e i paesi mediterranei.

Se vogliamo aiutare i nostri vicini ad attuare programmi di riforma impegnativi, dobbiamo presentare loro proposte interessanti. Ci siamo già offerti di rafforzare le nostre relazioni commerciali. Potremmo anche adoperarci per ridurre le formalità relative alla concessione dei visti. L’attuazione delle proposte contenute nella comunicazione della Commissione richiede una notevole volontà politica, nonché impegni economici e finanziari di pari livello.

Il contributo del Parlamento europeo sarà essenziale affinché l’Europa mantenga una politica coerente nei confronti della regione e fornisca sostegno politico e finanziario per la riuscita attuazione delle politiche di cooperazione nella regione del Mediterraneo.

Nel contesto del processo di Barcellona, le Presidenze di Germania e Portogallo, come si è già detto, lavoreranno a stretto contatto con la Commissione per proseguire le azioni avviate in occasione del Vertice di Barcellona nel novembre 2005.

Tra le attività previste per il 2007 figurano una conferenza sugli affari sociali, che si terrà a marzo a Berlino e sarà volta a dotare il nostro partenariato di una dimensione sociale, una conferenza sulla migrazione, organizzata dalla Presidenza portoghese nella seconda metà dell’anno – la prima conferenza di questo tipo nella regione, che costituirà l’occasione per discutere approcci comuni alla lotta contro l’immigrazione clandestina e a una gestione più efficace dell’immigrazione legale, una conferenza sulla ricerca e l’istruzione universitaria, nella quale la Commissione annuncerà la creazione di borse di studio per studenti universitari nella regione e, infine, una riunione commerciale ministeriale euromediterranea, che la Presidenza portoghese sta organizzando a Lisbona, per fare il punto sui progressi compiuti verso la realizzazione di una zona di libero scambio euromediterranea.

Il 2007 sarà importante anche perché sarà l’anno in cui definiremo e attueremo piani d’azione di vasta portata per contribuire alla creazione di un futuro più luminoso per la regione: il programma “Orizzonte 2020”, finalizzato a ridurre i livelli di inquinamento nel Mediterraneo, il piano d’azione di Istanbul sul ruolo delle donne nella società, adottato nel novembre 2006, l’attuazione pratica del programma di Tampere, adottato durante la Conferenza dei ministri euromediterranei degli Affari esteri, e il piano d’azione per l’attuazione della zona di libero scambio, su cui verte la relazione dell’onorevole Arif, cui desidero dedicare ora la mia attenzione.

Desidero congratularmi con il relatore e con i deputati che hanno contribuito a rendere pertinente e completa questa proposta di risoluzione. La risoluzione si riferisce ai mediocri risultati ottenuti nell’ambito del processo di Barcellona in termini di liberalizzazione commerciale e integrazione economica, illustrando altresì la complessità del compito e le limitazioni socioeconomiche, sia a livello strutturale che riguardo all’attuale contesto internazionale, che hanno caratterizzato questa regione confinante con l’UE.

In realtà, i mediocri risultati ottenuti dalla creazione di una zona di libero scambio in termini di prosperità non sono sempre attribuibili al processo stesso o alle sue debolezze, ma sono spesso dovuti a una serie di limitazioni strutturali intrinseche alla regione, che hanno in qualche maniera impedito al processo di integrazione economica di realizzare appieno il suo potenziale.

Tuttavia, nonostante queste limitazioni, si è registrato un incremento negli scambi commerciali a seguito della liberalizzazione avviata nell’ambito del processo di Barcellona: dal 1995, le esportazioni dei partner mediterranei verso l’UE sono raddoppiate; le esportazioni comunitarie sono aumentate del 60 per cento e il disavanzo della bilancia commerciale dei paesi mediterranei è diminuito dal 20 al 10 per cento nello stesso periodo. La creazione di una zona di libero scambio euromediterranea resta un obiettivo sia del processo di Barcellona che della nostra politica di prossimità.

In entrambi i contesti, sono state sviluppate varie iniziative per approfondire e sostenere la liberalizzazione riguardo all’ulteriore liberalizzazione tariffaria e all’eliminazione delle misure non tariffarie.

Dalla conferenza ministeriale commerciale di Marrakech dello scorso anno sono stati avviati nuovi negoziati nei settori dell’agricoltura, dei servizi e degli investimenti e i nostri piani d’azione per la politica europea di prossimità hanno definito azioni prioritarie, soprattutto riguardo all’eliminazione delle barriere normative e non tariffarie.

Il processo di Barcellona ha previsto fin dall’inizio misure di accompagnamento e attenuazione per la zona di libero scambio euromediterranea: asimmetria nello smantellamento dei dazi doganali, approccio graduale alla liberalizzazione – che nel settore agricolo, ad esempio, sta iniziando soltanto ora, dopo che è seguito un arco di tempo ragionevole alla liberalizzazione industriale; ultimo punto, ma non per questo meno importante, sono stati forniti ingenti aiuti a sostegno delle riforme economiche e strutturali e dello sviluppo rurale sostenibile, prima attraverso il programma MEDA e ora tramite il nuovo strumento della politica europea di prossimità.

Per noi continua a essere prioritario rafforzare lo sviluppo sostenibile e la competitività nella regione mediterranea tramite l’eliminazione di ostacoli al commercio e la promozione dell’integrazione regionale, gli investimenti, la convergenza normativa verso le regole del mercato interno comunitario, la ricerca e l’innovazione e il rafforzamento dell’infrastruttura e delle reti nella regione. In sintesi, questo significa lavorare in vista della prosperità condivisa, che è l’obiettivo del processo di Barcellona e della nostra politica di vicinato. Faremo tutto il possibile affinché questa prospettiva diventi realtà.

Onorevoli deputati, il fulcro delle nostre relazioni con i paesi partner del Mediterraneo è il profondissimo e forte desiderio di promuovere la sicurezza, la crescita e la stabilità nella regione. Tuttavia, siamo anche fermamente convinti di prendere parte a un progetto ancora più ambizioso: costruire una regione e affermare i nostri obiettivi e valori comuni. La Commissione europea confida nel Parlamento europeo per riuscire a essere all’altezza di queste grandi sfide con l’aiuto dell’Assemblea parlamentare euromediterranea e spero che potremo continuare a lavorare insieme.

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  Kader Arif (PSE), relatore. – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, sono lieto, soprattutto alla luce di quanto ho appena sentito, di presentarvi oggi la mia relazione.

Questo documento dimostra che la politica mediterranea dell’Unione è una priorità per la nostra Istituzione e che deve rimanere tale. La relazione che vi presento analizza i risultati di oltre dodici anni di cooperazione, prevista dagli obiettivi della Conferenza di Barcellona. La mia relazione avanza alcune proposte a favore dell’attuazione di una zona di libero scambio euromediterranea reciprocamente vantaggiosa. Questo lavoro, realizzato nel corso di diversi mesi, è il risultato della stretta cooperazione che ho instaurato con diversi esperti, ONG, rappresentanti di governo dei paesi mediterranei e, ovviamente, con i miei colleghi parlamentari. Permettetemi di ringraziarli per la loro collaborazione.

Queste valide conoscenze collettive, corroborate dal lavoro costruttivo dei relatori ombra – che ringrazio calorosamente – mi hanno permesso, credo, di giungere a un testo equilibrato che riflette ogni sorta di dubbio e preoccupazione. Questo spirito, questo equilibrio generale, rafforzato dal voto in seno alla commissione, deve orientare il voto di domani in plenaria.

Innanzi tutto occorre fare una constatazione. Benché ogni parte del mondo abbia la propria specificità, le relazioni tra l’Unione e i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo sono segnate dal peso della storia, una storia di conflitti, incomprensioni e instabilità, una storia problematica e perfino tragica.

Ho pertanto cercato di elaborare questa relazione partendo soprattutto da una prospettiva prevalentemente politica. Con il Vertice di Barcellona del 1995 era nata una speranza. Era emersa la volontà politica di costruire un partenariato globale tra l’Unione europea e i paesi del bacino del Mediterraneo, al fine di trasformare questa regione in uno spazio comune di pace, stabilità e prosperità. Oggi, tuttavia, dobbiamo concludere che i risultati non sono all’altezza di quelle speranze e aspettative.

Da allora abbiamo vissuto in un contesto politico instabile: la guerra in Libano, la mancanza di prospettive di pace in Medio Oriente, la complessità delle relazioni tra il mondo occidentale e i paesi arabo-musulmani dopo l’11 settembre 2001e le tensioni tra i partner meridionali. A ciò si aggiunge l’idea – a mio avviso errata – che l’Europa non dà priorità alle sue relazioni con i paesi della sponda sud del Mediterraneo.

A questo elenco di preoccupazioni si potrebbe aggiungere il timore di un indebolimento della filosofia di Barcellona e della nuova politica di prossimità invocata dall’Unione europea, ipotesi che porrebbe fine alla convergenza e introdurrebbe la divergenza, alimentata dalla concorrenza tra paesi.

Si presenta altresì un contesto di triplice asimmetria nei settori economico, sociale e demografico. Questa evidente asimmetria tra le due parti della zona di libero scambio, ossia l’Unione europea e i paesi del Mediterraneo è altrettanto palese tra i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo e, in ultima analisi, all’interno di alcuni di quegli stessi paesi, tra le regioni costiere e urbanizzate e i territori rurali dell’interno.

Dinanzi a tutte queste difficoltà è necessaria una forte volontà politica, ma dobbiamo anche essere realistici. E’ per questo, nonché alla luce dei talvolta considerevoli ritardi nell’attuazione delle riforme economiche e politiche necessarie alla creazione di un mercato davvero euromediterraneo, che ritengo indispensabile rivedere la scadenza del 2010 quale data di entrata in vigore di questa zona di libero scambio.

Le implicazioni di questa zona e i cambiamenti che introdurrà richiedono un approccio più cauto da parte di tutti i partner, particolarmente quando tali partner sono disuguali. Nell’ottica della creazione di questa zona di libero scambio, il filo conduttore deve restare l’obiettivo di avere una forma di commercio al servizio dello sviluppo e della riduzione della povertà, in particolare in questa regione in cui il 30 per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e in cui la disoccupazione su vasta scala e l’immigrazione selvaggia costituiscono l’unica prospettiva per un numero di giovani sempre maggiore.

La nostra priorità deve essere la creazione di un vero e proprio spazio socioeconomico euromediterraneo che integri tutti gli aspetti sociali e ambientali nella dimensione economica.

Sono pertanto favorevole allo sviluppo progressivo, controllato, graduale e concertato di una zona di libero scambio, la quale deve anche essere in grado di adattarsi alla situazione socioeconomica di ogni paese.

L’apertura dei mercati non può avvenire a scapito dei paesi del sud, con il rischio di indebolire ulteriormente molti dei delicati settori chiave attuali a causa di uno scontro sul piano della competitività.

Sappiamo tutti che la loro agricoltura è poco competitiva e non molto diversificata, caratterizzata da una maggioranza di piccole aziende agricole dotate di strutture che devono essere modernizzate, e che da parte nostra richiede una riflessione più approfondita su una forma di politica agricola integrata, incentrata sulla sicurezza alimentare.

Sappiamo anche che in alcuni paesi è stata sviluppata una forma di industria a bassa tecnologia e a basso valore aggiunto, che va sostenuta tramite investimenti nei settori della formazione e della ricerca, nonché attraverso l’ammodernamento delle sue strutture di produzione; sappiamo che non dobbiamo esercitare pressioni su questi paesi affinché aprano improvvisamente i loro mercati dei servizi, mantenendo al contempo i servizi pubblici al di fuori del quadro negoziale.

Dobbiamo seguire da vicino la situazione nel suo complesso, perché altrimenti il nostro lavoro produrrà l’effetto contrario allo sviluppo auspicato e nuocerà al benessere sociale delle popolazioni interessate. Ritengo quindi importante riconoscere ai nostri partner il diritto di gestire il ritmo della loro apertura agli scambi commerciali e il modo in cui organizzeranno la loro strategia di sviluppo.

E’ dunque indispensabile rafforzare la competitività globale delle economie dei paesi mediterranei per garantirne la diversificazione economica, la riuscita integrazione nel commercio internazionale e l’equa distribuzione dei benefici previsti; occorre altresì mantenere un sistema asimmetrico fondato sulle preferenze commerciali e sul costante impiego di strumenti di gestione dell’offerta, attirare gli investimenti, che in quest’area scarseggiano, garantire un’area stabile per gli investimenti e allestire reti infrastrutturali regionali e di trasporto euromediterraneo nonché lavorare a un ravvicinamento politico ed economico dei paesi del sud e dell’est del Mediterraneo (PSEM) per favorire il concreto rafforzamento della cooperazione e dell’integrazione.

Per concludere, vorrei sottolineare l’urgente necessità di un rinnovamento della volontà politica tra tutti i partner e del ritorno a una vera cooperazione quale priorità dell’Unione europea; in entrambi i casi si tratta di condizioni essenziali per il rilancio e la riuscita del processo di Barcellona e di una zona socioeconomica euromediterranea, senza le quali la zona di libero scambio rischia di diventare il simbolo di un malinteso euromediterraneo. Per la mia generazione è indispensabile passare al tempo della riconciliazione: è questa la sfida che dobbiamo affrontare, onorevoli colleghi. Garantire la stabilità e lo sviluppo di questa zona significa garantire lo sviluppo della democrazia e della nostra stabilità.

 
  
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  Antonio Tajani (PPE-DE), relatore per parere della commissione per gli affari esteri. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, la commissione per gli affari esteri ha approvato a stragrande maggioranza un parere sulla relazione Arif, che si concentra soprattutto sulle questioni politiche e quindi affronta anche il tema più ampio della situazione mediterranea.

Sono soprattutto sei i punti affrontati dalla commissione per gli affari esteri. Il primo riguarda l’impegno politico nell’ambito della creazione di una zona di libero scambio, volto a garantire la pace, la democratizzazione, il rispetto dei diritti umani, la parità tra donne e uomini e la promozione del dialogo interculturale e interreligioso.

Il secondo punto riguarda la necessità urgente per l’Unione europea di adoperarsi per la creazione di una zona di sicurezza e di stabilità nell’intera regione, compresa la difesa della piena sovranità del Libano nonché l’impegno per la coesistenza pacifica fra lo Stato israeliano e un futuro Stato palestinese. Si ravvisa altresì, come terzo punto, la necessità di accordare un sostegno finanziario per la ricostruzione di queste zone, che hanno sofferto momenti veramente gravi di scontri violenti, anzi, di guerra vera e propria. Noi chiediamo ovviamente che la creazione di una zona di libero scambio possa trasformarsi in un primo passo per la cessazione delle guerre del terrorismo nel Medio Oriente.

Il quarto punto, invece, insiste sulla necessità di incoraggiare riforme politiche, democratiche e socioeconomiche nei paesi partner dell’Unione europea, al fine di creare uno spazio di prosperità condivisa, in vista anche di una sempre più forte presenza cinese soprattutto nel continente africano.

Per quanto riguarda il quinto punto, la commissione per gli affari esteri ha insistito perché possa finalmente nascere una banca euromediterranea, autonoma rispetto alla BEI, in grado di dare risposte alla continua e crescente richiesta di prestiti e finanziamenti dai paesi partner.

Il sesto ed ultimo punto riguarda il tema assai delicato dell’immigrazione. La commissione per gli affari esteri sollecita accordi con i paesi partner affinché vi sia un controllo anche a monte dei fenomeni dei flussi migratori, e ciò onde evitare che, tra i tanti lavoratori che cercano occupazione in Europa e che possono rappresentare una risorsa per il nostro continente, si nascondono elementi pericolosi per la stabilità dell’Unione europea ma anche per l’immagine dei paesi dai quali provengono.

 
  
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  Jean-Claude Fruteau (PSE), relatore per parere della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale. – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto congratularmi con il relatore, onorevole Arif, per la pertinenza delle sue analisi.

Da un punto di vista agricolo, se, da un lato, l’apertura dei mercati oggi offre reali prospettive di sviluppo economico su entrambe le sponde del Mediterraneo, dall’altro è importante che questa tendenza si basi sull’esperienza delle popolazioni locali e degli attori sul campo. E’ indispensabile che il processo sia attuato in maniera misurata, prodotto per prodotto e secondo un calendario graduale, affinché sia possibile tenere conto delle piccole aziende agricole, che sono le più fragili, le più numerose e le più idonee a sviluppare un’agricoltura multifunzionale rispettosa delle risorse naturali e dello sviluppo locale.

Questo lavoro normativo s’incentra sul rafforzamento delle preferenze commerciali sulla base di una relazione asimmetrica volta a favorire i paesi più vulnerabili. S’incentra anche su misure di sostegno che ci permetteranno di aiutare questi paesi ad ammodernare le loro strutture di produzione e che contribuiranno allo sviluppo di sinergie, attraverso la cooperazione tecnica e finanziaria tra esperti e tramite politiche comuni di etichettatura.

 
  
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  Vito Bonsignore, a nome del gruppo PPE-DE. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, nei prossimi giorni si riunirà finalmente l’Assemblea parlamentare euromediterranea (APEM). L’obiettivo è il suo rilancio per dare una dimensione parlamentare al dialogo e alla cooperazione nel Mediterraneo.

La posizione del Parlamento europeo è espressa in modo compiuto nella proposta di risoluzione comune della quale voglio evidenziare tre punti: la sollecitazione per la creazione della Banca euromediterranea per lo sviluppo, la richiesta di maggiore attenzione per i problemi ambientale e dell’energia e soprattutto i problemi della condizione della donna.

Noi ci aspettiamo una comunanza di impegni dalle istituzioni dell’Unione europea e chiediamo alla Commissione che sostenga attivamente lo sforzo del Parlamento europeo e del suo Presidente Pöttering per il rilancio dell’APEM, sostegno che dovrà essere, a mio avviso, ben visibile a Tunisi, con la loro partecipazione ai massimi livelli.

E’ opportuno dare oggi al dibattito sulla zona del libero scambio un rilievo particolare, sapendo che, se realizzata, potrà dare concretezza e sbocco alle attività politiche e parlamentari. Per rendere più efficaci le azioni nel Mediterraneo abbiamo sottoscritto il cosiddetto processo di Barcellona. Siamo consapevoli che oggi ci sono ritardi nel raggiungimento degli obiettivi previsti.

L’Unione europea non è stata all’altezza delle sue ambizioni ed è quindi ora che il processo di integrazione euromediterranea sia la nuova politica dell’Unione europea, sia la priorità della politica dell’Unione europea. Consapevoli che il mondo è cambiato, bisogna adeguare la nostra strategia senza rallentare la nostra azione: occorre potenziare gli scambi verticali nord-sud e aiutare a realizzare quelli sud-sud. In questa direzione è opportuna la ricerca di un’azione concreta e visibile.

La Commissione europea, d’accordo con le altre istituzioni, scelga un simbolo, realizzi un grande progetto. Il Presidente Barroso, la Commissaria Benita Ferrero-Waldner, il Commissario Mandelson hanno tutti gli argomenti per avanzare una proposta. Condizione indispensabile è la conquista della pace nell’area, con la collaborazione di tutti i soggetti interessati – da Israele ai palestinesi, dalla Siria all’Iran – con il sostegno attivo del nuovo ruolo dell’Unione europea e con l’intensa attività del quartetto. L’Unione europea sia meno timida, osi di più: bisogna arrivare al più presto alla Conferenza di pace.

 
  
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  Pasqualina Napoletano, a nome del gruppo PSE. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, signor rappresentante del Consiglio, credo che la relazione Arif sia una di quelle relazioni che fanno storia al Parlamento europeo. Essa affronta in modo nuovo e completo la dimensione commerciale delle relazioni euromediterranee. Tuttavia, i gruppi politici hanno deciso di aggiungere alla relazione un dibattito e una risoluzione, che naturalmente la comprende ma che tende anche a fare un bilancio di questa politica.

Io non nascondo che abbiamo qualche preoccupazione rispetto alle prospettive del nostro lavoro nel partenariato con i paesi mediterranei, dovuta al fatto che la politica di vicinato, che avrebbe dovuto inserire queste relazioni in una dimensione consapevolmente continentale, ha rischiato di frammentare questa politica. Noi abbiamo un grande rispetto e apprezzamento per il lavoro che la Commissione sta compiendo nel negoziare i piani d’azione paese per paese, ma segnaliamo che i piani d’azione sono solo una parte di questa politica e che grandi problemi come l’occupazione, la lotta alla povertà, l’ambiente e il recupero del Mediterraneo come uno spazio non solo fisico ma anche ambientale, culturale, politico ed economico, hanno bisogno di un respiro più ampio, di una politica multilaterale e di un investimento politico più importante da parte dell’Unione europea.

E’ per questo motivo che noi vogliamo sollecitare il Consiglio, e in particolare la Presidenza che dimostrato una grande sensibilità su questo dossier, a compiere un passo in avanti che ci auguriamo possa avere anche il sostegno dell’Assemblea parlamentare che si riunirà a Tunisi la prossima settimana. Ricordo che l’Assemblea parlamentare è l’unica sede politica dove il nord e il sud discutono ed anche l’unica sede politica dove israeliani e palestinesi ancora discutono.

 
  
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  Philippe Morillon, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signora Presidente, i nostri colleghi, onorevoli Bonsignore e Napoletano, hanno appena ricordato che, alla fine della settimana, i rappresentanti delle popolazioni costiere di entrambe le sponde del Mediterraneo si riuniranno di nuovo in questo forum – ora divenuto fortunatamente un’assemblea parlamentare – all’interno del quale si sono impegnati a sviluppare, fin dalla sua creazione, relazioni di fiducia di cui lei, signor Presidente in carica del Consiglio, ha giustamente sottolineato l’importanza.

Questa sarà la nostra prima riunione in plenaria dopo la tragedia libanese, nella quale l’Europa, a mio avviso, è rimasta troppo a lungo silenziosa e in cui è alla fine intervenuta in maniera disorganizzata, su iniziativa di questo o quello Stato membro. Tuttavia, sappiamo benissimo che ci si aspettava che fosse l’Unione stessa, erede dei valori umanisti e culturali che conosciamo e forte del suo potere economico e della sua dimensione demografica, a svolgere un ruolo interventista prima e un ruolo di mediazione poi. All’epoca, forse, non era ancora giunta l’ora di fare sentire la voce dell’Unione; forse adesso il momento è più indicato.

Javier Solana, il nostro Alto rappresentante, l’altro ieri si trovava a Beirut. Ieri è stato ricevuto dal Re Abdullah dell’Arabia Saudita, mentre oggi incontrerà il Presidente siriano Bachar Al-Assad.

Mi auguro che queste azioni permetteranno di rafforzare la speranza scaturita dalle recenti iniziative diplomatiche, che lascerebbero finalmente intravedere una distensione della situazione. Una distensione della situazione in Libano, dopo l’incontro tra il Primo Ministro e il capo del parlamento, una distensione della situazione in Palestina, dopo l’accordo raggiunto alla Mecca tra Fatah e Hamas, e i primi segnali di calma in Medio Oriente dopo la prima conferenza internazionale tenutasi a Bagdad sabato scorso.

E’ sotto questi auspici che dobbiamo continuare a sviluppare la diplomazia parlamentare a Tunisi, grazie alla quale, mi auguro, potremo riunire i nostri colleghi israeliani e palestinesi, che, dalla nostra ultima seduta plenaria, svoltasi un anno fa, hanno a malapena avuto occasione di incontrarsi e di avere uno scambio di opinioni per riuscire a vincere questa malattia di timore reciproco da cui sono profondamente afflitti i loro due popoli.

 
  
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  Adriana Poli Bortone, a nome del gruppo UEN. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, il rafforzamento della politica di vicinato verso il sud deve essere una priorità strategica. Nelle relazioni con i paesi mediterranei il processo di Barcellona è stato una tappa significativa e continua ad esserlo.

I pessimisti ci diranno che i risultati sono stati inferiori alle attese, che la cooperazione economica sud-sud è ancora agli albori e che sul fronte della cogestione del fenomeno dell’immigrazione siamo ancora lontani dall’aver raggiunto risultati apprezzabili. Certo si poteva fare di più, ma sicuramente non si sarebbe raggiunto ciò che si è raggiunto senza la Conferenza di Barcellona e senza il processo che ne è seguito.

Ciò che si è raggiunto è un dialogo politico approfondito fra le due parti su tematiche allargate. Ne sono prova i frequenti Consigli dei ministri euromediterranei e il completamento di una serie di accordi di associazione bilaterali fra l’Unione europea e i suoi partner, che possono essere considerati la base per lo sviluppo di un’integrazione economica più globale. La nuova politica di vicinato offre strumenti di cooperazione più stretti nell’area mediterranea. I piani d’azione permettono di tematizzare gli interventi e di renderli più aderenti ai bisogni di ogni singolo partner. Tuttavia, essi non devono essere un’alternativa al processo di Barcellona, bensì strumenti complementari che debbono permettere una migliore applicazione e realizzazione degli obiettivi di Barcellona.

Si tratta di problematiche comuni che si modificano col tempo e con le nuove necessità che richiedono, nell’interesse di tutti gli attori della regione, un approccio comune. Mi permetto di ricordare fra questi la prospettiva di un’integrazione graduale dei mercati energetici euromediterranei per la realizzazione di programmi energetici comuni e per lo sviluppo di fonti di energia sostenibili, in un quadro di cooperazione attiva che miri anche alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici, alla diversificazione delle stesse fonti di energia, alla promozione dell’efficienza energetica, allo sviluppo di nuove tecnologie, alle attività di ricerca e allo sviluppo di progetti comuni in materia.

Tutto ciò ha permesso una reciproca e più approfondita conoscenza, che deve portare a un confronto più ampio e aperto e a correggere gli eventuali errori commessi, affinché stabilità, pace, democrazia e progresso possano diventare risultati condivisi.

 
  
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  Hélène Flautre, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signora Presidente, tra gli aspetti chiave delle relazioni euromediterranee, e di tutte le risoluzioni e le dichiarazioni ad esse relative, spiccano il processo di pace in Medio Oriente, la lotta al terrorismo, la cooperazione nei settori della politica di immigrazione e asilo e la promozione della democrazia e dei diritti dell’uomo. Ma quant’è lunga la strada e quant’è ampio il divario che separa le dichiarazioni dai modesti risultati raggiunti!

In Medio Oriente, l’Unione europea ha grande difficoltà a sostenere l’applicazione effettivamente imparziale del diritto internazionale. La retorica sviluppata finora dall’Unione europea sul rispetto dei diritti fondamentali nel quadro della lotta al terrorismo ha perso terreno dopo la relazione dell’onorevole Fava sull’immigrazione. La politica dell’Unione europea ha l’effetto immediato di detenere migranti e profughi nella loro zona d’origine o di transito, in violazione dei loro diritti fondamentali. Inoltre, le mediocri prestazioni in materia di democrazia e diritti umani cozzano ogni giorno contro i nomi dei difensori dei diritti umani – giornalisti, oppositori politici e persino prigionieri di coscienza e sindacalisti – che marciscono in prigione.

In Tunisia, dove l’Assemblea parlamentare euromediterranea, l’APEM, si riunirà per la sua seduta plenaria, tutti i progetti finanziati dall’Unione europea a favore della società civile sono bloccati. Nessun giornalista può esprimersi liberamente. La Lega tunisina per i diritti dell’uomo, l’unione dei giornalisti e altre associazioni vengono tuttora private della possibilità di tenere i propri congressi. Per il signor Abou, avvocato e attivista per i diritti umani di cui chiediamo il rilascio dal giugno 2006, è appena iniziato il terzo anno di prigione.

Onorevoli colleghi, sappiamo che sono la partecipazione delle società civili al processo e il controllo democratico e parlamentare delle politiche euromediterranee a costituire la chiave del rilancio di una dinamica virtuosa, di una dinamica per la pace, di una dinamica per lo sviluppo sostenibile e per i diritti umani.

L’Assemblea parlamentare euromediterranea deve quindi fare tutto il possibile per sostenere, promuovere e coinvolgere reti e attori della società civile nel suo lavoro e sviluppare una capacità davvero indipendente e autonoma da parte dei governi, una capacità di valutare, avviare iniziative e avanzare proposte nel quadro della politica euromediterranea.

 
  
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  Luisa Morgantini, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signora Presidente, onorevole colleghi, mi congratulo con l’onorevole Kader Arif per la sua complessa e articolata relazione. Affronterò in un minuto una questione: gli obiettivi e i risultati del processo di Barcellona non potranno compiersi se noi non affrontiamo con determinazione e in tempi rapidi il conflitto tra Palestina e Israele.

Siamo nel 2007. Dal 1967 i territori palestinesi sono occupati e ciò significa quarant’anni di privazione della libertà e della giustizia e quarant’anni di violazioni delle risoluzioni ONU e dei diritti umani. Come ha detto la Presidenza tedesca, è necessario il dialogo e ben vengano tutte le iniziative che lo promuovono. Ciò che serve è un negoziato che possa portare alla soluzione del conflitto, affinché i palestinesi e gli israeliani possano coesistere in reciproca sicurezza.

L’iniziativa araba e la formazione del governo di unità nazionale palestinese sono opportunità da cogliere senza indugio per riportare palestinesi e israeliani ai negoziati nel quadro di una conferenza internazionale. Dobbiamo rendere possibile tale conferenza se vogliamo che il processo di Barcellona non sia affermazione retorica, bensì pratica reale in un Mediterraneo di relazioni e di scambi. Per questo io credo che sia necessaria una politica di partnership reale nella libertà di circolazione di merci e di persone.

 
  
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  Derek Roland Clark, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signora Presidente, il mio partito è favorevole al libero scambio e all’instaurazione di buone relazioni. Il desiderio degli europei nei confronti dei paesi del Mediterraneo è senz’altro questo, e stamani il Presidente in carica del Consiglio Steinmeier ha espresso il parere che l’UE deve essere in grado di rispondere alle aspettative dei cittadini. Questi ultimi, però, hanno anche il diritto di sapere come vengono spesi i loro soldi, tra cui i 5 350 milioni di euro destinati al programma Euromed fino al 2007. Se si considerano tutte le altre richieste di risorse, i contribuenti potrebbero metterne in discussione il valore, soprattutto quando si stanziano ulteriori fondi alla lotta contro il cambiamento climatico. In questo caso si tratta di spendere ingenti somme a caccia di illusioni, in quanto le prove scientifiche, che sono molto sospette, vengono ulteriormente screditate dal modo non scientifico, emotivo e teatrale in cui vengono presentate.

Se con queste affermazioni verrò tacciato di eresia, spero di non subire il destino di Abdel Kareem, condannato a quattro anni di carcere in Egitto per avere criticato sia il suo governo che i radicali violenti nel suo paese.

Se consideriamo che oggi ci è stato chiesto di sostenere l’azione dell’UE contro il terribile regime di Mugabe, forse chi gestisce i fondi Euromed dovrebbe tenere presente che alcune di queste risorse andranno a paesi in cui trovano rifugio gruppi di rilievo che non hanno ancora rinunciato alla violenza.

 
  
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  Philip Claeys, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signora Presidente, il problema dell’immigrazione riveste grande importanza, ma gli viene prestata troppo poca attenzione durante i dibattiti sul partenariato euromediterraneo. Giacché dai paesi euromediterranei proviene la stragrande maggioranza degli immigranti che giungono nella maggior parte degli Stati membri, è più che logico affrontare l’argomento nel quadro di Euromed e discutere più approfonditamente di alcuni problemi specifici. Tra questi, ad esempio, figurano l’immigrazione illegale, i richiedenti asilo che sono giunti alla meta, ma che vengono riammessi nei loro paesi – in alcuni casi partner euromediterranei – solo con grande difficoltà. E’ inoltre necessario parlare della cooperazione che dovremmo poterci attendere dall’altra sponda del Mediterraneo per ostacolare questa sorta di immigrazione illegale e scoraggiarla.

Dobbiamo anche iscrivere in agenda il problema posto dal crescente fondamentalismo islamico sia per i paesi partner euromediterranei che per l’Europa stessa. Un’altra preoccupazione è la scarsa integrazione di molti immigranti in Europa e, anche in questo caso, i loro paesi d’origine devono intervenire riguardo a questioni quali, ad esempio, quella degli immigranti che adottano la nazionalità del paese che li ospita volendo, o piuttosto dovendo, mantenere al contempo la nazionalità del loro paese d’origine; occorrerebbe discutere anche di questo aspetto.

Il Commissario Mandelson ha parlato poc’anzi di gestire e controllare l’immigrazione legale. Ebbene, penso che sia ormai giunto il momento di esporsi e di dire che non ci occorrono altri immigrati e che l’idea di chi trova difficile rimandare i migranti nel luogo d’origine non deve più essere un argomento tabù.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE). – (ES) Signora Presidente, credo che dobbiamo rallegrarci tutti per lo svolgimento di questo dibattito alla vigilia della Conferenza dell’Assemblea parlamentare euromediterranea di Tunisi e, al tempo stesso, per l’approvazione di questa risoluzione, che è stata adottata da tutti i gruppi politici del Parlamento e dalla commissione per il commercio internazionale.

Sono lieto che il signor Commissario abbia affermato che siamo dinanzi a una sfida politica comune. Credo che, accanto agli aspetti commerciali, energetici, idrici, culturali e migratori, a questo dibattito sia sotteso un problema fondamentale, quello politico.

Ritengo che come Unione europea dobbiamo seguire con grande attenzione il prossimo Vertice della Lega araba, che si terrà alla fine del mese a Riad, in cui verrà proposto un nuovo piano per la regione. L’Unione europea, attraverso le sue Istituzioni, signor Commissario, deve impegnarsi a cercare di trasmettere le nostre osservazioni e opinioni al riguardo.

Credo che dobbiamo altresì stare molto attenti al ruolo attivo attualmente svolto dalla diplomazia saudita, alle visite del Segretario di Stato americano e di altri leader internazionali, al colloquio svoltosi di recente alla Mecca tra il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese e i responsabili di Hamas, al fine di formare un governo di unità nazionale, e alla visita del Presidente iracheno.

Pertanto, signora Presidente, credo che sia più che giusto considerare tutti i fattori che contraddistinguono la politica euromediterranea dell’Unione europea – tenendo in considerazione tutte le possibilità offerte dagli strumenti della nuova politica di prossimità e in particolare le importanti risorse finanziarie di cui disponiamo – ma credo, signor Commissario, che la politica debba essere una priorità e, in questo senso, ritengo che le decisioni adottate in seno all’ultimo Vertice di Barcellona, e segnatamente il codice di condotta sul terrorismo, dovranno esercitare un’influenza fondamentale sui lavori del prossimo Vertice della Lega araba previsto per la fine del mese a Riad.

 
  
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  Carlos Carnero González (PSE). – (ES) Signora Presidente, onorevoli colleghi, stiamo inviando un messaggio di ottimismo perché, ogni volta che parliamo del Mediterraneo, diamo l’impressione che nella regione la situazione sia assolutamente negativa, ma non è così. Ovviamente abbiamo molti problemi, ma abbiamo anche molte opportunità. In realtà il Mediterraneo è una sorta di test per vedere se saremo in grado di cogliere tali opportunità, ad esempio in caso di conflitti o in Medio Oriente. A questo proposito, però, dobbiamo allestire una conferenza internazionale di pace Madrid II, approfittando delle finestre di opportunità che si sono aperte, come la parziale accettazione dell’iniziativa della Lega araba o le riunioni stesse che questa organizzazione terrà a breve.

Abbiamo il problema della povertà, che è alla base dell’immigrazione. Abbiamo anche il problema dello sviluppo, anche se per farvi fronte abbiamo a disposizione il ciclo negoziale di Doha, che dobbiamo riattivare, gli accordi multilaterali, gli accordi di associazione e gli Obiettivi del Millennio.

Abbiamo il problema dell’energia, dell’ambiente e del cambiamento climatico, ma abbiamo anche il processo di Barcellona per far fronte a di tali questioni.

Dobbiamo combattere il terrorismo, contro il quale abbiamo però adottato un codice di condotta approvato da Barcellona+10.

Abbiamo problemi in materia di democrazia e diritti umani, ma esistono accordi di associazione e accordi nell’ambito dei programmi di vicinato che possono essere utilizzati in questo senso.

Di conseguenza, esistono problemi e al tempo stesso opportunità. Il Mediterraneo non è un problema e un punto debole per l’Unione europea. E’ parte della soluzione di molti dei nostri problemi. Occorre dunque rilanciare e rafforzare il processo euromediterraneo a livello politico, economico, sociale, ambientale, umano e culturale. Dobbiamo attuare le conclusioni di Barcellona+10 e fare in modo che la politica europea di prossimità non ignori il processo di Barcellona.

Esistono soluzioni per questa regione in quanto tale. Non dobbiamo incoraggiare i paesi a cercare soluzioni individuali; si tratta infatti di un obiettivo impossibile da realizzare, che non è proficuo né per la popolazione né per l’Unione europea come partner.

Pertanto credo che l’associazione tra pari, che sono inevitabilmente asimmetrici, sia un buon punto di partenza per lavorare ed è la base del processo di Barcellona, che fornisce un quadro di dialogo politico ed economico, come illustrano chiaramente la splendida relazione di Kader Arif e la risoluzione che ci accingiamo ad approvare.

L’Assemblea parlamentare euromediterranea che si riunirà a Tunisi sarà un elemento fondamentale in questo senso e il Parlamento europeo, che ha partecipato alla sua creazione, deve continuare a partecipare appieno alle sue attività.

 
  
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  Gianluca Susta (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto permettetemi di ringraziare il collega Arif per il modo in cui ha condotto l’elaborazione della proposta di relazione che voteremo.

Seimila anni dopo l’affacciarsi sul Mediterraneo delle prime grandi civiltà, questa parte del mondo è ancora al centro di tensioni, opportunità e problemi che vanno governati. Dodici anni fa, con la dichiarazione di Barcellona, l’Unione europea e i dodici paesi mediterranei beneficiari del programma Meda hanno gettato le premesse per un vero e proprio patto politico, il cui obiettivo di creare una zona di libero scambio si inserisce in un quadro più generale che punta a creare un’area di pace e stabilità. Il raggiungimento di questo obiettivo passa anche attraverso la stabilizzazione in Medio Oriente e la soluzione della questione palestinese secondo il principio “due popoli, due Stati”, che è indispensabile per una liberalizzazione delle relazioni non solo tra questi paesi e l’Unione europea, ma anche tra loro stessi.

La relazione dell’onorevole Arif indica un percorso per la creazione di una zona di libero scambio, in cui le ragioni della competitività anche europea ben si conciliano con le aspettative dei popoli del Nordafrica e del Medio Oriente e in cui l’impegno dell’Unione europea non si esaurisce nell’egoistica difesa dei propri interessi.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE). – (FR) Signora Presidente, vorrei innanzi tutto congratularmi con il collega, onorevole Arif, per l’ottima relazione che ha elaborato e che presenta oggi. Come hanno affermato i miei colleghi, al termine di questa settimana l’Assemblea parlamentare euromediterranea si riunirà a Tunisi. I lavori svolti dall’APEM negli ultimi tre anni hanno spianato la strada a un futuro politico ancor più costruttivo, ma il conflitto mediorientale resta il problema numero uno. A questo proposito, a giugno, l’APEM terrà al Cairo una riunione straordinaria sulla questione.

I politici di entrambe le sponde del Mediterraneo che fanno parte dell’APEM vogliono contribuire a creare una pace duratura. Resta il fatto che l’Europa deve svolgere un ruolo più attivo all’interno di questo conflitto e deve assolutamente ripristinare l’assistenza finanziaria a favore dei palestinesi, come raccomanda la Banca mondiale nel suo ultimo rapporto.

Per quanto riguarda la creazione di zone di libero scambio, l’Europa e i suoi partner devono raddoppiare gli sforzi. L’Unione europea deve incoraggiare l’avvio di riforme nel sud attraverso un utilizzo efficace del nuovo strumento di vicinato e deve sostenere il Fondo euromediterraneo di investimento e partenariato (FEMIP) e la sua necessaria trasformazione in una vera banca di sviluppo dedicata al Mediterraneo. Dal canto loro, i paesi del sud devono partecipare appieno al partenariato e lavorare al rafforzamento dell’integrazione regionale al fine di creare una zona di prosperità reciprocamente vantaggiosa.

L’Unione europea e i suoi partner sono quindi chiamati ad agire se vogliono essere all’altezza della sfida di una liberalizzazione degli scambi commerciali ambiziosa ed efficace. Di conseguenza, l’Europa deve anche contribuire a ridurre una delle cause principali all’origine degli squilibri, ossia la disoccupazione nei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Di fatto, ogni anno quattro milioni di giovani dei paesi del sud entrano nel mercato del lavoro senza trovare un impiego. Al tempo stesso, lo squilibrio commerciale a favore dell’Europa si attesta su diverse decine di miliardi di euro. Questa situazione peggiora di anno in anno; non corrisponde a una logica di libero scambio, è fonte di un crescente impoverimento ed è un elemento di insoddisfazione.

Per concludere, tutti insieme, dobbiamo rafforzare il dialogo tra le civiltà in una regione in cui esiste un’eccezionale ricchezza storica e umana. La questione culturale è indubbiamente la più importante, poiché è nel cuore degli uomini e delle donne che nascono i desideri di guerra o di pace.

 
  
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  Jamila Madeira (PSE). – (PT) Vorrei innanzi tutto ringraziare il collega Arif per l’esauriente relazione che ci ha presentato oggi, che apporterà un importante contributo a questo dibattito.

La cooperazione euromediterranea, nel suo approccio al Mediterraneo, deve sempre favorire la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio nel loro complesso. Come hanno affermato precedenti oratori, l’obiettivo della povertà zero non è un ideale utopistico, ma una meta alla nostra portata nella regione. In tale contesto, il principale obiettivo della proposta che, come vicepresidente della commissione per i problemi economici, presenterò a Tunisi il prossimo fine settimana, sarà la creazione di un piano specifico di ristrutturazione amministrativa, sociale ed economica che permetta di lottare efficacemente contro la povertà, in termini assoluti o relativi, nel Mediterraneo.

Il 2010 potrebbe segnare la realizzazione di una zona di prosperità condivisa da circa 750 milioni di cittadini proprio sulla nostra soglia. In realtà, la stabilità politica di quest’area è cruciale non solo per l’Unione europea, ma per il mondo intero. Conosciamo tutti le sensibilità dei diversi Stati membri su tali questioni e siamo altresì al corrente della responsabilità della Presidenza del Consiglio di tenere conto di tali sensibilità. Il Commissario Mandelson ha affermato proprio questo quando ha manifestato il suo indiscusso impegno quale rappresentante della Commissione.

Sappiamo anche, però, che senza un forte impegno tecnico e politico da parte della Commissione stessa, nessuna delle parti interessate darà il proprio contributo al riguardo. Come minimo, i piani d’azione che abbiamo negoziato resteranno lettera morta per tali attori, che ricorreranno a un approccio puramente individuale.

Signor Commissario, lo sviluppo di questa zona e la sua stabilità politica sono nelle nostre mani. E’ comunque evidente che dobbiamo adempiere il nostro ruolo assegnando nuovi strumenti sociali e finanziari, offrendo al microcredito un sostegno maggiore e assolutamente inequivocabile e mantenendo fede al nostro costante impegno riguardo al funzionamento di questo partenariato e ai cruciali accordi su cui poggia. Dobbiamo inequivocabilmente rispettare i nostri valori.

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó (ALDE). – (ES) Signora Presidente, il processo di Barcellona ha lanciato un progetto estremamente ambizioso che, come illustra perfettamente questa relazione, deve ancora percorrere molta strada; infatti, presenta ancora diverse lacune. Senza dubbio, la creazione di una zona di libero scambio nel Mediterraneo era un corollario essenziale degli obiettivi fissati dal processo di Barcellona.

Dobbiamo congratularci per questa risoluzione e complimentarci con il suo autore perché ha saputo andare oltre le belle dichiarazioni politiche e formulare un’analisi realista, sensata e costruttiva della situazione reale e delle difficoltà con cui è confrontata. Spesso le nostre risoluzioni contengono troppe dichiarazioni fiorite; in questo caso non è così.

Tra tutte le questioni interessanti affrontate nella relazione, vorrei sottolinearne una in particolare: la necessità di rafforzare il commercio sud-sud, la necessità che la Commissione europea si impegni direttamente a intensificare gli scambi commerciali sud-sud. A tale proposito disponiamo dell’accordo di Agadir, che dobbiamo ampliare, ed è questa la base su cui è stato firmato, ma l’obiettivo specifico deve diventare il rafforzamento del commercio sud-sud, senza il quale sarà impossibile compiere progressi in tale direzione.

 
  
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  Edward McMillan-Scott (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, mi congratulo con il relatore per avere portato in Aula questa relazione.

La questione del commercio nel Mediterraneo è, com’è logico, estremamente importante e storica, e il Commissario ha giustamente riflettuto sulla dimensione generale delle nostre relazioni con la sponda meridionale del Mediterraneo. In realtà, trovo molto preoccupante che, come da lui osservato, l’accordo con l’Egitto sia appena stato siglato sullo sfondo di una notevole repressione nel paese, la più importante della regione.

A fine gennaio ho cercato di fare visita in carcere al dottor Ayman Nour, che è uno dei due parlamentari che si trovano attualmente detenuti al Cairo, nella stessa prigione. In un certo senso, questa situazione indica l’incapacità dell’Unione europea di rispettare i principi che dovremmo teoricamente rappresentare in quest’Aula. Dico questo perché, com’è stato rilevato, nel fine settimana si terrà una riunione dell’Assemblea parlamentare euromediterranea a Tunisi e, quale Vicepresidente del Parlamento europeo, ho il privilegio di lavorare al dossier in questione.

Uno degli elementi ai quali potremmo iniziare a pensare nel contesto di tale Assemblea è l’evoluzione di un parlamento più concreto. Sono il presidente di un gruppo di lavoro che si occupa del finanziamento e dell’organizzazione dell’APEM e alla riunione di Tunisi saranno effettivamente presentate proposte di riforma. Tuttavia, una delle aree in cui non siamo ancora riusciti a fare progressi è la questione della creazione di famiglie politiche in seno all’Assemblea in maniera da normalizzare il dibattito politico discostandoci dalle importanti, e nondimeno esistenziali, questioni mediorientali, verso le più mondane, e nondimeno terribilmente fondamentali, questioni degli scambi, dell’ambiente, del commercio, dei trasporti – molti degli innumerevoli problemi quotidiani dei quali, a mio avviso, ci dovremmo preoccupare negli sforzi congiunti che compiamo per dare senso alle nostre relazioni nel Mediterraneo.

In questa maniera potremmo iniziare ad attribuire una minore importanza ai partiti fondamentalisti islamici che sono attualmente oggetto di così tanta attenzione in quella parte del mondo.

 
  
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  Béatrice Patrie (PSE). – (FR) Signora Presidente, l’immigrazione è una questione difficile nel contesto del processo di Barcellona; è un fenomeno complesso che deve essere affrontato da ogni angolazione, non solo nell’ottica della sicurezza, argomento che viene sollevato troppo spesso.

Troppo spesso, infatti, è stata l’Europa a imporre i temi dell’agenda euromediterranea, accordando la precedenza, in una sorta di macedonia di tematiche, al terrorismo, alle armi di distruzione di massa, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione. Non dobbiamo più seguire questo approccio: i flussi migratori e gli scambi di popolazione sono una necessità economica e una risorsa umana per i paesi ospitanti. A tale proposito, vorrei avanzare tre proposte. Dobbiamo aprire i canali di immigrazione legale e combattere i canali di immigrazione illegale, che sfruttano la povertà e creano una nuova forma di schiavitù moderna. Dobbiamo rafforzare la dimensione politica del partenariato perché la democrazia, il rispetto delle libertà fondamentali, la condizione delle donne e il buon governo offrano un notevole contributo allo sviluppo e permettano altresì di contenere la diffusione della povertà ad altre regioni.

Infine, è indispensabile stabilire una cooperazione operativa tra le autorità responsabili della gestione dei flussi migratori su entrambe le sponde del Mediterraneo e, a tale proposito, accolgo con favore l’iniziativa europea Frontex, che richiede un aumento delle risorse.

 
  
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  Francisco José Millán Mon (PPE-DE). – (ES) Signora Presidente, negli ultimi anni l’Unione europea ha prestato una speciale attenzione all’est del continente. Pensiamo ai Balcani, al quinto allargamento, ai cambiamenti politici in Ucraina e in Georgia o alle non sempre facili relazioni con la Russia. D’altro canto, spesso abbiamo avuto la tendenza a limitare le nostre discussioni sulle relazioni con il Mediterraneo al conflitto mediorientale. Tuttavia, dobbiamo prestare un’attenzione prioritaria all’intero bacino del Mediterraneo cercando di fare in modo che sia uno spazio di pace, prosperità, libertà e stabilità.

Stiamo parlando di paesi vicini, legati da molteplici e antiche relazioni agli Stati dell’Unione europea, paesi che hanno gravi problemi, quali ad esempio un insufficiente sviluppo democratico e istituzionale e una scarsa crescita economica, e che di conseguenza non sono in grado di fornire impiego a una popolazione di giovani sempre più vasta. Sono paesi di origine e transito dell’immigrazione illegale.

Ebbene, tutti questi problemi con cui sono confrontati i nostri vicini ora si ripercuotono sui paesi dell’Unione. Siamo interdipendenti. Per il bene di tutti, quindi, dobbiamo cooperare e incrementare le nostre relazioni economiche e commerciali, procedendo tra l’altro alla definitiva creazione di una zona di libero scambio.

I nostri vicini devono sapere effettuare anche importanti riforme per affrontare i loro problemi. L’immobilismo non porterà la stabilità. Sono necessarie riforme politiche, sociali ed economiche, anche per attrarre gli indispensabili investimenti esteri. A tal fine è necessario aumentare sostanzialmente il commercio sud-sud.

Purtroppo, il Vertice del 2005, che ha segnato i 10 anni del processo di Barcellona, è stata un’occasione mancata per dimostrare, soprattutto all’opinione pubblica dei paesi mediterranei, la necessità di cooperare con l’Unione europea. Il livello di rappresentanza dei paesi della sponda sud del Mediterraneo è stato deludente. Tuttavia, dobbiamo proseguire i nostri sforzi. I 12 miliardi di euro della politica europea di prossimità sono una cifra modesta in confronto ad altre somme erogate dal bilancio dell’Unione, anche alla luce delle enormi necessità dei vicini del sud. I loro cittadini trovano sempre più difficile rassegnarsi al contrasto tra la prosperità della vicina Europa e le gravi carenze di cui essi sono vittime.

In sintesi, le relazioni euromediterranee devono costituire una priorità per l’Unione europea. A giovarne saranno entrambe le parti.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Kader Arif per l’analisi e le proposte eccellenti contenute nella sua relazione.

Ovviamente, non dobbiamo adottare una visione manicheistica dei risultati del processo di Barcellona. Al contempo, però, dobbiamo essere onesti e realistici. Oggi, a dodici anni dalla Dichiarazione di Barcellona, credo che i risultati siano negativi e che, purtroppo, siamo ben lungi dall’aver realizzato gli obiettivi stabiliti nel novembre 1995.

Ritengo che oggi l’Unione europea non abbia una strategia mediterranea affidabile e integrata che le permetta di svolgere un ruolo di spicco in Medio Oriente e nel Maghreb e questo per un motivo ben preciso: il Commissario Mandelson ha affermato che la politica di prossimità è complementare alla politica euromediterranea dell’Unione europea. Deve permettermi di dissentire. A mio avviso una delle ragioni per cui la cooperazione euromediterranea non sta compiendo progressi e registra risultati negativi è esattamente questa politica europea di prossimità. Da partner strategici di paesi terzi mediterranei siamo diventati loro vicini. Stiamo passando da un partenariato strategico a una strategia di vicinato. Il problema non è solo semantico; si tratta infatti della fondamentale assenza politica dell’Unione europea dalla regione nel suo complesso.

Vorrei aggiungere un’altra osservazione: con la politica europea di prossimità abbiamo sostanzialmente cancellato la dimensione regionale, politica, economica e sociale della cooperazione euromediterranea e questo è un aspetto fondamentale per la presenza dell’Europa nella regione.

 
  
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  Simon Busuttil (PPE-DE). – (MT) Come ha giustamente affermato il Commissario Mandelson, il Mediterraneo rappresenta una sfida comune per tutti noi. Credo che il Commissario abbia colto nel segno quando ha dichiarato che, se non riconosciamo che ci troviamo dinanzi a una sfida comune, non possiamo nemmeno iniziare ad affrontare questa sfida e tanto meno vincerla.

Ritengo che la strategia che abbiamo seguito per costruire l’Europa debba valere anche per il Mediterraneo. Pertanto, dobbiamo rafforzare ulteriormente la cooperazione e l’integrazione economica, e poi il resto verrà da sé quasi automaticamente. Per rafforzare la cooperazione economica, dobbiamo ovviamente impegnarci di più a realizzare l’obiettivo della creazione di una zona di libero scambio entro il 2010. Logicamente, non possiamo limitarci a compiere sforzi nella realizzazione di una zona di libero scambio senza tenere conto delle conseguenze negative che potrebbe avere per vari settori, compresi i posti di lavoro e l’occupazione, la qualità della vita, lo sviluppo sociale e l’ambiente. Per ridurre al minimo queste conseguenze, dobbiamo assumere nuovi impegni, a livello sia finanziario sia di maggiore accessibilità verso i paesi mediterranei, ad esempio attraverso l’iniziativa della Banca mediterranea. Sostengo incondizionatamente tale iniziativa e mi auguro di assistere a sviluppi positivi in quest’area nel prossimo futuro. Con questa iniziativa non dovremmo limitarci a fornire un sostegno finanziario, ma inviare anche un importante messaggio politico.

Vi sono diverse altre questioni che non ho il tempo di approfondire, ma vorrei soffermarmi sull’immigrazione e le risorse idriche. Si sa che, senz’acqua, non può esserci vita, eppure in questo settore gli investimenti a lungo termine sono estremamente carenti. Inoltre, il miglioramento delle relazioni nel Mediterraneo richiede molta pazienza e perseveranza da parte nostra. Confido che, nonostante le sfide con cui siamo confrontati, riusciremo a costruire una zona di prosperità, nello stesso modo in cui abbiamo costruito l’Europa mattone su mattone dopo la guerra. Ora dobbiamo continuare a essere pazienti e a perseverare.

 
  
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  John Attard-Montalto (PSE). – (MT) E’ vero che il processo di Barcellona era troppo ambizioso. Tuttavia, è anche vero che, per molti anni, non abbiamo accordato al Mediterraneo l’importanza che meritava. Ora sembra che, all’improvviso, si voglia recuperare il tempo perso, motivo per cui il progetto era probabilmente troppo ambizioso. Sono stato molto lieto di sentire la grande eloquenza con cui il Commissario Mandelson ha dipinto un quadro tanto positivo della situazione nel Mediterraneo, richiamando altresì l’attenzione su diversi fattori importanti, tra cui le esportazioni e il commercio.

Tuttavia, dalla lettura della relazione traspare un quadro molto diverso. Si registrano problemi in ogni settore: finanza, industria e sviluppo sono soltanto alcuni esempi. Tuttavia, vi sono indubbiamente questioni, come l’energia e l’immigrazione, che stiamo cercando di risolvere insieme, in modo tale da realizzare una convivenza più costruttiva. In conclusione, mi limiterò semplicemente a dire che senza dubbio la fiducia reciproca è fondamentale. Se la fiducia sarà reciproca su entrambe le sponde del Mediterraneo, potremo di certo iniziare a costruire, e continuare a farlo, sulla base degli elementi positivi che ci accomunano.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, mi trovo nella fortunata posizione di non dovere utilizzare tutti i miei cinque minuti. Mi sembra di percepire un ampio consenso su questo punto – consenso sulla necessità di accogliere la relazione dell’onorevole Arif con grande rispetto e gratitudine – e, al tempo stesso, sono fermamente convinto che, se da un lato non esistono alternative al processo di Barcellona quale strumento per cercare di costruire uno spazio di pace e stabilità, dall’altro ritengo che esso, da solo, non possa realizzare tutte le azioni che è necessario compiere nella regione in materia di politica di pace, e che peraltro non sia questo il suo compito. Vorrei altresì sottolineare il grande lavoro svolto dalla Presidenza del Consiglio per la ripresa del formale processo di pace e il proseguimento dei negoziati nel quadro del Quartetto.

E’ emersa un’intesa generale anche sulla necessità di non abbandonare l’obiettivo di realizzare una “zona di libero scambio” entro il 2010, ma è proprio perché sarà possibile raggiungere questo obiettivo solo se in definitiva tale quadro di libero scambio si fonderà sulla capacità di competere che dobbiamo comprendere chiaramente quanto la politica europea di prossimità, con i suoi piani d’azione concreti, può essere importante e quanto può essere prezioso trasferire al processo di Barcellona l’esperienza maturata grazie a essa. E’ questa l’osservazione conclusiva che volevo formulare. In realtà, l’attuale Presidenza del Consiglio e la prossima, quella portoghese, lavorano a stretto contatto e, lungi dal voler mettere queste diverse regioni le une contro le altre, intendiamo, nelle nostre relazioni con il sud, sfruttare l’esperienza che abbiamo acquisito – e che continueremo ad acquisire – nell’Europa orientale, perché offrirà al processo di Barcellona la grande opportunità di compiere buoni progressi.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare tutti gli onorevoli deputati che sono intervenuti perché, con le loro osservazioni e i loro suggerimenti sulle relazioni euromediterranee, hanno dimostrato l’interesse e l’importanza che l’Assemblea attribuisce al partenariato e al suo futuro, come peraltro fa anche la Commissione.

Il dibattito ha ribadito l’importanza che la zona di libero scambio euromediterranea può avere, se attuata con moderazione, in particolare il suo potenziale nella promozione degli scambi nord-sud, ma anche sud-sud, come è stato evidenziato durante questo dibattito.

Nonostante le difficoltà e gli ostacoli incontrati dal processo di pace in Medio Oriente, il processo di Barcellona ha continuato a registrare progressi notevoli. Il protrarsi del conflitto non ha scalfito la nostra fiducia nella necessità del partenariato euromediterraneo e nella politica di vicinato. In seguito alla conferenza dei ministri degli Esteri tenutasi a Lussemburgo nel maggio 2005, siamo riusciti a giungere a conclusioni comuni in seno a tutti i vertici ministeriali euromediterranei. Questa è la dimostrazione di una volontà politica comune di procedere e di promuovere il processo di Barcellona.

Molti deputati hanno sollevato la questione della migrazione. Vorrei citare la riunione ministeriale Euromed sulla migrazione, prevista per novembre 2007. Questa riunione ministeriale deve concordare un piano d’azione comune sulle tre tematiche principali individuate: migrazione legale, migrazione illegale e sviluppo.

Quanto emerge nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente riveste grande importanza per il futuro dell’Europa. Facciamo in modo che, laddove oggi esistono dubbi, domani si creino opportunità, basando il nostro partenariato sul rispetto, ribadendo il nostro impegno nei confronti di una regione che è sia nostra vicina sia strategicamente fondamentale per l’Europa e, infine, adoperandoci affinché alla politica faccia sempre seguito l’azione.

 
  
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  Presidente. – A conclusione della discussione, comunico d’aver ricevuto sette proposte di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI), per iscritto. – L’idea della creazione di una zona di libero scambio (ZLS) rappresenta una reale opportunità di crescita per i Paesi dell’area mediterranea. Il rafforzamento del ruolo del Mediterraneo rappresenta di fatto uno dei principali obiettivi da perseguire da parte dell’intera comunità europea essendo quest’area al centro di un importante mix di culture differenti e di un forte interesse economico di scala mondiale.

In questo senso il vertice di Barcellona del 1995 ha generato un ambizioso quadro di cooperazione tra le due sponde del mediterraneo basandosi sul raggiungimento dei tre obiettivi principali per la creazione di uno spazio comune di prosperità attraverso

– il dialogo politico e la sicurezza;

– l’utilizzo di partenariato economico;

– la cooperazione in campo sociale, culturale e umano.

Per rendere efficace il suo intervento l’U.E. dovrebbe rafforzare l’assistenza tecnica e finanziaria sostenendo le realtà economiche di scala territoriale, creare un quadro di sviluppo economico e sociale di lungo termine, regolamentare l’area di libero scambio in modo da non creare squilibri nei differenti mercati del lavoro ed introdurre un Codice di Condotta applicabile alle imprese.

Creare sviluppo nel mediterraneo significa incoraggiare il dialogo tra culture diverse plasmando un sentimento di pace e di reciproca comprensione nel rispetto dei diritti umani.

 
  
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  Bogdan Golik (PSE), per iscritto. – (PL) Vorrei esprimere il mio sostegno all’idea del partenariato euromediterraneo e alla creazione di una zona di libero scambio euromediterranea entro il 2010, conformemente a quanto annunciato nella Dichiarazione di Barcellona. Quale membro della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, desidero richiamare l’attenzione su alcuni aspetti della liberalizzazione del commercio dei prodotti agricoli con i paesi euromediterranei. A mio parere, occorre aprire in maniera graduale e programmata i mercati tra l’Unione europea e la parte meridionale e orientale del Mediterraneo, e condurre individualmente e separatamente i negoziati sull’accesso ai mercati per ogni prodotto, tenendo conto delle caratteristiche specifiche del settore agricolo nei paesi euromediterranei. E’ importante garantire che prodotti sensibili come frutta e verdura, zucchero, alcol etilico e concentrato di pomodoro siano esclusi dalla liberalizzazione prevista. L’Unione europea deve anche fare in modo di mantenere la possibilità di invocare clausole di esclusione speciali che potrebbe utilizzare per contrastare eventuali minacce poste da un eccesso di importazioni a basso costo. E’ anche importante incoraggiare i paesi Euromed a migliorare la qualità dei prodotti esportati e a rispettare le norme fitosanitarie e di qualità imposte dall’UE.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Il progetto di una zona di libero scambio euromediterranea è in ritardo e, pertanto, è improbabile che possa essere ultimato nel 2010. Tuttavia, è urgentemente necessario adottare iniziative in questa parte del mondo, in cui la presenza dell’Unione dovrebbe essere maggiore.

La nostra principale priorità deve essere, attraverso la politica europea di vicinato, l’adozione di un approccio più mirato, paese per paese. La globalità dell’approccio non deve essere determinata dall’interesse collettivo che riveste. Dobbiamo sviluppare una cooperazione su misura, in modo tale che ogni paese acquisti il sufficiente potere economico di cui deve essere dotato per partecipare alla zona di libero scambio. Questa cooperazione deve essere aperta alle autorità locali su entrambe le sponde del Mediterraneo, affinché sia possibile instaurare legami solidi a tutti i livelli politici.

Come secondo obiettivo dobbiamo stimolare gli scambi sud-sud, poiché continuano a essere inadeguati. A seguito di questi allargamenti, l’Unione ha acquisito un’esperienza unica, che può condividere con i paesi partner aiutandoli a prepararsi in aree chiave della loro transizione economica, come l’istruzione, la ricerca, la formazione, la preparazione degli attori economici e dei governi e il ravvicinamento delle legislazioni.

E’ soprattutto sostenendo la creazione di un autentico mercato comune mediterraneo che potremo realizzare la zona di libero scambio euromediterranea.

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


10. Bosnia-Erzegovina (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0030/2007), presentata dall’onorevole Doris Pack a nome della commissione per gli affari esteri, contenente una proposta di raccomandazione del Parlamento europeo al Consiglio sulla Bosnia-Erzegovina [2006/2290 (INI)].

 
  
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  Doris Pack (PPE-DE), relatore.(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, Commissario Rehn, nessuno di noi ha dimenticato il fallimento della riforma costituzionale dell’anno scorso, gli slogan elettorali stridenti e spesso nazionalistici, gli esisti di tali elezioni, né il progetto di chiudere l’Ufficio dell’Alto rappresentante, tutti elementi che, lo scorso dicembre, ci hanno spinti a redigere una relazione sulla Bosnia-Erzegovina.

Dall’inizio dell’anno, tuttavia, molte cose sono cambiate più in fretta di quanto avessimo osato sperare, poiché vi sono un governo operativo per l’intero paese e un parlamento che ha avviato i lavori, l’Unione europea ha deciso di ridurre il numero di soldati EUFOR, la questione del destino dell’Alto rappresentante e dei “poteri di Bonn” è nuovamente oggetto di discussione, e si spera di trovare presto il modo di attuare la riforma della polizia, cui fino a pochissimo tempo fa la Republika Srpska ha opposto resistenza. Stiamo pertanto accantonando tutte le recriminazioni per pensare, insieme agli elementi ragionevoli del paese, a compiere migliorie e conquiste politiche.

I toni aspri della campagna elettorale sono svaniti insieme alle minacce di referendum, ed è evidente che avevano un significato diverso rispetto a quello che pensavamo.

Nella relazione tentiamo di essere precisi circa la vera natura dei problemi, tra cui da molto tempo figura la necessità di una revisione costituzionale, un mezzo indispensabile per rafforzare i poteri dello Stato. La mentalità dominante della “somma zero”, secondo cui ciò che è un bene per gli altri è un male per me, è intollerabile e non permetterà mai di raggiungere una politica comune.

Se la costituzione di Dayton è un obbrobrio impraticabile, non è colpa dei politici, ma di quegli altri che, dopo la guerra, hanno diviso la Bosnia-Erzegovina in due entità, credendolo l’unico modo di trovare la pace. Oggi, però, tale divisione si giustifica solo se entrambe le parti sono davvero in grado di sostenere lo Stato nel suo insieme senza minarne il funzionamento. Perciò vorrei dire che la riforma costituzionale è indispensabile se la Bosnia-Erzegovina deve trovare la strada verso l’Unione europea.

E’ altresì chiaro, tuttavia, che tale riforma costituzionale non è compito nostro né di qualche altro “soggetto internazionale”, per così dire, ma una responsabilità che si devono assumere i politici eletti di tutte e tre le etnie. La commissione di Venezia o gli esperti americani o canadesi possono dare una mano, ma è il parlamento a dover fornire la base su cui poggia il processo, e su questo concorda il neoeletto Primo Ministro di Bosnia-Erzegovina. Il programma del processo di riforma costituzionale deve elencare tappe e obiettivi ben definiti. Vi è inoltre una palese discrepanza tra la funzionalità di un’entità, ossia della Republika Srpska, e dell’altra, la Federazione, alla quale bisogna porre rimedio per il bene dello Stato nel suo complesso.

L’Assemblea nutre profondo interesse nello sviluppo della Bosnia-Erzegovina; vogliamo che diventi uno Stato unitario che funziona correttamente, in grado di prendersi cura dei propri cittadini e di creare le condizioni giuridiche ed economiche di base, su cui soprattutto i giovani possano contare in quanto unico fondamento sul quale possono – insieme, aggiungerei, agli espulsi che desiderano tornare – costruirsi un futuro.

Mi rivolgo espressamente alla Republika Srpska affinché si unisca al governo croato nel cercare vie percorribili per favorire il ritorno degli ex abitanti di Posavina, nella Bosnia settentrionale, tuttora disabitata e devastata dalla guerra.

La relazione non affronta il tema delle attuali tensioni a Srebrenica, di cui vorrei parlare ora; si spera tuttavia che queste non sfocino in tentativi di secessione, e invito tutti a cercare vie di riconciliazione al fine di assicurare una convivenza in cui non vi sia odio, soprattutto per i giovani, perché separazione e isolamento non servono a nessuno. La riuscita della riconciliazione, tuttavia, dipende anche dall’estradizione del criminale di guerra Radovan Karadzic e dalla sua consegna al Tribunale penale internazionale dell’Aia, cosa che ancora non è avvenuta. Questo capitolo si sarebbe dovuto chiudere molto tempo fa, e devo dire che avevo sperato che ESFOR, e successivamente EUFOR, avrebbero svolto un ruolo davvero significativo al riguardo, più di quanto non abbiano fatto in realtà.

Vorrei ricordare all’Assemblea che la Bosnia-Erzegovina è circondata dall’Unione europea e che il suo destino è legato a doppio filo al nostro e a quello dei paesi vicini; ecco perché la nostra politica nei confronti di questo paese e di quelli vicini dev’essere al centro dei nostri sforzi. La prospettiva dell’adesione all’Unione europea è l’incentivo che può convincere i cittadini a non procrastinare ulteriormente le numerose decisioni difficili da prendere.

In conclusione, vorrei rivolgere alcune parole a tutti coloro che occupano posizioni di responsabilità in Bosnia-Erzegovina, ricordando loro che ora i nostri programmi d’istruzione sono aperti ai giovani bosniaci, e che ora il loro governo deve pertanto fare il possibile per acquisire la necessaria organizzazione amministrativa, con un’agenzia nazionale che gestisca i programmi, perché prima verrà istituita, prima i giovani potranno partecipare a ERASMUS, LEONARDO e COMENIUS.

Siamo tutti ansiosi che, nei prossimi due o tre mesi, la Bosnia-Erzegovina prenda in mano la situazione, avviando le necessarie riforme. Vorrei ringraziare i colleghi per il sostegno accordatomi.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, accogliamo con favore l’iniziativa dell’Assemblea recante una proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio. Abbiamo letto quest’ampia relazione e la raccomandazione con molto interesse, e siamo perlopiù d’accordo con l’analisi della situazione in Bosnia-Erzegovina e con i prossimi passi da compiere da parte di Sarajevo e della comunità internazionale.

Durante l’ultimo incontro, il 5 marzo, il Consiglio “Affari generali” ha accolto con favore la formazione del nuovo governo in Bosnia-Erzegovina che, in seguito a trattative difficili, il 9 febbraio si è formato quale ampia coalizione dei maggiori partiti dei tre gruppi etnici sotto la guida di un nuovo Primo Ministro, Nikola Spiric, serbo bosniaco. Il Consiglio ha invitato il Primo Ministro Spiric ad assicurare la rapida ed efficace attuazione di tutte le riforme in sospeso, non da ultimo perché questa è la condizione preliminare per la conclusione dell’accordo di stabilizzazione e associazione.

Alla fine del 2006 sono stati conclusi positivamente i negoziati sugli aspetti tecnici di tale accordo; le tre condizioni per la sua conclusione, che ancora devono essere soddisfatte, consistono nelle riforme nei tre settori della polizia, dei mezzi di comunicazione statali e della pubblica amministrazione. La quarta condizione preliminare è la cooperazione con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Se farà progressi in queste aree, il nuovo governo Spiric potrà aprire ulteriormente la porta che conduce all’Unione europea.

Attualmente l’attenzione comunitaria si concentra soprattutto sulla riforma della polizia, sulla quale si è concluso un accordo nell’ottobre 2005, confermando che i principi alla base dei cambiamenti auspicati sono di competenza dello Stato nel suo insieme per quanto riguarda le questioni di polizia, l’esclusione del potere politico e la necessità di distretti di polizia funzionanti. Il 27 dicembre 2006 la direzione per la riforma della polizia ha consegnato la sua relazione conclusiva, che ora dev’essere approvata, a livello decisionale, dai governi e dai parlamenti dello Stato e delle sue entità costitutive.

I maggiori punti di disaccordo sono dati dalla richiesta, da parte della Republika Srpska, di mantenere le proprie forze di polizia, il proprio ministero degli Interni e i distretti di polizia che si estendono oltre i confini dell’entità. Il Consiglio si è rivolto al nuovo governo affinché sfrutti lo slancio del momento per portare avanti la riforma della polizia, che è e resta condizione preliminare per la firma dell’accordo di stabilizzazione e associazione.

Pur essendo favorevole ai colloqui sulla relazione da parte della direzione per la riforma della polizia, l’Unione europea nota tuttavia con preoccupazione che non è stata rispettata la scadenza prevista per il 2 marzo, entro la quale si sarebbe dovuto trovare un accordo su tale riforma. L’Unione europea si aspetta che tutte le parti interessate adempiano gli impegni assunti ai sensi dell’accordo politico dell’ottobre 2005.

Invitiamo i partiti a raggiungere un accordo incorporando i tre principi fondamentali specificati dalla Commissione: innanzi tutto, che lo Stato abbia pieni poteri sulla polizia e sia responsabile del suo finanziamento; in secondo luogo, che si istituiscano distretti di polizia funzionanti sulla base di criteri tecnici sul lavoro di polizia; in terzo luogo, che non vi siano interferenze politiche nelle operazioni di polizia.

Come l’onorevole Pack ha spiegato poc’anzi, è altresì importante che si facciano progressi con la riforma costituzionale se si vuole incrementare la capacità di funzionare dello Stato e allineare l’attuale costituzione agli standard comunitari. Il fatto che si sia riusciti a formare un governo ha aperto la strada a nuovi progressi.

Se il pacchetto di emendamenti alla costituzione concordati da sei partiti politici nel marzo 2006 dovesse essere adottato, si tratterebbe di un primo passo avanti, che spianerebbe la strada all’avvio di un processo più ambizioso entro la metà del 2007 e, di conseguenza, renderebbe la Bosnia-Erzegovina uno Stato dal funzionamento ancora più efficiente.

Per questo motivo il Consiglio ha deciso di estendere il mandato del Rappresentante speciale dell’UE in Bosnia-Erzegovina, con la conseguenza che, a partire dal 1° marzo, Christian Schwarz-Schilling, su tale base, parteciperà al processo di riforma costituzionale in qualità di consulente e mediatore.

Lo scorso giugno, il Consiglio per l’attuazione della pace di Dayton ha deciso, in linea di principio, di chiudere l’Ufficio dell’Alto rappresentante entro il 30 giugno e di abolirne la posizione, ma è tornato sulla decisione a fine febbraio, perché gli sviluppi dall’estate del 2006 avevano deluso notevolmente le aspettative.

La recrudescenza della retorica nazionalista e il fatto che il processo di riforma è giunto evidentemente a un punto morto non contribuiscono affatto a facilitare l’avvio di un processo sostenibile, mentre a causa dei ritardi nel risolvere la situazione in Kosovo entrano in gioco fattori regionali imprevedibili; in effetti, proprio questo ha spinto il Consiglio per l’attuazione della pace a posticipare la scadenza. L’opinione del Consiglio per l’attuazione della pace sulla situazione in Bosnia-Erzegovina coincide quindi perfettamente con quella espressa dalla proposta di raccomandazione dell’Assemblea, e più specificamente quella espressa al paragrafo 32 di tale proposta. L’intenzione è quella di rivedere nuovamente la posizione nell’ottobre 2007 e nel febbraio 2008, al fine di favorire il passaggio dall’Ufficio dell’Alto rappresentante al Rappresentante speciale dell’UE entro il 30 giugno 2008.

Finora la Russia non si è sentita in grado di appoggiare questa linea di pensiero per il fatto che la scadenza è successiva al novembre 2007, ed ha annunciato di voler trarre le proprie conclusioni.

In conclusione, vorrei ritornare sul tema della decisione del Tribunale penale internazionale in merito a Srebrenica. Era scontato che, essendo cadute le rivendicazioni della Bosnia-Erzegovina ai danni della Serbia, si registrassero reazioni diverse. I serbi hanno in parte ignorato gli ammonimenti del Tribunale manifestando sollievo, mentre la reazione bosniaca si è orientata più alla delusione e alla frustrazione.

E’ nostro desiderio e nostra speranza che tale decisione del Tribunale penale internazionale porti infine, nonostante le diverse reazioni suscitate, a una conclusione equa di questo doloroso capitolo, perché anche questa è una condizione preliminare d’importanza vitale affinché il futuro sviluppo della Bosnia-Erzegovina sia prospero.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei congratularmi con l’onorevole Pack per l’ottima relazione, che rappresenta un contributo importante al nostro lavoro comune in merito alla Bosnia-Erzegovina.

Il 2006 non è stato un anno positivo per la Bosnia-Erzegovina. In seguito a una campagna elettorale prolungata, il programma di riforma è entrato in fase di stallo e i toni della politica si sono inaspriti, rispecchiando una “mentalità della somma zero”, come ha detto l’onorevole Pack, che ha alimentato la retorica nazionalista e le tensioni. In tutta sincerità, la misura è colma!

Vorrei aggiornarvi circa lo stato dei colloqui sull’accordo di stabilizzazione e associazione. La Bosnia-Erzegovina ha fatto progressi ininterrotti, ma lenti. A dicembre abbiamo potuto concludere i colloqui tecnici in merito all’accordo di stabilizzazione e associazione.

Tuttavia, non concluderemo i negoziati in merito a tale accordo se non si faranno progressi concreti per quanto riguarda le condizioni fondamentali, soprattutto la riforma della polizia e la cooperazione con il Tribunale penale internazionale. Questo sarà il mio messaggio principale durante la mia visita a Sarajevo di domani e venerdì.

Innanzi tutto, la Bosnia-Erzegovina e i suoi cittadini hanno bisogno di un servizio di polizia efficiente ed efficace. E’ importante che le autorità statali e dell’entità, insieme ai partiti politici, concordino infine su una riforma in linea con la proposta della Direzione per l’attuazione della ristrutturazione delle forze di polizia e con i tre principi comunitari menzionati dal Presidente Erler.

In secondo luogo, la Bosnia-Erzegovina deve anche dimostrare la propria serietà per quanto riguarda l’impegno a cooperare con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY). In tempi recenti, i pesanti provvedimenti presi dalla Republika Srpska contro alcune reti di supporto ai latitanti hanno dato segnali incoraggianti. Adesso le autorità devono restare attive e proseguire gli sforzi volti a ottenere risultati tangibili, arresti e trasferimenti.

E’ importante che la recente sentenza del Tribunale penale internazionale nel caso della Bosnia-Erzegovina contro la Serbia venga accettata e rispettata da tutti. Il verdetto sottolinea la responsabilità individuale del genocidio e quindi l’assoluta necessità della piena cooperazione con l’ICTY, che comprenda l’arresto e il trasferimento dei latitanti.

Si è tentato di politicizzare la sentenza del Tribunale penale internazionale, il che è deplorevole, perché impedisce la riconciliazione e distoglie l’attenzione dalle più importanti questioni strategiche e politiche, come risolvere il problema della riforma della polizia, che dovrebbe avere la priorità assoluta. Questo non giova né al paese né ai cittadini.

Dobbiamo inoltre vedere progressi concreti per quanto riguarda la riforma dei mezzi di comunicazione statale e della pubblica amministrazione prima di poter firmare l’accordo di stabilizzazione e associazione, come ha affermato il Presidente in carica del Consiglio.

Per il futuro della Bosnia-Erzegovina, la riforma costituzionale è fondamentale. E’ necessaria al fine di rendere il paese funzionale, efficiente e accessibile per i cittadini. Occorre che a condurre tale processo sia la stessa Bosnia-Erzegovina, sulla base del consenso e con il sostegno di organismi e popolazioni. L’adozione del pacchetto dell’aprile scorso sarà un importante passo avanti verso obiettivi più ambiziosi. La Commissione è pronta ad accordare il proprio sostegno al lavoro costituzionale mettendo a disposizione i propri esperti e i propri fondi.

La Commissione continua a sostenere e a promuovere contatti interpersonali tra Bosnia-Erzegovina e Unione europea. I negoziati per le agevolazioni in materia di visti hanno fatto progressi, e dovremmo essere in grado di concluderli molto presto. L’obiettivo è che le agevolazioni in materia di visti e gli accordi di riammissione entrino in vigore in tutti i paesi dei Balcani occidentali entro la fine dell’anno.

Ulteriori misure comprendono borse di studio nell’ambito del programma Erasmus Mundus, nonché un maggiore sostegno a ricerca, istruzione, cultura e dialogo della società civile.

La presenza internazionale in Bosnia-Erzegovina è e dev’essere in corso di trasformazione. Come misura transitoria, la Commissione può sostenere la decisione del Consiglio per l’attuazione della pace di posticipare la chiusura dell’Ufficio dell’Alto rappresentante di altri 12 mesi.

Ci aspettano mesi critici per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, considerando anche i negoziati sul futuro status del Kosovo. Dal canto loro, i leader del paese devono porsi al di sopra degli interessi campanilistici di partito e dar prova di saggezza politica per il bene del paese e dei cittadini.

L’anno 2007 viene considerato e dev’essere considerato un anno di opportunità per la Bosnia-Erzegovina. Se ciascuno farà la sua parte, potremo riuscire ad avvicinare la Bosnia-Erzegovina al suo futuro europeo. Sono lieto di poter contare sul solido sostegno del Parlamento europeo per questo importante obiettivo.

 
  
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  Alojz Peterle, a nome del gruppo PPE-DE.(SL) La relazione, per la quale desidero porgere le mie più sincere congratulazioni alla collega Doris Pack, tende la mano del partenariato alla Bosnia-Erzegovina e rappresenta, sulla scorta delle elezioni presidenziali e parlamentari, il nostro chiaro desiderio e la nostra palese speranza di veder compiere progressi a questo paese, che attualmente non esprime al meglio le sue possibilità in numerosi settori.

Penso sia essenziale che la Bosnia-Erzegovina liberi il proprio potenziale politico dopo le elezioni, assumendo la sua parte di responsabilità per i progressi che deve compiere sulla via dell’accordo di stabilizzazione e associazione.

Assumersi la responsabilità, però, significa aprire la porta alla riforma, il che sarà possibile solo se il paese si dedicherà di più agli elementi di unione e meno a quelli di divisione. Senza una riforma costituzionale, questa strada non può portare risultati.

Sono favorevole alla relazione anche perché assume un approccio olistico ai problemi in discussione e perché è realistica, costruttiva e molto conciliante. Le proposte per il sistema d’istruzione mi sembrano particolarmente utili. Senza dubbio mirano ad aiutare la nuova generazione ad assumersi la responsabilità politica.

Accolgo con particolare favore l’enfasi posta sull’urgenza di adottare e attuare la riforma della polizia, che potrebbe inoltre servire da modello per mitigare le differenze tra le entità in altre aree.

In conclusione, vorrei ribadire il punto saliente dell’ultima sezione della relazione: i progressi saranno impossibili senza l’unità della comunità internazionale e dei suoi rappresentanti. Mi pare molto importante che il mandato dell’Alto rappresentante sia stato prorogato, perché a lui deve andare senza dubbio il nostro sostegno unanime per la supervisione della Bosnia-Erzegovina.

 
  
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  Libor Rouček, a nome del gruppo PSE. – (CS) In qualità di relatore ombra, vorrei congratularmi con l’onorevole Pack per l’ottima relazione. Si tratta di un testo obiettivo ed equilibrato, che mira a ottenere ulteriori progressi in materia di riforme politiche e sociali in Bosnia-Erzegovina e ad avvicinare il paese all’Unione europea.

La relazione tiene conto dei progressi compiuti in numerosi settori, ma mette altresì in guardia dai numerosi problemi che occorre risolvere prima di poter concludere l’accordo di stabilizzazione e associazione. Uno di questi problemi, come hanno detto i precedenti oratori, è la riforma costituzionale. A tale proposito, sono fermamente convinto che l’Unione, soprattutto attraverso il suo Rappresentante speciale, debba prestare aiuto alla Bosnia-Erzegovina intensificando il dialogo politico tra i singoli partecipanti, fornendo assistenza tecnica e mettendo a disposizione le proprie competenze.

L’accordo sull’attuazione della riforma della polizia è un’ulteriore condizione per la conclusione dell’accordo di stabilizzazione e associazione, come hanno affermato i precedenti oratori. Reputo inoltre importante che la relazione prenda in considerazione e metta in luce un’ampia gamma di questioni nel settore dell’istruzione e dell’educazione scolastica. L’esperienza postbellica europea ci ha insegnato che un sistema d’istruzione fondato su valori quali diritti umani, cittadinanza, uguaglianza, tolleranza e democrazia a poco a poco contribuirà a superare l’animosità religiosa nazionale ed etnica e porterà gradualmente alla riconciliazione.

Onorevoli colleghi, sono convinto che nonostante i numerosi e difficili problemi che la Bosnia-Erzegovina continua ad affrontare, il futuro del paese sia nell’integrazione europea. In conclusione, parlando da deputato al Parlamento europeo proveniente da un paese che da poco fa parte dell’Unione, vorrei dare un consiglio agli amici della Bosnia-Erzegovina. La cooperazione tra tutte le forze politiche, indipendentemente dall’appartenenza etnica, politica e religiosa, è condizione essenziale per riuscire a raggiungere tale obiettivo. Vorrei porgere i migliori auguri non solo ai bosniaci, ma anche ai serbi e ai croati, per il loro cammino su questa difficile strada.

 
  
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  Philippe Morillon, a nome del gruppo ALDE.(FR) Signor Presidente, in questi stessi giorni, 15 anni fa, sono arrivato a Sarajevo alla vigilia della tragedia che avrebbe reso la città la capitale martoriata per la cui sopravvivenza a un certo punto abbiamo disperato. Sono giunto in una Sarajevo che era un modello di convivenza tra tre culture: croata, serba e musulmana. Quella città in cui le campane della cattedrale cattolica suonavano in coro con quelle delle chiese ortodosse e con il canto del muezzin, quella città tanto eterogenea, priva di ghetti, i cui abitanti serbi, croati e musulmani vivevano l’uno accanto all’altro negli stessi quartieri e negli stessi edifici, senza nemmeno sapere chi fosse serbo, chi croato e chi musulmano.

Il 4 aprile 1992, in quella città, sono stato testimone del tentativo disperato di un’intera popolazione, uomini e donne, giovani e vecchi, serbi, croati e musulmani, che hanno marciato per le strade per abbattere le barricate che i sostenitori della pulizia etnica avevano cominciato a erigere. Ho visto cadere quelle barricate una dopo l’altra prima che la folla, come forse ricorderete, alla fine della manifestazione venisse richiamata all’ordine dai folli miliziani di Karadzic. Amo quella città, quella provincia, quella repubblica per aver riconosciuto la propria ricchezza e soprattutto per aver condiviso la sofferenza scaturita dal morbo della paura degli altri, della paura di essere annientati e di perdere la propria identità, tante sono le paure suscitate in quel luogo da criminali irresponsabili.

Con questo ricordo nella mente, mi è difficile esprimere tutta la mia soddisfazione per la relazione della nostra collega, onorevole Pack, di cui il Parlamento riconosce l’impegno, e che ringrazia per la devozione con cui ha sempre lavorato a favore di una riconciliazione in quello che era, come lei stessa afferma nella relazione, un paese pacifico e multietnico. In quel paese che dobbiamo incoraggiare a imboccare la strada dell’integrazione europea, spronandolo a intraprendere riforme costituzionali che sono, come lei ha detto, signor Presidente in carica del Consiglio, vitali, nonostante persista, in seno a una parte della classe politica, un discorso radicale ancora troppo impregnato di ultranazionalismo.

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo UEN.(PL) Signor Presidente, vorrei ringraziare l’onorevole Pack per la valida relazione di cui discutiamo quest’oggi, in cui si evidenziano con chiarezza i progressi compiuti dalla Bosnia-Erzegovina per conformarsi agli standard democratici.

Affinché tali progressi proseguano, ai cittadini e all’élite delle tre etnie che costituiscono il paese va data la chiara prospettiva dell’adesione all’Unione europea. Non oggi né domani né il giorno dopo, ma in un futuro definito in modo realistico. Senza dubbio, prima che questo avvenga la Bosnia-Erzegovina dovrà soddisfare tutti i requisiti fondamentali in materia di diritti umani, lotta alla corruzione, riforma giudiziaria e amministrativa. Soprattutto, però, deve condurre un autentico dialogo tra le religioni e tra le etnie che costituiscono il paese, che è stato teatro del maggiore conflitto armato d’Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale.

La Bosnia-Erzegovina non può essere tenuta in ostaggio dal nostro dibattito interno sulla riforma istituzionale. Facciamo in modo che la relazione Pack dia il via libera al paese per quanto riguarda l’adesione alla Comunità europea.

 
  
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  Gisela Kallenbach, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, l’onorevole Pack merita un ringraziamento per questa eccellente relazione; in tutta onestà, da lei non ci saremmo potuti aspettare altro. Il mio gruppo accoglie con favore i segni di un processo di cambiamento in Bosnia-Erzegovina, anche se va detto che, a dodici anni da Dayton, era davvero ora di vederli, come sarebbe ora che le personalità politiche locali si assumessero maggiori responsabilità e, indipendentemente dalle origini etniche, sostenessero la causa di una Bosnia-Erzegovina comune, abbandonando i propositi di ottenere con gli attacchi verbali ciò che non sono riusciti a ottenere con la guerra.

Con la prospettiva di un futuro comune, democratico e pacifico, governato dallo Stato di diritto, occorre tentare con tutte le forze di affrontare il passato comune in un processo che senza dubbio sarà doloroso, ma che sarà anche fonte di sollievo. Perciò accogliamo con favore l’istituzione della Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione cui si fa riferimento nella relazione. Un passo importante in questo senso è stato il riconoscimento del genocidio dei musulmani bosniaci da parte del Parlamento della Republika Srpska. Come si è detto più volte oggi, confidiamo che non ci si limiti a parlare, ma che si cooperi con L’Aia, e vorrei anche che la società civile partecipasse a questo processo di discussione; come tedesca, so perfettamente quello che dico.

In conclusione, ciò che mi aspetto dalla comunità internazionale è che dev’essere e continuare a essere un partner affidabile che esercita veramente il suo peso, e va detto che è improbabile che le continue sostituzioni del personale dell’Ufficio dell’Alto rappresentante portino a questo risultato. Auguro al Commissario Rehn di riuscire a risolvere positivamente il problema dei visti, che richiede una soluzione urgente.

 
  
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  Erik Meijer, a nome del gruppo GUE/NGL.(NL) Signor Presidente, chiunque voglia imporre un modello di governo alla Bosnia-Erzegovina contro la volontà della maggioranza dei cittadini avrà bisogno di ingenti mezzi. L’unico modo per farlo è trasformare il paese in un protettorato permanente con un Alto rappresentante dell’UE potente e con una presenza militare costante.

Il mio gruppo vorrebbe che le cose andassero in una direzione diversa, verso una soluzione pacifica e democratica che rispetti il fatto che la Bosnia è una Jugoslavia in miniatura e che la maggior parte dei cittadini si sente serba o croata e non bosniaca. Il periodo turco si è dimostrato proficuo per i bosniaci, quello austriaco per i croati e quello jugoslavo per i serbi. I cittadini ora vogliono abbandonare le vecchie disuguaglianze e non vogliono più che vi sia un gruppo nazionale che comanda a danno degli altri.

Una soluzione federale secondo il modello belga o svizzero è il modo migliore di tenere uniti i tre popoli di questo paese, pur riconoscendone le differenze e mantenendo tra loro relazioni amichevoli. Questo è coerente con il principio secondo cui l’autorità sulla polizia regionale spetta alle entità e decisamente non allo Stato centrale. Purtroppo la soluzione proposta non risolve i veri problemi e ancora non si intravede nulla di meglio rispetto all’accordo di Dayton.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM.(NL) Signor Presidente, la relatrice a ragione afferma che l’integrazione della Bosnia-Erzegovina in Europa è subordinata a cambiamenti costituzionali sostanziali. La relatrice a ragione sottolinea anche che i problemi interni, come ad esempio la segregazione etnica, rappresentano una minaccia per la stabilità nazionale.

Anche se la relazione non fa parola delle minacce esterne, non si devono sottovalutare gli incidenti del passato e i recenti disordini nella città di Kalesija nella Bosnia centrale, provocati da un manipolo di wahabiti radicali. Non per nulla il più alto ufficiale della polizia della federazione croato-musulmana, Zlatco Miletic, il 10 marzo ha pubblicato un avviso sull’influsso di questa corrente radicale e relativamente giovane tra i musulmani della Bosnia-Erzegovina.

Dopo questo episodio, vorrei chiedere al Consiglio e alla Commissione se si sono informati circa questa tendenza a una sostenuta islamizzazione. Riguardo ai problemi sia interni che esterni, mi auguro facciate tutto il possibile per portare la stabilità nazionale in Bosnia-Erzegovina, perché per i paesi dei Balcani occidentali esiste una chiara prospettiva europea, come afferma l’agenda di Salonicco del 2003. Ma come può riuscire il processo di associazione e stabilizzazione se non si presta seriamente attenzione a tutti i problemi, interni ed esterni? Questo è un compito che spetta al nuovo, e spero decisivo, Alto rappresentante.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, anch’io sono stato a Sarajevo e Mostar quando gli spari risuonavano in continuazione, e per questo mi rallegro del fatto che, grazie a Dayton, in questi luoghi non vi sia più la guerra. L’assenza della guerra, tuttavia, non equivale alla pace, e poiché per l’affermazione della pace occorre ancora soddisfare alcune condizioni fondamentali, è con preoccupazione che prendo atto dell’imminente sostituzione di Christian Schwarz-Schilling, delegato internazionale di comprovata esperienza, che ha condotto la sua politica con buon senso.

Noto con preoccupazione l’affrettata riduzione della nostra presenza militare, che invia un messaggio inopportuno nell’attuale situazione, ed è con particolare preoccupazione che vedo l’incipiente perdita di interesse per gli sviluppi in Bosnia-Erzegovina.

Questo accade in un momento in cui un faticoso processo di ricostruzione è appena all’inizio, e prima di tutto serve una riforma della costituzione operata dal paese stesso, processo che noi possiamo solo limitarci a seguire e sostenere. Non vi sarà tuttavia stabilità a lungo termine se il paese non diventerà una federazione di tre popoli con pari diritti. Non vi è altra via che porti a tale meta se non quella lunga e pietrosa che passa attraverso il dialogo paziente, la cultura e l’istruzione.

Ringrazio l’onorevole Rouček poiché, come l’onorevole Pack e Christian Schwarz-Schilling, ha posto l’accento sull’importanza di una scuola multireligiosa e pluriconfessionale, l’unico modo per ottenere risultati. Forse un giorno Sarajevo ospiterà l’insigne e pluriconfessionale università europea che segnerà anche l’inizio di un islam europeo. Forse, in realtà, queste idee emergeranno dall’importante riunione di maggio tra l’Unione europea e le comunità religiose; se così fosse, gli effetti si vedrebbero non solo nell’Europa sudorientale, ma anche ben al di là di quella regione, che ha tanto sofferto.

Abbiamo bisogno di un’università europea, di scuole europee, di profonda cooperazione tra le etnie e, soprattutto, di denaro; per questo motivo l’esercizio delle funzioni di Alto rappresentante e di Rappresentante speciale dell’UE deve restare immutato, e cioè non dev’essere dittatoriale, alla maniera di Lord Ashdown, ma assennato e ragionevole, e deve tentare di essere imparziale in modo da lenire le ferite, portare le persone e i gruppi etnici a crescere insieme e liberare nel paese stesso quella forza per rinnovarsi e rimettersi in piedi da solo senza la quale la Bosnia-Erzegovina non ha futuro. E se in Bosnia-Erzegovina scoppia la crisi, anche i paesi vicini rischiano di esservi coinvolti.

Il Commissario Rehn ha ragione; ormai è il 2007, un anno che segna davvero il destino di questa regione. Dobbiamo accompagnare il Kosovo lungo la strada dell’indipendenza, guidare una rinvigorita Croazia, sotto gli occhi attenti della comunità internazionale, verso l’adesione all’Unione europea, e stabilizzare la Bosnia-Erzegovina, rendendo allo stesso tempo la Serbia democratica e quindi stabile. Questa è la grande sfida del nostro tempo.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE).(DE) Signor Presidente, senza dubbio desidero congratularmi con l’onorevole Pack per il grande impegno e l’estrema imparzialità di cui ha dato prova con questa relazione, che nel complesso rispecchia il pensiero dell’Assemblea.

Dobbiamo dire, in tutta onestà, che oggi in Bosnia-Erzegovina vi sono due personalità forti: Dodik e Silajdžić. Il primo, con argomentazioni in parte giuste, ha sollevato problemi in merito alla riforma della polizia, mentre il secondo ha creato difficoltà per quanto riguarda la riforma costituzionale, adducendo motivazioni altrettanto appropriate. Ora queste due forti personalità devono fare in modo, insieme agli altri, di avviare la riforma della polizia e della costituzione. Sono certo che nei prossimi giorni il Commissario spiegherà loro e a tutti gli altri, compreso il nuovo Primo Ministro, che sono questi i compiti da portare a termine se vogliono che la storia esprima un giudizio favorevole sul loro conto.

In secondo luogo, benché mi rivolga soprattutto al Presidente Erler nel dire che, in Bosnia-Erzegovina, dobbiamo essere chiari per quanto riguarda la nomina dell’Alto rappresentante dell’UE, naturalmente le mie parole sono rivolte anche al Commissario, perché ai cittadini del posto non è chiaro chi sia a parlare a nome dell’Unione europea. Chiunque sia a rappresentare l’Unione europea deve recare un messaggio chiaro.

In conclusione, vorrei spendere alcune parole sui visti. Se non permettiamo agli abitanti della regione – grazie a un sistema più permissivo in materia di visti –di conoscere meglio i valori europei, i modi di fare europei e le modalità europee di comunicazione reciproca, potremo forse prendere molte decisioni, ma non saremo in grado di metterle in pratica. Per questo motivo dobbiamo introdurre quanto prima accordi sulle agevolazioni in materia di visti, al fine di avvicinare i cittadini della regione, con il cuore e col pensiero, all’Europa.

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE).(SL) Mi congratulo di cuore con l’onorevole Pack per l’ottima relazione, ringraziandola nel contempo per il suo approccio collaborativo.

La sentenza del Tribunale penale internazionale dell’Aia del mese scorso ha riaperto vecchie ferite e ridestato lo spettro della guerra e di altri antagonismi sulla scena politica bosniaca. Il Tribunale ha ragione. Non vi può essere responsabilità collettiva, ma solo la responsabilità individuale, concreta, di politici e comandanti. Per questo motivo, in qualità di relatore del PE per la Serbia, mi rivolgo ai deputati al parlamento serbo affinché ascoltino l’invito del loro Presidente, Boris Tadić, ad affrontare il passato e condannare il genocidio di Srebrenica. Con una pubblica condanna di tale genocidio, Belgrado contribuirebbe notevolmente a placare le tensioni in Bosnia e compirebbe un passo verso il futuro. E’ inaccettabile e sconvolgente che i due colpevoli del peggior crimine d’Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale siano ancora in libertà.

Detto questo, le autorità della Republika Srpska devono assumere una posizione molto più costruttiva in merito alla riforma della polizia, che preveda l’approvazione delle nuove aree di responsabilità della polizia. Come si è detto più volte in quest’Aula, l’accordo di stabilizzazione e associazione non può essere sottoscritto senza tale partecipazione.

In conclusione, vorrei informarvi del fatto che io e Neil Parish, mio collega del gruppo del PPE, abbiamo preso l’iniziativa di istituire una missione interpartitica di deputati al Parlamento europeo a Sarajevo e Srebrenica, dove ci recheremo la settimana prossima. La nostra visita sarà dedicata al problema dei profughi che ritornano a questa fragile regione del nostro continente.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, mentre parlavo non ha usato il martelletto, com’è accaduto anche con altri; per questo abbiamo superato i limiti di tempo. Le chiederei di dare un colpetto poco prima della fine del tempo di parola, come fanno altri Vicepresidenti.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Posselt, innanzi tutto questa non è questione normativa e, in secondo luogo, presiedo le sedute delle Istituzioni da molti anni e da sempre confido nella capacità dei colleghi di vedere, così come guardano i loro orologi, quando si accende il segnale.

D’ora in poi userò sempre il martelletto quando interverrà lei, perché in effetti parla il doppio del previsto, ma ora non vado oltre, perché non voglio occupare il microfono. Terrò tuttavia conto di ciò che ha detto quando sarà lei a prendere la parola.

 
  
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  Bogusław Rogalski (UEN).(PL) Signor Presidente, uscita dal più sanguinoso conflitto d’Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, ora la Bosnia-Erzegovina va verso l’integrazione con l’Europa, che imporrà a questo paese multietnico di operare cambiamenti in molti settori della vita politica e sociale, tra cui la riforma della costituzione. Solo al compimento di tali cambiamenti sarà pronta a soddisfare i requisiti necessari all’attuazione di un accordo di stabilizzazione e associazione, e in futuro di candidarsi finalmente all’adesione all’Unione europea.

Per giungere a tali risultati, i leader politici della Bosnia-Erzegovina devono portare a termine riforme tempestive e sostanziali in ambito amministrativo ed economico.

Da parte sua, il Consiglio deve invitare la Bosnia-Erzegovina a risolvere immediatamente eventuali controversie sui confini con gli Stati limitrofi, e in particolare a ratificare un accordo sul rispetto delle frontiere terrestri e fluviali. La Bosnia-Erzegovina deve altresì porre fine alla segregazione dei gruppi etnici nelle scuole. Questi cambiamenti potranno verificarsi solo se il Consiglio eserciterà pressioni decisive a tale scopo.

Ricordiamoci che la comunità internazionale deve esprimersi all’unisono per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, se vuole assicurare una pace durevole nei Balcani.

 
  
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  Roberta Alma Anastase (PPE-DE). – În primul rând, daţi-mi voie să mă alătur tuturor celorlalţi colegi pentru a o felicita pe dna Doris Pack pentru munca depusă la realizarea acestui raport şi, de ce nu, pentru oportunitatea de a avea o discuţie despre Bosnia-Herţegovina în plenul Parlamentului European.

Iată că, la 4 luni de la alegeri, Bosnia-Herţegovina a reuşit să instaleze un nou guvern. Cabinetul condus de prim-ministrul Nikola Špirić şi-a propus să semneze, în prima jumătate a anului 2007, acordul de asociere şi stabilizare şi să finalizeze reforma constituţională. Astfel, Consiliul de miniştrii şi-a asumat o agendă care conţine reforme importante şi sperăm ca, în cel mai scurt timp, să înregistreze rezultate concrete.

Bosnia-Herţegovina trebuie să-şi asume treptat întreaga responsabilitate asupra politicii interne. Din nefericire, naţionalismul etnic încă se manifestă puternic şi, de aceea, prelungirea mandatului Biroului Înaltului Reprezentant cu încă un an reprezintă o opţiune corectă care oglindeşte realitatea.

Uniunea Europeană trebuie să acorde o atenţie specială modului în care autorităţile din Bosnia-Herţegovina implementează reformele asumate. Finalizarea reformei constituţionale, încetarea segregării educaţionale, crearea unui spaţiu economic comun, restructurarea poliţiei şi întreaga cooperare cu Tribunalul Internaţional sunt obiective care astăzi nu pot fi atinse fără o prezenţă europeană puternică.

Trebuie să subliniem una din provocările căreia trebuie să-i facă faţă Bosnia-Herţegovina în următoarea perioadă: decizia finală asupra statutului provinciei Kosovo va reprezenta un test pentru soliditatea construcţiei politice a acesteia. Situaţia din Bosnia-Herţegovina, ca şi aceea din Kosovo, nu pot fi privite separat, ci doar în contextul regional. De aceea, eforturile noastre trebuie continuate în direcţia consolidării stabilităţii regiunii.

În concluzie, Bosnia-Herţegovina se află pe drumul european, susţinerea noastră fiind absolut necesară pentru dezvoltarea economică şi socială si pentru stabilitatea politică a ţării.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE).(LT) A sostegno della relatrice, onorevole Pack, vorrei aggiungere che la Bosnia-Erzegovina è tuttora lacerata da conflitti etnici e di altra natura, e che la retorica di partito sta spingendo il paese nel vicolo cieco del nazionalismo.

Ciò che farà uscire il paese dalla spirale dei conflitti è l’attrazione per l’Unione europea. Proprio questa forza può accelerare le riforme e rafforzare la democrazia e i diritti umani, migliorando nel contempo la qualità della vita dei cittadini. Questo va detto chiaramente: la prospettiva dell’adesione all’Unione europea arresterebbe la progressiva caduta del paese nella frammentazione e nel nazionalismo.

A Sarajevo e Mostar ho visto l’importante ruolo svolto dalle forze di pace dell’Unione nel paese. Sono gli stessi cittadini, non le forze di pace, a dover creare non solo buone leggi, ma anche un’amministrazione e una forza di polizia per l’intero paese.

Solo i giovani potranno costruire un paese forte e unito. Scuole e università in cui bosniaci, serbi e croati studino insieme devono diventare fucine di riconciliazione tra comunità etniche. La recente, sanguinosa storia del paese va affrontata con estrema prudenza. Cionondimeno, la verità va detta senza distorsioni né pathos.

Intensificando la cooperazione regionale, la Bosnia-Erzegovina può dimostrare quanto sia europea la propria politica estera. E’ essenziale regolamentare i conflitti e ratificare i trattati di demarcazione dei confini.

Vorrei spronare a trovare con la massima rapidità una soluzione per quanto concerne le agevolazioni in materia di visti. Le maggiori opportunità di visitare i paesi dell’Unione europea sarebbero un esempio da emulare e stimolerebbero l’unità interna.

I negoziati per l’accordo di stabilizzazione e associazione e la lezione tratta dall’esperienza dei nuovi Stati membri dell’Unione dovrebbero aiutare la Bosnia-Erzegovina a far soffiare vento europeo nelle proprie vele. Sarebbe una conferma del fascino dell’UE, capace di reprimere il nazionalismo e l’odio e di promuovere la convivenza e il benessere delle nazioni.

 
  
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  Alexander Lambsdorff (ALDE).(DE) Signor Presidente, mi congratulo di cuore con l’onorevole Pack per l’eccellente relazione. Forse adesso si può iniziare a costruire un piedistallo su cui innalzarle un monumento. In una situazione difficile come questa, è giusto che così tanti elementi costruttivi vengano inseriti nella relazione, perché vi è un paradosso: l’Unione europea coglie qualunque occasione possibile per affermare il proprio impegno verso la dichiarazione di Salonicco, mentre, a giudicare dalle dichiarazioni dei leader politici del paese, in Bosnia si registra una tendenza esattamente opposta, orientata in altre parole verso un maggiore nazionalismo. Anche questo dibattito – o almeno così credo – è un campanello d’allarme, perché, se anche il Commissario Rehn, persona tanto prudente e responsabile, dice “la misura è colma”, allora non può essere altrimenti.

Il contenuto della relazione è esatto: sì alla Commissione per la verità e la riconciliazione, sì all’unità della comunità internazionale. Dobbiamo permettere all’Alto rappresentante di proseguire il suo mandato. L’attenzione alle agevolazioni in materia di visti e, soprattutto, all’istruzione e ai giovani è proprio quello che ci vuole. I giovani devono conoscere l’Europa: è questo che conta. La relazione è davvero un contributo costruttivo, e mi auguro che i cittadini della Bosnia-Erzegovina la vedano in questa luce e tengano anche in considerazione questo dibattito. Mi sembra un aspetto importante.

Vorrei aggiungere che, a mio avviso, anche questa discussione si dovrebbe svolgere a Bruxelles e non a Strasburgo.

 
  
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  Brian Crowley (UEN).(EN) Signor Presidente, anch’io, come i miei colleghi, vorrei ringraziare l’onorevole Pack per la sua relazione, il Presidente in carica del Consiglio per i suoi commenti e il Commissario Rehn per il suo lavoro indefesso in un’area di grande complessità.

Vorrei affrontare tre questioni fondamentali. Innanzi tutto, a proposito dell’Alto rappresentante, anch’io, come alcuni colleghi, sono stato in Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska e ho visto le azioni intraprese dall’attuale Alto rappresentante e dal precedente, Lord Ashdown. Sotto molti aspetti, essi hanno tolto i politici locali dai guai informandoli che, se non avessero compiuto i necessari cambiamenti, ci avrebbero pensato loro. Perciò, laddove i politici non sono stati politicamente in grado di operare tali cambiamenti, l’Alto rappresentante è semplicemente intervenuto realizzandoli al posto loro.

Vorrei sottolineare che, se davvero vogliamo lavorare all’istituzione di una Bosnia-Erzegovina pacifica e stabile che si dimostri rispettosa e tollerante verso tutti i diversi popoli all’interno del paese unificato, dobbiamo assicurare che si assuma la responsabilità delle proprie azioni e delle leggi e decisioni che verranno.

In secondo luogo, in qualunque Stato è essenziale la divisione dei poteri, soprattutto per quanto riguarda la polizia e il potere giudiziario. Vi può essere una sola forza di polizia in Bosnia-Erzegovina. Questo dev’essere un punto chiave.

In conclusione, per quanto riguarda le agevolazioni in materia di visti: innanzi tutto portiamo qui i giovani – gli studenti e i laureati delle scuole e delle università della Bosnia-Erzegovina. Prima facciamoli venire, e poi apriamo la procedura generale di rilascio dei visti, perché il futuro della ricerca della pace in Bosnia-Erzegovina e nell’area dei Balcani è nelle mani dei giovani.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE).(HU) Sono passati dieci anni da Dayton, ma purtroppo la Bosnia-Erzegovina non è ancora un paese stabile. Non è sul punto di esplodere, ma la calma apparente non deve ingannare. La situazione di stallo della riforma della polizia, il rallentamento delle riforme, un processo decisionale che vacilla e le quotidiane aggressioni verbali tra serbo-bosniaci e bosniaci sono tutti segnali d’avvertimento. E’ importante che il mandato dell’Alto rappresentante della comunità internazionale sia stato esteso fino al 2008. Una sua conclusione sarebbe stata prematura. Concordo con il principio fondamentale secondo cui spetta ai cittadini della Bosnia-Erzegovina decidere del proprio destino. In talune circostanze, la comunità internazionale deve intervenire. Spero non si rivelino prematuri i tagli alla missione ALTEA, che ha ancora un ruolo importante da svolgere in questo clima di tensione. Il ritorno alla normalità nel Kosovo, obiettivo che si sta tentando di raggiungere quest’anno, rappresenta un’ulteriore prova, un’altra sfida. L’Unione europea deve controllare molto da vicino la Bosnia-Erzegovina.

 
  
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  Димитър Стоянов, от името на групата ITS. – През 1878 г. Берлинският договор определи 30-годишен протекторат над Босна и Херцеговина като част от Австро-Унгария. След като този срок изтече, Австро-Унгария анексира Босна и Херцеговина. Според Парижкия мир, сложил край на Първата световна война, тези територии бяха прехвърлени в рамките на Югославия.

С тази кратка ретроспекция исках да ви кажа, че всички проблеми на Балканите се дължат на слепотата на Великите сили, които защитават собствените си интереси. Ние не можем да налагаме на суверенната босненска нация как да си изменя конституцията. Не можем пряко волята на народа да им налагаме чужд генерал-губернатор, който да насочва пътя на тази държава. Освен това, искам да ви напомня, че този доклад е за Босна и Херцеговина и насилието, което беше там преди десет години, беше и от двете страни. Не са само сърбите виновни. Имаше насилие и атентати от страна на босненците. Ние трябва да бъдем обективни и да виждаме всички страни на един конфликт, ако наистина искаме да направим разликата.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione.(FI) Signor Presidente, onorevoli deputati, innanzi tutto vorrei ringraziarvi per il dibattito molto pertinente e responsabile, nonché per il vostro palese sostegno all’ottima relazione Pack. Vorrei altresì ringraziarvi per il sostegno accordato alla politica della Commissione per i Balcani occidentali, che si fonda sull’impegno a lungo termine di sostenere il processo di trasformazione europea nei paesi della regione. Sono lieto che tale politica abbia ottenuto l’esplicito sostegno del Consiglio europeo di dicembre, che ha deciso di tenere aperta la porta dell’Unione europea ai paesi dell’Europa sudorientale, i quali potranno entrare dopo aver soddisfatto tutti gli obblighi che l’adesione comporta.

Nel corso della mia visita a Sarajevo di domani e venerdì, farò riferimento in modo particolare alle questioni da voi sollevate con questo dibattito, che lo stesso Parlamento europeo tiene in grande considerazione. L’unità della Bosnia-Erzegovina è indispensabile affinché il paese riesca ad avvicinarsi all’Unione europea, come la vostra discussione ha sottolineato. E’ necessaria la cooperazione dell’intero spettro politico. Si tratta di una conclusione inconfutabile che possiamo generalizzare per quanto riguarda il successo dei paesi di piccole dimensioni nell’Unione europea, e che certamente varrà anche per la Bosnia-Erzegovina.

Ora quel che più conta è che i politici a capo della Bosnia-Erzegovina comprendano la responsabilità che grava sulle loro spalle e attuino queste riforme essenziali, in modo che il paese possa avanzare lungo la strada che porta all’Unione europea e offrire ai suoi cittadini condizioni di vita migliori.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 

11. Futuro dell’industria aeronautica europea (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sul futuro dell’industria aeronautica europea.

 
  
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  Peter Hintze, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli deputati, sono lieto di constatare che l’oggetto del dibattito odierno è il futuro dell’industria aeronautica europea, poiché questo settore incarna l’atteggiamento lungimirante dell’Europa, la sua alta tecnologia e il suo potenziale per la crescita futura, e fornisce un contributo notevole alla realizzazione degli obiettivi della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, di cui l’Airbus è il progetto più importante. Airbus è il nome di una grande idea – l’idea di unire le capacità tecniche di diverse nazioni europee al fine di creare una forte impresa spaziale in grado di affermarsi sul mercato globale. La storia di Airbus è un successo sbalorditivo. I suoi velivoli – 4 600 consegnati a oggi – rappresentano l’alta tecnologia europea in tutti gli aeroporti del mondo, svolgendo così un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità europea.

Airbus deve, però, anche affrontare gravi problemi. Il 2006 è stato un anno di successo e di crisi. L’anno scorso Airbus non solo ha avuto l’orgoglio di affermarsi come numero uno sul mercato globale, ma la società ha anche registrato un grave crollo degli utili a causa di pesanti ritardi nel lancio del nuovo jumbo, l’A380, e a causa di problemi derivanti dalla debolezza del dollaro, poiché Airbus è costruito in euro e venduto in dollari.

Sarà anche necessario ridurre il divario di sviluppo tra l’A350 XWB e il suo concorrente americano. La costruzione degli aeromobili, dopo tutto, è alla soglia di una rivoluzione tecnologica, poiché stiamo passando dall’età del metallo all’età della plastica, e questa evoluzione è stata riconosciuta più prontamente sull’altra sponda dell’Atlantico che sulla nostra. Ed è proprio questo il tipo di aereo che il mercato vuole.

Ora Airbus vuole diventare più forte; deve diventare più competitiva e deve prepararsi ad affrontare il futuro, un futuro che può essere garantito solo con un impegno costantemente rinnovato e con la volontà e la capacità di innovare. Airbus sta per intraprendere un processo di ristrutturazione e, per quanto questo possa interessare a noi nel mondo politico, è una questione che la società deve affrontare da sola, per cui i dirigenti di Airbus dovranno discutere delle misure necessarie nel quadro di un dialogo approfondito con i suoi dipendenti, che sono il capitale più importante di ogni impresa. Se reperire forti alleati industriali che possano contribuire con il loro capitale e le loro conoscenze, condividendo con Airbus sia le opportunità sia i rischi, costituisce una possibilità per rendere più sicuri i posti di lavoro, la decisione in materia spetta alla società e a nessun altro.

Ai politici spetta il compito di creare le condizioni quadro; sono loro che devono garantire il giusto equilibrio tra le nazioni europee coinvolte per quanto riguarda diritti e doveri, posti di lavoro e capacità tecnologiche, e questa equa distribuzione di opportunità e doveri tra le nazioni partecipanti sembra che stia funzionando bene.

La cooperazione tra più paesi si è rivelata un metodo efficace per attingere alle conoscenze dei singoli partner per sviluppare e produrre prodotti competitivi per il mercato mondiale nel caso di altri progetti europei, come ad esempio Augusta Westland, Eurofighter ed Eurocopter. La cooperazione europea esiste non solo tra i produttori di sistemi, ma anche tra fornitori e produttori di motori per aerei a reazione, come ad esempio Thales, Diehl, Rolls Royce, MTU, Snecma, Alenia e altri, per citare solo qualche esempio. Tutte queste imprese, e le aziende dell’indotto, stanno aiutando l’industria aeronautica europea a far fronte alla concorrenza internazionale sempre più dura.

Forse, e così concludo il mio intervento, potrei spendere alcune parole anche sul cambiamento climatico e la compatibilità con l’ambiente che, a mio parere, hanno a che fare con la capacità di innovazione della nostra società e con l’industria aeronautica europea che deve affrontare le sfide che ne derivano, come è successo nel 2000, quando, in “Vision 2020”, l’industria, gli scienziati e i responsabili politici si sono riuniti per definire obiettivi ambiziosi per un sistema di trasporto aereo sostenibile, con l’intenzione di ridurre, entro il 2020, il consumo specifico di carburanti e le emissioni di anidride carbonica del 50 per cento, le emissioni di anidride solforosa dell’80 per cento e il rumore provocato dagli aerei in fase di decollo e atterraggio della metà.

Si tratta di obiettivi ambiziosi e, se dovranno essere realizzati in poco più di dieci anni, tutte le parti interessate dovranno impegnarsi congiuntamente.

 
  
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  Günter Verheugen, Vicepresidente della Commissione. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, la costante prestazione industriale e tecnologica dell’Europa nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’osservazione della Terra e nella sicurezza e difesa, è in ampia misura attribuibile all’industria aerospaziale, perché solo grazie alla competitività mondiale di questo settore l’Europa realizzerà i suoi obiettivi economici e politici.

L’industria aeronautica europea è leader mondiale in molti importanti segmenti di mercato e ha una quota di oltre un terzo sul mercato globale. Nel 2005 – l’anno cui si riferiscono le ultime cifre a nostra disposizione – ha registrato un fatturato di 86 miliardi di euro, dando lavoro a 457 000 persone. Il settore continua a crescere nonostante le recenti difficoltà, con un mercato particolarmente fiorente nell’ambito della grande aviazione civile.

Come ha appena sottolineato il Ministro Hintze, la capacità di Airbus di produrre 434 nuovi velivoli l’anno scorso ha costituito un record. Sono stati ricevuti ordinativi per un totale di 2 500 aerei, pari a oltre cinque anni di lavoro. Con una crescita programmata del 5 per cento l’anno nel trasporto aereo di passeggeri e con un 6 per cento annuo per il trasporto merci, i prossimi venti anni vedranno una richiesta di oltre 22 500 nuovi grandi aerei di linea, per un valore complessivo di due miliardi di euro, stando ai prezzi attuali.

Va, però, detto che nelle ultime settimane e negli ultimi mesi, Airbus ha fatto parlare di sé per eventi poco piacevoli. Avremmo tutti preferito leggere dei suoi grandi successi sul mercato anziché di perdite e licenziamenti, ma il fatto è che l’industria aeronautica europea opera su un mercato globale caratterizzato da un’accesa concorrenza e deve far fronte a concorrenti ben preparati – Boeing, ad esempio – in tutti i suoi segmenti, motivo per cui il settore ha bisogno di investimenti e innovazione costanti se vuole che i suoi prodotti soddisfino le esigenze dei clienti. Airbus costituisce una larga parte dell’industria aeronautica europea, è una vera impresa europea, con 57 000 lavoratori interni e 30 000 esterni attualmente, che fa ricorso a molte imprese, grandi e piccole, per i prodotti e i servizi che utilizza.

Come qualunque altra impresa, Airbus si deve adattare alle nuove condizioni, adottando quelle procedure e quelle strutture che le permetteranno di produrre i beni che il mercato richiede nel modo più redditizio possibile, e il fatto che Airbus debba vendere i sui prodotti in dollari, facendosi carico di costi espressi in euro, essendo l’euro la più forte delle due valute, rende tutto più difficile. Diventa ancora più importante che Airbus sia in grado di prendere decisioni difficili in modo razionale, perché possa recuperare la sua posizione sul mercato.

E’ un peccato che la decisione di Airbus di migliorare la propria efficienza con un programma di tagli e ristrutturazioni, tra cui anche l’appalto di alcune delle sue attività, porterà a una riduzione del personale, fatto, questo, che sta suscitando incertezza e richieste di un intervento politico.

Mentre i politici non possono né devono interferire nelle decisioni prese dalle imprese quando tentano di recuperare la propria competitività – le decisioni sulla gestione di un’impresa, infatti, non sono una questione politica – c’è un modo per aiutare i lavoratori in esubero – e, forse, c’è anche il dovere morale di aiutarli – affinché si possano riqualificare e possano essere assunti in altre imprese, eventualmente in altri settori. A questo fine, ad esempio, gli Stati membri possono essere aiutati dal Fondo sociale europeo.

La Commissione nota con soddisfazione che Airbus, già qualche tempo prima della ristrutturazione in corso, ha coinvolto i rappresentanti dei lavoratori nel processo decisionale. E’ particolarmente degno di nota il fatto che i rappresentanti dei lavoratori europei siano stati pienamente consultati e che si sia discusso anche delle conseguenze della ristrutturazione sui subappaltatori di Airbus.

Considerata la crescita prevista, che suscita l’invidia di molti altri settori, è altrettanto importante che si intraprendano oggi le misure necessarie per garantire, nell’interesse di tutti noi, il successo nel lungo periodo dell’industria aeronautica europea. Questo è un motivo per cui la Commissione sta agendo, laddove è possibile – ad esempio elaborando un programma spaziale europeo o creando un mercato europeo degli armamenti e uno spazio aereo europeo unico – con l’obiettivo di creare le condizioni che favoriscano la libera concorrenza.

L’UE, nel settimo programma quadro per la ricerca, sta inoltre mettendo a disposizione molti fondi per la ricerca e lo sviluppo nel trasporto aereo e nella ricerca spaziale. Tutte le imprese coinvolte in questo lavoro di ricerca sono state esortate a presentare proposte di progetti a costi condivisi che saranno selezionati per l’assegnazione dei finanziamenti in seguito a un concorso.

A tale proposito, vorrei sottolineare l’enorme importanza dell’iniziativa tecnologica congiunta “Cielo Pulito”, grazie alla quale l’industria aeronautica potrà raccogliere la sfida che le è stata lanciata dal dibattito sul cambiamento climatico. Vorrei cogliere l’occasione per lanciare un appello, in termini molto espliciti, ai produttori di velivoli europei e alle compagnie aeree, che dovrebbero preoccuparsi di evitare che la loro immagine venga danneggiata come è successo all’industria automobilistica nelle ultime settimane per avere reagito troppo tardi alle esigenze del nostro tempo. Modernità e innovazione, ricerca e sviluppo, sono una questione urgente in questo settore e, con “Cielo Pulito”, l’Unione europea sta offrendo loro una piattaforma forte ed efficace.

 
  
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  Christine De Veyrac, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, in qualità di vicesindaco di Tolosa, posso affermare, avendo visitato più volte la sede dell’impresa, che il piano di ristrutturazione di Airbus è un banco di prova per tutti i lavoratori e, per superare questa prova, è necessario identificarne correttamente le cause.

E’ vero, l’euro si è apprezzato e si sono accumulati ritardi dovuti a errori di produzione dell’A380, ma, al di là di tutto, il gruppo è stato gestito con criteri intergovernativi più che industriali, e da questo dobbiamo trarre le giuste conclusioni per il futuro.

Sappiamo tutti che Airbus non ha sofferto tanto della scarsa presenza di poteri pubblici all’interno dell’impresa, quanto dell’interferenza dei politici che si sono immischiati nella gestione della società, che ha finito per funzionare più come un’organizzazione internazionale che come una società integrata. Per quanto riguarda il futuro, Airbus ha bisogno di un nuovo patto tra gli azionisti che ponga un accento più forte sugli azionisti industriali. Ciò significa che gli attuali azionisti devono dichiarare espressamente le loro intenzioni. Vogliono continuare a essere azionisti oppure si dovranno trovare nuovi partner finanziari e industriali?

All’epoca di questa affermazione, l’intenzione era quella di far sì che le autorità pubbliche non dovessero più interessarsi alla questione? Certo che no, e sono lieta che l’Europa abbia agito. Il Commissario Barrot e lei stesso, Commissario Verheugen, avete annunciato che l’Unione avrebbe sostenuto gli sforzi di Airbus potenziandone i programmi di ricerca.

Ciononostante, le sarei grata, signor Commissario, se potesse chiarire la possibilità di fare ricorso al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione e al Fondo sociale europeo nell’interesse dei lavoratori. Da parte loro, gli Stati membri possono anche aiutare Airbus, e soprattutto i suoi subappaltatori, stanziando fondi per la ricerca e la formazione di questi lavoratori.

D’altro canto, immaginate Airbus salvata da investimenti azionari in poche regioni francesi – penso che si riuscirebbe a raccogliere lo 0,6 per cento del capitale, il che è del tutto irrealistico!

Per concludere, vorrei che nessuno dimenticasse che, sebbene Airbus stia attraversando qualche difficoltà, questa impresa ha realizzato molti successi. Ho fiducia nel futuro, nel successo dell’A380 e dell’A350. In tempi di crisi e difficoltà dobbiamo superare gli egoismi nazionali e dimostrare che siamo solidi e uniti – solidi perché siamo uniti.

 
  
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  Matthias Groote, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo punto è stato iscritto all’ordine del giorno con il titolo molto neutrale di “Futuro dell’industria aeronautica europea”, ma l’argomento principale di cui stiamo parlando oggi è la crisi di Airbus.

Il programma di ristrutturazione “Power 8” elaborato dai dirigenti dell’impresa per colmare l’ammanco societario prevede licenziamenti in massa e la vendita dello stabilimento. Airbus è uno dei fiori all’occhiello del paesaggio industriale europeo, con lavoratori altamente qualificati, moltissimi ordinativi, un impianto funzionante a piena capacità e buoni prodotti. La svendita dell’impianto darebbe l’impressione opposta, ed è il messaggio sbagliato da lanciare quando si vuole colmare un buco finanziario. Come evidenzia l’esempio di BenQ in Germania, svendere un’impresa solitamente preconizza la morte, lenta ma sicura, di un sito industriale e porta alla distruzione di posti di lavoro e di un patrimonio di conoscenze.

Vorrei chiederle, Ministro Hintze, in qualità di rappresentante del Consiglio e di coordinatore del governo federale tedesco per la politica aerospaziale, di spezzare una lancia a favore del mantenimento degli impianti di Airbus in Europa e di opporsi alla realizzazione del programma di ristrutturazione “Power 8”. Non sono i lavoratori di Airbus a dover sostenere le conseguenze della crisi della società e delle valutazioni errate dei suoi dirigenti né dovrebbe uscirne danneggiata la posizione dell’Europa come sede industriale.

 
  
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  Anne Laperrouze, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Si prevede che l’A380 sia un successo, e prova di ciò è il fatto che la città di Los Angeles, in concorrenza con New York, ha appena chiesto ad Airbus di poter essere la prima ad accogliere il jumbo europeo. Eppure la società attraversa una fase di crisi a causa della mancanza di una gestione adeguata, il che, come tutti sanno, ha portato al piano di risparmi e ristrutturazione “Power 8”.

I dirigenti di Airbus hanno molto da imparare dalla cattiva gestione industriale che ha causato ritardi nella consegna del velivolo. Gli Stati membri, dal canto loro, devono dare all’industria aeronautica europea un futuro sicuro, mentre coloro che sono azionisti devono fare qualcosa per la gestione della società, modificando il modello organizzativo duplice e rinegoziando l’accordo con gli azionisti. Devono anche agire in modo solidale mantenendo e sviluppando l’industria aeronautica europea, e a tal fine devono, tra le altre cose, stanziare più crediti a favore della ricerca, effettuare ordinativi pubblici, anticipare i fondi necessari per gli investimenti nei siti industriali o aumentare la quota azionaria degli Stati – esattamente come hanno fatto gli Stati Uniti con la Boeing.

Ora il settore deve urgentemente rinegoziare il piano “Power 8” con i sindacati, accettando le loro argomentazioni a proposito della strategia. Dopo tutto, come si può accettare il modo squilibrato in cui questo piano propone di suddividere il lavoro tra l’installazione francese e quella tedesca? Come è possibile accettare l’idea che Tolosa, le cui due linee produttive possono fabbricare venti aerei al mese, limiti la sua produzione a quattordici velivoli al mese, e che la costruzione degli altri A320 venga trasferita ad Amburgo, rendendo così necessari investimenti in una nuova linea produttiva? Come ci si può aspettare che si accettino le conseguenze di cui saranno vittima i dipendenti delle aziende fornitrici e subappaltatrici, le conseguenze sulle economie regionali e la perdita di know-how ed esperienza se le attività degli impianti vengono spostate altrove? Come ci si può aspettare che queste persone affidino l’innovazione e lo sviluppo ad altri?

Airbus ha ricevuto ordinativi per 2 589 aerei, pertanto ha un programma di lavoro pieno per molti anni e la qualità dei velivoli che costruisce deve superare questa crisi, ma, in realtà, uno solo è l’obiettivo cui mirare: la promozione di Airbus come progetto europeo che crea occupazione, innovazione ed eccellenza agli occhi di tutto il mondo per opera di uomini e donne d’Europa.

 
  
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  Gérard Onesta, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, Airbus sarà anche in crisi, ma si tratta di una crisi annunciata. Io vivo vicinissimo ad Airbus a Tolosa e sono anni che lancio l’allarme, ma invano. Da anni metto in guardia da coloro che detengono determinate cariche e che hanno rinunciato al loro ruolo dirigenziale per il culto dell’A380 e che ora portano il lutto, piangendo i risultati delle loro stesse azioni.

Da anni metto in guardia da dirigenti che hanno perso il contatto con la realtà, come il signor Forgeat, che, come ricorderete, se ne andò con valigie piene di milioni di euro e che, da parte sua, non aveva dubbi su prezzi e scadenze. Vorrei ricordare alla Commissione che da anni la sto mettendo in guardia, proponendo procedure alternative, come quella di trasportare le ali dell’Airbus in aeronave e mai la Commissione si è mostrata disponibile.

La crisi che stiamo attraversando è industriale per natura ma anche, e soprattutto, un disastro in termini umani per i dipendenti di Airbus e per i suoi subappaltatori. E’ indubbio che l’Europa ha una vocazione aeronautica; nessuno mette in discussione il fatto che esiste un complesso americano militare-industriale, che agisce tramite Boeing, che ha il controllo dei cieli.

Sono cinque le condizioni che permettono la ripresa. Innanzitutto il prodotto deve essere rimesso al posto che gli spetta e deve rispettare la logica industriale e la normativa ambientale. In secondo luogo, Airbus deve essere ricapitalizzata ricorrendo a fondi pubblici. In terzo luogo, il suo funzionamento deve essere riorganizzato, deve essere liberato dagli ostacoli creati dalla gestione congiunta franco-tedesca che – all’Airbus così come in questo Parlamento – impedisce ogni evoluzione. In quarto luogo, la base industriale deve essere razionalizzata mettendo fine alla dispersione della costruzione aerea in decine di siti. In quinto e ultimo luogo, il settore delle apparecchiature avioniche è fragile e ad alto rischio e deve, pertanto, diversificare la produzione, spostandosi verso la costruzione di altri mezzi di trasporto e altre fonti energetiche.

Airbus è ricca – molto ricca – ma solo nel talento dei suoi lavoratori, quindi, per favore, non sprechiamo questa ricchezza.

 
  
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  Jacky Henin, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, Airbus era il settore di punta che doveva farci dimenticare la perdita del nostro settore siderurgico e accettare la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro nel tessile, e questa stessa Airbus è ora in rovina ed è pronta a sacrificare i suoi lavoratori e subappaltatori – un bel risultato per un’impresa che ha i registri degli ordinativi pieni per i prossimi sei anni e che ha 4 miliardi di euro in banca.

Airbus potrebbe andare in contro al futuro con fiducia se non fosse dilaniata dal cancro finanziario del liberalismo e del libero mercato, e posso dire a questa Assemblea che occupazione e sviluppo non si coniugano con una politica che mantiene l’euro forte né, soprattutto, con quell’avidità di incassare dividendi tipica degli azionisti privati che cercano di risparmiare sugli investimenti umani e i materiali necessari e si fidano più degli esperti finanziari che dell’esperienza dei lavoratori.

Il fatto è che, eliminando 10 000 posti di lavoro e dividendo per sei il numero dei subappaltatori, il piano “Power 8” va a erodere quegli elementi che fanno la ricchezza di Airbus: il know-how dei lavoratori e la rete di imprese subappaltatrici su cui basare la cooperazione. Proprio questa cooperazione ha reso Airbus un’impresa dalle grandi prestazioni e questo è quanto il “Power 8” distruggerà mettendo lavoratori, siti industriali e nazionalità in competizione tra di loro, situazione che i lavoratori hanno ragione di ricusare. Il “Power 8” non risponde alle esigenze presenti e future dell’impresa e per questo motivo dovrebbe essere revocato. Se Airbus deve superare le sue difficoltà è necessario ritornare a una forte partecipazione e a finanziamenti pubblici, perché solo gli Stati membri sono in grado di farsi carico di un progetto aeronautico di queste dimensioni.

Inoltre, la Commissione deve difendere con determinazione di fronte all’OMC il sistema di anticipi rimborsabili, che costituiscono l’unico mezzo per finanziare l’A350 e l’NSR, e deve anche fare in modo che l’impresa ottenga dalla BEI prestiti a basso tasso di interesse. Se la nostra industria aerospaziale deve avere un futuro, è urgente creare un fondo europeo per la ricerca, l’occupazione e la formazione. Nell’arco di dieci anni il 30 per cento dei dipendenti di EADS andrà in pensione; se vogliamo che le conoscenze accumulate non vadano perse, è necessario un piano massiccio di assunzioni e formazione. L’industria aerospaziale dovrà far fronte a sfide enormi – dalla rivoluzione nei materiali compositi alla morte del petrolio – ed è nostro dovere aiutarla.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Paul Marie Coûteaux, a nome del gruppo IND/DEM. – (FR) Signor Presidente, questa storia di EADS è sintomatica di ciò che noi vediamo come la natura fraudolenta dell’idea di integrazione europea.

E’ stupefacente vedere che alcuni sostengono che l’idea di un’Europa basata sulla cooperazione – come hanno proposto i sostenitori della sovranità nazionale – è stata un fallimento, proprio in un periodo in cui, da quando Airbus è stata assorbita da EADS, la logica della cooperazione, che è stata il successo dei primi modelli dell’ Airbus, è stata abbandonata a favore dell’impostazione integrata che, tramite privatizzazioni, consolidamenti ed eventuali fusioni, ha fatto andare avanti EADS, e una delle prime conseguenze è stata quella di mettere a repentaglio il programma Airbus e, con esso, i molti posti di lavoro creati, soprattutto in Francia.

Potrei aggiungere che la Francia ha diligentemente permesso al suo partner tedesco di condividere le conoscenze, accumulate nel corso di molti anni, fin dagli albori dell’aviazione, nonché gli investimenti realizzati nel settore, permettendo così all’Europa di evitare il monopolio aeronautico dei due giganti imperiali della Boeing americana e della Tupolev russa.

Vale anche la pena notare che la Germania non ha condiviso la sua supremazia nel settore dei macchinari; tuttavia, questa cooperazione ha prodotto buoni risultati finché l’ideologia predominante, che non era tanto basata sul liberalismo quanto sul libero commercio, ha finito per privatizzare, in Francia e altrove, le industrie principali, soprattutto nel settore aerospaziale, e a trarne vantaggi sono state società anglofone, con sede nei Paesi Bassi e soggette al diritto olandese. Le cose hanno immediatamente iniziato ad andare male, e concluderò dicendo che credo che, se c’è un concetto che si è dimostrato fallimentare, è l’idea di integrazione così come la rappresenta EADS.

 
  
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  Gunnar Hökmark (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, stasera stiamo parlando di due questioni che non devono essere confuse l’una con l’altra. Una è il problema della disoccupazione, che gli Stati membri dovrebbero affrontare con il necessario sostegno dell’Unione e dei vari fondi sociali – come indicava prima il Commissario – ma non ricorrendo a un maggiore coinvolgimento politico nell’industria aeronautica europea.

L’altra questione è il futuro dell’industria aeronautica europea. Se ci deve essere un futuro, questo futuro deve basarsi su decisioni commerciali e sui prerequisiti del mercato, e non sui dibattiti politici nei parlamenti o nei governi. E’ il coinvolgimento di troppi governi, di troppi parlamenti e di troppe politiche che sta creando problemi, impedendo quelle decisioni che aprirebbero le migliori opportunità per l’industria aeronautica europea.

Il compito di Airbus è quello di produrre e consegnare i migliori aeroplani al mondo, e non di fare promesse politiche, indipendentemente dal paese o dal governo da cui proviene. Penso che ci sia solo un modo per garantire che si possa contribuire alla realizzazione di questo compito. Ovviamente, dobbiamo avere il migliore sostegno possibile da parte della ricerca e del mondo scientifico, ma dobbiamo anche avere la certezza di disporre di un mercato funzionante – e di un mercato transatlantico funzionante, perché questo è cruciale. E’ importante garantire che la responsabilità del settore aeronautico e di Airbus, come stiamo dicendo, sia mantenuta in seno all’impresa e alla gestione dell’impresa, perché altrimenti tutte le decisioni saranno divise, complicate e burocratiche e porteranno a nuovi fallimenti. Penso che dovremmo puntare a un nuovo successo e dare all’impresa migliori opportunità, lasciandola indipendente e non coinvolgendola nelle decisioni politiche.

 
  
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  Karin Jöns (PSE).(DE) Signor Presidente, registri degli ordinativi pieni e la posizione di concorrente della Boeing per il primo posto sul mercato globale testimoniano l’alto livello delle competenze dei lavoratori di Airbus e la loro identificazione con il prodotto. Non sono i lavoratori i responsabili degli errori che sono stati commessi; loro hanno lavorato bene e continuano a farlo.

L’industria aeronautica europea, in futuro, non potrà più fare a meno di questo patrimonio di conoscenze – apportate da Francia, Regno Unito, Spagna e Germania – come invece ha fatto in passato. Sviluppare e montare le ali di un velivolo ad alta tecnologia – che è quanto Airbus fa a Brema, dove vivo – richiede capacità speciali. Con un aereo non si può semplicemente procedere senza porsi i dovuti problemi.

Qui ci troviamo di fronte a gravi errori di gestione. L’errore di pagare profumatamente dirigenti troppo ambiziosi non può essere un motivo per mettere in competizione tra loro le varie sedi, che è quanto sta succedendo. Né è accettabile il fatto che Airbus non dia né ai suoi dipendenti né al Comitato aziendale europeo spiegazioni plausibili in merito alle decisioni prese. Secondo me, questa è l’ennesima dimostrazione di quanto sia urgente la revisione della direttiva sui comitati aziendali europei: è attesa da tempo ormai, per usare un eufemismo.

Dirò ancora una volta al Ministro Hintze che non è accettabile che i tempi di sviluppo per la nuova tecnologia aerea vengano ridotti arbitrariamente, mentre coloro che si basano sulle considerazioni di mercato sono gli unici a pagarne il caro prezzo.

 
  
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  Gabriele Zimmer (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, per quanto tempo ancora la Commissione e il Consiglio resteranno complici silenziosi, mentre coloro che dirigono le grandi società pongono rimedio ai loro errori eliminando posti di lavoro? Sia il governo francese sia quello tedesco sono stati restii ad agire e, anche ora, le loro proteste e opposizioni al taglio dei posti di lavoro sono molto timide e, in ultima analisi, sono più azioni di facciata che tentativi di trovare soluzioni.

Chiediamo, quindi, che il “Power 8”, descritto come un programma di rinnovamento, sia ritirato. I lavoratori di Airbus in Francia e in Germania non devono essere messi in concorrenza tra di loro. L’industria aeronautica è così importante che, non solo se ne deve assicurare il finanziamento, ma anche il controllo pubblico.

L’UE deve essere determinata nel difendere Airbus a spada tratta. Prestiti a bassi interessi garantiti tramite la BEI potrebbero essere utilizzati per assumere più lavoratori, sviluppare le loro capacità e sostenere la ricerca e lo sviluppo. In ogni caso, sosteniamo la giornata d’azione europea dei lavoratori e dei sindacati che si terrà in diverse località il 16 marzo e affermiamo la nostra solidarietà nei loro confronti nella battaglia che stanno conducendo.

 
  
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  Kader Arif (PSE).(FR) Signor Presidente, vorrei iniziare esprimendo solidarietà a tutti coloro che lavorano per Airbus e ai suoi subappaltatori ai quali è stato detto che dovranno affrontare un periodo di licenziamenti. Essi stanno ora pagando il prezzo degli errori commessi dai dirigenti e dall’amministrazione e da azionisti negligenti che hanno anteposto le considerazioni finanziarie agli interessi del settore, ma la solidarietà dei lavoratori di tutta Europa sarà la loro forza per ottenere la revisione del piano di ristrutturazione.

Questa impresa mostra anche le lacune del dialogo sociale europeo, caratterizzato da una completa assenza dei rappresentanti dei lavoratori all’interno delle strutture decisionali. Questa situazione non è responsabilità dell’Europa, ma dato lo status di Airbus quale fiore all’occhiello e simbolo dell’industria europea e mondiale ci si aspetta una risposta dall’Europa, che dovrebbe dire “sì” all’iniezione di capitale pubblico in imprese di questo tipo, “sì” agli anticipi rimborsabili, “sì” ai prestiti per la ricerca e lo sviluppo, “sì” a che si tenga conto delle difficoltà causate dal tasso di cambio tra euro e dollaro e “sì” alle riforme nella gestione delle imprese e negli accordi con gli azionisti. Per quanto riguarda i nostri strumenti di intervento, dobbiamo utilizzare la BEI e il Fondo di adeguamento alla globalizzazione. Al momento sono ancora le competenze dei lavoratori a garantire il futuro della società, quindi facciamo altrettanto sostenendoli.

(Applausi)

 
  
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  Inés Ayala Sender (PSE).(ES) Signor Presidente, vorrei esprimere la nostra profonda preoccupazione per l’attuale crisi di Airbus e la nostra solidarietà nei confronti dei lavoratori colpiti, che meritano il nostro totale appoggio.

Vorrei anche dire che speriamo che il programma di ristrutturazione “Power 8” possa rilanciare la società e ripristinare la competitività di un progetto europeo che rappresenta il futuro dell’innovazione industriale nell’Unione europea.

Raccomandiamo, inoltre, che si impari dagli errori di gestione, concorrenza sleale e controversie tra governi. I criteri d’impresa e di efficienza industriale, nonché le ultime innovazioni, devono avere la precedenza su dispute politiche ormai datate.

Vogliamo anche poter dire ai dipendenti di Airbus in tutta Europa – anche a quelli di Puerto Real, Getafe e Illescas – che il Parlamento europeo si sta impegnando a collaborare con i sindacati e con i dirigenti al fine di fornire l’assistenza necessaria e incoraggiarli a resistere ogni giorno.

Esortiamo la Commissione e il Consiglio a unire le loro forze per trovare una soluzione chiara e sostenibile per queste persone.

 
  
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  Peter Hintze, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli deputati, ho seguito il dibattito con interesse. L’argomento è serio. Si tratta di capire come mantenere in Europa una forte industria aeronautica e il principio da applicare è quello secondo cui le imprese fanno affari e i politici politica: questa distinzione è importante se vogliamo fare giustizia in questa situazione.

Vari oratori hanno fatto notare che, sebbene Airbus stia andando bene per ora, ha, comunque, qualche difficoltà. E’ realmente così, ma dobbiamo anche guardare al futuro. Ormai da molto tempo gli Stati Uniti sottovalutano la capacità dell’Europa di costruire aerei, e ora, dopo avere sprecato il loro vantaggio competitivo per un periodo piuttosto lungo, devono rimpiangere questo loro atteggiamento, mentre noi, in Europa, dobbiamo stare all’erta ed evitare che ci succeda la stessa cosa sottovalutando l’Asia. In pratica sto dicendo che, in un periodo in cui l’industria aeronautica europea ha ancora un po’ di forza – in termini di innovazione e finanziari – essa deve anche svilupparsi in modo tale da rimanere competitiva e far fronte alle sfide future, nonché ai problemi attuali con ritardi nelle consegne dell’A380 e nello sviluppo dell’A350, e a quelli dovuti alla debolezza del dollaro.

Spetta alla società stessa decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Devo dire all’onorevole deputata che è intervenuta prima che non mi verrebbe mai in mente di dire che spetta ai politici prescrivere i tempi necessari per la produzione di un aereo. Sarebbe assurdo se lo facessero. Questa decisione deve essere presa dalla società; è una questione tecnologica e una decisione aziendale, ma certamente non una questione politica. Né direi mai a una società cosa deve o non deve immettere sul mercato, ma è chiaro che, se una società non valuta correttamente il mercato, e se non ne controlla costantemente l’andamento, finirà con l’avere problemi.

Siccome molti di voi hanno parlato dei lavoratori, vorrei dire che l’impresa ci ha detto che i tagli previsti saranno realizzati in modo socialmente responsabile, non ci saranno licenziamenti immediati, e il processo sarà distribuito su più anni. Aggiungo che è nell’interesse di Airbus discutere approfonditamente con i lavoratori, altamente qualificati, delle ristrutturazioni necessarie.

L’impresa potrà uscire vittoriosa solo se interpreterà il progetto come progetto comune e condiviso tra la direzione e i lavoratori, se cercherà il dialogo e lo porterà avanti.

 
  
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  Günter Verheugen, Vicepresidente della Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, la Commissione condivide le preoccupazioni espresse oggi sul fatto che è negativo per il futuro dell’industria aeronautica europea che capacità ed esperienza vadano perse a causa del taglio di posti di lavoro nella più grande società del settore. Come abbiamo già detto, la Commissione ricorrerà indubbiamente agli strumenti disponibili a livello europeo per aiutare le persone colpite a far fronte alla conseguenze della ristrutturazione.

I deputati di questa Assemblea hanno ragione quando affermano, come hanno fatto oggi, che i problemi dell’impresa non hanno nulla a che vedere con la competenza dei lavoratori: questo è indubbio.

Al di là delle misure che possiamo adottare – e che adotteremo qualora dovessero rivelarsi necessarie – attualmente ci stiamo preparando a intraprendere azioni risolute per creare un quadro competitivo equo e giusto per l’industria aeronautica europea.

Il 22 marzo la Commissione presenterà ricorso scritto contro gli Stati Uniti presso l’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di protestare contro le sovvenzioni stanziate a tempo indeterminato dallo Stato americano a favore di Boeing, che ammontano a vari miliardi. Anche questo è prova del nostro desiderio di garantire il futuro dell’industria aeronautica e spaziale europea.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

 

12. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B6-0012/2007).

Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte al Consiglio.

Annuncio l’interrogazione n. 1 dell’onorevole Laima Liucija Andrikienė (H-0174/07):

Oggetto: Completamento del processo di ratifica della Costituzione UE

Una delle priorità della Presidenza tedesca dell’UE è quella di portare avanti il processo di ratifica della Costituzione europea.

Può far sapere il Consiglio se la Presidenza tedesca dispone già di una road map per l’ulteriore sviluppo del processo costituzionale in vista dell’adozione di una Costituzione entro le prossime elezioni europee del 2009?

Quali passi concreti intende compiere la Presidenza tedesca al fine di conseguire l’obiettivo di ratificare la Costituzione nei tempi stabiliti?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, a seguito del mandato conferitole dal Consiglio durante la riunione del giugno 2006, la Presidenza tedesca presenterà una relazione entro la prima metà del 2007. Il Consiglio europeo ha chiesto che la relazione comprenda una valutazione dello stato del dibattito sul Trattato costituzionale e metta in rilievo i possibili sviluppi futuri.

Attualmente, in vista della relazione, la Presidenza, tra le altre cose, sta conducendo una serie di consultazioni con rappresentati di tutti gli Stati membri, e, nel corso delle prossime settimane, stabilirà contatti a vari livelli. Considerato il carattere continuativo dei suoi impegni, la Presidenza al momento non è in grado di indicare con precisione quale sarà il contenuto della relazione e non intende anticiparla.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE). (LT) Ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per la sua risposta, che non trovo tuttavia soddisfacente, dal momento che si tratta di una delle priorità della Germania. Ho sollevato questioni ben precise e continuo a chiedere che il Presidente in carica del Consiglio illustri il documento da preparare oggi (quantomeno i suoi elementi essenziali, maggiormente importanti).

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Onorevole Andrikienė, posso risponderle unicamente facendo riferimento alla procedura. Siamo stati incaricati di redigere tale relazione sulla base di approfondite consultazioni con tutti gli Stati membri.

Tale processo non si è ancora concluso. La relazione verrà presentata al Vertice di giugno e solo allora sarà possibile perfezionarla. Le nostre possibilità di conseguire risultati effettivi potrebbero diminuire se io oggi rendessi noti all’Aula i dettagli delle iniziative da inserire nella relazione. Tutto ciò che posso dire è che siamo impegnati in un processo consultivo, che intendiamo continuare fino a giugno, e che, in seguito, produrremo una relazione completa, che indicherà, chiaramente, quali ulteriori passi verranno intrapresi, ma è evidente che spetta al Consiglio europeo prendere una decisione.

 
  
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  Presidente. – Onorevoli parlamentari, ritengo necessario chiarire fin dall’inizio un richiamo al Regolamento. In merito a questo argomento, abbiamo ricevuto una richiesta di cinque domande complementari. Ho circa 100 interrogazioni da sottoporre al Consiglio, non tutte riceveranno una risposta, ma intendo impegnarmi per garantire che il Consiglio risponda al maggior numero possibile di domande. Di conseguenza, posso concedere la parola unicamente a due deputati per interrogazione, cercando ovviamente di alternare i gruppi politici secondo il consueto criterio.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE).(EN) La ringrazio per la risposta, signor Presidente in carica. Per parte mia, ne ero soddisfatto, ma in maniera deliberata accennava solo brevemente alla questione

Tuttavia, dal momento che fa riferimento a un processo consultivo, riconosce che, nell’ambito della consultazione, si debba ascoltare il parere di coloro che ritengono che rivisitare una costituzione, o, propriamente, un trattato costituzionale non sia una buona idea? Attendiamo con impazienza la vostra relazione, ma la prego di considerare la possibilità di escludere, e di includere, alcune cose. Concorda, signor Presidente?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Tale processo di consultazione ci obbliga a tener conto di un ventaglio molto ampio di opinioni e ad accettare tutte le proposte e le relazioni che riceviamo dai singoli paesi. L’unico problema riguarda la loro collocazione nella nostra relazione globale, ma saremo in grado di decidere in merito solo quando disporremo di una visione completa.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). (LT) Nel corso dell’ultimo vertice dei leader, la Polonia ha manifestato insoddisfazione circa il metodo utilizzato nel prendere decisioni, ritenendo che non soddisfi gli interessi della Polonia. Alcuni paesi non sono soddisfatti della modalità di nomina dei membri della Commissione e del numero dei Commissari. Si può valutare tale questione e dire se influirà sull’ulteriore riesame e modifica della Costituzione?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Preferiremmo, chiaramente, lavorare in una situazione in cui tutti gli Stati membri siano completamente soddisfatti, ma la mia risposta deve essere pertinente alla questione delle consultazioni e della relazione, per le quali abbiamo ricevuto un mandato unanime, alla cui definizione – per quanto ne so – ha partecipato anche la Polonia. Pertanto non vi è alcuna difficoltà relativa al mandato né alcuna discrepanza.

Ci auguriamo che la relazione che produrremo rifletterà i punti di vista di tutti gli Stati membri, e che quindi potremo avere scambi di opinioni sulle ulteriori misure da intraprendere per rendere accettabile il processo costituzionale.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 2 dell’onorevole Claude Moraes (H-0077/07):

Oggetto: Progressi realizzati con riferimento alla decisione quadro sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia

Quali progressi sono stati compiuti dal Consiglio con riferimento alla decisione quadro sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, la proposta di decisione quadro sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia è una delle priorità della Presidenza tedesca nel settore della giustizia e degli affari interni. Nel gennaio 2007 il Comitato dell’articolo 36 ha esaminato questo strumento sulla base di una proposta di compromesso tedesca, che a sua volta si fonda in ampia misura su una proposta di compromesso lussemburghese del 2005, considerata dalla grande maggioranza della delegazione una base potenzialmente solida per un accordo sulla decisione quadro. Inoltre, la questione è stata sollevata a margine della riunione del Consiglio del 15 febbraio 2007 a Bruxelles, nello specifico durante il pranzo. La Presidenza, in seguito a tali deliberazioni, intende presentare un testo riveduto al Consiglio nel corso della riunione del 19 aprile 2007.

 
  
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  Emine Bozkurt (PSE), in sostituzione dell’autore. – (NL) Benché le sia grata per aver risposto alla domanda, c’è ancora qualcosa che vorrei sapere. Lei ha affermato che la questione sarà nuovamente affrontata il 19 aprile, ma sarebbe in grado di descrivere per grandi linee le misure concrete che la Presidenza tedesca potrebbe attuare nei prossimi tre mesi? Inoltre, se non sono prevedibili, cosa crede che significherà in termini di progressi il passaggio del dossier al Portogallo?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) In effetti non mi resta che ribadire che il provvedimento concreto che abbiamo intenzione di intraprendere il 19 aprile – vale a dire la presentazione di un progetto riveduto della decisione quadro – è un importante passo avanti. Nel testo della decisione quadro verranno chiarite le funzioni che spettano agli Stati membri riguardo al rafforzamento della lotta contro il razzismo e la xenofobia.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE).(DE) Desidero sollevare una questione di carattere piuttosto pratico emersa nel corso della nostra discussione su questo argomento. Da un lato, in Austria così come in Germania, esistono leggi che rendono alcune dichiarazioni passibili di sanzioni penali, mentre, dall’altro lato, in altri paesi europei, si può dire che il principio della libertà di espressione prevalga su tali disposizioni. Come procedono le discussioni del Consiglio in materia?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Credo che lei abbia ragione, onorevole Leichtfried. Non si può contestare la sua tesi secondo la quale siamo in presenza di un conflitto tra due interessi, e che è difficile conciliarli. E’ per questa ragione che la decisione quadro lascerà ampio spazio ai singoli Stati membri nel prendere decisioni concrete in linea con la cultura giuridica del proprio paese.

Ad esempio, la decisione quadro si asterrà dal fare dichiarazioni riguardanti specifici eventi storici, la cui negazione potrebbe essere passibile di sanzioni. Questa sarà una materia su cui ogni paese dovrà decidere autonomamente, sebbene sia necessario che la decisione quadro faccia una precisazione da cui risulti che la pubblica approvazione, la negazione o la minimizzazione dei genocidi, dei crimini di guerra o dei crimini contro l’umanità devono essere rese perseguibili.

La precisa definizione e la giustificazione di ciò che costituisce un reato di questo genere e tutto quanto vada aggiunto secondo un singolo paese, continuerà ad essere di competenza degli Stati membri, e questa decisione quadro non potrà stabilire disposizioni specifiche in materia.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE). (LT) Sto ancora cercando di ottenere un quadro nitido degli obiettivi che si intendono raggiungere durante il mandato della Presidenza tedesca. Nel corso della Presidenza lussemburghese, non è stato possibile raggiungere un accordo. Ho ragione di credere che ci si impegnerà quantomeno ad armonizzare in minima parte gli statuti che regolano le sanzioni per la diffusione di informazioni razziste e xenofobe, oppure si procederà diversamente?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Per quanto riguarda le nostre intenzioni, rinvio l’onorevole parlamentare alla mia precedente risposta; non mi resta che ribadire che, nell’ambito del razzismo e della xenofobia, stiamo discutendo della definizione di concetti in qualche maniera astratti, e che l’obiettivo è che la decisione quadro consenta di giungere a un accordo in materia. Non desidero entrare nuovamente nel merito di quanto ho appena detto. L’attuazione e le decisioni nei dettagli rimarranno di competenza degli Stati membri.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 3 dell’onorevole Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0080/07):

Oggetto: Limite di età per i giochi elettronici violenti

Quali iniziative immediate intende prendere la Presidenza tedesca per frenare la diffusione dei videogiochi e dei giochi elettronici dal contenuto violento, considerato che tale fenomeno preoccupa l’intera società europea e che i pericoli connessi alla sua espansione sono sempre maggiori?

Ritiene la Presidenza tedesca che il fatto di reprimere la violenza e la diffusione degli strumenti che incitano ad essa possa essere in contrasto con le regole della libera concorrenza o della libertà di espressione?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Nel corso della riunione informale svoltasi a Dresda dal 14 al 16 gennaio, i ministri della Giustizia e degli Affari interni hanno concordato che la riflessione sui videogiochi e i giochi elettronici dal contenuto violento avrebbe inizialmente assunto la forma di una revisione delle varie leggi e delle disposizioni nazionali in materia, per far sì che l’inventario pianificato delle norme attualmente in vigore possa servire quale base per il confronto delle norme di protezione, gli interventi e le sanzioni disponibili, e permettere agli Stati membri di valutare quale possa essere il sistema migliore.

Da allora, la Presidenza del Consiglio ha redatto un questionario, allo scopo di riassumere la posizione giuridica degli Stati membri riguardo ai mezzi di comunicazione – in particolare video, giochi per computer e film – che esaltano la violenza. Il questionario è dettagliato e comprende le normative sulla tutela dei minori, nonché i divieti generali nel diritto penale e in altre disposizioni, sia quelli intesi in modo specifico a tutelare i minori sia quelli legati ai sistemi di etichettatura per fasce di età.

Il questionario affronterà inoltre il delicato tema del livello di libera espressione garantito dai diversi sistemi giuridici nazionali. Infine, il questionario è anche volto a valutare i giochi dal contenuto violento proibiti negli Stati membri e di cui andrà stilato un elenco separato. L’intento è quello che il questionario venga inviato agli Stati membri nell’immediato futuro, in attesa delle loro risposte, come richiesto, a partire da aprile, e che la valutazione del sondaggio alla fine della prima metà del 2007 aiuti a raggiungere l’obiettivo di uno stesso livello di sicurezza in tutta l’UE in questo settore.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per la sua risposta, gli auguro buona fortuna per la raccolta delle risposte al questionario e mi congratulo per i tempi brevi del calendario.

La mia questione non riguarda i limiti di età, come ha dichiarato il Presidente in carica, ma la correlazione tra un divieto e il mercato interno. Posso citare l’esempio del mio paese, che ha vietato il gioco d’azzardo ed è stato condannato dalla Corte di giustizia delle Comunità europee per motivi di mercato interno. Lei ha inoltre sollevato la questione della libertà di espressione, che è inoltre un problema che porrà ostacoli al divieto.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Ritengo, onorevole Panayotopoulos-Cassiotou, che lei abbia compreso perfettamente le nostre intenzioni, vale a dire raggiungere lo stesso livello di protezione nell’intera Unione europea. Tuttavia, per il momento sono in grado unicamente di descrivere in che modo procederemo. Ciò che intendiamo fare, fondamentalmente, è cercare la prassi migliore. Le normative nell’Unione sono state, in effetti, alquanto diverse fino ad ora, e la nostra intenzione è che tale questionario venga usato per accertare ciò che funziona, e in quale modo, nonché quali esperienze siano state acquisite – e dove – per ottenere un livello di protezione uniforme in tutta l’UE mediante un semplice confronto e valutare quale elemento comune emerge.

Considerata la notevole differenza tra le prassi dei vari paesi, noi crediamo che in realtà non esista altra maniera concreta per farlo che, in primo luogo, condurre una simile inchiesta e quindi individuare esempi di migliori prassi.

 
  
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  Inger Segelström (PSE).(SV) L’interrogante intende verificare i limiti di età posti per i giochi. Esiste già una valutazione PG in parte finanziata dall’UE. In Svezia, il mio paese, tutti i giochi per computer sono etichettati per fasce di età, e c’è collaborazione tra l’industria e gli Stati interessati, i limiti di età in questione sono: superiore a 3, 7, 12, 16 e 18 anni. Inoltre, tutti i giochi per computer sono dotati della descrizione del contenuto in termini di discriminazione, droghe, turpiloquio, sesso e nudità, violenza e elementi che potrebbero essere allarmanti o raccapriccianti. Attualmente è in uso un sistema eccellente, e, ribadisco, l’UE è coinvolta nel suo finanziamento. Auspico che sia il Consiglio che il Parlamento prendano in esame tale sistema al fine di poterlo discutere quando il nostro ordine del giorno comprenderà la relazione sui minori che la Commissione sta attualmente realizzando.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Praticamente lei ha risposto contemporaneamente alle domande del formulario e difeso il sistema svedese. Lo riteniamo certamente accettabile, e lo prenderemo in considerazione volentieri, ma è necessario ottenere – e sono certo che lo comprenderà – informazioni relative agli altri sistemi, alcuni dei quali funzionano e altri no, prima di giungere ad una decisione su un approccio comune adatto per tutta l’UE. Tuttavia, valuteremo la vostra esperienza con estrema attenzione.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, vorrei far rilevare un errore nella traduzione del titolo della mia interrogazione. Non ho posto una domanda relativa ai limiti di età, ho posto una domanda relativa al legame tra divieto e norme che regolano il mercato interno.

 
  
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  Presidente. – Prenderemo certamente nota del chiarimento.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Vorrei sapere se esiste la possibilità di istituire un servizio di informazione a livello europeo a cui poter segnalare mediante strumenti elettronici ciò che riteniamo essere particolarmente sconveniente.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) In seguito alla mia dichiarazione, ora che ci troviamo in quella che possiamo definire la fase dell’inventario, considererò la sua proposta semplicemente come un supplemento ai vari esempi che stiamo attualmente raccogliendo, e la ringrazio per averla avanzata.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 4 dell’onorevole Sarah Ludford (H-0083/07):

Oggetto: Lotta alla corruzione

L’articolo 9 della decisione quadro 2003/568/GAI(1) del Consiglio relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato impone agli Stati membri di trasmettere al Consiglio e alla Commissione, entro il luglio 2005, il testo delle disposizioni inerenti al recepimento degli obblighi imposti dalla decisione quadro nella legislazione nazionale. Sulla base di una relazione redatta a partire da tali informazioni e di una relazione scritta trasmessa dalla Commissione, il Consiglio doveva esaminare anteriormente al 22 ottobre 2005 in quale misura gli Stati membri si fossero conformati alle disposizioni della decisione quadro. Ha proceduto il Consiglio a tale esame?

In particolare, può far sapere il Consiglio se ha ricevuto informazioni dettagliate circa il recepimento della decisione quadro in parola nella legislazione britannica? Per quale ragione pensa che non vi sia stato alcun procedimento per corruzione internazionale nel Regno Unito? In che modo ritiene il Consiglio che la decisione presa nel dicembre 2006 dal governo britannico di abbandonare l’inchiesta nell’affare “Al Yamamah”, un caso di corruzione nel quadro di un contratto di fornitura di armi concluso dalla BAE Systems con l’Arabia Saudita a) sia conforme agli obblighi imposti al Regno Unito dalla decisione quadro dell’UE, b) sia conforme agli obblighi imposti al Regno Unito dalla convenzione OCSE del 1997 sulla lotta alla corruzione, e c) sia utile nel contesto dei tentativi dell’Unione finalizzati ad eliminare la corruzione nelle operazioni commerciali a livello mondiale?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Il Consiglio non ha ancora ricevuto la relazione della Commissione circa il recepimento della decisione quadro 2003/568/GAI relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato nel diritto interno degli Stati membri, ed è per questa ragione che non ha ancora verificato se gli Stati membri abbiano adempito agli obblighi imposti dalle disposizioni della decisione quadro.

Tuttavia, il Consiglio ha ricevuto informazioni relative al recepimento della decisione quadro del 2003 relativa alla corruzione nel settore privato nella legislazione britannica. Il Consiglio sta riesaminando, ai sensi dell’articolo 9 della decisione quadro, in che misura gli Stati membri hanno adottato la normativa mettendola in atto.

Peraltro, al Consiglio non viene imposto di verificare in che modo vengono condotte le procedure negli Stati membri, né gli viene richiesto di pronunciarsi relativamente agli obblighi imposti agli Stati membri dalla Convenzione OCSE a cui l’onorevole parlamentare fa riferimento.

 
  
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  Chris Davies (ALDE), in sostituzione dell’autore. – (EN) La questione è che un’impresa britannica, la BAE Systems, ha pagato tangenti al fine di ottenere un vantaggio competitivo rispetto ad altri operatori europei nel settore della difesa in Arabia Saudita e che il governo britannico ha messo fine a un’indagine indipendente su tale comportamento. Certamente questo non viola solo innumerevoli principi dell’Unione europea, ma anche le norme della politica della concorrenza. Il Consiglio ha considerato la possibilità di invitare la Commissione ad avviare una procedura di infrazione nei confronti del governo britannico? Se non lo ha fatto, quali ne sono i motivi? Cosa intende fare il Consiglio per denunciare uno dei suoi membri?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Onorevole Davies, è necessario valutare con estrema attenzione di quali diritti dispone il Consiglio al riguardo. Dalle informazioni a nostra disposizione, il caso della BAE Systems, a cui si riferisce, ha a che fare con la possibile corruzione di funzionari stranieri, ma è proprio questo aspetto a non essere disciplinato; nonostante esistano norme applicabili per la corruzione nel settore privato, non esistono norme applicabili alla corruzione di funzionari, e certamente non alla corruzione di funzionari stranieri. Ciò considerato, il Consiglio non è tenuto ad agire al riguardo.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE).(DE) Vorrei chiederle, signor Ministro, se la Presidenza riterrebbe opportuno discutere con la Commissione nuove misure con cui rafforzare la lotta contro la corruzione.

Sappiamo che il livello di corruzione nei diversi paesi dell’Unione varia ampiamente, e sarebbe utile che potessimo agire insieme per abbassarlo in ognuno di loro.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) E’ evidente, onorevole Paleckis, che l’attuale Presidenza, come quelle che l’hanno preceduta, ha estremo interesse a intensificare la lotta e la campagna contro la corruzione sotto qualunque forma e in qualunque paese.

Come ho già affermato, chiaramente, nella prima parte della mia risposta, non abbiamo ancora ricevuto in forma scritta la relazione della Commissione sull’attuazione della decisione quadro. Ritengo che sarebbe ragionevole attendere la relazione e quindi esaminarla e analizzarla per verificare se, e in caso affermativo dove, vi siano provvedimenti incompiuti o occorre avviare nuove azioni, e quindi decidere. Tuttavia, trovo che la sua sia una questione importante e che sia abbastanza verosimile che individueremo tali mancanze e quindi dovremo prendere provvedimenti.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 5 dell’onorevole Glenis Willmott (H-0084/07):

Oggetto: Manifesto europeo sulla lotta contro il cancro al collo dell’utero

L’interrogante desidera richiamare l’attenzione del Consiglio sulla Settimana europea per la prevenzione del cancro al collo dell’utero tenutasi nel mese di gennaio, durante la quale è stato pubblicato un manifesto sulla lotta contro il cancro al collo dell’utero. Il manifesto contiene quattro elementi.

In primo luogo, chiede di impegnarsi per attuare in modo efficace i programmi di screening del cancro al collo dell’utero, organizzati tra la popolazione e in conformità con gli orientamenti UE per la garanzia di qualità nello screening del cancro al collo dell’utero, insieme ai programmi di formazione sanitaria organizzati a livello professionale per assicurare che tutte le donne possano avvalersi pienamente dei servizi che hanno a disposizione.

Il secondo elemento è facilitare lo scambio delle migliori prassi tra gli Stati membri, affinché le competenze eccellenti di alcuni Stati membri siano applicate in modo uniforme in tutta l’Unione europea.

Il terzo è sostenere la ricerca indipendente realizzata a livello della popolazione, al fine di individuare i mezzi più adeguati per l’applicazione delle nuove tecnologie all’interno dei programmi sanitari e quindi assicurare la maggiore riduzione possibile dell’incidenza del tumore al collo dell’utero nell’Unione europea.

Il manifesto invita infine a riconoscere e sostenere il ruolo fondamentale delle organizzazioni di beneficenza, di quelle non governative e di quelle di volontariato, nella lotta contro il cancro al collo dell’utero in Europa.

Intende la Presidenza tedesca sostenere il manifesto e, in caso affermativo, come prevede di procedere per assicurare la sua piena attuazione in tutta l’Unione europea?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Ringrazio l’onorevole deputata per aver richiamato l’attenzione su un tema così importante. Vorrei anche invitarla a far riferimento alla risposta del Consiglio all’interrogazione scritta E-2552/06 dell’onorevole Dičkutė.

Nelle sue conclusioni sulla salute delle donne del 2 giugno 2006, registrate nella Gazzetta ufficiale C 146 del 22 giugno 2006, il Consiglio ha riconosciuto che il tumore al collo dell’utero è una malattia che colpisce esclusivamente le donne, come indicato anche nel testo della dichiarazione. Il Consiglio ha sottolineato l’estrema importanza di interventi finalizzati al trattamento delle malattie delle donne, e la Commissione chiede di sostenere lo scambio di informazioni e di esperienze sulle migliori prassi nel campo della promozione e della prevenzione sanitaria attenta alla dimensione di genere.

La raccolta di dati e gli scambi di informazioni e le migliori prassi relative al tumore al collo dell’utero sono fra le misure di cui è previsto il finanziamento nell’ambito del programma di azione comunitario nel campo della sanità pubblica per il periodo 2003-2008, attualmente in fase di discussione. La Presidenza tedesca è determinata a fare da mediatore per un accordo finale tra il Consiglio e il Parlamento che garantisca l’attuazione dei programmi a partire dal 1o gennaio 2008.

 
  
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  Glenis Willmott (PSE).(EN) La ringrazio per la risposta, signor Presidente in carica.

Il Consiglio sarà a conoscenza del fatto che è attualmente disponibile un nuovo vaccino che può proteggere migliaia di donne dal tumore al collo dell’utero. In effetti, le stime indicano che con questo vaccino sarebbe possibile prevenire circa 32 000 tumori nelle donne.

Ciò considerato, il Consiglio è in grado di garantire a quest’Aula che sarà attuato un programma di vaccinazione nella più ampia misura possibile in tutti i 27 Stati membri dell’Unione, e può altresì fornire l’assicurazione che sarà attuato un programma di educazione e informazione globale per far sì che tutti i genitori siano del tutto consapevoli dei benefici derivanti da un siffatto programma?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Concordo con l’onorevole deputata: l’autorizzazione di tale vaccino per proteggere dal virus del papilloma umano rappresenta effettivamente un notevole progresso nel campo della prevenzione del tumore al collo dell’utero. Dopotutto, si sostiene che il vaccino offra protezione contro questo tipo di tumore nel 96-100 per cento dei casi. Tuttavia, tale vaccino è ancora molto nuovo, e, come ha ricordato anche l’onorevole Willmott, tutte le strategie di vaccinazione e di informazione sono ancora in una fase iniziale di sviluppo. Pertanto, al momento viene ancora dato risalto allo scambio di conoscenze e esperienze.

Nonostante ciò, siamo anche noi del parere che la protezione può essere migliorata significativamente mediante campagne di informazione e l’attuazione degli attuali orientamenti in materia di screening.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 6 dell’onorevole Bernd Posselt (H-0086/07):

Oggetto: Negoziati di adesione con la Croazia

Come valuta il Consiglio l’attuale stadio dei negoziati di adesione con la Croazia? Quali progressi sono ancora previsti per l’anno in corso come, per esempio, l’apertura e chiusura di nuovi capitoli?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Onorevole Posselt, nelle conclusioni dell’11 dicembre 2006, il Consiglio ha garantito alla Croazia il riconoscimento dei progressi realizzati dal paese, sottolineando che i negoziati di adesione sono iniziati bene e i risultati cominciano ad emergere. Nel contempo, il Consiglio ha messo in rilievo che la Croazia deve consolidare i progressi compiuti fino ad ora. I progressi realizzati dal paese candidato continuano a dettare il ritmo di avanzamento dei negoziati di adesione. Come dichiarato dalla Presidenza alla Croazia, anche nel quadro della terza riunione del Consiglio di stabilizzazione e di associazione tenutasi il 6 marzo, il governo croato dovrebbe rivolgere particolare attenzione al processo di accelerazione della riforma del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione.

In relazione agli impegni derivanti dall’accordo di stabilizzazione e associazione ancora da attuare, il Consiglio ha messo in rilievo gli aiuti di Stato e l’acquisizione di beni immobili. Il Consiglio accoglie con favore il fatto che la Croazia continui a collaborare incondizionatamente con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, e sottolinea l’importanza di continuare anche in futuro. Nel contempo, il sistema giudiziario croato necessita di migliorare la situazione per quanto riguarda i procedimenti penali e le sentenze di condanna nei confronti dei criminali di guerra. E’ necessario che la Croazia intensifichi gli sforzi nell’ambito delle relazioni di buon vicinato, impegnandosi anche nella ricerca di soluzioni per le questioni bilaterali in sospeso, in particolare le controversie sui confini.

Il Consiglio ha già completato il processo di esame analitico per 22 capitoli di negoziato. Rispetto a sette capitoli, sono stati già stabiliti parametri di riferimento che la Croazia deve rispettare quale precondizione per l’apertura dei negoziati. Alla Croazia è stato direttamente richiesto di presentare alla Conferenza sull’adesione la propria posizione negoziale per ognuno dei 15 capitoli rimanenti.

Per ciò che concerne l’apertura e la chiusura dei capitoli di negoziato nei negoziati di adesione, due capitoli – scienza e ricerca e istruzione e cultura – sono stati aperti e chiusi provvisoriamente. Altri tre capitoli sono stati aperti – politica monetaria ed economica, politica imprenditoriale e industriale, e unione doganale. Inoltre, sono state presentate le posizioni negoziali di entrambe le parti sul capitolo 7 – diritti di proprietà intellettuale – e l’apertura del relativo negoziato è prevista a breve. La Croazia ha presentato alla Conferenza la sua posizione negoziale su altri cinque capitoli.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente in carica del Consiglio, in qualità di relatore sull’adesione della Croazia del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, mi auguro che sarà possibile concludere i negoziati prima delle prossime elezioni europee al più tardi, per permettere alla Croazia di partecipare.

La mia domanda specifica è la seguente: il Presidente in carica del Consiglio ritiene che sia pensabile che circa altri otto capitoli possano essere aperti durante la Presidenza tedesca, e può davvero assicurare che con la Croazia non sia stata assunta una linea più dura rispetto ad altri paesi candidati? Il Parlamento in alcuni casi ha l’impressione che, per quanto riguarda la Croazia, sia stato fatto un tentativo per recuperare quella precisione che mancava ai precedenti allargamenti.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Onorevole Posselt, posso quantomeno assicurarle che la Croazia riceverà un trattamento assolutamente paritario. Se si riferisce alle condizioni quadro per i negoziati con la Turchia, ad esempio, ha certamente ragione nell’asserire che lo strumento per i negoziati è cambiato nel corso del tempo; e, se fa riferimento ai parametri di riferimento introdotti di recente, ad esempio, corrisponde effettivamente a verità che il quadro e gli strumenti si sono evoluti.

Tuttavia, questo non riguarda specificamente la Croazia, ma verrà certamente applicato a tutti i futuri negoziati di adesione, tra cui quelli con i paesi dei Balcani occidentali – che sperano altresì che i loro negoziati vengano aperti prima o poi. Pertanto, non è stata applicata una legge speciale per la Croazia, ma si tratta piuttosto di un’evoluzione degli strumenti per l’allargamento europeo nel suo insieme.

Riguardo alla richiesta di previsioni dell’onorevole parlamentare, devo ammettere che è difficile farne. Posso unicamente riferirle in termini generali che abbiamo avuto l’impressione che la Croazia sia, complessivamente, un partner negoziale estremamente coscienzioso e molto impegnato, e che, a prescindere da altre considerazioni che riguardano il quadro politico o temporale, ci impegniamo a compiere rapidi progressi nei negoziati.

Ho chiaramente ricordato la situazione dei negoziati, che è eccellente. Se pensate che la Croazia ha presentato domanda di adesione nel 2003, ottenuto lo status di paese candidato nel 2004, e avviato i negoziati lo scorso ottobre, si tratta di un progresso straordinariamente rapido – anche se paragonato agli ultimi processi negoziali con i 12 paesi che sono entrati a far parte dell’Unione. Presumiamo che entrambe le parti siano interessate a proseguire in tale rapido progresso.

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Il Presidente in carica del Consiglio ha citato anche la Turchia – ha addirittura fatto un confronto diretto. In questo caso, alcuni capitoli di negoziato sono stati sospesi, oppure è stato deciso di non riaprirli più. Il Consiglio ritiene che il processo di negoziato stia davvero avanzando secondo ritmi diversi, oppure questa è fondamentalmente solo una misura formale i cui effetti saranno percepiti in qualche fase del processo?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Onorevole Rack, come lei sa, la sospensione dei negoziati su alcuni capitoli si è svolta in un determinato contesto. E’ compito della Repubblica di Turchia risolvere tale problema, in modo da poter tornare a un ritmo normale.

Certamente una cosa corrisponde al vero: l’intera strategia negoziale con la Turchia è regolata da norme ancora diverse rispetto a quelle finora previste per altri negoziati – compresi quelli che vengono attualmente condotti in parallelo – nel senso che occorre prendere una decisione di comune accordo ogniqualvolta viene aperto o chiuso un capitolo. La decisione dell’ottobre 2005 consente a tutti gli Stati membri di svolgere essi stessi un ruolo particolarmente forte, anche di controllo, nei negoziati – e all’inizio ciò era effettivamente la base per il consenso sull’apertura dei negoziati. Anche la Turchia lo comprende, e ha approvato tale approccio e tale procedura.

Pertanto, non mi è possibile affermare che la Turchia sta ricevendo un trattamento non paritario; si tratta piuttosto di un caso in cui non sarebbe stato possibile raggiungere altrimenti un consenso. Entrambe le parti hanno approvato tale opinione generale.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE).(DE) Siamo consapevoli che cooperazione regionale e rapporti di buon vicinato sono parte della politica europea. Il Presidente in carica del Consiglio ha ricordato che esistono diversi problemi riguardo alle relazioni tra Croazia e altri paesi, ad esempio controversie sui confini. Come il Presidente ha rilevato, chi è il principale responsabile del fatto che gli accordi sui confini devono ancora essere firmati, la Croazia o i paesi confinanti?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Preferirei evitare la ripartizione delle colpe, onorevole Paleckis. Questa è stata la nostra politica per tutti gli altri processi di adesione. Abbiamo sempre ribadito l’esistenza di un criterio di Copenaghen che stabilisce che occorre organizzare relazioni di buon vicinato. Un requisito essenziale affinché questo avvenga è la risoluzione di tutti i problemi con un paese confinante. Fino a quando un paese non richiede il nostro intervento in qualche maniera, presumiamo che stia cercando di risolvere i problemi autonomamente, poiché questa è una precondizione per il processo di allargamento e per lo stesso processo di adesione. A questo punto, non dovremmo attuare nei confronti della Croazia una politica diversa rispetto a quella attuata in passato riguardo agli altri 12 paesi, che hanno risolto sotto la loro responsabilità i problemi di vicinato e di confine. Questo vale anche per gli Stati baltici, anche se al momento ci sono purtroppo ulteriori questioni da risolvere. Si tratta di una buona prassi, comunque, e non dovrebbe essere abbandonata.

 
  
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  Presidente. – Poiché vertono sullo stesso argomento, annuncio congiuntamente l’

interrogazione n. 7 dell’onorevole Sajjad Karim (H-0089/07):

Oggetto: Zimbabwe

Le attuali sanzioni applicate dall’UE nei confronti del regime di Robert Mugabe terminano il 20 febbraio 2007.

Dopo l’“Operazione Murambatsvina”, consistente nello sgombero forzato di centinaia di migliaia di persone dai loro insediamenti di fortuna in tutto il paese nel 2005, il governo dello Zimbabwe ha ostacolato in più occasioni gli sforzi delle Nazioni Unite a creare ricoveri di emergenza, costringendo ripetutamente alcuni fra gli abitanti più vulnerabili a lasciare le proprie case.

Tenendo conto di questa situazione e della dettagliata documentazione che dimostra molteplici violazioni dei diritti umani nei confronti di coloro che si oppongono al regime di Mugabe, è il Consiglio in grado di assicurare che il rifiuto dell’UE di accettare simili violazioni verrà dimostrato attraverso un rinnovo delle sanzioni?

e l’interrogazione n. 8 dell’onorevole Eoin Ryan (H-0169/07):

Oggetto: Relazioni UE – Zimbabwe

Può il Consiglio far sapere quali misure intende adottare contro il governo dello Zimbabwe alla luce delle flagranti violazioni dei diritti umani nel paese? E’ consapevole che lo Zimbabwe è sull’orlo della carestia e che il governo sudafricano sostiene da anni tale paese a livello sia politico che economico?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Signor Presidente, la ringrazio di avermi dato l’opportunità di rispondere contemporaneamente a queste interrogazioni, poiché presentano lo stesso tema.

Rispondo quanto segue: il Consiglio è in grado di confermare che le misure restrittive nei confronti del governo dello Zimbabwe continueranno a essere applicate nella forma attuale. Il 19 febbraio 2007 sono state estese per un altro anno. Il Consiglio ha controllato da vicino la situazione dello Zimbabwe nel corso dell’ultimo anno, ma non è stato in grado di rilevare alcun miglioramento circa i criteri stabiliti quale precondizione per la ripresa del dialogo.

Il Consiglio segue con molta attenzione la situazione umanitaria e sociale nello Zimbabwe. Gli aiuti umanitari, tra cui gli aiuti alimentari, vengono forniti ove necessario. Il Consiglio rivolge particolare attenzione alla situazione dei diritti umani nel paese. Nel settembre 2006, in seguito a violenti attacchi nei confronti di sindacalisti durante una manifestazione, è stata pubblicata una dichiarazione che invita il governo dello Zimbabwe a “porre fine all’intimidazione e all’aggressione e a rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali dei cittadini”. A tale proposito, l’UE ha fatto esplicito riferimento alla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, firmata anche dallo Zimbabwe.

La Presidenza ha reagito immediatamente con una dichiarazione alla violenta repressione di un raduno pacifista, promosso dalla Chiesa ad Harare l’11 marzo 2007, durante il quale uno dei partecipanti è stato assassinato, molti sono stati feriti e molti arrestati. Ha espresso la sua preoccupazione circa la criminalizzazione di questo raduno pacifico da parte delle autorità del paese, e ha esortato a procedere all’immediata liberazione delle persone arrestate e a concedere loro accesso all’assistenza legale e alle cure mediche.

Non c’è alcun dubbio che la crisi nello Zimbabwe ha da anni un influsso sociale ed economico negativo sull’intera regione. Per quanto riguarda il ruolo del Sudafrica, il Consiglio ritiene che tale paese sta controllando con grande attenzione gli sviluppi politici, economici e sociali nello Zimbabwe e sta operando per risolvere i problemi con i mezzi a sua disposizione.

 
  
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  Fiona Hall (ALDE), in sostituzione dell’autore. (EN) Signor Presidente, accogliamo con particolare favore l’estensione delle restrizioni nello Zimbabwe, tuttavia, considerata la serie di violazioni dei diritti umani, tra cui i recenti maltrattamenti subiti da Morgan Tsvangirai e i suoi colleghi, e considerata la possibilità che l’attuale regime possa restare al potere anche dopo le elezioni che si terranno a fine mese, come intende affrontare il Consiglio l’insistenza dell’Unione africana a far partecipare tutti i suoi Stati membri al Vertice Unione europea-Africa, programmato per dicembre a Lisbona?

 
  
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  Brian Crowley (UEN), in sostituzione dell’autore. – (EN) La ringrazio per la risposta, signor Presidente in carica.

In seguito all’arresto di Morgan Tsvangirai avvenuto domenica scorsa, si è dovuto aspettare fino a martedì, ieri, prima che fosse chiamato in giudizio e gli fosse concesso l’accesso alle cure mediche.

Siamo tutti a conoscenza delle violazioni dei diritti umani che hanno avuto luogo, e che sono state ben catalogate nei mesi scorsi, ma ci sono anche gli effetti sulla popolazione umana: 3, 5 milioni di rifugiati hanno lasciato il paese. Inoltre, il prezzo di un filone di pane sabato scorso era di 3 000 dollari dello Zimbabwe e oggi è di 9 000. La disoccupazione è pari all’80 per cento. Non è forse il momento che i paesi vicini, come il Sudafrica, adottino una posizione ferma nei confronti dello Zimbabwe e del regime corrotto di Robert Mugabe?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Vi ringrazio per le vostre domande complementari. Dal momento che si tratta di un tema di grande attualità, dovrei forse iniziare con quanto è accaduto al capo dell’opposizione Morgan Tsvangirai. Secondo le informazioni più aggiornate, le 14 persone che sono state arrestate, ma non ferite, e che, come richiesto, sono comparse davanti al giudice, sono state in seguito rilasciate, poiché il tribunale ha evidentemente riconosciuto che non fosse il caso di procedere ulteriormente contro di loro.

Tuttavia, Morgan Tsvangirai, che è stato con ogni evidenza gravemente ferito, non è stato ancora rilasciato. Secondo le ultime informazioni, ha subito fratture al cranio, ha perso una ingente quantità di sangue, ed è attualmente in terapia intensiva. Altre undici persone sono state ferite durante l’arresto, e sono per questa ragione impossibilitate a comparire dinanzi al giudice per quella che, per usare una moderna terminologia per descriverla, si potrebbe definire un’udienza cautelare. Ad oggi non è ancora chiaro cosa ne è stato di loro. Stiamo agendo sul presupposto che, alla stregua degli altri feriti, siano stati liberati.

Colgo l’occasione per ribadire che la Presidenza del Consiglio ha espresso grande preoccupazione circa i maltrattamenti e le gravi ferite subiti dai capi dell’opposizione nei seguenti termini: “La Presidenza sottolinea ancora una volta la responsabilità del governo dello Zimbabwe per la sicurezza e l’incolumità fisica delle persone arrestate, e continuerà a osservare con attenzione quanto accade nello Zimbabwe”. Siamo quindi determinati a mantenere un vivo interesse per la zona, considerati tali drammatici sviluppi.

A tale riguardo, voglio affrontare altre due questioni; in primo luogo l’atteggiamento degli altri Stati africani, dove, chiaramente, i cittadini sono a conoscenza del carattere del regime di Mugabe, e sono assolutamente consapevoli che questa drammatica successione di eventi nello Zimbabwe – con l’80 per cento di disoccupazione e un livello di inflazione che ha superato il 5 000 per cento – si ripercuoterà pericolosamente sull’intera regione.

Tuttavia, è proprio a causa di questi minacciosi sviluppi che paesi diversi rispondono in modo diverso. La reazione della comunità degli Stati africani non è uniforme; ad esempio, il Sudafrica, che subisce certamente gli effetti degli avvenimenti, confida nella diplomazia tranquilla, che intende utilizzare quale strumento per impedire la rottura tra il paese e uno Stato vicino, estremamente importante. Questo atteggiamento si fonda, senza alcun dubbio, su interessi di tipo economico.

Si rileva altresì un processo di reciprocità, nel senso che maggiori sono le pressioni internazionali e più forte si fa sentire la condanna nei confronti del regime di Mugabe nello Zimbabwe, più i paesi africani diventano cauti e più mettono in pratica quella che potrebbero definire solidarietà africana. Dobbiamo semplicemente ricordarcene e affrontare la questione in maniera intelligente, e ciò mi conduce all’altra domanda complementare, che riguarda i preparativi per il vertice Unione europea-Africa in programma a Lisbona per dicembre.

Attualmente, diamo la priorità alla preparazione del contenuto di questo importante Vertice, che consideriamo, in effetti, il compito più importante della nostra Presidenza. Ci sono, senza dubbio, ancora diverse questioni africane problematiche che richiedono certamente la nostra attenzione nel corso dell’anno, e per questa ragione riteniamo di dover impegnarci molto, nei primi sei mesi dell’anno, per preparare il terreno per il vertice con l’Africa.

La decisione riguardo a chi deve essere invitato a partecipare al vertice sarà presa più tardi nel corso dell’anno, ed è per questo motivo che dedicheremo particolare attenzione a quanto sta attualmente avvenendo nello Zimbabwe; tuttavia non è ancora stata presa alcuna decisione circa i partecipanti, e pertanto non sono in grado di rispondere a questa domanda al momento.

 
  
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  Jim Allister (NI).(EN) Signor Ministro, credo che noi tutti accogliamo con favore il rinnovo delle sanzioni nei confronti dello Zimbabwe, ma è evidente che è necessario fare molto di più, anche in considerazione delle ingiustificate violazioni dei diritti umani manifestate dalle azioni perpetrate contro l’opposizione la scorsa settimana. In particolare, il Consiglio cercherà di esercitare la massima pressione possibile nei confronti dei paesi confinanti con lo Zimbabwe? Non rappresentano l’elemento chiave della questione? Lei parla in maniera eufemistica della richiesta di diplomazia silenziosa del Sudafrica, ma non è forse vero che il Sudafrica sostiene questo regime da anni, e che la vostra risposta a tale paese è stata fin troppo timida e che è necessario esercitare un’effettiva pressione in quella zona?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Ho appena affrontato la questione in maniera dettagliata, anche se in una forma piuttosto descrittiva, spiegando quali sono gli atteggiamenti dei paesi africani, in particolare nell’ambito della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC), che ha competenza nella regione. Stiamo portando avanti un dialogo con i paesi della SADC in materia, e dovremo continuare a farlo. Tuttavia, la nostra esperienza ci insegna che aumentare semplicemente le pressioni non serve a migliorare la maniera in cui i paesi dell’Africa agiscono nei confronti dello Zimbabwe, ma provoca un effetto quasi contrario, suscitando un’istintiva solidarietà africana.

Non abbiamo ancora trovato una maniera per affrontare la questione, ma continueremo certamente il nostro intenso dialogo con i paesi della SADC – tra cui il Sudafrica, ovviamente – e non sappiamo finora quale sarà la reazione ai recenti avvenimenti, tenendo anche conto che Robert Mugabe ha annunciato che ora potrebbe ricandidarsi. Ad oggi non è stata ancora fornita alcuna disponibilità dall’Africa, ma le risposte saranno di fondamentale importanza per decidere su come reagire.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 9 dell’onorevole Dimitrios Papadimoulis (H-0090/07):

Oggetto: Articolo 301 del Codice penale turco

Durante il corteo funebre che ha preceduto la celebrazione del funerale dello scrittore armeno Hrant Dink a Istanbul, il 23 gennaio 2007, le migliaia di dimostranti che accompagnavano il feretro hanno invocato l’abolizione dell’articolo 301 del Codice penale turco riguardante “il vilipendio della identità turca”. Tale articolo resta comunque immutato malgrado tutte le pressioni finora esercitate.

A parte ogni altra considerazione, giudica ammissibile il Consiglio che chi è sotto processo per violazione dell’articolo in questione diventi bersaglio, come ha mostrato il recente assassinio di Hrant Dink? Quali immediate misure intende prendere affinché sia modificato l’articolo 301 del Codice penale turco?

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) L’Unione europea ha reagito immediatamente alla funesta notizia dell’assassinio di Hrant Dink. Nella sua dichiarazione la Presidenza ha espresso la convinzione che le autorità turche identificheranno il più presto possibile i responsabili di questa esecrabile uccisione e li arresteranno, e che la Turchia proseguirà fermamente sulla via della piena realizzazione della libertà di espressione.

Come l’interrogante senza dubbio saprà, il Consiglio ha ripetutamente sottolineato l’importanza che attribuisce alla questione della libertà di espressione. Occorre mantenere costanti gli sforzi per garantire la libertà di espressione in Turchia in conformità della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della giurisprudenza in materia della Corte europea dei diritti dell’uomo.

La questione specifica dell’articolo 301 del Codice penale turco e di altri articoli aventi formulazione vaga è stata sollevata sistematicamente dall’UE a tutti i livelli nel quadro del processo di riforma in corso in Turchia.

Nel corso dell’ultima riunione del Consiglio di associazione UE-Turchia, l’Unione ha chiarito che, se i giudici e i pubblici ministeri insistono a dare un’interpretazione restrittiva di tali disposizioni, la Turchia deve modificare gli articoli formulati in maniera vaga adeguandoli alle norme vigenti a livello comunitario. Ci aspettiamo che la tragica uccisione di Hrant Dink segni una svolta e conduca a modifiche sostanziali del Codice penale turco.

L’onorevole deputato può inoltre stare certo che l’Unione continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi in tale ambito e, se necessario, solleverà la questione a tutti i livelli. I progressi in questo settore chiave rivestono la massima importanza per l’andamento generale dei negoziati sull’adesione.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL), in sostituzione dell’autore. – (EL) Signor Presidente, desidero informarla che solo ieri la pubblica accusa ha avviato un procedimento per denigrazione dell’identità turca nei confronti di Attila Yayla, un professore di scienze politiche, sospeso dall’Università di Gazi ad Ankara per aver definito il kemalismo un’ideologia retrograda. L’accusa prende evidentemente di mira gli imputati. Nel caso di Dink, il fatto che fosse stato assolto dal tribunale non ha impedito ad alcuni fanatici di assassinarlo. Di conseguenza, il Consiglio non può attendere la sentenza del tribunale per richiedere la modifica del Codice penale turco.

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Onorevole Triantaphyllides, lei comprenderà che non posso scendere nel dettaglio ora in questa sede riguardo a qualcosa che è successo ieri, anche se quello che lei dice conferma purtroppo che perdura la necessità cui accennavo. E’ evidentemente necessario condurre un dialogo a tutti i livelli, e ho spiegato che lo stiamo facendo, ma occorre anche fare pressioni affinché la Turchia adegui le sue norme e leggi a quelle europee.

Si tratta di un aspetto decisivo per le probabilità di successo dei negoziati di adesione. Al momento è la leva più forte di cui dispone il Consiglio, e intendiamo utilizzarla.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione la risposta fornita dal Presidente in carica del Consiglio all’onorevole Papadimoulis. Temo che l’attenzione dell’Assemblea rimanga circoscritta al tragico caso dell’omicidio di Hrant Dink. Ritengo, invece, che l’Unione europea e gli Stati membri debbano prendere atto congiuntamente – e a questo proposito la Presidenza tedesca deve fare la sua parte – delle pericolose proporzioni che sta assumendo in Turchia il dilagare del clima nazionalista.

A cominciare dalla regione di Trapezounta, infatti, si sta sviluppando oggi un esteso clima nazionalista che riguarda trasversalmente tutti i partiti politici e costituisce una minaccia non solo per la vita di intellettuali, giornalisti o letterati, ma anche per i delicati equilibri democratici interni nonché, ovviamente, per il cammino di avvicinamento della Turchia all’Unione europea.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Gernot Erler, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Onorevole Panagiotis, quello che lei dice non fa che confermare il problema dell’imprecisione della legislazione turca. Ciò riguarda non solo l’articolo 301 del Codice penale turco, ma anche le leggi antiterrorismo. La formulazione poco chiara è un problema non solo giuridico, ma anche politico, perché a seconda degli umori prevalenti e del momento politico è possibile utilizzare le norme in maniera del tutto diversa. Pertanto, nei contatti con la controparte turca, insistiamo che si apportino cambiamenti proprio su questi punti, per introdurre una minima certezza del diritto ed evitare che determinati stimoli o tendenze nella politica turca provochino cambiamenti nella situazione giuridica dei cittadini. Questo è il nostro principale obiettivo. L’onorevole deputato può stare certo che continueremo a lavorare con molto impegno per arrivare a questo traguardo.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni che, per mancanza di tempo, non hanno ricevuto risposta, la riceveranno per iscritto (vedasi allegato).

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 19.05, riprende alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. LUIGI COCILOVO
Vicepresidente

 
  

(1)GU L 192 del 31.7.2003, pag. 54.


13. Nomine nelle delegazioni interparlamentari (proposta della Conferenza dei presidenti): vedasi processo verbale

14. Epatite C (dichiarazione scritta): vedasi processo verbale

15. Riforma degli strumenti di politica commerciale dell’UE (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca l’interrogazione orale dell’on. Enrique Barón Crespo, a nome della commissione per il commercio internazionale, alla Commissione, sul Libro verde della Commissione e la consultazione pubblica riguardante una possibile riforma degli strumenti di politica commerciale dell’UE (O-0002/2007 – B6-0009/2007).

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó (ALDE), in sostituzione dell’autore. – (EN) Signor Presidente, abbiamo chiesto questo dibattito per esaminare gli antecedenti e lo scopo del Libro verde adottato dalla Commissione il 6 dicembre 2006.

Con il Libro verde, la Commissione si propone di incentivare un dibattito sull’utilizzo degli strumenti di difesa commerciale in Europa: misure antisovvenzioni, antidumping e di salvaguardia. Reputo pregevole tale iniziativa, e sono convinto del valore di questo dibattito. Dobbiamo discutere più spesso di politica commerciale e delle scelte fatte dalla Commissione europea e dal Consiglio, e dobbiamo assicurarci che le decisioni vengano debitamente dibattute dinanzi al Parlamento. Dobbiamo accordare maggiori poteri alla nostra Assemblea e sottoporre più frequentemente all’esame democratico la politica commerciale.

Stiamo attraversando un periodo da molti considerato in un certo senso critico. Viviamo in un’epoca in cui gli europei si stanno chiedendo: cosa rappresenta l’Europa e comunque perché ci serve un’entità così complessa come l’Unione europea? Quando vengono sollevate simili questioni legittime, i fattori vitali da considerare sono la rilevanza del ruolo di un’UE unita nel mondo globalizzato e l’importanza di parlare a una sola voce per esprimere e difendere gli interessi di 500 milioni di cittadini nei negoziati con gli altri partner commerciali del mercato mondiale.

Il commercio mondiale e le sue ripercussioni sulle vite dei nostri cittadini e sul futuro delle nostre aziende, che siano grandi, medie o piccole, occupano un posto centrale nelle perplessità suscitate in molti da quella che chiamiamo solitamente “globalizzazione”. Mentre molti di noi ritengono che talune di queste critiche siano soltanto dettate da uno spirito demagogico di bassa lega, dobbiamo capire tali ansie e opporci al determinismo puro nello sviluppo di questo nuovo mondo, nel modo di condurre il commercio e nella maniera in cui vengono ripartite ricchezza e povertà.

Agli europei che perdono il posto di lavoro quando un’impresa decide improvvisamente di trasferirsi a est alla ricerca di maggiori profitti non si può semplicemente raccontare che i tempi sono cambiati e che non possono opporsi al progresso. Vogliono sapere cosa sta succedendo e devono far sentire la propria voce ai responsabili ultimi delle decisioni.

Non dobbiamo dimenticare che esiste più di una ricetta per la crescita economica e lo sviluppo commerciale. E’ una questione di scelte politiche se il futuro dell’Europa apparterrà solamente ai colossi della grande distribuzione e agli importatori o se potremo mantenere in vita un modello compatibile con le nostre preoccupazioni sociali e ambientali più pressanti.

La nostra fiducia incrollabile nel libero scambio è perfettamente compatibile con la necessità di pretendere condizioni di parità. Anche i paesi più pacifici del mondo – Europa compresa – sanno che un impegno incondizionato nei confronti della pace non significa necessariamente l’abolizione dell’esercito e la soppressione di tutti i sistemi di difesa.

Di conseguenza, siamo favorevoli ai vantaggi enormi garantiti dal libero scambio nel nostro mondo aperto e siamo altresì favorevoli all’attuazione equa delle norme su cui si basa tale commercio globale.

Accogliamo con favore il Libro verde, che ha il merito di aver suscitato un dibattito sul tema. Il testo e gli interrogativi che solleva presuppongono già un intervento per modificare il sistema attuale di difesa del commercio comunitario.

Potrebbe essere vero. Il caso recente delle calzature ha dimostrato quanto sia reale il rischio di situazioni di stallo, che evidentemente non portano vantaggi a nessuno. Nessuno qui vuole difendere ciecamente la produzione europea inefficiente né un approccio protezionista a una questione molto delicata. La riforma della protezione del commercio può essere presa in considerazione solo se rende il sistema più efficace e trasparente.

Il Libro verde può essere un buon punto di partenza se vengono prese debitamente in considerazione tutte le opinioni delle parti interessate e se la Commissione e il Consiglio non si barricano dietro a posizioni ideologiche precostituite. Anche il processo decisionale può essere migliorato e dobbiamo accertarci che gli Stati membri prendano le decisioni sulla base di ricerche fondate condotte da organi comunitari indipendenti invece che dare la precedenza agli interessi nazionali o, se preferite, agli egoismi nazionali.

E’ pertanto importante migliorare e rafforzare gli strumenti di difesa commerciale invece che indebolirli. D’altro canto, è possibile adottare un approccio nuovo a minacce meno tradizionali che incombono su un commercio mondiale libero ed equilibrato. Anche pratiche quali il cosiddetto dumping sociale o ambientale devono essere affrontate e, laddove necessario, devono essere presi seriamente in considerazione nuovi mezzi per combatterle, nell’interesse comunitario.

Quelle che seguono sono le domande a cui vorrei che il Commissario Mandelson fornisse una risposta. In primo luogo, sono ricominciati i negoziati di Doha e mi auguro sinceramente che producano un risultato soddisfacente. In tal senso, non sarebbe meglio aspettare la conclusione dei negoziati multilaterali prima di iniziare tale esercizio, che potrebbe indebolire la nostra posizione a Ginevra?

Secondo punto: il Commissario Mandelson potrebbe spiegare perché i suoi servizi stanno già applicando svariate innovazioni discutibili menzionate nel Libro verde, addirittura prima che si sia conclusa la consultazione pubblica e senza che l’argomento sia stato dibattuto in sede di Consiglio o dinanzi all’Assemblea?

In terzo luogo, visto che il nuovo sistema di difesa commerciale proposto dalla Commissione assegna un ruolo a tutte le parti interessate possibili, comprese quelle non direttamente coinvolte nella produzione dei beni che rientrano nell’ambito dello studio, non ritiene che sia giunto il momento di consentire ai sindacati di presentare un reclamo, come previsto dall’accordo antidumping dell’OMC?

Concludo chiedendo formalmente al Commissario Mandelson di garantire al Parlamento europeo che lo terrà al corrente in tutte le fasi della procedura e che i pareri espressi dagli eurodeputati verranno presi pienamente in considerazione al momento di discutere questa delicatissima questione.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, in tutti i parlamenti di cui sono stato Presidente in carica non mi è mai stato chiesto di rispondere a una domanda o discorso di apertura da me condiviso più dell’intervento che ho appena ascoltato. Nella descrizione dello spirito, dello scopo e del contesto di tale esercizio, devo ammettere che l’onorevole deputato ha colto in ogni aspetto ciò che stiamo facendo, in maniera accurata e precisa.

L’unico punto sul quale ammetto di essere lievemente in disaccordo è quando egli mi chiede il motivo per cui i nostri servizi – la DG Commercio – stanno applicando le nuove norme prima della conclusione della revisione. Non ho assolutamente idea delle questioni o degli esempi a cui fa riferimento, e mi piacerebbe saperlo visto che non ne ho presente nessuno.

Il 29 maggio dello scorso anno ho informato il Parlamento europeo della necessità di rivedere i nostri strumenti di difesa commerciale. Sono lieto di essere qui e di potervi aggiornare sul processo. Siamo alle battute finali della consultazione avviata in dicembre. Tale consultazione chiedeva l’opinione dei paesi membri, delle imprese, delle ONG, di singoli cittadini e, ovviamente, del Parlamento europeo. La consultazione non ha mai messo in dubbio, neanche lontanamente, l’importanza degli strumenti di difesa commerciale (TDI). I TDI sono necessari per combattere le pratiche commerciali sleali in un’economia internazionale che non dispone di un equivalente internazionale delle norme sulla concorrenza che noi diamo per scontate nelle nostre economie nazionali. I TDI, a mio avviso, sono l’altra faccia di un’economia aperta. Sono la garanzia che gli altri non abuseranno di tale apertura commerciando in maniera iniqua. Il Libro verde ci chiede se sia possibile utilizzare meglio i TDI, se i nostri strumenti si siano adeguati a un’economia globale in via di cambiamento, e se le nostre norme possano essere più chiare e funzionare in maniera più trasparente.

La giustificazione di un esercizio del genere è piuttosto ovvia, secondo me. L’ultima revisione dei nostri strumenti di difesa commerciale risale al 1996, e sono cambiate molte cose nel modo in cui operano le aziende comunitarie e per quanto riguarda il ruolo delle catene di approvvigionamento globali nella nostra economia. Molte più imprese comunitarie ora producono le loro merci interamente o in parte al di fuori dei confini dell’Unione, per poi importarle nell’UE. Tali cambiamenti mettono in discussione l’idea tradizionale di ciò che costituisce la produzione e gli interessi economici comunitari. Rendono più difficile una definizione degli interessi dei lavoratori europei, in quanto i casi sono più complessi. Poiché in generale su tali interessi si fonda la difesa commerciale, è un ottimo motivo per valutare come operiamo e come funzionano tali norme.

Il Libro verde ha tuttavia avviato una consultazione; non contiene raccomandazioni di riforme né è questo il suo scopo. Solleva una serie di interrogativi. Ho sottolineato ripetutamente che si tratta di un processo aperto e che non ho idee preconcette. Mi è stato chiesto di chiarire le intenzioni che si celano dietro le sei categorie di questioni di cui si occupa il documento di consultazione. Servono semplicemente a inserire in un contesto le diverse questioni. Alcune sono correlate all’impatto della globalizzazione sul nostro sistema di difesa commerciale. Altre, soprattutto quelle relative alla trasparenza, sono state sollevate dalle parti interessate e dagli esperti con i quali ho avuto colloqui informali nel luglio dello scorso anno.

Non vi sono pertanto ulteriori motivazioni a parte il desiderio di intraprendere un dibattito intelligente e di ricostruire il consenso e la solidarietà che hanno sempre sostenuto i TDI e che recentemente sono stati messi a dura prova. Condivido appieno l’osservazione iniziale dell’onorevole deputato: dobbiamo sostituire l’egoismo nazionale con la solidarietà europea, ed è quello che spero di conseguire con il processo della revisione.

Non mi presento oggi da voi con proposte sostanziali, perché non è mio compito nello stato attuale delle cose. In questo momento siamo in fase di ascolto. La portata di ogni cambiamento proposto dipenderà da quello che ci verrà detto. Qualcuno ha chiesto in che modo la revisione in questione si inserisca nei nostri tentativi di riformare le norme antidumping nell’OMC. L’onorevole deputato ha ribadito tale domanda, che effettivamente è molto pertinente. E’ essenziale servirsi dell’OMC per assicurarci che gli altri siano conformi al tipo di standard che noi applichiamo a noi stessi. Nei negoziati DDA lo stiamo già facendo e continueremo a farlo.

Tuttavia, la legislazione comunitaria sui TDI si spinge oltre i requisiti dell’OMC sotto molti punti di vista. Gli esempi più ovvi sono la norma del dazio inferiore obbligatorio e il test sull’interesse comunitario, da noi applicati in tutti gli studi. Si tratta di norme da noi introdotte per far funzionare meglio il sistema nell’interesse comunitario più ampio. Ovviamente ci adopereremo per indurre altri ad adottare norme simili, ma la riforma a livello internazionale è difficile e alcuni nostri partner chiave sono francamente molto ostinati. Finché le nostre modifiche non ci porranno in una posizione di svantaggio competitivo e finché rifletteranno gli interessi economici comunitari, perché non dovremmo portare avanti le riforme?

Quest’ultimo punto si riferisce alla domanda sulla posizione generale dell’UE circa l’antidumping. Siamo protezionisti o seguiamo una politica di “risposta e difesa”? A mio parere, il protezionismo è una difesa dell’industria nazionale dalla concorrenza estera, dalla concorrenza leale – una concorrenza spietata, certo, ma cionondimeno equa. Non è questa l’intenzione della politica comunitaria sui TDI e io continuerò a vigilare in tal senso. I nostri strumenti di difesa commerciale non dovranno diventare misure di tutela dell’industria comunitaria dalla concorrenza leale e legittima. Un protezionista non riconosce la differenza tra concorrenza dura e concorrenza sleale. Noi sì, e anche il nostro sistema: è la differenza che intercorre tra protezione e protezionismo.

Il processo comunitario è alimentato dai reclami. Interveniamo solamente quando l’industria comunitaria fornisce prove sufficienti della minaccia di commercio sleale, ma difendiamo la produzione europea soltanto dagli scambi sleali, e la legge ci impone di garantire che tutte le misure di difesa commerciale siano veramente nell’interesse economico europeo generale. Siamo prudenti e moderati e, soprattutto, siamo obiettivi e imparziali. Molte domande sono andate al cuore della questione che consiste nel garantire che i TDI siano efficaci e utili per l’agenda europea della crescita e della competitività.

Come sapete, la revisione fa parte della politica quadro globale dell’Europa da me avviata lo scorso anno, espressamente tesa a mettere la politica commerciale comunitaria al servizio della strategia della crescita e dell’occupazione. Inoltre, ritengo che i TDI possano e debbano essere parte di una strategia più ampia volta a garantire che le società comunitarie competano in condizioni di parità a livello internazionale. Spetta alle parti interessate indicare se il sistema sta funzionando in tal senso, ed è questo lo scopo della revisione.

La domanda sull’efficacia delle nostre misure è pertinente. C’è sempre la possibilità di rivedere le misure di difesa commerciale, e tali provvedimenti non possono essere prorogati senza le prove concrete del loro funzionamento adeguato. La Commissione svolge inoltre analisi interne per assicurare l’efficacia del proprio operato. La DG Commercio ha recentemente iniziato ad analizzare l’impatto delle misure di difesa commerciale su determinate aziende e settori. Un sistema di TDI credibile deve basarsi su analisi del genere.

Mi è stata rivolta una domanda sul fatto di rendere pubbliche le informazioni e sui risultati della consultazione. Come saprete, la Commissione dispone di norme molto chiare sulla trasparenza del processo decisionale. Alcuni di voi avranno presenziato al seminario sul Libro verde svoltosi ieri a Bruxelles, un evento aperto al pubblico e riportato sul sito Internet. A meno che non venga chiesto l’anonimato, pubblichiamo tutte le risposte al Libro verde sul sito della DG Commercio. L’intero processo si è svolto all’insegna della trasparenza.

Infine, sulla cooperazione e il dialogo con il Parlamento: sapete che mi sono presentato dinanzi alla vostra Assemblea in occasione di tutte le questioni importanti di politica commerciale, e continuerò a farlo. Il Parlamento ha un ruolo molto importante da svolgere nel processo di riflessione sui TDI. La vostra relazione sarà cruciale per il processo di revisione in corso, e studierò con attenzione le raccomandazioni in essa contenute.

Vi ringrazio per aver ascoltato nuovamente le mie parole e spero di poter tornare presto a trattare con voi tutte le eventuali questioni di politica commerciale sulle quali sono lieto di rendere conto alla vostra Assemblea.

 
  
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  Christofer Fjellner, a nome del gruppo PPE-DE.(SV) Signor Presidente, signor Commissario Mandelson, la denominazione “strumenti di difesa commerciale” è piuttosto eloquente: uno strumento per difenderci dal commercio. Tuttavia, proteggerci dal commercio sarebbe contemporaneamente costoso e sciocco, e pertanto ben pochi economisti sostengono abitualmente il ricorso a tale strumento. Io stesso, in più di un’occasione, ho parlato dinanzi all’Assemblea di come i consumatori siano costretti a pagare prezzi esorbitanti per un interesse del produttore limitato, ad esempio. Il fatto è che anche in futuro saremo comunque obbligati ad avere una forma di strumento di difesa commerciale. Finché non avremo a disposizione una legislazione comune sulla concorrenza valevole in tutto il mondo, tutti i paesi sentiranno presumibilmente la necessità di proteggersi da quello che percepiscono come commercio sleale. Ritengo pertanto che occorra progettare tale strumento adesso, perché sia legittimo e considerato tale da tutti – produttori, importatori, consumatori e paesi membri.

Dobbiamo chiamarci fuori dai conflitti prevedibili che oppongono il nord al sud e i produttori agli importatori e consumatori, in quanto i contrasti stessi compromettono la fiducia nello strumento e, nel lungo periodo, nella politica commerciale comunitaria. Se vogliamo creare un consenso su tali strumenti di difesa commerciale, dobbiamo fare di più per emulare la legislazione sulla concorrenza. Ovunque sento risuonare nuove pretese, ad esempio, più trasparenza, più prevedibilità e, soprattutto, meno trattative politiche con reciproche concessioni sulla questione. Posso capirle, infatti è francamente assurdo che agli Stati membri vengano concessi soltanto pochi giorni per valutare migliaia di pagine prima di prendere le decisioni sui dazi antidumping. Altrettanto ridicolo è il fatto che a Bruxelles vi sia un esercito di consulenti che va a caccia di indiscrezioni sulle proposte della Commissione in merito alle nuove misure di difesa, così come il mercanteggiamento politico in base al quale i dazi sulle calzature potrebbero essere scambiati con esenzioni dalla direttiva sull’orario di lavoro – esenzioni che, a loro volta, possono essere sostituite da dazi sul salmone norvegese. Da tutto ciò si desume la necessità di una revisione radicale.

Come se non bastasse, il mondo è cambiato. Via via che i dazi mondiali diventano obbligatori e sempre più bassi, sempre più partner commerciali ricorrono a strumenti per prevenire l’importazione di merci nel modo tradizionale, e visto che l’Europa è l’operatore maggiore del mercato mondiale, dobbiamo mostrare la nostra leadership. Vorrei pertanto concludere chiedendovi come possiamo assicurarci che tale riforma non rischi effettivamente di diventare quello che Frédéric Bastiat, ad esempio, definirebbe il gesto di tagliarci il naso per far dispetto alla nostra faccia.

 
  
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  David Martin, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, accolgo con favore il Libro verde, in quanto è evidente che i nostri strumenti di difesa commerciale necessitano di una revisione.

La stragrande maggioranza delle parti interessate è insoddisfatta dello status quo. Nella loro forma corrente, gli studi in merito alle pratiche antidumping e antisovvenzioni mancano di trasparenza, coerenza e obiettività, e sono sovrapoliticizzati e inadeguati alla realtà di un’economia moderna che si sta adattando alle forze della globalizzazione.

Benché sia presumibilmente impossibile creare un processo totalmente obiettivo, ci possono e ci devono essere miglioramenti nella procedura attuale di indagine, per depoliticizzarla e garantire il rispetto degli interessi di tutti i cittadini europei.

A tal fine, come indicato dal Commissario, dobbiamo ridefinire e attribuire un peso maggiore all’interesse comunitario. Se l’Unione europea vuole diventare più rilevante nella vita dei cittadini, deve compiere passi concreti per tutelare i loro interessi, ad esempio proteggendo i posti di lavoro da comportamenti sleali e anticompetitivi. Tuttavia, è accaduto troppo spesso che la convenienza miope di un gruppo chiassoso di produttori si sia imposta sugli interessi di milioni di consumatori che avrebbero molto da guadagnare dalla globalizzazione e la cui voce spesso non viene ascoltata.

Inoltre, i danni potenziali alle imprese europee che creano catene di fornitura globali per restare competitive in un’economia globalizzata devono anch’essi ricevere maggiore attenzione quando viene considerato l’interesse comunitario. Per quanto riguarda il processo di studio dell’antidumping, le parti interessate sono insoddisfatte dell’accesso ad esse attualmente garantito persino a documenti e informazioni non riservati.

Anche il ricorso all’analogia tra paesi è discutibile. Mi riferisco in particolare alla vicenda delle calzature dello scorso anno, in cui l’economia brasiliana è stata utilizzata per fare confronti con la Cina, dove in realtà le loro economie sono dissimili tanto quanto le loro squadre di calcio.

Vorrei inoltre che la Commissione esaminasse la possibilità di ampliare gli strumenti di difesa commerciale per abbracciare anche il dumping sociale e ambientale, per garantire che non si possa ottenere un vantaggio iniquo mediante l’abuso dell’ambiente o per la mancata garanzia di condizioni di lavoro decenti.

 
  
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  Gianluca Susta, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’interrogazione che stiamo discutendo e di cui condivido il contenuto è un richiamo forte al governo europeo, affinché l’Unione, senza rinunciare al proprio impegno per rilanciare il dialogo multilaterale, per aprire i mercati, per definire regole che incoraggino lo sviluppo e non lo frenino con ostacoli non tariffari, non intraprenda atti unilaterali che ci penalizzano al di là del voluto nei confronti, non solo dei paesi emergenti, ma anche delle grandi nazioni sviluppati, Stati Uniti in testa.

Rilancio della competitività e coerenza con la Strategia di Lisbona, apertura dei mercati, tutela dei consumatori, anche con l’introduzione dell’obbligatorietà del “made in” sulle merci importate, efficacia delle misure poste a difesa dell’effettività della libera concorrenza, sono tutti elementi inscindibili tra loro. Ribadiamo la nostra contrarietà ad un utilizzo distorto delle misure antidumping e a forme di mascherato e non concordato protezionismo, presentato come lotta alla concorrenza sleale, che i nostri concorrenti nel mondo ci imputano. Chiediamo tuttavia che la revisione delle norme antidumping da parte dell’Unione europea non sia un appoggio indiretto a coloro che, nel mondo, non sono schierati a favore della liberalizzazione.

In questa fase e ancora per un bel po’ di tempo, credo, più che mai liberalizzazione e regole devono essere strettamente legate nell’interesse stesso del mercato. Ma occorre che le regole siano oggettive, come si è fatto per la definizione di quelle che presiedono alla concorrenza, certe, accessibili, efficaci e applicabili facilmente. Per questo occorre ridurre al minimo la discrezionalità nell’applicazione delle misure di difesa e che le piccole e medie imprese possano davvero far valere le regole quando i prezzi vengono alterati in modo abnorme.

Signor Commissario, noi auspichiamo che il governo europeo tenga conto di queste considerazioni, nella consapevolezza che l’economia reale dell’Europa ha bisogno di sentirsi parte di una comunità forte che la incoraggia, che la spinge ad accettare le sfide di un mondo sempre più globale ma che la difende rispetto a chi usa la violazione delle regole, per perseguire ingiustamente il proprio a scapito dell’altrui sviluppo.

 
  
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  Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, signor Commissario, sono lieto che sia stato avviato il dibattito sulla riforma degli strumenti di difesa commerciale.

Il sistema attuale degli strumenti di politica commerciale, rimasto invariato per svariati decenni, non è più sufficientemente efficace per contrastare gli effetti negativi della crescente globalizzazione. Poiché si tratta di una questione troppo ampia per essere trattata nel dettaglio in questa sede, vorrei richiamare l’attenzione sui punti che necessitano di riforma.

In primo luogo, la Commissione impone a un determinato prodotto le tariffe antidumping se vi sono prove sufficienti a dimostrare che il suo prezzo sul mercato comunitario non eccede il costo di produzione. A tal fine, la Commissione considera principalmente come fattori di produzione le retribuzioni, i costi dei materiali e dell’energia, ad esempio. La Commissione non specifica tuttavia se spetta all’impresa sostenere il costo della previdenza sociale dei propri dipendenti o delle misure di protezione ambientale. Di conseguenza, è difficile stabilire se i costi presentati siano incompleti e se il prezzo di un prodotto che non ne tiene conto sia stato pertanto ridotto artificialmente.

In secondo luogo, spesso accade che i prezzi relativamente elevati di alcuni prodotti originari dell’Unione europea, e quindi la loro mancata competitività sul mercato mondiale, derivino dagli standard elevatissimi richiesti nel campo del benessere degli animali, ad esempio. L’Unione europea deve esigere che anche i prodotti di paesi terzi venduti nel proprio mercato soddisfino tali standard.

In terzo luogo, la Commissione europea è molto prudente nell’applicare le cosiddette clausole protettive, il cui scopo è prevenire che il mercato dell’Unione europea venga improvvisamente invaso da un tipo particolare di prodotto. Tali strumenti, tuttavia, sono molto più rapidi e facili da utilizzare rispetto alle tariffe antidumping.

Infine, la Commissione dovrebbe anche tentare di abbreviare quanto più possibile il periodo che intercorre tra l’avvio di una procedura particolare e l’attuazione dello strumento protettivo rilevante. Al giorno d’oggi ci vogliono molti mesi, addirittura nove per le tariffe antidumping, un fattore che espone i produttori europei a perdite ingenti.

 
  
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  Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE.(SV) Signor Presidente, il libero scambio non è auspicabile se praticato in maniera sleale, e le misure di difesa commerciale sono un tentativo di renderlo più equo. A mio parere, la Commissione pone un’enfasi leggermente eccessiva sulle società multinazionali, e ridefinire l’interesse comunitario suscita in me qualche perplessità. Voglio chiarire che, se una società transnazionale con sede nell’UE partecipa al dumping sociale o ambientale, direttamente o tramite le proprie controllate o i subappaltatori, non si può parlare di interesse comunitario solamente perché la sede legale è registrata nell’UE. Deve essere punita per aver adottato tali pratiche.

Il Libro verde esamina inoltre molte questioni interessanti che saranno oggetto di dibattito, ad esempio maggiore trasparenza e maggiore influenza per le piccole imprese e le organizzazioni non governative. Manca tuttavia una dimensione importante: il Libro verde non è abbastanza verde. E’ assente tutta la dimensione del dumping ambientale. Vorrei richiamarvi alla mente il paragrafo 11 della relazione Muscardini di ottobre, in cui il Parlamento europeo “invita la Commissione a valutare l’opportunità di effettuare una revisione approfondita delle regole riguardanti il ricorso a misure di difesa commerciale ... misure nel quadro dell’OMC”, allo scopo di inserire la mancata conformità agli accordi internazionali e alle convenzioni sull’ambiente e le questioni sociali quale forma di dumping o di sovvenzione.

Il fatto è che i paesi che dispongono di una legislazione debole in campo ambientale o che non hanno le imposte ambientali dei loro concorrenti è come se praticassero il sovvenzionamento o il dumping dei loro costi di produzione, in altre parole, è come se fossero coinvolti in null’altro che nel dumping tradizionale. Tale problema si ingigantirà con l’aumentare del livello globale di ambizione. Di conseguenza, non ci devono essere zone franche per la distruzione ambientale, che mina alla base il lavoro per l’ambiente a livello globale. Ad esempio, dobbiamo introdurre una tariffa di Kyoto per i paesi che non rispettano l’accordo di Kyoto. Altri paesi devono essere convocati dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), e potremmo perdere o vincere la battaglia. Molti ritengono che l’OMC sia un’organizzazione potente, ma una cosa è certa: il clima non si cura affatto dell’OMC e, se non inseriremo misure sul clima nella politica commerciale, cambierà indipendentemente da quello che pensa l’OMC.

Un’osservazione finale: se vogliamo la solidarietà e abbiamo un limite dell’uno per cento, Malta quando potrà applicare tali misure di difesa e quando otterrà più dell’uno per cento del commercio interno?

 
  
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  Béla Glattfelder (PPE-DE).(HU) Il libero commercio funziona bene se vengono rispettate le regole, cosa che non accade sempre. Le pratiche commerciali sleali e il dumping vengono utilizzati in modo sempre più frequente contro l’UE e i suoi produttori. In molti casi di dumping è stato dimostrato che sono i venditori ad approfittarsene, e non i consumatori. L’UE non ha motivo di indebolire le norme attuali sul commercio. E’ inaccettabile che vengano punite le aziende che sono rimaste in Europa e che hanno mantenuto i posti di lavoro europei, e che vengano invece premiate quelle che hanno trasferito la produzione all’estero.

Occorre tutela dalla concorrenza sleale. Non dovremmo ammorbidire le norme contro il commercio sleale, dovremmo piuttosto applicarle; un esempio calzante in tal senso è quello dei paesi che non sono economie di mercato, nei quali per esempio lo Stato utilizza metodi complessi e non trasparenti per fornire aiuti alle aziende che producono per le esportazioni. Inoltre, la Cina sta utilizzando i proventi crescenti che le derivano dal commercio non tanto per espandere la democrazia, ridurre la povertà, proteggere l’ambiente o combattere le emissioni di CO2, bensì per acquistare armi. Quest’anno la Cina aumenterà la spesa militare del 18 per cento. Secondo statistiche ufficiali, raggiungerà i 45 miliardi di dollari. Inoltre, stando ad alcuni esperti di politica della sicurezza, l’importo reale speso per gli armamenti sarebbe il triplo di tale somma.

Signor Commissario, non ha molto senso sostenere il rafforzamento del sistema militare cinese tagliando posti di lavoro europei.

 
  
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  Kader Arif (PSE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare gli onorevoli Barón Crespo e Guardans Cambó per aver preso l’iniziativa di rivolgere l’interrogazione orale alla Commissione.

Tutta la questione degli strumenti di difesa commerciale è effettivamente di importanza capitale, non solo perché tali strumenti proteggono efficacemente i produttori europei dalle forme di concorrenza sleale, ma anche nel contesto del più ampio dibattito sul posto occupato dall’Unione europea nell’economia globalizzata e sulle regole che vuole promuovere per governarla.

Benché l’Unione abbia sempre difeso il sistema multilaterale dell’OMC, sembra per lo meno sorprendente che la Commissione avvii una consultazione pubblica del genere e contempli una riforma potenzialmente importante dei nostri strumenti di difesa quando non si sono ancora conclusi i negoziati dell’OMC sulle misure antidumping, antisovvenzioni e di salvaguardia, visto che i risultati delle trattative si ripercuoteranno sul modo in cui vengono utilizzati tali strumenti.

Consentitemi pertanto di ricordare alla Commissione che ha commissionato essa stessa uno studio che valutasse gli strumenti europei di difesa commerciale, la cui conclusione è stata che il mantenimento dello status quo era la soluzione più ragionevole e anche quella più indicata a mitigare le perplessità di tutte le parti coinvolte. Lo studio avalla inoltre l’ipotesi secondo cui, al momento, non sussiste un’esigenza visibile e pressante di rivedere o emendare gli strumenti comunitari esistenti di difesa commerciale.

Vorrei pertanto sapere quali cambiamenti concreti sta pianificando la Commissione e come verrà coinvolta la nostra Assemblea in ogni fase del processo, e chiedo alla Commissione di tener conto di tutti i diversi fattori nel quadro degli imminenti dibattiti in sede di Consiglio; chiedo altresì che vengano considerate le opinioni dei membri dell’Assemblea e i risultati della consultazione pubblica da essa stessa avviata allo scopo di elaborare proposte future.

 
  
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  Leopold Józef Rutowicz (UEN). (PL) Il Libro verde e il dibattito sugli strumenti di politica commerciale sono estremamente importanti per la nostra economia e potrebbero tradursi in un valore aggiunto considerevole.

La politica europea del commercio estero deve rispondere prontamente a qualsiasi cambiamento che riguardi la produzione e la vendita di beni nei mercati interni ed esterni. Ad esempio, nel quadro degli accordi, il nostro mercato può promuovere l’acquisto di materiali per i biocarburanti, la vendita dei quali ha buone prospettive di sviluppo, e restringere le importazioni, riducendo pertanto la produzione dell’industria dello zucchero, ad esempio. Dovremmo sfruttare i rapporti reciproci per aiutare i nostri fornitori in grado di avviare una produzione in linea con le nostre esigenze nell’ambito di accordi promozionali o associativi.

Per quanto riguarda il dumping, la nostra risposta è troppo lenta e indecisa, e produce più danni che benefici. Ad esempio, nel caso delle fragole congelate provenienti dalla Cina, ci sono voluti diversi anni per introdurre misure antidumping, e a quel punto numerose aziende agricole avevano già dichiarato fallimento. Un’analisi dell’efficienza operativa e un taglio radicale delle procedure burocratiche esistenti potrebbe portare a norme e responsabilità chiare e funzionanti, che consentirebbero una rapida elaborazione delle domande.

Un altro problema dell’Unione è la definizione dei principi della nostra politica commerciale comune per evitare la concorrenza sleale sul mercato esterno. Le questioni citate richiedono un monitoraggio costante. Ringrazio gli altri deputati per aver animato il dibattito sulla questione.

 
  
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  Daniel Caspary (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’Unione deve riflettere con attenzione su come difendere al meglio i propri interessi. La strategia di effettuare concessioni preliminari nella speranza di ottenere vantaggi successivi sicuramente non funzionerà. Vanno piuttosto osservate le norme nell’interesse di una concorrenza libera e leale. Le pratiche commerciali inique non dovrebbero essere tollerate, e quindi gli strumenti efficaci di difesa commerciale formano una parte indubbiamente integrante della strategia europea per la competitività. In tal senso, sono pienamente d’accordo con l’onorevole Glattfelder: gli strumenti di difesa non devono essere ulteriormente indeboliti.

A mio avviso, signor Commissario, la scelta dei tempi per quanto riguarda il Libro verde è molto infelice, in quanto i risultati dei negoziati multilaterali in corso sugli strumenti di difesa commerciale non dovrebbero essere dati per scontati. In Europa non dovrebbero venir avviate riforme prima della conclusione di tali negoziati, sia che vadano in porto – come spero – o meno.

Il secondo punto che voglio sollevare è che gli strumenti attuali hanno dimostrato fondamentalmente la loro validità. Se proprio ci devono essere delle riforme, dovrebbero essere orientate al miglioramento del sistema attuale.

Dobbiamo fare una distinzione chiara – come ha precisato giustamente il signor Commissario – tra il dumping autentico da una parte e i prezzi in linea con le leggi in materia di concorrenza dall’altra. Le misure antidumping non devono essere sfruttate indebitamente per scopi protezionistici. D’altro canto, tuttavia, il mantenimento della produzione europea nel medio periodo non va sacrificato in nome di interessi apparenti dei consumatori nel breve periodo. Dal punto di vista procedurale, bisogna garantire in seno al Consiglio una valutazione dei singoli casi quanto mai obiettiva e non influenzata dagli interessi nazionali specifici. Sono fermamente convinto che, mentre i paesi terzi stanno sfruttando intensamente gli strumenti di difesa commerciale a nostre spese – spesso abusandone –, noi non dobbiamo indebolire i nostri.

Tutto ciò è possibile mediante un’applicazione corretta delle norme esistenti, pertanto chiederei al signor Commissario di mostrare una sensibilità particolare in tal senso, e gli raccomanderei la lettura stimolante del mio ultimo progetto di relazione sulla strategia commerciale esterna, in cui entro anche nel merito degli strumenti di difesa commerciale.

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signor Presidente, un ringraziamento speciale al signor Commissario Mandelson.

A mio parere, il dibattito di stasera sottolinea una divisione strategica interna nell’Unione europea. Come ha chiarito l’onorevole Fjellner nel suo intervento, da una parte c’è l’Europa delle grandi reti commerciali per la protezione dei consumatori e, dall’altra, l’Europa delle potenze produttive, della tutela del tessuto produttivo e industriale e dell’occupazione, e della difesa dei lavoratori. Occorre conciliare questi due approcci strategici per il bene dell’Unione. Nessuno vuole ovviamente trasformare l’Unione in una fortezza del protezionismo. D’altro canto, tuttavia, sarebbe illusorio pensare che l’Unione possa assistere inerme alle sfide e alle conseguenze negative della globalizzazione, e che possa restare indifesa di fronte alle pratiche commerciali internazionali sleali, di fronte al dumping sociale e ambientale praticato da alcune economie emergenti del mondo in via di sviluppo.

A mio parere, il Libro verde presentato dal Commissario Mandelson può costituire una buona base per ulteriori discussioni. Occorrono misure di difesa commerciale a patto che siano efficaci, che aiutino a difendere gli interessi commerciali dell’UE, che siano utili per la tutela del principio della trasparenza e di un più rapido processo decisionale. Commissario Mandelson, se la sua proposta si muove nella direzione del miglioramento dei meccanismi di difesa dell’Unione europea, possiamo veramente intavolare un dibattito ricco di contributi positivi.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). (LT) Oggetto della discussione odierna è il Libro verde della Commissione, incentrato sugli strumenti di difesa commerciale in un’economia mondiale in mutamento. Nella comunicazione sono state espresse perplessità sulla capacità degli strumenti di difesa commerciale di intaccare la produttività elevata. Viene anche citata la questione del coordinamento tra gli interessi comunitari e quelli della produttività elevata, degli importatori, dei consumatori, e persino dei paesi in via di sviluppo.

I dati alla mano mostrano che USA e India, nella tutela dei loro mercati, hanno promosso più studi dell’UE per capire come applicare gli strumenti di difesa. L’UE ha difficoltà ad attuare la strategia di Lisbona e creare nuovi posti di lavoro, e si registra una carenza catastrofica di lavoratori qualificati nella professione ingegneristica e di scienziati in grado di creare nuove tecnologie competitive.

Nella situazione attuale, gli strumenti di difesa non andrebbero in alcun modo indeboliti, in quanto ciò soffocherebbe la produttività comunitaria attuale, soprattutto delle piccole e medie imprese dei nuovi Stati membri.

Vorrei inoltre esortare la Commissione a portare a termine quanto prima studi sull’antidumping, in quanto un ritardo in tal senso ha già decretato il fallimento del produttore lituano di telescopi Ekranas.

 
  
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  Francisco Assis (PSE).(PT) Commissario Mandelson, l’iniziativa della Commissione ha il merito immediato di promuovere il dibattito su una questione per la quale non esistono risposte semplici. Alcuni settori in Europa propendono maggiormente per le reazioni demagogiche e populiste di coloro che ritengono di possedere una risposta semplice a tale questione. Saranno anche semplici come risposte, ma sono sbagliate.

La questione chiave è capire come l’Unione europea debba utilizzare gli strumenti di difesa commerciale disponibili per garantire il rispetto delle norme del commercio equo e per assumere un ruolo attivo nel processo di regolamentazione del commercio internazionale.

Il modello economico e sociale europeo deve essere difeso, ma non deve mai superare il confine che porta al protezionismo. Si tratta della questione fondamentale che deve affrontare attualmente l’Unione europea.

Abbiamo già constatato naturali divergenze di opinione e interessi contrastanti in seno alla stessa UE. Gli interessi dei produttori non corrispondono necessariamente a quelli dei grandi importatori, e gli interessi immediati dei consumatori non sono necessariamente tutti coincidenti. Occorre un orientamento che sottolinei sempre un principio chiave – ovvero come garantire all’UE una partecipazione attiva, seria e intelligente al processo di regolamentazione del commercio internazionale. In tale contesto, l’Unione deve cercare di proiettare su una scala internazionale, nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio, alcuni dei valori di base che la identificano, vale a dire un’economia competitiva e, nel contempo, una società che mostri una maggiore solidarietà e coesione e sia molto attenta al mantenimento di alcuni valori ambientali fondamentali.

E’ questa la sfida su cui deve confrontarsi oggi l’UE, e io sono pertanto del parere che la Commissione abbia agito opportunamente nel promuovere il dibattito.

 
  
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  Benoît Hamon (PSE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, anch’io vorrei ringraziare la Commissione per aver aperto il dibattito sugli strumenti di difesa commerciale dell’UE, e vorrei congratularmi con l’onorevole Guardans Cambó per averci dato l’opportunità di discutere tale questione.

Quello che mi colpisce del questionario della Commissione o, più in generale, del suo pensiero in materia di politica commerciale, è l’assenza di qualsiasi riferimento alla questione dei tassi di cambio dell’euro con le valute dei nostri principali partner commerciali. Vorrei sapere dal Commissario Mandelson come pensa di difendere efficacemente gli interessi commerciali dell’UE con la quotazione attuale dell’euro rispetto al dollaro, allo yuan e allo yen.

Consentitemi quindi di citare l’esempio dell’industria aerospaziale che, con i progetti di licenziamento e ridimensionamento e le minacce di esternalizzazione o trasferimento della produzione, è attualmente al centro della scena: una variazione di dieci centesimi del tasso di cambio euro/dollaro si traduce nella perdita o nel guadagno di un miliardo di euro nelle cifre di fine anno di Airbus. Le svalutazioni monetarie competitive da parte dei nostri concorrenti non sono forse gli esempi più lampanti di dumping, le cui conseguenze sono il fatto che Airbus, fiore all’occhiello dell’industria europea, considera più conveniente produrre una parte dei propri aeromobili al di fuori dell’area euro per poter competere con Boeing? Proprio quello che abbiamo sempre voluto!

Esorto il signor Commissario Mandelson a rivolgersi alla Banca centrale europea e a intervenire oggi stesso per richiamarla alle sue responsabilità non solo quando il valore dell’euro scende, ma anche quando sale; infatti, non è forse giunto il momento che il Consiglio e la Commissione, in virtù dei poteri loro concessi dall’articolo 111 del Trattato, si assumano finalmente le loro responsabilità e ci consentano di dotarci di qualcosa di imprescindibile – gli orientamenti generali di una politica dei cambi?

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, in base ai miei calcoli, l’85 per cento degli oratori intervenuti ha accolto con favore la revisione, di conseguenza sono soddisfatto di aver preso l’iniziativa di proporla alla Commissione. Auspico che il Consiglio e la Presidenza prendano atto di ciò e del fatto che sono stati offerti contributi molto intelligenti e complessivamente molto equilibrati al dibattito. Non so se tali organi siano rappresentati qui stasera. Non mi pare. Cionondimeno, sono certo che il tutto non passerà inosservato.

Ora, benché la revisione sia stata accolta con favore, vi sono opinioni divergenti sull’utilizzo o meno della medesima per indebolire i TDI esistenti. Ribadendo che lo scopo della revisione non è quello di rafforzare né di diluire i nostri strumenti di difesa commerciale esistenti, so che deluderò entrambe le “fazioni”, sia quella di chi è a favore di un ammorbidimento sia quella dei contrari. Fine della revisione è garantirci norme chiare, coerenti e capaci di creare il consenso in tutta l’Unione. Non sono pienamente convinto che al momento l’equilibrio creato sia il più opportuno. Di qui le controversie, il calo del consenso, il venir meno della solidarietà tra i paesi membri che abbiamo osservato nei casi più recenti. E’ mia responsabilità fare il necessario, se possibile, per porre rimedio a tale carenza di solidarietà e per garantire il ripristino del consenso.

Siamo ovviamente di fronte a dilemmi continui per quanto riguarda l’esercizio e l’applicazione delle norme. La protezione legittima di uno rappresenta il protezionismo dell’altro, ed è qui che va applicata la capacità di giudizio sulla base dell’analisi obiettiva intrapresa dalla Commissione.

Tuttavia, ho anche sentito l’appello rivolto da molti onorevoli deputati affinché il nostro sistema antidumping sia chiaro, trasparente e obiettivo. Ho preso atto delle perplessità espresse a proposito della lunghezza e dell’inefficienza del processo, e ho ascoltato l’opinione di coloro che ritengono che occorra una maggiore rappresentanza delle problematiche ambientali.

Non sono certo di riuscire a mettere a punto un insieme di strumenti che ci consentano di utilizzare la difesa commerciale per affrontare il riscaldamento climatico o garantire al mondo la stabilità del clima. Ovviamente, se gli onorevoli deputati desiderano chiamarci a rispondere a tale sfida, noi non ci tireremo indietro, ma non credo che riusciremo a superarla, né sono pienamente convinto che potremo utilizzare gli strumenti di difesa commerciale per la politica dei cambi.

Sono grato a coloro che sono intervenuti e hanno sollevato punti molto importanti. La mia opinione, per tornare all’oratore iniziale del dibattito, è che se si vuole sollevare e difendere la questione dell’apertura economica in Europa, come desidero fare, i cittadini europei, se subiscono minacce di trattamenti sleali o se danneggiati dal comportamento anticompetitivo altrui, devono avere la certezza di poter contare su qualcuno: e quel qualcuno siamo noi. E’ il ruolo essenziale e crescente dell’Unione europea e della Commissione europea in quest’epoca globalizzata. Ne consegue che il nostro compito non è affatto più semplice, bensì quanto mai necessario e importante, ed è una responsabilità che io, da parte mia, intendo assumermi in modo equo, obiettivo e imparziale.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La Commissione ha adottato un Libro verde e avviato una consultazione pubblica sull’utilizzo degli strumenti europei di difesa commerciale (TDI) in un’economia globale in mutamento. Tale consultazione pubblica preparerà la strada a proposte della Commissione per riformare gli strumenti di difesa commerciale (misure antidumping, antisovvenzioni e di salvaguardia).

Tale progetto di riforma dev’essere tuttavia considerato con prudenza. L’Unione europea non deve agire in maniera unilaterale o precipitosa, in quanto le eventuali revisioni degli strumenti vanno effettuate nel limite del quadro giuridico dei negoziati in corso sulle discipline multilaterali applicabili ai TDI, che fanno parte dei negoziati di Doha. Oltre alla necessità di essere in linea con il calendario dell’OMC, la Commissione deve anche necessariamente tener conto del fatto che la liberalizzazione del commercio rende i TDI indispensabili.

Solitamente i TDI vengono utilizzati con moderazione e non sono affatto le camicie di forza dipinte dai sostenitori del libero commercio, né l’arsenale dei protezionisti. Di fatto sono strumenti efficaci di regolamentazione per ripristinare le condizioni di concorrenza leale nei mercati commerciali internazionali e per limitare gli effetti avversi delle pratiche illegali sull’industria, sulla crescita e sull’occupazione nella Comunità europea.

 

16. Rispetto della Carta dei diritti fondamentali nelle proposte legislative della Commissione (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione presentata dall’on. Johannes Voggenhuber, a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sul rispetto della Carta dei diritti fondamentali nelle proposte legislative della Commissione: metodologia per un controllo sistematico e rigoroso [2005/2169(INI)] (A6-0034/2007).

 
  
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  Johannes Voggenhuber (Verts/ALE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, questa mattina in un orario di massimi ascolti, nel corso della discussione sulla dichiarazione di Berlino, abbiamo celebrato l’Unione come sistema giuridico comune e tutti abbiamo convenuto che il collante di questo sistema comune è rappresentato dalla dignità umana, dai diritti e dalle libertà fondamentali.

Ora, a tarda sera, stiamo discutendo l’attività quotidiana che si svolge all’interno di questo sistema giuridico comune: l’applicazione – un compito arduo – e la protezione di questi diritti e libertà fondamentali. Coloro che si occupano da molto tempo dell’attività quotidiana connessa ai diritti fondamentali in Europa conosceranno di sicuro tre motivi d’irritazione. In primo luogo, per il conseguimento dei suoi obiettivi economici e di politica monetaria, l’Unione dispone di leggi severe, obiettivi specifici, sanzioni se necessario, grandi risorse finanziarie e azioni rigorose, mentre in materia di diritti e libertà fondamentali a livello europeo esistono solo leggi troppo blande.

La Carta dei diritti fondamentali non è ancora vincolante. Alcuni Stati membri ne chiedono persino la rimozione dalla Costituzione. L’Unione europea non è membro della Commissione europea dei diritti umani. Organizzazioni come Europol, Eurojust e Frontex non sono soggette alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La cooperazione tra le forze di polizia non è ancora legge nel diritto comunitario e sfugge al controllo dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo. In Europa sta emergendo un’area grigia dei diritti fondamentali.

Il secondo motivo d’irritazione – che constato sempre di più nei dibattiti sulla Costituzione – è che si è incrinata la fiducia iniziale dei cittadini europei nella volontà e nella capacità di questa Unione di far rispettare senza compromessi i diritti e le libertà fondamentali. A questo hanno contribuito l’affare della CIA, i rapimenti, i voli illegali e la mancanza di cooperazione tra i governi, così come le sentenze negative della Corte di giustizia sul trasferimento di dati sui passeggeri e di dati bancari SWIFT e la mancanza di basi giuridiche per l’azione dell’Unione. Tutto questo ha intaccato la fiducia che i cittadini avevano nella volontà e nella capacità dell’Unione di proteggere senza compromessi questi diritti fondamentali.

Il terzo motivo d’irritazione riguarda il controllo da parte della Commissione. Signor Commissario, non so quante volte il Parlamento dovrà continuare a chiedere che il lavoro e le proposte della Commissione sulla protezione dei diritti fondamentali siano più sistematici, meno restrittivi, più trasparenti, o che la Commissione coinvolga maggiormente la società civile, nonché esperti e organizzazioni indipendenti. L’abbiamo chiesto nella relazione riguardo all’articolo 7; l’abbiamo chiesto nelle relazioni sull’Agenzia per i diritti umani; l’abbiamo chiesto in relazione ai trattati di adesione. Eppure in questo campo la Commissione dà l’impressione di essere incerta, indecisa. Le sue scelte sono spesso incomprensibili e la sua pressione sul Consiglio e sugli Stati membri è spesso insufficiente. Accogliamo con favore la procedura per dare attuazione alla Carta dei diritti fondamentali nelle proposte legislative della Commissione: è un progresso. Ma non basta, e risente di tutto ciò che il Parlamento ha già indicato tante volte.

Il controllo del rispetto della Carta dei diritti fondamentali non può essere introdotto trasversalmente attraverso criteri sociali, ambientali ed economici, ma deve costituire un criterio a sé stante. Ogni iniziativa legislativa della Commissione deve essere controllata in rapporto alla Carta dei diritti fondamentali e ogni verifica deve essere dimostrata e documentata. Quante volte abbiamo chiesto – come continuiamo a chiedere – che la Commissione rispetti maggiormente la particolare responsabilità del Parlamento come difensore dei cittadini europei per la protezione dei diritti fondamentali? L’abbiamo chiesto quando ci siamo occupati dell’articolo 7, dell’Agenzia e dei negoziati di adesione. Abbiamo chiesto un maggiore coinvolgimento delle ONG, delle organizzazioni internazionali e dell’Agenzia per i diritti umani. Per quanto tempo dovremo continuare a chiederlo? Per quanto tempo dobbiamo continuare a chiedere un dialogo costante tra le Istituzioni?

La parte migliore della proposta della Commissione è quella in cui parla dello sviluppo di una cultura dei diritti fondamentali. Noi condividiamo questa ambizione e la sosteniamo. Tuttavia tale sviluppo richiede un dialogo sistematico, continuo, aperto tra le Istituzioni; richiede relazioni; richiede che le Istituzioni acquisiscano il diritto di segnalare abusi e comportamenti sbagliati negli Stati membri. E’ anche essenziale che il sistema di controllo della Commissione sia esteso al campo della cooperazione intergovernativa e al sistema di comitatologia.

Signor Commissario, ripetiamo ancora una volta le nostre richieste. Lo facciamo a quest’ora tarda, senza pubblico, senza altri argomenti. Tuttavia, penso che sia davvero ora che la Commissione esaudisca i desideri e le richieste del Parlamento in questo campo.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, accolgo con vivo favore questa relazione e desidero ringraziare il Parlamento per aver accolto positivamente la comunicazione della Commissione del 27 aprile 2005 su una metodologia per il controllo del rispetto dei diritti fondamentali nelle proposte legislative della Commissione.

Vorrei brevemente ricordare perché la Commissione ha adottato questa comunicazione su una metodologia per il rispetto dei diritti fondamentali, il primo prodotto del gruppo di Commissari per i diritti fondamentali, le misure antidiscriminazione e le pari opportunità.

Noi, le Istituzioni dell’Unione, dobbiamo sempre dimostrare di curarci dei diritti fondamentali, non solo a parole, ma anche negli atti e soprattutto nella nostra stessa attività legislativa. Questo è cruciale affinché l’Unione sia credibile e legittimata agli occhi dei suoi cittadini. La Carta, che le Istituzioni hanno sottoscritto nel 2000, deve incoraggiarci a migliorare il rispetto per la libertà individuale in tutte le sue sfaccettature. Questo include la difesa delle tradizionali libertà civili, in particolare nei nostri attuali sforzi mirati a combattere il terrorismo. Include anche diritti economici e sociali e infine soprattutto i diritti di nuova generazione, come la protezione dei dati, la buona amministrazione e le garanzie bioetiche. Ma, in breve, deve diventare chiaro per i nostri cittadini che l’Unione europea racchiude una vera cultura dei diritti fondamentali nella formulazione delle proprie politiche. E’ quindi motivo di grande soddisfazione e incoraggiamento per la Commissione constatare che la nostra comunicazione del 2005 abbia trovato un’eco prominente nella vostra risoluzione di oggi e che il Parlamento si assuma lo stesso impegno a introdurre regole interne per il controllo dei diritti fondamentali. Prendere sul serio i diritti deve essere un Leitmotif comune a tutte le Istituzioni nell’intero processo legislativo dell’Unione europea.

Desidero anche ringraziare il Parlamento per alcuni suggerimenti pratici e costruttivi offerti alla Commissione dalla relazione Voggenhuber al fine di sviluppare ulteriormente la nostra metodologia per il rispetto dei diritti umani. Come sapete, abbiamo previsto di avviare una revisione della nostra metodologia nei prossimi mesi di quest’anno e la Commissione presenterà al Parlamento i risultati di questa revisione. La Commissione è molto desiderosa di condividere la sua esperienza con il Parlamento a tale riguardo.

Nel contesto di questa revisione, naturalmente la Commissione presterà la massima attenzione ai vostri suggerimenti. Per esempio, abbiamo osservato che dovremmo prendere come punto di riferimento non solo la Carta, ma anche le convenzioni internazionali ed europee sui diritti umani, e che il Parlamento sottolinea il diritto della Commissione di ritirare la sua proposta nel caso in cui vengano introdotti cambiamenti nel processo legislativo che violerebbero un diritto fondamentale. Siamo inoltre aperti a dare una visibilità anche maggiore ai diritti fondamentali nelle nostre valutazioni d’impatto.

Infine, un tema importante della revisione in programma sarà come coinvolgere l’Agenzia per i diritti fondamentali, di recente costituzione, nella preparazione di nuove iniziative in settori particolarmente delicati, concernenti i diritti fondamentali.

Per quanto riguarda l’invito alla Commissione a presentare una nuova relazione annuale sui diritti fondamentali nell’Unione europea, pensiamo che potrebbe essere utile svolgere annualmente una discussione generale su questo tema. Potrebbe svolgersi nel contesto della nostra discussione annuale relativa ai progressi compiuti nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Siamo meno convinti della necessità di una nuova relazione annuale formale specifica, soprattutto perché l’Agenzia per i diritti fondamentali, costituita di recente, svolgerà forse il suo compito più importante adottando una relazione annuale sulle questioni relative ai diritti fondamentali all’interno dell’Unione europea. Tale relazione, e di conseguenza la nostra nuova Agenzia per i diritti fondamentali, dovrebbero ricevere tutta l’attenzione pubblica che meritano. La relazione dovrebbe quindi essere al centro delle discussioni sui temi legati ai diritti fondamentali in tutte le tre Istituzioni e dovremmo evitarne qualsiasi duplicazione.

Ciò detto, comunque, vorrei dichiarare quanto apprezziamo e prendiamo seriamente questa relazione per il suo contenuto.

 
  
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  Riccardo Ventre (PPE-DE), relatore per parere della commissione per gli affari costituzionali. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi congratulo con la Commissione per questo nuovo modo di porsi rispetto alla tutela dei diritti fondamentali. Ringrazio il Commissario per averci informato questa sera che una parte sostanziale dell’idea formulata dalla commissione AFCO sarà recepita dalla Commissione nel testo modificato.

Noi auspichiamo un sempre maggiore coinvolgimento del Parlamento europeo nell’ambito di questa tutela e ci piace soprattutto condividere l’ipotesi di un continuo monitoraggio su tutte le attività legislative che conducono a una siffatta tutela, che potrebbe concludersi, come diceva il Commissario, con una relazione finale. Ciò però diventa poco rilevante se il monitoraggio è penetrante, costante e continuo.

In secondo luogo, per quanto riguarda il coinvolgimento dell’istituenda Agenzia per i diritti fondamentali, credo – com’è stato già detto in sede di commissione – che occorra anche diversificarne le attività, onde evitare inutili sovrapposizioni e doppioni. Ritengo pertanto che il pieno coinvolgimento dell’agenzia, nonché delle organizzazioni non governative e delle associazioni, come diceva il relatore, debba divenire sempre più pregnante e significativo, tenuto conto che vi sono importantissime associazioni che si occupano della tutela dei diritti umani.

Infine, a nostro giudizio, è necessario un controllo sistematico interno nella fase dell’elaborazione legislativa a tutti i livelli. E’ dunque auspicabile che questi suggerimenti contenuti nella nitida e lucida relazione del relatore, così come l’ha illustrata questa sera, diventino parte dell’attività della Commissione stessa.

 
  
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  Kinga Gál, a nome del gruppo PPE-DE. – (HU) Il rispetto e l’applicazione dei diritti fondamentali e di tutti i diritti umani costituiscono in ogni circostanza la pietra angolare di ogni paese democratico europeo, governato dallo Stato di diritto. Non si possono eludere né ignorare. Quando emergono situazioni problematiche e conflittuali emerge con particolare chiarezza la costante necessità di riaffermare questi diritti, apparentemente ovvi, e che la loro osservanza non è automatica e molto spesso dobbiamo lottare perché i nostri diritti fondamentali siano rispettati.

Il rispetto e la difesa dei nostri diritti umani fondamentali sono stati il punto di partenza e la conquista dell’Unione europea, ma sinora la dichiarazione è stata accompagnata da poche misure giuridiche concrete. Uno dei risultati concreti è la nascita della Carta dei diritti fondamentali; anche se è tutt’altro che completa, conferirle valore giuridico – per esempio sottoscrivendo la Carta europea dei diritti fondamentali – rappresenterebbe un passo avanti molto necessario nella difesa dei diritti fondamentali nella Comunità. I problemi riguardanti i diritti umani che appaiono quotidianamente e la complessità di tali questioni dimostrano che c’è molto da fare in questa area.

Per questa ragione, non posso che accogliere con favore la relazione dell’onorevole Voggenhuber, cioè l’iniziativa della Commissione, poiché richiama l’attenzione di tutti noi sulla questione chiave: il rispetto effettivo dei diritti fondamentali comincia quando il rispetto per la Carta dei diritti fondamentali è presente nelle proposte legislative della Commissione, quando sono introdotti controlli regolari e severi del rispetto dei diritti umani e quando l’Agenzia per i diritti fondamentali è in grado di lavorare in modo efficace. E sebbene alcuni paragrafi siano oggetto di dibattito sotto il profilo giuridico, come relatore ombra sostengo la relazione, così come la sosterrà il PPE nella votazione di domani.

 
  
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  Giovanni Claudio Fava, a nome del gruppo PSE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, confesso, in un minuto e mezzo, che ogni volta che questo Parlamento è chiamato a discutere di diritti umani, si ha la preoccupante sensazione che finisca per trattarsi soltanto di un esercizio retorico. Lo dico anche pensando che, sebbene un mese fa questo Parlamento abbia discusso dei risultati di un anno di lavoro della commissione TDIP sulla CIA, questo mese né la Commissione né il Consiglio hanno fornito alcun riscontro al lavoro svolto dal Parlamento europeo e offerto al loro giudizio.

Non vorremmo che questo fosse anche il destino della preziosa comunicazione in esame che, come ricordava il collega Voggenhuber, è intesa a chiarire e a rafforzare una prassi che è ormai abituale in questa Istituzione dal 2001, cioè quella di assicurare la compatibilità con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea di tutti i procedimenti normativi e legislativi portati avanti dalle istituzioni. Era da tempo che questa prassi aspettava di essere riconosciuta e ci auguriamo che la sua attuazione non resti lettera morta.

Va precisato un punto: noi chiediamo alla Commissione una relazione annuale, da presentare al Parlamento, in cui si faccia il punto sullo stato di applicazione dei diritti fondamentali nelle politiche europee. Ci sembra abbastanza bizzarro che siano previste una relazione annuale sull’applicazione del diritto comunitario e una relazione annuale sulla politica di concorrenza, e che non sia invece prevista alcuna relazione sui diritti fondamentali che la Commissione debba presentare al Parlamento europeo.

Lo diciamo anche in relazione all’impatto che tali politiche hanno su cinquecento milioni di cittadini europei e perché riteniamo che si tratti di una sensibilità di cui le istituzioni europee devono farsi carico per restituire dignità e sostanza ai diritti umani di cui siamo spesso chiamati ad occuparci.

 
  
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  Sophia in ’t Veld, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, prima di tutto non intendo soffermarmi sull’eccellente relazione dell’onorevole Voggenhuber se non per dire che il mio gruppo la sosterrà pienamente.

In linea di principio, accogliamo con grande favore le proposte della Commissione, ma a mio parere il problema è che esse rischiano di diventare come i vestiti dell’imperatore. Sono piene di buone intenzioni, ma c’è un grosso rischio che rimangano esercizi passivi, burocratici, perché esiste un grande divario tra la realtà e le proposte contenute nel vostro documento, signor Commissario.

Ho un problema, Commissario Mandelson. Come posso spiegare le sue meravigliose proposte ai miei elettori, se la Commissione non fa sentire la sua voce quando un ministro dell’Istruzione in uno Stato membro dell’UE conduce una crociata contro gli omosessuali? Perché la Commissione non parla chiaro nel caso dei voli della CIA, come ci ha appena ricordato l’onorevole Fava? Perché la Commissione non parla chiaro nel caso della flagrante discriminazione e del trattamento inumano della popolazione rom? In moltissimi casi la Commissione rimane passiva e talvolta si nasconde persino dietro alle regole. Ultimamente, ogni volta che poniamo domande su questi casi ci viene risposto: “Aspettate e vedrete quando sarà creata l’Agenzia per i diritti fondamentali”. Signor Commissario, perché la Commissione, paladina dei diritti fondamentali, come ci promise nell’ottobre 2004 il Presidente Barroso, non utilizza appieno i propri poteri? Perché si nasconde dietro alle regole? I cittadini si aspettano che proteggiate e promuoviate i loro diritti fondamentali. Anch’io vorrei la relazione annuale, ma francamente considero molto più importante che la Commissione agisca e parli chiaramente. Questa sarebbe leadership politica.

Una delle espressioni preferite del Presidente Barroso è “l’Europa dei risultati”, che mi piace moltissimo. Ma perché è limitata all’area economica? Perché non è applicata all’area dei diritti fondamentali? Presto celebreremo 50 anni di integrazione europea. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’ideale cui si aspirava era che nessuno dovesse più temere per la propria vita, che tutti potessero vivere in libertà, sicurezza, uguaglianza e democrazia. Quindi i diritti fondamentali dovrebbero costituire la principale priorità della Commissione e quello dovrebbe essere il significato dell’espressione “Europa dei risultati”. Spero che, nei prossimi due anni, questa Commissione crei quell’Europa dei risultati e dei diritti fondamentali. Considero questa proposta soltanto una base per questo obiettivo, ma ora mi aspetto che si passi all’azione.

 
  
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  Sylvia-Yvonne Kaufmann, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, la Carta dei diritti fondamentali esiste da più di sei anni ormai ed è essenziale per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei cittadini, eppure non è ancora giuridicamente vincolante. Possiamo soltanto sperare, quindi, che la Presidenza del Consiglio riesca a imprimere nuovo slancio al processo costituzionale, poiché non c’è dubbio che i diritti individuali dei cittadini dell’Unione europea fanno parte della sostanza della Costituzione, di cui la Carta è il contenuto essenziale.

Alla luce di ciò, in particolare, non possiamo che sostenere l’iniziativa della Commissione. Stiamo parlando qui dello sviluppo di un’autentica cultura dei diritti fondamentali. Voglio dichiarare il mio esplicito appoggio per questo approccio ed evidenziare due punti in proposito.

In primo luogo, il controllo sistematico dei diritti fondamentali deve sempre concentrarsi sui diritti fondamentali specifici coinvolti in ciascun caso, e anche comprovare nei dettagli tale verifica in ogni proposta legislativa.

In secondo luogo, il solo controllo per identificare eventuali errori giuridici, nel valutare la rispettiva importanza della libertà dell’individuo e i requisiti dell’interesse pubblico, è insufficiente. Abbiamo bisogno di un’ottimizzazione in termini di diritti fondamentali, che significa un’analisi politica per accertare quale delle varie soluzioni che valutano correttamente questi interessi produca il migliore equilibrio tra determinazione dell’obiettivo e restrizione dei diritti fondamentali.

Tale approccio potrebbe caratterizzare la cultura dei diritti fondamentali di cui parla la Commissione e in questo modo rafforzare l’identità dell’Unione europea come unione di cittadini.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, in linea di principio garantire i diritti fondamentali di tutti i cittadini è della massima importanza, anche se abbiamo pareri diversi su come realizzare tale obiettivo. Colpisce il fatto che l’Unione europea sta cercando ancora una volta di creare per sé un profilo distinto mediante i diritti fondamentali. Nel frattempo l’Unione ha ora una Carta e un’Agenzia per i diritti fondamentali, nessuna delle quali è stata stabilita all’unanimità.

Una ragionevole minoranza, anche qui in Parlamento, ha importanti obiezioni sulla Carta dei diritti fondamentali e sulla forma che le si vorrebbe dare. Posso richiamare la vostra attenzione sul fatto che la Carta dei diritti fondamentali è una duplicazione non necessaria della Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali? Lo stesso vale, di fatto, per l’Agenzia per i diritti fondamentali. Entrambe le duplicazioni sono evitabili e i diritti dei cittadini non ne risulterebbero intaccati.

E’ un compito che può svolgere la Corte europea per i diritti umani qui a Strasburgo, purché possa contare sul personale e sulle risorse finanziarie necessari. Inoltre, rispetta l’individualità dell’ordinamento giuridico nazionale. Mi sembra una garanzia sufficiente per le nostre libertà e i nostri diritti fondamentali. Sono quindi favorevole a una limitazione delle funzioni dell’Unione nell’ambito dei diritti fondamentali. Dovremmo permettere all’Unione di aderire alla Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali; senza dubbio a ciò seguirà un dibattito sulla conformità e sul controllo dei diritti fondamentali nel rispetto della funzione legislativa della Commissione.

 
  
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  Daniel Hannan (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, onorevoli colleghi: avete perso. La Carta dei diritti fondamentali avrebbe ricevuto valore giuridico dalla Costituzione europea, ma quella Costituzione, sembra necessario ricordarlo periodicamente all’Assemblea, è stata respinta. Il 55 per cento degli elettori francesi e il 62 per cento degli elettori olandesi hanno detto “no”. Ignorare quei risultati e andare avanti come se la Carta fosse in vigore sarebbe oltraggioso, eppure è proprio quello che proponete di fare. E’ proprio quello che state facendo. Come ammette allegramente la relazione Voggenhuber, le varie Istituzioni dell’Unione europea stanno procedendo come se la Carta avesse già valore vincolante. La relazione si potrebbe compendiare come un tentativo di rendere regolare un’estensione illegale e antidemocratica della giurisdizione dell’UE.

Io spero che possiamo dare per scontato che ognuno di noi qui crede nelle libertà civili fondamentali. Noi tutti sosteniamo la libertà di parola, la libertà di culto, il diritto di associazione e così via. Ma alcuni di noi contestano il modo in cui tali questioni vitali vengono tolte dalle mani dei governi nazionali responsabili e sottoposte ai capricci dei giudici europei.

L’Unione europea è carente, non nel suo rispetto per i diritti umani di base, ma nel suo rispetto per la democrazia. I diritti sulla carta, non accompagnati da responsabilità democratica, sono privi di significato. I principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali si potrebbero trovare ugualmente, per dire, nella Costituzione della Germania est o dell’Unione Sovietica, ma come sapevano i popoli di quegli infelici Stati, le carte scritte sono inutili se i governanti non sono tenuti a rendere conto del loro operato.

Abbiamo davvero bisogno di imparare di nuovo questa lezione nell’Unione europea?

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó (ALDE).(EN) Signor Presidente, mi congratulo con l’onorevole Voggenhuber per la sua relazione.

Santa Teresa diceva che il diavolo è nel dettaglio. E’ ovvio che la Commissione europea non approverà mai un atto legislativo che violi in modo clamoroso i diritti fondamentali: nessuno si aspetta questo. Per esempio, però, abbiamo situazioni, come nel caso delle restrizioni sui liquidi a bordo di aeroplani, in cui la comitatologia è stata usata in modo vergognoso per imporre ai cittadini, attraverso un segreto atto di regolamentazione – e sottolineo segreto – doveri che non possono essere riveduti da alcun tribunale in Europa, nazionale o europeo.

In questo caso la Commissione europea non è solamente testimone di una violazione dei diritti fondamentali, ma legifera essa stessa in un modo che va contro il rispetto dei diritti fondamentali e le regole più basilari sulla trasparenza. Queste cose accadono, quindi lasciamo da parte la retorica e cominciamo ad applicare a noi stessi ciò che pretendiamo di applicare a tutti gli altri, ai nostri vicini e ai nostri partner in tutto il mondo.

 
  
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  Giusto Catania (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la necessità che le proposte legislative siano sempre compatibili con i diritti fondamentali può essere un buon viatico per riaprire seriamente il dibattito sul reale processo costituente europeo, evitando il tentativo goffo di rianimare un trattato ormai morto dopo l’impatto con il popolo. Io credo che, alla vigilia dell’imminente e ancora misteriosa dichiarazione di Berlino, questo possa essere un modo serio per riaprire il dibattito e per ridare senso all’Europa e di questo voglio ringraziare l’onorevole Voggenhuber.

In questi anni abbiamo assistito ai voli della CIA e ai rapimenti da parte della stessa nel territorio europeo, al controllo sistematico dei cittadini e alla violazione della loro privacy, al trattenimento di migranti in luoghi disumani e degradanti. Tutto ciò rappresenta l’esempio più evidente della difficoltà dell’Unione europea di tutelare i diritti fondamentali. Noi pensiamo che le proposte legislative dell’Unione europea debbano essere sempre pienamente compatibili, non solo con la Carta dei diritti fondamentali, ma anche con gli altri strumenti europei e internazionali in materia di diritti fondamentali: penso alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali e alla Carta sociale europea.

Ci sembra un buon modo per cominciare un dibattito approfondito per il rilancio dell’Europa.

 
  
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  Maria da Assunção Esteves (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, i diritti fondamentali costituiscono l’elemento portante di tutta l’azione politica dell’Unione europea. Fin dal Trattato di Roma, la democrazia è stata condizione di questa unione di nazioni e base del consenso. La democrazia implica innegabilmente che tutte le istituzioni devono aderire a un’etica dei diritti; la stessa democrazia nasce da un’etica dei diritti.

La Carta dei diritti fondamentali, formalizzata nel Trattato di Nizza, è l’espressione chiara di questa matrice genetica dell’Unione europea, tale da fugare qualsiasi dubbio o ambiguità.

L’Unione europea ha sempre avuto un legame intrinseco con i diritti fondamentali, e soltanto tramite questo vincolo l’Unione garantisce di essere fedele a se stessa. E’ quindi benvenuta la metodologia di autocontrollo della legislazione che la Commissione europea ci ha presentato: il rispetto dei diritti fondamentali come parte integrante del controllo della legalità delle proposte legislative e una valutazione completamente nuova dell’impatto di questa legislazione sui diritti fondamentali. Questo porterà aria nuova e più trasparenza negli uffici della Commissione. Si tratta di una soluzione più strutturale e più positiva di quella della nuova Agenzia dei diritti fondamentali, perché questo metodo, proposto dalla Commissione, presuppone che i diritti umani siano trasversali alle politiche dell’Unione, a tutte le politiche. Questa è la sua forza.

In una società democratica, il controllo dei diritti comincia proprio dal controllo delle istituzioni sulla propria prassi politica. Tuttavia, le virtù di questa metodologia sono limitate, dato che essa non include il Consiglio dell’Unione europea né le decisioni in materia di cooperazione intergovernativa, in relazione alle quali la Commissione non prende iniziative. Se oggi vi sono questioni che non ricevono un’attenzione specifica dal punto di vista di una cultura dei diritti, sono quelle che rientrano nel terzo pilastro, quello del diritto penale e della procedura penale.

Le minacce del terrorismo e l’inquietudine dell’opinione pubblica creano negli Stati la tentazione di una deriva verso una preoccupazione spropositata per la sicurezza, che talvolta oltrepassa i confini della libertà e della giustizia. Il metodo della Commissione ha aperto la porta, ma occorre aprire anche la finestra.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Voggenhuber per la sua relazione e assicurargli il mio appoggio nella sua lotta per garantire maggiori diritti ai nostri cittadini. Come rappresentante del mondo economico, devo dire che è vero che i diritti del Parlamento europeo e delle altre Istituzioni europee sono stati pienamente attuati nel campo del mercato interno. In quel campo, siamo stati in grado di attuare un processo di razionalizzazione per i nostri 27 Stati membri e 500 milioni di cittadini e di assicurare che, invece di 27 diverse normative, se ne applichi una sola, adottata mediante una cooperazione costruttiva.

Vorrei anche sottolineare, comunque, che la costituzione di una base ugualmente solida nel campo dei diritti fondamentali è una mia vera preoccupazione. Quando l’onorevole Hannan dice che la Francia e i Paesi Bassi hanno votato contro la Costituzione, non posso che ribattere dicendo che un referendum consultivo diretto in Spagna ha indicato una netta maggioranza a favore di questo progetto. Inoltre, se sommiamo la popolazione dei tre paesi, se ne deduce che si tratta di una netta maggioranza numerica.

Noi abbiamo l’appoggio della maggioranza degli europei. La stragrande maggioranza di quest’Assemblea ha manifestato il proprio appoggio al progetto e i governi d’Europa si sono dichiarati unanimemente a favore. Di quanti altri voti abbiamo bisogno prima di conseguire la democrazia in Europa, invece di fermarci ai confini geografici e misurare la democrazia in chilometri, mentre dovremmo giudicarla in base ai suoi principi?

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, alle 12.00.

 

17. Negoziato di un accordo di associazione tra l’Unione europea e l’America centrale - Negoziato di un accordo di associazione tra l’Unione europea e la Comunità andina (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta,

– la relazione presentata dall’on. Willy Meyer Pleite, a nome della commissione per gli affari esteri, sulla raccomandazione del Parlamento europeo al Consiglio sul mandato negoziale relativo all’accordo di associazione tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da un lato, e i paesi dell’America centrale, dall’altro (2006/2222(INI)) (A6-0026/2007), e

– la relazione presentata dall’on. Luis Yañez-Barnuevo García, a nome della commissione per gli affari esteri, sulla raccomandazione del Parlamento europeo al Consiglio sulle linee di negoziato relativo all’accordo di associazione tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da un lato, e la Comunità andina e i suoi paesi membri, dall’altro (2006/2221(INI)) (A6-0025/2007).

 
  
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  Luis Yañez-Barnuevo García (PSE), relatore. – (ES) Signor Presidente, in occasione del quarto Vertice Unione europea-America latina e Caraibi, tenutosi a Vienna la scorsa primavera, è stato dato il via libera all’inizio dei negoziati in vista di un accordo di associazione strategica tra l’Unione europea e la Comunità andina. In questa relazione rivolgo al Consiglio e alla Commissione una trentina di raccomandazioni di cui tenere conto nel momento di stabilire gli orientamenti per i negoziati. Auspichiamo un accordo di associazione ambizioso, vasto e di lungo respiro, in linea con gli accordi gemelli, con il Mercosur e l’America centrale, perché la consideriamo una necessità strategica per entrambe le regioni.

America latina ed Europa sono destinate, per la loro storia, la lingua, la cultura, le credenze e i valori, come per la comune visione del mondo, l’appoggio al multilateralismo e al sistema delle Nazioni Unite, a diventare alleati strategici in un mondo globalizzato. Ciò vale specialmente per i paesi andini, dove si trovano alcune delle sacche di estrema povertà e le maggiori disuguaglianze del continente.

L’accordo dovrà avere tre pilastri. Uno di carattere politico-istituzionale, uno di cooperazione e uno commerciale. Nell’ambito politico e di sicurezza dovremmo conseguire una Carta euro-andina per la pace e la sicurezza, instaurare un dialogo politico permanente, promuovere la qualità della democrazia, la coesione sociale, il rafforzamento della governabilità, la riduzione della povertà, gli interscambi fra persone, la lotta contro il terrorismo, la prevenzione dei conflitti e l’azione coordinata per la riforma delle Nazioni Unite, insieme alle operazioni di gestione civile e militare delle crisi.

Il secondo pilastro è la promozione dello sviluppo umano sostenibile e l’accesso progressivo dei prodotti andini ai mercati europei, in condizioni di competitività, tenendo conto delle enormi asimmetrie economiche e del grado di integrazione tra europei e andini, il che comporterà la revisione della PAC e delle sovvenzioni da parte dell’Unione.

Il terzo pilastro è quello commerciale propriamente detto, ma a differenza di altri modelli con paesi terzi, per esempio gli accordi dei paesi andini con gli Stati Uniti, non devono essere stricto sensu accordi di libero scambio, cioè normali accordi di libero scambio, ma devono tenere conto dell’abisso, come si è detto, che separa le due regioni. Senza misure economiche di accompagnamento, cooperazione e assistenza finanziaria, le politiche commerciali da sole non svolgerebbero la loro funzione di contribuire allo sviluppo.

Devono essere inclusi nell’accordo i diritti dei lavoratori, specialmente delle popolazioni indigene e tribali, la protezione di condizioni di lavoro dignitose, la non discriminazione e la parità sul lavoro tra uomini e donne, nonché l’eliminazione del lavoro minorile. Dobbiamo altresì segnalare, in special modo, l’importanza dell’investimento europeo come elemento essenziale per lo sviluppo di quei paesi, e anche la necessità che le imprese europee applichino, per quanto riguarda le condizioni di lavoro, le medesime norme che applicano nei paesi europei.

Il tema dell’immigrazione, come fenomeno e fonte di opportunità, deve essere incluso nell’accordo, con particolare attenzione ai diritti degli immigrati, anche definendo meccanismi volti a facilitare e a rendere meno costosi, più trasparenti e sicuri i trasferimenti delle rimesse.

Nel capitolo ambientale, che nell’accordo deve avere un posto a parte, si deve includere la formulazione comune di politiche mirate al risparmio di energia, la diversificazione, la promozione di energie alternative e rinnovabili e la riduzione di emissioni inquinanti, secondo la direzione seguita dall’ultimo Consiglio europeo.

In sintesi, signor Presidente, signor Commissario, l’obiettivo deve essere, secondo me, la firma di questo ambizioso accordo di associazione strategica tra l’Unione europea e i suoi Stati membri e la Comunità andina e i suoi paesi membri, in occasione del quinto Vertice UE-America latina e Caraibi, che si terrà a Lima nel 2008.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARIO MAURO
Vicepresidente

 
  
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  Willy Meyer Pleite (GUE/NGL), relatore. – (ES) Signor Presidente, è evidente che la presente discussione in Parlamento si svolge in un momento importante per l’America latina in generale, i cui paesi, apparentemente, stanno reagendo con molta energia alla politica che li ha impoveriti: una politica di formule neoliberiste, in questo momento, sono messe in discussione. La recente visita del Presidente Bush in America latina ne è una dimostrazione più che chiara.

Concretamente, rispetto all’accordo di associazione con l’America centrale, l’Unione europea ha un debito storico con tale regione. Abbiamo svolto un ruolo molto importante negli anni ’80, nel processo di pacificazione e democratizzazione dell’America centrale, con gli accordi di San José e l’accordo di Esquipulas, nei quali l’Unione europea ha adottato una posizione autonoma rispetto a quella degli Stati Uniti e ha svolto un ruolo fondamentale.

Indubbiamente, il momento che sta attraversando l’America centrale è molto chiaro: c’è una crescita economica molto debole – intorno allo 0,6 per cento – e livelli di povertà che continuano a essere simili a quelli degli anni ’90, mentre le disuguaglianze aumentano.

Gli accordi di pace sono ancora in attesa di verifica. Lo stesso accade in materia di diritti umani, di impunità e di corruzione, e l’integrazione regionale è ancora molto debole.

In questo contesto, il vostro relatore ha optato per una relazione mirata a concretizzare il tipo di associazione auspicato, articolandolo su tre pilastri fondamentali: il dialogo politico per la buona governance, la cooperazione allo sviluppo per contribuire a eliminare le cause strutturali della povertà e della disuguaglianza, e un commercio in condizioni di equità e reciproco beneficio, basato sulla complementarietà e sulla solidarietà. Un accordo che punti a un’integrazione regionale, per contribuire alla ridistribuzione equa e giusta delle entrate e della ricchezza dell’America centrale. Questo era il contesto. Volevamo un accordo che non si trasformasse in un accordo su una zona di libero scambio e sulla privatizzazione dei servizi pubblici. In definitiva, non volevamo subordinare la cooperazione e il dialogo politico alle formule del libero scambio.

Sono convinto che un accordo commerciale marcatamente neoliberista tra regioni disuguali – nel pieno senso della parola – conduce soltanto ad aggravare tale disuguaglianza e favorisce il profitto da parte di un’élite imprenditoriale, aggravando un circolo vizioso di dipendenza, esclusione, povertà e altissimi costi sociali e ambientali.

Credo che si debba creare un commercio e una cooperazione in funzione di uno sviluppo sostenibile, a livello regionale, per favorire le popolazioni, e non una serie di progetti a beneficio del capitale transnazionale, come il Piano Puebla-Panama o la Banca europea per gli investimenti.

Con questa intenzione ho elaborato questa modesta relazione, contando su molte organizzazioni della società civile dell’Europa e dell’America centrale. Naturalmente, la commissione per lo sviluppo e la commissione per il commercio internazionale del Parlamento hanno espresso il loro parere sulla relazione. Sono grato per tutti i contributi che hanno migliorato il testo nella prospettiva dell’approccio che ho voluto mantenere in tutto il documento.

Ringrazio in particolare l’onorevole Miguel Ángel Martínez per i suoi contributi sempre equi e collaborativi, in questo caso a nome della commissione per lo sviluppo. Nel parere della commissione per il commercio internazionale, l’onorevole Gianluca Susta ha tuttavia presentato emendamenti molto consistenti che hanno davvero snaturato la relazione che intendevo presentare all’Assemblea.

La verità è che si voleva produrre una relazione equilibrata, basata sui tre pilastri che prima ho menzionato ma, in pratica, l’insieme degli emendamenti ha configurato un documento teso essenzialmente a stabilire una zona di libero scambio.

A questo punto, era mia intenzione cercare di attenuare al massimo quella visione, cioè l’approccio con cui si dava all’America centrale l’impressione che l’obiettivo perseguito da noi europei fosse, fondamentalmente, una zona di libero scambio. Siamo giunti a concordare sette emendamenti di compromesso con gli onorevoli Salafranca, del gruppo PPE-DE, Obiols, del gruppo PSE, e Susta, del gruppo ALDE, che ringrazio ancora una volta sinceramente per questo tentativo di attenuare e non stravolgere la relazione.

Ma, naturalmente, ringrazio anche gli onorevoli Obiols e De Kayser, del gruppo PSE, e l’onorevole Romeva, del gruppo Verts/ALE per i loro emendamenti che effettivamente completano e migliorano questo desiderio di trasformare il mandato in un mandato chiaro per un accordo di associazione in questi termini, che escluda la zona di libero scambio.

Questo è stato in parte positivo, perché siamo riusciti ad attenuare, come dicevo, punti importanti come il paragrafo v), in cui si raccomandava esplicitamente di considerare la zona di libero scambio come un obiettivo strategico prioritario, persino menzionando il CAFTA; siamo riusciti ad attenuarlo, ma non a sufficienza.

Non so se sia mai accaduto in altre occasioni, ma raccomando al mio gruppo di astenersi dal votare questa relazione, perché ritengo che di fatto non consegua l’obiettivo che si prefiggeva, vale a dire quello di essere una relazione equilibrata.

Comunque, mi interessa molto conoscere il parere del parlamento centroamericano, il Parlacen, e delle organizzazioni politiche dell’America centrale; spero e desidero che la Commissione europea, quando avvierà il negoziato, tenga conto del fatto che ciò che ci viene chiesto non è una fotocopia della posizione degli Stati Uniti, bensì una posizione equidistante, distinta e autonoma.

 
  
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  Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, innanzi tutto desidero, anche a nome della collega, Commissario Benita Ferrero-Waldner, esprimere il mio apprezzamento per lo straordinario lavoro dei due relatori, nonché l’analisi e le osservazioni costruttive della commissione per gli affari esteri, della commissione per lo sviluppo e della commissione per il commercio internazionale riguardo ai diversi aspetti e prospettive per accordi futuri con queste regioni.

La conclusione di accordi di associazione con l’America centrale e la Comunità andina è un obiettivo strategico di vecchia data per entrambe le regioni, confermato ripetutamente dai capi di Stato e di governo ai Vertici di Guadalajara e di Vienna.

Con la negoziazione di questi accordi, l’Unione europea dimostra il proprio impegno a favore della regione e la propria determinazione a rafforzare le sue relazioni con tutti i paesi latinoamericani. L’Europa e l’America latina sono partner naturali, e legami più stretti con l’America centrale e la Comunità andina contribuiranno a un’associazione più forte, sia politicamente che economicamente.

Gli accordi saranno negoziati da regione a regione per imprimere ulteriore slancio ai processi di integrazione regionale, sia in America centrale che nella Comunità andina. Come è stato ripetutamente sottolineato, anche dal Parlamento europeo, l’integrazione regionale è essenziale per la stabilità politica e sociale. Essa contribuirà anche a inserire meglio queste regioni nell’economia mondiale, sviluppando economie più grandi e più stabili in grado di attrarre investimenti. Nondimeno, vale la pena fugare l’idea che l’UE cerchi di “imporre” il proprio modello: l’integrazione regionale dovrebbe essere sviluppata da ogni regione sulla base delle proprie ambizioni e della propria agenda.

Gli accordi di associazione sono concepiti come accordi globali, che abbracciano interamente le multiformi relazioni dell’UE con entrambe le regioni: dialogo politico, cooperazione e commercio.

Il rispetto e la promozione dei principi democratici, dei diritti umani fondamentali, dello Stato di diritto e del buon governo rimarranno al centro delle nostre relazioni con l’America centrale e la Comunità andina. Inoltre, la Commissione è del parere che gli accordi di associazione dovrebbero prestare particolare attenzione all’attuazione efficace di norme concordate a livello internazionale nel settore ambientale e in quello dei diritti umani, nonché in campo sociale e ambientale, per migliorare lo sviluppo sostenibile.

Riguardo al dialogo politico, questi accordi punteranno ad affrontare un’ampia serie di questioni, come il cambiamento climatico, l’energia, la migrazione e la lotta contro la droga. Si tratta di punti essenziali non solo per le nostre regioni, ma anche per l’intero pianeta. Un dialogo migliorato con l’America centrale e la Comunità andina mira a un impegno costruttivo verso un multilateralismo efficace e una governance internazionale che possano rispondere alle sfide mondiali del XXI secolo.

Il capitolo politico degli accordi di associazione sarà accompagnato da misure volte a migliorare il commercio e gli investimenti biregionali in modo equilibrato ed equo. Questo obiettivo dovrebbe essere perseguito non solo attraverso la progressiva e reciproca liberalizzazione del commercio di beni e servizi, ma anche stabilendo un quadro normativo giusto e trasparente. Anche le asimmetrie tra le nostre regioni dovrebbero essere prese in considerazione. La parte commerciale dell’accordo sarà pienamente coerente con le regole e gli obblighi dell’OMC, pur superando le sue regole di base, in modo da massimizzare i benefici reciproci e a lungo termine della liberalizzazione del commercio biregionale.

La cooperazione tra le due parti deve essere profondamente radicata negli obiettivi globali e nei principi stabiliti dalla nostra politica per lo sviluppo, come il consenso europeo in materia di sviluppo, nonché dagli accordi internazionali che abbiamo sottoscritto, compresi gli Obiettivi di sviluppo del Millennio e la dichiarazione di Parigi sull’efficacia degli aiuti. La coesione sociale sarà una priorità. Il capitolo della cooperazione dovrebbe riflettere la volontà di lavorare congiuntamente e scambiare esperienze. Dovrebbe anche riflettere la solidarietà verso i più poveri e i più esclusi.

Vorrei concludere con una panoramica sulla preparazione di questi negoziati: le proposte di direttive di negoziato sono state adottate dalla Commissione il 6 dicembre 2006 e sono attualmente in discussione con gli Stati membri. La Commissione spera che le direttive di negoziato siano adottate e, se le condizioni lo permettono, spera davvero di cominciare a negoziare con queste due subregioni latinoamericane entro la prima metà di quest’anno. Se riusciamo ad attenerci a questo ambizioso calendario, sarà in larga misura grazie al vostro appoggio e alla vostra determinazione per migliorare le relazioni tra l’UE e l’America latina, in particolare con queste due regioni.

 
  
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  Miguel Ángel Martínez Martínez (PSE), relatore per parere della commissione per lo sviluppo. – (ES) Signor Presidente, la relazione iniziale che ci ha presentato l’onorevole Willy Meyer sull’accordo di associazione tra l’Unione europea e i paesi dell’America centrale è servita come base per il parere che abbiamo elaborato in seno alla commissione per lo sviluppo. Abbiamo ottenuto un accordo molto ampio sulle sue proposte e abbiamo altresì concordato al riguardo una serie di raccomandazioni a nome della commissione per lo sviluppo. L’onorevole Meyer si è dimostrato molto ricettivo, e abbiamo firmato congiuntamente sette emendamenti per introdurre le preoccupazioni specifiche della commissione per lo sviluppo.

Devo dire, onorevoli colleghi, che trovo molto annacquato il testo giunto in seduta plenaria rispetto alle proposte iniziali, rielaborate in larga misura in chiave neoliberista, forse riflettendo il pensiero della maggioranza del Parlamento.

La verità è che possiamo accettare questi testi grazie ai compromessi; voteremo a favore, ma senza nessun entusiasmo, sapendo che non corrispondono alle necessità dell’America centrale né alle aspirazioni dei suoi paesi e sapendo anche che, con questo testo, non aumenterà il prestigio dell’Unione europea in quelle società.

Dei sette emendamenti proposti dalla commissione per lo sviluppo, tre sono stati accettati e sottolineano che l’accordo di associazione tra l’Unione europea e l’America centrale deve includere la dimensione della cooperazione allo sviluppo e quindi riflettere, come ha detto il Commissario, le priorità definite nel consenso europeo in materia di cooperazione: l’eliminazione della povertà e la realizzazione degli Obiettivi del Millennio. Questi riconoscimenti e l’importanza che attribuiamo all’accordo conferiscono al testo che voteremo i requisiti minimi per il nostro appoggio.

 
  
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  Małgorzata Handzlik (PPE-DE), relatore per parere della commissione per il commercio internazionale. – (PL) Signor Presidente, signor Commissario, ringrazio il relatore per la relazione esauriente ed equilibrata, che riveste una straordinaria importanza nel mondo di oggi. E’ un’indicazione vitale e un contributo al negoziato dell’accordo di associazione tra l’Unione europea e la Comunità andina in un momento cruciale di cambiamento politico ed economico nella regione.

La Comunità andina è un sistema produttivo e coesivo che integra singoli paesi latinoamericani. Entrambe le parti – l’Unione europea e la Comunità andina – trarranno profitto da un approfondimento delle reciproche relazioni politiche ed economiche. Le linee direttrici redatte per il Consiglio sono un documento coesivo ed esauriente che contiene tutti gli elementi necessari per una cooperazione soddisfacente. Il relatore evidenzia il ruolo chiave del dialogo politico, la promozione dello sviluppo sostenibile, dell’istruzione e dei diritti umani. Sottolinea anche l’importanza della lotta contro la droga, il traffico di armi e la criminalità organizzata e insiste sul fatto che questa cooperazione deve fondarsi sul libero scambio. L’accordo di associazione deve liberalizzare gradualmente il commercio e sviluppare relazioni politiche, promuovendo contemporaneamente la democrazia e i diritti sociali e culturali caratteristici della regione.

Sono lieta che, negli orientamenti per i negoziati, sia stato incluso il ruolo delle piccole e medie imprese nel processo di associazione, cosa che ho sottolineato nel mio parere per la commissione per il commercio internazionale. Come tutti ben sappiamo, il settore delle PMI è una delle principali fonti di crescita economica e ha un impatto fondamentale sul tenore di vita e sulla riduzione della povertà. Per tale ragione, penso che dobbiamo porre un accento particolare sulla promozione di questo settore, agevolando l’accesso ai prestiti per le PMI, eliminando barriere commerciali non necessarie e attuando programmi mirati all’innovazione e allo sviluppo.

 
  
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  Gianluca Susta (ALDE), relatore per parere della commissione per il commercio internazionale. Signor Presidente, onorevoli colleghi, io mi soffermo sulla relazione Meyer, che indirizza un’iniziativa importante per l’Unione europea che deve tornare a guardare all’America centrale come un’opportunità e incoraggiare gli scambi commerciali, ridurre progressivamente, nel tempo, le barriere tariffarie e non, la libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi, valorizzando le peculiarità di quei paesi.

Questo significa intensificare la cooperazione e lo sviluppo, la tutela delle dignità sociale e individuale dei soggetti più deboli e la progressiva apertura dei nostri mercati soprattutto ai loro prodotti agricoli tipici, su cui si fonda ancora molta parte del prodotto interno lordo di quei paesi.

La commissione INTA ha offerto un contributo tipico e proprio alle sue competenze ma certamente la crescita della competitività dei paesi dell’America centrale è la condizione essenziale per la stabilizzazione politica di un’area che soffre ancora le conseguenze dello scontro violento tra le istituzioni tiranniche e le forze rivoluzionarie di alcuni anni fa, che ha provocato centinaia e centinaia di migliaia di morti e che ha sconvolto quell’area geopolitica.

L’approccio culturale e politico della relazione è pertanto positivo e non ritengo che sia stata annacquata dalla proposta della commissione INTA. Inoltre, il fatto che siano state recepite sostanzialmente alcune sue indicazioni è stato un contributo inteso a unire la questione della creazione della zona di libero scambio alla più generale complessità dei problemi legati allo sviluppo della democrazia in quell’area geopolitica.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, le relazioni presentate dagli onorevoli Yañez e Meyer rispondono a una vecchia richiesta del Parlamento affinché anche le comunità andine e centroamericane possano godere di accordi di associazione, come altre parti della regione, e quindi godere degli strumenti più raffinati e più sviluppati, utilizzati dall’Unione europea nelle sue relazioni con i paesi terzi.

E’ evidente, signor Presidente, che non sono le uniche aree con le quali l’Unione europea sta negoziando questi accordi di associazione. Approfitto della presenza con noi questa sera del Commissario al commercio per chiedergli uno sforzo speciale per alcuni negoziati che si stanno trascinando già da troppo tempo: quelli che l’Unione europea ha intrapreso tempo fa con il Mercosur.

Comprendo le difficoltà che pesano su questo processo negoziale. Ovviamente non sono imputabili esclusivamente alla volontà dell’Unione europea, ma credo che dovremmo fare uno sforzo per cercare di eliminarle e per compiere progressi.

Voglio segnalare, signor Presidente, che nella prima e seconda generazione di accordi tra l’Unione europea e i paesi dell’America latina si è posto l’accento sulla ricerca e lo sviluppo, nella terza generazione sulla clausola democratica e in questa quarta generazione di accordi di associazione si pone l’accento su una liberalizzazione progressiva e reciproca degli scambi.

Naturalmente, questo non significa che gli aspetti commerciali siano i più importanti. Questo accordo di associazione, come diceva poco fa il Commissario, pone come basi delle relazioni il dialogo politico, il rispetto dei diritti umani e dei valori democratici, il rispetto dello Stato di diritto e la lotta contro la corruzione.

E’ evidente, comunque, che non possiamo eludere l’importanza del libero scambio, che è una rivendicazione dei paesi centroamericani e andini. A tale riguardo, l’unica cosa che potrei raccomandare, signor Presidente, è che questo calendario tanto ambizioso del quale ci ha informati il Commissario – considerando che la Commissione ha approvato gli orientamenti per i negoziati che anche il Parlamento approverà domani – possa realizzarsi nei termini più brevi e più rapidi possibili. Infatti, abbiamo già aspettato troppo tempo che le comunità andina e centroamericana possano godere di questi accordi di associazione, come quelli esistenti con il Messico e il Cile, che sicuramente hanno prodotto eccellenti risultati.

 
  
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  Raimon Obiols i Germà, a nome del gruppo PSE. – (ES) Signor Presidente, il nostro gruppo ha ricercato un consenso riguardo alle relazioni presentate dai nostri colleghi, onorevoli Yañez e Meyer. Abbiamo cercato emendamenti di compromesso, perché consideriamo importante comunicare alle subregioni latinoamericane interessate che l’Unione europea non propone un semplice trattato di libero scambio, bensì un accordo di più ampio respiro, che tiene conto fondamentalmente degli aspetti di concertazione politica e di cooperazione allo sviluppo.

Se ho compreso a fondo la discussione svoltasi in Parlamento su queste due relazioni, mi sembra che i rappresentanti del gruppo PPE considerino questi negoziati in una prospettiva che pone l’accento soprattutto sugli aspetti di libero scambio, mentre altri, tra i quali il nostro gruppo socialista, danno più importanza agli aspetti di concertazione politica, di solidarietà, di appoggio alle istituzioni democratiche, alla lotta contro la povertà e contro la violenza.

Se per esempio esaminiamo il quadro concreto delle relazioni commerciali tra l’Unione europea e l’America centrale, vediamo che il commercio dell’Unione europea con l’America centrale rappresenta approssimativamente uno 0,3 per cento del nostro commercio estero e che, perfino in America centrale, gli scambi commerciali con l’Unione europea rappresentano non più del 9 o 10 per cento del commercio con l’estero.

Se applichiamo la massima classica primum vivere, deinde philosophari (prima vivere, poi fare filosofia), possiamo giungere rapidamente alla conclusione che la componente di maggiore importanza delle nostre relazioni, tenendo conto della situazione in questi paesi, non sono tanto gli scambi commerciali quanto gli aspetti inerenti alla lotta contro la povertà, contro la mancanza di sicurezza, contro la violenza e, in alcuni paesi, contro il problema sempre più pressante del narcotraffico e della criminalità organizzata. Questo è il tema centrale.

Poco tempo fa è morto un grande giornalista europeo, il polacco Kapucinski, il quale, riferendosi a questi paesi, diceva che attraggono la nostra attenzione solo quando sono teatro di uno spargimento di sangue, e aggiungeva: “E’ triste, ma è così”. Mi sembra evidente che siamo di fronte a una situazione nella quale questa perdita di interesse, dopo dieci anni dalla firma degli accordi di pace in America centrale, deve lasciare il posto a una maggiore attenzione. Dobbiamo approfittare al massimo delle possibilità offerte dall’apertura dei negoziati per un accordo di associazione, che deve contare, a nostro parere, sul massimo consenso e sull’appoggio maggioritario di questo Parlamento.

 
  
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  Leopold Józef Rutowicz, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, ringrazio i relatori, onorevoli Pleite Meyer e Yañez-Barnuevo García, per l’ottimo lavoro svolto sugli accordi di associazione con i paesi dell’America centrale. Le loro relazioni trattano a fondo gli obiettivi politici su cui si fonda l’espansione della cooperazione.

I paesi dell’America centrale condividono la nostra cultura europea e latina. Sono vicini a noi ed è naturale, da parte nostra, negoziare con loro un accordo di associazione. L’accordo mira a rafforzare la posizione di entrambe le parti in un mondo globalizzato. Attualmente la nostra assistenza a questa regione è principalmente di natura umanitaria. Stiamo dando loro un pesce invece della canna da pesca. Sono la Cina, l’India e il capitale mondiale che stanno aiutando questi paesi ad aiutarsi, costruendo strade, miniere, fabbriche, creando posti di lavoro e vendendo con successo i loro prodotti nella regione.

I nostri negoziati di associazione dovrebbero assicurare legami economici che avvantaggino sia l’Europa che i paesi dell’America centrale associati. Solo su questa base possiamo costruire un sistema durevole di relazioni economiche e politiche tra le nostre società. Si spera che il capitale europeo svolga in futuro un maggiore ruolo nei paesi con i quali vogliamo siglare un accordo di associazione, oltre al sostegno cinese e indiano.

Gli accordi di associazione tra paesi terzi e l’Unione europea sono di grande importanza politica e, se dimostrano di saper assicurare una costante cooperazione economica, supereranno il nostro esame a pieni voti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – (ES) Signor Presidente, anch’io voglio innanzi tutto congratularmi con i due relatori che si sono sforzati di raggiungere un consenso tra i gruppi per stabilire il mandato di negoziazione degli accordi di associazione con l’America centrale e con la regione andina.

Tuttavia, come è stato detto, abbiamo potuto constatare, nel processo di elaborazione di queste relazioni, che esistono profonde e importanti differenze tra i gruppi. Nonostante gli sforzi dei relatori, il testo finale è rimasto realmente squilibrato nei tre elementi fondamentali di questo accordo: il dialogo politico, la cooperazione e il commercio.

A nostro parere, una zona di libero scambio non è un obiettivo realistico né adeguato per regioni così vulnerabili come quelle di cui ci stiamo occupando.

Perciò, riteniamo che si sia persa una buona opportunità per incoraggiare relazioni biregionali che permettano di rafforzare una visione multidimensionale e che garantiscano uno sviluppo umano sostenibile dei paesi andini e centroamericani. Il nostro gruppo quindi, nostro malgrado e con l’intenzione di dimostrare che vogliamo continuare a lavorare, ma rammaricandoci che non si sia ottenuto un risultato migliore in entrambe le relazioni, nella votazione di domani si asterrà.

 
  
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  Jens Holm, a nome del gruppo GUE/NGL. – (SV) Signor Presidente, queste relazioni chiedono a paesi in via di sviluppo di deregolamentare, di dare potere alle imprese europee negli appalti pubblici, di tutelare i brevetti europei e nordamericani e di fare di tutto per assicurare che gli investimenti delle grandi imprese europee siano protetti. Una delle relazioni chiede persino la creazione di una zona di libero scambio – per citare le sue parole, “senza escludere alcun settore”. Riflettete un attimo su questa formulazione. No, non è quella la strada che dovremmo percorrere. Maggiore è la deregolamentazione, meglio sarà forse per le grandi imprese, ma peggio sarà per i lavoratori, l’ambiente e le piccole imprese locali – tutti soggetti protetti dalle leggi che si stanno abrogando.

Consentitemi di fare due esempi. Per la Monsanto è un bene riuscire a brevettare i raccolti in America meridionale, ma per i coltivatori e l’ambiente è un male. Per le imprese europee che operano nel settore dell’assistenza sanitaria è un bene se questo è soggetto alla concorrenza, ma è un male per quanti non possono permettersi di pagare l’assistenza sanitaria. C’è un’alternativa: un commercio equo invece di un libero scambio sfrenato, e cooperazione e sicurezza invece della concorrenza e di un mercato totalmente liberalizzato. E’ di questo che hanno bisogno i popoli, sia dell’Europa che dell’America latina. Concludo dichiarando la posizione del gruppo GUE/NGL, vale a dire l’astensione.

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, qual è il modo migliore per migliorare il tenore di vita e i diritti umani e civili nei paesi dell’America centrale e della Comunità andina? La domanda si potrebbe applicare in modo altrettanto calzante all’intera America centrale e meridionale e al resto del mondo economicamente in via di sviluppo.

E’ nell’interesse a lungo termine del mondo democratico ed economicamente sviluppato usare la propria forza economica per promuovere la crescita economica e la democrazia nel mondo in via di sviluppo. Il modo migliore di fare questo è ridurre le barriere commerciali in tutto il mondo e concludere accordi commerciali e di cooperazione a condizione che vengano rispettati lo Stato di diritto, i diritti di proprietà e di contratto e i diritti umani e civili.

Abbiamo visto che la Cina, anche sotto il giogo di un regime comunista dittatoriale, può comunque realizzare uno sbalorditivo sviluppo economico quando abbraccia pratiche capitalistiche, di libero mercato. Il capitalismo, malgrado tutti i suoi difetti, funziona. Assicura prosperità, scelta e le condizioni necessarie per la democrazia e valori civilizzati. Il socialismo, malgrado tutto il suo idealismo, non funziona. Genera oppressione, mancanza di scelta e stagnazione materiale e politica.

Quindi ciò di cui hanno bisogno i paesi in via di sviluppo in tutto il mondo non è seguire l’esempio dell’Unione europea quasi marxista. Non hanno bisogno di ciò che raccomandano queste relazioni, cioè l’esportazione delle peggiori caratteristiche dell’Unione europea: integrazione economica e politica e legislazione armonizzata.

L’ultima cosa di cui hanno bisogno questi paesi è seguire l’esempio del fallimentare modello economico e della sempre più centralizzata Unione europea, con le sue istituzioni politiche sempre più antidemocratiche e irresponsabili. Queste relazioni invocano il libero scambio – che è positivo – ma questo non deve essere subordinato alla condizione di ricreare le strutture fallimentari dell’Unione europea.

 
  
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  Marcello Vernola (PPE-DE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto mi congratulo con il relatore Luis Yañez-Barnuevo García per la relazione sull’accordo con la Comunità andina, perché è basata sui tre pilastri, ha offerto un quadro non limitato agli aspetti economici. Era infatti nelle aspirazioni di tutte le istituzioni di includere nel futuro accordo di associazione le questioni come la disoccupazione, la sicurezza, la migrazione, lo sviluppo sociale, l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, e quindi la stabilità politica.

E’ nostra preoccupazione affermare la tutela dei diritti umani, civili e politici, economici e sociali e ancora, in linea con le politiche dell’Unione europea, la biodiversità e la protezione degli ecosistemi. Si pone l’esigenza di combattere il lavoro minorile e di garantire investimenti nell’istruzione, nella ricerca, nella scienza e nella tecnologia. Le grandi diversità, interne all’area della Comunità andina, impongono un impegno sulla riduzione delle povertà. Abbiamo anche voluto tutti sottolineare la necessità di sconfiggere la piaga del narcoterrorismo e fare il possibile per sradicare la criminalità organizzata, la corruzione, l’impunità, il terrorismo, il riciclaggio di capitali e il traffico delle armi. Attraverso questo accordo occorre dunque promuovere l’occupazione e soprattutto le coltivazioni alternative alla droga.

Auspichiamo inoltre che l’associazione dia nuovo impulso alle liberalizzazioni del mercato e degli scambi commerciali con la zona di libero scambio, alle tariffe doganali controllate, nonché alla semplificazione e all’armonizzazione dei regimi doganali. E ancora, occorre garantire sicurezza giuridica per gli investitori, ribadendo un secco no alle nazionalizzazioni di imperio che abbiamo visto effettuare in questi ultimi tempi.

 
  
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  Józef Pinior (PSE). (PL) Signor Presidente, signor Commissario, innanzi tutto ringrazio l’onorevole Meyer Pleite per aver elaborato la relazione recante una proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sul mandato negoziale relativo a un accordo di associazione tra l’Unione europea e i paesi dell’America centrale; ringrazio altresì l’onorevole Yañez-Barnuevo García per la relazione sul mandato negoziale relativo a un accordo di associazione tra l’Unione europea e la Comunità andina.

Le raccomandazioni del Parlamento europeo sottolineano che gli accordi di associazione, benché tesi alla graduale liberalizzazione del commercio nonché al dialogo politico e alla collaborazione, hanno anche l’obiettivo di sostenere un costante sviluppo sociale, la coesione sociale, il rafforzamento della democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, politici, civili, economici e sociali, non dimenticando le dimensioni culturali e ambientali di questi diritti.

I paesi della Comunità andina e dell’America centrale hanno vissuto negli scorsi 20 anni una pacifica transizione da regimi autoritari alla democrazia. Negli anni