2. Composizione dei gruppi politici: vedasi processo verbale
3. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
4. Trasmissione di testi di accordo da parte del Consiglio: vedasi processo verbale
(La seduta inizia alle 9.10)
5. Prospettive della politica estera comune per l’Unione europea nel 2007, compreso lo spiegamento di sistemi di difesa antimissile in Europa da parte degli Stati Uniti (discussione)
Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, sulle prospettive della politica estera comune per l’Unione europea nel 2007, compreso lo spiegamento di sistemi di difesa antimissile in Europa da parte degli Stati Uniti.
Javier Solana, Alto rappresentante. – (ES) Signor Presidente, è un piacere per me intervenire dinanzi all’Assemblea. E’ la prima volta che lo faccio sotto la sua Presidenza. Mi permetta di congratularmi ancora una volta con lei e di augurarle il massimo successo durante la sua Presidenza. Auspico altrettanto successo per le relazioni istituzionali che senza dubbio intratterremo tra noi e con il Parlamento che lei presiede. Mi rimetto alle prove: nel breve periodo in cui ha esercitato la Presidenza del Parlamento, abbiamo svolto diverse riunioni, tutte produttive, e mi auguro che questa sia la norma che continueremo a seguire nel nostro lavoro futuro.
Vorrei inoltre congratularmi con il presidente del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, che ho già incontrato in un’occasione, e anche con il nuovo presidente della commissione per gli affari esteri, che ho ricevuto nel mio ufficio solo poco tempo fa. Congratulazioni, buona fortuna e i migliori auguri per una cooperazione fruttuosa.
Signor Presidente, onorevoli deputati, sono appena atterrato, in arrivo da Riad, dove si è svolta una riunione molto importante della Lega araba e dove ritengo che l’Unione europea abbia svolto un ruolo significativo. La riunione non è ancora terminata e mi auguro di potervi fornire informazioni sugli ultimi sviluppi nel corso della seduta.
In questo primo intervento, vorrei dire che sono molto lieto di poter discutere con gli onorevoli deputati i temi di politica estera ai quali so che il Parlamento europeo attribuisce fondamentale importanza, presta attenzione, partecipa e sui quali vorrei continuare a lavorare con il massimo impegno, come abbiamo fatto finora.
Stamattina, nel tempo a nostra disposizione, che è abbondante, vorrei discutere con voi alcune delle questioni più scottanti e più importanti della politica estera mondiale, che riguardano gli europei in quanto tali.
Ritengo sia un buon momento per farlo, signor Presidente. Pochi giorni fa, a Berlino, abbiamo adottato una dichiarazione sul 50° anniversario dell’Unione europea. E’ stato un atto magnifico, con il quale il Cancelliere Merkel, qui in Aula ieri, ha presentato una dichiarazione che considero importante e che può aprire un varco nel futuro per un maggiore sviluppo dell’Unione europea in tutti i campi.
Non ho il minimo dubbio, signor Presidente, che una politica estera comune sia una delle grandi sfide che l’Unione europea deve affrontare. I motivi sono molti, ma è sufficiente enunciarne due: il primo è che, quando si viaggia per il mondo, si avverte il grande desiderio che l’Unione europea svolga un ruolo sempre maggiore in politica estera. Ne siete testimoni eccezionali: anche voi avete viaggiato per il mondo e avete avuto varie occasioni di constatarlo.
Chiedono la nostra presenza nei luoghi più diversi e nei conflitti più disparati. Chiedono un modo europeo di fare le cose, con una politica estera che funzioni, e chiedono qualcosa che tutti noi vogliamo. In fin dei conti, penso che dovremmo tutti riconoscere che questo rappresenta un successo.
Ce lo chiedono i nostri stessi cittadini. Senza dubbio, un esame sistematico dell’Eurobarometro rivela che anche i cittadini europei manifestano il particolare desiderio che la politica estera dell’UE sia quanto più europea possibile, quanto più comune possibile, quanto più coordinata possibile e quanto più visibile possibile. Onorevoli deputati, queste sono le cose di cui volevo parlare; ritengo sia un successo che l’Unione europea proceda in questa direzione e come tale dovrebbe essere riconosciuto.
Per darvi un’idea, al momento abbiamo dieci missioni impegnate nel mondo: da Kinshasa alla Bosnia e da Gaza all’Iraq. Stiamo per preparare una missione per l’Afghanistan e due missioni nel Kosovo, che senza dubbio saranno le più difficili, considerate le loro dimensioni e l’importanza che il Kosovo avrà per la futura stabilizzazione dei Balcani.
Sono certo che seguiranno altre missioni. Saranno necessarie altre missioni in futuro, dal punto di vista sia civile sia militare o da un punto di vista misto. Dobbiamo quindi essere all’altezza di ciò che ci si attende da noi, delle speranze riposte nell’Unione europea. Ciò richiede anche risorse adeguate, onorevoli deputati, e parte della responsabilità ricadrà sulle nostre discussioni, perché il Parlamento dovrà senz’altro svolgere un ruolo importante in questo ambito.
Stamattina vorrei discutere i temi più caldi – se mi permettete questa espressione – della vita internazionale, come il Medio Oriente, con tutte le sue manifestazioni. Vorrei fare alcune osservazioni sull’Iran e sugli ultimi avvenimenti. Dovremo sicuramente parlare dei Balcani e vorrei parlare anche dell’Africa e, brevemente, di alcuni temi riguardanti l’Europa orientale, che in questo momento stiamo discutendo tra noi.
Comincerò dal Medio Oriente. Come ho appena segnalato, penso che il Vertice della Lega araba, cominciato ieri e non ancora terminato, al quale ho avuto l’onore di rappresentare l’Unione europea, potrebbe essere uno dei vertici più importanti organizzati dalla Lega araba nei suoi 60 anni di storia. Sessant’anni di storia che sono stati festeggiati il 3 marzo, pochi giorni fa, mentre la nostra Unione ha festeggiato 50 anni di storia la scorsa settimana.
Durante questo periodo, abbiamo sicuramente intrattenuto una stretta collaborazione con la Lega araba per oltre 30 anni. Ritengo sia importante sottolinearlo e penso sia altrettanto importante ribadire all’Assemblea che questa cooperazione tra l’Unione europea e la Lega araba sarà sempre più importante.
Dalla riunione di ieri sono emersi alcuni elementi significativi, che vorrei discutere con voi. Forse il più eclatante, a mio parere, avendo partecipato a molte riunioni della Lega araba, è la chiara leadership esercitata in ogni momento da Sua Maestà il Re dell’Arabia Saudita.
Come sapete, l’Arabia Saudita è un paese importante nella regione, ma non è uno dei paesi più attivi dal punto di vista politico; è più importante dal punto di vista economico. Oggi abbiamo un Re, Abdullah, che per molto tempo è stato, per così dire, reggente – a causa della malattia del suo predecessore – e che ha iniziato un’azione di una certa importanza in seno alla Lega araba, al fine di trovare una soluzione ai problemi presenti nel mondo arabo, tra la sua popolazione e nel suo insieme.
Un rilancio della Lega araba, quindi, che ci pare importante, e argomenti di grande rilevanza. Vorrei approfondirne tre, essenzialmente, e vi farò riferimento durante il mio intervento.
Il più importante, dal punto di vista del processo di pace, è senza dubbio il rilancio dell’iniziativa della Lega araba. Gli onorevoli deputati ricorderanno che, dopo il Vertice di Beirut del 2002, venne avviata un’iniziativa araba che proponeva il riconoscimento reciproco tra i paesi arabi e Israele, purché si procedesse al ritiro completo entro i confini del 1967. Tale iniziativa, discussa in varie sedi per diversi anni, non fu interamente accettata da Israele e ora è di nuovo sul tavolo, proposta dai paesi arabi con maggiore energia e determinazione.
Come sapete, noi europei riuscimmo a inserire l’iniziativa nella famosa tabella di marcia, e tale iniziativa costituisce quindi un pilastro fondamentale della possibile soluzione definitiva della questione mediorientale e soprattutto del processo di pace nel suo insieme, non solo del processo di pace in termini israelo-palestinese, ma anche per quanto riguarda le questioni che interessano la Libia, il Libano e la Siria. Questo è dunque il primo tema che si sta ancora discutendo stamattina a Riad; a mio parere, il rilancio di questa iniziativa può avere un’importanza fondamentale per dare nuovo impulso al processo di pace.
Sono state discusse anche le questioni relative al Libano. E’ interessante osservare che la Lega araba ha anche avviato un dibattito su temi di interesse comune per la Lega araba e l’Unione africana: temi che hanno una componente africana e una componente araba, come il Sudan o la Somalia. Tratterò brevemente questi due temi tra un momento.
Per cominciare, riguardo al Medio Oriente, vorrei dire che l’Unione europea è convinta che il conflitto arabo-israeliano sia al centro dei problemi della regione; l’Europa ne è totalmente convinta da molto tempo, non dico niente di nuovo. Abbiamo sostenuto l’accordo della Mecca, anch’esso raggiunto con la mediazione del Re dell’Arabia Saudita; riteniamo che tale accordo possa contribuire a porre fine alle lotte tra palestinesi e a trovare una soluzione al conflitto che, come gli onorevoli deputati sanno e come abbiamo ripetuto più volte, deve comportare la fine dell’occupazione cominciata nel 1967, la creazione di due Stati e un accordo ampio e globale per la regione.
Sosteniamo inequivocabilmente gli sforzi indefessi del Presidente Abbas, con il quale ho avuto la possibilità di passare un’ora buona ieri mattina, volti a conseguire gli obiettivi del popolo palestinese, conformemente ai principi che egli stesso ha ribadito incessantemente, in particolare in due momenti chiave: l’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite e, di recente, in occasione dell’insediamento del nuovo governo palestinese il 17 maggio.
Come sapete, questi principi, enumerati dal Presidente stesso, sono tre: il primo è il rispetto degli accordi precedenti, conclusi dall’OLP e dall’Autorità nazionale palestinese, il secondo è il riconoscimento reciproco e il terzo è la rinuncia alla violenza e l’impegno a favore dei negoziati. Come gli onorevoli deputati sanno, l’Unione europea non ha abbandonato e non abbandonerà mai il popolo palestinese. E’ un atteggiamento che manteniamo da molto tempo, e continueremo a farlo.
Sono sinceramente convinto che abbiamo una nuova opportunità di dare impulso alla risoluzione del conflitto. Tentare di uscire da quella che potremmo definire una fase di gestione della crisi ed entrare in una nuova fase di risoluzione del conflitto. Ritengo che esistano le condizioni oggettive per poter entrare in questa fase e tentare di portare avanti il processo, con l’aiuto dei membri del Quartetto.
Onorevoli deputati, con l’insediamento del nuovo governo di unità nazionale palestinese emergeranno vari problemi che dovremo discutere, che dovremo risolvere. Dovremo affrontare nuovi problemi, quali il modo in cui trattare con questo governo e il modo in cui finanziarlo. Vorrei illustrare molto brevemente la mia posizione, posizione che sono pronto a difendere nel fine settimana, durante il quale i ministri degli Esteri si riuniranno a Chemnitz, convocati dalla Presidenza tedesca.
Nel nuovo governo, onorevoli deputati, vi sono persone che conosciamo, che conosciamo bene da molto tempo. Vi sono altre persone che non conosciamo, perché appartengono ad Hamas e, poiché Hamas è nella lista delle organizzazioni terroriste, non trattiamo con loro e non li conosciamo. Tuttavia, vi sono molte persone in questo governo che conosciamo e, come ho detto, le conosciamo bene da molto tempo; io le conosco e molti di voi le conoscono.
Dire che il nuovo ministro delle Finanze è uno sconosciuto sarebbe una falsità: trattiamo con lui da molto tempo, abbiamo lavorato con lui in modo molto efficace e ora sarebbe veramente assurdo parlarne come se si trattasse di uno sconosciuto.
Il ministro degli Esteri è di Gaza e ho trattato con lui per molti anni: è una persona che non appartiene ad alcuna formazione politica, è un intellettuale, un uomo che ha il passaporto di un altro paese – non del paese che di solito figura sul passaporto dei palestinesi – che per molto tempo ha organizzato numerose riunioni tra diversi onorevoli deputati e membri dell’Autorità palestinese. Ritengo quindi che sarebbe un grave errore interrompere tutti i contatti con persone che fanno parte del nuovo governo e con cui abbiamo collaborato a stretto contatto per molto tempo.
Se mi chiedeste anche che cosa faremo o in che modo utilizzeremo le risorse finanziarie, non penso che dovremmo cambiare la nostra posizione in materia di finanziamenti dalla sera alla mattina, ma ritengo che, in ogni caso, uno dei nostri obiettivi debba essere ascoltare il nuovo ministro delle Finanze, un nostro vecchio amico, una persona onesta, una persona della quale conosciamo il percorso politico. Sapere ciò che pensa, sapere come fornire aiuti finanziari nel modo più efficace possibile, perché non contribuiscano solo al maggiore benessere dei palestinesi, ma possano anche contribuire all’avanzamento del processo di pace.
Ritengo che la nostra posizione debba essere quella dichiarata in seno al Quartetto. Ciò che più conta oggi non sono le parole, ma i fatti. Osservare come si comporta il governo palestinese in questo momento e agire e adeguare la nostra azione al modo in cui si comporta, non solo alle parole che pronuncia.
Vorrei dire anche che siamo determinati a compiere un balzo verso la risoluzione del conflitto e a uscire dalla fase di gestione della crisi.
Il Quartetto, come sapete, ha acquistato maggiore vivacità in questo periodo, dall’inizio dell’anno. Ci siamo già riuniti in diverse occasioni e abbiamo svolto alcune riunioni molto importanti, sia con il Presidente Abbas sia con il Primo Ministro Olmert, e vorrei comunicarvi che nelle prossime settimane svolgeremo una riunione nella regione con i paesi a noi più affini, con i quali intratteniamo le relazioni più strette, al fine di risolvere il problema, paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e Amman. Ritengo siano i paesi più legati a noi ed è con essi che vogliamo incontrarci.
In un futuro non troppo lontano, prima dell’estate, ci piacerebbe che il Quartetto, insieme ai quattro paesi che ho menzionato, riuscisse a organizzare anche una riunione con le parti, cioè una riunione con i palestinesi e una riunione con Israele. Sarebbe la prima riunione di Israele con il Quartetto. Israele non ha mai partecipato a una riunione con il Quartetto. I palestinesi lo hanno fatto, ma Israele non ancora.
Questo è il nostro programma di lavoro per i prossimi mesi, mesi importantissimi, durante i quali so che anche il Presidente del Parlamento farà un viaggio nella regione. Coordinare i nostri sforzi mi sembra quindi assolutamente fondamentale.
Sono certo che molte domande e risposte riguarderanno il Medio Oriente, quindi sul processo di pace mi fermo qui e passo all’Iran.
Ieri mattina, a Riad, ho avuto la possibilità di incontrare anche il ministro degli Esteri iraniano, il signor Motaki. Gli ho detto con grande chiarezza e fermezza che la detenzione dei 15 marinai britannici da parte delle autorità iraniane è inaccettabile per l’Unione europea. Non vi è alcun motivo che giustifichi tale misura, non si è verificata alcuna illegalità, e l’Unione europea deve essere solidale nei confronti degli amici britannici ai fini della liberazione di tali marinai.
Due parole sulla questione del programma nucleare: come gli onorevoli deputati sanno, sabato scorso, 24 marzo, nella notte, mentre eravamo a Berlino, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 1747.
La risoluzione 1747 è la terza risoluzione adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza sulla questione dell’Iran, intesa a far sì che l’Iran rispetti i suoi obblighi, obblighi derivanti dalle opinioni o relazioni di Vienna, che il dottor El Baradei, in veste di direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, trasmette al Consiglio dei governatori per la votazione.
Vorrei segnalare che è molto significativo che, in quest’ultima sessione, l’intera comunità internazionale, rappresentata in seno al Consiglio di sicurezza, abbia espresso un voto unanime. La composizione attuale del Consiglio di sicurezza, in linea di principio, avrebbe potuto rendere più complessa la valutazione della questione iraniana, rispetto alla composizione precedente. Al momento, siedono in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite paesi come il Qatar, l’Indonesia, un importante paese islamico, e il Sudafrica, che rappresenta in modo simbolico i paesi non allineati, oltre a molti altri paesi, tra cui cinque europei.
A mio parere, abbiamo l’obbligo di spiegare la nostra posizione in modo molto chiaro, affinché non vi siano divergenze tra noi in termini di comprensione delle difficoltà che il problema della non proliferazione presenta al mondo – non solo a un tipo particolare di paesi, ma al mondo in generale – e affinché essa sia compresa correttamente e si possa svolgere un buon dibattito con tutti, con i paesi non allineati e con paesi come quelli che ho appena menzionato.
Il fatto che si sia riusciti a raggiungere il consenso su questa risoluzione in tempi così brevi rappresenta un successo. Trasmette alle autorità iraniane un messaggio chiaro, ovvero che il loro programma nucleare deve essere compatibile con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza.
Nel momento stesso in cui la risoluzione veniva resa pubblica, a Berlino si rilasciava una dichiarazione, che ho reso io a nome dei membri europei e anche dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, per affermare che continuiamo a credere che il modo migliore di risolvere il problema con l’Iran sia trovare una soluzione di carattere politico e che siamo disposti ad avviare o proseguire un negoziato, ma l’unica soluzione possibile è una soluzione di carattere politico.
Quarantotto ore dopo, ho avuto la possibilità di parlare con il dottor Larijani, l’interlocutore della parte iraniana, non per risolvere il problema, non per avviare un negoziato né un prenegoziato, ma per trasmettere almeno questo messaggio chiaro da parte nostra, un messaggio che è stato ben accolto dal dottor Larijani. Ci auguriamo che nelle prossime settimane i dirigenti iraniani avranno il buon senso, non solo di risolvere il problema che hanno oggi con il Regno Unito, ma anche di riprendere negoziati che possano condurre a una soluzione definitiva del problema. Non vi è altra via, onorevoli deputati, se non quella dei negoziati, e deve essere riaperta quanto prima possibile.
Parlando di Iran, permettetemi di spendere un paio di parole sulla non proliferazione. Come ho detto, il tema della non proliferazione comincia a essere una questione capace di dividere la comunità internazionale. Nulla potrebbe essere più grave che adottare un parere diverso a seconda che si tratti di paesi del nord o del sud, paesi sviluppati o meno sviluppati, su una questione importantissima come la non proliferazione. Dobbiamo quindi compiere ogni sforzo possibile per spiegarlo bene e per condividere le nostre preoccupazioni con gli altri paesi. La non proliferazione è una questione che riguarda tutti, riguarda il mondo nel suo insieme.
A mio parere, onorevoli deputati, uno degli obblighi che abbiamo noi europei – fondamentale, a mio giudizio – è inquadrare il dibattito sulla non proliferazione da tre punti di vista distinti: primo, la non proliferazione propriamente detta. Secondo, la questione del disarmo: ritengo che il tema del disarmo sia stato abbandonato troppo a lungo, in quanto si è posto l’accento essenzialmente sulla non proliferazione, senza porlo anche su ciò che afferma il trattato di non proliferazione nucleare sul disarmo; esso dice anche che le potenze che hanno capacità nucleari devono cominciare a pensare al modo in cui disarmarsi, affinché le armi nucleari inizino a sparire dal nostro pianeta. Dobbiamo quindi insistere – penso sia un principio fondamentale, che gli europei devono comprendere in modo molto chiaro – sul fatto che il tema del disarmo è fondamentale.
In terzo luogo, dobbiamo includere in questo dibattito anche la questione del trasferimento di tecnologie, perché è ciò che dà ad alcuni paesi l’impressione che si usino due pesi e due misure riguardo all’uso dell’energia nucleare.
Ritengo che elaborare un pacchetto su questi tre elementi, avviare negoziati seri con altri paesi al di fuori dell’Unione europea, condotti dall’Unione europea, possa essere un grande contributo dell’Unione alla costruzione di un mondo di pace e di un mondo nel quale le armi comincino a non essere più un mezzo con cui risolvere i problemi e nel quale i problemi siano risolti con la parola, il dialogo e il linguaggio normale, che è il linguaggio difeso dall’Unione europea.
Signor Presidente, onorevoli deputati, vorrei fornirvi alcune informazioni anche sugli ultimi avvenimenti nei Balcani, in particolare per quanto riguarda il Kosovo e la Serbia.
Come sapete, Martti Ahtisaari, l’ex Presidente della Finlandia, una grande persona che tutti conosciamo, un grande Presidente della Finlandia, ha ricevuto dal Segretario generale delle Nazioni Unite l’incarico di tentare di risolvere i problemi riguardanti lo status finale del Kosovo. Ha lavorato a lungo tanto con la Serbia quanto con il Kosovo nel tentativo di pervenire a una soluzione negoziata.
Vorrei ricordare agli onorevoli deputati che il termine entro cui avviare l’ultima fase dei negoziati è stato prorogato al 21 febbraio, al fine di tenere conto delle elezioni che si sarebbero svolte in Serbia in quel periodo.
La posizione finale del Presidente Ahtisaari, che fa già parte del documento ufficiale presentato al Segretario generale delle Nazioni Unite, più o meno dice che sembra molto difficile, per non dire impossibile, almeno secondo lui, pervenire a una soluzione negoziata accettabile per entrambe le parti. La comunità internazionale potrebbe quindi essere obbligata a cercare un modo per imporre una soluzione.
Imporre una soluzione, come sapete, significa una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a norma del capitolo 7. A tal fine è necessario l’accordo di tutti i membri e, come sapete, sono cominciate a emergere difficoltà tra alcuni paesi membri del Consiglio di sicurezza, sostanzialmente da parte della Russia e, molto probabilmente, anche della Cina. Il processo entra quindi in una nuova fase. Conclusa la fase guidata dall’inviato speciale Ahtisaari, si entra in una fase di discussione in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Come sapete, l’Unione europea ha mantenuto contatti costanti con Martti Ahtisaari. Abbiamo lavorato con lui su varie questioni, anche se la responsabilità era sua, e dobbiamo ora definire la nostra posizione.
La nostra posizione finora è stata di sostegno totale al Presidente Ahtisaari e al suo processo; ora dobbiamo prendere una decisione sul sostegno alla posizione finale che ha adottato. A questo punto, dobbiamo attendere e vedere come si evolve la situazione in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Vorrei tuttavia rilevare che l’Unione europea avrà una responsabilità enorme quando lo status finale del Kosovo sarà stato definito. Il Kosovo fa parte del nostro continente. Ha una prospettiva europea e, di conseguenza, a prescindere dalla soluzione definitiva cui perverrà il Consiglio di sicurezza, avremo alcuni obblighi fondamentali, in relazione con l’ufficio di rappresentanza della comunità internazionale in Kosovo, e avremo anche una missione, al di là degli aspetti economici che gli onorevoli deputati conoscono molto bene, una missione di politica estera e di sicurezza comune, giudiziaria e di polizia, per tutto ciò che riguarda la legislazione e l’applicazione della legge in Kosovo.
Sarà senza dubbio la missione più importante dell’Unione europea nella storia della nostra politica estera e di sicurezza. Probabilmente avremo più di 1 500 persone impegnate nei diversi ambiti che ho appena descritto.
Il Parlamento, onorevoli deputati, avrà una responsabilità enorme poiché dovrà stabilire se saremo in grado di trovare le risorse. Abbiamo risorse, ma forse non tutte quelle necessarie per portare a buon fine questo compito difficile, sicuramente il più difficile che l’Unione europea abbia mai dovuto svolgere dal punto di vista della gestione sul campo.
Onorevoli deputati, non possiamo fallire. Se l’Unione europea fallirà nella stabilizzazione dei Balcani, se falliremo nella stabilizzazione del Kosovo e della Serbia, tale fallimento avrà enormi conseguenze, che limiteranno in modo significativo altre possibilità di azione che l’Unione europea potrebbe avere nel resto del mondo. Se non riusciremo a risolvere con rapidità ed efficacia i problemi presenti nel nostro vicinato, molto difficilmente saremo in grado di farlo al di là delle nostre frontiere.
Una parola sulla Serbia. Onorevoli deputati, la Serbia è un grande paese balcanico, un grande paese al quale dobbiamo dare tutto il nostro appoggio. La Serbia senza dubbio attraverserà momenti difficili: il referendum del Montenegro, la soluzione finale del problema del Kosovo. A mio parere, abbiamo l’obbligo di aiutare la Serbia nel modo più efficace possibile.
In Serbia, dobbiamo proseguire i negoziati sull’accordo di associazione e di stabilizzazione, ma, onorevoli deputati, vorrei che si facesse lo sforzo più generoso possibile per aiutare questo paese. La Serbia, come ho detto, è un grande paese e ha la vocazione e il desiderio di far parte della famiglia dei paesi europei.
Se avete seguito l’ultima campagna elettorale, avrete notato che la posizione dell’attuale Presidente Tadic, una persona che rispettiamo e con la quale manteniamo strettissime relazioni, è stata totalmente pro-europea. Ritengo che, a seguito di ciò che avverrà in questo periodo, dovremo essere capaci di fornire il massimo aiuto possibile al governo, che non si è ancora formato dopo le elezioni, affinché continui a essere un governo pro-europeo, un governo che difenda i nostri valori, un governo che conduca la Serbia verso il destino che le spetta, ovvero verso la prospettiva europea.
Gli incontri con il Presidente Tadic sono molto frequenti; è stato qui di recente, è stato anche a Berlino per il 50° anniversario dei Trattati di Roma, è un grande amico dell’Europa e, come ho detto, lo incontro con relativa frequenza. Discutiamo tutti questi temi con la massima franchezza e nei minimi particolari.
Ho anche occasione di incontrare il signor Kostunica, tuttora Primo Ministro di un governo a interim, è vero, ma pur sempre Primo Ministro del governo, con il quale il Presidente Tadic prima o poi dovrà trovare un accordo, al fine di formare una coalizione che possa governare il paese nel modo migliore possibile, nel modo più stabile possibile, insieme al gruppo G17, cioè la coalizione precedentemente al governo in Serbia.
Nella campagna elettorale, il signor Tadic ha anche assunto un impegno di cooperazione totale ed efficace con il Tribunale penale internazionale, perché è fondamentale che le persone chiaramente coinvolte in reati – alcune delle quali sono state giudicate colpevoli dal Tribunale penale internazionale dell’Aia non molti giorni fa – siano catturate e consegnate alla giustizia.
Onorevoli deputati, sicuramente continueremo a parlare della questione del Kosovo tutte le settimane: da qui all’estate, si dovrà prendere una decisione importante sulla Serbia e sul Kosovo praticamente ogni settimana. Vi comunico che l’operazione europea in Kosovo è pronta e, non appena sarà approvata la risoluzione del Consiglio di sicurezza, saremo in grado di attuarla.
Non nutriamo quindi preoccupazioni su questo aspetto, ma ci preoccupa la durata dell’operazione e la disponibilità di risorse sufficienti per portarla completamente a termine entro i tempi previsti. Tuttavia, vorrei rassicurarvi sul fatto che il lavoro è finito e pronto e non appena il Consiglio di sicurezza approverà la risoluzione saremo in grado di svolgere la nostra funzione.
Due parole su alcune importanti questioni concernenti l’Europa orientale. Negli ultimi giorni, nelle ultime settimane, ho avuto occasione di incontrare il Presidente e il Primo Ministro dell’Ucraina. Vorrei rendervi partecipi, onorevoli deputati, della mia preoccupazione riguardo agli sviluppi della situazione in Ucraina.
Come sapete, l’Ucraina, dopo le elezioni, ha tardato a formare un governo. Si è giunti a una coalizione inattesa, che però alla fine si è insediata. La coalizione comincia a operare, ma la questione delle riforme e la questione della stabilità costituzionale continuano a essere problemi preoccupanti. L’Ucraina è un paese importantissimo per noi, un grande paese dal punto di vista fisico, un grande paese in termini di potenza economica, ma un grande paese anche dal punto di vista strategico. Dobbiamo quindi dare la massima importanza all’Ucraina. Dobbiamo dedicarle parte delle nostre energie. Cerco di dedicare a questo paese le stesse energie che presto alla soluzione di alcuni conflitti congelati nella zona.
Il problema cui prestiamo maggiore attenzione è quello della Transdnistria. All’ultimo Vertice, siamo giunti a un accordo con il Presidente Putin. Mi auguro che tale accordo sarà rilanciato, anche in cooperazione con la Federazione russa, al prossimo Vertice, che si terrà a maggio, per esaminare la possibilità di imprimere impulso alla soluzione del problema della Transnistria in tempi relativamente brevi. Vi è un nuovo piano a tal fine, un maggiore coinvolgimento delle due parti, nonché una maggiore partecipazione del governo ucraino, e mi auguro si possano ottenere successi nella risoluzione di questi conflitti congelati nella parte orientale dell’Europa.
Lo stesso si può dire della Bielorussia. Il Cancelliere Merkel ha parlato ieri con grande competenza e grande calore della Bielorussia, e lo ha fatto anche in occasione del 50º anniversario. Mi associo completamente alle sue parole.
Onorevoli deputati, ritengo che in questo momento non si possa svolgere uno scambio di pareri sulla politica estera senza parlare dell’Africa e, sostanzialmente, di due grandi problemi con conseguenze umanitarie potenzialmente gravi. Il primo è il vecchio, o almeno datato, problema del Darfur, al quale abbiamo dedicato buona parte del nostro tempo ieri a Riad, perché è un problema con una componente africana, come ho già detto, ma anche una componente della Lega araba. La partecipazione di queste due grandi unioni, l’Unione africana e la Lega araba, insieme alla comunità internazionale, è fondamentale.
Noi europei possiamo provare, non dico orgoglio, perché nessuno può essere orgoglioso di ciò che sta accadendo in tale regione, ma almeno una certa soddisfazione poiché, sin dal principio, ci siamo impegnati a trovare una soluzione al problema del Darfur. Abbiamo lavorato sodo per gli accordi di Abuja, abbiamo finanziato nel modo più generoso possibile la forza dell’Unione africana dispiegata sul campo, ma, come sapete, la situazione rimane estremamente allarmante.
Ieri, abbiamo di nuovo parlato con il Presidente del Sudan al-Bashir per esaminare la possibilità che le Nazioni Unite rilevino la forza di sicurezza dell’Unione africana in Darfur. Non si è giunti a un accordo totale, ma, dato che ieri, a Riad, era presente anche il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, spero che le decisioni adottate in tale sede possano andare nella giusta direzione.
In ogni caso, per noi europei, la questione del Darfur deve essere una delle nostre massime preoccupazioni dal punto di vista umanitario, e non solo umanitario, ma anche per quanto riguarda la ricerca di una formula che permetta di stabilizzare il paese. Ciò riguarda il problema, per così dire, est-ovest del Darfur, ma esiste un altro problema fondamentale, che sarà di nuovo sul tavolo: il problema nord-sud.
Per quanto riguarda il problema nord-sud, si è giunti a un accordo, come sapete, ma siamo ancora in attesa di un referendum, che potrebbe dividere il paese in due parti. Se questa fosse la soluzione definitiva, si assisterebbe alla spaccatura di un paese molto grande, molto importante, qual è il Sudan, che possiede riserve energetiche fondamentali, e ciò sarebbe una catastrofe per tutti noi.
In questo contesto, le relazioni con la Cina sono fondamentali, così come le relazioni con l’India. Sono due paesi che ricevono dal Sudan la maggior parte, o una quota molto cospicua, del loro fabbisogno energetico di petrolio. Il contributo di entrambi i paesi alla stabilizzazione del Sudan è assolutamente fondamentale e la nostra politica estera nei riguardi della Cina e dell’India deve quindi integrare questo tema in tutti i nostri negoziati, un tema importante per i diritti umani e per la stabilità di una regione importante dell’Africa.
Onorevoli deputati, non so quanto tempo ho ancora a disposizione, ma vorrei accennare brevemente a due questioni: in primo luogo, la struttura di gestione delle crisi che stiamo approntando, per la quale il Consiglio sta realizzando una delle operazioni strutturali più moderne per la gestione delle crisi. In certa misura, l’abbiamo già messa alla prova nel caso di Kinshasa, con la generosità dei nostri amici tedeschi responsabili dell’operazione, ma stiamo cercando di creare una struttura che comprenda, sin dall’inizio, tutti gli elementi di una possibile gestione delle crisi, sia civili sia militari. Dobbiamo quindi creare un organismo di pianificazione delle operazioni che, come ho detto, comprenda tutte le componenti, al fine di evitare il tipo di situazioni in cui ci siamo trovati altrove in passato, situazioni di sfasamento tra la componente civile e la componente militare, gli aspetti economici e gli aspetti legati alla costruzione della società. Tutto deve essere ben congegnato, sin dal principio.
In una seduta speciale, se gli onorevoli deputati lo desiderano, o in seno alla commissione per gli affari esteri, sarebbe interessante svolgere un’analisi più dettagliata di un aspetto che è all’avanguardia delle attuali riflessioni dell’Unione europea e va al di là di ciò che alcuni paesi membri dell’Unione europea, o paesi terzi al di fuori dell’Unione europea, stanno cercando di fare in questo campo.
Onorevoli deputati, secondo il titolo della discussione, è vostro desiderio conoscere il mio parere sul tema del sistema di difesa antimissile. Con sommo piacere, esporrò alcune brevi riflessioni in materia. L’Unione europea non ha ancora preso una decisione. E’ molto probabile che nelle prossime riunioni del Consiglio si svolgeranno discussioni al riguardo, ma vorrei riassumere le mie idee su tre punti a mio parere molto chiari.
Il primo è che l’Unione europea non è un’alleanza militare – come sappiamo molto bene – ma ha una politica estera e una politica di sicurezza e può e deve discutere questo tema. Sarei quindi favorevole a discutere la questione in seno all’Unione europea. Ritengo che debba essere discussa.
Il secondo è che l’Unione europea, come ho detto, non è un’alleanza di difesa e di sicuro non è la sede in cui si possa adottare una decisione in materia, in quanto si tratta di una questione di stretta competenza di un’alleanza militare, ma penso che sarebbe un errore non confrontarci e discutere tra noi su questi temi nel modo più chiaro e più aperto possibile.
In terzo luogo, l’intero sistema può influire sulle nostre relazioni con un paese terzo, la Russia. Per fortuna, ieri si è registrato uno sviluppo positivo tra la Russia e gli Stati Uniti. Per la prima volta, il Presidente Bush e il Presidente Putin hanno discusso l’argomento.
L’ultima cosa che vorrei dire è che, conformemente ai Trattati in vigore, le questioni legate alla sicurezza continuano a essere di competenza degli Stati membri, ma in ogni caso considero essenziale garantire che questo diritto di sovranità dei paesi sia compatibile con l’interesse generale dell’Unione europea in materia di sicurezza. Raccomanderò quindi di discutere la questione del sistema di difesa antimissile, non solo in questa sede, ma anche, se necessario, in seno all’Alleanza atlantica.
Ritengo sia ciò che la maggioranza dei leader politici dell’Unione europea desidera e sono convinto della necessità di agire in tal senso.
Onorevoli deputati, mi fermo qui. Il programma di politica estera e di sicurezza per l’anno appena cominciato, il 2007, sarà molto fitto. I mesi che ci attendono prima dell’estate saranno enormemente importanti, già solo con le quattro o cinque questioni che ho trattato in Aula: enormemente importanti. Ritengo inoltre che, se, con la volontà della Presidenza e del Cancelliere, saremo capaci di dare impulso anche ai temi istituzionali, dovremo anche compiere uno sforzo significativo per dare il massimo sostegno possibile alla politica estera e di sicurezza.
Onorevoli deputati, concludo dicendo che, da parte nostra, faremo tutto il possibile per portare a buon fine, in cooperazione con il Parlamento europeo, tutte queste importanti questioni, che senza dubbio ci riguardano ogni giorno di più. L’Unione europea è nata 50 anni fa come progetto di pace e deve continuare a essere un progetto di pace. E’ nata come progetto di pace tra noi e d’ora in poi deve essere un progetto di pace non solo tra noi, ma nel mondo. Abbiamo valori, abbiamo risorse, abbiamo capacità, abbiamo livelli di ricchezza sufficientemente alti, e pertanto non dobbiamo chiudere gli occhi su ciò che accade nel mondo.
Abbiamo quindi l’obbligo fondamentale di essere soggetti sempre più attivi, sempre più coesi, sempre più visibili nella comunità internazionale, in questo mondo globalizzato in cui viviamo. Se non saremo in grado di farlo, a mio parere, sarà un grande fallimento per l’Unione europea, una cosa che nessuno di noi desidera; tutti desideriamo il successo.
(Applausi)
Presidente. – Alto rappresentante Solana, la sua relazione esauriente ha illustrato l’enormità del compito che l’attende e le porgiamo quindi i nostri migliori auguri in questa impresa. Lei ha fatto riferimento ai 15 marinai britannici e, a nome del Parlamento europeo, vorrei rivolgere un appello al Presidente iraniano e alle autorità del paese, affinché rilascino i 15 marinai britannici e smettano di distruggere la fiducia nelle autorità che governano l’Iran. Il Parlamento europeo è solidale con i 15 marinai e con il Regno Unito.
Meglena Kuneva, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, mi permetta innanzi tutto di scusarmi per essermi persa i primi minuti della relazione estremamente interessante e importante dell’Alto rappresentante. La Commissione concorda con gli argomenti esposti dall’Alto rappresentante nel programma annuale che ha presentato.
I cittadini europei a volte possono essere ambivalenti nei riguardi dell’Unione. Tuttavia, in un mondo di crescenti sfide per la pace e la sicurezza e in cui i nostri valori sono minacciati, i singoli Stati membri possono fare poco da soli. Festeggiamo ora il 50° anniversario del Trattato di Roma e l’Unione europea è diventata un soggetto globale: con una popolazione di mezzo miliardo di persone in 27 paesi, rappresenta un quarto del reddito mondiale, più di un quinto degli scambi commerciali mondiali e circa il 60 per cento dell’assistenza allo sviluppo globale. Abbiamo le risorse per svolgere il nostro ruolo nel mondo.
Il mercato interno è la fonte principale della nostra forza. E’ anche stato il fattore chiave per l’allargamento, l’iniziativa di pace e sicurezza più riuscita che sia mai stata realizzata in Europa, e per la politica europea di vicinato, che mira a ravvicinare a noi e ai nostri valori i paesi dell’Europa orientale e i paesi del Mediterraneo.
Per rispondere alle nuove sfide a lungo termine, in particolare la lotta contro il terrorismo e la proliferazione delle armi, la povertà e le malattie, la criminalità organizzata e l’immigrazione clandestina, i cambiamenti climatici e i rischi per il nostro approvvigionamento energetico, abbiamo bisogno di una politica estera organica e uniforme, che comprenda gli aspetti di politica estera e di sicurezza comune, ma si spinga anche ben oltre.
Il punto di partenza deve essere una maggiore coerenza nell’uso dei nostri strumenti. Come abbiamo affermato nella comunicazione della Commissione “L’Europa nel mondo”, l’efficacia complessiva e quindi l’influenza globale dell’Unione europea dipendono dall’utilizzo ottimale di tutte le capacità disponibili a sostegno degli obiettivi esterni.
La Commissione lo sta già facendo. L’esperienza dimostra che affrontare le crisi non significa solo inviare soldati e forze di polizia. Significa ricostruire e rafforzare le istituzioni, migliorare la governance, potenziare i diritti umani e la democrazia e stabilire le condizioni per la vita economica. Sono compiti a lungo termine e devono portare sicurezza insieme ad aiuti umanitari e allo sviluppo, scambi commerciali, investimenti e ogni altro aspetto esterno delle politiche interne.
Siamo presenti in quasi tutti i punti caldi. Rimarremo un soggetto importante in Afghanistan, dove negli ultimi cinque anni abbiamo speso più di un miliardo di euro, in Medio Oriente, dove stiamo usando il meccanismo internazionale temporaneo per sostenere i palestinesi, e in Iraq, dove ci stiamo preparando per un impegno a lungo termine.
A livello istituzionale, esistono molti esempi recenti di sinergie positive: il contributo dell’Unione al processo di pace di Aceh è un misto di politica estera e di sicurezza comune e di strumenti comunitari; le missioni di assistenza alle frontiere nei Territori palestinesi e in Moldavia e Ucraina dimostrano come l’assistenza comunitaria contribuisca a rafforzare l’impatto della PESC e viceversa. In Kosovo e in Afghanistan, le importanti operazioni di politica europea in materia di sicurezza e di difesa in corso di preparazione saranno sostenute da iniziative comunitarie. Contribuiremo anche a finanziare il futuro Ufficio civile internazionale in Kosovo.
Ciò detto, le maggiori sfide per la politica estera e di sicurezza comune sono ancora tutte da affrontare. E’ molto più facile decidere di creare meccanismi per far fronte all’instabilità nei paesi in via di sviluppo e sostenere un multilateralismo efficace che prendere decisioni comuni che influiscono sulle relazioni bilaterali cruciali degli Stati membri al di fuori dell’Unione europea. Il rischio di divisioni è sempre presente. Dobbiamo avere fiducia nella nostra forza.
Le mie conclusioni sono semplici: quanto più saremo coerenti, e quanto più parleremo chiaramente con una voce sola, tanto più saremo forti.
Joseph Daul, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, Alto rappresentante Solana, signora Commissario Kuneva, onorevoli colleghi, siamo determinati a costruire le fondamenta della pace e della sicurezza e garantire la stabilità nel nostro continente.
Gli allargamenti sono stati uno dei grandi successi della nostra politica estera, in quanto hanno incoraggiato i nuovi paesi a uscire da decenni di totalitarismo.
Siamo compiaciuti del ritmo dei negoziati con la Croazia e abbiamo fiducia nel fatto che sia tale paese sia l’Unione europea saranno pronti a permettere ai cittadini croati di partecipare alle elezioni europee del 2009.
Dopo dieci anni di conflitti etnici nei Balcani, l’Unione europea ha il dovere di contribuire alla pace e alla stabilità in tale regione. Il nostro gruppo sostiene il piano presentato da Martti Ahtisaari, essenziale per la creazione di un Kosovo politicamente stabile ed efficiente sotto il profilo economico, che rispetti anche i diritti delle minoranze.
Dobbiamo inoltre compiere ogni sforzo possibile per sostenere l’opposizione democratica in Bielorussia. Mi preoccupano, in particolare, le macchinazioni delle forze armate a Minsk domenica e il modo in cui sono stati malmenati Alexander Milinkevitch, il vincitore del Premio Sacharov del Parlamento, e sua moglie. Ciò detto, Alexander sa di poter contare sul nostro sostegno.
L’Europa deve continuare a battersi sul fronte dei diritti umani. Il nostro gruppo ne deplora la continua violazione in Corea del Nord e condanna l’incarcerazione di più di 200 000 prigionieri politici. Tale paese sviluppa armi e mira alla supremazia nucleare, mentre la sua popolazione soffre di malnutrizione. Soprattutto, non dobbiamo allentare la nostra vigilanza.
Per quanto riguarda il Darfur, abbiamo a che fare con un vero e proprio genocidio. Il governo sudanese deve disarmare le milizie, collaborare con il Tribunale penale internazionale e cooperare con la comunità internazionale. L’Unione europea deve intervenire quanto prima a favore di un rafforzamento del contingente distaccato in tale regione.
Inoltre, la crisi in Zimbabwe merita tutta la nostra attenzione. Il trattamento brutale riservato ai rappresentanti del Movimento per il cambiamento democratico è un affronto a tutti noi. Se non reagiamo, l’intero Zimbabwe rischia di precipitare nel caos.
Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei sostiene l’idea di un’Europa più forte in un mondo più sicuro. La proliferazione nucleare rende il nostro pianeta ancora più pericoloso. Dobbiamo proseguire i nostri sforzi a favore di una soluzione negoziata per il programma nucleare iraniano. L’Iran diventerà membro a pieno titolo della comunità internazionale soltanto se si conformerà pienamente alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza.
La cattura, la scorsa settimana, di 15 marinai britannici da parte delle forze armate iraniane è un fatto inaccettabile e oltremodo inquietante. Occorre fare tutto il possibile per liberare al più presto i marinai britannici. Infine, dobbiamo rafforzare il partenariato con gli Stati Uniti, compiere nuovi passi verso un mercato transatlantico e, soprattutto, concludere il ciclo di Doha in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. Questo ciclo deve effettivamente essere portato a termine, perché è un ciclo di sviluppo per i paesi più poveri del mondo, e mi auguro che a questo proposito troveremo molto rapidamente una soluzione.
Signor Solana, abbiamo fiducia in lei e sosteniamo i suoi tentativi di compiere maggiori progressi verso la pace per quanto riguarda la questione palestinese. Come ha detto stamattina, è molto importante per noi.
A nome di tutti gli europei, la ringrazio per la sua azione.
Martin Schulz, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto rivolgere una breve osservazione all’onorevole Daul. Anche noi vogliamo che la Croazia possa partecipare alle elezioni europee del 2009, ma la condizione essenziale a tal fine – sulla quale credo si sia ancora d’accordo stamattina, dato che lo eravamo ieri pomeriggio – è che non vi potranno essere nuove adesioni all’Unione prima che siano state introdotte le necessarie riforme. Ciò significa che chi vuole che la Croazia possa aderire nel 2009 e partecipare alle elezioni europee, dovrà dire al Presidente Kaczyński e al Presidente Klaus che devono rompere gli indugi nel dibattito costituzionale, altrimenti non sarà possibile. Mi auguro che questa visione sia ancora valida stamattina.
(Applausi)
Alto rappresentante Solana, le sono molto grato per la descrizione esauriente che ha fornito del ruolo svolto dall’Unione europea nella politica internazionale. A nome del mio gruppo, vorrei riprendere due punti, sui quali le assicuriamo piena solidarietà e totale sostegno. In primo luogo, lei ha fatto riferimento ai militari britannici attualmente prigionieri in Iran e le sono grato per la sua chiara espressione di solidarietà. A nome del mio gruppo, voglio dire all’Iran che il valore di ogni impegno verbale a favore della pace, a prescindere da come lo si adempia, si può misurare in base al fatto che tali militari vengano liberati o meno. Si può dare prova di essere pronti a partecipare a un dialogo politico costruttivo a livello internazionale in tempi velocissimi.
Ha anche rilevato che l’Unione europea non è un’alleanza di difesa, ma un’alleanza che tenta, innanzi tutto, di risolvere i conflitti internazionali attraverso il dialogo. Una politica estera che possiamo elaborare per noi, che ci dia un senso di identità, è quella che considera la priorità delle soluzioni civili e diplomatiche – anziché militari – come il “modello europeo”. Il suo esplicito impegno in tal senso dimostra che la linea da lei proposta merita veramente di essere sostenuta, almeno dal mio gruppo.
Tuttavia, ciò significa anche che, se si vuole condurre un dialogo, e se si vuole dare priorità al dialogo, esso deve essere avviato con tutti. Per questo motivo, sono davvero lieto di averla sentita dire all’Assemblea che non possiamo rifiutare la possibilità di dialogo con il nuovo governo di unità nazionale della Palestina, del quale ha menzionato il ministro delle Finanze e il ministro degli Esteri, persone con le quali manteniamo relazioni da anni. Come potremmo dichiarare ora di non essere disposti a parlare con loro, solo perché appartengono a un governo che comprende rappresentanti di Hamas? Le siamo molto grati per essere stato molto diretto al riguardo. Il nostro gruppo invierà una delegazione in Palestina, che dialogherà anche con questi partner.
Ha menzionato un’intera serie di questioni. Ha riferito sulla riunione di Riad, ha parlato del problema del Kosovo, della situazione nei Balcani, dell’Iran, dell’Ucraina e della crisi del Darfur. Ha descritto una vera e propria pletora di sviluppi inquietanti, che in qualche maniera interessano l’Unione europea. Mentre la ascoltavo con grande attenzione, signor Solana, mi sono chiesto: quale di questi problemi sarà effettivamente risolto con l’installazione di un sistema antimissile in Polonia e nella Repubblica ceca? Nessuno!
(Applausi)
Tuttavia, tantissime cause dei problemi riguardano il fatto che noi – e per noi intendo il mondo occidentale – ci permettiamo di spendere miliardi a livello mondiale per tutto tranne che per eliminare le cause di questi conflitti, che sono, come sempre, la povertà, la fame, le epidemie, le malattie e il sottosviluppo. Abbiamo fondi per tutto e, se il Presidente americano, come ho letto stamattina, è disposto a dialogare con il Presidente russo, penso si tratti di uno sviluppo meraviglioso. E’ ciò che vogliamo, ma, anziché parlare del luogo in cui ciascuno installerà i propri sistemi antimissile, dovrebbero parlare della necessità di non installare affatto tali sistemi, perché le bombe a grappolo russe, alle quali si dà poco peso, vanno condannate tanto quanto un sistema antimissile illegale.
Signor Alto rappresentante, ci ha fornito una descrizione formidabile del suo lavoro, ma una cosa per noi è chiara, cioè che qualsiasi sistema antimissile, a prescindere da come sia installato – a livello bilaterale, sotto l’egida della NATO o dell’Unione europea, o in qualsiasi altro modo – non può che alimentare una nuova spirale nella corsa agli armamenti, il che significa spendere fondi, i fondi che mancano per risolvere i conflitti che lei ha descritto.
(Applausi)
Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, sin dall’inizio del suo mandato, l’Alto rappresentante ha posto il Medio Oriente al centro del suo lavoro. Ci congratuliamo con lei per questa scelta, signor Alto rappresentante. Ammiriamo la sua energia indefessa e le sue capacità diplomatiche e ci auguriamo che, con un nuovo governo in Palestina, l’Unione europea possa davvero contribuire a indirizzare stabilmente tale paese verso una pace duratura e una coesistenza pacifica con Israele.
Signor Alto rappresentante, lei dice che le azioni contano più delle parole e che dobbiamo stabilire il nostro comportamento nei confronti del nuovo governo palestinese in funzione delle sue azioni, ma vorrei invece esortarla a prendere l’iniziativa con questo nuovo governo. Ha grande necessità di istituire un’amministrazione funzionante nel suo territorio. Il meccanismo di intervento temporaneo è complesso e costoso e l’impegno dello Stato di Israele a permettere al nuovo governo di lavorare è tutt’altro che chiaro. Dobbiamo prendere l’iniziativa, perché, se esitiamo, potremmo perdere l’occasione di garantire una pace duratura e una coesistenza pacifica.
Signor Alto rappresentante, di sicuro non le manca il coraggio. I suoi sforzi per tentare di garantire la pace in Medio Oriente e lo sviluppo della democrazia e dello Stato di diritto avvengono nelle circostanze verosimilmente più difficili in assoluto. Il mio gruppo è d’accordo con lei sul fatto che una soluzione politica sia il miglior obiettivo cui mirare nelle nostre relazioni con l’Iran sulla questione nucleare. Apprezziamo i suoi tentativi di rilanciare i negoziati con il dottor Larijani. Consideriamo le sanzioni delle Nazioni Unite come un’ultima risorsa e la esortiamo, nei contatti e nelle relazioni che sta costruendo, a dedicare ogni sforzo dell’Unione al rilascio dei marinai e dei marine britannici trattenuti in tale paese. La HMS Cornwall è di stanza nel mio distretto elettorale. Molte persone coinvolte sono miei elettori. Vogliamo vederli liberi il più presto possibile. Forse può anche tornare a rivolgere la sua attenzione alla Libia, per verificare se sia possibile ottenere il rientro in Bulgaria delle infermiere bulgare in tempo per le elezioni europee il 20 maggio.
(Applausi)
Ha parlato del Darfur. La questione deve essere in cima alla nostra agenda, non solo per i motivi di sicurezza che lei ha menzionato, ma anche perché la nostra incapacità di prevenire il primo genocidio di questo secolo trasmetterebbe il segnale sbagliato sul ruolo e sul potenziale dell’Europa nel mondo. La esorto a lavorare insieme agli Stati Uniti e ad altri importanti paesi per cercare una soluzione, in particolare per quanto riguarda l’invio di truppe delle Nazioni Unite per garantire la sicurezza che l’Unione africana non riesce a stabilire.
Accogliamo con favore il nuovo accento da lei posto sul Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Se il Regno Unito e la Francia rinnovano le loro armi nucleari, se gli Stati Uniti costruiscono uno scudo antimissile, il messaggio che trasmettiamo ai russi e agli altri paesi è che stiamo cominciando una nuova corsa agli armamenti. Al di là del fatto che questo “figlio di guerre stellari” potrebbe diventare una linea Maginot dello spazio, non dovremmo dedicarci a questo genere di diplomazia.
Lei dice che l’Unione europea non ha poteri giuridici, ma dobbiamo discutere la questione dello scudo antimissile. Tuttavia, se lei non prende l’iniziativa e fissa il programma, di fatto tale programma sarà fissato per lei dalle azioni dei singoli Stati membri. Abbiamo accolto con favore l’iniziativa del Commissario Rehn, quando, di fronte alle crescenti difficoltà con la Turchia, ha previsto sanzioni sospendendo i capitoli dei negoziati e ha persuaso gli Stati membri a sostenerlo. Vorremmo che lei intervenisse per garantire che si dia una risposta comune allo sviluppo di questo scudo antimissile.
Signor Alto rappresentante, lei è responsabile dell’accesso ai documenti. Abbiamo parlato a lungo della necessità di un accordo sull’accesso ai documenti nel secondo e nel terzo pilastro. Questi documenti non rientrano nella sfera di competenza dei parlamenti nazionali e l’accordo Solana-Brok non ci offre una base giuridica solida. Quando la nostra commissione temporanea sulla consegna straordinaria di detenuti l’anno scorso le ha chiesto il processo verbale del gruppo di esperti giuridici degli Stati membri, ha ricevuto un documento di due pagine. Abbiamo poi scoperto che esiste un documento più completo, di sei pagine, e oggi vorrei solo chiederle se, nello spirito di cooperazione leale di cui all’articolo 10, può chiarire all’Assemblea – o forse alla Conferenza dei presidenti – se il processo verbale ricevuto dal presidente della nostra commissione temporanea è il resoconto completo delle deliberazioni di tale riunione o solo una versione parziale. Sono certo che comprenderà l’importanza della questione.
Konrad Szymański, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, è chiaro che la politica estera dell’Unione europea potrebbe generare alcune tensioni nel 2007. Tuttavia, tali tensioni non vanno ricondotte al programma relativo allo scudo antimissile di per sé. Il problema è che alcuni Stati membri hanno adottato il parere dei russi sulla questione. La Russia usa intenzionalmente falsi argomenti.
E’ evidente che dieci stazioni di intercettazione in territorio polacco non costituiscono una minaccia per la difesa russa. Diversamente da quanto è stato insinuato, si sono svolte e si svolgono consultazioni con la Russia. Utilizzando falsi argomenti, è chiaro che la Russia vuole solo provocare divisioni all’interno dell’Unione europea. Paradossalmente, l’installazione di componenti dello scudo in Europa può solo accelerare la realizzazione di piani analoghi della NATO in questo campo. Questo sarebbe un risultato non intenzionale, ma molto vantaggioso.
La Polonia rimarrà aperta a questo tipo di iniziative, come lo è oggi. Per questo motivo, mi stupisce che la SPD tedesca – il partito dell’ex Cancelliere Schröder – sia così incline a ripetere gli argomenti usati dal Presidente Putin in materia. Sarebbe più normale che i socialdemocratici ascoltassero i loro partner danesi, cechi, britannici e polacchi in seno all’Unione europea.
Daniel Cohn-Bendit, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto ribadire la mia solidarietà nei confronti dei marinai britannici prigionieri e delle infermiere bulgare. Dobbiamo esercitare pressioni sull’Iran, ma anche sulla Libia, affinché tutte queste persone siano liberate.
(FR) Signor Presidente, passo ora al francese, in modo che il signor Solana possa comprendermi senza problemi.
Dobbiamo dire sì al disarmo nucleare. Tuttavia, è risaputo che qualsiasi grande paese che disponga della tecnologia nucleare civile vorrà anche avere la tecnologia nucleare militare. La chiave del disarmo nucleare è lo smantellamento degli impianti nucleari civili, senza il quale non si arriverà mai al disarmo nucleare. Lo abbiamo constatato nel caso della Corea, e ora lo constatiamo, per esempio, nei casi dell’Iran, dell’India e del Pakistan.
In molti paesi i due aspetti sono collegati, e questo non sempre viene compreso. Vi assicuro che è questo il problema con cui dobbiamo confrontarci.
Passando al Darfur, l’Unione europea deve prendere l’iniziativa. Sono d’accordo, e il nostro gruppo è d’accordo, con il nostro ex collega, Chris Patten, che ha scritto un ottimo articolo al riguardo, e sono d’accordo con gli intellettuali che hanno chiesto all’Unione europea di prendere l’iniziativa. Non si tratta più di discutere. Si tratta di impedire che ogni giorno centinaia di persone siano uccise, massacrate dalle forze sudanesi. Questo va detto. Mentre passiamo le giornate a parlare, loro muoiono! Per questo sono d’accordo con l’onorevole Watson: è necessario che le Nazioni Unite prendano l’iniziativa. Bisogna almeno proteggere i campi profughi e stabilire una zona di interdizione al volo, come si è fatto per i curdi in Iraq, al fine di impedire agli elicotteri di atterrare, ammazzare, stuprare e ripartire. E’ il minimo che possiamo e dobbiamo fare per il Darfur! Al tempo stesso, bisogna trovare una soluzione.
Questi sono i termini in cui dobbiamo parlare ai cinesi, che accettano qualsiasi massacro perché vogliono il petrolio. Le vite umane sono vendute a litro di petrolio! E’ un fatto inaccettabile per l’Unione europea.
Passo ora allo scudo antimissile. Anche su questo punto bisogna essere chiari. Non so se questo sistema antimissile sia diretto contro la Russia. Non so contro chi sia diretto, ma, se è diretto contro l’Iran, è assolutamente ridicolo! E’ ridicolo! Se gli iraniani volessero attaccarci oggi, come farebbero? Con attentati suicidi! Quale diamine di sistema antiattentato suicida pensate di inventare nella guerra stellare? Non può funzionare! Costerebbe miliardi, per che cosa? Per niente! Il problema, ancora una volta, è che gli americani definisco in modo unilaterale ciò che è necessario per una parte dell’Europa. E’ questo il problema politico. Gli europei, i polacchi, i cechi, i francesi, i tedeschi devono comprenderlo: l’unione politica europea è la ragione di fondo ed è anche l’unica possibilità di garantire la nostra indipendenza, al fine di affermare un mondo multilaterale.
Questa discussione è politica perché, di fatto, è in gioco l’esistenza stessa dell’Unione europea. Vi rimando all’articolo 16 dei nostri Trattati. In politica estera, gli Stati membri devono consultarsi, per impedire che in Europa si imponga l’unilateralismo.
Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, Alto rappresentante Solana, limiterò il mio intervento a un solo argomento, che tuttavia è centrale: il Medio Oriente.
Solo qualche settimana fa, vi era motivo di temere il peggio, in considerazione del blocco dell’intera questione politica relativa a un’occupazione diventata intollerabile per il popolo palestinese e dell’emergere dello spettro della guerra civile. Questo terribile pericolo è stato scongiurato, ma – mi spiace dirlo – non grazie agli sforzi della comunità internazionale, Unione europea compresa. Al contrario, l’embargo deciso dal Quartetto non ha fatto altro che causare nuove sofferenze per le vittime e fomentare gli estremisti.
L’inatteso barlume di speranza è dovuto agli autori del documento dei prigionieri, in particolare a Marouane Barghouti, agli sforzi instancabili del Presidente Mahmoud Abbas, come lei ha detto, all’azione concertata di tutte le forze democratiche palestinesi e, come ha ricordato anche lei, al rilancio delle iniziative diplomatiche dei paesi arabi. Il risultato è visibile a tutti. L’accordo della Mecca ha aperto la via alla formazione del governo di unità nazionale.
Inoltre, in questo momento, abbiamo l’onore di ospitare un illustre rappresentante delle forze democratiche, oggi ministro di tale governo, il signor Bassam al Salhi, segretario generale del Partito popolare palestinese, in visita al Parlamento europeo. Sta seguendo la discussione dalla tribuna d’onore e vorrei cogliere l’occasione per salutarlo e, per suo tramite, salutare il governo di unità nel suo insieme.
(Applausi)
Questo accordo di governo è stato concluso sulla base di impegni politici di vasta portata assunti dal governo nel suo insieme, impegni che rispecchiano le condizioni del Quartetto e che purtroppo non trovano corrispondenza in impegni equivalenti da parte israeliana.
A mio parere, a nostro parere, e penso a parere di numerosi colleghi, sarebbe un grave errore, signor Alto rappresentante, non cogliere questa occasione per ravvivare la speranza. Chiediamo quindi all’Unione europea di riprendere gli aiuti diretti all’Autorità palestinese, riconoscere il nuovo governo di unità nazionale e intervenire, in seno al Quartetto, a favore di tale riconoscimento.
Questa richiesta è al centro di un appello dei deputati al Parlamento europeo, i cui primi firmatari rappresentano uno spettro politico molto ampio e spesso si assumono notevoli responsabilità in relazione con la situazione in Medio Oriente.
Signor Alto rappresentante, nella speranza che, in seguito all’adozione della dichiarazione di Berlino, i 27 prendano a cuore la necessità di dare espressione concreta alla loro ambizione di essere un soggetto mondiale al servizio della pace, ho l’onore di consegnarle direttamente il testo dell’appello.
Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, si può agire nell’interesse della sicurezza dell’Europa solo conducendo un dibattito equilibrato, basato sui fatti, sull’intenzione degli Stati Uniti di installare dieci dispositivi di difesa antimissile in Polonia e un sistema radar collegato nella Repubblica ceca. Forti reazioni negative all’interno dell’Unione, basate soprattutto sulla paura della Russia di Putin, non solo acuiscono la nostra vulnerabilità, ma creano anche nuove tensioni politiche tra gli Stati membri, una prospettiva che, in seguito alla crisi europea sull’Iraq, di sicuro riempirà di orrore l’Alto rappresentante Solana.
Quali sono i fatti che intervengono a favore del progetto missilistico? Innanzi tutto, l’ostinata intenzione della Repubblica islamica dell’Iran di disporre nel futuro prossimo di un arsenale di missili balistici moderni, con una gittata fino a 5 500 km. Se a ciò si aggiungono gli ambigui sforzi nucleari di Teheran, la minaccia imminente, non ultimo per l’Europa, è reale.
In breve, è senza dubbio necessario trasmettere all’Iran un messaggio transatlantico incisivo. L’installazione di un sistema di difesa antimissile nel nostro continente è un’azione preventiva legittima contro le pericolose ambizioni di potenza persiane. Per realizzare tali ambizioni nazionali, Teheran dipende a sua volta in larga misura dalle capacità tecniche russe e cinesi.
Signor Alto rappresentante, sono certo che lei ricorderà a Mosca e a Pechino la loro responsabilità di garantire la pace mondiale in quanto membri del Consiglio di sicurezza, con specifico riguardo per questa questione.
Daniela Buruiană-Aprodu , în numele grupului ITS. – Uniunea Europeană a încheiat la 1 ianuarie 2007, prin aderarea României şi Bulgariei, o importantă etapă a dezvoltării sale, sporindu-şi influenţa pe plan internaţional, ceea ce impune şi o regândire a organizării sale instituţionale, care să permită dezvoltarea statelor membre într-o lume aflată în plin proces de globalizare. Apariţia şi acutizarea în viaţa internă a Uniunii Europene a unor probleme cum ar fi energia şi mediul impun o regândire a strategiilor care să întărească rolul său de super-putere pentru promovarea intereselor cetăţenilor statelor membre.
O Uniune Europeană puternică şi influentă la nivel internaţional implică, pe de o parte, o regândire a mijloacelor şi metodelor de obţinere a informaţiilor necesare, asigurării securităţii cetăţenilor statelor membre şi, pe de altă parte, protejarea intereselor acestora. În prezent, ameninţările asimetrice nu mai vizează o ţară, un obiectiv anume sau o categorie socială, ci au devenit globale, urmărind distrugerea instituţiilor şi valorilor democratice în ansamblul lor. Terorismul, traficul de persoane şi arme, precum şi cel de narcotice şi de substanţe de distrugere în masă necesită răspunsuri colective, care să permită identificarea cu anticipaţie a ameninţărilor la adresa statelor membre.
Apreciez, domnule preşedinte, oportunitatea lansării unor teme de analiză asupra modului de redimensionare a inter-operabilităţii între serviciile de informaţii naţionale, eventual într-o structură de comunitate de informaţie, cu o componentă preventivă puternică, fapt ce ar determina creşterea capacităţilor comune de acţiune, pentru a face faţă cu eficienţă magnitudinii şi complexităţii ameninţărilor asimetrice. Urmare a înfiinţării acestei structuri informative, apreciez că s-ar face mari economii de resurse umane şi materiale, care ar putea fi redirecţionate spre alte sectoare deficitare.
Jana Bobošíková (NI) – (CS) Onorevoli colleghi, sono un’eurodeputata della Repubblica ceca, un paese che sta esaminando la possibilità di installare un sistema radar di difesa antimissile statunitense nel suo territorio. Vorrei sottolineare che, al riguardo, accolgo con grande favore l’osservazione fatta dal signor Solana, ovvero che spetta ai singoli paesi prendere una decisione sul sistema antimissile statunitense.
Sono fermamente convinta che al mondo d’oggi non esistano alternative al sistema di difesa statunitense. Gli avvenimenti in Jugoslavia hanno dimostrato chiaramente che l’Unione europea non era in grado, né politicamente né militarmente, di fermare il massacro. Vi è anche l’esperienza storica del secolo scorso, in cui il mio paese è stato consegnato ai nazisti da un insieme di paesi europei. Tutto questo conferisce alla Repubblica ceca e alla Polonia il diritto legittimo di decidere da sole in merito alla propria difesa.
Vorrei quindi invitare i nostri vicini, che minacciano di dividere l’Europa sui radar, a ricordare chi ha diviso l’Europa in passato e in che modo. Quanto agli altri, che vogliono darci lezioni in materia, chiedo loro, nelle parole del Presidente Chirac, di non perdere l’occasione di tacere. Vi ringrazio.
José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE). – (ES) La presenza dell’Alto rappresentante Solana al Vertice della Lega araba è, a mio parere, un successo di per sé.
E’ un successo che giunge in un momento particolare, come ci ha fatto notare ieri la Presidente in carica del Consiglio dell’Unione europea, in cui l’Unione sta ricercando un consolidamento interno, attraverso il dibattito costituzionale e, come ci ha detto Javier Solana, anche una sua proiezione esterna, attraverso una politica visibile ed efficace.
Alla luce del quadro dipinto dal signor Solana, vorrei fare alcune osservazioni e formulare alcuni quesiti riguardo ai temi che ha trattato.
Ritengo che ciò che ha affermato riguardo al governo di unità nazionale e alla nuova situazione in Palestina sia molto prudente, nel senso che dobbiamo applicare la massima evangelica “li riconoscerai dai loro frutti” e non cambiare l’atteggiamento dell’Unione europea dalla sera alla mattina, ma rimanere aperti e attenti al modo in cui la nuova situazione può evolversi.
Al di là della questione del Kosovo e della Serbia, signor Solana, in questa discussione sulle prospettive della politica estera e di sicurezza comune per l’Unione europea, forse potrebbe illustrarci, molto brevemente, le prospettive europee dei Balcani occidentali. So che non abbiamo molto tempo a disposizione, ma forse sarebbe utile ricevere alcune informazioni al riguardo.
Quanto alla questione del sistema di difesa antimissile, lei si è rallegrato per i colloqui svoltisi ieri tra il Presidente Bush e il Presidente Putin e, in considerazione della mancanza di competenze dell’Unione, da lei ricordata in questa discussione, sarebbe utile sapere se l’Unione europea intenda svolgere il tipo di consultazioni avvenute tra la Russia e gli Stati Uniti.
Se possibile, vorrei anche chiederle di esprimere il suo parere sulle dichiarazioni fatte ieri dal ministro kazako, in presenza della troika comunitaria, nel senso che, se gli occidentali pensano di poter aprire un corridoio energetico nel Mar Caspio senza l’accordo di Mosca e Teheran, le complicazioni saranno enormi.
Infine, signor Presidente – concludo qui – vorrei sapere quando si prevede che saranno disponibili le linee guida per i negoziati relativi agli accordi di associazione con la Comunità andina e centroamericana e se il Consiglio intenda invitare il Parlamento al prossimo Vertice ministeriale del gruppo di Rio, come ha fatto in altre occasioni, perché non abbiamo ancora ricevuto alcun invito.
Jan Marinus Wiersma (PSE). – (NL) Signor Presidente, vorrei ringraziare il signor Solana per le osservazioni che ha fatto sullo scudo antimissile, in particolare per la sua conclusione che di sicuro è un argomento da discutere in seno all’Unione europea, in quanto può influenzare anche la strategia di sicurezza cui il signor Solana ha dedicato grande impegno negli ultimi anni, e a nostro parere è precisamente ciò che fa.
I negoziati tra gli Stati Uniti e due Stati membri dell’Unione relativi all’installazione di un sistema antimissile in Europa destano enorme preoccupazione. Non siamo persuasi della necessità di tale sistema; in realtà, temiamo che tali piani possano dare origine a divisioni e compromettere seriamente gli sforzi internazionali intesi a porre fine alla proliferazione delle armi nucleari. La diffusione di armi di distruzione di massa costituisce una crescente minaccia per la pace e la sicurezza internazionale e sono soddisfatto delle osservazioni generali formulate al riguardo dall’Alto rappresentante Solana.
L’Unione europea ha inserito la non proliferazione tra le sue massime priorità e sappiamo che è impossibile salvaguardare il sistema di non proliferazione se non agiamo in sintonia a livello multilaterale. La cooperazione multilaterale non è un’alternativa, è una necessità, ed è proprio per questo che i piani di Washington suscitano grande preoccupazione. Insistere sullo sviluppo di un sistema di difesa antimissile che, giusto o sbagliato che sia, è considerato come una provocazione da altre potenze nucleari riconosciute è controproducente. Potrebbe persino portare a una nuova corsa agli armamenti.
E’ superfluo dire che anche le ambizioni nucleari di paesi come la Corea del Nord e l’Iran sono per noi motivo di grande preoccupazione e sosteniamo quindi gli sforzi dell’Unione e delle Nazioni Unite, fondati sul dialogo, ma anche su sanzioni politiche ed economiche, intesi a contrastare i loro piani. Secondo gli americani, lo scudo antimissile offrirebbe protezione contro eventuali attacchi da parte dell’Iran. Questo non compromette tuttavia la credibilità della comunità internazionale al tavolo dei negoziati? Dopo tutto, è in contrasto con l’intenzione di impedire all’Iran di sviluppare un nuovo arsenale di armi nucleari.
In breve, siamo molto contrariati dai recenti piani di difesa degli Stati Uniti e dal modo unilaterale in cui hanno trattato la questione, ma siamo anche molto preoccupati per la disponibilità della Polonia e della Repubblica ceca ad accettare tale dialogo fazioso. Il Cancelliere federale Merkel ha ragione a invitare i due paesi a discutere la questione in seno alla NATO. Pur sostenendo la proposta della Presidenza tedesca, vorremmo chiedere anche al signor Solana di approfondire la questione con i suoi colleghi in seno al Consiglio.
Alcuni ritengono che gli Stati membri siano liberi di unire le forze con paesi terzi a livello bilaterale nel settore della difesa. Gli effetti politici di un sistema di questo tipo, tuttavia, non si limitano alla Polonia e alla Repubblica ceca e l’installazione di uno scudo antimissile del genere avrà ripercussioni negative sulla sicurezza dell’intera Unione europea.
Annemie Neyts-Uyttebroeck (ALDE), – (NL) Signor Presidente, signor Alto rappresentante, onorevoli colleghi, il ritorno di Chamberlain e Daladier da Monaco nel 1938 e le parole pronunciate all’epoca, “Nel nostro tempo regnerà la pace”, appartengono all’ora più buia della storia non solo europea, ma anche mondiale. Che non vi siano dubbi: lo sappiamo sin troppo bene.
Ciò detto, questa discussione, per la quale ringrazio l’Alto rappresentante e tutti gli onorevoli colleghi in seno al Parlamento, è molto interessante, perché dimostra, attraverso l’intervento dell’uno o dell’altro partito, quanto sia grande il rischio di essere strumentalizzati da Washington, da un lato, o dalla Russia, dall’altro. A voi la scelta.
Comunque sia, corriamo il grosso rischio di essere messi gli uni contro gli altri da queste due superpotenze. L’importante ora è impedire che ciò accada. Dobbiamo evitare di finire per l’ennesima volta nella situazione di dover scegliere senza indugi da che parte stare, senza margini di manovra, e assistere impotenti allo sviluppo di una spirale che potrebbe culminare in una nuova corsa agli armamenti. Siamo a un punto in cui potremmo prevenire tale situazione, se evitassimo di farci usare come pedine e valutassimo che cosa sia meglio per noi tutti insieme e che cosa sia meglio per il mondo e per la pace nel mondo.
Non sono una pacifista, ma appartengo a una generazione che ha dato grande importanza a termini quali disarmo, controllo degli armamenti e non proliferazione e ha anche cercato di agire con coerenza. Vorrei quindi ringraziarla, signor Alto rappresentante, per aver parlato con franchezza dell’argomento; le faccio i miei migliori auguri e le confermo che può contare sul nostro sostegno.
Una cosa che mi ha colpito della sua presentazione è l’eleganza con la quale ha appena sfiorato le discussioni in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardo alla futura risoluzione sul Kosovo. Forse può dirci qualcosa di più al riguardo?
Ģirts Valdis Kristovskis (UEN). – (LV) Signor Presidente, Alto rappresentante Solana, vorrei ringraziarla per aver accennato al fatto che i più alti organismi dell’Unione europea si preparano a discutere l’installazione di un sistema antimissile nell’Unione europea ma, d’altro canto, a mio parere tali preparativi sono ormai tardivi, in quanto non è un segreto che il processo è già in via di sviluppo in Europa e i cittadini cominciano a irritarsi.
Penso che dovrebbe essere molto più attivo nel controbattere gli argomenti o le illazioni della Russia al riguardo. Si parla di guerra fredda e si esercitano pressioni sulla Polonia e sulla Repubblica ceca. Penso sia assolutamente inaccettabile; l’Unione europea deve adottare una posizione chiara. Altrimenti, politici falliti come l’ex Cancelliere Schroeder, che è ovviamente sul libro paga di Putin, compaiono all’improvviso e fanno dichiarazioni che irritano i cittadini europei. Considero altrettanto insoddisfacente permettere che la questione sia trattata dal Segretario generale della NATO, poiché senza dubbio gli Stati Uniti d’America parlano veramente di difesa dell’Europa, e molto meno di difesa degli Stati Uniti d’America. Gli Stati Uniti parlano della difesa dell’Europa! Ciò che i cittadini d’Europa si attendono da lei, signor Solana, in quanto responsabile della politica estera e di sicurezza comune dell’Europa, è una posizione chiara. Questo è ciò che anch’io mi aspetto personalmente da lei. La ringrazio.
Angelika Beer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, l’interessante contributo del signor Solana a mio parere ha chiarito quale sia il vero dilemma in Europa. Parliamo molto di politica estera e di sicurezza comune, ma alla fine non riusciamo mai ad adottare una posizione comune su nulla. Signor Solana, accolgo con favore ciò che ha detto sul Medio Oriente. Se cerchiamo di negoziare con Stati come l’Iran o quelli della Lega araba, dobbiamo farlo anche con Hamas, che almeno è stata eletta.
Ha parlato di disarmo nucleare, una questione che sta a cuore all’Assemblea, ma dov’è la voce unita che dovrebbe criticare il Regno Unito per il rinnovo del programma Trident? I governi di due paesi – gli Stati Uniti e il Regno Unito – destinati a essere sconfitti alle elezioni in un futuro ormai prossimo, vogliono comunque minacciare il mondo con un nuovo riarmo. Riguardo al Kosovo, lei dice di sostenere il signor Ahtisaari, ma che forma assume tale sostegno? Perché l’Europa non ha il coraggio di dire che cosa occorre fare ora? Perché non esce allo scoperto? Dobbiamo garantire un’indipendenza vigilata, eppure evitiamo di usare questo termine come il diavolo con l’acqua santa. E’ ora che l’Europa e il Parlamento europeo – che voterà sulla questione oggi – dicano infine che non si può tornare indietro, che il Kosovo non sarà riconsegnato alla Serbia, che lo status quo non funziona più e che dobbiamo imboccare questa via difficile, invece di organizzare missioni di polizia e aspettare che altri chiariscano la situazione.
E’ necessaria una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; la vecchia risoluzione 1244, tuttora in vigore, deve essere annullata. E’ necessario un mandato per la missione PESD. Non è sufficiente aspettare che altri chiariscano la situazione. Apprezzo il suo intervento, ma vorrei che si spingesse oltre e ci dicesse anche se sostiene la lettera del signor Ahtisaari al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui parla di “indipendenza vigilata”, e la dichiarazione del signor Ban Ki-moon. Perché l’Europa cerca di eludere le sue responsabilità in questo ambito?
Jiří Maštálka (GUE/NGL). – (CS) Onorevoli colleghi, devo dire che l’installazione di basi militari statunitensi al momento è il tema più controverso sulla scena politica ceca. Vi sono due aspetti legati alla questione. Innanzi tutto, la chiara disponibilità del governo ad accettare la base, nonostante le apprensioni manifestate dai cittadini: gli ultimi sondaggi indicano che il 60 per cento degli interpellati è contrario alla base e il 25 per cento favorevole. Il secondo aspetto è la divisione presente tra le linee di partito, con l’opposizione di sinistra favorevole a un referendum e contraria alla base e il governo di destra contrario al referendum e favorevole alla base.
Dico questo perché considero essenziale che l’Unione europea adotti una posizione chiara in materia. Lavarsene le mani affermando che la questione riguarda le relazioni bilaterali tra la Repubblica ceca o la Polonia e gli Stati Uniti equivale a eludere una questione che molto presto comincerà ad assumere una dimensione europea. L’Unione deve essere capace di dire cose sgradite. Apprendiamo che sono in corso negoziati con la Russia. Tuttavia, le indicazioni attuali sono che tali negoziati servono solo a nascondere il fatto che il sistema di difesa globale antimissile è già in costruzione. Anche il signor Solana aveva negoziato prima che fosse dato l’ordine di bombardare la Jugoslavia. Sono stati condotti negoziati anche prima dell’intervento in Iraq. L’esperienza dimostra che i negoziati sono inutili se non vi è alcuna disponibilità ad accettare compromessi. Non dobbiamo dimenticare che nel 1997 è stato firmato l’atto istitutivo Russia-NATO, che prevede l’astensione dalla minaccia o dall’uso della forza.
Gerard Batten (IND/DEM). – (EN) Signor Presidente, sembra che il signor Solana stia cercando un nuovo lavoro. A livello personale, le faccio i migliori auguri per qualsiasi nuova carriera intenda abbracciare, signor Solana, ma sono lieto che il ruolo di ministro degli Esteri europeo non sia più disponibile, dal momento che la Costituzione europea proposta è stata respinta nel 2005.
L’idea è sempre stata destinata a fallire. Non potrà mai esistere una politica estera comune europea, perché abbiamo tutti storie, interessi, alleati e impegni internazionali diversi. Prendiamo ad esempio il Regno Unito. Non condividiamo necessariamente le stesse prospettive sulle crisi internazionali che dobbiamo affrontare oggi con i nostri vicini europei. Come ben sapete, il Regno Unito deve affrontare una situazione molto grave in Iran, dove sono illegalmente detenuti alcuni militari britannici. Sarebbe ridicolo se un ministro degli Esteri dell’Unione europea tentasse di negoziare il rilascio di membri delle forze armate di Sua Maestà. Tuttavia, il Regno Unito si trova ora in una posizione altrettanto ridicola, in conseguenza della nostra appartenenza all’Unione europea. Se con gli sforzi diplomatici non si riuscirà a ottenere il rilascio dei militari britannici, è ben possibile che si debba rispondere alle azioni illegittime dell’Iran con l’imposizione di sanzioni. Tuttavia, il Regno Unito non potrebbe imporre sanzioni all’Iran, nemmeno se lo volesse, perché non ha più il controllo delle sue regole commerciali. La politica commerciale è ora sotto il controllo dell’Unione europea.
Questo è l’ennesimo esempio, se ve ne fosse bisogno, del motivo per cui il Regno Unito deve uscire dall’Unione europea e riprendere il controllo dei propri affari.
Presidente. – Dovrebbe apprezzare la solidarietà dell’Unione europea nei confronti dei 15 marinai.
Ashley Mote (ITS). – (EN) Signor Presidente, il Mahatma Gandhi, il padre coraggioso, pacifista e determinato dell’indipendenza indiana, una volta entrò nell’ufficio del governatore generale ai tempi del Raj e lo accusò apertamente del fatto che i britannici agivano da padroni in casa altrui. Noi britannici ora sappiamo come si sentiva, e alcuni di voi potrebbero persino provare una certa soddisfazione al riguardo.
Tuttavia, quando vediamo l’Unione europea e i suoi funzionari spadroneggiare nel mondo, come gli ultimi arrivati su una scena sempre più vasta, sappiamo come andrà a finire. Sappiamo dove porterà infine questa presuntuosa affermazione di potenza.
Ho tre domande da rivolgerle, Alto rappresentante Solana. Chi ha detto all’Unione che può infliggere ammende alle imprese estere senza alcun riguardo per le conseguenze sugli scambi commerciali, la creazione di ricchezza e la tutela dei posti di lavoro in paesi che nemmeno appartengono all’Unione europea? Gli accordi di partenariato economico dell’Unione procurano enormi danni a famiglie reali nei paesi del Terzo mondo e, mentre i loro leader ingrassano grazie a questi accordi, i produttori e i commercianti locali lottano per competere con importazioni a basso prezzo. Lo stesso vale per i pescatori al largo delle coste dell’Africa: mentre i ministri dei governi locali ingrassano, le loro acque costiere sono saccheggiate dalle nostre reti a strascico e i pescatori locali non riescono più a guadagnarsi da vivere.
Gandhi aveva ragione. L’Unione non ha alcun diritto di agire da padrone in casa altrui.
Roger Helmer (NI). – (EN) Signor Presidente, sono nato nel 1944, poco prima della fine della Seconda guerra mondiale. Per tutta la mia vita, la NATO e l’Alleanza transatlantica hanno mantenuto la pace in Europa. Non sono state l’Unione europea o la Commissione a sconfiggere l’Unione sovietica e ad abbattere il muro di Berlino. Sono stati il coraggio e la determinazione di leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher. La politica estera e di sicurezza comune, che con il suo orientamento militare minaccia di compromettere l’Alleanza transatlantica, nasce dalla gelosia, dal risentimento e dall’antiamericanismo. E’ sovraccarica di strategie, documenti di pianificazione e scuole militari, ma assolutamente carente di uomini e navi, carri armati, fucili e aeroplani. La PESC minaccia i fondamenti stessi della sicurezza occidentale e ci lascia tutti pericolosamente esposti a un mondo imprevedibile. Questo è l’ennesimo motivo per cui il mio paese starebbe meglio fuori dall’Unione europea.
Karl von Wogau (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito sul sistema antimissile mi dà sempre l’impressione di avanzare a tentoni nella nebbia e, quando si conduce una discussione in questo modo, esiste sempre una buona scusa per la polemica.
Innanzi tutto, qui non si tratta di uno, bensì di due sistemi antimissile. Uno appartiene agli Stati Uniti ed è un sistema per il quale sono già stati spesi 100 miliardi di dollari e del quale fanno parte i dispositivi che dovrebbero essere installati in Polonia e Repubblica ceca. Quest’anno sono già stati spesi 9 miliardi per il sistema antimissile. Dobbiamo chiederci che cosa ciò significhi per la sicurezza dell’Europa, in quanto noi, in veste di rappresentanti eletti, siamo responsabili della sicurezza del continente europeo. Mi domando quindi se questo sistema sia in grado di proteggere i paesi europei e, qualora lo sia, se sia effettivamente in grado di proteggerli tutti. Ciò che non possiamo permettere è che l’Europa sia divisa in due zone, con una meno sicura dell’altra, e dobbiamo quindi impedirlo.
La seconda questione riguarda il sistema di difesa antimissile della NATO, che, finora, non è andato oltre uno studio di fattibilità. Che cosa farà la NATO, che cosa farà l’Europa, sulla base di tale studio di fattibilità? Senza dubbio, è la NATO, non l’Unione europea, ad avere la responsabilità in materia, ma, se vogliamo procedere lungo questa strada, dobbiamo riflettere sul modo in cui i paesi europei devono operare nel quadro della NATO, perché, se, per esempio, su tali basi dovessimo prendere decisioni in materia di sviluppo o di industria, dovremo scegliere se trattare con gli Stati Uniti come 27 paesi nel quadro della NATO, oppure insieme come Unione europea. Nel primo caso, di sicuro non saremo partner degli Stati Uniti; nel secondo lo saremmo, sia pure in condizioni di inferiorità, ma in ogni caso avremmo la possibilità di essere loro partner.
Véronique De Keyser (PSE). – (FR) Signor Presidente, Alto rappresentante Solana, l’accordo concluso alla Mecca tra Fatah e Hamas era inimmaginabile a dicembre, quando una delegazione del Parlamento si è recata in Palestina e in Israele.
La formazione di un governo di unità nazionale è quasi un miracolo, ma è evidente che non è dovuta al caso, se ben conosciamo alcuni suoi membri.
Molti hanno accolto con favore questo progresso politico. Anche il Parlamento europeo ha risposto. La scorsa settimana, la commissione per gli affari esteri ha approvato un progetto di parere in cui si chiede l’abolizione delle sanzioni economiche imposte al popolo palestinese. Ha inoltre adottato la relazione Rocard sulle relazioni tra l’Europa e il mondo arabo, che sarà votata oggi a mezzogiorno ed è intesa a promuovere, ancora una volta, il dialogo e l’apertura.
Ieri, una lettera firmata da parlamentari europei a favore del riconoscimento del nuovo governo è stata trasmessa al ministro della Cultura palestinese, in visita a Bruxelles. I firmatari, tra cui Josep Borrell, ex Presidente del Parlamento, non sono degli scalmanati, né dei nemici di Israele. Sono uomini e donne che amano la pace, che sanno che gli spiragli di speranza sono talmente rari che non bisogna perderli di vista.
E’ vero, il discorso inaugurale del Primo Ministro Haniyeh non si è attenuto alla lettera alle condizioni stabilite dal Quartetto, ma ne rispecchia lo spirito. E’ necessario cogliere questa opportunità. Tutte le strade portano alla pace se la si desidera veramente, sia quella della tabella di marcia sia quella dell’iniziativa di Beirut.
Lei è appena tornato da Riad, signor Solana, e la ringraziamo per ciò che ha fatto. Lei sa che questa volta l’offerta è seria e che dobbiamo saper cogliere questa opportunità. E’ necessario convincere Israele e gli americani, ed è ciò che le chiediamo.
Non sarebbe corretto adottare misure selettive nei riguardi del nuovo governo palestinese per tentare di separare il grano dal loglio e isolare Hamas da Fatah. Equivarrebbe a minacciare di nuovo l’unità palestinese, che è la garanzia contro le guerre civili.
Signor Solana, non le nascondo il fatto che l’anno scorso siamo rimasti sconcertati dalla politica europea nei confronti dei Territori palestinesi. Non volevamo che accadesse. Non volevamo tutto quel caos, tutte quelle sofferenze inutili, tutta quella distruzione. A volte era difficile guardarsi allo specchio la mattina. Vogliamo essere di nuovo fieri dell’Unione europea. Per favore, trasmetta questo messaggio al Consiglio.
István Szent-Iványi (ALDE). – (HU) Una delle sfide più importanti per la politica estera quest’anno è la necessità di definire le basi per una politica estera comune nel settore dell’energia. Sarebbe un errore pensare che gli interessi a breve termine di uno Stato membro possano divergere dall’interesse comune dell’Unione europea per la sicurezza energetica o comprometterlo. Abbiamo bisogno di una strategia armonizzata, di un coordinamento efficace e di meccanismi decisionali.
Un compito importante è creare e rafforzare i necessari partenariati, al fine di diversificare le nostre fonti di energia. Non dobbiamo rafforzare la nostra politica estera solo nei confronti delle regioni classiche, ovvero il Medio Oriente e l’Europa orientale, ma anche riguardo al Caucaso, l’Asia centrale, l’Africa e l’America Latina.
Si parla del gasdotto Nabucco ormai da anni. Da marzo è considerato un progetto prioritario. E’ ora di passare infine alla fase di pianificazione e realizzazione concreta. Ogni Stato membro ha la grande responsabilità di non compromettere questo progetto di estrema importanza con la sua azione unilaterale, in quanto l’impresa serve a diversificare le fonti energetiche dell’Unione europea.
E’ nell’interesse fondamentale dell’Europa sviluppare o migliorare le competenze necessarie per difendere il suo territorio e proteggerlo da potenziali minacce. Tuttavia, per il momento, l’UE non è in grado o non è pronta a farlo e, finché la situazione non cambierà, gli Stati membri hanno il diritto di agire autonomamente. Questo diritto non può essere negato alla Polonia e nemmeno alla Repubblica ceca. Naturalmente, sarebbe meglio riuscire a trovare soluzioni comuni per proteggerci da queste gravi minacce.
Infine, il fondamento più importante della politica estera europea è la solidarietà. E’ molto importante che abbiamo tutti espresso la nostra solidarietà nei confronti dei 15 marinai britannici e chiesto la loro liberazione immediata, ma dobbiamo esprimerlo anche con i fatti, non solo con le parole.
Mirosław Mariusz Piotrowski (UEN). – (PL) Signor Presidente, la questione dello scudo antimissile è attualmente al centro di una proposta presentata dagli Stati Uniti ad alcuni paesi membri della NATO. E’ oggetto di un’analisi approfondita. Tuttavia, va sottolineato che la decisione in materia è di competenza esclusiva dei paesi e dei governi interessati. Il signor Solana oggi lo ha già ricordato.
Il rifiuto definitivo del Trattato costituzionale da parte della Francia e dei Paesi Bassi ha mandato all’aria i piani di condurre una politica estera e di sicurezza comune europea. Sarebbe increscioso se alcuni Stati membri che non accettano questo fatto volessero nascondersi dietro l’Unione europea per tentare di influenzare le decisioni sovrane dei governi dei paesi cui è stata fatta la proposta.
Vorrei anche lanciare un monito contro un rigurgito di antiamericanismo in Europa, del tipo cui abbiamo assistito di recente in conseguenza della strana relazione sui voli della CIA.
Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL). – (EL) Signor Presidente, l’installazione di nuovi sistemi di difesa antimissile sul suolo europeo deve essere impedita. Danneggerà l’Europa e danneggerà la pace. Porterà a una nuova corsa agli armamenti. Risusciterà la divisione della guerra fredda. L’amministrazione statunitense ignora l’Unione europea e questo è un insulto. Agisce persino alle spalle della ΝΑΤΟ.
Concordo con tutti i sondaggi; la stragrande maggioranza dei cittadini, anche in Polonia e nella Repubblica ceca, è preoccupata e radicalmente contraria a questo flirt con il destino. L’ostruzionismo tardivo del signor Solana non è sufficiente. Il Consiglio non può fingere di essere cieco e sordo o agire come Ponzio Pilato. L’Unione europea deve chiarire immediatamente la sua posizione. Il Consiglio europeo può essere rapido e persuasivo adottando una posizione chiara.
Sono lieto che quasi tutti i gruppi politici condividano la posizione comune e siano contrari a questi piani dell’amministrazione Bush. Il mio gruppo politico chiede una risoluzione in materia.
Alessandro Battilocchio (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, parlo a nome del nuovo PSI. Ieri il Cancelliere Merkel ci ha presentato il risultato degli incontri tenutisi lo scorso week-end a Berlino, che hanno portato ad un impegno da parte di tutti gli Stati membri e delle tre istituzioni europee con l’obiettivo di rinnovare le basi giuridiche dell’Unione entro il 2009. Oggi Javier Solana ci presenta, in maniera largamente condivisibile, le linee per rafforzare il ruolo dell’Unione in ambito internazionale.
Io sono convinto che le due questioni vadano affrontate in modo congiunto e che una credibile politica estera non possa prescindere da una base giuridica forte e condivisa da tutti gli attori che ad essa fanno riferimento. Per questo ritengo che la data del 2009 non possa essere prorogata e che, anzi, una soluzione sostenibile dovrebbe essere forse individuata in tempi minori.
La sfida energetica così come le diverse attuali situazioni di instabilità geopolitica, alcune delle quali ai nostri confini, non possono prescindere da un’Europa che parli, con una voce sola e ferma, all’ONU e in tutte le altre sedi internazionali.
Jacek Saryusz-Wolski (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, ho incontrato l’Alto rappresentante per la prima volta quando era il ministro degli Esteri della Spagna e poi quando rappresentava la Presidenza. A prescindere dalla sorte del Trattato costituzionale, signor Solana, lei è il nostro ministro degli Esteri.
La ringrazio per la sua relazione esauriente e per l’analisi approfondita. Dobbiamo dedicare tutti i nostri sforzi alla definizione di una vera politica estera e di sicurezza comune dell’Unione, commensurata alle ambizioni dell’Unione, alla sua importanza quale soggetto globale e alla sua influenza in termini di valori proclamati nella dichiarazione di Berlino per il 50° anniversario. In questo contesto, lo sviluppo e il consolidamento della democrazia e dello Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali devono essere i fondamenti della nostra politica estera. Perché sia veramente europea, deve essere una politica fondata sui valori. La nostra diplomazia parlamentare contribuisce a creare tale dimensione. Le nostre discussioni in seno al Parlamento devono mirare al consenso, anziché creare ulteriori divisioni, come è avvenuto in questa discussione. Non dobbiamo limitarci a esprimere i nostri pareri sulla questione; dobbiamo agire insieme e con rapidità quando è necessario.
In questo preciso momento, i nostri pensieri devono essere rivolti alla Bielorussia. Dobbiamo rispondere a ciò che è avvenuto lo scorso fine settimana: mentre festeggiavamo il 50° anniversario dell’integrazione europea, i democratici bielorussi erano malmenati e incarcerati alle porte di casa nostra.
La politica estera e di sicurezza comune oggi è una questione che presenta molte sfaccettature. Comprende gli elementi esteri e di sicurezza classici, tra cui la questione delle armi nucleari, ma riguarda anche una vasta serie di minacce non convenzionali per la democrazia, la pace e la sicurezza, legate a problemi quali il terrorismo, la povertà, la sicurezza energetica, i cambiamenti climatici e così via. Tuttavia, in termini generali, e senza riprendere tutti i punti che lei ha sollevato, signor Alto rappresentante – sarebbe impossibile nel tempo a disposizione – condividiamo e sosteniamo la linea che ha adottato su tutte le questioni scottanti di politica estera nel mondo.
Il messaggio che vorrei rivolgere al Consiglio e a lei personalmente è il seguente: il Parlamento vuole svolgere un ruolo influente nella politica estera e di sicurezza comune; è nell’interesse dell’Unione, non solo del Parlamento. Non vogliamo nuovi poteri. Anzi, vogliamo fare tesoro delle esperienze maturate e rafforzare la nostra influenza nel campo della politica estera, in accordo e cooperazione con lei e con la Commissione, al fine di conferirle maggiore legittimità e di ravvicinarla ai cittadini europei, rendendola più comprensibile e fondata e sostenuta su basi più ampie e democratiche.
Vogliamo farlo in cooperazione con le Istituzioni europee: il Consiglio e la Commissione. Come sa, con il suo sostegno e con quello della Commissione, stiamo intensificando i contatti con il Consiglio. Cogliamo l’occasione per assicurare ai nostri partner che attribuiamo grande importanza a relazioni regolari e proficue e per dire loro che dobbiamo lavorare insieme, creare sinergie, integrarci a vicenda e fornire il nostro contributo in questo ambito di capitale importanza, difficile e molto delicato delle politiche dell’Unione.
Brevemente, riguardo al sistema di difesa antimissile, come ha detto, non abbiamo l’autorità per prendere decisioni in materia di difesa, ma abbiamo l’autorità per discutere le questioni di difesa. Per questo motivo, la commissione per gli affari esteri propone di svolgere una discussione sul sistema di difesa antimissile e sulla gestione delle crisi il 7 maggio, in sua presenza, con i presidenti di tutte le commissioni per la politica estera e di difesa dei parlamenti nazionali e, se possibile, con il signor de Hoop Scheffer. Il 28 giugno, la commissione per gli affari esteri e la sottocommissione per la sicurezza e la difesa parteciperanno a un’altra riunione sul sistema di difesa antimissile con il generale Obering degli Stati Uniti.
Hannes Swoboda (PSE). – (DE) Signor Presidente, vorrei congratularmi con l’Alto rappresentante per il suo impegno in Medio Oriente. Signor Solana, il suo compito nella regione è assolutamente fondamentale e le auguro il massimo successo in proposito. Naturalmente, è vero che noi deputati al Parlamento possiamo pensare in modo più flessibile e libero e vorrei quindi riprendere ciò che ha affermato l’onorevole De Keyser. Siamo i rappresentanti della democrazia. La scelta è tra la democrazia o una democrazia parziale. Per questo motivo, dobbiamo valutare in modo molto critico ciò che abbiamo fatto in seguito alle elezioni in Palestina, che avevamo chiesto noi. Sono assolutamente d’accordo con chi afferma che dobbiamo chiedere al governo palestinese di impegnarsi nel processo di pace ed essere disposto a rinunciare al terrorismo.
Abbiamo ora la possibilità di avere proprio questo tipo di governo. Non chiediamo a Israele di rinunciare definitivamente a ogni tentativo di insediamento. Anche Israele in realtà non riconosce i confini del 1967 come frontiera tra due Stati che si riconoscono a vicenda. Proprio perché Israele non lo fa, nonostante le nostre richieste in tal senso, dobbiamo adottare un approccio equo e imparziale, chiedendo a ciascuna parte di contribuire alla pace e sostenere entrambe le parti in questo percorso. Per questo motivo, anche l’Unione europea deve dimostrare chiaramente di seguire questa direzione. A prescindere da quanto possano essere antipatici alcuni suoi rappresentanti – e devo dire che Avigdor Liebermann, da parte israeliana, non mi è molto simpatico – non dobbiamo lasciarci sfuggire la possibilità offertaci da questo governo. Per quanto possano essere antipatici alcuni individui, dobbiamo cogliere questa opportunità di pace, non ultimo nell’interesse dell’Europa.
In secondo luogo, dal momento che parlo di democrazia, abbiamo tutti serie difficoltà quando, nell’interesse della pace, dobbiamo cooperare con paesi che non sono organizzati in modo democratico. Oggi è stata menzionata l’Arabia Saudita e mi auguro che questo paese riesca a dare un importante contributo alla pace. Lo stesso vale per l’Egitto. Questo, però, non deve essere un motivo per rinunciare alla nostra campagna a favore della democrazia. Dobbiamo, per esempio, dire chiaramente all’Egitto che consideriamo inaccettabile quanto è avvenuto di recente, ovvero una modifica della costituzione tramite un cosiddetto referendum indetto con soli pochi giorni di preavviso, al quale in ogni caso ha partecipato solo il 30 per cento degli aventi diritto. Dobbiamo intervenire sia a favore della pace sia a favore della democrazia in Medio Oriente; dobbiamo mantenerle unite. Questo è il compito dell’Europa.
Anneli Jäätteenmäki (ALDE). – (FI) Signor Presidente, 50 anni dopo la firma del Trattato di Roma, la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione sta solo compiendo i primi passi. Questo settore di cooperazione intergovernativa limita l’autorità di tutti i soggetti dell’Unione. Al momento, gli atteggiamenti verso lo scudo antimissile statunitense sono un fattore molto importante, che si ripercuote sul futuro dell’Unione e dei paesi europei. La risposta dell’Unione è unanime o quando il Segretario di Stato Rice chiama l’Europa riceve risposte diverse? Questo è il modo in cui l’Unione permette agli Stati Uniti d’America di decidere che cosa sia bene per l’Unione e i suoi Stati membri. In queste circostanze, non sarebbe d’aiuto nemmeno avere una nuova Costituzione in vigore e un ministro degli Esteri dell’Unione europea, perché senza una volontà comune, non può esistere una politica comune.
Vorrei anche sollevare l’altra questione, quella dell’immigrazione clandestina e della politica in materia di immigrazione. Si sono recentemente create aspettative di una più stretta cooperazione nell’Unione per prevenire l’ingresso di immigrati clandestini presso i punti di controllo alle frontiere. Non c’è da stupirsi che l’estate scorsa, nelle acque dell’Oceano Atlantico che circondano le isole Canarie, siano morte più persone, immigrati clandestini, delle vittime provocate dalla guerra in Libano. Occorre quindi fare molto nell’ambito della politica di vicinato, perché il benessere e la sicurezza offerti dall’Unione aumentino e prevalgano.
Seán Ó Neachtain (UEN). - A Uachtaráin, is pobal seacht mBallstát agus fiche an tAontas Eorpach anois agus dá réir, tá seasamh níos láidre againn ar an ardán idirnáisiúnta. Creidim gur chóir go mbeadh ról mar idirghabhálaí macánta ag an Aontas Eorpach in aighneas an Mheánoirthir agus go háirithe sna hiarrachtaí atá á ndéanamh chun síocháin a chothú idir muintir na Palaistíne agus muintir Iosrael.
Ar an gcuma chéanna, ba chóir dúinn súil a choinneáil ar an bpolaitíocht san Iaráin, mar tá sí sin ag déanamh imní agus mioscaise sa Mheánoirthear trí chéile. Níos gaire do bhaile, caithfimid ár ndóigh cabhair a thabhairt do na tíortha balcánacha lena chinntiú go ndéanfar dul chun cinn eacnamaíochta agus polaitíochta iontu agus go neartófar an ceangal eadrainn. Caithfidh an tAontas Eorpach a bheith ina cheannródaí i gcur chun cinn spriocanna forbartha na Mílaoise, agus sa chomhthéacs seo a chinntiú go mbeidh muintir na hAfraice neamhspleách i gcúrsaí forbartha agus i gcearta daonna.
(Bualadh bos)
Charles Tannock (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, accolgo con favore il riferimento dell’Alto rappresentante Solana all’Africa e al Darfur e alla mancanza di diritti umani in Darfur, ma purtroppo ha dimenticato lo Zimbabwe.
La Lega araba a Riad, dove si trovava ieri, ha promesso una nuova iniziativa sul conflitto arabo-israeliano, ma continua a insistere sul diritto di rimpatrio di tutti i profughi palestinesi, quindi nulla di nuovo, a mio parere.
Sul Kosovo, temo che sottrarlo in modo unilaterale alla sovranità della Serbia – un paese che sta ancora assimilando la separazione dal Montenegro – genererà maggiore instabilità nella regione e creerà un precedente che la Russia sfrutterà al massimo in relazione ai conflitti congelati nel sud del Caucaso, e persino nei confronti della Crimea. L’Ucraina è un paese che ora ha bisogno di maggiore sostegno. Non è ora che il Consiglio le riconosca lo status di candidato potenziale, come ai Balcani occidentali?
Riguardo al Medio Oriente, esorto a essere prudenti in merito alla ripresa degli aiuti diretti al nuovo governo di unità nazionale palestinese prima che Hamas accetti espressamente le tre condizioni, compreso il riconoscimento del diritto di esistere dello Stato di Israele.
Vorrei inoltre ringraziare tutti gli onorevoli colleghi, in particolare il Presidente del Parlamento, che hanno manifestato solidarietà nei confronti dei 15 marinai britannici sequestrati in acque territoriali irachene, dove erano pienamente autorizzati a stare in forza delle risoluzioni delle Nazioni Unite e per espresso consenso del governo iracheno.
L’Iran rimane un problema serio, in quanto sfida la comunità internazionale con la sua intenzione ostinata di acquisire armi nucleari, questione sulla quale mentirà spudoratamente, come ha fatto di recente affermando di conoscere la posizione esatta in cui si trovavano i marinai britannici al momento della cattura.
Non è ora che l’Unione europea, insieme agli Stati Uniti, applichi sanzioni economiche severe contro questo regime brutale, che fa giustiziare in pubblico persone che hanno commesso trasgressioni sessuali e il cui Presidente Ahmadinejad ha giurato di spazzare via Israele dalla faccia della Terra? Sopprimere le garanzie del credito all’esportazione della Germania sarebbe un ottimo inizio.
Ana Maria Gomes (PSE). – (PT) Signor Solana, dov’è finito il multilateralismo efficace per il quale ha lottato con il sostegno del Parlamento europeo, se i piani unilaterali americani di installare il sistema antimissile nel territorio dell’Unione sono solo una questione bilaterale o, come ha detto oggi, una questione di competenza di un’alleanza di difesa?
Questi piani mirano a indebolire la politica estera e di difesa dell’Europa. Anche se fossero concordati nell’ambito della NATO – e non lo sono ancora stati – essi avrebbero conseguenze negative per l’industria della difesa dell’Unione. Come può dunque il Consiglio evitare di affrontare la questione in modo concordato tra tutti gli Stati membri? Come può accettare piani apparentemente intesi a proteggere l’Europa, che si basano su una tecnologia dubbia e dividono l’Unione escludendo alcuni Stati membri? Quale minaccia è più pericolosa per la Polonia e per la Repubblica ceca che per la Grecia, Cipro, la Spagna o il Portogallo?
Signor Solana, come ha rilevato oggi, in seno all’Unione vogliamo combattere la proliferazione, ma questi piani, al di là delle ripercussioni sulle relazioni con la Russia, possono solo incoraggiarla. Per questo motivo, sono molti negli Stati Uniti, in seno al Congresso americano, a respingerli. E’ con queste persone che dobbiamo lavorare.
Jan Zahradil (PPE-DE). – (CS) Grazie, signor Presidente. Ho ascoltato con interesse la relazione dettagliata del signor Solana, per la quale lo ringrazio. E’ un tema forte, interessante. Se me lo consentite, vorrei fare alcune osservazioni.
Innanzi tutto, riguardo al Kosovo, il signor Solana ha sottolineato che l’Unione non può permettersi di fallire nel suo vicinato. Sono assolutamente d’accordo e mi esprimerei in questi termini: l’Unione europea deve innanzi tutto dimostrare di saper risolvere i problemi nel suo immediato vicinato e di essere in grado di contribuire alla stabilità e alla prosperità della regione circostante e, di conseguenza, deve dimostrare nella pratica di saper realizzare ambizioni più vaste e globali; in caso contrario, resteranno solo parole vuote.
In secondo luogo, per quanto riguarda le basi antimissile statunitensi o, nel caso della Repubblica ceca, le basi radar, ieri il governo ceco ha deciso ufficialmente di avviare negoziati con gli Stati Uniti sulla costruzione della base radar come sistema di difesa. Il governo ceco è naturalmente disposto a informare i colleghi e partner in seno all’Unione sui progressi compiuti in materia, ma è indubbio che spetta ad esso prendere la decisione definitiva.
Sono fermamente convinto che, quando la base sarà operativa, vi sarà maggiore sicurezza non solo per l’Europa centrale, ma anche per l’Europa nel suo insieme. Sappiamo tutti che la base non è diretta contro la Russia, e la Russia lo sa altrettanto bene. Questo argomento è quindi un diversivo. Sono del parere che questa misura contribuirà anche a rafforzare le relazioni transatlantiche.
E’ ovvio che contribuirà anche a elevare il profilo internazionale della Repubblica ceca e della Polonia. Sono certo che nessuno si preoccupi per questa prospettiva. Vorrei ricordare all’Assemblea che l’Unione ha i suoi limiti in termini di sicurezza e di politica e in questo caso ha incontrato uno di tali limiti. Vi ringrazio.
Libor Rouček (PSE). – (CS) Onorevoli colleghi, il signor Solana stamattina ha detto in Aula che i cittadini europei vogliono una politica estera e di sicurezza comune dell’Unione. Sono assolutamente d’accordo; i cittadini d’Europa, compresi quelli dei nuovi Stati membri, si attendono che l’Unione coordini la sua politica estera e di sicurezza, anche su questioni quali l’installazione di un sistema di difesa antimissile statunitense nel territorio dell’Unione. Questo sistema, tuttavia, non è un esercizio bilaterale tra gli Stati Uniti e la Polonia o la Repubblica ceca, come alcuni onorevoli colleghi vorrebbero farci credere. Per sua stessa natura, riguarda la politica estera e di sicurezza comune, le relazioni all’interno dell’Unione, le relazioni dell’Unione con gli Stati Uniti, la NATO e la Russia e vari processi di disarmo e di arresto della diffusione di armi di distruzione di massa.
Vorrei quindi chiedere al signor Solana di fornire al Parlamento un’analisi di tutti questi aspetti e del modo in cui risolvere le questioni dal punto di vista della politica estera e di sicurezza comune. E’ mia ferma convinzione che questo sia esattamente ciò che i nostri cittadini si attendono dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune.
Stefano Zappalà (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare il signor Solana per le informazioni dateci questa mattina, tuttavia dalla nostra discussione emerge ancora una volta l’assenza di una politica estera e di conseguenza di una politica di sicurezza e di difesa comune dell’Unione europea.
Esprimo pertanto tutta la mia solidarietà alla Gran Bretagna per il problema dei marinai sequestrati in Iran, una solidarietà che va espressa anche ad altri paesi. Tuttavia rilevo che se noi disponessimo di una politica estera e di difesa comune avremmo certamente ben altro peso nella soluzione dei problemi internazionali. L’assenza di una politica estera comune comporta altresì che in alcuni Stati – il mio è uno di questi – a causa di posizioni individuali, anche i fatti di politica interna assumano una rilevanza alquanto grave. Se proseguiamo sulla via del trattato costituzionale, avviato dal Cancelliere Merkel, faremo a mio avviso qualcosa di molto positivo.
Al signor Solana vorrei evidenziare un aspetto fondamentale. Questa mattina si è accennato più volte al problema dell’ipotetico scudo spaziale americano, da posizionare sul territorio della Repubblica polacca e su quello della Repubblica ceca. Mi risulterebbe tra l’altro – ma non so se ciò corrisponda a verità – che alcuni Stati dell’Unione non saranno probabilmente presi in considerazione nell’ambito di un siffatto scudo spaziale, ad esempio l’Italia e la Grecia. Ho sentito al riguardo posizioni diversificate ed è legittimo che sia così.
Sebbene io sia personalmente favorevole a questo sistema, io credo signor Solana, che sia importante ottenere informazioni vere, non quelle che lei si è astenuto dal darci. La invito pertanto a fornire senza indugio alla nostra sottocommissione tutte le informazioni possibili.
Adrian Severin (PSE). – (EN) Signor Presidente, signor Alto rappresentante, ho quattro riflessioni telegrafiche da esporre in un minuto.
Uno: è ora di sostituire il nuovo conservatorismo negli affari internazionali con il realismo e di sostituire l’approccio ideologico estremo che abbiamo sentito oggi in Aula con un pragmatismo guidato dai nostri principi e valori.
Due: il multilateralismo è uno sforzo fondamentale e non dobbiamo fallire in questo intento.
Tre: le numerose crisi congelate nel nostro vicinato orientale sono solo una parte di un unico problema coerente, cioè la situazione post-sovietica della Russia. Dobbiamo infine elaborare una visione al riguardo.
Quattro: l’Unione europea non è un’alleanza di difesa, ma dobbiamo creare un clima politico che ci permetta di impegnare la Russia e gli Stati Uniti nella promozione di un partenariato globale per la difesa contro le minacce contemporanee e respingere così qualsiasi accordo bilaterale sul sistema antimissile, che finirebbe per dividerci ed esporci, più che difenderci.
Elmar Brok (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, signor Alto rappresentante, onorevoli colleghi, signor Solana, lei ha indicato – in modo intelligente – esattamente quali sono le zone di crisi e quali sono gli interessi dell’Europa. Permettetemi di fare solo alcuni esempi: Medio Oriente, Kosovo, Iran, sicurezza energetica e alcune altre questioni. Tuttavia, dobbiamo ora esaminare il modo in cui procedere. Per cominciare, in molti di questi ambiti non otterremo alcunché con il nostro presunto potere di persuasione se, in materia di politica estera, non esprimiamo un’unica voce risoluta, al fine di influenzare i nostri partner nel mondo, in particolare nelle relazioni transatlantiche.
In secondo luogo, non approderemo a nulla trattando l’Unione europea come se fosse costituita da zone con diversi livelli di sicurezza. Sul fronte della sicurezza energetica, dobbiamo far sì che ogni paese goda dello stesso livello di protezione, ma allo stesso modo non possiamo tollerare che uno scudo antimissile offra minore protezione a una parte dell’Unione europea.
In altre parole, questioni di questo tipo non possono essere discusse a livello bilaterale; al contrario, deve essere chiaro che la Costituzione dota l’Unione europea di maggiori capacità e le permette di esprimere una sola voce e, con una sola voce, dobbiamo a nostra volta essere pronti a guidare la NATO verso discussioni strategiche. Solo con questa combinazione, e non con soluzioni separate, acquisteremo influenza. A volte ho l’impressione che si chieda – giustamente – solidarietà nel settore energetico, ma poi si deve essere pronti a dare solidarietà anche in altri ambiti, se vogliamo pervenire a una posizione comune europea. Solo così avremo una possibilità di sopravvivere in questo mondo.
Presidente. – La ringrazio di cuore, onorevole Brok. Non spetta a me giudicare, ma penso che il concetto che ha espresso sia al centro della politica di unificazione europea.
Justas Vincas Paleckis (PSE). – (LT) L’attuale amministrazione di Washington ha fretta di installare uno scudo antimissile. Esso coprirebbe parte dell’Unione europea, se missili e radar difensivi fossero installati nella Repubblica ceca e in Polonia. Il tutto dovrebbe costare 58 miliardi di dollari. Questa cifra, usata in modo diverso, potrebbe aiutare milioni di persone affamate e cambiare la natura stessa di paesi che annunciano pericoli imprevedibili.
I governi e i popoli dei paesi europei hanno parecchie perplessità su tali piani, che potrebbero determinare una nuova corsa agli armamenti e rischi per l’intera regione. La Lituania si trova in questa regione; tuttavia, non vi è stato grande dibattito pubblico sull’argomento nei nuovi Stati membri. I piani di Washington devono essere discussi in modo aperto e onesto dai paesi della NATO e dell’Unione europea, e anche la Russia dovrebbe partecipare alle discussioni.
Le politiche unilaterali che ignorano i possibili rischi e le conseguenze hanno più volte creato situazioni da cui è stato difficile uscire. Per esempio, i progetti di “guerre stellari” erano un prodotto dell’era della guerra fredda. Procedere alla loro realizzazione ora significa ammettere che il mondo è ancora diviso in campi inconciliabili e che stiamo di nuovo cercando soluzioni basate sulla forza e sulle armi.
Bogdan Klich (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, oggi intendevo parlare delle condizioni necessarie per un funzionamento efficace della politica estera e di sicurezza comune, ma gli interventi demagogici dell’onorevole Schulz e dell’onorevole Cohn-Bendit richiedono una risposta e mi impongono di correggere alcuni errori.
Innanzi tutto, alcuni anni fa, gli americani modificarono il progetto originale National Missile Defence nel progetto Missile Defence. Lo scopo era collocare, oltre al territorio degli Stati Uniti, anche quello degli Stati membri dell’Unione europea e della NATO sotto questo scudo protettivo (o ombrello). Ciò fu fatto su esplicita richiesta dei paesi dell’Europa occidentale, tra cui la Germania. Da dove arriva dunque questa ondata di critiche?
In secondo luogo, da alcuni anni, noi europei stiamo costruendo il nostro scudo europeo, cioè il programma Theater Ballistic Missile Defence (TBMD). Se avete dubbi al riguardo, vi rimando alla dichiarazione dell’ultimo Vertice della NATO a Riga. Dovrebbe essere pronto entro il 2010 e né l’onorevole Schulz né l’onorevole Cohn-Bendit sembrano protestare contro questo sistema.
In terzo luogo, le obiezioni russe allo scudo sono solo l’ennesimo esempio delle critiche formulate da tale paese sulle varie iniziative strategiche americane. Non dimentichiamo l’ondata di critiche contro l’iniziativa di difesa strategica durante l’amministrazione Reagan o contro gli americani quando si sono ritirati dal Trattato sui missili antibalistici.
Sostengo con vigore il dialogo con la Russia riguardo al sistema di difesa antimissile, ma esorto tutti a mantenere la calma.
In quarto luogo, sono anche favorevole a discutere la questione in seno al Parlamento europeo, ma dobbiamo ricordare che spetta ai governi sovrani degli Stati europei adottare le decisioni. Vorrei invitare i partiti di sinistra e i verdi a non usare falsi argomenti in questa discussione e a non ingannare l’opinione pubblica. Un atteggiamento del genere potrebbe avere conseguenze spiacevoli. Potrebbe provocare divisioni più profonde nell’Unione europea e un inasprimento dell’antiamericanismo, analogo a quello cui abbiamo assistito nel 2002 e 2003.
Giulietto Chiesa (PSE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’appello all’unità europea per rafforzare l’azione esterna dell’Unione è sacrosanto ma tautologico. Quello che occorre capire è quali sono e dove sono le forze che ostacolano l’unità europea, perché è evidente che esse vi sono e che sono esterne e interne all’Europa. In questo dibattito noi abbiamo ascoltato alcune.
I missili che Washington intende installare in Polonia – missili che dovrebbero servire ad abbattere missili iraniani inesistenti – sono in realtà puntati proprio sull’unità europea con l’intento di minarla se non di demolirla. Non vi è nulla di casuale in questo: non è un errore, ma un piano preordinato dalle forze oltranziste che sono presenti al vertice degli Stati Uniti d’America. Ma una tale azione provocatoria non avrebbe potuto neppure cominciare se in Europa non vi fossero state forze disposte ad assecondarla.
Sta nell’individuazione di queste forze e nella loro neutralizzazione la chiave di volta per una forte azione internazionale dell’Europa.
Roberta Alma Anastase (PPE-DE). – Domnule Preşedinte, doamnelor şi domnilor, doresc în primul rând să mulţumesc Înaltului Reprezentant pentru informarea cuprinzătoare cu privire la perspectivele politice externe comune în 2007. Fără îndoială, una din priorităţile noastre este stimularea creării unui spaţiu de stabilitate, securitate şi democraţie în vecinătatea Uniunii Europene.
În ceea ce priveşte frontiera de est, provocările sunt legate în primul rând de gestionarea problemei conflictelor îngheţate. În afară de eforturile existente, instrumentele de cooperare regională, inclusiv cooperarea cu şi în cadrul zonei Mării Negre, trebuie dezvoltate şi implementate încă din 2007. Succesul politicii externe comune depinde în primul rând de succesul nostru în securizarea frontierei noastre externe şi zonei de vecinătate, iar implicarea noastră mai activă în 2007 este nu numai o prioritate, dar şi o obligaţie.
Andrzej Jan Szejna (PSE). – (PL) Signor Presidente, il sistema di difesa antimissile minaccia di creare una nuova cortina di ferro e quindi non offre alcuna garanzia di pace e di sicurezza internazionale. In realtà, potrebbe causare un’escalation dei conflitti esistenti in tutto il mondo. Non dobbiamo cominciare una nuova corsa agli armamenti: lo scudo antimissile serve innanzi tutto e soprattutto a proteggere gli Stati Uniti.
Se mi dovessero chiedere se dobbiamo difendere la pace e difendere gli Stati Uniti dai terroristi, per esempio, la mia risposta sarebbe sì. Ma il sistema di difesa antimissile solleva numerose questioni. Non possiamo permettere che si creino nuove divisioni in Europa e dobbiamo cercare un compromesso pacifico con la Russia, non il conflitto.
Al riguardo, mi sono rivolto al governo polacco in numerose occasioni, per proporre un dibattito pubblico sulla questione in Polonia e in Europa. Tuttavia, l’attuale governo di destra polacco mantiene la sua posizione antieuropea per nulla costruttiva, come ha fatto per il Trattato costituzionale. Anche se l’Unione europea non è un’alleanza di difesa, è necessario chiarire pubblicamente se la questione del sistema di difesa antimissile sarà oggetto di decisioni politiche comuni adottate dall’Unione e dalla NATO.
Jana Hybášková (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, sappiamo che cosa fanno le guardie rivoluzionarie iraniane: sono responsabili dell’attentato all’AMIA in Argentina, dell’attentato alle torri Khobar, del Shehab III e della cattura di 15 marinai britannici, quale ritorsione contro l’arresto di 5 pasdaran a Erbil. Il leader internazionale di Hezbollah, Imad Mughniyah, è iraniano.
Un sistema di difesa antimissile è legato alla valutazione delle minacce e alla definizione delle priorità. La minaccia è reale. Dobbiamo proteggere e rafforzare l’Europa. L’Europa sud-occidentale ha bisogno di protezione contro il terrorismo. L’Europa sud-orientale ha bisogno di una difesa missilistica balistica tattica attiva a più livelli. Nell’ambito della NATO, dobbiamo costruire sistemi nazionali di difesa antimissile, ma dobbiamo adattare il terzo pilastro. Per quanto riguarda l’Europa settentrionale, la Repubblica ceca, la Polonia e la costa orientale degli Stati Uniti, possiamo realizzare un’architettura di difesa antimissile complessa tramite la condivisione di dati e informazioni in sede di comando e controllo NATO. Lo sapete. E’ fattibile. Condividere informazioni costa meno di un miliardo di euro. A tal fine, sono necessarie consultazioni bilaterali e consultazioni in seno alla NATO, ma decisioni degli Stati sovrani. Soprattutto, abbiamo bisogno di responsabilità: la mia responsabilità e la vostra responsabilità.
Javier Solana, Alto rappresentante. – (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare gli onorevoli deputati per i loro contributi. E’ stata una lunga discussione, con molti interventi. Non tutti sono rimasti in Aula durante l’intera discussione, ma penso siano state dette molte cose importanti. Vorrei anche esprimere la mia riconoscenza per l’atteggiamento costruttivo della maggioranza dei deputati al Parlamento. Vorrei confermare ancora una volta la mia disponibilità a proseguire la discussione sulle importanti questioni che abbiamo cominciato a esaminare stamattina a livello strategico.
Sarò breve nel mio riepilogo, perché so che avete una votazione importante alle 11.30.
Dobbiamo condannare con grande chiarezza il sequestro dei marinai britannici da parte dell’Iran e dobbiamo esigerne la liberazione immediata. Penso si sia pienamente d’accordo dopo la discussione di oggi e lo abbiamo detto forte e chiaro.
Vorrei accennare alla questione del Medio Oriente, perché penso che sarà una delle questioni più importanti da qui a settembre. Penso che potrebbe succedere qualcosa durante questi mesi, se vi sarà buona volontà, buona cooperazione con gli Stati Uniti, buona cooperazione con i paesi arabi e buona cooperazione tra noi.
Si è creata una nuova situazione. Poche ore fa cenavo a Riad, sono appena tornato. Vorrei che alcuni di voi fossero stati presenti, perché avreste potuto vedere la politica estera dell’Unione europea in azione. Credetemi, quando siamo presenti, quando partecipiamo a queste riunioni, contiamo e contiamo davvero. Vi prego di crederlo. Se potessi, vi inviterei ad accompagnarmi.
(Applausi)
Poche ore fa ero ancora là a discutere argomenti molto importanti, che troverete sui quotidiani di domani. Mi auguro che i negoziati daranno frutti nei prossimi giorni.
In secondo luogo, vorrei sollevare ancora una volta in seno all’Assemblea la questione del Libano. Abbiamo una seria responsabilità nei confronti del Libano. Non se ne parla abbastanza. Vorrei ripetere ancora una volta che per noi il governo del Primo Ministro Siniora è il governo legittimo del Libano e dobbiamo continuare a sostenerlo.
(Applausi)
Penso che la cooperazione che offriamo al Libano attraverso la presenza delle forze europee UNIFIL nella zona meridionale del paese e la conferenza svoltasi a Parigi non molto tempo fa per contribuire alla ricostruzione del Libano siano una prova del nostro impegno nei confronti di tale paese. E’ fondamentale. E’ altrettanto fondamentale continuare a sostenere il governo in Libano: un governo che può produrre risultati, non un governo bloccato, come vorrebbero alcuni.
E’ importante istituire un tribunale internazionale che si occupi degli omicidi dei leader libanesi, a partire dal Primo Ministro Rafik Hariri, ucciso tre anni fa. Dobbiamo raggiungere una soluzione negoziata. Faremo tutto il possibile a tal fine. A tali negoziati, parteciperanno i rappresentanti dei cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza, più alcune personalità dell’Unione europea che rappresenteranno tutti voi: l’intera Unione europea. Mai prima d’ora, nella nostra storia recente, è avvenuta una cosa del genere.
Abbiamo anche delle responsabilità in Africa. Tali responsabilità saranno fondamentali nei prossimi mesi. Quindi, fino all’estate avremo un programma molto fitto, molto intenso. Se il presidente della commissione per gli affari esteri lo desidera, sarò lieto di continuare a riferire al Parlamento in merito all’andamento del programma. E’ un programma intenso. E’ fondamentale per la stabilità e la pace, non solo nel mondo, ma anche nel nostro vicinato.
Ancora grazie, signor Presidente. Questa è la prima volta che partecipo a una discussione in Aula presieduta da lei. Può contare su di me e sul mio sostegno al Parlamento, per il quale nutro grande rispetto, ogniqualvolta lo ritenga necessario. Qualcuno ha detto che sono in cerca di lavoro, ma non è vero. In ogni caso, forse potrete invitarmi più sovente in Aula!
(Applausi)
Presidente. – (EN) Signor Alto rappresentante, la ringrazio tantissimo per il suo intervento e per la sua partecipazione a questa lunga discussione. Le siamo grati per essere venuto direttamente al Parlamento europeo, al suo rientro dall’Arabia Saudita.
Lei ha una delle responsabilità più difficili nell’Unione europea: lei è il volto della nostra politica estera. Il bicchiere non è mezzo vuoto, è mezzo pieno, ed è nostra ambizione comune far sì che il bicchiere sia pieno. Lei ha quindi tutto il sostegno e i migliori auguri del Parlamento europeo.
Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’installazione di sistemi di difesa antimissile statunitensi in Europa è solo l’ennesima dimostrazione della corsa agli armamenti e dell’aumento vertiginoso della spesa militare promossi dagli Stati Uniti per sostenere la loro politica di ingerenza, aggressione e occupazione imperialista, con l’appoggio dei suoi alleati, in particolare la NATO.
Questa iniziativa deve essere esaminata nel contesto della modifica del concetto strategico della NATO, del suo allargamento alle frontiere della Federazione russa e a un imperialismo sempre più aggressivo, come dimostrano gli interventi in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Medio Oriente, insieme a nuove minacce ad altri Stati sovrani. E’ un atteggiamento che, nonostante le differenze presenti in seno all’Unione, finirà per esacerbare le divisioni politiche del continente.
La Federazione russa lancia chiari segnali, indicando che la “linea rossa” è (da tempo) superata.
Il piano degli Stati Uniti relativo alla creazione di un “sistema globale” di difesa antimissile, che prevede l’installazione di nuove basi in Europa, cioè radar nella Repubblica ceca e missili in Polonia, incontra crescente opposizione. Il rifiuto opposto alle intenzioni statunitensi dalla popolazione ceca e polacca diventa sempre più clamoroso.
Dobbiamo mobilitare il movimento per la pace.
Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Vorrei concentrarmi specificamente sulla questione dell’installazione di sistemi di difesa antimissile in Europa da parte degli Stati Uniti. Avendo seguito la questione identica, relativa all’installazione di un sistema di difesa missilistica balistica tattica in Giappone, per “difendersi” dalla presunta minaccia della Corea del Nord, posso solo dire che siamo ingannati dalla parola “difesa”. Queste installazioni in Giappone e in Europa mirano a dotare gli Stati Uniti della capacità di lanciare un attacco preventivo contro la Corea del Nord o l’Iran. Non possono funzionare contro un attacco massiccio da parte della Cina o della Russia – e non sto affatto insinuando che ciò sia verosimile – ma per difendersi contro missili e testate isolati eventualmente rimasti dopo un attacco preventivo contro un paese con un numero limitato di missili e testate. L’uso di queste tecnologie in Europa renderà l’Europa un luogo più pericoloso – anziché più sicuro – nell’interesse della politica estera neoconservatrice degli Stati Uniti.
Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Alcuni giorni dopo i festeggiamenti per il 50° anniversario dell’Unione europea, le dichiarazioni del signor Solana in seno al Parlamento europeo sulle prospettive della politica estera comune per l’Unione europea nel 2007 confermano la natura imperialistica dell’Unione. Il rappresentante della politica estera dell’Unione ha ribadito la sua intenzione di rafforzarne il ruolo imperialista nel mondo. Rafforza la militarizzazione dell’Unione, organizzando le sue strutture militari e le sue forze di intervento rapido. In questo contesto, promuove la creazione di un protettorato “indipendente” in Kosovo e si prepara a potenziare l’occupazione europea inviando un contingente di 1 500 uomini. Continua a stringere il cappio economico attorno al collo della popolazione palestinese. Pianifica una nuova ondata di interventi imperialisti in Bielorussia e Ucraina. Rafforza la sua politica interventista in Africa, per poterne saccheggiare meglio le risorse che creano ricchezza e far fronte all’intensificazione degli scambi commerciali con la Cina e con l’India, soprattutto nel settore dell’energia.
In risposta alle reazioni del movimento di base all’installazione di sistemi di difesa antimissile negli Stati Uniti, nella Repubblica ceca e in Polonia, tenta di destreggiarsi rinviando la questione agli Stati membri e lasciando aperta la possibilità che la decisione sull’installazione di tali sistemi sia adottata nel quadro della ΝΑΤΟ, alle spalle dei cittadini.
La vigilanza delle popolazioni e l’intensificazione delle loro lotte possono e devono sovvertire i piani imperialisti dell’Unione europea, della ΝΑΤΟ e degli Stati Uniti.
PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS Vicepresidente
6. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
7. Verifica dei poteri dei nuovi membri del Parlamento europeo
Giuseppe Gargani (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, io devo dire subito che nelle riunioni del 26 e 27 febbraio e del 19 e 20 marzo, la commissione giuridica ha proceduto alla verifica dei poteri di cinquantasei deputati, i cui nomi figurano nell’allegato al processo verbale. In considerazione del numero delle verifiche da effettuare e della ristrettezza dei tempi parlamentari, abbiamo ritenuto opportuno che il presidente della commissione presentasse una relazione orale.
La procedura di verifica dei poteri si applica ai diciotto deputati designati dalla Bulgaria e ai trentacinque deputati designati dalla Romania. A questi nuovi deputati se ne aggiungono altri tre, designati dalle competenti autorità nazionali, in sostituzione di altri che avevano cessato le proprie funzioni. Complessivamente sono dunque cinquantasei i mandati esaminati positivamente dalla commissione giuridica.
E’ per me naturalmente un particolare piacere poter riferire in merito alla convalida del mandato di tutti i deputati in questione e ritengo che non solo il presidente della commissione giuridica, ma anche l’intero Parlamento, possano rallegrarsi dell’ingresso dei deputati dei due nuovi Stati membri.
(Il Parlamento convalida il mandato dei deputati)
8. Turno di votazioni
Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.
(Per i risultati e ulteriori dettagli delle votazioni: cfr. Processo verbale)
8.1. Mediazione in materia civile e commerciale (votazione)
Prima della votazione
Arlene McCarthy (PSE), relatore. – (EN) Signor Presidente, un po’ di rispetto da parte dei colleghi nei confronti di un relatore sarebbe gradito!
Sarò molto breve. Non è stato possibile organizzare un dibattito sulla relazione in esame, non ci sono emendamenti e votiamo perché ora vogliamo avviare discussioni con il Consiglio e la Commissione.
Volevo anche dire che questa non è l’ultima parola, e ci riserviamo il diritto di riesaminare alcuni dei compromessi, se necessario, con il Consiglio e la Commissione, per garantire un’efficace opera di mediazione per i cittadini e il conseguimento dei nostri obiettivi. Ora possiamo passare alla votazione.
8.2. Partecipazione della Comunità all’aumento di capitale del Fondo europeo per gli investimenti (votazione)
8.3. Richiesta di difesa dell’immunità parlamentare di Giuseppe Gargani (votazione)
8.4. Revisione delle direttive relative ai dispositivi medici (votazione)
Prima della votazione
Thomas Ulmer (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno lavorato così eccezionalmente bene insieme, e mi riferisco ai relatori ombra, al personale della commissione competente e all’amministrazione del Parlamento, alla Commissione e alle Presidenze finlandese e tedesca. Siamo riusciti a far approvare i miglioramenti fondamentali da noi decisi, ossia il chiarimento relativo al ricondizionamento, in merito al quale la Commissione ha promesso di definire una direttiva specifica sull’argomento, il chiarimento riguardo alla posizione del software, alle banche dati, all’etichettatura e alla graduale eliminazione delle sostanze cancerogene e mutagene.
Vorrei ora formulare due osservazioni di carattere tecnico. Si tratta innanzi tutto di un emendamento al paragrafo 4, in cui, contrariamente a quanto concordato, non era stata eliminata parte di una frase, che in inglese è la seguente:
“and a correlation table between those provisions and this Directive” (nonché una tavola di concordanza tra queste ultime e la presente direttiva).
Inoltre la cifra “12” deve essere sostituita con “15”. In secondo luogo, si tratta dell’emendamento n. 87, riguardo al quale chiedo di votare contro la prima metà, in quanto in esso si è insinuato un errore. Facendolo non se ne cambia la sostanza.
8.5. Statistiche strutturali sulle imprese (votazione)
Prima della votazione
Elisa Ferreira (PSE), relatore. – (PT) Forse non sarebbe opportuno che intervenga, ma vorrei cogliere l’occasione per formulare due osservazioni. Innanzi tutto, desidero ringraziare per il contributo i relatori ombra e i membri della Commissione, nonché le tre Presidenze coinvolte nella procedura di codecisione, ossia quelle austriaca, finlandese e tedesca, per la loro stretta collaborazione. Vorrei anche menzionare in modo particolare la Presidenza tedesca per aver contribuito a risolvere un problema finale di comitatologia. In secondo luogo, vorrei dire che i 170 emendamenti dimostrano la validità del ruolo del Parlamento, in quanto riducono l’onere amministrativo per le imprese in vari modi, eliminando le variabili meno rilevanti, esentando alcune piccole e medie imprese dall’obbligo di rispondere alle indagini e incoraggiando l’uso di fonti amministrative.
Questo è solo uno degli aspetti che, a mio avviso, potrebbe e dovrebbe indurre il Parlamento ad adottare la proposta in prima lettura.
Dopo la votazione sull’emendamento n. 142
Reinhard Rack (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, lei ha giustamente sottolineato che dobbiamo effettuare un gran numero di votazioni, ed è evidente che alcune votazioni avranno come risultato fisso un’approvazione praticamente unanime. Chi ha insistito affinché oggi si svolgessero votazioni per parti separate o, per dirla in altre parole, non si potrebbe votare in blocco?
Presidente. – Se il gruppo socialista al Parlamento europeo è d’accordo, potremmo votare congiuntamente sugli emendamenti, ma è necessario il consenso di tale gruppo.
Hannes Swoboda (PSE). – (DE) Signor Presidente, possiamo accettare la proposta, ma vorrei suggerire che, se si tratta di emendamenti sui quali abbiamo raggiunto un accordo con il Consiglio, la commissione competente convochi una breve riunione per adottarli di conseguenza. Ci vorrà soltanto un minuto per farlo. Non possiamo fare il lavoro della commissione al suo posto.
Presidente. – Sta chiedendo un’interruzione di un minuto?
Hannes Swoboda (PSE). – (DE) Signor Presidente, possiamo accettare di effettuare una votazione in blocco, ma la prossima volta la commissione competente dovrà discutere la questione e prendere una decisione in merito prima della seduta plenaria, in modo da poter poi svolgere il tutto in un minuto. Chiedo che questo messaggio venga trasmesso ai presidenti delle commissioni.
(Il Parlamento approva la richiesta dell’onorevole Rack)
(Applausi)
8.6. Rispetto degli obblighi degli Stati di bandiera (votazione)
8.7. Responsabilità civile e garanzie finanziarie degli armatori (votazione)
8.8. Produzione biologica ed etichettatura dei prodotti biologici (votazione)
Dopo la votazione sull’emendamento n. 111
Roberta Angelilli (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ai sensi dell’articolo 155, poiché l’emendamento 167 presentato dal mio gruppo è ripreso integralmente nell’emendamento 171 del PSE e poiché ritengo importante far convergere il maggior numero di voti sull’obiettivo dell’eliminazione della contaminazione accidentale da OGM per i prodotti biologici, a nome del mio gruppo vorrei ritirare il nostro emendamento nel caso in cui potessimo cofirmare l’emendamento n. 171 del gruppo socialista.
(Il gruppo socialista al Parlamento europeo approva l’inclusione dell’emendamento n. 167 del gruppo “Unione per l’Europa delle nazioni” nell’emendamento n. 171)
Prima della votazione finale
Marie-Hélène Aubert (Verts/ALE), relatore. – (FR) Signor Presidente, chiedo che la relazione venga rinviata in commissione sulla base dell’articolo 53 del Regolamento.
In effetti, l’emendamento n. 1, che richiede una doppia base giuridica, ossia gli articoli 37 e 95, ha ricevuto un vastissimo sostegno dal Parlamento, essendo stato adottato con 585 voti favorevoli. Ieri la Commissione ha risposto di non aver accolto tale emendamento. Ritengo pertanto che sia necessario proseguire i negoziati con la Commissione, pur mantenendo la relazione, che, sono lieta di dirlo, è costruttiva, nella sua forma attuale. Dobbiamo tuttavia proseguire i negoziati, e pertanto chiedo il rinvio in commissione della relazione.
(Applausi)
(Il Parlamento decide il rinvio della relazione alla commissione competente)
8.9. Sicurezza in occasione delle partite di calcio (votazione)
8.10. Futuro del Kosovo e ruolo dell’UE (votazione)
8.11. Futuro delle risorse proprie dell’UE (votazione)
8.12. Orientamenti di bilancio 2008 – Sezioni I, II, IV, V, VI, VII, VIII e IX (votazione)
8.13. Futuro del calcio professionistico in Europa (votazione)
8.14. Integrazione dei nuovi Stati membri nella PAC (votazione)
Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.
Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione del collega, onorevole Ulmer, relativa alla modifica di varie direttive riguardanti i dispositivi medici.
L’espressione “dispositivi medici” comprende un’ampia serie di prodotti, fra cui siringhe, lenti, apparecchiature diagnostiche, piccoli dispositivi impiantabili, tecnologia di immaginografia medica, e così via, ed è diventato assolutamente necessario accrescere la competitività e la sicurezza medica in questo settore. A tale scopo, l’attuale quadro legislativo, costituito da tre direttive che definiscono i requisiti fondamentali cui i dispositivi medici devono essere conformi, doveva essere migliorato, in particolare per quanto riguarda, tra l’altro, la valutazione clinica, la trasparenza, la sorveglianza dei mercati, i dispositivi su misura, l’uso di tessuti umani e il coordinamento tra organismi indipendenti.
Le disposizioni pratiche da noi adottate in questo documento contribuiranno ad aumentare il livello di armonizzazione di questo settore molto complesso e vario, semplificando e chiarendo le norme applicabili. E’ opportuno sottolineare che molte imprese industriali del settore operano sul mercato mondiale, e pertanto è necessario compiere ogni possibile sforzo per favorire il processo di cooperazione internazionale, soprattutto attraverso l’armonizzazione delle norme.
Hiltrud Breyer (Verts/ALE), per iscritto. – (DE) L’accordo raggiunto oggi in prima lettura sui prodotti medici ha perso la grande opportunità di vietare la presenza in tali prodotti di sostanze altamente pericolose. E’ deplorevole constatare che l’ostruzionismo attuato dagli Stati membri dell’UE ha consentito di continuare a usare sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione anche se sono disponibili da tempo alternative sicure.
Si attende ormai da molto tempo che vengano imposti chiari limiti all’uso del pericoloso PVC morbido in tubi di ventilazione, sonde gastriche e dispositivi infusionali, in quanto questo tipo di materiale contiene alte concentrazioni dell’agente ammorbidente DEHP, che è tossico per il sistema riproduttivo e particolarmente pericoloso per i neonati, i bambini e i pazienti dializzati, ed è una sostanza di cui i neonati prematuri assumono una dose fino a 200 volte superiore alla norma.
Uno spiraglio di speranza è rappresentato dall’adozione dell’obbligo di etichettare gli ammorbidenti pericolosi, che consente al personale medico di decidere in maniera consapevole di utilizzare prodotti che non contengono PVC morbido, e ai consumatori di chiedere attivamente che lo facciano. Anche i produttori sono sottoposti all’obbligo più rigoroso di giustificare i motivi per cui prodotti medici contenenti PVC morbido possono essere utilizzati su bambini e donne incinte.
Si tratta in ogni caso di niente più che una soluzione temporanea, in quanto questa settimana la Commissione ha finalmente raccomandato, sulla base di una valutazione dei rischi che risale al 2001, che venga vietato l’uso del DEHP nei prodotti medici per alcuni gruppi di persone a rischio. Questo divieto è atteso da lungo tempo, ma, come si suole dire, meglio tardi che mai, e la Commissione deve presentare una proposta legislativa al massimo entro la fine dell’anno.
Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore del riesame in questione.
Pur essendo deplorevole che la proposta di divieto dei prodotti medici contenenti sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione sia stata respinta, questo compromesso costituisce comunque un primo passo decisivo, che contribuirà a eliminare l’uso nei prodotti medici di sostanze chimiche tossiche che poi si ritrovano nel corpo dei pazienti. La legislazione imporrà ai fabbricanti di etichettare le apparecchiature mediche contenenti ftalati, che appartengono a una famiglia di sostanze chimiche impiegate per ammorbidire la plastica.
L’Unione europea ha classificato lo ftalato DEHP come sostanza tossica per la riproduzione umana, e si nutrono serie preoccupazioni riguardo alla possibilità di un suo trasferimento dalle apparecchiature nei pazienti, e in particolare nei bambini e nei pazienti dializzati.
L’etichettatura dei prodotti avviserà i medici sui rischi di esposizione a tali sostanze per i loro pazienti, e i responsabili dell’acquisto di apparecchiature per gli ospedali potranno facilmente individuare i prodotti in plastica senza DEHP già disponibili sul mercato. I fabbricanti dovranno fornire spiegazioni sui rischi per i pazienti vulnerabili derivanti dall’impiego di apparecchiature contenenti sostanze chimiche tossiche e suggerire misure precauzionali.
Richard Seeber (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Adesso che la direttiva europea sui prodotti medici è stata riesaminata, vorrei dire che sono favorevole alla richiesta avanzata dal Parlamento europeo di una logica separazione della normativa e di una regolamentazione del “ricondizionamento” in una direttiva separata. In qualità di rappresentanti dei cittadini, dobbiamo fare di più per rendere le normative razionali e comprensibili, resistendo alla tentazione di riunire per forza normative diverse sotto un unico argomento. Ciò che la Commissione deve fare ora, e con questo intendo appena possibile e non fra tre anni, è presentare una proposta di direttiva separata.
Il relatore, onorevole Ulmer, che anch’io vorrei ringraziare per l’ottimo lavoro svolto, ha consentito di raggiungere un compromesso solido e imparziale sulle sostanze chimiche pericolose presenti nei prodotti medici. Sono sicuro che tutti concorderanno con me che i medicinali non devono contenere sostanze pericolose o, qualora ciò non sia possibile, tali sostanze devono figurare in quantità minime, e pertanto l’obiettivo cui dobbiamo mirare è l’effettiva eliminazione graduale di tutte le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione.
Con specifico riferimento alle sostanze che ho menzionato, vorrei ancora una volta ribadire l’indispensabilità di un’adeguata etichettatura dei prodotti. Non credo che la Commissione abbia compiuto la scelta giusta decidendo di usare per l’etichettatura i codici di nomenclatura globale per i dispositivi medici. Tali codici renderanno inevitabile un aumento dei costi che dovranno essere sostenuti in primo luogo dai fabbricanti europei e dai cittadini in generale, a scapito della concorrenza e senza apportare grandi benedici ai pazienti.
Bruno Gollnisch (ITS). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, lo scopo della relazione dell’onorevole Vincenzi è armonizzare le regole, in particolare quelle relative alle deroghe che gli Stati di bandiera dell’UE possono accordare rispetto alle norme stabilite dall’Organizzazione internazionale del lavoro e dall’Organizzazione marittima internazionale.
Per quanto altamente lodevole questo obiettivo possa essere, la realtà è che non risolve tutti i problemi che devono essere affrontati. Tutti sanno che il problema fondamentale della navigazione commerciale è quello delle bandiere di comodo; si pensi in particolare al modo in cui un paese come la Liberia, in cui vige una situazione di totale anarchia, può disporre di una delle maggiori flotte del mondo, sulla quale è evidente che non è in grado di esercitare alcun tipo di controllo effettivo.
Occorre porre fine a questa situazione assolutamente aberrante, che è causa di dumping sociale, e valutare quali sono le condizioni di sicurezza effettivamente esistenti. A onor del vero, a determinare le condizioni alle quali concede o rifiuta l’uso della propria bandiera, e le regole che applica alle navi che battono tale bandiera, e ai loro equipaggi, resta lo Stato in questione, ma a tale libertà corrisponde il diritto degli Stati di rifiutare l’accesso alle loro acque territoriali, alle loro zone economiche esclusive e alle loro acque interne a navi che violano palesemente le norme minime e che rappresentano un pericolo per la sicurezza dei paesi rivieraschi.
Questa è la direzione in cui vorremmo il Parlamento procedesse in materia.
Jim Allister (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la direttiva sulla responsabilità degli Stati di bandiera in quanto non fa altro che aumentare il volume della normativa dell’UE sulla navigazione commerciale, senza però affrontare il vero problema, ossia il comportamento degli Stati di bandiera non comunitari che dispongono di grandi flotte. Gli Stati membri dell’UE rispettano le norme dell’IMO e pertanto non costituiscono il problema.
Sono contrario a questa direttiva anche perché indebolisce la sovranità degli Stati membri trasferendo competenza alla Comunità. Ciascuno Stato membro deve già rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alle convenzioni dell’IMO; questo è sufficiente e la situazione dovrebbe restare immutata.
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa relazione fa parte del terzo pacchetto sulla sicurezza marittima, il cui scopo generale è prevenire gli incidenti e affrontare le conseguenze dei medesimi.
Gli Stati membri devono garantire che le navi iscritte nei loro registri nazionali siano conformi alle norme internazionali. Qualsiasi iniziativa intrapresa a livello di UE per promuovere la prevenzione e la soluzione di incidenti marittimi non deve mettere in discussione tale obbligo.
Sulla base di questa premessa, siamo d’accordo in generale sulle misure proposte. Ad esempio, gli Stati membri devono verificare la conformità alle norme e alle regolamentazioni internazionali attraverso prove documentali quando immatricolano le navi nei loro registri, devono elaborare e attuare un programma di controllo e di ispezione per le navi che battono la loro bandiera e devono provvedere alla formazione e alla sorveglianza degli ispettori e dei controllori.
La Comunità deve tuttavia contribuire alle risorse finanziarie necessarie per attuare e applicare tali misure, ma questo è un aspetto che non viene chiarito nella proposta in esame.
Avendo ancora freschi nella memoria i recenti incidenti delle navi Erika e Prestige, riteniamo che le proposte avanzate in questo settore debbano essere oggetto di un ampio dibattito, cui devono partecipare i lavoratori del settore e i cittadini nel complesso.
Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) A seguito degli incidenti delle navi Erika e Prestige, che in quest’ultimo caso si è verificato nel 2002 vicino al limite della zona marittima esclusiva del Portogallo, l’UE ha definito una serie di proposte legislative allo scopo di prevenire questo tipo di disastri, o almeno di ridurne al minimo gli effetti, e di accertare ciò che è accaduto e individuarne i responsabili.
L’ottima relazione dell’onorevole Savary, per la quale ho espresso voto favorevole, riguarda una di queste proposte. La ritengo fondamentale, in quanto stabilisce un livello minimo di norme comuni per tutti gli Stati membri per quanto riguarda la responsabilità civile e le garanzie finanziarie degli armatori, che possono essere estese a qualsiasi altro responsabile, e altre norme volte a prevenire gli incidenti e a ratificare alcune convenzioni internazionali, come la Convenzione sulla limitazione della responsabilità per crediti marittimi, la Convenzione internazionale sulla responsabilità e l’indennizzo dei danni provocati dal trasporto in mare di sostanze nocive e potenzialmente pericolose e la Convenzione internazionale sulla responsabilità civile per i danni da inquinamento provocato dal carburante delle navi.
Accolgo con favore anche la proposta di creare un fondo di solidarietà destinato a far sì che anche le navi non coperte da alcuna forma di garanzia finanziaria offrano un adeguato livello di protezione e di indennizzo finanziario.
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa relazione fa parte di quello che è noto come terzo pacchetto sulla sicurezza marittima, costituito da una serie di misure legislative volte a prevenire incidenti e inquinamento e ad affrontare le conseguenze di tali incidenti.
Scopo di questa proposta è istituire un sistema di responsabilità civile degli armatori in caso di danni a terzi e stabilire norme intese a prevenire gli incidenti.
L’aspetto più importante è che si chiede a tutti gli Stati membri di diventare parti aderenti a varie convenzioni internazionali e di introdurre un migliore indennizzo per le vittime di incidenti e gli equipaggi delle navi. La relazione propone inoltre di creare un fondo di solidarietà per indennizzare le vittime di danni provocati da navi non coperte da un certificato di garanzia finanziaria, tenuto conto che tale indennizzo non deve essere versato dallo Stato membro in cui si è verificato l’incidente. Spetta agli Stati membri la responsabilità di garantire la conformità a tutti i criteri e di imporre sanzioni in caso di loro violazione.
Si tratta di misure sostanzialmente positive cui va il nostro sostegno. Rimane tuttavia aperta la possibilità che in futuro la responsabilità dei controlli venga affidata a un organismo comunitario proposto nella relazione, ossia l’ufficio comunitario, anziché agli Stati membri, e questo è un aspetto riguardo al quale nutriamo seri dubbi.
Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Anche se si può condividere l’idea di far diventare una prassi normale l’assunzione della responsabilità verso soggetti terzi, vi sono evidenti incongruenze che devono essere affrontate prima di poter andare avanti.
La principale di tali incongruenze è il fatto che la Convenzione LLMC non è stata ratificata dagli Stati membri, e questo costituisce il motivo dell’urgente necessità di un intervento comunitario. Il Consiglio deve ribadire l’impegno verso la Convenzione a livello di Stati membri attraverso la ratifica prima di poter esprimere a giusto titolo qualsiasi critica riguardo alla competenza comunitaria in questo settore da esso messa in discussione.
Richard Corbett (PSE). – (EN) Signor Presidente, i consumatori scelgono i prodotti dell’agricoltura biologica perché attribuiscono molta importanza al fatto che siano ottenuti con sostanze naturali anziché con sostanze sintetiche, e pertanto non si dovrebbe consentire l’impiego di concimi di sintesi.
Non vi è tuttavia alcun motivo per vietare i concimi minerali naturali o qualsiasi altro tipo di concime minerale, come i concimi azotati, e pertanto mi dispiace che non siano stati adottati gli emendamenti nn. 168 e 169 presentati dall’onorevole Tarabella riguardo alla relazione in esame, poiché in tal modo si mette seriamente in discussione la logica della posizione da noi assunta. Mi auguro quindi che, con il rinvio in commissione della relazione, la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale riesamini la questione.
Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato contro alcuni emendamenti relativi alla riduzione dei valori percentuali di OGM previsti per l’etichettatura dei prodotti biologici. Pur ritenendo in sostanza che i prodotti biologici debbano essere privi di OGM, temiamo che stabilire limiti diversi per gli alimenti biologici e gli altri alimenti potrebbe essere svantaggioso per la produzione biologica.
Siamo del parere che gli OGM debbano essere trattati con molta attenzione e che debbano essere adottate misure per ridurre il rischio di contaminazione accidentale. Non vogliamo tuttavia creare un onere della prova inutilmente gravoso che potrebbe comportare una riduzione della coltivazione biologica.
Luis Manuel Capoulas Santos, Fausto Correia, Edite Estrela, Emanuel Jardim Fernandes, Elisa Ferreira, Jamila Madeira e Manuel António dos Santos (PSE), per iscritto. – (PT) Anche se la proposta di regolamento della Commissione e la relazione adottata in seno alla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale rappresentano un contributo nel complesso positivo verso la definizione di principi e norme comuni applicabili alla produzione biologica, il cui scopo essenziale è accrescere la fiducia dei consumatori, siamo del parere che esistono ancora varie lacune.
Ciononostante, tenuto conto che consideriamo fondamentale la questione della contaminazione di prodotti biologici da parte di organismi geneticamente modificati e che è stato adottato l’emendamento presentato dal gruppo socialista al Parlamento europeo, che avanza la proposta sensata e realistica di fissare un limite massimo dello 0,1 per cento soltanto se la presenza di OGM è accidentale, abbiamo votato a favore della relazione.
Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della proposta di rinvio alla commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale della relazione Aubert sulla produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici.
E’ necessario che la soglia di contaminazione accidentale da parte di OGM non sia identica a quella prevista per l’agricoltura tradizionale, vale a dire circa lo 0,9 per cento, poiché in questo modo si ammetterebbe di fatto che la contaminazione non può più essere prevenuta e che non si può garantire che un prodotto sia privo di OGM anche se è certificato come biologico.
Ho sostenuto la proposta presentata al riguardo dal gruppo socialista al Parlamento europeo, secondo cui la presenza di OGM nei prodotti biologici deve essere limitata esclusivamente a quantità accidentali e tecnicamente inevitabili con un valore massimo dello 0,1 per cento e il termine “biologico” non deve essere utilizzato per designare prodotti la cui contaminazione accidentale da parte di OGM superi la soglia rilevabile dello 0,1 per cento.
Infine, sono favorevole alla proposta di trovare una base giuridica diversa per quanto riguarda l’agricoltura biologica. Finora il Parlamento europeo ha rivestito un ruolo di “consulente”, ma intende diventare un “codecisore” quando si tratta di problemi come questo, e ciò costituirà un passo avanti.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Si sa che il 70 per cento dei consumatori europei non vuole consumare organismi geneticamente modificati (OGM). Il fatto che il regolamento in esame autorizzi la presenza di OGM nei prodotti biologici fino a una soglia dello 0,9 per cento è inaccettabile e costituisce un colpo mortale per l’agricoltura biologica. Tollerare la contaminazione dello 0,9 per cento da parte di OGM proposta dalla relazione, o lo 0,1 per cento proposto da alcuni e approvato in seduta plenaria, significa accettare la contaminazione dei prodotti organici da parte di OGM, che avrà innegabili conseguenze per i consumatori, e che costituisce una minaccia grave e inaccettabile per il settore della produzione biologica.
I consumatori scelgono i prodotti biologici perché sono ottenuti con metodi più sostenibili, senza l’uso di pesticidi, e sono completamente privi di OGM. Accettare l’introduzione di OGM, anche in quantità molto piccole, equivale a ingannare i consumatori e avrà serie conseguenze per l’ambiente e per la salute dei cittadini in generale.
Ciò di cui abbiamo bisogno non è il percorso proposto dalla relazione, e il suo modello “produttivista”, ma forme di produzione agricola più sostenibili, basate sulla diversità produttiva di ciascun paese e ciascuna regione e su una maggiore valorizzazione delle piccole e medie aziende e delle imprese a carattere familiare.
Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ritengo che i prodotti etichettati come “biologici” non debbano contenere alcuna percentuale di organismi geneticamente modificati (OGM). I consumatori hanno diritto a tale garanzia quando acquistano un prodotto etichettato come “biologico”.
L’aspetto ancor più importante è che, se i prodotti con un livello di OGM dello 0,9 per cento fossero etichettati come biologici, si correrebbe il rischio di vedere un altro tipo di etichettatura, con l’indicazione di assenza di OGM, che metterebbe in discussione la natura stessa dell’agricoltura biologica.
Ho pertanto votato a favore degli emendamenti volti a vietare completamente l’uso di OGM nell’agricoltura biologica e contrari alla loro indicazione nell’etichettatura dei prodotti biologici.
Ho votato anche a favore dell’emendamento che include nel regolamento prodotti quali sale, lana, pesce conservato, cosmetici, integratori alimentati e oli essenziali, tenuto conto che questi prodotti sono legati all’ambiente naturale durante almeno una fase del loro processo di trasformazione.
Mathieu Grosch (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Il nuovo regolamento sostituirà il regolamento (CEE) n. 2092/91 relativo all’agricoltura biologica.
Il principale motivo di preoccupazione resta la presenza di OGM nei prodotti recanti l’indicazione “biologico” sull’etichetta; la Commissione ha previsto una tolleranza di presenza di OGM dello 0,9 per cento, anche se possono esserne rilevate quantità a partire da un valore dello 0,1 per cento. Dobbiamo essere cauti riguardo agli OGM in generale, e soprattutto è necessario che i consumatori siano informati in maniera corretta riguardo a ciò che consumano e usano. E’ quindi assolutamente indispensabile che vengano soddisfatte le aspettative dei consumatori che scelgono un prodotto biologico, ossia che i consumatori possano essere certi che il prodotto da loro acquistato non contenga OGM.
Sono pertanto lieto che l’Assemblea abbia introdotto con la relazione Aubert la soglia dello 0,1 per cento, e chiedo ai ministri dell’Agricoltura in seno al Consiglio di rispondere all’esito della votazione effettuando un approfondito esame del regolamento.
Vorrei aggiungere che sono anche favorevole alla richiesta del Parlamento che il regolamento venga adottato con procedura di codecisione del Consiglio e del Parlamento, e mi auguro che la Commissione la approvi, in quanto le opinioni dei rappresentanti eletti devono contare più di quelle dei funzionari.
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La produzione biologica è molto importante dal punto di vista sia ambientale che sanitario; tuttavia, abbiamo votato contro la relazione in quanto riteniamo che i prodotti biologici debbano essere venduti in un libero mercato senza interferenze a livello di UE. Siamo convinti che le forze del libero mercato, guidate da consumatori europei informati, riusciranno esse stesse a favorire l’urgente e necessaria conversione a un’agricoltura biologica sostenibile nel lungo termine. Siamo anche del parere che questo processo sarà accelerato e che avrà un maggiore impatto se si lascerà che a decidere in merito all’etichettatura dei prodotti biologici siano i parlamenti nazionali.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione in esame in quanto rafforzerà le disposizioni della proposta della Commissione relativa all’etichettatura e alla produzione di alimenti biologici. Sono favorevole all’uso dell’indicazione europea “UE-BIOLOGICO” per i prodotti che contengono il 95 per cento di ingredienti biologici e al requisito per gli operatori di paesi terzi di fornire alle autorità nazionali del loro paese un certificato rilasciato da un organismo di controllo comunitario competente.
Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) La maggior parte dei cittadini europei (58 per cento) continua a manifestare diffidenza nei confronti degli alimenti geneticamente modificati. Lo scetticismo degli europei riguardo alla presenza di OGM nell’agricoltura tradizionale può essere considerato un’approvazione dell’agricoltura biologica.
E’ pertanto essenziale che l’Unione europea incoraggi l’agricoltura biologica in risposta alla crescente domanda dei consumatori, in quanto rappresenta un passo verso una drastica riforma della PAC nella direzione di un effettivo sviluppo sostenibile.
La relazione dell’onorevole Aubert rammenta che, per promuovere i prodotti biologici, devono prevalere alcune regole di buon senso. Tanto per cominciare, occorre opporsi alla proposta di regolamento della Commissione che mira a fissare lo stesso livello di contaminazione accidentale dello 0,9 per cento per i vari settori.
Quale contromisura, secondo quanto richiesto dal settore biologico e già attuato da numerosi paesi e regioni europei, occorre quindi fissare la presenza accidentale di OGM al livello più basso possibile, ossia lo 0,1 per cento, che corrisponde alla soglia di rilevamento scientificamente possibile.
Infine, va applicato il principio “chi inquina paga”, in quanto è da escludere che si possa far pagare agli agricoltori biologici il conto dei rischi derivanti dalla coesistenza delle due forme di agricoltura.
Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, nel votare a favore della relazione Catania vorrei ricordare che il Campionato europeo di calcio UEFA 2008 si disputerà in Austria, perché ritengo che, nel calcio professionistico, si siano verificati alcuni spiacevoli sviluppi. Non solo esistono casi di truffa, pratiche finanziarie dubbie e concorrenza sleale, che ora dobbiamo combattere con determinazione a livello comunitario, ma la propensione a commettere atti di violenza connessi al calcio sta andando oltre tutti i limiti, con alcuni cosiddetti tifosi che tengono sulle spine centinaia di poliziotti che possono essere necessari altrove e comportano costi elevati.
Sarebbe opportuno fermare gli hooligan alla frontiera. Inoltre gli stadi devono disporre di entrate e uscite separate per i diversi gruppi. Non occorre solo vietare striscioni e manifesti che incitano alla violenza, ma è necessario anche inasprire considerevolmente le sanzioni per queste turbative dell’ordine pubblico.
Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Purtroppo gli atti di violenza commessi in occasione delle partite di calcio non rappresentano eventi isolati, ma piuttosto un fenomeno ricorrente negli ultimi anni come, per esempio, in occasione della Coppa del Mondo 2006 in Germania e, recentemente, gli incidenti avvenuti nei campionati nazionali italiano, spagnolo, croato e inglese.
S’impone pertanto l’adozione delle misure appropriate per garantire che questi eventi sportivi possano svolgersi il più tranquillamente possibile, senza manifestazioni gratuite di violenza e di razzismo.
Appoggio quindi quest’iniziativa della Repubblica d’Austria che consiste nell’aggiornare la decisione in merito alla creazione, in ciascuno Stato membro, di un punto nazionale d’informazione sul calcio che funga da punto di contatto per lo scambio delle informazioni di polizia in relazione alle partite di calcio.
E’ fondamentale che le autorità competenti cooperino più strettamente e professionalizzino lo scambio di informazioni. Inoltre, ciascuno Stato membro dovrebbe poter effettuare un’efficace valutazione dei rischi.
L’azione di prevenzione è la priorità e deve sostituirsi alle azioni repressive e alla militarizzazione degli stadi che sembra ormai diventare la prassi più consolidata nel contrasto alla violenza negli stadi.
Stephen Hughes (PSE), per iscritto. – (EN) Votando a favore della relazione Catania (A6-0052/2007), spero vivamente di vedere un netto miglioramento nella cooperazione internazionale tra le forze di polizia per contrastare la violenza in occasione delle partite di calcio.
Famiglie e tifosi innocui di Middlesbrough sono stati coinvolti in episodi di violenza a Roma, nel marzo 2006, in occasione della partita Roma-Middlesbrough di Coppa UEFA. Tre tifosi sono stati accoltellati senza provocazione alcuna nel corso di aggressioni da parte dei tifosi romanisti. Nell’autunno scorso la commissione parlamentare per le petizioni ha preso in esame una petizione di tifosi del Middlesbrough. Mi dispiace molto che, un anno dopo quegli episodi di violenza a Roma, il presidente della commissione per le petizioni non abbia ancora ricevuto una risposta alla lettera che ha inviato al ministro degli Interni italiano per chiedere garanzie affinché in futuro si evitino gli errori che hanno permesso il verificarsi di quelle violenze.
Spero proprio che, seppur tardivamente, il ministro coglierà l’occasione per rispondere e comunicare ampie scuse alla popolazione di Middlesbrough.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione Catania per migliorare la sicurezza delle forze di polizia durante le partite di calcio. Sostengo il consolidamento del ruolo dei punti nazionali d’informazione come punto di contatto per lo scambio delle informazioni di polizia relativamente agli episodi di violenza in occasione delle partite di calcio internazionali. Penso fermamente, tuttavia, che qualunque trasferimento di dati personali debba essere protetto dalle leggi vigenti sulla privacy e non possa mai essere utilizzato per scopi diversi.
Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Il calcio moderno presenta effettivamente problemi di sicurezza in occasione delle partite internazionali, ed è un fatto che l’Europa deve combattere la violenza negli stadi, in particolare durante incontri europei o internazionali. Per evitare tragedie o scontri tra hooligan, l’Unione ha avuto l’idea di creare una rete informativa sui possibili rischi di esplosioni di violenza di questo genere; così la solidarietà e la lungimiranza europee giocheranno un ruolo importantissimo nel garantire la sicurezza di quegli spettatori europei che assistono alle partite.
Non dobbiamo permettere che i “falsi” tifosi mettano in cattiva luce i valori del calcio, e la relazione agevola l’allestimento di punti nazionali d’informazione sul calcio come spazi dove si possano scambiare informazioni allo scopo di preparare e adottare misure adeguate per mantenere l’ordine in occasione di eventi calcistici. Tali informazioni possono riguardare individui che costituiscono o possono costituire un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza.
Il manifestarsi di tanti atti di violenza ricorrenti e persistenti durante le partite di calcio ha modificato il ruolo di spettacolo di questi eventi sportivi; l’Unione non può tollerare che questo fenomeno continui incontrastato.
Eugen Mihăescu (ITS). – Marele Napoleon spunea: „Dacă este posibil, este ca şi făcut, iar dacă este imposibil, se va face oricum.” Aşa este şi cu Serbia, şi cu Kosovo. Sunt naţionalist şi mă interesează Serbia mai mult decât politica. Kosovo este inima naţiunii şi nu poate fi smulsă din pieptul Serbiei decât cu riscuri nebănuite.
Filozoful francez Régis Debray a vorbit primul, fiind martor la tragedia Serbiei în momentul atacului de către forţele care erau împotriva ei. Europa nu poate să rişte o instabilitate în Balcani. Monsieur Athisaari nu ne spune adevărul. După cel de-al doilea război mondial, în Kosovo erau 15% albanezi şi 85% (majoritatea) erau sârbi. Albanezii erau veniţi de peste munţi, din Albania. Thaçi şi ai lui, maoişti crescuţi de Enver Hoxha şi Mehmet Shehu, se folosesc de doctrina divide et impera. Este paradoxal, pentru că vor să întemeieze o Albanie compusă din bucăţi rupte din teritoriul Serbiei, Macedoniei şi Greciei. Americanii care învaţă geografia făcând războaie ştiu mai bine unde se găseşte America, dar nu ştiu unde se găseşte Kosovo. Din fericire, trecutul nu vrea să treacă.
Димитър Стоянов (ITS). – Гласувах против доклада относно бъдещето на Косово, защото ми омръзна да слушам колко зле и дискриминирани са албанците. Никой не е пресметнал колко много сърби бяха избити и изхвърлени от Косово от албанските главорези. Колко православни църкви бяха унищожени и превърнати в складове и в конюшни от тези наркотрафиканти, които това е основното нещо, с което се занимават, трафик на наркотици.
Аз искам да ви припомня `99 година, защото в момента сме пред най-светлия християнски празник за православните християни, Великден. `99 година натовските бомбардировачи потъпкаха и се погавриха с този християнски празник, като не спряха своите бомбардировки, а продължиха да хвърлят своите клъстерни бомби, предназначени не срещу инфраструктурата, а да убиват хора и при това ги надписаха с обидни надписи спрямо православното християнство.
Европа трябва да спре да се меси на Балканите, защото предизвиква само по-лоши неща. Оставете Балканите на мира.
Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) Ho appoggiato la relazione dell’onorevole Joost Lagendijk sul futuro del Kosovo e sul ruolo dell’Unione. Concordo col parere del relatore, secondo cui l’azione del Parlamento dev’essere uniforme e chiara, perché sono in questione il confine e il territorio futuri dell’Unione. Tutti comprendono che la situazione attuale è insostenibile e che sono necessari ulteriori negoziati che richiedono tatto e pazienza, nonché un grande coinvolgimento europeo.
Ritengo che il piano Ahtisaari sia una base di partenza per dibattiti e sforzi volti al conseguimento di un compromesso. L’Europa deve adottare una posizione che punti inequivocabilmente in direzione d’un accordo. Credo fermamente che la soluzione definitiva non possa essere imposta sotto la minaccia di una radicalizzazione in Kosovo o in Serbia, ma che debba riflettere gli interessi del popolo serbo quanto quelli degli albanesi kosovari.
Questi due popoli non devono vivere nell’odio, perché l’odio alimenta la violenza ed è un ostacolo per la stabilità e la sicurezza della regione. Ritengo che la relazione del Parlamento invierà un segnale forte, offrendo ai Balcani occidentali una prospettiva europea e portando a un compromesso accettabile basato sull’osservanza del diritto internazionale e dei valori democratici europei. Noi, deputati al Parlamento dei nuovi Stati membri, sappiamo particolarmente bene quale grande motivazione abbia costituito per i nostri paesi la prospettiva di un’adesione alla Comunità europea per la realizzazione di molte riforme politiche ed economiche. Poiché non si può tornare indietro al periodo antecedente al marzo del 1999, confido in un accordo futuro che assicuri pace e stabilità nei Balcani occidentali.
Árpád Duka-Zólyomi (PPE-DE). – (SK) Ho votato a favore del documento sul Kosovo per svariate ragioni. La proposta di una sovranità controllata sostenuta da una presenza internazionale permanente dopo che il Consiglio di sicurezza avrà preso una decisione definitiva, rappresenta una soluzione particolarmente rilevante. Al contempo, la creazione di una società costituita da cittadini che godano di pari diritti è l’unica strada giusta da seguire.
Sostengo toto corde l’idea di comunità e minoranze etniche con pari diritti, e sono favorevole a diritti chiaramente definiti, affinché possano preservare e sviluppare la propria identità e la propria pubblica amministrazione. Contemporaneamente appoggio risolutamente l’idea di garantire il massimo di diritti e di sicurezza, ovvero un’ampia autonomia per la comunità serba.
L’Unione giocherà un ruolo chiave nel processo e pertanto è necessario preparare un piano strategico d’azione chiaro. D’altra parte, il nostro compito dev’essere quello di mettere l’accento sulla prospettiva di un futuro nell’Unione per i Balcani, o per la Serbia e il Kosovo. Tuttavia, per conseguire quest’obiettivo occorre assicurare la pace e la stabilità nella regione. Dobbiamo lavorare per garantire che i paesi dei Balcani diventino parte dell’Unione. Se non ci riusciremo, la nostra Comunità rimarrà incompleta.
Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, anch’io ho votato contro la relazione Lagendijk e l’ho fatto perché mi sembra assolutamente rischioso affermare che il potenziale dei negoziati sia ormai esaurito e che si debba chiedere l’indipendenza della provincia del Kosovo. Lo considero un esperimento pericoloso.
La situazione attuale mi ricorda prepotentemente quella che dominava la scena all’inizio della guerra in Croazia, guerra che, per l’appunto, cominciò con la proclamazione dell’indipendenza della Croazia. Se non procediamo con estrema cautela in questo frangente e, in particolare, se non disponiamo di soluzioni già pronte e concrete per scongiurare la possibilità che il ritiro dell’amministrazione delle Nazioni Unite causi un vuoto di potere, i serbi vorranno difendere i propri connazionali o gli albanesi kosovari vorranno l’autodeterminazione per se stessi e allora, in pochissimo tempo, non solo avremo vanificato qualunque progresso e riavvicinamento compiuti, ma potremmo anche finire per aver destabilizzato l’intera regione. Per questo motivo ho espresso un voto contrario.
Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Diamo il nostro sostegno agli sforzi di pace delle Nazioni Unite in Kosovo e al lavoro di Martti Ahtisaari. Abbiamo scelto di votare contro la formulazione secondo cui la sovranità costituisce per il Kosovo il miglior modo per conseguire la stabilità nonché una soluzione politica per questa regione. Non crediamo che questa sia la relazione appropriata in cui affrontare questo problema e pensiamo che nella situazione attuale sarebbe stupido legarci a una formulazione simile, anche se esprime un obiettivo auspicabile per il futuro.
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno ritiene che il problema del Kosovo vada risolto tramite le Nazioni Unite, un processo che in realtà è attualmente in corso. Se poi fossero le Nazioni Unite a chiedere alla Comunità europea di svolgere un ruolo importante nella questione, saremmo ben disposti nei confronti di quest’idea.
La relazione contiene alcune formulazioni costruttive, ma ne contiene anche di mediocri. Siamo contrari, per esempio, alla volontà da parte del Parlamento di avere una responsabilità di sorveglianza per quanto riguarda la determinazione dello status del Kosovo. Questo problema non è di competenza dell’Unione.
Viene anche espressa la speranza che in Serbia si possa formare un governo filoeuropeo. Questo può essere auspicabile, ma è il popolo serbo a scegliere il proprio governo e ciò va rispettato, in nome della democrazia, qualunque sia l’esito.
Inoltre, non spetta al Parlamento giudicare l’atteggiamento degli Stati membri nel Consiglio dei ministri o stabilire come gli Stati membri debbano agire in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Poiché abbiamo ritenuto che presentasse troppi aspetti scadenti, abbiamo votato contro la relazione nel suo complesso in occasione del voto odierno.
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La situazione estremamente grave dei Balcani, e in particolare nella provincia serba del Kosovo, è il risultato di un lungo processo d’ingerenza, di aggressione e d’occupazione militare promosso dall’Unione e dagli Stati Uniti, che hanno imposto il loro dominio sulla regione sfruttando difficoltà e conflitti autentici.
La situazione del Kosovo è particolarmente significativa. In seguito all’aggressione militare della NATO, gli Stati Uniti e l’Unione hanno creato un protettorato e installato basi militari strategiche in questa provincia serba, in flagrante violazione della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
La soluzione imposta da Martti Ahtisaari, inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, riguardo al futuro del Kosovo, va nella stessa direzione. Propone la fine della sovranità serba su parte del proprio territorio, nonché la (pseudo) “indipendenza” del Kosovo sotto l’occupazione dell’Unione e degli Stati Uniti. Ciò sarà conseguito mediante la cosiddetta presenza “civile” dell’Unione nel quadro della politica europea di sicurezza e di difesa, sostenuta dalle truppe della NATO, e una “rappresentanza civile internazionale” con pieni poteri.
Riteniamo che la situazione del Kosovo vada risolta nell’osservanza del diritto internazionale e della sovranità della Serbia che, non dimentichiamocelo, è garantita dalla risoluzione 1244. Qualsiasi altra soluzione (scorretta) potrebbe condurre a conseguenze imprevedibili in questa regione strategica.
Da qui il nostro voto contro la relazione.
Richard Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito laburista al Parlamento europeo (EPLP) appoggia questa risoluzione, in particolare il forte sostegno accordato al processo sotto l’egida delle Nazioni Unite e l’approvazione nei confronti dell’inviato speciale per il Kosovo, Martti Ahtisaari, e la sua proposta globale per un accordo sullo status del Kosovo. Ci siamo però astenuti per quanto riguarda l’emendamento n. 13 perché il suo linguaggio non è coerente col piano Ahtisaari ed è pertanto inutile mentre in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono ancora in corso le discussioni.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione sul futuro del Kosovo e sul ruolo dell’Unione. Per conseguire gli obiettivi di un Kosovo autonomo e in pace, l’Unione deve avere un ruolo negli attuali negoziati internazionali per giungere a un accordo. Appoggio soprattutto l’iniziativa condotta dalle Nazioni Unite per determinare lo status definitivo del Kosovo e, in particolare, la proposta di Ahtisaari.
Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) La questione del Kosovo può dividere i partiti politici, ma il Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, cui appartengo, e i partiti che vi aderiscono erano unanimemente contrari alla guerra intrapresa dalla NATO contro la Jugoslavia nel 1999, perché l’obiettivo di questa guerra non era liberare il Kosovo, ma far sì che il mondo esterno estendesse la propria influenza alla Serbia e al Montenegro. Anche adesso alcuni miei colleghi temono che gli Stati Uniti stiano sfruttando il problema del Kosovo per smembrare gli Stati europei in piccoli protettorati militari, e citano il diritto internazionale, il quale stabilisce che, nel corso del procedimento, non si possono formare nuovi Stati senza che lo Stato che perde il proprio territorio non abbia prima espresso la propria approvazione.
Se seguiamo questo ragionamento, allora molti degli attuali Stati europei, tra cui la Grecia, il Belgio, la Bulgaria, l’Irlanda, la Polonia, la Repubblica ceca e la Slovenia, sono anch’essi illegali. Farei piuttosto un paragone con la conquista dell’indipendenza di ex colonie europee come l’Indonesia, l’Algeria o l’Angola che, nella loro lotta per conseguirla, sono state appoggiate dalla Sinistra europea. Se la democrazia e la parità di diritti per gli abitanti del Kosovo implicano necessariamente che debbano conquistare la propria indipendenza, allora la Sinistra deve fare da battistrada anziché arrancare dietro. Riconosco inoltre il diritto all’autodeterminazione da parte dei residenti serbi, che costituiscono una maggioranza nella Kosovska Mitrovica e nell’estremo nord del Kosovo, e che vorrebbero tornare stabilmente in Serbia.
Astrid Lulling (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente, ho votato contro la relazione sugli orientamenti per la procedura di bilancio che, come le relazioni sul bilancio europeo che l’hanno preceduta, contiene osservazioni – che non condivido – riguardanti i nostri luoghi di lavoro i quali, vorrei ricordarlo al Parlamento, sono stabiliti nel Trattato. Non appartengo a coloro che, secondo l’esagerata definizione della relazione, “deplorano la dispersione geografica” della nostra amministrazione fra tre luoghi di lavoro. Non penso che la dislocazione geografica di questo Parlamento abbia effetti negativi di alcun genere: tutto al contrario, in realtà.
Mi oppongo al paragrafo 33, e in particolare alla proposta riguardante il numero di missioni effettuate dal nostro personale nei tre luoghi di lavoro. So che l’amministrazione è molto parsimoniosa in merito al denaro che spende a questo proposito. Non sono favorevole a invitare il Segretario generale a presentare, entro il 1° luglio di quest’anno, una relazione sulle missioni effettuate dal personale nei tre luoghi di lavoro; come noi, anche il Segretario generale ha altre cose da fare, e non credo di sbagliarmi in questo.
L’intenzione implicita riguarda ciò che viene descritto come un tentativo di razionalizzazione allo scopo di svuotare Lussemburgo e Strasburgo della loro importanza come luoghi di lavoro. Non posso fare altro che sottolineare la mia disapprovazione nei confronti dell’assurdo progetto menzionato al paragrafo 40, volto a sospendere l’ulteriore crescita del nostro patrimonio immobiliare e a far sì che il Parlamento si astenga dall’aumentare ancora i propri edifici. La nostra politica immobiliare, che implica da parte nostra l’acquisto anziché l’affitto degli edifici che ci occorrono per un funzionamento decente, ha fatto risparmiare ai contribuenti molto denaro – migliaia di euro, per la verità – e io posso solo dire che sono stupita poiché la maggior parte dei membri della commissione per i bilanci non sembra, o non vuole, capire che nel 2008 dovremo avvalerci del margine di manovra con un tetto del 20 per cento circa per anticipare le spese immobiliari. Signor Presidente, lei sa, ed è importante che venga detto, che questa pratica in materia di spese immobiliari permette di realizzare risparmi considerevoli, e sono i contribuenti a beneficiarne.
Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione e degli emendamenti su uno statuto per gli assistenti dei deputati e degli emendamenti che chiedono, tra le altre cose, una diminuzione dei costi energetici per il parco auto del Parlamento. Purtroppo quest’ultimo emendamento è stato respinto. M’interesserebbe vedere se coloro che hanno votato a favore dell’emendamento e hanno una qualche voce in capitolo nella scelta del veicolo da utilizzare, in particolare i capigruppo, hanno messo in pratica i propri ideali o continuano a usare i loro attuali “tracannatori di benzina”.
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Benché non contenga gli orientamenti per quello che potrebbe essere definito il bilancio comunitario principale – ovvero il bilancio della Commissione – questo è pur sempre un indicatore delle priorità e delle prospettive per l’anno prossimo.
Per quanto riguarda gli orientamenti per il bilancio delle Istituzioni per il 2008, si prevede che, in merito alla politica del personale, debba mantenersi sugli stessi livelli degli anni precedenti.
Sebbene il Parlamento abbia richiesto una serie di relazioni sull’evoluzione della politica di assunzione e sullo status del personale assunto, non si è ancora concretizzato nulla. E’ con preoccupazione che abbiamo assistito alla graduale sostituzione dei contratti a tempo indeterminato con contratti di servizi, a lavoratori che non hanno contratti di lavoro a tempo indeterminato dopo decine d’anni di servizio e al “trasferimento” di tanti lavoratori ad agenzie di lavoro temporaneo.
La realtà è che si stanno incoraggiando rapporti di lavoro precario con lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la tanto sbandierata (e falsa) “nuova Europa sociale” da applicare nei confronti di chi lavora nel Parlamento europeo…, l’assolutamente inaccettabile “flessicurezza”.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione sugli orientamenti per la procedura di bilancio 2008, volta a incrementare l’efficacia della comunicazione all’interno del Parlamento per sensibilizzare i cittadini comunitari. In particolare appoggio il risalto specifico dato all’informazione nei confronti dei media locali e regionali. Un altro aspetto chiave della relazione è costituito dall’adozione di uno statuto reale e significativo per gli assistenti dei deputati. Ritengo che uno statuto di questo tipo contribuirà a migliorare a livello qualitativo le attività dei deputati.
Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, col voto odierno si è conclusa la prima fase dei lavori per garantire il futuro delle nostre risorse proprie. A mio avviso, è il primissimo stadio del processo e, benché io non condivida molte delle opinioni espresse, ho votato a favore della relazione, perché ritengo che si possa cambiare molto in seguito.
Il sistema delle risorse proprie proposto dev’essere trasparente ed equo. Dobbiamo fare tesoro delle lezioni tratte dalla revisione del bilancio comunitario fissata per il 2008 e per il 2009 e delle priorità che fisseremo per l’Unione per il periodo che andrà dal 2013 in poi. Infine, dobbiamo attenerci al principio fondamentale della Comunità, vale a dire la coesione, e aumentare pertanto i livelli di sviluppo nelle regioni meno sviluppate. Occorre prestare particolare attenzione al sistema per il finanziamento della sicurezza alimentare ed energetica, nonché ai problemi ambientali.
Jim Allister (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la relazione Lamassoure sulle risorse proprie perché intende promuovere la nozione di Stato per l’Unione avviando un processo di sovranità finanziaria che porterebbe all’istituzione, totalmente assurda, di un regime fiscale comunitario. Inoltre, l’attacco mosso dalla relazione alla pienamente giustificata “correzione britannica” pretende che i miei elettori diventino benefattori ancora più generosi dell’avida Unione, con tutti i suoi sprechi sfrenati. Considerando che il Regno Unito sta già perdendo più di 4 miliardi netti di sterline all’anno per finanziare l’Unione, non abbiamo più altro da dare.
Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Riteniamo che la relazione sia complessivamente buona. Abbiamo però deciso di votare contro tutte le formulazioni riguardanti un’imposta comunitaria. Abbiamo anche scelto di sostenere il cofinanziamento nel quadro della politica agricola dell’Unione.
Liam Aylward, Brian Crowley, Seán Ó Neachtain e Eoin Ryan (UEN), per iscritto. – (EN) Noi componenti della delegazione del Fianna Fáil abbiamo respinto la relazione Lamassoure per i seguenti motivi:
La ragione principale è che la riforma discussa dal relatore è chiaramente un trampolino di lancio per un’armonizzazione fiscale comunitaria alla quale il governo irlandese è assolutamente contrario.
Infatti la maggioranza del Parlamento oggi ha votato a favore dell’autorizzazione, da parte dell’Unione, a revocare in qualsiasi momento, per un periodo limitato, la sovranità fiscale di ciascuno Stato membro sancita dai Trattati. Questo è inammissibile. Al contrario, la delegazione del Fianna Fáil ha votato unitamente ad altri 153 parlamentari per sottolineare il diritto inviolabile di ciascuno Stato membro all’autodeterminazione in campo fiscale, osservando che è necessaria l’unanimità degli Stati membri per introdurre qualunque tipo di imposta europea ed evidenziando che ogni Stato membro ha il diritto di veto in questa materia.
Inoltre, l’attuale pacchetto finanziario è il frutto di un accordo raggiunto a fatica e vantaggioso per l’Irlanda; la relazione intenderebbe riformare in futuro questo tipo di finanziamento. L’Irlanda ha solo tratto beneficio dai passati accordi sulle prospettive finanziarie. Per di più, i paesi più poveri sarebbero svantaggiati e, a nostro avviso, un’imposta diretta comunitaria che alleggerisca le tasche dei cittadini sarebbe vista con sfavore dai cittadini irlandesi e dell’Unione.
Luis Manuel Capoulas Santos, Fausto Correia, Edite Estrela, Emanuel Jardim Fernandes, Elisa Ferreira, Jamila Madeira e Manuel António dos Santos (PSE), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato contro la terza parte del paragrafo 25 della relazione Lamassoure, principalmente per due ragioni:
In primo luogo, come socialisti portoghesi, non possiamo accettare alcun tentativo di ridimensionare quella che è la più comune delle politiche europee, e ciò che viene proposto equivale a una rinazionalizzazione della PAC.
La proposta di cofinanziamento, che consiste nel fare finanziare parzialmente agli Stati membri il bilancio del primo pilastro della PAC, è ingiustificata perché ci sono altre soluzioni in base alle quali gli impegni finanziari assunti nell’ottobre 2002 dal Consiglio potrebbero essere onorati senza che sia necessario un contributo tratto dai bilanci nazionali dei 15 Stati membri che costituivano l’Unione prima dell’allargamento del 2004.
Come alternativa al cofinanziamento, si potrebbero stabilire dei massimali per le sovvenzioni concesse individualmente agli agricoltori – sulla falsariga del modello statunitense, in cui il limite è fissato a 250 000 dollari – insieme alla “modulazione obbligatoria”, in virtù della quale si effettua una riduzione percentuale delle sovvenzioni erogate ai maggiori beneficiari degli aiuti diretti provenienti dalla PAC, realizzando così i risparmi necessari per onorare gli impegni.
In secondo luogo, perché la formulazione di questo paragrafo contiene una contraddizione insanabile. Mentre promette solennemente di non rinazionalizzare la PAC, propone anche di mettere fine al sistema attuale di finanziamento, totalmente comunitario, introducendo il cofinanziamento nazionale, che è proprio lo strumento principale per la rinazionalizzazione della PAC, dal momento che concederà agli agricoltori degli Stati membri con i bilanci più elevati un consistente vantaggio rispetto a quelli degli Stati membri coi bilanci più contenuti.
Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione.
Il sistema attuale ha l’effetto di rendere il bilancio comunitario troppo dipendente dalla volontà degli Stati nazionali, e io appoggio l’analisi del relatore secondo cui questo sistema, col passare del tempo, è diventato troppo complesso e, soprattutto, inadeguato per affrontare le nuove sfide con cui si misura l’Unione, diventa pertanto necessario tornare a un sistema adatto per le risorse proprie, come stabiliscono i Trattati su cui si fonda la Comunità europea.
Apprezzo la proposta di abolire, come primo passo per il conseguimento di questo fine, tutte le forme di riduzione e compensazione concesse agli Stati membri, e di finanziare direttamente il bilancio comunitario ricorrendo provvisoriamente a un’imposta già in vigore negli Stati membri, il che costituirebbe il modo migliore per garantire un finanziamento praticabile dell’Unione che sia anche accettabile per i parlamenti nazionali.
Tuttavia, ho votato contro il paragrafo 25 della risoluzione, che è stato respinto con una maggioranza risicata. Benché, di fatto, io non voglia riaprire un dibattito sulla creazione di un nuovo sistema di finanziamento, sono contraria all’idea che si pensi di attivare, nell’Europa dei Quindici, un processo di cofinanziamento obbligatorio della PAC, che finirebbe per rinazionalizzare la prima politica europea comune.
Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Ho appoggiato la relazione Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione perché ritengo che costituisca un buon contributo al dibattito, urgentemente necessario, sulle spese comunitarie. Un bilancio pari all’1 per cento del PIL è semplicemente insufficiente a sostenere le sfide politiche dell’Europa, tra cui la promozione di una forte dimensione sociale e di ricerca. Occorre come minimo un 3 per cento. Questi devono essere i temi principali nel quadro del rinnovato impegno per la riforma dei Trattati.
Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione perché ritengo che il sistema attuale delle risorse proprie dell’Unione manchi di trasparenza, efficienza ed equità, basato com’è quasi esclusivamente su contributi degli Stati membri. Occorre urgentemente una riforma. Altrimenti corriamo il rischio di esacerbare lo squilibrio di bilancio e le disuguaglianze create dal mancato riconoscimento del fatto che un’Unione migliore si può realizzare solo con politiche migliori e più numerose, anche a livello di bilancio, accompagnate da congrue risorse.
Avendo parlato di quest’argomento in sede di commissione per lo sviluppo regionale, che ha presentato il proprio parere alla commissione per i bilanci, ho presentato alcuni emendamenti che sono stati poi adottati a larga maggioranza. Questi emendamenti erano volti principalmente a stabilire un legame diretto tra l’Unione e i suoi cittadini mediante il pagamento di parte di un’imposta esistente, in modo da non aumentare il pesante onere fiscale che grava sui contribuenti europei, e in secondo luogo a porre fine alle riduzioni di bilancio per determinati paesi, molti dei quali hanno livelli di prosperità superiori alla media europea, come il Regno Unito.
Infine, ho anche fatto presente che future considerazioni sulle risorse proprie dell’Unione dovranno tenere conto delle disposizioni fiscali speciali presenti nei Trattati che si riferiscono alle regioni ultraperiferiche dell’Unione.
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il Parlamento intende aprire il dibattito sulle risorse proprie dell’Unione, anticipando la discussione che dovrebbe avere luogo nel 2008-2009. Questo è possibile grazie alla clausola di revisione contemplata dall’accordo interistituzionale per le prospettive finanziarie 2007/2013.
Criticando il sistema attuale, che aveva in precedenza approvato, e mettendo in discussione la regola dell’unanimità richiesta per qualsiasi modifica, il Parlamento propone infine di convogliare una parte o la totalità delle entrate provenienti da tasse già imposte negli Stati membri direttamente nel bilancio comunitario, senza scartare la possibilità di introdurre nuove imposte a questo scopo. Questo perché, per quanto riguarda i parlamenti nazionali, “nel breve periodo i tempi non sono ancora maturi per una nuova vera e propria imposta europea”.
Respingiamo qualsiasi tentativo di introdurre imposte europee, sia direttamente che di soppiatto, nel breve come nel lungo periodo.
Pensiamo che un sistema equo di risorse proprie debba fondarsi su contributi nazionali commisurati alla ricchezza relativa di ciascun paese (basata sull’RNL), in modo che il carico fiscale sia analogo per tutti i cittadini dei vari Stati membri, garantendo che il bilancio comunitario svolga un ruolo adeguato di ridistribuzione e dando la priorità a una vera convergenza e a un’effettiva coesione socioeconomica.
Anne E. Jensen e Karin Riis-Jørgensen (ALDE), per iscritto. – (DA) Abbiamo votato a favore della relazione perché presenta un modo concreto per liberarci dell’attuale complesso sistema che disciplina le risorse proprie dell’Unione e comprende riduzioni e accordi speciali. Il diritto dei paesi all’autodeterminazione in materia fiscale va ovviamente rispettato in qualsiasi sistema nuovo. Inoltre è bene che una nuova fonte di entrate per l’Unione non significhi un aumento delle imposte.
Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Mi sono astenuta dal votare sulla relazione dell’onorevole Lamassoure perché non approvo il cofinanziamento del primo pilastro della PAC, cui si fa riferimento nel paragrafo 25, che spiana la strada all’inevitabile rinazionalizzazione di una delle rare politiche davvero comunitarie. Potrei aggiungere che quest’idea era già stata proposta, ma era stata giustamente respinta in occasione dell’accordo di Berlino nel 2000.
Non mi sembra saggio dare alla PAC – che si presume essere più equa e compatibile con lo sviluppo sostenibile – un nuovo orientamento che si basi sul suo cofinanziamento da parte degli Stati membri.
Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Nella relazione sul futuro delle risorse proprie comunitarie, l’Unione si prepara a espandere la dura politica fiscale dei governi degli Stati membri. La maggior parte del costo per la promozione di politiche antiproletarie da parte dell’Unione sarà pagata dai lavoratori.
Le misure di base proposte, come l’aumento dell’IVA e dell’imposta sui consumi energetici dal 2014 in poi, peggioreranno ulteriormente le condizioni dei lavoratori. In Grecia, l’aumento dell’1 per cento dell’IVA e le continue variazioni del prezzo dell’energia hanno reso sempre più arduo per le famiglie proletarie sbarcare il lunario.
L’elemento essenziale della correzione degli squilibri di bilancio cui la relazione fa riferimento è costituito da una riduzione della spesa nel settore agricolo, cosa che si tradurrà nel fallimento di altre piccole e medie aziende agricole. Ciò viene presentato come una distribuzione più equa delle risorse. Contemporaneamente, col pretesto di consolidare la propria politica in materia di terrorismo, l’Unione sta in realtà rafforzando il proprio attacco ai diritti della persona e alle libertà dei popoli.
Si sta facendo ricorso alla politica di comunicazione dell’Unione solo quando non se ne può fare a meno, nel tentativo di coltivare una “coscienza europea”, ovvero soggiogare i lavoratori a politiche antiproletarie.
La relazione fa riferimento alle entrate indirette degli Stati membri mediante le politiche dell’Unione. Questo è un regalo dell’Unione capitalista al capitale. I lavoratori vedono solo che il loro tenore di vita peggiora.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione, il cui proposito è quello di riformare il sistema delle risorse proprie che accentuerà l’uguaglianza tra Stati membri. Il sistema attuale è complesso e non trasparente per il pubblico, perciò sono lieto che venga riformato.
Jean-Claude Martinez (ITS), per iscritto. – (FR) A differenza della CECA, che si finanziava con risorse proprie nel vero senso della parola, l’Unione, avendo smesso virtualmente, per effetto del liberoscambismo mondiale, di riscuotere dazi doganali, il cui ammontare non va oltre il 9,8 per cento delle sue risorse, provvede al proprio bilancio come qualsiasi altra organizzazione intergovernativa finanziata da contributi statali, ovvero mediante un contributo in danaro sulla base del PNL pari al 73,8 per cento delle risorse comunitarie.
Oggi le risorse hanno raggiunto un massimale dell’1,24 per cento del PNL e rimarranno a questi livelli. E’ solo prevista, dopo il 2014, l’entrata in vigore di un nuovo sistema, ispirato alla soluzione federale classica che consiste nel dividere il gettito fiscale di un’imposta fra l’Unione e gli Stati nazionali. Per questa ripartizione è stata proposta una selezione di dodici imposte che vanno dall’IVA alla tassa Tobin, passando per l’ecotassa sulle imprese.
E’ il sistema adottato in Francia tra il 1791 e il 1917, consistente in addizionali sulle imposte di Stato per finanziare le comunità locali.
Se l’Unione conducesse una politica d’investimento su vasta scala nella sanità, nella ricerca, nelle università e nelle ferrovie per soppiantare l’approccio maltusiano di cui all’articolo 104 C del Trattato di Maastricht, il sostegno del pubblico a livello nazionale permetterebbe un finanziamento per mezzo di prestiti, se non addirittura tramite un’imposta ad hoc resa allettante in virtù dei benefici sociali che apporterebbe.
Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. – (SV) Mi sono astenuto dal votare sulla relazione dell’onorevole Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione. Convengo che il sistema comunitario delle entrate e delle uscite vada riformato e reso più trasparente, ma questa relazione si spinge troppo oltre. A mio avviso l’Unione va finanziata mediante quote di adesione e non voglio assistere ad alcuna evoluzione verso un’imposta europea.
Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. – (PL) Voterò a favore della relazione dell’onorevole Alain Lamassoure sul futuro delle risorse proprie dell’Unione.
E’ una parte importante dei preparativi per una revisione completa di tutti gli aspetti del finanziamento e delle spese dell’Unione, dal momento che il sistema attuale delle risorse proprie è fondamentalmente difettoso.
Il sistema comprende quattro fonti diverse di finanziamento e una serie di meccanismi di riduzione. Si deve considerare che circa il 70 per cento delle entrate comunitarie dell’Unione non proviene dalle sue risorse proprie, bensì da fondi tratti direttamente dai bilanci nazionali. Inoltre, considerando gli attuali deficit di bilancio, in particolare quelli dei maggiori Stati membri, non possiamo garantire che la Comunità abbia risorse sufficienti per applicare tutte le strategie legate alle sue politiche.
L’Unione necessita di un sistema di finanziamento efficace e trasparente. Obiettivo della riforma delle entrate comunitarie dev’essere creare risorse proprie effettive per l’Unione. Tali risorse devono basarsi sulle imposte esistenti riscosse negli Stati membri, che contribuiranno al bilancio comunitario. A mio avviso dobbiamo anche considerare la possibilità di introdurre un’imposta comunitaria vera e propria.
Jaroslav Zvěřina (PPE-DE). – (CS) Grazie, signor Presidente. Insieme agli altri deputati, membri del partito democratico civico ceco (ODS), ho votato contro la relazione Belet, poiché ritengo che sia un passo piuttosto prematuro verso un dibattito sulla possibilità di armonizzare il complesso ambito del calcio professionistico negli Stati membri.
La relazione promette di definire il cosiddetto modello del calcio europeo. Un simile modello, tuttavia, è riscontrabile a stento. Attualmente, il calcio professionistico è senza dubbio un fenomeno ampiamente globalizzato e cercare in qualche modo di disciplinarlo da una prospettiva europea non è, a mio avviso, un’idea particolarmente buona. Il Parlamento non è ancora una di quelle organizzazioni addette alla gestione globale, né è in grado di risolvere i problemi del mondo.
Concordo pienamente con quanto espresso nei punti della relazione che evidenziano il contrasto tra il calcio professionistico e i nostri regolamenti amministrativi ed economici. Non posso tuttavia accettare la proposta di intervenire in aree che esulano dalla sfera di competenza dell’Unione. Mi riferisco principalmente alla proposta di creare organi di controllo specificamente mirati. Grazie per la vostra attenzione.
Richard Corbett (PSE). – (EN) Signor Presidente, nonostante alcune riserve in merito a un paio di punti, i deputati laburisti al Parlamento europeo hanno votato a favore della relazione Belet. Obiettivo del documento, infatti, è aiutare le autorità calcistiche nella gestione di alcuni problemi molto concreti con cui sono confrontate garantendo che le leggi europee adottate per altri scopi non interferiscano nella soluzione di tali problemi. In altre parole, si tratta del contrario di quanto ha affermato il precedente oratore. Non stiamo cercando di armonizzare le regole del calcio o di controllare il calcio stesso. Stiamo cercando di dare alle autorità calcistiche uno spazio in più, affinché possano affrontare in prima persona i propri problemi.
A tale proposito, vorrei aggiungere che sono stato molto sorpreso che il deputato Heaton-Harris abbia proposto un emendamento su richiesta di un lobbista del Real Madrid. Dei 27 Stati membri, soltanto la Spagna godrà dei risultati derivanti dall’autorizzazione alla vendita dei diritti televisivi effettuata individualmente dalle singole società, anziché su base collettiva per campionato con la ridistribuzione degli introiti a tutti i club. Questo non soltanto distrugge la competizione sportiva all’interno della Liga spagnola – Barcellona e Real Madrid riceveranno, infatti, un miliardo di euro ciascuna per i prossimi anni – ma influisce altresì negativamente sulla competizione sportiva a livello europeo, dando ai summenzionati club un vantaggio sleale su quelli appartenenti ad altri campionati europei. Mi stupisce che il deputato Heaton-Harris possa aver presentato un simile emendamento.
Jan Andersson e Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Appoggiamo la relazione sul futuro del calcio professionistico in Europa. Si tratta, sostanzialmente, di un testo costruttivo che affronta, tra l’altro, i problemi legati all’esigenza dei piccoli club di godere di condizioni finanziarie migliori per promuovere i giovani talenti. La relazione verte sulla necessità che le squadre nazionali siano in grado di utilizzare giocatori esenti da imposte. Altre importanti questioni affrontate nel documento sono gli sforzi per combattere la violenza sugli spalti, il razzismo, l’assunzione di droghe, la corruzione e lo sfruttamento di giovani giocatori. Riteniamo che l’UE debba cooperare a livello nazionale ed europeo con le principali associazioni calcistiche, come l’UEFA, al fine di risolvere questi problemi.
Non possiamo attualmente riscontrare, tuttavia, alcuna necessità di ricorrere a nuovi strumenti giuridici per risolvere questi problemi, ad eccezione di una possibile direttiva riguardante gli agenti dei giocatori. Tanto meno vediamo alcuna necessità per gli Stati membri di cambiare la propria legislazione sociale e fiscale, sulla base del fatto che le differenze tra gli Stati creano problemi per quanto riguarda il trasferimento dei giocatori al di fuori del confine nazionale. Riteniamo inoltre che il concetto di “prostituzione coatta”, usato nella relazione, comprenda tutti i tipi di prostituzione: si può affermare, infatti, che questo fenomeno sia comunque frutto della coercizione.
Derek Roland Clark (IND/DEM), per iscritto. – (EN) L’UKIP non riconosce la competenza dell’UE in materia di sport, e si oppone alla relazione nel suo complesso al fine di difendere i diritti di tutti gli Stati membri e dei loro club e tifosi, mantenendo la politica al di fuori delle questioni sportive.
Conviene che le entrate provenienti dai diritti televisivi siano ampiamente determinate dal volume dei mercati delle televisioni nazionali.
Non ammette l’ingerenza dei sindacati, delle associazioni di tifosi e dell’UE in materia di sport. I tifosi sostengono le squadre vincenti, non quelle che hanno un buon comitato.
Non ammette interferenze nel processo decisionale di FIFA e UEFA.
Appoggia la proposta della stipula di un’assicurazione per i giocatori delle squadre nazionali.
Non ammette l’innalzamento della bandiera dell’UE né l’esecuzione dell’inno comunitario in occasione degli incontri di calcio. Non esiste una squadra comunitaria. Gli europei del 2008 si svolgeranno in parte in Svizzera.
Non ammette il coinvolgimento comunitario nelle finanze dei club.
Appoggia la proposta di miglioramento dell’istruzione per i giocatori più giovani, al di fuori della giurisdizione dell’UE.
Approva che le nazioni interne a uno Stato membro abbiano la propria squadra (ad esempio la Scozia).
Non riconosce l’Independent European Sports Review.
Approva la cooperazione degli Stati membri nella lotta alla violenza negli stadi, ma si oppone categoricamente alla giurisdizione comunitaria, poiché l’Unione europea non ha competenza in materia di Giustizia e affari interni.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione in esame presenta numerosi aspetti positivi. Tuttavia abbiamo alcune riserve per quanto riguarda la formulazione finale di alcuni punti.
Riteniamo che sia necessario considerare l’approccio al calcio professionistico. E’ sbagliato ridurre tutto ad una competizione organizzata, con la quale vengono messi da parte gli aspetti più importanti del calcio, come per esempio il fatto che si tratta di un gioco e che questo contribuisce a sviluppare in bambini e ragazzi la capacità di pensare al futuro, di usare la propria immaginazione, di lavorare con gli altri e di esprimere se stessi, nonché di conoscersi e di avere consapevolezza di sé e degli altri.
La separazione artificiale tra lo sport amatoriale e quello professionistico (evidente in alcuni giochi, persino in quelli competitivi, nei quali i partecipanti hanno professioni e occupazioni diverse) mina i diritti che dovrebbero scaturire in modo naturale dalle responsabilità legate al calcio professionistico, con tutte le sue società, i tifosi, i comitati direttivi, le associazioni sportive e le regole, i regolamenti e le strutture. Questa è la situazione attuale e, finché persisterà, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia, fingendo che tutto stia andando bene.
Dobbiamo pertanto sforzarci, senza paternalismo, di creare le condizioni necessarie affinché i professionisti possano vedere tutelati i propri diritti in un’industria nella quale si rischia di subire un maggiore deterioramento fisico e una prematura esclusione dalla società.
Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) E’ mia intenzione votare a favore della relazione Belet poiché ritengo che sia orientata a perseguire i migliori interessi del gioco in Europa, e sostenga ampiamente le opinioni proprie della UEFA a tale riguardo. Lo faccio, nonostante la recente grave discriminazione della UEFA nei confronti di Gibilterra, che rappresento in questa sede. L’ultima riunione UEFA ha respinto la richiesta di adesione di Gibilterra, sebbene la sua popolazione risulti equivalente a quella di San Marino – membro UEFA da molto tempo – e benché le Antille olandesi, una colonia, abbiano partecipato alle finali della terza coppa del mondo nel 1938.
Mi dichiaro inoltre favorevole alla vendita in blocco dei diritti televisivi da parte dei campionati nazionali, al fine di mitigare l’aumento delle disparità economiche tra i club, ma contrario all’acquisto in blocco di quei diritti che danno a una singola emittente un monopolio che viene utilizzato a danno degli spettatori.
Allo stesso modo, il calcio non può essere escluso dalla legislazione europea per consentire a un numero limitato di società di aumentare i propri profitti a spese degli altri. L’alleggerimento delle norme deve servire al bene pubblico, non al profitto privato.
Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Il Parlamento europeo non avrebbe dovuto occuparsi affatto di questa relazione. L’argomento in questione è uno solo, per le associazioni calcistiche nazionali e per le organizzazioni con le quali esse collaborano, così come per ciascuno dei parlamenti nazionali.
Non concordiamo inoltre sul fatto che il progetto di relazione faccia riferimento, per esempio, al progetto di Costituzione europea, già respinto mediante due referendum in Europa. Ci opponiamo, altresì, alle proposte riguardanti la creazione di un quadro giuridico a livello comunitario per il calcio e all’esortazione a considerare l’ipotesi di introdurre uno status giuridico europeo per le associazioni sportive.
La Lista di giugno vota pertanto contro la relazione in esame.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione sul futuro del calcio professionistico. Approvo in modo particolare la richiesta avanzata alla Commissione di chiarire lo status giuridico del calcio, nonché la raccomandazione di impegnarsi a garantire una maggiore trasparenza e una corretta gestione del calcio professionistico in Europa. Ritengo importante che esista un organo di governo separato per il calcio scozzese – come ad esempio la Scottish Football Association – e appoggio gli emendamenti proposti dal gruppo Verts/ALE per garantire che tali organi di governo indipendenti vengano mantenuti nella loro forma attuale, senza essere incorporati in alcuna associazione calcistica del Regno Unito.
Eoin Ryan (UEN), per iscritto. – (EN) Mi dichiaro favorevole alla posizione dell’ex presidente dell’UEFA, Lars Olsen, il quale ha affermato che una delle più importanti sfide del calcio professionistico è costituita dagli agenti dei giocatori. Considerando le raccomandazioni della recente relazione Stevens nel Regno Unito, ritengo sia necessario attuare standard e criteri rigidi per le transazioni condotte dagli agenti dei giocatori. L’attuale sistema permette una doppia rappresentazione ed è privo di trasparenza a livello finanziario, specialmente per quanto riguarda i trasferimenti al di fuori dell’Europa. Pertanto, se l’UEFA non disciplina e modifica la situazione attuale, la Commissione sarà chiamata a presentare una direttiva su un sistema comune di rilascio delle licenze per gli agenti.
Uno degli obiettivi principali della relazione è indicare modi per stimolare l’equilibrio competitivo nel calcio. Ritengo che il caso Charleroi, attualmente al vaglio della Corte di giustizia europea, in caso di esito positivo avrà un impatto decisamente negativo sulla competitività delle associazioni calcistiche internazionali minori in Europa. Sono fermamente convinto che le società debbano concedere i propri giocatori per il dovere nazionale, senza alcun diritto ad un compenso. Pertanto appoggio l’invito rivolto alla Commissione, affinché questa sostenga lo sviluppo di un sistema assicurativo collettivo per i giocatori.
José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il calcio è una passione universale, nelle moderne e sofisticate metropoli occidentali, nella lontana Australia, come anche nelle aree più remote del Pacifico, e nei piccoli villaggi dell’Asia centrale o dell’Africa più profonda.
Oltre a essere una passione, il calcio è uno dei più potenti linguaggi universali.
Sono queste caratteristiche – la passione e l’universalità del linguaggio – che conferiscono al calcio la forza e la straordinaria capacità di unire le persone.
Il calcio ha l’enorme potenziale, che non può essere ignorato, di incanalare questa sua forza non soltanto in uno spettacolo e nella sua legittima economia, ma anche nelle cause sociali, con una portata e dimensioni ugualmente universali.
Mi dichiaro favorevole alla relazione in esame e vorrei rilevare che nonostante gli organi che governano il calcio possano avere un desiderio legittimo di difendere le proprie procedure sportive, ricorrendo ai tribunali civili anche quando in termini sportivi non sia necessario, essi non possono essere penalizzati da regolamenti disciplinari.
Esorto pertanto gli organi di governo del calcio a rivedere i propri statuti al fine di cercare un adeguato equilibrio tra il diritto legittimo di tutti gli sportivi a ricorrere ai tribunali civili, da una parte, e il normale funzionamento delle competizioni, dall’altra.
Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Molte sono le sfide che il calcio professionistico è chiamato ad affrontare all’interno dell’Unione europea. C’è bisogno di maggiore trasparenza e democrazia all’interno delle strutture che gestiscono questo gioco. Queste dovrebbero fondarsi su sistemi basati sulla regola che prevede la presenza di un minimo di giocatori formati sul territorio nazionale. Ritengo tuttavia che dovremmo riconoscere l’autonomia dello sport e il suo diritto all’autogoverno.
Jeffrey Titford (IND/DEM), per iscritto. – (EN) L’UKIP non riconosce la competenza dell’UE in materia di sport, e si oppone alla relazione nel suo complesso, al fine di difendere i diritti di tutti gli Stati membri e dei loro club e tifosi, mantenendo la politica al di fuori delle questioni sportive.
Conviene che le entrate provenienti dai diritti televisivi siano ampiamente determinate dal volume dei mercati delle televisioni nazionali.
Non ammette l’ingerenza dei sindacati, delle associazioni di tifosi e dell’UE in materia di sport. I tifosi sostengono le squadre vincenti, non quelle che hanno un buon comitato.
Non ammette interferenze nel processo decisionale di FIFA e UEFA.
Appoggia la proposta della stipula di un’assicurazione per i giocatori delle squadre nazionali.
Non ammette l’innalzamento della bandiera dell’UE né l’esecuzione dell’inno comunitario in occasione degli incontri di calcio. Non esiste una squadra comunitaria. Gli europei del 2008 si svolgeranno in parte in Svizzera.
Non ammette il coinvolgimento comunitario nelle finanze dei club.
Appoggia la proposta di miglioramento dell’istruzione per i giocatori più giovani, al di fuori della giurisdizione dell’UE.
Approva che le nazioni interne a uno Stato membro abbiano la propria squadra (ad esempio la Scozia).
Non riconosce l’Independent European Sports Review.
Approva la cooperazione degli Stati membri nella lotta alla violenza negli stadi, ma si oppone categoricamente alla giurisdizione comunitaria, poiché l’Unione europea non ha competenza in materia di Giustizia e affari interni.
Danutė Budreikaitė (ALDE). – (LT) Quando l’Unione è stata allagata nel 2004, con l’ammissione di dieci nuovi Stati membri, sono state concordate condizioni discriminatorie per quanto riguarda l’applicazione della politica agricola comune (PAC). Ai nuovi Stati membri è stato applicato un periodo di transizione di nove anni. Gli aiuti del primo anno ammontavano soltanto al 25 per cento di quelli ricevuti dai vecchi Stati membri. Ciò ha avuto ripercussioni sull’ambiente concorrenziale tra i nuovi e i vecchi paesi dell’Unione nell’ambito del mercato dei prodotti agricoli.
Il messaggio più forte della relazione è stato questo: i nuovi paesi non hanno avuto un effetto negativo sulla produzione agricola dei vecchi paesi nell’ambito del mercato. E quanto all’effetto sui nuovi paesi? Solo la Polonia è stata menzionata, e la Commissione è riluttante ad affrontare i suoi problemi.
La Lituania ha perso il suo tradizionale mercato del lino a causa della PAC. E’ stata obbligata a ridurre di una volta e mezzo gli aiuti a favore dei coltivatori di lino, il cui raccolto si è dimezzato.
I vecchi Stati membri hanno ottenuto condizioni vantaggiose per accedere ai mercati dei prodotti dei nuovi Stati membri. Ritengo che la relazione non rifletta sufficientemente la situazione reale e pertanto ho votato contro l’applicazione della PAC nei nuovi Stati membri.
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Riteniamo che la politica agricola comune vada abolita. E’ assurdo inserire nuovi Stati membri in un sistema arretrato e abituarli alle sue norme e alle sue sovvenzioni. Ciò detto, siamo a favore del sostegno finanziario per i nuovi Stati membri dell’Unione. Tale sostegno, tuttavia, va incanalato verso regioni trascurate e indirizzato all’istruzione, alle infrastrutture e alle istituzioni giudiziarie.
Diamanto Manolakou (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Quando hanno aderito, i dieci nuovi Stati membri hanno dovuto abolire le proprie sovvenzioni alle esportazioni e i dazi sulle importazioni dai quindici Stati membri dell’Unione, aprendo i propri mercati alle esportazioni e agli investimenti dell’Europa dei Quindici. Di conseguenza, il commercio e l’industria nell’Europa dei Quindici hanno esteso i loro mercati e i loro investimenti al settore agricolo e alimentare dei dieci nuovi Stati membri.
Le conseguenze sono descritte nella relazione, con riduzioni future della spesa agricola che provocheranno il fallimento di tutta una serie di aziende agricole di piccole e medie dimensioni nei nuovi Stati membri. Ovviamente, allo stesso tempo, nei vecchi Stati membri vengono tagliate le sovvenzioni alle piccole e medie aziende agricole.
Dunque sono il commercio e l’industria a guadagnare dall’allargamento, principalmente nei vecchi Stati membri, e chi ci perde, probabilmente in misura diversa, sono le piccole e medie aziende agricole sia nei nuovi che nei vecchi Stati membri dell’Unione.
La relazione afferma che il numero e il ruolo delle cooperative nei nuovi Stati membri è inadeguato e che c’è carenza di produttori nell’industria alimentare. Deliberatamente omette di menzionare che uno dei prerequisiti fondamentali per l’adesione stabiliti dall’Unione per i paesi ex socialisti era la chiusura delle cooperative di produttori, che erano preponderanti nell’economia rurale, nonché la privatizzazione delle industrie alimentari cooperative di Stato, un prerequisito che serve direttamente gli interessi del commercio e dell’industria a spese delle piccole e medie aziende agricole e dei consumatori.
Per questo abbiamo votato contro la proposta.
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione, che invita la Commissione a prendere maggiormente in considerazione le esigenze dei nuovi Stati membri nelle sue decisioni in materia di politica agricola comune. Le necessità dei nuovi Stati membri variano da un vasto impegno per uniformarsi alle norme sanitarie e igieniche della Comunità a costi di produzione più alti. Penso che lo scarso livello di assistenza diretta ricevuta da questi paesi stia creando condizioni inique in fatto di concorrenza e sono lieto che facciamo pressioni sulla Commissione affinché esamini a fondo il problema.
10. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
11. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
12. Composizione delle delegazioni interparlamentari: vedasi processo verbale
13. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
14. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
15. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
16. Interruzione della sessione
Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo.