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Resoconto integrale delle discussioni
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Mercoledì 25 aprile 2007 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Relazioni transatlantiche (discussione)
 3. Relazione sui progressi compiuti dalla Croazia nel 2006 (discussione)
 4. Mandato di un deputato
 5. Turno di votazioni
  5.1. Trasmissione dei dati di contabilità nazionali (votazione)
  5.2. Accordo multilaterale sulla creazione di uno spazio aereo comune europeo (ECAA) (votazione)
 6. Mandato di un deputato (proseguimento)
 7. Turno di votazioni (seguito)
  7.1. Adeguamento delle disposizioni del titolo IV del trattato CE relative alle competenze della Corte di giustizia delle Comunità europee (votazione)
  7.2. Accordo quadro su un programma ambientale multilaterale per il nucleare nella Federazione russa (votazione)
  7.3. Istituzione di norme comuni per la sicurezza dell’aviazione civile (votazione)
 8. Benvenuto
 9. Turno di votazioni (seguito)
  9.1. Valutazione e gestione delle alluvioni (votazione)
 10. Seduta solenne - India
 11. Turno di votazioni (seguito)
  11.1. Medicinali per terapie avanzate (votazione)
  11.2. Misure penali volte ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale (votazione)
  11.3. Sistema comunitario di monitoraggio del traffico navale e d’informazione (votazione)
  11.4. Inchieste sugli incidenti nel settore del trasporto marittimo (votazione)
  11.5. Responsabilità dei vettori che trasportano passeggeri via mare e per vie navigabili interne in caso di incidente (votazione)
  11.6. Controllo da parte dello Stato di approdo (votazione)
  11.7. Organismi abilitati ad effettuare l’ispezione e la visita delle navi (votazione)
  11.8. Principi contabili internazionali di informativa finanziaria (votazione)
  11.9. Costituzione di una commissione temporanea sul cambiamento climatico (votazione)
  11.10. Azioni di risarcimento del danno per violazione delle norme antitrust comunitarie (Libro verde) (votazione)
  11.11. Accordo multilaterale sulla creazione di uno spazio aereo comune europeo (votazione)
  11.12. Strategia tematica per l’uso sostenibile delle risorse naturali (votazione)
  11.13. Relazioni transatlantiche (votazione)
  11.14. Relazione sui progressi compiuti dalla Croazia nel 2006 (votazione)
 12. Dichiarazioni di voto
 13. Correzioni di voto delle sedute precedenti: vedasi processo verbale
 14. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 15. Diritti umani nel mondo nel 2006, politica dell’Unione europea in materia – Moratoria sulla pena di morte (discussione)
 16. Ucraina (discussione)
 17. Omofobia in Europa (discussione)
 18. Tempo delle interrogazioni (Consiglio)
 19. Squadre di intervento rapido alle frontiere (discussione)
 20. Finanze pubbliche nell’UEM nel 2006 (discussione)
 21. Rafforzare la legislazione europea nel settore dell’informazione e della consultazione dei lavoratori (discussione)
 22. Semplificazione e razionalizzazione delle relazioni sull’attuazione pratica delle direttive relative alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori (discussione)
 23. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 24. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 09.00)

 

2. Relazioni transatlantiche (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulle relazioni transatlantiche.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, come afferma la Strategia europea in materia di sicurezza, “agendo insieme, l’Unione europea e gli Stati Uniti possono costituire una forza formidabile per il bene del mondo”.

Il rafforzamento dell’azione comune transatlantica e delle nostre relazioni con gli Stati Uniti rappresenta una priorità della nostra Presidenza, sia nella sfera politica ed economica, sia nell’ambito della sicurezza energetica e della lotta ai cambiamenti climatici, e l’intenzione è che questo messaggio emerga dal Vertice UE-USA che si terrà a Washington il 30 aprile.

E’ positivo che abbiamo l’opportunità di discuterne qui oggi, pochi giorni prima del Vertice, cosicché dal Parlamento europeo possa emergere questo importante segnale.

Il Parlamento europeo sta svolgendo un ruolo attivo nelle relazioni transatlantiche, per fare solo un esempio anche attraverso il Dialogo transatlantico dei legislatori, che costituisce una parte significativa della rete di collegamenti bilaterali che stabiliscono legami attraverso l’Atlantico a molti diversi livelli, e desidero ringraziare espressamente lei, signor Presidente, e l’intero Parlamento europeo per questo impegno.

Gli Stati Uniti sono ancora il partner con il quale l’Unione europea intrattiene le relazioni più strette e più varie. Le relazioni transatlantiche si fondano su una solida base derivante da esperienze storiche comuni, interessi molto simili e, soprattutto, valori condivisi – libertà, democrazia, Stato di diritto e tolleranza. Tali esperienze hanno dimostrato che questa base, talvolta messa duramente alla prova, resiste comunque a molte sollecitazioni, ed è quindi tanto più importante un rinnovamento continuo delle relazioni transatlantiche che le renda adeguate per il futuro. A mio parere l’azione pratica comune è il modo più sostenibile per confermare l’importanza della cooperazione transatlantica, sia per il presente che per il futuro.

Il partenariato transatlantico non è limitato a questioni bilaterali, ha invece una forte dimensione globale. In quasi tutte le crisi – dall’Afghanistan all’Iran al Kosovo – i partner transatlantici si uniscono per cercare di trovare possibili soluzioni. Mentre siamo in larga misura d’accordo sulla nostra analisi dei pericoli e delle sfide chiave e sui nostri obiettivi strategici fondamentali, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno avuto, e hanno tuttora, posizioni divergenti sulle priorità, nonché su strumenti e metodi. E’ una situazione destinata a continuare e sarebbe irrealistico aspettarsi di essere sempre d’accordo.

Invece di ignorare le questioni difficili, ne discutiamo in un dialogo intenso con gli Stati Uniti, senza deviare dalla nostra posizione secondo cui le misure prese per combattere il terrorismo devono essere pienamente conformi ai nostri obblighi internazionali, ivi compresi la legislazione sui diritti umani e sui rifugiati nonché il diritto umanitario internazionale, e devono essere adottate sulla base dei nostri valori condivisi. Il Parlamento europeo ha preso ripetutamente una posizione molto chiara su questo punto e continueremo ad affrontare tali questioni nei colloqui con i nostri partner americani.

Quel che è essenziale è non permettere a tali questioni di dividerci, poiché una stretta cooperazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti è indispensabile per entrambe le parti, e anche questo messaggio deve emergere dall’imminente Vertice UE-USA del 30 aprile a Washington.

In tale occasione ci si concentrerà non solo su questioni politiche e di sicurezza, ma anche sul rafforzamento del commercio transatlantico e su una più stretta cooperazione sulla protezione del clima e sulla politica energetica.

A margine del Vertice, firmeremo l’accordo sul trasporto aereo tra Unione europea e Stati Uniti, che costituisce un ulteriore importante passo verso mercati transatlantici più liberalizzati, a beneficio sia dei cittadini che delle imprese.

Mi colpisce il fatto che anche la mobilità dei nostri cittadini rappresenti un fattore importante in questo ambito, perché, come sapete, i cittadini di 12 Stati dell’Unione europea hanno ancora l’obbligo del visto anche per brevi visite negli Stati Uniti. La Presidenza sta esortando gli Stati Uniti a concedere a tutti i cittadini dell’Unione europea di godere di quello che è noto come Programma di esenzione dall’obbligo del visto, e anche questo argomento sarà discusso durante il Vertice. E’ un aspetto che desidero ribadire a questo punto, poiché di recente è emerso un certo grado di irritazione in alcuni Stati membri che credevano che la Presidenza forse non fosse favorevole; insieme ai nostri successori alla Presidenza, vorrei sottolineare che senza dubbio vogliamo che tutti gli Stati membri siano inclusi nel Programma statunitense di esenzione dall’obbligo del visto.

Gli Stati Uniti e l’Unione europea sono già le aree economiche più strettamente intercollegate del mondo. Noi crediamo – e so che molti di voi la pensano allo stesso modo – che il nostro potenziale per la cooperazione economica sia lungi dall’essere esaurito. Approcci diversi alla regolamentazione nell’Unione e negli Stati Uniti generano costi di transazione non necessari, perciò è urgente un ulteriore abbattimento delle barriere non tariffarie al commercio. Per tale ragione vogliamo avvalerci del Vertice UE-USA come trampolino di lancio per un commercio transatlantico rafforzato. Al centro di questa iniziativa c’è un impegno politico reciproco ad approfondire la cooperazione allo scopo di realizzare una convergenza normativa, nonché collegamenti economici più stretti. Vogliamo inoltre cercare di usare questa iniziativa per ridare energia alla cooperazione su tutta una serie di fronti, per esempio in materia di condizioni di investimento, regolamentazione dei mercati finanziari, nuove tecnologie industriali e proprietà intellettuale.

Ci aspettiamo di riuscire a mettere insieme un pacchetto ambizioso che imprimerà uno slancio rinnovato.

Un aspetto che vorrei sottolineare è che questa iniziativa non è intrapresa in opposizione a sforzi multilaterali mirati ad agevolazioni commerciali; al contrario è intesa a completarli e a sostenere la conclusione positiva del Doha Round.

Altri temi del Vertice saranno la sicurezza energetica e il cambiamento climatico, che la Presidenza considera questioni chiave per il futuro in ambito transatlantico. Al Vertice di primavera dell’Unione europea, svoltosi l’8 e 9 marzo, abbiamo convenuto obiettivi di vasta portata per la protezione del clima e un piano d’azione sull’energia. Alla luce di queste decisioni, vogliamo avvalerci del Vertice UE-USA per sviluppare una cooperazione più stretta con gli Stati Uniti nei settori citati.

Non devo fare un particolare sforzo per ricordare all’Assemblea che, in questi ultimi anni e decenni, si sono registrate ricorrenti differenze di opinione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti sulle questioni inerenti al cambiamento climatico, alcune delle quali sui punti fondamentali; sono nondimeno convinto che possiamo fare assegnamento sull’impressione che molte cose stanno cambiando negli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda la cooperazione nella ricerca e nella tecnologia, un settore in cui anche gli americani, infatti, sono molto interessati a rafforzare la cooperazione con l’Unione europea. Anche considerando che si tratta di un mercato importante per il futuro, dobbiamo puntare a unire le nostre energie e ad abbreviare radicalmente i cicli di innovazione relativi a nuovi processi e tecnologie, ed è nel nostro stesso interesse più intrinseco che i nostri partner transatlantici devono assumere un ruolo di guida. Dico questo anche pensando alla comunità della ricerca in Europa e all’influenza che il Parlamento europeo ha su di essa. Sono convinto che la sicurezza energetica e i cambiamenti climatici saranno fra i progetti transatlantici del XXI secolo.

La sicurezza e la prosperità in Europa e in America dipendono in misura fondamentale dallo sviluppo pacifico e stabile in tutto il mondo, perciò vogliamo avvalerci del Vertice UE-USA per mandare un segnale di massimo accordo possibile su questioni di politica estera e di sicurezza.

Nel conflitto in Medio Oriente, riproponendo il Quartetto, abbiamo riaperto la porta – sarò molto cauto su questo punto – a una soluzione, almeno in qualche misura. Nei nostri rapporti con l’Iran e i suoi partner nucleari, siamo riusciti a preservare il fronte unito presentato dalla comunità internazionale, che – ne sono convinto – è un requisito indispensabile per giungere a una soluzione concordata con l’Iran. Stiamo lavorando in stretta collaborazione con la NATO e gli Stati Uniti per la stabilizzazione civile e militare dell’Afghanistan, e vogliamo migliorare ulteriormente tale cooperazione, in special modo per quanto riguarda l’addestramento della polizia; lo stesso vale per la missione progettata in Kosovo nel quadro della PESD.

Queste sono soltanto alcune delle questioni internazionali sulle quali è necessaria una stretta cooperazione transatlantica.

Concluderei riferendomi ancora una volta alla Strategia europea in materia di sicurezza, in cui si afferma: “nessun paese è in grado, da solo, di affrontare i problemi complessi di oggi” – un’affermazione che vale sia per l’Unione europea che per gli Stati Uniti. Soltanto se saremo capaci di sfruttare l’influenza, l’esperienza e il potenziale di Europa e America e di mobilitare le loro forze e idee migliori, saremo in grado di trovare risposte vitali per il nostro futuro comune e per il futuro delle successive generazioni.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (DE) Desidero innanzi tutto scusarmi per l’assenza del Commissario Ferrero-Waldner, che è dovuta andare al funerale dell’ex Presidente della Federazione russa Boris Eltsin.

Signor Presidente, onorevoli deputati, il Vertice UE-USA del 30 aprile è una nuova opportunità per rafforzare i nostri legami politici ed economici con gli Stati Uniti d’America. Mi soffermerò quindi brevemente sugli obiettivi di tale Vertice.

In primo luogo, lavoreremo verso una convergenza economica attraverso l’Atlantico, poiché, rappresentando il 40 per cento del volume degli scambi commerciali globali, le relazioni economiche tra gli Stati Uniti e l’Unione europea sono tra le più importanti del mondo, eppure hanno bisogno di un’iniezione di nuovo vigore politico, e l’eliminazione degli ostacoli al commercio e agli investimenti sarebbe un guadagno notevole per i nostri consumatori e imprenditori.

Per tale ragione la Commissione accoglie con favore l’iniziativa presa dal Cancelliere Merkel, che si è espressa chiaramente a favore di un nuovo e ambizioso partenariato economico tra l’Unione europea e gli Stati Uniti nel quale le istituzioni legislative e gli organi di regolamentazione dovranno svolgere il loro ruolo, mentre i partecipanti al Vertice eserciteranno importanti ruoli direttivi e di controllo.

Al Vertice delineeremo specifici settori strategici nei quali possiamo realizzare progressi sostenibili, comprendenti, tra l’altro, una cooperazione in ambito normativo su prodotti industriali, energia, innovazione, mercati finanziari e investimenti.

In secondo luogo, in politica estera esploreremo una serie di aree chiave in cui abbiamo un terreno comune con gli Stati Uniti, con i quali continueremo a cooperare strettamente per portare la stabilità, la prosperità e lo Stato di diritto in Kosovo e in Afghanistan.

Come membri del Quartetto per il Medio Oriente, l’Unione europea e gli Stati Uniti stanno lavorando insieme in modo costruttivo per ridare vita a un processo politico che coinvolga i capi di governo di Israele e Palestina, e la nostra volontà di negoziare con il governo di unità nazionale al fine di sostenerlo dipenderà non solo dalla sua politica, ma anche dal fatto che agisca o meno in concordanza con i principi del Quartetto.

La Commissione ha un ruolo particolare da svolgere nello sviluppo di un meccanismo internazionale di aiuto per il popolo palestinese, con gli obiettivi di sostenerlo e migliorare il modo in cui è governato.

Un altro evento di alto profilo al Vertice sarà la firma dell’accordo recentemente concluso, di portata storica, sull’apertura del mercato dell’aviazione civile tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, che – su entrambe le sponde dell’Atlantico – produrrà benefici economici stimati a 12 miliardi di euro e creerà circa 80 000 nuovi posti di lavoro. Al tempo stesso ribadiremo il nostro impegno per la seconda fase dei negoziati su un accordo completo sui servizi di trasporto aereo, che incrementerà i benefici economici della liberalizzazione di questo importante settore.

I preparativi per il Vertice non sono ancora stati completati e tra le questioni centrali vi saranno i cambiamenti climatici e l’energia. Il nostro scopo è quello di convincere gli Stati Uniti a impegnarsi per una politica fondata su obiettivi quali un meccanismo di mercato e tecnologie pulite e su un approccio globale; gli sforzi europei a tal fine sono fondati sul consenso raggiunto al Consiglio europeo del 9 marzo 2007, secondo cui è necessaria un’azione globale da parte nostra per ridurre le emissioni di gas serra.

L’intenzione è che l’imminente riunione al Vertice veda un avanzamento della cooperazione europea con l’America in questo campo; spero che la dichiarazione che ne emergerà preparerà la strada all’adozione di posizioni non ambigue da parte del G8 e della conferenza dell’ONU sul clima che si svolgerà a Bali nel dicembre di quest’anno. Discuteremo anche questioni relative alla sicurezza e all’efficienza energetica e definiremo obiettivi comuni per lo sviluppo di tecnologie pulite e per la loro applicazione a breve e a medio termine.

Riguardo alla politica in materia di visti, al Vertice UE-USA chiederemo al Presidente Bush di spingere affinché tutti i cittadini dell’Unione europea siano autorizzati a entrare negli Stati Uniti senza visto, esattamente come i cittadini degli Stati Uniti non sono più obbligati a chiedere il visto per entrare nell’Unione europea; apprezzeremmo molto se gli Stati Uniti estendessero l’esenzione dall’obbligo del visto a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, mettendo fine così alla discriminazione de facto ai danni di cittadini dell’UE.

Esorteremo altresì gli Stati Uniti ad accettare una soluzione per la trasmissione dei dati dei passeggeri delle compagnie aeree diretti negli Stati Uniti che soddisfi i requisiti più severi di protezione dei dati in un nuovo quadro che sostituisca le attuali disposizioni transitorie.

Rientra inoltre nella nostra agenda, ovviamente, sottolineare la necessità di una più stretta cooperazione nella lotta contro il terrorismo; in tale ottica faremo riferimento al nostro impegno di garantire che tali sforzi non contrastino con il nostro dovere di rispettare il diritto internazionale, poiché ciò è essenziale se vogliamo che le misure che adottiamo insieme in questo settore abbiano qualche credibilità.

(Applausi)

 
  
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  Joseph Daul, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, sono nato sessant’anni fa in Alsazia e faccio parte di una generazione che può testimoniare, per esperienza, il grande debito degli europei nei confronti degli americani.

I legami transatlantici molto forti che uniscono i nostri due continenti si fondano su milioni di storie personali analoghe alla mia, e hanno contribuito a plasmare la nostra storia e i nostri valori comuni.

In occasione della recente celebrazione del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei ha riconosciuto il ruolo chiave degli Stati Uniti nel gettare le basi di quella che sarebbe diventata l’Unione europea. Infatti, senza il sostegno del Piano Marshall, senza il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti e dal Canada nel quadro della NATO, indubbiamente la ricostruzione dell’Europa non sarebbe stata possibile. Anche nei momenti difficili, abbiamo sempre creduto nell’importanza vitale del partenariato transatlantico, un partenariato fondato sul dialogo e sul rispetto.

In seno al Parlamento europeo, il nostro gruppo è il sostenitore più determinato di strette relazioni transatlantiche. Perciò ho auspicato che la prima visita al di fuori dell’Unione fosse a Washington. Il Parlamento europeo deve sviluppare legami più forti con il Congresso e l’amministrazione degli Stati Uniti per cooperare più a monte sugli argomenti di interesse comune. E io vorrei proporre, in questa sede, che il Presidente del Parlamento inviti la nuova Presidente della Camera dei rappresentanti a intervenire in seduta plenaria.

Sono stato felice di apprendere che, come noi, il Congresso americano ha costituito una commissione temporanea sul clima. Auspico che le due commissioni possano instaurare una stretta cooperazione.

Onorevoli colleghi, la creazione di un mercato comune transatlantico entro il 2015 è una delle nostre priorità. Dobbiamo ridurre il carico di normative, stimolare la concorrenza e armonizzare le norme tecniche sulle due sponde dell’Atlantico. Dotiamoci di una tabella di marcia vincolante, accompagnata da un calendario preciso con il 2015 come termine per il lancio di un mercato transatlantico senza barriere.

Il Parlamento europeo deve essere ampiamente coinvolto in questo processo, ma tra amici abbiamo anche il dovere di parlarci in tutta franchezza, anche esprimendo critiche.

Come osservò il Presidente Kennedy nel 1963, non dobbiamo ignorare le nostre differenze, ma dobbiamo anche interessarci dei mezzi per superarle. Desidero sottolineare anche la mia preoccupazione riguardo ai rischi che i controlli doganali più rigorosi da parte degli Stati Uniti si trasformino in barriere al commercio camuffate.

Dobbiamo mantenere la nostra vigilanza senza minare la lealtà degli scambi commerciali. Allo stesso modo, la legislazione statunitense sulla protezione dei dati personali lascia ancora emergere dubbi sul pieno rispetto della protezione della vita privata e delle libertà civili.

L’Europa è determinata a lottare contro il terrorismo e la criminalità organizzata, ma questa lotta deve essere fondata su basi giuridiche appropriate. Il rispetto dei diritti fondamentali non farà che rafforzare la nostra azione e la nostra influenza nel mondo.

Condividiamo anche l’impegno mirato a creare le condizioni per la stabilità, la pace e la prosperità nel vicinato dell’Unione europea. Abbiamo già cooperato in modo positivo in Bielorussia, in Ucraina e nel Kosovo. Tuttavia, dobbiamo agire anche in Africa. E’ un dovere morale e storico ridare speranza ai più poveri del pianeta.

Il genocidio nel Darfur o la dittatura nello Zimbabwe dimostrano che non siamo all’altezza delle sfide. Dobbiamo persuadere anche altre nazioni come la Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica a unirsi ai nostri sforzi nei paesi in via di sviluppo.

Inoltre, bisogna concludere l’accordo di sviluppo di Doha perché riguarda lo sviluppo per i paesi più poveri. L’Europa e gli Stati Uniti devono concludere al più presto un accordo globale.

Infine, il nostro gruppo crede nella possibilità di un mondo più sicuro. La proliferazione nucleare ha reso il mondo più pericoloso. Appoggiamo una soluzione negoziata sul programma nucleare iraniano. Europei e americani condividono radici comuni che hanno ampiamente plasmato il nostro mondo. Dobbiamo mantenere la nostra posizione in un mondo divenuto multipolare. Come disse Jean Monnet, insieme, gli americani e gli europei difendono una civiltà comune.

(Applausi)

 
  
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  Jan Marinus Wiersma, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signor Presidente, penso sia chiaro a tutti noi che a Washington è cambiato il vento: tira una nuova aria che sta aprendo nuove opportunità, anche per la cooperazione con l’Unione europea. Innanzi tutto, ovviamente, vi è la vittoria della maggioranza democratica in entrambe le Camere del Congresso, per cui ancora una volta desideriamo congratularci, ma vi sono anche cambiamenti percettibili nell’amministrazione Bush. Il tono è cambiato, e possiamo affermare che l’autorità del Dipartimento di Stato e di Condoleezza Rice è cresciuta enormemente. Si cerca una maggiore cooperazione, e su questo punto dobbiamo dimostrarci sensibili.

La settimana scorsa mi trovavo con la delegazione a Washington, dove è in corso un cambiamento tangibile. Prima di tutto, si registra un maggiore appoggio per qualcosa che è sempre stato molto importante per noi, vale a dire un efficace multilateralismo. C’è un appoggio crescente anche per la ricerca di cooperazione con l’Unione europea in questo settore. Si rendono conto che l’approccio adottato in Iraq è fallito e che occorre trovare altri modi di cooperare per affrontare i problemi legati alla sicurezza.

L’Afghanistan è citato da molti come esempio; a nostro parere, non c’è alcuna ragione per cui, nel contesto della NATO, l’Unione europea e i suoi Stati membri non possano unire le forze con gli americani in progetti che comprendono sia la sicurezza sia la ricostruzione. Di fatto, si sta svolgendo attualmente un dibattito proprio a quel livello sulla difesa missilistica. Mentre ci colpisce il fatto che si cerca di intensificare il dialogo con gli europei e i russi, rimaniamo critici sui risultati di questo processo.

Un altro importante punto che abbiamo sollevato è quello riguardante il conflitto in Medio Oriente. Vorremmo sottolineare ancora una volta – e speriamo che la Presidenza ne prenda nota – che dobbiamo fare in modo che il nuovo governo di unità nazionale in Palestina non sia abbandonato a se stesso, e dobbiamo cercare modi per sostenere questo nuovo sviluppo.

Un’altra cosa che ci ha colpiti è che i democratici, in particolare, stanno perseguendo una nuova agenda sociale per gli Stati Uniti in cui l’attenzione sia rivolta al problema dell’assistenza sanitaria, ma anche a Doha. Cosa possiamo fare insieme per assicurare che l’ambiente e le condizioni di lavoro abbiano una posizione di primo piano nei colloqui commerciali?

Vi sono anche, naturalmente, motivi di critica che abbiamo menzionato nel contesto delle consegne straordinarie e dei campi di prigionia segreti, ma anche riguardo agli accordi sulla protezione dei dati. Queste sono questioni che devono rimanere in primo piano. In ultima analisi, in fin dei conti, esiste un’importante agenda per la cooperazione, basata sui valori comuni che sono già stati menzionati.

Vorrei concludere con un punto minore, vale a dire che speriamo che la Presidenza possa mettere all’ordine del giorno del Vertice anche il caso Wolfowitz, se dovesse dimostrarsi necessario, perché a nostro parere, dato l’importante ruolo che la Banca mondiale deve svolgere nella lotta contro la corruzione, la sua posizione come direttore di tale istituzione è diventata indifendibile.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, dopo l’11 settembre Le Monde annunciò: “Nous sommes tous Américains”. I tempi sono cambiati.

In campo economico, ambientale ed etico il governo degli Stati Uniti ha fatto a pezzi i valori per i quali l’America godeva del nostro rispetto. La sfida per gli Stati membri dell’Unione europea è quella di resistere alle mosse degli Stati Uniti verso l’unilateralismo, che si tratti di politica commerciale, di Kyoto o del rispetto del diritto internazionale. Questo richiederà un dialogo transatlantico franco, diretto e talvolta teso su questioni come il programma di esonero dall’obbligo del visto, l’estradizione e l’accordo “cieli aperti”, al quale sinora i nostri Stati membri hanno opposto resistenza. Effettivamente, il Presidente Bush riesce molto bene nel suo divide et impera dell’Europa, almeno quanto il Presidente Putin.

Questo Vertice è un’occasione per far emergere alcune verità spiacevoli. Eliminare le barriere normative e armonizzare gli standard tra i maggiori partner commerciali del mondo deve essere la nostra priorità. Comunque, non dovrebbe avvenire a spese dell’esito positivo del Doha Round prima della scadenza del mandato di Bush il 1o luglio.

Dobbiamo anche avvalerci del Vertice per imporre il riconoscimento della maggiore minaccia alla sicurezza dell’età moderna – il cambiamento climatico – e fare in modo che gli americani accettino di stabilizzare e ridurre le emissioni di gas serra. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha discusso la questione per la prima volta la settimana scorsa, sottolineando la gravità della situazione.

Dobbiamo anche insistere, tuttavia, affinché l’amministrazione chiarisca la sua posizione riguardo alle accuse di tortura, prigioni segrete e consegne straordinarie nel quadro della guerra al terrorismo. Non solo è giusto, ma è l’unica cosa da fare per ripristinare la reputazione dell’America.

A lungo termine, soltanto un controllo democratico più ampio cui partecipino il Parlamento europeo, il Congresso e il Senato degli Stati Uniti, magari nel quadro di un sistema transatlantico di tipo Schengen, può rafforzare le nostre relazioni strategiche e impedire il limbo giuridico che stiamo sperimentando con i dati di identificazione dei passeggeri o con le operazioni di pagamento SWIFT.

Il successo della guerra al terrorismo dipende dall’equilibrio tra libertà e sicurezza, senza sacrificare le nostre libertà civili.

Il disordine in Iraq è la prova di quello che accade quando non troviamo tale equilibrio. Gli Stati Uniti e l’Unione europea dovrebbero aiutare a riparare il danno e dimostrare solidarietà ai due milioni di rifugiati iracheni. Gli americani hanno accolto esattamente 466 rifugiati iracheni dal 2003 a oggi. Noi sappiamo che non vogliono riconoscere una fuga di rifugiati, che sarebbe un sintomo del loro fallimento, ma abbiamo bisogno di un bilancio chiaro ed esauriente per gli aiuti e di un accordo sulla condivisione degli oneri relativi alle richieste di asilo.

Infine, i nostri negoziatori non devono avere timore di prendere l’iniziativa. Paul Wolfowitz ha minato l’autorità morale della Banca mondiale. Il nostro messaggio a loro deve essere che è ora che se ne vada.

In conclusione, devo a un poeta americano, Ralph Waldo Emerson, il pensiero che non esiste la storia ma solo la biografia. I leader dell’Europa dovrebbero ricordare che saranno giudicati come individui per il coraggio che dimostreranno a Washington.

 
  
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  Angelika Beer, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, domani adotteremo, congiuntamente e unanimemente, una risoluzione che condanna la brutalità con cui sono stati trattati i dimostranti dalle forze armate russe, e ci aspettiamo che anche durante il Vertice UE-USA si parli in termini altrettanto chiari. Sì, naturalmente vogliamo nuove relazioni economiche e rapporti transatlantici più forti e rinnovati, ma essi devono fondarsi su valori inequivocabili, i valori democratici che l’Unione europea si è impegnata a difendere.

Dopo Guantánamo, dopo la tortura e il rapimento di persone innocenti, c’è bisogno di gettare un ponte, e quale altro ponte possiamo gettare se non spingere l’amministrazione degli Stati Uniti ad adottare in futuro una politica guidata da principi democratici? Quando parliamo di una moratoria sulla pena di morte – come abbiamo fatto in queste ultime settimane e faremo ancora in futuro – ne parliamo non solo per salvare potenziali vittime in Iran, ma anche nell’aspettativa che gli americani vi aderiscano.

Quando parliamo della guerra al terrorismo, ci aspettiamo analogamente che siano ridefiniti da ogni parte i valori fondamentali e che sia esteso il controllo parlamentare, non solo nei parlamenti nazionali ma anche in questo Parlamento, poiché ciò che abbiamo visto accadere è qualcosa che non possiamo accettare come reale lotta contro il terrorismo, perché in quel modo riduciamo le libertà fondamentali per l’Europa, per i cittadini e per le società.

Per quanto riguarda l’Afghanistan e il Kosovo, esorto entrambe le parti a non limitarsi ai bei discorsi sul cambiamento di strategia in Afghanistan, ma a metterlo in pratica; l’operazione Enduring Freedom non ha più alcuna ragione giuridica e deve essere modificata, ma anche noi europei dobbiamo destinare maggiori risorse finanziarie per rendere possibile uno sviluppo pacifico in Afghanistan, specificamente nella lotta contro la droga, nell’educare e sostenere i cittadini democratici di quel paese e le donne in particolare.

Lo stesso vale per il Kosovo: non possiamo aspettare che siano gli americani a sbrogliare la situazione per noi. Ancora una volta faccio appello all’Unione europea e ai ministri degli Esteri perché ora diano al Kosovo la sua indipendenza, affinché possa evitare un’altra guerra.

Per quanto riguarda l’Iran, è ora di abbandonare l’idea del cambiamento di regime alla quale Bush è ancora legato; insieme ai negoziati, è l’unico modo per prevenire la prossima guerra, e spero che l’Unione europea si impegni inequivocabilmente a tal fine.

 
  
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  Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, che cosa ci riserva esattamente il partenariato economico transatlantico?

Secondo la signora Merkel, non si tratterebbe né di libero scambio né di mercato comune, bensì di regolamentazione dei mercati, di protezione dei brevetti, di armonizzazione delle regole e di cooperazione mirata a migliorare la governance economica mondiale. Il suo Segretario di Stato Würmeling è stato più diretto dichiarando che l’obiettivo è quello di procedere verso un mercato transatlantico senza barriere. Del resto, la stessa Cancelliere Merkel ha lasciato intendere che l’esperienza del mercato unico europeo potrebbe servire da modello a questo nuovo spazio.

Vi devo ricordare la definizione che dava di questo mercato unico il Commissario competente in materia McCreevy? Come lui ha osservato, il mercato unico “è di gran lunga l’esercizio di deregolamentazione più spinto della storia recente dell’Europa”. Dunque è questo esperimento ciò che si vorrebbe estendere su scala transatlantica?

La domanda merita di essere posta tanto più che questo progetto ha già una storia tumultuosa. Nel marzo 1998 il Commissario Leon Brittan, allora figura di primo piano dell’Europa liberale, aveva lanciato il progetto del New Transatlantic Market, ricalcato sul modello dell’accordo nordamericano di libero scambio, il NAFTA. Parallelamente si negoziava in gran segreto all’OCSE il progetto di Accordo multilaterale sugli investimenti, il MAI, che mirava già a individuare qualsiasi atto legislativo percepito dagli investitori come un ostacolo alle loro operazioni finanziarie sempre più tentacolari.

I due progetti hanno suscitato nell’opinione europea un tale scalpore che hanno dovuto essere abbandonati. In seguito, però, alcune lobby, come il Dialogo transatlantico tra le imprese, hanno continuato a riproporre questo progetto strategico sotto una nuova forma. L’adozione, l’anno scorso, delle norme contabili americane e, più recentemente, l’acquisizione delle borse europee Euronext da parte del New York Stock Exchange si inseriscono in questa tendenza inquietante.

Lontano dall’immagine della cooperazione costruttiva che ci viene venduta, si tratta piuttosto di un fronte fondamentale nella battaglia sulla concezione del futuro dell’Europa. Sono in gioco al tempo stesso il modello europeo di società e la sua identità democratica. Ricordo che la relazione adottata a questo proposito lo scorso giugno dal nostro Parlamento si rammaricava del fatto “che le relazioni UE-USA sono notevolmente messe in ombra dal conflitto politico e molto spesso sono caratterizzate da retorica”.

Dovremo forse tacere, in nome dei valori comuni del Dialogo transatlantico tra le imprese, sulla guerra in Iraq o su Guantánamo? Sulla pena di morte o sul Tribunale penale internazionale? Su Kyoto o gli OGM? Sui dati personali, sulla questione SWIFT o sui voli della CIA? Mentre si è avviato il processo che dovrà condurre a un nuovo Trattato europeo, la natura delle relazioni tra l’Unione europea e gli Stati Uniti costituisce una sfida cruciale che bisognerà affrontare nella massima chiarezza.

 
  
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  Godfrey Bloom, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, nel tempo molto breve che mi è concesso vorrei fare un paio di osservazioni, magari pronunciando qualche parola di cautela. In questi ultimi due anni ho visto che qui c’è una sorta di mania per una politica dei gesti, che è invece qualcosa che dobbiamo essere estremamente attenti a evitare nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti d’America. L’impatto della legislazione, per esempio, è assolutamente globale. Tutto quello che facciamo ha una dimensione globale. La crescita più massiccia del PIL è sulle coste del Pacifico, in India e in Cina, oltre ad altre regioni del Pacifico e al Giappone, perciò dobbiamo guardarci bene dal rompere i ponti quando trattiamo con gli Stati Uniti, che hanno anche un considerevole elemento protezionistico nella loro società. Come sanno gli inglesi, gli Stati Uniti sono il maggiore partner commerciale e di investimenti del Regno Unito ormai da parecchi anni. E’ una vergogna che gli inglesi siano stati costretti, contro la loro volontà, ad abbandonare la misura imperiale, che ovviamente condividiamo con gli Stati Uniti e che ci ha dato un particolare vantaggio in quel paese. Comunque, per questo aspetto dovremo attendere un altro giorno.

 
  
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  Frank Vanhecke, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signor Presidente, condivido la speranza di molti in questa Assemblea che il Vertice del 30 aprile e il nuovo partenariato transatlantico si rivelino un successo, anche se dovremmo aggiungere, ovviamente, che il nuovo partenariato deve fondarsi sulla reciprocità e sul rispetto di interessi fondamentali reciproci. Di conseguenza, gli americani e i loro diplomatici dovranno imparare, per esempio, che la Turchia non è un paese europeo e non può diventare uno Stato membro dell’Unione europea, indipendentemente dagli interessi americani in tale questione.

Le nostre relazioni commerciali con gli Stati Uniti saranno l’argomento dei colloqui che si svolgeranno a Washington ad aprile, quando si discuterà di energia e cambiamenti climatici, ma io la considero anche un’occasione per pensare maggiormente alla lotta comune che dobbiamo condurre contro il terrorismo internazionale e in particolare contro l’incombente fondamentalismo islamico. Non dimentichiamo che questa lotta riguarda i valori occidentali che condividiamo, e che sono proprio questi valori occidentali che il fondamentalismo islamico e il terrorismo hanno nel mirino. Questo è un aspetto che spesso è trascurato, anche dal Parlamento.

La politica estera degli Stati Uniti molto spesso è criticabile, ma la parzialità con cui il Parlamento europeo sovente muove le sue critiche non è molto costruttiva. Le attività unilaterali della commissione temporanea sulle attività della CIA in Europa e le conclusioni altrettanto unilaterali alle quali è giunta, nonché la questione dei dati personali, spiccano come esempi. Qualunque cosa facciamo, non dobbiamo sbagliarci nell’identificare il nostro nemico. Nonostante i numerosi malintesi e le opinioni diverse che possiamo avere, è bene ricordarci del fatto che gli Stati Uniti non sono un nemico, ma un alleato.

 
  
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  Brian Crowley, thar ceann an Ghrúpa UEN. – A Uachtaráin, tá an gaol eacnamaíochta idir an tAontas Eorpach agus Meiriceá ar an ngaol eacnamaíochta is tábhachtaí ar domhan. Is dhá chóras pholaitiúla sinn, le haidhm láidir a chinntíonn caomhnú agus cur chun cinn an daonlathais ar fud an domhain. Bíonn ár naimhde ag iarraidh aird a tharraingt ar an difríocht pholaitiúil atá idir an dá réimeas. Ní mór dóibh cuimhneamh, áfach, go bhfuil i bhfad níos mó nithe comónta eadrainn ná mar atá difríochtaí.

(EN) In particolare, quando consideriamo i legami esistenti tra Europa e Stati Uniti in relazione all’azione che possiamo svolgere sulla scena globale, è ancor più importante andare avanti ora, nonostante le difficoltà e le divergenze che abbiamo avuto in passato.

Basta pensare a ciò che accade nel mondo. In Afghanistan dobbiamo lavorare con gli Stati Uniti non solo per assicurare una stabilizzazione della situazione, non solo nell’interesse del paese stesso, ma anche perché il 90 per cento dell’eroina usata in Europa al momento proviene dall’Afghanistan. Analogamente, nell’America del sud dobbiamo agire congiuntamente affinché si possano individuare colture alternative per i contadini, dato che da quella regione provengono enormi quantità di cocaina.

Se consideriamo il Darfur, in particolare, vediamo che la comunità internazionale non agisce né reagisce al genocidio in atto nel paese. E’ nostro dovere di europei coinvolgere gli Stati Uniti al fine di intraprendere un’azione ulteriore e più forte. Analogamente, visto che oggi celebriamo la giornata mondiale della malaria, le azioni che possiamo intraprendere collettivamente sono di gran lunga più vaste di quelle che possiamo avviare individualmente.

Più importanti di tutte sono, comunque, le azioni nel settore del commercio mondiale, per garantire una società più equa e giusta per tutti. Invito la Commissione e altri in questa sede a non rescindere più i nostri accordi con altri paesi al fine di proteggere e assistere i più poveri del mondo. Ciò che possiamo realizzare insieme è superiore a quanto ci divide, e in tal modo possiamo superare le nostre differenze politiche su questioni minori.

 
  
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  Roger Helmer (NI).(EN) Signor Presidente, qui al Parlamento europeo amiamo vantarci delle nostre credenziali di stampo ecologista e criticare gli Stati Uniti e il Presidente Bush per il loro vandalismo ambientale. Dopo tutto, noi abbiamo firmato il Protocollo di Kyoto e loro no.

Fermiamoci un attimo e verifichiamo come stanno le cose in realtà. Di fatto, gli Stati Uniti hanno firmato il Protocollo di Kyoto ma non lo hanno ratificato. Qui in Europa l’abbiamo ratificato, ma non lo stiamo applicando. Nonostante la Commissione abbia passato gli ultimi dieci anni a cercare di truccare le cifre di riferimento del Protocollo, sembra che forse soltanto due Stati membri realizzeranno davvero i loro obiettivi di Kyoto.

Noi diciamo che gli Stati Uniti sono il maggiore inquinatore del mondo, ma soltanto perché costituiscono la più grande economia del mondo. Da quando esiste il Protocollo di Kyoto, la tendenza degli Stati Uniti in merito alle emissioni di CO2 è stata migliore della nostra! Ripeto, per l’onorevole Watson, che in questi ultimi anni la tendenza degli Stati Uniti per quanto riguarda le emissioni è stata migliore rispetto all’Unione europea. L’intensità energetica dell’economia statunitense è simile alla nostra e, sulla base delle tendenze attuali, sarà più ecologica di quella dell’Europa entro il 2010. Gli Stati Uniti hanno un vasto programma riguardante i biocarburanti. Stanno investendo in tecnologia verde e il loro partenariato AP6 coinvolge Cina e India, senza le quali nessun programma globale può riuscire. Il Commissario Špidla chiede agli Stati Uniti di adottare un approccio globale, ma l’hanno già fatto.

E’ ora che in questo Parlamento abbandoniamo le nostre pose moralistiche e cominciamo a trattare il nostro alleato americano con un po’ più di cortesia e di rispetto.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, credo che sia importante sfrondare dall’ideologia questa discussione sulle relazioni transatlantiche.

Non so se, come afferma la risoluzione comune negoziata, siano necessarie le dimissioni del Presidente della Banca mondiale, ma quello che mi sembra importante è che l’Unione europea inizi a sviluppare le sue posizioni strategiche e diventi un attore maturo sulla scena internazionale. So che il Commissario Ferrero-Waldner dedica tutti i suoi sforzi – che non sono pochi – a questo obiettivo.

Ritengo che questo non debba farci dimenticare che il vincolo transatlantico non è scritto nel codice genetico dell’Unione europea, che sono stati gli Stati Uniti – forse per le nostre incapacità – i garanti della sicurezza in Europa e che, attualmente, in materia di sicurezza, non c’è alternativa al vincolo transatlantico.

Signor Presidente, credo che, se vogliamo che l’Unione europea diventi una potenza europea, ciò non si possa fare contro gli Stati Uniti, bensì con gli Stati Uniti, come due soci che si rispettano, che condividono una serie di valori e che hanno una stessa visione del mondo.

Naturalmente, questo non significa che si debba firmare un assegno in bianco, e l’Unione europea deve affermare i suoi principi sul tema della pena di morte, sul tema del Tribunale penale internazionale, sul tema del Protocollo di Kyoto e sul tema delle leggi con effetto extraterritoriale.

Questo significa anche che gli Stati Uniti devono imparare a rispettare l’Unione europea, che oggi è un fattore di stabilità nel mondo e svolge un ruolo fondamentale esercitando la sua influenza in molte regioni.

In questo Emiciclo, signor Presidente, il Commissario Patten disse in un’occasione che, affinché l’Unione Europea potesse raggiungere i suoi obiettivi e i suoi propositi – e tra questi uno dei più importanti è il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali in tutte le regioni del pianeta –, era imprescindibile la collaborazione degli Stati Uniti, così come gli obiettivi degli Stati Uniti si sarebbero potuti raggiungere solo con la cooperazione con l’Unione europea.

Se l’Unione europea e gli Stati Uniti lavoreranno insieme, miglioreranno nel mondo la prosperità, la stabilità e la sicurezza, signor Presidente, e credo che questi siano gli obiettivi ai quali deve contribuire e per i quali deve cooperare questo Vertice transatlantico.

 
  
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  Poul Nyrup Rasmussen (PSE).(EN) Signor Presidente, ringrazio il Commissario e il Presidente in carica del Consiglio Gloser per le loro dichiarazioni sulle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti.

Mi sembra che l’umore e la strategia degli Stati Uniti stiano gradualmente e provvisoriamente cambiando dall’unilateralismo al multilateralismo. Appena sei giorni fa, con l’onorevole Wiersma, il vicepresidente del nostro gruppo, e altri colleghi ci siamo recati in visita al Congresso e al Senato degli Stati Uniti, ed è molto evidente che il clima sta cambiando. Questo offre una nuova opportunità per l’Unione europea.

Ho tre riflessioni da condividere con voi. In primo luogo, penso che un requisito indispensabile per il progresso dei negoziati dell’OMC è che incorporiamo in qualche modo l’agenda per il lavoro dignitoso. Ammettiamolo: non è possibile ottenere nuovi e sostanziali progressi senza di essa.

In secondo luogo, è ora di comprendere che i mercati finanziari e i recenti sviluppi relativi agli hedge fund e a fondi di private equity molto grandi e potenti non sono pienamente compatibili con gli obiettivi di Lisbona e le nostre necessità a lungo termine di investimento e finanziamento. Questa osservazione non è solo europea, ma viene sempre più spesso anche dal partito democratico, che detiene la maggioranza nel Congresso e nel Senato degli Stati Uniti. Noi speriamo quindi che questo segnale risulti chiaro e che la questione sia discussa durante l’imminente riunione del G8 a Heiligendamm.

In terzo luogo, riguardo al Medio Oriente non dobbiamo essere ingenui e aspettarci cambiamenti importanti nella politica americana nelle prossime due settimane. Comunque, varrebbe la pena migliorare il nostro dialogo con i nostri amici e colleghi americani e insistere sull’appoggio al governo di unità palestinese. Se tale governo fallisce, chi ne uscirà vincente sarà Hamas, e nessuno vuole questo.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, durante una visita parlamentare a Washington la settimana scorsa abbiamo appreso di più sul gruppo di contatto di alto livello sulla sicurezza rispetto a quanto sapevamo a Bruxelles. Meno male che negli Stati Uniti esiste la cultura della libertà d’informazione! Abbiamo anche appreso delle discussioni transatlantiche rinnovate fra funzionari sulla base giuridica per le consegne straordinarie. I membri del Congresso e i deputati al Parlamento europeo devono essere non solo informati, ma anche coinvolti in tale dibattito.

Le tattiche della guerra globale al terrorismo hanno fallito, secondo il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, il quale ieri ha detto che Al-Qaeda non solo è sopravvissuta a sei anni di attacchi, ma ha acquistato nuovo slancio.

Certamente dobbiamo cercare di creare uno spazio comune transatlantico per quanto riguarda la giustizia e i trasporti in cui vi sia la massima condivisione di informazioni. Dobbiamo anche insistere, comunque, su massime garanzie e massimo rispetto per i diritti fondamentali. Se le informazioni condivise sono basate su profili dubbi o esercizi di estrazione di dati, o se sono contaminate dalla tortura, che valore hanno? Come ha detto uno dei funzionari a Washington con quello stile americano così fresco e diretto, “Garbage in, garbage out”: se inserisci dati errati, avrai risultati inattendibili. Il danno potenziale ai diritti individuali è enorme.

Dobbiamo avere più cooperazione tra il Congresso degli Stati Uniti e il Parlamento europeo al fine di attuare la responsabilità democratica e l’obiettivo auspicato di una zona transatlantica di tipo Schengen.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN). – (PL) Signor Presidente, di tutti i più importanti problemi politici ed economici dell’Europa non ce n’è neanche uno che possa essere risolto senza il dialogo e la cooperazione con gli Stati Uniti. Solamente un mercato comune euro-atlantico può metterci in condizione di competere con la Cina e l’India. Soltanto la cooperazione UE-USA contribuirà al successo nell’arginare la minaccia alla nostra sicurezza posta dall’Iran, che oggi è la maggiore minaccia alla pace nel mondo, essendo una potenza nucleare e un nemico giurato della civiltà occidentale. Soltanto insieme riusciremo a fermare la Corea dall’aggressione incontrollata. E, con le dovute proporzioni, soltanto insieme riusciremo a frenare la Russia dall’abuso della sua forza militare e in campo energetico in Europa e nei paesi vicini. Oggi abbiamo l’opportunità di agire con maggiore pragmatismo. Non è solo questione di un cambio di governo a Washington, ma anche a Parigi e Berlino. Io vivo nella speranza che otterremo un esito positivo e che l’identità europea non sarà mai più ridotta a un confronto meschino, falso e pericoloso con gli Stati Uniti di fronte a minacce così serie alla nostra sicurezza e ai nostri valori.

 
  
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  Johannes Voggenhuber (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il partenariato è basato sul rispetto reciproco, in primo luogo per le leggi e per i valori condivisi di entrambe le parti. Non poche delle invocazioni all’armonia transatlantica nella presente discussione di oggi causerebbero, senza dubbio, agli austriaci grande stupore e grave sconcerto.

L’opinione pubblica in Austria è occupata e turbata da due fatti. Un’importante banca è stata acquisita da un fondo americano e, da un giorno all’altro, è stata costretta a liberarsi dei suoi clienti cubani – senza preavviso e unicamente per la loro nazionalità, il che è contrario al diritto internazionale, al diritto europeo e al diritto penale austriaco. Ora una grande impresa di minerali sarà costretta a interrompere i propri contatti commerciali con l’Iran – e anche questo è contrario al diritto austriaco, europeo e internazionale.

Sono assai stupito che tale questione cruciale non sia stata menzionata nella presente discussione. Se i nostri partner riconoscono il nostro ordinamento giuridico e i nostri valori, abbiamo un partenariato; diversamente, si tratta di un rapporto tra padrone e servitore. La reazione della Commissione a questi due eventi in Austria, che hanno ricevuto molta pubblicità e hanno suscitato grande inquietudine, non fa nulla per migliorare la fiducia dell’opinione pubblica nella sua capacità e volontà di difendere e applicare il diritto europeo, eppure il partenariato si fonda su questo.

(Applausi)

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL).(PT) Signor Presidente, in un quartiere di Bagdad l’esercito statunitense sta costruendo un muro che, in nome della sicurezza, dividerà il popolo iracheno. Lo sta facendo nonostante le proteste degli abitanti del quartiere e le critiche del Primo Ministro iracheno. L’amministrazione Bush adora i muri: li costruisce in Iraq, in Palestina e al suo confine con il Messico. Il punto di vista europeo deve essere diverso. Il muro caduto a Berlino deve essere l’ultimo.

Le relazioni euro-atlantiche dovrebbero quindi occupare un posto più rilevante nell’agenda politica. Per l’Europa del liberalismo economico, politica significa affari, anche se il deprezzamento del dollaro, il dumping ambientale praticato da un paese che non ha ratificato il Protocollo di Kyoto e lo squilibrio tra i diritti sociali dimostrano il pericolo di abbattere ciecamente le barriere alla circolazione dei capitali in un mondo di muri.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM).(NL) Signor Presidente, oggi l’Unione europea e gli Stati Uniti sono alla pari per quanto riguarda le immense questioni della politica mondiale. Prima di tutto, c’è il pericolo del terrorismo islamico in agguato a ogni angolo. La cosa più ovvia sarebbe affrontare congiuntamente le minacce comuni. Tuttavia, non è facile e da anni non viene fatto all’interno delle relazioni transatlantiche, e sarebbe troppo facile puntare il dito accusatore europeo verso l’America. Molto spesso, all’interno dell’Unione europea si fanno sentire stereotipi antiamericani che rischiano di paralizzare la cooperazione transatlantica. Teniamo presente che il punto in questione è niente di meno che una strategia essenziale di sopravvivenza.

Perciò vorrei augurare al Consiglio e alla Commissione ogni successo nel creare un clima di lavoro transatlantico favorevole. Questo sforzo da parte nostra sfida l’idea americana che vede gli europei come esotici e ingovernabili. L’unione delle forze transatlantiche produrrà in ogni caso relazioni di lavoro costruttive e questa, dopo tutto, è sicuramente la posta in gioco in ogni Vertice transatlantico.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS).(DE) Signor Presidente, prima dell’invasione dell’Iraq, l’Europa aveva avuto l’opportunità di sganciarsi dall’equivoco rimorchio degli Stati Uniti e ritagliarsi un ruolo indipendente come mediatore motivato dalla ragione, e anche successivamente, in occasione dell’affare dei voli, delle prigioni segrete e dei casi di tortura ad opera della CIA, avremmo dovuto prendere chiaramente le distanze dalle attività della banda di George Bush, inumane e contrarie al diritto internazionale, e avremmo dovuto denunciarle invece di far pagare ai contribuenti europei per le politiche belligeranti degli americani.

Imporre, come è in progetto, sanzioni più severe all’Iran, significherebbe ancora una volta da parte nostra obbedire ciecamente agli ordini di Washington, il che sicuramente indurrebbe il mondo islamico a percepirci come nemici ancor più di adesso, come risulta evidente dagli atti terroristici precedenti e dalle recenti minacce contro la Germania e l’Austria. Senza dubbio nella speranza di fare andar bene il Vertice UE-USA, abbandoniamo senza pensarci due volte la posizione di mediatore, che abbiamo cercato di mantenere con un arduo lavoro, scrivendo la parola fine per la nostra politica estera indipendente e propositiva.

Molto spesso gli americani hanno dimostrato che nutrono scarso interesse per l’Unione europea come partner e che preferirebbero vederla indebolita da un eccessivo allargamento, da problemi interni e da zone calde di crisi ai suoi confini – il che è proprio ciò che accadrebbe come risultato dell’adesione della Turchia. L’idea è che le controversie renderebbero l’Unione europea impotente, ed è proprio qui che si inseriscono i sistemi antimissili in progetto.

Le potenze politiche non hanno amici, ma solo interessi. Gli americani stanno cercando di mettere al sicuro i propri interessi, spietatamente e anche a spese degli europei, che si suppone siano loro amici.

 
  
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  Jana Bobošíková (NI).(CS) Signor Presidente, sostengo pienamente l’accordo sul partenariato economico tra l’Unione e gli Stati Uniti.

Norme e regole comuni per l’industria e la finanza non solo semplificano il commercio, ma fanno anche risparmiare miliardi di dollari e di euro. Mi sembra che l’esenzione dall’obbligo del visto per i cittadini dell’Unione europea sia una parte ovvia di tale accordo.

Le relazioni transatlantiche, comunque, non possono essere ristrette ai visti e al commercio. Dobbiamo presentare approcci diversi per risolvere insieme la situazione in Iraq e lavorare insieme per sviluppare fonti di energia non inquinanti che consentano uno sviluppo durevole e sostenibile.

Onorevoli colleghi, credo fermamente che sia finita l’epoca di seria rivalità tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Porci in conflitto dopo che abbiamo costruito una base comune sui valori condivisi di libertà, democrazia, diritti umani e Stato di diritto non porta alcun valore aggiunto ai cittadini europei.

A mio parere, una priorità ben più incalzante è una risposta congiunta alla sfida posta da India e Cina, che stanno cominciando a superarci in termini di sviluppo economico e politico. Queste potenze si basano su valori ambientali e sociali diversi dai nostri. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno sistemi sociali costruiti sulla base dell’esperienza passata.

Ci aspetta il difficile compito di assicurare che la competitività del nostro modello culturale condiviso e il tenore di vita dei nostri cittadini siano sostenuti a lungo termine e non vengano diminuiti. Mi sembra quindi che la più grande sfida che attende le relazioni transatlantiche sia quella di difendere la posizione della cultura più all’avanguardia sul pianeta. Grazie.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, il prossimo Vertice UE-USA si dimostrerà d’importanza storica e sostengo appieno l’iniziativa della Presidenza tedesca per un partenariato economico esteso tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, che attualmente rappresenta circa il 40 per cento del commercio mondiale, e in particolare l’ambizioso obiettivo del Cancelliere Merkel di un mercato transatlantico senza barriere entro il 2015 attraverso il riconoscimento reciproco delle stesse norme per varie industrie e servizi, in particolare nel settore finanziario.

Qualcuno in quest’Aula la definirebbe deplorevolmente una “rivalità” transatlantica piuttosto che un “partenariato”, perché considera l’Unione in competizione con gli Stati Uniti. Se davvero fosse così, l’America sarebbe nettamente vincente. Le sane prospettive a lungo termine della sua economia liberista sono in netto contrasto con il graduale declino dell’Unione europea in un mare di eccessiva regolamentazione, al quale dobbiamo porre rimedio prima che sia troppo tardi. Le relazioni UE-USA, come le relazioni UE-India – e a questo proposito sono molto lieto della visita al nostro Parlamento, più tardi in mattinata, del Presidente dell’India Kalam – sono un partenariato costruito sui nostri valori comuni di democrazia, diritti umani, libertà e sicurezza.

Sulla scena mondiale dovremmo essere grati agli Stati Uniti per essere disposti a sostenere un carico sproporzionatamente grande nella lotta contro il terrorismo globale, per la loro intransigenza di fronte all’acquisizione da parte dell’Iran di una bomba nucleare, che ora esige una risposta analoga dai governi dell’Unione europea. Gli Stati Uniti hanno preso l’iniziativa di chiedere l’imposizione di sanzioni al Sudan in relazione al genocidio nel Darfur e hanno contrastato le esportazioni di armi in Cina. L’America sta anche contribuendo a rendere l’Europa più sicura attraverso il suo spiegamento di missili e scudi antimissile, e ora sta lavorando con l’Unione per difendere i principi del Quartetto per una pace durevole arabo-israeliana. Il suo impegno con paesi come Georgia, Moldova, Bielorussia e Ucraina nel tentativo di risolvere conflitti congelati è altresì molto apprezzato.

Infine, insieme dobbiamo esortare la Russia a comportarsi in modo affidabile come fornitore di energia e a mantenere i suoi impegni per la democrazia e i diritti umani.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 
  
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  Erika Mann (PSE).(DE) Signor Presidente, vorrei soffermarmi soltanto su alcuni aspetti attinenti all’idea del mercato transatlantico. Spesso, ascoltando i deputati di questa Assemblea, si ha l’impressione che le relazioni tra Europa e Stati Uniti siano notevolmente tese, con l’aspettativa di una frustrazione permanente da una parte e di un costante entusiasmo dall’altra; ma questa non è una base solida per un partenariato. Abbiamo bisogno di un sano realismo, e vorrei quindi congratularmi con la Presidenza tedesca del Consiglio per avere accolto l’idea del mercato transatlantico, che il Parlamento aveva presentato in numerose risoluzioni, e, nel corso di molti anni, per aver svolto un grande lavoro con gli americani e anche, chiaramente, con varie Presidenze del Consiglio e con la Commissione. Desidero quindi ringraziare tutti coloro che hanno partecipato a tale lavoro.

E’ di questo sano realismo che avremo bisogno in futuro, insieme a un modello, un ambiente normativo, nel quale possa essere migliorata la cooperazione economica tra le due parti, nel quale possiamo lavorare insieme in maggior misura e guardare insieme al futuro; tuttavia, l’obiettivo di tale processo non è l’uniformità, bensì che le due aree economiche e le due società continuino a svilupparsi lungo linee autarchiche. Il futuro porterà controversie tra noi, ma ciò dipende intrinsecamente dal fatto che non costituiamo un unico spazio economico, ma abbiamo differenze in molti settori. Tuttavia, abbiamo bisogno di questo sano pragmatismo, e spero che le future Presidenze del Consiglio e la Commissione si diano da fare e si sforzino di coltivarlo in molti settori.

E’ altresì chiaro che non si tratta solo di economia; questo modello ha ripetutamente ricevuto sostegno in molti dialoghi su temi che variano dalla protezione dei consumatori ai sindacati, ed è sostenuto ampiamente da tutta la società. Aggiungerei che è semplicemente ragionevole che i deputati al Parlamento europeo siano coinvolti nel lavoro di cooperazione, la qual cosa è, peraltro, indispensabile se vogliamo sviluppare un modello adeguato per il futuro. Non credo vi sia alcun motivo che giustifichi la preoccupazione espressa da alcuni colleghi secondo cui i paesi in via di sviluppo potrebbero esserne danneggiati; tale idea è assurda, perché, al contrario, tramite la cooperazione li aiuteremo, invece di dividerli.

 
  
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  Sophia in ’t Veld (ALDE).(NL) Signor Presidente, l’Unione europea ha ragione a criticare il metodo applicato dall’amministrazione Bush nella lotta contro il terrorismo, ma questo non è un segno di antiamericanismo come inducono a pensare alcune aspre critiche, vane e di cattivo gusto, fatte in quest’Aula, perché la critica all’amministrazione di Bush e al modo in cui calpesta i diritti umani è di gran lunga più forte negli stessi Stati Uniti che qui in Europa. Comunque, non è sufficiente lamentarsi degli Stati Uniti che impongono la loro politica all’Europa o esprimere la nostra disapprovazione a tale riguardo. Invece di lamentarsi, l’Unione europea dovrebbe decidersi a parlare con una sola voce, perché soltanto così possiamo far prevalere i nostri principi. Dobbiamo essere un partner forte e credibile nel dialogo con gli Stati Uniti, perché protestare con 27 voci stridule non farà nessuna impressione. Vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che sono gli stessi Stati Uniti, e non gli europei, ad aver denunciato gli scandali delle consegne straordinarie della CIA, lo scandalo SWIFT, le intercettazioni telefoniche illegali, o il cattivo uso da parte dell’FBI delle Lettere di sicurezza nazionali.

Infine, sono favorevole a unire le forze con gli americani, a condizione che ciò non avvenga all’interno di piccoli gruppi antidemocratici dediti ad attività di spionaggio, di cui è un esempio il gruppo di contatto di alto livello, ma semplicemente seguendo procedure democratiche.

 
  
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  Mario Borghezio (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Presidenza tedesca ha apportato un clima migliorato nelle relazioni transatlantiche e un fortissimo impegno contro il terrorismo. Tutto questo contrasta, ad esempio, con la politica di uno Stato membro, vale a dire la politica estera del governo Prodi-D’Alema, una politica ambigua, pericolosissima e forse addirittura suicida. Un governo che è amico degli Hezbollah e che dialoga con Hamas, per non parlare del sostegno dato a Chávez e a Morales, nonché dell’ambigua trattativa condotta con i talebani per la liberazione di un giornalista. Tutto ciò contrasta con il miglioramento delle relazioni transatlantiche e rende ambigua anche la politica europea.

Io credo che l’Europa dei popoli che noi cerchiamo di rappresentare non voglia certo la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti in tutti i campi, per esempio per quanto riguarda gli OGM, la politica commerciale e il dossier della Turchia, sul quale invitiamo gli Stati Uniti a riflettere maggiormente. Penso invece che le relazioni dell’Europa con gli Stati Uniti vadano inserite nell’ambito di una politica di piena solidarietà, fiducia reciproca e lealtà, secondo la visione di Edmund Burke, perché quello che ci lega sono i valori profondi con l’America profonda, vera e reale, che è ancorata alla sua tradizione, ai suoi valori storici e religiosi e culturali.

 
  
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  Georgios Karatzaferis (IND/DEM). (EL) Signor Presidente, non molto tempo fa Bush, riferendosi direttamente all’Europa, ha detto: “Chi non è con me è contro di me”. Neanche Hitler aveva detto una cosa simile.

Adesso dimentichiamo le parole di questo ricattatore e gli corriamo dietro implorandolo di concederci la sua cooperazione? Il Congresso ha votato una risoluzione simile a nostro favore? E’ possibile che abbiamo dimenticato la condotta di questa persona e di questa nazione con i suoi voli segreti sull’Europa? Che tipo di cooperazione stiamo cercando per l’industria e l’economia europea, se l’America è spietata? Le nostre industrie si attengono alle normative di Kyoto, mentre quelle americane non le rispettano. Come potrà esservi cooperazione? Come potrà esservi cooperazione quando noi abbiamo una valuta “costosa” e non possiamo esportare nulla, mentre gli americani possono farlo?

Se vogliamo realizzare la cooperazione, in un ambiente commerciale transatlantico, dobbiamo ragguagliare le due valute. Non possiamo permetterci questo lusso. Soltanto i prodotti statunitensi sono venduti in tutto il mondo. Se davvero vogliamo vedere realizzati i sogni dell’Europa, cioè libertà, democrazia e relazioni internazionali, dovremmo chiedere le dimissioni di Wolfowitz e di Bush.

 
  
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  Jonathan Evans (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, come presidente del Dialogo transatlantico dei legislatori (TLD), martedì della settimana scorsa ho avuto l’onore di guidare la delegazione del Parlamento nella missione di riferire al Congresso a Washington riguardo ai risultati raggiunti dalla commissione temporanea sul presunto utilizzo di paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri. Abbiamo ricevuto una risposta forte dal presidente del sottocomitato per le organizzazioni internazionali Delahunt, rappresentante del Massachusetts al Congresso, che non solo ci ha dato il suo appoggio, ma ha anche ringraziato il Parlamento per il lavoro svolto sulla questione.

Era la prima volta che si svolgeva una riunione di tal genere, in questo caso della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni sotto l’egida del TLD e nella sede del Congresso. Come ha detto il nostro relatore, l’onorevole Fava, ai colleghi americani, grande merito va al Congresso perché è stato il primo organo parlamentare a chiedere alla commissione del Parlamento di condividere e discutere i risultati della sua inchiesta. Le nostre critiche sono state dirette anche a governi europei e parlamenti nazionali, che sinora non hanno seguito l’esempio del Congresso.

Come ho detto al Congresso, siamo alleati che condividono valori comuni di libertà, democrazia e Stato di diritto, ma nel promuovere questi valori altrove nel mondo dobbiamo fare in modo che siano rispettati nei nostri stessi paesi. Io spero che questa iniziativa del Congresso, sotto l’egida del TLD, sarà ripresa da altre commissioni del Parlamento europeo nelle settimane e nei mesi a venire.

Questo fine settimana guiderò una piccola delegazione del Parlamento, che sarà a Washington per discussioni di alto livello a margine del Vertice UE-USA di lunedì. So che il Consiglio e la Commissione reputano prioritario migliorare significativamente la profondità e la regolarità del dialogo tra legislatori transatlantici. In preparazione del Vertice sono emerse numerose idee; dovremo aspettare fino a lunedì per vedere quante di esse avranno successo. Ma è cruciale che la dichiarazione del Vertice esprima chiaramente la necessità di un dialogo più intenso.

Concludo osservando che è degno di nota che i tre presidenti Barroso, Bush e Merkel terranno una conferenza informativa formale con il Dialogo transatlantico delle imprese e con amministratori delegati di imprese mondiali, ma non hanno ancora previsto una riunione con i legislatori degli Stati Uniti e dell’UE. Spero che rimedieranno a questa omissione nei futuri vertici.

 
  
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  Presidente. – Buona fortuna per la sua delegazione, onorevole Evans.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ricordo bene uno dei primi discorsi del Presidente Barroso, in cui disse che dovevamo trattare con gli Stati Uniti da pari a pari, e penso che ciò sia assolutamente giusto. C’è bisogno di un partenariato economico. Sono pienamente favorevole alla creazione di un mercato comune che riconosca le norme internazionali generalmente accettate, come quelle dell’OMC.

Quello che non è accettabile, tuttavia – e vi si è già accennato – è che l’America, o in ogni caso l’amministrazione Bush, cerchi talvolta, e di recente con più frequenza, di aggirare le risoluzioni delle Nazioni Unite e altre regole esercitando pressioni sulle imprese europee e dicendo loro come comportarsi.

Si è già accennato a un caso specifico di questo comportamento in Austria, dove i nuovi proprietari della BAWAG, un’importante banca austriaca, sono costretti a interrompere tutte le operazioni commerciali con cittadini cubani, il che è scandaloso: non spetta al governo americano decidere come le banche europee devono condurre i loro affari, come non spetta a noi imporre decisioni simili alle loro omologhe americane. Mi aspetto pertanto che la Commissione o il Consiglio facciano chiaramente sentire la loro voce su questo punto.

Di fatto ho avuto una risposta perfettamente chiara dalla Commissione su un’altra questione collegata, ma la risposta giunta dal Segretariato del Consiglio è stata piuttosto vaga. Qui serve una posizione chiara e non ambigua in modo da non soffiare sul fuoco dell’antiamericanismo, ma da mantenere invece relazioni buone e corrette tra l’Europa e l’America.

Potrei aggiungere che a mio parere Wolfowitz dovrebbe ritirarsi; coloro che lottano contro la corruzione non possono avere scheletri negli armadi, e questa è un’altra cosa che l’Unione europea e gli Stati Uniti devono risolvere congiuntamente.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, è positivo che si riconosca su entrambe le sponde dell’Atlantico che occorre ricostruire i ponti della cooperazione. Valori comuni e una storia condivisa sono rimasti sinora la base delle relazioni transatlantiche. Dobbiamo riconoscere, comunque, che non possiamo sopravvivere soltanto grazie agli elogi e ai conseguimenti passati.

Durante e dopo la Seconda guerra mondiale eravamo uniti da una visione comune dei diritti umani. Oggi penso che dobbiamo chiedere cosa è accaduto a quella visione comune. Se vogliamo vincere la lotta contro il terrorismo non dovremmo sacrificare i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini, e spero che anche questo punto sia discusso al Vertice.

Le elezioni del Congresso tenute l’autunno scorso hanno annunciato un clima nuovo, e la proposta di invitare Nancy Pelosi a parlare qui al Parlamento europeo vale la pena, a mio parere, di essere sostenuta, nell’ottica di rafforzare i ponti della cooperazione tra il Parlamento europeo e il Congresso.

 
  
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  Miloslav Ransdorf (GUE/NGL).(CS) Grazie, signor Presidente. La situazione attuale in Iraq dimostra che aveva ragione il pensatore statunitense Santayana quando disse che coloro che non imparano dalla storia sono condannati a ripeterla.

Quando si trattò di attaccare l’Iraq, alcuni paesi come la Francia, la Germania e il Belgio rifiutarono di avere alcuna parte all’impresa. Il ministro della Difesa Rumsfeld all’epoca distinse tra nuova e vecchia Europa e guardò di mal occhio paesi come la Francia e la Germania. In realtà, i paesi che hanno sostenuto l’attacco all’Iraq erano i paesi della vecchia Europa. Erano i paesi che di fatto aderivano alle tradizioni delle guerre coloniali e all’arroganza del potere.

Mi sembra che la nuova Europa sia basata su idee di tolleranza, dialogo e comprensione reciproca tra civiltà, senza perdere di vista i grandi conseguimenti del nostro continente. Mi sembra che se oggi l’Unione europea è la voce della ragione e della dignità umana nel mondo, possiamo sperare che anche gli Stati Uniti si alleeranno alla voce della ragione e della dignità umana dopo le prossime elezioni presidenziali.

 
  
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  Paul Marie Coûteaux (IND/DEM).(FR) Signor Presidente, ciò che sentiamo da questa mattina sulle cosiddette relazioni transatlantiche – espressione molto fallace perché le nostre capitali intrattengono relazioni molto varie con gli Stati Uniti – non ci rassicura.

In realtà, questa espressione nasconde senza riuscirci una relazione di subordinazione che, per di più, mi sembra stia aumentando. Cediamo su tutto. Che si tratti della trasmissione di dati personali per diversi motivi, che si tratti di queste stupefacenti rinunce alla sovranità, vergognose per tutta l’Europa, che sono le prigioni segrete della CIA e altri affari di questo genere, troppo presto dimenticati, che si tratti della nostra compiacenza ad accettare l’espressione stessa “comunità internazionale”, che non significa altro che la coorte dell’impero e dei suoi complici, o ancora che si tratti in generale del posto, del resto troppo misconosciuto, che occupa l’ambasciata degli Stati Uniti negli organi centrali dell’Unione, queste relazioni celano senza riuscirci interessi diversi, principi diversi, visioni del mondo diverse.

Invito gli Stati membri a mostrare nei confronti di Washington, come la Francia tenta di fare, anche se con risultati incerti, un po’ più di dignità e di spirito di indipendenza per il bene di tutta l’Europa.

 
  
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  Alexander Radwan (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, parlo oggi in particolare a nome della commissione per i problemi economici e monetari e sul tema dei mercati finanziari, in cui noi europei siamo già coinvolti, da molto tempo, in una rete internazionale, e transatlantica, di relazioni. Perciò, avendo esperienza pratica di tali questioni, parlerò anche di un progetto di cooperazione economica che coinvolge l’Europa e l’America e che noi accogliamo con favore e sosteniamo.

In particolare per quanto concerne la legislazione, abbiamo alcune riserve e qualche esperienza, che potrei sintetizzare menzionando Basilea II e AFAS; vorrei rivolgere le mie osservazioni in particolare al Consiglio, poiché posso dire al Ministro Gloser che dobbiamo assicurarci, nell’affrontare questo tema, che le prerogative del Parlamento europeo e i diritti dell’Europa siano trattati alla pari con quelli degli americani quando si tratta di stabilire le regole, poiché ciò che è accaduto con Basilea II era che gli americani alla fine hanno deciso di non attuare il pacchetto.

Dobbiamo anche considerare la questione della normativa, di quale normativa è applicata e dove; c’è bisogno che citi Sarbanes-Oxley? In più occasioni abbiamo sollevato con la Commissione le conseguenze dell’incursione del newest stock exchange in Euronext. Le normative saranno americane? Sinora la Commissione ha detto che a decidere della questione sarà il mercato dei capitali.

La BAWAG ci dà un esempio contemporaneo di come la normativa americana intervenga direttamente nel mercato europeo allo scopo di sganciarlo dalle regole europee, e la Commissione deve affermare in modo chiaro e inequivocabile la propria opposizione e chiedere spiegazioni. Lo stesso vale ovviamente, Presidente Gloser, per il Consiglio, e le ricorderei il caso SWIFT: anche in quel caso la normativa europea è stata costretta a piegarsi a quella americana.

Esorto la Commissione a fare finalmente qualcosa sugli hedge fund, dove si sta verificando un’invasione americana, e se ne sta discutendo a livello nazionale. Si tratta di un problema globale, in espansione; la Commissione mantiene un silenzio assoluto sull’argomento e il Commissario responsabile dice regolarmente: “il mercato è così”.

Quando si uniscono sforzi cooperativi internazionali, è particolarmente importante evitare di erodere il controllo parlamentare, e dicendo questo penso in particolare al Consiglio. Penso alle discussioni di comitatologia e ai comportamenti antidemocratici dei ministeri degli Esteri in Europa quando insisto perché il Parlamento sia consultato a tempo debito sui futuri progetti di questo genere, invece di essere informato del fatto compiuto.

 
  
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  Martine Roure (PSE).(FR) Signor Presidente, la settimana scorsa la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni ha inviato una delegazione, che si è rivelata molto utile, per affrontare le questioni dell’esenzione dall’obbligo del visto e della protezione dei dati, anche riguardo al negoziato di un accordo sul PNR e ai problemi posti da SWIFT. E’ deplorevole che, per ottenere risposte alle domande che avevamo posto senza risultato alle nostre Istituzioni, siamo dovuti andare a Washington.

Per il Parlamento europeo, è indispensabile distinguere i negoziati sul programma di esenzione dall’obbligo del visto da quelli sul PNR. Gli Stati esclusi dell’esenzione del visto subiscono un ricatto. Su questi due argomenti, non è accettabile alcun negoziato bilaterale; possono essere considerati solo accordi a livello di Unione europea. I cittadini statunitensi sono protetti dalla legislazione europea in materia di protezione dei dati, ma la legislazione degli Stati Uniti esclude gli europei e non consente loro alcun ricorso.

Dunque, a mio parere, l’Europa deve proporre un negoziato per un accordo globale sullo scambio e la protezione dei dati personali con gli Stati Uniti. Abbiamo il dovere di proteggere i dati dei nostri cittadini.

 
  
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  Jerzy Buzek (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, oggi gli Stati membri dell’Unione europea oscillano tra due estremi: o un atteggiamento freddo e distante verso gli Stati Uniti, o un totale sostegno che ignora gli interessi europei. Nessuno dei due costituisce l’atteggiamento corretto. La risposta all’eterna domanda – più concorrenza o più collaborazione con gli Stati Uniti? – è chiara. Nel mondo odierno, una cooperazione informata e saggia è l’unica opzione possibile sia per gli Stati Uniti che per l’Unione europea.

Cominciamo con una cooperazione chiara e completa nel settore commerciale e nella tecnologia. Non c’è nessun bisogno di ripetere ricerche che siano già state fatte sulla sponda opposta dell’Atlantico – noi siamo più avanzati per quanto riguarda le energie rinnovabili, per esempio, e gli Stati Uniti nelle tecnologie pulite per l’uso del carbone.

Apriamo completamente i nostri mercati gli uni agli altri e allo scambio di tecnologie. Collaboriamo più ampiamente nel settimo programma quadro europeo e nella National Science Foundation americana. Smettiamo di competere così caparbiamente per i mercati del petrolio e del gas. Accordiamoci per agire insieme. La diversificazione è importante per entrambi i lati dell’Atlantico.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE).(PL) Signor Presidente, le relazioni tra due importanti potenze mondiali come gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno sempre suscitato molta partecipazione non solo a causa del loro effetto sull’ordine internazionale, ma anche a causa della loro complessità e della gamma di questioni su cui influiscono.

Tutte le questioni sollevate nella risoluzione dovrebbero essere considerate importanti e dovrebbero essere discusse estesamente al prossimo Vertice. Il coinvolgimento di entrambi i partner nella cooperazione per rafforzare il mercato transatlantico è un aspetto molto positivo. Sono altresì d’accordo che queste relazioni hanno bisogno di nuovo slancio, e un modo per ottenerlo sarebbe aggiornare la nuova agenda.

Viviamo in un momento di enorme aumento della concorrenza internazionale ad opera di paesi come la Cina, l’India e la Russia. Per questa ragione migliorare la nostra cooperazione commerciale stabilendo una metodologia comune ed evitando discrepanze giuridiche è negli interessi dello sviluppo economico sia dell’Unione che degli Stati Uniti.

Vorrei anche richiamare l’attenzione su quello che è attualmente un punto morto importante nelle relazioni UE-USA: lo scudo di difesa missilistica. Dobbiamo stabilire pubblicamente se la questione dello scudo di difesa missilistica non debba essere soggetta a una decisione politica comune tra la NATO e l’Unione europea nel quadro di una politica estera e di sicurezza comune. Mentre sono d’accordo che dobbiamo sostenere gli Stati Uniti nella loro lotta contro il terrorismo e nella protezione della sicurezza mondiale, ciò non significa che dobbiamo permettere l’emergere di nuove linee di divisione in Europa. E tali divisioni continuano a operare all’interno dell’Unione europea, per esempio nel regime dei visti. I cittadini dei nuovi Stati membri e della Grecia sono ancora discriminati quando si tratta di entrare negli Stati Uniti. Chiedo che siano rispettati i principi di cooperazione leale e di non discriminazione.

 
  
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  Bogdan Klich (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, da molti anni ormai chiediamo che gli Stati Uniti aboliscano le restrizioni in materia di visti per i cittadini di alcuni Stati membri. Tuttavia, l’assenza di progressi ha suscitato una comprensibile frustrazione nei paesi interessati, tra i quali la Polonia. La politica statunitense in materia di visti non dovrebbe creare cittadini di prima e seconda classe in Europa permettendo a un gruppo di entrare negli Stati Uniti senza visto, mentre altri sono costretti a mettersi pazientemente in coda per ottenere il visto d’ingresso.

Dallo scorso dicembre, gli Stati Uniti dimostrano, comunque, una disponibilità ad apportare modifiche al Programma di esenzione dall’obbligo del visto. L’abbiamo sentito sia dal Campidoglio sia dai Dipartimenti di Stato e di Sicurezza. Dobbiamo cogliere questa occasione ed esortare gli Stati Uniti al prossimo Vertice ad agire concretamente per esonerare dall’obbligo del visto tutti i cittadini dell’Unione europea. Invito la Presidenza e la Commissione a compiere questo passo. Al tempo stesso dobbiamo assicurarci che lo scambio di dati personali dei passeggeri in viaggio verso gli Stati Uniti non violi le regole di protezione di dati.

 
  
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  Helmut Kuhne (PSE).(DE) Signor Presidente, voglio soffermarmi sull’annuncio fatto dal Presidente in carica del Consiglio che in occasione del Vertice verrà chiesto di estendere il programma di esenzione dall’obbligo del visto a tutti i cittadini dell’Unione europea. E’ un annuncio molto importante, poiché in tal caso tutti i cittadini dell’Unione europea potranno sperimentare gli effetti pratici della politica europea, e la divisione che esiste fra loro a tale riguardo, alla quale è stato fatto riferimento, potrà essere eliminata.

Passando alla politica di sicurezza, noi europei possiamo assolutamente essere orgogliosi del fatto che l’approccio politico che abbiamo proposto – con una combinazione di diplomazia, pressione e offerte all’Iran – ora è divenuto la politica concordata dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, ed è questo approccio che ha unito la comunità internazionale, diversamente da altri che l’avevano divisa.

Tuttavia, se c’è una politica sulla quale tutti sono d’accordo, sorge spontanea una domanda in relazione al programma antimissile, al quale molti hanno già fatto riferimento, poiché, se siamo convinti che l’approccio comune avrà successo, la questione da risolvere prima di qualsiasi discussione sul collocamento dei missili e su chi debba parteciparvi è perché, se è possibile convincere l’Iran a rinunciare agli armamenti nucleari con mezzi pacifici e con il negoziato, sia così necessario prendere nell’immediato una decisione sul posizionamento di questi missili. Dato che sinora non ho sentito nulla dai partecipanti alla presente discussione sulla politica di sicurezza che risponda a tale domanda, sarei molto lieto se la questione fosse iscritta all’ordine del giorno.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, come ha detto il Cancelliere Merkel, abbiamo bisogno di un nuovo partenariato economico ambizioso tra gli Stati Uniti e l’Unione europea, ma questo deve andare di pari passo con un nuovo ambizioso partenariato ambientale.

Si è registrato un accordo transatlantico alla recente riunione dei ministri dell’Ambiente del G8, quando si sono detti d’accordo con la relazione scientifica sottoposta a revisione tra pari di 2 500 scienziati del mondo, secondo cui il cambiamento climatico indotto dall’uomo sta accelerando e ha conseguenze non solo per l’ambiente naturale ma anche per la crescita e lo sviluppo economico, per i livelli di povertà globale, per la sicurezza internazionale e per gli approvvigionamenti di energia. E’ stato convenuto unanimemente che il cambiamento climatico richiede “un’azione pronta” e “risposte politiche rapide e decise”. Si è registrato un minore accordo, purtroppo – ma di questo non siamo sorpresi – su quali dovrebbero essere tali risposte politiche. Il punto 16 della nostra proposta di risoluzione sottolinea la delusione per il fatto che gli Stati Uniti hanno rifiutato di avanzare su questioni come gli obiettivi delle emissioni e la creazione di sistemi globali di scambio delle emissioni di carbonio.

Comunque, con la relazione Stern, le recenti elezioni negli Stati Uniti, la relazione IPCC e l’aumento delle richieste da parte dei cittadini su entrambi i fronti, mi sembra che il dialogo transatlantico e la cooperazione sul cambiamento climatico stiano di fatto aumentando e che condurranno e devono condurre a un accordo per il periodo post-Kyoto 2012 che includa gli Stati Uniti.

 
  
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  Adrian Severin (PSE).(EN) Signor Presidente, vengo da quella parte dell’Europa dove l’America era, ed è ancora, considerata una potenza europea.

Non c’è problema globale, dal Medio Oriente ai Balcani, dall’energia al cambiamento climatico, che non possa essere risolto se l’Unione europea e gli Stati Uniti agiscono insieme. Questo dovrebbe essere il principio fondamentale sul quale costruire il partenariato transatlantico.

I concetti democratici e la retorica degli Stati Uniti e dell’Unione europea spesso differiscono, ma sono semplicemente due dialetti della stessa lingua, e questa lingua è radicata negli stessi valori fondamentali. Dobbiamo fondarci su questo fatto, e durante il Vertice dobbiamo insistere che i nostri amici americani ritornino al principio “insieme quando possibile, da soli quando è necessario” e abbandonino il principio sempre più diffuso “da soli quando è possibile, insieme quando è necessario”.

Uno dei problemi del dialogo transatlantico è che non parliamo con una sola voce. Un problema parallelo è che spesso non riconosciamo a sufficienza l’esistenza di scuole di pensiero diverse in America. Dobbiamo incoraggiare coloro che vogliono ritornare al realismo e scoraggiare la continuazione dell’unilateralismo neoconservatore.

Se vogliamo riuscire in questo tentativo, dobbiamo agire per eliminare asimmetrie e disparità in termini di ricerca, miglioramento tecnologico e spesa per la sicurezza.

Infine, dobbiamo lodare le idee ambiziose della Presidenza tedesca su un partenariato transatlantico. E’ ora di lavorare per una zona di libero scambio transatlantica che possa aprire la strada a una cooperazione transatlantica istituzionalizzata. Abbiamo bisogno di più partenariato e meno rivalità.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, è risaputo che l’Unione europea e gli Stati Uniti sono attori chiave nella politica commerciale mondiale. Come membro della commissione per il commercio internazionale, vorrei dire che l’intesa tra i due partner, con relazioni armoniose e funzionali, conduce a risultati positivi non solo a livello bilaterale. Gli effetti positivi sono trasferiti al sistema generale multilaterale di scambi commerciali, influenzando l’equilibrio commerciale su scala mondiale, non in termini di potere politico ma in termini di interdipendenza economica.

Più rafforziamo la convergenza tra commercio e politica, più diverranno visibili gli effetti della cooperazione economica e politica internazionale. Le voci contrarie al sistema commerciale multilaterale nel quadro dell’OMC lasciano spazio alla frammentazione del sistema commerciale mondiale e non lasciano alternative a un ritorno al bilateralismo.

Onorevoli colleghi, le discipline dell’OMC tollererebbero un importante mercato libero euro-atlantico, che attualmente rappresenta il 40 per cento del commercio mondiale? Quali sarebbero le conseguenze per altri paesi, specialmente quelli in via di sviluppo?

 
  
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  Richard Falbr (PSE).(CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in tutta la loro storia, i pompieri cechi sono entrati in conflitto con due concetti della politica estera degli Stati Uniti, vale a dire il concetto di faro e il concetto di crociata. La dottrina di Monroe del 1823 e le azioni di Roosevelt nel 1904, in altre parole il diritto di intervenire e gli interventi compiuti nei Caraibi – Haiti, Panama, Repubblica Domenicana, Cuba e Guatemala – sono illustrazioni significative di una dottrina vecchia di un secolo che ora è stata riesumata. Sin dall’importante Vertice NATO a Washington all’epoca del bombardamento della Serbia, è risultato chiaro che gli Stati Uniti possono andare avanti per la loro strada senza il Consiglio di sicurezza e senza la NATO.

E’ emersa la globalizzazione dell’intervento militare, parallelamente alla globalizzazione economica. L’amministrazione Bush è tornata indietro di cento anni. Non può continuare così. Occorre ricordare agli Stati Uniti che “il diritto internazionale non deve essere disprezzato, la tortura è uno strumento che non produce risultati credibili; e la democrazia non può e non deve essere esportata usando le baionette”.

Io dico sì alle relazioni transatlantiche, ma su un piano di parità, senza i comportamenti tipicamente servili mostrati da alcuni dei nuovi Stati membri.

 
  
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  Antonio Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi in Italia si celebra la Festa della liberazione nazionale, la fine della dittatura e della guerra. Tuttavia, non potremmo ricordare il 25 aprile 1945 se non ci fosse stato anche il sacrificio di migliaia e migliaia di giovani americani. Senza l’impegno degli Stati Uniti, l’Europa non avrebbe potuto sconfiggere, dopo il nazismo, anche il comunismo.

Nel parlare di relazioni transatlantiche non possiamo dimenticare chi si è battuto per la nostra libertà perché condivide i valori fondamentali della nostra società occidentale. E’ per questo motivo che le relazioni con la più importante democrazia del mondo devono rappresentare un cardine della politica europea, dalla lotta al terrorismo e per la sicurezza a quella contro il narcotraffico, dalla ricerca della libertà energetica alla questione dei cambiamenti climatici.

In questo contesto, l’Europa deve sostenere la proposta Merkel che punta alla creazione di una zona di libero scambio transatlantico. Sono altresì convinto che la nascita di un futuro esercito europeo non debba essere in contrasto con la NATO, strumento utile per l’ONU e per la sicurezza di tutti quanti noi.

Tuttavia, come l’Europa ha bisogno dell’America, l’America non può fare a meno di un’Europa forte, capace di essere interlocutore leale, credibile e affidabile nonché protagonista indispensabile nella difesa dei valori comuni sui quali si fondano le nostre democrazie e la democrazia degli Stati Uniti.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, anche se, in considerazione dell’orario, intendo essere molto breve, desidero innanzi tutto ringraziarvi per questa discussione vivace e franca.

Un punto essenziale che è emerso dal dibattito è che è meglio parlarsi che parlare l’uno dell’altro. Risulta evidente dai contatti mantenuti tra i deputati al Parlamento europeo e i membri del Congresso degli Stati Uniti che il dialogo è l’unico modo per imparare gli uni dagli altri e per comprendersi meglio.

Le relazioni transatlantiche erano importanti in passato e saranno importanti in futuro, in particolare in considerazione delle sfide che nell’Unione europea ci troviamo ad affrontare insieme: le questioni relative all’energia e al cambiamento climatico ma anche, per esempio, la lotta contro il terrorismo internazionale. Le nostre relazioni con altri importanti attori economici dimostrano che tutte queste cose le possiamo fare soltanto insieme e non in opposizione l’uno all’altro. Prima l’onorevole Mann ha detto che non serve a nulla né l’eccessivo entusiasmo né la frustrazione, e il pragmatismo al quale avete fatto riferimento è il modo giusto di affrontare le cose, perché il pragmatismo è vitale in qualsiasi dialogo in corso con gli Stati Uniti.

Sono state mosse alcune critiche su questioni di sicurezza che sono rilevanti non solo per gli Stati Uniti ma anche per l’Unione europea, come le norme sulla protezione dei dati, i dati dei passeggeri e la questione SWIFT. Tali questioni sono affrontate apertamente, senza elusioni, e la Commissione e la Presidenza hanno già affermato chiaramente che tutte saranno sollevate con gli americani. Vorrei mettere in evidenza ancora una volta la questione dell’esenzione dall’obbligo del visto. All’interno dell’Unione europea non vi devono essere differenze di trattamento quando si tratta di decidere chi potrà entrare negli Stati Uniti senza visto; tale possibilità deve essere aperta ai cittadini di tutti gli Stati membri dell’Unione europea, poiché è con quest’ultima che gli USA devono trattare.

Forse posso soffermarmi su alcuni altri commenti critici. Io credo che l’Unione europea sia riuscita, in certi conflitti internazionali, ad abbandonare l’unilateralismo e a orientarsi verso una forma di multilateralismo, ed è così che l’Unione europea è riuscita a coinvolgere l’America nelle sue iniziative riguardo all’Iran, che hanno anche comportato consultazioni e cooperazione con la Cina e la Russia. In questo stesso modo sono stati compiuti altri passi importanti. So che gli onorevoli deputati non sono soddisfatti di ciò che è stato realizzato sinora per quanto riguarda il Medio Oriente, ma, all’indomani del conflitto tra il Libano e Israele, si propugnava con entusiasmo una nuova mobilitazione del Quartetto per il Medio Oriente, e affrontare tali questioni in tandem con l’America dà un importante contributo. Spero che questo Vertice che coinvolge sia l’Unione europea che gli Stati Uniti condurrà alla definizione di una base sostenibile per la futura discussione di questioni critiche. Un’alleanza o una relazione non deve considerarsi pregiudicata soltanto perché vi sono punti controversi al suo interno.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, la presente discussione è stata ovviamente abbastanza approfondita e mi prendo la libertà di parlare un poco più a lungo del solito. Sono emerse numerose e interessanti argomentazioni e ritengo giusto rispondervi in modo adeguato.

Accolgo con favore il parere del Parlamento secondo cui dovremmo lavorare insieme agli Stati Uniti al fine di trovare soluzioni multilaterali alle sfide che dobbiamo affrontare insieme: sono pienamente d’accordo. Vi assicuro che stiamo lavorando molto intensamente affinché la dichiarazione che emergerà dal Vertice UE-USA esprima in termini estremamente chiari la nostra determinazione comune a rafforzare il potere delle Nazioni Unite e a dotarle degli strumenti di cui ha bisogno per svolgere i suoi compiti.

Al Vertice UE-USA continueremo a esortare gli Stati Uniti a ricorrere in modo preferenziale alle Nazioni Unite per risolvere le crisi come quelle in Iran, nel Sudan e in Afghanistan e, naturalmente, a seguire l’approccio del Quartetto nel processo di pace in Medio Oriente.

Un altro esempio è quello del cambiamento climatico: l’approccio multilaterale è l’unico modo per affrontarlo in modo efficace. Al Vertice ci sforzeremo di assicurarci l’appoggio americano per l’avvio dei negoziati su un quadro globale nel corso dei colloqui organizzati dalle Nazioni Unite a Bali (Indonesia) a dicembre.

La Commissione ha costantemente sostenuto gli sforzi delle varie Presidenze del Consiglio di ricordare agli Stati Uniti il nostro dovere di sostenere in modo incondizionato l’applicazione del diritto internazionale alle questioni umanitarie e riguardanti i diritti umani. Vi rammento che è stata l’Unione europea, al Vertice del 2006, a indurre il Presidente Bush a dichiarare di voler vedere chiuso Guantánamo e i detenuti rimasti portati dinanzi a un tribunale o messi in libertà. Le preoccupazioni che avete espresso sono state fra le principali ragioni per l’avvio del dialogo della troika dell’Unione europea con il consulente legale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Accolgo altresì con favore l’idea di un dialogo migliorato tra i deputati al Parlamento europeo e i membri del Congresso degli Stati Uniti. Il dialogo tra i parlamentari di entrambe le parti costituisce un importante pilastro delle relazioni tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. La Commissione non ha lesinato gli sforzi per assicurare la stretta partecipazione delle istituzioni legislative alle relazioni transatlantiche e, in particolare, ha avviato tra loro il dialogo transatlantico. I membri di queste istituzioni potrebbero mettersi in una posizione ancora più forte se tenessero la loro riunione annuale al massimo livello immediatamente prima del Vertice UE-USA, come è la prassi per il dialogo economico transatlantico.

Come fa sempre, quest’anno la Commissione ha cercato di indurre i nostri partner americani a coinvolgere gli organi legislativi negli eventi a margine del Vertice; da quanto ne so, l’attuale piano degli americani è invitare i rappresentanti del TLD a una conferenza informativa di funzionari di alto livello dell’Unione europea e degli Stati Uniti nel pomeriggio dopo il Vertice.

Il nostro obiettivo è che, nel quadro del nuovo accordo strategico sulla promozione di relazioni economiche bilaterali, venga nominata una figura politica in rappresentanza di ciascuna parte per portare avanti il processo del Vertice UE-USA, e abbiamo suggerito agli Stati Uniti che queste persone o contatti, come sono definiti, siano informati da un piccolo gruppo informale composto da persone scelte tra i membri di organi legislativi, associazioni di imprese e gruppi di consumatori.

I nostri obiettivi condivisi riguardanti lo sviluppo e l’utilizzo di energie ecologiche coprono, a medio termine, limitandosi alla loro promozione, l’uso di carbone in larga misura esente da emissioni, lo sviluppo e l’uso di fonti di energia rinnovabili – i biocarburanti in particolare – e la promozione dell’efficienza energetica; in ciascuna di queste aree ci sforzeremo di fissare obiettivi qualificabili sia per l’Unione europea che per gli Stati Uniti. L’Unione lavorerà sulla base della piattaforma strategica concordata alla riunione del Consiglio europeo del 9 maggio.

Passando alla questione dei visti, devo sottolineare che l’impegno dell’amministrazione statunitense a riformare il sistema è da apprezzare, anche se, poiché sarebbe prematuro, al momento attuale, adottare una posizione sulla riforma del programma degli Stati Uniti in materia di visti, dobbiamo attendere di vedere il contenuto del documento finale, che il Congresso degli Stati Uniti potrebbe approvare già prima dell’estate. Soltanto allora la Commissione sarà in condizione di giudicare se il nuovo programma rappresenti un progresso in termini di maggiore reciprocità tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.

La nostra posizione, che è stata chiara sin dall’inizio, è che tutti i cittadini dell’Unione devono poter entrare negli Stati Uniti senza visto, esattamente come per i cittadini statunitensi è possibile entrare senza visto nell’Unione europea. Abbiamo sollevato ripetutamente tali questioni a tutti i livelli con gli Stati Uniti e abbiamo chiesto che il programma di esenzione dall’obbligo del visto sia esteso a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, garantendo così parità di trattamento per tutti i cittadini dell’UE.

I negoziati sui dati dei passeggeri delle compagnie aeree sono cominciati a Washington il 26 febbraio e ci aspettiamo di poterli concludere entro la fine di luglio, vale a dire entro la scadenza prevista dell’attuale accordo sui dati PNR. Abbiamo avuto ulteriori colloqui costruttivi la settimana scorsa con gli Stati Uniti, sui quali forse il Vicepresidente Frattini sarà in grado di fornirvi informazioni più particolareggiate.

Miriamo anche ad assicurare analoghe misure di sicurezza per SWIFT al fine di garantire che i dati dei cittadini europei siano protetti adeguatamente negli Stati Uniti, e stiamo continuando a lavorare con gli Stati Uniti per concordare a lungo termine una serie di principi generali di protezione dei dati. Il dialogo tra gli esperti di entrambe le parti è stato finora fruttuoso, ma non siamo ancora giunti a negoziare un accordo formale.

E’ stato fatto riferimento anche alla questione dello scudo missilistico. Su questo tema approvo ciò che ha detto Javier Solana al Parlamento il 29 marzo, vale a dire che l’Unione europea non è un’alleanza difensiva e che, ai sensi dei Trattati, la sovranità in questo settore rimane agli Stati membri, anche se va detto che ciò non significa che l’UE sia completamente estranea alla questione. In considerazione del fatto che l’Unione possiede una politica estera e di sicurezza comune e una politica di sicurezza e di difesa e che potrebbero essere coinvolte questioni di interesse comune, tra cui le relazioni tra l’Unione europea e la Russia, mi sembra importante trovare l’occasione per un dibattito su questo tema a livello di Unione.

Il caso BAWAG è interessante, ma la Commissione non ha ancora alcuna informazione sul fatto che la BAWAG abbia davvero adottato tale provvedimento; se avesse deciso di agire così, la Commissione avrebbe dovuto esserne informata, poiché questo genere di extraterritorialità non è accettabile ai sensi delle nostre leggi. I fatti del caso sono ancora poco chiari, ma le normative dell’Unione europea non consentono, in generale, tali misure né un’extraterritorialità di tal genere.

L’espressione “contatti economici” non deve essere intesa come mera deregolamentazione, ma piuttosto come la risoluzione di questioni di interesse comune in modo che si possa utilizzare realmente il potenziale economico su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Sono sicuro – e tale convinzione è riflessa anche nella presente discussione – che le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione europea e le questioni di interesse comune che condividono sono estremamente importanti e che non esistono per l’Europa relazioni di maggiore importanza. Non esiste praticamente nessuna questione rilevante in cui l’Europa e gli Stati Uniti non hanno un interesse e un coinvolgimento comune, perciò – come è stato altresì espresso chiaramente – dovremmo rivolgerci gli americani da pari a pari e coinvolgerli in un dialogo veramente razionale, senza mai perdere di vista, così facendo, i nostri valori comuni europei.

 
  
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  Presidente. – Signor Commissario, grazie per gli sforzi compiuti per abbreviare quello che era palesemente un discorso molto più lungo.

Comunico di avere ricevuto sette proposte di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa. La votazione si svolgerà in un momento successivo della giornata.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Uno dei principali eventi all’inizio della Presidenza tedesca dell’UE è stata la visita del Cancelliere Merkel negli Stati Uniti, con l’obiettivo di rinnovare la proposta della Germania di un partenariato strategico tra l’Unione europea, la Germania e gli Stati Uniti mirato a una “leadership mondiale condivisa”, in un momento di grandi difficoltà e di crescente isolamento dell’amministrazione Bush.

Nel contesto della rivalità/conciliazione tra le grandi potenze capitaliste europee – con in testa la Germania – e gli Stati Uniti, la situazione attuale può essere caratterizzata dal tentativo di rilanciare le cosiddette relazioni transatlantiche. Il Vertice UE-USA, previsto per il 30 aprile, è il risultato dei tentativi di superare le differenze, mettere da parte i disaccordi e riallineare le agende politiche, economiche e militari dei due lati del nord Atlantico.

Una delle priorità sull’agenda del dibattito evidenziata dal Cancelliere Merkel è il rafforzamento di quello che è denominato il “nuovo partenariato economico transatlantico”, con lo scopo di creare un “mercato transatlantico senza barriere” nei prossimi anni.

Questi sforzi – guidati dal Cancelliere Merkel e dal suo governo di coalizione tra destra e socialdemocratici – si svolgono in un momento in cui gli Stati Uniti rafforzano le loro radici militari in Europa con la creazione di nuove basi militari e con il progetto di installare sistemi antimissili che rappresentano nuove minacce alla pace.

Le macchinazioni di stampo imperialista…

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


3. Relazione sui progressi compiuti dalla Croazia nel 2006 (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0092/2007), presentata dall’onorevole Swoboda a nome della commissione per gli affari esteri, sulla relazione concernente i progressi compiuti dalla Croazia nel 2006 [2006/2288(INI)].

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei iniziare ringraziando i colleghi deputati, in particolare quelli della commissione per gli affari esteri, per l’eccellente e valida collaborazione.

Desidero inoltre ringraziare tutti i rappresentanti croati che hanno ampiamente contribuito a preparare il paese sulla strada dell’adesione all’Unione europea: l’ambasciatore croato all’UE, il negoziatore principale, il ministro degli Esteri e, soprattutto, il Primo Ministro Sanader, che negli ultimi anni del proprio mandato ha fatto il possibile per far avanzare i negoziati. Il mio ringraziamento va anche all’ex Primo Ministro Račan, mio amico personale che, purtroppo, è gravemente malato. E’ stato lui a muovere i primi passi necessari per preparare il terreno a un avvicinamento della Croazia all’Unione europea. Tutte queste persone non sono semplicemente figure croate ma anche europee, perché stanno aiutando l’intera regione dell’Europa sudorientale a entrare nell’Unione europea una volta soddisfatti i relativi criteri.

Alcuni mi hanno chiesto se, forse, non sono eccessivamente benevolo nei confronti della Croazia. In effetti sono emotivamente molto legato a quel paese, quantunque riesca a vederne gli aspetti critici che devono ancora essere risolti; pertanto, sono contrario all’idea di eliminare semplicemente alcune critiche mosse nella relazione. Dobbiamo essere onesti con la Croazia. Mettere a tacere le cose non l’aiuterà; l’aiuterà, invece, mettere in evidenza i problemi irrisolti.

Sebbene molte cose siano già state fatte, tante riforme restano ancora da attuare; mi riferisco, in proposito, non solo alle necessarie riforme dell’amministrazione della giustizia ma anche a quelle economiche. Spero che esse siano portate avanti nonostante le odierne elezioni, e mi rallegro del fatto che la Croazia stia cooperando con il Tribunale penale internazionale dell’Aia. Questo è stato un enorme passo avanti – mi auguro che la vicina Serbia faccia altrettanto – che, tuttavia, deve proseguire nell’immediato futuro.

Un’altra questione rimasta irrisolta è il rimpatrio dei profughi. Sapendo che alcuni villaggi sono ancora privi di acqua o elettricità, si capisce perché tornare a casa non è esattamente una grande attrattiva per i profughi. Pertanto, molto rimane ancora da fare su questo fronte.

Rimangono problemi riguardo ai confini. Non c’è da stupirsi che, in seguito al crollo della Jugoslavia, i confini non siano stati tracciati con totale certezza. Il modo migliore di risolvere questi problemi è adottare un approccio bilaterale: in altre parole, la Croazia potrebbe trovare soluzioni diverse con ciascuno dei paesi confinanti. Se però così non si risolvessero le cose con un paese, si dovrebbe ricorrere a terzi in grado di mediare, decidere e risolvere le questioni alla maniera europea: non come se in gioco vi fossero principi, ma trattando la cosa in termini pratici, politici ed economici.

Nella mia relazione ho affermato molto apertamente che la Croazia dovrebbe eliminare tutti gli ostacoli per concludere i negoziati entro il 2008, per consentire all’Assemblea di esprimere il proprio consenso, in linea di principio, prima delle elezioni parlamentari europee nel giugno 2009. Sicuramente, spetta innanzi tutto alla Croazia sciogliere il dubbio se saremo in grado di dare tale consenso pienamente convinti.

I politici croati del governo e dell’opposizione sanno che, oggigiorno, diventa sempre più difficile ottenere un consenso sull’allargamento e su nuovi Stati membri, perché ovviamente è subentrata una certa “stanchezza da allargamento”. Dobbiamo essere onesti e corretti in questo perché, durante il processo di Salonicco, abbiamo affermato che, se i paesi risultano conformi ai criteri di Copenaghen e collaborano con il Tribunale penale internazionale, anch’essi hanno diritto all’adesione. L’adesione della Croazia potrebbe lanciare il giusto segnale agli altri paesi: non si tratta di far loro credere che potrebbero automaticamente diventare membri o che potrebbero esserlo con maggiore facilità, ma di far loro vedere che un paese può entrare a far parte dell’Unione europea svolgendo i propri compiti. Nessuno di noi ha interesse nel creare un buco nero in questa regione.

Siamo fermamente convinti che anche l’Unione europea debba fare il proprio compito e avviare le necessarie riforme istituzionali per completare il processo costituzionale. Non posso far altro che ripetere quello che l’onorevole Schulz ha detto al Cancelliere Merkel nel suo ultimo discorso a Bruxelles, cioè che Consiglio e Commissione devono fare tutto il possibile per completare questo processo contemporaneamente e parallelamente ai negoziati con la Croazia, cosicché il paese possa diventare Stato membro dell’Unione europea senza ritrovarsi una porta chiusa in faccia. L’approfondimento dell’Unione europea e la riforma delle sue Istituzioni non devono essere considerati fattori di cui si può fare a meno: le due cose devono procedere di pari passo, così saremo in grado di accogliere la Croazia come nuovo Stato membro di un’Unione europea rafforzata.

(Applausi)

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, a nome della Presidenza del Consiglio tedesca desidero ringraziare tutti voi e, in particolare, l’onorevole Swoboda per l’equilibrata proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulla relazione della Commissione concernente gli ultimi progressi compiuti dalla Croazia. Ritengo che – come avete detto nelle vostre osservazioni – la proposta distingua nettamente tra buio e luce, così come fa la stessa relazione della Commissione. Al contempo, la proposta osa assumere un’esplicita posizione politica, in particolare sulla situazione riguardante la conformità ai criteri politici di Copenaghen, e questo è per noi motivo di soddisfazione.

L’Assemblea sta svolgendo un ruolo importante nel processo di allargamento. Il controllo critico e attento da voi esercitato contribuisce indubbiamente alla trasparenza del processo, che in tal modo trova maggiore sostegno presso il popolo europeo. Sappiamo che talvolta esprimete critiche su alcuni aspetti quali la velocità dell’allargamento, ma è importante che il processo sia monitorato dal Parlamento europeo.

Sono lieto che i pareri di Assemblea e Consiglio siano così simili in materia. Ciò rimane di vitale importanza per continuare il processo di allargamento in linea con le conclusioni del Consiglio europeo. Come avete affermato, la commissione parlamentare mista tra Parlamento europeo e Sabor croato svolge un ruolo fondamentale in tal senso, diventando un ulteriore strumento per far circolare le idee attraverso il dialogo.

La Croazia continua a compiere buoni progressi per entrare nell’UE e i negoziati di adesione stanno proseguendo, ma, ovviamente, l’evoluzione delle trattative continuerà a dipendere dalla rapidità con cui il paese riuscirà a soddisfare le condizioni derivanti dal processo di screening e dai negoziati.

La relazione della Commissione sullo stato d’avanzamento dell’8 novembre 2006 afferma chiaramente che, nonostante tutti questi progressi, la Croazia deve adoperarsi ancora molto e accelerare i propri sforzi in alcuni settori. L’onorevole Swoboda ha detto che ciò vale soprattutto per la riforma del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione, la lotta alla corruzione e il grande impegno nella riforma economica. Spero non vi dispiacerà se commento brevemente i singoli punti.

Possiamo vedere che, pur avendo fatto progressi nella riforma della giustizia, bisogna ancora risolvere alcuni problemi. A tale riguardo occorre sottolineare che la creazione di un sistema giudiziario indipendente, apartitico, affidabile, trasparente ed efficace è di fondamentale importanza, ed è un requisito indispensabile per il rafforzamento dello Stato di diritto e la giusta applicazione dell’acquis comunitario. I progressi in questo settore sono importanti per valutare quanto la Croazia sia pronta a un’eventuale adesione all’UE.

Lo stesso dicasi per la corruzione, che continua a essere un grave problema. Anche in questo caso insistiamo affinché si facciano maggiori sforzi per prevenire, scoprire e combattere in maniera efficace la corruzione.

La giusta applicazione dell’acquis dipende, in gran parte, dalla presenza di una pubblica amministrazione professionale, responsabile, trasparente e indipendente. Ciò è della massima importanza anche per l’opinione pubblica e, in ultima analisi, per gli investitori di cui il paese necessita, come abbiamo già imparato dall’esperienza delle precedenti adesioni.

La Croazia deve quindi continuare a sforzarsi per promuovere relazioni di buon vicinato. Per lo stesso motivo, esortiamo il paese a impegnarsi maggiormente nel trovare soluzioni definitive a tutte le questioni bilaterali ancora irrisolte con i paesi confinanti, soprattutto quelle legate ai confini, soluzioni che devono essere accettabili per entrambe le parti.

Per quanto riguarda i criteri economici, siamo lieti che si sia raggiunto un consenso generale sugli aspetti di base della politica economica, e che vi siano in concreto indicatori positivi quali un’inflazione limitata, tassi di cambio stabili e una crescita più rapida. Probabilmente, a medio termine la Croazia sarà in grado di far fronte alle pressioni della concorrenza e delle forze di mercato nell’UE, ma ciò dipenderà dalla determinazione con cui attuerà i programmi di riforma ponendo rimedio ai propri punti deboli. Alla luce di tutto questo, abbiamo invitato la Croazia ad accelerare le riforme strutturali, tra cui figura la ristrutturazione delle imprese.

Infine, notiamo con soddisfazione che il paese ha acquisito maggiori capacità nell’attuazione dell’acquis. Pur avendo compiuto progressi in gran parte dei settori, deve ancora impegnarsi con determinazione per favorire il ravvicinamento della legislazione e la capacità amministrativa; vi sono ancora molti settori in cui neppure gli obiettivi a breve termine del partenariato di adesione sono ancora stati raggiunti.

Siamo quindi molto lieti che la Croazia abbia adottato di recente un programma nazionale per l’integrazione nell’Unione europea. Esso costituisce una risposta adeguata alle raccomandazioni avanzate nel quadro del partenariato di adesione, e attendiamo con ansia l’attuazione del programma, nel quale nutriamo grandi aspettative.

Per concludere, permettetemi di ribadire la mia sentita gratitudine per la vostra collaborazione sulle questioni inerenti all’allargamento. La serenità della vostra Assemblea contribuisce notevolmente a mantenere una certa coerenza nella politica dell’allargamento. Sarò felice di continuare a collaborare con voi in futuro sui vari progetti che dobbiamo ancora portare avanti insieme.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, la Commissione si congratula per la relazione dell’onorevole Swoboda sulla Croazia. E’ una relazione equilibrata, incentrata sulle principali sfide che il paese dovrà affrontare sulla via dell’adesione all’Unione europea, soprattutto in ambito politico. Sono certo che l’adozione di una risoluzione su questo documento da parte del Parlamento europeo contribuirà in maniera significativa al processo di allargamento alla Croazia.

I negoziati di adesione con la Croazia sono partiti nella maniera giusta. Il processo di screening si è concluso positivamente nell’ottobre 2006, dando un’idea globale dell’attuale grado di allineamento della Croazia con l’acquis comunitario e delle questioni che richiedono ulteriore impegno. Il ritmo a cui il paese progredirà sulla via dell’adesione dipenderà, in gran parte, dalla sua capacità di soddisfare tutti i criteri necessari. Il compito non è facile. La Croazia deve allineare la propria legislazione ai numerosi regolamenti dell’UE, garantendone il rispetto e l’applicazione. Essa, inoltre, deve continuare a impegnarsi per rispettare i criteri politici ed economici.

Sinora sono stati aperti sei dei trentatré capitoli dei negoziati. In due casi i negoziati sono stati temporaneamente sospesi. Gli obiettivi sono stati definiti per nove capitoli e dovranno essere raggiunti prima dell’apertura dei negoziati in settori quali la politica della concorrenza, gli appalti pubblici e la libera circolazione dei capitali. L’Unione europea e la Croazia stanno preparando le posizioni negoziali per molti altri capitoli. Speriamo di potere aprire negoziati su altri capitoli durante la Presidenza tedesca.

In linea generale la Croazia dispone di solide basi su cui procedere. Il lavoro però non manca, soprattutto per quanto riguarda i criteri politici ed economici, dove persistono alcune difficoltà. In particolare, crediamo che la Croazia debba assolutamente proseguire i propri sforzi e ottenere risultati concreti nella riforma del sistema giudiziario, nella pubblica amministrazione e nella lotta alla corruzione.

La Croazia ha iniziato ad attuare la propria strategia di riforma giudiziaria, di cui stiamo cominciando a vedere i primi risultati. Questo è un punto positivo. Tuttavia, il sistema giudiziario croato presenta gravi lacune e, per molti aspetti, deve ancora essere migliorato, come giustamente osserva l’onorevole Swoboda nella sua relazione. Nel settore giudiziario si accumulano gravi ritardi. Le procedure sono troppo lente, e occorre garantire la giusta esecuzione delle sentenze dei tribunali e favorire una maggiore indipendenza e professionalità dei giudici. Il governo deve altresì presentare un piano di razionalizzazione del sistema giudiziario. Inoltre, si deve migliorare lo svolgimento dei processi per i crimini di guerra. La corruzione rimane un problema preoccupante. Nel quadro del programma di lotta alla corruzione sono state adottate alcune misure la cui applicazione, però, è appena iniziata.

E’ necessaria la realizzazione dell’intero programma, così come una forte volontà politica per intensificare gli sforzi. I molti punti deboli che permangono nell’amministrazione pubblica non contribuiscono a semplificare la lotta alla corruzione. La Croazia deve accelerare al più presto il processo di riforma nel settore. Nel settore dei diritti delle minoranze il paese procede nella giusta direzione pur dovendo ancora affrontare, in futuro, molti problemi specifici riguardanti il rimpatrio dei profughi. Alcuni problemi non sono ancora stati risolti, ad esempio l’assegnazione degli alloggi ai profughi che, prima di lasciare il paese, avevano diritto di locazione e di occupazione.

La relazione rileva, a giusto titolo, l’influenza positiva della Croazia nella regione, soprattutto in qualità di presidente del processo di cooperazione nell’Europa sudorientale. Il documento, tuttavia, sottolinea la necessità di continuare a incoraggiare il paese nei suoi sforzi per tessere relazioni di buon vicinato, soprattutto intensificando i lavori volti a risolvere le questioni bilaterali rimaste in sospeso, particolarmente quelle riguardanti la delimitazione dei confini.

Per quanto attiene ai criteri economici, nel complesso sono stati compiuti progressi soddisfacenti. La Croazia, in effetti, può essere considerata un paese dotato di un’economia di mercato funzionante. Tuttavia, è nel suo interesse continuare a dirigersi verso un’economia aperta e competitiva per potere far fronte, a tempo debito, alle pressioni concorrenziali dell’Unione europea. Essa deve procedere con le riforme economiche e prendere alcune decisioni difficili, specialmente in materia di ristrutturazione industriale e, in particolare, nel settore dell’acciaio e delle costruzioni navali.

I progressi dei negoziati dipendono dalla Croazia. Solo il futuro dirà quando il paese sarà pronto per l’adesione. La Commissione non intende fissare una data precisa per l’adesione prima che i negoziati siano in fase conclusiva. La Croazia deve ancora fare molte cose, e il progresso dei negoziati dipenderà dalla sua capacità di soddisfare i requisiti di adesione. La Commissione continuerà a fare tutto il possibile per aiutare il paese a raggiungere questo obiettivo.

 
  
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  Bernd Posselt, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, se nella storia ci fosse giustizia i croati – un popolo europeo – sarebbero stati tra i fondatori dell’Unione europea, ma il comunismo e l’unione degli slavi del sud l’hanno impedito. Se la storia fosse giusta la Croazia avrebbe aderito all’Unione europea almeno tre anni fa insieme a Ungheria, Slovenia, Repubblica ceca e altri paesi con cui ha condiviso una storia e una cultura e a cui è sempre stata legata, ma ciò è stato impedito dal fatto che, per anni, un terzo del territorio è stato occupato da uno Stato confinante.

Oggi, finalmente, la Croazia è sulla via dell’adesione all’Unione europea, e noi dovremmo dare il nostro contributo alla storia permettendole di entrare prima della fine di questo decennio, perché è l’unico paese europeo che può farlo e a cui dovrebbe essere consentito. Ciò non significa che ignoriamo gli aspetti criticabili. Desidero ringraziare l’onorevole Swoboda per la buona collaborazione prestata; le critiche mosse devono essere discusse.

Signor Commissario, dobbiamo fare tutto il possibile per impedire che sul cammino della Croazia si frappongano ostacoli fittizi – ostacoli che non hanno bloccato altri candidati all’adesione. Dobbiamo essere consapevoli che la Croazia non deve diventare il capro espiatorio per la frustrazione nata dall’ultimo allargamento. Il paese non può essere associato al resto dell’Europa sudorientale, e neppure alla Turchia. Indubbiamente, pur con alcune imperfezioni, esso ha per molti versi compiuto maggiori progressi nei preparativi all’adesione di alcuni Stati membri, motivo per cui dobbiamo fare ordine al nostro interno consentendo all’Unione europea di accogliere la Croazia senza indugi.

E’ evidente che, senza alcun dubbio, la Croazia – in virtù dei suoi quattro milioni e mezzo di abitanti e del livello raggiunto nei preparativi all’adesione – non peserà eccessivamente sulla capacità di integrazione dell’Unione europea. Al contrario, essa sarà un grande fattore di stabilità in una regione afflitta da problemi e renderà più forte l’Unione europea.

 
  
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  Jan Marinus Wiersma, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signor Presidente, desidero innanzi tutto ringraziare il caro collega e amico, onorevole Swoboda, per il lavoro svolto in qualità di relatore e congratularmi con lui per la relazione. Essa dimostra che il relatore segue attentamente gli sviluppi in Croazia, paese candidato che ha compiuto enormi progressi e ha fatto grandi passi avanti verso l’UE, come egli giustamente sottolinea nel documento. Al contempo, però, il relatore è schietto e onesto su quello che rimane da fare e sulle riforme che pretendiamo il governo croato attui a breve termine.

Il mio gruppo crede fortemente nella prospettiva europea per i paesi dei Balcani occidentali e, come ho detto precedentemente, sostiene con forza e unanimità la candidatura della Croazia. Di conseguenza, il mio gruppo non nutre alcun dubbio in merito alle promesse del Consiglio europeo e alla possibilità che la Croazia diventi Stato membro dell’UE. Si noti, tuttavia, che come principio guida adottiamo i criteri di adesione e la rinnovata strategia di allargamento, su cui lo scorso dicembre abbiamo raggiunto un ampio consenso in Assemblea e per cui abbiamo l’appoggio di Consiglio e Commissione. Ciò non significa assolutamente che i criteri applicati alla Croazia siano diversi da quelli dei candidati precedenti; significa, però, che ci aspettiamo che il governo croato continui a lavorare sulle basi già ampiamente poste dal precedente governo guidato dal Primo Ministro Račan.

Ciò pone un’ultima sfida congiunta: da una parte, la sincronizzazione dei piani d’intervento per il completamento dei negoziati con la Croazia, dall’altra i programmi per le necessarie riforme istituzionali nell’UE. Non si può accelerare nessuno dei due processi, ma poiché vogliamo adottare una soluzione sul futuro costituzionale entro la metà del 2009, io e il mio gruppo non vediamo alcun ostacolo insuperabile al completamento del processo di adesione della Croazia senza inutili ritardi.

 
  
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  István Szent-Iványi, a nome del gruppo ALDE. – (HU) La Croazia merita un elogio per i risultati raggiunti negli ultimi anni. Le riforme interne sono iniziate, l’armonizzazione delle leggi prosegue a ritmo sostenuto e c’è piena collaborazione con il TPI. La Croazia, però, deve ancora fare molto prima di poter diventare membro. Le riforme amministrative sono appena state accennate e, benché si siano fatti molti passi avanti nella riforma giudiziaria, è necessario farne altri. Sinora la lotta alla corruzione ha dato pochi risultati, il rimpatrio dei profughi necessita di maggiore sostegno e occorre ancora impegnarsi molto nella tutela ambientale. Il governo croato, quindi, è oberato di lavoro.

Contrariamente alle aspettative nutrite da entrambe le parti, i negoziati sono in ritardo sulla tabella di marcia, e non solo per colpa della Croazia. Anche noi dobbiamo impegnarci di più per rispettare i tempi e prepararci all’eventuale ammissione della Croazia alle Istituzioni europee. Attribuiamo grandissima importanza alla capacità del paese di risolvere, il prima possibile, le questioni pendenti con i propri vicini, tra cui le vertenze sui confini. A tal fine è necessario un atteggiamento costruttivo e flessibile, non solo da parte della Croazia ma, ovviamente, anche da parte dei suoi partner. Nell’impossibilità di raggiungere questi risultati, la soluzione adeguata sembra essere l’intervento di terzi. Al momento tutti i partiti politici sembrano essere d’accordo sull’adesione all’UE, ma l’opinione pubblica è, perlopiù, incerta.

Il governo deve impegnarsi maggiormente per convincere l’opinione pubblica. In Croazia si avvicinano le elezioni ed è in corso una lunga battaglia elettorale. E’ già iniziata, e proprio per questo dobbiamo stare attenti a rimanere neutrali sulle delicate questioni di politica interna. Non dobbiamo prendere le parti di nessun partito, bensì lanciare un messaggio all’intero paese. Personalmente, credo che questo messaggio debba essere positivo. Mi congratulo con l’onorevole Swoboda perché la sua relazione equilibrata evidenzia problemi e vantaggi, incoraggiando la Croazia a proseguire nei propri sforzi.

 
  
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  Milan Horáček, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, sono molto grato all’onorevole Swoboda per la sua relazione, che evidenzia i settori in cui la Croazia è carente e i progressi che ha compiuto per avvicinarsi all’UE.

Dobbiamo stare molto attenti nel dare un nome alle critiche rivolte alla conformità con i criteri di adesione e rivederle – non solo nel caso della riforma amministrativa e imprenditoriale, della lotta alla corruzione e della riforma del sistema giudiziario, ma anche in ogni settore legato al potere normativo e all’applicazione delle leggi.

Permettetemi di darvi alcuni esempi al riguardo. Diventare una democrazia significa anche affrontare i problemi del passato, motivo per cui abbiamo presentato un emendamento per una valutazione attenta e imparziale dei crimini contro l’umanità commessi durante le ostilità, molti dei quali sono rimasti impuniti. Si ha notizia del fatto che diverse organizzazioni non governative e altri attivisti siano stati messi sotto controllo e minacciati. Un’attiva società civile e una reale partecipazione delle ONG alla vita politica sono elementi indispensabili per qualsiasi società pluralista e democratica e devono essere fortemente radicate perché il processo di adesione possa continuare. Le minoranze sessuali sono ancora esposte a pubblico ludibrio e le indagini sui crimini commessi al riguardo sono inadeguate.

Tuttavia, vorrei chiarire che la Croazia sta procedendo sulla giusta via per aderire all’UE nel prossimo futuro perché sta affrontando le sfide politiche, economiche e ambientali individuate dai criteri di Copenaghen. Mentre la incoraggiamo a fare senza indugi tutto il necessario per instaurare lo Stato di diritto, la democrazia e i diritti umani, dobbiamo anche essere responsabili e determinati nel portare avanti le nostre riforme, cosicché entrambi potremo raggiungere i nostri obiettivi prima del 2009.

 
  
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  Pál Schmitt (PPE-DE). – (HU) In qualità di presidente della commissione parlamentare mista UE-Croazia, faccio notare che la Croazia è considerata un modello da seguire per tutti gli Stati confinanti dei Balcani occidentali che hanno pensato di aderire all’UE. E’ quindi dovere del Parlamento europeo sostenere con tutti i mezzi a disposizione la propria alleata, dedita ai valori europei, e lanciare un chiaro e positivo messaggio che incoraggi l’attuazione delle riforme necessarie.

I membri della delegazione parlamentare congiunta presenti all’ultimo incontro di marzo hanno potuto constatare in prima persona il serio impegno del governo croato nei preparativi per l’adesione. Hanno concluso che tutti i settori denotano progressi significativi nel rispetto dei criteri politici, giuridici ed economici di adesione. L’andamento dei negoziati è soddisfacente, e la delegazione ha appoggiato l’ambizioso obiettivo della Croazia di far partecipare i propri cittadini alle prossime elezioni europee del 2009. E’ ovvio che il governo sta adottando misure efficaci per abolire la corruzione e riformare le strutture giudiziarie e amministrative e che può vantare risultati eccellenti sul rimpatrio dei profughi, la tutela dei diritti delle minoranze e la cooperazione regionale.

L’adesione della Croazia è già stata posticipata troppo a lungo. La Croazia viene lasciata nell’incertezza prima adducendo una mancanza di collaborazione con il Tribunale dell’Aia, ora per la limitata capacità di integrazione dell’UE – oltre che per l’assenza di fondamenti giuridici e relativi al Trattato. Di conseguenza, l’Unione europea gode di scarsa popolarità presso la popolazione croata. Non posso che approvare la nuova strategia di comunicazione, intrapresa dal governo croato e dall’opposizione, per informare i cittadini sui possibili vantaggi derivanti dall’adesione. Consiglio all’Unione europea di elaborare un proprio piano d’azione a lungo termine a scopo informativo, al fine di ridurre lo scetticismo e la sfiducia nei confronti dell’UE tra i 4,5 milioni di cittadini croati.

Tornando alla relazione dell’onorevole Swoboda, mi congratulo con il relatore e, personalmente, voterò a favore. Spero che anche gli emendamenti proposti dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei saranno approvati.

 
  
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  Presidente. – Buona fortuna alla sua delegazione.

 
  
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  Borut Pahor (PSE). – (SL) Innanzi tutto porgo le più sincere congratulazioni al relatore, onorevole Swoboda.

Nei propri documenti il Parlamento europeo ha continuamente esortato la Croazia a risolvere i problemi di confine pendenti mediante accordi bilaterali. Nonostante gli sforzi, nulla è cambiato. Probabilmente, nulla è cambiato perché i politici croati non vogliono o non sanno come assumersi le responsabilità per trovare soluzione a questi problemi di confine rimasti irrisolti con accordi bilaterali, nonostante il fatto che alcuni paesi confinanti, tra cui la Slovenia, hanno fatto tutto il possibile per giungere a una conclusione degli accordi.

E’ pertanto giusto e positivo che il relatore Swoboda trovi un consenso citando un’eventuale mediazione da parte di terzi per tutti i problemi di confine e tutti i paesi confinanti con la Croazia, che, nella maggior parte dei casi, non hanno risolto la questione.

E’ altresì giusto congratularsi per i progressi compiuti dalla Croazia ed esortare l’Unione europea a fare quanto in suo potere per fornire una base giuridica all’adesione della Croazia all’UE.

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE). – (SL) La Croazia merita le nostre congratulazioni per tutto quanto menzionato nella relazione, perché ha compiuto chiari passi avanti in un’ampia gamma di settori. Ora, tuttavia, Zagabria deve riaffermare la propria determinazione ad adempiere gli obblighi assunti nella riforma del sistema giudiziario, nell’introduzione di un’economia di mercato non discriminatoria, nella tutela delle minoranze etniche e nel rimpatrio dei profughi e degli sfollati.

I nostri rapporti con la vicina Croazia sono molto ben sviluppati, motivo per cui attendo con ansia il momento in cui i nostri colleghi di Zagabria potranno unirsi a noi in Aula in qualità di osservatori. Ciononostante, in uno spirito di consolidamento dei rapporti bilaterali, appoggio la proposta dell’emendamento n. 23 presentato dall’onorevole Alfonso Andria, collega del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa. In effetti, l’Italia e la Slovenia sono state infastidite dalla decisione del parlamento croato dello scorso dicembre di istituire una zona ecologica e di pesca protetta. Questa provocazione unilaterale ha indubbiamente danneggiato la credibilità del paese minando quelli che, per il resto, sono buoni rapporti nella regione. L’emendamento proposto dall’onorevole Andria è importante perché sottolinea il significato dell’accordo trilaterale raggiunto da Italia, Croazia e Slovenia a Bruxelles il 4 giugno 2004.

Inoltre, accolgo con favore la risposta positiva dell’onorevole Swoboda all’iniziativa secondo cui la proposta dell’emendamento n. 24 debba essere integrata con un emendamento orale. Così facendo egli ha elaborato una relazione equilibrata, visto che anche la Croazia ha problemi di confine irrisolti con la Bosnia, il Montenegro e la Serbia. Non dimentichiamoci che anche Bosnia, Serbia e Montenegro meritano un futuro europeo.

 
  
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  Alojz Peterle (PPE-DE). – (SL) Vorrei prima di tutto complimentarmi con il relatore, onorevole Swoboda, e il relatore ombra, onorevole Posselt, per l’eccellente lavoro svolto, che ha gettato le fondamenta per un ampio sostegno alla relazione.

Sono lieto di vedere che la relazione inizia riconoscendo i buoni progressi compiuti dalla Croazia in molti settori. Al contempo, il documento presenta un quadro realistico e dettagliato dei gravosi compiti che la Croazia, in qualità di paese candidato, deve ancora assolvere sulla strada verso l’adesione. Tra questi, la relazione cita le questioni irrisolte tra Croazia e paesi confinanti.

Prevedo che la Croazia terrà fede, nello spirito di questa relazione, a tutti gli impegni derivanti dagli accordi sinora conclusi con la Slovenia e gli altri paesi confinanti. Prevedo inoltre che la Croazia si sforzerà, insieme a questi paesi, di risolvere le questioni bilaterali e stabilire rapporti permanenti di buon vicinato, soprattutto tra gli abitanti delle regioni di confine. I rapporti di buon vicinato devono essere stabiliti mediante un’azione comune, non unilaterale.

Accolgo con favore l’ambizioso progetto in base a cui, previo adempimento di tali impegni, il processo negoziale si concluda in tempo per consentire al Parlamento europeo di esprimere il proprio consenso prima delle prossime elezioni parlamentari europee. Il progetto di integrazione europea deve continuare. E’ giusto essere coscienti dell’importanza di ogni passo mosso dalla Croazia e dai paesi dell’Europa sudorientale verso l’applicazione dei valori, dei principi e delle comuni regole del gioco europee, e del fatto che l’Europa debba rallegrarsene.

Sono lieto che la relazione metta in luce l’importanza dei progressi compiuti dalla Croazia nei confronti di tutti gli altri paesi le cui prospettive di piena adesione all’Unione europea si sono aperte con le decisioni prese a Salonicco. E’ altresì giusto essere coscienti del fatto che stiamo adottando una relazione sui progressi compiuti da uno dei paesi afflitti dalla guerra negli anni novanta. Alcuni segni della guerra possono essere cancellati solo abbracciando con serietà lo spirito europeo, che prevede anche sforzi di riconciliazione. In tal senso, i risultati della Croazia sono importanti anche per promuovere progressi nell’intera regione.

Sappiamo che la storia non sempre è nostra alleata. Tuttavia, riguardo ad alcune integrazioni proposte, sono convinto che questa relazione non possa imporre alla Croazia, un paese democratico che ha condannato tutti i tipi di totalitarismo, un compito che le democrazie occidentali non hanno mai imposto a nessun altro paese.

(Applausi)

 
  
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  Pier Antonio Panzeri (PSE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, condivido l’insieme della relazione dell’on. Swoboda.

La svolta nella collaborazione con il Tribunale dell’Aia è stata sicuramente significativa, ma è necessario che il governo e tutte le forze politiche croate facciano uno sforzo ulteriore presso l’opinione pubblica per contribuire a chiudere definitivamente la pagina delle rivendicazioni nazionalistiche.

Noi siamo a favore della futura adesione della Croazia perché vogliamo che questo paese, consolidando la sua appartenenza all’Europa e condividendone i valori e le politiche, possa accrescere il suo contributo alla stabilizzazione dei Balcani occidentali, a cui l’Italia attribuisce un’importanza fondamentale.

In questo senso non è utile riaprire ferite dolorose. Vogliamo invece incoraggiare, come indicato nella relazione, un vasto processo di verità e riconciliazione di tutte le parti interessate, in Croazia e nei Balcani. Le rivendicazioni legittime riguardanti le minoranze in Croazia, e tra queste quella italiana, devono trovare piena risposta nel rispetto del diritto internazionale e di tutte le normative comunitarie, come del resto previsto dal negoziato in corso. La loro piena integrazione a tutti i livelli della vita del paese rimane un obiettivo fondamentale. Seguiremo il negoziato anche per questo motivo.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck (ALDE). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, sarò estremamente breve nel dire quanto segue. Nei negoziati tra Commissione e Croazia, la Croazia non può diventare ostaggio delle peripezie occorse durante i negoziati con la Turchia o dell’eventuale incapacità dell’Unione europea di riformare a sufficienza le proprie Istituzioni prima dell’adesione del paese.

Il mio gruppo appoggia la Croazia e auspica che possa aderire all’Unione non appena i negoziati saranno conclusi. Il mio gruppo auspica, lo ripeto, che questi negoziati siano condotti con rapidità, il che non esclude, comunque, fermezza. La Croazia ha tutto l’interesse a prepararsi nel migliore dei modi per aderire all’Unione il prima possibile.

 
  
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  Presidente. – L’Assemblea è grata al Presidente in carica del Consiglio Gloser e al Commissario Špidla per aver rinunciato al loro tempo di parola al termine della discussione.

La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Desidero congratularmi con il collega, onorevole Swoboda, per la relazione concernente i progressi compiuti dalla Croazia verso l’adesione all’Unione europea.

Come sempre, vorrei fare tre osservazioni.

In primo luogo, l’allargamento costituisce la politica estera più efficace dell’UE. L’incentivo dell’adesione all’UE ha aiutato i paesi vicini a sviluppare le proprie società su principi quali il rispetto dei diritti umani, l’economia di mercato, lo Stato di diritto e un’amministrazione efficace. Molti dei paesi prima vicini sono ora membri dell’UE.

In secondo luogo, la relazione ci ricorda che Nizza non fornisce una base adeguata all’allargamento. Dobbiamo fare ordine al nostro interno, e questo è compito dell’Unione, non dei candidati. Il Trattato costituzionale, qualunque nome esso assumerà, fornisce il rimedio necessario.

In terzo luogo, ricordando la storia recente spero di tutto cuore che i successi della Croazia segnino i primi passi verso l’adesione dell’intera regione dei Balcani occidentali. Questo processo sta alla base dell’UE, che di per sé ha iniziato un processo di riconciliazione.

La relazione dell’onorevole Swoboda afferma con chiarezza che la Croazia ha compiuto considerevoli progressi nell’ambito dei criteri politici ed economici. Non possiamo, pertanto, che congratularci con la Croazia.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 

4. Mandato di un deputato
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  Presidente. – Prima di passare alle votazioni, l’onorevole Watson desidera prendere la parola per una mozione di procedura.

 
  
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  Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, prendo la parola perché, a decorrere dal 19 aprile, un membro del mio gruppo, onorevole Geremek, sarà sospeso dall’incarico di deputato al Parlamento europeo dal governo del suo paese. Il governo polacco è autorizzato a revocare il mandato dell’onorevole Geremek in virtù di una legge di “lustrazione” o monitoraggio adottata solo un paio di mesi fa e attualmente oggetto di ricorso presso la Corte costituzionale polacca. Questa legge obbliga tutti i giornalisti, i membri del mondo accademico e i deputati eletti al Parlamento europeo a firmare un documento in cui dichiarano di non avere mai collaborato con gli ex servizi segreti comunisti.

L’onorevole Geremek ha firmato una dichiarazione simile in passato. In questo caso si rifiuta di firmarla più per motivi morali che politici. Il collega è giustamente contrario alla caccia alle streghe perseguita dal governo polacco.

(Vivi e prolungati applausi)

Vorrei rivolgerle tre domande, signor Presidente. Innanzi tutto vorrei sapere se il Primo ministro Kaczyński, durante l’incontro della scorsa settimana, ha sollevato la questione con il Presidente Pöttering; secondo, se è giusto e anzi possibile che un parlamentare europeo venga privato in questo modo del mandato che gli è stato democraticamente conferito e, terzo, signor Presidente, se può garantire a quest’Assemblea che il Parlamento agirà nel modo più sollecito possibile per proteggere il diritto dell’onorevole Geremek a esercitare il suo mandato di deputato democraticamente eletto.

(Vivi e prolungati applausi)

 
  
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  Presidente. – L’onorevole Watson, a mio parere, ha già ampiamente espresso un sentimento condiviso da tutti noi.

 
  
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  Martin Schulz, presidente del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, oltre a quanto ha appena affermato l’onorevole Watson vorrei aggiungere, a nome del mio gruppo e rivolgendomi personalmente all’onorevole Geremek, che sebbene noi, come lei saprà, onorevole Geremek, non condividiamo molte delle sue opinioni politiche, in questa occasione lei può contare sul gruppo socialista al Parlamento europeo, sulla sua assoluta solidarietà e, credo, su quella dell’intero Parlamento, poiché in questo caso si tratta di resistere a un governo che, pur appartenendo all’Unione europea, cerca di perseguire un uomo che ha combattuto come pochi altri per la liberazione della Polonia e per il suo sviluppo democratico. E’ una vergogna che un così grande paese sia guidato da un governo simile.

(Prolungati applausi)

L’onorevole Watson ha detto ciò che bisognava dire e confido che, domani, il Presidente di quest’Assemblea dica al governo Kaczyński che ci aspettiamo che il governo polacco accordi all’onorevole Geremek la protezione cui ha diritto in veste di parlamentare europeo. In futuro giudicheremo l’intero operato della Polonia in base al trattamento che riserverà al nostro collega e confido che, domani, il Presidente Pöttering esprima lo stesso concetto con altrettanta chiarezza.

(Applausi)

 
  
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  Daniel Cohn-Bendit, copresidente del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non solo siamo d’accordo con l’onorevole Geremek, ma con l’onorevole Geremek abbiamo combattuto lo stalinismo per anni, ed è impensabile che oggi...

(Tumulto)

... ed è per questo che il Parlamento deve essere inflessibile.

(Poiché il tumulto non si placa, il deputato si rivolge al Presidente)

Potrebbe dire a questi scriteriati di calmarsi?

 
  
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, l’onorevole Cohn-Bendit ha la parola e il vostro comportamento sulla questione non giova alla reputazione del Parlamento.

 
  
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  Daniel Cohn-Bendit, copresidente del gruppo Verts/ALE. – (FR) Il Parlamento europeo può adottare una sola posizione: se un governo utilizza metodi stalinisti o fascisti, non dobbiamo esitare a proteggere il nostro collega da tutti gli scriteriati di questa Assemblea. Noi siamo solidali.

(Applausi)

 
  
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  Francis Wurtz, presidente del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ho fatto in passato, mi opporrò politicamente all’onorevole Geremek anche in futuro. Ciononostante, sono più che lieto di esprimergli il mio profondo rispetto per il coraggio politico che ha dimostrato nonché di manifestargli, a nome del mio gruppo, la mia totale solidarietà.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Do la parola al presidente della commissione giuridica.

(Proteste)

 
  
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  Giuseppe Gargani (PPE-DE), Presidente della commissione giuridica. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, in qualità di presidente della commissione giuridica, vorrei rassicurare il Parlamento e tutti i colleghi che appena questo problema verrà all’esame – mi auguro presto – …

(interruzione)

...appena la Presidenza trasmetterà alla Commissione l’incartamento di questo problema, esamineremo doverosamente tutte le carte, con la grande sensibilità per l’autonomia del Parlamento che contraddistingue la commissione giuridica, e garantiremo ancora una volta l’autonomia di questo Parlamento e la possibilità che i suoi membri, che rappresentano l’Europa, siano tutelati nella loro autonomia e nella loro libertà.

 
  
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  Joseph Daul, presidente del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei semplicemente dire che tutti i deputati presenti, indipendentemente dal partito al quale appartengono, godono dell’immunità parlamentare. Siamo un parlamento e rispettiamo le regole! Per il momento non è stata formulata alcuna richiesta, alcuna analisi giuridica, come ha affermato l’onorevole Gargani. L’onorevole Geremek gode del nostro totale sostegno e posso altresì confermargli il sostegno del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei. Noi rispettiamo le norme giuridiche in seno a questo Parlamento, norme che valgono per tutti i parlamentari, compreso l’onorevole Geremek!

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Gli interventi formulati illustrano bene sia la forma che il contenuto della questione.

Onorevoli colleghi, oggi non abbiamo ricevuto notifica di questa decisione del governo polacco, che, peraltro, è altamente discutibile. Il Parlamento ha il compito di tutelare e proteggere i doveri parlamentari esercitati da uno dei suoi deputati.

A mio avviso la Conferenza dei presidenti dovrà discutere della questione e la commissione giuridica, precisamente nei termini indicati dall’onorevole Gargani, si adopererà per far rispettare l’indipendenza del Parlamento, e pertanto ritengo che ora la discussione sia chiusa.

(Proteste)

La discussione è chiusa.

L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Nonostante le esortazioni del Presidente, le proteste continuano)

 

5. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulla votazione: cfr. Processo verbale)

 

5.1. Trasmissione dei dati di contabilità nazionali (votazione)
  

– Relazione García-Margallo y Marfil (A6-0122/2007)

(Alcuni deputati continuano a protestare e a chiedere la parola)

 

5.2. Accordo multilaterale sulla creazione di uno spazio aereo comune europeo (ECAA) (votazione)
  

– Relazione Lichtenberger (A6-0060/2007)

(Dopo la votazione, il tumulto aumenta)

 

6. Mandato di un deputato (proseguimento)
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  Presidente. – Molto bene, visto che non volete calmarvi, darò la parola ai presidenti dei gruppi che non sono ancora intervenuti sull’argomento.

 
  
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  Brian Crowley, copresidente del gruppo UEN. – (EN) Signor Presidente, intervengo per una mozione di procedura. Non ritarderò molto lo svolgimento dei lavori, ma vorrei dire che, a prescindere dal fatto che lei fosse d’accordo o meno sull’osservazione che il collega intendeva formulare, è stato scorretto da parte sua non dare la parola al vicepresidente del gruppo UEN, onorevole Kamiński, che aveva espresso chiaramente il desiderio di intervenire sulla questione. Ad altre persone aveva concesso la facoltà di intervenire e avrebbe dovuto concederla anche a lui.

Alcuni dei presenti in Aula hanno un’opinione diversa sull’interpretazione illustrata dagli oratori che mi hanno preceduto e avrebbero dovuto avere la possibilità di esprimere il proprio parere visto che altri hanno manifestato il loro.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Onorevole Crowley, su questo argomento potremmo dare la parola a ciascuno dei 765 deputati che compongono l’Assemblea. Io ho dato la parola ai presidenti dei gruppi, e lei ha parlato a nome del suo gruppo.

 
  
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  Bruno Gollnisch, presidente del gruppo ITS. – (FR) Signor Presidente, come presidente di un gruppo politico credo di non avere meno diritti degli altri. Il nostro collega, onorevole Cohn-Bendit, ha dichiarato che le attività fasciste e staliniste vanno condannate. Ebbene, io credo che il problema principale, in questo caso, sia proprio sapere se l’onorevole Geremek ha preso parte alle attività staliniste, che rappresentano la più deplorevole forma di totalitarismo e, se lo ha fatto, in quale misura.

Rilevo che la tutela dei diritti dei deputati, che a noi sta altrettanto a cuore che a lei, è, dal suo punto di vista, spesso flessibile. Quando Jean-Marie Le Pen cadde in disgrazia al termine di una procedura iniqua, dopo un assurdo incidente commesso in campagna elettorale, lei si appellò alla sovranità nazionale. Quando a uno dei nostri colleghi, onorevole Ruiz Mateos, fu impedito di prestare giuramento in Spagna perché erano in corso azioni legali nei suoi confronti, lei si appellò alla sovranità nazionale. Quando io sono stato perseguito per la mia libertà di espressione politica, lei si è rifiutato di difendere la mia immunità e ha invocato la sovranità nazionale.

Hodie mihi, cras tibi, oggi a me, domani a te!

(Applausi dai banchi del gruppo ITS)

 
  
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  Presidente. – La questione verrà deferita alla Conferenza dei presidenti, che ne discuterà domattina. Credo inoltre che la grande maggioranza del Parlamento europeo si sia pronunciata a favore dell’onorevole Geremek. Sono Presidente, ma non arrecherò alcun danno se, per una volta, esprimerò anch’io tutto il mio appoggio.

(Applausi a sinistra)

 

7. Turno di votazioni (seguito)

7.1. Adeguamento delle disposizioni del titolo IV del trattato CE relative alle competenze della Corte di giustizia delle Comunità europee (votazione)
  

– Relazione Szájer (A6-0082/2007)

Prima della votazione

 
  
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  József Szájer (PPE-DE), relatore. – (HU) Il Parlamento europeo ha l’obbligo di garantire la tutela giuridica ai cittadini europei. Nel Parlamento europeo esiste un vasto consenso per il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, che rappresenterebbe un notevole passo avanti dal punto di vista della giurisdizione della Corte. Ciononostante, siamo nella fortunata posizione di non dover attendere la nascita del Trattato costituzionale riguardo a questa materia, poiché il Trattato di Amsterdam prevede una clausola di transizione, una “passerella”.

La relazione che ho presentato sostiene chiaramente l’attuazione della clausola di transizione, o “passerella”, per estendere la giurisdizione della Corte di giustizia delle Comunità europee anche a questioni concernenti i visti europei, nonché le politiche in materia di rifugiati e immigrazione, al fine di garantire una protezione legale completa per i cittadini europei. La mia proposta renderebbe quindi possibile il rafforzamento delle tutele giurisdizionali europee per quanto concerne i diritti fondamentali. In tal modo, intendo agevolare l’interpretazione e l’applicazione uniformi del diritto comunitario, nonché la creazione di un sistema unificato di tutela giurisdizionale. Non è la prima volta che il Parlamento invita il Consiglio ad accelerare l’adozione di questa clausola “passerella”, al fine di sopprimere i limiti alle competenze della Corte di giustizia nel quadro del titolo IV del Trattato. Chiedo quindi al Parlamento di sostenere la mia proposta.

 

7.2. Accordo quadro su un programma ambientale multilaterale per il nucleare nella Federazione russa (votazione)
  

– Relazione Remek (A6-0126/2007)

 

7.3. Istituzione di norme comuni per la sicurezza dell’aviazione civile (votazione)
  

– Raccomandazione Costa (A6-0134/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Robert Goebbels (PSE). – (FR) Signor Presidente, ieri, durante il dibattito, il Commissario Barrot ha annunciato di essere in possesso di una versione scritta della posizione della Commissione sugli emendamenti presentati dai deputati, e vorrei far presente che questo documento non è stato distribuito. La prego di adoperarsi affinché i parlamentari possano avere accesso alle posizioni della Commissione, poiché molti colleghi attendono di conoscerne il contenuto.

 
  
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  Presidente. – Molto bene, onorevole Goebbels, faremo in modo che questo accada.

 

8. Benvenuto
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, ho il piacere di informarvi che, nel quadro delle relazioni interparlamentari, la delegazione della Knesset, presieduta da Amira Dotan, presidente della delegazione per le relazioni con il Parlamento europeo, in questi giorni si trova in visita presso la nostra Istituzione. Desidero porgere un caloroso benvenuto alla signora Dotan e ai membri della sua delegazione, nonché sottolineare l’importanza che attribuiamo a questa visita.

(Applausi)

Sono seduti sulla sinistra e rivolgo loro un cordiale benvenuto.

 

9. Turno di votazioni (seguito)

9.1. Valutazione e gestione delle alluvioni (votazione)
  

– Raccomandazione Seeber (A6-0064/2007)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. PÖTTERING
Presidente

 

10. Seduta solenne - India
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  Presidente. – Signor Presidente, onorevoli deputati, è una grande gioia per me poter accogliere oggi al Parlamento europeo il Presidente della Repubblica dell’India, Abdul Kalam. Benvenuto, signor Presidente.

Prima della sua elezione alla carica di Presidente, lei era noto per essere l’artefice nel suo paese del programma spaziale e per l’energia atomica, e gode di fama internazionale come uno dei più importanti scienziati dell’India. Ha dedicato la maggior parte della sua vita alla scienza e alla tecnologia e ha sempre espresso l’opinione secondo cui i paesi in via di sviluppo non dovrebbero rimanere in secondo piano rispetto ad altri quando si tratta di raccogliere i frutti della tecnologia più avanzata, perché la tecnologia – quando è usata in modo giusto – produce crescita e può contribuire a migliorare la vita quotidiana dei poveri. Non dubito che il Parlamento concordi con le sue opinioni e sia quindi lieto che l’India partecipi ai programmi di ricerca finanziati dall’Unione europea, collaborando con noi, per esempio, nel programma Galileo.

Oltre al ruolo chiave da lei svolto nel promuovere la scienza e la tecnologia, siamo rimasti colpiti anche dalla sua elezione a Presidente della Repubblica dell’India nel 2002, in cui ha ottenuto una stragrande maggioranza, con voti di tutti gli schieramenti, e questo per lei, come tamil e musulmano in un paese a maggioranza indù, è stato un risultato non da poco; è una dimostrazione della sua grande capacità di unire persone di ogni estrazione, cultura e religione. L’India è un paese di molti popoli e religioni, e, essendo la più grande democrazia del mondo, può incoraggiare le nuove e giovani democrazie.

Le relazioni tra l’Unione europea e l’India esistono sin dai primi anni ’60, quando l’India fu uno dei primi paesi a stabilire relazioni diplomatiche con quella che allora era la Comunità economica europea.

I nostri contatti e la cooperazione a livello parlamentare sono fra i risultati positivi di un processo a lungo termine, poiché la prima riunione tra il Parlamento europeo e il Lok Sabha si svolse nel 1981. Da alcuni anni i contatti parlamentari tra il Parlamento europeo e l’India hanno assunto la forma istituzionale di una delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con i paesi del sudest asiatico e l’Associazione per la cooperazione regionale dell’Asia del sud (SAARC). Sia l’Unione europea che l’India hanno subito cambiamenti fondamentali in questi ultimi anni.

Sono lieto di poterle annunciare che il mese scorso il Parlamento europeo ha istituito una delegazione parlamentare – del tutto distinta dalla delegazione SAARC – per le relazioni con l’India, un’iniziativa che tiene conto dell’importanza sempre maggiore del suo paese per l’Unione europea. Apprezzeremmo moltissimo, signor Presidente, se il Lok Sabha volesse da parte sua istituire una delegazione per le relazioni col Parlamento europeo, al fine di trarre il massimo beneficio da questa relazione sempre più profonda e di facilitare i contatti tra i due parlamenti.

Signor Presidente, lei è stato invitato dal mio stimato predecessore Borrell Fontelles, che è qui presente oggi, ed è con grande piacere che le ho confermato tale invito.

(Applausi)

 
  
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  Abdul Kalam, Presidente della Repubblica dell’India. – (EN) Amici, rivolgo i miei saluti a tutti voi. Desidero salutare in particolare il Presidente Hans-Gert Pöttering, Harald Rømer, Klaus Welle e Ciril Stokelj.

Buon pomeriggio, onorevoli parlamentari.

Sono felice di essere qui con gli onorevoli deputati al Parlamento europeo in occasione dei cinquant’anni dell’Unione europea. Mi sono domandato quali pensieri potessi dividere con voi. Come sapete, l’India come nazione democratica ha esperienza nel guidare oltre un miliardo di persone con sistemi multilingue, multiculturali e multireligiosi. Ed è proprio questa esperienza che desidero condividere con voi, amici.

La civiltà europea occupa un posto unico nella storia dell’umanità. La sua popolazione fu coraggiosamente impegnata nell’avventura di esplorare il pianeta Terra, che ha avuto come risultato la scoperta di un gran numero di idee e sistemi. L’Europa ha visto la nascita di pionieri della scienza, che hanno condotto allo sviluppo delle tecnologie. L’Europa è stata teatro di conflitti fra le nazioni durati centinaia di anni, comprese le due guerre mondiali. Ora, su questo sfondo e con queste dinamiche, avete istituito l’Unione europea con una visione di pace e prosperità per l’intera regione. L’Unione europea è diventata un esempio di connettività fra nazioni, probabilmente senza più possibilità di guerre, con la realizzazione di una durevole pace regionale.

Prima di partire per questo viaggio in Europa, pensavo: perché l’Europa e l’India sono partner unici e naturali? Condividiamo una storia e un retaggio comuni e forse, in futuro, un destino comune? Questa era la domanda che mi ponevo. Sono rimasto stupito da ciò che ho scoperto: la profondità e la vitalità dei nostri legami reciproci, attraverso la lingua, la cultura, antiche credenze, ideologie e la circolazione di persone, hanno superato la prova del tempo, per poi trasformarsi in un legame fortissimo attraverso scambi commerciali sostenuti e una soddisfacente collaborazione a livello intellettuale in molte aree della scienza e della tecnologia. Per esempio, il 23 aprile 2007 il satellite scientifico italiano AGILE è stato lanciato in un’orbita molto precisa dal sistema indiano di razzi vettori per il lancio di satelliti in orbita polare. Gli scienziati indiani ed europei ne sono entusiasti. Ci congratuliamo con loro.

L’India è un paese che ha imparato nel corso degli anni a evolversi e a mantenere un’eccezionale unità nella diversità. Analogamente, il più grande contributo dell’Unione europea è stato dimostrare al mondo che è possibile costruire un’unione forte di nazioni senza compromettere le identità nazionali. E’ diventato un modello ispiratore e un esempio da seguire per ogni regione nel mondo. L’Unione europea e l’India sostengono una forma sociale di sviluppo economico e promuovono un modello di crescita improntato all’equità. Entrambe sono consapevoli della necessità che la crescita rispetti l’ambiente e lo renda sostenibile per le generazioni future. Con i secoli di preziosa esperienza dell’India e dell’Unione europea, possiamo sviluppare una dottrina di cooperazione globale basata sul fondamento della collaborazione regionale e delle competenze centrali delle nostre nazioni.

L’Unione europea e l’India diffondono in tutto il mondo il messaggio che la cooperazione regionale e la collaborazione interregionale determineranno una situazione favorevole a tutti, in modo tale da creare una civiltà emergente in termini politici e socioeconomici. Il nostro contributo potrà dirsi riuscito se, prima della fine del XXI secolo, sapremo trasformare tutte le regioni in unioni felici, fino alla realizzazione di un mondo di unioni. In questo contesto, mi viene in mente il sogno di un poeta indiano, , il quale 3 000 anni fa disse nella lingua classica tamil: che significa: “Io sono cittadino del mondo. Ogni cittadino è mio amico e parente”. Lo disse 3 000 anni fa.

Su questo sfondo, ho portato dall’India un messaggio volto a lanciare tre importanti missioni indo-europee che potrebbero contribuire alla pace e alla prosperità del mondo intero. Propongo queste missioni sulla base dell’esperienza dell’India e delle dinamiche dell’Unione europea.

Il primo compito è l’evoluzione di una società illuminata, nella quale i cittadini hanno un sistema di valori, che conduce a un mondo prospero e pacifico.

La seconda idea è la creazione dell’indipendenza energetica. Normalmente si parla di sicurezza energetica. Io parlo invece di indipendenza energetica: un approccio tridimensionale a una scelta energetica mirata a realizzare un mondo pulito.

Il terzo obiettivo è una piattaforma mondiale della conoscenza quale centro di convergenza delle principali capacità dell’Unione europea e dell’India in determinati settori, per offrire soluzioni a questioni critiche come l’acqua, l’assistenza sanitaria e il rafforzamento delle capacità.

Quando le nazioni si uniscono per costruire una società coesa, è necessario fare in modo che i benefici derivanti dallo sviluppo giungano a tutte le fasce della società. La povertà in tutto il mondo, l’analfabetismo, la disoccupazione e le privazioni fanno emergere le forze della rabbia e della violenza. Queste forze si rifanno a precedenti inimicizie storiche, reali o percepite, a tirannie, ingiustizie, ineguaglianze, a questioni etniche e al fondamentalismo religioso, che stanno confluendo in un’esplosione di estremismo a livello mondiale. Sia l’India che l’Unione europea sono state e sono tuttora testimoni di atti orrendi compiuti da certe sezioni fuorviate della società. Insieme dobbiamo esaminare le cause alla radice di tali fenomeni, al fine di trovare modi durevoli per promuovere la pace. In quale modo possiamo farlo?

Abbiamo bisogno di una qualità in grado di apportare eterna bontà e moralità nella condotta umana, una qualità chiamata “rettitudine”. Come noi diciamo in India:

“Dove c’è rettitudine di cuore

c’è nobiltà di carattere.

Quando c’è nobiltà di carattere,

c’è armonia in casa.

Quando c’è armonia in casa,

c’è ordine nella nazione.

Quando c’è ordine nella nazione,

c’è pace nel mondo.”

(Applausi)

Onorevoli parlamentari, questo vale per il mondo intero. Quando vogliamo ottenere la pace nel mondo, dobbiamo perseguire l’ordine nelle nazioni. Dobbiamo perseguire l’armonia in casa. In Europa, in India o in qualsiasi parte del mondo, l’origine di tutto questo è la rettitudine del cuore. Come instillare la rettitudine nel cuore di ogni cittadino del mondo? Questa è la mia specializzazione e mi piacerebbe parlarvene.

In primo luogo, desidero parlarvi dell’evoluzione di una società illuminata. Con questo spirito di rettitudine nel cuore, vorrei presentare a questo importante consesso una metodologia per sviluppare una società felice, prospera e pacifica nel nostro mondo, che io chiamo “evoluzione di una società illuminata”. Ho condiviso questi pensieri con molti intellettuali in ambienti nazionali e internazionali. Dobbiamo creare una società illuminata con tre componenti: 1) istruzione basata su un sistema di valori; 2) religione trasformata in spiritualità; 3) sviluppo economico per la trasformazione della società.

Cominciando con la prima componente, abbiamo visto che i semi della pace nel mondo hanno origine nella rettitudine di cuore di ogni individuo. La rettitudine dei cittadini conduce all’emergere di una società illuminata. Occorre quindi predisporre un’istruzione improntata a un sistema di valori tale da sviluppare la rettitudine di cuore nelle giovani menti. Quella dovrebbe essere la missione dell’istruzione. Il primo ambiente di apprendimento riguarda i ragazzi dai cinque ai diciassette anni. Questo mi fa venire in mente ciò che disse un maestro greco migliaia di anni fa: “Datemi un bambino per sette anni; dopo, lasciate che lo prenda Dio o il diavolo: non potranno più cambiarlo”.

Questo dimostra il potere dei grandi maestri e di ciò che possono inculcare nelle giovani menti. Genitori e insegnanti devono instillare nei bambini una guida morale. Ciò richiede l’abilità di comprendere l’unicità e l’universalità della coscienza umana. La vera istruzione è l’acquisizione di sentimenti illuminati e di poteri illuminati per capire gli eventi quotidiani e la verità permanente che lega l’umanità al suo ambiente, umano e planetario.

Ricordo le lezioni cui assistevo quando ero studente, molto tempo fa – quasi 57 anni fa – all’istituto dei Gesuiti del St Joseph’s College a Tiruchirappalli nell’India meridionale, tenute dalla massima autorità del college, il Reverendo Padre rettore Kalathil. Ogni lunedì il Reverendo Padre teneva una lezione di un’ora. Parlava di personaggi esemplari del presente e del passato e delle caratteristiche di un buon essere umano. In quell’ora, teneva lezioni su personaggi come Buddha, Confucio, Sant’Agostino, il Califfo Omar, il Mahatma Gandhi, Einstein e Abramo Lincoln e raccontava storie morali legate alla nostra civiltà. Durante la lezione di scienze morali, Padre Kalathil metteva in evidenza l’aspetto più esemplare di come questi grandi personaggi si erano evoluti diventando buoni esseri umani, attraverso le cure parentali, gli insegnamenti e la compagnia di grandi libri. Anche se avvenute nel 1950, durante i giorni trascorsi al college, queste lezioni mi inspirano ancora oggi.

E’ essenziale che nelle scuole e nelle università in ogni nazione i più autorevoli insegnanti dell’istituto tengano conferenze settimanali di un’ora sull’eredità della civiltà e sul sistema di valori che ne deriva. La si potrebbe denominare “lezione di scienze morali”; insegnerà alle giovani menti ad amare il loro paese e gli altri esseri umani e a elevarsi a livelli superiori. Ho suggerito questa metodologia agli esperti di istruzione nel mio paese. L’Unione europea potrebbe pensare di sviluppare un sistema che consenta agli studenti di apprendere queste lezioni fondamentali a beneficio di tutti.

Passo ora alla questione della trasformazione della religione in forza spirituale. Molti nel mondo credono che sia un compito arduo, ma io non sono d’accordo. Vorrei condividere un’esperienza che mi ha convinto che è possibile trasformare la religione in una forza spirituale.

In che modo? Come tutti sapete, la religione ha due componenti: la teologia e la spiritualità. Benché la teologia sia peculiare per ogni religione, la componente spirituale diffonde il valore che viene assimilato dagli esseri umani al fine di promuovere una vita serena e il benessere della società nelle attività della vita materiale. Io stesso sono stato testimone dell’unione tra religione e scienza nell’attuazione di un compito essenziale.

All’inizio degli anni ’60, il fondatore del programma indiano di ricerca spaziale, il professor Vikram Sarabhai, e i suoi collaboratori avevano localizzato il luogo tecnicamente più appropriato per la ricerca spaziale dopo aver esaminato molte alternative. La città di Thumba, nel Kerala, situato nell’India meridionale, fu selezionata per la ricerca spaziale poiché era vicina all’equatore magnetico. Questo la rendeva ideale per la ricerca sulla ionosfera e sugli electrojet nell’alta atmosfera. Ho avuto la fortuna di lavorare con il professor Vikram Sarabhai per circa otto anni.

La principale sfida per Vikram Sarabhai era localizzare il sito in una zona specifica. Come faceva di solito, il professor Sarabhai si rivolse innanzi tutto agli amministratori del governo di Kerala. Dopo aver visto il terreno e la costa marittima, gli dissero che là vivevano migliaia di pescatori e che la località comprendeva una chiesa antica, dedicata a Santa Maria Maddalena, una casa vescovile e una scuola. Sarebbe stato quindi molto difficile concedergli quel territorio e l’amministrazione era disposta a offrire un terreno in una zona alternativa. Analogamente, le autorità politiche ritenevano anche che sarebbe stata una situazione difficile per la presenza di importanti istituzioni e per il fatto che la popolazione avrebbe dovuto trasferirsi. Comunque, il professore era molto determinato.

Gli venne suggerito di rivolgersi all’unica persona che avrebbe potuto dargli un consiglio e un aiuto. Questi era il Vescovo, Padre Peter Bernard Pereira. Il professor Sarabhai fece visita al Vescovo un sabato sera. Ricordo ancora il loro incontro, che si dimostrò di portata storica. Molti di noi furono testimoni dell’evento. Padre Pereira esclamò: “Oh Vikram, lei sta chiedendo la casa dei miei figli, la casa dei pescatori, la mia casa, la casa vescovile, e la casa di Dio, la chiesa. Come si può fare?”. Entrambi avevano una speciale qualità: sapevano sorridere anche in situazioni difficili. Padre Pereira chiese al professor Sarabhai di andare in chiesa quella domenica mattina alle 9 ed egli vi si recò con i suoi collaboratori. Si stava svolgendo la preghiera, con una lettura dalla Bibbia fatta da Padre Pereira. Quando la preghiera finì, il Vescovo invitò il professor Sarabhai a salire sul pulpito. Il Reverendo Padre lo presentò alla congregazione. “Cari figli”, disse il Vescovo, “qui c’è uno scienziato, il professor Vikram Sarabhai. Cosa fa la scienza? Tutti noi, anche in questa chiesa, usiamo la luce elettrica. Io posso parlarvi attraverso il microfono grazie alla tecnologia. I medici curano i pazienti grazie alla scienza medica. La scienza attraverso la tecnologia rende la vita umana più confortevole e ne migliora la qualità. Cosa faccio io come predicatore? Io prego per voi, per la vostra salute e per la pace. In breve, Vikram e io facciamo la stessa cosa: sia la scienza che la spiritualità invocano le benedizioni dell’Onnipotente per la prosperità del corpo e della mente. Il professor Sarabhai dice che entro un anno costruirà infrastrutture alternative vicino alla costa. Ora, cari figli, possiamo dare le nostre case, la mia casa e la casa di Dio per una grande missione scientifica?”

Lui pose la domanda. Scese un silenzio assoluto, proprio come ora. Poi l’intera congregazione si alzò e disse “Amen”, facendo rimbombare tutta la chiesa.

Quella era la chiesa dove allestimmo il nostro centro di progettazione e dove cominciammo ad assemblare i razzi, e la casa vescovile divenne la sede in cui lavoravano gli scienziati. Più tardi, la stazione equatoriale di Thumba per il lancio dei razzi portò alla creazione del Centro spaziale Vikram Sarabhai e le attività spaziali hanno condotto alla comparsa di numerosi centri spaziali in tutto il paese. Quella chiesa è diventata un importante centro di studi, dove migliaia di persone apprendono la dinamica storia del programma spaziale dell’India e delle grandi menti di uno scienziato e di una guida spirituale. Chiaramente, gli abitanti di Thumba ricevettero come promesso infrastrutture ben attrezzate, un luogo di culto e un centro di istruzione situati in un’altra località.

Quando penso a questo evento, capisco che i leader spirituali e scientifici illuminati possono unirsi al fine di onorare la vita umana. Chiaramente, la nascita della stazione di Thumba e del Centro spaziale Vikram Sarabhai ha dato al paese la capacità di lanciare vettori, astronavi e applicazioni spaziali che hanno accelerato lo sviluppo sociale ed economico in India a livelli senza precedenti.

Il professor Vikram Sarabhai e Padre Peter Bernard Pereira non sono più tra noi, ma chi crea qualcosa e fa sbocciare nuovi fiori diventerà egli stesso simile al fiore, come descritto nel Bhagavad Gita, che dice: “Guardate il fiore, come distribuisce generosamente profumo, miele. Dà a tutti, dà generosamente il suo amore. Quando il suo lavoro è finito, cade senza rumore. Cercate di essere come il fiore, modesto nonostante tutte le sue qualità”. Che bel messaggio per l’umanità sullo scopo della vita, che riflette la componente spirituale. Sapremo unire la componente spirituale delle religioni per portare la pace alle nazioni e al mondo?

Mi è stato chiesto di parlare del dialogo culturale e vorrei rievocare un evento comune in molte parti del mio paese. Io sono stato testimone di questo evento quando avevo dieci anni. A casa nostra, periodicamente, vedevo riunirsi tre persone straordinarie: Pakshi Lakshmana Shastrigal, che era il sacerdote capo del famoso tempio di Rameshwaram, uno studioso vedico, il Reverendo Padre Bodal, che costruì la prima chiesa sull’isola di Rameshwaram, e mio padre, che era un imam della moschea. I tre erano soliti incontrarsi e discutere i problemi dell’isola per cercare soluzioni. Inoltre, costruirono con compassione molti legami tra le religioni, che pian piano si espansero sull’isola come il profumo che emana dai fiori. Questa visione mi torna sempre in mente ogniqualvolta si parla di dialogo tra le religioni. L’India ha da millenni questo vantaggio dell’integrazione. In tutto il mondo, il bisogno di un dialogo franco fra le culture, le religioni e le civiltà è ora sentito più che mai.

Questi due esempi mi fanno essere fiducioso sulla possibilità di costruire un ponte tra le religioni sulla base delle componenti spirituali. Ogniqualvolta incontro i giovani e gli esperti nel mio paese, racconto queste due esperienze. Molti nel mio paese e nel mondo potrebbero avere queste stesse esperienze. Dobbiamo diffondere tali “buone notizie” in ogni parte del mondo.

Passiamo alla terza importante componente della società illuminata, cioè la realizzazione dello sviluppo economico per la trasformazione della società. Consentitemi di prendere ad esempio l’India, anche se ciò che sto per dire potrebbe valere per molte regioni del mondo, compresa l’Unione europea.

L’economia indiana è in ascesa. Si registra una crescita considerevole nel settore manifatturiero e in quello dei servizi. La nostra missione è di diffondere questa crescita economica in tutto il paese, compreso il settore rurale. Occorre migliorare la qualità della vita di quasi 220 milioni di persone, su un miliardo di abitanti, sia nelle aree rurali che in quelle urbane. Benché la crescita del PIL indichi la crescita economica, la partecipazione dei cittadini è essenziale per realizzare gli obiettivi necessari. E’ essenziale far sì che i cittadini acquisiscano una buona qualità di vita, comprendente cibi nutrienti, abitazioni dignitose, un ambiente pulito, cure sanitarie a costi accessibili, un’istruzione di qualità e un lavoro produttivo, il tutto integrato con il nostro sistema di valori derivante dal patrimonio della civiltà; questo determina lo sviluppo globale della nazione, che porterà il sorriso sul volto di un miliardo di persone. Questi sono indicatori per la crescita dell’indice di prosperità nazionale. Per realizzare tale tasso di crescita, abbiamo identificato cinque aree in cui l’India ha una competenza di base per l’azione integrata: 1) agricoltura e industria alimentare; 2) istruzione e assistenza sanitaria; 3) tecnologia dell’informazione e della comunicazione; 4) sviluppo delle infrastrutture, compreso il metodo PURA (Providing Urban Amenities in Rural Areas: fornitura di strutture urbane in aree rurali); 5) autosufficienza in tecnologie critiche. Ci prefiggiamo di realizzare l’obiettivo di trasformare l’India in una nazione sviluppata entro il 2020 stimolando e infiammando le menti dei 540 milioni di giovani della nazione sotto i 25 anni di età.

Fin qui abbiamo discusso l’approccio tridimensionale fondato sull’istruzione basata su valori, sulla trasformazione della religione in forza spirituale e sullo sviluppo economico per la trasformazione della società, con l’obiettivo dell’evoluzione di una società illuminata. Questa metodologia tridimensionale integrata per l’evoluzione di una società illuminata aprirà la strada a nazioni pacifiche, prospere, felici e, quindi, a un mondo libero da estremismi e da ulteriori fonti di estremismo. Sul mio sito web www.presidentofindia.nic.in, ho affermato che un organismo mondiale dotato di poteri è essenziale per l’evoluzione delle nazioni di cittadini illuminati. Sarò molto felice di scambiare pensieri, idee e iniziative riguardo a questa missione con gli onorevoli deputati dopo che avranno preso visione del mio sito.

Passo ora alla seconda missione, il raggiungimento dell’indipendenza energetica. Quando analizziamo i problemi critici che il pianeta oggi si trova ad affrontare, ci vengono in mente due questioni importanti. In primo luogo, l’esaurimento dei combustibili fossili – petrolio, gas e carbone – come previsto dal Forum mondiale dell’energia, che è un problema di cui siete tutti consapevoli. La seconda questione è il continuo degrado dell’ambiente, primariamente a causa dell’uso su larga scala di materiali fossili per generare energia. Tali problemi possono essere risolti con l’indipendenza energetica, un’idea che ho presentato al mio paese. Potrebbe essere applicabile a molte nazioni. Quale forma di indipendenza energetica propongo in India?

L’India ha il 17 per cento della popolazione mondiale, ma soltanto lo 0,8 per cento circa delle risorse note di petrolio e di gas naturale. In base ai progressi previsti per la nazione nei prossimi vent’anni, la sua capacità di produzione di energia dovrà aumentare dagli attuali 130 000 MW a 400 000 MW entro l’anno 2030. Questo calcolo tiene conto del risparmio energetico pianificato e della progettazione e produzione di attrezzature e sistemi improntati all’efficienza energetica.

Ho proposto vari sistemi. L’efficienza delle celle solari, comune all’Unione europea e all’India, deve aumentare dal livello attuale del 20 per cento al 55 per cento intensificando la ricerca sulle celle solari basate su nanotubi di carbonio. Riguardo ai reattori che impiegano il torio, il torio è un materiale non fissile. Deve essere convertito in materiale fissile utilizzando la tecnologia dei reattori autofertilizzanti veloci. Nel settore dei biocarburanti, la sfida è costituita da colture per biocarburanti a maggiore rendimento, tecnologie di esterificazione per una maggiore produzione e modifiche ai motori delle automobili. Queste tre aree di ricerca richiedono un’intensa cooperazione tra l’Unione europea e l’India. Suggerirei di istituire un programma indo-europeo di sviluppo delle energie rinnovabili per attività avanzate di R&S riguardo a tutte le forme di energia rinnovabile, in modo da rendere disponibili su vasta scala gruppi motore sfruttabili commercialmente entro i prossimi dieci anni.

(Applausi)

Vorrei concludere con la “piattaforma mondiale della conoscenza”. Con l’esperienza positiva maturata in India con l’attuazione, dall’idea alla realizzazione e commercializzazione, di due iniziative imprenditoriali internazionali di tipo cooperativo, suggerirei lo sviluppo della “piattaforma mondiale della conoscenza” per riunire le competenze centrali dei paesi dell’Unione europea e dell’India nel campo della scienza e della tecnologia, con lo sviluppo di sistemi unici per applicazioni globali. La “piattaforma mondiale della conoscenza” consentirà di cooperare per la progettazione, lo sviluppo, la produzione economicamente efficiente e la commercializzazione di prodotti della conoscenza, sistemi e servizi in vari settori basati sulla competenza centrale di paesi partner nel mercato internazionale. La “piattaforma mondiale della conoscenza” è un luogo d’incontro per la scienza, la tecnologia, l’industria, la gestione e il marketing.

Mi chiederete quali siano le missioni della “piattaforma mondiale della conoscenza”. La convergenza della biotecnologia, della nanotecnologia e della tecnologia dell’informazione dovrebbe riguardare ogni settore rilevante per l’umanità. La “piattaforma mondiale della conoscenza” affronterà missioni in alcune aree che sono della massima importanza per tutti noi e per rendere il nostro mondo un luogo sicuro, sostenibile, pacifico e prospero in cui vivere.

La prima di tali aree è l’acqua: dissalazione dell’acqua di mare utilizzando l’energia solare, canalizzazioni, creazione di collegamenti fluviali e acqua potabile sicura ed economica.

La seconda è l’assistenza sanitaria: diagnosi, sistema di distribuzione dei farmaci, sviluppo e produzione di vaccini per HIV, tubercolosi, malaria e malattie cardiache.

La terza area riguarda l’agricoltura e la produzione alimentare: aumento della produzione di grano alimentare in ambienti con limitata disponibilità di terreni, acqua e manodopera; conservazione degli alimenti; lavorazione degli alimenti; magazzinaggio e distribuzione a costi contenuti.

La quarta è rappresentata dai prodotti della conoscenza: hardware, software e prodotti per la messa in rete e l’immagazzinamento di dati, comprese apparecchiature elettroniche portatili di dimensioni micrometriche e nanometriche.

La quinta è costituita dai sistemi di trasporto: sistemi di trasporto senza uso di combustibili fossili, che utilizzano energie rinnovabili, sistemi di sicurezza, hardware e integrazione di software incorporato.

La sesta area è l’habitat: un habitat improntato all’efficienza energetica e idrica, libero da inquinamento.

La settima è la previsione e la gestione delle catastrofi naturali: previsione di terremoti, previsione delle precipitazioni per particolari condizioni nuvolose.

Infine, il rafforzamento delle capacità: sviluppo di risorse umane di qualità per tutte le aree sopra indicate, compreso la formazione di personale con abilità di livello internazionale.

L’Unione europea rappresenta un enorme potenziale scientifico con una ricca cultura per la ricerca. L’India è emersa come paese all’avanguardia, con il suo dimostrato potenziale scientifico e tecnologico in molte missioni a vantaggio della società, e attualmente è in ascesa. La forza combinata delle nazioni può essere utilizzata a vantaggio sia dell’India che dell’Unione europea, unendoci come partner nella creazione della “piattaforma mondiale della conoscenza”.

In conclusione, come abbiamo visto, c’è un visibile filo comune che lega i nostri sogni e i nostri problemi. Insieme a voi, ho la sensazione che esistano soluzioni eccellenti che ci arrivano da menti eccellenti. Le menti eccellenti generano creatività. Questo è il patrimonio comune dell’India e dell’Unione europea.

Ho presentato tre missioni: l’evoluzione di una società illuminata, il raggiungimento dell’indipendenza energetica e la creazione della “piattaforma mondiale della conoscenza”. Queste missioni indo-europee rafforzeranno ulteriormente il nostro partenariato strategico e diventeranno la base per cambiare la vita di un miliardo e mezzo di persone, portando infine a una confluenza di civiltà.

Per rispondere alle sfide di queste missioni, possiamo trarre ispirazione da ciò che disse Maharishi Patanjali circa 2 500 anni fa. Egli disse: “Quando sei ispirato da un grande proposito, da qualche progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri oltrepassano i loro confini. La tua mente trascende le limitazioni, la coscienza si espande in ogni direzione e ti ritrovi in un nuovo, grande mondo meraviglioso. Le forze, le facoltà e i talenti addormentati si ridestano, ed ecco che diventi una persona molto, molto più grande di quel che avevi osato sognare”.

Ho una grande ammirazione per l’Unione europea. In questo contesto, ho composto una poesia che vorrei condividere con voi.

(Applausi)

Il titolo della poesia è “Messaggio della Madre India all’Unione europea”.

“Un ambiente eccellente fa nascere menti eccellenti.

Un ambiente eccellente fa nascere menti eccellenti.

Menti eccellenti, generatrici di freschezza e creatività,

hanno creato gli esploratori di terra e mare,

hanno creato l’Unione europea,

hanno creato gli esploratori di terra e mare,

creano menti di inventori,

creano ovunque grandi menti scientifiche. Perché?

Ripercorrete le tante scoperte.

Scoprite il continente.

Avete voi consapevolezza di aver scoperto un continente?

Scoprire il continente e terre ignote.

Avventurarsi in regioni inesplorate.

Creare nuove strade.

Nelle menti migliori,

nelle menti migliori nacquero anche per noi,

nacquero i semi della battaglia e dell’odio,

centinaia di anni di guerra e sangue.

Milioni dei miei meravigliosi figli persi in terra e in mare.

Le lacrime sommersero molte nazioni,

molti furono travolti in un oceano di tristezza.

Giunse allora la visione dell’Unione europea.

Giurammo di non usare mai la conoscenza umana contro noi stessi o gli altri.

Uniti nel pensiero, scaturì l’azione per dare prosperità all’Europa,

e la pace unì l’Unione europea.

Queste buone notizie conquistarono le genti del pianeta della mia galassia.

Queste buone notizie conquistarono le genti del pianeta della mia galassia.

Oh, Unione europea, che la tua missione si diffonda ovunque, come l’aria che respiriamo.”

Questa era la mia poesia.

(Applausi)

Infine, amici, consentitemi di rivolgere il saluto del miliardo di cittadini del mio paese a tutti gli onorevoli deputati al Parlamento europeo e, tramite voi, a tutti i cittadini dei paesi dell’Unione europea.

Che Dio vi benedica tutti.

(L’Assemblea, in piedi, applaude lungamente)

 
  
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  Presidente. – Presidente Kalam, a nome del Parlamento europeo la ringrazio per il suo discorso importante e ispiratore. E’ stato uno dei discorsi più straordinari che abbiamo mai ascoltato.

(Applausi)

Pronunciato da un uomo di Stato, scienziato e poeta, è stato eccezionale. Grazie. Ritengo che sia molto importante ascoltarsi reciprocamente per comprendersi meglio, rispettarsi e cooperare gli uni con gli altri. Questo è il suo messaggio. Auguro tutto il meglio a lei e alla sua grande nazione, e vorrei esprimere i miei migliori auguri anche riguardo alla cooperazione tra la grande nazione indiana e l’Unione europea.

(Prolungati applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente

 

11. Turno di votazioni (seguito)

11.1. Medicinali per terapie avanzate (votazione)
  

– Relazione Mikolášik (A6-0031/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, come relatore vorrei cogliere l’occasione per introdurre questa relazione facendo una precisazione.

Desidero condannare e oppormi fermamente al comportamento di alcuni relatori ombra miei colleghi che, scavalcando il relatore e presentando il primo blocco come una sorta di compromesso con il Consiglio, stanno pregiudicando il ruolo del Parlamento.

I gruppi politici presenti in Aula sono otto, ma solo tre –PSE, ALDE e GUE/NGL – hanno approvato gli oltre 70 emendamenti in questione. Non abbiamo ricevuto informazioni dal Consiglio riguardo all’approvazione di questo pacchetto da parte del COREPER. Vi esorto pertanto a votare per respingere il primo blocco e per sostenere il secondo blocco, che è il frutto del lavoro svolto dalle commissioni parlamentari.

Al tempo stesso, però, vorrei dire chiaramente che ascolterò la voce dell’Assemblea e che, in veste di relatore principale, accorderò il mio sostegno definitivo a questa proposta.

 
  
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  Dagmar Roth-Behrendt (PSE). – (EN) Signor Presidente, vorrei semplicemente sottolineare che, come hanno fatto alcuni colleghi di altri gruppi politici, anch’io ho esercitato il diritto democratico di presentare emendamenti entro i termini previsti. Desidero rilevare che tutti gli emendamenti contenuti nel primo blocco rispecchiano i voti espressi in sede di commissione e sono in linea con un accordo raggiunto in occasione di un trilogo tecnico con il relatore, che successivamente ha deciso di non proseguire tale trilogo. Non abbiamo oltrepassato le nostre competenze riguardo ad alcuno di questi punti e pertanto propongo di procedere alla votazione. Rispetto sempre le procedure democratiche applicabili in questa sede.

(Applausi)

 
  
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 66

 
  
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  Hartmut Nassauer (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, non credo che l’emendamento n. 66 sia coperto dall’emendamento di compromesso, e sarei grato se potessimo tenere un’ulteriore votazione in merito.

 
  
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  Presidente. – Secondo l’analisi che è stata svolta, l’emendamento n. 66 è coperto dall’emendamento n. 127, riguardante le deroghe per gli ospedali. Riteniamo quindi che si sia votato sulla questione.

 
  
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  Alejo Vidal-Quadras (PPE-DE). – (ES) Signor Presidente, per il corretto svolgimento della votazione, vorrei chiederle se, dopo aver annunciato l’inizio della votazione per appello nominale, può concedere qualche secondo in più prima di dichiararne la chiusura, in quanto alcuni colleghi hanno difficoltà a seguirla a causa dell’elevata velocità.

(Applausi)

Pertanto, tra l’apertura e la chiusura della votazione, la prego di concedere qualche secondo di tempo in più. Molte grazie!

 
  
  

Prima della votazione sulla proposta modificata della Commissione

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE), relatore. – (FR) Signor Presidente, stando alla mia lista di voto, avremmo dovuto votare per parti separate anche sugli emendamenti nn. 24, 35, 44, 45, 61, 62 e sull’emendamento n. 66, cosa che non abbiamo fatto. Vorrei pertanto cortesemente chiederle di sottoporre questi emendamenti a votazione.

 
  
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  Presidente. – Questi emendamenti, onorevole Mikolášik, sono stati coperti dal primo pacchetto.

 

11.2. Misure penali volte ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale (votazione)
  

– Relazione Zingaretti (A6-0073/2007)

Prima della votazione sull’emendamento n. 46

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó (ALDE). – (EN) Signor Presidente, desidero chiarire che il campo di applicazione di questa direttiva dovrebbe limitarsi alla pirateria e alle pratiche di contraffazione. Poiché tale direttiva verrà applicata in diversi Stati membri con sistemi giuridici differenti, proponiamo che, nell’emendamento, l’espressione “proprietà intellettuale” venga sostituita da “del diritto d’autore e dei diritti connessi”. Con “proprietà intellettuale” non si indica solo il diritto d’autore, ma il diritto d’autore e i diritti connessi. Questo è un emendamento orale.

 
  
  

(L’emendamento orale non è accolto)

 

11.3. Sistema comunitario di monitoraggio del traffico navale e d’informazione (votazione)
  

– Relazione Sterckx (A6-0086/2007)

Prima della votazione sull’emendamento n. 46

 
  
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  Luis de Grandes Pascual (PPE-DE). – (ES) Illustrerò brevemente il motivo dell’emendamento orale. In origine la commissione per i trasporti e il turismo aveva approvato l’emendamento n. 46, presentato da me, e l’emendamento n. 50, presentato dall’onorevole Sterckx. Successivamente i servizi hanno constatato che esiste una certa incompatibilità tra i due per quanto riguarda alcune date.

Siamo giunti a un accordo e abbiamo ritenuto che la soluzione migliore sia un emendamento orale all’emendamento n. 46, che propongo all’Assemblea e che consiste in una semplice aggiunta, ovvero: “e comunque entro il 1° luglio 2008”.

In questo modo il significato di entrambi gli emendamenti rimarrà inalterato e si potrà fornire una soluzione giuridica a questo conflitto.

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

 

11.4. Inchieste sugli incidenti nel settore del trasporto marittimo (votazione)
  

– Relazione Kohlíček (A6-0079/2007)

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), relatore. – (FR) Signor Presidente, vorrei modificare l’ordine delle votazioni. Per quanto riguarda l’undicesimo considerando, sarebbe meglio votare prima sull’emendamento n. 26 poiché è più esaustivo dell’emendamento n. 1

 
  
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  Presidente. – La lista di voto viene stabilita in conformità del Regolamento, ma, se l’Assemblea non ha nulla in contrario, asseconderemo i desideri del relatore.

 

11.5. Responsabilità dei vettori che trasportano passeggeri via mare e per vie navigabili interne in caso di incidente (votazione)
  

– Relazione Costa (A6-0063/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Paolo Costa (ALDE), relatore. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo solo per dire, a fini di chiarezza, che in qualità di relatore invito a votare contro, in tutti i voti per appello nominale, i voti diversi da quelli presentati dal comitato.

Lo faccio per evitare all’Unione europea di dover intervenire la prossima volta che si verifica un incidente su qualche grande fiume europeo, perché se non estendiamo la protezione dei consumatori anche a questo settore, ciò potrebbe accadere.

 
  
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  Georg Jarzembowski (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, questa è stata una descrizione molto sintetica del problema. Sia il mio che l’altro gruppo ritengono che norme specifiche garantirebbero una protezione migliore per i passeggeri dei battelli per la navigazione interna, in quanto i regolamenti attuali, su cui ci accingiamo a votare, si applicano al trasporto marittimo, e quindi vorrei semplicemente precisare che non riduciamo la sicurezza dei passeggeri se presentiamo i nostri emendamenti e poi convinciamo la maggior parte dei colleghi – come speriamo – a votare a loro favore.

 

11.6. Controllo da parte dello Stato di approdo (votazione)
  

– Relazione Vlasto (A6-0081/2007)

 

11.7. Organismi abilitati ad effettuare l’ispezione e la visita delle navi (votazione)
  

– Relazione de Grandes Pascual (A6-0070/2007)

 

11.8. Principi contabili internazionali di informativa finanziaria (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (B6-0157/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Pervenche Berès (PSE). – (FR) Signor Presidente, la commissione per i problemi economici e monetari vorrebbe chiedere, conformemente all’articolo 170, paragrafo 4, del Regolamento, il rinvio della votazione su questa risoluzione alla seconda tornata di settembre. Obiettivo di tale rinvio è adattare il nostro calendario al nuovo calendario che i servizi della Commissione hanno definito su nostra richiesta per l’approvazione del principio contabile IFRS 8 in sostituzione del principio IAS 14.

La proposta della Commissione di adottare l’IFRS 8 comporterebbe l’incorporazione dell’equivalente principio contabile statunitense nel diritto europeo, senza che sia stato svolto uno studio d’impatto sull’effetto dell’applicazione di tale norma alle società registrate in Europa.

La commissione per i problemi economici e monetari desidera ricordare che dalla convergenza tra i principi contabili IFRS e US GAAP – tanto auspicata dal Commissario McCreevy – devono scaturire norme che permettano di produrre informazioni finanziarie di maggiore qualità. Per una parte, l’effettiva convergenza significa ben più che limitarsi a copiare le norme contabili dell’altra parte.

In tale contesto, i servizi della Commissione hanno convenuto di rivedere il loro calendario, acconsentendo così alla realizzazione di uno studio d’impatto. Questa informazione ci è stata comunicata per lettera ieri sera. La commissione per i problemi economici e monetari desidera altresì rilevare che le proposte della Commissione sulle misure di attuazione, quanto meno in ambito finanziario, norme contabili comprese, devono essere esaminate entro un periodo di tre mesi. Saremmo grati se la Commissione potesse ripresentare questa misura di attuazione, assieme ai risultati dello studio d’impatto richiesto, alla nostra commissione il 10 settembre, in modo che il Parlamento possa definitivamente convalidare o meno l’applicazione del principio in questione nel diritto europeo.

 
  
  

(Il Parlamento decide di rinviare la votazione)

 

11.9. Costituzione di una commissione temporanea sul cambiamento climatico (votazione)
  

– Proposta di decisione (B6-0158/2007)

 

11.10. Azioni di risarcimento del danno per violazione delle norme antitrust comunitarie (Libro verde) (votazione)
  

– Relazione Sánchez Presedo (A6-0133/2007)

 

11.11. Accordo multilaterale sulla creazione di uno spazio aereo comune europeo (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (B6-0148/2007)

 

11.12. Strategia tematica per l’uso sostenibile delle risorse naturali (votazione)
  

– Relazione Liotard (A6-0054/2007)

 

11.13. Relazioni transatlantiche (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (RC-B6-0149/2007)

Prima della votazione sul paragrafo 13

 
  
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  Sophia in ’t Veld (ALDE). – (EN) Signor Presidente, desidero proporre le seguenti modifiche al paragrafo 13. Innanzi tutto, vorrei che l’espressione “accoglie con soddisfazione” venisse sostituita da “prende atto”. In secondo luogo, vorrei che alla fine del paragrafo venisse aggiunta la frase: “deplora, tuttavia, la mancanza di sorveglianza democratica a causa dell’esclusione del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali da questo dialogo”. Infine, proponiamo anche l’eliminazione dell’aggettivo “politico” prima di “quadro”.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE). – (ES) Signor Presidente, intervengo semplicemente per dire che il mio gruppo sarebbe d’accordo su due delle proposte avanzate dalla collega: quella di sostituire l’espressione “accoglie con soddisfazione” con “prende atto” e quella di sopprimere l’aggettivo “politico”.

Tuttavia, per accordare il nostro consenso a questa proposta, preferiremmo attribuire una connotazione positiva alla frase e dire: “chiede, tuttavia, al fine di conferire maggiore legittimità democratica a tale dialogo, il coinvolgimento nello stesso del Parlamento europeo”.

 
  
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  Sophia in ’t Veld (ALDE). – (EN) Signor Presidente, credo si tratti di una proposta accettabile.

 
  
  

(Gli emendamenti orali sono accolti)

 

11.14. Relazione sui progressi compiuti dalla Croazia nel 2006 (votazione)
  

– Relazione Swoboda (A6-0092/2007)

Prima della votazione sull’emendamento n. 18

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, con i relatori ombra si è stabilito di utilizzare semplicemente l’espressione “le autorità croate” anziché “il governo e le autorità locali”.

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

Prima della votazione sull’emendamento n. 24

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, un altro aspetto che devo chiarire, con il consenso dei relatori ombra, è che questa disposizione è destinata ad applicarsi a tutte le dispute di frontiera, e quindi chiedo che venga inserita l’espressione “con i paesi confinanti”. La regola del ricorso all’ausilio di una parte terza, dunque, deve applicarsi in linea di principio a tutte le dispute di frontiera ancora irrisolte.

(L’emendamento orale è accolto)

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazioni.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. LUIGI COCILOVO
Vicepresidente

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, potrei sapere una cosa? Visto che il martedì il numero di votazioni è sempre relativamente scarso e il mercoledì è invece molto cospicuo, perché le sedute solenni si tengono sempre il mercoledì? Non potremmo spostarle al martedì? Andrebbe altrettanto bene e ci permetterebbe di organizzare molto meglio i nostri orari.

 
  
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  Presidente. – Trasferiremo a chi di dovere la sua osservazione e vedremo di darle una risposta.

 

12. Dichiarazioni di voto
  

– Relazione Lichtenberger (A6-0060/2007)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Quest’accordo di associazione riguarda l’iniziativa, attualmente in corso, del Cielo unico europeo. Uno dei suoi aspetti chiave – tipico di accordi come questi – è la graduale liberalizzazione dei trasporti fra le parti contraenti e l’eufemistico “adeguamento” dei monopoli di Stato.

Perciò vogliamo ribadire il principio secondo cui spetta a ciascuno Stato membro decidere come gestire il servizio del trasporto aereo e a quali condizioni, compresa la condizione in base a cui compete preferibilmente allo Stato stesso fornire questo servizio.

Desideriamo altresì ribadire che, a nostro avviso, il principio fondamentale che disciplina tutti gli atti intrapresi nell’ambito di questi accordi dev’essere quello della cooperazione e del rispetto della sovranità nazionale, anche per quanto riguarda la gestione da parte di ciascuno Stato del proprio spazio aereo.

La liberalizzazione del trasporto aereo ha comportato un peggioramento nella qualità dei servizi prestati e attacchi ai diritti dei lavoratori in questo settore chiave. Contemporaneamente, la liberalizzazione ha assecondato gli interessi dei grandi operatori internazionali concentrando il settore, a scapito degli operatori di dimensione più ridotta.

Infine, vorrei sottolineare l’incomprensibile coinvolgimento dell’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite nel Kosovo.

 
  
  

– Raccomandazione Costa (A6-0134/2007)

 
  
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  Daniel Hannan (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, quante volte abbiamo sentito dire che ci occorre una giurisdizione comunitaria perché un particolare settore della politica ha una dimensione internazionale? Quest’argomento è in apparenza ragionevole, ma a un’analisi più attenta si rivela specioso, e in nessun campo questo è dimostrato più chiaramente che nella politica in materia di aviazione.

Si tratta ovviamente di una questione che oltrepassa i confini degli Stati, ma il modo per trattarla, come abbiamo visto nella relazione, è a livello internazionale più che sopranazionale, e riguarda tanto gli Stati al di fuori dell’Unione quanto quelli al suo interno.

Questo è certamente un modello migliore per l’organizzazione del nostro continente di quanto non lo sia il controllo di tutte le questioni transfrontaliere da parte di Bruxelles. Estendiamo questo ordinamento ad altri settori oltre a quello dell’aviazione.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Ho votato a favore del regolamento sulla sicurezza dell’aviazione civile.

Inoltre vorrei far rilevare che disposizioni particolareggiate come, per esempio, il divieto di portare a bordo bevande e liquidi, dovrebbero scadere dopo sei mesi. La situazione attuale, con gli aeroporti che applicano questa norma in modo difforme e non professionale, cosicché molti viaggiatori non sanno esattamente quali oggetti possano di fatto portare con sé e quali siano effettivamente le norme in vigore, non è sostenibile ed è comprensibile che la gente se ne stia stufando. E’ assolutamente indispensabile informare con precisione i passeggeri in merito ai diritti e ai doveri del personale addetto alla sicurezza negli aeroporti se si vuole che il controllo dei viaggiatori venga effettuato con tranquillità ed efficacia.

Se uno Stato membro dovesse opporsi, si dovrebbe prima effettuare una valutazione approfondita dei rischi inerenti alla sicurezza, nonché una stima accurata dei costi e dell’impatto sui voli che queste misure comportano.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. – (PL) Voterò a favore della raccomandazione relativa alla posizione comune del Consiglio in vista dell’adozione del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce norme comuni per la sicurezza dell’aviazione civile e che abroga il regolamento (CE) n. 2320/2002.

L’onorevole Paolo Costa ha giustamente sottolineato che le misure di sicurezza supplementari proposte dalla Commissione non comporteranno l’obbligo di far salire agenti di sicurezza armati a bordo degli aerei. Secondo il relatore, una decisione simile spetterebbe alle autorità competenti dello Stato membro.

E’ stato affrontato adeguatamente anche il problema del finanziamento delle misure supplementari di sicurezza. I costi della sicurezza devono gravare in parte sugli Stati membri e non solo sui vettori aerei, come proposto dalla Commissione europea. Tutti i costi relativi alla sicurezza a bordo compresi nel prezzo del biglietto vanno riportati in modo distinto sul titolo di viaggio o indicati ai passeggeri in modo intelligibile.

Concordo anche sulla proposta avanzata nella relazione, secondo cui i mezzi speciali per l’attuazione di standard di minima comuni, come la decisione della Commissione di limitare il trasporto di liquidi a bordo, devono scadere sei mesi dopo la loro entrata in vigore. Se si intende prorogare la loro validità, occorrerà sottoporle a un riesame approfondito dei rischi per la sicurezza e dei costi che comportano.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato contro quegli emendamenti finalizzati a fare assumere all’Autorità europea per la sicurezza aerea un ruolo di security. Si tratta di una questione a parte e non si deve fare confusione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il potenziamento delle norme comuni di sicurezza aerea rappresenta un obiettivo chiave per la politica dei trasporti.

Le minacce rappresentate dai terroristi vanno affrontate con obiettivi chiari e precisi. I nostri obiettivi devono consistere nel garantire il massimo di sicurezza per i passeggeri e nel lottare tenacemente contro questi crimini.

L’efficacia, la chiarezza e la coerenza delle disposizioni europee devono dunque essere i nostri obiettivi principali.

Ci sono varie questioni importanti da risolvere, come la ripartizione delle spese di sicurezza dell’aviazione, le misure più restrittive applicate da uno o più Stati membri e il trasporto di liquidi a bordo. Per risolverle, però, non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo principale, che è quello di garantire l’incolumità dei cittadini, talvolta anche a scapito della comodità e della puntualità dei servizi di trasporto aereo. E’ nostro dovere, pertanto, raggiungere un equilibrio tra questi due fattori, ovvero la sicurezza e la qualità del trasporto aereo. Al tempo stesso, a cosa serve un trasporto di alta qualità che non si conformi a rigorose norme di sicurezza?

 
  
  

– Relazione Seeber (A6-0064/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La direttiva in questione si prefigge di stabilire un quadro legislativo per la valutazione e la gestione dei rischi di alluvione al fine di garantire la tutela della salute umana, dell’ambiente, del patrimonio culturale e delle attività economiche. Per conseguire questo obiettivo occorre un approccio graduale a tre livelli: in primis, una valutazione per stabilire quali sono le zone a rischio di alluvione, poi una mappatura e, in terzo luogo, l’elaborazione di piani di gestione del rischio inondazione nell’ambito dei bacini idrografici.

Senza mettere in discussione i principi e gli obiettivi su cui si basa la proposta in esame, vorrei sapere qual è il motivo per cui non è stato istituito uno strumento simile per il problema della siccità, che ogni anno colpisce milioni di cittadini nell’Unione, con conseguenze particolarmente disastrose per il settore agricolo e l’approvvigionamento idrico delle popolazioni.

Questa lacuna è tanto più grave se si considera la raccomandazione fatta dal Parlamento nella sua risoluzione del maggio 2006 sulle catastrofi naturali, in cui inter alia ha esortato la Commissione a presentare una strategia in materia di siccità su cui basare una politica europea di prevenzione e di gestione dei rischi di siccità comprensiva di strategie per minimizzarne l’impatto.

Di conseguenza, anche se abbiamo votato a favore della relazione, siamo molto delusi per via di questa lacuna e sottolineiamo la necessità di una strategia sulla siccità.

 
  
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  Christa Klaß (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Quando siamo colpiti da un’alluvione, l’acqua è una forza della natura che mette a repentaglio la nostra salute, l’ambiente, le infrastrutture e i nostri beni. L’acqua non conosce confini. E’ importante che l’Unione si avvalga di questa proposta di “direttiva relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvione” per promuovere una maggiore cooperazione transfrontaliera, che deve basarsi sui piani esistenti e sui progetti in possesso degli Stati membri. Questi piani e questi progetti devono fondarsi sui migliori dati, procedure e tecnologie disponibili in materia di gestione dei rischi di alluvione.

Mi compiaccio che sia stato raggiunto un accordo sulle ultime questioni ancora aperte, in modo che la nuova direttiva possa entrare rapidamente in vigore.

Le alluvioni rappresentano un rischio costante per chi vive nelle valli fluviali; è possibile, in una certa misura, attrezzare i propri possedimenti per farvi fronte. Un paese nella valle della Mosella vicino al mio si è salvato grazie alla costruzione di una diga protettiva, ma le misure preventive che coinvolgono tutti i cittadini sono molto migliori e più efficaci.

Nella relazione facciamo riferimento al principio di solidarietà, che entra in azione nei paesi colpiti da alluvione; tutti si aiutano reciprocamente e i volontari del corpo dei vigili del fuoco dimostrano una dedizione ammirevole alla loro attività. E’ questo principio della solidarietà che va sviluppato e sostenuto, non solo nei paesi colpiti da alluvione, ma anche al di là di tutte le frontiere.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Le azioni comunitarie riguardanti i problemi legati ai cambiamenti climatici sono di vitale importanza per il futuro. E’ per questo motivo che ritengo che le misure adottate dalle Istituzioni comunitarie e dagli Stati membri non possano essere misure riduttive che si concentrano solo su un aspetto dei fenomeni, trascurando tutto il resto.

Devo pertanto raccomandare misure integrate per i fenomeni climatici. Mentre votiamo sulla valutazione e la gestione delle alluvioni, è chiaro che stiamo dimenticando il fatto che le alluvioni si accompagnano ad altri fenomeni come la siccità e gli incendi.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Questo è un cenno d’assenso nei riguardi della natura: proprio mentre un’ondata di caldo senza precedenti si abbatte nell’aprile 2007 sull’Europa settentrionale, oggi a mezzogiorno il Parlamento europeo ha appena detto “sì” a un miglior coordinamento tra gli Stati membri nella lotta alle alluvioni.

Si tratta di una risposta concreta alle catastrofi naturali sempre più frequenti e drammatiche che avvengono nei nostri paesi: i miei colleghi belgi si ricorderanno delle alluvioni del dicembre 2002, e come potremmo non rammentare in quest’Aula le alluvioni sopravvenute nell’Europa centrale e orientale durante le estati del 2002 e del 2005? Queste due tragedie hanno giustificato l’attivazione del meccanismo europeo di protezione civile.

Apprezzo pertanto il ruolo di coordinamento svolto dalla Commissione nell’ambito del coordinamento della gestione delle catastrofi gravi tramite il Centro di monitoraggio e di informazione di Bruxelles.

Ho un consiglio: il centro europeo, per accrescere la sua efficacia, dev’essere coordinato con i servizi meteorologici e idrologici dei 27 Stati membri.

Per evitare che l’Europa si ritrovi troppo spesso alle prese con le alluvioni, è urgentemente necessario, a mio avviso, prendere in considerazione la deforestazione, le colture agricole e le concessioni edilizie in zone a rischio d’inondazione nei piani di gestione dei rischi, come richiesto dalla relazione Seeber.

 
  
  

– Relazione Mikolášik (A6-0031/2007)

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE). (SK) Abbiamo appena votato una relazione in cui ho chiesto di adottare un testo ed emendamenti che escluderebbero, sia ora che in avvenire, la possibilità che tutti gli Stati membri dell’Unione siano costretti ad accettare l’impiego di embrioni umani per la ricerca e, teoricamente, per la cura, oltre alla creazione di ibridi uomo-animale che verrebbero commercializzati per i loro tessuti, nonché interventi sulla linea germinale umana.

Da come ha votato la maggioranza di quest’Aula, sembrerebbe che, per il momento, sia stato adottato un testo che è ancora neutrale dal punto di vista etico, ma che rimarrà tale soltanto fino a quando i prodotti basati sulla ricerca sulle cellule staminali compariranno sul mercato. Come essere umano, padre e medico, mi batterò sempre per il diritto delle nazioni di non fare uso delle pratiche summenzionate. Respingo fermamente ogni futura possibilità di commercializzare tessuti umani, di comprare e vendere embrioni, di ricorrere all’eugenetica o di modificare eugeneticamente il genoma umano.

Il 23 aprile la Commissione ci ha assicurato qui in Parlamento che la commercializzazione del corpo umano è fuori discussione, perché la questione è disciplinata dalla legislazione europea. Posso garantirvi che io e il Parlamento seguiremo attentamente e monitoreremo l’osservanza di questo principio.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Il Parlamento ha votato a favore dell’armonizzazione nei settori della terapia genica, della terapia cellulare e dei prodotti dell’ingegneria tessutale. Un registro centrale integrerà il mercato, taglierà le spese, incrementerà la competitività europea e accrescerà le speranze di guarire da malattie gravi. E i vantaggi finiscono qui.

Onorevoli colleghi, mi oppongo per principio al vostro rifiuto di porre limiti agli esperimenti con i geni umani. I liberali europei, i socialisti e l’estrema sinistra non hanno tenuto conto delle opinioni degli esperti di tre commissioni e hanno bocciato il nostro pacchetto di emendamenti intesi a vietare idee mostruose come il trapianto di DNA umano in embrioni animali. E’ stata anche aperta la possibilità di modificare le cellule umane e di commercializzare il corpo umano. Vorrei sapere in base a quali criteri funzionerà il registro londinese.

Come possiamo conseguire l’obiettivo del mercato unico quando in alcuni vecchi Stati membri la clonazione degli esseri umani per mezzo di animali e altri esperimenti che minacciano l’evoluzione umana non sono considerati crimini? Purtroppo alcuni paesi devono ancora ratificare la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina. Il mio “no” in occasione del voto finale è una manifestazione di buonsenso, volta ad affermare che questo è un passo estremamente irresponsabile e imprudente.

 
  
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  Jim Allister (NI), per iscritto. – (EN) Oggi ho votato a favore del pacchetto di emendamenti ideati per garantire l’inclusione di salvaguardie etiche fondamentali nella legislazione sui medicinali per terapia avanzata. Gli emendamenti sono tesi a tutelare i principi di non commercializzazione del corpo umano e delle sue parti mediante la donazione volontaria e gratuita di tessuti e di cellule, a vietare tutti gli interventi sulla linea germinale umana che potrebbero ripercuotersi sulle generazioni future e a garantire che nessun materiale ricavato da embrioni ibridi uomo-animale o chimere venga utilizzato nella ricerca. Infine, approvo l’emendamento che rispetta il principio della sussidiarietà, che in questo caso conferisce certezza giuridica agli Stati membri al fine di escludere l’uso di determinate cellule eticamente controverse.

 
  
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  Hiltrud Breyer (Verts/ALE), per iscritto. – (DE) Dando via libera al regolamento, giuridicamente confuso, sulle nuove terapie, la maggioranza di questo Parlamento si è fatta abbagliare da un’alleanza composta dai socialdemocratici, dalla Commissione e dal governo tedesco, e facendo questo ha svenduto i suoi stessi valori. E’ vergognoso che i deputati diano un colpo di spugna al divieto esplicito di commercializzare il corpo umano, di intervenire sull’identità genetica e di produrre ibridi uomo-animale.

Ha influito enormemente sulla votazione un’intensa attività lobbistica a favore del governo tedesco che, durante la propria presidenza del Consiglio, ha contribuito a causare la demolizione dei valori europei evidenziati nella Dichiarazione di Berlino e a garantire che li si degnasse soltanto di un’adesione puramente formale.

Solo la proposta della commissione giuridica parlamentare (della quale sono stata la relatrice) di rimuovere le cellule staminali embrionali dall’ambito del regolamento avrebbe assicurato la chiarezza e la certezza giuridiche. Si è ora acuito il sospetto che alcuni rappresentanti del governo tedesco volessero sfruttare l’Unione europea per neutralizzare la legislazione tedesca in materia di cellule staminali, e la deroga della Commissione, attualmente sostenuta in linea di principio dal Parlamento, non può superare la prova del tribunale.

Oggi il Parlamento non è stato all’altezza dell’opinione europea prevalente, espressa nella Carta europea dei diritti fondamentali e nella direttiva sui brevetti nel campo della biotecnologia, e ha aperto la porta alla mercificazione del corpo umano. Possiamo ancora sperare che in sede di Consiglio altri Stati membri abbiamo coraggio a sufficienza per fermare la frana bioetica che oggi è stata preannunciata e dare inizio a un totale dietro-front.

 
  
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  Niels Busk, Anne E. Jensen e Karin Riis-Jørgensen (ALDE), per iscritto. – (DA) Dichiarazione di voto a nome degli onorevoli Karin Riis-Jørgensen, Anne E. Jensen e Niels Busk, del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa.

Sono stati proposti alcuni emendamenti di carattere etico che sono assolutamente superflui e che, nel migliore dei casi, intorbidano le acque in merito a tale questione.

Il principio che regola la donazione gratuita di tessuti e di cellule staminali è stato già definito nella direttiva sui tessuti e sulle cellule staminali. Appoggiamo questo principio, che è stato applicato prima e durante questo voto e che si applicherà anche dopo.

E’ sugli Stati membri che ricade, e deve continuare a ricadere, la competenza in materia di decisioni di carattere etico.

 
  
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  Marco Cappato (ALDE), per iscritto. – Abbiamo votato a favore degli emendamenti di compromesso presentati dal gruppo ALDE insieme a PSE e GUE, perchè crediamo che solo una rapida approvazione di una regolamentazione europea sulle terapie avanzate possa garantire milioni di cittadini in attesa di cure efficaci e la libertà della ricerca scientifica. Medici e ricercatori devono potersi muovere in un contesto normativo certo, che riconosca il loro lavoro su base europea e che garantisca l’accesso alle cure a tutti i malati che ne hanno bisogno.

Il Parlamento ha, a larga maggioranza, respinto i cosiddetti “emendamenti etici”, in realtà antiscientifici e aventi l’unico obiettivo di ritardare e di impedire l’adozione di una normativa che dona maggiore funzionalità e competitività alla ricerca scientifica europea nonché speranza ai malati.

Eventuali obiezioni sedicenti etiche sono ampiamente superate dal fatto che l’indipendenza degli Stati membri garantisce la facoltà di imporre limitazioni alla ricerca, come ancora avviene in Italia per quanto riguarda l’utilizzo di cellule staminali embrionali. Il voto di oggi, quindi, non è altro che un passo indispensabile per garantire la parità di accesso alle cure ai cittadini europei, donando una prospettiva di speranza ai tanti che oggi sono costretti ad affrontare costosi viaggi per trovare cure più adeguate, rafforzando al contempo la libertà della scienza.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) La nostra posizione sul voto odierno, e in particolare sul blocco n. 3, rispecchia diversi fattori, tra cui la convinzione che tali problemi vadano risolti a livello nazionale e il fatto che il nostro partito debba ancora prendere una posizione formale su talune questioni sorte in occasione del voto odierno.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) Ho appoggiato tutti gli emendamenti a favore delle terapie avanzate e, in particolare, dei prodotti della terapia cellulare. Ho votato contro gli emendamenti presentati dagli eterni reazionari che, col pretesto di difendere la vita che nasce – ovvero l’embrione – vogliono vietare qualunque ricorso alle cellule che abbiano un’origine embrionale anche indiretta. Tentando di sacralizzare tutte le cellule embrionali, quelli che promuovono campagne per difendere gli embrioni stanno dimenticando la vita che c’è, le malattie genetiche e tutte le forme della sofferenza umana che potrebbero essere evitate o mitigate grazie alle terapie avanzate.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE-DE), per iscritto. – (NL) Signor Presidente, ho votato a favore di quello che, per comodità, chiamerò il pacchetto del trilogo. Con questa normativa e quest’impostazione intendiamo dare a chi sta male o soffre l’opportunità d’avvalersi il più presto possibile di terapie nuove e avanzate. Ho esaminato nel dettaglio la proposta di regolamento e gli emendamenti e sono giunta alla conclusione che noi, senza pregiudicare l’autonomia degli Stati membri, siamo riusciti ad approvare questa legislazione in pace con la coscienza.

Pertanto condivido la gioia di molti ammalati per l’esito favorevole del voto.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Approvo la relazione, anche nel caso che non passino tutti gli emendamenti della commissione giuridica e non tutti vengano visti con favore. E’ sufficiente che le questioni etiche siano disciplinate in base al principio della sussidiarietà. Il regolamento si applica quasi esclusivamente a prodotti eticamente indiscutibili e deve entrare in vigore se si vuol garantire la tutela e la sicurezza dei pazienti europei.

Sono contrario allo sfruttamento del corpo umano e delle sue parti per profitto commerciale.

 
  
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  Anna Záborská (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Il cosiddetto “pacchetto di compromesso” di comunisti, socialisti e liberali non si limita a respingere richieste importanti relative a norme etiche comuni, ma annulla anche la responsabilità gli Stati membri nel campo dell’assistenza sanitaria nazionale.

Il compromesso adottato non è affatto all’altezza del compito in corso. Le PMI che cooperano con gli ospedali a livello nazionale sono esonerate dal requisito di un’autorizzazione nazionale, mentre altri sono obbligati a rivolgersi all’Agenzia a Londra. Il compromesso è stato varato per imposizione della grande industria alla faccia degli interessi dei lavoratori autonomi e del settore delle PMI.

Inoltre gli Stati membri stanno anche perdendo la loro autonomia in materia di salute pubblica, perché d’ora in poi sarà un’agenzia in Inghilterra a decidere in merito all’autorizzazione dei farmaci. Questo è contrario al principio di sussidiarietà e della responsabilità nazionale per settori fondamentali come la salute pubblica e la tutela dei consumatori.

Si è persa l’occasione per fissare principi etici basilari validi per tutta l’Europa. In precedenza, nel nostro continente non si appoggiava l’intervento sull’identità genetica umana e la commercializzazione del corpo umano e delle sue parti era ipso facto illegale. Quantunque il compromesso raggiunto respinga questi principi rispettosi della vita umana, ci sono certi aspetti che sono essenziali e contrari a grette transazioni politiche, e la manipolazione della vita umana è uno di questi. Per tale motivo ho votato contro la relazione.

 
  
  

– Relazione Zingaretti (A6-0073/2007)

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS). – (DE) Signor Presidente, malgrado l’ovvia importanza che riveste la tutela della proprietà intellettuale e il ruolo essenziale che svolge per il successo delle aziende, ho votato contro la relazione Zingaretti. Ciò che l’Unione deve fare se vuole davvero tenere conto seriamente della tutela della proprietà intellettuale, come sancito dalla Carta dei diritti fondamentali, è intervenire con maggior determinazione nei riguardi delle violazioni perpetrate ai suoi danni in posti come la Cina. Però, anziché dare finalmente maggior rilievo a questo problema e fare qualcosa in proposito, sembra che si cerchi di impedire nuove invenzioni e di punire, come se si trattasse di delitti, violazioni commesse nella sfera privata senza nessuna intenzione di trarne un profitto, perché è proprio questo che la direttiva farebbe nella sua formulazione attuale. A mio avviso le vaghe espressioni attuali potrebbero danneggiare la concorrenza, ostacolare la crescita economica e spianare la strada a qualcosa di analogo alla censura.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Vorrei spiegare perché ho votato contro la direttiva che stabilisce misure penali per la violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Inizialmente si trattava di una buona idea e io sostengo risolutamente le sanzioni per la contraffazione e la pirateria.

Purtroppo la direttiva che ne è scaturita non sarà di molto aiuto nel combattere le contraffazioni asiatiche. Al contrario, anziché offrire tutela per gli imprenditori innovativi, alcuni paragrafi sono contraddittori al punto da poter essere controproducenti nella lotta per la competitività. In futuro anche gli imprenditori europei potranno avere a che fare con reclami ingiusti, magari da parte di contraffattori asiatici. L’Unione deve sforzarsi di fare osservare i diritti di proprietà intellettuale al di là delle sue frontiere, non di criminalizzare i suoi stessi cittadini e le sue aziende.

Mi oppongo all’idea che l’Unione, per la prima volta nella sua storia, intervenga nell’ambito del diritto penale degli Stati membri. Non sono d’accordo che l’Unione debba imporre la responsabilità penale alle persone giuridiche in paesi, come la Repubblica Ceca, il cui diritto non la contempla. Né condivido l’idea che il pubblico, i giornalisti, gli scienziati e i consumatori comuni possano essere puniti per via della cosiddetta “responsabilità penale derivata”.

Concludendo, vorrei chiedere di cambiare il mio primo voto sugli emendamenti nn. 43 e 44. Ero a favore, ma per errore ho premuto il pulsante della luce rossa.

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) In occasione del voto finale, abbiamo votato a favore degli emendamenti nn. 43 e 44 e contro la relazione, perché riteniamo che non sia stato sufficientemente dimostrato che esistono fondamenti giuridici basati sul primo pilastro in relazione alle disposizioni di diritto penale comune nell’ambito della legge sulla proprietà intellettuale. L’interpretazione estensiva data dalla Commissione alla sentenza della Corte di giustizia relativa alla causa C-176/03 è stata messa in forse e non si può estendere, senza ulteriori esami, in modo da trovare applicazione anche nel campo del diritto della proprietà intellettuale.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione del mio collega, onorevole Zingaretti, sulla proposta modificata di direttiva del Parlamento e del Consiglio relativa alle misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. Naturalmente, la Commissione non ha e non deve avere potestà giuridica, salvo nel caso di negoziati tra i popoli. La responsabilità della giustizia penale spetta ai popoli, non all’Unione. Questo non le impedisce di stilare direttive che inviano messaggi agli Stati membri allo scopo di garantire l’efficacia del diritto comunitario. Pertanto, nel campo dei brevetti e, a un livello più ampio, della proprietà intellettuale, occorre fissare quanto prima un quadro giuridico europeo che sia affidabile e rispettato. Casi di contraffazione, pirateria, copia, furto eccetera stanno diventando troppo gravi per restare impuniti.

 
  
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  Marco Cappato (ALDE), per iscritto. – Come parlamentari radicali del gruppo ALDE abbiamo votato insieme al nostro gruppo contro la relazione dell’on. Zingaretti, perchè crediamo che, nell’applicare per la prima volta disposizioni penali alle violazioni del diritto d’autore, servano cautele e contrappesi, che invece non hanno trovato spazio negli emendamenti votati.

Contrastare le organizzazioni e le mafie internazionali della contraffazione è certamente una priorità, ma rischiare di criminalizzare decine di milioni di cittadini, magari semplicemente esponendo a procedimenti penali avventati chi utilizza Internet per scaricare musica sulle reti peer-to-peer, si traduce in una politica lontana dalla realtà e controproducente anche rispetto all’obiettivo di contrastare le organizzazioni criminali.

Come gruppo ALDE avevamo presentato emendamenti pragmatici per rendere il rapporto più equilibrato, riducendo il campo di applicazione della direttiva al copyright e ai marchi industriali e indicando chiaramente circostanze aggravanti, quali la criminalità organizzata o gli attentati contro la salute pubblica e la sicurezza, che facciano scattare le sanzioni penali. Avevamo anche cercato di circoscrivere il mandato delle “squadre di investigazione comune”, che affiderebbero alle aziende il potere di partecipare attivamente alle indagini e alla formazione della prova.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Lena Ek, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark, Anna Ibrisagic, Olle Schmidt, Anders Wijkman e Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto – (SV) Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei ha votato contro la relazione dell’onorevole Zingaretti perché, in base ai Trattati comunitari, il diritto penale è di competenza nazionale. Nei settori in cui gli Stati membri hanno deciso, tuttavia, di cooperare in questo campo (per esempio in merito ad alcuni tipi di reati transfrontalieri), è il Consiglio a dover prendere le decisioni e la base giuridica, di conseguenza, va individuata nell’ambito del terzo pilastro intergovernativo dell’Unione (pilastro che comprende le questioni giudiziarie e interne) e non in quello del primo, che è costituito da leggi comunitarie soprannazionali.

Finché non avremo un Trattato costituzionale che preveda diritti fondamentali a livello comunitario, non potremo avere neppure un diritto penale europeo comune.

 
  
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  Ole Christensen, Dan Jørgensen, Poul Nyrup Rasmussen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (PSE), per iscritto. – (DA) I deputati socialdemocratici danesi al Parlamento hanno votato a favore dell’emendamento n. 43 presentato dagli onorevoli Guidoni, Holm, Pafilis, Remek e Figueiredo a nome del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica.

La delegazione è dell’idea che la direttiva non sia sufficientemente buona. Oltre a non prevenire adeguatamente la criminalità organizzata in questo settore – che è l’obiettivo della proposta – la direttiva non fornisce neppure una tutela soddisfacente ai cittadini che violino involontariamente i diritti di proprietà intellettuale.

I deputati socialdemocratici danesi al Parlamento europeo si sono astenuti dal voto sulla proposta nel suo complesso; la nostra delegazione, infatti, ritiene che tale proposta sia in contrasto coi regolamenti vigenti, ma desidera precisare che appoggia la tutela dei diritti di proprietà intellettuale.

 
  
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  Brian Crowley (UEN), per iscritto. – (EN) Non sono d’accordo con la decisione adottata oggi, che tenta di dare all’Unione il potere di comminare sanzioni penali nei confronti di chi viola i diritti di proprietà intellettuale.

Spero che il Consiglio dei ministri dell’Unione prenderà una posizione contraria a quella adottata oggi dal Parlamento. Questo perché in Irlanda, contrariamente al sistema del codice civile vigente in molti altri Stati membri dell’Unione, opera un sistema di diritto comune. In Irlanda abbiamo un sistema giudiziario in virtù del quale si presume che uno sia innocente finché non ne viene dimostrata la colpevolezza, mentre in molti altri Stati membri è praticato il sistema opposto.

Non dobbiamo permettere lo sviluppo di un sistema che dia carta bianca all’Unione nell’imposizione di sanzioni penali in Europa.

La Corte di giustizia delle Comunità europee ha stabilito che l’Unione può comminare sanzioni penali per gravi violazioni della legislazione ambientale comunitaria. Tuttavia questa sentenza non può essere interpretata nel senso che l’Unione ora può comminare sanzioni penali a suo piacimento.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Siamo assolutamente contrari alla base giuridica utilizzata dalla Commissione per presentare questa proposta relativa alle misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale e siamo molto delusi perché la nostra proposta di reiezione non è stata accolta.

In base a una sentenza della Corte di giustizia in materia di ambiente – sentenza sulla quale ci si potrebbero porre alcuni interrogativi –, la Commissione ha presentato una proposta di direttiva che fissa misure penali che gli Stati membri dovranno applicare in caso di violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Il diritto penale è di competenza esclusiva degli Stati membri. Pertanto riteniamo che la Commissione non abbia facoltà di presentare testi legislativi su questa materia.

Siamo delusi perché sono state in gran parte respinte le nostre proposte, che erano finalizzate a neutralizzare gli aspetti peggiori della proposta della Commissione. La relazione contiene alcuni elementi apprezzabili, approvati dalla maggioranza ma, nel complesso, quelli negativi superano quelli positivi. Riteniamo altresì inaccettabile che, in base alla proposta della Commissione, si permetta alle ditte private di prendere parte alle indagini penali.

Da qui il nostro voto contro la relazione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. – (SV) La Lista di giugno ha fatto presente in diverse occasioni che il diritto penale non deve rientrare nella competenza dell’Unione, cosa confermata, in generale, dalla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 settembre 2005 in merito alla causa C-176/03, in cui la Commissione si è opposta al Consiglio. Il relatore ritiene, invece, che le iniziative legate all’imposizione di sanzioni a livello comunitario siano “perfettamente coerenti con l’interpretazione estensiva della … sentenza della Corte di giustizia”.

La relazione è indifendibile dal punto di vista giuridico. Nutriamo preoccupazione per la libertà di espressione e per il diritto a scambiare informazioni. Evidentemente la Commissione e molti deputati al Parlamento europeo stanno cedendo alle potenti case discografiche e cinematografiche e ai loro particolari interessi, senza tenere conto della chiara interpretazione della Corte di giustizia europea in merito ai poteri dell’Unione né di quanto la certezza del diritto sia necessaria per i cittadini. Salvo alcuni emendamenti che la Lista di giugno appoggia, è difficile trovare elementi che tornino a vantaggio dei cittadini in materia di diritto alla libertà di espressione e allo scambio delle informazioni. Pertanto abbiamo deciso di astenerci dal voto su quegli emendamenti per i quali dovevamo scegliere tra due mali.

La Lista di giugno difende la tutela del diritto d’autore, ma ritiene che la proposta della Commissione rappresenti una minaccia per la democrazia.

Pertanto la Lista di giugno voterà contro la relazione nel suo complesso.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato contro la relazione perché il suo obiettivo è applicare sanzioni penali nei confronti degli utenti finali di merci contraffatte, ovvero nei confronti dei consumatori. Ritengo che siano i produttori di queste merci, non i consumatori, a dover essere puniti.

 
  
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  Arlene McCarthy (PSE), per iscritto. – (EN) Benché il partito laburista al Parlamento europeo sia in ampia misura favorevole al lavoro del relatore, onorevole Zingaretti, sulla proposta di sanzioni penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, continuiamo a nutrire gravi riserve per quanto riguarda la proposta della Commissione di affrettarsi a estendere le sanzioni penali alla legislazione del primo pilastro prima che abbiano termine le udienze in corso della Corte europea di giustizia.

Inoltre alcune delle proposte approvate oggi sulle definizioni di violazione intenzionale e di scala commerciale minacciano di togliere a giudici nazionali preparati e qualificati il potere discrezionale di prendere in considerazione le circostanze di ogni singolo caso. E’ meglio lasciare queste decisioni a tribunali e giudici nazionali che abbiano una grande esperienza nell’occuparsi di tali casi. Il testo votato dal Parlamento rischia di mandare in prigione consumatori innocenti e, contemporaneamente, di creare scappatoie per singoli delinquenti collusi con la grande criminalità organizzata.

Il compromesso sottoscritto dal relatore comporterà incertezza giuridica e toglierà ai giudici e ai tribunali nazionali un potere discrezionale fondamentale. Per questo motivo i deputati laburisti al Parlamento europeo hanno votato contro.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La direttiva è un tentativo di ripristinare “sottobanco” le disposizioni reazionarie più rilevanti della “Eurocostituzione”, che è stata bocciata dai cittadini. La Commissione e il Parlamento stanno palesemente tentando di invalidare il principio di unanimità degli Stati membri per adottare misure penali a livello comunitario, abolendo uno dei principi basilari della sovranità nazionale dei suoi Stati membri.

D’altra parte, il contenuto della direttiva, che è stata adottata in Parlamento dalla famigerata “santa alleanza” tra il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, i socialisti e i liberali, non è altro che un adeguamento alle richieste provocatorie dei monopoli di dominare, senza barriere, il settore della creatività intellettuale. Con la voluta nebulosità delle definizioni di “reati” di violazione dei diritti di proprietà intellettuale, l’imposizione di sanzioni severe (almeno quattro anni di reclusione e un’ammenda di almeno 300 000 euro) e l’inaudita privatizzazione delle azioni penali attraverso la partecipazione di grandi aziende alle indagini giudiziarie e di polizia sulla violazione dei loro diritti, si assiste a un chiaro tentativo dei monopoli di esercitare un controllo rigoroso in tutti i settori della creatività intellettuale. L’Unione ha persino penalizzato il libero accesso dei lavoratori alle creazioni intellettuali in modo da soffocare questo campo dell’umana creatività e aumentare i profitti del capitale eurounificante.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) Secondo la proposta di direttiva sulle misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, si richiede agli Stati membri di sanzionare qualunque violazione intenzionale dei diritti di proprietà intellettuale se tali azioni illegali si verificano su scala commerciale. Le contraffazioni e la pirateria sono reati chiaramente punibili. Fin qui, nessun problema.

Tuttavia rifiuto di appoggiare la relazione Zingaretti, e per varie ragioni. Il restrittivo elenco dei diritti di proprietà aumenta l’incertezza giuridica. E’ inaccettabile che le aziende vengano dissuase dall’innovazione, dalla creatività e dagli investimenti, se si scopre che tali aziende hanno inavvertitamente violato questi diritti, e siano immediatamente perseguite a livello penale.

Inoltre il concetto di “scala commerciale” è stato definito in maniera piuttosto vaga. Un suonatore ambulante rientrerebbe in questa fattispecie? L’uso personale è escluso?

Nutro seri dubbi anche in merito alla sussidiarietà e alla proporzionalità. Non spetta all’Unione specificare la natura e il livello delle sanzioni, certo non quando sono in gioco le libertà personali e, benché la relazione, nel suo articolo 7, proponga di istituire squadre investigative a beneficio dei gestori collettivi di diritti, non si può pensare di privatizzare i procedimenti penali.

I cittadini hanno diritto a una legislazione chiara e, a questo proposito, la relazione non coglie nel segno.

 
  
  

– Relazione Sterckx (A6-0086/2007)

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Dal 1999 la politica europea di sicurezza marittima figura ai primi posti nell’agenda politica europea. I disastri dell’Erika (1999) e della Prestige (2002) hanno tragicamente dimostrato quanto la politica europea e le strategie degli Stati membri fossero inadeguate in caso di incidente marittimo.

Penso che la relazione contribuirà ad aumentare la sicurezza e l’efficienza del traffico marittimo nel suo complesso.

Quanto alle implicazioni per il settore della pesca, la relazione mi sembra equilibrata e garantisce la tutela dei pescherecci di minori dimensioni che pare non siano obbligati a installare il sistema di identificazione automatica.

Voterò a favore della relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Apprezziamo, in linea di massima, la proposta di istituire un sistema di monitoraggio del traffico navale e di informazione al fine di prevenire gli incidenti e potenziare la sicurezza del traffico marittimo.

Tuttavia, non possiamo accettare alcuni degli emendamenti proposti, per esempio quello volto a trasferire il potere decisionale sull’accoglienza di navi in pericolo, nonché sulla designazione del porto di rifugio, a una cosiddetta “autorità indipendente”, che non sarà indipendente affatto, considerato il conflitto d’interessi in gioco, com’è avvenuto col disastro della Prestige.

Questa è una responsabilità che spetta a ciascuno degli Stati membri. E’ alle autorità nazionali di ciascuno Stato che compete la gestione delle zone economiche esclusive sotto la loro sovranità. Spetta agli Stati membri assicurare la gestione delle proprie risorse marine.

Pertanto proponiamo che tutte le iniziative rientranti nel quadro della sicurezza del trasporto marittimo a livello comunitario – almeno quelle iniziative che riteniamo pertinenti e necessarie – debbano far parte del quadro di cooperazione tra gli Stati membri, senza violare le loro competenze sovrane.

 
  
  

– Relazione Costa (A6-0063/2007)

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Nonostante molti colleghi euroscettici dell’UKIP – il partito per l’indipendenza del Regno Unito – abbiano tentato di demonizzare la relazione, voterò a suo favore a patto che il tentativo della Commissione e del relatore di estenderne la portata fino a includere le vie navigabili interne sia respinto. Per quanto riguarda l’inclusione del trasporto marittimo interno, le norme che vi sono incorporate trovano già ampiamente applicazione nel Regno Unito. Pertanto questo non costituisce una minaccia per i servizi di traghetto nella mia regione, che si tratti delle Isole Scilly o dell’isola di Lundy, né la dimensione internazionale avrà un impatto sui servizi da Gibilterra. Non vedo alcuna ragione per cui, in sostanza, chi viaggia a bordo delle navi non debba usufruire degli stessi livelli di protezione garantiti a chi viaggia in treno o in aereo.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) In linea di massima, approviamo la proposta sulla responsabilità dei vettori che trasportano passeggeri via mare.

Si tratta di una proposta che mira, principalmente, a prendere in considerazione i diritti dei passeggeri del trasporto marittimo, in linea con quanto avviene attualmente per il trasporto aereo. Per esempio, secondo la proposta in esame, i vettori devono sottoscrivere un’assicurazione che operi in caso di incidente. Inoltre la proposta amplia il grado di responsabilità dei trasportatori per quanto riguarda i massimali del risarcimento finanziario da corrispondere ai passeggeri in caso di incidente.

L’esclusione del trasporto per vie navigabili interne dall’ambito di applicazione di questo regolamento è l’elemento che apprezziamo di meno nella votazione odierna.

Riteniamo che la necessità di creare questo tipo di strumenti sia anche legata alla graduale riduzione delle norme di sicurezza che, a sua volta, è la conseguenza dell’eliminazione o della diminuzione dei vettori di proprietà statale e dell’aumento di operatori privati. Questi ultimi spesso non rispettano gli standard di qualità e le condizioni di lavoro, come dimostra il ricorso sempre più frequente a contratti di lavoro precario. Il rispetto della sicurezza dei passeggeri va di pari passo con il rispetto dei diritti dei lavoratori.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione affinché si fornisca tutela in caso di incidenti marittimi. In particolare, però, ho votato contro quegli emendamenti finalizzati a escludere le vie navigabili interne dalla normativa, perché ho l’impressione che ci sia una differenza nella copertura della responsabilità tra gli incidenti marittimi e quelli che avvengono in altre acque, tipo quelle fluviali.

 
  
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  Brian Simpson (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore dell’esclusione delle vie navigabili interne dalla portata di questa direttiva per diverse ragioni.

In primo luogo, la relazione è stata introdotta per determinare adeguati livelli di responsabilità per le navi marittime, non per la navigazione interna fluviale ed estuariale.

In secondo luogo, qualunque estensione della portata di questa proposta al fine di includere le vie navigabili interne avrebbe causato gravi problemi non solo per le vie navigabili interne del Regno Unito usate principalmente per i viaggi di piacere, ma anche per molte rotte fluviali che svolgono un pubblico servizio essenziale in quanto parte della rete pubblica dei trasporti.

In terzo luogo, l’inclusione della navigazione estuariale nell’ambito di applicazione normativa avrebbe comportato un considerevole aggravio dei costi a carico degli operatori, mettendo in forse lo svolgimento stesso di alcune delle attività.

Sono rimasto sorpreso dal favore accordato dai liberaldemocratici alla proposta di includere le vie navigabili interne, perché tale iniziativa potrebbe pregiudicare le attività dei traghetti lungo il fiume Mersey, che asseriscono di sostenere.

Fortunatamente l’Assemblea plenaria, nella sua saggezza, ha ora capovolto la posizione del nostro relatore liberale e ha rimosso i problemi cui ho accennato.

Questo significa che posso votare di buon grado a favore della relazione quale emendata dalla plenaria.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Assieme ai colleghi del partito laburista al Parlamento europeo ho votato per escludere le vie navigabili interne da queste misure, obiettivo raggiunto a dispetto dell’opposizione dei liberaldemocratici, i quali erano favorevoli all’inserimento di queste piccole imbarcazioni, che avrebbe comportato costi sproporzionati, ridotto la sostenibilità economica e provocato uno scadimento del servizio.

Condanno in particolare le scandalose conferenze stampa che hanno preceduto queste votazioni, proposte da certi partiti politici che hanno sollevato falsi problemi e preoccupazioni. Naturalmente operatori come i traghetti dell’Isola di Wight potrebbero essere stati obbligati a considerare la propria responsabilità economica a causa di queste conferenze stampa opportuniste. Pertanto sono lieto che, come ho detto prima, tali provvedimenti non verranno introdotti.

 
  
  

Relazione Vlasto (A6-0081/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione della mia collega e amica, l’onorevole Vlasto, sulla proposta di direttiva del Parlamento e del Consiglio relativa al controllo da parte dello Stato di approdo. Non sono uno specialista in materia, ma apprezzo l’importante lavoro svolto dall’onorevole Vlasto per sostenere una posizione equilibrata nella legislazione relativa all’ispezione delle navi che approdano in un porto comunitario. Tutti si rendono conto, alla luce – mi spiace dirlo – degli incidenti avvenuti, che il controllo da parte dello Stato di bandiera va integrato con un controllo da parte dello Stato di approdo. La rifusione della direttiva compiuta dall’onorevole Vlasto, molto più ambiziosa di quella che aveva inizialmente proposto la Commissione, ci permetterà di compiere sempre più progressi nel campo della sicurezza marittima nell’interesse delle coste europee, dell’ambiente, delle imprese e dei cittadini.

 
  
  

– Relazione Sánchez Presedo (A6-0133/2007)

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore del testo.

La relazione solleva il tema del dibattito sui potenziali miglioramenti dell’ambiente concorrenziale dell’Unione, anche per quanto riguarda le azioni private di risarcimento del danno e i danni conseguenti a violazioni del diritto antitrust rimessi alle giurisdizioni civili. Difendo l’idea secondo cui queste azioni di risarcimento andrebbero agevolate. L’obiettivo è “promuovere la concorrenza e non le controversie”. Sarebbe opportuno favorire soluzioni rapide a carattere extragiudiziale. Il novanta per cento delle controversie tra professionisti e consumatori viene regolato in via extragiudiziale. Le imprese tendono a raggiungere un accordo, anche quando non sono responsabili, per evitare una lunga procedura giudiziaria. Sarebbe utile che l’Europa non importasse direttamente il modello di procedura americano. Dobbiamo pertanto privilegiare sistemi alternativi per la composizione delle controversie. Tutti pensiamo ai grandi gruppi che verranno attaccati in questo modo, ma è evidente che neanche le PMI sono al sicuro. Pertanto dobbiamo continuare a vigilare per garantire che la loro sopravvivenza non venga compromessa.

 
  
  

– Relazione Liotard (A6-0054/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione su una strategia tematica per l’uso sostenibile delle risorse naturali. Nessuno può continuare a mettere in dubbio che le nostre risorse naturali siano a rischio. L’attuale incremento demografico del pianeta – che con una crescita pari a un miliardo di abitanti nel corso di dodici anni porterà la popolazione odierna a raggiungere i 6,5 miliardi di persone – giustifica di per sé l’attenzione che dobbiamo prestare alle nostre risorse naturali. Anche se la relazione avrebbe potuto essere più ambiziosa, strutturata e ben documentata, questo rimane comunque un buon documento da aggiungere al difficile argomento dello sviluppo sostenibile.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Oggi abbiamo votato contro la relazione. Il suo messaggio principale è che dobbiamo ridurre drasticamente il nostro impiego di risorse naturali e che il miglior modo per realizzare tale riduzione è una normativa politica lungimirante. Noi conservatori svedesi abbiamo i nostri dubbi in proposito.

Riteniamo invece che l’uso sostenibile delle risorse naturali richieda chiari diritti di proprietà che permettano un impiego delle medesime disciplinato dai meccanismi del mercato anziché dalle decisioni politiche. L’impiego di risorse naturali nell’ambito di un’economia di mercato contribuisce molto di più a incoraggiare il risparmio e lo sviluppo tecnologico di quanto non facciano le normative politiche.

La vita e la creatività umane mirano a lasciare una traccia. Il trionfo dell’umanità è l’essere riusciti a sviluppare idee e una tecnologia che hanno aumentato la produttività e ridotto la povertà nel mondo di due terzi in 50 anni. Noi conservatori svedesi riteniamo che, mediante la produzione e gli scambi commerciali, possiamo non solo porre fine alla povertà, ma anche migliorare il nostro ambiente. Sono appunto la tecnologia e la prosperità che ci forniscono la volontà e i metodi per fare proprio questo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La proposta della Commissione sulla strategia in materia di risorse proprie è troppo riduttiva, come ha sottolineato l’onorevole Liotard, relatrice e membro del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica. Tramite le proposte che ha presentato, la collega ha cercato di estendere la portata della relazione. La proposta si occupa di elementi essenziali come l’acqua, gli alberi, il suolo e il petrolio, che non sono soltanto d’importanza vitale per la nostra economia, ma anche per la nostra stessa esistenza.

Di conseguenza, siamo lieti che sia stata adottata la sua relazione, che caldeggia uno sviluppo economico sostenibile nonché una condivisione giusta ed equa dei benefici che derivano dalle risorse naturali e dall’accesso alle risorse e ai mercati, al fine di mitigare la povertà e accrescere il benessere della gente. Deploriamo, tuttavia, che non tutte le proposte da lei avanzate, e che noi abbiamo appoggiato, siano state incorporate nella risoluzione finale.

Apprezziamo l’inclusione delle proposte che chiedono il riutilizzo e il riciclaggio e che invitano la Commissione a promuovere tecnologie da cui scaturiscano prodotti durevoli, riparabili, riutilizzabili e riciclabili, nonché a incoraggiare il rispetto del principio di prossimità in tutta la legislazione.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Voterò, in linea di principio, a favore della transizione fiscale, benché il testo non ne parli in modo soddisfacente. Penso che le imposte sul capitale e sui consumi favoriscano la prosperità e la giustizia e che l’Unione debba consentire agli Stati membri di passare da un tipo d’imposta all’altro.

 
  
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  Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Oggi ho deciso di sostenere l’emendamento n. 3 del gruppo Verde/Alleanza libera europea alla relazione dell’onorevole Liotard sull’uso sostenibile delle risorse naturali. Appoggio il principio della riorganizzazione del prelievo fiscale, in modo che le imposte sul lavoro, sul capitale e sui consumi, che ostacolano la crescita, vengano sostituite da imposte sulle attività che danneggiano l’ambiente. Si dovrebbe prevedere anche una transizione da un’imposta sul lavoro a un’imposta sugli alcolici e i tabacchi.

Tuttavia non ho potuto appoggiare la relazione dell’onorevole Liotard nel suo complesso per via delle tante infelici affermazioni che contiene. Per esempio, ritiene inopportuni i trasporti su lunghe distanze di prodotti agricoli e di prodotti destinati al dettaglio. Gli scambi commerciali che risultano da questi trasporti hanno aiutato milioni di persone ad affrancarsi dalla povertà. Quelle che andrebbero limitate sono piuttosto le emissioni prodotte da tali trasporti.

 
  
  

– Relazioni transatlantiche (RC-B6-0149/2007)

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggerò la relazione. Un tema che l’Europa deve affrontare urgentemente è la richiesta degli Stati Uniti di installare gli impianti di difesa contro missili di teatro sul nostro confine orientale. Queste proposte minacciano di destabilizzare i nostri rapporti con la Russia, la spingono a modernizzare e aggiornare i suoi missili e le sue armi nucleari, e al contempo la inducono a produrre una bomba islamica anziché dissuaderla dal farlo. La reazione dell’Europa costituirà un importante banco di prova per la capacità che dimostreremo di pianificare i nostri interessi in materia di politica estera anziché accettare l’agenda neoconservatrice statunitense che minaccia noi tutti.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La risoluzione sulle relazioni transatlantiche – sottoscritta dalla destra e dai socialdemocratici e oggi approvata dalla maggioranza del Parlamento – è un’utile istantanea dello stato attuale delle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti. La maggioranza del Parlamento ha fissato l’agenda e le sue priorità, tra cui terrei a sottolineare quanto segue:

– “si compiace del miglioramento delle relazioni tra Unione e Stati Uniti da pari a pari” ed esprime il desiderio di condividere le responsabilità nella cosiddetta “governance mondiale”;

– “il rafforzamento del mercato transatlantico” con la liberalizzazione dei servizi finanziari, che costituiscono una “questione fondamentale”, e l’invito alla “convergenza normativa e alla parità di condizioni, in considerazione dell’accordo multilaterale in materia di investimenti”;

– l’affermazione di “serie opportunità per l’UE e gli Stati Uniti di lavorare a stretto contatto” nei “Balcani occidentali, nella regione del Caucaso meridionale, nell’Asia centrale, in Medio Oriente, in Afghanistan, nel Mediterraneo, in America latina e in Africa”;

– il rafforzamento della cooperazione nel contesto della cosiddetta “lotta al terrorismo e alla proliferazione di armi di distruzione di massa” quale “principale sfida alla sicurezza per entrambi i partner”, con la NATO che rappresenta un “forum transatlantico per il dibattito politico in un vero partenariato di soggetti uguali”.

Quest’agenda esprime le ambizioni delle grandi potenze capitaliste europee, in particolare della Germania, in relazione agli Stati Uniti.

 
  
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  Willy Mayer Pleite (GUE/NGL), per iscritto. – (ES) Ho votato contro la risoluzione sulle relazioni transatlantiche perché sono convinto che tali relazioni debbano essere fondate su valori comuni che gli Stati Uniti hanno dimostrato in tante occasioni di non rispettare, come dimostra il fallimento della politica estera militarista del Presidente Bush, di cui i progetti di installare missili in alcuni paesi dell’Unione costituiscono un esempio. L’amministrazione statunitense è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali in Afghanistan, Iraq e a Guantánamo, nonché di detenzioni illegali e consegne nel caso dei voli della CIA.

Il rispetto totale del diritto internazionale dev’essere una conditio sine qua non nelle relazioni tra l’Unione e gli Stati Uniti. Nel caso dell’Iraq dobbiamo chiedere il ritiro delle truppe e il rispetto delle risorse naturali. L’Unione deve esigere dagli Stati Uniti la ratifica dei vari trattati internazionali, come il Trattato per il bando degli esperimenti nucleari, la Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo e il Protocollo di Kyoto. L’Unione deve anche condannare l’illegalità della legge Helms Burton e l’embargo commerciale degli Stati Uniti nei confronti di Cuba.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Come fa giustamente notare la risoluzione, negli ultimi anni le relazioni transatlantiche sono considerevolmente migliorate; sono tornate all’altezza delle aspettative, anche se non potrebbero mai essere del tutto esenti da problemi e difficoltà, né si vorrebbe che lo fossero. E’ necessario investire in queste buone relazioni. Se si guarda al vecchio mondo degli anni ’70, ’80 e ’90 o al nuovo mondo sorto dopo la caduta del muro di Berlino e all’avvento della globalizzazione, non si può fare a meno di giungere alla conclusione che gli Stati Uniti rimangono il nostro maggiore alleato, il nostro migliore amico, il nostro partner nel compito di rendere il mondo un posto più libero e più evoluto. L’importanza dell’alleanza con gli Stati Uniti d’America è innegabile e senza paragoni, e non va pregiudicata da visioni politiche che si sono sempre basate sull’idea che gli Stati Uniti siano il problema anziché una parte fondamentale dell’asse della pace, della prosperità, della democrazia e della libertà.

A un livello più ampio, vorrei esprimere la mia approvazione per il discorso del leader del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei al Parlamento, discorso in cui ha caldeggiato la creazione di un grande mercato transatlantico entro il 2015 e ha invitato i parlamenti di entrambe le sponde dell’Atlantico a impegnarsi maggiormente nella preparazione delle basi legislative per realizzare quest’idea.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Le relazioni fra l’Unione e gli Stati Uniti d’America si sono dimostrate molto fruttuose nell’ultimo decennio. In particolare, i servizi finanziari costituiscono un settore piuttosto fiorente in virtù del quale amministrazioni e politici da ambo le sponde dell’Atlantico hanno assistito a progressi concreti.

Si avrebbero grandi benefici se si potessero mettere in pratica gli obiettivi del Documento di lavoro dell’OCSE del 29 maggio 2005, che è stato adottato da ambo le parti. La rimozione delle barriere in esso menzionata porterebbe, anno dopo anno, a una crescita annuale di oltre il 3 per cento dell’RNL. Il mercato transatlantico richiede un grande impegno da entrambe le parti, senza il quale, tuttavia, le nostre industrie resterebbero indietro e i nostri popoli correrebbero rischi economici nel contesto globale.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. – (EN) A causa del mio incontro col Presidente dell’India non ho potuto votare su questa risoluzione. Come strenuo sostenitore delle relazioni transatlantiche, avrei votato a favore. Tuttavia, mi oppongo energicamente a ciò che è divenuto un gioco di prestigio consueto e molto pericoloso nei documenti comunitari: il rimpiazzo dei governi nazionali con l’Unione, in questo caso nei suoi sforzi di diventare il solo “partner” degli Stati Uniti nelle relazioni transatlantiche. Ciò riveste una particolare importanza per il Regno Unito. Questo linguaggio compare anche in relazione alla NATO. Inoltre, bisogna ricordare che l’idea di un mercato unico transatlantico era un’iniziativa dei conservatori britannici risalente a molti anni fa e inclusa in molte relazioni recenti in virtù di un mio emendamento. Poiché non vedo alcuna giustificazione per istituire uffici del Parlamento europeo in altri paesi, mi oppongo senz’altro alla proposta dispendiosa, formulata al paragrafo 40, di creare un posto permanente di funzionario del Parlamento europeo a Washington DC.

 
  
  

– Relazione Swoboda (A6-0092/2007)

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS).(DE) Signor Presidente, vorrei fare qualche breve commento sulla relazione concernente i progressi compiuti dalla Croazia. Con l’apertura del proprio mercato immobiliare alla Slovenia, ora la Croazia ha adempiuto ai suoi obblighi ai sensi dell’accordo di stabilizzazione e associazione, per cui questo punto controverso dovrebbe essere ormai risolto. Si sono registrati alcuni progressi anche nel perseguimento dei crimini di guerra e, infine, anche il Comitato delle regioni, nella relazione adottata ieri, osserva che l’adesione della Croazia avrebbe ripercussioni finanziarie irrilevanti.

Dunque a mio parere è una vergogna che la Croazia, che indubbiamente appartiene alla famiglia dei popoli europei e soddisfa tutte le condizioni richieste per l’adesione, sia stata tenuta così a lungo nell’incertezza. Invece di perdere il nostro tempo con la Turchia, che non ha la capacità, e neppure la volontà, di soddisfare i requisiti dell’UE, e tuttavia è abbastanza impertinente da esigere che le sia indicata una data per la sua adesione, credo che dovremmo concentrare tutte le nostre energie sul rapido completamento dei negoziati con la Croazia.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, abbiamo appena approvato una relazione estremamente importante sui progressi compiuti dalla Croazia per unirsi ai 27 Stati membri dell’UE. Non dovrebbe esserci alcun dubbio sul fatto che la Croazia appartenga alla nostra patria europea e che dovrebbe presto entrare a pieno titolo nella Comunità.

Benché alcuni paesi reagiscano negativamente ad un ulteriore allargamento per includere la Turchia o l’Ucraina, e nonostante l’esigenza di riformare la Istituzioni comunitarie per agevolarne il funzionamento, il processo di integrazione cominciato cinquant’anni fa non può essere fermato.

Sono convinto che la Croazia porterà avanti le riforme avviate, anche nei campi della giustizia, dell’amministrazione e della lotta alla corruzione, per essere in grado di soddisfare tutte le condizioni politiche ed economiche per l’adesione all’UE, in particolare i criteri di Copenaghen e le condizioni stabilite per il processo di stabilizzazione e associazione. Mi auguro che la Croazia sarà il ventottesimo membro dell’UE, e tale augurio vale per questo paese e per tutti noi.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) A nostro parere, l’allargamento dell’UE è una buona cosa. Tuttavia, non si può attuare finché i paesi candidati non soddisfano tutti i requisiti richiesti per l’adesione. Il recente allargamento che ha visto l’ingresso di Romania e Bulgaria è avvenuto troppo presto, perché i due paesi e i rispettivi sistemi non erano pronti per l’adesione.

Anche la Croazia ha ancora molta strada da fare, ad esempio in termini di riforme della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, prima che l’adesione possa diventare una realtà. E’ incoraggiante notare i progressi in corso, ma nell’interesse della Croazia e dell’UE questo processo importante e irrevocabile non si dovrebbe svolgere troppo rapidamente.

E’ altresì deprimente che il Parlamento europeo si serva di un obiettivo così importante come l’allargamento per mettere in atto poco democraticamente una propaganda a favore della Costituzione UE. Nel considerando G si dichiara che l’attuale progetto di trattato costituzionale dovrebbe entrare in vigore nonostante il fatto che la Francia e i Paesi Bassi vi si siano opposti con chiarezza e decisione. Inoltre, al paragrafo 7 si rileva che “in Croazia sta diminuendo il sostegno pubblico all’adesione all’UE”. Se la situazione è questa e se la maggioranza dei croati si oppone all’adesione all’UE, in base alle regole democratiche la Croazia non dovrebbe accedere all’UE.

Di conseguenza, abbiamo votato contro questa relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Dopo essere state in prima linea nella disintegrazione della Jugoslavia – e non dimentichiamo il ruolo della Germania nel riconoscere la Croazia a seguito del brutale attacco della NATO, che ha riportato la guerra nel continente europeo per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale – e dopo anni di occupazione militare dei Balcani da parte di UE e NATO, le maggiori potenze dell’UE adesso sono ansiose di passare a una nuova fase di dominazione, assorbendo i paesi di questa regione chiave, politicamente ed economicamente, con la loro “integrazione”.

Per quanto concerne gli obiettivi definiti nella relazione, vorrei mettere in evidenza quanto segue:

– il tentativo di condizionare nuovi allargamenti dell’UE alla falsa esigenza di riformare i Trattati, che porterebbe alla (re)imposizione del cosiddetto Trattato costituzionale;

– la costante enfasi sull’adozione dell’acquis comunitario, o in altre parole il manuale del “mercato aperto e competitivo” neoliberale – orientando così un progetto di sviluppo nazionale autonomo verso gli interessi delle maggiori potenze e dei loro grandi gruppi finanziari ed economici – e sull’attuazione di “riforme” in Croazia, quali l’apertura a “cospicui investimenti privati” e la “vendita di partecipazioni statali minoritarie e maggioritarie nelle imprese”.

Questo dimostra che, come al solito, non sono gli interessi dei lavoratori e delle popolazioni della regione a motivare l’UE.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione, che si complimenta con la Croazia per alcuni dei cambiamenti adottati per soddisfare i criteri di adesione.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) Purtroppo questa mattina al mio gruppo non è stato assegnato alcun tempo di parola sulla questione della Croazia. Ci rammarichiamo del fatto che i negoziati con quel paese abbiano subito gravi ritardi in conseguenza della guerra negli anni ’90, rendendo impossibile la sua adesione all’UE insieme alla Slovenia. La Croazia non è più dominata da nazionalisti estremisti e accetta i principi della protezione e del rientro delle minoranze; benché sia meglio preparata per l’adesione all’UE rispetto ad alcuni paesi che vi sono già entrati, ora la Croazia è in condizioni di svantaggio soprattutto perché alcuni Stati membri dell’UE si rifiutano di ammettere nuovi candidati finché non verrà introdotta la Costituzione respinta dall’elettorato olandese e francese. Indignata per questo ritardo, l’opinione pubblica croata ora volge le spalle all’UE.

Il mio gruppo considera estreme le richieste avanzate nella relazione Swoboda in merito alla vendita di imprese di proprietà dello Stato e alla chiusura dei cantieri navali. Finora, si è sempre affermato che l’UE non ha preferenze riguardo alla proprietà economica, e che le imprese statali e private possono liberamente coesistere. Tuttavia, è probabile che ora i nuovi candidati debbano soddisfare requisiti rigidi. Il mio gruppo respinge anche tutti gli emendamenti basati sulle rivendicazioni italiane di territori croati e sulla negazione dei crimini di guerra compiuti durante l’occupazione sotto il regime di Mussolini.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. (PL) Intendo votare a favore della relazione dell’onorevole Hannes Swoboda concernente i progressi compiuti dalla Croazia nel 2006.

Il relatore ha effettuato un’analisi approfondita dell’attuale situazione politica, economica e sociale in Croazia. La relazione è oggettiva, in quanto da un lato rileva gli sforzi profusi dal governo croato per soddisfare i requisiti dell’UE, ad esempio in relazione ai criteri politici per l’adesione, ma dall’altro elenca anche i problemi che restano ancora da risolvere.

Un elemento importante in questo processo è l’applicazione dell’acquis comunitario al sistema giuridico nazionale in tutti i settori, considerando che il processo di consultazione congiunto si è concluso con successo nell’ottobre del 2006 e che sono attualmente in corso negoziati relativi ad aspetti specifici dell’acquis.

Inoltre, il relatore fa giustamente rilevare il positivo ruolo di guida che la Croazia sta svolgendo nell’Europa sudorientale.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I conservatori britannici hanno sostenuto la relazione Swoboda, ma hanno votato contro gli emendamenti relativi al considerando G. I conservatori sostengono fortemente l’allargamento dell’UE, e in particolare l’inclusione della Croazia, che sarà un processo relativamente privo di difficoltà, ma si oppongono fermamente all’idea che una Costituzione sia una condizione preliminare per l’ulteriore allargamento, come dichiarato nel considerando G.

 
  
  

– Relazioni Sterckx (A6-0086/2007), Kohlìček (A6-0079/2007), Costa (A6-0063/2007), Vlasto (A6-0081/2007), Luis de Grandes Pascual (A6-0070/2007)

 
  
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  Marie-Arlette Carlotti (PSE), per iscritto. – (FR) Poco dopo i naufragi delle petroliere Erika e Prestige, il gruppo socialista al Parlamento europeo ha condotto una campagna per invitare l’Unione a dotarsi di una legislazione finalizzata a migliorare la sicurezza marittima e a fare di più per prevenire l’inquinamento accidentale nelle sue acque territoriali.

Questa campagna ha dato i suoi frutti, ma non è stato creato un vero e proprio spazio europeo di sicurezza marittima.

Questo “terzo pacchetto sulla sicurezza marittima” costituisce un passo decisivo verso il raggiungimento di tale obiettivo. Le cinque relazioni presentate al Parlamento europeo contengono diversi importanti progressi:

– un quadro legislativo chiaro e preciso per i luoghi di rifugio delle navi in pericolo, sotto l’egida di un’autorità indipendente;

– un organo inquirente permanente per rendere le ispezioni più agevoli;

– un alto livello di tutela dei passeggeri, in linea con quello delle altre tipologie di trasporto;

– controlli più efficaci e di qualità più elevata nei porti europei, con un’attenzione particolare nei confronti delle navi “ad alto rischio”.

Pertanto voterò a favore di queste relazioni. Mi auguro che d’ora in poi l’Unione migliori anche la propria normativa contro i “teppisti del mare”, responsabili nel Mediterraneo di “maree nere quotidiane”: ogni anno, in seguito a degassamenti non autorizzati, fuoriescono 650 000 tonnellate di petrolio una cifra che equivale a 75 Erika!

 

13. Correzioni di voto delle sedute precedenti: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 14.00, è ripresa alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. KRATSA-TSAGAROPOULOU
Vicepresidente

 

14. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

15. Diritti umani nel mondo nel 2006, politica dell’Unione europea in materia – Moratoria sulla pena di morte (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta:

– la relazione (A6-0128/2007), presentata dall’onorevole Coveney a nome della commissione per gli affari esteri, sulla relazione annuale sui diritti umani nel mondo nel 2006 e la politica dell’UE in materia [2007/2020(INI)]

– dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla moratoria sulla pena di morte.

 
  
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  Simon Coveney (PPE-DE), relatore. – (EN) Ringrazio la Presidente, il Presidente in carica del Consiglio e il Commissario. Sono onorato di avere l’opportunità di presentare la Relazione annuale sui diritti dell’uomo 2006 del Parlamento europeo in qualità di relatore.

Questa relazione è la dichiarazione politica più completa ed importante presentata ogni anno dal Parlamento europeo sulla questione dei diritti umani e della loro promozione. In qualità di relatore, ho mantenuto lo stile della valutazione diretta adottato lo scorso anno per la relazione 2005. In sostanza, si tratta di un’analisi critica e costruttiva dei risultati ottenuti da Consiglio, Commissione e Parlamento nella promozione e nella difesa dei diritti dell’uomo in tutto il mondo. La relazione è il risultato di cinque mesi di lavoro in seno alla sottocommissione sui diritti umani e alla commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo, nella quale, è opportuno rilevarlo, si è raggiunto un notevole consenso attraverso la discussione, il dibattito ed emendamenti di compromesso.

Uno dei punti centrali della relazione riguarda il ruolo dell’UE nel nuovo Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite (UNHRC). Le affermazioni contenute nella relazione si basano sulla partecipazione del Parlamento a una serie di incontri di tale Consiglio a Ginevra. Poiché nella recente relazione annuale del Consiglio e della Commissione non si è potuto fare riferimento all’UNHRC, ho ritenuto opportuno concentrare l’attenzione su di esso nella relazione e nella discussione odierna.

Nella relazione si riconosce che, pur possedendo il potenziale per diventare un prezioso quadro di riferimento per le iniziative multilaterali dell’UE in materia di diritti umani, nei suoi primi 12 mesi il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite non ha registrato molti successi. Non è riuscito a ottenere il consenso e un compromesso accettabile su questioni cruciali quali il Medio Oriente, il Darfur, la Birmania e molte altre ancora. Viceversa, è stato utilizzato talvolta per ottenere risultati politici e occorre trovare il modo di impedire che venga utilizzato come un foro politico per i conflitti tra diversi blocchi geografici o ideologici di paesi.

Un esempio evidente di questa situazione è la debolezza della risoluzione dell’UNHRC sul Darfur. Sicuramente la cessazione delle violenze e la protezione di persone innocenti nel Darfur avrebbe dovuto essere l’unica priorità di una struttura ONU istituita per promuovere i diritti dell’uomo, ma purtroppo non è stato così. I dibattiti sul Darfur e i tentativi di arrivare a un accordo sono stati utilizzati come strumenti di contrattazione politica o come leva per accordarsi su altre risoluzioni. A questo proposito, vorrei invitare il Consiglio europeo a prendere in considerazione l’introduzione di misure più severe per rispondere alla crisi umanitaria nel Darfur. E’ una questione che ho sollevato ieri, in una riunione di commissione, con il rappresentante del Consiglio presente oggi in quest’Aula.

Il fulcro della relazione riguarda i risultati ottenuti dall’UE in merito alle linee direttrici sui diritti umani che l’UE stessa si è data. L’Europa deve promuovere cinque orientamenti politici comunitari, concernenti pena di morte, tortura, donne e bambini nei conflitti armati, difensori dei diritti dell’uomo e, naturalmente, i dialoghi con paesi terzi. Ho ritenuto importante analizzare criticamente l’operato del Consiglio, in particolare per quanto riguarda l’attuazione di tali orientamenti, in quanto si è impegnato specificamente nei confronti di questi strumenti per la difesa dei diritti umani nei paesi terzi. In particolare, occorre che il Consiglio e la Commissione promuovano le linee direttrici all’interno delle ambasciate e delle missioni UE all’estero. Desta preoccupazione il fatto che alcune delegazioni le conoscano poco o non le conoscano affatto, o non sappiano come promuoverle al meglio nel contesto dei paesi terzi.

Inoltre, la relazione auspica maggiori consultazioni tra il Consiglio e il Parlamento europeo, e la sottocommissione per i diritti umani in particolare, per quanto concerne la relazione sui diritti umani del Consiglio e della Commissione, cosicché si riesca ad arrivare veramente alla realizzazione di una relazione generale unitaria recante i pareri del Parlamento, del Consiglio e della Commissione. E’ quello che cerchiamo di fare modificando la struttura della nostra relazione.

La relazione sottolinea anche la necessità di rafforzare e migliorare notevolmente il dialogo sui diritti dell’uomo tra l’UE e la Cina; riconosce che la Cina attualmente ha deciso di sottoporre a revisione della Corte Suprema tutti i processi che condannano alla pena capitale, dimostrando di fare qualche passo avanti in materia di pena di morte, ma rileva anche che in Cina il numero di esecuzioni capitali è superiore a qualsiasi altro paese.

La relazione inoltre plaude alle risoluzioni del Parlamento che chiedono la chiusura del Centro di detenzione di Guantánamo Bay, nonché dei contributi del Parlamento all’aumento della visibilità dei problemi in materia di diritti dell’uomo concernenti questo Centro. La sola esistenza del Centro di detenzione di Guantánamo continua ad inviare segnali negativi sul modo di condurre la lotta al terrorismo da parte dell’Occidente, sotto la guida degli USA.

Sono stato molto lieto di poter fare riferimento nella relazione alla necessità di una politica comune di controllo delle esportazioni di armi chiara ed efficiente, anche all’interno dell’Unione europea, poiché l’impatto del commercio di piccole armi, in particolare, sui conflitti concernenti i diritti umani in varie parti del mondo è evidente. Dobbiamo orientarci chiaramente verso un trattato sul commercio internazionale di armi, come auspicato più volte dal Parlamento.

Concludo ringraziando tutti i membri degli altri gruppi per aver collaborato con me su questa materia. Questa non è una risoluzione sui diritti umani del gruppo PPE-DE. E’ una risoluzione che riflette, mi auguro, la posizione del Parlamento nel suo complesso e di tutti i gruppi al suo interno. Desidero ringraziare tutti coloro che vi hanno lavorato con me.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli parlamentari, sono lieto di poter partecipare oggi, in qualità di rappresentante della Presidenza, alla discussione della vostra Assemblea sulla relazione di quest’anno sui diritti dell’uomo e sulla situazione dei diritti umani in tutto il mondo.

Come negli anni precedenti, la relazione analizza criticamente l’attività dell’Unione europea in merito alla sua politica in materia di diritti umani, e questo punto di vista critico ci è particolarmente gradito, nella convinzione che ci aiuti a potenziare e a migliorare la nostra azione comune per la protezione dei diritti umani, poiché siamo tutti fin troppo consapevoli delle sfide quotidiane da affrontare in questo campo. Quanto migliore è il dialogo tra le nostre Istituzioni, tanto maggiori sono le probabilità di riuscire ad agire insieme con maggiore efficacia nel perseguimento della nostra politica in materia di diritti umani.

Forse posso permettermi di cominciare con una proposta operativa: intendo chiedere che il gruppo di lavoro del Consiglio competente per la politica internazionale UE sui diritti dell’uomo (COHOM) discuta la relazione presentata da quest’Aula ed esamini in modo approfondito le richieste e le raccomandazioni pertinenti per la sua attività. A quel punto, in una data successiva, la versione finale approvata della relazione e i commenti del gruppo di lavoro competente del Consiglio potrebbero fungere da base per la prosecuzione del dibattito. Quindi oggi propongo di trattare solo alcune delle raccomandazioni.

La relazione riconosce la maggiore cooperazione tra quest’Aula e le Presidenze UE nella stesura della relazione annuale dell’Unione europea sulla situazione dei diritti umani, e nella relativa discussione. I progressi nella nostra collaborazione sono confermati, tra l’altro, dal fatto che questo Parlamento ha presentato le sue attività in materia di diritti umani in un capitolo specifico della relazione annuale dell’UE, e noi ci proponiamo di proseguire questa collaborazione e il dialogo con il Parlamento europeo e in particolare con la sua sottocommissione per i diritti umani. Pur nella consapevolezza dell’importante contributo fornito da quest’Aula alla protezione dei diritti umani, che dev’essere adeguatamente riconosciuto nella relazione annuale dell’Unione europea, vorrei anche sottolineare che la nostra collaborazione deve rientrare nel quadro della base giuridica applicabile alla politica estera e di sicurezza comune, e rispettarla, e che il ruolo di questo Parlamento – come giustamente affermato nella sezione esplicativa della relazione dell’onorevole Coveney – consiste nella revisione critica delle attività dell’Unione europea nel campo dei diritti umani.

Un aspetto importante della politica in materia di diritti umani quest’anno è l’istituzione del nuovo Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, la cui importanza viene sottolineata nella relazione presentata dal Parlamento, che mette anche in evidenza, giustamente, il potenziale ruolo futuro di questo organismo quale prezioso forum, all’interno del quale l’Unione europea può lavorare a livello multilaterale per la difesa dei diritti umani. La relazione deplora che il nuovo Consiglio dei diritti umani abbia dimostrato un’eccessiva inefficienza nell’affrontare adeguatamente le crisi umanitarie nel mondo; vorrei rispondere ricordando che è ancora troppo presto per poter dare un giudizio, e che occorre attendere l’esito del processo decisionale a livello istituzionale, previsto per la fine di giugno. L’Unione europea farà tutto quanto in suo potere per garantire che il Consiglio dei diritti umani continui a evolversi come elemento efficiente, ma anche credibile, nell’ambito del sistema delle Nazioni Unite in materia di diritti umani.

Per quanto concerne la situazione nel Darfur, che è una delle questioni principali considerate nell’ultima riunione del Consiglio dei diritti umani, si chiede che l’Unione europea e gli Stati membri si impegnino maggiormente per far accettare il loro punto di vista, affinché il Consiglio, a seguito di quanto riferito dalla sua missione speciale, possa prendere misure opportune e adeguate per affrontare questa catastrofe umanitaria. Il mio commento in proposito è che l’adozione unanime del documento sul Darfur da parte del quarto Consiglio sui diritti dell’uomo dev’essere considerato un trionfo significativo per l’UE.

Desidero citare brevemente gli altri importanti strumenti della politica UE in materia di diritti umani, ossia le linee direttrici stabilite dall’UE per le relazioni con i paesi terzi, con particolare riferimento all’abolizione della pena capitale, alla campagna contro la tortura, alla protezione degli attivisti nel campo dei diritti umani e alla situazione dei bambini coinvolti in conflitti armati. La relazione annuale del Parlamento europeo rileva l’importanza di queste linee direttrici e indica la necessità di rispettarle in maniera più efficace. Condividiamo questa opinione e apprezziamo anche il lavoro già svolto dalla sottocommissione per i diritti umani di questo Parlamento. Alla fine del suo mandato, la Presidenza tedesca del Consiglio relazionerà sulle azioni intraprese in merito alle varie linee direttrici.

Oggi vorrei mettere in evidenza in particolare l’impegno finora dedicato dalla Presidenza alla questione dell’abolizione della pena capitale, una delle maggiori priorità del Consiglio tra le misure dell’Unione europea nel campo dei diritti umani. Al fine di compiere ulteriori progressi su questo fronte, la Presidenza ha preparato un piano d’azione per il 2007, ora in corso di attuazione, avente come obiettivo la presentazione ai livelli opportuni delle Nazioni Unite di misure mirate all’abolizione della pena capitale, sulle quali mi soffermerò nuovamente più avanti.

Tra gli altri strumenti di rilievo della nostra politica in materia di diritti umani figurano i dialoghi e le consultazioni sull’argomento con paesi terzi, che saranno oggetto di una relazione parlamentare; siamo favorevoli a questa iniziativa e prenderemo debitamente nota delle raccomandazioni formulate dalla vostra Assemblea. Nonostante le difficoltà insite nei dialoghi sui diritti umani, siamo convinti che non debbano essere sottovalutati come strumento per esprimere i nostri dubbi sulla situazione dei diritti umani in un dato paese terzo e, benché talvolta soltanto nel lungo termine, come mezzo per determinare un cambiamento nella situazione.

A questo proposito, posso comunicarvi che la Presidenza è favorevole alla risoluzione del Consiglio sul varo di un dialogo sui diritti umani tra l’Unione europea e l’Uzbekistan, e che sono in corso i preparativi per il primo ciclo di incontri. Anche i prossimi incontri del dialogo sui diritti umani tra l’UE e la Cina e delle consultazioni sui diritti umani con la Russia dovrebbero svolgersi tra breve, rispettivamente all’inizio e alla metà di maggio, e vorrei informarvi che le consultazioni con la Russia, come richiesto nella vostra relazione, coinvolgeranno ONG europee e russe.

Nella relazione annuale si chiede che ai deputati al Parlamento europeo sia attributo un ruolo più rilevante nella conduzione dei dialoghi e delle consultazioni e si invita il Consiglio a garantire il loro coinvolgimento. Forse mi posso permettere di rispondere che la composizione delle delegazioni UE per la conduzione dei dialoghi con paesi terzi rispecchia la demarcazione dei poteri ai sensi della politica estera e di sicurezza comune, per cui non è possibile che i membri del Parlamento partecipino ai dialoghi. Tuttavia, questo non significa che voi non sarete costantemente informati in merito agli sviluppi, o che non vi sarà un continuo scambio di opinioni in proposito.

A questo punto, con il permesso della Presidente, signora Kratsa-Tsagaropoulou, vorrei spendere alcune parole sulla dichiarazione della Presidenza in merito alla moratoria sulla pena di morte.

La campagna contro la pena capitale è da tempo un elemento centrale della politica comune dell’UE in materia di diritti umani; in effetti, la campagna contro la pena capitale è stata l’oggetto delle prime linee direttrici sui diritti umani adottate dal Consiglio già nel 1998, e la prosecuzione delle varie misure con le quali da allora l’Unione europea chiede coerentemente l’abolizione della pena capitale è una delle priorità politiche della Presidenza tedesca in materia di diritti umani.

L’ultima volta che abbiamo discusso della questione della pena di morte è stato nella mini tornata di gennaio, quando vi ho annunciato che la Presidenza tedesca del Consiglio avrebbe messo a punto un piano d’azione ben studiato con le iniziative da attuare nel primo semestre del 2007 per portare all’attenzione delle Nazioni Unite la campagna contro la pena di morte; oggi posso comunicarvi che abbiamo fatto quello che avevamo annunciato.

Sulla base di un’analisi effettuata dai capi di tutte le rappresentanze permanenti dei partner dell’UE a Ginevra e New York, nonché di numerose conversazioni con esponenti di ONG, la Germania alla fine di febbraio ha prodotto un piano d’azione per il 2007, contenente misure concrete per portare gradualmente la questione della pena di morte all’attenzione delle Nazioni Unite, che è stato accettato da tutti i partner e che da allora la Presidenza ha messo in pratica con coerenza.

Il primo passo del piano d’azione è stato compiuto quando, all’apertura della quarta sessione del Consiglio sui diritti dell’uomo a Ginevra, il problema della pena capitale è stato messo tra i primi punti all’ordine del giorno e il mio collega Steinmeyer, in qualità di Presidente in carica del Consiglio, ha toccato deliberatamente l’argomento nel suo intervento. Diversi ministri degli Stati membri dell’UE che hanno partecipato all’apertura della quarta sessione del Consiglio sui diritti dell’uomo hanno seguito la Presidenza nel sollecitare l’abolizione della pena di morte; nella sessione di marzo del Consiglio si è tenuta la seconda lettura, con l’aggiunta di nuovi sostenitori, della dichiarazione contro la pena di morte presentata all’Assemblea generale dell’ONU nel dicembre 2006 su iniziativa dell’Unione europea e firmata da un totale di 85 Stati da tutti gli angoli del globo.

Nella seconda fase del piano d’azione, la Presidenza ad aprile ha avviato una campagna di pressione a livello mondiale, con l’intento di raccogliere più voti a favore della dichiarazione del dicembre 2006 contro la pena di morte e di creare un’alleanza multiregionale intenzionata a sostenere la presentazione di una risoluzione alle Nazioni Unite.

Al termine di questa iniziativa mondiale – attorno alla fine di maggio – l’Unione europea effettuerà una valutazione generale dei risultati della campagna di pressione e su tale base deciderà se i tempi sono maturi per una risoluzione ONU, e in caso contrario, quando potrebbero esserlo.

Forse potrei ribadire un punto cui avevo già accennato a gennaio, ossia che riaprire ora la discussione in seno alle Nazioni Unite, prima di aver portato a termine l’iniziativa, sarebbe strategicamente sbagliato, poiché è abbastanza improbabile che una simile proposta ottenga il necessario sostegno dei due terzi degli Stati membri, e questo potrebbe stabilire un precedente negativo; altri Stati membri, infatti, potrebbero sentirsi incoraggiati a rispondere rimettendo in agenda altri punti controversi, al di fuori delle regolari riunioni dell’Assemblea generale, e, soprattutto, non sappiamo ancora se saremo in grado di raccogliere il necessario sostegno della maggioranza in tutte le regioni. L’iniziativa mondiale attualmente in corso ha l’obiettivo di scoprirlo, e dovremmo posticipare ulteriori decisioni fino a quando non disporremo dei risultati.

Lasciatemi dunque sottolineare ancora una volta che la campagna contro la pena di morte è importante per il Consiglio tanto quanto lo è per il Parlamento; proprio come voi, desideriamo che venga abolita questa forma di punizione crudele, disumana e inefficace, ma non si tratta di una battaglia facile. La sola buona volontà non è sufficiente; al contrario, solo un approccio strategico ci consentirà di realizzare il nostro obiettivo ed è ciò che noi della Presidenza tedesca del Consiglio, con i nostri partner nel Consiglio, siamo determinati a fare; e ci auguriamo che nel perseguire questo obiettivo potremo contare sul pieno sostegno di quest’Aula.

 
  
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  Joe Borg, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, accolgo con favore la relazione dell’onorevole Coveney sui diritti umani nel mondo nel 2006 e sulla politica dell’UE in materia, nonché la risoluzione presentata oggi al Parlamento. Sono particolarmente lieto che si sia mantenuto l’approccio innovativo della relazione, incentrata sull’esame delle azioni intraprese dalle Istituzioni comunitarie nell’attuazione dei loro mandati in materia di diritti umani. Approvo inoltre la raccomandazione ai fini della realizzazione di una relazione annuale UE realmente interistituzionale, che rispecchi le attività di Consiglio, Commissione e Parlamento nel campo dei diritti umani e della promozione della democrazia nel mondo.

Questa proposta, che appoggio senza riserve, non implica in alcun modo che il Parlamento debba rinunciare alla prerogativa di preparare una sua relazione sull’argomento, né rappresenta una potenziale violazione del principio della divisione dei poteri tra Consiglio, Parlamento e Commissione. Piuttosto, l’obiettivo della proposta, alla quale mi auguro sarà dato seguito nel quadro dell’imminente Presidenza portoghese, è di offrire ai cittadini dell’UE e ai nostri partner nel mondo un’unica relazione completa, che renda giustizia all’intera gamma di azioni intraprese dalle tre Istituzioni, oltre a rappresentare i nostri valori e obiettivi comuni in questo campo.

La Commissione accoglie con favore le proposte contenute nella relazione, intese ad aumentare le sinergie tra le tre Istituzioni e a trarre pieno vantaggio dai loro obiettivi specifici in materia di promozione dei diritti umani. A questo proposito, vorrei citare in particolare lo studio del Centro interuniversitario europeo, da noi sostenuto, che fornisce una serie di suggerimenti pratici che meritano tutta la nostra attenzione. Nello stesso spirito, l’introduzione della nuova valutazione democratica sulle strategie di cooperazione in termini geografici e tematici rispecchia certamente la valida cooperazione tra le Istituzioni in materia di diritti umani.

La tornata di dicembre del Parlamento europeo, quando viene presentata la relazione annuale dell’UE, è una buona occasione per promuovere ulteriormente il nostro comune impegno per i diritti umani e la democrazia.

Desidero citare due esempi dalla relazione che ci viene presentata oggi: il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) e i dialoghi sui diritti umani. Nel paragrafo 22 della relazione si invita l’UE ad utilizzare in modo più efficace la sua influenza per promuovere questioni importanti nell’agenda dell’UNHRC e modulare meglio le sue attività di gruppo di pressione e di informazione. Come sapete, la Commissione inizialmente era piuttosto scettica in merito a questo Consiglio e anche dopo la sua approvazione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005 sentiva che non era sufficientemente ambizioso. Restano dei dubbi in proposito, per i motivi che seguono.

La composizione è migliorata di poco. Le situazioni nazionali al centro dell’attenzione sono sempre meno e il futuro dei mandati dei meccanismi speciali è incerto. Tuttavia, non mancano i segnali positivi, come la missione nel Darfur e la successiva risoluzione unanime. Sono convinto che sarebbe sbagliato rinunciare a quello che è tuttora il forum più importante sui diritti umani a livello mondiale. Al contrario, dovremo raddoppiare gli sforzi per farlo funzionare meglio, nell’interesse di tutti quei popoli che subiscono ogni giorno gravi violazioni dei propri diritti.

L’UE e i partner che perseguono i suoi stessi obiettivi devono rompere il ciclo della politicizzazione e comunicare con maggiore efficacia con i paesi partner del Gruppo dei 27.

Il Parlamento ha seguito da vicino sviluppi particolari all’interno del nuovo organismo ONU dal suo esordio, in particolare mediante missioni di programmazione e invitando la sua attuale presidenza a discutere questioni di interesse comune. In vista della missione pianificata per il prossimo giugno, vorrei suggerire un incontro informale tra le tre Istituzioni per informarvi in merito alle valutazioni della situazione e offrire il nostro pieno sostegno nella preparazione della missione.

Il paragrafo 78 della relazione auspica inoltre un maggiore coinvolgimento del Parlamento europeo nei dialoghi sui diritti umani con paesi terzi. Questi dialoghi sono diventati uno strumento essenziale per promuovere il rispetto per i diritti umani, benché naturalmente i risultati siano diversi a seconda del partner con cui si dialoga. Certamente la nostra influenza aumenterebbe se i nostri scambi con questi paesi potessero andare al di là dei colloqui con i rappresentanti del potere esecutivo. Nella pratica potrebbero sorgere ostacoli alla piena partecipazione del Parlamento europeo ai dialoghi formali, ma un dialogo da parlamento a parlamento potrebbe sicuramente integrare le iniziative in corso. Mi attendo proposte costruttive da una relazione di iniziativa propria del Parlamento su questo argomento. In ogni caso, ritengo che si possano trarre benefici dal miglioramento dello scambio di informazioni tra le Istituzioni dell’Unione europea e dalle attività di preparazione, di attuazione e di seguito dei dialoghi.

A questo punto vorrei passare al secondo argomento in agenda. Desidero sottolineare quanto sia importante per l’Unione europea continuare a promuovere l’abolizione universale della pena di morte. Si tratta di un obiettivo fondamentale della nostra politica sui diritti umani e io stesso sono impegnato personalmente affinché l’Unione europea svolga un ruolo guida in proposito, in particolare all’interno delle Nazioni Unite. Per questo sono favorevole a qualsiasi iniziativa intesa a discutere in che modo ottenere una moratoria universale sulla pena di morte. Una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU in materia sarebbe sicuramente un progresso importante. Tuttavia, come abbiamo discusso anche in sede di riunione del Consiglio di questa settimana, occorre pianificare molto attentamente i tempi di una simile iniziativa. Una risoluzione sarebbe efficace solo se appoggiata da una chiara maggioranza degli Stati membri dell’ONU, e dobbiamo preparare bene il terreno prima di procedere con un simile progetto.

In merito a queste e a tutte le altre questioni con cui ci dobbiamo confrontare, vi esorto a tenere presente il nostro obiettivo comune di far progredire i diritti umani e la democrazia e di lavorare pragmaticamente fianco a fianco per raggiungerlo.

 
  
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  Roberta Alma Anastase, în numele grupului PPE-DE. – Doresc în primul rând să mulţumesc colegului Simon Coveney pentru concluziile constructive din raportul său şi, mai ales, pentru recomandările făcute cu privire la dialogul şi consultările Uniunii Europene în domeniul drepturilor omului cu ţările terţe, subiect al unui viitor raport la care am onoare să fiu shadow rapporteur. Respectarea drepturilor omului, a principiilor democratice şi a bunei guvernări reprezintă însăşi esenţa Uniunii Europene. Este obligaţia noastră morală de a promova aceste valori în numele păcii şi dezvoltării în întreaga lume. Intensificarea continuă a eforturilor noastre în promovarea democraţiei în vecinătatea Uniunii Europene trebuie să constituie, fără îndoială, o prioritate a politicii Uniunii Europene în domeniul drepturilor omului. Crearea unui spaţiu veritabil de democraţie la frontiera noastră externă şi asigurarea ireversibilităţii acestui proces este una dintre condiţiile necesare pentru a asigura stabilitatea şi dezvoltarea durabilă în ţările vecine. În sfârşit, promovarea drepturilor omului în vecinătatea Uniunii Europene trebuie să beneficieze de toate instrumentele Uniunii Europene care îi stau la dispoziţie.

Salut şi eforturile recente de a impulsiona aceste activităţi prin instrumente de cooperare regională, inclusiv prin cooperare cu şi în cadrul zonei Mării Negre. Îmi exprim în acest sens speranţa că acţiunile propuse în domeniul democraţiei şi drepturilor omului în cadrul noii comunicări a Comisiei Europene privind sinergia în Marea Neagră vor fi implementate cât mai rapid şi mai eficient.

 
  
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  Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signora Presidente, innanzi tutto desidero congratularmi con l’onorevole Simon Coveney per il contributo fornito presentando la sua relazione a quest’Assemblea. In qualità di correlatore per il gruppo socialista al Parlamento europeo, desidero anche ringraziare l’onorevole Coveney per la sua collaborazione. Vorrei far notare a tutti i presenti che la collaborazione dell’onorevole Coveney con altri gruppi politici dovrebbe servire da modello per l’attività politica in quest’Aula.

La relazione in esame è uno dei documenti più importanti del Parlamento europeo. La relazione sui diritti umani nel mondo comporta un problema di organizzazione del materiale, poiché si tratta di gestire numerose relazioni concernenti violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, fornite da organizzazioni internazionali quali Human Rights Watch o Amnesty International, nonché dai parlamenti degli Stati membri e dal Congresso USA. Questo Parlamento si trova quindi nella difficile situazione di riunire in un’unica relazione tutte le principali questioni relative ai diritti umani.

Abbiamo collaborato molto strettamente con organizzazioni internazionali – Human Rights Watch e Amnesty International – e parlamenti nazionali di singoli Stati membri, mentre nella delegazione UE-USA abbiamo portato avanti un dialogo con i senatori e i membri del Congresso USA sulle violazioni dei diritti umani descritte nella presente relazione.

Ora, uno dei punti principali su cui dobbiamo concentrarci è la questione di quanto sia efficace il Parlamento europeo in materia di diritti umani. Desidero ricordare quelli che a mio parere sono i successi che abbiamo ottenuto nell’ultimo anno. Ad esempio, la difesa dei diritti umani in Bielorussia, o le attività della Commissione concernenti l’uso di paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri, con una relazione al riguardo presentata al Parlamento. Indubbiamente, il Parlamento può essere fiero di questi risultati. I diritti umani devono essere una piattaforma politica fondamentale nella politica estera dell’Unione europea.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki, a nome del gruppo ALDE. – (FI) Signora Presidente, anch’io desidero innanzi tutto ringraziare l’onorevole Simon Coveney per la sua straordinaria collaborazione. La discussione è stata positiva e dovremmo essere abbastanza soddisfatti del risultato. Concordo anche con l’onorevole Pinior sul fatto che stiamo parlando di un documento molto importante. Il problema è che ci rendiamo conto di quanto siano importanti i diritti umani e i diritti fondamentali solo quando affrontiamo veramente questi temi e sorgono problemi.

Un problema grave del Parlamento e dell’Unione europea è che quest’ultima sembra restia a verificare direttamente la situazione dei diritti umani nei propri Stati membri. Nell’UE i diritti umani e fondamentali vengono applicati secondo le modalità che insegniamo agli esterni e che ci attendiamo dai paesi terzi?

Questa relazione è quindi un documento eccellente, che tocca molti aspetti della situazione insoddisfacente a livello internazionale, che dobbiamo approfondire e nella quale l’UE ha operato anche in modo credibile. Tuttavia, il nostro lavoro per la difesa dei diritti umani rischia di trasformarsi in un discorso ipocrita se non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio.

Un problema emerso l’anno scorso è quello della cooperazione dimostrata dai paesi europei nei confronti dei servizi segreti statunitensi. Nella lotta al terrorismo, gli Stati Uniti d’America hanno potuto fare affidamento sull’UE e su singoli Stati membri in misura forse maggiore di quanto vorremmo ammettere.

Un documento comune sui diritti dell’uomo, come proposto dalla Commissione, a mio parere è un’idea eccellente, che inoltre ci consentirebbe di avviare al momento giusto iniziative come un insieme di tre Istituzioni che collaborano efficacemente. Penso che dovremmo prenderla in seria considerazione.

 
  
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  Inese Vaidere, a nome del gruppo UEN. – (LV) Onorevoli colleghi, innanzi tutto vorrei ringraziare l’onorevole Simon Coveney per l’ottimo lavoro svolto nella stesura di questa relazione, realistica e al tempo stesso opportunamente critica. Dobbiamo concordare con la sua valutazione del primo anno di attività del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite: non ha ottenuto alcun risultato positivo e le risoluzioni adottate sono deboli. Un altro aspetto positivo è l’atteggiamento di autocritica della relazione nel discutere l’attività del Parlamento nel campo dei diritti umani. Alla luce del deterioramento della democrazia, della libertà di parola, della libertà di stampa e del peggioramento della situazione dei diritti umani in Russia, nel nuovo accordo di partenariato e cooperazione la Commissione e il Consiglio devono imporre alla Russia obblighi più rigorosi, oltre alla clausola sui diritti umani, instaurando procedure di monitoraggio più efficaci. Il Consiglio e la Commissione devono fare tutto il possibile per ridurre al minimo le violazioni dei diritti umani in Bielorussia. Il commento formulato questa settimana dal Presidente Lukashenko in un discorso sul miglioramento delle relazioni tra Bielorussia e Russia – “Non abbiamo bisogno di ispettori, supervisori o insegnanti!” – dimostra che l’Unione europea non dovrebbe limitarsi a un attento monitoraggio della situazione, ma anche sostenere maggiormente le iniziative della società civile e dell’opposizione in Bielorussia. Grazie.

 
  
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  Hélène Flautre, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signora Presidente, mi associo senza riserve a coloro che si sono congratulati con l’onorevole Coveney, che ha fatto un lavoro straordinario. Come avrete notato, la sua relazione non si limita a elencare le violazioni commesse nel mondo, ma si sforza veramente di valutare la politica attuata dall’Unione europea in materia di diritti dell’uomo e democrazia; tengo veramente a sottolineare il valore aggiunto di una simile analisi, quando si tratta di rafforzare la coerenza e l’impatto delle nostre azioni. Accolgo altresì con favore l’iniziativa annunciata dalla Presidenza del Consiglio come seguito da dare a questa relazione.

Alla luce di tutto questo, il Parlamento ritiene che la sua partecipazione in qualsiasi forma al dialogo sui diritti umani e il suo coinvolgimento nell’attuazione delle linee direttrici siano cruciali per una maggiore efficacia. Vorrei inoltre rilevare che l’efficacia delle linee direttrici è minata dal fatto che in alcuni paesi le missioni dell’Unione talvolta non le conoscono ancora. Resta dunque importante, anzi imperativo, informare le missioni e mobilitarle per un utilizzo ottimale di queste linee direttrici.

Desidero sottolineare, come tutti, le preoccupazioni in merito al Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, in un momento in cui si dovrebbe concretizzare una riforma molto promettente, grazie alla quale le Nazioni Unite dovrebbero disporre di un organismo credibile ed efficace per la protezione dei diritti umani e della democrazia. Troppi Stati membri del Consiglio dei diritti dell’uomo vanno nella direzione sbagliata, verso l’indebolimento della portata creativa e dell’indipendenza delle procedure speciali e la promozione di una visione di parte. L’Unione deve fare il possibile, con tutto il nostro sostegno, per difendere il prestigio di questo organismo internazionale, l’unico che può ancora ascoltare i lamenti delle vittime di violazioni dei diritti umani nel mondo.

Questa relazione mi consente inoltre di sottolineare il nostro impegno noi confronti dei difensori dei diritti umani. Le nuove misure contenute nell’iniziativa europea per la democrazia e i diritti umani (EIDHR) saranno un’occasione per concretizzare l’azione dell’Unione, mettendo i difensori dei diritti umani in grado di ricevere rapidamente sostegno e protezione in situazioni di emergenza.

 
  
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  Miguel Portas, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signora Presidente, nel mondo 5 186 criminali condannati stanno aspettando il giorno nel quale supereranno il punto di non ritorno nel loro cammino verso la morte. Solo qualche giorno fa, il 19 aprile, i famigliari di cinque infermiere bulgare erano in Parlamento per denunciare l’ambiguo processo con cui le autorità libiche le hanno condannate a morte. Nella discussione di questa mattina sulle nostre relazioni con gli Stati Uniti, le osservazioni sui valori condivisi sono state molto più numerose delle critiche al fatto che in 38 Stati americani resta in vigore la pena di morte.

In oltre 100 paesi vige la pena capitale e in molti di quelli che l’hanno abolita c’è chi promuove campagne per la sua reintroduzione. Populismo, autoritarismo e una guerra senza leggi al terrorismo hanno fatto piombare le nostre società nella pazzia dell’ossessione per la sicurezza. L’iniziativa europea che prevede l’imposizione di una moratoria universale non è solo un passo in direzione dell’abolizione. In questo momento, è un segnale di speranza di fronte a questi attacchi.

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signora Presidente, parlando di diritti umani vorrei richiamare l’attenzione sul dramma di un prigioniero politico nell’Unione europea. E’ in carcere a Roma da quattro mesi e ora è in cattive condizioni di salute, fisica e mentale. E’ detenuto senza alcuna prospettiva di rilascio, né di processo, nel tentativo di piegare la sua volontà e di costringerlo a firmare false confessioni contro se stesso e altri. Il suo nome è Mario Scaramella e i suoi presunti reati sono accuse artificiose e prive di fondamento.

Scaramella è l’uomo che nel novembre 2006 si è recato a Londra per avvisare Alexander Litvinenko che stava per essere ucciso. Scaramella e Litvinenko avevano entrambi lavorato con la Commissione Mitrokhin per fare luce sui legami tra alcuni politici italiani e il KGB. Il signor Scaramella dovrebbe essere rilasciato e restituito alla sua famiglia immediatamente, in attesa di un eventuale processo.

 
  
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  Jim Allister (NI).(EN) Signora Presidente, nel mio centesimo intervento in quest’Aula sono lieto di parlare di diritti umani: qualcosa che tutti noi diamo per scontato, ma cui milioni di persone possono solo aspirare. Con la sua posizione di primo piano, in particolare nel commercio, l’UE ha un ruolo chiave da svolgere. Siamo bravi a fare discorsi sui diritti umani, ma poi li mettiamo in pratica? Prendiamo ad esempio la Cina, con la quale stiamo agevolando l’ampliamento degli scambi. Francamente, però, facciamo poco per insistere su un parallelo rispetto dei diritti umani. Potremmo fare molto di più.

Gli interessi acquisiti non sono una giustificazione, né lo è l’atteggiamento filo-occidentale del Pakistan. In quel paese, la persecuzione sempre più selvaggia dei cristiani cresce rapidamente sotto l’egida dell’estremismo islamico, di spietate leggi sulla blasfemia e conversioni forzate. In questo caso, il ruolo dell’UE non si limita alla compiacenza o all’ambivalenza: si tratta di complicità, a causa dei milioni di euro che riversiamo nelle madrasse. Molte di queste scuole, come Lalmasjid, sono basi di addestramento per l’estremismo islamico: allora perché continuiamo a finanziarle?

Nei nostri accordi commerciali e nei nostri aiuti allo sviluppo dobbiamo subordinare più rigorosamente le nostre azioni all’effettivo rispetto dei diritti umani.

Concludo complimentandomi con il relatore per l’ennesima relazione esauriente.

 
  
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  Maria da Assunção Esteves (PPE-DE).(PT) E’ stato nel cuore d’Europa, nell’antica Königsberg, che il filosofo Immanuel Kant affermò: “Ogni essere umano è un fine in sé”, il principio più universale di giustizia. L’UE è stata creata, e da allora è cresciuta, sulle fondamenta di una cultura dei diritti e sulla convinzione che ciascun individuo è un’entità unica e irripetibile. Questa convinzione, di natura politica e morale, è ciò che caratterizza il progetto europeo.

Oggi più che mai il destino dell’Europa dipende dalla sua capacità di assumere un ruolo da protagonista nella lotta per i diritti in tutto il mondo. In questo senso, nell’Europa si investe un’enorme quantità di speranza. Le frontiere che dobbiamo ancora conquistare sono quelle che separano la barbarie dalla civiltà. Fedele al suo fondatore visionario, l’UE non deve soccombere alle tentazioni di interessi strategici e della Realpolitik.

Dobbiamo ammettere che l’Europa deve riempire il vuoto lasciato da altri poteri democratici nella lotta per i diritti dell’uomo. A tale scopo, occorre un’integrazione politica, una volontà di prendere decisioni e affermare diritti universali. Ciò che occorre è una Costituzione, e che i diritti umani siano un tema trasversale in tutte le misure e difeso su tutti i fronti. E’ opportuno rilevare che i diritti fondamentali non vengono violati solo nelle buie profondità del sottosviluppo e delle dittature; democrazie che si definiscono avanzate applicano la pena di morte, mentre noi restiamo in silenzio. Su questo argomento l’UE non deve utilizzare due pesi e due misure.

Durante il vertice tra UE e USA sarebbe opportuno inserire il tema della pena di morte nell’agenda politica. Sarebbe positivo se la risoluzione del Parlamento sulla pena capitale guadagnasse terreno e diventasse qualcosa di più di una chimera. Una cosa è certa: la diagnosi dei gravi problemi che dobbiamo affrontare trova risposta nella questione dei diritti umani. Il dialogo tra i popoli, la fine dei conflitti, la sicurezza e la libertà non possono esistere se il mondo non diventa un luogo più giusto.

 
  
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  Raimon Obiols i Germà (PSE).(ES) La qualità della relazione dell’onorevole Coveney è stata chiaramente confermata dall’ampio sostegno ricevuto nella votazione in seno alla commissione per gli affari esteri.

L’onorevole Coveney è riuscito a riunire i punti di vista dei diversi gruppi e, a nostro parere, ha giustamente proseguito con la nuova impostazione introdotta dall’onorevole Richard Howitt con la relazione riferita al 2005.

Il risultato del voto sugli emendamenti rispecchia un consenso ragionevole tra i gruppi e una relativa mancanza di punti di contrasto, offrendo al mondo l’immagine di un Parlamento unito per quanto concerne la protezione e la promozione dei diritti umani, una prospettiva che noi tutti auspichiamo.

Al fine di accrescere la nostra autorità e di garantire che questo documento diventi un testo di riferimento occorrono calma, precisione e il maggior consenso possibile. Sono convinto che la relazione dell’onorevole Coveney rappresenti un chiaro passa avanti in questa direzione.

Occorre che ci impegniamo per trasmettere un messaggio importante: l’Europa non deve permettersi di applicare criteri differenti a seconda del paese, nel giudicare la situazione dei diritti dell’uomo nel mondo. A prescindere dagli interessi in gioco, l’atteggiamento dell’Unione europea in materia di diritti umani dev’essere inequivocabile e fermo.

Devo dire che, a nostro parere, il testo non rispecchia in misura sufficiente il fatto che nel mondo attuale, nella lotta contro il terrorismo, purtroppo si assiste a una proliferazione di centri di detenzione che non sono soggetti allo Stato di diritto e che esercitano pratiche non conformi alle leggi del paese che li istituisce: parlo di Guantánamo e delle prigioni segrete.

Per noi Socialisti, porre fine a queste situazioni illegali presenti nel mondo è un obiettivo fondamentale.

La proposta di risoluzione sulla moratoria universale sulla pena di morte, inoltre, riveste per noi altrettanta importanza. E’ una buona notizia che questa settimana il Consiglio abbia espresso l’intenzione di promuovere e sostenere l’iniziativa auspicata da tutti i gruppi del Parlamento europeo.

 
  
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  Marco Pannella (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti della Commissione e del Consiglio, ho sessanta secondi per trattare l’importante tema della moratoria sulla pena di morte.

Poiché non potrò trattare questo tema come dovrei, intendo documentare subito in altra sede la vera e propria forfaiture, il vero e proprio tradimento di regole e di giuramenti da parte del Consiglio in questi dieci anni. All’ONU è in corso da quattordici anni il tentativo di impedire la proclamazione della moratoria sulla pena di morte.

Nel 1994 abbiamo infatti perso per quattro voti contrari alla risoluzione sulla moratoria, quattro voti espressi da sostenitori fondamentalisti dell’abolizione contro la realtà della moratoria che era già conquistata. Signor Presidente del Consiglio, quattordici anni fa all’ONU vi erano novantasette Stati a favore della pena di morte. Oggi sono cinquantuno.

Dal 1988 vi dimostriamo che c’è una maggioranza sicura, e non mi importa se per gli interessi della Cina, dell’America o di un’Europa che di nuovo non è europea, voi mancate agli obblighi nei confronti del Parlamento.

Alle 18.30 dimostrerò alla stampa che dal 16 e 17 aprile al Consiglio avete compiuto un tentativo gravissimo di vera e propria truffa contro quel che avete dichiarato di accettare. Non ho un termine italiano per definire ciò, si tratta di una vera e propria forfaiture, ed è di questo che vi accuso: “Ou pas ça, ou pas vous!”.

 
  
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  Liam Aylward (UEN).(EN) Signora Presidente, un’area in cui l’Unione europea dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano è quella della protezione e della promozione dei diritti umani in Medio Oriente. In quanto comunità di 27 Stati membri, che rappresenta 500 milioni di persone, l’Unione europea è nella posizione di agire come onesto intermediario in Medio Oriente.

Accolgo con favore la recente costituzione del governo di unità palestinese. Si tratta di uno sviluppo positivo che potrebbe portare alla creazione del consenso politico nella regione e a instaurare relazioni pacifiche tra i due popoli palestinese e israeliano.

Tuttavia, i diritti umani del popolo palestinese devono essere rispettati. Israele deve rilasciare immediatamente tutti i legislatori palestinesi detenuti. Allo stesso modo, il soldato israeliano, caporale Shalit, che è prigioniero in Palestina, dev’essere immediatamente rilasciato.

La sfida urgente a questo punto è la ripresa di un processo politico credibile che garantirebbe la pace e la sicurezza alle popolazioni di Israele e Palestina. L’Unione europea deve impegnarsi positivamente con il nuovo governo di unità palestinese. Non si tratta solo di fornire un sostegno politico, ma anche di essere nella posizione di sostenere finanziariamente la rinascita economica nelle aree palestinesi.

Infine, desidero complimentarmi con il collega irlandese, l’onorevole Coveney, per la sua eccellente relazione.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, in qualità di relatore della commissione per lo sviluppo sullo strumento di finanziamento per i diritti umani, ho particolarmente insistito sul ruolo della democrazia e del rispetto dei diritti umani ai fini dello sviluppo economico, politico e sociale di molti paesi terzi.

La relazione in esame rappresenta tuttavia un’occasione per guardare anche in casa nostra, dove episodi di intolleranza religiosa, razziale e di genere, purtroppo sono ancora all’ordine del giorno. I bambini abbandonati in strada o in istituti decadenti, le violenze domestiche e gli episodi omofobi, per citare solo alcuni esempi, restano un problema e occorre quindi incentivare le azioni volte a ridurre tali fenomeni.

Per quanto riguarda la dimensione estera, è evidente la mancanza di coerenza tra gli intenti e i buoni propositi da un lato, e le politiche commerciali, gli aiuti allo sviluppo e la politica estera dall’altro. In America Latina la priorità degli aiuti è data al commercio e all’educazione superiore, mentre milioni di bambini non hanno accesso o disertano l’educazione primaria. Ricordo, a tale proposito, che l’alfabetizzazione è un diritto nonché uno degli Obiettivi del Millennio.

Nelle relazioni con la Cina, gli Stati Uniti o la Russia, troppo spesso il capitolo dei diritti umani non riceve la giusta attenzione. Inoltre, sono sottovalutate la gravità della situazione in alcuni paesi come Cuba o la Bielorussia, così come le risoluzioni del Parlamento e i dibattiti sulle urgenze che hanno luogo in questa sede.

La relazione 2006 sembra quindi più una lista di ciò che non è stato fatto, che non di una serie di successi. Tuttavia, occorre ribadire che finché l’Unione non avrà un’unica forte voce in politica estera, numerosi obiettivi sono destinati a rimanere tali.

 
  
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  Kinga Gál (PPE-DE). (HU) Innanzi tutto desidero congratularmi con il collega, onorevole Coveney, per la sua accurata relazione, che prende in esame un tema molto importante. Nella relazione annuale 2006 il relatore è riuscito a indirizzare la nostra attenzione su alcune modalità specifiche con cui un maggiore impegno da parte delle Istituzioni UE o degli Stati membri potrebbe veramente contribuire alla soluzione di situazioni problematiche nel campo della difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Inoltre, i modi per farlo sono tutti presenti nella relazione. Le modalità pratiche con le quali si può contribuire a migliorare la situazione sono ben note: accordi commerciali regionali, il sistema di accordi bilaterali tra gli Stati membri e le cinque linee direttrici dell’UE in materia di diritti umani, che le ambasciate degli Stati membri e le missioni UE dovrebbero applicare sistematicamente in tutto il mondo.

A mio parere, è importante che il documento affermi che i risultati interni dell’UE in materia di diritti umani hanno un impatto diretto sulla sua credibilità e sulla sua capacità di attuare una politica esterna efficace. Vorrei dunque richiamare l’attenzione su quelle regioni in cui i problemi relativi ai diritti umani al di fuori dell’UE sono divenuti da tempo anche nostri problemi interni; tra questi figurano la difesa dei diritti dell’infanzia e la lotta al traffico di donne e bambini, che ogni anno qui nell’Unione europea miete 100 000-120 000 vittime, il 40 per cento delle quali sono bambini. Altrettanto importanti sono una maggiore sensibilità e attenzione per la situazione delle minoranze etniche o indigene, per la quale si attendono soluzioni all’interno dell’UE o nelle regioni confinanti con l’Unione, quali la Voivodina o i Bassi Carpazi. Nel caso delle minoranze nazionali ed etniche, il divieto di discriminazione è la condizione minima necessaria, ma non ancora sufficiente, per difendere queste comunità.

Infine, onorevoli colleghi, consentitemi, in qualità di delegato del Partito popolare presso l’Agenzia sui diritti fondamentali, di esprimere l’auspicio che la nuova Agenzia UE istituita il 1° marzo possa, lavorando autonomamente e in collaborazione, fornire credibilità alle misure dell’UE mirate a migliorare la situazione dei diritti dell’uomo nel mondo.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE).(FR) Signora Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Coveney. Il problema maggiore dell’Unione europea, che emerge molto bene dalla relazione, è quello di non disporre di norme o di un meccanismo per proteggere le minoranze nazionali. Non lontano da qui – a 500 metri – il Consiglio d’Europa ha giustamente compreso, diversamente da quest’Assemblea che non l’ha ancora fatto, che i diritti dell’uomo e i diritti delle minoranze nazionali sono strettamente collegati, pur essendo due questioni separate.

Sono completamente d’accordo con le onorevoli Gál e Jäätteenmäki: la credibilità dell’Unione europea dipende dalla sua situazione interna. Qual è la situazione degli sloveni in Austria o in Italia? Si tratta di una minoranza nazionale tradizionale autoctona. In Lettonia vivono 450 000 persone di origine russa che non sono cittadini di quel paese, uno Stato membro dell’Unione europea. La Francia non ha mai ratificato i due documenti del Consiglio d’Europa indispensabili per i nuovi Stati membri.

Per questo ci sono due pesi e due misure e per questo non siamo realmente credibili quando critichiamo i paesi terzi. Occorre coinvolgere la nostra Agenzia sui diritti fondamentali a Vienna e porre rimedio a questa carenza nella prossima relazione.

Non ho ancora parlato della crisi totale dell’integrazione delle nuove minoranze di migranti in Francia, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito. E’ la sfida più grande per l’Europa: la capacità delle minoranze migranti di integrarsi nei paesi dell’Europa occidentale. Penso che non sarà possibile evitare questi problemi in futuro, poiché si tratta di problemi cruciali per l’intera Europa e per l’Unione europea nel suo complesso.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, nella sua relazione, oltre ad offrirci un’analisi critica eccellente, il relatore propone conclusioni e sollecita azioni, cosa che io reputo positiva, per cui vorrei richiamare la vostra attenzione sul capitolo dedicato ai conflitti armati e alla politica europea di sicurezza e di difesa.

Perché? E’ chiaro che i diritti umani vengono calpestati dove sono in corso conflitti armati, come sta accadendo in molti paesi africani, con le relative ripercussioni in Europa. Molte persone, in cerca di una vita migliore, cadono nella rete dei contrabbandieri di esseri umani e vengono scaricate sulle coste della Spagna come immigrati clandestini; è stata la sorte di 31 000 persone solo l’anno scorso, e stiamo già assistendo a una tragedia analoga nei primi mesi di quest’anno.

Nella sua relazione l’onorevole Coveney loda la Presidenza austriaca, perché proprio sotto la Presidenza austriaca si sono concordate strategie di attuazione che prevedono di considerare le questioni relative ai diritti umani nella pianificazione delle operazioni nel quadro della politica europea di sicurezza e difesa. Ora si tratta di esigere che questi principi vengano effettivamente messi in pratica e io chiedo al Consiglio, con la massima urgenza, di prevedere per il futuro un impiego più efficace delle forze militari e di polizia, del genere che abbiamo visto a Kinshasa, anche in altri Stati, affinché questi ultimi ci aiutino a costruire le strutture di base in tali luoghi e a garantirne la stabilità e la sicurezza.

Innanzi tutto si creano le strutture democratiche; secondo, si instaura di conseguenza un effettivo rispetto dei diritti umani; e, terzo, si creano le condizioni per l’istituzione delle strutture economiche fondamentali. Tutto questo ha delle conseguenze positive per gli Stati in questione, per le persone che ci vivono e per noi, grazie alla riduzione dell’immigrazione clandestina in Europa.

Se a tutto questo riusciremo anche ad aggiungere i programmi di aiuti internazionali della Commissione, mi auguro che in questi paesi i diritti umani saranno molto più rispettati di quanto è avvenuto finora.

 
  
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  Richard Howitt (PSE).(EN) Signor Presidente, innanzi tutto desidero congratularmi con l’onorevole Coveney. Nella sua relazione ha adottato la nuova impostazione concordata l’anno scorso, ossia che il ruolo del Parlamento in merito alla relazione annuale sui diritti umani debba essere quello di verificare l’operato del Consiglio e della Commissione e di suggerire quello che si può fare in tutta l’Unione europea per promuovere i diritti umani, senza limitarsi a fornire un commento.

Lo ringrazio e mi congratulo per il suo lavoro. Mi è molto spiaciuto sentire che in futuro proseguirà la sua carriera nel parlamento nazionale e non si ripresenterà come candidato per questo Parlamento. Vorrei soltanto che fosse messo a verbale che è stato un grande paladino dei diritti dell’uomo e un ottimo collega di noi tutti.

In questa discussione, credo che possiamo sottolineare che l’Unione europea può fare di più per promuovere i diritti umani. Molti di noi sono preoccupati. Il Parlamento continuerà a impegnarsi a fondo per garantire che le iniziative dell’Europa e il suo coinvolgimento nel Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite siano più efficaci. L’esordio non è stato all’altezza delle nostre aspettative. Nella risoluzione si richiama l’attenzione sul fatto che la Commissione presiede il processo di Kimberley. Sfruttiamo questa posizione per ottenere il sistema di verifica indipendente auspicato dalle ONG per il giorno di San Valentino 2007, che era un obiettivo valido.

Apprezziamo il fatto che, dopo le nostre critiche sulla posizione dell’Europa nei confronti della Bielorussia e dell’OIL lo scorso anno, e alla luce degli attacchi e delle violenze contro sindacalisti, la Commissione ha raccomandato di revocare le preferenze commerciali a favore della Bielorussia. Ci avete ascoltato e vi ringraziamo per questo. Ma possiamo fare di più.

Riguardo ai trattati sui diritti umani, ci preoccupa la questione delle bombe a grappolo. Un gruppo di paesi europei guidato dal Belgio e che comprende, sono lieto di dirlo, anche il mio paese, il Regno Unito, ora sostiene un trattato vincolante che vieta le bombe a grappolo.

Sono veramente felice che l’Europa abbia condotto la campagna per la Convenzione ONU sui diritti delle persone disabili. Si è trattato della convenzione sui diritti umani approvata più rapidamente nella storia dell’ONU. Le Comunità europee l’hanno sottoscritta per la prima volta. E’ opportuno che il prossimo anno le Comunità e gli Stati membri firmino il protocollo facoltativo, per garantire la presenza di una procedura di reclamo. Dimostrateci che ci state ancora ascoltando.

 
  
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  Patrick Gaubert (PPE-DE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in qualità di vicepresidente della sottocommissione per i diritti umani permettetemi innanzi tutto di congratularmi con l’onorevole Coveney, non solo per la qualità e la portata del suo lavoro, culminato in questo testo completo ed esauriente, ma anche per l’apertura mentale dimostrata per garantire in quest’Aula il più ampio consenso possibile per questo testo di prim’ordine. Ha accettato di prendere in considerazione e di sottoscrivere quasi tutti gli emendamenti che gli ho presentato in commissione, e lo ringrazio per questo.

Questo documento ha il merito di affrontare tutte le questioni difficili e di coprire diverse aree geografiche. In particolare, sostengo l’enfasi posta sull’attività del nuovo Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, sulla tragica situazione nel Darfur e sulle ripetute violazioni dei diritti umani in Russia.

Per quanto concerne l’attività del Parlamento europeo e, in particolare, della sottocommissione per i diritti umani, ritengo che tutti possiamo essere soddisfatti della sua azione costruttiva, che ha permesso ad esempio di adottare rapidamente il nuovo strumento finanziario per la promozione della democrazia e dei diritti umani.

Inoltre, credo che questa relazione sia tempestiva nel rilevare l’interazione fondamentale tra le dimensioni interna ed esterna della politica europea in materia di diritti umani. Ora più che mai ciascuno Stato membro deve fungere da esempio in questo campo. La nostra responsabilità e la nostra credibilità al di fuori dell’Europa dipendono da questo. A tale proposito, sono lieto che i ministri della Giustizia, la scorsa settimana, abbiano adottato la decisione concernente le sanzioni penali comuni contro il razzismo e il revisionismo. Mi congratulo nuovamente con il relatore per questo documento e gli offro il mio pieno sostegno.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, una UE basata su valori quali la difesa della dignità umana, i principi della democrazia e la libertà individuale deve costantemente indicare con chiarezza di essere disposta non solo a garantire la promozione di questi valori, ma anche a combattere attivamente per difenderli e per tutti coloro che sono perseguitati per le loro convinzioni o la loro religione, o che vengono torturati o imprigionati per le loro opinioni.

La relazione dedica la dovuta attenzione alla necessità di una strategia di pace internazionale per la regione del Darfur, nella quale l’UE deve coordinarsi con il Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Solo un impegno effettivo dell’UE in seno alle Nazioni Unite consentirà la rapida adozione di misure efficaci per fornire una risposta mirata a questa tragedia umanitaria in Africa.

Tuttavia, esistono molte questioni irrisolte, sulle quali non si sono fatti progressi nell’ultimo anno. Tra queste ricordo la sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese, che sono stati imprigionati e condannati a morte in Libia con l’accusa ridicola di aver infettato alcuni bambini con l’HIV, le violazioni dei diritti delle minoranze religiose in Cina, le restrizioni alla libertà di parola e le repressioni nei confronti degli attivisti democratici in Russia, il terrore nella Cuba comunista e infine la Turchia, dove la situazione è estremamente preoccupante.

La Turchia, con le sue aspirazioni di adesione all’UE, non ha compiuto alcun progresso sostanziale nella difesa dei diritti umani. Anzi, la liberà di religione è fortemente minacciata, come dimostrano i tragici eventi degli ultimi giorni, con l’uccisione di tre cristiani che lavoravano per una casa editrice che pubblica la Bibbia. I mezzi di comunicazione di massa turchi sembrano impegnati in una caccia alle streghe dove le vittime sono i cristiani.

A mio parere, il cinquantesimo anniversario delle Comunità europee e il dibattito sul futuro Trattato sono una buona occasione per definire una politica nuova ed efficace per la difesa dei diritti umani fuori dei nostri confini. Il ruolo internazionale dell’Unione europea a questo proposito dev’essere rafforzato, anche integrando una legislazione pertinente nel nuovo Trattato, e in particolare occorre ripensare il ruolo dell’Agenzia sui diritti fondamentali in quest’ambito.

 
  
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  David Casa (PPE-DE).(MT) La ringrazio, signor Presidente. Molto spesso, quando si parla di diritti dell’uomo, si pensa immediatamente ai paesi in via di sviluppo ed è giusto prendere le iniziative necessarie per capire che cosa si può fare per garantire che i cittadini di questi paesi siano tutelati e sia loro garantita la dignità che meritano.

Tuttavia, devo altresì esprimere una certa preoccupazione in merito al fatto che questi diritti vengono calpestati anche nei paesi dell’Unione europea o in paesi candidati all’adesione.

Ad esempio, qualche giorno fa, in un paese che aspira a entrare nell’Unione europea, quattro persone sono state brutalmente assassinate a causa delle loro convinzioni religiose. E’ un fatto inaccettabile, che dev’essere condannato. L’Unione europea dev’essere ferma e sospendere gli aiuti ai paesi che non rispettano i diritti delle minoranze o che non riconoscono o non rispettano le minoranze presenti al loro interno, nonché ai paesi che non rispettano la Carta dei diritti fondamentali.

Dobbiamo prendere misure immediate e non possiamo semplicemente accettare che nel 2007 esistano paesi governati da dittatori che negano il diritto alla libertà di espressione, come purtroppo accade in Venezuela. E’ deplorevole che al giorno d’oggi si ignorino le minoranze etniche. La razza, il colore della pelle e le convinzioni delle persone devono sempre essere rispettate. Dobbiamo lavorare per garantire che nessuno venga dimenticato e che nessuno violi questi diritti sacrosanti. Tuttavia, non è accettabile che le risoluzioni adottate dal Parlamento vengano ignorate dalla Commissione. Questo Parlamento è l’unica Istituzione i cui rappresentanti sono eletti democraticamente. Le risoluzioni adottate dal Parlamento sono mirate a trasmettere un messaggio e il Consiglio e la Commissione dovrebbero riconoscerlo ed evitare di ignorare risoluzioni approvate da questa istituzione, come purtroppo è accaduto in passato.

Infine, signor Presidente, anch’io desidero congratularmi con il collega Simon Coveney per la sua eccellente relazione sull’argomento in discussione.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli parlamentari, desidero esprimervi la mia gratitudine per questa vivace discussione sulla relazione dell’onorevole Coveney, una discussione nella quale nessuno, nemmeno la Presidenza, ha dichiarato che possiamo essere soddisfatti della situazione dei diritti umani a livello mondiale. E’ vero il contrario: accade ogni giorno che i diritti umani vengano violati.

Non posso lasciar passare l’argomento – che penso sia stato sollevato dall’onorevole Allister – che l’Unione europea finga di non vedere. Anche se non possiamo essere soddisfatti della situazione, e anche se registriamo delle battute d’arresto, l’Unione in passato ha fatto molto per cambiare le cose e migliorare le condizioni di vita delle persone. Ad esempio, posso ricordare a quest’Assemblea un argomento trattato in diverse commissioni negli ultimi giorni e anche nella seduta plenaria di questa mattina, e precisamente il fatto che nella discussione sulla strategia per l’Asia centrale nel Consiglio dei ministri degli Esteri di lunedì scorso sono stati presi in considerazione i nostri interessi in materia di energia e risorse – che talvolta sono oggetto di critiche – ma abbiamo anche espresso il desiderio di instaurare un dialogo approfondito sui diritti umani con i paesi dell’Asia centrale. Abbiamo adottato esattamente la stessa linea con la Cina, anche se i progressi non sono sempre immediatamente visibili.

Martedì scorso, a Lussemburgo si è tenuto in incontro tra l’UE e l’ECOWAS, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, e anche in questo caso è emerso chiaramente quanto sia importante il processo di tutela dei diritti umani in tali paesi. Magari potrei ricordarvi anche il vertice dello scorso anno tra Unione africana e Unione europea in materia di migrazione, nel quale si è discusso come affrontare i fattori che determinano l’esistenza di popolazioni di rifugiati.

Il fatto è che non possiamo affrontare tutti i problemi; è importante adottare misure di protezione, ma il buongoverno, la creazione di prospettive e la tutela della libertà e dei diritti fondamentali sono essenziali per garantire che le persone rimangano nei rispettivi paesi, e credo che l’Unione europea, non ultimo attraverso le molte azioni intraprese nel quadro della PESD, abbia contribuito a garantire il rispetto per i diritti umani.

Vorrei affrontare un’altra questione, e mi rivolgo specificamente all’onorevole Pannella: non c’è stata alcuna cospirazione da parte della Presidenza e anche il Consiglio, che lunedì ha esaminato nuovamente la questione della moratoria sulla pena di morte, vuole ribadire con estrema chiarezza che ci stiamo battendo proprio per questo. Non si registrano neppure ritardi e, pertanto, si può affermare a chiare lettere che la Presidenza tedesca, sostenuta da tutti gli Stati membri, rafforzerà le sue iniziative e il suo impegno per raggiungere questo obiettivo comune, in modo da essere in grado, a maggio, di realizzarlo con la presentazione di una relazione finale.

Sarebbe comunque un peccato se un’azione precipitosa in seno alle Nazioni Unite alla fine impedisse di realizzare l’obiettivo per la mancanza della maggioranza necessaria.

Desidero ringraziare nuovamente l’Assemblea per questa interessante discussione. In molti interventi avete chiarito che non intendete allentare la presa e che volete assicurarvi che la Presidenza, gli Stati membri, i governi e anche i parlamenti non permettano che questo tema passi in secondo piano, ma che invece lo mantengano tra le priorità.

 
  
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  Joe Borg, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, accolgo con molto favore l’adozione di questa relazione e trasmetterò al Commissario Ferrero-Waldner i preziosi suggerimenti forniti durante la discussione e nella relazione.

Tengo a sottolineare che la Commissione condivide pienamente il sostegno del Parlamento europeo alle linee direttrici dell’UE sui diritti dell’uomo, che potenzialmente sono uno degli strumenti più efficaci a disposizione dell’UE in questo campo.

In tale contesto, sono lieto di annunciare che quest’anno il programma di formazione sui diritti umani per il personale della Commissione verterà sulle linee direttrici dell’Unione europea in materia di diritti dell’uomo, e che istruiremo di conseguenza anche le nostre delegazioni.

La Commissione ha qualche riserva in merito al suggerimento contenuto nella relazione di individuare, nel contesto della relazione annuale, un elenco di paesi che destano particolare preoccupazione in materia di violazioni dei diritti umani. E’ meglio evitare di redigere elenchi in questo campo, perché è difficile stabilire criteri sulla base di motivazioni così generiche. Ad esempio, è diverso fare un elenco dei paesi che ammettono il reclutamento di bambini-soldato, dove gli indicatori sono molto chiari. La Commissione preferirebbe sostenere la prassi di individuare i paesi oggetto di proteste e azioni diplomatiche caso per caso.

Ora vorrei toccare alcuni punti emersi nella discussione.

Riguardo a Guantánamo, l’Unione europea ha ripetutamente sottolineato che la lotta contro il terrorismo dev’essere condotta nel rispetto del diritto umanitario internazionale e delle norme internazionali sui diritti umani. La Commissione ritiene che le Convenzioni di Ginevra si applichino a tutte le persone catturate sul campo di battaglia. La Commissione è inoltre del parere che a Guantánamo Bay si applichino le disposizioni della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e della Convenzione ONU contro la tortura. Ogni detenuto deve godere di uno status tutelato dal diritto internazionale e ha diritto a non essere trattenuto arbitrariamente, a una procedura regolare e a un giusto processo. Guantánamo è un’anomalia e l’Unione europea continua a sollecitarne la chiusura.

Per quanto concerne la Bielorussia, la Commissione continuerà a lavorare per contrastare gli abusi contro i diritti umani compiuti nel paese. Benché la natura autoritaria dell’attuale governo impedisca all’Unione europea di offrire alla Bielorussia la piena partecipazione alla politica europea di vicinato, la Commissione ritiene che il varo del piano d’azione “ombra” per la Bielorussia sia stato molto utile per sensibilizzare i cittadini bielorussi in merito ai vantaggi che la politica europea di vicinato offrirebbe se le autorità dimostrassero di rispettare i valori democratici e i diritti umani. La Commissione sta già finanziando un’ampia gamma di progetti a sostegno della società civile, quali i progetti per promuovere la libertà dei mezzi di comunicazione di massa in Bielorussia e sostenere l’Università umanitaria europea per gli studenti in esilio. La Commissione ovviamente cercherà di sostenere iniziative analoghe anche in futuro.

L’Unione europea continua a tenere consultazioni sui diritti umani con la Russia due volte all’anno. Queste consultazioni offrono all’UE l’opportunità di sollevare un’ampia varietà di problemi, quali la situazione in Cecenia, il trattamento riservato ai difensori dei diritti umani e l’impatto delle nuove leggi sulle ONG e contro gli estremisti. Inoltre, l’Unione europea non solleva la questione dei diritti umani esclusivamente durante le consultazioni, ma, se del caso, anche in altri incontri.

Per quanto concerne la Cina, la Commissione è soddisfatta delle costruttive osservazioni del Parlamento sul dialogo UE-Cina in materia di diritti umani. Inoltre, riconosce l’esigenza di rafforzare e migliorare il dialogo UE-Cina sui diritti umani, come affermato in termini chiarissimi nella recente comunicazione “UE-Cina: una cooperazione più stretta, una responsabilità che cresce”.

Alcuni dei successi più impegnativi ottenuti negli ultimi dieci anni non dovrebbero passare inosservati. La visita del relatore speciale sulla tortura nel dicembre 2005 era stata richiesta regolarmente dall’UE per oltre cinque anni. Il suo arrivo a Pechino è stato dunque un successo considerevole. La revisione di casi di condanna alla pena capitale da parte della Corte suprema, citata nella relazione del Parlamento, è stata un risultato cruciale del dialogo.

In relazione al lavoro forzato, la Commissione, come il Parlamento, è preoccupata per l’elevata incidenza di campi Laogai e per l’esportazione di merci prodotte al loro interno.

Per quanto riguarda il Consiglio dei diritti umani, come ho già avuto occasione di affermare in precedenza, e nonostante lo scetticismo iniziale, questo organismo resta comunque il principale forum sui diritti umani e ha evidenziato dei segnali positivi, come nel caso del Darfur. La Commissione si impegna a lavorare con le altre Istituzioni UE e i partner che perseguono i suoi stessi obiettivi per mettere fine alla politicizzazione del Consiglio dei diritti umani, nonché a collaborare con i paesi partner.

Per quanto concerne l’Agenzia sui diritti fondamentali, dalla discussione svoltasi in seno al Consiglio durante l’adozione del regolamento istitutivo dell’Agenzia è emerso con evidenza che il parere della maggioranza è chiaramente contrario all’estensione del suo mandato anche ai paesi terzi. In ogni caso, il regolamento prevede una valutazione dei risultati dell’Agenzia dopo tre anni di funzionamento. Tale valutazione prenderà in esame il possibile ampliamento della portata del mandato e dei compiti dell’Agenzia.

 
  
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  Presidente. – A conclusione della discussione, comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, alle 12.00.

Per inciso, poiché abbiamo appreso che l’onorevole Coveney lascerà il Parlamento europeo, vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con lui non solo per questa eccellente relazione, riconosciuta tale da tutti gli oratori intervenuti, ma anche per tutto il lavoro che ha svolto, e gli auguro molto successo e soddisfazione nelle sue nuove responsabilità e attività.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE), per iscritto. – (FI) Signor Presidente, le osservazioni contenute nella relazione sui diritti umani in merito alla situazione in Turchia ora devono essere aggiornate con le ultime notizie. Mi riferisco al brutale assassinio commesso la scorsa settimana a Malatya. Cinque giovani studenti musulmani hanno fatto irruzione negli uffici di una piccola casa editrice cristiana, hanno legato mani e piedi tre uomini alle loro sedie e li hanno torturati, per poi tagliare la gola a tutti e tre. Uno degli assassinati era un tedesco di 46 anni, con tre bambini in età scolare, gli altri due erano turchi. Il corpo del tedesco presentava oltre 160 ferite d’arma da taglio.

Purtroppo l’accaduto non può essere considerato semplicemente come un singolo atto di violenza, privo di una dimensione politica. La sua connessione con la propaganda praticata e tollerata nel paese è ben evidente: l’assassinio è stato preceduto da una propaganda contro i cristiani, e in particolare contro i missionari, in corso da anni in tutta la Turchia, e soprattutto a Malatya. I mezzi di comunicazione in tutte le loro forme, nonché le autorità, la polizia, il governatore, gli imam e gli insegnanti vi hanno aderito. Lo stesso tipo di propaganda è presente nei mezzi di comunicazione di tutto il paese e talvolta assume proporzioni assurde, come quando si afferma che i missionari stanno tentando di dividere la Turchia per mettere le mani sulle ingenti risorse minerarie del paese.

Questi avvenimenti sono una conseguenza logica del genere di nazionalismo e di xenofobia promosso dai mezzi di comunicazione. L’obiettivo talvolta sono i curdi, talvolta gli ebrei o i cristiani. E’ strano che, mentre ai sensi dell’articolo 301 del codice penale turco la libertà di espressione è fortemente limitata, lo stesso articolo sulla denigrazione della “turchicità” sembra invitare le persone a scrivere documenti assolutamente privi di giustificazione e che alimentano simili atti di violenza.

Vorrei sottolineare che io non sono contraria all’ingresso della Turchia nell’UE. Tuttavia, la Turchia dev’essere capace di convincere l’Europa di voler porre fine a questa propaganda, che ormai fa parte della vita quotidiana e miete vite umane.

 
  
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  Jules Maaten (ALDE), per iscritto. – (NL) Accolgo con molto favore questa relazione sui diritti umani, e in particolare le parti dedicate all’autovalutazione. E’ importante che venga messa in luce l’efficacia della politica europea in materia di diritti umani e che si effettui una valutazione critica.

Sono ugualmente persuaso che una politica estera europea coerente debba dare la priorità assoluta alla promozione della democrazia, poiché una società democratica è l’unica base per il rispetto dei diritti umani.

Sono anche favorevole a uno strumento operativo europeo indipendente per la promozione della democrazia, ampiamente modellato sull’esempio dell’Endowment for Democracy degli Stati Uniti, perché occorre una politica sui diritti umani che sia indipendente dalle relazioni diplomatiche o economiche.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


16. Ucraina (discussione)
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  Presidente. – Passiamo al prossimo argomento all’ordine del giorno, ossia le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sull’Ucraina.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, accogliamo con estremo favore la vostra decisione di iscrivere all’ordine del giorno il dibattito sulla situazione attuale in Ucraina e le relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina. L’importanza dell’Ucraina per la stabilità in Europa non deve essere sottovalutata. Per questo motivo sono lieto di avere l’opportunità, anche a nome della Presidenza del Consiglio, di esprimere la nostra posizione.

La rivoluzione arancione è stata una chiara dimostrazione della forza dei movimenti della società civile nell’Europa orientale. Le elezioni politiche di marzo 2006, libere, giuste e democratiche, fungono da esempio e modello per gli altri Stati di questa regione.

Non è però la prima volta che l’Ucraina si trova in una fase assai complessa nell’arduo processo di transizione e trasformazione; il paese ha già vissuto la rivoluzione arancione, che è stata di per sé l’apice di un confronto politico, e in seguito le lotte e le difficoltà per la formazione di una coalizione e di un governo dopo le elezioni politiche del marzo 2006. Erano allora in gioco gli indirizzi di politica interna ed estera dell’Ucraina, e a questo travagliato quadro si aggiunge ora la decisione di sciogliere il Parlamento, presa il 2 aprile 2007 dal Presidente Yushenko – decisione cui, peraltro, il governo e il parlamento si rifiutano di dar seguito.

L’atteggiamento di entrambe le parti solleva molte dubbi costituzionali nella stessa Ucraina. Il parlamento si è già appellato alla Corte costituzionale, affinché questa decida in merito alla costituzionalità della decisione del Presidente di sciogliere il parlamento.

Il Consiglio segue gli eventi a Kiev con estrema attenzione, e naturalmente anche con molta preoccupazione. Dallo scoppio della crisi ci sono stretti contatti tra l’Unione europea ed entrambe le parti in conflitto. Javier Solana ha parlato più volte con le due parti, e le ha informate in merito alla posizione dell’Unione europea. La Presidenza, il giorno dopo la comunicazione della decisione di sciogliere il parlamento, ha lanciato un appello alla moderazione e alla disponibilità al dialogo sulla base delle regole democratiche e della costituzione ucraina. Inoltre, come Presidenza abbiamo stretti contatti in loco con i gruppi coinvolti nella crisi e con i protagonisti di entrambe le parti. L’Unione europea manterrà questi contatti.

Solo quando la Corte costituzionale ucraina potrà decidere sulla costituzionalità dello scioglimento del parlamento senza essere esposta a pressioni esterne, essa potrà far fronte al suo difficile compito. Una soluzione di lungo termine della crisi politica richiede, tuttavia, compromessi sul piano politico. Per questo motivo, accogliamo con favore l’immutata disponibilità al dialogo, del Presidente Yushenko e del Primo Ministro Yanukovic. Siamo notevolmente soddisfatti che entrambe le parti ci abbiano garantito di non contemplare assolutamente la violenza come mezzo per risolvere il conflitto. Ci aspettiamo che le due parti mantengano le dichiarazioni pubbliche e le promesse fatte all’Unione europea, per evitare un ulteriore inasprimento della crisi.

A prescindere dai cambiamenti nei rapporti politici a Kiev, democrazia, elezioni giuste e libere e libertà di espressione e di stampa restano la base della vita politica e sociale. Anche per questo motivo siamo fiduciosi che l’Ucraina troverà una via d’uscita da questa crisi politica che corrisponda al nostro concetto di democrazia e Stato di diritto. Su questa strada l’Ucraina potrà continuare a contare sull’appoggio dell’Unione europea.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, vi ringrazio per avermi invitato a intervenire al dibattito sulle relazioni tra Unione europea e Ucraina. Questo dibattito riveste un’importanza particolare, ed è più attuale che mai. Un motivo è il fatto che il 5 marzo abbiamo avviato i negoziati sulla conclusione di un nuovo e più ampio accordo che getterà le basi delle nostre relazioni con l’Ucraina.

L’altro motivo è l’evoluzione della situazione politica interna in Ucraina. Per consolidare ulteriormente i rapporti democratici nel paese e la continuità del processo di riforma è importantissimo trovare una soluzione alla crisi attuale. La Commissione ha osservato con attenzione gli ultimi sviluppi della politica interna ucraina. Seguiamo con preoccupazione l’irrigidimento tra i due fronti del Presidente Yushenko e del Primo Ministro Yanukovic provocato dalla decisione del Presidente di sciogliere il Parlamento.

Per noi è fondamentale che l’Ucraina porti avanti il processo di riforma verso la piena democratizzazione, la stabilità e il benessere. La stabilità è di importanza assoluta per l’Ucraina e il suo futuro in Europa, e lo è anche per l’Unione europea, perché è necessario anche per noi che i nostri vicini godano di stabilità e prosperità.

La maturità della democrazia ucraina viene ora messa alla prova. Il Presidente della Commissione Barroso, in occasione dell’incontro con il Presidente Yushenko la scorsa settimana, ha affermato che in una democrazia non esiste alcun problema politico che non sia superabile con una soluzione politica legittima. Il franco dibattito politico e le dimostrazioni, finora in gran parte pacifiche, nelle strade di Kiev, dimostrano che i cittadini ucraini vogliono risolvere le dispute di politica interna in modo responsabile e democratico.

E’ decisivo che tutte le forze politiche collaborino in modo costruttivo e si impegnino seriamente per trovare un compromesso. Il tutto dovrebbe avvenire nel pieno rispetto dei principi della democrazia e dello Stato di diritto. Tutte le forze politiche devono rispettare le regole democratiche, lottare contro la corruzione e rispettare l’indipendenza della Corte costituzionale e le sue sentenze.

In Ucraina è urgente avviare un processo di lungo periodo al quale tutti possano partecipare e che porti a una riforma costituzionale basata su un compromesso politico di tipo nuovo; tale processo dovrà dotare il sistema politico di chiari meccanismi di controllo e regolamentazione. Non spetta all’Unione europea intervenire nella crisi con una mediazione diretta. Dobbiamo e possiamo, invece, appellarci alla discrezione e alla ragionevolezza di tutti gli attori politici in Ucraina esortandoli a trovare un compromesso tra di loro.

Il nostro messaggio dovrebbe dimostrare che confidiamo nella capacità della giovane democrazia ucraina di superare questa prova e nell’intenzione dei responsabili politici di impegnarsi per il bene del paese e per il futuro delle relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina. In seguito alla cosiddetta rivoluzione arancione e all’approvazione del piano d’azione UE-Ucraina, l’Unione e l’Ucraina si sono avvicinate molto e le loro relazioni si sono sviluppate in senso positivo.

L’Ucraina è un chiaro esempio del successo della politica di vicinato dell’Unione. Il nostro dialogo politico ha raggiunto una forte intensità e il numero di settori interessati dalla nostra cooperazione è aumentato costantemente. Abbiamo deciso di aumentare il nostro aiuto annuale nel quadro del nuovo strumento del programma di vicinato e partenariato europeo a 120 milioni di euro. Abbiamo siglato l’accordo di facilitazione dei visti e di riammissione e, per quanto riguarda il commercio, stiamo preparando misure di ampia portata che, insieme al nuovo e più esteso accordo, favoriranno la creazione di una zona di libero scambio.

Abbiamo poi iniziato a instaurare relazioni ancora più strette. Il 5 marzo la Commissione ha iniziato i negoziati con l’Ucraina sul nuovo accordo ampliato. Durante i negoziati si è discusso della conclusione di un accordo che rispecchi l’importanza delle relazioni tra Unione europea e Ucraina e che apra nuove prospettive, come per esempio quella di un partenariato approfondito nel settore dell’energia.

Il 2 e 3 aprile si è svolta a Kiev la seconda tornata negoziale. I colloqui sono stati per noi molto soddisfacenti poiché è stato possibile registrare progressi sostanziali e l’Ucraina ha dato prova di grande impegno. La Commissione intende continuare i negoziati secondo il calendario previsto. L’Ucraina è un partner fondamentale per l’Unione europea e siamo sempre profondamente convinti che le nostre relazioni con un paese vicino così importante debbano essere coltivate e consolidate.

 
  
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  Jacek Saryusz-Wolski, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, la crisi politica a Kiev è una questione che interessa tutti coloro che accolgono con favore i progressi realizzati dalla rivoluzione arancione in poi. Vorrei ricordare ai presenti il ruolo di guida e pioniere che il Parlamento ha svolto nel 2004.

E’ fondamentale che la situazione attuale sia risolta nel rispetto dello Stato di diritto e dei principi democratici in linea con i valori europei e, soprattutto, seguendo il desiderio democraticamente espresso dal popolo ucraino.

A mio avviso, avremmo potuto fare di più per evitare lo sviluppo di questa crisi, fornendo un maggiore sostegno morale e finanziario per aiutare l’Ucraina a superare la difficilissima eredità politica del suo passato sovietico.

Dobbiamo dedicare tutto il nostro impegno ad alimentare e incoraggiare i successi democratici dell’Ucraina. E’ giunto il momento che l’Europa agisca con maggiore impegno e coerenza. Un nuovo accordo rafforzato dovrebbe istituire relazioni tra l’UE e l’Ucraina su una base nuova e rafforzata, proporzionata alle sfide che la realtà presenta.

L’Unione europea deve capire e riconoscere il contesto in cui la crisi si è sviluppata. E’ inutile esortare i leader ucraini a trovare un accordo razionale tra di loro se non tutte le parti in conflitto sono disposte a condividere il potere e se i normali meccanismi costituzionali si sono completamente inceppati.

Qualcuno potrebbe utilizzare la crisi in Ucraina come scusa per non fare niente, sostenendo che questa situazione impedisce un maggiore impegno da parte nostra. Questo è l’esatto contrario di ciò che dovremmo fare. La difficile situazione interna è una sfida per l’Unione europea, che deve trovare un modo pratico per risolvere la crisi, la quale potrebbe avere profonde implicazioni per l’Europa. E’ giunto il momento di fare di più per l’Ucraina. Dopo la rivoluzione arancione sono stati realizzati progressi tangibili che, però, potrebbero andare persi se non si continua lungo quella strada. Aiutiamo l’Ucraina nella sua scelta europea!

 
  
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  Jan Marinus Wiersma, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signor Presidente, anche noi siamo preoccupati per l’attuale instabilità politica in Ucraina. La situazione scaturita dal conflitto tra il Presidente e il parlamento non fa bene al paese e si ripercuoterà sicuramente sulla cooperazione con l’Unione europea. Finché il paese rimarrà in questo stallo costituzionale sarà difficile discutere dell’approfondimento della cooperazione, per non parlare dei progressi concreti.

A mio avviso, tuttavia, non dovremmo essere indotti a pensare che questa crisi possa cancellare i risultati dei drastici eventi dell’inverno 2005 e 2006, quando la rivoluzione arancione portò una democratizzazione di fondo in Ucraina, che oggi è un paese completamente diverso, e in tutto questo l’Unione europea ha rivestito un ruolo fondamentale. Al contempo, però, dobbiamo anche dire che la rivoluzione arancione non è riuscita a colmare le profonde divisioni in Ucraina e non c’è ancora consenso su quale corso debba intraprendere il paese. L’attuale conflitto è espressione del disaccordo all’interno del paese. Indica anche l’evidente incapacità di trovare un equilibrio tra il ruolo dei vari attori politici, il potere delle diverse istituzioni e le diverse opinioni sul futuro del paese.

Non possiamo assolutamente prendere partito in questo momento. Il caso è già in discussione presso la Corte costituzionale di Kiev, e non vedo motivo di dubitare della sua capacità di pronunciare un verdetto corretto sul giusto equilibrio istituzionale, poiché già in precedenza ha dimostrato di sapere agire indipendentemente. In ogni caso, la maggiore responsabilità è quella degli attori politici e della classe politica.

Senza un compromesso da parte loro non funzionerà nemmeno la soluzione costituzionale, quindi dovranno fare tutto il possibile per giungere a un compromesso che avvicini i vari gruppi, anziché allontanarli ulteriormente. E’ qui che gli attori politici europei possono, e devono, fungere da mediatori, e a tale proposito accolgo con favore il commento del ministro Gloser.

Questo va anche nel nostro interesse perché, se la situazione continua a trascinarsi così, non ci saranno perdenti solo in Ucraina, ma sarà anche l’Unione europea a perdere perché svolgiamo il nostro ruolo con una certa difficoltà. La sfida, ora, consiste nel superare le incoerenze interne, affinché si possano realizzare le riforme necessarie per creare legami più stretti con l’UE e per rafforzare l’ambizione dell’Ucraina di diventare uno Stato membro. Questa è l’unica base credibile a partire dalla quale può essere realizzata l’ambizione comune a tutti i partiti politici.

 
  
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  István Szent-Iványi, a nome del gruppo ALDE. – (HU) L’Ucraina è un partner strategico per l’Unione europea. E’ fondamentale e nel nostro interesse che l’Ucraina sia un paese stabile e democratico con un’economia di mercato funzionante. Per questo motivo abbiamo sostenuto e seguito con grande speranza gli eventi della rivoluzione arancione. Purtroppo, da allora è emerso chiaramente che la trasformazione democratica, sociale ed economica è molto più complessa e contraddittoria di quanto non si sperasse. L’attuale crisi ne è un’ulteriore prova. La crisi in Ucraina è fondamentalmente una questione di politica interna, e quindi la soluzione dovrà essere trovata nella sfera politica interna ucraina, da parte dei politici ucraini, tramite negoziati pacifici.

Possiamo essere di aiuto assumendo una posizione neutrale ma attiva. Siamo neutrali rispetto alle parti coinvolte nel dibattito, ma non rispetto all’esito del dibattito. E’, infatti, nel nostro interesse che l’Ucraina diventi un paese stabile, democratico, governato dallo Stato di diritto e che coltivi relazioni più strette con l’Europa.

Non possiamo aspettarci dalla Corte costituzionale che trovi una soluzione al conflitto, perché è essa stessa parte del problema. La responsabilità principale, dunque, spetta alle forze politiche interne in Ucraina e ai politici del paese. Attualmente sono in corso i negoziati tra l’Unione europea e l’Ucraina per intensificare la cooperazione. I negoziati si stanno svolgendo senza difficoltà.

E’ nel nostro interesse che questi negoziati si concludano quanto prima con successo, ma i leader ucraini devono capire che i legami tra il loro paese e l’Unione europea si rafforzeranno solo se l’Ucraina ritroverà la strada dalla quale è stata allontanata dalla recente crisi. Ribadiamo dunque la necessità di trovare una soluzione alla crisi interna il più rapidamente possibile tramite negoziati pacifici, e siamo lieti di dare il nostro aiuto nella ricerca di tale soluzione. Sosterremo qualunque processo che porti al consolidamento dell’Ucraina democratica.

 
  
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  Guntars Krasts, a nome del gruppo UEN. – (LV) La ringrazio, signor Presidente. L’evoluzione degli eventi in Ucraina è di particolare interesse per il Parlamento europeo, e non solo perché l’Ucraina è un paese che confina con l’Europa. Sebbene l’Ucraina, almeno nel prossimo futuro, non sia considerata un paese candidato, il positivo sviluppo dei processi democratici e il crescente potenziale economico del paese nel medio termine non escludono questa possibilità. Lo sviluppo dei processi democratici, l’integrazione del paese nell’economia mondiale e la variegata evoluzione dei rapporti con l’Unione europea hanno gettato solide basi per guidare le contraddizioni politiche interne verso una soluzione costruttiva e per unire la società ucraina. L’attuale crisi politica è un parametro del grado di sviluppo della democrazia e la sua soluzione determinerà la direzione dello sviluppo futuro del paese. L’Unione europea deve incoraggiare le fazioni politiche in conflitto a muoversi verso il compromesso. I rivali politici devono trovare un accordo per eliminare le lacune nella riforma costituzionale, affinché tali riforme preservino l’equilibrio tra le istituzioni del governo nazionale e si garantisca la stabilità del sistema politico statale. Le soluzioni alla crisi politica devono basarsi su metodi democratici, incluse le elezioni anticipate, che darebbero ai cittadini ucraini l’ultima parola nella soluzione della crisi politica. Vi ringrazio.

 
  
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  Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, per valutare i progressi dell’Ucraina verso la democrazia, in questi giorni si dovrebbe guardare contemporaneamente a Russia e Ucraina. Il confronto tra i due paesi indica che Mosca e Kiev sono distanti anni luce per quanto riguarda il rispetto dei valori democratici, e che la situazione della democrazia a Kiev, nonostante i disordini e la confusione, è molto più stabile di quanto non si potesse sperare tre o quattro anni fa.

Poiché l’Europa, come hanno già detto tutti i colleghi, nutre un profondo interesse per una stabile evoluzione democratica dell’Ucraina, non voglio esprimermi in modo neutrale su quanto ha deciso il Presidente Yushenko. Ritengo che la motivazione politica da lui fornita per convocare nuove elezioni sia giusta. Quando una forza politica come il partito delle regioni afferma che vorrebbe raccogliere 300 voti nel parlamento ucraino, il Presidente può affermare a buon diritto: “Se lo volete, dovete puntare a ottenere la maggioranza alle elezioni”.

Penso che queste elezioni siano necessarie, che il Presidente Yushenko abbia avuto ragione a far precipitare la situazione politica, e che questo sia anche nell’interesse dell’Europa. Se si terranno le elezioni, tutti i partiti dovranno, però, rispettarne i risultati e fare di tutto affinché finalmente si realizzino le riforme costituzionali, che sono state ormai annunciate da tempo e che però sono state rinviate alle calende greche.

Vorrei rivolgermi ai colleghi polacchi, visto che Varsavia è il principale sostenitore dell’Ucraina nell’Unione europea. Nel confronto con l’Ucraina Varsavia, in effetti, ha un orientamento molto continentale, molto europeo. Auspico che i colleghi polacchi – con i quali mi trovo d’accordo su molte questioni – seguano questa linea di pensiero europea, continentale, questo orientamento europeo, anche in altri ambiti, affinché possiamo realizzare ancora insieme una buona politica dell’est, in Ucraina, ma anche in altri paesi dell’Europa orientale.

 
  
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  Helmuth Markov, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, se un Presidente della repubblica scioglie il parlamento, ovviamente lo deve fare nel rispetto delle norme costituzionali dello Stato. Quindi, così come il Presidente Yushenko ha agito secondo l’articolo 90 della costituzione ucraina, che indica chiaramente quali sono le condizioni per sciogliere il parlamento, anche il parlamento ha il diritto di appellarsi alla Corte costituzionale, esprimendo un’opinione diversa e affermando che l’articolo non è applicato secondo la lettera del testo della costituzione. Per questo motivo nelle società democratiche esiste la separazione dei poteri, la quale garantisce che in ultima analisi sia il potere giudiziario a decidere come il testo deve essere interpretato. Si tratta, in primo luogo, di un parere giuridico e non politico.

E’ anche diritto di un deputato valutare se è moralmente corretto passare da una parte all’altra dello schieramento politico. Vorrei far notare che anche qui al Parlamento europeo sono sorti nuovi gruppi e che alcuni deputati hanno abbandonato un gruppo per aderire ad un altro. In molti paesi dell’Unione europea è una prassi del tutto normale.

In Ucraina non c’è un mandato operativo. E finché non c’è un mandato operativo, si possono richiamare i deputati alla loro responsabilità morale, ma non a quella giuridica.

Onorevole Harms, lei ha ragione, c’è un’enorme differenza tra Mosca e Kiev. Per favore, si ricordi una cosa: il defunto Boris Eltsin, quando era Presidente russo, ha ordinato alle truppe di sparare contro il parlamento perché questo non avevo dato seguito ai suoi desideri. In Ucraina queste cose non stanno succedendo. In Ucraina ci sono le forze democratiche che lo impediranno. E questo è positivo.

Durante questo dibattito a volte mi da fastidio sentire che le due parti in conflitto vengono etichettate in modo avventato – a volte lo facciamo anche noi –, considerando il Presidente Yushenko come il partner dell’Unione europea e il Primo Ministro Yanukovic come il rappresentante degli interessi della Russia nonché suo protetto. E’ evidente che i due sono di nazionalità diverse. Uno è ucraino e l’altro è russo. Però, sono entrambi cittadini ucraini e entrambi rappresentano gli interessi del paese. Che abbiano idee diverse su come realizzare tali interessi è perfettamente normale. E’ esattamente così in ogni Stato membro dell’Unione europea.

Per questo motivo, a mio avviso, dobbiamo far quattro cose: in primo luogo, dobbiamo fare in modo che la Corte costituzionale decida in tempi non troppo lunghi. In secondo luogo, dobbiamo riflettere e discutere se non sia necessario inviare una delegazione in Ucraina. In terzo luogo, potremmo invitare qui tutti i gruppi della Verkhovna Rada e organizzare un dibattito. In quarto luogo, potremmo invitare le parti contrapposte qui lo stesso giorno per avere un dibattito congiunto. Non vogliamo avere qui un giorno Yanukovic, il giorno dopo la signora Timoshenko e il terzo giorno Yushenko, ma devono partecipare a un dibattito comune.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, secondo me il futuro dell’Unione europea e il futuro dell’Ucraina sono politicamente intrecciati. L’UE a 27 dovrà assumere una posizione inequivocabile, nel testo della Costituzione, a proposito della sua estensione geografica e delle frontiere esterne che, in linea di massima, dovrebbero arrivare a includere un paese europeo come l’Ucraina.

Questa chiarezza aprirebbe anche le future prospettive europee dell’Ucraina, il che è senza dubbio un importante incentivo per le forze riformatrici ucraine, nonché una scelta onesta per la popolazione.

Considerata la generale crisi politica in cui è coinvolta l’Ucraina, tutto questo sembra molto lontano dalla realtà. Il disaccordo di Kiev, comunque, in questo momento rende necessario un contributo potente e creativo da parte di Bruxelles nel quadro della politica europea di vicinato. Per il bene della stabilità duratura lungo la nostra frontiera orientale, il Consiglio e la Commissione non possono restare indifferenti di fronte alla crisi ucraina. Come riconciliereste questi interessi strategici dell’Unione con una prospettiva allettante per l’Ucraina?

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, ho avuto il privilegio di osservare le elezioni politiche ucraine nel 2006, che si sono svolte in maniera esemplare. Purtroppo, il risultato non ha portato né a un governo stabile né a un clima di onestà finanziaria tra molti deputati della Verkhovna Rada, che erano poco interessati alla politica e volevano solo tutelare i loro interessi finanziari e sottrarsi alla giustizia acquisendo l’immunità parlamentare. Pertanto, non è stato per me sorprendente sentire accuse secondo le quali ad alcuni deputati sono state offerte ingenti somme affinché passassero dall’altra parte, permettendo così al governo di coalizione di raggiungere i magici 300 seggi, ovvero la maggioranza costituzionale, necessari per togliere finalmente al Presidente Yushenko il potere che gli rimaneva.

Personalmente ho sempre appoggiato il diritto intrinseco dell’Ucraina di candidarsi all’adesione all’UE, ai sensi dell’articolo 49 del Trattato. Deve passare ancora un po’ di tempo, considerato l’affaticamento accumulato per l’ultimo allargamento e il timore di alcuni Stati membri di offendere la Russia. Tuttavia, penso che il Consiglio abbia sbagliato a non concedere all’Ucraina, negli entusiasmanti giorni della rivoluzione arancione, lo stesso status concesso ai paesi dei Balcani occidentali come l’Albania, che vengono chiamati potenziali candidati in vista di un’eventuale adesione all’UE. Sarebbe stato un forte impulso per le forze riformiste democratiche filoccidentali. E’ un vero peccato che non sia successo.

Sono convinto che l’Ucraina uscirà da quest’ultima crisi costituzionale senza violenza e nel pieno rispetto dei principi europei della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto. Condanno fortemente i presunti tentativi di intimidire i giudici della corte costituzionale nelle loro sentenze sulla legittimità dello scioglimento da parte del Presidente Yushenko della Verkhovna Rada. Nel frattempo, accolgo con favore le intenzioni dell’UE di istituire un’area di libero scambio e di viaggi con regime di visti agevolato dopo che l’Ucraina avrà aderito all’OMC. Idealmente, nel 2008 l’accordo di partenariato e cooperazione che giungerà a scadenza dovrà essere sostituito da un accordo di associazione. In ogni caso, gli ucraini devono essere avvicinati all’Unione europea, cui appartengono per diritto. Per me è chiaro che l’eredità duratura della rivoluzione arancione, ovvero la libera stampa e le elezioni democratiche, resta intatta.

 
  
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  Adrian Severin (PSE).(EN) Signor Presidente, l’essenza della crisi in Ucraina risiede nella divergenza di opinioni degli attori politici a proposito dei meccanismi di pesi e contrappesi e della separazione dei poteri. La crisi è alimentata dalle debolezze dell’equilibrio interistituzionale e dal funzionamento delle istituzioni statali.

L’Unione europea dovrebbe svolgere il proprio ruolo e assumersi le sue responsabilità, visto che non ha fatto molto per evitare il deficit democratico o la fragilità della democrazia che hanno poi portato alla crisi.

La buona notizia è che, apparentemente, le parti coinvolte stanno negoziando e c’è la prospettiva di un compromesso. Non dobbiamo schierarci con nessuna delle parti. E’ sbagliato voler giudicare gli ucraini in base alla loro eventuale simpatia o antipatia per l’occidente; dovremmo giudicarli non sul metro della loro retorica ma per le loro azioni, in base ai nostri valori.

Al contempo, dovremmo assolutamente evitare iniziative personali che potrebbero essere fuorvianti o si prestano a strumentalizzazioni. Allo stesso modo, dobbiamo evitare di affrontare la situazione in Ucraina pensando agli interessi dei nostri singoli paesi ed evitare altresì la concorrenza in seno all’Unione europea e al Parlamento, perché sarebbe controproducente.

D’altro canto, non dobbiamo restare indifferenti a certi valori. Come ho già detto, abbiamo valori particolari che dobbiamo tenere in considerazione nell’affrontare la crisi.

Dobbiamo incoraggiare le parti coinvolte a dare prova di spirito di compromesso, rispetto dello Stato di diritto e democrazia. Dovremmo anche chiedere loro di accettare le decisioni della Corte costituzionale, sebbene non sia ancora completamente operativa.

Dobbiamo incoraggiarli a negoziare un pacchetto di emendamenti e miglioramenti costituzionali, che siano concordati preferibilmente prima che la Corte costituzionale si esprima.

La delegazione del Parlamento per le relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina è in contatto costante con le parti interessate ed è pronta a fornire il suo aiuto. Abbiamo detto chiaramente che il risultato sarà una verifica della capacità dell’Ucraina di collaborare con l’Unione europea e di integrarsi con le nostre strutture.

Abbiamo anche affermato che non si dovrebbe sacrificare lo Stato di diritto in nome dell’equilibrio istituzionale o viceversa. Però, dovremmo anche guardare a noi stessi. Abbiamo un’idea chiara del futuro status delle relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina? Sappiamo veramente che tipo di Stato dovrebbe essere l’Ucraina? Abbiamo espresso le nostre aspettative in modo sufficientemente chiaro? Abbiamo una strategia per promuovere la cooperazione tra l’Ucraina e l’Unione europea? Abbiamo un piano per avvicinare a noi l’Ucraina e gli euroscettici? Siamo interattivi, e non solo reattivi? Temo che a molte di queste domande si possa rispondere “no”.

Se non cambiamo il nostro modo di agire, temo che le prospettive siano incerte, per usare un eufemismo.

 
  
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  Grażyna Staniszewska (ALDE).(PL) Signor Presidente, il Parlamento europeo si è impegnato notevolmente a favore dell’Ucraina durante la rivoluzione arancione. Ci ha colpiti molto l’appello lanciato dalla piazza dell’Indipendenza di Kiev per il rispetto della dignità, per uno Stato di diritto democratico, per uno Stato senza corruzione economica e politica. Questa è l’Ucraina che noi tutti aspettavamo.

Da questo luogo, dal Parlamento europeo, rivolgo un appello alle parti in conflitto in Ucraina, al Presidente Yushenko, a Julia Timoshenko – simbolo della rivoluzione arancione – e al premier Yanukovic – rappresentante della coalizione di governo – affinché risolvano la crisi tramite il negoziato.

Il compromesso è molto apprezzato nell’Unione europea; è un valore che – come si è constatato varie volte – evita molti conflitti. E’ positivo che le due parti si siano sedute al tavolo dei negoziati. Speriamo che le trattative si concludano rapidamente e con successo. Qui al Parlamento europeo vorremmo essere sicuri di avere ancora buoni motivi per dichiarare la nostra apertura alle aspirazioni europee degli ucraini.

 
  
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  Jerzy Buzek (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, tre anni fa, a giusto titolo, abbiamo sostenuto i cambiamenti democratici in Ucraina. Oggi l’Ucraina ha mezzi di comunicazione liberi e più efficienti istituzioni democratiche. Ora spetta agli ucraini decidere quale strada debba seguire il paese, e come risolvere le crisi e le tensioni che mettono a rischio la democrazia. Anche noi, però, dobbiamo fare qualcosa. Appoggiando i cambiamenti in Ucraina ci siamo assunti alcuni obblighi morali e al contempo è nel nostro interesse mantenere ottime relazioni con questo paese.

Quindi dovremmo, in primo luogo, intavolare seri colloqui con gli ucraini per una collaborazione più stretta nel settore dell’energia. Abbiamo la possibilità di garantirci l’approvvigionamento di petrolio e gas attraverso l’Ucraina senza dipendere dalla Russia.

In secondo luogo, è necessaria un’attiva base di investimento in Ucraina. Mi riferisco soprattutto a gasdotti e oleodotti per cui mancano finanziamenti o che sono ancora incompleti.

In terzo luogo, è necessaria la nostra attività diplomatica tra i paesi del Mar Caspio, potenziali fornitori di petrolio e gas per l’Unione europea attraverso l’Ucraina.

In quarto luogo, ed è questo il punto più importante, dovremmo portare avanti la politica delle porte aperte nei confronti dell’Ucraina, trattando questo paese come il più vicino partner strategico e futuro membro dell’Unione. In tal modo daremo un sostegno reale a un’Ucraina indipendente, stabile, democratica e con un’economia di libero mercato. Questa speranza dipende da noi e abbiamo il dovere di renderla possibile.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, su molti punti siamo d’accordo, a proposito della valutazione della situazione in Ucraina, e concordo con quanti di voi hanno detto durante il dibattito che ora sono i responsabili politici a dover agire – sono loro che devono decidere, nel rispetto delle istituzioni che nel frattempo sono state create, ad esempio la Corte costituzionale. Si deve poter decidere senza essere sotto pressione.

Al momento non è ancora chiaro se l’Unione europea assumerà il ruolo di mediatore, mentre si tratta in primo luogo di una questione interna, nella quale i responsabili politici – il Presidente della repubblica e il Primo Ministro – dovranno venirsi incontro e dovranno trovare una soluzione alla crisi. D’altro canto – l’ha detto molto chiaramente il Commissario Špidla – la stessa Unione europea ha indicato che, per favorire una maggiore cooperazione, è necessario avviare negoziati e che, nella ricerca dello sviluppo economico e politico, l’Ucraina può scegliere tra diverse strade. E’ questa la via da seguire anche nelle prossime settimane.

Ho detto che Javier Solana è in stretto contatto con entrambi i gruppi. E’ importante non prendere le distanze, rimanendo però neutrali a proposito di quanto devono fare gli altri in Ucraina.

Spero, però, che questa prospettiva che l’Unione europea ha offerto al popolo ucraino venga accettata dai cittadini. Mi fa sperare il fatto che nessuno dei due campi politici abbia perso di vista la strada che porta in Europa e che ci sia unità su questo.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROTHE
Vicepresidente

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (DE) Signora Presidente, onorevoli deputati, la Commissione condivide in larga misura la valutazione dell’attuale crisi politica espressa dal Parlamento europeo e accoglie con favore l’oculatezza di cui il Parlamento europeo ha dato prova finora. Da parte nostra, seguiremo i futuri sviluppi della crisi e daremo il nostro contributo, incoraggiando i responsabili politici in Ucraina a trovare un compromesso politico sostenibile per il bene del loro paese.

Come è già stato sottolineato, la Commissione continua a sostenere i negoziati per il nuovo accordo ampliato e riconosce assolutamente l’Ucraina come partner fondamentale. Seguiremo con interesse il prossimo dibattito del Parlamento europeo sull’Ucraina e attendiamo la versione definitiva della relazione Kamiński.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

 

17. Omofobia in Europa (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sull’omofobia in Europa.

Vi devo informare che il gruppo UEN ha proposto di non tenere la discussione per motivi di inammissibilità. L’onorevole Szymański è iscritto a parlare in difesa di questa proposta; ha facoltà di parola.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN). – (PL) Signora Presidente, chiedo che la proposta di dibattito sull’omofobia sia dichiarata inammissibile in conformità all’articolo 167 del Regolamento. La ragione è che l’Assemblea è stata ingannata sulle motivazioni del dibattito, ovverosia discutere un disegno di legge che non è mai esistito, non esiste e non esisterà, com’è stato chiaramente affermato dal Primo Ministro polacco.

Si propone di discutere le affermazioni di alcuni politici polacchi, che il Primo Ministro polacco ha corretto dichiarando molto chiaramente che il governo polacco non ha proposto alcun tipo di politica discriminatoria contro gli ambienti omosessuali. Credo che questo dovrebbe essere sufficiente per ritirare la proposta di dibattito al riguardo, non sussistendo un presupposto per la discussione.

 
  
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  Manfred Weber, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signora Presidente, quando si parla di antidiscriminazione la posizione del gruppo PPE-DE è assolutamente chiara: esso appoggia inequivocabilmente le decisioni adottate da questa prestigiosa Istituzione ed espresse in varie risoluzioni e atti giuridici.

Dopo avere commentato le parole del ministro polacco in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento, abbiamo chiesto al servizio giuridico dell’Assemblea di fornirci un’idea dell’importanza che dovremmo loro attribuire, dicendoci se sono contrarie al diritto europeo. Il servizio giuridico ha risposto che, non trattandosi di una questione giuridica, si rammaricava di non potere esprimere un parere, ed è esattamente questo il punto sollevato dal nostro amico del gruppo UEN.

Il gruppo del Partito popolare europeo vorrebbe che si prendesse in seria considerazione la cosa, e quindi ci siamo mossi affinché la nostra agenzia, recentemente costituita per occuparsi di questi problemi, assuma il compito di monitorare gli sviluppi nel settore e vigilare su di essi. Vorrei chiarire che, nonostante il gruppo del Partito popolare europeo appoggi queste decisioni, siamo assolutamente convinti che non vi sia motivo di riproporre nuovamente questi temi in Parlamento, ed è per tale ragione che propendiamo per eliminare questo dibattito dall’ordine del giorno.

 
  
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  Kathalijne Maria Buitenweg, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signora Presidente, penso che anche il gruppo PPE-DE sappia che oggi non stiamo parlando solo di una dichiarazione di un ministro. Si tratta di un dibattito molto più ampio. Credo sia ovvio alla maggioranza dei deputati in Assemblea che questa mozione è stata presentata solo perché alcune persone non vogliono discutere di discriminazione contro gli omosessuali. In ogni modo siamo politici in una democrazia, e se non ci piace una risoluzione possiamo semplicemente votare contro.

Non capisco perché la questione debba essere inammissibile. La prossima volta dichiareremo inammissibile un dibattito sul mercato interno! Il tema rientra nell’ambito di competenza dell’Unione europea. L’uguaglianza dei diritti è l’essenza dell’Unione europea. Dal Trattato di Amsterdam in poi – non so se tutti lo sappiano – l’articolo 13 sancisce che svolgiamo un ruolo nella legislazione antidiscriminatoria. Non è la prima volta che discutiamo l’omofobia né, purtroppo, sarà l’ultima.

Secondo me è molto chiaro: è ammissibile perché rientra nelle nostre competenze. L’unico motivo per cui non dovrebbe esserlo è che non volete discutere il tema. Discutiamone questo pomeriggio e teniamone conto in sede di voto, ma non travisiamo un dibattito.

(Applausi)

 
  
  

(La proposta di inammissibilità viene respinta)

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, “realizzare l’Europa insieme” è lo slogan scelto dalla Presidenza tedesca dell’UE come parola d’ordine. “Realizzare l’Europa insieme”, ma cosa significa? Significa che noi, in Europa, dobbiamo continuamente ricordarci gli aspetti vantaggiosi e positivi della diversità, del rispetto, del riconoscimento e della tolleranza, perché diversità, rispetto, riconoscimento e tolleranza sono i valori fondamentali su cui si fonda l’Europa che condividiamo.

A prima vista sembrerebbe che chi è orientato verso persone del proprio sesso oggi sia più che mai accettato e tollerato; il lavoro delle associazioni svolge un ruolo vitale in tal senso, perché i movimenti di gay e lesbiche sono sempre più organizzati e incoraggiano i propri membri a dichiarare apertamente le proprie tendenze sessuali. Dopo secoli di discriminazione istituzionalizzata, si tratta di uno sviluppo incoraggiante. Parlo per la Germania perché la nostra storia ci ha dato una responsabilità specifica in tal senso, visto che 60 anni fa gli omosessuali sono stati tra le vittime della macchina di sterminio nazionalsocialista.

A uno sguardo più attento, diventa subito evidente che l’omofobia è ancora viva e vegeta in molte parti d’Europa, e gli eventi attuali ce ne offrono esempi che destano in noi la vergogna. Gli omosessuali sono ancora esposti ai pregiudizi, all’intolleranza e alla discriminazione ufficialmente legittimata, mentre atti di violenza e attacchi pieni d’odio contro le minoranze sessuali sono episodi all’ordine del giorno, spesso impuniti dal diritto penale.

A tale proposito, appoggio pienamente le parole di Hans Winkler che, parlando all’Assemblea in qualità di rappresentante della Presidenza austriaca del Consiglio meno di un anno fa, ha affermato che: “ogni qualvolta sono in pericolo la sicurezza e la dignità di un uomo o di una donna che vive nell’Unione europea, sono in pericolo la sicurezza e la dignità di tutti noi, e con esse la credibilità dell’Unione, dei suoi principi e delle sue Istituzioni”. Questo vale ancora oggi.

(Applausi)

La discriminazione contro gli omosessuali è un problema contro il quale dobbiamo avvalerci di tutti i mezzi a disposizione. La lotta all’omofobia richiede perseveranza. E’ necessario un lavoro continuo per demolire progressivamente i muri del pregiudizio e dell’intolleranza nelle persone mentre, parallelamente, occorre creare nuove strutture fondate sull’accettazione, l’uguaglianza e il rispetto. Certo, non si può cambiare la mentalità delle persone da un giorno all’altro ma si possono, e si devono, cambiare leggi e posizioni ufficiali, se vogliamo proteggere i diritti umani fondamentali. In tal senso noi, in Europa, abbiamo già fatto un grande passo avanti.

L’Unione europea si fonda sui principi di libertà, democrazia, e rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Nello specifico, l’articolo 13 del Trattato CE e l’articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali vietano esplicitamente qualsiasi forma di discriminazione fondata sulle tendenze sessuali; inoltre, gli Stati membri dell’UE si sono impegnati, in qualità di membri del Consiglio d’Europa, ad aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Dall’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam nel 1997, l’Unione europea ha potuto occuparsi di varie forme di discriminazione, tra cui quella basata sulle tendenze sessuali. Da allora l’Unione europea, adottando le direttive sull’uguaglianza, ha messo in atto un’ampia gamma di regolamenti che hanno permesso di agire contro la discriminazione in tutta l’UE. Nel mondo del lavoro, per esempio, una direttiva dell’UE ha proibito la discriminazione fondata su credo religioso, handicap o tendenze sessuali.

Possiamo anche avere già fatto considerevoli progressi nel mutare la posizione giuridica sulla tutela dalla discriminazione e sulla promozione delle pari opportunità nell’UE, ma questo non ci consente di dormire sugli allori, perché anche la migliore delle legislazioni non serve a nulla se non esiste una volontà politica sufficiente a garantirne una coerente applicazione, e se non ha il sostegno dell’intera popolazione.

(Applausi)

E’ qui che la Commissione deve entrare in gioco, perché il suo compito è monitorare se le direttive come quelle prima citate sono recepite dagli Stati membri nei modi e nei tempi più opportuni; in futuro, l’Agenzia per i diritti fondamentali di recente costituzione darà un ulteriore sostegno in tal senso, non appena sarà pienamente operativa. In ogni caso, devo sottolineare che la responsabilità non compete unicamente alla Commissione.

Anche noi, persone che occupiamo posizioni di leadership nell’UE o a livello regionale e nazionale, possiamo e dobbiamo dare il buon esempio promuovendo la tolleranza, la comprensione, il rispetto reciproco e la coesistenza pacifica; anche noi dobbiamo vigilare sulle attività di monitoraggio della Commissione nei paesi candidati all’adesione o potenziali candidati. I negoziati di adesione, al pari degli accordi di associazione e di stabilizzazione, richiedono il rispetto di tutte le condizioni, che nello specifico includono quelle applicabili ai diritti umani delle minoranze sessuali.

In definitiva, dobbiamo influenzare la mentalità della gente per far crollare i muri del pregiudizio e dell’intolleranza. Sono lieto che l’iniziativa congiunta della Commissione e della Presidenza tedesca del Consiglio abbia portato all’organizzazione del primo Vertice europeo sull’uguaglianza a Berlino il 30 e 31 gennaio: esso ha segnato l’inaugurazione dell’“anno europeo delle pari opportunità per tutti”, un’occasione unica per promuovere una società maggiormente basata sulla solidarietà e per mobilitare tutti gli interessati ad attuare la nuova strategia quadro dell’Unione europea per la non discriminazione e per la parità di opportunità per tutti, ora e dopo il 2007.

Scopo del programma è sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto alla parità di trattamento e sui modi in cui combattere la discriminazione, e far capire che ognuno ha diritto alla parità di trattamento a prescindere da genere, razza, origine etnica, religione o convinzione, eventuali handicap, età od orientamento sessuale. Sfruttiamo questa occasione per combattere insieme l’intolleranza e la discriminazione e per promuovere la diversità, il rispetto, l’accettazione e la tolleranza come fattori positivi.

Solo lavorando insieme potremo garantire che l’Unione europea possa affermare, con orgoglio, di essere “unita nella diversità”.

(Applausi)

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (CS) Signora Presidente, onorevoli deputati, desidero innanzi tutto ricordare all’Assemblea che, nelle mie dichiarazioni sull’omofobia del 17 gennaio 2006 e sull’aumento della violenza fondata sul razzismo e sull’omofobia in Europa del 14 giugno 2006, la Commissione ha aspramente condannato tutte le forme di omofobia, che rappresenta un attacco alla dignità umana.

La Commissione desidera sottolineare il serio impegno che essa dedica, in linea di principio, al sostegno dei diritti fondamentali su cui è stata fondata l’Unione europea. La Commissione farà tutto il possibile per combattere l’omofobia. E’ necessario combattere la discriminazione basata sulle tendenze sessuali, esplicitamente vietata dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali. Inoltre, l’articolo 13 del Trattato consente l’adozione, a livello europeo, di misure adeguate nella lotta alla discriminazione di genere.

Nel 2000, il Consiglio ha adottato una direttiva basata sull’articolo 13 che stabilisce un quadro generale per la lotta alle discriminazioni, in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, fondate su vari aspetti, tra cui le tendenze sessuali. La Commissione vigilerà sull’attuazione della direttiva in tutti gli Stati membri, compresa la Polonia, non esitando a prendere seri provvedimenti contro di essi nel caso in cui non applichino adeguatamente le direttive. La Commissione desidera sottolineare che nel 2005 ha varato alcuni studi sulle leggi nazionali attualmente in vigore che vietano qualsiasi forma di discriminazione, compresa la discriminazione basata sulle tendenze sessuali, in ambiti diversi da occupazione e condizioni di lavoro.

Tali studi hanno rilevato che, in alcuni settori, tutti gli Stati membri esaminati si sono spinti più in là, spesso molto più in là, del diritto comunitario. Esistono, tuttavia, forti differenze tra gli Stati membri in materia di copertura della tutela. La Commissione, inoltre, ha affermato nella propria strategia politica per il 2008 che proporrà nuove iniziative volte a prevenire la discriminazione in settori diversi dal mercato del lavoro, compresa la discriminazione fondata sulle tendenze sessuali.

In tale contesto, a febbraio la Commissione ha avviato uno studio d’impatto per valutare se in ambiti diversi da occupazione e condizioni di lavoro siano giustificati ulteriori interventi dell’UE. Al momento, la Commissione sta portando avanti ampie consultazioni con l’opinione pubblica e le parti interessate, quali ONG e parti sociali. I risultati dello studio d’impatto sono attesi per la fine del 2007. La Commissione è cosciente che la sola tutela giuridica non è sufficiente a garantire la protezione delle categorie interessate. E’ altresì importante lottare contro i pregiudizi e gli stereotipi.

L’anno europeo delle pari opportunità per tutti, il 2007, persegue i seguenti scopi: informare i cittadini dei propri diritti, sostenere la diversità come un vantaggio, promuovere pari opportunità per tutti nella vita economica, sociale, culturale e politica. La Commissione accoglie con favore le strategie nazionali elaborate dagli Stati membri nell’ambito dell’anno europeo. Tutti i paesi, compresa la Polonia, hanno integrato ogni forma di discriminazione nelle proprie strategie.

La Commissione è venuta a conoscenza delle affermazioni fatte da un deputato del parlamento polacco; egli ha dichiarato l’intenzione di avanzare una proposta di legge che vieterebbe la promozione dell’omosessualità nelle scuole e in tutte le altre organizzazioni giovanili e per il tempo libero. In base alle informazioni di cui la Commissione dispone, tale proposta deve ancora essere redatta e le dichiarazioni rilasciate dal governo polacco non sono vincolanti. Se questa legge si concretizzasse potrebbe violare le leggi fondamentali contenute nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo e nella Carta europea dei diritti fondamentali. Inoltre, potrebbe violare il principio di non discriminazione in materia di occupazione e condizioni di lavoro, cioè essere in violazione della direttiva 2078/CE.

La Commissione vigilerà attentamente sugli ulteriori sviluppi e non esiterà a prendere provvedimenti in caso di violazioni del diritto comunitario.

 
  
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  Manfred Weber, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, voglio dire chiaramente – forse in maniera più calma rispetto a prima – che noi del gruppo PPE-DE sosteniamo pienamente le risoluzioni del Parlamento europeo e le direttive qui adottate descritte dalla Commissione. L’Europa è una zona in cui vige lo Stato di diritto, e noi lo dobbiamo difendere.

Tuttavia il motivo del dibattito odierno, cioè la dichiarazione di questo ministro polacco che è inaccettabile e che il mio gruppo respinge, non giustifica questa discussione. Come ha sottolineato il Commissario Špidla, quando solo alcune settimane fa abbiamo discusso la discriminazione contro gli omosessuali abbiamo visto che, purtroppo, alcuni politici europei dicono cose inaccettabili, e noi dobbiamo combatterli con strumenti politici.

Dovremmo fermarci a riflettere quando i deputati polacchi di tutti i gruppi – e penso in particolare alla discussione tra i liberali – dicono che quanto è successo in Polonia è inaccettabile, ma che il dibattito deve essere condotto prima di tutto nella stessa Polonia, che si sta occupando delle cose inaccettabili che sono state dette. Si è affermato che la Polonia non ha bisogno di una grande fratello che interferisce nei suoi affari, e che si occuperà da sola dei propri problemi. Questo ci dovrebbe far riflettere. Sollevando qui un gran polverone non faremo certo un favore a chi, in Polonia, sta lottando contro la discriminazione, come vorremmo.

Vi prego quindi concordare – e qui solleviamo una questione procedurale – sull’inopportunità di tenere l’odierna discussione su questo punto, perché abbiamo abbastanza decisioni e direttive al riguardo. No alla discriminazione, no all’omofobia in Europa! Proponiamo quindi che la nostra agenzia continui a monitorare la situazione e rimanga vigile. Il gruppo del Partito popolare europeo, domani, agirà di conseguenza.

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signora Presidente, il 16 gennaio 2006 sono intervenuta in questa stessa sede per difendere la risoluzione contro l’omofobia. Non era la prima volta, e temo che non sarà l’ultima. In effetti, speravamo di porre fine alla differenza di trattamento subita dagli omosessuali nel territorio dell’Unione, e ci rendiamo pienamente conto che la strada è ancora lunga. Ricordiamoci che la giornata internazionale contro l’omofobia è imminente.

Il testo che oggi ci viene sottoposto evoca non solo casi ben noti di omofobia in molti paesi dell’UE, ma anche una dichiarazione del vice Primo Ministro polacco. Non si tratta di stigmatizzare questo o quel governo o questo o quello Stato membro, ma simili diatribe rivelano un crescendo dell’omofobia nell’Unione europea. Queste affermazioni, in effetti, rivelano uno stato d’animo inaccettabile, e non sono le affermazioni di una persona qualunque. Sono quelle di un rappresentante di governo.

Tutto ciò deve finire. Dobbiamo nuovamente prendere posizione contro queste ripugnanti osservazioni e voglio, qui e adesso, denunciare vigorosamente la nuova, spregevole e rivoltante pubblicazione dell’onorevole Giertych, deputato della nostra Assemblea, che ha appena fatto distribuire il suo secondo opuscolo in cui lascia intendere che gli omosessuali sarebbero dei malati. Coloro che si sentono a giusto titolo feriti da questi atti e discorsi detestabili e tutti quei giovani che scoprono di essere diversi, alcuni dei quali si spingono sino al suicidio, devono sapere che l’Europa non è questo.

Non possiamo passare il tempo a votare risoluzioni volte a lottare contro le discriminazioni subite dagli omosessuali. In futuro, dobbiamo pensare a strumenti che ci permettano di agire con efficacia. D’ora in poi ognuno, all’interno dell’Unione, deve assumersi le proprie responsabilità.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Sophia in ’t Veld, a nome del gruppo ALDE. – (NL) Signora Presidente, vorrei chiarire un equivoco: questa risoluzione non è sulla Polonia, bensì sull’omofobia. Purtroppo la Polonia non ha il monopolio sull’omofobia che, malauguratamente, si trova in tutto il mondo. E’ un dato di fatto, però, che abbiamo discusso i problemi della Polonia un anno e mezzo fa, e che ancora oggi permangono gli stessi problemi. Come l’onorevole Roure giustamente ha appena sottolineato, non è una persona qualunque che ha rilasciato dichiarazioni di questo tipo, ma sono opinion leader e membri del governo che hanno contribuito a creare un clima in cui odio e violenza sono diventati la regola.

Due settimane fa un omosessuale è stato picchiato a morte in strada nel mio paese – un paese estremamente tollerante e liberale – perché qualcuno ha pensato che fosse troppo effeminato. Picchiato a morte! Vi immaginate? E’ il tipo di cose che succedono in un clima creato da persone colpevoli di fare dichiarazioni omofobiche. Pertanto, non si può dire che il problema non esista solo perché non sono state ancora formulate proposte legislative. A tale riguardo, sono lieta che l’onorevole Weber, a nome del gruppo del PPE-DE, oltre al Mediatore, si siano dissociati così apertamente dalle dichiarazioni del ministro polacco in questione.

Sarei grata se Consiglio e Commissione rispondessero con una dichiarazione altrettanto enfatica. Come ha affermato la Commissione, e in particolare il Consiglio, siamo provvisti di leggi, regole e trattati: tutto ciò è meraviglioso, ma non è riuscito a impedire a queste persone di fare simili affermazioni omofobiche. Vorremmo ci fosse un maggiore intervento. Vorremmo, ad esempio, che il Consiglio indicasse le misure che intende intraprendere nei confronti del ministro dell’Istruzione. Sarete disposti a tollerare che questo ministro dell’Istruzione partecipi a incontri dei ministri europei dell’Istruzione, o siete pronti a considerare una sua eventuale sospensione fintanto che si rifiuterà di prendere le distanze dalle proprie dichiarazioni?

Questa è la prima volta che facciamo simili affermazioni sugli Stati membri – al plurale, perché ce ne sono molti nell’Unione europea. Siamo sempre pronti a puntare il dito contro gli altri paesi, ma credo che se consideriamo l’Europa seriamente, se siamo una comunità di valori, dobbiamo prima di tutto fare ordine al nostro interno. Spero che l’Assemblea, oggi, lanci un messaggio molto forte all’Europa e al mondo, facendo capire che questi sono i valori per cui lottiamo.

 
  
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  Konrad Szymański, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signora Presidente, l’aggressività nei confronti degli omosessuali è un problema di molte società europee, ma certamente non il problema più grave. Questo tipo di comportamento rappresenta un problema anche in alcuni organismi statali, ad esempio nella polizia in Germania, nel Regno Unito e in Italia. Anche in tal caso, non mi verrebbe mai in mente di discutere la questione al Parlamento europeo e di esprimere un parere. I governi degli Stati membri sanno ben da soli come affrontare questi problemi.

E’ deprecabile che alcuni colleghi in Aula non pensino che questa norma valga per la Polonia, per esempio. Può esserci un solo motivo. Un gruppo di eurodeputati estremisti infastiditi da ogni singola parola di polemica (applausi) riferita all’omosessualità sta prendendo in giro l’Assemblea. Sottolineo che gli omosessuali non sono esenti da critiche. Questa è la base della democrazia. Soccombere così facilmente alla censura omosessuale è diventata una prerogativa dell’Assemblea. Non penso che questo sarà d’aiuto alla nostra autorità.

(Applausi)

 
  
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  Kathalijne Maria Buitenweg, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signora Presidente, inizierò con una parola di conforto per l’ultimo oratore. In passato sicuramente abbiamo discusso di teppismo in Assemblea, ma questo è un problema completamente diverso perché, nel caso del teppismo, il governo non fomenta la violenza, mentre in questo caso, sicuramente nel caso della Polonia, sto iniziando a pensare che l’omofobia sia un sentimento che – per così dire – viene incoraggiato dallo Stato, sicuramente se consideriamo le dichiarazioni rilasciate dagli esponenti del governo polacco quando affermano che “l’omosessualità è sconfortante, perversa, un disturbo mentale e una minaccia per la società”.

Ho ascoltato con molta attenzione le parole del Commissario Špidla quando ha detto “se viene proposta una legge, io replicherò”. Lo apprezzo, e presumo che il Commissario Špidla riesca a capire perché una legge di questo tipo rappresenterebbe una minaccia per i valori europei e una violazione del diritto europeo. Tuttavia, le cose stanno già prendendo una brutta piega, e questa è una considerazione mancante nel discorso, perché ovviamente i governi non possono avanzare qualsiasi tipo di proposta incondizionata per poi tirarsi indietro, dicendo che in realtà non esiste un vero problema.

Ovviamente, in questo modo si mette in moto qualcosa: questo genere di cose, naturalmente, contribuisce a diffondere l’omofobia e il Commissario, dopo tutto, è responsabile del rispetto della legislazione sull’antidiscriminazione nel mercato interno. Sicuramente non crederete che il concetto di pari opportunità nel mercato del lavoro possa sopravvivere in una società in cui l’omofobia dilaga, quindi cosa proponete di fare al riguardo? Come dobbiamo comportarci, secondo voi, con i governi che promuovono a tutti gli effetti l’omofobia? Quali sono le ripercussioni sul mercato del lavoro? Questo è ciò che vorrei sentirmi dire da parte vostra.

Infine, rivolgendomi al gruppo del PPE-DE, mi rincresce che abbiate dato il vostro sostegno al gruppo UEN per quelle che considerate semplicemente motivazioni procedurali. Sarebbe meraviglioso se un’intera delegazione del Parlamento, compreso il vostro gruppo, potesse partecipare ad alcune parate del Gay Pride a Varsavia, Riga e in molti altri paesi. Mi piacerebbe molto poter marciare insieme, mano nella mano; questo è un invito che vi rivolgo, e chissà, forse un giorno potrà succedere.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, credo che sarebbe stato molto ipocrita se oggi il Parlamento europeo non avesse discusso di questo argomento e cioè se non avessimo discusso del fatto che in questi ultimi anni in Europa sono aumentate le manifestazioni pubbliche e le dichiarazioni di omofobia.

Le dichiarazioni del ministro polacco sono imbarazzanti e fanno seguito al divieto dello stesso governo di far celebrare il Gay Pride. Malgrado l’indignazione dell’opinione pubblica, il ministro non ha mai smentito le sue gravi affermazioni.

Purtroppo questo non è l’unico caso in Europa. Nella civile Europa crescono le manifestazioni di intolleranza, spesso leggiamo di casi di violenza contro uomini e donne a causa della loro tendenza sessuale, oppure assistiamo inermi alle gravi manifestazioni di bullismo, che si ripetono sempre più spesso nel mondo della scuola e che possono talvolta indurre i giovani al suicidio, come è avvenuto recentemente in Italia.

E’ per questo motivo che gli uomini politici non possono dare segni di intolleranza e non possono rilasciare dichiarazioni come quelle del ministro polacco, perché in tal modo si rischia di legittimare approcci omofobici.

Questo vale per la politica ma anche per le gerarchie ecclesiastiche, che sempre più spesso non perdono occasione per manifestare la loro avversione nei confronti degli omosessuali, accostando a queste persone le categorie del peccato. Non è accettabile alcuna discriminazione e, a maggior ragione, non è accettabile una discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Questo Parlamento ha bocciato Rocco Buttiglione per le sue affermazioni. Credo che serva un messaggio forte da parte della Commissione, affinché mantenga le sue promesse adottando misure concrete contro qualsiasi forma di discriminazione.

La storia e la cultura europea devono molto alle sensibilità di uomini e donne che i regimi autoritari hanno perseguitato e che le culture reazionarie e razziste continuano a criminalizzare in Europa. Dobbiamo molto a Saffo, a Pasolini, a Oscar Wilde, a Michel Foucault, ad André Gide e mi sembra grave che, se fosse dipeso da queste culture oscurantiste, questi grandi artisti non avrebbero neanche potuto parlare.

Io ritengo, e spero che anche questo Parlamento sia d’accordo, che una cultura contro gli omosessuali sia inaccettabile e vada combattuta con forza.

 
  
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  Hélène Goudin, a nome del gruppo IND/DEM. – (SV) Signora Presidente, è estremamente deprecabile e allarmante che, nel 2007, l’omofobia sia ancora un problema in Europa. La cosa ancora più deprecabile è che in Aula vi siano colleghi deputati che, con le loro affermazioni chiaramente omofobiche, contribuiscono a peggiorare la situazione per gli omosessuali, i bisessuali e i transessuali. Queste affermazioni non le fanno solo qui, al Parlamento europeo, ma anche, in maggior misura, nei loro rispettivi paesi. Una conseguenza del fomentare sentimenti omofobici è che gli omosessuali, i bisessuali e i transessuali corrono il rischio di essere esposti a violenza fisica e psicologica, come è successo lo scorso anno durante alcune parate del Gay Pride in Europa.

La cosa peggiore è che fede e religione sono usate come scuse per discriminare i cittadini dell’Unione europea. Sicuramente capite cosa intendo. Questi sono valori medievali che non appartengono alla nostra società moderna. L’Europa del 2007 dovrebbe essere più avanti di così. Combattiamo l’omofobia laddove esiste: in politica, nei media e negli ambienti che tutti noi frequentiamo.

 
  
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  Philip Claeys, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signora Presidente, abbiamo già tenuto un dibattito sull’omofobia in Europa nel gennaio dello scorso anno, e in quell’occasione ho detto, tra le altre cose, che al Parlamento europeo nessuno dovrebbe accettare che gli omosessuali, per via delle loro tendenze sessuali, siano svantaggiati, attaccati o minacciati in qualsivoglia maniera. Al tempo stesso, ho messo in guardia l’Assemblea contro lo spirito di correttezza politica che, gradualmente, sta soffocando la libertà di esprimere le proprie opinioni. In effetti, oltre all’omofobia e ad altre fobie sta iniziando a svilupparsi una sorta di “fobia per la libertà di parola”, una paura irrazionale di lasciare che le persone esprimano liberamente le proprie opinioni. Quello che al mio gruppo non piace nel dibattito odierno e nelle risoluzioni presentate è che si sta prendendo di mira uno specifico Stato membro sulla base di informazioni forse non proprio esatte. Non è il giusto modo di procedere. Dovremmo stare più attenti al riguardo, per impedire che i cittadini di quello Stato membro si allontanino sempre più dall’Unione europea.

 
  
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  Michael Cashman (PSE). – (EN) Signora Presidente, reagisco con tristezza, non con rabbia. Dopo la Seconda guerra mondiale, non abbiamo ancora imparato la lezione. Negli anni ’30 stavamo a guardare mentre ebrei, comunisti, sindacalisti e omosessuali venivano portati nei campi. Rimanevamo impassibili, senza fare o dire nulla.

Ora abbiamo fatto un passo avanti. Dico a quei paesi che hanno vissuto nella soggezione e nella repressione che proprio loro, per primi, dovrebbero conoscere il valore dei diritti umani fondamentali, della libertà di associazione, della libertà di parola e del diritto a una vita privata.

(Applausi)

Voi dovreste insegnarci i valori fondamentali. Per questo non esiteremo a difendere i diritti dell’uomo e i difensori dei diritti dell’uomo, ovunque essi siano.

Permettetemi di dire a chiunque si senta attaccato, ovunque si trovi – e, come gay, sarei potuto nascere in Polonia, Lettonia o nella Repubblica ceca temendo per la mia vita, temendo per il mio lavoro – che non è solo, che noi siamo con lui e che vinceremo per il semplice motivo che la bontà e la giustizia, alla fine, hanno sempre la meglio.

Quando parliamo dei politici in carica e delle affermazioni fatte non stiamo solo parlando di una dichiarazione una tantum, bensì di una serie di dichiarazioni studiate, rilasciate negli anni. Parlare d’odio genera la convinzione che alcune vite siano inferiori, che la persona rappresenti una minaccia per la società. Si crea un determinato clima e si genera paura, i diritti vengono minacciati. Le parole dette non si possono rimangiare, il male fatto continua ad agire e le parole, troppo spesso, danno potere ai criminali, portando alla violenza.

Vedo che l’onorevole Weber dice “no all’omofobia”. E’ triste, però, che dica anche “no” a fare qualcosa al riguardo qui, in Aula, oggi.

Vorrei concludere dicendo questo: ce la faremo, ma questo implica che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità nel difendere i diritti dell’uomo e nel porre fine a eventuali abusi, ovunque si verifichino.

(Applausi)

 
  
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  Jan Jerzy Kułakowski (ALDE). – (PL) Signora Presidente, vorrei dire un paio di cose a nome della delegazione polacca del gruppo liberaldemocratico in seno al gruppo ALDE.

Innanzi tutto non accettiamo alcuna forma di discriminazione, e siamo totalmente tolleranti nei confronti delle questioni sollevate in questo dibattito.

In secondo luogo, sottolineiamo che c’è una grande differenza tra la non discriminazione in questo settore e la promozione di atteggiamenti omosessuali. Tolleranza sì, non discriminazione sì, ma promozione no, perché questo tipo di promozione non è indice di rispetto per i diritti dell’uomo.

Infine, questa non è una questione politica, e non deve essere trattata come tale. E’ una questione morale profondamente legata al pluralismo, che deve contraddistinguere l’Unione europea.

 
  
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  Bogdan Pęk (UEN). – (PL) Signora Presidente, chi insisteva tanto per votare sulla necessità di questo dibattito proprio adesso si è affrettato a lasciare l’Aula. E’ il migliore esempio del fatto che le intenzioni di costoro non erano vere, bensì false e dovute a motivi politici. Si tratta di un tentativo di infastidire il governo di un paese che non piace a varie fazioni: i liberali, la sinistra, le persone di sinistra eccetera.

Questo lo capisco ma, santo cielo, mentre non troppo tempo fa nei vostri paesi bruciavano migliaia di pire, chi è fuggito alle pire si è ritrovato in Polonia. Gli ebrei, perseguitati in tutta Europa, si sono ritrovati in Polonia. La Polonia è un simbolo di tolleranza. Il tentativo che si sta facendo per convincere il mondo e l’Europa che la Polonia è un focolaio di intolleranza verso gli omosessuali è una grandissima oscenità e una calunnia politica, una manovra cinica per ingannare l’opinione pubblica in Europa. Protesto contro questa manovra, perché è del tutto falsa.

(Applausi)

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE). – (ES) Credo che l’onorevole Cashman abbia espresso molto bene il sentimento condiviso dalla maggioranza dell’Assemblea, e ritengo quindi necessario insistere nuovamente sul fatto che dobbiamo alzare la voce dinanzi ad alcuni atteggiamenti.

Non è un problema di libertà di espressione. Il problema è che alcune dichiarazioni ostili alla libertà sessuale provengono da istituzioni di governo, Stati e governi che fanno parte dell’Unione europea, che hanno firmato trattati, come il Trattato dell’Unione europea, in cui l’articolo 6 definisce chiaramente la libertà di scelta, inclusa la libertà sessuale.

Non confondiamo la propaganda con il diritto di essere liberamente ciò che si vuole essere in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza e in qualsiasi Stato membro dell’Unione europea.

Pertanto credo che queste dichiarazioni che, come affermava molto giustamente anche l’onorevole Cashman, non sono isolate, facciano parte di una tendenza, di una strategia calcolata per mettere in dubbio i valori fondamentali dell’Unione europea. Non possono rimanere impunite.

L’Assemblea ha dovuto reagire – credo lo stia facendo – anche se, purtroppo, temo che questa non sia la prima volta, ma continueremo a insistere e, anche se è noioso ribadire l’ovvio – come diceva anche l’onorevole Cashman – abbiamo ragione e la ragione prevarrà.

 
  
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  Witold Tomczak (IND/DEM). – (PL) Signora Presidente, ognuno ha il diritto di vivere e merita aiuto e rispetto. Ciò vale anche per le persone che sono state danneggiate e fuorviate, sopraffatte da inclinazioni omosessuali. La soluzione non è né mera accettazione né intolleranza, ma gentilezza e comprensione. La soluzione sta nell’aiutare chi soffre a guarire, che è quello che dobbiamo fare.

Accettare l’omosessualità come qualcosa di normale e naturale significa esaltare il dolore e la sofferenza. E’ una correttezza politica pericolosa e sbagliata. Gli atti omosessuali sono contrari alle leggi della natura, perché precludono il dono della vita. Promuoverli è un attacco alla famiglia, e porta a comportamenti anomali.

Cari europei, invece di rivolgere critiche ingiuste alla Polonia dovreste seguirne l’esempio di moralità, tolleranza e normalità. In questo paese è stato pubblicato il libro Coming out Straight. Understanding and Healing Homosexuality. L’autore è Richard Cohen, che si è liberato dall’omosessualità e ora è uomo e padre felice. Approfittiamo della sua esperienza.

Ai cosiddetti difensori dei diritti umani che oggi stanno facendo un gran baccano e stanno amplificando il problema chiedo: perché ignorate il degrado morale dei media, la discriminazione contro le famiglie normali, perché chiudete gli occhi dinanzi alle stragi dei bambini uccisi nel grembo della propria madre? Con il vostro sostegno a una falsa civiltà di morte, sarete responsabili della distruzione dell’Europa: ne siete consapevoli?

 
  
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  Józef Pinior (PSE). – (PL) Signora Presidente, la campagna contro l’omofobia e l’associazione Lambda hanno presentato una relazione sulla situazione dei bisessuali e degli omosessuali nella società polacca nel 2005 e 2006. La relazione descrive una situazione di persecuzione. Un omosessuale su cinque ha ricevuto calci o spintoni. Metà degli intervistati è stata insultata, molestata o ricattata. Le molestie sono recentemente aumentate. Tra le persone che hanno subito violenze fisiche, quasi il 42 per cento le ha subite più di tre volte negli ultimi cinque anni.

E’ con profondo rammarico che devo confermare che gli omosessuali, oggi, non possono contare sulle istituzioni dello Stato polacco, gestito da un’alleanza conservatrice nazionalpopulista, per ricevere una tutela adeguata. In molte dichiarazioni i rappresentanti di governo esprimono apertamente un’ideologia di odio, intolleranza e discriminazione contro gli ambienti omosessuali. Ecco perché la risoluzione di oggi è così importante, compatrioti polacchi di destra! Per queste persone, il Parlamento europeo è diventato un paladino della giustizia, un faro che tiene viva la speranza che vengano sostenuti i loro diritti fondamentali di cittadini, e il loro diritto a una vita dignitosa.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Qualcuno voleva fare un richiamo al Regolamento.

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, no, non ce n’è motivo. Volevo semplicemente dire che ascoltare l’onorevole Tomczak conferma esattamente il motivo per cui abbiamo bisogno di un dibattito sull’omofobia in Assemblea. Da molto tempo non udivo in quest’Aula dichiarazioni omofobiche come le sue, e ne sono veramente rattristato.

(Applausi)

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, vorrei approfittare di questo dibattito per tornare a un discorso che il Presidente del Consiglio ha pronunciato in Aula sull’Europa dei valori e della tolleranza. E’ un punto molto importante che si applica a moltissimi settori.

Abbiamo discusso a lungo di vari altri temi oggi, volgendo il nostro sguardo ai problemi al di fuori dell’Unione europea. Se facciamo questo – e abbiamo ragione a farlo – è anche perfettamente legittimo parlare di quello che ancora non abbiamo risolto in Assemblea, cioè l’intolleranza verso le tendenze omosessuali. Vi chiedo pertanto, anche se molti hanno un’opinione diversa al riguardo, di tollerare perlomeno lo svolgimento di un dibattito e di capire che è importante che la Commissione abbia strumenti con cui possa prendere provvedimenti adeguati per combattere questa discriminazione.

A nome della Presidenza, non posso che ribadire espressamente che è nostro dovere non demandare la questione unicamente alla Commissione e ai parlamenti, ma agire concretamente per sensibilizzare la nostra società in merito a questo problema, per scongiurare tale discriminazione. Spero che il dibattito odierno abbia dato almeno un piccolo contributo in tal senso.

 
  
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  Vladimír Špidla, Membro della Commissione. – (CS) Onorevoli deputati, i diritti dell’uomo sono diritti inalienabili, e credo che questo sia un valore fondamentale su cui si fonda l’intero progetto europeo.

Poiché abbiamo tenuto una discussione veramente appassionata ed emotivamente molto sentita, vorrei citare con esattezza ciò che ha detto il viceministro polacco nel proprio discorso. Secondo il viceministro, la legge proposta avrà ripercussioni su chi promuove l’omosessualità o altre deviazioni. Ritengo che questo dettaglio sia per noi un segnale abbastanza chiaro per concludere che, se verrà approvata, la legge condannerà una particolare categoria di persone a motivo delle tendenze sessuali, e pertanto risulta inaccettabile dal punto di vista del diritto comunitario.

Onorevoli deputati, la Commissione farà tutto il possibile per difendere i diritti di tutti i cittadini in tutti gli Stati membri, e credo che questo dibattito sia riuscito a comunicare il messaggio che l’omofobia non è un fenomeno che colpisce solo alcuni Stati membri, bensì un fenomeno universale. Ovviamente è vero che, oggi, ci stiamo occupando di un discorso tenuto da un deputato di un paese specifico.

 
  
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  Presidente. Per concludere la discussione, comunico di aver ricevuto quattro proposte di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, alle 12.00.

(La seduta, sospesa alle 17.50, riprende alle 18.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


18. Tempo delle interrogazioni (Consiglio)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B6-0017/2207).

Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte al Consiglio.

Annuncio l’interrogazione n. 1 dell’onorevole Manuel Medina Ortega (H-0177/07):

Oggetto: Rafforzamento dell’Agenzia Frontex

Quali provvedimenti ha adottato il Consiglio per migliorare l’espletamento delle funzioni dell’Agenzia per il controllo delle frontiere estere (Frontex) in modo che nei prossimi mesi non si verifichi un afflusso massiccio di immigrati come è accaduto l’anno scorso?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. –– (DE) Posso rispondere alla sua domanda come segue, onorevole Ortega. Nelle sue conclusioni del dicembre 2006, il Consiglio europeo ha dichiarato che la capacità dell’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne (FRONTEX) sarà rapidamente potenziata mettendo a disposizione risorse economiche e di personale adeguate e assicurandone un impiego efficace, istituendo procedure per le situazioni d’emergenza, rafforzando i mezzi operativi, consolidando i legami con la rete di funzionari di collegamento incaricati dell’immigrazione, e portando a termine nel 2007 la prevista valutazione dell’Agenzia e il riesame delle sue funzioni.

La dotazione dell’Agenzia per il 2007 è stata aumentata in misura rilevante e ora ammonta a 22,2 milioni di euro. Anche il personale è in costante crescita e sarà pari a 87 dipendenti nel 2007. Per quanto riguarda l’istituzione di procedure per situazioni d’emergenza, il Consiglio ha recentemente concluso un ciclo di consultazioni con il Parlamento europeo riguardanti una proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che introduce un meccanismo per la creazione di squadre d’intervento rapido alle frontiere e che modifica il regolamento del Consiglio relativo a tale meccanismo. Il Parlamento europeo voterà in proposito alla fine di aprile. A giugno il Consiglio “Giustizia e affari interni” esaminerà il regolamento.

Oltre a distaccare il personale, attualmente FRONTEX sta redigendo un registro centralizzato, il cosiddetto tool box, delle attrezzature tecniche esistenti di cui dispongono gli Stati membri per il controllo e il monitoraggio delle frontiere esterne, che essi sono disposti a mettere a disposizione di un altro Stato membro su base volontaria e su richiesta. Il 15 febbraio 2007 il Consiglio ha esaminato i progressi compiuti nella realizzazione del tool box e ha invitato gli Stati membri a contribuire attivamente a questo processo. La situazione è stata riesaminata nel corso della riunione del Consiglio del 19 e 20 aprile.

Le conclusioni del Consiglio del 14 e 15 dicembre 2006 invitavano FRONTEX, unitamente agli Stati membri della regione, a istituire una rete europea di pattuglie costiere alle frontiere marittime meridionali dell’Unione europea entro la metà del 2007. L’introduzione di questa rete rappresenterà un passo importante per un’azione congiunta e soprattutto in coordinamento con gli Stati membri per fronteggiare l’immigrazione illegale alle frontiere marittime meridionali. La rete sarà uno strumento efficace per contrastare la crescente pressione dei flussi migratori nella regione, annunciata per le settimane e i mesi a venire. La rete europea di pattuglie costiere dovrebbe diventare operativa il 24 maggio 2007.

Infine, conformemente al programma dell’Aia adottato dal Consiglio il 4 novembre 2004, entro la fine del 2007 la Commissione presenterà al Consiglio una relazione di valutazione sull’Agenzia e nell’ambito di tale valutazione potrebbe prendere in considerazione la possibilità di attribuire a FRONTEX ulteriori competenze o compiti.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE). – (ES) Signor Presidente in carica del Consiglio, desidero riconoscere il lavoro svolto dal Consiglio in questo ambito e ritengo che lo abbia spiegato con estrema chiarezza.

L’unica preoccupazione che abbiamo, tuttavia, è che le operazioni avviate, in particolare ERA 1, ERA 2 ed ERA 3, si interrompono in un determinato momento riguardo alla protezione della frontiera marittima atlantica e fra la gente si è diffusa la sensazione che, a causa del suo carattere temporaneo, la protezione sia soltanto temporanea e non sia prevista una protezione permanente.

La Presidenza ritiene che con tali misure si potrà garantire per l’intera Unione europea un controllo permanente di tale frontiera, considerata attualmente una frontiera sensibile?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) In primo luogo, la protezione delle frontiere esterne è ovviamente responsabilità dei rispettivi Stati membri. In situazioni particolari, tuttavia, si può far intervenire FRONTEX. E’ stata creata per questo. Ciò significa che si possono verificare casi in cui l’Agenzia non deve agire perché lo Stato membro interessato è in grado di affrontare il problema autonomamente. Ma naturalmente desideriamo far comprendere che in determinate situazioni, quali l’immigrazione illegale, l’Unione europea dimostrerà solidarietà, che è poi l’elemento su cui è incentrata tale iniziativa europea. Non si può però trattare di un’azione permanente. FRONTEX dovrebbe davvero agire solo in casi particolari.

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE). (EN) Signor Presidente in carica del Consiglio, la ringrazio moltissimo per la risposta fornita riguardo a come potenziare l’agenzia FRONTEX. Ha sottolineato l’importanza di disporre di un organico maggiore, o, in altre parole, di ottenere più fondi. Se questa è la sua tesi, secondo lei in quale modo si dovrebbe potenziare il personale di FRONTEX e quale somma si dovrebbe stanziare a favore del bilancio dell’Agenzia in questione?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Onorevole deputato, attualmente non posso comunicare cifre precise. Abbiamo istituito questa agenzia e ora dobbiamo vedere cosa ci si aspetta da tale organismo, quali compiti sono in grado di assumersi gli Stati membri e quali possono essere svolti da FRONTEX. Nel corso delle consultazioni sull’argomento, tuttavia, questo non è ancora stato deciso.

In ogni caso, se ho compreso nel modo corretto quanto sollevato dall’onorevole deputato, dobbiamo anche inviare un segnale che indichi che non abbiamo semplicemente creato una pseudoistituzione, in modo che l’opinione pubblica possa constatare che l’Unione europea ha riconosciuto la necessità di disporre di un’agenzia che agisca in modo efficace. Poi, ovviamente, dobbiamo anche essere in grado di rendere disponibili le risorse necessarie.

 
  
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  Presidente. – L’interrogazione n. 2 è stata ritirata.

Annuncio l’interrogazione n. 3 dell’onorevole Sarah Ludford (H-0183/07):

Oggetto: Accertamento e perseguimento del genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra

Per aumentare l’efficacia delle autorità giudiziarie nell’accertamento e nel perseguimento di persone colpevoli di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra, il Consiglio ha adottato la decisione 2002/494/GAI(1) relativa all’istituzione di una rete europea di punti di contatto in materia di genocidio e la decisione 2003/335/GAI(2) relativa all’accertamento e al perseguimento di gravi crimini internazionali.

Quali misure prevede di adottare il Consiglio per migliorare l’infrastruttura istituzionale della rete, al fine di rafforzare la cooperazione tra le autorità nazionali e contribuire alla creazione di un’impostazione coerente da parte degli Stati membri nella lotta contro l’impunità in relazione a gravi crimini internazionali? Qual è l’atteggiamento del Consiglio sulla proposta di istituzionalizzare EUROJUST come segretariato della rete di punti di contatto? Prenderà il Consiglio in esame la prospettiva di inserire la rete nell’ordine del giorno delle riunioni del comitato dell’articolo 36 (CATS) per dare seguito alle conclusioni della rete stessa? Alla luce dell’articolo 4 della decisione del Consiglio 2003/335/GAI, quali iniziative intende adottare il Consiglio per far fronte all’attuale mancanza, negli Stati membri, di unità specializzate in crimini di guerra?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Non esiste al momento alcuna proposta per migliorare l’infrastruttura istituzionale della rete di contatti europea in discussione. Fino ad ora, le riunioni tenutesi nell’ambito di tale rete sono state preparate in cooperazione con la Presidenza e il Segretariato generale del Consiglio. Al Consiglio non è nemmeno stata presentata alcuna proposta relativa all’istituzione di un segretariato per la rete all’interno di Eurojust. Qualora verrà avanzata una tale iniziativa, il Consiglio la prenderà in esame.

La Presidenza può comunicarle, onorevole deputata, che la prossima riunione della rete europea di punti di contatto in materia di persone responsabili di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra si terrà il 7 e 8 maggio. Conformemente alla prassi finora adottata, le conclusioni della riunione verranno trasmesse al comitato dell’articolo 36 per ulteriori dibattiti.

Secondo quanto riportato nella decisione del Consiglio del 2003, l’istituzione di unità specializzate in crimini di guerra è una questione che riguarda gli Stati membri. Tutti gli Stati membri hanno già designato punti di contatto per l’accertamento di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE). – (EN) Ritengo in effetti che tutto ciò sia sufficientemente incoraggiante. Auspico si giunga alla conclusione che Eurojust di fatti dovrebbe essere un segretariato o almeno un punto di contatto. Mi fa piacere che in maggio sia in calendario una riunione del gruppo di contatto; purtroppo sotto la Presidenza precedente non se n’è svolta alcuna. Mi può garantire che il Parlamento europeo sarà informato sui risultati dell’incontro?

Siccome il Consiglio è impegnato a delineare il programma post-Aia in materia di GAI, quali passi si compieranno per garantire che l’impegno comunitario nella lotta all’impunità di crimini internazionali, di genocidi, crimini contro l’umanità e di guerra, sia all’interno che al di fuori dell’UE, diventi una parte fondamentale dell’agenda relativa a libertà, sicurezza e giustizia, in modo da creare uno spazio unico di giustizia per le vittime dei crimini più gravi?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Riguardo al primo punto, come ho già fatto presente, è importante che il Parlamento sia adeguatamente informato in merito a tale riunione conformemente all’articolo 36. Infine, non sono ancora in grado di dichiarare quali conclusioni verranno tratte da questa riunione e in quale modo e in quali processi saranno incorporate. Saremo in grado di rispondere a simili interrogativi dopo il primo incontro del 7 maggio.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 4 dell’onorevole Glenis Willmott (H-0184/07):

Oggetto: Diabete di tipo I

Il diabete di tipo 1, molto diffuso nei bambini, è una malattia che colpisce prevalentemente le popolazioni europee, più del notissimo diabete di tipo 2. In Finlandia risiede il più alto numero al mondo di persone affette da questa malattia, mentre il Regno Unito occupa il quarto posto sulla lista. Le cause del diabete di tipo 1 sono perlopiù sconosciute e l’attenzione deve essere spostata verso la necessità di garantire ai malati la miglior qualità della vita possibile. Una diagnosi precisa e tempestiva e un controllo efficace sono essenziali in questo senso.

Quali misure intende adottare il Consiglio per garantire non soltanto che tutti i malati ricevano un’assistenza minima in tutti gli Stati membri, ma altresì che siano accessibili, a tutte le persone che ne hanno bisogno, i microinfusori per insulina, ampiamente considerati come il miglior strumento attualmente a disposizione per aiutare i malati fortemente motivati a ottenere una migliore qualità e un maggior controllo della propria vita?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Riguardo alla presente interrogazione, desidero ricordare che il diritto di iniziativa nell’area della sanità pubblica spetta esclusivamente alla Commissione. Al momento, al Consiglio non è stata presentata alcuna proposta legislativa riguardante il diabete. Mi permetto di sottolineare che ai sensi dell’articolo 152, paragrafo 4, in combinato disposto con l’articolo 251 del Trattato CE una tale proposta rientrerebbe nella procedura di codecisione. Desidero inoltre richiamare la vostra attenzione sulla risposta, fornita dal Consiglio, all’interrogazione scritta del 2006.

 
  
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  Glenis Willmott (PSE). – (EN) Dato che il diabete di tipo 1 colpisce principalmente i bambini e che una gestione non appropriata di tale patologia nei bambini nel lungo termine può causare problemi quali insufficienza renale, cecità e amputazioni, quali misure può adottare il Consiglio per garantire che paziente e famiglia vengano adeguatamente informati e che vengano promosse campagne di educazione sulla malattia al fine di prevenire la discriminazione che devono affrontare molti diabetici?

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Lei ha ragione a sollevare la questione relativa alle conseguenze del diabete di tipo 1, in particolare nei bambini. Desidero tuttavia sottolineare, e non vorrei essere frainteso, che si tratta di una questione che riguarda principalmente gli Stati membri.

Anche se la responsabilità delle questioni riguardanti la sanità è propria degli Stati membri, è tuttavia fondamentale svolgere ricerche e realizzare scoperte per poi condividere tali risultati a livello europeo. Si sta parlando del benessere e del futuro dei bambini, e ciò che è giusto fare è scambiare tempestivamente ed efficacemente i risultati ottenuti.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE). – (EN) Il Presidente in carica del Consiglio ha risposto che l’Unione europea non ha la competenza legislativa, e questo è vero, ma ha il programma quadro per la ricerca.

Il Consiglio ritiene che i finanziamenti comunitari a favore della ricerca sul diabete di tipo 1 siano sufficienti? Mi sembra di capire che gli scienziati pensino che sia possibile trovare una cura per il diabete di tipo 1, sebbene sarà necessario uno sforzo notevole per conseguire tale obiettivo. Probabilmente è la malattia a livello mondiale per cui abbiamo le migliori possibilità di trovare una cura.

Desidero aggiungere che sono particolarmente interessata a tale argomento, in quanto mio marito è presidente del ramo britannico della fondazione per la ricerca sul diabete giovanile, che sostiene la ricerca sul diabete di tipo 1.

 
  
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  Günter Gloser , Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Onorevole Ludford, mi trovo pienamente d’accordo con lei sul fatto che si debbano studiare le cause di questa patologia e che ciò richieda attività di ricerca. Come sostiene lei, è assolutamente possibile compiere studi e svolgere ricerche su questa malattia nell’ambito del settimo programma quadro per la ricerca.

Naturalmente è compito degli Stati membri assumersi per primi l’iniziativa, ma tale strumento, senza dubbio indispensabile, può essere utilizzato per avviare tali iniziative a titolo del settimo programma quadro per la ricerca.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 5 dell’onorevole Philip Bushill-Matthews (H-0186/07):

Oggetto: Servizi di assistenza all’infanzia

In seguito al Consiglio europeo di Barcellona del 2002, durante il quale gli Stati membri hanno convenuto che, entro il 2010, i servizi di assistenza all’infanzia dovranno essere accessibili ad almeno il 90% dei bambini di età compresa tra i 3 e i 6 anni e ad almeno il 33% dei bambini al di sotto dei 3 anni nonché alla luce della nuova comunicazione della Commissione sui cambiamenti demografici in Europa, può il Consiglio indicare qual è lo stato di avanzamento degli Stati membri per quando riguarda la realizzazione di tali obiettivi?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Nella relazione di primavera del 2007, la Commissione ha dichiarato che la disponibilità di servizi accessibili per l’infanzia rappresenta un problema in alcuni Stati membri, rendendo pertanto difficile la conciliazione della professione con la vita in famiglia. Nella relazione comune sull’occupazione 2006-2007 si richiama espressamente l’attenzione sul fatto che alcuni Stati membri hanno stabilito obiettivi nazionali per l’assistenza all’infanzia. Questi sforzi meritano di essere riconosciuti, ma allo stesso tempo dovremmo vigilare sui successivi sviluppi all’interno degli Stati membri, per verificare che gli obblighi scaturiti dal processo di Barcellona siano stati effettivamente rispettati.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE).(EN) La ringrazio, signor Presidente in carica del Consiglio, ma con tutto il rispetto la sua risposta è molto generica. Forse è tutto quello che può dirmi in questo momento, ma mi permetta di chiederle di inviarmi per e-mail eventuali dettagli a sua disposizione, o indicarmi come posso ottenere informazioni classificate per Stato membro, poiché, come lei ha giustamente affermato, il miglioramento dell’equilibrio tra lavoro e famiglia rappresenta una priorità ed è nel nostro interesse assicurare che tale priorità venga ampiamente condivisa. Mi auguro che incoraggerà a sua volta anche la prossima Presidenza del Consiglio, affinché consideri la questione come prioritaria.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Poche settimane fa abbiamo avuto un dibattito sull’Alleanza per la famiglia e sugli obiettivi da noi fissati a Barcellona. In tale occasione, ho proposto per il prossimo anno, a nome della Presidenza, la presentazione di una relazione dalla quale risulti chiaramente fino a che punto è stato possibile per ciascuno Stato membro raggiungere tali obiettivi. Nel frattempo abbiamo elaborato un elenco di criteri da seguire per la redazione di tale documento nel 2008. Si tratta di un punto importante.

Sono inoltre lieto di poter affermare che proprio i servizi per l’infanzia hanno rivestito un ruolo fondamentale nelle ultime settimane, in occasione di diverse conferenze anche nell’ambito del dibattito sull’Alleanza per la famiglia. Come voi ben sapete, sono tedesco e conosco bene il dibattito attualmente in corso nel nostro paese. Tuttavia abbiamo anche avuto modo di riconoscere che il problema non si limita soltanto alla Germania.

Cosa possiamo fare dunque? Per quanto riguarda le migliori prassi, l’anno prossimo il summenzionato documento riporterà le esperienze e i risultati relativi al raggiungimento di questi obiettivi.

Le faremo pervenire le informazioni di cui ha bisogno.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE).(DE) Ha menzionato la Germania, signor Ministro. Vorrei conoscere la situazione dei servizi all’infanzia nei nuovi e nei vecchi Länder. A mio avviso la situazione particolarmente negativa di questo tipo di servizi nei nuovi Stati membri rappresenta un problema per l’Unione europea. Qual è il suo giudizio a tale riguardo?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) All’interno dell’Unione europea esistono naturalmente livelli di sviluppo diversi e non occorre assolutamente distinguere tra vecchi e nuovi Stati membri. Abbiamo rilevato che alcuni paesi hanno sviluppato, nel corso di molti anni, notevoli infrastrutture – che costituivano un obiettivo politico – mentre altri Stati rimangono indietro. I Länder della Germania orientale avevano una struttura diversa già prima della riunificazione e in essi sono presenti tali infrastrutture.

Naturalmente, trattandosi dei Länder della Germania orientale, ci troviamo ad affrontare un altro problema, ossia la questione dello spopolamento e della migrazione da zone specifiche, come conseguenza del fatto che la situazione economica non è come si aspettavano i cittadini. In termini generali, occorre che la Germania trovi un modo per garantire servizi a tempo pieno e assistenza ai bambini di età inferiore ai tre anni. Il Bundestag sta attualmente valutando le modalità per raggiungere gli obiettivi stabiliti nel quadro di Barcellona.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signora Presidente, vorrei sottolineare che l’assistenza all’infanzia non può sostituire le famiglie, ma può soltanto agevolarle. Vorrei pertanto conoscere la qualità del servizio fornito, e in particolare il modo in cui esso viene garantito. Come possiamo essere certi che il personale assunto da queste istituzioni sia in grado di rilevare difficoltà di apprendimento o altri problemi, al fine di tutelare i bambini nella loro crescita, ma anche di dare loro un futuro solido da un punto di vista educativo per il resto della loro vita?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Non stiamo imponendo ai genitori di affidare i propri figli ai servizi di assistenza, ma stiamo semplicemente riconoscendo che i genitori – e prevalentemente le donne, in alcuni Stati membri – devono poter scegliere se dedicarsi a una professione, anche per necessità economiche. Devono pertanto anche disporre di adeguate strutture di servizi all’infanzia.

Non spetta alla Presidenza giudicare lo stato o la qualità di simili strutture. Ciascuno Stato membro dovrà assicurarsi che il personale venga formato in modo adeguato al compito che dovrà svolgere.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 6 dell’onorevole Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0188/07):

Oggetto: Aggiornamento della direttiva “Televisione senza frontiere” e lotta alla violenza e alle discriminazioni

Nel quadro dell’aggiornamento della direttiva comunitaria sugli audiovisivi, nota col titolo di “Televisione senza frontiere”, intende il Consiglio decidere una politica comune contro la violenza e le offese alla dignità umana, specie quando, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, ci si rivolge ai bambini e ai giovani oppure quando i programmi diffusi da questi stessi mezzi di comunicazione toccano questioni riguardanti le donne e i gruppi sociali svantaggiati?

È possibile che la sensibilizzazione dei membri del Consiglio sulle questioni sopraccitate acquisti un’importanza più decisiva delle regole del libero mercato, della concorrenza e degli impegni internazionali dell’UE?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – Vorrei innanzi tutto ricordare che la modifica alla direttiva “Televisione senza frontiere” sarà approvata per codecisione. In qualità di colegislatore, il Parlamento europeo è pertanto autorizzato al pari del Consiglio a esercitare la propria influenza sul contenuto dell’atto legislativo.

Il Consiglio ha preso in considerazione le particolari richieste da lei avanzate nel quadro della revisione della direttiva. In particolare, sta considerando la possibilità di estendere la sfera di applicazione della direttiva, affinché vengano applicate anche ai servizi a richiesta e ai servizi offerti su nuove piattaforme commerciali, come le reti mobili e Internet, adeguate norme giuridiche per la tutela dei minori, così come un divieto di istigazione all’odio. Il Consiglio prevede che la direttiva rivista riconosca l’importante valore degli strumenti di coregolamentazione e autoregolamentazione in questo senso. Come lei ben sa, tuttavia, l’effettiva entità della revisione dovrà essere concordata con il Parlamento.

Nel corso della riunione dei Presidenti avvenuta ieri, ho avuto inoltre modo di reiterare chiaramente che è preciso interesse della Presidenza collaborare con il Parlamento europeo per giungere rapidamente a una decisione.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signora Presidente, vorrei avere alcuni chiarimenti, in particolare dal rappresentante del Consiglio in materia di libero mercato e libera concorrenza per quanto riguarda questi prodotti e gli ostacoli che possono derivare da questa direttiva dal momento che ne proibisce alcuni, in quanto rischiosi per i bambini.

Vorrei inoltre chiedere se è previsto un regolamento in materia di relazioni commerciali con i paesi terzi, affinché i prodotti importati possano essere ispezionati.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Si tratta di una questione che viene attualmente ancora dibattuta. Naturalmente anche la trasmissione transfrontaliera riveste un ruolo fondamentale. Stiamo conducendo un intenso e importante dialogo con il Parlamento europeo per stabilire in che modo proteggere bambini e giovani da determinati prodotti.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS).(DE) Signor Ministro, si potrebbe usare questa direttiva per convincere quanto meno i mezzi di comunicazione del settore pubblico negli Stati membri europei a interrompere la trasmissione di atti di violenza tramite radio e televisioni?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Innanzi tutto, non si tratta di una distinzione tra canali televisivi privati e pubblici, bensì di una direttiva generale per la televisione a livello europeo. Presumo inoltre che alcune emittenti televisive si siano assunte la responsabilità di garantire che nessuno venga istigato all’odio o a simili sentimenti guardando i programmi da queste trasmessi.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE).(LT) I programmi delle nostre emittenti televisive locali sono in buona parte di stampo americano ed è proprio dagli Stati Uniti che provengono programmi e film pieni di violenza e aggressività, che hanno una influenza negativa su giovani e bambini. Vediamo anche eventi realmente accaduti negli Stati Uniti, come i massacri nelle scuole e nelle università. Abbiamo facoltà di limitare in qualche modo la quantità di questo tipo di materiale importato e trasmesso in Europa?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Non sono sicuro che una direttiva possa evitare qualsiasi tipo di rischio, ma nel corso dei colloqui tra la Presidenza e il Parlamento europeo stiamo cercando di trovare soluzioni finalizzate a ridurre il pericolo a un livello minimo.

Torno a ripetere che dovremo certamente trovare un equilibrio tra la cosiddetta libertà di informazione, da un lato, e la tutela dei bambini e dei giovani, dall’altro. Senza dubbio i bambini devono essere tutelati. Vedremo quale sarà l’esito dei colloqui che avverranno nei prossimi giorni.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 7 dell’onorevole Bernd Posselt (H-0189/07):

Oggetto: Avvicinamento della Macedonia all’UE

Quali possibilità ravvisa la Presidenza del Consiglio per portare avanti il processo di avvicinamento della repubblica di Macedonia all’UE e quali progressi concreti potrebbe comportare a breve termine lo status di candidato di tale paese?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Onorevole Posselt, la decisione del Consiglio del 15 e 16 dicembre 2005 di dare all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia lo status di paese candidato rappresenta il riconoscimento dello sforzo di riforma compiuto dal paese fino ad ora. Il Consiglio europeo ha sottolineato che ulteriori provvedimenti volti ad avvicinare la Macedonia all’Unione europea saranno presi in considerazione qualora le condizioni e i requisiti stabiliti nelle Conclusioni siano soddisfatti.

La Commissione vi terrà informati in merito a tali sviluppi mediante le sue relazioni sullo stato dei lavori. A seguito dell’esame degli sviluppi dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia quali illustrati dalle relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori della Commissione, nella riunione dell’11 e 12 dicembre dello scorso anno il Consiglio ha espresso il suo rammarico per il rallentamento del ritmo della riforma nel 2006.

Il 14 e 15 dicembre dello scorso anno, il Consiglio europeo ha ribadito che il progresso dei singoli Stati sulla via dell’adesione all’Unione europea dipende dagli sforzi che ogni paese compie nel soddisfare i criteri di Copenaghen e le condizioni del processo di stabilizzazione e di associazione. Per ciò che concerne l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, esso ha esortato il paese a intensificare il ritmo della riforma nei settori fondamentali e ad attuare le priorità stabilite nel partenariato europeo al fine di compiere ulteriori progressi nel processo di adesione.

Il governo del paese affronta grandi sfide, soprattutto nei settori della riforma della polizia e del sistema giudiziario e della lotta contro la corruzione. Come ho già sottolineato qui a marzo in risposta all’interrogazione dell’onorevole Ryszard Czarnecki, le questioni che rimangono aperte devono essere affrontate rapidamente. Pertanto, il ritmo del processo di adesione dipende essenzialmente dagli sforzi e dai progressi della stessa ex Repubblica jugoslava di Macedonia. La prossima relazione sullo stato di avanzamento dei lavori della Commissione farà luce su questo. L’Unione europea continuerà a sostenere attivamente il paese nella realizzazione di questo obiettivo.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Tre brevi commenti a questa eccellente risposta. In primo luogo, vorrei chiederle quale sia la posizione in merito all’attuazione dell’accordo di Ohrid, in particolare riguardo alla riforma del governo locale. Siete soddisfatti degli sviluppi negli Affari interni?

In secondo luogo, cosa pensa dell’annuncio della futura Presidenza del Consiglio slovena che opererà nella prospettiva di stabilire una data?

In terzo luogo, si sono allentate le tensioni circa la delicata questione del nome?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Voglio iniziare con l’ultima domanda, che riconosco come molto controversa. Sarebbe auspicabile che i due paesi interessati potessero risolvere la questione tra di loro, ma non sono ancora riusciti a trovare un accordo.

Per quanto riguarda la data, se ho ben capito, ha menzionato la Presidenza slovena. Quanto ho dichiarato precedentemente dimostra che sebbene il Consiglio europeo abbia mandato un segnale concedendo al paese lo status di candidato, non stiamo comunque negoziando ancora l’adesione, sperando che ci saranno ulteriori progressi in seguito a questo dibattito. Non credo sia opportuno stabilire una data in questa fase.

Qualora le condizioni vengano soddisfatte, qualora venga raggiunto il necessario ritmo di riforma, qualora vi siano dei risultati, allora il Consiglio europeo sarà pronto a definire date precise per dare inizio alle fasi successive.

Per quanto riguarda l’accordo di Ohrid, onorevole Posselt, non sono attualmente in grado di fornirle una precisa valutazione della situazione, ma sarò lieto di inviarle una risposta successivamente.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS).(DE) Signor Ministro, se la Macedonia dovesse realmente entrare a far parte dell’Unione europea prima o poi, potrebbe causare una vera confusione babilonese delle lingue, dal momento che questo paese da solo dispone di sei lingue ufficiali. Il Consiglio si rende veramente conto della problematica di una imminente esplosione linguistica?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Al vertice di Salonicco l’Unione europea ha dichiarato all’unanimità che, considerati i precedenti avvenimenti nei paesi dei Balcani occidentali, è necessario offrire a questi paesi la prospettiva dell’adesione. Tale decisione è stata motivata dal desiderio di portare stabilità nella regione.

Quanto lei ha appena sollevato relativamente alla diversità delle lingue non è stato tenuto in considerazione inizialmente. La cosa importante, tuttavia, è contribuire a offrire stabilità alla regione, e la problematica che lei ha sollevato è pertanto una questione secondaria per il momento. In ogni caso, l’Unione europea ha già risolto i problemi più svariati.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE).(DE) Condivide l’opinione che la preparazione e l’approvazione di un nuovo trattato fondamentale o di un Trattato costituzionale o semplicemente di un nuovo trattato sia una condizione preliminare per l’adesione della Macedonia, della Croazia o degli altri paesi dei Balcani occidentali?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) In questo Parlamento abbiamo già discusso in numerose occasioni della velocità e ovviamente dei limiti dell’allargamento. Nel contempo, tuttavia, alla luce delle decisioni già prese, quali la decisione di Salonicco già citata, abbiamo sostenuto che l’Unione europea non deve diventare inefficiente nel caso di nuovi allargamenti.

Era già evidente che l’Unione europea a 15 aveva bisogno di strutture diverse per poter continuare a operare. Ciò vale a maggior ragione con 25 o 27 Stati membri. Se si presenta la possibilità di ulteriori adesioni, l’Unione europea deve innanzi tutto soddisfare tali requisiti, vale a dire essere trasparente ed efficiente.

Questo è il motivo per il quale sottolineo sempre, come ha già dichiarato qui a Strasburgo la Presidente del Consiglio, che coloro i quali chiedono l’allargamento accelerato dell’Unione europea talvolta sono proprio quelli che trovano da ridire sul Trattato costituzionale. Tuttavia, se intendiamo portare i candidati all’adesione nell’Unione europea nel breve e medio termine – e ci sono tutte le ragioni per volerlo per motivi politici – allora dobbiamo chiaramente creare le condizioni per evitare che l’Unione europea diventi inefficiente. Tali condizioni non esistono allo stato attuale.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 8 dell’onorevole Sajjad Karim (H-0192/07):

Oggetto: Darfur

Il Governo sudanese non solo non adempie al suo compito di proteggere i suoi cittadini in Darfur, ma continua a sostenere le milizie Janjawid che, insieme alle forze governative sudanesi, sono le principali responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale compiute in questa zona. Alla luce del recente rifiuto del Governo sudanese di concedere i visti per la Missione ad alto livello del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo in Darfur, a seguito della sistematica opposizione al necessario spiegamento di una forza di pace dell’ONU, è il Consiglio disposto a prendere in considerazione sanzioni mirate contro Khartoum e può confermare di fare quanto in suo potere per indurre la Russia e la Cina ad agire, dato che gli interessi strategici di questi paesi per il petrolio in Sudan consentono loro di esercitare un’influenza sul Governo sudanese?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Il Consiglio ha reagito con fermezza al rifiuto del governo sudanese di rilasciare visti per la missione di valutazione del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo in Sudan e deplora fortemente la mancanza di collaborazione da parte del governo sudanese.

L’Unione europea è già intervenuta più volte presso il ministro degli Esteri del Sudan e ha chiesto al paese di collaborare con tale missione. Il Consiglio accoglie con favore il fatto che, nel corso della sua quarta riunione, il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo abbia esaminato la relazione della missione e abbia adottato all’unanimità una risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Darfur, incaricando una squadra di relatori speciali di riesaminare tutte le attuali raccomandazioni per migliorare la situazione dei diritti dell’uomo in Darfur e persistere nella loro attuazione.

Il 15 marzo 2007 il Consiglio ha ribadito il suo sostegno a esaminare con urgenza ulteriori provvedimenti contro il Sudan da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU, rilevando che ai sensi della risoluzione 1591 del Consiglio di sicurezza dell’ONU chiunque ostacoli il processo di pace deve essere richiamato alle proprie responsabilità e prendere i provvedimenti adeguati. Il Consiglio ha altresì espresso la sua determinazione nel valutare ulteriori misure, in particolare nel contesto dell’ONU, contro ogni parte in conflitto che ostacola il sostegno dell’ONU alla missione dell’Unione africana nella regione sudanese del Darfur, tra cui la realizzazione della concordata operazione ibrida ONU-UA.

Il conflitto del Darfur è stato regolarmente oggetto di discussioni con la Cina e la Russia, tra l’altro nel corso di riunioni di dialogo politico, ad esempio. Abbiamo costantemente sostenuto che il governo sudanese debba agire verso una soluzione politica del conflitto e concedere il suo esplicito consenso all’attuazione dell’intero pacchetto di sostegno dell’ONU per la missione AMIS.

 
  
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  Fiona Hall (ALDE), in sostituzione dell’autore. – (EN) C’è un’insostenibile sensazione di immobilismo riguardo al Darfur, con numerose espressioni di preoccupazione ma nessun progresso, e i recenti episodi hanno aumentato questa percezione.

In assenza di un accordo relativo a una forza di pace dell’ONU, il Consiglio sta considerando, tra le altre misure attualmente in esame, la possibilità di una zona di non sorvolo imposta dall’Unione europea, con aerei di controllo con base oltre il confine nel Ciad? Questo è stato periodicamente oggetto di discussioni dal 2004. Il Presidente in carica ritiene che sia giunto il momento di metterlo in atto?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Il Consiglio dei ministri degli Affari esteri ha nuovamente discusso la questione del Sudan e del Darfur lo scorso lunedì a Lussemburgo. Come è noto, vi ha preso parte l’inviato speciale delle Nazioni Unite Jan Eliasson.

La situazione nella regione, difficile in ogni caso, non è stata migliorata dal fatto che, oltre agli esistenti conflitti tra le diverse parti nel Sudan, diverse tribù sono improvvisamente entrate in guerra tra di loro.

Tuttavia, su richiesta espressa dall’inviato speciale, il Consiglio non ha preso alcun ulteriore provvedimento per il momento. L’inviato speciale ci ha invitato ad adoperarci nuovamente per garantire il consenso a una missione appoggiata dall’ONU mediante mezzi politici e diplomatici, forse con un cambio di atteggiamento da parte della Cina.

Il ministro degli Esteri ha dichiarato, tuttavia, che l’Unione europea sta valutando ulteriori misure efficaci contro il Sudan qualora non vi fossero segnali in tal senso in tempi brevi. Non si può rimandare per sempre, non possiamo rinviare le cose per settimane e mesi e limitarci ad aspettare.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). (LT) Il cancelliere Merkel, presentando la dichiarazione di Berlino, ha parlato del Darfur come di una ferita condivisa da tutti noi, e ha affermato che era tempo per l’Unione europea di intraprendere una azione unilaterale.

Vorrei verificare nuovamente: quanto tempo dobbiamo aspettare per tali decisioni? I negoziati diplomatici stanno proseguendo, anche se non hanno ottenuto risultati fino ad ora, e con molta probabilità non li otterranno mai?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Ho cercato di chiarire – su richiesta del penultimo Consiglio dei ministri degli Esteri – che vogliamo disporre di un quadro aggiornato e intendiamo farlo mediante l’inviato speciale delle Nazioni Unite questa volta, ma anche ottenendo informazioni dall’inviato speciale dell’Unione africana. Sono pronto ad ammettere che si tratta di un tasto dolente, ma vi prego di prendere sul serio la richiesta dell’inviato speciale e di valutare se alcune mosse che abbiamo compiuto negli ultimi giorni non possano dopo tutto portare a una soluzione, rendendo possibile una missione congiunta.

Ripeto, tuttavia, che non si tratta di un progetto in cui aspetteremo settimana dopo settimana senza intravedere risultati. E’ necessario che l’Unione si avvii a prendere provvedimenti adeguati qualora il processo, che l’inviato speciale Eliasson auspica e che anche noi auspichiamo, non dovesse iniziare.

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL).(FI) Signor Ministro, l’Unione europea dispone oggi di unità di combattimento, con truppe tedesche, finlandesi e olandesi di riserva. Riesce a prospettarsi una situazione in cui tali unità di combattimento siano usate per distendere la situazione in Darfur?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. (DE) I soldati europei ricoprono un ruolo di minor rilievo. Fondamentalmente, si tratta di un compito dell’Unione africana. Per questa ragione, lo scorso lunedì, abbiamo anche chiarito di nuovo che i fondi per mantenere la missione si stanno lentamente esaurendo e pertanto è evidente che l’Unione europea dovrà in seguito sostenere finanziariamente l’azione africana. La Presidenza del Consiglio ha inoltre espressamente chiesto di riflettere fino a che punto gli Stati membri possono ancora concedere finanziamenti bilateralmente per sostenere tale azione africana in Sudan, in Darfur, qualora i fondi a livello europeo non siano sufficienti.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 9 dell’onorevole Tobias Pflüger (H-0196/07):

Oggetto: Esecuzioni capitali extralegali nelle Filippine

Come giudica il Consiglio la situazione politica nelle Filippine, dove dall’insediamento del governo di Gloria Macapagai-Arroyo nel 2001 oltre 830 attivisti politici di sinistra, giornalisti, avvocati, giudici, attivisti per i diritti umani, ministri del culto e sindacalisti sono le vittime di esecuzioni capitali extralegali, condannate aspramente soltanto di recente dal relatore speciale delle Nazioni Unite Phillip Alston? Come giudica in questo contesto l’inoperosità del governo Arroyo e i rapporti da cui emerge che dietro questi omicidi vi sia la mano dell’esercito filippino?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. (DE) Onorevole Pflüger, come è stato già spiegato nella risposta all’interrogazione n. 619/2007, il Consiglio è al corrente delle esecuzioni capitali extralegali nelle Filippine. L’Unione europea esprime regolarmente la sua profonda preoccupazione per tali avvenimenti, esortando le autorità ad affrontare il problema in tempi rapidi e a consentire altresì indagini indipendenti al fine di assicurare alla giustizia i responsabili e adottare misure preventive.

Come già dichiarato nella risposta citata, l’Unione europea è disposta ad assistere le Filippine nello sviluppo del loro sistema giudiziario. L’Unione ha perfettamente chiaro che per mettere fine alle esecuzioni capitali extralegali nelle Filippine non sono soltanto necessarie conoscenze specialistiche, ma è fondamentale anche la volontà politica delle massime autorità. L’UE continuerà a esercitare pressioni per far emergere tale volontà. Auspichiamo che indagini appropriate e la condanna di tali crimini sortiranno inoltre un effetto preventivo.

Ad aprile gli Stati membri dell’UE e la Commissione si preparano a inviare una missione di accertamento a Manila in tempi brevi per valutare la necessità di assistenza specialistica. Ciò avviene in risposta a una richiesta del ministro degli Esteri Romulo, che ha invocato sostegno per l’attuazione delle raccomandazioni della commissione Melo, incaricata di indagare sugli omicidi insoluti.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL).(DE) Il Consiglio è al corrente delle seguenti esecuzioni capitali extralegali: Ciprano Ligaspo, assassinato il 14 marzo; Carlito Getrosa, assassinato l’11 marzo; Che Che Gandinao, assassinato il 10 marzo; Felisa Timog Ocampo e Renato “Atong” Torrecampo Pacaide, assassinati il 2 marzo?

La mia domanda è: le sanzioni vengono effettivamente prese in considerazione? Lei ha appena sostenuto che il governo delle Filippine ha richiesto assistenza e che gli verrà concessa. Tuttavia, la questione fondamentale è che il governo è coinvolto. Alla luce di ciò, è questo l’approccio corretto?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio.(DE) So che si sono verificate numerose deplorevoli esecuzioni capitali extralegali. Non conosco i singoli nomi, ma ciò può essere oggetto di esame. Nel processo che intercorre tra l’UE e le Filippine, ritengo sia necessario comunicare con i responsabili politici, che sono certo saranno in grado di influire sui particolari sviluppi. E’ altrettanto opportuno e importante che l’Unione europea fornisca adeguata assistenza ed è auspicabile, inoltre, che aiuti a far luce su questi episodi, qualora il paese stesso si renda conto delle carenze del suo sistema giudiziario.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 10 dell’onorevole Sahra Wagenknecht (H-0199/07):

Oggetto: Aggressioni nei confronti di attivisti pacifisti in Sri Lanka

Il 9 gennaio alcuni membri dello United People’s Movement (UPM) in Sri Lanka sono stati aggrediti e perseguitati da una banda armata prima dell’inizio di una manifestazione pubblica. Secondo quanto riportato dai media anche il vice ministro Mervyn Silva avrebbe preso parte alle aggressioni.

Come giudica il Consiglio in questo contesto le aggressioni dirette da parte di membri del governo nei confronti di pacifisti in Sri Lanka? Che conseguenze avranno questi episodi sull’ulteriore appoggio del Consiglio al governo di tale paese?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio.(DE) Il Consiglio non ha prove che il governo dello Sri Lanka fosse coinvolto in questo incidente. Pertanto, non è possibile trarre alcuna conclusione circa le conseguenze dell’incidente sulle relazioni tra l’UE e il governo dello Sri Lanka.

Tuttavia, osservando la situazione più in generale, il Consiglio è profondamente preoccupato per gli sviluppi in Sri Lanka. L’Unione esorta entrambe le parti a porre immediatamente fine alla violenza e a far ritorno al tavolo negoziale senza indugi, per trovare una possibile soluzione al conflitto basata su proposte costruttive. Malgrado le ovvie difficoltà, in qualità di copresidente della Conferenza dei donatori di Tokyo l’Unione europea continua a valutare ogni possibilità per sostenere il processo di pace in Sri Lanka.

 
  
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  Sahra Wagenknecht (GUE/NGL).(DE) Lei ha testé dichiarato che il Consiglio è profondamente preoccupato, ma in questo caso la mia domanda è ben precisa: cosa intende fare il Consiglio per esercitare pressioni sullo Sri Lanka affinché metta fine all’offensiva militare nei confronti dei combattenti per la libertà del Tamil Eelam – che ha già causato numerose vittime civili – e per persuaderli a tornare al tavolo dei negoziati?

La mia seconda domanda è: il Consiglio è al corrente che in questo conflitto vengono utilizzate anche armi provenienti dagli Stati membri dell’UE?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Per quanto riguarda l’ultimo punto, non ne sono a conoscenza, ma indagheremo sulla questione e verificheremo se ci sono informazioni disponibili.

Circa la domanda relativa alle misure che il Consiglio intende prendere, posso dirle che il Consiglio sostiene il lavoro della missione di vigilanza in Sri Lanka e del mediatore norvegese. Abbiamo ripetutamente invitato le parti in conflitto a osservare l’accordo di armistizio del 2002 e a rispettare i diritti dell’uomo.

L’Unione europea ha inoltre proposto un progetto di risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Sri Lanka al Consiglio dei diritti umani a Ginevra. Tale progetto esprime la preoccupazione dell’UE per la recente escalation di violenza in Sri Lanka e invita a porre immediatamente fine alla violenza e alle violazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti umanitari fondamentali che comporta.

Auspico che ciò condurrà ad una fase successiva. Esamineremo nuovamente la questione che lei solleva e le faremo avere notizie in materia.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL).(DE) Quando è iniziata l’attuale escalation di violenza in Sri Lanka, questo Parlamento si è interrogato sull’opportunità di inserire il movimento delle Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (LTTE) nella lista del terrore dell’UE. Qual è la vostra attuale opinione sull’avere inserito il LTTE nella lista ora che il conflitto è cresciuto enormemente? A posteriori, è stata la decisione giusta? In particolare, era opportuno in quel momento?

Una seconda domanda: la Norvegia sta svolgendo un ruolo molto positivo in questo conflitto, in particolare nei negoziati, e la Norvegia ha criticato l’UE attraverso i canali diplomatici, sostenendo che il ruolo dell’Unione è stato piuttosto orientato a favorire il governo. Cosa risponde a questo proposito?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Non concordo con l’ultima asserzione. Come ho affermato in precedenza, alla luce dei conflitti e delle problematiche che essi causano anche alla popolazione civile, è necessario che entrambe le parti intervengano per la soluzione del conflitto. Per questa ragione, l’Unione europea non ha riposto maggiore fiducia in nessuna delle due parti, neanche nel governo. Le misure dell’UE, e quelle delle altre organizzazioni attive nella zona, devono avere come obiettivo la conclusione definitiva del conflitto.

Non mi è possibile esprimere un’opinione personale circa la prima domanda, ma la esaminerò nuovamente.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 11 dell’onorevole Danutė Budreikaitė (H-0201/07):

Oggetto: Ripercussioni ecologiche dell’oleodotto nordico

Nel quadro della nuova politica della dimensione nordica, di cui la strategia del Mar Baltico costituisce parte integrante, viene attribuita un’importanza rilevante alla protezione dell’ambiente e al cambio climatico. Il Mar Baltico è uno dei mari più inquinati del mondo e sul suo fondale giacciono, dai tempi della seconda guerra mondiale, 282.000 tonnellate di armi pericolose. Un’attività economica intensa nel Mar Baltico e, in particolare, la progettata costruzione dell’oleodotto nordico, potrebbero scatenare una catastrofe ecologica della quale è difficile prevedere le conseguenze.

Il paese che esercita la Presidenza del Consiglio, che partecipa al progetto, non ritiene che l’Unione europea debba far svolgere una perizia indipendente sulle possibili ripercussioni ecologiche della costruzione di un gasdotto prima di avviare tale progetto? Lo studio svolto dagli autori del progetto, che sono parte interessata, non convincerà di certo i cittadini comunitari della sicurezza del progetto.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Il Consiglio non svolge un ruolo diretto nella pianificazione o nella costruzione dell’oleodotto, in quanto l’attuazione della normativa comunitaria spetta agli Stati membri e il compito della Commissione è di garantire che gli Stati membri applichino correttamente le leggi.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). (LT) Ovviamente non posso ritenermi soddisfatta della risposta. Questo non significa che gli Stati membri dell’Unione europea possono agire arbitrariamente nel territorio dell’UE. Gli esperti russi hanno già stabilito la presenza di numerosi armamenti (abbandonati sul fondo marino), e stanno attualmente pensando di cambiare il percorso del gasdotto.

I russi sono dell’avviso che a Gazprom sarà concesso di costituire unità miliziane armate, che congiuntamente alle flotte baltiche controlleranno l’intero oleodotto e tutti coloro che navigano nella zona e usano l’ambiente.

Il Mar Baltico appartiene a tutti noi, e non ritengo che sia una questione riguardante solo due paesi.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Vorrei chiarire nuovamente che l’oleodotto non è stato pianificato da uno Stato, ma da aziende private. Tali aziende devono presentare domanda di autorizzazione. Dal momento che sono coinvolti anche diversi Stati membri, occorre soddisfare le regolamentazioni pertinenti.

Come ho già dichiarato in questa sede qualche tempo fa, siamo in presenza di aspetti differenti. Lei ha citato le munizioni che sono state effettivamente rinvenute. L’ecosistema e altre questioni devono essere tenuti in considerazione. Tuttavia, tutto ciò che può essere unicamente esaminato alla luce della normativa europea è se c’è stata l’applicazione e se le procedure pertinenti sono state avviate. Non ci sono diritti speciali per aziende particolari: le regolamentazioni nazionali ed europee, in particolare quelle connesse con la tutela dell’ambiente, devono essere rispettate.

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM).(SV) In caso di controversia, e se viene effettuato un test ambientale nelle acque svedesi, spetta alla Corte di giustizia delle Comunità europee o al tribunale svedese per l’ambiente decidere?

Sono disponibili informazioni molto discordanti circa l’approvazione da parte del Consiglio della costruzione di un gasdotto tedesco-russo sotto il Mar Baltico. Il Consiglio ha preso tale decisione?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Per quanto ne so, nessun Consiglio darebbe qui una valutazione. In primo luogo, si tratta di una decisione commerciale spettante ad aziende private. Non è un progetto della Repubblica Federale di Germania. Le persone che lo stanno costruendo o intendono costruirlo costituiscono consorzi tedeschi con partecipazione olandese. Se le procedure sono avviate e gli Stati membri devono valutare se il progetto soddisfi le norme in quella precisa zona o se il richiedente non è d’accordo con la loro decisione, allora spetterà di certo innanzi tutto ai giudici nazionali decidere.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 12 dell’onorevole Georgios Papastamkos (H-0203/07):

Oggetto: Agenda territoriale dell’UE

Una delle priorità del programma di lavoro della Presidenza tedesca dell’UE è l’adozione di un’”Agenda territoriale dell’UE”.

Con quali misure pratiche intende il Consiglio promuovere una politica integrata per le città e lo sviluppo delle zone rurali? La prevista “Carta di Lipsia” stabilirà legami, e secondo quali modalità applicabili, tra detta politica e la politica regionale orientata verso lo sviluppo?

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Il Consiglio in quanto tale non è coinvolto nelle iniziative relative alla Carta di Lipsia sulle città europee sostenibili e all’Agenda territoriale. Tali iniziative vengono prese dagli Stati membri su base informale.

La Carta di Lipsia e l’Agenda territoriale vengono messe a disposizione dai ministri europei per lo sviluppo regionale e urbano per prendere maggiormente in considerazione le questioni urbane e territoriali nell’attuazione delle politiche comunitarie, ad esempio riguardo alle modalità con cui una politica orientata allo sviluppo urbano e regionale possa contribuire agli obiettivi di Lisbona e Göteborg di maggiore crescita economica sostenibile e rafforzamento del modello sociale europeo. I risultati della riunione informale dei ministri saranno pertanto trasmessi a tutte le Istituzioni europee. Queste possono dunque esaminare, ognuna per proprio conto, fino a che punto prendere in considerazione le questioni territoriali ed urbane sarà utile al raggiungimento dei loro obiettivi politici.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE).(EL) Signora Presidente, desidero ringraziare il ministro per la sua replica. La carta territoriale, tuttavia, è di certo una priorità della Presidenza tedesca e occupa un posto significativo nel suo programma. Pertanto, vorrei chiedere al ministro di spiegarci in maniera più dettagliata quali sono gli obiettivi di tale agenda territoriale, come viene considerata dalla Presidenza tedesca e in quale forma è inserita nel suo programma futuro, fino alla fine di giugno.

 
  
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  Günter Gloser, Presidente in carica del Consiglio. – (DE) Occorre innanzi tutto valutare i risultati particolari, che successivamente possono essere trasmessi alle istituzioni pertinenti, perlomeno laddove siano stati identificati temi specifici.

L’approccio prevedeva la creazione di opportunità per lo sviluppo urbano e regionale integrato anche nelle zone transfrontaliere. La nostra Presidenza ha ancora a disposizione poco più di due mesi. Mi attendo che la Presidente in carica presenterà i risultati al termine del semestre di Presidenza mettendoli a disposizione delle istituzioni interessate.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni che, per mancanza di tempo, non hanno ricevuto risposta, la riceveranno per iscritto (vedasi allegato).

Desidero ringraziare il Presidente in carica del Consiglio e i suoi colleghi.

Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 19.00, riprende alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente

 
  

(1) GU L 167 del 26.6.2002, pag.1.
(2) GU L 118 del 14.5.2003, pag.12.


19. Squadre di intervento rapido alle frontiere (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0135/2007), presentata dall’onorevole Deprez a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un meccanismo per la creazione di squadre di intervento rapido alle frontiere e modifica il regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio limitatamente a tale meccanismo [COM(2006)0401 – C6-0253/2006 – 2006/0140(COD)].

 
  
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  Joe Borg, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione si compiace dell’eccellente compromesso raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio sul regolamento relativo alle squadre di intervento rapido alle frontiere.

Come sapete, negli ultimi anni nell’Unione europea si è percepita più intensamente la necessità di offrire assistenza operativa agli Stati membri che, per la loro ubicazione geografica e per la complessità delle loro frontiere esterne, devono sopportare gli oneri più pesanti in termini di controllo delle frontiere. In risposta a questo problema, nel 2004 l’Unione europea ha istituito l’Agenzia FRONTEX al fine di indirizzare su un percorso comune la solidarietà tra Stati membri e Comunità in termini di cooperazione operativa. Inoltre, a partire dall’anno prossimo sarà utilizzato un nuovo Fondo per le frontiere esterne che garantirà la solidarietà finanziaria, così da consentire a tutti gli Stati membri di affrontare con maggiore efficacia le sfide poste dall’esistenza di diverse frontiere esterne.

La realizzazione di un meccanismo per l’istituzione e il dispiego di squadre di intervento rapido alle frontiere rappresenta un’ulteriore misura di solidarietà. E’ un importante passo avanti nella cooperazione fra Stati membri e Comunità, che si esplica nella sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione europea e nel controllo delle persone a queste frontiere.

Le squadre di intervento rapido alle frontiere andranno a formare una riserva specializzata e altamente qualificata di guardie di frontiera, che sarà dispiegata con breve preavviso da parte dell’Agenzia FRONTEX, la quale offrirà tale assistenza agli Stati membri che ne abbiano bisogno. Da questo punto di vista le squadre di intervento rapido rappresentano una novità eccezionale, e saranno in grado di svolgere tutte le necessarie funzioni legate ai controlli delle persone alle frontiere esterne, nello stesso modo in cui tali controlli sono effettuati dalle guardie di frontiera nazionali degli Stati membri ospitanti.

In tale contesto, la Commissione desidera fare la seguente dichiarazione orale sul diritto internazionale del mare e sugli obblighi in materia di protezione internazionale.

Ogni Stato membro che partecipi a operazioni coordinate dall’Agenzia FRONTEX in alto mare rimane vincolato al rispetto del principio di non respingimento sancito, in particolare, nella Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 e nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli o degradanti, nei confronti di tutti gli individui che ricadano nella sua giurisdizione. Quando si svolge un’operazione di intercettazione o di salvataggio nelle acque territoriali di uno Stato membro, si applica l’acquis comunitario in materia di diritto d’asilo. Questo comprende il regolamento di Dublino. Di conseguenza, in mancanza di altri criteri pertinenti, lo Stato membro nelle cui acque sia stata effettuata l’operazione di intercettazione o salvataggio sarà responsabile dell’esame delle richieste d’asilo. Questi principi rimarranno validi nei casi di futuri dispiegamenti delle squadre di intervento rapido alle frontiere in seguito all’adozione di questo regolamento.

Come la Commissione ha sottolineato nella sua comunicazione del 30 novembre 2006 sul rafforzamento dei controlli e della sorveglianza lungo la frontiera marittima meridionale dell’UE, non è chiaro in quali circostanze uno Stato potrebbe essere obbligato ad assumere responsabilità per l’esame di una richiesta d’asilo quando l’intercettazione o l’operazione di salvataggio si svolga in alto mare o nelle acque territoriali di un paese terzo. Ugualmente, non è chiaro in quali circostanze lo Stato membro che ospiti un’operazione coordinata dall’Agenzia FRONTEX potrebbe essere considerato, in definitiva, responsabile del rispetto di questo principio.

Evidentemente, l’ulteriore sviluppo di un sistema integrato di gestione delle frontiere marittime esterne deve basarsi su una chiara e comune comprensione degli obblighi di protezione degli Stati membri. A tal fine, la Commissione ha proposto che gli Stati membri affrontino tali questioni in maniera collettiva e pragmatica, o nel contesto di più ampi accordi bilaterali o regionali, o ancora mediante lo sviluppo di orientamenti pratici in stretta collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e altre parti in causa.

Per sostenere tale processo, la Commissione pubblicherà presto uno studio sul diritto del mare per affrontare questa e altre questioni pertinenti. La pubblicazione dello studio sarà seguita da una riunione di esperti con gli Stati membri per individuare il follow-up pratico, in considerazione dei limiti della responsabilità comunitaria in questo settore e della dichiarazione orale.

Infine, vorrei sottolineare ancora una volta che la Commissione è molto soddisfatta della buona cooperazione fra le tre Istituzioni coinvolte nella conclusione di un accordo su questo strumento estremamente importante della nuova legislazione comunitaria; vorremmo quindi ringraziare calorosamente il relatore, onorevole Deprez, i relatori ombra e la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni per il loro ottimo contributo al successo di questo dossier.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), relatore.(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, consentitemi di esprimere subito la mia soddisfazione: se il progetto di regolamento RABIT potrà essere sottoposto alla votazione della nostra Assemblea già domani, in vista di un accordo in prima lettura, ciò si deve al fatto che le nostre Istituzioni hanno cooperato in maniera che vorrei definire esemplare.

Il merito va innanzi tutto alla Commissione, che ha avanzato una proposta iniziale di alta qualità, e che ha sempre dato prova, nel corso della discussione, di una grande capacità di smussare gli angoli e favorire il compromesso. Anche il Consiglio ha contribuito, soprattutto durante la Presidenza finlandese e adesso quella tedesca, sempre affermando la propria volontà di concludere positivamente la questione e compiendo ogni sforzo per convincere tutti gli Stati membri. Ringrazio in modo particolare l’ultima Presidenza guidata da Monika Schmitt-Vockenhausen. E per quanto mi riguarda, a nome del Parlamento, ho potuto contare fin dall’inizio – e voglio quindi ringraziarli pubblicamente – su un valido appoggio e sulla fiducia della maggioranza dei relatori ombra degli altri gruppi politici della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Vorrei manifestare loro, così, la mia gratitudine.

Il problema da affrontare, signor Presidente, è al contempo semplice e urgente. Si tratta di organizzare l’assistenza che gli Stati membri dell’Unione offrono a quelli, tra loro, che devono far fronte all’arrivo improvviso e massiccio di immigrati clandestini, desiderosi di varcare le frontiere esterne dell’Unione. Questo problema riguarda oggi com’è noto – e le immagini drammatiche che si susseguono davanti ai nostri occhi ce lo ricordano – i paesi meridionali dell’Unione. Ma non possiamo escludere che domani altre frontiere, in particolare a sudest o a est, debbano subire le stesse pressioni improvvise e ricorrenti.

La proposta di regolamento che è stata presentata alla nostra Assemblea conferma quattro grandi principi, che io ho sempre difeso con vigore a nome del Parlamento. Primo principio: la solidarietà in materia di controllo delle frontiere esterne non è un’opzione ma un obbligo. Nella proposta di regolamento infatti è previsto che gli Stati membri contribuiscano alla riserva d’intervento rapido e che mettano alcune guardie di frontiera a disposizione di FRONTEX, su richiesta di quest’ultima, a meno che essi stessi non debbano affrontare una situazione d’emergenza.

Secondo grande principio: le guardie di frontiera destinate alla riserva, quando vengono dispiegate sul territorio di un altro Stato membro nell’ambito delle squadre d’intervento rapido, non sono da ritenersi sostituti né agenti di grado inferiore rispetto alle guardie di frontiera dello Stato membro. Ovviamente, le istruzioni ai membri delle squadre saranno impartite dallo Stato membro ospitante ma, per il resto, essi godranno di piena parità rispetto alle guardie di frontiera nazionali, e quindi potranno svolgere gli stessi compiti. Avranno il diritto di portare la propria uniforme, con l’aggiunta di un distintivo europeo, di portare le proprie armi di servizio, conformemente alla legislazione nazionale del loro Stato membro di origine, salvo in caso di disaccordo tra i due Stati membri interessati. Essi inoltre potranno essere autorizzati a consultare le banche dati nazionali ed europee, e il loro documento di riconoscimento, che era previsto nel progetto iniziale, è stato ripulito da quegli elementi ingombranti che, a mio avviso, conteneva.

Terzo grande principio, e mi rivolgo in particolare all’onorevole Catania: il rispetto dei diritti fondamentali vale in tutte le circostanze. La proposta di regolamento prevede: in primo luogo, che i membri delle squadre, come le guardie di frontiera nazionali, debbano astenersi da ogni comportamento discriminatorio; in secondo luogo, che debbano agire nel pieno rispetto degli obblighi degli Stati membri in materia di protezione internazionale e di non respingimento; in terzo luogo, che i membri delle squadre debbano agire nel pieno rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale del mare, in particolare per quanto riguarda la ricerca e il salvataggio. Ed è quello che ha appena riaffermato il Commissario in nostra presenza. Quindi, onorevole Catania, l’emendamento che lei propone non è necessario. Lo trovo addirittura offensivo poiché ipotizza che l’obiettivo principale delle guardie di frontiera – comprese le guardie di frontiera spagnole, italiane o adesso anche maltesi – non sia quello di salvare esseri umani, quando scoprono imbarcazioni in pericolo. Infine la proposta di regolamento prevede che le direttive europee concernenti la protezione dei dati personali vengano applicate pienamente.

Quarto principio: se c’è una situazione d’emergenza, tale emergenza vale per tutti. Dal momento che dobbiamo far fronte a situazioni d’emergenza, il dispositivo del regolamento prevede termini assai brevi per la realizzazione degli interventi. Il direttore di FRONTEX dispone al massimo di cinque giorni lavorativi per decidere in merito all’intervento. Una volta fissato il piano operativo, lo spiegamento effettivo delle squadre di intervento rapido deve aver luogo al più tardi entro i cinque giorni lavorativi. Stando così le cose, è del tutto corretto che, nel caso di un intervento giustificato ma per il quale FRONTEX non disponga di mezzi di bilancio sufficienti, l’autorità di bilancio assuma l’impegno, nel rispetto delle disposizioni del regolamento finanziario, di trovare urgentemente una soluzione di bilancio. Questo è il senso dell’emendamento che è stato aggiunto al testo della proposta di regolamento e che formalizza l’accordo raggiunto tra Commissione, Parlamento e Consiglio.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa è la proposta su cui la nostra Assemblea dovrà votare domani. Mi auguro – anzi, sono certo – che domani essa verrà approvata a larga maggioranza.

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, non intendo utilizzare fino in fondo i tre minuti di cui dispongo poiché siamo in presenza di un’ottima relazione e di un metodo di lavoro degno di encomio; vorrei quindi congratularmi con l’onorevole Deprez.

In secondo luogo, mi compiaccio per l’importante accordo raggiunto tra Consiglio, Commissione e Parlamento europeo.

E infine desidero fare alcune riflessioni.

Come ho già detto in occasione del direttivo del mio partito, tenutosi la settimana scorsa a Granada, la vigilanza delle frontiere e delle frontiere esterne rientra fra le competenze esclusive degli Stati membri.

Che cos’è FRONTEX dunque? FRONTEX e i RABIT, essenzialmente, offrono opportunità di coordinamento, cooperazione e collaborazione.

I RABIT sono strumenti supplementari di cooperazione e collaborazione, con i quali si cerca di evitare che la permeabilità delle frontiere esterne dell’Unione si aggiunga alla permeabilità delle frontiere interne, dando luogo, complessivamente, a uno scenario di desolazione umanitaria. Ricordiamo che la pratica di attraversare l’Atlantico ricorrendo ai meccanismi criminali delle varie organizzazioni mafiose ha fatto registrare nell’Unione europea 10 000 morti provocate da questa traversata epica e disumana.

I RABIT, che hanno suscitato un ampio consenso e un diffuso accordo, rappresentano uno strumento supplementare di collaborazione e cooperazione.

Questa solidarietà obbligatoria non è una contraddizione in termini; si tratta piuttosto, signor Presidente, di una realtà necessaria sancita quest’oggi nell’accordo che, mi auguro, domani sarà sostenuto dalla stragrande maggioranza di quest’Assemblea.

Lo strumento finanziario cui ha fatto riferimento l’onorevole Deprez è assai più di una semplice dichiarazione di intenti per affrontare situazioni critiche e invasioni di massa di una parte del nostro territorio. Esso rappresenta infatti una risposta immediata, con cui offriamo solidarietà e risorse di bilancio.

Signor Presidente, concluderò come ho cominciato, congratulandomi per la realizzazione di uno strumento che offre un alto grado di solidarietà e si dimostra estremamente utile per il controllo delle frontiere dell’Unione.

 
  
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  Javier Moreno Sánchez, a nome del gruppo PSE.(FR) Signor Presidente, mi esprimerò nella lingua del nostro relatore, per congratularmi con lui e ringraziarlo del suo lavoro meticoloso e del felice esito della sua attività – l’ottima relazione che approveremo domani.

Onorevole Deprez, senza scadere nei facili giochi di parole, credo che lei sia riuscito, insieme ai relatori ombra, a istituire una vera squadra d’intervento rapido in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, dandoci così la possibilità di agire rapidamente per approvare in prima lettura un testo che è stato oggetto di ampio consenso in occasione del voto in commissione.

Siamo anche riusciti a far valere le nostre proposte presso il Consiglio, grazie al dialogo costruttivo che abbiamo allacciato con la Presidenza tedesca, la quale ha incluso tale regolamento fra le sue priorità e si è mostrata molto recettiva nei confronti delle nostre proposte.

(ES) Onorevoli colleghi, insieme abbiamo perfezionato questo testo, che dimostra ancora una volta la maturità con cui la nostra Assemblea riesce a legiferare in un settore delicato come quello della lotta contro l’immigrazione clandestina. Occorre quindi estendere il principio della codecisione a tutti gli aspetti della politica per l’immigrazione.

Siamo lieti che giovedì scorso in Lussemburgo il Consiglio “Giustizia e affari interni” abbia approvato il regolamento, e che le tre Istituzioni si siano concordemente impegnate a garantire un adeguato finanziamento delle operazioni.

Ci auguriamo che le squadre possano diventare operative quest’estate, o anche prima, come ha chiesto il Vicepresidente della Commissione Frattini.

A mio avviso, onorevoli colleghi, ci stiamo muovendo nella direzione giusta; lentamente, ma nella direzione giusta. Abbiamo compiuto un piccolo progresso verso l’obiettivo di una politica comune per l’immigrazione.

I nostri rispettivi governi hanno compreso che l’immigrazione rappresenta una sfida che investe tutta l’Europa e richiede una risposta globale e comune basata sulla solidarietà, sulla fiducia reciproca e sulla condivisione delle responsabilità.

A tal fine, il principio della solidarietà obbligatoria da parte degli Stati membri, sancito nell’articolo 3 del regolamento, riveste particolare importanza; questo strumento non è una panacea, ma rappresenta un progresso nella lotta contro l’immigrazione clandestina e la tratta di esseri umani.

Queste squadre contribuiranno a intensificare la solidarietà e l’assistenza reciproca, per metterci in grado di sorvegliare le frontiere esterne d’Europa, salvando vite umane – soprattutto nelle acque dell’Atlantico e del Mediterraneo – e offrendo un trattamento adeguato e umano agli immigrati che cercano di entrare illegalmente nel territorio dell’Unione.

I nostri cittadini vogliono che l’Unione europea risponda alle loro preoccupazioni. I RABIT rappresentano in questo senso una risposta concreta.

I nostri cittadini, e anche gli immigrati, hanno il diritto di esigere da noi un serio approccio alla questione dell’immigrazione clandestina. Invito perciò il gruppo PPE-DE a dimostrarsi coerente. Non potete criticare a Granada la regolarizzazione varata dal governo spagnolo, mentre contemporaneamente in Lussemburgo due governi guidati dalla vostra famiglia politica annunciano imminenti regolarizzazioni – che tra parentesi noi socialisti comprendiamo e rispettiamo pienamente.

Onorevoli colleghi del gruppo PPE-DE, non andate a rimorchio del partito popolare spagnolo che sta sparando a salve contro il governo del suo paese.

 
  
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  Bernat Joan i Marí, a nome del gruppo Verts/ALE.(FR) Signor Presidente, esordirò congratulandomi con il relatore, onorevole Deprez, per il suo lavoro, che si distingue per il rigore, l’interesse che suscita e la cura con cui è stato svolto su un argomento così complesso. Credo che si possa parlare di accordo a tappe.

(EN) Possiamo esaminare la questione nel lungo, medio o breve periodo. Credo che si tratti di una buona relazione e di una buona soluzione per i problemi che l’Unione europea deve affrontare e ha dovuto affrontare in passato. Le squadre di intervento rapido alle frontiere, che opereranno secondo norme comuni, rappresentano uno strumento efficace per far fronte al problema dell’immigrazione clandestina nell’Unione europea.

D’altro canto credo che l’Europa abbia bisogno di una politica comune per l’immigrazione. Quale rappresentante dell’Alleanza libera europea non ritengo che gli Stati membri debbano avere competenze esclusive per le frontiere; a mio avviso, in futuro, le frontiere dell’Unione europea dovranno entrare a far parte delle competenze comuni. Dovremo collaborare su questo tema, e considerare l’opportunità di una politica comune per l’immigrazione, in conformità ai fondamentali valori e principi dell’Unione europea, che dovrà essere più coerente per individuare le misure migliori da applicare in questi casi.

Dobbiamo inoltre contribuire allo sviluppo dei paesi ACP e, in particolare, dei nostri vicini del Mediterraneo meridionale. La soluzione dei problemi che affliggono questa regione del mondo ci consentirà di risolvere i nostri problemi attuali. La soluzione dei problemi di quei paesi da cui partono i flussi migratori verso l’Unione europea rappresenta un elemento essenziale per evitare situazioni che hanno talvolta un esito tragico.

Non solo gli Stati membri ma l’intera Unione europea, e quindi anche le regioni con poteri costituzionali come le isole Canarie, devono prendere coscienza del problema dell’immigrazione. Il governo delle Canarie avrebbe dovuto prendere posizione nella recente crisi che si è abbattuta su questa regione del mondo. Vorrei sottolineare che oggi è il trecentesimo anniversario della battaglia di Almansa, che segnò la sconfitta del regno di Valencia e l’inizio della fine per la nazione catalana. Credo che le regioni, le nazioni senza Stato e tutte le entità politiche dell’Unione europea abbiano qualcosa da dire su questioni del genere.

Come ho detto, credo che il documento in discussione sia una relazione completa, di ottimo livello qualitativo e molto interessante. Nutriamo tuttavia alcune preoccupazioni, forse per il nostro senso di responsabilità; per esempio temiamo che l’azione delle squadre possa impedire ai migranti di cercare protezione, negando loro il diritto di chiedere asilo ai sensi delle convenzioni internazionali. Abbiamo potuto constatarlo parlando a immigrati giunti clandestinamente nelle Canarie. Non è facile per queste persone chiedere asilo quando lo desiderano, a causa di un inadeguato flusso di informazioni e di altre circostanze.

Il gruppo Verts/ALE ritiene che le squadre di intervento rapido alle frontiere facciano parte degli strumenti previsti dal regolamento FRONTEX, e che debbano essere utilizzate soprattutto per offrire assistenza, in situazioni di emergenza, alle frontiere esterne. Si potrebbe quindi affermare che i vantaggi e gli svantaggi siano strettamente legati alla posizione che il gruppo ha assunto in merito alle operazioni di FRONTEX. Riteniamo che, da questo punto di vista, il regolamento sia uno strumento che consente un’azione immediata.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero ringraziare l’onorevole Deprez per il lavoro che ha svolto, che ci consente di approvare la sua relazione in prima lettura, il che dimostra le sue capacità di mediazione con i gruppi, con il Consiglio e con la Commissione.

Lo voglio ringraziare sebbene io mantenga intatte le mie riserve su questo regolamento, perché penso che in realtà esso serva esclusivamente ad attribuire una funzione a FRONTEX, questo piccolo carrozzone che è stato creato dalle Istituzioni comunitarie e che fino a ieri non svolgeva alcuna funzione. Io credo che l’istituzione delle squadre di intervento rapido sia esclusivamente un’azione propagandistica, perché è evidente che in realtà l’emergenza nell’Unione europea per quanto riguarda i flussi di immigrazione irregolare non viene dal sud dell’Europa e dai barconi che arrivano via mare. Questo è ampiamente dimostrato da tutti i dati e da tutte le statistiche che abbiamo a disposizione. Anche la Commissione europea indica che solo il 14% degli immigrati irregolari che vivono in Europa arriva via mare.

Non si capisce quindi la necessità di istituire queste squadre di intervento rapido. Questo vale anche per i paesi del sud, per l’Italia, per la Spagna e anche per Malta, un paese che noi dovremmo aiutare. Il Commissario Borg sa certamente meglio di me che noi dovremmo provare ad aiutare Malta, probabilmente modificando il regolamento di Dublino II, e non chiedendo squadre di intervento rapido che avranno difficoltà a intervenire sul tratto di mare e a distinguere se il mare è italiano o maltese.

Io credo pertanto che dovremmo provare ad attuare una politica coerente e seria su questa materia, probabilmente cambiando impostazione. Per questo motivo, ribadisco che l’unica funzione seria che possono avere queste squadre di intervento rapido è quella di salvare le vite in mare.

Onorevole Deprez, il tema non è se i poliziotti sono buoni o cattivi. In questi anni è stato ampiamente dimostrato che le tragedie del mare sono aumentate. Ci sono statistiche che indicano in modo inconfutabile che migliaia e migliaia di persone sono annegate nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico. Credo quindi che servano squadre di intervento rapido che abbiano come priorità il salvataggio di tanti uomini e di tante donne che tentano di arrivare in Europa.

Non mi sembra superfluo ribadire tale necessità nella relazione in esame e invito pertanto l’Aula e l’onorevole Deprez a sostenere il mio emendamento, che ribadisce in maniera inequivocabile che una delle funzioni prioritarie di queste squadre deve essere il salvataggio in mare.

Io credo che se scegliamo questa logica potremo contribuire in modo serio a fare della politica dell’immigrazione e del controllo delle frontiere esterne un’azione congiunta e utile per l’Unione europea.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, per cominciare vorrei congratularmi con il relatore per la rapidità con cui ha portato a termine la sua relazione. Questo ci fa ben sperare per le squadre di intervento rapido.

L’anno scorso ho avuto la fortuna di recarmi a Varsavia, insieme all’onorevole Deprez e altri, per visitare l’agenzia FRONTEX: è stata un’esperienza estremamente preziosa. L’agenzia aveva appena cominciato a muovere i primi passi e stava sviluppando la propria attività, con grandi aspettative da parte dell’opinione pubblica e dei politici; una situazione che può produrre risultati deludenti. Dopo tutto, FRONTEX dispone di un mandato limitato. Per lo spiegamento delle squadre di intervento rapido, l’agenzia deve fare affidamento sull’attività congiunta degli Stati membri.

Per quanto riguarda l’attuazione della proposta, mi preoccupano due punti specifici, ma credo che il Commissario Borg potrà rispondere e fugare i miei timori. La mia prima preoccupazione concerne la disponibilità di personale e attrezzature. Gli Stati membri che hanno aderito a FRONTEX si sono impegnati a cooperare, e soltanto in casi eccezionali possono sciogliersi da tale impegno. Vorrei quindi sapere dal Commissario quali eccezioni gli Stati membri sono riusciti a ottenere. Inoltre, vorrei sapere se tutto ciò è stato definito in maniera opportunamente dettagliata, affinché FRONTEX possa avere a disposizione personale e attrezzature nei tempi previsti.

La mia seconda preoccupazione riguarda il coordinamento all’interno degli Stati membri. Dopo tutto, FRONTEX ha bisogno di personale formato ad hoc. Inoltre, soprattutto nella regione del Mediterraneo, è necessario poter disporre di attrezzature adatte alla navigazione. Colpisce il fatto che sia soprattutto l’organizzazione di difesa degli Stati membri a rendere disponibili le attrezzature e il personale, mentre i ministri della Giustizia assumono impegni, in questo campo, nell’ambito del Consiglio. Di conseguenza, nel mio paese il ministro della Giustizia deve consultare i ministri della Difesa e degli Interni per poter disporre di persone e attrezzature. Ogni ministro si batte per l’area di propria competenza. Il Commissario può indicarci se questo problema di coordinamento esiste anche in altri Stati membri, e in che misura questo si ripercuote sulle organizzazioni di difesa?

 
  
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  Giuseppe Castiglione (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, vorrei innanzitutto ringraziare il relatore Deprez per l’impegno profuso in questa relazione e desidero esprimergli la mie più vive congratulazioni per essere riuscito in tempi così brevi a raggiungere un compromesso con il Consiglio su un tema di tale importanza e urgenza.

Le ondate di immigrazione illegale come quelle che sono state osservate la scorsa estate alle frontiere meridionali dell’Unione europea non coinvolgono soltanto gli Stati interessati, bensì tutti gli Stati membri dell’Unione e, come è noto all’onorevole Catania, dalla Sicilia si avverte l’urgenza di affrontare e di risolvere il problema.

Nei prossimi mesi, come ogni anno, gli sbarchi di immigrati clandestini sull’isola di Lampedusa, come pure sulle altre isole, si succederanno senza sosta durante il giorno e durante la notte, in condizioni meteo proibitive e in una situazione molto precaria sul piano della sicurezza. La gestione efficace delle frontiere esterne richiede pertanto politiche realistiche di prevenzione per la sicurezza interna e di contrasto al fenomeno dell’accesso clandestino e alla tratta di esseri umani.

La creazione di squadre di intervento rapido alle frontiere costituisce un primo concreto strumento di reazione comune, fondato sulla solidarietà, sul rispetto dei diritti umani e sulla reciproca assistenza tra gli Stati, che sono chiamati a parteciparvi mettendo a disposizione risorse finanziarie e umane. Le nostre forze nazionali di polizia non possono essere lasciate ancora sole nel gravoso compito di difesa delle frontiere, ma anche e soprattutto di accoglienza e di soccorso dei clandestini.

I nostri cittadini non possono continuare a vivere nell’insicurezza e nella precarietà e ci chiedono costantemente misure concrete di contrasto contro i gruppi criminali organizzati che gestiscono tali flussi illegali, troppo spesso alimentando il mercato del lavoro nero e della prostituzione. Per far fronte a tali richieste, spero che gli agenti delle squadre di intervento rapido possano entrare in azione già a partire da questa estate.

Al tempo stesso dobbiamo continuare a impegnarci su questo fronte e a ricercare le soluzioni migliori in tema di immigrazione. Non mi sembra che la proposta di legge del governo italiano vada in questa direzione, visto che piuttosto di condurre con noi una lotta seria alla clandestinità, il governo preferisce portare avanti politiche contraddittorie e improvvisate che non potranno che avere gravi ripercussioni in tutta l’Unione.

Signor Commissario, nell’urgenza di assicurare la continuità tra l’Unione europea e i suoi Stati membri la invito vivamente a voler tenere alta l’attenzione su questo scottante tema, perché l’impegno prioritario della solidarietà verso i più deboli si coniughi sempre più con un crescente bisogno di sicurezza.

 
  
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  Wolfgang Kreissl-Dörfler (PSE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, anch’io desidero ringraziare calorosamente l’onorevole Deprez per il lavoro che ha svolto in questo e in altri campi; come al solito, egli si è distinto per l’ottimo livello della sua opera.

Grazie a questo progetto siamo riusciti a fare un passo avanti. La solidarietà tra gli Stati membri si è rafforzata, e siamo riusciti a garantire la condivisione delle responsabilità. Non possiamo permettere che paesi come la Spagna, Malta o l’Italia vengano abbandonati al loro destino, e che debbano affrontare da soli questo problema. Non possiamo ignorare però il problema delle frontiere verdi, a loro volta interessate da massicce ondate migratorie.

Per noi socialisti, comunque, è cruciale che nessun aspetto dei diritti umani rimanga sulla carta, che non vi siano discriminazioni e che il Parlamento verifichi l’attuazione pratica del provvedimento. Che cosa succede a coloro che vengono rinviati in patria? Saranno riconsegnati ai governi, alcuni dei quali sono corrotti? Abbiamo assistito al disastro verificatosi in Marocco: i rimpatriati venivano semplicemente deportati nel Sahara dove le autorità li avrebbero volentieri lasciati morire di sete. Dobbiamo quindi tener conto anche di tali questioni.

Non dobbiamo pensare che FRONTEX e le squadre di intervento rapido siano la panacea per ogni male: sono uno strumento, non certo la soluzione del problema. Abbiamo bisogno di una politica comune per l’immigrazione, e non solo di una politica comune per le deportazioni. All’Europa non serve un nuovo muro difensivo, né una cortina di ferro nell’Atlantico o nel Mediterraneo; dobbiamo affrontare il problema alla radice. E per questo è necessario trovare rapidamente una soluzione ai problemi di quei paesi da cui giungono gli immigrati.

Consentitemi un’ultima osservazione. Se il cambiamento climatico si inasprirà, se i governi dei paesi d’origine affonderanno in una corruttela sempre più grave, dovremo aspettarci un afflusso ancora maggiore. Perché se fossimo al loro posto, anche noi agiremmo nello stesso modo, cercando fortuna altrove invece di morire di fame o di povertà.

Mi congratulo nuovamente per la relazione. Mi compiaccio per questo risultato, e ritengo che il Parlamento debba seguire la situazione per verificarne gli esiti.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, è davvero necessario utilizzare alle frontiere squadre di intervento rapido dotate di attrezzature modernissime, che hanno il diritto di effettuare arresti, portare armi e usarle col pretesto della legittima difesa, ricorrere alla violenza e agire come forze speciali dotate di attrezzature tecnologicamente avanzate, ossia agire come una forza militare, per affrontare immigrati vestiti di stracci o salvare coloro che ingaggiano una lotta impari contro il mare alla ricerca di una vita migliore? Volete davvero farci credere che queste forze verranno usate a tali scopi?

Riteniamo che questo regolamento e la relazione di cui discutiamo rivelino la vera natura della vostra politica aggressiva: voi state organizzando squadre di intervento rapido per operazioni esterne; squadre di intervento rapido che potranno essere utilizzate in qualunque tipo di crisi, e addirittura contro le popolazioni da cui provengono. Noi ci opponiamo.

A mio avviso, affermare che queste squadre combatteranno contro la mafia equivale a sottovalutare il buon senso. Se esiste la volontà politica, individuare i trafficanti e affrontare la mafia è possibile. Come può avvenire che gli immigrati clandestini riescano a rintracciare i trafficanti, mentre i vari corpi di polizia brancolano nel buio? La necessaria volontà politica è del tutto assente, perché è proprio la mafia a fornire carne da macello a buon prezzo, manodopera conveniente – insomma, immigrati. Se davvero volete salvare gli immigrati clandestini, perché non concedete maggiori fondi per l’istituzione di agenzie nazionali che intervengano a salvare la vita di queste persone? Noi non siamo d’accordo; riteniamo che questo provvedimento sia antidemocratico e miri a reprimere le masse, proprio come tutta la vostra politica.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, inizierò il mio intervento facendo eco agli onorevoli Díaz de Mera e Castiglione, entrambi del mio gruppo, che hanno lodato il relatore, onorevole Deprez; egli infatti ci ha presentato un’ottima relazione – come d’abitudine – e ha fatto uno sforzo notevole per raggiungere un compromesso fra tutti i gruppi politici e il Consiglio, mirando a ottenere un accordo in prima lettura.

Accogliamo con estremo favore quest’iniziativa, che giunge proprio mentre l’Europa deve affrontare la più grave crisi della sua storia in fatto di immigrazione. Il massiccio afflusso di immigrati clandestini sulle coste europee ci impone di adottare misure urgenti. Sebbene le regioni più direttamente colpite siano quelle dell’Europa meridionale, questo problema non si può considerare di competenza esclusiva di quegli Stati membri e delle regioni interessate. L’imponente immigrazione irregolare e la tragedia umanitaria che essa rappresenta si ripercuoteranno sulla sicurezza e la coesione dell’intera Comunità europea.

Plaudo alle varie misure operative concernenti la gestione delle nostre frontiere marittime esterne a sud, come l’istituzione di un centro di controllo operativo per coordinare una rete di pattugliamento lungo la linea costiera del Mediterraneo e la realizzazione di un registro centrale delle attrezzature tecniche disponibili da utilizzare per il controllo e il monitoraggio delle frontiere esterne, così che le risorse necessarie – per esempio imbarcazioni, elicotteri e aeroplani – siano utilizzabili in operazioni congiunte. Sono estremamente favorevole alla realizzazione di squadre di intervento rapido alle frontiere, che offriranno assistenza rapida – a livello tecnico e operativo – agli Stati membri che la richiederanno.

In questo modo si accrescerà la solidarietà e l’assistenza reciproca tra gli Stati membri. Questo regolamento riguarda lo spiegamento di squadre di intervento rapido alle frontiere per offrire rapidamente assistenza nel caso di situazioni analoghe a quelle verificatesi, per esempio, nelle isole Canarie. Ne convengo: tale assistenza si dovrà prestare per un periodo limitato, in situazioni eccezionali o d’emergenza e in seguito alla richiesta dello Stato membro interessato.

Signor Presidente, l’agenzia europea FRONTEX deve svolgere un ruolo cruciale nel coordinamento di tale assistenza, e deve agire con rapidità ed efficacia. Entro cinque giorni si prende una decisione e si redige un piano, specificando la durata, l’ubicazione geografica, la missione da intraprendere, la composizione, il numero e il profilo degli esperti che ogni Stato membro dovrà fornire alla squadra. Tutti noi – Parlamento, Commissione e Consiglio – dovremo offrire le risorse umane e finanziarie necessarie a livello istituzionale affinché la missione si svolga efficacemente.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (UEN).(PL) Signor Presidente, la ringrazio moltissimo per la sua pazienza. Proprio oggi alcuni deputati polacchi al Parlamento europeo, appartenenti a diversi gruppi politici, hanno incontrato il capo delle guardie di frontiera polacche, che è anche l’ufficiale responsabile per la comunicazione nella nostra ambasciata in Belgio. Egli ci ha informato dettagliatamente in merito alla gravità del problema di cui discutiamo oggi.

Sono un rappresentante della Polonia, il paese che, dopo la Finlandia, ha la frontiera esterna terrestre più lunga. Questo spiega quanto sia importante per noi un’efficace gestione delle frontiere esterne, realizzata sia mediante controlli e protezione, sia con la lotta all’emigrazione clandestina e alla tratta di esseri umani.

I gruppi di cui discutiamo oggi diventeranno ancora più necessari dal momento che l’Unione europea è diventata un paradiso economico sempre più attraente per gli immigrati di vari continenti, nonché dell’ex Unione Sovietica. Come l’onorevole Coelho, anch’io ritengo che sia imminente una profonda crisi. L’unico requisito per istituire le squadre di intervento rapido alle frontiere è il nostro totale assenso alla proposta dello Stato membro le cui frontiere sono interessate dal problema.

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, l’immigrazione clandestina ha assunto ormai le dimensioni di un’epidemia. Secondo stime piuttosto caute, il numero di immigrati clandestini in Europa avrebbe raggiunto i 15 milioni. Basta confrontare le cifre per il 2005 con quelle del 2006 per constatare che il loro numero si è moltiplicato di sei volte.

La tratta di esseri umani condotti clandestinamente nell’Unione europea è diventata molto redditizia e rientra nel fenomeno della criminalità organizzata. In questa situazione, molti Stati membri sono semplicemente oberati dall’eccessivo carico di lavoro. Ma non possiamo certo abbandonarli a loro stessi: hanno bisogno di aiuto. Ed è qui che interviene il piano dell’Unione europea.

Mi compiaccio della creazione di FRONTEX, soprattutto in vista dell’imminente realizzazione di uno strumento operativo, sotto forma di squadre di intervento rapido, che può offrire assistenza entro un’area limitata per un limitato periodo di tempo su richiesta degli Stati membri. Approvo inoltre che, come ha sottolineato l’onorevole Díaz de Mera García Consuegra, la responsabilità del controllo alle frontiere rimanga di competenza degli Stati membri. I RABIT offriranno assistenza di breve periodo – dobbiamo essere chiari su questo punto. Per il medio e lungo periodo avremo quindi bisogno di misure supplementari. Mi aspetto un accordo di cooperazione tra FRONTEX ed Europol, per combattere più efficacemente la tratta di esseri umani; mi aspetto inoltre che la residenza clandestina abbia delle conseguenze – dobbiamo considerare l’opportunità di fornire aiuti per il rimpatrio in tale contesto – e mi aspetto che si ponga fine immediatamente alle regolarizzazioni di massa, che invariabilmente producono un effetto domino e spostano il problema in altri paesi.

Inoltre, abbiamo bisogno di campagne di informazione come misura preventiva, affinché i potenziali migranti possano conoscere le modalità dell’immigrazione legale, le conseguenze dell’immigrazione clandestina e i rischi che essa comporta. Abbiamo anche bisogno di programmi di stabilizzazione e aiuto nei paesi d’origine dei migranti. Con i RABIT, l’Unione europea sta certamente dimostrando di aver intrapreso la strada che conduce a un’unione della sicurezza e, al contempo, di riflettere sul modo migliore per risolvere i problemi dell’immigrazione, e in particolare il problema dell’immigrazione clandestina, nel medio e lungo termine.

Consentitemi di ringraziare il relatore per la sua eccellente attività di coordinamento.

 
  
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  Simon Busuttil (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, in primo luogo mi unisco ai colleghi che mi hanno preceduto e ringrazio il relatore, onorevole Deprez, per il suo eccellente lavoro e in particolare per aver portato a termine questa relazione in tempo per la prima lettura.

Sostengo con entusiasmo questa legge perché è uno strumento di solidarietà. Essendo originario di uno Stato membro del sud, il mio sostegno è ancora più sentito, giacché sono consapevole del fatto che la solidarietà non è molto diffusa né a buon prezzo.

Grazie a questa legge, gli Stati membri adesso si impegnano ad assistere gli altri paesi che si trovano in difficoltà. Come ha dichiarato l’onorevole Deprez, questa solidarietà è un obbligo e non un’opzione; è proprio per questo che si tratta di vera solidarietà. Non è beneficenza, perché la beneficenza è volontaria; è un impegno vincolante. Grazie a questa legge, i paesi che devono affrontare situazioni d’emergenza per quanto riguarda l’immigrazione finalmente non si sentiranno più abbandonati a se stessi.

Questa legge quindi rappresenta un positivo passo avanti. Ma da sola non basta a vincere la sfida dell’immigrazione clandestina. Non dobbiamo far credere all’opinione pubblica che questa legge risolverà ogni problema: non è così. Sarà necessario fare di più anche per rafforzare le frontiere meridionali dell’Unione. Nello scorso novembre, la Commissione europea ha rilasciato una comunicazione sul rafforzamento delle frontiere marittime meridionali, e chiedo alla Commissione di portare avanti le iniziative elencate in questa comunicazione. Non dimentichiamo che il controllo delle frontiere esterne è nell’interesse di tutti gli Stati membri, e non solo dei paesi in difficoltà; dal momento che è nell’interesse di tutti, dev’essere anche responsabilità di tutti – una responsabilità condivisa.

 
  
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  Presidente. – La ringrazio molto, onorevole Busuttil; la ringrazio anche per la sua comprensione. So che questa sera avrebbe desiderato esprimersi in maltese, ma purtroppo il nostro staff non era disponibile; la ringrazio quindi per la disponibilità.

 
  
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  Francesco Musotto (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, ritengo che stasera abbiamo raggiunto un obiettivo importante, perché l’accordo sulle squadre di intervento rapido alle frontiere ha dimostrato che tutte le Istituzioni dell’Unione europea hanno compreso che l’immigrazione clandestina è un dramma di cui non possono farsi carico soltanto le regioni esposte ai massicci flussi migratori a causa della loro posizione geografica.

Come abbiamo avuto modo di sottolineare nella relazione sulle isole approvata in quest’Aula, l’Europa non poteva continuare a restare indifferente di fronte all’emergenza permanente di regioni come la mia Sicilia, con il picco di Lampedusa, le Canarie o Malta, gravate in modo insostenibile dallo sbarco dei clandestini. Non poteva restare indifferente di fronte alla tragedia umana delle imbarcazioni di fortuna che affondano nel Mediterraneo, né di fronte alla criminalità organizzata che sfrutta la disperazione di quei popoli. Con l’apertura delle frontiere interne, i confini esterni sono la nostra frontiera comune, per cui solo a livello europeo è possibile trovare soluzioni adeguate e a lungo termine per la questione dell’immigrazione.

Certamente la creazione delle squadre di intervento rapido non è che un punto di partenza. L’Europa dovrà procedere speditamente verso l’approvazione della politica di immigrazione legale, visto che una questione di tale importanza non può essere lasciata soltanto in mano ai governi. Il governo italiano ha appena approvato una legge che cambia e modifica legislazioni precedenti, ma non si tratta di soluzioni che possono essere definitive e che possono portare all’accoglienza e alla costruzione di un futuro migliore.

L’Europa nella sua interezza deve fare il contrario. Deve definire una politica di immigrazione legale, in grado di gestire tutti i flussi che, come il vento, non si possono fermare ma vanno governati.

 
  
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  Barbara Kudrycka (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, le squadre di intervento rapido potrebbero diventare uno strumento efficace per gli Stati membri e per FRONTEX, sebbene, incidentalmente, non si tratti davvero di una novità per questa Agenzia europea. Abbiamo già partecipato a operazioni congiunte in passato. Le squadre di intervento rapido sono necessarie, ma a condizione che non vengano usate per scaricare la responsabilità del pattugliamento delle proprie frontiere che, secondo i vigenti Trattati, rientra fra le responsabilità degli Stati membri. E’ quindi importante che si ricorra a queste squadre soltanto in reali situazioni di crisi che esulano dalla portata delle precedenti analisi di rischio. Soltanto in questo caso gli Stati membri avranno il diritto e il dovere di attuare i meccanismi della solidarietà europea.

Sono ben consapevole che l’onere di controllare le frontiere esterne dell’Unione europea è ripartito in maniera disuguale fra gli Stati membri. Ci sono Stati meridionali con frontiere marittime difficili, e paesi con frontiere terrestri molto estese. Le squadre, insieme ad altri elementi in un sistema integrato di gestione delle frontiere – che ricordo in questa sede, in quanto rappresenta un’importante risorsa per le nostre frontiere esterne –, contribuiranno a consolidare la cooperazione e a coordinare gli sforzi, nonché a combattere l’immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani. Mi aspetto comunque che FRONTEX e i RABIT tengano conto dei diritti e dei bisogni di coloro che attraversano le frontiere in buona fede. Per questo motivo è altresì necessario migliorare il coordinamento dei servizi di frontiera per questo tipo di viaggiatori. Per quanto riguarda i RABIT vorrei sottolineare la necessità di un’attività informativa per presentare all’opinione pubblica le squadre di intervento rapido, e definire i diritti e i doveri dell’uomo comune quando incontra queste squadre, per evitare malintesi e situazioni ambigue. A tale scopo si renderanno necessarie campagne d’informazione. Infine, vorrei esprimere la mia soddisfazione per il consenso raggiunto sull’istituzione di queste squadre, e congratularmi con l’onorevole Deprez per la sua eccellente relazione.

 
  
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  Joe Borg, Membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, come ho già detto, la Commissione accoglie con estremo favore il compromesso che è stato raggiunto su questo dossier dalle tre Istituzioni. Si tratta di una fase importante nella cooperazione tra Stati membri, e di un ottimo esempio di solidarietà nella gestione dei controlli alle frontiere.

Per quanto riguarda le questioni sollevate nel corso della discussione, in particolare dall’onorevole Blokland, vorrei dire che la settimana scorsa, in seno al Consiglio “Giustizia e affari interni”, gran parte degli Stati membri aveva già messo a disposizione di FRONTEX l’attrezzatura necessaria e quant’altro per le operazioni congiunte. Inoltre, il Vicepresidente Frattini ha invitato gli Stati membri che non lo hanno già fatto a considerare l’opportunità di offrire il proprio contributo.

Sull’altro punto che riguarda il coordinamento, devo chiarire che FRONTEX coordinerà le operazioni che coinvolgono le autorità competenti dei numerosi Stati membri interessati.

Concluderò congratulandomi con il relatore, onorevole Deprez, per il suo arduo lavoro, e compiacendomi per l’accordo raggiunto tra le Istituzioni sul regolamento delle squadre di intervento rapido alle frontiere. Lo ripeto: si tratta di un ottimo esempio di solidarietà e di cooperazione operativa.

 
  
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  Presidente. – Grazie, Commissario.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, giovedì, alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Louis Grech (PSE), per iscritto. – (EN) Le forme attuali di controllo e sorveglianza alle frontiere esterne mancano delle risorse necessarie e sufficienti per opporsi efficacemente all’immigrazione clandestina e alla tratta di esseri umani. Questo problema non riguarda un unico paese, né una sola regione, ma tutti gli Stati membri.

In tale contesto, la relazione Deprez mette in risalto le varie carenze e affronta le questioni reali che riguardano lo spiegamento delle squadre di intervento rapido alle frontiere. Dobbiamo riconoscere che la creazione di queste squadre di intervento rapido rappresenta un passo avanti nella giusta direzione, e quindi è necessario stanziare tutti i fondi necessari per far funzionare questo progetto.

La gestione efficace dei controlli alle frontiere esterne risolve soltanto una piccola parte di questa importante questione. Purtroppo le Istituzioni, e soprattutto il Consiglio, non stanno affrontando questo tragico problema con il dovuto impegno e con l’urgenza che meriterebbe. La seria attuazione del principio di condivisione degli oneri è ben lontana da un’attuazione concreta e tangibile.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto.(PL) Signor Presidente, il diritto dell’Unione europea sancisce che gli Stati membri – Polonia inclusa – sono responsabili del controllo delle proprie frontiere esterne.

Purtroppo gli aiuti forniti attualmente a livello europeo, per affrontare situazioni critiche alle frontiere esterne e proteggere tali frontiere, non sono sufficienti. La questione non si può ignorare perché il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea consiste appunto nella lotta alla tratta di esseri umani e all’immigrazione clandestina da un lato, e dall’altro nello scongiurare eventuali minacce alla sicurezza interna degli Stati membri, all’ordine pubblico, alla sanità pubblica e alle relazioni internazionali. I controlli di frontiera quindi non tutelano soltanto gli interessi dello Stato membro la cui frontiera è interessata, ma sono ugualmente importanti per tutti gli Stati membri che hanno eliminato i controlli alle proprie frontiere interne.

L’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (FRONTEX) è già stata istituita per ordine del Consiglio. Adesso dobbiamo passare alla fase successiva – la creazione di squadre di intervento rapido da inviare sul territorio di uno Stato membro che richieda tale assistenza, ma che non sono concepite per fornire sostegno nel lungo periodo. Tuttavia, il coordinamento della composizione, della formazione e dell’invio di tali squadre di intervento rapido alle frontiere deve rientrare nel mandato dell’Agenzia.

Un simile approccio favorirebbe la solidarietà e l’assistenza reciproca fra gli Stati membri.

 
  
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  Luca Romagnoli (ITS), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, troppo spesso l’immigrazione è pubblicizzata come una risorsa, addirittura irrinunciabile, e se ne misconoscono i riflessi drammatici su chi la subisce realmente. I popoli e gli Stati vedono spesso partire non le persone più povere ma i giovani formati, oltre che, al di là di ogni demagogia, persone che sono potenziale manovalanza per la criminalità nei paesi “ospitanti”.

La necessità di istituire norme comuni sui compiti delle guardie di frontiera e delle squadre di intervento rapido sono spiegate dalle ondate di individui che premono alle frontiere dell’Unione. Flussi migratori che alimentano odiosi traffici di esseri umani, in condizioni drammatiche ben note, di cui ritengo moralmente complici tutti coloro che pubblicizzano la liceità e l’opportunità, o addirittura il dovere d’accoglienza, senza tener conto né delle motivazioni, né delle possibilità di accoglienza. L’Italia ha perfino deciso di accogliere chiunque si presenti alle sue frontiere, senza che alcuno garantisca l’occupazione e l’ospitalità!

In tale contesto, mi chiedo a che cosa servano le misure annunciate. In Italia, esse serviranno solo a fare assistenza e saranno d’ausilio all’arrivo clandestino di genti che poi andranno a ingrassare le casse delle ONG. A cosa servirà un’Agenzia europea per la gestione della cooperazione alle frontiere esterne se le politiche sull’immigrazione degli Stati membri sono così differenti? A nulla, se non a spendere ancora soldi dei contribuenti e a fare demagogia che produce solo disagio e disordine sociale.

 

20. Finanze pubbliche nell’UEM nel 2006 (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0076/2007), presentata dall’onorevole Lauk a nome della commissione per i problemi economici e monetari sulla finanze pubbliche nell’UEM nel 2006 [2007/2004(INI)].

Vorrei far presente che l’onorevole Schwab sostituisce il relatore.

 
  
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  Andreas Schwab (PPE-DE), in sostituzione del relatore. (DE) Signor Presidente, signor Commissario, a quest’ora tarda, sono lieto che discutiamo dello spazio economico e monetario dell’Unione europea. Con questa relazione d’iniziativa il Parlamento europeo si pronuncia per la prima volta sulla revisione del Patto di stabilità e di crescita adottato dai capi di Stato e di governo nel marzo 2005. La revisione riguardava sia il capitolo preventivo che quello correttivo del Patto.

Lo scopo del Patto era e rimane quello di evitare disavanzi eccessivi, perseguendo a medio e lungo termine il pareggio di bilancio e la solidità delle finanze pubbliche. La presente relazione costituisce un resoconto basato su un anno, quindi tiene conto di un periodo di riferimento molto breve – fin troppo, a dire il vero – riguardante per di più il 2006, un anno contrassegnato da una congiuntura economica molto favorevole. Questi sviluppi incoraggianti hanno inciso positivamente sulla politica finanziaria degli Stati membri. Tuttavia è ovvio che una valutazione basata esclusivamente su questo breve lasso di tempo non può essere definitiva. La vera “prova di sostenibilità” del Patto riveduto ci attende nei prossimi anni.

La relazione fornisce una valutazione della situazione odierna. In tale compito il relatore, onorevole Kurt Joachim Lauk, che purtroppo stasera non può essere presente, ha volutamente evitato di esplicitare i nomi dei singoli Stati membri e le loro performance individuali. Infatti la relazione non si prefiggeva di dare voti a nessuno, in quanto secondo lo spirito del relatore un simile approccio non sarebbe stato utile. Appare invece ragionevole procedere a un esame complessivo dei risultati finora raggiunti.

La commissione per i problemi economici e monetari si è dedicata con grande impegno a questa relazione, intrattenendo scambi molto costruttivi e proficui. A nome del collega Lauk vorrei ringraziare in particolare il relatore ombra del gruppo socialista, onorevole Rosati, nonché la relatrice ombra del gruppo liberale, onorevole in ’t Veld, per l’ottima e positiva collaborazione. Il documento è stato approvato a stragrande maggioranza in seno alla commissione parlamentare.

Intendo limitarmi a riprendere in breve i punti principali. I rilevamenti statistici evidenziano il divario eccessivo tra deficit e crescita e la correlazione tra un deficit elevato e un tasso di crescita ridotto. Dalle cifre del 2006 emerge che i 21 Stati membri che hanno registrato un deficit contenuto o un lieve surplus presentano anche una crescita sostenuta. Questo dato avvalora l’ipotesi che la riduzione del disavanzo promuova le attività e le prestazioni economiche, frenando quindi la disoccupazione.

In questo contesto la relazione ha messo in luce tre aspetti di primaria importanza. In primo luogo, con questo documento la commissione per i problemi economici e monetari raccomanda vivamente di approfittare dei periodi economicamente favorevoli per conseguire un risanamento strutturale dei conti pubblici. Gli Stati membri devono utilizzare lo slancio economico, dovuto soprattutto a un maggiore gettito fiscale, per ridurre il debito pubblico. Dobbiamo sempre tenere presente che stimolare la crescita provoca un incremento della domanda e del tasso di occupazione. Assumendo un atteggiamento critico, va detto che gli Stati membri non stanno sfruttando a sufficienza il quadro congiunturale favorevole per consolidare i propri bilanci.

In secondo luogo, auspichiamo che entro il 2015 gli Stati membri dichiarino incostituzionale o illegale ogni nuovo disavanzo pubblico, come hanno già fatto alcuni paesi e regioni nell’Unione europea. L’emendamento al paragrafo 20, presentato dal relatore, onorevole Kurt Joachim Lauk, intende precisare l’ambito di applicazione di questa richiesta. Esso afferma che tale norma dovrà essere vincolante solo per i paesi della zona euro, non per tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione europea. Mi sembra un’idea ragionevole, e pertanto, a nome del relatore, vi invito ad approvare questo emendamento presentato dal gruppo PPE-DE.

In terzo luogo, nella relazione si chiede di ricondurre a una base comparabile i calcoli dei disavanzi degli Stati membri. Si tratta di un punto importante, in quanto nello scenario di una crescente integrazione nell’Unione economica e monetaria occorre una base comune per poter valutare l’entità precisa dell’indebitamento.

Negli ultimi venti secondi a mia disposizione vorrei fare due osservazioni conclusive. Nel complesso, nel 2006 il Patto di stabilità e di crescita riveduto ha funzionato bene. Resta un sistema fondato su regole. Dalla riforma, tutti i disavanzi superiori al 3 per cento del prodotto interno lordo sono stati considerati eccessivi. Permane nondimeno la preoccupazione per il ritmo lento con cui si riduce il debito pubblico in tutti gli Stati membri.

A breve termine, quindi, il Patto di stabilità e di crescita funziona. Resta da vedere se funzionerà a lungo termine. La vera e propria prova delle sue qualità si avrà nei prossimi anni. Ci attendiamo che gli Stati membri compiano gli sforzi necessari affinché il Patto vada a buon fine.

 
  
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  Joe Borg, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione accoglie con molto favore la relazione dell’onorevole Lauk ed esprime la sua gratitudine per l’ottimo lavoro svolto dalla commissione per i problemi economici e monetari. Grazie alla forte ripresa economica attualmente in corso in Europa e nell’area dell’euro, gli Stati membri hanno un’eccellente opportunità di migliorare i conti pubblici e di prepararsi a sfide future, quali l’invecchiamento della popolazione. In questo contesto la relazione Lauk si rivela davvero tempestiva.

E’ ovvio che la Commissione concorda con la relazione ladd