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Procedura : 2006/2217(INI)
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Ciclo del documento : A6-0130/2007

Testi presentati :

A6-0130/2007

Discussioni :

PV 22/05/2007 - 19
CRE 22/05/2007 - 19

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PV 23/05/2007 - 5.10
CRE 23/05/2007 - 5.10
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Testi approvati :

P6_TA(2007)0205

Discussioni
Martedì 22 maggio 2007 - Strasburgo Edizione GU

19. Relazione annuale 2005 sulla PESC (discussione)
PV
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0130/2007), presentata dall’onorevole Brok a nome della commissione per gli affari esteri, sulla relazione annuale del Consiglio al Parlamento europeo sugli aspetti principali e le scelte di base della PESC, comprese le implicazioni finanziarie per il bilancio generale dell’Unione europea – 2005 [2006/2217(INI)].

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, poiché oggi discutiamo la relazione annuale del Consiglio sulla PESC in assenza del Consiglio, a maggior ragione voglio ringraziare la Commissione e il Commissario, signora Ferrero-Waldner, per la sua presenza in Aula stasera. Il fatto che discutiamo in tarda serata l’unica relazione ufficiale sulla politica estera e di sicurezza comune è senz’altro emblematico della nostra Istituzione.

Credo che negli anni scorsi, e proprio nel periodo che viene preso in esame in questo contesto, la cooperazione con la Commissione nel settore della politica estera e di sicurezza comune, e in molti ambiti anche con il Consiglio, sia stata estremamente positiva.

In tutto questo tempo abbiamo compiuto notevoli progressi nello sviluppo della politica di vicinato nonché della politica relativa all’area dei Balcani, e siamo anche riusciti a migliorare la nostra capacità di assumere posizioni nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa. In questo modo attualmente l’Unione europea si fa carico di una quantità di compiti che anche solo cinque anni fa non sarebbe stata immaginabile. Grazie a questo, possiamo ritenere un enorme successo l’abilità oggi acquisita dall’Unione europea, che sia in Medio Oriente o nella questione irachena, di coinvolgere anche altri paesi in questa strategia che combina prevenzione, gestione civile delle crisi e capacità militari, invece di affidarsi unicamente a strumenti militari, ovvero quell’insieme che riassumerei con l’idea del soft power dell’Unione europea come criterio globale.

Nel contempo dobbiamo chiederci se siamo in grado, nonostante i progressi compiuti, di far fronte a tutte le sfide. Per questo motivo vi invito a riconoscere che proprio nei settori legati alla politica estera e di sicurezza riveste un’estrema importanza, anzi è persino vitale, che il Trattato costituzionale si traduca in realtà. Quindi, tenendo ben presente tale questione, in questi giorni e settimane in cui ci avviciniamo alla prossima Conferenza intergovernativa, dobbiamo chiarire che questo aspetto è una componente irrinunciabile del Trattato costituzionale, perché se c’è un punto sul quale siamo concordi con la Commissione è la necessità di gestire in modo più coerente le nostre capacità.

Ritengo importante che si realizzino alcune misure anche prima di allora. Per esempio vorrei incoraggiare la Commissione ad accelerare il potenziamento delle sue delegazioni, presenti in 120 paesi, in modo che tali risorse siano già rese disponibili alle altre Istituzioni come anticipazione del servizio per l’azione esterna previsto dal Trattato costituzionale. Poiché il Consiglio non è rappresentato in questa sede e non può sentire, posso aggiungere che sarebbe un’ottima opportunità per dimostrare che un simile servizio per l’azione esterna dovrebbe rientrare anche in futuro nelle competenze della Commissione e che non occorre prevedere un’istituzione indipendente. Avremo senz’altro maggiore capacità di intervento in questo ambito se seguiamo fin d’ora una ragionevole prassi mirata a mettere di fronte al fatto compiuto.

L’Unione europea è presente in 120 paesi con delegazioni della Commissione e costituisce la maggior potenza commerciale mondiale, con una quota del 20 per cento del commercio mondiale. Il nostro prodotto interno lordo, non pro capite, bisogna ammetterlo, ma a livello complessivo, è più alto di quello degli Stati Uniti. Se riusciamo a tradurre questi dati in linguaggio politico, nel senso appunto di una posizione fondata non solo sulla potenza militare ma sul soft power, potremo rendere l’alleanza transatlantica in grado di agire – su un piano di parità – e in questo modo eserciteremo un’influenza come partner paritari, com’è successo di recente con l’accordo commerciale transatlantico, da considerarsi un importante passo avanti per noi al fine di proseguire le nostre relazioni con gli Stati Uniti, che rimangono nostri partner e alleati anche per il futuro. Non è possibile da parte nostra mantenerci equidistanti da Russia e America, perché anzi, in base ai valori, i nostri primi partner sono gli Stati Uniti. Si tratta di un punto che va chiarito quando affrontiamo questo contesto, per evitare qualsiasi malinteso al riguardo.

(Applausi)

Quando si tratta di problematiche come quelle presenti riveste importanza secondaria il fatto di condividere o meno l’attuale politica di governo.

Nel contempo, dobbiamo però renderci conto che possiamo esercitare tale influenza solo con un’azione comune. Solidarietà significa anche essere solidali verso il mondo esterno. Vorrei ringraziare la Presidente in carica del Consiglio e la Presidenza tedesca nel suo complesso per averlo dimostrato a Samara insieme alla Commissione. In tale ambito non si è persa l’occasione di far capire chiaramente che non ci lasceremo dividere. Così come non dobbiamo permettere agli americani di dividerci in “vecchia” e “nuova” Europa, non dobbiamo neppure consentire ai nostri vicini in Medio Oriente di pensare che la qualità della sicurezza differisca da regione a regione e che in certe regioni possa esercitare maggiore influenza che in altre. Qualunque paese in Europa e nel mondo deve essere libero di decidere a quale alleanza aderire e a quale comunità appartenere e nessun vicino – per quanto grande – deve cercare di fargli cambiare idea con la propria influenza. E’ uno dei punti chiave degli accordi di Helsinki del 1975, ovvero che ogni paese deve decidere autonomamente a quale comunità vuole aderire. Eppure dobbiamo capire che questo grosso vicino è importante per noi nel settore dell’energia e anche rispetto ad altre questioni. Perciò dobbiamo fare in modo di ampliare il partenariato strategico con la Russia; in effetti preferirei avere dalla nostra parte una simile Russia democratica che non al fianco dell’Iran.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, sono lieta di avere l’opportunità di discutere con voi la relazione dell’onorevole Brok, sebbene a un’ora così tarda che meglio si presterebbe al riposo notturno.

La politica estera e di sicurezza comune è un elemento essenziale della politica estera comunitaria, nella quale la Commissione è pienamente coinvolta in conformità dei Trattati. Prendiamo parte alla discussione a tutti i livelli nell’ambito delle strutture del Consiglio, siamo membri permanenti della troika e curiamo la gestione e l’attuazione del bilancio della PESC. Inoltre contribuiamo al raggiungimento degli obiettivi di politica estera dell’Unione anche con tutte le misure nell’ambito del primo pilastro. Per noi riveste un’importanza decisiva che l’Unione sia dotata di una politica estera pienamente integrata che abbracci sia la politica estera e di sicurezza comune che la dimensione comunitaria, e quindi anche le misure adottate dagli Stati membri. Per ricorrere a una metafora, vorremmo essere come ruote di un ingranaggio ben oliato.

Vorrei riprendere in breve alcuni argomenti di questa ampia relazione.

Per quanto riguarda gli aspetti di politica estera del Trattato costituzionale, sono anch’io dell’opinione che la loro attuazione aumenterebbe l’efficacia, la coerenza e la visibilità della PESC. Tuttavia non dovremmo trarne la conclusione che non sia possibile nel frattempo migliorare la situazione o che addirittura non l’abbiamo già fatto.

In questo ambito sono importanti soprattutto gli sviluppi e i risultati in loco, e in proposito si sono registrati notevoli miglioramenti. Solo di recente abbiamo potuto constatare una migliore cooperazione tra Consiglio, Stati membri e Commissione, per esempio quando si è trattato di concordare le rispettive azioni e misure nei preparativi in vista di una soluzione riguardo allo status del Kosovo, e nel rafforzamento dei tentativi di promuovere lo Stato di diritto in Afghanistan con misure nei settori della polizia e della giustizia. Infatti il lavoro di polizia rientra nelle competenze del Consiglio e del segretariato del Consiglio, mentre noi ci occupiamo del settore della giustizia, e i mezzi militari vengono impiegati nel quadro della NATO. Altri esempi sono il sostegno al processo di pace in Medio Oriente, con una missione UE inviata per il sostegno alla protezione dei confini presso la frontiera di Rafah, la promozione della riforma del settore della sicurezza nella Repubblica democratica del Congo, o anche il finanziamento delle operazioni per il mantenimento della pace in Somalia e in Sudan attraverso il Fondo per la pace in Africa, o l’impegno a fini di osservazione e controllo a Aceh.

Tutte queste iniziative molto onerose ma politicamente importanti rendono necessario che, al fine di raggiungere gli obiettivi, preleviamo le risorse necessarie non solo dal bilancio della politica estera e di sicurezza comune, ma anche dagli strumenti comunitari, tra cui anche il nuovo strumento di stabilità. Vorrei aggiungere che in questo contesto lo strumento di stabilità si è già rivelato uno strumento molto flessibile che ci consente di reagire rapidamente alle crisi e di estendere le capacità ove necessario.

Con la cooperazione nelle situazioni di crisi e di fronte ad altre sfide di politica estera di fatto spianiamo già la strada all’attuazione delle disposizioni di politica estera del Trattato costituzionale. In questo modo rafforziamo anche il ruolo dell’Unione europea nel mondo, così come auspicano i cittadini europei e viene anche giustamente sottolineato nella relazione.

Nella politica estera dell’UE svolge un ruolo molto particolare anche il Parlamento europeo. Per questo motivo attribuisco grande valore al nostro regolare scambio con voi sia nelle sedute plenarie che nelle riunioni in sede di commissioni parlamentari. Nello svolgimento di tale compito dovremmo sempre tener presente la nostra sfida comune, che consiste nell’aumentare l’efficacia complessiva della nostra influenza nel mondo.

Come sottolinea giustamente la relazione, è importante anche un finanziamento adeguato della politica estera e di sicurezza comune. Perciò le risorse per il nuovo periodo finanziario sono state notevolmente aumentate, in particolare in confronto ad altri settori strategici. Per quanto riguarda il bilancio per il 2007, tutti sappiamo che il 2007 diventerà un anno eccezionale per quanto riguarda le sfide in materia di politica di bilancio. Le due aree più critiche sono certamente il Kosovo e il processo di pace in Medio Oriente. Non appena saremo riusciti a concordare uno status definitivo e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York avrà adottato una risoluzione, in Kosovo sarà avviata una grande, forse la più grande operazione nell’ambito della PESD, alla cui preparazione stanno già lavorando senza sosta la Commissione e il Consiglio. In merito al processo di pace in Medio Oriente, dobbiamo fare in modo che venga mantenuto il sostegno alla popolazione palestinese.

Qualora si rendessero necessarie ulteriori risorse per il bilancio della PESC, dovremo cercare una soluzione idonea insieme al Parlamento, ovvero tenendo conto dell’esigenza di poter intervenire in caso di altre crisi ed emergenze impreviste in altri settori di politica estera.

Potrei ora soffermarmi sui singoli temi, ma credo di interpretare i vostri desideri se per il momento mi fermo qui, per rispondere ancora eventualmente ad alcune domande specifiche dopo il dibattito.

 
  
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  Antonis Samaras (PPE-DE), relatore per parere della commissione per i bilanci. – (EL) Signor Presidente, in qualità di rappresentante della commissione per i bilanci desidero esprimere la nostra soddisfazione per il fatto che gli stanziamenti a favore della politica estera e di sicurezza comune sono stati aumentati di quasi 1 800 milioni di euro per il periodo 2007-2013, il che significa che il finanziamento è stato quasi triplicato rispetto ai sette anni precedenti.

Tuttavia riteniamo che, proprio in ragione di ciò, questa positiva evoluzione debba essere accompagnata da un rafforzamento delle misure di controllo parlamentare e da una maggiore cooperazione fra la nostra commissione e il Consiglio, come prevede l’articolo 28 del Trattato sull’Unione europea. Mi vedo quindi costretto a biasimare l’ingiustificata assenza del Consiglio alla seduta di questa sera, che certamente ci giunge come un messaggio molto negativo.

La nostra posizione è chiara: non possiamo accettare che il Consiglio presenti relazioni annuali esclusivamente limitate a una descrizione ex-post delle attività della PESC. A seguito della firma del nuovo accordo interistituzionale, il Consiglio è ora tenuto a fornirci le necessarie informazioni prima di prendere le decisioni finali.

Recentemente abbiamo ricevuto questo tipo di informazioni sostanziali di natura finanziaria solo a proposito del Kosovo, dall’ambasciatore tedesco in carica: mi compiaccio per questa iniziativa dell’ambasciatore in questione e spero che si trasformi in un’attività con cadenza regolare.

Due ultime osservazioni: innanzi tutto ci preoccupa il fatto che sia stato quasi impossibile finora valutare le cosiddette “azioni PESC miste” che comportano spese risultanti sia da azioni civili che da azioni correlate al settore militare o della difesa; in secondo luogo, è indispensabile, a nostro parere, che i rappresentanti speciali dell’Unione europea rientrino nel bilancio della PESC ed è pertanto necessario definire i criteri che ne disciplineranno la nomina e la valutazione.

 
  
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  Bogdan Klich, a nome del gruppo PPE-DE. – (PL) Signor Presidente, la relazione dell’onorevole Brok riguarda il 2005, ma ovviamente noi siamo qui oggi per discutere del futuro della politica estera e di sicurezza comune. Che forma assumerà?

Non vi è dubbio che, se vogliamo che l’Unione europea contribuisca attivamente ad assicurare la pace, la stabilizzazione e la sicurezza a livello internazionale, deve disporre degli strumenti necessari in termini di istituzioni sociali e politiche adeguate. Presupposto di tali strumenti è sempre la volontà politica degli Stati membri o la mancanza di tale volontà politica. Per avere più Europa ora e in futuro occorre la volontà dei leader politici europei. Analogamente, anche la politica estera e di sicurezza comune dipende dalla volontà politica di chi ci guida. Quali sono dunque le sfide che devono affrontare i nostri leader nel contesto della PESC e della PESD?

Innanzi tutto, a prescindere dal risultato che si conseguirà in termini di modifica dei Trattati, ritengo che il processo di riforma dovrebbe partire prendendo in esame le disposizioni del Trattato costituzionale riguardanti direttamente o indirettamente la PESC. Si dovrà riconoscere personalità giuridica all’Unione europea e abolire la sua struttura a pilastri. Si dovrà creare la nuova figura del cosiddetto ministro europeo degli Affari esteri e istituire il servizio europeo per l’azione esterna.

Nell’area della PESC occorrerà mantenere il principio generale dell’unanimità, ma estendere nel contempo il campo di applicazione del voto a maggioranza qualificata.

E’ molto importante introdurre una clausola di solidarietà da applicarsi in caso di minacce o di atti terroristici e adottare il principio di mutua assistenza a seguito di aggressione armata sul territorio di uno Stato membro (si tratta del principio di cui all’articolo I-41 del Trattato costituzionale).

Inoltre è essenziale che la cooperazione strutturale mantenga la forma di missioni, pur rinunciando alla loro natura esclusiva. Il Trattato dovrà inoltre prevedere un più vasto elenco dei compiti di Petersberg e anche le competenze dell’Agenzia europea di difesa dovranno essere rafforzate con disposizioni del Trattato.

Si dovrà poi garantire l’efficacia delle missioni di pace. Non mi riferisco solo alle attuali missioni in Bosnia e in Libano, ma anche alla prossima missione in Kosovo.

Da ultimo, nel nuovo Trattato dovrà essere inserita una clausola di solidarietà in materia di energia. Sarà una risposta adeguata alle minacce alla sicurezza energetica che hanno un impatto sempre più grave sui nostri concittadini.

 
  
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  Helmut Kuhne, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, noi membri del gruppo socialista al Parlamento europeo sosteniamo la relazione dell’onorevole Brok, anche se su alcuni punti riguardanti misure politiche concrete siamo di opinione diversa. Per esempio pensiamo che si dovrebbe dar voce ai timori e alle preoccupazioni che suscita la prevista installazione di sistemi di difesa antimissile americani in alcuni paesi dell’Unione europea, da cui scaturirà una nuova ondata della corsa agli armamenti. In quanto socialdemocratici siamo del resto estremamente lieti di constatare che alla Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti vengono sollevate in parte le stesse questioni che ci poniamo noi riguardo a questo sistema.

Ma perché ciononostante sosteniamo la relazione? Diamo il nostro sostegno perché questo documento viene presentato in un momento del tutto particolare e ha incontrato una vasta maggioranza in seno alla commissione parlamentare, e questa particolare situazione costituisce per noi la dirittura finale per riuscire a gettare con le disposizioni dei Trattati nuove basi per l’Unione europea e per la politica estera e di sicurezza comune. Il nostro gruppo auspica vivamente questo passo avanti. Spero che scuserete la mia franchezza se dico che domani la sosterremo con più decisione di alcune parti del suo stesso gruppo.

Affrontando questioni di siffatta portata si dovrebbe forse anche ricordare la posta in gioco. Lei giustamente vi ha accennato e anch’io vorrei ancora sottolinearlo. Noi che oggi ci troviamo in questa sede probabilmente non ne saremo toccati. Forse riguarderà i nostri nipoti. Prima o poi si leggerà nei libri di storia: nel 2007 gli europei hanno avuto l’occasione di influire sul corso della storia mondiale; hanno perso quell’occasione e alla fine l’influenza a livello mondiale è stata spartita tra Stati Uniti e Cina.

Perché questo non succeda occorre che in questo preciso momento il Parlamento europeo sostenga la relazione in esame e le relative misure. L’onorevole Klich ha citato molte di queste misure. Condivido la sua descrizione, che domani dovrebbe dar corpo alla posizione comune della grande maggioranza in Aula.

 
  
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  Cem Özdemir, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, probabilmente sarete stupiti che anche il mio gruppo, il gruppo Verde/Alleanza libera europea, non solo accoglie con favore la relazione Brok, ma la sostiene apertamente. Ho preso atto con interesse e con esultanza dell’entusiasmo recentemente scoperto dal collega Brok per il soft power. E’ un altro aspetto cui non posso far altro che plaudire, mentre non vedo l’ora di sapere fino a che punto lo applicherà alla politica di allargamento dell’Unione riguardo ai Balcani occidentali, e anche alla Turchia. Non intendo approfondire questo argomento, ma sicuramente un aspetto che non si può più accettare è l’atteggiamento del Consiglio nei confronti del Parlamento europeo nell’ambito della PESC e della PESD. Infatti veniamo informati a posteriori, quando esso ritiene opportuno a seconda della situazione. Questa prassi dà adito a critiche giustificate e deve cambiare. Tuttavia occorre aggiungere che ciò che finora è stato definito politica estera e di sicurezza comune e politica di difesa spesso non merita il nome che porta.

Vorrei cercare di illustrare la situazione con l’esempio concreto del Kosovo. Gli Stati membri dell’Unione europea negli anni scorsi hanno inviato nelle regioni in crisi molti soldati e volontari, oltre che ingenti somme di denaro, e prevedono ora una partecipazione massiccia all’azione di polizia nonché una presenza civile. Considerando la qualità e la quantità del nostro contributo comune si potrebbe pensare che l’Unione europea persegua una politica per il Kosovo chiara, unitaria e comune. Tuttavia la realtà, come tutti sappiamo, è diversa, anche se la questione è già stata trattata a livello di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Anche a questo proposito sorge l’interrogativo: dobbiamo nuovamente attendere che arrivino gli americani o saremo in grado di risolvere noi il problema?

 
  
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  Tobias Pflüger, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, per una volta oggi vorrei cominciare con i punti su cui siamo concordi. L’ora in cui si tiene il dibattito è certamente inopportuna. Il tema in discussione è troppo importante e – come la relazione illustra con sorprendente chiarezza, soprattutto ai paragrafi 41, 42 e 43, ma anche in altri punti – non esiste un vero controllo parlamentare della politica militare dell’Unione europea.

Il Consiglio dovrebbe finalmente prendere atto che su questo punto il Parlamento europeo è davvero unito e compatto: vogliamo un controllo parlamentare e chiediamo che il Parlamento venga consultato sulle decisioni in materia di politica militare.

Per evitare comunque che il mio intervento si riduca ad aggiungere una litania di consensi su questa relazione, citerò ora soprattutto i punti su cui non siamo d’accordo. Il nodo centrale è effettivamente quello menzionato poc’anzi dal collega Brok, ovvero il Trattato costituzionale. Come ha già detto la signora Commissario, il Trattato costituzionale apporterà veramente “progressi” sostanziali nel settore della politica militare. Questo è già uno dei motivi per i quali noi respingiamo tale Trattato costituzionale. Speriamo che passaggi quali, per esempio, l’articolo I-41, paragrafo 3, non compaiano più nel trattato fondamentale attualmente in progetto. Su questo non sono molto ottimista. Tutto fa pensare che i diversi governi debbano adottare praticamente lo stesso testo, in altra forma, senza più chiamarlo Trattato costituzionale.

Vorrei fare qualche osservazione su alcuni punti della relazione. Vi si afferma chiaramente la centralità della cooperazione strutturale. Effettivamente è un aspetto centrale, se si vuole che l’Unione europea sia una potenza militare. Noi non lo vogliamo, quindi non vogliamo tale cooperazione strutturata. Inoltre la relazione descrive molto bene il meccanismo Athena con il quale finanziare, con mezzi ambigui, interventi militari dell’Unione europea. Per esempio vengono finanziati interventi militari anche tramite il cosiddetto “rientro” di risorse del Fondo europeo di sviluppo. Lo riteniamo scandaloso. Occorre veramente far cessare questo genere di tatticismi e impedire che l’Unione europea diventi una potenza militare.

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, la relazione invoca un ministro degli Esteri europeo, una politica estera comune, un seggio UE al Consiglio di sicurezza dell’ONU e avanza molte altre richieste, tra cui, ovviamente, la fin troppo prevedibile piena ratifica della respinta Costituzione europea onde rendere possibile tali rivendicazioni. I passaggi che mi hanno maggiormente divertito sono quelli che rivendicano l’adozione di decisioni di politica estera con votazione a maggioranza qualificata e l’assoggettamento dei servizi di sicurezza e di intelligence nazionali al controllo democratico del Parlamento europeo.

Per giustificare tutto questo si afferma che è quello che i cittadini vogliono dall’Unione europea. Non so con chi abbia parlato l’onorevole Brok, ma certamente non con inglesi. E’ ridicolo pensare che gli inglesi siano disposti a cedere all’Unione europea il controllo sulla loro politica estera e sui servizi di difesa e di sicurezza. Quel che fa paura è che l’onorevole Brok parla seriamente.

 
  
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  Roberta Alma Anastase (PPE-DE). – La numai două săptămâni de la serbarea zilei Europei, la 9 mai, dezbaterea pe marginea raportului domnului Elmar Brok, consacrat politicii europene de securitate comună, este actuală şi necesară. Îi mulţumesc în acest sens raportorului pentru abordarea cuprinzătoare a acestei tematici, indisolubil legate de prezentul şi viitorul Uniunii Europene, precum şi pentru stabilirea, în interiorul raportului, a unor priorităţi necesare unei acţiuni eficiente în contextul european şi internaţional de astăzi.

În calitatea mea de raportor la subiectul cooperării cu şi în cadrul Mării Negre, am apreciat în primul rând poziţionarea tematicii consolidării relaţiei Uniunii Europene cu ţările acestei zone ca o prioritate pentru anul 2007. Nu mai puţin importantă este şi sublinierea necesităţii de a dezvolta dimensiunea cooperării regionale în cadrul politicii externe a Uniunii. Regiunea Mării Negre dispune, fără îndoială, de un potenţial bogat de dezvoltare; în egală măsură, ţările din zonă se confruntă şi cu provocări serioase în mai multe domenii. Stabilitatea, dezvoltarea şi prosperitatea în zona de vecinătate a Uniunii Europene, consolidarea relaţiilor Uniunii Europene cu ţările acestei regiuni, precum şi încurajarea cooperării intra-regionale este, în acest context, de o importanţă majoră. Reunind în cadrul său state membre ale Uniunii Europene şi vecini ai acesteia, regiunea Mării Negre poate şi trebuie să devină un spaţiu al cooperării pe baza valorilor şi principiilor europene. Trebuie însă să trecem de la vorbe la fapte, din plan teoretic în cel al măsurilor concrete şi eficiente, care să demonstreze implicarea Uniunii Europene în această regiune.

 
  
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  Libor Rouček (PSE).(CS) Onorevoli colleghi, nell’affacciarsi al XXI secolo i paesi europei devono far fronte a tutta una serie di nuove sfide. Mi riferisco alla globalizzazione, al terrorismo internazionale, al disarmo e al controllo degli armamenti, alla necessità di porre fine alla diffusione delle armi di distruzione di massa, alla migrazione incontrollata, alla dipendenza energetica e alla sicurezza degli approvvigionamenti di energia, al cambiamento climatico, alla prevenzione del diffondersi della povertà nel mondo e a molte altre questioni che riguardano tutti i paesi europei, indipendentemente dalla loro posizione e dalle loro dimensioni geografiche. Sono tutti problemi che nessun paese europeo, neanche il più grande, è in grado di risolvere da solo.

Per questa ragione abbiamo bisogno di una politica estera e di sicurezza comune, che dobbiamo rafforzare almeno nei termini proposti dal Trattato costituzionale. Innanzi tutto è necessario istituire la carica di ministro europeo degli Affari esteri, affidata a un Commissario che presiederà la commissione per gli affari esteri. L’Unione potrà così finalmente esprimersi in modo univoco. Fra le molte proposte contenute nel progetto di Trattato costituzionale dell’UE figurano l’esigenza di istituire un’azione esterna genuinamente europea, la necessità di rafforzare la cooperazione strutturale e quella di assicurare gli aiuti necessari, tutte istanze estremamente pressanti.

Analogamente significativo è il fatto che il processo costituzionale dovrebbe essere portato a termine entro il 2008. Ritengo che ciò sia importante non solo in relazione al futuro allargamento, che ora riguarda la Croazia, ma anche, come hanno ricordato alcuni degli oratori che sono intervenuti, allo scopo di rendere il più efficace possibile la politica estera, di sicurezza e di difesa. Mi pare che, in mancanza di provvedimenti in questo senso, l’Europa comprometterà il suo futuro politico e, nel tempo, anche quello economico.

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM).(SV) L’onorevole Brok sottolinea l’importanza per l’Unione europea di avere un ministro per gli Affari esteri e propri ambasciatori in tutto il mondo. Osserva che solo 18 paesi finora hanno ratificato il Trattato costituzionale e che “occorre perseguire la piena ratifica”. Considerate attentamente l’espressione “occorre perseguire la piena ratifica”. Ne dedurrete che non si accetta la volontà di due degli Stati membri fondatori dell’Unione europea. E’ così che vanno le cose a Strasburgo e a Bruxelles. Ancora una volta sentiamo ripetere il solito ritornello, e cioè che l’Europa deve poter parlare con una sola voce. Questo significa che 27 voci devono essere messe a tacere. Che cosa dirà infine l’unica voce rimanente? Consentitemi di fare un esempio. L’invasione dell’Iraq è stata appoggiata dalla cosiddetta coalizione dei volonterosi, di cui facevano parte Regno Unito, Italia, Spagna, Polonia, Paesi Bassi, Danimarca e altri paesi. Un’Unione europea che parlasse con una sola voce avrebbe probabilmente approvato l’invasione e soldati tedeschi sarebbero stati costretti a partire per la guerra contro l’espressa volontà del parlamento tedesco. Rifletteteci. Parlare con una sola voce presuppone necessariamente un solo popolo e una sola identità, mentre noi europei abbiamo identità diverse.

 
  
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  Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, signor Commissario, desidero congratularmi con il relatore, onorevole Brok, e con il relatore per parere, onorevole Samaras, per le loro osservazioni sulla debolezza e sulle carenze della PESC, nonché per aver proposto un’azione più incisiva, finanziamenti più rilevanti e un miglior uso delle nostre capacità, in modo da poter svolgere un ruolo a livello internazionale e affrontare correttamente il problema.

Dobbiamo tuttavia porci ancora una volta la domanda: tutto questo è sufficiente? Otterremo i risultati sperati? E’ il quesito che ci viene posto dai cittadini dell’Unione europea e da quelli di altre parti del mondo, principalmente nelle aree in cui la nostra presenza non è abbastanza efficace.

Mi riferisco al Medio Oriente, cui fa cenno anche l’onorevole Brok nella sua relazione, che in questi ultimi giorni sta vivendo una situazione assolutamente anomala. Si tratta davvero di una sfida molto impegnativa per noi. Offriamo aiuti allo sviluppo e aiuti umanitari coordinati e permanenti. Abbiamo inviato contingenti di pace, per esempio in Libano, e forze di polizia, per esempio a Rafah, e aspettiamo che i problemi si risolvano da soli o vengano risolti da altri, oppure obbediamo a strategie che non sono state definite da noi.

Riconosciamo che il nodo del problema è la questione palestinese, tuttavia facciamo affidamento su soluzioni temporanee e non prendiamo in mano la situazione per arrivare a una soluzione radicale e sostenibile.

E’ ora di riconoscere che è indispensabile una strategia europea più indipendente e autonoma, che valuti la situazione per quello che è e chiami le cose con il loro nome. A nostro parere questo è il solo modo di essere efficaci.

Signora Commissario, riconosco i vostri sforzi e ne constato la determinazione e l’efficacia in questo come in altri settori; tuttavia, finché non disporremo di un Trattato costituzionale che ci assicuri un quadro più coeso e responsabile, credo sarà necessario perseguire una migliore cooperazione con il Consiglio. Il Parlamento può dare un contributo importante per questo modo di affrontare le questioni in modo più approfondito e più politico e deve definire una strategia adeguata.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE).(ET) Onorevoli colleghi, il fatto che lo stanziamento di bilancio per la politica estera e di sicurezza comune sia stato triplicato costituisce un passo avanti. Cionondimeno i quasi 2 miliardi di euro spalmati sui prossimi sette anni non sono sufficienti a soddisfare nemmeno le necessità più urgenti.

L’attuale situazione, che fa sì che l’influenza dell’Unione europea nelle relazioni internazionali sia nettamente inferiore a quella di taluni Stati membri, è intollerabile. La superficiale classificazione di questioni importanti per gli Stati membri come questioni bilaterali sta dando il colpo di grazia alla credibilità della politica estera dell’Unione. Contemporaneamente indeboliamo l’Europa permettendo alla dottrina russa del cosiddetto “near abroad” di chiudere la porta a potenziali futuri Stati membri.

Sarà positivo sia per noi che per i nostri partner se parleremo con una sola voce nel mondo e con il mondo. Dovrà essere una voce che esprima l’interesse comune, e non la convenienza dei più forti. Il declino dell’influenza degli Stati Uniti, le sfrenate ambizioni della Russia e l’emergere di nuove potenze nell’economia mondiale ci costringono ad esporre e a mettere in atto le potenzialità dell’Unione europea. Appoggio anche l’istanza del relatore che chiede un maggior numero di donne in posizioni di guida.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM).(SV) Vorrei sollevare la questione del mancato rispetto del tempo di parola. Tutti gli oratori devono essere trattati allo stesso modo. Se chiunque può dire la sua, allora anche il collega alla mia sinistra deve poter avere la parola, anche se non condivide l’opinione del Presidente.

 
  
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  Jamila Madeira (PSE).(PT) Desidero porgere i miei più sinceri complimenti all’onorevole Brok per la perspicacia con cui ha presentato le questioni oggi in discussione e per la linea politica da lui assunta. Da convinto federalista e strenuo difensore della Costituzione, non nasconde le difficoltà e fornisce un quadro delle responsabilità dell’Unione europea nel mondo d’oggi.

Vorrei tuttavia sottolineare un punto della relazione che è direttamente collegato con il conflitto in Medio Oriente, e la passività dell’Unione europea di fronte al catastrofico stato delle cose, quale è emersa nel pomeriggio dal dibattito sulla situazione in Palestina. La priorità dell’UE per il 2007 dev’essere proprio l’area della Palestina. Non condivido pertanto la posizione dell’Unione europea. Non vi è dubbio che l’origine di tanti problemi e la causa dell’instabilità nel mondo sono da ricercarsi in Medio Oriente. Per far sì che la nostra vita sia più sicura e che possiamo godere di pace e democrazia è quindi necessario che l’Unione europea attribuisca a questa grave questione, fra le tante della politica estera, una priorità assoluta.

La necessità di conseguire, nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, l’obiettivo di due Stati che coesistano nella regione, all’interno delle linee definite nel 1967, richiede con urgenza l’intervento della comunità mondiale e un contributo da parte di tutti noi.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei anzitutto ringraziare il relatore, onorevole Brok, per questo importante documento, che giunge in un momento veramente cruciale, in cui la Presidenza tedesca sta cercando di far rivivere il Trattato costituzionale, forse con altro nome. L’importante è accrescere l’efficienza.

Come possiamo ottenere una maggiore efficienza in futuro? Non solo attraverso le Istituzioni, ma anche con la volontà politica degli Stati membri. Solo se si è unanimi con l’attuale sistema di votazioni avremo la possibilità di perseguire una politica estera e di sicurezza comune. Pertanto dovremmo procedere introducendo più votazioni a maggioranza qualificata in materia di politica estera comune. E’ molto complicato, ma cambierebbe veramente la situazione.

Desidero inoltre ringraziare il relatore, in particolare, per le sue osservazioni sulle delegazioni. Ho avviato una stretta collaborazione con il nostro staff in merito a un aumento della formazione, al miglioramento della rendicontazione politica, alla diplomazia pubblica e a programmi di scambio tra gli Stati membri, il Consiglio, il segretariato del Consiglio e noi stessi, al fine di pervenire – mediante osmosi, come dico sempre – a una migliore comprensione reciproca e a preparare un approccio coesivo per il futuro.

Devo aggiungere alcune osservazioni sul Kosovo. Il Kosovo è veramente un problema europeo, che richiede una soluzione europea con l’accordo della comunità internazionale. L’Unione europea deve assumersi la responsabilità per il periodo successivo alla definizione dello status del Kosovo. Come possiamo raggiungere questo obiettivo? Penso che vi potrebbero contribuire la creazione di un ufficio civile internazionale, l’istituzione di un’importante missione sullo Stato di diritto e la continuazione su larga scala delle attività per il rafforzamento delle capacità, mi auguro sulla base di una risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Vorrei anche ricordare che oggi si è già svolto un dibattito abbastanza lungo sul Medio Oriente. Sappiamo quanto è difficile la situazione, tuttavia ritengo che l’Unione europea abbia avuto un ruolo piuttosto importante e intenda continuare a svolgere un ruolo di primo piano, soprattutto insieme ad altri membri del Quartetto. Anche se oggi il quadro appare alquanto sconfortante, speriamo di poter ancora riconciliare le due parti per un approccio positivo in futuro.

Tengo a dire che il Mar Nero è una delle aree su cui abbiamo concentrato i nostri sforzi in relazione alla politica di vicinato, in quanto riteniamo che sia una nuova area con nuovi Stati membri, quali Romania e Bulgaria, che abbiamo cercato di aiutare, e vorremmo lavorare con la Turchia e la Russia in questa regione, cercando di affrontare molte delle importanti questioni sul tappeto.

Infine, per quanto riguarda le relazioni tra il Consiglio e il Parlamento europeo, al momento abbiamo un accordo interistituzionale, i contatti tra le due Istituzioni sulle questioni di politica estera e di sicurezza comune si sono intensificati, e ritengo il Rappresentante speciale del Segretario generale, signor Matthiessen, che oggi è qui presente, non mancherà di precisarlo.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, 23 maggio.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) La presente relazione dell’onorevole Brok costituisce un importante passo avanti nella politica estera e di sicurezza comune europea. Con il successivo sviluppo di un’Unione industriale europea, di un’Unione sociale – in quanto parte del modello sociale europeo – e dell’Unione economica e monetaria, e infine con l’adozione della moneta unica, ora l’Europa è pronta e deve procedere a sviluppare e progettare una posizione unitaria nelle questioni di politica estera.

Sta cominciando a succedere. L’Europa ha adottato una sua posizione sul conflitto israelo-palestinese, sull’Iran e sulla penisola coreana, in tutti i casi, a mio parere, con un impegno a dialogare e uno slancio critico decisamente più appropriati dell’approccio squilibrato dai toni provocatori e unilaterali dell’amministrazione Bush.

La nostra prima iniziativa di PESC in Asia si è rivelata un notevole successo, con il negoziato di pace sotto l’egida dell’UE ad Aceh, il cui controllo è stato affidato alla missione di vigilanza UE-ASEAN di Aceh, che ha potuto assistere allo smantellamento di armamenti, allo spostamento di soldati – da entrambe le parti – e al ritiro delle truppe non ufficiali. Tutti questi eventi hanno consentito lo scorso dicembre di tenere le storiche elezioni che hanno portato alla carica di governatore a Banda Aceh l’ex ribelle del movimento GAM e prigioniero del governo indonesiano. Continueremo a sostenere e a promuovere il processo di pace per consolidare questo risultato.

Adesso è ora che l’Europa si esprima con più forza a proposito della penisola coreana …

(Testo abbreviato in conformità dell’articolo 142, paragrafo 7, del Regolamento)

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Vorrei ringraziare l’amico e collega Elmar Brok per l’eccellente relazione sulla PESC. Mi soffermerò in particolare su tre punti.

Innanzi tutto, la relazione afferma l’esigenza di un approccio comune alle questioni di politica estera nell’era della globalizzazione. La relazione cita i cambiamenti climatici, la dipendenza energetica, gli Stati in fallimento e il terrorismo internazionale, per fare solo qualche esempio.

In secondo luogo la relazione sottolinea che il Trattato costituzionale assicura le necessarie innovazioni istituzionali, per esempio il duplice mandato del ministro degli Esteri al fine di coordinare con maggiore efficacia la reciproca politica estera.

In terzo luogo, una politica efficace necessita di risorse. La relazione considera “l’importo totale di 1,74 miliardi di EUR destinato alla PESC per il periodo 2007-2013 insufficiente per soddisfare le ambizioni dell’Unione in quanto attore globale”. Sono d’accordo.

Desidero pertanto esprimere il mio sostegno alla relazione.

 
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