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Procedura : 2005/2242(INI)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo del documento : A6-0158/2007

Testi presentati :

A6-0158/2007

Discussioni :

PV 24/05/2007 - 4
CRE 24/05/2007 - 4

Votazioni :

PV 24/05/2007 - 9.3
CRE 24/05/2007 - 9.3
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2007)0214

Discussioni
Giovedì 24 maggio 2007 - Strasburgo Edizione GU

4. Kashmir: situazione presente e prospettive future (discussione)
PV
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0158/2007), presentata dalla baronessa Nicholson of Winterbourne a nome della commissione per gli affari esteri, sul Kashmir: situazione attuale e prospettive future [2005/2242(INI)].

 
  
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  Nicholson of Winterbourne (ALDE), relatore. – (EN) Signora Presidente, ho l’onore di presentare la relazione della commissione per gli affari esteri intitolata “Kashmir: situazione attuale e prospettive future”.

Questa relazione pone correttamente in rilievo le differenze tra la più grande democrazia laica del mondo che ha decentrato le strutture a tutti i livelli – l’India, compreso il Jammu e Kashmir – e il Pakistan, che non ha ancora realizzato completamente la democrazia nell’Azad Jammu e Kashmir, e deve ancora muovere i primi passi verso la democrazia nel Gilgit e Baltistan. La relazione fa inoltre notare che per molti anni – come testimoniano abbondanti prove – il Pakistan ha fornito armi, addestramento, finanziamenti e asilo ai militanti del Kashmir, incoraggiandoli altresì a commettere atrocità nelle zone amministrate dall’India. Il nostro documento condanna poi con fermezza le violazioni dei diritti umani perpetrate nel Jammu e Kashmir.

La relazione contiene pure una parte costruttiva, che sottolinea il retaggio comune condiviso da India e Pakistan, di cui l’antica cultura del Jammu e Kashmir costituisce il miglior simbolo; ancora, essa riconosce e valorizza il pluralismo, il carattere multiculturale e multireligioso nonché le tradizioni laiche delle popolazioni del Jammu e Kashmir – aspetti questi che sono stati preservati nella parte indiana della regione.

Questa relazione illuminata ed equilibrata denuncia il terrorismo e coloro che lo sostengono; promuove una visione di pace, convivenza, amicizia e integrazione economica e commerciale tra le popolazioni situate su entrambe le parti del confine, nel Gilgit e Baltistan, ispirandosi al modello dell’Unione europea.

Invito l’Assemblea ad adottare la relazione nella sua globalità, con alcuni emendamenti, per far comprendere ai perturbatori della pace in quella parte del mondo che la comunità internazionale non intende più tollerare l’estremismo e il terrorismo, e che rispettiamo e sosteniamo i diritti e il carattere etnico del popolo dei kashmiri.

Reco con me una decisa dichiarazione rilasciata questa mattina da Mohtarma Benazir Bhutto, presidente del partito del popolo pakistano. In tale dichiarazione la signora Bhutto elogia la presente relazione per aver attirato l’attenzione sul diritto all’autodeterminazione del popolo dei kashmiri, riaffermando l’impegno dell’Unione europea a risolvere la disputa con mezzi pacifici, e perché ricorda l’impatto del sisma, esortando l’Unione europea a venire in aiuto ai kashmiri. Inoltre la elogia perché sostiene il ruolo del processo di pace composito, diretto verso una soluzione sostenibile per i kashmiri, basata sulla democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali, perché esorta i governi indiano e pakistano ad agevolare il cessate il fuoco sulla Linea di controllo nonché a insistere affinché i gruppi militanti armati inizino un processo di disarmo, smobilitazione e reintegrazione, perché incoraggia il governo pakistano a trasformare il cessate il fuoco vigente dal 2003 nel Siachin in un accordo di pace duraturo, perché invita entrambi i governi a concedere alle organizzazioni umanitarie internazionali un immediato e illimitato accesso a tutte le zone dell’ex principato allo scopo di verificare la situazione dei diritti umani in quelle regioni, perché esorta il governo indiano a porre fine a tutte le prassi di omicidi extragiudiziari, scomparse di persone, torture e detenzioni arbitrarie nel Jammu e Kashmir, perché invita le autorità indiane e pakistane a ridurre le restrizioni sui viaggi tra Srinagar e Muzaffarabad, perché esorta il Pakistan a ripensare la propria concezione di diritti fondamentali quali la libertà di espressione, la libertà di associazione e la libertà di culto nell’Azad Jammu e Kashmir e nel Gilgit e Baltistan. Infine la elogia per aver invitato a tenere le prime elezioni di tutti i tempi nel Gilgit e Baltistan e per aver cercato di ottenere una rappresentanza democratica più avanzata nei Territori del nord. La signora Bhutto sostiene con forza la nostra relazione.

Sono orgogliosa di poter informare la nostra Assemblea che Imran Kahn, deputato al parlamento pakistano, ex capitano della nazionale pakistana di cricket e ora capo del partito politico Tehreek-e-Insaaf da lui fondato, ha manifestato oggi il suo incondizionato appoggio a questa relazione.

Il dramma del popolo kashmiro è motivo di preoccupazione per la comunità internazionale ormai da quasi sessant’anni. L’Unione europea si schiera decisamente a favore dell’integrazione regionale, della liberalizzazione degli scambi e della cooperazione economica; il Parlamento europeo nutre un acuto interesse per tutti gli aspetti della situazione.

Vorrei attirare la vostra attenzione sulle centinaia di giovani che hanno dimostrato a favore di questa relazione, invocando quelle libertà democratiche che noi sosteniamo; la polizia li ha brutalmente picchiati, distruggendo le loro bandiere e le petizioni indirizzate alle Nazioni Unite. Essi sono tornati a manifestare; duecento loro parenti sono stati rapiti, e non se n’è saputo più nulla. In seguito, parecchie migliaia di cittadini dell’Azad Jammu e Kashmir hanno organizzato riunioni, esprimendo pieno sostegno alla nostra relazione.

Oltre il confine, nel Jammu e Kashmir, l’India continua ad attirarsi critiche per la sua forte presenza militare; la relazione prende decisamente posizione sui diritti umani nel Jammu e Kashmir, ma anche in altre zone.

Nel Gilgit e Baltistan la popolazione è relegata nella povertà, nell’analfabetismo e nell’arretratezza.

La relazione esprime in maniera inequivocabile il proprio sostegno all’odierno processo di pace; riconosce l’antico retaggio del popolo dei kashmiri, che costituisce un patrimonio unico al mondo; e riflette molti principi dell’Unione europea. Mi auguro di tutto cuore che, nella votazione di oggi, la nostra Assemblea accordi a questa relazione lo stesso convinto appoggio manifestato dalla commissione per gli affari esteri.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, ho seguito con grande interesse il vivacissimo dibattito dedicato dalla commissione per gli affari esteri alla relazione sul Kashmir presentata dalla baronessa Nicholson. Si tratta di un documento che offre ricchi spunti alla riflessione, e di troppo ampio respiro perché io possa replicare dettagliatamente in questa sede; vorrei però soffermarmi su alcuni dei problemi che esso solleva.

E’ il momento opportuno per concentrare l’attenzione sul Kashmir. Sul piano politico si sono registrati parecchi sviluppi positivi che, per la prima volta da molti anni a questa parte, autorizzano a sperare che questo annoso problema si stia avvicinando a una soluzione. Sia l’India che il Pakistan hanno prospettato la possibilità che la Linea di controllo divenga un “confine morbido”.

L’Unione europea ha espresso un deciso sostegno al processo di riconciliazione avviato tra India e Pakistan, ma il cammino è irto di trabocchetti; è incoraggiante comunque che il dialogo composito rimanga in piedi nonostante il terrorismo. Mi trovavo a Delhi nel febbraio scorso, all’epoca dei terribili attentati sul treno espresso Lahore-Samjhota.

Sarebbe davvero tragico se il processo di pace dovesse cadere ostaggio dei terroristi; non vedo alternative a un dialogo in cui i due paesi possano affrontare e confrontare le proprie divergenze. In tal modo è auspicabile che alla fine si possano risolvere tutti i contenziosi bilaterali; mi sembra pure importante che i kashmiri stessi vengano coinvolti più a fondo nelle trattative del processo di pace.

Vorrei ricordare brevemente il catastrofico terremoto che ha colpito il Kashmir la mattina dell’8 ottobre 2005, con un devastante impatto – sottolineato nella relazione della baronessa Nicholson – sulla vita dei kashmiri da entrambe le parti della Linea di controllo, soprattutto nel Kashmir amministrato dal Pakistan e nella Provincia della frontiera del nord ovest. Ho avuto la possibilità di visitare personalmente le zone colpite dal sisma, quando mi sono recata in Pakistan per rappresentare la Commissione europea alla conferenza sulla ricostruzione dopo il terremoto, tenutasi nel novembre di quell’anno.

La Commissione europea ha reagito a questa tragedia fornendo aiuti umanitari per 48 milioni di euro e impostando, nel dicembre 2005, un programma denominato “Sostegno al Pakistan per la tempestiva ripresa e ricostruzione dopo il terremoto”, dotato di 50 milioni di euro; tale programma comprende la ricostruzione delle strutture scolastiche e sanitarie nelle aree colpite, un programma di emergenza nel settore dell’istruzione e piani di ripresa delle attività economiche di base, organizzati a livello di comunità. Intendiamo così seguire le raccomandazioni formulate nella relazione, ossia tutelare i più vulnerabili e ripristinare l’attività economica nella zona colpita.

La risposta al sisma si aggiunge ad altri programmi di sviluppo attuati in Pakistan in base alla nostra strategia nazionale per quel paese. Benché la Commissione abbia reagito tempestivamente a questa sfida, prevedo nondimeno che l’opera di ricostruzione sia destinata a protrarsi per molti anni; il programma di ricostruzione della Commissione verrà realizzato nell’arco di cinque anni.

Per quanto riguarda i Territori del Nord in Pakistan, la Commissione è presente da molti anni in quelle zone, ove svolge soprattutto un’attività di sviluppo delle risorse umane, di miglioramento del sistema scolastico pubblico e di cooperazione con gli Aga Khan Education Services. Nella realizzazione dei nostri programmi nella regione, abbiamo verificato che tutte le comunità – insieme alle scuole statali – potessero beneficiare delle attività del progetto.

Prima di concludere desidero ringraziare la baronessa Nicholson per le lusinghiere parole con cui ha reso omaggio all’operato delle delegazioni della Commissione a Islamabad e Nuova Delhi; le ho veramente apprezzate.

Aggiungo che sarei stata felice di rimanere in Parlamento per seguire l’intero dibattito ma – come ho già comunicato – dovrò assentarmi prima della fine, a causa di impegni presi da lungo tempo, che non ho potuto disdire dopo la modifica dell’ordine dei lavori del Parlamento; verrò comunque sostituita dalla mia collega, Commissario Grybauskaitė, che seguirà il dibattito.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signora Presidente, la tragica e sanguinosa disputa che ha per oggetto gli splendidi territori himalaiani dell’ex principato del Kashmir, contesi da due grandi paesi dell’Asia meridionale, l’India e il Pakistan, è una delle più antiche al mondo: essa infatti fu già affrontata dalle risoluzioni 39 e 47, adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1948.

Sostengo con forza la relazione Nicholson, e mi congratulo con la relatrice per il contenuto e la qualità del documento, che in sede di commissione parlamentare è stato sottoposto a una vigorosa messa a punto, sia nel tono che nella sostanza dell’approccio. La relazione è accurata, e riconosce soprattutto che i colloqui bilaterali attualmente in corso per il rafforzamento della fiducia tra i governi di India e Pakistan restano la strategia migliore per giungere a una pace giusta e duratura fra questi due paesi dotati di armi nucleari. Il collega britannico Bushill-Matthews, che in seno alla commissione per gli affari esteri ha espresso l’unico voto contrario, mi informa che ora intende votare a favore della relazione: ciò dimostra i progressi che si sono registrati nelle varie fasi.

Fortunatamente, dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 25 novembre 2003, stiamo attraversando ora uno dei periodi più pacifici, dal punto di vista dell’attività militare, dai tempi della guerra indo-pachistana del 1971; questo cessate il fuoco ha superato svariate provocazioni dirette al governo indiano, compresi gli attentati terroristici di Mumbai. Tuttavia, i pandit del Kashmir continuano a denunciare infiltrazioni transfrontaliere di terroristi che starebbero cercando di attuare una campagna di pulizia etnica contro la locale popolazione indù, benché su scala assai ridotta.

Parallelamente, la relazione invita le forze armate indiane alla moderazione, e auspica che le forze di sicurezza rispettino i diritti umani e il benessere delle popolazioni civili, osservando le ordinanze dei tribunali.

La relazione sottolinea l’assenza di un’autentica democrazia nell’Azad Kashmir; in particolare, essa analizza per la prima volta la grave e dolorosa situazione degli abitanti del Gilgit e Baltistan. Inoltre, nell’Azad Jammu e Kashmir si esprimono preoccupazioni di carattere generale su svariati problemi, tra cui i diritti delle donne e i diritti delle minoranze religiose. Nel 2005, insieme a molti colleghi, ho salutato con grande gioia l’apertura di una linea di autobus che, collegando Srinagar a Muzaffarabad attraverso la Linea di controllo, ha consentito di riunirsi a famiglie che erano separate da quasi sessant’anni; nutro la speranza che alla fine i confini, compresa la Linea di controllo, non saranno altro che linee sulla carta geografica, e diventeranno sempre più irrilevanti.

Nell’Unione europea – con le nostre quattro libertà di circolazione, delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali – abbiamo dimostrato che questa è una possibilità concreta. Perché l’analogo futuro progetto di una comunità economica dell’Asia meridionale possa realizzarsi entro il 2025, è necessario introdurre il libero scambio attraverso la Linea di controllo. Sia l’India che il Pakistan – va detto a loro grande merito – hanno collaborato positivamente dopo il sisma di ottobre in Kashmir, per fornire aiuti umanitari a migliaia di vittime e di sfollati; tuttavia, molto resta ancora da fare per offrire una sistemazione permanente alle popolazioni sfollate.

Secondo la mia opinione, all’Unione europea spetta il compito di sostenere una composizione pacifica della disputa concernente l’ex principato; l’Unione dovrà essere disponibile a fungere da onesto sensale nella ricerca della pace, ma solo se i due governi sovrani chiederanno il nostro aiuto, poiché in ultima analisi noi consideriamo la controversia sul Kashmir una questione bilaterale.

Colgo infine quest’occasione per esortare ancora una volta tutte le parti che sostengono i militanti di una violenta jihad a porre immediatamente fine alle proprie attività.

 
  
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  Jo Leinen, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, l’India e il Pakistan hanno combattuto tre guerre per contendersi la regione del Kashmir. Questa vicenda mi ricorda assai da vicino la controversia tra Francia e Germania per l’Alsazia Lorena, cioè proprio per la regione in cui si tiene questa seduta. Anche in questa regione si sono combattute tre guerre, ma dopo la seconda guerra mondiale Francia e Germania hanno deciso di porre fine a questa sanguinosa contesa, per ispirare la propria politica all’ideale della cooperazione: i successi di questa politica si possono constatare nell’odierna Unione europea.

Il gruppo PSE sarebbe lieto se anche India e Pakistan ponessero fine alla loro contesa, per ispirarsi all’ideale della cooperazione: la popolazione del Kashmir ne trarrebbe enorme beneficio, e tutta la regione potrebbe rifiorire. A mio avviso la SAARC (l’Associazione per la cooperazione regionale dell’Asia del sud) possiede il potenziale per rappresentare un successo analogo all’Unione europea.

Naturalmente, la pace prospera dove prevale la democrazia. In questa relazione, noi esaminiamo con severo spirito critico l’assenza di democrazia – il deficit democratico – della regione del Kashmir. Le popolazioni soffrono su entrambi i versanti della Linea di controllo; esortiamo quindi tutte le parti interessate a introdurre definitivamente nella regione la democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Constatiamo lo spaventoso clima di violenza che grava sulla regione – violenza interna ma anche violenza dovuta a infiltrazioni dall’esterno – e che è costato la vita a 80 000 persone; le scorrerie compiute nella regione da gruppi di facinorosi provenienti da oltre confine devono cessare. Naturalmente chiediamo anche ai militari il rispetto dei diritti umani; e chiediamo alle commissioni per i diritti umani di punire, anche per via giudiziaria, le violazioni di questo tipo che vengano commesse in entrambi i paesi. E’ inaccettabile che si possa sequestrare, torturare e uccidere impunemente.

A nostro avviso l’Unione europea deve sostenere la ricostruzione ambientale ed economica della regione. Nel campo dei diritti umani è stato compiuto un ottimo lavoro, come ho potuto verificare di persona, e tale impegno deve continuare. Questa relazione è evidentemente il primo documento di tal genere al mondo a occuparsi del Kashmir, e ringrazio la relatrice che ha coraggiosamente incluso nel testo un buon numero di elementi; discutiamo accanitamente della questione ormai da vari mesi. Sono convinto che questa relazione sarà di aiuto alle popolazioni della regione e contribuirà anche al processo di pace tra India e Pakistan.

 
  
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  István Szent-Iványi, a nome del gruppo ALDE. – (HU) Desidero in primo luogo congratularmi con la baronessa Nicholson per l’esauriente e preziosa relazione che ci ha presentato; so che ella ha dovuto subire pressioni di ogni sorta, cui peraltro ha saputo resistere. Mi rendo conto che non è facile per un deputato britannico sottrarsi alle considerazioni di politica interna, ma la collega Nicholson vi è riuscita egregiamente; ella merita perciò tutto il nostro rispetto, e da parte mia esprimo sostegno alla relazione.

L’Unione europea si sta assumendo il serio impegno di porre rimedio ai danni causati dal terremoto che ha colpito il Kashmir; abbiamo deciso di fornire aiuti per un ammontare di 100 milioni di euro, e nei prossimi anni offriremo 200 milioni al Pakistan e 470 milioni sotto forma di aiuti allo sviluppo. Ciò significa che abbiamo il diritto morale di esprimere un’opinione su tali questioni.

Destano in tutti noi forte inquietudine le gravi violazioni dei diritti umani commesse su entrambi i versanti della Linea di controllo. E’ però estremamente incoraggiante che il Primo Ministro indiano Singh abbia annunciato una politica di tolleranza zero, e del resto, negli ultimi anni, nel territorio controllato dall’India si sono registrati evidenti progressi assai positivi. Ci attendiamo un’analoga evoluzione dal Pakistan.

Ci attendiamo anche che il Pakistan agisca in maniera ben più decisa contro estremisti e terroristi, e non permetta loro di infiltrarsi, attraverso la frontiera, nel territorio controllato dall’India. Il conflitto non è semplicemente una questione di confini, e non si può risolvere da un giorno all’altro. Il primo prerequisito per il rafforzamento della fiducia è la risoluzione del conflitto.

La relazione della baronessa Nicholson dimostra che è necessario apportare miglioramenti concreti all’attuale situazione. Occorre creare le opportune condizioni sociali ed economiche, e rendere possibile la riunificazione delle famiglie; occorre promuovere i rapporti commerciali, sviluppare le infrastrutture, fondare nuove istituzioni educative e creare posti di lavoro. Tutto questo però non basta: è necessario, ma non sufficiente; è importante che si avvii un dialogo politico con la partecipazione del governo indiano, di quello pakistano, dell’intero ventaglio delle forze politiche del Kashmir e di tutte le autorità che sono disposte a rinunciare all’uso della forza.

E’ importantissimo che anche i kashmiri vengano coinvolti nella ricerca di una soluzione; infatti la questione del Kashmir non si potrà risolvere in maniera definitiva, fino a quando non potranno avere voce in capitolo leader kashmiri eletti liberamente e democraticamente. A mio parere, negli ultimi tempi l’India ha dato prova di grande flessibilità, e di conseguenza ci attendiamo un atteggiamento corrispondente anche dal Pakistan, dal momento che stretti legami ci uniscono a entrambi i paesi. Entrambi sono per noi partner importanti, ed è nostro vivo interesse che essi risolvano il conflitto che li contrappone in maniera costruttiva e pacifica; nel frattempo, qualsiasi iniziativa deve svolgersi in uno spirito di dialogo e fiducia.

 
  
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  Cem Özdemir, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, desidero anzitutto ringraziare la relatrice, baronessa Nicholson, per la sua relazione. Ringrazio anche tutti i colleghi che hanno contribuito a indirizzare con sicurezza quest’ardua e controversa relazione verso una soluzione di compromesso, favorendo in tal modo un notevole progresso per tutti noi. A mio avviso, però, abbiamo ancora un certo lavoro da fare con il voto odierno, prima di poter disporre di una relazione che – senza attirarsi le critiche dell’India, del Pakistan o di chiunque altro – serva al nostro comune obiettivo di aiutare il Kashmir a diventare una regione caratterizzata da pace, prosperità e rispetto per l’ambiente e i diritti umani. Oggi possiamo recare un importante contributo in questo senso, trovando insieme la forza di volontà necessaria e concentrandoci sul nocciolo della questione: questa relazione riguarda il Kashmir, non l’India o il Pakistan, e abbiamo tutti i diritti di redigere relazioni come questa.

Vorrei far notare che gran parte delle critiche rivolte all’India o al Pakistan dalla relazione sono indubbiamente legittime; per quanto riguarda il Pakistan, in particolare, si sarebbe potuto dire ben di più. Tuttavia, non è questo il luogo per un dibattito sul Pakistan, poiché l’oggetto della nostra discussione è il Kashmir. Fin da tempi antichissimi, il Kashmir è un punto di passaggio e un crocevia tra il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’Asia meridionale. Questa regione, che ha ispirato persino un pezzo rock dei Led Zeppelin, può diventare ancora una volta il luogo di una convivenza prospera e pacifica per le genti di tutte le parti del Kashmir. Cerchiamo oggi di contribuire alla realizzazione di questo ideale; sarebbe il nostro miglior contributo alla lotta contro il terrorismo. La regione non ha bisogno di essere presidiata da un maggior numero di reparti militari; ha bisogno di meno armi e meno militari. Oggi il nostro Parlamento deve inviare a India e Pakistan questo messaggio: proseguite sulla strada della pace, fate ogni sforzo per rendere i confini sempre più irrilevanti. In questo modo il Kashmir potrà diventare un giorno una regione di prosperità e di pace.

 
  
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  Erik Meijer, a nome del gruppo GUE/NGL. – (NL) Signora Presidente, per lungo tempo è stata l’Europa a decidere la forma di governo di altre parti del mondo. Uno degli effetti di questa situazione fu il confluire degli Stati di una vasta regione dell’Asia meridionale nell’enorme impero coloniale britannico, alcune parti del quale erano governate direttamente da funzionari coloniali, mentre altre erano governate indirettamente dai successori dei sovrani tradizionali che si erano sottomessi alla suprema autorità coloniale.

Nel 1947, il futuro degli Stati precedentemente governati da questi sovrani si trovò nelle mani dei sovrani stessi, che poterono unirsi a uno dei nuovi Stati che proprio quell’anno avevano ottenuto l’indipendenza, e in cui era stato diviso l’impero coloniale: l’India, grande e laica, e il Pakistan, che, pur comprendendo allora anche il Bangladesh, era più piccolo e islamico. Gli antichi Stati non riebbero l’indipendenza e non fu tenuto nessun referendum per decidere se essi dovessero unirsi all’India o al Pakistan.

Quasi dappertutto la situazione si risolse senza problemi insormontabili, poiché la preferenza del sovrano coincideva solitamente con quella della maggioranza della popolazione. Il Kashmir, tuttavia, rappresentò l’eccezione: il popolo avrebbe probabilmente scelto il Pakistan, mentre il sovrano optò per l’India. Ciò spiega in qualche modo i problemi degli ultimi sessant’anni.

L’India sarà anche la più grande democrazia del mondo, ma questa democrazia è gravemente inficiata dal sovrapporsi del territorio indiano a una vasta zona del Kashmir; mancando il sostegno della maggioranza della popolazione, il Kashmir può essere mantenuto sotto controllo indiano solo per mezzo dell’esercito e della polizia.

In tali condizioni la democrazia non può funzionare adeguatamente. L’India – che è una democrazia laica – presenta notevoli vantaggi rispetto al Pakistan, dove il fanatismo religioso e i militari hanno sempre esercitato un’influenza eccessiva; ma gli abitanti del Kashmir sono insensibili precisamente a questi vantaggi che l’India può offrire.

Nei contatti tra Unione europea e India noi non dobbiamo chiudere gli occhi su questo problema, ma al contrario, dobbiamo attirare l’attenzione su di esso; a mio avviso, però, proprio questa impostazione mancava nel testo originale della relatrice, che si imperniava in gran parte su tre elementi: ripresa dopo il terremoto, rafforzamento dei rapporti fra Unione europea e India e incremento degli scambi commerciali e dei trasporti come strumento per migliorare le relazioni tra i leader di India e Pakistan.

In questo quadro, però, al popolo del Kashmir non era riservato alcun ruolo; l’antica aspirazione dei kashmiri a tenere un referendum per decidere il proprio futuro e il sostegno internazionale di cui tale aspirazione gode sono stati esplicitamente ignorati, anche se ora sembra che il risultato finale sarà più equilibrato.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signora Presidente, il tema della settimana UE-Kashmir prevista per l’inizio di giugno sarà “la costruzione della pace in Kashmir”; si tratta di un’iniziativa importante, alla luce delle violazioni dei diritti umani commesse in quella regione, ove la necessità di recare aiuto su entrambi i versanti del confine emerge, non da ultimo, a causa dell’attività di gruppi militanti sia negli Stati indiani di Jammu e Kashmir, sia nella zona pakistana dell’Azad Kashmir. E’ importante che gli aiuti europei vengano offerti a tutte le vittime presenti nel Kashmir.

Gli aiuti umanitari non comportano però un’interferenza politica. Proprio nel mese in corso, le Nazioni Unite hanno scoperto quanto sia arduo gestire gli aiuti in quella regione; infatti, è stato necessario evacuare 83 membri del personale ONU in quanto – secondo le dichiarazioni di un portavoce delle Nazioni Unite – i gruppi locali che non erano riusciti ad assicurarsi i progetti per la ricostruzione avevano aizzato la popolazione contro i progetti stessi.

La relatrice, inoltre, nota correttamente che all’Unione europea non è stato chiesto di agire da mediatore esterno nel conflitto del Kashmir, benché il rilievo concesso nella relazione all’Associazione per la cooperazione regionale dell’Asia del sud (SAARC) contrasti nettamente con tale affermazione; l’Unione europea non deve perdere di vista il valore di interventi, aiuti e mediazioni effettuati a livello internazionale. Il fatto che la relazione dedichi un’attenzione così scarsa a tale valore costituisce un’omissione vera e propria. In che modo la Commissione e il Consiglio intendono fornire aiuti a tutti i kashmiri e ai partner regionali asiatici?

 
  
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  Philip Claeys, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signora Presidente, è superfluo dire che l’Unione europea dovrà recare un notevole contributo a sostegno del processo di pace in Kashmir. E’ importante aprire – e mantenere aperti – i canali di comunicazione fra tutte le parti interessate.

Vorrei soffermarmi su uno dei numerosi aspetti della questione, ossia il problema del terrorismo. E’ un fatto che molti attentati terroristici sono opera di gruppi che hanno la loro base in Pakistan, oppure dal Pakistan ottengono sostegno: per esempio Lashkar e-Taiba e Hizb ul-Mujahideen. Il Presidente Musharraf si è più volte impegnato ad affrontare il problema del terrorismo, ma temo che abbia ancora molto lavoro da fare.

Lo stesso discorso vale per l’estremismo islamico che viene promosso su vasta scala dalle ben note scuole denominate madrase. Se il Pakistan non riesce a controllare questo problema, nel lungo periodo il processo di pace è destinato a naufragare. Per tale motivo l’Unione europea non può più accontentarsi delle promesse provenienti dal Pakistan; deve esigere un’azione concreta.

 
  
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  James Elles (PPE-DE). (EN) Signora Presidente, ho accolto con grande soddisfazione il dibattito di questa mattina; esso costituisce il punto culminante di un lungo processo iniziato nel marzo 2000, quando il nostro Parlamento chiese a schiacciante maggioranza l’elaborazione di una relazione che accertasse le circostanze concrete della situazione nel Kashmir. Da allora la questione del Kashmir, anziché rimanere un problema esclusivamente britannico, si è progressivamente trasformata in una questione europea, come dimostra il nostro dibattito odierno. Abbiamo discusso vivacemente in sede di commissione parlamentare, e ora disponiamo di una relazione ben più equilibrata di quanto fosse stamattina, all’inizio del dibattito; sono stati presentati circa 450 emendamenti, 180 dei quali sono stati inseriti nel testo, che ha subito quindi una revisione sostanziale.

Su alcuni punti rimango ancora insoddisfatto: alludo in particolare all’emendamento n. 21, che riguarda il problema dei passaporti pakistani a lettura ottica; non mi risulta che nell’Azad Jammu e Kashmir sussistano preoccupazioni di questo genere, e dobbiamo vigilare affinché la relazione resti aderente ai fatti. Vorrei però attirare l’attenzione dei colleghi in particolare su tre emendamenti, che intendo sostenere: il primo di essi, presentato dall’onorevole Tannock a nome del mio gruppo – ringrazio anzi il collega per la sua iniziativa –, afferma che per creare un’atmosfera di fiducia e buona volontà è necessario rimuovere tutti gli ostacoli e gli intralci che impediscono a tutti i kashmiri di viaggiare liberamente nell’intero Stato del Jammu e Kashmir.

In secondo luogo, mi riferisco soprattutto alle conseguenze finanziarie del terremoto; tutti conosciamo le terribili sofferenze che esso ha provocato. Il governo dell’Azad Kashmir ha richiesto ulteriori fondi, ma non mi risulta che abbia ancora ricevuto una risposta esauriente; l’emendamento n. 41 chiede perciò alla Commissione di fornire una risposta chiara, per farci comprendere esattamente i nostri compiti in termini di bilancio. L’ultimo punto è quello della smilitarizzazione; su questo aspetto abbiamo presentato, insieme all’onorevole Lambert, l’emendamento n. 55.

L’articolo apparso su The Economist il 7 aprile offriva un’analisi veramente lucida: ne raccomando la lettura a tutti i colleghi. Esso indicava tre motivi fondamentali che dovrebbero indurci a insistere per ottenere la smilitarizzazione: in primo luogo, l’attuale livello di presenza militare non è affatto necessario, poiché dopo un cessate il fuoco triennale i pericoli connessi all’attività dei militanti sono sensibilmente diminuiti. In secondo luogo, uno sviluppo del genere sarebbe accolto con immenso favore in Kashmir dove – per citare The Economist – l’estraniamento “dal dominio indiano è profondamente radicato, e il ritiro dell’esercito verrebbe considerato non come la scomparsa di uno scudo protettivo, ma come la liberazione da una sciagurata oppressione”. In terzo luogo, il ritiro delle truppe dal Kashmir darebbe un notevole impulso al faticoso processo di riavvicinamento tra India e Pakistan.

Per concludere vorrei attirare la vostra attenzione – come altri due oratori hanno già fatto – sull’operato del collega Bushill-Matthews. Voterò a favore di questa relazione poiché essa invia un messaggio positivo: getta luce sui problemi che rappresentano il quotidiano travaglio della popolazione del Jammu e Kashmir. A noi spetta il compito di far sì che questa luce resti accesa e splendente, coinvolgendo il maggior numero possibile di partecipanti nel processo teso a risolvere il problema del popolo kashmiro.

 
  
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  Richard Howitt (PSE). (EN) Signora Presidente, il ruolo positivo che l’Unione europea può svolgere in relazione a qualsiasi conflitto in ambito mondiale, e particolarmente nel Kashmir, si identifica nel sostegno ai processi di pace e allo Stato di diritto. Gli emendamenti presentati a questa relazione da noi laburisti riguardano la prosecuzione del ritiro delle truppe da entrambe le parti, l’estensione degli aiuti allo sviluppo, la necessità di stimolare il coinvolgimento pratico dei kashmiri: il nostro approccio dev’essere equilibrato, diplomatico e costruttivo.

In marzo mi trovavo in Kashmir, nello stesso periodo in cui vi si è recata la signora Commissario; ho visto un Azad Jammu e Kashmir più aperto di quanto fosse mai stato in precedenza. Gli indiani erano disponibili a discutere con i secessionisti, ed entrambi i governi guardavano con ottimismo al dialogo composito; in febbraio, quando l’esplosione di una bomba sul treno Nuova Delhi-Lahore ha ucciso 68 persone, la politica delle accuse ha ceduto il posto a una solidarietà reciproca, tesa a sconfiggere i terroristi responsabili di questo crimine.

Tuttavia, il sostegno che la relatrice liberaldemocratica invoca per la sua relazione è possibile solo perché, a livello di commissione parlamentare, abbiamo sconfitto le proposte da lei stessa avanzate: quella di interrompere le relazioni commerciali con una parte, ma non con l’altra; quella di fornire aiuti economici solo a una delle due parti; quella di rovesciare la risoluzione delle Nazioni Unite a favore dell’autodeterminazione; e infine – più offensiva di tutte – quella di trarre un vantaggio politico dal sesto più grave terremoto nella storia dell’umanità.

Ricordo l’emendamento n. 58, presentato dai liberaldemocratici, che addossa a una delle due parti la colpa di aver impedito il plebiscito, e l’emendamento n. 5, elaborato dai conservatori, che si oppone a un plebiscito in futuro: i deputati europei laburisti e socialisti sono contrari a entrambi.

In questa relazione – mi duole dirlo – abbiamo visto una relatrice che dichiarava di volersi attenere al principio primum non nocere, ma che invece è riuscita a fare solo danni. Invito i partecipanti al dibattito e alla votazione a non voler parlare in nome dell’India o del Pakistan; parlate in nome dell’Europa, della pace e dei diritti umani e renderete un grande servigio al popolo del Kashmir e all’onore del nostro Parlamento.

 
  
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  Sajjad Karim (ALDE). (EN) Signora Presidente, plaudo alle osservazioni della signora Commissario. Il catastrofico terremoto dell’ottobre 2005 ha attirato l’attenzione del mondo sul disperato dramma dei kashmiri; questa tragedia ha offerto a India e Pakistan l’occasione di far nascere la pace dal grembo stesso di una calamità, e apre alla comunità internazionale la prospettiva di accedere a una regione finora chiusa e isolata.

Il Consiglio ha affermato con forza che India e Pakistan devono individuare per il Kashmir una soluzione durevole, che tenga conto delle aspirazioni di tutti gli abitanti del Kashmir: si tratta di un approccio corretto e responsabile, che anche il Parlamento europeo deve adottare se desideriamo recare un contributo costruttivo al dibattito sul Kashmir.

In quanto liberali, siamo gli eredi di coloro che diedero vita a questo concetto; di conseguenza, non ci stancheremo di proclamarlo appassionatamente: autodeterminazione, autodeterminazione, autodeterminazione. E’ questo un diritto assoluto, sancito dalle Nazioni Unite, rispettato e tutelato dall’Unione europea, ed è un processo democratico che la nostra Assemblea ha il dovere di sostenere.

L’Unione europea deve offrire il proprio appoggio alle idee positive che vengono avanzate: sistemi di autogoverno, progressiva irrilevanza delle frontiere, gestione mista a cavallo della Linea di controllo. Non spetta a noi eliminare alcuna opzione; dobbiamo però insistere affinché esse siano analizzate tramite una esaustiva consultazione con i kashmiri e, quando si presentino le condizioni opportune, dobbiamo sostenere la loro aspirazione a determinare il proprio destino per mezzo di un plebiscito democratico. Considerando la lunga scia passata di violazioni dei diritti umani, è impossibile giungere a una soluzione sostenibile senza porre fine all’impunità e senza garantire che i diritti umani costituiscano una delle basi della pace. India e Pakistan sono oggi entrambi membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite; l’appartenenza a questo Consiglio reca con sé la responsabilità di svolgere un ruolo di guida.

Donne e bambini hanno dovuto sopportare il peso del conflitto e del terremoto; le donne sono rimaste vedove, i bambini orfani, e tutti ora lottano per ricostruire la propria vita. L’Unione europea, forte delle relazioni economiche e commerciali che intrattiene sia con l’India che con il Pakistan, deve proteggere i più vulnerabili nel breve termine e garantire la loro possibilità di sostentamento nel lungo periodo. La tragedia più grande provocata dal terremoto è stata la scomparsa di un’intera generazione di kashmiri; dobbiamo piangere la loro morte, ma per i sopravvissuti i nostri obiettivi siano la pace, la giustizia e l’autodeterminazione, a favore della prossima generazione di questo popolo.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE).(EN) Signora Presidente, concordo con tutte le osservazioni appena formulate dal collega, onorevole Karim, in particolare per quanto riguarda la fondamentale importanza dell’autodeterminazione – tanto più per i popoli divisi dalla storia.

Siamo d’accordo sul fatto che, attualmente, non vi siano le condizioni per un plebiscito, ma non per questo bisogna trascurarle; insieme ad altri colleghi del gruppo ALDE abbiamo quindi presentato gli emendamenti nn. 18 e 56, che rivestono per noi cruciale importanza.

Il conflitto nel Kashmir è la vicenda che ha portato il mondo più vicino a una guerra nucleare, dagli anni ’60 in poi; di conseguenza, si tratta di un problema importantissimo per tutti noi, deputati di questo Parlamento. Indipendentemente dal fatto che i nostri singoli paesi vi siano storicamente coinvolti, esso rientra sicuramente tra gli interessi dell’Unione europea. Accogliamo con grande favore le misure volte a rafforzare la fiducia; l’ambiente è un tema di preoccupazione comune per le popolazioni che abitano entrambi i versanti della Linea di controllo, e può costituire un prezioso elemento per la costruzione della pace. E’ necessario normalizzare le relazioni a tutti i livelli, da quello di base fino a quello politico, e rendere il confine meno rigido può essere in questo senso una valida misura provvisoria.

 
  
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  David Casa (PPE-DE). (MT) La ringrazio, signora Presidente. Nel corso degli anni il conflitto nel Kashmir ha mietuto migliaia di vittime, tra cui migliaia di persone strappate alle famiglie e altre migliaia che sono state costrette a lasciare il proprio paese per cercare altrove una vita migliore. Di conseguenza, mi sembra, siamo tutti convinti che per l’Unione europea sia giunto il momento di fare ogni sforzo per giungere a una soluzione pacifica e duratura, tale da recare beneficio a tutti gli interessati. E’ chiaro a tutti che, dopo anni di insicurezza, spargimenti di sangue e promesse non mantenute, tale compito si presenta tutt’altro che facile, nonostante il consenso che sembra regnare a livello ufficiale. Dobbiamo però assicurarci che i risultati ottenuti finora non rischino di sfumare, e inoltre dobbiamo far sì che il dialogo permanente fra India e Pakistan possa contare su assistenza e sostegno incondizionati da parte nostra. Bisogna offrire sia all’India che al Pakistan l’opportunità di perseverare nell’adozione di misure per il rafforzamento della fiducia, e di continuare a permettere alle popolazioni il passaggio delle Linee di controllo; dopo tanti anni di divisione, questo passo è stato salutato con grande soddisfazione. Sono certo che l’Unione europea sosterrà senza riserve qualsiasi iniziativa in grado di condurre alla pace, anche se il processo potrà rivelarsi lento e prolungato. Come ha affermato la signora Commissario, per motivi umanitari dobbiamo garantire che la popolazione dei campi profughi riceva tutti gli aiuti umanitari necessari, soprattutto dopo il catastrofico terremoto che ha precipitato tante persone in un disperato dramma. Occorre incrementare gli aiuti e concedere qualche forma di status ufficiale ai campi profughi, che esistono ormai da moltissimi anni. Esorto vivamente tutte le autorità indiane e pakistane a onorare gli impegni assunti e a riconoscere ai kashmiri la dignità che meritano, poiché ogni persona al mondo ha diritto a tale dignità. Ultima, ma non meno importante osservazione: a mio avviso dobbiamo agire per proteggere la storia di questo popolo, che è unica al mondo: le popolazioni indiana, pakistana e kashmira devono concentrarsi sugli elementi che le uniscono, poiché solo in questo modo il processo di pace potrà avere successo. Ringrazio infine la relatrice, per il tenace lavoro che ha dedicato all’esito positivo della relazione.

 
  
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  Neena Gill (PSE). (EN) Signora Presidente, desidero congratularmi con la baronessa Nicholson per il suo lavoro su quella che è già divenuta una delle più discusse relazioni d’iniziativa promosse dal nostro Parlamento.

Nel dicembre scorso ho guidato una delegazione in Pakistan, e nel corso di tale visita quasi tutti i nostri interlocutori ci hanno portato a discutere di questa relazione; ho seguito da vicino l’evoluzione del testo, e non sottovaluto certo le sfide che è stato necessario superare per portare alla luce i dati di fatto dei temi in discussione. Sono sicura che, con l’andar del tempo, questa relazione verrà considerata un’autorevole fonte in materia.

Anch’io ho visitato una parte del Kashmir, questa terra divisa, ed esprimo solidarietà e partecipazione per il dramma del popolo kashmiro, tanto più grave dopo il tragico impatto del terremoto. Questa relazione, inoltre, ha messo in luce per la prima volta le condizioni prevalenti non solo nel Kashmir ma anche nei Territori del Nord. Mentre mi trovavo in Pakistan, ho incontrato numerosissime persone che hanno espresso un vivissimo desiderio di maggiore democrazia e maggiore possibilità di far sentire più incisivamente la propria voce; mi auguro quindi che tra i frutti di questa relazione vi sia, nel prossimo futuro, il rigoglio della democrazia e l’ampliarsi delle strutture democratiche, soprattutto nel Gilgit e Baltistan.

Fra i temi che hanno suscitato la più aspre contrapposizioni fra i deputati del nostro Parlamento, si deve annoverare la questione del plebiscito. Mi rallegro tuttavia per il consenso che la relazione fa registrare in materia; la risoluzione delle Nazioni Unite in cui si richiedeva l’organizzazione di un plebiscito affermava chiaramente – è opportuno ricordarlo – che il plebiscito stesso si dovrà tenere solo quando saranno state soddisfatte tutte le necessarie condizioni. Purtroppo, tali condizioni ancora non sussistono.

Ho presieduto la delegazione per le relazioni con i paesi dell’Asia meridionale e l’Associazione per la cooperazione regionale dell’Asia del sud, e presiedo ora la delegazione per le relazioni con l’India; mi rendo perfettamente conto, quindi, che questo problema ha ostacolato l’instaurarsi di adeguati rapporti tra i paesi confinanti, nonché lo sviluppo dell’intera regione. Giudico perciò assai favorevolmente le misure per il rafforzamento della fiducia, in cui India e Pakistan si sono impegnati negli ultimi anni. Esorto i due paesi a continuare su questa strada, rendendo meno rigidi i confini e intensificando gli scambi commerciali; tale approccio, infatti, ha già dato risultati positivi in termini di prosperità regionale, e mi auguro sinceramente che esso possa produrre, alla fine, un miglioramento complessivo della situazione per il popolo del Kashmir.

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE). (EN) Signora Presidente, questa relazione esamina le prospettive presenti e future che si aprono al popolo del Kashmir; è un aspetto che non va dimenticato, poiché la relazione non riguarda l’India e nemmeno il Pakistan. Mi rallegro che il testo sia stato sostanzialmente modificato in sede di commissione; da parte mia ho comunque cercato di emendarlo ulteriormente, e parecchi emendamenti presentati dal mio gruppo – anche se non tutti – potranno, mi auguro, meritare il vostro voto favorevole.

L’emendamento n. 18 chiede che i kashmiri possano in futuro esercitare il diritto all’autodeterminazione per mezzo di un plebiscito. A mio avviso questo è un fattore irrinunciabile; sono fermamente convinta che ogni popolazione debba avere il diritto di determinare il proprio destino, ed è proprio questo che i kashmiri chiedono da moltissimi anni a questa parte. Le risoluzioni in materia furono approvate sessant’anni fa dalle Nazioni Unite, ma non sono state ancora applicate. Come possiamo scegliere in maniera tanto selettiva le risoluzioni dell’ONU che intendiamo sostenere? Comunque, vorrei spingermi ancora più in là e per ogni plebiscito proporre tre opzioni: governo dell’India, governo del Pakistan, indipendenza. Così si spiega l’emendamento n. 57.

Questa relazione, benché molto migliorata rispetto alla stesura originaria, mi lascia perplessa anche da un altro punto di vista: essa, a quanto sembra, si concentra con particolare severità sulle colpe che si possono attribuire al governo pakistano per il suo operato in Pakistan, anziché analizzare con approccio equilibrato gli aspetti negativi dell’azione svolta in generale da India e Pakistan nel Jammu e Kashmir.

Infine, dobbiamo operare sulla base dei progressi positivi compiuti sia dall’India che dal Pakistan, ed evitare di comprometterne i risultati; e in ogni caso non si potrà raggiungere alcuna soluzione, se l’ultima parola non spetterà ai kashmiri stessi.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE). (PL) Signora Presidente, dal punto di vista delle organizzazioni dei diritti umani da 56 anni a questa parte il Kashmir è uno dei punti più instabili della carta geografica. Da molti anni la popolazione civile si trova in una situazione gravissima, praticamente priva di aiuti o tutela da parte della comunità internazionale. Nel Kashmir gli scontri armati continuano quasi senza sosta e, secondo quanto riferiscono le organizzazioni dei diritti umani, dall’epoca dell’insurrezione dei mujaheddin nel 1989 nella regione hanno perso la vita più di 30 000 civili.

Il Kashmir dovrebbe essere un grave peso per la nostra coscienza; tutte le democrazie europee, fiere di una tradizione di dialogo e libertà soprattutto nelle questioni religiose, sembrano ignorare o trascurare la tragedia che incombe sulla popolazione civile del Kashmir. L’Unione europea deve contribuire a diffondere e promuovere la democrazia con ogni mezzo, soprattutto nelle regioni in cui da molti anni infuriano conflitti armati di matrice etnica o religiosa.

In questo momento, alla luce dei colloqui che si tengono attualmente fra India e Pakistan sulla questione del Kashmir – malauguratamente senza troppe speranze di successo – è necessario che l’Unione europea mostri la decisa volontà di sostenere la popolazione civile del Kashmir. Nel sostenere il processo di pace in Asia, l’UE deve dar prova del medesimo spirito energico e attivo con cui ha sostenuto la rivoluzione arancione e Aleksander Milinkiewicz, cui ha conferito il Premio Sacharov.

Non dobbiamo dimenticare che in futuro l’Asia, grazie alle risorse naturali e alla manodopera di cui dispone, diverrà il partner più importante dell’Unione europea. Ignorare i conflitti è una dimostrazione di stolta ignoranza che nel ventunesimo secolo non possiamo permetterci, ben sapendo che in tali conflitti possono essere impiegate armi di distruzione di massa.

 
  
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  Inger Segelström (PSE). (SV) Desidero ringraziare tutti per aver tenacemente perseguito il compromesso accettabile che è stato alla fine raggiunto. Per me – socialdemocratica svedese e deputata al Parlamento europeo – India, Pakistan e Kashmir non rappresentano certo un argomento consueto, ma mi sono appassionata al tema leggendo la prima stesura e seguendo gli interventi nel dibattito dei colleghi – provenienti perlopiù dal Regno Unito – che hanno parlato a nome dei vari partiti.

Il nostro compito non è quello di vivere nel passato o di adottare una posizione favorevole o contraria all’India o al Pakistan; abbiamo una responsabilità per quel che accade nel Kashmir e per la situazione dei diritti umani in quella regione. Il nostro compito di deputati al Parlamento europeo è quello di considerare l’eventuale ruolo che possiamo svolgere, di offrire poi l’aiuto della nostra esperienza e in tal modo di contribuire a risolvere il conflitto che infiamma il Kashmir.

Ciò che avviene, e che continua a verificarsi ormai da gran tempo, è uno scandalo. A mio parere due paesi civili come l’India e il Pakistan dovrebbero essere in grado di assumersi una più ampia responsabilità condivisa, di fissare un calendario mirante alla realizzazione di risultati pratici e, naturalmente, di aiutarsi reciprocamente nella lotta contro il terrorismo. In caso contrario, le Nazioni Unite e l’Unione europea dovranno intervenire in maniera più decisa di quanto abbiano fatto in passato. La strategia dell’Unione europea è quella di esercitare pressioni per mezzo di accordi, aiuti e contatti; avrei preferito che ci fossimo spinti più in là, preparandoci a sostenere un referendum, ma comprendo che non siamo ancora nelle condizioni adatte per compiere un tale passo.

Le aspirazioni della popolazione del Kashmir devono guidarci nella nostra azione futura, e devono guidare altresì tutti coloro che intendono assumersi una responsabilità in quella regione. Invito tutti a pensare non in termini di prestigio, bensì di pace, e non in termini di storia, bensì di presente e futuro. Come ha ricordato l’onorevole Leinen, se Francia e Germania sono state capaci di creare la pace in Europa e di fondare l’Unione europea, India e Pakistan – ne sono convinta – possono trovare dentro di sé lo spirito per portare libertà e pace nel Kashmir.

 
  
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  Dalia Grybauskaitė, Membro della Commissione. (EN) Signora Presidente, la Commissione ribadisce la ferma convinzione che esistano ora rinnovate speranze di una più prossima soluzione per la questione dei kashmiri.

Entrambe le parti, riteniamo, hanno inviato segnali che indicano una flessibilità ben maggiore di quella riscontrata in passato; nondimeno, prevediamo un processo lento e graduale piuttosto che risultati rapidi. C’è però un elemento importante, che la relatrice sottolinea con chiarezza nella relazione: la chiave della soluzione di questo conflitto sta essenzialmente nelle aspirazioni politiche delle popolazioni di entrambe le parti e di entrambi i paesi.

L’Unione europea continuerà a sostenere il processo di riconciliazione tra India e Pakistan; da parte sua, la Commissione è pronta a continuare nell’opera di assistenza da fornire alla regione tramite i propri diversi programmi di cooperazione. Per rispondere all’onorevole Elles, segnalo che abbiamo già deciso lo stanziamento di 50 milioni di euro per l’opera di ricostruzione, che a nostro parere si protrarrà per alcuni anni. Finora nessuno dei due governi ci ha inviato richieste di finanziamenti supplementari, ma se una tale richiesta fosse avanzata siamo pronti a discuterne a tempo debito.

Questo programma contribuirà pure a ripristinare lo sviluppo economico e il buongoverno nei due paesi; è questa la prima e più importante condizione di una soluzione sostenibile alla questione del Kashmir.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (Articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Il Kashmir è stato colpito da una spaventosa serie di tragedie, culminata nel recente disastroso terremoto. Talvolta la speranza può sbocciare dalla tragedia, e dopo il terremoto India e Pakistan si sono dimostrati pronti a collaborare per migliorare le condizioni di vita dei kashmiri. Dobbiamo incoraggiare tutte le parti in causa a proseguire nelle misure di rafforzamento della fiducia e ad “ammorbidire” il confine; l’India deve alleviare il soffocante peso delle proprie truppe di stanza in Kashmir, mentre il Pakistan deve continuare a combattere il terrorismo. Quando verrà il momento opportuno, il popolo del Kashmir deve avere la possibilità di esprimersi per determinare il proprio futuro.

 
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