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Procedura : 2006/0297(COD)
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A6-0174/2007

Discussioni :

Votazioni :

PV 11/07/2007 - 7.5
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2007)0331

Discussioni
Mercoledì 11 luglio 2007 - Strasburgo Edizione GU

8. Dichiarazioni di voto
PV
  

– Calendario della sessione del Parlamento europeo – 2008

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Pur opponendoci al fatto che Strasburgo sia sede delle tornate del Parlamento, abbiamo deciso di votare contro la proposta di eliminare le sedute del giovedì dalle tornate di Strasburgo. Vorremmo che le attività del Parlamento fossero tutte trasferite a Bruxelles, ma limitarsi a sopprimere le sedute del giovedì renderebbe soltanto meno efficace l’attività del Parlamento. Il risparmio che si otterrebbe sarebbe minimo e i benefici per l’ambiente sarebbero pressoché nulli, dal momento che i carichi trasportati sarebbero gli stessi e anche in futuro occorrerebbero gli stessi locali.

Vogliamo sia apportato un vero cambiamento in modo che sia istituita una sede unica e un solo luogo di lavoro per il Parlamento, a Bruxelles – una proposta che abbiamo avanzato anche nella relazione Leinen sulla convocazione della Conferenza intergovernativa.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – Ho votato a favore di tutti gli emendamenti al calendario che prevedevano la riduzione del tempo trascorso dal Parlamento europeo a Strasburgo. La città è meravigliosa e la gente stupenda, ma è necessario porre fine a questo circo ambulante che ogni anno costa agli europei più di 400 milioni di sterline e che al tempo stesso impedisce all’Unione europea di svolgere il proprio lavoro in modo efficace. A questo Parlamento occorre un unico luogo di lavoro per motivi politici ed economici. Dobbiamo fare tutto il possibile per conseguire questo obiettivo.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – I miei colleghi conservatori ed io riteniamo che il Parlamento europeo debba avere una sede permanente – a Bruxelles. Da molti anni sosteniamo che occorre porre fine all’esistenza di due sedi e ad una spesa di 200 milioni di euro che grava annualmente sui contribuenti, nonché ai milioni di sterline che i cittadini britannici si trovano a dover pagare. Siamo inoltre molto preoccupati dell’impatto che l’esistenza di due sedi ha sull’ambiente in termini di emissioni di carbonio.

Abbiamo appoggiato un emendamento al calendario per il 2008 che prevede l’eliminazione delle sedute del giovedì a Strasburgo. Non si tratta assolutamente di un’alternativa alla nostra posizione di principio, che vorrebbe sopprimere le sedute di Strasburgo, ma vogliamo sia riconosciuto che i Trattati attualmente prevedono 12 sedute a Strasburgo. Invitiamo il Consiglio europeo ad includere questo tema nel mandato per la CIG, unico forum in cui la questione può essere risolta.

 
  
  

– Relazione Jo Leinen (A6-0279/2007)

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE). – (FI) Signor Presidente, è evidente che il processo decisionale dell’Unione deve essere chiarito. Tuttavia, ciò non deve significare che l’Unione debba diventare una federazione con un potere centralizzato. Io ho votato affinché il potere resti principalmente agli Stati membri e l’Unione possa esercitare solo il potere che gli Stati membri indipendenti sono preparati e disposti a cederle.

Per quando riguarda il voto sulla questione della sede unica del Parlamento che dovrebbe essere affrontata dalla Conferenza intergovernativa, non reputo sia appropriato inserire tale tema nell’agenda della CIG. Se, tuttavia, la CIG lo affronterà e si deciderà per una sede unica, che è una soluzione ragionevole, ritengo che Strasburgo sia la sede migliore poiché Strasburgo è la vera capitale europea. In ogni caso, non la ritengo un’ipotesi realistica.

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto – (SV) Abbiamo votato a favore della relazione, benché non condividessimo la tesi secondo cui è deplorevole che simboli quali la bandiera e l’inno siano stati rimossi dal nuovo progetto di Trattato. Non riteniamo neppure che il progetto di Trattato dia l’impressione di sfiducia nei confronti dell’Unione e che trasmetta il messaggio sbagliato all’opinione pubblica.

E’ positivo che siano stati mantenuti gli elementi primari del progetto iniziale di Costituzione. E’ particolarmente importante che l’allargamento venga facilitato, che gli accordi collettivi e il diritto di intraprendere attività sindacale conformemente alle norme nazionali vengano sostenuti e che si accresca la trasparenza all’interno dell’UE.

 
  
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  Johannes Blokland (IND/DEM), per iscritto. – (NL) Poco fa ho votato contro la risoluzione dell’onorevole Leinen relativa alla convocazione della Conferenza intergovernativa (CIG) in quanto mi oppongo alla convocazione di questa CIG, dal momento che sostengo l’introduzione di un trattato totalmente nuovo.

Il motivo del mio voto contrario risiede nel fatto che in troppe occasioni la risoluzione continua a riferirsi ad alcuni elementi del Trattato costituzionale, quali l’utilizzo della parola “costituzione” e i simboli dell’Unione. D’altra parte, sono sollevato, se non altro, che il nuovo trattato sia stato spogliato da questo simbolismo costituzionale – una posizione che peraltro è condivisa anche dal governo olandese. Come conseguenza, l’UE è in parte stata spogliata delle sue imponenti aspirazioni.

Non posso nemmeno identificarmi con le dure parole che sono state rivolte agli Stati membri che sono riusciti a ottenere una deroga sulla Carta. Anche senza un riferimento esplicito in un nuovo trattato, la Carta resta giuridicamente vincolante. In quanto tale, questo è tipicamente un caso di simbolismo.

Ho votato contro questa risoluzione proprio perché attribuisce grande valore a tali aspirazioni costituzionali dell’Unione. Il Parlamento europeo dovrebbe seguire l’esempio del Consiglio e adottare un certo livello di buon senso e realismo sull’introduzione di un nuovo trattato.

 
  
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  Jens-Peter Bonde (IND/DEM), per iscritto. – (DA) La relazione prontamente approva la convocazione di una Conferenza intergovernativa, che opererà in segreto nel corso della pausa estiva al fine di evitare pubblicità e dibattiti con l’elettorato.

Il Movimento di giugno propone invece una convenzione aperta ed eletta democraticamente con il compito di stilare un nuovo documento da sottoporre a consultazione referendaria in tutti i paesi dell’UE.

Il 23 giugno 2007 il vertice di Bruxelles ha adottato un testo in cui gli obblighi giuridici di cittadini e Stati membri sono identici ai doveri menzionati nella Costituzione respinta.

La parola “Costituzione” viene gettata alle ortiche solo per poi essere legalmente reintrodotta mediante l’esplicito riconoscimento dell’interpretazione del sistema giuridico dell’UE da parte della Corte di Giustizia delle Comunità europee come, specificamente, un sistema costituzionale.

Non esiste più alcun riferimento a una bandiera, un inno o un giorno di festa nazionale, ma questi elementi sono ancora presenti e sono rimasti immutati.

Al ministro degli Esteri viene dato un nuovo titolo, ma è talmente lungo che la stampa lo chiamerà ministro degli Esteri. I suoi poteri restano invariati. L’unico vero cambiamento è il rinvio di 7-10 anni della votazione a doppia maggioranza, il che attribuisce un maggiore potere ai paesi più grandi, in particolare la Germania e, forse, la Turchia.

Gli obblighi giuridici restano identici e, come minimo, i referendum devono essere tenuti nei paesi che avevano deciso di indirli.

A questo proposito la soluzione più semplice sarebbe quella di indire i referendum nello stesso giorno in tutti i paesi dell’UE. Così facendo, avremo il giudizio dei cittadini, e infatti ci troviamo in quest’Aula proprio per essere al loro servizio. Il 77 per cento dei cittadini dell’Unione europea vuole un referendum, solo il 20 per cento si oppone.

Il Movimento di giugno pertanto appoggia la campagna di raccolta firme.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Leinen sulla convocazione della Conferenza intergovernativa, poiché sono convinta che il lavoro congiunto del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio europeo, nell’ambito della Presidenza portoghese, ci permetterà di trovare una soluzione ai punti morti e agli ostacoli che sono ancora presenti nel progetto europeo, e di costruire “un’Europa più forte per un mondo migliore”.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Votando a favore della relazione e del paragrafo 8 della stessa, la maggioranza in Parlamento ha appena riconosciuto e accolto il mandato del Consiglio europeo alla CIG e il fatto che questo “salvaguardi in ampia misura la sostanza del trattato costituzionale”.

Nonostante la massiccia campagna volta a celare la portata e gli obiettivi reali del mandato, è sempre più evidente che in “questo grande cambiamento” tutto è rimasto immutato, ovvero, l’intenzione è di eludere la legittima bocciatura del cosiddetto Trattato costituzionale decretata dal popolo francese e olandese, ed evitare che i cittadini di tutti gli Stati membri possano esprimere liberamente il proprio parere su un “nuovo” Trattato.

La maggioranza in Parlamento vorrebbe spingersi persino oltre. Deplora la perdita di alcuni punti importanti decisi nel corso della CIG del 2004, e dichiara la propria “la propria ferma intenzione di presentare, dopo le elezioni del 2009, nuove proposte per un ulteriore assetto costituzionale dell’Unione”.

Desideriamo specificare una volta di più che è tempo di ascoltare le richieste dei cittadini, di rafforzare la democrazia, di impegnarci per un’Europa più giusta, per il progresso sociale e per una migliore redistribuzione del reddito. E’ tempo di rispettare il principio di sovranità degli Stati che hanno uguali diritti, di potenziare la cooperazione e la solidarietà a livello internazionale e di impegnarci risolutamente per la pace.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Sono delusa, poiché l’Assemblea ha respinto l’emendamento n. 1 dell’onorevole Alvaro nonché altri che avrebbero aggiunto al mandato di quest’ultima Conferenza governativa sulla revisione del Trattato la questione riguardante la sede unica a Bruxelles per il Parlamento europeo. Non riesco a comprendere come 380 dei miei colleghi sostengano il prolungamento di questa continua farsa di cui siamo tutti vittime.

Esistono, inoltre, altre questioni nella presente relazione che mi dissuaderebbero dal votare a favore. Comunque, per il semplice fatto che sia stata bocciata la proposta della sede unica, non riesco nemmeno a pensare di poter votare a favore.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) Mi sono astenuto nel voto sulla risoluzione riguardante la futura Conferenza intergovernativa, poiché ritengo che all’ultimo vertice europeo abbia mancato l’obiettivo che si era prefissato di rilanciare l’Europa. Ciò che otterremo, alla meglio, sarà un trattato minimalista che certo renderà possibili alcuni progressi, ma che lascerà al Regno Unito delle nuove opzioni di non partecipazione. Mi riferisco in particolare alla Carta dei diritti fondamentali. In quale modo la Corte di Giustizia delle Comunità europee potrà applicare questa Carta dal momento che non sarà valida nel Regno Unito?

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Ho votato contro questa relazione, poiché ritengo sia totalmente avulsa dalla realtà. Il fatto è che i cittadini della Francia e dei Paesi Bassi hanno bocciato il progetto di Costituzione europea mediante referendum. Nell’ipotesi in cui fosse stato indetto un referendum, per esempio, in Svezia, Danimarca e Regno Unito, il progetto sarebbe stato sicuramente bocciato un’altra volta. Ora, il vertice ha rimosso i simboli e respinto le proposte di un inno e una bandiera dell’UE. Tuttavia, per quanto riguarda i futuri poteri legislativi dell’UE sugli Stati membri, non vi sono differenze fra il progetto di Costituzione respinto e ciò che viene proposto ora.

Inoltre, è interessante osservare come, nel progetto di relazione, la maggioranza federalista del Parlamento europeo ora cerchi di aggirare la bocciatura sull’inno e sulla bandiera.

Ho votato a favore dell’ampliamento del mandato della Conferenza intergovernativa in modo da includere lo spostamento della sede del Parlamento europeo da Strasburgo a Bruxelles.

Riguardo alla questione concernente i referendum sul nuovo Trattato, reputo che ogni paese debba decidere per se stesso se indire o meno un referendum. Ritengo che dovrebbero agire in questo senso, ma il Parlamento europeo in quanto Istituzione non deve interferire nella questione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il vero scopo delle continue macchinazioni che aleggiano intorno al cosiddetto “nuovo” Trattato si riflette nella risoluzione adottata oggi in Parlamento dalla maggioranza.

Si devono mettere in evidenza due aspetti:

– Siffatta situazione conferma che il disprezzabile (e falso) “periodo di riflessione” è stato semplicemente utilizzato per giungere alla conclusione che si deve mantenere il contenuto del Trattato respinto. Questa conferma è ora sancita nel mandato per la “nuova” riforma dei Trattati.

– Abbiamo assistito a un’incredibile dimostrazione di cinismo e ipocrisia da parte della maggioranza in Parlamento, che, si deve sottolineare, include le forze politiche che sostengono i vari governi dei paesi dell’UE, e che, avendo respinto le proposte di emendamento per indire i referendum sul cosiddetto “nuovo” Trattato, “invita la CIG e la Commissione a formulare proposte concrete per coinvolgere nuovamente i cittadini europei (…) in un dialogo nel proseguimento del processo costituzionale”.

E’ molto importante condannare un’operazione il cui fine è imporre la valenza sostanziale di un Trattato che è già stato respinto, camuffandolo per cercare di evitare che si svolgano referendum nazionali vincolanti. E’ per questo motivo che abbiamo votato affinché sia bocciato il mandato della CIG e la relativa decisione del Parlamento.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Mi trovo in disaccordo su questo emendamento poiché insiste sulla necessità di indire referendum in tutti gli Stati membri laddove è possibile. Si tratta di un’ingerenza diretta rispetto al principio di sussidiarietà; infatti spetta solamente agli Stati membri prendere la decisione di indire o meno un referendum.

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Non reputo che il nuovo progetto di Trattato sia molto diverso dal precedente e pertanto non posso sostenere la relazione. Sono stati messi al voto degli emendamenti che richiedevano lo svolgimento di referendum prima di apportare un qualsiasi cambiamento ai trattati. Sebbene sia personalmente a favore di un referendum in Svezia sul nuovo Trattato, ritengo che sarebbe un errore richiedere tale referendum a livello europeo. Non è compito del Parlamento europeo decidere se gli Stati membri devono o meno indire referendum.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici abbiamo votato contro questa relazione, poiché, essenzialmente, ci troviamo in disaccordo con il progetto di mandato per la Conferenza Intergovernativa proposta. Riteniamo che il testo del progetto di mandato per la CIG, concordato nell’ambito del Consiglio europeo di giugno 2007, in tutte le sue parti escluso il titolo, non sia altro che la Costituzione europea respinta dai cittadini di Francia e Paesi Bassi nei referendum che hanno tenuto nel 2005.

Inoltre, vorremmo chiarire che da quando il governo del Regno Unito ha promesso solennemente ai cittadini britannici un referendum su quella Costituzione europea, esso ha sia l’obbligo morale che il dovere democratico di presentare loro qualsiasi nuovo Trattato derivante dalla CIG che trasferisca i poteri dal Regno Unito all’Unione Europea.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Trovo inaccettabile che il Parlamento europeo abbia rifiutato la richiesta di referendum sul nuovo Trattato istituzionale.

Certamente il “no” espresso dalle popolazioni di Francia e Paesi Bassi sul vecchio progetto di Costituzione ha evidenziato un’enorme differenza fra l’opinione delle nazioni e quella dei dirigenti e parlamentari, che fossero europei o nazionali. Pertanto, soltanto in seguito a una nuova consultazione dei cittadini potremo legittimare questo nuovo Trattato. La migliore soluzione sarebbe che questo referendum fosse europeo.

Il Parlamento europeo non dovrebbe stupirsi di come, con relazioni di tale genere, si sia screditato agli occhi dei cittadini.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio appieno la convocazione della CIG; tuttavia, molti elementi contenuti in questa relazione vanno oltre il mandato concordato dal Consiglio e pertanto non posso sostenerla. Tuttavia, spero sinceramente che la CIG riesca a concordare un Trattato di riforma.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS), per iscritto. – (DE) Per ridurre al minimo la possibilità che i cittadini dell’UE critichino o contestino la nuova versione della Costituzione dell’Unione europea, quest’ultima viene posta ai voti con una procedura abbreviata. I cittadini, tuttavia, ci smaschereranno subito se tentiamo di convincerli che questo è un nuovo documento, anche se la maggior parte della sostanza resta tale e quale ed è cambiato solo l’involucro. Quando parliamo del nuovo Trattato, siamo anche certi che non occorrerà alcun referendum. La realtà è piuttosto il contrario.

Un approccio di questo tipo, come anche il fatto che sono state cedute più competenze a Bruxelles, che abbiamo sprecato un’altra occasione per definire le nostre frontiere e che non siamo riusciti a frenare i nostri negoziati con la Turchia, non ravvicinerà di certo i cittadini dell’UE. Abbiamo bisogno di un’Europa federale, in cui la popolazione sovrana possa tornare a esercitare una parte maggiore dei propri diritti di partecipazione. Solo allora avremo realmente intrapreso una direzione progressista realizzabile; tutto il resto è solo la chimera di un’isolata élite dell’UE. Per questo motivo ho votato contro la relazione.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), per iscritto. – Dichiaro il mio accordo sulla convocazione della Conferenza che, nell’ambito delle conclusioni del Consiglio europeo del 21-22 giugno scorsi, dovrà redigere gli emendamenti ai trattati in vigore. Si concluderà così la lunga fase di transizione in cui l’Unione ha vissuto, tra illusioni perdute, ideali confermati e speranze rinnovate. Un dato è certo: il tentativo di infrangere il monopolio della legittimità politica degli Stati nazione – eredità del trattato di Westfalia del XVII secolo – è fallito. L’Europa che si intravede – quella degli euro-realisti – deve essere in grado di provare che un’Unione di Stati sovrani è capace d’agire efficacemente attraverso l’espressione di una volontà comune. Se così non fosse, essa dovrà abbandonare per molto tempo la prospettiva di contare qualcosa nelle relazioni internazionali e nell’equilibrio delle grandi potenze.

Considero con favore il rafforzamento delle modalità di partecipazione della nostra Assemblea ai lavori della Conferenza ed auspico che i risultati dei lavori – per ragioni di trasparenza – siano pubblicati anche sotto forma di versione consolidata provvisoria dei trattati. L’Europa dei popoli e delle nazioni sta prendendo forma. Che la Conferenza non deluda, nella prospettiva di questo futuro, è l’augurio che esprimo con convinzione.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La relazione sul parere del Parlamento europeo a proposito della convergenza e del contenuto della Conferenza intergovernativa va addirittura oltre l’accordo reazionario del Consiglio europeo sul “Trattato di riforma”, come è stata battezzata questa versione riesumata ma peggiorata della “Costituzione europea”. Conservatori e socialdemocratici, incluso l’intero corpus degli europarlamentari del PASOK e di Nuova Democrazia, nonché liberali e verdi hanno accolto entusiasticamente l’accordo al fine di codificare e modificare in peggio il Trattato antiprogressista dell’UE. Superando perfino il Consiglio, essi richiedono cambiamenti reazionari ancora più radicali, quali l’introduzione di un ordine costituzionale comunitario che possa stabilire il primato della normativa comunitaria sulle normative nazionali degli Stati membri e rafforzare ulteriormente la sovranità della struttura sovranazionale dell’UE, alla quale verranno ceduti la maggior parte dei diritti di sovranità degli Stati membri.

Al contempo, queste forze hanno respinto in massa la proposta di chiedere l’approvazione del nuovo Trattato alle popolazioni europee tramite referendum negli Stati membri. In questo modo dimostrano la loro assoluta indifferenza nei confronti della volontà delle popolazioni europee, in particolare verso coloro che hanno respinto la “Costituzione europea” nei loro referendum, il loro reale timore delle nazioni e l’utilizzo del Parlamento europeo come un corpus per la legittimazione pseudodemocratica di tutte le politiche reazionarie contro le classe lavoratrice dell’UE.

 
  
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  Marco Pannella (ALDE), per iscritto. – Signor Presidente, signori del Consiglio e della Commissione, purtroppo, profeticamente, già nel 1942 nel Manifesto di Ventotene si denunciava la vostra Europa delle Patrie come il principale pericolo di alternativa contro gli Stati Uniti d’Europa, contro la Patria europea. Il 14 febbraio 1984 il Parlamento europeo aveva battuto questa letale politica. Ora, vendicandosi, il Consiglio europeo ha ingaggiato una vera guerra lampo, del generale Erwin Rommel, per imporci obbedienza – subito oggi indegnamente accordata – da “parlamenti” degli anni Trenta, fascisti o comunisti o della viltà continentale.

Avete paura delle parole; del nostro inno, del nostro simbolo, del nostro nome, delle “leggi” – termine vietato, volete “direttive”. Sono passati giorni: compaiono subito quelli della Grande Francia, della Forte Germania, della parte clericale e autoritaria, se non razzista, in Polonia, d’una Italia buona a nulla, cioè di tutto. Avete la paura proprio dei potenti e dei prepotenti. Faremo appello alla lotta contro questo degrado: da federalisti europei nei nomi di coloro che tradite: Spinelli, Adenauer, Schuman, De Gasperi, Monnet. Da federalisti radicali, del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, oltre che membri del gruppo Liberaldemocratico, che temiamo commetta oggi un errore. Mi auguro l’errore sia nostro, ma sono purtroppo convinto che così non sia. Viva la Patria Europea! E VOTO “NO”!!!

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Perché mi accingo a votare contro il Trattato di riforma dell’UE e contro il mandato di Conferenza intergovernativa?

Il Primo Ministro irlandese Ahern ha affermato che circa il 90 per cento della Costituzione europea di base resta immutato. Matematicamente questo è vero, ma le popolazioni di Francia e Paesi Bassi sono state imbrogliate.

“Il capo secondo contiene le disposizioni del titolo V del TUE attuale quali modificate in sede di CIG del 2004 (compresi il servizio europeo per l’azione esterna e la cooperazione strutturata permanente nel settore della difesa)”. (mandato della CIG)

Di conseguenza, tutte le norme presenti nella Costituzione pertinenti alla difesa saranno incluse nel nuovo Trattato di riforma dell’UE. In pratica, questo significa che il Trattato includerà quanto segue:

1. Impegno dell’Unione europea al fine di potenziare le forze militari.

2. Agenzia europea per la difesa (ora nel Trattato).

3. Nuove opzioni di intervento militare, quali le “misure di disarmo”, che dispongono un disarmo con la forza.

4. Sostegno militare a paesi terzi “per combattere il terrorismo sul loro territorio”.

5. Stretta collaborazione fra UE e NATO.

6. Nessun potere di controllo al Parlamento europeo in materia di politica estera e di sicurezza comune.

7. La Corte di giustizia non ha alcun potere decisionale su questioni di politica estera e di sicurezza.

8. Clausola di solidarietà militare nella lotta contro il terrorismo.

9. Gruppi tattici dell’UE per interventi militari europei nel mondo (eventualità ora inclusa nel Trattato).

10. Cooperazione militare strutturata. I singoli Stati membri possono persistere nel portare avanti la politica di difesa.

11. Disposizione per un bilancio europeo indipendente per la difesa, da sommarsi ai singoli bilanci nazionali per la difesa.

L’armamento e la militarizzazione dell’UE sono stati accelerati. Il settore della difesa costituiva la struttura portante della Costituzione. Il Trattato di riforma pianificato è anche un trattato militare.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. – (PL) Contrariamente a quanto si afferma nella relazione, una nuova nomenclatura per l’introduzione dei simboli europei nel Trattato porterebbe solo a incomprensioni, e indicherebbe che l’Unione europea sta entrando in una fase di pseudosovranità.

La flessibilità del mandato riguardo all’opt-out è un segno di buon senso e non di debolezza. Lo stesso è applicabile alla Carta dei diritti fondamentali. La forte reazione nei confronti della Carta conferma soltanto il sospetto che i suoi sostenitori la considerino semplicemente un mezzo per estendere la competenza giudiziaria dell’Unione europea passando dalla porta di servizio.

La critica al mandato nella relazione dell’onorevole Leinen è eccessiva e rende difficile raggiungere un compromesso sulla questione della riforma. Per questo motivo voterò contro la relazione.

 
  
  

– Relazione Kauppi (A6-0252/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione della collega finlandese, onorevole Piia-Noora Kauppi, riguardante la proposta di direttiva del Parlamento e del Consiglio europeo che modifica la direttiva 78/855/CEE del Consiglio relativa alle fusioni delle società per azioni e la direttiva 82/891/CEE del Consiglio relativa alle scissioni delle società per azioni, per quanto riguarda l’obbligo di far elaborare a un esperto indipendente una relazione in occasione di una fusione o di una scissione.

E’ normale esaminare regolarmente l’utilità degli obblighi che le aziende devono rispettare, in particolare per quanto riguarda le spese amministrative che originano tali obblighi. E’ utile, tuttavia, esaminare con attenzione non solo gli interessi del soggetto ma anche quelli di terzi, che si tratti di azionisti, dipendenti, fornitori, banchieri, amministrazioni fiscali e sociali, ecc. Peraltro, gli elementi forniti dalla Commissione europea meritavano di essere integrati da un’analisi delle pratiche internazionali in materia.

 
  
  

– Relazione Inger Segelström (A6-0262/2007)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Anche io oggi ho votato a favore del conferimento alla Commissione del potere di rendere flessibili gli emendamenti agli allegati, al fine di stabilire un numero di requisiti tecnici e di regole per i controlli dei veicoli nell’Unione europea. Tali emendamenti trattano di misure che non hanno nulla a che fare con gli elementi fondamentali della direttiva, ma vorrei dire in ogni caso che il processo di rimozione dei veicoli più vecchi dovrebbe essere accelerato, non soltanto per questioni di sicurezza ma anche per l’inquinamento dell’aria da essi causato. Da una parte la produzione di nuovi veicoli sta diventando sempre più costosa a causa di norme sulle emissioni sempre più rigide; in questo modo diventa sempre più difficile acquistarli per i cittadini meno abbienti. Dall’altra, in questo modo sulle strade circola un numero sempre crescente di vecchi veicoli che emettono gas inquinanti dannosi. Invito la Commissione ad adottare un piano per una più rapida sostituzione dei veicoli all’interno dell’Unione europea.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Questa iniziativa fa parte dei nuovi strumenti finanziari in materia di giustizia, libertà e sicurezza per il periodo 2007-2013 sui quali abbiamo già raggiunto un accordo in relazione alla maggior parte dei nostri programmi. Per quanto attiene ai programmi specifici di “Sicurezza civile” e “Prevenzione ed informazione in materia di droga”, tuttavia, vi è ancora disaccordo tra il Parlamento, da una parte, e il Consiglio e la Commissione, dall’altra, in relazione alla comitatologia da applicare.

Sono lieto che alla fine si sia giunti a un accordo fra le tre Istituzioni, rispondendo in tal modo alla necessità di una continua realizzazione di nuovi programmi finanziari per il cofinanziamento di progetti e per iniziative di interesse generale in questi settori.

Ulteriori rinvii avrebbero senza dubbio un impatto altamente deleterio in questo ambito, e gli stessi beneficiari ne sarebbero colpiti; i rinvii comprometterebbero la preparazione di un quadro di riferimento per settori come il diritto contrattuale europeo, influendo sul continuo lavoro della rete giudiziaria europea.

Alcune di queste attività avrebbero già dovuto godere del beneficio di un supporto finanziario dall’inizio del 2007 ma non l’hanno ottenuto poiché questo programma non è stato approvato, come è avvenuto per la rete giudiziaria civile e commerciale.

 
  
  

– Relazione Lienemann (A6-0174/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione della collega Marie-Noëlle Lienemann sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2000/60/CE che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acqua, per quanto riguarda le competenze di esecuzione conferite alla Commissione. Ho anche espresso il mio voto su una serie di emendamenti tecnici proposti da sei gruppi politici, tra cui il gruppo PPE-DE, volti a precisare che la modifica di questa direttiva si inserisce nel quadro della dichiarazione congiunta del Parlamento, della Commissione europea e del Consiglio in relazione alla decisione 2006/512/CE sull’introduzione di una procedura di regolamentazione con controllo di una serie di atti di base di cui la presente direttiva fa parte. Trovo nondimeno riprovevole che la Commissione europea, che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, non si sia applicata con maggiore impegno nella redazione dei suoi testi tenendo conto dell’accordo sulla comitatologia, in modo da obbligare il Parlamento europeo a vigilare sulla divisione dei poteri. La Commissione dovrebbe fare attenzione all’immagine che dà di sé: sembra infatti che voglia regolarmente avere un potere sempre maggiore. Questo comportamento della Commissione europea esaspera i cittadini.

 
  
  

– Relazione Florenz (A6-0186/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione del collega Karl-Heinz Florenz sulla proposta della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2000/53/CE in materia di veicoli fuori uso, per quanto riguarda le competenze di esecuzione conferite alla Commissione europea. Ho anche espresso il mio voto su una serie di emendamenti tecnici proposti da sei gruppi politici, tra cui il gruppo PPE-DE, volti a precisare che la modifica di questa direttiva si inserisce nel quadro della dichiarazione congiunta del Parlamento, della Commissione europea e del Consiglio in relazione alla decisione 2006/512/CE sull’introduzione di una procedura di regolamentazione con controllo di una serie di atti di base di cui la presente direttiva fa parte. Trovo nondimeno riprovevole che la Commissione europea, che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, non si sia applicata con maggiore impegno nella redazione dei suoi testi tenendo conto dell’accordo sulla comitatologia, in modo da obbligare il Parlamento europeo a vigilare sulla divisione dei poteri. La Commissione dovrebbe fare attenzione all’immagine che dà di sé: sembra infatti che voglia regolarmente avere un potere sempre maggiore. Questo comportamento della Commissione europea esaspera i cittadini.

 
  
  

– Relazione Markus Ferber (A6-0246/2007)

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ritengo che la liberalizzazione dei servizi postali sia di vitale importanza. E’ altrettanto importante, tuttavia, che sia rinviato l’intero processo di due anni rimandando la liberalizzazione del mercato al 2011.

E’ giusto introdurre una maggiore concorrenza nei servizi postali. L’economia e i consumatori ne trarranno beneficio, a patto che le condizioni di base siano corrette. Occorre garantire che le consegne postali mantengano la qualità a un prezzo ragionevole e che questo avvenga anche nelle zone più svantaggiate, come le regioni montane e le isole. Non deve accadere che tutto il peso del pacchetto di liberalizzazione gravi sugli impiegati dei servizi postali. Questo è il motivo per cui ho votato a favore del pacchetto.

 
  
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  Sylwester Chruszcz (NI).(PL) Signor Presidente, quale deputato polacco al Parlamento europeo sostengo tutte le soluzioni a favore di un libero mercato e della libera fornitura di servizi. Vorrei tuttavia porre l’accento sul fatto che la rapida liberalizzazione del settore postale approvata oggi può essere più dannosa che benefica, poiché a lungo termine porterà alla liquidazione di società postali nazionali come le Poste polacche, che saranno consegnate nelle mani di società europee quali DHL o della Deutsche Post. Questo è il motivo per cui ho votato contro la relazione Ferber.

I consumatori hanno il diritto alla libera concorrenza, ma l’apertura del mercato postale non deve avvenire in modo sconsiderato, a scapito delle imprese più deboli, non necessariamente preparate a un’aspra concorrenza, né delle migliaia di posti di lavoro in Polonia e negli altri Stati dell’Unione europea.

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE).(HU) Approvo la linea di compromesso raggiunta sulla questione della liberalizzazione dei servizi postali. Mi astengo, tuttavia, su una parte, e vi spiegherò per quale ragione. All’articolo 7 bis vengono menzionati gli Stati che hanno ottenuto un periodo di transizione fino al 2013. Mi astengo dal votare a tale riguardo perché ritengo che sia inaccettabile indicare gruppi di Stati specifici, in blocco, senza eseguire un’analisi caso per caso che spieghi per quale motivo essi abbiano ottenuto un tale periodo di transizione. Ciò che trovo maggiormente offensivo è che tra questi vi siano i nuovi Stati membri. Questo relega il mio paese e altri Stati membri allo status del Terzo mondo. Non abbiamo tuttavia esaminato singolarmente chi avrebbe dovuto ottenuto questo tempo e su quali basi.

Ritengo altresì inaccettabile l’affermazione affrettata secondo la quale Stati piccoli debbano ottenere periodi di transizione. Quali sono questi piccoli Stati? Dovremmo agire pertanto con maggiore precisione, definire meglio di chi stiamo parlando. Mi auguro che questo avvenga in seconda lettura.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, questo compromesso è una vera e propria contraddizione in termini. Stiamo liberalizzando i servizi postali affinché la concorrenza fornisca una più vasta gamma di servizi ai consumatori, una migliore qualità e prezzi più convenienti, ma al tempo stesso temiamo che i servizi universali possano crollare in un ambiente di mercato e in questo modo la liberalizzazione sarebbe sottoposta a regole. Essendo una sostenitrice della concorrenza leale ho votato a favore dell’emendamento n. 2, affinché tutti gli attori del mercato unico siano vincolati dai medesimi obblighi applicati ai servizi universali. Questo naturalmente non è piaciuto a chi è incline ad accettare solo i provvedimenti che più gli fanno comodo; costoro si sono opposti con forza alla proposta. L’emendamento n. 6 era essenzialmente dedicato alla trasparenza della contabilità, affinché i costi dei prodotti redditizi delle società non vengano gettati fra i costi dei servizi universali. Le nuove tecnologie sono in concorrenza con i servizi postali, ma non li stanno costringendo a uscire dal mercato. Sebbene la consegna delle lettere stia diminuendo, la consegna i pacchi resta comunque essenziale per poter acquistare su Internet. Non è pertanto nell’interesse dei consumatori o dei commercianti abbandonare i servizi postali al proprio destino, senza lasciare loro nulla a cui ricorrere.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE).(SK) Abbiamo appena approvato una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la Direttiva 97/67/CE sullo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari.

Il nuovo testo della direttiva dà molti segnali positivi sulla qualità dei servizi all’interno dell’Unione europea, come per esempio la disponibilità e, parimenti, la perdita del monopolio degli operatori nazionali sugli invii postali di peso inferiore ai 50 grammi. Mi dichiaro favorevole a una soluzione che non elimini il monopolio fino al 2010, vale a dire due anni più tardi rispetto alla data proposta dalla Commissione. L’idea – e in questo concordo con alcuni membri della commissione parlamentare per i trasporti e il turismo – è che le zone dell’Unione europea che hanno bisogno di più tempo per far giungere a destinazione le spedizioni postali in tutta l’Unione europea dovrebbero avere prezzi accessibili.

Per i nuovi Stati membri, compresa la Slovacchia, la data della liberalizzazione dovrebbe essere il 31 dicembre 2012, affinché vi sia il tempo necessario per trovare il metodo più appropriato per la fornitura di servizi postali universali. Ritengo che le dispute sulle date e sul finanziamento siano state risolte in modo equilibrato e a beneficio dei cittadini di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE).(SK) La liberalizzazione dei servizi postali, di cui si sta discutendo, implica che questo settore si apra a molte parti interessate.

Sono convinta che anche i cittadini comuni potranno fruire di cambiamenti positivi, poiché una concorrenza più forte favorisce servizi migliori e lo sviluppo di prodotti innovativi per i consumatori, che saranno in grado di scegliere tra una varietà di prodotti e di prezzi a seconda delle necessità di ciascuno. Per queste ragioni ho votato a favore della relazione del collega Markus Ferber, con la quale il Parlamento europeo ha compiuto il passo definitivo per lo smantellamento del monopolio sullo smistamento di invii postali di peso inferiore ai 50 grammi. Certamente il settore postale non può cambiare dal giorno alla notte. Per questo il Parlamento europeo ha redatto la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi postali con discernimento e responsabilità, per non mettere in pericolo tali servizi in ogni parte dell’Unione europea.

Grazie agli emendamenti presentati dai deputati dei nuovi Stati membri, i dodici nuovi Stati membri dell’Unione e gli Stati il cui territorio comprende un gran numero di isole avranno la possibilità, a precise condizioni, di continuare a esentare tali servizi e i loro fornitori fino al 31 dicembre 2012, qualora necessario per preservare un servizio universale. Nella presente relazione il Parlamento europeo non ha tralasciato le persone con disabilità. L’emendamento n. 47 dispone che gli Stati membri garantiscano la fornitura di servizi postali gratuiti ai non vedenti e ai videolesi.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, abbiamo approvato la relazione Ferber sullo sviluppo del mercato interno dei servizi postali. Ritengo che tutti i cittadini dell’Unione europea debbano avere la libertà di scegliere di quali servizi avvalersi per inviare una lettera, una cartolina o un pacco.

L’apertura del mercato porterà benefici ai consumatori e agli utenti dei servizi postali, e per il settore postale, soprattutto nei nuovi Stati membri, significherà un’ulteriore ristrutturazione, taglio dei costi, innovazione, introduzione di nuovi servizi, inclusi i servizi elettronici, e capacità di competere e sopravvivere nel mercato postale.

Ci auguriamo che l’apertura del mercato dei servizi postali porti a un aumento del livello dei servizi offerti e a una migliore assistenza dei clienti. Un maggior numero di operatori sul mercato postale interno garantirà una maggiore concorrenza, prezzi più bassi e una vasta gamma di servizi tra cui poter scegliere.

 
  
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  Saïd El Khadraoui (PSE).(NL) Signor Presidente, abbiamo votato insieme ai socialisti fiamminghi a favore di tutti gli emendamenti, compresi quelli di compromesso, che migliorano la proposta originale della Commissione.

Alla fine, tuttavia, abbiamo deciso di non accogliere la proposta, per segnalare con forza la nostra costante preoccupazione. Gli Stati membri, in realtà, sono stati gravati di una grande quantità di compiti da svolgere, per garantire che la liberalizzazione avvenisse con successo. Si dovrà garantire che le leggi sociali di ciascuno Stato vengano applicate a tutti gli operatori, e di dimostrare, dal 2010, in che modo finanzieranno l’erogazione universale del servizio in un mercato competitivo. Prima di prendere una decisione definitiva, pertanto, sarebbe stato preferibile aspettare e vedere.

 
  
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  Kader Arif (PSE), per iscritto. – (FR) La nuova direttiva postale contro la quale ho espresso il mio voto è un caso da manuale della caparbietà ideologica della Commissione. Abolire l’area riservata agli invii di peso inferiore ai 50 grammi è in pratica una sentenza di morte per il settore postale pubblico.

La Commissione e alcuni deputati di questo Parlamento vogliono farci credere che questa direttiva tuteli “il servizio postale universale”. Respingendo l’area riservata come metodo di finanziamento, ci troviamo di fronte a un’equazione impossibile: gli Stati membri – con bilanci già limitati – dovrebbero sovvenzionare il servizio universale. Non c’è alcuna ragione economica o razionale che giustifichi l’esclusione di tale “area riservata” dai possibili metodi di finanziamento, a meno che non si tratti di danneggiare il servizio postale universale.

Precarietà dei posti di lavoro, riduzione del numero degli uffici postali, aumento delle tariffe per i privati, fine delle tariffe standard e di conseguenza dell’equità nell’accesso ai servizi postali – per la quale abbiamo appena votato. Rimango convinto che i servizi pubblici possano funzionare in una rete che copra tutta l’Unione europea. Tutto questo è possibile e auspicabile se vogliamo creare una vera Comunità europea.

Questa direttiva ci porta a rinunciare alla funzione fondamentale della politica: quella di regolare e gestire l’attività economica e il mercato, al fine di raggiungere gli obiettivi relativi allo sfruttamento del territorio, alla solidarietà, allo sviluppo e così via.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’ottima relazione dell’onorevole Markus Ferber sull’apertura dei servizi postali al mercato interno. In primo luogo, sono lieto che il graduale e controllato processo d’apertura del mercato postale, quale durevole garanzia della fornitura del servizio universale, proceda conformemente alla risoluzione del Consiglio europeo del 1994. Il compromesso politico concordato tra i gruppi PPE-DE, PSE e ALDE è giusto ed equilibrato. La data del 31 dicembre 2010 proposta dal Parlamento europeo è più realistica di quella del 1° gennaio 2009 proposta dalla Commissione.

Ho votato a favore di diversi emendamenti, in particolare sul finanziamento del servizio universale, che deve essere garantito in ogni momento in un mercato postale completamente libero, e sulla definizione di questo servizio, che dovrà garantire, tutti i giorni lavorativi, la raccolta e la distribuzione a domicilio o presso la residenza di tutte le persone fisiche o giuridiche, anche nelle zone più isolate o scarsamente popolate. Gli Stati membri dovrebbero, inoltre, accertarsi che venga stabilito un minimo numero di punti d’accesso nelle regioni rurali e scarsamente popolate.

 
  
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  Bernadette Bourzai (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro il progetto di direttiva postale, in quanto non mi ritengo soddisfatta degli emendamenti a favore della totale liberalizzazione del settore postale dal 1° gennaio 2009, presentati dal Parlamento su proposta della Commissione, e ancor meno del rinvio di due anni.

Paradossalmente le tre opzioni di finanziamento proposte sono state già sperimentate in alcuni Stati membri e hanno originato notevoli controversie. Inoltre, l’idea di mantenere un’area riservata (o monopolio residuo per la corrispondenza di peso inferiore ai 50 grammi) non è stata accolta, nonostante l’area riservata costituisca una scelta politica che approvo ma che la Commissione, e oggi la maggior parte dei deputati, respinge.

Non credo che gli obiettivi della Commissione per il miglioramento del servizio – qualità, prezzo e scelta – e l’espressione del potenziale di crescita del settore possano essere raggiunti in questo modo. Al contrario, temo il peggio, pensando al futuro delle zone rurali, delle regioni montane e delle isole.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la liberalizzazione dei servizi postali. Ho inoltre appoggiato la richiesta di respingere questa direttiva, in quanto le motivazioni della proposta in esame risultano contraddittorie e irrealizzabili in termini di garanzia dell’universalità del servizio; i metodi di finanziamento di quest’ultima, infatti, non garantiscono a tutti i cittadini il diritto alla raccolta e consegna quotidiana della posta.

Ritengo inoltre che fissare da principio un termine massimo per l’entrata in vigore della direttiva 97/67 non concordi con i risultati della consultazione delle parti sociali interessate e degli Stati membri. Essi hanno indicato la necessità di mantenere le garanzie del servizio universale in modo uniforme, proporzionale e leale.

Per quanto mi riguarda, questa proposta non offre alcuna garanzia, se intendiamo affrontare seriamente gli aspetti sociali di questa liberalizzazione per impedire la concorrenza sul mercato del lavoro e il dumping sociale.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Nella votazione finale in merito alla relazione Ferber sulla liberalizzazione dei servizi postali abbiamo scelto di appoggiare il compromesso adottato.

Sosteniamo di conseguenza il modo più veloce di raggiungere la piena liberalizzazione dei servizi postali in Europa. Al tempo stesso, ci rincresce che vi sia una forte opposizione per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi per la realizzazione della liberalizzazione entro il 2009. La decisione di oggi rappresenta un passo avanti nella giusta direzione, anche se avremmo sperato di riuscire a liberalizzare completamente i servizi postali entro il periodo di dieci anni che era stato pensato proprio al fine di utilizzare il processo di Lisbona per fare dell’UE l’economia più competitiva del mondo.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) L’abolizione dell’ultimo monopolio postale non è servita in alcun modo a tutelare un mercato interno vantaggioso per i consumatori. La Commissione ha avanzato simili proposte su basi puramente ideologiche, spinta da Stati come il Regno Unito, l’Olanda e i paesi scandinavi, ossia dai campioni del libero mercato. Non è una coincidenza che questi stessi paesi siano contrari a una maggiore integrazione politica dell’Europa. Negli stessi Stati Uniti, il servizio postale, per ovvie ragioni di tutela dei posti di lavoro, mantiene la distribuzione finale nel sistema pubblico. Sebbene il Parlamento europeo abbia concesso un po’ di respiro ad alcuni Stati, incluso il mio, questa liberalizzazione non andrà a beneficio dei cittadini comuni.

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS), per iscritto. – (FR) La relazione Ferber sulla liberalizzazione del settore postale non risolve nessuno dei problemi esposti nel testo della Commissione: il finanziamento degli obblighi del servizio universale – non ultimi quelli che non sono stati menzionati nella direttiva e che esistono specialmente in Francia, come la distribuzione di giornali a basso costo, la gestione territoriale, le consegne sei giorni su sette, servizi bancari per tutti – l’implicita chiamata in causa della tariffa unica e delle tariffe standard che deriva dall’obbligo di riflettere i costi, il coinvolgimento (pratico o finanziario) di operatori privati per quanto riguarda l’adempimento degli obblighi del servizio pubblico, e così via.

Essendo basato su uno studio incompleto, errato in alcuni punti e non recante alcuna menzione dei risultati reali ottenuti in dieci anni di servizi postali parzialmente liberalizzati, questo testo non poteva che rivelarsi scadente e il compromesso era destinato a essere vago. E’ una fonte di incertezza giuridica e una minaccia sociale. Di conseguenza, il vero obiettivo della Commissione appare chiaro come il sole. Come spesso avviene per questo genere di questioni, non si tratta tanto di rendere più efficaci e meno costosi i servizi forniti al pubblico e alle autorità, quanto piuttosto di spezzare i monopoli pubblici e permettere agli operatori privati – preferibilmente multinazionali – di scremare i mercati redditizi.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Mi dichiaro abbastanza scettica per quanto riguarda le conseguenze della liberalizzazione dei servizi postali sul consumatore medio, particolarmente nelle zone meno popolate.

Ho votato a favore di tutte le proposte di emendamento del Parlamento europeo. Tuttavia, ho anche sostenuto importanti emendamenti nei quali si afferma, per esempio, che la posta dev’essere raccolta e distribuita, ogni giorno della settimana, da e verso qualsiasi residenza o terreno di persona fisica o giuridica e che, in un mercato liberalizzato esposto alla concorrenza, deve esistere l’obbligo di effettuare servizi gratuiti ai non vedenti o menomati della vista. Ho inoltre votato a favore di alcune proposte che concedevano molta libertà di scelta agli Stati membri per quanto riguarda un equilibrio tra la liberalizzazione del mercato postale e i servizi a beneficio dell’intera società.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Ancora una volta la maggioranza del Parlamento sta incoraggiando la totale liberalizzazione di un servizio pubblico, in questo caso dei servizi postali, mettendo in pericolo i diritti e gli interessi dei cittadini e dei lavoratori di questo settore.

Siamo molto delusi del fatto che non sia stata approvata la proposta in cui chiedevamo di respingere l’iniziativa della Commissione mirata a completare la liberalizzazione dei servizi postali in tutta l’Unione europea e a promuovere la concorrenza in questo mercato interno sopranazionale.

Ci rincresce inoltre che non siano stati accolti gli emendamenti nei quali affermavamo che gli Stati membri dovrebbero avere diritti di esclusiva in un’area riservata e che dovrebbero tutelare i diritti sociali e occupazionali nel settore, compreso il rispetto delle norme e condizioni di impiego e dei sistemi di previdenza sociale stabiliti dalla legge o da un contratto collettivo.

Sebbene alcuni aspetti siano stati migliorati rispetto alla proposta originale della Commissione, la relazione conferma la totale liberalizzazione del servizio postale, posticipandola semplicemente al 31 dicembre 2010, raggiungendo in tal modo l’obiettivo stabilito originariamente dalla prima direttiva del 1997, che prevedeva lo smantellamento di un settore pubblico redditizio – il settore postale – e la conseguente consegna di questo nelle mani di privati.

Si tratta chiaramente della politica comunitaria, alla quale i lavoratori e i cittadini dei vari Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a rispondere adeguatamente.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Appoggio pienamente l’emendamento n. 63 che assicura la creazione di punti di accesso e di contatto sufficienti, al fine di considerare le necessità degli utenti delle zone rurali o scarsamente popolate. E’ giusto che gli Stati membri stabiliscano un numero minimo di punti di accesso e di contatto, affinché il servizio universale possa essere garantito. La coesione economica e sociale è uno degli obiettivi della politica dell’UE e questo emendamento contribuirà a garantirne il raggiungimento. Nel momento il mercato viene aperto ai servizi postali, è molto importante mantenere un servizio adeguato per tutti gli utenti.

 
  
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  Stanisław Jałowiecki (PPE-DE), per iscritto. – (PL) Purtroppo non posso appoggiare la relazione Ferber. A volte accade che una proposta della Commissione europea del tutto accettabile, passando alla commissione parlamentare subisca qualche cambiamento che non consente più di accettarla. E’ questo il caso.

In primo luogo gli emendamenti votati dalla commissione per i trasporti e il turismo, in realtà, non costituiscono affatto un compromesso. Si tratta di una decisiva vittoria dei monopoli di Stato, che si oppongono al cambiamento. Potete star certi che gli anni concessi in più non produrranno le necessarie riforme e in poco tempo assisteremo di nuovo a una serie di manifestazioni davanti al Parlamento.

In secondo luogo, sono preoccupato del fatto che i rappresentanti dei “vecchi” Stati membri continuino ad affermare con le loro argomentazioni che i “nuovi” Stati membri non sono pronti per la liberalizzazione. Questi “difensori” degli uffici postali polacchi, ungheresi o cechi stanno in realtà difendendo gli interessi dell’industria dei monopoli di Francia, Belgio o Lussemburgo. Non è leale.

E infine parliamo delle date. Si propone il 31 dicembre dell’anno precedente anziché il 1° gennaio dell’anno successivo. Si tratta di una tattica di mercato. Allo stesso modo è più facile vendere un prodotto qualsiasi a 9,99 euro piuttosto che a 10 euro. Ci siamo ridotti a questo per assicurarci che l’opinione pubblica abbia fiducia nella nostra politica?

Vi ringrazio dell’attenzione.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (ITS), per iscritto. – (FR) In Francia, La Poste non è un’azienda ordinaria; si tratta piuttosto di un’impresa di Stato gestita da sindacalisti rivoluzionari. E’ un servizio pubblico totalmente dominato da interessi privati e corporativi.

Perché lottare per proteggere il servizio pubblico fornito da La Poste quando, in realtà, non si tratta di un servizio pubblico? Il cliente non ha nulla da dire e i sindacati sostengono di agire nel suo interesse. Il capo (lo Stato) e gli azionisti (tutti i francesi) sono pietrificati all’idea di vedere il sistema nelle mani di certi lavoratori rappresentati da sindacati onnipotenti e totalitari.

Nessuna forza d’opposizione si sta muovendo per riequilibrare i diritti e i poteri che questi lavoratori hanno usurpato; a soffrirne è stato l’interesse collettivo.

La Poste deve essere liberalizzata? Si deve danneggiare questo sistema completamente corrotto che non mira a soddisfare i clienti, ma semplicemente a divenire parte del settore privato, dimostrando i cosiddetti benefici “acquisiti” e richiedendo che questi vengano preservati?

La risposta è categoricamente sì. E occorre agire velocemente. La Poste deve ora compiere enormi sforzi per colmare le sue maggiori lacune: la sua smisurata massa salariale, gli oneri pensionistici e la sua complessa organizzazione goffa, costosa e carente.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto a favore del compromesso congiunto sulla piena concorrenza nel settore dei servizi postali comunitari dal 1° gennaio 2011.

Devo aggiungere, tuttavia, che lo faccio soltanto perché altrimenti una malaccorta legislazione avrebbe portato alla piena liberalizzazione nel 2009, in linea con il desiderio della Commissione.

E’ molto importante che la direttiva garantisca e assicuri una copertura totale del servizio. Questo significa che tutti gli utenti dovranno avere accesso a un minimo di servizi di alta qualità a prezzi ragionevoli. Questo cosiddetto servizio universale deve inoltre garantire la raccolta e consegna in ogni giorno lavorativo nelle zone più lontane o scarsamente popolate. Gli Stati membri devono stabilire e applicare sanzioni adeguate per i fornitori del servizio che non rispettino tale requisito.

Vale inoltre la pena di sottolineare che si applicano ancora le disposizioni delle direttive in materia di condizioni e orari di lavoro, congedo annuale per giovani lavoratori, minimo salariale e salute, igiene e sicurezza sul lavoro. La direttiva non deve influire neppure sui rapporti che intercorrono tra le parti sociali (come il diritto alla contrattazione collettiva, il diritto allo sciopero e a prendere provvedimenti industriali).

Per concludere, vorrei chiarire che voterò contro l’estensione di due anni del termine ultimo per i cosiddetti nuovi Stati membri, perché ritengo che viviamo in un’Europa unica, non in un’Europa divisa.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Non posso accettare questa totale liberalizzazione o la completa abolizione della cosiddetta “area riservata” degli Stati membri per le missioni postali.

La completa apertura alla concorrenza penalizza la tariffa della singola spedizione, la parità di trattamento tra regioni e la presenza di servizi postali nelle aree svantaggiate. Anche negli Stati Uniti, la concorrenza non è obbligatoria per la posta standard – quella di peso inferiore a 50 grammi – della cui distribuzione si occupa un’agenzia federale.

Ovviamente il fondo di compensazione per il servizio universale, ridotto com’è al minimo, non tutelerà in alcun modo il servizio pubblico e non servirà a nulla estendere il termine ultimo per l’entrata in vigore di questa liberalizzazione.

Il Consiglio europeo dei ministri ha deciso di creare un “protocollo sui servizi pubblici a sostegno del Trattato”.

Sarebbe il caso di sospendere qualsiasi nuova apertura alla concorrenza di tali servizi.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Ho votato contro la relazione Ferber perché potenzia l’approccio neoliberista e dogmatico all’importante settore di interesse pubblico dei servizi postali. La Commissione europea ha insistito con intransigenza sulla sua proposta originale, nonostante le forti reazioni da parte di dieci fornitori di servizi universali, incluse le Poste greche, le petizioni di migliaia di cittadini e gli avvertimenti della Confederazione sindacale europea e della Federazione dei lavoratori delle Poste. Al tempo stesso non sono stati ancora completati gli studi necessari sull’impatto della liberalizzazione del mercato sui 27 Stati membri.

Con la rapida apertura del mercato e l’abolizione a tutti gli effetti del “principio del servizio universale”, è scontato concludere che migliaia di posti di lavoro andranno persi e verrà, al tempo stesso, ridotto l’accesso dei cittadini ai servizi postali più convenienti e di alta qualità. Le conseguenze saranno ben più serie per coloro che risiedono in luoghi lontani e difficilmente accessibili, come isole o zone di montagna, non redditizi per le imprese.

Il rinvio dell’entrata in vigore della nuova direttiva non è poi così importante, dal momento che rimanda semplicemente di due anni le medesime conseguenze.

Inoltre, l’esperienza degli Stati in cui il mercato è stato già completamente liberalizzato è tutt’altro che positiva.

La richiesta di liberalizzazione dei servizi postali, giustificata da un “perché lo vogliamo”, sta evidentemente creando più problemi che soluzioni.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Un’Europa che può risolvere i problemi quotidiani dei suoi cittadini deve possedere i documenti e i modelli migliori. Pertanto, rispetto alla legislazione sul completamento del mercato dei servizi postali, non vediamo alcuna ragione di distruggere sistemi che hanno funzionato efficacemente, su una solida base economica, accompagnati dal benefico sviluppo del mercato e dalla tutela per il mantenimento del servizio universale.

Non mi oppongo alla liberalizzazione dei servizi postali in generale, ma ritengo che questa sia la sede appropriata per ribadire il mio punto di vista riguardo al fatto che non esistono argomentazioni di tipo economico o razionale che possano far accantonare la cosiddetta “area riservata” come possibile modalità di finanziamento del servizio postale universale. Il finanziamento che avviene attraverso l’area riservata è trasparente e neutrale, non comporta aiuto da parte dello Stato, implica bassi costi di transazione e poche discussioni ed è riconosciuto valido dalla teoria economica.

La dimostrazione di tutto questo si riscontra in Portogallo, dove tutti i servizi sono liberalizzati o pronti per esserlo, ma questo non entra in conflitto con il finanziamento del servizio pubblico universale al di fuori delle risorse provenienti dall’area riservata. Non possiamo ignorare l’importanza dell’area riservata per la coesione sociale e territoriale e per la prevenzione della desertificazione nelle zone più lontane e meno accessibili.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Come la grande maggioranza dei colleghi, ho votato a favore della relazione Ferber, o meglio, a favore della completa liberalizzazione controllata dei servizi postali dal 1° gennaio 2011.

Il compromesso approvato oggi, tuttavia, risponde a due dinamiche a me care, quale liberale: quella di un’economia di mercato aperta, incompatibile con i monopoli costituiti de iure e de facto, e quella degli interessi specifici dei consumatori che devono beneficiare della sana e leale concorrenza, principalmente in termini di prezzo, ma non solo.

Vi è infatti un altro elemento: la dimensione umana. Sono soddisfatta che la votazione, questa mattina, abbia tenuto conto della dimensione umana, con l’introduzione di una clausola di regolamento sociale, la riaffermazione del ruolo cruciale dei servizi postali in termini di coesione territoriale e sociale e con il riconoscimento del fatto che l’ultima parola spetta agli Stati membri interessati al finanziamento del servizio universale.

Si tratta di altrettanti segnali positivi che dovrebbero rassicurare i lavoratori postali europei e dissipare la confusione abilmente alimentata da alcuni colleghi della sinistra: liberalizzare un settore non significa privatizzarlo; questa direttiva europea non farà chiudere gli uffici postali!

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Lo scopo della proposta presentata dalla Commissione è di aprire completamente i mercati dei servizi postali comunitari alla concorrenza a partire dal 2009, secondo il termine prestabilito nell’attuale direttiva postale. In questo contesto, la Commissione europea ha presentato un testo mirato a garantire il finanziamento del servizio universale, eliminando l’area riservata e sostituendola con nuovi mezzi di finanziamento.

Mi dichiaro contraria alla completa liberalizzazione dei servizi postali. Infatti, l’ufficio postale compie una missione di servizio pubblico che siamo chiamati a salvaguardare. Per questa ragione ho presentato anch’io un emendamento e ho votato a favore di questo, richiedendo di reintrodurre l’area riservata tra i metodi di finanziamento del servizio universale. Attualmente, in realtà, non vi è alcun motivo economico che giustifichi l’abolizione dell’“area riservata”. Questo metodo di finanziamento, che oggi funziona molto bene, dovrebbe essere offerto agli Stati membri come opzione.

Dal momento che questa opzione non è stata accolta dal Parlamento europeo in seduta plenaria, ho votato contro il testo definitivo per dimostrare la mia opposizione a questa liberalizzazione ingiustificata.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio l’approccio generale emerso dai compromessi elaborati dai colleghi del PSE e di altri gruppi. In particolare, ritengo particolarmente importante garantire la fornitura del servizio universale e il suo finanziamento. Considerando l’impatto che tutto questo avrà sulle nostre comunità, è molto importante che vengano espressi chiaramente due concetti. In primo luogo, occorre mantenere le condizioni di lavoro e, in secondo luogo, è necessario che le aree periferiche e rurali continuino a fruire di un servizio valido, non inferiore a quello attuale. Queste sono alcune delle sfide che ci troveremo ad affrontare se prenderemo in seria considerazione la relazione, quale beneficio per tutti i cittadini europei.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) La relazione Ferber è l’ennesima relazione sulla liberalizzazione dei servizi universali che si sta lasciando sfuggire la grande opportunità di garantire, oltre all’ideale di libertà, il principio di uguaglianza in un’Europa sociale.

E’ bene accogliere con favore il fatto che i servizi postali concorrano tra loro, ma resta da valutare se la qualità migliorerà di conseguenza e i prezzi scenderanno. Ritengo che sia da irresponsabili non offrire alcuna garanzia chiara per la nuova direttiva rispetto alla qualità della cosiddetta “area riservata”, come lo è lasciare nell’ambiguità il finanziamento di questo tipo di servizio e non dover rispettare come misure obbligatorie le disposizioni sociali incluse nei contratti di lavoro collettivo. Quando il mercato verrà aperto totalmente nel 2009, non è sicuro che le zone più svantaggiate riceveranno lo stesso livello di servizio allo stesso prezzo a cui lo ricevono le zone densamente popolate. La possibilità di inviare e ricevere corrispondenza a un prezzo ragionevole è un diritto fondamentale.

Inoltre, i fornitori del servizio postale faranno tutto il possibile per mantenere i costi al minimo, al fine di poter competere l’uno con l’altro. I posti di lavoro fissi verranno sostituiti con posti di lavoro precari o a tempo parziale. I postini saranno sottopagati, molti saranno licenziati, un numero ancora maggiore di uffici postali rischierà di chiudere e presto avremo cassette postali blu, gialle e verdi oltre a quelle rosse. Non appoggio la relazione.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. – (PL) La burocrazia con cui devono lottare le imprese che distaccano lavoratori nell’ambito del mercato europeo è unicamente una moderna forma di protezionismo, che colpisce principalmente i nuovi Stati membri, come dimostrano gli esempi di Vaxholm e della Viking Line.

La presente risoluzione non fa che potenziare questa tendenza che minaccia i principi del mercato comune, della concorrenza e dell’uguaglianza dei diritti. Per questa ragione voto contro questo parere.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), per iscritto. – (FR) La votazione sulla liberalizzazione dei servizi postali avvenuta oggi è frutto di un compromesso tra i gruppi PPE-DE e PSE. Tuttavia, questo compromesso implica chiaramente la liberalizzazione definitiva dell’ultimo settore delle attività postali gestito dalle autorità pubbliche, e questo senza alcuna garanzia sul finanziamento del servizio universale e sulla prosecuzione dell’impiego di 1,6 milioni di lavoratori delle poste europee. In qualità di deputato del gruppo PSE e come relatore ombra della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, posso soltanto votare contro questo segnale di via libera alla liberalizzazione, nonostante siano stati compiuti progressi rispetto alla prima versione della proposta della Commissione.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La decisione del Parlamento europeo sulla liberalizzazione dei servizi postali approvata dai deputati dei gruppi PPE-DE, PSE, ALDE e da altre forze politiche rappresenta un grave colpo per i lavoratori del settore e per tutti gli altri.

La proposta pone le basi per trasferire tutte le infrastrutture e i servizi postali pubblici in gruppi commerciali, al fine di aumentare i profitti.

La questione della diminuzione dei prezzi dovuta alla concorrenza è un mito, poiché con le disposizioni proposte per abolire la determinazione uniforme del prezzo e i termini entro i quali il servizio postale deve essere mantenuto, i prezzi aumenteranno e i servizi postali forniti andranno deteriorandosi.

I diritti sociali e sindacali dei lavoratori verranno collocati su un letto di Procuste, con l’aumento delle forme di lavoro flessibile, l’impatto sui contratti collettivi e così via.

Dubito della riservatezza delle comunicazioni tutelata dalla Costituzione, poiché la corrispondenza sarà trasferita da privati, senza alcuna garanzia e con il minimo delle strutture preposte al controllo della riservatezza della corrispondenza e alla protezione dei dati personali.

I servizi postali sono un servizio sociale.

Il partito comunista greco ha votato contro la proposta sulla liberalizzazione dei servizi postali.

 
  
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  Bernadette Vergnaud (PSE), per iscritto. – (FR) Con l’abolizione dell’area riservata, che permette di finanziare il servizio universale – garanzia di un servizio pubblico di qualità per tutti – e la mancanza di armonia tra i metodi di finanziamento rispetto ai quali ciascuno Stato membro è lasciato libero di decidere, la liberalizzazione totale dei servizi postali porterà alla perdita di solidarietà tra regioni urbane e rurali, all’arricchimento degli azionisti e all’aumento del debito pubblico delle autorità locali. Ho pertanto votato a favore dell’emendamento per la reintroduzione dell’area riservata, che soddisfa più del 70 per cento degli europei. Come deputata del PSE, sono favorevole a un’Europa “postale” fatta di servizi pubblici moderni, ma non a scapito dei posti di lavoro e della solidarietà umana e regionale.

Il paradosso di questa proposta è che, in assenza di una nuova direttiva, la liberalizzazione entrerà in vigore dal 1° gennaio 2009. Un emendamento che respinge il testo proposto dal gruppo GUE/NGL rende effettiva questa liberalizzazione il 1° gennaio 2009, perché in questo momento si applica unicamente la direttiva del 2002 e per questa ragione non ho appoggiato l’emendamento. Ho votato, tuttavia, a favore dell’emendamento che respingeva il testo con il quale, inoltre, si voleva abolire la data del 1° gennaio 2009. Ho votato naturalmente contro il testo definitivo.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore del compromesso elaborato dal collega Ferber perché migliora in alcuni punti la proposta iniziale della Commissione.

Esso concede agli enti postali europei più tempo per prepararsi all’apertura alla concorrenza, un evento che è stato rimandato al 1° gennaio 2011 anziché al 2009, come previsto inizialmente dalla Commissione.

Mi dichiaro inoltre favorevole al compromesso poiché protegge i termini e le condizioni di lavoro dei lavoratori postali. La liberalizzazione del mercato non può avere luogo a spese dei lavoratori, anche se i consumatori beneficiano della liberalizzazione.

Il nostro voto fornisce anche garanzie sulla coesione territoriale. A tutti gli utenti, infatti, viene garantita, almeno cinque giorni a settimana, la raccolta della propria corrispondenza postale e la distribuzione di questa in tutta l’Unione europea.

Resta tuttavia una grande difficoltà, che sarà il tema centrale in seconda lettura. Sto parlando del finanziamento del servizio universale. Abbiamo bisogno di meccanismi di finanziamento giuridicamente sicuri e permanenti. E’ la condizione essenziale per gli operatori economici del settore, una condizione senza la quale non posso impegnarmi a favore di una completa liberalizzazione del settore.

 
  
  

– Relazione Arūnas Degutis (A6-0178/2007)

 
  
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  Colm Burke, Avril Doyle, Jim Higgins, Mairead McGuinness e Gay Mitchell (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Abbiamo votato contro gli emendamenti n. 58 [Articolo 14 bis (nuovo)], n. 59 [Articolo 15 (nuovo)] e n. 61 [Paragrafo 2 bis (nuovo)].

Riteniamo che occorra esaminare gli aspetti sociali dell’occupazione nel trasporto aereo, ma che si debba compiere tale analisi conformemente ai principi di una migliore regolamentazione, tra cui figurano lo svolgimento di studi adeguati e di consultazioni appropriate. La Commissione europea ha avviato tale studio. E’ quindi opportuno attenderne le conclusioni per sapere quali eventuali azioni la Commissione ritiene necessario intraprendere a livello comunitario.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Questa relazione è importante perché aggiorna il diritto del mercato unico dei trasporti aerei, in particolare con l’obiettivo di garantire l’applicazione uniforme del diritto comunitario in tutti gli Stati membri e di creare parità di condizioni per tutte le compagnie aeree.

Sono particolarmente lieta che gli emendamenti nn. 35 e 61, su cui ho votato a favore, siano stati adottati a larga maggioranza. Il primo emendamento chiede di chiarire le disposizioni riguardanti la legislazione applicabile agli equipaggi impiegati in un paese diverso da quello in cui opera la compagnia aerea per cui lavorano.

Il secondo emendamento invita la Commissione a presentare una legislazione chiara in quest’area.

Ritengo infatti importante che, nel contesto attuale, in cui il trasporto aereo è in costante sviluppo e le compagnie aprono stabilimenti in vari paesi dell’Unione europea, la legislazione applicabile ai dipendenti di tali impianti sia definita chiaramente.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Deploriamo la reiezione dei nostri emendamenti, i quali:

– sottolineavano che “la deregolamentazione ha avuto effetti negativi sulla qualità dell’occupazione e sulle condizioni di lavoro” e che “si devono valutare i suoi veri effetti sulla sicurezza e sulla manutenzione di una flotta di alta qualità”;

– salvaguardano il rispetto dei diritti dei lavoratori e della contrattazione collettiva:

“I contratti e le condizioni di lavoro degli equipaggi aerei saranno disciplinati dalla legislazione, da accordi collettivi e da tutti i diritti correlati del paese in cui il lavoratore adempie abitualmente i suoi doveri e in cui torna al termine della propria attività, anche se il dipendente in questione si trova temporaneamente in un altro paese”.

“Per quanto riguarda i dipendenti di un vettore aereo comunitario che effettua servizi aerei da una base operativa al di fuori del territorio dello Stato membro nel quale lo stesso vettore aereo comunitario ha la principale sede di attività commerciale, gli Stati membri garantiscono l’opportuna applicazione della legislazione sociale nazionale e comunitaria, nonché degli accordi collettivi”.

Un altro dei nostri emendamenti garantiva la partecipazione delle organizzazioni rappresentative dei lavoratori nelle decisioni relative al settore del trasporto aereo.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto a favore di una maggiore trasparenza dei prezzi dei biglietti aerei.

Finora i prezzi dei voli sono stati perlopiù pubblicati senza alcuna informazione sui vari fattori di costo. In futuro, all’atto della prenotazione, sia on-line sia in un’agenzia di viaggio, i passeggeri dovranno ricevere informazioni sull’effettivo prezzo del biglietto e su tutti i costi aggiuntivi come tasse, tasse aeroportuali e diritti di prenotazione. Si tratta di un’importante misura per evitare che i consumatori siano indotti da pubblicità fuorvianti e confuse informazioni sui prezzi ad acquistare biglietti apparentemente economici che in seguito si rivelano molto più costosi della cifra riportata.

Occorre informare i consumatori sull’esatto livello e sull’uso che si intende fare delle informazioni di sicurezza. Le tasse e i diritti di sicurezza devono essere trasparenti e possono essere utilizzati solo per coprire i costi sostenuti dagli aeroporti e durante il volo.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione che affronta il problema della pubblicità e delle informazioni ingannevoli ai passeggeri. In particolare, accolgo con favore il fatto che ora dovranno essere pubblicate tutte le tariffe aeree, comprensive di tutte le tasse, i diritti e gli oneri aggiunti al prezzo del biglietto e noti al momento della pubblicazione della tariffa aerea. Penso che questa relazione rafforzerà ampiamente i diritti dei consumatori.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE-DE), per iscritto. – (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dalle campagne pubblicitarie dei biglietti aerei si ha l’impressione che per viaggiare in tutta Europa basti una manciata di euro. Il momento della disillusione arriva quando è ora di pagare. Tutto a un tratto, al prezzo del biglietto viene aggiunta ogni sorta di costo aggiuntivo sotto forma di prelievi, supplementi e oneri. Oggi il Parlamento impone un controllo su queste pratiche lesive. Si tratta di uno sviluppo positivo e per questo accordo il mio incondizionato sostegno alla relazione della commissione per i trasporti e il turismo. Gli utenti del trasporto aereo hanno diritto a prezzi equi e trasparenti, senza alcuna brutta sorpresa. Dopo avere introdotto diritti di protezione supplementari per i passeggeri in caso di overbooking, cancellazione o ritardo dei voli, il Parlamento europeo sta assumendo nuovamente un ruolo guida nella protezione degli utenti del trasporto aereo. L’importante è che gli Stati membri prevedano rapidamente sanzioni efficaci qualora queste nuove disposizioni non vengano applicate. Fidarsi è bene, ma controllare è meglio.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), în scris. – Am votat pentru raportul DeGutis privind „Regulile comune în domeniul aviaţiei civile” deoarece textul asigură reprezentarea tuturor punctelor de vedere exprimate. Consider pozitiv faptul că va fi asigurată nediscriminarea bazată pe locul de rezidenţă a operatorului de turism sau a pasagerului, deşi regret că nu s-a aprobat nediscriminarea pe baza canalelor de distribuţie. Astăzi, este posibil ca un bilet de avion Bucureşti-Bruxelles pentru acelaşi zbor operat de aceeaşi companie aeriană să coste diferit dacă biletul este cumpărat la Bucureşti, faţă de preţul biletului cumpărat la Bruxelles.

De asemenea, un pas important este protecţia ce va fi asigurată pasagerilor, prin noul text, în caz de faliment al operatorului aerian, situaţie care devine din ce în ce mai posibilă într-o epocă a operatorilor mici.

În altă ordine de idei, din păcate, chiar dacă există reguli privind protecţia pasagerilor în situaţii de întârzieri sau chiar anulări de zboruri, aceştia nu îşi cunosc drepturile şi implicit nu şi le pot apăra. Noi, deputaţii europeni, reprezentăm cetăţenii Europei şi iată că prin acest regulament se asigură condiţii mai bune pentru pasagerii ce utilizează transportul aerian. Avem datoria să ne asigurăm că pasagerii îşi cunosc drepturile şi implicit şi le pot apăra.

 
  
  

– Relazione Ieke van den Burg (A6-0248/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa elaborata dall’onorevole van den Burg in risposta al Libro bianco della Commissione sulla politica dei servizi finanziari per il periodo 2005-2010. Sono lieto che questa relazione si compiaccia per le priorità definite dalla Commissione al fine di consolidare il mercato finanziario europeo, eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei capitali e migliorare il controllo dei servizi finanziari. I rischi di concentrazione, l’attenzione ai nuovi strumenti finanziari alternativi, l’accesso al finanziamento, in particolare al microcredito, l’analisi del rischio sistemico di grave crisi finanziaria, eccetera, sono tutte aree in cui i cittadini europei si aspettano una maggiore sicurezza, tramite la regolamentazione e il controllo di tali attività. L’insufficiente cultura finanziaria dei cittadini è a sua volta fonte di preoccupazione.

Vorrei congratularmi con l’onorevole Gauzès, relatore per parere della commissione giuridica, per il lavoro svolto. Il collega sottolinea a ragione l’importanza delle analisi d’impatto per le normative europee completamente nuove o nel caso di importanti modifiche legislative, che vengono realizzate in maniera alquanto insoddisfacente dalla Commissione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le due principali tendenze nei mercati finanziari sono state la concentrazione dei principali operatori finanziari e la crescita esponenziale delle cosiddette “attività di investimento alternative”, ossia dei mercati dei derivati e degli hedge fund.

Attualmente, circa trenta grandi attori internazionali controllano tutte le attività e dominano il mercato mondiale. La concentrazione delle operazioni finanziarie a livello nazionale continua a ritmo serrato, caratterizzata dal dominio, da parte dei grandi operatori stranieri, dei mercati periferici e di piccola dimensione nei nuovi Stati membri e nei paesi del sud come il Portogallo.

L’utilizzo di strumenti finanziari che concentrano ingenti somme di denaro a scopo meramente speculativo, come i paradisi fiscali, nonché la deregolamentazione dei principali mercati e la totale anarchia delle transazioni di capitali a livello mondiale comportano rischi sistemici e operativi che provocano crisi economiche e finanziarie.

Gli unici beneficiari di questo processo sono le grandi multinazionali, con il contributo, in Europa, del piano d’azione per i servizi finanziari.

Continuiamo a ignorare i motivi per cui non si aboliscono i paradisi fiscali e non si tassano i movimenti di capitale.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole alla soppressione della parola “fiscalità” dal paragrafo 22 poiché non credo che la Commissione debba intraprendere la messa a punto di un quadro di regolamentazione e vigilanza adeguato e fattibile in materia fiscale.

 
  
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  Eoin Ryan (UEN), per iscritto. – (EN) Sono ampiamente favorevole al Libro bianco della Commissione sui servizi finanziari.

Sostengo le misure volte ad affrontare gli ostacoli allo sviluppo del mercato dei servizi finanziari nell’Unione europea. Tuttavia, ho difficoltà ad appoggiare il concetto secondo cui un quadro legislativo per le pensioni debba poggiare su una base fiscale armonizzata. Sarebbe imprudente da parte del Parlamento sostenere tale affermazione senza avvalersi dell’esito dell’analisi tecnica dettagliata, conformemente a quanto convenuto in seno all’ultimo Consiglio ECOFIN. Nessuna prova indica che collegare le pensioni a una base fiscale armonizzata gioverebbe al settore pensionistico.

Non rientra nella sfera di competenza della Commissione esaminare la fattibilità di un quadro legislativo in materia fiscale. La fiscalità è una questione di competenza dei singoli Stati membri.

Infine, la stabilità finanziaria dell’Unione europea non è minacciata da strumenti di investimento alternativi (hedge fund e private equity). Non credo che sia necessario regolamentare questo settore. Penso che si debba prestare attenzione all’applicazione delle norme esistenti, alla disciplina di mercato e al costante monitoraggio del settore da parte delle autorità bancarie. Accolgo con favore l’iniziativa del settore, che al recente Vertice del G8 ha proposto di introdurre un codice di condotta volontario.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. – (PL) Voto a favore della relazione dell’onorevole Ieke van den Burg sulla politica dei servizi finanziari per il periodo 2005-2010 – Libro bianco.

La relatrice affronta questioni importanti in merito all’adeguata fornitura di servizi finanziari sul mercato europeo dei capitali; evidenzia la scarsa integrazione dei mercati dei servizi finanziari al dettaglio, la necessità di prestare maggiore attenzione alle richieste di servizi transfrontalieri della clientela mobile e di sviluppare progetti pilota relativi a prodotti finanziari paneuropei quali pensioni, mutui e prodotti assicurativi specifici.

Come giustamente afferma la relatrice, è importante fare in modo che i servizi di base siano accessibili a tutti i cittadini. Non dobbiamo inoltre dimenticare di intensificare l’educazione finanziaria, di coinvolgere gli utenti nel processo decisionale e di promuovere la diffusione delle conoscenze finanziarie e l’educazione dei consumatori.

La relazione dedica grande attenzione alle strutture di regolamentazione e di vigilanza, rilevando che la sorveglianza di alcuni nuovi prodotti complessi e degli effetti e interazioni da essi prodotti a livello macrofinanziario potrebbe rivelarsi inadeguata.

 
  
  

– Relazione Jacek Protasiewicz (A6-0247/2007)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, nella sua relazione l’onorevole Protasiewicz ha presentato proposte che uniscono una maggiore flessibilità al grado di sicurezza più elevato possibile, e che vanno a vantaggio dei lavoratori e dei datori di lavoro. La sua proposta è strutturata in modo da offrire sicurezza del lavoro ai lavoratori e garantire un futuro all’economia e alla competitività in Europa.

Vorrei però affermare che sicurezza del lavoro non equivale più a un lavoro per tutta la vita, ma piuttosto al poter sempre trovare un lavoro, il che implica che si creino le condizioni adeguate, dall’apprendimento permanente alla creazione di condizioni di lavoro favorevoli che permettano un sano equilibrio tra lavoro e vita privata.

Il partenariato sociale è fondamentale per l’attuazione efficace di tali strategie. Benché a livello nazionale tutto proceda e funzioni bene, a livello europeo vi è una discreta mole di lavoro da svolgere per mettersi in pari.

Credo che la relazione nel suo complesso sia ottima, e pertanto ho votato a suo favore.

 
  
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  Lena Ek (ALDE).(SV) Sostengo la relazione, ma vorrei affrontare tre questioni di principio in merito alle quali non si è potuto votare in plenaria.

La prima questione riguarda il modo di considerare le piccole imprese. E’ chiaro che possiamo perseguire sia una maggiore sicurezza per i lavoratori che una maggiore flessibilità pur avendo norme più semplici per le piccole imprese. La relazione non ha tenuto in alcun conto questo dato, cosa che deploro profondamente.

La seconda questione che vorrei affrontare è l’approccio scandinavo o, per descriverlo come fa la relazione, la situazione scandinava. Esistono tuttavia differenze molto notevoli tra i paesi scandinavi. Il precedente governo socialdemocratico svedese non si è impegnato a sufficienza né a favore della flessibilità né della sicurezza, il che ha fatto sì che in Svezia la situazione sia radicalmente diversa da quella danese. Questo vale in particolare per la disoccupazione giovanile, che in Svezia è più di tre volte superiore a quella in Danimarca.

L’ultima questione che vorrei esaminare riguarda la posizione delle donne nella vita privata e lavorativa; a tale proposito la relazione esprime un’opinione incredibilmente antiquata delle pari opportunità tra uomo e donna.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, una crescita sostenibile con un maggior numero di posti di lavoro di migliore qualità è centrale per la strategia di Lisbona. La modernizzazione del diritto del lavoro rappresenta un elemento fondamentale per il successo e l’adattabilità dei lavoratori e delle imprese, e pone in primo piano l’esigenza di promuovere la flessibilità del mercato del lavoro nel rispetto della sicurezza sul posto di lavoro.

Pur avendo sostenuto la relazione, l’ho fatto esprimendo l’ammonimento che la modernizzazione del diritto del lavoro di per sé non implica un approccio unico per tutte le situazioni, e che occorre prestare particolare attenzione all’analisi dell’impatto del regolamento sulle PMI, comprendendo gli oneri amministrativi superflui. Penso inoltre che il Libro verde ponga un’enfasi inopportuna sui “normali” contratti di lavoro e sottovaluti sia la varietà degli accordi di lavoro atipico presi tra lavoratori e datori di lavoro che il valore da essi conseguentemente assunto per le parti in causa. Il Libro manca altresì d’indicare il motivo per cui tale flessibilità non sia già stata prevista dalla direttiva sul lavoro a tempo determinato, dalla direttiva sul lavoro a tempo parziale e dalla direttiva sul distacco dei lavoratori, in cui si prevede una base di tutela comunitaria per tutti gli Stati membri che abbiano trasposto appieno tali direttive.

Soprattutto, qualunque riforma del diritto del lavoro deve concentrarsi sulle conseguenze esercitate sia sull’occupazione che sulla produttività.

 
  
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  Koenraad Dillen (ITS).(NL) Signor Presidente, pur condividendo l’opinione che la flessibilità non debba ledere la massima protezione possibile dei lavoratori nell’ambito del diritto del lavoro, quale che sia il luogo di lavoro, il mio gruppo è del tutto contrario all’idea che tale protezione sociale debba estendersi a livello europeo. I riferimenti al principio di sussidiarietà e al metodo aperto di coordinamento contenuti nella relazione sono un mero pretesto. Per tale motivo, in questa sede affermiamo con estrema chiarezza che qualunque tentativo di uniformare la protezione sociale a livello europeo è in contrasto con il principio di sussidiarietà, e che tale approccio farà avanzare l’Unione europea sulla strada sbagliata, che porta al super Stato centralizzatore. Il principio di sussidiarietà comporta che l’Unione europea possa intervenire solo per promuovere la mobilità transfrontaliera della forza lavoro.

L’interferenza da parte di quest’Aula è ulteriormente illustrata dal suo appello agli Stati membri affinché smettano di proteggere i propri mercati del lavoro, aprendoli invece completamente ai lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri. Perciò diciamo sì alla flessibilità e alla protezione sociale, ma diciamo no a un super Stato europeo che in quest’ambito tenta ancora una volta d’imporsi con la forza.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ha visto come sono scappati tutti i nostri colleghi all’ora di pranzo? Anzi, hanno chiesto la sospensione, l’hanno pretesa e sono scappati tutti a pranzo. Ma perché non abroghiamo il pranzo? Uno al giorno è sufficiente… In tal modo, i parlamentari che sono scappati saprebbero come vivono i pensionati in Europa, che non possono mangiare più di una volta al giorno giacché le pensioni, che derivano anch’esse dall’attività lavorativa di cui discute Protasiewicz, sono talmente basse da non consentire più di un pasto al giorno.

In Italia oggi si parla su tutti i giornali di aumenti delle pensioni, aumenti che sono briciole. Mi auguro pertanto che in futuro si abolisca un pasto dei parlamentari e si aumentino le pensioni in tutta Europa, anche se non è compito dell’Europa aumentare le pensioni.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione dell’onorevole Protasiewicz sul Libro verde della Commissione europea sulla modernizzazione del diritto del lavoro, che è indispensabile per raggiungere l’obiettivo della strategia di Lisbona, ossia per riuscire a ottenere una crescita durevole che generi posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità. Dobbiamo assolutamente conciliare la flessibilità, che è condizione dell’adattamento alla mutevolezza dei mercati, che a sua volta altro non è che una conseguenza di quella dei consumatori, con la sicurezza, che è un valore del modello sociale europeo.

E’ sorprendente che la Commissione europea possa considerare superato il contratto di lavoro a tempo indeterminato, e sono lieto che il Parlamento europeo abbia riaffermato che il contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato è la forma comune del rapporto di lavoro e come tale debba essere considerato un punto di riferimento.

In conclusione, occorre senza dubbio sottolineare il ruolo svolto dalle parti sociali nella riforma dei mercati del lavoro e l’utilità incontestabile degli accordi collettivi per la riforma del diritto del lavoro. Da questo punto di vista, occorrerà che le parti sociali sfruttino maggiormente le possibilità giuridiche offerte dal trattato attuale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) In questo voto, come pensavamo, il gruppo PPE-DE è riuscito a far passare alcune delle sue proposte che mirano a introdurre maggiore flessibilità e a limitare i diritti per i lavoratori. Per questo motivo, e in accordo con la nostra posizione in seno alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali, abbiamo votato contro la relazione.

Siamo estremamente turbati dal fatto che il Parlamento ancora una volta assuma un orientamento neoliberista e che, in risposta alle richieste delle grandi imprese, raccomandi un’ulteriore deregolamentazione del diritto del lavoro.

Le premesse esposte nel Libro verde della Commissione, come la relazione non nega, rappresentano un grave attacco ai diritti conquistati dai lavoratori in secoli di lotte. Nonostante alcune contraddizioni, esso promuove l’uso e l’estensione dei contratti di lavoro flessibile, con stipendi e diritti sociali ridotti, orari di lavoro più lunghi, e un deterioramento della sicurezza sociale e delle condizioni pensionistiche dei lavoratori.

Siamo altresì estremamente turbati dal palese tentativo di ingannare i lavoratori, utilizzando tutto ciò che attualmente non è in vigore per presentare il diritto del lavoro quale giustificazione a tale attacco. Si tratta di un tentativo di legalizzare qualcosa che al momento è illegale.

I cittadini e i lavoratori conoscono bene la situazione, come dimostrano le varie manifestazioni svoltesi contro tali politiche, come quella recente da parte di migliaia di lavoratori a Guimarães.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La bozza della relazione contiene parecchi punti di vista interessanti. Innanzi tutto, il considerando N afferma che “centinaia di migliaia di donne non hanno possibilità di scelta e sono costrette ad accettare condizioni irregolari di occupazione, perché sono lavoratrici domestiche presso altre famiglie oppure assistono familiari anziani”.

I paesi scandinavi vengono presi a modello due volte, a dimostrazione del fatto che un alto livello di protezione dal licenziamento e delle norme sul lavoro è pienamente compatibile con un’elevata crescita dell’occupazione (paragrafo 13) e che il diritto, esercitato da alcuni paesi nordici, d’intraprendere azioni collettive è compatibile con il trattato CE – diritto che dev’essere rispettato dalla Commissione (paragrafo 18).

Vorrei solo affermare che la situazione del mercato del lavoro per le donne è molto diversa in ciascuno dei vari Stati membri. Le modalità di organizzazione dell’assistenza all’infanzia e agli anziani nei diversi Stati membri vanno definite sulla base dei dibattiti e degli esiti delle elezioni generali in ciascuno dei singoli Stati membri. Personalmente credo che la Svezia abbia compiuto progressi apprezzabili nel percorso verso una società equa e nell’elaborazione di un modello per dare alle donne l’opportunità di accedere al mercato del lavoro. E’ tuttavia compito degli elettori di ciascuno Stato membro decidere quale modello intendono sostenere nel proprio paese.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. (FR) Non ho approvato la relazione che, nel nome della modernità, vuole dare inizio a una nuova fase di flessibilità sul luogo di lavoro dipingendo come straordinaria una flessicurezza in cui la dimensione della sicurezza è, temo, pressoché inesistente.

Si tratta di flessibilità generalizzata, immediata e certa, e di sicurezza scarsa, aleatoria e rimandata a un momento successivo. Nulla sfugge alla relazione: l’orario di lavoro, i salari, le garanzie, le condizioni di lavoro. Ci troviamo ad anni luce di distanza dalla difesa di un modello sociale europeo. Se dobbiamo andare in direzione della flessicurezza, cominciamo ad aumentare la sicurezza, perché ai lavoratori s’impone troppa flessibilità!

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione, che s’incentra sulla sicurezza del lavoro lungo tutto l’arco della vita di un lavoratore piuttosto che sulla tutela di particolari posti di lavoro. Ritengo importante che, all’interno dell’Unione europea, sia più semplice trovare un posto e poter passare da un lavoro a un altro.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Mi sono rifiutato di votare a favore della relazione Protasiewicz sulla flessicurezza, come ha fatto in blocco l’intera sinistra europea, perché la protezione della stabilità del lavoro e la sicurezza dei lavoratori vengono sminuite in nome della flessibilità nei rapporti di lavoro. Il neologismo “flessicurezza” viene usato per tentare di occultare un intento neoliberista. Nel nome della competitività e del profitto delle imprese, ora licenziare per esubero di personale sarà più facile e “gratuito” per le imprese, e il costo della protezione dei giovani disoccupati verrà scaricato appieno sulla società nel suo complesso.

La responsabilità delle imprese verso i lavoratori viene rimodellata come responsabilità della società verso i disoccupati. Le contrattazioni collettive e il ruolo dei sindacati vengono drasticamente sminuiti nel quadro del nuovo modello. I contratti individuali tendono a diventare la norma, conferendo ai datori di lavoro il potere di licenziare più facilmente, senza dare spiegazioni, e diminuisce radicalmente la facilità con cui ci si poteva organizzare in sindacati. La sinistra europea, in collaborazione con i sindacati, con le sue proposte avanzate sia in seno alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali che in Assemblea plenaria, persegue la copertura per tutti i lavoratori, indipendentemente dal contratto che ne regola l’impiego.

La sinistra sostiene che il diritto di intraprendere azioni collettive rappresenta una parte importante del diritto del lavoro. Agli Stati membri è rivolto l’appello per la promozione di un lavoro stabile e regolare e per la tutela e il miglioramento dei diritti dei lavoratori, delle norme sul lavoro e di un elevato livello di protezione sociale.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) Il contenuto politico della relazione è, in generale, costruttivo, ma purtroppo si porta a livello comunitario una mole eccessiva di diritto del lavoro. A lungo andare, si corre il rischio di minare il diritto del lavoro nazionale e il modello svedese, perché l’attenzione si concentra sul mercato e perché la destra prevale. Non posso pertanto votare a favore della relazione, e mi astengo dal voto.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) Sostengo la relazione, ma vorrei affrontare tre questioni di principio sulle quali è stato impossibile votare.

La prima questione riguarda il modo di considerare le piccole imprese. E’ chiaro che possiamo perseguire sia una maggiore sicurezza per i lavoratori che una maggiore flessibilità pur avendo norme più semplici per le piccole imprese. La relazione non ha tenuto in alcun conto questo dato, cosa che deploro profondamente.

La seconda questione che vorrei affrontare è l’approccio scandinavo o, per descriverlo come fa la relazione, la situazione scandinava. Esistono tuttavia differenze molto notevoli tra i paesi scandinavi. Il precedente governo socialdemocratico svedese non si è impegnato a sufficienza né a favore della flessibilità né della sicurezza, il che ha fatto sì che in Svezia la situazione sia radicalmente diversa da quella danese. Questo vale in particolare per la disoccupazione giovanile, che in Svezia è più di tre volte superiore a quella in Danimarca.

L’ultima questione che vorrei esaminare riguarda la posizione delle donne nella vita privata e lavorativa; a tale proposito la relazione esprime un’opinione incredibilmente antiquata delle pari opportunità tra uomo e donna.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) L’Europa non è un’Europa sociale se non riesce a istituire un sistema di norme sociali minime che si applichino a qualunque tipo di lavoratore in un mercato unico in cui vige la libera circolazione. Questo, di fatto, è anche il concetto che riassume il Libro verde della Commissione sulla modernizzazione del diritto del lavoro. La relazione Protasiewicz afferma che ogni riforma del diritto del lavoro deve tenere debitamente conto di principi quali le pari opportunità tra uomo e donna e la non discriminazione, la dignità del lavoro, la protezione di tutti i lavoratori (indipendentemente dal tipo di contratto) e il necessario ruolo, nella stesura della legislazione in materia di lavoro, delle parti sociali e delle altre organizzazioni rappresentative della società civile.

Un migliore diritto del lavoro è in grado di adeguarsi al cambiamento, tutelare i lavoratori e limitare l’incertezza. Se vogliamo che il diritto del lavoro faccia fronte alle sfide del XXI secolo, avremo bisogno anche di strumenti forti in grado di arginare la crescente economia irregolare e lo sfruttamento. La relazione insiste inoltre su una maggiore convergenza tra Stati membri, così da accrescere la certezza giuridica, per esempio per quanto riguarda il lavoro transfrontaliero.

Sosterrò la relazione, benché deplori l’assenza di qualunque riferimento al principio “salario uguale per un lavoro di uguale valore”, e benché alcuni paragrafi manchino dell’incisività necessaria, per esempio per quanto riguarda l’orario di lavoro, la formazione (accesso, anziché diritto a essa) e il rapporto tra diritto del lavoro e apprendimento e istruzione permanente.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. (PL) La relazione sull’attuazione delle modifiche apportate dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali che non sono state respinte dal Parlamento europeo mira a proporre soluzioni eccessivamente rigide in materia di diritto del lavoro. Tali soluzioni renderanno ardua la creazione di nuovi posti di lavoro, condannando un’ampia fascia della cittadinanza alla disoccupazione.

Traspone inoltre tale esperienza negativa a paesi con un mercato del lavoro più competitivo.

Per questo motivo non sono stato in grado di sostenerla nella votazione in seduta plenaria.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione è il prodotto dell’ennesimo compromesso politico dell’ormai nota coalizione dei rappresentanti politici della plutocrazia europea, i gruppi PPE-DE, PSE e ALDE, e procede in una direzione profondamente reazionaria e ostile ai lavoratori. La relazione:

considera necessarie le reazionarie riforme del diritto del lavoro, al fine di favorire il conseguimento degli obiettivi della strategia di Lisbona;

annuncia che è più importante per i lavoratori la sicurezza durante la vita lavorativa che non la sicurezza del posto di lavoro;

accetta e riconosce la necessità di accordi sull’orario di lavoro flessibile, al fine di soddisfare le “esigenze dei datori di lavoro e dei lavoratori”;

promuove la percezione della cooperazione di classe tra le “parti sociali” in nome del miglioramento della competitività delle imprese;

cerca di convertire gli accordi collettivi da strumento per la difesa degli interessi della classe operaia in “strumento per la promozione del partenariato sociale”.

La relazione sostiene la filosofia di base della “flessicurezza”, la logica di fondo e le ambizioni del Libro verde.

Il partito comunista greco ha espresso voto contrario e condanna le pericolose azioni intraprese da parte dei rappresentanti politici dei gruppi monopolistici, a danno della classe operaia e dei lavoratori in generale.

 
  
  

– Proposta di risoluzione B6-0266/2007

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, l’integrazione europea comporta la realizzazione della cooperazione economica, che a sua volta porta a una crescente e autentica libera circolazione dei lavoratori. La direttiva sul distacco dei lavoratori in discussione è lo strumento adeguato per la prevenzione del dumping salariale da un lato e delle distorsioni della concorrenza dall’altro. Purtroppo l’esame dell’attuazione della direttiva condotto dalla Commissione ha rivelato problemi nei controlli negli Stati membri. La direttiva è però valida ed efficace solo se i necessari meccanismi di controllo funzionano davvero a livello di Stato membro e se sono previste sanzioni.

Se, in seguito al proprio esame, la Commissione decidesse di ridurre o semplificare i controlli, tale decisione sarebbe del tutto sbagliata, e dovremmo respingere qualunque proposta di questo tipo. Invito invece la Commissione ad assicurare che i controlli verifichino che le contrattazioni collettive e le norme salariali nazionali vengano davvero rispettate.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sul distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi.

Sono convinta che l’attuazione piena della direttiva 96/71/CE sia fondamentale per trovare il giusto equilibrio tra la libera prestazione di servizi e la protezione dei lavoratori, al fine di contrastare soprattutto il dumping sociale.

Credo che sarebbe un’ottima idea se, negli Stati membri in cui la direttiva viene attuata mediante accordi collettivi, le parti sociali potessero accedere direttamente alle informazioni sulle società che distaccano lavoratori, così da poter monitorare efficacemente la situazione.

In conclusione, mi rivolgo agli Stati membri affinché riflettano su una futura revisione della legislazione in materia di definizioni e strumenti, in modo da poter combattere le “società a casella postale” e il falso lavoro autonomo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Visto l’aumento del numero di casi in cui i lavoratori, specialmente i lavoratori temporanei, vengono sfruttati in diversi paesi comunitari, è deludente che il Parlamento non abbia inviato un chiaro segnale alla Commissione, che attualmente non chiede di porre fine a questo fenomeno, né esige con chiarezza il rispetto delle norme minime fondamentali per la protezione dei lavoratori nonché il rispetto delle condizioni d’impiego dei lavoratori distaccati.

Sotto alcuni aspetti, il testo adottato non arriva dov’era giunto il testo che di recente siamo riusciti ad adottare – la relazione Schröder – in materia di distacco dei lavoratori. Esprimiamo pertanto voto contrario.

Siamo estremamente delusi che le nostre proposte siano state respinte, soprattutto per quanto concerne la proposta che la società che stipula un contratto debba avere un rappresentante legale nel paese ospite, la proposta di tenere la documentazione necessaria sul posto di lavoro, la proposta che in caso di illeciti si debba condurre un’indagine per determinare le responsabilità, e la proposta di contrastare le assunzioni ingannevoli di lavoratori.

Condanniamo con veemenza il fatto che la comunicazione della Commissione non sia equilibrata, per il fatto che considera sproporzionate le misure per la protezione dei lavoratori, ma non reputa sproporzionata, e neppure prende in esame, l’insufficiente attuazione della direttiva a causa dell’inadeguatezza dei controlli in alcuni Stati membri.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. (EN) La direttiva sul distacco dei lavoratori, nei casi in cui è stata attuata adeguatamente, ha offerto un certo livello di protezione ai lavoratori distaccati. Le relazioni della Commissione, tuttavia, indicano che in molti casi la direttiva è stata poco rispettata e che i lavoratori non ricevono la protezione cui hanno diritto ai sensi della direttiva. Questo ha portato al dumping sociale e a una corsa al ribasso. In tale contesto gli Stati membri devono poter richiedere in precedenza al prestatore di servizi una dichiarazione che gli permetta di verificare il rispetto delle condizioni di lavoro.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. (PT) Sostengo la proposta perché concordo sul fatto che occorra promuovere la mobilità dei lavoratori nell’Unione europea. Una maggiore mobilità contribuirà allo sviluppo del mercato unico, che a sua volta porterà a una maggiore crescita economica e all’aumento dei posti di lavoro.

Il mercato interno dell’Unione ha ancora un notevole potenziale di sviluppo in numerosi settori, e in particolare in quello della libertà di circolazione dei lavoratori. Ricordando che le condizioni sociali ed economiche sono molto diverse nei vari Stati membri, credo fermamente che non sia né possibile né auspicabile armonizzare la legislazione in materia di lavoro.

Ritengo tuttavia che in tutta l’Unione si debba compiere uno sforzo per raggiungere un accordo sulla definizione dello status di “lavoratore” e di “lavoratore autonomo”. E’ altresì necessario assicurare un’adeguata attuazione delle diverse direttive europee già in vigore, soprattutto per quanto riguarda il distacco dei lavoratori.

E’ importante in particolare migliorare il coordinamento e la condivisione delle informazioni tra Stati membri sulla base di criteri trasparenti.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La direttiva 96/71/CE relativa al distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi e le comunicazioni della Commissione europea (COM(2006)0159 del 4 aprile 2006 e COM(2007)0304 del 13 giugno 2007) vengono usate dai gruppi monopolistici nell’ambito della strategia antioperaia dell’Unione e dei governi degli Stati membri al fine di minare gli accordi collettivi e i diritti salariali e sociali dei lavoratori in generale, nel tentativo di massimizzare i profitti capitalistici.

Riteniamo che le proposte contenute nella proposta di risoluzione in questione sul distacco dei lavoratori non solo non arrestino questa strategia antipopolare, ma vengano utilizzate dai gruppi monopolistici per diffondere un “salario ineguale per un lavoro di uguale valore” mediante il distacco dei lavoratori. Per questo motivo il gruppo del partito comunista greco in seno al Parlamento europeo ha votato contro la proposta di risoluzione sul distacco dei lavoratori.

 
  
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  Presidente. – Con questo si concludono le dichiarazioni di voto.

 
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