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Resoconto integrale delle discussioni
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Mercoledì 11 luglio 2007 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Trasmissione di testi di accordo da parte del Consiglio: vedasi processo verbale
 3. Accordo PNR con gli Stati Uniti d’America (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 4. Illustrazione del programma della Presidenza portoghese (discussione)
 5. Convocazione della Conferenza intergovernativa (discussione)
 6. Dichiarazione della Presidenza
 7. Turno di votazioni
  7.1. Calendario 2008 (votazione)
  7.2. Convocazione della Conferenza intergovernativa (votazione)
  7.3. Fusioni e scissioni delle società per azioni (votazione)
  7.4. Programma specifico “Giustizia civile” (2007-2013) (votazione)
  7.5. Politica comunitaria in materia di acque (votazione)
  7.6. Veicoli fuori uso (votazione)
  7.7. Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (votazione)
  7.8. Sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche (votazione)
  7.9. Specifiche per la progettazione ecocompatibile dei prodotti che consumano energia (votazione)
  7.10. Completamento del mercato interno dei servizi postali della Comunità (votazione)
  7.11. Norme comuni per la prestazione di servizi di trasporto aereo nella Comunità (rifusione) (votazione)
  7.12. Servizi finanziari 2005-2010 (Libro bianco) (votazione)
  7.13. Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo (votazione)
  7.14. Distacco di lavoratori (votazione)
 8. Dichiarazioni di voto
 9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 11. Area dell’euro (2007) - Banca centrale europea (2006) (discussione)
 12. Ordine del giorno
 13. Area dell’euro (2007) - Banca centrale europea (2006) (seguito della discussione)
 14. Palestina (discussione)
 15. Situazione in Pakistan (discussione)
 16. Futuro accordo sul Kosovo (discussione)
 17. Relazione 2006 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (discussione)
 18. Accordo TRIPS e accesso ai medicinali (discussione)
 19. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 20. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
 21. Controllo democratico nell’ambito dello strumento di cooperazione allo sviluppo (discussione)
 22. Calamità naturali (discussione)
 23. Programma statistico comunitario 2008-2012 – Trasmissione e verifica tempestive dei dati statistici forniti dagli Stati membri (discussione)
 24. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 25. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. POETTERING
Presidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 9.05)

 

2. Trasmissione di testi di accordo da parte del Consiglio: vedasi processo verbale

3. Accordo PNR con gli Stati Uniti d’America (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

4. Illustrazione del programma della Presidenza portoghese (discussione)
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  Presidente. – Sono molto lieto di porgere un caloroso benvenuto al Parlamento europeo al Presidente in carica del Consiglio, il Primo Ministro portoghese, José Sócrates.

(Applausi)

Come sempre, è un piacere accogliere in Aula il Presidente della Commissione, José Manuel Durão Barroso.

(Applausi)

Come potete indovinare dai nomi, si tratta di una formazione molto speciale. Il Portogallo è al centro dell’Unione europea. Con grande piacere, do la parola al Presidente in carica del Consiglio europeo, il Primo Ministro José Sócrates.

 
  
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  José Sócrates, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, caro Hans-Gert Poettering, signor Presidente della Commissione europea, caro José Manuel Durão Barroso, onorevoli deputati, all’inizio del semestre di Presidenza portoghese, in presenza dei rappresentanti legittimi dei cittadini d’Europa, vorrei riaffermare il principio informatore di questa Presidenza: costruire un’Europa più forte per un mondo migliore.

A tal fine, assumiamo un chiaro impegno: faremo tutto il possibile per superare il periodo di dubbi e incertezze riguardo alla direzione che il progetto europeo dovrà seguire. Qui, nella sede della democrazia europea, chiediamo a tutti gli onorevoli deputati di sostenerci verso la realizzazione di questo obiettivo comune.

E’ risaputo che il Portogallo non è uno Stato membro fondatore della Comunità europea. Tuttavia, quando nel nostro paese fu ristabilita la democrazia, nel 1974, dopo 48 anni di regime autoritario, il nostro obiettivo principale era far parte delle Comunità europee, come si chiamavano allora. Tale obiettivo fu conseguito nel 1986. Ora esercitiamo per la terza volta la Presidenza del Consiglio dei ministri dell’Unione e vorrei ribadire la determinazione e l’impegno del governo portoghese di promuovere e rafforzare i valori di pace, libertà, solidarietà e prosperità che ispirarono i paesi fondatori nel 1957, valori che, tutti insieme, ora che siamo 27 Stati membri e quasi 500 milioni di cittadini, abbiamo riaffermato a Berlino in marzo.

Onorevoli deputati, confido nel fatto che questo semestre segnerà l’uscita dall’impasse e dagli impedimenti che da troppo tempo bloccano il progetto europeo. L’esempio del progetto di integrazione europea motiva molti popoli e molti paesi in ogni angolo del pianeta, i quali sono i primi a chiedere all’Unione europea di svolgere un ruolo più attivo sulla scena internazionale e fanno fatica a comprendere le nostre esitazioni.

Ho sempre considerato e continuo a considerare il progetto europeo come uno dei progetti politici più nobili e vitali della nostra epoca. La costruzione dell’Europa è importante per l’economia europea, per la promozione dei valori europei e per i cittadini europei. Tuttavia, la costruzione dell’Europa è altrettanto importante per rispondere alle sfide globali, per cogliere le opportunità di cambiamento offerte dalla nostra epoca e per costruire un mondo più giusto, più stabile e più sviluppato. Non sono solo i popoli europei ad avere bisogno di un’Europa più forte. Anche il mondo ha bisogno di un’Europa con una voce più propositiva.

Signor Presidente, onorevoli deputati, penso converrete con me che il successo di una Presidenza dipende sempre dalla chiarezza del suo programma. Le nostre priorità per i prossimi sei mesi sono ben definite: la riforma dei Trattati, un programma per la modernizzazione delle economie e delle società europee e il rafforzamento del ruolo dell’Europa nel mondo.

La sfida maggiore, è chiaro, è rilanciare il processo di riforma dei Trattati, sulla base del mandato adottato dall’ultimo Consiglio europeo. E’ per me un piacere lodare, qui dinanzi a voi, i meriti della strategia e dei negoziati condotti dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, che abbiamo sempre sostenuto durante gli ultimi sei mesi. Vorrei anche riconoscere ed esprimere gratitudine per la chiarezza delle posizioni espresse dal Parlamento nella risoluzione adottata sulla base della relazione Barón Crespo-Brok, che ha portato a un accordo tra gli Stati membri che preserva gli obiettivi essenziali del Trattato costituzionale e recepisce i segnali trasmessi dai referendum francese e olandese.

I progressi compiuti all’ultimo Consiglio europeo sono stati possibili solo grazie all’impulso fornito dal Parlamento europeo, che ha sempre mantenuto una posizione ferma, coerente e costruttiva in materia e non si è mai rassegnato all’impasse in cui ci trovavamo.

L’accordo raggiunto al Consiglio europeo del 21 e 22 giugno si traduce in un mandato chiaro e preciso, che il Portogallo ha sempre considerato indispensabile. Vi sono ora le condizioni necessarie per procedere.

Vorrei parlare chiaro, dinanzi all’Assemblea, e dire che vi è un punto su cui non ho alcun dubbio: il momento decisivo è stato nell’ottobre 2006, quando i capi di Stato e di governo dei tre paesi che avrebbero costituito il trio di Presidenze – Germania, Portogallo e Slovenia – hanno deciso di dare priorità, nel loro programma comune, alla soluzione della crisi istituzionale. All’epoca, nell’ottobre 2006, pochi credevano che tale obiettivo fosse realizzabile. La verità è che tale obiettivo è ora alla nostra portata.

Ci avviamo quindi verso la meta con fiducia. Spetta a noi raggiungerla: trasformare il mandato in un nuovo Trattato. So che ci attende un lavoro di negoziazione e di concertazione difficile e impegnativo. Sono naturalmente preparato ai problemi che sempre emergono, soprattutto nelle fasi finali dei processi negoziali, ma so che possiamo farcela. Una cosa mi è chiara: il nostro mandato non è cambiare il mandato. Il nostro mandato è trasformare il mandato in un Trattato.

Il mandato, inoltre, è chiaro. E’ chiaro riguardo alle parti del precedente Trattato costituzionale che devono essere abbandonate, è chiaro riguardo a ciò che deve essere preservato nel Trattato di riforma ed è chiaro riguardo agli aspetti innovativi che devono essere aggiunti al Trattato di Nizza.

Il meglio che si possa fare, onorevoli deputati, è approfittare dello slancio politico. Dobbiamo muoverci rapidamente. Per questo motivo, ho deciso di aprire la Conferenza intergovernativa il 23 luglio, a margine del Consiglio “Affari generali e Relazioni esterne”. Sempre il 23 luglio, distribuiremo un progetto di Trattato elaborato sulla base delle istruzioni dettagliate contenute nel mandato.

Nel corso della stessa settimana, organizzeremo riunioni con esperti giuridici per analizzare il testo e individuare potenziali difficoltà. La riunione informale dei ministri degli Esteri del 7 e 8 settembre servirà a fare il punto della situazione. Intendiamo assumere un ruolo attivo e assicurare che si possa raggiungere l’accordo sul Trattato durante il Consiglio europeo informale del 18 e 19 ottobre a Lisbona. Questo è il nostro obiettivo e penso converrete con me che il calendario è quello che più si avvicina allo spirito e alla volontà di tutte le Istituzioni europee ed è anche quello che serve meglio gli interessi dell’Unione.

Per conseguire questo obiettivo, faccio assegnamento sul Parlamento europeo. Anche per questo ho sostenuto che alla Conferenza governativa dovranno partecipare tre rappresentanti del Parlamento europeo, e non due come è avvenuto in precedenti occasioni, in modo da garantire una maggiore rappresentanza dell’Assemblea.

Per lo stesso motivo, intendo inoltre proporre che, quando la Conferenza intergovernativa si riunisce a livello di capi di Stato e di governo, il Parlamento sia rappresentato dal suo Presidente.

So di poter contare sul contributo di tutte le Istituzioni. Ringrazio la Commissione europea e la Banca centrale europea per la rapida adozione dei loro pareri.

Ringrazio il Parlamento per gli sforzi volti a far sì che anche il suo parere possa essere adottato oggi, in modo da soddisfare tutte le condizioni necessarie per l’apertura della Conferenza intergovernativa entro questo mese.

So di poter contare sulla volontà e sull’impegno di tutti gli Stati membri. E’ un momento di convergenza, in cui tutte le Istituzioni si uniscono affinché una decisione rapida sul Trattato possa trasmettere un chiaro segnale di fiducia e di determinazione dell’Europa nel portare avanti il suo progetto.

Signora Presidente, onorevoli deputati, la riforma dei Trattati è comunque solo uno dei compiti che attendono l’Unione nei prossimi sei mesi e, se me lo permettete, vorrei dedicare alcuni minuti ad alcune altre questioni di estrema importanza all’interno dell’Unione. A parte la questione istituzionale, i cittadini europei chiedono risposte alle questioni che incidono direttamente sulla loro vita quotidiana e per le quali riconoscono che l’Europa deve produrre risultati concreti, che facciano la differenza e contribuiscano a migliorare le loro condizioni di vita. Ritengo che nessuno abbia dubbi sul fatto che l’Europa deve investire di più nella modernizzazione.

Poco più di sette anni fa, l’allora Primo Ministro del Portogallo, António Guterres, presentò all’Assemblea la strategia di Lisbona. Finora, tale strategia è stata la tabella di marcia per la modernizzazione dell’economia e delle società europee.

Provo quindi particolare soddisfazione nel dire che la “strategia di Lisbona” sarà di nuovo al centro dei nostri piani. La strategia definita nel 2000 per rafforzare la competitività e la coesione sociale, investendo nella conoscenza e nell’innovazione, rimane la giusta direzione da seguire e gode tuttora del sostegno delle principali forze politiche europee.

Ciò che intendiamo fare è contribuire attivamente a un nuovo ciclo dell’agenda di Lisbona, che sarà adottato nella primavera del 2008, durante la Presidenza slovena. Ci prepareremo a questo nuovo ciclo, garantendo l’equilibrio tra le tre componenti dell’agenda: quella economica, quella sociale e quella ambientale.

La revisione del mercato interno ci permetterà di porre l’accento sulla competitività delle imprese, sull’apertura dei mercati e sull’eliminazione dei costi contestuali e sul ruolo che le industrie culturali possono svolgere in termini di creazione di posti di lavoro, crescita economica e innovazione.

Il prossimo semestre sarà particolarmente importante anche per quanto riguarda le scelte di politica energetica e ambientale e, in questo ambito, l’obiettivo dell’Europa può essere uno solo: rimanere all’avanguardia in campo ambientale, in particolare nella lotta contro i cambiamenti climatici.

Realizzeremo quindi gli obiettivi di promuovere il dibattito su un piano d’azione tecnologico per l’energia e l’ambiente e daremo risalto al ruolo dei biocombustibili, soprattutto nel contesto della relazione emersa dal primo Vertice tra l’Unione europea e il Brasile.

Vogliamo dare alla dimensione sociale della strategia di Lisbona la visibilità e l’importanza che merita. Dieci anni dopo il lancio della strategia europea per l’occupazione, consideriamo essenziale incoraggiare un dibattito sulle migliori forme di coordinamento delle politiche in materia di occupazione, al fine di rafforzare la creazione di posti di lavoro sostenibili nel contesto della concorrenza globale. Questa linea di azione della Presidenza portoghese sarà strettamente associata alla formazione delle risorse umane, alla conciliazione del lavoro con la vita familiare e alla lotta contro la povertà e l’esclusione.

Il modello sociale europeo, con la sua nota diversità, impone una riflessione comune sulla sostenibilità dei regimi pensionistici e l’individuazione delle riforme necessarie sui mercati del lavoro e nei sistemi di protezione contro i rischi sociali. In questo contesto, il dibattito sulla cosiddetta “flessicurezza” dovrà incentrarsi sulla necessità di trovare soluzioni integrate ed equilibrate, che si dovranno riflettere in principi generali comuni a livello europeo, che tengano conto delle diverse realtà sociali presenti nei vari Stati membri dell’Unione.

Onorevoli deputati, per la Presidenza portoghese, uno dei valori fondamentali del progetto europeo sta nel binomio libertà-sicurezza. In questo contesto, il rafforzamento della cooperazione di polizia e giudiziaria nella lotta al terrorismo e alla criminalità sarà una priorità della Presidenza.

Il terrorismo rimane una delle maggiori minacce per la pace e la sicurezza internazionale. Le democrazie non temono il terrorismo e sanno come essere ferme di fronte a questa minaccia. Un buon esempio di tale fermezza è stato fornito la settimana scorsa dal governo britannico, al quale vorrei esprimere la solidarietà di tutti i paesi dell’Unione.

La lotta al terrorismo deve quindi rimanere un obiettivo comune a tutti gli Stati membri, perché solo la cooperazione europea ci permetterà di proteggerci, di prevenire e di sconfiggere il terrorismo.

La Presidenza portoghese si adopererà al fine di realizzare le iniziative in corso nell’ambito della strategia dell’Unione europea contro il terrorismo, del piano d’azione per la lotta al terrorismo e del proseguimento della strategia volta a prevenire la radicalizzazione e il reclutamento di terroristi, che sarà rivista nei prossimi sei mesi.

Consideriamo pertanto urgente trovare un sostituto per il signor De Vries e definire strumenti e un mandato che gli permettano di svolgere le sue funzioni in modo efficace.

Onorevoli deputati, la storia insegna che non vi è libertà senza sicurezza. Per questo motivo, la politica di sicurezza dell’Unione è essenziale anche per preservare il carattere aperto e tollerante delle società europee.

Non nascondo quindi il mio orgoglio nel dire che è stato il Portogallo a proporre ed è stata un’impresa portoghese a concepire la soluzione tecnologica SIS-ONE4ALL, volta a permettere ai nuovi Stati membri di aderire pienamente all’area Schengen e a far sì che le frontiere con tali paesi possano sparire al termine della Presidenza portoghese.

Soddisferemo quindi uno dei più grandi desideri dei cittadini di tali paesi: la libera circolazione delle persone nel territorio dell’Unione.

Onorevoli deputati, vorrei anche spendere alcune parole sulla politica di immigrazione. Presteremo particolare attenzione a questo tema durante la nostra Presidenza. L’Europa è oggi un’area che accoglie milioni di immigrati che vivono, lavorano e crescono i loro figli qui tra noi e il cui contributo è essenziale per la crescita economica europea.

Dobbiamo quindi elaborare una politica di immigrazione europea, fondata sulla prevenzione dell’immigrazione clandestina, ma anche una politica di inclusione e di integrazione degli immigrati legali e di cooperazione efficace con i paesi d’origine, in grado di regolare i flussi migratori nell’interesse di tutti.

Solo una politica efficace sia nel paese d’origine sia in quello di destinazione, che affronti sia le cause che gli effetti, sarà all’altezza dell’entità del fenomeno e compatibile con i nostri valori e con le nostre responsabilità.

Signor Presidente, onorevoli deputati, l’attuale situazione internazionale crea responsabilità specifiche per l’Unione europea e vorrei ora parlarvi del programma di politica estera dell’Unione europea durante la Presidenza portoghese. I cittadini europei chiedono inequivocabilmente all’Unione di svolgere un ruolo attivo sulla scena internazionale, sulla base dei valori di diritto internazionale, rispetto reciproco, dialogo e cooperazione. Altrettanto inequivocabili sono le aspettative della comunità internazionale riguardo a un ruolo coerente e impegnato dell’Unione nelle grandi tematiche internazionali.

In questo secondo semestre del 2007, si dovranno prendere decisioni improcrastinabili su questioni globali delicate: il futuro del Kosovo, il programma nucleare dell’Iran, la crisi umanitaria in Darfur. Si svolgeranno diversi vertici bilaterali di particolare importanza: con l’India, la Cina, la Russia e l’Ucraina. Le relazioni con gli Stati Uniti, nel contesto definito al Vertice di Washington durante la Presidenza tedesca, saranno seguite con l’attenzione e l’impegno che l’importanza strategica delle relazioni transatlantiche impone e merita.

In ogni caso, assumeremo le responsabilità che spettano alla Presidenza e lavoreremo in stretta cooperazione con l’Alto rappresentante per la politica estera, Javier Solana, e con la Commissione europea.

Vorrei richiamare l’attenzione su tre iniziative alle quali siamo particolarmente legati e cui merita dare risalto: il Vertice UE-Brasile, già avvenuto, il Vertice UE-Africa e le riunioni euromediterranee.

In questa prima settimana di Presidenza, abbiamo già svolto il Vertice con il Brasile, nell’ottica di spostare le nostre relazioni su un livello superiore di comprensione reciproca e stretta cooperazione su tutti i piani. Questa iniziativa è particolarmente cara a noi portoghesi, che con il Brasile condividiamo la lingua e molti elementi della nostra cultura e della nostra storia. Vogliamo creare le condizioni politiche perché, come avviene con altre potenze economiche emergenti, si possano instaurare relazioni ufficiali vantaggiose per l’Europa e per il Brasile e contribuire così ad approfondire anche le relazioni che desideriamo intrattenere in generale con tutta l’America latina.

I più stretti legami con il Brasile daranno anche risultati concreti in termini di risposta alle sfide globali. Il Vertice della scorsa settimana con il Presidente Lula ha anche permesso di mantenere aperte alcune possibilità che dovremo ora esplorare nei negoziati del ciclo di Doha, e faremo tutto il possibile per sostenere l’azione della Commissione europea in questo ambito. Sono tra coloro che ritengono che i negoziati del ciclo di Doha siano un fattore importante per la regolamentazione della globalizzazione e che la loro conclusione sarà molto positiva. Deve continuare a essere una priorità per le Istituzioni europee.

Le riunioni ministeriali EUROMED si inseriscono in un quadro di cooperazione consolidato, il cosiddetto processo di Barcellona e la nuova politica di vicinato, e sottolineano l’importanza che attribuiamo al rilancio di un dibattito politico fondamentale con i nostri partner a sud del Mediterraneo. Condividiamo preoccupazioni comuni e dobbiamo affrontare sfide di sviluppo e di coesione sociale che evidenziano la crescente interdipendenza tra le due sponde del Mediterraneo e siamo convinti di poter contribuire a superare alcuni ostacoli in settori fondamentali, quali la gestione dei flussi migratori e il potenziale contributo che le diaspore possono dare allo sviluppo dei paesi di origine, con il sostegno e l’impegno dei paesi europei e delle istituzioni internazionali competenti.

Infine, intendiamo organizzare il secondo Vertice UE-Africa, dopo aver partecipato al Vertice precedente al Cairo, nel 2000, che come ricorderete si svolse durante la Presidenza portoghese. Senza trascurare alcune difficoltà che dovranno essere superate, siamo convinti che nulla possa giustificare il fatto che, per oltre sette anni, non si sia tenuta alcuna riunione di questo tipo al massimo livello, dal momento che si tratta di due continenti che hanno stretti legami storici e una significativa interdipendenza nel mondo attuale.

Il Portogallo si trova in una posizione particolarmente favorevole per assumersi questa responsabilità e conta molto sull’Unione africana e su tutti i paesi europei e africani per garantire che il Vertice offra la possibilità di rilanciare il dialogo e la cooperazione sui temi di grande interesse comune. Ci assumiamo quindi il compito di definire un nuovo partenariato strategico tra l’Unione europea e l’Africa, al fine di promuovere lo sviluppo sostenibile, la pace, la lotta alle malattie endemiche e una cooperazione equilibrata nella gestione dei flussi migratori, che sia reciprocamente vantaggiosa.

Signor Presidente, onorevoli deputati, questo è il nostro programma, che vi ho descritto brevemente. So che esercitiamo la Presidenza in un momento estremamente delicato della situazione internazionale e che abbiamo definito obiettivi ambiziosi. Sappiamo che le Presidenze, da sole, non risolvono tutti i problemi che emergono, ma sappiamo anche di poter cambiare lo stato di cose adottando obiettivi chiari, procedendo con umiltà e dimostrando la volontà di raggiungere il necessario consenso.

Molti filosofi europei descrivono il mondo di oggi come un mondo “post”: post-democratico, post-moderno e post-industriale. Un mondo “post”. In realtà, questo concetto significa soltanto che viviamo in un mondo che cambia, che cambia rapidamente, e non comprendiamo ancora bene ciò che accade.

Tuttavia, tra tutte queste incertezze e incognite, una cosa è certa: in un mondo che cambia, il peggiore errore è rimanere immobili. E’ un errore che l’Europa non può e non deve commettere. Onorevoli deputati, è nostro fermo proposito assicurare che l’Europa non rimanga immobile e che il progetto europeo prosegua nell’interesse di un mondo migliore.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Signor Presidente del Consiglio, la ringraziamo per la presentazione del suo programma. L’applauso dimostra che è stato accolto in modo molto positivo dal Parlamento europeo. La ringraziamo soprattutto per aver chiarito che il Parlamento europeo sarà rappresentato a tutti i livelli della Conferenza intergovernativa. Lei ha sempre sostenuto questo approccio, che costituisce la condizione essenziale perché il Parlamento europeo possa approvare la convocazione di una Conferenza intergovernativa. In seno al Parlamento europeo abbiamo grandi aspettative anche per quanto riguarda la cooperazione con il Segretariato generale del Consiglio.

Vorrei ora invitare il Presidente della Commissione, José Manuel Durão Barroso, a prendere la parola.

 
  
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  José Manuel Barroso, Presidente della Commissione. – (PT) Signor Presidente, signor Primo Ministro, onorevoli deputati, vorrei innanzi tutto rivolgere un saluto molto speciale al Primo Ministro del Portogallo all’inizio della Presidenza portoghese. Il programma della Presidenza è ambizioso ed esigente e la Conferenza intergovernativa naturalmente occuperà un posto prominente, soprattutto fino al Consiglio europeo di ottobre, ma la Presidenza portoghese non si riduce alla questione importantissima del Trattato. Tra gli altri compiti impegnativi figurano le relazioni esterne, che prevedono vertici importanti con molti nostri partner, l’agenda di Lisbona rinnovata per la crescita e l’occupazione, e l’innovazione.

La Commissione ha adottato ieri il suo parere per la Conferenza intergovernativa. Come ho già affermato dinanzi al Parlamento, la CIG imminente sarà molto diversa da quelle precedenti. Grazie al lavoro già svolto, in particolare agli sforzi della Presidenza tedesca, che desidero lodare, e grazie al fatto che siamo riusciti a compiere progressi concreti, possiamo dire che il livello di dettaglio di questo mandato è senza precedenti. Non si è mai cominciata una Conferenza intergovernativa con un mandato così preciso. In alcuni ambiti, infatti, il mandato adotta i testi della CIG del 2004 e in altri utilizza un linguaggio ben sviluppato dal punto di vista giuridico e tecnico. In conseguenza di questo livello di precisione, possiamo ora dire che il punto centrale non è più il contenuto politico, in quanto, sugli elementi essenziali, la questione è stata risolta in occasione della riunione del Consiglio europeo, bensì la necessità di rimanere fedeli al contenuto del mandato.

Dobbiamo quindi essere chiari al riguardo. Vorrei essere chiaro sulla posizione della Commissione: difendiamo pienamente il mandato e riteniamo che la questione non debba essere riaperta. Il nodo della questione, come ha già detto il Primo Ministro Sócrates, è trasformare il mandato in un Trattato, non definire un nuovo mandato. Ciò sarebbe estremamente negativo e, a mio parere, sarebbe inconcepibile tornare indietro rispetto a quanto è stato deciso all’unanimità. Sarebbe un segno di grande mancanza di fiducia se ora tentassimo di rinegoziare un mandato che è stato approvato da tutti. Senza fiducia negli impegni assunti non è possibile costruire un’Europa forte.

E’ anche vero che, dal punto di vista della Commissione, il mandato non è ideale né perfetto. Su molti punti avremmo dovuto essere più ambiziosi. In ogni caso, nessuno considera il mandato ideale, e questo è il modo in cui funziona e ha sempre funzionato il progetto europeo. Dal 1957, abbiamo sempre portato avanti il nostro progetto di integrazione attraverso il compromesso politico, non con soluzioni ideali. Sarà così anche questa volta. Non dobbiamo peraltro dimenticare che l’accordo raggiunto al Consiglio europeo ha richiesto trattative difficili, sulla base di un compromesso politico delicato. La nostra responsabilità è salvaguardare tale compromesso alla Conferenza intergovernativa, fino alla ratifica definitiva.

La Commissione sostiene pienamente l’intenzione della Presidenza portoghese di condurre una Conferenza intergovernativa concentrata e rapida. Comincerà il 23 luglio e, se tutto va bene – e da parte nostra faremo tutto il possibile a tal fine – potrà concludersi con il Consiglio europeo informale di ottobre. La Commissione si riserva tuttavia il diritto di esprimere il suo parere sulle posizioni e proposte dei governi degli Stati membri durante la CIG e, in particolare, rimarremo vigili per assicurare che il mandato sia rispettato. Pensiamo sia nostro dovere farlo.

Signor Presidente, signor Primo Ministro, onorevoli deputati, come ho già detto, la Presidenza portoghese va al di là dell’importantissima questione del Trattato e constato con soddisfazione che il Primo Ministro e Presidente in carica del Consiglio intende prestare particolare attenzione alla strategia di Lisbona. La strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, che abbiamo rilanciato insieme nel 2005, comincia a produrre risultati incoraggianti. La disoccupazione nell’Unione europea è scesa dal 10 per cento nella metà degli anni ’90 al 7 per cento nel giugno scorso.

Le nostre analisi dimostrano che anche la disoccupazione strutturale è in calo, il che è abbastanza incoraggiante per l’Europa nel medio e lungo periodo. I nostri dati rivelano anche un aumento dell’occupazione femminile del 50 per cento. Questi elementi sono molto positivi per un’Europa che vogliamo rendere più competitiva, più giusta e più coesa.

Anche la crescita economica ha raggiunto i livelli più elevati dal 2000, in un contesto di rafforzamento del potenziale e della crescita dell’economia europea, il che ci induce a ritenere che la recente crescita sia strutturale e non solo congiunturale. In grande misura, è giusto dirlo, il progresso si deve alle riforme ispirate dalla nuova agenda di Lisbona per la crescita e l’occupazione. La verità è che l’Europa, fornendo ai diversi governi degli Stati membri un quadro comune di riforme, facilita, sostiene e rafforza proprio questo ciclo di riforme che, di sicuro con ritmi diversi e in ambiti differenti, tutti i governi europei in un modo o nell’altro stanno attuando.

E’ quindi giusto sottolineare qui che la tanto criticata strategia di Lisbona è un fattore cruciale per la modernizzazione economica e sociale dell’Europa. Tuttavia, la verità è che non vi è spazio per l’autocompiacimento. Molto resta da fare per rendere l’economia europea più competitiva e la società europea più giusta. In particolare, dobbiamo rafforzare il contributo dell’innovazione alla crescita economica. So che è una priorità della Presidenza portoghese e accolgo con grande favore questa scelta. L’innovazione è il filo conduttore dell’insieme costituito dal piano tecnologico per l’energia, dall’Istituto europeo di tecnologia e dalla prima comunità della conoscenza e dell’innovazione, che vogliamo si dedichi proprio alle questioni energetiche e alla lotta ai cambiamenti climatici e ci auguriamo sia lanciata durante la Presidenza portoghese. Questo è l’esempio più chiaro del fatto che la nuova strategia di Lisbona mira a collegare i diversi aspetti, come questo elemento centrale che riguarda la lotta ai cambiamenti climatici e la sicurezza energetica. Per ottenere risultati in tale campo, dobbiamo fare di più in materia di innovazione ed è per questo che apprendo con soddisfazione che la Presidenza portoghese intende proporre l’innovazione quale tema essenziale per il Consiglio europeo di dicembre. L’istruzione, la ricerca scientifica e l’innovazione sono elementi fondamentali della società europea che vogliamo costruire in risposta alle preoccupazioni e alle sfide più urgenti del nuovo secolo.

Per conseguire gli obiettivi fissati nel quadro della politica europea per l’energia e il clima, abbiamo elaborato una strategia ambiziosa e coerente, volta a garantire la sostenibilità, la sicurezza di approvvigionamento e la competitività europea. Tuttavia, va sottolineato che per il successo di tale strategia dobbiamo lodare le conclusioni del Consiglio europeo di marzo, che hanno segnato una svolta storica nel contesto dell’energia e della lotta ai cambiamenti climatici.

Per poter ora conseguire risultati, dobbiamo intensificare gli sforzi nei settori della ricerca scientifica, dello sviluppo tecnologico e dell’innovazione. Il piano tecnologico nel settore delle tecnologie energetiche pulite è un pilastro fondamentale di tale strategia. La creazione dell’Istituto europeo di tecnologia, accolta in modo molto positivo dal Parlamento europeo, costituisce un altro strumento essenziale per rafforzare la competitività dell’Europa, tramite la promozione di sforzi a livello europeo e un migliore collegamento tra conoscenza e innovazione.

Signor Presidente, signor Primo Ministro, onorevoli deputati, come la Commissione afferma nel parere approvato ieri, il Trattato di riforma rafforzerà la capacità di azione dell’Unione nelle relazioni esterne, il che è estremamente simbolico: due pilastri centrali della Presidenza portoghese sono proprio la riforma istituzionale e le relazioni esterne dell’Unione. La cooperazione attiva tra la Presidenza e la Commissione in quest’ultimo campo è evidente. La scorsa settimana, il Primo Ministro Sócrates e io ci siamo recati ad Accra per la sessione finale del Vertice dell’Unione africana e il giorno dopo abbiamo partecipato al primo Vertice UE-Brasile.

Con il Brasile, il nostro partner strategico più recente, condividiamo un programma ambizioso, che comprende l’energia, principalmente i biocombustibili, che devono essere sostenibili, la lotta ai cambiamenti climatici e le relazioni commerciali. Nel caso del commercio internazionale, abbiamo rivolto al Presidente Lula un appello molto forte affinché si raggiunga un accordo nei negoziati di Doha. La Commissione insiste sull’importanza commerciale di Doha, perché il commercio è un motore di sviluppo e di crescita economica. Il commercio ha sollevato milioni di persone dalla povertà in Asia e può continuare a farlo, non solo nei paesi asiatici, ma anche in America meridionale e in Africa.

Il commercio internazionale si deve però basare su norme e istituzioni multilaterali e l’Unione europea deve svolgere un ruolo fondamentale nel consolidamento delle norme e della governance internazionali. Doha è quindi una questione essenziale. Non riguarda soltanto il commercio, per quanto il commercio sia di per sé importante, riguarda anche la nostra visione multilaterale. Non si può sostenere attivamente il multilateralismo e poi difendere l’unilateralismo nel commercio. Dobbiamo compiere progressi anche in questo ambito, perché non è solo un’agenda commerciale, è un programma per lo sviluppo sociale, un programma che può rafforzare i nostri legami con i paesi in via di sviluppo.

Nel caso del continente africano, il partenariato strategico tra l’Europa e l’Africa è essenziale anche per la stabilità internazionale. L’Unione europea è il maggiore donatore di aiuti finanziari, economici e tecnici all’Africa. L’Europa è il maggiore partner commerciale del continente africano e importa più di tutti gli altri paesi del G8. Sin dall’inizio del suo mandato, la Commissione che ho l’onore di presiedere ha dato la massima priorità alle relazioni con l’Africa. Per esempio, la Commissione ha aperto il primo Istituto di storia dell’Unione europea al di fuori dell’Europa ad Adis Abeba, dove abbiamo svolto una riunione di lavoro con la Commissione dell’Unione africana. Tuttavia, molto resta da fare nelle relazioni tra europei e africani. L’imminente Vertice UE-Africa, che sarà organizzato dalla Presidenza portoghese, offre un’occasione unica per stabilire un programma ambizioso, che comprenda questioni concrete quali l’energia, l’immigrazione, la lotta ai cambiamenti climatici e, ovviamente, la democrazia e i diritti umani. Abbiamo il dovere di parlare con i nostri partner africani delle questioni legate alla democrazia, ai diritti umani e alla governance. Parliamo con il resto del mondo, sarebbe incomprensibile non parlare con l’Africa. Senza dubbio vi sono alcuni problemi politici e diplomatici da risolvere, ma questi problemi, dei quali dobbiamo riconoscere l’importanza, non possono e non devono costituire un ostacolo all’avvio di un partenariato strategico essenziale per il futuro della globalizzazione. L’Africa e l’Europa devono lavorare insieme.

Ho detto più volte che l’Unione europea ha una missione da compiere nel XXI secolo, cioè promuovere la giustizia, la libertà e la solidarietà a livello globale. L’Unione europea non può e non deve essere un gruppo di paesi che guardano solo al loro interno. L’Unione europea può e deve essere una forza per la riforma e la stabilità nel mondo e una forza per la difesa degli interessi europei e la promozione dei nostri valori. Siamo una comunità di valori, i valori della libertà e della solidarietà. Il continente africano è senza dubbio una regione che ha bisogno del nostro sostegno e del nostro impegno. L’Unione europea non può chiudere gli occhi davanti al dramma che si consuma così vicino a noi.

Prima di concludere, vorrei augurare al governo portoghese il massimo successo e confermare la disponibilità assoluta della Commissione a collaborare con la Presidenza. Posso dire che ho piena fiducia nelle capacità del Portogallo, un paese che ha dato prova della sua convinzione europeista, e nella capacità del governo, delle autorità e di tutte le forze politiche portoghesi di lavorare a favore dell’Europa. Condividiamo con la Presidenza portoghese lo splendido slogan che ha scelto per questo periodo: un’Europa più forte per un mondo migliore. Sapremo lavorare insieme per raggiungere tali obiettivi.

(Applausi)

 
  
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  Joseph Daul, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, Primo Ministro Sócrates, Presidente Barroso, onorevoli colleghi, il mio gruppo accoglie con favore il motto ambizioso della Presidenza portoghese: “Un’Unione più forte per un mondo migliore”. Ponendo la volontà di costruire al centro del suo mandato, la Presidenza portoghese segue le orme della Presidenza tedesca. Facendo tesoro della dinamica creata dai risultati conseguiti dal Cancelliere Merkel, lei dimostrerà, Primo Ministro Sócrates, che il successo di una Presidenza dipende da una ferma volontà politica e da una strategia di convergenza su priorità ambiziose, ma realistiche.

Il suo successo dipenderà anche dalla cooperazione con il Parlamento. Associateci in modo molto stretto ai vostri lavori e alle vostre decisioni.

Per il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, la riforma istituzionale, la sicurezza dei nostri concittadini, il completamento del mercato interno e il consolidamento della crescita sono gli aspetti fondamentali della sua Presidenza. L’accordo raggiunto il 21 e 22 giugno riprende l’essenza dei progressi contenuti nel testo precedente. Se gli Stati membri lo ratificheranno entro la primavera del 2009, l’Europa potrà infine adottare decisioni in modo efficace, trasparente e democratico in settori quali la sicurezza, la crescita, l’energia, il clima e la demografia.

Tornare indietro sugli impegni presi significherebbe considerare l’Unione europea come un castello di carte: se ne manca una, l’intero edificio crolla. A parere del nostro gruppo, in particolare Elmar Brok che lo rappresenterà, la Conferenza intergovernativa deve essere dedicata al perfezionamento giuridico dei Trattati rivisti e dovrà concludersi, come lei desidera, Primo Ministro Sócrates, entro il Consiglio europeo d’autunno.

Primo Ministro Sócrates, se un’Unione più forte per un mondo migliore motiva la sua azione, lei non può trascurare la sicurezza dei nostri concittadini, e stamattina ne ha parlato a lungo. Gli attentati terroristici nel Regno Unito e altrove in Europa e l’interruzione del cessate il fuoco da parte dell’ETA ci preoccupano e richiedono un coordinamento antiterrorismo a livello europeo. Signor Primo Ministro, so che gli Stati membri sono restii a cooperare in questo settore. Il principio “ciascuno per sé” deve essere estirpato, la sicurezza dei cittadini d’Europa deve prevalere. Di fronte alla criminalità internazionale, alle cellule terroriste, alla complessità delle reti e alla sofisticatezza dei metodi, non ultimo per quanto riguarda l’immigrazione, rischiamo di essere colpiti e abbiamo il dovere di agire senza indugi. Il posto vacante di coordinatore antiterrorismo dell’Unione è intollerabile. La ringrazio per il suo impegno.

Primo Ministro Sócrates, dobbiamo dimostrare di promuovere la nostra sicurezza con la stessa determinazione con cui affrontiamo i cambiamenti climatici e l’energia. Le vittime degli attentati terroristici ci impongono di rimanere uniti. Sotto la sua leadership, ci attendiamo più coesione e un maggiore coinvolgimento degli Stati membri in un modello di coordinamento antiterrorismo efficace.

Per quanto riguarda le altre priorità, quali il completamento del mercato interno e il consolidamento della crescita, i nostri concittadini aderiranno all’ideale europeo soltanto se vedranno che il nostro modello sociale, la libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, ma anche dei servizi, e la promozione dell’istruzione, della formazione e dell’innovazione si tradurranno in miglioramenti concreti nella loro vita quotidiana.

Per diventare lo spazio economico più avanzato del mondo sono necessari volontà politica e coraggio. Il Portogallo ha avuto l’audacia di proporre la strategia di Lisbona. Ora ha l’occasione di fornire il migliore servizio post-vendita. Attribuiamo importanza sia alla dimensione sociale sia alla dimensione economica dell’integrazione europea.

Primo Ministro Sócrates, al pari suo, desideriamo compiere progressi con l’Africa sulle questioni legate alla migrazione e rafforzare i legami con il Brasile e i paesi emergenti. Come lei, consideriamo le relazioni transatlantiche una priorità. Negli ultimi mesi, la nostra cooperazione ha visto un salto qualitativo e si devono ora compiere progressi. Posizioni ferme riguardo ai nostri valori e un dialogo continuo devono caratterizzare le relazioni di vicinato con i Balcani, l’Ucraina, la Bielorussia e naturalmente con la Russia.

Signor Primo Ministro, il gruppo PPE-DE le augura il massimo successo per l’Unione più forte per un mondo migliore che lei sinceramente desidera. Saremo al suo fianco nella difesa dei valori di pace e di solidarietà, di coraggio e di responsabilità.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz , a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, quasi esattamente un anno fa, il 1° luglio dello scorso anno, si è disputata un’interessante partita di calcio, vinta dal Portogallo ai rigori dopo i tempi supplementari. E’ stata una partita tesa. I portoghesi hanno mantenuto i nervi saldi e hanno mandato a segno tutti i calci di rigore. La palla è ora sul dischetto. Ha detto tutto ciò che c’è da dire sulla Conferenza intergovernativa. Ora deve mandare la palla in rete. Dopo aver ascoltato il suo intervento stamattina, ho l’impressione che lei abbia la stessa forza di carattere della nazionale di calcio portoghese. Se segnerà il rigore, in ottobre avrà anche la coppa!

(Applausi)

Siamo realistici, Primo Ministro Sócrates. Il mandato non contiene tutto ciò che avremmo potuto desiderare, ma riconosciamo che non si poteva ottenere di più nei negoziati. Il mandato contiene comunque un buon accordo. Deve chiarire a tutti i partecipanti alla Conferenza intergovernativa che non si può tornare indietro su quanto è già stato deciso.

A questo punto, vorrei rivolgere un’osservazione all’onorevole Joseph Daul. Ho senz’altro notato che questa è la posizione del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei e mi auguro che tutte le componenti del gruppo PPE-DE, fino ai presidenti di commissione appartenenti al vostro gruppo, siano dello stesso parere.

(Applausi)

Quanto più alta è la commissione, tanto meno sicuro mi sento.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, che cosa succederebbe se tornassimo indietro? Ci troveremmo di nuovo nella situazione di crisi che abbiamo appena superato e, se saremo in crisi, signor Presidente del Consiglio, i lodevoli obiettivi che ha appena descritto saranno di nuovo irraggiungibili. Come possiamo attuare realmente una strategia di Lisbona coesiva con un’Europa a due velocità? Le due cose si escludono a vicenda.

Lei ha ragione: dobbiamo infondere nuova linfa alla strategia di Lisbona. Tre anni fa, si è deciso di rilanciare la strategia di Lisbona. A distanza di tre anni, non abbiamo compiuto grandi progressi. E’ positivo che lei, in veste di Presidente in carica del Consiglio, dica che lavoreremo sodo per accelerare e intensificare il processo. Sono due i motivi principali per intensificare il processo: lei ha ragione a dire che vogliamo concentrarci sulle qualifiche. Se vogliamo diventare il continente più competitivo basato sulla conoscenza, dobbiamo concentrarci sulle qualifiche, ma ciò che vogliamo dalla strategia di Lisbona è soprattutto stabilità sociale.

Se abbiamo una maggiore crescita economica, ed è già così, abbiamo più posti di lavoro, le riforme funzionano e, grazie al governo di Gerhard Schröder, cominciano a produrre risultati anche nel mio paese, se abbiamo più posti di lavoro, ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno è che la crescita sia duratura e garantisca una stabilità sociale sostenibile. Altrimenti, la strategia di Lisbona non avrà alcuna utilità.

Se, come lei ha giustamente affermato, signor Presidente del Consiglio, stiamo cercando un argomento che ci obblighi ad agire come una Comunità, e una Comunità di 27 paesi, in cui vi sia enorme sostegno popolare, tale argomento è la protezione del clima. Il concerto Live Earth dello scorso fine settimana ha dimostrato chiaramente con quanto entusiasmo i giovani sono pronti a sostenere un’idea. Facciamo buon uso di questo entusiasmo. Questi giovani vanno al concerto e quando è finito si chiedono: e adesso?

Bono e Herbert Grönemeyer non possono offrire la soluzione. Possono forse promuoverla, ma spetta a noi offrirla tramite azioni concrete. Se offriamo tale soluzione, tuttavia, se realizziamo i nostri obiettivi ambiziosi, sono certo che i cittadini d’Europa ci sosterranno e questo è precisamente ciò di cui il progetto europeo ha bisogno.

Quando parlo di protezione del clima, signor Primo Ministro, le sono molto grato per la sua strategia per l’Africa e l’America latina, perché senza Africa e senza America latina la protezione del clima non sarà realizzabile. Nel caso dell’Africa, dobbiamo riconoscere l’amara verità che si tratta del continente più colpito dal riscaldamento globale, pur essendo quello che meno vi contribuisce. E’ un fattore molto significativo per la situazione drammatica degli africani.

Le sono molto grato anche per la sua posizione sull’America latina. Le relazioni transatlantiche dell’Unione europea vanno ben oltre le nostre relazioni con gli Stati Uniti d’America. Soprattutto, è nostro compito sostenere l’America latina nella ricerca di soluzioni multilaterali ai conflitti internazionali, nella riforma delle Nazioni Unite e nella gestione delle crisi dovute ai mercati finanziari. Quali paesi sono stati più colpiti? L’Argentina, e anche il Brasile. La cooperazione dell’Europa con l’America latina è indispensabile. E’ un’iniziativa cui il mio gruppo aderirà e darà il suo sostegno in autunno e le siamo molto grati per aver organizzato questo Vertice.

In seno all’Assemblea, vi sono persone che si innervosiscono subito quando due oratori provenienti dallo stesso paese intervengono l’uno dopo l’altro. Signor Presidente, oggi abbiamo visto un Presidente del Consiglio portoghese di sinistra e un ex Presidente del Consiglio di destra lavorare insieme per l’Europa. Lo considero molto significativo. Il superamento di ciò che ci divide al nostro interno per lavorare insieme in Europa a favore di tutti, questo spirito comunitario di superamento delle divergenze, è ciò che definisce l’idea di Europa. E’ esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per costruire un’Europa più forte, perché, come lei ha giustamente affermato, non solo l’Europa, ma il mondo intero ha bisogno di un’Europa forte e unita. Possiamo realizzare questo obiettivo soltanto se sapremo superare le divergenze e se ci concentreremo su ciò che ci unisce. Le auguro quindi il massimo successo per la sua Presidenza.

(Applausi)

 
  
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  Graham Watson, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, il programma che ha presentato associa obiettivi chiari a grandi ambizioni. Il successo non è immanente, ma i Democratici e i Liberali sperano molto in un gioco di coppia dell’Unione europea sotto i due José. Infatti, lei sembra concorrere per gli allori del liberalismo economico. Come potrebbe titolare il quotidiano britannico Daily Mirror: “E’ l’unica via, José!”.

Chi, se non voi due, potrebbe convincere i governi d’Europa della bellezza di Lisbona e dell’importanza della sua agenda? Rimettete in moto Lisbona: la necessità di consolidare le finanze pubbliche, l’impegno in materia di disciplina finanziaria e gestione del debito, lo stimolo a completare e rafforzare il mercato unico. Sì, anche di fronte all’opposizione populista presente nei vostri stessi partiti. Il libero mercato non ha sollevato milioni di persone dalla povertà soltanto in Asia: lo ha fatto anche con 50 milioni di persone nell’Unione europea solo negli ultimi 10 anni. Ancora più importante, è necessaria una ripresa economica sostenibile in Europa, fondata sulla creazione di posti di lavoro, non sulla manipolazione dei tassi di cambio per far salire e scendere la crescita indotta dalle esportazioni. Di conseguenza, il mio gruppo accoglie con favore la sua intenzione di avviare la discussione sulla “flessicurezza”. Dobbiamo modernizzare la protezione sociale e i sistemi previdenziali per far fronte alle sfide di un mercato globale. E’ necessario proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro non concorrenziali. La nostra rete di sicurezza sociale non deve proteggere le imprese in fallimento, ma le persone che vi lavorano, aiutandole a trovare nuove opportunità di lavoro. L’unico modello sociale europeo che conta per me è quello che salvaguarda la nostra prosperità preparando le nostre popolazioni al futuro.

Se parliamo di futuro, non dimentichiamo la lotta ai cambiamenti climatici. Esaminiamo il modo in cui possiamo associare le agende di Göteborg e di Lisbona e usare l’innovazione nelle tecnologie ecologiche per essere più innovativi, creare più posti di lavoro e guidare il mondo nel definire l’agenda per i cambiamenti climatici.

Signor Presidente in carica del Consiglio, lei ha ragione a porre l’accento sull’Africa, scoperta, sfruttata e poi abbandonata dagli europei. Il fatto che lei abbia convocato il primo Vertice UE-Africa dopo sette anni la dice lunga sulla sua volontà politica in materia. E’ stato il continente dimenticato troppo a lungo. L’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa per affrontare con successo l’immigrazione, le malattie e i cambiamenti climatici.

La Cina offre denaro in cambio di risorse naturali e armi al posto del denaro. Questa è la strada del colonialismo economico del XXI secolo ed è la direzione sbagliata per l’Africa. Tuttavia, l’Europa deve evitare di parlare delle dimensioni imperialistiche. Dobbiamo trarre insegnamento dal passato e creare un partenariato nuovo e generoso.

In materia di giustizia e affari interni, apprezziamo il fatto che la sua Presidenza si concentrerà su una serie di misure volte a rafforzare il settore della giustizia nell’Unione europea. In seguito alle dichiarazioni eloquenti del ministro degli Interni tedesco Schäuble, il mio gruppo rimarrà vigile per prevenire l’erosione delle libertà civili su cui si fonda la nostra società.

(Applausi)

Vogliamo che il Consiglio adotti la decisione quadro sulle garanzie procedurali, quale misura di accompagnamento necessaria per il mandato di arresto europeo. Lanciamo un monito contro una risposta al terrorismo che alteri la natura della nostra società, restringendo le libertà per le quali vi siete battuti nella rivoluzione dei garofani.

Due settimane fa, l’Assemblea ha applaudito il Consiglio per l’accordo sul mandato per la CIG, ma la scorsa settimana abbiamo appreso da alcuni suoi colleghi in seno al Consiglio che erano false promesse. Dunque, è stata una vittoria effimera. Ritengo di non parlare solo a nome del mio gruppo, ma anche di numerosi altri colleghi in seno all’Assemblea, se la esorto a garantire che il pacchetto approvato al Vertice di giugno non sia smembrato.

Da una scuola della penisola di Sagres, il suo paese è diventato famoso nel mondo come nazione di navigatori. In veste di Presidente in carica del Consiglio, lei avrà bisogno di tale esperienza per navigare nelle acque insidiose dei negoziati in seno al Consiglio.

Le auguriamo buona fortuna e vento in poppa. Boa sorte!

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 
  
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  Brian Crowley, thar ceann an Ghrúpa UEN. – A Uachtaráin, is í an aidhm is mó a bheidh ag an Uachtaránacht seo a chinntiú go síneoidh ceannairí an Aontais Eorpaigh Conradh nua an Aontais Eorpaigh níos déanaí sa bhliain. Tháinig na ceannairí ar shocrú ginearálta polaitíochta ag an gcruinniú mullaigh deireanach ach tá obair mhór fós le déanamh sula mbeidh an conradh cinntithe go hiomlán. Beidh an Phortaingéil i mbun cruinnithe mullaigh go hidirnáisiúnta leis an mBrasaíl, le ceannairí na hAfraice agus le rialtais Mheiriceá, na Síne agus na hIndia.

(EN) Soprattutto quando parliamo dell’Africa, abbiamo sentito tutti le preoccupazioni e le difficoltà che numerosi colleghi sollevano riguardo alla partecipazione di determinate persone alla conferenza. Forse, anziché rimanere ai margini e gridare “no”, questo Vertice africano potrebbe essere un’occasione per incoraggiare altri paesi africani a cooperare tra loro, a usare il metodo di coordinamento aperto per garantire adeguati controlli democratici e adeguate procedure per i diritti e le libertà individuali.

Si parla spesso del Darfur, ma raramente si dà sostanza reale ai discorsi; il Vertice africano ci offre una nuova possibilità per cercare di riunire insieme le parti e gli elementi disparati del conflitto e assicurare che si individui una soluzione chiara che permetta di compiere progressi.

Per quanto riguarda il Trattato di riforma, come lei ha giustamente ricordato, il mandato per la CIG è stato definito in termini molto specifici. Su diversi punti, dovremmo ampliare o modificare tali termini, a dispetto di ciò che altri possono pensare. Sarà bene esaminare ciò che abbiamo e ciò che è stato concordato dai 27 governi.

Consentitemi di riassumere ciò che il Trattato di riforma dovrebbe essere in una sola frase: il Trattato di riforma deve darci la libertà che vogliamo, che non è la libertà di fare tutto ciò che vogliamo, bensì la libertà di realizzare tutto ciò che desideriamo. In particolare, quando parliamo di questa libertà, dobbiamo tenere conto del nostro clima, soprattutto dei cambiamenti climatici. Come ho detto a Lisbona, sono lieto che il Vertice con il Brasile ci abbia offerto la possibilità di promuovere il concetto di energie rinnovabili e di esaminare soluzioni atte a creare una nuova organizzazione del commercio mondiale e un nuovo partenariato con il mondo in via di sviluppo e, aspetto più importante, garantire che i nostri cittadini abbiano i diritti e la libertà di avere successo in Europa.

 
  
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  Monica Frassoni, a nome del gruppo Verts/ALE. – (PT) Signor Presidente, un’Europa più forte per un mondo migliore.

Uma Europa mais forte para um Mundo melhor”: a me e al mio gruppo piace molto il vostro slogan e ritengo che vi siano tre cose che la Presidenza dovrebbe fare affinché nei prossimi sei mesi ci ricordiamo di quest’Europa più forte.

Per quanto riguarda la Conferenza intergovernativa, non dovete avere nessuna tolleranza per coloro che vogliono rivedere al ribasso gli accordi raggiunti, trovando nel contempo degli spazi per eventuali miglioramenti, per esempio nel campo dei cambiamenti climatici, e cercare di promuovere e di permettere l’apertura della Conferenza intergovernativa all’intrusione del Parlamento europeo e del dibattito pubblico. Queste sono per noi le condizioni per la riuscita della riforma dei trattati, una riforma che non sarà l’ultima perché noi ci impegniamo fin d’ora in questo Parlamento a rilanciare la battaglia per la Costituzione europea.

Sulla strategia di Lisbona, pensiamo che non si compirà nessun progresso se, nei prossimi sei mesi, non sarete in grado, insieme alla Commissione e al Parlamento, di rafforzare l’agenda dei cambiamenti climatici, giacché quest’ultima non può essere separata dall’agenda di Lisbona. Dopo le decisioni adottate durante la Presidenza tedesca, è arrivato il momento di agire, rifiutando la tentazione di molti Stati membri di perdersi in mercanteggiamenti e negoziati in cui ognuna delle parti ha come obiettivo di ridurre al minimo i suoi impegni.

Per questo motivo vogliamo rilanciare – e la preghiamo di prenderla in considerazione – l’idea di un Patto per il clima e per la sicurezza energetica, fondato sull’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature a 2°C rispetto al livello preindustriale e su strumenti che includano dei meccanismi sanzionatori, esattamente come il Patto di stabilità. Tre devono essere le linee di azione, per le quali vorremmo dei risultati concreti entro sei mesi e sulle quali le chiedo di reagire già in questo dibattito: la questione del risparmio energetico; i trasporti, incredibilmente rimasti fuori dagli accordi della primavera passata e responsabili del 30 per cento delle emissioni; le energie rinnovabili, per le quali purtroppo la Commissione Barroso ancora non ha fatto nulla, soprattutto per quanto riguarda la direttiva “heating and cooling”.

La questione delle energie rinnovabili mi permette, Presidente, di portare alla sua attenzione la questione dell’agrocarburante e dei rapporti con il Brasile. Noi siamo preoccupati: la visione mistica e il significato miracoloso dato dal Presidente Lula l’agrocarburante, come nuovo “oro verde” non ci piacciono; né ci piace affatto che i temi della deforestazione, dell’importazione illegale di legname, della sicurezza alimentare e del contributo europeo allo sviluppo di tecnologie innovative per le energie rinnovabili siano stati esclusi dall’agenda.

Vorrei fare brevemente un commento analogo sulla questione dell’Africa. Le belle parole dei Presidenti Sócrates e Barroso hanno un risvolto concreto preoccupante, che la prego di tenere in considerazione: la pressione esercitata dall’Unione europea su vari paesi africani perché sottoscrivano l’accordo di partenariato economico entro fine anno. La Commissione si serve del danaro del Fondo di sviluppo per convincere questi paesi, in molti dei quali la società civile è contraria, perché un’apertura totale dei loro mercati non farebbe altro, in ultima analisi, che ridurre e limitare la loro possibilità di integrazione sul mercato internazionale.

Avrei voluto dirle molte altre cose, signor Presidente, ma non posso. Mi auguro di avere altre occasioni per farlo.

(Applausi)

 
  
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  Ilda Figueiredo, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, ciò che abbiamo appena appreso dall’attuale Presidente del Consiglio dimostra che questa è l’ennesima occasione mancata per iscrivere all’ordine del giorno alcuni gravi problemi economici e sociali che richiedono cambiamenti politici e risposte da parte delle Istituzioni comunitarie: per esempio, le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, l’aumento del lavoro precario e la povertà in cui vivono circa 80 milioni di persone, tra cui un numero crescente di lavoratori con basse retribuzioni e minori diritti, anziani con pensioni da miseria, donne e bambini cui sono negati diritti umani fondamentali.

Anziché dare priorità alla modifica degli obiettivi e statuti della Banca centrale europea, in modo da esigere che sia soggetta al controllo democratico, e di limitare l’aumento dei tassi di interesse e l’esacerbazione delle ingiustizie sociali, si insiste sull’ossessione di riprendere le principali proposte contenute nel progetto neoliberale e militarista di Trattato costituzionale e aumentare la concentrazione del potere delle grandi potenze dell’Unione europea. Anziché lottare per la soppressione o almeno una revisione radicale del Patto di stabilità e di crescita e della strategia di Lisbona, al fine di rilanciare gli investimenti pubblici e delle piccole e medie imprese, anziché limitare le liberalizzazioni e privatizzazioni di settori e servizi pubblici fondamentali, nell’ottica di creare più posti di lavoro con diritti e di ridurre la povertà e l’esclusione sociale, si insiste sulla priorità della sacrosanta concorrenza per accrescere il potere dei gruppi economici e finanziari. Invece di proporre misure che rispettino la dignità di chi lavora e migliorare la situazione sempre più precaria di milioni di lavoratori, soprattutto donne e giovani – come diverse migliaia di persone hanno chiesto alla manifestazione organizzata dalla Confederazione generale dei lavoratori portoghesi il 5 luglio a Guimarães – si insiste sulla “flessicurezza”, che significa soprattutto “flesfruttamento” dei lavoratori.

Per questo insistiamo sulla necessità di un’inversione di rotta da parte dell’Unione europea, per questo diciamo che è ora di ascoltare le esigenze della popolazione, di approfondire la democrazia, di impegnarci a favore di un’Europa sociale più giusta, caratterizzata dal progresso e da una migliore distribuzione del reddito. E’ ora di osservare il principio di Stati sovrani con pari diritti, di rafforzare la cooperazione e la solidarietà internazionale, di impegnarci fermamente a favore della pace, che sia in Medio Oriente, in Palestina, in Iraq, in Afghanistan o in Africa.

Riaffermiamo la nostra opposizione a un progetto di Trattato cosiddetto di riforma, ma che, nella pratica, non è altro che la riproduzione del Trattato costituzionale attraverso una grande cortina di fumo, che serve a evitare i referendum e ridurre la democrazia e la possibilità della popolazione e delle istituzioni nazionali di esprimere il loro parere, per timore del dibattito pluralistico e dell’opinione pubblica nei nostri paesi. Per questo motivo, vogliamo un referendum in ogni Stato membro, come chiede l’opinione pubblica nei nostri paesi.

 
  
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  Patrick Louis, a nome del gruppo IND/DEM. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, un quotidiano polacco di recente ha pubblicato la storiella seguente: quando si è svolto il primo referendum europeo? Risposta: quando Dio, dopo aver creato Eva, disse ad Adamo: “scegli tua moglie”.

L’immagine calza a pennello. Ora, ben lontano dal paradiso terrestre, la Presidenza portoghese è subentrata alla Presidenza tedesca. Quest’ultima sarà ricordata per l’astuzia con cui ha tentato di imporre ai cittadini francesi e olandesi un testo appena ritoccato e sfrondato, che avevano respinto tramite referendum. Questo minitrattato non è altro che la Costituzione mascherata. Alcuni anni fa, il Ministro Padoa Schioppa, il padre dell’euro, scrisse un articolo per una rivista francese, in cui in sostanza affermava che l’integrazione europea è opera di un dispotismo illuminato più che della democrazia. Ne abbiamo ora una fulgida dimostrazione, con questa manipolazione grossolana. Come si può affermare che il nuovo testo risponde al desiderio espresso dai francesi e dagli olandesi nei referendum, senza sottoporlo a un’analoga prova referendaria?

Se me lo permette, signor Presidente, vorrei esprimere un desiderio agli albori della Presidenza portoghese. Se non vogliamo che i popoli d’Europa si allontanino definitivamente dalla classe politica, è necessario che la Presidenza portoghese si discosti totalmente dai metodi di un’altra epoca e intraprenda subito la sola vera riforma europea che i popoli si attendono: meno tecnocrazia, e più democrazia.

 
  
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  Bruno Gollnisch, a nome del gruppo ITS. – (FR) Signor Presidente, vorrei cogliere l’occasione per esprimere ancora una volta la nostra gratitudine per la magnifica accoglienza riservata di recente da lei e dal suo governo ai presidenti dei gruppi parlamentari a Lisbona: essa testimonia la sua volontà di lavorare seriamente con il Parlamento.

Non possiamo che approvare diversi suoi obiettivi, la cui ambizione non ci sorprende, tra cui quello di contribuire a risolvere i problemi in Africa, problemi che, dobbiamo riconoscerlo, non fanno che aggravarsi in seguito al ritiro dei paesi europei, al contrario di ciò che alcuni vorrebbero farci credere. Anche gli sforzi a favore dell’America latina, in particolare del Brasile che vi è caro e vicino, sono giustificati. Come ho già avuto occasione di dirle, penso che l’unico modo di conferire legittimità e trasparenza alla politica internazionale europea che lei desidera sviluppare sia distinguerla da quella della superpotenza egemonica che sono diventati oggi gli Stati Uniti d’America.

Signor Presidente, temo che l’onorevole Watson e molti altri al suo seguito confondano due elementi: da un lato, il necessario ripristino delle libertà economiche all’interno di una nazione o di una zona in cui i parametri siano pressoché identici sul piano della protezione sociale e, dall’altro, un libero scambio sfrenato, che si traduce in una concorrenza perfettamente sleale, fondata sul dumping sociale. La verità è che, inizialmente, un’economia si sviluppa solo se è protetta, il che vale per i grandi partner sul mercato mondiale, che oggi sono il Giappone e la Cina.

Infine, per quanto riguarda la Conferenza intergovernativa, lei dovrà seguire una tabella di marcia che le è stata proposta e che è un vero e proprio manuale di raggiro degli elettori. Infatti, si conserva la sostanza di una costituzione che, come è appena stato detto, è stata respinta, e si cambia solo il vocabolario. E’ vero: si abbandonano i termini “costituzione”, “ministro degli Esteri”, “legge quadro”, non si menziona la Carta nel testo e ci si accontenta di pubblicarla sulla Gazzetta ufficiale. Tuttavia, si conferma l’estensione delle competenze dell’Unione, il voto a maggioranza qualificata e una presidenza unica, che oggi ci priverebbe della sua presenza, se fosse in vigore. Si conserva tutto ciò cui i cittadini non hanno aderito e che con tutta probabilità respingerebbero, se solo fossero adeguatamente informati.

Signor Presidente, lei rappresenta una nazione piccola in termini di dimensioni, ma gloriosa per l’immensità della sua epopea. Tanta gloria è stata possibile solo grazie alla lotta costante che il Portogallo ha sempre condotto, dalla sua nascita e in tutta la sua storia, per difendere la sua indipendenza. La scongiuro, non si renda complice della scomparsa del bene più prezioso della sua nazione e di tutte le nostre nazioni: la nostra indipendenza nazionale.

 
  
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  Gianni De Michelis (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Primo ministro Sócrates, abbiamo apprezzato la presentazione delle linee guida che il Portogallo intende seguire nei prossimi mesi: naturalmente condividiamo la priorità per la Conferenza intergovernativa e non possiamo che farle i migliori auguri affinché possiate raggiungere l’obiettivo di trasformare integralmente e fedelmente il mandato in un nuovo trattato.

Come lei stesso ha detto, per la Presidenza non ci sarà solo questo impegno nei prossimi mesi. Apprezziamo l’elenco delle priorità che vi siete dati e capiamo le ragioni per le quali su alcune di queste priorità – Lisbona, l’Africa, il Brasile – vi sarà un impegno particolare del Portogallo ma ci permettiamo nel contempo di sottolineare il fatto che per trasformare il vostro slogan in realtà e per dimostrare che un’Europa più forte può servire a un mondo migliore, è necessario che oltre alle intenzioni vengano i fatti, i quali non vengono scelti da noi bensì dalle priorità oggettive della realtà che ci circonda.

In proposito, vorrei richiamare la Sua attenzione e quella della sua Presidenza sulla priorità delle priorità, che è data da una regione vicino a noi nel Mediterraneo, il Medio Oriente, su cui l’Europa può e deve fare di più. Detta regione è stata scarsamente presente nel recente passato ma oggi che i pericoli si accentuano, e si accentuano di conseguenza anche le opportunità, l’Europa deve dimostrare di saper essere più forte per contribuire a un mondo migliore.

 
  
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  João de Deus Pinheiro (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, signor Primo Ministro, lei avrà certamente notato, come me, l’ondata di aspettative e simpatia che suscita in ogni ala dell’Emiciclo, e deve esistere una ragione. La ragione è, naturalmente, il modo fermo e deciso con cui lei ha respinto qualsiasi interferenza con le decisioni del Consiglio europeo di giugno. Continui a seguire questa linea e di sicuro otterrà un sostegno ancora più forte dopo il Consiglio europeo informale di settembre.

Ha parlato anche della strategia di Lisbona e della necessità di un nuovo ciclo. Siamo tutti d’accordo. Dobbiamo però ricordare che uno dei motivi per cui la strategia iniziale di Lisbona si è incagliata è il peccato originale di non aver conferito alla Commissione la responsabilità di condurre la strategia, compito per il quale il modello intergovernativo si è rivelato inadeguato.

Negli ultimi anni, il Presidente della Commissione – e ciò gli fa onore – ha cercato di approfittare degli spiragli per far avanzare la strategia. Nondimeno, è necessario che il Consiglio accetti un coinvolgimento ancora più profondo della Commissione, al fine di conseguire gli obiettivi ambiziosi che lei ha descritto nel suo discorso, signor Primo Ministro.

Riguardo alle relazioni esterne, va detto che si parte con il piede giusto. Il Vertice con il Brasile è stato un chiaro successo, come posso confermare dopo aver ascoltato le dichiarazioni del Presidente Lula alla Conferenza dei presidenti a Bruxelles.

Vorrei anche dire che né in Africa né in Europa si può essere ostaggi di Robert Mugabe. Dobbiamo dirlo a chiare lettere. Il Vertice deve essere dedicato alla discussione e non può incentrarsi su questo tema unico o principale. Vi sono molte altre questioni, cui lei ha accennato, che dovranno essere affrontate nella nostra discussione e nel nostro dialogo e partenariato con l’Africa.

Un’ultima osservazione, signor Presidente. Nel caso delle relazioni con la Russia, signor Primo Ministro, lei ha avuto il coraggio di fare visita al Presidente Putin in un clima che sapeva non sarebbe stato favorevole. Deve ora cercare di persuadere i suoi colleghi della necessità di coinvolgere la Russia allorché si affrontano i problemi internazionali, perché la Russia deve far parte della soluzione, non del problema.

Signor Primo Ministro, lei ha il sostegno dell’Assemblea e ha sicuramente il sostegno del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei per il programma ambizioso che ha presentato. Sono al suo fianco, e le auguro il massimo successo.

 
  
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  Edite Estrela (PSE).(PT) Signor Presidente, ascoltando il Presidente del Consiglio e il Presidente della Commissione mi sono sentita molto orgogliosa di essere portoghese. E’ un momento destinato a rimanere negli annali delle Istituzioni europee.

E’ la prima volta che, in seno al Parlamento, il dialogo europeo al più alto livello è condotto in portoghese. In passato, il portoghese ha fatto il giro del mondo. E’ stata inoltre la prima lingua europea a stabilire un dialogo tra l’Oriente e l’Occidente. Oggigiorno, il portoghese è parlato da più di 220 milioni di persone distribuite nei cinque continenti. Come disse il poeta portoghese António Ferreira: “Fiorisca, si parli, si canti, si ascolti e a lungo viva la lingua portoghese”.

La Presidenza portoghese è appena cominciata e ha già lasciato un segno indelebile. Il primo Vertice UE-Brasile è stato un successo. Era urgente inserire la “B” di Brasile nei partenariati strategici dell’Unione europea con i paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). La correzione è stata fatta. Esistono ora migliori condizioni perché l’Europa dia nuovo impulso alle relazioni con il Mercosur e ai negoziati di Doha. La Presidenza portoghese è quindi iniziata nel migliore dei modi. Vorrei che avesse altrettanto successo con le altre priorità, in particolare l’adozione del nuovo Trattato e il secondo Vertice UE-Africa. Il dialogo con l’Africa è essenziale nella lotta contro l’immigrazione clandestina e i cambiamenti climatici.

Riguardo al Trattato, come ha detto il Primo Ministro, il mandato del Consiglio è preciso e chiaro: niente è aperto alla discussione. La sostanza è decisa, manca solo la formulazione esatta. Il mio augurio è che non vi siano incidenti di percorso. Non vogliamo che l’Europa rimanga paralizzata perché inciampa in una virgola o si scontra con una parola. Sarebbe il peggior segnale che si possa trasmettere ai cittadini e al mondo.

Noi europei abbiamo bisogno di un’Europa forte e unita, capace di rispondere alle sfide della globalizzazione. Un’Europa più forte per un mondo migliore e, come direbbe Cardoso Pires: “E agora, José?” (E ora, José?). E’ il momento di mettersi al lavoro. Le auguro buona fortuna, perché il successo della Presidenza portoghese sarà il successo dell’Europa.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck (ALDE).(NL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Presidente della Commissione, vorrei congratularmi con il Portogallo per la sua Presidenza ed esprimere la mia gratitudine per il suo impegno a lavorare in stretto contatto con il Parlamento. Può essere certo, signor Presidente, che la prenderemo in parola.

Accogliamo con favore la sua decisione di organizzare un Vertice UE-Africa e un Vertice UE-Brasile. Per quanto riguarda il Vertice UE-Africa, tuttavia, dobbiamo essere assolutamente chiari sul fatto che durante la sua Presidenza le sanzioni dell’Unione non saranno solo accademiche. Per dirla tutta: a un Vertice come questo, non vi è spazio per leader che hanno ridotto e continuano a ridurre la loro popolazione in miseria e alla fame. Se una posizione così netta non le facilita le cose, signor Presidente, è pur vero che questo è frutto di un sistema che a suo tempo abbiamo introdotto noi. Le auguro buona fortuna per il Vertice con il Brasile. Il Brasile è un paese importante, e un rafforzamento dei legami tra l’Unione e l’America centrale e latina è uno sviluppo molto positivo.

Vorrei anche rivolgerle una domanda. Secondo un opuscolo che ho letto sulla sua Presidenza, è sua intenzione contribuire al disarmo e alla non proliferazione. Le sarei grata se potesse approfondire un po’ l’argomento.

Infine, vorrei accennare a una questione che non è ancora stata sollevata. Signor Presidente, è chiaro che, nei prossimi sei mesi, anche lei dovrà far fronte a tutte le crisi che potrebbero insorgere ovunque nel mondo. Una sarà senza dubbio in cima all’ordine del giorno, e la discuteremo proprio oggi pomeriggio: la crisi in Medio Oriente e in Palestina. Mi auguro che anche lei possa offrire un contributo positivo in questo ambito.

 
  
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  Mirosław Mariusz Piotrowski (UEN). – (PL) Signor Presidente, le priorità presentate dal Presidente del Consiglio e lanciate dalla Presidenza portoghese suscitano grandi speranze. E’ particolarmente importante rafforzare le relazioni transatlantiche, non solo nella guerra al terrorismo internazionale, ma anche nel campo delle relazioni economiche e della ricerca.

La Presidenza ha inoltre fatto pregevoli dichiarazioni sulla necessità di contribuire alla stabilizzazione dei Balcani occidentali e di elaborare una strategia, insieme con i partner africani, per lo sviluppo del continente. Adotteremmo volentieri anche un quadro per le prospettive di adesione all’Unione dell’Ucraina durante il Vertice UE-Ucraina.

Purtroppo, la Presidenza portoghese ha ereditato il cosiddetto “nuovo Trattato costituzionale”. Speriamo che questa scomoda eredità non eclissi gli ambiziosi obiettivi stabiliti dalla Presidenza, che hanno un’importanza reale per il futuro dell’Europa e del mondo.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. POETTERING
Presidente

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, provengo dalla Scozia, una piccola nazione marittima sull’Atlantico, e vorrei esprimere le mie calorose congratulazioni agli onorevoli colleghi portoghesi e ringraziare il Primo Ministro Sócrates per l’entusiasmo, il realismo e l’ambizione di cui ha dato prova oggi. Vorrei solo che il mio paese, la Scozia, potesse assumere il posto che gli spetta per diritto naturale, quale Stato membro e partner costruttivo ed entusiasta, ma ci arriveremo, perché abbiamo davvero molto in comune. Vogliamo realismo, vogliamo dinamismo, vogliamo riforme, vogliamo progressi e, nel Trattato di riforma, lei ha la possibilità di conseguire tutto questo per noi.

Il mio partito ha deciso, tutto sommato, di non poter raccomandare a suoi elettori il precedente progetto di Costituzione, ma ciò fa parte del passato e valutiamo ora i suoi sforzi con spirito imparziale e con un atteggiamento aperto e costruttivo. Le facciamo i nostri migliori auguri. L’Unione è lungi dall’essere perfetta, ma ciò che funziona va salvato e promosso. Se riuscirà a fare tesoro dei successi ed eliminare tutto ciò che non funziona – come questo edificio, magari! – mi auguro di potermi congratulare con lei anche in dicembre.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL).(PT) Il Primo Ministro Sócrates dice di aver ricevuto un mandato chiaro e preciso. Concordo. Tuttavia, sa bene che, in Spagna e in Lussemburgo, i governi sosterranno che il nuovo Trattato è identico a quello precedente e sarà sufficiente la ratifica parlamentare. Sa anche che, in Francia e nei Paesi Bassi, i governi diranno l’esatto contrario, per sostenere infine la stessa cosa: non vi sarà alcun referendum. Mi chiedo il motivo del suo silenzio al riguardo. Ci attendono sei mesi di linguaggio ambiguo o una visione politica che coinvolga i cittadini nella decisione?

Mi interrogo anche su altri silenzi. L’Europa non ha una politica sull’Iraq; è necessario che Washington decida di richiamare a casa i suoi ragazzi perché se ne adotti una? L’Europa ha due politiche sul programma nucleare iraniano; è necessario che cadano bombe sull’Iran per comprendere che avremmo dovuto prevenire l’escalation? L’Europa ha una politica irresponsabile per la Palestina e il Libano: in un caso, ha sempre sostenuto il suo Presidente senza riconoscere i governi, nell’altro, sostiene il governo ed è contro il Presidente. Deve succedere il peggio perché si riesca a comprendere che il nostro ruolo dovrebbe mirare a favorire l’intesa interna? L’estate scorsa vi è stata una guerra fuori programma. Un anno dopo, è di nuovo in agguato. Primo Ministro Sócrates, la eviteremo solo se vogliamo evitarla.

 
  
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  Nigel Farage (IND/DEM).(EN) Primo Ministro Sócrates, lei partecipa a un grande inganno: il tentativo di raggirare i cittadini britannici, francesi e olandesi per far loro accettare un Trattato senza un referendum. L’altro giorno lei ha detto che questo Trattato è meno federalista. Le chiedo: meno federalista di che cosa? Davvero non è riuscito a inventare qualcosa al riguardo.

Per fortuna, vi sono alcune voci oneste nell’Unione, le quali affermano che si conserva la sostanza della Costituzione e l’unica cosa che abbiamo cambiato è la terminologia. Altri dicono che abbiamo il 90 per cento, o il 99 per cento, di ciò che era originariamente previsto.

Che si stia al vostro gioco o che si sia onesti, conosciamo tutti la verità: se nel Regno Unito si indicesse un referendum, il 70 per cento o forse più dei cittadini britannici direbbe “no”. Mi chiedo se non sarebbe meglio per tutti se il Regno Unito non facesse parte dell’Unione europea. Perché non divorziamo alla svelta? Possiamo farlo con grande rapidità: lasciamo perdere gli avvocati, sigliamo un accordo di libero scambio, instauriamo una relazione di tipo svizzero. Penso che sarebbero tutti molto più felici, di sicuro noi lo saremmo.

Già che ci siamo, semplicemente non sopporto di ascoltare lei e il Presidente Barroso blaterare sull’Africa e su ciò che dobbiamo fare per aiutare la popolazione africana. Impedire a Robert Mugabe di partecipare al Vertice di dicembre sarebbe un ottimo inizio: questo trasmetterebbe un buon messaggio.

Tuttavia, le lancio una vera e propria sfida, una cosa concreta che potrebbe fare. Ieri, il Presidente Barroso ha parlato dell’Unione come di un impero e, per quanto riguarda l’Africa, lo è davvero! La esorto a porre fine agli accordi di pesca con l’Africa occidentale. Fermi le sue flotte. Impedisca alle flotte spagnole di saccheggiare le risorse dell’Africa occidentale e di uccidere pescatori africani. Se lo farà durante il suo semestre di Presidenza, davvero avrà fatto qualcosa di positivo per l’Africa. Per favore, agisca!

 
  
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  Irena Belohorská (NI). – (SK) Nonostante le numerose sfide cui dovrà far fronte, e quella più seria è l’organizzazione di una Conferenza intergovernativa incaricata di negoziare il progetto di Trattato costituzionale, sono lieta che la Presidenza portoghese affronterà anche altre questioni.

La questione principale riguarda le strategie nei settori di competenza degli Stati nazionali, per esempio il settore sanitario. Questa settimana, precisamente il 12 e il 13 luglio, il ministro della Sanità organizzerà una tavola rotonda dedicata alle strategie sanitarie in Europa e avrò l’onore di partecipare alle discussioni. La riunione affronterà questioni quali le discrepanze tra i sistemi sanitari degli Stati membri, la legislazione nel settore dei servizi sanitari, il problema della crescente incidenza dei tumori nell’Unione europea e la mobilità dei pazienti e degli operatori sanitari. Sono lieta che alle discussioni parteciperanno anche rappresentanti della Slovenia, che tempo fa ha annunciato che la lotta contro il cancro sarà una delle grandi priorità della sua Presidenza.

Signor Primo Ministro, le auguro il massimo successo.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Presidente della Commissione, questa Presidenza comincia in un momento importante per l’Unione europea. Sono lieto che il mio paese e il suo paese abbiano lo stesso santo patrono, San Giorgio, famoso per aver combattuto draghi e affrontato problemi difficili. Mi auguro che lo farà anche questa Presidenza. Sono molto soddisfatto del forte accento che pone sui problemi dell’Africa. La situazione drammatica del continente e la lotta contro la povertà globale sono questioni che stanno molto a cuore al partito conservatore britannico.

Tuttavia, penso di doverla anche esortare ad assicurare che il Vertice UE-Africa previsto per la fine dell’anno si svolga senza la partecipazione di Robert Mugabe. Insieme con i miei colleghi, tra cui l’onorevole Van Orden, da tempo insisto su questo aspetto, perché considero intollerabile che l’Unione riceva tale tiranno in Europa in un momento in cui le sofferenze del suo popolo sono sotto gli occhi di tutti e dovrebbero essere in cima ai nostri pensieri.

Per quanto riguarda la CIG, il progetto di mandato può anche essere molto preciso, ma non è necessariamente quello giusto. Siamo fermamente convinti che, a prescindere dalla forma in cui si presenta questa Costituzione, si debba svolgere un referendum, di sicuro nel Regno Unito. Infatti, riteniamo che la promessa fatta dal nostro Primo Ministro uscente, ora ex Primo Ministro, Tony Blair, di indire un referendum sul nuovo Trattato debba essere assunta e mantenuta dal suo successore, Gordon Brown.

Abbiamo altre gravi preoccupazioni. Siamo preoccupati per la nostra costante devozione alla libera concorrenza, per la posizione giuridica del cosiddetto opt-out britannico dalla Carta dei diritti fondamentali e per il crollo del terzo pilastro, ma attendo con fiducia una discussione positiva su questi temi durante la CIG.

Infine, vorrei accennare alla risoluzione sulla CIG, in cui si chiede di includere nel mandato la questione delle due sedi del Parlamento. Ritengo sia l’occasione perfetta per dimostrare che l’Europa ascolta i cittadini. Le spese continue ed enormi comportate dagli spostamenti tra Bruxelles e Strasburgo indeboliscono la posizione del Parlamento e la questione va risolta al più presto.

 
  
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  Enrique Barón Crespo (PSE).(PT) Signor Presidente, Presidente Barroso, signor Presidente in carica del Consiglio, esprimo il mio sostegno al programma della Presidenza portoghese, perché, signor Presidente, c’è una cosa peggiore di rimanere immobili, ed è compiere passi indietro.

(ES) In questo momento, svolgiamo un esercizio di realismo politico. Non siamo del tutto soddisfatti del mandato, ma riteniamo sia prova di realismo politico.

Noi, il Parlamento europeo, e molti cittadini – la maggioranza – volevamo il Trattato costituzionale, accettiamo l’idea di trovare una via d’uscita attraverso un mandato molto chiaro, ma penso che mai nella storia vi sia stato un mandato con un numero di note a piè di pagina tanto elevato. Non dobbiamo dimenticarlo.

Tutti conosciamo l’abilità con cui gli esperti giuridici risolvono i problemi. Alcuni temi richiamano l’attenzione. Per esempio, siamo qui riuniti sotto la bandiera europea. Che cosa intendiamo fare, signor Presidente? Ammaineremo la bandiera o le nostre riunioni saranno considerate illegali? E’ un aspetto importante, e per certi versi è persino umiliante.

Esiste un altro problema significativo, cioè come lo spiegheremo ai cittadini. Avremo Trattati di 1 500 pagine, come l’elenco telefonico. Intendo dire che dobbiamo trovare il modo di spiegare ciò che stiamo facendo e dobbiamo farlo difendendo i progressi, la personalità giuridica, l’estensione del voto a maggioranza qualificata e della codecisione, i progressi nel campo della politica estera...

Dobbiamo spiegare tutto questo, ma non sarà affatto facile e, di conseguenza – poiché la difficoltà sta nei dettagli – dobbiamo valutare con molta prudenza come si evolve il mandato. Il Parlamento europeo e penso anche i parlamenti nazionali e la società civile seguiranno la situazione con grande attenzione.

Ciò detto, signor Presidente, le auguro che la Presidenza portoghese si concluda con un Trattato di Lisbona e mi auguro che sia un Trattato di riforma, non di controriforma.

 
  
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  Bronisław Geremek (ALDE). (PL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, ho ascoltato il suo intervento di oggi e ho letto il discorso che ha pronunciato dinanzi all’assemblea della Repubblica a Lisbona con grande attenzione. Ha definito un programma di ampia portata per la Presidenza portoghese e le auguro il massimo successo. Vorrei tuttavia esporre la mia interpretazione personale del suo programma e sollevare tre questioni fondamentali.

La prima e la più ovvia è il nuovo Trattato costituzionale. La Presidenza tedesca ha compiuto alcuni progressi ed è riuscita a imbastire un compromesso difficile. Ogni Stato membro può pensare di aver perso qualcosa nel processo negoziale: è questa la natura dei compromessi. Tuttavia, l’Europa ha ora la possibilità di rafforzare la propria unità. Il mandato, approvato all’unanimità, deve essere attuato e a nessun paese, compreso il mio, dovrà essere permesso di ritrattare gli impegni presi. La Presidenza portoghese ha ora il difficile compito di creare il consenso necessario per l’approvazione del Trattato. Vorrei anche lanciare un appello, come ha fatto l’onorevole Barón Crespo, affinché si trovi il modo di renderlo il più chiaro possibile per il comune cittadino europeo.

La seconda questione è la definizione di una politica di solidarietà europea, quale la politica energetica comune europea, che dimostri che l’Europa si è unita in modo profondo e irreversibile, in seguito alla svolta epocale del 1989. Un altro esempio di politica di solidarietà è legato all’idea storica di libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea, cioè la piena apertura dell’area Schengen ai nuovi Stati membri. Solo un’Europa senza frontiere interne può veramente essere una comunità unita.

Il terzo compito è adempiere gli impegni dell’Europa nei confronti del resto del mondo. Il Portogallo ha evidenziato l’importanza del Brasile, che ha legami storici con l’Europa, oltre a enormi potenzialità di sviluppo. Tuttavia, il programma della Presidenza assicura anche un dialogo rinnovato con l’Africa. E’ un compito estremamente importante, che deriva dalla responsabilità storica dell’Europa nei confronti del continente africano, ricco di risorse naturali non sfruttate, ma attualmente devastato dalla povertà, dalle malattie e dalla violenza etnica.

Sono queste le sfide della nostra epoca, che possono e devono stimolare il processo di integrazione europea.

 
  
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  Mario Borghezio (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, fa bene la Presidenza portoghese a impegnarsi nel dialogo con l’Africa, alla quale occorre forse è più la presenza, ad esempio, di un esercito di piccole e medie imprese europee, che tornino e facciano nascere in quelle regioni un’economia sana, piuttosto che un’invasione di cinesi o di multinazionali non sempre ispirate a criteri umanitari. Tuttavia, è altrettanto indispensabile escludere da quel Vertice un leader come il signor Mugabe, che l’Europa dovrebbe condannare non solo per le sue iniziative e per le sue attività antiumanitarie ma per il suo razzismo antibianco e antieuropeo, perché il razzismo va condannato ovunque e non soltanto in alcune direzioni.

Ci preoccupa invece l’atteggiamento del signor Manuel Lobo Antunes verso un’apertura nei confronti del dossier Turchia estremamente rapida e veloce. Non è assolutamente necessario affrettare le cose per molti motivi, primo fra i quali la permanenza del rischio di far entrare in Europa un paese nel quale vige la sharia. Si tratta di questioni molto preoccupanti, anche di natura geopolitica: ad esempio, signor Presidente, non vogliamo che l’Europa finisca col confinare con l’Iraq, l’Iran e con altri paesi di questo genere.

 
  
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  Jana Bobošíková (NI).(CS) Signor Presidente, la Presidenza portoghese desidera completare il processo di adozione del Trattato europeo e al tempo stesso affrontare le sfide della concorrenza globale. Devo dire che si tratta di processi incompatibili e contraddittori. Dal nuovo testo si evince chiaramente che il Trattato mira a preservare sistemi sociali eccessivamente costosi e inefficienti. E’ altrettanto chiaro che i leader degli Stati membri dell’Unione credono a una fantasia bolscevica di prezzi stabili e piena occupazione. Più precisamente, l’Unione si è di nuovo allontanata dal suo principio fondatore di libera concorrenza economica senza ostacoli, che è stato semplicemente espunto dal nuovo Trattato.

Signor Presidente, devo ricordare ancora una volta che il rifiuto della libera concorrenza economica quale forza trainante dell’economia europea costituisce un grave monito per tutti i cittadini democratici. Il passo è breve tra calpestare le libertà delle imprese e calpestare i diritti umani e le libertà fondamentali. Il principale orientamento dei politici democratici deve essere la reintegrazione nel Trattato della libera concorrenza economica, con effetto immediato.

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, consentitemi di fare alcune osservazioni. Solo alcune, perché concordo con quanto hanno affermato il Presidente della Commissione e il Presidente in carica del Consiglio riguardo alla Conferenza intergovernativa. Il compito della Conferenza intergovernativa è fare il meno possibile. Si tratta di adempiere il mandato conferito alla CIG, non di sviluppare nuove idee. Posso immaginare molte cose che si dovrebbero includere in un Trattato di questo tipo. So che mancano alcuni elementi che erano presenti nella Costituzione, ma questo è il momento storico in cui dobbiamo trasformare ciò che è stato concordato in un testo giuridicamente vincolante. Per questo motivo, riteniamo di dover sostenere la Presidenza e il suo impegno ad attuare il mandato, al fine di concludere il processo quanto prima possibile.

Anche se i simboli e molti altri elementi – in particolare la trasparenza – sono andati perduti, ritengo che, in seguito alla Convenzione, cui avevano contribuito anche i rappresentanti dei parlamenti nazionali, abbiamo ora maggiore democrazia ed efficienza. L’efficienza si rafforza tramite l’estensione del voto a maggioranza qualificata, le norme in materia di politica estera e di sicurezza e alcuni altri elementi. Si potrebbero introdurre ulteriori miglioramenti, ma la prospettiva è migliore della situazione attuale.

Allorché si applica il voto a maggioranza qualificata, il Parlamento europeo ha potere di codecisione. Se il Trattato entrerà in vigore, il Parlamento europeo avrà pari diritti di codecisione nel 90-95 per cento dei casi.

Alcuni aspetti sono stati trascurati: in futuro, il Consiglio europeo, sulla base di una maggioranza qualificata, proporrà al Parlamento europeo, alla luce dei risultati delle elezioni europee e previa consultazione del Parlamento stesso, un candidato alla Presidenza della Commissione. Ciò rafforzerà i diritti dei cittadini, perché, tramite il Parlamento, i cittadini avranno una linea diretta con la Commissione, il che le conferirà ampia legittimità. Si tratta di un progresso decisivo, legato alla Carta dei diritti fondamentali. Se promuoviamo determinati valori nel mondo, dobbiamo anche applicare noi stessi tali valori e renderli giuridicamente vincolanti. Di conseguenza, una Carta dei diritti fondamentali vincolante è indispensabile per garantire i diritti dei cittadini. Al riguardo, gli unici a essere defraudati sono i cittadini britannici.

 
  
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  Klaus Hänsch (PSE).(DE) Signor Presidente, si sente affermare in varie occasioni che questa Conferenza intergovernativa affronterà solo gli aspetti tecnici del Trattato. Non è vero! Lei, signor Presidente del Consiglio, lo ha dimostrato: il significato politico della Conferenza intergovernativa sta nel fatto che essa si atterrà al mandato e a nient’altro che al mandato. Il significato politico sta nella chiara volontà di concludere i negoziati in ottobre e di persuadere tutti i 27 Stati membri che questa è la direzione giusta per l’Europa in questo momento storico. Non ho dubbi sul fatto che lei, con la chiarezza del suo programma e con la sua ferma volontà politica, avrà successo.

Il presidente del mio gruppo ha detto che lei deve solo mandare la palla in rete dal dischetto di rigore. Caro Martin, non dimentichiamo un aspetto: non siamo ai rigori finali, questo è un calcio di rigore a metà partita! La partita continuerà. Si deve ancora giocare tutto il secondo tempo, cioè il processo di ratifica. L’esperienza insegna che potrebbero ancora sorgere alcuni problemi. A mio parere, sarebbe quindi utile, signor Presidente del Consiglio, se lei cercasse di persuadere in modo informale i suoi colleghi in seno al Consiglio della necessità di una rapida ratifica entro i prossimi 12 mesi. Sarebbe positivo se i Paesi Bassi e la Francia, che hanno votato “no”, fossero i primi a ratificarlo. Sarebbe altrettanto positivo, signor Presidente del Consiglio, se lei riuscisse a convincere il nuovo Primo Ministro britannico, Gordon Brown, a far sì che il Regno Unito non sia il fanalino di coda del processo di ratifica, bensì il suo capofila. In tal modo, trasmetterebbe un segnale all’intera Europa.

 
  
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  Simon Busuttil (PPE-DE).(MT) La ringrazio, signor Presidente. La settimana scorsa, ho avuto l’occasione di visitare uno dei quattro centri di detenzione a Malta, in compagnia del presidente del nostro gruppo, l’onorevole Daul. Attualmente, questi centri di detenzione nell’insieme ospitano più di 1 400 persone, tutti immigrati che hanno corso enormi rischi per attraversare il Mediterraneo. Infatti, sono stati salvati dall’annegamento dalle squadre di pattugliamento marittimo maltesi. Ho parlato con un immigrato dalla Nigeria, un paese che dovrebbe avere abbondanti risorse naturali. Con le lacrime agli occhi, questo ragazzo di 17 anni continuava a insistere sul fatto di voler entrare in Europa, ma affermava che persino rimanere chiuso in un centro di detenzione era meglio che tornare in Nigeria. Ciò dimostra che la nostra politica volta a promuovere lo sviluppo nel continente africano finora è fallita. E’ questa politica che può portare, nel lungo periodo, a una riduzione dell’afflusso di immigrati in Europa. Tuttavia, essa deve andare di pari passo con altre politiche, che richiedono urgente e immediata attenzione, volte a rafforzare la lotta contro l’immigrazione clandestina, in particolare contro la rete della criminalità organizzata che la pratica e che sfrutta le disgrazie di queste persone. Abbiamo visto alcune imbarcazioni utilizzate dagli immigrati per attraversare il Mediterraneo. Sono tutte delle stesse dimensioni, hanno tutte lo stesso tipo di motore e sono in condizioni allucinanti e pietose. In genere, trasportano circa 30 persone, un carico sufficiente perché comincino a imbarcare una quantità d’acqua tale da farle affondare al primo segno di vento o di maroso. Non stupisce che, prima di partire dalla Libia, queste persone siano informate che il loro viaggio li porterà in Italia o a Malta, o alla morte per annegamento. Ogni persona paga 1 000 dollari per la traversata: un totale di 30 000 dollari, quasi tutti di profitto. Chi lo sa, forse questi soldi servono a finanziare il terrorismo. Vi ringrazio.

 
  
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  Martine Roure (PSE).(FR) Signor Presidente, Primo Ministro Sócrates, sono lieta che la giustizia e gli affari interni costituiscano una delle priorità della sua Presidenza. Condividiamo infatti una visione globale e comune dell’immigrazione. E’ vero, dobbiamo condurre un’autentica politica di cooperazione con i paesi d’origine, che deve basarsi sul rispetto dei diritti fondamentali, ma è altrettanto urgente aprire canali di immigrazione legali a livello europeo e ci attendiamo una discussione costruttiva con la Presidenza sulla definizione dei diritti comuni dei cittadini di paesi terzi che lavorano legalmente in Europa.

Va da sé che le dichiarazioni di buone intenzioni dei Consigli europei in materia di solidarietà europea per quanto riguarda la gestione delle frontiere e dei flussi migratori devono essere seguite da azioni concrete. Per questo motivo, è urgente che il Consiglio si concentri sulla necessaria revisione – e insisto su questo punto – del regolamento Dublino II. Contiamo inoltre sulla Presidenza portoghese per far sì che il Consiglio si impegni a trovare un accordo sulla direttiva “rimpatrio”, che rispetti il diritto di asilo e il principio di “non respingimento”.

(Applausi)

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, la Presidenza europea cominciata pochi giorni fa ha di fronte sfide che esigono capacità negoziale, volontà politica e visione strategica.

In primo luogo, la questione istituzionale. Ora che il mandato per la CIG – preciso, come richiesto – è stato adottato, si spera che il governo portoghese riesca a negoziare una riforma dei Trattati della portata necessaria e sufficiente a superare la crisi istituzionale. Tra le modifiche di rilievo, l’Unione europea cesserà di avere Presidenze a rotazione, come la sua, e un Commissario per ogni Stato membro. Eliminati questi elementi nazionali, in nome dell’efficacia, la responsabilità maggiore è ora ridurre la distanza tra i cittadini e l’Unione europea, e il miglior modo di farlo è costruire un’Europa che produca risultati negli ambiti che preoccupano i cittadini: l’economia e l’occupazione.

Al riguardo, in questi ultimi tempi si parla molto di “flessicurezza”. Riconosciamo che, senza occupazione, non vi è alcun modello sociale da difendere e che l’occupazione si protegge con imprese agili e competitive, che si adattino continuamente al mercato. Tuttavia, rendere più flessibile il mercato del lavoro non è l’unica risposta, né è l’unico modo di ottenere la sostenibilità economica che promuoviamo.

L’Europa avrà successo se avremo la volontà politica di investire nelle sue potenzialità specifiche e, al tempo stesso, nella ricerca, nell’innovazione e nella visione a lungo termine. Una di tali potenzialità è la nuova politica europea in materia di acque, alla quale il Parlamento europeo darà un importante contributo nella votazione di oggi. Nello sfruttamento delle risorse, nei trasporti, nel commercio, nel settore ambientale, nella ricerca scientifica, nell’ambito della protezione contro le catastrofi ambientali, ma anche contro le pratiche illecite e criminose, sono necessarie nuove risposte globali. Ci attendiamo che la Presidenza portoghese al momento opportuno dia un impulso decisivo a questa politica.

In proposito, vorrei fare un’ultima osservazione. La pace, la sicurezza, la lotta al terrorismo, lo sviluppo economico nei paesi vicini, la lotta all’immigrazione clandestina e l’approvvigionamento energetico sono tutte preoccupazioni che trarranno giovamento da una strategia che formi alleanze e comprenda i partner del sud. E’ sempre più necessario un nuovo partenariato per il Mediterraneo e la Presidenza portoghese è in una posizione favorevole per promuovere il rilancio di questo dialogo di importanza strategica per l’Unione europea.

Signor Primo Ministro, le auguriamo buona fortuna e il massimo successo nei prossimi sei mesi. Sappiamo che, se andrà bene a lei, di sicuro andrà bene all’Europa.

 
  
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  Jan Marinus Wiersma (PSE).(EN) Signor Presidente, vorrei cominciare con una questione urgente. Ho appena ricevuto la notizia che la pena di morte inflitta alle infermiere bulgare in Libia è stata confermata. Vorrei rivolgere un appello diretto al Primo Ministro Sócrates, perché intervenga a nome dell’Unione europea, al fine di assicurare che sia concessa una forma di grazia o si stabilisca un contatto diretto con il Colonnello Gheddafi per chiedere la sospensione della sentenza.

(Applausi)

Siamo davvero sbigottiti dal fatto che i giudici libici abbiano riconfermato la pena di morte inflitta a cittadini europei, che dovrebbero essere rilasciati e autorizzati a tornare a casa in Bulgaria. Signor Primo Ministro, la esorto a fare tutto il possibile perché le autorità libiche comprendano il parere inequivocabile del Parlamento europeo e dell’Unione europea in generale.

Vorrei conoscere il suo parere sulle questioni di politica estera: come vede i futuri sviluppi delle relazioni con la Russia, i preparativi per un accordo di partenariato e di cooperazione, quali misure potrà adottare per assicurare che, nella seconda metà del 2007, riusciremo a definire un mandato per riprendere e per avviare negoziati sul nuovo accordo di partenariato e di cooperazione. E’ molto importante condurre discussioni con le autorità russe sulla necessità di relazioni più trasparenti nel settore dell’energia, sui problemi presenti nel nostro comune vicinato, ma anche riuscire a rilanciare il dialogo sui diritti umani e sulla democrazia tra la Russia e l’Unione europea e sviluppare meglio la nostra agenda multilaterale per quanto riguarda l’Iran, il futuro sistema delle Nazioni Unite, Kyoto, eccetera.

In secondo luogo, vorrei sapere che cosa pensa dei futuri sviluppi riguardanti il Kosovo, un problema che si lega anch’esso alle nostre relazioni con la Russia. Siamo lieti che vi sia ora un periodo di tre o quattro mesi durante i quali si potranno condurre ulteriori trattative, soprattutto con il nuovo governo, che sosteniamo con vigore, considerato il ruolo importante del partito democratico al suo interno. Che cosa può fare per garantire che si giunga infine a un risultato accettabile – magari non del tutto accettabile, ma più accettabile – per la Serbia, che ottenga il sostegno della Russia in seno al Consiglio di sicurezza e tenga unita l’Unione europea? Le proposte del signor Ahtisaari dovrebbero costituire una base, ma sarà necessario creare una situazione in cui l’operazione dell’Unione europea in futuro si fondi su una risoluzione delle Nazioni Unite. Ci attendiamo che il Kosovo riesca infine a definire il suo statuto.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La ringrazio, onorevole Wiersma. Con il suo consenso, farò una dichiarazione sulla questione delle infermiere più tardi, quando l’Assemblea sarà al completo, prima della votazione.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, i compiti sono stati assegnati e i messaggi che intendiamo trasmettere all’Africa e all’America latina sono quelli giusti. La Conferenza intergovernativa dovrà discutere gli aspetti tecnici e perfezionare il contenuto del Trattato e le decisioni adottate al Vertice, non negoziare un nuovo Trattato.

Come oggi avrà notato, il problema non è il Parlamento europeo, né la Commissione, né i cittadini d’Europa. L’unico problema che può avere è la vanità di alcuni Stati membri e capi di Stato e di governo in seno al Consiglio. Le dico quindi: faccia sì che, sotto la sua Presidenza, tutti si attengano a ciò che è stato deciso, tutti mantengano le promesse, tutti rispettino gli impegni finanziari – penso a FRONTEX – e si assumano nei loro paesi la responsabilità di ciò che si sono impegnati a fare a livello europeo, cioè realizzare progetti concreti e rispettare le regole, anziché presentare interpretazioni astute – penso alla Francia, in particolare. Signor Primo Ministro, se garantirà la realizzazione di ciò che è stato deciso, lei creerà una nuova dinamica nell’Unione europea e avrà meno problemi.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, ogni Presidenza dell’Unione porta con sé nuove sfide, nuovi obiettivi e nuove opportunità, ma anche nuovi potenziali errori e intoppi. Ho letto con attenzione le interviste rilasciate alla stampa dal Primo Ministro portoghese sulla politica orientale dell’Unione europea, e ciò che ho letto mi preoccupa profondamente.

Lei ha detto, cito: “quando negoziamo con la Russia, non dobbiamo evidenziare solo le nostre differenze, ma anche le nostre affinità…”. E’ una dichiarazione sorprendente, che potrebbe essere interpretata come l’annuncio di un cambio di tono nella politica orientale dell’Unione, a favore di un atteggiamento remissivo e, non ho paura di dirlo, incline a fare grandi concessioni.

L’Unione europea deve continuare a seguire il percorso tracciato dalla Presidenza tedesca, che si fonda sulla solidarietà e sull’unità. Solo la solidarietà ci permetterà di agire in modo efficace nelle nostre relazioni con la Russia. Qualsiasi mancanza di coerenza sarà interpretata come un segno di debolezza dai nostri partner orientali.

Vi sono molte questioni da affrontare, tra cui la controversia irrisolta sull’esportazione di prodotti alimentari polacchi in Russia e la necessità di condurre una politica di solidarietà energetica, che impedisca a Mosca di esercitare pressioni sui singoli Stati membri.

 
  
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  José Sócrates, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signora Presidente, onorevoli deputati, vorrei innanzi tutto ringraziarvi per le vostre osservazioni nel corso della discussione, e anche per le critiche del mio intervento e delle intenzioni della Presidenza. Vorrei che sapeste tutti che queste osservazioni e queste critiche mi sono molto utili nei compiti che devo svolgere in veste di Presidente del Consiglio. Penso però di non sbagliarmi se dico che, da quanto ho sentito in generale, le osservazioni fatte dagli onorevoli deputati sui compiti dell’Unione per i prossimi sei mesi coincidono in larga misura con il programma che ho presentato. Sono molto soddisfatto di constatare che vi è ampio consenso politico riguardo a ciò che dobbiamo fare nei prossimi sei mesi. E’ un aspetto che riveste enorme importanza per l’Europa.

Non è stato difficile individuare queste priorità, perché siamo tutti consapevoli di un fatto molto semplice: quello che l’Europa si attende – ciò che l’economia europea, la società europea e il mondo si attendono – è che l’Unione risolva una volta per tutte la sua crisi istituzionale, perché negli ultimi due anni la situazione su cui abbiamo riflettuto è stata intesa da tutti come una situazione di crisi istituzionale che l’Europa era incapace di risolvere. Il chiaro segnale che dobbiamo trasmettere al mondo e agli europei è che riusciremo a risolvere la crisi e superare l’impasse. Per questo motivo, sono lieto di cogliere negli interventi di tutti gli onorevoli deputati l’idea che pervenire rapidamente a un Trattato debba essere la nostra priorità naturale.

Non so se sia un calcio di rigore, ma la verità è che dobbiamo mettere a segno questo punto il più rapidamente possibile. Mi compiaccio anche del fatto che gli onorevoli deputati condividano l’idea della Presidenza secondo cui, per ottenere un Trattato, bisogna anche approfittare del momento politico attuale, del clima politico attuale, della convergenza politica attuale, al fine di trasformare quanto prima possibile il mandato in Trattato. Sono quindi soddisfatto di constatare che il calendario che ho presentato, l’idea di muoversi rapidamente, incontri anche consenso politico. Inoltre, non vi è alcun motivo per non farlo. Come ho detto, è ciò che l’economia europea si attende, ciò che le altre Istituzioni europee si attendono e ciò che il mondo si attende: che risolviamo in fretta la crisi.

Il consenso finale, o accordo, o compromesso che cerchiamo di raggiungere è un impegno talmente chiaro e preciso, che nessuno si aspetta che ci si impantani in discussioni interminabili, tanto più che le discussioni si svolgeranno a porte chiuse. Sono quindi soddisfatto di constatare che vi sia accordo generale sull’idea che si debba dare priorità alla conversione del mandato in Trattato. Ho naturalmente affrontato la questione del mandato e ho dichiarato che, se esiste una cosa che la Presidenza non ha, è il mandato di riaprire o modificare il mandato che ha ricevuto. Questo riveste enorme importanza e mi sembra anche fondamentale. Nessuno se lo aspetta e sono certo che tutti gli Stati membri presenti quella notte, che hanno assunto un impegno a favore di un solido accordo, siano pienamente consapevoli del fatto che ciò significherebbe gettare discredito sulle Istituzioni e sulla stessa Europa. Sono quindi certo che nessuno Stato membro e nessun leader politico difenda questa possibilità e che il Parlamento mi sosterrà se affermo che il nostro dovere è tener fede al mandato e trasformarlo in un Trattato.

Vorrei anche dire una cosa ovvia: questa Unione dipende da tutti, e tutti sono necessari. So bene qual è il compito che attende la Presidenza: far sì che si possa giungere a un accordo tra i 27, non 26, né 25, né 24: i 27. Questo è ciò che distingue un’unione da un’alleanza. Non siamo un’alleanza, siamo un’Unione e, in quanto tale, tutti siamo indispensabili e tutti dobbiamo essere “a bordo”. Per questo motivo dico che faremo del nostro meglio per procedere il più rapidamente possibile e ottenere ciò che tutti desideriamo: che in ottobre, alla prima occasione, non l’ultima, ma la prima, l’Europa sia in grado di trasmettere un segnale chiaro agli europei e al mondo e confermare che ha superato la sua crisi istituzionale.

Vorrei anche spendere alcune parole sulla ratifica del Trattato. La ratifica a livello nazionale è un problema degli Stati membri, non un problema europeo. A questo punto, dopo aver ascoltato quanto ho ascoltato, vorrei ricordare che, in nessun luogo al mondo, nelle democrazie liberali, la ratifica parlamentare è considerata illegittima o incompatibile con i migliori valori delle democrazie moderne. Ritengo che il tentativo di svalutare la ratifica parlamentare non renda onore alla democrazia rappresentativa. Comprendo molto bene che alcuni difendano i referendum e in determinati momenti promuovano la democrazia diretta. Lo considero molto positivo e penso che i referendum e una maggiore partecipazione popolare arricchiscano la democrazia. Ma mai, mai, in nessuna circostanza ho sostenuto che una democrazia più diretta e partecipativa possa essere usata contro la democrazia rappresentativa. Lo considero un argomento pretestuoso e vorrei che fosse chiaro. I parlamenti hanno il potere legittimo di approvare trattati e di farlo in nome del popolo. Questo insegnano le teorie democratiche, e convivo con questi valori da così tanto tempo che non ho alcuna intenzione di rinunciarvi, tanto meno in questo momento.

Un secondo punto che vorrei affrontare, onorevoli deputati, è la politica estera, che sarà una priorità anche di questa Presidenza. Sarà una nostra priorità perché non può cessare di esserlo. Se esaminiamo la politica estera dell’Unione europea, è facile constatare che presenta una serie di lacune. Naturalmente, è nostra intenzione colmare tali lacune. Ne abbiamo già colmata una, quella del Brasile.

La verità è che l’Unione europea organizza vertici con la Cina, con l’India, con la Russia, ma non con l’altro BRIC, il Brasile. Non lo fa e deve farlo, perché in tal modo garantisce la coerenza della nostra politica nei confronti delle potenze economiche emergenti e riconosce maggiore importanza alle relazioni tra l’Europa e l’America latina. Queste relazioni strategiche sono inoltre importantissime per risolvere le questioni legate alla governance mondiale. A mio parere, in seguito all’avvio di questo partenariato strategico con il Brasile, l’Europa si trova in una posizione migliore per esercitare la sua influenza sulle questioni politiche globali.

Su una cosa non ho dubbi: la politica estera europea si è arricchita in conseguenza dell’accordo raggiunto al Vertice con il Brasile. Staremo a vedere, ma nutro grandi speranze sulla possibilità che il Vertice abbia contribuito a creare un clima più favorevole al dialogo politico tra l’Europa e il Brasile, il che permetterà a sua volta la continuazione del ciclo di Doha e dei negoziati relativi a un accordo sul commercio mondiale. Ho grandi speranze al riguardo e sono tra coloro che credono nei vantaggi derivanti dal successo del ciclo di Doha e da un accordo in tale ambito per tutto il mondo, per una migliore regolamentazione della globalizzazione, per la promozione di una maggiore libertà di scambio e per lo sviluppo, soprattutto nei paesi meno avanzati.

Vorrei fare alcune osservazioni sull’Africa e dire che anche per l’Africa è necessario adottare una politica specifica. L’Europa deve decidere se vuole compiere progressi o rimanere com’è, e sono già sette anni che ci troviamo in questa situazione. Qualcosa dobbiamo fare, e vorrei ricordare a tutti che la scelta è già stata fatta, almeno nove mesi fa. Il Consiglio europeo ha già deciso di organizzare un Vertice, e alle ultime tre riunioni ha dichiarato che tale Vertice si sarebbe svolto quest’anno, durante la Presidenza portoghese. E’ passato il momento di pensare al Vertice. E’ ora di organizzarlo.

Vorrei dire quanto segue sul Vertice con l’Africa. Innanzi tutto, ritengo che l’Europa non possa continuare a pagare il prezzo di non avere un dialogo politico strutturato, istituzionale e strategico con l’Africa. Penso sia un errore che stiamo già pagando a caro prezzo. Paghiamo un prezzo qui in Europa, ma pagano un prezzo anche gli africani, e alcuni vivono peggio a causa della mancanza di questo dialogo. Se qui in Aula pensiamo ai diritti umani e alla fame, dobbiamo anche pensare che l’organizzazione di un Vertice con l’Africa rappresenta un grande contributo, non solo per risolvere i problemi di sviluppo e offrire risposte migliori al problema della fame in Africa, ma anche per trovare soluzioni migliori ai problemi di governance e di diritti umani nei paesi africani.

E’ così che vedo la questione. Ora, il metodo più sicuro per non contribuire a risolvere i problemi è rimanere dove siamo, non intervenire. Penso sia la scelta sbagliata. A proposito dell’Africa, onorevoli deputati, vorrei anche dire che ho ricevuto con tristezza la notizia sulle infermiere bulgare, già annunciata in Aula. Vorrei dire che seguiamo il caso da molto tempo. Come sapete, il Portogallo è tra i paesi che intrattengono le migliori relazioni con i paesi dell’Africa del nord, compresa la Libia, e da molto tempo seguiamo la situazione da vicino e discutiamo con le autorità libiche. Ora abbiamo maggiori responsabilità in questi sei mesi e siamo consapevoli dell’importanza del caso. Ci stiamo lavorando, e me ne sono occupato di recente, insieme con il Presidente della Commissione, quando eravamo ad Accra. Faremo tutto il possibile per garantire un esito positivo. Vi è ancora una possibilità di ricorso. Come ho detto, seguiamo la questione e mi auguro ne comprendiate tutti la delicatezza diplomatica. Il nostro obiettivo è garantire una felice conclusione del caso. Come ben sappiamo, la retorica politica non sempre è utile, ma conoscete tutti il nostro impegno a trovare una soluzione soddisfacente per la questione.

Ancora due osservazioni. In primo luogo, riguardo ai cambiamenti climatici, vorrei solo dire che sono stato ministro dell’Ambiente, ho esercitato una Presidenza in veste di ministro dell’Ambiente, e ricordo quanto fosse difficile all’epoca, nel 2000, parlare di cambiamenti climatici. Tale difficoltà appartiene a un’altra era. La situazione oggi è assolutamente diversa e penso che tutti si rendano conto che la sintesi operativa tra innovazione ed energia si chiama cambiamenti climatici. In diversi settori vi è un grande desiderio di passare rapidamente all’azione, ma penso, e sarete tutti d’accordo, che le decisioni che abbiamo adottato all’ultimo Consiglio europeo di primavera siano assolutamente essenziali per dare credibilità all’Europa in questo ambito e per creare le condizioni politiche che permettano all’Europa di porsi all’avanguardia e dare una risposta politica a questo problema globale.

Seguiremo con grande attenzione questo tema. Io stesso, se riesco a inserirlo nella mia agenda, e tenterò di farlo, sarò presente a Bali, in rappresentanza dell’Unione europea, per pronunciare un discorso che esprima la volontà dell’Unione europea di guidare il quadro post-Kyoto e la risposta del mondo ai cambiamenti climatici. Vorrei tuttavia chiarire che abbiamo un programma interno da rispettare e tale programma comprende il piano tecnologico per l’energia, che realizzeremo insieme con la Commissione, e la creazione dell’Istituto europeo di tecnologia, che sosteniamo con vigore e che lancerà la sua prima comunità della conoscenza e dell’innovazione, una prima iniziativa mirata, giustamente e simbolicamente, proprio ai cambiamenti climatici.

Infine, una parola sui biocombustibili: non esistono soluzioni magiche, ma i biocombustibili al momento rappresentano la risposta più efficace alla necessità di ridurre le emissioni di CO2 nel settore dei trasporti. Non ho dubbi al riguardo. Se esiste un modo di compiere progressi, se esiste una buona soluzione, in grado di contribuire a tale riduzione, ritengo che non abbiamo alcun diritto di ignorarla, solo perché naturalmente vi saranno conseguenze in altri settori che potrebbero non essere le migliori. Ritengo che il bilancio sui biocombustibili nel complesso sia molto positivo e debba incoraggiarci a promuoverli.

Infine, l’immigrazione. Vorrei chiarire che l’immigrazione sarà uno dei temi più importanti durante la nostra Presidenza. Presteremo grande attenzione al problema. L’Europa deve avere una strategia ben definita in materia di immigrazione. Penso che l’unica possibilità di avere una politica di immigrazione all’altezza del problema e compatibile con i nostri valori sia elaborare una politica fondata su tre pilastri. Il primo comprende la lotta all’immigrazione clandestina, il rafforzamento della sicurezza delle frontiere e la repressione di questo crimine contro la dignità umana. In secondo luogo, dobbiamo lottare anche a favore di una politica inclusiva, una politica umana. L’Europa di oggi è un continente che ospita milioni di immigrati, e anch’essi attendono una definizione dell’immigrazione. In terzo luogo, come terzo pilastro, dobbiamo avere una politica concordata con i paesi di origine, che permetta di regolare i flussi migratori nell’interesse reciproco. Questi sono i tre pilastri su cui deve poggiare la politica europea, ma devono essere tradotti in documenti e, a tal fine, durante i prossimi sei mesi, organizzeremo conferenze e continueremo a lavorare insieme con la Commissione e con il Commissario Frattini, per riuscire a strutturare e pubblicizzare una politica di immigrazione dell’Unione europea coerente, completa e all’altezza della risposta che il problema esige.

Signora Presidente, onorevoli deputati, vi ringrazio ancora una volta per tutte le vostre osservazioni e, per concludere, vorrei dire quanto segue. Abbiamo il nostro piano, cominciamo questo semestre con fiducia, con l’energia e con la volontà di leader politici che, durante tutta la vita politica, hanno sempre creduto nel progetto europeo. Come ho già ricordato più volte, sono nato nel 1957, l’anno dell’Europa, e sono stato eletto al Parlamento un anno dopo il nostro ingresso in Europa. Sono un politico europeo e, per questo motivo, quando vengo qui, lo faccio con il grande onore di chi ha la possibilità di porsi al servizio dell’Europa in un luogo come questo. Cominciamo quindi con fiducia, la fiducia di chi ha grande familiarità con il progetto europeo. Abbiamo un piano, ma un piano è solo un piano. Naturalmente emergeranno imprevisti, situazioni che non rientrano nel piano, fatti che ci sorprenderanno, ed è giusto che sia così in politica, perché, se non fosse così, non sarebbe materia per i rappresentanti politici, perché questa è la loro funzione: affrontare gli imprevisti. Il piano orienterà la nostra azione e, se emergeranno imprevisti e situazioni inattese, saremo presenti, armati di ciò che davvero conta per un rappresentante politico: l’insieme di valori, di principi e di orientamenti che da sempre ci guidano nella costruzione di un’Europa più forte per un mondo migliore.

 
  
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  Presidente . – Grazie, signor Presidente.

 
  
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  Presidente. – Signor Presidente del Consiglio, abbiamo fiducia in lei. Il Parlamento europeo sarà al suo fianco, per garantire che lei abbia successo. Se avrà successo, sarà un successo anche per l’Unione europea. Le facciamo i migliori auguri per la sua Presidenza!

 
  
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  José Manuel Barroso, Presidente della Commissione. – (PT) Signor Presidente, signor Primo Ministro, onorevoli deputati, vorrei innanzi tutto cogliere l’occasione per esprimere la nostra solidarietà con le infermiere bulgare e le loro famiglie e con il medico palestinese, alla luce delle notizie preoccupanti che ci sono giunte. Siamo estremamente delusi da tali decisioni, ma vorrei anche esprimere fiducia nella possibilità di trovare una soluzione. In particolare, vorrei assicurare alle infermiere bulgare e alle loro famiglie che la Commissione europea, insieme con la Presidenza del Consiglio e con gli Stati membri, farà tutto il possibile per salvaguardare il loro diritto alla vita e alla libertà.

Signor Primo Ministro, la discussione ha dimostrato chiaramente che il Parlamento europeo sostiene le priorità della Presidenza del Consiglio portoghese. Come ha detto l’onorevole Schulz, dalle diverse aree politico-ideologiche giunge un messaggio di sostegno al progetto europeo. Il progetto europeo non può essere considerato di proprietà esclusiva dell’una o dell’altra area politico-ideologica. Deve unire le forze politiche che hanno l’obiettivo comune di costruire un’Europa più forte, un’Europa che risponda alle aspirazioni dei suoi cittadini. E’ quanto abbiamo visto oggi in Aula. Siamo pienamente d’accordo riguardo alla vostra analisi della necessità di risolvere la crisi istituzionale. La verità è che la mancata soluzione della questione istituzionale ha gettato un’ombra di dubbio, di scetticismo, di negatività, a volte persino di cinismo, su tutto ciò che l’Europa ha realizzato.

L’Europa non è rimasta bloccata. Negli ultimi anni, e in questo senso la cooperazione tra le diverse Istituzioni è stata molto importante, siamo riusciti ad affrontare questioni difficili, abbiamo approvato un bilancio per i prossimi sette anni, abbiamo raggiunto un consenso difficile su una questione molto controversa, la direttiva sui servizi, siamo riusciti ad adottare, al Consiglio europeo di marzo, il pacchetto di misure più ambizioso presentato finora in materia di lotta ai cambiamenti climatici, e la strategia di Lisbona rinnovata ha dato frutti, grazie a un nuovo sistema di governance. La verità è che oggi l’Europa in generale attraversa un periodo positivo, abbiamo una crescita economica che ci offre nuovi motivi di speranza, creiamo più posti di lavoro dei nostri partner nordamericani e i risultati dell’eurobarometro confermano il più alto livello di fiducia registrato in Europa negli ultimi otto anni. I tempi sono quindi migliori.

Tuttavia, il fatto è che, finché la questione istituzionale non sarà risolta, questo dubbio sarà sempre presente e, soprattutto al di fuori dell’Europa, ci troviamo di fronte a domande cui dobbiamo dare il giusto peso. Ci sentiamo chiedere come possano gli europei voler guidare il mondo nella lotta ai cambiamenti climatici, come possano garantire la sicurezza energetica, come possano trasformare la loro economia in una delle più competitive, più coese e più giuste del mondo, se non riescono nemmeno ad accordarsi tra loro sul funzionamento delle loro stesse Istituzioni e sul modo in cui adottare le decisioni.

E’ quindi una questione di credibilità. Per questo è indispensabile risolvere la questione istituzionale e il Primo Ministro, il Presidente in carica del Consiglio, a mio parere, oggi lascerà l’Aula portando con sé il sostegno inequivocabile del Parlamento europeo, e di sicuro della Commissione europea, affinché trovi una soluzione nel pieno rispetto del mandato e, se possibile, entro il Consiglio europeo di ottobre. Questo deve essere il nostro obiettivo, signor Primo Ministro, e ha tutto il nostro sostegno.

Infine, vorrei dire che abbiamo preso atto delle priorità stabilite per il Consiglio europeo di dicembre: l’immigrazione e le questioni legate alla nuova agenda per la sicurezza, la giustizia e la libertà in Europa. Un miglioramento che abbiamo introdotto nel Trattato è il rafforzamento della nostra capacità di azione in materia di giustizia, libertà e sicurezza. Come è già stato detto in interventi precedenti, le questioni legate all’immigrazione sono fondamentali dal punto di vista umano – sono un dramma umano cui dobbiamo trovare risposta. Per quanto attiene all’agenda per l’innovazione, il Primo Ministro ha appena colto l’occasione di esprimere il suo sostegno chiaro e inequivocabile alla creazione dell’Istituto europeo di tecnologia, al lancio della prima comunità della conoscenza e dell’innovazione, un’iniziativa specificamente mirata al problema dei cambiamenti climatici, e a tutto ciò che si può fare per dare nuovo impulso all’agenda per l’innovazione. E’ uno degli ambiti in cui l’Europa non può permettersi di rimanere indietro, né di perdere terreno, non solo rispetto ai nostri partner nordamericani, ma anche in relazione con altre potenze emergenti. E’ quindi essenziale uno sforzo più risoluto dell’Europa. Ritengo che, se conseguiremo questi obiettivi, potremo essere fieri di noi.

Infine, per quanto riguarda un problema sollevato durante la discussione, che riguarda l’Africa, onorevoli deputati, non possiamo accettare che le nostre relazioni con un continente come quello africano debbano dipendere dall’uno o dall’altro dittatore, di chiunque si tratti. La verità è che l’Europa ha relazioni di partenariato al massimo livello con l’Asia, dove ci sono dittatori, e con l’America latina, dove alcuni paesi non sono democrazie. Per di più, alcuni di tali dittatori sono ricevuti con il tappeto rosso in certe capitali europee. Non riesco quindi a capire perché non si riescano a stringere relazioni ad alto livello con l’Africa, allorché apriamo la porta a chi talvolta ostacola effettivamente lo sviluppo democratico dell’Africa, perché in qualche modo siamo ostaggi dell’uno o dell’altro dittatore.

Sosteniamo quindi con fermezza questa priorità della Presidenza portoghese, e di sicuro uno degli obiettivi di questo Vertice dovrà essere una discussione sulla democrazia, sulla libertà, sui diritti umani e sulla necessità di sviluppare le nostre relazioni a favore di una buona governance in Africa, in tutte le relazioni tra i nostri continenti. Se è così, penso si possa essere soddisfatti di questa Presidenza, perché siamo certi che, durante i sei mesi di mandato, continueremo a compiere progressi verso un’Europa più forte per un mondo migliore. Un’Europa in cui si dimostri nella pratica che siamo uniti e possiamo produrre risultati nell’interesse reale dei cittadini europei.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione sul programma della Presidenza portoghese è conclusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (NI), per iscritto. – Accanto alla riforma delle istituzioni, senza la quale l’Unione Europea non avrà il ruolo che le spetta a livello mondiale, ed alla sfida per la competitività nell’ambito della strategia di Lisbona, mi auguro che la presidenza portoghese sappia affrontare con vigore quella che, come ho già avuto modo di sottolineare in più occasioni, rappresenta l’impasse principale da superare, ossia l’indipendenza energetica e la sfida contro il cambiamento climatico.

L’energia rappresenterà al contempo il business ed il problema del futuro visti anche l’allarme sull’imminente esaurimento delle fonti non rinnovabili e gli impegni del protocollo di Kyoto. Solo con un’adeguata indipendenza dai fornitori esterni potremo garantire all’Europa un ruolo trainante nell’economia mondiale a lungo termine, cosi come una posizione rafforzata sullo scacchiere geopolitico, non subordinata a ricatti esterni, condizione indispensabile per promuovere la stabilità, la democrazia ed il rispetto dei diritti umani nel mondo. Cerchiamo quindi di concentrare le nostre attenzioni, energie e risorse su ciò che già abbiamo, il nucleare, e su ciò che possiamo avere, le fonti rinnovabili, promuovendo la ricerca, il cofinanziamento degli Stati Membri e del privato, intervenendo sulla fiscalità, riformando il settore dei trasporti, richiamando gli esperti europei fuggiti all’estero per mancanza di opportunità.

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) La Presidenza portoghese deve concentrarsi sull’obiettivo prioritario della firma di un nuovo Trattato istituzionale da parte dei 27 Stati membri il prossimo ottobre a Lisbona, tanto più che il mandato conferito alla Conferenza intergovernativa dall’ultimo Consiglio europeo è chiaro e preciso.

Il lancio di un nuovo ciclo della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione è un’occasione per conferire alla dimensione sociale l’importanza e la visibilità che merita, in particolare tramite un migliore coordinamento delle politiche in materia di occupazione e lo sviluppo della “flessicurezza”, al fine di riconciliare i nostri concittadini con l’Europa e con il suo modello economico rinnovato.

Sono certa che la Presidenza portoghese dedicherà particolare attenzione alle regioni ultraperiferiche dell’Unione, delle quali conosce bene la situazione specifica, con Madera e le Azzorre, al fine di dare nuovo impulso alle azioni comunitarie in loro favore, in particolare quelle che riguardano la politica di vicinato e i costi supplementari dovuti alla situazione ultraperiferica.

E’ indispensabile che l’ultimo Vertice di Bruxelles produca conseguenze benefiche e dimostri che lo spirito europeo rinnovato è più forte degli egoismi nazionali. Mi auguro sinceramente che la Presidenza portoghese riesca a mettere a frutto il forte slancio politico che si è creato al termine della Presidenza tedesca.

 

5. Convocazione della Conferenza intergovernativa (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0279/2007), presentata dall’onorevole Jo Leinen a nome della commissione per gli affari costituzionali, sulla convocazione della Conferenza intergovernativa (CIG): parere del Parlamento europeo (articolo 48 del Trattato UE) [11222/2007 – C6-0206/2007 – 2007/0808(CNS)].

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, onorevoli deputati, sono passati due anni da quando la bocciatura della Costituzione in due Stati membri ha offuscato le attività dell’Unione. Dopo un anno di riflessione, nel giugno 2006, la Presidenza tedesca ha ricevuto il mandato di trovare una soluzione che ci permettesse di uscire dallo stallo attuale e, a nome dei miei colleghi, vorrei congratularmi con tale Presidenza per avere ottenuto un ampio consenso in seno al Consiglio europeo. Ritengo che abbiamo ogni motivo per essere particolarmente grati al Cancelliere Angela Merkel per l’impegno personale con cui si è adoperata affinché fosse possibile giungere a questo accordo.

Come hanno affermato precedenti oratori, in seguito all’accordo raggiunto in seno al Consiglio europeo, verrà elaborato un nuovo Trattato di riforma, che spianerà la strada a una rapida Conferenza intergovernativa volta a permettere l’entrata in vigore del nuovo Trattato prima delle elezioni al Parlamento europeo del 2009. Rivolgo a tutti voi le mie più fervide raccomandazioni in tal senso.

E’ ovvio che per molti di voi alcune parti dell’accordo saranno meno che soddisfacenti. Nessuno di noi può fingere che questo sia esattamente il mandato che avremmo formulato se avessimo avuto totale libertà d’azione. Fin dall’inizio la Presidenza tedesca si è trovata dinanzi al difficile compito di conciliare opinioni molto divergenti sulla strada da seguire. Chi aveva già ratificato la Costituzione voleva, comprensibilmente, mantenere quanto più possibile inalterato il testo esistente; altri, invece, chiedevano un nuovo testo che si discostasse il più possibile dal progetto di Trattato costituzionale. Il testo, quindi, è un compromesso tra queste due posizioni. Tutti hanno ormai avuto la possibilità di valutare il risultato e quindi non mi soffermerò sui dettagli. Sono convinto che siamo dinanzi a un testo equilibrato e che non sarebbe stato possibile giungere a un accordo migliore di questo.

L’accordo raggiunto in seno al Consiglio europeo conferisce alla Presidenza portoghese un mandato che, per il suo carattere globale ed esaustivo, permetterà alla Conferenza intergovernativa (CIG), incaricata di trasformare completamente il mandato nel testo di un Trattato, di ultimare i suoi lavori nel minor tempo possibile. Il Parlamento europeo sarà pienamente coinvolto nei lavori della CIG e il Consiglio ha stabilito, accogliendo la proposta portoghese, che il Parlamento disponga di tre rappresentanti in seno a tale Conferenza.

Conoscendo l’impegno di quest’Assemblea a garantire che in futuro l’Unione possa agire con la massima efficienza e legittimazione democratica, sono molto soddisfatto di questa rappresentanza rafforzata. Il Parlamento europeo è stato ovviamente consultato nel corso dell’intero processo che ha portato alla Conferenza intergovernativa. So che il contributo degli eurodeputati è stato molto apprezzato dalla Presidenza tedesca, che ne ha tenuto pienamente conto nella formulazione del mandato.

Signor Presidente, onorevoli deputati, il Consiglio ha invitato il Parlamento a presentare il suo parere sulla convocazione della Conferenza intergovernativa ed è a tale parere che sono oggi dedicate le discussioni di quest’Assemblea. Vi esorto a presentare il vostro parere con la massima rapidità possibile affinché i lavori della Conferenza intergovernativa possano iniziare prima delle vacanze estive. Il nostro fermo proposito è questo. Mi auguro che sarete d’accordo con me quando affermo che questo obiettivo è nell’interesse di tutti noi.

Sicuramente vorrete formulare alcune osservazioni dettagliate affinché siano prese in considerazione in sede di Conferenza intergovernativa, ma mi auguro che collettivamente possiate accordare ampio sostegno al mandato ereditato da questa Presidenza. Questo è l’unico modo per garantire che i lavori della CIG siano coronati da successo ed è l’unica strada da seguire affinché l’Unione possa superare l’impasse attuale.

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, solo alcuni mesi fa erano pochi gli osservatori davvero convinti che il Consiglio europeo sarebbe riuscito a rilanciare il processo di revisione del Trattato. L’opinione in Europa era fragile e regnavano ampie divergenze di vedute, ma, grazie all’ammirevole determinazione del Cancelliere Angela Merkel e della Presidenza tedesca, oltre che a un vero e proprio sforzo collettivo da parte degli Stati membri e delle nostre Istituzioni, il mese scorso il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo su un mandato chiaro e rigoroso per la convocazione di una nuova Conferenza intergovernativa ed è importante che oggi riconosciamo questo successo.

Ieri la Commissione ha adottato il suo parere sulla CIG e oggi discuterete il parere del Parlamento. Questo processo permetterà alla Presidenza portoghese di lanciare la Conferenza intergovernativa nel corso di questo stesso mese; tuttavia, le nostre Istituzioni lavorano di concerto non solo riguardo al calendario, ma soprattutto sulla sostanza.

La Commissione condivide la valutazione globalmente positiva del mandato della CIG esposta nella relazione dell’onorevole Leinen. Il mandato contiene molti elementi validi che devono essere accolti con favore. Come qualsiasi testo di compromesso, è anche il frutto di un accordo attentamente ponderato tra diversi interessi, tra ambizione e realismo politico, e questo ha implicato la rinuncia di alcune modifiche decise dalla CIG del 2004. Anche per questo sono state concesse diverse deroghe a singoli Stati membri.

Vi illustrerò quattro motivi per cui la Commissione ritiene che questo mandato consentirà alla CIG di conferire all’Unione europea la solida base istituzionale e politica di cui dobbiamo dotarci per rispondere alle aspettative dei nostri cittadini e alle sfide delle nostre società.

Innanzi tutto, il mandato getterà le basi su cui fondare istituzioni moderne e più responsabili per l’Unione allargata. Accogliamo con grande favore le disposizioni che rinnoveranno e potenzieranno la legittimazione democratica dell’Unione europea, attribuiranno un ruolo più forte e più ampio al Parlamento europeo, doteranno di trasparenza le decisioni del Consiglio e comporteranno una maggiore codecisione, un aumento delle decisioni prese a maggioranza qualificata e una più chiara divisione delle competenze.

I parlamenti nazionali avranno maggiori possibilità di partecipare al lavoro dell’Unione europea, mentre il ruolo delle Istituzioni comunitarie sarà pienamente rispettato. Siamo inoltre molto lieti di constatare che le innovazioni delle costituzioni sulla partecipazione democratica, compresa l’iniziativa dei cittadini, sono state salvaguardate.

In secondo luogo, l’Unione avrà una Carta dei diritti fondamentali per proteggere i cittadini, che non sarà solo un testo dichiarativo, ma avrà forza giuridica. I cittadini potranno rivendicare dinanzi ai tribunali i diritti sanciti nella Carta, che sarà vincolante per le Istituzioni europee e per gli Stati membri nell’attuazione del diritto comunitario, pur non applicandosi a tutti.

In terzo luogo, l’Unione potrà parlare con una sola voce sulla scena globale e sarà maggiormente in grado di proteggere l’interesse europeo. Se vogliamo davvero far fronte alla globalizzazione e rispondere a preoccupazioni comuni sullo sviluppo sostenibile, il cambiamento climatico, la competitività e i diritti umani nel mondo, l’Unione dovrà sfruttare al massimo il suo grande potenziale per agire collettivamente.

La mia quarta osservazione riguarda le aree politiche, poiché il mandato sviluppa la capacità dell’Unione di prendere decisioni più tempestive e più coerenti in materia di libertà, sicurezza e giustizia. Inoltre, rafforza la base giuridica per affrontare le sfide della politica energetica e del cambiamento climatico.

Come possiamo valutare questi cambiamenti? A nostro parere, il bilancio generale è positivo: la soppressione di alcuni elementi, parte dei quali simbolici, e le modifiche che riducevano la leggibilità del testo sono componenti necessarie del pacchetto dell’accordo che è stato sottoscritto da tutti gli Stati membri. Senza l’impegno di tutte le parti interessate a raggiungere un compromesso, non sarebbe stato possibile ottenere questo risultato.

Il treno europeo si è rimesso in moto, ma non siamo ancora alla fine del viaggio e i cittadini devono salire a bordo. Il mandato non è ancora il prodotto finale. Affinché questo nuovo consenso sfoci nel successo della CIG occorreranno sforzi intensi da parte della Presidenza portoghese, degli Stati membri e delle nostre Istituzioni. Accogliamo con particolare favore la decisione del Consiglio europeo di rafforzare la partecipazione del Parlamento alla CIG.

Tuttavia, i nostri sforzi negoziali collettivi, da soli, non basteranno. Noi tutti – la Commissione, gli Stati membri e il Parlamento – dobbiamo trarre alcune lezioni dal precedente processo di ratifica e dalla fase di ascolto prevista dal Piano D. Sono lieta che il Consiglio europeo abbia riconosciuto l’importanza di comunicare con i cittadini, fornendo informazioni complete ed esaurienti sull’UE e intavolando un dialogo permanente con l’opinione pubblica. Questo sviluppo è ancor più importante alla luce delle modifiche che riducevano la leggibilità del testo del Trattato.

Nei prossimi mesi la Commissione presenterà alcune idee sul modo di organizzare il dibattito sul Trattato riformato durante il periodo di ratifica. Vogliamo lavorare a stretto contatto il Parlamento europeo, con tutti gli Stati membri e con le altre Istituzioni. Insieme, dobbiamo utilizzare questa finestra di opportunità; insieme, dobbiamo intraprendere questo nuovo processo senza alcun indugio e con tutte le nostre energie.

(Applausi)

 
  
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  Jo Leinen (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, signor Primo Ministro, signora Vicepresidente, onorevoli colleghi, questa discussione in plenaria è iniziata alle 9.00 ed è ancora in corso. Forse sarebbe stato meglio collegare il dibattito sulla Presidenza portoghese alla discussione sul nostro parere in merito alla Conferenza intergovernativa, poiché la CIG è il cardine della Presidenza portoghese e il suo successo o il suo fallimento dipenderanno dall’eventuale capacità di Lisbona di produrre un Trattato.

Il messaggio che vogliamo trasmettere nel nostro parere è che il Parlamento europeo dà il via libera alla convocazione di una Conferenza intergovernativa. Il calendario delle consultazioni su questo parere era estremamente serrato e molti parlamentari hanno criticato la tempistica, ma da parte nostra abbiamo fatto tutto il possibile e non vogliamo intralciare in alcun modo il vostro percorso. Non vogliamo mettere i bastoni tra le ruote a nessuno perché noi stessi abbiamo interesse sia a convocare che a concludere rapidamente questa Conferenza intergovernativa. Ci auguriamo che dal Vertice di ottobre scaturiscano risultati; è una speranza fondata poiché il mandato è molto specifico e disponiamo di una proposta testuale. Pertanto, se tutti si atterranno all’accordo raggiunto in seno al Consiglio di Bruxelles, il lavoro dovrebbe essere molto per gli esperti giuridici, ma poco per i politici.

Questa osservazione mi porta a rivolgere il mio primo appello alla Presidenza portoghese: non cedete, siate coerenti, fate in modo che gli Stati membri adempiano ai loro doveri, rifiutate di aggiungere in agenda nuovi punti o richieste supplementari, poiché qualcuno sostiene di non capire concetti che gli erano perfettamente chiari fino al giorno prima. Siate severi, attenetevi ai termini precisi del mandato e ce la farete.

Ci rendiamo conto che è stato necessario fare alcune rinunce. C’è un prezzo da pagare, e non solo nella perdita di elementi simbolici. Il Trattato di riforma è concettualmente diverso dalla Costituzione originale. In larga misura l’idea di un’Europa di cittadini e di Stati, non solo di un’Europa di Stati, è andata perduta. L’articolo 1 è stato soppresso, e il Trattato afferma semplicemente che “Le alte parti contraenti hanno convenuto” senza fare più alcun riferimento all’espressione “ispirata dalla volontà dei cittadini e degli Stati d’Europa”. Questo può sembrare un cambiamento di lieve importanza, ma è un segnale di erosione che potrebbe benissimo rivelarsi dannoso. Vorremmo evidenziare questo punto.

Siamo inoltre molto preoccupati per il crescente numero di clausole di non partecipazione, che spinge a chiedersi se effettivamente vogliamo tutti una sola Europa. Sussiste ancora la volontà politica di un’ulteriore integrazione o siamo già alle prese con due gruppi di paesi che vogliono rimanere in Europa solo sulla carta? Occorre porsi questa domanda. Il Parlamento è estremamente critico sulla clausola di opt-out dalla Carta dei diritti fondamentali del Regno Unito.

L’UE vuole diventare una Comunità di valori. Vogliamo levare in tutto il mondo la nostra voce a favore dei diritti umani, dei diritti fondamentali. Mi sembra già di sentire il Presidente Putin o il Primo Ministro cinese dire che non siamo nemmeno in grado di giungere a un accordo sui diritti umani tra di noi. Questo è un duro colpo per la credibilità dell’Unione europea nel suo complesso e costituisce altresì una discriminazione nei confronti dei cittadini che risiedono nel Regno Unito, compresi i cittadini comunitari che vivono e lavorano in quel paese. Nel nostro parere, chiediamo alle istituzioni e ai governi di fare nuovamente tutto il possibile per garantire pari protezione per i diritti fondamentali: potrebbe funzionare! La Corte di giustizia ha un ruolo fondamentale da svolgere in questo senso.

La Costituzione è stata redatta da una Convenzione. Ora abbiamo una Conferenza intergovernativa che si avvale di diversi metodi; tuttavia, signor Presidente in carica del Consiglio, lei può ancora battersi per la massima trasparenza. Pubblichi i documenti sottoposti a discussione, lavori con noi e con la Commissione per perseguire una strategia di dialogo con l’opinione pubblica e con i cittadini.

Il cosiddetto Trattato semplificato sarà purtroppo un trattato complicato. Dobbiamo inoltre disporre di una versione consolidata prima della chiusura della Conferenza intergovernativa e non, com’era avvenuto nel caso di Amsterdam, un anno dopo. Al termine della CIG dovremo disporre di un testo leggibile. Forse sarebbe anche utile allegare una spiegazione al testo, che illustri gli elementi chiave e i messaggi principali per i cittadini.

Ovviamente, siamo soddisfatti di tutti i progressi compiuti. Vogliamo compiere un altro importante passo avanti, preferibilmente prima delle elezioni europee, in modo da poterci concentrare su altre questioni durante la campagna elettorale del 2009. Il lavoro da svolgere è quindi molto, ma con determinazione e impegno dovremmo farcela. Il Parlamento sostiene la Presidenza portoghese.

(Applausi)

 
  
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  Íñigo Méndez de Vigo, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, il PPE-DE è lieto che il Consiglio europeo sia giunto a un accordo e, pertanto, tra pochi minuti il mio gruppo voterà a favore della risoluzione per consentire, conformemente all’articolo 48, la convocazione della Conferenza intergovernativa.

Ora, però, l’importante è che tale accordo, l’accordo derivante dalla Conferenza intergovernativa, sia valido. Vorrei esprimermi con estrema chiarezza. Stiamo dicendo che la CIG deve andare avanti, ma valuteremo la Conferenza intergovernativa sulla base dei suoi risultati.

Vorrei anche dire che per il mio gruppo, che in seno alla CIG sarà rappresentato dall’onorevole Brok, sarà un’importante questione politica fungere da custode della Costituzione. Vogliamo che il contenuto e la sostanza dell’accordo del Consiglio europeo siano presenti nel testo finale del Trattato derivante dalla Conferenza intergovernativa.

Una delle questioni sollevate dal Primo Ministro Sócrates è quella dei referendum. Lasciate che vi dica una cosa, ora che nessuno ci ascolta: non fidatevi dei partiti che sono all’opposizione e che chiedono l’indizione di referendum per votare “no”, perché sono quelli che vogliono distruggere l’Europa. Alcuni vogliono far cadere il governo in carica e altri vogliono distruggere l’Europa.

Pertanto, credo che le parole pronunciate stamani dal Primo Ministro Sócrates sintetizzino questo pensiero. Nessuno Stato può creare ostacoli al resto dei paesi e a questo punto dobbiamo puntare tutti nella stessa direzione per fare uscire l’Europa dall’impasse.

Questo primo accordo del Consiglio europeo è il passo iniziale e ora credo che dobbiamo metterci tutti all’opera, da un lato, per raggiungere un buon compromesso e dall’altro, per iniziare a lavorare, una volta che ci saremo liberati dal peso dell’impasse costituzionale.

Infatti, signor Presidente, mi ha davvero preoccupato il clima di sospetto e sfiducia che ho percepito in seno all’ultimo Consiglio europeo. Questo è un aspetto che deve essere fonte di preoccupazione per tutti noi e contro cui dobbiamo lottare insieme.

(Applausi)

 
  
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  Richard Corbett, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, il gruppo socialista accoglie con favore la convocazione della CIG, approva il mandato e sostiene il calendario.

Molti hanno rilevato che l’attuale mandato riprende circa il 90 per cento del contenuto del Trattato costituzionale, fattore che ha dato origine a molte osservazioni. Tuttavia, i colleghi sapranno anche che, stando agli ultimi studi scientifici, gli esseri umani e i topi sono geneticamente identici al 90 per cento. Ciononostante, il 10 per cento di differenza è piuttosto rilevante e, quindi, anche per questo mandato, il 10 per cento di differenza ha una notevole importanza.

La perdita della designazione costituzionale del Trattato, il mancato passaggio dalla denominazione di Alto rappresentante a quella di ministro degli Esteri, l’assenza di riferimenti alla supremazia del diritto comunitario nel Trattato, la rinuncia ai simboli e le diverse deroghe e clausole di opt-out per taluni Stati membri implicano che per tali Stati membri la percentuale – che si tratti del 90 per cento o di un’altra cifra – è addirittura inferiore. Di conseguenza il Trattato previsto è ben diverso dal Trattato costituzionale.

Tali modifiche saranno motivo di rammarico per quest’Aula e per una vasta maggioranza di Stati membri, eppure permetteranno e agevoleranno la ratifica del Trattato in tutti e 27 gli Stati membri, ed è questo l’aspetto essenziale che dobbiamo riconoscere.

 
  
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  Andrew Duff, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, il mio gruppo accoglie con favore la prospettiva di una CIG rapida ed efficace che chiarisca l’ambiguità creatasi dopo il periodo di riflessione, garantisca la certezza giuridica e costruisca un forte consenso a favore del Trattato di riforma. Ovviamente, è particolarmente importante che, in seno alla CIG, il Parlamento cerchi di proteggere quelle parti del Trattato del 2004 che tutelano i suoi interessi. Tuttavia, dobbiamo anche accertarci che la sempre più folta schiera di clausole di opt-out e di note a piè di pagina minimaliste non contamini l’integrità del corpus del diritto europeo e la giurisdizione dei tribunali. Combatteremo per prevenire qualsiasi eccesso politico legato all’accordo con il Regno Unito sulla Carta dei diritti fondamentali; siamo favorevoli a un Consiglio a più livelli, ma il Parlamento non può tollerare che vi siano cittadini di serie A e di serie B.

Dobbiamo lottare contro il diffuso sospetto che la CIG sia soltanto un grande esercizio di oscurantismo, volto a esonerare taluni paesi dall’impegno di indire referendum, e sono lieto che il Primo Ministro Sócrates sia determinato a evitare che i plebisciti mettano i parlamenti gli uni contro gli altri. Auspichiamo la massima trasparenza e il Parlamento europeo, che sarà dotato di un ruolo più incisivo, nonché di una forza maggiore e di una presenza più pluralistica all’interno della CIG, contribuirà a garantirla.

 
  
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  Konrad Szymański, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, ho l’impressione che, almeno per quanto riguarda il Trattato, quest’Assemblea o non conosce il significato della parola compromesso oppure non vuole accettarne. Le critiche formulate nella relazione nei confronti dei mandati sono a mio parere estremamente ingiuste. A tale proposito il mio paese, la Polonia, ha dato prova di grande flessibilità e disponibilità al compromesso e, pertanto, leggo con preoccupazione il tono severo della relazione, che non vuole riconoscere l’evidente successo del mandato.

Diversamente da quanto afferma la relazione, una nuova nomenclatura per introdurre i simboli dell’Europa nel Trattato darebbe solamente origine a incomprensioni e lascerebbe intendere che l’Unione europea stia entrando in una fase pseudostatale. La flessibilità del mandato sull’opt-out è espressione di saggezza e realismo, non di debolezza. Lo stesso vale per la Carta dei diritti fondamentali.

Su un punto possiamo essere assolutamente d’accordo: nei prossimi dieci anni si dovranno riconsiderare molti aspetti, compreso il sistema di voto. La Conferenza intergovernativa dovrà prendere decisioni ponderate e dettagliate anche su questo aspetto, perché altrimenti rischieremo di trovarci in un’impasse al momento della ratifica.

 
  
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  Johannes Voggenhuber, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, dopo il Consiglio europeo di Bruxelles, sembra regnare un senso di malinconica soddisfazione. Forse ciò è dovuto solo all’avvicinarsi delle vacanze. In realtà, se si esamina il mandato di questa Conferenza intergovernativa, si è tentati di dire che l’Europa se l’è cavata a buon mercato, ma temo che le cose non siano così semplici. A essere stati colpiti non sono gli Stati membri. Tutti tengono d’occhio gli altri, ognuno guarda gelosamente alla propria sovranità. La domanda è se all’Europa è appena stato fatto un occhio nero o se è cieca da un occhio, perché i cittadini non riescono più a vedere la vera natura di questa Unione.

Ovviamente, il mandato preserva i traguardi principali della Costituzione, ma offusca anche la vera natura dell’Europa, nasconde l’Europa e oscura l’idea di integrazione europea. Onorevole Barón Crespo, non credo che siamo alle prese con un esercizio di realismo politico. Siamo dinanzi a un chiaro e acuto nazionalismo, in cui i governi nazionali fanno a modo proprio.

Si tratta davvero di un cambiamento cosmetico quando non esiste più alcun riferimento all’Unione dei cittadini e si ritorna a un’Unione di Stati? Era questo che voleva la gente che ha votato “no” in Francia e nei Paesi Bassi? Cosa ne è stato delle richieste di un’Europa sociale e di una maggiore democrazia? Erano irrealistiche? Erano superflue? E’ davvero questo il ruolo dell’Europa? In quale punto della Costituzione abbiamo cercato di utilizzare un linguaggio chiaro, facilmente comprensibile, per produrre un documento intelligibile? I governi hanno avuto un solo obiettivo negli ultimi mesi: produrre un oscuro, enigmatico, incomprensibile, illeggibile Trattato che i cittadini non leggeranno.

L’opt-out dalla Carta dei diritti fondamentali non danneggia solo l’Europa, ma è un attacco alla nostra immagine come Comunità di valori. E’ inammissibile che l’Unione si definisca una comunità di valori e al contempo permetta che alcuni cittadini ne siano esclusi!

(Applausi)

 
  
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  Francis Wurtz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, posso capire che i leader europei siano entusiasti all’idea di riportare in vita la vecchia Costituzione, benché sia stata privata di alcuni dei suoi punti di forza. A tale proposito, condivido quanto affermato poc’anzi dall’onorevole Voggenhuber. Ciò che invece trovo più difficile capire è perché, in un momento in cui sembrano così decisi a soddisfare i più ardenti desideri dei nostri concittadini, quegli stessi leader s’impegnano tanto per impedire loro di avvicinarsi troppo a questa specie di UFO istituzionale.

In quale altro modo possiamo interpretare la forma molto particolare di democrazia che caratterizza il processo in corso? Oltre a un mandato negoziale totalmente illeggibile per i non addetti, assistiamo a un’accelerazione sospetta del calendario e, soprattutto, al panico per l’indizione di eventuali referendum. Nel loro intimo i nostri leader sono indubbiamente consapevoli, e a ragione, che il fatto di cambiare le parole – costituzione, ministri, leggi – e di eliminare i riferimenti all’inno e alla bandiera non contribuirebbe granché ad alleviare le preoccupazioni dei cittadini per l’attuale modello europeo se, per caso, si riaccendesse un dibattito pubblico di fondo del livello e della forza di quello che ha scosso una parte dell’Unione europea due anni fa.

Nel futuro Trattato le strutture economiche liberali, sia che riguardino la Banca centrale europea, la concorrenza, il libero scambio o la circolazione dei capitali, resteranno essenzialmente immutate. La Carta dei diritti fondamentali, cui si è appena accennato, non solo conserverà le sue gravi lacune, ma sarà chiamata ad avallare una realtà in contrasto assoluto con la sua stessa essenza, ad avallare un’eccezione, che in questo caso è l’eccezione del Regno Unito, o, se preferite, il diritto alla discriminazione, il diritto ai privilegi. Infine, i nuovi dispositivi sulla politica di sicurezza e difesa, che in molte aree avevano alimentato dubbi e paure, sono stati tutti replicati. Non c’è bisogno di cercare altrove le ovvie difficoltà incontrate dai nostri rispettivi governi.

Spagna e Lussemburgo spiegheranno che una nuova consultazione referendaria è superflua in quanto la sostanza del Trattato già ratificato è stata interamente preservata. I governi di Francia e Svezia, invece, suggeriranno che un referendum non è più necessario poiché la natura del testo è profondamente cambiata. Quanto alla Danimarca e al Portogallo, dov’era previsto un voto dei cittadini, l’operazione di riassetto estetico condotta sul Trattato del 2004 potrebbe benissimo giustificare una vile rinuncia a questa prova della verità. E’ solo in Irlanda che, oggi come ieri, il referendum è cruciale.

Ecco perché, rispettando appieno le differenze di opinione e le specificità nazionali, il mio gruppo dimostrerà la stessa determinazione di cui ha dato prova nel passato recente e farà uno sforzo enorme per fornire informazioni, per chiarire le questioni in gioco e confrontare le idee sul contenuto del futuro Trattato formulando la stessa richiesta democratica in tutta l’Unione europea: l’effettiva consultazione dei cittadini. Fra pochi giorni la Conferenza intergovernativa inizierà i suoi lavori, ma, alla luce dell’esperienza, sono certo che il dado non è tratto: lo sarà presto.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Bernard Wojciechowski, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, il nuovo Trattato è un tranello ordito per applicare l’ex Trattato costituzionale. La relazione sottolinea che il mandato salvaguarda la sostanza del Trattato costituzionale. Due nazioni hanno detto “no”. Si tratta quindi di poco più di uno sciatto tentativo di federare l’Unione a tutti i costi. Dalla relazione, inoltre, si evince che il Parlamento ribadisce la sua intenzione di mantenere un dialogo aperto.

Questo Parlamento è diventato talmente arrogante che se non fosse così patetico sarebbe divertente. Affermare che manteniamo un dialogo aperto con qualcuno è semplicemente ridicolo. Il sostegno a favore del Trattato costituzionale non è aumentato. Studiosi e politici lo ritengono un completo fallimento. Qualsiasi nuovo Trattato dovrebbe considerare i seguenti aspetti.

In primo luogo, il prodotto finale dovrà essere ratificato in tutti gli Stati membri conformemente alle disposizioni costituzionali e si dovranno ripetere i referendum. Il tentativo di risolvere i problemi dell’integrazione senza coinvolgere la società civile è inaccettabile.

In secondo luogo, il Trattato costituzionale rappresentava un compromesso tra gli Stati membri e i sistemi politici. Il Trattato rivisto non andrà oltre le disposizioni contenute nel Trattato. Diventerà un Trattato costituzionale in miniatura.

In terzo luogo, il tentativo di redigere un altro trattato provoca un enorme ritardo in questa fase della riforma politica dell’UE. La riforma è possibile, eppure, per qualche motivo, non viene perseguita. I cambiamenti all’interno del primo pilastro sono fattibili nelle aree previste dal Trattato che istituisce la Comunità europea. Le riforme attuate nell’ambito di questa procedura possono comprendere l’area intergovernativa, sostanzialmente il secondo e il terzo pilastro.

E’ possibile disciplinare molte questioni sulla base degli accordi internazionali conclusi dagli Stati membri. Per quanto riguarda il terzo pilastro, è anche possibile rafforzare le strutture della cooperazione giudiziaria e di polizia. E’ possibile garantire la legittimazione attraverso lo svolgimento di riunioni pubbliche del Consiglio, il rafforzamento dei parlamenti nazionali, la consultazione nonché conferendo al Parlamento la facoltà di designare il Presidente della Commissione.

La corsa verso un nuovo Trattato è assolutamente insensata. Non si può approvare un nuovo documento passando dalla porta di servizio, poiché anche in questo modo si va contro la volontà dei cittadini. Le richieste di personalità giuridica, sulla moneta unica e riguardo all’adozione del sistema di rotazione per la composizione della Commissione sono estreme e oltretutto negli ultimi due anni nessuna nazione europea ha espresso desideri in tal senso.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Wojciechowski, se vuole criticare gli altri, la prego di fare in modo di rispettare a sua volta il tempo di parola.

 
  
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  Philip Claeys, a nome del gruppo ITS. – (NL) Signor Presidente, posso solo concludere che, in una relazione ufficiale, anche quest’Aula ammette ormai piuttosto chiaramente ciò che tutti hanno potuto affermare dopo il Vertice europeo di Bruxelles, ossia che la Costituzione europea, che era stata bocciata dagli elettori francesi e olandesi e che, di conseguenza, in un’ottica strettamente giuridica, non avrebbe mai potuto entrare nuovamente in vigore, sarà mantenuta e introdotta quasi nella sua interezza con espedienti giuridico-politici.

Ora anche nella politica ufficiale europea viene adottata la tattica di fare approvare surrettiziamente alcune sezioni di questa Costituzione, tentativo perseguito in ogni modo persino dopo i referendum di Francia e Paesi Bassi – basti pensare alla Carta dei diritti fondamentali, resa vincolante benché questo documento non lo sia. Questo Emiciclo non sarebbe il Parlamento europeo se, come vuole la tradizione, non tracciasse una distinzione tra i cosiddetti “buoni” Stati membri, che glorificano il credo federale e percorrono la strada del federalismo senza riserve, e i cosiddetti “cattivi” Stati membri.

L’apice del cinismo, tuttavia, è ovviamente la richiesta di quest’Assemblea – e cito testualmente – di “coinvolgere nuovamente i cittadini europei nel proseguimento del processo costituzionale”. In realtà, in molte relazioni, a partire dalla famigerata relazione Duff-Voggenhuber, quest’Aula non ha fatto altro che cancellare l’esito dei referendum di Francia e Paesi Bassi. A quest’Assemblea non potrebbe importare meno del volere dei cittadini, proprio di quelle persone che sostiene di rappresentare. Quest’Aula si sta lentamente ma indubbiamente trasformando nell’esatto opposto di qualsiasi cosa abbia a che vedere con la vera democrazia.

(Applausi a destra)

 
  
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  Jim Allister (NI). – (EN) Signor Presidente, fingiamo di essere dalla parte dei cittadini, ma produciamo una relazione che evita palesemente di sostenere la ratifica popolare di questa costituzione rimaneggiata. In realtà, siamo così determinati a fare approvare rapidamente questa relazione che ci discostiamo dalle debite procedure parlamentari a tal punto che persino un despota arrossirebbe!

Chiediamo agli Stati membri di attenersi al mandato della CIG, ma dichiariamo la nostra intenzione unilaterale di scavalcarlo utilizzando la bandiera e l’inno dell’Unione europea. Dichiariamo la nostra determinazione a formulare ulteriori richieste non appena avremo ottenuto l’approvazione di queste modifiche costituzionali. Questa è la trappola per elefanti dell’accordo, poiché permette l’autorettifica, che per molti significherà non dover mai più consultare i cittadini sullo status costituzionale su cui vorremmo apportare cambiamenti.

(Applausi a destra)

 
  
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  Maria da Assunção Esteves (PPE-DE). – (PT) All’ultimo Vertice di giugno l’Europa ha compiuto un passo avanti. Non si è scoraggiata durante la crisi e non ha escluso nessuno da questa ricerca comune di una società cosmopolita basata sullo Stato di diritto. E’ vero che non è facile raggiungere un consenso in un’Europa allargata, ma l’Europa è un progetto morale, un progetto della ragione, un progetto vincente. L’unica via è l’unità e l’unica meta è la giustizia globale.

La costruzione dell’Europa viene realizzata a strati di adeguamento strutturale: il Trattato di Roma e la disgregazione del mito delle frontiere, il Trattato di Maastricht e la cittadinanza europea, il Trattato di Nizza e l’allargamento, e ora il Trattato di riforma e l’integrazione politica in una democrazia su vasta scala. Il Trattato di riforma non apre ancora le porte a un’Europa costituzionale – ci lascia ancora in larga misura in un’Europa dei governi – ma pone fine alla fallacia della logica basata esclusivamente sull’opposizione e all’errore di contrapporre un’Europa dei risultati a una riforma istituzionale dell’Europa.

La Conferenza intergovernativa richiederà la buona fede dei governi, la partecipazione dei parlamenti e una politica di autentica comunicazione. Non facciamoci illusioni: non sarà un referendum a fare funzionare questa comunicazione né a legittimare il nuovo Trattato dell’Unione. In molti casi i referendum sono associati a una tendenza populista che non ha nulla a che vedere con le fondamenta razionali delle democrazie. La legittimazione dell’Europa può fondarsi solo su un processo politico di comunicazione costante, che mette la politica al di sopra della burocrazia, valorizza lo scrutinio dei parlamenti nazionali, incoraggia la partecipazione della società civile, rafforza la leadership, dona visibilità al lavoro delle Istituzioni e basa le sue politiche quotidiane su una cultura di diritti e umanità. Questa è l’Europa legittima.

 
  
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  Harlem Désir (PSE). – (FR) Signor Presidente, l’Europa non si limita esclusivamente ai suoi Trattati; le sue difficoltà non sono unicamente, e nemmeno principalmente, di natura istituzionale, e il rilancio dell’Europa dipenderà dalle politiche, dai progetti europei e dal bilancio dell’Unione. Tuttavia, è assodato che l’impasse della riforma istituzionale, la mancata ratifica della Costituzione in diversi paesi e le procedure di non ratifica in altri hanno impantanato l’Europa, l’hanno fatta sprofondare in una crisi e ne hanno messo alla prova l’unità.

In realtà, il compromesso raggiunto sulla convocazione della Conferenza intergovernativa e sul mandato in vista del futuro trattato di riforma non suscitano entusiasmo. Tutto è complicato in questo accordo, che contiene molte note a piè di pagina e, pertanto, il futuro Trattato non sarà affatto semplificato e sarà difficile da capire per gli europei.

L’opt-out che è stato accordato riguardo alla Carta dei diritti fondamentali è davvero riprovevole da parte di chi lo ha richiesto. Almeno questa Carta si applicherà agli altri 26 paesi dell’Unione europea, e ciò fa loro onore. Tuttavia, questo almeno è un accordo, ed è stato raggiunto in un momento in cui l’Europa aveva bisogno di affermare la propria unità.

Credo che dobbiamo dare ogni opportunità alla Conferenza intergovernativa e, soprattutto – e a questo proposito vorrei reagire alle osservazioni formulate dal collega, onorevole Wurtz – il mandato per la convocazione della Conferenza intergovernativa ha almeno una virtù: quella di basare il suo lavoro sulle innovazioni istituzionali che erano perlopiù contenute nella prima parte del progetto di Costituzione europea. Si tratta di un punto decisivo perché la prima parte della Costituzione non è stata quasi messa in discussione, nemmeno dai fautori del “no”, coloro che sostengono di aderire all’integrazione europea in ogni caso, nei paesi in cui si sono svolti i referendum.

Il futuro Trattato dovrà quindi riprendere gli elementi che raccolgono il consenso di tutti i veri europei, a prescindere dal fatto che abbiano votato “sì” o “no” alla Costituzione: rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, una Presidenza stabile del Consiglio, votazione a doppia maggioranza, meno minoranze di blocco, meno decisioni adottate all’unanimità, non da ultimo riguardo alla cooperazione giudiziaria e di polizia, rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune, cooperazione rafforzata e strutturata nell’area della politica di difesa, che sarà più facile da realizzare, e nuove competenze in materia di energia e cambiamento climatico.

Vi erano inoltre anche due punti che erano nella terza parte ma che, a mio parere, tutti i progressisti vorranno proteggere: la clausola sociale orizzontale e un articolo che permetterà di proteggere i servizi di interesse economico generale e quindi di adottare una direttiva a favore dei servizi pubblici. Mi auguro che, se la Conferenza intergovernativa riprenderà tutti questi punti, tutti i fautori dell’Europa, a prescindere dal fatto che abbiano votato “sì” o “no” al progetto di Costituzione, sosterranno il futuro progetto di Trattato.

(Applausi)

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE). – (FI) Signor Presidente, vorrei affrontare una questione molto importante. Vorrei invitare i colleghi parlamentari a sostenere l’emendamento n. 1, che chiede di estendere il mandato della Conferenza intergovernativa per includervi il trasferimento della sede del Parlamento europeo da Strasburgo a Bruxelles. Il mio gruppo appoggia questa decisione.

Si tratta di una questione minore che però riveste grande importanza. Una sola sede rafforzerebbe la legittimazione dell’Unione europea. Un anno fa oltre un milione di persone ha firmato una petizione a favore di una sola sede e la CIG è il luogo adatto per affrontare la questione e prendere una decisione in merito. Oggi il Parlamento deciderà se intende discutere l’opportunità di dotarsi di un’unica sede o se preferisce mantenere la situazione attuale. Se siamo favorevoli ad avere una sola sede voteremo a favore dell’emendamento n. 1.

 
  
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  Inese Vaidere (UEN). – (LV) Onorevoli colleghi, come unica Istituzione dell’UE eletta dai cittadini, il Parlamento europeo ha il dovere di fare in modo che le sue decisioni siano comprensibili. Vorrei rilevare che i motivi per cui il Trattato costituzionale è stato respinto in due Stati membri e non è stato accolto con favore in altri non sono stati analizzati abbastanza a fondo. A mio avviso, lo scetticismo è in ampia misura attribuibile al fatto che i cittadini percepiscono un accentramento del processo decisionale, l’arroganza delle autorità e la distanza dalle persone, oltre a un eccesso di burocrazia. Questi sono motivi sufficienti a suscitare l’opposizione dei cittadini a un’ulteriore integrazione. Il nostro dovere è coinvolgere i cittadini nel processo decisionale, anziché prendere le decisioni al posto loro. Dobbiamo parlare ai cittadini in un linguaggio comprensibile, non nel gergo specialistico dei funzionari pubblici. La Conferenza intergovernativa deve tenere conto di questi aspetti. Al contempo è importante sviluppare ulteriormente il principio della solidarietà nel processo decisionale, ad esempio nella sfera estremamente importante dell’energia. Dobbiamo parlare ai paesi terzi con una sola voce, per evitare che i singoli paesi vengano ricattati. Vorrei sottolineare che, a prescindere dai suoi errori e dalle sue manchevolezze, l’Unione europea è un progetto vincente.

 
  
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  Gérard Onesta (Verts/ALE). – (FR) Signor Presidente, chiedo in primis alla Commissione e in particolare al Consiglio di dimostrare un minimo di dignità e di modestia in proposito, poiché il magnifico successo che stanno cercando di venderci in quest’Aula non riesce a celare una situazione di declino.

Non mi soffermerò sul comportamento vergognoso di alcuni capi di Stato e di governo, che hanno ritrattato le loro promesse ufficiali e solenni, sulla Carta, come ha fatto Tony Blair, e sui voti in seno al Consiglio, come hanno fatto i fratelli Kaczyński. Passeremo dall’avere una Costituzione, che perderemo – le parole hanno un significato –, una costituzione che è un segnale di fiducia nei nostri valori e orizzonti comuni, a un trattato semplificato. Semplificato, che enorme presa in giro! Le note a piè di pagina sono più lunghe del Trattato stesso. Siamo quindi dinanzi a un segnale di sfiducia diffusa e reciproca, e le situazioni di stallo sono molte: l’opt-out sulla Carta, che creerà cittadini di seconda classe, l’impasse sui voti in seno al Consiglio fino al 2017 e oltre con il compromesso di Ioannina e, infine, la diplomazia, che è senza dubbio prevista, ma altrettanto rapidamente intralciata.

E’ evidente che occorre conferire un mandato a questa Conferenza intergovernativa. Tutto fuorché il Trattato di Nizza, perché il Trattato di Nizza significa la fine. Tuttavia, a chi si vergogna dell’Europa vorrei dire che non si costruisce nulla sulla sfiducia, specialmente nei confronti dei cittadini, perché non ci prendiamo nemmeno il tempo di lavorare insieme, di codecidere in seno al Parlamento – in questo dibattito regna l’anarchia –, di conquistare l’approvazione dei cittadini, e nemmeno di assolvere ad una funzione pedagogica. E’ vero che occorre agire rapidamente per nascondere il fatto che le politiche, anziché sul tavolo, sono ormai sotto il tappeto. Purtroppo un giorno dovremo pagare un prezzo per tutto questo.

Per concludere, signor Presidente, e poiché governare significa anticipare, dinanzi all’incapacità della Commissione e del Consiglio di decidere la prossima mossa, chiedo al Parlamento di passare all’azione ribadendo con il suo voto la ferma intenzione di utilizzare il suo futuro potere di modifica del Trattato nel tentativo di rilanciare davvero la forza trainante dell’Europa.

(Applausi dal gruppo Verde/Alleanza libera europea)

 
  
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  Maciej Marian Giertych (NI). – (PL) Signor Presidente, oggi è una giornata nera per l’Unione europea, e una giornata nera per la democrazia. Le élite politiche dell’UE, compresa quest’Assemblea, la Commissione europea e i governi degli Stati membri stanno cercando di ingannare i loro elettori e i loro cittadini. Si aspettano che sosteniamo una Costituzione europea che è già stata respinta dall’elettorato.

Lo slogan di oggi può essere individuato nelle parole di Angela Merkel: utilizzare una formulazione diversa preservando però l’essenza giuridica, come il nome del Trattato, i nomi degli atti giuridici dell’Unione europea o del ministro degli Esteri dell’UE. E’ stato fatto proprio questo.

Stiamo discutendo di un documento con un nome diverso che è stato formulato in termini differenti, ma che è sostanzialmente lo stesso. Apparentemente si tratta di un documento di livello inferiore, solo per evitare che sia sottoposto a referendum. E’ un tentativo di ingannare i nostri elettori, i nostri cittadini. Oggi è davvero una giornata nera, una giornata assolutamente nefasta.

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, vorrei dire all’onorevole Giertych che in quest’Aula ho sentito un sacco di stupidaggini, ma le sue sono probabilmente le più grosse stupidaggini che abbia mai sentito.

Vorrei infondere un po’ di ottimismo in quest’Assemblea. Sembra che stiamo partecipando a una sorta di funerale con il nuovo Trattato. In realtà, non penso che stiamo entrando in una nuova fase.

Vorrei fare tre osservazioni. Innanzi tutto, ho piena fiducia nella Presidenza portoghese. Ricordo di avere preparato il Trattato pre-Nizza con la Presidenza portoghese, con Francesco Seixas da Costa e Pedro Lourtie. Svolgono sempre un ottimo lavoro. Tuttavia, vorrei dare loro un consiglio: state attenti al Segretariato del Consiglio, perché il diavolo è nei dettagli e Jean-Calude Piris è un esperto di dettagli.

In secondo luogo, a mio avviso, politica ed economia vanno di pari passo. Oggi abbiamo sentito affermare da più parti in quest’Aula che vogliamo solo un’Unione economica o che vogliamo solo un’Unione politica. Appartengo alla categoria di persone che ritengono necessarie entrambe: abbiamo bisogno di una concorrenza libera e non falsata e anche di un’Unione politica e, grazie a questo Trattato, possiamo effettivamente avere entrambe. Non sono molto preoccupato per gli opt-out, perché la storia ci dimostra che c’è sempre stato un opt-out, ma alla fine vince il buonsenso e gli interessati decidono di partecipare.

Per concludere vorrei dire che dovremmo guardare il lato positivo. Dobbiamo voltare pagina. Sul tavolo abbiamo un Trattato o un progetto di Trattato. Siamo ottimisti: utilizziamo la personalità giuridica che abbiamo, utilizziamo il voto a maggioranza qualificata di cui disponiamo, utilizziamo la Carta, il Presidente, il ministro degli Esteri. Tutto ciò che dico oggi è che questo è un nuovo inizio, che abbiamo un Trattato fantastico, adoperiamolo e andiamo avanti.

(Applausi a destra)

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE). – (PL) Signor Presidente, la relazione di cui discutiamo è valida ed equilibrata e sarò lieta di votare a suo favore. Questo documento manda ai governi degli Stati membri, ai parlamenti nazionali e ai cittadini dell’Unione europea un messaggio chiaro: l’Unione europea sarà riformata e la riforma è sulla strada giusta.

Questa relazione costituisce anche un tentativo di ripristinare la fiducia dei cittadini nell’Unione europea e nelle sue Istituzioni, ed è in tale contesto, nel contesto della fiducia, che suscitano grande preoccupazione le voci di alcuni Stati membri che nutrono riserve sulla natura vincolante della Carta dei diritti fondamentali. Mi chiedo in che modo quei governi diranno ai cittadini che non possono avvalersi di una delle conquiste fondamentali della democrazia europea e che non vogliono concedere loro diritti di cui godono i loro vicini europei.

L’opposizione alla Carta dei diritti fondamentali darà origine a una nuova suddivisione dell’Europa in cittadini di serie A e di serie B, in cui i cittadini di prima classe godranno dell’intero spettro di diritti sanciti nella Carta, diritti che verranno negati ai cittadini di seconda classe? Dobbiamo accettare tali divisioni all’inizio del XXI secolo? La mia risposta è assolutamente no, soprattutto se, come propone la Presidenza portoghese, vogliamo un’Europa più forte in un mondo più forte.

(Applausi)

 
  
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  Bogdan Pęk (UEN). – (PL) Signor Presidente, questo Trattato non riforma alcunché, maschera soltanto i difetti. E’ un trattato il cui obiettivo è nascondere la verità che lo riguarda.

L’Unione europea e gli augusti individui che siedono in quest’Assemblea colgono ogni occasione per parlare di equità e dei valori su cui si fonda l’Unione europea. Nel mondo moderno, nella storia dell’umanità, esiste un valore più grande della verità? No, non esiste.

Il Trattato è una corruzione della verità, poiché dietro la facciata del Trattato riformato si cela un tentativo gravemente ingannevole di fare approvare il Trattato costituzionale, che i cittadini hanno respinto. Questa è una strada che non porta da nessuna parte.

Signor Presidente, oggi in quest’Aula lei ha nuovamente dimostrato di essere in grado di interrompere gli oratori che non approvano il Trattato, concedendo quasi un minuto di tempo in più a chi è d’accordo con lei. Questo è il marchio di equità che la contraddistingue.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Onorevole Pęk, lei aveva a disposizione un minuto di tempo. Ha parlato per un minuto e ventitre secondi. Ha superato il suo tempo di parola e il Presidente è stato molto tollerante nei suoi confronti. Forse potrebbe dimostrarsi ragionevole e riconoscerlo.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Questa mattina abbiamo già discusso abbastanza a lungo la questione del Trattato – dalle 9.00, come ha rilevato uno degli oratori – e pertanto credo che le osservazioni e i commenti principali siano stati formulati. Molti di essi sono stati senza dubbio interessanti e la Presidenza portoghese ne trarrà ovviamente le proprie conclusioni.

Io, come molti dei deputati qui presenti, sono stato membro della Convenzione europea e ho partecipato anche alla Conferenza intergovernativa del 2004. Non dico di non aver avuto, dal 2004 a oggi, motivi di apprensione o momenti di scetticismo, ma ho sempre saputo che la forza trainante dell’Europa è costituita dal compromesso e dalla volontà di andare avanti. Oggi posso dirvi chiaramente che questa volontà di andare avanti, questa volontà di giungere a un compromesso, di arrivare a un accordo, a mio parere è tornata.

Al Consiglio europeo non potevamo permetterci di fallire e non abbiamo fallito; quindi lanciamo all’Europa, ai suoi cittadini e al mondo il segnale inequivocabile che questo è un progetto per il futuro, un progetto al servizio degli europei, un progetto al servizio del mondo. Ovviamente, potremo non essere tutti soddisfatti del mandato adottato dal Consiglio europeo, ma possiamo stare certi che grazie a questo mandato disporremo di un Trattato con Istituzioni più efficienti, un processo decisionale più democratico e risposte più adeguate sia ai problemi interni dell’Unione, sia ai problemi che l’UE deve affrontare sul versante esterno.

Questo è e sarà il mandato di cui avevamo bisogno. Sicuramente avremo il Trattato che i cittadini europei desideravano da tempo. Come ha affermato il Primo Ministro del Portogallo in questa sede, “Abbiamo il mandato, non abbiamo il Trattato”, e il mandato che abbiamo ricevuto non è volto a modificare tale documento ma a creare il nuovo Trattato. Questo è il nostro obiettivo e lo perseguiremo con tutta la nostra forza e tutta la nostra convinzione.

Il termine per la conclusione dei nostri lavori è ottobre e mi auguro che a ottobre potremo annunciare in quest’Aula la buona notizia di un nuovo Trattato per la nostra Unione. Non permetteremo quindi alcuna mancanza di disciplina, come ha suggerito uno degli onorevoli deputati. Vorrei altresì assicurarvi che tutte le Presidenze portoghesi si contraddistinguono per la trasparenza, per la comunicazione con i cittadini e la comunicazione con le Istituzioni. Ovviamente proseguiremo su questa linea e posso garantirvi che questo è uno degli impegni della Presidenza portoghese.

Come ho detto, a ottobre spero di potervi annunciare qualche buona notizia.

(Applausi)

 
  
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  Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, occorre trovare una via di mezzo tra l’eccessivo ottimismo di Pangloss e il pessimismo estremo dell’asinello Ih-Oh. In politica è molto raro avere una seconda vita e non mi riferisco al gioco di ruolo su Internet. Non dimenticate che, meno di un anno fa, il Trattato costituzionale o il progetto di avere un nuovo Trattato furono dichiarati morti, tenuti in vita artificialmente o in coma. Adesso, invece, discutiamo di una procedura di ratifica che verrà avviata molto presto.

Penso che darci al gioco dello scaricabarile adesso non ci sarà di alcun aiuto e, come osservazione conclusiva su questo dibattito, vorrei dire due cose. Innanzi tutto, la Commissione europea non è favorevole agli opt-out sulla Carta dei diritti fondamentali. Avremmo preferito fare a meno di queste clausole di non partecipazione. Ma qual era la vera scelta politica in questo caso? Potevamo scegliere tra una Carta indebolita senza forza giuridica e una Carta giuridicamente vincolante per le Istituzioni europee con una clausola di opt-out oppure il mantenimento del testo integrale della carta. Di conseguenza, preferisco avere una carta giuridicamente vincolante; inoltre, un opt-out è anche un opt-in e quindi non si tratta di una situazione immutabile.

In secondo luogo vorrei rilevare che presumo che i deputati al Parlamento europeo non considerino la ratifica parlamentare meno democraticamente legittima dei referendum.

(Applausi)

Ovviamente alcuni euroscettici sperano che la sfida di informare i cittadini e di coinvolgerli in una questione complessa come un trattato possa trasformarsi in un’arma in grado di sferrare un ulteriore colpo mortale all’integrazione europea. Tuttavia, non credo che dobbiamo permettere che questo accada.

(Applausi)

Inoltre, a prescindere dal metodo di ratifica scelto dagli Stati membri, ognuno di noi ha il dovere di informare i cittadini, di coinvolgerli, di discutere con loro di tutto ciò che riguarda l’Europa e questo dev’essere l’impegno che dobbiamo assumere ora, l’obiettivo che dobbiamo perseguire insieme, cooperando appieno e in maniera programmata. Questo è anche il contributo che verrà fornito da parte della Commissione. Pertanto, tornerò presto in quest’Aula per presentarvi il programma da seguire per attuare una procedura di ratifica appropriata, democratica, aperta e trasparente.

Con questo auguro altresì alla Presidenza portoghese tutto il successo possibile con l’apertura della CIG.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Possiamo procedere alle votazioni.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  John Attard-Montalto (PSE), per iscritto. – (EN) Gli ultimi due anni relativi al processo di riforma del Trattato non sono passati invano. Sono state individuate e avviate le seguenti cinque azioni:

1. A seguito del mandato conferitole nel giugno 2006, la Presidenza tedesca ha elaborato una relazione.

2. Il Consiglio europeo ha deciso di convocare una Conferenza intergovernativa.

3. Poiché il testimone della Presidenza del Consiglio è passato al Portogallo, la priorità di elaborare un progetto di Trattato spetta ora a questo paese.

4. La CIG dovrebbe concludere i suoi lavori entro la fine di quest’anno.

5. La ratifica dovrebbe avvenire prima delle elezioni europee del 2009.

In realtà, stiamo assistendo a un approccio più cauto: l’aspetto costituzionale del Trattato è stato ristrutturato in modo da lenire l’anticostituzionalità. D’altro canto, sono state mantenute le innovazioni sostanziali originariamente proposte nel Trattato costituzionale, la più importante delle quali è il fatto che l’UE sarà dotata di una personalità giuridica.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE). – (FR) Durante l’ultimo Consiglio europeo del giugno 2007 i capi di Stato e di governo hanno raggiunto un buon accordo volto a progredire verso un’Europa politica. Mi spiace che gli amici del Regno Unito abbiano dovuto distinguersi per l’ennesima volta rifiutandosi di applicare la Carta dei diritti fondamentali e di cooperare appieno in materia giudiziaria e di polizia. Mi spiace che, sebbene siano stati mantenuti in termini materiali, i simboli dell’Unione europea (la bandiera, l’inno e il motto) siano stati eliminati dal testo ufficiale. Nonostante io sia contrario a un’Unione europea federale, in quanto sono fermamente convinto che le nazioni siano molto utili per il benessere dei popoli, ritengo che i cittadini debbano avere qualche punto di riferimento con cui identificare l’Unione politica. Mi auguro che torneremo su questo argomento. Infine, la soppressione del riferimento al concetto di “una concorrenza libera e non falsata nel mercato interno” ci permetterà, nell’ambito di quella che è divenuta una complessa concorrenza mondiale, di utilizzare meglio la forza della nostra Unione europea al servizio dei produttori e non solo dei consumatori. Accolgo con favore l’iniziativa avviata dal Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, che è riuscito a sfruttare appieno il suo talento per promuovere un’Europa forte e unita.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) In 200 parole:

1. Il mandato della CIG mantiene la sostanza del contenuto del Trattato respinto nel 2005.

2. Ciò che le forze sottese alla creazione dell’integrazione capitalista europea cercano di fare è reintrodurre, dalla porta di servizio, il salto qualitativo federalista, neoliberale e militarista sancito nella respinta “Costituzione europea”.

3. Questo tentativo costituisce una grave mancanza di rispetto nei confronti della volontà espressa dai cittadini di Francia e Paesi Bassi nei loro referendum.

4. Se, in un momento in cui le grandi potenze assumono un peso sempre maggiore nel processo decisionale dell’UE, il Portogallo si baserà esclusivamente sul mandato in materia di questioni istituzionali, perderà in termini di:

– ponderazione dei voti in seno al Consiglio;

– diritto di veto;

– sovranità;

– deputati al Parlamento europeo;

– un Commissario permanente.

5. Il mandato riafferma le basi delle politiche neoliberali dell’UE, che sono all’origine dei gravi problemi socioeconomici con cui è confrontato il Portogallo.

6. Il mandato istituzionalizza la militarizzazione dell’UE.

7. Questo significa che il contenuto del mandato giustificherebbe di per sé lo svolgimento di referendum nazionali vincolanti sulla pseudo-nuova proposta di Trattato, esigenza tanto più legittima alla luce dell’inaccettabile imposizione della sostanza di un Trattato che è già stato respinto.

 
  
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  Monica Maria Iacob-Ridzi (PPE-DE), în scris. – Mandatul Consiliului European depăşeşte impasul constituţional în care Uniunea Europeană se află de mai bine de doi ani, dar în acelaşi timp sacrifică unele prevederi esenţiale.

Consiliul European a decis ca simbolurile europene să fie excluse din viitorul tratat; consider acest lucru ca fiind regretabil şi susţin modificarea Regulamentului de procedură al Parlamentului pentru a adopta în mod oficial steagul şi imnul Uniunii Europene. Cetăţenii europeni respectă aceste simboluri, pe care le consideră familiare şi apropiate, după cum indică cel mai recent Eurobarometru. În România, 76% dintre cetăţeni asociază simbolurile UE cu un sentiment de încredere; de aceea, sunt convinsă că steagul Uniunii Europene va fi şi în continuare arborat cu mândrie în ţara mea.

Mandatul defineşte, de asemenea, stabilirea unei noi componenţe a Parlamentului European. Ca singurul organ ales al Uniunii şi cel care este menit să reprezinte cel mai fidel cetăţenii, consider că Parlamentul European trebuie să respecte întru totul principiul proporţionalităţii în desemnarea numărului de europarlamentari din fiecare stat. Reprezentarea fiecărei ţări nu trebuie să fie stabilită prin negocieri politice, ci trebuie să reflecte mărimea populaţiilor statelor membre.

Nu în cele din urmă, consider esenţială includerea clauzei de solidaritate în domeniul energetic. Aceasta va asigura cadrul legislativ pe baza căruia Uniunea Europeană îşi va putea proteja mai bine interesele şi întări independenţa energetică.

 

6. Dichiarazione della Presidenza
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  Presidente. – Oggi la Corte suprema della Libia ha confermato la pena capitale pronunciata nei confronti delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese detenuti in Libia dal febbraio 1999, con l’accusa di avere deliberatamente infettato centinaia di bambini libici con il virus dell’HIV. Sono profondamente turbato da questa notizia, che è dolorosa per tutti e soprattutto, ovviamente, per le infermiere e il medico, nonché per i loro parenti e amici.

Ho incontrato alcuni loro familiari ad aprile e vorrei esprimere loro la solidarietà e il sostegno del Parlamento europeo in questo momento difficile. Vorrei inoltre mandare loro un messaggio di speranza. La vicenda non si conclude qui. La questione verrà ora deferita al Consiglio supremo della magistratura libico. Riteniamo che le autorità adotteranno le misure necessarie per rivedere e annullare la pena di morte, spianando la strada a una tempestiva soluzione del problema.

Ancora una volta ribadiamo la nostra fondamentale opposizione alla pena capitale, che è contraria alla dignità umana. Esprimiamo la nostra solidarietà alle vittime dell’infezione dell’HIV/AIDS all’ospedale di Bengasi. Ci appelliamo alle autorità libiche affinché diano prova di clemenza e procedano alla scarcerazione delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese.

(Prolungati applausi)

 

7. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Turno di votazione.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulla votazione: cfr. Processo verbale)

 
  
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  Robert Atkins (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, è assurdo iniziare a votare alle 12.40 su 48 pagine di votazioni. Lei, signor Presidente, ha organizzato perfettamente i lavori del Parlamento affinché il turno di votazioni si svolgesse all’ora opportuna e si potessero così affrontare queste lunghe liste di voto. Avremmo dovuto iniziare alle 11.00, non alle 12.40. La esorto a tornare alle vecchie abitudini e a garantire che in futuro questa situazione non si ripeta.

(Applausi)

 

7.1. Calendario 2008 (votazione)

7.2. Convocazione della Conferenza intergovernativa (votazione)
  

– Relazione Leinen (A6-0279/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Jo Leinen (PSE), relatore. – (DE) Signor Presidente, nel parere abbiamo dato il via libera alla convocazione della Conferenza intergovernativa. Il calendario per la stesura della relazione e per lo svolgimento delle consultazioni è stato molto serrato. Non avevamo alternative, nonostante le critiche espresse da alcuni colleghi. Al parere sono allegati due pareri di minoranza: uno dell’onorevole Marco Cappato e l’altro dell’onorevole Bernard Wojciechowski; come ho detto, però, i tempi erano stretti.

In circostanze eccezionali occorre dare prova di ulteriore flessibilità e vorrei cogliere l’occasione per ringraziare i membri della commissione parlamentare per la disponibilità ad apportare contributi costruttivi, per le discussioni sulla proposta e per l’approvazione accordata lunedì sera. Abbiamo rispettato il Regolamento e quindi oggi possiamo votare.

 
  
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  Marco Cappato (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il collega Leinen per aver sottolineato la presenza delle opinioni di minoranza. Il nostro regolamento prevede all’articolo 2 che non possiamo essere vincolati da istruzioni nel ricevere mandato imperativo. Ciò vale nel merito delle questioni e, a mio avviso, anche nel metodo. Un sistema che fa sì che, in relazione a una decisione che avrà effetti per i prossimi anni o decenni, abbiamo avuto un’ora e mezzo di tempo per presentare gli emendamenti sulle versioni originali, e nemmeno questo tempo in commissione, è una sorta di mandato imperativo a non discutere, che il Parlamento ha ricevuto su una questione così importante.

Non si tratta di un formalismo: essendo il parere di questo Parlamento obbligatorio, avremmo potuto utilizzare tale obbligo per condizionare in positivo le decisioni nell’apertura di questa Conferenza intergovernativa. Invece, abbiamo rinunciato da soli a farlo, rinunciando altresì a essere un Parlamento e a esercitare i poteri di cui disponiamo. Questa è la ragione dell’opinione di minoranza.

 
  
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 1

 
  
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  Alexander Alvaro (ALDE). – (DE) Signor Presidente, poiché molti colleghi si sono rivolti a me prima della votazione, vorrei cogliere questa opportunità per ribadire che la proposta di inserire la questione della rappresentanza del Parlamento europeo nel mandato della Conferenza intergovernativa è stata sostenuta da molti deputati di quest’Assemblea. Pertanto, se questo è il segnale che volete mandare, avete l’occasione per farlo.

 
  
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 9

 
  
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  Monica Frassoni (Verts/ALE). – (EN) Signor Presidente, vorrei proporre un emendamento orale a questo emendamento per aggiungere l’aggettivo “europeo” prima di “referendum” in modo tale che il testo reciti “referendum europeo”.

 
  
  

(L’emendamento orale non è accolto)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS
Vicepresidente

 

7.3. Fusioni e scissioni delle società per azioni (votazione)
  

– Relazione Kauppi (A6-0252/2007)

 

7.4. Programma specifico “Giustizia civile” (2007-2013) (votazione)
  

– Relazione Segelström (A6-0262/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Charlie McCreevy, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, prima della votazione la Commissione desidera formulare la seguente dichiarazione.

“La Commissione spera che oggi sarà possibile giungere a un compromesso accettabile in seno a tutte le Istituzioni, considerata l’importanza di adottare al più presto un programma finanziario in materia di giustizia civile. Siamo già in ritardo. Se oggi non troveremo una soluzione accettabile, è evidente che il programma in tema di giustizia civile non potrà essere adottato in tempo per essere attuato nel 2007, con conseguenze molto negative.

Senza questo programma finanziario, la Commissione non potrà sostenere associazioni o altri attori della società civile, né gli studi e i progetti che sono fondamentali per lo sviluppo delle politiche in questo ambito.

La Commissione potrebbe sostenere il compromesso illustrato nell’emendamento n. 2, che aggiunge un considerando alla posizione comune del Consiglio che sancisce il diritto del Parlamento europeo a essere informato a norma dell’articolo 7, paragrafo 3, della decisione 1999/468/CE e, nello specifico, a ricevere il progetto di programma annuale relativo al programma finanziario in materia di giustizia civile allorché esso è sottoposto al comitato di gestione. Il Parlamento dovrebbe inoltre ricevere i risultati delle votazioni e i resoconti sommari delle riunioni di detto comitato.

La Commissione, inoltre, conferma il suo impegno a trasmettere direttamente alla presidenza della commissione parlamentare competente – la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni – il progetto di programma annuale e a comunicare immediatamente al Parlamento eventuali modifiche ad esso apportate.

Infine, la Commissione ribadisce, come si afferma chiaramente nelle lettere indirizzate dal Vicepresidente Frattini alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, la sua disponibilità a partecipare alle riunioni della competente commissione parlamentare, su richiesta di quest’ultima, per fornire ai suoi membri tutte le informazioni necessarie sul progetto di programma annuale.

 

7.5. Politica comunitaria in materia di acque (votazione)
  

– Relazione Lienemann (A6-0174/2007)

 

7.6. Veicoli fuori uso (votazione)
  

– Relazione Florenz (A6-0186/2007)

 

7.7. Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (votazione)
  

– Relazione Florenz (A6-0188/2007)

 

7.8. Sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche (votazione)
  

Relazione Florenz (A6-0187/2007)

 

7.9. Specifiche per la progettazione ecocompatibile dei prodotti che consumano energia (votazione)
  

– Relazione Ries (A6-0222/2007)

 

7.10. Completamento del mercato interno dei servizi postali della Comunità (votazione)
  

Relazione Ferber (A6-0246/2007)

Prima della votazione sull’emendamento n. 64

 
  
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  Brian Simpson (PSE). – (EN) Signor Presidente, vorrei chiederle di verificare che la parte corrispondente dell’emendamento n. 64 sia compatibile con l’emendamento n. 62, che è stato adottato.

 
  
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  Presidente. – E’ esattamente ciò che stiamo per fare!

 

7.11. Norme comuni per la prestazione di servizi di trasporto aereo nella Comunità (rifusione) (votazione)
  

– Relazione Degutis (A6-0178/2007)

A seguito dell’approvazione della proposta della Commissione

 
  
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  Pervenche Berès (PSE). – (FR) Signor Presidente, vorrei semplicemente richiamare l’attenzione dei servizi di traduzione sulla qualità della traduzione francese. In francese il termine “vigilanza” si traduce con supervision e non con contrôle o surveillance, gli hedge fund (fondi di speculazione) sono i fonds alternatifs e il corrispettivo di commissione parlamentare è commission parlementaire.

 
  
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  Presidente. – Prendiamo nota delle correzioni per chiarezza della lingua francese.

 

7.12. Servizi finanziari 2005-2010 (Libro bianco) (votazione)
  

– Relazione van den Burg (A6-0248/2007)

 
  
  

Prima della votazione sul paragrafo 26

 
  
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  Ieke van den Burg (PSE), relatore. – (EN) Per quanto riguarda questo paragrafo, propongo di ritirare gli emendamenti orali, ma di chiedere al gruppo PPE-DE se può convenire sulla compatibilità sia del suo emendamento n. 5 sia dell’emendamento n. 17 del gruppo ALDE nonché sulla possibilità di votare per entrambi, nel qual caso voteremo a favore anche del vostro emendamento. In caso contrario esprimeremo voto contrario e poi potrò ritirare il mio emendamento n. 23.

 
  
  

Prima della votazione sul paragrafo 34

 
  
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  Ieke van den Burg (PSE), relatore. – (EN) Vorrei semplicemente aggiungere “gruppo” al paragrafo 34, in modo tale che l’espressione completa sia “Gruppo della Banca europea per gli investimenti” anziché solo “Banca europea per gli investimenti”.

 
  
  

(Il Parlamento accoglie l’emendamento orale)

 

7.13. Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo (votazione)
  

– Relazione Protasiewicz (A6-0247/2007)

Prima della votazione sull’emendamento n. 11

 
  
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  Jacek Protasiewicz (PPE-DE), relatore. – (PL) Signor Presidente, vorrei solo spiegare ai colleghi che gli emendamenti nn. 11 e 12 non sono nuovi testi aggiuntivi, ma paragrafi già esistenti cui viene semplicemente attribuita una collocazione diversa all’interno della relazione. Poiché un gruppo ha chiesto una votazione per appello nominale, vorrei informare i suoi membri che, a seguito di un eventuale voto contrario, il testo rimarrà comunque nella relazione, ma sarà semplicemente spostato in un punto meno appropriato. Pertanto vi chiedo di votare a favore dell’emendamento n. 12.

 
  
  

Prima della votazione sul paragrafo 3

 
  
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  Jacek Protasiewicz (PPE-DE), relatore. – (PL) Signor Presidente, un’ulteriore precisazione: il semplice fatto che ora stiamo votando separatamente sui paragrafi 3 e 4 non significa che gli emendamenti annunciati dalla commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere saranno esclusi. Infatti, saranno inseriti in un’altra parte del testo, nella forma degli emendamenti nn. 20 e 21. Pertanto, non saranno cancellati dalla relazione, ma avranno semplicemente una collocazione diversa.

 
  
  

Prima della votazione sul paragrafo 4

 
  
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  Luigi Cocilovo (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, pur avendo ascoltato la spiegazione del relatore, vorrei rilevare che se approviamo il paragrafo 4 che ci accingiamo a votare, dobbiamo tener presente che il testo dell’emendamento 21 è esattamente uguale a quello del paragrafo 4. Quindi se procediamo in questa maniera, avremo due volte lo stesso testo nella relazione. Se vogliamo spostare il testo, dovremmo bocciare un primo paragrafo e approvare poi l’emendamento.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Protasiewicz, la prego di chiarire i dubbi dell’onorevole Cocilovo.

 
  
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  Jacek Protasiewicz (PPE-DE), relatore. – (PL) Signor Presidente, l’onorevole Cocilovo ha ragione. Votare contro la soppressione dei paragrafi 3 e 4, infatti, significa che, se voteremo sugli emendamenti nn. 20 e 21, ci limiteremo semplicemente ad affrontare due volte la stessa questione. Chiedo pertanto all’Assemblea di votare ora contro e poi a favore degli emendamenti nn. 20 e 21; in questo modo il testo rimarrà invariato, ma sarà spostato solo in un punto più appropriato della relazione.

 
  
  

Prima della votazione sull’emendamento n. 37

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente, potrebbe dire alla cabina francese che stiamo parlando di paragrafi e non di considerando?

 
  
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  Presidente. – Sembra che oggi l’Assemblea faccia quadrato a difesa del francese. Complimenti!

Prima della votazione sull’emendamento n. 21

 
  
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  Jacek Protasiewicz (PPE-DE), relatore. – (PL) Signor Presidente, vorrei precisare che, a seguito della votazione sul paragrafo 3, che non è stato soppresso, e sull’emendamento n. 20, che è stato approvato, la relazione contiene ora due paragrafi identici. Pertanto vi chiedo di votare contro l’emendamento n. 20, perché prima abbiamo lasciato il testo al suo posto.

 
  
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  Nikolaos Sifunakis (PSE). – (EL) Oggi non la riconosciamo, ci sembra un po’ lento.

 
  
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  Presidente. – Grazie per il sostegno morale, onorevole Sifunakis.

 

7.14. Distacco di lavoratori (votazione)
  

–Risoluzione B6-0266/2007

Prima della votazione sull’emendamento n. 10

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, vorrei formulare una breve osservazione sull’emendamento n. 10. A quanto sembra, a causa dell’ambiguità del testo inglese, l’emendamento è stato tradotto male in tedesco e ora in tale versione ha un significato esattamente opposto all’originale. Sono quindi intervenuto per eliminare tale ambiguità. Mi spiace che sia mancato il tempo di chiarire la situazione insieme a tutti i gruppi politici, ma mi auguro che essi sostengano il mio emendamento perché non è un tentativo di modificare il testo. Si tratta semplicemente di apportare un chiarimento e di eliminare l’ambiguità.

 
  
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  Pervenche Berès (PSE). – (FR) Signor Presidente, credo sia umanamente ragionevole interrompere questa votazione, anche se ciò significherà riprenderla domani, alle 11.30.

(Applausi)

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE). – (DE) Signor Presidente, mi associo alla richiesta formulata dalla collega. Dobbiamo interrompere la votazione. Sarebbe illogico continuare la votazione adesso, soprattutto considerata la lunghezza delle relazioni. Se necessario, domani dovremo abbreviare il tempo di parola o attenerci rigorosamente ad esso, in modo da potere iniziare a votare alle 11.30.

 
  
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  Presidente. – Accogliendo la vostra richiesta, interrompiamo il turno di votazioni.

 

8. Dichiarazioni di voto
  

– Calendario della sessione del Parlamento europeo – 2008

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Pur opponendoci al fatto che Strasburgo sia sede delle tornate del Parlamento, abbiamo deciso di votare contro la proposta di eliminare le sedute del giovedì dalle tornate di Strasburgo. Vorremmo che le attività del Parlamento fossero tutte trasferite a Bruxelles, ma limitarsi a sopprimere le sedute del giovedì renderebbe soltanto meno efficace l’attività del Parlamento. Il risparmio che si otterrebbe sarebbe minimo e i benefici per l’ambiente sarebbero pressoché nulli, dal momento che i carichi trasportati sarebbero gli stessi e anche in futuro occorrerebbero gli stessi locali.

Vogliamo sia apportato un vero cambiamento in modo che sia istituita una sede unica e un solo luogo di lavoro per il Parlamento, a Bruxelles – una proposta che abbiamo avanzato anche nella relazione Leinen sulla convocazione della Conferenza intergovernativa.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – Ho votato a favore di tutti gli emendamenti al calendario che prevedevano la riduzione del tempo trascorso dal Parlamento europeo a Strasburgo. La città è meravigliosa e la gente stupenda, ma è necessario porre fine a questo circo ambulante che ogni anno costa agli europei più di 400 milioni di sterline e che al tempo stesso impedisce all’Unione europea di svolgere il proprio lavoro in modo efficace. A questo Parlamento occorre un unico luogo di lavoro per motivi politici ed economici. Dobbiamo fare tutto il possibile per conseguire questo obiettivo.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – I miei colleghi conservatori ed io riteniamo che il Parlamento europeo debba avere una sede permanente – a Bruxelles. Da molti anni sosteniamo che occorre porre fine all’esistenza di due sedi e ad una spesa di 200 milioni di euro che grava annualmente sui contribuenti, nonché ai milioni di sterline che i cittadini britannici si trovano a dover pagare. Siamo inoltre molto preoccupati dell’impatto che l’esistenza di due sedi ha sull’ambiente in termini di emissioni di carbonio.

Abbiamo appoggiato un emendamento al calendario per il 2008 che prevede l’eliminazione delle sedute del giovedì a Strasburgo. Non si tratta assolutamente di un’alternativa alla nostra posizione di principio, che vorrebbe sopprimere le sedute di Strasburgo, ma vogliamo sia riconosciuto che i Trattati attualmente prevedono 12 sedute a Strasburgo. Invitiamo il Consiglio europeo ad includere questo tema nel mandato per la CIG, unico forum in cui la questione può essere risolta.

 
  
  

– Relazione Jo Leinen (A6-0279/2007)

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE). – (FI) Signor Presidente, è evidente che il processo decisionale dell’Unione deve essere chiarito. Tuttavia, ciò non deve significare che l’Unione debba diventare una federazione con un potere centralizzato. Io ho votato affinché il potere resti principalmente agli Stati membri e l’Unione possa esercitare solo il potere che gli Stati membri indipendenti sono preparati e disposti a cederle.

Per quando riguarda il voto sulla questione della sede unica del Parlamento che dovrebbe essere affrontata dalla Conferenza intergovernativa, non reputo sia appropriato inserire tale tema nell’agenda della CIG. Se, tuttavia, la CIG lo affronterà e si deciderà per una sede unica, che è una soluzione ragionevole, ritengo che Strasburgo sia la sede migliore poiché Strasburgo è la vera capitale europea. In ogni caso, non la ritengo un’ipotesi realistica.

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto – (SV) Abbiamo votato a favore della relazione, benché non condividessimo la tesi secondo cui è deplorevole che simboli quali la bandiera e l’inno siano stati rimossi dal nuovo progetto di Trattato. Non riteniamo neppure che il progetto di Trattato dia l’impressione di sfiducia nei confronti dell’Unione e che trasmetta il messaggio sbagliato all’opinione pubblica.

E’ positivo che siano stati mantenuti gli elementi primari del progetto iniziale di Costituzione. E’ particolarmente importante che l’allargamento venga facilitato, che gli accordi collettivi e il diritto di intraprendere attività sindacale conformemente alle norme nazionali vengano sostenuti e che si accresca la trasparenza all’interno dell’UE.

 
  
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  Johannes Blokland (IND/DEM), per iscritto. – (NL) Poco fa ho votato contro la risoluzione dell’onorevole Leinen relativa alla convocazione della Conferenza intergovernativa (CIG) in quanto mi oppongo alla convocazione di questa CIG, dal momento che sostengo l’introduzione di un trattato totalmente nuovo.

Il motivo del mio voto contrario risiede nel fatto che in troppe occasioni la risoluzione continua a riferirsi ad alcuni elementi del Trattato costituzionale, quali l’utilizzo della parola “costituzione” e i simboli dell’Unione. D’altra parte, sono sollevato, se non altro, che il nuovo trattato sia stato spogliato da questo simbolismo costituzionale – una posizione che peraltro è condivisa anche dal governo olandese. Come conseguenza, l’UE è in parte stata spogliata delle sue imponenti aspirazioni.

Non posso nemmeno identificarmi con le dure parole che sono state rivolte agli Stati membri che sono riusciti a ottenere una deroga sulla Carta. Anche senza un riferimento esplicito in un nuovo trattato, la Carta resta giuridicamente vincolante. In quanto tale, questo è tipicamente un caso di simbolismo.

Ho votato contro questa risoluzione proprio perché attribuisce grande valore a tali aspirazioni costituzionali dell’Unione. Il Parlamento europeo dovrebbe seguire l’esempio del Consiglio e adottare un certo livello di buon senso e realismo sull’introduzione di un nuovo trattato.

 
  
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  Jens-Peter Bonde (IND/DEM), per iscritto. – (DA) La relazione prontamente approva la convocazione di una Conferenza intergovernativa, che opererà in segreto nel corso della pausa estiva al fine di evitare pubblicità e dibattiti con l’elettorato.

Il Movimento di giugno propone invece una convenzione aperta ed eletta democraticamente con il compito di stilare un nuovo documento da sottoporre a consultazione referendaria in tutti i paesi dell’UE.

Il 23 giugno 2007 il vertice di Bruxelles ha adottato un testo in cui gli obblighi giuridici di cittadini e Stati membri sono identici ai doveri menzionati nella Costituzione respinta.

La parola “Costituzione” viene gettata alle ortiche solo per poi essere legalmente reintrodotta mediante l’esplicito riconoscimento dell’interpretazione del sistema giuridico dell’UE da parte della Corte di Giustizia delle Comunità europee come, specificamente, un sistema costituzionale.

Non esiste più alcun riferimento a una bandiera, un inno o un giorno di festa nazionale, ma questi elementi sono ancora presenti e sono rimasti immutati.

Al ministro degli Esteri viene dato un nuovo titolo, ma è talmente lungo che la stampa lo chiamerà ministro degli Esteri. I suoi poteri restano invariati. L’unico vero cambiamento è il rinvio di 7-10 anni della votazione a doppia maggioranza, il che attribuisce un maggiore potere ai paesi più grandi, in particolare la Germania e, forse, la Turchia.

Gli obblighi giuridici restano identici e, come minimo, i referendum devono essere tenuti nei paesi che avevano deciso di indirli.

A questo proposito la soluzione più semplice sarebbe quella di indire i referendum nello stesso giorno in tutti i paesi dell’UE. Così facendo, avremo il giudizio dei cittadini, e infatti ci troviamo in quest’Aula proprio per essere al loro servizio. Il 77 per cento dei cittadini dell’Unione europea vuole un referendum, solo il 20 per cento si oppone.

Il Movimento di giugno pertanto appoggia la campagna di raccolta firme.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Leinen sulla convocazione della Conferenza intergovernativa, poiché sono convinta che il lavoro congiunto del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio europeo, nell’ambito della Presidenza portoghese, ci permetterà di trovare una soluzione ai punti morti e agli ostacoli che sono ancora presenti nel progetto europeo, e di costruire “un’Europa più forte per un mondo migliore”.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Votando a favore della relazione e del paragrafo 8 della stessa, la maggioranza in Parlamento ha appena riconosciuto e accolto il mandato del Consiglio europeo alla CIG e il fatto che questo “salvaguardi in ampia misura la sostanza del trattato costituzionale”.

Nonostante la massiccia campagna volta a celare la portata e gli obiettivi reali del mandato, è sempre più evidente che in “questo grande cambiamento” tutto è rimasto immutato, ovvero, l’intenzione è di eludere la legittima bocciatura del cosiddetto Trattato costituzionale decretata dal popolo francese e olandese, ed evitare che i cittadini di tutti gli Stati membri possano esprimere liberamente il proprio parere su un “nuovo” Trattato.

La maggioranza in Parlamento vorrebbe spingersi persino oltre. Deplora la perdita di alcuni punti importanti decisi nel corso della CIG del 2004, e dichiara la propria “la propria ferma intenzione di presentare, dopo le elezioni del 2009, nuove proposte per un ulteriore assetto costituzionale dell’Unione”.

Desideriamo specificare una volta di più che è tempo di ascoltare le richieste dei cittadini, di rafforzare la democrazia, di impegnarci per un’Europa più giusta, per il progresso sociale e per una migliore redistribuzione del reddito. E’ tempo di rispettare il principio di sovranità degli Stati che hanno uguali diritti, di potenziare la cooperazione e la solidarietà a livello internazionale e di impegnarci risolutamente per la pace.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Sono delusa, poiché l’Assemblea ha respinto l’emendamento n. 1 dell’onorevole Alvaro nonché altri che avrebbero aggiunto al mandato di quest’ultima Conferenza governativa sulla revisione del Trattato la questione riguardante la sede unica a Bruxelles per il Parlamento europeo. Non riesco a comprendere come 380 dei miei colleghi sostengano il prolungamento di questa continua farsa di cui siamo tutti vittime.

Esistono, inoltre, altre questioni nella presente relazione che mi dissuaderebbero dal votare a favore. Comunque, per il semplice fatto che sia stata bocciata la proposta della sede unica, non riesco nemmeno a pensare di poter votare a favore.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) Mi sono astenuto nel voto sulla risoluzione riguardante la futura Conferenza intergovernativa, poiché ritengo che all’ultimo vertice europeo abbia mancato l’obiettivo che si era prefissato di rilanciare l’Europa. Ciò che otterremo, alla meglio, sarà un trattato minimalista che certo renderà possibili alcuni progressi, ma che lascerà al Regno Unito delle nuove opzioni di non partecipazione. Mi riferisco in particolare alla Carta dei diritti fondamentali. In quale modo la Corte di Giustizia delle Comunità europee potrà applicare questa Carta dal momento che non sarà valida nel Regno Unito?

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Ho votato contro questa relazione, poiché ritengo sia totalmente avulsa dalla realtà. Il fatto è che i cittadini della Francia e dei Paesi Bassi hanno bocciato il progetto di Costituzione europea mediante referendum. Nell’ipotesi in cui fosse stato indetto un referendum, per esempio, in Svezia, Danimarca e Regno Unito, il progetto sarebbe stato sicuramente bocciato un’altra volta. Ora, il vertice ha rimosso i simboli e respinto le proposte di un inno e una bandiera dell’UE. Tuttavia, per quanto riguarda i futuri poteri legislativi dell’UE sugli Stati membri, non vi sono differenze fra il progetto di Costituzione respinto e ciò che viene proposto ora.

Inoltre, è interessante osservare come, nel progetto di relazione, la maggioranza federalista del Parlamento europeo ora cerchi di aggirare la bocciatura sull’inno e sulla bandiera.

Ho votato a favore dell’ampliamento del mandato della Conferenza intergovernativa in modo da includere lo spostamento della sede del Parlamento europeo da Strasburgo a Bruxelles.

Riguardo alla questione concernente i referendum sul nuovo Trattato, reputo che ogni paese debba decidere per se stesso se indire o meno un referendum. Ritengo che dovrebbero agire in questo senso, ma il Parlamento europeo in quanto Istituzione non deve interferire nella questione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il vero scopo delle continue macchinazioni che aleggiano intorno al cosiddetto “nuovo” Trattato si riflette nella risoluzione adottata oggi in Parlamento dalla maggioranza.

Si devono mettere in evidenza due aspetti:

– Siffatta situazione conferma che il disprezzabile (e falso) “periodo di riflessione” è stato semplicemente utilizzato per giungere alla conclusione che si deve mantenere il contenuto del Trattato respinto. Questa conferma è ora sancita nel mandato per la “nuova” riforma dei Trattati.

– Abbiamo assistito a un’incredibile dimostrazione di cinismo e ipocrisia da parte della maggioranza in Parlamento, che, si deve sottolineare, include le forze politiche che sostengono i vari governi dei paesi dell’UE, e che, avendo respinto le proposte di emendamento per indire i referendum sul cosiddetto “nuovo” Trattato, “invita la CIG e la Commissione a formulare proposte concrete per coinvolgere nuovamente i cittadini europei (…) in un dialogo nel proseguimento del processo costituzionale”.

E’ molto importante condannare un’operazione il cui fine è imporre la valenza sostanziale di un Trattato che è già stato respinto, camuffandolo per cercare di evitare che si svolgano referendum nazionali vincolanti. E’ per questo motivo che abbiamo votato affinché sia bocciato il mandato della CIG e la relativa decisione del Parlamento.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Mi trovo in disaccordo su questo emendamento poiché insiste sulla necessità di indire referendum in tutti gli Stati membri laddove è possibile. Si tratta di un’ingerenza diretta rispetto al principio di sussidiarietà; infatti spetta solamente agli Stati membri prendere la decisione di indire o meno un referendum.

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. – (SV) Non reputo che il nuovo progetto di Trattato sia molto diverso dal precedente e pertanto non posso sostenere la relazione. Sono stati messi al voto degli emendamenti che richiedevano lo svolgimento di referendum prima di apportare un qualsiasi cambiamento ai trattati. Sebbene sia personalmente a favore di un referendum in Svezia sul nuovo Trattato, ritengo che sarebbe un errore richiedere tale referendum a livello europeo. Non è compito del Parlamento europeo decidere se gli Stati membri devono o meno indire referendum.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici abbiamo votato contro questa relazione, poiché, essenzialmente, ci troviamo in disaccordo con il progetto di mandato per la Conferenza Intergovernativa proposta. Riteniamo che il testo del progetto di mandato per la CIG, concordato nell’ambito del Consiglio europeo di giugno 2007, in tutte le sue parti escluso il titolo, non sia altro che la Costituzione europea respinta dai cittadini di Francia e Paesi Bassi nei referendum che hanno tenuto nel 2005.

Inoltre, vorremmo chiarire che da quando il governo del Regno Unito ha promesso solennemente ai cittadini britannici un referendum su quella Costituzione europea, esso ha sia l’obbligo morale che il dovere democratico di presentare loro qualsiasi nuovo Trattato derivante dalla CIG che trasferisca i poteri dal Regno Unito all’Unione Europea.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Trovo inaccettabile che il Parlamento europeo abbia rifiutato la richiesta di referendum sul nuovo Trattato istituzionale.

Certamente il “no” espresso dalle popolazioni di Francia e Paesi Bassi sul vecchio progetto di Costituzione ha evidenziato un’enorme differenza fra l’opinione delle nazioni e quella dei dirigenti e parlamentari, che fossero europei o nazionali. Pertanto, soltanto in seguito a una nuova consultazione dei cittadini potremo legittimare questo nuovo Trattato. La migliore soluzione sarebbe che questo referendum fosse europeo.

Il Parlamento europeo non dovrebbe stupirsi di come, con relazioni di tale genere, si sia screditato agli occhi dei cittadini.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio appieno la convocazione della CIG; tuttavia, molti elementi contenuti in questa relazione vanno oltre il mandato concordato dal Consiglio e pertanto non posso sostenerla. Tuttavia, spero sinceramente che la CIG riesca a concordare un Trattato di riforma.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS), per iscritto. – (DE) Per ridurre al minimo la possibilità che i cittadini dell’UE critichino o contestino la nuova versione della Costituzione dell’Unione europea, quest’ultima viene posta ai voti con una procedura abbreviata. I cittadini, tuttavia, ci smaschereranno subito se tentiamo di convincerli che questo è un nuovo documento, anche se la maggior parte della sostanza resta tale e quale ed è cambiato solo l’involucro. Quando parliamo del nuovo Trattato, siamo anche certi che non occorrerà alcun referendum. La realtà è piuttosto il contrario.

Un approccio di questo tipo, come anche il fatto che sono state cedute più competenze a Bruxelles, che abbiamo sprecato un’altra occasione per definire le nostre frontiere e che non siamo riusciti a frenare i nostri negoziati con la Turchia, non ravvicinerà di certo i cittadini dell’UE. Abbiamo bisogno di un’Europa federale, in cui la popolazione sovrana possa tornare a esercitare una parte maggiore dei propri diritti di partecipazione. Solo allora avremo realmente intrapreso una direzione progressista realizzabile; tutto il resto è solo la chimera di un’isolata élite dell’UE. Per questo motivo ho votato contro la relazione.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), per iscritto. – Dichiaro il mio accordo sulla convocazione della Conferenza che, nell’ambito delle conclusioni del Consiglio europeo del 21-22 giugno scorsi, dovrà redigere gli emendamenti ai trattati in vigore. Si concluderà così la lunga fase di transizione in cui l’Unione ha vissuto, tra illusioni perdute, ideali confermati e speranze rinnovate. Un dato è certo: il tentativo di infrangere il monopolio della legittimità politica degli Stati nazione – eredità del trattato di Westfalia del XVII secolo – è fallito. L’Europa che si intravede – quella degli euro-realisti – deve essere in grado di provare che un’Unione di Stati sovrani è capace d’agire efficacemente attraverso l’espressione di una volontà comune. Se così non fosse, essa dovrà abbandonare per molto tempo la prospettiva di contare qualcosa nelle relazioni internazionali e nell’equilibrio delle grandi potenze.

Considero con favore il rafforzamento delle modalità di partecipazione della nostra Assemblea ai lavori della Conferenza ed auspico che i risultati dei lavori – per ragioni di trasparenza – siano pubblicati anche sotto forma di versione consolidata provvisoria dei trattati. L’Europa dei popoli e delle nazioni sta prendendo forma. Che la Conferenza non deluda, nella prospettiva di questo futuro, è l’augurio che esprimo con convinzione.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La relazione sul parere del Parlamento europeo a proposito della convergenza e del contenuto della Conferenza intergovernativa va addirittura oltre l’accordo reazionario del Consiglio europeo sul “Trattato di riforma”, come è stata battezzata questa versione riesumata ma peggiorata della “Costituzione europea”. Conservatori e socialdemocratici, incluso l’intero corpus degli europarlamentari del PASOK e di Nuova Democrazia, nonché liberali e verdi hanno accolto entusiasticamente l’accordo al fine di codificare e modificare in peggio il Trattato antiprogressista dell’UE. Superando perfino il Consiglio, essi richiedono cambiamenti reazionari ancora più radicali, quali l’introduzione di un ordine costituzionale comunitario che possa stabilire il primato della normativa comunitaria sulle normative nazionali degli Stati membri e rafforzare ulteriormente la sovranità della struttura sovranazionale dell’UE, alla quale verranno ceduti la maggior parte dei diritti di sovranità degli Stati membri.

Al contempo, queste forze hanno respinto in massa la proposta di chiedere l’approvazione del nuovo Trattato alle popolazioni europee tramite referendum negli Stati membri. In questo modo dimostrano la loro assoluta indifferenza nei confronti della volontà delle popolazioni europee, in particolare verso coloro che hanno respinto la “Costituzione europea” nei loro referendum, il loro reale timore delle nazioni e l’utilizzo del Parlamento europeo come un corpus per la legittimazione pseudodemocratica di tutte le politiche reazionarie contro le classe lavoratrice dell’UE.

 
  
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  Marco Pannella (ALDE), per iscritto. – Signor Presidente, signori del Consiglio e della Commissione, purtroppo, profeticamente, già nel 1942 nel Manifesto di Ventotene si denunciava la vostra Europa delle Patrie come il principale pericolo di alternativa contro gli Stati Uniti d’Europa, contro la Patria europea. Il 14 febbraio 1984 il Parlamento europeo aveva battuto questa letale politica. Ora, vendicandosi, il Consiglio europeo ha ingaggiato una vera guerra lampo, del generale Erwin Rommel, per imporci obbedienza – subito oggi indegnamente accordata – da “parlamenti” degli anni Trenta, fascisti o comunisti o della viltà continentale.

Avete paura delle parole; del nostro inno, del nostro simbolo, del nostro nome, delle “leggi” – termine vietato, volete “direttive”. Sono passati giorni: compaiono subito quelli della Grande Francia, della Forte Germania, della parte clericale e autoritaria, se non razzista, in Polonia, d’una Italia buona a nulla, cioè di tutto. Avete la paura proprio dei potenti e dei prepotenti. Faremo appello alla lotta contro questo degrado: da federalisti europei nei nomi di coloro che tradite: Spinelli, Adenauer, Schuman, De Gasperi, Monnet. Da federalisti radicali, del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, oltre che membri del gruppo Liberaldemocratico, che temiamo commetta oggi un errore. Mi auguro l’errore sia nostro, ma sono purtroppo convinto che così non sia. Viva la Patria Europea! E VOTO “NO”!!!

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Perché mi accingo a votare contro il Trattato di riforma dell’UE e contro il mandato di Conferenza intergovernativa?

Il Primo Ministro irlandese Ahern ha affermato che circa il 90 per cento della Costituzione europea di base resta immutato. Matematicamente questo è vero, ma le popolazioni di Francia e Paesi Bassi sono state imbrogliate.

“Il capo secondo contiene le disposizioni del titolo V del TUE attuale quali modificate in sede di CIG del 2004 (compresi il servizio europeo per l’azione esterna e la cooperazione strutturata permanente nel settore della difesa)”. (mandato della CIG)

Di conseguenza, tutte le norme presenti nella Costituzione pertinenti alla difesa saranno incluse nel nuovo Trattato di riforma dell’UE. In pratica, questo significa che il Trattato includerà quanto segue:

1. Impegno dell’Unione europea al fine di potenziare le forze militari.

2. Agenzia europea per la difesa (ora nel Trattato).

3. Nuove opzioni di intervento militare, quali le “misure di disarmo”, che dispongono un disarmo con la forza.

4. Sostegno militare a paesi terzi “per combattere il terrorismo sul loro territorio”.

5. Stretta collaborazione fra UE e NATO.

6. Nessun potere di controllo al Parlamento europeo in materia di politica estera e di sicurezza comune.

7. La Corte di giustizia non ha alcun potere decisionale su questioni di politica estera e di sicurezza.

8. Clausola di solidarietà militare nella lotta contro il terrorismo.

9. Gruppi tattici dell’UE per interventi militari europei nel mondo (eventualità ora inclusa nel Trattato).

10. Cooperazione militare strutturata. I singoli Stati membri possono persistere nel portare avanti la politica di difesa.

11. Disposizione per un bilancio europeo indipendente per la difesa, da sommarsi ai singoli bilanci nazionali per la difesa.

L’armamento e la militarizzazione dell’UE sono stati accelerati. Il settore della difesa costituiva la struttura portante della Costituzione. Il Trattato di riforma pianificato è anche un trattato militare.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. – (PL) Contrariamente a quanto si afferma nella relazione, una nuova nomenclatura per l’introduzione dei simboli europei nel Trattato porterebbe solo a incomprensioni, e indicherebbe che l’Unione europea sta entrando in una fase di pseudosovranità.

La flessibilità del mandato riguardo all’opt-out è un segno di buon senso e non di debolezza. Lo stesso è applicabile alla Carta dei diritti fondamentali. La forte reazione nei confronti della Carta conferma soltanto il sospetto che i suoi sostenitori la considerino semplicemente un mezzo per estendere la competenza giudiziaria dell’Unione europea passando dalla porta di servizio.

La critica al mandato nella relazione dell’onorevole Leinen è eccessiva e rende difficile raggiungere un compromesso sulla questione della riforma. Per questo motivo voterò contro la relazione.

 
  
  

– Relazione Kauppi (A6-0252/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione della collega finlandese, onorevole Piia-Noora Kauppi, riguardante la proposta di direttiva del Parlamento e del Consiglio europeo che modifica la direttiva 78/855/CEE del Consiglio relativa alle fusioni delle società per azioni e la direttiva 82/891/CEE del Consiglio relativa alle scissioni delle società per azioni, per quanto riguarda l’obbligo di far elaborare a un esperto indipendente una relazione in occasione di una fusione o di una scissione.

E’ normale esaminare regolarmente l’utilità degli obblighi che le aziende devono rispettare, in particolare per quanto riguarda le spese amministrative che originano tali obblighi. E’ utile, tuttavia, esaminare con attenzione non solo gli interessi del soggetto ma anche quelli di terzi, che si tratti di azionisti, dipendenti, fornitori, banchieri, amministrazioni fiscali e sociali, ecc. Peraltro, gli elementi forniti dalla Commissione europea meritavano di essere integrati da un’analisi delle pratiche internazionali in materia.

 
  
  

– Relazione Inger Segelström (A6-0262/2007)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Anche io oggi ho votato a favore del conferimento alla Commissione del potere di rendere flessibili gli emendamenti agli allegati, al fine di stabilire un numero di requisiti tecnici e di regole per i controlli dei veicoli nell’Unione europea. Tali emendamenti trattano di misure che non hanno nulla a che fare con gli elementi fondamentali della direttiva, ma vorrei dire in ogni caso che il processo di rimozione dei veicoli più vecchi dovrebbe essere accelerato, non soltanto per questioni di sicurezza ma anche per l’inquinamento dell’aria da essi causato. Da una parte la produzione di nuovi veicoli sta diventando sempre più costosa a causa di norme sulle emissioni sempre più rigide; in questo modo diventa sempre più difficile acquistarli per i cittadini meno abbienti. Dall’altra, in questo modo sulle strade circola un numero sempre crescente di vecchi veicoli che emettono gas inquinanti dannosi. Invito la Commissione ad adottare un piano per una più rapida sostituzione dei veicoli all’interno dell’Unione europea.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Questa iniziativa fa parte dei nuovi strumenti finanziari in materia di giustizia, libertà e sicurezza per il periodo 2007-2013 sui quali abbiamo già raggiunto un accordo in relazione alla maggior parte dei nostri programmi. Per quanto attiene ai programmi specifici di “Sicurezza civile” e “Prevenzione ed informazione in materia di droga”, tuttavia, vi è ancora disaccordo tra il Parlamento, da una parte, e il Consiglio e la Commissione, dall’altra, in relazione alla comitatologia da applicare.

Sono lieto che alla fine si sia giunti a un accordo fra le tre Istituzioni, rispondendo in tal modo alla necessità di una continua realizzazione di nuovi programmi finanziari per il cofinanziamento di progetti e per iniziative di interesse generale in questi settori.

Ulteriori rinvii avrebbero senza dubbio un impatto altamente deleterio in questo ambito, e gli stessi beneficiari ne sarebbero colpiti; i rinvii comprometterebbero la preparazione di un quadro di riferimento per settori come il diritto contrattuale europeo, influendo sul continuo lavoro della rete giudiziaria europea.

Alcune di queste attività avrebbero già dovuto godere del beneficio di un supporto finanziario dall’inizio del 2007 ma non l’hanno ottenuto poiché questo programma non è stato approvato, come è avvenuto per la rete giudiziaria civile e commerciale.

 
  
  

– Relazione Lienemann (A6-0174/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione della collega Marie-Noëlle Lienemann sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2000/60/CE che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acqua, per quanto riguarda le competenze di esecuzione conferite alla Commissione. Ho anche espresso il mio voto su una serie di emendamenti tecnici proposti da sei gruppi politici, tra cui il gruppo PPE-DE, volti a precisare che la modifica di questa direttiva si inserisce nel quadro della dichiarazione congiunta del Parlamento, della Commissione europea e del Consiglio in relazione alla decisione 2006/512/CE sull’introduzione di una procedura di regolamentazione con controllo di una serie di atti di base di cui la presente direttiva fa parte. Trovo nondimeno riprovevole che la Commissione europea, che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, non si sia applicata con maggiore impegno nella redazione dei suoi testi tenendo conto dell’accordo sulla comitatologia, in modo da obbligare il Parlamento europeo a vigilare sulla divisione dei poteri. La Commissione dovrebbe fare attenzione all’immagine che dà di sé: sembra infatti che voglia regolarmente avere un potere sempre maggiore. Questo comportamento della Commissione europea esaspera i cittadini.

 
  
  

– Relazione Florenz (A6-0186/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione del collega Karl-Heinz Florenz sulla proposta della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 2000/53/CE in materia di veicoli fuori uso, per quanto riguarda le competenze di esecuzione conferite alla Commissione europea. Ho anche espresso il mio voto su una serie di emendamenti tecnici proposti da sei gruppi politici, tra cui il gruppo PPE-DE, volti a precisare che la modifica di questa direttiva si inserisce nel quadro della dichiarazione congiunta del Parlamento, della Commissione europea e del Consiglio in relazione alla decisione 2006/512/CE sull’introduzione di una procedura di regolamentazione con controllo di una serie di atti di base di cui la presente direttiva fa parte. Trovo nondimeno riprovevole che la Commissione europea, che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, non si sia applicata con maggiore impegno nella redazione dei suoi testi tenendo conto dell’accordo sulla comitatologia, in modo da obbligare il Parlamento europeo a vigilare sulla divisione dei poteri. La Commissione dovrebbe fare attenzione all’immagine che dà di sé: sembra infatti che voglia regolarmente avere un potere sempre maggiore. Questo comportamento della Commissione europea esaspera i cittadini.

 
  
  

– Relazione Markus Ferber (A6-0246/2007)

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ritengo che la liberalizzazione dei servizi postali sia di vitale importanza. E’ altrettanto importante, tuttavia, che sia rinviato l’intero processo di due anni rimandando la liberalizzazione del mercato al 2011.

E’ giusto introdurre una maggiore concorrenza nei servizi postali. L’economia e i consumatori ne trarranno beneficio, a patto che le condizioni di base siano corrette. Occorre garantire che le consegne postali mantengano la qualità a un prezzo ragionevole e che questo avvenga anche nelle zone più svantaggiate, come le regioni montane e le isole. Non deve accadere che tutto il peso del pacchetto di liberalizzazione gravi sugli impiegati dei servizi postali. Questo è il motivo per cui ho votato a favore del pacchetto.

 
  
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  Sylwester Chruszcz (NI).(PL) Signor Presidente, quale deputato polacco al Parlamento europeo sostengo tutte le soluzioni a favore di un libero mercato e della libera fornitura di servizi. Vorrei tuttavia porre l’accento sul fatto che la rapida liberalizzazione del settore postale approvata oggi può essere più dannosa che benefica, poiché a lungo termine porterà alla liquidazione di società postali nazionali come le Poste polacche, che saranno consegnate nelle mani di società europee quali DHL o della Deutsche Post. Questo è il motivo per cui ho votato contro la relazione Ferber.

I consumatori hanno il diritto alla libera concorrenza, ma l’apertura del mercato postale non deve avvenire in modo sconsiderato, a scapito delle imprese più deboli, non necessariamente preparate a un’aspra concorrenza, né delle migliaia di posti di lavoro in Polonia e negli altri Stati dell’Unione europea.

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE).(HU) Approvo la linea di compromesso raggiunta sulla questione della liberalizzazione dei servizi postali. Mi astengo, tuttavia, su una parte, e vi spiegherò per quale ragione. All’articolo 7 bis vengono menzionati gli Stati che hanno ottenuto un periodo di transizione fino al 2013. Mi astengo dal votare a tale riguardo perché ritengo che sia inaccettabile indicare gruppi di Stati specifici, in blocco, senza eseguire un’analisi caso per caso che spieghi per quale motivo essi abbiano ottenuto un tale periodo di transizione. Ciò che trovo maggiormente offensivo è che tra questi vi siano i nuovi Stati membri. Questo relega il mio paese e altri Stati membri allo status del Terzo mondo. Non abbiamo tuttavia esaminato singolarmente chi avrebbe dovuto ottenuto questo tempo e su quali basi.

Ritengo altresì inaccettabile l’affermazione affrettata secondo la quale Stati piccoli debbano ottenere periodi di transizione. Quali sono questi piccoli Stati? Dovremmo agire pertanto con maggiore precisione, definire meglio di chi stiamo parlando. Mi auguro che questo avvenga in seconda lettura.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Signor Presidente, questo compromesso è una vera e propria contraddizione in termini. Stiamo liberalizzando i servizi postali affinché la concorrenza fornisca una più vasta gamma di servizi ai consumatori, una migliore qualità e prezzi più convenienti, ma al tempo stesso temiamo che i servizi universali possano crollare in un ambiente di mercato e in questo modo la liberalizzazione sarebbe sottoposta a regole. Essendo una sostenitrice della concorrenza leale ho votato a favore dell’emendamento n. 2, affinché tutti gli attori del mercato unico siano vincolati dai medesimi obblighi applicati ai servizi universali. Questo naturalmente non è piaciuto a chi è incline ad accettare solo i provvedimenti che più gli fanno comodo; costoro si sono opposti con forza alla proposta. L’emendamento n. 6 era essenzialmente dedicato alla trasparenza della contabilità, affinché i costi dei prodotti redditizi delle società non vengano gettati fra i costi dei servizi universali. Le nuove tecnologie sono in concorrenza con i servizi postali, ma non li stanno costringendo a uscire dal mercato. Sebbene la consegna delle lettere stia diminuendo, la consegna i pacchi resta comunque essenziale per poter acquistare su Internet. Non è pertanto nell’interesse dei consumatori o dei commercianti abbandonare i servizi postali al proprio destino, senza lasciare loro nulla a cui ricorrere.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE).(SK) Abbiamo appena approvato una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la Direttiva 97/67/CE sullo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari.

Il nuovo testo della direttiva dà molti segnali positivi sulla qualità dei servizi all’interno dell’Unione europea, come per esempio la disponibilità e, parimenti, la perdita del monopolio degli operatori nazionali sugli invii postali di peso inferiore ai 50 grammi. Mi dichiaro favorevole a una soluzione che non elimini il monopolio fino al 2010, vale a dire due anni più tardi rispetto alla data proposta dalla Commissione. L’idea – e in questo concordo con alcuni membri della commissione parlamentare per i trasporti e il turismo – è che le zone dell’Unione europea che hanno bisogno di più tempo per far giungere a destinazione le spedizioni postali in tutta l’Unione europea dovrebbero avere prezzi accessibili.

Per i nuovi Stati membri, compresa la Slovacchia, la data della liberalizzazione dovrebbe essere il 31 dicembre 2012, affinché vi sia il tempo necessario per trovare il metodo più appropriato per la fornitura di servizi postali universali. Ritengo che le dispute sulle date e sul finanziamento siano state risolte in modo equilibrato e a beneficio dei cittadini di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE).(SK) La liberalizzazione dei servizi postali, di cui si sta discutendo, implica che questo settore si apra a molte parti interessate.

Sono convinta che anche i cittadini comuni potranno fruire di cambiamenti positivi, poiché una concorrenza più forte favorisce servizi migliori e lo sviluppo di prodotti innovativi per i consumatori, che saranno in grado di scegliere tra una varietà di prodotti e di prezzi a seconda delle necessità di ciascuno. Per queste ragioni ho votato a favore della relazione del collega Markus Ferber, con la quale il Parlamento europeo ha compiuto il passo definitivo per lo smantellamento del monopolio sullo smistamento di invii postali di peso inferiore ai 50 grammi. Certamente il settore postale non può cambiare dal giorno alla notte. Per questo il Parlamento europeo ha redatto la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi postali con discernimento e responsabilità, per non mettere in pericolo tali servizi in ogni parte dell’Unione europea.

Grazie agli emendamenti presentati dai deputati dei nuovi Stati membri, i dodici nuovi Stati membri dell’Unione e gli Stati il cui territorio comprende un gran numero di isole avranno la possibilità, a precise condizioni, di continuare a esentare tali servizi e i loro fornitori fino al 31 dicembre 2012, qualora necessario per preservare un servizio universale. Nella presente relazione il Parlamento europeo non ha tralasciato le persone con disabilità. L’emendamento n. 47 dispone che gli Stati membri garantiscano la fornitura di servizi postali gratuiti ai non vedenti e ai videolesi.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, abbiamo approvato la relazione Ferber sullo sviluppo del mercato interno dei servizi postali. Ritengo che tutti i cittadini dell’Unione europea debbano avere la libertà di scegliere di quali servizi avvalersi per inviare una lettera, una cartolina o un pacco.

L’apertura del mercato porterà benefici ai consumatori e agli utenti dei servizi postali, e per il settore postale, soprattutto nei nuovi Stati membri, significherà un’ulteriore ristrutturazione, taglio dei costi, innovazione, introduzione di nuovi servizi, inclusi i servizi elettronici, e capacità di competere e sopravvivere nel mercato postale.

Ci auguriamo che l’apertura del mercato dei servizi postali porti a un aumento del livello dei servizi offerti e a una migliore assistenza dei clienti. Un maggior numero di operatori sul mercato postale interno garantirà una maggiore concorrenza, prezzi più bassi e una vasta gamma di servizi tra cui poter scegliere.

 
  
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  Saïd El Khadraoui (PSE).(NL) Signor Presidente, abbiamo votato insieme ai socialisti fiamminghi a favore di tutti gli emendamenti, compresi quelli di compromesso, che migliorano la proposta originale della Commissione.

Alla fine, tuttavia, abbiamo deciso di non accogliere la proposta, per segnalare con forza la nostra costante preoccupazione. Gli Stati membri, in realtà, sono stati gravati di una grande quantità di compiti da svolgere, per garantire che la liberalizzazione avvenisse con successo. Si dovrà garantire che le leggi sociali di ciascuno Stato vengano applicate a tutti gli operatori, e di dimostrare, dal 2010, in che modo finanzieranno l’erogazione universale del servizio in un mercato competitivo. Prima di prendere una decisione definitiva, pertanto, sarebbe stato preferibile aspettare e vedere.

 
  
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  Kader Arif (PSE), per iscritto. – (FR) La nuova direttiva postale contro la quale ho espresso il mio voto è un caso da manuale della caparbietà ideologica della Commissione. Abolire l’area riservata agli invii di peso inferiore ai 50 grammi è in pratica una sentenza di morte per il settore postale pubblico.

La Commissione e alcuni deputati di questo Parlamento vogliono farci credere che questa direttiva tuteli “il servizio postale universale”. Respingendo l’area riservata come metodo di finanziamento, ci troviamo di fronte a un’equazione impossibile: gli Stati membri – con bilanci già limitati – dovrebbero sovvenzionare il servizio universale. Non c’è alcuna ragione economica o razionale che giustifichi l’esclusione di tale “area riservata” dai possibili metodi di finanziamento, a meno che non si tratti di danneggiare il servizio postale universale.

Precarietà dei posti di lavoro, riduzione del numero degli uffici postali, aumento delle tariffe per i privati, fine delle tariffe standard e di conseguenza dell’equità nell’accesso ai servizi postali – per la quale abbiamo appena votato. Rimango convinto che i servizi pubblici possano funzionare in una rete che copra tutta l’Unione europea. Tutto questo è possibile e auspicabile se vogliamo creare una vera Comunità europea.

Questa direttiva ci porta a rinunciare alla funzione fondamentale della politica: quella di regolare e gestire l’attività economica e il mercato, al fine di raggiungere gli obiettivi relativi allo sfruttamento del territorio, alla solidarietà, allo sviluppo e così via.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore dell’ottima relazione dell’onorevole Markus Ferber sull’apertura dei servizi postali al mercato interno. In primo luogo, sono lieto che il graduale e controllato processo d’apertura del mercato postale, quale durevole garanzia della fornitura del servizio universale, proceda conformemente alla risoluzione del Consiglio europeo del 1994. Il compromesso politico concordato tra i gruppi PPE-DE, PSE e ALDE è giusto ed equilibrato. La data del 31 dicembre 2010 proposta dal Parlamento europeo è più realistica di quella del 1° gennaio 2009 proposta dalla Commissione.

Ho votato a favore di diversi emendamenti, in particolare sul finanziamento del servizio universale, che deve essere garantito in ogni momento in un mercato postale completamente libero, e sulla definizione di questo servizio, che dovrà garantire, tutti i giorni lavorativi, la raccolta e la distribuzione a domicilio o presso la residenza di tutte le persone fisiche o giuridiche, anche nelle zone più isolate o scarsamente popolate. Gli Stati membri dovrebbero, inoltre, accertarsi che venga stabilito un minimo numero di punti d’accesso nelle regioni rurali e scarsamente popolate.

 
  
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  Bernadette Bourzai (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro il progetto di direttiva postale, in quanto non mi ritengo soddisfatta degli emendamenti a favore della totale liberalizzazione del settore postale dal 1° gennaio 2009, presentati dal Parlamento su proposta della Commissione, e ancor meno del rinvio di due anni.

Paradossalmente le tre opzioni di finanziamento proposte sono state già sperimentate in alcuni Stati membri e hanno originato notevoli controversie. Inoltre, l’idea di mantenere un’area riservata (o monopolio residuo per la corrispondenza di peso inferiore ai 50 grammi) non è stata accolta, nonostante l’area riservata costituisca una scelta politica che approvo ma che la Commissione, e oggi la maggior parte dei deputati, respinge.

Non credo che gli obiettivi della Commissione per il miglioramento del servizio – qualità, prezzo e scelta – e l’espressione del potenziale di crescita del settore possano essere raggiunti in questo modo. Al contrario, temo il peggio, pensando al futuro delle zone rurali, delle regioni montane e delle isole.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la liberalizzazione dei servizi postali. Ho inoltre appoggiato la richiesta di respingere questa direttiva, in quanto le motivazioni della proposta in esame risultano contraddittorie e irrealizzabili in termini di garanzia dell’universalità del servizio; i metodi di finanziamento di quest’ultima, infatti, non garantiscono a tutti i cittadini il diritto alla raccolta e consegna quotidiana della posta.

Ritengo inoltre che fissare da principio un termine massimo per l’entrata in vigore della direttiva 97/67 non concordi con i risultati della consultazione delle parti sociali interessate e degli Stati membri. Essi hanno indicato la necessità di mantenere le garanzie del servizio universale in modo uniforme, proporzionale e leale.

Per quanto mi riguarda, questa proposta non offre alcuna garanzia, se intendiamo affrontare seriamente gli aspetti sociali di questa liberalizzazione per impedire la concorrenza sul mercato del lavoro e il dumping sociale.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. – (SV) Nella votazione finale in merito alla relazione Ferber sulla liberalizzazione dei servizi postali abbiamo scelto di appoggiare il compromesso adottato.

Sosteniamo di conseguenza il modo più veloce di raggiungere la piena liberalizzazione dei servizi postali in Europa. Al tempo stesso, ci rincresce che vi sia una forte opposizione per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi per la realizzazione della liberalizzazione entro il 2009. La decisione di oggi rappresenta un passo avanti nella giusta direzione, anche se avremmo sperato di riuscire a liberalizzare completamente i servizi postali entro il periodo di dieci anni che era stato pensato proprio al fine di utilizzare il processo di Lisbona per fare dell’UE l’economia più competitiva del mondo.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE), per iscritto. – (FR) L’abolizione dell’ultimo monopolio postale non è servita in alcun modo a tutelare un mercato interno vantaggioso per i consumatori. La Commissione ha avanzato simili proposte su basi puramente ideologiche, spinta da Stati come il Regno Unito, l’Olanda e i paesi scandinavi, ossia dai campioni del libero mercato. Non è una coincidenza che questi stessi paesi siano contrari a una maggiore integrazione politica dell’Europa. Negli stessi Stati Uniti, il servizio postale, per ovvie ragioni di tutela dei posti di lavoro, mantiene la distribuzione finale nel sistema pubblico. Sebbene il Parlamento europeo abbia concesso un po’ di respiro ad alcuni Stati, incluso il mio, questa liberalizzazione non andrà a beneficio dei cittadini comuni.

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS), per iscritto. – (FR) La relazione Ferber sulla liberalizzazione del settore postale non risolve nessuno dei problemi esposti nel testo della Commissione: il finanziamento degli obblighi del servizio universale – non ultimi quelli che non sono stati menzionati nella direttiva e che esistono specialmente in Francia, come la distribuzione di giornali a basso costo, la gestione territoriale, le consegne sei giorni su sette, servizi bancari per tutti – l’implicita chiamata in causa della tariffa unica e delle tariffe standard che deriva dall’obbligo di riflettere i costi, il coinvolgimento (pratico o finanziario) di operatori privati per quanto riguarda l’adempimento degli obblighi del servizio pubblico, e così via.

Essendo basato su uno studio incompleto, errato in alcuni punti e non recante alcuna menzione dei risultati reali ottenuti in dieci anni di servizi postali parzialmente liberalizzati, questo testo non poteva che rivelarsi scadente e il compromesso era destinato a essere vago. E’ una fonte di incertezza giuridica e una minaccia sociale. Di conseguenza, il vero obiettivo della Commissione appare chiaro come il sole. Come spesso avviene per questo genere di questioni, non si tratta tanto di rendere più efficaci e meno costosi i servizi forniti al pubblico e alle autorità, quanto piuttosto di spezzare i monopoli pubblici e permettere agli operatori privati – preferibilmente multinazionali – di scremare i mercati redditizi.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Mi dichiaro abbastanza scettica per quanto riguarda le conseguenze della liberalizzazione dei servizi postali sul consumatore medio, particolarmente nelle zone meno popolate.

Ho votato a favore di tutte le proposte di emendamento del Parlamento europeo. Tuttavia, ho anche sostenuto importanti emendamenti nei quali si afferma, per esempio, che la posta dev’essere raccolta e distribuita, ogni giorno della settimana, da e verso qualsiasi residenza o terreno di persona fisica o giuridica e che, in un mercato liberalizzato esposto alla concorrenza, deve esistere l’obbligo di effettuare servizi gratuiti ai non vedenti o menomati della vista. Ho inoltre votato a favore di alcune proposte che concedevano molta libertà di scelta agli Stati membri per quanto riguarda un equilibrio tra la liberalizzazione del mercato postale e i servizi a beneficio dell’intera società.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Ancora una volta la maggioranza del Parlamento sta incoraggiando la totale liberalizzazione di un servizio pubblico, in questo caso dei servizi postali, mettendo in pericolo i diritti e gli interessi dei cittadini e dei lavoratori di questo settore.

Siamo molto delusi del fatto che non sia stata approvata la proposta in cui chiedevamo di respingere l’iniziativa della Commissione mirata a completare la liberalizzazione dei servizi postali in tutta l’Unione europea e a promuovere la concorrenza in questo mercato interno sopranazionale.

Ci rincresce inoltre che non siano stati accolti gli emendamenti nei quali affermavamo che gli Stati membri dovrebbero avere diritti di esclusiva in un’area riservata e che dovrebbero tutelare i diritti sociali e occupazionali nel settore, compreso il rispetto delle norme e condizioni di impiego e dei sistemi di previdenza sociale stabiliti dalla legge o da un contratto collettivo.

Sebbene alcuni aspetti siano stati migliorati rispetto alla proposta originale della Commissione, la relazione conferma la totale liberalizzazione del servizio postale, posticipandola semplicemente al 31 dicembre 2010, raggiungendo in tal modo l’obiettivo stabilito originariamente dalla prima direttiva del 1997, che prevedeva lo smantellamento di un settore pubblico redditizio – il settore postale – e la conseguente consegna di questo nelle mani di privati.

Si tratta chiaramente della politica comunitaria, alla quale i lavoratori e i cittadini dei vari Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a rispondere adeguatamente.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Appoggio pienamente l’emendamento n. 63 che assicura la creazione di punti di accesso e di contatto sufficienti, al fine di considerare le necessità degli utenti delle zone rurali o scarsamente popolate. E’ giusto che gli Stati membri stabiliscano un numero minimo di punti di accesso e di contatto, affinché il servizio universale possa essere garantito. La coesione economica e sociale è uno degli obiettivi della politica dell’UE e questo emendamento contribuirà a garantirne il raggiungimento. Nel momento il mercato viene aperto ai servizi postali, è molto importante mantenere un servizio adeguato per tutti gli utenti.

 
  
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  Stanisław Jałowiecki (PPE-DE), per iscritto. – (PL) Purtroppo non posso appoggiare la relazione Ferber. A volte accade che una proposta della Commissione europea del tutto accettabile, passando alla commissione parlamentare subisca qualche cambiamento che non consente più di accettarla. E’ questo il caso.

In primo luogo gli emendamenti votati dalla commissione per i trasporti e il turismo, in realtà, non costituiscono affatto un compromesso. Si tratta di una decisiva vittoria dei monopoli di Stato, che si oppongono al cambiamento. Potete star certi che gli anni concessi in più non produrranno le necessarie riforme e in poco tempo assisteremo di nuovo a una serie di manifestazioni davanti al Parlamento.

In secondo luogo, sono preoccupato del fatto che i rappresentanti dei “vecchi” Stati membri continuino ad affermare con le loro argomentazioni che i “nuovi” Stati membri non sono pronti per la liberalizzazione. Questi “difensori” degli uffici postali polacchi, ungheresi o cechi stanno in realtà difendendo gli interessi dell’industria dei monopoli di Francia, Belgio o Lussemburgo. Non è leale.

E infine parliamo delle date. Si propone il 31 dicembre dell’anno precedente anziché il 1° gennaio dell’anno successivo. Si tratta di una tattica di mercato. Allo stesso modo è più facile vendere un prodotto qualsiasi a 9,99 euro piuttosto che a 10 euro. Ci siamo ridotti a questo per assicurarci che l’opinione pubblica abbia fiducia nella nostra politica?

Vi ringrazio dell’attenzione.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (ITS), per iscritto. – (FR) In Francia, La Poste non è un’azienda ordinaria; si tratta piuttosto di un’impresa di Stato gestita da sindacalisti rivoluzionari. E’ un servizio pubblico totalmente dominato da interessi privati e corporativi.

Perché lottare per proteggere il servizio pubblico fornito da La Poste quando, in realtà, non si tratta di un servizio pubblico? Il cliente non ha nulla da dire e i sindacati sostengono di agire nel suo interesse. Il capo (lo Stato) e gli azionisti (tutti i francesi) sono pietrificati all’idea di vedere il sistema nelle mani di certi lavoratori rappresentati da sindacati onnipotenti e totalitari.

Nessuna forza d’opposizione si sta muovendo per riequilibrare i diritti e i poteri che questi lavoratori hanno usurpato; a soffrirne è stato l’interesse collettivo.

La Poste deve essere liberalizzata? Si deve danneggiare questo sistema completamente corrotto che non mira a soddisfare i clienti, ma semplicemente a divenire parte del settore privato, dimostrando i cosiddetti benefici “acquisiti” e richiedendo che questi vengano preservati?

La risposta è categoricamente sì. E occorre agire velocemente. La Poste deve ora compiere enormi sforzi per colmare le sue maggiori lacune: la sua smisurata massa salariale, gli oneri pensionistici e la sua complessa organizzazione goffa, costosa e carente.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto a favore del compromesso congiunto sulla piena concorrenza nel settore dei servizi postali comunitari dal 1° gennaio 2011.

Devo aggiungere, tuttavia, che lo faccio soltanto perché altrimenti una malaccorta legislazione avrebbe portato alla piena liberalizzazione nel 2009, in linea con il desiderio della Commissione.

E’ molto importante che la direttiva garantisca e assicuri una copertura totale del servizio. Questo significa che tutti gli utenti dovranno avere accesso a un minimo di servizi di alta qualità a prezzi ragionevoli. Questo cosiddetto servizio universale deve inoltre garantire la raccolta e consegna in ogni giorno lavorativo nelle zone più lontane o scarsamente popolate. Gli Stati membri devono stabilire e applicare sanzioni adeguate per i fornitori del servizio che non rispettino tale requisito.

Vale inoltre la pena di sottolineare che si applicano ancora le disposizioni delle direttive in materia di condizioni e orari di lavoro, congedo annuale per giovani lavoratori, minimo salariale e salute, igiene e sicurezza sul lavoro. La direttiva non deve influire neppure sui rapporti che intercorrono tra le parti sociali (come il diritto alla contrattazione collettiva, il diritto allo sciopero e a prendere provvedimenti industriali).

Per concludere, vorrei chiarire che voterò contro l’estensione di due anni del termine ultimo per i cosiddetti nuovi Stati membri, perché ritengo che viviamo in un’Europa unica, non in un’Europa divisa.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) Non posso accettare questa totale liberalizzazione o la completa abolizione della cosiddetta “area riservata” degli Stati membri per le missioni postali.

La completa apertura alla concorrenza penalizza la tariffa della singola spedizione, la parità di trattamento tra regioni e la presenza di servizi postali nelle aree svantaggiate. Anche negli Stati Uniti, la concorrenza non è obbligatoria per la posta standard – quella di peso inferiore a 50 grammi – della cui distribuzione si occupa un’agenzia federale.

Ovviamente il fondo di compensazione per il servizio universale, ridotto com’è al minimo, non tutelerà in alcun modo il servizio pubblico e non servirà a nulla estendere il termine ultimo per l’entrata in vigore di questa liberalizzazione.

Il Consiglio europeo dei ministri ha deciso di creare un “protocollo sui servizi pubblici a sostegno del Trattato”.

Sarebbe il caso di sospendere qualsiasi nuova apertura alla concorrenza di tali servizi.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Ho votato contro la relazione Ferber perché potenzia l’approccio neoliberista e dogmatico all’importante settore di interesse pubblico dei servizi postali. La Commissione europea ha insistito con intransigenza sulla sua proposta originale, nonostante le forti reazioni da parte di dieci fornitori di servizi universali, incluse le Poste greche, le petizioni di migliaia di cittadini e gli avvertimenti della Confederazione sindacale europea e della Federazione dei lavoratori delle Poste. Al tempo stesso non sono stati ancora completati gli studi necessari sull’impatto della liberalizzazione del mercato sui 27 Stati membri.

Con la rapida apertura del mercato e l’abolizione a tutti gli effetti del “principio del servizio universale”, è scontato concludere che migliaia di posti di lavoro andranno persi e verrà, al tempo stesso, ridotto l’accesso dei cittadini ai servizi postali più convenienti e di alta qualità. Le conseguenze saranno ben più serie per coloro che risiedono in luoghi lontani e difficilmente accessibili, come isole o zone di montagna, non redditizi per le imprese.

Il rinvio dell’entrata in vigore della nuova direttiva non è poi così importante, dal momento che rimanda semplicemente di due anni le medesime conseguenze.

Inoltre, l’esperienza degli Stati in cui il mercato è stato già completamente liberalizzato è tutt’altro che positiva.

La richiesta di liberalizzazione dei servizi postali, giustificata da un “perché lo vogliamo”, sta evidentemente creando più problemi che soluzioni.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Un’Europa che può risolvere i problemi quotidiani dei suoi cittadini deve possedere i documenti e i modelli migliori. Pertanto, rispetto alla legislazione sul completamento del mercato dei servizi postali, non vediamo alcuna ragione di distruggere sistemi che hanno funzionato efficacemente, su una solida base economica, accompagnati dal benefico sviluppo del mercato e dalla tutela per il mantenimento del servizio universale.

Non mi oppongo alla liberalizzazione dei servizi postali in generale, ma ritengo che questa sia la sede appropriata per ribadire il mio punto di vista riguardo al fatto che non esistono argomentazioni di tipo economico o razionale che possano far accantonare la cosiddetta “area riservata” come possibile modalità di finanziamento del servizio postale universale. Il finanziamento che avviene attraverso l’area riservata è trasparente e neutrale, non comporta aiuto da parte dello Stato, implica bassi costi di transazione e poche discussioni ed è riconosciuto valido dalla teoria economica.

La dimostrazione di tutto questo si riscontra in Portogallo, dove tutti i servizi sono liberalizzati o pronti per esserlo, ma questo non entra in conflitto con il finanziamento del servizio pubblico universale al di fuori delle risorse provenienti dall’area riservata. Non possiamo ignorare l’importanza dell’area riservata per la coesione sociale e territoriale e per la prevenzione della desertificazione nelle zone più lontane e meno accessibili.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Come la grande maggioranza dei colleghi, ho votato a favore della relazione Ferber, o meglio, a favore della completa liberalizzazione controllata dei servizi postali dal 1° gennaio 2011.

Il compromesso approvato oggi, tuttavia, risponde a due dinamiche a me care, quale liberale: quella di un’economia di mercato aperta, incompatibile con i monopoli costituiti de iure e de facto, e quella degli interessi specifici dei consumatori che devono beneficiare della sana e leale concorrenza, principalmente in termini di prezzo, ma non solo.

Vi è infatti un altro elemento: la dimensione umana. Sono soddisfatta che la votazione, questa mattina, abbia tenuto conto della dimensione umana, con l’introduzione di una clausola di regolamento sociale, la riaffermazione del ruolo cruciale dei servizi postali in termini di coesione territoriale e sociale e con il riconoscimento del fatto che l’ultima parola spetta agli Stati membri interessati al finanziamento del servizio universale.

Si tratta di altrettanti segnali positivi che dovrebbero rassicurare i lavoratori postali europei e dissipare la confusione abilmente alimentata da alcuni colleghi della sinistra: liberalizzare un settore non significa privatizzarlo; questa direttiva europea non farà chiudere gli uffici postali!

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Lo scopo della proposta presentata dalla Commissione è di aprire completamente i mercati dei servizi postali comunitari alla concorrenza a partire dal 2009, secondo il termine prestabilito nell’attuale direttiva postale. In questo contesto, la Commissione europea ha presentato un testo mirato a garantire il finanziamento del servizio universale, eliminando l’area riservata e sostituendola con nuovi mezzi di finanziamento.

Mi dichiaro contraria alla completa liberalizzazione dei servizi postali. Infatti, l’ufficio postale compie una missione di servizio pubblico che siamo chiamati a salvaguardare. Per questa ragione ho presentato anch’io un emendamento e ho votato a favore di questo, richiedendo di reintrodurre l’area riservata tra i metodi di finanziamento del servizio universale. Attualmente, in realtà, non vi è alcun motivo economico che giustifichi l’abolizione dell’“area riservata”. Questo metodo di finanziamento, che oggi funziona molto bene, dovrebbe essere offerto agli Stati membri come opzione.

Dal momento che questa opzione non è stata accolta dal Parlamento europeo in seduta plenaria, ho votato contro il testo definitivo per dimostrare la mia opposizione a questa liberalizzazione ingiustificata.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio l’approccio generale emerso dai compromessi elaborati dai colleghi del PSE e di altri gruppi. In particolare, ritengo particolarmente importante garantire la fornitura del servizio universale e il suo finanziamento. Considerando l’impatto che tutto questo avrà sulle nostre comunità, è molto importante che vengano espressi chiaramente due concetti. In primo luogo, occorre mantenere le condizioni di lavoro e, in secondo luogo, è necessario che le aree periferiche e rurali continuino a fruire di un servizio valido, non inferiore a quello attuale. Queste sono alcune delle sfide che ci troveremo ad affrontare se prenderemo in seria considerazione la relazione, quale beneficio per tutti i cittadini europei.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. – (NL) La relazione Ferber è l’ennesima relazione sulla liberalizzazione dei servizi universali che si sta lasciando sfuggire la grande opportunità di garantire, oltre all’ideale di libertà, il principio di uguaglianza in un’Europa sociale.

E’ bene accogliere con favore il fatto che i servizi postali concorrano tra loro, ma resta da valutare se la qualità migliorerà di conseguenza e i prezzi scenderanno. Ritengo che sia da irresponsabili non offrire alcuna garanzia chiara per la nuova direttiva rispetto alla qualità della cosiddetta “area riservata”, come lo è lasciare nell’ambiguità il finanziamento di questo tipo di servizio e non dover rispettare come misure obbligatorie le disposizioni sociali incluse nei contratti di lavoro collettivo. Quando il mercato verrà aperto totalmente nel 2009, non è sicuro che le zone più svantaggiate riceveranno lo stesso livello di servizio allo stesso prezzo a cui lo ricevono le zone densamente popolate. La possibilità di inviare e ricevere corrispondenza a un prezzo ragionevole è un diritto fondamentale.

Inoltre, i fornitori del servizio postale faranno tutto il possibile per mantenere i costi al minimo, al fine di poter competere l’uno con l’altro. I posti di lavoro fissi verranno sostituiti con posti di lavoro precari o a tempo parziale. I postini saranno sottopagati, molti saranno licenziati, un numero ancora maggiore di uffici postali rischierà di chiudere e presto avremo cassette postali blu, gialle e verdi oltre a quelle rosse. Non appoggio la relazione.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. – (PL) La burocrazia con cui devono lottare le imprese che distaccano lavoratori nell’ambito del mercato europeo è unicamente una moderna forma di protezionismo, che colpisce principalmente i nuovi Stati membri, come dimostrano gli esempi di Vaxholm e della Viking Line.

La presente risoluzione non fa che potenziare questa tendenza che minaccia i principi del mercato comune, della concorrenza e dell’uguaglianza dei diritti. Per questa ragione voto contro questo parere.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), per iscritto. – (FR) La votazione sulla liberalizzazione dei servizi postali avvenuta oggi è frutto di un compromesso tra i gruppi PPE-DE e PSE. Tuttavia, questo compromesso implica chiaramente la liberalizzazione definitiva dell’ultimo settore delle attività postali gestito dalle autorità pubbliche, e questo senza alcuna garanzia sul finanziamento del servizio universale e sulla prosecuzione dell’impiego di 1,6 milioni di lavoratori delle poste europee. In qualità di deputato del gruppo PSE e come relatore ombra della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, posso soltanto votare contro questo segnale di via libera alla liberalizzazione, nonostante siano stati compiuti progressi rispetto alla prima versione della proposta della Commissione.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La decisione del Parlamento europeo sulla liberalizzazione dei servizi postali approvata dai deputati dei gruppi PPE-DE, PSE, ALDE e da altre forze politiche rappresenta un grave colpo per i lavoratori del settore e per tutti gli altri.

La proposta pone le basi per trasferire tutte le infrastrutture e i servizi postali pubblici in gruppi commerciali, al fine di aumentare i profitti.

La questione della diminuzione dei prezzi dovuta alla concorrenza è un mito, poiché con le disposizioni proposte per abolire la determinazione uniforme del prezzo e i termini entro i quali il servizio postale deve essere mantenuto, i prezzi aumenteranno e i servizi postali forniti andranno deteriorandosi.

I diritti sociali e sindacali dei lavoratori verranno collocati su un letto di Procuste, con l’aumento delle forme di lavoro flessibile, l’impatto sui contratti collettivi e così via.

Dubito della riservatezza delle comunicazioni tutelata dalla Costituzione, poiché la corrispondenza sarà trasferita da privati, senza alcuna garanzia e con il minimo delle strutture preposte al controllo della riservatezza della corrispondenza e alla protezione dei dati personali.

I servizi postali sono un servizio sociale.

Il partito comunista greco ha votato contro la proposta sulla liberalizzazione dei servizi postali.

 
  
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  Bernadette Vergnaud (PSE), per iscritto. – (FR) Con l’abolizione dell’area riservata, che permette di finanziare il servizio universale – garanzia di un servizio pubblico di qualità per tutti – e la mancanza di armonia tra i metodi di finanziamento rispetto ai quali ciascuno Stato membro è lasciato libero di decidere, la liberalizzazione totale dei servizi postali porterà alla perdita di solidarietà tra regioni urbane e rurali, all’arricchimento degli azionisti e all’aumento del debito pubblico delle autorità locali. Ho pertanto votato a favore dell’emendamento per la reintroduzione dell’area riservata, che soddisfa più del 70 per cento degli europei. Come deputata del PSE, sono favorevole a un’Europa “postale” fatta di servizi pubblici moderni, ma non a scapito dei posti di lavoro e della solidarietà umana e regionale.

Il paradosso di questa proposta è che, in assenza di una nuova direttiva, la liberalizzazione entrerà in vigore dal 1° gennaio 2009. Un emendamento che respinge il testo proposto dal gruppo GUE/NGL rende effettiva questa liberalizzazione il 1° gennaio 2009, perché in questo momento si applica unicamente la direttiva del 2002 e per questa ragione non ho appoggiato l’emendamento. Ho votato, tuttavia, a favore dell’emendamento che respingeva il testo con il quale, inoltre, si voleva abolire la data del 1° gennaio 2009. Ho votato naturalmente contro il testo definitivo.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore del compromesso elaborato dal collega Ferber perché migliora in alcuni punti la proposta iniziale della Commissione.

Esso concede agli enti postali europei più tempo per prepararsi all’apertura alla concorrenza, un evento che è stato rimandato al 1° gennaio 2011 anziché al 2009, come previsto inizialmente dalla Commissione.

Mi dichiaro inoltre favorevole al compromesso poiché protegge i termini e le condizioni di lavoro dei lavoratori postali. La liberalizzazione del mercato non può avere luogo a spese dei lavoratori, anche se i consumatori beneficiano della liberalizzazione.

Il nostro voto fornisce anche garanzie sulla coesione territoriale. A tutti gli utenti, infatti, viene garantita, almeno cinque giorni a settimana, la raccolta della propria corrispondenza postale e la distribuzione di questa in tutta l’Unione europea.

Resta tuttavia una grande difficoltà, che sarà il tema centrale in seconda lettura. Sto parlando del finanziamento del servizio universale. Abbiamo bisogno di meccanismi di finanziamento giuridicamente sicuri e permanenti. E’ la condizione essenziale per gli operatori economici del settore, una condizione senza la quale non posso impegnarmi a favore di una completa liberalizzazione del settore.

 
  
  

– Relazione Arūnas Degutis (A6-0178/2007)

 
  
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  Colm Burke, Avril Doyle, Jim Higgins, Mairead McGuinness e Gay Mitchell (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Abbiamo votato contro gli emendamenti n. 58 [Articolo 14 bis (nuovo)], n. 59 [Articolo 15 (nuovo)] e n. 61 [Paragrafo 2 bis (nuovo)].

Riteniamo che occorra esaminare gli aspetti sociali dell’occupazione nel trasporto aereo, ma che si debba compiere tale analisi conformemente ai principi di una migliore regolamentazione, tra cui figurano lo svolgimento di studi adeguati e di consultazioni appropriate. La Commissione europea ha avviato tale studio. E’ quindi opportuno attenderne le conclusioni per sapere quali eventuali azioni la Commissione ritiene necessario intraprendere a livello comunitario.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Questa relazione è importante perché aggiorna il diritto del mercato unico dei trasporti aerei, in particolare con l’obiettivo di garantire l’applicazione uniforme del diritto comunitario in tutti gli Stati membri e di creare parità di condizioni per tutte le compagnie aeree.

Sono particolarmente lieta che gli emendamenti nn. 35 e 61, su cui ho votato a favore, siano stati adottati a larga maggioranza. Il primo emendamento chiede di chiarire le disposizioni riguardanti la legislazione applicabile agli equipaggi impiegati in un paese diverso da quello in cui opera la compagnia aerea per cui lavorano.

Il secondo emendamento invita la Commissione a presentare una legislazione chiara in quest’area.

Ritengo infatti importante che, nel contesto attuale, in cui il trasporto aereo è in costante sviluppo e le compagnie aprono stabilimenti in vari paesi dell’Unione europea, la legislazione applicabile ai dipendenti di tali impianti sia definita chiaramente.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Deploriamo la reiezione dei nostri emendamenti, i quali:

– sottolineavano che “la deregolamentazione ha avuto effetti negativi sulla qualità dell’occupazione e sulle condizioni di lavoro” e che “si devono valutare i suoi veri effetti sulla sicurezza e sulla manutenzione di una flotta di alta qualità”;

– salvaguardano il rispetto dei diritti dei lavoratori e della contrattazione collettiva:

“I contratti e le condizioni di lavoro degli equipaggi aerei saranno disciplinati dalla legislazione, da accordi collettivi e da tutti i diritti correlati del paese in cui il lavoratore adempie abitualmente i suoi doveri e in cui torna al termine della propria attività, anche se il dipendente in questione si trova temporaneamente in un altro paese”.

“Per quanto riguarda i dipendenti di un vettore aereo comunitario che effettua servizi aerei da una base operativa al di fuori del territorio dello Stato membro nel quale lo stesso vettore aereo comunitario ha la principale sede di attività commerciale, gli Stati membri garantiscono l’opportuna applicazione della legislazione sociale nazionale e comunitaria, nonché degli accordi collettivi”.

Un altro dei nostri emendamenti garantiva la partecipazione delle organizzazioni rappresentative dei lavoratori nelle decisioni relative al settore del trasporto aereo.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto a favore di una maggiore trasparenza dei prezzi dei biglietti aerei.

Finora i prezzi dei voli sono stati perlopiù pubblicati senza alcuna informazione sui vari fattori di costo. In futuro, all’atto della prenotazione, sia on-line sia in un’agenzia di viaggio, i passeggeri dovranno ricevere informazioni sull’effettivo prezzo del biglietto e su tutti i costi aggiuntivi come tasse, tasse aeroportuali e diritti di prenotazione. Si tratta di un’importante misura per evitare che i consumatori siano indotti da pubblicità fuorvianti e confuse informazioni sui prezzi ad acquistare biglietti apparentemente economici che in seguito si rivelano molto più costosi della cifra riportata.

Occorre informare i consumatori sull’esatto livello e sull’uso che si intende fare delle informazioni di sicurezza. Le tasse e i diritti di sicurezza devono essere trasparenti e possono essere utilizzati solo per coprire i costi sostenuti dagli aeroporti e durante il volo.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione che affronta il problema della pubblicità e delle informazioni ingannevoli ai passeggeri. In particolare, accolgo con favore il fatto che ora dovranno essere pubblicate tutte le tariffe aeree, comprensive di tutte le tasse, i diritti e gli oneri aggiunti al prezzo del biglietto e noti al momento della pubblicazione della tariffa aerea. Penso che questa relazione rafforzerà ampiamente i diritti dei consumatori.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE-DE), per iscritto. – (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dalle campagne pubblicitarie dei biglietti aerei si ha l’impressione che per viaggiare in tutta Europa basti una manciata di euro. Il momento della disillusione arriva quando è ora di pagare. Tutto a un tratto, al prezzo del biglietto viene aggiunta ogni sorta di costo aggiuntivo sotto forma di prelievi, supplementi e oneri. Oggi il Parlamento impone un controllo su queste pratiche lesive. Si tratta di uno sviluppo positivo e per questo accordo il mio incondizionato sostegno alla relazione della commissione per i trasporti e il turismo. Gli utenti del trasporto aereo hanno diritto a prezzi equi e trasparenti, senza alcuna brutta sorpresa. Dopo avere introdotto diritti di protezione supplementari per i passeggeri in caso di overbooking, cancellazione o ritardo dei voli, il Parlamento europeo sta assumendo nuovamente un ruolo guida nella protezione degli utenti del trasporto aereo. L’importante è che gli Stati membri prevedano rapidamente sanzioni efficaci qualora queste nuove disposizioni non vengano applicate. Fidarsi è bene, ma controllare è meglio.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), în scris. – Am votat pentru raportul DeGutis privind „Regulile comune în domeniul aviaţiei civile” deoarece textul asigură reprezentarea tuturor punctelor de vedere exprimate. Consider pozitiv faptul că va fi asigurată nediscriminarea bazată pe locul de rezidenţă a operatorului de turism sau a pasagerului, deşi regret că nu s-a aprobat nediscriminarea pe baza canalelor de distribuţie. Astăzi, este posibil ca un bilet de avion Bucureşti-Bruxelles pentru acelaşi zbor operat de aceeaşi companie aeriană să coste diferit dacă biletul este cumpărat la Bucureşti, faţă de preţul biletului cumpărat la Bruxelles.

De asemenea, un pas important este protecţia ce va fi asigurată pasagerilor, prin noul text, în caz de faliment al operatorului aerian, situaţie care devine din ce în ce mai posibilă într-o epocă a operatorilor mici.

În altă ordine de idei, din păcate, chiar dacă există reguli privind protecţia pasagerilor în situaţii de întârzieri sau chiar anulări de zboruri, aceştia nu îşi cunosc drepturile şi implicit nu şi le pot apăra. Noi, deputaţii europeni, reprezentăm cetăţenii Europei şi iată că prin acest regulament se asigură condiţii mai bune pentru pasagerii ce utilizează transportul aerian. Avem datoria să ne asigurăm că pasagerii îşi cunosc drepturile şi implicit şi le pot apăra.

 
  
  

– Relazione Ieke van den Burg (A6-0248/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa elaborata dall’onorevole van den Burg in risposta al Libro bianco della Commissione sulla politica dei servizi finanziari per il periodo 2005-2010. Sono lieto che questa relazione si compiaccia per le priorità definite dalla Commissione al fine di consolidare il mercato finanziario europeo, eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei capitali e migliorare il controllo dei servizi finanziari. I rischi di concentrazione, l’attenzione ai nuovi strumenti finanziari alternativi, l’accesso al finanziamento, in particolare al microcredito, l’analisi del rischio sistemico di grave crisi finanziaria, eccetera, sono tutte aree in cui i cittadini europei si aspettano una maggiore sicurezza, tramite la regolamentazione e il controllo di tali attività. L’insufficiente cultura finanziaria dei cittadini è a sua volta fonte di preoccupazione.

Vorrei congratularmi con l’onorevole Gauzès, relatore per parere della commissione giuridica, per il lavoro svolto. Il collega sottolinea a ragione l’importanza delle analisi d’impatto per le normative europee completamente nuove o nel caso di importanti modifiche legislative, che vengono realizzate in maniera alquanto insoddisfacente dalla Commissione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le due principali tendenze nei mercati finanziari sono state la concentrazione dei principali operatori finanziari e la crescita esponenziale delle cosiddette “attività di investimento alternative”, ossia dei mercati dei derivati e degli hedge fund.

Attualmente, circa trenta grandi attori internazionali controllano tutte le attività e dominano il mercato mondiale. La concentrazione delle operazioni finanziarie a livello nazionale continua a ritmo serrato, caratterizzata dal dominio, da parte dei grandi operatori stranieri, dei mercati periferici e di piccola dimensione nei nuovi Stati membri e nei paesi del sud come il Portogallo.

L’utilizzo di strumenti finanziari che concentrano ingenti somme di denaro a scopo meramente speculativo, come i paradisi fiscali, nonché la deregolamentazione dei principali mercati e la totale anarchia delle transazioni di capitali a livello mondiale comportano rischi sistemici e operativi che provocano crisi economiche e finanziarie.

Gli unici beneficiari di questo processo sono le grandi multinazionali, con il contributo, in Europa, del piano d’azione per i servizi finanziari.

Continuiamo a ignorare i motivi per cui non si aboliscono i paradisi fiscali e non si tassano i movimenti di capitale.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Sono favorevole alla soppressione della parola “fiscalità” dal paragrafo 22 poiché non credo che la Commissione debba intraprendere la messa a punto di un quadro di regolamentazione e vigilanza adeguato e fattibile in materia fiscale.

 
  
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  Eoin Ryan (UEN), per iscritto. – (EN) Sono ampiamente favorevole al Libro bianco della Commissione sui servizi finanziari.

Sostengo le misure volte ad affrontare gli ostacoli allo sviluppo del mercato dei servizi finanziari nell’Unione europea. Tuttavia, ho difficoltà ad appoggiare il concetto secondo cui un quadro legislativo per le pensioni debba poggiare su una base fiscale armonizzata. Sarebbe imprudente da parte del Parlamento sostenere tale affermazione senza avvalersi dell’esito dell’analisi tecnica dettagliata, conformemente a quanto convenuto in seno all’ultimo Consiglio ECOFIN. Nessuna prova indica che collegare le pensioni a una base fiscale armonizzata gioverebbe al settore pensionistico.

Non rientra nella sfera di competenza della Commissione esaminare la fattibilità di un quadro legislativo in materia fiscale. La fiscalità è una questione di competenza dei singoli Stati membri.

Infine, la stabilità finanziaria dell’Unione europea non è minacciata da strumenti di investimento alternativi (hedge fund e private equity). Non credo che sia necessario regolamentare questo settore. Penso che si debba prestare attenzione all’applicazione delle norme esistenti, alla disciplina di mercato e al costante monitoraggio del settore da parte delle autorità bancarie. Accolgo con favore l’iniziativa del settore, che al recente Vertice del G8 ha proposto di introdurre un codice di condotta volontario.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. – (PL) Voto a favore della relazione dell’onorevole Ieke van den Burg sulla politica dei servizi finanziari per il periodo 2005-2010 – Libro bianco.

La relatrice affronta questioni importanti in merito all’adeguata fornitura di servizi finanziari sul mercato europeo dei capitali; evidenzia la scarsa integrazione dei mercati dei servizi finanziari al dettaglio, la necessità di prestare maggiore attenzione alle richieste di servizi transfrontalieri della clientela mobile e di sviluppare progetti pilota relativi a prodotti finanziari paneuropei quali pensioni, mutui e prodotti assicurativi specifici.

Come giustamente afferma la relatrice, è importante fare in modo che i servizi di base siano accessibili a tutti i cittadini. Non dobbiamo inoltre dimenticare di intensificare l’educazione finanziaria, di coinvolgere gli utenti nel processo decisionale e di promuovere la diffusione delle conoscenze finanziarie e l’educazione dei consumatori.

La relazione dedica grande attenzione alle strutture di regolamentazione e di vigilanza, rilevando che la sorveglianza di alcuni nuovi prodotti complessi e degli effetti e interazioni da essi prodotti a livello macrofinanziario potrebbe rivelarsi inadeguata.

 
  
  

– Relazione Jacek Protasiewicz (A6-0247/2007)

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, nella sua relazione l’onorevole Protasiewicz ha presentato proposte che uniscono una maggiore flessibilità al grado di sicurezza più elevato possibile, e che vanno a vantaggio dei lavoratori e dei datori di lavoro. La sua proposta è strutturata in modo da offrire sicurezza del lavoro ai lavoratori e garantire un futuro all’economia e alla competitività in Europa.

Vorrei però affermare che sicurezza del lavoro non equivale più a un lavoro per tutta la vita, ma piuttosto al poter sempre trovare un lavoro, il che implica che si creino le condizioni adeguate, dall’apprendimento permanente alla creazione di condizioni di lavoro favorevoli che permettano un sano equilibrio tra lavoro e vita privata.

Il partenariato sociale è fondamentale per l’attuazione efficace di tali strategie. Benché a livello nazionale tutto proceda e funzioni bene, a livello europeo vi è una discreta mole di lavoro da svolgere per mettersi in pari.

Credo che la relazione nel suo complesso sia ottima, e pertanto ho votato a suo favore.

 
  
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  Lena Ek (ALDE).(SV) Sostengo la relazione, ma vorrei affrontare tre questioni di principio in merito alle quali non si è potuto votare in plenaria.

La prima questione riguarda il modo di considerare le piccole imprese. E’ chiaro che possiamo perseguire sia una maggiore sicurezza per i lavoratori che una maggiore flessibilità pur avendo norme più semplici per le piccole imprese. La relazione non ha tenuto in alcun conto questo dato, cosa che deploro profondamente.

La seconda questione che vorrei affrontare è l’approccio scandinavo o, per descriverlo come fa la relazione, la situazione scandinava. Esistono tuttavia differenze molto notevoli tra i paesi scandinavi. Il precedente governo socialdemocratico svedese non si è impegnato a sufficienza né a favore della flessibilità né della sicurezza, il che ha fatto sì che in Svezia la situazione sia radicalmente diversa da quella danese. Questo vale in particolare per la disoccupazione giovanile, che in Svezia è più di tre volte superiore a quella in Danimarca.

L’ultima questione che vorrei esaminare riguarda la posizione delle donne nella vita privata e lavorativa; a tale proposito la relazione esprime un’opinione incredibilmente antiquata delle pari opportunità tra uomo e donna.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, una crescita sostenibile con un maggior numero di posti di lavoro di migliore qualità è centrale per la strategia di Lisbona. La modernizzazione del diritto del lavoro rappresenta un elemento fondamentale per il successo e l’adattabilità dei lavoratori e delle imprese, e pone in primo piano l’esigenza di promuovere la flessibilità del mercato del lavoro nel rispetto della sicurezza sul posto di lavoro.

Pur avendo sostenuto la relazione, l’ho fatto esprimendo l’ammonimento che la modernizzazione del diritto del lavoro di per sé non implica un approccio unico per tutte le situazioni, e che occorre prestare particolare attenzione all’analisi dell’impatto del regolamento sulle PMI, comprendendo gli oneri amministrativi superflui. Penso inoltre che il Libro verde ponga un’enfasi inopportuna sui “normali” contratti di lavoro e sottovaluti sia la varietà degli accordi di lavoro atipico presi tra lavoratori e datori di lavoro che il valore da essi conseguentemente assunto per le parti in causa. Il Libro manca altresì d’indicare il motivo per cui tale flessibilità non sia già stata prevista dalla direttiva sul lavoro a tempo determinato, dalla direttiva sul lavoro a tempo parziale e dalla direttiva sul distacco dei lavoratori, in cui si prevede una base di tutela comunitaria per tutti gli Stati membri che abbiano trasposto appieno tali direttive.

Soprattutto, qualunque riforma del diritto del lavoro deve concentrarsi sulle conseguenze esercitate sia sull’occupazione che sulla produttività.

 
  
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  Koenraad Dillen (ITS).(NL) Signor Presidente, pur condividendo l’opinione che la flessibilità non debba ledere la massima protezione possibile dei lavoratori nell’ambito del diritto del lavoro, quale che sia il luogo di lavoro, il mio gruppo è del tutto contrario all’idea che tale protezione sociale debba estendersi a livello europeo. I riferimenti al principio di sussidiarietà e al metodo aperto di coordinamento contenuti nella relazione sono un mero pretesto. Per tale motivo, in questa sede affermiamo con estrema chiarezza che qualunque tentativo di uniformare la protezione sociale a livello europeo è in contrasto con il principio di sussidiarietà, e che tale approccio farà avanzare l’Unione europea sulla strada sbagliata, che porta al super Stato centralizzatore. Il principio di sussidiarietà comporta che l’Unione europea possa intervenire solo per promuovere la mobilità transfrontaliera della forza lavoro.

L’interferenza da parte di quest’Aula è ulteriormente illustrata dal suo appello agli Stati membri affinché smettano di proteggere i propri mercati del lavoro, aprendoli invece completamente ai lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri. Perciò diciamo sì alla flessibilità e alla protezione sociale, ma diciamo no a un super Stato europeo che in quest’ambito tenta ancora una volta d’imporsi con la forza.

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ha visto come sono scappati tutti i nostri colleghi all’ora di pranzo? Anzi, hanno chiesto la sospensione, l’hanno pretesa e sono scappati tutti a pranzo. Ma perché non abroghiamo il pranzo? Uno al giorno è sufficiente… In tal modo, i parlamentari che sono scappati saprebbero come vivono i pensionati in Europa, che non possono mangiare più di una volta al giorno giacché le pensioni, che derivano anch’esse dall’attività lavorativa di cui discute Protasiewicz, sono talmente basse da non consentire più di un pasto al giorno.

In Italia oggi si parla su tutti i giornali di aumenti delle pensioni, aumenti che sono briciole. Mi auguro pertanto che in futuro si abolisca un pasto dei parlamentari e si aumentino le pensioni in tutta Europa, anche se non è compito dell’Europa aumentare le pensioni.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione dell’onorevole Protasiewicz sul Libro verde della Commissione europea sulla modernizzazione del diritto del lavoro, che è indispensabile per raggiungere l’obiettivo della strategia di Lisbona, ossia per riuscire a ottenere una crescita durevole che generi posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità. Dobbiamo assolutamente conciliare la flessibilità, che è condizione dell’adattamento alla mutevolezza dei mercati, che a sua volta altro non è che una conseguenza di quella dei consumatori, con la sicurezza, che è un valore del modello sociale europeo.

E’ sorprendente che la Commissione europea possa considerare superato il contratto di lavoro a tempo indeterminato, e sono lieto che il Parlamento europeo abbia riaffermato che il contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato è la forma comune del rapporto di lavoro e come tale debba essere considerato un punto di riferimento.

In conclusione, occorre senza dubbio sottolineare il ruolo svolto dalle parti sociali nella riforma dei mercati del lavoro e l’utilità incontestabile degli accordi collettivi per la riforma del diritto del lavoro. Da questo punto di vista, occorrerà che le parti sociali sfruttino maggiormente le possibilità giuridiche offerte dal trattato attuale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) In questo voto, come pensavamo, il gruppo PPE-DE è riuscito a far passare alcune delle sue proposte che mirano a introdurre maggiore flessibilità e a limitare i diritti per i lavoratori. Per questo motivo, e in accordo con la nostra posizione in seno alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali, abbiamo votato contro la relazione.

Siamo estremamente turbati dal fatto che il Parlamento ancora una volta assuma un orientamento neoliberista e che, in risposta alle richieste delle grandi imprese, raccomandi un’ulteriore deregolamentazione del diritto del lavoro.

Le premesse esposte nel Libro verde della Commissione, come la relazione non nega, rappresentano un grave attacco ai diritti conquistati dai lavoratori in secoli di lotte. Nonostante alcune contraddizioni, esso promuove l’uso e l’estensione dei contratti di lavoro flessibile, con stipendi e diritti sociali ridotti, orari di lavoro più lunghi, e un deterioramento della sicurezza sociale e delle condizioni pensionistiche dei lavoratori.

Siamo altresì estremamente turbati dal palese tentativo di ingannare i lavoratori, utilizzando tutto ciò che attualmente non è in vigore per presentare il diritto del lavoro quale giustificazione a tale attacco. Si tratta di un tentativo di legalizzare qualcosa che al momento è illegale.

I cittadini e i lavoratori conoscono bene la situazione, come dimostrano le varie manifestazioni svoltesi contro tali politiche, come quella recente da parte di migliaia di lavoratori a Guimarães.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La bozza della relazione contiene parecchi punti di vista interessanti. Innanzi tutto, il considerando N afferma che “centinaia di migliaia di donne non hanno possibilità di scelta e sono costrette ad accettare condizioni irregolari di occupazione, perché sono lavoratrici domestiche presso altre famiglie oppure assistono familiari anziani”.

I paesi scandinavi vengono presi a modello due volte, a dimostrazione del fatto che un alto livello di protezione dal licenziamento e delle norme sul lavoro è pienamente compatibile con un’elevata crescita dell’occupazione (paragrafo 13) e che il diritto, esercitato da alcuni paesi nordici, d’intraprendere azioni collettive è compatibile con il trattato CE – diritto che dev’essere rispettato dalla Commissione (paragrafo 18).

Vorrei solo affermare che la situazione del mercato del lavoro per le donne è molto diversa in ciascuno dei vari Stati membri. Le modalità di organizzazione dell’assistenza all’infanzia e agli anziani nei diversi Stati membri vanno definite sulla base dei dibattiti e degli esiti delle elezioni generali in ciascuno dei singoli Stati membri. Personalmente credo che la Svezia abbia compiuto progressi apprezzabili nel percorso verso una società equa e nell’elaborazione di un modello per dare alle donne l’opportunità di accedere al mercato del lavoro. E’ tuttavia compito degli elettori di ciascuno Stato membro decidere quale modello intendono sostenere nel proprio paese.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. (FR) Non ho approvato la relazione che, nel nome della modernità, vuole dare inizio a una nuova fase di flessibilità sul luogo di lavoro dipingendo come straordinaria una flessicurezza in cui la dimensione della sicurezza è, temo, pressoché inesistente.

Si tratta di flessibilità generalizzata, immediata e certa, e di sicurezza scarsa, aleatoria e rimandata a un momento successivo. Nulla sfugge alla relazione: l’orario di lavoro, i salari, le garanzie, le condizioni di lavoro. Ci troviamo ad anni luce di distanza dalla difesa di un modello sociale europeo. Se dobbiamo andare in direzione della flessicurezza, cominciamo ad aumentare la sicurezza, perché ai lavoratori s’impone troppa flessibilità!

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione, che s’incentra sulla sicurezza del lavoro lungo tutto l’arco della vita di un lavoratore piuttosto che sulla tutela di particolari posti di lavoro. Ritengo importante che, all’interno dell’Unione europea, sia più semplice trovare un posto e poter passare da un lavoro a un altro.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Mi sono rifiutato di votare a favore della relazione Protasiewicz sulla flessicurezza, come ha fatto in blocco l’intera sinistra europea, perché la protezione della stabilità del lavoro e la sicurezza dei lavoratori vengono sminuite in nome della flessibilità nei rapporti di lavoro. Il neologismo “flessicurezza” viene usato per tentare di occultare un intento neoliberista. Nel nome della competitività e del profitto delle imprese, ora licenziare per esubero di personale sarà più facile e “gratuito” per le imprese, e il costo della protezione dei giovani disoccupati verrà scaricato appieno sulla società nel suo complesso.

La responsabilità delle imprese verso i lavoratori viene rimodellata come responsabilità della società verso i disoccupati. Le contrattazioni collettive e il ruolo dei sindacati vengono drasticamente sminuiti nel quadro del nuovo modello. I contratti individuali tendono a diventare la norma, conferendo ai datori di lavoro il potere di licenziare più facilmente, senza dare spiegazioni, e diminuisce radicalmente la facilità con cui ci si poteva organizzare in sindacati. La sinistra europea, in collaborazione con i sindacati, con le sue proposte avanzate sia in seno alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali che in Assemblea plenaria, persegue la copertura per tutti i lavoratori, indipendentemente dal contratto che ne regola l’impiego.

La sinistra sostiene che il diritto di intraprendere azioni collettive rappresenta una parte importante del diritto del lavoro. Agli Stati membri è rivolto l’appello per la promozione di un lavoro stabile e regolare e per la tutela e il miglioramento dei diritti dei lavoratori, delle norme sul lavoro e di un elevato livello di protezione sociale.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) Il contenuto politico della relazione è, in generale, costruttivo, ma purtroppo si porta a livello comunitario una mole eccessiva di diritto del lavoro. A lungo andare, si corre il rischio di minare il diritto del lavoro nazionale e il modello svedese, perché l’attenzione si concentra sul mercato e perché la destra prevale. Non posso pertanto votare a favore della relazione, e mi astengo dal voto.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) Sostengo la relazione, ma vorrei affrontare tre questioni di principio sulle quali è stato impossibile votare.

La prima questione riguarda il modo di considerare le piccole imprese. E’ chiaro che possiamo perseguire sia una maggiore sicurezza per i lavoratori che una maggiore flessibilità pur avendo norme più semplici per le piccole imprese. La relazione non ha tenuto in alcun conto questo dato, cosa che deploro profondamente.

La seconda questione che vorrei affrontare è l’approccio scandinavo o, per descriverlo come fa la relazione, la situazione scandinava. Esistono tuttavia differenze molto notevoli tra i paesi scandinavi. Il precedente governo socialdemocratico svedese non si è impegnato a sufficienza né a favore della flessibilità né della sicurezza, il che ha fatto sì che in Svezia la situazione sia radicalmente diversa da quella danese. Questo vale in particolare per la disoccupazione giovanile, che in Svezia è più di tre volte superiore a quella in Danimarca.

L’ultima questione che vorrei esaminare riguarda la posizione delle donne nella vita privata e lavorativa; a tale proposito la relazione esprime un’opinione incredibilmente antiquata delle pari opportunità tra uomo e donna.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) L’Europa non è un’Europa sociale se non riesce a istituire un sistema di norme sociali minime che si applichino a qualunque tipo di lavoratore in un mercato unico in cui vige la libera circolazione. Questo, di fatto, è anche il concetto che riassume il Libro verde della Commissione sulla modernizzazione del diritto del lavoro. La relazione Protasiewicz afferma che ogni riforma del diritto del lavoro deve tenere debitamente conto di principi quali le pari opportunità tra uomo e donna e la non discriminazione, la dignità del lavoro, la protezione di tutti i lavoratori (indipendentemente dal tipo di contratto) e il necessario ruolo, nella stesura della legislazione in materia di lavoro, delle parti sociali e delle altre organizzazioni rappresentative della società civile.

Un migliore diritto del lavoro è in grado di adeguarsi al cambiamento, tutelare i lavoratori e limitare l’incertezza. Se vogliamo che il diritto del lavoro faccia fronte alle sfide del XXI secolo, avremo bisogno anche di strumenti forti in grado di arginare la crescente economia irregolare e lo sfruttamento. La relazione insiste inoltre su una maggiore convergenza tra Stati membri, così da accrescere la certezza giuridica, per esempio per quanto riguarda il lavoro transfrontaliero.

Sosterrò la relazione, benché deplori l’assenza di qualunque riferimento al principio “salario uguale per un lavoro di uguale valore”, e benché alcuni paragrafi manchino dell’incisività necessaria, per esempio per quanto riguarda l’orario di lavoro, la formazione (accesso, anziché diritto a essa) e il rapporto tra diritto del lavoro e apprendimento e istruzione permanente.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. (PL) La relazione sull’attuazione delle modifiche apportate dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali che non sono state respinte dal Parlamento europeo mira a proporre soluzioni eccessivamente rigide in materia di diritto del lavoro. Tali soluzioni renderanno ardua la creazione di nuovi posti di lavoro, condannando un’ampia fascia della cittadinanza alla disoccupazione.

Traspone inoltre tale esperienza negativa a paesi con un mercato del lavoro più competitivo.

Per questo motivo non sono stato in grado di sostenerla nella votazione in seduta plenaria.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione è il prodotto dell’ennesimo compromesso politico dell’ormai nota coalizione dei rappresentanti politici della plutocrazia europea, i gruppi PPE-DE, PSE e ALDE, e procede in una direzione profondamente reazionaria e ostile ai lavoratori. La relazione:

considera necessarie le reazionarie riforme del diritto del lavoro, al fine di favorire il conseguimento degli obiettivi della strategia di Lisbona;

annuncia che è più importante per i lavoratori la sicurezza durante la vita lavorativa che non la sicurezza del posto di lavoro;

accetta e riconosce la necessità di accordi sull’orario di lavoro flessibile, al fine di soddisfare le “esigenze dei datori di lavoro e dei lavoratori”;

promuove la percezione della cooperazione di classe tra le “parti sociali” in nome del miglioramento della competitività delle imprese;

cerca di convertire gli accordi collettivi da strumento per la difesa degli interessi della classe operaia in “strumento per la promozione del partenariato sociale”.

La relazione sostiene la filosofia di base della “flessicurezza”, la logica di fondo e le ambizioni del Libro verde.

Il partito comunista greco ha espresso voto contrario e condanna le pericolose azioni intraprese da parte dei rappresentanti politici dei gruppi monopolistici, a danno della classe operaia e dei lavoratori in generale.

 
  
  

– Proposta di risoluzione B6-0266/2007

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, l’integrazione europea comporta la realizzazione della cooperazione economica, che a sua volta porta a una crescente e autentica libera circolazione dei lavoratori. La direttiva sul distacco dei lavoratori in discussione è lo strumento adeguato per la prevenzione del dumping salariale da un lato e delle distorsioni della concorrenza dall’altro. Purtroppo l’esame dell’attuazione della direttiva condotto dalla Commissione ha rivelato problemi nei controlli negli Stati membri. La direttiva è però valida ed efficace solo se i necessari meccanismi di controllo funzionano davvero a livello di Stato membro e se sono previste sanzioni.

Se, in seguito al proprio esame, la Commissione decidesse di ridurre o semplificare i controlli, tale decisione sarebbe del tutto sbagliata, e dovremmo respingere qualunque proposta di questo tipo. Invito invece la Commissione ad assicurare che i controlli verifichino che le contrattazioni collettive e le norme salariali nazionali vengano davvero rispettate.

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sul distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi.

Sono convinta che l’attuazione piena della direttiva 96/71/CE sia fondamentale per trovare il giusto equilibrio tra la libera prestazione di servizi e la protezione dei lavoratori, al fine di contrastare soprattutto il dumping sociale.

Credo che sarebbe un’ottima idea se, negli Stati membri in cui la direttiva viene attuata mediante accordi collettivi, le parti sociali potessero accedere direttamente alle informazioni sulle società che distaccano lavoratori, così da poter monitorare efficacemente la situazione.

In conclusione, mi rivolgo agli Stati membri affinché riflettano su una futura revisione della legislazione in materia di definizioni e strumenti, in modo da poter combattere le “società a casella postale” e il falso lavoro autonomo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Visto l’aumento del numero di casi in cui i lavoratori, specialmente i lavoratori temporanei, vengono sfruttati in diversi paesi comunitari, è deludente che il Parlamento non abbia inviato un chiaro segnale alla Commissione, che attualmente non chiede di porre fine a questo fenomeno, né esige con chiarezza il rispetto delle norme minime fondamentali per la protezione dei lavoratori nonché il rispetto delle condizioni d’impiego dei lavoratori distaccati.

Sotto alcuni aspetti, il testo adottato non arriva dov’era giunto il testo che di recente siamo riusciti ad adottare – la relazione Schröder – in materia di distacco dei lavoratori. Esprimiamo pertanto voto contrario.

Siamo estremamente delusi che le nostre proposte siano state respinte, soprattutto per quanto concerne la proposta che la società che stipula un contratto debba avere un rappresentante legale nel paese ospite, la proposta di tenere la documentazione necessaria sul posto di lavoro, la proposta che in caso di illeciti si debba condurre un’indagine per determinare le responsabilità, e la proposta di contrastare le assunzioni ingannevoli di lavoratori.

Condanniamo con veemenza il fatto che la comunicazione della Commissione non sia equilibrata, per il fatto che considera sproporzionate le misure per la protezione dei lavoratori, ma non reputa sproporzionata, e neppure prende in esame, l’insufficiente attuazione della direttiva a causa dell’inadeguatezza dei controlli in alcuni Stati membri.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE), per iscritto. (EN) La direttiva sul distacco dei lavoratori, nei casi in cui è stata attuata adeguatamente, ha offerto un certo livello di protezione ai lavoratori distaccati. Le relazioni della Commissione, tuttavia, indicano che in molti casi la direttiva è stata poco rispettata e che i lavoratori non ricevono la protezione cui hanno diritto ai sensi della direttiva. Questo ha portato al dumping sociale e a una corsa al ribasso. In tale contesto gli Stati membri devono poter richiedere in precedenza al prestatore di servizi una dichiarazione che gli permetta di verificare il rispetto delle condizioni di lavoro.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. (PT) Sostengo la proposta perché concordo sul fatto che occorra promuovere la mobilità dei lavoratori nell’Unione europea. Una maggiore mobilità contribuirà allo sviluppo del mercato unico, che a sua volta porterà a una maggiore crescita economica e all’aumento dei posti di lavoro.

Il mercato interno dell’Unione ha ancora un notevole potenziale di sviluppo in numerosi settori, e in particolare in quello della libertà di circolazione dei lavoratori. Ricordando che le condizioni sociali ed economiche sono molto diverse nei vari Stati membri, credo fermamente che non sia né possibile né auspicabile armonizzare la legislazione in materia di lavoro.

Ritengo tuttavia che in tutta l’Unione si debba compiere uno sforzo per raggiungere un accordo sulla definizione dello status di “lavoratore” e di “lavoratore autonomo”. E’ altresì necessario assicurare un’adeguata attuazione delle diverse direttive europee già in vigore, soprattutto per quanto riguarda il distacco dei lavoratori.

E’ importante in particolare migliorare il coordinamento e la condivisione delle informazioni tra Stati membri sulla base di criteri trasparenti.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La direttiva 96/71/CE relativa al distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi e le comunicazioni della Commissione europea (COM(2006)0159 del 4 aprile 2006 e COM(2007)0304 del 13 giugno 2007) vengono usate dai gruppi monopolistici nell’ambito della strategia antioperaia dell’Unione e dei governi degli Stati membri al fine di minare gli accordi collettivi e i diritti salariali e sociali dei lavoratori in generale, nel tentativo di massimizzare i profitti capitalistici.

Riteniamo che le proposte contenute nella proposta di risoluzione in questione sul distacco dei lavoratori non solo non arrestino questa strategia antipopolare, ma vengano utilizzate dai gruppi monopolistici per diffondere un “salario ineguale per un lavoro di uguale valore” mediante il distacco dei lavoratori. Per questo motivo il gruppo del partito comunista greco in seno al Parlamento europeo ha votato contro la proposta di risoluzione sul distacco dei lavoratori.

 
  
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  Presidente. – Con questo si concludono le dichiarazioni di voto.

 

9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 14.25, riprende alle 15.05)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. POETTERING
Presidente

 

10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

11. Area dell’euro (2007) - Banca centrale europea (2006) (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca in discussione congiunta:

– la relazione (A6-0264/2007), presentata dall’onorevole Dariusz Rosati a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sulla relazione annuale 2007 sull’area dell’euro [(2007/2143) (INI)] e

– la relazione (A6-0266/2007), presentata dall’onorevole Gay Mitchell a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sulla relazione annuale 2006 della Banca centrale europea [2007/2142(INI)].

Sono molto lieto di accogliere in Aula il Presidente dell’Eurogruppo, il Primo Ministro lussemburghese e ministro delle Finanze Jean-Claude Juncker, nonché il Presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet. Vorrei estendere i saluti di benvenuto al Commissario Joaquín Almunia.

 
  
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  Dariusz Rosati (PSE), relatore. – (PL) Signor Presidente, sono lieto di presentare la seconda relazione del Parlamento europeo concernente la relazione annuale della Commissione europea sull’area dell’euro. La relazione della Commissione presenta la situazione economica nell’area dell’euro nel 2007.

I risultati contenuti nella relazione sono motivo di soddisfazione. Il tasso di crescita nell’area dell’euro ha raggiunto il 2,7 per cento, il migliore dal 2000, mentre la disoccupazione è scesa al 7,6 per cento, il tasso più basso da 15 anni a questa parte. Al contempo l’area dell’euro è divenuta sempre di più un fattore di stabilizzazione dell’economia mondiale.

Questo quadro generalmente ottimistico non dovrebbe però occultare alcuni aspetti negativi, ed è su questi che si concentra la nostra relazione. Primo, il tasso di aggiustamento fiscale, particolarmente nei paesi con un significativo disavanzo di bilancio, è troppo lento, tenuto presente che il Patto di stabilità e di crescita obbliga gli Stati membri a mantenere nel medio termine un bilancio il più possibile in posizione di equilibrio. Ciò significa che nei periodi favorevoli devono essere costituiti dei surplus di bilancio in modo da disporre di una riserva finanziaria nelle fasi di recessione. In tale contesto siamo critici nei riguardi del comportamento di alcuni Stati membri che non stanno approfittando dell’attuale periodo di crescita per attuare i necessari tagli alla spesa pubblica.

Secondo, il Parlamento sottolinea che i buoni risultati medi per la totalità dell’area dell’euro celano differenze sostanziali nella situazione economica dei diversi Stati membri. Particolare preoccupazione desta la competitività internazionale in declino di alcune economie nazionali, prevalentemente a causa di aumenti salariali superiori alla crescita della produttività.

Terzo, chiediamo che siano portate avanti le riforme strutturali richieste dagli orientamenti della Strategia di Lisbona. Occorre accelerare la velocità di abbattimento delle barriere che ancora rimangono sui mercati dei beni e dei servizi e sostenere l’ulteriore integrazione dei mercati finanziari e del lavoro che diventeranno un elemento importante nel buon funzionamento dell’area dell’euro. Desideriamo attirare l’attenzione in particolare sulla rapida attuazione della direttiva “Servizi”, che ha accelerato la produttività del lavoro e ridotto l’inflazione nel settore dei servizi. Ciò riveste particolare rilievo in quanto i servizi rappresentano il 70 per cento del PIL dell’area dell’euro.

Quarto, il Parlamento sottolinea quanto sia importante allargare ulteriormente l’area dell’euro per rafforzare l’Unione economica e monetaria e la moneta unica. Ci rallegriamo della decisione di accogliere Cipro e Malta nell’area dell’euro e siamo ansiosi che altri paesi aderiscano in un futuro non troppo lontano. Vorremmo altresì porre in evidenza che il processo per accertare se gli Stati membri che chiedono di entrare nell’area dell’euro sono pronti dovrebbe essere trasparente e basato su criteri uniformi, la cui logica economica e rilevanza politica non possono essere messe in dubbio.

A tale riguardo esortiamo la Commissione e il Consiglio ad avviare un serio dibattito sui criteri di convergenza nominali.

Infine desidero anche dare risalto al buon governo e al coordinamento politico rafforzato nell’area dell’euro. Ciò è necessario se vogliamo sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla moneta unica. Sono lieto che nell’aprile scorso l’Eurogruppo abbia deciso di adottare benchmark per le politiche fiscali degli Stati membri. Ci aspettiamo che l’attuazione di tali decisioni sia monitorata con attenzione. Vorrei cogliere l’occasione per rassicurare il Presidente Juncker sul pieno appoggio del Parlamento a tale riguardo.

Desidero altresì congratularmi con il Commissario Almunia per la seconda relazione della Commissione sulla situazione economica nell’area dell’euro ed esprimere l’auspicio che le relazioni dei prossimi anni siano foriere di altrettante buone notizie.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor Presidente, sono lieto che la mia relazione sia discussa congiuntamente con la relazione sull’area dell’euro. Aggiungo che essa è stata adottata all’unanimità in sede di commissione per i problemi economici e monetari.

Partendo dalla situazione economica, nel 2006 la ripresa dell’economia nell’area dell’euro è oramai un processo autosostenuto nell’ambito del quale la domanda interna è il principale elemento trainante. Nel 2006 sono stati creati due milioni di posti di lavoro e la disoccupazione è scesa dall’8,4 al 7,6 per cento. Nel contesto di tale ripresa, desidero sottolineare i punti salienti della relazione. A fronte della recente ripresa, qualunque ulteriore rialzo dei tassi d’interesse deve essere intrapreso con cautela per non compromettere la crescita economica. E’ cruciale che i salari aumentino in linea con la produttività per preservare la competitività negli Stati membri e per consentire la creazione di posti di lavoro in un ambiente non inflazionistico. Il consolidamento fiscale è fondamentale e ancor più necessario in periodi favorevoli al fine di realizzare una crescita di lungo termine.

La relazione rileva che, in termini di crescita, sin dalla creazione dell’area dell’euro le piccole economie, cioè l’Irlanda, la Finlandia, la Grecia, il Lussemburgo e la Spagna, che hanno un tasso di crescita medio superiore alla media dell’area dell’euro, si sono comportate meglio delle grandi e affermiamo che da tali sviluppi si possono trarre degli insegnamenti. La relazione esprime preoccupazione in merito al continuo apprezzamento dell’euro rispetto alla maggioranza delle principali valute europee. L’articolo 111 del Trattato assegna al Consiglio la responsabilità per la politica del cambio, senza peraltro specificare come tale responsabilità debba essere esercitata.

La relazione invita l’Eurogruppo, il Consiglio e la BCE a esercitare le rispettive competenze e responsabilità in pieno coordinamento. La relazione esorta altresì la BCE a sorvegliare da vicino gli sviluppi nell’utilizzo dell’euro quale valuta di riserva per le banche centrali e, nel contesto della relazione annuale sul ruolo internazionale dell’euro, la sollecita a quantificare e analizzare gli effetti di tale fenomeno, in particolare rispetto ai tassi di cambio. Il Presidente Trichet saprà che ogni volta che è comparso di fronte alla commissione per i problemi economici e monetari nel corso degli ultimi due anni gli ho sottoposto la questione dei prezzi degli immobili. Questo tema continua a rimanere una mia preoccupazione. Pertanto la relazione invita la BCE a monitorare attentamente tali sviluppi, che possono ripercuotersi sull’economia reale. La relazione contiene la richiesta che la BCE presenti una serie di opzioni con i relativi vantaggi, come ad esempio includere gli immobili nell’indice armonizzato dei prezzi al consumo o definire un tipo specifico di indicatore oppure proporre misure specifiche da adottarsi a livello nazionale in funzione dell’eterogeneità dei mercati nazionali.

Più avanti parlo della formula della Federal Reserve. Forse è giunto il momento di elaborare una formula BCE per aiutare a prevedere il probabile effetto dell’aumento dei tassi d’interesse sui prezzi degli immobili. La mia relazione solleva inoltre la questione dei mutui subprime e suggerisce di far tesoro nell’UE delle potenziali difficoltà per l’economia statunitense dovute ai mutui subprime.

Desidero soffermarmi brevemente su una questione di particolare interesse per l’Irlanda ma che, potenzialmente, può riguardare altri membri dell’area dell’euro. L’anno scorso in Irlanda il tasso di aumento dei prezzi degli immobili era stato previsto nei termini del 9 per cento dagli agenti immobiliari Hook and McDonald, dell’8-10 per cento da Sherry Fitzgerald e del 7 per cento da Friends First and IIB, mentre Allied Irish Banks avevano previsto un tasso di aumento compreso tra il 3 e il 6 per cento. Il recente indice Irish Permanent tsb/ESRI invece dimostra che in Irlanda le quotazioni immobiliari sono diminuite del 2,1 per cento tra gennaio e maggio 2007 e che si attende un ulteriore calo. I mutui subprime, cioè i prestiti immobiliari concessi a persone meno abbienti, che hanno un flusso di reddito irregolare o una storia di insolvibilità, quest’anno in Irlanda potrebbero toccare i 4 miliardi di euro. Se il prestito medio è di 200 000-400 000 euro, soltanto in Irlanda esistono tra 10 000 e 20 000 prestiti di questo tipo. I prestatori subprime sono una figura relativamente nuova per il mercato irlandese e normalmente impongono un tasso circa doppio rispetto al tasso dei mutui correnti per “compensare” – come dicono – il rischio maggiore. In un caso un istituto di credito ipotecario che opera in Irlanda è già rientrato in possesso di 30 immobili dal 2005.

Anche nel Regno Unito ci sono segnali di preoccupazione in merito ai mutui subprime. E’ noto da qualche tempo che negli Stati Uniti è in uso una formula Fed. Tale formula, elaborata dalla Federal Riserve americana, secondo uno dei suoi ex economisti, dimostra che, tipicamente, dopo che i prezzi degli immobili sono rincarati per svariati anni grazie ai bassi tassi d’interesse, quando i tassi aumentano i prezzi cominciano a diminuire all’incirca entro i 18-24 mesi successivi. Credo che la BCE dovrebbe orientarsi a questa formula e mettere a punto una formula BCE, perché attualmente lasciamo che siano gli operatori del settore a elaborare previsioni, quando sono proprio loro – gli istituti finanziari e gli altri – ad avere di più da guadagnare.

La relazione invita la Commissione a monitorare la qualità della supervisione e della collocazione offshore degli hedge fund, ribadisce quanto già affermato in passato in merito al controllo democratico e alla necessità di pubblicare i sunti dei verbali. La relazione attira inoltre l’attenzione sul fatto che i tassi d’interesse sullo scoperto nell’area dell’euro variano dal 7 al 13,5 per cento e chiede alla BCE di procedere a una valutazione.

Si conclude con l’affermazione che l’anno scorso il numero di banconote in circolazione ammontava a 11,3 miliardi, per un valore di 628,2 miliardi di euro, esprimendo la preoccupazione in merito all’incremento del numero di banconote da 50, 100 e 500 euro. Le sole banconote da 500 euro sono aumentate del 13,2 per cento. La mia relazione, con il sostegno della commissione per i problemi economici e monetari, solleva l’ipotesi che sia possibile che tali banconote di denominazione elevata possano essere utilizzate in attività criminali e sostiene che è necessario un ulteriore esame da parte della BCE. Spero che il Presidente Trichet sarà in grado di rispondere alla relazione e che, in particolare, non oggi, ma magari tra un certo periodo, prenderà in considerazione il mio suggerimento circa una formula BCE analoga alla formula Fed, affinché sia disponibile una misura autentica e accurata del possibile effetto deleterio dell’aumento dei tassi d’interesse sui prezzi degli immobili negli Stati membri dell’area dell’euro.

 
  
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  Jean-Claude Juncker, Presidente dell’Eurogruppo. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente della Banca centrale europea, signora presidente della commissione, onorevoli relatori, onorevoli parlamentari.

In Europa abbiamo sostituto il dibattito di fondo con delle semplici dichiarazioni. Siamo invitati al Parlamento – che io frequento assai di rado – alla seduta plenaria, come si chiama, e parliamo, ho constatato, delle condizioni di vita quotidiane degli europei, il che, certamente, contribuisce alla credibilità delle nostre Istituzioni.

I quotidiani europei, soprattutto di questa settimana, riportano lo scambio che sarebbe avvenuto in un recente Eurogruppo con un ospite serale che abbiamo avuto il piacere di ricevere. Ho letto il resoconto di questi lunghi dibattiti in editoriali lunghi appena venticinque righe e poi ci lamentiamo che gli europei sono male informati sulla realtà europea! E sia!

Al contrario, noto con soddisfazione che esistono solo alcune sfumature di differenza tra la sostanza della relazione dell’onorevole Rosati e la riflessione comune condivisa dall’Eurogruppo, poiché la nostra comune constatazione è che la crescita in Europa è ripresa, si sta consolidando e dura nel tempo. Resta da vedere se, nel giro di qualche mese, potremo constatare se tale ripresa prolungata, questo recupero di crescita in Europa ci consentirà di affermare che il potenziale di crescita dell’Unione europea e dell’area dell’euro, in particolare, è aumentato in modo sostanziale. Concordiamo nel prendere atto che i livelli di sottooccupazione e di occupazione stanno riducendosi. Il tasso di disoccupazione è il più basso da un lunghissimo periodo a questa parte – è un fatto assodato. Tuttavia occorre sottolineare che l’Unione europea, che vuole essere un modello per il mondo ma continua ad avere un tasso di disoccupazione strutturalmente superiore al 7 per cento, non ha alcun motivo di pretendere le lodi altrui o di proclamarsi vittoriosa sul fenomeno della disoccupazione nel nostro continente.

I disavanzi stanno diminuendo. Abbiamo riscontrato, tra il 2005 e il 2006, un netto risanamento delle finanze pubbliche europee. Ciò vale in particolare per il disavanzo, il cui valore è passato dal 2,5 nel 2005 all’1,6 nel 2006, il che dimostra indubbiamente che l’aspetto correttivo del Patto di stabilità e di crescita riformato ha dato i suoi frutti, a dispetto di tutti gli avvertimenti generali che ci erano stati rivolti quando avevamo modificato il Patto.

Vero è che, per quanto attiene agli aspetti di prevenzione del patto, fatichiamo a mietere i medesimi successi che abbiamo potuto cogliere sul versante del risanamento delle finanze pubbliche nella parte correttiva. I membri dell’Eurogruppo – attualmente siamo tredici e saremo quindici a partire dal 1o gennaio – confermano il loro impegno di garantire l’efficacia delle politiche che devono essere attuate per dare un autentico slancio, un vero sprone al capitolo preventivo del Patto.

Quando l’economia va bene, quando i tassi di crescita danno tanti motivi di soddisfazione, quando la crescita economica si rimette in carreggiata, è evidente che queste fasi, che con una contaminazione dall’inglese chiamiamo good times, devono essere sfruttate per correggere verso il basso i disavanzi strutturali delle finanze pubbliche. Da ciò si evince l’importanza che accordiamo alla realizzazione rapida dell’obiettivo di medio termine, il che significa che gli Stati membri dell’area dell’euro devono raddoppiare gli sforzi per raggiungere in tempo il loro obiettivo di medio termine.

Non vi sarà certamente sfuggito che su questo punto l’Eurogruppo informale riunitosi a Berlino il 20 aprile ha adottato una decisione vincolante, poiché abbiamo affermato che tutti gli Stati membri dovrebbero raggiungere l’obiettivo di medio termine nel 2008/2009. Alcuni, senza che il loro caso fosse chiarito, hanno ottenuto un rinvio al 2010. Non si è mai parlato come data del 2012. Invece questo è stato il tema principale di discussione recentemente, all’inizio della settimana, quando abbiamo incontrato il Presidente francese, che è venuto a spiegarci all’Eurogruppo – e ce ne rallegriamo – le nuove linee e i nuovi assi della politica economica e di bilancio francese. Plaudiamo calorosamente alla serie di riforme avviate, trattandosi di riforme strutturali volute dal governo e dal Presidente francese, ma insistiamo su quanto ci attendiamo ed esigiamo dalla Francia: come gli altri Stati membri dell’area dell’euro, la Francia deve rispettare l’obiettivo di medio termine che abbiamo fissato per il 1o gennaio 2010. Quest’osservazione si applica alla Francia, ma si può applicare altrettanto agevolmente a paesi più meridionali e, in modo ecumenico, a tutti gli Stati membri dell’area dell’euro. Tuttavia, abbiamo ricevuto assicurazioni circa una riduzione del disavanzo nel 2008 rispetto al 2007, circa il principio, accolto dalle autorità francesi, dell’allocazione integrale delle entrate extra rispetto alle stime di bilancio, nella misura in cui si tratti di entrate congiunturali, e circa la riduzione del disavanzo e del debito.

Noi tutti riteniamo, trattandosi di una materia evocata dalla stampa sia in Francia che al di là della frontiera, in Germania – in fin dei conti siamo a Strasburgo –, che lunedì scorso all’Eurogruppo nessun paese, in nessuna delle lingue di lavoro dell’Unione europea, abbia cercato di mettere in causa l’indipendenza della Banca centrale. Del resto, se qualcuno si permettesse di farlo, non basterebbe esprimere in modo articolato un pensiero così poco raccomandabile, perché i Trattati devono essere rispettati. Abbiamo voluto una Banca centrale indipendente, abbiamo una Banca centrale indipendente, che, ovviamente, continuerà ad essere un’autorità monetaria centrale indipendente.

(Applausi)

L’euro forte è un altro tema che suscita dibattiti. Tuttavia, nelle circostanze attuali, anche oggi stesso, non vediamo come i ministri dell’Eurogruppo possano sostenere che l’euro forte potrebbe mettere in pericolo la crescita economica nell’area dell’euro. Noi pensiamo piuttosto che gli Stati membri che utilizzano male questa forza della valuta europea rispetto all’esterno, una forza che riflette la solidità della ripresa economica in Europa, su un piano interno, introducendo le riforme strutturali necessarie, dovrebbero vigilare che i loro sistemi economici nazionali, cioè il loro sottosistema dell’area dell’euro, diventi più competitivo.

Sono rimasto favorevolmente colpito dalle affermazioni del vostro relatore sulle derive di alcuni elementi della politica salariale. Un numero notevole di dirigenti d’impresa si vede accordare indennità che non corrispondono minimamente ai ripetuti appelli, sia della Banca che dell’Eurogruppo, a una moderazione salariale intesa in modo corretto, cioè una moderazione salariale che segua il ritmo del miglioramento della produttività. Non c’è da stupirsi se i lavoratori europei non capiscono più un’Europa dove alcuni guadagnano una fortuna senza lavorare, se consideriamo il volume di lavoro che ciò comporta, e gli altri devono rassegnarsi ad accettare questo stato di cose, a subire gli appelli che noi lanciamo loro per incoraggiarli alla moderazione salariale.

(Applausi)

Si sta instaurando un’ingiustizia economica e sociale alla quale dobbiamo reagire.

Sono d’accordo con il vostro relatore nel sostenere che la rappresentanza esterna della zona economica deve diventare più solida, più unica, ma devo ammettere che non ho compreso la portata della sua aspirazione quando chiede una rappresentanza unica dell’area dell’euro a livello internazionale.

Con tutte le sue buone qualità, il Presidente Trichet non riuscirà a farmi ritirare dalla scena europea. Sono qui e intendo rimanerci. E non ho alcuna ambizione, alcuna velleità che mi induca a spingere il mio omonimo Jean-Claude a farsi da parte. Non so poi a chi di noi due potrebbe mai venire in mente di eliminare la Commissione dalla rappresentanza esterna dell’area dell’euro. La rappresentanza esterna dell’area dell’euro può essere unica, anche se siamo in tre, a condizione che vi sia accordo tra i tre partner che rappresentano all’esterno l’area dell’euro. E tale accordo esiste. Nessuno al mondo ignora che sui punti essenziali della politica monetaria, interna o esterna che sia, condividiamo esattamente le stesse idee e le stesse convinzioni.

Signor Presidente, ho limitato all’essenziale le mie dichiarazioni, poiché a questo ci invita il vostro Regolamento interno, che trovo particolarmente severo quando si tratta di parlare in modo più articolato di problemi essenziali e, come spesso afferma il Parlamento, quotidiani degli europei.

 
  
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  Jean-Claude Trichet, BCE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, ho l’onore di presentarvi oggi la relazione annuale della Banca centrale europea per il 2006, uno strumento importante per rendere conto ai cittadini europei, ai loro rappresentanti eletti e al Parlamento della politica monetaria e delle nostre attività negli ambiti di nostra competenza.

Presenterò, innanzi tutto, una breve panoramica degli sviluppi economici e monetari nel 2006 e delle misure di politica monetaria adottate dalla BCE. A seguire vorrei formulare qualche osservazione sulla stabilità dei mercati finanziari e sul tema dei sistemi di pagamento.

Inizio dalle questioni economiche e monetarie. Nel 2006 la politica monetaria della BCE ha continuato ad ancorare le aspettative inflazionistiche di medio e lungo periodo a livelli compatibili con la stabilità dei prezzi, riflettendo la credibilità della BCE nella conduzione della sua politica monetaria. Come il relatore ha sostenuto in modo assai eloquente, nel 2006 l’economia dell’area dell’euro è cresciuta al tasso più elevato dal 2000 a oggi. Nonostante l’impatto delle quotazioni elevate e instabili del petrolio, il PIL reale è aumentato del 2,9 per cento rispetto all’1,5 per cento nel 2005. La ripresa economica si è gradatamente ampliata nel corso del 2006 e la natura dell’espansione economica è diventata progressivamente autoalimentata, con la domanda interna che ha agito da principale motore. Gli ultimi dati e sondaggi pubblicati sono rimasti ampiamente positivi, suffragando l’opinione che l’attività economica nell’area dell’euro nel secondo trimestre del 2007 ha continuato a crescere a tassi solidi. In prospettiva, la previsione di medio termine per l’attività economica rimane favorevole e sussistono le condizioni perché l’economia dell’area dell’euro continui a crescere a un tasso sostenuto.

In merito all’andamento dei prezzi, l’inflazione media annua su base IAPC nel 2006 è stata del 2,2 per cento, senza variazioni rispetto all’anno precedente, cioè al di sopra dell’obiettivo della BCE inteso a mantenere l’inflazione nel medio termine al di sotto ma vicino al 2 per cento. Sebbene questo risultato rifletta principalmente gli aumenti nei prezzi del petrolio e delle materie prime e sebbene l’inflazione sia stata leggermente inferiore al 2 per cento nella prima metà del 2007, non vi è spazio per la compiacenza.

La prospettiva della stabilità dei prezzi nel medio termine rimane suscettibile a rischi di rialzo. Considerato che lo sfruttamento degli impianti nelle economie dell’area dell’euro è elevato e che i mercati del lavoro stanno progressivamente migliorando, cominciano ad emergere vincoli che potrebbero portare in particolare a sviluppi salariali più forti rispetto alle attese. Inoltre, in un simile clima il potere di fissazione dei prezzi nei segmenti di mercato a bassa concorrenza potrebbe aumentare. La nostra valutazione che avrebbero prevalso i rischi di rialzo per la stabilità dei prezzi è stata confermata durante tutto il periodo, dall’inizio del 2006 alla metà del 2007, tramite i controlli incrociati con l’analisi monetaria. Il dinamismo marcato della crescita monetaria e creditizia nel 2006 e nel 2007 ha riflettuto la tendenza persistente all’aumento del tasso sottostante dell’espansione monetaria, rafforzando ulteriormente l’accumulazione di liquidità.

Per fronteggiare i rischi di rialzo per la stabilità dei prezzi identificati dalle analisi economiche e monetarie della BCE, il Consiglio direttivo, come sapete, ha adeguato la posizione di politica monetaria progressivamente in otto fasi dalla fine del 2005. Come ho dichiarato martedì scorso nel presentare l’analisi del Consiglio direttivo, dopo i ritocchi ai tassi di interesse di riferimento, la politica monetaria della BCE rimane ancora accomodante, a fronte di condizioni finanziarie generali favorevoli, di una crescita monetaria e creditizia vigorosa e di un’ampia liquidità nell’area dell’euro. Continua ad essere garantita un’azione ferma e tempestiva per assicurare la stabilità dei prezzi nel medio termine. Il Consiglio direttivo continuerà a vigilare attentamente su tutti gli sviluppi, al fine di garantire che i rischi di medio termine non si materializzino.

In ordine alle politiche fiscali, la BCE condivide l’opinione espressa nel progetto di risoluzione che il consolidamento fiscale è fondamentale e ancora più necessario in periodi favorevoli per ottenere una crescita di lungo termine. Per il Consiglio direttivo, come è stato affermato in modo assai efficace sia dal relatore sia dal Presidente dell’Eurogruppo, è importante che tutti i governi rispettino le disposizioni del Patto di stabilità e di crescita in materia di consolidamento fiscale e che tutti i paesi interessati onorino gli impegni assunti alla riunione dell’Eurogruppo di Berlino il 20 aprile 2007. Come concordato a Berlino, avvantaggiarsi delle condizioni del ciclo favorevole consentirebbe alla maggioranza dei paesi dell’area dell’euro di raggiungere gli obiettivi di medio termine nel 2008 o nel 2009 e tutti dovrebbero mirare al 2010 come data ultima.

Mi preme affermare che siamo molto lieti dell’enfasi posta dal Consiglio ECOFIN sulle misure per migliorare la qualità e l’efficienza delle finanze pubbliche.

Per passare alle politiche strutturali, la proposta di risoluzione approvata dalla commissione per i problemi economici e monetari si riferisce ripetutamente alle diversità economiche nell’area dell’euro. Desidero innanzi tutto sottolineare che, in senso generale, i differenziali di inflazione tra i paesi dell’area dell’euro sono diminuiti e attualmente sono relativamente limitati da standard storici. La portata dei differenziali correnti di inflazione e produzione in questo preciso momento è simile a quelli che si osservano nelle regioni o negli Stati federali degli Stati Uniti d’America, una vasta economia continentale che ha un ordine di grandezza, una dimensione paragonabile alla nostra. Fatta questa premessa, una moneta unica significa una politica monetaria unica e un tasso di cambio unico rispetto alle altre valute. Pertanto è importantissimo garantire che tutti i meccanismi nazionali di adeguamento agli shock funzionino alla perfezione. Il funzionamento efficace e agevole degli adeguamenti economici nell’area dell’euro implica l’eliminazione di barriere istituzionali ai meccanismi flessibili di fissazione dei salari e dei prezzi, come pure il completamento del mercato interno e dunque una maggiore concorrenza transfrontaliera. Inoltre, l’attuazione di riforme strutturali ben elaborate da parte dei governi nazionali è cruciale per migliorare i mercati della produzione, del lavoro e finanziari e per rafforzare la competitività.

Riteniamo altresì che una concorrenza libera e non distorta potenzi la crescita di lungo termine e la creazione di posti di lavoro e faciliti il mantenimento della stabilità dei prezzi nell’area dell’euro.

Passo ora brevemente alla stabilità finanziaria, che, ne sono consapevole, rappresenta per il Parlamento una questione assai importante. Dovremmo riconoscere il ruolo positivo che gli hedge fund svolgono nel contribuire a promuovere l’efficienza e la liquidità dei mercati finanziari. Dovremmo tuttavia essere altrettanto consci che gli hedge fund possono rappresentare anche una fonte di rischio per la stabilità del sistema finanziario. In questo scenario è benvenuto il rapporto pubblicato nel maggio 2007 dal Financial Stability Forum su richiesta del G8 concernente gli istituti con elevato coefficiente di indebitamento. Tale rapporto contiene una serie di raccomandazioni, che condivido pienamente, destinate all’attenzione dei supervisori, delle controparti degli hedge fund e degli investitori e dello stesso settore degli hedge fund. Quanto al ruolo che il settore stesso deve svolgere, più che mai sosterremo la proposta che il settore degli hedge fund miri alle migliori pratiche e che dei benchmark settoriali sarebbero uno strumento adeguato per perseguire tale obiettivo. In tal senso, la recente iniziativa adottata dal settore di istituire un gruppo di lavoro per la revisione delle migliori pratiche è uno sviluppo assai apprezzato e sono ansioso di conoscerne i risultati.

Riservo magari le mie osservazioni conclusive all’integrazione dei sistemi di pagamento in Europa. Ho preso atto con soddisfazione che l’approccio dell’area unica di pagamenti in euro e il progetto Target 2 sono ampiamente positivi e nel sistema euro continueremo a svolgere il nostro ruolo a tale riguardo.

In merito al T2S, abbiamo posto in essere un modello di governance per la fase di sviluppo inteso a coinvolgere tutti gli attori attraverso la creazione di un gruppo consultivo sul T2S nel quale gli attori di mercato sono tutti rappresentati. Nell’aprile 2007 abbiamo lanciato una consultazione pubblica ufficiale sui principi e le proposte che sottendono il progetto T2S. La prima valutazione preliminare di questi commenti dimostra che il feedback è generalmente positivo. Su 67 proposte abbiamo ottenuto un totale di 3 200 osservazioni da 56 istituti e abbiamo notato che il 60 per cento di queste 3 200 osservazioni indica pieno accordo con le proposte, mentre solo il 6 per cento indica totale disaccordo. Tutto il feedback ricevuto è stato pubblicato ed è in fase di attento esame.

Molte grazie per la vostra attenzione.

 
  
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  Joaquín Almunia, Membro della Commissione. – (ES) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Presidente della Banca centrale europea, onorevoli parlamentari, credo che sia molto positivo che per la prima volta questa discussione sulla situazione nell’area dell’euro – la seconda dopo la prima discussione sulla prima relazione della Commissione sull’area dell’euro – e sulla relazione che riguarda la Banca centrale europea si tenga congiuntamente, consentendo così una riflessione globale sulla situazione nell’area dell’euro, sul funzionamento dell’Unione economica e monetaria e sulle prospettive per il futuro.

Mi preme ringraziare gli onorevoli Rosati e Mitchell per le eccellenti relazioni che hanno presentato e la commissione per i problemi economici e monetari per il lavoro che ha realizzato nella discussione sulle proposte oggi in esame in quest’Aula.

Il buon funzionamento dell’area dell’euro è una questione di importanza vitale per i nostri cittadini. Voglio tuttavia comunicarvi subito la mia preoccupazione per il fatto che molti cittadini europei, che hanno nel portafoglio e utilizzano quotidianamente l’euro per i loro pagamenti, non diano mostra di un’eccessiva soddisfazione per la moneta unica, in una fase in cui l’economia dell’area dell’euro si trova in netta ripresa, la crescita economica è superiore al nostro potenziale – addirittura supera quella degli Stati Uniti –, in cui l’area dell’euro beneficia di una ripresa, come ha detto il Presidente Trichet, basata sulla domanda interna, fatto inusitato qualche anno fa.

Si tratta di una ripresa nella quale gli investimenti crescono in modo assai soddisfacente e che è foriera di futuri miglioramenti della nostra economia, e dove l’economia sta contribuendo a generare – nell’anno trascorso – due milioni di posti di lavoro nei paesi dell’area dell’euro. Tutto questo con una bilancia commerciale praticamente in equilibrio, con un tasso d’inflazione attualmente inferiore al 2 per cento e con una stabilità invidiabile per il resto delle economie del mondo.

Credo che tutti – la Commissione, ovviamente, ma anche il Consiglio e in particolare l’Eurogruppo, la Banca centrale europea e il Parlamento europeo – abbiamo la responsabilità di spiegare ai nostri cittadini che questo progetto europeo, a otto anni dalla sua creazione, sta producendo ottimi risultati. Credo che la presente discussione debba servire proprio a questo.

Ma deve servire altrettanto a imparare dall’esperienza, a sapere quali sono gli elementi dell’Unione economica e monetaria che non funzionano come avevamo immaginato otto anni fa, e a porre in essere i correttivi o le decisioni politiche necessarie perché il futuro sia migliore del presente, benché il presente sia positivo. Un presente positivo che dalla riunione dell’ECOFIN di ieri sarà condiviso da un maggior numero di europei. Ieri il Consiglio ECOFIN ha adottato formalmente le ultime decisioni necessarie per confermare che il 1o gennaio 2008 l’area dell’euro si amplierà a Malta e Cipro. Il 1o gennaio di quest’anno aveva aderito la Slovenia. L’anno prossimo saranno tre i nuovi Stati membri che formeranno parte dell’Unione economica e monetaria e condivideranno con altri 318 milioni di europei la moneta unica.

Mi pare si tratti di un elemento assai positivo, che ieri è stato discusso e deciso con piena soddisfazione, non soltanto per i quindici membri dell’area dell’euro bensì anche per gli altri dodici paesi che ancora non hanno aderito alla moneta unica. Credo che valga la pena porlo in risalto in questo momento.

In ordine alla situazione economica, non voglio intervenire in modo dettagliato, posto che lo hanno già fatto tanto il Presidente Juncker quanto il Presidente Trichet.

Relativamente all’applicazione del Patto di stabilità e di crescita, che credo abbia a che vedere con il miglioramento della situazione economica e con la stabilità di cui stiamo godendo nell’area dell’euro, devo affermare, come ha già dichiarato il Presidente Juncker, che l’attuazione della parte correttiva del Patto di stabilità riformato, l’applicazione delle procedure per il disavanzo eccessivo, si sta rivelando molto positiva. Abbiamo sospeso quest’anno tre procedure di disavanzo eccessivo relative a tre membri dell’area dell’euro, tra i quali due delle principali economie della zona, la Francia e la Germania, che oramai non si trovano più in una situazione di disavanzo eccessivo.

Abbiamo annullato anche la procedura di disavanzo eccessivo nei confronti della Grecia. In questo momento sono due i paesi dell’area dell’euro per i quali è ancora aperta una procedura di disavanzo eccessivo: Italia e Portogallo. Se le cose continueranno come adesso, alla fine dell’anno l’Italia avrà corretto il disavanzo eccessivo e scenderà nettamente al di sotto del 3 per cento; inoltre, se le cose continueranno così, se non quest’anno, l’anno prossimo, cioè entro la fine del 2008, come il Consiglio aveva chiesto, anche il Portogallo correggerà il proprio disavanzo eccessivo.

Pertanto, in merito all’area dell’euro, l’applicazione di questo elemento del Patto di stabilità, che è il più noto, quello che più salta agli occhi e offre strumenti più forti e più potenti alla Commissione e al Consiglio, si sta realizzando in modo soddisfacente.

La parte preventiva, invece, è quella che ci occupa e ci preoccupa in questo momento. Ne ha discusso l’Eurogruppo lunedì, ne ha discusso ieri l’ECOFIN. Si tratta della discussione più attuale e più difficile nei buoni momenti economici perché nei buoni momenti economici è più difficile, non in termini economici bensì politici, continuare a consolidare le finanze pubbliche e gli strumenti nelle mani della Commissione e del Consiglio per contribuire a questa correzione delle finanze pubbliche oltre il limite del 3 per cento e verso l’obiettivo di medio termine dell’equilibrio in termini strutturali. Sono strumenti più deboli dal punto di vista giuridico e si devono basare sul consenso politico, sulla pressione tra pari e sulla convinzione che si tratti di una condizione necessaria perché la crescita sia sostenuta.

Recentemente – questa settimana – abbiamo discusso nuovamente della situazione dell’Italia, che ha un disavanzo eccessivo, ma dobbiamo anche porci, e lo stiamo facendo con molte difficoltà, il problema di come far progredire il processo di consolidamento. Abbiamo la fortuna di dover discutere meno della situazione tedesca, poiché il consolidamento fiscale in Germania è nettamente migliorato. E abbiamo iniziato a discutere della situazione in Francia.

Per completare quanto ha sostenuto il Presidente Juncker, vorrei esprimere la mia opinione sulla discussione di lunedì in sede di Eurogruppo. Vi è un fatto assai positivo: il Presidente francese si è impegnato di fronte ai ministri delle Finanze dell’area dell’euro e al Presidente della Banca centrale europea e della Commissione a promuovere un serio programma di riforme che ci presenterà in modo dettagliato entro settembre.

Vorrei segnalare un secondo elemento molto positivo: egli ha promesso di destinare la totalità dell’avanzo di bilancio al consolidamento fiscale e alla riduzione del debito. E, fattore nuovo, nella riunione dell’Eurogruppo ha dichiarato che se il deficit potrà essere appianato nel 2010, è suo desiderio farlo, cosa che non era chiara prima della riunione dell’Eurogruppo. Vero è che ha aggiunto che, se ciò non fosse possibile, lo farà entro il 2012.

Questo chiarimento tuttavia non si è concluso lunedì scorso, perché un altro elemento della riunione che ritengo molto importante è che la discussione sulla strategia di bilancio francese, come pure la discussione sulla strategia di bilancio di qualunque altro paese, si terrà e, di fatto, si è tenuta nel quadro del Patto di stabilità e di crescita, poiché la Francia presenterà un programma di stabilità rivisto che sarà analizzato dalla Commissione e dal Consiglio e saranno i ministri, riuniti nel Consiglio, nell’ECOFIN e nell’Eurogruppo, a pronunciarsi su tale programma di aggiustamento e di consolidamento fiscale che la Francia presenterà.

Credo che ciò debba essere posto in rilievo, perché qualcuno ha interpretato gli accadimenti degli ultimi giorni come la seconda morte del Patto – che qualcuno aveva già dichiarato morto nel 2003. Io sono convinto che il Patto sia vivo e vegeto; il problema è che è difficile applicarlo nei periodi buoni del ciclo, soprattutto in alcuni paesi. Ma proprio a questo servono gli strumenti del Patto: ad aiutare a superare tali difficoltà.

Desidero brevemente formulare un ultimo commento, signor Presidente, in merito all’importanza che rivestirà il nuovo Trattato, quando entrerà in vigore, per dare maggiore capacità istituzionale all’Eurogruppo, per migliorare la governance dell’Unione economica e monetaria, dove, tanto per l’aspetto esterno come per quello interno, rimane molto cammino da percorrere. Spero che nella prossima discussione, nel maggio 2008, in occasione del decimo anniversario della decisione di lanciare l’euro, la Commissione possa presentare un’analisi completa su come sta funzionando e su come dovrebbe funzionare l’Unione economica e monetaria.

 
  
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  Andreas Schwab, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, desidero innanzi tutto ringraziare i relatori, onorevoli Mitchell e Rosati, per il loro lavoro. Tramite la politica monetaria unica fissata dalla BCE e l’euro quale moneta unica, gli Stati membri dell’area dell’euro hanno raggiunto in materia di politica monetaria il più alto grado d’integrazione immaginabile. Al contrario della politica monetaria comune, la politica economica non è decisa a livello comunitario e quindi la responsabilità per le decisioni di politica economica continuano a essere nelle mani dei governi e dei parlamenti nazionali.

Un grado elevato di convergenza economica durevole dei paesi membri dell’area dell’euro è la condizione preliminare per una moneta europea forte e stabile. Per tale motivo mi rallegro delle dichiarazioni pronunciate oggi dal Presidente Juncker e dal Presidente Trichet. Nelle ultime settimane, e ancora all’inizio di questa settimana, abbiamo letto molte cose sui giornali che si potrebbero riassumere come segue: la montagna ha partorito un topolino.

Mi compiaccio della chiarezza e della determinazione delle vostre affermazioni, ma credo che la discussione in merito al futuro dell’euro e delle condizioni che lo determinano andrà avanti, e questa discussione richiederà una notevole fermezza di posizione da parte di tutti i partecipanti.

In qualità di rappresentante della generazione più giovane vorrei esortare tutti gli Stati membri dell’area dell’euro a non allentare gli sforzi di consolidamento e la disciplina di bilancio nei bilanci nazionali. In tale contesto desidero citare Montesquieu, secondo il quale ciò che contava era applicare lo “spirito delle leggi”. Le disposizioni del Trattato sull’Unione economica e monetaria devono essere rispettate, anche se i governi cambiano. In questo caso occorre seguire alla lettera l’eccellente raccomandazione di Montesquieu. Se dunque uno Stato membro, che nelle ultime settimane ha ampiamente gettato benzina sul fuoco, dovesse abbandonare questo corso, altri Stati membri più settentrionali si allineerebbero e le conseguenze per il consolidamento e la politica di bilancio dell’Unione europea sarebbero tragiche.

Per tali motivi, Presidente Trichet, Presidente Juncker, vi esorto a rimanere fermi, determinati e a non lasciarvi distogliere da questo cammino neanche nei prossimi anni.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Schwab, citare Montesquieu è quanto mai opportuno in questo caso.

 
  
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  Benoît Hamon, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, non resisto alla tentazione di replicare alle osservazioni del Presidente Juncker e del suo ospite serale, consigliandogli per primo di non lasciarsi turlupinare dal suo ospite di una sera, in particolare in merito alla natura dei deficit sui quali sta procedendo a un esame approfondito in Francia. Detto tra parentesi, tali deficit non hanno nulla a che vedere con nuovi investimenti a favore della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione, come consiglia la strategia di Lisbona, ma sostanzialmente sono il risultato di una riduzione di imposte pari a 14 miliardi di euro, mirata ai gruppi più abbienti in Francia, il che induce la gran parte degli economisti a interrogarsi sulle pretese ripercussioni positive sulla crescita nell’Unione europea. Chiudo la parentesi.

A questo punto vorrei ringraziare l’onorevole Mitchell per la sua relazione e per il lavoro che ha svolto in seno alla commissione per i problemi economici e monetari. La relazione segna alcuni progressi e avanzamenti importanti, segnatamente in materia di trasparenza dei lavori e delle decisioni della Banca centrale europea e di democratizzazione delle procedure di nomina. Il testo invoca una maggiore prudenza in merito a eventuali ulteriori rialzi dei tassi d’interesse per non mettere a repentaglio la crescita, e altrettanta cautela in merito agli hedge fund, allo scopo di rafforzare la vigilanza e il quadro giuridico, nell’interesse della stabilità finanziaria e della trasparenza. Infine, ci rallegriamo del consenso che è stato possibile raggiungere in sede di commissione per i problemi economici e monetari sulla necessità di investire massicciamente nella ricerca, nell’istruzione e nella formazione.

Ciò detto, torno alla questione dei tassi di cambio perché, contrariamente al fatalismo e all’ultraconservatorismo dominanti, vogliamo ricordare che gli strumenti per agire esistono. L’articolo 111 del Trattato, in effetti, stabilisce che “in mancanza di un sistema di tassi di cambio rispetto ad una o più valute non comunitarie, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su raccomandazione della Commissione e previa consultazione della BCE, o su raccomandazione della BCE, può formulare gli orientamenti generali di politica del cambio nei confronti di dette valute.”. Questo vi chiediamo, Presidente Trichet, Presidente Juncker e Commissario Almunia: orientamenti generali di politica del cambio rispetto alle monete dei nostri principali partner e concorrenti, piuttosto che un laisser-faire generale e dichiarazioni poco credibili sull’assenza di un impatto economico di un euro largamente sopravvalutato.

Infine, desidero spendere qualche parola su una questione in merito alla quale il Parlamento è profondamente diviso: la politica salariale. Come lei, Presidente Juncker, prendiamo atto che la quota dei salari rispetto al PIL dell’area dell’euro continua a diminuire, mentre le retribuzioni, le clausole di buonuscita dorate e le stock option per i dirigenti e i manager delle grandi società sono una vera e propria provocazione per i lavoratori europei, il cui potere d’acquisto non fa che ridursi.

Al pari del Commissario Almunia, chiediamo un salario minimo legale in ogni paese dell’Unione o almeno dell’area dell’euro. Incoraggiare le parti sociali a concordare aumenti salariali significativi, come hanno fatto le parti sociali della metallurgia tedesca, non è soltanto un passo verso una migliore ripartizione dei frutti della crescita, ma anche, dal nostro punto di vista, un contributo alla persistenza della crescita, tramite un miglioramento della fiducia delle famiglie e l’incremento dei consumi.

 

12. Ordine del giorno
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  Presidente. – A causa della mole di lavoro di lavoro di questa settimana e poiché non è stato possibile completare le votazioni odierne, la seduta di domani inizierà alle 9.30 e il turno di votazione inizierà alle 11.30.

(Il Parlamento manifesta il suo assenso)

 

13. Area dell’euro (2007) - Banca centrale europea (2006) (seguito della discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il seguito della discussione sull’area dell’euro 2007 e sulla relazione della Banca centrale europea 2006.

 
  
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  Andrea Losco, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, Signor Commissario, Presidente Trichet, Presidente Juncker, onorevoli colleghi, il Parlamento europeo può affermare con soddisfazione che la zona euro rappresenta un elemento fondamentale di stabilità nell’economia globale.

Come già brillantemente esposto dal relatore Rosati e dal relatore Mitchell in questa seconda relazione, il Parlamento può riscontrare l’indiscusso miglioramento della congiuntura nel 2006, che ha portato a un cambiamento positivo in termini di crescita economica e in modo particolare dell’occupazione con la creazione di ben due milioni di nuovi posti di lavoro, come già ricordato. Si tratta di un trend positivo che gli Stati membri della zona euro sono stati in grado di realizzare grazie a una sana e cauta politica fiscale e agli sforzi compiuti per realizzare le necessarie riforme strutturali, le quali sono anche merito di una maggiore interdipendenza che la zona euro impone agli Stati membri.

Ciononostante, occorse porsi alcuni interrogativi, il principale dei quali è già emerso nella relazione del Commissario Almunia: qual è la percezione che hanno i cittadini di tale congiuntura positiva? Quali sono i risultati positivi per i singoli cittadini? Purtroppo, al di là dei dati ufficiali, gli effetti tangibili non sono ancora realmente percepiti dall’opinione pubblica. Dobbiamo prendere atto che le ripetute richieste di moderazione salariale, sotto certe condizioni sicuramente fondate da un punto di vista economico, sono in realtà lontane dalla quotidianità dei singoli cittadini ed è quindi evidente che in questo momento alcuni Stati, fra cui anche l’Italia, dove sono presenti forti tensioni sociali, abbiano delle difficoltà oggettive a destinare tutto il gettito supplementare alla riduzione del debito.

Credo pertanto che, nel rispetto degli impegni assunti nel medio termine, noi dobbiamo rispondere a una sfida: come rendere compatibili le rigide regole dell’economia con la domanda di equità sociale?

 
  
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  Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, nel mio intervento in questa discussione desidero sollevare due questioni.

Primo, dovremmo prendere atto con soddisfazione che il 2006 è stato un anno insolitamente buono per i paesi dell’area dell’euro. Il PIL è aumentato del 2,7 per cento rispetto all’1,4 per cento nel 2005 e la disoccupazione si è attestata al 7,6 per cento, la percentuale più bassa negli ultimi quindici anni. Questi risultati sono stati ottenuti a fronte di un tasso di inflazione che è rimasto fisso al 2,2 per cento dal 2005 e di un deficit fiscale ridotto. Tuttavia è disorientante che tali cifre siano notevolmente peggiori rispetto ai tassi di crescita, disoccupazione, inflazione e disavanzo di bilancio nei tre paesi fuori dall’area dell’euro: Regno Unito, Svezia e Danimarca. Sono anche inferiori ai valori annuali registrati dall’economia statunitense.

Secondo, entrambe le relazioni sono infarcite di cifre e ci siamo concentrati su queste. Tuttavia, evidentemente, non tutti attribuiscono ai numeri lo stesso valore. Il neoeletto Presidente francese ha affermato in un’intervista che la crescita economica e la piena occupazione sono tanto importanti che i capi di Stato dovrebbero occuparsene direttamente e che l’eccessiva forza dell’euro, dovuta agli ultimi rialzi dei tassi di interesse operati dalla Banca centrale europea, danneggia gli esportatori europei. Oltre a tale diagnosi, il Presidente francese vuole anche ridurre l’imposizione fiscale e aumentare il disavanzo di bilancio per potenziare la crescita economica e ridurre la disoccupazione in futuro.

Ho quasi terminato. Ma non ho sentito alcuna critica, né dal Presidente…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Alain Lipietz, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, desidero intanto dire al Presidente Juncker di non formalizzarsi se i deputati presenti in Aula sono così poco numerosi. Anch’io sarei rimasto volentieri in ufficio per avere il piacere di vederla in primo piano sullo schermo del mio televisore. Le condizioni in cui si dibatte in quest’Emiciclo sono alquanto difficili.

Vorrei innanzi tutto esprimere la mia emozione nel prendere atto di quanto la relazione Mitchell converga con le discussioni in corso nella commissione per i problemi economici e monetari ormai da vari anni. Per la prima volta abbiamo una relazione relativamente unanime, che ci consentirà di trovare accordi su punti che tra noi erano contenziosi.

Innanzi tutto, l’idea che si possano attuare riforme strutturali e che esse possano aumentare il tasso di crescita potenziale rispetto a quello degli anni ’90, e che questo forse è già un dato di fatto.

Poi l’affermazione, finalmente esplicita, che le riforme sul mercato del lavoro non portano a una moderazione salariale incondizionata bensì, come ha affermato il Presidente Juncker, a una moderazione qualificata dalla proporzionalità con l’aumento della produttività, e che tale crescita si costruisce migliorando il capitale umano e incrementando la formazione e la ricerca, non diminuendo le garanzie sociali.

Il terzo sensibile progresso della relazione Mitchell è che al fine è posta correttamente la questione dell’articolo 111 del Trattato. E’ il Consiglio che ha facoltà di fissare la politica del cambio. Consiglierei al Presidente Juncker di ascoltare anche le osservazioni di Louis Gallois sulla competitività di Airbus. Non si può affermare che esista un paese in particolare che abbia problemi ad adattarsi ai tassi di cambio correnti.

Al paragrafo 10 della risoluzione Mitchell invitiamo il Presidente Juncker ad accordarsi con il Commissario Almunia, un fatto di cui rallegrarsi.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. KRATSA-TSAGAROPOULOU
Vicepresidente

 
  
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  Jacky Henin, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signora Presidente, l’Unione europea non ha bisogno di governance bensì di azioni politiche sulle economie per promuovere una crescita creatrice di occupazione stabile e soprattutto ben remunerata. La politica della Banca centrale europea è nociva, perché si pone come unico obiettivo il più basso tasso d’inflazione possibile, mentre dovrebbe includere elementi di politica strutturale, quali la crescita, come fa la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Creare l’euro senza porre in essere, parallelamente, un bilancio federale per gli Stati membri interessati ha determinato la scomparsa dello strumento della svalutazione, senza fornire altri strumenti di protezione. La sottovalutazione del dollaro, da questo punto di vista, rappresenta un’arma di distruzione di massa delle capacità industriali europee e non è autoincensandovi che potrete nascondere la realtà del costo esorbitante e insostenibile della sopravvalutazione dell’euro. Un simile errore costa caro ai lavoratori e ai cittadini europei.

La zona euro non può più funzionare nella sua attuale forma: urge un cambiamento di statuto della Banca centrale e dell’organizzazione stessa dell’euro. E’ urgente ricorrere a protezioni doganali. E’ giunta l’ora di introdurre politiche industriali che garantiscano la difesa degli interessi vitali dei popoli dell’Unione e permettano di creare posti di lavoro e difendere gli interessi comuni dei lavoratori europei.

 
  
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  John Whittaker, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, la crescita economica è più forte, la disoccupazione è in calo, i deficit pubblici stanno riducendosi, ma affiora la preoccupazione che la crescita possa essere minacciata dalla forte valutazione estera dell’euro. Mentre il Presidente Juncker non condivide queste preoccupazioni, il Presidente Sarkozy e altri invocano una gestione attiva del tasso di cambio. La relazione Mitchell attira l’attenzione sulle regole che conferiscono agli Stati membri la responsabilità per la politica del cambio ed esorta i ministri delle Finanze dell’area dell’euro a coordinare la loro influenza sul tasso di cambio con la Banca centrale europea.

La relazione sostiene che quest’azione non dovrebbe minare l’indipendenza della BCE di utilizzare i tassi di interesse per controllare l’inflazione. Sembra che non siamo in grado di comprendere come ciò funzioni. Il modo per ridurre il valore dell’euro è che la BCE riduca i tassi d’interesse. Ma a quel punto dovrebbe abbandonare il suo obiettivo di inflazione. In quest’epoca di liberi flussi di capitale non è possibile controllare simultaneamente inflazione e tasso di cambio.

Certamente esiste un’alternativa: imporre controlli sui cambi. Forse è a questo che stanno pensando in realtà. Ciò non sarebbe in disaccordo con le osservazioni di Sarkozy sulla difesa del protezionismo francese e sarebbe anche disastroso per le economie di mercato dell’area dell’euro.

 
  
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  Sergej Kozlík (NI).(SK) Desidero porre in rilievo che le variazioni dei tassi d’inflazione sono ampiamente il risultato di fattori strutturali, non di politiche inadeguate.

Si è registrato un aumento doppio dei salari nei nuovi Stati membri dell’Unione europea e la quota di produzione ad alta intensità di energia e di materie prime in questi paesi è maggiore rispetto ai paesi più sviluppati dell’area dell’euro. Al contempo, una grande parte della produzione ad alta intensità di energia e materie prime è destinata all’area dell’euro. Per tali motivi i nuovi Stati membri sono maggiormente sensibili alle fluttuazioni dei prezzi dell’energia e delle materie prime; per la stessa ragione servono da cuscinetto che assorbe gli impatti dei prezzi sui paesi dell’area dell’euro. Tuttavia le pressioni inflazionistiche nei nuovi Stati membri potrebbero anche essere determinate da una crescita elevata, dalla produttività in aumento e dal recupero rispetto agli standard dei paesi più sviluppati.

Dopo tutto, questo è uno degli obiettivi dell’adesione all’UE.

Pertanto sostengo la richiesta di rivedere i criteri di convergenza, segnatamente con riferimento all’inflazione, di modo che non diventino strumenti per creare nuove divisioni in Europa.

 
  
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  Cristóbal Montoro Romero (PPE-DE).(ES) Signora Presidente, signor Commissario, Presidente Trichet, Presidente Juncker, desidero innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Rosati e in particolare con l’onorevole Mitchell per la qualità delle loro relazioni.

Ritengo che, in termini economici, questi tempi siano promettenti per l’Europa. Il nostro obiettivo è aumentare la produzione e l’attività economica. Ciò si traduce in nuove opportunità occupazionali, mentre l’inflazione è sotto controllo.

La sfida, a questo punto, è consolidare la crescita economica, un obiettivo che non raggiungeremo se non risolveremo i nostri problemi istituzionali. La questione posta dalle relazioni è se la ripresa cui assistiamo sia ciclica oppure un movimento economico più sostanziale.

In tale contesto, non dobbiamo rassegnarci all’idea che l’Europa abbia un potenziale di crescita del 2 per cento. Gli Stati membri d’ora in poi dovranno sincronizzare i loro tassi di crescita. In breve, è necessario creare più posti di lavoro e più PMI.

A tale riguardo, la Banca centrale europea deve altresì seguire le raccomandazioni contenute nella relazione Mitchell, ovvero cautela rispetto al rialzo dei tassi di interesse, perché non si devono prevenire le decisioni che spettano ai governi in merito alla riforma e le decisioni di maggiore portata nella lotta contro il protezionismo. Il principale problema dell’Europa è la retorica del protezionismo, che va controcorrente rispetto allo spirito dell’integrazione europea.

Ricapitolando, questa è una fase economica positiva che, tra le altre cose, deve essere utilizzata per garantire che la crescita continui e i cittadini europei siano incoraggiati a identificare l’euro come una delle fonti del loro benessere, della loro prosperità e soprattutto di nuove opportunità lavorative.

 
  
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  Ieke van den Burg (PSE).(EN) Signora Presidente, desidero utilizzare il mio breve tempo di parola per esprimere a nome del gruppo PSE pieno sostegno al Patto di stabilità e di crescita – è necessario ribadirlo – e in particolare del Patto riformato. Lo abbiamo reso più intelligente per tenere conto del ciclo e degli sviluppi economici. Ciò deve essere applicato in modo adeguato e non deliberatamente come avviene ora. Per tale ragione apprezzo le dichiarazioni del Presidente Juncker e del Commissario Almunia, ed è positivo esprimere questo consenso a nome del mio gruppo politico.

Desidero attirare l’attenzione su due questioni specifiche e vorrei sentire le reazioni dei nostri tre invitati, che mi rallegro di vedere riuniti in questa discussione. La prima è la moderazione salariale. Sosteniamo il principio che la moderazione salariale dovrebbe rimanere entro la crescita di produttività, e così è avvenuto per oltre dieci anni. Tuttavia è giunto il momento di considerare come riequilibrare i frutti della crescita e, se ci rendiamo conto che i salari sono rimasti indietro e rappresentano una quota minore del PIL, è anche il caso di valutare come riportarli in equilibrio. Mi piacerebbe sentire qualche commento al riguardo. So che il Presidente Juncker e il Commissario Almunia si sono espressi in questo senso. Desidero invitare il Presidente della BCE in particolare a pronunciarsi in merito.

L’altra questione che desidero sollevare non verte soltanto sugli hedge fund, ma anche sul paragrafo 19 della relazione Mitchell sulla ristrutturazione del debito aziendale. Si tratta di una preoccupazione importante ai fini della stabilità finanziaria e desidero chiedervi qual è la vostra valutazione e come può essere gestito il problema.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE).(SV) Desidero innanzi tutto ringraziare i due relatori per il loro lavoro costruttivo. La Banca centrale europea sta adempiendo correttamente i propri compiti. Anche se la discussione ogni tanto si accalora un po’, il Presidente Trichet riesce sempre a calmare gli animi con le sue parole degne di un diplomatico. La BCE è diventata notevolmente più aperta e più trasparente, ma rimane valida la richiesta del Parlamento che siano pubblicati i verbali. E’ un sistema che funziona bene per le altre banche centrali e che rafforzerebbe la BCE e ne accrescerebbe la reputazione. Rinnoviamo il nostro auspicio di una procedura più aperta per le elezioni del Comitato direttivo della BCE.

E’ estremamente importante salvaguardare l’indipendenza della BCE e sostenere l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa offre pieno sostegno a Jean-Claude Trichet e Jean-Claude Juncker in merito al punto centrale: sappiamo che una politica di fermezza in materia di stabilità è la condizione fondamentale per un’Europa che cresca.

Sfortunatamente, non pochi di noi temono il perdurare dei toni stridenti della campagna per le presidenziali francesi. La riunione di lunedì a Bruxelles non contribuisce a mitigare tale preoccupazione, che è percepita anche dalla commissione, anche se il Presidente Juncker cerca di rassicurarci, e che si avverte nell’ampia discussione oggi in corso nel nostro Emiciclo. Alcune formulazioni nella relazione potrebbero essere prese a pretesto per mettere in discussione l’indipendenza della BCE e consentirle una più ampia interferenza a livello politico. Noi respingiamo simili sviluppi. Rimando al testo del paragrafo 10, che a sua volta cita l’articolo 111 del Trattato, come ha fatto l’onorevole Hamon. Sarebbe davvero infelice se in qualche modo si potesse considerare che la nostra relazione rimette in causa la BCE.

 
  
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  Wiesław Stefan Kuc (UEN).(PL) Signora Presidente, i buoni risultati macroeconomici nei paesi dell’area dell’euro confermano l’enorme impatto dell’Unione economica e monetaria sui risultati, che è poi il fine stesso dell’introduzione di una moneta unica nell’Unione europea. Maggiori livelli di integrazione in ampi settori rendono possibile un maggiore sviluppo e un maggior progresso. Tuttavia, i problemi della Costituzione europea, la ponderazione di voto e la forza di certi Stati membri ostacolano attualmente un’ulteriore integrazione.

L’Europa a due velocità predetta dal Presidente Prodi sfortunatamente è diventata una realtà. Lo si vede altrettanto nell’introduzione dell’euro negli Stati membri. L’adesione all’euro di uno o anche due paesi in un periodo di tre anni non può essere considerato un clamoroso successo. Dobbiamo rafforzare e accelerare tali attività in quanto esse consentiranno una crescita più rapida e una maggiore integrazione. E’ un’opportunità da cogliere.

Concludendo, esprimo ai due relatori le mie più vive congratulazioni.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM).(SV) Non sono ancora trascorsi quattro anni da quando la Svezia ha tenuto un referendum sull’euro e a larghissima maggioranza ne ha respinto l’introduzione come moneta. Esistevano ed esistono svariate argomentazioni contro l’adesione all’area dell’euro. Da un lato si tratta di un progetto politico molto instabile, dall’altro è estremamente problematico per un paese non poter controllare i propri tassi d’interessere per reagire ai cicli commerciali. Questi timori si sono dimostrati giustificati e oramai ci rendiamo conto di come ciò si stia ripercuotendo sui paesi che hanno sostituito la propria moneta con l’euro.

La Svezia ha perso mantenendo la corona svedese? Recenti studi hanno dimostrato che il commercio ha subito contraccolpi ma in misura trascurabile. Ciò che la Svezia ha guadagnato non introducendo l’euro è molto più prezioso: abbiamo altre possibilità di controllare lo sviluppo, perché i tassi d’interesse possono essere adattati alle condizioni congiunturali in Svezia, senza che la Banca di Svezia debba tenere conto delle prospettive commerciali negli altri paesi. Pertanto penso che, contrariamente alle dichiarazioni del Commissario Almunia di fronte a quest’Aula, il “no” della Svezia debba essere rispettato e che anche la Svezia debba ottenere un’esenzione formale dall’obbligo di aderire all’area dell’euro, come la Danimarca e il Regno Unito. Qualunque altra cosa sarebbe assolutamente non democratica.

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE).(HU) Sono lieto che si stia svolgendo questa discussione, così, citando alcuni elementi in comune ai due argomenti, ho modo di richiamare l’attenzione su alcune conseguenze che riguardano l’allargamento. In primo luogo, mi rallegro che non soltanto i rappresentanti dei paesi candidati all’area dell’euro e il relatore ma addirittura il collega tedesco onorevole Schwab abbiano rilevato il problema che l’interpretazione del paese di riferimento rispetto al criterio di inflazione per l’ammissione all’area dell’euro – cioè tutti gli Stati membri – è diversa da quella che utilizziamo per fissare l’obiettivo della BCE, che implicitamente si applica ai 13 Stati membri.

Nonostante la lettera che il Commissario Almunia ci ha inviato ieri come risposta, il Parlamento deve continuare a insistere che la riforma del Trattato includa una correzione che è la logica conseguenza della creazione dell’area dell’euro. Inoltre, non avere misure per contrastare l’inflazione eccessiva negli Stati membri dell’area dell’euro ma fissare aspettative antinflazionistiche più severe per i paesi che vogliono aderire non è forse un modo di stabilire due pesi e due misure?

Vorrei porre in risalto che, mentre il benchmark di riferimento per l’euro si basa sui 27 Stati membri, nel Consiglio direttivo della BCE la stessa definizione si applica soltanto ai 13 paesi, visto che non mi risulta che in quest’organo esercitino qualsivoglia ruolo cittadini di paesi esterni all’area dell’euro. Perciò mi sembra che l’espressione “Stati membri dell’Unione europea” sia interpretata in due modi.

La retorica sulla solidarietà abbonda, ma non vi è traccia di solidarietà rispetto all’uso delle banconote in euro. Di fatto il taglio più piccolo, il biglietto da 5 euro, vale molte volte il valore delle banconote di taglio più piccolo nelle valute nazionali dei nuovi Stati membri, costringendone i residenti a girare con le tasche piene di monete. Allo stesso tempo la banconota di taglio più grande, il biglietto da 500 euro, spesso vale sei mensilità di pensione in questi paesi. Ma nemmeno io, per settimane, ho potuto utilizzare questa banconota per pagare alcunché, né qui a Strasburgo né a Bruxelles. Se qualcuno me la cambiasse, gliene sarei grato. Cosa volete che ci si faccia a Riga?

Vorrei aggiungere che l’onorevole Rosati ha formulato un’osservazione molto profonda sull’estensione delle quattro libertà fondamentali al mercato interno. Anche a tale riguardo avrei una domanda: come è possibile che coloro che partecipano all’integrazione monetaria oggi possano bloccare la libera circolazione della manodopera per paura del dumping slovacco? Come è possibile che i regolamenti UE indirettamente escludano le attività ad alta intensità di manodopera dalla fornitura di servizi?

La ringrazio, signora Presidente, e spero che l’allargamento dell’area dell’euro verso est, verso l’ex sfera di influenza sovietica, inizi presto.

 
  
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  Pervenche Berès (PSE).(FR) Signora Presidente, Presidente Juncker, Presidente Trichet, signor Commissario, credo che questa sia una buona settimana per l’euro. Innanzi tutto, perché è la prima volta che questo dialogo macro-economico sulla zona euro si tiene qui, al Parlamento europeo. Spero che sia l’inizio di una buona abitudine: l’euro acquista visibilità in questa discussione al Parlamento e me ne rallegro.

Poi, questa è la settimana in cui un Presidente della repubblica neoeletto ha ritenuto di dover giustificare di persona all’Eurogruppo le proposte che intende sottoporre al proprio paese. Mi pare che qualche anno fa una cosa del genere non sarebbe potuta accadere in un paese dove si considerava che la strategia di bilancio attenga alla sovranità nazionale. La discussione collettiva sulla gestione dell’euro ha compiuto progressi, e ne sono lieta. Avete invocato il diritto di giudicare l’efficacia di un regalo fiscale pari a 13 miliardi di euro e non posso che sostenere la vostra proposta.

Ma per il futuro vorrei invitarvi ad andare addirittura oltre. Innanzi tutto perché ritengo che utilizzare gli strumenti preventivi del Patto di stabilità e di crescita non consenta di realizzare tutto ciò di cui abbiamo bisogno, cioè a dire un coordinamento ex ante per organizzare gli investimenti strategici futuri in maniera coordinata e per anticipare insieme gli effetti delle riforme strutturali, poiché ciò che accade in un paese in termini di riforme strutturali ha un impatto sugli altri paesi.

Inoltre vorrei invitarvi a riaprire il dibattito sui tassi di cambio. Si tratta di una questione che l’articolo 111 del Trattato vi autorizza ad affrontare, anche a livello di Consiglio, e dovrebbe essere considerata altresì una questione di interesse comune, come il Trattato vi invita a fare all’articolo 99.

 
  
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  Vladimír Železný (IND/DEM). (CS) Signora Presidente, l’introduzione della moneta unica avrebbe dovuto creare un mercato interno unico. L’Unione europea però è ormai schiava della concezione di un’integrazione politica rigida e della creazione di un superstato sovraregolamentato, invece di spingere per rendere possibili quelle libertà economiche che nel 1957 hanno contribuito a gettare le fondamenta del mercato comune e che rimangono ancora oggi irrealizzate. L’impossibilità di adottare la direttiva Bolkestein nella sua versione originaria, l’esistenza di ostacoli al libero trasferimento della produzione verso aree più efficienti dell’Unione e le restrizioni alla libera circolazione della manodopera dai nuovi Stati membri, come pure le altre restrizioni protezionistiche e normative alla libertà del mercato comune stanno trasformando l’euro in una moneta artificiale. Di conseguenza abbiamo una moneta unica in un mercato che unico non è. Un esempio tipico è l’esistenza, da un lato, dell’imposizione forzata di concessioni rispetto al Patto di stabilità, di cui alcuni dei grandi Stati membri dell’UE hanno deciso di non poter fare a meno, e dall’altro di condizioni assurde e ormai fuori tempo dettate ai nuovi Stati membri per l’adesione all’area dell’euro che non tengono debitamente conto dei livelli d’inflazione necessari e di altri indicatori che sono soltanto manifestazioni periferiche e accidentali di economie molto dinamiche che stanno crescendo a un tasso superiore alla media UE. L’ottusità dell’area dell’euro e l’insuccesso nel realizzare le libertà economiche in un mercato sleale e non unico stanno trasformando l’euro in una moneta rischiosa e incerta.

(EN) Signora Presidente, mi consenta un’osservazione tecnica. Sullo schermo sopra di lei e sul display il mio nome è regolarmente scritto in modo sbagliato ormai da molti mesi. La “ý” alla fine del mio cognome manca. La prego di prenderne nota.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, anch’io do il benvenuto alla triade dell’euro.

L’euro è stato un successo: l’euro è la migliore risposta dell’UE alle sfide globali. L’euro e le quattro libertà sono le pietre angolari di un mercato interno forte. Dal mio punto di vista, i criteri di Maastricht e il Patto di stabilità sono i principi di regolamentazione migliori che siano stati raggiunti dall’Unione europea. Dal 1o gennaio 2008 l’Eurogruppo avrà la maggioranza assoluta degli Stati membri. E’ una buona notizia e vorremmo rivolgere un caloroso benvenuto a Malta e Cipro.

Mi stupisce tutta questa agitazione perché un capo di governo ha promesso di fare il suo dovere. Così deve essere. Le regole vanno rispettate, non interpretate in maniera protezionistica.

Ci rallegriamo dei vantaggi economici e chiediamo che tali benefici siano utilizzati per risanare i disavanzi commerciali e il debito pubblico, consentendo al contempo ai lavoratori di partecipare a tali benefici.

Non mettiamo in causa l’indipendenza della Banca centrale europea. La Banca è il garante della buona prestazione dell’euro, ma una BCE indipendente e relazioni esterne unificate per l’area dell’euro non si escludono a vicenda. Una rappresentanza esterna unica per l’area dell’euro non ha nulla a che vedere con il fatto che questi tre signori influenzano i tassi di cambio esteri. Il tasso di cambio estero è determinato dal mercato e la Banca centrale europea decide i tassi di interesse. Voglio che questo sia ben chiaro alla sinistra.

Di questi tempi, tutti cantiamo le lodi dell’euro e degli indicatori economici, ma abbiamo dimenticato che l’euro dovrebbe anche essere visto e presentato come vantaggioso per i cittadini europei. Bisogna insistere sul risparmio che esso consente in termini di spesa per i tassi di cambio, sul suo effetto sulla stabilità nell’area dell’euro e nel mercato interno. Non dimentichiamo che attualmente andiamo meglio del dollaro: questo sì che è un segno tangibile di successo. Quando l’euro è stato introdotto, questo è ciò che i cittadini desideravano.

 
  
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  Robert Goebbels (PSE) . – (FR) Signora Presidente, ho la sensazione di partecipare a un dibattito di disillusioni: la disillusione dei nostri ospiti, che compaiono di fronte a un Emiciclo deserto, e la delusione della destra, i cui membri sono in fibrillazione per l’eventuale perdita di indipendenza della BCE, mentre la Banca centrale europea è e rimarrà indipendente. La Francia ha modificato la propria costituzione affinché la BCE potesse essere indipendente. Per modificare lo statuto della BCE sarebbe necessario un accordo tra i 27 governi e i 28 parlamenti, incluso il nostro. E’ una missione impossibile!

Inoltre la BCE sta facendo un ottimo lavoro: l’euro è la seconda moneta di riserva internazionale e dal 2000 si è apprezzata del 25 per cento rispetto al dollaro. Spendiamo meno per comprare le materie prime, il gas e il petrolio. L’inflazione è più bassa nell’area dell’euro che negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Se devo muovere una critica alla BCE, è la sua ossessione per la lotta all’inflazione. L’inflazione è dannosa, specialmente per le economie deboli, ma poiché al momento la pressione inflazionistica è limitata, la Banca dovrebbe adoperarsi maggiormente per sostenere la politica economica.

Il potere d’acquisto di molti europei si è ridotto, il che non impedisce alla BCE di invocare la moderazione salariale. Spero che il Presidente Trichet raccomanderà la moderazione al Presidente Sarkozy, che abiura gli impegni assunti dalla Francia per fare doni fiscali ai ricchi.

L’ultima delusione è questa: a che serve una Carta dei diritti fondamentali se non è applicata in tutta l’Unione? La Corte di giustizia delle Comunità europee come può applicare tale Carta se essa non ha valore nel Regno Unito? Ovviamente quest’ultima domanda è rivolta al mio connazionale e grande europeo, Presidente Juncker.

 
  
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  Jean-Paul Gauzès (PPE-DE).(FR) Signora Presidente, Presidente Juncker, Presidente Trichet, onorevoli colleghi, non è paradossale né contraddittorio condividere le conclusioni delle due eccellenti relazioni che ci sono state sottoposte e appoggiare l’azione coraggiosa e determinata del governo francese per realizzare le riforme necessarie e promuovere la crescita. Non è paradossale né contraddittorio perché la Francia ha fatto la sua rentrèe in Europa. Dichiarando solennemente il suo impegno a favore dell’integrazione europea, il Presidente della Repubblica francese ha apportato un solido contributo per rilanciare l’Europa e sbloccare lo stallo in cui versava. L’accordo raggiunto al Vertice di Bruxelles, grazie agli sforzi del Cancelliere Merkel, ne sono il primo esempio pratico.

Uno degli obiettivi è migliorare il funzionamento dell’area dell’euro. Il Patto di stabilità e di crescita, che dal 1999 costituisce un inquadramento per i bilanci dei paesi dell’area dell’euro e definisce la disciplina di bilancio che gli Stati membri devono applicare per prevenire i disavanzi eccessivi, deve essere applicato sistematicamente, perché contribuisce alla stabilità monetaria. Chiaramente la Francia, nonostante quanto è stato affermato, non rimette in discussione le regole del Patto di stabilità e di crescita, che rimangono fondamentali. Tuttavia, occorre rispettarne i criteri senza perdere di vista l’obiettivo della crescita. Il Patto deve essere applicato in modo intelligente e dinamico.

E’ in questo spirito che il Presidente della Repubblica francese è stato ansioso di fornire le necessarie spiegazioni sull’ambizioso programma di riforma che intende attuare. Il dialogo proficuo avviato ha reso possibile un chiarimento di posizioni. Il Presidente Sarkozy ha confermato il suo impegno a fare tutto quanto è possibile per rispettare l’obiettivo del 2010, se la spinta alla crescita che si aspetta da tali misure produrrà i risultati che egli si attende in termini di gettito fiscale. La Francia si è già impegnata a ridurre il disavanzo di bilancio al 2,4 per cento a partire dal 2007. Non saranno lesinati gli sforzi per consolidare il bilancio al fine di diminuire il debito pubblico.

Sono tra quelli che credono che il ruolo dell’Eurogruppo debba essere rafforzato. Sotto la guida di un presidente stabile e di elevato profilo, l’Eurogruppo deve proseguire la ricerca di politiche economiche nazionali coerenti e coordinate. In questo modo, nel rispetto dell’indipendenza della Banca centrale europea, l’Eurogruppo potrà infine essere un contrappeso utile per l’attuazione della politica economica orientata alla crescita e all’occupazione.

 
  
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  Vladimír Maňka (PSE).(SK) La settimana scorsa ho partecipato a colloqui presso il ministero delle Finanze a Dublino.

Negli ultimi dieci anni l’economia irlandese ha registrato uno straordinario tasso di crescita in media del 6 per cento. Il PIL pro capite è del 40 per cento superiore alla media UE. La disoccupazione è al 4,2 per cento e gli irlandesi chiaramente riusciranno a raggiungere l’obiettivo della strategia di Lisbona per quanto riguarda l’occupazione. La preoccupazione, tuttavia, è che l’inflazione quest’anno possa arrivare al 5 per cento. Se l’Irlanda non fosse già membro dell’area dell’euro, oggi, con le regole attuali, non potrebbe aderirvi. Con questo voglio dire che nelle economie a tasso di crescita accelerato l’inflazione strutturale è maggiore. Una simile situazione è parte integrante dell’Unione monetaria.

L’inflazione è parte del processo, in particolare nei nuovi Stati membri che stanno cercando di recuperare il passo con i paesi più sviluppati. Il Consiglio e la Commissione, pertanto, dovrebbero mettere a punto un’analisi nuova e rivedere i criteri di convergenza. E’ fondamentale continuare le discussioni politiche riguardo all’applicazione di questi criteri ai futuri membri dell’area dell’euro.

 
  
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  Jean-Claude Juncker, Presidente dell’Eurogruppo. – (FR) Signora Presidente, intervengo al termine della discussione per formulare alcuni commenti aggiuntivi a cose che sono state o non state dette.

Inizio con la politica salariale, poiché è un tema di cui mi sto occupando e che mi preoccupa. Rimango convinto che, se continueranno a essere applicate le politiche attuali, cioè le politiche che consistono nell’allargare ulteriormente il divario tra chi lavora e chi sostiene di fornire lavoro, andremo dritti verso il disastro. Gli europei, soprattutto gli europei semplici e modesti, che non sono meno intelligenti degli altri, non comprendono questo divario che si ingrandisce giorno dopo giorno tra coloro che hanno e coloro che aspirano ad avere.

(Applausi)

Credo che molti di noi lo abbiano sostenuto, incluso lo stesso Presidente della Banca centrale europea, che recentemente si è opposto a questi divari crescenti. Sono persuaso che si debba rispettare il principio della moderazione salariale. Credo che la moderazione salariale possa essere spiegata in modo semplice: finché i salari aumenteranno in linea con i guadagni di produttività, la moderazione salariale non causerà né perdita di competitività né eccesso d’inflazione. Se, invece, i salari deviassero dal cammino tracciato dall’evoluzione della produttività, potremmo avere un problema, anzi lo avremmo di sicuro. Credo che sia necessario trovare un modo moderno per consentire al maggior numero possibile di persone di condividere i frutti della crescita. Non tutto dipende dagli aumenti dei salari nominali. Dobbiamo trovare forme possibili di partecipazione dei lavoratori, forme di partecipazione agli utili, altre modalità di formazione dei dipendenti che consentano al maggior numero possibile di persone di condividere i frutti della crescita economica, che, mi permetto di aggiungere, non deve essere disprezzata né criticata per principio, come si tende a fare in certi ambienti. Piuttosto dovrebbe essere percepita come uno strumento che permette all’area dell’euro e all’Unione europea di migliorare il proprio tasso di partecipazione ai mercati del lavoro e, per estensione, di ridurre il tasso di disoccupazione rispetto a quello corrente. Vogliamo la crescita perché vogliamo posti di lavoro, non perseguiamo la crescita come un fine a sé stante.

In ordine alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’area dell’euro, voglio affermare – insieme, aggiungo, al Presidente della Banca centrale europea, il che dimostra quanto siano completamente allineate le nostre posizioni – che effettivamente esiste una contraddizione tra il fatto di essere membro di una zona monetaria e non partecipare pienamente alle quattro libertà. Pertanto concordo con quanti affermano che i lavoratori sloveni, ad esempio, dovrebbero poter circolare liberamente all’interno dell’area dell’euro. Tuttavia, né nel Trattato né nei trattati di adesione troverete disposizioni che ci consentano di affermare che i lavoratori sloveni devono poter circolare nel territorio dei 12 Stati membri dell’area dell’euro, ma non nel territorio degli altri, così come non troverete disposizioni che ci consentano di sostenere che i lavoratori cechi, slovacchi o polacchi non possono circolare, perché solo i lavoratori dei membri dell’area dell’euro hanno questo diritto. Non ho scritto io tutti i passi del Trattato, anzi nemmeno uno, ma non si può eludere la pesantezza che talvolta caratterizza tutti questi testi. Ne consegue che questa è una discussione che dobbiamo tenere, ma nella consapevolezza che la questione non può essere risolta soltanto a livello dell’area dell’euro: deve trovare una soluzione a livello dell’Unione europea nel suo insieme.

Si è molto parlato della persona che ho designato “il nostro ospite serale”, lunedì scorso all’Eurogruppo. Onorevole Hamon, tra l’altro questa è un’espressione che ho tratto da un periodo della storia dell’Eliseo che non corrisponde completamente a quella odierna, poiché altri, prima del Presidente dell’Eurogruppo, solevano ricevere visitatori serali. Questo era un fenomeno francese negli anni ’80. In Europa il fenomeno è alquanto nuovo e vedremo se è l’inizio di una grande tradizione o se si ridurrà soltanto a un epifenomeno, come è stato.

Detto questo, desidero brevemente soffermarmi su alcuni impegni assunti dalla Francia. Primo, la Francia non ha portato a termine il consolidamento di bilancio, non ha introdotto una pausa nel suo sforzo di consolidamento finanziario. Secondo, il deficit del 2008…

(Si rivolge all’onorevole Goebbels che lo ha interpellato)

...Certamente, onorevole Goebbels, vedremo. Non ho io la responsabilità della politica di bilancio francese, quindi staremo a vedere. Infine, vorrei dirle, mio caro amico, onorevole Goebbels, che se le finanze pubbliche francesi fossero nella stessa situazione del paese di cui sono responsabile, non terremmo questa discussione e non avremmo avuto un ospite lunedì sera.

(Ilarità)

Ciò detto, la Francia è pienamente impegnata: la Francia farà tutto il possibile per rispettare l’obiettivo del 2010, così come tutti abbiamo assunto questo impegno nell’aprile scorso. La Francia non è l’unico paese ad avere problemi a rispettare l’obiettivo alla scadenza fissata. Saremo altrettanto severi e tenaci nel valutare i risultati degli altri paesi che, alle condizioni poste, potrebbero non raggiungere l’obiettivo alla data desiderata, ma l’Eurogruppo si aspetta che tutti gli Stati membri dell’Eurogruppo raggiungano l’obiettivo di medio termine al più tardi nel 2010. Quanto alla Francia, a settembre ci sarà presentato un programma di stabilità aggiornato, cosicché la Commissione e l’Eurogruppo insieme possano verificare se le riforme strutturali avviate dal governo francese saranno tali da produrre il risultato auspicato, cioè il ritorno di una vivace crescita in Francia e la garanzia del risanamento delle finanze pubbliche nel lungo termine. Ho citato il Patto di stabilità e di crescita nella sua versione emendata.

Con riguardo all’allargamento dell’area dell’euro, e indipendentemente dal dibattito che potremmo tenere sui criteri di adesione, vorrei ripetere al Parlamento che, ovviamente, l’area dell’euro e l’Eurogruppo non sono né una zona né un club esclusivo. Tutti gli Stati membri che ottemperano ai criteri di adesione non soltanto possono, ma devono entrare nell’area dell’euro. Nessun membro dell’area dell’euro, Stato o politico, può rifiutare una domanda di adesione all’area dell’euro. Su questo punto i Trattati non potrebbero essere più chiari.

Ovviamente possiamo parlarne, e sicuramente ne parleremo, ma dobbiamo farlo in modo approfondito senza eludere le questioni fondamentali quali: i criteri dovrebbero basarsi di più su un’interpretazione nominale, come i Trattati ci invitano a fare, oppure sulla convergenza reale? Ho già messo in guardia i nuovi Stati membri – un’espressione che continuo a detestare – contro il concetto di convergenza reale. Gli Stati membri, quelli ai quali si fa riferimento con il termine nuovi Stati membri, di fatto, non hanno nulla da guadagnare se ricorrono ad un’analisi basata più sulla convergenza reale che su una lettura nominale, ma questa è una discussione che si terrà nel corso dei prossimi mesi.

Non ho ben inteso la domanda dell’onorevole Goebbels alla fine del suo intervento, quando ha parlato della Carta dei diritti fondamentali in Europa. Francamente non vedo il nesso con la discussione in corso, a meno che non si voglia suggerire che non vi è più motivo per cui il Regno Unito debba chiedere un opt-out per la Carta dei diritti fondamentali e che non vi è motivo perchè persista nel chiedere un opt-out a ogni costo per gli affari monetari. Per di più sono dell’opinione che il Regno Unito un giorno applicherà la dichiarazione dei diritti fondamentali sul proprio territorio – perché arriverà il momento in cui vorrà farlo, dato che non si può sfuggire in eterno al buon senso – prima di applicare anche la moneta unica.

L’unione virtuosa della dichiarazione dei diritti fondamentali e della dichiarazione del Consiglio d’Europa, che verte sulla medesima materia, creerà pertanto una soluzione che, combinando le due fonti di diritto, consentirà alla Corte di giustizia europea di garantire che su questo punto, come su altri, il diritto pretoriano dimostri di essere talvolta in anticipo sulla realtà disegnata da coloro che vogliono più Europa e coloro che, sfortunatamente, ne vogliono meno. Il grande apporto del Parlamento europeo alle nostre discussioni è che, di norma, il Parlamento sta dalla parte di chi vuole più Europa. Non abbiamo nulla da guadagnare a volere ogni giorno meno Europa o a svendere in blocchi l’Europa che abbiamo a coloro che vorrebbero smantellare un progetto che non ha mai smesso di ingrandirsi o di impressionare il mondo da quando abbiamo cominciato a mettervi mano.

(Applausi)

 
  
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  Jean-Claude Trichet, Presidente della BCE. – (EN) Signora Presidente, avrei cinque punti da formulare per rispondere alle domande. Innanzi tutto, desidero ancora una volta ribadire che le relazioni degli onorevoli Rosati e Mitchell sono davvero notevoli e ricche di spunti e raccomandazioni di grande rilievo.

Inizio dalle osservazioni dell’onorevole Schwab: è ovvio che esiste un problema di filosofia istituzionale. L’area dell’euro comprende tredici democrazie politiche esemplari, e a gennaio prossimo saranno quindici. In futuro potrebbero essere venticinque o addirittura di più. E’ inconcepibile che intervengano cambiamenti tre o quattro volte l’anno a causa di alternanze indotte dal normale funzionamento della nostra democrazia. Chiaramente gli impegni formulati in sede di Eurogruppo o sono rispettati o non sono rispettati. Se non lo sono è impossibile avere un Eurogruppo che sia autorevole, come invece – ne sono convinto – tutti i paesi interessati auspicano e desiderano.

Il mio secondo commento riguarda l’occupazione. I numeri parlano da soli. Sento dire regolarmente che l’euro non è adatto a creare occupazione, che esiste un problema di crescita e di posti di lavoro e via dicendo. L’euro è stato creato sulla base di una filosofia condivisa in tutto il mondo: cioè che la stabilità dei prezzi e la credibilità nel garantire la stabilità dei prezzi sono la condizione indispensabile per la crescita sostenibile e la creazione di occupazione. Questa è la decisione adottata dagli europei, ma sono in buona compagnia, perché esiste un consenso. Cosa dicono i numeri? Dall’introduzione dell’euro sono stati creati oltre 12 milioni di posti di lavoro, oltre 12 milioni: 2 milioni, come ha detto molto eloquentemente il relatore poc’anzi, sono stati creati nel 2006. Dal lancio dell’euro abbiamo creato più posti di lavoro addirittura che negli Stati Uniti. Abbiamo il tasso di disoccupazione più basso degli ultimi 25 anni. Non siamo soddisfatti, a ragione, perché dobbiamo fare molto meglio. Tuttavia, non si può affermare che l’euro ostacola la creazione di occupazione: non è vero e possiamo dimostrarlo.

In merito alla nostra presunta ossessione per la stabilità dei prezzi, ho già affermato che la stabilità dei prezzi è una condizione essenziale per la crescita sostenibile e per una creazione sostenibile di posti di lavoro. Desidero altresì aggiungere che tale opinione è pienamente condivisa dai nostri concittadini. Tutti i sondaggi indicano che essi sono pienamente favorevoli, con un margine che ha dell’incredibile, alla stabilità dei prezzi e che non sono necessariamente del tutto soddisfatti della situazione corrente: ci esortano a essere credibili al massimo. Se oggi il tasso cinquantennale è pari al 4,67 per cento e il tasso trentennale al 4,65 per cento, dove il tasso cinquantennale riguarda la Francia che emette buoni di durata cinquantennale, e il tasso trentennale si applica alla Germania, tali cifre sono ancora di molto inferiori al tasso decennale degli Stati Uniti. Per quale motivo il livello è così basso? Perché siamo credibili nel garantire la stabilità dei prezzi per trent’anni e addirittura per cinquanta. Questo è il contributo della nostra credibilità all’Europa.

Desidero ora passare alla questione del cambio, che è molto importante. Primo, le regole sono chiare: sono stabilite dal Trattato. Tali regole coincidono esattamente con le regole in vigore in Germania dalla fondazione della Bundesbank dopo la Seconda guerra mondiale e sono esattamente le stesse utilizzate dal sistema francese dal gennaio 1994, quando la Banque de France è diventata indipendente, come richiesto dal Trattato di Maastricht e come concordato unanimemente dalla sinistra e dalla destra francese che, come ha dichiarato l’onorevole Goebbels, hanno deciso di modificare la costituzione della Quinta repubblica per rendere indipendente la Banca centrale.

Le norme, pertanto, sono univoche. Esse corrispondono al quadro legale di una serie di paesi. In pratica, come ha affermato in modo assai efficace un onorevole parlamentare, ciò significa che il nostro è un sistema di tassi di cambio flessibili e abbiamo una sede nella quale dibattere di tali questioni: il G7. Per quanto mi consta, Jean-Claude Juncker e il sottoscritto abbiamo firmato la dichiarazione del G7, insieme ai nostri partner americani – la Federal Reserve e il Segretario al tesoro – e con i nostri partner giapponesi e gli altri nostri partner, il Regno Unito e il Canada.

Questo è il modo in cui abbiamo discusso di tali materie fin dall’introduzione del sistema di tassi di cambio flessibili. Ciò non equivale a dire che la situazione sia semplice o particolarmente piacevole, ma dobbiamo cercare di essere il più possibile responsabili nell’attuale congiuntura e essere certi di avere questo canale di dialogo, tra di noi, ovviamente, e anche con i nostri partner. E’ inconcepibile che noi si possa agire in modo contraddittorio rispetto agli auspici dei nostri partner: non funzionerebbe.

Signora Presidente, non voglio tediarla ripetendo quanto ho già detto, ma alla Cina stiamo inviando insieme un messaggio di insoddisfazione rispetto alla situazione attuale. Sicuramente stiamo facendo eco alle dichiarazioni dell’amico giapponese secondo cui i mercati non riconoscono pienamente i loro fondamentali attuali e, rispetto agli Stati Uniti, insieme abbiamo affermato che abbiamo preso nota che il Segretario al tesoro e l’autorità monetaria hanno sostenuto che un dollaro forte rispetto all’euro è nel loro interesse. Non aggiungerò null’altro a tale riguardo, ma dobbiamo essere perfettamente consapevoli della situazione reale.

Vengo all’ultimo punto, che è altrettanto importante: la nostra indipendenza. Ho notato con grande attenzione che tutti i governi europei hanno indicato che rispetteranno pienamente l’indipendenza della Banca centrale. Jean-Claude Juncker, a nome dell’Eurogruppo, lo ha sostenuto un attimo fa. L’indipendenza è sancita dal Trattato ed è la chiave per la credibilità. Come potremo essere credibili nei prossimi cinquant’anni se non siamo considerati indipendenti da tutti i decisori, in Europa, a New York, a Tokyo, a Singapore, a Hong Kong o altrove? Si fidano di noi perché siamo indipendenti, ma l’indipendenza non si basa soltanto sul pieno rispetto del Trattato da parte dei nostri partner, gli organi esecutivi, ma dipende anche da noi. A nome del Consiglio direttivo vorrei fare una dichiarazione – se ne fossi in grado la pronuncerei in tante lingue per essere sicuro di essere ben compreso! –

Difenderò con la massima fermezza l’indipendenza della BCE in ogni circostanza. I miei diciotto colleghi e io stesso intendiamo rispettare alla lettera il Trattato su questo punto, come su tutti gli altri. Il Trattato, tutto il Trattato, nient’altro che il Trattato.

Difenderò con la massima fermezza l’indipendenza della BCE in ogni circostanza. I miei diciotto colleghi e io stesso intendiamo rispettare alla lettera il Trattato su questo punto, come su tutti gli altri. Il Trattato, tutto il Trattato, nient’altro che il Trattato.

 
  
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  Joaquín Almunia, Membro della Commissione. – (ES) Signora Presidente, desidero terminare questa discussione interessantissima con una breve osservazione sull’applicazione del Patto di stabilità e di crescita, perché in questa discussione – come in molte altre che si sono svolte in questo Parlamento e fuori – alcuni esortano la Commissione e il Consiglio – la Commissione, in particolare, il che è più che giusto – ad applicare il Patto con fermezza. Non potrei essere più d’accordo.

La Commissione e io stesso intendiamo proporre al Consiglio che il Patto sia applicato nella sua attuale forma, quella che è stata concordata. Un’applicazione severa, senza eccezioni, senza la violazione di alcuna regola, il che non significa un’applicazione rigida. Abbiamo pessime esperienze della confusione tra fermezza e rigidità. Fermezza non significa rigidità. Fermezza è sinonimo di rigore e il rigore, a fronte di situazioni diverse e complesse, richiede una combinazione di fermezza e flessibilità, se l’obiettivo è raggiungere i risultati di disciplina di bilancio, che è una condizione necessaria per la crescita economica.

Passo ora alla mia seconda considerazione. Alcuni onorevoli parlamentari hanno fatto riferimento agli altri sforzi necessari per sostenere la crescita e prolungare la crescita e l’occupazione. Dobbiamo continuare a sviluppare il mercato interno e un dibattito a tale riguardo si terrà prima della fine dell’anno.

La Commissione si è impegnata a presentare al Consiglio un’analisi sul funzionamento del mercato interno e su come crediamo che dovrebbe continuare a evolvere. Si tratta di una discussione importante che riprenderà le fila delle discussioni che si sono svolte in sede di Parlamento e di Consiglio sulla direttiva “Servizi” – e vedremo come sarà applicata –, un dibattito collegato alla crescente integrazione dei servizi finanziari, che è cruciale ai fini di un migliore funzionamento dell’area dell’euro in particolare.

Dobbiamo continuare a parlare della strategia di Lisbona e nei prossimi mesi discuteremo della revisione degli orientamenti integrati, degli indirizzi di massima per le politiche economiche e degli orientamenti in materia di occupazione.

Le riforme strutturali nel contesto della strategia di Lisbona cominciano a dare frutto. I buoni risultati, gli eccellenti risultati in termini occupazionali che il Presidente della Banca centrale europea ha appena citato, non sarebbero stati possibili senza le riforme del mercato del lavoro che sono state incluse nel quadro della strategia di Lisbona e non penso – anche se non abbiamo a disposizione tutti gli elementi analitici – che sarà possibile spiegare alcuni degli incrementi di produttività negli ultimi trimestri senza ricollegarli non soltanto al ciclo economico ma anche ad alcune riforme nei mercati dei prodotti, dei servizi, di certi processi o senza, ancora una volta, l’applicazione ferma e rigorosa ma non cieca delle regole della concorrenza sulle quali ha facoltà di vigilare in particolare la Commissione.

Il mio ultimo commento, che è stato menzionato in svariate occasioni e al quale ha già replicato il Presidente Juncker, verte sulla questione dei salari. Ne ho parlato ripetutamente in quest’Aula e anche in altre sedi.

Concordo pienamente con la posizione illustrata dal Presidente Juncker. I salari devono svilupparsi in parallelo alla produttività. Se si registrano aumenti della produttività, tali aumenti devono riflettersi nello sviluppo salariale. Non possiamo raccomandare di negoziare i salari in linea con la produttività quando la produttività non cresce, e poi dimenticare questa raccomandazione quando la produttività aumenta.

Tuttavia ritengo anche che non possiamo neanche dimenticare la necessità di moderare lo sviluppo salariale per non perdere competitività e, nel caso dell’area dell’euro, per analizzare molto attentamente le ragioni e le alternative a uno sviluppo divergente dei costi unitari del lavoro tra Stati membri dell’area dell’euro che possono creare problemi significativi in termini di funzionamento dei paesi che perdono competitività per questo motivo. Pertanto suggerisco di ampliare ulteriormente questo dibattito. Non dobbiamo concentrarci unicamente sui salari, ma parlare anche dell’evoluzione delle disuguaglianze perché, e mi collego così all’ultima idea che desidero citare in questa discussione, la percezione dell’euro da parte dei cittadini è un elemento significativo della loro percezione dell’Europa e dell’idea di Europa.

La percezione dell’euro è indubbiamente influenzata dalla percezione dello sviluppo economico da parte dei cittadini, e dobbiamo dire loro la verità. Quando l’economia va male, dobbiamo riconoscerlo, ma quando l’economia migliora dobbiamo altrettanto farlo sapere. Non dobbiamo dimenticare che, in questo momento, l’economia si sta riprendendo, dobbiamo comunicare questi miglioramenti ai cittadini le cui situazioni economiche individuali forse non offrono loro una visione d’insieme dello sviluppo delle nostre economie.

Tuttavia, la percezione della situazione economica, degli effetti dell’integrazione europea, dell’integrazione economica e monetaria sulle singole economie subisce anche le ripercussioni dell’incertezza riguardo al futuro, al futuro dei sistemi di protezione sociale, alle conseguenze della globalizzazione e dell’invecchiamento della popolazione e dobbiamo rispondere a queste incertezze senza mettere a repentaglio le fondamenta dell’Unione economica e monetaria che abbiamo analizzato oggi.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà domani, giovedì 12 luglio.

 

14. Palestina (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla Palestina.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes , Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signora Presidente, onorevoli deputati, desidero comunicarvi che il Consiglio vuole sinceramente discutere con il Parlamento dei drammatici eventi occorsi a Gaza il mese scorso, come richiesto nella seduta plenaria del 19 giugno.

Il Consiglio e la Commissione hanno reagito prontamente, come reso noto il 18 giugno nelle conclusioni del Consiglio stesso, in cui si dichiarava che non avremmo abbandonato la popolazione civile di Gaza. E’ stato compiuto ogni sforzo al fine di garantire che gli aiuti umanitari raggiungessero Gaza, nello specifico, sforzi intesi a fornire sostegno finanziario e a garantire, attraverso mezzi politici, che Israele consentisse l’accesso dei convogli umanitari in questo territorio. Inoltre, manteniamo in standby la nostra missione di assistenza alle frontiere al valico di Rafah. Se tutte le parti potessero raggiungere un accordo relativo alla riapertura della missione e se le condizioni sul territorio lo permettessero, l’Unione europea ricomincerebbe nuovamente a sostenere le operazioni preposte in questo valico tra Gaza e l’Egitto.

Sosteniamo inoltre il governo provvisorio del Primo Ministro Salam Fayyad. I rapporti tra il governo dell’Autorità palestinese e l’Unione europea sono stati immediatamente normalizzati. Anche Israele ha degli obblighi specifici, in quanto deve agire allo stesso modo e rendere finalmente disponibili i proventi delle imposte e dei dazi doganali palestinesi, nonché facilitare l’accesso e la circolazione in Cisgiordania e a Gaza, al fine di consentire il commercio palestinese. Innanzi tutto, Israele ha il dovere di contribuire a un processo di pace credibile al cui sviluppo stanno lavorando leader palestinesi quali il Presidente Abbas e il Primo Ministro Fayyad. Questo apporterebbe un notevole contributo.

La nomina di Tony Blair a nuovo inviato del Quartetto non lascia dubbi che la comunità internazionale continui a essere attivamente coinvolta in questa questione. Siamo lieti che l’ex Primo Ministro britannico abbia dato la sua disponibilità per tale incarico e ci auguriamo con tutta sincerità che il suo lavoro contribuisca a rafforzare il ruolo dell’Unione europea nel processo di pace.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. LUIGI COCILOVO
Vicepresidente

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner , Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, dal nostro ultimo dibattito in quest’Aula, la situazione nel territorio palestinese occupato è profondamente cambiata.

Ci sono numerosi sviluppi che dovremmo accogliere con favore. Israele ha finalmente ripreso il trasferimento dei proventi derivanti dalle imposte doganali, l’Unione europea ha deciso quindi di stabilizzare le proprie relazioni con l’Autorità palestinese e attualmente si è instaurato un nuovo governo palestinese con a capo il Primo Ministro Salam Fayyad. Dopo tre mesi di interruzione, è stato riavviato anche l’incontro bilaterale tra Abbas e Olmert. Infine, come molti altri, ho accolto con gioia il rilascio del corrispondente della BBC Alan Johnston, dopo più di tre mesi di prigionia.

Tuttavia, dopo la presa del controllo di Gaza da parte di Hamas, adesso esiste un elevato rischio di separazione tra le parti del territorio palestinese. La popolazione di Gaza è stata isolata dal mondo e le tensioni tra le fazioni palestinesi non sono mai state così intense. La stessa creazione di un possibile Stato palestinese è, quanto meno, a rischio.

Dobbiamo continuare a lavorare allo sviluppo di una prospettiva politica al fine di riportare pace e prosperità nella regione. Mi auguro che il prossimo incontro bilaterale tra il Presidente Abbas e il Primo Ministro Olmert, che, è auspicabile, si svolgerà il 16 luglio, contribuisca alla creazione di una prospettiva politica credibile per il popolo palestinese e spiani la strada al prossimo incontro congiunto con il Quartetto diplomatico.

Spero che il Quartetto diplomatico possa continuare la sua collaborazione con i partner arabi, e attendo il prossimo incontro del Quartetto, che si svolgerà con tutta probabilità la prossima settimana, in cui potranno essere discusse tutte queste questioni. Accolgo positivamente la nomina di Tony Blair quale inviato del Quartetto, che sicuramente renderà più dinamico il nostro ruolo nel processo di pace in Medio Oriente. Blair può diventare un nuovo veicolo di progresso assieme all’iniziativa di pace araba. Gli offrirò, ovviamente, tutta l’assistenza possibile, come è accaduto per Jim Wolfensohn, compreso il personale per la sua squadra a Gerusalemme.

Per quanto riguarda l’assistenza, la Commissione ha reagito prontamente alla nuova situazione. Ho ricevuto una lettera dal Primo Ministro Fayyad in cui egli descrive le sue necessità prioritarie. Siamo pronti e, naturalmente, abbiamo già mobilitato la nostra assistenza intesa a fornire sostegno al nuovo governo. Il Quartetto diplomatico e i Consigli “Affari generali” e “Affari esteri” hanno approvato il prolungamento del meccanismo internazionale temporaneo (MIT) fino alla fine di settembre. Abbiamo inviato una richiesta all’autorità di bilancio per un trasferimento di 80 milioni di euro, al fine di finanziare le operazioni del MIT nel terzo trimestre. Sono soddisfatta e ringrazio la commissione per i bilanci, che questa settimana ha accordato i trasferimenti. Adesso siamo in grado di fornire sostegno, mediante il MIT, fino alla fine del suo prolungamento. L’assistenza finanziaria diretta all’Autorità palestinese è stata già predisposta sotto forma di uno schema di rimborso degli arretrati al settore privato, come richiestoci da Salam Fayyad. Questo dovrebbe avere un duplice effetto benefico per la situazione finanziaria dell’Autorità e del settore privato palestinesi. Stiamo individuando alcuni fondi a tal fine.

La Commissione ha ripreso i propri sforzi di lunga durata intesi alla creazione delle istituzioni del futuro Stato palestinese. Stiamo anche fornendo assistenza tecnica al ministero delle Finanze. Al fine di assistere quest’ultimo nel sistema di controllo interno e di audit, è stato appena avviato un progetto e a breve ne avvieremo altri due: uno riguarda la gestione doganale e l’altro la gestione dei proventi delle imposte.

Per finire, un accenno alla situazione di Gaza. Sicuramente non abbandoneremo la popolazione di Gaza o l’obiettivo di un reale Stato palestinese. Stiamo fornendo aiuti umanitari e di emergenza alla popolazione del luogo, e i partner dell’ECHO stanno lavorando sul campo. Il MIT sta portando sussidi sociali e carburante. Tuttavia, la situazione può peggiorare ulteriormente in quanto l’accesso alla striscia di Gaza è tuttora un problema. Pertanto, dobbiamo collaborare ancora di più con gli egiziani e gli israeliani al fine di garantire l’apertura dei valichi di Rafah e Karni. La loro chiusura permanente impedisce l’effettivo passaggio di personale umanitario e di beni e ci si augura che ciò non abbia conseguenze devastanti per l’economia della striscia.

Infine, è necessario riaprire le frontiere sia per l’accesso degli aiuti umanitari sia per il commercio. Se l’economia collassa, ci saranno serie conseguenze per la sicurezza di tutta la regione, per il futuro dello Stato palestinese e, di certo, per il bilancio della Commissione. Non dovremmo consentire che la popolazione di Gaza diventi completamente dipendente dagli aiuti esterni.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra , a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, domani il Parlamento europeo approverà una nuova risoluzione sulla situazione in Medio Oriente, che ha ottenuto il consenso secondo le procedure convenzionali.

Tuttavia, signor Presidente, oltre a questo ci sono due punti sui quali vorrei soffermarmi nel mio intervento. Il primo, la nomina dell’ex Primo Ministro britannico Tony Blair a inviato speciale del Quartetto diplomatico. Apparentemente, e questa è una domanda che vorrei rivolgere alla Presidenza in carica del Consiglio, uno dei compiti di questo mandato comporta il garantire un corretto utilizzo dei fondi della comunità internazionale per la regione.

Il secondo punto al quale desidero fare riferimento, signor Presidente, è la lettera firmata da 10 ministri degli Affari esteri, tra cui il ministro portoghese che attualmente riveste anche il ruolo di Presidente in carica del Consiglio, e che è stata criticata in maniera abbastanza netta dall’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune.

In questo documento si afferma che l’Unione europea ha mancato di convinzione nella sua politica relativa al Medio Oriente. Con una dichiarazione molto decisa, vi si afferma anche che la “roadmap” è terminata e che siamo tutti responsabili della situazione attuale; inoltre, che le condizioni imposte dall’Unione europea e dalla comunità internazionale in generale hanno aggravato la situazione.

Desidero domandare alla Presidenza in carica del Consiglio, in quanto lo ritengo opportuno, se condivide queste affermazioni e se le stesse sono state fatte a titolo individuale, in qualità di ministro portoghese, o a nome dell’Unione europea.

Infine, signor Presidente, desidero anche chiarimenti in merito alle proposte che si trovano nella lettera, in particolare riguardo a una conferenza internazionale relativa alla situazione in Medio Oriente e alla mobilitazione di una forza internazionale, come la NATO o a titolo del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, inteso a garantire la pace e a mantenere un cessate il fuoco.

 
  
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  Hannes Swoboda , a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, sono state versate molte lacrime di coccodrillo per la situazione in Medio Oriente. Avremmo già dovuto sapere che si sarebbe raggiunto con facilità questo punto. Certamente, era impossibile prevedere quanto le forze politiche palestinesi si sarebbero inoltrate nel cammino dell’autodistruzione, ma quanto sostegno ha dimostrato Israele a favore del Presidente Abbas nel corso degli ultimi anni? In quale momento ci siamo indignati apertamente a causa della mancanza di supporto per Abbas? Dov’era la strategia visionaria e indipendente dell’Unione europea? E per quale motivo, Presidente in carica e Commissario, stiamo semplicemente ignorando lo scetticismo di Alvaro De Soto riguardo alla politica del Quartetto? E’ perché abbiamo la coscienza sporca? O perché qualcosa è andato veramente male? Perché, onorevole Salafranca, dobbiamo ammettere che abbiamo sbagliato notevolmente in qualche punto.

Non desidero, tuttavia, rievocare la storia passata, in quanto abbiamo bisogno di guardare al futuro. Che cosa è necessario fare? Il mio gruppo ha di recente tenuto una conferenza riguardo al Medio Oriente, presieduta da Pasqualina Napoletano, e le nostre valutazioni erano simili a quelle dichiarate recentemente in un articolo da dieci ministri degli Esteri. Avrei preferito che fossero stati tutti i ministri degli Esteri. E’ necessario sostenere attivamente il governo Abbas/Fayyad, almeno per il momento. Tuttavia, non dobbiamo credere che qualsiasi supporto significhi risolvere i problemi con Hamas né che tali questioni possano essere risolte con mezzi militari, in particolare armando le truppe del Presidente Abbas, come qualcuno pensa. Questo sarebbe il modo più sbagliato per conquistare il cuore e le menti dei sostenitori di Hamas.

Come punto di partenza dei negoziati, Israele deve riconoscere finalmente i confini del 1967, sebbene questo comporti qualche ritardo. Abbiamo bisogno di discutere ampiamente di tutte le questioni, dalla riammissione degli esiliati al muro di separazione. Questi problemi non saranno facili da risolvere, ma necessitano di un aperto e onesto dibattito. Abbiamo inoltre bisogno di associarci all’iniziativa di pace araba se abbiamo intenzione di raggiungere una pace autentica tra Israele e i suoi vicini arabi.

Il nostro obiettivo deve essere la prevenzione della violenza, ma dobbiamo essere imparziali. Se chiediamo a una delle parti di rinunciare alla violenza, allora dobbiamo chiedere la stessa cosa alla parte avversa, il che non è avvenuto negli ultimi mesi.

Permettetemi di aggiungere poche parole riguardo a Tony Blair e alla sua missione: saremmo stati più soddisfatti se Tony Blair, nel corso dei suoi dieci anni di governo, avesse perseguito una politica attiva, progressista e positiva nei confronti del Medio Oriente. Non vi è stata traccia di una politica simile. Forse adesso Blair prenderà le distanze da alcuni dei legami che lo vincolavano, l’alleanza transatlantica e altri, e sarà in grado di apportare un contributo differente. Se ciò accadrà, sarà il benvenuto. Gli auguriamo tutto il meglio per il suo impegno nella regione, ma dobbiamo lavorare duramente al fine di adottare una nuova e diversa politica.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck , a nome del gruppo ALDE. – (NL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, l’intervento precedente ha già dimostrato chiaramente che il nostro atteggiamento nei confronti della situazione in Medio Oriente in generale e della questione israelo-palestinese in particolare è cambiato notevolmente.

Io stessa potrei testimoniarlo, ma ciò che non farò, come qualcuno ha fatto, è allontanarmi da questi atteggiamenti perché io, anche a nome del mio gruppo, mi sento realmente in parte responsabile per tutto quello che è accaduto o non è accaduto, a seconda dei casi. Sarebbe troppo semplice dire: è colpa loro o degli altri e noi siamo i buoni perché sappiamo cosa deve essere fatto d’ora in avanti. Ritengo che tutti noi abbiamo una parte di responsabilità per il corso degli eventi, per la mancanza di partecipazione di alcuni paesi, o per il tardivo coinvolgimento di altri.

In ogni caso, quanto accaduto a Gaza poteva sembrare un fallimento totale, ma, al contempo, ha condotto ad alcuni sviluppi che costituiscono un corridoio di opportunità, tra cui la coraggiosa presa di posizione del Presidente dell’Autorità palestinese e del Primo Ministro, il ripristino del dialogo con Israele, la liberazione di Alan Johnston, che è certamente motivo di gioia, e il rilascio di un certo numero di prigionieri palestinesi. Tuttavia, desidereremmo assistere al rilascio di un maggior numero di persone.

Sono ugualmente segnali di speranza la rinnovata iniziativa della Lega Araba, che è fondamentale, e la prova di volontà di Egitto, Giordania e altri paesi arabi nell’accrescere il proprio impegno in modo considerevole, al fine di essere maggiormente coinvolti nei successivi colloqui. Ciò non significa, certamente, che per le persone coinvolte la situazione a Gaza non sia terribile. Questo è il motivo per cui accolgo con favore le rinnovate iniziative della Commissione, come il fatto che Israele, sebbene abbia aspettato troppo tempo, abbia realmente cominciato a trasferire i proventi dei contribuenti all’Autorità palestinese.

Desidero concludere, in quanto rispetto la sua richiesta di attenermi al mio tempo di parola, signor Presidente, con un appello rivolto a tutti noi affinché, tutti insieme, dimostriamo il coraggio politico e la determinazione a operare in direzione di una soluzione che ci accomuni tutti: due Stati reali che convivono in maniera pacifica l’uno accanto all’altro all’interno di confini riconosciuti a livello internazionale. Se tutti noi potessimo fare appello a questo coraggio politico e mettere da parte le nostre piccole e grandi divergenze, allora il sole potrebbe già sorgere in Medio Oriente.

 
  
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  Liam Aylward, thar ceann an Ghrúpa UEN. – A Uachtaráin, cuirim fáilte mór roimh an sceál gur scaoileadh an t-iriseoir, Alan Johnson, ón BBC saor ó Gaza tar éis dó a bheith gafa le ceithre mhí anuas. Tá áthas ó chroí orm go bhfuil sé saor agus go bhfuil sé sa bhaile anois lena mhuintir agus lena chairde. Cuirim fáilte freisin roimh shocrú rialtas Iosrael an deireadh seachtaine seo caite 250 príosúnach a scaoileadh saor. Ach tá cúrsaí daonnachta in Gaza dona go fóill. Caithfear ord agus eagar a chur ar an soláthar bia atá ag dul isteach go muintir na Palaistíne. Níor cheart cead a thabhairt d'údaráis Iosrael cosc a chur ar an mbia ag teorainn Gaza agus Iosrael.

(EN) Il problema maggiore riguardo alla popolazione di Gaza è quello umanitario. Il fatto che Hamas controlli attualmente Gaza e che Fatah controlli la Cisgiordania non contribuisce in alcun modo alla causa palestinese. In sintesi, ciò significa che i palestinesi possono essere accusati di mantenere due posizioni differenti nello stesso tempo. In altre parole, Israele potrebbe nascondersi dietro il fatto che i palestinesi sono divisi e non costituiscono un fronte comune. Ritengo inoltre che l’Unione europea si trovi in una posizione forte per fungere da onesto mediatore per molte questioni in Medio Oriente. Infatti, l’Europa deve impegnarsi politicamente su vasta scala al fine di garantire che la guerra civile venga evitata.

 
  
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  Hélène Flautre , a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, lei ha richiesto, onorevole Antunes, con nove dei suoi colleghi, un nuovo approccio in Palestina, il che costituisce un buon punto di partenza. La relazione di Alvaro de Soto, coordinatore speciale dell’ONU, è fortemente critica rispetto alla strategia del Quartetto, e ciò non contribuisce alla reputazione della stessa Unione. La sua strategia non ha saputo favorire la normalizzazione di Hamas in ambito politico, né incoraggiare il rispetto degli obblighi internazionali da parte di Israele, tanto meno gli sforzi di unificazione dei palestinesi. Il disastro, oggi, è umano, economico, sociale e politico. Quale nuovo approccio sviluppare, dunque?

L’Unione europea, signora Commissario, non è un’organizzazione caritatevole. Deve impegnarsi politicamente e, in primo luogo, offrire una prospettiva credibile per una definitiva risoluzione del conflitto. Il potenziale del piano di pace presentato dalla Lega araba deve essere totalmente sfruttato a questo scopo. L’Unione deve impegnarsi a favore di una conferenza internazionale per la pace che coinvolga tutte le parti interessate, e deve farlo risolutamente a costo di tirare per le mani il Quartetto. Devono essere utilizzati tutti i mezzi possibili al fine di mettere le autorità israeliane in condizione di rispondere ai propri obblighi internazionali e di ottenere, legalmente, risultati tangibili a vantaggio della popolazione civile palestinese. L’Unione europea dovrebbe assumersi le proprie responsabilità al valico di Rafah e denunciare, qualora necessario, gli ostacoli all’adempimento della propria missione di controllo. Il blocco della striscia di Gaza, che crea condizioni favorevoli all’esplosione di violenza e che è stato seguito dalla dimostrazione di forza di Hamas, deve essere revocato. La circolazione di persone e beni tra Gaza e la Cisgiordania e tra Gaza e Israele deve essere ripristinata.

Concludo, signor Presidente, affermando che in un caso come questo l’Unione europea dovrebbe proporre ai propri partner di valutare l’opportunità di una forza internazionale al fine di fornire ogni possibilità di pace.

 
  
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  Luisa Morgantini, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, spero davvero che Tony Blair sia in fase di redenzione dopo i suoi peccati sulla guerra irachena e possa contribuire a portare pace e giustizia ai palestinesi e pace agli israeliani. Per questo ringrazio davvero molto l’input dato dai dieci ministri degli Esteri europei che hanno dato a Blair quattro punti fondamentali sui quali lavorare. Si tratta di punti urgenti e veramente drammatici.

Per aiutare Mahmoud Abbas, il popolo palestinese e Israele, credo sia veramente indispensabile negoziare un accordo risolutivo e farla finita con un’occupazione militare brutale che dura da più di 40 anni. Ciò è fondamentale ma è altrettanto fondamentale l’emergenza.

Come Unione europea noi abbiamo delle responsabilità: riaprire Rafah, seimila persone sotto il sole, senza nulla, che non possono rientrare a casa. Dobbiamo fare in modo che l’EU BAM funzioni. In relazione ai prigionieri politici, occorre senz’altro liberare Gilad Shalit ma allora anche i prigionieri politici palestinesi, tra cui Marwan Barghouti, che può rappresentare un fattore di unità sia politica che per la pace in Medio Oriente.

 
  
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  Jana Hybášková (PPE-DE) . – (EN) Permettetemi di esprimere il compiacimento mio personale e del mio gruppo riguardo alla proposta di risoluzione che voteremo domani.

Con nostra soddisfazione, la proposta non critica il Quartetto, come hanno invece interpretato alcuni gruppi politici; al contrario, essa esprime appoggio per le sue azioni, che si intensificheranno in futuro. La proposta di risoluzione esprime chiaramente piena comprensione e sostegno per le decisioni straordinarie prese da Mahmoud Abbas e terrà conto dei dialoghi intesi a instaurare fiducia tra il governo di Salam Fayyad e il governo israeliano, nonché della rinnovata cooperazione per la sicurezza.

Accogliamo con favore la decisione relativa alle tasse e alle entrate e il principio di rilascio dei prigionieri politici da parte di Israele. Tuttavia, Mahmoud Abbas deve agire in direzione di una reale democrazia, di un congresso del partito politico e di una collaborazione con l’ala giovane di al-Fatah.

Israele deve considerare seriamente la revoca dei blocchi, per riportare la situazione com’era prima del dicembre 2000, e fermare l’espansione degli insediamenti. L’Egitto dovrebbe costituire una parte della soluzione del problema di Gaza.

L’invio di forze internazionali a Gaza sarebbe un rischio enorme per tutti noi, e per l’Unione europea la composizione della conferenza internazionale proposta sarebbe un problema di grande portata. La Siria dovrebbe assumersi la responsabilità delle proprie azioni esterne e solo allora potrebbe far parte del dialogo e della soluzione.

Cerchiamo di aiutare la popolazione in Cisgiordania, i palestinesi, quanto possiamo attraverso aiuti finanziari e in ogni altra maniera. Tuttavia, il 90 per cento di coloro che si trovano in Cisgiordania sono contadini, felaheen, e dipendono dalle esportazioni dei prodotti agricoli. Sollecitiamo Israele a dare il via alla circolazione dei beni, e la mia domanda è la seguente: come funziona la nostra ipocrisia agricola? Siamo pronti ad aprire i nostri mercati ai prodotti agricoli palestinesi e della Cisgiordania?

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE) . – (EN) Ringrazio il Commissario e tutti i colleghi presenti per il sostegno che hanno manifestato nei confronti di Alan Johnston, che siamo tutti felici di vedere sano e salvo a casa nella mia circoscrizione in Scozia. Tuttavia, la sua liberazione è solo uno spiraglio luminoso in un mare di sofferenza, e dobbiamo riconoscere la nostra responsabilità in questo fallimento.

Concordo con il Commissario nell’affermare che, alla fine, ci può essere spazio per l’ottimismo. Ciò nonostante, quando io, l’onorevole Morgantini e altri siamo stati in Cisgiordania e a Gaza lo scorso anno, fu subito chiaro che la politica comunitaria è un cerotto, non una cura.

Il Quartetto diplomatico non è visto di buon occhio da gran parte del mondo arabo e certamente non gode della stima dei palestinesi. L’Unione europea dovrebbe prendere le redini della situazione e fornire una vera leadership e un approccio chiaro.

Mi unisco allo scetticismo di alcuni colleghi sulla nomina di Tony Blair come inviato. Per una volta parlo da parlamentare britannico, e l’idea che la persona più profondamente compromessa possa in maniera credibile rappresentare la pace in Medio Oriente mi spaventa. E questo è un dato importante, perché basta pensare agli attentati di Glasgow e Londra per capire che le conseguenze, dirette o indirette, del nostro continuo fallimento in Palestina si ripercuoteranno su di noi.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL) . – (EL) Signor Presidente, purtroppo non abbiamo il tempo di analizzare la situazione in Palestina. Siamo nel Parlamento europeo e ci è stato richiesto di rispondere con tempestività a una questione complicata e di estrema urgenza.

Pertanto, commenterò solo quattro punti fondamentali.

Primo, l’Unione europea ha la responsabilità della situazione attuale, non avendo sostenuto il governo di unità nazionale.

Secondo, le soluzioni e le azioni del Quartetto e di Israele, cui abbiamo recentemente assistito, potrebbero apparire superficialmente a sostegno del Presidente Abbas, tuttavia pongono più ostacoli alla sua ricerca di una soluzione concreta al problema della divisione de facto della Palestina.

Terzo, faccio appello a tutte le parti interessate affinché lavorino duramente per l’unità, in quanto è l’unico modo di uscire dalla crisi.

Quarto e ultimo punto, esiste il problema della tragica situazione umanitaria a Gaza e in Cisgiordania. E’ necessario adottare immediatamente misure, in particolare a Gaza, intese alla vivibilità economica e sociale dei suoi abitanti.

Per concludere, desidero formulare una richiesta al Consiglio e alla Commissione: a un certo punto, anche se si sarà raggiunta l’unità tra Hamas e Fatah, dovrete decidere riguardo alla politica futura dell’Unione in questo ambito, in cui non dovranno essere ripetuti gli errori del passato, con l’Unione europea che ha negoziato selettivamente con una metà del governo e palesemente ignorato l’altra, senza tener conto del fatto che l’intero governo era il risultato di elezioni libere e democratiche.

 
  
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  Eugen Mihăescu (ITS) . – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi ci troviamo nel villaggio del mondo, l’Europa, lamentandoci perché, vicino alle nostre frontiere, esseri umani si uccidono tra di loro. Anziché intervenire, piangiamo e gridiamo come donne anziane. Questo si chiama omissione di soccorso, reato punito dalla legge. Un vecchio saggio diceva che i santi e i profeti valgono molto di più degli artisti, dei letterati, degli uomini di Stato, dei soldati e dei mercanti. Ma dove sono oggi gli uomini saggi e i profeti?

Ci sarebbe bisogno di un nuovo san Francesco d’Assisi. Anch’egli viveva in un’epoca di crociate, ma si occupava degli altri, di coloro contro cui le crociate venivano combattute. Faceva di tutto per far loro visita. Alla fine, durante la quinta crociata, in occasione dell’assedio di Damietta, in Egitto, rattristato a causa del comportamento dei crociati disse: “Ho visto il male e il peccato”. Sconvolto dalla vista dei morti sul campo di battaglia, san Francesco varcò la linea del fronte. Fu catturato, incatenato e condotto presso il sultano Saladino, nato a Tikrit. L’incontro deve essere stato molto particolare in quanto, dopo una conversazione prolungatasi fino a tarda notte, il giorno successivo il sultano lasciò ritornare san Francesco, sano e salvo, al campo dei crociati.

Mi auguro che l’uno abbia esposto le proprie ragioni all’altro, che san Francesco abbia parlato di Cristo e che il sultano abbia letto passi del Corano, e che alla fine siano giunti concordi al messaggio che il povero Francesco ripeteva ovunque: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Tony Blair è stato uno dei crociati in Iraq. Può diventare il san Francesco di cui l’Europa ha bisogno in Medio Oriente?

 
  
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  Edward McMillan-Scott (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, la questione palestinese e i rapporti tra Palestina e Israele non dividono solo le famiglie, ma anche i gruppi politici in quest’Aula e in altre assemblee del mondo, nonché, ovviamente, le istituzioni. Uno dei dilemmi di oggi sono le vere istituzioni che noi rappresentiamo qui e il nostro ruolo nel Quartetto negli ultimi anni. Qualcuno si augura che la nomina di Tony Blair, con un ruolo molto specifico nei confronti della popolazione palestinese, possa ripristinare il processo di pace. Non so. Ritengo importante che i valori che muovono l’Unione europea stessa possano continuare a ispirare la gente in Medio Oriente, in particolare in Palestina e in Israele.

Come altri, ho gioito per il rilascio di Alan Johnston. Sono un sostenitore del BBC World Service Trust. Johnston stava trasmettendo un servizio da Gaza mentre si svolgevano le elezioni, vinte da Abu Mazen nel gennaio 2005, cui ha fatto seguito la formazione del governo palestinese di Hamas nel gennaio 2006. Il dilemma per i paesi democratici, ossia quello che si soleva chiamare “Occidente”, era se riconoscere o meno il governo di Hamas. Bene, sappiamo che cosa è accaduto e ancora oggi continuiamo a pagarne le conseguenze. Mi domando se l’Unione europea possa realmente sentirsi soddisfatta per aver svolto un ruolo adeguato in questo periodo.

Sono lieto che il Parlamento europeo stia oggi discutendo la creazione di un gruppo di lavoro all’interno della commissione per gli affari esteri, qualcosa che io per primo ho proposto due anni e mezzo fa. Sono altresì lieto che alla fine di agosto ospiteremo una conferenza delle Nazioni Unite, tuttavia ritengo che ci sia ancora lavoro da fare, un lavoro impegnativo per i parlamentari europei, in collaborazione con i parlamentari eletti del mondo arabo, compresi coloro con i quali normalmente non vogliamo avere a che fare. In futuro dobbiamo affrontare i problemi in maniera diversa.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, è stato detto che ci sono cinque complicate crisi in Medio Oriente. E’ evidente che l’Iran è coinvolto in ciascuna di esse. Gaza può essere controllata da Hamas, ma Hamas non è l’unico a detenere il potere: a Teheran c’è un veto. Forse, quindi, sarebbe più corretto dire che esiste un solo conflitto in Medio Oriente, e che ha luogo tra estremisti e moderati. Abbiamo l’obbligo di sostenere la parte moderata.

C’è il pericolo che qualcuno guardi ad Hamas come a una specie di servizio sociale. Sarebbe un grave errore: Hamas è essenzialmente un’organizzazione terroristica. Il suo potere deriva da intimidazioni e omicidi e vuole imporre la propria distorta interpretazione dell’islam a una popolazione spaventata. Ricordo fin troppo bene l’appello fatto 18 mesi fa, all’epoca delle elezioni legislative, dalla dottoressa Hannan Ashrawi, donna palestinese nota a livello internazionale: “Dobbiamo sconfiggere le forze del male”.

La popolazione di Gaza non è veramente libera di esprimersi. Nel frattempo, Israele si trova sotto attacco costante e, ieri, colpi di mortaio sono stati sparati da Gaza al valico di Kerem Shalom, dal quale passano gli aiuti umanitari diretti a Gaza provenienti dall’Egitto.

Non dimentichiamo che, mentre ci compiacciamo e solleviamo per il rilascio di Alan Johnston, un anno fa è stato rapito il caporale Shalit e non sappiamo nulla riguardo alla sua situazione. Ieri i suoi familiari si trovavano in Parlamento.

Che cosa si può dedurre quindi da questa miscela confusa e pericolosa? Da parte sua Israele ha agito con moderazione: ha riconosciuto il governo di Salam Fayyad, ha rilasciato centinaia di prigionieri palestinesi, ha trasferito circa 400 milioni di dollari dei proventi delle tasse pagate dai palestinesi e si è impegnato attivamente nel dialogo con i leader dell’Autorità palestinese. Tuttavia, sarebbe necessaria una terza parte, araba o possibilmente europea, per compiere veri progressi. L’iniziativa di pace araba del 2002 offre tuttora la prospettiva più promettente e sono sicuro che Israele la riconosca. Così come noi dobbiamo sostenere le forze moderate e opporci ai terroristi, così i governi arabi devono essere disposti a impegnarsi più attivamente e in maniera più flessibile nel processo di pace: politicamente, economicamente e finanziariamente. E’ nel nostro interesse, e nel loro, che lo facciano.

 
  
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  Philip Claeys , a nome del gruppo ITS. – (NL) Signor Presidente, la ringrazio per la sua comprensione. L’Unione europea deve sostenere le forze pragmatiche all’interno della fazione palestinese, il che significa che aiuti e risorse dovrebbero essere inviati all’Autorità palestinese in Cisgiordania ma non alla striscia di Gaza, governata da Hamas.

Dobbiamo inoltre sollecitare le autorità israeliane a trasferire le entrate doganali all’Autorità palestinese in Cisgiordania e a ridurre quanto più possibile le restrizioni alla circolazione delle persone tra la Cisgiordania e Israele. E’ altresì di enorme importanza che l’influenza iraniana venga limitata.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes , Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, mi permetta innanzi tutto di congratularmi con Benita Ferrero-Waldner e di richiamare la vostra attenzione sul suo primo intervento molto chiaro e illuminante riguardo all’azione svolta dall’Unione europea in Palestina, sotto l’autorità della Commissione, discorso per il quale le sono molto grato.

Desidero fare brevemente riferimento alle due questioni sollevate qui dall’onorevole Salafranca, la prima relativa alla nomina di Tony Blair a inviato del Quartetto e la seconda riguardante la lettera sottoscritta da dieci ministri degli Esteri dell’Unione europea.

Ritengo che dobbiamo essere soddisfatti della nomina di Blair, in primo luogo perché è europeo, in secondo luogo perché è stato Presidente del Consiglio europeo, in terzo luogo perché è un politico di straordinaria esperienza negli affari internazionali e in parte anche perché è un uomo convincente. Credo, pertanto, che tale nomina vada a vantaggio del Quartetto, dell’Unione europea e di tutti noi come europei, e dovremmo offrirgli tutta l’assistenza possibile. Il suo incarico è definito e ben documentato, e Tony Blair agirà naturalmente entro i limiti del mandato conferitogli. Ovviamente, auspichiamo che il suo lavoro giovi al processo di pace in Medio Oriente e gli auguriamo ogni bene per la sua missione.

Per quanto riguarda la lettera di cui sopra, ho il dovere di dire che è stata redatta e firmata nell’ambito di uno specifico gruppo informale di ministri, e il ministro degli Esteri portoghese l’ha firmata esattamente in quanto tale. Se osservate la lettera, non si legge Luis Amado, ministro degli Esteri e Presidente del Consiglio dell’Unione europea, bensì Luis Amado, ministro degli Esteri portoghese, ed è esclusivamente su queste basi che la lettera è stata firmata.

Possiamo essere concordi o meno con il contenuto e la formulazione della lettera, ma ritengo che una cosa sia importante. L’essenza fondamentale della lettera è che pone l’attenzione sull’urgenza, la complessità, il bisogno dell’intera Unione europea di svolgere un ruolo centrale nella risoluzione di questo conflitto iniziato 40 anni fa, e quindi di rispondere all’appello di molti membri dell’Assemblea affinché l’Unione europea tenti quanto più possibile di apportare un contributo decisivo in questa questione. Devo dire, onorevoli deputati, che durante la nostra Presidenza cercheremo, naturalmente collaborando con la Commissione, di lavorare il più duramente possibile al fine di garantire il conseguimento dei risultati preposti e affinché il processo di pace in Medio Oriente prosegua, con positivi passi avanti.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner , Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, sarò veramente breve. Dalla discussione dobbiamo trarre gli elementi positivi di questo processo di pace molto complesso e tentare di riassemblare i pezzi in modo tale che ci siano dei progressi.

Mi auguro che il prossimo incontro del Quartetto, in cui, credo, si comincerà a parlare di orizzonti e accordi politici, costituisca un passo avanti.

Inoltre, desidero citare tutti i miglioramenti quotidiani per i palestinesi: la mobilitazione dell’assistenza internazionale, le necessità istituzionali e governative dello Stato palestinese e i progetti intesi alla promozione dello sviluppo economico della Palestina. In proposito, siamo pronti a rinnovare il nostro accordo di associazione con l’Autorità palestinese, che, tra l’altro, contempla l’importazione di prodotti agricoli dalla Palestina, sebbene, ovviamente, sulla base di un sistema di quote.

Cerchiamo tutti di fare del nostro meglio, ma dipende anche dalla volontà politica di entrambe le parti che, purtroppo, non possiamo sostituire.

 
  
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  Presidente. – Comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione(1) conformemente all’articolo 103, paragrafo 2 del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 12 luglio 2007.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


15. Situazione in Pakistan (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla situazione in Pakistan.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, onorevoli deputati, sono lieto che mi sia offerta oggi la possibilità di parlare del Pakistan, che è senza dubbio un paese molto importante cui forse non viene sempre prestata l’attenzione che merita. So che alcuni di voi nutrono un interesse particolare per le relazioni con il Pakistan e quindi mi compiaccio di poter esporre la posizione del Consiglio su questo paese e ascoltare le vostre opinioni.

La situazione in Pakistan è in rapida evoluzione in questo periodo che precede le elezioni e noi speriamo che mantenga una buona cooperazione con il Parlamento europeo nei mesi a venire. L’Unione europea ha alle spalle una lunga storia di relazioni con il Pakistan, che risale al 1976, quando fu sottoscritto il nostro primo accordo di cooperazione.

Sfortunatamente negli ultimi anni, per varie ragioni, le nostre relazioni non sono state così strette come entrambe le parti avrebbero desiderato. Per questo motivo, nel 2005 l’Unione europea, avendo il Consiglio riconosciuto le sfide poste da talune questioni aperte con quel paese, ha avviato una revisione della propria politica nei confronti del Pakistan. E’ stato inoltre concordato con fermezza che l’unica politica efficace consisteva nel mantenere con il governo pakistano contatti regolari. Questa decisione è sfociata nella dichiarazione congiunta fra Unione europea e Pakistan approvata a Berlino l’8 febbraio. E’ stato così formalizzato il nostro dialogo politico e si è aperta la via verso una piena attuazione dell’accordo di cooperazione del 2004, noto anche come accordo di terza generazione.

Le relazioni dell’Unione europea con il Pakistan si fondano quindi, dall’inizio di quest’anno, su una nuova base. Ci auguriamo che ciò contribuisca a creare una migliore comprensione fra le due parti. Si tratta di un passo avanti in un processo di lunga durata volto a istituire una cooperazione che speriamo proficua e, contemporaneamente, del riconoscimento dell’importanza che l’Unione attribuisce al Pakistan come paese partner.

Pur avendo definito un programma a lungo termine, vi sono tuttavia alcune questioni che andranno abbordate a breve. Sappiamo che il Parlamento è preoccupato per alcuni avvenimenti recenti e da parte nostra condividiamo tali preoccupazioni. Gli scontri che si sono verificati nei pressi della Moschea rossa di Islamabad la settimana scorsa hanno attirato tutta la nostra attenzione. Non intendo imbarcarmi in una discussione sulle possibili cause della situazione che è venuta a crearsi. Desidero invece esprimere il mio compiacimento per la decisione del governo di combattere coloro che istigano all’intolleranza. Ovviamente tutti noi vorremmo assistere a una soluzione pacifica della crisi, ma è importante che il governo abbia preso posizione contro l’estremismo radicale. Occorre distinguere chi predica la violenza da chi manifesta pacificamente.

Il Consiglio ha affrontato con grande preoccupazione la violenza esplosa a Karachi in maggio. E’ indispensabile fare tutto il possibile per impedire che fenomeni del genere abbiano a ripetersi. Il Consiglio sta seguendo molto attentamente la situazione in Pakistan attraverso contatti permanenti con le ambasciate dell’Unione europea a Islamabad. Ci auguriamo che tutte le parti diano prova di moderazione e soprattutto che le autorità responsabili del mantenimento dell’ordine pubblico non si abbandonino a eccessi nei confronti della popolazione civile.

Il Consiglio segue anche molto da vicino il processo a Iftikhar Chaudhry, giudice alla Corte suprema. E’ imprescindibile che l’azione giudiziaria contro Chaudhry rispetti le regole di un processo equo e che non vi siano ingerenze indebite. I media devono essere liberi di adempiere il loro compito di informazione del pubblico senza subire intimidazioni. In generale è desiderio dell’Unione europea che il Pakistan continui a seguire la via di una moderazione illuminata, nel rispetto delle norme internazionali in materia di principi democratici e di Stato di diritto. E’ su questi presupposti che si basano le nostre relazioni. Come afferma l’articolo 1 dell’accordo di cooperazione del 2004, il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici costituisce un elemento essenziale dell’accordo. Intendiamo lavorare su questa base.

Quest’anno, con le elezioni generali, il Pakistan si trova a dover operare una scelta. L’Unione europea sostiene tutte le iniziative che vengono adottate per assicurare al Pakistan una democrazia sostenibile, per rafforzare le istituzioni democratiche e il buongoverno nel paese. L’Unione europea ritiene quindi determinante che le prossime elezioni legislative in Pakistan siano libere e regolari. Consideriamo anche molto importante che il prossimo Presidente venga eletto in conformità della legge. E’ essenziale che il governo abbia la forza che deriva dalla legittimità democratica. Solo così potrà far fronte alle molte sfide che attendono il paese.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, siamo tutti stati testimoni, come ha poc’anzi ricordato il Presidente in carica del Consiglio, di ciò che è avvenuto alla Moschea rossa di Islamabad; le ultime notizie dicono che l’area è stata in gran parte sgomberata e che l’operazione dovrebbe ormai essere prossima a concludersi. Spero sinceramente che non si debba registrare la perdita di altre vite umane. E’ stato sconvolgente per me assistere a quelle terribili scene che si svolgevano nel cuore della capitale pakistana e che coinvolgevano centinaia di uomini e donne. E’ deplorevole, come ha detto il Presidente in carica del Consiglio, che gli estremisti che continuano a resistere non abbiano accettato una soluzione pacifica.

Apprezzo molto la pazienza dimostrata dal governo per tentare di arrivare a una soluzione negoziata in modo da evitare spargimenti di sangue, soprattutto in considerazione del fatto che dei bambini sono stati costretti contro la loro volontà e contro quella dei loro genitori a rimanere all’interno della moschea. Questo episodio ha inequivocabilmente dimostrato al popolo pakistano e al mondo intero quale pericolo rappresentino l’intolleranza e il fondamentalismo religiosi per noi e per quella che è essenzialmente una società pacifica e moderata.

Negli ultimi mesi gli studenti e i membri del clero della Moschea rossa avevano effettivamente cercato di prendere in mano il potere. Io credo fermamente che non sia questo il futuro che il popolo pachistano auspica per il paese. Il governo fa bene ad affrontare il fenomeno con la massima risolutezza. Altri avvenimenti, fra cui l’esplosione di autobombe nella regione di frontiera nord-occidentale del paese e il presunto attacco dello scorso venerdì contro l’aereo del Presidente Musharraf hanno chiaramente dimostrato che il Pakistan deve rimanere vigile e determinato per evitare che l’estremismo terrorista abbia la meglio.

La politica dell’Unione europea deve sostenere il Pakistan in modo fermo e costruttivo. Gli obiettivi chiave del nostro impegno sono: promuovere la stabilità interna e a livello regionale, contribuire alla democratizzazione del paese e aiutare il Pakistan a consolidare la sua posizione di Stato islamico moderato. Sono lieta di informare il Parlamento che il 24 maggio ha avuto luogo a Islamabad il primo incontro del comitato congiunto previsto dall’accordo di cooperazione di terza generazione. Tale incontro ha offerto la possibilità di creare nuove forme di cooperazione con il Pakistan, per esempio mediante l’istituzione di un sottocomitato per la governance e i diritti umani quale forum di approfondimento del dialogo su queste materie.

Abbiamo anche aumentato considerevolmente i fondi per la cooperazione allo sviluppo destinati al Pakistan, portandoli a 200 milioni nei prossimi quattro anni e assegnandoli specificamente ai settori dello sviluppo rurale e dell’istruzione. Con questa iniziativa il nostro obiettivo è contribuire a fare del Pakistan un paese più prospero e più stabile.

Il Pakistan è attualmente caratterizzato da un’atmosfera politica estremamente incerta. Vi si moltiplicano le speculazioni sui possibili scenari elettorali. Una delle ipotesi avanzate è l’intenzione annunciata del Presidente Musharraf di farsi rieleggere dal parlamento attualmente in carica prima delle prossime elezioni legislative. Un’altra è un possibile accordo tra il Presidente e i partiti di opposizione che potrebbe condurre a elezioni legislative anticipate e alla possibile rielezione di Musharraf da parte del nuovo parlamento.

Poiché entro la fine dell’anno in Pakistan avranno luogo elezioni legislative di importanza cruciale, ritengo si debba continuare a sottolineare la necessità di rafforzare le istituzioni democratiche del paese, assicurando un processo politico più inclusivo. Come sapete, il Pakistan costituisce una priorità nel quadro delle missioni elettorali dell’Unione europea. Valuterò accuratamente i risultati della missione esplorativa del mese scorso in modo da poter prendere una decisione sull’invio di una missione elettorale a tempo debito.

Credo siano state espresse serie preoccupazioni sul modo in cui sono stati preparati i registri elettorali. Sembra vi manchino parecchi milioni di elettori ed è quindi urgente prendere provvedimenti per rimediare alla situazione.

In conclusione, dobbiamo valutare accuratamente se sia opportuno costituire una missione di osservazione elettorale in un contesto in cui, come ho già sottolineato, è giustificato avanzare seri dubbi sulla possibilità di svolgere elezioni democratiche. Dobbiamo tenere sotto controllo l’evolversi della situazione nelle prossime settimane e nei mesi a venire.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, da tempo ho un atteggiamento critico nei confronti del governo pakistano per varie ragioni, dalla tolleranza dimostrata da A. Q. Kahn per la proliferazione nucleare all’esecrabile trattamento riservato alle minoranze religiose. Talvolta sono anche scettico sull’effettiva determinazione del Presidente Musharraf, che a parole si dichiara nostro alleato nella lotta al terrorismo, a sbaragliare i jahidisti islamici radicali e a impedire che i giovani, anche cittadini dell’Unione europea, continuino a ricevere una pericolosa formazione nelle madrasse deobandi integraliste.

Ora assistiamo all’assalto alla Moschea rossa, in cui si sono asserragliati militanti islamici armati con donne e bambini. Musharraf ha dichiarato che si tratta di estremisti legati ad Al-Qaeda. Allora perché da gennaio si è permesso alla situazione di incancrenirsi, mentre le forze di sicurezza ignoravano l’occupazione illegale di terreni, l’ammassamento di armi e il sequestro di donne nell’area della moschea? Lo si è fatto per poter oggi inscenare una spietata resa dei conti? Oppure per dimostrare quale pericolo rappresentino gli estremisti e provare al mondo occidentale che il Presidente Musharraf è nemico dei terroristi, in modo da rispondere alle critiche che gli sono state mosse di recente e ai sospetti secondo i quali il potentissimo servizio segreto militare pakistano avrebbe aiutato di nascosto le forze talebane a riaggregarsi nelle regioni di confine con l’Afghanistan?

Si dice anche che Abdul Aziz, il mullah che guida i militanti alla Moschea rossa, avrebbe legami di parentela con membri dell’ISI. Di certo la crisi rappresenta una gradita distrazione per il Presidente Musharraf, sotto pressione per aver destituito il presidente della Corte suprema e desideroso di giustificare altri cinque anni al potere e, naturalmente, di mantenere immutata la pervasiva influenza dell’esercito pakistano.

L’Unione europea ha ragione di temere l’instabilità di uno Stato islamico che dispone di armi nucleari; io esorto il Presidente Musharraf a consentire a due ex primi ministri laici di rientrare dall’esilio e di partecipare alla campagna elettorale in vista di elezioni democratiche, per combattere pericolosi estremismi e contribuire all’edificazione di un paese democratico e tollerante in grado di sopravvivere al Presidente Musharraf.

 
  
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  Robert Evans, a nome del gruppo PSE. – (EN) Stiamo dibattendo un argomento importante e attualissimo. E’ interessante notare che sono iscritti a parlare tre oratori del Regno Unito e questo riflette le comunità che rappresentiamo. Sappiamo che in tutta Europa vi sono vive inquietudini sulla situazione in Pakistan e sull’incertezza che circonda in questo momento il futuro del Presidente Musharraf, che, come ovvio, è strettamente legato al futuro del suo paese.

Non intendiamo essere critici quanto l’onorevole Tannock, ma la proposta di risoluzione che abbiamo presentato è ispirata a una sincera preoccupazione, perché in molti abbiamo visitato il paese, abbiamo incontrato il Presidente sia qui che in Pakistan e desideriamo per il paese tutto il bene possibile. Ci rendiamo conto che il Pakistan si trova a dover affrontare sfide molto concrete, non ultimo l’arduo compito di combattere il terrorismo all’interno dei suoi stessi confini. Rispettiamo il ruolo che il paese ha svolto sul piano internazionale nella lotta al terrorismo globale. Riconosciamo quello che ha fatto finora e ci impegniamo a sostenerlo nei suoi sforzi futuri.

Nondimeno, non si può usare la lotta al terrorismo come cortina fumogena a copertura di azioni illecite e di abusi. Il Commissario ha parlato della grave situazione che è venuta a crearsi alla Moschea rossa, come del resto l’onorevole Tannock, che ha anche ricordato la sospensione del presidente della Corte suprema Chaudhry e i problemi che ne sono derivati.

Vorrei riprendere l’argomento delle elezioni, di cui hanno parlato sia il Commissario che il Presidente in carica del Consiglio Lobo Antunes. Il rappresentante del Consiglio ha dichiarato che appoggiamo qualsiasi iniziativa volta a consolidare la democrazia, ed è normale che sia così. Personalmente apprezzo e sottoscrivo l’impegno del Commissario per la creazione di un sottocomitato per la governance e i diritti umani riguardante il Pakistan.

Oggi desidero sollecitare il Presidente Musharraf a far sì che le prossime elezioni non solo abbiano luogo, ma che si svolgano in modo tale da meritare una promozione a pieni voti da parte di una missione internazionale di osservatori, sia essa inviata dall’Unione europea o da chiunque altro. E’ una condizione essenziale per la credibilità di qualsiasi Presidente del Pakistan, di qualsiasi governo e, in realtà, di qualsiasi governo in qualunque parte del mondo.

In particolare spero che i preparativi di queste elezioni riescano a garantire il corretto svolgimento della consultazione e che sia concessa a un numero più elevato di donne la possibilità di candidarsi. Come ha detto la signora Commissario, i registri elettorali non devono essere sottratti a ulteriori controlli: è indispensabile che nessun elettore abbia la sensazione di essere stato tagliato fuori.

Una stampa libera e aperta è un necessario presupposto per le elezioni: i giornalisti devono poter dire e scrivere quello che vogliono senza sentirsi in pericolo. Mi auguro che, in questo periodo di transizione che ci separa dalle elezioni, il governo provvisorio rimanga sinceramente neutrale.

Il Pakistan è un grande paese, con un popolo fiero e una storia molto tormentata. Sono certo di parlare a nome di tutti dicendo che il Parlamento europeo è pronto a fare di tutto per aiutare il Pakistan a superare questi tempi difficili e per promuoverne la crescita e il consolidamento come Stato pacifico e democratico.

 
  
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  Sajjad Karim, a nome del gruppo ALDE. – (EN) I tragici avvenimenti della Moschea rossa di Islamabad, che sembrano non trovare soluzione, indicano chiaramente che il Pakistan è sotto la minaccia dell’ideologia estremista. Ciò che sta avvenendo costituisce un pericolo sia per la maggioranza del popolo pakistano moderato che per le forze della NATO di stanza in Pakistan. L’effetto a catena che si è registrato a Peshawar, nel Balochistan, nel Waziristan e a Bajor mette in evidenza la diffusione del fondamentalismo in molte parti del paese.

Tuttavia, la condanna della violenza dei militanti islamici espressa dalla maggioranza del popolo pakistano dimostra che gli estremisti rappresentano solo una frangia minoritaria nel paese. E’ questo sentimento moderato della maggioranza che il governo deve far proprio, se vuole sviluppare un vasto consenso politico.

Le relazioni dell’Unione europea con il Pakistan sono improntate all’impegno per la democrazia, la pace, la stabilità, gli scambi commerciali, lo sviluppo e il rispetto dei diritti umani. Quest’anno il Consiglio e la Commissione hanno compiuto significativi passi avanti nel rafforzamento di tali relazioni: dobbiamo continuare a esercitare la nostra influenza di donatori chiave per la regione allo scopo di offrire una vita migliore al popolo pakistano.

L’Unione europea deve continuare a sostenere in Pakistan progetti nel settore della sanità e dell’istruzione, in modo che i più poveri abbiano un’alternativa alle madrasse. In questo periodo in cui il paese si avvia a elezioni democratiche dobbiamo continuare a insistere affinché il governo rispetti l’indipendenza del potere giudiziario, lo Stato di diritto e i diritti umani del popolo pakistano. Dobbiamo condannare tutti i tentativi di soffocare la libertà di parola e dei mezzi di comunicazione, così come è nostro dovere, deplorando la sospensione del presidente della Corte suprema Chaudhry, dimostrare la nostra solidarietà a tutti coloro che operano nel settore giudiziario in Pakistan.

Infine, l’Unione europea deve dire chiaramente al Presidente che la transizione a un governo civile a seguito di elezioni libere e regolari è …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MAREK SIWIEC
Vicepresidente

 
  
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  Presidente. – A conclusione della discussione, comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione(1) ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 12 luglio 2007.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Neena Gill (PSE), per iscritto. – (EN) Sono profondamente preoccupata per la fragile democrazia pakistana in pericolo. La destituzione del presidente della Corte suprema del Pakistan e le conseguenti misure repressive nei confronti degli organi di stampa non sono di buon auspicio per la regolarità delle prossime elezioni. Sono state riferite molte intimidazioni, più o meno ufficiali, a rappresentanti della magistratura ed è corsa voce di abusi della legge antiterrorismo per perseguitare gli oppositori politici.

Siamo stati informati da cittadini pakistani che i partiti moderati, i giornalisti e la società civile sono emarginati, mentre ai gruppi estremisti si permette di esercitare una sempre maggiore influenza sulla società.

Mi rammarico che i recenti disordini abbiano provocato la perdita di vite umane e sollecito il Presidente Musharraf a far sì che le autorità pakistane rispettino pienamente i diritti umani. Chiedo inoltre al Presidente di mantenere le promesse fatte alla delegazione del Parlamento europeo nel dicembre 2006 in occasione della visita in Pakistan in materia di passaggio delle consegne a un governo civile, di creazione di istituzioni democratiche e, soprattutto, di libertà dei mezzi d’informazione. Invito il Consiglio e la Commissione a pretendere fermamente dal Pakistan la restaurazione della democrazia e il rispetto dei diritti umani.

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


16. Futuro accordo sul Kosovo (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sul futuro accordo sul Kosovo.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, una breve dichiarazione sul Kosovo. Sono stati indubbiamente realizzati progressi significativi negli ultimi anni per quel che concerne la stabilizzazione della regione dei Balcani occidentali. Tuttavia, per consolidare tali progressi, manca ancora da affrontare una sfida cruciale: la conclusione del processo volto a determinare lo status futuro del Kosovo e l’attuazione del risultato con un obiettivo strategico.

Occorre una risoluzione tempestiva e sostenibile che getti le fondamenta di un Kosovo democratico e multietnico, impegnato nella creazione di uno Stato di diritto e nella promozione della stabilità regionale e della prospettiva europea della regione. La determinazione dello status del Kosovo è una condizione essenziale per consolidare la stabilità della regione. L’UE ha investito moltissimo nei Balcani, in termini sia economici sia politici, pertanto non è nel nostro interesse assistere a una nuova destabilizzazione della regione.

Poiché si tratta di una regione europea, l’Unione europea dovrebbe essere in prima linea quando si tratta di tentare di risolvere le questioni correlate al Kosovo. Di conseguenza, va individuata rapidamente una soluzione tramite il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Lo status quo non è sostenibile.

In linea con la dichiarazione rilasciata dai ministri degli Esteri europei a Lussemburgo il 18 giugno, il Consiglio ha confermato il proprio sostegno all’inviato speciale Martti Ahtisaari e ha reiterato la propria posizione secondo cui la proposta globale costituisce la base per risolvere la questione dello status mediante una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

L’Unione europea riconferma il proprio impegno totale ad assicurare l’adozione tempestiva di tale risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che servirà anche come base per la presenza internazionale e comunitaria. Per il conseguimento di tale obiettivo sarà decisivo il mantenimento di una posizione coesa da parte degli Stati membri, oltre a un approccio fermo e coerente al Kosovo. Il Consiglio ha inoltre ribadito la propria convinzione secondo cui la soluzione di tale questione rappresenta un caso sui generis che non costituisce un precedente.

L’UE rimane disponibile a svolgere un ruolo importante nell’attuazione della risoluzione dello status futuro del Kosovo. La nostra pianificazione sul campo è ben avviata ed è stata intrapresa sulla base dell’approccio globale adottato dal Consiglio nel dicembre 2006, e partendo dal presupposto che il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotti una nuova risoluzione che conferisca all’UE un mandato chiaro.

Siamo decisi a garantire una transizione efficace, e a tal fine abbiamo agito in stretta collaborazione con la missione dell’ONU in Kosovo, che ha garantito che manterrà la propria piena operatività fino alla scadenza del mandato.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Lo status futuro del Kosovo è l’ultima questione del genere rimasta da risolvere dopo la dissoluzione della Jugoslavia. E’ essenziale che in questa fase si mobiliti il Consiglio di sicurezza dell’ONU, i cui membri devono assumersi la responsabilità di risolvere il problema dello status del Kosovo e di istituire un quadro multilaterale che renda possibile un esito sostenibile per l’intera regione.

Esorto la Serbia a svolgere un ruolo costruttivo nella prossima fase del processo. Invito tutte le parti coinvolte a non intraprendere azioni unilaterali, che siano dichiarazioni o minacce di veto, in quanto non farebbero che danneggiare gli interessi di noi tutti ad avere una regione stabile che possa entrare pienamente a far parte dell’Unione europea.

In marzo avete adottato in quest’Aula una risoluzione sul Kosovo. A mio parere, le nostre Istituzioni hanno molte posizioni in comune. La vostra idea è che l’unica soluzione sostenibile sia un accordo che rispetti tutte le comunità, agevoli la ripresa economica del Kosovo e garantisca una presenza internazionale che salvaguardi gli interessi di tutte le comunità etniche.

In giugno il Consiglio ha confermato l’appoggio dell’UE all’inviato speciale dell’ONU Martti Ahtisaari, alla proposta globale quale base per la definizione della questione dello status del Kosovo e a una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Appoggiamo la proposta in quanto miglior compromesso possibile per garantire a tutte le comunità un futuro in Kosovo in cui possano attecchire la democrazia e lo Stato di diritto.

Gli elementi chiave di tale proposta sono le fondamenta di ogni società moderna, e comprendono la tutela dei diritti delle comunità, la protezione del patrimonio culturale e religioso e norme basilari di sicurezza e costituzionali: sono tutti aspetti vitali per un Kosovo democratico e multietnico.

Per riassumere, ora ci attendono tre compiti. In primo luogo dobbiamo risolvere la questione dello status del Kosovo senza ulteriori indugi. In secondo luogo, occorre preservare l’essenza dell’attuale proposta di risoluzione e in terzo luogo dobbiamo continuare ad appoggiare le aspirazioni europee e i progressi del Kosovo verso l’Unione europea.

In qualità di Commissario, ho già messo a disposizione svariati strumenti nel processo di stabilizzazione e associazione. La Commissione è impegnata in un dialogo costante sulle riforme. Forniamo assistenza in abbondanza. Monitoriamo i progressi sulla base del partenariato europeo e abbiamo inaugurato attività di cooperazione regionale con il Kosovo.

Ritardare il processo senza un buon motivo è un esercizio potenzialmente pericoloso, che non riuscirà a conciliare le posizioni diametralmente opposte sullo status, ma che potrebbe aumentare il rischio di instabilità in loco.

Dobbiamo pertanto dimostrare ai kosovari che ci stiamo mobilitando e che una soluzione è vicina. Non dobbiamo permettere ai sostenitori della linea dura di avere la meglio. I Balcani e l’Europa ne soffrirebbero le conseguenze.

Il Kosovo rappresenta di fatto una questione profondamente europea. La posta in gioco è alta quando si tratta di raggiungere un accordo sostenibile. Come avete sottolineato nella vostra risoluzione di marzo, individuare una soluzione sulla base della proposta di Martti Ahtisaari è importantissimo per la stabilità e lo sviluppo futuro dell’intera regione. Serbia e Kosovo sono destinati entrambi ad aderire all’UE, come i loro vicini, dato che il futuro dei Balcani occidentali è nell’UE.

A dire il vero, né la Russia né gli USA sono direttamente coinvolti come noi europei negli eventi dei Balcani. Il prezzo del fallimento del processo relativo allo status ricadrebbe sulle spalle dell’Europa, e di conseguenza tale questione non va risolta tramite dichiarazioni o minacce di veto unilaterali bensì mediante un multilateralismo efficace e responsabile. Una soluzione sostenibile è più facilmente raggiungibile tramite un processo gestito e multilaterale.

Vorrei concludere ribadendo che ritardare senza un buon motivo il processo relativo allo status non ci porterà da nessuna parte, bensì metterà il Kosovo a rischio di instabilità, prolungherà l’agonia in Serbia e ritarderà l’avvicinamento della regione all’Unione europea.

E’ pertanto tempo che l’Europa, l’UE e i suoi Stati membri diano prova di leadership e contribuiscano a trovare una soluzione sostenibile al problema del Kosovo. Lo dobbiamo al Kosovo. Lo dobbiamo ai Balcani e lo dobbiamo all’Europa.

 
  
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  Bernd Posselt, a nome del gruppo PPE-DE.(DE) Signor Presidente, vorrei ringraziare il Commissario per aver parlato con tanta chiarezza. Ieri anche il nuovo Segretario generale dell’ONU ha sottolineato che continuare a posticipare la risoluzione della questione dello status costituisce una grave minaccia per la pace. Se il Kosovo, la cui popolazione è composta al 90 per cento da albanesi, non otterrà quello che merita, vale a dire l’indipendenza sotto la supervisione internazionale, la conseguenza potrebbe essere l’instabilità economica e i disordini politici. E’ tempo di adottare una linea pragmatica.

Il 75 per cento di quest’Assemblea si è espresso a favore del piano Ahtisaari. Abbiamo detto chiaramente che prediligiamo l’indipendenza sotto la supervisione internazionale. La Commissione, gran parte degli Stati membri e anche gli USA si sono schierati lungo la medesima linea. E’ pertanto tempo di porre fine alla situazione di stallo del Consiglio di sicurezza. Non si può più permettere al nazionalismo russo e serbo di procrastinare una soluzione pacifica che conceda ai serbi del Kosovo ampi diritti internazionalmente garantiti di gran lunga migliori di quelli accordati ad altre minoranze etniche in altri Stati europei.

E’ tempo di sollecitare una soluzione, non da ultimo perché la nostra missione comunitaria vitale necessita sia di una base giuridica internazionale stabile sia di un’accettazione diffusa da parte dei kosovari, se vogliamo evitare di essere considerati una potenza occupante. E’ pertanto essenziale registrare progressi, allo scopo di trovare una soluzione politica attesa da tempo immemorabile.

Signor Presidente, vorrei precisare che non siamo disposti a lasciare che l’Occidente cada nella trappola di concedere alla costituzione serba di avanzare pretese territoriali sul Kosovo e ai russi di dire che opporranno il veto a eventuali risoluzioni finché non otterranno il consenso della Serbia – che non potrà concedere a causa della costituzione promulgata da un referendum dubbio. Siamo in presenza di una barriera artificiale che rappresenta una grave minaccia per la pace.

 
  
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  Hannes Swoboda , a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito non si sta concludendo nei tempi rapidi auspicati da alcuni. Mi rendo conto del rischio cui ha accennato il Commissario, ma lo considero anche un’opportunità. Dovremmo sfruttarla, invece di guardare sempre il lato negativo. Che cosa vogliamo? Vogliamo trasmettere un messaggio alla Serbia mediante un accordo di stabilizzazione e associazione e riducendo le restrizioni ai visti – a condizione che la Serbia cooperi con l’ICTY – per ribadire che il paese è il benvenuto nell’Unione europea e che noi non vogliamo più assistere a questo atteggiamento costante di autoflagellazione e a questo complesso di inferiorità.

In secondo luogo, vogliamo un nuovo status per il Kosovo sulla base della proposta di risoluzione di Martti Ahtisaari. Non dico che non saremmo disposti ad accettare alcun cambiamento, ma a tal fine serve il dialogo, e i rappresentanti serbi e kosovari devono essere disposti a parlare tra loro. Non credo che troveranno un accordo su tutta la linea, ma dovrebbero per lo meno chiarire gli aspetti che possono essere risolti. Entrambe le parti devono agire responsabilmente, perché in futuro saranno comunque costrette a convivere nella regione, in particolare se vogliono far parte dell’Europa. Non c’è spazio per una minaccia alla stabilità.

Convengo pertanto con il Commissario che non dobbiamo rimandare la questione per il semplice gusto di rinviarla, dobbiamo invece sfruttare adeguatamente il tempo a nostra disposizione. Sono lieto che il Primo Ministro del Kosovo abbia dichiarato di non voler adottare misure unilaterali nei prossimi mesi. E’ più di quanto abbiano affermato alcuni oratori di quest’Assemblea. Mi fa anche molto piacere, sempre che sia vero, che gli USA non siano disposti ad appoggiare interventi del genere, visto che la vittima principale dei medesimi sarebbe l’Unione europea. Esortiamo la Russia a ritirare il veto e a non bloccare la risoluzione. La Russia non può ottenere nulla di più riguardo all’Abkazia e alla Transnistria che non abbia già raggiunto con la forza militare.

Stiamo cercando di garantire una transizione pacifica. E’ anche interesse del Kosovo e dell’Albania vincolare quanto più possibile la Serbia al nuovo status e lanciare un chiaro segnale in quella direzione da parte dell’Europa. L’Albania e gli albanesi in Kosovo non potrebbero chiedere di meglio.

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó, a nome del gruppo ALDE.(ES) Signor Presidente, non ho potuto assistere al discorso del Commissario in quanto ero impegnato in altre attività parlamentari. Tuttavia, da quanto ho sentito, condivido pienamente l’idea che il tempo si stia esaurendo e che, al contempo, noi non ci sentiamo affatto sotto pressione come se, in assenza di una decisione oggi, dovesse scatenarsi un conflitto violento alle soglie dell’Europa, come ci vorrebbero far credere alcuni. A tale proposito, le dichiarazioni del Primo Ministro del Kosovo sono molto opportune e andrebbero accolte positivamente.

In primo luogo, ritengo che occorra sforzarsi di capire la posizione della Serbia e inviarle un messaggio di rispetto per il paese, la sua storia, il suo presente e il suo futuro. E’ ovvio che la Serbia deve collaborare strettamente con il Tribunale, ma è altrettanto chiaro che alcuni messaggi lanciati dall’UE rischiano di essere considerati poco rispettosi dalla Serbia stessa.

In secondo luogo, c’è un tema che vorrei venisse trattato per lo meno dall’UE e da tutte le parti coinvolte nel futuro giuridico e politico del Kosovo, vale a dire la situazione economica del paese.

Ascoltando alcuni interventi, si ha la sensazione che solamente una dichiarazione di indipendenza, soltanto una risoluzione dell’ONU che stabilisca il futuro giuridico del Kosovo possano creare ricchezza a Pristina, generare posti di lavoro per migliaia di persone in una regione con la disoccupazione superiore al 50 per cento e dare luogo a quel genere di stabilità economica che attira gli investimenti.

Non è vero. Quello che manca è un piano economico per il Kosovo. Un Kosovo senza possibilità economiche, danneggiato e con una disoccupazione del 70 per cento continuerà a rappresentare un dramma per tutti noi. E’ adesso che dobbiamo pensarci, è adesso che possiamo esercitare una sorta di influenza, che a mio avviso non dovrebbe essere condizionata a tale indipendenza; possiamo aiutare le strutture economiche del Kosovo indipendentemente dalla sua autonomia futura. E’ una responsabilità dell’UE che non penso ci stiamo assumendo.

 
  
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  Brian Crowley, a nome del gruppo UEN. – (EN) Vorrei ringraziare il Commissario e il Presidente in carica per le loro osservazioni.

Martin Luther King una volta disse: “Per la pace non serve solo l’assenza di violenza, ma anche la presenza di giustizia”. Se pensiamo alla storia tragica dell’intera regione balcanica, uno degli aspetti che sono mancati per molto tempo è stata quest’idea di giustizia. Non ci può essere pace senza giustizia.

Con la proposta di Martti Ahtisaari abbiamo l’occasione di compiere tale grande passo, di fare quel salto, di trovare non solo la pace ma anche la giustizia. In un mondo ideale risolvere il problema sarebbe stato compito del popolo stesso, che però a quei tempi non aveva la capacità di riunirsi e di trovare la soluzione, che pertanto gli è stata fornita sotto forma di proposta. E’ la nostra occasione migliore per trovare un accordo di pace durevole e giusto tra le diverse tradizioni e i diversi popoli che convivono nella regione.

E’ essenziale non limitarsi a presentare una nuova opportunità per il Kosovo, bensì dobbiamo anche prendere in considerazione le preoccupazioni uniche e peculiari della Serbia. E’ importante instaurare un dialogo non solo col Kosovo, ma anche con la Serbia, per incoraggiarli ad andare avanti e a trovare una nuova via nel processo di costituzione delle nazioni.

Dalla mia esperienza personale in Irlanda, un elemento chiave per la soluzione dei conflitti, delle discriminazioni e dell’ostilità negli ultimi 10 anni è stato il dialogo. Occorre convincere le parti a parlare e a continuare a farlo. Per quanto lento e difficile, è l’unico modo per trovare la soluzione a tale problema.

 
  
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  Joost Lagendijk, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, chiunque di recente abbia seguito da vicino le dichiarazioni dei rappresentanti comunitari sul Kosovo e in particolare sul futuro ruolo dell’UE non può che essersi sentito confuso.

Tutti stanno ovviamente cercando di mettere insieme le varie tessere del mosaico a New York: come assicurarci una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU? In altre parole, come prevenire il veto della Russia? Naturalmente ognuno fa il possibile per salvaguardare l’unità dell’Unione europea e per incoraggiare i kosovari a mantenere la calma. Fin qui è tutto chiaro.

Ma quale sarà il ruolo preciso dell’UE nel prossimo futuro e quando essa lo ricoprirà? Da una lettura casuale di articoli tratti dai giornali degli ultimi giorni si desume che, secondo Cristina Gallach, portavoce di Solana, l’UE si assumerà la propria responsabilità e prenderà una decisione sul Kosovo se la Russia continuerà a dire “no”. In altre parole, anche se non otterremo una risoluzione, l’Unione europea interverrà. Il 10 luglio Solana ha dichiarato che siamo impossibilitati a inviare una missione in assenza di un mandato, ed è per questo che siamo in attesa di una risoluzione. Secondo quanto dichiarato lo stesso giorno da un diplomatico anonimo dell’UE, quest’ultima spera che la nuova risoluzione dell’ONU permetta l’invio di una missione consistente, anche se il futuro della provincia resta incerto. In altre parole, verrà concesso un mandato, ma al momento non occorre pronunciarsi sull’indipendenza.

Signor Commissario, Consiglio, vi esorto a chiarire una volta per tutte quale dovrebbe essere il contenuto minimo di una risoluzione per indurre l’UE a inviare a breve una missione in Kosovo. Anzi, quando discuteremo dell’invio di una missione? Originariamente, l’idea era di farlo quattro mesi dopo un’eventuale risoluzione. L’UE è pronta a inviare una missione adesso anche se non ci sono ancora notizie sull’indipendenza? Mi piacerebbe un po’ di chiarezza sull’argomento, la dovete sia a noi sia agli elettori.

 
  
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  Tobias Pflüger , a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, in tutta franchezza è piuttosto evidente che abbiamo raggiunto una fase di stallo. Serbia e Russia hanno dichiarato entrambe che non accetteranno un’indipendenza forzata, dopo di che George Bush ha fatto sapere che vorrebbe che il Kosovo dichiarasse unilateralmente la propria indipendenza. Pertanto l’Unione europea ha un ruolo chiave da svolgere nella situazione attuale.

Vi sono tuttavia molti punti poco utili in tal senso, quali le parole di Barroso, che paragona l’Unione europea a un “impero”. Alcuni elementi potrebbero avallare tale idea, che però non è molto opportuna nella situazione attuale. L’UE è essa stessa una parte interessata e vuole fare del Kosovo un protettorato virtuale dell’UNMIK. E’ evidente che il piano Ahtisaari nella sua versione originaria non verrà attuato, dobbiamo farci forza e accettare la situazione per quello che è. Occorre una soluzione valida a livello internazionale che permetta alla Serbia di aderire all’intero pacchetto.

Noi al Parlamento europeo abbiamo urgentemente bisogno dei dettagli della missione PESC in programma per il Kosovo. Non abbiamo ancora ricevuto informazioni e ne abbiamo bisogno al più presto.

 
  
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  Sylwester Chruszcz (NI).(PL) Signor Presidente, oggetto del dibattito odierno è l’integrità territoriale della Serbia e il futuro della regione del Kosovo, dove vengono violati ogni giorno i diritti umani fondamentali. La popolazione serba rischia una crisi umanitaria, mentre il patrimonio cristiano comune europeo è soggetto a una distruzione sistematica a opera dei terroristi islamici. Mi sorprende la frequenza con cui gli eventi e la situazione attuale in Kosovo vengono presentati all’opinione pubblica internazionale in maniera tutt’altro che imparziale, a detrimento dei serbi. Il piano senza precedenti di concedere al Kosovo l’indipendenza significa distruggere l’integrità territoriale della Serbia ed esacerbare ulteriormente il conflitto. La decisione di separare il Kosovo dalla Serbia minaccia la stabilità di tutto il continente europeo e potrebbe avere un effetto domino su molte altre parti del continente oggetto di dispute etniche.

Mi preoccupa che le autorità dell’Unione europea desiderino schierarsi in questo conflitto nei Balcani senza avere né il diritto né il mandato per farlo. E’ evidente che il futuro dell’Europa e del mondo andrebbe deciso dagli Stati sovrani e dai membri dei forum internazionali, quali l’ONU. Per tale ragione, ringrazio anche la Russia e i paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU che si oppongono allo spostamento dei confini in Europa. Grazie.

 
  
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  Árpád Duka-Zólyomi (PPE-DE). – (SK) La comunità internazionale ha un compito estremamente importante. Occorre prendere una decisione sul futuro del Kosovo e sulla convivenza di diverse comunità nella regione in conformità dei principi di uguaglianza. Gli otto anni di stabilizzazione e la ricerca della soluzione più appropriata sono culminati nella proposta globale di Martti Ahtisaari, che offre l’opportunità di un futuro pacifico per il Kosovo.

A tal fine occorre tuttavia un approccio unitario da parte dell’intera Unione. Ostacolare la soluzione potrebbe dare origine a tensioni pericolose e persino alla guerra nella regione, uno sviluppo che nessuno desidera. Siamo perfettamente consapevoli del fatto che la sovranità controllata del Kosovo con una presenza internazionale permanente può essere garantita solamente previa decisione finale da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU. L’atteggiamento poco costruttivo della Serbia, ostinatamente appoggiata dalla Federazione russa, non deve intaccare la nostra determinazione. Nella situazione attuale dobbiamo sempre agire sulla base di una valutazione razionale delle cause di tale problema complesso, che risale a otto anni fa, ai tempi in cui le forze internazionali si sono fatte carico dell’amministrazione di quel territorio in seguito agli eventi sanguinosi che si erano verificati.

La situazione specifica e gli sviluppi che da essa sono scaturiti hanno dimostrato che l’integrazione del Kosovo in Serbia è poco realistica. Di fatto la Serbia ha perso qualsiasi diritto sul territorio in questione. Malgrado le preoccupazioni di alcuni politici europei e degli Stati membri dell’Unione quali la Repubblica slovacca, in cui in relazione al problema del Kosovo si è venuta imponendo una mentalità schizofrenica, sono convinto che tale soluzione non costituirà un precedente per altri paesi. La situazione iniziale in Kosovo era particolare e non assimilabile ad alcuno standard. Una componente molto importante della stabilità in questa regione è la creazione di una comunità di cittadini con pari diritti che garantiscano alle comunità minoritarie un sistema giuridico che consenta loro di mantenere e sviluppare la loro identità. Nel caso della comunità serba, ciò significa ampia autonomia.

E’ essenziale accelerare il processo decisionale nell’ONU. Solo la stabilità e la pace in questa regione possono assicurare una prospettiva ai Balcani, e soprattutto l’adesione della Serbia e del Kosovo alla Comunità europea.

 
  
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  Jan Marinus Wiersma (PSE).(NL) Signor Presidente, mi associo a quanto affermato dall’onorevole Swoboda. Ritengo che il rinvio concordato dal Consiglio di sicurezza lasci spazio a un ultimo sforzo massimo per raggiungere un accordo in seno a tale organo. Di fatto, un siffatto accordo costituisce la base di tutto: per l’unità in seno all’Unione europea, per le operazioni comunitarie future in Kosovo, ma anche per tenere unita la regione dell’ex Jugoslavia.

In tal senso è anche importante mostrare ai serbi – benché sosteniamo le proposte di Ahtisaari, in quanto rappresentano la struttura portante di quanto vogliamo che il Kosovo consegua – che siamo disposti a compiere un altro tentativo serio per sederci a un tavolo e parlare con loro di quello che potrebbe ancora cambiare, delle concessioni che sono ancora possibili. Non dovremmo escludere il nuovo governo serbo, perché è importante mantenere buoni rapporti con il paese, come lo è stato in passato.

Se da una parte mi rallegra che nelle ultime settimane il Commissario Rehn abbia compiuto progressi soddisfacenti nei contatti, rapporti e negoziati col nuovo governo, è importante non confondere i progressi nei rapporti con la Serbia con la questione del Kosovo. In breve, occorre uno sforzo incondizionato per raggiungere ancora il consenso, e forse alla fine riusciremo ad addivenire a un accordo valido che comporti il dissenso con i partner serbi della regione.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL).(NL) Signor Presidente, già nell’autunno 2006 era emerso che la relazione Ahtisaari avrebbe privilegiato l’indipendenza con misure speciali per proteggere i serbi e altre minoranze. Era anche evidente che la Serbia si sarebbe rifiutata di accettare tale proposta e che contava sul veto della Russia in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Da allora ci si è chiesti se tale veto possa portare a un riconoscimento unilaterale del Kosovo come Stato da parte di altri paesi, compresi gli Stati Uniti e i paesi membri dell’UE. E’ lo stesso modello controverso in base al quale, nel 1992, la Germania ha riconosciuto l’indipendenza di Slovenia e Croazia prima che venissero prese decisioni europee o internazionali in tal senso.

Ritenete che questo modello, se necessario, verrà applicato nuovamente? L’impiego di tale modello controverso potrebbe essere evitato se la regione al nord di Mitrovica in Kosovo, dove si concentra la popolazione serba del paese, venisse restituita alla Serbia? In quel caso, si potrebbe sperare di avere la benedizione della Serbia e della Federazione russa?

 
  
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  Doris Pack (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, speravamo veramente che a questo punto il Kosovo non avrebbe più rappresentato una questione internazionale e che i politici si sarebbero assunti le loro responsabilità.

Purtroppo l’eredità del Presidente Milošević è sopravvissuta alla sua morte e sta sottoponendo a pesanti pressioni il governo democratico della Serbia. Nel 1996 ho manifestato contro Milošević a Belgrado insieme ai membri del governo in carica, e la mia massima aspirazione è vedere questo governo portare la Serbia nell’Unione europea. Ho anche avuto un’esperienza diretta dell’apartheid imposto in Kosovo da Milošević dal 1989 all’intervento della NATO. Mi rammarica molto che le discussioni in Serbia siano tuttora permeate da tanto nazionalismo. Se a Belgrado interessasse davvero la qualità della vita dei serbi che vivono in Kosovo e non la perdita di eventuali territori, approverebbe il piano di Martti Ahtisaari, che concede ai serbi kosovari un certo grado di autodeterminazione che altre minoranze in Serbia e nei Balcani possono soltanto sognare.

Se l’UNMIK ora se ne andasse e se non riuscissimo a riempire il vuoto creato dall’assenza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza, ci troveremmo di fronte a una situazione disperata. Signor Commissario, lei non ha fornito risposte in tal senso. Come spesso è accaduto in passato, sembra che l’Europa non sia effettivamente disposta a intraprendere le azioni necessarie nei Balcani.

Tale indecisione è un grosso problema che causerà molte difficoltà. Non è nel nostro interesse continuare a rinviare in eterno la questione del Kosovo. I danni collaterali del nostro mancato intervento saranno incalcolabili.

Come molti altri Stati, la Russia faceva parte del gruppo di contatto, per cui sa benissimo che non c’è stato dialogo tra Belgrado e Priština. Non è realistico chiamare le parti al tavolo delle trattative ora che è stata respinta la proposta di Ahtisaari e non è stata adottata una risoluzione del Consiglio di sicurezza. Esorto pertanto l’Assemblea a seguire le direttive del Commissario e a fare il possibile per tener conto degli interessi russi, che non hanno nulla a che vedere col Kosovo o con la Serbia, in modo da risolvere la questione.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE).(HU) Una soluzione che premi gli albanesi e preveda soltanto punizioni per i serbi non durerà. L’UE è caduta in trappola ed è in ostaggio sia dei rapporti tesi tra Russia e America, sia della politica sempre più improntata al potere della Russia. Non possiamo cedere al ricatto russo, ma senza la Russia non ci può essere una soluzione valida o durevole. Non possiamo neanche darla vinta agli albanesi, in quanto senza l’aiuto dell’UE il Kosovo non può diventare un paese indipendente.

Negli ultimi decenni la Serbia ha perso la credibilità e anche il Kosovo, a causa delle azioni contro gli albanesi del Kosovo; di conseguenza, l’indipendenza del Kosovo è inevitabile. Occorre tuttavia discutere più approfonditamente tale questione; azioni unilaterali vanno evitate a tutti i costi. Il piano Ahtisaari è parzialmente accettabile ma non sufficiente. La parte che riguarda le minoranze va bene, e lo stesso dicasi dell’autonomia territoriale, ma al contempo tutta l’Europa è colpevole di non aver chiarito per secoli questioni di autodeterminazione nazionale e di autonomia territoriale. Queste cose vanno dette chiaramente.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, consentitemi innanzi tutto di salutare il Commissario Rehn, visto che non l’ho fatto nel mio primo intervento.

Vorrei fare cinque brevi osservazioni. La prima è per ribadire quello che ho detto nel mio primo intervento: limitarsi a mantenere lo status quo in Kosovo non è sostenibile; dobbiamo realizzare progressi. Siamo convinti che mantenere le cose come stanno sarebbe un grave errore per il quale dovremmo pagare un prezzo molto alto.

In secondo luogo, come hanno già dichiarato numerosi onorevoli parlamentari, è fondamentale che l’Unione europea si mantenga unita; in altre parole, gli Stati membri devono restare uniti per quel che concerne la questione del Kosovo. Abbiamo lanciato tale appello in numerose occasioni in qualità di Stato membro e adesso, durante la nostra presidenza, non possiamo che rafforzarlo. Non vogliamo più vedere l’UE divisa, soprattutto su una problematica fondamentale che per giunta è inerente al territorio europeo. Per tale ragione abbiamo sempre esortato l’UE e i suoi paesi membri a restare uniti nella ricerca di una soluzione allo stallo del Kosovo.

In terzo luogo, riteniamo che si debba compiere ogni sforzo possibile sul fronte diplomatico con il Consiglio di sicurezza dell’ONU al fine di ottenere una nuova risoluzione sul Kosovo. Come ho ricordato, tale risoluzione serve come base per la presenza internazionale e comunitaria in Kosovo. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi e, nella sfera delle sue competenze, la Presidenza continuerà attivamente a cercare un accordo in seno al Consiglio di sicurezza per questa nuova risoluzione

Infine, è evidente che ai paesi dei Balcani occidentali, e alla Serbia in particolare, occorre offrire una prospettiva veramente europea, in quanto la Serbia soddisfa tutti i criteri e le condizioni richieste in tal senso. Ci ha rallegrati la decisione di riaprire i negoziati con la Serbia in vista di un accordo di stabilizzazione e associazione con l’UE. A nostro avviso si tratta di un passo cruciale. Garantire la prospettiva europea alla Serbia è di importanza vitale, in quanto si tratta di un fattore irrinunciabile per la stabilità dell’intera regione balcanica.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Inizierò dalla Serbia. La Serbia ha una prospettiva europea tangibile, con il fine ultimo di entrare nell’UE una volta che avrà soddisfatto tutte le condizioni di adesione. E’ questo il nostro punto di partenza nei nostri rapporti con la Serbia.

Dopo la formazione del nuovo governo democratico – che è orientato all’Europa e alle riforme – e dopo l’impegno chiaro da esso assunto nei confronti della cooperazione con l’ICTY e l’attuazione di misure efficaci e pratiche per onorare tale impegno, circa un mese fa abbiamo ripreso i negoziati per l’accordo di stabilizzazione e associazione con la Serbia. Vale la pena ricordare che tale accordo, oltre che essere particolarmente importante soprattutto nei rapporti economici e commerciali, rappresenta anche la porta di ingresso e una tappa verso lo status di paese candidato all’Unione europea. L’ho ribadito molto spesso durante il dibattito pubblico in Serbia, continuerò a farlo e mostrerò a quel paese che ha un futuro europeo, a patto che sia disposto a soddisfare le condizioni imposte da tale futuro.

Non possiamo aspettarci scambi di concessioni sul Kosovo grazie al percorso europeo della Serbia, ma possiamo sperare che il dibattito politico in Serbia abbandoni il passato nazionalista per abbracciare un futuro europeo. Se ci saranno altre trattative per un periodo limitato, possiamo attenderci che la Serbia adotti un atteggiamento costruttivo e un approccio realistico, invece di ripetere le stesse frasi fatte che ci sentiamo dire già da un paio d’anni.

Il mio secondo punto è che in Kosovo per qualche tempo occorrerà una supervisione internazionale che copra questioni sia politiche sia di sicurezza. Lo scopo dev’essere chiaro: vigilare sull’attuazione di una soluzione sullo status che garantisca i diritti di tutte le comunità e lo sviluppo sostenibile del Kosovo. A tal fine ci serve una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Francamente è difficile operare in condizioni di incertezza politica mentre il processo in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è ancora in corso.

Abbiamo tutti i diritti di attenderci che i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU si rendano conto delle loro responsabilità per la sicurezza e stabilità future dell’Europa. Abbiamo tutti i diritti di aspettarci che i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU si rendano conto della grande responsabilità che spetta loro.

In sede di Commissione ci stiamo impegnando per far sì che l’UE sia pronta a inviare missioni civili per vigilare sull’attuazione dell’accordo concernente lo status. Sarà una missione diversa da quella dell’UNMIK, e per la buona riuscita di tale missione ci occorre una base giuridica solida sotto forma di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Infine, il Kosovo e il processo sul suo status ci dimostrano nel complesso quanto siano necessari i meccanismi migliori di direzione e coordinamento che dovrebbero essere messi finalmente a disposizione dal Trattato di riforma. E’ effettivamente ora di creare strumenti più efficaci ed efficienti per stabilire la politica estera e di sicurezza comune dell’UE.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Alexander Stubb (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La questione del futuro del Kosovo rientra nelle conseguenze scaturite dagli orribili conflitti avvenuti nei Balcani. Stiamo parlando di una regione nel cuore dell’Europa. Rinviare la questione non è possibile.

Per citare il Presidente Ahtisaari, che ha condotto 14 mesi di negoziati tra i serbi e i kosovari, “una soluzione sarà non solo nell’interesse dei cittadini del Kosovo, ma anche di importanza vitale per la stabilità e la pace della regione”.

E’ difficile dissentire. Lo scorso marzo aveva concluso che non c’era margine di accordo tra le parti. Successivamente ha proposto l’indipendenza per il Kosovo.

Il piano gode di un ampio sostegno internazionale. E’ tempo di guardare avanti, senza naturalmente dimenticare i diritti della minoranza serba in Kosovo.

La Slovenia è stato il primo paese dell’ex Jugoslavia ad aderire all’UE. La Macedonia è candidata. Gli altri sono in coda.

Speriamo che finiscano tutti per diventare membri dell’UE e che i vecchi confini perdano la loro importanza. A volte i confini devono prima essere tracciati per poter essere poi cancellati. Sembra che sia così per il Kosovo.

Secondo il Commissario Rehn, la Commissione appoggia il piano del Presidente Ahtisaari. Penso che dovremmo associarci.

 

17. Relazione 2006 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0214/2007), presentata dall’onorevole Erika Meijer a nome della commissione per gli affari esteri, sulla relazione 2006 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia [2006/2289(INI)].

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, come sapete, nel dicembre 2005 il Consiglio europeo ha deciso di conferire lo status di paese candidato alla ex Repubblica jugoslava di Macedonia, in considerazione soprattutto dei progressi sostanziali compiuti dal paese verso la conformità al quadro giuridico contenuto nell’accordo quadro di Ohrid e dell’impegno nell’attuazione dell’accordo di stabilizzazione e associazione.

All’epoca il Consiglio aveva anche sottolineato che avrebbe considerato le nuove tappe del percorso verso la soddisfazione di alcune delle condizioni stabilite nelle proprie conclusioni. Un anno dopo, nel dicembre 2006, il Consiglio ha elogiato i progressi compiuti, deplorando tuttavia il rallentamento del ritmo delle riforme nel 2006. In tali circostanze, il Consiglio europeo del dicembre 2006 ha chiesto un’accelerazione delle riforme nelle aree essenziali e l’attuazione delle priorità individuate nel partenariato europeo per realizzare progressi in vista dell’adesione.

La prossima riunione del consiglio di stabilizzazione e associazione con l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, prevista per il 24 luglio a Bruxelles, costituirà un’occasione per analizzare l’attuazione dell’accordo in questione e per considerare le questioni importanti emerse nel quadro dell’accordo, oltre ad altre problematiche bilaterali e internazionali che potrebbero suscitare l’interesse reciproco.

Sulla base delle relazioni annuali della Commissione, la prossima delle quali è in programma per l’autunno, il Consiglio effettuerà una valutazione più approfondita dei progressi compiuti dalla ex Repubblica jugoslava di Macedonia nel conformarsi alle condizioni e ai requisiti imposti dall’UE.

Per quanto concerne la situazione interna del paese, l’UE conferisce enorme importanza all’esistenza di istituzioni democratiche stabili e funzionanti e a un dialogo politico efficace. Tali elementi sono essenziali per il processo d’integrazione nell’UE. In tale contesto, vorrei elogiare i partiti EVMRO, DPMNE e DUI per aver raggiunto, il 29 maggio 2007, un accordo sul seguito da dare a determinate questioni di interesse reciproco il DUI è successivamente tornato in parlamento. Il Consiglio ora auspica la prosecuzione del dialogo politico su questioni interne d’importanza fondamentale tra tutti i partiti politici rappresentati in parlamento e tra tutte le istituzioni politiche legittime interessate.

Occorre mantenere un’atmosfera politica costruttiva se il paese vuole concentrarsi sulle riforme essenziali necessarie per progredire sulla via dell’adesione all’UE. Tra gli aspetti che richiedono particolare attenzione figurano il rafforzamento dell’amministrazione pubblica, l’effettiva supremazia del diritto, la riforma giudiziaria, la lotta contro la corruzione e l’attuazione continua dell’accordo di stabilizzazione e associazione.

Egualmente degno di menzione in tale contesto è l’accordo quadro di Ohrid, la piena e continua esecuzione del quale costituisce un elemento essenziale dei criteri politici e continuerà a essere cruciale per il progresso verso l’adesione all’UE. In tal senso, è importante mantenere la fiducia circa l’applicazione del principio Badinter. Auspichiamo anche che si continuino a realizzare progressi in aree quali il decentramento e la rappresentanza equa. Le riforme Ohrid dovrebbero proseguire sulla base di un accordo che sia quanto più ampio possibile e che rispetti appieno lo spirito e i termini dell’accordo quadro.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, vorrei innanzi tutto ringraziare la Presidenza portoghese e il Presidente Lobo Antunes per la priorità concessa dalla Presidenza portoghese alla prospettiva comunitaria dei Balcani occidentali evidenziata nuovamente anche oggi. E’ molto importante per il futuro dell’Europa.

La relazione dell’onorevole Meijer prende in esame molte delle questioni in cui l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia affronterà sfide lungo il percorso che conduce all’Unione europea, in particolare nella sfera politica. Sono convinto che l’adozione di una risoluzione da parte del Parlamento offrirà un contributo importante al processo d’integrazione del paese nell’UE.

Accolgo con favore il fatto che la proposta di risoluzione ponga nettamente l’accento sull’importanza dell’attuazione dell’accordo quadro di Ohrid del 2001. Tale accordo non solo ha rappresentato una promessa di riconciliazione e stabilità, ma è anche stato un esempio significativo dell’arte difficile ma appagante di scendere a compromessi per il bene comune.

L’ex Repubblica jugoslava di Macedonia è diventata un modello nella regione per la promozione di una società multietnica in uno Stato democratico unitario e per la definizione di meccanismi che consentono un approccio consensuale alle questioni interetniche. Tale approccio è stato effettivamente cruciale per l’UE al momento di decidere di concedere lo status di candidato al paese nel dicembre 2005. Proseguire lungo la strada intrapresa continuerà a essere essenziale per tutto il processo di adesione. In tale contesto, la Commissione accoglie con favore i progressi compiuti nel dialogo politico tra governo e parte dell’opposizione.

Il dialogo è effettivamente essenziale per garantire la stabilità e il funzionamento delle istituzioni, oltre che per assicurare che il processo di attuazione delle riforme sia il più completo possibile.

Guardiamo con favore alla prosecuzione di tale dialogo, nonché al suo approfondimento, soprattutto in sede parlamentare, e al raggiungimento di risultati pratici e concreti. E’ essenziale che l’accordo politico raggiunto tra VMRO e DUI venga ora debitamente tradotto in pratica.

Tra le altre sfide chiave figurano l’attuazione efficace delle riforme delle forze dell’ordine e del potere giudiziario, nonché la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata.

La relazione riconosce giustamente il ruolo positivo che l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia ha ricoperto e sta tuttora ricoprendo nella regione. Ciononostante, constatiamo la necessità di continuare a incoraggiare il paese nei suoi sforzi a favore della cooperazione regionale e dei rapporti di buon vicinato.

La Commissione valuterà i progressi compiuti dal paese nella relazione intermedia annuale che verrà adottata il 7 novembre di quest’anno. Presenteremo anche una proposta per un nuovo partenariato e redigeremo una tabella di marcia per le riforme necessarie al paese nei prossimi anni.

Nel complesso, il paese ha ancora molto lavoro dinanzi a sé e i progressi lungo la strada che conduce all’Europa verranno determinati dalla sua capacità di soddisfare i criteri politici.

In conclusione, molte sono le sfide da affrontare. L’avanzare del processo d’integrazione nell’UE è di fatto nelle mani dei leader del paese. Confido nel fatto che il governo e il parlamento della ex Repubblica jugoslava di Macedonia facciano tesoro dei suggerimenti e delle raccomandazioni solide e concrete contenute nella vostra proposta di risoluzione.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), relatore. – (NL) Signor Presidente, la ex Repubblica federale di Jugoslavia è stata suddivisa in sei Stati riconosciuti a livello internazionale, e pare che presto a tale lista si aggiungerà anche il Kosovo. Sorprende il fatto che l’Europa abbia adottato un approccio diverso per ciascuno di tali sette Stati.

La Slovenia fa parte dell’UE da più di tre anni, con la Croazia sono in corso negoziati positivi, la Macedonia ha lo status di paese candidato dal 2005 senza che a ciò si accompagni alcun tipo di negoziati. Per quanto concerne le altre regioni, sono state solo ventilate ipotesi di stabilizzazione e associazione, al cui riguardo la Serbia e la Bosnia hanno accumulato notevoli ritardi per non aver rispettato le relative condizioni.

Il tutto contrasta nettamente con l’adesione simultanea, nel 2004, di Estonia, Lettonia e Lituania, che fino al 1991 erano state occupate dall’Unione sovietica, e di Repubblica ceca e Slovacchia, che fino al 1993 costituivano un unico Stato. Mi sono sempre battuto per far coincidere il più possibile almeno il processo di adesione di Croazia e Macedonia, per quanto possibile, e deploro che la Macedonia sia indietro di due anni rispetto alla Croazia a causa del ritardo nei negoziati.

Non dico di ritenere la Macedonia completamente pronta per l’adesione. Il grave inquinamento ambientale e la complessa situazione dei sindacati sono fuori dagli standard europei. Nemmeno i problemi nel campo della corruzione e della giurisdizione individuati in altri paesi candidati sono stati risolti. Il ruolo svolto dal paese nel rapimento e nella consegna di un cittadino tedesco agli inquirenti americani non è ancora stato chiarito. Nella sua fase iniziale, il governo in carica ha esercitato pressioni sproporzionate sulla crescita economica mediante l’imposizione, tra le altre cose, di tasse estremamente basse che rischiavano di mandare in rovina il paese. Questi e altri problemi devono essere risolti nell’arco dei prossimi anni.

Tuttavia, l’opinione pubblica e l’universo dei mezzi di comunicazione sia all’interno che all’esterno della Macedonia sono stati dominati da due altre questioni, ossia il rapporto tra i diversi gruppi di popolazioni nel paese e le relazioni con i paesi limitrofi, la Grecia in particolare. Altri Stati europei, soprattutto Belgio e Svizzera, ma anche Spagna, Italia e Finlandia, hanno dimostrato come porre efficacemente sullo stesso piano tutti i cittadini malgrado le importanti differenze linguistiche e culturali che sussistono in tali paesi. Nei primi anni dell’indipendenza, si è creata troppo rapidamente l’impressione che la Macedonia fosse principalmente lo Stato di residenza dei cittadini che parlano il macedone, simile al bulgaro, e in misura minore il serbo. Nel frattempo, si sta fortunatamente riconoscendo che per la numerosa popolazione di lingua albanese, che costituisce la maggioranza nella regione nordoccidentale, è essenziale fornire istruzione e servizi amministrativi in tale lingua.

Si perseguono inoltre rapporti più stretti con il futuro Stato limitrofo del Kosovo, un paese col quale molti cittadini intrattengono legami familiari. I recenti accordi tra il più grande partito di governo e il partito più importante dei residenti di lingua albanese, che da mesi boicottavano le sedute parlamentari, accendono una speranza di riconciliazione e di conquista di una posizione sempre più paritaria da parte della popolazione albanese. Inoltre, i membri di etnie molto meno numerose, le più note delle quali sono i rom e i turchi, hanno diritto a un trattamento paritario, alla partecipazione ai processi decisionali e alla detenzione di cariche politiche. La Macedonia si presenta ora come uno Stato multietnico, il che comporta determinati obblighi.

La Macedonia è una regione geografica con una lunga storia di avvicendamento di abitanti, alcuni dei quali ora appartengono a Grecia e Bulgaria. L’uso dello stesso nome per lo Stato che comprende parte della regione ha creato contraddizioni. La Bulgaria, lo Stato che nel 1878 è stato costretto a restituire alla Turchia gran parte della Macedonia che era già stata assegnata al suo territorio, in seguito ha dovuto assistere all’occupazione di quest’area da parte della Serbia, si è riconciliata con i vicini che erano divenuti indipendenti ed è stata il primo paese a riconoscere la denominazione costituzionale di Repubblica di Macedonia.

Invece il paese limitrofo, la Grecia, si oppone strenuamente alla denominazione costituzionale dai tempi dell’indipendenza della Macedonia nel 1991. In questi giorni la posizione della Grecia è che il nome Macedonia è accettabile, a condizione che venga aggiunta un’altra frase che chiarisca che la regione in questione rappresenta solo una parte dell’area storica della Macedonia. L’uso di tale denominazione senza prefissi, se poi è accompagnato dall’impiego di simboli tratti dalla storia greco-macedone, solleva nella Grecia il dubbio che vengano avanzate pretese sul territorio delle tre province greche settentrionali che portano lo stesso nome.

Non mi sorprendono gli inviti scaturiti dalla mia relazione a optare unilateralmente per una delle due posizioni in conflitto sostenute dai due paesi limitrofi. Io mantengo una posizione di neutralità e ritengo che entrambe le parti dovrebbero individuare insieme una soluzione per porre termine quanto prima e in maniera costruttiva alle loro annose divergenze di opinione. Mi riferisco ad accordi volti a evitare ed eliminare eventuali provocazioni riferite a simboli o cartine geografiche. Benché l’opinione pubblica possa appellarsi all’orgoglio nazionale dei suoi politici su entrambi i versanti, desidera anche tranquillità e cooperazione. In assenza di accordi adeguati, si rischia di ritardare senza motivo l’adesione della Macedonia all’Unione europea, benché tale adesione sia auspicata dall’opinione pubblica sia nazionale che greca.

 
  
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  Anna Ibrisagic, a nome del gruppo PPE-DE.(SV) Ogniqualvolta discutiamo di un paese e dei suoi rapporti con l’UE, spesso il dibattito si trasforma in un elenco di aspetti che riteniamo positivi riguardo al paese in questione, o di elementi a cui rivolgiamo le nostre critiche. Finiamo sovente per dimenticare il contesto più vasto e la prospettiva più ampia. Quando parliamo di Unione europea e di allargamento, citiamo spesso la cooperazione economica, il denaro e i costi dell’allargamento. Guardiamo invece troppo di rado all’allargamento dal punto di vista della politica di sicurezza e alla cooperazione europea dalla prospettiva della pace. In vista del suo riavvicinamento all’UE, la Macedonia è un esempio da manuale, in quanto ci insegna una lezione che tendiamo spesso a dimenticare, ma che la storia dei Balcani talora ci ricorda. Data la sua situazione geopolitica, la Macedonia è una risorsa preziosa che può offrire un contributo di rilievo alla sicurezza della regione. Tuttavia, la stessa situazione geopolitica comporta anche una serie di sfide e, a volte, tensioni notevoli per il paese. E’ pertanto incredibilmente importante dare alla Macedonia prospettive chiare di adesione all’UE – e la relazione in questione in effetti lo fa. Tali prospettive – non solo per la Macedonia, ma anche per l’intera regione – potrebbero fare la differenza tra un ritorno ai conflitti del passato e un progresso verso un futuro di libertà e democrazia. Tuttavia, le prospettive di adesione all’Unione europea implicano anche una serie di obblighi. Deve proseguire la lotta alla corruzione. Occorre rafforzare la cooperazione tra maggioranza e minoranze di vario genere, e vanno avviate numerose riforme. Ritengo tuttavia che i macedoni siano già consapevoli di tali obblighi e del lavoro ancora da svolgere, visto che hanno attuato una serie di riforme necessarie a consentire al paese di essere riunito quanto prima alla famiglia europea cui appartiene. Dico “riunito” perché la Macedonia è stata e continua a essere parte dell’Europa. Senza sicurezza in Macedonia non ci sarà sicurezza nei Balcani, e senza pace e sicurezza nei Balcani non raggiungeremo mai nemmeno l’obiettivo di un’Europa pacifica e sicura.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. LUISA MORGANTINI
Vicepresidente

 
  
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  Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signora Presidente, la relazione intermedia di Erik Meijer sulla ex Repubblica jugoslava di Macedonia offre una valutazione positiva dei progressi compiuti da tale paese da quando ha manifestato la volontà di aderire all’Unione europea. Il gruppo socialista al Parlamento europeo concorda sull’importanza di tale relazione.

Vorrei soffermarmi sui progressi realizzati dalla Macedonia in merito alla soddisfazione dei criteri di Copenaghen e all’attuazione delle raccomandazioni del partenariato europeo del 2005, l’accordo di stabilizzazione e associazione. Particolarmente importante è la corretta attuazione da parte delle autorità macedoni dell’accordo di Ohrid, stipulato in stretta cooperazione con l’Unione europea, che garantisce diritti civili e politici a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro etnia. L’accordo di Ohrid ha riformato la Macedonia riconoscendone pienamente il carattere multietnico, multiculturale e multireligioso. A tale proposito, dobbiamo mettere in luce la politica estera responsabile perseguita dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e i suoi interventi a favore della sicurezza e della pace internazionale. Vorrei infine porre l’accento sul buon livello di cooperazione tra le autorità dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e il Parlamento europeo; mi riferisco in particolare al ministero degli Affari esteri del paese.

Una convivenza pacifica e con parità di diritti nella società macedone e l’osservanza della lettera e dello spirito dell’accordo di Ohrid eserciteranno un impatto importante sulle aspirazioni di adesione all’UE di tale paese. Vorrei sottolineare ancora una volta la conclusione politica di tale relazione: l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia ha condotto riforme che dovrebbero avvicinarla all’obiettivo della futura adesione all’Unione europea.

 
  
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  István Szent-Iványi, a nome del gruppo ALDE. – (HU) La Macedonia è candidata ufficialmente all’adesione da 2 anni e ha ovviamente prospettive europee. Malgrado ciò, non sappiamo ancora quando inizieranno i negoziati di adesione. Noi Liberali e Democratici vorremmo che tali trattative venissero avviate addirittura il prossimo anno, ma ciò dipende soprattutto dalla Macedonia.

La Macedonia ha compiuto sforzi degni di nota negli ultimi anni e ha conseguito risultati notevoli, ma ha ancora molta strada da fare. Occorrono riforme nell’ambito della pubblica amministrazione, dell’ordinamento giudiziario e della polizia, e la lotta contro la corruzione dev’essere intensificata.

Constatiamo con rammarico che dalle elezioni del giugno dello scorso anno le riforme hanno perso di slancio. Esortiamo i nostri amici macedoni a prepararsi all’adesione con rinnovato vigore. Reputiamo importante la piena attuazione dell’accordo quadro di Ohrid, in quanto vorremmo che i negoziati venissero avviati il prima possibile.

E’ gratificante vedere che il maggior partito all’opposizione ha fatto ritorno in parlamento dopo un boicottaggio di sei mesi. In una democrazia, un partito democratico deve difendere gli interessi degli elettori in Parlamento, e per tale ragione plaudiamo a tale ritorno e ce ne rallegriamo.

Consideriamo la problematica dell’uso del nome costituzionale della Macedonia una questione bilaterale. Tale questione irrisolta non deve rappresentare un ostacolo all’adesione della Macedonia, e al contempo auspichiamo che con la mediazione dell’ONU i negoziati conducano a breve a un esito soddisfacente per tutti. Desideriamo una soluzione positiva.

In conclusione, accogliamo con favore la buona riuscita dei colloqui in merito alle agevolazioni del regime dei visti. Consideriamo molto importante il fatto che a partire dal 1° gennaio per i cittadini macedoni sarà molto più semplice raggiungere il territorio dell’Unione, anche se riteniamo che si tratti solo di un primo passo. Il nostro obiettivo primario è che a breve, nel prossimo futuro, tutti i macedoni possano varcare le frontiere comunitarie senza bisogno di un visto.

 
  
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  Hanna Foltyn-Kubicka, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signora Presidente, la Macedonia è indubbiamente un paese il cui posto è nell’Europa unita, e ritengo fermamente che in un futuro non troppo lontano entrerà nell’Unione europea come membro paritario della Comunità.

Tuttavia, prima che ciò accada, il paese ha ancora numerose sfide da affrontare. Deve impegnarsi di più per proteggere l’ambiente e per proseguire le riforme economiche e amministrative. La questione più importante sarà tuttavia la creazione della fiducia e la garanzia di una vera uguaglianza tra tutti i gruppi etnici.

L’accordo quadro di Ohrid rappresenta un passo importante in tale direzione. La relazione dell’onorevole Meijer precisa inoltre le aree in cui la Macedonia ha compiuto progressi significativi attuando molti punti dell’accordo di stabilizzazione e associazione e per quel che concerne l’osservanza dei criteri di Copenaghen. Va compiuto ogni sforzo possibile per sostenere le autorità macedoni in tale processo e per avviare quanto prima veri e propri negoziati di adesione.

Fratelli macedoni – vi aspettiamo.

 
  
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  Angelika Beer, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, a nome del gruppo dei Verdi, vorrei porgere il benvenuto ai nostri colleghi della delegazione parlamentare macedone che sono qui per presenziare a questo dibattito in seno al Parlamento europeo. E’ un buon segno: ci preoccupava molto il boicottaggio del parlamento da parte del partito albanese DUI degli ultimi mesi. Ora sono venuti tutti insieme in quest’Aula, e così facendo hanno posto fine all’impasse del processo di riforma.

Commissario Rehn, prima ha citato il Vertice per le riforme, ed è giusto ricordare che Angela Merkel ha riscosso un vero e proprio successo durante la sua Presidenza dell’Unione europea. Non abbiamo più un problema di assorbimento – il dibattito è finito – e ora le riforme nei paesi candidati saranno determinanti per farci decidere a favore o contro la loro adesione.

Vorrei ora spendere un paio di parole sull’UE. Vorrei chiedere all’Unione europea come possiamo esigere in maniera credibile riforme importanti dai paesi candidati quando uno Stato membro come il Regno Unito vuole negare ai propri cittadini i diritti fondamentali. Tale carenza in termini di credibilità è un problema di cui deve occuparsi l’Unione europea, non i paesi candidati. Non possiamo accettare clausole di esclusione in materia di diritti fondamentali in seno all’Europa.

La Macedonia ha compiuto enormi progressi e siamo tutti a favore di una sua rapida adesione all’UE. Ho pertanto una richiesta da fare al prossimo oratore: ha un minuto di tempo per ritirare i propri emendamenti, nei quali cerca – come sempre – di sabotare l’accordo tra Macedonia e Grecia ostacolando una soluzione pacifica.

 
  
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  Georgios Karatzaferis, a nome del gruppo IND/DEM.(EL) Signora Presidente, è ovvio che la FYROM deve entrare in Europa. Nessuno lo mette in dubbio. Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare determinate questioni che sono state sottostimate sia dal Consiglio che dalla Commissione, benché il relatore abbia fatto riferimento ai rapporti tra la FYROM e la Grecia.

La Grecia non può che opporsi a tale paese fintanto che avanza diritti irredentisti. Con la loro costituzione avanzano persino pretese sul territorio. Oggi nei loro libri di scuola c’è scritto che la Grecia sta occupando il territorio della FYROM.

Capite che cosa significa? Se domani darete corda a tale arroganza, sarà come rimettere una polveriera nei Balcani.

La FYROM deve rendersi conto che tale comportamento, appropriarsi della storia di un altro paese, di un nome che non le appartiene – fino al 1945 si chiamava Vardaska – sta mettendo in grande pericolo la regione. La Grecia diventerà intrattabile se Skopje non darà prova di moderazione e di un atteggiamento conciliante al riguardo.

 
  
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  Димитър Стоянов, от името на групата ITS. – Първо към г-н комисаря, искам да кажа, че Македония отдавна не е унитарна държава.

Македония стана жертва на една терористична банда, на един международен заговор срещу нея, на една банда от наркотрафиканти, подкрепени от международната общност, които веят знамето на великоалбанския шовинизъм и на радикалния ислям.

На Македония с т.нар. Охридско рамково споразумение й беше наложен един диктат, който не съществува никъде другаде в момента в никоя демократична държава, нито в този парламент, нито никъде, слава Богу. Диктат на една малка общност над волята на многото в тази държава.

Освен това искам да обърна една забележка към господин докладчика. За съжаление, трябва да се постараете малко повече да се запознаете с историята, защото в Македония, получили сте някаква представа, но в Македония не се говори македонски език.

И това ще го обясня с факта, който споменахте, че през 1878 г. 85 % от населението се е определяло като българи. Македония трябва да дойде в Европейския съюз. Аз подкрепям нейното присъединяване, за да получи някаква справедливост в крайна сметка.

 
  
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  Giorgos Dimitrakopoulos (PPE-DE).(EL) Signora Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare il relatore, onorevole Meijer, per la cooperazione dimostrata in tutto questo periodo nella formulazione di alcuni emendamenti.

Naturalmente anch’io sono a favore delle prospettive e del futuro europeo per la FYROM. Tuttavia, proprio per tali prospettive e futuro, la FYROM non dovrebbe dimenticare che lo status di paese candidato non comporta solo diritti, ma anche doveri, uno dei quali sono i rapporti di buon vicinato e la necessità di trovare soluzioni accettabili da tutti alle questioni esistenti con i paesi limitrofi, come previsto dalla dichiarazione di Salisburgo e, naturalmente, dal processo di stabilizzazione e associazione.

Né dovrebbe dimenticare che, per quel che riguarda la questione del nome, occorre riprendere i negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite, e che la FYROM deve sedersi al tavolo delle trattative in buona fede, armata di buona volontà e con un atteggiamento costruttivo: questa è sempre stata la posizione della comunità internazionale.

Da parte nostra, non dobbiamo dimenticare che recentemente la FYROM ha dato prova di una particolare condotta, ad esempio ribattezzando l’aeroporto e intitolandolo ad Alessandro il Grande, né dobbiamo dimenticare una recente dichiarazione del ministro dei Trasporti della FYROM secondo cui, accada quel che accada, non cambierà tale denominazione: tale comportamento è in conflitto con la lettera e lo spirito dell’accordo provvisorio del 1995, che si basa sul principio dei rapporti di buon vicinato.

Tale condotta deve cessare. In conclusione, sono stati presentati numerosi emendamenti. Ve ne sono alcuni che devono essere approvati, come ad esempio quelli che mirano a migliorare i paragrafi sui passaporti, mentre altri, relativi al traffico aereo, quali l’emendamento n. 12, …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Panagiotis Beglitis (PSE).(EL) Signora Presidente, abbiamo sempre appoggiato le prospettive europee della ex Repubblica jugoslava di Macedonia e abbiamo contribuito alla ricostruzione economica e alla democratizzazione delle istituzioni.

La Grecia, in particolare, negli ultimi anni e dopo la firma dell’accordo provvisorio, è diventata il paese più rappresentato a Skopje sotto il profilo economico e degli investimenti, e ha contribuito alla creazione di migliaia di posti di lavoro.

Al contempo, ci siamo impegnati con realismo al fine di trovare una soluzione che raccogliesse un ampio consenso per la questione ancora irrisolta del nome.

Tale questione non è una problematica bilaterale tra Grecia ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Il contesto per una soluzione è stato creato dalle decisioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dall’accordo provvisorio e dalle decisioni rilevanti prese dall’Unione europea.

Tutti coloro che si sono precipitati a riconoscere l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia con il suo nome costituzionale, in violazione del quadro istituzionale dell’ONU e dell’Unione europea, rendono un cattivo servizio agli sforzi compiuti per trovare un’onesta soluzione di compromesso per il nome internazionale –lo ribadisco – e alimentano l’intransigenza e il clima nazionalista nella leadership politica del nostro paese limitrofo.

Conveniamo sul fatto che occorre porre fine a tale impasse.

 
  
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  Bogusław Rogalski (UEN). – (PL) Signora Presidente, nel 2005 alla Repubblica di Macedonia è stato conferito lo status di paese candidato all’adesione all’Unione europea. L’ingresso della Macedonia nelle nostre strutture deve essere preceduto da un’intesa interna volta a regolare la questione della coesistenza dei vari gruppi etnici nel paese sulla base della democrazia e dell’uguaglianza. Tale criterio deve essere soddisfatto prima che la Macedonia diventi parte integrante dell’UE. Il paese deve mettere in piedi un sistema coesivo di amministrazione pubblica e istruzione che tenga conto delle differenze linguistiche ed etniche in modo da consentire una convivenza armoniosa tra i gruppi etnici e le diverse minoranze nazionali.

Il paese deve anche addivenire rapidamente a un accordo con la Grecia relativamente al nome dello Stato. La Grecia dovrebbe mostrare maggiore flessibilità al riguardo, in quanto tale problematica in nessun caso può essere usata per ostacolare l’avvio dei negoziati e l’adesione della Macedonia all’Unione europea.

Sulla questione della Macedonia non dobbiamo lasciarci guidare dalle emozioni, bensì dai criteri di Copenaghen.

 
  
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  Doris Pack (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, la Macedonia ha già fatto molta strada verso l’adesione all’UE. E’ un paese candidato. Ha sottoscritto un accordo di stabilizzazione e associazione con l’UE, ma fin qui è stato facile. I politici macedoni hanno ancora molto lavoro da svolgere.

Tradurre l’accordo in legislazione concreta sarà difficile, ma è un compito da affrontare con dinamismo, ad esempio nell’ambito della giustizia, dell’amministrazione, dell’economia, della politica finanziaria e in particolare della lotta contro la criminalità e la corruzione. E’ il compito più pressante che il governo e il parlamento devono affrontare.

La Macedonia ha posto fine con successo a un conflitto sanguinoso con l’aiuto della comunità internazionale, e ora deve attuare con urgenza l’accordo di Ohrid. La commissione Badinter è uno strumento utile per le questioni relative all’etnia degli albanesi, che però non deve impedire l’applicazione della legislazione necessaria, e non va vista come una guida per la formazione di un governo.

E’ un peccato che il rapporto della Macedonia con il paese vicino, la Grecia, che, come abbiamo appena sentito, investe moltissimo in Macedonia, sia ancora offuscato dalla disputa del nome. Le tirate nazionaliste su entrambi i fronti non sono utili. Questo rapporto tormentato è addirittura sfociato nell’emissione da parte della Grecia di due visti diversi per i macedoni. Ovviamente il fatto che tale questione bilaterale non sia ancora stata risolta non impedirà alla Macedonia di entrare nell’UE, e tuttavia una risoluzione rapida andrebbe a vantaggio di tutti e dovrebbe essere possibile con l’ausilio del mediatore ONU.

Lo status ambiguo del vicino Kosovo ha indotto un ex combattente albanese ribelle che attualmente è un deputato macedone a proporre di trasferire 10 000 soldati albanesi dalla Macedonia per lottare per l’indipendenza del Kosovo.

Esorto la popolazione albanese a concentrarsi sui propri affari in Macedonia e a lasciare che della questione del Kosovo si occupino i rappresentanti debitamente eletti.

 
  
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  Кристиан Вигенин (PSE). – Уважаеми колеги, днес обсъждаме напредъка на Република Македония в една по-оптимистична атмосфера: Европейският съвет вече отвори пътя за институционалната реформа, която е задължителна предпоставка за всяко бъдещо разширяване.

За периода на краткото си съществуване като държава Македония премина през различни кризи и много трудности, но запази стабилността си и възможностите си за развитие и просперитет. Именно тази жизнеспособност и перспективите за бъдещето трябва да бъдат източник на самочувствие за македонските граждани, а не подправената история или присвоените чужди исторически личности и символи.

За Македония са особено важни добросъседските отношения със страните-членки на Европейския съюз - България и Гърция. Има какво да се желае в тази посока и аз обръщам внимание на няколкото колеги от фракцията на "зелените", че борейки се за правата на несъществуващо македонско малцинство в България например, всъщност дават "храна" на националистите и от двете страни на границата и влошават перспективите на страната. За европейските социалисти е особено важно да се съхрани междуетническият диалог, а така също приоритетно да се решават проблеми като безработицата, остарялата инфраструктура и регионалните дисбаланси.

В заключение искам да подчертая, че ние ще подкрепяме реформите в Република Македония и се надяваме страната да стартира преговорите за присъединяване към Европейския съюз още в първата половина на 2008 г.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signora Presidente, molto brevemente, ritengo – come ho detto – che il consiglio di associazione con l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia il 24 luglio ci consentirà di avere le idee più chiare sui progressi compiuti nel paese nell’ambito della sua candidatura alla piena adesione all’UE. Attendiamo ovviamente per il prossimo autunno la presentazione della relazione intermedia da parte della Commissione sullo stato del processo di candidatura della ex Repubblica jugoslava di Macedonia.

La Presidenza e i paesi membri terranno sicuramente in alta considerazione il parere della Commissione al riguardo. Una volta che il paese avrà soddisfatto i criteri per l’avvio dei negoziati, i negoziati dovrebbero naturalmente cominciare.

La questione del nome o designazione del paese è stata anch’essa menzionata in svariate occasioni. Durante la prima Presidenza portoghese nel 1992, io ho fatto parte del gruppo – con Lord Carrington e l’ambasciatore José Cutileiro – incaricato di trattare la questione della ex Jugoslavia, e già allora era stato sollevato tale interrogativo. Constato che quindici anni dopo il problema non è stato ancora superato. Auspico che le parti possano sedersi insieme al tavolo dei negoziati e trovare una soluzione accettabile per entrambe.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, vorrei ringraziarvi per un dibattito molto concreto e responsabile. Sono pienamente d’accordo con l’onorevole Ibrisagic, che ha sottolineato l’aspetto della sicurezza dell’allargamento comunitario. Spesso ci limitiamo a parlare di capacità d’integrazione, ma fortunatamente il Consiglio europeo del dicembre scorso è riuscito nell’intento di rinnovare il nostro consenso sull’allargamento, con il sostegno del Parlamento e l’iniziativa della Commissione.

Tale rinnovato consenso sull’allargamento riguarda entrambi i lati della medaglia: l’importanza strategica dell’allargamento per la sicurezza e la stabilità, al fine di rafforzare i nostri valori di democrazia e diritti umani, e la possibilità di coniugare il tutto con la capacità d’integrazione dell’Unione. Entrambi gli aspetti sono essenziali e importanti per un processo di adesione all’UE gestito con attenzione.

In tal senso l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia è un esempio illuminante. Nel 2001 il paese era a un passo dalla guerra civile. Nel 2005 gli è stato concesso lo status di candidato. In tal senso si tratta di un grande risultato.

Lo scorso anno si è assistito a un rallentamento dei progressi nel campo delle riforme, il che è però una ragione in più per far sì che il 2007 sia l’anno in cui il paese rientri in carreggiata sulla strada europea, mediante riforme determinate che producano risultati concreti. Pertanto, il governo e tutti i partiti politici non devono focalizzarsi sulle date di apertura dei negoziati di adesione all’UE, bensì sul proseguimento del processo di riforma con piena convinzione e risultati concreti.

Le riforme sono il viaggio che occorre intraprendere per approdare alla meta dell’apertura dei negoziati e, un giorno, alla loro chiusura. Per questo l’obiettivo dell’adesione all’UE non deve diventare un pallone da calcio per la partita politica: tutte le parti in causa devono essere unite nella realizzazione di tale obiettivo e per alimentare un clima politico che favorisca l’adozione delle riforme necessarie.

Per tale motivo la missione dei rappresentanti della delegazione parlamentare del paese presente oggi qui a Strasburgo è d’importanza fondamentale, e confido nel fatto che tale delegazione porterà con sé a Skopje questo messaggio.

In conclusione, la Commissione ha rilevato l’assenza di progressi recenti sulla questione del nome, come ha ricordato il Presidente Lobo Antunes. Tale situazione copre praticamente gli ultimi 15 anni. La Commissione si augura che entrambe le parti rinnovino gli sforzi con un approccio costruttivo, al fine d’individuare, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, una soluzione reciprocamente accettabile per la questione del nome, contribuendo in tal modo alla cooperazione regionale e ai rapporti di buon vicinato.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 12 luglio 2007.

 

18. Accordo TRIPS e accesso ai medicinali (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca in discussione congiunta:

– l’interrogazione orale al Consiglio, di Gianluca Susta e Johan Van Hecke, a nome del gruppo ALDE, Kader Arif, a nome del gruppo PSE, Georgios Papastamkos, a nome del gruppo PPE-DE, Vittorio Agnoletto e Helmuth Markov, a nome del gruppo GUE/NGL, Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE, Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN, sull’Accordo TRIPS e l’accesso ai medicinali (O-0036/2007 – B6-0130/2007)

– l’interrogazione orale alla Commissione, di Gianluca Susta e Johan Van Hecke, a nome del gruppo ALDE, Kader Arif, a nome del gruppo PSE, Georgios Papastamkos, a nome del gruppo PPE-DE, Vittorio Agnoletto e Helmuth Markov, a nome del gruppo GUE/NGL, Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE, Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN, sull’Accordo TRIPS e l’accesso ai medicinali (O-0037/2007 – B6-0131/2007)

 
  
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  Gianluca Susta (ALDE), autore. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio i relatori ombra e la segreteria della commissione INTA per l’assistenza fornita durante questo lavoro. L’accesso ai farmaci da parte dei paesi più poveri è per noi una priorità, anche rispetto agli impegni internazionali assunti. Non possiamo pertanto accontentarci di accettare ad occhi chiusi il protocollo all’accordo TRIPS e considerare così risolta la questione.

Signori della Commissione, signori del Consiglio, non sono più sufficienti impegni generici. L’Unione europea può e deve fare di più e se non è realistico pensare di poter rinegoziare il protocollo, il Consiglio, se vuole avere il parere favorevole conforme del Parlamento europeo, deve assumere un impegno fermo volto a dichiarare che il meccanismo creato dalla decisione dell’OMC del 30 agosto 2003 è solo una minima parte della soluzione del problema. Ciò significa garantire agli Stati membri la facoltà di ricorrere all’articolo 30 dell’accordo TRIPS nella loro legislazione nazionale in materia di brevetti, onde autorizzare la produzione e l’esportazione, per far fronte ad esigenze di sanità pubblica nei paesi membri importatori.

Limitare il mandato della Commissione nella negoziazione degli accordi di partenariato economico con i paesi più poveri, in modo da non includere disposizioni che vadano al di là dell’accordo TRIPS. Sostenere i paesi in via di sviluppo che utilizzano le flessibilità incluse nell’accordo TRIPS, per fornire farmaci essenziali a prezzi ragionevoli. Sostenere strategie di fornitura raggruppata per garantire economie di scala nella produzione di farmaci generici a prezzi abbordabili e per stimolare l’investimento diretto negli impianti di produzione locale.

Sostenere attivamente l’attività del gruppo di lavoro intergovernativo sulla sanità pubblica, l’innovazione e la proprietà intellettuale dell’Organizzazione mondiale della sanità. Riconoscere che l’Unione europea deve adottare urgentemente misure supplementari al fine di promuovere il trasferimento di tecnologia, la ricerca, il rafforzamento delle capacità, i meccanismi di approvvigionamento regionale delle aree più povere del mondo. Garantire uno specifico livello di finanziamento, onde potenziare o costruire impianti di produzione farmaceutica di proprietà di locali nei paesi in via di sviluppo e aumentare il finanziamento globale ai partenariati pubblico-privato che si dedicano alla ricerca e allo sviluppo di farmaci particolarmente importanti nei paesi in via di sviluppo.

Crediamo pertanto di aver dato un contributo fattivo per affrontare questo tema che è urgente, come ci dimostrano le immagini che giungono dal mondo più povero. Ora la palla è nel campo del Consiglio e della Commissione e se avremo risposte puntuali, precise e non generiche, senza esitazioni, il Parlamento europeo fornirà il positivo parere conforme richiesto.

 
  
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  Kader Arif (PSE), autore. – (FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, la ragione per cui oggi abbiamo voluto interrogare il Consiglio e la Commissione è che il consenso richiesto per modificare l’accordo TRIPS al fine di rendere definitiva la soluzione provvisoria dell’agosto 2003 sta sollevando numerose questioni. Di fatto, dopo il dibattito tenutosi in sede di commissione parlamentare su tale meccanismo, tutti gli esperti hanno criticato all’unisono tale soluzione, che risolve solo una minima parte dei problemi che affliggono i paesi privi di capacità di produzione farmaceutica e, pertanto, delle difficoltà che le loro popolazioni incontrano per avere accesso all’assistenza sanitaria.

Pur dovendo fornire una risposta rapida ed efficiente, tale meccanismo viene considerato complesso e addirittura inefficace. Malgrado l’impegno preso dal Consiglio e dalla Commissione nei confronti del Parlamento, non è stata condotta alcuna valutazione. Pertanto i dubbi al riguardo permangono. “Non è mai stato valutato perché non è mai stato utilizzato”, ci viene detto dalla Commissione, che sostiene che ciò non significa che sia inefficiente. Si tratta di un bell’esercizio di retorica basato sul capovolgimento della logica, ma non è assolutamente una risposta fondata. Le domande poste dagli eurodeputati sono le seguenti: perché non è mai stata utilizzata tale soluzione? E’conforme alla portata del problema in oggetto? In caso contrario, quali misure dovrebbe introdurre l’Unione per conseguire l’obiettivo dichiarato? Non ci può essere discrepanza tra quello che promettiamo e quello che effettivamente facciamo.

Nelle sue dichiarazioni, l’Unione appoggia la dichiarazione di Doha, la flessibilità dell’accordo TRIPS e gli Stati membri che si avvalgono dei medesimi. Si impegna inoltre a non esigere dai paesi in via di sviluppo l’applicazione di nuove norme in materia di proprietà intellettuale più rigorose di quelle sancite dall’OMC, in quanto ciò pregiudicherebbe l’accesso reale al trattamento. Tali dichiarazioni non sono tuttavia state tradotte in pratica.

Iniziamo dal capire quello di cui parliamo. Ad esempio, cosa intendiamo dire con flessibilità? A nostro parere, tale termine comprende tutte le flessibilità, non solo la soluzione del 2003. Tuttavia, nelle sue dichiarazioni, la Commissione fa riferimento solo a quella. Per quel che concerne le norme sulla proprietà intellettuale che esulano dall’accordo TRIPS, come le definiamo? Stiamo parlando delle stesse? Nelle sue dichiarazioni, la Commissione s’impegna a non avvalersi di tali norme, ma i negoziati condotti non rispecchiano necessariamente tale impegno. I rappresentanti della Commissione a volte giustificano addirittura l’impiego di tali norme per combattere la contraffazione, ma qui entriamo in un dibattito totalmente diverso. Infine, occorre dare un sostegno politico chiaro a ogni paese che utilizza uno strumento di flessibilità indipendentemente da quale sia, cosa che non accade nella prassi.

Quello che chiediamo è trasparenza ed equilibrio tra le dichiarazioni pubbliche e i negoziati condotti a porte chiuse. Siamo convinti che il problema sollevato vada molto al di là del nostro semplice parere conforme a un protocollo internazionale. Si tratta di una questione politica e umanitaria di ampio respiro, che richiede una volontà politica concreta per far fronte alla sfida. Ora vogliamo impegni chiari, e impegni su svariati fronti, tutti inseriti nella nostra risoluzione che verrà messa ai voti domani. Il tutto dipende da una dichiarazione politica comune, con il Parlamento, prima del voto. Non ci accontenteremo dell’ennesimo dibattito privo di qualsiasi impegno preciso. Vogliamo un impegno solenne da parte del Consiglio e della Commissione, che garantisca che l’Europa venga più attivamente coinvolta nell’individuazione di nuove soluzioni e che s’impegni a fare quello che i cittadini si aspettano, diventando protagonista della lotta volta ad assicurare a tutti i cittadini del mondo l’accesso ai medicinali a prezzi accessibili.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE), autore.(EL) Signora Presidente, ringrazio i miei onorevoli colleghi per la loro cooperazione, che ci ha consentito di formulare la proposta di risoluzione congiunta.

Come sapete, l’Unione ha svolto un ruolo decisivo nel raggiungere l’accordo in oggetto nel quadro dell’OMC. E’ uno dei pochi membri ad aver adottato una legislazione interna di attuazione. Riconosciamo ovviamente che ad oggi non è stato fatto alcun utilizzo dei meccanismi previsti.

I dubbi concernenti l’efficacia dei meccanismi previsti nel protocollo dell’accordo TRIPS sono ragionevoli. Tuttavia, l’emendamento dell’accordo in questione è scaturito da negoziati lunghi e laboriosi nel contesto dell’OMC. Un eventuale nuovo negoziato, ammesso che venga considerato fattibile, produrrebbe risultati incerti.

L’Unione viene esortata a rendere operativo il meccanismo in questione utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione. Al contempo, vanno incoraggiati il trasferimento di competenze e tecnologia e la ricerca nei paesi in via di sviluppo.

Le licenze obbligatorie sono soltanto uno degli aspetti dei problemi correlati alla sanità pubblica nei paesi in via di sviluppo. Occorrono altresì misure tese a migliorare i sistemi e le infrastrutture sanitarie. Gli aiuti mirati allo sviluppo erogati dall’Unione possono svolgere un ruolo importante in tal senso.

Vorrei inoltre porre l’accento sull’importanza delle salvaguardie contro la deviazione degli scambi. I farmaci devono raggiungere i cittadini dei paesi per i quali è stato creato il meccanismo ed essere utilizzati dai medesimi. A mio parere, l’Unione europea deve accettare quanto prima l’emendamento all’accordo TRIPS.

Per concludere, vorrei ribadire la necessità di un approccio globale che comprenda sia la prevenzione che la terapia.

(Applausi)

 
  
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  Vittorio Agnoletto (GUE/NGL), autore. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, il meccanismo di esportazione previsto dalla decisione del 30 agosto 2003 ha inserito una tale quantità di limitazioni e ostacoli tecnici-amministrativi, che di fatto fino ad oggi, come ricorda “Medici senza frontiere” in una pubblicazione del settembre 2006, non ha mai potuto essere utilizzato. Il Parlamento aveva già chiesto un impegno preciso alla Commissione e al Consiglio nella risoluzione del 2 dicembre 2004.

Il 30 novembre 2006 il Parlamento europeo ha nuovamente assunto una posizione determinata sulla questione dell’accesso ai farmaci nel sud del mondo e aveva all’unanimità votato una risoluzione che invitava la Commissione, leggo testualmente, “a riconoscere, cinque anni dopo l’adozione della dichiarazione di Doha, che la sua applicazione è stata un fallimento, in quanto l’OMC non ha ricevuto alcuna notifica da un paese esportatore/importatore di farmaci obbligatori, né alcuna notifica ai sensi della decisione del 30 agosto 2003 del Consiglio generale dell’OMC sull’applicazione del paragrafo 6 della dichiarazione di Doha. Secondo – diceva il Parlamento – “a compiere i passi necessari presso l’OMC in collaborazione con i paesi in via di sviluppo per modificare l’accordo TRIPS e le disposizioni basate sulla decisione del 30 agosto 2003 per abolire, in particolare, le lunghe e complesse procedure per la concessione di licenze obbligatorie.

Fino ad oggi, a sette mesi di distanza, Consiglio e Commissione, opportunamente sollecitati da tutti i gruppi parlamentari, non hanno degnato l’Europarlamento di alcuna risposta. La difesa ad oltranza di un meccanismo come quello del 30 agosto 2003 riprodotto pari pari nell’emendamento agli accordi TRIPS che l’UE vorrebbe ratificare è indice di una scelta di campo ben precisa: quella di schierarsi al fianco delle grandi multinazionali farmaceutiche e abbandonare milioni di pazienti nei paesi poveri alla mercé di malattie per loro mortali, quali l’AIDS, la tubercolosi, la malaria e decine di altre patologie dimenticate, senza ricerca e senza cura. Una scelta che quest’Aula, convinta com’è del primato dei diritti umani di tutti sul profitto di pochi, non può accettare.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), autore.(SV) Immaginate di andare dal medico e, per potervi permettere la cura, di essere costretti a spendere le retribuzioni annuali di tutta la vostra famiglia. Immaginate di andare dal medico e di essere costretti a scegliere tra comprare i medicinali per voi e non potervi permettere di nutrire i vostri figli, oppure comprare gli alimenti ai vostri figli e non poter pagare le vostre cure. E’una scelta che oggi devono affrontare milioni di persone. Due anni fa ho partecipato all’avvio dell’iniziativa “Farmaci per le malattie trascurate”. Molti di noi qui in Parlamento hanno aderito all’iniziativa di produrre tale relazione, e la cooperazione tra noi è stata eccellente. Siamo molto in sintonia al riguardo. Voglio ribadire alla Commissione che il Parlamento prende molto seriamente la necessità di avere norme che garantiscano l’accesso ai medicinali. Oggi, 12 milioni di persone l’anno muoiono a causa dell’assenza di farmaci, soprattutto quelli contro le malattie tropicali. I pazienti sono poveri e non è redditizio fare ricerca per loro conto, per cui non arrivano nuove medicine. Di conseguenza, dobbiamo prima risolvere la questione dell’accesso ai medicinali esistenti e, in secondo luogo, quella della ricerca sui nuovi medicinali e lo sviluppo dei medesimi, altrimenti questi paesi non riusciranno mai a lasciarsi alle spalle la povertà se i loro cittadini sono a casa malati. Gli accordi TRIPS+ non devono assolutamente essere incorporati negli accordi di partenariato economico e pregiudicare la possibilità di questi paesi di fornire medicinali alle proprie popolazioni.

Il tempo di parola concessomi non è nemmeno sufficiente a elencare tutti i modi in cui la Commissione sta attualmente tentando d’imporre l’inserimento delle varie questioni correlate ai brevetti nei negoziati sui partenariati economici. Vorremmo chiedervi di smettere di farlo.

Per quanto riguarda la ricerca, occorre un fondo a livello comunitario o una tassa sui profitti globali a cui assoggettare le aziende farmaceutiche, altrimenti non produrremo mai le medicine che possono risollevare tali popolazioni dalla povertà. Il diritto alla sopravvivenza viene prima di qualsiasi altro diritto.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), autore. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, grazie all’onorevole Susta e a tutti i colleghi che hanno consentito lo svolgimento di questo lavoro trasversale e il varo di questa iniziativa politica che chiede di garantire agli abitanti dei paesi più poveri del mondo l’accesso alle medicine a prezzi ragionevoli e sopportabili per quelle popolazioni. Se la povertà estrema è un forte disagio sociale, quando è accompagnata, come spesso avviene, da gravi malattie, essa costituisce lo scoramento più assoluto: questo è il messaggio centrale che vogliamo lanciare.

L’accordo raggiunto in sede OMC, probabilmente la sola via giuridica praticabile nell’ambito del multilateralismo per facilitare l’accesso a farmaci a buon mercato, lascia diverse, troppe perplessità. Si è istituito un meccanismo di deroga, certo lodevole nelle intenzioni, che però non sta funzionando: per le clausole limitative che lo hanno accompagnato, per le numerose e articolate incombenze burocratico-amministrative, che ne rendono difficile la praticabilità; per incapacità obiettiva di accedere ai vantaggi del meccanismo proposto da parte dei paesi potenzialmente beneficiari.

Pochi paesi lo hanno finora ratificato e – fatto ancora più preoccupante – nessun paese ha chiesto l’ausilio di questo strumento. Occorre verificare con serenità che cosa non sta funzionando e come porvi rimedio. Bisogna avere il coraggio di andare oltre e prendere atto che l’accordo de minimis risolve solo parzialmente il problema di fondo, il che pone in causa l’efficacia delle regole del multilateralismo dell’OMC. Bisogna proporre a livello europeo misure che vadano al di là dell’accordo e siano in grado di offrire un contributo valido all’accesso ai farmaci a prezzi ragionevoli, contribuendo a salvare molte vite umane.

Dobbiamo incoraggiare il trasferimento di ricerche e tecnologia per facilitare la produzione di medicine nei paesi poveri. Dobbiamo vigilare – è compito della Commissione – perché troppo spesso nei paesi poveri arrivano medicine contraffatte, ragion per cui dobbiamo combattere con decisione anche questa distorsione del commercio internazionale. Ma soprattutto dobbiamo impegnarci a vigilare per garantire che i cittadini dei paesi poveri non debbano subire anche questo affronto.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signora Presidente, onorevoli parlamentari, il 6 dicembre 2006 il Consiglio, ai sensi degli articoli 133 e 300 del Trattato che istituisce la Comunità europea, ha sollecitato l’approvazione da parte del Parlamento della proposta della Commissione concernente una decisione del Consiglio correlata all’accettazione, per conto della Comunità europea, del protocollo a modifica dell’accordo TRIPS, sottoscritto a Ginevra il 6 dicembre 2005.

Nella redazione e negoziazione del suddetto protocollo, che farà sì che i cittadini dei paesi in via di sviluppo abbiamo maggiore accesso ai farmaci a prezzi sostenibili, la Comunità ha svolto un ruolo chiave dal punto di vista politico. Si è trattato di uno dei successi più importanti conseguiti nel periodo immediatamente precedente la conferenza ministeriale dell’OMC tenutasi a Hong Kong nel dicembre 2005.

Il fatto che tale forum concernente le norme del commercio internazionale abbia preso in esame una questione così importante per i paesi in via di sviluppo costituisce un’applicazione concreta dei principi di coerenza nelle politiche di sviluppo stabiliti dal Consiglio europeo e convenuti nel 2005 da Parlamento, Consiglio e Commissione. Costituisce inoltre un passo concreto e significativo verso la realizzazione dell’obiettivo 6 del Millennio riguardante la lotta all’HIV-AIDS, alla malaria e ad altre malattie.

Numerosi membri dell’OMC, tra cui gli USA, hanno già ratificato il protocollo, ed è auspicabile che la Comunità, in qualità di principale sostenitrice di tale misura, ne segua l’esempio al più tardi entro dicembre 2007, una volta completate le procedure interne in seno a Commissione, Consiglio e Parlamento.

Per quanto riguarda le questioni sia tecniche sia più ampie poste dagli onorevoli parlamentari, non è responsabilità del Consiglio valutare l’efficacia tecnica del meccanismo creato dalla decisione dell’OMC del 30 agosto 2003. Il Consiglio riconosce la complessità della questione, ma sottolinea anche l’importanza politica fondamentale di ratificare il protocollo per i paesi in via di sviluppo. Il Consiglio non intende modificare il mandato conferito alla Commissione sugli accordi di partenariato economico, in quanto sono nella fase finale di negoziazione.

Gli Stati membri che si riuniranno con la Commissione in seno al Comitato del Fondo europeo di sviluppo cercheranno di assicurare lo stanziamento di risorse adeguate per realizzare l’obiettivo 6 del Millennio, in particolare per i paesi ACP. Il Consiglio coglie l’occasione per chiedere al Parlamento di adempiere al proprio ruolo istituzionale essenziale, affinché la Comunità europea possa accettare l’importante protocollo in questione, e modificare le norme commerciali in modo da soddisfare meglio gli interessi di milioni di esseri umani nei paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, la Commissione condivide il parere del Parlamento secondo cui l’accesso ai medicinali da parte dei paesi poveri in via di sviluppo è una questione di enorme importanza politica e umanitaria, e ha intrapreso numerose iniziative per agevolare l’accesso di tali paesi ai farmaci mediante i programmi esistenti.

Fin dai suoi esordi la Comunità europea è stata in prima linea nel dibattito su TRIPS e sull’accesso ai medicinali. In seno all’OMC abbiamo svolto un ruolo attivo nel comporre posizioni quasi inconciliabili. I paesi in via di sviluppo si sono detti riconoscenti all’Unione europea per il suo ruolo di mediatore onesto.

Il dibattito in seno all’OMC ha portato in primo luogo all’adozione della dichiarazione di Doha nel novembre 2001. Tale dichiarazione riafferma il diritto dei membri dell’OMC di utilizzare appieno le flessibilità contenute nell’accordo TRIPS, compreso l’impiego delle licenze obbligatorie. Per i paesi che non dispongono di capacità produttive nel settore farmaceutico e che non potevano utilizzare in maniera efficace le licenze obbligatorie previste ai sensi dell’accordo TRIPS, nell’agosto 2003 è stata adottata una deroga temporanea alle disposizioni normali delle leggi in materia di brevetti.

Il Parlamento e il Consiglio hanno attuato tale decisione sulla deroga adottandola in prima lettura – regolamento (CE) 816/2006 – per consentire ai produttori di farmaci generici di sviluppare medicinali brevettati per l’esportazione in paesi bisognosi e privi di capacità sufficienti per produrli.

Il protocollo che modifica l’accordo TRIPS si propone di trasformare tale decisione in una soluzione permanente e legalmente sicura. Tale flessibilità, che verrà introdotta nell’accordo TRIPS, può essere utile per salvare vite senza pregiudicare il sistema dei brevetti, uno dei principali incentivi per la ricerca e lo sviluppo di nuove medicine.

Siamo alla fine di questo processo dell’OMC. L’ultimo passo consiste nell’accettazione dell’emendamento al TRIPS.

Vengo ora alle domande specifiche sollevate nelle interrogazioni orali; le risposte le ho concordate con il mio collega Mandelson, competente in materia di politica commerciale in seno alla Commissione.

Vorrei sollevare quattro punti specifici e concisi. In primo luogo, il meccanismo creato dalla decisione dell’OMC nell’agosto 2003 e il protocollo all’accordo TRIPS sono il risultato di negoziati lunghi e difficili tra quasi 150 paesi. Rappresentano un equilibrio che è stato laborioso raggiungere. Tale meccanismo va visto soltanto come parte della questione più ampia dell’accesso a medicinali a prezzi sostenibili da parte dei paesi in via di sviluppo, che va al di là della questione della legge in materia di brevetti.

In secondo luogo, la Commissione può confermare che la Comunità europea si è impegnata a non includere – negli accordi di partenariato economico e in altri accordi bilaterali e regionali futuri con i paesi poveri in via di sviluppo – nessuna disposizione TRIPS+ che possa influire sull’accesso ai medicinali o pregiudicare la flessibilità TRIPS contenuta nella dichiarazione di Doha su TRIPS e la salute pubblica.

In terzo luogo, la Commissione incoraggia le aziende farmaceutiche ad adottare regimi, quali gli scaglioni di prezzi, che consentano di vendere i farmaci ai paesi poveri e in via di sviluppo a prezzi molto più bassi di quelli praticati nei paesi sviluppati.

In quarto luogo, la Commissione sostiene le capacità produttive locali. La produzione locale può promuovere la concorrenza e rendere maggiormente accessibili i prodotti farmaceutici. E’ inoltre importante incoraggiare il trasferimento tecnologico per assicurarsi che i prodotti farmaceutici fabbricati localmente possano conformarsi alle norme adottate a livello internazionale.

In conclusione, mi auguro che il Parlamento sia stato rassicurato sul fatto che l’accesso ai farmaci rimane una priorità per la Commissione. Ora che il Parlamento europeo ha tutti gli elementi per prendere una decisione informata, e visto il ruolo svolto dalla Comunità europea nel forgiare tale soluzione permanente, sarebbe un peccato se la Comunità europea non potesse accoglierla in tempo. E’ essenziale che Parlamento e Commissione continuino a cooperare a stretto contatto per agevolare l’accesso ai farmaci da parte dei paesi poveri in via di sviluppo.

 
  
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  Margrietus van den Berg, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signora Presidente, ogni anno circa sei milioni di persone muoiono a causa di AIDS, malaria o tubercolosi. Ogni anno, a milioni di persone, in particolare in Africa, viene negata la terapia che potrebbe salvare loro la vita, e non perché i farmaci non sono disponibili, ma semplicemente perché sono troppo costosi. Qualunque sia la ragione precisa, si tratta ovviamente di uno scandalo bello e buono.

Dal 2003, per i paesi che non hanno le capacità per produrre medicine a basso prezzo per i propri cittadini, è in vigore un regolamento provvisorio dell’OMC. Quello che dice il signor Commissario è vero. A Doha nel 2003 siamo riusciti a portare a casa una grande vittoria quando abbiamo messo a segno la svolta su tale fronte, e questo all’UE va debitamente riconosciuto. Potremmo soffermarci sulle cause ad infinitum, ma il problema è che tale regolamento è ancora privo di efficacia nella prassi, e tutti questi milioni di persone non hanno ancora ricevuto tali farmaci, che è quello che vogliamo disperatamente e il motivo per cui allora abbiamo accolto con entusiasmo tale svolta.

E ora chiedete a questo Parlamento il permesso di rendere permanente tale regolamento, nientemeno. Inutile dire che prima che l’Assemblea apponga la propria firma a tale regolamento, che ad oggi non ha prodotto effetti viste tutte le cause e complessità ad esso sottese, vogliamo garanzie solide. La Commissione e il Consiglio hanno tentato di puntualizzare qualche aspetto.

In primo luogo, è essenziale utilizzare un regolamento concreto, in quanto la situazione richiede semplicemente maggiore assistenza – pratica, legale e politica – da parte dei paesi coinvolti. Sappiamo che molti di essi lo considerano molto complesso da utilizzare. Il mio suggerimento è quello di ripetere l’esperienza fatta al tempo dei negoziati commerciali, vale a dire formare una squadra europea per i medicinali a basso prezzo, la “A-Team” dell’Unione europea, per poter fornire aiuti diretti. Tali aiuti non dovrebbero essere soltanto finanziari, bensì dovrebbero anche consistere in assistenza legale e nel campo delle informazioni.

In secondo luogo, mi risulta che voi, la Commissione europea, vi siate impegnati a non includere disposizioni di TRIPS+ negli accordi bilaterali. Si tratterebbe di un elemento cruciale, a condizione che venga confermato con chiarezza dal Consiglio.

In terzo luogo, la soluzione a lungo termine consiste nell’aiutare i paesi in via di sviluppo ad occuparsi essi stessi della loro produzione, il che chiama ovviamente in causa la prospettiva dello sviluppo. Le competenze ci sono. E’ quello che stanno facendo numerosi paesi, tra cui la Tanzania. A mio parere, la stessa “A-Team” europea potrebbe riuscire anche in questo intento senza nessun problema. Se è questa la direzione in cui vi state muovendo, non avremo problemi a firmare sulla linea tratteggiata.

 
  
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  Sharon Bowles, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signora Presidente, l’emendamento a TRIPS è ad un tempo in ritardo e in anticipo sui tempi. E’ in ritardo sui tempi perché avvertiamo da molto tempo l’esigenza di fornire ai paesi più poveri un accesso assistito ai farmaci. E’ in anticipo sui tempi perché l’estensione dei regimi in materia di brevetti ai farmaci in India e in altri paesi, avvenuta nel 2005, non ha ancora cominciato a farsi sentire. Servono anni perché un farmaco possa passare dallo sviluppo alle sperimentazioni cliniche, ed è solo dopo questa fase che l’emendamento in oggetto potrà essere preso in considerazione. Tuttavia, potrebbe entrare in gioco prima se l’ufficio brevetti indiano non venisse incoraggiato nella sua propensione a respingere i brevetti per modifiche irrilevanti apportate a farmaci vecchi.

L’emendamento da solo non potrà risolvere il problema che i farmaci generici ancora disponibili non sono accessibili, ma sancirà nel quadro di TRIPS che la produzione destinata all’esportazione è legittimamente soggetta alle licenze obbligatorie e pertanto allenterà anche il vincolo degli interessi legittimi del titolare del brevetto in altri articoli, almeno per quanto riguarda il territorio.

 
  
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  Vittorio Agnoletto, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, io mi chiedo se Commissione e Consiglio siano qui per prenderci in giro. Intendo chiedere alla Presidenza di poter avere la cassetta di questa seduta perché credo che farla girare in Africa spiegherà meglio di qualunque parola l’assoluta e totale indifferenza del Consiglio e della Commissione europea al problema dell’accesso ai farmaci.

Se noi, tutti i gruppi, vi poniamo il quesito riguardo a un regolamento che è in vigore da tre anni e che non ha funzionato una sola volta, voi ci rispondete che questo regolamento permetterà l’accesso ai farmaci ai paesi in via di sviluppo? Ma se non l’ha permesso per tre anni! Cosa avete la bacchetta magica? Questo per quanto riguarda il Consiglio.

La Commissione ci dice: “Abbiamo lavorato tanto per raggiungere questo accordo”. Ma se non funziona – a prescindere che si sia lavorato tanto o che si sia lavorato poco – quell’accordo va modificato o comunque occorre trovare altre modalità per andare avanti.

La Commissione e il Consiglio parlano inoltre di “chiedere alle case farmaceutiche di offrire prezzi più bassi per il sud del mondo”, il che equivale a dire: “Che le case farmaceutiche stesse compiano qualche buona azione, perché noi non siamo minimamente in grado di garantire un diritto”. Affermano inoltre di “aumentare la capacità di produzione locale nel sud del mondo”. Ma come? Si continua a parlare di trasmissione di tecnologie e non viene trasferito assolutamente nulla nel sud del mondo. Questi regolamenti ne impediscono la produzione!

Sono solo e unicamente parole e poi venite qua a dire che si raggiungono così gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Mi pare proprio che ci sia un totale disinteresse da parte della Commissione e del Consiglio alla questione che abbiamo posto.

 
  
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  David Martin (PSE).(EN) Signora Presidente, la Commissione e il Consiglio giustamente ci ricordano che la deroga del 2003 venne accolta da quest’Assemblea come una grande svolta in termini di accesso ai farmaci, ma ritengo che come Parlamento siamo nel giusto quando ricordiamo alle altre due Istituzioni che a quattro anni di distanza nessun farmaco è stato somministrato a nessun paziente. Come hanno sostenuto anche altri oratori, le ragioni alla base di ciò sono complesse. In parte sono dovute alla spesa di utilizzo della deroga, in parte alla complessità del meccanismo stesso, e in parte alle pressioni economiche esercitate su alcuni paesi da altri e dalle grandi aziende farmaceutiche.

La Commissione ha ragione quando sostiene che non possiamo tornare indietro e rinegoziare tale deroga. L’accordo raggiunto era molto complesso e non vogliamo ripercorrere gli stessi passi. Quello che intendiamo dire è che per dare parere conforme a tale deroga vogliamo che la Commissione s’impegni a offrire sostegno tecnico, finanziario e politico ai paesi in via di sviluppo per consentire loro di utilizzare il meccanismo. I quattro punti sollevati dal Commissario Rehn sono tutti molto validi e accettabili, ma deve andare oltre e dire chiaramente che concederà l’appoggio di cui i paesi in via di sviluppo hanno bisogno per accedere ai farmaci oggi e non tra 10 o 20 anni.

 
  
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  Johan Van Hecke (ALDE).(NL) Signora Presidente, grazie alla mia relazione del dicembre 2005 è stato raggiunto un compromesso in prima lettura su un regolamento che garantisce l’applicazione uniforme nell’UE della decisione dell’OMC del 30 agosto 2003.

Tuttavia, a distanza di quasi quattro anni, questa decisione sembra null’altro che un contenitore vuoto. I timori di allora sono diventati realtà. Il sistema è di gran lunga troppo elaborato e non funziona. Condivido lo sgomento dell’onorevole Agnoletto dinanzi alla risposta del Consiglio, che è riuscito a eludere tutte le domande e le preoccupazioni espresse da questa Assemblea.

La ratifica del protocollo TRIPS dovrebbe indurre l’UE a una riflessione attenta e, soprattutto, a una politica più coesiva che consenta ai paesi più poveri di sviluppare le loro capacità di produzione di farmaci vitali. In assenza di un segnale forte in tale direzione, signora Presidente e onorevole Susta, non sono convinto che dovremmo firmare tale deroga soltanto per il gusto di farlo.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signora Presidente, onorevoli deputati, come ho già ricordato, nella redazione e nei negoziati del suddetto protocollo, che consentirà ai cittadini dei paesi in via di sviluppo di avere maggiore accesso ai farmaci a prezzi sostenibili, la Comunità ha svolto un ruolo chiave da un punto di vista politico.

Il Commissario Rehn ha anche chiarito che tale obiettivo è stato raggiunto in seguito a negoziati lunghi e difficili, e riteniamo che, alla luce delle circostanze, l’esito sia equilibrato. Pertanto, non mi rimane che esortare il Parlamento ad approvare questo importante protocollo, in modo da modificare le norme commerciali e servire al meglio gli interessi di milioni di esseri umani nei paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, grazie per il dibattito molto responsabile su una questione decisamente importante. Vorrei rispondere a una problematica sollevata dall’onorevole David Martin e da qualche altro oratore riguardante quello che la Commissione sta facendo al fine di sostenere i trasferimenti di tecnologia per agevolare la produzione locale di prodotti farmaceutici chiave a prezzi sostenibili. La domanda riguardava anche quello che stiamo facendo nel campo della prevenzione, della terapia e dell’assistenza in caso di HIV, malaria e tubercolosi.

E’ uno degli obiettivi di un’iniziativa specifica dedicata agli aiuti per le malattie correlate alla povertà nei paesi in via di sviluppo, che in totale ha erogato 81,2 milioni di euro negli ultimi due anni. L’Unione europea è inoltre un ente finanziatore importante di ricerca farmaceutica e clinica orientata alla salute, compresa la ricerca sui sistemi sanitari e la creazione di capacità in vari paesi subsahariani, grazie al partenariato tra Europa e paesi in via di sviluppo nel campo delle sperimentazioni cliniche. Inoltre, nel periodo di attuazione del sesto programma quadro per la ricerca, il sostegno comunitario alla R&S dedicata alle malattie correlate alla povertà è ammontato a più di 455 milioni di euro. Per lo stesso periodo la cooperazione scientifica internazionale ha speso altri 78 milioni di euro su vari progetti nel campo delle malattie infettive trascurate, della ricerca sulla politica dei sistemi sanitari, e della salute riproduttiva.

Come potete vedere, la Commissione sta facendo molto per aiutare i paesi in via di sviluppo, in particolare quelli meno sviluppati, al fine di migliorare il loro accesso a farmaci a prezzi sostenibili, comprese le capacità produttive locali.

E’sufficiente? Probabilmente no. La Commissione è disposta a fare di più? Sì, se avremo le risorse necessarie. E in quest’area il Parlamento ha un ruolo chiave da svolgere.

Un altro aspetto importante che è stato sollevato riguarda il fatto che il meccanismo non è ancora stato utilizzato, il che implica che non funziona. E’ importante capire il funzionamento delle licenze obbligatorie. Il meccanismo può funzionare anche senza la concessione di licenze obbligatorie. L’utilità di tali licenze emerge soprattutto nel potere che conferiscono ai paesi in via di sviluppo nell’ambito dei negoziati sui prezzi con le aziende farmaceutiche. In altre parole, le licenze obbligatorie possono produrre i risultati attesi, cioè rendere più accessibili i medicinali, senza essere effettivamente concesse.

In conclusione, spero che il Parlamento sia stato rassicurato sul fatto che l’accesso ai medicinali si riconferma una priorità essenziale per la Commissione e per l’Unione europea. Auspichiamo che il Parlamento conceda quanto prima il proprio parere conforme al protocollo. Il mondo esterno non capirebbe un ritardo o un rifiuto dell’Unione europea, che pregiudicherebbero la credibilità dell’intera Unione in quest’ambito e in generale come partner internazionale.

 
  
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  Presidente. – Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione conformemente all’articolo 108, paragrafo 5, del Regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 12 luglio 2007.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. – (EN) Il diritto dei paesi emergenti a produrre medicinali generici, concesso nel 2001, è stato un provvedimento positivo. Tuttavia, come è ovvio, molti paesi in via di sviluppo non dispongono delle capacità né tecnologiche né finanziarie per farlo.

L’accordo dell’agosto 2003 teso ad aggiungere un allegato all’accordo originario dell’OMC che consentiva a tali paesi di importare farmaci generici doveva risolvere tale problema. Eppure, a distanza di quattro anni, nessun paese in via di sviluppo si è dimostrato in grado di farlo. Quattro anni dopo, nessun paziente ha ricevuto alcun farmaco.

Oltre ad acconsentire a firmare l’allegato, dobbiamo garantire che vi siano le risorse e la volontà necessarie a trasformare in realtà quella che sino ad ora è stata soltanto mera retorica.

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 20.10, è ripresa alle 21.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 

19. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale

20. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni. (B6-0133/2007).

Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte al Consiglio.

Annuncio l’interrogazione n. 1 dell’onorevole Manuel Medina Ortega (H-0448/07):

Oggetto: Aiuti per il salvataggio di naufraghi

Considerando che alcuni Stati membri dell’Unione non adempiono palesemente ai propri obblighi internazionali in materia di salvataggio di naufraghi, rifiutandosi di accogliere nel proprio territorio le persone salvate dalle imbarcazioni di altri Stati, intende il Consiglio adottare misure volte a garantire il rispetto di tali obblighi in tutto il territorio dell’Unione, ivi compresi, ove opportuni, aiuti ai privati e alle istituzioni pubbliche che si assumano gli oneri derivanti dagli obblighi umanitari in base al diritto internazionale?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Come l’onorevole parlamentare ben sa, il Consiglio non è in grado di verificare se gli Stati membri rispettino o meno gli obblighi internazionali che incombono loro in forza delle convenzioni internazionali.

L’attuale situazione alle frontiere marittime meridionali dell’Unione europea è stata discussa in occasione della riunione del Consiglio del 12 giugno 2007. Il Consiglio intende procedere a un’analisi approfondita di talune proposte presentate da Malta a seguito dei recenti incidenti avvenuti nel Mediterraneo. Nella sua analisi terrà conto degli accordi internazionali pertinenti, per esempio delle convenzioni SOLAS e SAR, e prenderà debitamente in esame lo studio della Commissione sugli strumenti giuridici internazionali in materia di immigrazione clandestina via mare.

Si è inoltre rilevata l’esigenza di dotare FRONTEX delle risorse necessarie per adempiere efficacemente il suo mandato e la Commissione si propone di incrementare il bilancio operativo dell’agenzia per il 2007. Gli Stati membri sono anche stati invitati a rispettare il loro impegno ad assicurare l’inserimento dei dati nell’ambito del registro centralizzato dell’attrezzatura tecnica disponibile.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE).(ES) In primo luogo, signor Presidente in carica del Consiglio, desidero ringraziarla, giacché la sua prima risposta viene fornita a una mia interrogazione. Porgo alla Presidenza portoghese i migliori auguri di successo per questo semestre, un successo di cui abbiamo tutti bisogno.

In secondo luogo, desidero manifestarle, signor Presidente in carica del Consiglio, la mia grande preoccupazione per l’inadeguatezza dei provvedimenti concordati lo scorso 2 giugno. La comunità di Stati più ricca del mondo – l’Unione europea – non può permettersi di dare lo spettacolo cui abbiamo dovuto assistere, consentendo a un paese di lasciar perire in mare decine di naufraghi per mancanza di mezzi materiali. Credo che l’Unione abbia mezzi sufficienti a disposizione, e tuttavia le risorse di cui disponiamo per affrontare tali situazioni – soprattutto nel quadro di FRONTEX – sono del tutto inadeguate. E’ vergognoso e intollerabile che l’Unione europea dia questo spettacolo per mancanza di mezzi economici.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Desidero innanzi tutto ringraziarla per le sue cortesi parole e per gli auguri che ha voluto rivolgere alla Presidenza portoghese.

Tengo a precisare che la questione da lei posta riveste grande importanza per la Presidenza portoghese, che le attribuisce anzi una dichiarata priorità. Nella presentazione di questa mattina al Parlamento europeo delle priorità definite dal Portogallo per il suo semestre di Presidenza, il nostro Primo Ministro ha colto l’occasione per sottolineare che le questioni relative alla lotta all’immigrazione clandestina sono prioritarie per noi e che consacreremo loro grandi sforzi ed attenzione, ovviamente nell’ambito di una prospettiva umanitaria, che per noi rimane fondamentale.

L’ultimo Consiglio europeo, come lei sa, ha già adottato alcuni provvedimenti al riguardo. E’ ovvio che potremmo, e probabilmente dovremmo, fare di più. Ribadisco in ogni caso che le questioni legate a questo problema sono per noi prioritarie. Hanno un posto preminente nel programma delle priorità della Presidenza portoghese, e le assicuro che faremo tutto il possibile per rispondere alle preoccupazioni da lei manifestate, che sono senza dubbio giustificate.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 2 dell’onorevole Marie Panayotopoulos-Cassiotou (H-0451/07):

Oggetto: Prestazione di servizi adeguati e di qualità per l’assistenza all’infanzia negli Stati membri

L’assenza di infrastrutture adeguate per l’assistenza all’infanzia e il fatto che non siano disponibili a basso costo impediscono sovente agli uomini e alle donne di partecipare in modo uguale al mercato del lavoro e di ripartire in modo uguale le responsabilità nel quadro della vita familiare.

Nel programma di 18 mesi delle tre presidenze (documento 17079/06, dicembre 2006) si indica che la presidenza portoghese sosterrà il rafforzamento dell’offerta di servizi di qualità per l’assistenza all’infanzia nonché per altre persone dipendenti, conformemente alla decisione del Consiglio di Barcellona (2002).

Quali misure ha intenzione il Consiglio di adottare per regolamentare l’adeguatezza e la qualità di detti servizi?

Come possono le proposte volte a soddisfare la necessità di conciliare la vita familiare e la vita professionale sostenendo l’assistenza all’infanzia e alle persone dipendenti, rafforzare l’occupazionalità, portare al riconoscimento del lavoro atipico nonché al consolidamento delle qualifiche acquisite grazie all’esperienza mediante un’eventuale formazione teorica complementare?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) L’onorevole parlamentare ha sollevato una questione molto pertinente nel contesto dei cambiamenti attualmente in atto sul mercato del lavoro in Europa alla luce della strategia di Lisbona.

Per quanto riguarda lo specifico quesito posto dall’onorevole parlamentare sull’azione prevista dal Consiglio e il possibile impatto delle proposte avanzate in questo settore, è ovvio che il Consiglio può adottare provvedimenti legislativi sulla base di proposte della Commissione, perché così dispongono i Trattati.

In questo momento non sono all’esame proposte legislative riguardanti l’assistenza all’infanzia. Garantire una prestazione adeguata e di qualità di questi servizi rimane una questione che rientra nell’ambito della competenza nazionale degli Stati membri. Benché gli obiettivi di Barcellona siano considerati realizzati a livello di Unione europea nel suo insieme, il Consiglio li ha ribaditi nel Patto europeo per la parità di genere approvato nel marzo 2006; in tale occasione il Consiglio europeo ha dichiarato che occorre incrementare la disponibilità di strutture di qualità per l’assistenza all’infanzia, in conformità degli obiettivi nazionali di ciascuno Stato membro.

Ricordiamo che il Consiglio ha altresì riaffermato il suo impegno in relazione alle politiche a favore della famiglia, compresa la custodia dei bambini, nelle conclusioni approvate il 30 maggio 2007 sull’importanza delle politiche per la famiglia in Europa e sulla creazione di un’alleanza europea per le famiglie.

L’onorevole parlamentare ha anche ricordato il programma della durata di diciotto mesi delle Presidenze tedesca, portoghese e slovena, secondo il quale uno dei grandi obiettivi delle tre Presidenze consiste nel consolidare il modello sociale europeo, che costituisce parte integrante della strategia di Lisbona. A norma del documento, inoltre, in questo specifico contesto l’accento sarà posto su un miglioramento delle condizioni per conciliare lavoro, famiglia e vita privata e su adeguate strutture di custodia dei bambini e di assistenza agli anziani e alle persone con disabilità.

Nell’ottica del perseguimento di questo obiettivo la Presidenza portoghese ha organizzato una conferenza sulla conciliazione fra vita professionale, vita privata e vita familiare: nuove sfide per le parti sociali e le politiche pubbliche. Tale conferenza si terrà a Lisbona il 12 e 13 luglio 2007, avrà cioè inizio domani.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Anch’io do il benvenuto alla nuova Presidenza e ringrazio il rappresentante del Portogallo per la sua risposta.

Naturalmente le date del 12 e 13 luglio cadono rispettivamente domani e dopodomani. Per ravvivare l’interesse generale, vorrei chiedere se sono previste misure in materia di qualifiche, un ambito nel quale esistono altre decisioni legislative del Consiglio e del Parlamento.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) La ringrazio, onorevole deputata, per le gentili parole di augurio alla Presidenza portoghese. Lei avrà effettivamente potuto verificare, leggendo le priorità per il nostro semestre di Presidenza, quale importanza attribuiamo e quale attenzione intendiamo prestare alle questioni sociali e, in particolare, alle questioni sociali riguardanti i rapporti fra lavoro e famiglia.

Sull’argomento specifico da lei trattato, il Consiglio è senz’altro aperto a prendere in esame e a studiare tutte le proposte, ma non dobbiamo dimenticare che in questa materia la Commissione svolge un ruolo importantissimo. Ciò significa che, se la Commissione ci suggerisse di adottare misure complementari o altri provvedimenti al riguardo, il Consiglio sarebbe certamente disposto a discuterli e ad analizzarli. Poiché la Presidenza portoghese sottolinea l’importanza della politica sociale e del modello sociale europeo nell’ambito del suo programma di Presidenza, è ovvio che si sentirà particolarmente stimolata a esaminare le proposte che in questo campo potranno esserle sottoposte.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 3 dell’onorevole Sarah Ludford (H-0454/07):

Oggetto: Mancato accordo in materia di decisione quadro sui diritti processuali

È compiaciuto il Consiglio di non aver saputo raggiungere un accordo in materia di diritti giuridici per indagati e imputati nell’UE (proposta di decisione quadro sui diritti processuali nell’ambito dei procedimenti penali)? Quale messaggio trasmette ai partner dell’UE il fatto che i 27 Stati membri non sono in grado di raggiungere un accordo sulle salvaguardie per assicurare un trattamento e un giudizio equi, a complemento, essenziale e annunciato, del mandato di arresto europeo? Come può questa situazione contribuire al rafforzamento della promozione dei diritti umani nel mondo condotta dall’UE? Come intende procedere la Presidenza portoghese per rilanciare questo strumento così necessario?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Il Consiglio si rammarica di non aver saputo raggiungere un accordo su questo argomento in occasione della seduta del 12 e 13 giugno tenutasi a Lussemburgo, nonostante l’esame e l’adozione di questa decisione quadro abbiano costituito una delle priorità non solo della Presidenza tedesca, ma anche delle Presidenze precedenti fin dal momento in cui la Commissione ha presentato la sua proposta al Consiglio il 28 aprile 2004.

In proposito desidero ricordare all’onorevole parlamentare che in data 1 e 2 giugno 2006, il Consiglio aveva definito i principi che avrebbero dovuto orientare il futuro lavoro sulla proposta. Fu deciso che il campo di applicazione della decisione quadro presentata sarebbe stato limitato al diritto all’informazione, all’assistenza legale, al patrocinio gratuito, all’interpretazione e alla traduzione dei documenti processuali. Il Consiglio europeo, nella sua seduta del 15 e 16 giugno 2006, ha persistentemente cercato di concludere i negoziati sui diritti processuali nell’ambito dei processi penali. Nella seduta del 19 aprile 2007, il Consiglio ha concluso che i lavori al riguardo si sarebbero dovuti portare avanti nella speranza di ottenere un consenso che consentisse di approvare il documento in occasione del Consiglio di giugno. Occorreva risolvere la questione della competenza giuridica dell’Unione in processi meramente nazionali; devo precisare che almeno 21 Stati membri erano dell’opinione che tale competenza dovesse applicarsi unicamente ai processi transfrontalieri.

Tengo a sottolineare che la Presidenza tedesca, in particolare, ha dispiegato tutti i possibili sforzi per ottenere un consenso in materia, purtroppo senza successo. La Presidenza portoghese tenterà, a sua volta, di portare avanti la questione. In questo momento stiamo analizzando lo stato del dossier, quale risulta dalle discussioni tenutesi in sede di Consiglio il 12 e 13 giugno 2007.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) In taluni Stati membri le garanzie di rispetto dei diritti definiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo sono piuttosto scarse. Abbiamo quindi bisogno di un provvedimento che precisi in modo esplicito il diritto all’informazione, all’assistenza legale, all’interpretazione e così via. Il Consiglio d’Europa ha accolto con soddisfazione la decisione quadro, contraddicendo inequivocabilmente la posizione di paesi, come il Regno Unito, che sostengono che tale documento sia in contrasto con la CEDU. Da parte mia sottoscrivo la dichiarazione della Presidenza.

Signor Presidente in carica del Consiglio, ritiene che le previste modifiche dei Trattati nel senso di una maggiore applicazione della codecisione e del voto a maggioranza qualificata potrebbero avere un’influenza positiva? Tenterete di trovare un varco per una cooperazione rafforzata? Cercherete di promuovere qualcosa di analogo al Trattato di Prüm in materia di diritti, magari su iniziativa di uno Stato membro? Come farete, in pratica, per arrivare a questo provvedimento assolutamente indispensabile per integrare il mandato di arresto europeo e altre misure che hanno reso più facile il perseguimento dei reati, in modo che i cittadini sappiano che i loro diritti sono davvero fondamentali nell’Unione europea?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Mi sembra ancora troppo presto per rispondere esaurientemente a tutti i suoi quesiti. In realtà la domanda è una sola, ma si compone di vari elementi e lascia aperte diverse possibilità. Ho già detto che il nostro semestre di Presidenza ha avuto inizio solo pochi giorni fa. Stiamo analizzando la situazione dei dossier e vedremo come portare avanti la questione.

Lei ha parlato, per esempio, del rafforzamento del processo di codecisione con il voto a maggioranza qualificata e di una più frequente applicazione della maggioranza qualificata. A quanto so, questa ipotesi non rispecchia l’attuale situazione dei Trattati, ma dovrà tradursi nel cosiddetto “Trattato riformatore” che non è ancora neppure giunto alla fase negoziale in sede di Conferenza intergovernativa. Ciò che posso assicurare all’onorevole parlamentare, come avrà già potuto rilevare dal mio intervento, è l’importanza che riconosciamo a questo dossier e l’urgenza con cui ci occuperemo del problema: faremo il possibile, tenendo conto del processo seguito fino a oggi e di tutti gli aspetti dell’evoluzione passata della questione, per individuare la soluzione che più facilmente possa incontrare l’approvazione di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Presidente. – Poiché l’autore non è presente, l’interrogazione n. 4 decade.

Annuncio l’interrogazione n. 5 dell’onorevole Bernd Posselt (H-0459/07):

Oggetto: Cooperazione mediterranea rafforzata

Come giudica la presidenza del Consiglio l’idea avanzata dal presidente della Repubblica francese Sarkozy di una cooperazione mediterranea rafforzata e quali provvedimenti prevede di adottare il Consiglio per evitare un fallimento del processo di Barcellona?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Ovviamente la Presidenza è favorevole a qualsiasi iniziativa o proposta, nel quadro delle relazioni dell’Unione europea con i paesi del bacino del Mediterraneo, che si pongano l’obiettivo di rafforzare la cooperazione euromediterranea. La regione in questione è sempre stata, e continuerà a essere, un’area che riveste la massima priorità per l’Unione europea.

Non disponiamo, per il momento, di dettagli specifici sulle proposte e sulle idee avanzate dal Presidente francese al riguardo. Non sono pertanto in grado in commentarle.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Ho due brevi domande complementari. In primo luogo, cosa prevede per rafforzare e intensificare la cooperazione con l’Africa settentrionale? Al momento in tale ambito si registrano carenze. In secondo luogo, pensa di poter considerare la comunità euromediterranea come un’alternativa a una piena adesione all’UE da parte della Turchia?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Lei avrà visto, nel documento contenente le priorità della Presidenza portoghese, il rafforzamento delle relazioni dell’Unione europea con il bacino del Mediterraneo e la nostra intenzione di organizzare, nell’ambito del partenariato euromediterraneo, diverse riunioni ministeriali di alto livello su vari argomenti. Si tratta, quindi, di una materia e di un’area che rivestono grande importanza e a cui la Presidenza portoghese, come ha dichiarato oggi molto chiaramente il nostro Primo Ministro nel dibattito sulle priorità della Presidenza portoghese, intende prestare la massima attenzione.

Per quanto attiene alla cooperazione o all’unione euromediterranea, in altre parole alla proposta avanzata dal Presidente francese, ripeto quello che ho già detto: aspettiamo con interesse di conoscere meglio le proposte concrete che ci verranno sottoposte, così da poter successivamente prendere in esame, in modo globale ed esauriente, l’intero quadro delle relazioni fra l’Unione europea e il bacino del Mediterraneo.

 
  
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  Presidente. – Visto che l’argomento trattato è già all’ordine del giorno, l’interrogazione n. 6 non riceverà risposta.

Poiché vertono sullo stesso argomento, annuncio congiuntamente

l’interrogazione n. 7 dell’onorevole Mairead McGuinness (H-0464/07):

Oggetto: Importazioni nell’UE di carne bovina brasiliana

Come risulta da un numero crescente di informazioni, le norme e i controlli in atto in Brasile nel settore delle carni bovine sono caratterizzati da profonde irregolarità, si prestano, a quanto pare, ad ampie violazioni e non sono in alcun modo conformi all’equivalente, rigorosa normativa applicabile agli agricoltori europei. Eppure, l’UE continua a importare carne proveniente dal Brasile.

A tale riguardo, intende il Consiglio agire al fine di proteggere i produttori e i consumatori europei di carne bovina e garantire agli stessi che tutta la carne presente sul mercato europeo si adegua ai medesimi, elevati standard di qualità?

e l’interrogazione n. 8 dell’onorevole Liam Aylward (H-0468/07):

Oggetto: Accordo separato UE-Brasile nel settore della carne bovina

Può il Consiglio comunicare se intende siglare un accordo separato tra UE e Brasile riguardo le importazioni di carne bovina brasiliana nel territorio dell’UE, nel caso in cui nei prossimi mesi i negoziati dell’OMC non progredissero? Perché un tale accordo tra Brasile e UE possa essere raggiunto, prevede il Consiglio di affidare al Commissario Mandelson il mandato per la conclusione di tale intesa, oppure il Commissario dispone già della facoltà di concludere tale accordo grazie al suo mandato negoziale?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, gli onorevoli deputati sono pregati di far riferimento alla risposta fornita dalla Presidenza tedesca all’interrogazione orale H-0394/07 in data 20 giugno 2007, quindi piuttosto di recente.

In linea generale, il Consiglio desidera innanzi tutto sottolineare che in relazione alle nuove proposte legislative compete naturalmente alla Commissione esercitare il proprio diritto d’iniziativa. Per quanto attiene alla questione specifica delle importazioni di carne bovina, dobbiamo tener conto del fatto che, in conformità del diritto comunitario, la Commissione è competente a gestire la clausola di salvaguardia. Di conseguenza il Consiglio non ha influenza diretta sulle decisioni adottate dalla Commissione in questo campo.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) La risposta è stata breve, ma l’interrogazione solleva una questione grave che non si risolverà da sola. La problematica che viene toccata in questo ambito è lo squilibrio normativo tra Brasile ed Europa, tra ciò che chiediamo ai produttori e quello che i consumatori si aspettano, nonché il tipo di carne bovina fornita dal Brasile che entra in Europa.

Noto tra le sue priorità, signor Presidente in carica del Consiglio, che intrattiene uno speciale rapporto con il Brasile e mira a uno specifico dialogo politico con quel paese. Sottolineo il fatto che invochiamo un divieto di tali importazioni e ritengo che, rispetto alla protezione e alla sicurezza dei consumatori, questo è il minimo che dovremmo fare.

Per quanto riguarda i negoziati per il commercio, la invito ad affrontare questa specifica questione e la veridicità della stessa.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Desidero esprimere brevemente la mia gratitudine, signor Presidente, per le cortesi parole di augurio rivolte alla Presidenza portoghese e ricordare che, per iniziativa della nostra Presidenza, di recente si è tenuto a Lisbona il primo Vertice fra Unione europea e Brasile, un Vertice che, credo, segnerà in modo definitivo e categorico il futuro delle relazioni fra l’Unione e il Brasile che, naturalmente, è nostra intenzione promuovere a un più alto livello. Il dialogo strategico che intendiamo stabilire con il Brasile dovrà comprendere tutte le questioni pertinenti, da quelle economiche e commerciali al problema dell’energia e del mutamento climatico. Ritengo che, in questo quadro, troverà risposta, fra l’altro, la questione sollevata da questa interrogazione: tenevo a fornire questa informazione all’onorevole parlamentare.

 
  
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  Presidente. – Le interrogazioni nn. 9 e 10 non saranno trattate in quanto l’argomento in questione figura già all’ordine del giorno.

Le interrogazioni dalla n. 11 alla n. 13 riceveranno risposta per iscritto.

Poiché gli autori non sono presenti, le interrogazioni dalla n. 14 alla n. 18 decadono.

Annuncio l’interrogazione n. 19 dell’onorevole Luisa Morgantini (H-0496/07):

Oggetto: Sindaco curdo licenziato per aver fornito servizi municipali multilinguistici

Il Consiglio di Stato della Turchia ha deciso, il 14 giugno scorso, di licenziare il sindaco curdo, Abdullah Demirbas, e di sciogliere il Consiglio municipale del distretto di Sur, nella città di Dyarbakir, perché si fornivano servizi amministrativi ufficiali in turco, curdo, inglese e siriano. Secondo un’indagine del 2006, i cittadini di lingua curda in quel territorio rappresentano il 72% della popolazione del distretto amministrativo.

Ogni individuo ha il diritto di utilizzare la propria lingua madre. Con questo atto la Turchia infrange i diritti culturali, linguistici e la libertà di espressione delle minoranze, requisiti fondamentali per poter far parte dell’Unione europea.

Ha intenzione il Consiglio di intraprendere azioni per reagire a questa grave violazione? Pensa di affrontare il tema nel dialogo con le autorità turche, al fine di re-insediare il sindaco e il Consiglio municipale e garantire la pacifica convivenza di tutte le persone in Turchia?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Grazie all’efficienza dei miei collaboratori è stato facile e rapido identificare l’interrogazione n. 19 che verrà esaminata ora, e a cui sono lieto di rispondere.

A nostro parere l’atteggiamento della Turchia nei confronti del riconoscimento dei diritti delle minoranze continua a essere riluttante. In materia di diritti culturali, com’è noto, sono stati approvati emendamenti a testi legislativi, che consentono l’insegnamento e la trasmissione di programmi radiotelevisivi in lingue diverse dal turco. Nondimeno la pubblica istruzione continua a prevedere restrizioni in materia di apprendimento di tali lingue. Inoltre vengono mantenute restrizioni di carattere generale in relazione all’utilizzo di lingue diverse dal turco sia per quanto riguarda la vita pubblica che l’accesso ai pubblici servizi.

E’ chiaro che saranno indispensabili nuovi e significativi sforzi da parte della Turchia in questo campo. La Turchia è tenuta a garantire la diversità culturale e a promuovere il rispetto e la tutela delle minoranze in conformità della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dei principi stabiliti dalla Convenzione quadro del Consiglio d’Europa per la protezione delle minoranze nazionali, conformemente alle migliori prassi degli Stati membri.

Non può esservi dubbio che l’Unione europea attribuisce grande importanza alla questione, come parte integrante del processo di riforma in corso in Turchia, e continuerà a seguire da vicino e a valutare i progressi realizzati al riguardo.

 
  
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  Luisa Morgantini (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la risposta è, in linea di principio, molto giusta anche se io avevo anche chiesto se si pensava di affrontare la questione in modo concreto.

Ho fatto un esempio concreto di un sindaco curdo licenziato per aver erogato servizi municipali linguistici nella sua lingua, in un luogo dove il 72 per cento della popolazione è curdo. Quindi volevo chiedere se il Consiglio pensa di compiere dei passi per affrontare il tema durante il dialogo e chiedere, per esempio, che il sindaco venga reinsediato, perché nel frattempo è proibito anche scrivere i nomi dei villaggi in curdo e l’Ufficio del governatore di Diarbakir, per esempio, ieri si è opposto e ha praticamente destituito il Consiglio provinciale che invece voleva scrivere i nomi delle vie sia in curdo che in turco.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, vorrei assicurare molto brevemente all’onorevole parlamentare che tutte le questioni relative al dialogo sui diritti umani, il rispetto delle minoranze e simili problemi meritano un esame molto dettagliato e meticoloso da parte dell’Unione europea. Questo vale per il caso da lei citato e per molti altri. Non dubiti che ci atterremo scrupolosamente a questo principio.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Vorrei porre una domanda complementare. La Turchia continua ad annunciare modifiche legislative, ma non promulga le leggi, e la situazione sta peggiorando. Pertanto chiedo molto concretamente: pensa che la legge sulle lingue di cui parla, nonché la legislazione in materia di espressione religiosa che abbiamo richiesto saranno adottate entro l’anno? Cosa farà il Consiglio se ciò non avviene?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Onorevole deputato, in proposito posso solo manifestare l’auspicio e la speranza che ciò avvenga. Di fatto è competenza delle istituzioni turche adottare la legislazione nazionale secondo i loro intendimenti. Il Consiglio non ha alcuna possibilità, come può immaginare, di obbligare la Turchia ad adottare qualsiasi testo legislativo. Naturalmente può manifestare la sua volontà o il suo desiderio in tal senso, ed esprimere la propria soddisfazione. Come lei ben sa, è ciò che abbiamo fatto, del resto, nel quadro del processo negoziale di adesione della Turchia all’Unione europea. Si tratta di questioni che hanno, beninteso, implicazioni e ripercussioni sul processo negoziale.

 
  
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  Presidente. – Annuncio l’

interrogazione n. 20 dell’onorevole Leopold Jósef Rutowicz (H-0497/07):

Oggetto: Sicurezza energetica per l’UE nei prossimi vent’anni

Gli approvvigionamenti di energia tradizionale stanno diventando sempre più difficili da ottenere e le fonti energetiche cominciano ad essere utilizzate come mezzo di pressione politica.

Quale grado di sicurezza energetica vuole ottenere il Consiglio per l’UE? E’ stato stabilito un programma di azione operativo allo scopo di garantire la sicurezza energetica nei prossimi vent’anni?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, desidero precisare che la sicurezza degli approvvigionamenti è uno dei tre obiettivi della politica energetica della Comunità: credo si possa affermare che la finalità di tale politica è il più elevato grado possibile di sicurezza energetica. Tuttavia, analogamente ad altre politiche comunitarie, la politica energetica deve ponderare anche altri fattori, quali i costi, le regole del mercato interno e, soprattutto, i grandi obiettivi dell’Unione europea in materia di cambiamenti climatici. D’altronde la sicurezza energetica non è un fine obiettivo e quantificabile per il quale si possa fissare un valore numerico. Occorre affrontare il problema in una prospettiva dinamica, come un processo che dipende dall’interazione dell’Unione europea con i paesi terzi, nonché dalle preferenze dei cittadini dell’Unione in materia di rifornimento energetico e di sviluppo tecnologico.

Rispondendo quindi alla prima domanda, dirò che il Consiglio non ha stabilito un obiettivo per la sicurezza energetica, come sembra suggerire l’onorevole deputato, né è a conoscenza del fatto che la Commissione intenda preparare una proposta legislativa in tal senso. La Presidenza del Consiglio desidera anche sottolineare che, grazie alla definizione e all’attuazione della politica energetica comunitaria interna ed esterna, l’Unione europea conta, fra i suoi principali obiettivi per i prossimi decenni, di garantire e aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento. Come noto, tale intento è stato chiaramente ribadito nelle conclusioni del Consiglio europeo dell’8 e 9 marzo 2007, che, da questo punto di vista, possono quasi essere considerate storiche.

I principali elementi della politica energetica della Comunità che contribuiscono direttamente o indirettamente a una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti e che continueranno a essere le principali forze trainanti dell’incremento della sicurezza energetica dell’Unione europea nei prossimi 20 anni, come indica l’onorevole deputato, sono, in primo luogo, la diversificazione, sia delle fonti che dei fornitori di energia, in secondo luogo, un maggiore ricorso alle energie rinnovabili, in terzo luogo, una superiore efficienza energetica e, da ultimo, il rafforzamento delle reti energetiche della Comunità.

Oltre a questi obiettivi e orientamenti politici generali, il piano d’azione del Consiglio europeo, approvato a marzo, enumera varie altre misure, quali lo studio di impianti di stoccaggio di gas, la messa a punto di meccanismi efficaci di risposta alle crisi e la creazione di un osservatorio dell’energia, tutti provvedimenti che condurranno a una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti per l’Unione europea nel suo complesso e per ciascuno degli Stati membri.

 
  
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  Leopold Józef Rutowicz (UEN).(PL) Desidero innanzi tutto esprimere la mia gratitudine per la risposta davvero dettagliata. Vorrei sapere, tuttavia, se esiste un programma di investimenti, tenuto conto del fatto che gli investimenti in materia di energia si estendono necessariamente su un arco di tempo molto lungo e sono molto cospicui. E’ previsto un programma del genere?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, le intenzioni sono esattamente quelle che ho esposto, e rispecchiano il risultato della riunione del Consiglio europeo dello scorso marzo.

Ora spetta ovviamente al Consiglio, sulla base delle proposte dell’Unione europea, dare attuazione pratica e concreta a quelle che finora sono state decisioni strategiche, politiche e orientative. Non dubiti, onorevole deputato, che alle questioni energetiche, per l’attualità e l’importanza del tema, la nostra Presidenza, come altre Presidenze future, attribuirà priorità assoluta nei programmi interni ed esterni dell’Unione. Ribadisco che si tratta indiscutibilmente di una questione che le Istituzioni europee dovranno senz’altro affrontare in modo esauriente e approfondito negli anni a venire.

 
  
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  Presidente. – Poiché gli autori non sono presenti, le interrogazioni dalla n. 21 alla n. 24 decadono.

Annuncio l’interrogazione n. 25 dell’onorevole Marian Harkin (H-0515/07):

Oggetto: Protocollo negoziato dalla Gran Bretagna sulla Carta dei diritti fondamentali

Alla luce del recente protocollo negoziato dal Primo ministro Tony Blair sulla Carta dei diritti fondamentali e tenendo presente che due delegazioni si sono riservate il diritto di aderire al protocollo britannico, può il Consiglio dire se ritiene che i diritti dei cittadini in questi tre Stati membri saranno in qualche modo differenti rispetto ai diritti dei cittadini negli altri Stati membri e, se così fosse, delineare le differenze?

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Signor Presidente, desidero chiarire che non compete al Consiglio, né al Presidente in carica, esprimersi in merito al mandato della Conferenza intergovernativa scaturito dai negoziati del Consiglio europeo di giugno, segnatamente la questione della Carta.

In proposito invito, tuttavia, a far riferimento al mandato della Conferenza intergovernativa sottoscritto da tutti gli Stati membri. Del protocollo fa parte l’allegato I del mandato n. 5, nota a piè di pagina n. 19; in altre parole, gli effetti del protocollo sono definiti nel protocollo stesso.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE).(EN) Anzitutto vorrei ringraziare la Presidenza portoghese per la breve risposta e porgerle i migliori auguri per il suo mandato. Spero che si instaurino ottimi rapporti di collaborazione.

Tuttavia, poiché lei afferma che il Consiglio non può rispondere alla presente interrogazione, al tempo stesso suppongo, per quanto riguarda il Regno Unito e la Polonia, e in realtà anche l’Irlanda, che il Regno Unito avesse qualche ragione per chiedere una deroga, e la Polonia e l’Irlanda si sono riservate di fare altrettanto.

I casi sono due: o la Carta dei diritti fondamentali ha qualche fondamento e significato, oppure non ne ha. O è un’operazione di facciata, o ha un’influenza reale. In quanto eurodeputata irlandese mi preoccupa molto che i diritti dei cittadini nel mio paese possano essere inferiori ai diritti dei cittadini in altri Stati membri a causa della mancata sottoscrizione della Carta da parte del mio paese.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. – (PT) Tengo a precisare che il Portogallo ha ricevuto dal Consiglio europeo un mandato, sottoscritto da tutti i 27 Stati membri, che gli affida il compito, nell’esercizio della Presidenza dell’Unione, di trasformare tale mandato in un nuovo Trattato di riforma. Speriamo di adempiere tale compito in tempi brevi, perché l’Unione europea ha bisogno di questo nuovo Trattato.

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.

(La seduta, sospesa alle 21.40, riprende alle 22.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 

21. Controllo democratico nell’ambito dello strumento di cooperazione allo sviluppo (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni della Commissione sul controllo democratico nell’ambito dello strumento di cooperazione allo sviluppo.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, onorevoli deputati, è un grande piacere per me essere qui. Desidero ringraziare il Parlamento e, in particolare, i membri della commissione per lo sviluppo per il dialogo costruttivo che siamo stati capaci di portare avanti nel quadro dello scrutinio democratico dei nostri progetti di documenti di strategia.

In più occasioni, in particolare nella lettera congiunta con il collega Louis Michel del 26 marzo indirizzata alla presidenza della commissione per lo sviluppo, ho ribadito il nostro impegno a esaminare attentamente le osservazioni della commissione relative ai documenti di strategia in vista dei programmi d’azione annuali e dell’attuazione dei nostri progetti e programmi. Ora siamo nella fase di preparazione di tali programmi. Alcuni di essi vi sono già stati sottoposti e i rimanenti vi saranno inviati entro l’autunno in conformità dell’articolo 8 della decisione relativa alla procedura di comitato. Allegati a tali programmi d’azione annuali, riceverete anche i quadri sinottici che spiegano dettagliatamente il modo in cui le vostre osservazioni sono state prese in considerazione o il motivo per cui non è stato possibile farlo.

Inoltre, questa settimana, in una lettera separata all’onorevole Borrell, ho illustrato il modo in cui abbiamo valutato le vostre osservazioni e come queste ultime siano state trasposte nei programmi d’azione annuali che vi sono già stati inviati. Sono alquanto delusa nel sentire che una proposta di risoluzione sia critica nei confronti dei programmi della Commissione. Mi auguro che questo non metta in discussione lo spirito di dialogo aperto e di cooperazione che stiamo dimostrando e che siamo pronti a continuare ad avere.

Permettetemi ora di occuparmi di alcune delle questioni sollevate dal Parlamento in numerose occasioni, in particolare nella vostra proposta di risoluzione. Siamo di certo completamente impegnati a conseguire l’obiettivo globale di eradicazione della povertà e gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, sulla base dello strumento di cooperazione allo sviluppo (DCI). Desidero precisare molto chiaramente che tutte le attività previste nell’ambito dei documenti di strategia nazionale sono attività di sviluppo che rientrano nei settori prioritari individuati nel DCI. Deve essere evidenziato, a questo punto, che il regolamento stabilisce inoltre che dobbiamo adottare differenti approcci a seconda dei singoli contatti di sviluppo e delle necessità di ciascuno dei paesi interessati. Le esigenze di sviluppo del Bangladesh, ad esempio, non sono le stesse del Brasile. Concordiamo con il punto di vista del Parlamento secondo cui la salute e l’istruzione svolgono un ruolo fondamentale nell’eradicazione della povertà e nel conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio.

Ora, desidero ribadire l’impegno assunto dalla Commissione di rispettare i parametri di riferimento concordati del 20 per cento da assegnare ai settori sociali entro il 2009, attraverso programmi e progetti o sostegno finanziario connessi a tali settori, stabilendo una media in tutte le aree geografiche. I primi programmi indicativi pluriennali per il periodo 2007-2010 dimostrano già un chiaro contributo ai parametri complessivi per la sanità e l’istruzione di base. I programmi d’azione annuali approvati per il 2007 hanno confermato tutto questo e non appena i progetti e i programmi entreranno in fase di attuazione, forniremo al Parlamento statistiche dettagliate.

Riguardo all’ammissibilità agli aiuti pubblici allo sviluppo, vi assicuro che, in preparazione dei programmi d’azione annuali, abbiamo garantito e garantiremo il pieno adempimento alle disposizioni del DCI relative ai criteri dell’OCSE/DAC per i programmi geografici, e al contempo il mantenimento della flessibilità prevista dal regolamento per i programmi tematici. Ovviamente, una valutazione ufficiale di tale adempimento verrà effettuata nel corso del riesame intermedio che inizierà nel 2009. La Commissione intende presentare proposte volte a modificare i regolamenti, qualora lo ritenga necessario.

Riguardo alle consultazioni delle parti interessate, siamo ben consapevoli che devono essere fatti ulteriori progressi nel processo di consultazione, compresa la partecipazione di autorità locali e regionali. Tuttavia, questo è anche uno dei principi della nostra assistenza allo sviluppo che dovrebbe essere esercitata dal paese partner e contribuire ai piani di sviluppo nazionali. Pertanto, stiamo cercando di fare del nostro meglio al fine di incoraggiare le autorità nazionali di ciascun paese a consultare i propri parlamenti nazionali, le autorità regionali e locali e la società civile in merito ai propri piani di sviluppo come espressione di buon governo.

I nostri programmi d’azione annuali spiegheranno più chiaramente ciò che abbiamo fatto relativamente alle consultazioni. Il recente programma d’azione annuale relativo alla Cambogia ne è un buon esempio. Per quanto riguarda le attività di altri donatori, la Commissione ha fornito tutte le informazioni disponibili nel momento in cui ha presentato i propri documenti di strategia, nonché i progressi compiuti verso il conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Come voi, anche noi abbiamo tutto l’interesse di ottenere un quadro generale relativo alle attività di tutti i donatori e stiamo compiendo ogni possibile sforzo per offrire maggiori informazioni sulla base di una nuova combinazione di norme.

Relativamente all’integrazione di problematiche trasversali quali la promozione dei diritti umani, la parità di genere, la democrazia, la buona governance e la sostenibilità ambientale, intendiamo certamente attuare tutto questo, che sin dall’inizio è stato per noi l’obiettivo principale. Rimane inteso che sarà fatto nella fase di attuazione.

Infine, per quanto riguarda le vostre precisazioni in merito al sostegno finanziario, desidero sottolineare che la Commissione applica rigidi criteri di ammissibilità che vengono riesaminati prima di ciascuna erogazione di sostegno finanziario. Negli ambiti politico e strategico, della stabilità macroeconomica e della gestione finanziaria pubblica, nella selezione dei paesi che devono ricevere sostegno finanziario, ho cercato di attenermi agli elementi principali della vostra risoluzione. Posso assicurarvi che riceverete informazioni dettagliate sulle vostre osservazioni quando vi invieremo i programmi d’azione annuali nel quadro del vostro droit de regard relativo alla comitatologia. La Commissione resta disponibile a discutere i programmi d’azione annuali presso gli organi competenti del Parlamento.

 
  
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  Gay Mitchell, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signora Presidente, ho molto apprezzato i commenti e il contenuto della risposta fornita dal Commissario qui questa sera. Devo dire che non potevo aspettarmi di meglio da lei. Ho riscontrato nel corso di tutto l’iter dello strumento di cooperazione allo sviluppo che spesso, quando ci trovavamo in fase di stallo, lei era certamente di grande aiuto nel tentare di far ripartire la situazione, così come il suo collega, il Commissario Michel.

Ho inoltre ascoltato con piacere ciò che lei aveva da dire riguardo ai programmi d’azione annuali, poiché dobbiamo davvero attenerci a quanto scritto nella lettera che il Commissario Ferrero-Waldner e il Commissario Michel hanno inviato all’onorevole Morgantini e a me in qualità di relatore sullo strumento di cooperazione allo sviluppo, in quanto risulta chiaro che il Parlamento stesso deciderebbe quali strutture creare e i programmi e i documenti di strategia da esaminare.

Ho il dovere di affermare altresì che, dato che lo strumento di cooperazione allo sviluppo è stato approvato soltanto lo scorso dicembre e che è un procedimento molto nuovo per tutti noi, il Parlamento è partito con slancio. In alcune occasioni, ho udito opinioni negative riguardo al comportamento di alcuni membri della Commissione relativamente ai programmi d’azione annuali. Nella mia esperienza di presidente del gruppo C, che esamina alcuni paesi dell’America latina, posso dire che la cooperazione è stata molto positiva. E ritengo che il Commissario dovrebbe incoraggiare il proseguimento di tale buona cooperazione in quanto crea un’atmosfera positiva e buoni rapporti di lavoro. Ci consente inoltre di apportare la nostra migliore esperienza al fine di affrontare le questioni cui noi tutti siamo interessati, e mi riferisco agli Obiettivi di sviluppo del Millennio e alle esigenze delle popolazioni molto povere che vivono in ogni parte del mondo che soffre.

Desidero sottolineare l’importanza del momento presente. La Commissione e il Parlamento hanno lavorato molto al fine di consentire all’Unione europea di attuare al meglio le proprie politiche di sviluppo. Nel corso dei negoziati relativi allo strumento di cooperazione allo sviluppo, abbiamo chiarito di non voler essere coinvolti nella microgestione. Quest’ultima spetta alla Commissione e al Consiglio, ma noi vogliamo la supervisione. Il Parlamento ha il diritto di controllo e la Commissione non deve temere il suo coinvolgimento in questo senso. Noi, la Commissione e il Consiglio dobbiamo collaborare nel tentativo di essere efficienti, e non in competizione e cercare di mantenere le cose riservate tra di noi. In quale modo possiamo collaborare per fornire un’efficace assistenza ai paesi che desideriamo aiutare?

I primi passi del nuovo strumento di cooperazione allo sviluppo sono già stati compiuti e abbiamo tutti la responsabilità di garantirne la riuscita. Lo strumento di cooperazione allo sviluppo ha formalizzato le strutture, riconoscendo l’importante funzione che il Parlamento dovrebbe esercitare nel suo ruolo di supervisione e di consulenza. Abbiamo lavorato duramente nell’esaminare con scrupolo i documenti di strategia elaborati dalla Commissione e nel formulare le posizioni sui differenti aspetti di tali strategie. Ritengo che la Commissione dovrebbe riflettere attentamente sull’inserimento delle nostre posizioni nei documenti di strategia.

Come parte del nostro ruolo di controllo, dobbiamo insistere affinché questa politica si concentri continuamente sul conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio intesi all’eradicazione di alcune tra le peggiori forme di povertà nel mondo. Il Parlamento ha costante bisogno di ricevere garanzie al riguardo.

Sono stato molto stupito nel sentir dire all’inizio dell’anno dalla Presidenza tedesca che avrebbe inoltrato i documenti relativi ai paesi ACP al Parlamento nello stesso modo in cui erano stati trasmessi quelli relativi ai paesi dell’Asia e dell’America latina.

Ora capisco il motivo per cui uno Stato membro, benché io non sia favorevole, abbia sollevato alcune obiezioni in merito. Sono consapevole che esistono numerosi documenti di questo tipo e che sembra molto opportuno che vengano esaminati dall’Assemblea parlamentare paritetica e dai paesi ACP. Tuttavia, a differenza del Parlamento, l’Assemblea parlamentare paritetica e i rappresentanti eletti dei paesi di Africa, Caraibi e Pacifico di tale Assemblea non sono in sessione permanente, e non sono presenti strutture adeguate al livello di valutazione richiesto.

Disponiamo di tre commissioni permanenti e forse, potremmo selezionarne alcuni aspetti ed esaminarli, sulla base di un controllo selettivo. Ciò nonostante, questo non deve interferire in alcun modo con la necessità di questo Parlamento di ottenere i documenti che esso desidera e di esaminarli nel miglior modo possibile.

Il nostro obiettivo dovrebbe essere sempre quello di conseguire gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Non siamo in competizione e possiamo collaborare. Per due anni, nel corso dell’iter dello strumento di cooperazione allo sviluppo, abbiamo cercato di persuadere la Commissione e altri che eravamo davvero impegnati nel tentativo di trovare un ottimo strumento. Infine, quando abbiamo ascoltato, abbiamo trovato tale strumento.

Signor Commissario, non ascoltate i cattivi consigli. Non ascoltate le persone che creano impedimenti. Facciamo parte della stessa squadra e desideriamo raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Non nascondete al Parlamento le informazioni di cui dovrebbe disporre a pieno diritto nel suo ruolo di supervisione. Vi potrete rendere conto che risponderemo con generosità, efficacia e disponibilità.

Vi ringrazio molto per il vostro contributo qui questa sera.

 
  
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  Presidente . – Prima di dare la parola all’onorevole van den Berg, rilevo con rammarico che, a quanto pare, quello di questa sera sarà il suo ultimo intervento in Parlamento, prima di passare ad occuparsi di altro. Sono sicura che tutti noi le auguriamo ogni bene, onorevole van den Berg, nonostante il dispiacere di perderla.

 
  
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  Margrietus van den Berg, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signora Presidente, approvo quanto affermato dall’onorevole Mitchell relativamente ai progetti politici ACP. Il 1° gennaio di quest’anno è entrato in vigore il nuovo strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo, in cui gli Obiettivi di sviluppo del Millennio occupano un posto centrale. E’ arrivato il momento di capire se tali norme e principi siano stati anche messi in pratica.

Negli ultimi mesi, noi della commissione per lo sviluppo abbiamo dedicato molto del nostro tempo al controllo dei documenti di politica nazionale. I collaboratori, i membri del Parlamento europeo e i segretari hanno tutti lavorato duramente sia in sede di commissioni che in Parlamento. Dopo aver attentamente esaminato le strategie politiche per i paesi e le regioni di America latina, Asia e Sudafrica, siamo giunti alla conclusione che sei casi specifici su un totale numerico enorme di progetti erano sostenuti in maniera insufficiente da un punto di vista giuridico, motivo per cui abbiamo risposto attraverso risoluzioni. In alcuni altri casi, abbiamo risposto con una lettera e sollevato un certo numero di questioni.

Signora Commissario, nel corso dello scrutinio democratico, abbiamo incontrato alcuni problemi fondamentali, che senza dubbio dovete affrontare anche voi in sede di Commissione. Il primo obiettivo dello strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo è l’eradicazione della povertà e il conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Questo è un obiettivo globale che, a nostro parere, non è stato sufficientemente posto in rilievo nei documenti di politica nazionale, in parte perché questi ultimi sostengono ancora i primissimi e superati progetti.

Desidero ricordare alla Commissione il nostro fermo impegno a raggiungere l’obiettivo del 20 per cento. Ho apprezzato quanto affermato dal Commissario poco fa: egli garantisce che questo 20 per cento verrà raggiunto entro il 2009. Se l’ha dichiarato così chiaramente, allora noi crediamo anche che ciò accadrà e potrebbe essere favorito dagli accordi che includono gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Dopo tutto, è stato fornito il sostegno finanziario, e deve di certo attenersi ai criteri stabiliti, come lei ha affermato a ragione. Tuttavia, immaginate che ciò venga fatto e che si lascino scadere gli accordi che includono gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Ciò significa che perlomeno il governo interessato sta facendo qualcosa nei settori dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria di base. Questo nel caso in cui fosse possibile includere tutto ciò nel 20 per cento in modo giustificato e molto più chiaro. Altrimenti, rimarrebbe molto vago.

Desidero inoltre richiamare la vostra attenzione sul fatto che il prossimo anno verranno versati 50 milioni di euro al Fondo mondiale, organismo straordinario che noi sosteniamo, a titolo del programma tematico “Investire nelle persone” dello strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo. Lo scorso anno l’importo versato era stato di 62 milioni di euro. Tuttavia, ciò significa che, in pratica, restano pochi fondi per le altre priorità elencate in questo documento. Se questo accadesse, nell’arco di due anni si rischierebbe il fallimento. E’ su questo che vorrei farvi riflettere, in quanto necessita di consultazioni con i partner ACP e con il Fondo europeo di sviluppo.

Qualcosa deve essere comunque fatto, in quanto, se così non fosse, il programma tematico “Investire nelle persone” sarebbe di fatto un guscio vuoto. Il Parlamento europeo non esiterà a utilizzare il proprio strumento finanziario qualora necessario. Ralf Walter sta lavorando su questo aspetto e, sapete come è fatto, è un uomo risoluto riguardo a tali questioni. Tuttavia, signora Commissario, questa sera non intendo assumere il ruolo di Max Mackie Messer nell’Opera da tre soldi, in quanto, dopo tutto, è lei che porta l’abito blu e, dato che è il mio ultimo intervento, sono di buon umore.

Desidero concludere con una nota personale. Signora Presidente, come lei ha detto, sono stato nominato Commissario della Regina per la provincia di Groningen a partire dal 1° settembre. Vorrei ringraziare calorosamente i miei colleghi del Parlamento europeo e il personale, e tutti coloro che fanno parte dei segretariati della Commissione per l’enorme sostegno che ho ricevuto dai Commissari Michel e Ferrero-Waldner. Mi auguro di poter accomiatarmi dal Parlamento il 28 agosto, giorno in cui spero di vedervi tutti nuovamente, ma per il momento auguro il meglio a tutti voi.

 
  
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  Presidente . – La ringrazio per il suo contributo al lavoro di questa Assemblea.

 
  
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  Mikel Irujo Amezaga, a nome del gruppo Verts/ALE. – (ES) Signora Presidente, per il collega che mi ha preceduto è stato l’ultimo intervento e per me si tratta del primo in seduta plenaria. Mi auguro che siate magnanimi con me.

Comincio con il ricordare che l’iter di adozione del regolamento che istituisce lo strumento di cooperazione allo sviluppo (DCI) è stato, come sappiamo, tortuoso, complicato e, in alcune occasioni, irto di difficoltà. Di fatto, la prima risposta con cui il Parlamento manifestò l’intenzione di respingere l’intera proposta fu approvata all’unanimità dalla commissione per lo sviluppo e sostenuta altrettanto unanimemente dalle altre tre commissioni che hanno espresso il loro parere in merito. Tutto ciò condusse la Commissione e il Consiglio al tavolo di negoziato e, infine, convinse entrambe le Istituzioni a rispettare il ricorso del Parlamento alla procedura di codecisione. Ma questo lo sappiamo già.

Come tutti sappiamo, alla fine la proposta è stata approvata, sebbene molti dei motivi che più di un anno fa suscitarono preoccupazione continuano ad esistere.

Finora, il Parlamento ha presentato tre risoluzioni in cui ha avvertito la Commissione che stava andando al di là dei propri poteri e le ha chiesto di porre rimedio alla situazione, cosa che, di certo, non ha fatto. E’ necessario ricordare alla Commissione ciò che accade quando si esagera con la comitatologia con questa Assemblea.

Il Parlamento continua a non vedere chiare le cose e ritengo che il semplice fatto che questa risoluzione sia stata adottata all’unanimità in seno alla commissione per lo sviluppo sia molto significativo.

Per esempio, il regolamento che istituisce uno strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo stabilisce che “la Comunità promuove processi di sviluppo di cui il paese partner esercita la direzione ed ha la titolarità”, ma desideriamo sapere se ci sono stati contatti con i parlamenti di questi paesi partner prima dell’approvazione dei documenti di strategia e, se così fosse, se ci sono i dettagli di questi incontri.

Analogamente, il regolamento che istituisce uno strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo stabilisce la promozione di metodi inclusivi e partecipativi allo sviluppo e un ampio coinvolgimento di tutti i segmenti della società nel processo di sviluppo e nel dialogo nazionale, ma non abbiamo informazioni relative all’effettivo svolgimento di tali operazioni.

Al contempo, riteniamo ci sia scarsa o nulla informazione riguardo all’entità del finanziamento fornito a titolo dello strumento di cooperazione allo sviluppo per i documenti di strategia. Desideriamo sapere se i documenti in questione hanno beneficiato di altre fonti di finanziamento e, se è così, quanti di essi saranno finanziati da tali fonti. In sintesi, esistono programmi nell’ambito dei documenti di strategia che non contengono una descrizione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio, così come sancisce il regolamento che istituisce uno strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo? Se sì, quanti fondi sono stati destinati a questi programmi?

Nel nostro gruppo continuiamo ad avere questi e molti altri dubbi che probabilmente verranno chiariti con le comunicazioni della commissione per lo sviluppo che lei ha appena annunciato, tuttavia non abbiamo dimenticato che il regolamento in questione cita fino a sette volte la trasparenza quale principio di attuazione dei programmi. Riteniamo di dover dare il buon esempio e che la Commissione debba informare pienamente e con estrema chiarezza il Parlamento al fine di dissipare i dubbi provocati dal modo in cui questo strumento è stato gestito nei sei mesi appena trascorsi.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE).(FI) Signora Presidente, lo scorso anno, durante la Presidenza finlandese, abbiamo raggiunto un importante compromesso relativo allo strumento di cooperazione allo sviluppo, che consiste nel consentire in futuro alla Comunità di rispettare i propri impegni riguardo agli aiuti e nel garantire il finanziamento ininterrotto delle relazioni esterne.

Il regolamento che istituisce uno strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo prende in considerazione la multidimensionalità della povertà. Costituisce pertanto una base promettente per la cooperazione allo sviluppo e per la riduzione della povertà. Se gli obiettivi del Millennio devono essere raggiunti, ci devono essere strumenti di precisione. Il regolamento è il primo atto per rafforzare la definizione di politica di cooperazione allo sviluppo sancita dal comitato per l’assistenza allo sviluppo dell’OCSE. Questo è fondamentale al fine di garantire che le risorse stanziate per la cooperazione allo sviluppo non vengano utilizzate per raggiungere altri obiettivi politici.

Purtroppo, la pratica non ha rispecchiato il contenuto del regolamento. Nelle sue proposte di documenti di strategia per i singoli paesi, la Commissione è ripetutamente andata oltre i propri poteri esecutivi, senza tener conto degli obiettivi dello strumento di cooperazione allo sviluppo. Nelle proprie risoluzioni, il Parlamento ha già precisato più volte che l’obiettivo principale delle proposte di documenti di strategia non è stato l’eradicazione della povertà. Non hanno pertanto rispettato i criteri degli aiuti pubblici allo sviluppo definiti dal comitato per l’assistenza allo sviluppo dell’OCSE.

La Commissione non può continuare a ignorare il contenuto essenziale dello strumento di cooperazione allo sviluppo e i principi fondamentali della politica di cooperazione allo sviluppo dell’OCSE. In base al regolamento, i finanziamenti possono essere erogati sotto forma di sostegno finanziario solo se la gestione della spesa pubblica di un paese è sufficientemente trasparente. I criteri di ammissibilità devono essere applicati severamente. E’ altresì fondamentale sostenere il controllo parlamentare dei paesi partner. La vera ragione per cui la democrazia rappresentativa non può rispondere alle necessità dei governi forti è lo scarso livello di controllo nei paesi terzi.

Esprimo inoltre la mia delusione per la mancanza di volontà da parte della Commissione di collaborare di sua iniziativa. La Commissione non dovrebbe dimenticare che il Parlamento europeo riveste un ruolo fondamentale nell’attuazione dello strumento di cooperazione allo sviluppo.

 
  
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  Ana Maria Gomes (PSE).(PT) Per la prima volta il Parlamento ha svolto un ruolo di valutazione riguardo alle strategie nazionali, nel campo di applicazione di questo nuovo strumento. Ritengo che il dialogo tra Parlamento e Commissione sia stato molto costruttivo e che possa servire da modello per una possibile e auspicabile collaborazione futura, come nel caso dei paesi ACP. Tuttavia, vi è ancora un margine di miglioramento nella cooperazione tra le due Istituzioni, in particolare per quanto riguarda lo scambio di informazioni.

Il Parlamento ritiene che quest’ultimo aspetto sia molto importante al fine di ricevere chiarimenti riguardo al modo in cui le diverse strategie nazionali possano nel complesso contribuire all’impegno finanziario di destinare il 20 per cento delle risorse disponibili alla sanità e all’istruzione di base. Per quanto riguarda le priorità indicate nei vari documenti di strategia nazionale, purtroppo non c’è traccia, in generale, di un maggiore investimento negli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Lo scopo di questo strumento di finanziamento è combattere la povertà, in particolare attraverso il raggiungimento di tali obiettivi. Alcuni documenti di strategia nazionale comprendono attività relative al commercio, all’istruzione superiore, all’aviazione civile e persino alla promozione dell’Unione europea nei paesi beneficiari.

Il Parlamento comprende l’importanza di alcune di queste azioni in particolare per le autorità dei paesi in questione. Ritengo, tuttavia, che le nostre priorità e quelle della Commissione, debbano essere le attività direttamente correlate al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio, che hanno un’influenza di gran lunga più diretta nella lotta alla povertà. Queste dovrebbero essere le priorità che non possono essere omesse, come accade in alcuni casi.

Desidero precisare che il Parlamento non ha ricevuto alcuna risposta alle domande poste alla Commissione nel corso di questo processo. Sono sicura che saranno disponibili, così come il Commissario ci ha appunto informato quest’oggi, e che ringrazio.

(EN) Mi duole vedere andar via l’onorevole van den Berg, come lei ha annunciato, Signora Presidente. Nessuno è insostituibile, ma ci sono persone più facilmente sostituibili di altre. Non è certamente il caso di Max! Mancherà molto in particolare a noi socialisti.

 
  
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  Josep Borrell Fontelles (PSE).(ES) Signora Presidente, signora Commissario, lei sa molto bene che l’analisi dell’attuazione dello strumento di cooperazione allo sviluppo è oggi una parte molto importante del lavoro della commissione che ho l’onore di presiedere.

Attribuiamo grande rilevanza a questa procedura e auspichiamo che la Commissione tenga in piena considerazione le osservazioni fatte dal Parlamento.

Nello specifico, il Parlamento deve garantire che l’obiettivo principale dello strumento di cooperazione allo sviluppo, ossia l’eradicazione della povertà, venga raggiunto, che i finanziamenti destinati a tale strumento siano dedicati essenzialmente a questa attività e che si raggiunga il 20 per cento destinato all’istruzione e alla sanità, anche se non sappiamo ancora con chiarezza in quale modo potremo conseguire l’obiettivo del 20 per cento entro il 2009.

Signora Commissario, è molto importante che tutte le parti interessate vengano consultate e che le politiche orizzontali, quali la promozione dei diritti umani, la parità di genere, la buona governance, i diritti dei minori, i diritti delle popolazioni indigene, la sostenibilità ambientale e la lotta alle malattie come l’AIDS, siano prese adeguatamente in considerazione in tutti i programmi e per tutti i paesi.

Questo è quanto intendiamo ottenere attraverso la nostra valutazione democratica delle proposte che ci fate e ci auguriamo che il nostro contributo e il lavoro da noi svolto al riguardo, caratterizzato da uno spirito di cooperazione, vengano rispecchiati nei programmi d’azione annuali.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, abbiamo svolto molto lavoro insieme e, almeno dal mio punto di vista, c’è stato un dialogo costruttivo sulla base dello scrutinio democratico. Ciò ha comportato numerosi dibattiti parlamentari e molti scambi di vedute tra illustri membri di questo Parlamento, me stessa, il mio collega Louis Michel e molti funzionari della Commissione. Ci siamo scambiati una serie di lettere, l’ultima delle quali, come ho detto, indirizzata all’onorevole Borrell Fontelles. Come già citato, sono state messe ai voti tre risoluzioni parlamentari, e una quarta è attualmente in fase di discussione.

Ora stiamo entrando in una nuova fase: l’attuazione dei progetti e dei programmi, in cui ogni Istituzione dovrà svolgere il proprio ruolo specifico. Concordo con l’onorevole Mitchell, che ha affermato che il Parlamento ha la responsabilità di controllare. Siamo assolutamente d’accordo su questo, ma non per quanto riguarda la microgestione, e forniremo al Parlamento, potete esserne certi, la quantità massima di informazioni.

All’onorevole van den Berg desidero dire che, innanzi tutto, rendiamo omaggio all’enorme lavoro che ha svolto in merito alle questioni dello sviluppo, ma anche, e particolarmente, come osservatore capo in difficili missioni. Ho molto apprezzato il suo approccio equilibrato in merito.

Per quanto riguarda la questione specifica che stiamo discutendo questa sera, ossia la consultazione sui programmi tematici e gli investimenti nelle persone, informerò Louis Michel riguardo alla richiesta di consultazione all’interno dei partner ACP e con i medesimi, come già detto.

Per il resto, posso solo dire che abbiamo davvero cercato di prendere tutto in considerazione. Tuttavia, vi prego di riconoscerci anche il merito di essere stati un’organizzazione e parte interessata responsabile nell’affrontare la questione. Se possiamo lavorare come partner, avrete sicuramente un partner molto responsabile.

 
  
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  Presidente. – A conclusione della discussione, comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1).

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 12 luglio 2007.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


22. Calamità naturali (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulle calamità naturali.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, quest’anno la Commissione ha attivato due volte il meccanismo comunitario di protezione civile, su richiesta di Grecia e Cipro, per combattere gli incendi, soprattutto quelli forestali. Grazie a questo meccanismo, gli Stati membri e gli altri paesi partecipanti in Europa possono esprimere la loro solidarietà attraverso interventi di soccorso della protezione civile. La Commissione coordina e facilita l’assistenza offerta.

Gli ultimi eventi hanno dato slancio all’ulteriore sviluppo del ruolo della Commissione nell’ambito della protezione civile. L’accordo politico raggiunto dal Consiglio a giugno sulla rifusione del meccanismo comunitario di protezione civile rafforza il mandato giuridico della Commissione per partecipare al coordinamento delle attività operative. Grazie alla rifusione la Commissione potenzierà la funzione di direzione del meccanismo. Lo strumento finanziario per la protezione civile, approvato nel marzo 2007, attribuisce alla Commissione un ruolo più centrale, soprattutto per facilitare l’accesso degli Stati membri ai servizi di trasporto e al finanziamento del trasporto dell’assistenza.

Gli Stati membri o i paesi candidati possono anche chiedere il sostegno del Fondo di solidarietà dell’Unione europea. Quest’anno la Commissione ha finora ricevuto tre richieste di assistenza finanziaria. Tali richieste riguardano le inondazioni sull’isola spagnola di El Hierro, nelle Canarie, l’uragano Kyrill in Germania e il ciclone tropicale Gamede nel dipartimento francese d’oltremare della Riunione.

In Grecia, le condizioni meteorologiche di calore e siccità estremi unite ai forti venti hanno provocato un aumento disastroso degli incendi forestali e di quelli a rapida propagazione e incontrollabili. Al 28 giugno erano oltre 120 gli incendi nel paese. La Grecia ha invocato l’intervento del meccanismo comunitario di protezione civile per ottenere più assistenza, con aerei ed elicotteri antincendio che possono essere utilizzati anche contro gli incendi nelle foreste. Cinque Stati membri hanno offerto assistenza e sono stati messi a disposizione in totale sette aerei Canadair da Francia, Italia, Portogallo e Spagna. Entro due ore, due Canadair inviati dall’Italia erano già in viaggio. Fortunatamente, entro lunedì 2 luglio gli incendi forestali erano sotto controllo e gli aerei sono rientrati nei paesi d’origine. Sabato 30 giugno Cipro ha richiesto assistenza per domare i disastrosi incendi divampati nelle foreste dei monti Troodos. L’Italia ha proposto di inviare due Canadair. Fortunatamente le condizioni locali sono migliorate rapidamente e, poiché l’assistenza non era più necessaria, gli aerei che erano già in viaggio sono rientrati alla base.

A oggi nessuno dei due paesi ha contattato la Commissione a proposito dell’attivazione del Fondo di solidarietà. In questi due casi, e quando uno Stato Membro debba far fronte a eventi disastrosi, i servizi della Commissione sono pronti ad attivare immediatamente il meccanismo di protezione civile e a fornire assistenza e guida, qualora i paesi interessati dovessero richiedere tali finanziamenti.

 
  
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  Konstantinos Hatzidakis, a nome del gruppo PPE-DE. – (EL) Signora Presidente, qualche giorno fa il mio paese, la Grecia, è stato colpito da gravi incendi, e l’anno scorso in questo periodo abbiamo discusso di incendi simili, addirittura più gravi, in Spagna e Portogallo.

Ovviamente l’Unione europea può organizzare i propri interventi, può dare valore aggiunto, nella prevenzione delle catastrofi naturali, come quelle di cui stiamo parlando, e nella risoluzione dei problemi.

L’Unione europea ha il diritto e, a mio avviso, il dovere, di partecipare alla prevenzione, visto che molte di queste catastrofi naturali vanno al di là dei confini nazionali, che si tratti di incendi o inondazioni.

Nella soppressione immediata, un esempio tipico di assistenza può essere quello citato dalla signora Commissario, ossia l’aiuto di altri Stati membri, e, a tale proposito, è necessario un intervento meglio organizzato da parte dell’Unione europea, con una forza di protezione civile europea.

Comunque, c’è anche la questione dei risarcimenti. Forse Cipro non avrà ancora chiesto aiuto, ma, come è noto, i fatti devono essere considerati tutti insieme e, se si supererà la soglia fissata dal regolamento relativo al Fondo di solidarietà, potrà presentare la sua richiesta.

Ciononostante, signora Commissario, lei sa che è ormai attesa da lungo tempo l’approvazione da parte del Consiglio del nuovo regolamento sul Fondo di solidarietà, un regolamento che risponderà all’evolversi della situazione e ai problemi che tutti conosciamo.

Anche in questo caso c’è una certa inerzia da parte del Consiglio. Il Parlamento ha sottolineato a più riprese il problema e ci piacerebbe ricevere il sostegno attivo della Commissione, perché a un certo punto dovremo passare dalla teoria alla pratica.

Abbiamo affrontato la questione delle catastrofi naturali in più occasioni e siamo in attesa di un atteggiamento più propositivo da parte dell’Unione europea.

 
  
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  Linda McAvan, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signora Presidente, signora Commissario, accolgo con favore questo dibattito e l’opportunità di richiamare alla sua attenzione alcuni degli eventi devastanti che hanno colpito alcune parti dell’Inghilterra settentrionale, dello Yorkshire e dello Humber in seguito alle inondazioni verificatesi a fine giugno.

Molti mi hanno detto di avere visto le immagini in televisione, ma vorrei far capire a questo Parlamento che gli effetti si fanno ancora sentire. Secondo le stime attuali sono state colpite 2 400 imprese in tutta la regione, oltre a decine di migliaia di abitazioni, e sono stati gravemente danneggiati infrastrutture pubbliche, linee ferroviarie, strade, reti elettriche, idriche e telefoniche, scuole e raccolti. Nelle regioni più pesantemente colpite ancora oggi molte famiglie sono senza tetto e alcune industrie e imprese locali e stazioni ferroviarie sono chiuse.

Lei ha citato il Fondo di solidarietà, e si è parlato anche di una sua eventuale riforma. Mi auguro che il governo britannico intenda effettuare una valutazione dei danni complessivi nell’Inghilterra settentrionale, nello Yorkshire e nello Humber, e spero che la Commissione guarderà favorevolmente a qualunque offerta possa essere presentata per il Fondo di solidarietà.

A proposito della mobilizzazione dei Fondi strutturali, ho parlato con alcuni membri del segretariato che si occupa dell’obiettivo 1 e c’è la possibilità di fare ricorso a tali Fondi per aiutare le imprese in particolare a far fronte alla crisi.

Per quanto riguarda la prospettiva di più lungo termine, si è discusso a lungo per capire se si trattasse soltanto di stranezze climatiche o degli effetti dei cambiamenti climatici. Accolgo con estremo favore il Libro verde della Commissione sull’adattamento ai cambiamenti climatici. Si tratta di un lavoro importante, a proposito del quale dobbiamo fare in modo di agire correttamente, per evitare di dover discutere ogni anno di disastri naturali di questo tipo.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides, a nome del gruppo GUE/NGL. – (EL) Signora Presidente, signora Commissario, l’incendio del 29 giugno 2007, cui si è riferita lei e l’onorevole Hatzidakis, nelle vicinanze dei villaggi di Pelendri e Saita sui monti Troodos è stato uno dei più grandi incendi scoppiati a Cipro negli ultimi trent’anni.

La propagazione dell’incendio è stata favorita dalle condizioni avverse, principalmente l’ondata di calore, i forti venti e l’inaccessibilità della zona. Nonostante la mobilitazione immediata dei servizi competenti e l’uso di tutti i mezzi a disposizione, sia terrestri sia aerei, sono stati causati ingenti danni. In totale, la superficie bruciata ammontava a circa dodici chilometri quadrati e in termini finanziari il danno sarebbe pari a 15 350 000 sterline.

I danni all’ambiente includono la distruzione di biotopi, degli habitat della flora e della fauna sul terreno e nelle riserve e del paesaggio e del microclima della zona. Questo danno non può essere quantificato in termini finanziari, ma è forse più grave di tutti gli altri.

Si tratta di una zona montuosa relativamente remota e l’economia degli abitanti si basa in larga misura sul turismo rurale, che sarà danneggiato irrevocabilmente per lungo tempo, perché la bellezza naturale che attirava i visitatori, locali e stranieri, è andata distrutta.

Chiedo, quindi, alla Commissione di accettare l’eventuale richiesta della Repubblica di Cipro di un finanziamento immediato e urgente a titolo del Fondo di solidarietà e la creazione tempestiva di una forza europea per le catastrofi naturali.

 
  
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  Georgios Karatzaferis, a nome del gruppo IND/DEM. – (EL) Signora Presidente, signora Commissario, sono certo che anche voi vi associate al lutto che ha colpito la Grecia oggi pomeriggio. Tre vigili del fuoco sono morti e uno, il cui corpo è interamente ustionato, si trova nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Rethymno.

Stavano lottando contro un incendio che era scoppiato nel primo pomeriggio in una zona dove la vegetazione non è particolarmente fitta, in una foresta di arbusti. Gli uomini sono morti e il veicolo sui cui si trovavano si è incendiato: è stato l’evento più tragico di questa estate.

E’ importante sottolineare che sono morte bruciate tre persone. E’ chiaro che si è trattato della conseguenza, da un lato, del sacrificio di questi giovani uomini e, dall’altro, di una formazione inadeguata.

Signora Commissario, l’ho ascoltata molto attentamente. Lei è una delle persone in cui abbiamo fiducia. Proteggiamo le foreste dall’altra parte del pianeta. Siamo tutti interessati all’Amazzonia, anche se è lontanissima, e siamo interessati perché produce ossigeno. Però, dovremmo interessarci molto di più alle foreste che si trovano a un decimo della distanza dell’Amazzonia. Si deve fare qualcosa.

Se, come ha affermato il Commissario Hübner, in sette anni due governi greci non hanno ricevuto un solo euro dal Fondo di coesione per proteggere le foreste, allora è la Commissione a dover prendere l’iniziativa. La mia proposta è la seguente: l’Unione europea dovrebbe comprarsi i suoi aerei antincendio e parcheggiarli nelle aree vulnerabili. Non vogliamo che un paese debba chiederli in prestito a un altro, anche se quest’ultimo non è colpito da incendi. Dovrebbero esserci 100-150 aerei antincendio europei parcheggiati nelle zone più a rischio per salvare le foreste.

Non è solo la Grecia a soffrire, soffre anche l’Europa. Non è solo il Portogallo a soffrire, soffre anche l’Europa. Le foreste sono scarse. Le foreste della Grecia si sono ridotte del 50 per cento da quando c’è stata la svolta politica, ovvero negli ultimi 33 anni. Ci saranno anche molte foreste in Austria, signora Commissario, ma in Grecia non ne restano molte.

Stiamo commettendo un crimine. L’altro giorno il polmone principale di Atene, il parco nazionale di Parnitha, bruciava a soli quindici chilometri da una zona abitata da cinque milioni di persone. Abbiamo poco ossigeno e i pericoli non derivano solo dagli incendi, ma anche dalle inondazioni che si verificano dopo che una foresta è stata completamente distrutta dal fuoco.

L’Europa deve intraprendere più iniziative, perché temo fortemente che a volte non si sia in grado di affrontare queste questioni di estrema attualità. Le foreste bruciano. Le temperature stanno aumentando. In Grecia l’altro giorno abbiamo toccato la temperatura record degli ultimi cento anni. Non tutti hanno accettato le regole di Kyoto. L’industria sta cambiando l’atmosfera. L’atmosfera fa salire la temperatura che, a sua volta, provoca gli incendi.

Dobbiamo diventare efficaci, per poter lasciare ai nostri figli un mondo decente, un mondo in cui possano vivere.

 
  
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  Димитър Стоянов, от името на групата ITS. – България изживя ужаса на горските пожари през 2000 г., когато много високите температури в България предизвикаха множество горски пожари.

За съжаление, тогава обаче остана и едно друго впечатление - впечатлението, че много хора, които искаха да извършват незаконна дейност, използваха жегите, за да запалват гората, с цел след това защитените гори, които вече са изгорели (под предлог, че това е естествено природно бедствие), да бъдат изсечени и изнесени от България и дървесината им да бъде използвана.

В последните две години проблемът в България от гледна точка на природните бедствия са наводненията. Така беше през 2005 г., когато буквално цялата ни страна беше залята. Около една четвърт от населението пострада тогава или беше засегнато пряко или непряко от наводненията.

Тази година отново имаше голям риск от наводнения, които последваха след голямо засушаване, което унищожи по-голямата част от реколтата в България и значително тежко засегна земеделските производители. След това последваха наводнения. След това отново в момента в България има голямо засушаване. Тя е много близко до Гърция. Появиха се и първите горски пожари в България и положението започва да става сериозно.

Преди 2 години - 2005 г. (големите наводнения, които споменах), България, въпреки че тогава още не беше член на Европейския съюз, използва европейски фондове, използва европейска помощ, използва включително средства, получи средства от Фонда за солидарност.

Но аз искам тук да подкрепя г-н Karatsaferis в нещо много важно. Защото аз така и не видях какъв е резултатът. И никой всъщност в България не видя какъв е резултатът от това европейско финансиране. Ние получихме средства от Европейския съюз, но 2 години по-късно отново се появи заплаха за природно бедствие с подобен мащаб като това от 2005 г. Отново имаше наводнения, отново имаше риск за скъсване на язовири и за значително по-голямо утежняване на ситуацията. Само това, че времето се промени - спряха дъждовете и отново започна да грее слънце и да става горещо, не допусна това.

Т.е. това, което имам предвид е, че българското правителство, което управлява от 2005 г., получи някакви европейски средства от Фонда за солидарност, но аз не виждам те да са използвани. И бих желал Комисията, която дава пари, особено на новите държави-членки, да контролира много внимателно тяхното използване, защото може да има недобросъвестни хора в управлението, които да искат да използват тези средства не по предназначението, по което са отпуснати. Затова призовавам Комисията за по-голям контрол върху средствата, които отпуска, свързани с природните бедствия.

 
  
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  Gerardo Galeote (PPE-DE). – (ES) Signora Presidente, è terribile dover parlare ancora una volta delle catastrofi naturali. Questa volta si tratta degli incendi che hanno colpito alcuni Stati membri.

Vorrei sottolineare che tre anni fa si è verificato un terribile incendio nell’area di Huelva nella mia regione, l’Andalusia. L’anno successivo un altro incendio devastante ha colpito la provincia di Guadalajara, causando undici morti, e l’anno scorso un altro incendio di dimensioni simili ha colpito la Galizia.

Signora Presidente, onorevoli colleghi, il Parlamento ha agito in seguito a quegli incendi. Ha inviato delegazioni non solo nel mio paese, ma anche in tutti gli Stati membri interessati. Queste delegazioni hanno avuto un forte impatto sociale e ci è rimasta la speranza che l’Unione europea, con le sue espressioni di solidarietà, è in grado di reagire in modo efficace.

Nella commissione che ho l’onore di presiedere abbiamo lavorato duramente, insieme alla Commissione, per riformare il Fondo di solidarietà in modo tale da poterlo adattare alle circostanze attuali perché, onorevoli colleghi, è praticamente impossibile mobilizzare il Fondo di solidarietà in caso di incendi.

Il Consiglio ha assegnato a Michel Barnier – ex Commissario per la politica regionale e attuale ministro nel governo francese – il compito di redigere una relazione sulla creazione di una forza di protezione civile europea. La relazione è stata accolta molto bene ed è stata presentata durante un’audizione pubblica organizzata appositamente in questo Parlamento.

La realtà è che la Presidenza tedesca si è rifiutata di affrontare la questione e adesso ci auguriamo che la Presidenza portoghese riesca a convincere i membri del Consiglio a tener conto della proposta in esame, elaborata dalla Commissione e modificata dal Parlamento.

Signora Presidente, credo che il Parlamento e la Commissione debbano lanciare azioni congiunte propositive perché questo è quanto chiedono i cittadini europei e perché è una nostra responsabilità e un nostro dovere.

Posso assicurare che il mio gruppo cercherà di fare in modo che ciò si leghi perfettamente con la risoluzione che adotteremo a settembre.

 
  
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  Stavros Lambrinidis (PSE). – (EL) Signora Commissario, oggi siamo in lutto per i tre vigili del fuoco che hanno perso la vita a Creta e esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alle loro famiglie. Purtroppo questa tragedia non era inevitabile. Il governo greco non ha fatto niente per evitarla, anche se l’aveva prevista nella relazione recentemente presentata alla Commissione, nella quale ammetteva le pericolose lacune nel coordinamento tra i ministeri e la scarsa pianificazione preventiva.

La Grecia, come ammette sempre nella stessa relazione, ha tuttavia registrato eccezionali miglioramenti nella protezione delle foreste tra il 2001 e il 2004. La tragedia greca del 2007 ci ricorda, purtroppo, che gli incendi ci saranno sempre. Ma ci saranno anche buone o cattive politiche per prevenirli o affrontarli. Ora si deve indagare a livello europeo qual è la causa dell’attuale regressione.

La invito, quindi, a mandare una squadra investigativa della Commissione in Grecia e ad attivare il Fondo di solidarietà per aiutare il mio paese. Gli incendi hanno distrutto enormi distese del patrimonio forestale greco ed europeo e in tutta Europa possiamo trarre insegnamento dal fallimento nella gestione degli incendi.

L’anno scorso, in risposta alla mia interrogazione, il Commissario Dimas rivelò di avere comunicato tre volte al governo greco la disponibilità della Commissione a inviare aiuti contro gli incendi nel paese e che la Grecia aveva rifiutato tre volte. Quest’anno, dopo che ne abbiamo richiamato l’attenzione, il governo greco ha finalmente attivato il meccanismo di cui lei parlava. Questo, però, non serve a nulla se il governo non pone rimedio a tutte le altre gravi lacune ormai note.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL). – (EL) Signora Presidente, signora Commissario, mentre siamo qui a discutere tre uomini hanno perso la vita a Creta in un incendio devastante. Migliaia di ettari di foreste, che sono anche patrimonio e proprietà dell’Unione europea, sono andati persi in Grecia e in altri paesi.

Ora non voglio riferirmi alle lacune, né alle responsabilità dei governi. Voglio chiedere più solidarietà all’Unione europea per proteggere il nostro patrimonio forestale comune.

Devono essere concessi più finanziamenti a titolo del Fondo di solidarietà e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale. Si devono finalmente realizzare le proposte di Barnier che nel frattempo accumulano polvere sulle scrivanie. Deve essere istituito un fondo per proteggere le nostre foreste e per prevenire gli incendi, e dovete riflettere sull’eventualità, come nel caso delle inondazioni, di adottare una direttiva sulla protezione dal rischio degli incendi.

Invece di discutere della teoria dei cambiamenti climatici, dobbiamo fare qualcosa, in quanto Unione europea, per proteggere il nostro patrimonio forestale.

 
  
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  Roberta Alma Anastase (PPE-DE). – Vin astăzi în faţa dumneavoastră pentru a aduce în discuţie un subiect extrem de grav cu care se confruntă mai multe ţări din Uniunea Europeană şi din întreaga lume, printre care şi România, şi anume fenomenele meteorologice extreme, evident asociate cu efectele lor asupra comunităţilor locale. Cauza, evident o ştim cu toţii, dar poate facem încă mult prea puţin pentru reducerea efectelor acesteia: încălzirea globală.

Încălzirea şi poluarea sunt două procese care se potenţează reciproc. Temperaturile tot mai mari fac ca poluarea să se accentueze, iar poluarea tot mai mare ridică temperaturile. Oraşele din România, în general, au un grad de poluare de trei ori mai mare decât cele din Europa. Cele mai poluate zone ale României se află în partea de nord-vest a ţării, unde oraşele Baia Mare şi Copşa Mică, de exemplu, au fost incluse în clasamentul celor mai poluate treizeci şi cinci de localităţi ale lumii. Ca urmare a încălzirii globale, România va fi alături de Spania, Grecia şi Italia, printre ţările care vor resimţi cel mai puternic schimbările vremii din 2015. Zece judeţe din sudul României vor deveni aride în următorii douăzeci de ani şi multe culturi de plante de aici vor dispărea.

Situaţia României nu este una singulară în Uniunea Europeană şi, de aceea, aveam nevoie să acţionăm împreună, în temeiul principiului solidarităţii, care stă la baza construcţiei europene. Trebuie să acţionăm pe două planuri: combaterea acestor fenomene extreme şi eliminarea, sau măcar reducerea, cauzelor care stau la baza acestor fenomene. În ceea ce priveşte combaterea efectelor dezastrelor naturale, fondurile pe care Uniunea Europeană le poate aloca sunt de real folos comunităţilor şi oamenilor care trec prin asemenea experienţe traumatizante. Pot fi îmbunătăţite sistemele de irigaţii, în cazul secetei, pot fi reparate şcoli sau spitale distruse de inundaţii, într-un cuvânt oamenii pot simţi că solidaritatea europeană nu este doar un concept golit de conţinut.

În acelaşi timp, este de datoria noastră, a Parlamentului European, ca împreună cu Comisia şi Consiliul, să colaborăm pentru o alocare cât mai rapidă a acestor fonduri, să reducem birocraţia. Să ne gândim ce se întâmplă cu oamenii care rămân fără adăpost în urma inundaţiilor din toamna acestui an, iar fondurile ajung abia în primăvara anului viitor. Cum îşi vor petrece ei iarna?

Mai mult, cauzele care stau la baza acestor fenomene trebuie atacate în mod coerent şi unitar de către Uniunea Europeană. Avem nevoie de mai multe acţiuni de conştientizare, de comunicare cu cetăţenii, pentru că doar împreună cu ei putem reuşi. Fiecare oficial european are datoria ca acolo unde a fost ales să aducă în dezbatere ce se poate face pentru a combate efectele încălzirii globale. Artiştii au tras deja un semnal de alarmă important, dar a venit acum rândul politicienilor să preia ştafeta.

 
  
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  María Sornosa Martínez (PSE). – (ES) Signora Presidente, signora Commissario, in Gran Bretagna ci sono state precipitazioni molto intense che sono destinate ad estendersi a tutta l’Europa settentrionale.

Nel sud, nell’Europa meridionale, ci sono stati incendi boschivi e siccità e, con le ondate di calore, la desertificazione avanza rapidamente. Considerati questi gravi problemi che dobbiamo affrontare nell’Unione europea, credo che, tra le altre cose, si dovrebbero potenziare le politiche di rimboschimento – questione che dovrebbe essere affrontata alla prossima Conferenza delle parti firmatarie della convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione che si terrà a settembre a Madrid.

Sarebbe auspicabile che, nel prossimo futuro, visto che le catastrofi naturali sono destinate ad aumentare, ci fosse un maggiore coordinamento tra i servizi di protezione civile e un’efficace cooperazione transfrontaliera. Lei ne ha parlato, ma vorremmo vedere qualcosa di più.

Infine, penso che sia fondamentale che la Commissione utilizzi il Fondo di solidarietà di emergenza quando si verificano queste catastrofi naturali, poiché il loro impatto economico, sociale e ambientale è terribile. In questi momenti serve solidarietà.

 
  
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  Edite Estrela (PSE). – (PT) Ogni anno c’è una tragedia diversa in uno Stato membro diverso. Nell’Europa meridionale centinaia di migliaia di ettari di foreste sono consumati dal fuoco mentre nell’Europa settentrionale le inondazioni causano morte e devastazione.

Ogni anno in Parlamento ripetiamo le stesse cose. Esprimiamo il nostro rammarico per le perdite e promettiamo di colmare le lacune. Le buone intenzioni non bastano. E’ necessario, da un lato, prevenire le catastrofi combattendo i cambiamenti climatici e adottando misure ecocompatibili, ovvero riducendo le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale.

Dall’altro lato, l’Unione europea deve reagire rapidamente e adeguatamente non appena si verifichi una catastrofe. Questo è quanto si attendono i cittadini e dobbiamo ammettere che il Fondo di solidarietà non è adatto allo scopo, né il meccanismo di protezione civile, che è già stato migliorato, risponde sempre in tempi sufficientemente rapidi.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, risponderò il più rapidamente possibile.

Innanzitutto posso dire che, come sempre, deploro profondamente la perdita di vite umane. La morte dei vigili del fuoco in Grecia e la perdita di vite umane, ad esempio, in Spagna e in altri paesi.

Io provengo da un paese che ha subito molte perdite a causa delle inondazioni. Forse ricorderete qualche anno fa quando ero ancora ministro degli Esteri in Austria. Le inondazioni erano state molto forti nella Repubblica ceca, in Austria, in Germania e in molti altri paesi. E’ stato il mio governo a lanciare il processo che ha portato al Fondo di solidarietà. Quindi so quanto sia necessario e posso dirvi che continueremo a utilizzare il Fondo di solidarietà, ma questo va solo ad aggiungersi a tutti gli sforzi che si devono compiere a livello nazionale. Devo dire che questo è un aspetto di cui nessuno ha fatto menzione in Aula.

Capisco tutte le preoccupazioni espresse perché anch’io ho vissuto l’esperienza degli incendi, soprattutto nell’Europa meridionale. So cosa significa, dunque vi capisco benissimo.

Mentre il nuovo accordo interistituzionale garantisce il finanziamento del Fondo fino al 2013, deploro, e ve lo dico francamente, il fatto che il Consiglio finora non abbia reagito favorevolmente agli sforzi congiunti della Commissione e del Parlamento per migliorare ulteriormente lo strumento del Fondo di Solidarietà. Nell’aprile 2005 la Commissione ha presentato al Parlamento e al Consiglio la proposta di un nuovo regolamento per il Fondo di solidarietà – e penso che si stia parlando di questo ora – i cui elementi fondamentali hanno un’ampia portata e prevedono l’erogazione di pagamenti anticipati e una semplificazione. La proposta è stata accolta con estremo favore, ma finora, come ho detto, non si sono registrati progressi in seno al Consiglio.

La Presidenza finlandese non ha portato avanti la discussione della proposta e, nonostante i nostri sforzi, la Presidenza tedesca, come è stato detto durante il dibattito, non ha inserito il punto nel suo programma. Speriamo che se ne possa parlare in futuro perché è importante.

Infine, riguardo alla relazione Barnier, ci siamo impegnati a rafforzare costantemente l’attuale meccanismo di protezione civile. Penso che la relazione Barnier resti una grande fonte di ispirazione per questo lavoro.

Per il lungo termine, è necessario un sistema più efficace per garantire la migliore reazione possibile alle catastrofi naturali e di altro tipo, sia all’interno sia all’esterno dell’Unione. Consideriamo il passaggio graduale da un meccanismo di coordinamento a una sorta di forza di protezione civile europea, come si afferma nella relazione Barnier, come uno sviluppo positivo di questa politica. Questo lavoro potrebbe poi basarsi sui moduli che stanno attualmente elaborando la Commissione e gli Stati membri.

Infine, vorrei dire che la Commissione aveva sottoposto all’esame di tutti gli Stati membri un grosso pacchetto sulle questioni climatiche e sulla riduzione delle emissioni di gas serra, che gli stessi Stati membri hanno poi adottato nel corso della riunione del Consiglio europeo di primavera. Penso che le idee ci siano e ora devono essere realizzate.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà durante la prossima tornata.

 

23. Programma statistico comunitario 2008-2012 – Trasmissione e verifica tempestive dei dati statistici forniti dagli Stati membri (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca in discussione congiunta:

– la relazione (A6-0240/2007), presentata dall’onorevole Zsolt László Becsey a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al programma statistico comunitario 2008-2012 [COM(2006)0687 – C6-0427/2006 – 2006/0229(COD)],

e

– l’interrogazione orale (B6-0123/2007) degli onorevoli Zsolt László Becsey e Alexander Radwan, a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, sulla trasmissione e verifica tempestive dei dati statistici forniti dagli Stati membri (O-0024/2007).

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE), relatore e autore. – (HU) Sono molto soddisfatto perché ora, dopo la prima lettura, sembra che si possa giungere all’accordo necessario per una decisione comune prima della pausa estiva. Dietro tutto ciò c’è un enorme lavoro da parte delle tre Istituzioni.

Innanzi tutto, vorrei rendere merito alla commissione parlamentare per l’eccellente lavoro svolto. La sua proposta corrisponde perfettamente sia alle attuali priorità comunitarie sia al meccanismo del Trattato di Nizza. Vorrei ringraziare in modo particolare la Presidenza tedesca, e soprattutto il dottor Radermacher, presidente dell’ufficio statistico federale, il quale, fissando un ritmo incredibilmente sostenuto, ha reso possibile l’elaborazione e lo studio della posizione del Consiglio. Le priorità del Parlamento europeo sono state così prese in considerazione anche quando il lavoro era in corso di svolgimento.

Uno speciale ringraziamento va anche rivolto ai relatori ombra dei due gruppi principali, i socialisti e i liberali, per il lavoro svolto. E’ grazie a questo lavoro che è stato possibile trovare una maggioranza quasi schiacciante a favore dei compromessi comuni in seno alla commissione per i problemi economici e monetari.

Cosa ha realizzato il Parlamento con questo testo comune? Uno dei risultati più importanti è che la sezione principale, la serie di elementi selezionati e raccomandati come prioritari dalla commissione parlamentare, è stata ampliata. Sono state inserite considerazioni sull’innovazione, lo sviluppo delle risorse umane, la coesione regionale e le sfide demografiche. Di conseguenza, l’elenco delle priorità è diventato equilibrato senza essere ridondante.

Un altro importante risultato è, a mio avviso, il compromesso concluso a proposito della cooperazione tra le amministrazioni a livello nazionale e locale e anche nell’ambito della gestione delle statistiche. Spero che questo dia i suoi frutti anche in termini di qualità, che è un aspetto particolarmente importante che verrà affrontato più avanti congiuntamente all’interrogazione orale sull’affidabilità delle proiezioni macroeconomiche e dei dati statistici a breve termine.

Qual era la priorità del relatore? Oltre al miglioramento della qualità e della rapidità dei servizi statistici, ho considerato come mio compito principale la riduzione degli oneri finanziari e amministrativi, soprattutto per le piccole e medie imprese. Era anche importante far sì che i criteri del regolamento non creassero confusione tra la protezione dei dati commerciali presentati singolarmente e l’obbligo di fornire informazioni statistiche generali.

Siamo anche riusciti a ridurre al minimo l’onere di fornire dati in virtù di obblighi internazionali, principalmente delle Nazioni Unite, soprattutto grazie alla flessibilità dei relatori ombra. Un’enorme sfida è poi costituita dai nostri impegni internazionali, ma a tale proposito mi aspetto un atteggiamento più cauto, ed è proprio ciò che abbiamo approvato. Non dobbiamo sovraccaricarci nel settore della capacità statistica e dell’esportazione di know-how.

Per me è un buon risultato anche il fatto che siamo riusciti a metterci d’accordo sui punti principali della relazione intermedia sullo stato di avanzamento prevista per il 2010. Su questa base mi piacerebbe che la Commissione presentasse una proposta di direttiva per contribuire a superare il problema politico del concetto statistico che determinerà il programma di lavoro di un altro, nuovo Parlamento e della relativa commissione competente, e assicuri che i nostri nuovi colleghi possano integrare direttamente il loro programma di lavoro nel quadro chiaro dell’attività statistica.

Inoltre, ci siamo riferiti alle sfide principali che dobbiamo affrontare, anch’esse previste per il 2010, in particolare la riforma della PAC e della direttiva sui servizi finanziari, l’entrata in vigore della direttiva sui servizi o la definizione di nuove politiche comunitarie, il controllo dell’immigrazione, la criminalità e i cambiamenti climatici anche in ambito statistico.

Il maggiore successo conseguito dal Parlamento è il fatto che, a partire da gennaio 2010, le relazioni intermedie sullo stato di avanzamento non saranno rivolte solo ai membri della rete statistica europea e ai comitati di esperti, ma saranno anche formalmente presentate al Consiglio e al Parlamento, sulla scorte della proposta. Pertanto, queste Istituzioni fondamentali potranno esprimere la loro opinione, a partire dalla prossima legislatura, sui problemi strategici e tattici del momento.

Per quanto riguarda le priorità settoriali, gli elementi sollevati dal Parlamento sono stati inseriti nella relazione; basti citare le sfide costituite dagli indicatori dello sviluppo delle risorse umane, l’urbanizzazione, le pari opportunità per le donne e la misurazione dei processi di agglomerazione.

La ringrazio, signora Presidente, e ora vorrei continuare con un’altra serie di questioni. Speriamo sinceramente che il sistema di controllo macroeconomico e il fatto che la politica economica di uno Stato membro è una preoccupazione che riguarda tutti noi, insieme al Patto di stabilità e di crescita, ci aiutino ad essere più sicuri all’interno dell’UE che all’esterno. Il Trattato CE afferma la responsabilità comune per le politiche economiche degli Stati membri, e anche per i loro fallimenti, suppongo. Il Parlamento europeo vota e controlla la Commissione che, tra le altre cose, vigila su Eurostat.

Dal 2004 i problemi greci e ungheresi hanno messo in luce gravi carenze in questo sistema. In entrambi i paesi la politica economica e la manipolazione dei dati hanno addirittura influenzato le elezioni, non solo rendendo necessarie in seguito serie correzioni, ma anche mettendo in pericolo la fiducia nelle istituzioni pubbliche. L’Eurobarometro ha evidenziato un forte calo in Ungheria.

In Ungheria dal 2004 ci sono state costanti discrepanze di vari punti percentuali tra i risultati promessi e la realtà rilevata successivamente. C’è una forte discrepanza tra la fine del 2005 e la fine del 2006, ad esempio: il debito presentava una differenza superiore a dieci punti percentuali rispetto al PIL, cioè tra i dati promessi e la realtà concreta.

E’ un peccato che il Commissario Almunia sia assente perché, se fosse qui ad ascoltare, sentirebbe che nel 2005 e nel 2006, invece di prendere in considerazione le proiezioni di mercato come quelle di Goldman Sachs e Standard & Poor’s, si diede ascolto alle osservazioni errate del governo. Il mercato si è trovato di fronte a una catastrofe e ha anche percepito il licenziamento illegittimo del personale dell’ufficio statistico. Eppure il sistema di previsione era stato un fiasco.

La situazione più vergognosa si è verificata nel maggio 2006. All’epoca Almunia aveva previsto che in Ungheria tutti gli indici sarebbero migliorati, l’inflazione sarebbe stata bassa e la crescita elevata, mentre il Primo Ministro annunciava problemi molto gravi e un programma di austerità. Ammise di avere contattato telefonicamente Almunia e di avere utilizzato vari stratagemmi. In seguito Almunia – lo avrebbe sentito se fosse stato presente – si arrese: non abbiamo incluso le pensioni nel disavanzo, non abbiamo incluso i disavanzi occulti delle imprese statali, non sapevamo come calcolare l’autostrada. Questo, per me, significa arrampicarsi sugli specchi.

In conclusione: il Primo Ministro ungherese ha ammesso la grave collusione politica, purtroppo anche con un membro della Commissione. Questi “intrighi di palazzo” non dovranno mai più ripetersi, perché le elezioni si stanno avvicinando e si svolgeranno altre volte in futuro, e solo l’ammissione della verità può aiutare. Penso, quindi, che la Commissione debba anch’essa riconoscere queste conclusioni politiche, perché il prezzo di questa mancanza di credibilità finirà per essere pagato non da noi ma dai cittadini ungheresi.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, onorevoli deputati, vorrei innanzitutto ringraziare l’onorevole Becsey e la commissione per i problemi economici e monetari per l’eccellente relazione sul programma statistico comunitario per il periodo 2008-2012.

Ciò renderà possibile l’approvazione tempestiva della base giuridica e il regolare avvio del programma nel 2008. Il programma statistico comunitario costituisce il quadro per la produzione di tutte le statistiche, nonché il quadro finanziario per la produzione delle statistiche comunitarie nel periodo in questione. Le statistiche sono un elemento fondamentale per elaborare le varie politiche e, in quanto tale, il nuovo programma si è concentrato sulle priorità attuali dell’Unione, dalla crescita e competitività allo sviluppo sostenibile e alla sicurezza. Gli emendamenti del Parlamento, volti a rafforzare le dimensioni di genere e regionale nelle statistiche e l’obbligo di informazione, sono accolti con particolare favore dalla Commissione.

Vorrei, quindi, ringraziare ancora una volta il relatore, onorevole Becsey, e la commissione per lo sviluppo regionale per i considerevoli sforzi compiuti per dotare l’Unione di una base solida per le statistiche che saranno prodotte nei prossimi cinque anni. Per quanto riguarda le statistiche fiscali e l’interrogazione orale degli onorevoli Becsey e Radwan, la Commissione concorda sicuramente sul fatto che la qualità dei dati fiscali è fondamentale per il corretto funzionamento dell’Unione economica e monetaria e del sistema di sorveglianza del bilancio, nonché per la valutazione dei criteri di convergenza al momento di valutare la candidatura di uno Stato membro all’ingresso nella zona dell’euro.

Le statistiche fiscali, come tutte le altre, sono soggette a revisioni. I dati sono rivisti regolarmente quando vengono messe a disposizione nuove informazioni sulle transazioni dei governi o quando si identificano e correggono errori o incongruenze. La revisione viene effettuata anche con lo scopo principale di rispettare in maniera più adeguata le norme contabili. Per gli statistici i dati diventano definitivi soltanto dopo almeno quattro anni. La maggior parte delle revisioni, nelle statistiche fiscali, sono di piccola portata e non hanno un impatto significativo sull’analisi economica e sulla vigilanza fiscale.

Purtroppo ci sono anche stati alcuni casi di revisioni più ampie nelle statistiche fiscali che hanno messo sotto pressione la vigilanza fiscale. E’ comunque, importante tenere presente che, nella maggior parte dei casi, quelle revisioni non sono state una sorpresa, ma erano state precedute da dichiarazioni pubbliche di Eurostat, che faceva notare che i dati inizialmente comunicati dagli Stati membri non erano in linea con le norme contabili e chiedeva agli Stati membri di correggerli. Quando si è rivelato necessario lo stesso Eurostat ha corretto i dati forniti dagli Stati membri. Ai sensi del regolamento (CE) n. 2013/2005, Eurostat ha riferito – e riferirà regolarmente al Parlamento europeo e al Consiglio – sulla qualità dei dati fiscali comunicati dagli Stati membri.

Relativamente alle previsioni, la Commissione verifica regolarmente le previsioni e le proiezioni annunciate dagli Stati membri nei loro programmi di stabilità e convergenza, confrontandole con le proprie previsioni. Per molti Stati membri la Commissione ha affermato pubblicamente in alcune occasioni che le previsioni fiscali contenute nei programmi di stabilità e convergenza si basavano su proiezioni macroeconomiche ottimistiche.

La Commissione ha anche messo in evidenza casi in cui le proiezioni nazionali non erano conformi alle norme contabili per transazioni specifiche, o casi in cui le misure politiche previste su cui si basavano le previsioni non erano ancora state confermate. Durante la preparazione delle proprie previsioni la Commissione confronta sistematicamente le proprie cifre con le proiezioni dell’FMI, dell’OCSE e di altre organizzazioni. L’esperienza insegna che le previsioni pubblicate dalla Commissione – quelle macroeconomiche e quelle fiscali – non sono distorte e sono almeno affidabili quanto quelle di altre fonti.

 
  
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  Mieczysław Edmund Janowski (UEN), relatore per parere della commissione per lo sviluppo regionale. – (PL) Signora Presidente, vorrei ringraziare l’onorevole Becsey per la relazione. Vorrei ringraziarlo doppiamente, innanzitutto in qualità di relatore per parere della commissione per lo sviluppo regionale, e in secondo luogo in qualità di rappresentante del mio gruppo politico.

Non mi soffermerò sulla definizione delle statistiche. Mi limiterò a dire che si tratta di una scienza che valuta fenomeni e processi collettivi e di massa in modo quantitativo. Il suo obiettivo è quello di analizzare le regole che disciplinano questi fenomeni e di quantificarli. Grazie alle statistiche è anche possibile sintetizzare i risultati delle analisi e valutare l’accuratezza e l’affidabilità dei risultati. Lo dico per un buon motivo, perché i dati statistici sono spesso la base per importanti decisioni adottate a livello locale e regionale, ma anche nazionale, europeo e addirittura mondiale.

E’ quindi positivo avere un programma statistico comunitario per il periodo 2008-2012. La preparazione realistica e responsabile dei dati statistici ha un valore inestimabile. Ottenere tali dati comporta dei costi. Vorrei, quindi, chiedere alla signora Commissario se il nostro ambizioso programma per i prossimi cinque anni dispone di un sufficiente sostegno finanziario.

Stiamo intraprendendo un compito che includerà 27 Stati membri, con diversi gradi di esperienza in questo settore delicato. E allora porrò una seconda domanda: quali passi sono stati intrapresi per garantire il miglior coordinamento possibile nell’analisi statistica? La signora Commissario è stata così gentile da sottolineare l’importanza del parere della commissione per lo sviluppo regionale e vorrei ringraziarla per questa affermazione lusinghiera.

Passo ora alle questioni regionali. Nelle prospettive per il periodo 2007-2013 l’Unione europea ha destinato oltre un terzo del bilancio alla politica regionale in senso lato, attuando così il principio di coesione e solidarietà tra le regioni con livelli molto diversi di prosperità. Questi finanziamenti provengono dalle tasche dei contribuenti europei e non devono assolutamente essere sperperati. Per questo motivo abbiamo bisogno di metodi di controllo dell’attuazione della politica strutturale che siano del tutto imparziali, sufficientemente completi e affidabili. Disponiamo di questi metodi? Essi comportano il raffronto e l’elaborazione dei dati statistici a livello comunitario, di Stati membri, regionale e locale.

La natura dei dati deve essere paragonabile, sia con i dati registrati al di fuori dell’Unione europea sia con quelli raccolti all’interno, visto che facciamo spesso paragoni tra noi e gli altri paesi. La realizzazione di obiettivi a breve termine o temporanei o problemi tecnici hanno causato errori temporanei nella compilazione dei dati statistici, con risultati drastici.

Le analisi statistiche delle regioni si basano sulle unità NUTS. Ci si chiede, però, se questa separazione porta sempre a dati della stessa affidabilità. Io ho le mie riserve, soprattutto per quelle situazioni in cui c’è un forte divario tra il livello di sviluppo e la prosperità di una capitale regionale e del resto della zona.

Un’altra questione che vorrei sollevare riguarda gli indici del livello di sviluppo per i paesi o le regioni. Il PIL pro capite è sufficiente, che peso si dovrebbe dare al tasso di disoccupazione, la qualità della vita come può essere misurata in questo settore particolare? Si tratta di questioni importanti e so che la soluzione non è semplice.

In questo Parlamento parliamo spesso di innovazione. Abbiamo, quindi, bisogno di dati affidabili sull’istruzione, la scienza, la ricerca e l’innovazione. Ma quali metodi si dovrebbero utilizzare per confrontare dati che spesso provengono da fonti non ufficiali? Come possiamo definire la dinamica del cambiamento?

Un’altra domanda di natura sociale. I cambiamenti associati alle migrazioni su vasta scala, in particolare di lavoratori, avvengono sotto i nostri occhi. Quali sono le conseguenze per la situazione sociale e le famiglie? Non dobbiamo poi dimenticare che l’alto livello di affidabilità dei dati statistici dipende sempre dall’affidabilità delle fonti di informazioni che, a sua volta, implica l’affidabilità e spesso l’anonimità dei dati originali.

Per concludere, spero che il programma statistico comunitario contribuisca a realizzare anche gli obiettivi fondamentali dell’Unione europea. L’atteggiamento di Eurostat e dell’ufficio statistico centrale polacco mi danno sicurezza. Spero che sia davvero così.

 
  
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  Othmar Karas, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, vorrei iniziare congratulandomi con il relatore e ringraziandolo. Nella relazione chiede che i cicli legislativi e statistici vengano sincronizzati in modo da ridurre l’onere amministrativo per le piccole e medie imprese, e afferma che dobbiamo garantire che i dati ricevuti siano di qualità, ovvero che siano migliori, e che dobbiamo includere anche alcuni indicatori sociali e macroeconomici.

Il relatore riferisce anche che abbiamo avanzato una richiesta alla Commissione per due motivi. Un motivo è costituito dalle costanti lamentele per il fatto che alcuni Stati membri forniscono dati statistici incompleti – i principali colpevoli sono la Grecia, il Portogallo, l’Italia e l’Ungheria. In un paese, l’Ungheria, il Primo Ministro ha ammesso di avere falsificato i dati e di avere nascosto la verità all’opinione pubblica e alla Commissione.

Il secondo motivo è costituito dai numerosi requisiti che non sono stati applicati. Vorrei citarne uno: la Commissione deve avere il diritto di verificare i dati comunicati nel paese. La Commissione dovrebbe poter discutere con le banche nazionali, con il mondo della finanza e dell’economia, con i ministeri del Lavoro e con gli istituti di ricerca nel paese. Non possiamo basarci esclusivamente sui dati comunicati.

I dati della Commissione devono essere confrontati con quelli della Banca centrale europea. Ci sono varie cifre di diversi livelli di importanza che devono essere raffrontate.

In terzo luogo, per le informazioni relative all’euro – dati sui bilanci, il Patto di stabilità e di crescita e i criteri di Maastricht – la Banca centrale europea, la Commissione e gli Stati membri devono elaborare una relazione finale congiunta.

Abbiamo bisogno di norme unificate e trasparenti per la raccolta dei dati. Conosciamo tutti le cifre sulla disoccupazione provenienti dagli Stati membri e per l’Unione europea. Vengono contrapposte le une alle altre ricorrendo a espedienti politici. Ciò crea incertezza, non trasparenza, e non fa altro che suscitare sfiducia.

 
  
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  Ieke van den Burg, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signora Presidente, anch’io voglio iniziare congratulandomi con il relatore per l’eccellente lavoro svolto con questa relazione sul programma statistico per il periodo 2008-2012. Penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che le statistiche sono essenziali e che ottenere dati corretti è una questione importante.

E’ vero che non si tratta solo di una questione tecnica, come possiamo vedere da questo dibattito e, in particolare, dall’interrogazione orale che è stata presentata, è anche una questione dalla forte portata politica, non solo perché i politici cercano di ingerirsi nelle statistiche, ma anche perché cercano di utilizzarle per opporsi alla coalizione di governo incolpandola di non aver fornito i dati corretti. Dovremmo assolutamente evitare queste situazioni.

L’unica soluzione, secondo me, consiste nell’avere uffici statistici indipendenti che garantiscano dati indipendenti, corretti e di alta qualità, cui vanno aggiunti alcuni elementi citati dall’onorevole Karas, ossia le stesse definizioni di base, e così via.

Ho l’impressione, signora Commissario, che il suo collega Almunia abbia già svolto molto lavoro sulla questione e qualcosa si è già mosso. Penso, ad esempio, al regolamento varato in materia e, in particolare, alle proposte legislative sulla governance delle statistiche e degli istituti statistici, di cui ci stiamo occupando in questo periodo.

Devo dire agli onorevoli Becsey e Karas che sono stata sorpresa per il fatto che il loro gruppo politico non si è interessato a tutti i fascicoli legislativi di cui ci stiamo occupando al momento, perché a questo proposito possiamo dare una garanzia di buona governance dei dati, e la Commissione e Eurostat non hanno la competenza per intervenire in merito alla raccolta dei dati o per centralizzarla. Dobbiamo agire nell’ambito delle competenze e del mandato esistenti e, sotto questo aspetto, penso che il Commissario stia svolgendo un buon lavoro, cercando di farne il più ampio uso possibile.

Spero che si possa avere un dibattito costruttivo sul miglioramento della governance e sulle migliori condizioni da creare, anziché darci la colpa l’un l’altro o incolpare i partiti dell’opposizione per non avere comunicato i dati correttamente. Spero che in futuro si assuma un atteggiamento costruttivo.

 
  
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  Andrea Losco, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, anch’io mi associo ai complimenti del relatore Becsey per l’ottimo lavoro svolto. Aver contribuito all’approvazione in prima lettura è un fatto significativo, che dimostra l’operatività di questa Assemblea. Come già detto dal Commissario ma anche dagli altri intervenuti, lo scopo delle statistiche comunitarie quindi è quello di corroborare con regolarità l’elaborazione, la messa in opera e le valutazioni delle politiche comunitarie. L’Unione propone e realizza le sue politiche in campo economico, ambientale e sociale proprio fondandosi su queste informazioni e quindi la necessità che queste siano il più attinenti alla realtà, fotografando le situazioni ideali, nonché le concrete necessità dei cittadini.

Per quello che riguarda il gruppo ALDE, ribadisco in quest’Aula la convinta approvazione, in linea generale, della proposta avanzata dalla Commissione, sapendo che ha toccato problemi e temi significativi, quali la prosperità, la competitività, la crescita, la solidarietà, la coesione economica e sociale, lo sviluppo sostenibile, la sicurezza, l’ulteriore allargamento dell’Unione europea. Credo che, come Parlamento europeo, abbiamo fatto bene a integrare, e quindi a completare, questa proposta inserendo l’innovazione e lo sviluppo umano, la coesione regionale e le sfide demografiche che la società europea deve affrontare.

Questo è dunque il senso del nostro contributo: completare e non stravolgere la proposta della Commissione. In effetti, siamo convinti che vi sia un problema attualmente, che noi abbiamo sollevato all’atto di ultimare l’approvazione di questo percorso: trattasi della qualità dei dati, la quale è altresì garanzia della qualità della decisione. Avere quindi introdotto nel testo finale, oggetto del compromesso, il concetto della preparazione dei programmi dei lavori statistici annuali e della necessità di tener conto dell’uso ottimale delle risorse. Ciò per quello che riguarda il principio della better regulation, che già abbiamo approvato, e proprio alla luce della Comunicazione della Commissione relativa alla riduzione dell’onere di risposte alla semplificazione degli obiettivi nel campo delle statistiche comunitarie.

Credo infine che sia stato importante l’avere introdotto la necessità che la Commissione effettui analisi ex ante sugli impatti finanziari delle nuove attività statistiche programmate che comportano oneri aggiuntivi per gli Stati membri, così come l’avere incluso studi di fattibilità per arrivare a un marchio di qualità delle statistiche europee e per rafforzare la credibilità del sistema statistico europeo, comprendendo l’EUROSTAT, le autorità statistiche nazionali, gli altri responsabili in ciascuno Stato membro, responsabili dell’elaborazione e diffusione delle statistiche europee. L’obiettivo è sicuramente quello di disporre di centrali statistiche indipendenti, ma su questo dobbiamo ancora lavorare.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, vorrei dire che abbiamo un programma ambizioso, ma abbiamo i mezzi finanziari? Sono convinta di sì. La dotazione finanziaria prevista per il programma del periodo 2008-2012 rappresenta infatti un aumento del 15 per cento rispetto al periodo precedente. Penso che questo aumento sia superiore all’aumento medio per le prospettive finanziarie 2007-2013. Detto questo, la questione è pertanto chiusa.

Per quanto riguarda il coordinamento, questo Parlamento sta attualmente esaminando una proposta della Commissione relativa alla costituzione di un consiglio consultivo di alto livello che migliorerà la governance del sistema statistico europeo e il coordinamento nella produzione delle statistiche. Penso che ciò sarà importante.

Vorrei anche dire all’onorevole Karas che è corretto quanto diceva. La Commissione ha la possibilità di studiare i metodi utilizzati dagli Stati membri. Purtroppo, però, non possiamo andare oltre e non possiamo analizzare i dati in quanto tali. E, purtroppo, penso che la Commissione abbia già tentato, ma gli Stati membri finora non hanno voluto approfondire la questione, sulla quale si dovrebbe forse richiamare di nuovo la loro attenzione.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 12 luglio 2007.

 

24. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale

25. Chiusura della seduta
  

(La seduta termina alle 23.35)

 
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