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Resoconto integrale delle discussioni
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Giovedì 12 luglio 2007 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 3. Mandato negoziale relativo a un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Ucraina, dall’altra (discussione)
 4. Calendario di bilancio: vedasi processo verbale
 5. Politica di coesione nelle regioni più povere dell’Unione europea (discussione)
 6. Turno di votazioni
  6.1. Programma statistico comunitario 2008-2012 (votazione)
  6.2. Darfur (votazione)
  6.3. Verso una politica marittima dell’Unione (votazione)
  6.4. Attuazione del primo pacchetto ferroviario (votazione)
  6.5. Per un’Europa in movimento – Mobilità sostenibile per il nostro continente (votazione)
  6.6. Iniziative per contrastare le malattie cardiovascolari (votazione)
  6.7. Accordo PNR con gli Stati Uniti d’America (votazione)
  6.8. Area dell’euro (2007) (votazione)
  6.9. Banca centrale europea (2006) (votazione)
  6.10. Palestina (votazione)
  6.11. Situazione in Pakistan (votazione)
  6.12. Relazione 2006 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (votazione)
  6.13. Accordo TRIPS e accesso ai medicinali (votazione)
  6.14. Controllo democratico nell’ambito dello strumento di cooperazione allo sviluppo (votazione)
  6.15. Mandato negoziale relativo a un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Ucraina, dall’altra (votazione)
  6.16. Politica di coesione nelle regioni più povere dell’Unione europea (votazione)
 7. Dichiarazioni di voto
 8. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 9. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
 10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 11. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (discussione)
  11.1. Situazione umanitaria dei rifugiati iracheni
  11.2. Violazione dei diritti umani in Transnistria (Moldavia)
  11.3. Diritti umani in Vietnam
 12. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 13. Turno di votazioni
  13.1. Situazione umanitaria dei rifugiati iracheni (votazione)
  13.2. Violazione dei diritti umani in Transnistria (Moldavia) (votazione)
  13.3. Diritti umani in Vietnam (votazione)
 14. Approvazione da parte del Consiglio delle posizioni definite dal Parlamento in prima lettura (articolo 66 del Regolamento): vedasi processo verbale
 15. Decisioni relative ad alcuni documenti: vedasi processo verbale
 16. Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale
 17. Dichiarazioni scritte che figurano nel registro (articolo 116 del Regolamento): vedasi processo verbale
 18. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
 19. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
 20. Interruzione della sessione
 ALLEGATO (Risposte scritte)


  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
  

(La seduta inizia alle 9.30)

 

2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

3. Mandato negoziale relativo a un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Ucraina, dall’altra (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0217/2007), presentata dall’onorevole Michał Tomasz Kamiński a nome della commissione per gli affari esteri, recante una proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio su un mandato negoziale per un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da un lato, e l’Ucraina, dall’altro [2007/2015(INI)].

 
  
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  Michał Tomasz Kamiński (UEN), relatore. – (PL) Signor Presidente, la relazione in discussione, in merito alla quale voteremo in data odierna, riguarda l’accordo per il rafforzamento della cooperazione tra Unione europea e Ucraina. Nel mio intervento non intendo ripercorrere il contenuto della relazione. Vorrei invece concentrarmi sul contesto più ampio nel quale la relazione va inserita.

In primo luogo, la relazione contiene una valutazione realistica della situazione in Ucraina e, pertanto, da un lato riconosce che dovremmo apprezzare il grande impegno profuso dal popolo e dallo Stato ucraino sulla via verso la realizzazione di una piena democrazia, un’economia di mercato e il rispetto dei diritti dell’uomo, dall’altro aggiunge che, durante i circa dodici anni di indipendenza, l’Ucraina ha compiuto grandi progressi per quanto concerne la creazione di una società europea moderna.

Oggi l’Ucraina è un paese tollerante, libero e democratico, un paese in cui, in ultima analisi, la maggior parte della popolazione sostiene l’integrazione nell’Unione europea, come risulta da tutti i sondaggi di opinione. Tuttavia, poiché nella relazione abbiamo cercato di esaminare ogni aspetto, va altresì sottolineato il fatto che l’Ucraina è afflitta da alcuni problemi, che esortiamo il governo ucraino ad affrontare, problemi legati, tra l’altro, al libero e corretto funzionamento nel paese delle imprese straniere, ivi comprese quelle dell’Unione europea. Vi sono inoltre casi di attività criminale che il governo ucraino ha dichiarato di voler combattere, e dovremmo applaudire tale scelta.

Vorrei per inciso sottolineare che, durante il lavoro svolto per la preparazione della relazione, i colleghi di tutti i gruppi interessati alle difficoltà dell’Ucraina hanno dimostrato un forte senso di solidarietà. Ringrazierei pertanto, tra i tanti, l’onorevole Siwiec del PSE, che è qui oggi con noi. In quanto Vicepresidente del Parlamento europeo e responsabile per le relazioni con l’Ucraina, mi ha aiutato moltissimo.

Sin dall’inizio, desideravo che la presente relazione fosse un documento in grado di unire, anziché dividere, il Parlamento. Volevo che fosse un documento in merito al quale avremmo ricercato un consenso. Oggi pare opportuno che il Parlamento europeo, Istituzione alla quale il popolo ucraino presta attenzione, invii un segnale che dimostri agli ucraini che l’Unione europea non intende chiudere loro le porte, sebbene nel contempo valuti l’adesione dell’Ucraina in termini realistici, soprattutto come un passo che non sarà compiuto in un immediato futuro.

Questa grande nazione è una nazione europea e chiunque sia stato in Ucraina può facilmente confermare quanto sia rappresentato nel paese il patrimonio culturale europeo. Basta pensare a Kiev come culla della cristianità in Europa orientale per rendersi conto che il popolo e lo Stato ucraino meritano pienamente di essere descritti come nazione europea che noi, Parlamento europeo, Unione europea, dovremmo trattare con amicizia e rispetto.

Spero che, come ho già ribadito, la presente relazione venga considerata dall’Aula come un documento di compromesso, un documento che rispecchia la buona volontà della nostra Istituzione, il Parlamento europeo, nei confronti del popolo ucraino.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, a nome della mia collega, Commissario Ferrero-Waldner, che oggi sostituisco, colgo l’occasione per discutere le relazioni tra Unione europea e Ucraina sulla base dell’eccellente relazione stilata dall’onorevole Kamiński.

La presente relazione è un documento politico equilibrato che contiene messaggi chiari. Come ben sapete, la situazione in Ucraina resta difficile ed è fondamentale che l’accordo del 27 maggio con il quale il Presidente Yushchenko e il Primo Ministro Yanukovych si sono impegnati a indire elezioni anticipate il 30 settembre venga rispettato. Gli attori principali devono stabilizzare la situazione politica del paese e devono istituire un sistema costituzionale sostenibile. Soltanto così potranno creare le condizioni affinché il paese proceda con le riforme politiche ed economiche basandosi sul rispetto dei principi di democrazia, Stato di diritto, diritti dell’uomo ed economia di mercato.

Per quanto concerne le elezioni, è assolutamente indispensabile garantire che si tengano in maniera democratica in base alle norme internazionali. Ci siamo tenuti in regolare contatto con le varie parti politiche in Ucraina per trasmettere tali messaggi e continuiamo regolarmente a farlo. Per esempio, la mia collega, Commissario Ferrero-Waldner, ha incontrato il Primo Ministro Yanukovych il 18 giugno in occasione della riunione del Consiglio “Cooperazione” e incontrerà il ministro degli Esteri Yatsenyuk la prossima settimana. Il Vertice UE-Ucraina del 14 settembre a Kiev, soltanto due settimane prima delle elezioni, sarà un evento chiave per ribadire questi messaggi ai massimi livelli.

Apprezziamo molto il fatto che la relazione dell’onorevole Kamiński ponga in luce tali messaggi cruciali. Questo documento, unitamente alla recente visita in Ucraina di una delegazione del Parlamento europeo guidata dall’onorevole Severin, presidente della delegazione del Parlamento per le relazioni con l’Ucraina, costituisce un prezioso contributo per garantire la stabilizzazione della situazione in Ucraina e per sottolineare l’importanza della riforma costituzionale. Uno stretto coordinamento tra Parlamento europeo e Commissione al riguardo è particolarmente benaccetto.

Per quanto concerne il nuovo accordo rafforzato, per il momento la crisi politica non ha avuto un effetto pregiudizievole sui negoziati. Ambedue le parti politiche in Ucraina attribuiscono grande valore ai negoziati, di cui si sono già svolte quattro tornate, l’ultima non più tardi della settimana scorsa, dal 2 al 4 luglio, a Kiev, e si sono conseguiti progressi apprezzabili in merito a diversi aspetti dell’accordo, tra cui quelli politici, quelli legati alla giustizia, alla libertà e alla sicurezza e altri aspetti settoriali.

La parte ucraina, per la quale la prospettiva europea è motivo di notevole interesse, sottolinea il suo obiettivo negoziale di giungere a “un’associazione politica e un’integrazione economica”. Il Vertice del 14 settembre rappresenterà un’occasione importante per valutare lo stato complessivo dei negoziati e imprimere uno slancio politico per conseguire ulteriori progressi. Come sottolineato nella relazione dell’onorevole Kamiński, i negoziati per la creazione di una vasta zona di libero scambio, che costituirà un elemento fondamentale del nuovo accordo rafforzato, inizieranno non appena sarà ultimato il processo di adesione dell’Ucraina all’OMC. Vi sono ancora alcune questioni pendenti da discutere, non soltanto con l’Unione europea, ma anche con altre parti. Tuttavia, con una certa buona volontà da parte degli ucraini, i loro sforzi dovrebbero dare frutti nel corso dell’anno.

Concludendo, apprezziamo moltissimo la presente relazione e i messaggi fondamentali che trasmette alla parte ucraina. Per quanto concerne il tema principale che è stato sollevato, vale a dire la risposta dell’Unione europea alle aspirazioni europee dell’Ucraina, la nostra posizione è chiara: il nostro scopo nei negoziati è avvicinare il più possibile l’Ucraina all’Unione europea in tutti gli ambiti in cui ciò sarà attuabile, senza pregiudicare possibili sviluppi futuri delle relazioni UE-Ucraina.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, a nome del gruppo PPE-DE accolgo con estremo favore la relazione dell’onorevole Kamiński. L’Ucraina, oltre a essere un vicino strategico diretto dell’Unione europea, è un nostro partner commerciale fondamentale nel settore energetico, che in questo momento vive una crisi costituzionale in termini di ripartizione dei poteri tra Presidente e parlamento, nonché di divisione tra le regioni occidentali e centrali ucrainofone, prevalentemente a favore del Presidente Yushchenko e di Yulia Tymoshenko, e le regioni meridionali e orientali russofone, essenzialmente sostenitrici del Primo Ministro Yanukovych.

Risolvere tale situazione costituirà una prova di maturità per la democrazia ucraina e una sfida alla stabilità dell’eredità della rivoluzione arancione e allo Stato di diritto, ma sinora, e grande merito va attribuito al paese, non vi sono stati episodi di violenza. Purtroppo, la Corte costituzionale non è riuscita, a causa di un’indebita politicizzazione, a risolvere la controversia in merito ai poteri presidenziali in materia di scioglimento della Rada. L’attuale accordo interpartitico per le nuove elezioni della Rada, previste per il 30 settembre, potrebbe rasserenare l’atmosfera, o perlomeno confermare che tutti gli attori principali sono essenzialmente favorevoli al mantenimento dell’unità nazionale e all’imminente adesione all’OMC, oltre che a un rapporto economico più profondo con l’Unione europea.

La relazione Kamiński sostiene tali obiettivi e si spinge oltre tenendo aperta, a più lungo termine, la possibilità dell’adesione all’Unione europea. Per il momento, l’Unione europea sta giustamente basandosi sul piano di azione ENP 2005 e dando seguito al recente accordo di riammissione e di facilitazione del rilascio dei visti volto a concludere con l’Ucraina un ampio accordo di libero scambio, eventualmente sotto forma di accordo di associazione in sostituzione del modello post-sovietico di APC ormai superato.

Concludo esortando l’Unione europea a potenziare l’assistenza finanziaria all’Ucraina nell’ambito dello strumento europeo di vicinato e partenariato e l’Ucraina a moltiplicare i propri sforzi per combattere la corruzione nella vita pubblica e rafforzare l’indipendenza giudiziaria, dimostrando nel contempo la sua ferma volontà di avvicinarsi all’Unione europea attraverso l’armonizzazione delle proprie leggi con l’acquis comunitario dell’Unione.

 
  
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  Marek Siwiec, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor Presidente, la relazione in merito alla quale noi tutti stiamo esprimendo apprezzamenti è frutto di una riflessione su ciò che l’Ucraina è e ciò che essa rappresenta per l’Europa. Il Parlamento europeo ha iniziato a riflettere su tali temi quasi tre anni fa, molto prima che vi fosse il benché minimo segnale della rivoluzione arancione.

Siamo giunti a un punto in cui vogliamo mettere nero su bianco un piano, sia esso un accordo o altro, forse un accordo di associazione, in grado di avvicinare maggiormente l’Ucraina all’Unione europea. Come ha affermato il Commissario, dovremmo avvicinare l’Ucraina il più possibile, laddove “il più possibile” potrebbe significare l’assoluta assenza di distanza o, in altre parole, la futura adesione del paese all’Unione europea, eventualità di cui non dovremmo aver paura di parlare. Non dovremmo temere di affermare che tale prospettiva esiste. Dovremmo anzi discuterne con gli stessi ucraini, e la presente relazione, primo documento ufficiale dell’Unione europea sull’argomento, contiene tale dichiarazione.

Affinché questi piani si concretizzino, l’Ucraina dovrà assolvere un compito estremamente impegnativo facendo appello al suo senso di responsabilità e dovere nei confronti dei suoi stessi cittadini. Le riforme saranno difficili e dolorose, e noi vogliamo aiutare il paese a portarle a buon fine. L’Unione europea, l’adesione dell’Ucraina all’Unione e le sue aspirazioni europee dovrebbero diventare elemento di coesione anziché motivo di controversie.

I partiti politici ucraini che prendono parte alle elezioni devono dire con chiarezza al popolo ucraino che sostengono l’adesione all’Unione europea e che, anziché contestare, si adopereranno per conseguire tale obiettivo.

Non ho difficoltà nel pronunciare queste parole perché l’Unione europea, grazie al consenso raggiunto in occasione dell’ultimo Vertice, ha chiaramente dato prova della sua apertura nei confronti di un ulteriore allargamento. L’Unione europea ha dimostrato che vuole applicare la procedura di allargamento in modo sensato e ponderato affinché vada a vantaggio sia degli Stati membri che dei paesi candidati e dei paesi che intendono, in futuro, candidarsi all’adesione all’Unione europea.

Vi invito pertanto ad approvare la presente relazione senza ulteriori emendamenti, con la speranza che possa trasmettere un segnale importante all’Ucraina e ai cittadini dell’Unione europea. Spero, infatti, che saremo in grado di vedere il futuro dell’Ucraina non in termini di minacce e paure, bensì in termini di grandi opportunità e sfide sia per gli europei che per gli ucraini.

 
  
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  István Szent-Iványi, a nome del gruppo ALDE. – (HU) Alla fine del 2004 abbiamo accolto con grande gioia e speranza la notizia che l’Ucraina aveva optato per i valori europei e la democrazia. Da allora, l’esperienza ha dimostrato che il rafforzamento dello Stato di diritto, della democrazia e del libero mercato non è un processo facile, e l’Ucraina deve prestare la massima attenzione per preservare i risultati conseguiti perché sono ancora fragili.

Proprio per questo approviamo incondizionatamente quanto affermato anche nella relazione Kamiński, ossia il fatto che l’Unione europea non deve voltare le spalle all’Ucraina in questo periodo difficile, bensì offrirle una cooperazione ancor maggiore. Dal canto nostro, è fondamentalmente nel nostro interesse che l’Ucraina sia un paese indipendente orientato verso l’Europa. E’ nostro interesse che il paese sia una democrazia solida fondata sullo Stato di diritto e abbia un’economia di mercato funzionante. E’ a tal fine che intendiamo offrirle assistenza mediante l’accordo.

L’Ucraina deve rendersi conto che anch’essa ha obblighi e compiti da assolvere e che questo accordo ha senso soltanto se il paese è in grado di gestire le difficoltà e fronteggiare i problemi. E’ nostro parere che le relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina non debbano assumere la forma di un accordo di partenariato, bensì quella di un accordo di associazione, e speriamo che nelle fasi successive tale accordo di associazione subentri a quello di partenariato.

Sarebbe poi importante che la zona di libero scambio tra l’Ucraina e l’Europa si ampliasse, poiché i legami economici stanno diventando ancora maggiori e più stretti. Riteniamo essenziale che, durante la revisione dello strumento della politica di vicinato, il sostegno garantito all’Ucraina sia incrementato. Pensiamo dunque che sia fondamentale, dopo il periodo di revisione, ma anche adesso, che la maggior parte di tale sostegno sia consacrato alla costruzione della società civile, ossia al rafforzamento di mezzi di comunicazione indipendenti, sicuramente necessari in Ucraina.

L’Ucraina ha anche del lavoro da compiere nel campo dell’economia di mercato. Il sistema di aiuti di Stato, non trasparente, deve essere trasformato, e occorre garantire maggiore tutela alla proprietà intellettuale e agli investimenti stranieri poiché in tale ambito vi sono moltissimi problemi.

Accogliamo con grande favore l’accordo di facilitazione del rilascio dei visti, accordo che abbiamo sottoscritto. Lo consideriamo, tuttavia, soltanto il primo passo, pur ritenendo che possa davvero avvicinare l’Ucraina all’Europa. Nel medesimo spirito, appoggiamo l’approfondita relazione Kamiński, che ha raccolto un grande consenso.

 
  
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  Adam Bielan, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor Presidente, a nome del gruppo UEN vorrei esprimere i miei più sinceri ringraziamenti all’autore della relazione in discussione, il nostro brillante collega Michał Kamiński, per aver stilato questo documento incredibilmente importante.

L’odierna relazione è molto significativa in quanto esorta il Consiglio a presentare all’Ucraina prospettive europee chiare in maniera che il nuovo accordo rafforzato offra il giusto quadro per l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione e, in futuro, apra la via alla sua piena adesione alla Comunità.

Come ha già osservato l’onorevole Marek Siwiec del gruppo PSE, questo è, in linea di principio, il primo documento ufficiale dell’Unione europea che parla di adesione a tutti gli effetti.

Stiamo discutendo la presente relazione in un momento molto importante per l’Ucraina. Nell’arco di soli due mesi, nel paese verranno indette le elezioni parlamentari, e dobbiamo riconoscere che, se non dovessimo inviare un segnale chiaro a Kiev, ciò potrebbe essere sfruttato dagli oppositori della riforma e dell’atteggiamento filoccidentale dell’Ucraina.

La relazione Kamiński invia precisamente tale segnale ed è un’altra voce a favore dell’Ucraina in Parlamento. Sono dunque certo che l’adozione dell’odierna relazione rafforzerà ulteriormente le relazioni dell’Unione europea con l’Ucraina.

Talvolta udiamo commenti scettici in Ucraina, secondo cui il paese non ha altra scelta se non quella di orientarsi verso est perché l’Occidente non intende accoglierlo. Io spero che il voto odierno dimostri che questi politici hanno torto. L’Ucraina deve avere la priorità, non foss’altro per il ruolo che essa svolge nel garantire la stabilità e la sicurezza energetica dell’Unione europea, aspetto particolarmente importante in questo momento in cui dobbiamo sostenere la decisione di invertire la direzione di flusso dell’oleodotto Odessa-Brody e le attività per estenderlo all’Unione europea.

Vorrei rammentare che un esempio eloquente della fiducia che riponiamo nell’Ucraina quale membro prezioso della comunità democratica europea è la decisione dell’UEFA di consentire a Polonia e Ucraina di ospitare congiuntamente i Campionati di calcio europei del 2012.

Vorrei infine sottolineare il fatto che l’Ucraina, in ragione dei suoi legami storici con i suoi vicini, fa parte dell’Europa. Da quando ha conquistato l’indipendenza, l’Ucraina ha scelto un percorso democratico per lo sviluppo del suo Stato, caratteristica che accomuna tutti i paesi europei, e spero che oggi il Parlamento confermi che la scelta compiuta dall’Ucraina è stata quella giusta.

 
  
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  Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, vorrei ringraziare l’autore per la sua relazione. Detto questo, prima del mio intervento odierno, che sarà molto critico nei confronti del sistema politico ucraino, vorrei premettere quanto segue: una rapida occhiata a una carta geografica o a un libro di storia dimostra chiaramente che l’Ucraina è un paese europeo e che, di fatto, la questione della sua adesione all’Unione europea può soltanto essere legata ai progressi compiuti al suo interno nell’attuazione delle riforme democratiche. Il fatto che l’Ucraina sia parte dell’Europa dovrebbe essere incontestabile per tutti noi.

Dopo molte visite, sia prima che dopo la rivoluzione arancione, devo però dire che il sistema politico, o meglio il sistema delle élite politiche, in Ucraina è in uno stato assolutamente deplorevole. I blocchi partitici, senza eccezione, sono stati completamente screditati. La reputazione delle principali istituzioni, quella della presidenza e quella del parlamento sono state gravemente compromesse dal fatto che, negli ultimi due anni, l’interesse pubblico è realmente diventato intangibile all’interno di dette istituzioni, che hanno concentrato tutta la loro attenzione sugli interessi di gruppi elitari che ora se ne sono arbitrariamente impossessati, lasciando nel paese un vuoto di potere.

Si segnala, per esempio, una seconda ondata di arricchimenti che stanno avendo luogo all’ombra degli alterchi in parlamento. Questa situazione deve cambiare. Dopo le elezioni, dobbiamo adoperarci al meglio per garantire che il cammino verso reali compromessi democratici tra i blocchi venga proseguito, poiché vi sarà un altro momento di stallo, così come occorre intraprendere azioni per contrastare il tentativo di instaurare, nel paese, una sorta di tirannia della maggioranza.

Vi sono, tuttavia, anche segni di speranza. Ritengo infatti positivo che il popolo ucraino stia affrontando con calma l’intero conflitto e che non si corra più il rischio di sfociare in azioni di violenza. Spero che così continui a essere e credo che la situazione diverrà più stabile se prospetteremo costantemente agli ucraini una valutazione onesta delle loro possibilità di adesione. In proposito, sono molto lieta dei segnali trasmessi in merito a un accordo di associazione e attraverso la presente relazione.

 
  
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  Jiří Maštálka, a nome del gruppo GUE/NGL. – (CS) Anch’io vorrei ringraziare il relatore per l’eccellente documento da lui elaborato. Nel corso della nostra discussione, tutti abbiamo convenuto sul fatto che l’Ucraina, poiché è uno dei nostri vicini, dovrebbe essere uno Stato stabile, democratico e in via di sviluppo. Credo tuttavia che la relazione abbia omesso di soffermarsi su tre aspetti che mi preme sottolineare. Il primo è che dovremmo spingere per la stabilizzazione nella sfera socioeconomica, soprattutto per quanto concerne la situazione sanitaria del paese. Non sono sicuro che siamo sufficientemente consapevoli della gravità del fatto che, a causa della debolezza della sua economia, l’Ucraina ha registrato livelli più alti di patologie estremamente pericolose, soprattutto infettive, patologie che costituiscono una minaccia anche per altri paesi, in particolare quelli dell’Unione europea, visti gli elevati tassi di immigrazione. Nell’immediato futuro, ritengo dunque molto importante incrementare la nostra assistenza all’Ucraina in campo sanitario.

Il secondo aspetto riguarda i vicini dell’Ucraina, ossia Moldavia e Bielorussia. L’Unione europea ha profuso grande impegno politico e investito ingenti risorse finanziarie per risolvere la situazione nella regione della Transnistria. Penso che dovremmo prestare maggiore attenzione al modo in cui queste risorse umane e finanziarie sono impiegate dalla parte ucraina per una soluzione positiva della situazione in Transnistria, specialmente per quanto riguarda il controllo del mercato nero e altri temi problematici in questa zona di confine in cui l’Ucraina è potenzialmente in grado di esercitare forti pressioni positive.

Quanto alla Bielorussia, penso in particolare che dovremmo concentrare i nostri sforzi affinché l’Ucraina cooperi maggiormente per affrontare l’impatto del disastro di Chernobyl e collabori più strettamente per risolvere i problemi dell’immigrazione, poiché è chiaro che l’Ucraina è diventata un canale importante per l’ingresso di immigranti illegali nell’Unione europea. Ritengo che il nostro desiderio comune sia che le imminenti elezioni in Ucraina siano libere da ogni ingerenza esterna, siano realmente democratiche e dimostrino che l’Ucraina è un partner valido e stabile per l’Unione europea.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, vorrei chiedere alla Presidenza portoghese, che a quanto pare è assente, una cosa e solo una: chiarezza in merito ai confini dell’Unione europea. Dal mio punto di vista, l’Ucraina palesemente vi rientra. Inutile dire che tale messaggio aperto trasmesso da Bruxelles a Kiev ha bisogno di una mano di aiuto dall’Europa sotto forma di impegno, impegno che è manifestamente presente a Kiev come ho avuto modo di constatare durante la visita di una delegazione alla fine di maggio, che ha rappresentato un’iniziativa UE-Ucraina informativa e ispirante per la quale vorrei complimentarmi con la Commissione. L’Ucraina è parimenti sostenuta nel suo cammino verso l’Europa dalla solida relazione dell’onorevole Kamiński, che sarò lieto di appoggiare poiché illustra in maniera alquanto chiara allo Stato e alle istituzioni amministrative del paese le aspettative di riforma europee.

Sull’attuale élite ucraina grava una grande responsabilità, quella di liberarsi del suo malefico olezzo di autointeresse, sia tangibile che intangibile. Questo processo di autopulizia conferirà alla causa nazionale l’indispensabile sostegno pubblico necessario per aderire all’Unione europea. Le Istituzioni europee, dal canto loro, devono contribuire concretamente a tale prospettiva europea, invitante per l’Ucraina, soprattutto durante questo interessante, eppure polarizzante, periodo di elezioni. La relazione Kamiński fornisce il giusto esempio orientando l’Ucraina, che indubbiamente deve ancora percorrere un lungo cammino, verso l’Europa in maniera chiara e concisa. Facciamo in modo che il cammino del paese sia il più agevole possibile e uniamoci a esso nel suo viaggio.

 
  
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  Jana Bobošíková (NI).(CS) Onorevoli colleghi, appoggio senza riserve la relazione Kamińsky, che descrive la situazione esattamente come è stata osservata di recente, da me personalmente e altri membri della commissione di cooperazione parlamentare UE-Ucraina, in occasione di vari incontri con il parlamento ucraino, il governo e il Presidente Yushchenko. La relazione illustra inoltre la posizione sinora incerta dell’Unione in merito all’Ucraina. Dopo il sostegno da noi manifestato alla rivoluzione arancione nel dicembre 2005 e l’accoglienza riservata al Presidente Yushchenko in questo Parlamento, avremmo dovuto spingerci oltre. Avremmo dovuto affermare chiaramente che non soltanto appoggiamo l’Ucraina, ma siamo al suo fianco. Nonostante tutti i problemi che il nostro vicino orientale sta incontrando, credo fermamente che, in un futuro prevedibile, l’Ucraina possa diventare membro dell’Unione europea poiché non solo ha forti legami storici, culturali ed economici con gli Stati membri, ma può anche svolgere un ruolo importante garantendo la sicurezza energetica nella regione.

Proprio come il relatore, sostengo un accordo tra l’Unione europea e l’Ucraina che stabilisca termini e condizioni specifici, nonché un calendario per lo sviluppo delle relazioni tra le due parti e l’attuazione di riforme che portino all’integrazione dell’Ucraina nell’Unione, così come sono anche favorevole all’incremento dell’assistenza finanziaria a beneficio dell’Ucraina, pur continuandola a esortare a completare le riforme, affrontare la corruzione e creare un contesto stabile, affidabile e prevedibile per gli investimenti, e spero che a tale processo partecipino in particolare i nuovi Stati membri in quanto condividono con l’Ucraina non soltanto una prossimità linguistica e geografica, ma anche un passato totalitario e un presente riformista.

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, basta solo guardare una carta geografica per rendersi conto che, per noi, l’Ucraina è strategicamente uno dei paesi più importanti, da cui il nostro grande interesse a garantire che l’Ucraina segua un percorso democratico basato sullo Stato di diritto e goda di un successo economico, perché questi sono i migliori segnali del fatto che un paese sta seguendo il giusto cammino.

Nel contempo va anche detto che l’Ucraina, nazione indipendente, è libera di tracciare la propria via e nessuno, neanche un vicino di grandi dimensioni, ha il diritto di esercitare pressioni. L’epoca delle sfere di influenza appartiene ormai al passato e ogni paese in Europa può decidere liberamente. Per questo è importante che all’Ucraina venga offerto questo accordo rafforzato di partenariato e cooperazione, che amplierà notevolmente le sue possibilità di attuare un processo decisionale libero.

Io vedo tale accordo nell’ambito dell’adesione del paese all’OMC, di una futura zona di libero scambio, del continuo sviluppo della politica europea di vicinato e della possibilità di creare uno spazio economico europeo allargato, o comunque esso sia stato definito da questo Parlamento. Si tratta di aprire la via a un’Ucraina libera che sia concentrata sull’Europa e sia parte della comunità euro-atlantica.

Quanto lontano ci porterà tale cammino dipenderà dallo sviluppo dell’Unione europea e dell’Ucraina. Noi tutti abbiamo i nostri compiti da assolvere, ma non dovremmo formulare false promesse, promesse che non siamo certi di poter mantenere, perché ciò inevitabilmente creerebbe delusione. Viceversa, ora dobbiamo realizzare questo accordo di partenariato e cooperazione in maniera che il popolo ucraino si renda conto, oggi, domani e nei giorni a venire, che si stanno compiendo progressi e che vivere nella libertà e nella democrazia seguendo lo Stato di diritto in un paese con un orientamento occidentale è a tutto vantaggio dei cittadini. Questo è l’ambito in cui dobbiamo offrire il nostro sostegno.

Come ha affermato l’onorevole Harms, anche l’élite politica in Ucraina deve poter apprezzare tale progressi e porre fine a tutte quelle manovre tattiche, motivate unicamente da una chiara vanità personale, che non portano ad alcunché.

Ritengo che abbiamo un obbligo e dobbiamo assolverlo, senza formulare false promesse, ma restando realisti, in modo che le nostre dichiarazioni siano credibili.

 
  
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  Jan Marinus Wiersma (PSE).(NL) Signor Presidente, anche noi reputiamo importante che la Commissione sia ambiziosa per quanto concerne la conclusione di un nuovo accordo con l’Ucraina e, in tal senso, la priorità, dal nostro punto di vista, dovrebbe essere attribuita in particolare a una costante e lungimirante integrazione economica abbinata allo sviluppo della cooperazione nel maggior numero di ambiti possibile.

Il messaggio che l’Unione europea dovrebbe trasmettere è che vorremmo continuare ad approfondire le relazioni con l’Ucraina, ma, se vogliamo farlo in maniera corretta, è importante, ovviamente, che si agisca anche all’interno dell’Ucraina perché, in ultima analisi, la chiave per una cooperazione di successo sta nella stessa Kiev, il che significa peraltro che dobbiamo esercitare pressioni affinché nel paese si ristabilisca l’equilibrio politico. L’obiettivo effettivo del nostro lavoro o del nostro contribuito dovrebbe essere il raggiungimento di una sorta di compromesso storico tra est e ovest. Se il conflitto politico in Ucraina non dovesse risolversi, prevedo problemi notevoli nell’ulteriore sviluppo della cooperazione con l’Unione europea.

Il testo della relazione è cauto per quanto concerne il più lungo termine, ma non chiude completamente le porte, ed è anche estremamente importante trasmettere oggi questo messaggio all’Ucraina, sempre ribadendo l’ammonimento che la chiave sta nella stessa Kiev, nel senso che la possibilità che la richiesta di adesione divenga tema di effettiva discussione dipende dalla capacità di riforma del paese. Benché oggi non si debbano chiudere le porte, dobbiamo comunque restare realisti. Ciò che conta, come ho già affermato, è che l’Ucraina sviluppi il proprio programma di riforme nel cui ambito, in particolare, non sono soltanto importanti la lotta alla corruzione e la creazione nel paese di strutture più trasparenti, ma anche la graduale eliminazione delle strutture oligarchiche.

Vorrei concludere con due osservazioni. Io credo che l’Ucraina abbia un ruolo da svolgere come paese chiave della regione, un concetto che dobbiamo alimentare ed è peraltro espresso nella relazione dell’onorevole Kamiński. Se guardiamo alla regione del Mar Nero, afflitta da problemi relativi all’energia, al commercio e alla lotta alla criminalità e dove si esorta alla cooperazione tra i paesi con il sostegno dell’Unione europea, ebbene lì l’Ucraina può svolgere un ruolo fondamentale.

Infine, un altro elemento che emerge con estrema chiarezza dalla relazione è il fatto che l’Ucraina svolge un ruolo determinante nell’approvvigionamento energetico dell’Europa per quanto concerne la distribuzione e il transito, ma anche il riassetto della sua stessa situazione energetica, ambito nel quale, di fatto, Commissione e Unione europea possono svolgere, a loro volta, una parte di rilievo.

 
  
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  Grażyna Staniszewska (ALDE).(PL) Signor Presidente, il mandato in discussione costituisce, finalmente, un segnale positivo e costruttivo da parte della Comunità europea, tanto atteso da quanti, in Ucraina, chiedono che vengano attuate le necessarie riforme.

L’Ucraina è un paese giovanissimo, appena vent’anni di vita, e sta solo iniziando a imparare come gestirsi, costruire e rispettare le proprie strutture e istituzioni, un paese che sta apprendendo le regole della democrazia. Prima di tutto ciò, per centinaia di anni, gli ucraini sono stati privati del loro Stato, e la situazione di questo paese è completamente diversa da quella degli Stati baltici, che hanno perso la loro integrità quale Stato per soli quarant’anni.

La questione dei principi che saranno applicati per forgiare il giovane Stato ucraino è di vitale importanza perché l’Ucraina è il più grande vicino diretto dell’Unione europea. Occorre dunque chiedersi chi sarà in grado di mobilitare gli ucraini e a quali fini. Sarà la Russia, un paese non democratico con un’economia corrotta utilizzata quale strumento per esercitare influenza politica, o un’Unione europea libera e democratica?

A oggi, l’Unione europea è stata, obiettivamente parlando, indifferente alle aspirazioni europee dell’Ucraina. A parte un suo coinvolgimento costruttivo a breve termine durante la rivoluzione arancione, le dichiarazioni dei Commissari che si sono succeduti hanno sinora rivelato un’Unione europea disinteressata e distante. Il mandato che stiamo discutendo ci offre un’opportunità per modificare questo atteggiamento poiché crea prospettive a lungo termine di adesione all’Unione, chiede maggiori aiuti finanziari a seguito di una valutazione intermedia, esorta alla creazione di una zona di libero scambio e invita a istituire strumenti per rendere più agevole il rilascio di visti.

Tuttavia, ogni cosa ha un prezzo. In cambio, la Comunità ha affermato chiaramente che si aspetta che l’Ucraina prosegua il cammino verso la democrazia, che si concentri sul rafforzamento di quelle istituzioni tipiche di uno Stato democratico in grado di risolvere indipendentemente le crisi, che attui le riforme garantendo in primo luogo, e cosa più importante, l’indipendenza giudiziaria dall’influenza politica affinché, finalmente, il paese abbia una Corte costituzionale completamente autonoma e che, da ultimo, separi la politica dall’economia combattendo efficacemente la corruzione.

Tutto ciò rappresenta un lavoro enorme, difficile da portare a termine per gli ucraini e che richiederà molti anni di notevole impegno. Sono tuttavia persuasa che l’Ucraina sarà in grado di raccogliere tali sfide soltanto se le verrà offerta una prospettiva chiara, per quanto remota, di integrazione nell’Unione europea.

(Applausi)

 
  
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  Gintaras Didžiokas (UEN). (LT) In primo luogo vorrei ringraziare il relatore, onorevole Kamiński, e complimentarmi con lui per aver stilato questa relazione, a mio giudizio estremamente importante e necessaria. L’Ucraina ha svolto un ruolo fondamentale, e continuerà a svolgerlo, non soltanto sul piano economico, ma anche su quello geopolitico. La stabilità dell’Europa dipenderà dal modo in cui l’Ucraina evolverà e da chi l’accompagnerà in tale evoluzione. Basta analizzare la storia per convincersene. Se l’Europa intende creare una reale stabilità e sicurezza, dovrà prestare la dovuta attenzione all’Ucraina. L’Europa ha bisogno dell’Ucraina e l’Ucraina ha indubbiamente bisogno dell’Europa. Dobbiamo dunque tendere una mano agli ucraini, dobbiamo aiutarli a superare la paura instillata nei loro animi dalla propaganda sovietica e russa e dobbiamo liberarci dagli strascichi della guerra fredda, mentre l’Ucraina deve diventare un paese affidabile, stabile, sicuro e realmente europeo. Per questo ci occorrono più programmi opportunamente modulati e più contatti, ma dobbiamo anche trasmettere agli ucraini segnali molto chiari, poiché vi sono forze all’opera nel paese che incutono timore nei cittadini di fronte all’idea dell’Europa seminando discordia e tensione. L’Europa deve superare tutto questo.

 
  
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  Milan Horáček (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, approviamo la relazione sull’Ucraina, sebbene in alcuni passaggi avrei preferito un linguaggio ancora più semplice.

L’Ucraina sta attraversando una fase di sovvertimento, anche se l’accordo raggiunto dalle opposte fazioni per indire nuove elezioni alla fine di settembre ha contribuito a stemperare la tensione. Non vi sono garanzie che una neoeletta Verkhovna Rada possa essere la chiave per risolvere i problemi politici. Vi sarà più collaborazione e fiducia reciproca tra i campi blu e arancione?

Lungo il cammino verso la tanto necessaria stabilità in Ucraina si frappongono ostacoli politici e istituzionali che vanno ancora superati. Una prospettiva europea chiara può creare la spinta, essenziale, verso la democratizzazione e la modernizzazione. Va tuttavia ricordato il fatto che l’Ucraina non rispetta pienamente le norme internazionali in materia di diritti dell’uomo, così come va detto che le strutture corrotte, soprattutto in ambito politico e giudiziario, unitamente alla rete impenetrabile di collusione con l’economia, stanno ostacolando la riuscita del processo di riforma.

La prospettiva dell’adesione è molto importante e necessaria, sia per l’Ucraina che per l’Unione europea. L’ideale europeo di creare un continente in cui prevalgano pace, democrazia, prosperità e diritti umani vale per tutti i paesi europei, e noi stiamo trasmettendo questo messaggio inequivocabile anche all’Ucraina.

 
  
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  Jerzy Buzek (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, vorrei complimentarmi con l’autore per la sua eccellente relazione. A tre anni di distanza dalla rivoluzione arancione abbiamo il diritto di essere insoddisfatti per i progressi compiuti nel campo della democrazia, del libero mercato e dello Stato di diritto in Ucraina. Tuttavia, coloro che hanno vissuto personalmente l’epoca comunista nella seconda metà del XX secolo – e all’interno dell’Unione europea vi sono dieci paesi che l’hanno sperimentata – sanno quanto sia difficile scrollarsi di dosso, sia psicologicamente che istituzionalmente, il sistema oppressivo e schiacciante del socialismo reale.

Non dimentichiamo che l’Ucraina ora dispone di mezzi di comunicazione liberi e diversificati, che rappresentano sempre la garanzia più importante di progresso. Condivido la maggior parte delle osservazioni formulate sinora. Se dunque tutti conveniamo sulla questione, perché non mettiamo i puntini sulle “i”? Perché non scriviamo chiaramente in merito alla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea che, superfluo aggiungerlo, è comunque distante nel tempo?

Se noi, Unione europea, intendiamo promuovere il nostro sistema di valori, e segnatamente democrazia, libero mercato e Stato di diritto in Europa orientale, soprattutto in Bielorussia, Russia o nel bacino del Mar Caspio, dobbiamo esprimere una posizione chiara per quanto concerne l’Ucraina, dobbiamo essere espliciti in merito alla sua futura adesione perché, se non lo faremo, perderemo l’opportunità di creare una stabilità costruttiva a lungo termine in Europa orientale.

Le nostre proposte relative alla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea non vincolano l’Ucraina in alcun modo. La decisione spetterà sempre agli ucraini, punto che mi premeva particolarmente sottolineare. Tanto meno queste proposte sono false promesse.

Oggi dobbiamo ancora assolvere due compiti specifici. In primo luogo, dobbiamo garantire, attraverso sforzi diplomatici, che le elezioni programmate per il 30 agosto siano effettivamente indette. In secondo luogo, alle elezioni dobbiamo inviare un gruppo significativo, non puramente simbolico, di osservatori. Questo è nostro dovere ed è ciò che hanno chiesto tutti gli ucraini con i quali ho parlato.

 
  
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  Libor Rouček (PSE).(CS) Vorrei esordire esprimendo il mio apprezzamento per la decisione del Consiglio di avviare negoziati per un nuovo accordo tra l’Unione europea e l’Ucraina volto ad ampliare la cooperazione politica e a giungere alla progressiva integrazione economica dell’Ucraina nel mercato interno dell’Unione europea. Condivido il punto di vista del relatore secondo cui il conseguimento di tali ambiziose finalità, importanti per ambedue le parti, richiederà la definizione di procedure, condizioni e priorità specifiche. Tra queste priorità vi è l’adesione all’OMC e la graduale creazione di una zona integrata di libero scambio, che dovrebbe fondarsi su una base normativa comune e che, a mio parere, dovrebbe includere tutti gli scambi di merci, servizi e capitali. La seconda priorità in campo economico dovrebbe essere l’integrazione più rapida possibile dell’Ucraina nella comunità energetica europea.

 
  
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  Janusz Onyszkiewicz (ALDE). (PL) Signor Presidente, oggi stiamo discutendo in merito all’accordo tra l’Unione europea e il più grande paese in Europa dopo la Russia. L’Ucraina, geograficamente parlando, è infatti il più vasto paese europeo, da migliaia di anni partecipa e contribuisce allo sviluppo della cultura europea e da tempo manifesta con estrema chiarezza il suo desiderio di aderire all’Unione europea ritenendo che le disposizioni dei nostri Trattati, le quali affermano che qualunque paese europeo ha il diritto di aderire all’Unione europea, sono più che semplici parole vuote.

Inoltre, l’Ucraina, molto importante per l’Europa, aspetto sottolineato a più riprese in quest’Aula e presente anche nel progetto di relazione, non foss’altro per le questioni energetiche, dovrebbe già far parte del sistema europeo di sicurezza energetica, per cui azioni quali la costruzione dell’oleodotto Odessa-Brody, il coinvolgimento dell’Ucraina nel progetto di oleodotto di Nabokov o gli incentivi per la realizzazione di interventi nel quadro del GUAM sono più che appropriate.

Si è detto che le istituzioni politiche ucraine non sono abbastanza mature per l’adesione all’Unione europea, il che oggi può essere vero, ma non ritengo che le istituzioni e la democrazia ucraine siano in una situazione peggiore rispetto a quella riscontrata in Turchia. Dovremmo peraltro ricordare che, se non calcoliamo gli Stati baltici, l’Ucraina è il più democratico di tutti i paesi riemersi dal crollo dell’Unione sovietica, e per questo dovremmo concedere a questo paese il via libera.

 
  
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  Guntars Krasts (UEN).(LV) La ringrazio, signor Presidente. In primo luogo, vorrei complimentarmi con il relatore, onorevole Kamiński, perché il suo profondo interesse personale per lo sviluppo degli avvenimenti in Ucraina e la promozione delle relazioni tra Unione europea e Ucraina è stato sicuramente costruttivo per la formulazione della posizione del Parlamento. L’Ucraina è sempre stata oggetto di particolare attenzione da parte dell’Unione europea perché svolge un importante ruolo geopolitico che va ben oltre i suoi confini. E’ di vitale interesse per l’Unione europea che l’Ucraina sia un paese democratico ed economicamente fiorente. Offrire una prospettiva all’obiettivo proposto dall’Ucraina di divenire uno Stato membro dell’Unione europea rappresenterebbe un contributo significativo per il conseguimento di tali finalità e assicurerebbe un appoggio importantissimo allo sviluppo dei processi democratici in Ucraina, contribuirebbe alla stabilizzazione dei processi politici interni del paese e promuoverebbe il processo di unificazione della società ucraina. Gli orientamenti illustrati nella relazione per attuare le riforme nel paese e i compiti per migliorare la democrazia, lo Stato di diritto, oltre all’attività imprenditoriale e agli investimenti per migliorare l’ambiente, sono elementi di sostegno importanti per la stabilizzazione a lungo termine dell’Ucraina. Una collaborazione ancora più stretta con l’Unione europea indicherà la via per risolvere questi problemi e stabilirà il ritmo dei progressi dell’Ucraina verso l’integrazione nell’Unione europea. Grazie.

 
  
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  Michael Gahler (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, noi deputati al Parlamento europeo abbiamo sottolineato a più riprese in plenaria e in seno alle nostre commissioni quanto importante sia, per noi, il nostro vicino ucraino. Abbiamo seguito gli sviluppi incoraggianti emersi dalla rivoluzione arancione con grande spirito di solidarietà e abbiamo cercato di alimentarli ogni qual volta abbiamo potuto. Oggi proseguiamo in questo impegno approvando la costruzione di un partenariato rafforzato tra l’Ucraina e l’Unione europea.

L’Ucraina sta vivendo quello che si presenta come un processo di trasformazione potenzialmente molto promettente, sebbene il paese sia ancora molto lontano dallo stadio raggiunto dagli ultimi Stati che hanno aderito all’Unione europea. L’Ucraina stessa può influire sul ritmo di tale processo e, in tali sforzi, siamo pronti a sostenerla.

Considero le imminenti elezioni parlamentari e la successiva formazione di un governo in parte come una cartina tornasole del futuro orientamento del paese. Per adottare una prospettiva europea, occorre sviluppare una cultura politica compatibile con i criteri europei. Gli elementi che in passato hanno truccato le elezioni e oggi indulgono in mercanteggiamenti in Parlamento per accaparrarsi i voti mancanti devono cambiare radicalmente comportamento. Lo stesso dicasi, ovviamente, per quanti si lasciano comprare.

Tutte le forze politiche sono esortate a rispettare e tutelare le istituzioni del paese, i poteri assegnati loro e la loro integrità e a non usarle come pegno o merce di scambio nella lotta politica interna. Soltanto se questo obiettivo sarà coerentemente conseguito, il popolo potrà avere fiducia nella democrazia come forma di governo che valga la pena di essere sostenuta.

L’onorevole Harms ha già fatto riferimento alle istituzioni e anch’io sono molto preoccupato per il modo in cui sono trattate le istituzioni ucraine. Credo che noi, nell’Unione europea, non riusciamo neanche a immaginare le dimensioni che tali pratiche hanno assunto. Per questo la nostra relazione è costellata di richieste dettagliate alle quali ci aspettiamo che l’Ucraina adempia nel suo cammino verso l’Europa. Queste aspettative devono essere soddisfatte.

 
  
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  Adrian Severin (PSE).(EN) Signor Presidente, l’Ucraina è un paese ricco, un grande mercato e una società dinamica costituita da molti cittadini, una fonte impressionante di ricchezze naturali e una via di transito principale per l’energia e i prodotti di base, una grande cultura europea e un vasto territorio che occupa una posizione geostrategica cruciale.

Dobbiamo decidere se vogliamo che l’Ucraina sia semplicemente una zona cuscinetto dietro un’Unione europea campanilistica che nasconde le sue debolezze strutturali, oppure un avamposto di un’unione politica, democratica forte e orgogliosa nel punto di contatto – anziché lungo la linea di demarcazione – tra l’Europa e l’Eurasia, tra l’Europa e la Russia.

La maggior parte degli ucraini, a prescindere dalla loro affiliazione politica e ideologica, capisce che la sicurezza personale, sociale, nazionale e internazionale può essere consolidata soltanto nell’ambito delle relazioni con l’Unione europea. A quegli ucraini dobbiamo dire, in risposta alle loro legittime aspirazioni e seguendo i nostri interessi fondamentali, che siamo pronti a condividere tutte le nostre risorse e politiche con loro una volta creata l’interoperatività giuridica, politica, legislativa, istituzionale e morale tra l’Ucraina e l’Unione europea, così come dobbiamo dire loro che siamo pronti a vagliare l’eventualità di condividere con loro persino le nostre Istituzioni nelle circostanze appropriate e al momento opportuno.

Affinché tali obiettivi e aspettative siano realistici, l’Unione europea deve portare a buon fine le sue riforme istituzionali. Nel contempo, l’Ucraina deve migliorare nettamente le sue strutture democratiche, in primo luogo con i suoi meccanismi di controllo ed equilibrio, separare la politica dall’attività economica, affrancando in tal modo le politiche pubbliche dal controllo oligarchico, e colmare il divario culturale tra i suoi territori orientali e occidentali.

L’Unione europea deve stabilire un rapporto chiaro tra i progressi interni dell’Ucraina e i suoi progressi nell’accedere alle opportunità offerte dall’Unione europea. Il documento propostoci si basa su queste idee e, pertanto, è importante adottarlo, trasmettendo così i giusti messaggi a tutti gli interessati.

 
  
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  Adina-Ioana Vălean (ALDE).(EN) Signor Presidente, accolgo con grande favore i progressi compiuti dall’Ucraina negli ultimi anni per avvicinarsi all’Europa e ai nostri valori fondamentali. Non dovremmo tuttavia ignorare i gravi problemi che affliggono il paese: la corruzione è dilagante, la sfiducia reciproca è forte e il sistema giudiziario è inefficiente e completamente screditato. In tale contesto, dobbiamo incoraggiare le riforme, ma l’Ucraina dovrebbe anche garantire che le sue dichiarazioni siano seguite da azioni concrete e che le sue parole siano seguite da fatti.

La prova di ciò sta nell’atteggiamento dell’Ucraina nei confronti di Romania e Bulgaria per quanto concerne la politica dei visti. Il mese scorso, l’Unione europea ha siglato con l’Ucraina due accordi relativi alla riammissione e alla facilitazione del rilascio dei visti. Tuttavia, ho recentemente appreso che il nostro partner privilegiato nega l’estensione delle agevolazioni per il rilascio dei visti ai cittadini rumeni e bulgari, il che è assolutamente inaccettabile. Le autorità ucraine forse hanno dimenticato che ora Romania e Bulgaria sono Stati membri a pieno titolo dell’Unione europea e, in quanto tali, i loro cittadini hanno diritto a un pari trattamento. Questo è un principio fondamentale che l’Ucraina dovrebbe far proprio il prima possibile se desidera essere considerata un partner serio.

Esorto dunque Consiglio e Commissione a impegnarsi a non ratificare questo accordo fintantoché l’Ucraina non avrà abolito l’obbligo di visto per i cittadini rumeni e bulgari. L’Ucraina deve comprendere che la questione va risolta con urgenza o potrebbe compromettere interamente la sua credibilità. Spero che, per il prossimo Vertice di settembre, assisteremo a sviluppi positivi.

 
  
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  Andrzej Tomasz Zapałowski (UEN).(PL) Signor Presidente, la discussione odierna riguarda in larga misura il futuro dell’Europa, ossia se, in particolare, si baserà sulle tradizioni cristiane o perderà il suo passato e il suo futuro.

L’Ucraina è parte dell’Europa, condivide le tradizioni europee e i valori dei nostri antenati e il suo posto è tra noi. Sono dunque sorpreso che il Medio Oriente sia più importante per alcuni colleghi che riescono a immaginare l’Europa in Asia, ma non riescono a vedere una vasta area del nostro continente. Oggi, l’Ucraina è preda di una crisi politica ed economica. Per questo ora dobbiamo trasmetterle un segnale chiaro della nostra volontà di averla al nostro fianco, del fatto che vogliamo che la società ucraina compia la scelta politica giusta per stabilizzare la situazione nei territori orientali dell’Unione.

Vorrei complimentarmi con l’onorevole Kamiński per la sua relazione. Il suo contenuto dimostra un desiderio di rafforzare l’Europa, un’Europa di tradizioni e valori, nonché il potenziale economico e geopolitico di una Comunità allargata.

 
  
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  Bogdan Klich (PPE-DE). (PL) Signor Presidente, l’Unione europea ha una serie di responsabilità nei confronti dell’Ucraina. Due anni fa, abbiamo svolto un ruolo significativo nel sostenere la rivoluzione arancione a Kiev. Allora, lo scopo era ristabilire la democrazia nel paese, mentre adesso è consolidarla. Affinché ciò accada, l’Ucraina dovrebbe avere chiare prospettive per il futuro. Non possiamo dire, come ha affermato il Commissario, che l’Ucraina dovrebbe essere quanto più vicina possibile all’Unione europea. No. Dobbiamo essere espliciti. L’Ucraina ha bisogno, e vorrei sottolineare questo aspetto, di una prospettiva di adesione all’Unione europea.

Nel frattempo, dovremmo sostenere il progresso economico nel paese firmando un accordo di associazione e un accordo su una zona di libero scambio, nonché appoggiare l’adesione dell’Ucraina all’OMC.

Detto questo, dovremmo però essere chiari anche su un’altra questione. L’Unione ha una propria agenda per quanto concerne l’Ucraina e abbiamo pienamente il diritto di aspettarci che gli ucraini introducano standard economici europei, separino la politica dall’economia, risolvano l’attuale crisi politica con mezzi democratici e garantiscano che le imminenti elezioni si tengano lege artis.

Analogamente abbiamo il diritto di aspettarci che il gruppo interpartitico dell’attuale parlamento ucraino, che si sta occupando di adeguare il diritto ucraino agli standard dell’Unione europea, venga riattivato durante il prossimo mandato parlamentare e sia per noi, in futuro, un partner significativo.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE). (LT) Mi complimento con il relatore e condivido pienamente il fatto che questo è il momento opportuno per un nuovo accordo tra l’Unione europea e l’Ucraina. Sono certo che l’Ucraina non esiterà lungo il cammino verso l’Europa. Tuttavia, questo dibattersi in conflitti e tensioni, come è avvenuto in primavera, non fa avanzare il paese verso la sua meta. Vorrei appoggiare l’iniziativa proposta per una dimensione UE-Mar Nero, il cui asse fondamentale correrebbe dall’Ucraina alla Turchia coinvolgendo Russia e alcuni altri paesi. L’esperienza maturata nell’ambito della cooperazione tra i paesi del Baltico e della dimensione settentrionale sarebbe molto utile in tal senso. Vi sono state lunghe e complesse discussioni in merito all’inversione della direzione di flusso dell’oleodotto Odessa-Brody per avvicinarlo all’Unione europea. Ora è tempo di agire concretamente. Sono a favore dell’emendamento suggerito, che sottolinea come il successo dell’integrazione dell’Ucraina nelle Istituzioni dell’Unione europea dipenda dalle riforme, non solo in Ucraina, ma nella stessa Unione europea. Che lo volessero o meno, le macchinazioni di Polonia, Regno Unito e alcuni altri paesi in merito a un accordo con l’Ucraina sulle riforme hanno agito contro gli interessi dell’Ucraina nel suo tentativo di conseguire l’obiettivo di un progressivo avvicinamento all’Unione europea.

 
  
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  Roberta Alma Anastase (PPE-DE).(RO) Relaţiile dintre Uniunea Europeană şi Ucraina se află în prezent în pragul unor decizii cruciale pentru viitorul lor. Odată cu aderarea României la Uniunea Europeană, frontiera comună cu Ucraina s-a extins, ambele părţi devenind tot mai conştiente de avantajele şi oportunităţile unor relaţii aprofundate şi consolidate. Îi mulţumesc, în acest sens, domnului raportor pentru examinarea tuturor elementelor cheie în această direcţie.

Aş dori să atrag atenţia că o relaţie aprofundată şi mutual avantajoasă presupune responsabilitate crescândă şi angajament ferm din partea ambelor părţi. Îmi exprim astfel speranţa că Ucraina îşi va continua eforturile de conformare la standardele şi valorile europene atât pe plan intern, cât şi pe plan internaţional.

Pe plan intern, stabilitatea politică şi consolidarea principiilor democratice constituie o prioritate. Printre ele, respectarea drepturilor omului şi libertăţilor fundamentale, mai ales a minorităţilor şi a drepturilor acestora de a-şi vorbi limba şi de a-şi promova cultura, trebuie să stea la baza eforturilor Ucrainei de a deveni o societate multiculturală democratică, partener credibil al Uniunii Europene. Pentru a nu vorbi la modul general, doresc să atrag atenţia asupra încălcării drepturilor minorităţii române din Ucraina. Dreptul la educaţie în ţară şi în străinătate, dreptul la cultură şi religie sunt grav încălcate de către statul ucrainean care, în acelaşi timp, depune eforturi susţinute de divizare a acestei minorităţi în minoritatea română şi moldovenească, fără nicio raţiune istorică sau ştiinţifică.

Nu mai puţin importantă este acţiunea Ucrainei la nivel regional şi internaţional, în conformitate cu obligaţiile asumate. Ucraina şi-a demonstrat deja capacitatea de a fi un partener credibil şi eficient prin eforturile de pregătire pentru aderarea la Organizaţia Mondială a Comerţului, precum şi prin cooperarea cu Uniunea Europeană şi Moldova în cadrul Misiunii Uniunii Europene de asistenţă la frontieră.

Noua iniţiativă a Uniunii Europene de consolidare a cooperării regionale la Marea Neagră va fi, în sfârşit, o nouă şansă pentru toţi actorii din regiune pentru a-şi uni eforturile în crearea unui spaţiu de democraţie, stabilitate şi prosperitate în zona Mării Negre.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE).(ET) In qualità di responsabile della delegazione per la Moldavia, desidero sottolineare il ruolo dell’Ucraina come garante di stabilità nell’Unione europea. Il conflitto congelato nella Transnistria è un’eredità della guerra fredda in Europa. Il regime separatista si mantiene al potere grazie ai proventi del contrabbando, oltre che grazie alle forze armate russe.

La disponibilità dell’Ucraina a collaborare con la missione dell’Unione europea per l’assistenza alle frontiere ci è stata d’aiuto nel promuovere l’allontanamento di governi illegali riducendo di un terzo le entrate di bilancio del regime della Transnistria.

Sono favorevole alla proposta di autorizzare il Consiglio a concludere un nuovo e più ampio accordo. Sebbene la situazione sia tutt’altro che ideale, l’Ucraina ha nondimeno compiuto progressi riguardo al rispetto dei diritti umani e all’estensione dello Stato di diritto. Il conflitto tra il Presidente e il Primo Ministro sarà risolto a Kiev in un contesto democratico, come si conviene a un paese che aspira all’adesione all’Unione europea.

Ma per poter diventare un candidato serio all’adesione all’Unione europea, l’Ucraina deve rafforzare la società civile, difendere la libertà dei media, aumentare l’indipendenza del potere giudiziario e trasformare il controllo democratico in una prassi abituale.

Ci auguriamo che questi obiettivi siano importanti sia per l’Ucraina sia per tutti noi nell’Unione europea che dialoghiamo con quel paese. Ringrazio l’onorevole Kamiński per la sua costruttiva relazione.

 
  
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  Anna Ibrisagic (PPE-DE).(SV) Molte cose sono successe dalla rivoluzione arancione, sia in Ucraina sia nell’Unione europea. La relazione di cui stiamo discutendo descrive quanto è accaduto in quel paese e i problemi e le sfide che esso si trova ad affrontare e ha dovuto superare, nonché il lavoro ancora da compiere e le riforme da attuare. Come avviene di solito nelle nostre discussioni sulle relazioni dell’Unione europea con vari paesi, anche nel caso dell’Ucraina descriviamo la situazione nel paese, poniamo domande e lanciamo esortazioni.

Troppo di rado, però, ci soffermiamo a riflettere sul fatto che l’Unione europea è cambiata nel corso del tempo. Nei tre anni scarsi da quando sono stata eletta al Parlamento europeo, l’Europa è già diventata meno aperta, meno collaborativa e meno generosa; è diventata più fredda e più introversa. Troppo spesso ci preoccupiamo di quanto costano le cose e troppo raramente di ciò che esse rappresentano per noi e per l’Europa dei nostri figli, soprattutto quando cominciamo a parlare delle prospettive di un paese in rapporto all’Unione europea o delle possibilità di una sua futura adesione. Mi fa pertanto molto piacere che la relazione appoggi l’aspirazione e le ambizioni dell’Ucraina di avvicinarsi all’Unione europea e anche, un giorno, di arrivare a una riunificazione con il resto d’Europa.

E’ a ragion veduta che uso il termine “riunificazione” anziché “allargamento”, perché l’Ucraina, come gli altri paesi dell’Europa orientale, fanno e hanno sempre fatto parte dell’Europa, solo che, per diversi decenni, sono stati vittima del comunismo. E’ ora di correggere questo errore, e nel caso dell’Ucraina il modo migliore di farlo è approvare la relazione, sostenere l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra l’Ucraina e l’Unione europea e dare all’Ucraina chiare prospettive in riferimento all’Unione europea – prospettive che ovviamente devono comprendere anche l’adesione una volta che saranno state soddisfatte tutte le condizioni previste.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTINE ROURE
Vicepresidente

 
  
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  Francisco Assis (PSE).(PT) Signora Presidente, per chi come me è originario dell’estremo limite occidentale del continente, è doveroso dimostrare profondo rispetto nei confronti di un popolo il cui destino molto spesso è stato tragico, specialmente nel corso del XX secolo, e che adesso sta compiendo sforzi immani per trovare i modi di diventare un paese democratico fondato sullo Stato di diritto.

Questo orientamento è stato dimostrato dagli avvenimenti accaduti nelle strade di Kiev tre anni fa ed è tuttora confermato dal desiderio del popolo ucraino di aderire un giorno all’Unione europea. Dobbiamo avere rispetto per tale desiderio e dobbiamo lanciare segnali all’Ucraina sia rafforzando la nostra cooperazione sia sostenendo lo sviluppo del paese in quanti più settori possibile.

E’ vero che non è nostro dovere assumerci compiti che rientrano nella responsabilità del popolo ucraino, come il consolidamento della democrazia, la completa istituzionalizzazione della democrazia e dello Stato di diritto e il superamento dei problemi che ancora lo affliggono. Però, pur essendo vero che questi compiti spettano al popolo ucraino, è altrettanto vero che dobbiamo inviare segnali adeguati. Sono certo che approvando la relazione manderemo all’Ucraina un valido segnale politico, e pertanto mi congratulo con il relatore.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE).(PL) Signora Presidente, il prerequisito per ottenere un buon risultato politico è, prima di tutto e più di tutto, avere obiettivi chiari e lavorare coerentemente per raggiungerli. La coerenza è importante in particolare nel contesto del complicato sistema politico dell’Unione europea.

Nel caso dell’Ucraina – una regione che ha una grande importanza politica, economica e strategica – l’Unione europea deve dar prova di ferrea determinazione per realizzare i suoi attuali obiettivi. L’Unione europea ha aiutato l’Ucraina in un momento cruciale della sua storia, durante la rivoluzione arancione, quando si è trattato di decidere quale strada il paese avrebbe seguito: se verso est o verso ovest, verso l’Unione europea o verso la Russia. Abbiamo preso la decisione giusta e ora è necessario metterla coerentemente in pratica.

Adesso la situazione è molto meno drammatica; nondimeno l’Unione europea deve compiere passi decisivi per integrare l’Ucraina nelle proprie strutture. Agendo in linea con i principi di partenariato e solidarietà, l’Unione europea sosterrà la giovane democrazia ucraina e la metterà al riparo da minacce interne.

Per potersi integrare maggiormente nelle strutture dell’Unione europea, l’Ucraina dovrà compiere più d’uno sforzo, anche per quanto riguarda, ad esempio, la lotta contro la corruzione e l’ammodernamento del sistema giudiziario e delle infrastrutture. Senza il nostro aiuto, l’Ucraina non sarà in grado di acquisire gli standard europei in materia di democrazia e libero mercato, né riuscirà a costruire un paese fondato sullo Stato di diritto o a separare la politica dall’economia.

Mi rattrista constatare che l’Ucraina non è una priorità per la Presidenza portoghese. Pur essendo citata nel documento che abbiamo ricevuto, è vergognoso che all’Ucraina non sia stato dedicato un capitolo separato, come invece è avvenuto nel caso del Brasile. L’Ucraina è il più grande paese d’Europa che ancora non fa parte dell’Unione europea. Dobbiamo dargli una prospettiva di adesione a lungo termine, come abbiamo fatto con la Turchia.

Vorrei aggiungere qualcosa sull’ipocrisia europea. I sostenitori del Trattato costituzionale hanno criticato il Trattato di Nizza, in particolare per il fatto che esso non costituisce una base giuridica per l’allargamento. Bene, chiedo loro di essere coerenti e di dire altrettanto apertamente che la riforma del Trattato ci permetterà di prendere una decisione storica sulla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE). – Ucraina se află la intersecţia marilor axe rutiere, feroviare şi de transport de hidrocarburi. Dispunând de cea mai mare densitate de gazoducte şi oleoducte din Europa, Ucraina este un actor important pentru securitatea energetică a Uniunii Europene. Referitor la energia nucleară, Ucraina trebuie să facă dovada securităţii reactoarelor nucleare aflate pe teritoriul său.

În 2007, Grupul de nivel înalt a decis ca axa centrală prin care se va face integrarea sistemului comunitar de transport cu cele ale statelor vecine va asigura conectarea cu Ucraina şi Marea Neagră. Această axă include şi o conexiune prin Ucraina cu calea ferată transsiberiană şi utilizând fluviile Don şi Volga, o cale navigabilă internă către Marea Caspică.

Uniunea Europeană trebuie să fructifice ieşirea la Marea Neagră a României şi Bulgariei. Pentru România, Acordul consolidat este extrem de important şi solicităm asigurări că dezvoltarea infrastructurii de transport fluvial din Ucraina se va face cu protejarea biodiversităţii Deltei Dunării.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Condivido l’impostazione politica della relazione, da cui emerge che per l’Unione europea l’Ucraina non è una minaccia bensì un’opportunità. So che l’Europa non sarà completa fino a quando l’Ucraina non diventerà parte dell’Unione europea. Siamo uniti da una storia comune e da centinaia di migliaia di legami familiari. Sono veramente lieta che l’Ucraina si sia incamminata sulla strada della democrazia e mi auguro che l’avvio del processo di adesione non sarà affrettato, come nel caso della Turchia, quando non tutti i criteri di Copenaghen erano stati soddisfatti, determinando l’attuale clima di delusione da entrambe le parti. Spero che anche l’opposizione ucraina dichiarerà apertamente che l’adesione all’Unione europea è un obiettivo importante anche per gli abitanti della parte orientale del paese. Questo obiettivo a lungo termine richiede un cambiamento di mentalità da parte di milioni di cittadini, che devono anch’essi esprimere il loro consenso. Sarebbe facile promettere oggi all’Ucraina l’adesione all’Unione europea, ma la cosa più importante da fare adesso è invece aiutarla ad aderire alla NATO e all’OMC.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei fare due osservazioni, la prima sul futuro dell’Ucraina e la seconda sull’assistenza finanziaria dell’Unione europea. La relazione Kamiński usa parole chiare ed equilibrate per descrivere la prospettiva dell’Unione europea. Ci sono molti e importanti passi avanti che non possiamo ignorare.

Ci troviamo in un’intensa fase di negoziati sul nuovo accordo rafforzato. L’Ucraina è nella fase finale dei negoziati di adesione all’Organizzazione mondiale del commercio, adesione che le aprirebbe le porte anche a negoziati di adesione all’area di libero scambio. Stiamo parlando di agevolazioni per la concessione di visti e a tale proposito dovremmo considerare la parità di trattamento riguardo ai requisiti previsti per tutti i cittadini dell’Unione europea.

So per esperienza che in Ucraina le riforme democratiche sono oltremodo necessarie, ma so anche che non è affatto una strada facile. Dobbiamo quindi lavorare sodo, lavorare insieme, lavorare con la mente e con il cuore aperti e disponibili. Sempre per esperienza personale so che chiari messaggi di sostegno e disponibilità a fornire aiuto per percorrere questa difficile strada sono della massima importanza ai fini del buon esito dell’impresa. La relazione di cui stiamo discutendo lancia proprio segnali di tal genere, segnali importanti per il futuro dell’Ucraina.

La mia seconda osservazione attiene all’assistenza finanziaria per quel paese. Come sapete, l’Ucraina sta entrando in una nuova fase, la fase del nuovo strumento europeo di vicinato e partenariato, cosicché nel quadriennio 2007-2010 beneficerà di quasi 500 milioni di aiuti. Se confrontate gli aiuti TACIS di qualche anno fa, cioè del 2002, con le cifre di quest’anno, noterete che nel corso dell’ultimo quinquennio gli importi sono triplicati.

Ma non si tratta soltanto di assistenza tecnica. Ora stiamo migliorando anche il livello qualitativo degli aiuti per focalizzarli sul rafforzamento del buon governo e dello sviluppo democratico, sul ravvicinamento giuridico e normativo, sulle infrastrutture, sullo sviluppo, in particolare in campo energetico, e su un’amministrazione moderna, nonché sulle questioni connesse con le riammissioni. Inoltre, l’ampliamento del mandato della BEI all’Ucraina significa che il paese avrà ora accesso anche a finanziamenti considerevoli da parte di quella istituzione. Come Unione europea forniremo sicuramente assistenza finanziaria per aiutare l’Ucraina ad accedere a tali finanziamenti.

Desidero ringraziarvi, onorevoli deputati al Parlamento europeo, per i vostri commenti, dai quali emerge il vostro vivo interesse per uno dei nostri vicini più importanti. La relazione dell’onorevole Kamiński e la discussione di oggi sono contributi indubbiamente preziosi all’attuale rafforzamento da parte dell’UE delle relazioni con quel paese. E’ importante che lavoriamo insieme per incoraggiare l’Ucraina a proseguire con decisione lungo la strada delle riforme – per il proprio bene attuale e futuro.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, alle 11.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE-DE), per iscritto. – (EN) L’Ucraina è un paese con riconosciute tradizioni europee e con un significativo ruolo nello sviluppo di una sostenibile politica regionale e intraregionale nell’ambito della politica europea di vicinato.

Negli ultimi tempi sono stati compiuti progressi importanti nelle relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina, quali l’avvio di negoziati su un nuovo accordo rafforzato e la recente firma di accordi sulle agevolazioni per il rilascio dei visti e sulle riammissioni.

I disordini causati dagli eventi recenti non dovrebbero compromettere la continuazione di buoni rapporti in questo stesso quadro di partenariato, nel rispetto dei principi democratici dell’Europa.

Credo che, infine, l’Ucraina sarà in grado di uscire dalla crisi in cui si trova attualmente.

Affinché ciò possa avvenire, la classe politica ucraina dovrebbe agire in linea con le disposizioni dell’accordo del 27 maggio, ovvero indire le elezioni parlamentari anticipate come programmato ed emendare la costituzione vigente.

Accolgo con favore la firma della Dichiarazione di unificazione delle forze democratiche e il suo obiettivo dichiarato di garantire all’Ucraina un prospero futuro in Europa, nonché l’impegno assunto dalle forze democratiche di difendere fermamente i loro diritti e di dedicarsi alla realizzazione anche in Ucraina di standard socioeconomici di livello europeo.

L’Ucraina dovrebbe interpretare la relazione Kamiński come un messaggio di incoraggiamento e aiuto da parte dell’Unione europea.

Credo che il futuro accordo dovrebbe essere un accordo di associazione.

 

4. Calendario di bilancio: vedasi processo verbale

5. Politica di coesione nelle regioni più povere dell’Unione europea (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0241/2007), presentata dall’onorevole Geringer de Oedenberg a nome della commissione per lo sviluppo regionale, sul ruolo e l’efficacia della politica di coesione nel ridurre le disparità nelle regioni più povere dell’Unione europea [2006/2176(INI)].

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE), relatore. – (PL) Signora Presidente, mi congratulo vivamente con lei per il prestigioso incarico che ha assunto.

L’Unione europea è formata non solo da 27 paesi ma anche da 268 regioni con livelli di sviluppo estremamente diversi tra loro. A seguito dell’ultimo allargamento, che ha portato l’Unione a 27 Stati membri, la popolazione della Comunità è salita a quasi 493 milioni di abitanti. Di questi, all’incirca il 30 per cento vive in 100 delle regioni più povere, ovvero quelle interessate dagli obiettivi di convergenza.

Ciascun allargamento ha avuto come conseguenza maggiori disparità tra le regioni più povere e quelle più ricche della Comunità. Ora, in un’Unione a 27, le differenze in termini di prodotto interno lordo tra le varie regioni sono molto più marcate che nella vecchia Unione a 15, con valori del 24 per cento nella Romania nordorientale e del 303 per cento nel centro di Londra.

Il sottosviluppo economico di determinate regioni ha origini di vario tipo. Nella maggior parte dei casi, le regioni più povere sono prive delle infrastrutture di base necessarie per uno sviluppo sostenibile a lungo termine, di investimenti aggiuntivi e delle necessarie risorse umane. Come dimostrano i dati statistici, l’attuale politica di coesione dell’Unione europea ha effettivamente contribuito allo sviluppo di molte regioni dei paesi che beneficiano di tale politica da lungo tempo, come l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e la Spagna.

In conformità degli obiettivi comunitari stabiliti dall’articolo 158 del Trattato sull’Unione europea, che comprendono uno sviluppo armonizzato e la riduzione delle disparità tra regioni con livelli di sviluppo diversi, il Parlamento europeo chiede un’azione vigorosa mirata a ridurre i casi più gravi di sottosviluppo nelle regioni più povere dell’Unione europea.

I nuovi Stati membri hanno incontrato in maniera particolare difficoltà connesse con l’assorbimento dei fondi comunitari, dato che la concessione delle risorse non ne garantisce automaticamente un utilizzo corretto, e spesso le autorità delle regioni più povere non possiedono la capacità, l’esperienza o le risorse necessarie per trarre il massimo vantaggio dai finanziamenti cui hanno diritto.

Non di rado le procedure per accedere agli aiuti nell’ambito dei Fondi strutturali sono alquanto complicate e niente affatto trasparenti per gli utenti finali. Chiediamo perciò che tali procedure siano semplificate a tutti i livelli, cioè a livello europeo, nazionale e regionale.

L’attuazione della politica di coesione dovrebbe tener conto delle diverse esigenze delle regioni, soprattutto delle aree urbane e rurali, delle regioni di difficile accesso, delle isole e delle regioni ultraperiferiche. Questa politica dovrebbe adattare gli aiuti alle condizioni e alle caratteristiche peculiari delle singole regioni, sfruttandone il potenziale ai fini di una crescita sostenibile e a lungo termine.

Gli Stati membri e le regioni dovrebbero pertanto garantire che venga data priorità ai progetti in grado di favorire una migliore accessibilità delle regioni più povere e di garantire loro infrastrutture adeguate per i trasporti e le tecnologie informatiche. E’ compito della politica di coesione sostenere l’imprenditoria e gli investimenti nelle regioni più povere. Nuovi strumenti finanziari, quali JEREMY e JESSICA, possono validamente contribuire allo sviluppo regionale, però le conoscenze a livello locale e regionale sull’uso di questi strumenti sono ancora molto limitate.

E’ importante incoraggiare gli Stati membri a costituire partenariati pubblico-privato e a scambiare le buone prassi in questo campo. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero sostenere concretamente progetti volti a potenziare le capacità delle regioni di sviluppare e assorbire nuove tecnologie, riservando nel contempo un’attenzione particolare alla tutela dell’ambiente naturale.

Un problema estremamente grave per le regioni più povere dell’Unione sono stati gli alti tassi di disoccupazione, che hanno raggiunto persino il 20 per cento. Alla luce di questa esperienza, è urgentemente necessario investire nel capitale umano delle regioni più povere migliorando l’istruzione, innalzando costantemente la qualificazione professionale, soprattutto dei giovani, delle donne e degli anziani, nonché delle minoranze a rischio di emarginazione sociale.

Gli aiuti per favorire le pari opportunità per tutti dovrebbero essere previsti nel quadro di tutti i programmi comunitari, in particolare quelli che hanno effetti sulla coesione economica e sociale, ed essere previsti a tutti i livelli di pianificazione e attuazione dei progetti nel quadro della politica di coesione dell’Unione europea.

La Commissione e gli Stati membri devono assicurare la disponibilità di dati statistici accurati, esaurienti e comparabili – che al momento manca. La Commissione deve definire un nuovo metodo di misurazione dello sviluppo regionale, basato non solo sul PIL e sui tassi di disoccupazione ma anche su altri indicatori qualitativi e quantitativi che rispecchino le reali condizioni di vita dei cittadini. Dobbiamo migliorare i nostri metodi di calcolo della parità di potere d’acquisto facendo riferimento a indicatori regionali piuttosto che a indicatori nazionali.

La Commissione potrebbe cogliere l’occasione della revisione provvisoria del bilancio comunitario nel 2009 per analizzare gli effetti della politica di coesione e ricercare le possibili cause di risultati indesiderati.

In conclusione ringrazio tutti coloro che hanno contribuito alla relazione. Vi sono grata per i vostri preziosi emendamenti, che hanno arricchito il testo. Mi auguro sinceramente che questa relazione d’iniziativa indichi agli Stati membri e alle regioni molte linee guida valide e induca la Commissione europea a migliorare l’efficacia della politica di coesione nelle regioni più bisognose.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, è un piacere avere l’opportunità di uno scambio di opinioni con il Parlamento europeo sulla relazione Geringer de Oedenberg concernente il ruolo e l’efficacia della politica di coesione nel ridurre le disparità nelle regioni più povere dell’Unione europea.

Ancora una volta, come nel caso di altre relazioni d’iniziativa adottate dalla commissione per lo sviluppo regionale, ciò conferma l’ottima collaborazione esistente tra le nostre due Istituzioni. Parlo a nome del Commissario Hübner, che si è dovuta recare in Romania e vi manda i suoi più calorosi auguri.

Accolgo con favore questa relazione e ne apprezzo il positivo contributo alla discussione sull’impatto e l’efficacia della politica di coesione in un momento critico del periodo di programmazione 2007-2013, nonché alla vigilia della revisione di bilancio prevista per l’esercizio 2008-2009. Condivido pienamente l’opinione secondo cui la politica di coesione non è soltanto essenziale ma anche efficace al fine di ridurre le disparità socioeconomiche e territoriali e di sfruttare il potenziale di sviluppo di tutte le regioni dell’Unione europea.

Il valore aggiunto della politica di coesione è già stato dimostrato; tutti riconosciamo che esso va ben al di là dei meri trasferimenti di fondi e comprende, inter alia, lo sviluppo di partenariati, lo scambio di migliori prassi, la stabilità di bilancio e un approccio strategico.

Apprezzo in modo particolare il tema e il contenuto della vostra relazione perché essa va al nocciolo della politica di coesione. E’ un fatto che lo scopo principale della nostra politica è ridurre le disparità socioeconomiche e territoriali nelle regioni più povere dell’Unione – una sfida non da poco. Tali disparità sono drasticamente cresciute dopo gli ultimi allargamenti, e la politica di coesione è l’unico strumento comunitario creato appositamente a questo fine. A titolo d’esempio, posso ricordare che dopo gli ultimi due allargamenti la differenza in termini di prodotto interno lordo pro capite tra il 10 per cento delle regioni ai primi posti della graduatoria europea e il 10 per cento delle regioni agli ultimi posti è quasi raddoppiata.

Di fatto, le disparità regionali nell’Unione sono molto rilevanti, molto più che negli Stati Uniti o in Giappone, e si avvicinano per dimensione a quelle in Cina e in India, ad esempio.

Nonostante i fortissimi tassi di crescita nei nuovi Stati membri e la convergenza di molte regioni dell’Unione a 15, ci sono tuttora 70 regioni – abitate da 123 milioni di cittadini europei – con un PIL pro capite inferiore al 75 per cento della media europea. Inoltre, alcune regioni, e la maggior parte di esse sono tra le più sviluppate, stanno perdendo terreno: in 27 regioni, il PIL pro capite è diminuito in termini reali tra il 2000 e il 2004 e, in altre 24 regioni, la crescita è stata inferiore allo 0,5 per cento annuo.

Nondimeno, come spiega chiaramente la quarta relazione sulla coesione, pubblicata di recente, possiamo senz’altro affermare che la convergenza c’è, grazie sia alla crescita accelerata della maggior parte dei nuovi Stati membri sia ai talvolta scarsi risultati di alcuni degli Stati membri più avanzati. Nel complesso, la periferia dell’Unione sta recuperando terreno rispetto al centro del continente non solo in termini di prodotto interno lordo pro capite ma anche di occupazione, produttività e altri indicatori economici – e questa è una bella notizia. Ciò vale anche per i paesi interessati in precedenza dalla politica di coesione, i quali, con l’eccezione del Portogallo, negli scorsi anni hanno registrato progressi impressionanti.

Tale fenomeno – il processo di coesione a lungo termine – è in corso specialmente a livello di Unione europea tra Stati membri e regioni. Sappiamo che a livello nazionale il quadro è leggermente diverso, poiché in molti casi la crescita si concentra sempre più nella regione della capitale o nelle principali aree metropolitane, il che accresce le disparità interne e crea problemi legati alla presenza di agglomerazioni, come traffico congestionato, inquinamento, aumento dei costi delle abitazioni, eccetera.

Vorrei sottolineare il sostanziale contributo della nostra politica a questo processo di convergenza complessivamente positivo. Valutazioni e studi indipendenti hanno rivelato che la politica di coesione ha sostenuto i più che necessari investimenti nelle infrastrutture, nelle risorse umane, nell’ammodernamento e nella diversificazione delle economie regionali. Tra il 2000 e il 2005 gli investimenti pubblici nei quattro paesi interessati dalla politica di coesione sono stati superiori del 25 per cento a quanto sarebbero stati in assenza di tale politica, contribuendo così alla crescita del PIL. L’aumento del PIL determinato dalla politica regionale è stato del 10 per cento in Grecia e dell’8,5 per cento in Portogallo nel periodo 1989-1999 e del 6 per cento in Grecia e Portogallo, del 4 per cento in Germania e del 2,4 per cento in Spagna nel periodo 2000-2006. Secondo le previsioni per il periodo di programmazione 2007-2013, nei nuovi Stati membri questo aumento oscillerà tra il 5 e il 9 per cento.

La politica di coesione ha contribuito altresì a ridurre l’esclusione sociale e la povertà, posto che cofinanzia la formazione di nove milioni di persone ogni anno. Oltre la metà di esse sono donne, che beneficiano in tal modo di migliori condizioni di occupazione e di un reddito più elevato. Ad esempio, in sei paesi sono stati creati più di 450 000 posti di lavoro lordi: Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito. Tra il 2000 e il 2005 la politica di coesione ha contribuito per due terzi ai finanziamenti dell’obiettivo 2 e ha aiutato a orientare il policy mix degli investimenti pubblici negli Stati membri verso investimenti mirati al rafforzamento della crescita.

Secondo i dati più recenti, l’importo degli investimenti nell’ambito della politica di coesione destinato alla ricerca e allo sviluppo, all’innovazione e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nel periodo 2007-2013 è più che raddoppiato rispetto agli anni 2000-2006. Certo, resta ancora da vedere come questi progetti saranno attuati, però possiamo già notare una crescente consapevolezza, sia negli Stati membri che nelle regioni, riguardo alle loro strategie di sviluppo per il prossimo periodo di programmazione finanziaria.

E’ evidente che una delle chiavi di questo successo sta nella caratteristica della politica di coesione di essere una politica integrata, pienamente sviluppata: non è una politica settoriale né un gruppo incoerente di politiche settoriali, è invece uno strumento integrato mirato a fornire soluzioni specifiche e su misura per ciascuna regione e ciascun territorio dell’Europa. Allo stesso tempo, essa non è soltanto una politica comune che opera in maniera isolata rispetto alle altre, bensì una politica che dipende sicuramente dall’attiva partecipazione di partner a livello nazionale, regionale e locale.

La vostra relazione evidenzia giustamente una serie di questioni che sono molto rilevanti per mettere le regioni più povere in condizione di utilizzare al meglio i finanziamenti loro destinati. Ne citerò alcune tra quelle in grado di fornire a tali regioni assistenza tecnica adeguata, come l’importanza di elaborare strategie di sviluppo su misura, di attuare un partenariato efficace e di incoraggiare le buone prassi.

Ho preso buona nota delle vostre proposte. Sono certo che alcune di esse troveranno accoglienza nel quadro legislativo vigente dal quale sono scaturite le nuove iniziative approvate di recente dalla Commissione, come le tre “J” – JASPER, JEREMY e JESSICA – e l’iniziativa “Regioni per il cambiamento economico”. La flessibilità della politica di coesione consente di applicare le misure migliori adottate per ciascun caso. In merito, il Commissario Hübner garantirà da parte della Commissione un’attenzione speciale alle esigenze delle regioni più povere nei negoziati in corso sui documenti di programmazione per il periodo 2007-2013.

Apprezzo altresì il contributo che la vostra relazione dà alla discussione sulla politica di coesione futura, avviata con la pubblicazione della quarta relazione sulla coesione. Accolgo con favore queste preziose raccomandazioni volte a rendere più efficiente la politica di coesione.

Come sapete, adesso ci troviamo nello stadio iniziale della riflessione sul futuro della politica di coesione. Questa discussione ha lo scopo di sostenere la revisione del bilancio comunitario che la Commissione dovrà intraprendere nel 2008 e 2009.

Concluderò ricordando che, come vi è noto, la consultazione pubblica sul futuro della politica di coesione inizierà dopo il relativo forum, che si terrà alla fine di settembre. Un sito Internet dedicato raccoglierà i contributi degli Stati membri, delle regioni, delle città, delle Istituzioni comunitarie, dei partner economici e sociali e, naturalmente, delle organizzazioni della società civile. E’ intendimento della Commissione presentare i risultati della consultazione nella primavera 2008, insieme con la quinta relazione sullo stato di avanzamento della coesione economica e sociale. Alla luce di questa come di altre relazioni d’iniziativa approvate di recente, ascolterò con attenzione i contributi del Parlamento alla discussione.

 
  
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  Oldřich Vlasák, a nome del gruppo PPE-DE. – (CS) Signora Presidente, Commissario Potočnik, onorevoli colleghi, le differenze tra le regioni povere e quelle ricche della Comunità sono veramente macroscopiche. Tali differenze regionali sono più evidenti nell’Unione allargata di oggi di quanto non lo fossero nella precedente Unione dei Quindici. Vi possono essere molte ragioni per spiegare questo dato di fatto, come la posizione geografica, il tipo di infrastrutture residenziali, la strutturazione settoriale dell’economia, la stratificazione della società o altri motivi legati alla storia della regione considerata. In certa misura, queste differenze possono essere appianate ricorrendo a politiche strutturali, però vi saranno sempre regioni più ricche e regioni più povere. A mio parere, quindi, è molto importante avere come obiettivo principale una situazione in cui tutte le regioni dell’Unione europea hanno raggiunto, in maggior o minor misura, un certo grado di progresso economico e di sviluppo sociale. Dobbiamo orientare i Fondi strutturali in modo tale che possano stimolare nettamente la crescita del PIL, aumentare l’occupazione e contribuire a uno sviluppo sostenibile. A tale proposito, vorrei porre le seguenti domande. Quali sono state le misure strutturali che hanno contribuito alla crescita e al successo di determinate regioni, come nel caso dell’Irlanda? Per quali motivi determinate regioni, come il Mezzogiorno in Italia, dove decenni di finanziamenti strutturali non sono riusciti ad apportare cambiamenti di qualche rilievo, continuano a essere arretrate? Come possiamo garantire che i Fondi europei non siano sperperati al presente ma siano investiti per il futuro?

Onorevoli colleghi, non sono del tutto certo che la relazione di cui stiamo discutendo ci fornisca linee guida chiare in questa materia. E’ un dato di fatto, però, che solo dando risposte ai suddetti interrogativi possiamo evitare di ripetere gli errori che abbiamo compiuto in passato nelle regioni più povere, garantendo così che i finanziamenti europei apportino un reale valore aggiunto alle economie e alle società regionali. E’ tuttavia prematuro compiere una valutazione completa dei benefici che le politiche strutturali hanno comportato per le regioni più povere, perché i paesi più poveri sono entrati da poco nell’Unione europea. Permane un problema correlato con la complessità della struttura generale.

 
  
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  Constanze Angela Krehl, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signora Presidente, desidero anch’io congratularmi con lei ancora una volta per la sua elezione di ieri e per la sua prima riunione in qualità di Presidente dell’Assemblea.

Ringrazio di cuore la relatrice per la sua avvincente relazione perché, a ben guardare, abbiamo tutti lo stesso obiettivo, ossia eliminare le disparità regionali all’interno dell’Unione europea. Tale obiettivo è nell’interesse non solo delle regioni più povere dell’Unione bensì di tutte le sue regioni, dato che, in caso contrario, ristagnerebbe lo sviluppo dell’intera Unione. Il fatto è che nelle regioni che finanziamo ci sono potenziali enormi e i loro abitanti vogliono essere coinvolti e dire la loro nell’Unione europea; dobbiamo però anche dare loro l’occasione per farlo.

Mi concentrerò adesso su alcuni punti citati dalla relatrice nel suo documento che reputo molto importanti. L’Unione europea deve fornire aiuti solleciti; ciò significa che dobbiamo realizzare una struttura amministrativa tale che ci permetta di non pestarci i piedi a vicenda nei vari livelli di governo. Dobbiamo altresì creare un sistema funzionante di cooperazione transfrontaliera. Sono molto curiosa di vedere come gli Stati membri raggiungeranno questo obiettivo nei mesi e nelle settimane a venire.

Sarei veramente contenta se i nuovi strumenti finanziari JESSICA, JEREMY e JASPER, inventati qualche anno fa, troveranno finalmente diffusione negli Stati membri e saranno impiegati a buon fine. Tuttavia, delle oltre 400 domande presentate finora per programmi operativi ne sono state approvate al massimo un quarto. Vorrei che la procedura fosse più rapida; forse si potrebbero prevedere aggiustamenti futuri.

C’è una cosa che desidero sottolineare, cioè che eliminare le disparità regionali significa anche contribuire a eliminare le differenze di opportunità tra uomo e donna. Sollecito pertanto l’Assemblea ad approvare in plenaria le proposte di risoluzione al riguardo.

 
  
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  Jean Marie Beaupuy, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signora Presidente, come già l’onorevole Krehl, mi congratulo anch’io con lei per la sua elezione e per la sua prima seduta in qualità di Presidente.

Commissario Potočnik, le devo dire che questa relazione, presentata in maniera eccellente dall’onorevole Geringer de Oedenberg, è prima di tutto e soprattutto un grido dal cuore; in secondo luogo, è una necessità per l’Unione europea, come ha testé osservato l’onorevole Krehl, e un appello alla Commissione. E’ un grido dal cuore perché lo sviluppo delle regioni povere non significa soltanto promuovere la crescita di quelle regioni bensì anche tener conto delle situazioni – talvolta tragiche – in cui vivono persone disoccupate o costrette a spostarsi. E’ pertanto un grido umano dal cuore. Ma la relazione è anche una necessità – e lo spiega molto bene – per quanto attiene allo sviluppo dell’Unione europea.

Detto ciò, signor Commissario, dobbiamo fare di più; la prego di non interpretare queste mie parole come un appunto negativo bensì come una semplice osservazione. Lei stesso ne ha fatte parecchie nei circa sei minuti in cui ha parlato, e il culmine è stato quando ha detto: “Mi aspetto proposte dal Parlamento”. Bene, nella relazione dell’onorevole collega ci sono diverse proposte. Quello che vorrei dire nei pochi secondi che mi sono concessi è che la Commissione oggi ci deve spiegare chi fa cosa, quando e come.

Chi? Qual è il ruolo dell’Unione europea? Credo che finora abbiamo stabilito, in buona parte con successo, le condizioni per quanto riguarda i finanziamenti, le norme e altro ancora. La relazione contiene alcune iniziative aggiuntive concernenti in particolare gli aspetti finanziari, l’assistenza tecnica, eccetera, allo scopo di potenziare il ruolo guida svolto dalla Commissione e di metterla in una condizione più forte per avanzare proposte e fornire assistenza. Però nulla o quasi nulla si dice del ruolo degli Stati membri. E’ un fatto che, se vogliamo aiutare le regioni in difficoltà, non basta dire “Ci sono i fondi europei”, occorre anche che gli Stati membri si assumano le loro responsabilità. A questo livello, la Commissione non può imporre nulla, visti i vincoli del principio di sussidiarietà. Tuttavia, alla luce di quanto è successo in Irlanda e nell’Italia meridionale e da altre parti, alcune osservazioni e alcuni suggerimenti paiono opportuni.

Ieri ho ricevuto la visita di alcuni sindaci di comuni molto piccoli in regioni svantaggiate, e spetta a loro predisporre i progetti – hanno bisogno solo di sapere come.

Concluderò, signor Commissario, dicendo che personalmente mi aspetto dalla Commissione che, oltre a quanto indicato nella relazione dell’onorevole collega, adempia il suo dovere e ci dica chiaramente chi fa cosa e come.

 
  
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  Elisabeth Schroedter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, mi congratulo anch’io per il suo nuovo incarico, signora Presidente.

Una riforma tira l’altra. Questo è stato il motivo per cui la commissione per lo sviluppo regionale, subito dopo la riforma dei Fondi strutturali, ha chiesto per l’ennesima volta come avremmo dovuto valutare in futuro le regioni più povere dell’Unione. Lo scopo era quello di dare alla politica di coesione un futuro che tenga conto dell’esperienza attuale in vista della prossima riforma dei Fondi strutturali, nel 2014, poiché sappiamo che la disponibilità degli Stati membri più ricchi a contribuire al Patto di solidarietà sta scemando. Allo stesso tempo, il nostro impegno comune nei confronti delle regioni povere attraverso la politica di coesione è il vero cuore pulsante dell’Unione europea.

Purtroppo, la relazione di cui stiamo discutendo affronta a malapena le questioni riguardanti il futuro, concentrandosi sui problemi di attuazione del vigente regolamento sui Fondi strutturali nei nuovi Stati membri. La relazione illustra ciò che succede quando si pensa di poter fare a meno di una solida struttura amministrativa decentrata. Reputo tuttavia ingenuo credere che le banche possano essere un sostituto per un maggiore grado di coinvolgimento come panacea per i problemi amministrativi e di assorbimento nelle regioni più povere.

Le iniziative JASPER e JESSICA devono essere impiegate in modo tale da rendere possibile anche in futuro un’azione democratica e da non oberare le casse pubbliche con debiti che andranno a gravare su intere generazioni future. Ciò significherebbe che l’Unione europea mantiene costantemente le regioni più povere a un livello di mera sopravvivenza, e questo non può essere il nostro intendimento.

 
  
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  Pedro Guerreiro, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Per prima cosa desidero congratularmi con la relatrice per la sua relazione d’iniziativa, che sottolinea alcuni aspetti per noi rilevanti, anche se non siamo d’accordo su altri, più esattamente quelli concernenti la discussione sul futuro della politica di coesione e la quarta relazione sulla coesione economica e sociale dell’Unione europea.

A questo proposito va precisato che le disparità, soprattutto quelle regionali, sono cresciute drasticamente a ogni nuovo allargamento dell’UE, che sono stati dimostrati l’aumento delle disparità regionali e la crescita degli effetti di polarizzazione a livello interno in tutti i paesi e che, in termini generali, esistono ancora un centro ricco e una periferia povera, che si è ulteriormente ampliata.

Evidenziando questi aspetti cerchiamo di giustificare l’esistenza di una forte politica regionale in quanto strumento essenziale per ridurre le disparità e promuovere una convergenza reale – non nominale – nelle regioni più povere dell’Unione europea. Una forte politica di coesione regionale è tanto più necessaria quanto più aumentano i costi del mercato interno, della politica di liberalizzazione dei mercati e della concorrenza, dell’Unione europea e monetaria nonché dell’euro e del suo Patto di stabilità per le regioni più povere dell’UE.

E’ fondamentale rafforzare la politica di coesione regionale stabilendo che l’obiettivo centrale della politica dell’Unione europea sono la tanto decantata coesione economica e sociale e la convergenza reale, rafforzando il ruolo distributivo del bilancio comunitario e fornendo finanziamenti adeguati affinché gli obiettivi proposti possano essere effettivamente raggiunti.

Se la politica di coesione regionale deve essere efficace, bisogna respingere tutte le azioni che ne riducono il valore, come la distrazione dei suoi fondi per finanziare altre politiche e altre priorità che non contribuiscono affatto al raggiungimento dei fini prestabiliti.

 
  
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  Georgios Karatzaferis, a nome del gruppo IND/DEM. – (EL) Signora Presidente, può immaginarsi una famiglia seduta a tavola per il pranzo in cui il padre mangia aragosta, la madre salmone, un figlio carne e un altro figlio fagioli, un terzo figlio verdure e il quarto non mangia nulla? E’ semplicemente impensabile, eppure questo è esattamente quanto succede nella grande famiglia europea, che vogliamo unire sotto l’egida di un’unica costituzione.

In Europa, 80 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà. In Grecia ci sono pensionati che vivono con 300 euro al mese, e sono pure contenti perché nei paesi confinanti altri pensionati vivono con 80 euro.

Questa è la politica dell’Europa. Alcune aree inaccessibili della Grecia, come Ipiros o certe isole remote vicino alle coste della Turchia, si sono ritrovate improvvisamente ricche per il semplice fatto che con l’arrivo dei nuovi Stati membri la media europea si è abbassata. Ma questo non è logico. Dobbiamo trovare un modo per sviluppare l’economia in maniera equa per tutti.

Quando c’è un atteggiamento razzista da parte dei ministri responsabili dell’economia, come il ministro delle Finanze Alogoskoufis, il quale l’altro giorno ha detto che i neri non sono persone, usando per definirli un termine ripugnante e insultante quale “negri”, dicevo, quando quei ministri hanno simili atteggiamenti razzisti non possono imporre un’economia fondata sulla parità, un’economia che possa essere sviluppata in tutto il mondo.

I poveri hanno il diritto di vivere e dobbiamo trovare soluzioni ai loro problemi. Non fisseremo di certo standard europei basati sul numero di persone che possiedono una Mercedes 500, bensì sul numero di bambini che al mattino non hanno un bicchiere di latte da bere.

 
  
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  Lambert van Nistelrooij (PPE-DE).(NL) Signora Presidente, signor Commissario, dal 2004 la crescita economica nei nuovi Stati membri è stata nell’ordine del 5,3 per cento, cioè di 2 punti percentuali superiore a quella dei vecchi Stati membri. Le esportazioni sono raddoppiate e gli investimenti stanno aumentando in misura considerevole. Questi risultati, che, come osservava poco fa il Commissario Potočnik, si possono sicuramente e provatamente ascrivere alla politica di coesione, sono eccellenti. In termini statistici, il numero delle regioni povere sta calando.

Detto ciò, le disparità regionali all’interno dei singoli Stati membri sono molto grandi, come giustamente sottolinea la relazione Geringer de Oedenberg. Rilevo altresì che dobbiamo essere più critici nei confronti dell’impegno da parte degli Stati membri, perché l’eccessiva concentrazione nelle regioni centrali e nelle aree urbane non contribuisce di certo a promuovere la causa delle regioni periferiche. Anche gli Stati membri, insieme con l’Unione europea, devono scegliere un approccio di tipo territoriale alla loro politica di coesione. Quando valutiamo l’efficacia di questa politica, dobbiamo analizzare i piani nazionali che ci vengono sottoposti sotto un profilo più marcatamente politico, e questo perché, a ben guardare, non siamo capaci di accelerare lo sviluppo e la coesione nelle regioni povere. C’è quindi bisogno di una revisione. La quarta relazione sulla coesione ci offre il contesto adatto per affrontare questa discussione. Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei dovrà contribuire a prendere l’iniziativa a tal fine. L’8 novembre organizzeremo perciò un’audizione su questo tema presso il Parlamento europeo.

Concludo dicendo che ci sono buoni risultati e buone opportunità per la politica di coesione, però dobbiamo concentrarci di più sulle sinergie a livello europeo, nazionale e regionale, a beneficio delle regioni più povere, resistendo alla tentazione di un’Europa a più velocità. Anche le regioni più povere devono infatti occupare il posto che spetta loro nell’economia della conoscenza e nella globalizzazione.

 
  
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  Evgeni Kirilov (PSE).(EN) Signora Presidente, mi congratulo con l’onorevole Geringer de Oedenberg per la sua eccellente relazione. Queste regioni si trovano ad affrontare una duplice sfida nell’attuazione della politica regionale comune, nell’ottica di utilizzare correttamente i fondi loro assegnati e di ottenere i risultati previsti nell’ambito degli obiettivi della coesione economica e sociale.

La Commissione europea, i governi e le autorità locali a ogni livello dovrebbero adottare misure speciali per queste regioni al fine di ottenere i risultati migliori per i cittadini e per l’intero settore dell’economia. C’è bisogno soprattutto di assistenza tecnica specifica, mirata al miglioramento della capacità amministrativa e a un maggiore coordinamento tra gli enti dell’amministrazione statale e locale. Per il resto, concordo con il Commissario: soluzioni specifiche, su misura, capaci di ovviare alle carenze istituzionali, amministrative ed economiche di queste regioni consentiranno di migliorare l’efficienza degli aiuti finanziari dell’Unione europea nel loro complesso. Occorre incoraggiare le regioni più povere a definire piani integrati di sviluppo sotto forma di documenti nazionali che potrebbero fungere da riferimento per individuare le caratteristiche peculiari e il potenziale di ciascuna regione.

Gli Stati membri vanno incoraggiati a migliorare il quadro legislativo nel campo dei partenariati pubblico-privato, trasformandoli in una base solida su cui fondare regole semplici e trasparenti. Ma ciò di cui l’istituzione e i beneficiari di questi differenti programmi, anche nel mio paese, la Bulgaria, hanno maggiormente bisogno è uno scambio ancora più attivo di buone pratiche, soprattutto tra i nuovi Stati membri, nonché il trasferimento di know-how alle amministrazioni centrali, regionali e locali al livello più basso e l’organizzazione di corsi di formazione specifica per quanto riguarda l’intero ciclo della progettazione e dell’attuazione.

Ci sono quattro elementi chiave che dovremmo tenere ben presenti: convergenza, aiuto, capacità di assorbimento dei finanziamenti e semplificazione delle regole. Concluderò dicendo che tutte le misure indicate nella relazione sono molto importanti, comprese, naturalmente, quelle sulle pari opportunità per uomini e donne, che costituisce un problema grave nelle regioni più povere. Sostengo appieno l’iniziativa per l’adozione di una risoluzione rivolta nello specifico alle regioni più povere dell’Unione europea.

 
  
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  Jan Olbrycht (PPE-DE).(PL) Signora Presidente, la quarta relazione sulla coesione, pubblicata di recente dalla Commissione, conferma che le disparità di sviluppo tra le regioni più ricche e quelle più povere dell’Unione europea stanno diminuendo, ed è la prima volta che ciò avviene.

Presupponendo che nelle regioni più forti il tasso di crescita rimanga alto e costante e sia consolidato da una notevole mole di investimenti nell’innovazione, dobbiamo concludere che le regioni più deboli stanno registrando una crescita più accentuata, che consente loro non solo di non essere sempre più arretrate ma anche di compiere significativi progressi nel recuperare lo svantaggio. Questi dati confermano altresì la teoria dell’efficacia della politica di coesione dell’Unione europea e la necessità di gestirla e svilupparla nei prossimi periodi di programmazione.

La relazione di cui stiamo discutendo riguarda le regioni più povere dell’Unione europea, non le regioni più povere degli Stati membri, che spesso sono relativamente ricche se considerate su scala europea. Le disparità interregionali a livello nazionale rientrano spesso nelle competenze delle autorità nazionali, che, soprattutto nei cosiddetti “paesi della coesione”, dovrebbero essere coadiuvate da interventi europei.

E’ necessario prendere una decisione politica coraggiosa e separata per stabilire quali regioni sono, a nostro giudizio, le più povere e quali necessitano di un’azione specifica per promuovere lo sviluppo. Non dimentichiamo che le disposizioni del Trattato affrontano la questione delle disparità regionali e che la politica di coesione deve riguardare non soltanto le regioni più povere in termini di PIL pro capite ma anche quelle in ritardo rispetto alle altre per quanto riguarda il livello di innovazione, lo sviluppo di un’economia fondata sulla conoscenza, la capacità di richiamare investimenti, la collocazione geografica, eccetera.

Alcune disparità possono attenuarsi grazie alla crescita economica e a un mercato interno più coeso; però ne possono sorgere di nuove. La politica di coesione non è mai stata e non è un’opera di beneficenza, è e deve rimanere invece uno strumento flessibile di intervento per l’Unione europea.

 
  
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  Stavros Arnaoutakis (PSE).(EL) Signora Presidente, oggi, sette mesi dopo l’inizio del quarto periodo di programmazione e sulla scia della discussione in merito al futuro della politica di coesione, il Parlamento europeo sottolinea in questa relazione – per la quale mi congratulo con la sua autrice – che nel nuovo periodo di programmazione bisogna assolutamente evitare errori.

La politica di coesione non deve soltanto raggiungere gli obiettivi che si è prefissa e rafforzare la crescita e lo sviluppo nelle regioni più povere; deve anche riuscire a rendere i suoi risultati visibili, tangibili e accettabili per tutti a tutti i livelli.

Concedere sovvenzioni e stanziare fondi di per sé non garantisce un uso corretto delle risorse né una diminuzione delle disuguaglianze attualmente esistenti tra le regioni europee. Un uso corretto delle risorse richiede coordinamento e partecipazione a tutti i livelli.

Stiamo attraversando un periodo di profondi cambiamenti e grandi sfide in campo economico. Dobbiamo proteggere e promuovere la politica che dà attuazione alla solidarietà e alla coesione e renderla ancora più efficace.

La relazione contiene importanti raccomandazioni in tal senso. Mettiamole in pratica.

 
  
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  Gábor Harangozó (PSE).(HU) Desidero anzitutto complimentarmi con la relatrice per la sua eccellente relazione, che ha ottenuto un grande successo.

Affinché lo sviluppo economico arrivi anche nelle regioni che più ne hanno bisogno, dobbiamo tener conto delle caratteristiche specifiche di queste ultime. E’ evidente che nella fase iniziale le disuguaglianze all’interno dei paesi sono cresciute. La crescita economica in termini di media nazionale può anche essere buona, però è concentrata nella capitale e nelle aree urbane, mentre nelle tipiche aree rurali e nei centri rurali la povertà cresce e si stanno formando veri e propri ghetti.

Questo problema ha dimensioni ben maggiori del potenziale di sviluppo rurale, e pertanto qualsiasi speranza di cambiamento può fondarsi soltanto su una determinata armonizzazione dei fattori di base e su sviluppi complessi. Per tale motivo ritengo necessario dare la priorità alle aree urbane. Parallelamente, va attribuita maggiore importanza all’esigenza di aiutare le minoranze a recuperare situazioni di svantaggio e alla definizione di programmi di formazione e riqualificazione mirati a questo obiettivo.

Reputo, infine, importante aumentare la capacità di assorbimento dei nuovi Stati membri e ampliare ulteriormente l’assistenza tecnica necessaria a tale scopo. Solo così l’integrazione può diventare uno strumento per realizzare l’Europa delle regioni.

 
  
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  Emanuel Jardim Fernandes (PSE).(PT) Signora Presidente, la relazione dell’onorevole de Oedenberg non solo è un testo eccellente, frutto della totale apertura e dell’abilità della relatrice nel negoziare consensi, ma anche mette in evidenza le forti disparità regionali che esistono in tutta l’Europa, sia negli Stati membri nuovi che in quelli vecchi, dove una gran parte delle regioni sono state escluse dal gruppo delle regioni più povere semplicemente sulla base di dati statistici, che non sempre sono completi né correttamente comparati e che devono pertanto essere migliorati.

Essendo originario di una regione ultraperiferica, l’isola di Madeira, ho proposto vari contributi ai seguenti fini: garantire l’adeguamento della politica di coesione alle regioni più remote, come previsto dall’articolo 29, paragrafo 2, definire più chiaramente i criteri di individuazione delle regioni ricche e delle regioni povere e potenziare la ricerca e l’istruzione quali strumenti di sviluppo, perché le regioni più povere devono trovare un modo efficace per uscire dalla situazione in cui si trovano.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, è indubbio che le regioni più povere dell’Europa necessitano della nostra attenzione. Alcune regioni europee hanno anzi bisogno di un’attenzione speciale; mi riferisco a quelle svantaggiate dal punto di vista statistico e alle regioni e città più remote e isolate. E’ importante che ci concentriamo sulla riorganizzazione degli aiuti strutturali dedicando maggiore attenzione agli obiettivi di Lisbona in materia di innovazione, ricerca e sviluppo, perché in questo modo potremo costruire una base solida per le economie future di quelle regioni. Dovremmo altresì preoccuparci di ridurre i consumi energetici ricorrendo alle fonti alternative, che saranno una condizione importante per garantire a quei paesi un futuro sostenibile.

L’integrazione della tematica di genere è un principio trasversale cui ci atterremo in tutte le nostre azioni nell’ambito di tutti i Fondi strutturali. La capacità di assorbimento è un aspetto che sta costantemente al centro del nostro operare. Tutti questi aspetti hanno ricevuto e continueranno a ricevere costante attenzione da parte nostra.

La solidarietà con i cittadini più poveri d’Europa è la colonna portante dell’Unione europea, soprattutto dopo gli ultimi due allargamenti. Non dobbiamo negare i problemi, ma non dobbiamo neppure dimenticare i buoni risultati che abbiamo ottenuto in passato. E’ importante parlare tanto dei successi quanto dei problemi, perché è così che possiamo garantire un riconoscimento ancora maggiore per la politica di coesione e prevenire problemi futuri.

Desidero ringraziarvi per l’eccellente relazione Geringer, i vostri commenti e le vostre osservazioni critiche. E’ nostro dovere affrontare i problemi dei più poveri tra i cittadini europei. La Commissione avrà cura di focalizzare la propria attenzione su questo punto. La solidarietà deve restare uno dei settori nei quali dimostriamo il volto umano dell’Europa nel suo complesso.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà tra poco, durante il turno di votazioni.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. HANS-GERT POETTERING
Presidente

 
  
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, quanto prima cominciamo a votare, tanto prima potrete partire per le meritate vacanze. Ma oggi pomeriggio ci sarà, naturalmente, un’altra seduta. Invito l’onorevole Robert Atkins a provvedere affinché la prossima volta i colleghi siano tutti presenti in Aula puntualmente.

 
  
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  Thomas Wise (IND/DEM).(EN) Signor Presidente, intervengo per una questione di procedura. Sono certo che l’onorevole Atkins lo farebbe molto volentieri se lei ci potesse garantire che si comincia puntualmente!

 
  
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  Presidente. – Oggi questa sua osservazione è infondata, onorevole Wise, perché l’onorevole Atkins non è ancora riuscito a mettere in riga i colleghi. Ma sono certo che in futuro cercherà di farlo, e allora potremo giudicarci reciprocamente con correttezza e obiettività.

 
  
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  Sir Robert Atkins (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, sono certo che se chi presiede la seduta, chiunque sia, cominciasse puntualmente, i colleghi saprebbero che devono trovarsi in Aula all’ora stabilita!

(Applausi)

 
  
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  Giles Chichester (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, molti di noi ieri, all’ora di pranzo, hanno ammirato la sua capacità di liberarsi dall’incombenza di presiedere la seduta. Mentre noi siamo rimasti qui a votare, lei se n’è andato a desinare. Intende fare lo stesso anche oggi?

(Ilarità)

 
  
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  Presidente. – Non so se lei miri all’incarico di Presidente del Parlamento europeo, onorevole Chichester, ma se un giorno lo diventerà, si accorgerà che il mio intento non era tanto quello di andare a pranzo quanto di adempiere numerosi obblighi.

 

6. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e altri dettagli concernenti le votazioni, vedasi Processo verbale)

 

6.1. Programma statistico comunitario 2008-2012 (votazione)
  

– Relazione Becsey (A6-0240/2007)

 

6.2. Darfur (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (B6-0311/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Josep Borrell Fontelles (PSE).(ES) Signor Presidente, questa risoluzione giunge in seduta plenaria ai sensi dell’articolo 91, per urgenza, senza discussione. Essa è sicuramente urgente e, a nome mio e dei cinque deputati che hanno trascorso cinque giorni in Darfur, vorrei sottolineare molto concisamente i motivi di questa urgenza.

Oggi il Darfur è un territorio senza legge in cui si assiste a una lotta di tutti contro tutti. La regione è diventata un compendio dei principali problemi del nostro tempo: il conflitto tra centro e periferia, i conflitti etnici, il cinico sfruttamento delle rivalità tra i gruppi per fini politici; inoltre si tratta forse della prima guerra al mondo provocata dai mutamenti climatici.

Ma è urgente perché la sicurezza sta ulteriormente peggiorando, e se questa tendenza proseguirà, gli operatori umanitari non saranno in grado di proseguire il loro lavoro. Il destino di due milioni e mezzo di persone dipende dal loro operato, perché ogni giorno ricevono cibo grazie ai loro sforzi umanitari, e in parte grazie al denaro dell’Unione europea.

Se la sicurezza non migliorerà tra oggi e la fine dell’anno, potremo ritrovarci con due milioni di persone abbandonate al loro destino nel deserto, con il rischio di creare la più grave crisi umanitaria che il mondo abbia mai visto.

Pertanto è importante, signor Presidente, onorevoli colleghi, che le forze delle Nazioni Unite, di cui abbiamo chiesto ripetutamente il dispiegamento in Darfur, possano finalmente essere inviate nella regione, ora che il governo sudanese ha ritirato le sue obiezioni a proposito. Il governo sudanese non nega più l’autorizzazione, ora acconsente. Dice che devono arrivare il prima possibile, perché non è più in grado (se mai ne ha avuto l’intenzione) di garantire gli standard minimi di sicurezza.

I janjaweed non sono stati disarmati, tutt’altro. Il governo sudanese non intende migliorare la situazione della sicurezza in Darfur. Se vogliamo impedire che si verifichi una crisi umanitaria totale, dobbiamo esercitare pressioni per fare in modo che la forza ONU vi giunga il prima possibile.

Tuttavia, poiché servirà almeno un anno per il suo dispiegamento, dobbiamo sostenere l’Unione africana, facendo almeno in modo che i suoi soldati siano pagati, perché dovete sapere che abbiamo speso più denaro per sostenere tale forza che per gli aiuti umanitari.

Queste sono le ragioni dell’urgenza, Signor Presidente.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Grazie molte, onorevole Josep Borrell, per questa relazione e per il suo incessante impegno.

 

6.3. Verso una politica marittima dell’Unione (votazione)
  

– Relazione Piecyk (A6-0235/2007)

– Prima della votazione

 
  
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  Willi Piecyk (PSE), relatore. – (DE) Vorrei sottolineare che l’emendamento n. 1 non deve essere inserito dopo il paragrafo 4, ma dopo il paragrafo 146, come concordato con l’autore dell’emendamento. Questo paragrafo non deve stare all’inizio ma alla fine della risoluzione. Sarei grato se poteste predisporre questa variazione.

 
  
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  Presidente. – I nostri capaci collaboratori vi hanno già provveduto.

 

6.4. Attuazione del primo pacchetto ferroviario (votazione)
  

– Relazione Cramer (A6-0219/2007)

 

6.5. Per un’Europa in movimento – Mobilità sostenibile per il nostro continente (votazione)
  

– Relazione Barsi-Pataky (A6-0190/2007)

 
  
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  Rosa Miguélez Ramos (PSE).(ES) Signor Presidente, questa relazione appare ancora sui monitor sotto il nome di relazione Cramer, mentre in realtà si tratta della relazione Barsi-Pataky. Ciò può creare confusione: a me l’ha creata.

 
  
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  Presidente. – Ora è corretta. Grazie per aver attirato la mia attenzione su quello che accade dietro le quinte.

 

6.6. Iniziative per contrastare le malattie cardiovascolari (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (B6-0277/2007)

 

6.7. Accordo PNR con gli Stati Uniti d’America (votazione)
  

– Proposta di risoluzione comune (RC-B6-0278/2007)

Prima della votazione sul trattino 4

 
  
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  Manfred Weber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, i quattro emendamenti orali che abbiamo presentato costituiscono un ultimo tentativo di arrivare a una risoluzione comune. Permettetemi, a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, di spiegare che concordiamo con tale critica, ma le critiche da sole non fermeranno i terroristi. E’ per questo che desideriamo conferire una dimensione costruttiva a questa risoluzione. Pertanto chiediamo in primo luogo di aggiungere la seguente formula:

(EN) “vista la sentenza del 30 maggio 2006 della Corte di giustizia delle Comunità europee nelle cause riunite C-317/04 e C-318/04,”

(DE) In tal modo desideriamo includere un serio riferimento alla sentenza che il Parlamento stesso ha fatto pressioni per ottenere. Questo è il primo emendamento orale per il quale chiedo l’appoggio di questa Assemblea.

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

Prima della votazione sul trattino 6

 
  
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  Manfred Weber (PPE-DE).(DE) L’aggiunta a questo punto sarebbe la seguente:

(EN) “... e le risposte ricevute il 29 giugno e il 3 luglio 2007dal Ministro Wolfgang Schäuble e da Jonathan Faull, Direttore generale della DG Giustizia, libertà e sicurezza della Commissione”,

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

Dopo il considerando A

 
  
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  Manfred Weber (PPE-DE). – (DE) Quindi chiediamo di aggiungere un altro considerando, il seguente:

(EN) “considerando che l’accordo PNR è volto a combattere il terrorismo e la criminalità internazionale”,

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

Dopo il considerando B

 
  
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  Manfred Weber (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, desidero proporre il seguente emendamento orale: “considerando che l’accordo PNR fornisce il quadro giuridico per il trasferimento di dati PNR dell’UE agli Stati Uniti e, quindi, fornisce ai vettori aerei una base per le loro operazioni commerciali negli USA,”.

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

 

6.8. Area dell’euro (2007) (votazione)
  

– Relazione Rosati (A6-0264/2007)

 

6.9. Banca centrale europea (2006) (votazione)
  

– Relazione Mitchell (A6-0266/2007)

 

6.10. Palestina (votazione)
  

– Proposta di risoluzione comune (RC-B6-0268/2007)

 

6.11. Situazione in Pakistan (votazione)
  

– Proposta di risoluzione comune (RC-B6-0279/2007)

– Prima della votazione sul paragrafo 1

 
  
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  Robert Evans (PSE).(EN) Signor Presidente, me ne scuso, ma i colleghi sapranno che la situazione cambia di giorno in giorno e noteranno che l’emendamento orale non corrisponde perfettamente a quello contenuto in alcuni fogli, perciò lo leggerò ad alta voce: “esprime la propria solidarietà nei confronti del popolo pakistano, vittima della violenza perpetrata dagli estremisti armati; esprime profonda preoccupazione per il fatto che 1 800 o più persone sarebbero state tenute in ostaggio nella Moschea Rossa; riconosce le sfide che l’assedio ha posto al governo del Pakistan; esprime la sua grande preoccupazione con riguardo al numero ancora sconosciuto delle vittime e sostiene gli sforzi per assicurare i responsabili alla giustizia;”.

 
  
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  Eva Lichtenberger (Verts/ALE).(DE) Dal momento che l’assalto alla Moschea Rossa si è concluso, non dovremmo usare il passato, almeno nella seconda parte?

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

 

6.12. Relazione 2006 sui progressi compiuti dall’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (votazione)
  

– Relazione Meijer (A6-214/2007)

Prima della votazione

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), relatore. – (EN) Signor Presidente, all’inizio della votazione sulla relazione, devo informare l’Aula in merito a due punti. Primo: mentre la votazione era in fase di preparazione in sede di commissione AFET, tutti i gruppi politici hanno accettato di utilizzare in questa relazione un unico termine per lo Stato che si definisce Repubblica di Macedonia. Si tratta della lunga espressione “ex Repubblica jugoslava di Macedonia”, senza abbreviazioni, quali FYROM in inglese o ARYM in francese. Pertanto propongo che, nel caso in cui alcune parti del testo finale adottato contengano eventuali altri termini, essi vengano sostituiti sulla scorta di tale ampio consenso.

Secondo: il gruppo PPE-DE mi ha proposto di unificare due emendamenti al paragrafo 13, ovvero il mio emendamento n. 22 e l’emendamento n. 6 del PSE. Alla luce di questo, vorrei chiedere un emendamento orale al mio emendamento n. 22. Poiché la votazione sull’emendamento n. 22 dovrebbe tenersi dopo la votazione sull’emendamento n. 6, questa soluzione è adottabile soltanto nel caso in cui l’emendamento n. 6 venga respinto.

Pertanto vorrei chiedere di modificare l’ordine di votazione degli emendamenti. L’onorevole Pinior del gruppo PSE ieri sera ha dichiarato di essere favorevole a tale soluzione.

 
  
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  Presidente. – Spero che tutti abbiano compreso correttamente. In tal caso ci comporteremo come richiesto.

 

6.13. Accordo TRIPS e accesso ai medicinali (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (B6-0288/2007)

 

6.14. Controllo democratico nell’ambito dello strumento di cooperazione allo sviluppo (votazione)
  

– Proposta di risoluzione (B6-0310/2007)

 

6.15. Mandato negoziale relativo a un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e l’Ucraina, dall’altra (votazione)
  

– Relazione Kamiński (A6-0217/2007)

Prima della votazione sull’emendamento n. 4

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, è a malincuore che presento questo emendamento di compromesso, ma esso potrebbe rivelarsi un modo per ottenere una netta maggioranza. Alla fine dell’emendamento, dopo “avvii il relativo processo”, si tratterebbe di aggiungere le parole “inclusa la possibilità di adesione”.

 
  
  

(L’emendamento orale è accolto)

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) L’emendamento n. 6 riveduto è stato ritirato.

 
  
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  Presidente. – Quindi il paragrafo 11 non subirà variazioni.

 

6.16. Politica di coesione nelle regioni più povere dell’Unione europea (votazione)
  

– Relazione Geringer de Oedenberg (A6-0241/2007)

 
  
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  Presidente. – Auguro a tutti buone vacanze, ma prima dovete partecipare alla votazione di questo pomeriggio!

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROURE
Vicepresidente

 
  
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  Marcin Libicki (UEN). (PL) Signora Presidente, vorrei sottolineare che non posso essere ritenuto responsabile per la prima parte della votazione sulla relazione Barsi-Pataky perché, in quel momento, era ancora visualizzato il nome del precedente relatore, l’onorevole Cramer. Pertanto potrei aver commesso un errore nella votazione sulla relazione Barsi-Pataky.

 
  
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  Presidente. – Sarà messo a verbale.

 

7. Dichiarazioni di voto
  

– Darfur (B6-0311/2007)

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE).(FI) Signora Presidente, ho apprezzato il fatto che nella risoluzione che abbiamo votato sia stato richiamato il concetto di “responsabilità di proteggere”. Non sempre si tratta di interventi militari, ma, ovviamente, le Nazioni Unite hanno anche questo dovere. Senza tali interventi, l’organizzazione si ridurrebbe a un circolo composto da coloro che abusano del sistema e da coloro che approvano tali abusi.

Purtroppo, vi sono segnali che indicano che l’ONU non è in grado di far fronte a tali obblighi. La tragedia umana della crisi in Darfur è una nuova macchia sulla reputazione della comunità internazionale. Perché l’ONU è più rapida nell’affrontare i problemi del Medio Oriente rispetto a quelli dell’Africa? Una causa della crisi è rappresentata dall’emarginazione etnica e il segreto per ottenere una soluzione politica sta nella nostra capacità di costringere tutte le parti in causa a impegnarsi in colloqui di pace. A ciò si aggiungono il sottosviluppo e i disastri ambientali. La crisi è la prima guerra scatenata dai mutamenti climatici, pertanto è indispensabile trovare una soluzione umanitaria.

Il fatto che l’UE voglia assumersi la responsabilità di risolvere i problemi del Darfur e altri problemi africani ha un grande valore. Spero che un giorno potremo dire lo stesso degli Stati Uniti d’America. Alcuni potrebbero osservare che ciò è legato alla cattiva coscienza dell’Europa dovuta alla sua storia. Forse è vero, ma ciò non uccide nessuno. Il silenzio e l’apatia sì.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione sulla situazione in Darfur. Sono favorevole in particolare a un attento monitoraggio dell’embargo sulle armi nei confronti di Khartoum e all’imposizione di una zona di interdizione aerea sulla regione. Appoggio la richiesta di un’approfondita indagine sulla questione del mancato pagamento dei soldati della missione dell’Unione africana.

 
  
  

– Relazione: Piecyk (A6-0235/2007)

 
  
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  John Attard-Montalto (PSE).(EN) Signora Presidente, vorrei registrare che lo schema di voto in materia di integrazione marittima prende atto del fatto che la questione di FRONTEX è diventata quasi una farsa.

Come è noto, il livello di solidarietà concesso a FRONTEX, che fa parte di questa politica integrata, è diventato quasi farsesco. E’ stato offerto un solo elicottero, quello tedesco, e forse non si è notato che due paesi vicini a Malta hanno, a tutti gli effetti, chiuso il proprio spazio aereo. Uno ha rifiutato periodicamente l’ingresso nel suo spazio aereo all’elicottero tedesco, l’altro ha addirittura minacciato di abbatterlo. Per questo ho votato così.

 
  
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  Philip Claeys (ITS).(NL) Signora Presidente, ovviamente l’Europa marittima deve affrontare ogni sorta di sfide economiche, sociali ed ecologiche che richiedono un approccio condiviso, ma non è questo il punto. Il punto è stabilire se sia necessaria una vasta politica marittima integrata europea, con tutte le ulteriori norme e regolamenti che comporterà, per affrontare questa tematica.

A mio parere, la politica marittima e la gestione europee trarrebbero vantaggi molto maggiori da campagne di tipo pratico tra gli Stati membri e gli altri attori in una collaborazione ad ampio raggio piuttosto che da nuove normative e regolamentazioni di ogni sorta. Ciò che conta è il coordinamento, lo scambio di informazioni tra gli Stati membri, la riduzione del carico amministrativo e la promozione della ricerca marittima. Tuttavia, in nessun caso l’Unione europea potrà interferire in materie che afferiscono al principio di sussidiarietà o alle forze di mercato, quali la difesa delle coste, la pianificazione territoriale o la regolamentazione dei mercati dei porti di mare.

 
  
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  Christine De Veyrac (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Offro il mio pieno appoggio alla relazione del collega, onorevole Piecyk.

Questo testo, che rappresenta la risposta del Parlamento europeo al Libro verde della Commissione sulla politica marittima dell’UE, tratta di diverse questioni importanti.

Si occupa, in particolare, della sfida che i mutamenti climatici rappresentano per la politica marittima. La politica marittima europea deve svolgere un ruolo di rilievo in questo ambito facendo affidamento su una riduzione delle emissioni di CO2 delle navi, sull’eventuale integrazione delle navi nel sistema di scambio delle quote di emissioni e sulla promozione delle fonti energetiche rinnovabili.

E’ essenziale trovare un equilibrio duraturo tra la tutela dell’ambiente e lo sfruttamento commerciale degli oceani europei. Inoltre, ritengo, dato il nostro voto favorevole, che la Commissione debba rafforzare tutti i provvedimenti relativi alla responsabilità civile e penale in caso di avaria o di incidente e moltiplicare la sorveglianza in merito all’applicazione delle regole che rendono obbligatorio l’utilizzo di doppi scafi.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore di questa relazione basata del Libro verde della Commissione “Verso una politica marittima dell’Unione: una visione europea degli oceani e dei mari” perché ritengo che la promozione di un’economia marittima prospera e sostenibile sia di fondamentale importanza.

Questa relazione presenta un approccio politico integrato alla tematica, in quanto contiene proposte concrete in materia di navigazione, sicurezza navale e marittima, turismo, pesca, politica portuale, ambiente marino, ricerca, industria e uso del territorio, ovvero la proposta di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle navi e la creazione di una guardia costiera europea.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. (SV) I provvedimenti politici volti a combattere i mutamenti climatici sono ovviamente importanti, ma per quanto riguarda alcune delle misure proposte da questa risoluzione, a parte le procedure legislative, la maggioranza dei parlamentari europei, come al solito, esagera un po’. Le proposte aggravano la burocrazia e confermano l’immagine di un Parlamento europeo con una patologica tendenza ad espandersi in modo assolutamente sproporzionato.

Diverse proposte contenute in questa relazione si spingono troppo lontano, pertanto ho scelto di votare contro questa relazione di iniziativa perché ritengo che avrebbe potuto essere più concisa e sintetica. Così come è, la sua idea di una futura politica marittima UE è caratterizzata dall’impossibilità di lasciare le cose come stanno.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Noi crediamo che una politica marittima fondata sulla cooperazione tra i diversi Stati membri e che, a livello comunitario, si tradurrebbe in un coordinamento di sinergie al fine di potenziare e conferire valore aggiunto alle politiche marittime e ai provvedimenti definiti da ogni paese (tra l’altro nei campi della pesca, dei trasporti, dell’ambiente e dell’energia) potrebbe avere un effetto positivo.

Tuttavia, questa non è l’opzione fatta propria dalla relazione di iniziativa del Parlamento, la quale preferisce promuovere la creazione di una futura “politica marittima comune”, cercando di trasferire le competenze centrali degli Stati membri al livello sovranazionale dell’Unione europea, un approccio che, chiaramente, respingiamo.

A tal fine, respingiamo fermamente le proposte di emendamenti che riguardano questioni di principio rispetto alle quali siamo irremovibili, per esempio:

– pieno rispetto per la sovranità e la competenza di ogni Stato membro in relazione alla gestione delle sue acque territoriali e delle sue zone economiche esclusive, soprattutto per quanto riguarda le risorse marine (ovvero le risorse biologiche) e le questioni della sicurezza, del salvataggio e dell’ispezione e controllo della navigazione nelle sue acque;

– valorizzazione del settore della pesca, data la sua importanza strategica per diversi paesi, tra i quali il Portogallo, garantendo la sostenibilità socioeconomica del settore grazie ad adeguati strumenti politici e finanziari.

Per questo abbiamo votato contro.

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Se da un lato vedo di buon occhio gli aspetti ambientali e le proposte di forme pratiche di cooperazione nella relazione Piecyk “Verso una politica marittima”, dall’altro non posso appoggiare le richieste di molte delle proposte contenute in questa relazione, come la creazione di un “Servizio di guardia costiera dell’UE”. Temo che l’eccessiva regolamentazione che la relazione produrrebbe entrerebbe in conflitto con il principio di sussidiarietà e per ora ho deciso di non prendere posizione.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore di tutti gli emendamenti che mettevano in luce la dimensione ambientale di questa politica marittima.

E’ essenziale che il pilastro ambientale della strategia marittima non sia un mero supplemento per l’arricchimento spirituale, ma che il ripristino di un buono stato ecologico dei mari e degli oceani sia un obiettivo centrale da cui devono dipendere i giudizi in merito alle altre politiche dell’UE e degli Stati membri.

Il deterioramento dell’ecosistema oceanico comporta gravi conseguenze per il pianeta e per le attività umane: le risorse ittiche stanno scomparendo e il ruolo di regolazione del clima e degli oceani si sta riducendo. Ciò è dovuto in primo luogo all’inquinamento provocato dalle attività umane. Pertanto, occorre riaffermare con forza la centralità dell’ambiente, inoltre la futura direttiva quadro sulle acque marine deve essere vincolante per gli Stati membri e per le politiche dell’UE.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) Voto contro l’emendamento n. 34 perché la diversità biologica marina non è una tematica strettamente nazionale. Le risorse marine sono continuamente in movimento, e l’eccessivo sfruttamento dei campi di pesca in un’area influisce su tutto il mare e può distruggere aree ed ecosistemi su scala sovranazionale. Vanno perciò accettate le restrittive normative internazionali che regolano lo sfruttamento delle risorse marine.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Sostengo con convinzione la relazione Piecyk sulla politica marittima e mi congratulo con il relatore per il suo approccio inclusivo.

La relazione è importantissima perché cerca di evidenziare una nuova strategia per la tutela del nostro ambiente marino. Tale strategia va urgentemente applicata per tutelare le zone ecologicamente sensibili dal trasbordo di petrolio tra navi. Attualmente il Firth of Forth, nella mia natìa Scozia, è minacciato da una proposta di trasbordo di petrolio tra navi. Spero che la direttiva habitat sia attuata correttamente per proteggere gli uccelli marini, i mammiferi marini e le altre specie. Tuttavia, l’esigenza di un approccio di ampio respiro al nostro ambiente marino con chiari e trasparenti obblighi di rendiconto è essenziale al fine di tutelarlo per le generazioni future.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), în scris. – Am votat pentru raportul Piecyk privind o viitoare politică maritimă a Uniunii şi felicit raportorul pentru calitatea activităţii desfăşurate. Integrarea politicilor, acţiunilor şi deciziilor legate de politica maritimă va asigura o mai strânsă cooperare între toţi actorii ale căror acţiuni au un impact asupra oceanelor şi mărilor europene. Consider, de asemenea, că sectoarele maritime ale fluviilor europene trebuie şi ele incluse în politica maritimă a Uniunii Europene.

Autostrăzile maritime se numără încă din 2004 printre cele 30 de proiecte prioritare ale reţelei transeuropene de transport.

Aderarea României şi a Bulgariei asigură Uniunii Europene vecinătatea cu Marea Neagra şi aproape întreg cursul Dunării se află în interiorul sau. Pentru Uniunea Europeană dezvoltarea cooperării la Marea Neagră va fi extrem de importantă. Regiunea Mării Negre joacă un rol important pentru securitatea energetică a Uniunii Europene şi pentru extinderea pieţei interne de transport către statele vecine Uniunii Europene.

Sper ca Uniunea Europeană să includă prevederi ale politicii maritime comunitare, de exemplu protejarea mediului şi a biodiversităţii zonelor de coastă şi de delte sau estuare, în politica sa de vecinătate şi în acordurile bilaterale pe care le semnează cu terţe ţări. În acest context menţionez ca deosebit de importantă protejarea biodiversităţii Deltei Dunării.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Nonostante la relazione contenga diverse osservazioni utili, respingo ogni idea di estensione della sovranità dell’UE su quelle che devono essere acque territoriali britanniche o di integrazione delle attività militari in una politica marittima dell’UE. Inoltre, la politica comune della pesca si è rivelata disastrosa per il nostro settore ittico e per la vita marina, pertanto i suoi poteri vanno restituiti alle nazioni.

 
  
  

– Relazione Cramer (A6-0219/2007)

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. (SV) Generalmente ho un atteggiamento positivo nei confronti dello sviluppo delle ferrovie, in quanto è importante per l’ambiente. Tuttavia, non posso appoggiare la proposta contenuta nel paragrafo 4 della relazione secondo cui il Parlamento europeo dovrebbe opporsi agli autotreni di grandissime dimensioni (i cosiddetti “Gigaliner”). In base al principio di sussidiarietà, gli stessi Stati membri devono poter prendere posizione, stabilendo se tali autotreni abbiano diritto a rientrare nel panorama complessivo del traffico su gomma oppure no. Spero che la Commissione e il Consiglio consentano agli Stati membri di decidere autonomamente su questa materia.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il primo pacchetto ferroviario aveva l’obiettivo annunciato di “creare le condizioni di base per il trasferimento modale”. In altre parole, promuoveva un trasferimento dei trasporti dalla gomma alla rotaia. Ma ciò che effettivamente tentava di fare, ricordando in questo il cavallo di Troia, era celare l’apertura del trasporto ferroviario, cioè del traffico merci, alla concorrenza e agli interessi privati, come primo passo verso la totale liberalizzazione del settore ferroviario in ambito UE.

Abbiamo denunciato e respinto le finalità di tale processo fin dal primo istante.

Come è accaduto per altre liberalizzazioni promosse dall’Unione europea, qualunque aspetto non funzioni nel migliore dei modi in un dato momento è utilizzato come base di partenza (nascondendo in tal modo le reali cause di tale situazione, ovvero le sistematiche politiche di smantellamento e indebolimento del settore del trasporto pubblico) per giustificare la liberalizzazione e i suoi metodi e per puntare alla suddetta “concorrenza” (senza chiare spiegazioni dei metodi o delle motivazioni) come soluzione a tutti i mali, una specie di cura miracolosa, che, alla fine, produce le conseguenze già descritte.

Gli investimenti pubblici nel settore ferroviario, in base alle esigenze e alle opzioni definite da ogni paese, sono senza dubbio di vitale importanza, ma non per consegnarli alla logica del profitto di vasti interessi pubblici che cercano di dominare questo settore pubblico, di importanza fondamentale per ogni paese, liberalizzandolo a livello di mercato interno dell’UE.

 
  
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  Jens Holm, Kartika Tamara Liotard, Erik Meijer, Esko Seppänen, Søren Bo Søndergaard ed Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) La relazione Cramer osserva correttamente che, nel trasporto delle merci, le tematiche ambientali sono state trascurate. Ciò è dovuto all’espansione del trasporto merci sulle autostrade e nei cieli, e allo stesso tempo alla persistente riduzione del trasporto su rotaia. La relazione ricorda che il trasporto su gomma e aereo è promosso mediante strumenti finanziari utilizzati anche per ridimensionare il trasporto su rotaia. Desideriamo segnalare che molti collegamenti ferroviari destinati a fabbriche e a porti sono stati recentemente eliminati. Tuttavia, dissentiamo dal relatore per quanto riguarda le capacità del libero mercato di risolvere il problema. Il relatore, assieme ai gruppi di destra presenti in questo Parlamento, ritiene che la libera concorrenza nei trasporti transfrontalieri sia la soluzione migliore. I sostenitori di questo modo di vedere citano la situazione sulle strade e nei cieli e si aspettano che la concorrenza attragga automaticamente una nuova ondata di aziende interessate. In pratica, finora questi effetti positivi non si sono visti. Nonostante questa mancanza di senso della realtà, il resto della relazione merita il nostro pieno appoggio.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto per una rinascita del trasporto su rotaia in quanto elemento centrale della politica dei trasporti dell’Unione europea.

In merito all’attuazione del primo pacchetto ferroviario, la relazione ha dimostrato che il pacchetto non aveva prodotto né un sostenuto potenziamento del trasporto su rotaia, né un percettibile trasferimento del traffico merci dalla gomma alla rotaia.

Tuttavia, è essenziale che il trasporto ferroviario divenga l’elemento centrale della politica dei trasporti dell’UE per i seguenti motivi: l’aggravamento del problema del traffico, l’aumento dei livelli di emissione, i limiti delle risorse energetiche e l’aumento del numero delle vittime di incidenti stradali.

Chiedo pertanto che la seconda direttiva sui costi dell’infrastruttura dei trasporti sia presentata entro il 2008 e che preveda un sistema uniforme di pedaggio su tutte le strade dell’Unione europea per i veicoli merci di peso pari o superiore a 3,5 tonnellate. Inoltre, i cosiddetti costi esterni, in altre parole i costi ambientali che derivano dalle operazioni di trasporto, vanno inseriti tra i costi infrastrutturali. In questo contesto, devo citare inoltre l’ottimo sistema svizzero dell’imposta sugli automezzi pesanti in proporzione alle emissioni grazie al quale la Svizzera ha registrato notevoli successi nel trasferimento dei trasporti dalla gomma alla rotaia, mentre la maggiore efficienza del trasporto su strada delle merci ha limitato l’aumento dei costi per il consumatore a mezzo punto percentuale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il primo pacchetto ferroviario, volto ad aprire il mercato al trasporto internazionale delle merci su rotaia entro il 15 marzo 2003, ha avuto un discreto successo. Tuttavia, si notano ancora carenze e ritardi nel suo recepimento da parte degli Stati membri. Ora, le conseguenze di tali ritardi hanno ripercussioni sulla ristrutturazione delle compagnie ferroviarie e sulla creazione di un mercato veramente concorrenziale.

Poiché esistono ancora lacune su una serie di aspetti che ci impediscono tuttora di cogliere gli effetti positivi del primo pacchetto ferroviario, crediamo occorra creare le risorse necessarie per correggere le carenze nell’attuazione della legislazione da parte degli Stati membri. A tal fine, sarà necessario creare un organo di controllo nazionale, indipendente e trasparente, dotato di risorse sufficienti per prendere una posizione attiva contro le attuali distorsioni della concorrenza? Servono anche misure per una vera interoperabilità (la cui mancanza nelle reti ferroviarie rappresenta ancora il principale ostacolo alla realizzazione di una zona ferroviaria europea integrata), come la rapida installazione del sistema europeo di gestione del traffico ferroviario, in particolare nei corridoi prioritari del trasporto ferroviario.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), în scris. – Am votat pentru raportul Cramer şi consider acest document ca fiind deosebit de important. Având în vedere că transportul contribuie la 15%-30% din emisiile de CO2, dezvoltarea modalităţilor mai puţin poluante de transport trebuie să constituie o prioritate la nivel european. De altfel, 70% din proiectele prioritare de transport transeuropean sunt destinate transportului feroviar şi transportului naval, mai puţin generatoare de gaze cu efect de seră.

Dezvoltarea transportului feroviar de mare viteză pentru pasageri trebuie să se realizeze cu prioritate în toate statele Uniunii Europene. Investiţiile în infrastructura de transport şi pentru modernizarea sistemului rulant sunt foarte mari, dar şi beneficiile aduse vor fi pe măsură.

De asemenea, pentru dezvoltarea transportului feroviar, va fi esenţială asigurarea interoperabilităţii, dezvoltarea şi implementarea sistemului ERTMS.

Felicit raportorul şi doresc să îl asigur că avem aşteptari foarte mari de la transportul feroviar.

 
  
  

– Relazione: Barsi-Pataky (A6-0190/2007)

 
  
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  Kathy Sinnott (IND/DEM).(EN) Signora Presidente, la relazione sulla mobilità sostenibile per il nostro continente, che abbiamo appena votato, non solo evidenzia la necessità di migliori infrastrutture, ma chiede anche di realizzarle responsabilmente e con rispetto. Sottolinea che gli Stati membri devono tenere d’occhio l’impatto ambientale del potenziamento delle infrastrutture, nonché esaminare i trasporti tenendo conto dei fattori socioeconomici in materia di sicurezza.

Ciò è particolarmente rilevante per il mio paese, l’Irlanda, in cui al momento vi è un’urgente necessità di dare priorità alla conservazione dei luoghi di interesse naturale e storico. Le autorità irlandesi attualmente stanno distruggendo uno dei più importanti siti archeologici europei nel tentativo di migliorare il sistema dei trasporti irlandesi. Quarantuno siti contenenti parte del patrimonio storico europeo, ivi compreso il monumento nazionale di Lismullen, saranno demoliti in vista della costruzione di un’autostrada che sarà fatta passare inutilmente di lì. Dopo la distruzione di questi monumenti, non ci sarà modo di rimpiazzare il patrimonio culturale che con essi sarà andato perduto.

Secondo la relazione sulla mobilità sostenibile, la futura politica in materia di trasporti dovrà ottimizzare le potenzialità proprie di ogni paese per conseguire gli obiettivi di un sistema dei trasporti pulito ed efficiente. L’Irlanda è in grado di raggiungere questo obiettivo, ma un’autostrada che passa per Tara non è la risposta da dare al problema.

Le autorità irlandesi non hanno preso in considerazione percorsi alternativi: al contrario, costruendo strade stanno abbattendo importanti siti storici come quello di Baronstown, che è stato distrutto sei giorni fa alle 4 del mattino. Né hanno considerato la possibilità di riportare in vita una vecchia linea ferroviaria presente nella zona per trasportare i pendolari a Dublino, riducendo in tal modo il traffico sulle strade e i consumi di carburante. Dovremmo tornare ai vecchi metodi di trasporto, come il treno che una volta passava vicino a Tara.

Se da una parte sono d’accordo con questa Europa sostenibile e con il miglioramento delle infrastrutture per i trasporti, credo fermamente che non possiamo e non dobbiamo sacrificare uno dei più preziosi siti archeologici d’Europa per un’autostrada mal concepita.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) In seguito alla preparazione di un esame dettagliato da parte della commissione per i trasporti e il turismo, sei anni dopo la pubblicazione del Libro bianco sui trasporti, vorrei esprimere il mio sostegno alla realizzazione delle reti transeuropee e all’utilizzo di intelligenti sistemi di trasporto e di tecnologie innovative.

Deploro l’inattività finanziaria nello sviluppo delle infrastrutture, che costituisce un grave rischio per la crescita economica europea. I fondi comunitari per le reti transeuropee restano limitati, tuttavia il reale vantaggio del programma per la rete transeuropea di trasporto può essere sfruttato soltanto costruendo la rete nella sua interezza. Pertanto invito la Commissione a presentare proposte in vista di una possibile estensione delle nuove opzioni e di innovativi meccanismi di finanziamento.

Riguardo agli effetti negativi dei trasporti sull’ambiente, è stato dimostrato che perfino un modesto mutamento nell’equilibrio modale ridurrebbe considerevolmente la congestione sulle strade. Per questo motivo sono ansioso di leggere la valutazione dei costi ambientali esterni che la Commissione è tenuta a presentare entro il 2008.

 
  
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  Andreas Mölzer (ITS), per iscritto. (DE) La relazione Barsi-Pataky in realtà non segna un passo avanti: è per questo che mi sono astenuto. A me sta benissimo rinnovare il nostro impegno verso la rete transeuropea dei trasporti e proclamare che persino una minima variazione nell’equilibrio tra i diversi modi di trasporto ridurrebbe sensibilmente la congestione sulle strade. Occorre rammentare, tuttavia, che molti tragitti, in particolare in città, sono congestionati perché le condizioni del trasporto pubblico locale ne fanno un’alternativa poco attraente. A parte sostenere questo principio a parole, l’UE ha fatto ben poco per giungere a soluzioni intelligenti in questo campo.

Per quanto riguarda i controversi Gigaliner, non vi è motivo per cui la collettività dovrebbe pagarne il prezzo sotto forma di maggiori costi di manutenzione delle strade e maggiori rischi per la sicurezza, a vantaggio degli autotrasportatori, in termini di possibili risparmi. Se vogliamo che la protezione ambientale sia scritta a chiare lettere (si avanzano infatti argomenti ambientali a favore di questi giganteschi mezzi pesanti), dobbiamo intensificare i nostri sforzi per compiere progressi di rilievo nel campo dei veicoli ecologici. Il Parlamento europeo potrebbe dare il buon esempio in questo ambito, a partire dal proprio parco auto.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) L’insoddisfazione per l’applicazione e per i risultati della politica dei trasporti europea non nega i miglioramenti conseguiti, dalla sicurezza dei trasporti alla qualità del servizio o in termini ambientali.

Ma molto resta ancora da fare.

Le limitazioni ai finanziamenti comunitari sono tra le principali cause delle carenze di questa politica. L’unico modo di evitare ritardi e il riorientamento delle priorità consiste nell’adottare forme innovative di finanziamento, come i partenariati pubblico-privato e la sovvenzione dei progetti da parte degli Stati membri.

I fondi comunitari per il finanziamento dei progetti di trasporti transeuropei sono limitati. E’ per questo che dovrebbero concentrarsi sulle tratte transfrontaliere il cui valore aggiunto permetterebbe la realizzazione di una rete di trasporti transeuropea interconnessa e interoperabile.

Tuttavia, è fondamentale evitare di creare un mosaico di reti nazionali: la Commissione, in collaborazione con gli Stati membri, deve garantire l’applicazione e l’esecuzione della legislazione europea in materia di trasporti.

Infine, è necessario intensificare la cooperazione a livello europeo, nazionale, regionale e locale per creare legami tra le buone prassi e la politica dei trasporti e altre politiche nazionali o comunitarie in ambiti quali l’energia, l’ambiente, il turismo e l’innovazione.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), în scris. – Domeniul transporturilor este esenţial pentru dezvoltarea economică a tuturor regiunilor Uniunii Europene, prin crearea de locuri de muncă, asigurarea liberei circulaţii a persoanelor şi a mărfurilor şi dezvoltarea întreprinderilor.

Calea navigabilă interioară Uniunii Europene formată din Rhin, canalul Main şi Dunăre scurtează distanţa dintre partea de nord-vest si partea de sud-est a Uniunii Europene cu aproape 4000 de kilometri, asigurând în acelaşi timp dezvoltarea unui mod de transport mai puţin poluant. Sper ca programele NAIADES şi Marco Polo II să sprijine mai mult statele membre să îşi dezvolte transportul naval.

Interoperabilitatea, interconectarea reţelelor europene de infrastructură şi dezvoltarea de terminale multi-modale vor contribui la o dezvoltare echilibrată a tuturor modalităţilor de transport.

Nu trebuie însa să uităm că una din cauzele schimbărilor climatice este poluarea datorată mijloacelor de transport. Este important că 70% din cele 30 de proiecte prioritare sunt dedicate transportului feroviar şi celui naval. Sper însa ca lista celor 30 de proiecte prioritare să fie extinsă în curând pentru a include mai multe proiecte ale noilor state membre şi pentru a fructifica ieşirea Uniunii Europene la Marea Neagra.

 
  
  

– Iniziative per contrastare le malattie cardiovascolari (B6-0277/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato a favore di questa risoluzione perché sappiamo che la realtà delle malattie cardiovascolari è preoccupante. E’ importante migliorare le conoscenze circa la prevenzione dei fattori di rischio di queste malattie. Perciò, è vitale che le iniziative contenute in questa risoluzione siano prese in considerazione.

Sappiamo che salute significa completo benessere fisico, mentale e sociale. Le maggiori contraddizioni tuttavia si rilevano nella società moderna, caratterizzata dallo stress, in cui resta poco tempo per riposare, da passare con la famiglia, per prenderci cura della nostra salute fisica e del nostro equilibrio psichico, per non parlare della cattiva alimentazione e della mancanza di tempo da dedicare all’esercizio fisico, oltre a una perdita di diritti in campo lavorativo, che si traduce in orari di lavoro troppo lunghi e in una riduzione delle ferie, per non parlare della disoccupazione, la cui minaccia è sempre in agguato. Tutto ciò si ripercuote pesantemente sulla vita delle persone, sul loro equilibrio e, di conseguenza, sul proliferare delle malattie cardiovascolari.

Ma questa campagna di sensibilizzazione e di prevenzione delle malattie cardiovascolari non si deve trasformare in una bandiera per la comunitarizzazione della salute. Quello che chiediamo è che il servizio di sanità pubblica sia tutelato e che ogni Stato membro abbia il compito di provvedere al suo mantenimento e alla sua gestione con lo scopo di garantire il diritto di tutti alla salute, non soltanto di coloro che hanno i soldi per pagarsela.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione che mira ad affrontare la principale causa di morte oggi in Europa: le malattie cardiovascolari. Le strategie di prevenzione, le campagne di sensibilizzazione pubblica e la promozione di uno stile di vita sano sono tutti aspetti consigliati dalla risoluzione: perciò essa incontra il mio sostegno.

 
  
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  James Nicholson (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Dal momento che le malattie cardiovascolari sono la causa di oltre il 40 per cento di tutti i decessi registrati nell’Unione europea, è necessario affrontare urgentemente l’argomento sia a livello nazionale, sia a livello di Unione europea. Gli Stati membri stessi possono fare molto, migliorando il monitoraggio dei rischi, preparando linee guida per la prevenzione ecc. Tuttavia, questo è chiaramente un campo in cui l’UE può fornire “valore aggiunto” promovendo lo scambio delle informazioni tra gli Stati membri. Vedo con favore la richiesta, contenuta nella risoluzione, di creare una banca dati europea per il monitoraggio della prevalenza, della mortalità, della morbilità e dei fattori di rischio delle malattie cardiovascolari. Tale banca dati può dare un grosso contributo per agevolare e migliorare la prevenzione a livello di Stati membri.

 
  
  

– Accordo PNR con gli Stati Uniti d’America (RC-B6-0278/2007)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Inaccettabile è il minimo che si possa dire del recente accordo tra l’UE e gli USA relativo alla fornitura dei dati del codice di prenotazione (PNR) delle compagnie aeree al dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS). Tra i molti deplorevoli aspetti del provvedimento, i più cospicui sono i seguenti:

il trasferimento dei dati si fonda su garanzie non vincolanti che possono essere modificate unilateralmente dal DHS in qualunque momento;

i dati possono essere utilizzati per scopi non specificati e il periodo in cui saranno conservati passerà da tre anni e mezzo a quindici anni, inoltre, non vi è alcuna garanzia che dopo tale periodo di quindici anni (di cui sette “attivi” e otto “latenti”) i dati siano effettivamente distrutti;

una serie di dati sensibili (per esempio, i dati personali relativi alle origini razziali o etniche, alle opinioni politiche, religiose o alle convinzioni filosofiche e all’adesione a sindacati, nonché altre informazioni relative alla salute e alla vita sessuale) sarà a disposizione del DHS.

L’accordo si riferisce anche a un possibile futuro sistema PNR europeo nell’ambito di uno o più Stati membri, dichiarando inoltre che anche questi dati potrebbero essere messi a disposizione del DHS.

In una parola: intollerabile.

 
  
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  Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Sono soddisfatta che l’Unione europea abbia raggiunto un accordo con gli Stati Uniti in merito al trasferimento dei dati dei passeggeri. Riconosco che un accordo europeo era necessario prima che l’accordo provvisorio giungesse a scadenza. Tuttavia, mi rincresce che questo accordo presenti gravi carenze in ambiti di cruciale importanza per il Parlamento.

La riduzione della quantità dei dati trasferiti è un dettaglio di poco conto. Il passaggio dal sistema pull a quello push è un risultato del 2004: avrebbe dovuto essere applicato da molto tempo.

Sono lieta che la legislazione statunitense in materia di protezione dei dati sia stata estesa agli europei, perché questo era ciò che avevamo chiesto. Tuttavia, questo risultato è minacciato dal fatto che si tratta di garanzie non vincolanti, non di un accordo giuridicamente vincolante. Inoltre, il dipartimento per la sicurezza interna si riserva il diritto di introdurre deroghe, senza alcun preciso criterio, alla protezione dei dati.

Infine, condanno l’assenza di controllo democratico, il sostanziale prolungamento del periodo di tempo durante il quale i dati personali saranno conservati (portato a 15 anni) e l’assenza di una valutazione formalmente adeguata di questo accordo. Abbiamo chiesto che questi punti costituiscano la base del nuovo accordo PNR; mi rincresce che il Consiglio non abbia ascoltato queste richieste del Parlamento.

 
  
  

– Relazione Rosati (A6-0264/2007)

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Dariusz Rosati sulla zona euro nel 2007 che è stata presentata al Parlamento europeo in un momento in cui è necessario incoraggiare altri Stati membri a perseverare nei loro sforzi di adesione alla zona euro.

Dopo Malta e Cipro, la domanda della Slovacchia di aderire alla zona euro sarà esaminata l’anno prossimo. Sotto il precedente governo di Mikuláš Dzurinda, la Slovacchia era considerata uno dei dieci nuovi Stati membri meglio preparati per l’introduzione della moneta unica. Dopo l’esperienza della Lituania, la cui domanda ha vacillato soltanto per il mancato rispetto del parametro indicativo dell’inflazione, e incoraggiata dall’adesione della Slovenia alla zona euro il 1º gennaio 2007, credo che la Slovacchia dovrà adottare una posizione responsabile e garantire una conformità sostenibile ai criteri di Maastricht.

Riguardo all’introduzione della moneta unica europea nei nuovi Stati membri, vorrei attirare ancora una volta la vostra attenzione sulla dichiarazione scritta in merito alla necessità di creare banconote da uno e da due euro, adottata dal Parlamento europeo nell’ottobre 2005. L’assenza di tali banconote impedisce ai cittadini europei (in Slovacchia, per esempio, lo stipendio mensile è pari ad appena qualche centinaia di euro) di apprezzare appieno il maggiore valore dei centesimi di euro.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione di iniziativa dell’onorevole Rosati, elaborata in risposta alla dichiarazione annuale 2007 della Commissione europea sulla zona euro. Inizio congratulandomi per il successo tecnico e finanziario della moneta unica e per il buon funzionamento della zona dell’euro, faccio le mie congratulazioni alla Slovenia, che spero avrà presto come Presidente il mio amico Alojz Peterle, il quale dovrebbe essere il prossimo Presidente in carica dell’Unione europea, per essere riuscita ad aderire alla zona dell’euro il 1° gennaio 2007, e auguro a Cipro e Malta di riuscire a fare lo stesso il 1º gennaio 2008.

Diventa essenziale, come periodicamente sottolinea Nicolas Sarkozy, Presidente della Repubblica francese, rafforzare il funzionamento della zona euro, sia nelle sue strutture, sia nell’amministrazione economica concreta. Allo stesso modo, alcuni Stati membri, tra cui la Francia, devono approfittare di questa favorevole congiuntura economica per mettere ordine nelle proprie finanze pubbliche. Infine, è urgente che l’Unione economica e monetaria (UEM) si accordi con la Banca centrale europea (BCE) per aumentare la coerenza tra la politica monetaria, la crescita e l’occupazione, come previsto dai Trattati.

 
  
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  Jonathan Evans (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Il partito conservatore britannico si oppone fermamente all’ingresso del Regno Unito nella zona euro, e in conformità alla normale prassi, ci siamo astenuti dalla votazione finale sulla relazione Rosati. Nondimeno, siamo ben consci dell’esigenza di una politica monetaria giudiziosa del blocco commerciale dell’Unione europea e ci opponiamo, in particolare, ai tentativi di subordinare l’applicazione della politica monetaria a disegni politici.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione “si rallegra per il miglioramento della congiuntura nel 2006” nella zona euro, ma non riesce a nascondere alcuni timori e i rischi per il futuro sviluppo della zona euro. La verità è che i profitti, in percentuale del PIL, sono tra i più elevati mai raggiunti, mentre i salari continuano a rallentare e crescono meno velocemente del tasso di produttività del lavoro; in altre parole, gli aumenti di produttività continuano ad andare a vantaggio dei datori di lavoro.

La relazione ignora le tensioni sociali e sostanzialmente tralascia di analizzare l’aumento delle sperequazioni e della povertà nell’Unione europea, del lavoro sempre più precario e degli alti tassi di disoccupazione. E’ sempre più difficile giustificare nuovi blocchi degli aumenti degli stipendi e chiedere di stringere ancora la cinghia quando i frutti della ricchezza continuano, come al solito, ad andare ai gruppi finanziari ed economici.

In realtà, ciò che vogliono ignorare è che l’intervento più importante per consolidare questo momento del ciclo economico consiste nel far crescere i salari e gli investimenti pubblici, al fine di stimolare la domanda. Questo è proprio quello che la relazione non fa, insistendo sulla tesi del consolidamento del bilancio e della stabilità dei prezzi; in altre parole, meno investimenti pubblici e più moderazione salariale.

Noi ci opponiamo a questa strategia: è per questo che voteremo contro la relazione.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM), per iscritto. (SV) La relazione fornisce un quadro chiaro di come l’Unione economica e monetaria vada di pari passo con la creazione di uno Stato dell’Unione europea. La relazione auspica un più stretto coordinamento tra le politiche economiche degli Stati membri: essa ritiene che l’immagine della zona euro all’estero vada rafforzata, e che occorra migliorare il coordinamento interno sulla scena internazionale.

Allo stesso tempo, si osserva che, per esempio, la competitività sta prendendo direzioni diverse nell’ambito della zona euro e che l’apprezzamento dell’euro rispetto, per esempio, al dollaro ha avuto effetti diversi nei vari Stati membri a seconda delle loro strutture economiche e dell’elasticità dei loro settori manifatturieri. La relazione sottolinea inoltre che la politica monetaria della BCE non può essere mai perfettamente in accordo con la situazione di ogni singolo Stato membro.

Sono stati proprio questi i fattori addotti dai sostenitori del “no” al referendum sull’UEM in Svezia nel 2003 e che hanno incontrato il consenso della maggior parte degli elettori svedesi.

Posso soltanto dichiarare che i sostenitori del “no” al referendum sottolineavano, a ragione, che l’UEM era un grande passo avanti sulla strada verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. (PL) Desidero votare a favore della relazione dell’onorevole Rosati, la quale esamina la situazione nella zona euro nel 2007.

Il professor Rosati ha presentato una relazione redatta in modo eccellente, che costituirà certamente una buona base per discutere della situazione economica generale nella zona euro, nonché degli ulteriori provvedimenti e delle sfide che ci attendono.

Nel 2006, la zona euro ha registrato una rapida crescita delle esportazioni. Vi è stata una ripresa della domanda interna, una crescita più rapida del PIL e una diminuzione del tasso di disoccupazione. Sono stati creati due milioni di nuovi posti di lavoro e il tasso d’inflazione è restato costante. Nel frattempo, il deficit di bilancio è sceso.

Allo stesso tempo, e questo è stato rilevato dalla relazione, le maggiori economie continuano ad avere elevati deficit di bilancio. L’insufficiente disciplina di bilancio potrebbe indurre un inasprimento della politica monetaria e un aumento della disparità dei tassi di crescita economica, di produttività e di competitività tra gli Stati membri.

Il relatore ha giustamente osservato che sono necessarie riforme strutturali, così come lo sono attività che mirano a sviluppare la competitività e ad aprire il mercato dei servizi, con possibili ricadute positive sulla crescita e sulla creazione di nuovi posti di lavoro.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), în scris. – Am votat pentru raportul Rosati privind "zona Euro" şi felicit raportorul.

Consider că introducerea euro a determinat o mai mare coeziune între cele 318 milioane de cetăţeni ai Uniunii Europene care utilizează această monedă în viaţa de zi cu zi. Creşterea economică realizată precum şi creşterea gradului de angajare (aproape 2 milioane de noi locuri de muncă) din această zonă sunt dovezi clare că Uniunea Economică şi Monetară a contribuit la stabilitatea macroeconomică a statelor aderente.

Felicit Slovenia pentru aderarea la zona euro începând cu 1 ianuarie 2007. Raportorul propune reanalizarea criteriilor de convergenţă în cazul noilor state membre, având în vedere că inflaţia ar putea face o parte din procesul de relansare economică, dar subliniază că acestea trebuie aplicate conform Tratatului. De asemenea, este nevoie de o mai buna coordonare în domeniul politicii de schimb valutar.

În ciuda performanţelor zonei euro, totalul cheltuielilor pentru cercetare şi dezvoltare ale statelor din zona euro nu depăşeşte 2% din PIB, ceea ce este sub ţinta de 3% stabilita de Strategia de la Lisabona.

Statele din zona euro trebuie să reprezinte un model de dezvoltare economică şi socială pentru celelalte state membre ale Uniunii Europene.

 
  
  

– Relazione Mitchell (A6-0266/2007)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Mi sono astenuto dalla votazione sulla relazione d’iniziativa dell’onorevole Gay Mitchell sul rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2006. In realtà, se da un lato tengo molto all’indipendenza della Banca centrale europea (BCE) perché la nostra storia economica e monetaria ci insegna che non si deve mai affidare alla politica la gestione della moneta, ritengo che la relazione non metta sufficientemente l’accento sul problema della scarsa attenzione che il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) dedica alla crescita economica. Va sempre ricordato che l’articolo 105 del Trattato che istituisce la Comunità europea prevede che, fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostenga le politiche economiche generali nella Comunità, al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi definiti nell’articolo 2, ossia, in particolare, la promozione di uno sviluppo equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, un alto grado di competitività e di convergenza dei risultati economici. Se, per mantenere i nostri conti in attivo, dobbiamo avere un euro solido, non dobbiamo però avere un euro troppo forte per una crescita economica durevole, in particolare per quanto riguarda le esportazioni.

 
  
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  Jonathan Evans (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Il partito conservatore britannico si oppone fermamente all’ingresso del Regno Unito nella zona euro, e in conformità alla normale prassi ci siamo astenuti dalla votazione finale sulla relazione Mitchell. Nondimeno, siamo ben consci dell’esigenza di una politica monetaria giudiziosa nel blocco commerciale dell’Unione europea e ci opponiamo, in particolare, ai tentativi di subordinare l’applicazione della politica monetaria a disegni politici.

 
  
  

– Relazioni Rosati (A6-0264/2007) e Mitchell (A6-0266/2007)

 
  
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  Bruno Gollnisch (ITS), per iscritto. – (FR) Ho due commenti da fare in merito alle due relazioni, su cui abbiamo votato oggi, sull’operato della Banca centrale europea e sulla zona euro.

Il primo è che si ha l’impressione che, in materia di moneta unica, nulla sia sotto controllo. E’ vero, esiste, e allora? Non produce crescita, dovrebbero farlo invece le riforme di bilancio e strutturali ad essa collegate, ma non più di quanto produca crescita una convergenza dei cicli economici, dei risultati, dei tassi di interesse fissati dalle banche. Per quanto riguarda la politica monetaria europea, non si può fare altro che continuare a deplorare la sua incapacità di soddisfare le esigenze degli Stati membri della zona euro, nonché gli otto innalzamenti del tasso di riferimento della Banca centrale europea in 18 mesi, le loro dubbie motivazioni e la continua assenza di qualunque tipo di politica dei tassi di cambio.

Si può notare soprattutto, e questa è la mia seconda osservazione, che, nonostante il processo, a mio avviso illegittimo, di riforma dei Trattati, non si metta assolutamente in discussione l’obiettivo dichiarato di questa politica, e non si obblighi finalmente la banca di Francoforte a sostenere la crescita e l’occupazione rispetto alla creazione ideologica di una zona monetaria europea. Il Presidente Sarkozy, che sta svolgendo il ruolo di ministro delle Finanze in questa occasione, non sembra in grado di far progredire la situazione.

 
  
  

– Palestina (RC-B6-0268/2007)

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della risoluzione sulla situazione in Medio Oriente.

Rimango profondamente preoccupata per la situazione umanitaria dell’intera popolazione civile palestinese. Occorre prendere misure concrete per migliorare le condizioni di vita di tutti i palestinesi, come ad esempio il trasferimento di tutte le entrate fiscali, la rimozione parziale dei 500 sbarramenti in Cisgiordania, l’apertura dei passaggi della striscia di Gaza agli aiuti internazionali.

In qualità di deputata socialista francese al Parlamento europeo, invito il Parlamento europeo e la comunità internazionale a compiere ogni possibile sforzo per garantire la fornitura di aiuti umanitari e di emergenza alla popolazione di Gaza.

Invoco infine la ripresa del dialogo politico interno tra i palestinesi, con l’obiettivo di formare un nuovo governo in uno spirito di riconciliazione e di unità nazionale e quindi di impedire la divisione geografica e politica della Cisgiordania e di Gaza.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione, che condanna la presa di potere di Hamas a Gaza; apprezzo in particolare la decisa affermazione che la crisi attuale non deve servire da pretesto per bloccare gli sforzi tesi a raggiungere una pace duratura.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La situazione della Palestina suscita gravi preoccupazioni; oltre a dimostrare che il nocciolo della questione non è Israele – come moltissimi osservatori hanno ripetutamente affermato – offre anche la prova lampante di due tristi verità. Da un lato, vi sono gruppi disposti a tutto pur di impadronirsi del potere con la forza ed esercitarlo con la violenza; dall’altro, poiché la sua stessa sopravvivenza è minacciata, l’Autorità nazionale è un partner incapace di concludere accordi e addirittura di mettere ordine in casa propria.

Noi tutti – Medio Oriente, Israele ed Europa – abbiamo bisogno di un interlocutore dotato dell’attendibilità necessaria per condurre i negoziati e della forza necessaria per applicare gli accordi conclusi; in caso contrario, sarà impossibile portare a buon fine i negoziati di pace. Tuttavia, è anche impossibile definire un accordo in materia di pace e sicurezza senza determinazione; dobbiamo porci l’obiettivo inequivocabile di giungere alla coesistenza sicura e pacifica di due Stati, e niente di meno. A tale scopo dobbiamo individuare e riconoscere i concreti elementi che ostacolano la pace e la sicurezza, invece di distribuire le colpe, come spesso avviene, come se tutte le azioni si equivalessero.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Noi voteremo contro la proposta di risoluzione sulla situazione in Medio Oriente.

Con ipocrite espressioni di soddisfazione, questa risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione in Medio Oriente vuole semplicemente nascondere la politica imperialistica condotta dall’Unione europea in quella zona. Essa cela l’enorme responsabilità dell’Unione europea, la politica tesa costantemente a equiparare aggressori e vittime e gli interventi imperialistici di Stati Uniti, Unione europea e NATO, che consentono il perpetuarsi dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi e dei crimini perpetrati dal governo israeliano contro il popolo palestinese.

Gli interventi imperialistici architettati da Stati Uniti, NATO e Unione europea con l’obiettivo di creare un “Nuovo Medio Oriente”, insieme all’avventuristica politica israeliana nel più ampio contesto della regione, sono la causa della pericolosa situazione nei territori palestinesi, in Libano e più in generale nell’intera zona. Gli scopi fondamentali della lotta dei popoli della regione sono l’immediato ritiro dell’esercito d’occupazione israeliano dai territori palestinesi, la fondazione di uno Stato palestinese indipendente con capitale a Gerusalemme est e la fine degli interventi imperialistici nei paesi del Medio Oriente.

 
  
  

– Situazione in Pakistan (RC-B6-0279/2007)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa dichiarazione di voto intende solo sottolineare che, nonostante la risoluzione accenni ad alcuni degli aspetti più importanti dell’attuale situazione pakistana, il contenuto del documento serve sostanzialmente a celare la partecipazione del governo pakistano all’invasione e occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, e alla loro successiva “sostituzione” a opera della NATO. Non si menzionano le pressioni che le autorità pakistane ammettono ormai di aver subito da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei affinché collaborassero all’attacco contro l’Afghanistan. Analogamente, si ignorano i bombardamenti effettuati dalla NATO nella zona di frontiera tra Afghanistan e Pakistan, che hanno provocato la morte di molti civili innocenti su entrambi i versanti del confine.

Tipico caso di politica dei due pesi e delle due misure…

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il fatto che l’Europa, gli Stati Uniti e il mondo in generale abbiano bisogno della collaborazione del Pakistan nella vitale lotta contro il terrorismo, e contro Al-Qaeda in particolare, non significa che il governo del Pakistan – il quale si presenta oggi come un vero e proprio regime presidenziale – goda del nostro sostegno incondizionato; al contrario. Abbiamo il dovere di difendere i valori fondamentali e il carattere irrinunciabile della democrazia, ed è questo lo spirito con cui l’Unione condurrà le proprie relazioni con il Pakistan, specialmente alla vigilia delle elezioni. Fatta questa premessa, occorre comunque sottolineare che la recente vicenda della Moschea rossa dimostra – se ce ne fosse ancora bisogno – il pericolosissimo e concreto dinamismo della minaccia del radicalismo islamico.

 
  
  

– Relazione Meijer (A6-0214/2007)

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) La Macedonia che conobbi per la prima volta nel 1962 poteva vantare numerose caratteristiche che erano retaggio di secoli passati: le tradizionali casette dei villaggi, le piste di terra battuta su cui ci si spostava a cavallo o sui carri, i costumi tradizionali e i diversi gruppi etnici che convivevano sovrapponendosi. La Macedonia di 45 anni dopo è il risultato dei radicali mutamenti che si sono verificati da allora.

Negli anni ’90, all’epoca della dissoluzione della Jugoslavia, l’Unione europea ha commesso a mio avviso alcuni gravi errori. La disintegrazione del paese fu negata troppo a lungo, e quando alla fine ci decidemmo ad ammettere la realtà, scegliemmo comunque di ignorare quel che restava della diversità etnica. In alcuni casi furono riconosciuti confini sbagliati, si ricorse senza necessità allo spiegamento di mezzi militari e si decise di effettuare un’ingerenza inopportuna; in Macedonia, però, questi danni furono proporzionalmente più limitati. In qualità di relatore, mi auguro di poter contribuire alla pace, alla democrazia, alla riconciliazione e al progresso di quel paese. I 558 voti con cui la nostra Assemblea ha approvato la mia relazione sono un passo nella direzione giusta, in vista dell’adesione della Macedonia all’Unione europea, già richiesta ma finora senza esito. La prossima relazione annuale, spero, potrà annunciare il superamento dei principali ostacoli ancora esistenti e l’apertura dei negoziati di adesione da parte del Consiglio.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Abbiamo votato contro la relazione, non soltanto perché siamo contrari all’Unione europea e all’integrazione della FYROM nella medesima, ma anche perché, a nostro avviso, l’intervento dell’Unione europea complica pericolosamente la situazione della regione, mettendo a repentaglio le procedure tese a individuare una soluzione comune e reciprocamente accettabile nel quadro dell’ONU.

Non intendiamo certo concentrare la nostra attenzione sul nome, nella misura in cui si tratta di una designazione geografica priva di riferimenti a minoranze etniche o posizioni irredentistiche.

La radice di tutti questi problemi è da ricercarsi nei progetti degli imperialisti, negli interventi dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della NATO nei Balcani e nelle modifiche dei confini; l’integrazione della FYROM e di altri paesi balcanici nell’Unione europea e nella NATO produrrà nuovi problemi a danno dei popoli. La storia delle relazioni tra il nostro paese e la FYROM e lo sviluppo delle questioni di Cipro e del Mar Egeo dimostrano che l’Unione europea, gli Stati Uniti e la NATO non garantiscono affatto la pace e la sicurezza; al contrario, insidiano l’indipendenza nazionale e coinvolgono in situazioni pericolose il nostro e altri paesi della regione.

I partiti Nuova Democrazia, PASOK, Synaspismos e Laos ingannano il popolo con un patriottismo a buon mercato attento solo alla questione del nome, mentre contemporaneamente attuano una politica di complicità con gli imperialisti responsabili della situazione nei Balcani.

Il nostro popolo, insieme agli altri popoli della regione, può…

(Il resto dell’intervento è stato eliminato in quanto supera il limite di 200 parole)

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Non ho votato a favore della relazione Meijer nella sua forma definitiva, in quanto avrei preferito che si desse maggior rilievo alle posizioni e ai sentimenti di parte greca nonché ai negoziati bilaterali sul nome del paese nostro vicino, attualmente in corso sotto l’egida dell’ONU.

Temo vivamente che l’occasione storica per giungere a un compromesso soddisfacente con la FYROM, sotto forma di un nome composito accettabile per entrambe le parti, sia stata perduta una volta per tutte nel 1992. Il mio partito continua a sostenere una soluzione che preveda un nome composito accettabile per entrambe le parti, insieme a ogni iniziativa costruttiva in materia. Tuttavia, a nostro avviso il nome del paese vicino non costituisce una priorità centrale della nostra politica estera.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Ho votato contro la relazione sulla “ex Repubblica jugoslava di Macedonia” del mio collega di gruppo, onorevole Erik Meijer, in quanto, contro il parere del relatore, la commissione per gli affari esteri ha inserito al punto 3 della relazione le seguenti considerazioni: il Parlamento europeo, si afferma, “loda il governo macedone per la sua cooperazione nel settore della politica estera e di sicurezza comune (PESC) e della politica europea di sicurezza e difesa (PESD), in particolare la sua partecipazione alla missione ALTHEA dell’UE e la sua volontà a contribuire allo sviluppo delle capacità della PESD e alle future missioni guidate dall’UE per la gestione delle crisi civili e militari”.

Adottare tale posizione avrebbe conseguenze catastrofiche. Questo punto giudica favorevolmente la PESC, che in realtà equivale a una militarizzazione dell’Unione europea. La formula adottata costringe un potenziale paese candidato a partecipare già ora alla componente militare dell’Unione europea e ad armarsi per contribuire allo sviluppo delle “capacità della PESD”. Si esprime un giudizio favorevole pure sulla missione ALTHEA, la quale – tra l’altro – è un ottimo simbolo dei maneggi finanziari che si accompagnano alle missioni militari dell’Unione europea, tramite meccanismi come ATHENA, non sottoposti al controllo del Parlamento. Il Parlamento europeo non deve partecipare a misure tese a perpetuare la militarizzazione dell’Unione europea. Il resto della relazione è migliore delle consuete relazioni del Parlamento europeo sui paesi balcanici.

 
  
  

– Accordo TRIPS e accesso ai medicinali (B6-0269/2007)

 
  
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  Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della risoluzione sull’accordo TRIPS e l’accesso ai medicinali.

Ritengo che l’accesso ai prodotti farmaceutici a prezzi accessibili nei paesi poveri in via di sviluppo e nei paesi meno sviluppati sia essenziale per conseguire gli obiettivi di sviluppo proposti dall’Unione europea; a mio avviso, la disponibilità di questi medicinali contribuirebbe a ridurre la povertà, ad accrescere la sicurezza umana e a promuovere i diritti dell’uomo e lo sviluppo sostenibile. Di conseguenza, la politica dell’Unione europea dovrebbe tendere ad accrescere al massimo la disponibilità di prodotti farmaceutici a prezzi accessibili nei paesi in via di sviluppo.

Invito infine il Consiglio a sostenere i paesi in via di sviluppo che utilizzano le flessibilità previste dall’accordo TRIPS e riconosciute nella dichiarazione di Doha, per mettere in grado tali paesi di fornire i medicinali più importanti a prezzi accessibili nel quadro dei propri programmi nazionali di sanità pubblica.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Dopo la dichiarazione di Doha, l’applicazione del meccanismo mirante a dare accesso ai medicinali si è risolta in un fallimento: infatti, è servita sostanzialmente da alibi per includere i paesi meno sviluppati, soprattutto quelli africani, nel programma negoziale per la liberalizzazione del commercio mondiale.

I grandi monopoli farmaceutici non sono certo disposti a mettere in discussione i favolosi profitti derivanti dai brevetti e dall’immenso “affare” della salute.

In tal modo, milioni di esseri umani vengono defraudati del diritto alla salute. La ricerca tesa a individuare nuove cure viene orientata verso i “palliativi”, poiché il perpetuarsi delle malattie è più lucroso: il capitalismo commercializza la vita.

La Banca mondiale e l’FMI subordinano prestiti e aiuti alla privatizzazione e alla liberalizzazione dei sistemi sanitari nazionali, che cadono progressivamente nelle mani dei più importanti operatori multinazionali.

La sanità non può rientrare nelle competenze dell’OMC, il principale organismo responsabile per la concorrenza e il commercio.

Occorre assicurare a ogni paese il diritto di garantire il diritto alla salute.

Il settore pubblico svolge un ruolo insostituibile nel garantire tale diritto con la prestazione dell’assistenza sanitaria preventiva e di base, con la promozione della ricerca a beneficio di tutti, ma anche con la produzione di medicinali e vaccini che non devono sottostare alle restrizioni imposte dai brevetti e da altre forme di licenza che limitano l’accesso dei cittadini a beni e servizi essenziali.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione, che chiede di intensificare gli sforzi per garantire ai paesi in via di sviluppo e ai paesi meno sviluppati l’accesso ai medicinali; in particolare, sono convinto che il Consiglio debba sostenere i paesi in via di sviluppo che ricorrono alle flessibilità previste dall’accordo TRIPS. Approvo inoltre l’invito – rivolto dalla risoluzione alla Commissione e agli Stati membri – a fornire un sostegno finanziario alla produzione locale di medicinali nei paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Jean-Claude Martinez (ITS), per iscritto. – (FR) L’accostamento tra “medicinali e paesi poveri del sud” pone un problema in termini di conciliazione tra “diritto di proprietà intellettuale dei laboratori farmaceutici e diritti umani all’assistenza sanitaria”.

A Hong Kong il Vertice dell’OMC ha raggiunto un accordo i cui risultati devono però ancora farsi sentire per quanto riguarda la tubercolosi, la malaria e l’AIDS: i medicinali, generici o no, non sono accessibili alle popolazioni.

Tuttavia, quest’audace soluzione presuppone sostanzialmente che il concetto di “patrimonio comune dell’umanità”, risalente agli anni ’60, venga ripreso in questa sede.

Le malattie principali vengono diffuse in tutto il mondo da migranti e viaggiatori, e possono colpire duramente l’umanità: ne abbiamo avuto l’esempio con la SARS e l’influenza aviaria. Per malattie planetarie occorrono quindi medicinali planetari.

I medicinali usati per curare le malattie diffuse in tutto il mondo devono quindi avere un “brevetto patrimonio comune dell’umanità”.

Lo stato giuridico di questi brevetti del XXI secolo dovrebbe essere aperto, così come la tassa da versare grazie a contributi intergovernativi. Si può prendere in considerazione l’opportunità di istituire “partenariati tra pubblico e privato” che comprendano “aziende farmaceutiche multinazionali e l’OMS” oppure i governi; si può anche pensare a una “Compagnia” dotata di statuto internazionale, come quello previsto per l’esplorazione dei fondali marini.

L’elemento più importante è il principio innovativo della gestione a livello mondiale dei rischi derivanti da pandemie planetarie.

 
  
  

– Controllo democratico nell’ambito dello strumento di cooperazione allo sviluppo (B6-0310/2007)

 
  
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  Karin Scheele (PSE), per iscritto. – (DE) La risoluzione odierna è già la quarta nel giro di pochi mesi e dimostra l’importanza del controllo parlamentare in materia di finanziamento della cooperazione allo sviluppo. Nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, l’Unione europea deve dare priorità alla realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Malauguratamente, parecchi documenti di strategia nazionale non si concentrano in maniera sufficientemente decisa sulla lotta contro la povertà. La Commissione deve informare il Parlamento sui risultati delle attività programmate per combattere la povertà.

 
  
  

– Relazione Kamiński (A6-0217/2007)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE).(CS) Sono lieta che le proposte avanzate dal gruppo PPE-DE non siano state bloccate, in quanto hanno conferito una base più solida al gesto politico contenuto nella relazione. Come tutti sappiamo, i negoziati di adesione con l’Ucraina non possono cominciare subito, ma piuttosto in un arco di dieci o più anni, benché in questa sede tutti – tranne i politici più estremisti – desiderino l’adesione dell’Ucraina. Non amo i gesti a buon mercato, e quindi approvo i saggi emendamenti apportati alla relazione. Ciò costituirà un importante segnale di attività democratica prima delle elezioni ucraine, e in particolare promuoverà la conclusione del trattato sulla cooperazione economica rafforzata, che rappresenta a sua volta un progresso concreto verso l’integrazione con l’Europa. Ringrazio gli onorevoli Kamiński e Brok per la loro disponibilità alla conclusione di questo compromesso.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). (SK) La relazione del collega Kamiński è il frutto di un’attenta riflessione sulla futura configurazione dell’Europa e sulla possibilità, da parte nostra, di riuscire a costruire un’Europa basata su principi cristiani.

Cosa significa l’Ucraina per l’Unione europea? A mio parere, l’Ucraina è uno dei più importanti partner strategici dell’Unione, ed è quindi incoraggiante che, con questa relazione, il Parlamento europeo tenda la mano per venire in aiuto a Kiev. Solo la prospettiva di un futuro europeo può stimolare l’Ucraina a continuare il processo riformatore. Questa relazione è il primo documento ufficiale che invii un segnale positivo e costruttivo all’Ucraina, e in particolare alle forze che, in quel paese, sono favorevoli all’Europa e alla democrazia; a tre anni di distanza dalla rivoluzione arancione, ciò incoraggerà l’Ucraina a completare l’opera dell’integrazione europea.

Ho votato con entusiasmo per questa relazione, e come membro della delegazione al comitato di cooperazione parlamentare UE-Ucraina lavorerò per applicarla. I paesi postcomunisti, che hanno avuto un passato totalitario e sanno bene quanto sia arduo e impegnativo soddisfare tutti i criteri necessari per entrare nella famiglia europea, dimostrano all’Ucraina una solidarietà particolare e garantiscono che per l’Ucraina la porta della casa europea rimarrà sempre spalancata.

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE). (DE) Signora Presidente, desidero esporre una dichiarazione di voto orale a nome del mio gruppo.

L’Ucraina è un importante paese europeo, di cui è necessario sostenere lo sviluppo democratico, costituzionale, economico e sociale anche nell’interesse della stessa Unione europea.

Un accordo rafforzato tra Ucraina e Unione europea rappresenta a tale scopo uno strumento di grande rilievo.

Occorrono ora numerosi passi pratici, come l’adesione all’OMC, un’area di libero scambio, una politica di vicinato rafforzata e qualche forma di Spazio economico europeo. I cittadini ucraini devono sapere che la democrazia opera a loro vantaggio.

La misura in cui l’Unione europea può offrire la prospettiva di un futuro europeo dipende non solo dalla capacità di riformarsi dell’Ucraina, ma anche da quella dell’Unione stessa.

Il popolo ucraino non ha bisogno di promesse che potrebbero rivelarsi poco realistiche o prive di frutti pratici nel futuro prevedibile.

Per tale motivo non è possibile prendere oggi alcun impegno vincolante di ingresso nell’Unione europea, ma neppure si deve scartare definitivamente la possibilità.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). (PL) Signora Presidente, abbiamo adottato una relazione di eccezionale importanza sul mandato negoziale per un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da un lato, e l’Ucraina, dall’altro.

Sono convinto che in futuro questo grande, splendido paese entrerà nell’Unione europea; è un traguardo che l’Ucraina potrà raggiungere se continuerà a procedere speditamente sulla strada delle riforme sociali, economiche e politiche e a rafforzare la democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Dobbiamo approfondire le nostre relazioni con il nostro vicino orientale, soprattutto in campo economico e culturale; dobbiamo promuovere i progetti riguardanti la gioventù, insieme agli scambi studenteschi e accademici. Per noi è di vitale importanza incoraggiare l’integrazione del settore energetico ucraino nel mercato energetico dell’Unione europea. E’ giunto il momento che l’Unione europea si apra maggiormente nei confronti dell’Ucraina; la relazione che abbiamo adottato è un buon esempio di tale atteggiamento.

 
  
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  Bogusław Rogalski (UEN). (PL) Signora Presidente, la relazione dell’onorevole Kamiński sul mandato negoziale per un nuovo accordo rafforzato tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da un lato, e l’Ucraina, dall’altro, rappresenta un positivo passo in avanti verso il riavvicinamento tra Unione e Ucraina. E’ scandaloso però che questa relazione sia stata elaborata con tanto ritardo. Il timore della Russia e dei suoi progetti, alcuni dei quali riguardano anche l’Ucraina, ha fatto apparire una nuova cortina di ferro, questa volta ai confini occidentali dell’Ucraina. E’ tempo che questa situazione cambi.

A mio avviso, dal punto di vista dell’adesione all’Unione europea l’Ucraina dovrebbe avere la precedenza sulla Turchia. L’Ucraina è un paese europeo assai più della Turchia; fa parte della cultura europea ed è uno Stato di diritto. Inoltre, l’Ucraina riconosce tutti gli Stati membri dell’Unione europea, mentre la Turchia – per esempio – non riconosce l’indipendenza di Cipro. Quindi, per quanto riguarda i futuri negoziati di adesione, la priorità va assegnata all’Ucraina e non alla Turchia, la cui cultura ci è del tutto estranea.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (UEN). (PL) Signora Presidente, vorrei sottolineare che la relazione dell’onorevole Kamiński è la presa di posizione più importante adottata dal Parlamento europeo nel corso di questa sessione. Giunge in un momento particolarmente opportuno, nonostante l’instabilità politica che attualmente contraddistingue l’Ucraina. Noi – l’Unione europea – trasmettiamo così un segnale chiaro e comprensibile. “Sì, noi siamo uniti, vi invitiamo a collaborare strettamente con noi in futuro e a tempo debito probabilmente vi inviteremo a unirvi a noi”.

In tal modo, noi intendiamo segnalare a tutti gli esponenti politici ucraini favorevoli all’Europa e all’Occidente che vale la pena di impegnarsi nelle riforme, sviluppare la democrazia e trasformare l’immagine del paese. Aggiungo che la voce del Parlamento europeo è particolarmente importante dal punto di vista morale; il motivo è che, ancora una volta, noi ci rivolgiamo a un paese che era compreso nella zona d’influenza sovietica, nell’URSS.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione sull’Ucraina contiene alcuni aspetti che si ripresentano sempre quando si solleva la questione dei rapporti tra l’Unione europea e i paesi dell’Europa orientale. Penso, per esempio, alla raccomandazione di approfondire le riforme interne, nella prospettiva di un totale adeguamento di questi paesi alla dottrina neoliberista dell’Unione europea.

In questo caso, viene indicata come obiettivo principale “la graduale integrazione economica dell’Ucraina nel mercato interno dell’Unione europea”, che assicurerebbe “la creazione di un’economia di mercato competitiva” (con particolare riguardo per il settore energetico) e “una stretta partecipazione dell’Ucraina alla politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea”. A tutto questo bisogna aggiungere l’eliminazione dalla realtà (e, se possibile, dalla memoria) di qualsiasi traccia dei progressi di civiltà frutto del primo esperimento mondiale di costruzione socialista.

Nonostante le ambizioni nutrite dagli Stati Uniti, dalla NATO e dalle principali potenze dell’Unione europea nei confronti di questo paese – la cui importanza strategica in Europa è particolarmente significativa – essi si troveranno sempre di fronte coloro che, in Ucraina, sono decisi a resistere. Per questo è importante esprimere solidarietà al popolo ucraino e alle recenti dimostrazioni di protesta tenutesi a Odessa contro le esercitazioni militari Sea Breeze 2007, effettuate dagli Stati Uniti e dalla NATO in Ucraina.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa relazione che esamina la questione dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Approvo l’invito a risolvere l’attuale crisi, e l’appello rivolto al governo affinché affronti i problemi della corruzione e integri più strettamente i mercati energetici del paese nell’Unione.

 
  
  

– Relazione Geringer de Oedenberg (A6-0241/2007)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Ci rammarichiamo che siano state respinte le nostre proposte, le quali:

– raccomandavano non solo di prestare attenzione alla situazione specifica delle regioni colpite dal cosiddetto “effetto statistico”, le quali hanno subito tagli dei finanziamenti in base all’attuale quadro finanziario, ma anche di sottolineare la necessità di una revisione, affinché tali regioni possano ricevere il medesimo livello di sostegno di cui avrebbero goduto se i criteri di ammissibilità si fossero basati sull’Unione europea a 15;

– chiedevano che la Commissione precisasse rapidamente il contenuto del “partenariato rafforzato”, che essa stessa ha annunciato nei riguardi delle regioni ultraperiferiche, includendovi politiche permanenti, flessibili e adeguatamente finanziate, nonché misure tali da adeguarsi alle esigenze di ciascuna di queste regioni e contribuire a combattere le permanenti limitazioni allo sviluppo che ostacolano tali regioni.

Inoltre:

– invitavano la Commissione a studiare nuovi strumenti per valutare i differenti aspetti dello sviluppo regionale, basati non solo sul PIL pro capite ma anche su altri indicatori come i tassi di disoccupazione e indicatori quantitativi e qualitativi di carattere sociale (come il tasso di povertà, i livelli di istruzione e la disuguaglianza di reddito), perfezionando contemporaneamente le metodologie utilizzate per calcolare le parità di potere d’acquisto, tramite l’elaborazione di indicatori regionali e nazionali più validi.

 
  
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  Miloš Koterec (PSE), per iscritto. – (SK) Sostengo senza riserve la relazione nella versione redatta dall’autrice. Sottoscrivo in particolare la richiesta di adottare misure rigorose per eliminare le carenze più gravi che ostacolano lo sviluppo delle regioni più povere dell’Unione europea, tra le quali si contano parecchie zone della Slovacchia. Vorrei sottolineare che tali regioni richiedono un sostegno speciale a causa delle persistenti difficoltà istituzionali, amministrative ed economiche che le affliggono.

Ribadisco che è estremamente importante evitare gli errori commessi nei vecchi Stati membri, e ripetuti nei nuovi Stati membri tra il 2004 e il 2006; invito quindi la Commissione a presentare una sintesi delle migliori e peggiori prassi, insieme a un vasto elenco di sintetici studi di casistiche, in modo da ridurre al minimo il rischio che in alcune regioni l’assistenza comunitaria venga distribuita in modo poco razionale. E’ importante pure che gli Stati membri adottino la linea d’azione migliore e utilizzino le ricchezze naturali e culturali delle regioni più povere per trasformarle in zone interessanti per gli investitori; in questo campo approcci innovativi possono svolgere un ruolo importante.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Nonostante la “crisi europea” di cui così spesso si parla, una delle politiche che definiscono principi, valori e strategie fortunatamente non è stata messa in discussione. In generale, sia i cittadini sia i leader politici rimangono fermamente convinti che gli sforzi effettuati per realizzare la coesione rispondano a un’esigenza di solidarietà fra parti della stessa comunità e allo stesso tempo rappresentino un investimento nella diffusione delle condizioni della crescita economica in tutta l’entità di cui facciamo parte.

Occorre però mettere in rilievo due punti. In primo luogo, è necessario sottolineare l’importanza degli equivoci statistici; a causa dell’allargamento, parecchie regioni sono divenute statisticamente più ricche di quanto non siano in realtà. Escluderle dal quadro di sostegno sarebbe non solo un’ingiustizia, ma anche un errore dal punto di vista degli obiettivi politici perseguiti finora. In secondo luogo, è importante adattare le politiche di coesione alla nuova realtà economica; oggi le cause del sottosviluppo e della povertà – o, per esprimersi altrimenti, i fattori che contribuiscono a tale situazione – sono diverse, e di conseguenza occorre adattare e adeguare queste politiche, affinché i finanziamenti attuali non rispondano solo a vecchi squilibri.

 
  
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  Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Sono grata all’onorevole Geringer de Oedenberg per aver accettato di sostenere i miei emendamenti, i quali vogliono mettere in luce, ancora una volta, che le regioni ultraperiferiche rimangono ancora, in gran parte, tra le regioni più povere dell’Unione europea.

A tal proposito, l’articolo 299, paragrafo 2, del Trattato afferma che la Comunità deve adeguare le proprie politiche ed elaborare misure specifiche a vantaggio delle regioni ultraperiferiche, in considerazione dell’intreccio di handicap permanenti, di natura strutturale e geografica, che le caratterizzano.

Sostengo la strategia attuata dall’Unione per venire in aiuto alle sue regioni ultraperiferiche, ma invito la Commissione a precisare rapidamente il contenuto del “partenariato rafforzato” che essa stessa ha adottato – anche riguardo al miglioramento della competitività di tali regioni – insieme al piano d’azione per il vicinato allargato.

Le politiche strutturali applicate nelle regioni ultraperiferiche avrebbero un impatto ancora più forte se la Commissione si dimostrasse più flessibile, accettando di sbarazzarsi – in caso di necessità – di alcuni “dogmi comunitari” e tenendo in maggior conto le particolari caratteristiche di tali regioni.

Attendo con interesse la nuova comunicazione sulle regioni ultraperiferiche, che la Commissione ha promesso di pubblicare entro l’anno, e mi auguro che rechi un soffio di nuova vita alle regioni che devono subire gli svantaggi derivanti dalla propria collocazione ultraperiferica.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il partito comunista greco si oppone radicalmente alla relazione sull’efficacia della politica di coesione dell’Unione europea, nei confronti della quale ha espresso voto contrario. I dati forniti dall’Unione europea, citati nella relazione, dimostrano precisamente l’opposto. I contrasti e le disuguaglianze tra gli Stati membri e le varie regioni dell’Unione europea diventano sempre più ampi e più profondi. Per quanto riguarda il mito della pretesa convergenza e coesione tra gli Stati membri dell’Unione europea, un esempio rivelatore è quello della Grecia, il cui PIL pro capite nel 1960 era pari al 44,78 per cento della media comunitaria, era salito al 71,79 per cento nel 1980, prima che il paese aderisse a quella che allora era la CEE, ma dopo più di vent’anni, nel 2002, è sceso al 66,59 per cento.

La politica dell’Unione europea non solo non riesce a ridurre povertà e disuguaglianze; al contrario, le inasprisce al massimo, spalancando le porte al saccheggio delle risorse produttive degli Stati membri dell’Unione europea da parte del capitale monopolistico e a uno sfruttamento sempre più intenso delle masse popolari. L’obiettivo della cosiddetta “politica di coesione” non è la pretesa coesione; si tratta piuttosto di fissare le condizioni di sussistenza dei lavoratori al livello più basso possibile, un gradino appena al di sopra della povertà, per arginare quella rivolta sociale che è tuttavia inevitabile.

 
  
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  Presidente. – Non vi sono altre dichiarazioni di voto.

 

8. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale

9. Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio: vedasi processo verbale
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  Bogusław Rogalski (UEN). (PL) Signora Presidente, mi scusi, ma vorrei fare una dichiarazione di voto in merito alla relazione sulla Macedonia, se è possibile.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Rogalski, lei non figurava sull’elenco, e ho già chiuso le dichiarazioni di voto; mi dispiace. La prossima volta, per favore, ci informi nei tempi previsti; le faccio comunque notare che può fare la sua dichiarazione di voto per iscritto.

(La seduta, sospesa alle 12.45, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. BIELAN
Vicepresidente

 

10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale

11. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (discussione)

11.1. Situazione umanitaria dei rifugiati iracheni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sulle sei proposte di risoluzione relative alla situazione umanitaria dei rifugiati iracheni.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, signor Commissario, l’Iraq si trova oggi sprofondato nell’abisso di una catastrofe, e il suo popolo versa in una sconvolgente condizione di disperato smarrimento. Le statistiche, già confermate, prodotte da agenzie internazionali come la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq e da altre organizzazioni dell’ONU, offrono un quadro davvero sinistro e agghiacciante. Ogni giorno, in media, vengono uccise cento persone e duecento rimangono ferite; il 50 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, e la disoccupazione colpisce oltre l’80 per cento degli abitanti. Solo una minoranza fruisce di un approvvigionamento idrico adeguato e di servizi igienici funzionanti, mentre la fornitura di energia elettrica è fortemente limitata e subisce frequenti interruzioni senza preavviso; quattro medici su cinque hanno abbandonato gli ospedali, mentre tre bambini su quattro non frequentano la scuola.

Gli sfollati interni – ossia i profughi nel proprio paese – sono quasi tre milioni, e questa cifra cresce di circa duemila persone al giorno; altri due milioni di iracheni hanno trovato rifugio negli Stati vicini, ovvero Siria, Giordania, regione del Golfo, Egitto e Iran. Queste persone non godono di uno status formale che conceda loro protezione in quanto rifugiati.

L’Unione europea e la comunità internazionale nel suo complesso hanno il dovere morale di dimostrare partecipe solidarietà per la misera situazione dei profughi iracheni e, aspetto ancora più importante, devono adottare misure ben più efficaci per garantire a questa povera gente l’aiuto e il sostegno di cui ha bisogno per superare le umiliazioni e le sciagure che ha dovuto subire.

La proposta di risoluzione comune elenca una serie di misure importanti, che possono contribuire ad assicurare un’esistenza più umana ai profughi iracheni.

Ho parlato finora come rappresentante del mio gruppo; permettetemi adesso qualche parola a titolo personale. L’Iraq è un paese relativamente giovane: ottenuta l’indipendenza dal Regno Unito appena nel 1932, ha poi attraversato una storia tumultuosa sfociata infine nell’avvento al potere di Saddam Hussein. Costui era un sanguinario tiranno, ma nella sua scalata al potere ha goduto dell’appoggio dell’Occidente, compresi – purtroppo – alcuni Stati europei.

Purtroppo, però, persino i giorni più neri del dominio totalitario di Saddam Hussein sembrano scomparire di fronte al vortice di morte, distruzione e sofferenze che si è abbattuto sul paese a causa dell’invasione voluta da Bush e Blair e dell’occupazione che ancora si protrae. Questi due “pacificatori” ordinarono l’attacco all’Iraq, promettendo agli iracheni un futuro prospero e felice, ma sono riusciti solo a provocare un disastro di proporzioni inenarrabili. Eppure, nell’Unione europea alcuni ambienti continuano ad approvare l’invasione, e di recente hanno persino ricompensato Tony Blair per la sua opera di “pace” nei confronti del mondo arabo, nominandolo rappresentante speciale del Quartetto per il Medio Oriente. Che Dio faccia rinsavire costoro e ci salvi dai Bush e dai Blair di questo mondo!

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL), in sostituzione dell’autore. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, leggerò l’intervento del collega Tobias Pflüger. “Purtroppo, fino ad oggi non abbiamo tenuto alcun dibattito sull’assistenza ai profughi iracheni, e me ne rammarico molto. Perché mai i gruppi dei liberali, della destra nazionalista e dei conservatori hanno eliminato quest’argomento dall’ordine del giorno dell’ultima sessione plenaria? In cambio, l’Assemblea ha preferito impegnarsi in discussioni ideologiche su Cuba.

In Iraq la situazione è disperata. Dall’epoca dell’invasione statunitense e della formazione della cosiddetta “coalizione dei volonterosi” sono state uccise più di 600 000 persone. Più di due milioni di iracheni sono fuggiti dal loro paese; a essi bisogna aggiungere due milioni di sfollati interni, cacciati dalle loro case, e oltre 40 000 rifugiati non iracheni. Il numero dei militari statunitensi che hanno perso la vita sale di giorno in giorno, ed è ormai giunto a quota 3 600. Purtroppo, anche alcuni Stati membri dell’Unione europea, che hanno partecipato alla guerra e l’hanno sostenuta, recano una pesante responsabilità per la situazione irachena; e tra questi Stati, la Germania è uno dei maggiori colpevoli.

Ora occorre offrire un aiuto concreto ai profughi, ed è un compito che non si può far ricadere interamente sulle spalle dei paesi vicini; l’Unione europea deve fornire finanziamenti a tale scopo. Bisogna fermare immediatamente le deportazioni in Iraq, le truppe degli Stati Uniti e dei loro alleati nella cosiddetta “coalizione dei volonterosi” devono ritirarsi, e gli Stati membri dell’Unione europea devono togliere il proprio sostegno alla guerra; è assolutamente necessario porre fine a questa guerra illegale e all’occupazione dell’Iraq.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), autore. – (EN) Signor Presidente, io sono uno di quei politici che nel 2003 approvarono la guerra all’Iraq, nella convinzione che Saddam Hussein rappresentasse una minaccia di lungo termine alla stabilità regionale, ma anche a causa della spaventosa brutalità del regime baathista. Confidavo che quella dittatura sarebbe stata sostituita dalla democrazia e dal rispetto per i diritti umani e lo Stato di diritto.

Ma anch’io, al pari di molti altri, ho malauguratamente sottovalutato la ferocia del movimento insurrezionale poi sviluppatosi nonché le gravi carenze della pianificazione elaborata per il periodo di pace successivo all’invasione dai nostri alleati statunitensi. Mi riferisco in particolare al disastroso smantellamento dell’esercito iracheno che, intrapreso come misura di debaathificazione, ha espulso una quantità di ufficiali sunniti i quali, amareggiati e pieni di rancore, si sono affrettati a offrire le proprie competenze agli insorti. Non si è neppure riusciti a rendere i confini con la Siria e la Giordania impermeabili alle incursioni degli estremisti della jihad contro gli alleati; e ancora, prima della caduta Saddam ha spalancato le porte delle carceri, aggiungendo a questo cocktail micidiale l’ingrediente della criminalità organizzata, mentre l’Iran ha continuato a intromettersi a sostegno degli sciiti in quella che è divenuta, di fatto, una guerra civile.

Stranamente, subito dopo l’invasione il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi aveva mantenuto dimensioni molto limitate, rispetto al precedente esodo dei curdi all’epoca di Saddam; paradossalmente, il flusso dei curdi ora si è arrestato, dal momento che questa rimane una delle poche zone pacifiche di tutto il paese.

Purtroppo, negli ultimi due anni un enorme numero di iracheni, superiore forse ai due milioni, è dovuto fuggire; mi riferisco in particolare alle minoranze dei cristiani assiri che, provati dalle persecuzioni e da lunghe sofferenze, sono ora presi tra l’incudine degli islamici, che li accusano di collaborare con i crociati, e il martello dei curdi, che vogliono le loro terre. Il canonico Andrew White, che guidava l’unica chiesa anglicana in Iraq, ha lasciato ieri Bagdad poiché, dopo aver cercato di ottenere il rilascio di cinque cittadini britannici rapiti, temeva ora per la propria vita e la propria sicurezza personale.

Ora, però, l’Unione europea deve intensificare gli sforzi per mitigare la crisi; a tale scopo occorre incrementare gli aiuti finanziari a favore dei paesi arabi circostanti, che hanno accolto la gran massa dei profughi – in particolare Giordania e Siria – e si sono distinti soprattutto nell’accogliere gli assiri. Anche gli Stati membri dell’Unione devono accettare, entro limiti ragionevoli e su base temporanea, un maggior numero di profughi.

 
  
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  Paulo Casaca (PSE), autore. – (PT) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, fratelli e sorelle iracheni, inizio con una parola di ricordo per tutti coloro che hanno perduto il bene più prezioso a causa dell’origine etnica o religiosa, delle loro convinzioni reali o presunte, oppure perché costituivano un simbolo di coraggio democratico e spirito pubblico. Consentitemi di mettere in risalto la figura del mio collega, compagno e amico, il deputato al parlamento Mohammad Hossein Ahwad, autentica incarnazione della lotta contro il fascismo teocratico, che è stato assassinato il 12 aprile nella sede del parlamento iracheno.

Ma le lacrime di dolore che offuscano gli occhi non devono impedirci di vedere le donne che ancora si battono per la vita dei propri bambini, lungo le strade dove li ha gettati la pulizia etnica, o le innumerevoli migliaia di iracheni che, lo sguardo perduto nell’infinito, popolano le strade di Amman, Damasco e del Cairo in preda a gravi sindromi post-traumatiche, o ancora i campi allestiti nelle piazze o tra i contrafforti di chiese o moschee in rovina; per questo desidero inviare a tutti un messaggio di solidarietà, amore, affetto e speranza.

La barbarie scatenata dalle forze delle tenebre che hanno sperimentato sulle rive del Tigri e dell’Eufrate il piano destinato all’intero Medio Oriente supera la nostra immaginazione, e queste parole non possono certo esprimerla. La risoluzione comune che oggi presentiamo è un primo, vitale passo per rovesciare la situazione.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE), autore. – (EN) Signor Presidente, giudico favorevolmente la risoluzione e, al pari di molti altri, nutro forte inquietudine per la situazione veramente tragica in cui, come possiamo vedere, versano oggi l’Iraq e le sue zone di confine. Questo popolo ha già dovuto subire guerre e pulizia etnica, una feroce dittatura, un’invasione illegale e un’ondata di violenza comune; ora assiste alla chiusura interna ed esterna dei confini del paese, vede tramontare le speranze di reinsediamento, e deve constatare che i cittadini iracheni giunti nell’Unione europea ricevono un’accoglienza molto contraddittoria.

Non ci deve sorprendere che la guerra produca masse di profughi; succede sempre così, e anzi, com’è stato detto, su alcuni dei nostri Stati membri grava una pesante responsabilità per questa situazione. Almeno per quanto riguarda la questione della mancanza di una pianificazione postbellica, per una volta sono d’accordo con l’onorevole Tannock.

Trovo particolarmente apprezzabile che la risoluzione rifiuti l’eventualità di un rimpatrio forzato dei profughi iracheni, o di coloro che attualmente si trovano nell’Unione europea ma si sono visti respingere la richiesta d’asilo. Ora è senza dubbio necessario individuare per queste persone uno status preciso, anziché permettere che esse rimangano a languire nei nostri stessi Stati membri, come avviene in qualche paese.

Mi sembra di poter dire che oggi nessuna regione dell’Iraq è veramente sicura. Persino nel Kurdistan, come vediamo, attualmente le truppe turche si ammassano alle frontiere, sbarrando la strada del ritorno a villaggi ormai distrutti e rendendo vani gli sforzi per ridare stabilità economica alla regione. Anzi, alcuni di coloro che sono stati rimandati nella regione vi sono ritornati indossando elmetto e giubbotto antiproiettile; se ne deduce, mi sembra, che la zona non è propriamente sicura. Inoltre, una relazione di Human Rights Watch risalente solo alla settimana scorsa ci informa che in Kurdistan, nonostante l’opera delle autorità, forze di sicurezza irregolari continuano a commettere rapimenti e praticare la tortura: in Iraq non esiste perciò alcuna zona realmente sicura.

Siamo consapevoli di dover intensificare il nostro sostegno ai paesi che si occupano dei profughi alle frontiere e all’UNHCR, poiché sappiamo bene che cosa succede quando si ignora il calvario di questa gente: basti ricordare quali sono state le conseguenze quando abbiamo più o meno voltato la schiena a due milioni di profughi afghani sul confine pakistano, lasciandoli privi di adeguato sostegno. Quel vuoto è stato colmato, con un risultato non sempre piacevole per noi.

Sono lieta che la risoluzione inviti la Commissione europea a illustrare più dettagliatamente, dinanzi alla commissione per i bilanci del Parlamento, le modalità esatte della nostra opera di aiuto in Iraq e del sostegno che offriamo ai paesi vicini. Allo stesso tempo, però, credo che dovremmo esaminare le nostre politiche di reinsediamento per offrire almeno qualche forma di assistenza ad alcuni di coloro la cui vita è stata, ancora una volta, tragicamente sconvolta.

 
  
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  Bogusław Rogalski (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, in Iraq la situazione umanitaria e quella dei diritti umani vanno costantemente deteriorandosi: è quanto emerge dalle relazioni della missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq.

Le statistiche sono spaventose: in media, ogni giorno cento persone muoiono e più di duecento rimangono ferite; il cinquanta per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, mentre il tasso di disoccupazione si attesta all’ottanta per cento. L’approvvigionamento idrico è insufficiente e l’inefficienza dei sistemi di fognature favorisce il diffondersi delle malattie. Tre quarti dei bambini non frequentano la scuola; attività criminali, aggressioni armate, rapimenti, omicidi di attivisti politici o di persone impegnate nella ricostruzione del paese sono all’ordine del giorno. Tutto questo spinge molti iracheni a fuggire dal proprio paese, mentre gli sfollati interni sono ormai più di due milioni. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che sul suolo iracheno si trovano più di quarantamila profughi provenienti da altri paesi, tra cui quindicimila palestinesi: è questo oggi il volto dell’Iraq.

Occorre quindi intraprendere un’immediata azione politica e umanitaria, per alleviare la tragica situazione in cui versano i profughi, 500 000 dei quali, ricordiamolo, sono bambini. Dobbiamo poi garantire la registrazione degli sfollati interni, che conferirà loro il diritto di ottenere razioni alimentari – diritto che oggi a queste persone è negato. Dobbiamo inoltre esercitare pressioni sui paesi vicini per indurli a togliere le restrizioni imposte all’ingresso dei profughi, che costringono molti a rimanere nelle zone di confine.

L’Unione deve far sì che gli aiuti da noi inviati all’Iraq – al popolo iracheno – siano completi, sostenibili e coordinati con l’azione degli Stati Uniti; l’Unione deve respingere una volta per tutte ogni pregiudizio antiamericano. E’ questo l’unico modo per riuscire ad alleviare la pesantissima situazione di milioni di profughi ed evitare di conseguenza una crisi umanitaria di enormi dimensioni.

Invitiamo inoltre il governo iracheno ad agire immediatamente per garantire la sicurezza degli sfollati, e a non discriminare più le persone sulla base della loro origine. La Commissione europea, nel frattempo, deve incrementare gli aiuti umanitari a favore di tutti gli sfollati presenti in Iraq e sostenere quei paesi vicini che già forniscono tali aiuti.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola, a nome del gruppo PPE-DE. – (FI) Signor Presidente, il dramma dei profughi iracheni rimane assai grave; si registra un unico passo nella direzione giusta. La raccomandazione, da parte dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, di concedere lo status di rifugiato ai richiedenti asilo dell’Iraq meridionale e centrale, in base alla Convenzione del 1951, rappresenta una soluzione positiva; lo stesso si può dire dell’offerta di forme di protezione supplementare nei casi in cui lo status di rifugiato non venga concesso.

Desidero soffermarmi su due aspetti in particolare, che riguardano vicende interne irachene. In primo luogo, le condizioni delle minoranze religiose divengono sempre più intollerabili: assiri, armeni, ortodossi e altri gruppi cristiani, insieme a mandei ed ebrei subiscono pesanti discriminazioni nel mercato del lavoro e in altre situazioni. In alcune zone le autorità sono completamente incapaci di proteggere le minoranze dalle violenze perpetrate dai soldati musulmani; di fatto, la libertà di religione non esiste.

In secondo luogo, mi sembra incredibile che le autorità irachene abbiano minacciato di congelare l’invio di beni essenziali ai profughi iraniani; conformemente al diritto internazionale questi membri dell’opposizione godono dello status di rifugiati, nonché di un diritto inalienabile alla protezione.

 
  
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  John Attard-Montalto, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signor Presidente, dobbiamo ammettere che quanto è avvenuto, e continua ad avvenire, in Iraq è molto più grave di una guerra civile. Si tratta di una questione che viene sollevata spesso, ma è ovvio che non siamo di fronte a una guerra civile, bensì a una situazione ben peggiore: il caos totale. Nessuno ha la minima idea, o ha elaborato un piano qualsiasi, per sbrogliare l’incredibile situazione in cui noi abbiamo cacciato l’Iraq; uso l’espressione “cacciato”, perché quel che è successo non era necessario, non è stato richiesto né voluto. Quest’invasione si è dimostrata un terribile incubo per coloro che vi hanno partecipato.

Chi compie un errore deve assumersene la responsabilità. E’ tempo che coloro i quali hanno partecipato a questa vicenda – i paesi della coalizione e i loro partner volonterosi – si assumano la responsabilità di quanto è avvenuto al popolo iracheno, soprattutto ai profughi che cercano aiuto ma, ammesso che ne trovino, ricevono solo un aiuto minimo.

E’ tempo che coloro che hanno commesso l’errore iniziale e sono gli artefici di questa situazione caotica diano prova di responsabilità; le prime persone che bisogna aiutare sono i profughi.

 
  
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  Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN) Signor Presidente, signor Commissario, la voce della minoranza cristiana irachena risuona fioca, quasi indistinguibile nell’interminabile elenco di notizie di atti di violenza che riceviamo da quel paese. Questa minuscola popolazione non gode di protezione alcuna, è praticamente sconosciuta alla comunità internazionale e deve subire violente ondate di persecuzioni: i cristiani dell’Iraq sono costretti a scegliere tra l’esilio – quando riescono a fuggire –, la conversione o la persecuzione.

La persecuzione si presenta sotto svariate forme: violenza, discriminazione sul luogo di lavoro, confisca delle priorità, eccetera. Per un sacerdote cristiano caldeo, Ragheed Aziz Ganni, la persecuzione ha significato la morte.

Cosa intende fare la Comunità europea per aiutare i cristiani caldei, assiri e ortodossi? Il governo iracheno si dice impegnato a por fine alla violenza, ma la mancanza di sicurezza rende impossibile garantire la pace nel paese e altrettanto impossibile proteggere le popolazioni vulnerabili, che hanno bisogno del nostro aiuto.

 
  
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  Jean-Claude Martinez, a nome del gruppo ITS. – (FR) Signor Presidente, è cosa positiva presentare una risoluzione sull’Iraq, dedicata alla situazione umanitaria, ai profughi, agli aiuti internazionali e così via. Inoltre, chi oserebbe dissentire dal considerando A, il quale rileva che ogni giorno cento persone vengono uccise e duecento ferite, che il settanta per cento della popolazione è privo di acqua, che tre milioni di persone sono denutrite e due milioni sono i profughi – tra cui 500 000 bambini – in Siria, Egitto, Giordania e in altri paesi?

Ma chi ha causato tutto questo? Chi è il responsabile? Chi ha seminato il caos? Forse Saddam Hussein? Il partito Ba’ath? Il caos è nato dalla guerra: una guerra che sarebbe sembrata ingiusta agli occhi dei teologi del Medio Evo, che è illegittima secondo la Carta delle Nazioni Unite, che è stata scatenata sulla base di una menzogna pronunciata da due capi di Stato, quelli degli Stati Uniti e del Regno Unito. Chi ha sostenuto questa guerra, qui in seno al Parlamento europeo? Chi ha giustificato, richiesto, approvato l’intervento che ha condotto al caos? Tra gli altri, l’attuale ministro degli Esteri francese, Kouchner, e alcuni dei firmatari dell’odierna risoluzione.

Cosa dovremmo dire? Che è bene affrontare gli effetti con spirito umanitario, ma che sarebbe ancor meglio agire preventivamente ed eliminare le cause? Ecco il problema dell’Europa politica! In Europa siamo talmente affezionati ai diritti umani – dappertutto, in Palestina, in Iraq, in Africa, nel campo della globalizzazione economica – da sostenere politiche che, violando i diritti umani, ci permettono di riaffermare il nostro sconfinato amore per questi stessi diritti umani, i quali, in definitiva, vengono violati col nostro consenso anticipato. E’ giusto quindi che il paragrafo 16 proponga centri post-traumatici per i profughi, ma sarebbe opportuno anche allestire per i nostri leader centri di prevenzione politica, in cui essi possano apprendere la saggezza, la lucidità e il coraggio di dire “no”, nonché imparare a respingere quell’ingenuo ottimismo che distrugge ogni cosa nella sua scia.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE). (LT) Sostengo la risoluzione ed esprimo la mia solidarietà agli oltre quattro milioni di iracheni che sono stati costretti ad abbandonare il luogo natale; si tratta di un numero di persone maggiore della popolazione della mia Lituania. La folla dei profughi è in costante aumento, e la metà di essi deve fuggire all’estero; in Iraq la situazione non migliora affatto, e i profughi sono condannati a languire nella miseria – e di solito nella disoccupazione – mentre i loro figli crescono nell’analfabetismo. Di conseguenza, le organizzazioni terroristiche trovano un terreno propizio per reclutare i propri seguaci.

L’assistenza umanitaria per i profughi è vergognosamente esigua, se la confrontiamo con le somme spese in armamenti dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, ovvero dai paesi che hanno scatenato la guerra contro l’Iraq: i sessanta milioni di dollari offerti dai donatori statunitensi sono appena una goccia nel mare.

Quest’anno circa 40 000 profughi giungeranno dall’Iraq nei paesi dell’Unione europea – cioè il doppio dell’anno scorso – mentre, sempre quest’anno, gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere solo qualche dozzina di iracheni.

Sarebbe opportuno che i leader statunitensi e britannici visitassero l’Iraq e i paesi vicini per vedere coi propri occhi le sofferenze dei profughi: forse dopo si comporterebbero diversamente.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, il deteriorarsi della sicurezza in Iraq ha innescato uno sfollamento di vaste dimensioni: circa due milioni di iracheni hanno lasciato la propria casa rimanendo entro i confini del paese, mentre altri due milioni circa si sono diretti nei paesi vicini – 750 000 persone hanno raggiunto la Giordania e 1,4 milioni hanno trovato rifugio in Siria. Questo sfollamento potrebbe provocare una crisi umanitaria e minacciare la stabilità regionale; la Commissione, poi, osserva con grande inquietudine la portata delle sofferenze umane che ne derivano.

Seguiamo da molto vicino la situazione sul terreno e ne riesaminiamo costantemente gli sviluppi; ci manteniamo in stretto contatto con altri importanti attori della comunità internazionale, come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). A questo riguardo, la Commissione ha attivamente partecipato alla Conferenza internazionale organizzata dall’Alto Commissariato a Ginevra in aprile.

In merito all’assistenza già in funzione, per mitigare le difficoltà degli sfollati nel 2006 la Commissione ha stanziato 10 milioni di euro, tramite EuropeAid, a sostegno dei rifugiati. Nel febbraio 2007, come risposta rapida al deterioramento della situazione e in seguito all’appello formulato in gennaio dall’UNHCR, la Commissione ha annunciato un ulteriore stanziamento di 10,2 milioni di euro, tramite ECHO. Tale stanziamento è diviso in due parti: 4 milioni di euro a favore degli sfollati interni e 6,2 milioni di euro per i rifugiati internazionali iracheni. Inoltre, la Commissione continua ad assicurare la prestazione di servizi di base in territorio iracheno.

Ci rendiamo conto che questo sostegno resta limitato di fronte alle dimensioni della sofferenza umana; tuttavia, esso costituisce solo una prima, immediata risposta alla situazione umanitaria. Attualmente la Commissione sta vagliando diverse opzioni per migliorare la futura assistenza ai profughi iracheni; la gestione dell’assistenza in territorio iracheno è però gravemente limitata dalla situazione della sicurezza. Parecchi nostri partner, tra cui l’UNHCR, mantengono in Iraq solo una presenza minima.

Per mezzo di varie missioni tecniche e politiche, la Commissione sta cercando di valutare la situazione in maniera più precisa e insieme di manifestare la sua disponibilità a offrire un ulteriore appoggio ai profughi iracheni. Il Commissario Michel ha visitato personalmente la regione alla fine di aprile; da allora numerose missioni tecniche si sono succedute in Giordania e in Siria.

Manteniamo perciò il nostro impegno a collaborare coi paesi che ospitano i profughi iracheni. La Commissione ha già avviato, e intende mantenere, colloqui regolari con le autorità di Siria e Giordania per analizzare la situazione.

Attendiamo con particolare interesse di partecipare al gruppo di lavoro di Sharm El-Sheikh sui profughi, su cui ci si è già accordati e che, secondo le ultime indicazioni, dovrebbe riunirsi il 22 luglio ad Amman. Il Commissario, signora Ferrero-Waldner, ha già manifestato la disponibilità della Commissione a fornire assistenza tecnica al gruppo di lavoro per agevolare il processo.

Siamo convinti che per i profughi esista una sola soluzione duratura: la pace e la riconciliazione in Iraq. In tale prospettiva continueremo a sostenere i profughi iracheni. Sono d’accordo con voi: abbiamo il dovere morale di fornire il nostro aiuto.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alla fine della discussione.

 

11.2. Violazione dei diritti umani in Transnistria (Moldavia)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione relative alla violazione dei diritti umani in Transnistria (Moldavia).

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, la Moldavia e in particolare la regione della Transnistria sono state oggetto di precedenti risoluzioni del nostro Parlamento. Dopo il conflitto del 1992 in Moldavia, sfociato nell’avvento di un regime separatista e illegittimo nella regione della Transnistria, numerose e gravi violazioni dei diritti umani hanno colpito i cittadini della Moldavia. Tali violazioni, che continuano a verificarsi ancor oggi, vanno da pesanti limitazioni della libertà di parola agli arresti arbitrari, alla detenzione e all’uso della tortura contro gli oppositori politici e gli attivisti dei diritti umani.

Gli appelli elevati dalla comunità internazionale in difesa dei diritti umani dei cittadini moldavi abitanti in Transnistria sono stati in larga misura ignorati. Persino le sentenze emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la Moldavia e la Federazione russa sua alleata, in merito alle violazioni commesse in Transnistria, sono state del tutto ignorate dal regime separatista della Transnistria.

Condanniamo severamente la repressione, i soprusi e le persecuzioni che attualmente in Transnistria colpiscono cittadini e ONG, a opera del regime totalitario di quella regione. Chiediamo la rapida e definitiva soluzione del congelamento del conflitto in Transnistria; affermiamo con intransigenza che l’integrità territoriale della Moldavia non deve mai essere messa in discussione, e che il regime di Tiraspol è illegittimo e privo di riconoscimento, e tale rimarrà ai nostri occhi e nelle nostre decisioni.

Dal momento che la Moldavia è situata nelle immediate vicinanze dell’Unione europea, e soprattutto in quanto quel paese sembra desideroso di aderire all’UE, l’Unione deve continuare a svolgere un ruolo chiave per assistere il popolo moldavo nel cammino che deve condurlo a un meritato traguardo di pace e prosperità in un paese democratico, unito e libero da conflitti.

 
  
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  Marcin Libicki (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, oggi ci troviamo ad affrontare una delle sgradite eredità che abbiamo ricevuto in seguito alla caduta dell’Unione Sovietica. Per rafforzare il proprio potere interno, l’Unione Sovietica aveva incoraggiato, all’interno dei propri confini, le più ampie migrazioni possibili; qui sta la causa dei problemi che affliggono tutte le ex repubbliche, in cui la minoranza russa rappresenta una parte consistente della comunità locale, ed è questa la ragione dei problemi che si registrano nel Caucaso, negli Stati baltici e in Transnistria.

Tuttavia, mentre in quei paesi le rispettive minoranze russe costituiscono una minaccia concreta in quanto si schierano generalmente a fianco della Russia e, in quanto eredi dell’ex Unione Sovietica cercano l’appoggio russo, in Moldavia l’integrità dello Stato è andata in larga misura distrutta, perché la minoranza russa era così forte da condurre alla creazione di un territorio separato entro i confini della Moldavia, che si è autoproclamato Repubblica di Transnistria.

Onorevoli colleghi, dobbiamo comprendere chiaramente che l’anarchia politica tollerata dai leader russi in Transnistria si riflette in maniera inequivocabile e diretta nelle violazioni dei fondamentali diritti umani e nella persecuzione del popolo moldavo (che in effetti è romeno); è evidente poi che tutto questo ha provocato un altro tipo di anarchia, in quanto l’anarchia politica è presto seguita da un’anarchia criminosa. Le numerose bande di farabutti che controllano la vita pubblica in Moldavia, e le frequenti violazioni della legge che laggiù si verificano, incidono in maniera particolarmente acuta sulla vita degli abitanti di quella parte del paese.

Mi limito a osservare che una possibile futura indipendenza – sul modello del Kosovo, in cui la maggioranza è formata da albanesi in un territorio autonomo serbo – potrebbe indurre i russi della Transnistria a perseverare nella resistenza alle legittime autorità moldave.

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL), autore. – (FI) Signor Presidente, signor Commissario, al Commissario europeo per la scienza e la ricerca vorrei dire in primo luogo che un giorno in Moldavia e Transnistria si potranno forse avviare iniziative scientifiche – ne sono certo –, ma prima quelle popolazioni dovranno avere pace, pane e diritti umani.

Insieme alla regione balcanica, gli epicentri della tensione politica in Europa sono la Moldavia e la sua enclave, la Transnistria. Non è stata trovata alcuna soluzione pacifica capace di stabilizzare la situazione, benché numerose forze esterne, pronunciando dichiarazioni internazionali in quantità, abbiano cercato di offrire il loro contributo in tal senso.

Dedichiamo particolare attenzione alle conclusioni delle riunioni dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e alle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo nella causa di Ilascu e altri contro la Moldavia e la Federazione russa.

Il Parlamento europeo ha tutte le ragioni di concentrare la propria attenzione sulle esigenze di stabilità della regione e sulla sicurezza dei cittadini, e quindi, in ultima analisi, sulla prevenzione della povertà. La povertà produce violazioni dei diritti umani, e nel caso della Moldavia ha provocato un vasto traffico illecito di esseri umani.

La risoluzione del nostro gruppo invita il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione a intensificare gli sforzi per risolvere il conflitto in Transnistria in modo accettabile per entrambe le parti, e ricorda che tutte le parti in causa nel conflitto hanno la responsabilità di impedire che i problemi si aggravino. Dobbiamo rimettere in piedi questa regione, che è ora la più povera d’Europa.

 
  
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  Maria Petre (PPE-DE), Autor. – Am generat dezbaterea pentru că noi credem că nu trebuie să rămânem fără reacţie în faţa unei realităţi care poate fi un precedent periculos. O hotărâre a Curţii Europene a Drepturilor Omului este ignorată din iulie 2004 până în iulie 2007.

La eliberarea ultimilor doi deţinuţi din grupul Ilaşcu sunt în continuare violate drepturile omului, sunt bătuţi, predaţi poliţiei din Moldova şi împiedicaţi să se întoarcă la domiciliul aflat pe teritoriul transnistrean de către nişte aşa-zise autorităţi nerecunoscute de nimeni. Credem că soluţionarea rapidă şi definitivă a conflictului din Transnistria presupune implicarea mai activă a Comisiei, a Consiliului şi a Parlamentului European. Aspiraţiile europene proclamate de Republica Moldova trebuie însoţite de crearea unui spaţiu al democraţiei şi de respectarea deplină a drepturilor omului pe întreg teritoriul acesteia şi acest subiect trebuie abordat nu doar în procesul de negociere din formula actuală pentru rezolvarea conflictului, ci şi în toate contactele cu oficialii din Moldova şi Federaţia Rusă.

Doar astfel, concluziile summit-ului OSCE de la Istanbul şi ale Consiliului ministerial de la Porto şi hotărârea Curţii Europene a Drepturilor Omului vor fi cu adevărat aplicate.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE), autore. – (ET) Per quanto ne sappiamo, attualmente non vi sono prigionieri politici in Transnistria; potremmo però avere notizia di nuovi arresti da un momento all’altro.

Valentin Besleag ha trascorso due settimane in prigione perché desiderava candidarsi – come del resto la legislazione moldava prevede – alle elezioni amministrative che si sono svolte all’inizio di giugno. Le autorità di Tiraspol lo hanno arrestato perché egli aveva importato opuscoli elettorali dalla Moldavia: quel regime illegittimo ha infatti vietato l’importazione dall’estero di pubblicazioni di carattere politico.

La situazione non sta migliorando. Come già è stato ricordato, le autorità della Transnistria hanno ignorato la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che tre anni fa assolse Tudor Petrov-Popa e Andrei Ivantoc. Questi due difensori dell’integrità territoriale della Moldavia sono stati recentemente messi in libertà solo per la scadenza dei termini della detenzione loro inflitta dal regime illegittimo. Inoltre, ai dissidenti è stato vietato di far ritorno in Transnistria, e quindi in pratica essi si trovano in esilio.

Il Parlamento europeo ha ripetutamente ribadito il suo sostegno all’integrità territoriale della Moldavia; l’esistenza del regime della Transnistria non ha alcuna base giuridica. Il carattere scandaloso della situazione è ancora più evidente se si pensa che i negoziati per la soluzione del conflitto sono stati interrotti dal regime di Tiraspol più di un anno fa.

La Russia potrebbe forse convincere il regime a tornare al tavolo delle trattative, ma se ne guarda bene; inoltre, forze armate russe si trovano ancora sul territorio della Moldavia/Transnistria, benché la decisione del Vertice OSCE di Istanbul ne avesse chiesto il ritiro entro il 2002.

Con l’adesione della Romania all’Unione europea, la Transnistria si trova direttamente al confine dell’Unione. Non è più opportuno, per noi, mantenere il ruolo di osservatori; l’Unione europea deve partecipare ai negoziati sul conflitto della Transnistria in condizioni di parità e svolgendo un ruolo attivo.

 
  
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  Gérard Onesta (Verts/ALE), autore. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, io ho un sogno; sogno un giovedì pomeriggio in cui in seduta plenaria, discutendo di queste emergenze, non dovremo più occuparci del sinistro ruolo svolto dalla Russia. Se non è la Cecenia, è la Transnistria; se non è la Transnistria, è la sorte di qualche giornalista. Abbiamo un grave problema alle porte di casa nostra, mi sembra, e questo problema è precisamente la Russia, poiché in questo, come in altri casi, la soluzione va cercata a Mosca: in quest’Aula lo sappiamo tutti benissimo. Credo che la Commissione debba mostrarsi intransigente, perché i continui tentativi di destabilizzazione con cui la Russia cerca di recuperare il potere che deteneva all’epoca dell’impero sovietico non sono più accettabili nel terzo millennio.

Questa situazione si trascina ormai da quasi quindici anni; quindici anni, un tempo lunghissimo! Ciò significa che interi settori della popolazione di quel paese hanno conosciuto soltanto la destabilizzazione e questo regime autoritario che si è autoproclamato. Non mi addentrerò nei dettagli di tutte le violazioni dei diritti umani, poiché altri oratori lo hanno già fatto; ma come i colleghi che mi hanno preceduto, devo rilevare che è assolutamente necessario agire nei casi di Tudor Petrov-Popa e Andrei Ivantoc. Fatta questa premessa, aggiungo che, evidentemente, questo problema si deve affrontare secondo una prospettiva globale.

Siamo di fronte a un conflitto congelato; è una parola che odio, come se un conflitto si potesse congelare, come se un conflitto potesse essere qualcosa di freddo, riposto in un angolo della credenza. Donne e uomini soffrono, perché la legge non viene fatta rispettare. La Moldavia, ricordiamolo, non è affatto lontana; è alle porte dell’Unione europea, e parlare della Transnistria è come gettare lo sguardo al di là della strada. Invito caldamente la Commissione a guardare ciò che succede sul marciapiede di fronte.

 
  
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  Bernd Posselt, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, la Bessarabia, culla della Repubblica di Moldavia e dei vicini territori dell’Ucraina, era una fiorente Europa in miniatura, in cui convivevano pacificamente romeni, ucraini, russi e tedeschi – la famiglia dell’attuale Presidente della Repubblica federale proviene da lì – insieme a gagauzi e a molti altri popoli. Diventa quindi ancor più sconvolgente pensare che qui ci troviamo di fronte alla scellerata eredità del patto nazi-sovietico; se Hitler e Stalin non avessero stipulato quel patto, il territorio di cui parliamo sarebbe entrato a far parte dell’Unione europea all’inizio di quest’anno, in quanto regione della Romania: è un particolare che non dobbiamo dimenticare, e che ci carica di una responsabilità speciale.

La criminale struttura stalinista nota come Transnistria non ha nulla a che vedere con la situazione del Kosovo; a questo proposito, per una volta, devo dissentire dalle affermazioni del collega polacco Libicki. Il Kosovo è un paese democratico in cui è stato commesso un genocidio, e dove ONU e NATO sono intervenute per fermare i massacri. Paragonare tutto questo alla situazione dell’efferata realtà stalinista nota come Transnistria significa veramente prendere lucciole per lanterne!

Dobbiamo eliminare quella realtà e integrare gradualmente la regione in Europa: è una nostra responsabilità storica. In particolare, dobbiamo ricordare alla Russia che otto anni fa, in occasione del Vertice OSCE di Istanbul, aveva sottoscritto determinati impegni, neppure uno dei quali è stato finora onorato. Non possiamo accettare questa situazione, e di conseguenza dobbiamo parlare chiaramente ai nostri partner russi che sostengono la struttura della Transnistria, in quanto senza di loro quella struttura criminale sarebbe stata consegnata alla storia molto tempo fa.

 
  
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  Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor Presidente, il Parlamento europeo deve occuparsi ancora una volta del problema dei diritti umani in Transnistria; io stesso sono intervenuto più di una volta su tale tema. Questo territorio si trova al centro di quella che per noi è l’Europa, ossia al centro del continente europeo; in quella regione non vi è libertà di informazione e non esiste nessuna di quelle libertà democratiche e liberali che nell’Unione europea diamo per scontate. La Russia è coinvolta negli affari della regione e solo grazie alla protezione dello Stato russo può preservarsi questa bizzarra situazione, questo strano territorio, questa peculiare forma di potere. Vi ricordo a tal proposito che quest’anno Gazprom ha assunto il controllo di Moldova Gas, l’azienda nazionale moldava produttrice di gas.

A causa dell’adesione della Romania all’Unione europea, la questione della Transnistria è divenuta oggi uno dei problemi fondamentali dell’UE; faccio appello al Parlamento europeo affinché inviti le Istituzioni dell’Unione a prendere decisamente in mano la gestione del problema. Sarebbe opportuno, mi sembra, fare programmi per cambiare questa singolare e pericolosissima situazione, che minaccia la pace, la democrazia e la stabilità del continente europeo; dobbiamo agire concretamente per cambiare la situazione ai confini dell’Unione europea.

 
  
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  Roberta Alma Anastase (PPE-DE). – Atunci când privim dintr-o perspectivă globală sau regională conflictul îngheţat din Transnistria, obişnuim să spunem că este o zonă generatoare de instabilitate şi insecuritate aflată sub controlul unui regim autoritar şi nelegitim. În viaţa de zi cu zi a oamenilor de acolo, acest lucru se traduce prin a nu putea să mergi la şcoală, prin a nu putea să-ţi vizitezi mama sau prin a trăi într-o lume controlată cu arma la brâu, în care doar cei care vor să vorbească despre ordine şi libertate intră în închisori, sfârşim prin a fi torturaţi chiar de aşa-zisele autorităţi. De aceea, dezbaterea de astăzi este una foarte importantă.

În demersul nostru am pornit de la un exemplu care a ajuns să fie cunoscut întregii lumi, cel al domnilor Ivanţoc şi Popa. Vreau să atrag atenţia că o mulţime tăcută de oameni suferă acolo fără ca noi să le cunoaştem numele sau să le auzim glasurile disperate. Este nevoie ca Uniunea Europeană să se implice profund în soluţionarea definitivă a conflictului transnistrean în conformitate cu standardele internaţionale. Uniunea Europeană trebuie să-şi activeze la maximum toate instrumentele pentru a contribui substanţial la crearea unui veritabil spaţiu de pace şi democraţie în vecinătatea de est, implicit în Transnistria. În viaţa de zi cu zi a oamenilor de acolo, asta se va traduce prin a avea dreptul de a merge la şcoală, să vorbeşti liber, să poţi să-ţi vizitezi mama.

 
  
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  Tadeusz Zwiefka (PPE-DE). (PL) Signor Presidente, ho l’impressione che l’artificiosa realtà amministrativa esistente in Transnistria serva solo a ricordarci quanto sia facile giungere a una situazione in cui le violazioni dei diritti umani sono considerate normali e il modus operandi si basa sul mancato rispetto della legge e della voce della comunità internazionale.

Chi abbia dimenticato o voglia conoscere il modello comunista nella versione del KGB, dovrebbe recarsi in Transnistria. Nonostante i decisi sforzi delle organizzazioni internazionali, lì da anni nulla è cambiato. Oggi la Transnistria è il centro europeo, se non mondiale, del traffico illegale di armi; vi si vendono armamenti che vengono inviati nelle regioni più instabili del mondo. Essa inoltre serve da base per un traffico di droga, di donne e di bambini che si svolge in totale spregio dei diritti delle vittime.

Se non facciamo il nostro dovere, cercando di cambiare questa situazione, dovremo forse assistere alla vittoria di tendenze che ci ripugnano. Vorrei aggiungere un emendamento alla risoluzione che sarà sottoposta al voto. Si menziona il signor Tudor Popa che, siamo lieti di dirlo, è stato recentemente rilasciato; nel testo appaiono entrambe le parti del suo cognome, ossia Petrov-Popa. Egli però non gradisce l’uso della parte russa del suo cognome – Petrov – che gli è stata imposta dalle autoproclamate autorità della Transnistria; il suo nome perciò è Tudor Popa.

 
  
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  Janez Potočnik, Membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, il rafforzamento della democrazia e dello Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono gli elementi più importanti delle relazioni tra Moldavia e Unione europea; costituiscono inoltre i punti essenziali del piano d’azione Unione europea-Moldavia, approvato nel febbraio 2005.

La Commissione europea esercita uno stretto e costante controllo sul rispetto di tali diritti e principi da parte delle autorità della Moldavia. Discutiamo regolarmente e apertamente questi temi con i nostri partner moldavi, incoraggiandoli in ogni occasione ad applicare e a praticare senza eccezioni questi fondamentali principi, a beneficio dei cittadini moldavi e delle relazioni tra Unione europea e Moldavia.

Per quanto riguarda la situazione nella regione della Transnistria, essa de facto non si trova sotto il controllo del governo di Chisinau; ciò significa che le riforme realizzate in Moldavia non sono state realizzate in Transnistria, e che, de facto, il piano d’azione Unione europea-Moldavia e il sostegno dell’Unione al processo di riforma in Moldavia non hanno finora inciso concretamente sulla situazione della Transnistria.

Dal punto di vista della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani la situazione nella regione è perciò assai problematica. Dimostrare a tutti i cittadini della Moldavia – compresi quelli della Transnistria – i benefici di un più stretto rapporto con l’Unione europea, tenendo conto delle implicazioni in termini di riforme interne e di rispetto dei diritti umani, è un elemento importante del nostro lavoro, anche nel contesto degli sforzi tesi alla soluzione del problema della Transnistria.

L’Unione europea è impegnata a fondo negli sforzi per la soluzione del problema della Transnistria, e intende contribuire a risolvere il congelamento del conflitto. La soluzione deve basarsi sui principi della sovranità e dell’integrità territoriale della Moldavia e sui principi della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani.

Nel quadro di tali sforzi, cerchiamo di coinvolgere in maniera sempre più stretta nel nostro lavoro le ONG e la società civile della Transnistria; a tal fine, la Commissione fornirà pure assistenza finanziaria nell’ambito dello Strumento europeo di prossimità e partenariato, con l’obiettivo di rafforzare la società civile della Transnistria.

Vi ringrazio tutti per i commenti che avete formulato; terrò conto delle vostre opinioni, compreso l’invito a rafforzare il ruolo dell’Unione europea nei colloqui tesi alla soluzione del problema.

La necessità di risolvere il conflitto della Transnistria, sulla base dei principi della sovranità e integrità territoriale della Moldavia, della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani, viene costantemente e coerentemente ricordata dall’Unione europea in tutti i contatti con la Russia a qualsiasi livello.

Desidero ribadire il nostro forte impegno a favore del processo di riforma in Moldavia e il profondo coinvolgimento nei tentativi di soluzione della questione della Transnistria. Obiettivo di tali sforzi è la riunificazione della Moldavia sulla base dei principi della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alla fine della discussione.

Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Eija Riitta Korhola (PPE-DE), per iscritto. – (FI) La situazione della Transnistria è per noi un severo monito, che ci ricorda come anche in Europa vengano commesse palesi e gravi violazioni dei diritti umani. Ormai da quindici anni è noto il disprezzo dell’autoritaria amministrazione separatista della Transnistria per la democrazia e lo Stato di diritto.

Le violazioni dei diritti umani in Transnistria stanno anche a testimoniare che la prolungata crisi di governo impedisce di progredire nel campo dei diritti civili. Di conseguenza, non si potrà sperare nel rispetto dei diritti umani fino a quando non si sarà raggiunta una soluzione definitiva e sostenibile della controversia tra Moldavia e Transnistria. Ora ci troviamo in una situazione di stallo: le parti in causa hanno irrigidito le loro posizioni, i diritti umani vengono calpestati, media indipendenti e ONG subiscono aggressioni.

La Moldavia ha diritto all’unità territoriale e l’intera nazione deve poter godere dei diritti fondamentali.

La Moldavia vuole aderire all’Unione. Chiaramente, prima che la porta dell’integrazione possa finalmente spalancarsi occorrerà risolvere il problema della Transnistria.

 

11.3. Diritti umani in Vietnam
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione relative ai diritti umani in Vietnam.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor Presidente, il Vietnam – parola che è sinonimo di catastrofe – è un paese reduce, come tutti sappiamo, da un passato estremamente traumatico: una lunga lotta senza quartiere contro il colonialismo, un devastante conflitto civile e una sanguinosa guerra contro le forze americane hanno inflitto al popolo vietnamita sofferenze inaudite. E’ giunto poi al potere un regime comunista e totalitario che, occorre dirlo, ha fatto perlomeno qualche serio tentativo di sanare le ferite del passato e ricostruire il paese. Di conseguenza la Repubblica socialista del Vietnam ha ricevuto dalla comunità internazionale vari riconoscimenti, tra cui l’ammissione all’Organizzazione mondiale del commercio, ma purtroppo bisognerà fare ancora molta strada prima che il popolo vietnamita possa godere di un accettabile livello di democrazia.

Ci preoccupano in modo particolare le nuove ondate di persecuzioni che colpiscono i dissidenti e la repressione del fondamentale diritto alla libertà di espressione. Destano pure grave inquietudine i passi indietro fatti registrare dalle riforme in materia di libertà di religione, e le battute d’arresto nel processo di riforma giudiziaria, che dovrebbe ispirarsi a criteri di equità e democrazia e condurre all’abolizione di ogni forma di detenzione priva di adeguate garanzie giudiziarie.

Ci auguriamo che, nonostante le recenti battute d’arresto, il dialogo in materia di diritti umani tra Unione europea e Vietnam possa recare ai cittadini vietnamiti miglioramenti tangibili; invitiamo perciò le autorità del Vietnam a prendere seriamente in considerazione la nostra preoccupazione per le violazioni dei diritti umani nel loro paese. Contemporaneamente invitiamo Commissione e Consiglio a rivalutare la politica di cooperazione con il Vietnam, tenendo presente che tale cooperazione dev’essere condizionata al rispetto dei principi democratici, dei diritti fondamentali e delle riforme. La presente proposta di risoluzione non va interpretata coma una minaccia, ma piuttosto come un monito per il governo del Vietnam.

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL), autore. – (FI) Signor Presidente, negli anni ’80 nel mio paese ho presieduto l’Associazione degli amici del Vietnam. Constato oggi che quel paese, soprattutto negli ultimi dieci anni, ha conosciuto un rapido sviluppo economico; ne parla la nuova generazione, cioè quella che non ha sperimentato di persona l’aggressione statunitense al Vietnam.

Da vecchio amico del Vietnam, insieme ai colleghi degli altri gruppi del Parlamento europeo, desidero richiamare l’attenzione sull’esigenza di rispettare i diritti umani e la libertà di associazione, espressione e religione, nello spirito delle dichiarazioni e convenzioni dell’ONU.

La risoluzione del nostro gruppo chiede il rilascio dei leader buddisti Thich Huyen Quang e Thich Quang Don, imprigionati, a nostro avviso, senza motivi fondati. Siamo convinti che il Vietnam debba adottare una politica più liberale per quanto riguarda le minoranze; l’Unione europea, da parte sua, deve promuovere la cooperazione con il Vietnam.

In Vietnam è stato scoperto il petrolio, ma il paese non rappresenta una riserva di petrolio e gas per l’Occidente; di conseguenza è possibile far leva su argomenti come i diritti umani e politici, a differenza di quel che avviene, per esempio, quando si collabora con l’Azerbaigian e il Kazakistan.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE), autore. – (FI) Signor Presidente, la situazione del Vietnam giustifica l’attenzione che le dedica la comunità internazionale. L’Unione europea deve inviare un messaggio chiaro: la discriminazione contro le comunità religiose – come la Chiesa buddista unita del Vietnam, le congregazioni protestanti e i gruppi dissidenti – deve cessare. Alcuni membri di queste comunità, che professano pacificamente la loro fede, hanno subito detenzione e arresti domiciliari.

Le parole che ho appena pronunciato sono tratte da un intervento che ho effettuato quattro anni fa in quest’Aula, sul tema dei diritti umani in Vietnam. E’ amaro constatare che le stesse parole si possono ripetere ora, dal momento che – dal punto di vista della libertà di religione – la situazione non è migliorata. Di conseguenza, possiamo chiederci quale significato abbiano i nostri dibattiti, ma non c’è comunque alternativa; dobbiamo continuare a esercitare pressioni e a fare ogni sforzo per richiamare l’attenzione della comunità internazionale.

Inoltre c’è un barlume di speranza perché in Vietnam sono state introdotte alcune lievi riforme costituzionali, almeno a livello legislativo. Dobbiamo dare a queste iniziative il giusto riconoscimento, e mi auguro che fra altri quattro anni potremo allargare ulteriormente il discorso.

 
  
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  Marc Tarabella (PSE), autore. – (FR) signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, prima di entrare nel merito della questione e discutere la risoluzione sul Vietnam di cui ci occupiamo oggi, vorrei svolgere una considerazione che reputo importante. Mi chiedo con che criterio vengano scelte le questioni urgenti che affrontiamo in Parlamento. Non intendo mettere in dubbio l’urgenza dei vari problemi che si pongono nei paesi che esaminiamo, ma mi sembra che alcuni paesi cadano in un completo oblio, rispetto ad altri di cui abbiamo occasione di discutere parecchie volte nella stessa legislatura. Mi limito a un solo esempio: la Colombia, dove molti sindacalisti sono stati assassinati e gli ostaggi vivono una situazione sempre più difficile. Secondo le ricerche che ho effettuato, benché la Colombia sia stata oggetto di risoluzioni specifiche, dal 2002 essa non figura tra le questioni urgenti. Mi sembra sconcertante.

Oggi però ho preso la parola per parlare della situazione in Vietnam. Sembra che il 2006 sia stato un anno di apertura politica, che ha reso possibile una certa flessibilità, ma la libertà di culto è uno dei problemi che ci vengono segnalati dalle ONG. E’ importante che il Vietnam dia spazio a tutte le religioni professate sul suo territorio e consenta all’intera popolazione di scegliere la forma di culto che preferisce. La libertà di pensiero e la libertà di parola non si devono mai calpestare, e ogni cittadino del Vietnam deve avere la possibilità di esprimersi con tutti i mezzi a sua disposizione, compresi strumenti ad ampia diffusione come Internet.

Nonostante la situazione, vorrei comunque rilevare – forse in contrasto con quanto ha appena affermato la collega, onorevole Korhola – che in Vietnam qualche iniziativa è stata presa. Il paese ha già varato alcune iniziative di cui abbiamo preso nota, tra l’altro in occasione della visita da noi effettuata in Vietnam nel 2006 con la delegazione ASEAN. E’ importante continuare a sostenere questo paese, in modo che i diritti di tutti i suoi cittadini vengano pienamente rispettati; auguriamoci che questa risoluzione possa offrire un contributo a tal fine.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (UEN), autore. – (PL) Signor Presidente, ecco un altro dibattito sulle persecuzioni religiose e le violazioni dei diritti umani in paesi come il Vietnam, la Cambogia o il Laos. In questa regione il Vietnam ricopre un ruolo particolarmente importante; fa registrare una crescita dinamica e sta superando l’abisso sociale ed economico seguito al periodo comunista. Purtroppo, all’incremento della ricchezza non si accompagna il rispetto dei diritti umani, della libertà di parola e di espressione o delle libertà religiose.

Finora, nei nostri interventi al Parlamento europeo, tutti – me compreso – ci siamo soffermati essenzialmente sulla persecuzione dei buddisti, che in Vietnam costituiscono la comunità religiosa più vasta. Ora però apprendiamo che vengono perseguitati anche i cattolici, come il prete cattolico Nguyen Van Ly; ho già affrontato questo tema in Parlamento un anno e mezzo fa, come ha fatto anche l’onorevole Korhola circa diciotto mesi dopo, ma purtroppo mi trovo a dover ripetere virtualmente le stesse parole.

Ci attendiamo che i paesi che fanno parte di organizzazioni internazionali asiatiche, come ASEAN o ASEM, insieme alle Nazioni Unite e all’Alto Commissariato per i diritti dell’uomo, rivolgano al governo della Repubblica socialista del Vietnam un vigoroso appello per il rispetto dei diritti umani e delle libertà religiose in quel paese. Una volta il Vietnam era povero e comunista, violava i diritti umani e soffocava la libertà di religione; ora è diventato più ricco, teoricamente sembra si stia staccando dall’ideologia comunista, eppure continua a comportarsi nella stessa maniera, ancorché su scala più ridotta. Non possiamo restare in silenzio!

 
  
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  Bogusław Sonik, a nome del gruppo PPE-DE. – (PL) Signor Presidente, nel marzo di quest’anno quindici dissidenti vietnamiti sono stati condannati a lunghe pene detentive e agli arresti domiciliari. Questo episodio, che è rimasto privo di riscontri sui media a livello globale, conferma la grave situazione dei diritti umani in quel paese.

In Vietnam si violano diritti civili fondamentali, come la libertà di religione, di stampa e di associazione. Non viene rispettato il diritto a un procedimento giudiziario equo e adeguato. I dissidenti vengono rinchiusi negli ospedali psichiatrici, esattamente come si usava fare nell’ex Unione Sovietica; e si perseguitano minoranze etniche e sacerdoti, insieme ai rappresentanti delle varie fedi religiose.

L’Unione europea non può e non deve più tollerare queste violazioni. Un aspetto ancora più importante è che noi siamo i maggiori partner commerciali del Vietnam, paese che beneficia del sistema di tariffe preferenziali dell’Unione europea. Abbiamo quindi le risorse per indurre il governo della Repubblica socialista del Vietnam a garantire meglio i fondamentali diritti civili dei suoi cittadini. E’ nostro dovere agire in tal senso.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor Presidente, nel 2006 il Vietnam aveva temporaneamente sospeso la politica di repressione e limitazione dei diritti civili e politici; ora però assistiamo ancora una volta a un’ondata di arresti che colpiscono cittadini considerati “scomodi” dalle autorità.

Recentemente gli USA hanno riconosciuto nel Vietnam un partner idoneo per relazioni commerciali normali e stabili; il paese ha anche aderito all’Organizzazione mondiale del commercio. Ma nonostante tale apertura economica, esso non ha abbandonato il monopolio del potere a favore di un sistema democratico.

Dobbiamo porre fine a tutte le forme di repressione che colpiscono i membri della Chiesa buddista unita del Vietnam, la cui esistenza dev’essere riconosciuta ufficialmente. Dobbiamo chiedere il rilascio dei detenuti politici vietnamiti, imprigionati per aver esercitato, in modo legale e pacifico, la propria libertà di opinione, di stampa e di religione. Le autorità vietnamite devono rispettare le raccomandazioni formulate dal Consiglio per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite in merito allo sviluppo nel paese di un sistema giuridico nonché al rispetto dei diritti fondamentali.

In considerazione del fatto che l’Unione europea è il maggior partner commerciale del Vietnam – cui tra il 2007 e il 2013 forniremo aiuti per 304 milioni di euro – dobbiamo prendere in esame l’eventualità di rivedere il trattato di cooperazione che abbiamo già firmato. Solo le sanzioni economiche, infatti, possono obbligare il Vietnam ad applicare riforme istituzionali e politiche tali da condurre alla democrazia e allo Stato di diritto.

 
  
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  Urszula Krupa, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL) Signor Presidente, il dibattito odierno riguarda il Vietnam, uno degli ultimi paesi comunisti, in cui da anni si violano i diritti umani. In Vietnam i difensori dei diritti umani e della democrazia vengono gettati in carcere, i leader religiosi sono accusati di presunte attività di spionaggio e propaganda contro la Repubblica socialista o considerati una minaccia alla sicurezza nazionale.

Dopo un periodo di repressione meno dura – in collegamento con la candidatura del Vietnam all’ingresso nell’OMC – i partiti di opposizione sono stati messi al bando, al pari dei sindacati e dei media indipendenti; il Vietnam applica la censura preventiva, e tutti i media sono controllati dal partito. Molte persone, considerate dissidenti politici, sono poste sotto sorveglianza oppure relegate agli arresti domiciliari; bambini e giovani subiscono un indottrinamento brutale e senza scrupoli.

Purtroppo gli sforzi delle organizzazioni internazionali e dei difensori dei diritti umani – così come le risoluzioni via via elaborate – non hanno modificato in alcun modo la situazione. Noi sosteniamo la risoluzione ed esortiamo le autorità vietnamite a rispettare i diritti umani, rilasciare i prigionieri e introdurre riforme; sembra però che si renderà necessaria un’azione più drastica.

 
  
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  Janez Potočnik, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione condivide le preoccupazioni del Parlamento europeo per le violazioni dei diritti umani commesse in Vietnam, che riguardano in particolare l’esercizio della libertà di espressione, associazione e religione. Dobbiamo però inquadrare il fenomeno in un contesto completo; dal punto di vista dei diritti economici e sociali, il Vietnam ha compiuto progressi considerevoli. Nell’ultimo decennio è riuscito a portare una parte cospicua della popolazione al di fuori della povertà assoluta, avviando decisamente il paese sulla via della crescita economica e limitando l’emergere di disuguaglianze socioeconomiche tra i cittadini.

A questo fenomeno si sono accompagnati, negli anni più recenti, alcuni miglioramenti nella situazione dei diritti civili e politici. Per esempio, la nuova legislazione sulla libertà religiosa, introdotta nel corso degli ultimi tre anni, ha attenuato alcuni – ma non tutti – gli strumenti utilizzati dallo Stato per controllare le organizzazioni religiose; essa consente quindi ai gruppi non organizzati di chiedere un riconoscimento ufficiale.

In pratica questo ha già avuto effetti positivi. Tra l’altro, alcune confessioni protestanti come i battisti e i mennoniti, che in passato non godevano di riconoscimento, hanno potuto far registrare le loro congregazioni di base.

Con questa premessa, si osserva che l’applicazione della nuova legislazione rimane irregolare: in particolare, negli altopiani settentrionali si registrano progressi notevolmente più lenti rispetto ad alcune zone degli altopiani centrali e dei bassopiani. Inoltre, alcune confessioni che il regime considera dissidenti – come la Chiesa buddista unificata del Vietnam e alcuni gruppi Hoa Hao e Cao Dai – rimangono illegali e devono subire costanti soprusi.

Anche per i dissidenti politici negli ultimi due anni il clima si è fatto meno opprimente; nel 2005 e nel 2006 numerosi attivisti di spicco sono stati rilasciati. L’anno scorso nel paese si sono anche formati alcuni nuovi partiti e altri gruppi di attivisti; si tratta di un fenomeno senza precedenti, sia per il numero dei gruppi che per quello dei loro aderenti. Dapprima questo sviluppo ha suscitato una reazione ufficiale relativamente moderata, ma all’inizio del 2007, e in particolare dalla metà di febbraio, le cose sono cambiate. A quanto sembra i soprusi nei confronti dei dissidenti si sono intensificati, e parecchi attivisti sono stati arrestati; da allora alcuni di essi sono stati processati e condannati a pesanti pene detentive. Fra questi ultimi si trovano anche personaggi assai noti, come padre Nguyen Van Ly e gli avvocati Nguyen Van Dai e Le Thi Cong Nham. Non sappiamo se ci troviamo di fronte a una reazione momentanea oppure a un fenomeno più profondo, ma la Commissione rimane comunque gravemente preoccupata.

Negli ultimi anni le relazioni dell’Unione europea con il Vietnam hanno conosciuto uno sviluppo dinamico, e la Commissione ha colto ogni opportunità per chiedere con insistenza costanti miglioramenti della situazione dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda i prigionieri la cui sorte desta preoccupazione. La Commissione e i rappresentanti degli Stati membri dell’Unione europea ad Hanoi hanno seguito con particolare attenzione gli ultimi arresti e processi di attivisti. I diplomatici dell’UE hanno presenziato, in qualità di osservatori, ad alcuni processi, e l’Unione ha reagito con vigore alle sentenze di condanna. Nella dichiarazione del 15 maggio, essa ha ribadito l’appello rivolto al governo del Vietnam per il rilascio di tutti gli attivisti politici non violenti che esercitano il diritto alla libertà di associazione ed espressione; le missioni dell’Unione europea ad Hanoi hanno anche chiesto al governo del Vietnam di poter visitare i dissidenti in carcere, per verificare le condizioni della detenzione.

Inoltre, il Commissario signora Ferrero-Waldner ha affrontato con decisione il tema dei recenti processi nel corso dell’incontro bilaterale col Vice Primo Ministro Khiem, svoltosi il 28 maggio 2007 ai margini della riunione ministeriale dell’ASEM ad Amburgo. A parte i contatti politici di alto livello, Unione europea e Vietnam hanno varato di comune accordo alcuni meccanismi per portare avanti il dialogo e gli scambi di vedute in materia di diritti umani; uno strumento di vitale importanza a tale proposito è il regolare dialogo sui diritti umani tra le missioni dell’Unione europea ad Hanoi e il governo del Vietnam. Il sottogruppo per la cooperazione nei settori della costruzione delle istituzioni, della riforma amministrativa, del governo e dei diritti umani offre alla Commissione un’altra opportunità per sollevare questi problemi.

In tutte le occasioni possibili abbiamo ribadito l’opinione che l’arresto di attivisti politici non violenti è incompatibile con gli obblighi che il Vietnam si è assunto in base agli strumenti internazionali in materia di diritti umani che ha sottoscritto. Vi assicuro che la Commissione continuerà a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per insistere in questo campo, e più in generale per incoraggiare e sostenere il progresso in materia di diritti umani e libertà religiosa in Vietnam. Inoltre, confidiamo vivamente che il Parlamento europeo continui a battersi per migliorare la situazione dei diritti umani in Vietnam.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alla fine della discussione.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE).(EN) Signor Presidente, un richiamo al Regolamento. Negli ultimi tre anni ho preso parte a queste discussioni pomeridiane sulle violazioni dei diritti umani, e ho potuto constatare che la Commissione ha sempre partecipato con un rappresentante, solitamente un Commissario, benché l’orario delle discussioni sia piuttosto scomodo; gliene siamo veramente grati. Allo stesso tempo, faccio notare che il Consiglio, da parte sua, non ha mai inviato un rappresentante. Mi chiedo se ciò dipenda dal fatto che il Consiglio non è stato invitato oppure dalla scarsa importanza che il Consiglio attribuisce a tali discussioni. Forse lei potrebbe scoprirlo e farcelo sapere.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Mi impegno a chiarire la questione.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, l’onorevole collega ha ragione, tuttavia, durante la Presidenza tedesca del Consiglio, il Commissario del governo federale per i diritti umani, Günter Nooke, ha presenziato due volte alle discussioni del giovedì. Si tratta di un esempio che i futuri Presidenti del Consiglio dovrebbero seguire.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Desidero informarvi che ho ricevuto dal gruppo ALDE la proposta di nominare l’onorevole Bill Newton Dunn membro della commissione per il controllo dei bilanci.

Poiché sembra che non vi siano obiezioni, dichiaro approvata la proposta.

 

12. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale

13. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr. Processo verbale)

 

13.1. Situazione umanitaria dei rifugiati iracheni (votazione)
  

– Risoluzione comune B6-0291/2007

Prima della votazione sulla proposta di risoluzione

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, un richiamo al Regolamento. Prima di mettere ai voti la proposta di risoluzione, per amor di equità, credo che il gruppo ALDE dovrebbe riconoscere che, non fosse stato per la presenza del gruppo PPE-DE questo pomeriggio, i suoi emendamenti non sarebbero passati. Sarebbe auspicabile una maggiore coerenza nelle nostre critiche sulle presenze in Aula.

 

13.2. Violazione dei diritti umani in Transnistria (Moldavia) (votazione)
  

– Risoluzione comune B6-0292/2007

Prima della votazione sulla proposta di risoluzione

 
  
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  Roberta Alma Anastase (PPE-DE). – Am un amendament cu caracter tehnic, ca în textul rezoluţiei să fie înlocuit termenul de „Moldova” cu „Republica Moldova”, dacă, bineînţeles, colegii sunt de acord.

 
  
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  Tadeusz Zwiefka (PPE-DE).(PL) Vorrei presentare un emendamento orale. Al punto C del preambolo, per quanto riguarda il cognome di Tudor Petrov-Popa, propongo di cancellare la parola Petrov e di lasciare solo Tudor Popa.

 
  
  

(Il Parlamento approva gli emendamenti orali)

 

13.3. Diritti umani in Vietnam (votazione)
  

– Risoluzione comune B6-290/2007

 
  
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  Presidente. – Con questo si conclude il turno di votazione.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (UEN).(PL) Signor Presidente, vorrei fare una dichiarazione per prendere una posizione inequivocabile sulla relazione che abbiamo votato questa mattina.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Mi spiace, ma le dichiarazioni di voto non sono consentite in questo momento.

 

14. Approvazione da parte del Consiglio delle posizioni definite dal Parlamento in prima lettura (articolo 66 del Regolamento): vedasi processo verbale

15. Decisioni relative ad alcuni documenti: vedasi processo verbale

16. Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale

17. Dichiarazioni scritte che figurano nel registro (articolo 116 del Regolamento): vedasi processo verbale

18. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale

19. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale

20. Interruzione della sessione
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  Presidente. – Dichiaro interrotta la seduta del Parlamento europeo.

(La seduta termina alle 16.20)

 

ALLEGATO (Risposte scritte)
INTERROGAZIONI ALLA COMMISSIONE
Interrogazione n. 33 dell'on. Maria Badia i Cutchet (H-0488/07)
 Oggetto: Proposta di Unione mediterranea
 

L'attuale presidente della Repubblica francese, sig. Nicolas Sarkozy, ha reso noto lo scorso 7 febbraio la sua proposta di creare un'Unione mediterranea che includerebbe gli Stati del Nord Africa, dell'Est del Mediterraneo e del Sud dell'Unione europea. Tale proposta si basa su quattro pilastri: un foro intergovernativo simile al Consiglio d'Europa, un sistema di sicurezza collettiva, politiche di sviluppo congiunto e una cooperazione di polizia integrata annessa ad uno spazio di polizia comune.

Tenendo conto, da un lato, che il progetto di Unione mediterranea sembra, a prima vista, preferire gli aspetti di sicurezza e i meccanismi intergovernativi a detrimento di quelli sopranazionali e che, d'altro canto, lo sviluppo delle relazioni euromediterranee richiede un particolare stimolo dei settori economici, sociali e umani, e specialmente lo sviluppo del dialogo interculturale, in che modo crede la Commissione europea che tale proposta possa influenzare lo sviluppo del processo di Barcellona iniziato nel 1995? Condivide la necessità di continuare a stimolare il processo di Barcellona, senza abbandonare l'approccio multilaterale e multisettoriale che deriva dagli accordi vigenti di associazione tra l'Unione europea e i paesi terzi che si affacciano su tale mare, potenziato con l'avvio del funzionamento dell'Assemblea parlamentare euromediterranea? Quali conseguenze stima che potrà avere la proposta di Unione mediterranea nell'ambito del processo dei negoziati con la Turchia?

 
  
 

La Commissione condivide la convinzione dell’onorevole parlamentare riguardo all’importanza cruciale delle nostre relazioni con i paesi del Mediterraneo meridionale.

E’ necessario rafforzare la partecipazione e l’influenza dell’Europa nella regione. La Commissione è favorevole a qualsiasi iniziativa che abbia lo scopo di sviluppare le nostre relazioni con i partner meridionali. E’ ovvio che la Commissione è disposta a prendere parte a qualsiasi discussione in materia con il Parlamento, la Francia, gli altri Stati membri e i paesi partner.

La Commissione sostiene in linea di principio qualsiasi iniziativa finalizzata a fare delle nostre relazioni con i vicini mediterranei una delle principali priorità dell’Europa, pur sottolineando l’importanza di salvaguardare le conquiste della cooperazione euromediterranea (il processo di Barcellona) e della politica di vicinato, che ha instaurato forti relazioni istituzionali tra l’Europa e il Mediterraneo e che affronta questioni essenziali, come ad esempio le riforme economiche e politiche, la gestione dei flussi migratori, le reti energetiche, il disinquinamento del Mediterraneo, gli scambi commerciali e gli investimenti quali fattori di integrazione e di sviluppo.

Come l’onorevole parlamentare sa, dal 1995 è stato fatto molto con il processo euromediterraneo “di Barcellona” e dal 2004 nel contesto della politica europea di vicinato. Resta tuttavia ancora molto da fare per rafforzare le relazioni dell’Unione europea con i paesi mediterranei e per sostenere questi ultimi nella loro transizione economica e politica.

Grazie al processo di Barcellona e al processo di vicinato, l’Unione europea è infatti riuscita a intraprendere importanti iniziative in tutti i settori chiave.

Immigrazione: rafforzamento della cooperazione nel campo della migrazione (riunioni ministeriali nel 2006 con l’Africa a Rabat e Tripoli e, tra breve, la prima riunione euromediterranea nel novembre 2007 in Portogallo).

Energia: integrazione del mercato energetico euromediterraneo (che comprende le reti del gas).

Investimenti: istituzione di un fondo d’investimento per la regione nell’ambito della politica di vicinato (contributo di 700 milioni di euro a titolo del bilancio comunitario per il periodo 2007-2013).

Ambiente: attuazione di un programma di disinquinamento del Mediterraneo.

La Commissione è convinta che lo slancio impresso dalla politica di vicinato sotto la Presidenza tedesca continuerà sotto la Presidenza portoghese, con particolare riguardo alla regione del Mediterraneo.

E’ importante salvaguardare i risultati del processo di Barcellona e della politica di vicinato quali quadri globali di cooperazione che offriranno un ampio margine di manovra per sviluppare specifiche relazioni con i nostri partner. Ad esempio, nel Maghreb, in alcuni importanti settori come la lotta contro il terrorismo, l’energia e la gestione delle risorse idriche, sono convinta che i paesi partner abbiano un forte interesse a sviluppare nuovi meccanismi comuni.

Per quanto riguarda i negoziati di adesione con la Turchia, dal 3 ottobre 2005 l’Unione europea conduce negoziati con quel paese sulla base di un quadro negoziale approvato all’unanimità, in cui si stabilisce con estrema chiarezza che “l’obiettivo dei negoziati è l’adesione”, anche se i negoziati sono un processo aperto di cui non si può garantire in anticipo il risultato. La Commissione considera complementare al processo negoziale di adesione in corso qualsiasi nuova iniziativa intesa a favorire un rafforzamento delle nostre relazioni con i partner mediterranei e che comprenda la Turchia.

Infine, è fondamentale che tutta l’Unione europea sia coinvolta in progetti che riguardano gli Stati membri nel complesso. Soltanto la partecipazione politica, finanziaria e istituzionale dell’Unione europea consentirà di conseguire risultati significativi.

 

Interrogazione n. 34 dell'on. Laima Liucija Andrikienė (H-0512/07)
 Oggetto: Aiuti esterni dell'Unione europea
 

Ogni anno l'Unione europea accorda oltre 7 miliardi di euro di aiuti finanziari esterni a più di 150 paesi o regioni del mondo e applica varie politiche in tale ambito, in particolare la politica europea di vicinato e lo strumento europeo di vicinato e di partenariato. Quali sono le principali tendenze e priorità degli aiuti finanziari esterni dell'UE? Esistono nuove priorità o cambiamenti? Quali sono, a giudizio della Commissione, le lacune degli aiuti forniti e dispone la Commissione di una strategia per fare ad esse fronte? Esistono nuovi strumenti per gli aiuti esterni dell'UE? Quali progressi si sono verificati nell'applicazione dello strumento europeo di vicinato e di partenariato?

 
  
 

L’Unione europea (Commissione e Stati membri) può vantarsi di essere il maggiore contribuente di aiuti esterni con più del 55 per cento degli aiuti pubblici allo sviluppo del mondo. La sola Commissione gestisce un quinto di tali fondi europei.

Gli aiuti esterni sono una componente fondamentale delle azioni esterne dell’Unione europea. Sono utilizzati per sostenere un’ampia serie di politiche esterne. La relazione annuale 2007 della Commissione sulla politica di sviluppo e sull’esecuzione dell’assistenza esterna nel 2006(1), trasmessa al Parlamento a metà giugno del 2007, fornisce un quadro dettagliato della politica recente e di altri sviluppi.

Nei 160 paesi che ne beneficiano, gli aiuti esterni della Commissione sono finalizzati alla lotta contro la povertà e alla promozione dello sviluppo economico, dei diritti umani e della democrazia, in linea con gli orientamenti europei in materia di sviluppo.

Grazie alla semplificazione dei suoi strumenti e delle sue procedure, la Commissione continua ad accrescere la flessibilità e l’efficacia degli aiuti esterni per fornire assistenza in tutto il mondo in maniera più adeguata e più rapida. I nuovi strumenti di assistenza finanziaria, definiti nel 2006, offrono un quadro semplificato per fornire assistenza finanziata a titolo del bilancio generale per il periodo dal 2007 al 2013. Nove strumenti di finanziamento hanno sostituito la precedente ampia serie di regolamenti geografici e tematici. La cooperazione con i paesi dell’Africa, dei Carabi e del Pacifico continuerà tuttavia ad essere finanziata principalmente a titolo del Fondo europeo di sviluppo.

Il 2006 è stato un altro anno record per l’assistenza esterna comunitaria, se si tiene conto che gli stanziamenti di impegno hanno raggiunto un importo di 9,8 miliardi di euro. La Comunità europea sta pertanto procedendo verso l’attuazione dell’impegno assunto dall’Unione europea di raddoppiare i propri aiuti pubblici allo sviluppo entro il 2015 per conseguire gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. In merito all’esecuzione del bilancio, nel 2006 la Commissione ha erogato un importo totale di 8,1 miliardi di euro, che rappresenta un aumento rispetto ai 7,5 miliardi di euro del 2005.

L’Africa è stata la principale beneficiaria degli aiuti esterni della Comunità europea con 3,3 miliardi di euro di pagamenti effettivi.

Nel 2006 la politica europea di vicinato è stata ulteriormente rafforzata con la conclusione di tre nuovi piani d’azione con l’Armenia, l’Azerbaigian e la Georgia e il completamento dei piani d’azione con l’Egitto e il Libano. E’ stato inoltre adottato un nuovo strumento europeo di vicinato e di partenariato. A seguito dell’adozione dei documenti di programmazione (documenti di strategia) relativi al periodo 2007-2013 da parte della Commissione nel marzo 2007, la preparazione dei programmi d’azione annuali sta procedendo come previsto. La Commissione prevede di adottare tali programmi e di definire tutti gli impegni di bilancio necessari entro la fine del 2007.

La Commissione cerca di accrescere l’efficacia degli aiuti forniti attuando la dichiarazione di Parigi del 2005 sull’efficacia degli aiuti. Al contempo, sono stati registrati buoni progressi nell’attuazione degli impegni in relazione alla coerenza delle politiche per lo sviluppo, in linea con le decisioni adottate nel 2005 dalla Commissione e dagli Stati membri riguardo a dodici settori di politica, fra cui gli scambi commerciali, la migrazione, la pesca e i cambiamenti climatici.

La Commissione si aspetta un maggiore coordinamento tra i donatori, soprattutto all’interno dell’Unione europea tra gli Stati membri e la Commissione, per contribuire a conseguire gli obiettivi. E’ importante a questo proposito il Codice di condotta dell’UE in materia di complementarità e di divisione dei compiti nell’ambito della politica di sviluppo adottato dal Consiglio nel maggio 2007.

La Commissione ha inoltre dimostrato ancora una volta la sua capacità di rispondere con efficacia alle situazioni di crisi. Di fronte al rischio di una grave pandemia di influenza aviaria, nel 2006 la Commissione ha risposto con rapidità impegnandosi a stanziare 80 milioni di euro di aiuti e organizzando congiuntamente una riunione a Pechino con le principali parti interessate. In Palestina la Commissione ha istituito insieme alla Banca mondiale un meccanismo internazionale temporaneo (MIT) per contribuire a migliorare le condizioni socioeconomiche delle fasce più deboli della popolazione. Nel 2006 il sostegno comunitario alla popolazione palestinese è stato pari in totale a 339 milioni di euro.

La Commissione è stata anche proattiva nel settore fondamentale dei diritti umani, con non meno di 13 missioni di osservazione elettorale dell’Unione europea nel 2006 e la preparazione di una revisione dello strumento europeo per la democrazia e i diritti umani. Tutto questo riflette la ferma convinzione dell’Unione europea che la promozione del rispetto dei diritti umani costituisce un elemento indispensabile delle politiche di assistenza esterna.

 
 

(1) Relazione annuale 2007 sulla politica di sviluppo della Comunità europea e sull’esecuzione dell’assistenza esterna nel 2006 {SEC(2007) 840}; {COM(2007) 349 def.}.

 

Interrogazione n. 38 dell'on. Claude Moraes (H-0482/07)
 Oggetto: Obiettivi in materia di energie rinnovabili
 

Alla luce degli obiettivi vincolanti recentemente fissati a favore dell'impiego del 20% di carburanti rinnovabili e della riduzione del 20% delle emissioni di biossido di carbonio entro il 2020, quale sostegno intende offrire la Commissione agli Stati membri perché raggiungano tali obiettivi? In che modo prevede di vigilare e garantire l'applicazione del Piano d'azione nazionale (NAP) di ciascuno degli Stati membri?

 
  
 

Per conseguire gli ambiziosi obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra e di produzione di energie rinnovabili fissati dal Consiglio europeo, è attualmente in corso un riesame delle politiche comunitarie.

L’importanza centrale di misure a livello comunitario è stata esplicitamente riconosciuta dal Consiglio europeo.

La Commissione sta attualmente considerando una combinazione di incentivi normativi e di mercato per aumentare la quota di energie rinnovabili nel mix energetico europeo, con il duplice obiettivo di contribuire alla riduzione dei gas a effetto serra e di accrescere la sicurezza dell’approvvigionamento energetico dell’Europa.

Esistono due programmi comunitari per sostenere direttamente le energie rinnovabili. Innanzi tutto, il programma “Energia intelligente – Europa” (EIE), nell’ambito del programma quadro per la competitività e l’innovazione (CIP), prevede un importo di 316,35 milioni di euro per il periodo 2007-2013 per azioni di promozione di fonti di energia nuove e rinnovabili e del loro uso. In secondo luogo, la definizione di strategie innovative nel campo delle energie rinnovabili è sostenuta attraverso il settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico (7PQ), che costituisce il principale strumento dell’Unione europea per finanziare la ricerca in Europa. Inoltre, anche i Fondi strutturali sono destinati a finanziare investimenti nelle energie rinnovabili. Dai dati basati su 402 progetti di programmi operativi, di cui 12 decisi, emerge che fino al 2013 saranno assegnati a progetti relativi alle energie rinnovabili circa 3,8 miliardi di euro. Altri 3,3 miliardi di euro saranno utilizzati per l’efficienza energetica, la cogenerazione e la gestione energetica. I programmi operativi devono essere adottati dagli Stati membri e dalla Commissione.

La Commissione ha pubblicato una nuova disciplina comunitaria degli aiuti di Stato per la tutela dell’ambiente, che dovrebbe consentire agli Stati membri di sostenere in maniera più efficace lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili.

I piani d’azione nazionali per le energie rinnovabili sono un elemento fondamentale della nuova architettura della politica comunitaria in materia di energie rinnovabili, come proposto nella tabella di marcia per le energie rinnovabili(1). La Commissione sta attualmente elaborando una proposta per l’attuazione giuridica di tale nuova architettura. La Commissione garantirà che i piani d’azione nazionali siano controllati, attuati e applicati in maniera efficace.

 
 

(1) COM/2006/848 definitivo: comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo - Tabella di marcia per le energie rinnovabili - Le energie rinnovabili nel 21o secolo: costruire un futuro più sostenibile.

 

Interrogazione n. 39 dell'on. Carl Schlyter (H-0483/07)
 Oggetto: Classificazione energetica dei frigoriferi
 

L’Ente svedese per l’energia (Energimyndigheten) ha testato alcuni frigoriferi di classe A, A+ e A++, ossia frigoriferi che vengono acquistati da consumatori che presumibilmente ritengono importante la questione ambientale.

Dai test risulta che soltanto tre dei dieci frigoriferi analizzati hanno un consumo energetico corrispondente alla categoria dichiarata. Due di questi dovrebbero addirittura essere retrocessi alla classe B.

Pur considerando che i test sono stati condotti su un frigorifero per ciascun modello, il risultato complessivo è allarmante.

Quali misure intende adottare la Commissione per impedire che le imprese si procurino vantaggi concorrenziali ricorrendo a indicazioni ingannevoli?

 
  
 

Le classi riportate sull’etichetta energetica dipendono da un indice che tiene conto del consumo di energia e del volume degli scomparti frigoriferi e congelatori. La Commissione ha esaminato i risultati dettagliati delle prove condotte dall’Ente svedese per l’energia, cui l’onorevole parlamentare fa riferimento, dai quali emerge che tutti gli apparecchi sottoposti a prova hanno un consumo di energia misurato che rientra nel margine di errore consentito dal metodo di misurazione della direttiva applicabile(1). La differenza tra i volumi dichiarati e quelli misurati in due dei 10 apparecchi implicherebbe la necessità di una seconda serie di prove che, se confermasse il risultato della prima prova, influirebbe sull’etichetta energetica.

La Commissione accoglie con favore la decisione della Svezia di applicare la direttiva relativa all’etichettatura energetica.

La principale associazione di categoria per questi prodotti, ossia il Comitato europeo dei produttori di elettrodomestici (CECED), ha espresso preoccupazione riguardo al fatto che, in generale, il livello di applicazione della normativa da parte degli Stati membri è troppo basso, e sta conducendo un suo programma di prove, avvalendosi di laboratori indipendenti.

Nel corso della seconda metà del 2007 la Commissione avvierà un’indagine sull’attuazione pratica della direttiva relativa all’etichettatura energetica negli Stati membri e, in base ai risultati di tale indagine, deciderà in merito alle ulteriori iniziative da intraprendere.

 
 

(1) Direttiva 2003/66/CE della Commissione del 3 luglio 2003 che modifica la direttiva 94/2/CE che stabilisce modalità d’applicazione della direttiva 92/75/CEE del Consiglio per quanto riguarda l’etichettatura indicante il consumo d’energia dei frigoriferi elettrodomestici, dei congelatori elettrodomestici e delle relative combinazioni, GU L 170 del 9.7.2003.

 

Interrogazione n. 40 dell'on. Ivo Belet (H-0489/07)
 Oggetto: Problemi inerenti alla liberalizzazione del mercato del gas in Belgio
 

La Commissione osserva che la liberalizzazione del mercato del gas in Belgio non funziona o funziona in maniera molto limitata (Cfr. SEC(2006)1709 e COM(2006)0841 def.), la qual cosa è stata recentemente confermata dall'annunciato aumento del 13% - 20% dei prezzi del gas metano fornito dall'Electrabel. Nonostante l'apertura teorica del mercato, la posizione monopolistica dell'Electrabel è ancora un dato di fatto.

A che punto sono le procedure di infrazione avviate contro il Belgio e quali ulteriori iniziative intende adottare concretamente al riguardo la Commissione?

Quali interventi a livello nazionale e europeo ritiene attuabili la Commissione a breve termine per evitare questi irresponsabili aumenti dei prezzi?

Una fusione tra Gaz de France e Suez potrebbe modificare in maniera incisiva la situazione del mercato del gas in Belgio e risolvere alcuni problemi, dato che detta fusione dovrà avvenire a condizioni negoziate con la Commissione. Quali iniziative intende adottare la Commissione in merito alla situazione del Belgio, qualora tale fusione non abbia luogo?

 
  
 

Le azioni a breve termine che la Commissione può intraprendere sono le procedure di infrazione. Attualmente sono in corso procedure di infrazione riguardo all’applicazione delle direttive 2003/54/CE(1) e 2003/55/CE(2). Le procedure di infrazione avviate riguardano principalmente problemi relativi ai poteri attribuiti all’autorità federale di regolamentazione per l’energia.

La Commissione ha emesso un parere motivato e il prossimo passo previsto è il deferimento alla Corte di giustizia europea.

In generale, spetta agli Stati membri fissare i prezzi dell’energia, tuttavia la Commissione garantisce che il livello dei prezzi non crei distorsioni della concorrenza. In questo contesto, la Commissione può avviare procedure di infrazione e/o procedimenti relativi agli aiuti di Stato, tuttavia finora non ha ancora intrapreso iniziative del genere nei confronti del Belgio.

Detto questo, è un fatto noto che il mercato belga è altamente concentrato e che le misure del governo non hanno ancora prodotto tutti i loro effetti.

La Commissione proporrà modifiche del quadro legislativo per favorire lo sviluppo di un mercato dell’energia elettrica e del gas davvero concorrenziale. Parallelamente, la Commissione continuerà a garantire il rispetto da parte degli operatori, e in particolare degli operatori storici, delle regole della concorrenza stabilite dagli articoli 81 e 82 del Trattato CE. In questo contesto, va sottolineato che la Commissione ha in corso una procedura antitrust riguardante Distrigaz, che è l’operatore storico nel settore del gas in Belgio, allo scopo di favorire la concorrenza sul mercato del gas belga.

L’approvazione data dalla Commissione alla fusione tra Gaz de France e Suez è accompagnata da misure correttive molto importanti che contribuiranno allo sviluppo di un mercato del gas in Belgio e in Francia.

Se la fusione non verrà portata avanti, qualsiasi impegno assunto dalle parti non dovrà più essere attuato. In questo caso, la Commissione valuterebbe con attenzione la necessità di eventuali ulteriori azioni per lo sviluppo del mercato del gas.

 
 

(1) Direttiva 2003/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2003 relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 96/92/CE.
(2) Direttiva 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2003 relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale e che abroga la direttiva 98/30/CE.

 

Interrogazione n. 41 dell'on. Gay Mitchell (H-0490/07)
 Oggetto: Giornata europea del vento
 

Il 15 giugno di quest'anno, in apertura della Giornata europea del vento, il Commissario Andris Piebalgs ha fornito una chiara dichiarazione d'intenti, affermando che "abbiamo bisogno di compiere cambiamenti notevoli".

Intende la Commissione specificare in modo chiaro la natura di tali cambiamenti e le iniziative per facilitare la diffusione delle energie rinnovabili in Europa, in particolare l'utilizzo dell'energia eolica?

 
  
 

Nel gennaio 2007 la Commissione ha presentato una tabella di marcia per le energie rinnovabili nei settori dell’elettricità, del riscaldamento, del raffreddamento e dei trasporti.

Il Consiglio europeo ha confermato questo percorso raggiungendo un accordo su un obiettivo vincolante del 20 per cento di energie rinnovabili per l’Unione europea, che sarà suddiviso in obiettivi nazionali vincolanti per le energie rinnovabili, fra cui un obiettivo minimo del 10 per cento di biocarburanti. La Commissione ha calcolato che l’energia eolica potrebbe costituire entro il 2020 il 12 per cento del consumo di elettricità.

La Commissione intende eliminare gli ostacoli all’integrazione delle fonti di energia rinnovabili nel mercato europeo dell’energia e favorire lo sviluppo e la liberalizzazione del mercato interno dell’energia elettrica. Gli Stati membri sono invitati ad assicurare che le procedure di autorizzazione per le fonti di energia rinnovabili siano semplici, rapide ed eque e a migliorare i meccanismi di prepianificazione in modo da obbligare le regioni e i comuni a prevedere siti idonei, ad esempio per l’installazione di parchi eolici. La Commissione sta intraprendendo varie azioni per sostenere una maggiore integrazione delle fonti energetiche rinnovabili nella rete elettrica, fra cui figurano il rafforzamento dei codici per le reti, i progetti nell’ambito del programma “Energia intelligente – Europa” e la partecipazione alla piattaforma per l’energia eolica. In questo contesto, si presterà particolare attenzione alle speciali esigenze dettate dall’installazione di impianti eolici in mare aperto, fra cui il collegamento transfrontaliero delle reti. La Commissione promuoverà inoltre un uso più adeguato degli strumenti finanziari comunitari, in particolare i Fondi strutturali e il Fondo di coesione.

Il progetto proposto per i collegamenti con i parchi di energia eolica in mare nell’Europa settentrionale è una delle massime priorità per l’Unione europea. I progetti in materia hanno lo scopo di favorire l’integrazione dell’energia eolica prodotta nel Mar Baltico e nel Mare del Nord nella rete continentale. La Commissione sta attualmente attendendo di ricevere il parere del Parlamento sulla proposta di nomina di un coordinatore europeo. Oltre al ruolo di mediatore per i progetti, il coordinatore avrà anche quello di sostenere la Commissione nella fissazione delle future priorità nel quadro del programma RTE-E, concentrandosi in particolare sui collegamenti con i parchi di energia eolica.

Nell’Unione europea il tasso di crescita dell’energia eolica installata, che raggiungeva una capacità totale di 48 000 MW alla fine del 2006, è stato rilevante. La Commissione continuerà a incoraggiare un aumento della diffusione dell’energia eolica attraverso nuove iniziative di ricerca, come il piano strategico europeo per le tecnologie energetiche, ma anche i sistemi di finanziamento della Commissione esistenti, come il settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico, le reti transeuropee dell’energia e il programma “Energia intelligente – Europa”.

 

Interrogazione n. 42 dell'on. Leopold Józef Rutowicz (H-0498/07)
 Oggetto: Programma energetico per l'Europa
 

La necessità di proteggere l'ambiente, unitamente ai crescenti prezzi delle fonti di energie tradizionali quali il gas e il petrolio e le difficoltà connesse all'ottenimento di forniture delle medesime, rendono essenziale l'introduzione di una politica energetica attiva e trasversale che copra almeno i prossimi trent'anni.

È stato redatto un programma energetico UE per almeno i prossimi trent'anni? In caso affermativo, quali problemi sono sorti e quali le conclusioni raggiunte relativamente alla definizione di detto programma?

 
  
 

Nel corso della riunione del Consiglio europeo di primavera 2007, è stato raggiunto un accordo su una politica energetica per l’Europa.

La decisione del Consiglio europeo ha fatto seguito al lavoro preparatorio avviato dalla Commissione, in particolare con il Libro verde del marzo 2006 intitolato “Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura”. Il 14 dicembre 2006 il Parlamento ha adottato una risoluzione, fornendo una preziosa base per gli ulteriori lavori in materia, come ha fatto anche il pubblico in generale che ha fornito un contributo in tal senso. Nel gennaio 2007 la Commissione ha presentato il pacchetto sul tema dell’energia per un mondo che cambia, che include una comunicazione intitolata “Una politica energetica per l’Europa”(1).

Nelle conclusioni, il Consiglio europeo riconosce che il settore energetico mondiale rende necessario adottare un approccio europeo per garantire un’energia sostenibile, competitiva e sicura. Il piano d’azione approvato dal Consiglio europeo delinea gli elementi di un approccio europeo, ossia un mercato interno dell’energia ben funzionante, solidarietà in caso di crisi, chiari obiettivi e impegni in materia di efficienza energetica e di energie rinnovabili, quadri per gli investimenti nelle tecnologie, in particolare per quanto riguarda la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica e l’energia nucleare, e, infine, relazioni esterne mirate nel settore dell’energia da perseguire esprimendosi con una sola forte voce.

L’orizzonte temporale citato nei lavori preparatori è il 2030 e oltre. Il lavoro di modellizzazione e di analisi degli scenari svolto dalla Commissione è disponibile sul sito web di questa stessa Istituzione e ha costituito una base per valutare opzioni alternative per il piano d’azione.

Il Consiglio europeo ha approvato un piano d’azione chiaro e giustificato, elaborato dopo un’ampia consultazione, che offre una buona base per la prossima priorità, che è quella dell’attuazione.

 
 

(1) COM(2007) 1.

 

Interrogazione n. 43 dell'on. Ryszard Czarnecki (H-0511/07)
 Oggetto: Politica comune dell'energia
 

L'assenza di un riferimento chiaro ad una politica comune UE per l'energia nelle conclusioni del recente Vertice di Bruxelles significa che la preparazione di tale politica è stata posta a tutti gli effetti nel cassetto, nonostante la sua importanza essenziale?

 
  
 

L’ulteriore elaborazione e l’attuazione di una politica energetica per l’Europa non sono state di certo poste nel cassetto. La Commissione sta attualmente lavorando in base al mandato globale ad essa affidato dal Consiglio europeo nel marzo 2007.

Il principale argomento della riunione del Consiglio europeo del giugno 2007 è stato il mandato per il Trattato di riforma. Tale mandato comprende l’introduzione di un articolo specifico sull’energia, che costituisce un ulteriore passo avanti rispetto alla bozza di testo sull’energia del progetto di Costituzione del 2004, in quanto aggiunge la promozione dell’interconnessione delle reti quale scopo della politica energetica comune e un riferimento allo spirito di solidarietà. Un analogo riferimento alla solidarietà dovrebbe essere contenuto nell’articolo 100 esistente sulla sicurezza dell’approvvigionamento, citando il caso particolare dell’energia.

Nelle conclusioni del giugno 2007, il Consiglio europeo ha sottolineato l’importanza della politica energetica e ha fornito ulteriori indicazioni per il futuro, come ad esempio nel paragrafo 40 relativo alla politica climatica ed energetica integrata dell’Unione europea, in cui il Consiglio europeo ricorda le sue conclusioni del marzo 2007 e sottolinea l’importanza di attuare in modo rapido ed efficace tutti gli aspetti del piano d’azione globale in materia di energia al fine di portare avanti la politica energetica per l’Europa. Nel paragrafo 50 del capitolo sulle relazioni tra Unione europea e Africa, il Consiglio europeo si compiace dell’intenzione di istituire un partenariato UE-Africa nel settore dell'energia.

Spetterà al Consiglio europeo esaminare, nella primavera del 2008, i progressi compiuti dalla Commissione, dal Parlamento e dal Consiglio nell’attuazione della politica energetica per l’Europa.

 

Interrogazione n. 44 dell'on. Manuel Medina Ortega (H-0449/07)
 Oggetto: Strada tra La Aldea e Agaete (Gran Canaria, Spagna)
 

È consapevole la Commissione dell’importanza che la costruzione della nuova strada che collega a Villa de Agaete riveste per gli abitanti di Aldea de San Nicolás, cittadina dell’isola di Gran Canaria particolarmente isolata? È disposta la Commissione, inoltre, a contribuire a superare le difficoltà che potrebbero derivare per la sua costruzione dalla necessità di compensazioni in grado di scongiurare il degrado ambientale?

 
  
 

La Commissione può confermare che, a seguito delle interrogazioni scritte P-0490/05 e E-1928/06 e di una denuncia presentata sullo stesso argomento, ha espresso le proprie rimostranze alle autorità spagnole allo scopo di verificare in maniera più approfondita la conformità del progetto stradale in questione alla normativa comunitaria ambientale vigente.

La questione è stata discussa nella riunione sulle infrazioni svoltasi con le autorità spagnole a Madrid il 26 aprile 2007. A seguito degli impegni assunti in occasione di tale riunione, le autorità competenti hanno fornito alla Commissione ulteriori informazioni sulle procedure intraprese e sulle misure previste per garantire la piena conformità alla normativa comunitaria in relazione al progetto. In particolare, le autorità spagnole hanno fatto presente l’importanza del progetto per gli abitanti del comune di Aldea de San Nicolás. Le autorità competenti hanno anche fornito alla Commissione informazioni sulle misure previste per garantire che i possibili effetti del progetto sulle zone protette restino compatibili con la direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche(1).

Attualmente è in corso la valutazione della risposta spagnola. La Commissione informerà l’onorevole parlamentare delle conclusioni che ne trarrà.

 
 

(1) GU L 206 del 22.7.1992.

 

Interrogazione n. 45 dell'on. Manolis Mavrommatis (H-0450/07)
 Oggetto: Commercio illegale di oggetti antichi
 

Secondo un articolo pubblicato dal quotidiano greco Elefterotipia, tre oggetti antichi greci, tutti provenienti da scavi illegali, sarebbero stati rubati dal Carlos Museum di Atlanta (USA). Le ricerche effettuate dimostrerebbero che tali traffici illegali sarebbero avvenuti nel 2002 e nel 2003 in vari Stati membri dell'Unione europea. In altri termini, benché gli scavi illegali siano stati effettuati in Grecia, i tre oggetti antichi greci sono giunti negli USA passando per altri Stati membri, come l'Italia, nonché attraverso paesi dello Spazio economico europeo, come la Svizzera. In forza del regolamento (CEE) n. 3911/92(1) relativo all'esportazione di beni culturali e della direttiva 93/7/CEE(2) relativa alla restituzione dei beni culturali usciti illegalmente dal territorio di uno Stato membro, la Comunità è tenuta a proteggere i tesori nazionali a livello comunitario.

Stante che i controlli preventivi effettuati alle frontiere interne dell'Unione non sono stati efficaci, può la Commissione dire quali ulteriori provvedimenti intende assumere per rafforzare la protezione dei confini interni degli Stati membri? Intende proporre agli Stati membri metodi nuovi e più efficaci ai fini della reciproca collaborazione amministrativa per impedire esportazioni illegali di tesori nazionali verso Stati membri? Quali analoghe misure esistono nell'ambito dello Spazio economico europeo?

 
  
 

Gli oggetti cui si fa riferimento nell’interrogazione dell’onorevole parlamentare sono stati ottenuti a seguito di scavi illegali effettuati in uno Stato membro. Una delle misure più efficaci per contrastare questo tipo di attività illegali è affrontare il problema alla fonte applicando la pertinente normativa nazionale.

Per quanto riguarda l’autorizzazione di esportazione di beni culturali dalla Comunità, il regolamento (CEE) n. 3911/92 del Consiglio(3) e il regolamento (CE) n. 752/93 della Commissione(4) stabiliscono un sistema di controllo basato sulle licenze rilasciate dalle autorità competenti e verificate dalle amministrazioni doganali degli Stati membri. Non si può tuttavia escludere del tutto che il sistema di controllo delle esportazioni istituito venga eluso con operazioni illecite, in particolare quando i beni vengono fatti uscire illegalmente dal territorio comunitario. La prevenzione delle elusioni di questo sistema dipende in larga misura dalle misure di controllo adottate dagli Stati membri.

Per fornire gli strumenti necessari per rafforzare in generale l’imposizione di divieti e restrizioni sulle importazioni e sulle esportazioni di beni, di recente sono state intraprese le iniziative proposte dalla Commissione di seguito specificate.

Le recenti modifiche del codice doganale comunitario(5) e delle relative disposizioni d’applicazione(6) hanno introdotto un quadro comune in materia di gestione dei rischi a livello comunitario. Saranno utilizzati nuovi sistemi per lo scambio di informazioni relative ai rischi tra le autorità doganali degli Stati membri e con la Commissione per rendere ancora più mirati i controlli doganali.

Le recenti modifiche della legislazione doganale comunitaria prevedono anche la presentazione di dichiarazioni di esportazione a tempo debito prima della partenza, garantendo alle autorità doganali degli Stati membri il tempo necessario per effettuare analisi dei rischi e scegliere le spedizioni sospette da sottoporre a controlli fisici.

La proposta della Commissione di modifica del regolamento (CE) n. 515/97(7) è attualmente oggetto della procedura legislativa in seno al Parlamento e al Consiglio. La modifica migliorerà il sistema informativo doganale, consentendo di utilizzare tale sistema a fini analitici, e prevede uno scambio automatico di dati tra gli Stati membri, uno scambio di informazioni con paesi terzi e il controllo dei dati personali. In tale modifica si propone inoltre di creare un archivio d’identificazione dei fascicoli a fini doganali (FIDE) il cui scopo sarà consentire ai servizi investigativi doganali della Commissione e degli Stati membri di individuare i servizi competenti degli altri Stati membri che stanno indagando o hanno indagato su una o più persone o imprese, allo scopo di contribuire a prevenire, ricercare e perseguire le operazioni che violano o hanno violato la legislazione doganale comunitaria, compresa la legislazione comunitaria in materia di esportazione di beni culturali dall’Unione europea.

La “Convenzione relativa alla mutua assistenza e alla cooperazione tra amministrazioni doganali” (Convenzione Napoli II(8)), tra i cui scopi figurano la prevenzione e l’individuazione di violazioni delle disposizioni doganali nazionali nonché il perseguimento e la punizione di violazioni delle disposizioni comunitarie e nazionali, prevede uno strumento per la cooperazione nel terzo pilastro applicabile anche ai beni culturali.

Riguardo alla cooperazione operativa tra i servizi repressivi degli Stati membri, è opportuno sottolineare che il mandato di Europol include anche il traffico di beni culturali.

La direttiva 93/7/CEE(9) del Consiglio relativa alla restituzione dei beni culturali prevede meccanismi di cooperazione e una procedura per la restituzione di tesori nazionali quando i beni culturali sono usciti illegalmente dal territorio di uno Stato membro e si trovano nel territorio di un altro Stato membro.

In merito ai meccanismi di cooperazione, nel 2001 il comitato consultivo istituito in base all’articolo 8 del regolamento (CEE) n. 3911/92 del Consiglio e all’articolo 17 della direttiva 93/7/CEE del Consiglio ha adottato orientamenti per migliorare e rafforzare la cooperazione amministrativa tra le autorità nazionali competenti attraverso la creazione di una rete di contatti e lo scambio di informazioni. Tali meccanismi offrono alle istituzioni e alle persone interessate utili informazioni riguardo all’esistenza di strumenti comunitari che disciplinano l’esportazione di beni culturali verso paesi non facenti parte dell’Unione europea e la restituzione di oggetti usciti illecitamente dal territorio di uno Stato membro.

La seconda relazione sull’applicazione della direttiva 93/7/CEE(10) conclude che è necessario migliorare la cooperazione e lo scambio di informazioni tra gli Stati membri. La Commissione esaminerà in quale modo si possano migliorare gli orientamenti in materia di cooperazione amministrativa.

 
 

(1) GU L 395 del 31.12.1992, pag. 1.
(2) GU L 74 del 27.3.1993, pag. 74.
(3) Regolamento (CEE) n. 3911/92 del Consiglio del 9 dicembre 1992 relativo all’esportazione di beni culturali (GU L 395 del 31.12.1992), modificato da ultimo dal regolamento (CE) n. 806/2003 del 14 aprile 2003 recante adeguamento alla decisione 1999/468/CE delle disposizioni relative ai comitati che assistono la Commissione nell’esercizio delle sue competenze di esecuzione previste negli atti del Consiglio adottati secondo la procedura di consultazione (maggioranza qualificata) (GU L 122 del 16.5.2003).
(4) Regolamento (CEE) n. 752/93 della Commissione del 30 marzo 1993 recante disposizioni d’applicazione del regolamento (CEE) n. 3911/92 del Consiglio relativo all’esportazione di beni culturali (GU L 77 del 31.3.1993), modificato da ultimo dal regolamento (CE) n. 656/2004 della Commissione del 7 aprile 2004 che modifica il regolamento (CEE) n. 752/93 recante disposizioni d’applicazione del regolamento (CEE) n. 3911/92 del Consiglio relativo all’esportazione di beni culturali (GU L 104 dell’8.4.2004).
(5) Regolamento (CE) n. 648/2005 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 aprile 2005 che modifica il regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio che istituisce un codice doganale comunitario (GU L 117 del 4.5.2005, pagg. 13-19).
(6) Regolamento (CE) n. 1875/2006 della Commissione del 18 dicembre 2006 che modifica il regolamento (CEE) n. 2454/93 che fissa talune disposizioni d’applicazione del regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio che istituisce il codice doganale comunitario (GU L 360 del 19.12.2006).
(7) COM(2006) 866 def.
(8) Atto del Consiglio del 18 dicembre 1997 che stabilisce la convenzione, in base all’articolo K.3 del Trattato sull’Unione europea, relativa alla mutua assistenza e alla cooperazione tra amministrazioni doganali (GU C 24 del 24.1.1998).
(9) Direttiva 93/7/CEE del Consiglio del 15 marzo 1993 relativa alla restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio di uno Stato membro (GU L 187 del 10.7.2001).
(10) COM (2005) 675 def.

 

Interrogazione n. 46 dell'on. Sarah Ludford (H-0455/07)
 Oggetto: Accordo EU-Russia sulle agevolazioni in materia di visti
 

Può la Commissione spiegare il motivo per cui i consolati degli Stati membri in Russia sono stati colti impreparati dall'entrata in vigore, il 1° giugno, dell'accordo EU-Russia sulle agevolazioni in materia di visti, in quanto sembra non avessero ancora ricevuto istruzioni amministrative circa la sua precisa attuazione? Può la Commissione garantire che gli Stati membri si dimostreranno più pronti per i futuri accordi sulle agevolazioni in materia di visti con i Balcani e i paesi limitrofi, considerando l'importanza del tema per la coerenza, l'immagine, la reputazione e i contatti commerciali e interpersonali dell'Unione europea?

 
  
 

L’accordo tra la Comunità europea e la Federazione russa di facilitazione del rilascio dei visti ai cittadini dell’Unione europea e della Federazione russa(1) deve essere applicato dalla data di entrata in vigore, ossia dal 1o giugno 2007.

Non si esclude che nei primi giorni di applicazione dell’accordo possano essersi verificati alcuni problemi, tuttavia alla Commissione non risulta che i consolati dell’Unione europea nella Federazione russa non fossero preparati per l’applicazione dell’accordo alla data di entrata in vigore, come suggerito dall’onorevole parlamentare.

La Commissione ha definito orientamenti amministrativi, in collaborazione con le autorità degli Stati membri e della Federazione russa, destinati ai consolati degli Stati membri e della Russia e intesi a garantire l’applicazione armonizzata delle disposizioni dell’accordo. La proposta di orientamenti sarà sottoposta al Comitato misto incaricato di controllare l’applicazione dell’accordo, che sarà istituito nel prossimo futuro, allo scopo di farli adottare e attuare da entrambe le parti.

In ogni caso, la Commissione solleverà la questione in seno agli organi competenti del Consiglio per rammentare agli Stati membri gli obblighi ad essi derivanti riguardo all’applicazione dell’accordo e per raccogliere informazioni sulle possibili difficoltà incontrate in tale applicazione.

 
 

(1) GU L 129 del 17.5.2007.

 

Interrogazione n. 47 dell'on. Glenis Willmott (H-0457/07)
 Oggetto: Riduzione della distanza di trasporto dei prodotti alimentari
 

La Commissione riconosce che le attuali politiche dell'UE in materia di energia e trasporti non sono sostenibili. L'UE si è impegnata a ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, ma le politiche attuali nei settori dell'energia e dei trasporti comporterebbero un aumento delle emissioni di biossido di carbonio dell'UE pari a circa il 5% entro il 2030. Tale sfida riguarda, in parte, la questione dell'aumento del trasporto su strada, in particolare nel settore del trasporto merci, che deve essere affrontata. L'interrogante è consapevole che la Commissione sta analizzando varie misure finalizzate a ridurre la dipendenza europea dai combustibili fossili altamente inquinanti e a migliorare l'efficienza energetica. Considerando le distanze sempre maggiori percorse dai prodotti alimentari per arrivare in Europa e l'impatto ambientale dell'uso di combustibili fossili per le consegne d'oltreoceano, in confronto a quelle locali, non ritiene la Commissione che una nuova localizzazione delle scorte alimentari potrebbe rappresentare parte della soluzione, dato che riduce la distanza di trasporto dei prodotti alimentari e contribuisce quindi a lottare contro il cambiamento climatico?

 
  
 

La Commissione desidera innanzi tutto sottolineare che la libera circolazione delle merci è una delle componenti fondamentali del mercato unico e, in quanto tale, fornisce un considerevole contributo alla competitività e alla prosperità. La politica comune nel settore dei trasporti deve inoltre evitare in ogni caso qualsiasi distorsione delle caratteristiche e degli itinerari delle merci trasportate, in quanto si tratta di questioni legate alla libertà degli scambi commerciali e, in questo caso, anche alla politica agricola comune.

D’altro canto, è fondamentale che tale politica sia basata su una forma di mobilità sostenibile come proposto nel riesame intermedio del Libro bianco sui trasporti pubblicato nel 2001 dalla Commissione europea e nelle relative strategie dell’Unione europea relative ai cambiamenti climatici e all’ambiente. Devono inoltre essere incoraggiare modalità di trasporto merci più pulite, attraverso l’innovazione tecnologica e organizzativa, in particolare per introdurre la propulsione ecocompatibile, l’applicazione di sistemi di trasporto intelligenti e la promozione di un’efficiente logistica dei trasporti. Deve anche essere attuata un’adeguata politica in materia di investimenti e di accesso ai mercati per incoraggiare l’uso ottimale di tutti i modi di trasporto singolarmente o in combinazione (comodalità). E’ importante soprattutto garantire che i costi di trasporto riflettano gli effettivi costi che devono essere sostenuti, anche in relazione agli effetti negativi sull’ambiente. La Commissione è impegnata a mettere a punto una metodologia per l’internalizzazione dei costi esterni nell’Unione europea, che sarà pronta nel 2008.

Infine, nel presente caso, la Commissione desidera sottolineare che la maggior parte dei prodotti agricoli e alimentari esportati e importati sono trasportati per via marittima, con un impatto ambientale generalmente inferiore rispetto a quello di altri modi di trasporto. Infine, per i paesi in via di sviluppo, che sono solo in scarsa misura responsabili dei cambiamenti climatici ma ne subiscono le conseguenze, continua a rivestire fondamentale importanza la possibilità di esportare i loro prodotti verso l’Europa. Ne consegue che il problema della provenienza dei prodotti alimentari non può essere risolto facendo ricorso a un semplice programma di “nuova localizzazione”.

 

Interrogazione n. 48 dell'on. Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (H-0458/07)
 Oggetto: Politica regionale - nuovi indicatori per misurare lo sviluppo delle regioni dell'UE
 

Il Prodotto interno lordo (PIL) è un valido indicatore, relativamente semplice da calcolare, che consente di misurare la crescita e la convergenza economica delle regioni dell'UE. Esso risulta tuttavia inadeguato per la valutazione della coesione sociale o territoriale.

In aggiunta al PIL e alla disoccupazione, può la Commissione proporre nuovi indicatori, tra cui indicatori qualitativi comparabili a livello europeo, che permettano di misurare e confrontare lo sviluppo delle singole regioni dell'UE (p. es. indicatori sullo sviluppo delle risorse umane, sulla disponibilità delle infrastrutture, ecc.)?

 
  
 

Anche se il prodotto interno lordo (PIL) resterà un indicatore molto importante per la misurazione della situazione economica e della coesione tra le regioni, la Commissione concorda che il PIL da solo non può bastare per valutare tutti gli aspetti della diversità economica, sociale e territoriale. La quarta relazione sulla coesione(1) utilizza pertanto un’ampia gamma di indicatori per descrivere la coesione economica, sociale e territoriale. Ad esempio, sono stati misurati indicatori quali occupazione e disoccupazione, ricerca e sviluppo, presenza di infrastrutture autostradali, livello di istruzione della popolazione, accesso a voli aerei, ospedali e università, anche se non tutti questi elementi hanno potuto essere inclusi nella versione finale della relazione.

Nel 2008 la Commissione presenterà una comunicazione sulla coesione territoriale che valuterà ulteriormente in quale modo questo aspetto possa essere misurato dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo.

 
 

(1)Growing regions, growing Europe. Quarta relazione sulla coesione economica e sociale. Maggio 2007. http://ec.europa.eu/regional_policy/index_it.htm.

 

Interrogazione n. 49 dell'on. Jacky Henin (H-0461/07)
 Oggetto: Protezione dei parcheggi riservati ai veicoli che trasportano merci pericolose
 

Le merci pericolose, al pari di tutte le altre merci, sono sempre più sulle strade dell'Unione e sempre meno nei depositi o nelle officine. Ora, la legislazione dell'Unione sul trasporto su strada di merci pericolose presenta un punto debole inquietante: i parcheggi.

Tali aree, a seconda delle merci che vi stazionano, possono rappresentare di fatto altrettante SEVESO. Sono rari, infatti, i parcheggi pubblici custoditi per i veicoli che trasportano materie pericolose. In linea generale, il numero di parcheggi esistenti è insufficiente oppure di capacità troppo limitata per consentire uno stazionamento realmente protetto. I piani d'intervento in caso di incidenti in tali parcheggi sono alquanto lacunosi a motivo dei deficit d'informazione sulla natura delle materie pericolose che vi stazionano e sulle loro eventuali interazioni.

In che modo prevede la Commissione di rafforzare e far realmente applicare la legislazione comunitaria sullo stazionamento di veicoli stradali che trasportano merci pericolose?

 
  
 

Il trasporto di merci pericolose su strada è disciplinato nella legislazione comunitaria dalla direttiva quadro 94/55/CE(1). Nei relativi allegati sono previsti requisiti per l’uso di aree di sosta sicure per talune sostanze e per tutte le merci pericolose “ad alto rischio”, ossia le merci pericolose che sono ritenute più interessanti per i terroristi. Gli allegati della direttiva vengono aggiornati ogni due anni e nell’ambito di tale processo vengono continuamente riesaminate le disposizioni relative ai parcheggi sicuri.

Le disposizioni relative al trasporto di merci pericolose sono applicate in base alla direttiva 95/50/CE(2). Nelle modifiche apportate a tale direttiva alla fine del 2005 è stato introdotto un nuovo sistema di categorie di rischio, che identifica la violazione delle norme in materia di parcheggi sicuri come “violazione di categoria di rischio II”, ossia una violazione che crea un rischio di lesione personale o di danno all’ambiente. E’ in corso di riesame anche l’assegnazione delle violazioni alle categorie di rischio.

Da un punto di vista più generale, la Commissione è consapevole della necessità di adeguate infrastrutture di parcheggio per il trasporto su strada. In questo contesto, il 12 giugno 2007 ha avviato un progetto pilota per promuovere gli investimenti in aree di sosta sicure lungo la rete transeuropea, in modo da tutelare gli autotrasportatori contro i furti di merci e migliorarne le condizioni di lavoro. Nell’ambito del progetto saranno definite e sperimentate norme in cinque località ed è prevista la costruzione di una nuova area di sosta sicura vicino a Valenciennes che include una zona separata attrezzata per gli autocarri che trasportano merci pericolose.

 
 

(1) GU L 319 del 12.12.1994.
GU L 275 del 28.10.1996.
(2) GU L 249 del 17.10.1995.
GU L 87 dell’8.4.2000.

 

Interrogazione n. 50 dell'on. James Nicholson (H-0463/07)
 Oggetto: Allevamenti di bovini in Brasile
 

È al corrente la Commissione delle recenti rivelazioni apparse sull'Irish Farmers Journal del 26 maggio 2007, concernenti la violazione sostanziale dei regolamenti in materia di allevamento bovino in Brasile?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza degli articoli pubblicati sull’Irish Farmers Journal.

Le informazioni fornite dagli articoli non corrispondono tuttavia ai risultati delle ispezioni condotte in Brasile dall’Ufficio alimentare e veterinario (FVO) della Commissione.

Dalle ispezioni dell’FVO sono emerse alcune carenze, tuttavia queste ultime per il momento non giustificano un cambiamento di politica nei confronti del Brasile per quanto riguarda le importazioni di carne bovina.

La Commissione resta vigile in materia e segue da vicino le misure adottate in Brasile per affrontare le carenze individuate dall’FVO.

 

Interrogazione n. 51 dell'on. Marian Harkin (H-0516/07)
 Oggetto: Test per individuare residui nella carne bovina brasiliana
 

Può la Commissione dire quali test sulle importazioni di carne bovina brasiliana nell'UE sono stati effettuati per individuare residui, in primo luogo da parte delle autorità brasiliane in Brasile e, in secondo luogo, da parte della Commissione in Brasile e ai punti d'ingresso nell'UE? Quali sono i risultati di detti controlli effettuati da ambo le autorità e, nell'interesse della sicurezza e della fiducia dei consumatori, potrebbe la Commissione fornire i risultati dettagliati di detti test per gli ultimi tre anni?

 
  
 

Gli alimenti di origine animale possono essere importati nell’Unione europea da un paese terzo soltanto a condizione che il paese abbia presentato un piano annuale indicante le garanzie offerte riguardo al controllo sui gruppi di residui e di sostanze cui si fa riferimento nell’allegato I della direttiva 96/23/CE del Consiglio. Le garanzie devono avere un effetto almeno equivalente a quello delle garanzie previste nella direttiva in questione. Se si ritiene che i piani offrano garanzie equivalenti, viene formulata una raccomandazione per includere tale paese nell’elenco dei paesi terzi di cui sono stati approvati i piani di controllo sui residui. L’elenco dei paesi terzi approvati viene pubblicato tramite decisione della Commissione su cui votano rappresentanti degli Stati membri attraverso la procedura di comitatologia.

Riguardo alla carne bovina e a molte altre categorie di prodotti, il piano brasiliano di controllo sui residui è stato approvato e il Brasile è elencato nella decisione citata. Il piano brasiliano di controllo sui residui è molto migliorato rispetto a quello esaminato nel corso delle missioni di ispezione sui residui condotte nel 2003 o nel 2005 dall’Ufficio alimentare e veterinario. Per i prodotti riguardo ai quali non si è ritenuto che il piano offrisse garanzie equivalenti, la Commissione ha eseguito l’eliminazione dall’elenco, come ad esempio nel caso di prodotti quali miele e selvaggina d’allevamento.

Quando vengono importati nell’Unione europea partite di prodotti alimentari di origine animale attraverso posti d’ispezione frontalieri, gli Stati membri dell’Unione europea decidono, sulla base di una valutazione dei rischi, se le partite debbano essere sottoposte a test per individuare residui di sostanze farmacologicamente attive o di contaminanti ambientali.

Il piano brasiliano di controllo sui residui nella carne bovina è stato approvato dalla Commissione e, riguardo ad acceleratori della crescita quali ormoni e beta-antagonisti, comprende tutti i gruppi di sostanze elencati nella direttiva 96/23/CE del Consiglio. Il Brasile, al pari degli Stati membri, pubblica ogni anno i suoi risultati. Negli ultimi tre anni non sono stati rilevati residui di beta-antagonisti. Sono stati rilevati residui di zeranolo, che è una sostanza simile agli ormoni, in circa lo 0,1 per cento dei bovini sottoposti a controllo a campione nel 2006 e nel 2005. Residui di questa sostanza possono essere presenti, oltre che a seguito di un uso deliberato (illegale), a causa di contaminazione dei prodotti per l’alimentazione degli animali, e si tratta di un fenomeno che è stato segnalato in tutto il mondo, anche negli Stati membri.

Gli Stati membri riferiscono ai servizi della Commissione in merito ai risultati dei test condotti per individuare l’eventuale presenza di residui negli alimenti di origine animale importati. In caso di risultato di non conformità, gli Stati membri hanno l’obbligo di notificarlo alla Commissione e agli altri Stati membri attraverso il sistema di allarme rapido per gli alimenti e i mangimi (RASFF).

Riguardo alla carne bovina brasiliana, l’ultima notifica effettuata tramite tale sistema in merito a residui di ormoni o di beta-antagonisti risale al 2001, quando è stato rilevato il clenbuterolo, che è un beta-antagonista, in una partita di manzo lessato e conservato sotto sale esportata nel Regno Unito.

Dal 1o gennaio 2006 al 25 giugno 2007 gli Stati membri hanno controllato a campione 274 partite di carne bovina brasiliana e le hanno sottoposte a test per individuare l’eventuale presenza di vari residui di medicinali veterinari e di contaminanti, fra cui 57 relativi a residui di sostanze ormonali. Gli Stati membri non hanno segnalato risultati di non conformità attraverso il sistema di notifica RASFF.

In sintesi, la Commissione può assicurare all’onorevole parlamentare che dal punto di vista di medicinali e residui, l’importazione di carne bovina brasiliana non viola le elevate norme sanitarie il cui rispetto deve essere garantito ai cittadini europei.

 

Interrogazione n. 52 dell'on. Mairead McGuinness (H-0465/07)
 Oggetto: Standard applicabili alla produzione di seggiolini auto per bambini
 

È consapevole la Commissione del fatto che uno studio recente, svolto da un'organizzazione britannica per i diritti dei consumatori(1), ha sottolineato lacune consistenti negli standard qualitativi che si applicano alla produzione e al collaudo dei seggiolini auto per bambini?

In particolare, tale studio conclude che lo standard minimo attuale (ECE R44.03) applicato alla produzione di tali seggiolini non è abbastanza elevato per proteggere adeguatamente il bambino nell'eventualità di collisione con impatto laterale.

Intende la Commissione esaminare tale questione per garantire che siano applicati standard effettivi e sufficientemente rigorosi alla produzione e alla commercializzazione di tutti i seggiolini per bambini?

 
  
 

Dal maggio 2006 il trasporto in automobile di bambini prevede l’utilizzo di seggiolini adatti alla loro morfologia e alla loro età. E’ una delle disposizioni della direttiva 2003/20/CE che rende obbligatorio l’uso delle cinture di sicurezza(2) e definisce criteri tecnici minimi che i seggiolini per bambini devono soddisfare.

I criteri corrispondono a quelli enunciati nel regolamento n. 44 della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite di Ginevra, che è stato di recente rafforzato per quanto attiene ai controlli della conformità della produzione. La Commissione europea ha aderito al regolamento in questione nel 1997.

La Commissione è a conoscenza della recente campagna condotta per testare i seggiolini per bambini, i cui risultati sono stati pubblicati il 5 giugno 2007 dall’organizzazione britannica per i diritti dei consumatori citata dall’onorevole parlamentare. Si evidenziano in effetti i punti deboli delle attuali disposizioni tecniche applicabili alla fabbricazione e al collaudo di seggiolini per bambini da montare sulle autovetture.

La Commissione è impegnata in un’analisi approfondita dei risultati delle prove e dei lavori di ricerca disponibili, nella prospettiva di individuare quali miglioramenti apportare alle disposizioni pertinenti.

 
 

(1) Tale studio è stato svolto dall'organizzazione Which?. Per maggiori dettagli consultare: https://www.which.co.uk/reports_and_campaigns/cars/reports/safety_and_security/car_safety/Child%20seats/Child_seats_esential_guide_574_74191_8.jsp
(2) Direttiva 2003/20/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 aprile 2003, che modifica la direttiva 91/671/CEE del Consiglio per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all’uso obbligatorio delle cinture di sicurezza sugli autoveicoli di peso inferiore a 3,5 tonnellate – GU L 115 del 9.5.2003.

 

Interrogazione n. 53 dell'on. Liam Aylward (H-0469/07)
 Oggetto: Etichettatura della carne di agnello in vendita nell'UE
 

Può la Commissione informare in merito alle misure di etichettatura e tracciabilità adottate allo scopo di garantire che i consumatori dell’UE siano in futuro pienamente consapevoli che stanno acquistando nei supermercati o consumando nei ristoranti carne di agnello approvata dall’UE, proveniente da un determinato Stato membro dell’UE o importata nell’UE da un paese terzo?

 
  
 

L’etichettatura della carne di agnello venduta al consumatore finale è disciplinata dalla direttiva 2000/13/CE relativa all’etichettatura generale dei prodotti alimentari. Secondo quanto previsto dalla normativa, la carne di agnello deve essere etichettata riguardo all’origine solo qualora la mancanza di tale indicazione potrebbe indurre in errore l’acquirente in merito alla vera provenienza del prodotto.

Pertanto, in base alle norme comunitarie, l’etichettatura dell’origine non è obbligatoria per la carne d’agnello, a condizione che l’etichettatura o la presentazione del prodotto non riporti alcuna informazione che possa indurre in errore il consumatore, per esempio un’immagine o una bandiera che suggerisca un’impressione sbagliata riguardo alla provenienza effettiva.

Le stesse norme in materia d’igiene dei prodotti alimentari si applicano a prescindere dall’origine della carne di agnello immessa sul mercato dell’UE. Per ragioni di sicurezza alimentare, la tracciabilità richiesta dalla legislazione alimentare generale garantisce che l’origine della carne sia nota nell’intera catena alimentare.

Le informazioni relative ai prodotti alimentari venduti all’acquirente finale e ai ristoranti sono disciplinate dalla normativa europea, segnatamente della direttiva 2000/13/CE, ma non le informazioni fornite ai consumatori nei ristoranti.

Tuttavia, il titolare e il personale del locale hanno a loro disposizione tutte le informazioni necessarie e possono fornirle al cliente, se quest’ultimo le richiede. Tenendo conto del fatto che i ristoranti comprano le materie prime spesso su base giornaliera, non sembra appropriato imporre severi requisiti di regolamentazione.

La questione relativa a ulteriori norme sull’etichettatura di origine dei prodotti alimentari è parte della consultazione e del processo di riflessione nel quadro del riesame della direttiva in materia di etichettatura, in calendario per la fine dell’anno.

 

Interrogazione n. 54 dell'on. Eoin Ryan (H-0471/07)
 Oggetto: Lotta contro il doping nello sport
 

Può la Commissione europea rilasciare una dichiarazione in cui indichi quali misure sta adottando per lottare contro il doping nello sport?

 
  
 

I Trattati non fanno riferimento a un’esplicita competenza dell’UE in materia di sport, e pertanto il ruolo della Commissione nella lotta contro il doping è stato finora limitato.

Ciononostante, su richiesta della Commissione, l’11 novembre 1999 il Gruppo europeo di etica ha elaborato un parere in materia. A distanza di poco tempo, il 1° dicembre 1999, è stato adottato un piano comunitario di sostegno, accolto dal Parlamento con estremo favore. Grazie a questo piano è stato possibile, tra le altre cose, cofinanziare 16 progetti pilota nel periodo 2000-2001 e altri 16 nel biennio 2001-2002. L’importo totale del finanziamento è stato pari a 7 360 212 euro. Tra i progetti più importanti, è d’uopo citare il primo studio transnazionale incentrato sulle pratiche di doping nelle strutture europee dove si pratica il body-building, la cui pubblicazione ha inferto un duro colpo in molti ambienti. I primi 16 progetti pilota sono stati oggetto di una valutazione esterna, che è stata trasmessa al Parlamento. Inoltre, nel 2004, nel quadro del programma di salute pubblica 2003-2008, è stato cofinanziato un progetto inteso all’armonizzazione della conoscenza internazionale in merito agli effetti collaterali biomedici del doping, finalizzato anche al completamento e alla diffusione di documentazione sugli effetti collaterali che il doping e l’abuso di stupefacenti hanno sulla salute in riferimento a varie fasce di età, potenziale di indurre dipendenza e differenze specifiche legate al genere. La durata di tale progetto è 36 mesi.

La Commissione ha anche partecipato attivamente alla creazione della nuova agenzia mondiale antidoping (WADA).

Di recente i ministri dello Sport degli Stati membri, riunitisi nel marzo 2007 a Stoccarda, hanno deciso di lanciare una rete di organizzazioni nazionali antidoping. Pur riconoscendo la natura intergovernativa dell’attività e il ruolo svolto dagli Stati membri al riguardo, la Commissione ha comunque assistito la Presidenza tedesca nella realizzazione dei questa rete, non da ultimo in una riunione di avvio tenutasi il 25 giugno 2007 a Bruxelles. L’attività della rete sarà incentrata sulla cooperazione e sullo scambio di informazioni in settori quali diritto, medicina, procedure di prova, ricerca, istruzione e prevenzione.

In generale, la Commissione riconosce che il doping rappresenta una minaccia per lo sport nel mondo e in Europa e pregiudica il principio di una leale competizione. Costituisce anche una grave minaccia per la salute dei singoli, e, a tale riguardo, occorre creare un legame tra gli interventi volti ad applicare la normativa e le azioni di prevenzione nel campo della salute.

Queste riflessioni saranno inserite nel Libro bianco sullo sport in programma.

 

Interrogazione n. 55 dell'on. Seán Ó Neachtain (H-0473/07)
 Oggetto: Dazi doganali dell'UE sull'importazione di carni cotte di buccino provenienti dalla Corea del Sud
 

L’Unione europea applica dei dazi doganali pari al 20% sulle importazioni nell’UE di carni cotte di buccino provenienti dalla Corea del Sud. Il codice tariffario per queste importazioni è 1605-90-30.

Ha intenzione l’Unione europea di ridurre o eliminare tali dazi doganali in un prossimo futuro?

 
  
 

Come giustamente sottolinea l’onorevole deputato nell’interrogazione, i dazi doganali sulle importazioni nell’Unione europea di carni cotte di buccino provenienti dalla Corea del Sud sono pari al 20 per cento.

L’onorevole parlamentare di certo non ignora che di recente sono stati avviati negoziati al fine di pervenire a un accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Corea del Sud. Si tratta di un ciclo negoziale importante e di ampia portata.

Nel corso dei negoziati in questione si affronterà il problema del regime tariffario per i prodotti della pesca, ma è prematuro esprimere qualsiasi giudizio riguardo a eventuali modifiche dei dazi applicati alle importazioni di questo particolare prodotto.

 

Interrogazione n. 56 dell'on. Chris Davies (H-0476/07)
 Oggetto: Applicazione della legislazione comunitaria da parte degli Stati membri
 

Può la Commissione indicare in quante occasioni, nel corso degli ultimi dodici mesi, ha richiesto che la questione riguardante l’inadeguata applicazione della legislazione comunitaria da parte degli Stati membri fosse iscritta all’ordine del giorno delle varie riunioni del Consiglio dei Ministri?

 
  
 

A seguito di una verifica iniziale, non risulta che negli ultimi 12 mesi si siano registrati casi in cui un qualsiasi fascicolo relativo a violazioni del diritto comunitario sia stato oggetto di una richiesta formale di inserimento all’ordine del giorno di una seduta del Consiglio dei ministri.

Detto questo, è per contro vero che in sede di Consiglio è possibile che si presenti l’occasione per sviluppare un dibattito generale, ad esempio in sede di presentazione della relazione annuale in merito all’attuazione di un determinato programma o di un certo piano d’azione. Negli ultimi 12 mesi tale situazione è emersa in particolare nei casi seguenti:

nell’ambito di varie riunioni del Consiglio “Competitività” nel 2006-2007, gli Stati membri sono stati invitati a cooperare con la Commissione al fine di intervenire direttamente per garantire il conseguimento degli obiettivi stabiliti nel programma “Legiferare meglio” per una migliore attività legislativa, che prevede, tra le altre cose, la corretta applicazione del diritto comunitario;

l’attuazione è talvolta presentata in sede di Consiglio dei ministri quale argomento a titolo informativo o di discussione correlato al quadro di valutazione del mercato interno, vale a dire due volte l’anno. Nella riunione del Consiglio “Competitività” del febbraio 2007, il Consiglio ha deciso di ridurre l’obiettivo in materia di deficit di recepimento dall’1,5 per cento all’1 per cento entro il 2009, sulla base dei positivi risultati conseguiti dagli Stati membri nel dicembre 2006.

A titolo indicativo si può citare un altro esempio recente nell’ambito di tale contesto:

la Commissione ha adottato una relazione sull’attuazione del programma dell’Aia per il 2006(1) in risposta all’invito del Consiglio di presentare una relazione annuale sull’attuazione del programma e del piano d’azione dell’Aia (“quadro di valutazione”). Oltre a valutare il processo di adozione, si propone altresì di esaminare l’applicazione a livello nazionale delle politiche di giustizia, libertà e sicurezza. Tale esercizio contempla sia gli strumenti previsti dal Trattato CE che quelli adottati al riguardo in base al titolo VI del Trattato UE.

 
 

(1) COM(2007) 373 def.

 

Interrogazione n. 57 dell'on. Robert Evans (H-0478/07)
 Oggetto: Comunità somale
 

Nel solo Regno Unito risiedono 400.000 persone di lingua somala, nell'intera UE fino a un milione. Ha preso in considerazione la Commissione eventuali strutture di sostegno per le comunità somale in Europa?

 
  
 

L’interrogazione posta dall’onorevole parlamentare si ricollega alla questione delle iniziative intraprese dalla Commissione a sostegno delle comunità di immigranti, in particolare quelle somale, nell’UE. Le azioni della Commissione non sono rivolte a comunità specifiche, tuttavia tutte le comunità di immigranti possono beneficiare, e sono invitate a farlo, dell’assistenza politica e finanziaria nell’ambito dell’integrazione dei cittadini di paesi terzi.

Qualsiasi intervento di natura politica per raggiungere risultati positivi deve poter fare affidamento su adeguate risorse finanziarie. Dal 2003 la Commissione cofinanzia progetti di integrazione transnazionali che promuovono la cooperazione tra Stati membri, autorità regionali/locali e altre parti interessate a titolo delle azioni di preparazione INTI(1). Nell’ambito del programma generale Solidarietà e gestione dei flussi migratori (2007-2013), il Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di paesi terzi fornirà assistenza per affrontare le sfide poste dall’integrazione che interessano l’Europa. Il Fondo si prefigge di creare una nuova forma di solidarietà al fine di sostenere le azioni degli Stati membri volte a consentire ai cittadini di paesi terzi con patrimoni culturali, religiosi, linguistici ed etnici diversi di adeguarsi e partecipare a tutti gli aspetti delle società d’Europa. Questo strumento sosterrà lo sviluppo delle strategie d’integrazione e dei piani d’azione nazionali che prendono in considerazione i CBP(2), il coordinamento delle politiche nazionali in materia di integrazione e la promozione di scambi strutturali di esperienze, migliori prassi e informazioni sull’integrazione (825 milioni di euro per il periodo 2007-2013).

Per quanto riguarda in particolare l’integrazione di quei cittadini di paesi terzi che gli Stati membri hanno riconosciuto quali soggetti bisognosi di protezione internazionale e ai quali di conseguenza è stato attribuito uno status di protezione (status di rifugiato o di persona bisognosa di protezione sussidiaria), esistono specifici strumenti comunitari che disciplinano e promuovono tale situazione, anche tramite contributi finanziari. Più nello specifico, la direttiva 2004/83/CE del Consiglio recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale (la “direttiva di attribuzione”) impone specifici obblighi agli Stati membri di stabilire programmi d’integrazione adeguati e creare i presupposti che garantiscano l’accesso a questi programmi per tali categorie di cittadini di paesi terzi. Inoltre, il Fondo europeo per i rifugiati, introdotto dal 2000, fornisce un sostegno finanziario completo e mirato a favore degli interventi degli Stati membri finalizzati alla formulazione e realizzazione di programmi d’integrazione per questi gruppi, nonché a favore degli impegni assunti da tutte le altre parti interessate per portare a termine azioni transnazionali pertinenti o altri azioni di integrazione che rivestano importanza per la Comunità nel suo complesso.

 
 

(1) Integrazione dei cittadini di paesi terzi.
(2) Principi fondamentali comuni.

 

Interrogazione n. 58 dell'on. Katerina Batzeli (H-0484/07)
 Oggetto: Designazione delle città come "poli di attrazione/sviluppo" nell'ambito del QRSN 2007-2013 (Grecia) per il rafforzamento dell'occupazione
 

L'obiettivo ultimo delle politiche strutturali comunitarie è quello di lottare contro la disoccupazione strutturale attraverso misure a favore dell'occupazione, dello sviluppo e della coesione sociale. Le politiche strutturali comunitarie dovranno contribuire in tal senso con i loro programmi.

Quali sono i criteri in base ai quali gli Stati membri designano le città come "poli di attrazione/sviluppo"? Esiste un limite riguardo al numero di queste città per Stato membro per l'inclusione nel quadro del QRSN 2007-2013?

Quali dovranno essere il ruolo e il modus operandi di queste città in modo che rafforzino anche la politica di sviluppo di altre regioni/città che non sono state designate come "poli di attrazione/sviluppo"?

In quale fase si trovano le discussioni tra la Commissione e gli Stati membri per la designazione finale delle città come "poli di attrazione/sviluppo" nonché per l'approvazione dei loro programmi?

Esiste la possibilità di estendere il numero di città designate "poli di attrazione/sviluppo" in Grecia oltre a quelle sinora proposte dal QRSN, nel quadro dei POR, aggiungendo per esempio Lamia (capitale della regione della Grecia continentale nel terzo QCS), una regione con gravi problemi di disindustrializzazione e crescente disoccupazione?

 
  
 

Gli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione adottati dal Consiglio il 6 ottobre 2006(1) sottolineano l’importanza dei centri urbani quali fattori che contribuiscono alla crescita e alla creazione di nuovi e migliori posti di lavoro. A tale riguardo chiedono, tra le altre cose, di elaborare azioni miranti a promuovere uno sviluppo più equilibrato e policentrico, potenziando la rete urbana a livello nazionale e comunitario, e di operare scelte strategiche che individuino e rafforzino i poli di crescita nonché il loro contributo alla promozione della strategia di Lisbona. Gli orientamenti strategici comunitari si riferiscono in questo contesto alle aree urbane con più di 50 000 abitanti e al relativo potenziale in termini di imprenditorialità, innovazione, ricerca e sviluppo tecnologico, nonché occupabilità, tutti settori perfettamente in linea con gli orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione e che costituiscono la pietra angolare della nuova strategia di Lisbona. Ne consegue, pertanto, che anche se gli orientamenti strategici comunitari non fanno riferimento a uno specifico numero di poli di crescita, le aree da qualificare in tal senso sono giocoforza limitate, in quanto devono anzitutto dimostrare il rispettivo potenziale di sviluppo.

I quadri strategici di riferimento nazionali (QSRN) e i programmi operativi di quasi tutti gli Stati membri ritengono importante garantire lo sviluppo di centri urbani forti al fine di estendere la crescita e l’occupazione a territori più ampi, nonché all’hinterland rurale. Le aree urbane e i centri regionali sono considerati vettori dell’eccellenza delle regioni in termini di conoscenza e competenze, promotori della competitività, forze trainanti dello sviluppo e motori della crescita per l’intera regione in cui si trova il centro urbano. I programmi presentati sottolineano l’importanza dei legami tra questi centri di crescita e il rispettivo hinterland e le aree rurali circostanti. Una quota significativa della spesa programmata a titolo dei Fondi strutturali sarà destinata a rafforzare la competitività attraverso la promozione dell’innovazione, e la maggior parte di questi investimenti verrà realizzata nei centri di sviluppo urbani.

Il quadro strategico di riferimento nazionale della Grecia prevede che tutti i principali centri urbani del paese possano fungere da poli di sviluppo. In linea con le priorità degli orientamenti strategici comunitari in questione e nel quadro dell’applicazione della strategia di Lisbona, il documento riporta inoltre una serie di criteri per individuare tali poli. Come indicato nel testo del QSRN ellenico, la suddivisione in categorie che deriva dall’applicazione dei suddetti criteri può essere oggetto di revisione a seconda dello sviluppo futuro delle aree interessate e del loro contributo alla promozione del processo di Lisbona. In ogni caso, la Commissione sosterrà con forza che i piani per i poli di sviluppo siano oggetto di un invito a presentare proposte da lanciare nel primo semestre del 2008 e al quale possano partecipare gli attori di tutti i centri urbani importanti della Grecia.

Se altre aree possono chiedere sovvenzioni a favore di attività analoghe, il concetto di polo di sviluppo è uno strumento volto a promuovere, in una specifica regione geografica con le caratteristiche necessarie, interventi concentrati e coordinati soprattutto nel campo dell’innovazione, della ricerca e dello sviluppo tecnologico, del trasferimento di conoscenza, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché relativi a centri di eccellenza per istruzione e formazione.

 
 

(1) GU L 291 del 21.10.2006.

 

Interrogazione n. 60 dell'on. Danutė Budreikaitė (H-0492/07)
 Oggetto: Politica regionale
 

Obiettivo della politica regionale dell'UE, attuata con il contributo di uno dei Fondi strutturali, il Fondo europeo di sviluppo regionale, è la riduzione del divario di sviluppo tra le regioni.

La Lituania è classificata come regione, e riceve inoltre aiuti in quanto considerata regione unica. Sotto il profilo geografico e dal punto di vista della tradizione culturale, tuttavia, la Lituania si compone di quattro regioni, chiaramente distinte l'una dall'altra per quel che concerne il livello di sviluppo. Esse presentano differenze in relazione al grado di sviluppo economico, alla situazione occupazionale e alle problematiche sociali.

Può la Commissione indicare le possibilità esistenti perché si attui una politica regionale più flessibile? Potrebbe la Lituania ricorrere al Fondo europeo di sviluppo regionale in modo non decentrato, così da concedere alle regioni stanziamenti corrispondenti al loro livello di sviluppo e rispondenti alla necessità di uniformare il grado di sviluppo all'interno del paese? Quali misure potrebbe adottare la Lituania per realizzare un simile approccio?

 
  
 

La decisione riguardo alle strutture da adottare per attuare la politica regionale europea rientra nella sfera di competenza degli Stati membri. La Commissione ne garantisce la conformità con le disposizioni del quadro normativo, come nel caso della Lituania che, rispetto al periodo 2004-2006, ha intrapreso una serie di azioni intese a migliorare la ripartizione a livello regionale dei finanziamenti.

In particolare, il quadro di riferimento strategico nazionale (QRSN) per il 2007-2013 prevede un sostegno mirato a favore di un certo numero di centri di crescita economica regionali e territori problematici, fornendo assistenza in termini di sviluppo economico, sociale e culturale alle aree geografiche selezionate.

La Lituania ha anche individuato nello sviluppo regionale uno dei quattro temi orizzontali del QRSN, al fine di garantire un approccio globale della strategia, e uno degli obiettivi che si è posta è di impedire che si registri un aumento, da qui al 2013, del divario tra il livello di sviluppo delle regioni più povere e la media della Lituania.

La Commissione incoraggia gli Stati membri ad aderire ai principi di partenariato e di sussidiarietà onde assicurare che le esigenze delle regioni e dei territori locali siano affrontate con la debita considerazione e che le autorità locali, che partecipano al processo decisionale, siano titolari dei progetti individuati nel contesto dello sviluppo di queste politiche regionali. Il QRSN 2007-2013 e i rispettivi programmi operativi hanno pienamente tenuto conto di questi principi. La Lituania ha migliorato in misura sostanziale – grazie alla creazione di 11 gruppi di lavoro per un totale di 376 membri – la partecipazione dei partner, tra cui autorità regionali e locali, all’elaborazione del quadro di riferimento strategico nazionale rispetto alla programmazione del periodo 2004-2006. Queste autorità saranno rappresentate in sede di comitati di controllo dei programmi, il che permetterà loro di essere adeguatamente informate in merito agli sviluppi e ai risultati registrati dai programmi pertinenti.

Il QRSN 2007-2013 contempla un programma operativo specifico finalizzato alla promozione della coesione. Si propone di stimolare la coesione sociale ed economica garantendo un ambiente con caratteristiche simili a prescindere dal luogo in cui si vive. La prima priorità è intesa alla creazione delle necessarie precondizioni per rafforzare il potenziale di sviluppo locale, la seconda mira ad assicurare che l’assistenza sanitaria, l’istruzione e le istituzioni statali di promozione dell’occupazione offrano servizi pubblici essenziali accessibili e di elevata qualità, e la terza priorità è intesa a migliorare la qualità dell’ambiente con una particolare attenzione riservata al potenziamento dell’efficienza energetica.

Inoltre, il QRSN prevede un maggiore coinvolgimento dei consigli regionali nella gestione di problematiche che rientrano nella sfera di competenza delle autorità locali, questioni che nell’ambito del programma 2004-2006 sono state amministrate a livello centrale. I consigli regionali procederanno a una prima selezione dei progetti di investimento e le autorità locali saranno responsabili della loro attuazione.

 

Interrogazione n. 61 dell'on. Johan Van Hecke (H-0495/07)
 Oggetto: Discriminazione in materia di mutuo ipotecario
 

In Belgio e nei Paesi Bassi sono vigenti normative diverse in materia di detrazione fiscale degli oneri ipotecari: per un belga un mutuo ipotecario è deducibile soltanto in maniera limitata (per quanto riguarda sia l'importo sia il periodo), mentre per un olandese gli interessi sono deducibili in maniera illimitata. Le banche olandesi offrono ai debitori ipotecari (anche in caso di acquisto di beni immobili in Belgio) formule che in Belgio non esistono, come i mutui ipotecari senza estinzione dell'ipoteca. Dato che i prezzi dei beni immobili sono nei Paesi Bassi molto più elevati che in Belgio, gli olandesi sono ben disposti a pagare degli importi superiore al valore di mercato per l'acquisto di beni immobili nella zona di confine, la qual cosa, a parità di reddito, è spesso impossibile per i belgi a motivo dei diversi sistemi fiscali. I beni immobili delle aree di frontiera risultano pertanto avere un valore superiore all'effettivo prezzo di mercato.

Non ritiene la Commissione che nella fattispecie si tratti di una discriminazione del contribuente belga rispetto al contribuente olandese? Sulla base di normative diverse possono le banche offrire agli olandesi altre forme di mutuo ipotecario rispetto ai belgi? Non costituisce ciò una violazione dell'articolo 49 del trattato CE?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza dell’esistenza di pratiche applicate dalle banche private che prevedono una differenza di trattamento tra residenti e non residenti.

Queste pratiche possono essere la conseguenza di diverse norme fiscali o basarsi su considerazioni di natura esclusivamente commerciale.

In mancanza di un’armonizzazione della normativa fiscale, il trattamento fiscale previsto per i mutui ipotecari è una questione di competenza di ciascun singolo Stato membro. Le disparità che emergono sotto il profilo degli oneri fiscali non costituiscono discriminazioni vietate a norma del Trattato CE.

Nei casi in cui le differenze si fondano su considerazioni commerciali dell’istituto di credito, la Commissione non è in genere nella posizione di intraprendere al riguardo la benché minima azione.

 

Interrogazione n. 62 dell'on. Mia De Vits (H-0499/07)
 Oggetto: Revisione della direttiva riguardante il comitato aziendale europeo (94/45/CE)
 

Nella risposta scritta del 19 giugno 2006 all'interrogazione H-0421/07 sulla chiusura dell'impresa Nexans a Huizingen (Belgio), la Commissione dichiara di avere allo studio diverse opzioni per far sì che i comitati aziendali europei possano esercitare pienamente il loro diritto all'informazione e alla consultazione.

Può la Commissione far sapere di quali opzioni si tratta? Intende proporre un miglioramento della direttiva e, in caso affermativo, secondo quale calendario? Almeno tre direttive diverse (94/45/CE(1), 2001/23/CE(2), 2005/56/CE(3)) menzionano l'informazione e la consultazione. Ha senso intervenire contemporaneamente su tre direttive che, sostanzialmente, affrontano tutte la stessa problematica (informazione e consultazione dei lavoratori in caso di ristrutturazioni tranfrontaliere)? Non sarebbe più efficace mettere a punto un unico strumento globale?

Nella stessa risposta la Commissione afferma che Nexans Harnesses non ha ricevuto aiuti europei in Slovacchia. Può la Commissione far sapere se l'impresa ha beneficiato di aiuti europei in altri Stati membri?

 
  
 

La direttiva 2002/14/CE che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori(4) è il principale strumento legislativo comunitario che disciplina l’informazione e la consultazione dei lavoratori a livello nazionale. La direttiva 98/59/CE(5) e la direttiva 2001/23/CE(6) prevedono un’informazione e una consultazione a livello nazionale, nonché altre disposizioni, nelle circostanze particolari dei licenziamenti collettivi e dei trasferimenti d’impresa. A livello transnazionale, l’informazione e la consultazione dei lavoratori sono disciplinate in generale dalla direttiva 94/45/CE relativa ai comitati aziendali europei(7). Le direttive 2001/86/CE(8), 2003/72/CE(9) e 2005/56/CE(10) sono applicabili nei casi particolari di costituzione di società europee o società cooperative europee, nonché di fusioni transfrontaliere di società e non regolamentano solo l’informazione e la consultazione dei lavoratori, ma anche altri modi di coinvolgimento degli stessi e questioni attinenti al diritto societario.

La Commissione intende rafforzaree la coerenza tra questi strumenti legislativi comunitari. Inoltre, è impegnata nel vaglio di soluzioni che permettano di ovviare ai problemi constatati nell’applicazione pratica della direttiva sui comitati aziendali europei, nonché di garantire l’effettività dei diritti d’informazione e di consultazione dei lavoratori. Essa analizza tale questione nel quadro dell’elaborazione della relazione sull’applicazione della direttiva 2002/14/CE. In merito alla possibilità di revisione della normativa, la Commissione rimanda alla risposta fornita all’interrogazione H-0421/07.

Per quanto riguarda un eventuale sostegno accordato da altri Stati membri alla Nexans Harnesses, considerate le scadenze estremamente brevi, non siamo purtroppo ancora in grado di dare una risposta esaustiva.

A tutt’oggi possiamo confermare i dati seguenti:

- Non è stata concessa alcuna sovvenzione a titolo dell’FSE alla Nexans Harnesses in Danimarca per il periodo 2000-2007.

- Non è stata concessa alcuna sovvenzione a titolo dell’FSE alla Nexans Harnesses in Germania.

- Non è stata concessa alcuna sovvenzione alla Nexans Harnesses in Estonia, Svezia, Lituania, Finlandia, Belgio.

- Secondo le informazioni fornite dalle autorità di gestione di Polonia, Cipro e Grecia, la Nexans Harnesses non ha beneficiato di alcun aiuto a titolo del Fondo sociale europeo.

Per quanto attiene all’Italia, la Commissione non dispone di alcun elemento che indichi l’eventuale concessione di contributi all’impresa in questione. Ci riserviamo il diritto di rivolgerci, se del caso, alle autorità di gestione interessate, onde chiedere ragguagli più concreti in materia.

- La Commissione si è messa in contatto con le autorità spagnole, dalle quali tuttavia non è ancora pervenuta alcuna risposta. Non mancheremo di informare l’onorevole parlamentare non appena possibile.

La Commissione è in attesa di informazioni da parte di altri Stati membri.

 
 

(1) GU L 254 del 30.9.1994, pag. 64.
(2) GU L 82 del 22.3.2001, pag. 16.
(3) GU L 310 del 25.11.2005, pag. 1.
(4) Direttiva 2002/14/CE del Parlamento e del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 marzo 2002 che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori, GU L 80 del 23.03.2002.
(5) Direttiva 98/59/CE del Consiglio del 20 luglio 1998 concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, GU L 225 del 12.08.1998.
(6) Direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, GU L 82 del 22.03.2001.
(7) Direttiva 94/45/CE del Consiglio, del 22 settembre 1994, riguardante l’istituzione di un comitato aziendale europeo o di una procedura per l’informazione e la consultazione dei lavoratori nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie, GU L 254 del 30.09.1994.
(8) Direttiva 2001/86/CE del Consiglio, dell’8 ottobre 2001, che completa lo statuto della società europea per quanto riguarda il coinvolgimento dei lavoratori, GU L 294 del 10.11.2001.
(9) Direttiva 2003/72/CE del Consiglio, del 22 luglio 2003, che completa lo statuto della società cooperativa europea per quanto riguarda il coinvolgimento dei lavoratori, GU L 207 del 18.08.2003.
(10) Direttiva 2005/56/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, relativa alle fusioni transfrontaliere delle società di capitali, GU L 310 del 25.11.2005.

 

Interrogazione n. 63 dell'on. Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (H-0501/07)
 Oggetto: Relazioni UE-Russia
 

Quest'autunno saranno trascorsi due anni da quando la Russia ha imposto un embargo sull'importazione di prodotti alimentari, inclusa la carne, dalla Polonia. Nonostante la posizione assunta dalla Commissione, secondo cui l'embargo russo dovrebbe essere levato senza ulteriori necessari ritardi, il problema è tuttora irrisolto. Al contempo, si stanno concludendo le preparazioni per l'ingresso della Russia nell'Organizzazione mondiale del commercio.

Se non si otterranno progressi sull'embargo, intende l'Unione europea approfittare di tale foro per obbligare la Russia a risolvere la questione prima del suo ingresso nell'OMC?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza della situazione relativa all’embargo imposto dalla Russia sulle esportazioni di carne dalla Polonia e ritiene che sia di estrema importanza trovare una soluzione alla questione, che già si è protratta per troppo tempo. La Commissione è dell’avviso che il divieto russo alle esportazioni di carne dalla Polonia sia sproporzionato e che pertanto debba essere eliminato senza attendere oltre.

La Commissione prosegue i propri sforzi a livello tecnico e politico, lavorando in stretto coordinamento con la Polonia e la Presidenza dell’UE. E’ parere della Commissione che si debba ricercare una soluzione al problema innanzi tutto attraverso un costante lavoro degli esperti incaricati. La questione, tuttavia, da un punto di vista sistemico rientra anche tra gli argomenti di discussione in campo sanitario e fitosanitario nel quadro dei negoziati di adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Com’è ovvio, questi temi sono correlati con l’ingresso della Russia nell’OMC.

 

Interrogazione n. 64 dell'on. Anne E. Jensen (H-0502/07)
 Oggetto: Fondo di globalizzazione
 

Ultimamente sulla stampa si è riferito che vi è stato un interesse molto scarso per i finanziamenti dal fondo di globalizzazione. Da quanto il fondo è stato istituito nel 2006 pochissimi hanno richiesto una quota dei 500 milioni di euro della sua dotazione.

La Commissione vorrà riferire sullo stato del fondo? Quanti hanno richiesto finanziamenti a titolo del fondo di globalizzazione? E infine quali sono le condizioni per l'ammissibilità di una richiesta al detto fondo?

 
  
 

1. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è entrato in vigore all’inizio del 2007, con l’obiettivo di sostenere i lavoratori privati del loro impiego a causa dei cambiamenti nel commercio mondiale. Ogni anno può essere disponibile a tal fine un importo pari a 500 milioni di euro, somma che viene inscritta in una riserva del bilancio e utilizzata a seguito di richiesta della Commissione all’autorità di bilancio.

A oggi, la Commissione ha ricevuto tre richieste ufficiali per la concessioni di contributi a titolo del FEG, due dalla Francia e una dalla Germania, come specificato di seguito.

Una domanda presentata il 9 marzo 2007 e il cui iter si è concluso l’11 maggio 2007, relativa a oltre 1 000 licenziamenti che interessavano subappaltatori della Peugeot-Citroën (PSA). La Francia ha richiesto una sovvenzione pari a 2 558 250 euro a sostegno di 267 lavoratori privati del posto di lavoro a seguito del fallimento del datore di lavoro, un fornitore partner di PSA.

Una domanda presentata il 27 marzo 2007 e il cui iter si è concluso l’11 maggio 2007, relativa a oltre 1 000 licenziamenti che interessavano subappaltatori della Renault (RSA). La Francia ha richiesto una sovvenzione pari a 1 258 030 euro a sostegno di 628 lavoratori privati del posto di lavoro a seguito del fallimento del datore di lavoro, un fornitore partner di RSA.

Una domanda presentata il 27 giugno 2007, relativa a licenziamenti negli stabilimenti tedeschi di BenQ, fabbricante di Taiwan di telefoni cellulari. La Germania ha chiesto un contributo di 14 266 155 euro a sostegno di 3 300 lavoratori privati del loro impiego quando la BenQ ha deciso di sospendere tutti gli aiuti finanziari alle sue filiali in Germania.

La Commissione ha approvato le prime due proposte e le ha sottoposte all’attenzione dell’autorità di bilancio il 25 giugno 2007. La terza proposta è attualmente oggetto di disamina da parte della Commissione.

2. Il FEG interviene quando si è proceduto a oltre 1 000 licenziamenti in un’impresa e presso i suoi fornitori, o presso varie aziende di un unico settore industriale in una o due regioni contigue. Si possono prevedere deroghe per mercati del lavoro di portata ridotta o circostanze eccezionali, ma in entrambi i casi lo Stato membro che deposita la domanda deve giustificare la richiesta. Affinché si rendano disponibili risorse del FEG, lo Stato membro interessato deve presentare una domanda, che, tra l’altro, dimostri chiaramente il nesso tra i licenziamenti e i cambiamenti nel commercio mondiale.

 

Interrogazione n. 65 dell'on. Feleknas Uca (H-0503/07)
 Oggetto: Destituzione del signor Demirbas dalla funzione di sindaco e scioglimento del Consiglio municipale di Sur a seguito della decisione del sindaco di fornire servizi municipali multilingui alla popolazione locale
 

Il 5 gennaio 2007, il ministro turco degli Affari interni ha invitato il Consiglio di Stato a destituire il signor Demirbas dalla funzione di sindaco e a sciogliere il Consiglio municipale di Sur a seguito della decisione del sindaco di fornire servizi multilingui alla popolazione locale. Il Consiglio di Stato ha votato a favore della destituzione del signor Demirbas.

Come la Commissione giudica il contesto locale, giuridico e amministrativo in cui il ministero degli Affari interni ha intrapreso l'iniziativa di destituire il sindaco e sciogliere il Consiglio municipale?

Qual è il parere della Commissione sulla misura adottata dal ministero degli Affari interni nei confronti di tale dinamica locale intesa a promuovere la democrazia e le libertà culturali nella regione e in Turchia?

Secondo la Commissione, in quale misura tale situazione è prova di negligenza dei principi di democratizzazione nonché del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà culturali che non solo sono promossi dal Consiglio europeo, ma anche ufficialmente approvati dal governo turco tramite documenti europei quale la Carta europea dell'autonomia locale?

Quali misure intende la Commissione adottare per rispondere alle pressioni giuridiche, amministrative e psicologiche attualmente esercitate sui sindaci DTP e alla crescente tensione politica nella regione?

 
  
 

La Commissione è a conoscenza della decisione adottata dal Consiglio di Stato turco riguardo alla destituzione di Abdullah Demirbaş dalla funzione di sindaco e allo scioglimento del Consiglio municipale di Sur.

Secondo le informazioni a nostra disposizione, il giudice ha pronunciato la sentenza sulla base di argomentazioni secondo cui fornire servizi municipali multilingue al pubblico non è in linea con i principi costituzionali della Turchia, la lingua ufficiale dello Stato è il turco e, infine, che non si procederà all’insegnamento quale lingua madre di nessun’altra lingua che non sia il turco (rispettivamente articoli 3 e 42 della costituzione).

Come indicato nel partenariato di adesione del 2006, la Turchia deve garantire la diversità culturale e promuovere il rispetto e la protezione delle minoranze in conformità della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, dei principi definiti nella Convenzione quadro del Consiglio d’Europa per la protezione delle minoranze nazionali, nonché delle migliori prassi degli Stati membri. Sotto questo aspetto, la sentenza di primo grado del Consiglio di Stato è preoccupante.

E’ in corso un procedimento d’appello. La Commissione continuerà a seguire da vicino gli ulteriori sviluppi del caso e, se necessario, li affronterà con le autorità turche. La Commissione riferirà in merito nella sua relazione sui progressi compiuti, la cui pubblicazione è prevista per l’autunno 2007.

 

Interrogazione n. 66 dell'on. Karin Riis-Jørgensen (H-0504/07)
 Oggetto: Classi di azioni
 

Nel maggio 2007 è stata pubblicata la ricerca ISS sulla proporzionalità tra capitale e controllo delle società quotate in borsa. E' risultato che tutti i 16 paesi interrogati hanno differenti classi di azioni. La ricerca non ha dato nessuna dimostrazione chiara del fatto che classi di azioni differenti ostacolino gli investimenti o danneggino la concorrenza.

La ripartizione in classi di azioni non sembra ostacolare il numero dei trasferimenti di impresa. E una ripartizione delle azioni come ad esempio quella che si ha in Danimarca non pone nessun ostacolo alla trasparenza degli investitori dell'impresa.

Pertanto si chiede alla Commissione di rispondere se non sono le società stesse nella miglior condizione per valutare come le proprie aziende debbano comporsi? Poiché la Commissione ha precedentemente affermato che non si desidera riesaminare la direttiva sulle imprese prima della revisione prevista per il 2009, non si dovrebbe, anche alla luce di una migliore agenda legislativa, astenersi dall'effettuare eventuali passi, quale ad esempio una raccomandazione prima di allora?

 
  
 

L’interrogazione dell’onorevole parlamentare fa riferimento a uno studio esterno sulla proporzionalità tra capitale e controllo, condotto di recente su richiesta della Commissione. La relazione finale è stata pubblicata su Internet il 4 giugno 2007(1). L’indagine fornisce una serie di utili elementi concreti riguardo alla questione della proporzionalità tra capitale e controllo delle società quotate in borsa. L’obiettivo dello studio era di ampio respiro al fine di tener conto delle preoccupazioni espresse, tra l’altro, dai paesi nordici. Tra gli aspetti esaminati nell’ambito dell’indagine figuravano le azioni con diritti di voto multipli, nonché altri meccanismi quali le limitazioni al diritto di voto, le azioni privilegiate senza diritto di voto, le strutture piramidali delle aziende, e così via.

Attualmente la Commissione è impegnata nell’analisi delle conclusioni dello studio. Sulla base dei risultati disponibili della ricerca accademica, non risulta che vi sia alcuna prova conclusiva a dimostrazione di un legame causale tra violazioni del principio di proporzionalità tra capitale e controllo e (1) la prestazione economica delle società quotate in borsa o (2) la loro corretta gestione. Tuttavia, da alcuni indizi emerge che gli investitori hanno una percezione negativa di questi strumenti e ritengono che una maggiore trasparenza risulterebbe molto utile per decidere quali investimenti effettuare.

Lo studio in questione è solo una tappa del processo. Costituirà un contributo alla valutazione d’impatto di cui si sta occupando la Commissione in questo periodo e che dovrebbe essere pubblicata nell’autunno 2007. Tale valutazione d’impatto terrà pienamente conto di aspetti di fondamentale importanza quale la libertà contrattuale nel contesto degli accordi speciali di voto.

La ricerca della Commissione relativa alla proporzionalità tra capitale e controllo è ancora in fase esplorativa. Fino alla pubblicazione dello studio in questione, la Commissione non aveva un’idea precisa dell’incidenza di questo aspetto sulle società europee quotate in borsa né se si ripercuotesse anche sulla loro prestazione economica. Ora che i dati sono accessibili, la Commissione verificherà, con mente aperta e sulla base di tutte le informazioni disponibili, se è necessaria una sua azione in questo settore e deciderà come procedere. Non è stata ancora presa alcuna decisione in materia ed è stata considerata anche l’eventualità di non intervenire.

 
 

(1) Cfr. http://ec.europa.eu/internal_market/company/shareholders/indexb_en.htm.

 

Interrogazione n. 67 dell'on. Diamanto Manolakou (H-0505/07)
 Oggetto: Sorveglianza dei lavoratori nei luoghi di lavoro
 

Negli ultimi tempi si va estendendo e generalizzando la collocazione di sistemi elettronici di sorveglianza dei lavoratori nei luoghi di lavoro (telecamere a circuito chiuso, tesserini elettronici di accesso, meccanismi per la raccolta di dati biometrici come le impronte digitali, ecc.). I motivi di sicurezza invocati dai datori di lavoro sono del tutto infondati, giacché motivi analoghi sussistevano anche in precedenza e esistono molti altri mezzi tecnici per la protezione e la sicurezza delle imprese che prescindono dalla sorveglianza dei lavoratori. Scopo delle imprese è invece quello di introdurre un clima terroristico tra i lavoratori controllando e estendendo l'accelerazione del lavoro e ponendo sotto sorveglianza il comportamento sociale e l'attività sindacale dei lavoratori. Nessuno sa quale uso sarà fatto da parte dei datori di lavoro degli archivi elettronici raccolti a seguito della sorveglianza in questione.

Stante che la sorveglianza è illegale e lede diritti democratici fondamentali oltre che i dati personali dei lavoratori, può la Commissione riferire se condanna tali attività delle imprese? Intende essa assumere provvedimenti per far rimuovere i sistemi di sorveglianza assicurando la libertà dell'azione sindacale nei luoghi di lavoro?

 
  
 

La direttiva 95/46/CE(1) fornisce il quadro giuridico relativo al trattamento dei dati personali nell’UE e stabilisce norme specifiche miranti a tutelare i diritti dei singoli. Tale quadro, nonché le leggi a livello nazionale in materia di protezione dei dati che attuano la direttiva in parola, si applica perfettamente alla questione dei dati personali dei dipendenti. La direttiva in questione è di natura generale e, in linea di principio, non contiene alcuna disposizione destinata a uno specifico settore occupazionale. Tuttavia, le sue disposizioni si applicano integralmente a qualsiasi trattamento dei dati personali, che sia o meno automatizzato, quali la videosorveglianza, i tesserini di accesso elettronici o i meccanismi di trattamento dei dati biometrici dei lavoratori.

Qualsiasi datore di lavoro, in quanto responsabile del trattamento dei dati personali dei propri dipendenti, è soggetto alle disposizioni della direttiva 95/46/CE e gli incombono di conseguenza una serie di obblighi, in particolare l’obbligo di informare adeguatamente i soggetti interessati, di notificare all’autorità di controllo qualsiasi trattamento di dati personali e di agire nel rispetto dei principi in materia di protezione dei dati indicati nella direttiva.

In conformità dei principi suesposti, i dati personali devono essere trattati lealmente e lecitamente, rilevati per finalità determinate, esplicite e legittime, adeguati, pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali vengono rilevati ed esatti e aggiornati (articolo 6 della direttiva).

Il gruppo per la tutela delle persone con riguardo al trattamento dei dati personali istituito in forza dell’articolo 29(2) ha pubblicato una serie di pareri e di documenti di lavoro sull’applicazione delle disposizioni comunitarie al trattamento dei dati personali dei lavoratori. Il testo principale è il parere n. 8/2001 sul trattamento dei dati personali nell’ambito dei rapporti di lavoro che affronta direttamente la questione e in cui si possono trovare i principali orientamenti per l’interpretazione delle disposizioni generali pertinenti della direttiva. Un altro documento attinente è il documento di lavoro riguardante la vigilanza sulle comunicazioni elettroniche sul posto di lavoro (WP55) del 29 maggio 2002. Inoltre, altri documenti del WP29 relativi alla protezione dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni, delle comunicazioni elettroniche e della videosorveglianza forniscono orientamenti che si applicano anche al trattamento dei dati personali nel contesto del luogo di lavoro(3).

La direttiva 95/46/CE sulla tutela dei dati è stata recepita in tutti gli ordinamenti giuridici nazionali dei 27 Stati membri. Alcuni di essi hanno previsto specifiche disposizioni relative all’occupazione(4) e/o pareri o codici di condotta adottati dall’autorità di controllo responsabile della tutela dei dati(5) che si occupa del controllo elettronico dei dipendenti sul luogo di lavoro. Il trattamento dei dati personali dei lavoratori è anche disciplinato, in taluni Stati membri(6), in conformità delle loro particolari tradizioni e pratiche nazionali, da accordi collettivi.

Le rispettive autorità nazionali responsabili della tutela dei dati sono competenti per la valutazione della legalità del trattamento dei dati personali dei lavoratori cui fa riferimento l’interrogazione dell’onorevole parlamentare, conformemente alle norme in materia definite dalla direttiva e alla legislazione nazionale sulla protezione dei dati.

 
 

(1) Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, GU L 281 del 23.11.1995.
(2) Il gruppo per la tutela delle persone con riguardo al trattamento dei dati personali, creato sulla base dell’articolo 29 della direttiva 95/46/CE, ha adottato alcuni pareri importanti in merito al trattamento dei dati personali nel quadro dell’occupazione, che sono reperibili su Internet al seguente indirizzo:
http://europa.eu.int/comm/internal_market/en/dataprot/wpdocs/index.htm.
(3) Raccomandazione n. 2/99, parere n. 2/2000 e parere n. 7/2000 del WP29, nonché trattamento dei dati personali tramite videosorveglianza (cfr. documento di lavoro WP 67 del 25 novembre 2002 e parere n. 4/2004 del WP29).
(4) Cfr., ad esempio, l’articolo 11 della legge del Lussemburgo del 2 agosto 2002 sulla tutela delle persone con riguardo al trattamento dei dati personali e la normativa finlandese n. 759/2004 sulla protezione privaci sul luogo di lavoro.
(5) Cfr., ad esempio, Belgio, Francia, Grecia, paesi Bassi, Regno Unito, Portogallo.
(6) Cfr., ad esempio, Belgio e Danimarca.

 

Interrogazione n. 68 dell'on. Georgios Toussas (H-0509/07)
 Oggetto: Disastro ambientale a Santorino per il naufragio della "Sea Diamond"
 

Mentre la "Sea Diamond", nave da crociera affondata al largo di Santorino il 5 aprile 2007, continua a causare distruzioni nell'ambiente marino dell'area, la società armatrice "Hellenic Louis Cruises" con la copertura del Ministero della marina mercantile si rifiuta di procedere allo svuotamento dei carichi di carburanti, lubrificanti e altri liquidi tossici che fuoriescono dalle stive della nave affondata. Le attività poste in essere dal competente Ministero della marina mercantile che continua a elevare multe alla società armatrice non hanno nessun esito in quanto la distruzione dell'ambiente marino dell'isola continua. Questo ostruzionismo calcolato - derivante dalla collusione tra la società "Hellenic Louis Cruises" e il Ministero della marina mercantile - ha suscitato la costernazione degli abitanti di Santorino per questa catastrofe ambientale.

In che modo intende la Commissione contribuire all'attuazione delle proposte formulate dagli amministratori pubblici di Santorino e della zona in generale per l'immediata aspirazione dalle stive della nave di carburanti, lubrificanti e altri liquidi tossici, per il recupero della "Sea Diamond", come pure per il ripristino dell'ambiente marino dell'isola?

 
  
 

Il meccanismo comunitario di protezione civile è stato istituito con la decisione 2001/79/CE, Euratom. Qualora uno Stato membro non disponga di capacità sufficienti per rispondere a un disastro, può avvalersi dell’aiuto del meccanismo al fine di disporre le competenze o gli strumenti supplementari offerti dagli Stati partecipanti al meccanismo.

Il centro di informazione e monitoraggio della Commissione si è messo in contatto con le autorità elleniche e l’Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA) al fine di valutare le conseguenze, soprattutto ai danni dell’ambiente, della catastrofe causata dal naufragio della Sea Diamond.

Inoltre, la Comunità europea può mettere a disposizione degli Stati membri un’assistenza operativa in materia di lotta all’inquinamento causato dalle navi attraverso le attività dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima, che è attiva dal 2004 e può avvalersi in particolare di navi antinquinamento. Spetta allo Stato membro interessato e responsabile della protezione dell’ambiente richiedere, se del caso, attraverso il meccanismo comunitario di protezione civile, l’intervento delle capacità operative dell’EMSA.

Nella fattispecie, la Grecia non ha sollecitato l’assistenza del meccanismo.

Conformemente al principio di sussidiarietà, la Commissione non può pronunciarsi in merito alle discussioni tra autorità nazionali, regionali e locali in Grecia riguardo al trattamento del relitto.

 

Interrogazione n. 69 dell'on. Silvia-Adriana Ţicău (H-0513/07)
 Oggetto: Estensione dell'elenco di trenta progetti prioritari nell'ambito della rete transeuropea dei trasporti
 

Con l'adesione della Romania e della Bulgaria l'Unione europea si affaccia ormai sul Mar Nero e il corso del Danubio è diventato nella quasi totalità una via navigabile interna. Nel 2004 la Commissione ha approvato un elenco di trenta progetti prioritari per la rete transeuropea dei trasporti, che comprende i nuovi Stati membri.

Nel quadro della politica di vicinato dell'Unione europea la Commissione si è proposta di estendere i principali assi di trasporto europei ai paesi vicini. Tenuto conto dei cinque assi transnazionali definiti nel 2005 dal Gruppo di alto livello e della proposta di revisione dei progetti di trasporto europeo nel 2008, può la Commissione indicare quali sono i nuovi progetti di trasporto (e le corrispondenti dotazioni) con cui l'Unione europea intende valorizzare l'accesso al Mar Nero? Quali sono i nuovi progetti prioritari di trasporto europeo connessi alla situazione di vicinato con la Moldova e l'Ucraina?

 
  
 

La rete transeuropea dei trasporti (TEN-T), quale modificata dalla decisione n. 884/2004/CE, ha cambiato l’elenco di progetti prioritari con l’obiettivo specifico di integrare le reti dei 12 nuovi Stati membri. L’elenco comprende 30 assi prioritari, quattro dei quali garantiscono l’accesso al Mar Nero attraverso collegamenti stradali, ferroviari, marittimi e attraverso vie navigabili interne.

I quattro progetti prioritari sono:

n. 7: asse autostradale Igoumenitsa/Patrasso-Atene-Sofia-Budapest che comprende un tratto fino a Constanţa,

n. 18: asse fluviale Reno/Mosa-Meno-Danubio,

n. 21: autostrade del mare dell’Europa sudoccidentale, nel cui ambito potrebbe essere previsto un collegamento tra il Mare Nero e il Mediterraneo, e

n. 22: asse ferroviario Atene-Sofia-Budapest-Vienna-Praga-Norimberga/Dresda che comprende un tratto fino a Constanţa.

I progetti relativi a questi quattro assi possono beneficiare del cofinanziamento a titolo del bilancio della TEN-T e, nel caso della Romania, vi può concorrere anche il Fondo di coesione.

Per quanto riguarda i collegamenti tra l’UE e i paesi confinanti, la Commissione(1) ha appoggiato la proposta di 5 assi transnazionali presentata dal gruppo di alto livello: si tratta dei principali assi in termini di commercio internazionale a livello di Unione che già oggi fanno fronte a enormi flussi di traffico.

I collegamenti bilaterali tra la Romania e la Moldavia non rientrano in questo esercizio, ma erano contemplati dai quadri di cooperazione regionale. La Comunità può contribuire a sostenere questi quadri di cooperazione avvalendosi di adeguati meccanismi di finanziamento quali il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale nel caso degli investimenti su territorio comunitario, e il Fondo di investimento per la politica di vicinato per gli investimenti all’interno dei paesi. Secondo le informazioni di cui dispone la Commissione, i lavori di ristrutturazione delle infrastrutture stradali sono già in corso in territorio moldavo nella prospettiva di migliorare i collegamenti con le TEN in Romania, con l’appoggio della BERS(2).

 
 

(1) Comunicazione COM(2007) 32 del 31.01.2007.
(2) Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

 
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