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RC-B6-0362/2007

Discussioni :

PV 26/09/2007 - 11
CRE 26/09/2007 - 11

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PV 27/09/2007 - 9.4
CRE 27/09/2007 - 9.4
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Discussioni
Mercoledì 26 settembre 2007 - Strasburgo Edizione GU

11. Operazione PESD all'est del Ciad e al nord della Repubblica centrafricana (dicussione)
PV
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sull’operazione PESD all'est del Ciad e al nord della Repubblica centrafricana.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. − (PT) Grazie, signor Presidente. La Presidenza portoghese apprezza la possibilità di scambiare alcune riflessioni sull’eventualità di un’operazione condotta nel quadro della PESD (politica europea in materia di sicurezza e di difesa) nel Ciad orientale e nel nord-est della Repubblica centrafricana. Il conflitto nel Darfur rimane una delle priorità della politica estera dell’Unione europea. Sono per noi motivo di soddisfazione i recenti progressi compiuti, segnatamente e primo fra tutti l’annuncio che il 27 ottobre s’inizieranno, sotto gli auspici delle Nazioni Unite e dell’Inviato speciale dell’Unione Africana, le discussioni volte a trovare una soluzione pacifica al conflitto e che aumenteranno le prospettive di pace nel Darfur. In secondo luogo, consideriamo positiva anche l’adozione all’unanimità della risoluzione 1769 del Consiglio di sicurezza che istituisce l’UNAMID (operazione ibrida Unione Africana/Nazioni Unite nel Darfur), che imprimerà una nuova dinamica agli sforzi profusi per risolvere il conflitto nel Darfur.

Ciononostante, se vogliamo che questi sforzi diano dei risultati, il conflitto nel Darfur deve essere affrontato in un contesto regionale più ampio. L’impatto negativo del conflitto sulla situazione umanitaria e di sicurezza nei paesi limitrofi, in particolare il Ciad e la Repubblica centrafricana, desta serie preoccupazioni. A nostro avviso, non è possibile pervenire a una soluzione durevole per il conflitto nel Darfur senza stabilizzare la situazione in questi paesi confinanti.

Come sapete, nelle sue conclusioni del 23 luglio, il Consiglio ha sottolineato l’urgenza di contenere l’impatto destabilizzante della crisi nel Darfur sulla situazione umanitaria e di sicurezza nei paesi limitrofi e ha ribadito il suo sostegno allo spiegamento di una presenza pluridimensionale dell’ONU nel Ciad orientale e nel nord-est della Repubblica centrafricana.

Il Consiglio ha inoltre deciso di continuare il suo lavoro di pianificazione ai fini di un’eventuale decisione su un’operazione ponte, chiamata “bridging operation”, nel quadro della politica europea di sicurezza e di difesa, a sostegno della presenza pluridimensionale dell’ONU, allo scopo di migliorare la sicurezza in queste aree.

I preparativi di quest’operazione si sono svolti durante l’estate. Il 12 settembre, il Consiglio ha adottato il concetto di gestione della crisi che definisce i principali parametri di pianificazione di quest’operazione ponte. Particolare enfasi viene posta sull’obiettivo di proteggere i civili in pericolo, in particolare i rifugiati e gli sfollati, e di agevolare l’invio di aiuti umanitari rafforzando la sicurezza nella regione.

Riguardo alla situazione politica interna di questi due paesi, il Consiglio ritiene che la missione debba conservare la sua indipendenza, imparzialità e neutralità. Sono in corso i lavori di pianificazione basati su questo concetto, in conformità con le procedure UE in materia di gestione delle crisi. Le misure successive da adottare saranno l’approvazione di un’azione comune sul concetto d’operazione e di pianificazione delle operazioni, inclusa la composizione della forza. L’operazione durerà un anno ed è previsto che venga sostituita da una missione multinazionale dell’ONU. Tutte le operazioni PESD in Ciad e nella Repubblica centrafricana devono basarsi sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU e verranno condotte in stretta consultazione con l’ONU e i nostri partner africani.

Noi, Unione europea, plaudiamo alla dichiarazione resa dal Presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 27 agosto, nella quale manifesta la disponibilità del Consiglio di sicurezza ad autorizzare la presenza di una forza pluridimensionale nel Ciad orientale e nel nord-est della Repubblica centrafricana. Le operazioni dell’Unione europea nel Ciad e nella Repubblica centrafricana devono essere accompagnate da iniziative politiche che permettano di affrontare la dimensione regionale del conflitto nel Darfur, in particolare devono essere sostenuti gli sforzi volti a normalizzare le relazioni tra il Ciad e il Sudan, conformemente agli accordi di Tripoli e di Riyadh. Il Sudan, il Ciad e la Repubblica centrafricana dovrebbero inoltre essere incoraggiati a rispettare gli impegni assunti a non sostenere i movimenti ribelli che operano dai loro territori contro uno qualsiasi degli altri paesi.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’. ROURE
Vicepresidente

 
  
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  Louis Michel, Membro della Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, con l’adozione ieri da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1778/2007 sullo spiegamento di una forza internazionale nella parte orientale del Ciad e nel nord-est della Repubblica centrafricana, le porte sono adesso aperte all’approvazione da parte del Consiglio dell’Unione europea, nei prossimi giorni, di un’operazione PESD in questi paesi. Si tratta chiaramente di uno sviluppo importante che credo dovremmo accogliere con soddisfazione. Le regioni interessate dall’operazione sono caratterizzate attualmente da una situazione di generale instabilità e insicurezza che colpisce centinaia di migliaia di civili, obbligati a vivere in condizioni di estrema vulnerabilità. Come sapete, la situazione non può essere spiegata con il solo effetto domino che la crisi nel Darfur produce sul Ciad e sulla Repubblica centrafricana. Vi sono anche motivi endogeni, peculiari a questi due paesi, specialmente nel caso del Ciad.

La stabilità in queste aree del Ciad e della Repubblica centrafricana può essere garantita solo se l’azione internazionale e quella dell’Unione europea in particolare includono i seguenti fattori. In primo luogo, la qualità della presenza militare e di polizia in Ciad e nella Repubblica centrafricana, in secondo luogo un approccio che non si limiti alla sicurezza, ma che comprenda anche gli aiuti e la politica, e infine la capacità di contenere e di arginare ogni interferenza in Ciad e nella Repubblica centrafricana da parte del Sudan e della regione del Darfur.

Vediamo il primo punto: questo è un campo che rientra nel secondo pilastro. I membri del Consiglio hanno espresso la loro opinione in materia e senza dubbio lo rifaranno nei prossimi giorni. Un elemento importante da prendere in considerazione nello spiegamento di questa forza europea di protezione è ovviamente la necessità di proteggere lo spazio umanitario. E’ per questo che i miei servizi presso ECHO hanno collaborato strettamente con i pianificatori militari del Consiglio allo scopo di garantire il rispetto dei rispettivi mandati e un alto livello di cooperazione tra i militari e le agenzie umanitarie. Abbiamo insistito per ottenere la presenza sul terreno di ufficiali di collegamento della forza europea di protezione al fine di assicurare il collegamento e lo scambio permanente d’informazioni con le organizzazioni umanitarie.

Adesso passiamo al secondo punto. Le misure di aiuto previste dalla Commissione comprendono tre aspetti. Il primo, l’appoggio in materia di sicurezza alle operazioni di polizia ciadiana, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Si tratterà essenzialmente di finanziare l’addestramento di 800 ufficiali di polizia ciadiani incaricati di garantire l’ordine nei campi profughi. E’ di cruciale importanza che quest’azione di polizia sia esemplare. E’ anche molto importante che sia ben accolta dalla popolazione locale. A questo scopo, prima della fine del 2007 verranno stanziati fondi per 10 milioni di euro finanziati dallo strumento di stabilità.

Ora passiamo alle misure umanitarie. Nel 2007, la Commissione ha destinato 30,5 milioni di euro all’aiuto umanitario di emergenza e ai programmi di aiuto multisettoriali a favore dei rifugiati e degli sfollati interni nonché delle comunità di accoglienza nel Ciad. La Repubblica centrafricana ha ricevuto 8 milioni di euro e una somma simile verrà stanziata nel 2008.

Il terzo elemento riguarda la reintegrazione e la riabilitazione. A breve, fondi supplementari per circa 13,1 milioni di euro a titolo del nono Fondo europeo per lo sviluppo verranno mobilitati a favore del Ciad e della Repubblica centrafricana. Il programma è inteso come proseguimento delle attività di ECHO nel quadro di una strategia di riabilitazione e di transizione verso lo sviluppo.

Onorevoli colleghi, queste misure d’aiuto sono necessarie ma devono essere accompagnate da misure che riguardano il processo politico. Se vogliamo garantire una stabilità duratura, l’azione internazionale ed europea deve essere integrata da diverse attività volte al ripristino dello Stato di diritto, al rilancio della governance economica, alla riforma del sistema della giustizia e della sicurezza e al proseguimento del dialogo politico tra il governo e i partiti d’opposizione. E’ chiaramente un elemento importante, soprattutto in vista delle elezioni del 2009.

La Commissione continuerà a promuovere quest’approccio globale in Ciad e nella Repubblica centrafricana. Allo stesso modo, la Commissione è pienamente attiva per risolvere il conflitto nel Darfur, non solo fornendo aiuti umanitari e per la ricostruzione, ma anche fornendo supporto al processo negoziale e di mediazione, nel quale siamo ovviamente estremamente coinvolti. A tale riguardo, ho recentemente informato il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e il Presidente dell’Unione africana, Konaré, che la Commissione fornirà un contributo al Darfur Trust Fund per sostenere i negoziati. Inoltre, la Commissione finanzia iniziative volte a garantire il coinvolgimento e la partecipazione della società civile darfuriana al processo di risoluzione del conflitto.

 
  
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  Karl von Wogau, a nome del gruppo PPE-DE. (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, la situazione umanitaria in Ciad, soprattutto lungo la frontiera con il Sudan lunga 1 360 km, ma anche nelle zone al confine con la Repubblica centrafricana, rende a mio avviso necessario l’intervento della comunità internazionale.

Alcuni giorni fa sono stato io stesso in Ciad e ho potuto farmi un’idea della situazione. Più di 400 000 rifugiati e sfollati sono ospitati nei campi nella zona di frontiera. I campi sono permanentemente sotto la minaccia dei banditi e di bande di saccheggiatori, ma anche delle milizie janjaweed provenienti dal Sudan. La situazione in aperta campagna è ancora più difficile. La mancanza di sicurezza spinge sempre più persone a cercare rifugio nei campi profughi.

Per aiutare ad alleviare la terribile situazione di queste persone bisogna migliorare la sicurezza nella regione in modo che possano tornare alle loro case. E’ una sfida difficile e da gestire è necessario dividersi gli oneri. Le Nazioni Unite si sono assunte l’incarico di formare le forze di polizia che potranno poi collaborare con le forze di sicurezza. D’altra parte, è stato chiesto all’Unione europea di fornire truppe in grado di tenere lontani gli janjaweed e i banditi e di prevenire gli attacchi ai rifugiati, agli sfollati e alla popolazione civile.

Con questo progetto di risoluzione, il Parlamento approva quest’operazione, ma alle seguenti condizioni: primo, come lei ha fatto notare, signora Presidente, i negoziati politici devono continuare, perché in definitiva abbiamo bisogno di una soluzione politica. Tuttavia, se inviamo truppe, queste devono avere un solido mandato che permetta realmente loro di dissuadere gli janjaweed e i banditi.

Dobbiamo rendere sicura una vasta zona. Le truppe devono quindi essere abbastanza consistenti da ottenere risultati concreti in materia di sicurezza. Deve essere chiaro che questa è una forza europea che coinvolge diverse nazione europee. L’EUFOR deve essere anche dotata dell’equipaggiamento necessario per adempiere il suo mandato. Considerata la forza relativamente modesta delle truppe e l’ampiezza delle zone di frontiera, ciò significa che sono necessarie capacità straordinarie di intelligence e di trasporto, perché le truppe devono poter determinare rapidamente dove si trova la minaccia e devono poter raggiungere celermente la località in questione.

In nessun caso deve crearsi una situazione in cui, a causa del mandato stesso o per carenza di equipaggiamento, la forza europea in Ciad riesca a proteggere solo se stessa senza essere in grado di adempiere il proprio mandato. Un’altra condizione imposta dal Parlamento europeo è che deve essere definita una chiara strategia di uscita che preveda come e da chi l’EUFOR venga sostituita al termine della sua prevista durata operativa di un anno.

Nel presente progetto di risoluzione, il Parlamento europeo sottolinea anche che, alla luce della complessa situazione politica nella regione, questa forza europea in Ciad dovrebbe agire come forza neutrale per la sicurezza e la protezione della popolazione civile. Lo scorso anno, lo spiegamento dell’EUFOR in Congo ha reso palese quanto importanti siano per il successo di un’operazione un’imparzialità e un’indipendenza credibili.

Nella situazione attuale, istituendo una forza per il periodo limitato di un anno, l’Unione europea può fornire un importante contributo al miglioramento della situazione umanitaria e al sostegno dell’Unione africana in un momento in cui si assume più responsabilità nella regione. Entrambi questi aspetti sono necessari e quindi vi chiedo di votare a favore di questa risoluzione.

 
  
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  Ana Maria Gomes, a nome del gruppo PSE. – (PT) La risoluzione 1778 del Consiglio di sicurezza, adottata ieri, stabilisce che la situazione nella regione alla frontiera tra il Sudan, il Ciad e la Repubblica centrafricana costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali.

La risoluzione di questo parlamento riconosce l’urgenza della situazione e la responsabilità dell’Unione europea a prestare la sua protezione. La stragrande maggioranza dei membri di questa camera è d’accordo con le ONG umanitarie sul terreno, con i rifugiati della regione che vivono in condizioni miserevoli e in un clima di costante paura e con il Segretario generale delle Nazioni unite. Tutti parlano dell’urgenza di una presenza internazionale in questa regione, che deve comprendere una forte componente militare. Nessun paese o organizzazione multilaterale è più idonea dell’Unione europea ad adempiere appieno il mandato fissato dalla risoluzione 1778. La PESD (polizia europea di sicurezza e difesa) è ormai pronta ed esiste proprio per queste emergenze.

In questo contesto, riguardo all’invio di una forza militare dell’UE nella regione, il Consiglio e la Presidenza portoghese possono contare sull’appoggio di principio del Parlamento. Tuttavia, alcuni aspetti della missione destano la preoccupazione del Parlamento europeo. Primo, temiamo che la riluttanza degli Stati membri a fornire forze dotate del personale e dell’equipaggiamento militare minimo necessario possa ridurre notevolmente la sua efficacia. Aggiungeremmo che più piccoli sono i contributi degli altri Stati membri, più consistente sarà la componente francese della forza. La percezione d’imparzialità di questa missione è fondamentale per il suo successo e nella regione la Francia non è considerata un attore neutrale.

In secondo luogo, il Parlamento chiede che questa forza sia accompagnata da un’offensiva diplomatica nella regione al fine di far progredire il processo di riconciliazione nazionale all’interno del Ciad e della Repubblica centrafricana. Le cause dell’instabilità, benché legate al dramma del Darfur, sono anche interne e possono essere superate solo con processi politici interni. Come affermato nella proposta di risoluzione del Parlamento, senza un sincero processo politico di riconciliazione nella regione, l’operazione dell’Unione europea, la cui durata prevista è di 12 mesi, non può contribuire in modo sostanziale alla pace nella regione.

Infine, il Parlamento accoglie con favore il mandato della forza che agirà ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. E’ necessario che questo mandato sia interpretato in modo corretto sul terreno e che le truppe europee siano proattive nel proteggere i civili in pericolo, creando uno spazio umanitario per le organizzazioni internazionali e proteggendo la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica centrafricana e in Ciad (MINURCAT). Da Kigali a Srebrenica, la storia recente è piena di tragici esempi di civili inermi che pagano il prezzo della timidezza e degli scrupoli eccessivi delle truppe internazionali.

Speriamo che un giorno quest’operazione possa essere considerata un modello esemplare della PESD e del multilateralismo efficace in azione, ma anche una prova doverosa della volontà dell’Unione europea di rafforzare le Nazioni Unite e di contribuire alla risoluzione dei conflitti in conformità con il diritto internazionale e la responsabilità di protezione che questo sancisce.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck, a nome del gruppo ALDE. – (NL) Signora Presidente, onorevoli colleghi, come è già stato detto diverse volte, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ieri, ha votato all’unanimità a favore di una presenza multidimensionale, per un anno, nel Ciad orientale e nel nord-est della Repubblica centrafricana. Sarà una missione civile e di polizia dell’ONU che chiameremo MINURCAT e che seguirà alla missione militare dell’ONU e dell’Unione europea, EUFOR, che la sosterrà e la proteggerà.

Questa missione europea di sicurezza e di difesa opererà ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Ciò è molto importante perché significa che potrà ricorrere a tutti i mezzi per assolvere questo compito e significa inoltre che avrà un mandato solido, come richiesto espressamente dal Parlamento. Questo aspetto aumenta la possibilità di successo della missione, ma aumenta altresì sostanzialmente la sua e la nostra responsabilità.

Abbiamo ripetutamente espresso, in Parlamento, la nostra preoccupazione per la situazione nel Darfur e la nostra apprensione per il dilagare della mancanza di sicurezza e di stabilità nei territori vicini e in tutta la regione. Più di un milione di persone sono state costrette a fuggire all’interno del loro paese e oltre la frontiera. Esse sono esposte ad ogni tipo di privazione e di atti di violenza e spesso sono soprattutto le donne e i bambini a soffrire. Inoltre, la situazione minaccia i fragili accordi di pace raggiunti in Ciad e nella Repubblica centrafricana, perché i ribelli politici e i banditi comuni considerano questa situazione un’occasione per rubare, maltrattare e uccidere la popolazione civile.

Il compito dell’EUFOR sarà quindi tutt’altro che facile. Prima di parlare di questo, però, dobbiamo pensare a riunire queste truppe, come ha detto l’onorevole Gomes, e non solo a metterle insieme ma anche ad equipaggiarle. Il momento della verità si sta avvicinando per ogni Stato membro, compreso il mio: il momento in cui, oltre a belle e nobili dichiarazioni dobbiamo anche fornire concretamente soldati e materiale. Questo vale anche per il Parlamento. Abbiamo giustamente insistito sulla necessità d’informazioni complete e abbiamo usato i nostri poteri per emettere un parere documentato e comprovato. Questo è stato possibile in parte perché, la settimana scorsa, abbiamo avuto un lungo scambio di idee con il Generale Leaky.

Il nostro parere è positivo. Sarà compito nostro e nostra responsabilità garantire che la missione possa iniziare il prima possibile e nelle circostanze migliori.

 
  
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  Ģirts Valdis Kristovskis, a nome del gruppo UEN. (LV) Signora Presidente, a nome del gruppo Unione per l’Europa delle nazioni vorrei sottolineare che appoggiamo la missione militare della PESD nel contesto più ampio della missione di mantenimento della pace nel mondo, in Ciad e nella Repubblica centrafricana. Stiamo parlando della più grave crisi umanitaria transfrontaliera del mondo. In realtà, il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto agire molto prima. Questo ritardo di 4 anni è costato la vita a 200 000 persone, 2,5 milioni di persone sono state scacciate dalle loro case e attacchi brutali sono stati sferrati ai fornitori di aiuti umanitari. La portata della crisi innescata dal conflitto nel Darfur metterà presumibilmente alla prova la volontà politica dell’Unione europea e la sua capacità militare. Alcuni giorni fa il generale Leaky ha assicurato ai membri del Parlamento che, malgrado i problemi di finanziamento e le difficoltà per prevedere tutte le minacce e tutti i rischi che potrebbero verificarsi durante le operazioni, in termini militari l’Unione europea è in grado di svolgere quest’operazione non peggio che in Bosnia e che da un punto di vista militare l’operazione sarà meno intensa.

 
  
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  Angelika Beer, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, ecco alcuni dati relativi a quello di cui stiamo parlando: 230 000 rifugiati, più altri 170 000 sfollati interni e circa 700 000 persone che sono indirettamente a rischio di attacchi.

Siamo qui per colmare questo vuoto, questa falla nella protezione. Questo deve essere il fulcro della missione europea. Da ieri vi sono i requisiti per un solido mandato. La questione della neutralità non è stata risolta. Al momento, sembra che le truppe francesi già presenti in Ciad saranno appoggiate solo da pochi paesi. Questo mette a rischio sia la neutralità sia il successo della missione.

Quello che però vorrei chiedere in particolare ai ministri degli Esteri che venerdì devono prendere una decisone, è di garantire che l’area operativa dell’EUFOR sia chiaramente definita. Per il momento non è così. Sarebbe un disastro se la missione non potesse operare proprio lì dove c’è più urgente bisogno di aiuto, vale a dire nelle zone frontaliere. Mi aspetto che l’Unione europea tratti con il regime in Ciad per ottenere il diritto di operare anche lungo i 35 km di frontiera. In caso contrario, questa sarebbe un’operazione foglia di fico, che potrebbe anzi mettere in pericolo un numero ancora più elevato di persone.

 
  
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  Tobias Pflüger, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signora Presidente, per chiarire, si tratta di una missione PESD in Ciad e nella Repubblica centrafricana ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite; in altre parole, è un’operazione militare. Non si tratta del Sudan e del Darfur. Il governo francese vuole a tutti i costi questa missione europea. Vuole fornire direttamente i Force Headquarters e gli Operation Headquarters. Il governo tedesco e quello inglese sono molto scettici. Le truppe francesi sono già presenti in Ciad. E’ abbastanza chiaro che la Francia sta agendo come forza di protezione per i governi del Ciad e della Repubblica centrafricana e adesso vuole solo apporre alla sua presenza in questa regione il logo dell’UE. Le truppe francesi non sono neutrali; al contrario, sono ovviamente di parte. Ad esempio, hanno bombardato i ribelli che operavano nel paese. I capi dei ribelli hanno annunciato che nel caso la forza dell’UE non fosse neutrale, muoverebbero guerra contro le sue truppe.

Ho appreso adesso che il gruppo tattico nordico non è disponibile e che la risoluzione dell’ONU richiede una cooperazione aperta con l’esercito e la polizia in Ciad. E’ ovvio che il Ciad e la Repubblica centrafricana non siano democrazie. Il rimpatrio dei rifugiati non rientra nel mandato delle forze dell’UE e questa missione è – per essere franchi – estremamente pericolosa. Come gruppo, voteremo contro la risoluzione presentata perché crediamo che con quest’operazione la situazione non migliori bensì si deteriori ulteriormente.

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE). – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, permettetemi un chiarimento all’onorevole Pflüger e agli altri: il mandato della forza europea è di natura umanitaria e consiste nel garantire la sicurezza dei rifugiati provenienti dal Ciad e dal Darfur, anche con mezzi militari. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha avallato lo spiegamento della forza dell’Unione europea con mandato ONU e di conseguenza l’Unione europea si troverà da subito sotto l’attento esame della comunità internazionale che vuole verificare cosa essa sia realmente in grado di fare in politica estera e militare.

L’operazione rappresenta sia un rischio che un’opportunità: è un rischio per le condizioni politiche estremamente difficili in questa regione afflitta da conflitti, ma d’altra parte è un’opportunità per dimostrare che l’Unione europea ha sviluppato le sue capacità militari e di politica estera e che è realmente in grado di impegnarsi in questa regione per proteggere i rifugiati.

Al momento, però, e molti condividono quest’opinione, il rischio è superiore all’opportunità. E’ per questo che il Parlamento europeo ha redatto una lista di condizioni che sono già state illustrate: mandato a tempo determinato, definizione precisa degli obiettivi e dei compiti, preparazione perfetta ed equipaggiamento tecnico adeguato delle truppe dell’EUFOR e garanzia di un mandato operativo che preveda una strategia d’uscita.

Naturalmente, dobbiamo aspettarci che quest’operazione sia non solo approvata ma anche sostenuta dai governi locali, in modo che possa avere successo. Ma – e penso che qui siamo tutti d’accordo – se vengono soddisfatte tutte le condizioni poste dal Parlamento europeo, le prospettive di successo sono superiori al rischio e possiamo quindi approvare la missione.

 
  
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  Michel Rocard (PSE).(FR) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, sono molto lieto di questo progetto di risoluzione e della decisione che conferma, e vorrei aggiungere una cosa: quando la brutalità umana provoca tragedie e sofferenze della dimensione raggiunta in Darfur, non possiamo eludere il dovere della solidarietà. Sono estremamente lieto che l’Unione europea stia rispondendo all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite.

Molti deputati, molti diplomatici, l’amico e collega onorevole Gomes hanno or ora insistito sul fatto che quest’operazione non debba assolutamente sembrare un’occasione per sostenere gli interessi francesi o per estendere la presenza militare francese nella regione. Spero di non sorprendere nessuno insistendo anch’io con vigore su questo punto.

Permettetemi di dire con convinzione, in qualità di ex Primo Ministro, che se la Francia è ancora presente nella regione è solo per via della sua eredità storica, dove il peso del colonialismo è stato tale da richiedere una politica di solidarietà verso questi popoli per cercare di aiutarli a ritrovare pace e stabilità e per annunciare l’inizio di una governance stabile. La Francia non ha più alcun interesse strategico o economico in queste regioni e sono tra coloro che avrebbero preferito che si fosse ritirata molto tempo fa: avremmo potuto risparmiare somme ingenti e ciò avrebbe rappresentato il nostro vero interesse. Persino le risorse di uranio in Niger non suscitano alcun interesse strategico di proprietà regia, ma richiedono solamente pace e stabilità sufficienti per renderli accessibili a tutti e creare così un mercato competitivo.

Si tratta quindi di un’operazione europea di mantenimento della pace e non di un’operazione francese, ed è giusto che sia così. Ma attenzione! Questa visione potrà essere confermata solo se saranno molti gli Stati membri dell’Unione europea che invieranno le loro truppe. Sarebbe nefasto se lo spirito di solidarietà, che per ragioni storiche è più esigente verso la Francia che verso altri paesi al punto che il nostro contingente è il più grande, dovesse essere trasformato dalla vostra assenza in un sospetto di post-colonialismo, cosa insensata e che rifiuto.

Permettetemi di concludere con la seguente osservazione: l’emendamento orale presentato questa mattina dal nostro collega, onorevole Gahler, per una volta – mi dispiace per lui – non è pertinente. La Repubblica del Ciad, nella persona del suo ministro degli Esteri, ha dato il suo assenso di principio a quest’operazione in un comunicato scritto inviato diversi giorni fa al Consiglio di sicurezza. Ho la fotocopia di questo documento e la tengo a disposizione dell’onorevole Gahler.

 
  
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  Eoin Ryan (UEN). – (EN) Signora Presidente, sostengo anch’io la decisione di inviare in Ciad 4 000 soldati dell’Unione europea come forza di pace. La realtà è che in Ciad e nella Repubblica centrafricana esiste un’instabilità politica generale. Sappiamo che nella regione sudanese del Darfur è in corso un genocidio. Se non inviamo forze di pace in Ciad, rischiamo che in questa regione dell’Africa dilaghino violenza e instabilità ancora maggiori.

Si stima che nei campi profughi in Ciad vi siano 400 000 rifugiati provenienti dalla Repubblica centrafricana e dal Darfur, ma solamente 250 guardie dell’esercito ciadiano che li presidiano. I campi di rifugiati in Ciad rappresentano una crisi umanitaria di enormi proporzioni e la comunità internazionale, inclusa l’Unione europea, deve aiutare il governo del Ciad ad affrontare un problema che si sta intensificando e aggravando. I racconti di coloro che hanno recentemente visitato la zona sono veramente terribili e, come ho detto, dobbiamo fare il possibile per alleviare questa miseria umana.

Appoggio con convinzione la decisione di dispiegare 26 000 caschi blu in Sudan. L’Unione europea deve essere una delle principali componenti di questa forza di pace. Plaudo anche alla decisione presa oggi dal mio stesso governo di fare una valutazione immediata e approfondita del ruolo che in futuro potrebbero svolgere le forze di pace irlandesi nelle missioni di pace ONU e UE in Sudan, nella Repubblica centrafricana e in Ciad.

 
  
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  Michael Gahler (PPE-DE). – (DE) Signora Presidente, la situazione in Ciad e nella Repubblica centrafricana è difficile per le persone colpite e quindi sostengo, in linea di principio, l’impegno dell’Unione europea inteso a stabilizzare la situazione e migliorare le reali condizioni di vita delle persone coinvolte.

Nella sua dichiarazione del 27 agosto, il Presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU ha descritto l’intenzione della comunità internazionale di dispiegare un’operazione ponte dell’Unione europea per 12 mesi fino all’arrivo di una missione guidata dall’ONU. E’ per questo che l’UE ha chiaramente limitato l’operazione a un periodo di un anno. Sono quindi convinto che abbiamo bisogno di un mandato robusto che non si limiti alla semplice autodifesa, ma che ci permetta, se necessario, di perseguire i nostri obiettivi anche contro l’opposizione di coloro che vorrebbero impedircelo.

Il testo della risoluzione adottata ieri del Consiglio di sicurezza va in questa direzione: fa riferimento a “una presenza multidimensionale volta a creare le condizioni di pace che favoriscano il ritorno volontario, sicuro e duraturo dei rifugiati e dei profughi”. Siamo autorizzati a “prendere tutte le misure necessarie”.

Invito il Consiglio a garantire che l’invio di queste truppe non sia un puro intervento cosmetico per le forze francesi. Anche per quanto riguarda la nazionalità del comando, dovremmo rispettare la sensibilità locale. Sfortunatamente fino ad ora la Francia non è stata neutrale nei conflitti in Ciad e nella Repubblica centrafricana, ma ha sostenuto come sempre i governi di questi paesi. Per questo motivo la lingua scelta per il comando e per l’operazione a livello locale dovrebbe essere l’inglese, in modo che la gente capisca almeno che questi europei sono ovviamente diversi da quelli che sono abituati a vedere.

A proposito di Gran Bretagna, ritengo molto discutibile la decisione del Regno Unito di impedire al centro operativo dell’Unione europea a Bruxelles di condurre l’operazione. Non partecipare personalmente e negare agli altri di usare strutture comuni è qualcosa che non dovremmo più accettare in futuro da parte di chi vuole starsene fuori!

Per quanto riguarda la realizzazione degli obiettivi, nutro ancora dubbi. Ci siamo posti degli obiettivi chiari? Quanti sfollati interni dovrebbero tornare alle loro case entro la fine dell’anno? Quanti rifugiati del Darfur dovrebbero ritornare in Darfur? Sarebbe troppo poco se dopo un anno passassimo il testimone con sempre lo stesso numero di persone nei campi.

I costi sono notevoli: ho sentito parlare di 100 milioni di euro solo per costruire una pista di atterraggio adeguata e per i quartieri generali. Poi ci sono i costi correnti per le truppe. Il Consiglio ci può fornire dettagli precisi sul quadro finanziario generale?

Un ultimo punto, a mio avviso cruciale: prima di spiegare la nostra forza di pace dobbiamo avere l’assicurazione esplicita dal governo del Ciad che in seguito accetterà il dispiegamento delle forze guidate dall’ONU, a prescindere dalla sua composizione. Ho ascoltato quello che ha detto il nostro collega. Vorrei vederlo confermato per iscritto, sotto forma di un documento ufficiale del governo del Ciad, non solo verbalmente dal ministro che siede nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Quando avrò quest’assicurazione, potrò votare per il progetto. Altrimenti, tra un anno ci troveremo di fronte all’alternativa di dover prolungare il mandato dell’operazione o di ritiraci lasciando un vuoto militare nel quale si potrebbe ricreare molto rapidamente la stessa identica situazione di adesso. Nel qual caso, avremmo letteralmente gettato al vento, o meglio, nella sabbia, centinaia di milioni.

 
  
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  Alain Hutchinson (PSE). – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio. Sono felice che oggi possiamo discutere e votare una risoluzione su un tema che, a mio avviso, non riceve abbastanza attenzione perché, e questo non dovremmo mai dimenticarlo in questo Parlamento, la situazione nella quale si trovano le popolazioni frontaliere del Sudan, del Ciad e della Repubblica centrafricana è semplicemente intollerabile.

Da parte mia non lo dimentico e non ho intenzione di passare sotto silenzio il fatto che tutta questa vicenda sia una delle tante conseguenze del genocidio del Darfur, un evento che non si osa chiamare con il proprio nome. Dal 2003 la crisi nel Darfur ha provocato due milioni e mezzo di rifugiati, di cui 125 000 in Ciad. Ci sono state anche diverse centinaia di migliaia di morti.

Inoltre, a tutt’oggi le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e le ONG hanno dovuto spostare i loro campi 31 volte per sfuggire alla violenza, anche se questo non ha impedito l’arresto di diversi loro agenti da parte della polizia Sudanese, il massacro di 12 operatori umanitari e la scomparsa di altri.

La risoluzione che presentiamo oggi vuole essere un valido contributo all’obiettivo di porre fine alla situazione che esiste nelle zone di frontiera. Questa situazione è inaccettabile, ma è relativa rispetto all’ampiezza della catastrofe che si sta svolgendo in quella parte del mondo.

A tale riguardo, vorrei sottolineare che la nostra responsabilità non dovrebbe limitarsi a sostenere o a dirigere operazioni isolate e circoscritte alla reazione di emergenza in situazione di conflitto. Questa responsabilità esige di agire nel contesto più ampio nel quale si iscrivono questi conflitti. Esige anche di agire a monte, in altre parole di fare tutto il possibile perché questi conflitti non si producano.

La seconda parte del mio intervento riguarda la situazione delle organizzazioni umanitarie che operano nella regione. L’evoluzione dei metodi d’intervento delle forze armate e del ruolo svolto dal personale umanitario in situazioni di conflitto rende sempre meno chiara la frontiera che separa questi due attori.

Poiché la confusione tra il personale militare e quello umanitario va a detrimento delle missioni tradizionalmente affidate alle agenzie umanitarie, è la sopravvivenza stessa degli operatori umanitari che è a rischio e, con questa, la sicurezza di tutte le persone che dovrebbero beneficiare di questi servizi.

E’ quindi assolutamente indispensabile che la nostra forza di protezione non sia assolutamente implicata nelle attività svolte dai diversi gruppi umanitari nella regione. Sono lieto di vedere che il documento di oggi include questo punto di così grande importanza per lo sviluppo futuro delle nostre politiche in questa regione e altrove nel mondo.

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, appoggio con decisione l’invio di una missione PESD alla frontiera Ciad/Darfur e accolgo con favore l’occasione di discutere oggi questa proposta.

Il conflitto nel Darfur ha terribili ripercussioni oltre frontiera, in Ciad e nella Repubblica centrafricana, con un cospicuo flusso di rifugiati e migliaia di sfollati interni.

Secondo l’opinione dell’esperto ad alto livello, questa missione è fattibile, nonostante vi siano notevoli sfide a livello operativo e di sicurezza. Le infrastrutture in questa zona sono scarse, c’è carenza d’acqua e le linee logistiche sono difficili. Questa missione dovrà far fronte anche alle minacce dei gruppi ribelli che combattono contro il governo, ma sembra basata sull’attenta valutazione, recentemente effettuata nella regione, che tutte queste sfide siano sormontabili.

Quindi non v’è motivo di ritardare ulteriormente il dispiegamento della forza. Abbiamo la capacità militare; ciò che occorre adesso è la volontà politica.

Chiedo che i soldati irlandesi facciano parte di questa missione PESD. Esiste un reale senso di emergenza in questa zona di crisi e l’Irlanda potrebbe essere parte del nobile sforzo europeo di stabilizzare questa zona di frontiera.

Per quest’operazione i soldati potrebbero essere presi dal gruppo tattico nordico. Al pari di questo gruppo tattico, questa missione PESD è intesa come operazione ponte. Alternativamente, le truppe irlandesi attualmente in Libano potrebbero unirsi alla missione.

La presenza di questa forza è positiva sotto molti aspetti. Migliorerebbe la situazione di sicurezza in questa regione prima del dispiegamento della missione ONU/Unione africana nel Darfur. Sarebbe anche d’aiuto alle organizzazioni di soccorso perché aprirebbe corridoi umanitari altrimenti inaccessibili. Terzo, faciliterebbe il ritorno dei rifugiati sudanesi.

Credo che questa missione debba disporre di un mandato robusto ai sensi del Capitolo VII della Carta dell’ONU con chiare regole di ingaggio che autorizzino l'uso della forza quando necessario, specialmente per prevenire gli attacchi contro i civili, i campi profughi, i villaggi e gli operatori umanitari, gli agenti di polizia, nonché ai fini di autodifesa.

La stagione delle piogge sta finendo. La frequenza degli attacchi contro i campi di rifugiati aumenterà perché le milizie e i gruppi di ribelli possono spostarsi più agevolmente adesso che le piogge sono diminuite. Il momento di agire per l’ONU è adesso. L’inazione costa vite umane. L’UE è l’organizzazione più adatta per svolgere questa missione e, secondo diversi rapporti, è in grado d’intraprendere questo compito.

Invito il Consiglio ad adottare immediatamente un’azione congiunta e ad avviare le fasi finali per non perdere l’occasione di portare i soldati dell’UE lì dove sono urgentemente richiesti.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, bene, sembra che ci siano molti generali da salotto il Parlamento oggi pomeriggio! La disperata situazione umanitaria e di sicurezza nel Darfur e nelle regioni limitrofe del Ciad e della Repubblica centrafricana sta certamente chiedendo a viva voce l’intervento internazionale, ma devo dire che è una questione avulsa dal tema di oggi, che riguarda in realtà la PESD, come ci è stato detto da molti oratori.

Ho sempre criticato lo spreco di risorse, i doppioni, le divisioni, la pura falsità che emerge dal tentativo di sviluppare la capacità militare dell’Unione europea. Non esistono truppe UE, onorevole Ryan. Le nostre nazioni hanno soldati ed esistono già strutture collaudate pronte ad organizzare un intervento militare internazionale con l’ausilio di quei pochi Stati che hanno forze armate capaci e corpi di spedizione. Questo avviene principalmente nell’ambito della NATO e dell’ONU. Le Istituzioni dell’UE possono contribuire ben poco alle questioni militari.

E’ chiaro che le motivazioni degli entusiasti della PESD sono essenzialmente politiche. Qualcuno ha detto, in effetti, che il Ciad dovrebbe essere visto come un’opportunità politica. E’ l’Unione europea che si è offerta all’ONU; non è stato l’ONU che ha invitato l’Unione europea. L’Unione europea sta disperatamente cercando di apporre la sua etichetta istituzionale a un’altra operazione militare ma, e non sorprende, il personale militare nazionale non condivide l’entusiasmo degli eurocrati. Con linee di comunicazione estese, a oltre mille miglia dal più vicino porto marittimo, senza risorse idriche e infrastrutture e la riluttanza ad affrontare i gruppi ribelli con operazioni militari di offensiva, la missione in Ciad è precaria da ogni punto di vista. Il Regno Unito, la Germania e l’Italia hanno già detto che non invieranno soldati.

Cosa farà questa forza? Certamente non ingaggerà gli elementi ostili ribelli che hanno creato il caos in questa vasta area dell’Africa. Sicuramente si concentrerà, quindi, a proteggere e a sostenere se stessa in una situazione logistica molto difficile. Dobbiamo smetterla di giocare e di usare la tragedia umana come opportunità politica.

 
  
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  Manuel Lobo Antunes, Presidente in carica del Consiglio. − (PT) Molto brevemente, constato che la proposta di inviare in Ciad e nella Repubblica centrafricana una forza nell’ambito della PESD è appoggiata dalla maggioranza dei parlamentari che si sono espressi su questo tema. Come saprete, e come già detto oggi, nel frattempo – credo ieri – il Consiglio di sicurezza ha autorizzato il lancio di questa operazione dell’Unione europea. Come è già stato detto, quest’autorizzazione era necessaria perché l’Unione europea potesse procedere. Tutti i preparativi e la pianificazione di ordine militare, invero tutta l’operazione, possono adesso procedere e in seguito il Consiglio emetterà ovviamente un parere in materia attraverso un’azione comune.

Ritengo che adesso, impegnandosi in questo processo, l’Unione europea possa, così come dovrebbe essere, passare dalle semplici dichiarazioni di intenti e dalle semplici promesse alla pratica e all’azione. Questo corrisponde a quello che l’Unione europea ha sempre sostenuto sia, e debba essere, il suo impegno verso l’Africa e verso i popoli africani. Dobbiamo aiutare l’Africa e i popoli africani attraverso una stretta e completa collaborazione che permetta loro di raggiungere la pace laddove ci sono conflitti, il progresso laddove c’è povertà, la salute e l’istruzione laddove ci sono malattie e qualcosa laddove c’è poco o nulla. In questo modo garantiremo il rispetto per i nostri valori e i nostri principi anche nella nostra politica estera. La Presidenza portoghese, quindi, accoglie con favore questi ultimi sviluppi e naturalmente prende atto del grande sostegno dato da molti Stati membri a quest’operazione e manifestato in questa discussione.

 
  
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  Presidente. – Per concludere la discussione, ho ricevuto cinque proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento((1)).

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 27 settembre 2007.

 
  

(1)() Vedasi processo verbale.

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