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Procedura : 2007/2662(RSP)
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Ciclo del documento : B6-0476/2007

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B6-0476/2007

Discussioni :

PV 15/11/2007 - 2
CRE 15/11/2007 - 2

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PV 15/11/2007 - 5.12
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P6_TA(2007)0540

Resoconto integrale delle discussioni
Giovedì 15 novembre 2007 - Strasburgo Edizione GU

2. Verso una risposta dell'UE alle situazioni di fragilità
Processo verbale
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione su “Verso una risposta dell’UE alle situazioni di fragilità: l’intervento in circostanze difficili per lo sviluppo sostenibile, la stabilità e la pace”.

 
  
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  Vladimír Špidla, membro della Commissione. (FR)Signora Presidente, onorevoli parlamentari, dal luglio 2007 la Commissione e la Presidenza portoghese dell’Unione europea collaborano strettamente per varare il processo di elaborazione di una risposta dell’UE più strategica ed efficace a situazioni di fragilità in paesi partner.

Tale processo dovrebbe essere portato avanti dalle future Presidenze. L’obiettivo non è quello di etichettare o classificare dei paesi, bensì quello di adattare a situazioni specifiche gli strumenti e le risposte di cui dispongono. In simili situazioni di fragilità, la riduzione della povertà risulta fortemente ostacolata. Le capacità istituzionali sono molto limitate e gli Stati non sono in grado di assumere funzioni di governo, prostrati dalle conseguenze di catastrofi naturali,da violenti conflitti o dalla mancanza di volontà politica da parte del governo di perseguire gli obiettivi di sviluppo. In casi estremi, queste situazioni possono avere ripercussioni al di là dei confini nazionali, con effetti sulla stabilità regionale, o addirittura sulla sicurezza mondiale.

L’idea di fragilità non è nuova, benché il dibattito internazionale sia relativamente recente. Donatori, paesi partnere società civile sono da tempo consapevoli della necessità di interventi di maggiore efficacia in situazioni particolarmente sfavorevoli, al fine di realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Ogni situazione è complessa e diversa e richiede una risposta adeguata, dove entrino in gioco le azioni diplomatiche, gli aiuti umanitari, la cooperazione allo sviluppo, nonché interventi in materia di sicurezza e gestione delle crisi.

L’efficacia della risposta dell’Unione europea richiede certamente un impegno nel lungo termine, ma anche la definizione di obiettivi chiari nel prendere iniziative in un paese fragile. I principi guida dovrebbero continuare ad essere lo sviluppo della capacità e la sicurezza,nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile e della riduzione della povertà.

Tuttavia, bisognerebbe evitare che il sostegno a situazioni di fragilità avvenga a discapito dei paesi più efficienti. L’impegno per il rafforzamento degli aiuti torna dunque in primo piano. La Commissione europea ha presentato una comunicazione che propone un approccio pragmatico affinché l’Unione europea si impegni con maggiore efficacia nei contesti difficili ai fini dello sviluppo sostenibile, della stabilità e della pace.

La comunicazione è stata inviata a tutte le Istituzioni dell’Unione europea e in occasione del Consiglio “Affari generali”, il 19 e 20 novembre, si adotteranno le conclusioni sull’argomento. La Commissione sarà invitata a elaborare un piano di lavoro specifico per attuare le raccomandazioni e gli interventi prioritari presentati nella comunicazione, che mira ad affrontare situazioni di fragilità con maggiore efficacia sostenendo le iniziative dei paesi partnerintese a creare o a ripristinare le condizioni necessarie per il loro sviluppo sostenibile.

Il 2008 sarà dedicato alla definizione dell’approccio strategico dell’Unione europea alle situazioni di fragilità, un processo che richiede la partecipazione attiva di tutte le Istituzioni dell’Unione europea e di tutti coloro che lavorano per lo sviluppo nell’UE e nei paesi partner.

Il contributo del Parlamento europeo a questa attività è di grande interesse per la Commissione, che lo invita a partecipare attivamente al dibattito, che dovrebbe rendere possibile la definizione di una strategia generale di risposta a situazioni di fragilità, contribuendo così a creare condizioni idonee per lo sviluppo sostenibile, la stabilità, la pace e la governance democratica.

 
  
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  Nirj Deva, a nome del gruppo PPE-DE.–(EN) Signora Presidente, è sempre molto utile poter discutere di questioni così importanti di fronte a un’Aula palpitante di colleghi impazienti di ascoltare quello che il Parlamento ha da dire su questa materia così importante. Inoltre, sono veramente grato al Commissario per aver delineato i principi fondamentali e le sue opinioni su come intendiamo affrontare questo problema.

La fragilità è una condizione che ha molte cause diverse.La prima naturalmente è il processo di decolonizzazione, quando le potenze coloniali hanno tracciato delle righe arbitrarie sulla carte geografiche, senza tenere conto della stabilità interna della società civile e dividendo i paesi in due, tre o quattro, a prescindere dalle tribù o dalle fazioni religiose, e così via. Tutto questo ha indotto una certa instabilità.

Poi esiste una forma di instabilità naturale, che ora affligge le nazioni più fragili: paesi soggetti a inondazioni, piccole isole con un’economia basata su un unico prodotto, paesi che non sono geograficamente in grado di sostenersi perché Dio li ha dotati di pochissimi attributi, nonché paesi afflitti dalla desertificazione, un fenomeno che comincia a provocare migrazioni di massa.

Nel mondo esistono 26 cosiddetti Stati fragili, e i popoli più vulnerabili nel mondo subiscono conseguenze catastrofiche, in alcuni casi non per colpa loro, ma qualche volta a causa della scarsa governabilità, o a causa di conflitti interni, o di guerre civili, e talvolta a causa di dittatori colpevoli di genocidi, come avveniva non molto tempo fa in Sierra Leone e Liberia.

Ora, è possibile che uno Stato fragile si trasformi in un paese sostenibile, come sta accadendo davanti ai nostri occhi in Sierra Leone. Ma questo richiede degli sforzi, richiede impegno, un impegno di lungo termine, come ha affermato il Commissario, per la crescita economica del paese. Occorre un impegno per la costruzione della nazione, un’espressione che utilizzo a ragion veduta in quest’Aula, perché il mio paese, il Regno Unito, così come Francia e Spagna e altri paesi europei, conoscono da tempo il concetto di costruzione della nazione. Ma è qualcosa di completamente sconosciuto per altre superpotenze emergenti che, per dirla in tutta franchezza, non hanno assolutamente idea di che cosa sia la costruzione di una nazione.

Dobbiamo essere capaci di collegarci al corpus di conoscenze storiche riposto nella consapevolezza delle nazioni europee, per assistere altri paesi che si stanno affermando in tutto il mondo nel processo di costruzione della nazione. Se l’avessimo fatto, e se il Primo Ministro Blair l’avesse fatto, penso che la situazione in Iraq, ad esempio, ora sarebbe completamente diversa.

L’Iraq è uno Stato fragile? Sì, lo è, perché è instabile; la governancenon è salda ed esistono problemi di sicurezza. Altri paesi africani sono molto fragili – Sudan, Somalia, piccole isole – e come ho già detto per tutti questi paesi occorre attingere a un insieme di conoscenze di cui disponiamo già e per questo sono veramente lieto di aprire la discussione questa mattina.

 
  
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  Presidente. − Grazie molte, onorevole Deva. Temo che abbia dimenticato un fattore di instabilità. Quando si arriva in questi paesi l’instabilità ricomincia.

 
  
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  Alain Hutchinson, a nome del gruppo PSE. (FR)Signora Presidente, Commissario Špidla, onorevoli colleghi, prima di tutto vorrei esprimere il mio apprezzamento per la comunicazione che – come diceva il Commissario – è effettivamente venata di reale pragmatismo da parte della Commissione e oggi ci consente di discutere un problema che preoccupa non solo i cittadini dei paesi partnerdell’UE nel sud del mondo, ma anche i nostri concittadini che spesso, e legittimamente, si chiedono quanto sia efficace l’aiuto allo sviluppo fornito dall’Unione europea.

In questo caso particolare, il messaggio essenziale della nostra risoluzione si può riassumere in una frase e dovrebbe essere sostenuto da tutti, al di là delle divisioni politiche. Si tratta di istituire un sistema di cooperazione semplificato, che consenta alla Commissione e agli Stati membri di fornire più rapidamente di quanto non riescano a fare oggi gli aiuti promessi ai paesi partner alle prese con crisi di particolare gravità – e non mi soffermerò sull’argomento, perché l’onorevole Deva ne ha già parlato lungamente. In mancanza di questi aiuti, per le popolazioni di questi paesi le possibilità di sopravvivenza diminuiscono di giorno in giorno. Una volta che gli aiuti sono stati approvati, cosa che di per sé non è un’impresa facile, la complessità e la lunghezza delle procedure attuali per la consegna degli aiuti europei possono determinare situazioni ancora più drammatiche e dannose per le popolazioni beneficiarie.

Prendiamo ad esempio il Burundi, un piccolo paese dove ho presieduto la missione parlamentare di osservazione alle ultime elezioni, due anni fa, e dove avrò il piacere di ritornare tra qualche giorno. L’Unione europea ha svolto un lavoro di notevole importanza in quel paese, sostenendo il processo di democratizzazione elettorale e istituzionale dopo un conflitto sanguinoso durato più di dieci anni. Una volta al potere, le nuove istituzioni elette democraticamente si sono subito confrontate con la realtà e le esigenze della popolazione, in termini di sanità, istruzione e agricoltura, che rappresentavano aree prioritarie di intervento.

In questi settori i progetti non mancano, ma per la loro attuazione l’aiuto europeo è sicuramente decisivo. Non solo per rispondere alle necessità urgenti della popolazione, ma anche per consentire alle autorità pubbliche, ancora fragili, di avviare un processo di ricostruzione senza il quale esiste il forte rischio che il paese piombi nuovamente nel caos. Dopo due anni, signor Commissario, l’aiuto di bilancio annunciato dall’UE non è ancora arrivato.

Quel che è vero per la regione dei Grandi Laghi è vero anche per altre regioni del mondo. Per questo motivo, signora Presidente, purché siano chiaramente definite le condizioni che sono tenuti a rispettare per pretenderlo, tutti i paesi del mondo con cui l’Unione europea coopera e che stanno vivendo una grave situazione di fragilità dovrebbero potersi basare su un sistema di eccezioni che garantisca un intervento rapido ed efficace.

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo UEN. – (PL)Signora Presidente, sono lieto di poter intervenire dopo aver ascoltato esperti e specialisti di primo pianoche hanno passato degli anni a discutere di questo problema, tra i quali includo anche lei, signora Presidente.

Vorrei richiamare l’attenzione sul problema del numero crescente di Stati riconosciuti come instabili. In sei anni, il loro numero è quasi raddoppiato, passando da 14 a 26, quindi si tratta di un problema reale, di una sfida crescente per l’Unione europea.

Tengo a sottolineare che oltre la metà di questi Stati instabili si trova nell’Africa subsahariana, per cui è evidente che occorre dedicare un’attenzione particolare a quella regione dell’Africa e del mondo.

Inoltre, ritengo che si debba sottolineare con forza l’esigenza di promuovere l’autorità dei governi in questi paesi. L’Unione africana ha ragione quando rileva che il problema della ricostruzione è anche una questione politica, più che una questione tecnica. Alla luce di questa considerazione, i meccanismi della democrazia e della trasparenza sono aspetti fondamentali.

Sono totalmente d’accordo con l’onorevole Hutchinson, che ha parlato prima di me, sull’esigenza di semplificare le procedure affinché il nostro aiuto sia più rapido e più reale.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE.–(ES) Signora Presidente, anch’io apprezzo veramente molto il fatto di trattare questo argomento in quest’Aula, perché benché sia vero che non esiste una definizione legislativa completa di uno Stato in condizioni di fragilità, esistono molti casi che empiricamente rientrano in questa categoria. Ad esempio, questo pomeriggio si discuterà, tra l’altro, del caso della Somalia.

Questa risoluzione ci consente dunque di affrontare alcuni dei problemi più gravi presenti in simili contesti – ad esempio, il fatto che la fragilità spesso dipende da una situazione di estrema povertà che tende ad essere accompagnata dal collasso istituzionale e dall’insicurezza a tutti i livelli.

Inoltre, è fondamentale anche partire dal principio che questi Stati rappresentano una sfida in termini di sviluppo, e questo significa che occorre definire urgentemente un’agenda coerente basata sul principio umanitario di non fare danni; il principio fondamentale, e un’importante lezione da trarre dalle recenti vicende relative all’atteggiamento dell’organizzazione francese “l’Arca di Zoé”, in Ciad.

Gli interventi esterni, in particolare gli interventi europei, in simili contesti si devono basare sull’attuazione di programmi sul campo, flessibili e adattabili a esigenze mutevoli e basati su una strategia pianificata a breve, medio e lungo termine. Troppo spesso ci fermiamo a misure necessarie nel breve termine, ma che fondamentalmente perdono di vista le conseguenze nel medio e lungo termine.

Infine, devo sottolineare l’importanza di istituire un duplice meccanismo di responsabilità, in particolare prevedendo l’obbligo dei paesi beneficiari di rendere conto a coloro che hanno fornito risorse, fondi e donazioni, ma anche alle rispettive popolazioni, che sono tenuti a proteggere e di cui devono garantire la sopravvivenza. Anche i donatori dovrebbero garantire la loro disponibilità a rendere conto a queste popolazioni.

 
  
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  Pedro Guerreiro, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signora Presidente, senza dubbio è urgente fornire aiuti umanitari maggiori e migliori in un mondo sempre più iniquo e ingiusto, dove la ricchezza si concentra nelle mani di pochi a spese dello sfruttamento e della miseria di milioni di persone. Senza dubbio,una maggiore e migliore cooperazione allo sviluppo è necessaria con urgenza in un mondo che si trova ad affrontare una nuova corsa agli armamenti e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali, guidata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Proprio per questo motivo siamo seriamente preoccupati per i tentativi di condizionare l’aiuto allo sviluppo a strategie di sicurezza intese nella pratica a perseguire obiettivi più o meno nascosti di interferenza, sfruttamento di risorse e neocolonialismo.

Un’analisi della situazione internazionale non deve trascurare, né sottovalutare le cause esterne che fomentano e aggravano le contraddizioni che così spesso sono alla radice dei problemi. Basta guardare la lista molto soggettiva di quelli che la Banca mondiale considera Stati fragili. Quanti casi di interferenza e aggressione esterna rispecchia?

Abbiamo veramente bisogno di un’agenda per la cooperazione e lo sviluppo che risponda alle esigenze fondamentali di milioni di esseri umani, basata sul rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionali nonché su soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali – un’agenda che incoraggi la smilitarizzazione delle relazioni internazionali, che promuova relazioni economiche eque e paritarie e la cancellazione del debito estero pagato tempo fa, un’agenda che superi le politiche che sono causa di profonde ingiustizie e ineguaglianze, al fine di costruire un mondo più giusto, più pacifico, più umano e di maggiore solidarietà.

 
  
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  Ana Maria Gomes, a nome del gruppo PSE. – (PT)Negli Stati fragili, il legame tra governance, sviluppo e sicurezza è fondamentale. L’UE deve definire le priorità strategiche per le relazioni con questi Stati, basandosi sul principio generale della sicurezza delle popolazioni.

Non basta sostenere le istituzioni governative: è essenziale promuovere il rafforzamento del controllo parlamentare, e sostenere mass media liberi e pluralisti, l’indipendenza del sistema giudiziario e la responsabilizzazione della società civile, dando la priorità alle donne, ai gruppi vulnerabili e alle minoranze. Tutto questo richiede impegno da parte dell’UE.

Oggi la Somalia illustra tragicamente l’indifferenza dell’Europa. Le cause della fragilità che scatenano violenti conflitti, aggravando l’incapacità dello Stato – quali cattivagovernance, estrema povertà o violazione dei diritti umani– devono essere discusse in un dialogo bilaterale, e spesso il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri non lo fanno. Occorre tenere conto delle cause della fragilità nella definizione delle strategie e nella globalizzazione degli strumenti finanziari dell’UE. L’aiuto allo sviluppo dev’essere mirato allepopolazioni e il sostegno finanziario diretto ai governi si dovrebbe prendere in considerazione solo quando esistono provedel loro impegno a risolvere i conflitti, a costruire uno Stato di diritto democratico e a migliorare la governance e la sicurezza delle popolazioni.

Infine, e purtroppo si tratta di un aspetto trascurato dalla comunicazione della Commissione e dalla risoluzione sulla quale voteremo, l’UE deve investire di più, oltre che in programmi di DDR (disarmo, smobilitazione e reinserimento) e SSR, nel controllo dei trasferimenti internazionali di armi leggere, che alimentano i conflitti armati che perpetuano la fragilità di molti Stati.

 
  
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  Vladimír Špidla, membro della Commissione.−(CS)Onorevoli parlamentari, vi ringrazio per la discussione breve, ma molto completa. Consentitemi di riassumerla come segue: in sostanza ha rispecchiato il sostegno del Parlamento per la posizione, il concetto, l’idea generale della Commissione. Naturalmente, nel corso della discussione sono emersi alcuni aspetti che si potranno discutere in occasioni future. Ad esempio, la questione dei trasferimenti di armi leggere e molti altri spunti che, a mio parere, arricchiscono in misura significativa il concetto generale.

 
  
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  Presidente. − Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1) a norma dell’articolo 103, paragrafo 2, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì alle 12.00.

 
  

(1)Vedasi processo verbale

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