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Procedura : 2007/2148(INI)
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Testi presentati :

A6-0023/2008

Discussioni :

PV 21/02/2008 - 3
CRE 21/02/2008 - 3

Votazioni :

PV 21/02/2008 - 4.9
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2008)0068

Discussioni
Giovedì 21 febbraio 2008 - Strasburgo Edizione GU

5. Dichiarazioni di voto
PV
  

PRESIDENZA DELL’ON. DIANA WALLIS
Vicepresidente

 
  
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

– Relazione: André Brie (A6-0491/2007)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). (CS) Signora Presidente, nel dibattito sul marchio CE di ieri, ho attirato l’attenzione della Commissione ancora una volta sul fatto che la registrazione del marchio CE non è stata ancora avviata, sebbene sia sancita nella normativa europea da 16 anni ormai. E ho avanzato al riguardo un’interrogazione parlamentare tre mesi fa.

Accolgo con favore la promessa di ieri del Commissario responsabile delle Imprese per quanto riguarda una trattazione rapida della questione, ma non sono sicura se è consapevole dell’importanza della presenza di un marchio registrato nei mercati esteri. Fino a quando non sarà così, sarà impossibile citare per danni produttori e importatori che abusano del marchio di conformità europeo, che indica la sicurezza del prodotto, per ottenere un vantaggio sleale e ingannare i consumatori sia in Europa che nel resto del mondo. Contribuirebbe di sicuro a liberare il mercato dalla concorrenza sleale.

 
  
  

– Situazione a Gaza (RC-B6-0066/2008)

 
  
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  Gyula Hegyi (PSE). (HU) Grazie. È stata un’esperienza scioccante entrare nella striscia di Gaza e trovarsi faccia a faccia con le quotidiane conseguenze dell’occupazione e del blocco. L’80% della popolazione è senza lavoro, gli israeliani tagliano di tanto in tanto le forniture di elettricità e acqua, molte persone hanno da mangiare solo una volta al giorno e la maggior parte della popolazione da anni non può lasciare una zona più piccola di Budapest. Come ha detto un professore israeliano, Gaza è una prigione e i suoi residenti sono prigionieri dai quali è difficile attendersi un comportamento razionale.

Nello steso tempo, è anche triste che alcuni gruppi palestinesi lancino razzi dai territori di Gaza per minacciare le vite di civili israeliani innocenti. La crisi risale a troppo lontano per potere essere risolta in modo tradizionale. Adesso, entrambe le parti sono diventate i prigionieri dei loro stessi estremisti e non sono in grado di fare reali concessioni per colpa loro.

La comunità internazionale e soprattutto l’Unione europea devono costringere gli israeliani e i palestinesi a raggiungere una soluzione amichevole. Ho votato per la raccomandazione nella speranza che gli Stati membri agiscano con maggiore risolutezza.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). (CS) Anch’io provo tristezza per gli abitanti della striscia di Gaza, che sono diventati ostaggi nelle mani di Hamas. Tuttavia, non posso appoggiare la risoluzione di oggi del Parlamento europeo perché l’articolo che chiede negoziati fra l’Autorità palestinese e Hamas non è stato eliminato. Sappiamo tutti che non vi sono negoziati possibili con i terroristi che hanno occupato Gaza. Tale appello è un atto di ipocrisia, che mira a dare ad Hamas il ruolo di partner per l’Autorità palestinese. Non voglio prendere parte alla legittimazione di questa organizzazione terroristica.

Temo che la situazione presto richiederà un intervento che, tuttavia, dovrebbe essere autorizzato dalle Nazioni Unite. Ed ecco dove l’Europa dovrebbe svolgere una parte molto attiva.

 
  
  

– Settimo Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (RC-B6-0092/2008)

 
  
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  Koenraad Dillen (NI). (NL) Signora Presidente, contrariamente a quanto sostiene l’Aula, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite non svolge di fatto un ruolo così importante nella promozione dei diritti umani nel mondo. Come potrebbe essere altrimenti? Solo 25 dei 47 membri sono democrazie libere, nove non sono libere e tre, Cina, Cuba e Arabia Saudita, sono fra i maggiori trasgressori dei diritti umani del mondo. Questi paesi calpestano la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite e difendono se stessi e altri regimi da qualsiasi critica. In alcuni casi, il Consiglio ha semplicemente indebolito la sorveglianza sui diritti umani. Il Consiglio non ha ancora pronunciato la benché minima condanna sull’attuale più grande crisi mondiale dei diritti umani, il Darfur. Anziché esaltare questa creatura, quest’Assemblea avrebbe fatto meglio a includere tali questioni nella sua risoluzione.

 
  
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  Philip Claeys (NI). (NL) Signora Presidente, concordo su quanto ha appena affermato il collega Dillen, ma vorrei sottolineare che la risoluzione insulta le religioni che sono state adottate dal Consiglio. Questa risoluzione dichiara letteralmente, e cito, che coloro “che hanno responsabilità devono esprimersi, e che la libertà di espressione delle proprie opinioni può essere limitata per motivi di salute pubblica e di ordine pubblico”. Questa risoluzione riguarda ovviamente il divieto di qualsiasi critica dell’Islam. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sta giustamente andando contro i suoi obiettivi ufficiali, la protezione della libertà di espressione di opinioni e quindi anche la protezione dei diritti umani in sé.

 
  
  

− Relazione: Françoise Castex (A6-0024/2008)

 
  
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  Carlo Fatuzzo (PPE-DE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, sono molto felice di prendere la parola per motivare il voto favorevole alla relazione finale da parte di tutto il gruppo del Partito popolare europeo e dei Democratici europei, oltre che mio personale, a questa relazione che si atteggia davanti al fatto concreto che ci sono molti più anziani rispetto ai giovani, sia perché le cure mediche e i modi di vita permettono a tutti noi di vivere più a lungo in media – non a tutti, purtroppo, ma in media – e quindi ci sono molti più anziani, sia per il fatto che le nascite sono diminuite, e quindi noi in questo documento chiediamo di favorire questo.

Debbo anche precisare, per quanto riguarda il paragrafo 24, che abbiamo chiesto come Partito popolare europeo, assieme all’UEN e ad altri gruppi, di cancellarlo. Abbiamo votato quindi a favore della cancellazione che purtroppo non è stata accolta dalla maggioranza del Parlamento. Ritengo con questo di avere concluso il tempo a mia disposizione.

 
  
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  Philip Claeys (NI). (NL) Signora Presidente, il merito della relazione Castex risiede indubbiamente nel fatto che pone l’accento sull’enorme sfida demografica cui deve far fronte l’Europa. Certo, enumera tutta una serie di questioni, pensieri e soluzioni. Deve essere fornito un aiuto sempre maggiore e migliore ai bambini, e anche ai lavoratori più anziani, con continue opportunità nei mercati dell’occupazione, e i servizi sanitari devono prepararsi urgentemente ad affrontare la sfida del rapido invecchiamento della popolazione.

D’altro canto, il Parlamento sta abbandonando l’idea di considerare l’immigrazione come uno strumento con il quale garantire il futuro demografico ed economico dell’Europa. Proprio di recente, uno dei consiglieri più importanti del Primo Ministro britannico, Lord Turner, ha descritto l’assioma che gli immigranti sono necessari per fare fronte alla mancanza di lavoratori come, e cito “analfabetismo economico e totalmente scorretto”. L’Europa ha già un milione di immigranti disoccupati oltre a tutti i problemi che ciò comporta. Se entrano più immigranti, questi problemi già esistenti possono solo peggiorare.

 
  
  

− Relazione: Ambroise Guellec (A6-0023/2008)

 
  
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  Tunne Kelam (PPE-DE). (EN) Signora Presidente, quando ho votato per la relazione Guellec sulla politica di coesione, non ho potuto appoggiare l’emendamento di compromesso n. 4, che chiede “un aumento delle risorse finanziarie destinate alla politica di coesione” nel futuro.

Un aumento automatico delle sovvenzioni comunitarie non è, probabilmente, l’approccio più responsabile quando abbiamo il problema pratico di farne un uso sensato ed efficiente. Sono a favore dell’uso del termine “risorse finanziarie sufficienti”.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

− Relazione: Monica Frassoni (A6-0462/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) In un’Unione europea sommersa da un’enorme serie di direttive su questioni di secondo piano che sarebbe meglio lasciare alla competenza degli Stati membri, data la loro specifica natura e livello di sviluppo, è sempre interessante vedere come la Commissione europea agirà in termini di controllo dell’applicazione del diritto comunitario.

Una delle conclusioni che possono essere tratte è che ciascuna Direzione generale ha il proprio modo di lavorare, ma non è chiaro se anche gli Stati membri lavorino in modi diversi, sebbene l’esperienza ci insegni che i paesi piccoli e medi in genere agiscono con maggiore rigore delle potenze europee. Questo è ciò che accade con il patto di stabilità.

L’ultima relazione introduce un nuovo elemento cui la commissione per le petizioni del Parlamento europeo plaude. Nella relazione annuale e nei suoi allegati, la Commissione europea ha incluso, per la prima volta, i particolari del trattamento specifico e dettagliato delle infrazioni relative alle petizioni.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. (PL) L’onorevole Frassoni ha elaborato una valida relazione. Sostengo il testo volto a semplificare l’applicazione del diritto comunitario e a introdurre riunioni-pacchetto a tal fine. Sono anche favorevole ai seminari di recepimento delle norme comunitarie.

Inoltre, avallo l’idea di migliorare l’efficienza dell’applicazione del diritto comunitario attraverso una più stretta cooperazione con quest’Assemblea e i parlamenti nazionali. Tali azioni contribuiranno a migliorare l’efficacia delle politiche dell’Unione europea, ad esempio per quanto riguarda gli interventi dei fondi europei e l’armonizzazione delle norme per i prodotti presenti sul mercato,

 
  
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  Daniel Strož (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Per quanto riguarda la relazione sulla relazione annuale della Commissione sul controllo dell’applicazione del diritto comunitario, sono dell’avviso che uno dei principali temi sia l’intenzione della Commissione di migliorare i metodi di lavoro nei casi di violazioni riportate del diritto comunitario negli Stati membri. Nel quadro del nuovo metodo proposto, le richieste e le denunce dei cittadini dovrebbero essere trasmesse direttamente agli Stati membri in questione. Come la relatrice, l’onorevole Frassoni, ha giustamente sottolineato, questo nuovo metodo di lavoro della Commissione, in altre parole il rinvio della denuncia, comporta un rischio intrinseco di una rinuncia da parte della Commissione della sua responsabilità fondamentale dell’applicazione del diritto comunitario.

Al riguardo, vorrei sottolineare un altro fatto, che è già stato oggetto di critica da parte di quest’Assemblea, ovvero i gruppi di lobbysmo, che riescono sempre ad accedere alle notifiche della Commissione dirette agli Stati membri in casi di sospetta violazione del diritto comunitario, al contrario dei cittadini. Eppure sono esattamente i cittadini a costituire, con le loro denunce, una fonte insostituibile di informazione e ad avvisarci su violazioni di mancata applicazione del diritto comunitario, non alcuni gruppi di interesse con una propria agenda.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. (PL) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Frassoni sul controllo dell’applicazione del diritto comunitario (2005).

L’onorevole Frassoni ha presentato un’ottima relazione. In particolare, le questioni contenute nella proposta di risoluzione richiedono coesione nell’azione comune da parte delle istituzioni dell’UE, dei parlamenti nazionali e dei cittadini stessi. I punti principali riguardano le idee su un migliore controllo e le proposte per semplificare l’attuazione delle disposizioni del diritto comunitario, al fine di migliorare l’efficacia della politica dell’Unione europea, ad esempio in materia di azioni finanziate a titolo dei fondi europei e l’armonizzazione delle norme per le merci presenti sul mercato europeo.

Inoltre, l’appello ai parlamenti nazionali contenuto nella proposta di risoluzione è molto importante. I parlamenti nazionali sono sollecitati ad andare oltre la semplice trasposizione formale della normativa comunitaria e a evitare la frammentazione in sede di recepimento nel rispettivo ordinamento nazionale.

 
  
  

− Relazione André Brie (A6-0491/2007)

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Approvo la proposta dell’onorevole André Brie per un regolamento in materia di accreditamento e vigilanza dei prodotti nella Comunità europea. La proposta rafforzerà la protezione offerta ai consumatori e migliorerà la sicurezza dei prodotti. Per garantire una migliore protezione, è necessario che l’accreditamento e la vigilanza del mercato siano realizzati da un organo pubblico. La relazione copre questi punti e io ho votato in favore delle raccomandazioni in essa contenute.

 
  
  

– Relazione: Christel Schaldemose (A6-0490/2007)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (PSE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un momento in cui il mercato europeo sembra totalmente incapace di difendersi dal dumping extraeuropeo, è con estrema soddisfazione che prendo atto del primo vero passo "istituzionale" verso una nuova legislazione e un’armonizzazione del mercato UE.

A Strasburgo il Parlamento europeo ha proposto una nuova regolamentazione per i prodotti immessi sul mercato comunitario. Questi ultimi dovranno rispettare l’insieme della normativa vigente e, a seguito di un’attenta valutazione, potranno esibire il marchio CE.

Oltre all’introduzione della responsabilità congiunta importatori/produttori esteri per i danni causati dai prodotti non conformi, la relazione propone lo sviluppo di un complesso sistema di vigilanza che prevede sanzioni certe e proporzionali alla gravità dell’infrazione, così da costituire un forte deterrente alle frodi.

I consumatori e le imprese, dunque, possono guardare al futuro con un rinnovato ottimismo. La rimozione delle barriere, da sempre fulcro della politica UE sul libero scambio, e la creazione di un clima economico favorevole per le imprese rifletteranno un alto livello di protezione sia del consumatore, attraverso il rispetto di elevati standard di sanità e sicurezza dei prodotti, sia delle imprese, che potranno finalmente beneficiare di un rigoroso sistema normativo e di controllo per la protezione del vero "made in".

Per questo esprimo il mio voto favorevole alla presente relazione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La presente relazione del Parlamento europeo introduce alcuni elementi che possono essere positivi, sebbene talvolta contraddittori. Ad esempio, tutti coloro che partecipano all’immissione sul mercato di un prodotto hanno la stessa responsabilità, dal costruttore al distributore e importatore, ma non è adeguatamente indicato il funzionamento concreto.

La relazione inoltre consente di mantenere i marchi nazionali che, nell’ambito della proposta della Commissione europea, scomparirebbero, con il riconoscimento del solo marchio CE. Il compromesso sostituisce il riferimento ai “marchi nazionali” con “altri marchi”.

La relazione sostiene inoltre che non si tratta di un quadro vincolante, ma che ciascuno che intende adottarlo dovrà rispettarlo. Inoltre, inserisce un riferimento alle PMI che chiedono che si tenga conto delle loro esigenze specifiche.

Tuttavia, l’obiettivo della proposta della Commissione europea, che la relazione non mette in discussione, è facilitare il funzionamento del mercato unico, eliminando gli ostacoli, ma con esclusione di alcuni settori di attività, in particolare alimenti, mangimi, salute e benessere degli animali, prodotti del tabacco, medicinali veterinari, medicinali per uso umano, sangue umano, tessuti e cellule umani, per i quali già esiste una normativa di armonizzazione.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. (PL) L’onorevole Schaldemose sottolinea a ragione che la decisione in questione, tesa alla creazione di un sistema più ampio e più rigoroso di controllo comunitario sulla commercializzazione dei prodotti, può avere un impatto rilevante sugli scambi internazionali. Ciò impone un’analisi separata.

Concordo sul fatto che la proposta che gli importatori siano congiuntamente responsabili dei danni causati da prodotti pericolosi e da prodotti che non soddisfano il sistema di accreditamento mira a migliorare l’efficacia del sistema e a proteggere l’interesse pubblico della Comunità. Si prefigge altresì di garantire il diritto fondamentale dei cittadini a essere protetti contro pratiche sleali e pericolose.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) La richiesta inserita nella relazione dell’onorevole Schaldemose di un quadro comune per la commercializzazione dei prodotti è ben accetta e ho votato in suo favore. Le raccomandazioni formulate nella relazione rafforzeranno gli sforzi dell’UE volti alla protezione dei consumatori. Il marchio CE tende ad essere frainteso quale marchio di sicurezza, mentre, in effetti, è semplicemente una dichiarazione di conformità del prodotto alla normativa CE. È essenziale assicurare che non si faccia un cattivo uso del marchio nonché informare i consumatori della portata del relativo contenuto.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. − (SK) In veste di relatrice per il gruppo PPE-DE sul progetto di relazione dell’onorevole Schaldemose su un quadro comune per la commercializzazione dei prodotti, vorrei esprimere la mia soddisfazione per i risultati del voto: il compromesso raggiunto consentirà di completare il processo legislativo in prima lettura.

Il compromesso include il trasferimento di parte dell’articolo che tratta del marchio CE nella relazione dell’onorevole Brie sulla vigilanza del mercato, così che le due relazioni potranno essere messe in pratica più rapidamente. La nostra decisione di procedere in tal senso era basata su chiare informazioni secondo cui i prodotti costruiti nei paesi in via di sviluppo e erroneamente commercializzati come prodotti CE, ovvero che recano il marchio CE, che indica che un prodotto è conforme alla normativa europea, continuano ad apparire sempre più spesso nella banca dati europea dei prodotti pericolosi per i consumatori (RAPEX).

La fiducia o meno sul marchio CE non può essere basata solo sul marchio CE avulsa dal contesto. Deve esserci fiducia nell’intero sistema di accreditamento, di notifica e di vigilanza del mercato.

Non credo vi siano motivi per introdurre ulteriori marchi sui prodotti, nemmeno se questi fossero marchi di qualità. Tale nuovo marchio potrebbe essere ambiguo per il consumatore finale e inoltre i costi addizionali potrebbero essere inseriti nel prezzo delle merci. Ecco perché attenderò con curiosità i risultati dello studio di valutazione dell’impatto dell’uso di marchi nazionali insieme al marchio CE che la Commissione dovrebbe preparare, come richiesto dalla commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori.

 
  
  

– Relazione Alexander Stubb (A6-0489/2007)

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) L’argomento della Commissione europea per proporre il regolamento in questione è che “l’applicazione del principio di mutuo riconoscimento è ostacolata da vari problemi” (in altre parole, ai prodotti commercializzati in uno Stato membro può essere impedito di essere commercializzati in un altro Stato membro). Essa ritiene che occorra ridurre al minimo la possibilità che le norme tecniche nazionali determinino ostacoli illegittimi alla libera circolazione delle merci tra Stati membri. Stabilisce quindi requisiti che le autorità devono soddisfare in sede di attuazione di una norma tecnica nazionale e impone loro l’onere della prova. In altre parole, impone condizioni con il chiaro intento di ridurre la possibilità che ciascuno Stato applichi le proprie norme.

Da parte sua, la relazione del Parlamento europeo aggiunge in realtà ulteriori ostacoli all’azione che ciascuno Stato membro può intraprendere, ad esempio: “L’obiettivo del presente regolamento è di rafforzare il funzionamento del mercato interno, con una concorrenza libera e senza distorsioni, migliorando la libera circolazione dei prodotti assicurando al contempo un livello elevato di protezione dei consumatori e di sicurezza dei prodotti”.

In pratica, gli Stati membri non potranno restringere la vendita nel loro territorio di prodotti quando questi sono fabbricati e commercializzati in un altro Stato membro, anche se possono non soddisfare completamente le norme dello Stato membro di destinazione.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Concordo riguardo alle raccomandazioni contenute nella relazione dell’onorevole Stubb. Il documento intende chiarire e definire il ruolo delle autorità nazionali e degli operatori economici nell’attuazione del principio del mutuo riconoscimento. Io sono favorevole ad aumentare l’efficienza dell’attuazione del principio del mutuo riconoscimento, ma non deve colpire la base per un’ulteriore armonizzazione del mercato unico. Inoltre, gli aspetti della sicurezza devono fare parte dell’attuazione del principio. Sono convinto che la relazione tratti in modo adeguato questi problemi e pertanto ho votato in suo favore.

 
  
  

– Relazioni Alexander Stubb (A6-0489/2007), Christel Schaldemose (A6-0490/2007) e André Brie (A6-0491/2007)

 
  
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  Jens Holm, Søren Bo Søndergaard e Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Non concordiamo riguardo al principio di mutuo riconoscimento quale garante per i diritti fondamentali dei consumatori, sociali o ambientali. Il principio sancisce che se il prodotto viene accettato ovunque in Europa, un altro Stato membro non può negarne l’accesso, a meno che le autorità non dimostrino l’applicazione giustificata di una norma tecnica nazionale. Tuttavia, i criteri per le eccezioni al principio sono già stati stabiliti dalle sentenze della Corte di giustizia europea. Ciò è valido in tutti gli Stati membri, a prescindere dall’adozione o meno del pacchetto sui prodotti.

Oltretutto, i diritti dei consumatori a livello comunitario vengono rafforzati da tale pacchetto. Siamo inoltre contrari a qualsiasi misura adottata nel quadro del pacchetto sui prodotti che possa offrire sostegno politico a una futura armonizzazione di una normativa illegale a livello comunitario. In considerazione di tutto questo, abbiamo deciso di votare a favore delle relazioni.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. − (DE) Sono a favore del pacchetto sul mercato interno dei prodotti, in quanto essenziale al fine di disporre di un quadro comune per la commercializzazione di prodotti all’estero. In un mercato interno basato sui principi di armonizzazione tecnica delle norme che regolano la vendita dei prodotti nel mercato europeo e sul principio di mutuo riconoscimento, non può esserci una situazione in cui la commercializzazione dei prodotti, che possono già essere messi in vendita in uno Stato membro, è in pratica rinviata o, in uno scenario peggiore, realmente ostacolata, a causa dell’eccessiva burocrazia di un altro Stato membro.

Pertanto, accolgo positivamente le relazioni dei colleghi, onorevoli Schaldemose e Brie, che chiedono una riduzione dei carichi burocratici inutili e un quadro giuridico comune per le future disposizioni specifiche, affinché in futuro venga garantita quanta più coerenza quanto più sarà fattibile a livello politico e tecnico. Infine, tuttavia, desidero precisare che le due proposte necessitano di ulteriori perfezionamenti, affinché le definizioni principali e, in modo particolare, il campo di applicazione del quadro giuridico, vengano chiariti in modo adeguato. Se queste stesse proposte mancano di una terminologia chiara, sarà impossibile ottenere l’armonizzazione desiderata.

 
  
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  Karin Scheele (PSE), per iscritto. (DE) Il pacchetto sulla commercializzazione di prodotti in Europa, sul quale si voterà oggi, apporta senza dubbio miglioramenti per i consumatori. I problemi dello scorso anno con i giocattoli per bambini importati hanno dimostrato l’esistenza di un’evidente necessità di agire in questo ambito e che deve essere possibile considerare gli importatori responsabili in misura più ampia per la sicurezza dei prodotti.

È importante ciò che il Parlamento ha raggiunto, in particolare che il nuovo approccio verrà attuato entro un limite minore e la sua applicazione sarà da valutare sulla base dei singoli casi. Non possiamo essere soddisfatti di come ci si è occupati sinora del marchio CE. Non è sicuramente un marchio di qualità che denota un bene prodotto in Europa, che è ciò che per molti consumatori significa, e pertanto molto ingannevole.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE-DE), per iscritto. – (NL) Signora Presidente, onorevoli colleghi, ho votato con convinzione a favore dell’accordo tripartito relativo al pacchetto normativo inteso a rendere realmente libero il mercato comune. Sono inoltre certa che possiamo risolvere questo problema in prima lettura, e persino entro un anno dal lancio delle proposte. La presente normativa è talmente necessaria che io stessa mi sono domandata con onestà il motivo per cui i consumatori e le PMI abbiano dovuto attendere così a lungo.

Il principio del mutuo riconoscimento è stato formulato dalla Corte di giustizia circa 30 anni fa ed è adesso contenuto nella giurisprudenza. Tuttavia, gli Stati membri non lo applicano regolarmente. Sono convinta che l’annullamento dell’onere della prova che stiamo portando a compimento adesso, sia il modo migliore per rispettare tale principio e consentire al mercato interno di funzionare anche per i prodotti non armonizzati.

Inoltre, stiamo garantendo realmente una protezione dei consumatori molto più elevata con una supervisione di gran lunga migliore. Non dovrebbe essere ammissibile nulla di inferiore in un’Europa che si vanta dei propri standard elevati.

Infine, ci stiamo occupando di eliminare una serie di tendenze negative e protezionistiche. I nuovi programmi di accreditamento per le organizzazioni i cui prodotti sono certificati conformemente alle norme armonizzate prevedranno costi amministrativi, ma condurranno a risultati migliori, un mercato interno funzionante e condizioni di concorrenza più eque.

I costi che risparmieremo con il presente pacchetto creeranno infine più posti di lavoro e determineranno una crescita economica. Una migliore tutela dei consumatori è un’ottima ragione per approvare il presente pacchetto con entusiasmo.

 
  
  

– Situation in Gaza (RC-B6-0066/2008)

 
  
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  Ford (PSE), per iscritto. (EN) Voterò a favore della presente risoluzione. La crisi umanitaria e politica della Striscia di Gaza deve essere considerata con profonda preoccupazione. Dobbiamo chiedere ad Hamas di fermare gli attacchi contro Israele provenienti dal territorio sotto il suo controllo, e che Israele ponga fine alle azioni militari che uccidono civili nonché alle uccisioni mirate stragiudiziali.

La politica di isolamento della Striscia di Gaza ha fallito completamente sia a livello politico che umano. Il blocco deve finire, con la riapertura dei valichi da e verso Gaza.

Valuto con favore la prosecuzione dei contributi finanziari dell’Unione europea destinati ai palestinesi degli anni scorsi, con i controlli e il monitoraggio adeguati.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Purtroppo, ancora una volta l’Unione europea sta utilizzando un disastro umanitario al fine di promuovere la propria posizione in ambito di politica estera.

Il partito Junilistan esprime la propria solidarietà alla popolazione civile vittima del conflitto, che tuttavia può essere risolto solo attraverso l’ONU, con un ampio sostegno internazionale, e non attraverso l’Unione europea.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) È vero che condividiamo molte delle preoccupazioni espresse nella risoluzione, ma è altrettanto vero che non denunciano e condannano in misura sufficiente la politica colonialista israeliana relativa alla Palestina e al suo popolo.

Tra gli altri aspetti:

– ancora una volta, la risoluzione pone sullo stesso piano aggressori e aggrediti, occupanti e occupati, ignorando pertanto il terrorismo dello Stato di Israele;

– la risoluzione non condanna l’embargo criminale imposto da Israele alla Striscia di Gaza e alla sua popolazione, tantomeno denuncia la connivenza o il silenzio degli Stati Uniti d’America o dell’Unione europea al riguardo;

– la risoluzione non fa alcun riferimento alle deplorevoli dichiarazioni del Commissario Frattini, responsabile della giustizia e degli affari interni, che ha affermato che l’Unione europea sarebbe pronta a “occuparsi delle preoccupazioni e degli interessi israeliani in un modo che non era previsto nella nostra agenda nei primi anni di intifada”. È quantomeno disdicevole che qualcuno che parla tanto di terrorismo non solo ignori il terrorismo di Israele, ma sia pronto a cooperare con esso.

Da parte nostra, continuiamo a condannare la politica israeliana di apartheid contro la Palestina nonché a difendere il pieno rispetto dei diritti inalienabili del popolo palestinese, contenuti in molte risoluzioni ONU.

 
  
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  Jean Lambert (Verts/ALE), per iscritto. − (EN) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune su Gaza e sono lieto che il Parlamento abbia assunto una posizione così decisa sulla cessazione del blocco. È in corso un disastro umanitario. Negli ospedali non sono disponibili medicinali a sufficienza per fornire le cure di base; l’assistenza alimentare destinata a parte della popolazione soddisfa solo i due terzi del fabbisogno quotidiano; l’industria alieutica (in cui lavorano circa 10 000 persone) è sottoposta a grave tensione, in quanto non è consentito alle imbarcazioni di operare vicino alla costa.

È in atto un disastro ecologico, che minaccia le zone costiere della regione, poiché l’impianto di Beit Lahia di trattamento delle acque reflue non funziona correttamente e non è possibile ripararlo, essendo bloccati gli approvvigionamenti. Le imprese non possono sopravvivere e i disoccupati devono trovare lavoro con i trafficanti e gli estremisti. Gli attacchi missilistici proseguono e i pochi interessati nel conflitto minacciano la pace e il futuro di molti, israeliani e palestinesi.

Hamas deve fermare gli attacchi. Ne beneficiano solo gli estremisti di entrambe le parti, come ho più volte sentito nel corso della mia recente visita a Gaza. L’Unione europea deve fare quanto possibile per la cessazione del blocco, e Israele deve riconoscere che non sta dando loro sicurezza a lungo termine.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. − (DE) Siamo assolutamente chiari dall’inizio: l’embargo da parte di Israele è evidentemente una violazione del diritto internazionale ed è del tutto inaccettabile.

Quale risultato dell’embargo e del divieto di accesso di acqua potabile e prodotti alimentari, Israele sta creando artificialmente per la popolazione della Striscia di Gaza una situazione che non ha eguali in termini di crudeltà e mancanza di preoccupazione per la dignità umana. È grazie al governo egiziano e al sangue freddo della polizia di frontiera che sinora è stato evitato un enorme disastro e che è consentito alle persone che non partecipano al conflitto di accedere ai beni di prima necessità per le loro esigenze fondamentali. Ciò che è irresponsabile, da un altro punto di vista, è far ricadere la responsabilità sull’Egitto, che non ha alcuna colpa per quanto riguarda l’aggravarsi della situazione attuale.

È inammissibile, nel XXI secolo, che una popolazione civile venga trattata quale capro espiatorio per gli atti terroristici di Hamas. Devono pertanto essere ripristinate immediatamente le infrastrutture e garantiti gli approvvigionamenti alla popolazione locale.

La fazione palestinese, da parte sua, dovrebbe fare del suo meglio al fine di migliorare la situazione per agevolare la conclusione di un accordo entro la fine del 2008. Nel contesto attuale, tuttavia, le prospettive di raggiungere tale nobile aspirazione sembrerebbero essere remote.

 
  
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  James Nicholson (PPE-DE), per iscritto. − (EN) Deve essere compiuto ogni sforzo al fine di trovare una soluzione alla situazione di Gaza, ma nella migliore delle ipotesi la presente risoluzione non apporterà alcun contributo, e nella peggiore avrà conseguenze negative. Se il Parlamento desidera essere un onesto mediatore di pace in Medio Oriente dovrebbe smettere di elaborare risoluzioni non equilibrate. Non è semplice per qualsiasi parlamentare non votare a favore di una risoluzione che si occupa di questioni umanitarie, ma mettendo in relazione tali questioni con una descrizione sleale di Israele, perde di valore. Una risoluzione parlamentare non dovrebbe chiedere a Hamas di rilasciare un prigioniero quale semplice “gesto di buona volontà”. Hamas non è un sovrano medievale benevolo; è un’organizzazione terroristica ampiamente responsabile della situazione a Gaza.

Nel domandare che Israele rispetti i propri obblighi, quest’Aula dovrebbe rilevare che i lavoratori israeliani continuano a rischiare le proprie vite per rifornire Gaza di elettricità nonostante la manipolazione di tale elettricità da parte di Hamas. Nell’affrontare le necessità di coloro che soffrono, dobbiamo coinvolgere le persone della parte meridionale di Israele sulle quali alcuni giorni fa si è abbattuta una media di un razzo all’ora e nel cui territorio al 75% dei bambini sono stati diagnosticati ansia e stress postraumatico.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Le autorità israeliane stanno compiendo atti sempre più gravi contro i palestinesi. Hanno stretto il giro di vite sul movimento popolare, i beni e i prodotti alimentari da molti mesi e vietato l’accesso all’acqua potabile, l’elettricità e altri servizi di base, mentre l’esercito israeliano continua ad attaccare e uccidere civili.

La comprensione espressa nella risoluzione per i disastri sopportati dalla popolazione palestinese è un’ipocrisia, poiché l’Unione europea e gli Stati Uniti sono parte del problema. Interessi imperialistici sostengono Israele e le sue politiche criminali. Gli imperialisti intendono mantenere il controllo di una regione importante per la sua posizione e per l’attività geostrategica; sperano di mantenere il loro diritto di intervento, anche militarmente.

I piani del Quartetto hanno dimostrato il fallimento anche di un altro tentativo imperialista, e l’accordo di Annapolis avrà lo stesso risultato. La proposta del loro ripristino è un tentativo di gettare fumo negli occhi della gente; pone essenzialmente sullo stesso piano vittime e carnefici.

Gli imperialisti non possono fornire una soluzione al problema palestinese. Questa deve risultare dalle lotte della popolazione palestinese e dello stesso Israele, nonché dalla solidarietà internazionale con la loro lotta per una coesistenza pacifica attraverso la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est quale capitale.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Se, nonostante una certa riluttanza dovuta a un testo totalmente mancante di equilibrio, alla fine ho votato a favore della risoluzione, è stato perché un emendamento orale presentato dal gruppo del partito popolare europeo ha ripristinato in qualche modo la verità per quanto riguarda l’attuale situazione a Gaza.

Chiunque sia il responsabile, è del tutto inaccettabile, completamente e totalmente inammissibile che all’inizio del paragrafo 3 della risoluzione si pongano sullo stesso piano Israele e Hamas.

La preoccupazione di Israele di proteggere il suo popolo dagli atti di violenza perpetrati ogni giorno da Hamas e dalle milizie palestinesi ha qualcosa in comune con gli attacchi indiscriminati, più recentemente avvenuti a Dimona, e la pioggia di razzi Qassam che si abbatte ogni giorno su Sderot, avente quale obiettivo principalmente le scuole, e quindi i bambini, linfa vitale della società israeliana?

Di certo, possiamo avere diverse opinioni del conflitto, ma l’onesto eurodeputato in quest’Aula si rifiuterà di denotare Israele, un paese e un governo democratico, e Hamas, un movimento terrorista, quali partner paritari dell’Unione europea (è vero, esattamente come il ripetuto rifiuto di soddisfare le condizioni del Quartetto, che stranamente la presente risoluzione, oltretutto, nasconde), nel mezzo di una terribile violenza.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. − (EN) Il tono, e gran parte del contenuto, della risoluzione su Gaza, tende a una posizione anti-israeliana. È sicuramente vero che i palestinesi residenti a Gaza vivono in un continuo stato di privazione, e ciò è disumano. Tuttavia, Israele ne è responsabile solo in parte, ma lo sono principalmente i terroristi e gli estremisti palestinesi come Hamas, e il fallimento dei paesi arabi di contribuire alla riabilitazione della popolazione e alla rinascita dell’area. È stato consentito che Gaza rimanesse una ferita aperta. Lamento che non ci sia stata alcuna richiesta rivolta a coloro attualmente al potere a Gaza di intraprendere le iniziative necessarie per una soluzione stabile con Israele. Accolgo positivamente la domanda di rilascio del caporale Shalit. Mi sono pertanto astenuto dal voto.

 
  
  

– Settima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (RC-B6-0092/2008)

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Il partito Junilistan appoggia il Consiglio dei diritti umani dell’ONU e l’importante lavoro svolto da tale organismo.

Tuttavia, siamo contrari alla disposizione definita nel paragrafo 34 in cui si dichiara la necessità che ciascuno Stato membro dell’UE esprima la posizione di quest’ultima su tali problemi. Ogni Stato membro dell’Unione europea è un membro autonomo dell’ONU e ha pertanto il diritto di esprimere la propria opinione. Abbiamo quindi deciso di votare contro la risoluzione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Memore delle sue posizioni precedenti sulla definizione di questa operazione dell’organo dell’ONU, in cui sono stati ovvi i tentativi di garantirne il controllo e l’organizzazione, ricordiamo le critiche e la pressione dell’Unione europea riguardo, per esempio, al modo in cui alcuni paesi venivano eletti per quest’organo (lamentando il principio della tabula rasa e difendendo l’introduzione dei criteri di ammissibilità), al meccanismo di procedura speciale, al rafforzamento dei mandati dei paesi e alla possibilità di creare nuovi mandati con una maggioranza semplice, o persino ai termini della revisione periodica universale, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che, nonostante sia sulla stesse posizioni, è più moderata nella spiegazione dei suoi obiettivi reali.

Tra gli altri aspetti, vorremmo sottolineare la sua pressione inaccettabile per ciascuno Stato membro di formulare le proprie proposte in questo organo ONU a seconda delle posizioni che possono essere adottate dall’Unione europea, subordinando in questo modo la loro sovranità in materia di politica estera. Desideriamo inoltre porre in rilievo l’opinione politica ritirata dai paesi citati, e anche da quelli non citati, che dimostra ancora una volta l’applicazione dei “doppi standard”, ossia l’orchestrazione dei diritti umani secondo gli interessi dell’Unione europea.

 
  
  

– Relazione Françoise Castex (A6-0024/2008)

 
  
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  Jan Andersson, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. − (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo votato a favore della relazione sul futuro demografico dell’Europa. Tuttavia, riteniamo che il presente documento sia di portata troppo ampia e affronti aspetti che trascendono i problemi attinenti al cambiamento demografico. Ci opponiamo inoltre a diverse proposte di agevolazioni fiscali per le aziende che organizzano asili nido e che consentono alle persone di lavorare nelle proprie abitazioni.

Tuttavia, abbiamo deciso di votare a favore della relazione in quanto si occupa anche di aspetti importanti della sfida che l’Europa sta affrontando.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Siamo spiacenti che non tutti gli emendamenti che abbiamo proposto siano stati adottati. Tali modifiche erano finalizzate a migliorare la relazione, interrogarsi su alcune questioni e inserire misure che riteniamo fondamentali al fine di tutelare i diritti delle donne, delle famiglie e dei bambini. Per esempio, siamo consapevoli di quanto le retribuzioni ridotte e l’impiego precario aggravino l’instabilità sociale e, di conseguenza, riducano drasticamente le prospettive stabili di coloro che scelgono di avere figli.

Questo è il motivo per cui rafforzare la stabilità del lavoro, aumentare i salari, ampliare la sicurezza sociale e la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, ridurre l’orario complessivo di lavoro senza alcuna perdita nelle retribuzioni, garantire una più equa distribuzione del reddito, nonché una piena occupazione, costituiscono questioni fondamentali per la gestione del cambiamento demografico.

È inoltre importante creare infrastrutture educative e sociali nuove e migliori, per i giovani e gli anziani, comprese le strutture per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, di assistenza all’infanzia, infermieristiche e di assistenza agli anziani. Per fare ciò sono necessari servizi pubblici migliori e più numerosi, con una garanzia di accesso uguale per tutti.

Non promuovendo pienamente tali aspetti, la presente relazione non risponde con efficacia a questi problemi, nonostante contenga proposte positive cui plaudiamo ma che non sono sufficienti al fine di consentirci di votare a favore della relazione.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. − (SV) Vaste aree dell’Europa stanno affrontando sfide demografiche. Tuttavia, queste ultime dovrebbero essere risolte attraverso misure a livello nazionale, e non con proposte comunitarie di ampia portata che probabilmente sono adatte ad alcuni paesi ma che possono essere inappropriate per altri Stati membri. Molti paesi dell’Unione europea, tra cui la Svezia, si sono inoltre ampiamente occupati della scarsa natalità e dei problemi demografici, in parte attraverso una politica del benessere ben sviluppata e grazie all’immigrazione. Pertanto, gli Stati membri che desiderano far questo, farebbero meglio a osservare la Svezia e gli altri paesi scandinavi copiandone le misure adottate.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE), per iscritto. – (PL) Sostengo completamente la relazione sul futuro demografico dell’Europa. È un dato di fatto che il costante calo nella crescita naturale degli ultimi anni, accompagnato da un aumento nell’aspettativa di vita media, condurrà probabilmente a cambiamenti significativi nella struttura della popolazione dell’Unione europea entro il 2050. Tali cambiamenti comprenderanno un invecchiamento generale della popolazione e una riduzione nel numero di persone attive. Ciò si tradurrà in una crescita considerevole dell’onere sui bilanci degli Stati membri. Il processo sarà doloroso non solo per i singoli Stati membri ma per l’intera Unione. Quest’ultima potrebbe trovarsi di fronte a una perdita della sua competitività e a un calo della crescita economica rispetto alla situazione in altre parti del mondo caratterizzate da una rapida crescita demografica.

È inoltre chiaro che tale squilibrio demografico si ripercuoterà negativamente sui finanziamenti destinati all’assistenza sociale e alla sostenibilità dei regimi pensionistici. Pertanto, approvo le misure intese a porvi rimedio proposte nella relazione per il rinnovamento demografico, il prolungamento del periodo di attività professionale, la garanzia di un’assistenza sociale di qualità elevata e la promozione della solidarietà tra le generazioni. Tali iniziative sono essenziali al fine di mantenere la competitività dell’economia dell’Unione garantendo al contempo il funzionamento del modello sociale europeo nel lungo periodo.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Gli europei sono una specie in estinzione. Con una media del tasso di natalità inferiore all’1,5, entro il 2050 l’UE a 27 Stati subirà una perdita di circa 20 milioni di persone e coloro che avranno superato i 65 anni di età costituiranno il 30% della popolazione.

Le misure proposte dall’onorevole Castex al fine di ripristinare il tasso di natalità europeo sono ridicole, in quanto, come tutti gli europeisti al potere, la nostra collega non desidera rinnovare la popolazione europea, ma sostituirla con gli immigrati di Africa e Asia. Questo è il motivo per cui impiega 15 articoli nella sua relazione al fine di chiedere strutture intese al ricongiungimento familiare, ai diritti civili per gli immigrati e a maggiori sforzi per integrarli…

Tale politica, sostenuta in Francia da Jacques Attali e attuata da Sarkozy, porterà in Europa oltre 80 milioni di immigrati entro il 2050, e potenzialmente condurrà alla scomparsa dei nostri popoli.

Al fine di garantire la sopravvivenza dei popoli europei, i flussi migratori devono realmente essere modificati e deve essere attuata una politica della promozione delle nascite su ampia scala basata sulla famiglia e a favore della vita. Ciò significa che i nostri paesi devono cercare la loro sovranità e identità in un’Europa nuova, l’Europa delle nazioni.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. − (DE) Sono favorevole a una politica di coesione per lo sviluppo demografico dell’Unione europea, in quanto il cambiamento strutturale nella piramide delle età della società europea indica un futuro preoccupante. Pongo l’attenzione sul fatto che tutti i paesi industrializzati d’Europa si trovano dinanzi agli stessi importanti problemi di politica sociale che rappresentano un grave rischio per il modello di benessere sociale europeo, essenziale alla nostra attuale prosperità.

In tale contesto, desidero sottolineare in modo particolare la crescita nel tasso di dipendenza anziani fino al 53% nel 2050, dovuto alla media del tasso di natalità nell’Unione europea, attualmente basso a livelli anomali, l’1,5, e che non solo provoca conflitti intergenerazionali e può pertanto essere considerato un ostacolo alla coesione sociale, ma che potrebbe anche indebolire la competitività dell’Europa nell’economia mondiale. Il cambiamento demografico in atto necessita pertanto di un adattamento generale dei singoli sistemi sociali e di un’attuazione rapida ed efficiente.

 
  
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  Fernand Le Rachinel (NI), per iscritto. – (FR) La relazione Castex sul futuro demografico dell’Europa è terribilmente banale, e rispecchia tutti i cliché che ci si può aspettare di trovare in documenti su questo argomento. L’onorevole Castex dimentica, oltre tutto, di citare i metodi contraccettivi che sono stati ampiamente responsabili della riduzione delle nascite in Europa, il cui dato è di soli 1,5 figli a donna, ben lontano dal rinnovamento per le generazioni future.

Un contesto favorevole alla popolazione dipende dalla possibilità che le donne hanno di volere crescere un figlio proprio in un periodo di tempo relativamente lungo. Questo è un investimento prioritario per la società, e ridurrebbe in modo significativo la percentuale di abbandono delle scuole e la criminalità minorile.

Per quanto riguarda il fatto che l’immigrazione compensi le culle vuote, si tratta di un’idea pericolosa che non solo potrebbe destabilizzare le nostre società occidentali, ma potrebbe essere anche un’autentica bomba a orologeria, con tutte le conseguenze che possiamo ben immaginare. Giustificando l’immigrazione attraverso la mancanza di forza lavoro, qualificata o meno, quando in Europa ci sono oltre 20 milioni di disoccupati, significa penalizzare i lavoratori europei, che di sicuro apprezzeranno le proposte della Commissione o del Parlamento europeo.

Per queste ragioni non abbiamo intenzione di votare a favore della relazione Castex.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. (PL) L’onorevole Castex precisa correttamente che considerando che la media europea del tasso di dipendenza anziani (il numero di persone con più di 65 anni diviso per il numero di persone fra i 14 e i 65 anni) passerebbe dal 25% del 2004 al 53% nel 2050, l’Unione europea rischia di perdere il suo livello di concorrenza e subire una riduzione della crescita economica.

Concordo con le proposte di sviluppare cinque linee d’azione principali intese al rinnovamento demografico, in particolare a una vita attiva di elevata qualità, un’Europa più efficiente, una migliore integrazione degli immigrati, la garanzia di assistenza sociale e la solidarietà tra le generazioni.

 
  
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  Marcin Libicki, Wojciech Roszkowski e Konrad Szymański (UEN), per iscritto. − (EN) Abbiamo votato contro la presente relazione in quanto le soluzioni proposte riguardo alla crisi demografica sono controproducenti.

Al contrario di quanto affermato nella relazione, solo le famiglie tradizionali e il rispetto sociale per la maternità forniscono la soluzione di cui abbiamo bisogno.

Gli esperimenti sociali proposti nella relazione (cosiddette “strutture familiari alternative”) non conducono a nulla se non a rischi per le nostre società.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Raramente sono stata più soddisfatta nel votare a favore di una risoluzione, in quanto dimostra che le donne e gli anziani hanno un ruolo molto importante da svolgere nella sfida del nostro futuro demografico.

Ci si attende che le donne abbiano maggior desiderio di mettere al mondo dei figli mentre svolgono un’attività professionale su un lungo periodo di tempo. In tal caso, deve essere creata una struttura per incoraggiarle.

Non si può pensare che le donne sentano di non essere nel giusto, o si espongano al rischio di povertà ogni volta che danno alla luce un figlio.

Più procreano e maggiormente vengono discriminate in termini di tutela sociale, in particolare se prestano assistenza a tempo pieno in famiglia, guadagnano meno e inferiore sarà la loro pensione.

Pertanto, le risoluzioni migliori non saranno utili allo scopo se non vi è il coraggio politico di attuarle. Purtroppo, ciò è accaduto con la risoluzione del 1995 sulla distribuzione dei diritti pensionistici in caso di divorzio e con la risoluzione sulla situazione dei coniugi che collaborano con le PMI, intese a correggere le numerose discriminazioni subite dalle donne, nonché la situazione terribile di troppi uomini relativamente al congedo di paternità.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Accolgo con favore le raccomandazioni dell’onorevole Françoise Castex relative al futuro demografico dell’Europa. Ritengo logico e corretto l’intero messaggio inteso a incoraggiare la competitività economica e preservare al contempo il modello sociale europeo. Concordo sull’accento che la relazione pone sul contributo di alcuni settori quali l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e i meccanismi finanziari nel garantire il raggiungimento di questo obiettivo. Esiste inoltre una necessità di promuovere le pari opportunità professionali tra uomini e donne oltre a una politica in materia di immigrazione ponderata bene e con calma, che contenga l’obiettivo di un’integrazione di successo. La relazione si occupa di tali questioni e ho votato a favore delle sue raccomandazioni.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’immigrazione e l’invecchiamento di massa stanno mettendo in pericolo la stirpe della popolazione nativa. La prima viene annunciata quale cura miracolosa per il secondo, ma conduce semplicemente alla metamorfosi etnica, ossia all’Umvolkung: il cambiamento forzato della composizione etnica della popolazione. Se l’istituzione dell’Unione europea non inizia finalmente a sollecitare una politica a favore delle nascite per i nativi europei, non promuove la famiglia tradizionale con molti figli, non intraprende azioni contro i tentativi di distruggere la famiglia tradizionale (per esempio i matrimoni tra omosessuali), e non reintroduce la tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione, anche relativamente al ricongiungimento familiare, tra cinque anni ci troveremo seduti in quest’Aula parlando della “kosovizzazione” dell’Europa, esattamente come facciamo adesso con la stessa questione del Kosovo.

Nella relazione presentataci, è stato fatto ancora una volta un tentativo di farci credere che l’immigrazione sia una panacea, con la popolazione ereditaria d’Europa che deve adattarsi in fretta agli immigrati. Questo è il motivo per cui non ho approvato la relazione di oggi.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. − (SK) L’Unione europea deve rispondere ai gravi cambiamenti demografici se intende conservare il proprio equilibrio demografico e territoriale. Da una parte, è necessario occuparsi dell’invecchiamento della popolazione. La situazione è allarmante. Ogni anno a partire dal 2010, il numero di persone che lavorano diminuirà di circa un milione e ciò minaccerà la solidarietà intergenerazionale.

Dall’altra parte, esistono problemi provocati dal calo delle nascite, che esistono già da molti anni. Rinviare la nascita di un figlio a un periodo successivo della vita può essere la ragione di un aumento della sterilità nelle coppie. La tutela della madre e della famiglia deve essere al centro delle politiche comunitarie. I regimi pensionistici non devono punire le donne per il fatto di essere madri.

Negli ultimi anni le differenze tra gli Stati membri si sono ridotte, ma al contempo sono diventate più profonde le differenze all’interno dei singoli Stati membri. Le regioni svantaggiate in particolare, sono meno sviluppate e in più sono anche quelle che subiscono maggiormente i cambiamenti demografici, nello specifico l’invecchiamento della popolazione e la migrazione. Non essendoci posti di lavoro sufficientemente ben remunerati, i lavoratori qualificati partono alla volta delle grandi città. La massiccia concentrazione delle attività economiche nelle capitali corrode l’equilibrio economico, sociale e ambientale, provocando una diminuzione della popolazione nelle aree rurali e spesso la mancanza di infrastrutture di base necessarie allo sviluppo.

Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Castex sul futuro demografico; questa è una relazione importante. Dobbiamo comprendere che lo sviluppo demografico è una componente fondamentale di ogni politica, a medio o a lungo termine.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. − (PT) Il rinnovamento della popolazione europea è un fattore fondamentale nel garantire un equilibrio tra i più giovani e gli anziani nonché nell’aumentare la popolazione in età lavorativa. Le conseguenze dell’attuale diminuzione del tasso di natalità e dell’aumento dell’aspettativa di vita saranno un incremento del tasso di dipendenza anziani e il declino nella popolazione in età da lavoro. È pertanto essenziale che si agisca al fine di promuovere il rinnovamento demografico che garantirà un’Europa maggiormente produttiva e progredita con un livello elevato di sicurezza e solidarietà sociale tra le generazioni.

Occorre sviluppare le nostre politiche affinché incoraggino il rinnovamento continuo della popolazione europea e garantiscano la competitività economica duratura, tutelando al contempo il modello sociale europeo.

Non possiamo ignorare un altro aspetto della questione che è connesso al fatto che l’Europa è una meta per consistenti flussi migratori, poiché tali popolazioni contribuiscono costantemente all’aumento delle nascite. La combinazione della questione demografica con la questione migratoria crea dei potenziali rischi e non possiamo semplicemente contare su questi popoli per il rinnovamento demografico. Pertanto, desidero evidenziare le misure intese a incoraggiare le nascite, associate a politiche adeguate in materia di istruzione e formazione nonché relative alla solidarietà tra le generazioni, con l’obiettivo di arrestare il declino demografico europeo.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) La sfida demografica che si trova dinanzi all’Europa è di proporzioni enormi. È un argomento perfettamente adatto alla discussione a livello europeo, di cui mi sono io stesso occupato quale autore di un parere sulla flessicurezza. Tuttavia, una condizione essenziale è che il punto di inizio della discussione sia che molte delle misure proposte, quali un’età pensionabile più avanzata, una politica familiare prudente, buone condizioni per il congedo parentale, e così via, rientrino nel principio di sussidiarietà. Numerose proposte nella vasta gamma di soluzioni, per non dire di più, che vengono citate nella relazione sono sperimentate e hanno funzionato in Svezia. Tuttavia, ciò non significa che funzioneranno allo stesso modo anche in altri luoghi d’Europa.

Il problema fondamentale con la relazione dell’onorevole Castex non è quindi l’intenzione, ma che molto di quello di cui si parla è riconducibile a politiche che dovrebbero essere gestite dagli Stati membri, a volte a livello municipale. Pertanto, ho votato a favore degli emendamenti che sottolineano il principio di sussidiarietà e mi sono astenuto dal voto finale.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE), per iscritto. (PL) Abbiamo adottato un’importante relazione sul futuro demografico dell’Europa. Consentire ai cittadini di vivere più a lungo rappresenta di certo un risultato per gli Stati membri dell’Unione. Tuttavia, ciò conduce anche al graduale invecchiamento della popolazione. Nel lungo periodo, tale situazione può solo compromettere l’equilibrio tra la popolazione produttiva e coloro che hanno passato quella fase. È una minaccia alla solidarietà tra le generazioni, poiché un numero di persone attive a livello professionale inferiore a quello attuale, comporterà la continua crescita del costo dei sussidi, le indennità, le pensioni, l’assistenza e i servizi sanitari per coloro che non lavorano.

Viene richiesto inoltre un intervento inteso a prolungare il periodo di attività professionale e ad accrescere il tasso di natalità al fine di risolvere la situazione attuale, nonché programmi per una completa integrazione degli immigrati.

La modernizzazione tecnica e l’introduzione della tecnologia dell’informazione sul posto di lavoro garantiranno che l’impiego sia più efficiente e produttivo. Ciò contribuirà in modo significativo a migliorare la situazione.

Bisognerebbe inoltre prestare attenzione ai flussi migratori dalle zone rurali alle aree urbane, e al capitale umano nascosto nelle zone rurali, in particolare nei paesi meno sviluppati.

La demografia è una delle sfide fondamentali per l’Unione europea, in particolare nel contesto della significativa sovrappopolazione in altre parti del mondo.

 
  
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  Ewa Tomaszewska (UEN), per iscritto. – (PL) In considerazione della seria natura del problema demografico che l’Europa deve affrontare, è del tutto appropriato che il Parlamento e la Commissione debbano dedicare del tempo alla questione. Purtroppo, ho ritenuto opportuno non votare a favore della relazione sul tema dell’onorevole Castex in quanto sono stati respinti troppi emendamenti fondamentali.

In particolare, l’approvazione da parte del Parlamento della disposizione che indica la piena accettazione della definizione di famiglia contenuta nella normativa del paese di origine di un immigrato, in caso di conflitto con la normativa del paese ospitante, assieme ai conseguenti obblighi finanziari in caso di poligamia, non possono essere ignorati. Ciò si intromette nelle disposizioni interne degli Stati membri, violando pertanto il principio di sussidiarietà.

 
  
  

– Relazione Ambroise Guellec (A6-0023/2008)

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL) , per iscritto.(GA) Non concordo con nulla di ciò che è scritto nella relazione dell’onorevole Guellec, nondimeno la accolgo positivamente e ho votato a suo favore. Valuto in modo favorevole l’accento che l’onorevole Guellec ha posto su uno sviluppo regionale equilibrato. Non solo deve diminuire il divario tra gli Stati membri ma anche quello all’interno degli Stati membri e tra le regioni. Occorre garantire che l’aumento delle risorse sia finalizzato alla promozione dello sviluppo regionale e ad affrontare l’emarginazione sociale. L’unico modo di occuparsi di una politica di coesione è impiegarla quale strumento per l’attuazione della strategia di Lisbona.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Nonostante la presente relazione contenga alcuni aspetti che, benché moderati, riteniamo positivi, non affronta con efficacia le importanti questioni dei finanziamenti.

Un esempio di tale compromesso è l’approccio adottato riguardo alle risorse finanziarie comunitarie necessarie per una politica di coesione efficace. Nei considerando, la relazione riconosce che “occorre garantire in futuro una maggiore dotazione finanziaria a favore della politica di coesione per affrontare le nuove sfide che si presenteranno” (se ciò sia realmente connesso alla coesione è una questione separata che non è ancora stata chiarita). Tuttavia, negli articoli, o in altre parole nella vera proposta, la relazione allude semplicemente a un’ambigua necessità di rafforzare la politica di coesione, per la quale dovrebbero essere stanziate risorse finanziarie “sufficienti”.

Purtroppo, gli emendamenti che abbiamo presentato sono stati respinti. Tali emendamenti avevano lo scopo, per esempio, di riconoscere l’esistenza di paesi e regioni che sono in disaccordo con l’Unione europea, di evitare l’impiego della politica di coesione per altri fini, in particolare per il finanziamento degli obiettivi contenuti nella strategia di Lisbona, che sarebbe contrario alla coesione, di riconoscere la necessità di aumentare le risorse finanziarie comunitarie per la coesione, di imporre condizioni sugli aiuti comunitari alle imprese affinché vengano scoraggiate le delocalizzazioni, di sottolineare la necessità di adottare misure permanenti con finanziamenti adeguati per le regioni più lontane e di riconoscere il ruolo della pesca nella coesione.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Accolgo positivamente la relazione dell’onorevole Ambroise Guellec sulla quarta relazione sulla coesione economica e sociale della Commissione. I risultati indicano chiari progressi nel miglioramento della coesione economica e sociale nell’Unione europea. Tuttavia, le scoperte dell’aumento delle disuguaglianze in un certo numero di Stati membri, in particolare tra le capitali e le zone rurali, dimostrano la necessità di proseguire in questo obiettivo della politica al fine di cercare di ridurre le differenze all’interno e tra molteplici regioni dell’Unione europea.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE), per iscritto. − (SK) La politica di coesione contribuisce a risolvere i problemi quali i cambiamenti demografici, la migrazione dalle zone rurali alle aree urbane, la segregazione o i cambiamenti climatici. Tali sfide possono essere affrontate unicamente se la politica di coesione resta una politica comunitaria. Questo è il motivo per cui ho dato senza alcun dubbio il mio sostegno alla relazione. Possiamo verificare quanto benefica sia tale politica se osserviamo i paesi che in passato hanno ricevuto sostegno dal Fondo di coesione.

La Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda hanno registrato una forte crescita. Un simile contributo dovrebbe essere disponibile per i nuovi Stati membri. Come chiunque altro che sia cresciuto e abbia vissuto in una regione più lontana, sono consapevole che esistono evidenti disuguaglianze tra le regioni, persino all’interno delle singole regioni, che a volte sono anche maggiori tra i singoli paesi: disuguaglianze negli standard di vita, nel numero di posti di lavoro disponibili, nel reddito e nelle opportunità di istruzione. Questa è la ragione per cui sottolineo l’esistenza di una reale necessità di ridurre la disparità tra le regioni accessibili a livello territoriale e le regioni che affrontano svantaggi strutturali. Ritengo che una soluzione sia rendere prioritarie le politiche che diminuirebbero la pressione sulle capitali e sosterrebbero lo sviluppo delle città secondarie. Occorre sostenere lo sviluppo delle aree rurali, in cui le città piccole e di medie dimensioni svolgono un ruolo importante. È inoltre necessario destinare i finanziamenti ai progetti volti a rendere ogni regione attraente in sé. Appoggio la relazione in quanto so che la politica di coesione è la giusta risposta a molte sfide demografiche.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la coesione ha costituito nel passato uno dei pilastri delle politiche comunitarie, espressione di un principio di solidarietà che ha contraddistinto e accompagnato la crescita economica nell’Unione europea.

Per molti paesi e regioni europee è stata una storia fatta di successi economici; in alcuni casi si è parlato perfino di miracolo e, grazie alla buona applicazione delle politiche di coesione, molti nostri cittadini hanno migliorato il loro tenore di vita.

Nell’Europa a 27 con forti differenze economiche e sociali il ruolo della coesione è ancora più importante. I primi effetti degli aiuti economici comunitari cominciano a vedersi anche in alcune delle regioni in ritardo di sviluppo anche se, a causa di un PIL pro capite di partenza assai basso, la convergenza economica potrà essere valutata in un quadro di lungo periodo.

Nel prossimo futuro, ma forse già oggi, gli scenari di confronto saranno differenti e la politica di coesione dovrà quindi confrontarsi con nuove e diverse sfide con un forte impatto territoriale, come i cambiamenti demografici, la concentrazione e la nuova dimensione urbana, le ondate migratorie, l’approvvigionamento energetico e i cambiamenti climatici.

Dichiarando il mio voto favorevole alla relazione invito la Commissione e i governi nazionali a individuare ed elaborare una progettualità comune per affrontare con il dovuto dinamismo e l’adeguata cooperazione tali problematiche.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) L’obiettivo della coesione economica e sociale è di creare un’illusione tra i lavoratori affinché possa essere colmato il divario nelle disuguaglianze sociali e regionali, e che gli standard di vita dei lavoratori nei paesi e nelle regioni differenti dalla media comunitaria possano essere aumentati.

La legge della crescita impari nel capitalismo è, tuttavia, inflessibile. Tali disparità sono persino in aumento; il povero diventa più povero e il ricco più ricco. È questo che i lavoratori devono sopportare ogni giorno.

A fronte del carico imposto dalle restaurazioni capitaliste e dell’attacco frontale ai diritti dei lavoratori, tuttavia, anche l’utilizzo orale di tali parole tende a scomparire, e con esso la disposizione misera del bilancio comunitario.

Nella terza fase di attuazione della strategia di Lisbona, tutte le politiche devono essere sostituite con la parola magica imperialista “concorrenza”. Ciò condurrà alla concorrenza tra Stati, regioni e lavoratori, in cui dominerà la legge della giungla.

La risoluzione si limita a belle dichiarazioni e pii desideri che non sfiorano l’essenza del problema. Solo le lotte dei lavoratori, la disobbedienza e l’insubordinazione alle politiche comunitarie impopolari e contro i lavoratori possono ribaltare la tendenza al peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Tale tendenza adesso diventa persino più evidente nei paesi maggiormente sviluppati.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. − (PT) La politica di coesione è uno dei marchi commerciali distintivi dell’Unione europea, uno dei suoi importanti successi nonché una delle principali attrattive della nostra comunità. L’idea che sia giusto e necessario garantire un livello identico di sviluppo in tutta l’Unione europea è un concetto che non dobbiamo abbandonare e i cui risultati positivi sono da celebrare.

Tuttavia, non tutto ha avuto esiti positivi in questo settore. In primo luogo, è fondamentale che i fondi di coesione vengano integrati in misura crescente con altri programmi di finanziamento al fine di garantire che i benefici di tali fondi non vengano persi in assenza di un investimento parallelo nelle politiche finalizzate direttamente alle fasi più avanzate di sviluppo. A volte occorre compiere passi maggiormente impegnativi, altrimenti rimarremo sempre indietro.

In secondo luogo, è preoccupante che stiamo assistendo a un processo costante di ritiro nel governo portoghese in termini di garanzie di accesso paritario ai servizi di base nel suo territorio. Che senso ha chiedere coesione a livello comunitario se tale coesione è assente dalle politiche nazionali, con i cittadini delle regioni meno sviluppate che vengono abbandonati non in nome di un’idea di sviluppo, ma di una semplice prospettiva basata sul profitto dello stanziamento delle risorse? Assolutamente nessuno.

 
  
  

– Relazione Gisela Kallenbach (A6-0028/2008)

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL), per iscritto. (GA) Non concordo con tutto ciò che è scritto nella relazione Gisela Kallenbach, ma nonostante ciò la accolgo con favore. Valuto positivamente in particolare l’accento posto dall’onorevole Kallenbach sul rafforzamento del ruolo delle autorità urbane locali. Lo sviluppo sostenibile delle aree urbane è estremamente impegnativo nel XXI secolo e il quadro presentato dalla collega oggi può aiutarci ad affrontare questa sfida.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) La presente relazione sul seguito dell’Agenda territoriale e della Carta di Lipsia contiene aspetti che riteniamo importanti.

Tuttavia, si deve sottolineare che il reale contenuto della dimensione territoriale della politica di coesione è ancora da definire, con l’adozione di un Libro verde in materia programmato per il prossimo settembre.

Benché molti degli obiettivi citati sinora siano da accogliere favorevolmente e che tutto abbia un senso, per esempio lo sviluppo di un sistema urbano policentrico equilibrato e la creazione di un nuovo partenariato tra città e campagna e la garanzia di parità di accesso all’infrastruttura, la protezione del patrimonio naturale e culturale, la garanzia di spazi pubblici di alta qualità e la modernizzazione degli alloggi esistenti e dell’arredo urbano, il rafforzamento dell’economia locale e della politica locale per il mercato del lavoro nonché la garanzia di un’attiva politica di istruzione e formazione per bambini e giovani, desideriamo sottolineare che:

– la gestione e la pianificazione del territorio devono essere responsabilità di ciascuno Stato membro;

– le nuove priorità devono ricevere nuove risorse finanziarie;

– la dimensione territoriale non deve essere in contrasto o indebolire la coesione economica e sociale, in altre parole la riduzione delle disparità tra i livelli di sviluppo delle diverse regioni e l’incoraggiamento delle regioni più svantaggiate che sono in condizioni di arretratezza.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − (EN) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Gisela Kallenbach “sul seguito dell’Agenda territoriale e della Carta di Lipsia”. Abbiamo bisogno di maggiore sensibilità per la dimensione territoriale e urbana delle politiche comunitarie. Nel rafforzare la cooperazione tra aree urbane e rurali e nell’attuazione di strategie efficaci che mirano a uno sviluppo spaziale sostenibile possiamo riuscire con successo.

 
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