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Procedura : 2008/0087(CNS)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A6-0337/2008

Discussioni :

PV 08/10/2008 - 23
CRE 08/10/2008 - 23

Votazioni :

PV 09/10/2008 - 7.6
CRE 09/10/2008 - 7.6
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2008)0468

Discussioni
Giovedì 9 ottobre 2008 - Bruxelles Edizione GU

10. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione Panzeri (A6-0365/2008)

 
  
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  Rumiana Jeleva (PPE-DE). - (BG) Signor Presidente, onorevoli colleghi, consentitemi di iniziare il mio intervento congratulandomi con l’onorevole Panzeri per la sua relazione. Ero il relatore ombra del gruppo PPE-DE e ho votato a favore di questa relazione.

Ho votato a favore della relazione poiché ritengo che, grazie alla nostra ricerca di compromessi, siamo riusciti a introdurre alcuni emendamenti, raggiungendo un approccio più equilibrato su certe proposte. Allo stesso tempo, però, alcuni emendamenti presentati dal nostro gruppo, che avrebbero reso la relazione più completa, non sono ancora stati accolti.

La relazione avrebbe dovuto contenere un testo relativo agli eccessivi oneri fiscali e agli elevati contributi di previdenza sociale tra le cause principali dell’esistenza, nonché della crescita, di un’economia parallela in certi settori. Nella lotta al lavoro nero, la comunità imprenditoriale deve essere presente in qualità di alleato.

Le piccole e medie imprese devono essere favorite diminuendo il carico della burocrazia e semplificando le procedure. Tuttavia, è chiaro che discussioni ed emendamenti non possono essere proposti in questa fase, poiché la relazione è stata iniziata nell’ambito di una serie di norme, mentre è stata terminata e votata nell’ambito di norme differenti.

 
  
  

Relazione Zimmer (A6-0364/2008)

 
  
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  Anja Weisgerber (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato contro la relazione Zimmer. Ciononostante vorrei sostenere senza riserve l’obiettivo della relazione, ossia la promozione dell’inclusione sociale e la lotta alla povertà, inclusa la povertà infantile, nell’Unione europea. Manifesto il mio più vivo apprezzamento per un approccio che indica schemi di reddito minimo quali requisito fondamentale per una vita vissuta dignitosamente. Questo principio deve essere applicato a tutti, lavoratori e disoccupati.

Non posso però votare a favore di una relazione che reiteratamente esorta gli Stati membri a introdurre salari minimi e che invita il Consiglio a concordare un obiettivo europeo sui salari minimi. Questa richiesta viola il principio di sussidiarietà e la competenza fondamentale degli Stati membri in materia di legislazione sociale.

Inoltre, la relazione sostiene esplicitamente la proposta della Commissione di una direttiva orizzontale che copra tutte le forme di discriminazione. Sono contraria alla discriminazione, ma ritengo che questo non sia l’approccio corretto.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, la ringrazio per avermi offerto la possibilità di esprimere la mia dichiarazione di voto. Come l’onorevole che mi ha preceduto, anch’io ritengo impossibile non condividere l’obiettivo della relazione, ossia la promozione dell’inclusione sociale e la lotta alla povertà.

Bisogna tuttavia riconoscere che dobbiamo abbandonare l’idea che, qualsiasi sia il problema, la soluzione vada ricercata a livello europeo. In realtà, la soluzione spesso non si trova neppure a livello nazionale.

Se davvero vogliamo affrontare il problema della povertà, se davvero vogliamo promuovere l’inclusione sociale, spesso dobbiamo cercare la soluzione all’interno delle comunità. Guardando attraverso l’Unione europea, attraverso il mio paese, attraverso la città che rappresento, Londra, una delle più grandi città al mondo, possiamo vedere molti gruppi di comunità locali che affrontano il problema della povertà in prima linea, senza alcun intervento da parte dello Stato. Le comunità comprendono i problemi e agiscono insieme per risolverli. Dobbiamo creare le condizioni appropriate per fare sì che le comunità locali possano risolvere questo tipo di problemi: se volete trovare delle soluzioni, vi invito a visitare il sito web del Centro per la giustizia sociale nella mia circoscrizione elettorale a Londra.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). - (PL) Signor Presidente, la povertà è un fenomeno sfaccettato. Solitamente è collegata alla disoccupazione, particolarmente alla disoccupazione a lungo termine e questo spiega perché l’occupazione è considerata la migliore arma di prevenzione della povertà. Tuttavia, l’occupazione non è l’unico modo per prevenire il problema, come dimostrano i vari casi di povertà tra persone attive. E’ importante ricordare che 78 milioni di persone in tutta l’Unione europea, ovvero il 16 per cento dei cittadini europei, sono a rischio povertà.

Le autorità pubbliche ad ogni livello devono collaborare con le parti sociali, le organizzazioni della società civile e i singoli cittadini. Le politiche sociali e per il mercato del lavoro devono essere migliorate e rese più efficaci ed è necessario un impegno prolungato e di ampio respiro per lottare contro la povertà e l’esclusione sociale.

Va inoltre ricordato che i programmi legislativi di protezione sociale devono avere un ruolo preventivo ed essere finalizzati alla promozione della coesione sociale e alla facilitazione dell’integrazione sociale. Una sezione fondamentale della relazione riguarda l’eliminazione della povertà infantile. Particolare attenzione va rivolta ai casi di bambini cresciuti da genitori single, in famiglie numerose o di immigrati. Sono necessarie soluzioni efficaci per evitare che questi bambini siano socialmente emarginati.

 
  
  

Relazione Panzeri (A6-0365/2008)

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, intendo appoggiare questa risoluzione della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, dal momento che accoglie le mie proposte specifiche volte a lottare contro il mercato del lavoro nero e in particolar modo il lavoro sommerso.

Sono particolarmente appagata dal sostegno dato alla mia proposta affinché si chieda alla Commissione di sviluppare un meccanismo pilota che si ispiri a modelli come il progetto 2 Plus a Lussemburgo, cofinanziato dal Fondo sociale europeo, intesi ad arginare il lavoro sommerso privandolo di ogni attrattiva mediante una semplificazione molto significativa delle pratiche amministrative imposte ai datori di lavoro, assicurando al contempo la copertura sociale per i lavoratori; una fiscalità favorevole per i datori di lavoro, anche mediante la deduzione degli oneri per i lavori di prossimità; l'esenzione fiscale per tutti i lavori eseguiti contro una remunerazione inferiore a un dato importo che sarà fissato dallo Stato membro.

E’ stata inclusa anche la mia proposta di istituire uno statuto quadro per i coniugi o i familiari che partecipano nelle imprese familiari, al fine di garantire la loro affiliazione obbligatoria al regime di previdenza sociale, e ne sono molto lieta. Sono anche felice che abbiamo sottolineato che il funzionamento di una famiglia rappresenta un’impresa familiare in sé, e che sarebbe da valutare la possibilità di riconoscere tale lavoro familiare atipico e integrarlo in un sistema di copertura sociale. Sta di fatto che oltre al vero e proprio mercato del lavoro nero, vi sono milioni di europei, e specialmente donne, che lavorano in imprese familiare pur non fruendo di alcuna copertura sociale.

 
  
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  Presidente. - (EN) Desidero precisare solo una cosa, Onorevole Lulling, il tempo di parola è limitato a un minuto, non due. Il che corrisponde quasi al lavoro sommerso.

 
  
  

Situazione in Bielorussia (RC B6-0527/2008)

 
  
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  Milan Horáček (Verts/ALE). - (DE) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione in quanto rappresenta un invito inequivocabile al governo bielorusso affinché rispetti finalmente i diritti umani.

E' deludente che le speranze di uno sviluppo democratico nutrite dalla popolazione bielorussa, che è costretta a subire l'ultima dittatura europea, non siano state concretizzate dalle elezioni parlamentari che si sono tenute in settembre, e il cui esito è stato dubbio, per non dire truccato. Lo stesso vale per la strategia repressiva attuata nei confronti dell'opposizione e della società civile.

Oggi ci siamo inoltre appellati al Consiglio ed alla Commissione affinché compiano ulteriori passi al fine di agevolare ed intensificare i contatti interpersonali e avviare il processo di democratizzazione del paese, considerando altresì la possibilità di ridurre il costo dei visti per i cittadini bielorussi che entrano nella zona di Schengen, dal momento che si tratta dell'unico modo per impedire che la Bielorussia e i suoi cittadini vengano ulteriormente isolati.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente, la sconfitta della democrazia in Bielorussia è particolarmente dolorosa nel contesto della nuova politica di riconciliazione attuata dall'Unione verso quel paese, dopo gli eventi che si sono verificati in Georgia. Il presidente Lukashenko non ha riconosciuto il gesto compiuto dall'Europa, e non ha colto l'occasione per uscire dall'isolamento. Il rapporto dell'OSCE afferma che le elezioni in Bielorussia non hanno soddisfatto i criteri democratici. Il neo parlamento sarà ancora una volta composto da persone asservite all'ultimo dittatore europeo. Nonostante tali abusi, occorre proseguire con la politica di disgelo delle relazioni. Va tuttavia sottolineato che l'Unione non deve essere l'unica parte a fare concessioni: il presidente bielorusso deve manifestare palesemente la sua buona volontà e provarla con azioni adeguate. Le pressioni sul presidente Lukashenko vanno aumentate, ma è necessario, al contempo, offrire alla popolazione bielorussa dei benefici, cosicché l'offerta europea sia percepita come una scelta migliore rispetto all'alternativa di intensificare i legami con la Russia.

 
  
  

Sospensione del ciclo di negoziati di Doha dell’OMC (RC-B6-0521/2008)

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). - (PL) Signor Presidente, sembra sempre più improbabile che i negoziati nel quadro del ciclo di Doha pervengano a una conclusione positiva. Le dimissioni del commissario Mandelson dalla carica di commissario al commercio ne è uno dei motivi. I colloqui riprenderanno probabilmente solo dopo l'inizio del 2010. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che nei prossimi due anni si terranno le elezioni non solo negli Stati uniti, ma anche in India e in Brasile, e ciò significa che i nuovi negoziati verranno intavolati da un gruppo di persone diverse. Per la prima volta, l'Unione europea non è responsabile dell'interruzione dei colloqui. I colloqui ministeriali di luglio sono falliti a causa di Stati Uniti e India. Secondo il parere degli esperti, tuttavia, il motivo principale dell'interruzione risiede nella mancanza di progressi nel settore dei servizi e dell'industria.

Se si tornerà al tavolo dei negoziati, sarà necessario dare la priorità alla questione degli aiuti per i paesi più poveri. Al contempo non dobbiamo tuttavia accantonare i nostri stessi interessi, in particolar modo quelli legati al settore agricolo. Aprire i mercati in modo improprio risulterebbe in una grave minaccia alla stabilità dei redditi agricoli, che potrebbe portare al fallimento di molte aziende del settore. Se ciò accadesse, come potremmo garantire la sicurezza alimentare dell'Unione europea? Il mancato accordo su questioni commerciali costituisce un esempio di quanto sia difficile raggiungere un compromesso su argomenti importanti, laddove nei colloqui sono coinvolti tanti paesi con tanti interessi diversificati.

Auspichiamo un risultato più positivo dei negoziati internazionali nell'ambito della lotta al cambiamento climatico.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, grazie per avermi offerto l'occasione di fornire la mia dichiarazione di voto sulla sospensione del ciclo di negoziati di Doha.

E' con profonda gratitudine che riconosco che la maggior parte dell'Aula sia veramente rattristata dalla sospensione del ciclo di negoziati di Doha, poiché un'ulteriore liberalizzazione avrebbe portato a risultati concreti.

Sfortunatamente, una volta di più è stata l'agricoltura che ci ha bloccati, e mentre l'Unione europea è riuscita ad evitarne la responsabilità, penso che dobbiamo riconoscere che avevamo la nostra politica interna e quando il commissario Mandelson ha tentato di procedere sull'agricoltura, è stato bloccato da alcuni tra i paesi più protezionisti dell'Unione europea.

E' necessario riconoscere che c'è uno scopo più importante in gioco, e che i servizi che rappresentano tanta parte della nostra economia devono essere sbloccati e liberalizzati. Sfortunatamente, dobbiamo intervenire sull'agricoltura e sulle merci prima di sbloccare lo scambio di servizi.

Occorre una maggiore apertura del commercio. Dobbiamo smettere di tutelare gli agricoltori non competitivi. Dobbiamo facilitare il commercio tra noi e gli imprenditori e gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo a quelli più poveri, affinché vendano i loro prodotti e i loro servizi, poiché solo il commercio, e non l'industria delle grandi sovvenzioni, sarà in grado di aiutare queste persone a uscire dalla povertà.

 
  
  

Relazione Carnero González (A6-0347/2008)

 
  
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  Bogdan Pęk (UEN). - (PL) Signor Presidente, la relazione che abbiamo dinanzi ha già ottenuto l'approvazione della maggioranza di questo Parlamento. Tuttavia, poco prima della votazione, l'onorevole Duff, membro dirigente, ha azzardato un commento sorpreso per il fatto che i paesi dell'est europeo, che solo recentemente hanno aderito all'Unione, potessero opporsi all'introduzione obbligatoria della bandiera e dell'inno europeo al Parlamento europeo. Devo spiegare immediatamente all'onorevole Duff che il semplice slogan usato durante la campagna, che affermava che il governo di Bruxelles non è migliore di quello di Mosca, è ampiamente giustificato. Dopo tutto, la facilità con la quale Bruxelles può introdurre e applicare variazioni che violano il diritto europeo è in netto contrasto con la difficoltà di mettere in atto i principi di solidarietà, onestà e non-discriminazione. Un esempio pertinente è costituito dalla politica energetica, in base alla quale le misure che danneggiano l'industria energetica polacca sono state imposte alla Polonia per decreto e contravvenendo ai principi menzionati precedentemente.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI). - (NL) Signor Presidente, è stata appena approvata a stragrande maggioranza – benché io e un certo numero di colleghi abbiamo votato a sfavore – una relazione che introduce per questa istituzione una bandiera, un inno, un motto, una festa nazionale: tutti simboli, “orpelli” di un vero e proprio stato. C'è un cabarettista olandese, Wim Sonneveld, che in realtà non sarebbe fuori luogo in questo Parlamento, e che davanti a tutto ciò commenterebbe: “Beh, questo è il colmo!”

Tuttavia, vorrei ricordare che non troppo tempo fa, dopo l'evidente rifiuto della Costituzione europea nei Paesi Bassi e in Francia, le disposizioni relative all'uso di simboli sono state saggiamente eliminate e non sono state più incluse nel trattato di Lisbona, in quanto ci si era resi conto che l'opinione pubblica non li desiderava. Ora il Parlamento le sta adottando nuovamente, e sta perfino sostenendo, nel testo, che devono essere incluse proprio per dare un segnale politico chiaro ai cittadini. Che beffa! La nomenklatura europea di privilegiati continua a marciare, ma, onorevoli colleghi, da tempo i cittadini d'Europa hanno smesso di seguirli .

 
  
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  Philip Claeys (NI). - (NL) Signor Presidente, durante la discussione in merito alla relazione Carnero González sembrava, talora, che stessimo parlando dei simboli europei, anziché della loro inclusione nel regolamento. Attualmente la discussione non verte sui simboli, anche se posso ben immaginare che molti si interroghino sulla Giornata dell'Europa fissata il 9 maggio. Sta di fatto che, in primo luogo, era stato promesso che i simboli esteriori del superstato europeo non sarebbero stati inclusi nel trattato di Lisbona, che la maggior parte degli Stati membri hanno ratificato, e ora, improvvisamente, essi verranno integrati e mantenuti nel regolamento del Parlamento europeo. Ciò significa manifestare disprezzo per gli elettori, i cittadini europei. Dalla nostra torre d'avorio di Bruxelles siamo riusciti, una volta di più, ad allontanarci ulteriormente dai cittadini degli Stati membri. Tutto ciò è triste.

 
  
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  Daniel Hannan (NI). - (EN) Signor Presidente, normalmente ci si incoraggia a vedere il nazionalismo come qualcosa di arbitrario, passeggero, vagamente disonorevole, ma quando si tratta di euro-nazionalismo, il nostro atteggiamento cambia completamente, e ci si invita a godere di emblemi e ornamenti dell'entità statale: una bandiera, un inno, una festa nazionale e via dicendo.

Obietto in particolar modo all'appropriazione della Nona sinfonia di Beethoven come inno europeo, per la quale ci si aspetta che tutti ci alziamo, ogni qualvolta la sentiamo suonare. Temo che su di me abbia lo stesso effetto che aveva su Alex in Arancia Meccanica e per gli stessi motivi, vale a dire che ha una connotazione negativa.

Ma il punto che voglio sollevare è questo: l'unico cambiamento, e abbastanza simbolico, apportato alla Costituzione europea, quando è stata trasformata in trattato di Lisbona, è stata la rimozione di questi simboli nazionali europei.

Reintroducendoli unilateralmente, questo Parlamento, questo Parlamento vecchio e decrepito, manca di rispetto all'elettorato che ha respinto la Costituzione europea.

Se desiderate che questi simboli abbiano potere vincolante, abbiate il coraggio di chiedere il parere dei cittadini in un referendum. Pactio Olisipiensis censenda est!

 
  
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  Roger Helmer (NI). - (EN) Signor Presidente, ho votato contro la relazione dell'onorevole Carnero González, che tenta di reintrodurre, in modo più ampio, la bandiera e l'inno europei in questo Parlamento.

Nel mio paese ai cittadini era stato detto che il trattato di Lisbona era talmente diverso dalla Costituzione europea, che non aveva più senso indire un referendum, eppure l'unica differenza concreta che riesco a trovare tra la Costituzione e il trattato di Lisbona è l'eliminazione di questi orpelli dello stato. Ora questo Parlamento cerca nuovamente di introdurli .

Ciò dimostra che l’intero progetto europeo si fonda su un inganno e testimonia altresì il disprezzo monumentale che questo Parlamento riserva all’opinione pubblica e agli elettori che hanno votato. Ora è necessario indire un referendum sul trattato di Lisbona nella sua totalità.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato l'opportunità di fornire la mia dichiarazione di voto su questa questione particolarmente importante.

Alla stregua degli oratori che mi hanno preceduto, desidero sottolineare la doppiezza con la quale operano coloro che sostengono il progetto europeo. Ci era stato detto, per esempio, che il trattato di Lisbona sarebbe decaduto se un qualunque paese avesse votato contro di esso. Quando francesi e olandesi puntualmente votarono “no”, ci fu detto che in realtà la maggior parte dei paesi desideravano proseguire, e che quindi saremmo dovuti andare avanti.

Quando gli irlandesi lo respinsero, invece di accettare questo fatto come l'ultimo atto del trattato di Lisbona, ci fu detto che avremmo dovuto fare in modo che gli irlandesi votassero ancora fino a raggiungere il risultato giusto. E qui abbiamo ancora un altro esempio: ci fu detto che il trattato di Lisbona era completamente diverso dalla Costituzione. “Guardate i fatti” dissero, “abbiamo modificato le dimensioni del carattere, l’abbiamo rimaneggiato, è completamente diverso e abbiamo tolto i simboli dell'Unione europea”. Vi avevamo avvertiti che non sarebbe durata a lungo, prima che coloro che appoggiano il progetto trovassero il modo di reintrodurre i simboli. Ed è esattamente ciò che è stato fatto.

La mia richiesta a coloro che tra voi appoggiano il progetto europeo è di essere onesti con gli elettori e avere il coraggio di indire un referendum a riguardo.

 
  
  

Relazione Seeber (A6-0362/2008)

 
  
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  Gyula Hegyi (PSE). - (HU) Il cambiamento climatico in Europa centrale sembra si manifesti principalmente sotto forma di una radicale ridistribuzione delle precipitazioni. A un lungo periodo di aridità hanno fatto seguito piogge torrenziali; siccità e alluvioni possono causare danni per miliardi. Ciò dimostra che il cambiamento climatico è veramente iniziato. La politica europea sul clima deve puntare alla limitazione dei danni, alla prevenzione delle calamità e all’adozione di strumenti atti a rallentare il cambiamento climatico. Occorre approntare sistemi di riserva e irrigazione, mentre nelle città e nei territori rurali va conservata l’acqua piovana al fine di poter disporre di tali risorse durante i periodi di siccità, una prospettiva particolarmente importante nella regione ungherese di Alföld. L'Unione europea deve provvedere a una migliore gestione delle riserve idriche, attuando una politica comunitaria e che mettendo a disposizione congrui finanziamenti comunitari nel prossimo esercizio di bilancio .

 
  
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  Cristina Gutiérrez-Cortines (PPE-DE).(ES) Signor Presidente, devo dire che ho espresso un voto sfavorevole su questa relazione, perché si tratta di una brutta relazione. Il tema del cambiamento climatico è estremamente vasto, e la scarsità di acqua è un problema che riguarda anche i terreni rurali e richiede un approccio globale.

Questo documento sembra sostenere che l'unica soluzione sia immagazzinare acqua dai rubinetti e dalle condotte cittadine, ma tale approccio è riduttivo, non sistematico e insostenibile. Ho votato contro la relazione sebbene alcune affermazioni siano valide, come il fatto che l'acqua è un bene di tutti, che dobbiamo condividere le risorse e che è necessaria solidarietà tra le regioni.

Tuttavia, sono d'accordo con l'onorevole Hegyi sul fatto che dobbiamo agire relativamente ai suoli. Il nuovo approccio consiste nel conservare l'acqua nei terreni attraverso nuove dighe, nuove regolamentazioni per i fiumi, la prevenzione delle calamità, l’attuazione di nuove strategie agricole che consentano un approccio inedito e, naturalmente, la deviazione delle acque laddove necessario.

Le questioni sociali ed economiche incidono sulla vita dei cittadini e sulle carenze alimentari che il pianeta sta affrontando: è questo ciò di cui la mozione di risoluzione si sarebbe dovuta occupare .

 
  
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  Madeleine Jouye de Grandmaison (GUE/NGL). - (FR) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione dell'onorevole Seeber perché ne riconosco i meriti. Desidero ringraziare coloro che hanno fatto sì che gli emendamenti da me proposti venissero adottati.

Mi preoccupa tuttavia la contaminazione dei suoli e delle falde freatiche dovuta all'uso di pericolosi agenti contaminanti agricoli. E' stato il caso dei territori d'oltremare della Francia, specificatamente Guadalupa e Martinica, a causa del clordecone, una molecola dotata di una lunga durata di vita. Tale sostanza inquinante – vietata in Europa da quasi trent'anni – è stata utilizzata nei territori d’oltremare francesi fino al 1997.

Attualmente, oltre a minacciare seriamente la salute pubblica e a frenare lo sviluppo economico, tale contaminazione renderà vani gli obiettivi fissati dalla direttiva quadro in materia di acque del 23 ottobre 2000, perlomeno per quanto riguarda la Martinica.

La Commissione ammetterà finalmente che alcuni Stati membri stanno violando le sue direttive su settori talmente sensibili come l'ambiente e la salute?

 
  
  

Relazione van den Burg e Dăianu (A6-0359/2008)

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE). - (FR) Signor Presidente, vorrei rettificare il mio voto sugli emendamenti nn. 3 e 9 della relazione van den Burg. Erroneamente, ho votato a sfavore, mentre desideravo votare a favore. Perché? Ritengo che la proposta relativa ai requisiti in materia di capitale potrebbe porre come condizione l’obbligo per gli emittenti di includere nel bilancio parte dei prodotti cartolarizzati nel proprio bilancio, sottoporre a imposizione i requisiti patrimoniali a carico degli emittenti, calcolata in base al fatto che possiedono tale parte del finanziamento, oppure prevedere altri mezzi per assicurare interessi adeguati di investitori ed emittenti.

Ritengo inoltre che le forme di autoregolamentazione proposte dalle agenzie di rating creditizio si possono rivelare insufficienti, in considerazione del ruolo centrale svolto da queste ultime nel sistema finanziario.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Lulling, ha un credito residuo di quattro secondi a disposizione per il prossimo intervento.

 
  
  

Relazione Peterle (A6-0350/2008)

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE). - (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, abbiamo appena udito che coloro che si oppongono alle riforme vivono nel passato. Noi vogliamo plasmare il futuro! Chi si oppone alle riforme stia a casa propria nel proprio stato nazionale, e sostenga coloro che stanno lavorando per l'Europa.

L'onorevole Peterle ha centrato il punto: noi vogliamo che i nostri concittadini vivano a lungo e in buona salute. E’ per tale motivo che abbiamo lavorato alacremente sul problema delle patologie legate all'invecchiamento nell’ambito del Settimo programma quadro della Comunità europea per le attività di ricerca. Ora è giunto il momento di dare un sostegno forte ai liberi professionisti, ai lavoratori indipendenti e alle ditte individuali all'interno dello Small Business Act, cosicché anch'essi possano svolgere un ruolo attivo nel mercato della sanità, offrendo così ai cittadini la possibilità di scegliere la soluzione migliore in termini quantitativi e qualitativi.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Leinen (A6-0372/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della decisione di approvare un quadro generale che definisca gli aspetti principali della comunicazione della Commissione sull'Europa che reca il titolo “Insieme per comunicare l'Europa”. Essa punta a definire un quadro di rafforzamento degli elementi comunicativi ad ampio spettro inglobandoli all'interno di una struttura più ampia lanciata dal Libro bianco sulla politica di comunicazione europea, che promuove una doppia via, caratterizzata dalla partecipazione attiva dei cittadini, e dal Piano D (“Piano D per la democrazia, il dialogo e il dibattito”).

E' importante riconoscere che tale comunicazione, lanciata dalla Commissione in seguito al fallimento del progetto di trattato costituzionale per incoraggiare la discussione sui rapporti tra le istituzioni democratiche dell'Unione e i suoi cittadini, non pare abbia raggiunto i suoi scopi. Il Piano D è fallito: come ci può essere democrazia senza dialogo e dialogo senza dibattito? Ciò serve a ben poco per colmare il divario enorme che si è aperto tra i cittadini – che non comprendono più il significato di integrazione europea – e le istituzioni, diventate troppo confuse e incomprensibili. Possiamo solo auspicare che questo nuovo tentativo di accordo interistituzionale ci consenta di progredire.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. - (SV) Noi non ci opponiamo a che i cittadini degli Stati membri vengano informati ed educati in maniera obiettiva e puntuale sulla cooperazione dell'Unione europea, purché non si tratti di propaganda volta a introdurre maggiore controllo sovrannazionale all'interno dell'Unione.

Nella dichiarazione congiunta su “comunicare l'Europa”, su cui verte questa relazione, si citano tra l'altro numerosi programmi dell'Unione europea, come il “Piano D”e “Cittadini per l'Europa”, a cui Junilistan oppone un'aspra critica. La dichiarazione rende inoltre omaggio ai partiti dell'Unione unitamente alle fondazioni politiche ad essi collegate, che Junilistan ritiene debbano essere create dal basso, partendo dai partiti nazionali degli Stati membri, e non dall'alto, da parte dei burocrati europei.

Per tale motivo, abbiamo votato a sfavore della relazione. Riteniamo che la dichiarazione congiunta su “comunicare l' Europa” richiedesse una formulazione differente, sottolineando l'informazione e l'educazione obiettiva e puntuale, oltre ad un dibattito in cui potessero intervenire anche le forze politiche che aspirano alla cooperazione intergovernativa in Europa, ma non agli Stati Uniti d'Europa.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. - (PT) Un' altra relazione tipica...

Se, da un lato, si afferma che “la comunicazione è un elemento importante sia della democrazia rappresentativa sia di quella partecipativa”, dall’altro la relazione si definisce “preoccupata” – simpatico modo di esprimere il concetto – per i risultati dei referendum con cui è stato respinto il trattato proposto, ora conosciuto sotto il nome di “trattato di Lisbona”, e si cita esplicitamente quello tenutosi in Irlanda.

Di conseguenza, la maggioranza del Parlamento ha deciso di adottare la dichiarazione congiunta che reca il titolo ”Insieme per comunicare l'Europa”. Nella relazione, tre istituzioni dell'Unione europea (Consiglio, Commissione europea e Parlamento) si accordano su una crociata propagandistica – che, si osservi, proseguirà per tutto il periodo delle prossime elezioni europee – fondata sul presupposto che il crescente rifiuto e la coscienza del tipo di classe unitamente agli interessi rilevanti che si celano dietro le politiche dell'Unione – come dimostrato da questi referendum – verranno superati ponendo condizioni e controlli all'agenda dei mezzi di comunicazione.

Di fatto ciò implica un tentativo di nascondere il reale contenuto delle politiche e delle decisioni dell'Unione, laddove queste collidono con gli interessi dei lavoratori e con altre fasce sociali nei vari paesi dell'Unione.

Utilizzando demagogicamente i termini “democrazia” e “comunicazione”, la relazione in realtà li sta mettendo in dubbio .

 
  
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  Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. - (EN) Io e i miei colleghi conservatori britannici appoggiamo l'idea di mettere a disposizione del pubblico informazioni concrete sulle politiche e le istituzioni dell'Unione europea, aumentando così la trasparenza.

Tuttavia, alla luce dell'attuale situazione economica e finanziaria, riteniamo che l'Unione europea debba occuparsi di altre priorità più urgenti ed importanti.

Per tale ragione, abbiamo deciso di astenerci su questa relazione.

 
  
  

Relazione Marinescu (A6-0343/2008)

 
  
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  Šarūnas Birutis (ALDE), per iscritto.(LV) Questo protocollo è l’estensione logica dell’accordo concluso con l’Unione europea a 25. Attraverso la stessa base giuridica del protocollo precedente (protocollo con l’UE a 10), il presente protocollo concede alla Svizzera il diritto di mantenere limitazioni quantitative per i lavoratori dipendenti e autonomi provenienti da Romania e Bulgaria al fine di facilitare gradualmente l’accesso dei cittadini di queste due nazionalità al mercato del lavoro svizzero, con gruppi sempre più ampi ammessi di anno in anno.

A mio parere, l’estensione di questo accordo alla Romania e alla Bulgaria intensificherà la concorrenza nel mercato del lavoro svizzero, faciliterà l’ingresso dei lavoratori svizzeri in questi due paesi, migliorerà le possibilità di assumere personale rumeno e bulgaro e in futuro aprirà i mercati alle esportazioni svizzere.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. − (PT) Sostengo questa iniziativa, che punta ad estendere nuovamente l’accordo (siglato nel giugno 2002) sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera ed Unione europea al fine di includervi la Romania e la Bulgaria.

Questa estensione avrà sicuramente un influsso positivo in termini di promozione di nuove opportunità di lavoro e di investimento come pure di crescita economica per tutti i paesi interessati, in particolare attraverso l’aumento del volume degli scambi in quest’area.

Sono previsti periodi transitori speciali fino ad un massimo di sette anni in cui la Svizzera ha il diritto di mantenere limiti quantitativi per i lavoratori dipendenti ed autonomi di nazionalità rumena e bulgara per poi aumentare gradatamente l’accesso al mercato del lavoro svizzero e incrementarne il numero di lavoratori ammessi di anno in anno, tenendo conto delle esigenze del mercato e dell’offerta di lavoro in Svizzera.

Gli stessi limiti quantitativi potranno altresì essere applicati dalla Romania e dalla Bulgaria rispetto ai cittadini svizzeri nel corso degli stessi periodi.

Alla fine del periodo transitorio le quote possono essere reintrodotte solo se vengono ottemperate le condizioni previste nelle clausole di protezione. Tale disposizione può essere applicata solo fino al 2019.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. − (PL) Ho votato per l’adozione della relazione sul progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione, a nome della Comunità europea e dei suoi Stati membri, di un protocollo all’accordo tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Confederazione svizzera, dall’altra, sulla libera circolazione delle persone, relativo alla partecipazione, in qualità di parti contraenti, della Repubblica di Bulgaria e della Romania, successivamente alla loro adesione all’Unione europea [9116/2008 – C6-0209/2008 C6-0209/2008 – 2008/0080(AVC)].

Il relatore, l’onorevole Marinescu, conviene senza riserve sull’estensione del campo d’azione dell’accordo. Egli giustamente sottolinea che tale accordo rappresenta una grandissima opportunità sia per la Svizzera, da una parte, che per la Romania e la Bulgaria, dall’altra. Si tratta inoltre di un’iniziativa atta a diffondere la politica comunitaria basata sulla crescita economica e sull’aumento dell’occupazione.

Come ha indicato l’onorevole Marinescu, però, è fonte di preoccupazione il fatto che la soluzione raggiunta differisca dal trattato precedente con l’EU 10 in termini di tempistica. Anch’io sono del tutto convinto che l’estensione del periodo transitorio per questi due paesi previsto nel documento sia una misura negativa.

E’ importante tenerlo presente e puntare ad un processo di ratifica e di attuazione in tempi brevi, immediatamente dopo il referendum del 2009.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE-DE), per iscritto. (RO) Per l’8 febbraio 2009 è stato indetto in Svizzera il referendum sull’estensione dell’accordo di libera circolazione con l’Unione europea e sull’inclusione di Romania e Bulgaria.

Secondo alcuni partiti svizzeri, la consultazione è volta a fermare “i massicci flussi migratori incontrollati” provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria. In Svizzera si è svolto un referendum analogo nel settembre 2005 a seguito dell’allargamento del 2004, che fortunatamente aveva avuto esito positivo.

Non dobbiamo contestare il diritto che appartiene ad ogni Stato di indire consultazioni referendarie; credo, però, che tutti gli Stati membri debbano assicurarsi che l’Unione europea sia unita a prescindere dall’esito del referendum in questione.

 
  
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  Dumitru Oprea (PPE-DE), per iscritto. − (RO) Ho votato a favore della raccomandazione dell’onorevole Marinescu (A6-0343/2008) per i seguenti motivi.

Ai sensi dell’articolo 45 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea “Ogni cittadino dell’Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri”, mentre il trattato di Roma del 1957 stabilisce che “è vietata ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità.”

E’ naturale che sia la Romania che la Bulgaria, in quanto nuovi Stati membri dell’Unione europea, firmino il protocollo dell’accordo CE/Svizzera sulla libera circolazione delle persone per beneficiare delle sue disposizioni e degli stessi diritti di cui godono tutti i paesi europei. Altrimenti non potremmo parlare di autentica “cittadinanza europea” come prevede il trattato di Maastricht (1993).

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Esprimo il mio voto favorevole alla relazione del collega Marinescu sull’estensione dell’accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE alla Romania e alla Bulgaria, entrate a far parte dell’Unione europea il 1° gennaio 2007.

Mi associo al relatore nel ritenere che tale estensione possa apportare benefici economici a entrambe le parti contraenti in termini di occupazione, di apertura dei mercati per le esportazioni e, di conseguenza, di aumento degli scambi commerciali e di crescita economica, fermi restando i diritti per la Svizzera di applicare le misure di transizione già previste nel precedente protocollo (UE 10), pur con i necessari adattamenti.

 
  
  

Relazione Romagnoli (A6-0360/2008)

 
  
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  Šarūnas Birutis (ALDE), per iscritto.(LV) La proposta mira ad attuare i principi già convenuti nei precedenti strumenti normativi, creando una connessione elettronica tra sistemi nazionali – la cui mancanza sinora ha impedito al sistema europeo sui casellari giudiziari di funzionare efficacemente. Questa proposta è volta ad integrare sul piano tecnico ed informatico il sistema allestito dai precedenti strumenti normativi. I principi di base, però, non cambiano: il punto di riferimento rimane lo Stato membro di cui la persona condannata ha la nazionalità. Le informazioni sono conservate dai singoli casellari centrali nazionali e non sono direttamente accessibili ai casellari degli altri paesi membri. Gli Stati membri gestiscono e aggiornano le proprie banche dati.

Con l’adozione di questo atto, i 27 Stati membri, che attualmente hanno sensibilità giudiziarie e sociali diverse, troveranno un punto focale comune.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. − (PT) Dal 2005 la Commissione europea ha presentato una serie di iniziative legislative tese a regolamentare ed agevolare lo scambio di informazioni giudiziarie per porre fine al sistema lento e fondamentalmente inefficiente che si basava sui meccanismi istituiti dalla convenzione del Consiglio d’Europa del 1959.

Il primo miglioramento è stato apportato con la decisione del Consiglio del 2005 sullo scambio di informazioni estratte dal casellario giudiziario, in particolare erano stati abbreviati i tempi di trasmissione.

Nel 2007 il Consiglio ha raggiunto un accordo politico sulla decisione quadro volta a garantire che tutti gli Stati membri possano rispondere quanto più esaurientemente e correttamente possibile alle richieste di informazioni giudiziarie riguardanti i propri cittadini.

La presente iniziativa non punta ad alterare i principi di base di quella decisione quadro, ma è tesa ad integrarli. Mira infatti a creare un sistema computerizzato per lo scambio di informazioni sui casellari giudiziari tra gli Stati membri, ossia il sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS).

Rimarranno i 27 diversi sistemi giuridici, tutti con le proprie sensibilità giudiziarie e sociali, ma si vuole trovare un punto focale comune per consentire l’applicazione pratica del sistema.

In questo contesto, al fine di garantire un’adeguata protezione dei dati, intravediamo ancora una volta la necessità urgente di adottare la decisione quadro sulla protezione dei dati nell’ambito del terzo pilastro, come ho ripetutamente invocato.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione su ECRIS, poiché dietro questo oscuro acronimo si cela l’elemento chiave della messa in rete dei casellari giudiziari.

Che sia chiaro: non andremo a creare una super banca dati centralizzata. Ciascuno Stato membro continuerà ad essere il punto di riferimento per le informazioni sui propri cittadini. Le amministrazioni centrali nazionali saranno gli unici organismi ad avere accesso all’interconnessione con gli altri casellari europei.

Le autorità giudiziarie nazionali in questo modo non potranno accedere direttamente ai “casellari europei”: dovranno invece presentare richiesta presso il casellario centrale del proprio paese, il quale fungerà da intermediario.

Finora il sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari non ha funzionato in maniera efficiente. Bisogna tenere presente però che era ancora in atto il progetto pilota varato nel 2006, il quale prevedeva la partecipazione di Belgio, Repubblica ceca, Francia, Germania, Lussemburgo e Spagna, cui si sono successivamente aggiunti gli altri paesi alla luce dei risultati positivi riportati dal sistema.

E’ stata inoltre adottata una decisione sull’organizzazione e sui contenuti dello scambio di informazioni estratte dal casellario giudiziario tra Stati membri.

Mancava però un testo sull’organizzazione dell’interconnessione elettronica a livello tecnico.

Ora questo aspetto è stato risolto da ECRIS, la riprova che le nuove tecnologie facilitano l’amministrazione ordinaria della giustizia nell’Unione.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI), per iscritto. (NL) La relazione Romagnoli merita il nostro sostegno, poiché rappresenta un vero e proprio progresso nella cooperazione giudiziaria tra Stati membri. In passato vi sono stati troppi casi in cui i casellari giudiziari di criminali pericolosi che vivevano in uno Stato membro diverso da quello d’origine non erano stati trasmessi alla magistratura. Il caso Fourniret in Belgio ne è l’esempio più triste.

E’ buona cosa avere un sistema europeo armonizzato di informazione sui casellari giudiziari, purché, ovviamente siano garantiti i diritti fondamentali di tutti. In alcuni Stati membri le leggi “contro il razzismo” che prevedono pene detentive e che ledono gravemente la libertà di espressione potrebbero porre un problema in questo ambito. La criminalizzazione della libertà di opinione in Belgio, ad esempio, è molto più pesante rispetto ad altri paesi come l’Italia e il Regno Unito, in cui la libertà di espressione in effetti viene rispettata.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Questa è una procedura di consultazione che dovrebbe sfociare in un accordo sulla proposta per l’istituzione del sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS), il quale prevede lo scambio computerizzato di informazioni tra gli Stati membri.

La Commissione conferma che l’obiettivo primario consiste nel “rafforzare l’area europea di sicurezza e di giustizia” e che “le informazioni sulle condanne precedenti circoleranno tra giudici e procuratori nonché tra autorità di polizia”.

Come indicato, “l’obiettivo presuppone lo scambio sistematico tra autorità competenti degli Stati membri sulle informazioni estratte dal casellario giudiziario in modo da garantire una comprensione comune e l’efficienza di tale scambio”.

Noi riteniamo che, laddove necessario, la trasmissione ad un altro Stato membro di informazioni estratte dal casellario giudiziario sui cittadini di un altro Stato membro debba essere attuata sulla base di una cooperazione (bilaterale) tra le parti interessate. Tuttavia, tra le altre questioni di cui deve essere valutato il campo d’azione e le implicazioni, la relazione impone agli Stati membri degli obblighi che sono propri della “comunitarizzazione” della giustizia e degli affari interni ad un livello superiore rispetto alla base di cooperazione tra Stati membri che noi propugniamo.

Riconosciamo ovviamente la necessità di organismi atti a consentire la trasmissione reciproca di informazioni estratte dal casellario giudiziario tra Stati membri, ma tale misura va valutata caso per caso e nel quadro della cooperazione.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. (FR) La relazione redatta dal collega segna un autentico passo in avanti in tema di organizzazione e contenuto nello scambio di informazioni estratte dai casellari giudiziari tra Stati membri.

Non sussistono dubbi sul fatto che possano ancora verificarsi casi come quello di Forniret, uno schifoso pedofilo che è riuscito a seminare il panico in Francia e poi in Belgio perché la sua fedina penale non era stata trasmessa da un paese all’altro. Questo genere di mostri, assassini, delinquenti e ladri non possono nascondersi davanti alla giustizia approfittando del deficit di trasparenza nelle diverse banche dati nazionali.

Per queste imperiose ragioni sosteniamo l’istituzione di un sistema europeo di informazione sul casellario giudiziario, in quanto è una garanzia delle libertà fondamentali di tutti. Mi riferisco in particolare alla necessaria tutela della libertà di espressione e della criminalizzazione ideologica del reato che consiste nell’avere un’opinione anche quando non è conforme ai dogmi pro-europeisti e alla dittatura della correttezza politica.

L’interconnessione elettronica dei casellari giudiziali ci impone altresì di prendere precauzioni essenziali come la garanzia dell’integrità e dell’autenticità delle informazioni oggetto dello scambio e la garanzia che siano aggiornate. Oggi siamo nella fase preliminare di questo meccanismo: pertanto dobbiamo rimanere vigili e prudenti.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (PSE), per iscritto. − (PL) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di decisione del Consiglio che istituisce il sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS) in applicazione dell’articolo 11 della decisione quadro 2008/XX/GAI [COM(2008)0332 – C6-0216/2008 – 2008/0101(CNS)].

L’onorevole Romagnoli, il relatore, ha giustamente enfatizzato che la suddetta proposta punta ad applicare principi già convenuti e a stabilire misure attuative invece di limitarsi a delinearle di nuovo.

E’ estremamente importante istituire una comunicazione elettronica, in modo da rendere più efficiente il trasferimento di informazioni nel quadro del sistema europeo di informazione sul casellario giudiziario. Al momento i tempi per il trasferimento dei dati sono eccessivi. Nel mondo di oggi, però, il tempo è un elemento di riuscita fondamentale.

Devono essere tenuti presenti i seguenti punti:

- deve essere compiuto ogni sforzo per fornire alle autorità giudiziarie gli strumenti di ricerca in modo da garantire il pieno successo

- il sistema S/TESTA che garantisce la sicurezza della rete è essenziale per la protezione dei dati.

E’ stato osservato che la base giuridica proposta non è adeguata. Tale aspetto è fonte di preoccupazione e va controllato alla luce dei trattati applicabili.

Per concludere, ritengo che la relazione debba essere adottata e che debbano essere compiuti degli sforzi per attuare le decisioni negli Stati membri.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) In un periodo in cui la criminalità transnazionale segna un aumento, la cooperazione tra Stati membri diventa più importante che mai. Non dobbiamo però dimenticare che un reato passibile di pene severe in un determinato paese può essere considerato un semplice illecito in un altro. Si tratta di un aspetto che dovremmo tenere presente. E’ altresì essenziale ottemperare alle norme sulla protezione dei dati e affermare allo stesso modo i diritti dell’imputato e delle vittime. La relazione sembra garantire questi elementi, motivo per cui ho votato a favore.

 
  
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  Nicolae Vlad Popa (PPE-DE), per iscritto. − (RO) Ho votato a favore della relazione, poiché ritengo che svolga un ruolo importante nell’attuazione del sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari, creando mezzi tecnici e concreti per lo scambio di informazioni tra gli Stati membri.

Penso, tuttavia, che il testo votato possa essere migliorato in futuro (a seguito dell’uso transitorio della rete di comunicazione amministrativa S-TESA) prevedendo l’impiego del sistema di comunicazione della rete giudiziaria europea per i seguenti motivi:

- adottando la relazione Kaufmann, il Parlamento europeo ha sostenuto la creazione di una rete di telecomunicazioni moderna e sicura per la rete giudiziaria europea;

- le informazioni sui casellari giudiziari sono uno dei temi previsti dalla rete giudiziaria europea che promuove la giustizia negli Stati membri;

- si realizzeranno risparmi importanti usando una sola rete di comunicazione;

- l’impiego di un sistema unico di comunicazione avente carattere giuridico garantirà un accesso rapido, sicuro, integrato ed agevole delle parti interessate alle informazioni richieste.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. (EN) I conservatori britannici hanno votato contro questa proposta, in quanto si applica alla facoltà delle autorità nazionali di estrapolare informazioni dai casellari giudiziari senza dover ricorrere ad un debito esame. Noi rimaniamo a favore della cooperazione intergovernativa nel campo della giustizia, ma ci opponiamo al diritto automatico di accedere a tali dati.

 
  
  

Relazione Panzeri (A6-0365/2008)

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo deciso di votare a favore della relazione sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso (A6-0365/2008). Il documento prevede molte disposizioni importanti, comprese le misure sulla responsabilità principale dell’appaltatore per le irregolarità commesse dai subappaltatori. La relazione inoltre solleva obiezioni in merito alla recente tendenza della Corte di giustizia per quanto riguarda l’interpretazione della direttiva sul distacco dei lavoratori.

Nel complesso, quindi, la relazione è valida, ma vogliamo sia chiaro che la politica fiscale e, soprattutto, la scelta del livello di tassazione sono questioni che spettano agli Stati membri. Non è stato, però, possibile votare per parti separate su questi aspetti della relazione.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa del collega italiano, l’onorevole Panzeri, sul rafforzamento della lotta contro il lavoro sommerso. Si tratta di un fenomeno che minaccia l’economia nel suo complesso, lascia i lavoratori senza alcuna protezione, nuoce ai consumatori e riduce le entrate fiscali, provocando una concorrenza sleale tra imprese.

E’ importante operare una netta distinzione tra le attività criminose o illegali e il lavoro che è legale, ma non viene dichiarato alle autorità, ossia non è conforme ai vari obblighi normativi, segnatamente non viene ottemperato all’obbligo di versare i contributi previdenziali e le imposte. Naturalmente devono essere intensificati i controlli. Tuttavia, dobbiamo altresì continuare a ridurre il carico fiscale sulla forza lavoro, a seconda della situazione in cui si trova ciascun paese, migliorando la qualità delle finanze pubbliche. E’ essenziale ridurre le complessità amministrative dell’imposizione fiscale e dei sistemi di previdenza sociale, che possono favorire il lavoro sommerso, soprattutto tra liberi professionisti e piccole imprese.

Dobbiamo urgentemente provvedere ad istituire una piattaforma europea per la cooperazione tra ispettorati del lavoro e altri organismi competenti in materia di monitoraggio e di lotta contro le frodi.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE), per iscritto. (EN) I conservatori britannici sostengono le misure atte ad intensificare la lotta contro il lavoro sommerso, in particolare alcuni provvedimenti indicati nella relazione – ad esempio, le misure che incoraggiano gli Stati membri a ridurre il carico fiscale sulla forza lavoro e a promuovere i benefici del lavoro in regola.

Tuttavia, sono diversi i punti della relazione che non possiamo sostenere.

Ad esempio, non possiamo sostenere l’istituzione di una piattaforma a livello comunitario per il coordinamento degli ispettorati del lavoro e la revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori. I conservatori britannici ritengono che la direttiva richieda una migliore attuazione, ma il testo non necessita di emendamenti sul piano giuridico; eventuali modifiche infatti potrebbero creare confusione per i datori di lavoro e per i lavoratori. Per questi motivi i conservatori si sono astenuti.

 
  
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  Petru Filip (PPE-DE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso, in quanto si tratta di un problema grave per tutta l’Unione. La diffusione del mercato del lavoro nero è principalmente il frutto di un eccesso di tassazione e di burocrazia. Il fenomeno provoca una diminuzione delle entrate fiscali e implicitamente concorre al disavanzo di bilancio.

Inoltre, assumere personale senza ottemperare alle disposizioni previste favorisce la concorrenza sleale. In questo contesto, oltre alla maggiore attenzione che le autorità dovrebbero prestare per ridurre le tasse sul lavoro e la burocrazia, tengo a sottolineare la necessità di favorire la creazione di nuovi posti di lavoro e di introdurre norme flessibili sul lavoro temporaneo e occasionale.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Per funzionare bene, il mercato del lavoro presuppone sia una legislazione valida che un coordinamento efficace tra parti sociali ed autorità competenti. Il lavoro sommerso è solo uno dei gravi problemi cui le parti sociali devono trovare una soluzione.

La relazione Panzeri è zeppa di buone intenzioni e talvolta di consigli generosi sul modo in cui i singoli Stati membri possono organizzare il proprio mercato del lavoro in genere ed affrontare il problema del lavoro sommerso in particolare. Tra l’altro, il relatore incoraggia gli Stati membri a continuare con la riforma fiscale e con la riforma del sistema di previdenza sociale e ad intraprendere un’azione concertata al fine di contrastare il lavoro sommerso. Il relatore propone inoltre un approccio comune in tema di immigrazione nell’UE, asserendo che “qualsiasi riforma delle politiche economiche, dei regimi fiscali e dei sistemi di protezione sociale negli Stati membri da parte degli stessi debba essere integrata tenendo conto delle cause chiave del lavoro sommerso”.

Junilistan ritiene che la politica in materia di mercato del lavoro sia una questione di competenza nazionale e pertanto nutriamo grande preoccupazione per il modo in cui l’UE persistentemente cerca di estendere la propria influenza in questi ambiti a discapito dell’autodeterminazione dei singoli Stati membri. Per tali motivi Junilistan ha deciso di votare contro la relazione.

 
  
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  Małgorzata Handzlik (PPE-DE), per iscritto. (PL) Il lavoro sommerso è un fenomeno complesso e sfaccettato. Ha aspetti di ordine economico, sociale, istituzionale e persino culturale e arreca danni a diversi livelli. Il bilancio nazionale perde delle entrate e ovviamente deve comunque coprire le spese. Per quanto concerne i lavoratori dell’economia sommersa, invece, essi spesso vengono privati dei diritti connessi al lavoro, sono esposti a rischi sanitari e di sicurezza e hanno poche possibilità di sviluppo professionale.

Il lavoro sommerso è un problema anche per il mercato interno, in quanto ne mina il funzionamento. Le ragioni che soggiacciono al lavoro sommerso sono diverse a seconda dello Stato membro e le misure intraprese per contrastarlo pertanto devono essere diverse. Condivido i punti principali della relazione, in cui si afferma che devono essere intensificati gli sforzi per contrastare il fenomeno. Per tale motivo ho votato a favore della relazione Panzeri.

Desidero però precisare che, a mio avviso, la proposta di revisione della direttiva, alla luce delle sentenze della Corte di giustizia, non è uno strumento efficace per contrastare il lavoro sommerso. Mi opporrò sempre alle richieste di emendare le disposizioni della direttiva sul distacco dei lavoratori.

Per quanto concerne la lotta contro il lavoro sommerso dei lavoratori distaccati, credo che occorra solamente rafforzare la cooperazione amministrativa e lo scambio di informazioni tra Stati membri.

 
  
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  Jens Holm e Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. (SV) Riteniamo che debbano essere prese delle misure efficaci per fermare il lavoro sommerso.

Tuttavia, non possiamo accettare che, ad esempio, parte della soluzione al problema del lavoro sommerso assuma la forma di una politica comune sull’immigrazione. Per tale ragione ci siamo astenuti.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il lavoro sommerso è un fenomeno che investe tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Si tratta perlopiù di lavoro alta intensità di manodopera, è spesso poco pagato e i lavoratori sono privati della sicurezza sul lavoro, delle prestazioni previdenziali e dei propri diritti. L’UE e gli Stati membri devono attivarsi per ridurre i livelli di lavoro sommerso e pertanto ho votato a favore della relazione Panzeri.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. (FR) E’ essenziale combattere il lavoro sommerso, soprattutto nei periodi in cui questo cancro dell’economia è in aumento. Tale fenomeno provoca una contrazione della crescita e distorce la concorrenza nel mercato interno per mezzo del dumping sociale. Le prime vittime di questa economia sommersa sono i lavoratori in regola, i cittadini degli Stati membri, che vedono minacciati i propri diritti economici e sociali legittimi.

Avremmo potuto accogliere con favore questa relazione per la materia che denuncia. Purtroppo, però, si tratta dell’ennesima occasione che gli infaticabili europeisti hanno colto per usare l’opzione dell’immigrazione economica su vasta scala come una leva sociale. Secondo loro, si tratta di un’immigrazione per situazioni di emergenza a beneficio dell’economia e della popolazione europea che si trovano in condizioni difficili. Questo invito a sostituire l’immigrazione dei lavoratori clandestini con l’immigrazione “regolare” è ipocrisia bella e buona. Inoltre non ha alcun senso sul piano economico, sociale e societario.

La Francia e l’Europa non devono aprire altri “canali di immigrazione regolare”, quando non si riesce nemmeno ad arrestare l’immigrazione clandestina. Per stimolare la crescita e ristabilire un controllo sul mercato interno, dobbiamo ripristinare la fiducia dei cittadini attraverso politiche orientate alla famiglia e alle nascite, una migliore formazione e orientamento per i giovani e per i disoccupati e infine attraverso la preferenza comunitaria e la protezione.

 
  
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  Kartika Tamara Liotard (GUE/NGL), per iscritto. (NL) Mi sono astenuta nel voto sulla relazione Panzeri sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso. Benché la relazione contenga diversi punti positivi, a mio avviso, essa punta ad introdurre elementi di “flessicurezza” nel mercato europeo del lavoro usando scorciatoie. La flessicurezza comporta più flessibilità per i datori di lavoro e meno sicurezza per i lavoratori. Non posso accettarlo.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. (EN) La relazione indica una serie di problemi, compresa la promozione dei contratti atipici e la “flessicurezza”, che rischiano di mettere a repentaglio il contratti a tempo indeterminato. Inoltre è un problema il fatto che la relazione si collochi nel contesto della Strategia di Lisbona, che è già altamente compromessa.

Sembrano poi esserci delle contraddizioni in relazione ai lavoratori distaccati nelle diverse versioni linguistiche.

Nonostante tali difficoltà, la relazione contiene sufficienti elementi positivi e quindi la sostengo.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. (NL) All’incirca il 20 per cento del lavoro in Europa è lavoro nero. Si tratta di un fenomeno che mina il sistema di previdenza sociale. La relazione indica che il mercato è in qualche modo compromesso e che profila una concorrenza sleale. Sosteniamo le iniziative contro il lavoro sommerso, ma dobbiamo astenerci dal voto, poiché questa proposta ha gravi difetti. Purtroppo si fonda sull’idea neo-liberista secondo cui si deve creare una competizione tra lavoratori. La lotta contro il lavoro sommerso viene usata come pretesto per promuovere una maggiore flessibilità del lavoro. In questo modo, gli europei vengono messi in una posizione peggiore nel mercato del lavoro, poiché sono costretti a competere con il lavoro a basso costo che si trova in altri paesi.

Gli allargamenti dell’UE nel 2004 e nel 2007 stanno producendo effetti di ampia portata. Le differenze a livello di previdenza all’interno dell’Unione si sono considerevolmente accentuate, in quanto in molti dei nuovi paesi membri industrie che un tempo erano fiorenti oggi sono state annientate. Questi paesi adesso importano merci ed esportano manodopera. I polacchi ed i rumeni emigrano in altri paesi e accettano stipendi non esattamente regolari, lavorando in condizioni inaccettabili. Poi, facendo leva sugli stipendi bassi di questi lavoratori, si abbassano anche quelli degli altri. L’Europa non può integrarsi ulteriormente, se vi sono sperequazioni di reddito così clamorose al suo interno e se tali differenze vengono sfruttate per mezzo della concorrenza.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, esprimo il mio parere favorevole nei confronti della relazione del collega Panzeri sul rafforzamento della lotta al lavoro sommerso.

Ritengo che sia quanto più necessario lottare contro il dilagare di un fenomeno che impedisce una leale concorrenza tra imprese e territori, che crea difficili situazioni di governo e che produce conseguenze profondamente negative nei confronti di lavoratori in regola. Sono d’accordo che sia necessario avviare una lotta seria e concreta contro tale fenomeno sia attraverso misure preventive, di incentivazione e di responsabilizzazione, sia attraverso provvedimenti repressivi, tramite un’effettiva azione di vigilanza e adeguati strumenti sanzionatori.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. (EN) Dobbiamo attivarci maggiormente per aiutare i lavoratori che si trovano ad essere sfruttati dal “lavoro sommerso”. La loro salute e la loro sicurezza vengono messe a repentaglio da datori di lavoro senza scrupoli.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto.(EL) Votiamo contro la relazione, poiché essenzialmente punta a perpetuare il brutale sfruttamento dei lavoratori. Non affronta il problema del lavoro sommerso, guardandolo dalla prospettiva degli interessi dei lavoratori. Al contrario, il documento si fonda sulla necessità di preservare la redditività del capitale e la forza della competitività dei monopoli UE nel quadro della Strategia di Lisbona. Per tale ragione, invece di misure, come ispezioni e sanzioni per i datori di lavoro, vengono proposti incentivi per il capitale come “la riduzione dei costi non salariali”. In questo modo, si riduce o viene meno l’obbligo di versare i contributi previdenziali. Questi provvedimenti si configurano anche come sgravi fiscali, gli oneri per le imprese vengono ridotti e vengono introdotti contratti informali di lavoro.

Siffatte misure, oltre a non affrontare il problema del lavoro sommerso, conferiscono altresì al capitale un’impunità totale. Di conseguenza, aumenterà questo genere di lavoro, quindi saranno violati i diritti del lavoro, i diritti sociali e previdenziali e le classi lavoratrici saranno ancora più sfruttate.

La classe lavoratrice non può aspettarsi alcuna soluzione a proprio favore dall’UE, dal Parlamento europeo o dai politici della plutocrazia.

La lotta dei lavoratori attraverso il movimento del lavoro mira a sovvertire la politica anti-popolare dell’UE e dei governi borghesi degli Stati membri. A quel punto si verificheranno cambiamenti radicali nel potere e la ricchezza prodotta dai lavoratori andrà sicuramente a beneficio del popolo..

 
  
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  Bernard Wojciechowski (IND/DEM), per iscritto. − (PL) Il lavoro sommerso è diventato un fenomeno dilagante nell’Unione europea. In Danimarca, ad esempio, ben il 18 per cento della popolazione è impegnata questo genere di lavoro o vi ha avuto contatti.

Molto spesso il lavoratore non è sanzionato in alcun modo per aver intrapreso questo genere di lavoro. In genere viene penalizzato il datore di lavoro. In quella che si potrebbe definire “ la migliore delle ipotesi” il lavoratore deve pagare una multa, che ad ogni modo è minore rispetto a quella comminata al datore di lavoro. In teoria il lavoro sommerso non costituisce motivo per espellere il lavoratore nel suo paese d’origine. Alcuni paesi, come il Belgio e la Danimarca, però, indicano che tale provvedimento potrebbe essere messo in atto in determinati casi, ad esempio in caso di violazione grave e persistente.

L’Unione europea deve compiere ogni sforzo per combattere questo fenomeno. L’approccio più efficace consiste nell’abbassare le tasse ed eliminare le barriere amministrative nel mercato del lavoro regolare, in modo che il lavoro sommerso alla fine diventi sconveniente per entrambe le parti.

 
  
  

Relazione Zimmer (A6-0364/2008)

 
  
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  Jan Andersson, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo votato a favore di questa relazione sull’importante lotta contro l’emarginazione sociale. Tuttavia, vogliamo puntualizzare la nostra posizione sugli aspetti che attengono al salario minimo. Condividiamo l’opinione secondo cui va ridotto il numero di lavoratori poveri in Europa. Chi percepisce un reddito da lavoro deve avere la garanzia che le proprie entrate siano accettabili. Gli Stati membri che intendono assicurare tale elemento mediante un salario minimo garantito per legge sono liberi di farlo. E’ altresì chiaro che gli Stati membri che invece hanno scelto di lasciare alle parti sociali la determinazione delle retribuzioni devono continuare ad agire in questo modo.

Sono stati effettuati dei raffronti tra i diversi modelli di mercato del lavoro e i modi in cui si garantisce ai lavoratori un reddito accettabile nell’ambito della Strategia di Lisbona. E’ importante che tra Stati membri avvengano questi scambi di esperienze.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione presentata dal collega tedesco, l’onorevole Zimmer, sulla promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà, inclusa la povertà infantile, nell’Unione europea. Una parte significativa della popolazione dell’Unione è vittima dell’esclusione sociale: il 16 per cento della popolazione è ha rischio di povertà di reddito, una persona su cinque vive in un alloggio al di sotto della norma, il 10 per cento vive in famiglie in cui nessun membro ha un’occupazione, la disoccupazione a lungo termine sfiora il 4 per cento e la percentuale di abbandoni scolastici supera il 15 per cento. Un altro aspetto dell’esclusione sociale che sta diventando sempre più significativo è la mancanza di accesso alle tecnologie dell’informazione.

Come la gran parte dei colleghi, accolgo con favore l’approccio della Commissione volto ad attivare l’inclusione sociale in modo da consentire ai cittadini di vivere con dignità e di essere parte della società e del mercato del lavoro. Sostengo l’invito rivolto agli Stati membri di definire programmi sul reddito minimo al fine di promuovere l’inclusione sociale e progetti mediante i quali le persone possano uscire dallo stato di indigenza e possano condurre una vita decorosa.

 
  
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  Šarūnas Birutis (ALDE), per iscritto.(LV) La lotta contro la povertà e l’esclusione sociale è uno dei temi principali del programma dell’Unione europea e degli Stati membri. Nel marzo 2000, quando prese avvio l’attuazione della Strategia di Lisbona, il Consiglio chiese agli Stati membri e alla Commissione europea di prendere delle misure per ridurre drasticamente la povertà in modo da sradicarla entro il 2010. Gli Stati membri hanno dato prova della propria determinazione attraverso numerose azioni sia a livello UE che a livello nazionale. Tuttavia, la lotta contro la povertà e la reintegrazione delle persone che sono state espulse dal mercato del lavoro rimane un compito difficile per l’Unione europea allargata. Non riusciremo a centrare gli obiettivi della Strategia di Lisbona, se continuiamo a sprecare capitale umano, che è la nostra risorsa più preziosa.

La maggior parte degli Stati membri ha politiche previdenziali oltre alle politiche di attivazione volte a reintegrare le persone che sono uscite dal mercato del lavoro. Tuttavia, rimane un gruppo significativo che ha poche possibilità di trovare un impiego e che quindi rischia di trovarsi escluso socialmente e al di sotto della soglia di povertà. Pur continuando a svolgere funzioni vitali, i programmi sul reddito minimo devono favorire l’integrazione nel mercato del lavoro per coloro che sono in grado di lavorare. Pertanto bisogna principalmente garantire che la politica previdenziale favorisca la mobilitazione della popolazione attiva oltre a realizzare un obiettivo a lungo termine: assicurare uno stile di vita accettabile per chi è e continuerà ad essere al di fuori del mercato del lavoro.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE), per iscritto. (EN) I conservatori britannici sostengono la promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà. Sebbene la relazione contenga alcuni elementi positivi atti a porre in luce la piaga che affligge alcune fasce sociali, non possiamo sostenere gli altri paragrafi che fanno riferimento, ad esempio, all’istituzione di un salario minimo a livello europeo. Molti paesi nell’Unione europea prevedono il salario minimo, ma i conservatori britannici ritengono che spetti agli Stati membri decidere in materia.

La relazione contiene altresì dei riferimenti negativi sul lavoro a tempo parziale che la delegazione non ritiene affatto rappresentativi della situazione nel Regno Unito. Per tali ragioni i conservatori britannici si sono astenuti su questa relazione.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Abbiamo deciso di votare contro la relazione sulla promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà nell’Unione europea, poiché molte delle proposte riguardano materie che dovrebbero essere affrontate a livello nazionale. Il contenuto dell’assistenza sanitaria è primariamente una responsabilità nazionale proprio come il contenuto specifico della politica sul mercato del lavoro. Queste due aree sono meglio affrontate a livello nazionale, un livello che è più vicino ai cittadini. Misure che vertono, ad esempio, sul salario minimo inoltre sono contrarie all’obbiettivo stesso della relazione, in quanto creano ostacoli multipli alla lotta contro l’esclusione sociale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Sappiamo che la percentuale dei lavoratori poveri è in aumento a causa dell’incremento del lavoro precario e scarsamente retribuito. La questione dovrebbe quindi essere una delle preoccupazioni centrali dei responsabili dell’Unione europea. Le retribuzioni in generale e il salario minimo in particolare – a prescindere dal fatto che siano previsti per legge o mediante contratto collettivo – devono garantire un tenore di vita decoroso.

E’ importante che questa relazione venga adottata, ma è deprecabile che la maggioranza non ne abbia consentito il dibattito in Plenaria. La promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà, soprattutto della povertà infantile nell’Unione europea, sono temi scomodi, visto che non ci piace dover affrontare la realtà. Nell’UE, 20 milioni di persone, soprattutto donne, ovvero circa il 6 per cento della popolazione complessiva, sono lavoratori poveri e il 36 per cento della popolazione attiva è a rischio di rientrare in tale categoria. Tra le varie raccomandazioni avanzate nella relazione il Parlamento europeo sollecita gli Stati membri a dimezzare la povertà infantile entro il 2012 e sancisce l’impegno dell’Unione europea a mettere fine al fenomeno dei bambini di strada entro il 2015.

 
  
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  Petru Filip (PPE-DE), per iscritto. (RO) Mi congratulo con il relatore per aver ben identificato i fattori che promuovono un processo attivo di inclusione sociale e per tale ragione ho votato a favore della materia in discussione. Per rendere l’inclusione ancora più efficace, mi preme ricordare alcuni temi che reputo appropriati nella prospettiva del processo di apprendimento, in quanto penso che i giovani debbano avere una formazione continua impartita mediante un metodo organizzato e coerente per lo sviluppo sociale e professionale.

A mio avviso, abbiamo bisogno di un approccio unificato sui sistemi di istruzione dell’UE a 27, ma dobbiamo altresì concentrarci sul riconoscimento dei diplomi e dei certificati professionali nonché sulla formazione linguistica al fine di rimuovere le barriere alla comunicazione all’interno dell’Europa. Ritengo inoltre opportuna l’iniziativa volta ad applicare un metodo coerente per monitorare i futuri laureati e la loro formazione pratica in modo da identificarne l’inserimento nel mercato del lavoro, attraverso i Labour Exchanges organizzati a livello regionale e non solo sul piano nazionale; tale azione mira a promuovere migliori dinamiche occupazionali all’interno dell’UE.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Questa relazione sulla povertà in Europa è la prova del clamoroso fallimento delle politiche messe in atto dall’Unione europea ed è un’ulteriore illustrazione della mancanza di realismo di quest’Aula.

Vi sono oltre 80 milioni di persone “a rischio di povertà”, per usare la terminologia usata nella relazione. Oltre 100 milioni di europei vivono in alloggi al di sotto della norma, mentre più di 30 milioni di lavoratori percepiscono stipendi enormemente bassi; tale dato in realtà è molto più elevato, poiché solo in Francia sono 7 milioni i lavoratori considerati poveri.

Vorrei soffermarmi su quest’ultimo aspetto. Il relatore propone un salario minimo e livelli di reddito sufficienti per prevenire l’esclusione sociale, ma che senso ha tutto questo in un’Europa che al contempo promuove l’immigrazione su vasta scala di manodopera a basso costo? Che senso ha in un’Europa che consente il dumping sociale tra i propri Stati membri, come evidenziano le scandalose sentenze della Corte di giustizia nelle cause Viking e Laval? Che senso ha in un’Europa che sacrifica i propri lavoratori in nome del libero scambio globale? Si vuole forse integrare i salari vergognosamente bassi e mantenerli con fondi pubblici?

Intravediamo per l’ennesima volta i limiti del sistema che ci imponete da 50 anni. E’ tempo di cambiare!

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Nel XXI secolo è uno scandalo che la povertà infantile rimanga un problema così attuale in Europa. Nel mio paese, la Scozia, che è ricca di risorse naturali, i livelli di povertà infantile sono disastrosi – mentre il governo britannico di Londra rimane impegnato in progetti inutili e inumani come il rinnovo del sistema missilistico Trident. Fortunatamente, il governo scozzese intende usare i poteri di cui adesso dispone per affrontare i problemi legati alla povertà infantile. Solo la settimana scorsa il ministro dell’istruzione scozzese ha annunciato un programma atto a fornire pasti scolastici gratuiti ai bambini nei primi tre anni di scuola, un’iniziativa positiva nelle attuali circostanze economiche. Questo progetto contribuirà a contrastare la lotta contro la povertà infantile. D’altro canto, si farà molto di più quando la Scozia otterrà l’indipendenza e avrà pieno controllo sulle proprie finanze.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione Zimmer sulla lotta contro la povertà. I politici devono intraprendere un’azione determinata per ridurre la povertà e contrastare l’esclusione sociale. Le belle parole non bastano a chi vive con sussidi previdenziali insufficienti, ha un contratto di lavoro precario o è cresciuto in famiglie con una lunga storia di povertà. Una protezione sociale adeguata, l’istruzione e la formazione individuali a partire dalla giovane età e la motivazione ad uscire dalla spirale della povertà mediante i propri sforzi sono fattori che giocano un ruolo vitale.

E’ del tutto deprecabile che non sia più possibile presentare emendamenti alle relazioni d’iniziativa in sede di Plenaria. Il gruppo PPE-DE respinge infatti il paragrafo 5 e i paragrafi dal 10 al 17 che affrontano il tema dei salari minimi. Ci opponiamo alle contrattazioni sul piano comunitario: le parti coinvolte nel processo di contrattazione collettiva devono essere in grado di prendere le proprie decisioni in maniera autonoma. Ovviamente non vogliamo che vi siano lavoratori poveri, ossia persone che lavorano molto duramente per una paga del tutto esigua. La giustizia è un elemento fondamentale dell’economia del mercato sociale e deve esserci correttezza anche nelle questioni salariali. Tuttavia, non possiamo accettare che si arrivi per questo ad istituire il diritto al salario minimo.

Inoltre si propone nuovamente una direttiva orizzontale sulla non-discriminazione, che il mio gruppo respinge unanimemente. Avremmo poi preferito una relazione più concisa. Tuttavia, considerando che gli obiettivi e le misure sono giusti – ossia la riduzione della povertà a livello comunitario – la maggioranza del mio gruppo ha votato a favore del testo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. − (PT) La lotta contro la povertà è una priorità per tutte le società democratiche che si fondano sulla dignità umana e sulla partecipazione di tutti i cittadini allo sviluppo sociale. Le misure adottate sinora non hanno ancora conseguito i risultati attesi, ossia una drastica riduzione dell’esclusione sociale e della povertà. Manca un approccio globale ad un problema di portata globale la cui complessità produce gravi ripercussioni sociali ed economiche per la società nel suo complesso.

La promozione della crescita economica come obiettivo primario per un futuro prospero, giusto e sostenibile sul piano ambientale in Europa implica un sostegno al reddito al fine di prevenire l’esclusione sociale, creare un collegamento a mercati del lavoro inclusivi, assicurare un migliore accesso a servizi di qualità e una partecipazione attiva dei cittadini. Non possiamo permettere che il 16 per cento della popolazione europea sia minacciato dalla povertà o che un europeo su cinque viva in alloggi al di sotto della norma o ancora che un europeo su dieci viva in una famiglia in cui nessuno lavora. Sono questi i motivi che ci spingono a lottare costantemente contro la povertà, un flagello che minaccia tutti e impedisce una sana crescita economica nelle nostre società in una prospettiva futura.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, esprimo il mio parere favorevole relativamente alla relazione della collega Zimmer sulla promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà, compresa la povertà infantile, nell’Unione europea.

È ovvio come ancora molto debba essere fatto in seno all’Unione europea per far sì che l’integrazione, della quale tanto parliamo, sia vera ed effettiva. Gli obiettivi dell’eradicazione della povertà, dello sviluppo di mercati del lavoro favorevoli all’inclusione sociale, della garanzia di accesso ai servizi di qualità per tutti i cittadini e di un reddito sufficiente a garantire una vita dignitosa, menzionati dalla collega nella relazione, non possono che non essere condivisi e meritevoli della più grande considerazione.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) La relazione dell’onorevole Zimmer è l’esempio tipico di cosa accade quando la materia prescelta non è sufficientemente ben definita. Vi è certamente una serie di buone idee sull’importanza di avere una pressione fiscale adeguata accanto ad affermazioni strane sull’importanza dei salari dei cittadini e sul salario minimo previsto dall’UE. A prescindere dall’idea che si può avere sull’argomento – e negli ultimi due casi la mia opinione è decisamente negativa – si può notare che non si tratta di aree su cui l’UE ha competenza o su cui dovrebbe averla. Visto che né la sostanza politica né il livello politico sono congrui con le mie convinzioni di liberale e di membro del partito liberale svedese, il Folkpartiet, ho quindi votato per la bocciatura della proposta, benché la relazione contenga diverse osservazioni che vale la pena prendere in considerazione.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. (EN) Combattere la povertà nell’Unione europea è essenziale per realizzare una società più equa. Un bambino su cinque nell’UE vive al limite della povertà eppure il continente è fra i più ricchi del mondo. Dobbiamo lavorare insieme per trovare soluzioni in modo da sradicare la povertà infantile nell’Unione europea.

 
  
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  Bernard Wojciechowski (IND/DEM), per iscritto. (PL) Nel 2006 il 19 per cento dei bambini era a rischio di povertà rispetto al 16 per cento della popolazione complessiva. Attualmente su 78 milioni di persone che vivono in povertà 19 milioni sono bambini.

Desidero menzionare solamente alcune tra le molteplici cause della povertà: reddito insufficiente, accesso inadeguato ai servizi di base, opportunità limitate di sviluppo e differenze nell’efficacia di politiche generali e mirate.

La politica di sostegno alle famiglie con bambini prevede la lotta contro la povertà e contro l’esclusione sociale che colpisce le famiglie monoparentali. Tali politiche dovrebbero altresì affrontare la minaccia insita tali problemi. Per tale ragione reputo che l’Unione debba dispiegare ogni sforzo in questo ambito.

 
  
  

Relazione Zaleski (A6-0337/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della proposta dell’esimio collega polacco e amico, l’onorevole Zaleski, sulla proposta di decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell’accordo in forma di scambio di lettere tra la Comunità europea e l’Ucraina ai fini del mantenimento delle disposizioni in materia di scambi di servizi contenute nell’accordo di partenariato e di cooperazione siglato in Lussemburgo nel 1994 ed entrato in vigore il 1° marzo 1988. Questi servizi sono previsti tra gli impegni che l’Ucraina si è assunta nell’ambito dell’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), ad eccezione del trasporto marittimo, che continua ad essere oggetto di un accordo bilaterale.

Convengo con il relatore sul fatto che la materia dei servizi sia essenziale per l’economia comunitaria e per quella ucraina. Accolgo con favore gli sforzi compiuti dall’Unione europea per sostenere gli sforzi compiuti dall’Ucraina per accedere all’Organizzazione mondiale del commercio.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Junilistan è a favore di un’intensificazione degli scambi e dell’approfondimento delle relazioni commerciali con l’Ucraina. Avevamo già votato a favore dell’accordo di cooperazione con tale paese (relazione Brok A6-0023/2004).

La relazione Zaleski si fonda sulla proposta della Commissione che mira solamente a rinnovare parte dell’accordo di cooperazione con l’Ucraina a seguito dell’adesione del paese all’OMC. Tuttavia, la relazione si caratterizza per le ambizioni interventiste e per le proposte di ampio respiro sulle modalità con cui l’UE può controllare gli sviluppi in una serie di aree politiche in Ucraina, come la politica energetica, la politica finanziaria, le telecomunicazioni, l’acqua, il turismo e l’istruzione

Dato che Junilistan si oppone decisamente alle ambizioni di politica estera dell’UE, abbiamo deciso di votare contro la relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Le motivazioni della relazione puntualizzano con eccessiva enfasi la posta in gioco e pertanto abbiamo deciso di votare contro la relazione.

Il relatore conferma che l’adesione dell’Ucraina all’OMC spiana “la strada alla creazione di un’area globale di libero scambio UE-Ucraina, con l’assunzione di ulteriori impegni in materia di scambi di servizi” e che, per realizzare questo obiettivo, “l’Ucraina si trova pertanto nella necessità di attuare riforme interne e avviare consultazioni di portata ambiziosa con l’UE”.

Sulla base di tale premessa il relatore cita qualche esempio:

- “accelerare l’ulteriore integrazione delle relative infrastrutture del paese, in particolare porti e vie navigabili, all’interno della rete europea nell’ambito dei corridoi paneuropei di trasporto”;

- “piena inclusione dell’Ucraina all’interno del programma “Cielo unico europeo”, che può comportare un margine di liberalizzazione delle attività connesse all’aviazione, aeroporti inclusi”;

- “ribadisce tuttavia che il corretto funzionamento del mercato energetico e un’efficiente politica di transito per gas e petrolio sono le premesse necessarie per la piena integrazione dell’Ucraina all’interno del sistema energetico dell’Unione europea”;

- “La conclusione dell’ALS rende possibile la rimozione delle restrizioni relative non solo alla circolazione dei capitali, ma anche ai servizi finanziari”.

Più parole per quale scopo...

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi esprimo favorevolmente con riguardo alla relazione del collega Zaleski sulla conclusione dell’accordo CE/Ucraina sul mantenimento delle disposizioni in materia di scambi di servizi, contenute nell’accordo di partenariato e di cooperazione, relativamente alla libertà di fornire servizi di trasporto marittimo internazionale sulle proprie vie navigabili interne.

Sono d’accordo con il collega nel ritenere che sia grande il potenziale di crescita delle relazioni commerciali tra l’UE e l’Ucraina, soprattutto per quanto riguarda il settore degli scambi di servizi. Credo che tale relazione sia perfettamente in linea con la politica europea di vicinato, della quale l’Ucraina è parte dal 2004, e che il settore dei servizi sia quello in cui tale politica può dare i suoi maggiori frutti in termini di benefici economici per entrambe le parti.

 
  
  

“IASCF: Revisione dello statuto – Responsabilità pubblica e composizione dell’IASB – proposte di modifica” (B6-0450/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione presentata dalla commissione per i problemi economici e monetari sulla riforma dello IASB (International Accounting Standards Board) nell’ambito del dibattito tenuto sull’interrogazione orale presentata nel quadro della consultazione dell’IASCF (International Accounting Standards Committee Foundation).

E’ importante ricordare che l’Unione europea, nell’ambito del diritto comunitario, converte i principi contabili internazionali emanati dallo IASB attraverso la procedura di commissione. Nonostante questa procedura di adozione comunitaria, è essenziale garantire che lo IASB funzioni correttamente e la creazione di un gruppo di monitoraggio è un passo positivo. Questo gruppo deve rispecchiare l’equilibrio delle aree valutarie più significative sul piano mondiale, la diversità culturale e gli interessi sia dei paesi industrializzati sia delle economie emergenti nonché delle istituzioni internazionali che hanno obblighi contabili nei confronti delle autorità pubbliche.

Il gruppo di monitoraggio deve svolgere un ruolo attivo nella promozione della trasparenza nella rendicontazione finanziaria e nello sviluppo oltre che l’effettivo funzionamento dei mercati di capitali e deve altresì evitare la pro-ciclicità, garantendo la stabilità dei mercati e la prevenzione del rischio sistemico.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione che ora è stata debitamente discussa in commissione e in Aula.

E’ vitale avere un organismo forte di monitoraggio composto da istituzioni che devono rendere conto agli organismi eletti.

Adesso spero che la trasparenza delle decisioni possa essere vista come un elemento essenziale quanto le decisioni stesse.

 
  
  

Situazione in Bielorussia (RC B6-0527/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo del 9 ottobre 2008 presentata da sei gruppi politici, compreso il PPE-DE, sulla situazione in Bielorussia dopo le elezioni parlamentari del 28 settembre 2008. Le affermazioni del presidente Lukashenko ci hanno dato qualche speranza: egli ha infatti chiesto pubblicamente elezioni aperte e democratiche il 10 luglio 2008 e ha reiterato il proprio invito in televisione il 29 agosto 2008, promettendo che le elezioni sarebbero state esemplari in termini di equità. E’ inaccettabile che, nonostante alcuni miglioramenti di secondaria importanza, le elezioni del 28 settembre 2008 si siano rivelate al di sotto degli standard democratici riconosciuti a livello internazionale, come ha confermato la missione dell’OSCE di osservazione delle elezioni. Per timore della democrazia, l’ultimo dittatore d’Europa ha sprecato una possibilità per unirsi alla serie di sviluppi storici meravigliosi cui abbiamo assistito dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 e dal crollo del comunismo.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Junilistan ritiene che l’Unione europea sia un’unione di valori e come tale dovrebbe svolgere un ruolo nella promozione della democrazia e dei diritti umani nei paesi confinanti, compresa la Bielorussia.

Le elezioni parlamentari che si sono svolte in settembre in Bielorussia non sarebbero conformi agli standard internazionali, come hanno sottolineato anche gli osservatori internazionali. E’ altamente deprecabile per la Bielorussia, per la regione e per l’Europa che le elezioni non siano state trasparenti e democratiche.

La risoluzione, però, contiene diverse disposizioni che non avrebbero dovuto essere incluse. Ad esempio, il Parlamento europeo chiede alla Bielorussia di abolire la procedura di voto anticipato. Può essere vero che nel corso di questo tipo di votazione si verifichino frodi elettorali, ma crediamo sempre che spetti ai singoli Stati membri decidere come devono essere condotte le elezioni, purché siano democratiche. Vi sono altresì idee sui visti, argomento che riteniamo di pertinenza nazionale. Spetta a ciascun Stato sovrano decidere chi può risiedere nel proprio territorio.

Nonostante le obiezioni che abbiamo avanzato in questi paragrafi, abbiamo votato a favore della risoluzione, poiché reputiamo importante sottolineare che la Bielorussia deve abbracciare la democrazia.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Non potete certo aspettarvi ancora che noi avalliamo i vostri esercizi di ipocrisia e di ingerenza bella e buona.

Tra gli altri aspetti degni di nota, la maggioranza del Parlamento ha cercato, in questa risoluzione, attraverso un esercizio tortuoso, di mettere in discussione gli aspetti che nemmeno la missione di osservazione elettorale dell’OSCE ha messo in dubbio (ad esempio, la legittimità democratica del parlamento eletto), esortando di usare le risorse finanziarie dell’UE per le operazioni di interferenza.

La questione fondamentale, però, verte sull’atteggiamento morale assunto dal Parlamento che giudica le elezioni tenute in altri paesi sulla base di interessi geostrategici, politici ed economici delle maggiori potenze dell’UE. Vi ricordo il mancato riconoscimento del risultato delle elezioni palestinesi… vi ricordo il tentativo di influenzare i risultati delle elezioni in Georgia…si tratta di puro e semplice cinismo.

Che genere di condotta morale ha un Parlamento che insiste sull’adozione di una proposta di trattato che è stato bocciato dai francesi e dagli olandesi nel 2005 e dagli irlandesi nel 2008 e che mostra uno sprezzo totale della volontà democratica sovranamente espressa di questi popoli?

Che genere di condotta morale ha un Parlamento che, in questa stessa seduta, ha adottato una relazione che mira ad imporre i cosiddetti “simboli dell’Unione”, quando questa Unione legalmente non esiste e dopo che tali simboli sono stati rimossi dal testo della proposta di trattato?

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE-DE), per iscritto. (PL) Ho votato a favore della risoluzione sulla Bielorussia. Il testo è bilanciato e necessario. Rappresenta uno sforzo teso a migliorare la situazione nel paese. Chiaramente invochiamo tutti l’avvento di una Bielorussia libera e democratica che condivide i valori e gli standard europei. Credo che la situazione sia suscettibile di migliorare. Trovare uno scenario appropriato e attuarne le disposizioni rappresenta senz’altro un miglioramento. Confido che la risoluzione adottata ci porterà più vicini ad una soluzione.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. − (PT) La Bielorussia rappresenta una chiara sfida nell’ambito dell’obiettivo dell’Unione europea di promuovere la democrazia nel mondo, soprattutto nei paesi limitrofi.

Nelle discussioni teoriche su questo argomento affermiamo che la promozione della democrazia abbia tanta legittimazione e merito in sé quanta ne ha la difesa dei propri interessi. Per tale ragione, oltre alle questioni di attualità che sono molto importanti (come il rilascio dei prigionieri politici o il lieve miglioramento della qualità del processo elettorale), dobbiamo sottolineare che il punto importante per noi consiste nel dare una risposta alla seguente domanda: che cosa può fare l’Unione europea per promuovere la democrazia nei paesi limitrofi? Di quali meccanismi dispone (e in particolare di che meccanismi dovrebbe dotarsi) a questo scopo? Se vogliamo veramente vicini democratici e non possiamo offrire a tutti l’attrattiva dell’adesione, che strada dovremmo imboccare?

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. − Esprimo il mio voto favorevole alla proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione in Bielorussia dopo le elezioni parlamentari del 28 settembre 2008.

Nonostante notevoli segnali di apertura da parte delle autorità bielorusse, quali il rilascio di prigionieri politici e il rifiuto di riconoscere l’indipendenza unilaterale dichiarata dall’Ossezia meridionale e dall’Abkhazia, reputo, infatti, che la legittimità democratica delle elezioni appena avvenute sia quantomeno discutibile.

Tale situazione è il risultato di una politica interna che non si allinea in alcun modo a quella dell’Unione europea: lo dimostra la presenza della pena di morte e l’applicazione di alcuni articoli del codice penale come strumento di repressione. Per questo è necessario che il governo bielorusso si adoperi, in futuro, per garantire elezioni autenticamente democratiche in conformità con le norme di diritto internazionale.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. (EN) I colleghi conservatori inglesi ed io oggi abbiamo votato decisamente a favore della proposta di risoluzione congiunta sulla situazione in Bielorussia. Sosteniamo pienamente le forze democratiche di opposizione del paese e conveniamo con tutti i punti principali sull’opinabile legittimità democratica del nuovo parlamento.

In relazione al paragrafo 19 della risoluzione, desideriamo puntualizzare che il tema della pena di morte è tradizionalmente una questione di coscienza per i conservatori britannici deputati al Parlamento europeo.

 
  
  

Sospensione del ciclo di negoziati di Doha dell’OMC (RC-B6-0521/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore e ho sottoscritto la risoluzione del PPE-DE redatta dall’onorevole greco nonché ex ministro Papastamkos sulla sospensione del ciclo di negoziati di Doha. Siffatti negoziati sono arrivati allo stallo nel luglio 2008 e mi dispiace per l’ostinata insistenza manifestata da Pascal Lamy nel voler assicurare a tutti i costi un accordo eccessivamente ambizioso, dimenticando che Doha è prima di tutto un ciclo negoziale volto ad aiutare i paesi meno avanzati e in via di sviluppo.

Questo fallimento si aggiunge all’attuale incertezza economica globale e chiama in causa la credibilità dell’OMC, determinando una propensione per gli accordi commerciali regionali e bilaterali. Sostengo pienamente l’approccio multilaterale alla politica commerciale e sostengo un OMC che sia in grado di garantire un esito globale e bilanciato per il commercio internazionale sulla base del pieno rispetto degli obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite.

Mi dispiace che il commissario Mandelson non era nei banchi riservati alla Commissione europea per dare un resoconto del suo mandato, riconoscendo al contempo l’urgente necessità del governo britannico di avere un esponente in grado di distillare l’approccio europeo, segnatamente per la risoluzione della crisi finanziaria.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. − (EN) Ho sostenuto questa risoluzione congiunta che esprime il rammarico e la delusione del Parlamento per la sospensione del ciclo negoziale di Doha dell’OMC. E’ proprio il caso di dire: “così vicini, eppure così lontani”. La realtà è che, con le imminenti elezioni americane previste per novembre e il successivo insediamento della nuova amministrazione a Washington, nessun negoziatore statunitense sarà nella posizione di poter negoziare prima della prossima estate. A quel punto l’Europa stessa sarà impegnata nel processo di rinnovo del suo centro politico di gravità. Doha è una necessità imprescindibile, ma non vi ritorneremo perlomeno fino al 2010. Nel contempo l’Unione europea deve continuare a negoziare i propri accordi regionali di libero scambio con la Repubblica di Corea, con i paesi dell’ASEAN e con l’India.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Junilistan accetta il ruolo centrale che l’UE è chiamata a svolgere nella politica commerciale. Buone relazioni e scambi globali ben sviluppati rappresentano presupposti essenziali negli sforzi profusi per favorire la prosperità economica in tutti i paesi del mondo, anche per quelli molto poveri.

Junilistan pertanto sostiene molti dei provvedimenti previsti nella risoluzione. Sottoscriviamo l’invito rivolto ai paesi industrializzati e ai paesi in via di sviluppo di offrire ai paesi meno sviluppati l’esenzione totale dai dazi doganali e l’accesso al mercato senza contingentamenti, anche nel mercato interno. Appoggiamo altresì la proposta di riformare l’OMC al fine di renderlo più efficace e trasparente, incrementando anche la sua legittimità democratica, una volta che il ciclo di Doha sarà terminato.

D’altro canto, deprechiamo il fatto che la risoluzione contenga riferimenti al trattato di Lisbona. L’entrata in vigore della bozza di trattato dovrebbe essere considerata estremamente incerta, in particolare alla luce della bocciatura irlandese decretata all’inizio dell’anno. I continui riferimenti al trattato di Lisbona pertanto indicano una mancanza di accettazione delle norme del sistema democratico.

Nel complesso, tuttavia, le disposizioni della risoluzione poggiano su una giusta comprensione dell’importanza del commercio internazionale per lo sviluppo continuo e la prosperità. Junilistan pertanto ha deciso di votare a favore della risoluzione nella sua interezza.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questo è proprio il caso del proverbiale struzzo che ficca la testa sotto la sabbia...

Dinanzi all’interruzione dei negoziati dell’OMC del luglio 2008 – cui solo sette dei suoi membri presero parte – a causa delle divergenze di opinione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, da un lato, e i principali paesi in via di sviluppo, dall’altro, la maggioranza di questo Parlamento per l’ennesima volta è stata costretta dalle circostanze a moderare i propri toni per cercare di salvare il programma e gli obiettivi di liberalizzazione del commercio mondiale nel ciclo negoziale attuale.

In sintesi, nascondendosi dietro il termine eufemistico “programma di sviluppo di Doha” e altre “banalità”, la maggioranza di quest’Assemblea non ha messo in discussione il punto fondamentale, ossia il mandato in vigore per il ciclo negoziale che il Consiglio aveva definito sette anni fa e che la Commissione europea sta disperatamente cercando di formalizzare.

Tuttavia, nonostante gli sforzi continui, il programma di controllo economico promosso dai principali gruppi economici e finanziari dell’Unione europea ora si contrappone alle crescenti contraddizioni e agli interessi dei paesi in via di sviluppo.

Le vere intenzioni dell’UE sono dimostrate dal contenuto degli accordi bilaterali di “libero scambio” che l’Unione sta cercando di imporre ai paesi africani, caraibici e del pacifico (ACP) e ai paesi latino-americani e asiatici.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Quando i negoziati sono arrivati allo stallo, è apparso chiaro che si stava mettendo a repentaglio l’agricoltura nell’UE in nome dello “sviluppo”, quando lo “sviluppo” in questione doveva essere perseguito nell’interesse dei fornitori di servizi nei paesi industrializzati e delle multinazionali del comparto alimentare invece che della gente nei paesi in via di sviluppo.

Le proposte Mendelson dovrebbero essere ritirate immediatamente.

Nel clima attuale, in cui si stanno facendo sempre più palesi le conseguenze della mancanza di disciplina nella finanza internazionale, la sicurezza alimentare deve diventare una priorità affinché possano prodursi dei benefici per i paesi in via di sviluppo e per i paesi industrializzati. Per tale ragione è giustificato dotarsi di meccanismi non di mercato per sostenere il settore agricolo. Nella situazione attuale dove si fanno sempre più evidenti le conseguente della mancanza di controllo nella finanza internazionale queste misure sono particolarmente urgenti.

Il ciclo negoziale di Doha dell’OMC deve essere completamente riorientato in modo da creare una situazione positiva sia per l’UE che per i paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Rovana Plumb (PSE), per iscritto. (RO) In quanto socialdemocratici, temiamo che la sospensione del ciclo di negoziati di Doha dell’OMC possa influire sul conseguimento degli obiettivi del millennio.

Nel contesto attuale di crisi economica, finanziaria e alimentare, è essenziale sostenere un sistema multilaterale atto a garantire un commercio credibile ed equo. A tale scopo, è importante che il Parlamento europeo partecipi attivamente ai negoziati sugli scambi internazionali nello spirito dettato dal trattato di Lisbona.

La Romania sostiene la conclusione del ciclo in modo da assicurare equilibrio all’intero pacchetto e all’interno di ciascun settore, ad esempio per i prodotti agricoli e industriali.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. − (PT) La serie di battute d’arresto che hanno caratterizzato il ciclo negoziale di Doha sono un brutto segno per il mondo. L’economia si sta globalizzando a prescindere dalla volontà dei governi. Di conseguenza, le autorità nazionali devono decidere se vogliono introdurre una disciplina sulla globalizzazione, se vogliono incoraggiare e stimolare i meccanismi che portano al successo in questo processo globale creatore di ricchezza. In caso di risposta affermativa, come auspichiamo, allora dobbiamo promuovere più scambi, una maggiore trasparenza e una maggiore chiarezza e prevedibilità nelle norme. Lo stallo nei negoziati di Doha non produrrà vantaggi né per i paesi industrializzati né per quelli in via di sviluppo. Non promuoverà una maggiore ricchezza e non incrementerà la fiducia in un periodo di turbolenze nell’economia mondiale. Per tali motivi dobbiamo sostenere la necessità di continuare con determinazione nel processo che ha intensificato il commercio internazionale. E’ buona cosa il fatto che il Parlamento europeo sia ancora entusiasta delle virtù e delle potenzialità del commercio.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Esprimo il mio voto favorevole in merito alla proposta di risoluzione sulla sospensione del ciclo di negoziati di Doha dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Sono, infatti, pienamente consapevole delle difficoltà collegate all’obiettivo di raggiungere un risultato univoco nel corso dei negoziati. Ritengo che le difficoltà legate ai negoziati di Doha mettano in risalto il fatto che è necessaria una riforma all’interno dell’OMC, atta a garantire una trasparenza e un’efficacia che finora non sono stati assicurati. Ribadisco, inoltre, la necessità di creare, nell’ambito dell’agenda di Doha per lo sviluppo, un’assistenza tecnica mirata ad aiutare i PVS. Sono infine convinto che nell’attuale contesto, una conclusione positiva dei trattati di Doha possa rivelarsi un fattore di stabilizzazione per l’intera economia mondiale.

 
  
  

Relazione Carnero González (A6-0347/2008)

 
  
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  Jan Andersson, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi abbiamo deciso di votare contro la relazione stilata dall’onorevole Carnero González concernente l’uso da parte del Parlamento dei simboli dell’Unione (A6-0347/2008).

Siffatti simboli esistono già e vengono già usati, non c’è bisogno di introdurre un provvedimento di questo genere.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione del collega spagnolo, l’onorevole Carnero González, sull’inserimento, nel regolamento del Parlamento europeo, di un nuovo articolo 202 bis, concernente l’uso da parte del Parlamento dei simboli dell’Unione. I tre simboli (la bandiera con un cerchio di dodici stelle dorate su fondo blu, l’inno tratto dall’Inno alla gioia della Nona sinfonia di Beethoven, il motto “Unita nella diversità”) contribuiscono a ravvicinare i cittadini all’Unione europea e a costruire un’identità europea che deve fungere da corollario alle nostre identità nazionali.

Questi simboli sono in uso da oltre 30 anni presso tutte le istituzioni europee e sono stati ufficialmente adottati dal Consiglio europeo nel 1985. Sono lieto che sia stato scelto il 9 maggio come giornata dell’Europa: è la commemorazione del 9 maggio 1950, quando il ministro degli Esteri francese Schuman, nel suo discorso pronunciato al Salone dell’orologio al Quai d’Orsay, illustrava pubblicamente l’idea di Jean Monnet di riunire la produzione del carbone e dell’acciaio sotto l’egida di un’alta autorità sovrannazionale, in modo da riunire le risorse necessarie per le munizioni. All’epoca l’intenzione era prevenire un’altra guerra tra la Francia e la Germania ed ancorare saldamente la Germania nella sfera occidentale all’inizio della guerra fredda.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI), per iscritto. (NL) Ho votato contro questa relazione. L’Unione europea non è uno Stato, pertanto non deve adornarsi di simboli propri dello Stato o della nazione come l’inno nazionale, la bandiera e via dicendo. Il trattato di Lisbona e la sua copia, la cosiddetta costituzione europea, avevano lo stesso scopo e sono stati bocciati col voto da irlandesi, francesi e olandesi. Sarebbe quantomeno appropriato avere un minimo di rispetto per la volontà democratica del popolo, se l’Europa vuole conquistarsi una legittimità politica. Le bandiere e gli inni sono propri delle nazioni, non sono adatti agli organismi di cooperazione economica tra Stati.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Questa relazione sull’uso dei simboli dell’Unione europea da parte del Parlamento non è una relazione; è piuttosto un atto di “fede costituzionale”, l’espressione di un credo semireligioso!

I simboli dell’Unione europea – la bandiera, l’inno e il motto – non esistono più come tali da un punto di vista giuridico, in quanto due nazioni europee hanno ampiamente bocciato la Costituzione europea nel 2005. Essi non compaiono nemmeno nel trattato di Lisbona, la cui morte è stata segnata dal voto irlandese. Non esiste un super-stato europeo!

Cercare di crearlo attraverso l’uso di questi simboli potrebbe sembrare ridicolo, se non riflettesse il vostro profondo sprezzo per l’espressione democratica e il vostro desiderio di imporre a tutti i costi uno Stato eurocratico sovrannazionale.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Notiamo che vengono messi in atto dei tentativi disperati per creare una nazione europea con una propria identità nazionale. L’esperienza dimostra, però, che non è possibile creare un’identità comune in maniera artificiale. Vi sono molti esempi, come il caso del Belgio, creato quasi 180 anni fa unendo le Fiandre e la Vallonia. Nonostante i tratti comuni come la famiglia reale, la bandiera e l’inno nazionale, il Belgio continua ad essere disgregato.

Le bandiere dell’Unione europea, gli inni nazionali e le giornate dell’Europa possono sembrare questioni simboliche senza una grande importanza. In realtà, rientrano dell’ambizione sconfinata del Parlamento europeo che mira a creare gli Stati Uniti d’Europa. Il testo originale della costituzione dell’UE, che è stata bocciato nelle consultazioni referendarie in Francia e nei Paesi Bassi, conteneva riferimenti anche all’inno europeo e alla bandiera. Stralciando questi elementi, i leader dell’Unione europea hanno presentato un “nuovo” trattato, il cosiddetto “trattato di Lisbona”. Adesso il Parlamento europeo tenta di rifarsi, introducendo di soppiatto i simboli dell’UE.

Secondo noi, è già chiaro che la cooperazione comunitaria è destinata a seguire lo stesso destino dell’esperanto, la lingua artificiale che non è mai divenuta un idioma mondiale, anzi è finito nel dimenticatoio. L’identità e l’unità vengono creati dal popolo, non da un’élite.

Abbiamo pertanto votato contro questa relazione.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Con l’adozione di questa relazione – con 503 voti a favore, 96 contrari e 15 astensioni – la maggioranza dell’Assemblea ha dimostrato per l’ennesima volta di nutrire un profondo sprezzo per la democrazia e per la sovranità popolare.

Questo è un tentativo di imporre i cosiddetti “simboli dell’Unione”, in questo caso inserendoli nel regolamento del Parlamento, che recherà la seguente formulazione: “La bandiera è esposta in tutti i locali del Parlamento e in occasione di eventi ufficiali” e “La bandiera è utilizzata in ogni sala di riunione del Parlamento”, “L’inno è eseguito all’inizio di ogni seduta costitutiva e in altre sedute solenni”, “Il motto è riprodotto sui documenti ufficiali del Parlamento”.

Viene fatto riferimento a “l’importanza dei simboli per un riavvicinamento dei cittadini all’Unione europea e per la costruzione di un’identità europea, complementare alle identità nazionali degli Stati membri”

Ma questo “ravvicinamento” comporta forse lo sprezzo e il tentativo di sfuggire alla volontà democratica e sovranamente espressa dal popolo che ha bocciato la prima proposta del trattato “costituzionale” e poi il trattato di “Lisbona”. Che ipocrisia…

Questo “ravvicinamento” comporta forse l’imposizione dei “simboli dell’Unione”, quando l’Unione legalmente non esiste e dopo che questi simboli sono stati rimossi dal testo della bozza di trattato? Che cinismo…

In sintesi, si tratta semplicemente di un’altra manovra volta a resuscitare il trattato proposto che era già stato bocciato ed è quindi doppiamente defunto.

 
  
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  Anna Hedh (PSE), per iscritto. − (SV) Ho deciso di votare contro la relazione dell’onorevole Carnero González concernente l’uso da parte del Parlamento dei simboli dell’Unione, poiché non credo che l’uso dei simboli debba essere prescritto in un trattato o in un regolamento parlamentare. Tali simboli esistono di per sé.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Non ho potuto votare a favore della relazione Carnero, ma non volevo nemmeno dare manforte alle opinioni degli euroscettici. Sono completamente a favore dell’Unione europea. Il partito che presiedo si fonda sull’assunto che la Scozia debba essere una nazione indipendente – e noi crediamo che quell’indipendenza debba realizzarsi nell’adesione all’UE in qualità di libero Stato membro. Tuttavia, non penso che i popoli dell’Europa siano vogliano così tanto che l’Unione si adorni delle finiture di super-stato. I simboli dell’UE sono contemplati dalla Costituzione dell’UE – e quel documento è stato bocciato in Francia e in Olanda. Il riferimento ai simboli successivamente è stato omesso nel trattato di Lisbona, che ad ogni modo è stato respinto in Irlanda. Se l’Europa vuole rivitalizzare il coinvolgimento dei propri cittadini, deve presentare politiche che stanno a cuore alla gente – e non deve sprecare tempo con simboli privi di senso e del tutto privi di sostanza.

 
  
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  Mikel Irujo Amezaga (Verts/ALE), per iscritto. (ES) Gli europei, come la gran parte dei paesi membri, sono estremamente preoccupati per lo stato in cui versa l’economia e per l’evidente fragilità del nostro settore bancario. Dov’è la sicurezza dei nostri posti di lavoro, dei risparmi e delle pensioni? I cittadini europei, lungi dall’essere “uniti nella diversità”, come recita il motto dell’Unione europea, sono invece spaventati dalle avversità e guardano a questo voto con incredulità.

Con questa relazione il Parlamento si ostina a guardarsi inutilmente l’ombelico e sta gettando via tutto il nostro lavoro positivo. I poteri del Parlamento vengono regolarmente adattati alle esigenze di qualcuno e ci si chiede perché i cittadini non possano sanzionare il Parlamento come si merita. Sembra che sia stato deciso che i simboli e gli inni risolveranno il problema.

Mi permetto di suggerire che, se alcuni membri si concentrassero meno sui tappeti e su Beethoven e più sul lavoro vero del Parlamento, non dovremmo chiedere la fiducia degli elettori.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) L’Europa vuole adornarsi delle insegne di Stato. Vuole il proprio inno, la propria bandiera, la giornata celebrativa, la valuta e il motto. Noi non vogliamo questo super-stato. Non vogliamo questo federalismo imposto.

Nel 2005 i francesi e gli olandesi mediante referendum hanno bocciato la proposta di Costituzione europea che contemplava tali simboli. Nel giugno 2008 è stata la volta degli irlandesi che, respingendo il trattato di Lisbona, hanno nuovamente respinto i simboli di questo super-stato.

E’ assolutamente scandaloso cercare di reintrodurli di soppiatto attraverso emendamenti al regolamento del Parlamento europeo.

I popoli d’Europa hanno il diritto di esprimersi in questa materia e la loro volontà va rispettata. Essi inoltre hanno il dovere della memoria. Guardando alle nostre società ed economie sempre più globalizzate, non dobbiamo dimenticare, ora più che mai, chi siamo, da dove veniamo e quali sono i nostri valori e le nostre identità.

L’Europa non può essere costruita negando la storia dei propri popoli e nazioni e in contrapposizione con le realtà nazionali.

 
  
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  Jean-Marie Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Una delle rare differenze tra la Costituzione europea e il trattato di Lisbona siglato dai 25 capi di Stato e di governo risiedeva proprio in questi simboli comunitari – la bandiera, l’inno, il motto e la giornata dell’Europa – che sono stati unanimemente bocciati il 13 dicembre 2007. Era importante mantenere le apparenze e non dare ai cittadini europei l’impressione che si stessero per mettere in atto le strutture dello Stato federale.

Cercando di reintrodurre tali simboli, il Parlamento europeo si muove per l’ennesima volta al di fuori dei confini del diritto e viola deliberatamente i Trattati europei.

Le istituzioni europee ci avevano già provato. La maniera scandalosa con cui siffatte istituzioni stanno cercando di far indire all’Irlanda un altro referendum è l’illustrazione caricaturale della loro idea di democrazia. Tutto quello che si oppone all’integrazione europea va eliminato con qualsiasi mezzo possibile, compresi i mezzi giuridici.

Come possiamo avere la benché minima fiducia in questa Europa che calpesta bellamente i principi che in teoria dovrebbe difendere e assume le sembianze dell’ex Unione Sovietica in cui la libertà di opinione e di espressione erano contemplate dalla Costituzione, ma non furono mai applicate.

Onorevoli colleghi, la democrazia non è condivisa e non lo è nemmeno il totalitarismo. Oggi è fin troppo evidente.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. (NL) Secondo il relatore, l’onorevole Carnero González, è discutibile il fatto che il riconoscimento di una bandiera possa essere un ostacolo alla ratifica del trattato di Lisbona. Egli dunque getta dei dubbi sull’impressione che aveva dato il primo ministro olandese Balkenende, il quale il 23 maggio 2007 a Strasburgo, aveva affermato che i simboli non potevano essere inclusi in un trattato costituzionale.

Il primo ministro aveva agito in questo modo principalmente perché altrimenti il Consiglio di Stato olandese avrebbe dovuto indire un’altra consultazione referendaria. L’onorevole Carnero González ora propone che la bandiera dell’Unione europea, l’inno e il motto siano contemplati dal regolamento del Parlamento. Seguendo la sua argomentazione, in questo modo si lancerebbe un segnale politico, indicando che questi simboli rappresentano i valori europei. Egli immagina che l’Unione europea sia un esempio di libertà, sviluppo e solidarietà nel mondo. L’UE si caratterizza, però, anche per l’ambizione sfrenata, per l’ingerenza irritante, per le rischiose pressioni contro la libertà economica e per le dimostrazioni di forza militare.

Sarebbe meglio che l’Europa conquistasse un’identità più chiara “ascoltando gli elettori”. Questa politica dei simboli non cambia nulla. La bandiera blu è già su tutte le banconote e sulle targhe delle autovetture. Ci stiamo ancora comportando che se il trattato di Lisbona fosse praticabile, mentre è stato bocciato nel rispetto delle stesse regole che detta.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Il potere dei simboli non deve essere sottovalutato. Essi possono manifestare l’immateriale e creare identità. Tuttavia, i simboli possono anche avere connotazioni negative; ad esempio, il simbolo del DNA umano è diventato un simbolo di manipolazione genetica. “Manipolativo” è altresì il termine che userei per descrivere il presente approccio dell’UE.

Nei referendum del 2005 i francesi e gli olandesi bocciarono la Costituzione dell’UE, eppure come appare in questo classico caso di caparbietà comunitaria, ora è stato messo in atto un tentativo di dare un nuovo slancio al progetto, lasciando perdere i simboli dell’Unione europea e apportando dei cambiamenti di facciata al testo respinto in modo che rimanesse pressoché identico con il nome di trattato di Lisbona. Se l’Unione europea persiste nel suo tentativo di rivitalizzare il trattato originale, introducendo un solo vero e proprio emendamento, ossia questo che consente di disfarsi dei simboli dell’UE, l’Unione europea perderà quel che le resta della sua credibilità. Si tratta di un flagrante tentativo di ingannare i cittadini e pertanto respingo la relazione.

 
  
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  Cristiana Muscardini (UEN), per iscritto. − Voglio congratularmi con il relatore per avere introdotto, a livello di regolamento, i simboli dell’Unione dopo che gli stessi erano stati sorprendentemente esclusi dal nuovo Trattato. Come membro della Convenzione europea ho sempre affermato la necessità per l’Unione di avere un’anima che, attraverso valori comuni condivisi, la avvicinasse ai cittadini europei.

Escludere i simboli dal Trattato è stato l’ennesimo atto di allontanamento delle istituzioni europee dai cittadini. Come si fa, infatti, a pretendere che questi ultimi si riconoscano nell’Unione se l’Unione si rende sempre più irriconoscibile, perdendo addirittura i simboli che dovrebbero al contrario rappresentarla, sia negli Stati membri sia nei suoi rapporti internazionali?

Il riconoscimento da parte di tutti dei simboli dell’Unione rappresenta un primo passo verso quella comunione di intenti per la costruzione di una casa europea comune in grado non solo di dare risposte politiche ai cittadini europei ma di ridare alla politica il primato che le spetta nella comprensione e nella gestione della "cosa pubblica".

Rinnovo quindi le mie congratulazioni al relatore nella speranza che questa iniziativa del Parlamento europeo possa trovare riscontri presso le altre sedi istituzionali europee e con la convinzione che essa rafforzerà l’istituzione parlamentare di cui facciamo parte.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. (SK) Sin dalla loro fondazione le Comunità europee e poi l’Unione europea hanno cercato di dotarsi di simboli in cui la gente potesse facilmente identificarsi. Il processo di ratifica del trattato costituzionale è naufragato a seguito degli esiti referendari in Francia e nei Paesi Bassi. Il trattato di Lisbona, che era nato da un compromesso e aveva sostituito il testo del trattato costituzionale, non comprende i simboli a causa delle pressioni esercitate da alcuni Stati membri.

La gente è abituata al fatto che ogni organismo abbia il proprio logo. Bandiere, emblemi, inni, slogan, colori e altri tipi di simbolo trasmettono un’immagine emotiva dei valori che soggiacciono all’organismo che rappresentano.

Questa esperienza, condivisa dai nostri paesi, regioni, chiese, partiti, organizzazioni civili, eccetera è valida anche sul piano comunitario. La bandiera con il cerchio di 12 stelle dorate su sfondo blu mi ha sempre affascinata. Quando arrivo in Slovacchia e vedo la bandiera che svetta dai vari edifici, mi sento felice, perché la Slovacchia appartiene alla casa comune europea. Non riesco a pensare ad un brano musicale conosciuto o una poesia nota che potrebbe meglio simbolizzare l’idea di integrazione europea dell’inno dell’Unione europea, tratto dalla Nona sinfonia di Beethoven.

Benché la moneta unica non sia ancora in uso in tutti gli Stati membri, i paesi terzi, in particolare, stanno cominciando ad identificare l’UE con l’euro proprio come identificano gli Stati Uniti con il dollaro. A mio parere, il motto “Unione nella diversità” definisce perfettamente l’essenza del progetto europeo. Sono d’accordo sull’uso dei simboli dell’Unione europea, motivo per cui ho votato a favore della relazione stilata dall’onorevole Carnero González.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Comunico il mio voto favorevole alla relazione del collega Carnero Gonzáles, riguardante l’inserimento nel regolamento del Parlamento europeo di un nuovo articolo concernente l’uso da parte del Parlamento dei simboli dell’Unione.

I simboli – è risaputo – valgono più di ogni slogan o parola: essi sono componenti indispensabili in ogni tipo di comunicazione, in particolare quelle riguardanti i processi di identificazione in un gruppo o organizzazione sociale. Le bandiere, le effigi, gli inni sono fondamentali, affinché un’organizzazione possa essere riconosciuta in quanto tale dall’opinione pubblica.

Per questo plaudo all’iniziativa del collega, volta a facilitare la partecipazione e la comunicazione dei cittadini al progetto europeo, contribuendo in tal modo alla sua legittimità.

 
  
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  Daniel Strož (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Per quanto concerne la relazione sull’uso dei simboli dell’Unione, posso solo dire che è l’ennesima illustrazione di come vengono eluse le procedure democratiche nell’Unione europea. Qualche tempo fa, quando è stata bocciata la proposta della cosiddetta Costituzione europea, sono stati respinti anche i simboli dell’Unione. Successivamente la Costituzione, o perlomeno il suo contesto fondante, sono stati di fatto riportati in vita grazie al trattato di Lisbona, ed ora il Parlamento europeo sta cercando di riesumare i simboli dell’Unione europea. A questo punto non posso fare a meno di chiedermi: cosa intendono fare gli organismi e le istituzioni europee nei casi di uso indebito di tali simboli? Ad esempio, ultimamente si sono viste in tutto il mondo le immagini del presidente georgiano, che oltre ad avere la bandiera del suo paese aveva anche la bandiera dell’Unione europea nel suo ufficio quando ha annunciato il conflitto con la Russia. E’ un fatto assolutamente inaccettabile.

 
  
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  Konrad Szymański (UEN), per iscritto. (PL) Ho votato contro il riconoscimento giuridico dei simboli dell’Unione europea da parte del Parlamento europeo per i seguenti motivi.

In primo luogo, il concetto di riconoscimento giuridico viene meno dinanzi alle decisioni del Consiglio europeo. In tale consesso gli Stati membri hanno deciso all’unanimità di omettere i simboli europei nel trattato di riforma volto a sostituire il trattato costituzionale.

In secondo luogo la decisione del Parlamento implica l’introduzione di questi simboli attraverso la porta di servizio, in contrasto con la volontà degli Stati membri. Ricorrendo a siffatte manovre giuridiche, il Parlamento dà prova di debolezza, non di forza.

In terzo luogo, misure di questo genere suscitano giustamente sfiducia tra molti cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, i quali non vogliono che i simboli riservati agli Stati nazionali siano assegnati ad organizzazioni internazionali quali l’Unione europea.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto.(EL) I popoli europei subiscono una provocazione con l’invito rivolto al Parlamento europeo di svolgere un ruolo fondamentale nella promozione e nell’uso intensivo dei simboli dell’UE. Attraverso l’iniziativa parlamentare sono stati messi in atto degli sforzi per “riportare in vita” l’“Euro-Costituzione”, non solo nella versione emendata, ossia il trattato di Lisbona, recentemente bocciato dagli irlandesi, ma nella sua forma originale, il trattato costituzionale, la cui fine era stata decretata dai popoli di Francia e Olanda.

Assumendo questa posizione, il Parlamento europeo si sta rivelando per l’ennesima volta come il baluardo e l’artefice di riforme comunitarie reazionarie. Esso mostra uno sprezzo totale per il verdetto emesso dal popolo in Francia, nei Paesi Bassi e in Irlanda e per le palesi inclinazioni di tutti gli altri popoli europei che non si commuovono dinanzi alle politiche, alle istituzioni, ai valori, alle visioni e ai simboli della plutocrazia europea così tipica del carattere anti-popolare dell’UE.

I popoli d’Europa devono intensificare la propria lotta affinché sia definitivamente bocciata l’Euro-Costituzione reazionaria. Devono lottare per minare l’Unione europea imperialista della povertà, dell’ingiustizia, della guerra e dell’oppressione. Essi ne anticipano la dissoluzione e puntano ad affermare il proprio potere, introducendo nuove istituzioni e simboli che corrispondono alle proprie esigenze e valori.

 
  
  

Relazione Seeber (A6-0362/2008)

 
  
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  Jan Andersson, Göran Färm, Anna Hedh, Inger Segelström e Åsa Westlund (PSE), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi conveniamo sul fatto che i consumatori hanno una funzione importante da svolgere, se si vuole realizzare un uso sostenibile delle risorse idriche nell’Unione europea. Tuttavia, riteniamo che le campagne di informazione e di educazione debbano essere gestite primariamente a livello locale e regionale e non a richiesta dell’UE.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore dell’eccellente relazione d’iniziativa del collega austriaco, l’onorevole Seeber, in risposta alla comunicazione della Commissione dal titolo: “Affrontare il problema della carenza idrica e della siccità nell’Unione europea”.

Condivido il rammarico per l’assenza di una vera e propria dimensione internazionale nell’approccio della Commissione europea e sostengo le proposte racchiuse nella relazione secondo cui, a fronte della specificità del tema della carenza idrica e della siccità, è necessaria un’azione coordinata a livello UE e di Stati membri, ma anche a livello di amministrazione locale e regionale. Il problema della carenza idrica ha investito l’11 per cento della popolazione e il 17 per cento del territorio dell’Unione europea e gli ultimi sviluppi hanno dimostrato che con tutta probabilità l’acqua è destinata a scarseggiare ancor più e in maniera significativa in Europa.

E’ assolutamente urgente che l’Unione europea istituisca una politica sulle risorse idriche, consentendoci di garantire quantitativi sufficienti di acqua di qualità adeguata in modo da soddisfare il fabbisogno degli europei, delle aziende, degli organismi pubblici, della flora e della fauna, eccetera.

 
  
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  Liam Aylward (UEN), per iscritto. (EN) La carenza idrica è un problema urgente che investe i cittadini dell’Europa e del mondo. Questa relazione ci informa che l’Unione europea spreca il 20 per cento dell’acqua a causa di inefficienze; manca consapevolezza tra l’opinione pubblica sul tema della promozione del risparmio di acqua, mentre il 17 per cento del territorio europeo è colpito da gravi carenze idriche. In risposta l’Unione europea deve assumere un approccio olistico, varando misure precise per migliorare la gestione e l’approvvigionamento dell’acqua.

Sussiste chiaramente un grande potenziale di risparmio di acqua (fino al 40 per cento), se miglioriamo la tecnologia, modifichiamo il comportamento della gente e introduciamo comportamenti di consumo e modelli di produzione diversi dallo stile attuale che è improntato alla gestione delle crisi. Grazie alle tecnologie per il risparmio idrico e la gestione dell’irrigazione nei settori industriali e agricoli, si potrebbero ridurre gli eccessi fino al 43 per cento, mentre le misure di efficienza energetica potrebbero diminuire lo spreco di acqua fino ad un terzo. Attualmente l’agricoltura consuma il 64 per cento dell’acqua, mentre il 20 per cento viene usato per l’energia, il 12 per cento per uso residenziale e il 4 per cento viene assorbito dall’industria. Inoltre, la siccità influisce sempre di più sul cambiamento climatico, provocando incendi boschivi devastanti sul piano ambientale.

L’Unione europea mira ad intensificare il riciclo delle acque di scolo e a sviluppare la desalinizzazione, migliorare le politiche di gestione delle risorse idriche sulla base del principio “chi inquina paga”, istituire programmi di etichettatura, condurre ricerche e monitorare le attività in modo da fermare la desertificazione, migliorare i sistemi di rotazione delle colture e promuovere un uso più efficiente dell’acqua da parte dei cittadini.

 
  
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  Konstantinos Droutsas (GUE/NGL), per iscritto.(EL) Un’infarinatura di belle parole non può nascondere la natura anti-popolare delle proposte contenute nella relazione, il cui spirito prende le mosse dall’idea reazionaria di “gestione delle risorse idriche basata sulla domanda”. La relazione termina mettendo in luce una serie di misure che essenzialmente si riducono all’aumento del prezzo dell’acqua e del costo dell’approvvigionamento. Infatti si vuole imporre alle masse e agli agricoltori poveri e con aziende di medie dimensioni un’altra tassa gravosa, poiché l’acqua è stata del tutto commercializzata. L’obiettivo è anche quello di incrementare la redditività dei gruppi commerciali in regime di monopolio.

La risoluzione non opera alcuna distinzione tra la siccità e la carenza idrica, che sono due fenomeni diversi e che richiedono risposte diverse. Non viene fatta alcuna menzione del principio di conservazione e del miglioramento del rapporto delle riserve idriche sfruttabili rispetto alle riserve idriche disponibili e dell’indice di precipitazioni.

La relazione sottostima il ruolo positivo delle foreste come fattore attivo per mitigare il fenomeno naturale della siccità e per contrastare la carenza idrica. Di conseguenza, oltre a non avanzare proposte sul rimboschimento, enfatizza addirittura che “un aumento della copertura forestale” dovrebbe essere attuato solo “laddove è assolutamente vitale”.

La relazione minimizza il rischio di alluvioni e la necessità di prendere misure adeguate di protezione. Anzi, chiede addirittura di evitare di creare delle barriere al corso naturale dei fiumi e indulge in allarmismi in relazione ai problemi sociali ed ambientali provocati dalla deviazione dei corsi d’acqua.

I lavoratori lottano per avere un approvvigionamento adeguato di acqua pulita e sicura. Si oppongono alla commercializzazione di questo bene sociale, che nonostante tutto è finito nelle mani dei monopoli dediti al perseguimento del profitto.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Dissentiamo dalla logica secondo cui la gestione delle risorse idriche deve ottemperare ai principi del mercato e quindi il prezzo (le tariffe) è visto come lo strumento centrale per controllare i consumi. La relazione indica la necessità di realizzare un profitto sugli investimenti, come se questo bastasse a risolvere definitivamente il problema della carenza idrica. Non è assolutamente vero.

Chiaramente lo spreco di acqua, la pianificazione dei bacini idrici, il ri-utilizzo delle “acque reflue”, lo scambio tra Stati e la graduale istituzione di un osservatorio appaiono come preoccupazioni o proposte piene di buone intenzioni. Tuttavia, siffatti intenti non sono così palesi nel piano sancito dalla direttiva quadro sulle acque, in cui si chiede l’applicazione di principi economici e finanziari nella gestione delle acque senza salvaguardare le principali condizioni che vi soggiacciono, ossia il riconoscimento come diritto e la gestione democratica.

Sono state inoltre sollevate preoccupazioni che avrebbero dovuto essere prese in considerazione, anche se mettono in discussione la politica dell’Unione europea. Nel testo viene tracciata la relazione diretta tra silvicoltura e politica agricola, tra sviluppo urbano sfrenato, desertificazione e siccità. Però, non si mette mai in discussione la PAC come causa primaria di desertificazione in paesi come il Portogallo.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) In qualità di rappresentante della Scozia, credo che molte delle questioni affrontate nella relazione Seeber abbiano un interesse limitato per il mio elettorato. Tuttavia, la fornitura di risorse idriche di qualità elevata riveste un’importanza enorme in tutte le zone geografiche dell’UE e questioni come lo spreco di acqua dovuto ad inefficienze ci riguardano tutti. L’acqua in Scozia viene distribuita attraverso una società pubblica che dipende dal parlamento scozzese e il governo scozzese vuole che Scottish Water diventi un esempio cui guardare in tutto il mondo nel campo dell’erogazione dei servizi idrici. Sottoscrivo pienamente questa ambizione e la raccomando a quest’Aula.

 
  
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  Sebastiano (Nello) Musumeci (UEN), per iscritto. − I problemi della carenza idrica e della siccità, problemi direttamente correlati, colpiscono in particolare molte regioni dell’Europa meridionale con effetti catastrofici sull’ambiente e sulle popolazioni autoctone.

La regione da cui provengo, la Sicilia, è soggetta puntualmente ogni anno a periodi di stress idrico e di siccità con conseguenti ingenti danni all’agricoltura. Si tratta di un problema allarmante, parzialmente risolvibile se si intervenisse energicamente in almeno due settori. Innanzitutto nel settore delle infrastrutture: nell’Isola, ad esempio, molta acqua – si calcola addirittura il 30 per cento – viene persa a causa della carente manutenzione degli acquedotti. In secondo luogo, nel settore della prevenzione: concordo pienamente con il relatore quando dichiara che la formazione e l’istruzione mediante campagne di informazione, ad iniziare dalle scuole, sono di fondamentale importanza per facilitare un cambiamento di comportamento e per far emergere una cultura di risparmio e di consumo efficiente dell’acqua.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. (SK) Mi sono astenuta nel voto sulla relazione dell’onorevole Seeber. La relazione è troppo lunga e alcune raccomandazioni sono ripetitive. Il problema principale è che l’intero testo si fonda sul vecchio paradigma dell’acqua e solo in un caso, al paragrafo 48, si fa un breve accenno al nuovo paradigma, ossia la necessità di promuovere la raccolta delle acque piovane.

Altri suggerimenti e proposte sono eccessivamente confusi e quindi la loro applicazione pratica è segnata. Il documento non menziona l’approccio integrato e si concentra solo sul risparmio dell’acqua ad uso residenziale. Il testo inoltre è molto articolato e quindi non consente un’interpretazione scevra da ambiguità.

In conclusione, sarebbe una ripetizione di quanto è accaduto con la direttiva quadro sulle acque. L’ambizione di tale normativa era di promuovere la gestione integrata dei corsi d’acqua nelle zone di pesca. Alla fine si è ridotta esclusivamente ad una serie di politiche specifiche. Ne è prova il fatto che è stata adottata un’altra direttiva l’anno scorso: la direttiva in materia di inondazioni. Se si parla di “integrato” bisogna adottare un approccio complessivo, non frammentario. Purtroppo l’approccio non era integrato e la direttiva quadro è stata usata come calendario a foglietti dagli addetti alla gestione delle risorse idriche. Prima si vuole risolvere il problema delle inondazioni e il minuto dopo la questione della siccità.

Si è verificata una situazione analoga in Slovacchia ai tempi del comunismo, segnatamente nella regione sud-orientale del paese. Prima di tutto si è cercato di risolvere il problema del drenaggio e poi, in un secondo momento, quello dell’irrigazione. Oggi la regione è come una piastra calda che spinge le nuvole verso la zona più fresca dei Carpazi, dove prendono origine le grandi alluvioni.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. − Esprimo il mio voto favorevole alla relazione Seeber, che affronta il serio problema della carenza idrica e della siccità all’interno dell’Unione europea.

L’acqua è una risorsa limitata. La tutela degli ecosistemi, delle risorse idriche, delle acque a uso potabile e di quelle di balneazione sono le basi su cui si poggia la protezione del sistema ambientale. È per questo che un’azione comune a livello europeo riuscirà a garantire nella maniera migliore la gestione di questa preziosa risorsa.

Inoltre, mi compiaccio del lavoro svolto dal collega, che ha sottolineato le questioni principali delle quali si dovrebbe occupare l’Unione: il consumo idrico estensivo e il conseguente spreco di acqua, l’ignoranza e la non cognizione di tale problema, nonché l’assenza di un approccio europeo comune.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE), per iscritto. (PL) Il problema della carenza idrica e della siccità è diventato critico e critiche sono anche le conseguenze che si esplicano nel surriscaldamento globale. E’ stato registrato un drastico aumento delle siccità gravi e dei casi di carenza di acqua negli ultimi decenni. Il fenomeno è ampiamente dovuto all’inefficiente gestione delle risorse idriche e all’uso eccessivo dell’acqua a scopi agricoli.

La stessa Unione europea si trova dinanzi a gravi minacce riconducibili al cambiamento climatico e all’attività antropica. Oltre un terzo degli europei vive in zone colpite dalla carenza idrica. A meno che non venga immediatamente intrapresa un’azione appropriata per garantire un uso più razionale e sostenibile dell’acqua, dobbiamo concludere che la carenza idrica è destinata ad interessare una parte crescente della popolazione in futuro. Oltretutto il previsto aumento demografico da sei a nove miliardi entro il 2050 provocherà una domanda ancora maggiore di acqua.

Alcuni esperti hanno cominciato a paragonare l’acqua al petrolio. E’ finita l’epoca dell’acqua a basso costo e relativamente di facile accesso. La penuria di acqua nel settore agricolo va affrontata sviluppando impianti per la raccolta delle acque e migliorando l’irrigazione. Inoltre deve essere sviluppata una cultura specifica sul risparmio responsabile di acqua attraverso una politica attiva di sensibilizzazione.

Ciascuno di noi deve cominciare a risparmiare l’acqua e ad usarla in maniera sensata. E’ altresì essenziale introdurre una tecnologia per prevenire lo spreco di acqua e per sensibilizzare su questo problema. Occorre inoltre un approccio più integrato ai problemi connessi all’acqua e alla siccità.

 
  
  

Governance artica in un mondo globalizzato (RC-B6-0523/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo presentata da cinque gruppi politici, tra cui anche il PPE-DE, sulla governance artica. Nel corso del XX secolo le temperature registrate nell’atmosfera nella regione artica sono aumentate di circa 5°C e tale aumento è dieci volte più rapido di quello osservato nella temperatura media globale alla superficie. Inoltre, nei prossimi cento anni si prevede nell’Artico un ulteriore aumento delle temperature, compreso tra 4 e 7°C.

Sono decisamente d’accordo sul fatto che sia ormai finito il tempo di fare diagnosi e che ora si debba passare all’azione. Inoltre l’Unione europea tra i suoi membri conta anche tre nazioni artiche e altre due sono Stati confinanti che partecipano al mercato interno mediante l’Accordo sullo Spazio economico europeo (SEE), pertanto l’Unione europea ed i paesi associati in termini numerici rappresentano oltre la metà dei membri del Consiglio artico.

Questa regione svolge un ruolo chiave nei principali equilibri del pianeta e mi congratulo con gli autori di questa risoluzione stilata in concomitanza con i festeggiamenti per l’Anno polare internazionale.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore dell’emendamento n. 6 presentato dal PSE in cui si chiede che l’Artico sia una zona denuclearizzata e smilitarizzata. So bene che attualmente circolano sottomarini britannici in queste acque, ma non sussiste alcun motivo per non sostenere la proposta per la realizzazione di un accordo internazionale teso a fermare l’introduzione di armi nucleari e a mettere fine all’attività militare in questa zona in futuro. Sono delusa che l’emendamento non sia stato accolto, pur apprezzando che vi sia il riferimento al trattato UNCLOS e alla necessità che il senato americano lo ratifichi quanto prima.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. − (PT) Consideriamo molto negativa la bocciatura degli emendamenti presentati sulla risoluzione in cui si sottolineavano i “rischi insiti nell’uso dell’Artico per scopi strategici o militari e la necessità di rendere l’oceano artico una zona smilitarizzata e denuclearizzata” e in cui si indicava la nostra continua e “particolare preoccupazione per la corsa in atto per l’accaparramento delle risorse naturali nell’Artico, che potrebbe provocare minacce alla sicurezza… e un’instabilità internazionale generalizzata”.

Pertanto, nonostante alcuni punti che reputiamo positivi, la risoluzione lascia intravedere la prospettiva di una continua corsa per l’accaparramento delle risorse naturali in quel continente, soprattutto laddove afferma che il Grande Nord fa “parte della politica dell’Unione europea sulla Dimensione settentrionale” e che il Parlamento “è convinto che occorra accrescere ulteriormente la consapevolezza dell’importanza dell’Artico in un contesto globale, attraverso una politica specifica dell’UE per la regione artica”

Il testo inoltre “invita la Commissione a inserire nel suo ordine del giorno la politica dell’energia e della sicurezza nella regione artica” e a “svolgere un ruolo proattivo nella regione artica, assumendo quanto meno, come primo passo, lo status di “osservatore” in seno al Consiglio artico.

 
  
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  Jens Holm, Kartika Tamara Liotard, Erik Meijer, Esko Seppänen e Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Condividiamo la preoccupazione espressa nella risoluzione per gli effetti del cambiamento climatico sulla sostenibilità delle comunità che vivono nell’area artica e sull’habitat naturale e riconosciamo il significato dell’Artico per il clima globale. L’Artico infatti rappresenta una preoccupazione comune.

Non possiamo, però, sostenere la risoluzione, in quanto parte primariamente dagli interessi dell’UE. Riteniamo che una politica non saldamente radicata negli interessi dei popoli dell’Artico sia illegittima. Riteniamo che il punto di partenza per tutti i colloqui e le iniziative sull’area artica debba essere il rispetto per il territorio sovrano delle nazioni artiche come pure l’inclusione di tutti i popoli dell’area artica come partner paritari.

Per concludere, mediante il voto la maggioranza ha bocciato un emendamento in cui si chiedeva che l’Artico divenisse una zona smilitarizzata e denuclearizzata ed ha quindi spianato la strada ad una politica sull’Artico – che questa risoluzione in realtà chiede – in cui si implica la militarizzazione dell’area ed il piazzamento di armi nucleari in questa zona. Non possiamo sottoscrivere questo punto in alcuna circostanza.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Esprimo il mio voto favorevole alla proposta di risoluzione riguardante una governance artica in un mondo globalizzato.

Sono, infatti, convinto che bisogna rendersi conto delle potenzialità delle quali gode la regione artica nel contesto globale. Per questo motivo è necessaria una politica specifica dell’UE per tale regione, atta a rispettare le popolazioni autoctone e l’ambiente. Approvo l’iniziativa del collega, in quanto la tematica ambientale è particolarmente importante e necessita di una struttura politica o giuridica transfrontaliera, in grado di mediare i contrasti politici sulle risorse naturali.

 
  
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  Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Condividiamo la preoccupazione espressa nella risoluzione per gli effetti del cambiamento climatico sulla sostenibilità delle comunità che vivono nell’area artica e sull’habitat naturale e riconosciamo il significato dell’Artico per il clima globale. L’Artico infatti rappresenta una preoccupazione comune.

Non possiamo, però, sostenere la risoluzione, in quanto parte primariamente dagli interessi dell’UE. Riteniamo che una politica non saldamente radicata negli interessi dei popoli dell’Artico sia illegittima. Riteniamo che il punto di partenza per tutti i colloqui e le iniziative sull’area artica debba essere il rispetto per il territorio sovrano delle nazioni artiche come pure l’inclusione di tutti i popoli dell’area artica come partner paritari.

Per concludere, mediante il voto la maggioranza ha bocciato un emendamento in cui si chiedeva che l’Artico divenisse una zona smilitarizzata e denuclearizzata ed ha quindi spianato la strada ad una politica sull’Artico – che questa risoluzione in realtà chiede – in cui si implica la militarizzazione dell’area ed il piazzamento di armi nucleari in questa zona. Non possiamo sottoscrivere questo punto in alcuna circostanza.

 
  
  

Relazione Cercas (A6-0357/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa redatta dal collega spagnolo, l’onorevole Cercas (PSE, ES), sull’applicazione delle disposizioni in materia sociale nel settore dei trasporti su strada. Anch’io ritengo deprecabile il fatto che permangano differenze considerevoli nell’applicazione e nell’esecuzione del regolamento (CEE) n. 3820/85 relativo all’armonizzazione di alcune disposizioni in materia sociale nel settore dei trasporti su strada.

Dobbiamo esortare gli Stati membri ad intensificare gli sforzi affinché sia garantita un’attuazione efficiente ed uniforme delle disposizioni sociali e affinché sia recepita la direttiva 2002/15/CE concernente l’organizzazione dell’orario di lavoro delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto per assicurare la sicurezza stradale dei cittadini nonché la salute e la sicurezza degli autisti e per fornire un quadro chiaro in modo da favorire una concorrenza leale.

La Commissione europea deve mostrare la massima determinazione nell’affrontare le violazioni al diritto comunitario da parte degli Stati membri nell’ambito delle disposizioni sociali nel settore del trasporto stradale, deve prevedere misure coercitive per la mancata ottemperanza delle disposizioni ed assumere misure preventive, se necessario mediante procedimenti giudiziari, per assicurare la stretta osservanza del diritto comunitario. E’essenziale per garantire una concorrenza leale e priva di turbative.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione in ragione dell’impellente necessità che gli Stati membri recepiscano la legislazione sociale e per garantirne la debita attuazione. La salute e il benessere degli autotrasportatori nonché la sicurezza degli altri utenti della strada dipendono da norme chiare su questioni quali l’orario di lavoro, le ore di guida e i periodi di riposo come pure l’efficacia delle ispezioni e delle sanzioni in caso di mancata ottemperanza.

Di conseguenza, è molto importante che gli Stati membri recepiscano la direttiva 2002/15/CE concernente l’organizzazione dell’orario di lavoro delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto nel contesto della legislazione sull’orario di lavoro applicabile a questo settore a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro. Non intravedo alcun motivo per cui gli autotrasportatori autonomi debbano essere esenti da misure tese a garantire la sicurezza sulle nostre strade.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) E’ con grande esitazione che abbiamo deciso di votare a favore di questa relazione. In ogni caso il settore del trasporto su strada è un tema transnazionale e le condizioni di lavoro degli autotrasportatori autonomi rientrano in questo ambito.

Vi sono parti della relazione che non approviamo, ad esempio la questione delle aree di parcheggio sicure per gli autotrasportatori professionisti, che riteniamo una questione di pertinenza degli Stati membri. Inoltre crediamo che anche le questioni sull’orario di lavoro in generale siano temi che rientrano nella sfera nazionale.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La legislazione sociale dell’Unione europea nel campo del trasporto stradale riveste una grande importanza. Il trasporto stradale ha una rilevanza economica fondamentale per l’Unione. E’ altresì importante, però, che la legislazione sociale venga applicata al fine di proteggere sia gli autotrasportatori sia le persone in genere. Sussistono delle anomalie nella legislazione vigente e vi sono difetti nel recepimento a livello nazionale. Per tali ragioni ho votato a favore della relazione Cercas.

 
  
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  Ona Juknevičienė (ALDE), per iscritto.(LV) Il trasporto su strada è una delle aree economiche che svolgono un ruolo importante nel mercato interno europeo. Questo settore riveste una particolare importanza per l’occupazione, in quanto sono oltre 3 milioni le persone che lavorano nel comparto a livello europeo. Nonostante l’abbondanza di legislazione comunitaria tesa a garantire la sicurezza stradale dei cittadini europei nonché la salute e la sicurezza dei passeggeri e degli autotrasportatori, si registra un aumento dei casi di violazioni delle norme sui periodi di riposo e sulle pause negli Stati membri.

Questa situazione è riconducibile a due cause principali: il mancato recepimento da parte degli Stati membri della legislazione in materia di trasporto su strada o il recepimento attuato in maniera frammentaria. Le norme sulla salute e sulla sicurezza che si applicano agli autotrasportatori dipendenti sono diverse da quelle applicate agli autonomi. La situazione attuale, in cui la normativa sull’orario di lavoro viene applicata solo ai dipendenti e non agli autotrasportatori autonomi, minaccia di turbare la concorrenza nel comparto dei trasporti. Il numero di autotrasportatori autonomi fittizi è in aumento, poiché le norme in materia di salute e di sicurezza per questi lavoratori sono meno severe. La situazione, oltre ad incoraggiare una concorrenza sleale, mette a repentaglio la salute e la sicurezza degli autotrasportatori e degli utenti della strada. La Commissione europea vuole quindi assicurare che gli autotrasportatori autonomi ottemperino alle stesse norme previste nella legislazione applicabile.

Queste misure ci permetteranno di innalzare la sicurezza stradale e di garantire condizioni appropriate di salute e di sicurezza per gli autotrasportatori nonché una concorrenza leale nel settore del trasporto su strada.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. (NL) La proposta costituisce un tentativo di mettere seriamente in atto decisioni già assunte attraverso controlli migliori, una migliore informazione, aree di sosta sicure lungo le autostrade e mediante l’abolizione dell’esenzione degli autotrasportatori autonomi a partire dal 23 marzo 2009. Il recepimento e l’attuazione delle disposizioni sociali nel trasporto su strada nel diritto nazionale fa registrare enormi ritardi.

I quattro Stati membri che non hanno ancora provveduto in questo senso sono protetti fintantoché non vengono nominati apertamente. Il fatto che tali paesi non prevedano una disciplina sugli orari di lavoro e sui periodi di riposo è deleterio per la sicurezza stradale e per il benessere degli autotrasportatori professionisti. Il mio partito, l’SP, sostiene il piano d’azione, anche se sono già state respinte proposte migliori in votazioni precedenti. Abbiamo assunto questa posizione, poiché crediamo sia importante ottemperare alla legislazione sociale e perché anche gli autotrasportatori autonomi devono essere assoggettati alla direttiva. In questo modo, si porrà fine all’abuso perpetrato dai datori di lavoro che costringono i lavoratori a divenire autonomi e a non essere parte dell’organico.

Essendo fittiziamente classificati come autonomi, tali lavoratori si trovano in condizioni di lavoro peggiori e devono assumersi rischi d’impresa impossibili. La concorrenza in tale settore è accanita. I discorsi sull’ottemperanza alle regole devono ora tramutarsi in azioni concrete. Solo allora gli autotrasportatori riusciranno a guadagnare abbastanza da avere un sostentamento sicuro.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Comunico il mio voto favorevole in merito alla relazione del collega Cercas riguardo alla legislazione sociale nel trasporto su strada.

Era necessario che il Parlamento europeo si pronunciasse su una questione di tale importanza. Solo in questo modo può essere garantita la sicurezza stradale, l’incolumità dei conducenti e dei passeggeri e, non ultima, una concorrenza leale nell’ambito dello spazio comune europeo.

Plaudo, inoltre, all’iniziativa del collega, in quanto sono indispensabili norme chiare e procedure di controllo, affinché l’organizzazione del lavoro per gli operatori del settore sia garantita adeguatamente.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) La normativa di cui si è occupato l’onorevole Cercas non è priva di controversie. Siamo tutti d’accordo sul fatto che è negli interessi sia degli autotrasportatori che dei cittadini in genere che i veicoli pesanti non siano guidati da persone che hanno gravi carenze di sonno. In questo settore sono ovviamente necessarie delle regole. Al contempo dobbiamo capire che lo sciopero dei TIR che è stato inscenato sul ponte Oresund nel novembre 2007 non è stato un caso. Le norme sull’orario di lavoro che ha emanato l’UE per molte branche professionali sono state bersaglio di parecchie critiche sia da parte dei datori di lavoro che dei lavoratori. Potrebbe quindi essere più appropriato chiedere alla Commissione di intraprendere una valutazione sull’impatto per esaminare in che modo è stata attuata la legislazione e come è stata recepita, invece di invocare un’attuazione ancora più rigida. Questo tipo di normativa richiede una considerevole flessibilità per poter funzionare, ad esempio, sia in Romania che in Danimarca. Per tali ragioni mi sono astenuto nel voto.

 
  
  

Relazione van den Burg e Dăianu (A6-0359/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa stilata dal collega olandese, l’onorevole van den Burg, e dal collega rumeno, l’onorevole Dăianu, recante raccomandazioni alla Commissione sul seguito della futura struttura della vigilanza finanziaria.

Sostengo la richiesta formale da avanzare alla Commissione affinché presenti proposte legislative atte a migliorare il quadro normativo sui servizi finanziari nell’Unione europea, non solo a causa della crisi finanziaria, ma anche perché non riusciremo a costruire un mercato interno europeo, se non ci dotiamo di una politica normativa europea. Mi dispiace che la relazione non chieda alla Commissione di ottemperare alla procedura prevista nell’articolo 105, paragrafo 6 del trattato che istituisce la Comunità europea, secondo cui è possibile chiedere al Consiglio di conferire alla Banca centrale europea delle funzioni specifiche sulle politiche correlate alla vigilanza prudenziale per le istituzioni di credito.

Sono decisamente a favore del regolamento volto a rafforzare e a chiarire lo stato e la responsabilità dei comitati Lamfalussy di livello 3 (CESR per i titoli, CEIOPS per le assicurazioni e le pensioni ed EBS per gli istituti di credito), conferendo loro uno status giuridico commisurato ai doveri che sono chiamati ad assolvere.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. − (PT) I membri del PSD (partito socialdemocratico portoghese) sostengono la relazione, la quale risulta particolarmente opportuna alla luce della crisi finanziaria internazionale. La stabilità finanziaria va garantita e, guardando al lungo termine, dobbiamo approntare misure atte ad affrontare i rischi sistemici.

I problemi globali richiedono soluzioni coordinate su scala globale. La cooperazione internazionale è essenziale per garantire e ripristinare la credibilità dei mercati.

L’Unione europea non è un’eccezione e la soluzione ai problemi correnti non può dipendere da iniziative distinte attuate dai singoli Stati membri, ma richiede un’azione concertata. E’ infatti essenziale una maggiore coesione tra gli Stati membri dell’UE.

Dopo un intervento rapido a breve termine, dobbiamo urgentemente attuare una riforma istituzionale del sistema finanziario al fine di stabilizzare l’economia, rinvigorire la crescita economica e rafforzare o migliorare i frutti dell’innovazione finanziaria.

E’ importante garantire una maggiore trasparenza e una migliore informazione finanziaria, usando le tecnologie disponibili. Solo in questo modo i cittadini potranno accedere a prassi, prodotti e servizi finanziari migliori. L’innovazione e i mercati finanziari devono promuovere una migliore protezione dei consumatori.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Questo Parlamento crede nella bontà intrinseca dei mercati finanziari e nella loro capacità di resistenza e di auto-regolamentazione, motivo per cui vi sono solo norme minime specifiche a livello europeo e forse anche globale.

La crisi attuale però dimostra proprio il contrario. Siamo sull’orlo dell’abisso a causa della disintermediazione finanziaria, l’integrazione globale del comparto finanziario europeo, il diffuso movimento di capitali, la cartolarizzazione dell’economia globale e il gioco di un mercato pazzo che crea prodotti sempre più complessi e sempre più slegati dall’attività economica reale. La nazione è il baluardo della protezione e sono le decisioni dei paesi che contano nel contesto attuale.

Il sistema della presunta libera concorrenza internazionale ha mostrato i propri limiti e va cambiato a cominciare dalla stessa Unione europea, le cui politiche e insegnamenti ideologici sono in parte responsabili di questa situazione. Oggi l’Unione europea sta dimostrando la sua totale inutilità, poiché sono gli Stati che agiscono e reagiscono. Domani tale Unione darà prova della sua capacità di causare danni, poiché continua ad avere la facoltà di sanzionare le misure di salvaguardia nazionale in nome della concorrenza.

D’altra parte, è abbondantemente giunto il momento di mettere fine a questa Europa.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione vista l’urgenza della situazione finanziaria che si è venuta a creare nell’Unione europea ed in altri mercati finanziari globali.

La relazione è importante, in quanto abbiamo bisogno di accordi normativi efficaci e di una valida sorveglianza per monitorare meglio il funzionamento del mercato dei servizi finanziari.

In particolare, accolgo con favore l’emendamento orale in cui si chiede una serie di norme comuni di protezione per i cittadini comunitari in relazione alla tutela dei depositi. E’ ingiusto che i cittadini di uno Stato membro possano avvalersi di un grado maggiore di protezione sugli importi in deposito – negli Stati membri infatti il tetto massimo varia da 20 000 euro a garanzie illimitate in Irlanda.

Apprezzo inoltre l’invito a definire una risposta più coordinata nell’UE alla crisi internazionale e a ridurre quanto più possibile le differenze tra regimi nazionali degli Stati membri.

Chiedo inoltre al governo irlandese di presentare nei dettagli il piano sulle garanzie bancarie e rilevo che ora è stato esteso anche agli istituti di credito non irlandesi in conformità con le norme comunitarie sulla concorrenza.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Esprimo il mio voto favorevole alla proposta di risoluzione recante raccomandazioni alla Commissione sul seguito della procedura Lamfalussy, relativa alla futura struttura della vigilanza.

È assolutamente indispensabile, infatti, varare nuove misure atte a regolamentare i servizi finanziari dell’Unione europea, alla luce della grave crisi che ha colpito i mercati. La stabilità economica è uno dei principali obiettivi che si è posto l’Unione; quindi condivido in pieno l’iniziativa, volta a garantire un futuro sereno e stabile per i nostri cittadini.

 
  
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  José Albino Silva Peneda (PPE-DE), per iscritto. − (PT) L’Unione europea si trova dinanzi ad una crisi di fiducia causata dalla mancanza di direzione, di trasparenza, di leadership e di potere presso le istituzioni europee.

Manca direzione, perché nessuno ha ancora una qualche idea chiara su come porre fine a questa crisi.

Manca trasparenza, perché i mercati finanziari si sono rivelati più opachi di quanto si pensasse.

Manca la leadership, perché, se gli Stati Uniti sono riusciti a proiettare un’immagine di pragmatismo, mostrando che non perdono il controllo della situazione, l’Europa ha proiettato un’immagine di disordine e persino di contraddizioni.

Manca potere, perché ciascuno Stato membro si comporta ancora come gli pare. Finora non è stata ancora fissata una cifra comune per le garanzie di deposito.

Se gli Stati membri che condividono la moneta unica non sono in grado di mettere in atto meccanismi di aiuto sovrannazionali, si profila una situazione che può essere devastante per lo stesso euro.

Questa situazione eccezionale e globale richiede risposte eccezionali e globali e, sopratutto, risposte urgenti

La crisi di fiducia potrà essere superata solo attraverso un’azione urgente e concertata.

Il Parlamento europeo sta facendo il proprio dovere. Spero che il Consiglio si rivelerà all’altezza della situazione che, dopo tutto, è un’emergenza.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. (EN) Forse non è ancora giunto il momento di creare un’unica autorità centrale a livello europeo. Tuttavia, vi sono chiare pressioni in cui si intravede questo tipo di ragionamento (prematuro rispetto ai tempi). Spero che nel corso dell’attuale crisi finanziaria l’Unione europea si adoperi per affrontare tutte le disfunzioni che si sono manifestate sul versante della vigilanza. L’approccio propugnato in Solvibilità II traccia la strada da seguire e consente di trovare una sorta di compromesso.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. (EN) E’ stato orribile vedere l’UKIP e alcuni conservatori britannici che cercavano di far naufragare un emendamento orale che conferito tutela ai risparmiatori nell’attuale clima economico. Le loro azioni sono una disgrazia.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. (PL) Sostengo la relazione degli onorevoli van den Burg e Dăianu sul seguito della procedura Lamfalussy e sulla futura struttura della vigilanza.

Alla luce della crisi finanziaria in atto causata da investimenti indebitamente rischiosi e da altre attività delle banche negli Stati Uniti, è assolutamente urgente riformare la disciplina e la vigilanza dei mercati finanziari. Senza il trattato di Lisbona, però, la politica comunitaria coordinata sulle crisi finanziarie non può funzionare a dovere. La ratifica del trattato è essenziale al fine di garantire che le istituzioni europee siano adeguatamente rappresentate nella struttura finanziaria internazionale.

L’integrazione dei mercati è un fenomeno positivo, ma purtroppo non è stata parallelamente sviluppata un’adeguata vigilanza finanziaria. Credo che tale aspetto debba essere aggiornato al più presto, ma prima è necessario operare una revisione complessiva degli accordi normativi e di vigilanza dell’Unione.

I cittadini, gli investitori e gli organismi di vigilanza devono avere la garanzia di un adeguato livello di trasparenza. A tale scopo, sarebbe opportuno istituire un gruppo di consiglieri per sviluppare una visione a lungo termine della vigilanza e per preparare un programma o un piano d’azione per una riforma di lungo periodo.

Condivido l’idea secondo cui l’Unione ora debba impegnarsi per sviluppare accordi giuridici più coesivi ed efficaci in modo da mitigare i rischi di crisi future.

 
  
  

Relazione Alojz Peterle (A6-0350/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa stilata dallo stimato amico e collega sloveno, l’onorevole Peterle, in risposta al Libro bianco della Commissione dal titolo “Un impegno comune per la salute: Approccio strategico dell’UE per il periodo 2008-2013”. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), le malattie croniche, le ischemie e le patologie cardiache stanno progressivamente prendendo il posto delle malattie infettive. Pertanto è del tutto urgente varare misure più incisive nel campo della prevenzione attraverso l’introduzione diffusa di valutazioni dell’impatto sanitario.

La lotta contro la contraffazione dei farmaci deve essere una priorità. Mi dispiace che la Commissione non abbia esaminato nel dettaglio i problemi che riguardano le figure sanitarie, che devono invece essere al centro di qualsiasi politica in tema di sanità. Convengo con il relatore, uno degli obiettivi prioritari nel settore sanitario deve essere la riduzione delle disparità e delle iniquità a livello di salute. Propugno un approccio moderno sulla promozione e sulla tutela della salute, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione, come i bambini, e l’introduzione di politiche socio-sanitarie integrate.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. − (PT) Ho votato a favore della relazione Peterle sulla strategia sanitaria per il periodo 2008-2012, poiché ritengo che la garanzia di un livello elevato di protezione sanitaria per tutto l’arco della vita debba essere una priorità per l’Unione europea.

Tengo a ribadire le raccomandazioni avanzate nella relazione, soprattutto le proposte che ho presentato, che sottolineano l’importanza di sviluppare piani di prevenzione e azioni sulla promozione di stili di vita sani attraverso l’Unione europea e di mettere in atto programmi di screening in modo da poter individuare le patologie e curarle prontamente, riducendo quindi i relativi tassi di mortalità e di morbidità.

Mi preme altresì mettere in luce la necessità di migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria e del supporto erogato ai cittadini, tenendo conto dell’aumento nell’incidenza di malattie croniche e dell’invecchiamento della popolazione europea.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE), per iscritto. (PL) Sostengo pienamente la relazione stilata dall’onorevole Peterle. A mio avviso, il testo rappresenta un seguito valido alle priorità fissate dalla Presidenza slovena. Tale Presidenza infatti ha dato grande priorità alle tematiche sanitarie, il che è perfettamente comprensibile, in quanto la salute è uno dei doni più preziosi che un essere umano può avere nel corso della vita. Purtroppo, sono emerse alcune tendenze sanitarie preoccupanti in Europa, come l’aumento dei casi di cancro, diabete, malattie cardiovascolari e obesità. Inoltre bisogna affrontare le nuove sfide correlate all’invecchiamento della popolazione, al cambiamento climatico, alla globalizzazione fino ad arrivare alle conseguenze del terrorismo come la minaccia del terrorismo biologico.

Sussistono, però, marcate disuguaglianze tra i sistemi sanitari degli Stati membri. Tale aspetto è particolarmente vero per quanto riguarda l’accesso all’assistenza sanitaria, la prevenzione e la rilevazione e il trattamento efficace di alcune malattie. Di conseguenza, vi sono differenze significative nell’aspettativa di vita degli europei. Esaminando la mappa sanitaria dell’Europa si giunge ad una triste conclusione, ossia che per certi versi la cortina di ferro esiste ancora. La divisione attuale si fonda sulla salute.

Dobbiamo migliorare i metodi di cooperazione in questo settore, se vogliamo porre rimedio a questa situazione. Dobbiamo altresì migliorare l’efficacia delle nostre azioni e sfruttare tutto il cosiddetto potenziale medico dell’Europa. Sostengo l’invito rivolto dal relatore di incrementare gli investimenti nei sistemi sanitari. Credo che i fondi investiti nella sanità non siano una spesa. Sono invece un elemento vitale di investimento nella qualità del capitale umano. La salute dei cittadini europei deve essere percepita come uno dei principali fattori sociali e politici suscettibili di determinare il futuro dell’Unione.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione Peterle sulla strategia sanitaria dell’Unione europea. La relazione riconosce che l’erogazione dell’assistenza sanitaria è materia di competenza degli Stati membri e credo fermamente che debba rimanere tale. Vi sono elementi in Parlamento e nell’UE in genere i quali pensano che la sanità debba essere completamente aperta alle fluttuazioni del libero mercato, mentre io respingo totalmente queste posizioni. Tuttavia, l’Unione europea deve avere un ruolo importante da svolgere nello scambio di informazioni e nella promozione di stili di vita sani. La Commissione ora deve presentare delle proposte concrete in merito ad un’azione europea per la promozione della salute, salvaguardando al contempo il diritto degli Stati membri di prendere le proprie decisioni sull’erogazione dei servizi sanitari.

 
  
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  Ona Juknevičienė (ALDE), per iscritto.(LT) L’accesso all’assistenza sanitaria è un diritto di tutti i cittadini europei e le autorità pubbliche degli Stati membri hanno il compito fondamentale di assicurare un pari accesso a servizi medici di qualità elevata.

Sostengo questo documento e riconosco che verte sui problemi sanitari più gravi. Sicuramente, sia a livello comunitario che a livello di singoli Stati membri, dobbiamo concentrarci di più sulla tutela a lungo termine della salute. Questo aspetto è particolarmente importante nel caso degli anziani e delle persone con disabilità fisiche o mentali nonché per l’assistenza sanitaria domiciliare.

Vista la carenza di personale di assistenza e l’importanza dei servizi erogati in questo campo, è necessario migliorare le condizioni di lavoro e garantire una formazione di qualità elevata. Gli Stati membri devono raccogliere l’invito del Parlamento europeo di garantire ai malati l’accesso ai farmaci salvavita, anche se sono costosi, al fine di garantire il diritto universale alla salute.

Gli Stati membri devono attuare la strategia comunitaria sull’assistenza sanitaria senza ritardi. In questo modo, si incoraggerà e si agevolerà l’erogazione di servizi sanitari internazionali, la libera circolazione dei professioni sanitari e dei malati e si rafforzerà altresì la cooperazione tra organismi privati e pubblici. Soprattutto, con l’attuazione della strategia comunitaria sull’assistenza sanitaria, i cittadini in tutta l’Unione europea avranno accesso ad un’assistenza sanitaria di qualità.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE), per iscritto. (SK) Attualmente sussistono differenze molto significative nell’ambito della sanità tra i singoli Stati membri dell’Unione europea. Secondo Eurostat, l’aspettativa di vita alla nascita segna una differenza tra i vari paesi membri che va da 9 anni per le donne a 13 per gli uomini, mentre la mortalità infantile può essere fino a sei volte superiore. Alla luce di tale assunto, accolgo con sincero favore gli sforzi profusi dall’onorevole Peterle che nella sua relazione fa riferimento alla necessità di ridurre queste disuguaglianze. Considerando che fino al 40 per cento delle malattie sono correlate a stili di vita non sani e che fino ad un terzo dei tumori possono essere prevenuti mediante una diagnosi precoce, reputo particolarmente valide le osservazioni sull’importanza della prevenzione.

Visto che il settore della prevenzione delle malattie rappresenta solamente il 3 per cento del bilancio sanitario, anch’io ritengo debbano essere stanziati più fondi a questo scopo. Sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della prevenzione e dello stile di vita sano in definitiva può abbassare i costi sanitari, in quanto costa meno prevenire le malattie invece di curarle. Credo decisamente che i governi debbano prendere provvedimenti per migliorare l’assistenza sanitaria e in tale contesto il Libro bianco della Commissione e le conclusioni del Consiglio del dicembre 2007 costituiscono dei fondamenti appropriati.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) In Germania ogni anno dai 20 ai 30 ambulatori sono costretti a chiudere. Infatti i medici diventano insolventi a causa delle richieste di risarcimento danni avanzate sulla base di presunte prescrizioni di farmaci eccessivamente costosi. Larghi strati della popolazione corrono quindi il grave rischio di avere un’assistenza sanitaria insufficiente. Questi sono solo alcuni dei risultati delle politiche sanitarie malsane perseguite negli ultimi anni. Lo scenario non è certo più incoraggiante in altre parti d’Europa. Non è solo il finanziamento al sistema sanitario che è precario, questo è il meno: i medici e il personale paramedico sono costretti a passare più tempo seduti alla scrivania per far fronte alla burocrazia invece di assolvere al proprio compito che è quello di prestare assistenza sanitaria.

Serve un ripensamento radicale su scala comunitaria. Occorrono, ad esempio, strategie solide atte a garantire un numero adeguato di medici e modelli di buone prassi. Tuttavia, bisogna altresì affrontare problemi fondamentali come la diminuzione del tasso di natalità tra la popolazione autoctona europea, fornendo migliori incentivi. Abbiamo poi bisogno di modelli per favorire stili di vita sani. La prevenzione è solo un piccolo tassello nel puzzle della salute. Per tali motivi mi sono astenuto.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE), per iscritto. (SK) La salute è una delle cose che sta più a cuore alla gente. Pertanto, accolgo con favore la strategia della Commissione dal titolo “Un impegno comune per la salute: Approccio strategico dell’UE per il periodo 2008-2013”. Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Peterle, il quale ha basato il documento su tre parole chiave: cooperazione, disparità e prevenzione.

Benché, in virtù del principio di solidarietà, l’assistenza sanitaria ricada esclusivamente nella sfera di competenza degli Stati membri, nulla impedisce di conferirle una dimensione europea nell’ambito della cooperazione. Tutti gli Stati membri possono beneficiare di scambi reciproci di know-how nel quadro delle migliori prassi. Se uno Stato membro dell’UE riesce a trattare con successo un paziente affetto da cancro, i cittadini di ogni parte dell’Unione europea dovrebbero avere le stesse possibilità di usufruirne.

Sussistono disparità sostanziali tra gli Stati membri e all’interno degli Stati stessi. Per quanto riguarda i tumori, le differenze nel tasso di sopravvivenza tra i nuovi ed i vecchi Stati membri sono tali da poter parlare di una “cortina di ferro” della salute. E’ necessario un avanzamento strategico fondamentale nel settore della prevenzione delle malattie. Pertanto il punto di partenza deve essere una pianificazione a lungo termine di misure preventive.

L’investimento nella ricerca sul cancro in Europa rappresenta solo un quinto dei fondi che tale settore riceve negli Stati Uniti. Dobbiamo investire tanto di più nella salute rispetto a quanto abbiamo fatto finora e dobbiamo incorporare coerentemente la salute nelle varie politiche a tutti i livelli.

 
  
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  Rovana Plumb (PSE), per iscritto. (RO) Mi congratulo con il relatore.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. − (PT) Il Libro bianco sulla salute nell’Unione europea solleva importanti questioni sul futuro dell’Europa e, in particolare, sui cambiamenti paradigmatici che in futuro investiranno il modo di funzionamento delle nostre società. Pertanto mi trovo d’accordo con l’onorevole Peterle, quando attira l’attenzione sugli aspetti correlati a queste nuove sfide, come l’invecchiamento della popolazione, il cambiamento climatico, la globalizzazione e la mobilità. Da tali temi devono prendere le mosse le nuove politiche, poiché saranno queste le cause di un fondamentale cambiamento sociale ed economico. Tuttavia, dobbiamo anche pensare anche agli attuali problemi sanitari, ovverosia le malattie cardiovascolari, il diabete, l’obesità e il cancro. Le politiche di prevenzione devono quindi divenire sempre più importanti e dobbiamo istituire un quadro chiaro adatto alle circostanze attuali, tenendo presente la situazione nei 27 Stati membri e le attuali disparità tra fasce sociali e tra Stati membri in modo da poter adottare politiche sanitarie trasversali atte a creare le condizioni per uno sviluppo effettivo della politica sanitaria.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, esprimo il mio voto favorevole alla relazione del collega Peterle riguardo all’impegno e all’approccio dell’UE in materia di salute.

La materia in questione è di rilevanza fondamentale alla luce delle nuove minacce sanitarie che sta affrontando l’Unione europea. È necessario che ci sia, quindi, un approccio comune volto a proteggere adeguatamente i cittadini europei da tali rischi. Inoltre, plaudo all’iniziativa del collega, che con la sua relazione ha reso visibile agli occhi di tutti l’importanza di una materia quale la salute, che non è semplicemente uno stato di assenza di malattia o infermità.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. (EN) Il coordinamento delle migliori prassi nella politica sanitaria è importante nell’Unione europea per poter erogare ai cittadini comunitari le cure e la tutela sanitaria per quanto possibile migliori.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. (PL) Ho votato a favore della relazione dal titolo: “Un impegno comune per la salute: Approccio strategico dell’UE per il periodo 2008-2013”. Questa strategia si configura come una risposta specifica al Libro bianco della Commissione sulla politica sanitaria per il periodo 2008-2013. Le disposizioni principali del Libro bianco dispongono la promozione di stili di vita sani e l’eliminazione delle barriere che si frappongono all’accesso dei servizi sanitari negli Stati membri dell’Unione europea. Tra gli altri temi affrontati si annoverano: la protezione dei cittadini dai rischi sanitari, la garanzia di sistemi sanitari calibrati e l’introduzione delle nuove tecnologie. A mio avviso, le strategie di promozione della salute devono porre grande enfasi sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce delle malattie.

Negli ultimi tempi sono emerse nettamente alcune tendenze preoccupanti in materia di salute, come l’aumento dei casi di cancro, diabete e malattie cardiovascolari. Tuttavia, solo il 3 per cento del bilancio sanitario attualmente viene stanziato per la prevenzione, pur essendo noto che prevenire è meglio che curare.

La lotta contro le malattie della civiltà moderna sarà vittoriosa solo se i cittadini potranno beneficiare di un’assistenza e di cure appropriate. Inoltre, dobbiamo contrastare le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari da parte di determinati gruppi sociali e ridurre le differenze tra Stati membri per quanto concerne l’accesso all’assistenza sanitaria. E’ molto importante anche adoperarsi per assicurare la salute e la sicurezza sul posto di lavoro. Inoltre deve essere fatto di più per adeguare l’assistenza sanitaria alle esigenze dei malati.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto.(EL) La sanità pubblica e la sua commercializzazione sono diventate il bersaglio dell’UE. Si punta a moltiplicare il profitto capitalista degradando le strutture pubbliche, in cui vengono mantenuti solo i settori dai costi elevati che non producono profitti per gli operatori privati.

L’Unione europea tratta la salute come un mezzo per aumentare la produttività dei lavoratori e per ridurre i costi sociali. Si sta intervenendo in un settore che è di competenza esclusiva degli Stati membri, applicando criteri propri dell’impresa privata, promuovendo l’attività imprenditoriale e dimenticando i diritti umani fondamentali alla salute e alla vita. Al contempo, l’UE usa la salute come pretesto per promuovere i propri piani espansionistici e imperialisti, proponendo l’introduzione dei servizi sanitari nella PESC, negli scambi internazionali e nelle relazioni con i paesi terzi.

Il quadro comunitario sui servizi sanitari e sulla gestione dell’innovazione nei sistemi sanitari nonché la creazione di centri europei d’eccellenza e altre misure proposte sono solo il primo passo verso la concentrazione dei servizi sanitari nelle mani di poche multinazionali. Queste imprese stringeranno accordi con compagnie assicurative private in modo che i servizi siano erogati in base ad un sistema inaccettabile di discriminazione di classe.

Noi votiamo contro questa relazione, poiché lottiamo insieme ai lavoratori contro la commercializzazione e la privatizzazione della salute. Sosteniamo la lotta volta a garantire un sistema sanitario pubblico gratuito con servizi di qualità elevata, atto a soddisfare pienamente le esigenze delle famiglie.

 
  
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  Bernard Wojciechowski (IND/DEM), per iscritto. (PL) Sono a favore dell’adozione della relazione sulla strategia sanitaria dell’Unione europea per il periodo 2008-2013. Gli importi stanziati alla prevenzione delle malattie nel bilancio sanitario sono eccessivamente bassi. Infatti rappresentano solo il 3 per cento delle risorse.

D’altro canto, appare sempre più evidente l’aumento delle malattie correlate alla civiltà contemporanea, come il cancro, le malattie cardiovascolari e il diabete. Tali patologie sono principalmente dovute a cattive abitudini alimentari e a stili di vita non sani. La prevenzione, messa in atto attraverso campagne di informazione, costerebbe molto meno al bilancio dei servizi sanitari.

Un’altra questione riguarda le condizioni terapeutiche. Esse variano considerevolmente da parte a parte nell’Unione europea, andando da standard molto elevati nei cosiddetti vecchi Stati membri fino a livelli molto bassi nei paesi che hanno aderito più di recente. Questo si vede, ad esempio, nella mortalità infantile che è più elevata e nell’aspettativa di vita più breve sia per gli uomini che per le donne.

L’Unione europea deve prendere provvedimenti per assicurare pari condizioni di cura in tutti gli Stati membri. La politica sanitaria deve essere una priorità per l’Unione.

 
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