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Procedura : 2008/2085(INI)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo del documento : A6-0370/2008

Testi presentati :

A6-0370/2008

Discussioni :

PV 21/10/2008 - 6
CRE 21/10/2008 - 6

Votazioni :

PV 22/10/2008 - 6.2
CRE 22/10/2008 - 6.2
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2008)0513

Resoconto integrale delle discussioni
Martedì 21 ottobre 2008 - Strasburgo Edizione GU

6. Sfide per gli accordi collettivi nell’UE (discussione)
Video degli interventi
Processo verbale
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la relazione dell’onorevole (A6-0370/2008), presentata dall’onorevole Andersson, a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, sulle sfide per gli accordi collettivi nell’UE [2008/2085(INI)].

 
  
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  Jan Andersson, relatore. – (SV) Signora Presidente, spero che la Commissione arrivi presto, visto che ancora non è giunto alcun rappresentante.

Per iniziare, parlerei della relazione in termini generali. In Parlamento abbiamo discusso variamente in merito al tipo di politica da condurre in un’economia globalizzata. Non dovremmo competere per posti di lavoro poco retribuiti. Dovremmo invece creare condizioni di lavoro soddisfacenti, concentrarci sul capitale umano, i nostri cittadini, gli investimenti e altri fattori per conseguire gli obiettivi che perseguiamo. A più riprese abbiamo inoltre parlato dell’equilibrio tra frontiere aperte e un’Unione fortemente sociale concludendo che tale equilibrio è importante.

Spesso abbiamo altresì dibattuto la questione e l’importanza del pari trattamento, indipendentemente dal genere, dall’origine etnica o dalla nazionalità, stabilendo che pari trattamento e non discriminazione devono sempre prevalere.

La relazione affronta dunque la necessità di aprire le frontiere. La Commissione è favorevole alle frontiere aperte senza limitazioni o periodi di transizione, ma nel contempo dobbiamo creare un’Unione sociale nella quale non essere in concorrenza gli uni con gli altri provocando un abbassamento del livello retributivo, un peggioramento delle condizioni di lavoro, eccetera.

La relazione si sofferma quindi sul principio del pari trattamento, vale a dire parità e assenza di discriminazione nei confronti dei lavoratori, indipendentemente dalla nazionalità. Non deve accadere che lavoratori provenienti da Lettonia, Polonia, Germania, Svezia o Danimarca siano trattati in maniera diversa sullo stesso mercato del lavoro e questa è anche la base delle proposte contenute nella relazione, di cui le più importanti riguardano la direttiva sul distacco dei lavoratori, dato che tre sentenze riguardano lavoratori distaccati. E’ fondamentale non trasformare la direttiva in una normativa de minimis.

E’ vero che la direttiva contiene dieci requisiti minimi da rispettare, requisiti che devono essere contemplati. Il principio basilare resta però il pari trattamento. Occorre quindi essere chiari. Deve esservi parità di trattamento, indipendentemente dalla nazionalità. Su qualunque mercato del lavoro, per esempio nello stato tedesco della Sassonia inferiore, le condizioni vigenti dovrebbero valere per tutti i lavoratori, prescindendo dall’origine. E’ un principio importante che deve diventare persino più chiaro dopo che sono state pronunciate le sentenze.

Il secondo aspetto importante è l’esistenza di diversi modelli di mercato del lavoro, modelli ai quali deve essere riconosciuto uguale valore in termini attuativi. Anche alcuni altri elementi della direttiva andrebbero modificati. Va inoltre precisato con estrema chiarezza che il diritto allo sciopero è un diritto costituzionale fondamentale, che non può essere subordinato alla libera circolazione, il che vale per il nuovo trattato, ma anche in maniera diversa per il diritto originario.

Infine, il diritto comunitario non deve contravvenire alla convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Il caso Rüffert riguarda una convenzione dell’OIL in materia di appalti pubblici, caso per il quale valgono le condizioni di lavoro applicabili al luogo in cui la prestazione viene svolta. Questo è il motivo delle proposte presentate. Ascolterò con interesse la discussione. Concludo cogliendo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno partecipato, tra cui il relatore ombra, per la proficua collaborazione offerta.

(Applausi)

 
  
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  Vladimír Špidla, membro della Commissione. – (CS) Signora Presidente, onorevoli parlamentari, consentitemi in primo luogo di scusarmi per il lieve ritardo. Purtroppo non sono stato in grado di prevedere esattamente il traffico che avrei incontrato.

Onorevoli parlamentari, le sentenze recentemente pronunciate dalla Corte di giustizia in merito ai casi Viking, Laval e Rüffert hanno scatenato un animato dibattito a livello comunitario in merito alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori tenuto conto degli accresciuti livelli di globalizzazione e mobilità. Affinché il mercato del lavoro europeo funzioni correttamente, è necessario stabilire regole corrette. La direttiva sul distacco dei lavoratori è uno strumento fondamentale per conseguire tale obiettivo. Vorrei ricordarvi che la finalità della direttiva è trovare un equilibrio tra un livello appropriato di tutela dei lavoratori temporaneamente distaccati in un altro Stato membro e la libera circolazione dei servizi nel mercato interno.

La Commissione è determinata a garantire che le libertà essenziali sancite dal trattato non contrastino con la salvaguardia dei diritti fondamentali manifestando il desiderio di intraprendere una discussione aperta con tutte le parti interessate al fine di poter analizzare insieme le ripercussioni delle sentenze della Corte di giustizia. E’ di enorme importanza tenere tale discussione in quanto chiarirebbe la posizione giuridica consentendo infine agli Stati membri di introdurre idonei dispositivi legali, ragion per cui il 9 ottobre 2008 la Commissione ha organizzato un incontro sull’argomento al quale hanno preso parte tutti gli interessati. Tale forum dovrebbe diventare il punto di partenza per un dibattito estremamente necessario.

La Commissione concorda sul fatto che la maggiore mobilità dei lavoratori in Europa ha creato nuove sfide poiché coinvolge il funzionamento dei mercati del lavoro e la regolamentazione delle condizioni di lavoro. La Commissione è del parere che le parti sociali siano nella posizione migliore per raccogliere la sfida e proporre possibili miglioramenti. Per questo ha invitato le parti sociali europee ad analizzare le conseguenze della maggiore mobilità in Europa e le sentenze della Corte di giustizia. Sono lieto che le parti sociali abbiano risposto positivamente e la Commissione ne sosterrà il lavoro a seconda delle necessità.

La Commissione vorrebbe inoltre segnalare che gli Stati membri maggiormente interessati dalla sentenza della Corte di giustizia stanno attualmente lavorando su dispositivi giuridici che garantiranno l’armonizzazione con le sue decisioni. La Commissione non può accogliere la proposta che la direttiva sul distacco dei lavoratori includa anche un riferimento alla libera circolazione in quanto tale estensione necessariamente creerebbe un equivoco in merito all’applicabilità della direttiva perché renderebbe meno chiara la differenza tra due categorie distinte di lavoratori, ossia quelli distaccati e quelli migranti, tra i quali, desidero sottolinearlo, sussiste una differenza evidente.

La Commissione concorda con il Parlamento per quel che riguarda la necessità di migliorare il funzionamento e l’attuazione della direttiva sui lavoratori distaccati. In tale contesto, vorrei ricordarvi che nell’aprile 2008 la Commissione ha accettato la raccomandazione per una maggiore cooperazione amministrativa richiesta dagli Stati membri per ovviare alle lacune esistenti. La Commissione sostiene inoltre una maggiore collaborazione attraverso il suo piano per istituire in futuro una commissione di esperti degli Stati membri. Essa ritiene che nel quadro del proposto trattato di Lisbona vi sarà un rafforzamento decisamente notevole dei diritti sociali attraverso cambiamenti come le nuove clausole sociali grazie alle quali tutte le altre politiche dell’Unione europea dovranno tenere presenti le questioni sociali, anche in vista dell’introduzione di un riferimento giuridicamente vincolante alla carta dei diritti fondamentali.

 
  
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  Małgorzata Handzlik, relatore per parere della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori. − (PL) Signora Presidente, la relazione oggi in discussione ha trasformato l’attuale direttiva sul distacco dei lavoratori in una sfida per gli accordi collettivi. Posso capire che le sentenze della Corte di giustizia non siano forse state accolte favorevolmente da alcuni Stati membri. Nondimeno, esse garantiscono un equilibrio tra tutti gli obiettivi della direttiva e segnatamente tra la libera prestazione di servizi, il rispetto per i diritti dei lavoratori e la preservazione dei principi di una leale concorrenza. Vorrei sottolineare che il mantenimento di tale equilibrio è per noi una condizione imprescindibile.

Il problema principale per quel che riguarda la corretta attuazione della direttiva è la sua interpretazione scorretta da parte degli Stati membri. Di conseguenza, dovremmo concentrarci sulla sua interpretazione anziché sulle sue disposizioni. Innanzi tutto occorre dunque un’analisi approfondita a livello di Stati membri che consentirà di individuare le difficoltà emerse dalle sentenze e le potenziali sfide che siamo chiamati a raccogliere. Ritengo pertanto che in questa fase dovremmo astenerci dal chiedere che la direttiva venga modificata. E’ importante tenere presente che il distacco dei lavoratori è intrinsecamente legato alla libera prestazione di servizi, libertà che è uno dei principi fondamentali del mercato comune europeo e non dovrebbe essere vista in alcuna circostanza come una restrizione agli accordi collettivi.

 
  
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  Tadeusz Zwiefka, relatore per parere della commissione giuridica. − (PL) Signora Presidente, prescindendo dalle convinzioni chiamate in causa, ritengo inaccettabile che si critichino sentenze della Corte di giustizia, che è un’istituzione indipendente e imparziale, vitale per il funzionamento dell’Unione europea. Possiamo non concordare con le normative e siamo ovviamente in grado di modificarle, ma trovo difficile accettare critiche mosse alla Corte, che si pronuncia sempre sulla base della legislazione vigente.

Vorrei sottolineare due punti importanti in riferimento ai temi che oggi stiamo dibattendo. In primo luogo, le sentenze della Corte non incidono sulla libertà di stipulare accordi collettivi. In secondo luogo, in base alle spiegazioni della Corte, gli Stati membri non possono introdurre standard minimi in ambiti diversi da quelli menzionati nella direttiva 96/71/CE sul distacco dei lavoratori. La Corte riconosce chiaramente il diritto di organizzare azioni collettive come diritto fondamentale che rientra nei principi generali della legislazione comunitaria. Nel contempo, unitamente ad altre libertà del mercato interno, il principio della libera circolazione dei servizi costituisce una base parimenti importante per l’integrazione europea.

Quanto alle implicazioni della relazione, il relatore chiede una revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori sostenendo che l’interpretazione della Corte contrasta con gli intenti del legislatore. Personalmente dissento totalmente.

 
  
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  Jacek Protasiewicz, a nome del gruppo PPE-DE. – (PL) Signora Presidente, ogni anno nel territorio dell’Unione europea vi è circa un milione di lavoratori distaccati in un paese diverso da quello in cui ha sede l’impresa con la quale collaborano.

Negli ultimi anni si sono registrati pochissimi casi di problemi di interpretazione delle disposizioni della direttiva e della legislazione comunitaria che disciplina tale ambito. La Corte di giustizia ha analizzato questi pochi casi. A grandi linee, essa ha riscontrato che il problema non deriva dal contenuto della direttiva, bensì dall’incapacità di singoli Stati membri di applicarla in maniera corretta, il che significa che la legislazione comunitaria creata per regolamentare il distacco dei lavoratori è solida e ben concepita. L’unico problema potenziale riguarda la sua attuazione da parte dei singoli Stati membri.

Ovviamente ciò non significa che la legislazione sia valida tanto quanto potrebbe esserlo. Va notato però in primo luogo che l’attuale direttiva protegge i diritti fondamentali dei lavoratori prevedendo garanzie minime per quanto concerne retribuzione, salute e sicurezza sul luogo di lavoro. In secondo luogo la direttiva non preclude la possibilità di stipulare accordi più favorevoli rispetto alle condizioni di lavoro minime attraverso accordi collettivi, aspetto sul quale desidero porre un particolare accento. Nel contempo la direttiva raggiunge un equilibrio eccellente tra libera prestazione di servizi e protezione dei diritti dei lavoratori distaccati in un altro paese per prestare servizi. Per questo nella relazione dell’onorevole Andersson abbiamo accettato di chiedere alla Commissione di analizzare nuovamente la direttiva. Restiamo ancora totalmente contrari all’idea che si tratti di una direttiva inadeguata e vi sia bisogno urgentemente di attuare cambiamenti radicali nella legislazione europea che disciplina tale ambito.

 
  
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  Stephen Hughes, a nome del gruppo PSE. – (EN) Signora Presidente, mi complimento con l’onorevole Andersson per l’eccellente relazione. Vorrei esordire citando un passaggio del suo paragrafo 12 nel quale si afferma che il Parlamento europeo è del parere che l’intenzione del legislatore nella direttiva sul distacco dei lavoratori e nella direttiva sui servizi non sia compatibile con le interpretazioni della Corte. Concordo con tale affermazione. Sono stato legislatore di ambedue le direttive e non mi sarei mai aspettato che, considerate insieme al trattato, avrebbero portato la Corte alla conclusione che le libertà economiche hanno la priorità sui diritti fondamentali dei lavoratori.

Quando accadono cose del genere, il legislatore dovrebbe intervenire per ristabilire la certezza giuridica. Noi siamo colegislatori e questa risoluzione afferma con estrema chiarezza come riteniamo che si debba agire. Tuttavia, signor Commissario, non possiamo assolvere il nostro dovere di legislatori finché voi non avrete esercitato il vostro diritto di iniziativa. Presiedo e convoco congiuntamente in questa sede l’intergruppo dei sindacati, che comprende tutti i principali gruppi politici e mi consente di confrontarci con molti sindacalisti, non soltanto a Bruxelles e Strasburgo, ma anche nelle regioni, e posso dirvi che vi è un sentimento di ansia generalizzato e dilagante a causa dello squilibrio creato da tali sentenze. Signor Commissario, la questione è molto grave vista l’imminenza delle elezioni europee del prossimo anno. Se i sindacalisti decidono che l’Europa è parte del problema anziché parte della soluzione, tutte le sezioni di quest’Aula e lo stesso processo democratico potrebbero subirne serie ripercussioni.

Sono lieto di sentirla affermare che la direttiva sul distacco dei lavoratori va migliorata perché uno degli interventi che vogliamo è una revisione della direttiva perlomeno per chiarire come si possano utilizzare gli accordi collettivi per introdurre termini e condizioni minimi e indicare come sia possibile avvalersi delle azioni collettive per tutelare tali diritti.

Signor Commissario, la prego dunque di ascoltare questa istituzione eletta dal popolo che ha esattamente il polso della situazione. Esercitate il vostro diritto di iniziativa e dimostrate che percepite la necessità di agire.

 
  
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  Luigi Cocilovo, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio anch’io il collega Andersson per questa iniziativa con il contributo di tutti i gruppi e di tutti relatori al testo finale adottato in commissione. Io credo sia davvero importante la posizione del Parlamento europeo che, per essere chiari, non discute e non critica in quanto tali le sentenze della Corte, sempre legittime, ma cerca di reagire ai problemi di interpretazione della "direttiva distacchi" che in parte sono posti da queste sentenze.

E’ falso immaginare che in questa iniziativa di reazione si nasconda una diffidenza nei confronti di alcune libertà fondamentali, come quella della libera prestazione delle attività di impresa oltre le frontiere che noi intendiamo salvaguardare pienamente, così come si intende salvaguardare il principio di una sana e trasparente competizione. Quello che non è accettabile è una competizione che possa fondarsi sul vantaggio del dumping. Una competizione che possa essere drogata dall’illusione di poter violare alcuni principi fondamentali come quello della libera circolazione di impresa e fra questi quello di non discriminazione che, al di là di ogni arzigogolo interpretativo, si fonda su una sola verità: non deve esserci alcuna disparità di trattamento fra i lavoratori, con riferimento al paese di prestazione, siano essi in distacco siano essi mobili e indipendentemente alla loro nazionalità e ciò che è legittimo, anche sotto il profilo del diritto di sciopero nei confronti di un’impresa nel paese di prestazione, deve essere altrettanto legittimo nei confronti di un’impresa che operi in regime di distacco.

Riteniamo che un altro modello di Europa sarebbe rifiutato e guardato con sospetto e che la libera circolazione riguardi anche i principi e che ogni deroga in questa direzione è anzitutto un danno all’Europa, prima ancora che all’interpretazione di una specifica direttiva.

 
  
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  Elisabeth Schroedter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il pari trattamento è un principio fondamentale dell’Unione europea. Gli Stati membri devono essere in grado di garantire che questo pari trattamento sia attuato concretamente. La Corte di giustizia ci ha messi in una situazione estremamente difficile. Non nascondo il fatto, ovviamente ben noto, che almeno in un caso la Commissione vi ha concorso. Il diritto di sciopero e il diritto di negoziare accordi collettivi non possono essere rimessi in discussione. Questo è un dato di fatto in merito al quale dobbiamo reagire. La decisione della Corte ha evocato un’immagine talmente negativa dell’Europa che molti le stanno voltando le spalle: non possiamo restare inermi spettatori di fronte agli eventi.

Chiunque desideri promuovere una maggiore mobilità in Europa deve garantire che vi sia concretamente parità di trattamento. La Corte di giustizia ci ha veramente reso un pessimo servizio al riguardo e così facendo ha nuociuto all’Europa sociale.

Noi in veste di legislatori dobbiamo agire di fronte a questa confusione perché la Corte ha anche messo in luce un punto debole della direttiva sul distacco dei lavoratori dimostrando che quando i lavoratori sono fornitori di servizi sorge un problema. I lavoratori devono essere nuovamente trattati come lavoratori ed è per questo che abbiamo bisogno di una revisione della direttiva.

Il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro nello stesso luogo di lavoro deve essere garantito. E’ emerso che, secondo l’interpretazione della Corte, la direttiva sul distacco dei lavoratori non lo garantisce più. Abbiamo pertanto bisogno di una revisione per ristabilire la credibilità dell’Europa perché senza tale progetto non possiamo condurre una campagna elettorale, altrimenti sorgerà il dubbio lecito che la libertà offerta dal mercato interno e il principio di una reale parità di trattamento abbiano difficoltà a concretizzarsi.

Come rammentava il collega Cocilovo, è inaccettabile che la concorrenza non si basi sulla qualità, bensì sul dumping sociale. Dobbiamo agire. Rinnovo dunque il mio accorato appello a questa Camera affinché adotti la relazione Andersson nella forma attuale, passo indispensabile perché la relazione ci propone anche una strategia di azione molto specifica per la revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori. Il principio del pari trattamento è un principio dell’Europa sociale. Il ristabilimento di questa Europa sociale è il motivo per il quale siamo stati eletti in Parlamento ed è per questo che dobbiamo adottare la relazione.

 
  
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  Ewa Tomaszewska, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signora Presidente, ho notato con rammarico che troppo spesso ai diritti economici si dà la priorità sui diritti e le libertà fondamentali, il che vale in particolare per le sentenze della Corte di giustizia sui casi Laval, Viking e altri.

E’ importante ristabilire il giusto ordine di priorità di tali diritti e tenere conto del fatto che gli esseri umani sono più importanti del denaro. I diritti che attengono alle libertà economiche non devono rappresentare un ostacolo al diritto di associazione dei singoli e alla difesa collettiva dei loro diritti. I lavoratori hanno specificamente il diritto di creare associazioni e negoziare le condizioni di lavoro su base collettiva. I sistemi di negoziazione collettiva e gli accordi collettivi sulle condizioni di lavoro derivanti dalla negoziazione meritano riconoscimento e sostegno. Dopo tutto, il consenso delle parti sociali responsabili garantisce armonia e offre una possibilità di successo agli accordi stipulati. Le convenzioni dell’OIL rappresentano un esempio di tale approccio.

La sfida principale con la quale attualmente dobbiamo confrontarci nel campo degli accordi collettivi riguarda la necessità di considerare il fatto che i lavoratori migranti, i lavoratori distaccati e i lavoratori occupati nel loro paese di origine devono tutti poter contare sui medesimi diritti. Formulo i miei complimenti meritati al relatore.

 
  
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  Mary Lou McDonald, a nome del gruppo GUE/NGL. – (GA) Signora Presidente, negli anni i lavoratori e i sindacati hanno riposto fiducia nell’Unione europea per migliorare e proteggere le loro condizioni di lavoro.

(EN) I lavoratori in tutta Europa hanno diritto a un lavoro dignitoso e alla parità per tutti. Hanno il diritto di organizzarsi, anche sotto forma di agitazioni e campagne, per migliorare la propria situazione di lavoro e legittimamente si aspettano che la legge riconosca e faccia valere tali diritti.

La serie di sentenze della Corte di giustizia che la relazione Andersson sedicentemente affronta rappresenta un attacco audace a tali diritti essenziali. Le sentenze della Corte hanno dato il via libera allo sfruttamento massiccio dei lavoratori. Sono specchio dell’attuale status quo, specchio del fatto che quando i diritti dei lavoratori cozzano con le norme in materia di concorrenza, prevalgono queste ultime. Le sentenze della Corte hanno giuridicamente legittimato quella che definiamo la “corsa al ribasso”.

Sono molto delusa dalla relazione che deliberatamente evita di chiedere modifiche dei trattati comunitari che, come tutti sappiamo, sono indispensabili per proteggere i lavoratori. Tale esortazione a una modifica dei trattati è stata intenzionalmente e cinicamente eliminata dal primo progetto di relazione, nonostante le pressanti richieste formulate dal movimento sindacale in tutta Europa per l’inserimento nei trattati di una clausola sul progresso sociale.

La vulnerabilità dei diritti dei lavoratori è stata una delle ragioni principali del voto irlandese contro il trattato di Lisbona, anche se i leader dell’Unione hanno opportunamente preferito ignorare questo dato di fatto scomodo. Affinché un nuovo trattato sia accettabile per i cittadini europei, è necessario che garantisca adeguata protezione ai lavoratori.

Noi parlamentari abbiamo ora l’opportunità di insistere affinché i trattati includano una clausola o un protocollo vincolante sul progresso sociale. Se oggi non passano emendamenti in tal senso, il Parlamento si sarà ulteriormente allontanato dai cittadini che pretendiamo di rappresentare e in questo caso non ho dubbi che i lavoratori irlandesi condivideranno la mia delusione per l’abbandono del Parlamento europeo.

 
  
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  Hanne Dahl, a nome del gruppo IND/DEM. – (DA) Signora Presidente, gli sviluppi ai quali abbiano assistito sul mercato del lavoro alla luce delle sentenze Rüffert, Laval e Waxholm, che produrranno effetti indubbiamente profondi, sono in netto contrasto con il desiderio di introdurre il modello di flessisicurezza come modello economico per l’Europa, in quanto pare totalmente ignorato il fatto che questo modello si basa proprio su una tradizione centenaria del mercato del lavoro: il diritto di negoziare accordi solidi e indipendenti. Non è dunque possibile introdurre un modello di flessibilità sul mercato del lavoro europeo e, nel contempo, attuare una legislazione o accettare sentenze che rendono difficile ai sindacati realizzare e mantenere in essere un sistema basato su accordi collettivi. Se si introduce la flessisicurezza e, al tempo stesso, si accetta che le regole del mercato interno dell’Unione prevalgano sulla negoziazione delle retribuzioni e la sicurezza dell’ambiente di lavoro, il risultato sarà che avremo cancellato le battaglie dei lavoratori di un intero secolo. La relazione Andersson è una medicazione sulla ferita inferta dalla Corte di giustizia ai risultati di cento anni di lotte dei lavoratori senza proporre alcuna terapia lungimirante.

 
  
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  Roberto Fiore (NI). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, sicuramente questa relazione va nella giusta direzione nel considerare il lavoro superiore all’economia e i diritti sociali superiori ai diritti della libera impresa. Sostanzialmente difende quello che è un concetto generale di principi sociali che sono nella tradizione europea.

Va detto però che questa relazione non tocca un problema fondamentale dei giorni d’oggi e cioè quello dell’altissimo numero di lavoratori distaccati o stranieri che si trovano ad inondare i mercati nazionali; per cui dobbiamo fare attenzione all’opera di dumping che effettivamente si crea in paesi come ad esempio l’Italia, dove il numero altissimo di cittadini, ad esempio rumeni, ha invaso il mercato del lavoro. Questo creerebbe sicuramente un dumping e un effetto positivo per il grande capitale ma non positivo per i lavoratori autoctoni.

 
  
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  Gunnar Hökmark (PPE-DE).(SV) Signora Presidente, vorrei precisare ciò che la relazione contiene e ciò che invece non contiene. Innanzi tutto vorrei ringraziare il relatore, molto aperto alle diverse posizioni in commissione e questo significa, signor Commissario, che la relazione non esprime alcun bisogno di cestinare o riformulare la direttiva sul distacco dei lavoratori. Tanto per cominciare, la relazione condannava e criticava la Corte. Tali passaggi sono stati tuttavia eliminati. Di questo stiamo parlando adesso.

Per sottolineare tale punto, citerò l’inglese:

(EN) “Si compiace che la Commissione abbia comunicato di essere disposta a riesaminare l'impatto del mercato interno sui diritti del lavoro e i contratti collettivi” e: “suggerisce che tale riesame non dovrebbe escludere una parziale revisione della direttiva relativa al distacco dei lavoratori” e sottolineo “non dovrebbe escludere”.

(SV) Signora Presidente, questo vuol dire che non vi è alcuna necessità di modificarla, ma una revisione da parte della Commissione del suo funzionamento concreto nei vari Stati membri sarebbe benaccetta, e se da tale revisione dovessero emergere motivi per apportarvi modifiche, queste non dovrebbero essere escluse.

Ci tenevo a precisarlo perché la direttiva sul distacco dei lavoratori assolve un ruolo importantissimo. Un milione di persone ha l’opportunità di lavorare in paesi diversi. Si parla inoltre di parità di trattamento, ossia pari diritto al lavoro in tutte le regioni dell’Unione europea, anche se qualcuno ha un accordo collettivo nel proprio paese. Di questo si tratta. Fintantoché i cittadini rispetteranno le norme della direttiva sul distacco dei lavoratori, essi avranno il diritto di lavorare ovunque nell’Unione. Questa è stata anche la conclusione alla quale è giunta la Corte nel caso Laval, per esempio.

Signor Commissario, signora Presidente, le critiche mosse alla Corte non sono più contenute nella proposta della commissione e non vi è alcuna necessità di cestinare la direttiva sul distacco dei lavoratori. E’ importante ricordarlo nella prosecuzione del dibattito.

 
  
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  Magda Kósáné Kovács (PSE) . – (HU) La ringrazio, signora Presidente. Il problema dell’odierno dibattito si riassume perfettamente nel proverbio latino: “Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare”. Purtroppo nell’odierna discussione neanche noi vediamo il porto nel quale tutti possano felicemente gettare l’ancora. La regolamentazione della libera circolazione dei lavoratori distaccati è stata lasciata fuori dalla direttiva di compromesso sui servizi del 2006, ma il problema permane, come dimostra la reazione alle sentenze della Corte e ora ci colpisce nuovamente come un boomerang. Analogamente, il trattato di Maastricht, il progetto di trattato costituzionale e il tentennante trattato di Lisbona non possono essere scissi dai temi che circondano la libera circolazione dei servizi, ossia dal dibattito ricorrente in merito a quale dei due vada riservata una maggiore protezione, le quattro libertà fondamentali o i diritti sociali, anche a discapito le une degli altri.

E’ vero che le norme comunitarie garantiscono un temporaneo vantaggio concorrenziale ai fornitori di servizi nei nuovi Stati membri. D’altro canto, la libera circolazione di prodotti e capitali ha creato condizioni di mercato favorevoli per gli Stati membri più sviluppati. Io sostengo che si tratta di differenze temporanee in quanto la qualità e le condizioni dei mercati dei prodotti e del denaro e dei mercati del lavoro e dei servizi necessariamente si allineeranno. Il nostro primo compito, pertanto, non è riscrivere la legislazione e contrapporci alle sentenze della Corte, bensì attuare i regolamenti esistenti in maniera coerente ed efficace. Oggi le guerre non si combattono principalmente con le armi, ma le crisi finanziarie come quella attuale possono devastare quanto una guerra. Spero che il Parlamento e tutti gli altri consessi decisionali comunitari, memori del nostro desiderio di cooperazione e pace duratura dopo la Seconda guerra mondiale, si adoperino per una soluzione equa al fine di garantirci la possibilità di essere membri di una comunità solida, prospera e coesa, improntata alla reciproca assistenza. Nel frattempo, ogni forma di miope e gretto protezionismo dovrebbe essere lasciata da parte. La ringrazio, signora Presidente.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE).(SV) Signora Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare l’onorevole Andersson per l’importante relazione da lui stilata. Molto ruota attorno alla sentenza Laval, caso in cui il sindacato svedese si è spinto troppo oltre. La relazione contiene molti elementi che non apprezzo. Assume infatti un tono particolare quando interpreta la Corte di giustizia e in diversi punti vi sono indicazioni di ciò che l’onorevole Andersson inizialmente voleva, ossia che la direttiva sul distacco dei lavoratori fosse cestinata. Ciò tuttavia non compare nella relazione rivista, come ha giustamente sottolineato il collega, l’onorevole Hökmark. Ora si tratta di non escludere una revisione parziale della direttiva, che è più in linea con il parere della commissione sul mercato interno e la protezione dei consumatori di cui ero responsabile.

Anche il voto auspicabilmente stabilirà che la direttiva sul distacco dei lavoratori non deve essere cestinata. Si vedano in proposito le proposte 14 e 15 del gruppo ALDE.

Onorevole Andersson, è sbagliato ritenere che il modello svedese venga preservato meglio passando per Bruxelles. Vero è invece il contrario. Passando per Bruxelles possiamo mettere a repentaglio il modello svedese basato su parti responsabili ottenendo normative e retribuzioni minime in Svezia, il che ragionevolmente non può essere nell’interesse dei sindacati svedesi.

 
  
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  Roberts Zīle (UEN). – (LV) Grazie, signora Presidente e signor Commissario. Spesso ciò che si cela dietro tentativi apparentemente rivolti alla salvaguardia degli standard di lavoro e alla garanzia di pari condizioni a livello lavorativo è di fatto un approccio protezionistico e un’evidente limitazione di una concorrenza libera e leale. La retribuzione di un individuo dovrebbe dipendere dai suoi risultati e dalla sua produttività sul luogo di lavoro, non da quanto concordano le parti sociali. Di conseguenza, tutti i partecipanti al mercato interno dell’Unione ci stanno rimettendo perché la competitività della Comunità sui mercati mondiali sta diminuendo. Non abbiamo bisogno di apportare modifiche alla direttiva sul distacco dei lavoratori per applicarla ai sistemi di protezione sociale di pochi Stati membri. Il dovere fondamentale dell’Unione è garantire che le imprese dei vecchi e nuovi Stati membri godano di pari diritti, in termini di funzionamento, sul mercato interno dei servizi. Se non apprezziamo le decisioni della Corte di giustizia, cambiamo la legge. Non sono affatto certo che queste vicende rendano l’Unione europea più comprensibile per i suoi cittadini.

 
  
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  Gabriele Zimmer (GUE/NGL).(DE) Signora Presidente, vorrei esordire contestando lo spirito di quello che abbiamo sentito qualche minuto fa, ossia che il mercato del lavoro sarebbe stato invaso da lavoratori stranieri.

In secondo luogo, mi sarei aspettata una relazione più chiara e meno ambigua dalla commissione per l’occupazione e gli affari sociali. La fiducia nella coesione sociale dell’Unione europea può essere ottenuta soltanto se i diritti sociali fondamentali sono definiti nel diritto europeo primario. Dovremmo trasmettere a Consiglio, Commissione, Stati membri e Corte di giustizia un segnale più forte e non accontentarci soltanto di chiedere equilibrio tra i diritti fondamentali e la libera circolazione nel mercato interno. Questo non comporterà un cambiamento. Come le libertà, i diritti sociali fondamentali sono diritti umani e non possono essere limitati a causa della libera circolazione nel mercato interno.

L’elemento fondamentale è che dobbiamo difendere e migliorare il modello sociale europeo ed è decisamente tempo di introdurre una clausola sul progresso sociale come protocollo vincolante dei trattati comunitari esistenti. E’ tempo inoltre di modificare la direttiva sul distacco dei lavoratori in maniera da evitare che retribuzioni e standard minimi si limitino a requisiti de minimis.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM).(SV) Signora Presidente, una delle principali conclusioni dell’onorevole Andersson è che il mercato del lavoro dovrebbe essere salvaguardato modificando la direttiva europea sul distacco dei lavoratori. Per quanto riguarda la Svezia, la soluzione migliore consisterebbe invece nell’affermare con chiarezza nel trattato dell’Unione che le questioni relative al mercato del lavoro devono essere decise a livello nazionale. Se abbiamo imparato qualcosa dalla sentenza Laval, non dovremmo lasciare che il nostro mercato del lavoro sia controllato dalla legislazione comunitaria con le sue continue interferenze.

Junilistan chiede che la Svezia sia esonerata dal diritto del lavoro comunitario. Sarebbe interessante sentire che cosa ne pensa l’onorevole Andersson di questo suggerimento. La legislazione europea è sempre il modo per procedere? La sentenza Laval è il risultato del “sì” detto dai socialdemocratici europei e dai politici di centro-destra agli emendamenti del trattato comunitario conferendo così all’Unione e alla Corte di giustizia ancora più potere in merito alla politica per il mercato del lavoro. Come è ovvio, voteremo contro l’omaggio reso dall’onorevole Andersson al trattato di Lisbona.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, il gruppo PPE-DE non ha sostenuto la relazione Andersson così come era stata originariamente formulata. Tuttavia, grazie al lavoro svolto dal nostro relatore ombra, in collaborazione con altri relatori ombra, per riscriverla sostanzialmente, abbiamo poi potuto sostenerla in commissione. Il nostro gruppo proporrà anche di appoggiarla oggi, nella sua forma attuale. Ciò premesso, vi sono alcuni emendamenti che vorremmo fossero anch’essi appoggiati. Spero che ciò venga preso in esame anche da lui.

Mi soffermerò soltanto su un aspetto estremamente importante. Il collega Hughes ha fatto riferimento, e sono certo che sia vero, all’esistenza di un’ansia generalizzata tra i sindacati in merito ai limiti che potrebbero essere imposti al diritto di sciopero. Non confuto tale affermazione, ma spero che lui non mi contesti allorquando affermo che esiste una preoccupazione generalizzata tra i lavoratori in merito alle limitazioni che potrebbero essere imposte al loro diritto al lavoro. Non si è parlato abbastanza, né nell’odierna discussione né in commissione, di questo importante diritto. Ovviamente il diritto di sciopero è un diritto fondamentale: non vi è alcun dubbio al riguardo. Tuttavia, il diritto al lavoro, la libertà di lavorare, è anch’esso molto importante ed è un elemento che questa parte della Camera vorrebbe che fosse sottolineato.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE).(EN) Signora Presidente, il mercato interno non è un fine in sé. E’ uno strumento per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro per tutti e, pertanto, i punti deboli della direttiva sul distacco dei lavoratori che possono essere sfruttati per agevolare una corsa al ribasso devono essere urgentemente eliminati.

Il gruppo socialista è riuscito a coagulare una schiacciante maggioranza di membri in sede di commissione per l’occupazione e gli affari sociali a sostegno di tali riforme. Gli unici gruppi rimasti al di fuori di questo consenso sono quelli dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che preferiscono giocare una politica di partito anziché trovare una soluzione politica ai problemi.

Noi in questo Parlamento dobbiamo formulare una richiesta chiara alla Commissione e ai governi degli Stati membri affermando che le condizioni di lavoro non possono essere sacrificate sull’altare del mercato unico. L’Europa può riuscire a essere concorrenziale soltanto sulla base di servizi e prodotti di alta qualità, non sulla base di un abbassamento del tenore di vita.

Accolgo con favore le indicazioni oggi espresse dalla Commissione, che si è detta pronta a riesaminare la direttiva sul distacco dei lavoratori per la quale occorre attuare una riforma. La domanda, però, signor Commissario, è: quando? Quando presenterete un’iniziativa alla Camera in cui si delineino chiaramente le modifiche che proponete di apportare alla direttiva sul distacco dei lavoratori?

E’ manifestamente necessario salvaguardare e rafforzare i principi della parità di trattamento e della parità di retribuzione a parità di lavoro nello stesso luogo di lavoro, come già si afferma nell’articolo 39, paragrafo 12, del trattato che istituisce le Comunità europee. La libertà di prestare servizi o la libertà di stabilimento, la nazionalità del datore di lavoro, dei dipendenti o dei lavoratori distaccati non può fungere da giustificazione per disparità a livello di condizioni di lavoro, retribuzione o esercizio di diritti fondamentali come il diritto dei lavoratori di organizzare azioni collettive.

 
  
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  Anne E. Jensen (ALDE).(DA) Signora Presidente, l’aspetto che oggi più mi preme sottolineare è la necessità di smettere di attaccare la Corte di giustizia e la direttiva sul distacco dei lavoratori. Sono gli Stati membri a dover profondere maggiore impegno. Dopo la sentenza Laval, noi danesi stiamo modificando la legge sulla base di un accordo con ambedue le parti dell’industria. Nove righe di testo legislativo garantiscono che i sindacati possano organizzare azioni industriali per salvaguardare condizioni di lavoro consolidate nello specifico ambito in questione. Gli svedesi stanno anche apparentemente studiando come attuare nel concreto la direttiva sul distacco dei lavoratori. Non dobbiamo modificare la direttiva. Ci occorrono informazioni migliori in maniera che i dipendenti divengano consapevoli dei propri diritti e i datori di lavoro dei propri obblighi. Ci occorre un’attuazione migliore della direttiva a livello pratico.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel (UEN). – (PL) Signora Presidente, nell’arco di pochi mesi ci rivolgeremo nuovamente ai cittadini dell’Unione europea chiedendo loro di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Ancora una volta i cittadini non capiranno perché sono chiamati a farlo o quale sia la finalità del Parlamento. Ancora una volta, dunque, l’affluenza alle urne sarà scarsa.

L’odierna discussione in merito alla direttiva sul distacco dei lavoratori e la sentenza della Corte di giustizia dimostrano che uno degli scopi del Parlamento è tutelare i cittadini da alcune politiche sostenute dai loro stessi governi, politiche che possono essere miopi e pregiudizievoli. In questo caso sono anche indebitamente liberali. Attualmente il Parlamento europeo e la Corte di giustizia antepongono la difesa dei diritti dei lavoratori alla difesa della libera imprenditoria. E’ impossibile contrapporsi al principio della parità di trattamento dei lavoratori a livello comunitario. Dobbiamo tutti pagare gli stessi prezzi nei negozi e chiediamo parità di retribuzione a parità di lavoro nell’intera Unione.

 
  
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  Thomas Mann (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, uno dei successi del Parlamento europeo che maggiormente ha richiamato l’attenzione è la modifica della direttiva Bolkestein sostituendo al principio del paese di origine il principio della libera prestazione di servizi. I lavoratori hanno bisogno di condizioni di lavoro eque e le aziende, specialmente piccole e medie imprese, vanno protette dalla concorrenza che, con i tagli di prezzo, ne mette a repentaglio la sopravvivenza. Accertiamoci che gli effetti di tale risultato proseguano a lungo termine.

Come è appena emerso dall’odierna discussione, le recenti sentenze sui casi Viking, Laval e Rüffert gettano un’ombra su tale esito. E’ vero che la Corte di giustizia ritiene che la libera prestazione dei servizi sia più importante della protezione dei lavoratori? Pensa forse che il diritto di sciopero sia subordinato al diritto alla libera circolazione? Sebbene sia accettabile che singole sentenze siano messe in discussione, è inaccettabile contestare l’indipendenza o la legittimità dell’istituzione.

Ottenere chiarimenti non significa modificare la direttiva sul distacco dei lavoratori, bensì attuarla in maniera coerente negli Stati membri. Questo è il necessario equilibrio tra salvaguardia della libera circolazione e protezione dei lavoratori. Il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro nello stesso luogo di lavoro non deve essere indebolito.

Condizioni di lavoro superiori al livello minimo non ostacolano la concorrenza e la contrattazione collettiva non va limitata per alcun motivo. Dobbiamo opporre un chiaro “no” a ogni genere di dumping sociale e un “no” altrettanto categorico a qualsiasi tentativo di creare “società fantasma” volte a eludere gli standard minimi in termini di retribuzione e condizioni di lavoro. I principi sociali non possono essere subordinati alle libertà economiche.

Solo quando avremo parità di condizioni in Europa potremo ottenere il tanto necessario avallo del concetto di economia di mercato sociale da parte delle aziende e delle piccole e medie imprese.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). – (CS) Signora Presidente, onorevoli colleghi, uno dei valori distintivi di questo Parlamento è il suo successo nel raggiungere posizioni coerenti. Non concordo con la volontà di affossare la direttiva sul distacco dei lavoratori. Viceversa è necessario manifestarle piena adesione. Le sentenze della Corte di giustizia forniscono un’indicazione chiara. La relazione sugli accordi collettivi assesta un duro colpo alle sentenze e anche al compromesso raggiunto nella discussione in merito alla direttiva sui servizi in Parlamento. Non posso appoggiare tale posizione. Il dumping viene esercitato attraverso pratiche di lavoro illegali eludendo la direttiva. Vi chiedo pertanto, onorevoli colleghi, di appoggiare le nostre proposte di emendamento che si riferiscono la legislazione vigente. Gli imprenditori hanno il diritto di prestare servizi transfrontalieri secondo i termini e le condizioni dell’attuale direttiva e concordo con l’idea che sia necessario garantire che i cittadini, ossia i lavoratori, ne siano generalmente consapevoli.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE). (HU) Signora Presidente, all’incubo dell’idraulico polacco ora è subentrata l’ombra minacciosa dell’operaio edile lettone. L’intempestiva discussione riemergente ha nuociuto enormemente all’intera Unione. Alcuni stanno suonando il campanello di allarme del dumping sociale, un’invasione incontrollata di lavoratori dai nuovi Stati membri. In realtà, tutto questo non è vero. Siamo realisti. Non spaventiamo gli elettori con discorsi del genere. I dodici nuovi Stati membri non hanno praticamente vantaggi concorrenziali. Uno di questi, la manodopera relativamente meno costosa, durerà soltanto pochi anni. Per fortuna, infatti, le retribuzioni stanno salendo anche nei nostri paesi. Mi rivolgo dunque a voi per pregarvi, quando parliamo di parità di trattamento, altro aspetto della questione, di assicurare parità di trattamento sia per i nuovi sia per i vecchi Stati membri. Se limitiamo il potenziale intrinseco della concorrenza nel mercato interno, se limitiamo la libera imprenditoria, arrecheremo un danno all’intera Unione europea. L’aspetto sociale è tuttavia estremamente importante anche per me. Grazie.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE).(EN) Signora Presidente, nella recente discussione in Irlanda sul trattato di Lisbona, le questioni sollevate dai casi Laval e Viking hanno occupato il centro della scena in molti dibattiti creando una reale incertezza e un tangibile senso di disagio. Ho sentito molti miei colleghi qui, questa mattina, dare nuovamente voce a tali sentimenti e per questo mi compiaccio per l’impegno profuso stamani dal Parlamento.

Mi rinfrancano anche le parole del commissario quando afferma che la Commissione concorda con il Parlamento in merito al fatto che la direttiva sul distacco dei lavoratori vada migliorata e correttamente recepita.

La posizione del Parlamento è abbastanza chiara. Nel paragrafo 33 esso afferma che i diritti sociali fondamentali non sono subordinabili ai diritti economici in una gerarchia di libertà fondamentali e successivamente nella relazione sottolinea che la libera prestazione di servizi non contrasta con il diritto fondamentale di sciopero né su di esso prevale in alcun modo. Tali affermazioni inequivocabili indicano la posizione del Parlamento. Ci aspettiamo ora che la Commissione prenda il testimone e prosegua la corsa.

Ho esordito parlando di Lisbona e concluderò sullo stesso tema: la ratifica della carta dei diritti fondamentali e l’inserimento della clausola sociale del trattato di Lisbona avrebbero migliorato la situazione dei lavoratori in tutta l’Unione.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL).(GA) Signora Presidente, i sindacati stanno perdendo i loro diritti di negoziare retribuzioni e condizioni di lavoro migliori per i loro iscritti. Ai governi si preclude la possibilità di legiferare per migliorare la vita dei lavoratori.

Concordo oggi con i colleghi nell’affermare che una clausola vincolante sul progresso sociale inserita nei trattati comunitari sarebbe il requisito minimo necessario per garantire che ciò non accada.

E’ vero, la relazione Andersson non arriva al succo della questione. Potrebbe essere rafforzata da diversi emendamenti. La Corte europea si pronuncia conformemente ai trattati. Fintantoché i trattati consentono di limitare i diritti dei lavoratori, abbassare le retribuzioni e peggiorare le condizioni, la Corte di giustizia non può esprimersi diversamente.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, io apprezzo la relazione Andersson perché si concentra sui principi che dovrebbero presiedere nel mercato interno all’equilibrio tra libertà di circolazione dei servizi ma diritti innegabili dei lavoratori.

Se per l’attuazione i problemi verranno affrontati a livello nazionale, è qui invece necessario che si intervenga per contrastare gli effetti negativi sul piano sociale e politico della libera circolazione dei lavoratori. Si deve quindi riesaminare la direttiva sul distacco dei lavoratori, riassumere le clausole sociali delle direttive "Monti" e "Servizi" e approvare la direttiva sui lavoratori temporanei, a cui applicare le stesse regole di quelli a tempo indeterminato.

Condivido, infine, anche l’urgenza di misure idonea a contrastare le società fittizie, create per offrire servizi fuori dallo Stato di appartenenza girando l’applicazione delle norme per quanto attiene alle retribuzioni e alle condizioni di lavoro nello Stato in cui operano. In conclusione, con alcune eccezioni, accolgo con favore la relazione.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, come altri hanno affermato, la sentenza Laval e altre hanno dato luogo a qualche controversia durante la discussione sul trattato di Lisbona in Irlanda e in quel contesto sono state usate e abusate.

L’odierna relazione riguarda prevalentemente i principi del mercato interno, sebbene chieda parità di trattamento e parità di retribuzione a parità di lavoro, concetto che oggi deve rappresentare il nostro principio guida. Il dumping sociale desta grande preoccupazione, ma vorrei farvi riflettere sulla possibilità in Europa si crei una situazione unica alquanto strana. Paesi come l’Irlanda, nei quali vi è stato un afflusso di lavoratori, possono già percepire la diversa situazione. E’ sicuramente nel nostro interesse che i lavoratori, ovunque si trovino nell’Unione europea, godano tutti in modo paritario di diritti adeguatamente tutelati.

Vorrei inoltre ricordarvi che l’Europa deve affrontare un problema ancora più grave, ossia il trasferimento di intere imprese e società al di fuori dell’Unione europea, che ovviamente portano al di fuori dei nostri confini lavoro ed economia, importandone semplicemente i risultati, un problema che dobbiamo affrontare.

 
  
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  Costas Botopoulos (PSE).(EL) Signora Presidente, ritengo che la relazione Andersson abbia rappresentato un passo coraggioso da parte del Parlamento europeo perché in gioco vi è l’equilibrio tra i principi di legge e le percezioni politiche che incidono direttamente sulla vita non soltanto dei lavoratori, bensì di tutti i cittadini.

Non è un caso che le situazioni che oggi stiamo dibattendo abbiano suscitato obiezioni sia degli ambienti giuridici – credetemi, sono un avvocato e lo so bene – sia di tutti i cittadini dell’Unione europea, che hanno l’impressione che l’Europa non li capisca. Come si è già rammentato, questo è stato uno dei motivi principali per cui il popolo irlandese ha detto “no” al trattato di Lisbona.

Eppure, strano ma vero, proprio il trattato di Lisbona forse in questo caso rappresenterebbe la soluzione perché porrebbe l’interpretazione delle corrispondenti disposizioni sotto una diversa luce. La clausola sociale e le clausole speciali della carta dei diritti fondamentali con tutta probabilità indurrebbero la Corte ad assumere una diversa posizione.

 
  
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  Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL).(DA) Signora Presidente, la mia collega danese del gruppo ALDE ha affermato poc’anzi che in Danimarca il problema con cui ci siamo dovuti confrontare dopo la sentenza Waxholm è stato risolto. Ahimè questo non è vero. La gente può pensare che il problema sia risolto, ma qualunque soluzione è in realtà attribuibile a una decisione della Corte di giustizia. E questo è ovviamente il problema: il fatto che il diritto di sciopero dei cittadini nei vari Stati membri ora sia deciso dalla Corte di giustizia. Per questo avremmo dovuto riformulare il trattato in maniera da prevedere espressamente che siffatte situazioni non potessero verificarsi. La relazione Andersson purtroppo non lo precisa. Indubbiamente essa contiene alcuni passaggi costruttivi, ma nulla dice in merito a questo specifico aspetto. Ciò che manca inoltre è una richiesta chiara di modifica della direttiva sul distacco dei lavoratori, ragion per cui vi esorto a votare a favore degli emendamenti che chiariscono tali aspetti in maniera da poter ottenere dal Parlamento una politica chiara in merito.

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, consentitemi qualche parola in più sull’argomento.

La libera circolazione è uno dei maggiori successi dell’Unione europea. Dobbiamo affermare chiaramente, però, e alcuni paesi con standard inferiori presto lo capiranno perché tali standard verranno innalzati, che la libera circolazione non deve sfociare in una concorrenza improntata all’elusione di standard sociali frutto di un’evoluzione. L’Europa non deve schierarsi per l’abolizione dei diritti sociali e dei lavoratori per i quali tanto si è combattuto. Dovremmo pertanto affermare con chiarezza che non è mai stata questa la nostra politica e che tale politica non dovrebbe mai essere attuata.

Se un lavoro viene svolto in un determinato paese, a parità di lavoro dovrebbe corrispondere una pari retribuzione. Non può esistere una società classista in cui i lavoratori stranieri percepiscono una retribuzione inferiore. E’ ingiusto per ambedue le parti e pertanto va detto chiaramente.

 
  
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  Yannick Vaugrenard (PSE). – (FR) Signora Presidente, vorrei esordire complimentandomi con l’onorevole Andersson per il lavoro svolto. Che cosa vuole però esattamente l’Unione europea? Un mercato unico in preda di una concorrenza sfrenata che schiaccia i diritti collettivi nel loro complesso, oppure un mercato unico regolamentato che consenta ai cittadini di svolgere un lavoro dignitoso ovunque in Europa?

I messaggi della Corte di giustizia, spesso quelli della Commissione e talvolta quelli della presidenza del Consiglio, non sono né chiari né sempre coerenti. Il valore di una società equivale al contratto che essa stabilisce, al quale è legata anche la sua sopravvivenza. La deregolamentazione, il “ciascuno per sé”, porta a una maggiore deregolamentazione e, infine, all’esplosione del sistema.

Non è questo che vogliamo. Vogliamo invece un mercato interno che serva a migliorare le condizioni di vita e lavoro dei nostri concittadini. Il trattato di Lisbona sancisce una serie di principi, tra cui il diritto di negoziare accordi collettivi. Accertiamoci che questo principio venga rispettato dall’Unione europea e da tutti gli Stati membri.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) Signora Presidente, non basta criticare le posizioni inaccettabili adottate nelle sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee, che rappresentano un grave attacco sferrato ai diritti dei lavoratori più fondamentali. Dobbiamo spingerci oltre e modificare radicalmente i trattati europei per evitare che tali situazioni si ripropongano.

Il rifiuto nei referendum della cosiddetta costituzione europea e il progetto di trattato di Lisbona sono prove chiare dello scontento popolare rispetto a questa Unione europea che svaluta i lavoratori e non ne rispetta la dignità. Mi rammarico per il fatto che la relazione non giunga alle stesse conclusioni in difesa dei diritti dei lavoratori, sebbene critichi le posizioni adottate nelle sentenze della Corte. Le critiche non bastano.

 
  
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  Vladimír Špidla, membro della Commissione. – (CS) Signora Presidente, onorevoli parlamentari, vorrei ringraziare il relatore e voi tutti per la discussione appena intrapresa in quanto riguarda un argomento straordinariamente delicato e profondo. Penso che il dibattito abbia dimostrato l’esistenza di una varietà estrema di punti di vista che possono provocare intense discussioni e posizioni contrastanti. A parte tutto, questo sottolinea il significato e la complessità della discussione. Vorrei sottolineare alcune idee fondamentali. Tanto per cominciare, le sentenze della Corte di giustizia non hanno indebolito o attaccato i diritti fondamentali. E’ totalmente falso. Aggiungerei anche che la Corte di giustizia è stata, a prescindere da tutto, la prima a dichiarare attraverso la propria giurisprudenza che il diritto di sciopero è un diritto fondamentale, concetto mai formulato in precedenza nella giurisprudenza o nel nostro ordinamento giuridico.

Vorrei inoltre rispondere all’idea spesso emersa nel dibattito che la questione dei lavoratori distaccati sia una che divide i vecchi Stati membri dai nuovi. Posso segnalarvi che il paese che distacca il maggior numero di lavoratori è la Repubblica federale di Germania, seguita da Polonia, Belgio e Portogallo. L’idea che il distacco comporti uno spostamento da est a ovest, dal nuovo al vecchio, è sbagliata. Parimenti sbagliata è l’idea che il distacco dei lavoratori implicitamente comporti un dumping sociale. Vorrei ribadire che è prassi consolidata della Commissione respingere e contrastare attivamente ogni forma di dumping, compreso il dumping sociale, così come è prassi della Commissione salvaguardare gli standard sociali che abbiamo raggiunto e non comprometterli in alcun modo in alcuna circostanza.

Vorrei infine ribadire che nella discussione aperta in occasione del seminario, la maggior parte degli Stati membri ai quali si applicano le sentenze sui casi Laval e Rüffert non ha assunto la posizione che si dovrebbe modificare la direttiva. Una chiara maggioranza di essi ha intravisto una soluzione nel quadro dell’applicazione del diritto nazionale e alcuni hanno già ampiamente avviato tale processo. In merito a Danimarca e Lussemburgo, vorrei inoltre aggiungere che, sulla base delle informazioni pervenutemi dalla Svezia, è prevista una decisione molto importante nella prossima quindicina di giorni, una decisione discussa in maniera molto approfondita e dettagliata dalle parti sociali e dal governo.

Sebbene sia un dettaglio, vorrei infine rammentarvi che le cosiddette società fantasma non sono un’espressione del distacco dei lavoratori o della libera circolazione. Ve ne sono poche centinaia di esempi nell’ambito del mercato interno di singoli Stati e per me è una questione aperta. Un altro aspetto molto significativo che vorrei sottolineare e che le sentenze sinora pronunciate dalla Corte di giustizia rappresentano risposte date in un contesto precedente. Spetta ora ai tribunali nazionali pronunciare le sentenze definitive poiché ciò rientra nella loro sfera di competenza.

Onorevoli parlamentari, ritengo assolutamente necessario sottolineare che si tratta di un tema di fondamentale importanza. La Commissione lo segue partendo dalle posizioni che abbiamo appena descritto ed è pronta a intraprendere qualunque provvedimento necessario per risolvere la situazione e individuare un corrispondente consenso perché, lo ribadisco ancora una volta, neanche dall’odierna discussione è emerso con chiarezza dove si situi la linea di demarcazione. Vi è molto lavoro ancora da svolgere, ma consentitemi di rammentare le parti sociali e sottolinearne l’importanza fondamentale in tale ambito.

 
  
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  Jan Andersson, relatore. – (SV) Signora Presidente, vorrei formulare alcuni brevi commenti.

Sussiste una differenza tra i compiti della Corte e i nostri in veste di legislatori. La Corte si è pronunciata. Ora spetta a noi legislatori agire se riteniamo che la Corte non abbia interpretato la legislazione come avremmo voluto. Nella relazione affermiamo che il Parlamento e la Commissione dovrebbero agire. Non dovremmo escludere la possibilità di modificare la direttiva sul distacco dei lavoratori, aspetto che sottolineiamo anch’esso. Non vi è conflitto tra libera circolazione e condizioni sociali corrette. Al contrario!

Passerei ora a qualche osservazione in merito agli emendamenti proposti dal gruppo PPE-DE. Purtroppo essi contengono numerose contraddizioni per le quali si ricercano compromessi. Da un lato si criticano i pareri unilaterali del Consiglio e dall’altro se ne accolgono favorevolmente altri. I suoi emendamenti sono dunque molto contraddittori. Sono contrario alle esenzioni per alcuni paesi specifici perché si tratta di problemi europei che dobbiamo risolvere insieme. Mercati del lavoro diversi dovrebbero funzionare fianco a fianco.

Siamo invece favorevoli al nuovo trattato in quanto i problemi con le sentenze sono insorti sotto il vecchio trattato. Non mi dichiaro contrario a provvedimenti intrapresi a livello nazionale. In Svezia e Germania, per esempio, sono sicuramente indispensabili, ma abbiamo anche bisogno di misure a livello europeo.

Vorrei dire infine che ora spetta alla Commissione agire. Se la Commissione non ascolta il Parlamento e, in particolare, ciò che dice la gente in Irlanda, Germania, Svezia e altri Stati membri, il progetto europeo ne soffrirà enormemente. Questo è uno dei temi più importanti per i cittadini europei. Libera circolazione, sì, ma condizioni sociali corrette senza dumping sociale. Per conseguire tale obiettivo, è necessario adoperarsi, per cui il Parlamento va ascoltato.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. PÖTTERING
Presidente

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì, 21 ottobre 2008.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Ole Christensen (PSE), per iscritto. – (DA) La mobilità nel mercato del lavoro europeo deve essere rafforzata. Occorre pertanto maggiore attenzione alla parità di trattamento e alla non discriminazione.

E’ più che giusto che chiunque si sposti da un paese a un altro per lavorare possa operare nelle condizioni applicabili nel paese di arrivo.

I paesi dovrebbero analizzare come attuano la direttiva sul distacco dei lavoratori in maniera da giungere a una maggiore chiarezza.

Occorrono tuttavia anche soluzioni a livello europeo.

- Il diritto di sciopero non deve essere soggetto alle norme che disciplinano il mercato interno.

- La direttiva sul distacco dei lavoratori deve essere adeguata agli intenti che la hanno ispirata. Deve essere possibile per i paesi creare per i lavoratori distaccati condizioni migliori dei requisiti minimi. In tal modo si rafforzerà la mobilità e si miglioreranno la parità di trattamento dei lavoratori e gli accordi collettivi, compreso il diritto di organizzare azioni industriali collettive.

 
  
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  Richard Corbett (PSE), per iscritto. – (EN) La relazione Andersson rappresenta un utile contributo a questa discussione controversa e giuridicamente molto complessa. In particolare, la sua raccomandazione secondo cui i paesi dell’Unione dovrebbero applicare correttamente la direttiva sui lavoratori distaccati e la richiesta che i progetti di proposte legislative della Commissione si occupino delle lacune giuridiche emerse dalle sentenze evitando conflitti di interpretazione sono benaccette. Dobbiamo garantire che la direttiva sul distacco dei lavoratori non consenta il dumping sociale e la compromissione degli accordi collettivi da parte di lavoratori provenienti da altri paesi dell’Unione che riducono le retribuzioni e peggiorano le condizioni di lavoro del paese ospite.

Non dovremmo accusare la Corte, che chiarisce soltanto ciò che dice la legge. Dopo tutto, la Corte ha anche pronunciato diverse sentenze favorevoli dal punto di vista sociale. Dovremmo invece concentrare la nostra attenzione sulla rettifica della situazione giuridica sottostante. La Commissione stessa ha dichiarato nell’aprile di quest’anno che il diritto fondamentale di sciopero e adesione a un sindacato non prevale sul diritto alla prestazioni di servizi.

E’ fondamentale che l’odierna relazione non segni la fine del dibattito. Ove del caso, dovremo esercitare tutti i nostri poteri per porre un veto alla nuova Commissione se non dovesse inserire le necessarie proposte legislative nel suo primo programma di lavoro.

 
  
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  Gabriela Creţu (PSE), per iscritto. – (RO) Vorrei fare una precisazione. I lavoratori provenienti dalla parte orientale dell’Unione europea non si servono di pratiche di dumping sociale né le desiderano. Non sono loro a volersi svendere. Purtroppo, i costi per rilanciare e sviluppare nuovamente la forza lavoro a est e a ovest sono paragonabili. Alcuni costi sono persino superiori in Romania rispetto ad altre regioni, ma anche lì le bollette bisogna pagarle.

La responsabilità di questa situazione precaria sul mercato del lavoro e del peggioramento delle condizioni di lavoro nell’Unione europea non ricade sui lavoratori, bensì su coloro che esercitano ogni sorta di pressione per abolire le garanzie esistenti in virtù del diritto del lavoro con un unico obiettivo in mente: massimizzare i profitti con qualunque mezzo, anche sacrificando tutti i valori e i principi che consideriamo vantaggi condivisi ormai acquisiti dalle società europee.

E’ nostro dovere in questo caso salvaguardare la facoltà dei lavoratori dell’Europa orientale di godere di un diritto fondamentale: parità di retribuzione a parità di lavoro. Soprattutto socialisti e sindacalisti devono evitare di creare una divisione falsa e artificiosa all’interno del gruppo di coloro che possono ottenere tali diritti soltanto se preservano la solidarietà. Oltre alla solidarietà, non hanno altri appigli.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE), per iscritto. – (ET) La libera circolazione dei lavoratori è una delle quattro libertà del mercato interno. Se vogliamo che l’Europa si integri più rapidamente, è fondamentale fugare il timore che i lavoratori dell’Europa occidentale hanno dei lavoratori dell’Europa orientale senza chiudere al tempo stesso i mercati del lavoro. Purtroppo, il desiderio di diverse organizzazioni sindacali dell’Europa occidentale di chiudere i mercati ai nuovi Stati membri ancora una volta non contribuirà a unire l’Europa. E’ un percorso economicamente incompetente che disinforma i lavoratori, crea sfiducia e non rientra nello spirito della solidarietà internazionale.

La mobilità dei lavoratori è una soluzione per superare le carenze di manodopera in alcuni settori. Vi sono zone in cui sono molto richiesti conducenti di autobus e altre in cui mancano medici qualificati. Tale mobilità non deve essere ostacolata.

Poiché la parità di trattamento è uno dei principi fondamentali dell’Unione europea, anche la libera circolazione dei lavoratori dovrebbe avvenire in condizioni di parità. L’idea generalizzata secondo cui i lavoratori stranieri sono meno pagati dei cittadini del paese ospite non concorda con tale principio. Concordo con il criterio sottolineato nella relazione: parità di trattamento e parità di retribuzione a parità di lavoro.

Per la mobilità dei lavoratori all’interno dell’Unione europea, è necessario che si garantisca almeno il minimo retributivo.

I meccanismi per la protezione dei lavoratori differiscono storicamente tra le varie parti che compongono l’Europa. E’ tempo tuttavia che anche le prassi in tale ambito cambino. Se adesso i lavoratori dovessero difendere soltanto la propria identità nazionale, si sarebbero volontariamente arresi. E’ molto difficile spiegare l’impossibilità di un cambiamento a chi proviene dai nuovi Stati membri se si pensa che l’Estonia, per esempio, è riuscita ad attuare l’intero acquis communautaire in meno di sei anni. La protezione dei lavoratori è un obiettivo sufficientemente nobile e dovremmo sforzarci di giungere a un consenso.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE), per iscritto. – (ET) La relazione di propria iniziativa è squilibrata e presenta punte di protezionismo. Nessuno rimette in discussione il diritto di sciopero, ma non possiamo permettere che ciò metta a repentaglio la competitività dei fornitori di servizi.

Oggi abbiamo parlato di sentenze specifiche della Corte di giustizia, in particolare dei casi Laval, Rüffert e Viking Line. Vorrei però richiamare l’attenzione sul fatto che nessuna delle succitate sentenze riguarda il contenuto di accordi collettivi che potrebbero essere sottoscritti negli Stati membri né il diritto di stipulare tali accordi. Il diritto di adottare provvedimenti collettivi rientra nell’ambito della regolamentazione del trattato che istituisce le Comunità europee e deve pertanto essere giustificato da un interesse pubblico di rilievo ed essere proporzionato.

 
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