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Procedura : 2008/0073(NLE)
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Testi presentati :

A6-0378/2008

Discussioni :

PV 22/10/2008 - 12
CRE 22/10/2008 - 12

Votazioni :

PV 23/10/2008 - 8.2
PV 23/10/2008 - 8.6
CRE 23/10/2008 - 8.6
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P6_TA(2008)0518

Resoconto integrale delle discussioni
Mercoledì 22 ottobre 2008 - Strasburgo Edizione GU

12. Accordo di stabilizzazione e di associazione CE/Bosnia-Erzegovina − Accordo di stabilizzazione e di associazione CE/Bosnia-Erzegovina (discussione)
Video degli interventi
Processo verbale
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  Presidente. − L'ordine del giorno reca in discussione congiunta:

- la relazione di Doris Pack, a nome della commissione per gli affari esteri, sulla proposta di decisione del Consiglio e della Commissione relativa alla conclusione dell'accordo di stabilizzazione e di associazione tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la Bosnia-Erzegovina, dall'altra (COM(2008)0182 – C6 0255/2008 – 2008/0073(AVC)) (A6-0378/2008),

- e le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione - Accordo di stabilizzazione e di associazione CE/Bosnia-Erzegovina.

 
  
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  Doris Pack, relatore. − (DE) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, recentemente ho letto che la Bosnia è uno Stato con molte buone intenzioni, ma che purtroppo non funziona. Questo paese deve convivere con l’accordo di Dayton che, grazie al cielo, ha posto fine alla guerra nel 1995. L’accordo però ha un difetto: da una parte il suo contenuto è insufficiente a fare funzionare lo Stato nella sua globalità, e dall’altra è troppo esteso per consentirne la morte.

Il paese ha una classe politica praticamente inutile quando si tratta di assumersi responsabilità. Due politici dominano la scena politica e si condizionano a vicenda come vasi comunicanti: uno vuole tornare alla situazione precedente al 1999, e vuole quindi la frattura tra le due entità; l’altro vuole formare una propria entità in uno Stato nello Stato.

Tuttavia, lo Stato della Bosnia-Erzegovina può funzionare solo se ognuno guarda in faccia la realtà e si rende conto che la riforma sarà possibile solo con l’accordo di tutti e tre i gruppi etnici. Entrambe le entità devono rafforzare lo Stato nel suo insieme. Pertanto, i politici bosniaci devono, per primi e in accordo, intraprendere una riforma istituzionale attraverso le istituzioni competenti, soprattutto il parlamento, e fare in modo di coinvolgere la società civile nel processo.

La federazione croato-musulmana potrebbe dare l’esempio. L’ingestibile costellazione di comunità, dieci cantoni e un governo federale non è certo colpa sua, ma non ha senso. I livelli decisionali devono essere ridotti al minimo assoluto e portati il più vicino possibile ai cittadini, se vogliamo che siano soddisfatti i requisiti dell’accordo di stabilizzazione e di associazione e dell’adesione all’Unione europea.

Circa 167 ministeri e tutto quello che ne consegue sono la maggiore voce di costo responsabile del prosciugamento delle casse dello Stato. La rivalità tra i due leader politici e i loro seguaci ha conseguenze fatali. Stanno mettendo i gruppi etnici l’uno contro l’altro, come hanno l’abitudine di fare, fomentando agitazione e sfiducia. La divisione etnica, invece di ridursi, si è ampliata; invece di impegnarsi tutti a fondo per affrontare il problema di una fornitura energetica comune, creare un mercato comune funzionante, migliorare il sistema scolastico nel suo insieme ed attirare investitori nel paese con politiche credibili, la politica attuale è dominata dalle liti tra i partiti e da una sfiducia infinita.

Sarajevo ha ancora bisogno dell’Alto rappresentante? Già da tempo non usa i suoi ampi poteri. Nessuno teme più la sua autorità, anche se dovesse usarla. Possiamo allora chiederci se c’è qualche motivo per cui il rappresentante speciale dell’Unione europea non debba svolgere il suo incarico e sorvegliare le condizioni imposte dall’Unione europea, in modo che la politica bosniaca possa finalmente avviare le riforme necessarie per fare crescere e progredire il paese.

I politici non potrebbero essere più inattivi di quanto sono ora, anche dopo la sua partenza. Ci resta solo da sperare che forse allora si sveglieranno e prenderanno in mano il proprio destino. Per anni l’Europa ha cercato, con fondi e know-how, di salvare il paese dalla sua agonia, ma i risultati non sono strabilianti. Le persone che vogliono rientrare non possono farlo e, di conseguenza, la divisione etnica si sta radicando sempre di più. Privatizzazioni poco chiare e corruzione, mancanza di libertà di stampa in alcune parti del paese, intimidazioni alle ONG: tutto questo scoraggia i cittadini che voltano quindi le spalle al loro paese.

La discussione infinita sulla riforma della polizia ha dominato la scena politica per oltre tre anni, fino a quando è stato raggiunto un accordo su una legge del tutto inconsistente. Ciononostante, l’Unione europea si è aggrappata a questo sottile filo di speranza e ha firmato l’accordo, affinché potessero finalmente essere avviati importanti progetti politici per il paese.

Anche noi qui al Parlamento sosteniamo questo passo e ci aspettiamo che i politici approfittino di questa opportunità. Desidero sottolineare ancora una volta che solo uno Stato di Bosnia-Erzegovina unito potrà aderire all’Unione europea. Chiunque limiti o metta a repentaglio la sua possibilità di funzionare non vuole in realtà raggiungere questo obiettivo, nonostante le parole. Posso pertanto solo rivolgere un appello a tutti i parlamentari della regione perché usino il buon senso una volta per tutte ed orientino le loro politiche in vista del benessere dei loro cittadini.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signor Presidente, Commissario Rehn, onorevole Pack, onorevoli deputati, desidero iniziare ringraziando moltissimo l’onorevole Pack per la qualità della sua relazione e per le parole che ha appena pronunciato che mi consentiranno di essere più breve su questo tema molto complesso.

Come sapete, il Consiglio tiene in gran conto la prospettiva europea dei paesi dei Balcani occidentali, come posso confermarvi anche oggi. Questo movimento a favore dell’integrazione europea dei Balcani è stato inoltre avviato su iniziativa della presidenza francese, che continua a sostenere con convinzione questo obiettivo. Il movimento è stato avviato nel 2000 quando l’Unione europea, per la prima volta, aveva riunito tutti questi paesi al vertice di Zagabria, riconoscendo la loro aspirazione ad aderire all’Unione.

Ognuno dei paesi dei Balcani ha oggi una prospettiva di questo tipo, che garantisce la stabilità della regione e lo sviluppo, sia politico che economico, di ciascuno di questi paesi. Inoltre, questa prospettiva acquista senso, un senso particolare, per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, il paese che, nella regione – è forse necessario che ve lo ricordi? – ha più sofferto per i conflitti causati dallo smembramento della ex Iugoslavia. Oggi, tuttavia – come ha rilevato anche lei, onorevole Pack – questo paese si trova ad un bivio tra l’adozione della prospettiva europea che lo porterà fino all’adesione all’Unione europea e il ripiegamento su se stesso, sulla base di una retorica nazionalistica rivolta al passato.

Ne consegue che i notevoli progressi realizzati durante il primo trimestre del 2008 hanno consentito all’Unione di prendere la decisione storica di firmare l’accordo di stabilizzazione e di associazione con la Bosnia-Erzegovina. In questo modo i politici bosniaci dimostrano che, con la volontà e la determinazione, sono stati in grado di raggiungere un consenso e di intraprendere le riforme necessarie. Ed è questa determinazione che il Consiglio ha voluto riconoscere firmando l’accordo in giugno, una volta soddisfatte le quattro condizioni che desidero ricordarvi: buona cooperazione generale con il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia, riforma del servizio pubblico radiotelevisivo; miglioramento della pubblica amministrazione e avvio della riforma della polizia.

La firma dell’accordo e dell’accordo interinale, in Lussemburgo il 16 giugno, è stata una tappa particolarmente importante nelle relazioni tra l’UE e la Bosnia-Erzegovina che dovrebbe dare un nuovo impulso agli sforzi del paese in vista dell’adesione all’Unione europea. Un impulso che si dovrebbe sfruttare senza indugio.

Vorrei ricordarvi che l’accordo interinale è entrato in vigore il 1° luglio. Si tratta di un primo passo, ma non è certo la fine dell’inizio! Resta ancora molto da fare. Ed è quello che noi ed il commissario Rehn, che è presente in Aula, abbiamo detto ai funzionari di questo paese quando li abbiamo incontrati a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e durante la riunione della troika.

Nei settori chiave dell’accordo e del partenariato europeo, non solo dobbiamo consolidare i progressi realizzati, ma come lei ha rilevato, onorevole Pack, dobbiamo anche accelerare le riforme. E’ estremamente importante che la dinamica delle riforme in materia di stato di diritto, rispetto delle regole democratiche e di tematiche relative alla riforma della polizia, sia molto più intensa di quanto lo è oggi.

Non vogliamo sentir dire che c’è un problema di divisione tra i politici e l’opinione pubblica in Bosnia-Erzegovina, perché tutti i sondaggi rivelano che le aspirazioni europee della popolazione della Bosnia-Erzegovina sono molto forti. Oltre l’80 per cento dei cittadini vuole davvero aderire all’Unione europea! Che cosa frena allora la risposta dei politici bosniaci alle aspirazioni legittime della popolazione?

Da parte nostra, nel contesto dell’Unione europea, stiamo facendo tutto il possibile per sostenere il paese sia dal punto di vista economico che da quello finanziario, per aiutarlo a fare passi avanti, a progredire sulla strada della sicurezza, a progredire sulla strada della modernizzazione delle forze di polizia con le missioni di polizia che abbiamo organizzato, unitamente alle missioni militari.

L’esperienza delle ultime adesioni – e mi avvio alla conclusione – mostra che gli sforzi messi in atto rispetto all’agenda europea ripagano. Vorrei che i dirigenti in Bosnia-Erzegovina capissero il seguente concetto: l’accordo di stabilizzazione e di associazione fornisce una base solida e un elemento con cui fare leva in vista di un profondo impegno da parte di questo paese. Non rinunceremo ad aiutarli, ma abbiamo fatto quanto era nostra responsabilità fare. Spetta ora ai politici bosniaci capire davvero quali sono i loro impegni e rispettarli, per poter intraprendere con certezza l’unica via possibile, ossia quella di un solido impegno ad intrattenere rapporti più stretti con l’Unione europea.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 
  
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  Olli Rehn, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto ringraziare l’onorevole Pack per l’ottima relazione. Mi rallegro per l’opportunità di discutere con voi oggi della Bosnia-Erzegovina in un momento cruciale per il paese e per le sue aspirazioni europee.

La firma dell’accordo di stabilizzazione e di associazione (ASA) nel giugno scorso ha segnato un importante passo avanti per la Bosnia-Erzegovina, indicandole chiaramente, assieme all’avvio del dialogo in materia di visti, a quella nazione che il suo futuro è nell’Unione europea.

L’Unione ha potuto siglare l’ASA lo scorso dicembre per poi sottoscriverlo a giugno, a seguito dell’intesa raggiunta dai leader politici del paese sulle principali condizioni e in particolare sulla riforma della polizia. Ciò dimostra che, quando esiste la volontà politica, si fanno progressi e si superano le crisi – come ha giustamente sottolineato il presidente in carica del Consiglio Jouyet.

D’allora però il consenso è scemato e le riforme si sono interrotte; la retorica nazionalista, che ha preceduto le elezioni amministrative di ottobre, è stata una delle cause di questo degrado, ma i problemi politici del paese hanno radici molto più profonde.

L’assenza di una visione congiunta sul futuro, che accomuni i leader del paese, e la mancanza di consenso sulle riforme nuocciono gravemente alle sue aspirazioni europee. Vi è inoltre netto disaccordo su gran parte delle questioni politiche, mentre manca il senso di urgenza e di responsabilità necessario a superare lo stallo politico.

In occasione della mia visita a Sarajevo, pochi giorni fa, ho espresso alla presidenza del paese la mia profonda preoccupazione, sottolineando come la Bosnia-Erzegovina debba ora mettere al primo posto dell’agenda politica le riforme volte all’adesione all’UE, nonché affrontare le priorità del partenariato europeo, tra cui la creazione dell’apparato statale e delle istituzioni.

La presente risoluzione lancia un segnale forte ai leader della Bosnia-Erzegovina affinché portino avanti le riforme e rimettano il paese sulla strada verso l’Europa.

Analogamente, la Bosnia-Erzegovina deve essere in grado di esprimersi con una sola voce per avanzare nel processo d’integrazione europea. Il censimento rappresenta poi un altro banco di prova per la capacità del paese di realizzare l’integrazione; come si sa, dal punto di vista europeo i dati di un censimento sono di fondamentale importanza per la pianificazione e lo sviluppo in termini economici e sociali, come pure per la maggior parte delle politiche comunitarie.

La Commissione formulerà la propria valutazione della situazione in Bosnia-Erzegovina nella relazione sui progressi del prossimo 5 novembre. Anche noi sottolineeremo, come ha fatto il Parlamento, che i leader della Bosnia-Erzegovina possono scegliere se continuare a litigare restando indietro rispetto ai paesi vicini, oppure progredire con le riforme per poi aderire all’Unione.

Nella risoluzione si ribadisce che la chiusura dell’Ufficio dell’Alto rappresentante (UAR) e il rafforzamento del ruolo dell’Unione europea devono rimanere il nostro obiettivo ultimo e io concordo con questa impostazione.

Spetta al Consiglio per l’attuazione della pace decidere del futuro dell’UAR, ma è chiaramente nell’interesse della Bosnia-Erzegovina arrivare al punto in cui l’UAR non sarà più necessario, spianando così la strada verso una più forte presenza dell’Unione e verso la concretizzazione della prospettiva europea per il paese. In altre parole, quando entreremo nella prossima fase delle nostre relazioni, la Bosnia-Erzegovina dovrà assumersi piena responsabilità del processo di riforma che sottende alla prospettiva europea. La firma dell’ASA della scorsa estate ha offerto un’occasione che non va sprecata. Per i leader della Bosnia-Erzegovina la sfida consiste nel conseguire un livello di consenso politico analogo a quello che in altre parti dei Balcani occidentali ha determinato i progressi verso l’integrazione europea; lo avevano già trovato e quindi possono recuperarlo. Mi auguro che i nostri messaggi saranno ora ascoltati.

 
  
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  Anna Ibrisagic, a nome del gruppo PPE-DE.(SV) Signor Presidente, nel giugno di quest’anno la Bosnia-Erzegovina ha firmato con l’Unione europea un accordo di stabilizzazione e di associazione, compiendo un notevole passo avanti verso l’adesione, ma l’opera è ben lungi dall’essere completata. L’Unione europea non può e non deve abbassare la guardia, credendo che ora le cose faranno automaticamente il proprio corso, in quanto permangono ancora varie sfide: ad esempio, non si è data attuazione alla riforma costituzionale e resta da risolvere la questione della proprietà statale nel distretto di Brčko.

Sia in Bosnia che in seno alla comunità internazionale ci sono chiaramente opinioni molto diverse su come e quando chiudere l’Ufficio dell’Alto rappresentante. Credo fermamente che la chiusura dell’Ufficio non possa essere fine a se stessa, ma che l’obiettivo debba essere il rispetto dei termini e delle condizioni imposti alla Bosnia dal Consiglio per l’attuazione della pace, al fine di poter trasformare l’UAR nell’ufficio del rappresentante speciale dell’Unione europea. Relativamente a questa e a molte altre sfide che la Bosnia si trova ad affrontare, è importantissimo che la comunità internazionale rimanga unita. Credere che i partiti locali bosniaci siano in grado di concordare, ad esempio, le riforme costituzionali sarebbe ingenuo, se non addirittura pericoloso.

Se il paese vuole poter continuare l’avvicinamento all’Unione, allora la nuova costituzione deve portare a un forte Stato comune; il dibattito politico in Bosnia non dimostra tuttavia alcun interesse in questo senso. E’ altrettanto pericoloso credere che l’impegno della comunità internazionale possa scemare proprio ora che la Bosnia ha compiuto taluni progressi e che la presenza militare internazionale si riduce continuamente. Al contrario, proprio adesso sull’Unione stessa gravano ancora maggiori responsabilità. Misure quali le agevolazioni per viaggiare e studiare all’estero e l’assistenza nello sviluppo della democrazia e nell’attuazione delle necessarie riforme sono solo alcuni esempi di quei settori ove l’Unione può e deve diventare più attiva.

Il nostro impegno e il nostro approccio alla situazione in Bosnia nei prossimi mesi e nei prossimi anni saranno decisivi non solo per il futuro e la sicurezza della Bosnia, ma anche per il futuro e la sicurezza della regione nel suo complesso.

 
  
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  Libor Rouček, a nome del gruppo PSE.(CS) L’accordo di stabilizzazione e di associazione, che rappresenta il primo patto internazionale di ampio respiro tra Bosnia-Erzegovina e Unione europea, dovrebbe facilitare e accelerare la transizione del paese verso uno stato di diritto e un’economia perfettamente funzionanti. La realizzazione dell’accordo creerà le condizioni fondamentali per la piena adesione della Bosnia-Erzegovina in futuro. La velocità con cui si attuerà il presente accordo dipenderà però principalmente dal desiderio e dalla volontà sia dei cittadini della Bosnia-Erzegovina che dei loro leader politici.

L’accordo è stato firmato con l’intera Bosnia-Erzegovina e non con le sue singole entità. Se il paese intende aderire un giorno all’Unione europea, allora è nell’interesse delle due entità e di tutti e tre i gruppi lavorare assieme per creare uno Stato unito e perfettamente funzionante. Le forze congiunte di bosniaci, serbi e croati – attraverso i loro principali partiti politici – dovrebbero pertanto puntare a rafforzare l’amministrazione del paese a tutti i livelli. Una parte importante di tale processo rimane la questione dei futuri accordi istituzionali e, in proposito, può dare una mano la comunità internazionale, ivi compresi i rappresentanti dell’Unione. Qualsiasi accordo istituzionale deve però essere il frutto di un sodalizio volontario tra i cittadini stessi della Bosnia-Erzegovina. A mio avviso, è altrettanto importante che il processo d’associazione tenga presenti i risultati economici del paese. Anche in questo caso serve la collaborazione tra le due entità, al fine di creare un mercato interno comune per l’intera Bosnia-Erzegovina. E’ inconcepibile che un paese avente al suo interno un mercato frammentato chieda di aderire al mercato comune europeo. In conclusione, vorrei esprimere apprezzamento per la relazione dell’onorevole Pack, invitando altresì gli Stati membri dell’Unione a ratificare rapidamente l’accordo.

 
  
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  Jules Maaten, a nome del gruppo ALDE. – (NL) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, domani voteremo la risoluzione sull’accordo di stabilizzazione e di associazione tra l’Unione europea e la Bosnia-Erzegovina. Nell’avallare l’accordo, il nostro gruppo chiede che esso sia effettivamente usato per garantire le riforme e l’ammodernamento del paese in vari ambiti strategici.

La Bosnia non è pronta per l’adesione e non lo sarà per molto tempo a venire. Relativamente alla forma di governo e alla giurisdizione, c’è ancora molto da fare nel paese; si deve inoltre prestare maggiore attenzione all’obiettivo di rintracciare e condurre davanti alla giustizia i criminali di guerra, come pure alla lotta contro la corruzione e la criminalità internazionale. Come già detto qui varie volte, gli aspetti più urgenti da affrontare riguardano però le strutture interne, la burocrazia e la cooperazione a livello interno.

Confesso che, in occasione della mia recente visita a Sarajevo, sono rimasto profondamente scioccato dall’irresponsabilità da parte dei politici nazionali; anche il commissario ha toccato la questione poc’anzi, mentre l’onorevole Pack vi ha dedicato molta attenzione nella sua ottima relazione.

Si ha l’impressione che tutti i problemi che attualmente affliggono il paese siano di origine esterna e che quindi tutte le soluzioni dovrebbero arrivare dal resto del mondo. Sembra che la partita di ping-pong in corso nel paese – a vari livelli e in diverse dimensioni – sia imputabile al solo mondo esterno, il quale dovrebbe quindi decretare la fine dei giochi. Ma le cose non stanno così: rimettere in carreggiata la Bosnia e trovare un punto d’incontro comune sulla strada verso l’Europa non sta a cuore solo a noi, ma è anche nell’interesse della Bosnia.

Tengo ad affermare che considero positivi non solo gli sforzi di tutte le imprese, grandi e piccole, che si adoperano per un rilancio economico – ostacolato dalla mancanza di un mercato interno – ma anche l’impegno delle ONG, che cercano di fare sempre del proprio meglio. Altrettanto dicasi del contributo dell’Europa nel paese; mi riferisco alla presenza delle truppe europee, all’Alto rappresentante e al lavoro della Commissione. Penso che quest’ultima stia operando molto bene e posso quindi dirmi fiero di essere europeo.

 
  
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  Gisela Kallenbach, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare la relatrice per la collaborazione, come sempre di ottimo livello. La risoluzione deve inviare un segnale forte ai nostri partner in Bosnia-Erzegovina: un netto “sì” trasversale al processo d’integrazione europea in corso con un fermo riconoscimento dei progressi compiuti, ma un chiaro “no” a ulteriori tendenze nazionalistiche o addirittura separatiste, che servono a difendere le posizioni degli alti funzionari ma che vessano la popolazione.

Da anni qualsiasi serio programma di rimpatrio esiste solo sulla carta; in pratica, l’effettiva volontà politica di attuare tali programmi è minima. Il diritto e la possibilità di rimpatrio, i progetti di riconciliazione e i processi per i crimini di guerra a tutti i livelli rappresentano le condizioni sine qua non per l’obiettivo cui tutti aneliamo: lo sviluppo pacifico e democratico dello stato di diritto in questa parte d’Europa. Presupposto fondamentale è la sostituzione degli accordi di Dayton con una costituzione approvata dai membri democraticamente eletti del parlamento della Bosnia-Erzegovina, con il coinvolgimento della società civile e non con le macchinazioni tra i leader dei partiti.

Esorto la Commissione ad abbandonare la strada più battuta e a dare prova della massima flessibilità, consentendo un utilizzo più efficace e più mirato dei fondi comunitari. Rivolgo un ultimo appello agli Stati membri affinché ratifichino prima possibile l’accordo di stabilizzazione e di associazione, in modo da dimostrare la propria affidabilità.

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo UEN. (PL) Signor Presidente, è nostro dovere accelerare il processo di adesione della Bosnia-Erzegovina all’Unione europea. L’UE dovrebbe infatti sentirsi co-responsabile e accollarsi la colpa di essere rimasta in silenzio, adottando anzi iniziative inadeguate o vergognose o astenendosi dall’intervenire quando, negli anni ’90, il sangue scorreva nei Balcani, Bosnia-Erzegovina compresa, e a migliaia persero la vita. Ecco perché oggi dobbiamo aiutare la Bosnia-Erzegovina e agevolarne il cammino verso l’Unione, ben sapendo nel contempo che la strada verso Bruxelles è una salita irta di ostacoli a livello economico e nazionale. Pur non volendo scoraggiare Sarajevo, dobbiamo contemporaneamente tenere d’occhio le sue autorità. Dobbiamo dare il nostro beneplacito alla Bosnia, sperando che non si verifichino incidenti strada facendo e che non ci tocchi imporle qualche sanzione. Evitiamo di stabilire a priori che all’arrivo a Bruxelles vedremo la stessa Bosnia di sempre, e lasciamo ai popoli il diritto di decidere del proprio futuro.

 
  
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  Erik Meijer, a nome del gruppo GUE/NGL. – (NL) Signor Presidente, sedici anni dopo il crollo della Iugoslavia, la Bosnia-Erzegovina è ancora un protettorato con un tutore straniero e una presenza militare estera. Fra i tre popoli e i loro principali partiti politici manca il consenso sulla futura forma di governo; qualsiasi sforzo da parte dell’Unione europea per imporre una struttura del genere è fallito e continuerà a fallire in futuro. Serbi, croati e bosniaci debbono trovare la propria strada. Se si vuole tenere assieme questa Iugoslavia in formato tascabile, occorre trovare una soluzione federale o confederale, in cui tutti e tre i popoli siano sullo stesso piano e si assumano la responsabilità del governo e della propria zona.

Il nostro gruppo appoggia l’accordo di stabilizzazione e di associazione che, a nostro avviso, andava approvato molto prima e senza l’obbligo di una riforma amministrativa. In seno alla commissione per gli affari esteri, il nostro gruppo ha presentato emendamenti volti a individuare soluzioni a lungo termine a carico di ciascuna unità amministrativa, al fine di tutelare l’economia nazionale. Ciò garantirà un rapido ritiro dell’Unione europea da qualsiasi ambito nazionale. La maggioranza ha respinto queste soluzioni auspicando di rimanere in Bosnia; ciò significa che purtroppo il mio gruppo non può approvare l’esito finale della relazione Pack.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, mi permetta di iniziare con un commento generale: i due partiti olandesi che rappresento sono nettamente favorevoli alla prospettiva europea della Bosnia-Erzegovina.

Vorrei porre due domande a Consiglio e Commissione. Sabato scorso, un giornale olandese ha pubblicato un articolo dal titolo allarmante: “La Bosnia pronta a esplodere”; si tratta di un’intervista a un addetto ai lavori che è una vera e propria autorità in materia. Chiedo al Consiglio e alla Commissione se concordano con questa ipotesi preoccupante, secondo cui la Bosnia sarebbe sul punto di esplodere, anche in considerazione del fenomeno diffuso del possesso di armi nel paese.

La mia seconda osservazione è ancor più grave, direi. Da tempo mi dedico a letture sul fenomeno del salafismo e del radicalismo islamico in Bosnia-Erzegovina, suffragate dalle ricerche scientifiche condotte anche nel mio paese. Vorrei chiedere al Consiglio e alla Commissione se considerano la Bosnia come un rifugio e una base operativa per i radicali islamici nei Balcani e in Europa. Secondo gli esperti, le istituzioni europee ignorano del tutto questo grave problema e quindi serve cautela. Desidero sapere da voi come valutate il problema. Dopo tutto la situazione è alquanto grave: la Bosnia sta per aderire e la minaccia del radicalismo islamico si fa percettibile, a livello sia interno che esterno. I fondamentalisti sono attivi anche in paesi dell’Unione come Austria, Paesi Bassi e Scandinavia – non possiamo prenderli alla leggera. Gradirei sentire la vostra reazione in proposito.

 
  
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  Philip Claeys (NI). (NL) Signor Presidente, credo si debba procedere con estrema cautela, riconsiderando se sia opportuno proporre alla Bosnia-Erzegovina la prospettiva di aderire all’Unione. Poc’anzi si è detto che restano da soddisfare ancora molte condizioni.

Vorrei soffermarmi su un problema lampante: l’espansione del fondamentalismo islamico in Bosnia. E’ sempre più evidente che le reti salafite si sviluppano grazie al sostegno logistico e finanziario dell’Arabia Saudita. Queste reti non solo costituiscono una minaccia per la pace nel paese, ma mettono a repentaglio anche la sicurezza dell’intera Europa.

Vorrei quindi associarmi all’onorevole Belder chiedendo a Consiglio e Commissione di riferire sulle misure adottate per evitare la diffusione di eventuali reti terroristiche nell’Unione europea.

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, la conclusione dell’accordo di stabilizzazione e di associazione è senza dubbio un fatto positivo per entrambe le parti – Unione europea e Bosnia-Erzegovina – ma soltanto a determinate condizioni: che esso venga ratificato rapidamente e soprattutto che si attuino celermente le riforme, con particolare riguardo all’amministrazione del paese e al processo decisionale politico.

Come tutti sanno, da un lato gli accordi di Dayton hanno instaurato la pace e dall’altro, tenendo conto ancora della matrice etnica, hanno creato una struttura molto complessa con vari governi e parlamenti. In altre parole, ora nel paese ci sono dieci cantoni e servono circa 13 ministri degli Interni per approvare una legge in materia di asilo. A livello di complessità sarà difficile battere una simile struttura politica.

Tali difficoltà sono emerse durante la riforma delle forze di polizia. Ci sono voluti anni per rimuovere gli ostacoli e arrivare all’attuazione della riforma, che è una delle condizioni previe. Per me significa che la Bosnia-Erzegovina deve trovare la volontà di cooperare al di là dei limiti sinora imposti, nonché attuare le riforme a tutti i livelli.

A seguito della riforma della polizia, ora in Bosnia-Erzegovina c’è la possibilità di adottare vere precauzioni in relazione alla protezione delle frontiere, di decidere in merito a un regolamento sui visti e di coordinare al meglio la lotta contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e il narcotraffico.

La sicurezza e la stabilità sono essenziali affinché i cittadini credano nello Stato di Bosnia-Erzegovina. Ecco perché, a mio avviso, il paese deve superare le barriere interne ancora esistenti. Con l’accordo di stabilizzazione e di associazione l’Unione ha mostrato di essere pronta ad aiutare, ma ora i veri progressi devono provenire dal paese stesso.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE).(DE) Signor Presidente, anzitutto desidero porgere un sincero ringraziamento alla onorevole Pack per la sua relazione e soprattutto per il suo impegno. Vorrei inoltre respingere le ingiuste accuse mosse da alcuni deputati, secondo i quali la Bosnia-Erzegovina va considerata solo dal punto di vista della presunta o effettiva esistenza di reti terroristiche islamiche. E’ peraltro indicativo il fatto che l’onorevole collega che ha chiesto alla Commissione di riferire in merito abbia già lasciato l’Aula: è così che prende sul serio il problema.

Il commissario Rehn ha anche affermato che il 2009 potrebbe essere l’anno decisivo per i Balcani. Si spera che inizino le trattative con la Macedonia, che la Croazia concluda i negoziati, mentre Montenegro, Serbia e eventualmente Albania otterranno lo status di paese candidato. Resta allora da chiedersi che ne sarà della Bosnia-Erzegovina. Sarebbe davvero un peccato per le tante persone che si impegnano in quel paese se non dessimo loro l’opportunità di compiere un balzo in avanti.

Vorrei sottolineare le parole della relatrice Pack: il paese deve diventare capace di funzionare. Come già detto da alcuni onorevoli colleghi, il paese non deve diventare ostaggio di Dodik, di Silajdžić o di chiunque altro. Il punto di partenza, anche relativamente alle entità, deve essere lo status quo, fermo restando che occorre attuare le riforme. Si devono creare i presupposti affinché il paese possa entrare nell’Unione europea e va da sé che solo il paese nel suo insieme potrà aderire all’UE.

Per quanto concerne l’Alto rappresentante, non posso che concordare con quanto già affermato. La questione non è se il paese abbia ancora bisogno o no di qualcuno che provveda opportunamente ai preparativi per l’adesione; piuttosto, tale incombenza forse non spetta più all’Alto rappresentante, che va sostituito con un rappresentante speciale europeo. Questo è un compito che l’Unione europea deve assolvere con il sostegno del Parlamento, e in special modo della onorevole Pack e di altri, che continueranno a dedicarsi al paese. Ci renderemo presto conto che anch’esso ha la possibilità di aderire all’Unione.

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE).(SL) Considerando il ritorno dei rifugiati come una questione di importanza cruciale per tutti i paesi dei Balcani occidentali, sostengo pienamente gli emendamenti proposti dalla relatrice e dalla onorevole Ibrisagic sul ritorno dei profughi nella regione di Posavina.

Ciò vale anche per il ritorno dei profughi di qualsiasi comunità verso le altre zone della Bosnia-Erzegovina.

Se vogliamo che i nostri appelli e i nostri sforzi siano coronati da successo, servono anche misure aggiuntive e in particolare investimenti nella creazione di occupazione.

(EN) Troppe volte rifugiati e sfollati interni ritornano temporaneamente con un unico scopo: vendere i loro beni e andarsene altrove. Partono perché non hanno un’adeguata protezione sanitaria o una pensione, perché la situazione politica nella zona rimane tesa oppure perché vi sono ritardi nella procedura di depoliticizzazione, di riforma della polizia e di ripristino della sicurezza.

Si deve allontanare ed escludere dalle forze di polizia chiunque sia stato responsabile di crimini di guerra. Di qui l’iniziativa del gruppo ALDE di dichiarare l’11 luglio giornata internazionale della memoria per le vittime del genocidio di Srebrenica; la settimana scorsa la presidente dell’Associazione di madri delle enclave di Srebrenica e Žepa ha presentato il progetto di testo. Di questo abbiamo veramente bisogno per alleviare la loro situazione.

 
  
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  Johannes Lebech (ALDE).(DA) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio Jouyet, il futuro della Bosnia è in Europa; si deve provvedere alla creazione della pace e della stabilità nel paese in ragione della sua storia secolare. La strada da percorrere è ancora lunga, ma spesso un buon punto di partenza è rappresentato dai miglioramenti e dalla cooperazione nel trovare soluzioni a problemi quotidiani di ordine generale e pratico – come il commercio, la struttura delle forze di polizia e la fornitura di energia – nonché dalla possibilità di ridare una casa agli sfollati interni. E’ quindi importante investire nei giovani, i quali devono poter credere nel futuro del paese. Si devono garantire buone opportunità formative, tra cui la possibilità di tirocini pratici e teorici sia negli attuali Stati membri che nei paesi vicini. Ritengo essenziale che i giovani dei Balcani occidentali si considerino europei in quanto la soluzione per il futuro della regione dipende dal contesto europeo. Dal punto di vista dell’Unione dobbiamo essere pronti a favorire questo processo, ribadendo che il tutto va visto nell’ottica dell’adesione all’UE. L’accordo di stabilizzazione e di associazione è lo strumento da usare in questo percorso ma, per garantire il successo delle nostre speranze e della visione comune, i cittadini e i politici della Bosnia-Erzegovina devono essere una controparte attiva e positiva.

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vorrei unirmi al coro dei ringraziamenti che numerosi deputati hanno giustamente porto alla relatrice Pack, una collega che non spreca tempo ed energia, ma che davvero ha profuso molti sforzi in questo ambito. Mi associo alla relatrice Pack e a coloro che hanno constatato i progressi compiuti anche nel settore della cooperazione di polizia, il cui ruolo è essenziale per far sì che 0la vita in quelle terre torni a scorrere su binari normali.

Ritengo comunque necessario continuare a far presente ai nostri omologhi in Bosnia-Erzegovina che essi – sia a titolo personale che a nome della propria istituzione – debbono fare ancora tanto e di più in molti ambiti. La volontà di stabilire una cooperazione a livello interno tra gruppi etnici è una componente che dobbiamo ricercare continuamente, perché vogliamo evitare che ognuno vada per la sua strada. Altrettanto importante è il coinvolgimento nella cooperazione regionale nei Balcani occidentali.

 
  
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  Pierre Pribetich (PSE).(FR) Signor Presidente, in passato Sarajevo era una delle città europee più cosmopolite, il simbolo di una Bosnia aperta e popolata da musulmani, serbi e croati.

Nel frattempo il nazionalismo ha colpito alla cieca, massacrando uomini e donne e distruggendo in modo indiscriminato simboli culturali come la ricca biblioteca di Sarajevo – vittima della follia degli uomini. Ciò accadeva sedici anni fa.

Mi permetto di ricordare quei tragici fatti con la finalità di valutare i progressi compiuti, ricostruendo il contesto del lungo percorso verso l’accordo di stabilizzazione e di associazione. Tutti dovrebbero quindi rallegrarsi della situazione, malgrado rimangano ancora 2 500 soldati EUFOR e nonostante il risultato delle elezioni amministrative del 5 ottobre rifletta il dominio dei partiti nazionalisti in un paese ancora segnato dalla paura che a prevalere sia l’altra comunità.

Il gesto compiuto oggi pomeriggio dal Parlamento europeo ispira fiducia e lascia presagire un futuro allentamento delle tensioni, una riscoperta della diversità culturale e la volontà di accogliere i popoli che la rappresentano. Quel che dobbiamo serbare oggi è un messaggio di speranza, senza mai dimenticare le parole proferite in Aula dal presidente Mitterand: “il nazionalismo è sinonimo di guerra”.

 
  
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  Metin Kazak (ALDE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi compiaccio per la firma dell’accordo in quanto esso contribuisce alla stabilità politica ed economica non solo del paese, ma di tutti i Balcani. La Bosnia-Erzegovina ha vissuto un’orribile guerra interetnica, mentre la Bulgaria viene portata ad esempio nei Balcani per la saggezza della sua società civile, che ha reso possibile la riconciliazione. Il ruolo dell’istruzione è tutt’altro che insignificante. E’ quindi necessario che le autorità bosniache si dedichino all’insegnamento della pace; promuovendo inoltre il dialogo interculturale e interreligioso al fine di prevenire i conflitti tra i rifugiati, le persone che fanno ritorno nel paese e la popolazione locale.

E’ fondamentale ridurre il tasso di disoccupazione, dando maggiore importanza ai programmi di formazione, nonché arrestare la fuga di cervelli tra i giovani. La cooperazione regionale è estremamente importante quando si vuole integrare uno Stato nelle strutture europee; prioritario è anche il miglioramento delle infrastrutture. Credo che la creazione di una zona di libero scambio possa risultare utile nel preparare il paese all’adozione degli standard europei.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE). (LT) Poiché sono stato in Kosovo poco tempo fa, vorrei proporvi un parallelo tra la situazione in quel paese e quanto avviene in Bosnia-Erzegovina. Come sappiamo, l’Unione europea e la maggior parte degli Stati membri hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, ma la situazione nel paese rimane assai difficile, specie nella regione settentrionale. Esistono strutture parallele e condizioni che non permettono alle forze dell’ordine di operare. Poiché si sente sempre più parlare di una possibile divisione del Kosovo, vorrei sapere dal ministro e dal commissario se pensano che la situazione in Kosovo rispecchi o no quella della Bosnia-Erzegovina. Se non si riuscissero a ricomporre i pezzi del frammentato modello statale della Bosnia-Erzegovina, che cosa sarebbe pronta a fare l’Unione europea?

 
  
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  Gisela Kallenbach (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, vorrei cogliere l’occasione per porre al commissario Rehn un’altra domanda. Ci può aggiornare in merito allo stato dei finanziamenti per la smilitarizzazione, il disarmo e la distruzione legale delle armi in eccedenza?

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. − (FR) Signor Presidente, signor Commissario Rehn, onorevoli deputati, vi ringrazio per questo ricco e interessante dibattito. Porgo ancora una volta i miei ringraziamenti alla relatrice, che si è dimostrata molto attiva e che ha un’ottima conoscenza della regione. Ci serve la collaborazione della onorevole Pack, che si è recata spesso in loco per ascoltare più di altri quel che i leader locali hanno da dire, e che è impegnata nel ravvicinamento all’Unione ma senza fare concessioni in termini di valori.

Come ho già dichiarato, il Consiglio condivide la sua preoccupazione circa la situazione politica in Bosnia-Erzegovina tratteggiata dai vari oratori. Come sottolineato poc’anzi, il paese si trova a un bivio, invischiato in una polemica sui rapporti tra lo Stato centrale e le entità e sul percorso che lo porterà nell’Unione europea. I dirigenti politici devono assumersi la piena responsabilità dello sviluppo del paese e garantire in tal modo il consolidamento della stabilizzazione nell’intera regione.

In proposito, desidero rispondere alla domanda che mi è stata posta: a livello di sicurezza, la situazione resta calma; né l’indipendenza del Kosovo né l’arresto di Karadzic hanno scosso il paese. Essendo ormai passata la scadenza delle elezioni amministrative del 5 ottobre, l’Unione europea deve esercitare pressioni affinché la Bosnia-Erzegovina si concentri sull’agenda europea.

Assolutamente giusta è la risposta dell’onorevole Swoboda a certi raffronti superficiali tra la minaccia terrorista e il carattere multietnico della Bosnia-Erzegovina; quest’ultimo rappresenta anzi la ricchezza del paese, nonché il potenziale contributo all’Unione europea. Guardando al futuro, dobbiamo fare attenzione a evitare che l’Unione venga accusata di aver abbandonato la Bosnia-Erzegovina. In proposito, vorrei rassicurare l’onorevole Czarnecki: l’Unione deve emettere un verdetto sul futuro dell’Ufficio dell’Alto rappresentante, con la consapevolezza di volerne evitare sia una chiusura prematura e incondizionata sia una proroga artificiosa.

Relativamente al futuro dell’operazione militare EUFOR-Althea, l’Unione non può prorogarla per sempre, ma dovrà piuttosto riorganizzarla a seguito della discussione tra i ministri degli Esteri in occasione del Consiglio del prossimo 10 novembre.

In conclusione, rispondendo a diversi oratori, vorrei precisare che la situazione in Bosnia-Erzegovina va vista nel suo contesto regionale. Il nostro obiettivo è consentire all’intera regione di progredire verso un avvicinamento all’Unione europea e, a tale proposito, è d’uopo segnalare vari sviluppi positivi.

E’ positivo che la Croazia sia entrata in una fase attiva dei negoziati. Il fatto che la Serbia abbia finalmente un governo disposto a stringere legami più stretti con l’Unione europea – che ha ribadito il proprio impegno con l’arresto di Karadzic – è un elemento assolutamente positivo e degno di plauso.

I leader bosniaci devono stare attenti a non rimanere ai margini di questi sviluppi, pensando solo a regolare i conti ereditati dalle guerre del passato. Come il vicepresidente McMillan-Scott, anch’io avevo avuto modo di ascoltare il discorso pronunciato in Aula dal presidente Mitterrand e ne ricordo le parole; quel che conta è superare i conflitti nel nome degli stessi principi allora enunciati dal presidente Mitterrand.

L’obiettivo delle riforme richieste dall’Unione europea, infine, non è solo consentire al paese di consolidare i legami con l’Unione, ma soprattutto garantire che tutta la sua popolazione benefici dei progressi che cerchiamo di stimolare. Sono totalmente d’accordo con l’onorevole Maaten: possiamo andare orgogliosi di essere europei, orgogliosi di quel che la Commissione e le altre istituzioni fanno per aiutare la Bosnia-Erzegovina a percorrere l’unica strada sensata, cioè quella del ravvicinamento ai valori dell’Unione europea!

 
  
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  Olli Rehn, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, innanzi tutto vorrei ringraziarvi per questa discussione molto concreta e responsabile sulla situazione politica in Bosnia-Erzegovina. Voglio anche ringraziarvi per l’ampio e forte appoggio alla conclusione dell’accordo di stabilizzazione e di associazione, che risulta essenziale sia per lo sviluppo economico e la stabilità politica del paese in questione, sia per i suoi obiettivi europei.

Dalla discussione odierna emergono due aspetti specifici su cui vorrei soffermarmi ulteriormente. Il primo è lo stato di diritto e la sua importanza nel sostenere l’intera società e la sua economia. Lo stato di diritto e la certezza giuridica sono i pilastri del modello europeo, mentre per la Bosnia-Erzegovina rappresentano un altro tallone d’Achille.

Malgrado i progressi da noi già riconosciuti, la criminalità organizzata e la corruzione affliggono ancora il paese, che dovrebbe quindi affrontare tali sfide con una certa urgenza.

In secondo luogo, sappiamo tutti che la riforma costituzionale è sia necessaria che delicata. A nome della Commissione posso dire che, al posto di una rivoluzione, ci aspettiamo un’evoluzione costituzionale da attuare nel rispetto degli accordi di pace di Dayton e Parigi. La Commissione, pur non avendo approntato un piano per un certo tipo di riforma costituzionale in Bosnia-Erzegovina, è comunque parte interessata nella sua veste di rappresentante dell’Unione europea.

Siamo parte interessata in questa riforma costituzionale poiché è assolutamente essenziale che la Bosnia-Erzegovina, come futuro Stato membro o paese candidato, sia in grado di interloquire con una sola voce con l’Unione e nell’Unione. Il paese ha bisogno di un apparato statale e istituzionale efficiente e funzionante, che sia in grado di attuare e di far rispettare le normative europee su tutto il suo territorio. Questo è quel che i suoi cittadini vogliono e si meritano.

Spetta ai responsabili politici e ai cittadini del paese decidere che tipo di costituzione adottare, ma vi posso assicurare che la Commissione è pronta ad agevolare la riforma costituzionale offrendo sia conoscenze giuridiche e costituzionali che assistenza finanziaria.

In poche parole, oggi la Bosnia Erzegovina ha un bisogno urgente di superare l’attuale stallo politico e di avvicinarsi seriamente all’Unione europea. Noi non possiamo farlo per loro, ma possiamo dire chiaramente ai cittadini e ai leader del paese quel che ci aspettiamo da loro, assicurando nel frattempo il nostro sostegno. La Commissione continuerà quindi a collaborare con la presidenza, con l’Alto rappresentante Solana, con il Parlamento europeo e con tutti gli altri partner e soggetti interessati a rafforzare il nostro impegno, affinché il 2009 possa comunque essere l’anno non solo dei paesi dei Balcani occidentali, ma anche dei progressi della Bosnia-Erzegovina verso l’Unione europea.

 
  
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  Doris Pack, relatore. − (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, vorrei ricordare all’onorevole collega che ha già lasciato l’Aula e all’onorevole Belder che occorre essere cauti. Non dovremmo circoscrivere le minacce terroristiche alla sola Bosnia-Erzegovina. Si può amplificare il problema, ma simili esagerazioni fanno solo il gioco di estremisti e nazionalisti. Dobbiamo tenere presente che è proprio questo il genere di esagerazioni che Milosevic ha sfruttato, come ha fatto con tutto il resto.

Il cammino verso l’Unione europea richiede tra l’altro determinazione nella lotta contro corruzione e criminalità organizzata, la trasparenza del processo di privatizzazione e la creazione di un mercato comune che comprenda anche l’energia. Soltanto i politici che lo vogliono davvero e che agiscono di conseguenza si meritano la fiducia dei loro cittadini e dell’Unione europea; agli altri dobbiamo mostrare ogni tanto un cartellino rosso, perché è l’unico segnale che percepiscono.

Talvolta temo che la Bosnia Erzegovina, una volta giunta al bivio menzionato dal commissario Rehn, possa scegliere la strada dell’isolamento. Come diceva l’onorevole collega Swoboda, molto probabilmente i paesi confinanti con la Bosnia-Erzegovina taglieranno il traguardo prima; è quindi nostro dovere aiutare la Bosnia-Erzegovina a trovare la strada giusta e ad aderire all’Unione europea, una volta che avrà soddisfatto le condizioni. La stabilità della Bosnia-Erzegovina – paese al centro dell’Unione – coincide con la nostra stabilità.

Talvolta mi auguro che i politici della Bosnia-Erzegovina trascorrano qualche notte insonne a pensare al proprio paese, proprio come capita a me; magari così farebbero qualcosa di buono.

 
  
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  Presidente. − Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del regolamento. (1)

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 23 ottobre 2008.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Dragoş Florin David (PPE-DE), per iscritto.(RO) Prima di tutto desidero congratularmi con la relatrice Pack per gli sforzi profusi nell’arduo compito di elaborare la presente proposta di risoluzione. L’accordo di stabilizzazione e di associazione tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da un lato, e la Bosnia-Erzegovina, dall’altro, è la riprova della determinazione dell’Unione nel continuare a svolgere un ruolo importante nella regione balcanica, contribuendo alla sua stabilità politica, economica e sociale.

L’accordo apre alla Bosnia-Erzegovina una nuova prospettiva di sviluppo economico e soprattutto nuove opportunità d’integrazione europea, assicurando alla regione non solo la stabilità, ma anche l’apertura degli scambi economici, e segnando così un passo importante verso l’integrazione nel mercato europeo.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE-DE), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la recente firma dell’accordo di stabilizzazione e di associazione con la Bosnia-Erzegovina. L’allargamento dell’Unione verso i Balcani occidentali è un’altra tappa cruciale per riunificare l’Europa e per assicurare che nella regione non si ripetano più escalation di violenza.

Esorto quindi le autorità della Bosnia-Erzegovina a proseguire le riforme in maniera coerente e trasparente, al fine di garantire una rapida integrazione nell’Unione europea.

Mi preoccupano i tentativi di taluni politici locali di destabilizzare il paese e invito l’Unione a dimostrare volontà politica e impegno nei confronti della Bosnia-Erzegovina per evitare eventuali conflitti etnici o religiosi.

Considerando che l’ottenimento di un visto per l’UE rappresenta ancora un grande problema per i cittadini della Bosnia-Erzegovina, invito la Commissione a proseguire il dialogo e a adoperarsi per l’attuazione della tabella di marcia volta a istituire non appena possibile un regime di esenzione dal visto con la Bosnia-Erzegovina. Propongo agli Stati membri di ridurre al minimo gli ostacoli burocratici esistenti per l’ottenimento del visto, nonché di creare un sistema semplificato per il rilascio dei visti a studenti e membri della società civile.

 
  
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  Dumitru Oprea (PPE-DE), per iscritto.(RO) Quando si parla della Bosnia, in realtà si apre un’altra pagina dolorosa della storia della penisola balcanica. La guerra in Bosnia ha distrutto più del 75 per cento del paese, causando oltre 200 000 morti e 1,8 milioni di profughi.

La firma dell’accordo di associazione e di stabilizzazione con l’Unione arriva tredici anni dopo la fine della guerra. “L’accordo apre la porta a un futuro prospero per i cittadini della Bosnia-Erzegovina e nel contempo invita i politici bosniaci a lasciarsi alle spalle il passato e ad andare avanti”, ha affermato una volta Sven Alkalaj, ministro degli Esteri del paese. I motivi per andare avanti non mancano; basti pensare a Sarajevo e ai suoi Giochi olimpici invernali del 1984, al vecchio ponte di Mostar, dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, alle cascate di Kravica, al parco nazionale di Sutjeska o alle montagne di Jahorina e Bjelasnica, dove si erano svolte alcune gare olimpiche. Pur vantando tante località degne di una visita, la Bosnia-Erzegovina è un paese che deve soprattutto accelerare le sue riforme statali e garantire un accesso non discriminatorio.

 
  
  

PRESIDENZA DELLA ON. WALLIS
Vicepresidente

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.

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