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Procedura : 2008/2156(INI)
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Ciclo del documento : A6-0420/2008

Testi presentati :

A6-0420/2008

Discussioni :

PV 17/11/2008 - 21
CRE 17/11/2008 - 21

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PV 18/11/2008 - 7.16
CRE 18/11/2008 - 7.16
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P6_TA(2008)0543

Discussioni
Lunedì 17 novembre 2008 - Strasburgo Edizione GU

21. Bilancio di un decennio di unione economica e monetaria e sfide future (discussione)
Video degli interventi
PV
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  Presidente. - L’ordine del giorno reca la discussione sui primi dieci anni dell’unione economica e monetaria e sulle sfide future. A tale proposito, rivolgo al primo ministro e ministro delle Finanze del Lussemburgo, nonché presidente dell’eurogruppo Juncker un calorosissimo benvenuto qui al Parlamento europeo.

(Applausi)

E naturalmente, è per me un piacere accogliere anche il commissario competente Almunia.

 
  
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  Pervenche Berès, relatore. − (FR) Signor Presidente, signor Presidente dell’eurogruppo, signor Commissario, credo che questo sia un momento importante e che l’argomento di cui stiamo per discutere tocchi molto da vicino tutti i cittadini europei.

Penso, e tutti oggi ne sono convinti, che l’euro sia il nostro capitale più importante, il nostro investimento migliore. E’ giunto il momento di fare un bilancio, ma facendo il bilancio in un periodo di crisi dobbiamo chiaramente trovare gli strumenti per rimettere le cose in movimento. In quale situazione ci troveremmo adesso se non ci fosse l’euro? Senza l’euro, oggi l’Islanda sarebbe più o meno come l’Irlanda, o, piuttosto, l’Irlanda assomiglierebbe all’Islanda.

Abbiamo riaperto le discussioni in questo periodo di crisi perché tutti si sono resi conto del fatto che l’euro ha avuto un ruolo essenziale ai fini della nostra capacità di resistere agli eventi non soltanto in tempi normali ma anche in tempi di crisi.

Signor Commissario, la ringrazio per la sua capacità di previsione, perché quando lei venne qui a portarci questo documento, nel maggio 2008, nessuno comprese quanto esso si sarebbe rivelato utile e necessario, né in quale misura esso avrebbe sostenuto un lavoro di vitale importanza mirato a guardare al futuro e a metterci in grado di affrontare questa crisi sulla base di quel solido fondamento che è l’euro.

So tuttavia benissimo che, durante la sua discussione con i ministri dell’Economia e delle Finanze, essi avevano improvvisamente la mente altrove, improvvisamente pensavano ad altre questioni alle quali non stavano prestando attenzione: ai mercati finanziari. Lei deve ricordare loro che, per poter uscire in futuro dalla situazione di crisi in cui ci troviamo, dovranno assolutamente fare due cose.

Dovranno riequilibrare l’unione economica e monetaria. Abbiamo visto che ciò è stato fatto per gestire la crisi sui mercati finanziari, vediamo che ciò viene fatto oggi per gestire la crisi in corso nell’economia reale. La politica monetaria può fare molto, introducendo liquidità per aiutare i mercati a funzionare e abbassando i tassi per cercare di stimolare gli investimenti. Ma questo è tutto! Al di là di queste misure, diventa compito dei governi attivarsi per salvare le banche, scoprire i titoli tossici e, in futuro, stimolare l’attività economica all’interno dell’Unione europea.

E’ quindi ora che i ministri dell’Economia e delle Finanze applichino il trattato, che insegna loro a gestire la rispettiva politica economica come una politica di interesse comune. Su questa base, signor Commissario, rilanci la discussione al Consiglio Ecofin, esiga quel piano d’azione che ha proposto loro e si riallinei sulle nostre posizioni alle luce delle proposte, delle nostre proposte, che lei avrà approvato, di modo che, in futuro, l’euro possa effettivamente contribuire alla crescita e all’occupazione.

Sul punto della politica monetaria, rispettiamo, ovviamente, l’indipendenza della Banca centrale, però rispettiamo anche il trattato nel suo complesso, il cui articolo 105 prevede che la Banca centrale debba perseguire, oltre alla stabilità dei prezzi, anche gli altri obiettivi dell’Unione. C’è bisogno che lo ricordi? C’è bisogno che dica che, domani, possiamo aprire anche una nuova discussione? No, non ce n’è bisogno, e di questo, infatti, non si parla nella nostra relazione; non sarà tuttavia il caso di avviare una discussione sull’opportunità di inserire l’obiettivo della stabilità del mercato finanziario tra le finalità della politica monetaria? Giro a lei questa domanda.

E’ evidente che non miglioreremo l’operatività dell’unione economica e monetaria se non terremo in maggiore considerazione il rapporto tra l’economia reale e i mercati finanziari. Oggi paghiamo il prezzo di essercene dimenticati.

Per quanto riguarda l’allargamento, questa crisi sta riaprendo le condizioni della discussione, però credo che dobbiamo restare rigorosi. E’ più facile riformare prima di aderire all’euro che dopo, anche se si tratta di un compito molto arduo. Signor Commissario, l’idea chiave della sua relazione è che le differenze che sono emerse durante la gestione della zona euro sono motivo di preoccupazione e sono più grandi di quanto pensassimo inizialmente.

Pertanto, come Parlamento europeo la invitiamo a dotare l’Unione europea di strumenti che le consentano di mantenere la qualità della spesa pubblica, per vedere come reagiscono gli Stati membri e garantire che questa non sia una semplice discussione sulle soglie, in cui si può parlare soltanto di questioni generali ma non della qualità della spesa pubblica, che è di competenza dei ministri dell’Economia e delle Finanze.

Signor Commissario, nel piano d’azione che ci sta proponendo dovrebbe rivolgersi, a nostro parere, anche agli Stati membri e chiedere loro oggi di rivedere i propri piani. I programmi di riforma nazionali non tengono conto, attualmente, delle più recenti previsioni da lei fornite.

Se vogliamo prendere sul serio il coordinamento della politica economica comune, questi piani devono essere riesaminati alla luce delle previsioni di crescita che lei ci ha presentato e che sono state appoggiate e confermate dal Fondo monetario internazionale e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici.

Infine, tra le proposte che stiamo formulando vorrei richiamare la vostra attenzione sulle questioni attinenti alla rappresentanza esterna della zona euro. Siamo rimasti passivi troppo a lungo. L’euro ci ha protetti; però, oltre che proteggerci, esso ci deve ora mettere in condizione di essere un attore rilevante sulla scena internazionale, di modo che non siamo più soltanto un elemento fluttuante in una discussione tra le altre grandi potenze in campo monetario. Noi siamo una grande potenza monetaria, dobbiamo accettare appieno le conseguenze di questo fatto, che è anche oggetto di una discussione coerente e concertata in seno al Consiglio dei ministri.

Come Parlamento europeo siamo più che disposti a fare la nostra parte in tale contesto, come lei ben sa.

 
  
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  Werner Langen, relatore. – (DE) Signor Presidente, do il benvenuto ai rappresentanti della zona euro, il primo ministro e il commissario per gli Affari economici e monetari. Facendo un bilancio complessivo, possiamo dire che, nei suoi primi dieci anni, l’euro è stato un assoluto successo. Non tutto è andato alla perfezione; però, soprattutto durante la recente crisi dei mercati finanziari, le istituzioni hanno dimostrato il proprio valore. Grazie alla cooperazione istituzionale all’interno della zona euro, è stato possibile adottare le decisioni rapidamente, attuarle prontamente e, soprattutto, presentarle come un modello per tutti i 27 Stati membri.

Abbiamo sottoposto una relazione che contiene 61 punti dettagliati, comprese una valutazione del passato e prospettive per il futuro. Vorrei ora approfondire certi aspetti riguardanti le previsioni per il futuro che l’onorevole Berès ha già citato. Al di là di tutte le risposte positive all’euro, rimane l’interrogativo su ciò che succederà adesso. La zona euro e la Banca centrale europea sono preparate ad affrontare le sfide future? Ci sarà senz’altro una sfida o un’altra che dovrà essere analizzata. Mi permetto di ricordarvi le differenze di sviluppo della competitività nella zona euro, perché il segreto sta nel fatto che, pur avendo una politica monetaria centrale, abbiamo politiche finanziarie e di bilancio locali. Il patto di stabilità e di crescita può fungere da interfaccia tra questi due livelli soltanto se gli Stati membri sono disposti a rispettarlo, ad accettarne le condizioni e a dar prova della necessaria disciplina. Il patto di stabilità e di crescita sta quindi affrontando la sua prima prova importante, nel senso che deve gestire la crisi finanziaria. Secondo me, esso ha la necessaria flessibilità, e anche se, in ogni caso, ci possono essere eccezioni temporanee in casi estremi, il patto in quanto tale non può tuttavia essere semplicemente accantonato.

L’altro interrogativo è ciò che accadrà in futuro riguardo al debito. Il pacchetto destinato ai mercati finanziari è stato preparato rapidamente, i governi sono passati all’azione e abbiamo dato prova – anche la Commissione lo ha fatto – di saper agire in tempi di crisi. Resta tuttavia da chiedersi se vogliamo adesso rinunciare ai principi che hanno contribuito alla stabilità dell’euro o se riusciremo a svilupparli e conservarli.

A ciò si aggiunge la miriade di proposte che abbiamo avanzato e che, a causa del poco tempo di parola che stranamente mi è stato concesso, non posso elencare e non elencherò. Il fatto è che, comunque, abbiamo bisogno di una rappresentanza esterna dell’euro più autorevole e unita, e in proposito condividiamo appieno la posizione del primo ministro lussemburghese e presidente dell’eurogruppo. Mi ha sorpreso che egli, nella sua veste di presidente dell’eurogruppo, non sia stato invitato al recentissimo vertice di Washington. Lo dico in tutta sincerità, perché questo fatto è nettamente in contrasto con tutti gli sviluppi positivi che ci sono stati. Naturalmente vogliamo che anche il Parlamento europeo sia coinvolto in maniera adeguata. All’ordine del giorno c’è un punto di cui abbiamo discusso a lungo, cioè se basti aumentare il coordinamento della politica finanziaria e di bilancio o se, come sostiene la Francia, ciò non sia sufficiente e si debba, invece, creare una forma istituzionale di un “governo dell’economia” – un’idea molto controversa in Germania. Qual è la strada giusta da percorrere? Per il mio gruppo, la risposta è chiara: non abbiamo bisogno di un governo dell’economia, abbiamo bisogno piuttosto di maggiore coordinamento, anche per quanto attiene al mix politico concordato. Ma è necessario anche che gli Stati membri diano prova della necessaria disciplina, perché in caso contrario l’euro potrebbe trovarsi in difficoltà sul lungo periodo – e nessuno lo vuole.

Ringrazio vivamente tutti coloro che hanno responsabilità in questo campo. Il Parlamento è pronto a collaborare strettamente; siamo certi che questa relazione ci consentirà di dare il tono giusto alle questioni in esame.

 
  
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  Joaquín Almunia, membro della Commissione. (ES) Signor Presidente, signor Presidente dell’eurogruppo, onorevoli deputati, devo prima di tutto ringraziare, a nome della Commissione, i due relatori, gli onorevoli Berès e Langen, e tutti coloro che hanno contribuito a questa eccellente relazione.

La qualità della relazione sul decimo anniversario dell’unione economica e monetaria merita ogni apprezzamento. La collaborazione tra i gruppi, a dimostrazione del grado elevato di coesione all’interno del Parlamento europeo, è anch’essa degna di nota. Questo è un ulteriore punto di forza, un altro elemento positivo dell’unione economica e monetaria, sia nel presente che nel futuro.

L’unione economica e monetaria esiste da un decennio. Tale constatazione è stata il punto d’avvio della nostra analisi, oltre che il punto di partenza della relazione della Commissione; è stata altresì all’origine della comunicazione della Commissione che ho avuto l’onore di illustrarvi il 7 maggio. Il decimo anniversario dell’unione economica e monetaria ricorre tuttavia in un momento caratterizzato da una situazione economica straordinariamente difficile e complessa, il che ci permette di analizzare l’unione economica e monetaria sotto il profilo dell’utilità dell’euro, la nostra moneta unica, il simbolo della nostra integrazione, ai fini del superamento di questa situazione, che rappresenta una novità assoluta per la nostra esperienza.

La conclusione che possiamo trarre è che i primi dieci anni dell’euro sono stati molto positivi, così come è positivo il giudizio sull’utilità dell’unione economica e monetaria per affrontare la situazione attuale. Stiamo vivendo tempi difficili, ma abbiamo a nostra disposizione uno strumento eccezionalmente utile per vanire a capo delle difficoltà presenti.

Le conclusioni dell’analisi presentate nella comunicazione che vi ho illustrata il 7 maggio e le conclusioni della vostra relazione devono essere tradotte in pratica, se vogliamo che questo strumento possa essere utilmente impiegato nella fase attuale. Sono d’accordo con i due relatori sul fatto che il coordinamento rappresenta un fattore decisivo.

Alla riunione di Washington dello scorso fine settimana si è parlato anche di coordinamento. Senza il coordinamento, non possiamo affrontare la situazione attuale in modo efficace. Nessuno può risolvere i propri problemi economici in una situazione come questa senza coordinare le diverse politiche economiche. Un tanto è emerso con evidenza qualche settimana fa, quando ci siamo trovati di fronte al rischio di un collasso del sistema finanziario. Ed è evidente anche che ora dobbiamo affrontare la prospettiva di una recessione nella maggior parte delle nostre economie, in un momento in cui, per la prima volta nella nostra vita, corriamo persino il rischio di deflazione.

Occorre coordinare le politiche di bilancio. Nella relazione sull’unione economica e monetaria si afferma la necessità di aumentare i controlli sui bilanci e di ampliare le modalità di coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio, come osservava prima l’onorevole Langen. Ma non dobbiamo perdere di vista la questione della sostenibilità, come ha ricordato l’onorevole Berès, la qualità delle finanze pubbliche e il fatto che con il patto di stabilità e di crescita abbiamo un sistema normativo che è stato rivisto nel 2005. Quella revisione si sta ora rivelando molto utile, perché in tempi di ripresa economica ci ha permesso di fare passi avanti sotto il profilo del consolidamento fiscale. L’area dell’euro ha concluso il 2007 quasi in pareggio, con un disavanzo dello 0,6-0,7 per cento per la prima volta nella sua storia; ma questo significa che ora abbiamo sufficiente flessibilità affinché la nostra politica fiscale possa realmente contribuire a sostenere la domanda, come dovrebbe fare anche la nostra politica monetaria.

Le conclusioni della nostra relazione sono particolarmente utili adesso, alla luce della necessità di collegare le politiche di bilancio con le riforme strutturali. In proposito, sono d’accordo con l’onorevole Berès: dobbiamo rivedere e adattare i programmi nazionali di Lisbona, i programmi di riforma nazionali, e dobbiamo rivedere anche i programmi di stabilità e convergenza degli Stati membri, adattandoli alla situazione attuale. Ne discuteremo nei mesi prossimi e per questo motivo la Commissione, come sapete, presenterà il 26 novembre un piano d’azione che comprende obiettivi, strumenti, politiche e impegni. Il piano segnalerà l’esigenza di adattare i programmi nazionali per unificare le politiche nazionali e portarle su un piano di convergenza e coerenza con la strategia, le politiche e gli strumenti europei. Concordo con lei e con la relazione laddove dice che occorre potenziare la dimensione esterna dell’euro e dell’unione economica e monetaria.

Come il presidente Juncker ben sa, noi dobbiamo avere una strategia nei confronti delle organizzazioni multilaterali e gli altri attori principali, per poter difendere i nostri interessi, ossia la nostra moneta e l’unione economica e monetaria, e, di conseguenza, per difendere anche gli interessi economici dell’Unione europea.

Questa strategia deve fondarsi su principi e priorità, ma anche su strumenti idonei a promuovere azioni che ci consentano di parlare con una voce sola, rafforzando così l’influenza di ciascun europeo e, in particolare, dell’area euro. Anche questa è una questione di governance. Approvo pienamente molti degli aspetti della governance che avete inserito nella vostra relazione e mi auguro che i ministri delle Finanze li apprezzeranno anch’essi, durante la riunione del Consiglio Ecofin e nell’eurogruppo.

Mi avvio a concludere. Nel suo intervento l’onorevole Berès ha detto che il commissario e la Commissione dovrebbero richiamare nuovamente l’attenzione dei ministri delle Finanze sulle conclusioni di questa relazione. Un personaggio di Molière dice che pensava di aver parlato in versi, ma in realtà aveva parlato in prosa senza rendersene conto. Credo che le discussioni che si stanno tenendo a livello di ministri nell’eurogruppo sotto la presidenza del primo ministro Juncker, nel Consiglio Ecofin e a Washington siano perfettamente in linea con le priorità e l’esigenza di coordinamento indicati nella relazione della Commissione e nella vostra relazione, anche se qualcuno probabilmente non ne è consapevole.

(Applausi)

 
  
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  Jean-Claude Juncker, presidente dell’eurogruppo. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevole Berès, onorevole Langen, onorevoli deputati, desidero anzitutto complimentarmi con i vostri due relatori per il documento che vi e ci hanno sottoposto, un testo che stiamo leggendo e discutendo. La relazione è corretta e talmente ampia che, ne sono certo, ci terrà molto occupati anche nei mesi a venire.

Condivido l’analisi illustrata nella relazione degli onorevoli Berès e Langen sulla valutazione del primo decennio della moneta unica. Non c’è nulla da aggiungere né da togliere rispetto a quanto i relatori scrivono nel loro documento. Inoltre, la relazione ha il sostegno della grande maggioranza del Parlamento, perlomeno sui punti sui quali la Commissione ha espresso il proprio parere. Rilevo che l’entusiasmo del Parlamento europeo per la moneta unica è molto più spiccato oggi di quanto lo fosse una dozzina di anni fa, o anche dieci anni fa, e non possiamo che esserne felici.

Per quanto riguarda le divergenze economiche, le discrepanze tra le riforme strutturali e le differenze nella gestione delle finanze pubbliche, vorrei osservare prima di tutto che non ho capito cosa la relazione intendesse esprimere laddove afferma che i risultati non sono pari alle aspettative che c’erano al momento dell’introduzione della moneta unica. Non ho notizia di alcuna relazione quantitativa sulle divergenze tra i singoli Stati membri della zona euro. Dato che una simile relazione non esiste, non può che trattarsi di un commento di circostanza, che non ho compreso. Condivido, invece, il parere che queste divergenze tendono, talvolta, ad aumentare; finora non hanno minacciato la coesione della zona euro, ma, se dovessero persistere, potrebbero tuttavia minarla a lungo termine.

Quanto al resto, sotto questo profilo dovremmo essere lieti che l’Europa – l’Unione europea in generale e l’eurogruppo in particolare -, che oggi si trova ad affrontare una delle peggiori crisi mai viste negli scorsi decenni, sia riuscita a gestirla con competenza, anche evitando di ripetere gli errori commessi in Europa negli anni settanta. Dire che non abbiamo rifatto gli stessi sbagli non è cosa da poco, perché dal punto di vista economico e politico questo fatto ci ha permesso di impedire che la crisi acuisse le divergenze all’interno dell’unione monetaria e contribuisse a minarne la coesione.

Il fatto è che, di fronte a una crisi di portata pari a quella che stiamo vivendo, e di fronte a una crisi che si sta viepiù allargando all’economia reale, è necessaria una risposta di politica economica forte e coordinata a livello europeo; inoltre, dobbiamo riflettere su quale sia il modo migliore per organizzarla tenendo conto, da un canto, del nostro quadro concettuale e normativo – mi riferisco al patto di stabilità e di crescita e alla strategia di Lisbona – e, dall’altro canto, della gravità della crisi, le cui conseguenze sono ben più pesanti di quanto avessimo immaginato ancora qualche mese fa.

La creazione della seconda più importante moneta al mondo comporta sicuramente vantaggi ma anche doveri, e il G20 di venerdì e sabato scorsi a Washington ci ha ricordato infatti gli obblighi nostri e di altri. Dobbiamo impiegare e sfruttare al meglio le tre settimane che ci separano dal Consiglio europeo di dicembre per affilare sapientemente la nostra strategia europea ed evitare risposte disparate a livello nazionale, le quali, ovviamente, rappresenterebbero per noi una minaccia. Mi commuove sentire gli inviti e i rinnovati appelli a un coordinamento della politica economica espressi perlopiù nell’idioma di Voltaire.

Vorrei che chi invoca il coordinamento delle politiche economiche desse prima di tutto e soprattutto il buon esempio, a dimostrazione della sincerità delle proprie parole. Rilevo che i governi degli Stati membri della zona euro si stanno buttando a capofitto, e a ragione, sui problemi che affliggono i rispettivi settori automobilistici. Vorrei che chi parla del settore automobilistico e chi parla continuamente del coordinamento delle politiche economiche coordinasse le proprie azioni nazionali quando si tratta di adottare iniziative in questo settore. Il resto è irrilevante. Coordinate per davvero e date prova, sulla scorta di esempi concreti, della sincerità delle vostre richieste.

(Applausi)

Per quanto riguarda la politica monetaria, conoscete bene la mia timidezza e sapete che non oserei mai profferire verbo in merito, se non per dire che continuo a credere che il ruolo svolto dalla Banca centrale europea negli ultimi mesi è stato assolutamente esemplare.

Integrazione e vigilanza dei mercati finanziari: questa è un’altra tematica che i relatori hanno preso in considerazione e affrontato nella loro relazione. Il G20 ha predisposto un ambizioso piano d’intervento che deve essere tradotto in azioni concrete dallo stesso G20 e, quindi, dall’Unione europea e da tutti i membri dell’eurogruppo. Ricorderete certamente che i paesi membri dell’eurogruppo e quelli dell’Unione europea sono stati i primi a chiedere che fossero tratte le debite lezioni dalla crisi che stiamo vivendo, e personalmente non intendo rinviare a una data successiva il capitolo che riserverò a questo episodio nelle mie memorie. Per quattro anni noi – intendo dire, i responsabili all’interno dell’eurogruppo – abbiamo continuato a ripetere ai ministri delle Finanze giapponesi e statunitensi e abbiamo continuato ad attirare l’attenzione dei nostri amici degli USA sia sui rischi del loro doppio disavanzo sia su quelli derivanti da una loro sistematica sottovalutazione, soprattutto nel settore immobiliare.

Per due anni, molti di noi – a livello di G7 e specialmente durante la presidenza tedesca del G7 – hanno chiesto, in tono anche un po’ sfacciato, una regolamentazione più ampia dei mercati finanziari. Non approvo che coloro che hanno respinto quella richiesta in passato diano oggi l’impressione di essere alla guida della reazione europea. I governi degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno avuto tutto il tempo che volevano per accogliere le proposte dell’eurogruppo su una migliore regolamentazione dei mercati finanziari, ma non hanno voluto farlo. Pertanto, oggi non dovrebbero dare l’impressione di essere loro a guidare gli altri.

Sull’allargamento della zona euro non ho nulla di diverso da aggiungere a quanto detto dai relatori. Desidero soltanto sottolineare che appartenere alla zona euro rappresenta senz’altro un vantaggio, un’opportunità, ma comporta anche obblighi, alcuni dei quali dovranno essere adempiuti prima che l’adesione all’euro sia possibile.

Questo entusiasmo pienamente comprensibile per la nuova formazione del G7 crea, tuttavia, problemi per la rappresentanza esterna della zona euro. All’interno dell’eurogruppo abbiamo sempre invocato una maggiore presenza dell’Unione europea e dell’eurogruppo presso il G20, il Fondo monetario internazionale e il Fondo per la stabilità finanziaria. Come eurogruppo, siamo stati i primi a chiedere un seggio duraturo e permanente per la Commissione nel G20, cosa che non ha tuttavia fatto desistere il presidente della Commissione dal rivendicare per sé la presidenza dell’eurogruppo – con le conseguenze che vedremo più avanti. Noi riteniamo tuttavia che la Banca centrale europea e la Commissione dovrebbero essere rappresentate in seno al G20 su base duratura, e lo stesso vale per l’eurogruppo, che deve essere rappresentato dal suo presidente – il quale sta modestamente cercando di guidare il lavoro dei ministri delle Finanze, e in merito il presidente Sarkozy ha commentato che non erano all’altezza – o da qualcun altro. Non sto cercando di ottenere la presidenza dell’eurogruppo a livello di ministri delle Finanze per una mia brama, peraltro quasi inesauribile, di piaceri e di gloria; no, è per senso del dovere. Se altri ritengono di saper fare di meglio, si facciano avanti, però dovranno impegnarsi in questo compito nei prossimi anni con la stessa intensità da cui sembrano essere animati oggi.

Quanto al resto, in riferimento agli strumenti economici dell’unione economica e monetaria e alla gestione del nostro gruppo, credo che negli anni scorsi abbiamo compiuto progressi considerevoli; tuttavia, quando parliamo di politica dei cambi e di politica monetaria a livello internazionale, è inconcepibile che la seconda moneta più importante del mondo non sia rappresentata in termini politici e monetari da coloro che sono responsabili della gestione di questi due aspetti e queste due aree della nostra politica comune.

Se vogliamo che i ministri delle Finanze presenti nell’eurogruppo amministrino adeguatamente il lato economico dell’unione economica e monetaria, allora i vari capi di Stato e di governo devono dare ai rispettivi ministri delle Finanze le istruzioni necessarie. In Lussemburgo, come sapete, questo non costituisce affatto un problema.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La ringrazio molto, Presidente Juncker, non soltanto per la relazione ma anche per l’impegno che profonde in questo compito nella sua qualità di presidente dell’eurogruppo.

 
  
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  Jean-Pierre Audy, relatore per parere della commissione per il commercio internazionale. – (FR) Signor Presidente, signor Presidente dell’eurogruppo Juncker, signor Commissario, onorevoli colleghi, desidero complimentarmi con gli onorevoli Berès e Langen per la qualità della loro relazione e ringraziarli per avervi inserito gli emendamenti presentati dalla commissione per il commercio internazionale.

A dieci anni dalla sua istituzione, l’unione economica e monetaria va considerata un successo per la storia europea, e dobbiamo esserne fieri. Nessuno può contestare, e molti studi lo confermano, che esiste effettivamente un legame tra la politica monetaria e la politica commerciale e che, a tale riguardo, il ruolo positivo della stabilità monetaria è necessario per garantire una crescita sostenibile del commercio internazionale.

Il crescente impiego dell’euro come moneta internazionale va a beneficio degli Stati membri della zona euro perché permette alle aziende europee di abbassare il rischio di cambio e accrescere la loro competitività internazionale.

Ma, per quanto la Banca centrale europea, dando la priorità alla stabilità dei prezzi, abbia incrementato la fiducia nei confronti dell’euro, nessuno può ragionevolmente negare che l’inflazione sia una realtà globale e che, in un’economia aperta di mercato, questo fenomeno globale non possa essere affrontato solamente per mezzo della politica monetaria europea.

E’ palese che i tassi di cambio dell’euro sono stati troppo elevati troppo a lungo e hanno prodotto effetti negativi, se non altro ostacolando le esportazioni e promuovendo le importazioni nel mercato interno, al punto che molti produttori si sono detti preoccupati di tale stato di cose. Secondo uno studio che abbiamo fatto eseguire come commissione per il commercio internazionale, la politica degli alti tassi di cambio praticata dalla BCE ci è costata, negli anni scorsi, lo 0,5 per cento di crescita l’anno.

E’ per questo che deploro che la Commissione non abbia eseguito un’analisi più precisa del ruolo internazionale dell’euro e delle sue ripercussioni sul mercato interno sotto il profilo del commercio internazionale.

Le politiche monetarie portate avanti da alcuni dei partner dell’Unione europea allo scopo di provocare una sottovalutazione della loro moneta minano il commercio in maniera iniqua e potrebbero essere considerate una barriera non tariffaria al commercio internazionale. E’ in tale contesto che proponiamo di valutare la fattibilità di un organismo di regolamentazione delle differenze monetarie, sulla falsariga di quello che gli Stati sono riusciti a creare in ambito commerciale con l’Organizzazione mondiale del commercio.

Questo organismo, che rientrerebbe nell’ambito del Fondo monetario internazionale, potrebbe contribuire a stabilizzare il sistema monetario internazionale, a ridurre il rischio di abusi e a ridare ai mercati globali la fiducia di cui hanno bisogno.

Appoggio la proposta della Commissione di definire posizioni comuni europee in campo monetario al fine di ottenere, a lungo termine, un seggio per la zona euro nelle istituzioni e nei forum finanziari internazionali.

Deploro, infine, che la relazione non accolga l’idea di un governo dell’economia. Presidente Juncker, qui non si tratta di sincerità; si tratta di una proposta politica volta a organizzare i nostri strumenti comunitari.

Nei tempi andati, i governi avrebbero risolto i problemi più gravi sulla scena internazionale scatenando una guerra militare. Oggi combattiamo una guerra economica e sociale e la gente, pur non morendo, è però senza lavoro, e noi non sappiamo più chi sia il vero nemico.

Alla luce di tutto ciò, cerchiamo di non essere ingenui e lavoriamo con grande impegno per dare attuazione a una governance europea in campo economico e sociale, la quale da sola non basterà, ma è nondimeno una condizione necessaria per il successo di un’economia sociale di mercato europea.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MAURO
Vicepresidente

 
  
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  Karsten Friedrich Hoppenstedt, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio vivamente il relatore per le sue osservazioni sul futuro dell’euro e su tutti gli ambiti politici collegati, e voglio dire che in commissione egli si è conquistato un ampio sostegno.

Sono grato anche agli altri oratori intervenuti in discussione, in particolare al presidente Juncker, che è stato il volto dell’Europa alla riunione del Fondo monetario internazionale di Washington, dove ha fatto un ottimo lavoro. Siamo stati orgogliosi di lui e vorrei dirgli soltanto di non lasciarsi scoraggiare dalle discussioni malevole e di continuare il suo lavoro, che ha prodotto grandi risultati.

Dieci anni fa ho avuto l’onore di parlare dell’euro a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei, e in quella occasione dissi che l’euro sarebbe diventato una moneta forte, a dispetto dei commenti negativi, tra cui quelli del futuro cancelliere Schröder, il quale sosteneva all’epoca che l’euro era un bambino nato prematuro e malaticcio. Noi abbiamo confutato tale visione – e anche, mi pare, con un certo successo.

Dopo tutto, l’euro è stato messo al mondo dopo molti anni di cure, consistite in una dieta e in una severa e coerente politica salutista, che è stata un successo. Non intendo raccontare nuovamente tutta la storia. L’allora presidente in carica del Consiglio Brown affermò molto apertamente che il Parlamento europeo aveva svolto un ruolo importante nello storico processo che aveva portato all’unione monetaria. Altri protagonisti espressero il loro parere, tra gli altri Jacques Santer e Wilfried Maartens, che all’epoca descrisse i paesi della zona euro – dapprima undici, poi quindici e poi sedici – come i pionieri di un’Europa coraggiosa.

Credo che in Europa abbiamo bisogno di coraggio per affrontare il futuro, portare avanti il nostro lavoro con altrettanto successo e continuare ad affermarci validamente con la nostra moneta nel mondo delle altre grandi potenze – Stati Uniti, Asia e altre potenze mondiali. Le attuali riserve monetarie in euro a livello globale sono la miglior prova possibile del successo dell’euro e della zona euro.

 
  
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  Elisa Ferreira, a nome del gruppo PSE.(PT) Voglio congratularmi non soltanto con i relatori ma anche con la Commissione per aver preso l’iniziativa di preparare questo documento che ripercorre i primi dieci anni dell’unione economica e monetaria. Si tratta di un testo di valore strategico e questa analisi è stata d’importanza vitale.

Come già rilevato oggi qui in aula, l’euro è un successo innegabile: da Lisbona a Helsinki, da Dublino a Bratislava l’euro ha dimostrato di essere forte e solido, anche nelle attuali, gravi turbolenze. E’ chiaramente essenziale allargare i suoi confini.

Di questi tempi, però, la solidità del progetto europeo è messa quotidianamente alla prova sotto molti altri aspetti. Come già osservato, l’euro è cruciale per il funzionamento del sistema finanziario. Ma persino nel testo della Commissione si trae chiaramente la conclusione di fondo che né la crescita dell’economia reale né la convergenza sociale o spaziale hanno tenuto il passo di questo successo, anzi: la Commissione conclude che le disparità sono drasticamente cresciute nel primo decennio di vita della moneta unica.

Queste disparità toccano alcune regioni del mio paese, soprattutto nel Portogallo settentrionale, ma anche altre regioni di altri Stati membri. La politica monetaria unica e, in particolare, i tassi di cambio molto elevati hanno avuto un impatto maggiore sulle regioni più esposte alla concorrenza internazionale e anche su quelle che esportano di più.

Oggi, la crisi conseguente alla deregolamentazione dei mercati finanziari sta colpendo gravemente l’economia reale e aggrava ancora di più la situazione di molti cittadini in varie regioni. Le regioni esposte alla concorrenza internazionale, quelle che dipendono dalle piccole e medie imprese e quelle nelle quali l’accesso al credito è molto importante stanno diventando vittima di tale processo e sono persino a rischio di depressione.

Il successo dell’euro dipende dalla fiducia che i cittadini europei ripongono in esso. I paesi europei più forti hanno già adottato misure per stimolare le loro economie nazionali; possiamo citare, in particolare, le iniziative a favore dell’industria automobilistica. Ma l’Europa è più di questo; l’Europa deve essere molto di più che la somma, più o meno coordinata, delle politiche nazionali. E’ giunto il momento di fare dell’euro uno degli strumenti fondamentali per garantire una moneta robusta e anche un’economia reale robusta. L’euro deve essere accompagnato da meccanismi idonei ad assicurare l’ottenimento di quello che è, a ben guardare, il fulcro del progetto sociale, cioè la realizzazione della convergenza sociale e regionale.

Ora la discussione sul coordinamento delle politiche economiche nell’area euro è indubbiamente più importante e più urgente. Ma coordinare le politiche nazionali non basta; occorre fare di più. E’ limitante avere una strategia di Lisbona che è soltanto la somma di iniziative nazionali, e un patto di stabilità e di crescita che esercita pressioni diverse sui singoli paesi che lo applicano e vi sono assoggettati – senza dimenticare i ridotti bilanci disponibili.

Le crisi creano opportunità. L’unione monetaria potrà essere mantenuta soltanto se ci sarà convergenza tra i livelli di benessere dei singoli Stati membri e dei loro cittadini, indipendentemente da dove si è nati. In quale altro modo possiamo mobilitare la gente affinché appoggi la moneta unica? La Commissione deve essere all’altezza della sua stessa diagnosi, ed è per questo che attendiamo con ansia le proposte concrete che sottoporrà il 26 novembre a noi e ai cittadini europei.

E’ essenziale che questa crisi porti a una nuova fase dell’Unione, nella quale il consolidamento e il rafforzamento del sistema finanziario siano accompagnati da una prosperità reale, fondata sulla coesione e su un concetto di cittadinanza anche di natura economica.

 
  
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  Wolf Klinz, a nome del gruppo ALDE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, stiamo vivendo la più grave crisi finanziaria da decenni a questa parte, e la Banca centrale europea e l’euro hanno per il momento superato a pieni voti questa crisi, che è stata per loro la prova del nove. La banca centrale europea è intervenuta con fermezza e prontezza per affrontare la crisi e ha svolto il proprio compito meglio di alcune altre banche centrali. Ha quindi fornito una dimostrazione convincente delle proprie capacità di gestire una crisi in tempi difficili. L’euro, dal canto suo, ha dato prova di essere una moneta forte, che ha aiutato a mantenere stabile la zona euro ed è riuscito persino a dare una mano, sotto forma di misure mirate, a certi paesi non appartenenti alla zona euro.

La richiesta di un governo europeo dell’economia non riconosce che molto è già stato fatto e viene fatto attualmente per coordinare e armonizzare le politiche dei singoli Stati membri. Le conquiste ottenute in questo campo le dobbiamo, non da ultimo, a lei, Presidente Juncker, e vorrei quindi cogliere questa occasione per rivolgerle un ringraziamento affatto particolare.

I paesi fuori dalla zona euro, come Danimarca e Ungheria, stanno dolorosamente sperimentando quanto possa costare il fatto di non appartenere all’eurogruppo e di non essere tutelati dall’ombrello protettivo dell’euro. I paesi che in passato si sono detti contrari all’adozione della moneta unica, come Danimarca e Svezia, stanno ora cambiando idea e valutano l’ipotesi di aderire alla zona euro tra qualche anno.

La crisi finanziaria dimostra anche quanto strettamente siano intrecciati tra loro i sistemi finanziari, e quanto siano vulnerabili. E’ quindi nel nostro stesso interesse che i paesi che non lo hanno ancora fatto aderiscano alla zona euro quanto prima possibile, e che i paesi che avevano scelto di non aderirvi cambino idea, ma non al prezzo di concessioni non in linea con i criteri di adesione. L’unione economica e monetaria europea è una zona stabile, con criteri di adesione chiari, che non devono essere annacquati. L’unico cambiamento che varrebbe la pena di prendere in esame sarebbe quello di non usare come riferimento per il tasso d’inflazione i tre paesi migliori dell’Unione europea, bensì di considerare la zona euro nel suo complesso, dato che ora siamo un club più grande, con sedici membri.

Essendo stato rivisto pochi anni fa, il patto di stabilità e di crescita dispone di sufficiente flessibilità per poter rispondere adeguatamente, in tempi di squilibrio economico, a sfide come quelle della crisi in atto. Sarebbe pertanto un errore cercare di indebolirlo e di ridefinirne i requisiti.

La crisi rivela in tutta evidenza che disavanzi eccessivi come quelli registrati negli Stati Uniti non sono sostenibili a lungo termine, che lo sviluppo economico basato su un ricorso massiccio al credito non funziona e che pertanto non esistono alternative a misure volte a consolidare coerentemente i bilanci. Siamo fiduciosi che, diversamente da quanto si sta dicendo sui mercati finanziari e viene spacciato sui media, la crisi finanziaria finirà per rafforzare, non per indebolire, l’unione monetaria.

 
  
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  Eoin Ryan, a nome del gruppo UEN. – (EN) Signor Presidente, desidero innanzi tutto congratularmi con gli onorevoli Berès e Langen per l’impegno con cui hanno preparato questa importantissima relazione. La relazione è eccellente e meritevole di considerazione.

Quando la commissione si è occupata di questo tema per la prima volta, il clima economico era molto diverso: negli Stati Uniti era scoppiata la crisi dei mutui subprime, però credo che allora nessuno avesse previsto le ripercussioni e le dimensioni delle conseguenze che la crisi avrebbe avuto sui mercati finanziari di tutto il mondo.

Con il peggiorare della situazione finanziaria, il tono delle nostre discussioni nella commissione per i problemi economici e monetari è andato cambiando. La crisi attuale è di portata globale e per superarla abbiamo bisogno di una risposta coordinata a livello globale; pertanto sono senz’altro favorevole all’iniziativa adottata nel corso del fine settimana e ai suoi risultati. Resta ancora molto da fare, ma ritengo che si tratti nondimeno di un ottimo inizio.

Per l’Irlanda, la stabilità portata dall’euro, soprattutto sotto il profilo dei tassi d’interesse e dei tassi di cambio con le altre monete, è un fattore chiave che ci permette di uscire dalle turbolenze, se non indenni, quanto meno ancora saldi sulle nostre gambe.

Se c’è ancora qualcuno, in Irlanda o da qualche altra parte nella zona euro o in Europa, che dubita dei vantaggi dell’adesione all’euro, bene, provi un po’ a guardare la situazione nell’Europa nord-occidentale e prenda nota di quanto sta succedendo in Islanda.

Se gli irlandesi avessero dato ascolto a quelli che erano contrari non solo al trattato di Lisbona ma anche ai trattati di Maastricht e Nizza, dove sarebbe adesso l’Irlanda? Saremmo fuori, non saremmo nella zona euro e subiremmo pesantissimi contraccolpi economici perché non avremmo la stabilità che l’euro ha dato al nostro paese.

Non mi aspetto una risposta dai partiti come il Sinn Féin che sono sempre stati fermamente contrari all’Europa e ai passi che abbiamo compiuto; credo però che sia venuto per loro il momento di farsi avanti e dire esattamente cosa pensano e quale sia la loro posizione sull’intera questione dell’Europa e del futuro della nostra economia.

 
  
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  Pierre Jonckheer, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, signor Presidente dell’eurogruppo, signor Commissario, a nome del mio gruppo desidero anch’io ringraziare gli onorevoli Berès e Langen per l’importante relazione che ci hanno presentato. Nei suoi 62 paragrafi e nelle sue 14 dense pagine, la relazione ci offre molti spunti di riflessione. Colgo l’occasione della presenza del presidente dell’eurogruppo e del commissario per condividere con loro, sempre a nome del mio gruppo, diverse osservazioni che, a nostro giudizio, meritano di essere esaminate più in profondità rispetto a quanto faccia la relazione.

La prima osservazione riguarda la politica dei tassi di cambio dell’euro. Confesso di continuare a non capire se esista realmente una politica dei tassi di cambio dell’euro nei confronti delle altre monete internazionali, e se, al G20 o in altre sedi, si discuta del modo in cui i consistenti disavanzi degli Stati Uniti continueranno a essere finanziati.

La seconda osservazione riguarda la questione del coordinamento. Credo che l’euro sia un successo, soprattutto dal punto di vista politico, perché conferisce all’Unione europea lo status di potenza politica. Ma credo anche che il suo coordinamento non stia funzionando molto bene, per almeno tre ragioni.

La prima è la tassazione. Sapete come la pensa il gruppo Verde/Alleanza libera europea al riguardo: siamo favorevoli alla concorrenza fiscale all’interno dell’Unione, purché sia leale. Crediamo che la nostra azione sia del tutto carente quando si tratta di combattere i paradisi fiscali, anche quelli dentro l’Unione europea, e crediamo che la nostra azione sia del tutto carente anche quando si tratta di estendere la direttiva sui redditi da risparmio.

Sul punto del coordinamento della politica di bilancio – e questa è la seconda ragione – rilevo che gli Stati membri si stanno tutti imbarcando in piani di “rinascita”. Il ministro Strauss-Kahn sostiene, per esempio, che a livello europeo è necessario impegnare l’1 per cento del PIL dell’Unione – un valore che corrisponde in pratica all’intero bilancio comunitario di un anno. Qual è la nostra posizione a tale proposito? Penso che gli sforzi di coordinamento non stiano andando nel verso giusto e penso anche che le risposte che date in riferimento al patto di stabilità e di crescita non siano né sufficienti né all’altezza della sfida che ci attende.

Infine, la terza ragione per cui il coordinamento mi sembra essere scarso e insufficiente è la politica salariale portata avanti nei diversi paesi dell’Unione europea. A ben guardare, la Germania ha ottenuto risultati così buoni negli scorsi dieci anni perché ha praticato una politica salariale che, considerate le dimensioni dell’economia tedesca, è all’origine dello slancio complessivo della zona euro. Credo che ciò costituisca un problema sotto il profilo della domanda interna e dei livelli salariali di una serie di categorie professionali, per non parlare dell’incertezza sull’occupazione.

Su questi tre punti, signor Presidente dell’eurogruppo, mi aspetto da lei e dal Consiglio dei ministri delle Finanze, che lei rappresenta, maggiori ambizioni per il futuro, dato che stiamo parlando anche delle sfide a venire.

 
  
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  Sahra Wagenknecht, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dieci anni dopo l’introduzione dell’unione monetaria l’Europa si trova in una grave crisi: le banche sono al collasso o sono tenute a galla con iniezioni di miliardi a carico dei bilanci nazionali, il mercato sta crollando e milioni di persone temono per il proprio posto di lavoro e per il proprio futuro.

Non è solo il mercato ad aver fallito; anche la politica prevalente sembra incapace di imparare dagli errori commessi. Noi riteniamo che siano stati compiuti gravi errori al momento della costituzione dell’unione economica e monetaria. Uno di essi è stata la separazione strutturale tra la politica monetaria e la politica fiscale: non è possibile creare una moneta unica senza contemporaneamente armonizzare, perlomeno a grandi linee, la politica fiscale e la politica di spesa. Mi pare che gli squilibri economici all’interno della zona euro siano cresciuti enormemente. Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è, in effetti, un migliore coordinamento della politica economica e specialmente di quella fiscale; abbiamo bisogno di misure efficaci per contrastare il dumping fiscale e dobbiamo anche chiudere i paradisi fiscali e imporre finalmente nuovi controlli sui movimenti di capitale.

Il secondo grave errore è, secondo noi, la struttura del patto di stabilità e di crescita. In tempi come questi, chiunque pensi che il consolidamento di bilancio sia essenziale è in tutta evidenza fuori dal mondo: nulla sarebbe più disastroso che rispondere a questa crisi economica, al punto in cui siamo, con banali programmi di risparmio. Il patto di stabilità ha chiaramente dimostrato di aver fallito e al suo posto ci dovrebbe essere una strategia europea integrata per la solidarietà e lo sviluppo sostenibile. A nostro parere, abbiamo bisogno di un’offensiva nel campo degli investimenti per rinnovare le infrastrutture pubbliche e migliorare le condizioni di vita dei gruppi socialmente svantaggiati in Europa.

Il terzo errore è, secondo noi, la struttura della stessa Banca centrale europea, che non è soggetta ad alcun controllo democratico e ha come unico obiettivo la stabilità dei prezzi. Proponiamo l’introduzione di un sistema di controllo democratico della Banca centrale europea e chiediamo anche una modifica del mandato della BCE nel settore della politica monetaria, in modo tale che, in futuro, alla crescita e all’occupazione sia riconosciuto almeno lo stesso peso attribuito alla stabilità dei prezzi.

La crisi attuale rappresenta anche un’occasione per attuare un’ampia riforma dell’architettura monetaria e finanziaria dell’Europa – un’occasione che non va sprecata.

 
  
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  Nils Lundgren, a nome del gruppo IND/DEM. (SV) Signor Presidente, se in Europa avessimo un quadro comune di riferimento per la letteratura, potrei cominciare il mio intervento citando un grande poeta svedese che, tradotto liberamente, così ci ammonisce: la voce dell’adulazione ti culla nel sonno, ascolta talvolta la voce della verità. Nell’originale, il verso è alessandrino con una cesura. Entrambi i relatori giungono alla conclusione che l’unione monetaria è stata un successo e in tal modo contribuiscono a creare un mito dell’euro che non ha radici nel pensiero critico occidentale.

La verità sull’euro è affatto diversa. Innanzi tutto, i suoi primi dieci anni di vita hanno comportato costi enormi sotto forma di minore crescita e maggiore disoccupazione. Secondo, finora l’unione monetaria non è stata messa alla prova in tempi difficili. Studi dimostrano che le conseguenze sul volume del commercio estero potrebbero essere notevoli, forse addirittura nell’ordine del 3-4 per cento del prodotto nazionale lordo. D’altronde, è tuttavia evidente che il guadagno in termini socio-economici di questa crescita degli scambi commerciali è piuttosto modesto, pari, forse, al 3-5 per mille del prodotto nazionale lordo – un risultato davvero straordinario. Questo trascurabile aumento di ricchezza è stato ottenuto a spese dei paesi della zona euro che non sono stati in grado di attuare una politica monetaria e finanziaria autonoma. La Germania è entrata nell’unione monetaria con una moneta molto sopravvalutata e ha convissuto con un alto tasso d’interesse e una politica finanziaria troppo restrittiva.

I costi sono stati elevati; dobbiamo quindi chiederci come si intenda andare avanti. E’ stata messa in giro la storia che i paesi della zona euro hanno serrato i ranghi e condotto la battaglia contro la crisi finanziaria. Come tutti sanno, questo è un mito. E’ stato il Regno Unito, che non appartiene all’unione monetaria, con Gordon Brown a prendere l’iniziativa; la zona euro si è limitata a seguirlo.

 
  
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  Roger Helmer (NI). - (EN) Signor Presidente, permettetemi di complimentarmi con l’onorevole Lundgren per le sue osservazioni e di contestare le affermazioni dell’onorevole Ryan del gruppo "Unione per l'Europa delle nazioni", il quale ha sostenuto che la stabilità apportata dall’euro è stata di grandissimo beneficio per l’Irlanda. Se egli avesse seguito la recente storia economica di quel paese, saprebbe che la mancanza di flessibilità della politica monetaria dell’euro è stata la concausa di una forte inflazione, soprattutto nel mercato edilizio, e che la bolla speculativa nel settore edilizio irlandese è stata molto più grave di quanto lo sarebbe stata se l’Irlanda avesse potuto avere il controllo della propria politica monetaria.

Con l’euro ci sono stati promessi grandi benefici: condizioni più favorevoli per viaggiare, crescita ed efficienza, e anche maggiore facilità dei trasferimenti di danaro tra gli Stati membri. Ma tutto questo non è avvenuto. Sì, certo, viaggiare è diventato più semplice, però la crescita e l’efficienza non si sono viste, e credo che anche in futuro sarà quasi altrettanto difficile e costoso che in passato trasferire danaro tra i paesi aderenti alla zona euro.

Quelli tra noi che dubitavano del progetto dell’euro sono stati vendicati. Adesso abbiamo il tasso d’interesse sbagliato per la maggior parte dei paesi per la maggior parte del tempo. L’Italia ha vissuto la peggiore crisi di competitività, con i costi unitari del lavoro aumentati del 40 per cento rispetto alla Germania. Ci è stato detto che l’euro è un grande successo perché è una moneta forte. Bene, proviamo ad andare a chiedere a qualche esportatore della zona euro cosa ne pensa della forza dell’euro: l’euro forte li sta penalizzando enormemente.

La vera prova del successo di una moneta è il grado di fiducia sul mercato, che si misura, in questo caso, con il bond spread tra i paesi aderenti all’euro. L’ultima volta che ho controllato, la differenza di rendimento dei titoli pubblici tra la Grecia e la Germania era superiore a 150 punti base. Un simile divario non è sostenibile ed è sintomo di una totale mancanza di fiducia nell’euro da parte dei mercati. Il problema che ci dobbiamo porre non è quanto l’euro potrà durare, bensì quale Stato membro lo abbandonerà per primo.

 
  
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  Ján Hudacký (PPE-DE). – (SK) Signor Presidente, signor Commissario, desidero ringraziare i due relatori per il testo equilibrato che ci hanno presentato.

In riferimento alla relazione, desidero parlare innanzi tutto delle attuali difficoltà nella zona euro. Nonostante dieci anni di risultati positivi ottenuti grazie alla sua gestione, la zona euro si trova ad affrontare sfide nuove nella sua ricerca di risposte e reazioni alla crisi finanziaria e alla conseguente recessione economica.

Vorrei dare il mio contributo al riguardo ricordando alcuni degli interventi non sistemici di regolazione compiuti sul mercato dai governi di alcuni Stati membri con la scusa di risolvere questa nuova situazione.

Devo rilevare con una certa sorpresa che i governi degli Stati membri sono spesso indotti a compiere determinati interventi inutili nel settore finanziario da alcune affermazioni fatte da certi rappresentanti dell’Unione europea, e che tali interventi spesso sono in grado di risolvere soltanto gli aspetti marginali della situazione.

Questa considerazione vale, ad esempio, per il rispetto delle condizioni del patto di stabilità e di crescita, e in proposito taluni governi stanno già avvisando che non si atterranno al deficit programmato per le rispettive finanze pubbliche e seguiranno l’incoraggiamento in tal senso dell’Unione europea.

L’acquisizione da parte dei governi di alcuni Stati membri di istituzioni finanziarie in crisi creerà un pericoloso precedente per l’espropriazione delle imprese private di qualsiasi settore che non sono disposte ad adattarsi a interventi normativi e discriminatori non sistemici eseguiti, per esempio, nell’ottica di contrastare l’inflazione.

In merito agli interventi finanziari su ampia scala a favore di alcuni comparti dell’economia, come il settore automobilistico, viene da chiedersi se essi comportino un’eccessiva distorsione del mercato e se siano discriminatori nei confronti di altri settori.

Senza un coordinamento chiaro e attento e senza norme precise a livello di Unione europea o di zona euro, sarà difficile gestire questi processi molto impegnativi.

In tale contesto, sollecito i rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e di altre istituzioni comunitarie importanti ad assumere una posizione meditata e coordinata quando ricercano una soluzione ottimale in questi tempi difficili, con l’intera Europa colpita dalla recessione economica.

A breve termine, un eccesso di regolazione e di interventi da parte governativa sul mercato libero può arrestare temporaneamente un ulteriore collasso economico dell’Unione europea, ma a medio termine non potranno sicuramente dare l’atteso stimolo agli investimenti.

 
  
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  Antolín Sánchez Presedo (PSE).(ES) Signor Presidente, Commissario Almunia, onorevoli colleghi, l’unione economica e monetaria ha conferito al processo d’integrazione europeo una nuova dimensione. La sua governance si fonda su due pilastri asimmetrici: l’unione monetaria, per sua natura federale, e il coordinamento economico, per sua natura intergovernativo. Entrambi devono assicurare la stabilità, la crescita, la correttezza e la sostenibilità che i nostri cittadini chiedono.

Il bilancio di dieci anni di zona euro è positivo, e lo dimostra il fatto che la moneta unica viene considerata sempre più come un rifugio e un porto sicuro per gli Stati membri. Dobbiamo tuttavia progredire e ampliarne l’ambito di applicazione, e lo dobbiamo fare per affrontare le sfide poste dalla globalizzazione, dal cambiamento climatico e dall’invecchiamento della popolazione, come pure dall’attuale crisi finanziaria, che ci impone di migliorare le nostre azioni. E lo dobbiamo fare anche per scacciare lo spettro della recessione che ora si sta affacciando per la prima volta.

L’euro non può fungere semplicemente da ancora di salvezza; deve essere anche un motore capace di sostenere la crescita. La zona euro e l’unione economica e monetaria devono poter rispondere a queste sfide.

Mi congratulo con i relatori per l’eccellente lavoro che hanno svolto e desidero in particolare ringraziarli per aver accolto due delle mie proposte. La prima è di introdurre nella definizione della nostra politica monetaria, insieme con il pilastro economico e quello monetario, l’esigenza di un’analisi finanziaria per elaborare correttamente questa politica, la cui definizione deve tener conto del trasferimento della politica monetaria, dello sviluppo del credito e dei beni finanziari, delle caratteristiche dei prodotti nuovi e della concentrazione di rischi e liquidità.

In secondo luogo, dobbiamo prendere in considerazione le divergenze tra gli Stati membri, che cresceranno con l’avanzare dei processi di allargamento. In molti casi, una politica monetaria uguale per tutti non potrà tener conto delle situazioni dei singoli paesi e dovrà pertanto essere adattata mediante l’introduzione di facilità finanziarie a favore di quei paesi che possono subire effetti di contrazione a causa di una politica “a taglia unica”, visto che gli effetti espansivi possono essere facilmente corretti con manovre di politica fiscale.

 
  
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  Margarita Starkevičiūtė (ALDE). - (LT) E’ stato detto che qualsiasi crisi mette in luce tutti i punti forti e i punti deboli delle strutture dell’economia e delle istituzioni. Devo riconoscere che in passato avevo ben pochi dubbi sul fatto che una maggiore attenzione ai paesi della zona euro avrebbe creato le condizioni per l’emergere di un’Europa a due velocità e che le economie in via di sviluppo, come quella lituana, avrebbero incontrato ostacoli nell’aderire alla zona euro. Ma quanto sta accadendo sui mercati finanziari ha cambiato il mio atteggiamento verso il ruolo e l’influenza dell’eurogruppo nell’Unione europea.

E’ evidente che la zona euro ha superato la prima forte ondata della crisi finanziaria. E’ chiaro che è possibile arrestare il calo dell’economia attraverso una politica economica meglio coordinata tra gli Stati membri e in grado di accelerare l’integrazione e l’espansione del mercato interno. I paesi che sono rimasti fuori dalla zona euro sono quelli che hanno sofferto di più. Abbiamo sofferto e subito la crisi finanziaria principalmente a causa del ritiro dei capitali che è in atto. E’ per tale motivo, e non perché siamo contrari all’integrazione, che talvolta ci opponiamo fermamente a decisioni che faciliterebbero il movimento dei capitali nei paesi dell’Unione europea. Essendo economista di professione, so che i processi di integrazione stimolano la crescita economica. Ma vorremmo che la zona euro diventasse veramente una scogliera in grado di opporsi ai marosi della crisi finanziaria, una roccia su cui salire per trovare riparo dai venti gelidi.

Cosa occorre fare perché la forza della zona euro diventi la forza dell’intera Unione europea? Dovremmo sicuramente evitare di proporre una gran quantità di misure nuove. Signor Commissario, oggi ho letto le risoluzioni adottate dal Parlamento europeo in materia di politica economica. Sarebbe stato vantaggioso per noi se almeno una parte di quelle proposte fosse già stata messa in pratica. Le proposte sono molto numerose e mi sembra che ci sia bisogno di pensare ad altre. Quello che dobbiamo fare ora è consolidare le proposte esistenti.

Attualmente si discute se, per uscire dalla recessione economica, si debba ricorrere a un maggiore intervento da parte dello Stato o piuttosto a una politica più liberista. Vorrei dire che andrebbero attuate entrambe queste strategie economiche. Più che altro, è evidente che abbiamo bisogno di una rete di sicurezza sociale con forme di sostegno e sostentamento da parte dello Stato, per aiutare chi ha perso il lavoro a causa della crisi o della ristrutturazione a dare un nuovo senso alla propria vita. Dall’altro canto, abbiamo bisogno di riforme liberiste affinché il processo di integrazione si rafforzi e crei opportunità per la crescita delle imprese nell’Unione europea. E qui la zona euro ha un ruolo importante da svolgere.

Concludo associandomi ai colleghi nel dirle, signor Presidente dell’eurogruppo, che apprezziamo la sua opera e sappiamo quanto sia complessa la situazione; ma può contare quanto meno sul sostegno del Parlamento europeo.

 
  
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  Dariusz Maciej Grabowski (UEN). - (PL) Signor Presidente, i primi dieci anni dell’unione economica e monetaria dovrebbero essere esaminati e valutati in una prospettiva internazionale. La domanda che dovremmo porci è dove l’Unione europea si è dimostrata più vantaggiosa rispetto ai suoi principali concorrenti a livello mondiale, cioè gli Stati Uniti e l’Asia. Una prospettiva del genere rivela chiaramente che il bilancio della zona euro si chiude in rosso. L’Unione europea si è sviluppata più lentamente rispetto ai suoi concorrenti. La crescita dei posti di lavoro e, in particolare, la crescita della produttività del lavoro sono state inferiori che negli Stati Uniti, per non parlare dell’Asia. Ciò significa che la moneta unica non sta svolgendo il suo ruolo primario.

Un altro aspetto è il futuro della zona euro: i documenti della Banca centrale europea e le autorità dell’Unione mettono sempre più in evidenza la necessità di usare l’euro come uno strumento per imporre agli Stati membri politiche economiche uniformi, soprattutto in ambito fiscale e di bilancio. Questa dichiarazione preoccupa i paesi più arretrati, specialmente i nuovi Stati membri. Come possono svilupparsi e superare il divario che li divide da quelli vecchi se sono costretti a praticare una politica che rallenta la crescita economica in tutti i paesi membri?

La principale critica rivolta alla Banca centrale europea è che, nel suo tentativo di fare dell’euro una moneta mondiale, ignora i problemi economici delle regioni e degli Stati membri meno sviluppati, ed è altresì incapace di tener conto degli aspetti sociali, quali la struttura demografica e la mobilità dei cittadini.

La posizione delle autorità comunitarie è ancor meno accettabile se si considera che, per molti anni, Germania e Francia non hanno soddisfatto i severi requisiti di Maastricht perché sapevano che ciò era nel loro interesse nazionale. Inoltre, i due paesi non sono mai stati né puniti né chiamati a render conto delle loro inadempienze. Pertanto, quello che, a mio parere, dobbiamo fare è non proseguire con l’attuale dottrina economica della zona euro; c’è bisogno invece di un cambiamento radicale che non solo ci aiuti a contrastare la crisi finanziaria in atto ma, soprattutto, permetta a tutti gli Stati membri dell’Unione di dare libero corso alle proprie energie e quindi di svilupparsi economicamente.

 
  
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  Kyriacos Τriantaphyllides (GUE/NGL). - (EL) Signor Presidente, la proposta della Commissione europea sul primo decennio dell’unione economica e monetaria contiene una serie di contraddizioni. Mira a chiudere un ciclo di deregolamentazione del mercato, mentre nell’economia reale i prezzi dei beni e dei servizi non sono mai stati così alti e la disoccupazione nella zona euro salirà, secondo le previsioni, all’8,6 per cento nel 2009 e al 9 per cento nel 2010.

I fatti dimostrano che il divario tra ricchi e poveri non è affatto diminuito. La crisi economica e finanziaria globale è direttamente collegata a restrizioni dello Stato e della politica di deregolamentazione. Inoltre, mentre abbiamo conferma dell’iniqua distribuzione della ricchezza, la Commissione si esprime a favore dell’applicazione anche in futuro e dell’effetto livellatore del patto di stabilità e di crescita, nonché di un ruolo più forte del Fondo monetario internazionale.

Questo approccio fa piazza pulita delle peculiarità delle economie dei singoli Stati membri ed è in contrasto con la filosofia di tassi di crescita diversi nei diversi paesi membri.

 
  
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  Hanne Dahl (IND/DEM). - (DA) Signor Presidente, quest’anno festeggiamo il decimo anniversario dell’introduzione dell’euro in molti Stati membri dell’Unione europea. Per due volte, dopo lunghe e approfondite discussioni, la Danimarca si è detta contraria all’adozione della moneta unica, ma è giunto il momento di fare un bilancio e riconsiderare la questione. Dobbiamo valutare molto criticamente la nostra moneta unica. Da luglio il valore dell’euro è sceso del 30 per cento rispetto al dollaro, dopo l’inizio della crisi finanziaria. Gli investitori non hanno fiducia nell’euro. Perché? In parte, la risposta è ovvia: molti indizi fanno ritenere che la politica monetaria perseguita all’interno dell’Unione europea, e mirata soltanto alla lotta contro l’inflazione, non sia la politica giusta. La politica finanziaria molto rigida che gli Stati membri sono costretti a praticare in base al patto di stabilità non è quella più adatta di questi tempi. Il basso tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro è il risultato dell’assenza di fiducia nella politica economica dei paesi che usano l’euro. Possiamo aggiungere che la crisi finanziaria rivela anche qualcos’altro, cioè che lo standard unico dell’euro non va bene. Sempre più economisti sono del parere che si dovrebbe seguire una politica finanziaria espansiva. Se vogliamo usare l’euro come uno strumento, abbiamo bisogno di molte più politiche economiche individuali di quante ne consenta l’euro. Un euro “a taglia unica” non potrà mai andar bene per tutti: ci sarà sempre qualcuno al quale starà stretto.

In conclusione devo dire all’onorevole Klinz – secondo il quale noi danesi vorremmo aderire all’euro e avremmo una moneta debole – che l’economia danese è solida come la roccia e che abbiamo gestito la crisi finanziaria meglio della media dei paesi euro.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, in occasione del decimo anniversario dell’unione economica e monetaria c’è ben poco da festeggiare. Stiamo cercando disperatamente di applicare una serie di misure di salvataggio per evitare che si apra uno squarcio nella diga e il nostro sistema finanziario sia invaso dalle acque, e l’unica cosa che riusciamo a fare è mettere qualche piccola toppa sulle falle. Le banche hanno incassato miliardi di fondi pubblici e nel contempo hanno distribuito bonus e profitti, mentre il cittadino medio è stato preso in giro tante e tante volte: le sue tasse sono finite nel gioco alla roulette delle banche ed è stato ripagato con la minaccia di perdere il posto di lavoro e, in certi casi, addirittura i propri risparmi e il fondo pensionistico.

Nel bel mezzo di questo disastro, si stanno levando voci per dire che dobbiamo una buona volta fare qualcosa per evitare che le imprese europee finiscano nelle mani di proprietari non europei, ad esempio cinesi. La svendita dell’Europa è cominciata anni fa, con operazioni di leasing transfrontaliere e altre macchinazioni del genere. Come se tutto ciò non bastasse, l’unione economica e monetaria è in gravi difficoltà a causa della crescita esponenziale del debito della Grecia e della negligenza dell’Italia dopo l’adesione all’euro.

Dobbiamo pertanto assicurare che i nuovi membri non ripetano gli errori già fatti con l’euro e che i soldi pubblici – cioè, i soldi dei cittadini – non possano più essere usati per rischiosi giochi finanziari. Abbiamo bisogno non soltanto di severi controlli a livello comunitario su strutture finanziarie ritenute dubbie, ma anche di un contributo di solidarietà da parte di chi ha tratto vantaggio dalle speculazioni. Soprattutto, l’Unione deve rinunciare, in via di principio, al capitalismo selvaggio e proteggere invece i suoi cittadini dall’avidità sfrenata e dagli effetti negativi della globalizzazione incontrollata.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE). (DE) Signor Presidente, Presidente Juncker, onorevoli colleghi, mi sembra che l’onorevole Mölzer non abbia colto il nocciolo della questione, perché nulla di ciò che ha detto ha a che fare con l’euro.

L’euro e l’allargamento sono i successi più evidenti degli ultimi dieci anni. Non dobbiamo però dimenticare che questi successi non sarebbero mai stati possibili senza i criteri di Maastricht, il patto di stabilità e di crescita e la Banca centrale europea, e neppure senza la volontà politica e la disponibilità ad assumere responsabilità a livello europeo. Ora stiamo parlando di cooperazione e coordinamento. E’ vero che abbiamo bisogno di maggiore cooperazione e maggiore coordinamento, ma ciò sarà possibile soltanto se ci fideremo di più l’uno dell’altro. E più cooperazione e più coordinamento sono necessari anche per un più forte ruolo dell’Europa nelle pratiche economiche.

Nel corso di varie crisi, la Banca centrale europea, la Federal Reserve e la Banca del Giappone hanno aiutato a proteggere l’Europa dalle crisi monetarie. Voglio pertanto sottolineare una volta di più che non vi può essere alcun vertice senza la presenza di rappresentanti della zona euro e della Banca centrale europea. La crisi finanziaria ha rivelato che l’euro ci ha permesso di restare indenni da speculazioni valutarie e di impedire che esse si verificassero all’interno della zona euro. Le reazioni in Danimarca, nel Regno Unito, in Svezia e in Ungheria ci fanno capire molto bene ciò che l’euro ha fatto per noi.

Concludo, signor Presidente, dicendo che anche noi vogliamo che l’Unione europea sia rappresentata presso il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e in altre sedi dell’economia finanziaria globale, in linea con la sua forza. Invitiamo tutti coloro che adesso chiedono a gran voce l’adozione di norme globali a fare in Europa e nei loro Stati membri quello che pretendono dagli altri.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE). - (SV) Signor Presidente, signor Commissario, Presidente Juncker, desidero congratularmi vivamente con un maturo decenne e ringraziare entrambi i relatori per l’eccellente relazione.

Gli scorsi mesi hanno dimostrato, ovviamente, la forza dell’euro. Dieci anni fa pochi credevano che l’euro sarebbe stato un successo così formidabile. Alcuni paesi, compreso il mio, hanno atteso con ansia fuori dalla porta. Taluni critici hanno probabilmente pensato che l’euro non avrebbe superato l’esame, come ha testé osservato l’onorevole Lundgren, ma lui e gli altri profeti di sventura avevano torto. Dopo mesi di incertezza finanziaria è chiaro che soltanto la cooperazione in campo economico, con l’euro come asse portante, può dare quella sicurezza di cui gli attuali sistemi economici globali hanno bisogno. Proprio il fatto che siano state misure comuni a determinare un miglioramento del mercato dimostra la forza della cooperazione nell’ambito dell’euro.

L’euro dovrebbe essere la moneta di tutta l’Europa. Se vogliamo che questa idea diventi realtà, non dobbiamo inasprire ancora di più i già severi criteri di convergenza. Credo pertanto che sia sbagliato fare dell’adesione all’euro una sorta di iscrizione a un circolo esclusivo con requisiti d’ingresso più selettivi, come richiesto in uno degli emendamenti.

Permettetemi di intervenire brevemente sulla posizione della Svezia al di fuori della zona euro. Per la Svezia, che ha un solo piede nell’Unione europea, non facendo ancora parte della zona euro, i vantaggi e gli svantaggi sono adesso più chiari che mai – e spero lo siano anche per l’onorevole Lundgren. Durante la precedente crisi finanziaria che colpì la Svezia nel 1992, non potemmo fare nient’altro che lasciar crollare il corso della corona. Le lezioni imparate a quell’epoca sono state all’origine della nostra decisione di diventare parte della famiglia europea. Nel corso dell’anno passato, la corona svedese ha perso valore nei confronti dell’euro. Ora che si comincia a intervenire sulla crisi finanziaria, la Svezia si ritrova a essere esclusa sia dalla protezione offerta dall’euro sia dalle risoluzioni adottate e richieste da chi gestisce la crisi all’interno dell’eurogruppo. E’ in questi momenti che paesi piccoli come la Svezia dovrebbero rendersi conto del valore della moneta unica. La stabilità data dall’euro rende possibile quella prospettiva di lungo raggio che è importante per un paese così dipendente dalle esportazioni com’è la Svezia. E’ vero che la Svezia può vantare un buono sviluppo economico; però l’adesione all’euro avrebbe reso più stabile la nostra politica monetaria e creato maggiore occupazione, un’economia più solida ed esportazioni più forti.

I partiti svedesi dovrebbero dunque prepararsi a riconsiderare le loro posizioni passive nei confronti dell’adozione dell’euro come moneta del nostro paese, affinché esso diventi membro a pieno titolo dell’Unione europea. E’ giunto il momento che la Svezia affronti seriamente la questione di un nuovo referendum. Per parte mia, mi auguro che adotti l’euro entro cinque anni.

 
  
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  Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (UEN). - (PL) Signor Presidente, vorrei attirare la vostra attenzione su due punti affrontati durante questa discussione che, a mio parere, gettano un’ombra sul funzionamento dell’unione economica e monetaria. Primo, la crescita è più rapida nei paesi non aderenti alla zona euro che in quelli che ne fanno parte. Nel periodo 2002-2007 i vecchi Stati membri fuori dalla zona euro – Regno Unito, Svezia e Danimarca – sono cresciuti molto più velocemente dei paesi dell’euro. Nei tre paesi citati, il prodotto interno lordo è cresciuto a un tasso doppio rispetto alla media della zona euro e i tassi di disoccupazione erano notevolmente inferiori. Le differenze tra i paesi della zona euro e i nuovi Stati membri sono ancora più evidenti.

Secondo, esiste una disparità di trattamento tra i paesi che vogliono aderire all’unione economica e monetaria e quelli che ne fanno già parte. I candidati all’unione monetaria devono soddisfare severi criteri di tipo fiscale e monetario per due anni prima di poter adottare la moneta unica, mentre i due paesi più grandi dell’Unione europea – Germania e Francia -, che fanno parte della zona euro, hanno superato il limite massimo previsto per il disavanzo di bilancio per tutti e quattro gli anni dal 2002 al 2005. Si è reso necessario modificare il patto di stabilità e di crescita per evitare che questi due paesi dovessero pagare diversi miliardi di euro di sanzioni per mancato adempimento.

 
  
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  Jens Holm (GUE/NGL). - (SV) La relazione elogia l’unione economica e monetaria. Personalmente non capisco cosa ci sia tanto da celebrare. La zona euro è in recessione e la disoccupazione aumenta drasticamente. Molti dei grandi paesi aderenti all’UEM non soddisfano più i requisiti economici di base previsti per l’adesione: già solo questo fatto dimostra tutta la rigidità del progetto.

Cinque anni fa il popolo svedese votò contro l’adesione all’unione economica e monetaria. Nondimeno, in varie circostanze la Commissione ha detto che la Svezia, prima o dopo, dovrà entrare nell’UEM. Colgo dunque questa occasione per chiedere alla Commissione se vuole precisare una volta per tutte quella sua affermazione. La Svezia deve aderire all’UEM?

L’unione economica e monetaria ha bisogno di una riforma radicale che preveda anche l’obiettivo della lotta contro la disoccupazione e una maggiore flessibilità economica. Queste due decisioni rappresenterebbero dei passi importanti nella giusta direzione.

 
  
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  Zsolt László Becsey (PPE-DE). - (HU) La ringrazio, signor Presidente. Penso che l’introduzione dell’euro rappresenti un successo, dato che la disoccupazione è diminuita e l’occupazione è aumentata, grazie alla stabilità che sta dietro alla moneta unica. Un’ulteriore prova è venuta dalla crisi attuale, perché i paesi che usano questa forte valuta pregiata semplicemente non possono avere problemi nella bilancia dei pagamenti, mentre altri paesi – come l’Ungheria – li hanno.

Tuttavia la zona euro non è riuscita a realizzare la convergenza, a dispetto del sostegno del Fondo di coesione, e ciò che dovremmo analizzare adesso sono appunto le ragioni di questo fatto. La zona euro è come un potente magnete che attrae capitali, e propongo quindi che, nell’esaminare quanto è accaduto, prendiamo in considerazione non soltanto il prodotto interno lordo ma anche il reddito nazionale lordo.

Mi fa piacere che la relazione preveda l’adozione di misure contro gli Stati membri che hanno fornito continuamente previsioni errate, ottimistiche – come sappiamo da quanto è successo in Ungheria nel 2006 – e credo che ciò sia realmente necessario.

Ritengo importante conservare il prestigio connesso con l’appartenenza all’Unione europea. Da un lato, i paesi che non fanno parte dell’Unione non dovrebbero aderire all’euro, perché ciò comporterebbe l’impossibilità da parte nostra di giustificare gli sforzi enormi compiuti da certi paesi per diventare membri.

Gli strumenti della Banca centrale europea dovrebbero essere impiegati, specialmente nella crisi attuale, a favore di tutti gli Stati membri, in particolare per quanto attiene alla liquidità, senza egoismi. In tal modo, dimostreremo qual è il significato dello scudo protettivo dell’Unione europea e dell’appartenenza al mercato interno, che costituisce una sfida importante, soprattutto per gli Stati membri meno sviluppati. Analogamente, però, dovremmo tener conto di tutto questo anche quando si decide la composizione del comitato esecutivo della BCE.

Ma la considerazione più importante riguarda la rappresentanza esterna della zona euro. Essa è necessaria, però il relativo mandato dovrebbe essere conferito con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri. La rappresentanza esterna della zona euro non dev’essere un circolo esclusivo, visto che l’Unione europea è un’entità unificata.

In conclusione voglio dire che gli Stati membri devono entrare nella zona euro quanto prima possibile, a condizioni severe ma comprensibili e accettabili. Accolgo quindi con piacere il ragionevole suggerimento dell’onorevole Klinz di limitare la possibilità di aderire all’euro ai soli Stati membri dell’Unione europea. Vi ringrazio per l’attenzione.

 
  
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  Vladimír Maňka (PSE). – (SK) A seguito della crisi finanziaria delle scorse settimane, i cittadini europei hanno constatato che gli Stati membri che aderiscono all’euro sono meglio equipaggiati per affrontare perturbazioni di grandi dimensioni. E lo hanno constatato anche gli abitanti del mio paese, la Slovacchia, che aderirà all’euro il prossimo 1o gennaio.

Gli investitori e gli speculatori finanziari dei mercati valutari ci considerano già membri della zona euro. Non è più redditizio speculare con la nostra moneta, dato che abbiamo fissato un tasso fisso di conversione. Nel contempo, le valute dei nostri vicini si stanno deprezzando e presentano un livello di rischio che gli speculatori reputano eccessivo e non intendono assumersi, a causa della crisi sui mercati finanziari. Alcune monete sono scese al livello più basso mai registrato da anni a questa parte.

Adottare l’euro significa, per un’economia piccola e aperta, proteggere gli imprenditori e i cittadini da fluttuazioni del tasso di cambio. Anche gli abitanti del paese con il tasso di occupazione più alto, cioè la Danimarca, che per lungo tempo ha registrato uno dei livelli di competitività più elevati e il più alto standard di vita al mondo, si sono resi conto del fatto che, se appartenessero alla zona euro, godrebbero di tassi di cambio più favorevoli e potrebbero affrontare meglio i problemi globali di questi tempi. Lo stesso vale per la Svezia, ovviamente, e oggi lo abbiamo già detto. Forse questo è il momento giusto perché i due paesi riconsiderino la possibilità di aderire alla zona euro.

Prima un collega del mio paese ha espresso critiche nei confronti del governo slovacco, che sta predisponendo misure volte a rafforzare il quadro normativo e di vigilanza. Al collega vorrei rammentare una recente risoluzione del Parlamento europeo nella quale si invitava la Commissione a proporre misure di rafforzamento del quadro normativo e di vigilanza nell’intera Unione. Non esistono alternative, ed è per questo che la maggioranza dei deputati al Parlamento europeo, appartenenti a gruppi diversi, hanno votato a favore di quella risoluzione.

Concludo congratulandomi con entrambi i relatori per l’ottimo documento che ci hanno presentato.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). - (LT) L’unione economica e monetaria compie dieci anni. E’ un anniversario importante ma anche un’occasione per valutare come sono cambiate l’Unione europea e la situazione economica, finanziaria e politica globale e se i criteri di Maastricht sono adatti alle attuali sfide globali.

Il patto di stabilità e di crescita è stato rivisto nel 2005, forse perché i suoi requisiti non erano stati soddisfatti dai paesi più grandi della zona euro.

In dieci anni praticamente nessuno dei paesi della zona euro ha attuato tutti i criteri di Maastricht.

Sappiamo che l’obiettivo fissato dalla Banca centrale europea per il tasso d’inflazione è il 2 per cento. Se dovessimo valutare il conseguimento di questo obiettivo oggi, constateremmo che esso non è stato raggiunto da nessun paese dell’Unione: lo scorso settembre, i tassi d’inflazione degli Stati dell’UE andavano dal 2,8 per cento dei Paesi Bassi al 14,7 della Lettonia, mentre il criterio di Maastricht per la stabilità dei prezzi è del 4,5 per cento.

Se i paesi aderenti alla zona euro non ce la fanno a rispettare il criterio della stabilità dei prezzi, come si può parlare di stabilità dell’inflazione? Abbiamo cominciato a parlare di stabilità dell’inflazione nel 2006, quando la zona euro ha cominciato ad allargarsi. Adesso stiamo parlando di requisiti nuovi esclusivamente per i nuovi candidati alla zona euro? Quali sono le prospettive di un allargamento della zona euro?

Invito la Commissione europea e la Banca centrale europea a rivedere ancora una volta i principi e la gestione dell’unione economica e monetaria e i criteri di Maastricht, nonché a chiedersi se essi siano messi in pratica nell’attuale situazione economica e finanziaria globale, e anche ciò che il futuro riserva all’unione economica e monetaria e ai candidati alla zona euro.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (UEN). - (PL) Signor Presidente, Presidente Juncker, non ha proprio fortuna, dato che questa discussione sui successi della zona euro è contestuale all’annuncio di Eurostat secondo cui nei paesi che hanno la moneta unica starebbe per iniziare una grave recessione. Tale annuncio dovrebbe indurla a un po’ di autocritica, piuttosto che a elogi sperticati del successo dell’euro. Gli autori della relazione lodano il calo della disoccupazione, che nel corso di nove anni è stato, va riconosciuto, di poco superiore all’1,5 per cento; secondo le attuali previsioni, però, l’anno prossimo la disoccupazione aumenterà notevolmente nella zona euro. L’altra faccia della medaglia è meno piacevole, e la relazione lo sottolinea: un tasso di crescita assai insoddisfacente e un forte calo della produttività, passata dall’1,5 per cento negli anni novanta allo 0,75 per cento nel decennio scorso.

E’ chiaro che l’euro non è né una panacea per i mali dell’economia né uno strumento capace, per sua natura, di apportare una crescita economica più veloce e una maggiore prosperità rispetto ai paesi dell’Unione europea non aderenti all’euro, cioè Svezia, Danimarca e Regno Unito.

 
  
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  Margaritis Schinas (PPE-DE). - (EL) Signor Presidente, non può esserci alcun dubbio sul fatto che la nascita dell’unione economica e monetaria e dell’euro è uno degli eventi salienti nella sessantennale storia dell’integrazione europea.

Questa è la prima volta in Europa e nel mondo che c’è stato un passaggio così strutturato a una moneta unita, senza guerre, senza spargimenti di sangue, sulla base del consenso e grazie alla volontà politica di paesi indipendenti che congiuntamente e democraticamente hanno deciso di incamminarsi sulla strada della stabilità monetaria. E’ stata una strada impervia, ma che ha permesso di soddisfare entrambe le componenti dell’Europa: sia i paesi che erano abituati alla stabilità finanziaria e hanno continuato a perseguire le stesse politiche di contrasto dell’inflazione, sia quelli che, dopo decenni di assenza di disciplina finanziaria, hanno trovato per la prima volta nell’euro un’oasi nella quale hanno potuto razionalizzare e ristrutturare i loro dati economici fondamentali.

Questo è quanto è successo in passato. Oggi, tuttavia, ci troviamo in una fase molto difficile, in un momento cruciale in cui dobbiamo occuparci della “E” di UEM. Finora, la “M”, ossia la sua componente monetaria, ci ha aiutati ad arrivare al punto in cui siamo, ma temo che d’ora in poi, senza un approccio europeo unico, coeso e coerente alla dimensione economica, assisteremo al capovolgimento di molte delle nostre conquiste.

Restano quindi ancora aperte due questioni rilevanti per il futuro: dobbiamo introdurre regole di coordinamento della governance economica europea capaci anche di immunizzare il sistema globale al di là e al di sopra degli eccessi e dell’anarchia che hanno causato la crisi attuale, e, secondo, dobbiamo denunciare tutti quelli che assecondano i cittadini dal punto di vista economico nell’intento di profittare della crisi per mettere in dubbio queste conquiste così importanti.

 
  
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  Manuel António dos Santos (PSE).(PT) Devo anzitutto congratularmi con i relatori per l’ottimo testo. Solo i pochi immemori o i tanti totalmente privi di comprensione possono pensare che l’euro e la relativa politica monetaria non siano stati un enorme successo per l’umanità e un grande successo per l’economia europea. Basta pensare al gran numero di posti di lavoro che sono stati creati in Europa sotto il regno dell’euro per comprenderne l’importanza. Né si può negare l’importanza del fatto che, in una situazione di crisi nella quale l’economia europea, grazie ai suoi strumenti, sta reagendo meglio di altre economie regionali, coloro che ancora poco tempo fa erano scettici nei riguardi della politica monetaria comune e dell’euro adesso stanno ansiosamente chiedendo di potervi partecipare e persino di entrare nella zona euro.

Ma questo non è tutto e non significa che io sia soddisfatto di come l’Unione europea ha affrontato le questioni del consolidamento finanziario e della stabilità finanziaria. In quest’aula ho già avuto modo di dire in numerose occasioni che sono favorevole alla stabilità finanziaria e al patto di stabilità e di crescita, ma ritengo che esso non sia stato sempre vantaggioso per l’economia reale. Né il patto né la politica monetaria sono stati veramente vantaggiosi per l’economia reale. Non di rado l’economia reale ha sofferto di gravissimi problemi a causa di un’applicazione troppo convenzionale delle regole del patto.

Non ho mai incontrato un economista né letto un manuale di economia che sostenessero che due, tre e sessanta, cioè i numeri magici del patto di stabilità e di crescita per inflazione, deficit e tasso d’indebitamento, sono stati comprovati scientificamente. Non ho mai conosciuto nessuno né, in particolare, un economista o uno studioso di teorie economiche che abbia detto una volta che è esiziale accanirsi a mantenere questo tipo di configurazione. La Commissione e gli ambienti più conservatori d’Europa sono fermamente convinti della necessità di avere bilanci in equilibrio o pari a zero. Si tratta di un’idea del tutto assurda. Con qualsiasi tasso di crescita, un bilancio in pari significa la cancellazione totale del debito in futuro, il che non è equo né dal punto di vista sociale né in termini intergenerazionali e non trova alcuna giustificazione né nella realtà né nell’economia reale.

 
  
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  Jim Higgins (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, la relazione Berès-Langen è eccellente perché ci presenta la storia dell’unione economica e monetaria negli ultimi dieci anni e ci dice come l’Unione dovrebbe continuare a funzionare in futuro. L’euro è stato un successo strepitoso: è la seconda moneta più importante al mondo; nei primi dieci anni, l’inflazione è stata ampiamente in linea con l’obiettivo del 2 per cento fissato dalla Banca centrale europea; inoltre, l’euro ha facilitato i viaggi, il commercio e l’occupazione e, cosa più importante di tutto, rappresenta un ulteriore passo verso il consolidamento dell’Unione europea.

L’annuncio della settimana scorsa che la zona euro si trova in una fase di recessione significa che sarà necessario compiere azioni urgenti sia nell’UE che a livello globale; ma, se c’è una cosa che non dobbiamo fare, è dare all’euro la colpa della crisi attuale. Le regole del patto di stabilità e di crescita, se da un canto sono bene intenzionate laddove stabiliscono orientamenti per l’indebitamento massimo degli Stati membri, dall’altro non hanno previsto – e nessuno avrebbe potuto farlo – l’attuale crisi economica mondiale. A mio parere, questa crisi richiede flessibilità perché, a meno che la stretta creditizia degli istituti finanziari non sia allentata, è senz’altro probabile che la crisi si aggravi ulteriormente e che vadano perduti sempre più posti di lavoro.

Voglio elogiare il presidente Barroso e il presidente Sarkozy per il modo in cui hanno rappresentato l’Unione europea ai colloqui del G20 la settimana scorsa a Washington. Penso che abbiano reso un ottimo servizio a noi e anche all’Europa.

Infine, dobbiamo capire come siamo finiti in questa crisi e quali ne sono le cause. Dobbiamo imparare la lezione e fare in modo che una cosa del genere non accada mai più. Se questo significa attuare riforme – riforma delle istituzioni, riforma del Fondo monetario internazionale -, facciamolo. Se questo significa analizzare le modalità operative della Banca centrale europea, facciamolo. Al punto in cui siamo, procediamo a un’analisi scientifica e, di qualunque genere sia la crisi che l’Europa sta vivendo – non sappiamo quanto sia grave, dove ci porterà né quali saranno le sue conseguenze -, studiamola in maniera scientifica e mettiamo in atto soluzioni.

 
  
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  Dariusz Rosati (PSE). - (PL) Signor Presidente, signor Commissario, Presidente Juncker, condivido il giudizio secondo cui la moneta unica è stata un grande successo europeo. Per molti anni abbiamo avuto prezzi e tassi d’inflazione bassi, abbiamo avuto tassi d’interesse bassi, prezzi trasparenti tra i singoli paesi e stabilità macroeconomica – e proprio questo è un successo straordinario per quei paesi che in passato hanno avuto problemi di inflazione e di deficit di bilancio. Sono anch’io del parere che tutto ciò rappresenti un successo.

Vorrei commentare quanto detto pochi minuti fa dal collega polacco. Egli ha sostenuto che nella zona euro la disoccupazione sta crescendo e c’è una crisi finanziaria. Purtroppo è uscito dall’aula, ma se fosse rimasto avrebbe potuto ascoltare qualche parola di saggezza. Egli ignora che, senza l’euro, l’Europa si troverebbe in condizioni ben peggiori di quelle attuali, come si capisce facilmente guardando la situazione di paesi come l’Islanda e l’Ungheria, che stanno affrontando enormi difficoltà economiche. Se appartenessero alla zona euro, la loro situazione sarebbe decisamente migliore.

Voglio dire inoltre che il successo a lungo termine di qualsiasi moneta dipenderà da fattori reali, dallo sviluppo economico di lungo periodo, che però manca in Europa. Dobbiamo osservare che nelle scorse settimane il dollaro statunitense si è rafforzato nei confronti dell’euro, e ciò dimostra che persino in una situazione di crisi gli investitori, o perlomeno la maggior parte di essi, ritengono che il dollaro sia un porto sicuro per i loro investimenti. Per tale motivo dobbiamo creare una base per la crescita a lungo termine in Europa, che rafforzerà la moneta europea. Ma per farlo c’è bisogno di riforme, c’è bisogno di uno slancio economico e di tassi di produttività più elevati.

In secondo luogo, credo che dovremmo rivedere i criteri di convergenza nominali e adeguarli alle nuove condizioni; penso in particolare ai criteri dell’inflazione e del metodo di calcolo dei parametri di riferimento, per consentire ai nuovi Stati membri che hanno economie molto dinamiche di aderire alla zona euro.

 
  
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  Paolo Bartolozzi (PPE-DE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio anche il Presidente dell'Eurogruppo e il Commissario nonché i due relatori di questa relazione, perché sono convinto che l'introduzione dell'euro ha dato ai cittadini la possibilità di meglio gestire i propri bilanci familiari, facendo loro realizzare risparmi nella spesa per l'acquisto di beni e servizi e non solo.

Come è stato detto, si è registrato un contenimento del tasso di inflazione che si è attestato in media intorno al 2% e si sono creati in questi dieci anni circa 16 milioni di posti di lavoro, si è contenuto il deficit dei bilanci pubblici che nel 2007 - come è stato ricordato dal Commissario - si è aggirato intorno allo 0,6% del PIL a fronte di un 4% negli anni '80 e '90.

L'euro ha acquistato inoltre un prestigio internazionale ed è diventato moneta appetita anche per i paesi extracomunitari e nonostante le recenti turbolenze finanziarie che hanno inferto colpi molto duri al sistema finanziario e bancario globale, l'euro ha attenuato sicuramente l'impatto devastante di questa crisi finanziaria di portata planetaria, ma oggi c'è il rischio che il rallentamento globale della domanda continuerà a indebolire le esportazioni e a vanificare il vantaggio del tasso di sconto dell'euro, minato dalla svalutazione del dollaro.

Ovviamente degli aggiustamenti anche importanti nella struttura portante dell'euro debbono essere rivisti, mettendo gli Stati membri con un PIL inferiore alla media in condizione di recuperare lo svantaggio. Ben venga quindi una road map dell'UEM che meglio analizzi le divergenze economiche, dia impulso alle riforme strutturali, vigili sulle finanze pubbliche e sui mercati finanziari accelerando la loro integrazione. Tutto ciò può e deve realizzarsi a mano a mano che si uscirà, e speriamo al più presto, da questa situazione di instabilità che pesa tuttora non solo sulle scelte urgenti che i governi nazionali devono mettere in atto, ma anche sul disorientamento in cui versano i risparmiatori, cui occorre dare fiducia per rimettere in moto investimenti, consumi e migliorare il quadro generale entro il quale operare con maggiore tranquillità. In altre parole la responsabilità deve essere collettiva, ma si chiede alle autorità preposte uno sforzo incisivo per giudicare le riforme da sostenere con una rigorosa governance e con una autorevole leadership politica.

 
  
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  Sirpa Pietikäinen (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, desidero prima di tutto congratularmi con i due relatori, gli onorevoli Berès e Langen, per la loro relazione così equilibrata, che affronta l’argomento analizzandolo da una prospettiva ampia. In secondo luogo, penso che quando si è cominciato a lavorare alla relazione nessuno pensava quanto essa sarebbe stata attuale. Credo che questo sia una prova della capacità dell’Unione europea di dare risposta a sfide globali, di garantire la competitività e di creare stabilità.

Senza l'unione monetaria, sia i paesi dell’euro che gli altri sarebbero stati molto più vulnerabili a questa crisi finanziaria. Nel corso degli ultimi dieci anni, la Banca centrale europea ha svolto un ruolo molto positivo e assicurato una politica economica e monetaria molto stabile, grazie alla quale abbiamo potuto rispondere alla crisi in maniera tempestiva e adottare misure fattive non solo nell’Unione europea ma anche in un contesto mondiale in riferimento alla riforma dell’architettura finanziaria globale di cui si parla.

Penso che quella attuale sia più di una crisi di natura finanziaria; è una crisi che investe il processo decisionale e le regole stesse del gioco. Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è un ruolo più stabile dell’Europa e della Banca centrale europea nel campo della vigilanza. Abbiamo bisogno di norme meglio armonizzate per tutti i diversi tipi di strumenti finanziari. Abbiamo bisogno di trasparenza attraverso procedure adeguate e, più di tutto, è necessario che gli europei siano molto perseveranti e uniti nel portare avanti tali politiche in ambito globale. Dobbiamo essere uniti perché i mercati sono cresciuti al di là delle capacità d’intervento degli Stati nazionali e c’è bisogno di azioni coerenti a livello nazionale, europeo e globale.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE). – (SK) L’euro sarà il migliore stimolo agli investimenti per gli investitori stranieri anche nell’Europa centrale. Pertanto, il governo del primo ministro Fico avrà il compito di trarre il massimo vantaggio dall’introduzione dell’euro in Slovacchia il 1o gennaio 2009.

La sostenibilità dell’inflazione e del deficit dei conti pubblici della Slovacchia sarà esaminata molto da vicino e l’attuale governo slovacco dovrà dunque proseguire le riforme avviate dal governo precedente, sotto la guida di Mikuláš Dzurinda. In caso contrario, la Slovacchia potrebbe trovarsi in difficoltà nel garantire un basso tasso d’inflazione dopo l’adesione alla zona euro.

Credo che il governo slovacco prenderà sul serio le raccomandazioni dei relatori del Parlamento europeo e non accollerà al paese nuovi debiti. Non deve immischiarsi nella riforma pensionistica cercando di accaparrarsi i fondi dei risparmiatori privati per ottenere un miglioramento a breve termine del deficit della finanza pubblica; non deve approvare leggi che siano in contrasto con le regole del mercato e deve contribuire a migliorare le condizioni in cui operano gli imprenditori.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE). - (RO) Signor Presidente, signor Commissario, la forza dell’Unione europea deriva dai circa 490 milioni di cittadini europei. La zona euro è un pilastro di stabilità per l’Europa e per l’intera economia mondiale. Nella zona euro sono stati creati, soltanto negli ultimi dieci anni, 16 milioni di posti di lavoro. In futuro, l’Unione dovrà reagire alle sfide poste dai cambiamenti demografici e climatici. L’invecchiamento della popolazione comporterà notevoli problemi di carattere sociale, economico e di bilancio. Credo che sia necessario difendere la libera circolazione di beni, persone, capitali e servizi, soprattutto nel contesto attuale, caratterizzato dalla crisi finanziaria e dalla recessione economica.

L’eliminazione degli ostacoli che impediscono la libera circolazione dei lavoratori assicura condizioni di lavoro adeguate e corrette a tutti i lavoratori europei e offre uno strumento efficace per combattere il dumping sociale e l’evasione fiscale. Invito la Commissione europea e i membri dell’eurogruppo a prendere, insieme con i governi degli Stati membri, i provvedimenti necessari per cancellare le restrizioni imposte ai lavoratori romeni e bulgari. La zona euro deve dare l’esempio per quanto riguarda l’economia sociale di mercato.

 
  
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  Vittorio Prodi (ALDE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il Commissario Almunia per la sua presenza e il Presidente Juncker per l'opera da loro svolta per mettere a punto questo strumento che è così importante. L'euro è una realtà forte che ci ha protetto in questa crisi.

Allora dobbiamo andare avanti perché accanto alla politica monetaria che ha funzionato ci sia una politica economica, dell'intero Eurogruppo, ma possibilmente anche dell'Unione, proprio perché in questo momento abbiamo bisogno di intraprendere un programma d'emergenza per le difficoltà economiche che sono previste.

Allora io credo che sia necessario intraprendere un impegno forte, un programma d'urto per la infrastrutturazione energetica dell'Unione e per il risparmio energetico. Questo credo che dobbiamo farlo nel più breve tempo possibile.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, permettetemi di illustrarvi le mie considerazioni elencandole per punti.

La causa centrale del fallimento sistemico cui stiamo assistendo è l’omogeneità dei mercati, e se operatori veramente bravi come il presidente Juncker e il commissario Almunia non riescono a ridare eterogeneità ai mercati, ci limitiamo semplicemente a rimandare il fallimento completo a data da destinarsi. I mercati omogenei stanno al cuore del problema.

Secondo punto: in Irlanda alcuni avevano predetto che l’euro sarebbe stato una sorta di veicolo senza freni, senza volante e senza fari. Mai una previsione è stata così sbagliata! Dove sarebbe oggi l’Irlanda se non esistessero l’euro e la Banca centrale europea? Perché non ne rivendichiamo il merito con maggiore fermezza? Questa è una cosa che potrebbe aiutarci nel portare avanti il processo di ratifica del trattato di Lisbona.

Infine, vorrei fare un paragone con le vaccinazioni: i genitori hanno senz’altro il diritto di decidere se far vaccinare o meno i loro figli, ma se tutti i genitori si rifiutassero di farli vaccinare, scoppierebbero epidemie.

Voglio aggiungere solo questo: nessun uomo è un’isola. La Gran Bretagna può anche essere un’isola, ma è ora che riveda la questione dell’adesione all’euro, perché non possiamo andare ciascuno per la sua strada.

 
  
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  Gerard Batten (IND/DEM). - (EN) Signor Presidente, è sempre stato un’assurdità economica il fatto che una serie di economie nazionali dalle prestazioni differenti condividessero gli stessi tassi d’interesse e di cambio. Inoltre, la Banca centrale europea ha come compito precipuo e come obbligo giuridico tenere sotto controllo l’inflazione, che, nel contesto della crisi economica che si sta sviluppando, è l’ultimo dei nostri problemi.

Queste sono le linee di frattura che finiranno per fare a pezzi la moneta unica europea. Ma gli eurofili del Regno Unito vanno sostenendo che il calo del tasso di cambio della sterlina ci offre l’opportunità di aderire all’euro. Se possedessero solo poche conoscenze basilari di economia, costoro saprebbero che questo è esattamente il motivo per cui la Gran Bretagna non dovrebbe adottare l’euro.

La capacità della sterlina di trovare il proprio valore nei confronti delle monete degli altri paesi sarà un fattore d’importanza essenziale che aiuterà la Gran Bretagna a resistere alla tempesta economica che si sta profilando. Il Regno Unito ha tanto bisogno della moneta unica europea quanto un uomo che sta affogando ha bisogno di una camicia di forza.

 
  
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  Dragoş Florin David (PPE-DE). - (RO) Signor Presidente, signor Commissario, vorrei anzitutto complimentarmi con i due relatori, gli onorevoli Berès e Langen. Dieci anni non sono né tanti né pochi, ma hanno evidentemente fornito un rilevante contributo al consolidamento del mercato interno e, di questi tempi, alla creazione di uno scudo protettivo dalle speculazioni finanziarie. Credo che una regolamentazione più severa del settore finanziario e bancario, unita a stimoli agli investimenti nella ricerca e nello sviluppo, alla promozione della competitività e dell’educazione dei cittadini in campo finanziario, possa rappresentare una soluzione molto più efficace in questi tempi di crisi.

Penso che gli Stati membri dell’Unione europea debbano dar prova di solidarietà economica e finanziaria in un periodo in cui gli interventi nel settore finanziario e bancario da soli non sono sufficienti a stabilizzare la crisi economica, se non superficialmente. Spero, signor Commissario, che gli effetti della crisi non si ripercuoteranno sulle previsioni di bilancio per il periodo 2007-2013, dato che i fondi europei potrebbero riuscire a ottenere i risultati sperati contribuendo allo sviluppo sostenibile dell’Unione.

 
  
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  Christopher Beazley (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, sul tema dell’adesione alla zona euro da parte della Gran Bretagna, mi pare di poter dire che quest’ultima è sempre stata riluttante ad aderire a qualsiasi accordo europeo sin dall’inizio. Ha imparato ben presto a pentirsi delle proprie decisioni, e quindi di solito presentiamo domanda di adesione nel momento peggiore. Se fossimo stati tra i membri fondatori della zona euro – e avremmo dovuto esserci – oggi ci ritroveremmo in una posizione molto più forte. Mi attendo che il prossimo governo conservatore presenti domanda di adesione alla zona euro entro tempi molto brevi.

(Applausi)

 
  
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  Kurt Joachim Lauk (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vorrei fare soltanto due osservazioni. Primo, l’euro ha superato l’esame. Senza la moneta unica, in questa crisi finanziaria probabilmente non saremmo stati al riparo da speculazioni a danno delle intere economie europee. Sotto questo profilo, dunque, l’euro ha superato la prova. Se, nella crisi attuale, non ci fosse stato l’euro, è probabile che oggi dovremmo far fronte a gravi difficoltà – ove non a un vero e proprio disastro.

A mio parere, due fattori saranno assolutamente cruciali in futuro. L’euro può rimanere stabile e guadagnare terreno nei confronti del dollaro come valuta pregiata a livello mondiale se saranno garantiti due dati: primo, la Banca centrale europea, che ha dato prova delle proprie capacità durante la crisi, deve restare indipendente, come è già stato rilevato, e, secondo, il patto di stabilità e di crescita deve essere ampliato. E’ già estremamente utile nella sua forma attuale, ma deve anche essere applicato e protetto.

 
  
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  Joaquín Almunia, membro della Commissione. – (ES) Signor Presidente, ringrazio tutti gli onorevoli deputati che sono intervenuti nella discussione. Credo che da essa possiamo trarre la conclusione che esistono un amplissimo consenso sulla relazione in esame e anche un sostegno molto vasto per la prosecuzione del progetto dell’unione economica e monetaria come pure per la moneta unica. Non lo dico per ribadire le motivazioni citate da quelli tra noi che hanno appoggiato la creazione dell’UEM dieci anni fa, bensì alla luce delle analisi di ciò che è accaduto in questo decennio e di ciò che dobbiamo fare ora, in questi tempi così difficili dal punto di vista economico.

E’ evidente che i problemi attuali non possono essere attribuiti all’euro. Sappiamo tutti che le cause di questa crisi profondissima non risiedono né qui in Europa né nella zona euro. E’ nondimeno vero che ne stiamo pagando il prezzo, al pari di altri paesi industrializzati, delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo, e questo avviene perché, in un’economia globale, lo sganciamento non è possibile. Però l’unione economica e monetaria ci offre, quanto meno, gli strumenti per affrontare i problemi in maniera più efficace. Riteniamo che riusciremo a superare la crisi più velocemente lavorando insieme che andando ciascuno per la propria strada.

Concordo con tutti coloro – e sono stati numerosi – che hanno detto che la Banca centrale europea è un’istituzione che, dalla sua fondazione, ha più che ripagato la fiducia riposta in essa con il trattato di Maastricht. Credo che la Banca abbia svolto la propria funzione in modo eccellente e che il suo lavoro meriti sostegno perché è un elemento essenziale dell’unione economica e monetaria.

Concordo altresì con tutti quelli che hanno affermato che occorre mantenere il patto di stabilità e di crescita così com’è adesso, dopo la revisione del 2005, per poter sfruttare la flessibilità introdotta quell’anno e discuterne in questa sede in varie occasioni. La flessibilità prevista dal patto ci permetterà di mantenere la disciplina di bilancio e di rispettarne le regole, nonché di ancorare gli obiettivi di sostenibilità dei nostri conti pubblici. Allo stesso tempo, però, ci consentirà di usare la nostra politica fiscale in una situazione che richiede una politica attiva dal punto di vista degli strumenti della tassazione e della politica fiscale.

Per essere efficace, lo stimolo fiscale dev’essere coordinato. Il nostro quadro di disciplina di bilancio facilita tale coordinamento, ma pone anche limiti per evitare che il coordinamento dello stimolo fiscale possa mettere a repentaglio la sostenibilità dei nostri conti pubblici. In terzo luogo – e molti oratori hanno citato questo punto durante la discussione – dobbiamo indubbiamente rafforzare la voce dell’euro per difenderne la stabilità nelle relazioni bilaterali e multilaterali con chi detiene la nostra moneta, chi rappresenta altre valute e, in particolare, con le altre monete dei principali attori dell’economia globale.

Sostanzialmente, questa crisi deriva dagli squilibri macroeconomici che avrebbero dovuto essere affrontati ma che non è stato possibile eliminare per via della mancanza di efficaci meccanismi di risoluzione degli squilibri globali. Ne abbiamo discusso a Washington e dobbiamo continuare a parlarne, ma lo potremo fare, come europei, se daremo all’euro il nostro totale appoggio politico e lo doteremo dei necessari meccanismi di governance, per tutelare i nostri interessi come meritano attraverso il tasso di cambio della nostra moneta. Credo che questa sia la strada giusta da percorrere, come sostiene anche la relazione, come ha detto il presidente dell’eurogruppo, come concordato dalla Commissione e come riconosceranno nei mesi prossimi, con sempre maggiore convinzione, i leader degli Stati membri.

Tutto ciò richiede coordinamento, purché, però, si tratti del giusto tipo di coordinamento. Ciò non significa mettere in dubbio l’indipendenza della Banca centrale europea, né coordinare in maniera artificiosa le decisioni di politica economica, che devono continuare a essere adottate tenendo conto della situazione di ciascun paese. Questo non è un vero coordinamento. Il coordinamento che serve è quello che è sempre stato alla base del pilastro economico dell’unione economica e monetaria, ossia un coordinamento funzionale agli obiettivi dell’UEM per quanto attiene sia alle politiche macroeconomiche sia al doveroso collegamento tra esse e le politiche strutturali.

Quando come Commissione parliamo di coordinamento, ci riferiamo a quest’ultimo tipo. Ho la sensazione che, nelle attuali circostanze, l’incombente rischio di recessione dimostri quanto tale coordinamento sia prioritario e che l’unione economica e monetaria ci fornisce gli strumenti necessari per realizzarlo.

 
  
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  Jean-Claude Juncker, presidente dell’eurogruppo. − (FR) Signor Presidente, sarò brevissimo, dato che la maggior parte di coloro che hanno cercato di orientare questa discussione non sono più presenti in aula e, dunque, non c’è più la necessità di rispondere loro.

Quanto al resto, devo dire che sono rimasto impressionato dall’ampio consenso emerso dalle discussioni del Parlamento, perché siamo quasi tutti concordi nel dire che l’euro è stato un successo. Mi fa piacere rilevare che lo afferma chi appartiene alla zona euro, e mi fa piacere rilevare che lo sostiene anche chi vorrebbe che il proprio paese vi aderisse. Constato altresì che coloro che hanno sempre affermato che tutto ciò che facciamo è assolutamente stupido mantengono questa loro posizione, che non può essere definita con termini diversi da quelli che loro usano nei nostri confronti. Pertanto, non c’è nulla di nuovo qui in Parlamento, se non un certo tocco di ansietà – per usare un eufemismo – che si è infiltrato, nonostante tutto, nelle nostre discussioni a causa della crisi finanziaria ed economica in cui ci troviamo al momento.

Al riguardo vorrei dire due cose, in risposta alle osservazioni di alcuni oratori. Nessuno in Europa invoca in maniera radicale un consolidamento eccessivo di bilancio. Nessuno. Abbiamo un patto di stabilità e di crescita rivisto. Alcuni deputati non erano d’accordo con le modifiche che gli abbiamo apportato; oggi sono proprio loro i primi a lodare la saggezza delle decisioni prese nel marzo 2005, quando abbiamo interpretato il patto di stabilità e di crescita secondo una prospettiva più prettamente economica, una prospettiva che dà oggi agli Stati membri e ai loro bilanci un certo sollievo, anche se stiamo entrando in una fase che, pur essendo di recessione, rende meno immediato il consolidamento delle finanze pubbliche.

Gli Stati membri che negli scorsi anni sono stati virtuosi sotto il profilo del consolidamento del bilancio dispongono adesso di sufficienti margini di manovra nei loro conti pubblici per reagire all’attuale crisi economica, che comprende gli aspetti strutturali di cui ci stiamo occupando. Gli Stati membri che sono stati invece meno virtuosi incontrano maggiori difficoltà nel liberare le risorse di bilancio che li metterebbero in condizione di reagire alla crisi attuale.

In tutta la zona euro, tuttavia, abbiamo il dovere di reagire a questa crisi in termini di politica economica. Non basta parlare di stabilità di bilancio. E’ evidente che la zona euro deve dare una risposta forte e coordinata alla crisi economica. Abbiamo quindi alcune settimane di tempo per raccogliere tutti gli elementi che ci servono per analizzare la situazione e passare all’azione, formulando, quindi, una risposta forte e concreta. Ma, ovviamente, tutti coloro che chiedono un maggiore coordinamento delle politiche economiche devono adoperarsi in tal senso cercando di non anticipare decisioni di politica economica di cui non abbiano preventivamente informato i loro colleghi dell’eurogruppo.

E’ facile, per il Parlamento, invocare il coordinamento delle politiche economiche. Vi propongo di redigere, come da vostro regolamento, un testo di intergruppo nel quale tutti i gruppi più grandi, parlando a nome del Parlamento europeo, invitano l’eurogruppo e i governi nazionali a smetterla di annunciare misure di politica economica prima di averne riferito ai colleghi dell’eurogruppo.

Sollecitate i vostri governi – certo, è facile chiederlo qui in questa sede -, sollecitate i vostri governi a rispettare il principio del coordinamento delle politiche economiche. Preparate una risoluzione d’intergruppo e poi vediamo cosa succede. Entro due, tre, quattro mesi si capirà se i governi – e in molti casi i partiti politici cui voi appartenete fanno parte dei governi ai quali vi rivolgete – avranno dato seguito alle vostre richieste. Questo sarebbe un comportamento credibile, ragionevole, logico, razionale e coerente.

Quello che voglio dire è, dunque, che abbiamo bisogno di una risposta economica forte e coordinata a quella che sta diventando sempre più una crisi economica. Riguardo, poi, alla politica salariale, noi non diremo tutto quello che vogliamo dire, bensì tutto quello che merita di essere detto.

Avete ragione nel sostenere che i governi socialisti dei verdi in Germania hanno attuato una politica salariale che ha ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori tedeschi. Da allora la situazione è migliorata. Lo stesso si può dire anche della Francia, il cui governo dell’epoca – tra il 1998 e il 2002-2003 – non era reazionario, al contrario, per quanto mi era parso di capire. Naturalmente, una certa dose di autocritica non potrebbe che arricchire notevolmente le osservazioni di certe persone.

Quanto al resto, in relazione alla tassazione dei risparmi siamo di tre anni in anticipo rispetto al calendario che avevamo concordato. Lei fa benissimo, onorevole Jonckheer, a chiedere l’ampliamento della gamma dei prodotti finanziari che devono rientrare nell’ambito di applicazione di questa direttiva. Per quanto riguarda, invece, i paradisi fiscali, ne potrà parlare nella sua lingua con il suo governo, e scoprirete che c’è del lavoro da fare.

 
  
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  Pervenche Berès, relatore. − (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, grazie per questa discussione. Credo che essa rappresenti un valido contributo da parte del Parlamento europeo a quello che ci aspettiamo che voi mettiate in pratica d’ora in avanti, signor Commissario, signor Presidente dell’eurogruppo, sulla base di un piano d’azione.

Presidente Juncker, lei ci ha detto “Se solo i gruppi trovassero un accordo!”; orbene, i gruppi stanno per trovare un accordo: domani voteranno a favore del paragrafo 61, lettere d) e g), nel quale chiedono esattamente ciò che lei li sta invitando a chiedere. Può quindi darlo per scontato domani, quando si incontrerà con i ministri dell’Economia e delle Finanze.

Lei ci ha detto anche che non c’è una relazione sulla divergenza. Può anche darsi che non ci sia una relazione molto precisa in merito, ma una cosa è certa: la convergenza delle situazioni economiche all’interno della zona euro, che ci aspettavamo, non c’è stata, e l’onorevole Ferreira le ha fornito un esempio concreto.

Signor Presidente dell’eurogruppo, non posso condividere neppure la sua posizione sulle contraddizioni tra gli Stati membri. Non voglio avere nulla a che fare con chi chiede il coordinamento quando gli fa comodo, per poi rifiutarlo e invocare la sovranità nazionale quando non gli fa più comodo. Le questioni del coordinamento della politica economica sono questioni di interesse comune, e la situazione in cui ci troviamo al momento è inaccettabile: gli Stati Uniti sono già riusciti ad attuare due piani Paulson, mentre l’Europa, stando alle sue parole, avrebbe bisogno ancora di qualche settimana per trovare qualcosa da dire ai cittadini europei, che attendono le nostre risposte. Dobbiamo tutti unire le nostre forze, e oggi la Commissione ha a propria disposizione gli strumenti necessari per compiere passi avanti sulla base delle proposte del Parlamento europeo. Mi auguro che saremo ascoltati e appoggiati.

 
  
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  Werner Langen, relatore. – (DE) Signor Presidente, desidero cominciare là dove ha concluso il primo ministro. Credo che la flessibilità dimostrata dalla zona euro e dai 27 Stati membri nelle scorse settimane costituisca un ottimo punto di partenza. Adesso occorre svilupparla ulteriormente e non dubito che, se l’esperienza che lei ha fatto valere in proposito è accettata anche dagli Stati membri, saremo sulla giusta strada.

Ringrazio tutti per i loro contributi. L’onorevole Hoppenstedt ha citato la prima discussione sull’euro, quando la moneta unica venne paragonata a un bambino prematuro. Oggi, a dieci anni di distanza, l’euro è diventato un ragazzone grande e grosso – per me l’euro è maschile, mentre il marco era femminile, secondo le regole della lingua tedesca – che ha ottenuto buoni voti alla scuola elementare e ora si appresta a frequentare le medie. Resta da vedere se continuerà a superare gli ostacoli che incontrerà, ma sono piuttosto ottimista sulla sua capacità di farlo. Quando sento l’onorevole Beazley dire che nel Regno Unito persino i conservatori stanno considerando seriamente la possibilità di aderire all’euro, bene, trovo che questa sia una prospettiva affatto nuova. Tutto ciò che posso dire in merito è, ovviamente, che nemmeno il Regno Unito potrà aderire all’euro a titolo gratuito, ma dovrà adempiere i propri obblighi di coordinamento e regolamentazione dei mercati finanziari e soddisfare un minimo necessario in termini di armonizzazione.

In tale ottica, siamo sulla strada giusta. Ringrazio la Commissione, in particolare il commissario Almunia, e il presidente dell’eurogruppo per la loro eccellente collaborazione. Vi prenderemo in parola per quanto riguarda i vostri suggerimenti. Vogliamo collaborare con voi.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà martedì, 18 novembre 2008, alle 12.

 
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