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Mercoledì 19 novembre 2008 - Strasburgo Edizione GU

16. Tendenze demografiche - Impatto economico e sociale (discussione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulle tendenze demografiche – impatto economico e sociale.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signora Presidente, dal momento che siamo chiamati a trascorrere parte di questa serata insieme, tenterò, a nome del Consiglio e del Commissario Potočnik, di riassumere gli obiettivi del Consiglio in materia di tendenze demografiche e del loro impatto economico e sociale.

Signor Commissario, onorevoli deputati, l’invecchiamento della popolazione, e dunque l’aumento della percentuale di persone anziane, è innanzi tutto l’effetto del progresso economico, sociale e medico che offre agli europei la possibilità di vivere a lungo e con un livello di benessere e sicurezza che non ha precedenti nella storia. Tuttavia, rappresenta anche una delle principali sfide che l’Unione europea si troverà ad affrontare nei prossimi anni.

Tale invecchiamento dipende da quattro fattori. Il primo è il basso numero di figli per donna, con una media comunitaria di 1,5 figli, dato notevolmente inferiore al tasso di sostituzione, che invece deve essere leggermente al di sopra di 2 - 2,1 affinché la dimensione della popolazione si stabilizzi.

Il secondo fattore è la riduzione della fertilità negli ultimi decenni, che è seguita al baby boom degli anni del dopoguerra e che implica che le persone nate in quegli anni oggi stanno determinando un ampliamento del gruppo di età che va dai 45 ai 65 anni.

La speranza di vita alla nascita, che è aumentata di otto anni dal 1960 – ed è questo il terzo fattore – potrebbe verosimilmente continuare a crescere, aumentando di altri cinque anni entro il 2050, o forse anche di più.

Il quarto ed ultimo fattore è che l’Europa, come voi ben sapete, sta conoscendo una crescente migrazione da altri paesi. Nel 2004 c’erano 1,8 milioni di immigrati, dato superiore a quello degli Stati Uniti se messo in relazione alla popolazione totale, ma tale livello di immigrazione compensa solo parzialmente gli effetti del basso tasso di fertilità e dell’elevata speranza di vita.

Ci troviamo dunque in una situazione in cui l’indice di dipendenza, in altre parole il numero di persone di età superiore ai 65 anni rispetto al numero di persone la cui età è compresa tra i 15 ed i 64 anni, finirà con il raddoppiare e supererà il 50 per cento nell’arco di tempo compreso tra oggi ed il 2050, il che significa che all’interno dell’Unione, dove un tempo vi erano quattro persone in età lavorativa per ogni persona con più di 65 anni, ve ne saranno presto solo due.

Il cambiamento demografico che ho appena descritto, prendendo in considerazione questi quattro fattori, è accompagnato da profondi cambiamenti sociali che coinvolgono le strutture familiari, il che determina un aumento del numero di persone anziane che vivono da sole e la dipendenza da altri dei più anziani.

Come sapete, la maggior parte di tali questioni rientra nel campo d’azione degli Stati membri. Questo vale per le politiche familiari, per i sistemi di protezione sociale e, in larga parte, per le politiche fiscali; il Consiglio, considerati questi elementi, ritiene che la strategia di Lisbona ed il metodo di coordinamento aperto costituiscano il quadro all’interno del quale dovrebbero muoversi gli Stati membri che in maggioranza concordano nel non ritenere necessaria alcuna struttura nuova.

Per il Consiglio il principio guida più importante, oltre al raggiungimento di un migliore equilibrio tra la vita lavorativa e quella privata, è quello di impegnarsi per equilibrare il ruolo dell’uomo e della donna all’interno del nucleo familiare e per offrire strutture qualitativamente più elevate per l’assistenza ai bambini e alle altre persone dipendenti.

In una società che invecchia, il contributo dei giovani diventerà sempre più importante. Dovremo intensificare il nostro impegno per contrastare la disoccupazione giovanile e ridurre la dispersione scolastica. Investire nei bambini deve essere la nostra priorità assoluta se vogliamo migliorare le prospettive dei giovani.

Dobbiamo anche riconoscere che l’Europa è più colpita dalle pensioni che non dall’invecchiamento, sebbene entrambe queste tendenze siano preoccupanti e, senza conti pubblici solidi, sarà impossibile affrontare tutte le conseguenze dell’invecchiamento demografico.

Ciò significa che dobbiamo prestare molta attenzione alla fattibilità dei sistemi pensionistici, e perseguire le riforme intraprese per modernizzare tali sistemi e renderli sostenibili, in linea con l’attuale strategia dell’Unione. Sarà altresì opportuno esortare i lavoratori anziani a continuare a lavorare e, in particolar modo, fornire loro incentivi significativi.

Il Consiglio è perfettamente consapevole di tutte queste sfide ed ha adottato le raccomandazioni del comitato per la protezione sociale in merito alle considerazioni sul cambiamento demografico in Europa e le sfide che implica. Il 30 maggio il Consiglio ha anche adottato le conclusioni sulle politiche in linea con le esigenze familiari ed ha elaborato una serie di iniziative per sostenere tali politiche.

In questo contesto il 18 settembre si è svolto un incontro informale organizzato dalla presidenza francese, che ha coinvolto i ministri responsabili per le politiche familiari. Durante l’incontro i dibattiti si sono concentrati sui servizi per l’infanzia come strumento per garantire l’equilibrio tra la vita professionale e quella privata e sulla protezione dei bambini su Internet.

In conclusione il Consiglio invita la Commissione a considerare il primo forum sul futuro demografico dell’Europa, tenutosi il 30 e 31 ottobre a Bruxelles, come punto di partenza per un dialogo strutturato e duraturo all’interno degli Stati membri e tra di essi, e ad agire in modo tale da potere garantire il sostegno di cui gli enti interessati necessitano per trovare le strategie migliori in risposta al cambiamento demografico in atto.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Signora Presidente, il mio intervento potrebbe durare un po’ di più ma prometto che sarò più breve nella seconda risposta.

La richiesta del Parlamento di una dichiarazione da parte del Consiglio e della Commissione sulle tendenze demografiche giunge al momento giusto. Il prossimo venerdì i servizi della Commissione presenteranno la loro seconda relazione sulla demografia – in tempo per il forum demografico europeo del 24 e 25 novembre.

L’Unione europea sta attraversando una significativa trasformazione demografica. In tutti gli Stati membri, in conseguenza del progresso scientifico, economico e sociale, è aumentata la speranza di vita mentre è diminuito il tasso di fertilità all’interno della popolazione. Oggi gli europei vivono più a lungo e più in salute dei propri avi e possiamo aspettarci che la speranza di vita aumenti in futuro.

L’invecchiamento della popolazione europea non è più uno scenario astratto relegato ad un futuro lontano. Il baby boom è cominciato 60 anni fa e i primi figli del baby boom si avvicinano oggi all’età pensionabile. Lo sviluppo demografico dell’Unione europea ha dunque raggiunto un punto di svolta. D’ora in poi il numero delle persone al di sopra dei 60 anni crescerà di due milioni ogni anno per i prossimi 25 anni.

Nel frattempo il tasso di crescita della popolazione in età lavorativa scende rapidamente e si arresterà del tutto tra circa sei anni. Oggi, nei 27 Stati membri, ci sono quattro persone in età lavorativa – tra i 15 ed i 64 anni – per ogni persona di 65 o più anni. Nel 2060 la proporzione sarà di due a uno.

Alcuni ritengono che l’invecchiamento sia un minaccia e tracciano un quadro cupo di lotta generazionale. Ma il cambiamento demografico non è necessariamente una minaccia se consideriamo le opportunità che racchiude. Vivere una vita più lunga e più in salute può significare rimanere attivi più a lungo. La maggior parte dei figli del baby boom sono più istruiti e formati di chi li ha preceduti. Oggi sono ancora in forma ed in buona salute.

Io sono convinto che il cambiamento demografico offra la possibilità di accrescere la solidarietà tra le generazioni. Ma non mi aspetto che ciò avvenga automaticamente. La società dovrà usare meglio le capacità di ogni generazione e dare a tutti l’opportunità di sviluppare il proprio potenziale. Ciò significa modernizzare le nostre politiche sociali, in linea con l’agenda sociale rinnovata adottata dalla Commissione in luglio, che ha indicato il tema dell’invecchiamento della società europea come un’area d’azione prioritaria e ha indicato una serie di possibili risposte. Il nostro obiettivo è quello di aiutare gli Stati membri a sfruttare al massimo le opportunità e gestire efficacemente l’impatto di una società che invecchia.

Gli approcci e le raccomandazioni contenute nella comunicazione della Commissione del 2006 “Il futuro demografico dell'Europa, trasformare una sfida in un'opportunità” continuano ad essere validi. La comunicazione esprime fiducia nella capacità dell’Europa di adattarsi al cambiamento demografico. Ma sottolinea anche la necessità di agire in cinque aree centrali: favorire il rinnovamento demografico in Europa creando le condizioni affinché i nostri concittadini possano soddisfare il proprio desiderio di avere figli, in particolar modo aiutando a riconciliare vita professionale, familiare e privata; promuovere l’occupazione in Europa, garantendo la creazione di più posti di lavoro a condizioni migliori e che le persone possano lavorare più a lungo, al fine di migliorare l’equilibrio tra popolazione attiva e inattiva; promuovere un’Europa più produttiva e dinamica ottimizzando le competenze a tutte le età; accogliere ed integrare gli immigrati in Europa, attraendo lavoratori qualificati e non qualificati dall’estero e agevolando la loro integrazione al fine di fronteggiare la carenza di manodopera; garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche, consolidando i bilanci e riformando i sistemi di protezione sociale al fine di garantire una protezione sociale e dei servizi pubblici adeguata per il futuro.

La strategia di Lisbona affronta già le risposte più importanti a queste politiche, ma si concentra meno sul lungo termine di quanto non faccia il dibattito sulla demografia. Questo è il motivo per cui la Commissione ha proposto strumenti aggiuntivi sotto forma di relazioni biennali sulla situazione demografica in Europa e di forum semestrali sulla demografia.

La relazione 2008 si concentrerà sul potenziale rappresentato dalla nutrita schiera di appartenenti alla generazione del baby boom, un numero crescente di sessantenni e settantenni che vorranno probabilmente continuare a svolgere un ruolo attivo nella vita economica e sociale.

I tassi di occupazione degli anziani sono cresciuti negli ultimi anni, invertendo le tendenze pregresse al pensionamento anticipato. Ma è necessario fare di più: giunti ai 60 anni, solo il 40 per cento degli uomini ed il 30 per cento delle donne lavora ancora. Eppure la maggior parte delle persone in questo gruppo di età è ancora in forma ed in grado di contribuire alla vita economica e della società. I figli del baby boom possono anche dare il proprio contributo alla società nel ruolo di prestatori di assistenza informali e volontari. E’ giusto che il loro contributo venga riconosciuto e sostenuto dalle politiche pubbliche. E’ fondamentale garantire che il numero crescente di anziani sia in condizione di vivere una vita indipendente quanto più a lungo possibile.

Un obiettivo primario dei forum demografici è la promozione dell’apprendimento reciproco tra gli Stati membri basato sulle buone pratiche. Il prossimo Forum demografico europeo – che si terrà a Bruxelles il 24 ed il 25 novembre – verterà sulle politiche familiari e sull’invecchiamento attivo. Fornirà anche la possibilità di valutare il livello di preparazione degli Stati membri rispetto al cambiamento demografico e di identificare le più importanti opportunità per ulteriori azioni.

All’inizio del prossimo anno la Commissione presenterà un aggiornamento delle implicazioni del cambiamento demografico per la spesa pubblica nel futuro in particolare nei settori delle pensioni, della sanità e dell’assistenza a lungo termine, sulla base delle nuove proiezioni dell’Eurostat sulla popolazione.

Per concludere vorrei sottolineare che è responsabilità dei singoli Stati membri attuare politiche adatte rispetto al cambiamento demografico, una sfida che ci troviamo ad affrontare tutti; gli Stati membri possono imparare molto dai rispettivi successi e fallimenti. Questo è il motivo per cui la Commissione incoraggia un dibattito europeo sul cambiamento demografico e offre una piattaforma per lo scambio di esperienze e per l’apprendimento reciproco.

 
  
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  John Bowis, a nome del gruppo PPE-DE.(EN) Signora Presidente, i due discorsi di apertura hanno posto giustamente l’accento sulla longevità come cambiamento principale in termini demografici. Chiaramente questo significa che le persone vivono più a lungo, tendenzialmente più in salute ma negli ultimi anni diventano fragili nel corpo e nella mente.

Questo ha determinato una crescita enorme di malattie neurodegenerative il cui costo è ingente. I farmaci per il morbo di Parkinson in molti paesi costano più di quelli contro i tumori. Secondo alcune ricerche condotte nel Regno Unito, entro il 2051 ci sarà un aumento del 154 per cento nel numero di persone affette da demenza.

Assistenza a lungo termine: oggi si rende necessaria più tardi. Un tempo era necessaria intorno ai 70 anni, ora invece è necessaria ad 80 anni e sempre di più a 90, ma il suo costo è molto più elevato per i singoli individui e le famiglie con conseguenze sui loro risparmi.

La sfida è garantire che la longevità sia un premio e non una condanna. Dobbiamo riconsiderare le nostre valutazioni sull’invecchiamento, spostandoci dal “come ce ne occupiamo” al “come promuoviamo la salute negli ultimi anni di vita”. Questo significa chiaramente stili di vita più salutari negli anni precedenti, tenersi lontani dal tabacco e dalle droghe, un approccio ragionevole all’alcool, buone abitudini alimentari, esercizio fisico ma anche gestione dello stress.

Vita lavorativa flessibile: tempo per libero per se stessi e la famiglia. Ciò significa prepararsi per la vita dopo il lavoro con età di pensionamento flessibili e l’avvicinamento graduale al pensionamento che ho osservato nei Paesi Bassi. Significa più sostegno sociale in modi nuovi e innovativi, più servizi a domicilio in modo che le persone possano restare nelle proprie case più a lungo: servizi e meccanismi corrispondenti ad esigenze che cambiano.

Quando mia madre ha compiuto 80 anni, ha avuto bisogno di un fax per comunicare. A 90 anni ha avuto bisogno di un montascala. A 100 anni aveva bisogno di essere stimolata perché l’udito, la vista e la mobilità diminuivano. Ma era lucida e aveva bisogno di essere protetta e stimolata per potere vivere una vita vera e piena.

 
  
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  Jan Andersson , a nome del gruppo PSE.(SV) Signora Presidente, la tendenza ad avere un numero sempre minore di lavoratori e sempre maggiore di anziani potrebbe essere definita drammatica eppure, allo stesso tempo, il fatto di essere più in salute anche in vecchiaia è uno sviluppo positivo.

Tuttavia ci pone dinanzi ad una serie di sfide. Vorrei descriverne alcune. Oggi nascono meno bambini che in passato. Detto questo, la situazione varia significativamente tra i vari Stati membri. La situazione è migliore in quegli Stati membri che hanno istituito un sistema per aiutare i genitori a conciliare la vita lavorativa con quella familiare, sia per gli uomini che per le donne. In questo ambito dobbiamo imparare gli uni dagli altri.

Sebbene la nostra popolazione stia invecchiando, la tendenza a lungo termine indica che la vita lavorativa si accorcia. Questo è dovuto sia al fatto che le persone cominciano la propria carriera professionale più tardi che – con l’eccezione degli ultimi anni in cui lo sviluppo è stato più positivo – al fatto che le carriere diventano più brevi. Dobbiamo affrontare entrambi gli aspetti di questo problema al fine di allungare la vita professionale e, soprattutto, trovare soluzioni flessibili prima del pensionamento.

Oggi abbiamo discusso della Carta blu, ma dobbiamo garantire che tutti quelli che arrivano nei nostri paesi da altre parti del mondo in cui attualmente c’è un alto tasso di disoccupazione possano integrarsi e abbiano accesso al mondo del lavoro, inclusi quanti sono disabili o hanno altre problematiche. Dobbiamo farlo nel quadro del processo di Lisbona, in modo da poter gestire queste sfide nel lungo termine.

 
  
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  Marian Harkin, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signora Presidente, ci sono molte questioni che emergono nell’ambito del dibattito di questa sera, ma io vorrei concentrarmi solo su una: l’assistenza e coloro che la forniscono.

Chi sarà abbastanza fortunato da vivere a lungo, avrà molto probabilmente bisogno di assistenza e, sebbene ci siano differenze tra gli Stati membri, è molto probabile che tale assistenza assuma per lo più la forma dell’assistenza informale.

Gli assistenti alla persona costituiscono la colonna portante dell’assistenza formale e sociale e sono indispensabili per l’erogazione di servizi di assistenza a lungo termine. Se, come accade, ci si aspetta che continuino a prestare assistenza, allora le loro esigenze devono essere una parte integrante nello sviluppo delle politiche di assistenza sanitaria e sociale.

In tale contesto sono lieta che il sito web della direzione generale della Salute e dei consumatori abbia una breve sezione dedicata agli assistenti alla persona e sono certa che questo sia stato il risultato della proposta avanzata alla direzione dal gruppo di interesse per i prestatori di assistenza in Parlamento nel suo programma di lavoro annuale.

Tuttavia gli assistenti meritano più di una semplice menzione. Riteniamo sia giunto il momento di elaborare un nuovo contratto sociale per l’assistenza che superi i confini tradizionali di un contratto tra stato e individuo e che implichi nuove responsabilità per i datori di lavoro, le agenzie locali e le comunità. La recente sentenza delle Corte di giustizia sulla discriminazione per associazione è un segnale in questa direzione.

L’assistenza non può essere unicamente responsabilità dell’assistente informale o dello Stato membro. Il sistema di assistenza informale crollerà senza un adeguato sostegno mentre, con un approccio esclusivamente statale, i costi saranno troppo alti. Ecco perché abbiamo bisogno di un contratto sociale più ampio.

Infine, ci sono circa 100 milioni di assistenti alla persona all’interno dell’Unione europea. Sono sottopagati, sottovalutati e, in molti casi, sostenuti in modo inadeguato. Accolgo con favore la menzione sul sito web della direzione generale della Salute e dei consumatori, ma questo è solo un primo passo. Data la sua portata, si tratta di una questione europea e sarà necessario coordinare l’azione degli Stati membri.

La direzione generale della Salute e dei consumatori e la direzione generale dell’Occupazione e degli affari sociali dovrebbero lavorare ad una politica sugli assistenti alla persona.

 
  
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  Guntars Krasts, a nome del gruppo UEN.(LV) La ringrazio signora Presidente. I cittadini europei stanno invecchiando! A questa tendenza si aggiunge l’aumento organico nel numero di abitanti che potrebbe diventare negativo. In molti Stati membri questa è già una realtà. Il numero di persone che lavorano in rapporto al numero di pensionati sta diminuendo in tutti gli Stati membri. Un tasso di natalità basso insieme ad una speranza di vita più lunga e all’immigrazione stanno esercitando sempre più pressione sui sistemi pensionistici e sanitari e sui servizi sociali. Ci sono tuttavia anche alcuni Stati membri che sono riusciti ad invertire tale tendenza demografica negativa.

In questi paesi è stato raggiunto un equilibrio tra la vita personale e quella lavorativa che permette ai genitori di prendersi cura dei propri figli senza dover sacrificare la carriera e di ottenere i vantaggi economici e sociali ad essa legati. Non ho alcun dubbio sul fatto che saranno gli Stati membri a dover trovare le principali soluzioni economiche, sociali e culturali per combattere l’invecchiamento della popolazione. Ci sono tuttavia dei compiti che devono essere svolti a livello comunitario. Il mercato del lavoro dell’Unione europea racchiude ancora un potenziale enorme. Dobbiamo assicurare che nel mercato interno non vi siano barriere alla libera circolazione della forza lavoro. Per quanto possa essere complesso, dobbiamo ritornare alla liberalizzazione del mercato nei servizi, e dobbiamo rivedere la direttiva sui servizi che è stata adottata. L’attuazione di entrambe queste libertà fondamentali contribuirebbe a controbilanciare i deficit finanziari creati dal processo demografico. Chiaramente è necessario adottare un atteggiamento non discriminatorio basato sul genere e sull’età. Grazie.

 
  
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  Jean Lambert, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signora Presidente, è interessante notare come spesso il calo del tasso di natalità e le relative tematiche siano considerati un problema. Non è necessariamente così, se cominciamo a condividere parte dell’immensa ricchezza di cui disponiamo a livello dell’Unione europea con persone che vengono da altri paesi e se consideriamo l’innovazione tecnologica e i suoi impieghi per aumentare la produttività e magari produrre meno di tutte quelle cianfrusaglie che oggi ingombrano la nostra vita ed il nostro pianeta.

Indubbiamente bisogna utilizzare al meglio il potenziale della forza lavoro. Questo è il motivo per cui le direttive sulla lotta alla discriminazione nel campo dell’occupazione sono estremamente importanti e per cui è fondamentale che gli Stati membri le attuino correttamente. Devono anche tenere conto delle barriere al pensionamento progressivo – a questioni del tipo: se si riducono le ore di lavoro, che ripercussioni si hanno sulle pensioni, sulla vita di un individuo e sull’accesso ai servizi?

Dobbiamo anche considerare come l’attuale crisi finanziaria incide sul nostro modo di pensare. Probabilmente molti lavoratori meno giovani saranno licenziati perché non sono state attuate correttamente le leggi contro la discriminazione, e di conseguenza molti rischieranno di non tornare a lavorare mai più.

Altri incontreranno ancora più difficoltà ad avviare la propria vita lavorativa o ad ottenere una promozione per costruirsi una pensione: cose che capitano quando non si lavora per un certo periodo di tempo. C’è poi la questione della disaffezione tra i giovani che non riescono a trovare un lavoro e che quindi hanno ulteriori difficoltà, e ovviamente i problemi che si troveranno ad affrontare tutti coloro che riceveranno dai regimi pensionistici di categoria o privati meno di quanto si aspettavano.

Dobbiamo dunque considerare la situazione demografica alla luce dell’attuale crisi e comprendere come poter utilizzare questa opportunità in termini di maggiore formazione. E’ necessario cogliere l’occasione per aiutare le persone ad aumentare le proprie competenze, magari in direzione di una tipologie lavorative meno impegnative dal punto di vista fisico – cosa che del resto sosteniamo già da tempo. Dovremmo cercare di capire come aumentare le qualifiche a livello di istruzione superiore per tutti coloro che non hanno avuto l’opportunità di proseguire gli studi da giovani.

Oggi abbiamo la possibilità di analizzare alcuni elementi che sappiamo essere problematici per cominciare veramente a guardare avanti e capire come gestire la situazione demografica.

 
  
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  Pedro Guerreiro, a nome del gruppo GUE/NGL.(PT) A nostro parere, invece che essere intitolato “Tendenze demografiche – impatto sociale ed economico”, questo dibattito dovrebbe essere intitolato “Politiche sociali ed economiche ed il loro impatto sulle tendenze demografiche”.

Le proiezioni di tendenza in un determinato paese o regione non dovrebbero essere svincolate dalle politiche ivi adottate, tanto più che tali politiche determinano e condizionano lo sviluppo demografico.

Ad esempio, le proiezioni a 50 anni sono basate su valutazioni che dovrebbero essere spiegate, incluse le politiche economiche che determinano gli scenari proposti. In altre parole, considerate le proiezioni fatte, quello di cui dovremmo discutere oggi sono le conseguenze sullo sviluppo demografico derivanti dalla disoccupazione, dalla maggiore precarietà dei posti di lavoro, dalla deregolamentazione dell’orario di lavoro, da una politica monetaria basata sulla moderazione e dalla svalutazione dei salari. Quello di cui dovremmo parlare oggi sono le conseguenze della politica dei tassi di interesse portata avanti dall’Unione europea su migliaia e migliaia di famiglie che hanno acceso mutui per comprare una casa, le conseguenze della liberalizzazione e della privatizzazione dei servizi pubblici e le conseguenze delle pensioni basse sull’indipendenza e la qualità della vita di milioni di pensionati. Quello di cui dovremmo discutere sono quelle politiche che promuovono la centralizzazione e la concentrazione di benessere e l’aumento delle diseguaglianze sociali.

In sostanza, si tratta del rispetto o del mancato rispetto dei diritti umani, come il diritto all’alimentazione, al lavoro, ad un salario dignitoso, alla casa, alla salute, all’istruzione e allo svago.

 
  
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  Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM.(EN) Signora Presidente, in Europa ci troviamo ad affrontare una crisi per la quale non troveremo una soluzione fino a che non affronteremo il fatto che questa crisi l’abbiamo creata noi stessi.

All’interno dell’Unione europea, ogni anno uccidiamo più di un milione e mezzo di bambini prima ancora che nascano. Distruggiamo il nostro futuro e poi ci chiediamo il perché della crisi. Parliamo di fertilità, ma non si tratta di un problema di fertilità: si tratta del rifiuto di lasciare che milioni di bambini concepiti vengano alla luce. Se non saremo onesti nell’identificare il problema, non ci potrà essere alcuna soluzione. La soluzione è rispettare la vita e sostenere le famiglie in modo che quella vita trovi un ambiente accogliente. Se agiremo in tal senso potremo cominciare ad affrontare la sfida di una demografia distorta. Non riusciremo a migliorare la situazione da un giorno all’altro, ma siamo ancora in tempo per evitare un disastro.

Sarebbe importante studiare da vicino il caso del Giappone. Vent’anni fa era la seconda economia del mondo e una delle più avanzate. Nel 2007 la popolazione giapponese ha raggiunto il suo culmine e poi è cominciato il calo. Nel 1995, dodici anni prima della contrazione, il Giappone è entrato in una fase di deflazione cominciando a pagare il conto per dei dati demografici negativi. Non ne è mai uscito. In questo il Giappone è 20 anni avanti rispetto all’Europa, ma era anche 20 anni avanti rispetto ai paesi europei per quanto riguarda la legalizzazione dell’aborto. Noi raggiungeremo il culmine nel 2025 – tra soli 17 anni. Mi chiedo se la fase di deflazione in cui ci apprestiamo ad entrare sia destinata a restare, e se la crisi bancaria verrà sostituita dalla crisi demografica, che permarrà fino a che non avremo imparato a rispettare nuovamente la vita.

 
  
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  Philip Claeys (NI). (NL) Signora Presidente, sono lieto che il Consiglio e la Commissione stiano predisponendo una dichiarazione sull’impatto economico e sociale delle attuali tendenze demografiche. Molti politici hanno la cattiva abitudine di pensare a breve termine e di trascurare le politiche a lungo termine. La sfida demografica è un problema vitale nel lungo termine e dunque richiede soluzioni a lungo termine. Il tasso di natalità medio all’interno dell’Unione europea è di 1,5 figli per donna, che non basta per garantire il ricambio generazionale. Questa è una parte del problema. Un’alternativa è scegliere la via più facile nel breve termine sostenendo un’ondata di immigrazione ancora più massiccia dai paesi al di fuori dell’Europa. Se da una parte questa può sembrare in teoria una buona idea, la realtà quotidiana nelle nostre grandi città dimostra il totale fallimento di trent’anni di politiche sull’immigrazione troppo lassiste. In Europa ci sono 20 milioni di disoccupati, eppure la Commissione vorrebbe accogliere altri immigrati. Vorrei sottolineare che di fatto il tasso di disoccupazione tra gli immigrati non europei è notevolmente più alto di quello relativo ai cittadini europei.

Il tempo a mia disposizione non è sufficiente per menzionare i problemi sociali, inclusa la crisi determinata da un’immigrazione su larga scala. Abbiamo bisogno di politiche all’interno degli Stati membri che sostengano le giovani famiglie europee nel loro desiderio di avere figli. Sono necessarie misure fiscali nei vari paesi che rendano più allettante la prospettiva di avere figli. I servizi per l’infanzia devono essere migliorati ed ampliati. Dobbiamo anche osare di più contemplando l’introduzione di uno stipendio per il genitore che resta a casa decidendo di dedicare la maggior parte del proprio tempo alla cura dei figli.

 
  
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  Othmar Karas (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, onorevoli deputati, accolgo con favore questo dibattito perché incrementa la consapevolezza invece che fomentare paura. Dobbiamo agire adesso senza rimandare a domani.

Il cambiamento demografico ha le sue cause, conseguenze e sfide che includono il declino dei livelli di popolazione, il minor numero di persone con un lavoro remunerato, e la probabilità di una maggiore longevità. I bambini nati nei prossimi minuti, o almeno la metà di essi, potrebbe raggiungere i 100 anni. La popolazione invecchia e nascono meno bambini. Ciò determina cambiamenti drastici nelle fasce d’età e nella composizione della popolazione. Noi in quest’aula ci troviamo ad affrontare nuove esigenze infrastrutturali, nuove esigenze per i servizi pubblici e per il mondo imprenditoriale, per i sistemi scolastici e sociali. Il nostro è un continente che invecchia. Jean-Claude Juncker ha detto una volta: “se non ristrutturiamo rapidamente i nostri sistemi sociali, pensionistici e sanitari in modo che siano in grado di affrontare il futuro, diventeremo i perdenti nel processo di globalizzazione, invece che i vincenti”.

Che cosa fare? C’è molto fare. Garantire che ognuno trovi il giusto equilibrio tra vita professionale e personale. Non costringere più nessuno a rinunciare al lavoro. Sono necessarie nuove forme di assistenza, servizi all’infanzia e servizi mobili, come il servizio per i pasti a domicilio. In tutti gli Stati membri il finanziamento dell’assistenza deve essere separato dalla previdenza sociale e deve diventare responsabilità della comunità. Ci troviamo ad affrontare una sfida nel campo dell’istruzione. Noi dovremmo diventare il continente in cui bambini e la gente in generale vivono meglio al mondo. Dobbiamo dare un valore al tempo trascorso a prendersi cura dei figli e fornire altre forme di assistenza, perché l’80 per cento di chi fornisce assistenza sono componenti della famiglia. La parità di retribuzione per lavoro di pari valore è altrettanto importante. C’è ancora molto da fare e i nostri problemi hanno una serie di cause diverse.

 
  
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  Françoise Castex (PSE). (FR) Signora Presidente, signor Ministro, avrei alcune cose da dire: il principale ostacolo che incontreremo nell’affrontare la sfida del cambiamento demografico è che la popolazione attiva sta diminuendo. Vorrei citare due dati: nel 2010 ci saranno 217 milioni di persone in età lavorativa e nel 2050 questa cifra scenderà a 180 milioni, un deficit di quasi 36 milioni di persone.

Dovremmo temere una carenza di forza lavoro? Dovremmo temere un disequilibrio tra la popolazione attiva e quanti sono invece dipendenti?

Noi proponiamo due soluzioni al problema, che mirano a raggiungere una gestione ottimale delle risorse umane. Innanzi tutto la piena occupazione. Dobbiamo adoperarci per ottenere la piena occupazione. Al momento ci sono grandi opportunità occupazionali, data la sottoccupazione tra i giovani, le donne, gli over 55 e le persone sottoqualificate. Assistiamo ad un grande spreco di risorse. Potremmo scoprire che se i livelli di occupazione tra le donne e le persone tra i 55 ed i 65 anni aumentassero entro il 2050 fino a raggiungere tassi prossimi ai migliori in Europa, allora potremmo compensare la carenza di forza lavoro.

Infine l’istruzione e l’apprendimento permanente. Vorremmo raggiungere la durata ottimale della vita lavorativa. Non è accettabile che un lavoratore, un responsabile di progetto, un manager di 50 anni, abbia dinanzi, come prospettive lavorative, poco più che la stagnazione. Parliamo della responsabilità sociale delle nostre imprese.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Marco Cappato (ALDE). – Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, la popolazione mondiale è raddoppiata in pochi decenni con conseguenze devastanti sul pianeta e allora il fatto che la tendenza europea sia almeno in parte diversa è un fatto positivo.

Esistono problemi sul piano della previdenza sociale, certamente, ma la risposta non è quella di incoraggiare a fare più figli, ma semmai alzare l'età pensionabile, eliminare la discriminazione contro gli anziani in paesi come l'Italia dove i disincentivi a lavorare dopo l'età pensionabile sono così alti da far diventare la pensione un obbligo invece che un diritto.

Sul piano globale, invito la Presidenza in particolare ad attivarsi per la convocazione della nuova conferenza delle Nazioni Unite sulla popolazione, bloccata ormai da anni a causa delle pressioni di Stati come lo Stato vaticano e di chi teme politiche responsabili di informazione sessuale e di pianificazione familiare.

 
  
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  Ewa Tomaszewska (UEN).(PL) Signora Presidente, le tendenze demografiche in Europa sono allarmanti da ormai più di dodici anni. Il tasso di sostituzione è di 2,16. In Polonia tale tasso è 1,2. Allo stesso tempo il progresso della medicina e stili di vita più sani fanno sì che le persone vivano più a lungo. L’Europa sta invecchiando, ma si sta anche estinguendo. Entro il 2030 il rapporto tra la popolazione attiva e quella inattiva sarà 1 : 2.

Le politiche socioeconomiche che vanno contro le famiglie, la promozione da parte dei mezzi di comunicazione di modelli di famiglie con pochi bambini o matrimoni senza figli, oltre alle politiche che conducono alla disgregazione familiare, sono alcune della cause principali dei cambiamenti demografici negativi in Europa. Le conseguenze principali saranno la carenza di forza lavoro sul mercato, uno sviluppo economico pericoloso, una diminuzione drammatica dell’efficienza dei sistemi pensionistici e un aumento dei costi dei sistemi sanitari a casa delle esigenze particolari di una società che invecchia.

 
  
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  Irena Belohorská (NI). (SK) Accolgo con favore il dibattito su questi temi che ritengo particolarmente importante ora che dobbiamo risolvere contemporaneamente una crisi economica e finanziaria. Le tendenze demografiche dimostrano che la popolazione sta invecchiando a causa di una serie di miglioramenti nell’assistenza sanitaria combinati al calo dei tassi di natalità. Dobbiamo dunque prepararci a questa realtà e prendere provvedimenti laddove necessario.

In ambito sociale, una questione relativamente complessa sarà garantire le pensioni. In ambito sanitario, dobbiamo trovare il modo per fornire le terapie necessarie specialmente nel caso di patologie legate all’anzianità. Sappiamo, ad esempio, che fino ai due terzi dei tumori sono associati ad un’età superiore ai 60 anni.

Per mantenere la sostenibilità del sistema sociale saranno necessarie condizioni occupazionali migliori e più adeguate per gli anziani con particolare riferimento alle donne over 55 e gli uomini tra i 55 ed i 64 anni. E’ possibile controbilanciare il calo della popolazione tramite l’immigrazione di giovani da paesi terzi, ma dobbiamo soprattutto tentare di creare le condizioni per stabilizzare la popolazione dei giovani istruiti che stiamo perdendo perché scelgono di trasferirsi negli Stati Uniti.

In prospettiva del peggioramento della salute riproduttiva delle giovani donne, dobbiamo sostenere la procreazione assistita. Molte giovani famiglie non possono permettersela. A mio parere, non saremo in grado di attenerci alla strategia di Lisbona. Dobbiamo almeno tentare di rinnovare l’idea di un’alleanza a sostegno della famiglia europea, tramite incentivi fiscali o per mezzo di strutture migliori per i bambini in età prescolare. I congedi di maternità dovrebbero essere garantiti mantenendo la piena retribuzione e non il livello minimo.

 
  
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  Gabriela Creţu (PSE). (RO) Signor Ministro, mi spiace ma devo contraddirla, noi abbiamo molti problemi, non solo uno. Non ci troviamo ad affrontare solo il problema legato alla demografia, ma abbiamo dinanzi anche problemi politici, sociali ed etici. Dichiariamo di volere un tasso di natalità più alto, ma il 30 per cento dei bambini già nati, vive al di sotto del limite della povertà. Le conseguenze per il futuro saranno uno scarso livello di istruzione, cattivi posti di lavoro, una minore produttività e bassi contributi per la sicurezza sociale.

La posizione del Consiglio sulla direttiva sull’orario di lavoro è in netta contraddizione con l’intenzione di raggiungere un equilibrio tra la vita professionale e quella privata. La sterilità è una condizione riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma non da molti Stati membri. Ne consegue che l’assicurazione non copre i costi per le terapie. Per permettersi un singolo tentativo di fecondazione assistita in Romania una persona con un salario medio, pur mettendolo tutto da parte, dovrebbe lavorare nove mesi. Sono necessari 3-4 tentativi perché avvenga il concepimento e dopo altri nove mesi prima della nascita.

Onorevoli colleghi, la soluzione più efficace sarebbe promuovere una politica coerente tra i vari Stati e garantire uniformità tra le dichiarazione rilasciate e le misure adottate.

 
  
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  Samuli Pohjamo (ALDE).(FI) Signora Presidente, le sfide determinate dalle tendenze demografiche sembrano particolarmente complesse nelle aree scarsamente popolate del nord. La migrazione allontana le persone giovani ed istruite, mentre la popolazione che invecchia cresce rapidamente in relazione a quella restante determinando un aumento dei costi per l’organizzazione dei servizi sociali e sanitari, problema aggravato dalla distanza. Le nuove tecnologie e l’innovazione sono tuttavia riuscite a creare nuovi servizi per aiutare la popolazione che invecchia e che possono essere sfruttati su tutto il territorio dell’Unione.

Un altro modo per trasformare le sfide in opportunità è un’efficace politica regionale, che permette di sfruttare le possibilità offerte dalla regione, creare nuovi posti di lavoro e offrire un valore aggiunto a tutta l’Europa. Allo stesso tempo è possibile trasformare le tendenze demografiche in un fenomeno positivo.

 
  
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  Jan Cremers (PSE). (NL) Signora Presidente, signor Commissario, Ministro Jouyet, onorevoli deputati, quando in quest’aula si è discusso degli effetti degli sviluppi demografici prima dell’estate, la crisi non aveva ancora raggiunto il suo apice. Questa crisi aumenterà la pressione sui nostri sistemi sociali. In conseguenza dell’atteso aumento della disoccupazione, ci si potrebbe aspettare un certo rilassamento all’interno del mercato del lavoro nel breve termine. A lungo termine tuttavia questo non risolverà il problema specifico dell’invecchiamento della popolazione.

Se un clima economico peggiore porta con sé una maggiore pressione per i lavoratori più anziani che vengono spinti a lasciare il mercato del lavoro prematuramente, finiremo con il ricadere in vecchi errori. Oggi, così come in futuro, l’accento va posto su un sistema di pensioni flessibile su base volontaria, associato ad un’organizzazione del lavoro tale da garantire che la possibilità di continuare a lavorare sia un’opzione reale. La crisi finanziaria ha dimostrato una volta in più perché è necessario gestire i fondi pensione in modo assennato. La sostenibilità di un sistema pensionistico, che sia allineato sia agli sviluppi demografici che a quelli economici e che sia basato su strategie di investimento volte ad evitare il rischio nel lungo termine, dovrebbe ricevere la massima priorità. Oltretutto, la Commissione europea dovrebbe prestare attenzione alla regolamentazione ed al monitoraggio dei prodotti pensionistici su tutto il territorio europeo.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE).(SK) Lo stile di vita dinamico della generazione dei più giovani è tale che dopo il completamento degli studi, vogliono tutti trascorrere alcuni anni a viaggiare per poi costruirsi una carriera. A questo punto i giovani, donne incluse, hanno più di 30 anni e la maggior parte di loro a quel punto ha solo un figlio. La famiglia è oggi considerata un peso negativo e, oltretutto, i giovani non sono in grado di promettere alle donne sicurezza e matrimonio.

Il numero di aborti ha raggiunto il livello più alto di tutti i tempi ed un ampio numero di donne fa uso di contraccettivi ormonali, dunque il numero di donne fisiologicamente in grado di concepire un figlio è molto ridotto. L’indice di fertilità nei paesi europei oscilla tra 1,1 e 1,3. Solo la Francia, che ha garantito a lungo il proprio sostegno finanziario alle famiglie, ha un indice che si avvicina a 2. Un recente congresso europeo sulla famiglia tenutosi presso l’università di Ružomberok ...

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, sembra che vivremo tutti più a lungo ma ci godremo meno nipoti. Immagino che le ragioni siano molteplici e complesse. Credo che i figli siano considerati un “problema” e lo si sente dire da persone che non ne hanno. Si parla anche di un “problema” di servizi all’infanzia piuttosto che di una “soluzione”.

Anche i più anziani si sentono un peso e si preoccupano di chi si prenderà cura di loro in tarda età. Io penso che quelli tra di noi che si trovano in una fascia di età intermedia temano questo destino incombente perché ci saranno ancora meno persone a pagare le nostre pensioni e a prendersi cura di noi quando non saremo più in grado di farlo.

Il ruolo degli assistenti alla persona, come giustamente sottolineato dall’onorevole Harkin, è completamente sottovalutato e ciò va cambiato. Ascoltando il dibattito di questa sera, mi chiedo se, nel contesto della crisi economica e finanziaria, la Commissione può rispondere a questa domanda e rendersi conto che il problema demografico potrebbe di fatto peggiorare a causa della situazione in cui ci troviamo. Sarebbe un peccato.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE). (RO) Signora Presidente, signor Commissario, l’Unione europea deve essere preparata ad affrontare le sfide demografiche. L’Europa sociale deve essere all’altezza delle aspettative dei suoi cittadini offrendo un buon livello d’istruzione, un sistema sanitario efficiente ed accessibile e posti di lavoro che consentano un livello di vita e la garanzia di una pensione dignitosi.

La popolazione dell’Unione europea sta invecchiando. Allo stesso tempo gli Stati membri in cui il tasso di natalità è cresciuto sono pochi, fatta eccezione per l’Irlanda e la Francia che hanno conseguito ottimi risultati in quest’area grazie al’adozione di politiche ad hoc. Parallelamente, sebbene il tasso di mortalità infantile sia sceso a livello comunitario a 4,7 ogni mille abitanti, ci sono ancora alcuni Stati membri in cui questa cifra è di 12 ogni mille abitanti.

L’Europa deve investire nella sanità, nell’istruzione e nell’assistenza sociale. Garantire posti di lavoro ben pagati significa un livello di vita dignitoso per i lavoratori e garantisce altresì le risorse necessarie per poter pagare le pensioni. Il sistema pensionistico è basato sulla solidarietà tra le generazioni.

 
  
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  Toomas Savi (ALDE).(EN) Signora Presidente, la società dell’Unione europea invecchia. Molte persone all’interno dell’UE scelgono l’avanzamento professionale piuttosto che concentrarsi sulla vita familiare, fino a quando non è troppo tardi per avere figli.

Essendo da poco diventato nonno, sono un convinto sostenitore delle misure di pianificazione familiare introdotte in Estonia che permettono ad uno dei genitori di rimanere a casa per 18 mesi dopo la nascita del figlio, garantendo benefici sociali approssimativamente equivalenti al salario del genitore prima del congedo, l’assegno parentale.

Sono fermamente convinto che, a meno di non voler passare ai nostri figli un onere fiscale assurdamente elevato, dobbiamo cominciare ad introdurre un approccio analogo in tutta l’Unione europea. In Estonia, ad esempio, questa politica ha fatto uscire il paese da un calo apparentemente interminabile della popolazione.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, allevare la prossima generazione è il lavoro più importante compiuto da qualunque cittadino. E, senza voler dare alcuna lezione alle giovani donne di oggi, siano esse sposate o meno, quello di cui abbiamo bisogno è ridare la libertà di scelta a tutte quelle donne che vogliono restare a casa per avere il secondo o terzo figlio e garantire che non siano costrette a rimanere al lavoro per circostanze economiche e finanziarie.

Dobbiamo assicurare alle donne che lavorano a casa punteggi pieni per la pensione, una pensione parentale o una pensione materna , in modo che da anziane possano godere di una certa sicurezza finanziaria e che possano essere giustamente gratificate dallo Stato per aver compiuto il lavoro più importante per tutti noi: allevare la prossima generazione.

Inoltre, in considerazione del crescente numero medio di anni a disposizione della maggior parte di noi, l’età pensionabile obbligatoria – l’età pensionabile tradizionale – dei 65 anni va rivista e con urgenza. In media le donne hanno più di 30 anni quando mettono al mondo il primo figlio. Dobbiamo rivalutare questa situazione quanto prima.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE).(PL) Signora Presidente, siamo tutti consapevoli del fatto che la società europea sta invecchiando, ma siamo altrettanto consapevoli delle conseguenze che ciò implicherà per la nostra economia e per il mercato del lavoro? Nell’era della globalizzazione, i problemi demografici acquisiscono una dimensione molto più ampia. Per questo motivo, l’Unione europea ha bisogno di un’azione integrata su più livelli.

Da una parte dobbiamo garantire che gli obiettivi della strategia di Lisbona siano rispettati, ossia impegnarci per accrescere il numero di posti di lavoro, aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e interrompere la tendenza al pensionamento anticipato. Dobbiamo anche porre l’accento sull’istruzione, soprattutto in settori quali l’ingegneria e la tecnologia dell’informazione, fondamentali per un’economia basata sulla conoscenza. E’ anche essenziale promuovere l’istruzione permanente e preparare i lavoratori ad essere aperti alle nuove sfide.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signora Presidente, cercherò di attenermi alle sue indicazioni. Signor Commissario, onorevoli deputati, il dibattito è stato molto proficuo e risulta evidente dai vari interventi che ci sono diversi punti da affrontare per rispondere a questa crisi demografica.

Diversi interventi possono essere complementari tra loro, come vi illustrerò in seguito. In una certa misura, è vero che dobbiamo innalzare i tassi di occupazione, è vero che avremo bisogno dell’immigrazione per risolvere il deficit demografico, ed è altresì importante che l’immigrazione sia controllata e ben organizzata. E’ altrettanto vero che abbiamo bisogno di politiche per la famiglia e di sostenere l’attuale tasso di natalità; è necessario assistere gli anziani e migliorare i trattamenti loro riservati. In tale contesto, dobbiamo prestare molta attenzione allo sviluppo delle infrastrutture dedicate all’istruzione, all’assistenza all’infanzia e agli strumenti volti a ridurre la dipendenza degli anziani.

Come dichiarato da molti oratori, dobbiamo considerare i nostri punti di forza, in particolare le nuove tecnologie dell’informazione e la ricerca e lo sviluppo, con tutta la flessibilità disponibile nei servizi sanitari e medici e l’assistenza che possiamo prestare in termini di diagnosi prenatale, assistenza nei primi anni di vita del bambino e assistenza all’infanzia da parte della comunità. Numerose sfide ci attendono, ma abbiamo già le risorse necessarie per affrontare il deficit demografico.

Dobbiamo essere pronti a monitorare le conseguenze del cambiamento demografico, come è emerso dal dibattito. Dobbiamo controllare la fattibilità dei nostri sistemi pensionistici e di previdenza sociale, che sono una delle caratteristiche del modello di solidarietà europeo. Nonostante la crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando, dobbiamo adottare misure a lungo termine per garantire l’efficacia di tali sistemi, senza dimenticare gli effetti futuri che questo cambiamento demografico avrà sui vari aspetti dell’organizzazione del lavoro. L’onorevole Cappato ha usato un esempio specifico per illustrare questo tema e ritengo abbia fatto bene.

Infine, penso che la Commissione, come confermerà sicuramente il commissario Potočnik, il Parlamento ed il Consiglio debbano continuare ad impegnarsi in un dialogo animato dallo stesso spirito che ha pervaso il dibattito di oggi. L’Europa sicuramente si trova ad affrontare una sfida a lungo termine, dobbiamo giocare d’anticipo, organizzarci e non permettere che la crisi economica e finanziaria ci impedisca di agire e di intraprendere riforme.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Signora Presidente, abbiamo ascoltato oggi un messaggio chiaro secondo il quale attualmente ci troviamo ad affrontare una sfida seria, l’invecchiamento della popolazione.

Per diversi aspetti, il XXI secolo è un secolo di fragilità e dobbiamo farcene una ragione. Dobbiamo tutti fare il possibile. Come è già stato dichiarato, la longevità dovrebbe essere un premio e non una punizione. E’ stato anche detto che sarebbe coerente agire nell’ambito dell’Agenda di Lisbona e io sono d’accordo. Possiamo intendere l’Agenda di Lisbona in un modo semplice, intraprendere un cammino verso una società basata sulla conoscenza e perseguire la sostenibilità, che si tratti di sicurezza sociale, di ambiente o di economia. La crisi ci ha insegnato che anche i profitti devono essere chiaramente sostenibili.

Dunque l’attuale crisi finanziaria non dovrebbe distogliere l’attenzione da nessuno dei problemi di cui abbiamo pazientemente discusso negli scorsi anni, compreso il problema di cui abbiamo discusso qui oggi. E’ solo un problema ulteriore. Una volta che lo avremo risolto, dovremo uscire dalla crisi finanziaria con una struttura in grado di gestire tutte le sfide del XXI secolo. E’ dunque importante in questo contesto essere consapevoli di tutti i possibili aspetti della sostenibilità – sostenibilità del pianeta su cui viviamo, tra gli esseri viventi sul pianeta, tra noi esseri umani e tra le generazioni - che è poi l’essenza della questione demografica di cui stiamo discutendo oggi.

Le nostre politiche dovrebbero decisamente rivolgersi a questi temi. Il forum demografico che si terrà il 24 ed il 25 novembre – che ho citato nel mio intervento d’apertura – è sicuramente un ottima occasione per parlarne. Il dialogo tra Consiglio, Stati membri, Parlamento e Commissione deve sicuramente proseguire. I vostri interventi oggi dimostrano che il dibattito è molto attuale e vorrei ringraziarvi a nome della Commissione per il contributo. Tutti i temi che avete sollevato sono estremamente importanti – la promozione del rinnovamento demografico, la conciliazione della vita lavorativa e familiare, la questione degli assistenti alla persona, la mobilità, la non discriminazione e ulteriori politiche. Sono tutti temi validi quando si parla di questo problema.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

 
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