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Discussioni
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Mercoledì 19 novembre 2008 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 3. Risposta dell'Unione europea al peggioramento della situazione nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo (discussione)
 4. Crisi del settore automobilistico (discussione)
 5. Turno di votazioni
  5.1. Statistiche comunitarie della sanità pubblica e della salute e sicurezza sul luogo di lavoro (A6-0425/2008, Karin Scheele) (votazione)
  5.2. Obblighi in materia di pubblicazione e traduzione di taluni tipi di società (A6-0400/2008, Piia-Noora Kauppi) (votazione)
  5.3. Statistiche europee (A6-0349/2008, Andreas Schwab) (votazione)
  5.4. Regimi di sostegno a favore degli agricoltori nell’ambito della PAC (A6-0402/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)
 6. Seduta solenne - Sir Jonathan Sacks
 7. Turno di votazioni (proseguimento)
  7.1. Adeguamento della politica agricola comune (A6-0401/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)
  7.2. Sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) (A6-0390/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)
  7.3. Orientamenti strategici comunitari per lo sviluppo rurale (2007—2013) (A6-0377/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)
 8. Dichiarazioni di voto
 9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 11. Condizioni di ingresso e di soggiorno di cittadini di paesi terzi per l'esercizio di attività professionali altamente qualificate - Procedura unica di domanda di permesso di soggiorno e di lavoro
 12. Politica spaziale europea: l'Europa e lo spazio (discussione)
 13. Necessità di dare attuazione alla Convenzione sulle munizioni a grappolo entro la fine del 2008 (discussione)
 14. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
 15. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 16. Tendenze demografiche - Impatto economico e sociale (discussione)
 17. futuro dei regimi previdenziali e delle pensioni: loro finanziamento e tendenza verso l’individualizzazione (breve presentazione)
 18. HIV/AIDS: Screening e trattamento precoce (discussione)
 19. Modifica del regolamento unico OCM (discussione)
 20. Situazione apicola (discussione)
 21. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 22. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. SIWIEC
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
Video degli interventi
 

(La seduta è aperta alle 9.00)

 
  
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  Paul van Buitenen, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Signor Presidente, desidero fare un richiamo al regolamento: a nome del gruppo Verde/Alleanza Libera Europea, avanzo una richiesta in merito alla discussione e alla votazione di domani sul Regolamento (CE) n. 1073/1999 relativo alle indagini svolte dall'Ufficio per la lotta antifrode (OLAF) o, in altre parole, sulla relazione Gräßle. Pare che la Commissione stia pensando di interrompere l’attuale riesame del regolamento a seguito delle recenti rivelazioni sulle irregolarità interne all’OLAF e che intenda, di conseguenza, ritirare le attuali proposte durante la procedura di codecisione con il Parlamento.

A nome del gruppo Verde, le chiedo di verificare se la Commissione abbia realmente queste intenzioni così e se rilascerà una dichiarazione prima della discussione di domani per informare il Parlamento in merito alla validità della discussione e della votazione.

 
  
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  Presidente. − La domanda è rivolta alla Commissione e il commissario, signora Ferrero-Waldner, avrà occasione di rispondere. Do il benvenuto al presidente Jouyet. Ci siamo tutti e possiamo iniziare con il prossimo punto all’ordine del giorno.

 

2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

3. Risposta dell'Unione europea al peggioramento della situazione nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la dichiarazione del Consiglio e della Commissione sulla risposta dell'Unione europea al peggioramento della situazione nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. − (FR) Signor Presidente, signora Commissario Ferrero-Waldner, onorevoli deputati, so bene che siete preoccupati quanto noi per il peggioramento della situazione nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo e desidero ricordarvi, poiché abbiamo già discusso l’argomento con voi, che la situazione destava sempre più il nostro allarma già quando, nell’ottobre scorso, la portammo all’attenzione della commissione per gli affari esteri.

I ministri degli Esteri dell’Unione ne hanno discusso a lungo al Consiglio "Affari generali e relazioni esterne" dello scorso 10 novembre, e il presidente ha deciso di inserire la questione nell’ordine del giorno del prossimo Consiglio "Affari generali e relazioni esterne" dell’8 dicembre, alla presenza della Commissione, rappresentata dai commissari Michel e Ferrero-Waldner.

Va detto che la situazione nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo è peggiorata sensibilmente dalla fine di agosto, quando il CNDP, guidato dal leader dei ribelli Nkunda, ha lanciato un’offensiva contro le forze armate congolesi, le quali si sono dimostrate incapaci di difendersi, lasciando alla MONUC, la forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, il compito di proteggere la popolazione civile.

Il successo sul campo ottenuto dai ribelli li ha portati alle porte di Goma, capoluogo della provincia di Nord Kivu e ha permesso loro di estendere in maniera significativa la propria area di influenza in questa zona al confine con il Ruanda. Il protrarsi della crisi dimostra una volta di più l’instabilità della provincia, causata dalla presenza di tutti i gruppi di ribelli presenti nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo: non soltanto il CNDP, ma anche i ribelli hutu delle FDLR.

La sconfitta delle forze armate congolesi dimostra inoltre che questa complessa crisi non è risolvibile con una soluzione militare e che la strada verso una conciliazione duratura richiede una soluzione politica, che consideri sia gli attori locali sia quelli regionali. Su questo ritornerò tra un attimo.

Nel momento più buio della crisi, all’apice dell’offensiva delle forze ribelli di Nkunda, l’Unione europea si è mobilitata con vigore, imitata dal resto della comunità internazionale. Il compito più urgente, come ricorderete, era quello di impedire la caduta di Goma e di tentare di stabilizzare il conflitto. Per tale ragione, il commissario Michel si è recato di persona nella regione, seguito poi, l’uno e il due novembre, dall’allora presidente in carica del Consiglio Kouchner e dal ministro Miliband.

Il messaggio politico di invito alla moderazione è stato portato da entrambi i ministri a Kinshasa, Kigali e Dar es Salaam. I ministri si sono inoltre recati a Goma per dimostrare sul campo la nostra massima attenzione alla crisi, per valutare le necessità degli sfollati e per incontrare le organizzazioni umanitarie giacché, ancora una volta, la popolazione civile è la prima vittima della ripresa dei combattimenti.

Le ostilità hanno portato a un deciso peggioramento della situazione umanitaria. Si calcola che vi siano altri 250 000 sfollati che vivono in condizioni drammatiche, portando così il numero totale degli sfollati nella sola provincia di Nord Kivu a oltre un milione. A questo si aggiungono le gravi violazioni dei diritti umani compiute dai gruppi ribelli, incluse esecuzioni sommarie, frequenti violenze sessuali, reclutamento di bambini soldato e saccheggi, operati sia da parte dei gruppi ribelli sia da alcuni membri delle forze armate congolesi.

La ripresa dei combattimenti ha inoltre interrotto l’applicazione degli accordi conclusi nel novembre del 2007 tra la Repubblica democratica del Congo e il Ruanda, noti con il nome di processo di Nairobi, di cui siete a conoscenza, e che hanno come oggetto la lotta ai i ribelli ruandesi di etnia hutu delle FDLR nella regione occidentale della Repubblica democratica del Congo. Anche gli accordi tra il governo congolese e i gruppi di ribelli, tra cui il CNDP di Nkunda del gennaio 2008, noti come processo di Goma, sono ormai decaduti.

Attualmente la priorità è affrontare l’emergenza umanitaria e assicurare l’accesso agli sfollati. Ai fini di tale mandato, la MONUC sta svolgendo un ruolo essenziale grazie al continuo rafforzamento delle proprie misure a Nord Kivu e noi incoraggiamo il proseguimento degli impegni in tal senso. Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha richiesto risorse aggiuntive per questa missione e al Consiglio di sicurezza sono iniziate discussioni su questo tema che speriamo si concludano presto.

Di fronte a questa emergenza, l’Unione europea ha sensibilmente intensificato i propri sforzi umanitari. Numerosi Stati membri, e la stessa Commissione, hanno stanziato contributi d’emergenza a sostegno delle organizzazioni non governative e delle agenzie delle Nazioni Unite, come il Programma alimentare mondiale e l’Alto Commissariato per i rifugiati. Stanziamenti aggiuntivi per un valore totale di 43 milioni di euro, in forma di contributi al ponte aereo — e mi riferisco a paesi quali il Regno Unito, il Belgio e l’Italia — rendono l’Europa la principale protagonista degli sforzi umanitari intrapresi in questa crisi.

Dobbiamo ora rilanciare il processo che offrirà una soluzione duratura al problema dei gruppi armati illegali nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo, e mi riferisco a tutti i gruppi, congolesi e non, nella consapevolezza che non esiste alcuna soluzione militare alla crisi e che qualsivoglia soluzione implica il rilancio dei suddetti processi di Goma e Nairobi, che costituiscono il giusto quadro per la stabilizzazione durevole della situazione nella provincia congolese.

La ripresa del dialogo e della cooperazione tra la Repubblica democratica del Congo e il Ruanda è essenziale in tale contesto, e desidero dunque rendere omaggio all’azione del rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione dei Grandi Laghi in Africa, Van de Geer, volta alla ripresa del dialogo. E’ intorno a questi obiettivi che la comunità internazionale, e in particolare l’Unione europea, si sono mobilitate nelle ultime settimane.

Tali sforzi hanno portato i primi frutti, specialmente con la ripresa del dialogo tra Kinshasa e Kigali a livello ministeriale e l’organizzazione, a Nairobi, il 7 novembre, su iniziativa degli Stati della regione dei Grandi Laghi e dell’Unione africana, di un vertice internazionale dedicato alla crisi nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo, a cui hanno partecipato nella fattispecie i presidenti congolese e ruandese Kabila e Kagame.

Tra i numerosi progressi segnati dal vertice, spicca l’impegno degli Stati della regione di inviare, se necessario, forze per il mantenimento della pace nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo e, sempre se necessario, di nominare un’équipe di mediatori ad alto livello, composta dall’ex presidente nigeriano Obasanjo e dall’ex presidente della Tanzania Mkapa.

Al vertice straordinario di Johannesburg del 10 novembre, anche la Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe (SADC) ha dichiarato di essere pronta a inviare, se necessario, una forza di mantenimento della pace nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo. L’Unione europea accoglie favorevolmente l’impegno degli Stati africani ed è determinata a proseguire la propria cooperazione con l’ONU, l’Unione africana e i paesi della regione dei Grandi Laghi per il raggiungimento di una soluzione della crisi. Tuttavia, è evidente che non sarà possibile superarla senza intensificare le risorse destinate alla creazione di una pace stabile, in particolare quelle delle Nazioni Unite.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, membro della Commissione. − (FR) Signor Presidente, in primo luogo desidero comunicare brevemente all’onorevole Buitenen che ho preso nota della sua richiesta e la riferirò ai miei colleghi, che sicuramente domani gli forniranno una risposta.

Signor Presidente, onorevoli deputati e Presidente in carica del Consiglio, oggi sono qui in sostituzione del mio collega, il commissario Michel, che, per motivi di salute, non è in grado di prendere parte a questa sessione e che mi ha chiesto di riferirvi le sue scuse.

Conoscete l’interesse del commissario Michel per la regione dei Grandi Laghi. Infatti, come il presidente in carica ha già detto, il commissario è stato il primo a recarsi nella Repubblica democratica del Congo e in Ruanda lo scorso 30 e 31 ottobre, all’apice della crisi, per tentare di risolvere la questione. Da questa missione diplomatica ombra nacque l’idea di organizzare la conferenza di Nairobi, le cui conclusioni pratiche oggi ci forniscono nuove prospettive per emergere dalla crisi.

Riguardo alla risposta che la Commissione è in grado di fornire, desidero condividere con voi un’analisi della situazione da due angolazioni, seppure molto simili a quelle descritte dal presidente del Consiglio.

In primo luogo il livello umanitario: la comunità internazionale, inclusa l’Unione europea, sta tentando di fornire una risposta alla crisi. La Commissione ha immediatamente mobilitato 6,3 milioni di euro per rispondere alle necessità d’emergenza. Rimaniamo tuttavia molto vigili, in maniera da adattare tale importo man mano che la situazione evolverà; in generale, le esigenze umanitarie del Kivu sono soddisfatte e vi è un ottimo coordinamento tra le agenzie umanitarie.

La Commissione e gli Stati membri hanno annunciato in sede congiunta, a Marsiglia il 14 novembre, nuovi contributi per un totale di 43 milioni e mezzo di euro per affrontare la crisi.

Rimane però il problema principale, vale a dire l’accesso alle popolazioni in alcune aree ove vi sono continui combattimenti tra le forze armate congolesi, i loro alleati Mai Mai e le FDLR da una parte e il CNDP dall’altra, giacché nessuna delle parti rispetta il coprifuoco.

In secondo luogo, a livello politico e militare, nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo non esiste una soluzione militare possibile, c’è spazio solo per una soluzione politica equilibrata, basata sul dialogo. Questa è stata anche la raccomandazione formulata dai paesi della regione al vertice di Nairobi del 7 novembre, e sembra soprattutto essere l’auspicio dei ribelli del CNDP e della maggior parte delle istituzioni politiche di Kinshasa, quali l’Assemblea nazionale.

La Commissione è pertanto molto soddisfatta delle conclusioni del vertice tenuto dai capi di Stato dei paesi della regione dei Grandi Laghi, in particolare della decisione di coinvolgere la democrazia africana ad alto livello nella risoluzione della crisi e nell’introduzione di un sistema di verifica che permetta ai capi di Stato della regione di monitorare da vicino gli sviluppi e di fornire le risposte necessarie in maniera puntuale.

In tal senso, la visita dell’ex presidente Obasanjo nella regione, appena conclusasi, è molto incoraggiante. La visita ci ha rassicurati circa la possibilità di un intervento militare da parte di alcuni paesi della regione e ci è valsa la promessa del presidente Kabila che Kinshasa sarà disposta ad ascoltare le richieste del CDNP e a percorrere la strada del dialogo. Durante la visita, si è dato voce anche alle rimostranze del CNDP e il generale Nkunda ha riaffermato la propria disponibilità a osservare un cessate il fuoco e a fare tutto il possibile per facilitare la consegna degli aiuti umanitari nelle aree soggette al suo controllo.

E’ pertanto essenziale mantenere l’attuale clima politico e fare tutto quanto in nostro potere per garantire che le parti in causa traducano in fatti le proprie dichiarazioni. E’ quindi giunto il momento di affrontare le cause alla base della crisi nella regione orientale del paese, ben note a tutti noi: la presenza delle FDLR, i saccheggi organizzati delle risorse minerarie, le frustrazioni politiche delle comunità e delle minoranze. Occorre inoltre far convergere le idee.

E’ fondamentale che, in questo ambito, l’intera comunità internazionale sostenga gli sforzi diplomatici introdotti sulla scia del vertice di Nairobi e che gli sforzi internazionali siano coordinati per garantire ai presidenti Obasanjo e Mkapa spazio sufficiente per la prosecuzione dei negoziati.

E’ altresì importante evidenziare il ruolo della MONUC, che non è responsabile di qualsivoglia sorta di abuso di potere. La MONUC sta invece svolgendo un lavoro importante, nonostante la scarsità delle risorse che riceve e le restrizioni alle proprie funzioni. Si tratta di un lavoro difficile da sostituire, quello di garantire la pace invece di alimentare la guerra.

E’ tuttavia ancora più importante sostenere gli attuali sforzi per rafforzarne il mandato, giacché nei prossimi giorni il Consiglio di sicurezza prenderà in esame tale questione. Riteniamo che il mandato dovrebbe essere esteso per includere, ad esempio, il controllo del saccheggio delle risorse naturali e in particolare, come ha detto il presidente del Consiglio, incrementare le risorse disponibili per permettere tale attività.

 
  
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  Jürgen Schröder, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN) Signor Presidente, al momento ci troviamo di fronte a una crisi finanziaria che finirà nei libri di storia. Tuttavia, in solo poche settimane, è stato possibile organizzare una riunione del G20 che ha fornito risultati concreti, il principale dei quali è stata la decisione di utilizzare il 2 per cento del PIL per stimolare l’economia e aiutare il settore finanziario.

D’altro canto, non siamo stati in grado di adempiere al nostro impegno di utilizzare lo 0,7 per cento del PIL per lo sviluppo. Se l’avessimo fatto, la Repubblica democratica del Congo sarebbe certamente un paese più sviluppato e forse l’intero conflitto non si sarebbe mai verificato. Ma prendiamo le cose come stanno. Ora non c’è tempo per discutere dello sviluppo di Kivu, ci troviamo davanti a una crisi umanitaria in quell’area. Altre duecentocinquantamila persone sono state sfollate nelle ultime settimane e in tanti muoiono per le conseguenze dirette o indirette dei combattimenti, mentre malattie come il colera si stanno diffondendo rapidamente.

Dal 2005 le Nazioni Unite hanno accettato il concetto di responsabilità di proteggere. L’ONU ha inviato la forza MONUC nella Repubblica democratica del Congo. Con le sue 17 000 unità, la MONUC rappresenta la più grande missione di pace del mondo, che opera nell’ambito di un forte mandato ai sensi del Capitolo VII. Ma cosa può fare la MONUC? L’addestramento dei soldati e la qualità delle attrezzature sono molto scarsi e la Repubblica democratica del Congo ha un’estensione enorme. Sostengo quindi con determinazione la richiesta di rafforzamento della MONUC ma, parlando realisticamente, ci vorranno mesi prima che tale rafforzamento diventi effettivo — mesi preziosi, durante i quali delle persone moriranno. Per tale ragione, propongo l’invio di una forza europea a breve termine per stabilizzare la regione, fino a quando i rinforzi della MONUC non saranno operativi e schierati sul campo.

 
  
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  Alain Hutchinson, a nome del gruppo PSE. (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, prima di tutto vorrei, in questa piacevole atmosfera di discussione su toni pacati, fornirvi un quadro della situazione, giacché negli ultimi mesi mi sono recato sul posto tre volte.

Mentre noi stiamo qui a discutere, laggiù si consumano violenza, stupri e morte. Oggi è questa la realtà quotidiana di molti cittadini che vivono in quell’orrenda parte del mondo. Ritengo che sia il momento di smetterla con la retorica e di passare all’azione. Questa sporca guerra non è, a parer mio, in alcun modo una guerra etnica come alcuni stanno cominciando a dire: le guerre etniche possono essere sempre inventate, quando a noi europei conviene farlo, giacché quando si parla di guerre etniche significa che gli africani combattono tra loro e che quindi non è un problema nostro. Invece, le ragioni della guerra in corso sono da ricercare nel fondo delle miniere — le miniere di diamanti —, che, nonostante il massacro, continuano la loro attività in maniera ordinata ed efficiente. I minerali sono esportati sotto gli occhi delle forze dell’ONU dall’aeroporto di Goma o lungo la strada per Kigali e certe persone continuano ad arricchirsi. Questa è la guerra.

Per fermare la guerra è questo il primo problema che dobbiamo affrontare. Come si possono chiudere tali miniere e quali sono le misure necessarie per porre fine a questo commercio scandaloso? Potremmo tornare a iniziative come il processo di Kimberley per i diamanti. Credo che qualcuno degli onorevoli colleghi ne parlerà.

Per essere chiari, negli ultimi dieci anni – e benché tale cifra sia stata smentita da alcuni vi assicuro che è semplice verificare – oltre 5 milioni di congolesi sono morti di morte violenta nella regione come conseguenza diretta della guerra o di danni collaterali causati dalla guerra, quali le malattie e altro. Quindi si tratta di stabilire a vantaggio di chi vada questa guerra e chi beneficerà dal suo proseguimento. Credo che questo sia il primo punto importante.

Per quanto concerne l’Unione europea, io e il mio gruppo riteniamo che vi siano tre questioni fondamentali. In primo luogo, dobbiamo effettivamente sostenere gli sforzi di pace in atto, che non riguardano soltanto le ultime settimane ma vanno avanti ormai da qualche tempo. Abbiamo candidato Abbot Malu Malu al premio Sakharov giacché per il suo lungo impegno nella ricerca di una soluzione pacifica nella regione. A Goma egli ha riunito non soltanto il CNDP — il CNDP è arrivato, partito, tornato e ripartito nuovamente — ma tutti i movimenti ribelli e il governo della Repubblica democratica del Congo. Considero importante questo fatto, cui si aggiungono il processo di Nairobi e il recente vertice di Nairobi e cui ha fatto riferimento il commissario.

Ritengo che sia ovviamente necessario sostenere tali sforzi e il commissario Michel, che, e lo dico da socialista mentre lui è un liberale, sta compiendo enormi sforzi in questo senso.

In secondo luogo, dobbiamo a tutti i costi difendere la popolazione. Ci viene detto che la MONUC non è lì per combattere una guerra, ma per mantenere la pace. E’ possibile, ma la MONUC ha un mandato ai sensi del Capitolo VII. La situazione non è come quella del 1994 a Kigali, dove non potevamo fare nulla, dove potevamo soltanto assistere impotenti al consumarsi del massacro. Ora c’è un Capitolo VII, e la MONUC ha il compito di difendere la popolazione civile, ma la popolazione civile del posto viene massacrata e la MONUC non dispone di un bilancio. Poco tempo fa, in un villaggio il cui nome ora mi sfugge, si è verificato un vero massacro nei pressi di Kiwanja, a ridosso di un campo della MONUC.

Pertanto è necessario integrare la MONUC con forze europee, questa è l’opinione del mio gruppo e presenteremo un emendamento in questo senso.

Infine, molto in breve, ritengo che vi sia naturalmente la necessità di procedere con le decisioni necessarie per fermare lo sfruttamento e il commercio dei minerali che, in buona sostanza, sono responsabili di tutti i massacri che si consumano laggiù.

 
  
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  Thierry Cornillet, a nome del gruppo ALDE.(FR) Signor Presidente, signora Commissario, questo angolo del mondo sembra essere maledetto e, come l’onorevole Hutchinson ha giustamente affermato, dall’inizio degli anni novanta abbiamo avuto quasi cinque milioni di morti.

Questa regione è come una camera della morte: uccisioni di massa a Nord Kivu, in Uganda, Ruanda, Burundi; non c’è fine e ogni anno le morti ricominciano. So che le medesime cause producono i medesimi effetti: vi sono conflitti etnici perché i confini che abbiamo tracciato erano spesso confini artificiali. Vi è una forma di nazionalismo esagerato, tutti mirano a essere un piccolo Napoleone III e a compiere la propria avventura messicana per dimenticare i problemi del proprio paese. Ovviamente c’è il profumo dei soldi – come ci ha fatto notare l’onorevole Hutchinson –, le ricchezze spesso incommensurabili di quest’area. E poi c’è la pazzia, perché come potremmo definire altrimenti l’azione del Lord’s Resistance Army?

Cosa possiamo fare, quindi? Desidero anche richiamare l’attenzione sull’operato del commissario Michel, che da lungo tempo si interessa di questo problema. L’abbiamo visto in azione alle riunioni di Kigali e Kinshasa, che hanno portato a Nairobi. Ci sono poi la Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe (SADC) e Obasanjo. Avremo, ancora una volta, grandi vertici diplomatici, tuttavia, è questa una buona ragione per affidarci esclusivamente alla democrazia? Ci troviamo davanti a una situazione umanitaria molto grave.

In qualità di relatore per gli aiuti umanitari del Parlamento, mi sono recato a Kinshasa all’inizio di novembre per incontrare l’onorevole Lengomo, il nuovo ministro degli Affari sociali e dell’azione umanitaria. Ho incontrato anche il signor Malu Malu, a cui abbiamo quasi attribuito il premio Sakharov, responsabile del progetto Amani. Soprattutto, non dimentichiamo il considerevole sforzo umanitario che dobbiamo intraprendere.

Quindi cos’è che stiamo facendo? Siamo sicuri di star facendo tutto il possibile? Cosa sta facendo la MONUC? Sembra che tutto sia al posto giusto: 17 000 uomini, di cui 6 000 nell’area, sono l’equivalente di una divisione armata di carri armati. Chi potrebbe credere che si tratta di una forza insufficiente a garantire l’accesso all’assistenza umanitaria benché io, come voi, sia consapevole della vastità dei territori da proteggere?

La soluzione quindi deve essere per forza di tipo diplomatico. Dobbiamo sostenere una soluzione africana, partendo dal presupposto che saremo capaci di attuarla. Ovviamente dobbiamo garantire il rispetto del cessate il fuoco per consentire l’accesso agli aiuti umanitari, giacché in assenza di tale condizione essi non giungerebbero a destinazione. E’ altresì necessario fermare la fonte di reddito: va da sé che dobbiamo chiudere le miniere, ma anche, forse, cominciare a criticare le aziende occidentali che acquistano il coltan e gli altri minerali che consentono l’acquisto di armi. Dobbiamo, naturalmente, fornire il nostro pieno sostegno alle iniziative di pace, dimostrando un impegno politico continuativo, piuttosto che interesse non meglio definito.

Desidero concludere con la richiesta di una maggiore presenza militare per stabilizzare la pace, una richiesta che solo le Nazioni Unite possono esaudire. Credo di non sbagliare nell’affermare che in passato l’Unione europea si sia dimostrata capace di far capire alle Nazioni Unite dove risieda il dovere.

 
  
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  Seán Ó Neachtain, a nome del gruppo UEN. – (GA) Signor Presidente, l’attuale situazione nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo si aggrava di giorno in giorno, suscitando la preoccupazione della comunità internazionale. Nella provincia di Kivu ci sono oltre un milione e mezzo di sfollati e ciò dimostra la gravità del problema.

Sostengo gli sforzi del rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione dei Grandi Laghi in Africa, Van de Geer e dell’ex presidente nigeriano Obasanjo, che ha partecipato a intensi negoziati con i gruppi politici e militari coinvolti nelle violenze.

Chiedo all’Unione africana di compiere ulteriori sforzi per assicurare la pace nella regione del Grandi Laghi.

I governi del Ruanda e Nairobi hanno sottoscritto un accordo di pace nel novembre del 2007 per tentare di risolvere l’animosità tra i due paesi. E’ necessario garantire l’applicazione di tale accordo, ma prima bisogna porre fine alla violenza.

L’Unione europea fornisce alla regione dei Grandi Laghi più denaro di quanto non faccia qualsiasi altra organizzazione o paese del mondo. Chiedo al commissario europeo incaricato dello sviluppo e degli aiuti umanitari Michel e al Consiglio di tentare di porre fine ai combattimenti e stabilire la pace.

 
  
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  Frithjof Schmidt, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, i tremendi combattimenti nella regione orientale del Congo non sono soltanto una guerra civile, ma anche un conflitto regionale che coinvolge molti Stati confinanti. Si tratta di materie prime strategiche come il coltan, di cui necessitiamo per la produzione dei nostri telefoni cellulari, lettori DVD e computer, ma si tratta anche di oro, diamanti, cobalto e legni pregiati. Queste sono le cause più profonde di questo conflitto. Cosa possiamo e cosa dobbiamo fare? Le forze delle Nazioni Unite devono essere rafforzate per essere in grado di adempiere alla responsabilità di proteggere la popolazione civile dalle truppe armate attive nell’area. La Missione di osservazione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo (MONUC) necessita di un mandato più chiaro, di maggiori equipaggiamenti e manodopera. Negli ultimi anni, gli Stati membri dell’Unione europea hanno ripetutamente ignorato le richieste di rifornire la MONUC, tuttavia abbiamo sentito levarsi aspre critiche per i fallimenti e gli errori della missione. Questa doppiezza deve finire: non ci serve un contingente militare marchiato UE al momento, ma una MONUC rifornita attivamente e ho appreso con interesse e approvazione che questa è la via che anche il Consiglio e la Commissione intendono percorrere.

Il secondo punto importante riguarda l’estrazione e il commercio di materie prime dal Congo, che devono essere severamente controllato su base internazionale. Le società internazionali coinvolte in tale commercio, che traggono profitto dall’estrazione di materie prime in Congo, devono essere monitorate e costrette alla trasparenza. Naturalmente esiste già un gruppo di esperti scientifici dell’ONU sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali del Congo. Tale gruppo ha avanzato una serie di raccomandazioni, che includono sanzioni da infliggere alle persone e alle aziende che partecipano allo sfruttamento illegale. L’Unione europea deve spingere per l’attuazione di questa raccomandazione dell’ONU, che include nello specifico — e qui abbiamo spazio di manovra — tutti gli aspetti attinenti alle importazioni verso l’Unione, giacché in questo settore possiamo agire autonomamente e attuare efficacemente le raccomandazioni dell’ONU.

Il terzo punto da evidenziare riguarda l’organizzazione di una conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi. Solo la cooperazione politica e l’integrazione economica possono determinare una pace a lungo termine nella regione. L’Europa può e deve svolgere un ruolo chiave in tal senso.

 
  
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  Tobias Pflüger, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, una serie di paesi confinanti si trova coinvolta fisicamente in questa guerra e vi è, soprattutto, la partecipazione diretta dell’esercito governativo congolese, delle milizie e delle truppe dell’Angola da un lato e del generale Nkunda, dei soldati di etnia tutsi e dei sostenitori ruandesi dall’altro. Si tratta di una guerra regionale che non interessa soltanto la regione orientale del Congo.

Una cosa è certa: finora il governo congolese non si è dimostrato pronto a negoziare direttamente con i ribelli e questo è un punto su cui è necessario esercitare delle pressioni. E’ fondamentale esaminare i reali retroscena di tale conflitto. Lo stesso presidente federale tedesco ha fatto riferimento al fatto che il conflitto si basa sulle materie prime. Il petrolio grezzo, l’oro, i diamanti, il rame, il cobalto, il coltan, lo zinco, lo stagno rivestono qui un ruolo molto importante.

Si tratta soprattutto di chi, all’atto pratico, possiede le licenze per lo sfruttamento di tali materiali. E’ necessario intraprendere azioni contro tali imprese, ad esempio la Gesellschaft für Elektrometallurgie mbh, con sede a Norimberga, che è chiaramente la proprietaria diretta di una delle miniere centrali oggetto di conflitto.

Desidero parlare brevemente del ruolo della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo (MONUC), giacché tutti in quest’Aula sembrano richiedere che essa sia rifornita. Stando a ciò che leggo, la MONUC è parte del problema piuttosto che parte della soluzione, dal momento che la stessa missione parla di sviluppi della situazione che l’hanno portata a combattere su quattro fronti. Il ruolo della MONUC dovrebbe essere in effetti un altro. Nel frattempo, abbiamo appreso da Human Rights Watch che soldati indiani o pachistani della MONUC conducono traffici di armi diretti con le milizie illegali e sono chiaramente coinvolti nel conflitto per le materie prime. Non possiamo permettere una cosa del genere. Il ruolo della MONUC deve essere totalmente diverso e neutrale. Vista la situazione, non mi sembra utile chiedere un rafforzamento della MONUC.

Desidero inoltre sottolineare che in passato il Congo ha svolto un ruolo importante in una precedente operazione dell’Unione europea. A quel tempo era nostro compito garantire la sicurezza delle elezioni che portarono il presidente Kabila alla guida del paese — quello stesso presidente Kabila le cui truppe, ora, costituiscono un significativo fattore di peggioramento della situazione. Tenendo a mente questi eventi, dovremmo operare un’analisi accurata del vero ruolo che l’Unione ha svolto nell’insediamento del presidente Kabila. Ritengo che ciò che l’UE ha fatto si sia rivelato altamente problematico e dobbiamo riconoscere che anche il presidente Kabila e il suo esercito devono essere criticati in questo senso.

Il resoconto del corrispondente locale della Frankfurter Allgemeine, che è stato tenuto prigioniero, merita di essere letto per l’ottima descrizione che dà della fisiognomica del conflitto. L’articolo descrive l’interazione tra le truppe ufficiali e quelle non ufficiali, e conferma che chiedere solo un rifornimento della MONUC non ha senso, perché ciò di cui abbiamo realmente bisogno è affrontare le cause del conflitto.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. (NL) Signor Presidente, ieri sera ho avuto il privilegio di parlare direttamente con un esperto operatore nel campo dell’assistenza in merito al conflitto nella regione orientale del Congo. Egli conosce la crisi del Nord e del Sud Kivu come le proprie tasche e dai suoi racconti, senza volere in alcun modo far apparire la situazione più rosea di quanto non sia, considerata la desolazione che prevale nella regione, emergono alcuni barlumi di speranza, tra cui il fatto che, più di una settimana fa, la guardia presidenziale congolese, assieme alle forze di polizia, ha catturato i soldati delle truppe governative impegnati in atti di saccheggio. Si tratta di un segnale di speranza circa la volontà del governo congolese di cominciare a garantire l’ordine pubblico, nonché di uno sviluppo che merita un forte sostegno e incoraggiamento europeo.

Un altro di questi barlumi di speranza è il fatto che il leader dei ribelli Nkunda non sia riuscito, fino ad ora, a mobilitare e reclutare i tutsi del Sud Kivu per le proprie ambizioni di potere. Il mio contatto la considera un’espressione positiva dell’identificazione dei tutsi con lo Stato congolese e la popolazione civile.

Il terzo motivo di speranza sono le iniziative di riconciliazione religiosa a livello locale e provinciale. Sia le autorità elette, sia quelle tradizionali e le rappresentanze tribali sono attivamente coinvolte in egual misura in tali piattaforme, che, sia nel Nord sia nel Sud Kivu meritano un doppio sostegno europeo: aiuti finanziari e assistenza professionale per la risoluzione del conflitto. Affinché l’assistenza umanitaria in entrambe le regioni del Kivu sia efficace, è fondamentale che le autorità locali siano coinvolte, compresi entrambi i gruppi dei leader locali, le rappresentanze tribali e le autorità elette.

Sulla base della propria esperienza personale, il mio contatto sottolinea che, nonostante i conflitti armati e la fuga della popolazione, tali strutture di potere sono operative ed efficaci. Da qui il suo appello urgente a fornire denaro alle folle di rifugiati nei villaggi nel Nord e Sud Kivu e alla popolazione degli stessi villaggi. Dopo tutto, questa persona dice: “Se c’è il denaro si può comprare il cibo. Paradossalmente è sempre giorno di mercato da qualche parte. In Congo è possibile lavorare consegnando loro il denaro direttamente, ciò non rende le persone dipendenti giacché esse possono scegliere da sole come impiegare il denaro. In questo modo si dà una spinta all’economia e il denaro viene immediatamente impiegato. Per garantire che questo schema si ripeta regolarmente andiamo a parlare con i comitati eletti nei villaggi che ci indicano i più bisognosi”.

A seguito della nostra discussione e in presenza degli sforzi profusi dall’Europa, tesi alla riconciliazione, Nord e Sud Kivu e tutto il Congo devono avere un futuro. Chiedo pertanto al Consiglio, alla Commissione, al Parlamento europeo e alle istituzioni europee, dal profondo del cuore, di fare ciò che è necessario.

 
  
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  Koenraad Dillen (NI). (NL) Signor Presidente, non ha molto senso discutere qui oggi quanto sia tragica la disperata situazione della regione orientale del Congo. Dovremmo invece dire le cose come stanno e naturalmente chiederci se l’Europa, in particolare paesi come la Francia e il Belgio, che in quella regione non godono di una buona reputazione, debbano intervenire in senso militare. Io ritengo che non sia il caso di farlo perché cosa abbiamo notato? In Congo, l’Europa ha dimostrato per l’ennesima volta quanto sia divisa e debole, e quanto sia illusorio pensare che una politica estera e di sicurezza comune sia realizzabile allo stato delle cose. Infatti ricordiamo che Parigi, nientemeno che l’attuale presidenza del Consiglio, ha appena fatto arrestare in Germania il capo del protocollo del presidente ruandese Kagame per il tentato omicidio del presidente Habyarimana nel 1994. Egli è visto come parte coinvolta nel conflitto. Anche il mio paese, il Belgio, si comporta in maniera falsa, giacché solo ieri il ministro degli Esteri belga De Gucht, ha espresso severe critiche al commissario europeo incaricato dello sviluppo e degli aiuti umanitari Michel, proprio a causa delle sua politica per il Congo. Cito il ministro De Gucht: “Se l’attuale situazione in Congo è il risultato delle politiche di Michel, allora ha fatto proprio un buon lavoro, visto che la situazione non è mai stata così angosciante”.

Onorevoli colleghi, queste sono le parole pronunciate da uno degli alleati politici del commissario. In tale moltitudine di voci, possiamo concludere soltanto che la protezione della popolazione civile dovrebbe spettare in primo luogo dall’Unione africana, che dobbiamo sostenere, e alla Missione ONU in Congo. Ritengo pertanto che l’Europa non dovrebbe inviare le proprie truppe nella regione.

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, mi associo a quanto detto dai miei colleghi per esprimere la mia forte preoccupazione circa i nuovi combattimenti tra l’esercito congolese e le milizie insorte a Nord Kivu, nella Repubblica democratica del Congo. L’aumento della violenza nel Nord Kivu ha gravemente sovraccaricato la Missione di mantenimento della pace dell’ONU (MONUC) operativa nella regione.

La situazione umanitaria è particolarmente grave: oltre un milione e mezzo di persone sfollate all’interno della provincia di Kivu. Le operazioni del Programma alimentare mondiale e di altre organizzazioni non governative hanno subito gravi limitazioni a causa della violenza, mentre sia le forze governative sia quelle ribelli derubano, stuprano e uccidono i civili.

La MONUC ha un mandato nell’ambito del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite per garantire la protezione dei civili dalla minaccia immediata di violenza fisica, ma non dispone delle risorse e delle truppe sufficienti per adempiere a tale mandato. La comunità internazionale e il Consiglio di sicurezza dell’ONU devono rafforzare la MONUC, fornendole materiali e personale adeguati per permettere lo svolgimento della missione. Giacché l’Unione europea ha deciso di non intraprendere nuova missione di politica europea di sicurezza e difesa per affrontare la nuova escalation di violenza nella Repubblica democratica del Congo, chiedo all’Unione europea di incrementare la propria cooperazione con la MONUC nella misura maggiore possibile.

L’attuale risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, redatta in francese, propone un aumento temporaneo della forza militare autorizzata della MONUC fino a 2 785 unità. Tale incremento porterebbe il numero massimo di consentito di truppe e forze di polizia schierate per la MONUC, già la più grande forza ONU nel mondo di mantenimento della pace, a poco più di 20 000 elementi, a copertura di un paese che ha approssimativamente la dimensione dell’Europa occidentale.

Chiedo al Consiglio di sicurezza dell’ONU di votare tale risoluzione il prima possibile, considerata l’urgenza degli ultimi avvenimenti nella Repubblica democratica del Congo. Sono sconvolto dai massacri, dai crimini contro l’umanità e dalle violenze sessuali contro le donne e le ragazze che si susseguono nella provincia orientale della Repubblica democratica del Congo, e faccio appello a tutte le autorità nazionali e internazionali interessate a consegnarne i perpetratori alla giustizia.

 
  
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  Ana Maria Gomes (PSE).(PT) I nuovi orrori nelle province del Kivu e l’incapacità della comunità internazionale di mettervi un freno sono scioccanti, tanto quanto l’avidità dei leader ruandesi e congolesi che mantengono questa situazione di caos organizzato per mascherare il losco saccheggio delle risorse naturali della regione.

Cosa può fare l’Unione europea? Cosa può fare per un paese in cui ci sono state e ancora ci sono varie missioni di politica europea di sicurezza e difesa e dove le prime elezioni democratiche non si sarebbero svolte senza il sostegno europeo? Cosa può fare per un paese che riceve milioni in aiuti allo sviluppo e in aiuti umanitari? Cosa può fare per un paese con un’importanza strategica senza paragoni, dove negli ultimi anni cinque milioni di persone sono morte alla mercé della più barbara violenza?

L’Unione europea deve andare ben oltre il minimo concordato all’inizio di quest’ultima escalation militare. Non è sufficiente incrementare l’assistenza umanitaria e lanciare iniziative diplomatiche in cui, per l’ennesima volta, si formulano promesse di disarmo e dichiarazioni di buona fede.

L’Unione europea deve procedere urgentemente al rafforzamento della MONUC (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo) affinché essa possa riacquistare la propria credibilità ed efficacia, e per farlo non basta presentare risoluzioni al Consiglio di sicurezza. L’Unione europea deve immediatamente collegarsi al Dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace dell’ONU e fornire attrezzature e, se necessario, soldati, per colmare le lacune esistenti nella MONUC.

Come ultima soluzione, se le procedure a New York e la situazione sul campo lo richiederanno, l’Unione europea non potrà escludere la possibilità di inviare una missione militare nel quadro della politica europea di sicurezza e difesa. E’ nostro dovere proteggere la posta in gioco, vale a dire le vite dei civili indifesi che necessitano di protezione internazionale immediata.

Mai più! Dobbiamo affrontare le cose seriamente e non permettere che il genocidio in Ruanda e i massacri in Congo si ripetano.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, le dichiarazioni di Consiglio e Commissione sulla risposta dell'Unione alla grave crisi in Congo sono al solito ipocrite e inefficaci. Dietro a Laurent Nkunda sono Ruanda e Uganda, paesi da sempre interessati alla regione tanto da provare a invaderla più volte in un recente passato: troppe le risorse del sottosuolo e nella regione orientale congolese per lasciarla in mano ad altri.

Da gennaio a oggi sono state acquistate il triplo di armi che erano state acquistate nel 2007, parte delle quali, per quanto riguarda il versante ruandese, sono finite al ribelle Nkunda con i risultati che vediamo oggi. Ma da anni Washington ha incentrato il suo interesse nella zona dei Grandi laghi e proprio in particolare appoggiandosi a Uganda e Ruanda. A Kampala, ad esempio, c'è la più grande ambasciata americana in Africa; in Uganda e in Ruanda non avviene nulla senza il consenso degli Stati Uniti.

Ora, questo rapido dietro front dell'Unione europea sulla possibilità di inviare una forza di pace nella regione è un segnale come al solito errato perché si preferisce puntare sulla diplomazia, come se la diplomazia fosse sufficiente a convincere un tipaccio come Nkunda a ritirarsi. Come al solito discutiamo del niente e sentiamo qui il Commissario Michel quasi elogiare Nkunda, complimenti per questo!

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, tutti noi comprendiamo la complessità della tremenda situazione attuale nella regione orientale del Congo, che nasce da ragioni etniche da ricercarsi in Ruanda, Burundi e Uganda.

E’ necessario dare immediatamente il via a un efficace processo di mediazione pacifica tra il Ruanda e la Repubblica democratica del Congo, attuare adeguatamente il cessate il fuoco e fornire urgentemente protezione e assistenza umanitaria alla popolazione civile.

Ricordo la recente dichiarazione rilasciata dal rappresentante permanente dell’Unione africana a Bruxelles, alla sottocommissione per la sicurezza e la difesa del Parlamento, in cui dichiarava di preferire che fossero gli africani a occuparsi delle questioni di sicurezza del loro paese. Sono pertanto lieto di vedere che l’Unione non abbia tentato di utilizzare la tragedia del Congo come un’occasione per apporre semplicemente il proprio marchio a una nuova cosiddetta operazione militare UE. Spetta in primo luogo agli africani assumersi la responsabilità della risoluzione della situazione attuale ma, a tal fine, dobbiamo fornire loro ogni forma di assistenza necessaria attraverso l’Unione africana e le Nazioni Unite.

Al contempo, sembrano esservi alcune ambiguità relativamente al mandato, le regole di ingaggio e l’uso della forza da parte della MONUC. Il comandante della MONUC, il tenente generale Díaz de Villegas, ha recentemente rassegnato le dimissioni, dopo sette settimane di incarico. Le motivazioni addotte erano di carattere personale, ma mi chiedo se invece le dimissioni non siano imputabili a una frustrazione professionale.

E’ tuttavia incoraggiante che, il 6 novembre, mille membri della forza sudafricana siano stati schierati vicino a Goma come parte della MONUC. Il vertice della MONUC sostiene di avere l’ordine di aprire il fuoco se necessario e la missione deve essere in grado di proteggere i civili dalla minaccia di violenza imminente. E’ chiaro quindi che c’è bisogno di un sostanziale incremento dei soldati effettivi dell’Unione africana e dell’ONU dislocati nella regione orientale del Congo e di conoscerne con certezza la provenienza — ci sono molti paesi che potrebbero contribuire a tale scopo, ma che al momento non lo stanno facendo.

Se l’Occidente non sarà in grado di fare tutto il possibile per assistere le operazioni in Congo, ci saranno altri attori con intenzioni molto meno nobili ad attendere dietro le quinte.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE).(PL) Signor Presidente, signora Commissario, Presidente Jouyet, faccio parte dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE e durante l’ultima sessione, tenutasi a Kigali, in Ruanda, ho sentito il presidente Kagame parlare della necessità di stabilizzare la situazione nell’Africa centrale. Ha detto di volere la pace ma, mentre ero a Kigali, ho visitato il museo dell’Olocausto che commemora la morte di un milione di tutsi massacrati in soli tre mesi — cento giorni — nel 1994.

Stiamo assistendo a una ripetizione di ciò che accadde allora? Non possiamo permetterlo, è nostro dovere evitarlo e ritengo che l’Unione dovrebbe fare di più. Non so se l’invio di altre truppe risolverà la situazione, personalmente ne dubito, tuttavia mi sembra chiaro che dobbiamo rivedere radicalmente le fonti di finanziamento, che, come già ha detto uno degli onorevoli colleghi, derivano dallo sfruttamento delle risorse congolesi e sono poi incanalate attraverso piccoli commercianti e individui anonimi, ma raggiungono anche il mercato europeo. Questa è sì la causa ma anche la soluzione del problema.

Attiviamoci ora per risolvere la situazione umanitaria, che sta chiaramente sfuggendo al controllo. In questo campo possiamo svolgere un ruolo e l’Unione europea deve fare tutto il possibile per proteggere il milione e seicentomila persone che hanno bisogno di acqua, cibo, coperte, tende e cure. Affrontiamo questo problema.

 
  
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  José Ribeiro e Castro (PPE-DE).(PT) Signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, onorevoli colleghi, in questo momento, le potenze mondiali si stanno occupando del sistema finanziario internazionale. Stanno tentando di riconquistarne il controllo, e certo non in anticipo. Pertanto, forse, è giunto il momento di risolvere un altro problema di cui parliamo da decenni.

Per anni abbiamo ascoltato storie sullo scellerato saccheggio delle risorse. Quante volte prima d’ora, e ora di nuovo nel caso del Congo, abbiamo sentito parlare di spargimenti di sangue tra la popolazione? Credo che sia giunto il momento di perseguire le aziende responsabili, fermare questo commercio vergognoso e congelare i conti che contengono i profitti sporchi derivanti dallo sfruttamento delle risorse minerarie, condotto sulla pelle delle persone, che provoca sofferenze e spargimenti di sangue.

Non capisco perché tali aziende non siano iscritte in una lista nera, come le organizzazioni terroriste. Non comprendo perché la comunità internazionale sia incapace di perseguire questi uomini d’affari, che non sono propriamente tali ma banditi che minacciano la sicurezza regionale e mondiale.

Chiedo pertanto alla presidenza francese e alla Commissione di guidare un’iniziativa internazionale in tal senso.

 
  
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  Ioan Mircea Paşcu (PSE).(EN) Signor Presidente, nomi quali Lumumba, Mobutu, Chombe, Dag Hammarskjöld e Katanga hanno dominato gli ultimi anni della mia infanzia, nei primi anni sessanta. Dopo cinquant’anni, il Congo — ora Repubblica democratica del Congo — è nuovamente devastato da disordini interni che rasentano la guerra civile, solo che questa volta la guerra nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo si sviluppa nonostante gli importanti sforzi compiuti dall’Unione in termini di denaro, programmi, missioni sul campo — incluse quelle militari — e grande impegno diplomatico.

L’attuale situazione nella Repubblica democratica del Congo, pertanto, non è solo un’altra crisi. E’ piuttosto un banco di prova della capacità e della volontà dell’UE di svolgere quell’importante ruolo internazionale che ora vanta nella politica mondiale, giacché la crisi presenta tutti i fattori contro cui l’Unione sostiene di essere ben attrezzata e ha luogo in un continente come l’Africa, la cui importanza geo-economica sta aumentando in maniera esponenziale.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE). - (NL) Signor Presidente, l’onorevole Hutchinson ha aperto la discussione dicendo che dobbiamo smetterla con la retorica e passare all’azione, e credo che abbia perfettamente ragione. Desidero evidenziare due elementi essenziali della discussione.

In primo luogo, ciò che conta maggiormente è che siano messe in pratica le raccomandazioni del gruppo di esperti scientifici dell’ONU sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali della Repubblica democratica del Congo, nonché le sanzioni contro gli individui e le aziende che partecipano in maniera conclamata alla deprivazione delle risorse. Pertanto l’Unione deve procedere all’azione.

In secondo luogo, dobbiamo fermare in maniera decisa lo sfruttamento illegale e attuare meccanismi di rintracciabilità del prodotto e prova dell'origine per oro, stagno grezzo, coltan, cobalto, diamanti, pirocloro e legno, in modo da porre un freno a tale sanguinoso commercio.

Voglio quindi chiedere al presidente in carica del Consiglio Jouyet e al commissario, signora Ferrero-Waldner, quali saranno le iniziative che intraprenderanno in tal senso nei prossimi mesi e credo di avere il diritto a una risposta.

 
  
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  Jim Allister (NI).(EN) Signor Presidente, non mi ritengo un esperto del Congo, né posso offrire soluzioni pronte all’uso, ma so che se cinque milioni di persone sono morte negli ultimi vent’anni dobbiamo tutti essere preoccupati.

Tale preoccupazione per me diviene più forte quando leggo alcune delle critiche da parte di varie ONG impegnate nell’area. Ad esempio, qualche giorno fa, ho letto che Amnesty International – un’organizzazione con la quale devo dire, non sempre sono d’accordo riguardo ai diritti umani – dichiarava, con particolare riguardo alla tragedia umanitaria del Nord Kivu, che il Consiglio di sicurezza dell’ONU, l’Unione Europea e l’Unione Africana se ne stanno con le mani in mano; che finora essi non hanno fornito alla forza per il mantenimento della pace dell’ONU i rinforzi e le attrezzature di cui necessita per fornire una protezione efficace ai civili.

Ho atteso di sentire, nelle discussioni, una risposta a tale critica ma, francamente, devo dire che non l’ho ricevuta. La diplomazia è una cosa positiva, ma la diplomazia da sola non fornisce tutte le risposte.

 
  
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  Jas Gawronski (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, sarebbe semplice per noi dimenticarci del problema dell’Africa, considerate le nostre difficoltà economiche, ma sarebbe un terribile errore.

Ritengo che dobbiamo esercitare pressione sull’Unione africana affinché si assuma le proprie responsabilità nella regione. Se mai l’Unione africana vorrà godere della medesima autorevolezza di cui gode l’Unione europea, dovrà tradurre le proprie parole in fatti — cosa che non è accaduta, ad esempio, nel caso dello Zimbabwe. Inoltre, non dovremmo esitare a vincolare il commercio e le nostre relazioni a lungo termine con paesi come la Repubblica democratica del Congo al rispetto per i diritti umani, al buon governo e alla trasparenza da parte loro.

Alla luce di tali considerazioni, auspico che la Commissione riaffermerà il proprio sostegno all’iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive.

 
  
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  Anne Van Lancker (PSE). - (NL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, dopo tutto ciò che è stato detto vorrei esporvi la mia opinione. Entrambi avete sottolineato il fatto che non esiste una soluzione militare a questo conflitto. Benché non possa essere più d’accordo con voi, non c’è nulla di sbagliato negli accordi di Goma o Nairobi, nulla di male nel processo che stiamo riportando in essere, tranne il fatto che gli accordi non sono mai rispettati. Va da sé che l’Europa deve spingere per un mandato migliore e più forte per la MONUC e per un aumento delle truppe. Il grande interrogativo che ci dovremmo rivolgere è il seguente: perché la MONUC dovrebbe farcela, anche con mandato ai sensi del Capitolo VII senza un intervento europeo? Presidente Jouyet, desidero chiederle quali siano le buone ragioni addotte dai ministri dell’Unione per rifiutare un intervento europeo di questo tipo.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. − (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, Commissario Ferrero-Waldner, grazie per la proficua discussione.

Siamo pienamente consapevoli dell’appello rivolto in Parlamento all’Unione europea per il dislocamento di una missione militare in questa regione della Repubblica del Congo. Tuttavia, ho il dovere di far notare che l’Unione europea è già impegnata nella Repubblica del Congo, in primo luogo attraverso l’assistenza comunitaria: 50 milioni di euro nel 2008, poi 6 milioni di euro in aiuti d’emergenza, come ricordato dal commissario Ferrero-Waldner. Ci sono due missioni di politica europea di sicurezza e di difesa (PESD) a sostegno della riforma della polizia e dell’esercito congolese, la cui mancanza di preparazione ed efficienza erano, come abbiamo avuto modo di appurare, a dir poco tragiche. Inoltre, l’Unione europea è già intervenuta, nel 2003, attraverso una missione militare nota con il nome di Artemis. Tuttavia, le condizioni erano diverse, giacché, a quel tempo, l’Unione europea stava preparando la strada per una missione delle Nazioni Unite che sarebbe poi giunta nell’area.

Pertanto, al di là della retorica, come possiamo dare una risposta alla tragedia di questa regione? La soluzione più rapida per affrontare la crisi umanitaria sarebbe quella di rafforzare le misure esistenti, la MONUC in altre parole, attraverso un mandato più forte e ulteriore forza lavoro. Voglio dire che, per quanto concerne la Francia, siamo pronti a partecipare a tale rafforzamento, perché se attendessimo lo schieramento di una missione dell’Unione europea correremmo il rischio di sprecare del tempo. Come sapete, l’Unione è già impegnata nel Ciad e nella Repubblica centrafricana, pertanto esiste il problema dello schieramento e, a dirla tutta, molti Stati all’interno del Consiglio non sarebbero in questo momento in grado di prendere parte a tali operazioni di rafforzamento.

Come molti oratori hanno affermato, rafforzare la MONUC comporterebbe dei vantaggi, giacché il suo mandato si basa sul Capitolo VII della carta delle Nazioni Unite. Dobbiamo anche considerare che, avendo fermato l’offensiva di Nkunda il 29 ottobre, abbiamo potuto schierare nuovamente la MONUC. Lo stadio successivo della missione delle Nazioni Unite è la riconfigurazione con nuove truppe d’elite, in particolare i Gurkha indiani, attesi per questo mese. 3 000 uomini andranno ad aggiungersi ai 17 000 già presenti, e questo è stato il significato dei passi che abbiamo intrapreso a New York, al Consiglio di sicurezza nei giorni scorsi.

Tuttavia, come molti onorevoli hanno evidenziato, non possiamo limitarci alla soluzione militare, giacché di fronte ad atrocità che, come molti di voi hanno sottolineato, vanno avanti da troppo tempo, è necessario attribuire priorità a una soluzione politica, come hanno dimostrato le visite del commissario Michel, dell’ex presidente Kouchner e del ministro Miliband, per permettere la ripresa dei contatti tra i protagonisti della regione. Inoltre bisogna dare priorità ai negoziati condotti con il contesto africano, si tratti dell’Unione africana, della Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe o della conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi, per infondere nuova linfa ai processi di Goma e Nairobi.

Nel lungo termine, l’Unione deve aiutare la Repubblica del Congo a munirsi di un esercito vero, dal momento che l’esercito attuale è in totale rovina, permettendole così di garantire la sicurezza di un paese vasto e difficile da controllare e per prevenire ulteriori crisi umanitarie.

Condivido l’opinione di coloro che hanno affermato che dobbiamo anche affrontare le cause del conflitto, ed è esattamente ciò che ha fatto il Consiglio il 10 novembre, nel proprio appello per la lotta allo sfruttamento illegale delle risorse naturali della regione, in particolare da parte dei gruppi ribelli. Se il compito di monitorare la battaglia allo sfruttamento illegale vada affidato alla MONUC o meno rimane una questione aperta, ma, di fronte a una situazione di crisi umanitaria, come numerosi deputati hanno sottolineato, la priorità della MONUC deve essere la protezione della popolazione civile, mentre – e io come altri lo ritengo particolarmente importante – è necessario individuare una soluzione al saccheggio delle risorse a livello regionale per fermare lo sfruttamento e l’esportazione di tali risorse verso i nostri paesi.

Infine, sottolineo che dovremmo mettere in pratica le risoluzioni emesse dal gruppo di esperti scientifici dell’ONU su questo tema.

Si tratta di elementi aggiuntivi che desidero portare all’attenzione di quest’Assemblea.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, membro della Commissione. (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, in primo luogo ritengo che la discussione abbia dimostrato che siamo tutti d’accordo su un punto: dobbiamo agire rapidamente, molto rapidamente in una situazione terribilmente tragica.

Per quanto concerne l’invio di una forza europea nella regione orientale della repubblica democratica del Congo, ritengo che sia emerso che solo una forza europea con il preciso obiettivo di garantire lo spazio umanitario potrebbe essere verosimilmente accettata da tutti i paesi della zona. Ciò significherebbe pertanto imporre a tutte le parti belligeranti un cessate il fuco con finalità umanitarie, per permettere la fornitura di aiuti alle popolazioni vicine alla linea del fronte. Ciò è esattamente quello che vogliono i paesi della regione dei Grandi Laghi e per loro il cessate il fuco e la consegna di aiuti umanitari sono una priorità immediata.


In tal senso, essi hanno inoltre indicato le vie da percorrere: i negoziati politici e, soprattutto, come tutti noi abbiamo già detto, il rafforzamento della MONUC. Mentre la situazione umanitaria sta gradualmente tornando sotto controllo, alcuni Stati membri sembrano non escludere la possibilità di una missione di politica estera e di sicurezza comune (PESC). Tuttavia, nessuna decisione definitiva sarà presa fintanto che non ci sarà un sostegno europeo unanime sulla questione e che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non avrà comunicato ufficialmente la propria posizione.

Per quanto concerne il rafforzamento della MONUC, ritengo che sia assolutamente essenziale, e questa è anche l’opinione del commissario Michel. La MONUC fornisce un approccio obiettivo e costruttivo a questo conflitto, ma non si può chiedere ai suoi membri di fare cose che esulano dalla loro missione. La MONUC deve garantire il mantenimento della pace in un quadro specificamente approvato e non imporre la pace a tutte le parti coinvolte utilizzando metodi militari. Forse la sfumatura non è facile da cogliere, ma ritengo che sia significativa.

D’altro canto, è chiaro che, considerate la vastità del Congo e la complessità del problema, la MONUC non è attrezzata a sufficienza — tutti voi l’avete detto, ed è vero — né in termini di risorse, né forse nemmeno in termini di mandato e, per tale motivo, la richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite di maggiori risorse, nello specifico tremila uomini in più, è senza dubbio giustificata.

Inoltre, l’estensione del mandato della MONUC, in particolare per quanto concerne il controllo dello sfruttamento illegale delle risorse naturali — che, come avete detto, costituisce il nocciolo del conflitto — è molto importante, come molti di voi hanno fatto notare, per influenzare lo sviluppo del conflitto. Una volta ristabilita la pace, la questione dovrà essere esaminata dalla comunità internazionale.

L’esempio del processo di Kimberley apre senza dubbio nuove strade da esplorare in questo senso e, in termini pratici, la Commissione ha già mobilitato 75 milioni di euro per il programma nella regione orientale del Congo, per ricostruire le strutture governative come la giustizia e la polizia e per ristabilire il monitoraggio dello sfruttamento delle risorse. Tale programma è in fase di attuazione e spero che i primi risultati diverranno presto visibili.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. KRATSA-TSAGAROPOULOU
Vicepresidente

 
  
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  Presidente. – Comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del regolamento.(1)

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 20 novembre 2008.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Alessandro Battilocchio (PSE), per iscritto. – La risoluzione relativa alla Repubblica del Congo rappresenta un impegno preciso per l'Unione Europea in questo quadrante del mondo: abbiamo pero' stavolta la responsabilità, vista la gravita' della crisi, di far seguire alle parole i fatti. L'ONU, come sempre, balbetta soluzioni: sia l'Unione Europea a prendere l'iniziativa per tentare una mediazione di pace tra le parti in conflitto.

Voglio ringraziare la Commissione per un segnale particolarmente importante lanciato in queste settimane in Congo: lo stanziamento di 75 milioni di euro per un programma che punta a ricostruire nel Paese le strutture amministrative e di Governo, compreso il sistema di giustizia e la polizia. Questo passo e' particolarmente significativo, perche' opera nel presente guardando al futuro ed inizia a d affrontare il nodo di fondo di questa vicenda: lo sfruttamento delle risorse naturali del Congo, al momento oggetto di contesa assai aspra e senza regole tra i vari gruppi in combattimento.

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


4. Crisi del settore automobilistico (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla crisi del settore automobilistico.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signora Presidente, signor Commissario Verheugen, onorevoli deputati, nel terzo trimestre di quest’anno l’industria automobilistica europea è stata colpita dall’aggravarsi della crisi economica globale, che fa seguito a una buona performance del comparto nel secondo trimestre dell’anno. Ad essere colpiti sono tutti i principali mercati mondiali dell’automobile, seppur con una diversa incidenza.

Negli Stati Uniti le vendite sono crollate del 32 per cento in un anno, toccando il minimo storico degli ultimi 25 anni. I tre maggiori produttori americani – General Motors, Ford e Chrysler – hanno chiesto aiuti d’urgenza allo Stato federale. I mercati emergenti, che fino alla scorsa estate hanno compensato il calo di vendite di quei paesi, sono stati anch’essi colpiti dalla crisi, sebbene in misura minore.

In Cina le vendite di settembre hanno registrato un calo dell’1,4 per cento, riportando un segno negativo per il secondo mese consecutivo dopo la flessione del 6,3 per cento in agosto.

In Brasile le vendite di autoveicoli sono diminuite dell’11 per cento il mese scorso, ed è questa la prima contrazione dal 1999.

Il mercato automobilistico russo segna non tanto una diminuzione, quanto un significativo rallentamento e agli inizi del prossimo anno potrebbe registrare i primi valori negativi.

Come si può chiaramente vedere, la situazione sta peggiorando anche nei grandi paesi emergenti.

In Europa le immatricolazioni di veicoli sono diminuite quasi del 4 per cento da gennaio ad agosto. La fine dell’anno potrebbe rivelarsi difficile, con una possibile flessione sul mercato dell’automobile attorno al 5 per cento per l’intero 2008, che per questo comparto rappresenterebbe il peggior risultato dal 1993.

In tutto il mondo l’industria automobilistica sta però compiendo notevoli sforzi per affrontare la crisi, cercando di gettare le basi per una nuova crescita. Le misure volte a ridurre la produzione avranno ripercussioni negative sia sull’occupazione nell’intero indotto, sia sulla domanda. Questo lo vedremo nei prossimi giorni.

Malgrado la difficile situazione economica, i principali costruttori europei di automobili resteranno in attivo nel 2008, mentre il tasso di crescita dei profitti sta ovviamente rallentando; il mantenimento dei profitti è da ricondursi all’elevata produttività registrata negli ultimi anni. La posizione concorrenziale dell’industria automobilistica europea resta quindi abbastanza positiva – non lo dico con leggerezza – grazie al concorrere di tre fattori.

In primo luogo, il comparto automobilistico europeo è sempre più presente nei paesi emergenti, che rappresentano nel contempo mercati e siti di produzione. E’ in quei paesi che la crescita, nonostante il rallentamento già ricordato, rimane una forza trainante.

Il secondo fattore è costituito da una migliore politica basata su modelli nuovi, più economici, più ecologici e più in sintonia con la domanda dei consumatori.

Infine, come ho segnalato, visto l’aumento della produttività negli anni precedenti, la situazione finanziaria dell’industria europea è ancora relativamente positiva.

In questa situazione occorre soprattutto vigilare per evitare che gli aiuti di Stato, concessi ai produttori non europei dai rispettivi governi, possano distorcere la concorrenza sul mercato mondiale e, in particolare, sui mercati emergenti. Misure di sostegno mirate, limitate nel tempo e destinate ai produttori europei potrebbero rivelarsi utili specie per migliorare le prestazioni tecnologiche ed ecologiche del parco auto in Europa, ove sappiamo esserci il quadro normativo più esigente del mondo in materia ambientale. Ciò ha portato i costruttori europei a investire molto di più rispetto agli americani – loro principali concorrenti nel settore della ricerca e dello sviluppo – al fine di far fronte alle sfide ecologiche.

Possiamo dirci soddisfatti del ruolo guida conquistato dalla nostra industria nel settore ambientale, ma dobbiamo restare vigili e accertarci che mantenga tale primato. Come sentirete dal commissario Verheugen tra qualche istante, il prossimo 26 novembre il Collegio avanzerà una proposta su una serie di misure europee volte a sostenere l’industria, e in particolare il settore automobilistico. Abbiamo contattato anche la Banca europea per gli investimenti, che dovrebbe partecipare agli attuali sforzi a livello comunitario.

Gli Stati membri devono fornire alla Banca, se necessario, i mezzi adeguati per consentirle di erogare nuove risorse a sostegno del settore automobilistico. I 27 Stati membri stanno anche valutando azioni nazionali a favore dei propri produttori; tali sforzi devono essere coordinati al fine di massimizzarne l’efficacia. Come già fatto in altri settori per reagire alla crisi, la presidenza francese si adopererà al massimo per assicurare un’azione comune in questo importante comparto industriale.

Il Consiglio europeo di dicembre discuterà le proposte della Commissione e i vari piani nazionali di sostegno eventualmente adottati. Ciò presuppone naturalmente un’azione coerente con gli altri obiettivi politici dell’Unione; in particolare, il sostegno al settore dell’automobile deve rispettare l’integrità del mercato interno. Non è nell’interesse di nessuno cercare di approfittare della crisi per creare distorsioni sul mercato dell’auto; com’è ovvio, il sostegno deve assolutamente rientrare tra gli obiettivi ambientali che l’Unione europea ha stabilito nel pacchetto sull’energia e il cambiamento climatico.

Credo che la Commissione stia lavorando in questa direzione, mentre la presidenza è determinata a promuovere il raggiungimento di un accordo equilibrato tra Stati membri e Parlamento su un approccio offensivo coordinato a sostegno dell’industria automobilistica.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. (DE) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, non deve sorprendere il fatto che la prima ripercussione della crisi finanziaria sull’economia reale abbia colpito il mercato dell’automobile.

Si tratta di un mercato particolarmente sensibile al comportamento dei consumatori. In una situazione del genere ovviamente i consumatori non si affrettano ad acquistare un’auto nuova se non conoscono il proprio futuro economico, se non sanno che ne sarà del loro impiego tra un anno, se avranno ancora un reddito elevato o se conserveranno il proprio patrimonio. Questa è una reazione ben nota e probabilmente naturale.

Non è solo la crisi dei mercati finanziari a determinare questa frenata. Permane anche l’incertezza tra produttori e consumatori rispetto ai requisiti che la politica in futuro applicherà all’automobile. Ad esempio, i consumatori non sanno se ci siano detrazioni o incentivi fiscali sull’acquisto di un’auto piuttosto di un’altra; è pertanto necessario chiarire al più presto possibile le condizioni normative per il comparto.

La situazione è chiara. Quella automobilistica è un’industria fondamentale – se non addirittura la più importante – in Europa e non si limita alla sola produzione di macchine. Dobbiamo infatti considerare l’intera filiera e tutto il mercato automobilistico, che naturalmente comprende anche i saloni dei rivenditori e le officine di riparazione; nel complesso il settore dà occupazione a 12 milioni di persone in Europa e ha un impatto di vasta portata anche su altri comparti.

Il presidente in carica del Consiglio ha già descritto il declino in corso. Ecco un altro dato: sinora nell’anno in corso sono state immatricolate in Europa 700 000 autovetture nuove in meno rispetto all’anno precedente. Tale cifra riguarda essenzialmente i primi nove mesi, il che significa che alla fine dell’anno la differenza supererà probabilmente il milione. Sono certo che potete facilmente immaginarne le conseguenze economiche.

Ancora non c’è motivo per sperare che la situazione muti molto rapidamente nel 2009. In altre parole, si ipotizza che anche il 2009 sarà un anno di crisi per l’industria automobilistica, con effetti significativi sull’utilizzo della capacità, sul numero degli occupati e sulle possibilità per i costruttori di investire, con particolare riferimento ai grandi investimenti necessari per soddisfare i requisiti per veicoli poco inquinanti e a basso consumo.

L’andamento dell’economia causa anche uno sviluppo estremamente negativo in relazione alla situazione ambientale: più obsoleto è il parco auto in circolazione in Europa e maggiore è l’inquinamento prodotto. Si tratta di un’implicazione rilevante, su cui dobbiamo essere vigili: se davvero vogliamo ridurre le emissioni inquinanti – ricordo la nostra priorità comune sulla CO2 – allora è fondamentale sostituire rapidamente le vecchie autovetture attualmente in circolazione sulle strade europee.

Da un po’ di tempo assistiamo all’esatto contrario. Il parco auto sulle strade europee è sempre più obsoleto, mentre aumentano le emissioni inquinanti. Lo dico nel modo più chiaro possibile: se nei prossimi anni tutte le parti interessate – Parlamento, Consiglio e Commissione – non staranno attente all’importanza di rendere l’automobile accessibile al consumatore, la situazione si aggraverà ulteriormente.

Siamo certo già in grado di offrire automobili a emissioni zero, ma nessuno se le può permettere; occorre quindi stabilire un rapporto ragionevole tra queste due condizioni. Come sapete, è in corso anche il processo CARS 21. Avendo percepito la gravità della situazione in una fase molto precoce, alcune settimane fa ho organizzato a Bruxelles un “vertice auto”, nell’ambito del suddetto processo, per riunire i costruttori, gli Stati membri produttori, i sindacati, le associazioni ambientaliste e tutte le parti interessate; in quell’occasione sono emersi chiaramente alcuni passi da intraprendere.

Anzitutto occorre assicurare stabilità e prevedibilità ai requisiti di legge per le imprese del settore. Il comparto deve conoscere la propria situazione e le nostre aspettative. Dobbiamo stare attenti agli effetti cumulativi delle misure che adottiamo. Credo sia opportuno ricordarvi che, relativamente all’industria automobilistica, non si discute solo di CO2.

Abbiamo già approvato le misure Euro 5 ed Euro 6, non ancora attuate, che però richiedono investimenti considerevoli e che renderanno più costosi i veicoli. Abbiamo già adottato ulteriori requisiti volti a proteggere i pedoni, requisiti che a loro volta richiedono cospicui investimenti e che così fanno salire il prezzo delle automobili. Al momento sono in fase di elaborazione altre regole rigorose sul miglioramento della sicurezza delle auto europee, le quali hanno la medesima conseguenza. Se consideriamo questa combinazione di fattori, ci rendiamo conto che i veicoli europei subiranno un netto aumento di prezzo nei prossimi anni, di cui si deve tener conto.

In secondo luogo, abbiamo concordato che occorre promuovere la domanda, ed è possibile farlo in vari modi. A mio parere, gli incentivi fiscali sono un buono strumento, ma solo se correlati alla CO2. In altre parole, gli incentivi fiscali che determinano l’acquisto di un’auto di seconda mano non servono a molto; piuttosto devono incrementare la domanda di autovetture ecologiche a basso consumo. Altrettanto dicasi per gli appalti pubblici.

Resta poi la questione della capacità di investire. In proposito, da anni esiste una linea di credito della Banca europea per gli investimenti (BEI), che concede credito a tasso agevolato ai costruttori di automobili per lo sviluppo di nuovi veicoli ecologici. Linee di credito del genere sono state utilizzate anche in questi ultimi anni e quindi non sono nulla di nuovo.

Abbiamo ora bisogno di potenziare le linee di credito per poter soddisfare la domanda e la BEI è pronta ad assecondarci. Do per scontato che le decisioni in proposito saranno prese prima della fine di dicembre.

Desidero ribadire che anche nella nostra politica commerciale dobbiamo essere certi di mantenere in futuro la reattività dell’industria automobilistica europea. La concorrenza si sposterà sempre di più verso regioni del mondo con aspettative di forte crescita; in quelle regioni saremo in concorrenza con produttori stranieri i cui costi di produzione notevolmente più bassi rispetto alla controparte europea.

Voglio essere molto franco in merito: nella concorrenza a livello mondiale il grande vantaggio dei produttori europei sta nel fatto che l’Europa offrirà presto le auto più pulite e sicure del mondo; la mia speranza è che ciò valga anche per la qualità e che si possano proporre le migliori automobili al mondo.

Permettetemi di soffermarmi su una questione che sento molto vicina e che, in effetti, ha determinato il dibattito odierno. L’azienda tedesca Adam Opel GmbH, controllata al 100 per cento da General Motors, attualmente naviga in cattive acque dal punto di vista finanziario. La Opel e il governo tedesco stanno negoziando l’eventualità di una garanzia di Stato per risolvere i problemi finanziari dell’azienda. Contro questa ipotesi si avanzano serie argomentazioni di natura politica – argomentazioni che capisco benissimo, visto che la nostra politica industriale non si fonda sugli aiuti e ciò varrà anche in futuro. La nostra politica industriale mira a evitare, di riffa o di raffa, un ritorno alla vecchia mentalità delle sovvenzioni, aiutando invece l’industria a crescere in modo stabile – e prevedibile per le aziende – e mantenendo la competitività.

Il problema dell’Opel non è però dovuto a errori di gestione, scarsa produzione o bassa qualità delle automobili. Negli ultimi anni l’azienda ha compiuto uno sforzo particolare per soddisfare le esigenze del futuro, con notevoli investimenti nelle moderne tecnologie. Il problema è sorto a seguito della crisi della società madre negli Stati Uniti. Ritengo quindi che stiamo assistendo a circostanze straordinarie, le quali non si applicano ad altri produttori europei e che quindi giustificano una riflessione su misure straordinarie.

Vorrei ribadire che qui non si parla di sovvenzioni, ma di un’eventuale garanzia. Abbiamo di fronte a noi una società competitiva e, da un punto di vista europeo, non abbiamo alcun interesse nel veder sparire dal mercato la Opel. Il problema non è soltanto tedesco, perché l’azienda produce in diversi paesi europei e ha un indotto che si articola in tutta Europa. La sua filiera è strettamente collegata a tutti gli altri costruttori; in altre parole, se un grande produttore europeo dovesse scomparire dal mercato, vi sarebbero conseguenze anche per gli altri. Come già detto, non è nel nostro interesse che questo accada; dal punto di vista sociale e politico, non sarebbe peraltro giustificato affermare – lo sottolineo con forza – che i dipendenti Opel debbano pagare il prezzo per gli errori gravi e irresponsabili commessi dalla casa madre negli Stati Uniti.

(Applausi)

Vedremo quindi quale decisione verrà presa dai governi interessati – uso espressamente il plurale anche se sinora tale aspetto non ha ricevuto la debita attenzione.

In Svezia c’è un problema con un’altra controllata della General Motors, la Saab, che ha difficoltà di natura strutturale e che si trova in una situazione notevolmente peggiore. Esiste un problema anche in Spagna, dove viene messa in forse la produzione prevista di un nuovo veicolo ecologico. Vorrei dire che, in un’ottica europea, faremo tutto quanto in nostro potere per aiutare i costruttori europei a superare il momento difficile affinché essi tornino a svolgere anche in futuro il ruolo di locomotiva della crescita e di una sana occupazione.

(Applausi)

 
  
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  Vito Bonsignore, a nome del gruppo PPE-DE. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, stiamo discutendo del settore manifatturiero dell'Unione europea che produce un terzo delle auto fabbricate nel mondo. Il settore occupa in Europa tre milioni di persone più tutto l'indotto, costituisce una delle industrie motore dell'intero pianeta per fatturato diretto, fatturato indiretto e per numero di occupati complessivo.

Consideriamo inoltre che oggi, mentre facciamo questo dibattito, le stime più recenti prevedono per il prossimo anno un raddoppio dei disoccupati nell'Unione europea; personalmente reputo questa previsione anche ottimistica. Il settore automobilistico va aiutato, sono d'accordo con il Commissario, nello sforzo da noi richiesto per produrre auto a ridotta emissione e a ridotto consumo di carburante. Occorre aiutare la trasformazione e non sanzionare chi rimane indietro, occorre legare i finanziamenti all'innovazione. Se aiutare le case automobilistiche a sollevarsi potrà sembrare oneroso, il fallimento di alcune di esse costerebbe alla Comunità molto ma molto di più.

Il comparto è in crisi, è in crisi in tutto il mondo e da questa situazione possiamo uscire facendo un salto tecnologico – siamo d'accordo – quindi dobbiamo scegliere tra produrre in Europa le macchine del XXI secolo o perdere quest'attività manifatturiera a vantaggio di paesi che si appressano a produrre macchine a bassa tecnologia, basso costo in grande quantità, penso a paesi come l'India e la Cina.

È vero oggi che le banche non prestano più soldi, che le grandi case automobilistiche stanno esaurendo la liquidità accumulata precedentemente e che è rimasta in vita fino a metà di questo esercizio, che il mercato ha subito grande contrazione e chiuderà il 2008 con il segno meno, ritengo, signor rappresentante del Consiglio, con percentuale più vicina alle due cifre, mentre le mie previsioni per il 2009 sono pessimistiche.

L'Europa ha una grande opportunità: sostenere senza discriminazione l'evoluzione strutturale del settore con prestiti a lungo termine, a bassi interessi e contributi alla ricerca.

 
  
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  Robert Goebbels, a nome del gruppo PSE.(FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, di fronte alla recessione il gruppo socialista al Parlamento europeo auspica una politica europea di unità; ciò vale non solo per il segreto bancario, ma anche per altri settori dell’economia, compresa l’industria.

Nell’Unione europea lamentiamo spesso la mancanza di una forte politica industriale. Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno lasciato decadere la propria industria sostenendo principalmente il terziario. L’esito non convince: ora l’Europa deve lottare per mantenere l’ampio tessuto industriale da cui dipendono le piccole e medie imprese e i servizi alle aziende.

L’industria automobilistica europea non è un né dinosauro né una qualsivoglia specie in estinzione. Al riguardo concordo pienamente con il vicepresidente Verheugen: rappresentiamo un terzo dell’intera produzione mondiale di auto, sebbene di recente la produzione di autoveicoli si sia ridotta. Le auto prodotte in Europa devono diventare più pulite e sprecare meno energia, perché nel prossimo futuro non riusciremo a fare a meno di questo essenziale mezzo di trasporto individuale. La migliore organizzazione possibile del trasporto collettivo non potrà mai appagare il bisogno umano di mobilità. L’Unione europea deve quindi dare una risposta comune ai problemi del settore; come diceva poc’anzi il commissario Verheugen, la soluzione non è certo quella di strangolare l’industria europea. Non voglio un’Europa in cui le uniche auto in circolazione siano giapponesi o, in futuro, cinesi.

So bene che un’argomentazione politicamente corretta insiste sulla promozione della cosiddetta “occupazione verde”. In un recente rapporto delle Nazioni Unite si stima che nel mondo il potenziale per i posti di lavoro verdi rappresenti il 3 per cento dell’occupazione globale. Ciò è sicuramente apprezzabile, ma un semplice calcolo aritmetico ci consente di concludere che il 97 per cento dei posti di lavoro non sono verdi, ma rientrano nei settori tradizionali. E’ questa un’ulteriore ragione per lottare e mantenere un’industria automobilistica europea che occupa 2 milioni di persone in modo diretto e altri 10 milioni in modo indiretto, rappresentando il 7 per cento di tutti i posti di lavoro in Europa.

Visto e considerato che Stati Uniti, Cina e Giappone investono in modo massiccio nei rispettivi programmi economici, l’Europa non può permettersi di stare a guardare mentre scompaiono interi settori della sua industria. Chi dice che il mercato va lasciato a se stesso è un ingenuo ideologo. Senza l’intervento pubblico, la mano invisibile tanto cara ad Adam Smith afferrerebbe solo il breve termine e distruggerebbe le strutture che sono essenziali per plasmare il nostro futuro comune.

Infine, signora Presidente, ci aspettiamo che la Commissione assicuri un quadro proattivo per mantenere la competitività e l’esistenza stessa del settore automobilistico europeo.

(Applausi)

 
  
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  Jorgo Chatzimarkakis, a nome del gruppo ALDE.(DE) Signora Presidente, il commissario Verheugen ha illustrato in modo molto vivido come dai mercati finanziari la crisi si sia estesa alle vendite di autoveicoli. Inoltre, la realtà è che la fiducia è svanita lasciando il posto all’incertezza sulla futura normativa in merito alle emissioni di CO2. Pertanto posso solo invitare Parlamento e Consiglio ad accordarsi rapidamente su una normativa chiara e affidabile in materia di emissioni di CO2 per le auto, sulla base della proposta della presidenza francese di cui mi congratulo con il presidente in carica del Consiglio Jouyet.

Anche l’auto più rispettosa del clima che si possa mai produrre in Europa non vale niente se rimane in vetrina invece di circolare sulle strade. Prima di poterne guidare una del genere, il consumatore deve potersela permettere. Per questo motivo sosteniamo un approccio fondato su tre principi. Anzitutto, occorre mettere in circolazione i nuovi modelli e ciò presuppone ora considerevoli investimenti nella ricerca, ragion per cui accogliamo con favore il programma della Banca europea per gli investimenti. Il Consiglio Ecofin si riunirà il 2 dicembre e ci auguriamo prenderà una decisione sull’erogazione di crediti flessibili a favore dell’industria dell’auto.

In secondo luogo si devono salvaguardare le istituzioni finanziarie del comparto automobilistico; ciò non può essere assicurato a livello europeo, ma va incluso nei pacchetti nazionali di salvataggio che devono restare aperti.

In terzo luogo, in Europa servono gli incentivi alla rottamazione, in cui l’Italia svolge un ruolo guida, seguita a distanza dalla Svezia. E’ così che possiamo usare gli incentivi fiscali per mettere in circolazione sulle strade i nuovi modelli. Sarebbe opportuno non erigere barriere europee basandosi sul diritto di concorrenza. Magari fosse stata presente al dibattito l’onorevole collega Cruz. Questo è la direzione per la nuova strada da intraprendere!

 
  
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  Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, proprio come ieri, temo di nutrire dei dubbi circa l’onestà con cui la Commissione conduce questa discussione. Signor Commissario, credo che lei, in quanto fondatore del gruppo strategico CARS 21, debba assumersi la responsabilità del suo fallimento rispetto all’obiettivo di preparare l’industria automobilistica europea al futuro. Che cosa avete fatto negli ultimi anni se ora è necessario sfruttare la crisi finanziaria per riequilibrare il bilancio?

Il problema strategico che affligge l’industria automobilistica europea è un dato di fatto, ma trovo sia disonesto che negli anni non abbiate destinato risorse alla vostra debolezza strategica, cioè l’incapacità di stare dietro alle innovazioni ambientali. Se migliaia o decine di migliaia di famiglie europee temono per il futuro dell’occupazione nel settore automobilistico, la responsabilità è anche della Commissione, del commissario competente e di CARS 21.

Come si può sostenere che la Commissione, e in particolare il commissario, non siano in alcun modo responsabili della mancata attuazione degli obiettivi strategici dettati dalla volatilità dei prezzi del petrolio – determinata, a sua volta, dall’esauribilità del prodotto – e dalle esigenze di tutela del clima? Signor Commissario, lei ha personalmente bloccato per anni le proposte di regolamento del commissario Dimas sulle emissioni di CO2 degli autoveicoli. E’ lei che frena per non rendere vincolante l’obiettivo dell’automobile efficiente e segnare così, entro la metà del prossimo decennio, il passaggio all’obbligatorietà di un accordo stilato su base volontaria negli anni novanta. Ora si vuole un livello di innovazione ambientale inferiore a quello dato per scontato a metà degli anni novanta. Ieri abbiamo appreso che, a seguito di pressioni tedesche, il Consiglio ancora si rifiuta di sottoscrivere gli obiettivi vincolanti per il 2020, che comunque sono molto vicini a quelli della metà degli anni novanta.

Per me è scandaloso che nel dibattito sull’innovazione ambientale ci sia tanta disonestà e che si utilizzino due pesi e due misure. Mi appello al dialogo a tre affinché possa finalmente mantenere la promessa formulata nel dibattito sull’innovazione nel settore automobilistico. Qualsiasi altra conclusione vi costringerebbe ad assumervi ancora di più la responsabilità del fallimento del comparto e del suo indotto nel prepararsi al futuro.

 
  
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  Ilda Figueiredo, a nome del gruppo GUE/NGL.(PT) La crisi del settore automobilistico ha diverse cause, tra cui soprattutto il calo del potere d’acquisto per la maggior parte della popolazione a causa dei bassi redditi, imputabili, a loro volta, soprattutto ai bassi salari, al lavoro precario e alla disoccupazione.

Di conseguenza, una delle misure più efficaci potrebbe essere l’aumento delle retribuzioni mediante un’equa distribuzione del reddito. Al momento servono naturalmente anche altre misure, in quanto il blocco della produzione, imposto dai produttori di autoveicoli, si ripercuote su molti altri settori quali l’industria componentistica e i trasporti, aggravando così l’intera situazione economica e sociale.

Pertanto, per salvaguardare l’occupazione nell’industria automobilistica, si dovrebbero adottare misure eccezionali, analoghe a quelle varate per il settore finanziario. Non si può certo dire che difendere la produzione e l’occupazione sia meno importante del sostegno al settore finanziario. Dobbiamo garantire la necessaria solidarietà a tutela dell’industria nell’Unione europea, specie nei settori e nelle economie più fragili.

La situazione in Portogallo è molto preoccupante, poiché il settore è in balia delle multinazionali. Negli ultimi anni abbiamo assistito a diverse delocalizzazioni sia nella produzione di automobili, come nel caso di Opel e Renault, sia nella produzione di componenti, specie nel caso di Yazaki Saltano e Lear; sussiste poi la minaccia di una riduzione degli occupati in altre società, come Sunviauto e Delphi, e in centinaia di microimprese e piccole aziende colpite dalla medesima situazione.

In alcuni casi, a causa della mancanza di commesse, si è sospesa la produzione per più giorni, come avvenuto con Autoeuropa in Palmela e all’impianto di componentistica della Renault a Cacia, presso Aveiro. Il calo nella produzione di auto e componenti ha avuto ripercussioni anche sul trasporto di merci.

Pertanto, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, è cruciale che l’Unione europea assicuri un sostegno straordinario per aiutare la produzione industriale e per salvaguardare l’occupazione fondata sui diritti.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, probabilmente non avevamo preso sul serio i segni premonitori della crisi nel settore automobilistico, come un primo calo negli ordinativi; inizialmente si sperava che avrebbe interessato soltanto le auto americane ad elevato consumo di carburante. Chi ha avuto modo di parlare con qualche rivenditore di autovetture saprà invece che ormai da mesi anche le auto diesel si vendono con difficoltà nell’Unione.

L’Unione europea non dovrebbe quindi sorprendersi per il vortice di problemi sempre più gravi, visto che si è data molto da fare per causare il declino di questo settore un tempo fiorente, inondandolo con una marea di norme che hanno fatto naufragare l’industria automobilistica. Alle imprese serve un quadro giuridico stabile e prevedibile in base al quale formulare i propri piani; invece, se l’Unione continua a cambiare le regole, alla fine causerà la rovina di qualsiasi settore. Né possiamo dimenticare la continua escalation degli oneri fiscali imposti al gasolio o la recente avventura dei biocarburanti.

Per risolvere la crisi, quindi, non basta che l’Unione conceda crediti per 40 miliardi di euro come previsto, ma deve invece favorire in futuro condizioni prevedibili per il commercio e stabili per la programmazione, e deve farlo in ogni settore.

 
  
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  Werner Langen (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, desidero ribadire l’importanza del settore automobilistico grazie ai suoi 12 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti e al ruolo di leader tecnologico a livello mondiale. Come già hanno fatto il commissario Verheugen e altri, anche noi dobbiamo rammentare che l’industria automobilistica dipende ovviamente dalla situazione economica e dal prezzo del petrolio, mentre il comportamento della clientela mostra una forte perdita di fiducia in un momento di crisi sui mercati finanziari. E’ questo il problema principale del comparto. La concorrenza è agguerrita ed è praticamente impossibile che una singola azienda o un singolo Stato membro attuino misure a scapito della concorrenza senza che la Commissione europea intervenga per impedire una simile distorsione.

Partendo da quest’osservazione preliminare, ritengo che le proposte volte a creare un pacchetto di incentivi economici a livello europeo siano tanto controproducenti quanto le singole proposte per la creazione di uno scudo protettivo sull’intera industria automobilistica. Credo che la strada giusta sia la promozione della ricerca e lo sviluppo nel settore dei veicoli poco inquinanti, attraverso il programma di ricerca o mediante la concessione di crediti, come propone la Commissione. Penso sia anche necessario garantire che gli aiuti dei singoli Stati membri non causino distorsioni della concorrenza. Sono assolutamente convinto che non si debba modificare la politica della concorrenza, come invece si apprende in questi ultimi giorni anche da fonti importanti in Aula.

La Commissione ha ragione nell’applicare in modo rigoroso le norme sulla concorrenza. Vorrei comunque aggiungere che forse sarà necessario pensare a soluzioni europee transitorie – ma senza sovvenzioni a lungo termine – per ovviare a errori di gestione come quelli che hanno colpito l’americana GM e le sue controllate. Tali soluzioni dovranno essere conformi alla normativa sulla concorrenza, perché solo così si potranno garantire a lungo termine i posti di lavoro. Aggiungo anche che la soluzione migliore sarebbe di rinviare l’applicazione al comparto automobilistico di una politica di contrasto del cambiamento climatico, per quanto sensata, di produrre auto che i consumatori possono permettersi e di non formulare richieste eccessive. Le parole della onorevole Harms in proposito sono totalmente avulse dalla realtà del momento.

 
  
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  Matthias Groote (PSE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, la realtà è che il comparto automobilistico è in crisi per varie ragioni; in particolare, la crisi finanziaria ha ulteriormente accelerato la crisi del settore e gli Stati membri stanno attualmente cercando di trovare una risposta.

Quella automobilistica è un’industria fondamentale in Europa e quindi servono soluzioni europee per superare la crisi. Quasi tutti i costruttori dispongono di strutture europee; per riuscire a effettuare i necessari investimenti nei veicoli ecologici – più volte menzionati oggi – e nelle tecnologie a basso consumo, ai produttori occorre assicurare garanzie pubbliche e prestiti a tasso ridotto, erogati dalla Banca europea per gli investimenti. Altrettanto importante è non dimenticare mai il comparto dei fornitori, rappresentati da piccole e medie imprese che creano occupazione e producono innovazione.

Che cosa può mai fare l’Unione europea per proteggere quest’importante settore? In occasione dell’ultima plenaria, il presidente in carica del Consiglio aveva proposto di tutelare i principali settori industriali. A mio avviso è una buona idea in quanto la logica conclusione della proposta sarebbe allora una “legge Volkswagen” per l’intero comparto automobilistico europeo, che costituirebbe di certo un ottimo strumento. Dalla Commissione europea, che invece lotta contro l’eventualità di un simile strumento protezionistico, desidero sapere se, alla luce dell’attuale crisi nel settore automobilistico, continuerà a serbare rancore o non deciderà piuttosto di cambiare rotta.

 
  
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  Sophia in 't Veld (ALDE). (NL) Signora Presidente, è indicativa la presenza in Aula del commissario per le imprese e l’industria e non del commissario per la concorrenza. Ho forti riserve sulla necessità di aiutare il comparto automobilistico. I suoi problemi sono innegabilmente molto gravi, ma perché sostenere l’industria automobilistica e non altri settori? La stretta creditizia ha forse aggravato i problemi, ma senza esserne la causa scatenante, e quindi gli aiuti di Stato non dovrebbero premiare i comportamenti sbagliati. Sebbene il trattato UE contempli gli aiuti per i salvataggi, non dovremmo usare il gettito fiscale – denaro versato quindi dai contribuenti – per tenere a galla le industrie in difficoltà. Né dobbiamo dimenticare che in anni recenti si sono già spese enormi somme per salvare i costruttori di autoveicoli, e non sempre con grande successo.

Malgrado la nostra responsabilità a breve termine per i posti di lavoro a rischio, abbiamo anche la responsabilità a lungo termine di lasciare alle future generazioni un’economia sana, un ambiente pulito e finanze pubbliche in ordine. Trovo alquanto ingiusto che per anni non si siano destinati fondi all’assistenza, all’istruzione, ai servizi all’infanzia o all’ambiente, mentre ora ci viene richiesto di pompare miliardi nel comparto automobilistico per salvarlo dalla rovina. Se concedessimo gli aiuti, dovremmo fissare precise condizioni per il riassetto del settore. Gli aiuti andrebbero destinati solo ad attività innovative, ecocompatibili e orientate al futuro, visto che gli aiuti di Stato, pur potendo salvare talune aziende, possono rovinarne altre causando distorsioni alla concorrenza.

 
  
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  Jean-Paul Gauzès (PPE-DE).(FR) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, nell’Unione l’industria automobilistica – come sottolineato in tante occasioni – dà lavoro, in modo diretto o indiretto, a 12 milioni di addetti e rappresenta il 10 per cento del PIL europeo. Oggi il comparto vive una grave crisi: il mercato europeo ha subito una contrazione del 15 per cento circa e il calo potrebbe raggiungere il 17-20 per cento negli ultimi trimestri del 2008.

Scendono anche gli utili dei produttori; in tale contesto, la mancanza di fondi è il principale pericolo per l’industria. Di conseguenza, le case automobilistiche tagliano la produzione e cercano di ridurre i costi strutturali; l’occupazione è quindi la prima vittima della crisi.

Come diceva anche lei, signor Presidente, di fronte alla crisi serve una risposta coordinata dell’Europa e degli Stati membri, specie di quelli direttamente interessati. Occorre anche il sostegno finanziario della Banca europea degli investimenti, come già previsto.

Sottoscrivo le proposte avanzate; anzitutto si devono sostenere gli investimenti, segnatamente nella progettazione e produzione di veicoli puliti, ma anche nello sviluppo di veicoli ibridi ed elettrici. Occorre anche sostenere il mercato mediante incentivi finanziari per rinnovare le auto in circolazione. Come diceva il commissario, le vecchie autovetture sono responsabili per una parte significativa dell’inquinamento generato dalle auto nel loro complesso.

Dobbiamo però creare anche un quadro normativo stabile, ambizioso e, nel contempo, realistico. Pur mantenendo gli obiettivi di ridurre le emissioni di CO2 – e i costruttori hanno già fatto e stanno facendo molto in tal senso – si deve essere realisti e cercare di limitare le sanzioni inflitte per il mancato raggiungimento degli obiettivi. Le ammende eccessive strangolerebbero i costruttori generalisti.

Non dimentichiamo che quella automobilistica è l’industria con i più rigorosi requisiti in materia ambientale.

Infine, viste le attuali circostanze, sarebbe negativo per i produttori intaccare le tutele di cui godono i componenti della carrozzeria esterna.

 
  
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  Monica Giuntini (PSE). – Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, trovo opportuno questo dibattito su uno dei settori maggiormente critici dell'economia europea.

L'economia globale si sta aggravando enormemente e si sta aggravando anche il momento già negativo per il settore automobilistico, in Italia e in Europa. I dati li ricordava prima il ministro, c'è una forte diminuzione delle vendite del 5% nel 2008, in Italia il calo è di oltre 18 punti percentuali soltanto nel mese di ottobre, che rappresenta il dato peggiore da più di dieci anni a questa parte.

E quindi è una crisi che colpisce tutti i più importanti mercati europei, ma vorrei sottolineare che non è soltanto il settore della produzione delle auto a risentire di questa crisi, bensì l'intero indotto con effetti particolarmente negativi che si stanno abbattendo sulle aziende specializzate nella produzione della componentistica per le autovetture.

Come detto, la crisi del settore è generalizzata, porto soltanto a titolo d'esempio la situazione italiana della Toscana costiera in particolare, dove negli ultimi mesi anche a seguito dei processi di delocalizzazione si è fatto un ricorso massiccio alla cassa integrazione imposta a centinaia di lavoratori, al licenziamento dei dipendenti assunti con contratto interinale. Un caso su tutti ci dà l'idea dell'eccezionale gravità del momento ed è quello del gruppo Delfi, i cui lavoratori sono in cassa integrazione da due anni e mezzo e per i quali si rendono necessarie urgenti misure per la loro ricollocazione, a partire da quella avviata dagli organi di governo locale.

Ma ormai è evidente una parziale impotenza delle istituzioni nazionali, regionali e locali, da cui la necessità di un forte impegno e intervento da parte dell'Europa anche in un confronto con le società multinazionali per i problemi della delocalizzazione e quindi la necessità di adottare a livello europeo misure volte al contenimento di tale crisi per evitare l'impatto sul piano sociale e occupazionale.

 
  
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  Gianluca Susta (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, la crisi finanziaria ci insegna che bisogna tornare all'economia reale e quindi bisogna aiutare il rilancio dell'industria manifatturiera europea, soprattutto nel momento in cui l'America di Obama si appresta ad alterare in qualche modo i rapporti economici a livello mondiale.

Non si deve parlare di aiuti di Stato, ma noi dobbiamo potenziare la nostra industria manifatturiera in tre direzioni: la rottamazione, che deve essere unitariamente intesa a livello europeo, il riorientamento della produzione verso i settori innovativi e anche un'informazione ai consumatori e una grande azione all'interno dell'organizzazione mondiale del commercio per riequilibrare le barriere tariffarie doganali nel rapporto tra l'Unione europea e il Far East soprattutto.

Non possiamo poi dimenticare gli investimenti alla ricerca nel settore e anche alle grandi infrastrutture sia materiali che immateriali. Noi dobbiamo giocare una partita uguale all'interno del mondo. Oggi si stanno alterando le regole, bisogna approfittare delle conclusioni del G20 per poter ripristinare un eguale punto di partenza.

 
  
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  Gunnar Hökmark (PPE-DE).(SV) Signora Presidente, quel che conta ora in Europa sono i posti di lavoro. La situazione del comparto automobilistico pone una sfida industriale che caratterizza anche altri settori dell’economia europea. Al momento dobbiamo assolutamente evitare che gli aiuti di Stato ledano l’occupazione nelle imprese di un paese per aumentarla in quelle di un’altra nazione. Non ci possono essere aiuti di Stato che vadano a vantaggio dell’industria in una zona, ma a scapito di aziende in un’altra: ciò porterebbe alla perdita di posti di lavoro e alla disoccupazione, che gradualmente investirebbe l’intera Europa. Non dobbiamo concedere aiuti di Stato che ostacolino le aziende sane e che contemporaneamente tengano a galla le imprese che da sole non ce la farebbero. Quello del settore automobilistico è un problema a lungo termine, che è emerso più chiaramente durante la crisi finanziaria, ma che già da molto tempo causa perdite su vasta scala, capacità in eccedenza e un indebolimento della domanda a livello mondiale.

Quel che conta ora è accertarsi anzitutto che in Europa ci sia domanda; a tal fine, sono necessari dei tagli fiscali per assicurare la domanda delle famiglie europee per i prodotti qui fabbricati. Ci si deve anche assicurare che l’industria europea, zona dopo zona, sia in grado di diventare leader in termini di tecnologia e sviluppo, nonché negli ambiti ambientale ed energetico. E’ su questo che si devono concentrare gli sforzi pubblici.

E’ essenziale anche preparare il terreno per consentire all’industria automobilistica europea di diventare un attore a livello mondiale; in altre parole, si deve fare in modo di avere scambi liberi ed aperti che consentano al settore europeo l’accesso ai mercati mondiali. È quindi importante ricordare che, ostacolando oggi il libero commercio e i progressi nell’ambito delle tornate negoziali di Doha, in realtà si impedisce all’industria automobilistica europea di crescere sui grandi mercati del futuro.

 
  
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  Patrizia Toia (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, di fronte alla crisi gravissima che sta investendo il settore dell'auto dall'America al nostro continente, l'Europa è di fronte a un dilemma molto chiaro: o stare inerte e osservare questo crollo della domanda e della produzione, i cui effetti non sono neppure calcolabili oggi, in nome di una coerenza astratta per un modello teorico di liberismo di mercato, di totale rispetto della concorrenza, come qualche voce si è udita anche oggi, oppure assumersi le sue responsabilità per fronteggiare adeguatamente la situazione.

Siamo decisamente per questa seconda scelta e chiediamo decisione e determinazione alla Commissione e al Consiglio. Abbiamo apprezzato le parole del Commissario Verheugen e speriamo che qualche collega non freni troppo questa determinazione. È una situazione eccezionale e quindi eccezionali devono essere anche le risposte.

Del resto, cari colleghi, la crisi finanziaria ci ha mostrato alcuni interventi da parte di autorità politiche ed economiche che hanno fatto scelte di comportamento, di investimento di risorse pubbliche, che fino a qualche mese prima erano impensabili. Ma il nostro intervento, e concludo, deve essere selettivo, conciliare la strategia con l'emergenza, sostenere, sia attraverso i crediti agevolati che il sostegno alla domanda, un orientamento selettivo verso produzioni ambientalmente più sostenibili.

 
  
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  Martin Callanan (PPE-DE).(EN) Signora Presidente, a mio avviso l’industria automobilistica europea ha dimostrato negli ultimi anni una notevole resistenza, nonostante le difficilissime condizioni economiche e un vero diluvio di normative comunitarie. I nostri produttori sono i primi al mondo in termini di consapevolezza ambientale, standard tecnologici e innovazione. Questo è un primato che va sostenuto e non indebolito. Sono particolarmente fiero del comparto automobilistico britannico e, se possibile, vorrei fare pubblicità per la fabbrica Nissan della mia zona, che è lo stabilimento automobilistico più produttivo in Europa e che si trova nel nord-est dell’Inghilterra.

Nessuno mette in dubbio l’importanza della tutela ambientale, ma mi preoccupa molto il fatto che, nel voler mostrare a tutti i costi le nostre credenziali verdi, talvolta rischiamo di distruggere un comparto molto rilevante e prospero. Già assistiamo a un netto calo delle vendite nel Regno Unito, che il mese scorso si sono ridotte del 23 per cento. Piuttosto che imporre un calendario rigido e inflessibile per il cambiamento nel settore, dovremmo tentare di sostenerlo e offrire incentivi per apportare le modifiche davvero necessarie per il suo futuro. Assicurando il nostro sostegno politico all’industria automobilistica, nonché alle aziende della componentistica e delle forniture, saremmo in grado di aiutarle a superare questi tempi difficili.

Mi auguro che la Commissione continui a vigilare con attenzione sugli Stati membri, che concedono ai produttori aiuti di Stato ai limiti del consentito. Il Regno Unito ha alle spalle una lunga storia di inutili aiuti di Stato a favore dell’industria automobilistica nazionale. Siamo riusciti a venirne fuori negli anni ottanta e spero che non ci ricascheremo; in effetti, se dovessimo concedere denaro pubblico al settore dell’automobile, dovremmo poi fare altrettanto per l’edilizia e l’industria alimentare. Tutti i settori stanno soffrendo, ma dobbiamo usare con cautela i fondi dei contribuenti, già tartassati, ed essere ben certi di non concederne troppi all’industria automobilistica. Questo sistema non ha funzionato in passato e non può funzionare nemmeno in futuro. Mi auguro che la Commissione seguirà con occhio vigile gli Stati membri che potrebbero avere la tentazione di mettersi su una brutta china.

 
  
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  Ivo Belet (PPE-DE). (NL) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, come già ricordato l’industria automobilistica è un comparto cruciale; anzi, è un settore chiave dell’economia europea, poiché dà lavoro, in modo diretto o indiretto, a 12 milioni di persone. Si tratta di un numero enorme e quindi credo che, in questo caso, i prestiti a tasso ridotto siano più che giustificati, fermo restando che i nuovi fondi dovrebbero essere destinati alle tecnologie ecocompatibili. Ci aspettiamo che i costruttori europei uniscano ancor di più le proprie forze nello sviluppo di queste nuove tecnologie, atte a creare, ad esempio, batterie abbordabili ma con elevate prestazioni per le auto elettriche.

Bisogna anche riconoscere che l’Europa stessa ha commesso parecchi errori; forse abbiamo investito troppo nell’idrogeno, mentre ora, a brevissimo termine, servono motori ibridi elettrici a costi contenuti. Per questo motivo dovremmo forse adeguare i nostri progetti e priorità, specie nel contesto del Settimo programma quadro di ricerca e sviluppo. La nostra ambizione potrebbe essere – perché no? – quella di far funzionare a elettricità tutte le auto europee, ibride o meno, entro il 2020. A tal fine serve una rapida transizione, il che comporta anche un investimento nella formazione dei lavoratori coinvolti. Signor Commissario, contiamo sulla sua disponibilità ad accettare che gli aiuti alla formazione degli addetti vengano considerati come un investimento giustificato e orientato al futuro. Vari costruttori, tra cui la Ford di Genk e la Opel di Anversa, stanno già investendo con enormi sforzi, anche nell’interesse delle categorie più vulnerabili sul mercato del lavoro. A mio avviso è giustificato incoraggiare e premiare di più le politiche di questo tipo.

Infine la legislazione in materia di CO2, che approveremo nelle prossime settimane, è una perfetta occasione per puntare in alto. Le crisi immancabilmente creano opportunità; ora dobbiamo compiere uno sforzo congiunto per produrre le auto di prossima generazione. Grazie alla nostra perseveranza l’Unione europea dominerà su questo mercato nei decenni a venire: ecco il senso del nostro appello ai produttori europei affinché escano dalle trincee e lancino l’offensiva.

 
  
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  Pierre Pribetich (PSE).(FR) Signora Presidente, quale strategia va perseguita per superare la crisi? Al momento i fatti parlano chiaro: la crisi sta colpendo tutti i produttori con un effetto a catena che si ripercuote sui 12 milioni di cittadini europei che lavorano nel settore automobilistico.

Prima di tutto dobbiamo pensare a questi lavoratori e alle loro famiglie. Poiché la nostra priorità è tutelarli, dobbiamo rispondere a una scottante domanda: che strategia occorre seguire per superare la crisi?

La risposta è una politica industriale strutturata e combinata, da attuare in modo rapido ed efficace per il medio e lungo periodo, una specie di New Deal per il settore automobilistico, coordinato da Stati membri e Unione, che sia all’altezza della situazione.

In Aula assistiamo a un rigurgito di vecchie posizioni dogmatiche dettate da un liberalismo obsoleto: niente aiuti o sussidi, ma solo ed esclusivamente concorrenza. Onorevoli colleghi, è giunto il momento della regolamentazione e dell’azione pubblica: all’industria automobilistica serve un nuovo patto, ovvero un piano ambizioso e intelligente per salvare anzitutto i posti di lavoro e per sviluppare l’occupazione in Europa mediante il sostegno alla formazione. In un secondo tempo occorre accelerare il cambiamento tecnologico delle aziende al fine di produrre veicoli puliti e intelligenti e di rilanciare la domanda, agevolando il rinnovo del parco auto in circolazione – fonte di inquinamento – mediante la creazione di un bonus ambientale europeo.

In sintesi l’Europa deve agire e non può esimersi dal rispondere; deve attivarsi abbandonando i silenzi e l’inerzia. Dobbiamo impegnarci ad agire con intelligenza per sostenere questa trasformazione.

 
  
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  Dumitru Oprea (PPE-DE) . – (RO) Viviamo in un mondo che è passato dal trasporto a dorso di cavallo ai motori con decine o centinaia di cavalli di potenza. Oggigiorno nel 75 per cento dei casi le vetture a quattro o cinque posti trasportano un solo individuo e da un secolo consumano circa 7,5 litri di carburante ogni 100 chilometri percorsi. I principali problemi che affliggono l’umanità riguardano il comportamento e l’inquinamento: abbiamo quindi bisogno di ripensare l’auto e di usarla in modo diverso. L’automobile deve essere molto più piccola, sicura e verde; inoltre deve consumare poco carburante e avere un prezzo che in futuro consentirà di controllare il comportamento umano.

 
  
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  Ieke van den Burg (PSE). (NL) Signora Presidente, malgrado le dovute critiche all’industria automobilistica e all’operato della Commissione, non ci resta altro che concentrarci su questo settore, che, proprio come l’edilizia, sta affrontando un grave declino. Il campanello d’allarme sta già suonando e quindi dobbiamo agire per tempo nel breve periodo e in modo mirato.

Vorrei sottolineare anzitutto che ciò riguarda non solo i grandi costruttori, ma anche i fornitori e le società di finanziamento. Il riassetto dovrebbe concentrarsi su auto più pulite ed economiche, mentre alcuni aspetti andranno coordinati a livello europeo. Dobbiamo scoraggiare le iniziative isolate di singoli Stati membri, che potrebbero aggravare i problemi nei paesi limitrofi. E’ un’osservazione particolarmente vera per i fornitori, che hanno attività transfrontaliere e che operano sul mercato interno: essi dovrebbero beneficiare delle misure afferenti a tale ambito e non solo di quelle a livello nazionale. La Commissione europea dovrebbe vigilare con attenzione sulla parità di condizioni in tale settore e quindi sostengo il ruolo assegnato in proposito alla direzione generale della concorrenza.

 
  
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  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE).(FR) Signora Presidente, dopo aver pagato per salvare le banche, ora ci tocca salvare l’industria automobilistica, attingendo di nuovo ai fondi pubblici. Da più di dieci anni, però, mettiamo in guardia il comparto circa le conseguenze delle emissioni di CO2 per la salute pubblica. Da più di dieci anni chiediamo al settore di fabbricare auto pulite. Per tutto questo tempo, però, l’industria dell’automobile ha fatto orecchie da mercante, nascondendosi dietro la potente lobby automobilistica e frenando qualsiasi sviluppo; in quest’Aula – come ben sa il commissario – il settore si è pronunciato contro CARS 21 per non consentire la riduzione delle emissioni al di sotto dei 130 grammi.

Eppure, dopo anni di notevoli profitti mai reinvestiti nel riassetto industriale, la crisi finanziaria diventa ora una buona scusa per chiedere aiuti pubblici e licenziare lavoratori a destra e a manca. Ancora una volta ci si fa beffe dei consumatori, che saranno chiamati a pagare per vedere sul mercato un’auto pulita senza la garanzia di una maggiore convenienza – proprio come nella situazione attuale.

Se in futuro vogliamo evitare fallimenti, dobbiamo allora imprimere all’industria automobilistica un’altra direzione preparandoci all’era post-automobile.

 
  
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  Kurt Joachim Lauk (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, innanzi tutto si tenga presente che i mercati europei meno esposti al crollo sono quelli che vantano un chiaro quadro normativo in materia di tassazione delle emissioni di CO2 e requisiti per i costruttori. Signor Presidente in carica del Consiglio Jouyet, se la sua presidenza riuscisse a obbligare gli Stati membri a dotarsi rapidamente di un chiaro quadro normativo, potrebbe persino ripristinare la fiducia dei consumatori. Sarebbe questo il miglior aiuto possibile per il comparto.

C’è qualcos’altro che dovremmo fare. Al momento dovremmo evitare di parlare di sussidi nell’ordine di miliardi e, nel contempo, minacciare l’industria automobilistica di comminarle sanzioni miliardarie in caso di mancato rispetto degli obiettivi. Ciò non ha senso: causa molta incertezza e rende i veicoli troppo costosi per le tasche dei consumatori. Dobbiamo procedere diversamente, dando attuazione ad un progetto e annunciando che, entro la fine del decennio 2020, il 20, 25 o 30 per cento delle autovetture dovranno produrre emissioni pari a zero. Un simile annuncio scatenerebbe un processo di innovazione, assicurando nel contempo ai consumatori la chiarezza circa la futura strategia del settore automobilistico in Europa.

 
  
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  Inés Ayala Sender (PSE).(ES) Signora Presidente, vista l’attuale crisi, il nostro plauso va ai meritevoli sforzi della presidenza francese e del commissario all’industria Verheugen. C’è però l’urgenza di fare di più, nonché la necessità di concertazione tra il commissario all’industria e il commissario alla concorrenza.

All’industria dell’automobile – ovvero costruttori, indotto, distributori e società finanziarie – serve con urgenza un piano di aiuti coraggioso e multiforme. La gente non si spiega i pudori e la reticenza quando si tratti di prendere decisioni sugli aiuti necessari a sostenere il settore automobilistico – vista la sua forza lavoro diretta, massiccia e di alta qualità – rispetto alla solerzia dimostrata invece nell’aiutare il settore finanziario, i cui più gravi errori sono stati giudicati con benevolenza.

Non capiranno i lavoratori dell’impianto Opel di Figueruelas, vicino a Saragozza, che hanno assistito e sostenuto il futuro dell’azienda in Spagna e in Germania, né comprenderanno il governo locale dell’Aragona e il governo spagnolo, che utilizzano tutte le proprie fonti di investimento sperando nella cooperazione e nella guida dell’Unione europea.

Serve un piano immediato e coraggioso, che contribuisca rapidamente a rinnovare il parco auto europeo con veicoli più sicuri e più puliti. A partire da dicembre abbiamo bisogno di un piano europeo di rottamazione che incentivi tutto, dagli investimenti diretti ai consumi.

Ai produttori all’indotto, ai distributori e alle società finanziarie servono anche aiuti e garanzie; in proposito sarebbe utile anche un accordo rapido, chiaro e logico sulla questione delle emissioni dei veicoli.

 
  
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  Gabriele Albertini (PPE-DE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, il Presidente dell'Eurogruppo e primo ministro lussemburghese Juncker ha affermato che è necessaria una strategia europea di salvataggio per l'industria automobilistica in reazione al piano di salvataggio annunciato dagli Stati Uniti. Sono pienamente d'accordo con quanto è stato dichiarato e auspico che avvenga.

La Banca europea per gli investimenti, alla prossima riunione dei ministri delle Finanze degli Stati membri, proporrà un aumento dei volumi dei prestiti del 20 e 30 per cento nel 2009 e 2010, cioè 10-15 miliardi l'anno per l'industria automobilistica, scelta quanto mai opportuna. Alcuni Stati membri sono già intervenuti autonomamente: il governo tedesco, per esempio, ha presentato all'inizio del mese un piano di aiuti mirati all'economia, con l'idea di generare nuovi investimenti per 50 miliardi di euro nel prossimo anno. Tra i settori principalmente interessati quello automobilistico.

Mi auguro lo faccia anche la Commissione europea in sede collegiale. Gli aiuti al settore dovranno essere investiti all'interno dell'Unione europea, quindi destinati a imprese che non delocalizzino la loro produzione. Ogni scelta di aiuto alle aziende è quanto mai auspicabile date le circostanze e deve avere l'obiettivo principale di rafforzare l'occupazione e stimolare gli investimenti sul territorio europeo.

 
  
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  Dorette Corbey (PSE). (NL) Signora Presidente, signor Commissario, in effetti concordo con le osservazioni formulate dalla onorevole Harms. Il sostegno necessario all’industria automobilistica rispecchia le carenze della politica industriale. Da anni si parla della necessità di preparare il comparto al XXI secolo, ma in ultima analisi non si è fatto nulla. Il settore dell’automobile continua a fare orecchie da mercante all’appello per produrre auto più pulite ed economiche. In definitiva non c’è nulla di concreto: il comparto automobilistico non ha fatto nulla, in termini d’innovazione, per produrre auto con minori emissioni di CO2 e anzi ci sono forti pressioni per attenuare i requisiti sulle emissioni di CO2 del settore automobilistico, il che è veramente vergognoso.

A questo punto ci si chiede come poter andare avanti. Credo si possa continuare a sostenere l’industria automobilistica, ma il sostegno va accompagnato da requisiti molto rigorosi, e deve essere destinato solo alle vetture elettriche, a un programma generale per realizzare il passaggio del settore all’elettricità e, naturalmente, alla riqualificazione dei lavoratori. Tutto sommato è essenziale che gli addetti del settore automobilistico abbiano un futuro e che non vengano mai dimenticati.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signora Presidente, vorrei ringraziare tutti gli oratori intervenuti in questa vivace discussione su una questione tanto importante. Come presidenza, condivido la sensazione espressa dalla maggior parte di voi, ovvero che è assolutamente indispensabile assumerci la nostra piena responsabilità nell’affrontare la situazione eccezionale che sta colpendo un settore chiave; come segnalato, le cifre parlano di 12 milioni di posti di lavoro nell’Unione europea in un comparto colpito dalla crisi finanziaria a causa del livello di credito al consumo, che è il tratto distintivo di questa industria.

Si tratta di un settore che deve anche far fronte a sfide senza precedenti a livello ambientale. Una cosa è essere in ritardo, ma non riuscire a recuperare il tempo perduto è molto peggio, visto e considerato che al momento siamo anche impegnati ad adottare il pacchetto sull’energia e il cambiamento climatico, che rappresenta una delle maggiori sfide per l’Unione europea.

Quella attuale è dunque una situazione eccezionale e, per la presidenza, la risposta europea deve essere all’altezza delle sfide e tener conto di tre fattori.

Anzitutto, rispetto a quanto fanno i nostri partner nei paesi terzi, dobbiamo preservare la competitività dell’industria europea. In secondo luogo, dobbiamo mantenere i principali obiettivi dell’Unione e le proposte della Commissione devono promuovere il raggiungimento degli obiettivi del pacchetto sull’energia e il cambiamento climatico che ben conoscete. Relativamente alle emissioni di CO2 dai veicoli, credo che l’accordo sia ormai vicino e a portata di mano nel contesto delle procedure che coinvolgono Parlamento, Commissione e Consiglio.

In terzo luogo, dobbiamo anche rispettare l’integrità del mercato interno. Trasparenza, parità di trattamento e coordinamento sono essenziali, ma ciò non esclude in alcun modo che, in presenza di circostanze come quelle attuali, si possa prevedere un sostegno temporaneo e mirato, da concedere sulla base anche degli impegni assunti dal settore automobilistico.

Prendo atto degli orientamenti proposti dal commissario Verheugen, che mi sembrano basati su ottime iniziative e che la presidenza sostiene mediante i prestiti della Banca europea per gli investimenti a favore dei principali investimenti ecologici, o attraverso gli incentivi fiscali, volti a rendere la domanda di auto più compatibile con i requisiti ambientali, a sostituire i vecchi veicoli in circolazione che non rispettano gli standard ambientali, a ridurre il costo dei veicoli a motore – obiettivo altrettanto importante – e a produrre mezzi di trasporto più economici. Ritengo infine che, di fronte a una crisi, lo sviluppo di garanzie pubbliche rivesta anch’esso una certa importanza per il settore.

Penso servano incentivi per sviluppare la formazione e, in alcuni casi, la riqualificazione, perché per le prossime settimane e per i primi mesi del 2009 possiamo purtroppo aspettarci un aggravamento della situazione.

Tutte le proposte del commissario Verheugen mi sembrano andare nella giusta direzione e hanno il nostro sostegno. Ormai è una questione di tempo e si deve agire rapidamente. Apprezzo anche l’idea espressa dall’onorevole Goebbels relativamente a un quadro europeo stabile e offensivo, che consenta di mantenere la competitività di questo settore di vitale importanza.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione.(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, penso sia un peccato che l’onorevole Harms non sia più in Aula. Dopo un attacco così poco ortodosso, che ha sfiorato i limiti della diffamazione, sarebbe stato giusto darmi la possibilità di replicare; provvederò a inviarle una risposta per iscritto. Tuttavia, a nome della Commissione, nel modo più deciso possibile respingo le affermazioni della onorevole Harms in termini di forma e di sostanza.

(Applausi)

E’ inaccettabile.

In merito all’oggetto della discussione, l’industria automobilistica europea non è malata. Alcuni interventi hanno dato l’impressione che quello europeo sia un settore dipendente o desideroso di aiuti. Il comparto europeo dell’automobile non riceve né richiede sovvenzioni. Tutta la nostra politica industriale si basa anzi sul presupposto di fare a meno delle sovvenzioni.

L’unico strumento a disposizione è il credito a tasso ridotto, erogato dalla Banca europea per gli investimenti (BEI). Vorrei però mettere bene in chiaro di cosa si tratta: sono crediti agevolati con un tasso d’interesse inferiore ai tassi standard di mercato di circa l’1 per cento e servono a finanziare, ad esempio, gli investimenti che il Parlamento europeo, nella sua veste di legislatore, impone ai costruttori – cioè investimenti in tecnologie moderne e rispettose dell’ambiente. Ecco il motivo per cui la BEI eroga tali crediti, e non solo all’industria automobilistica europea. In Aula si è avuta l’impressione che il settore automobilistico sia l’unico a potersi avvalere delle agevolazioni di credito della BEI, ma le cose non stanno così: tale possibilità è offerta a tutti i settori e non è affatto una prerogativa dell’industria automobilistica. Vi esorto tutti ad evitare in questa sede di dare l’impressione che il settore automobilistico europeo sia un malato attaccato alla flebo degli aiuti di Stato. La realtà è ben diversa perché, grazie alla sua collocazione tecnologica e alla sua competitività, quella europea è nettamente la migliore industria automobilistica al mondo in termini di prestazioni. Sono assolutamente convinto che tale resterà anche in futuro.

Da anni collaboriamo con il settore e con la scienza per sviluppare le moderne tecnologie del futuro. Nel contesto del Settimo programma quadro, investiamo molti fondi su questo fronte e lo facciamo ormai da diversi anni. Lavoriamo intensamente per garantire la stabilità delle condizioni quadro in questo comparto, che è stato il primo a poter contare su una politica settoriale del genere proprio perché siamo riusciti a prevedere per tempo i problemi che lo avrebbero investito negli anni a venire.

Relativamente alla Opel, ribadisco che si tratta di una situazione assolutamente eccezionale e straordinaria, che non ha nulla a che vedere con la politica commerciale dell’azienda stessa; si tratta bensì della conseguenza di problemi emersi negli Stati Uniti, che hanno un impatto sull’Europa e che richiedono una risposta.

Rispondo infine all’onorevole Groote. che ha parlato di un tema a lui molto caro, ovvero la “legge Volkswagen”. Non credo sarebbe una buona idea lanciare un’iniziativa comunitaria volta a far adottare norme simili per tutti i costruttori europei. Quasi nessuno potrebbe accettare una siffatta ipotesi. Per quanto ne so, onorevole Groote, la Commissione non ha cambiato parere in proposito, ma si attende una decisione a breve termine.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà alle 11.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL), per iscritto.(FI) L’industria automobilistica mondiale è in difficoltà, malgrado la crisi non colpisca tutti gli impianti. La Porsche ha escogitato un nuovo modo per guadagnare, acquisendo opzioni sulle azioni della Volkswagen, sebbene ciò non rappresenti una soluzione ai problemi della casa tedesca o di altri costruttori.

La crisi delle banche ha determinato la crisi del settore dell’auto, in quanto in una situazione di deflazione dell’economia i consumatori non si possono permettere l’acquisto di una nuova automobile o del carburante per riempire il serbatoio. Mentre la Banca europea per gli investimenti (BEI) vuole salvare l’industria automobilistica nel nome dell’Unione europea, occorre riflettere sull’effettivo bisogno di tutta la capacità oggi utilizzata per produrre automobili. Se i prestiti della BEI fossero destinati alle nuove tecnologie energetiche e ambientali, potrebbero meglio soddisfare le reali esigenze del mondo attuale. Il denaro facile, impiegato dai consumatori per acquistare autoveicoli nuovi negli ultimi anni, appartiene al passato e non ritornerà.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), per iscritto. (RO) L’industria automobilistica è una delle forze trainanti dell’economia europea, che ogni anno produce nel nostro continente circa 300 000 vetture e 300 000 veicoli passeggeri e merci. Sebbene il trasporto su strada sia responsabile del 72 per cento di tutte le emissioni generate dai trasporti, è ormai giunto il momento di riaffermare l’importanza del comparto automobilistico dal punto di vista economico e sociale.

La crisi finanziaria e la recessione economica incidono pesantemente sul settore automobilistico, che occupa più di 15 milioni di addetti in modo diretto o indiretto. Il 2012 sarà un anno cruciale per la nostra industria automobilistica perché vedrà l’introduzione di nuovi requisiti relativi alla qualità del carburante, alle emissioni inquinanti, all’omologazione e alla sicurezza per gli utenti della strada.

Per rendere più verde il nostro traffico su strada, l’Unione europea intende introdurre premi per i veicoli più ecologici, sanzionando i mezzi che inquinano di più. Il pacchetto sul cambiamento climatico diventerà quindi uno degli strumenti volti a promuovere la domanda di veicoli più ecologici e sicuri.

L’Europa sociale si basa sullo sviluppo economico e sui valori sociali in egual misura. Dobbiamo sostenere l’industria automobilistica europea se vogliamo dare risposta alle nuove sfide, mantenere gli attuali posti di lavoro e preservare la competitività del settore.

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 11.25, riprende alle 11.35)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 

5. Turno di votazioni
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli della votazione, vedasi processo verbale.)

 

5.1. Statistiche comunitarie della sanità pubblica e della salute e sicurezza sul luogo di lavoro (A6-0425/2008, Karin Scheele) (votazione)

5.2. Obblighi in materia di pubblicazione e traduzione di taluni tipi di società (A6-0400/2008, Piia-Noora Kauppi) (votazione)

5.3. Statistiche europee (A6-0349/2008, Andreas Schwab) (votazione)

5.4. Regimi di sostegno a favore degli agricoltori nell’ambito della PAC (A6-0402/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)
  

(La seduta, sospesa alle 12 per la seduta solenne, riprende alle 12.30)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON.  PÖTTERING
Presidente

 

6. Seduta solenne - Sir Jonathan Sacks
Video degli interventi
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  Presidente. − (DE) Rabbino Capo Sacks, signora Sacks, Commissari, signore e signori, è un grande onore e un piacere dare il benvenuto nella sede del Parlamento europeo di Strasburgo al Rabbino Capo delle Congregazioni ebraiche unite del Commonwealth e a sua moglie, in occasione della seduta solenne nell’ambito dell’anno europeo del dialogo interculturale 2008. Desidero esprimerle, Sir Jonathan, il più caloroso benvenuto in questa sede.

(Applausi)

Il Gran Muftì della Siria, lo sceicco Ahmad Badr Al-Din Hassoun, primo ospite di quest’anno dedicato al dialogo interculturale, ha tenuto un discorso durante la seduta plenaria del Parlamento. Nel corso dell’anno, abbiamo poi avuto la possibilità di ascoltare il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Con il suo discorso odierno, Rabbino Capo, avremo ascoltato rappresentanti del mondo ebraico, cristiano e islamico.

Ciascuna di queste religioni ha dato un proprio contributo particolare a plasmare la società europea odierna e a caratterizzarne i tratti distintivi. Lo stesso vale per l’umanesimo e l’illuminismo. Sebbene viviamo in società laiche, con una chiara distinzione tra Chiesa e Stato, è necessario riconoscere il ruolo fondamentale che la religione organizzata svolge nelle nostre società.

Tale ruolo non concerne solamente il contributo concreto in settori quali la formazione, la sanità e i servizi sociali, ma riguarda nella stessa misura lo sviluppo della nostra coscienza etica e la formazione dei nostri valori. L’Unione europea è una comunità di valori, il cui valore fondante è la dignità intrinseca a ogni essere umano.

Rabbino Capo, lei è noto per essere un grande autore ed eminente accademico, uno studioso impareggiabile e uno dei principali rappresentanti della fede ebraica a livello mondiale. Spesso lei ha scritto e parlato del pericolo che una rinascita dell’antisemitismo potrebbe costituire per le nostre società.

La scorsa settimana, nella sede di Bruxelles del Parlamento europeo, si è tenuta una commemorazione speciale, organizzata congiuntamente con il Congresso ebraico europeo, al fine di celebrare il settantesimo anniversario della Notte dei cristalli. In tale occasione ho posto l’accento sul fatto che noi nell’Unione europea abbiamo la responsabilità ed il dovere di resistere, senza alcuna eccezione e senza alcuna concessione, a tutte le forme di estremismo, razzismo, xenofobia e antisemitismo e di difendere la democrazia, la tutela dei diritti umani, e la dignità umana a livello mondiale.

Rabbino Capo, nel suo libro La dignità della differenza – e con ciò mi accingo a concludere – scritto a un anno dai terribili avvenimenti dell’ 11 settembre, lei ha affrontato uno dei temi più importanti della nostra epoca, ovvero: possiamo vivere tutti assieme e in pace, e se sì, come? È ora con grande piacere e onore che chiedo al Rabbino Capo delle Congregazioni ebraiche unite del Commonwealth di rivolgersi a quest’Assemblea.

(Applausi)

 
  
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  Sir Jonathan Sacks, Rabbino Capo delle Congregazioni ebraiche unite del Commonwealth. − Signor Presidente, onorevoli parlamentari, vi ringrazio per avermi concesso il privilegio di rivolgermi a voi oggi, e vi ringrazio ancor di più per aver dato vita a quest’importante iniziativa per il dialogo interculturale. Vorrei indirizzare un saluto a tutti voi, in particolare al Presidente Pöttering, una persona lungimirante, saggia e profondamente umana. Rivolgo una preghiera – e spero sia questa l’unica volta in cui oggi interrompo la separazione tra Chiesta e Stato, religione e politica – e impartisco una benedizione affinché Dio vegli su di voi e sulle vostre azioni. Grazie.

Parlo in qualità di ebreo appartenente alla più antica presenza culturale in Europa. Vorrei iniziare ricordando a tutti che la civiltà europea è nata 2 000 anni fa con un dialogo, un dialogo tra le due più grandi culture dell’antichità: l’antica Grecia e il biblico Israele – Atene e Gerusalemme - unite dalla Cristianità, la cui religione derivava da Israele, ma i cui testi sacri erano scritti in greco, e fu questo il dialogo fondante dell’Europa. Alcuni dei momenti più importanti della storia europea nei 2 000 anni trascorsi da allora sono stati il risultato del dialogo. Ne citerò soltanto tre.

Il primo ebbe luogo tra il X e il XIII secolo in Andalusia, durante il grande movimento culturale che prese vita grazie agli Omayyadi in Spagna, ed iniziò tramite un dialogo islamico avviato da pensatori come Averroè che portavano con sé l’eredità filosofica di Platone e Aristotele. Il dialogo islamico ha ispirato pensatori ebrei come Mosè Maimonide mentre quello ebraico ha ispirato pensatori cristiani tra cui, il più famoso, Tommaso d’Aquino.

Il secondo grande momento del dialogo interculturale ebbe luogo all’inizio del Rinascimento italiano, quando un giovane intellettuale cristiano, Pico della Mirandola, si recò a Padova, dove incontrò uno studioso ebreo, il rabbino Elia del Medigo, che gli insegnò la Bibbia ebraica, il Talmud e la Cabala in lingua originale. Da quel dialogo derivò l’affermazione più illustre dei valori rinascimentali: l’Orazione sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola.

Il terzo e più intenso dei tre momenti fu il dialogo tra cristiani ed ebrei dopo l’olocausto, ispirato alla filosofia del dialogo di Martin Buber, dal Concilio Vaticano II e dal documento conciliare Nostra Aetate. In conseguenza di ciò, dopo quasi 2 000 anni di estraniamento e tragedie, ebrei e cristiani si incontrano oggi da amici nel rispetto reciproco.

Vorrei però spingermi oltre. Quando lessi la Bibbia ebraica, sentii sin da subito l’invito di Dio al dialogo. Vorrei porre l’accento su due passaggi. Non so come tradurranno gli interpreti, pertanto spero che tutti coloro che ascoltano l’interpretazione possano capire. Vorrei portare l’attenzione su due passaggi nei capitoli iniziali della Bibbia, il cui significato è andato perso nella traduzione per 2 000 anni.

Il primo passaggio è quando Dio vede il primo uomo isolato e solo, e crea la donna. E l’uomo, vedendo la donna per la prima volta, pronuncia il primo canto della Bibbia: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà Aisha, donna, perché dall’Aish, uomo, è stata tolta”. Questo sembra certamente un canto molto semplice. Sembra persino condiscendente, come se l’uomo fosse la prima creazione e la donna un mero ripensamento. Tuttavia, il reale significato sta nel fatto che l’ebraico, nella Bibbia, comprende due parole per identificare l’uomo, non una. Una è Adam e l’altra è Aish.

Il verso che ho appena citato rappresenta la prima volta in cui la parola “Aish” compare nella Bibbia. Ascoltate di nuovo. “La si chiamerà Aisha, perché dall’Aish è stata tolta”. In altre parole, l’uomo deve pronunciare il nome di sua moglie prima di conoscere il suo stesso nome. Devo dire “tu” prima di poter dire “io”. Devo riconoscere l’altro, prima di poter veramente capire me stesso.

(Vivi applausi)

Questo è il primo concetto sottolineato nella Bibbia: l’identità è dialogica.

Il secondo si ritrova subito dopo, nella prima grande tragedia che coinvolge i primi bambini, Caino e Abele. Ci aspettiamo amore fraterno, invece assistiamo a rivalità tra fratelli, poi a omicidio, fratricidio. E nel mezzo di questa storia, nella Genesi, capitolo IV, si rintraccia un verso impossibile da tradurre; in qualsiasi Bibbia inglese da me letta, il verso non è stato tradotto, è parafrasato.

Lo tradurrò letteralmente e capirete perché nessuno lo traduce in questo modo. Letteralmente l’ebraico dice: “E Caino disse ad Abele, e accadde che quando erano fuori nel campo, Caino si scagliò contro Abele e lo uccise”. Potete capire immediatamente perché non può essere tradotta, perché vi è scritto “e Caino disse”, ma non vi è scritto cosa disse. La frase è grammaticalmente scorretta. La sintassi è frammentata, e la domanda è, perché? La risposta è chiara: la Bibbia esprime nella maniera più drammatica, con una frase tronca, come è stata interrotta la conversazione. Il dialogo ha fallito. E cosa leggiamo immediatamente dopo? “E Caino si scagliò contro suo fratello e lo uccise”. O per dirla più semplicemente: laddove finiscono le parole, inizia la violenza. Il dialogo è l’unico modo per sconfiggere i demoni della nostra natura.

(Vivi applausi)

Il dialogo attesta il doppio aspetto di tutte le relazioni umane, che intercorrano tra individui o tra paesi, tra culture o fedi religiose. I punti in comune da un lato, e i punti di divergenza dall’altro. Quello che condividiamo e quello che è unicamente nostro.

Permettetemi di spiegarlo nel modo più semplice possibile. Se fossimo completamente diversi, non potremmo comunicare, ma se fossimo completamente uguali, non avremmo nulla da dire.

(Applausi)

E questo è tutto ciò che ho da riferire sul dialogo. Vorrei tuttavia aggiungere che il dialogo potrebbe non essere sufficiente. Tra il tardo XVIII secolo ed il 1933 c’era dialogo tra ebrei e tedeschi, così come c’era dialogo e persino amicizia tra hutu e tutsi in Ruanda, o tra serbi, croati e musulmani in Bosnia e in Kosovo. Il dialogo ci unisce, ma non ci può tenere uniti quando altre forze ci separano.

Pertanto, vorrei aggiungere una parola, che ha svolto un ruolo fondamentale nel risanare le società frammentate. Questa parola è “covenant”, patto, e ha svolto un ruolo importante nella politica europea nel XVI e XVII secolo in Svizzera, Olanda, Scozia e Inghilterra. Il patto ha sempre fatto parte della cultura americana, dai suoi esordi fino ad oggi, dal patto del Mayflower nel 1620, al discorso di John Winthrop a bordo della Arabella nel 1631, fino al presente. Non so cosa dirà Barack Obama durante il suo discorso di insediamento, ma sicuramente menzionerà o farà riferimento al concetto di patto.

“Patto”, naturalmente, è una parola chiave nella Bibbia ebraica per un semplice motivo: l’Israele della Bibbia era formato da dodici diverse tribù, ognuna delle quali voleva mantenere la propria identità.

Cos’è un patto? Un patto non è un contratto. Un contratto si stipula per un periodo di tempo limitato e per obiettivi specifici, tra due o più parti, ognuna delle quali ricerca il proprio vantaggio. Un patto viene invece stretto per un periodo di tempo indeterminato, tra due o più parti che si uniscono in un legame di lealtà e fiducia, per raggiungere un obiettivo difficilmente raggiungibile individualmente. Un contratto è come un accordo; un patto è come un matrimonio. I contratti riguardano il mercato e lo Stato, l’economia e la politica, rientrano nella sfera della competizione. I patti appartengono alle famiglie, alle comunità, agli istituti di carità, concernono pertanto la cooperazione. Un contratto si stipula tra me e te – entità separate – ma un patto riguarda noi, l’appartenenza alla collettività. Un contratto riguarda gli interessi, un patto l’identità. Da ciò deriva la fondamentale distinzione, non precisata a sufficienza nella politica europea, tra contratto sociale e patto sociale: un contratto sociale crea uno stato; un patto sociale crea una società.

(Applausi)

Può esistere una società senza Stato – è successo alcune volte nel corso della storia – ma è possibile che esista uno Stato senza società, senza nulla che funga da collante tra i cittadini? Non lo so. Gli individui possono essere uniti in numerosi modi: con la forza, con la paura, con l’oppressione delle differenze culturali, con un’aspettativa di conformità generale. Tuttavia, quando si sceglie di rispettare l’integrità di molte culture, quando si onora quella che io chiamo – come ci ha ricordato il presidente – la dignità della differenza, quando si onora quella, allora è necessario un patto per creare la società.

Il patto rinvigorisce il linguaggio della cooperazione in un mondo di competizione. Si concentra sulle responsabilità, non solo sui diritti. I diritti sono fondamentali, ma creano conflitti che essi stessi non possono risolvere: il diritto alla vita contro il diritto di scelta; il mio diritto alla libertà contro il tuo diritto al rispetto. I diritti senza le responsabilità possono essere assimilati ai mutui subprime del mondo morale.

(Vivi applausi)

Il patto ci porta a pensare alla reciprocità, comunica a ognuno di noi che dobbiamo rispettare gli altri se ci aspettiamo che essi rispettino noi; dobbiamo onorare la libertà altrui se vogliamo che la nostra sia onorata. L’Europa necessita di un nuovo patto ed è giunto il momento di cominciare.

(Applauso)

Dobbiamo iniziare ora, nel mezzo della crisi finanziaria e della recessione economica, perché soprattutto nei periodi di difficoltà gli uomini comprendono che condividiamo tutti lo stesso destino.

Il profeta Isaia aveva previsto un giorno in cui il leone e l’agnello sarebbero vissuti assieme. Non è ancora accaduto. Tuttavia esisteva uno zoo in cui un leone e un agnello vivevano nella stessa gabbia, e un visitatore chiese al responsabile dello zoo: “come ci riesce?”. Il responsabile rispose: “semplice, c’è bisogno di un nuovo agnello tutti i giorni!”.

(Si ride)

Eppure vi è stato un momento in cui il leone e l’agnello vissero assieme. Dove? Nell’Arca di Noè. E perché? Non perché si fosse realizzata un’utopia ma perché sapevano che altrimenti sarebbero annegati entrambi.

Amici, lo scorso giovedì – sei giorni fa – l’arcivescovo di Canterbury e io abbiamo guidato una missione dei capi religiosi di tutte le fedi in Gran Bretagna: la comunità musulmana, gli hindu, i sikh, i buddisti, i gianisti, gli zoroastriani e i baha’i; abbiamo viaggiato assieme e abbiamo trascorso un giorno ad Auschwitz. Lì abbiamo pianto e pregato assieme, nella consapevolezza di quanto accade se non si onora l’umanità di coloro che non sono come noi.

Dio ci ha donato molte lingue e molte culture, ma solo un mondo in cui vivere assieme, e questo mondo diventa sempre più piccolo, giorno dopo giorno. La mia speranza è che noi, i paesi e le culture d’Europa, in tutta la nostra gloriosa diversità, possiamo stringere un nuovo patto europeo di speranza.

(L'Assemblea, in piedi, applaude lungamente)

 
  
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  Presidente. − Sir Jonathan, a nome del Parlamento europeo, sono onorato di poterla ringraziare per il suo importante messaggio. Vorrei ringraziarla per il significativo contributo al dialogo interculturale.

Lei ha parlato del rispetto reciproco e dell’accettazione degli altri. Penso che questo sia quanto abbiamo imparato dalla nostra storia europea. Lei ha detto che quello che ci unisce è molto più grande di quello che ci divide. Questo è il principio – con cui lei ha concluso – del nostro impegno europeo per un’ Unione europea forte e democratica, fondata sulla dignità di ogni essere umano.

Sir Jonathan, grazie per il suo messaggio pregnante. Il mio miglior augurio a lei, alla religione che rappresenta e alla convivenza pacifica di tutte le religioni nel nostro continente e nel mondo. Grazie, Sir Jonathan.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 

7. Turno di votazioni (proseguimento)
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  Presidente. − Proseguiamo ora con la votazione.

(Per i risultati dettagliati della votazione: vedasi processo verbale)

 

7.1. Adeguamento della politica agricola comune (A6-0401/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)

7.2. Sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) (A6-0390/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)

7.3. Orientamenti strategici comunitari per lo sviluppo rurale (2007—2013) (A6-0377/2008, Luis Manuel Capoulas Santos) (votazione)

8. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

- Relazione Kauppi (A6-0400/2008)

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, desidero ringraziare l’onorevole Kauppi per la relazione riguardante il registro elettronico delle società, che sostengo pienamente. E’ una splendida idea, presentata con un’ottima relazione, e il Parlamento è unito nell’appoggiare la sua attuazione.

Non solo mi auguro che riusciremo ad avere quanto prima i registri elettronici delle società negli Stati membri, ma spero anche che avremo successo nel creare una piattaforma elettronica europea contenente tutte le informazioni che le società sono tenute a fornire. Tali proposte, se attuate, consentiranno di diminuire la burocrazia e aumentare la trasparenza, di alleggerire gli oneri amministrativi, di ridurre le spese per le società e conseguentemente di potenziare la competitività delle società europee.

 
  
  

- Relazione Schwab (A6-0349/2008)

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE). (LT) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Schwab sulla proposta di regolamento relativo alle statistiche europee, in quanto i contenuti del nuovo regolamento sono molto importanti e migliorano in modo significativo il regolamento vigente: mi riferisco in particolare alla definizione del sistema statistico europeo e alla sua collocazione all’interno delle norme comunitarie. Il regolamento stabilisce inoltre le funzioni degli istituti nazionali di statistica all’interno del sistema statistico europeo nella risoluzione di questioni riguardanti il segreto statistico e la qualità statistica. Si tratta senza dubbio di un passo avanti rispetto alla situazione attuale e al regolamento tuttora in vigore.

La proposta della Commissione europea di dividere in due organismi il comitato del sistema statistico europeo mi pare controversa e ritengo che la posizione del relatore contraria alla separazione dei compiti sia più accettabile e quindi meritevole di essere appoggiata. Sono tuttavia fiducioso che in futuro riusciremo a superare i dissensi, se il Parlamento, il Consiglio e la Commissione collaboreranno tra loro.

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0402/2008)

 
  
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  Albert Deß (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, intendo formulare una dichiarazione di voto sulla relazione concernente la modulazione. Con l’ultima riforma agricola è stato deciso che fino al 2013 i coltivatori avranno certezza in termini di pianificazione e per questo motivo ero contrario ad attuare la modulazione su una scala tale da portare a perdite piuttosto ingenti per gli agricoltori. Sono soddisfatto del risultato e desidero ringraziare tutti gli onorevoli colleghi che hanno votato a favore dell’aumento della soglia da 5 000  a 10 000 euro, il che significa privare le piccole imprese di meno risorse finanziarie derivanti dalla modulazione.

Se in politica parliamo di certezza in termini di pianificazione allora la dobbiamo anche garantire agli agricoltori. Sono quindi soddisfatto del risultato della relazione odierna sulla modulazione e spero che il Consiglio accetterà i risultati che abbiamo raggiunto.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, la votazione di oggi ha concluso quasi dodici mesi di lavoro preparatorio per definire la nostra posizione riguardo all’operazione sulla politica agricola comune. E’ un momento importante viste le modifiche che abbiamo apportato per contribuire alla semplificazione di questa politica, mantenendo allo stesso tempo la sua natura comunitaria e garantendo condizioni di concorrenza paritarie. Spero che i ministri dell’Agricoltura dell’Unione Europea leggeranno il parere e accetteranno le nostre proposte.

Mi riferisco in particolare alle proposte riguardanti la semplificazione dei requisiti di condizionalità, compreso il rinvio al 2013 dell’applicazione dei requisiti in materia di benessere degli animali, area C, da parte degli nuovi Stati membri. Molte soluzioni sono purtroppo state concepite in modo tale da non considerare la situazione dell’agricoltura né il modello agricolo dei nuovi Stati membri. Stiamo incominciando a discutere sul futuro della politica agricola comune dopo il 2013 e a riesaminare le prospettive finanziare. E siamo solo all'inizio.

 
  
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  Seán Ó Neachtain (UEN). (GA) Signor Presidente, vorrei esprimere il mio apprezzamento sia per la votazione decisamente positiva tenutasi oggi riguardo alla politica agricola comune, sia per le politiche presentate, come la proposta di distribuire frutta e verdura alle scuole.

Eppure, in merito alla proposta politica stessa, vorrei richiamare ancora una volta l’attenzione sull’obbligatorietà della modulazione raccomandata dalla Commissione e precisare che sono assolutamente contrario. La politica deve essere flessibile e gli Stati membri devono avere la possibilità di aumentare o ridurre liberamente la modulazione.

Ritengo che la soglia di 5 000 euro sia troppo bassa e che debba essere portata a 10 000 euro per tutelare e sostenere gli agricoltori a basso reddito già in difficoltà: non penso che si debba togliere loro il denaro per la modulazione obbligatoria.

 
  
  

- Relazioni Capoulas Santos (A6-0402/2008), (A6-0401/2008)

 
  
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  Giovanni Robusti (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, volevo solo intervenire per rendere pubbliche le motivazioni del mio voto finale, contrario alla relazione Santos 0401 e 02. La relazione è succube di una verifica della politica agricola comunitaria che non tiene conto delle mutate condizioni mondiali. Discutiamo sui dettagli senza vedere il problema principale.

La PAC che stiamo verificando con l'Health check è nata per ridurre la produzione agricola a favore della tutela ambientale, perché quelle erano le condizioni nelle quali è stata creata. Oggi tutti sappiamo che le condizioni strutturali si sono rivoluzionate, ma la PAC rimane più o meno la stessa e stiamo discutendo se sia meglio l'uno o il due, in più o in meno, di questo o di quell'altro intervento ormai inutile per le sfide del futuro.

Io non posso accettare questa mediazione infinita di piccoli interessi specifici ignorando quelli generali. Sono convinto che la prima vittima di questo scarso coraggio sia proprio l'agricoltura. Per provocare un dialogo, una discussione ho votato no; gli approfondimenti tecnici che non possono essere contenuti in un intervento di un minuto li lascio al mio sito Internet sul quale pubblicherò le mie motivazioni specifiche.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE).(FR) Signor Presidente, i deputati ungheresi del gruppo socialista al Parlamento europeo hanno votato a favore delle relazioni dell’onorevole Capoulas Santos, in quanto decisamente più positive sia per i nuovi Stati membri sia per l’Ungheria. La modulazione obbligatoria e quella progressiva risultano meno drastiche rispetto alla proposta della Commissione. Deploro il fatto che non ci sia stato nessun voto a favore dell’emendamento proposto dal gruppo ALDE concernente la modulazione obbligatoria ma, nonostante il rammarico, resta una buona relazione.

In riferimento alla seconda relazione, l’emendamento n. 67 è stato proposto dal gruppo socialista. Per quanto concerne il regime d’intervento, è molto importante non intervenire con procedure di gara. E' decisamente auspicabile mantenere il sistema attuale e questo è il motivo per cui abbiamo votato a favore.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, porgo i miei complimenti all’onorevole Capoulas Santos per il lavoro molto complesso da lui svolto. La delegazione Fine Gael ha sostenuto queste relazioni con alcuni avvertimenti. Sulla questione delle quote latte abbiamo votato a favore di una maggiore flessibilità e di un maggiore aumento percentuale delle quote, dando agli agricoltori la possibilità di produrre liberamente il latte. Deploriamo che questa visione non sia stata condivisa dalla plenaria, facendoci quindi ritornare alla proposta della Commissione.

In secondo luogo, per quanto attiene la modulazione, siamo preoccupati per il trasferimento dei fondi dal primo al secondo pilastro perché ciò sottrae agli agricoltori del reddito da utilizzare in progetti che richiedono il cofinanziamento da parte degli Stati membri e questo potrebbe non essere garantito in futuro. Approviamo l’aumento della franchigia a 10 000 EUR, per cui il Parlamento ha votato a favore e vorrei chiarire che il nostro voto sul considerando 6 degli emendamenti nn.190 e 226 dovrebbe essere un "+" (a favore). Spero che nelle deliberazioni delle giornate di oggi e domani il Consiglio sosterrà il settore ovino in crisi.

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0401/2008)

 
  
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  Dimitar Stoyanov (NI).(BG) Desidero richiamare la vostra attenzione sull'emendamento n. 54 proposto dall'onorevole Deß e da altri deputati. Se questo emendamento venisse adottato, porterebbe a un deprecabile dualismo tra i vecchi e i nuovi Stati membri, in quanto se si aumentano le quote, nei nuovi Stati membri bisognerebbe alzarle solo in funzione dell'anno di esercizio. Vedo che l'onorevole Deß è ancora in Aula, quindi forse potrà chiarire se l'anno di esercizio consente effettivamente l'aumento delle quote per i nuovi Stati Membri. Fortunatamente questo emendamento non è stato approvato, bensì respinto dall'Assemblea, il che mi ha permesso di votare a favore dell'intera relazione e mi compiaccio che il Parlamento non abbia permesso la creazione di due categorie di Stati membri in merito all'aumento delle quote latte.

 
  
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  Albert Deß (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, la relazione sulle quote latte sostiene un aumento di quest'ultime. Insieme a tutti i colleghi della CSU ho votato contro tutti gli emendamenti che prevedono tale aumento. Le quote latte pianificate fino al 31 marzo 2015 sono pensate per stabilizzare i mercati del latte europei, attualmente gravati da un eccesso di produzione.

Questa situazione ha avuto ripercussioni sui prezzi del latte. Un ulteriore aumento nelle quote aggraverà il crollo dei prezzi del latte che colpisce i produttori e mette a serio rischio le condizioni economiche di molti agricoltori. Non ci serve un aumento delle quote, quanto piuttosto un sistema che si mostri flessibile rispetto alla situazione del mercato. Se tuttavia la maggioranza del Parlamento e del Consiglio stabilisce di diminuire gradualmente le quote latte entro il 2015, si renderà necessaria la creazione di un fondo lattiero-caseario per continuare a garantire la futura produzione di latte nelle aree svantaggiate e nelle zone di pascolo.

 
  
  

- Relazioni Capoulas Santos (A6-0402/2008), (A6-0401/2008), (A6-0390/2008), (A6-0377/2008)

 
  
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  Daniel Hannan (NI).(EN) Signor Presidente, se mi proponessi di progettare il sistema di sostegno all'agricoltura più costoso, dispendioso, corrotto, immorale e burocratico possibile, non credo che sarei riuscito a produrre niente di altrettanto ingegnoso della politica agricola comune, un sistema che ci penalizza dapprima in quanto contribuenti, costringendoci a sovvenzionare la produzione di derrate alimentari per le quali non c'è mercato e ci penalizza ulteriormente in quanto consumatori, obbligandoci a sostenere i prezzi che ne derivano. Spesso ci penalizza una terza volta, come contribuenti, costringendoci a distruggere gli alimenti rimasti invenduti.

Al contempo, il sistema causa distruzione ambientale, in quanto i sussidi basati sulla produzione incoraggiano l'abbattimento delle siepi, l'utilizzo di pesticidi e di fertilizzanti dannosi e provocano naturalmente moltissimi morti per fame in Africa. Tali conseguenze sono particolarmente dannose, devo ammettere, per un paese come il suo e il mio, che è un importatore di derrate alimentari con un settore agricolo relativamente efficiente e che quindi si ritrova doppiamente penalizzato, versando più risorse nel sistema e ricavandone di meno rispetto ad altri Stati membri.

Con poche eccezioni, qualunque cosa noi facessimo, dal sostegno diretto all’adozione di un qualsiasi altro sistema, sarebbe meglio della politica agricola comune. E se avete pensato che mi sia scordato di dirlo, è arrivato il momento di indire un referendum sul trattato di Lisbona. Pactio Olisipiensis censenda est!

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0402/2008)

 
  
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  Christa Klaß (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione Capoulas Santos e dell'emendamento n. 186, che raccomanda una franchigia di 10 000 euro per la modulazione.

Questo emendamento riguarda l'agricoltura su piccola scala in Europa, settore nel quale il processo di modulazione deve essere applicato con moderazione. Le piccole aziende agricole europee hanno bisogno del sostegno dell'Unione europea, per continuare a esistere all'interno della struttura salariale dell'UE. Vogliamo che in Europa venga prodotto cibo sano, che questi alimenti siano disponibili a prezzi ragionevoli, e soprattutto vogliamo che la campagna sia amministrata. Se sono davvero questi i nostri obiettivi, dobbiamo sostenere i nostri agricoltori, per continuare anche in futuro a produrre cibo sano in Europa, che per lo più è caratterizzata da uno dei climi più favorevoli al mondo. Per questo ho votato a favore della relazione Capoulas Santos.

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0390/2008)

 
  
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  Hynek Fajmon (PPE-DE). (CS) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato contro la relazione Capoulas Santos concernente il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Abbiamo creato il programma due anni fa ed è entrato effettivamente in vigore soltanto l'anno scorso. I richiedenti hanno appena cominciato a preparare i loro progetti e a imparare le regole del fondo, e ora, dopo solo un anno, vogliamo già cambiare le regole. Non posso essere a favore di un passo del genere, perché determinerà solamente perdite e ritardi nei progetti di finanziamento necessari per le aree rurali. Cambiare le regole di frequente non può portare alcun beneficio ed ho quindi votato contro la relazione.

 
  
  

- Relazioni Capoulas Santos (A6-0402/2008), (A6-0401/2008), (A6-0390/2008), (A6-0377/2008)

 
  
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  Zdzisław Zbigniew Podkański (UEN).(PL) Signor Presidente, si tratta di un argomento molto importante. Dalla valutazione della politica agricola comune è emerso che la PAC avrà senso in futuro se si baserà su principi equi. Una politica agricola comune deve assicurare una serie di elementi fondamentali: sicurezza alimentare dell'Europa, autonomia e produzione di cibo per l'esportazione, sicurezza economica per le famiglie degli agricoltori, capacità di sopravvivenza della produzione agricola, sussidi equi per gli agricoltori appartenenti sia ai nuovi Stati membri sia ai vecchi, protezione della biodiversità, interruzione della coltivazione e dell'allevamento di organismi geneticamente modificati nell'intera Unione europea, le sviluppo delle aree rurali, progresso delle regioni più povere, protezione del patrimonio culturale e conservazione delle culture tradizionali. Una PAC efficace deve infine garantire agli abitanti delle aree rurali un accesso equo a educazione, cultura e sviluppo tecnologico. Questi obiettivi possono essere raggiunti unicamente se impareremo le lezioni giuste dall'esperienza esistente e adotteremo soluzioni coraggiose.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Raccomandazione per la seconda lettura: Karin Scheele (A6-0425/2008)

 
  
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  Šarūnas Birutis (ALDE), per iscritto. ? (LT) Il piano d'azione europeo sull''ambiente e la salute 2004-2010 riconosce la necessità di migliorare la qualità, la capacità di effettuare confronti e l'accessibilità dei dati concernenti le condizioni di salute e le malattie collegate all'ambiente attraverso il programma statistico comunitario. Ritengo che questo sia un regolamento molto importante poiché dobbiamo conoscere la percezione che la nostra società ha della sanità e la sua suscettibilità a malattie diverse. Il regolamento stabilisce un sistema congiunto per l'organizzazione delle statistiche comunitarie concernenti la sanità sociale e la salute e la sicurezza dei lavoratori.

E' molto importante che nell'Unione europea siano raccolti i dati sulla percezione dei cittadini riguardo a sanità, attività e disabilità fisiche e mentali, casi di malattie in aumento o in calo, lesioni, danni provocati da alcol e droghe, stile di vita e accessibilità alle istituzioni sanitarie.

Le statistiche dovranno includere informazioni essenziali per le azioni comunitarie nell'ambito della sanità sociale, mirate a sostenere le strategie sociali che sviluppino una sanità di qualità elevata e stabile, accessibile a tutti.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questo regolamento stabilisce un quadro normativo comune per la redazione sistematica di statistiche comunitarie concernenti la sanità pubblica e la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro. Al momento le informazioni statistiche riguardanti sanità pubblica e salute e sicurezza sul lavoro sono raccolte principalmente su base volontaria. L'adozione di questo regolamento formalizzerà l'attuale gentlemen's agreement e garantirà la continuità della raccolta dei dati oltre alla loro qualità e comparabilità.

In prima lettura nel 2007, il Parlamento europeo ha approvato 12 emendamenti alla proposta della Commissione, la maggior parte dei quali riguardava questioni orizzontali, come l'inclusione di genere ed età tra le variabili di suddivisione e l'utilizzo di un finanziamento aggiuntivo e complementare garantito da specifici programmi comunitari nei due settori oggetto del regolamento. In quell’occasione sono stati inoltre approvati alcuni emendamenti agli allegati riguardanti esclusivamente la sanità pubblica o la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, come la raccolta di dati inerenti alla protezione dalle pandemie e dalle malattie trasmissibili.

Nel corso dei successivi negoziati con la presidenza slovena, si è deciso di integrare nella posizione comune quasi tutti gli emendamenti approvati dal Parlamento europeo. Il Consiglio, inoltre, ha apportato alcune modifiche aggiuntive al testo, che sono risultate in generale accettabili.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. (PT) Questo regolamento stabilisce un quadro normativo comune per la redazione sistematica di statistiche comunitarie nell'ambito della sanità pubblica e della salute e sicurezza sul luogo di lavoro.

Le statistiche dovrebbero essere presentate sotto forma di una serie di dati comuni e armonizzati e dovrebbero essere realizzate da Eurostat insieme con gli istituti nazionali di statistica e le altre autorità nazionali responsabili della fornitura di statistiche ufficiali.

Al momento, i dati statistici sulla sanità pubblica e sulla salute e sicurezza sul luogo di lavoro sono raccolti principalmente su base volontaria.

Concordo con il regolamento proposto, poiché mira a consolidare i progressi compiuti nell'ambito di una regolare raccolta dei dati nei due settori in oggetto, formalizzando l'attuale accordo informale tra gli Stati membri, garantendo la continuità della raccolta dei dati e stabilendo un quadro normativo per migliorare la qualità e la comparabilità dei dati per mezzo di metodologie comuni. Il regolamento assicurerà certamente maggiore chiarezza in termini di pianificazione, sostenibilità e stabilità dei requisiti europei per i dati statistici riguardanti la sanità pubblica e la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. - Al momento non esistono regolamentazioni armonizzate per quanto concerne i dati statistici comunitari sulla sanità pubblica e la salute e sicurezza sul luogo di lavoro. L'armonizzazione di questi dati statistici migliorerà enormemente la comparabilità e incrementerà lo sviluppo delle politiche relative. La posizione comune accoglie appieno gli emendamenti proposti da quest’Assemblea in prima lettura e sono stato quindi in grado di sostenere la relazione Scheele.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. - (DE) Lo stress della vita lavorativa moderna con le nuove tipologie di contratti lavorativi, l'incertezza del lavoro stesso e lo squilibrio tra lavoro e tempo libero, comincia a lasciare il segno. I dati statistici indicano che i problemi di salute mentale sono attualmente una delle principali cause di un ritiro prematuro dalla vita lavorativa. L'incertezza del lavoro, ovviamente, è accompagnata da un aumento dei casi di bullismo, proprio come sono in costante aumento anche i problemi di salute, come il mal di schiena. Inoltre, negli ultimi anni, è aumentato il numero dei casi in cui gli impiegati sono stati licenziati durante un periodo di malattia o in seguito a un incidente sul lavoro. I problemi da affrontare sono numerosi e abbiamo bisogno di dati statistici per essere al corrente degli ultimi sviluppi. Per questa ragione ho votato a favore della relazione Scheele.

 
  
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  Dumitru Oprea (PPE-DE), per iscritto. (RO) E' evidente che abbiamo bisogno di dati statistici comunitari sulla salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, per sostenere le strategie mirate a sviluppare un'assistenza medica di elevata qualità, garantita e accessibile per tutti.

La salute e la sicurezza sul luogo di lavoro rappresentano un'area che promuove la protezione della vita, dell'integrità e della salute dei lavoratori e crea condizioni di lavoro che assicurino il loro benessere fisico, psicologico e sociale. Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo bisogno di un programma coerente e valido, che protegga i lavoratori dal rischio di incidenti e malattie connesse al lavoro.

Sono a favore della versione definitiva della relazione perché, al momento, non disponiamo di dati armonizzati e comuni in grado di dimostrare la qualità e la comparabilità delle informazioni fornite dai sistemi statistici di ciascuno Stato membro. Le statistiche comunitarie in materia di sanità devono essere adattate ai progressi e ai risultati ottenuti dalle misure comunitarie implementate nel settore della sanità pubblica.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. - (PL) Nella votazione odierna ho votato a favore della raccomandazione per la seconda lettura relativa alla posizione comune del Consiglio in vista dell’adozione del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alle statistiche comunitarie in materia di sanità pubblica e di salute e sicurezza sul luogo di lavoro.

Ritengo che la nostra strategia per la promozione della sanità dovrebbe porre particolare enfasi sulla prevenzione delle malattie e la diagnosi precoce. Tale strategia si rivelerà efficace se forniremo ai cittadini europei un sistema e strutture sanitarie adeguati e se ridurremo le discrepanze tra gli Stati membri dell'Unione europea nell'accesso al sistema sanitario.

Non saremo invece in grado di sviluppare una strategia congiunta per il sistema sanitario se le istituzioni statistiche competenti non avranno accesso ai dati più importanti. Anche l'approvazione di questo regolamento rappresenterà quindi un passo verso un migliore coordinamento dell'azione comunitaria in materia di statistiche sul sistema sanitario. La raccolta di informazioni concernenti pandemie e malattie infettive contribuirà senza alcun dubbio al miglioramento del loro controllo.

Bisogna altresì notare che, al momento, i dati statistici in materia di sanità pubblica e sistema sanitario sono raccolti unicamente su base volontaria. Il regolamento mira pertanto a formalizzare le soluzioni esistenti e ad assicurare continuità nella raccolta dei dati.

Il voto unanime della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza indica l'importanza e la correttezza della relazione.

 
  
  

- Relazione Kauppi (A6-0400/2008)

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. - Ho votato a favore della relazione Kauppi poiché ritengo che le società in tutta Europa devono essere in grado di operare in un contesto libero da oneri eccessivi. E’ tuttavia necessario consentire agli Stati membri di stabilire i propri requisiti e bisogna rispettare il principio di sussidiarietà. Sono lieto del fatto che la relazione Kauppi individui l'equilibrio corretto.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. - (PL) Ho votato a favore dell'accettazione della relazione riguardante la direttiva del Parlamento e del Consiglio concernente gli obblighi di pubblicazione e traduzione, volta a ridurre gli eccessivi oneri amministrativi imposti ad alcuni tipi di società.

La proposta ha come obiettivo l'eliminazione dalla legge nazionale di tutti gli obblighi di pubblicazione aggiuntivi che incrementano i costi d’impresa.

Secondo le regolamentazioni esistenti, le informazioni devono essere inserite nei registri commerciali degli Stati membri pubblicati sui bollettini ufficiali nazionali.

Al momento, poiché i registri commerciali pubblicano già informazioni in Internet, la pubblicazione sui bollettini ufficiali non crea, nella maggior parte dei casi, valore aggiunto, esponendo invece le società a costi elevati.

Le modifiche proposte consentiranno agli Stati membri di stabilire con flessibilità i propri requisiti riguardo agli obblighi di pubblicazione e di assicurare che le società siano sollevate da pagamenti aggiuntivi, spesso superflui.

 
  
  

- Relazione Schwab (A6-0349/2008)

 
  
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  Šarūnas Birutis (ALDE), per iscritto. − (LT) Lo scopo delle statistiche è fornire dati oggettivi e quantitativi ai quali si possa far riferimento nei processi decisionali o di formazione dell’opinione pubblica. Le statistiche dell’Unione e degli Stati membri sono una misura di sostegno diretto alle decisioni di ordine politico e amministrativo. Pertanto, nell’armonizzare i sistemi statistici dell’Unione, dobbiamo tenere conto della loro importanza.

E’ necessario garantire l’indipendenza scientifica della ricerca statistica in Europa. Inoltre, i regolamenti non devono contrastare con il principio della sussidiarietà.

Appoggio la proposta della Commissione sul regolamento relativo alle statistiche europee, che costituisce una base giuridica per raccogliere dati statistici a livello europeo e riconsidera l’ordinamento giuridico in vigore secondo cui è regolamentata l’organizzazione delle statistiche a livello europeo.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. − (FR) Votare contro una relazione che di primo acchito pare tecnica, poiché riguarda la generazione di statistiche a livello comunitario, potrebbe sembrare assurdo. Disporre di tali dati per agevolare il processo decisionale riveste infatti un certo interesse.

Nondimeno, nonostante le intenzioni dichiarate, il nuovo regolamento porta a generare nuove statistiche contorte e aumenta l’onere statistico a carico delle imprese e degli istituti nazionali in termini di burocrazia o costi finanziari, contrariamente agli impegni assunti in varie occasioni per semplificare e ridurre tale onere.

Inoltre, l’Europa di Bruxelles dimostra quotidianamente la propria opinione sulle cifre che dovrebbe verosimilmente utilizzare. Citerò soltanto due esempi. In primo luogo, le proposte limitate per sostenere l’economia reale, che sta entrando in una fase di recessione, sostegno che in ogni caso sarà subordinato alla supremazia dogmatica della benedetta concorrenza, del libero commercio globale e di un “insulso” patto di stabilità e crescita. In secondo luogo, la negazione dell’inflazione subita dai nuclei familiari dall’introduzione delle banconote e delle monete in euro. Nell’arco di 6 anni il prezzo di alcuni prodotti di base è raddoppiato o addirittura triplicato, mentre la BCE si concentra su aggregati globali e fuorvianti chiedendo la moderazione salariale.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. − (EN) La raccolta di dati svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo delle politiche e nel processo decisionale. La proposta della Commissione in questo ambito conferirà uno stato giuridico solido all’operazione e per questo ho votato a favore della relazione Schwab.

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0402/2008)

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Sulla base della relazione del collega portoghese Capoulas Santos, ho votato a favore della risoluzione legislativa recante modifica della proposta di regolamento del Consiglio che stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori. Per escludere qualunque rischio per gli approvvigionamenti, nel quadro di una gestione equilibrata e sostenibile del territorio è fondamentale affermare il concetto di sicurezza dell’approvvigionamento alimentare. Apprezzo e appoggio le richieste di semplificazione delle procedure. Sostengo inoltre gli strumenti comunitari di gestione delle crisi. Questo voto conferma un cambiamento favorevole nel modo in cui l’agricoltura viene tenuta presente nelle politiche dell’Unione. Tuttavia, il problema del futuro dell’agricoltura rimane irrisolto e sarà il tema centrale del dibattito elettorale del 2009 e dei negoziati politici che saranno avviati subito dopo le elezioni.

 
  
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  Alessandro Battilocchio (PSE), per iscritto. − Confermo il mio voto positivo alla relazione Capoulas Santos, ma rilevo due aspetti che rischiano di divenire insostenibili per gli agricoltori del mio Paese. Un primo punto riguarda le quote latte: l’aumento dell’uno per cento, frutto del compromesso raggiunto, rappresenta davvero un passo troppo corto ed è insufficiente a rispondere alle legittime istanze palesate dagli agricoltori.

Altro argomento insoddisfacente riguarda i fondi per il tabacco: anche andando contro le tesi del mio gruppo sono fermamente convinto che gli aiuti debbano essere prorogati. Un taglio delle sovvenzioni, infatti, non andrebbe a combattere il tabagismo in alcun modo, ma influirebbe negativamente sulla difesa del posto di lavoro di un settore che conta oltre 500.000 mila addetti nei 27 Stati. Spero in un miglioramento della proposta negli steps successivi all’odierna approvazione.

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM), per iscritto. − (NL) La valutazione dello stato di salute della PAC è un ambito ampio e importante. Che ci piaccia o meno, si indica il corso che la politica agricola dovrà seguire dopo il 2013. Al riguardo consentitemi di citare due aspetti.

Il sostegno disaccoppiato permette di sviluppare un’agricoltura più orientata al mercato e, pertanto, più competitiva e innovativa, ma non dovremmo dirigerci nell’altra direzione, ossia verso un mercato agricolo totalmente liberalizzato. Non riponiamo l’ombrello appena spuntato il sole. I meccanismi di intervento, la copertura assicurativa e così via vanno organizzati in maniera da evitare distorsioni del mercato e, nel contempo, fungere da vera e propria rete di sicurezza.

Le proposte volte a convogliare somme consistenti verso il secondo pilastro attraverso la modulazione non raccolgono il mio favore. Sembra che i fondi del primo pilastro siano spesi più saggiamente dei Fondi per lo sviluppo rurale. Prevedo inoltre ogni sorta di problemi di cofinanziamento per quanto concerne la parità di condizioni.

 
  
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  Hanne Dahl (IND/DEM), per iscritto. − (DA) Junilistan ha votato contro l’emendamento n. 208 presentato in riferimento alla relazione in esame perché lo scoppio di malattie animali infettive è dovuto a una scarsa separazione veterinaria degli animali. I problemi sorgono rispetto all’uso commerciale degli animali e sono dunque gli allevatori e l’intero comparto a doversi fare carico della responsabilità e del rischio associato alla corretta gestione degli animali per evitare malattie.

Un disegno di legge concernente un’assegnazione economica comune dei costi è una pessima idea in quanto, in fin dei conti, significherebbe che i cittadini pagherebbero per qualcosa di cui non sono responsabili.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL), per iscritto. − (GA) Lo scopo della riforma della PAC dovrebbe essere quello di migliorare la politica in maniera che la vita rurale in Europa sia più sostenibile in termini sociali, economici e ambientali.

La valutazione dello stato di salute è una misura mista contenente alcuni miglioramenti, ma che per altri versi non riesce ad affrontare le sfide che ci attendono. La vita rurale, specialmente l’agricoltura, deve confrontarsi oggigiorno con molte minacce. I giovani agricoltori sono costretti ad abbandonare la terra, mentre si compensano i grandi latifondisti se lasciano incolti preziosi terreni agricoli. Anche la biodiversità è a rischio.

Concordo con l’idea che debba essere possibile utilizzare i fondi di riserva per i nuovi e i giovani produttori, nonché per alcune categorie allevate nelle zone più svantaggiate, come gli ovini, che svolgono un ruolo importante ai fini della preservazione della biodiversità. Sostegno inoltre l’idea di anticipare nel corso dell’anno la domanda di pagamento agli agricoltori in maniera da assicurare una maggiore stabilità. Le nostre comunità rurali hanno bisogno di stabilità per pianificare il futuro.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE), per iscritto. − (EN) Sebbene abbia appoggiato la relazione Capoulas Santos (A6-0402/2008) sulla proposta di regolamento del Consiglio che stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori, non sono favorevole all’emendamento adottato in merito all’incremento della modulazione perché ciò comporterebbe lo storno di ulteriori fondi dal primo al secondo pilastro sottraendo direttamente reddito agli agricoltori (specialmente piccoli) in paesi come l’Irlanda. I fondi sarebbero destinati a regimi che richiedono il cofinanziamento da parte degli Stati membri, fonte di finanziamento incerta sulla quale non è possibile fare affidamento.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto. − (SV) Ho scelto di votare contro la relazione perché sotto vari aspetti si tratta palesemente di un passo nella direzione sbagliata rispetto alla proposta della Commissione. Un esempio è rappresentato dalla diluzione dei cambiamenti da apportare al sostegno diretto allo sviluppo rurale. La maggioranza ha accettato una riduzione degli aiuti diretti soltanto del 6 per cento per il 2009 e il 2010, mentre la Commissione aveva proposto di ridurla del 7 per cento nel 2009 e del 9 per cento nel 2010. Personalmente avrei voluto tagli ancora più decisi.

Si è inoltre innalzata la soglia per la trasformazione del sostegno diretto in aiuti allo sviluppo rurale. Secondo la proposta originaria, tale trasformazione sarebbe valsa per le sovvenzioni da 5 000 euro all’anno in su. La maggioranza ora ha votato per portare la soglia a 10 000 euro, per cui si riduce la quota degli aiuti agricoli passivi convertita in aiuti attivi allo sviluppo rurale. Il denaro sarebbe speso meglio avviando imprese nelle zone rurali anziché sostenendo colture già relativamente redditizie.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nonostante i miglioramenti apportati alla relazione, ai quali abbiamo contributo, non da ultimo con l’adozione della nostra proposta di portare l’esenzione dalla modulazione da 5 000 a 10 000 euro al fine di promuovere una maggiore giustizia sociale nel pagamento degli aiuti agli agricoltori, ci rammarichiamo per il fatto che altre proposte siano state rifiutate, anche se alcune avevano ricevuto più di 200 voti a favore, come il sostegno alla produzione di zucchero nelle Azzorre.

Ci rammarichiamo inoltre per la mancata adozione della proposta di assistenza semplificata agli agricoltori che ricevono somme fino a 1 000 euro, nonostante i 175 voti a favore. Sarebbe stato un modo per combattere la mancanza di sensibilità sociale nella proposta della Commissione snellendo il processo e riducendo la burocrazia, in realtà sfruttato come pretesto dalla Commissione europea per proporre che si aboliscano aiuti inferiori a 250 euro all’anno. Circa 90 000 piccoli agricoltori portoghesi potrebbero subirne le conseguenze.

Pertanto, nonostante il nostro voto finale contro la relazione, continuiamo a difendere le nostre proposte in quanto riteniamo che rappresentino la maniera migliore per sostenere gli agricoltori portoghesi e la nostra agricoltura a conduzione familiare.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. − (EN) Il partito laburista al Parlamento europeo nutre una serie di gravi preoccupazioni in merito alla presente relazione che perpetuerà e aggraverà le distorsioni esistenti a livello comunitario e globale per quanto concerne la produzione agricola. Visto il voto odierno con il quale si sono adottati vari emendamenti che rafforzano e peggiorano la situazione, non ho potuto, alla fine, votare a favore né della proposta emendata né del progetto di risoluzione legislativa, nonostante la relazione contenesse altri elementi specifici che avallo.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE) , per iscritto. − (PT) Sebbene concordi con la necessità di rivedere i regimi di sostegno agli agricoltori, ritengo che le proposte della Commissione vadano decisamente oltre il necessario incidendo negativamente sul reddito di una categoria che è custode del paesaggio rurale europeo e riveste un’importanza fondamentale per la nostra sovranità alimentare.

Per molti versi la relazione Capoulas Santos migliora la proposta della Commissione, soprattutto concedendo una maggiore flessibilità agli Stati membri per quanto concerne la fissazione delle soglie minime per i pagamenti.

Ho pertanto votato a favore della soglia di 10 000 euro all’anno per l’applicazione della modulazione, che favorirà molte aziende agricole di piccole e medie dimensioni, così come della non applicazione di percentuali di modulazione superiori alle cooperative e altre entità giuridiche costituite da più produttori che, presi separatamente, non ricevono più di 100 000 euro in maniera da non penalizzare ingiustamente gli agricoltori.

Sebbene la relazione non sia perfetta, visto che per esempio non prevede l’effetto ridistributivo dell’ulteriore modulazione, mi compiaccio per il risultato finale della votazione in plenaria ed è il motivo per il quale ho votato a favore della risoluzione legislativa.

 
  
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  Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) La commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo ha optato, come di consueto, per un iter diverso da quello scelto dalla Commissione. La commissione ha deciso di non riformare la politica agricola comune, bensì vuole incrementare i sussidi e garantire che i contribuenti accrescano i loro interessi economici.

Junilistan vuole assolutamente abolire le restituzioni alle esportazioni di prodotti agricoli e ha dunque votato a favore delle proposte che vanno in questa direzione. Attuando il dumping dei prodotti agricoli nei paesi poveri senza prestare attenzione alle conseguenze sociali l’Unione europea, a nostro avviso, sta creando molti danni all’estero.

Junilistan vuole abolire la politica agricola comune. Oseremmo dire che è una fortuna che il Parlamento europeo non abbia poteri di codecisione in merito alla politica agricola dell’Unione europea altrimenti quest’ultima cadrebbe nella trappola rappresentata dal protezionismo nonché dagli ingenti sussidi elargiti ai vari gruppi dell’industria agricola.

 
  
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  Jean-Marie Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Prima del 2013, l’anno della grande svolta in termini di bilancio che potrebbe segnare la fine della politica agricola comune causata da una rinazionalizzazione strisciante, gli Stati membri stanno tentando di raggiungere un accordo per una nuova riforma della politica agricola comune, successiva a quella occulta del 2003.

L’obiettivo dichiarato della Commissione consiste in un ulteriore adattamento al mercato tramite la riduzione dei sussidi diretti per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

Purtroppo la riforma non è all’altezza delle sfide che l’Europa deve fronteggiare a livello agricolo, vale a dire nutrire nove miliardi di persone nel 2050, occupare le aree agricole limitate, la dipendenza dai prezzi legata alla speculazione sulle materie prime agricole e così via.

In tale contesto, mutevole e incerto, dobbiamo difendere la deroga per l’agricoltura pattuita in sede di Organizzazione mondiale del commercio nella misura in cui agricoltura e industria alimentare non sono attività come le altre ma produzioni non trasferibili derivanti dal know-how e dall’ingegno di generazioni di agricoltori.

E se la valutazione dello stato di salute della politica agricola comune rappresentasse soltanto il primo passo verso la completa liberalizzazione della PAC senza regolamentazione e rete di sicurezza?

Dobbiamo essere accorti e denunciare qualsiasi deriva di carattere liberale su questo tema, il che non significa inazione.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. (DE) Non sono contenta del risultato di compromesso raggiunto in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale ma ne sono tuttavia moderatamente soddisfatta. Siamo riusciti a evitare il danno più grave che sarebbe derivato ai nostri agricoltori dalle disastrose proposte della Commissione e abbiamo garantito che tra il 2009 e il 2013 i pagamenti diretti non vengano ridotti del 13 per cento. Tali pagamenti, essenziali per i nostri agricoltori, dovrebbero venire ridotti soltanto dell’1 per cento nel 2009 e 2010 e al massimo del 2 per cento nel 2011 e 2012.

Se tali risorse confluissero, come da noi proposto, nel fondo latte per pagare i premi per i terreni da pascolo ai produttori di latte, la riduzione del reddito diretto ne risulterebbe attutita. Il prezzo del latte sta calando nuovamente ma non i costi di produzione; il prezzo del fertilizzante, ad esempio, è aumentato del 40 per cento. Purtroppo, ancora una volta, il commissario si oppone fieramente al fondo latte.

Anche se non tagliassimo i pagamenti diretti agli agricoltori fino al massimale di 5 000 o persino 10 000 euro all’anno, come è richiesto negli emendamenti che vanno oltre il compromesso proposto dalla commissione agricoltura e sviluppo rurale, ciò non avrebbe un impatto significativo sugli agricoltori a Lussemburgo, in quanto soltanto le aziende agricole gestite part-time scendono al di sotto della soglia dei 10 000 euro. La priorità consiste nel ridurre quanto più possibile i tagli altrimenti non ci sarà futuro a Lussemburgo per gli agricoltori impegnati a tempo pieno, e questo è inaccettabile.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. − Dichiaro il mio sostegno ad un incremento del 2 per cento delle quote latte per quattro anni, in quanto credo che ciò rappresenti un rallentamento più armonioso prima che si giunga all’abolizione del sistema delle quote latte nel 2015.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho espresso il mio voto a sfavore della relazione Capoulas Santos che stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell'ambito della politica agricola comune, in quanto ritengo che non si può salvaguardare la sostenibilità dell’agricoltura a livello europeo. Il settore agricolo necessita, infatti, di finanziamenti volti a preservare la sostenibilità del settore e della sicurezza alimentare in Europa. Tali finanziamenti, tuttavia, dovrebbero derivare dal bilancio comunitario e non dovrebbero penalizzare i piccoli e medi produttori in virtù dei livelli minimi previsti dagli stessi finanziamenti per accedere agli aiuti. Al contrario, ai fini del pagamento dovrebbe prevalere il criterio del lavoro personale e si dovrebbero in vece prevedere importi massimi di aiuto per ogni azienda.

Il sistema di gestione della crisi proposto dalla Commissione non raggiunge il suo obiettivo. Sarebbe più sensato creare un fondo pubblico di sicurezza basato sul finanziamento della Comunità volto a prevenire le crisi e le malattie delle piante nonché a garantire agli agricoltori un reddito minimo. Infine, la relazione non contiene alcuna proposta per avviare meccanismi che facciano fronte al cambiamento climatico che sta avendo effetti diretti sugli agricoltori europei.

 
  
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  Neil Parish (PPE-DE), per iscritto. − I membri conservatori al Parlamento europeo hanno votato contro la presente relazione in quanto rappresenta un passo nella direzione errata. Riteniamo essenziale che il processo di disaccoppiamento avviato con la riforma del 2003 venga esteso a tutti i settori per permettere agli agricoltori di produrre ciò che il mercato richiede e poter competere su un piano di parità. La relazione in esame resiste al disaccoppiamento e tenta persino di capovolgere le decisioni già prese, come l’inserimento del tabacco nel regime di pagamento unico. Stando alla relazione, i sussidi per il tabacco, legati alla produzione, si estenderebbero fino al 2012, e questa è per noi una proposta inaccettabile.

La relazione concede anche troppa flessibilità nell’uso dell’articolo 68, che potrebbe avere effetti di distorsione del mercato, reintrodurre surrettiziamente i pagamenti accoppiati e potrebbe anche essere contestata dall’Organizzazione mondiale del commercio. Infine, l’esenzione dei primi 10 000 euro dalla modulazione, unitamente ad un livello molto basso di modulazione obbligatoria nell’Unione europea, non genererà introiti sufficienti per una solida politica di sviluppo rurale così come colpirà gli agricoltori del Regno Unito in misura sproporzionata.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. (PT) Il dibattito sulla valutazione dello stato di salute della politica agricola comune (PAC) ha offerto un’ottima opportunità di avviare una discussione approfondita in merito alla sua riforma prevista per il 2013. Al fine di raggiungere con successo tale obiettivo, è necessario procedere con cautela insistendo tanto sulla competitività che sulla dimensione ambientale e sociale, sullo sviluppo rurale e la sicurezza alimentare.

L’accordo raggiunto tra i principali gruppi politici, dovuto alla grande determinazione del relatore, l’onorevole Capoulas Santos, fornisce già soluzioni e impostazioni che il Consiglio terrà auspicabilmente in debito conto. Sebbene al momento non si tratti di un’area di codecisione, il Parlamento ha lavorato con questo spirito e tale fatto può essere utilizzato dai governi.

Ho votato a favore del pacchetto visti i risultati raggiunti in termini di contributi comunitari ai premi d’assicurazione e al mantenimento di sussidi più bassi, che sono estremamente importanti in paesi come il Portogallo. Lo stesso vale anche per una soluzione equilibrata in materia di modulazione degli aiuti per lo sviluppo rurale, equilibrio che invece non abbiamo purtroppo raggiunto nel caso delle quote latte ove si evidenzia un danno potenziale per i produttori delle regioni settentrionali e centrali del Portogallo e delle Azzorre.

 
  
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  Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. (SV) Mi esprimo a favore della reiezione della relazione in esame e del suo rinvio in commissione poiché ha ulteriormente indebolito le riforme avanzate dalla Commissione che di per sé erano già di portata troppo limitata e troppo lente.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. (SV) La grande quantità di aiuti che l’Unione europea eroga all’agricoltura interna è immorale e ha effetti negativi diretti. Questi aiuti vanno a discapito della concorrenza globale, che sappiamo essere un presupposto di prosperità, giustificano le riforme richieste nel settore agricolo e riducono le possibilità di scelta di noi consumatori.

La proposta della Commissione è importante per ulteriori misure di liberalizzazione, in linea con le riforme del 2003. Pertanto non posso votare a favore delle relazioni dell’onorevole Santos volte a indebolire, in buona sostanza, la proposta della Commissione.

 
  
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  Marek Siwiec (PSE), per iscritto. − Oggi si è tenuta una votazione di grande importanza per tutti gli agricoltori dell’Unione europea. Tuttavia, vi sono degli agricoltori che non sono forti quanto gli altri, poiché non hanno ancora avuto il tempo necessario per adattarsi alle strutture agricole dell’UE. Hanno usato tutti i mezzi a loro disposizione per costruire aziende agricole sostenibili a partire dal momento in cui hanno avuto l’opportunità di farlo, ovvero dopo il 1989.

Questi agricoltori non sono i grandi produttori francesi e tedeschi che tutti conosciamo, sono ancora piccoli produttori che tuttavia rivestono un ruolo di fondamentale importanza per il mio paese, la Polonia. E’ di loro che abbiamo bisogno per realizzare un’area rurale in cui la gente vorrà vivere e lavorare nel futuro. Per questo hanno bisogno del nostro particolare sostegno. Per tale motivo ho votato oggi per aiutare i piccoli produttori, ad esempio in Polonia, per mostrare loro che possono contare sul mio e sul nostro sostegno oggi e in futuro.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sui programmi di aiuto agli agricoltori nel quadro della PAC, che sostengo.

L’Unione europea ha bisogno di aiutare gli agricoltori attraverso i pagamenti diretti e lo sviluppo delle infrastrutture rurali e deve investire nell’agricoltura visto, in particolar modo, il profilarsi di una crisi alimentare globale. Mi sono espressa a favore dell’emendamento n. 23 che riconosce la necessità di sostenere a livello comunitario il settore ovino che è in grave declino.

Ritengo, inoltre, che gli Stati membri dovrebbero essere autorizzati ad utilizzare, in via supplementare, il 5 per cento dei propri massimali per sostenere agricoltori o gruppi di produttori attraverso contributi finanziari alle spese correlate ai premi di assicurazione. E’ inoltre necessario prestare particolare attenzione ai piccoli agricoltori ed è per questo motivo che ho sostenuto l’emendamento n. 211, che introduce una deroga all’ulteriore riduzione dei pagamenti diretti a cooperative o gruppi di agricoltori e che centralizza i contributi da distribuire ai loro affiliati. Ho votato a favore degli emendamenti nn. 114 e 118 che consentono agli Stati membri di utilizzare fino al 15 per cento dei propri massimali nazionali per aiutare gli agricoltori a compensare gli svantaggi specifici derivanti al settore lattiero-caseario e ai produttori di carni bovine, ovine e caprine.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) I regolamenti per l’applicazione della valutazione sullo stato di salute della PAC rappresentano un passo decisivo verso il controllo della produzione agricola da parte di gruppi di imprese monopolistici, con l’obiettivo di incrementare i loro profitti. Nel contempo, stanno preparando il terreno per un attacco totale nel 2013 alle piccole e medie imprese, che sono già state indebolite.

Le grandi imprese stanno esercitando una notevole pressione affinché si porti a compimento una riforma della PAC più ampia e più rapida e affinché la si adatti alle regole dell’OMC, in modo tale che le multinazionali possano accaparrarsi ancor più terreni, consolidare la propria sovranità nella produzione e nella commercializzazione dei prodotti alimentari e rafforzare la propria competitività a livello internazionale.

Le conseguenze della PAC sono già visibili per i piccoli e medi agricoltori, in particolar modo a seguito del disaccoppiamento degli aiuti dalla produzione, previsto dalla riforma del 2003: abbandono delle fattorie, riduzione della popolazione rurale, estirpazione, abbandono delle campagne ed effetti ambientali avversi.

Queste conseguenze sono tangibili anche per i lavoratori, che si trovano a dover affrontare costi più elevati ed insostenibili dei prodotti alimentari e rischi sempre maggiori per la salute pubblica derivanti dall’impiego di sostanze nocive, di materie prime e tecniche di produzione di dubbia provenienza e natura.

Ci opponiamo radicalmente ai regolamenti proposti, che rivelano il carattere anti-rurale della PAC. Esortiamo, quindi, i piccoli e medi agricoltori ad unirsi ai lavoratori nella lotta comune contro la politica anti-rurale dell’Unione europea e il suo capitale.

(Dichiarazione scritta abbreviata ai sensi dell’articolo 163 del regolamento)

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0401/2008)

 
  
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  Sylwester Chruszcz (NI), per iscritto. (PL) Oggi ho votato a sfavore della relazione sul regolamento del Consiglio che modifica la politica agricola comune. Ritengo che il regolamento non sia in grado di soddisfare le aspettative di molti gruppi di produttori e che non riesca a ridurre il grande divario esistente tra gli agricoltori dei vecchi Stati membri e quelli di nuova adesione. Mi rammarico inoltre che la maggior parte dei deputati non si renda conto dei problemi del settore agricolo europeo e polacco, che necessita di cambiamenti. Non posso tuttavia accettare le modifiche proposte dalla Commissione .

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE), per iscritto. − Per quanto riguarda la relazione Santos (A6-0401/2008) sulla valutazione dello stato di salute della PAC, vorrei chiarire che, pur avendo votato a favore della relazione, v’è un aspetto della PAC, ovvero i sussidi per la coltivazione di tabacco, che mai ho sostenuto né posso accettare ora. Il tabacco è la coltura che, a livello comunitario, riceve il più elevato numero di sovvenzioni per ettaro.

Sin dall’inizio degli anni ’90, l’Unione europea spende circa 1 000 milioni di euro su base annua in sussidi ai coltivatori di tabacco. Nonostante gli sforzi per ridurli, si continuano a erogare sussidi ai coltivatori di tabacco nell’ordine di centinaia di milioni. (963 milioni di euro nel 2002). Queste sono le sovvenzioni di gran lunga più elevate, se paragonate ad altri settori agricoli, che generano incentivi falsati e notevoli livelli di inefficienza. La politica è stata molto costosa, non ha funzionato da un punto di vista commerciale ed è stata negativa per la reputazione dell’Unione europea, evidenziandone un’imbarazzante ambivalenza rispetto agli obiettivi di salute dichiarati. Gli aiuti al tabacco (ma non ai coltivatori di tabacco) dovrebbero essere aboliti e indirizzati a sostegno di un’agricoltura sana in tempi molto più brevi rispetto a quanto previsto.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto. (SV) La proposta della Commissione di eliminare gradualmente le quote latte è stata snaturata dalla richiesta di effettuare una revisione già nel 2010. Inoltre, la maggioranza ha spinto per la creazione di un fondo speciale per i prodotti lattiero-caseari. Credo che questa relazione avrebbe avuto maggior successo se fossimo riusciti a far passare un certo numero di emendamenti volti ad un maggiore adattamento al mercato come, ad esempio, l’adozione di un ulteriore incremento nelle quote latte. Sfortunatamente, nessuno di questi emendamenti è stato adottato e ho votato quindi a sfavore della relazione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Siamo spiacenti che siano state rifiutate le nostre proposte volte a una politica agricola comune differente, basata sul sostegno agli agricoltori produttivi, per combattere l’instabilità nei settori di produzione dovuta alle variazioni dei prezzi e basata altresì su meccanismi di regolazione del mercato atti a garantire un reddito dignitoso ai piccoli e medi agricoltori, al fine di evitare il declino nel mondo rurale e la desertificazione di molte regioni.

Ci rammarichiamo che sia stata respinta anche la nostra proposta volta a garantire finanziamenti da parte dell’Unione europea alle assicurazioni pubbliche degli Stati membri. L’obiettivo era quello di garantire agli agricoltori un reddito minimo in particolari circostanze di calamità quali siccità, tempeste, grandine, incendi boschivi o malattie epizootiche.

Ci opponiamo all’annuncio dell’interruzione del regime delle quote latte, alla rinazionalizzazione della politica agricola comune e alle continue ingiustizie nella erogazione degli aiuti.

L’insistenza nel difendere le proposte della Commissione, anche con taluni emendamenti, non rappresenta una base abbastanza solida per chiedere al Consiglio di assumere una posizione differente.

 
  
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  Christofer Fjellner (PPE-DE), per iscritto. (SV) Nella sua proposta, la Commissione europea intraprende diversi passi importanti nella giusta direzione per quanto riguarda la creazione di un settore agricolo più competitivo attraverso un ulteriore disaccoppiamento degli aiuti e l’abolizione dell’obbligatorietà della messa a riposo della terra, delle sovvenzioni alle esportazioni, delle quote latte, degli aiuti alla produzione e dei sostegno al mercato. La proposta comporta inoltre un trasferimento allo sviluppo rurale dei fondi provenienti dagli aiuti diretti alla produzione agricola, con particolare attenzione a quattro aree prioritarie, ovvero i cambiamenti climatici, le energie rinnovabili, la gestione idrica e la biodiversità. Poiché il Parlamento europeo era più incline a un numero inferiore di riforme e ad una velocità di cambiamento meno sostenuta, abbiamo deciso di appoggiare la proposta della Commissione e di votare contro i cambiamenti indicati dal Parlamento.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. (PT) Pur concordando sul fatto che le modifiche alla politica agricola comune raccomandate dalla Commissione siano necessarie, ritengo che, per quanto riguarda le quote latte, la proposta della Commissione sia molto dannosa per le regioni europee meno competitive e fortemente dipendenti dal settore lattiero-caseario.

Ritengo quindi che lo smantellamento delle quote latte ai sensi del regolamento (EC) n. 248/2008 non avrebbe dovuto avere inizio e non dovrebbe continuare come proposto dalla Commissione e accettato dal relatore.

La relazione Capoulas Santos presenta, tra l’altro, un elemento positivo nell’esortare alla stesura di una relazione nel 2010 per analizzare la situazione del mercato caseario.

Ho dunque votato a favore di questa relazione perché sostengo i cambiamenti riguardanti la raffinazione dello zucchero nelle Azzorre che permetteranno la prosecuzione di questa attività in una regione che non presenta alternative economiche valide.

 
  
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  Elisabeth Jeggle (PPE-DE), per iscritto. (DE) Nella votazione odierna sulla valutazione dello stato di salute della politica agricola comune (PAC), ho votato a sfavore della relazione sul settore lattiero-caseario. Credo che non si debbano aumentare ulterioriormente le quote senza una preliminare analisi di mercato. Ritengo che la richiesta del Parlamento di aumentare la quota dell’1 per cento in cinque fasi potrebbe inviare un segnale totalmente errato.

Tuttavia, accolgo favorevolmente il fatto che il Parlamento si sia pronunciato ancora una volta a favore del fondo per i prodotti lattiero-caseari. I fondi risparmiati dal bilancio agricolo e, in particolare, dal settore in esame, rappresenterebbero un modo efficace per allentarne la tensione e per ristrutturarlo. Mi unisco inoltre all’invito rivolto alla Commissione, al Parlamento e al Consiglio di predisporre, entro il 31 dicembre 2010, una relazione sul mercato caseario che fungerà da base per il dibattito sulle ulteriori misure da adottare per il controllo delle quote latte. Sono inoltre lieta che la franchigia per la modulazione sia stata aumentata da 5 000 a 10 000 euro su base annua. Ciò significa che il Parlamento è a favore di un ulteriore sostegno alle piccole imprese agricole che si trovano prevalentemente da noi, nel Baden-Württemberg e in Baviera.

 
  
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  Neil Parish (PPE-DE), per iscritto. − I deputati conservatori si sono espressi a favore degli emendamenti che consentono un aumento delle quote latte di almeno il 2 per cento annuo prima dell’abolizione del regime delle quote nel 2015, preparando così il terreno per lo sviluppo di un settore lattiero-caseario liberalizzato e di mercato. Non abbiamo sostenuto invece quegli emendamenti volti a bloccare gli aumenti delle quote. In conclusione, non sono stati adottati emendamenti significativi in nessuno dei due sensi, mantenendo di fatto invariata la proposta della Commissione.

Sebbene gli incrementi annui dell’1 per cento proposti dalla Commissione siano meglio di niente, li consideriamo comunque insufficienti. Respingiamo inoltre la riluttanza della relazione ad abolire taluni pagamenti accoppiati e misure di sostegno al mercato. Abbiamo quindi votato a sfavore della relazione nel suo complesso.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione volta a emendare il regolamento che modifica la politica agricola comune. Ho sostenuto l’emendamento n. 4 che consente l’aumento delle quote latte del 2 per cento per il 2008-2009 e dell’1 per cento per le campagne di commercializzazione 2009-2010 e 2010-2011. Questo fornirà gli elementi necessari per un’appropriata valutazione della situazione del mercato nel settore lattiero-caseario. Ho inoltre sostenuto il fatto che, nei casi in cui la situazione di tale mercato per l’anno corrispondente lo consenta, sia possibile aumentare le quote latte nei 12 Stati membri di nuova adesione. Alla luce di tutto ciò, dobbiamo garantire che la decisione di modificare le quote latte sia presa in tempi appropriati, prima dell’inizio della relativa campagna di commercializzazione (1° aprile dell’anno in oggetto).

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0390/2008)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) I contributi del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale costituiscono una forma di sostegno agli agricoltori, finalizzata a mantenere le aree rurali in buone condizioni dal punto di vista agricolo e ambientale. Mentre i generi alimentari prodotti nell'UE sono soggetti a severe norme, vengono importate merci sottocosto a cui si applicano tali disposizioni. A ciò si aggiunge l'aumento delle quote latte, che verranno definitivamente accantonate nel 2015, con un conseguente crollo dei prezzi e gravi difficoltà per gli allevatori. Le catene della grande distribuzione, come Hofer beneficiano infine di sussidi comunitari ed esercitano ulteriori pressioni sui coltivatori nazionali, per esempio utilizzando il latte come prodotto di richiamo.

A risentirne maggiormente sono i piccoli coltivatori delle aree rurali che dipendono dalla produzione di latte, ma che non sono in grado di svilupparla su vasta scala. I consumatori subiscono i rincari di latte e prodotti alimentari, ma il surplus a loro versato non viene percepito dai piccoli produttori. D'altro canto, tuttavia, sono gli allevatori a subire le conseguenze del crollo dei prezzi. Questa situazione deve cambiare, altrimenti ci troveremo a dipendere dall'importazione di generi alimentari, in seguito all'abbandono in massa delle aree rurali da parte degli agricoltori. Nell'UE i coltivatori diretti dipendono dai sussidi, per questo motivo ho espresso voto favorevole alla relazione Capoulas Santos.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR). Ho sostenuto l'emendamento n. 24 che fissa a 75 000 euro il contributo di avviamento per i giovani allevatori, che può essere concesso sotto forma di premio unico di importo non superiore a 50 000 euro, oppure di contributo in conto interessi di valore capitalizzato non superiore a 50 000 euro. Qualora le due forme di sostegno siano combinate, l'importo totale non può superare i 75 000 euro.

Ho votato inoltre a favore dell'emendamento n. 12 il quale, al fine di assicurare finanziamenti adeguati ai programmi di sviluppo rurale, sostiene la necessità di introdurre maggiore flessibilità per consentire l'utilizzo, all'interno dello stesso Stato membro, di risorse non erogate provenienti dai fondi strutturali destinati a questo scopo.

 
  
  

- Relazione Capoulas Santos (A6-0377/2008)

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) E' importante che i diversi aspetti di una politica siano reciprocamente coordinati, ma ciò non dovrebbe limitarsi al finanziamento. Nell'UE si ha spesso l'impressione che la mano destra non sappia che cosa fa la sinistra: promuoviamo, ad esempio, il trasporto di beni in tutta Europa, e al contempo elaboriamo misure di tutela ambientale volte a contrastare gli effetti negativi del trasporto. Un altro esempio: il sostegno alla produzione di tabacco viene attuato parallelamente alle misure per ridurre il consumo del tabacco stesso.

Lo stesso principio viene applicato alle aree rurali: da una parte ci sono i sussidi aggiuntivi, mentre dall'altra, per effetto dei requisiti stabiliti dal trattato di Maastricht e dallo sconfinato entusiasmo per le privatizzazioni, si assiste allo smantellamento delle infrastrutture al di fuori dei principali centri abitati e le aree rurali divengono via via più isolate. Se, come si prevede, in Austria le poste saranno privatizzate, nel giro di un decennio gli uffici postali al di fuori delle città disteranno almeno 20 chilometri l'uno dall'altro. Le zone rurali stanno diventando sempre più aree residenziali per persone anziane; il venir meno di questo importante punto di contatto per gli anziani ne aumenterà progressivamente l'isolamento. Non soltanto gli anziani, ma anche i soggetti socialmente svantaggiati e le persone con limitate capacità di spostamento risentono in modo particolare dei tagli alle infrastrutture. Ho votato a favore di questa relazione nella speranza che in futuro costituisca la base per un migliore coordinamento delle varie strategie e contrasti questi sviluppi negativi.

 
  
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  Dumitru Oprea (PPE-DE), per iscritto. (RO) Ho espresso voto favorevole alla relazione Capoulas Santos perché l'agricoltura è uno dei settori che richiedono particolare attenzione, soprattutto nei momenti di crisi.

In periodi come quello attuale, i consumi in genere diminuiscono, gli investimenti destinati all'agricoltura devono pertanto mirare a ridurre i costi operativi, pur senza compromettere la qualità della produzione agricola. In futuro occorrerà ripensare e determinare il vero valore della produzione agricola, altrimenti saranno sempre più numerosi i coltivatori che abbandonano i terreni agricoli in condizioni tali che non saranno più in grado di vendere la loro produzione a prezzi realistici. Sono frequenti i casi in cui i costi della produzione agricola non sono sufficienti nemmeno a coprire gli investimenti. Non dimentichiamo peraltro la necessità di individuare e utilizzare nel settore agricolo carburati alternativi, che rappresentano un ambito strategico di rilevanza mondiale.

La relazione è importante per le questioni che solleva. L'agricoltura deve figurare tra le priorità dell'UE.

 

9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
  

(La seduta, sospesa alle 13.05, riprende alle 15.00.)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 

10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
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11. Condizioni di ingresso e di soggiorno di cittadini di paesi terzi per l'esercizio di attività professionali altamente qualificate - Procedura unica di domanda di permesso di soggiorno e di lavoro
Video degli interventi
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  Presidente. – L'ordine del giorno reca, in discussione congiunta:

- la relazione (A6-0432/2008) presentata dall’onorevole Klamt, a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla proposta di direttiva del Consiglio sulle condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi che intendano svolgere lavori altamente qualificati [COM(2007)0637 - C6-0011/2008 - 2007/0228(CNS)];

- la relazione (A6-0431/2008) presentata dall’onorevole Gaubert, a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla proposta di direttiva del Consiglio relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornano legalmente in uno Stato membro.

I servizi del Parlamento mi informano che il padre dell’onorevole Klamt è venuto meno, per cui la nostra collega parlamentare non può essere presente oggi. Naturalmente le porgiamo le nostre più sentite condoglianze e ringraziamo l’onorevole Weber per essersi assunto l’onere di intervenire in veste di relatore in questa discussione.

 
  
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  Manfred Weber, relatore(DE) Signor Presidente, signor Vicepresidente, il motivo per cui prendo la parola oggi è già stato indicato. L’onorevole Klamt ha avuto una perdita in famiglia. Vorremmo porgerle le nostre più sentite condoglianze.

Vorrei iniziare esprimendo la mia gratitudine, a nome della relatrice, per l’ottima cooperazione in questo ambito. Come sapete, la relazione nasce dalla stretta cooperazione tra la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni e la commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo, nell’ambito del processo finalizzato a una maggiore collaborazione. Vorrei dunque ringraziare i colleghi parlamentari coinvolti, nonché i relatori ombra della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. La relatrice vorrebbe inoltre ringraziare, in particolare, la presidenza francese, con cui è stata in stretto contatto negli ultimi mesi. Tuttavia, in quanto membro del Parlamento europeo, vorrei sottolineare ancora una volta che sarebbe stato meglio se l’accordo siglato dagli ambasciatori fosse stato raggiunto dopo le delibere del Parlamento europeo. Sarebbe stato un segnale apprezzabile dell’intensità della collaborazione.

Per giungere al nocciolo della questione, siamo in concorrenza con paesi di tutto il mondo per attirare lavoratori altamente qualificati. Con una proporzione dell’1,72 per cento della forza lavoro totale, l’Unione europea si colloca in una posizione decisamente arretrata rispetto a tutti i suoi concorrenti. L’Australia, il Canada, gli Stati Uniti e addirittura la Svizzera contano una percentuale più elevata di lavoratori altamente qualificati nella propria forza lavoro. Nella concorrenza per attirare i migliori cervelli, l’Unione europea parte da una posizione svantaggiata. Sappiamo tutti che questa questione svolge un ruolo decisivo per il nostro futuro e per la capacità delle nostre economie nazionali di creare innovazione.

Facendo tesoro di otto emendamenti di compromesso, l’onorevole Klamt è stata in grado di giungere a un accordo con gli altri gruppi parlamentari sui criteri essenziali. La relazione dell’onorevole Klamt, approvata dalla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, contiene i principali criteri per l’ingresso di lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi terzi. Il primo aspetto affrontato riguarda la definizione di “lavoratori altamente qualificati” e interessa i salari che vengono corrisposti. L’ambito di applicazione della direttiva comprende, da una parte, le persone in possesso di un titolo di istruzione superiore e, dall’altra, le persone con almeno cinque anni di esperienza professionale equivalente. La Commissione, inizialmente, aveva proposto tre anni di esperienza professionale. Il Parlamento europeo si è spinto oltre, anche per quanto attiene al criterio salariale. Il limite salariale minimo dovrebbe essere pari a 1,7 volte il salario annuale lordo medio. Il Consiglio ha optato per un fattore di 1,5. Mi preme pertanto sottolineare come il Parlamento europeo richieda una definizione del concetto di “lavoratori altamente qualificati” di livello superiore.

Il secondo aspetto riguarda la fuga dei cervelli, un tema di non trascurabile portata. Come dovremmo affrontare questa sfida? Non dovremmo reclutare lavoratori altamente qualificati in paesi terzi che ne hanno un disperato bisogno. E’ possibile respingere una domanda per il rilascio della Carta blu se la fuga dei cervelli rappresenta un problema serio. Tuttavia, dobbiamo anche essere onesti con noi stessi. Per quanto prendiamo seriamente la questione della fuga dei cervelli, non dimentichiamo che concorriamo su un mercato mondiale e che, pertanto, non possiamo prescindere dall’assegnazione di un limite temporale alla Carta blu.

Naturalmente i fattori amministrativi non sono gli unici a poter accrescere di molto la nostra attrattiva agli occhi dei lavoratori altamente qualificati. Svolgono infatti un ruolo altrettanto importante anche questioni di natura culturale, quali l’apertura nei confronti dell’immigrazione e la capacità di attirare gli elementi migliori. Tuttavia non dobbiamo trascurare il valore aggiunto che la Carta blu può apportare all’Europa. Per la prima volta, siamo riusciti a creare un sistema di ingresso standardizzato che copre tutta l’Europa. Si tratta di un valore aggiunto notevole.

La votazione di domani è importante per noi anche perché abbiamo introdotto un emendamento speciale, che mette in evidenza la preferenza comunitaria: in pratica, quando i lavoratori europei sono qualificati per una determinata mansione, devono avere la precedenza ai fini dell’emissione della Carta blu. Mi preme sottolineare che eravamo tutti d’accordo su un punto e dovremmo fare in modo che i paesi di origine ne vengano informati: nonostante l’esistenza di una procedura standardizzata, non vogliamo definire quote europee. In altri termini, non vogliamo specificare quali dovrebbero essere i livelli di immigrazione. Questo aspetto deve e dovrebbe rimanere sotto l’egida nazionale. A nome della relatrice, vorrei ringraziare di nuovo tutti coloro che hanno partecipato alla stesura di questa relazione. Spero che il risultato della votazione di domani sia soddisfacente quanto quello ottenuto in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

 
  
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  Patrick Gaubert, relatore. (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono particolarmente lieto che la nostra discussione verta sull’immigrazione legale oggi. Avremo così la possibilità di partecipare a una discussione che non si concentra o non si concentra più sulla criminalizzazione dell’immigrazione clandestina, ma che sottolinea, a giusto titolo, gli aspetti positivi e il considerevole contributo dell’immigrazione legale per le aziende europee.

E’ importante, nell’attuale contesto demografico, ricordare agli europei il contributo significativo offerto dall’immigrazione alla prosperità economica e allo sviluppo dell’Unione europea. Le ultime previsioni demografiche a nostra disposizione mettono in luce rischi di non trascurabile portata in merito alla sostenibilità dei sistemi pensionistici, sanitari e previdenziali.

A fronte di questa situazione, l’Unione europea ha operato una scelta chiara: promuovere una politica di immigrazione comune tesa a incoraggiare l’immigrazione economica legale, gestita in maniera efficiente e in linea con le esigenze dei mercati nazionali. Oggi stiamo quindi discutendo due testi legislativi pragmatici e lungimiranti, che dovrebbero soddisfare il fabbisogno di manodopera chiaramente indicato dai nostri Stati membri.

Approvando questi due testi contemporaneamente, il Parlamento europeo invia un chiaro messaggio di apertura: si tratta di un’occasione da non perdere per illustrare all’opinione pubblica, ai nostri concittadini e ai paesi terzi le azioni positive che stiamo intraprendendo in materia di immigrazione. Non dobbiamo provare vergogna per le scelte operate in questo ambito e non abbiamo bisogno di lezioni da parte dei leader di paesi terzi, che non sono in grado di condurre politiche adeguate per evitare che i propri cittadini rischino la vita per cercare condizioni migliori in Europa.

Ora, per quanto concerne in maniera specifica la direttiva sulla procedura unica di cui sono relatore, vorrei sottolineare, in primo luogo, come la proposta crei un sistema di sportelli unici per i cittadini di paesi terzi che vogliano soggiornare in uno Stato membro per potervi lavorare. La direttiva prevede una procedura di domanda unica più semplice, breve e rapida sia per il datore di lavoro che per l’immigrato, nell’intento di ridurre le procedure burocratiche e semplificare le azioni amministrative. Questa procedura e il permesso unico, inoltre, agevoleranno i controlli di validità dei permessi, sia per l’amministrazione che per i datori di lavoro.

In secondo luogo, la proposta di direttiva garantirà parità di trattamento a tutti i cittadini di paesi terzi in svariati ambiti. Il riconoscimento dei diritti socioeconomici fondamentali degli immigrati legalmente presenti sul territorio dell’Unione europea e dei nuovi arrivati contribuirà alla loro integrazione e si tradurrà, pertanto, in una migliore coesione sociale.

Il regime di parità di trattamento riguarda le condizioni di lavoro, la sanità, la sicurezza sul luogo di lavoro, l’istruzione, la formazione professionale continua, il riconoscimento delle qualifiche, la previdenza sociale, la copertura sanitaria, la trasferibilità delle pensioni, l’accesso a beni e servizi e agevolazioni fiscali.

In realtà sono comunque previste delle restrizioni realistiche, ma faremo in modo che non vadano oltre quanto già pianificato per la Carta blu. Si deve tenere conto degli interessi degli immigrati e si devono tutelare i loro diritti. Dai dati emerge infatti che il tasso di disoccupazione tra gli immigrati è superiore rispetto a quello dei cittadini dell’Unione europea, che gli immigrati si trovano spesso in situazioni di precarietà lavorativa e che la padronanza della lingua del paese ospitante rappresenta spesso un grande ostacolo.

I due testi proposti dalla Commissione – e colgo l’occasione per lodare il suo buon senso – corrispondono alla nostra idea di politica d’immigrazione: una politica ragionevolmente ferma e umana. Vorrei inoltre ringraziare il Consiglio e la presidenza francese per gli sforzi profusi – rapidi ed efficaci –al fine di spianare la strada a un’approvazione rapida di questi due testi perfettamente complementari.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signor Presidente, onorevole Weber e onorevole Gaubert, signor Vicepresidente della Commissione. Innanzitutto chiedo cortesemente all’onorevole Weber di trasmettere le nostre condoglianze e tutto il nostro affetto all’onorevole Klamt, che ovviamente non può essere qui con noi oggi.

Quasi quattro anni fa, nel mese di gennaio 2005, la Commissione europea ha annunciato un’importante discussione sulle prospettive di una politica europea proattiva in materia di immigrazione economica. All’epoca si osservò che permanevano una certa resistenza e numerose riserve, sottolineando la necessità di giungere a un consenso su questo punto. L’onorevole Gaubert lo ha osservato nella sua relazione, ponendo altresì l’accento sul sorprendente cambiamento di opinione verificatosi da allora. L’immigrazione economica è diventata il primo pilastro della politica d’immigrazione comune, che gli Stati membri hanno deciso di adottare approvando il patto europeo sull’immigrazione e l’asilo in occasione del Consiglio europeo del 16 ottobre.

Il Parlamento europeo, oggi, voterà in plenaria sui primi due testi comunitari atti a definire strumenti comuni in materia di immigrazione economica. Il primo, la Carta blu, consente l’accesso su tutto il territorio europeo a lavoratori altamente qualificati e istituirà un insieme di diritti e agevolazioni amministrative.

Il secondo, il permesso unico, che nasce dalla fusione tra un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro, ridurrà in misura significativa le difficoltà amministrative per tutti coloro che verranno a lavorare legalmente sul territorio europeo, garantendo loro un insieme di diritti in tutta l’Unione.

Questi due testi dimostrano il reale impegno dell’Unione per la promozione dell’immigrazione legale, come sottolineato dai relatori, nonché la sua volontà di facilitare la vita dei cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente sul nostro territorio. In breve, dimostrano che l’Europa non è quella “fortezza” che alcuni vorrebbero ancora vedere.

Vorrei esprimere anch’io il mio apprezzamento per il lavoro svolto dai relatori su queste due proposte. Il loro contributo ha spianato la strada a una cooperazione molto attiva – e sono lieto di sottolinearlo – tra il Consiglio e il Parlamento per l’intera durata dei lavori.

Innanzitutto, mi soffermerò sulla questione della Carta blu. A meno di un anno dalla presentazione della proposta della Commissione, il Consiglio è riuscito a fornire un approccio comune. Non si trattava di un compito facile, data la regola dell’unanimità. Il Consiglio ha tenuto conto, grazie all’ottima cooperazione instauratasi con l’onorevole Klamt, di svariati spunti di riflessione proposti dal Parlamento europeo, tra cui la definizione dei beneficiari della Carta, le relative condizioni di rilascio, l’attenzione prestata al metodo del reclutamento etico e le possibilità di una migrazione circolare, nonché l’eliminazione della discriminazione basata sull’età e la necessaria flessibilità relativa alla validità della carta.

Vi è però un aspetto sul quale le posizioni del Parlamento europeo e del Consiglio differiscono in maniera significativa: la questione del criterio salariale. Il Consiglio ha accettato una soglia più bassa, con possibili ulteriori deroghe per i settori interessati da una carenza di manodopera, aprendo così i vantaggi della Carta blu a un numero maggiore di persone. Date le proposte che sono state avanzate, spero che il Parlamento europeo possa accettare la posizione del Consiglio e quindi ampliare l’ambito di applicazione della Carta blu.

Questo lavoro si mostra promettente, dato che ci dovrebbe consentire di conseguire un successo che invierà un triplice messaggio ai nostri concittadini europei sulla determinazione dell’Europa di organizzare un sistema di immigrazione legale, in particolare per scopi lavorativi. E’ davvero il primo testo nell’ambito di questo specifico obiettivo. E’ anche un messaggio sulla reattività dell’integrazione europea, il cui simbolo – la Carta blu –offrirà ai residenti di paesi terzi altamente qualificati e ai membri delle loro famiglie una mobilità reale in Europa, nel rispetto dei poteri di tutti gli Stati membri, che conserveranno, ovviamente, il controllo dei singoli mercati del lavoro. Il terzo messaggio riguarda l’importanza attribuita dall’Unione al rafforzamento dell’attrattiva esercitata sulle competenze e i talenti in un mondo ormai globalizzato, in linea con gli sforzi intrapresi per stimolare la competitività dell’Europa nell’ambito della strategia di Lisbona.

In tal modo, l’Unione europea concilia la volontà di rafforzare la propria attrattiva con il rispetto degli impegni assunti a favore dello sviluppo dei paesi più poveri. Il Consiglio ha fatto in modo che venisse inserita nella direttiva tutta una serie di proposte destinate a prevenire e limitare la fuga dei cervelli. Intendo dichiararlo in maniera solenne in questa sede e ritornerò, ovviamente, su questo punto nelle risposte ai diversi interventi che sicuramente formulerete, dato che sono ben cosciente dell’importanza, assolutamente legittima, da voi attribuita a una cooperazione efficace ed equa con i paesi d’origine, in particolare nord-africani.

Passo adesso alla direttiva volta a istituire un permesso unico, che nasce dalla fusione tra il permesso di soggiorno e il permesso di lavoro. Anche in questo caso si tratta di un testo importante, che agevola significativamente l’immigrazione economica in un contesto legale, trasparente, reattivo e prevedibile, in grado di ridurre le procedure amministrative che, troppo spesso, frenano il fenomeno dell’immigrazione, per quanto necessario ai fini dell’equilibrio economico e demografico dell’Unione. Questo testo, soprattutto, definisce per la prima volta un insieme comune di diritti per tutti i lavoratori di paesi terzi che lavorano e soggiornano legalmente nell’Unione.

L’accoglienza riservata inizialmente a questa direttiva non consentiva di prevedere progressi sostanziali a breve termine. Ciononostante, i lavori condotti sulla Carta blu hanno consentito di spianare poco a poco la strada a un tema così complesso. La presidenza non ha lesinato gli sforzi per progredire il più possibile nell’esame di questa proposta, tenendo naturalmente debito conto delle posizioni del Parlamento.

I lavori su questo testo si sono accelerati e siamo fiduciosi di poterne definire gli elementi principali entro la fine di dicembre. La proposta verrà esaminata per la prima volta dai ministri in occasione del Consiglio "Giustizia e affari interni" che si terrà il 27 e 28 novembre. Ovviamente, un segnale positivo da parte del Parlamento europeo sull’opportunità e il valore aggiunto di questo testo alimenterà le dinamiche che cominciano a tratteggiarsi, e che possono spianare la strada all’adozione finale di questa direttiva che semplifica, ovviamente, la vita degli immigrati.

 
  
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  Jacques Barrot, vicepresidente della Commissione. (FR) Signor Presidente, vorrei anch’io esprimere i miei più sentiti ringraziamenti ai relatori, l’onorevole Klamt – a cui trasmetto il mio affetto sulla scia del sottosegretario Jouyet – e naturalmente, l’onorevole Gaubert. Le loro relazioni sono di ottima qualità e ringrazio i due relatori della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, l’onorevole Jeleva e l’onorevole Masiel. Vorrei ringraziare anche l’onorevole Weber, che ha fatto le veci di relatore in sostituzione dell’onorevole Klamt.

Le due direttive proposte sono le prime di una serie annunciata dalla Commissione nel 2005 nel proprio piano d’azione sull’immigrazione legale. Sono importanti non solo per gli immigrati stessi, ma anche per i nostri Stati membri e le loro aziende. Sulla scia delle parole dell’onorevole Gaubert e del suo intervento, signor Presidente in carica del Consiglio, vorrei sottolineare come queste due direttive mettano in luce l’effettiva importanza di questo patto sull’immigrazione e l’asilo, che la presidenza francese ha accompagnato fino alla sua definizione finale. Esse dimostrano, inoltre, che il patto è davvero bilanciato e mettono in evidenza il desiderio degli europei di aprirsi ai flussi migratori, che possono rivelarsi particolarmente utili e positivi per il futuro della nostra società europea.

Questi due testi, pertanto, ci consentono di mostrare il volto di un’Unione europea aperta, che accoglie i cittadini di paesi terzi, i quali hanno quindi la possibilità di soggiornare e lavorare legalmente sul suo territorio indipendentemente dal livello di qualifica e, ovviamente, nel pieno godimento dei loro diritti. Questi testi dimostrano inoltre la capacità dell’Unione europea di trovare un accordo sugli strumenti comuni per l’immigrazione economica e un opportuno equilibrio tra le aspettative della società, i diritti degli immigrati e i bisogni dei loro paesi d’origine.

Mi soffermerò innanzitutto sullo strumento orizzontale: la direttiva sul permesso unico e i diritti dei lavoratori immigrati. Sono lieto di vedere confermate le grandi linee della proposta originale della Commissione, in particolare per quanto concerne la procedura unica, il permesso unico per i cittadini dei paesi terzi ammessi come lavoratori nonché l’insieme comune di diritti per tutti, per tutti gli immigrati che lavorano legalmente, indipendentemente dal motivo iniziale del loro soggiorno.

E’ essenziale fare in modo che tutti i cittadini di paesi terzi che lavorano legalmente si vedano riconosciuto lo stesso insieme comune di diritti in tutti gli Stati membri. Mi sembra una scelta conforme a tutti i grandi principi europei in materia di diritti fondamentali.

Inoltre, onorevole Gaubert, la sua relazione suggerisce elementi nuovi o aggiuntivi che la Commissione può appoggiare. Vorrei citare, in particolare, tre emendamenti: l’emendamento che concede un permesso di soggiorno temporaneo in caso di ritardi dell’amministrazione nell’esame di una domanda di rinnovo; gli emendamenti tesi a rafforzare i diritti procedurali e, infine, gli emendamenti che prevedono la possibilità di richiedere il permesso unico quando si risiede già legalmente in uno Stato membro.

La Commissione comprende e condivide il desiderio del Parlamento europeo di eliminare ogni restrizione dall’articolo che prevede la parità di trattamento e, rivolgendomi alla presidenza, ovviamente auspico che, nella misura del possibile, il Consiglio possa mostrarsi aperto nei confronti di questi emendamenti.

Passiamo adesso alla proposta di Carta blu europea esaminata nella relazione dell’onorevole Klamt, e ricordata dall’onorevole Weber. La Carta blu è volta a migliorare l’attrattiva dell’Unione e la sua capacità di attirare lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi terzi affinché l’immigrazione legale contribuisca a rafforzare la competitività della nostra economia, a complemento della strategia di Lisbona.

La relazione sottoposta all’attenzione del Parlamento si pone sulla stessa linea della Commissione, sottolineando la necessità e l’urgenza di creare questo sistema comune in Europa. La Commissione, quindi, sottoscrive apertamente le conclusioni della relazione, nonostante qualche riserva. In primo luogo, la Commissione è sicuramente favorevole agli emendamenti volti ad accrescere l’attrattiva del sistema, come per esempio gli emendamenti tesi a eliminare ogni restrizione alla parità di trattamento e all’accesso al mercato del lavoro dopo due anni di titolarità di una Carta blu. In secondo luogo, l’inserimento dei rifugiati nella categoria dei soggiornanti legali che possono godere di questo regime: questa agevolazione non era presente nella proposta iniziale, ma ci sembra valida da ogni punto di vista, sia esso politico, umanitario ed economico.

Infine, il mantenimento del criterio dell’esperienza professionale per alcune professioni: nel settore delle nuove tecnologie, in particolare, l’esperienza e le capacità di una persona valgono di più di qualunque diploma.

La Commissione non può però accettare l’emendamento atto a limitare il rilascio della Carta blu solo ai cittadini di paesi con cui l’Unione ha firmato degli accordi. Chiaramente questo emendamento intende ridurre gli eventuali effetti negativi per i paesi in via sviluppo, ma la Commissione ritiene che finirebbe per limitare eccessivamente l’applicazione della direttiva. Inoltre, esso potrebbe comportare un rischio di discriminazione nei confronti degli immigrati altamente qualificati, che potrebbero quindi utilizzare i sistemi nazionali sui quali né la Commissione, né il vostro Parlamento hanno alcun potere di controllo.

Analogamente, nutro delle riserve sulla proposta di rendere facoltativa la deroga al diritto alla migrazione circolare. In realtà, è più corretto dire che me ne dissocio. La possibilità di tornare, per due anni, nel paese di origine senza perdere lo status di soggiornante di lungo periodo è essenziale se vogliamo agevolare gli scambi di personale tra università e ospedali, per esempio, o anche per incoraggiare i cittadini di paesi terzi in uscita a impegnarsi nei confronti dello sviluppo dei propri paesi di origine. L’emendamento proposto in merito limiterebbe la migrazione circolare, che vorremmo invece vedere sempre più sviluppata.

Infine, vorrei soffermarmi brevemente sull’evidente necessità di tener conto delle condizioni del mercato del lavoro. Come ha ricordato l’onorevole Weber, l’Europa è composta da mercati del lavoro distinti tra loro e spetta effettivamente a ogni Stato membro determinare il numero di immigrati che è in grado di accogliere. Ovviamente, non dobbiamo dimenticare nemmeno che, nell’ambito del mercato del lavoro, il dovere di accogliere tutti i cittadini europei degli altri Stati membri.

In conclusione, e mi rivolgo alla presidenza, nella persona del sottosegretario Jouyet, spero che i ministri che si riuniranno la settimana prossima in seno al Consiglio possano attingere, nella misura del possibile, agli emendamenti del Parlamento europeo, che apportano sicuramente un valore aggiunto. Spero inoltre che, entro la fine dell’anno, si possa dimostrare che l’Europa, ben lungi dall’essere chiusa su se stessa, intende aprirsi a questi flussi migratori, pur consapevole che intendiamo muoverci sempre più verso una gestione concertata dei flussi migratori con i paesi d’immigrazione.

(Applausi)

 
  
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  Danutė Budreikaitė, relatore per parere della commissione per lo sviluppo. (LT)? Con la proposta relativa alla Carta blu, si spera di attirare nell’Unione europea manodopera qualificata che soggiorni sul suo territorio a titolo temporaneo per poi stabilirsi a lungo termine. La proposta precisa che non si assisterà al fenomeno della fuga dei cervelli, bensì a un ritorno o una circolazione dei cervelli, il che è alquanto improbabile.

Come si pone la proposta nel contesto delle politiche di cooperazione allo sviluppo?

Con l’introduzione della Carta blu, i paesi in via di sviluppo perderanno professionisti specializzati, alla cui formazione ha contribuito anche l’Unione europea, in particolare nei settori più delicati, quali l’istruzione e la sanità. La carenza di questi specialisti dovrà forse essere colmata da volontari provenienti dai nostri paesi.

Inoltre Regno Unito, Irlanda e Danimarca non partecipano al sistema della Carta blu non abbracceranno il principio di non invitare specialisti di paesi terzi operanti in settori delicati. In tal caso, le iniziative volte a sostenere i paesi in via di sviluppo sembrano false. A quanto pare, saranno gli interessi imprenditoriali a prevalere.

In realtà, la Carta blu potrebbe essere causa di un considerevole danno culturale nei paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Jan Tadeusz Masiel, relatore per parere. (PL) Signor Presidente, signor Commissario, signor Ministro, la direttiva sull’ingresso nell’Unione europea di cittadini di paesi terzi qualificati rappresenta il primo passo determinante verso una politica d’immigrazione comune dell’Unione europea. E’ il primo tentativo serio di limitare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di promuovere l’immigrazione legale in Europa.

Nel preparare il regime della Carta blu, ci siamo trovati in preda a un dilemma: da un lato, il timore che questo sistema possa essere oggetto di abuso da parte dei cittadini di paesi terzi e, dall’altro, la speranza che i nuovi arrivati possano soddisfare le esigenze dei nostri mercati del lavoro e contribuire allo sviluppo della nostra economia. La Carta blu dovrebbe diventare una sorta di scheda telefonica dell’Europa, rendendola un luogo più interessante in cui vivere e lavorare per i lavoratori specializzati di cui le nostre piccole e medie imprese hanno bisogno.

Dal punto di vista della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, che rappresento oggi, era importante garantire che i lavoratori provenienti da paesi esterni all’Unione europea venissero trattati alla pari dei nostri stessi cittadini. Per tale motivo, dovevamo prevedere la parità salariale, consentire il ricongiungimento familiare e offrire l’accesso alle prestazioni sociali di base, in modo tale da conseguire un’integrazione rapida e completa dei nuovi arrivati. In conclusione, vorrei ringraziare i relatori ombra per la loro assistenza e informare la presidenza francese che la commissione per l’occupazione e gli affari sociali ha operato con grande rapidità per assisterla nel raggiungimento dei suoi obiettivi prima della scadenza del suo mandato.

 
  
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  Rumiana Jeleva, relatore per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. (BG) Vorrei complimentarmi con l’onorevole Gaubert per la sua relazione sulla proposta di direttiva del Consiglio relativa al rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro. Sono stata relatrice per parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali in merito a questa direttiva. In quanto parlamentare eletta in Bulgaria, uno dei dieci Stati membri che sono stati soggetti a periodi transitori, mi oppongo fermamente alle restrizioni al libero accesso al nostro mercato del lavoro per una fetta considerevole della manodopera europea. Per tale motivo accolgo con favore gli sforzi profusi dalle istituzioni europee per garantire parità di trattamento a tutti coloro che soggiornano e lavorano legalmente nell’Unione europea.

Questa direttiva dovrebbe funzionare come strumento orizzontale. Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che sono già in vigore o stanno per essere approvate delle direttive specifiche: penso, per esempio, alle direttive sui lavoratori stagionali, sui soggiornanti di lungo periodo e sulla Carta blu, che stiamo discutendo oggi. Nella formulazione della nostra posizione, ho potuto contare sul sostegno delle nostre commissioni parlamentari e ritengo che i testi che abbiamo proposto definiscano i diritti dei lavoratori di paesi terzi in maniera equilibrata. Vorrei citare, in particolare, il diritto all’istruzione, il riconoscimento delle lauree e dei diplomi, le condizioni di lavoro, l’accesso al sistema di previdenza sociale, le agevolazioni fiscali e altro ancora. Questa direttiva offre ai lavoratori di paesi terzi una selezione minima generale di diritti in materia lavorativa. Di conseguenza, i diritti concessi a questi lavoratori non dovrebbero superare i diritti garantiti ai sensi delle singoli direttive dedicate ai vari temi citati. In particolare, è per questo motivo che la proposta della Commissione europea prevede condizioni particolari per l’esercizio di tali diritti. Nella versione finale della posizione, messa al voto in seno alla commissione per l’occupazione e gli affari sociali, però queste condizioni mancano. Ci siamo quindi ritrovati in una situazione caratterizzata da evidenti discrepanze, ad esempio tra la Carta blu e le condizioni stabilite da altre direttive specifiche, tra cui la direttiva sui cittadini di paesi terzi che sono soggiornanti di lungo periodo dell’Unione europea.

Onorevoli colleghi, in questo periodo di crisi economica e finanziaria, è necessario essere realisti. In veste di relatrice della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, mi appello a voi affinché adottiate un atteggiamento responsabile e votiate a favore di un documento coerente e logico.

 
  
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  Kinga Gál, a nome del gruppo PPE-DE.(HU) La ringrazio, signor Presidente, di avermi dato la parola. Signor Commissario, onorevoli colleghi, nell’ambito dell’attuale pacchetto di direttive sull’immigrazione, il Parlamento è chiamato oggi a discutere e domani ad approvare relazioni importanti, con effetti sul lungo periodo.

Attualmente, all’interno dell’Unione europea, esistono 27 sistemi diversi per la regolamentazione dello status dei cittadini di paesi terzi. Le due nuove direttive garantiscono una procedura più semplice per i lavoratori altamente qualificati e contemplano la possibilità di applicare un sistema semplificato di ingresso e soggiorno. Grazie a queste due direttive, sarà possibile introdurre un sistema efficace, frutto di un compromesso, che andrà a sostituirsi alla frammentazione delle attuali normative.

I relatori per il gruppo del Partito popolare europeo hanno svolto un lavoro serio ed importante da questo punto di vista. La relazione sull’occupazione dei lavoratori altamente qualificati, nota come la relazione sulla Carta blu, è equilibrata e di buon livello. La relatrice, l’onorevole Klamt, merita un elogio particolare. Vorremmo altresì complimentarci con l’onorevole Gaubert per la sua relazione.

Al contempo, il gruppo del Partito popolare europeo intende garantire che la clausola sul trattamento preferenziale riservato ai cittadini dell’Unione europea sia una parte importante della direttiva. Vorrei pertanto segnalare ai colleghi parlamentari che si oppongono al principio del trattamento preferenziale o propongono emendamenti tesi a impedirne l’inserimento nella relazione che, in quanto cittadina ungherese e a nome dei cittadini di tutti i nuovi Stati membri, ritengo inammissibile non sostenere con convinzione il principio secondo cui i lavoratori degli Stati membri hanno la precedenza rispetto ai lavoratori provenienti da paesi terzi.

Questo approccio è particolarmente inaccettabile e ipocrita nel momento in cui i cittadini dei nuovi Stati membri – ad oggi e chissà fino a quando – sono discriminati in molti dei vecchi Stati membri in termini di accesso al mercato del lavoro. E’ una vergogna che si parli della nostra Unione in modo tale da trattare i cittadini dei nuovi Stati membri come cittadini di seconda classe da questo punto di vista. Grazie della vostra attenzione.

 
  
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  Javier Moreno Sánchez, a nome del gruppo PSE.(ES) Signor Presidente, chiedo che le mie parole iniziali non vengano prese in considerazione dal nostro infernale marchingegno per il calcolo del tempo di parola, dato che vorrei porgere anch’io le mie condoglianze all’onorevole Klamt e, in particolare, complimentarmi con i relatori.

Inizio adesso. Vorrei complimentarmi con i relatori dato che, con queste due proposte, stiamo compiendo un significativo passo avanti verso una politica d’immigrazione comune e stiamo promuovendo l’immigrazione legale, che rappresenta un elemento chiave del nostro approccio globale.

L’insieme comune di diritti e il permesso di soggiorno e di lavoro unico per gli immigrati legali devono essere estesi al maggior numero possibile di lavoratori. Di conseguenza, noi socialisti chiediamo che non venga esclusa alcuna categoria di lavoratori.

La Carta blu offre agli immigrati l’opportunità di stabilirsi con le proprie famiglie e lavorare nei nostri paesi. Apre una porta unica a 27 mercati del lavoro. Tuttavia, questa porta non può essere aperta solo per i lavoratori altamente qualificati. Signor Commissario, ci attendiamo che la Commissione presenti a breve le proprie proposte per altre categorie professionali.

Onorevoli colleghi, dobbiamo evitare una fuga di cervelli. La Carta blu non deve diventare un passaporto che spinga risorse umane indispensabili a lasciare i paesi in via di sviluppo. Per ogni professionista qualificato che viene in Europa, il gruppo socialista al Parlamento europeo chiede che l’Unione finanzi la formazione di un nuovo professionista nel paese d’origine.

Infine, l’Europa deve diventare una destinazione interessante non solo per i talenti che provengono da paesi esterni ai suoi confini, ma anche per i nostri talenti europei. Nel 2007, quasi 300 000 europei altamente qualificati hanno lasciato il proprio paese per lavorare fuori dall’Unione. Dobbiamo fare quanto nelle nostre possibilità per tenerli con noi all’interno della casa europea.

 
  
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  Jeanine Hennis-Plasschaert, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, sembra che i conservatori e i socialisti vadano d’amore e d’accordo sulla Carta blu, lasciando il mio gruppo a bocca aperta, a dire il vero. Da un po’ di tempo a questa parte l’Unione europea sta tentando di proporre un pacchetto completo sull’immigrazione, che comprenda provvedimenti tesi ad affrontare il problema dell’immigrazione clandestina, nonché misure per lo sviluppo della strategia europea a lungo termine sull’immigrazione legale.

Forse vi ricordate l’accesa discussione sulla direttiva sui rimpatri. All’epoca, il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa sosteneva che la politica di rimpatrio non potesse essere considerata in maniera isolata: tale politica dovrebbe essere parte integrante e necessaria di un pacchetto globale per l’immigrazione – un’affermazione ancora valida in questo momento. Oggi, in ultima analisi, abbiamo la possibilità di trasmettere un segnale forte sulla necessità di garantire migliori opportunità per l’immigrazione legale e di venire incontro alle esigenze delle imprese, che hanno urgente bisogno di lavoratori qualificati.

E’ un peccato che non ci si possa aspettare più di tanto dal gruppo del Partito popolare europeo sull’immigrazione legale, ma, in certo senso, era prevedibile. Il fatto che il gruppo socialista al Parlamento europeo sia, in generale, allegramente concorde con il Partito popolare europeo sulla Carta blu mi fa però rizzare i capelli in testa. Dopo la votazione in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, il sistema era stato significativamente impoverito. Sono state introdotte troppe restrizioni, che non sono certo d’aiuto quando si tenta di potenziare il grado di attrattiva dell’Unione europea nei confronti dei lavoratori altamente qualificati.

Deve essere chiaro che l’intento della Carta blu consiste nell’aumentare la competitività dell’economia europea. La proposta sulla Carta blu non rappresenta il bieco tentativo di prendersi il meglio e lasciare gli scarti, provocando quindi una fuga di cervelli dai paesi in via di sviluppo.

Secondo la tendenza attuale, la stragrande maggioranza dei lavoratori altamente qualificati emigra verso Stati Uniti, Canada o Australia invece che verso l’Unione europea. Se vogliamo invertire questa tendenza, dobbiamo essere ambiziosi. Quest’Aula è chiamata ad adottare una relazione che indebolirebbe ulteriormente una proposta della Commissione già di per sé molto modesta. Per essere chiari, il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa è un forte sostenitore della Carta blu. Tuttavia, riteniamo che il testo attuale non apporti il tanto agognato cambiamento per l’immigrazione legale, ma confermi invece le pratiche protezionistiche degli Stati membri.

Sappiamo tutti che il Consiglio ha svolto un ottimo lavoro formulando dichiarazioni ambiziose. Tuttavia, sappiamo anche che, troppo spesso, l’efficienza del processo decisionale viene ostacolata dalla mancata capacità degli Stati membri di collaborare davvero nell’interesse reciproco e che l’efficienza del processo decisionale in questo particolare ambito viene minata da una discussione sull’immigrazione legale molto emotiva, confusa e indefinita.

Il programma di Tampere, il programma dell’Aia, il patto francese sull’immigrazione, il prossimo programma di Stoccolma: alla fine tutto si riduce a trasporre questi impegni di base in misure concrete ed efficienti. Se vogliamo che l’Unione europea tragga vantaggio dal sistema proposto, dobbiamo essere ambiziosi. Spero quindi che domani voterete di conseguenza.

 
  
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  Bogusław Rogalski, a nome del gruppo UEN.(PL) Signor Presidente, i dati disponibili sono allarmanti: l’Unione europea non rientra tra le destinazioni predilette dai lavoratori qualificati provenienti da paesi terzi, a differenza di altri paesi quali gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. Per esempio, solo il 5,5 per cento degli immigrati qualificati provenienti dai paesi del Maghreb vengono nell’Unione europea, mentre Stati Uniti e Canada ne accolgono circa il 54 per cento. Questa differenza è dovuta alla notevole disparità dei sistemi di accoglienza degli immigrati vigenti nell’Unione europea, che rappresenta un considerevole ostacolo alla circolazione tra i paesi. Solo sei Stati membri hanno programmi occupazionali specifici dedicati ai lavoratori immigrati altamente qualificati.

E’ pertanto fondamentale che gli Stati membri adottino un approccio improntato a una maggiore coerenza nei confronti della politica d’immigrazione europea, che comprenda aspetti di carattere politico e di integrazione. Dobbiamo armonizzare le normative, in modo tale da poter controllare i flussi migratori sia verso che all’interno dell’Unione, offrendo quindi agli immigrati qualificati migliori opportunità.

 
  
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  Jean Lambert, a nome del gruppo Verts/ALE.(EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare i relatori per l’approccio positivo assunto nei confronti di queste misure sull’immigrazione e sulla posizione dei cittadini di paesi terzi all’interno dell’Unione europea. Pur essendo parziali e attese da tempo, denotano infatti una certa positività. Accolgo inoltre con favore la maggiore apertura Commissione su alcuni emendamenti del Parlamento.

Il punto di partenza per il gruppo Verde, che rappresento, era la definizione di diritti che fossero equivalenti, per quanto possibile, a quelli dei cittadini dell’Unione europea – un insieme comune di diritti – e l’istituzione di un sistema che fosse il più aperto e ospitale possibile. Sono completamente d’accordo con le affermazioni di alcuni colleghi parlamentari, secondo cui è scandaloso che i cittadini europei, ad oggi, non vengano trattati in maniera paritaria, ma chiedo con urgenza ai miei onorevoli colleghi di non abbracciare l’approccio prudente degli Stati membri, che intendono offrire ai nostri cittadini parità di trattamento a discapito dei cittadini di paesi terzi.

E’ indubbio che l’Unione europea necessiti di lavoratori a vari livelli di competenze. Vogliamo persone disposte a venire qui per sfruttare e sviluppare le proprie competenze da un ampio ventaglio di paesi: India, Nuova Zelanda, Ghana, Cina e altri ancora. Ecco perché non appoggeremo l’emendamento 84, e nemmeno l’emendamento 24, che vorrebbe assegnare una Carta blu solo agli immigrati altamente qualificati provenienti da paesi che hanno già stipulato un accordo di partenariato con l’Unione europea. Non so bene cosa direbbero gli Stati Uniti in proposito.

E’ vero che dobbiamo prestare particolare attenzione ad alcuni settori nei paesi più poveri del mondo, ma non dobbiamo dimenticare che queste non sono le uniche persone che non riescono a sviluppare le proprie competenze nell’Unione europea. Non dobbiamo utilizzare questa particolare proposta per stilare una politica generale di sviluppo. Questa è una proposta globale, che interessa potenzialmente tutti i paesi del mondo. Ricordiamo infatti che abbiamo bisogno anche di potenziare le competenze nei nostri Stati membri ed è per questo che appoggiamo l’emendamento che richiama, per esempio, la legislazione anti-discriminazione, che speriamo sia ambizioso nella sua prossima fase.

Quindi appoggeremo tutti gli emendamenti che tutelano i diritti dei singoli e voteremo contro tutti quelli che tentano di cancellare tali diritti. Accogliamo con favore gli sforzi tesi a semplificare le procedure, ma guardiamo anche noi con rammarico al fatto che il Parlamento non sia stato più ambizioso, in particolare sulla Carta blu, e che, al contrario, abbia posto ulteriori ostacoli. E’ quindi improbabile che appoggeremo questa proposta nella sua versione attuale, sebbene siamo a favore dell’idea di per sé.

 
  
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  Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch'io a nome del mio gruppo mi associo alle condoglianze nei confronti della signora Klamt.

Vorrei entrare nel merito della discussione di oggi immediatamente, considerando che l'Unione europea continua ad assumere una politica schizofrenica rispetto all'immigrazione. Si fa nelle politiche degli Stati membri: i paesi membri hanno sottoscritto il patto sull'immigrazione e l'asilo, in cui si scrive esplicitamente che l'immigrazione zero è dannosa e irrealistica per l'Unione europea, tranne poi scoprire che il ministro degli Interni del mio paese predica la chiusura delle frontiere per i prossimi due anni.

E continua a essere schizofrenica la politica comunitaria sull'immigrazione. Ha ragione l'onorevole Gaubert quando dice che siamo davanti a una crisi demografica in Europa e abbiamo bisogno di un'ulteriore immigrazione e la Commissione ce lo spiega: abbiamo bisogno di 50 milioni di immigrati entro il 2060, però non facciamo niente per farli entrare, anzi abbiamo armonizzato prioritariamente la politica del rimpatrio.

Oggi discutiamo su un permesso unico di residenza e lavoro esclusivamente per quelli che già sono presenti nel territorio dell'Unione europea, istituiamo la Carta blu per i lavoratori altamente qualificati che incidono solo tra l'1,5 e il 3% sul tasso di immigrazione in Europa, quindi una parte minima rispetto alle esigenze reali dei lavoratori di cui c'è bisogno in Europa.

Nell'Unione europea sono presenti attualmente circa 6 milioni di lavoratori irregolari che già sono assorbiti dal mercato del lavoro e che sono tenuti in condizione irregolare perché evidentemente la clandestinità fa comodo per abbattere il costo del lavoro e limitare le tutele sociali.

Noi pensiamo che bisognerebbe partire da un processo di regolarizzazione di questi lavoratori che già sono assorbiti nel mercato del lavoro, pensiamo che la Carta blu sia un'idea sbagliata, quella di fare una selezione a monte dell'immigrazione, pensiamo che la definizione dei lavoratori altamente qualificati sia troppo restrittiva e pensiamo che la preferenza comunitaria sia assolutamente una forma di discriminazione.

Riteniamo opportuno che si cambi completamente la politica sull'immigrazione. Sappiamo leggere il fatto che la Carta blu è il primo segnale per aprire canali legali d'immigrazione, ma questo non è sufficiente per garantire il voto positivo del nostro gruppo.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM. (NL) Signor Presidente, gli Stati membri dovrebbero continuare a decidere per se stessi in merito al diritto di ingresso degli immigrati nei propri territori e, fintantoché continueranno ad esserci persone senza lavoro nei nostri Stati membri, avrò dei dubbi in merito alla necessità di stimolare l’immigrazione legale.

La proposta della Commissione, contrariamente a quanto viene suggerito, non spiana la strada a una procedura semplice. Oltre alla proposta della Commissione, rimangono comunque in vigore le normative nazionali per i lavoratori con effettive qualifiche ed è possibile aggiungere altri requisiti. Quale valore aggiunto può quindi offrire una normativa europea? Non risponde alla questione degli istituti di formazione e delle aziende. Vogliono un sistema privo di ambiguità per lavoratori e studenti esterni all’Unione europea, che comporterà però ulteriori trafile burocratiche, mentre si era promesso di ridurle. Vorrei chiedere l’adozione di un sistema in cui la politica d’immigrazione venga lasciata nelle mani degli Stati membri. In tal modo, ogni Stato membro potrà avere il proprio insieme chiaro di procedure. Potremmo poi convenire in un contesto europeo quali persone siano autorizzate a viaggiare o trasferirsi da un paese all’altro.

 
  
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  Carl Lang (NI).(FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, vi porgo i miei più sinceri ringraziamenti. Con i vostri interventi mi avete appena fornito nuove argomentazioni per le mie prossime campagne elettorali sulla questione dell’immigrazione, dato che parlate voi stessi di un’Unione europea aperta, di apertura ai flussi migratori, dei vantaggi di una Carta blu aperta al maggior numero di persone possibile, di attrarre competenze, di non frenare l’immigrazione.

Non vedo niente, non sento niente, non so niente: questo potrebbe essere il motto delle istituzioni europee nell’ambito dell’immigrazione, mentre i popoli europei, ormai da vent’anni, subiscono questo fenomeno quotidianamente, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ne derivano, in termini di identità, sicurezza, precarietà, povertà e disoccupazione

Sento parlare qui di diritti degli immigrati, ma chi parla dei diritti sociali dei lavoratori? Chi parla dei milioni e delle decine di milioni di persone in Europa che si trovano in una situazione sociale svantaggiata e che non hanno un posto di lavoro, indipendentemente dal livello gerarchico e dalle qualifiche?

D’altra parte, la politica di integrazione condotta in Europa è una vera e propria politica di disintegrazione nazionale, di cui siamo stati vittime a causa di un’eccessiva comunitarizzazione. La Carta blu che proponete non è nient’altro che uno specchietto per le allodole destinato per il resto del mondo, finalizzato ad attirare milioni di nuovi immigrati. Non è questa la politica che si dovrebbe condurre, ma una politica di rimpatrio, una politica di preferenza nazionale e comunitaria, una politica di tutela nazionale e comunitaria.

Infine vorrei dirvi che andando a saccheggiare le élite dei paesi del terzo mondo, impedirete lo sviluppo economico di quei paesi. Quei popoli e quei paesi hanno bisogno di capitali e di cervelli. E voi li private di entrambi!

 
  
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  Carlos Coelho (PPE-DE).(PT) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, a differenza dell’oratore che mi ha preceduto, mi oppongo con vigore ad un’Europa fortezza e pertanto appoggio le politiche attive volte ad ammettere gli immigrati economici.

L’unico modo per disporre di una politica d’immigrazione equilibrata è lottare con decisione contro l’immigrazione clandestina e regolamentare coraggiosamente l’immigrazione legale. In quest’ottica, approviamo la direttiva sulla Carta blu.

Tuttavia non vogliamo limitare l’immigrazione ai soli lavoratori altamente qualificati, chiudendo quindi la porta a tutti gli altri lavoratori immigrati con qualifiche inferiori. Nei prossimi anni entrambe le categorie saranno essenziali per lo sviluppo socio-economico dell’Europa. Su questo fronte, stiamo parlando di milioni di persone.

Per questo motivo anche io appoggio la proposta di direttiva tesa a istituire una procedura di domanda unica per il permesso unico di soggiorno e di lavoro. Oltre ad offrire vantaggi chiari in termini di semplificazione, riducendo le trafile burocratiche e facilitando il controllo dello status degli immigrati, essa prevede un insieme comune di diritti che dovranno essere riconosciuti ai lavoratori immigrati che soggiornano legalmente sul territorio dell’Unione. Ad eccezione dei lavoratori stagionali e dei lavoratori altamente qualificati che saranno coperti da direttive specifiche, tutti gli immigrati godranno di una serie di diritti equivalenti a quelli di cui godono i cittadini dei paesi membri ospitanti.

Questa parità di trattamento in tutto il territorio europeo dovrebbe contribuire a combattere le situazioni di sfruttamento e a migliorare l’integrazione di questi lavoratori, traducendosi in ultima analisi in una migliore coesione sociale.

Sono d’accordo con l’onorevole Klamt quando afferma che è utile creare un sistema comune per l’ingresso di lavoratori altamente qualificati, invece di avere 27 sistemi diversi. Sono d’accordo con le proposte avanzate dall’onorevole Klamt, volte a inasprire le condizioni di ammissione e, al contempo, a prevenire la fuga di cervelli.

Pur accogliendo con favore gli sforzi profusi dall’onorevole Klamt e dall’onorevole Gaubert, vorrei concludere, signor Presidente, osservando con rammarico come il parere di questo Parlamento non sembri contare in modo particolare. Tutto sta ad indicare che il Consiglio ha già preso una decisione politica senza attendere il voto del Parlamento e me ne rammarico.

 
  
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  Wolfgang Kreissl-Dörfler, (PSE).(DE) Signor Presidente, innanzitutto vorrei porgere le mie più sentite condoglianze all’onorevole Klamt e complimentarmi con lei per la sua relazione.

Abbiamo bisogno di lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi terzi sui nostri mercati del lavoro, in parte perché abbiamo investito troppo poco in istruzione e formazione e siamo la causa della disoccupazione in cui versano troppi lavoratori qualificati, che adesso non sono più disponibili sul mercato del lavoro. Dobbiamo quindi fare di più per l’istruzione e la formazione in Europa e aprire i nostri mercati del lavoro agli immigrati altamente qualificati.

La Carta blu è il primo passo nella giusta direzione e rappresenta una soluzione vincente da tre punti di vista. In primo luogo, a medio termine, le aziende possono occupare alcuni dei posti che risultano vacanti ricorrendo a lavoratori altamente qualificati e trarre vantaggio dalle nuove esperienze internazionali che essi portano con sé. In secondo luogo, i lavoratori altamente qualificati e i loro familiari più stretti possono maturare esperienze che non avrebbero vissuto nei propri paesi d’origine. In terzo luogo, quando ritornano nel proprio paese di origine, a titolo temporaneo o permanente, i lavoratori immigrati possono fornire un contributo significativo alla sua crescita economica.

La preoccupazione che tutto ciò possa comportare una fuga di cervelli è fondata. Raccomandiamo pertanto di non pubblicizzare attivamente questa iniziativa nei settori dell’istruzione e della sanità, in particolare in quei paesi che sono stati interessati dal fenomeno dell’emigrazione e si trovano ad affrontare una penuria di lavoratori, indipendentemente dalle qualifiche. Tuttavia, si tratta di una questione di politica dello sviluppo che non potremo risolvere in questa sede. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che i singoli cittadini non sono proprietà degli Stati. Proprio come i nostri cittadini possono andare a cercar lavoro in altri paesi o lasciare il proprio paese di origine senza dover affrontare eccessivi ostacoli, le persone provenienti da altri paesi dovrebbero avere la possibilità di lavorare nell’Unione europea.

Il principio della parità salariale ci sta, ovviamente, molto a cuore. E’ vero che si possono sempre migliorare le cose e i miglioramenti sono sempre necessari. Tuttavia, ritengo che questo sia il primo passo nella giusta direzione.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzi tutto mi unisco ai numerosi parlamentari che si sono congratulati con i nostri due relatori, l’onorevole Klamt, alla quale esprimo le condoglianze del mio gruppo, e l’onorevole Gaubert.

Tuttavia, signor Presidente Jouyet, vorrei anche includere la presidenza francese perché, almeno per quanto riguarda la Carta blu, essa ha dato prova di un alto grado di impegno, che ha già consentito di giungere a un accordo in seno al Consiglio. Non mi sembra, tuttavia, che vi sia stata pari determinazione circa la relazione presentata dall’onorevole Gaubert.

Come hanno sottolineato gli onorevoli colleghi, con queste due relazioni l’Unione europea sta segnando una tappa importante della sua politica in materia di immigrazione. Sappiamo tutti - e del resto ce ne siamo anche lamentati nel corso degli ultimi anni – di aver dedicato la maggior parte del nostro tempo e delle nostre risorse a combattere, necessariamente, l’immigrazione clandestina. Oggi, tuttavia, con questi due testi, l’Unione europea consacra la necessità e l’importanza di una politica attiva di immigrazione economica legale. Siamo tutti consapevoli che l’immigrazione economica legale è una necessità per il continente europeo e non sarà l’oscurantismo di pochi fascisti che potrà farci cambiare opinione.

Introducendo l’obbligo per gli Stati membri di rilasciare un permesso di soggiorno e di lavoro unico, la relazione Gaubert mira altresì a garantire il diritto dei lavoratori migranti alla parità di trattamento in quanti più settori possibili. Vorrei rivolgermi all’amico Giusto Catania. Giusto, purtroppo ti sei sbagliato. Il permesso unico non si applica soltanto ai lavoratori che già si trovano sul territorio dell’Unione europea. La parità dei diritti vale anche per coloro che arriveranno in futuro, non soltanto per coloro che si trovano già qui. Perciò, se sollevi una critica tanto per avere delle argomentazioni per respingere una relazione, scusami, ma dovresti almeno cercare di leggerla correttamente.

Da parte sua, la relazione presentata dall’onorevole Klamt mira a definire le condizioni di ingresso nel territorio europeo per i cittadini altamente qualificati di paesi terzi, dei quali vi è urgente bisogno. Un’ultima osservazione su questo argomento, visto che alcuni eurodeputati del mio gruppo si sono espressi in materia. Condivido con loro il rammarico per certi aspetti. Il sistema – e qui non sto parlando di principi –, il sistema è un po’ troppo cauto, a tratti troppo protezionista, ma fondamentalmente esso rappresenta un passo avanti necessario, ed è per questo che io, personalmente e in qualità di presidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, voterò a favore di entrambe le relazioni.

 
  
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  Mario Borghezio (UEN). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo sentito per molti anni, in tema d'immigrazione, una serie di inviti accompagnati da tabelle, secondo i quali ci veniva ammannita la favola bella della necessità - anche rapporti dell'ONU - per l'espansione continua dell'economia occidentale, in particolare dei paesi europei sulla necessità di decine, forse centinaia di milioni di nuovi lavoratori per l'Europa.

Adesso, purtroppo per tutti, la crisi finanziaria costringe tutti, nel nostro paese, persino il più importante sindacato, la CGL, almeno attraverso alcuni esponenti nelle zone del Veneto, dice: "Onestamente, i nostri lavoratori corrono il rischio di perdere il posto di lavoro, bisogna che cominciamo a occuparci seriamente del loro posto di lavoro". Allora fa bene la Commissione a rinnegare tutte queste favole belle del passato e a occuparsi di quel 3% dell'immigrazione che può essere utile ancora, la cui entrata può avere motivi di giustificazione. Cioè all'Europa certamente occorrono e possono essere utili immigrati qualificati, ma c'è un grosso ostacolo rappresentato dai diritti di questi paesi a non vedersi espropriare dei loro cervelli migliori.

Allora questa proposta in sé è buona, manca del suo sviluppo finale, quello di favorire e agevolare il rientro di questi lavoratori specializzati nei loro paesi per salvarli dagli effetti della mondializzazione.

 
  
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  Hélène Flautre (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, sei mesi dopo il voto della vergogna riguardo alla direttiva sui rimpatri, in seguito derisa e aspramente criticata a livello internazionale, dubito veramente che l’Unione europea possa, adottando questi due testi riguardanti la Carta blu e il permesso unico, riscattarsi sulla scena internazionale. Perché? Perché si è annunciata, con grande enfasi, l’applicazione di una vera politica europea in materia di immigrazione legale e ora ci ritroviamo con un declassamento dei lavoratori, che non offre loro alcun sostegno sociale, che prevede la perdita del permesso di soggiorno qualora restino disoccupati, limitato l’accesso ai sindacati e la libertà di movimento. Ciò non è segno di grande ambizione e l’Unione europea è lontana dal poter competere con gli Stati Uniti o il Canada con questa Carta blu, sempre che questo sia un obiettivo lodevole, tra l’altro.

E’ davvero troppo chiedere di concedere vere garanzie in materia di protezione sociale, nonché un trattamento pari a quello concesso ai lavoratori nazionali? Preferiamo forse lasciare che questi lavoratori siano sottoposti a corvée? La ratifica della Convenzione dell’ONU sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie ha forse garantito loro troppi diritti?

Infine, mi chiedo e chiedo a tutti voi quale sia la logica del voler attirare lavoratori migranti nell’Unione europea mentre ci si sta rifiutando di regolarizzare le persone che già lavorano nel nostro territorio, legalmente e senza permesso di soggiorno? L’Unione europea si accinge a introdurre una politica di immigrazione legale, nonostante le proteste, e vi è il rischio che prevalgano logiche utilitariste e deroghe alla parità dei diritti decise da ciascuno Stato membro. Quando capiremo – e soprattutto accetteremo – che l’immigrazione è una chance, un’opportunità in termini di sviluppo umano, economico e sociale, in termini di sviluppo persino dei paesi del Sud e in termini di dialogo interculturale, di cui si è parlato tanto nel corso dell’anno?

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL).(SV) Signor Presidente, attraverso Frontex, si respingono dall’Unione europea persone estremamente vulnerabili. L’UE sta innalzando muri che molte persone bisognose di protezione trovano difficile valicare. Allo stesso tempo, ora si sta proponendo, attraverso la Carta blu, di concedere un accesso speciale a talune persone. Sarebbe previsto un accesso speciale per lavoratori altamente qualificati, definendo requisiti severissimi in termini di grado di istruzione ed esperienza professionale, nonché un salario minimo che, in Svezia per esempio, dovrebbe ammontare ad almeno 43 000 corone o 4 300 euro al mese. Quindi, i lavoratori non specializzati o le persone bisognose di protezione non devono neppure pensarci, mentre chi ha un’ottima cultura – ovvero proprio le persone di cui il mondo in via di sviluppo ha bisogno affinché i suoi paesi riescano a migliorare le proprie situazioni interne – invece è benvenuto. Io, per esempio, sono favorevole all’apertura e all’immigrazione, ma a condizione che non sia discriminato nessuno sulla base del paese di provenienza o del grado di istruzione.

 
  
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  Gerard Batten (IND/DEM).(EN) Signor Presidente, l’Unione europea preferisce importare altra manodopera migrante invece di cercare di affrontare il problema degli europei che sono già disoccupati negli Stati membri. I richiedenti che riusciranno a ottenere il permesso di lavoro, la cosiddetta Carta blu, e che avranno accesso a uno Stato membro, dopo 18 mesi avranno il permesso di trasferirsi in un altro Stato membro. Lo stesso sarà consentito alla loro famiglia e alle persone a carico. Tali provvedimenti si inseriscono nel quadro dell’emergente politica di immigrazione comune dell’Unione europea, che stabilirà chi potrà migrare verso gli Stati membri e in base a quali condizioni.

Il Regno Unito afferma di godere dell’opzione di non partecipazione per questa politica, tuttavia la regina ha dato l’assenso reale al trattato di Lisbona e già si intravede la prospettiva di una completa ratifica di quest’ultimo da parte degli altri Stati membri. Se e quando il trattato di Lisbona sarà ratificato del tutto, l’opzione di non partecipazione del Regno Unito decadrà ed è quasi certo che saremmo obbligati a conformarci a questa direttiva.

 
  
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  Roberto Fiore (NI). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, penso che vi sia un errore strategico da parte dell'Europa nel pensare che dobbiamo importare personale qualificato da altre nazioni, da altri continenti, quando dovrebbero essere i nostri istituti, le nostre scuole, le nostre università a formare secondo un nuovo indirizzo strategico i lavoratori altamente qualificati. Quindi, manca proprio un'idea di quello che sarà il futuro d'Europa e pertanto nessuno pensa chi dovremo chiamare nei prossimi dieci, quindici anni a condurre le nostre fabbriche o gli impianti di alto livello.

Poi, dobbiamo anche dire che questo comporterà sicuramente un abbassamento delle garanzie sociali per coloro che in Italia e negli altri paesi europei svolgono questi lavori. Ci sarà un dumping delle paghe e questo è tipico di alcune politiche sull'immigrazione. E poi, in un momento di crisi drammatica dovuto al crollo finanziario, noi non possiamo pensare che oltre ai nostri disoccupati avremo il problema di disoccupati extracomunitari, che per forza di cose comporteranno un problema all'ordine civile e alla sicurezza dei nostri popoli.

 
  
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  Dumitru Oprea (PPE-DE) . – (RO) “Non siamo la fortezza Europa”, ha affermato il presidente Jouyet. E’ proprio vero, in quanto le due relazioni che esaminiamo oggi pomeriggio dimostrano l’apertura dell’Europa e il fatto che essa accetta e sostiene il processo di globalizzazione. Ritengo che questo permesso di lavoro europeo risolverà l’intera serie di problemi connessi all’immigrazione clandestina che l’Europa sta affrontando. Gli Stati Uniti lo hanno dimostrato con la Green Card, già da tempo in vigore.

L’Europa deve dimostrare di essere a favore dell’apertura, tanto più che, in base alla relazione, soltanto il 5,5 per cento degli immigrati si è diretto verso l’Unione europea, mentre il 50 per cento degli immigrati altamente qualificati si è indirizzato invece verso gli Stati Uniti o il Canada. Perché non siamo una meta appetibile? Perché esiste un enorme divario tra i salari europei e quelli di Stati Uniti e Canada, che rende ancora più evidente la nostra ridotta attrattiva?

Nel contesto della crisi attuale, è un gesto di fair play, un gesto normale da parte dell’Europa, che va bilanciato con un’apertura verso i lavoratori dei paesi terzi. Ciononostante, questa politica sulla Carta blu europea dev’essere attuata secondo una certa logica, in modo da non causare gravi squilibri né scatenare grandi problemi nei paesi di origine dei lavoratori qualificati.

 
  
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  Claudio Fava (PSE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, il nostro gruppo è abbastanza soddisfatto di queste due proposte. Abbastanza e non del tutto, lo dimostra la quantità di emendamenti con cui abbiamo tentato di contribuire al miglioramento di questi testi, e abbastanza soddisfatto per un difetto di ambizione, pensiamo che si sarebbe potuto fare meglio e di più.

Ci sono segnali di apertura, di civiltà ai quali subito seguono, anche a volte nel dibattito all'interno di questo Parlamento, segnali di rigidità soprattutto dal Consiglio, di grande e forte protezionismo. Questo riguarda anche la Carta blu: c'è una resistenza su alcuni principi centrali, "uguale lavoro, uguale salario", che è un principio sacrosanto e naturale, ma anche su questo abbiamo trovato qualche punta di asprezza.

Crediamo che sia fondamentale superare il principio della preferenza comunitaria, superare l’idea che ci sia un’Europa che viaggia a due velocità, ragion per cui occorre far prevalere il principio della preferenza comunitaria. Crediamo che sia importante il richiamo al mercato del lavoro, ma il mercato del lavoro non può essere l'unico principio regolatore. Ci sono altri principi inclusivi di civiltà politica e sociale che devono essere dentro le politiche dell'immigrazione. Immigrazione legale vuol dire pari dignità e opportunità oppure torniamo all'immigrazione "choisie", selezionata, parziale, discriminatoria. Vorremmo evitarlo.

Anche per questo a nome del gruppo appoggio la proposta del collega Moreno rivolta alla Commissione: proviamo a pensare a una Carta blu che non sia legata soltanto a quel 3% di immigrati altamente qualificati, ma che cerchi di trovare strumenti legali e concreti di apertura del mercato all'immigrazione. L'immigrazione deve essere inclusione, se diventa scelta non è più una politica positiva.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, le proposte di direttiva e le due relazioni rendono operativa la politica di immigrazione complessiva dell’Unione europea, il cui obiettivo è assicurarsi manodopera a basso prezzo affinché il capitale europeo possa incrementare i propri utili.

La direttiva sulla concessione di una Carta blu per soggiornare e lavorare nell’Unione europea a immigrati altamente qualificati consente di sottrarre i lavoratori più brillanti ai paesi più poveri, di modo che i monopoli europei possano rafforzare la propria posizione nei confronti della concorrenza globale, specialmente con gli Stati Uniti d’America. Essa non offre particolari diritti o benefici ai titolari della Carta, in quanto si richiede la preesistenza di un contratto di lavoro. Anche il loro salario sarà istituzionalmente più basso.

La seconda direttiva e la relazione sul permesso di soggiorno e di lavoro unico vanno nella stessa direzione. Solo coloro che si saranno assicurati un posto di lavoro potranno fare ingresso nell’Unione europea e ottenere un permesso. In tal modo, gli immigrati saranno alla mercé dei datori di lavoro. Il licenziamento sarà equivalente alla deportazione. Sugli immigrati clandestini scenderà l’ascia del patto europeo sull’immigrazione, che prevede una detenzione di 18 mesi, la deportazione e il divieto di ingresso per 5 anni.

La politica complessiva dell’Unione europea legalizza lo sfruttamento brutale e selvaggio degli immigrati e di tutti i lavoratori nell’Unione europea.

Sosteniamo la lotta degli immigrati per la parità di accesso all’occupazione e i diritti sociali, sosteniamo la lotta volta a difendere ed estendere i diritti dei lavoratori in tutta l’Unione europea.

 
  
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  Hélène Goudin (IND/DEM).(SV) Una delle argomentazioni avanzate per spiegare perché l’Unione europea non sia una meta appetibile per i lavoratori altamente qualificati consiste nelle differenze tra le normative dei vari Stati membri in materia di ingresso e soggiorno. La motivazione della relazione prosegue affermando che tale diversità tra le leggi degli Stati membri in effetti dà adito a una concorrenza tra gli Stati membri stessi, che viene presentata come un fenomeno negativo. Ritengo che il successo dell’Europa risieda proprio nel fatto che non sia stato imposto un unico formato come una camicia di forza, consentendo invece la coesistenza di soluzioni diverse.

Risulta evidente che alcuni paesi hanno avuto maggiore successo. La Svezia, per esempio, è uno di questi. La Svezia ha investito nell’istruzione e nell’insegnamento delle lingue, tra le altre cose, che l’hanno consacrata come uno dei paesi più competitivi grazie a società come Ericsson, Volvo e Ikea. Il problema della mancanza di competitività di molti Stati membri è da ricondursi al fatto che l’Unione è pervasa dal protezionismo e dall’uso dei sussidi per industrie ben lontane dall’essere competitive. Abbiamo scelto di far sopravvivere alcune imprese invece di concentrarci sui cambiamenti strutturali.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, un'altra assurda iniziativa dell'Unione: introdurre la Carta blu che favorirà l'ingresso ai lavoratori immigrati, impropriamente definiti altamente qualificati.

Secondo la relatrice, questo serve a far fronte al calo demografico. Dice: "in Germania ad esempio c'è bisogno di 95.000 ingegneri", se li pagassero bene stia tranquillo che dall'Italia potremmo mandarne noi diverse migliaia. Questa iniziativa assurda non solo strappa personale qualificato ai paesi in via di sviluppo, ma ignora quanta disoccupazione qualificata abbiamo in Europa, quanti giusti timori abbiano i nostri giovani laureati e diplomati e invece che favorirne l'avvio alla professione, potenziarne la capacità di studi e ricerca, garantirne un futuro di lavoro e qualificazione professionale, introduciamo un ulteriore fattore di dubbia concorrenza e indubbio sfruttamento.

Il limite tra demenzialità e criminalità nell'agire umano è spesso labile, mi sembra che l'Unione ne dia oggi un altro esempio.

 
  
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  Simon Busuttil (PPE-DE).(MT) Accolgo con favore la relazione presentata dagli onorevoli Klamt e Gaubert sulla Carta blu e la procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico. E’ la prima volta che apriamo una finestra, per così dire, sulla politica in materia di migrazione legale. Le due relazioni sono, pertanto, assai pertinenti, perché grazie ad esse possiamo costruire le future politiche in una materia di estrema rilevanza. Inoltre, per la prima volta, si offrirà agli immigrati uno strumento legale per fare ingresso nel territorio dell’Unione europea, al fine di poter lavorare qui da noi.

Tuttavia, tali iniziative vanno collocate nel contesto della nostra chiara politica. A mio avviso, la politica di immigrazione a cui dobbiamo allinearci deve basarsi sul diritto degli Stati membri dell’Unione europea di mantenere totale controllo sul numero di lavoratori a cui si concede il diritto di ingresso. Come già menzionato, occorre conformarsi al principio della preferenza comunitaria, in base al quale si dà preferenza ai cittadini dell’Unione europea sui cittadini extracomunitari.

Su tale base, ritengo non solo che possiamo elaborare una politica di migrazione legale che preveda la concessione della Carta blu ai lavoratori altamente qualificati, ma anche che, sulla sua scia, possiamo avviare la preparazione di altre proposte che, a quanto so, la Commissione presenterà nei prossimi mesi e che affronteranno la possibilità di occupazione per i lavoratori meno qualificati.

Anche il nostro dibattito di oggi va visto alla luce delle nostre politiche in materia di immigrazione legale e clandestina. Lo dico perché se smettiamo di essere credibili circa la nostra politica di immigrazione, non possiamo aspettarci che i cittadini ci diano fiducia in merito all’apertura dei nostri mercati all’immigrazione legale. Io credo che i due aspetti siano legati tra loro e che dovrebbero procedere congiuntamente, altrimenti non saremo in grado di compiere progressi. La politica a contrasto dell’immigrazione clandestina pone una serie di questioni in sospeso che dobbiamo ancora considerare, come la legge sulle sanzioni per i datori di lavoro che assumano illegalmente cittadini di paesi terzi o gli stessi immigrati clandestini. E’ necessario approntare questa legge se desideriamo sanzionare adeguatamente questi datori di lavoro, creando inoltre un deterrente al flusso in arrivo degli immigrati clandestini.

Esiste un’altra proposta la cui presentazione è già stata annunciata dalla Commissione europea per le prossime settimane. Essa riguarda il riesame della convenzione di Dublino sulla responsabilità che i paesi devono assumersi nella gestione delle domande di asilo da parte di immigrati che abbiano già fatto ingresso nel loro territorio. Aspettiamo con interesse la presentazione di tale proposta.

Per concludere, vale la pena notare che, se il trattato di Lisbona fosse già in vigore oggi, la base giuridica di queste proposte sarebbe diversa da quella attuale. Il trattato di Lisbona avrebbe dato un nuovo impulso all’Unione europea per trovare una soluzione in materia di immigrazione. Ritengo che i detrattori del trattato di Lisbona non abbiano alcuna ragione di rallegrarsi del fatto che l’attuale politica europea in materia di immigrazione non sia solida come dovrebbe.

 
  
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  Martine Roure (PSE).(FR) Signor Presidente, a livello europeo, dobbiamo dotarci di strumenti efficaci in materia di immigrazione e il nostro mondo ha bisogno di sistemi di protezione per andare in soccorso di coloro che soffrono, sin dall’inizio.

La comunità internazionale, in generale, e l’Europa, in particolare, sono purtroppo impreparate, pur vivendo in un secolo che, grazie alla globalizzazione, sarà inevitabilmente caratterizzato da movimenti di popolazioni. Occorre assolutamente tenere conto di questa realtà in tutte le nostre prospettive.

Per quanto riguarda la Carta blu, dobbiamo poter accogliere i lavoratori migranti, assicurandoci al contempo di non saccheggiare altri paesi trattenendo in Europa i potenziali artefici del loro sviluppo. E’ per questa ragione che desideriamo contribuire alla formazione dei lavoratori altamente qualificati in settori fondamentali, nei paesi di origine, e dobbiamo promuovere la migrazione circolare.

Vorrei concludere il mio breve intervento ricordando che abbiamo bisogno di una solidarietà europea estesa ai paesi in via di sviluppo. Parlando in termini di fattibilità – la capacità di reagire all’attuale crisi finanziaria ne è testimonianza –, se abbiamo la volontà politica, abbiamo le risorse materiali.

 
  
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  Hubert Pirker (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, rappresentanti del Consiglio, le discussioni intercorse tra i colleghi parlamentari sono chiaramente polarizzate. La destra teme un’immigrazione clandestina su vasta scala. L’onorevole Romagnoli non è più presente per poter proseguire la discussione. La sinistra è preoccupata che gli immigrati clandestini non siano in grado di trovare un’occupazione. Non vogliamo nessuna di queste due alternative: né un’immigrazione clandestina su vasta scala, né l’assunzione di immigrati clandestini al fine di regolarizzarli. Ciò che vogliamo davvero ottenere con la Carta blu è un passo verso l’immigrazione controllata di lavoratori altamente qualificati nei singoli Stati membri dell’Unione europea.

Le normative sulla Carta blu e il permesso di soggiorno e di lavoro unico rappresentano esattamente lo strumento che consentirà agli Stati membri di reagire e di portare lavoratori altamente qualificati nel paese proprio quando ce n’è bisogno. Inoltre, stiamo introducendo norme standardizzate per il rilascio della Carta blu e il relativo controllo in tutta Europa. Sono lieto che il Consiglio abbia incluso nelle disposizioni di attuazione la mia proposta di contrassegnare la Carta blu con il simbolo dello Stato che l’ha rilasciata e per il quale valgono i permessi di lavoro e di soggiorno. Ciò significa che per l’Austria esisterà una Carta blu di colore rosso, bianco e rosso e, allo stesso modo, gli altri paesi avranno i rispettivi colori.

Ritengo che l’incentivo che permette di cominciare a lavorare in un altro Stato membro dopo tre anni, a condizione che siano stati soddisfatti i requisiti e che se ne sia riconosciuta la necessità, sia un’ottima mossa. Un’altra regola importante è quella che prevede che la Carta blu scada quando risulti evidente che non vi è più bisogno del lavoratore, ossia quando il lavoratore è stato disoccupato per un periodo continuativo di almeno sei mesi. A questo punto, risulta ovvio che non vi è più bisogno di quel lavoratore e che la Carta blu perde la sua validità. Vorrei proporre al Consiglio che, una volta perso il posto di lavoro, i lavoratori debbano registrarsi presso le autorità nazionali, altrimenti non sarà possibile controllare la scadenza del periodo di sei mesi.

Infine, vorrei solo aggiungere che la Carta blu è uno strumento che consente agli Stati membri di reagire con flessibilità. Essa rappresenta un’opportunità per l’Unione europea affinché diventi o resti una meta appetibile per le attività economiche. E’ un incentivo per i lavoratori altamente qualificati, che potranno recarsi non negli Stati Uniti, in Canada o in Australia, ma scegliere invece l’Unione europea come luogo in cui vivere e lavorare, almeno per un certo periodo di tempo. Credo che la Carta blu costituisca un passo positivo nella direzione di un’immigrazione controllata e basata sui requisiti, le opportunità e le necessità degli Stati membri.

 
  
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  Stavros Lambrinidis (PSE).(EL) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, da oltre un decennio ormai, non vi è stato alcun dibattito sostanziale su come gli Stati membri possano collaborare allo scopo di rendere l’Europa una meta più appetibile per gli immigrati regolari di cui le nostre comunità hanno bisogno, nonché un luogo più umano per coloro che già vivono tra di noi.

La recente direttiva sui rimpatri, che, com’è noto, tratta molti poveri immigrati come se fossero criminali comuni, è indicativa del modo quasi monomaniacale in cui l’Europa sta affrontando la politica dell’immigrazione attraverso misure di polizia.

La ragione fondamentale è la seguente: la maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea non è ancora riuscita, in primo luogo, ad attuare programmi efficaci volti all’integrazione degli immigrati e, in seconda battuta, a persuadere un’ampia parte dell’opinione pubblica che l’inevitabile aumento delle comunità multiculturali costituisce uno sviluppo auspicabile, che promuove la nostra crescita economica e sociale.

In tale contesto, non possiamo far altro che accogliere con favore le iniziative legislative oggetto della discussione di oggi. Questo è forse il primo serio sforzo inteso a creare una politica comune in materia di immigrazione regolare, nonostante la relativa timidezza di alcune proposte e i conseguenti problemi, alcuni dei quali sono stati affrontati dagli emendamenti, come il rischio di sottrarre lavoratori qualificati ai paesi poveri, come molti hanno già giustamente osservato.

Al contempo, tuttavia, queste singole norme riguardano un numero minimo di coloro che potremmo definire immigrati regolari privilegiati. Ora occorrono iniziative legislative coraggiose, volte a introdurre regole europee sul lavoro regolarizzato e dirette agli altri milioni di lavoratori di cui le nostre economie e comunità hanno bisogno.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, signor Vicepresidente, signor Presidente in carica del Consiglio, l’Unione europea è ancora vista come un luogo di scarsa attrattiva da parte dei lavoratori altamente qualificati dei paesi terzi, mentre gli immigrati non specializzati arrivano a migliaia. La politica europea in materia di immigrazione, pertanto, ha bisogno di un’impostazione ampia e coerente nei confronti della pace e della sicurezza, della politica europea di sviluppo e delle politiche in materia di integrazione e occupazione.

La proposta legislativa rappresenta uno sforzo per definire criteri comuni per una procedura di immigrazione con iter accelerato, rivolta agli immigrati altamente qualificati. Servono definizioni comuni e uniformi per l’accesso a 27 mercati del lavoro.

Tutti riconoscono che l’Unione europea abbia bisogno di questo strumento al fine di avvalersi di manodopera specializzata proveniente da paesi terzi per lunghi periodi, per migliorare la propria competitività e promuovere la crescita economica. Ciononostante, occorrono alcune condizioni di base. In qualità di membro della commissione per l’occupazione e gli affari sociali, ritengo che il primo requisito sia il riconoscimento dei titoli universitari dei lavoratori altamente qualificati oppure un’esperienza di tre anni.

La politica per lo sviluppo deve garantire la disponibilità di manodopera proveniente da paesi terzi. La relatrice, alla quale esprimo le mie condoglianze per il triste evento, sottolinea che l’immigrazione riservata ai lavoratori altamente qualificati non rappresenta una soluzione a lungo termine per i problemi economici e demografici, dato che, in genere, l’immigrazione economica si ripercuote sui mercati del lavoro nazionali degli Stati membri.

Il principio di sussidiarietà va applicato finché non avremo sistemi sociali armonizzati e leggi uniformi in materia di occupazione. Il Parlamento europeo, pertanto, raccomanda un rigoroso rispetto del principio della preferenza comunitaria. Gli Stati membri devono determinare i numeri degli immigrati provenienti da paesi terzi da accogliere nell’ambito della loro sovranità nazionale e devono altresì avere il diritto di definire una quota zero.

Le Carte blu dovrebbero essere rilasciate soltanto a discrezione di ciascuno Stato membro, anche se i requisiti sono soddisfatti; il valore aggiunto europeo consiste nella possibilità di trasferirsi in uno Stato membro dopo aver soggiornato legalmente per due anni in un altro.

 
  
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  Karin Jöns (PSE).(DE) Signor Presidente, al fine di portare l’immigrazione clandestina sotto controllo, affrontare le sfide poste dal cambiamento demografico, migliorare la nostra competitività e, al tempo stesso, garantire un elevato livello di armonia sociale, occorre una politica congiunta in materia di immigrazione. Questo Parlamento concorda su questo punto. Per tale ragione, desidero ringraziare tutti e quattro i relatori per la stretta collaborazione.

Ciononostante, secondo il parere del mio gruppo, una politica comune in materia di immigrazione deve includere tutti gli immigrati, altrimenti verrebbe meno ai nostri requisiti. Ciò significa che il principio della parità di trattamento dev’essere applicato a tutti senza restrizioni, nel caso dei diritti dei lavoratori dipendenti, l’accesso all’istruzione e l’accesso ai sistemi di previdenza sociale. Vi chiedo, pertanto, di votare a favore degli emendamenti presentati dal mio gruppo domani. La direttiva quadro va applicata anche ai lavoratori stagionali, ai rifugiati o ai richiedenti asilo temporaneo.

Per quanto riguarda la Carta blu, domani vorrei cambiare il risultato del voto della commissione responsabile allo scopo di aprire il mercato del lavoro europeo non solo agli immigrati che provengono da paesi con cui abbiamo già accordi di partenariato. Non devono esistere limitazioni di questo tipo e mi compiaccio di sentire che la Commissione condivide questa opinione.

Infine, ancora una parola rivolta al Consiglio. In vista della votazione, vi invito ad adottare entrambe le direttive insieme. Se siamo seri a proposito dei principi della parità di trattamento, non possiamo adottarli ora soltanto per i lavoratori altamente qualificati e forse, in seguito, per gli altri immigrati.

 
  
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  Inger Segelström (PSE).(SV) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto ringraziare la relatrice, onorevole Klamt, nonché i relatori ombra, per questa relazione interessante. In qualità di socialdemocratica nordica, avevo sperato nel vostro sostegno di modo che anche gli accordi collettivi potessero essere applicati alle Carte blu dell’Unione europea. Credo che ciò sia necessario, ma non mi preoccupa particolarmente il fatto che non si sia data applicazione a tale provvedimento. Comunque, il Parlamento avrebbe dovuto prendere l’iniziativa su questo punto.

Ora, il fatto positivo è che si sia stabilito per legge di perseguire i datori di lavoro che violano le norme e non controllano se stanno assumendo lavoratori irregolari e, allo stesso tempo, di poter ritenerli responsabili di retribuzione insufficiente e altre inadempienze retroattivamente. E’, inoltre, positivo che i cittadini di paesi terzi possano ritornare in patria durante il periodo in questione per poi fare ritorno nell’Unione europea. Ciò dimostra che stiamo prendendo seriamente le preoccupazioni dei paesi terzi circa la fuga dei cervelli. Inoltre, noto con soddisfazione la decisione, che sostengo, secondo la quale gli Stati membri debbano tener conto dei mercati del lavoro nazionali e regionali. Ciò dimostra che coloro che già si trovano nei nostri paesi e che sono disoccupati saranno i primi ad avere un posto di lavoro. E’ un dato davvero importante, considerando l’attuale aumento della disoccupazione sulla scia della stretta creditizia, e specialmente quando la xenofobia rappresenta una minaccia per la democrazia in molti dei nostri Stati membri.

 
  
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  Roselyne Lefrançois (PSE).(FR) Signor Presidente, vorrei in primo luogo ringraziare la relatrice e i relatori ombra per il loro spirito di collaborazione. Questa direttiva è il primo testo di rilievo in materia di immigrazione regolare. Essa mira a promuovere l’arrivo sul territorio dell’Unione europea di lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi terzi, la grande maggioranza dei quali, attualmente, preferisce recarsi negli Stati Uniti o in Canada. Grazie alla Carta blu, questi lavoratori ora potranno godere di numerosi diritti per se stessi e le loro famiglie.

Sicuramente, corriamo il rischio di essere accusati di sostenere l’idea di un’immigrazione selettiva, ma vorrei ricordare che è il Consiglio che si è opposto sistematicamente a una direttiva trasversale da applicare a tutti i lavoratori migranti. La Commissione, pertanto, non ha avuto altra scelta, pur di compiere qualche progresso nel campo dell’immigrazione legale regolare, che cominciare dai lavoratori altamente qualificati, per i quali essa sapeva sarebbe stato più semplice ottenere l’accordo degli Stati membri. Ovviamente provo rammarico per questa impostazione settoriale, ma è da così tanto tempo che noi socialisti denunciamo il carattere esclusivamente repressivo della politica europea in materia d’immigrazione e chiediamo una politica d’immigrazione regolare degna di tale nome che mi sembra importante autorizzare questo primo passo.

Non dimentichiamo che, in effetti, altri testi sono già in via di preparazione riguardo, per esempio, sui lavoratori stagionali e sui tirocinanti.

 
  
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  Emine Bozkurt (PSE). (NL) Signor Presidente, finalmente è stato fatto un passo importante. L’Europa è unanime quando si tratta di condizioni per un unico sistema di reclutamento per lavoratori di alto livello. Questo è il valore aggiunto offerto dalla Carta blu. Si tratta di passo necessario, anche se, a mio avviso, è soltanto il primo. Una volta acquisita esperienza con la Carta blu, dovremo considerare i passi successivi per il prossimo periodo.

Non dobbiamo scordare che viviamo tempi turbolenti. Vi potranno essere esuberi a breve termine come conseguenza della crisi finanziaria. Di qui l’importanza che il sistema della Carta blu, come descritto dalla relazione Klamt, lasci spazio alle politiche nazionali degli Stati membri. Questi devono essere in grado di decidere quanti immigrati provvisti di solide qualifiche siano necessari e possano cominciare a lavorare al fine di evitare una fuga di cervelli in settori sensibili, come il settore sanitario, nei paesi terzi. Ma dovremmo anche guardare avanti. L’Europa ha un disperato bisogno di immigrati altamente qualificati. Per questa ragione, la soluzione migliore per la Carta blu è quella più semplice possibile, che consenta di attirare i veri talenti. Ritengo che questa soluzione si trovi inclusa nella presente proposta, in parte grazie agli emendamenti presentati dal gruppo socialista al Parlamento europeo. Di conseguenza, è importante che coloro che già soggiornano legalmente nell’Unione europea non debbano prima ritornare nei propri paesi di origine per poter richiedere la Carta blu allo scopo di fare ingresso in uno Stato membro dell’UE, purché essi soddisfino le altre condizioni.

 
  
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  Harald Ettl (PSE).(DE) Signor Presidente, nei prossimi vent’anni, l’Unione europea avrà bisogno di altri lavoratori altamente qualificati provenienti dai paesi terzi. Per anni, altri paesi hanno fatto un uso sproporzionato di questo potenziale. Le normative messe a punto dall’Unione europea sono equilibrate e mirano a prevenire la fuga dei cervelli dai paesi terzi. I requisiti saranno determinati dagli Stati membri di volta in volta. Tutto ciò sembra molto sensato, ma è anche vero che attualmente siamo minacciati dalla recessione per via della crisi economico-finanziaria.

La disoccupazione è destinata ad aumentare in tutta l’Europa e alcuni Stati membri già intendono limitare ancor più la libera circolazione dei lavoratori nell’ambito dell’Unione europea. Non avrebbe forse più senso, in una situazione in cui siamo costretti a cambiare la nostra politica industriale a causa delle problematiche ambientali, investire nell’aumento e nel miglioramento dei programmi di formazione per lavoratori altamente qualificati che abbiano potenzialità significative di innovazione? Occorre concentrare tutti i nostri sforzi su questo aspetto invece di contrabbandare lavoratori di alto livello da paesi terzi. Questa soluzione da sola non sarà sufficiente per garantire il nostro futuro a lungo termine.

 
  
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  Genowefa Grabowska (PSE).(PL) Signor Presidente, tutti ricordiamo i campi di lavoro aperti nell’autunno del 2006 in diversi Stati membri dell’Unione europea. In quei campi, gli immigrati clandestini hanno lavorato in condizioni deplorevoli fianco a fianco con i cittadini degli Stati membri dell’Unione europea.

Questa situazione ha dato impulso al nostro lavoro sul pacchetto immigrazione, parte del quale stiamo discutendo oggi. A mio avviso, stiamo procedendo nella direzione giusta. La proposta prevede condizioni di lavoro più civili e semplifica le norme che disciplinano l’assunzione e il soggiorno degli immigrati regolari. In quanto polacca, vorrei altresì sottolineare la nostra solidarietà nei confronti dei cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente nell’Unione europea. Non vanno accettate discriminazioni nei loro confronti.

Non ritengo neppure che la Carta blu possa porre a repentaglio gli interessi economici dei cittadini dei nuovi Stati membri, né che possa rappresentare una concorrenza nei loro confronti. Il fatto è che, ora, la maggior parte dei mercati del lavoro europei è aperta e, com’è noto, tutti i periodi di transizione si concluderanno prima dell’entrata in vigore della Carta blu.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE). - (LT) Signor Ministro, signor Commissario, onorevoli colleghi, il mondo si sta aprendo sempre più, non soltanto in Europa. Le tecnologie moderne e la globalizzazione conducono in questa direzione e qualsiasi forma di opposizione è controproducente.

Mi congratulo con la Francia che, nel corso della propria presidenza, ha preso le importanti iniziative al centro del nostro dibattito di oggi.

L’interesse dell’Unione europea è chiaro: mancano lavoratori, abbiamo bisogno di lavoratori come pure di specialisti altamente qualificati, perché i nostri cittadini godono del diritto di partire, di vivere e lavorare altrove, nel paese preferito.

L’immigrazione regolare verso l’Unione europea costituisce una soluzione del tutto accettabile per il problema. Rappresenta, inoltre, la nostra risposta alle sfide della globalizzazione e l’obiettivo dell’Unione europea di diventare più competitiva.

Sono d’accordo sul fatto che le proposte vadano coordinate l’una con l’altra, nonché con altri atti legislativi, ma non vi è dubbio che dovevamo risolvere tali problemi e ancora una volta mi congratulo con entrambi i relatori e con il paese che esercita la presidenza.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (PSE). (RO) La proposta di risoluzione che mira a introdurre la Carta blu per gli immigrati altamente qualificati ha l’obiettivo di attirare una forza lavoro professionale altamente qualificata dall’esterno dei nostri confini, offrendo a questi immigrati la possibilità di insediarsi e di lavorare legalmente nell’Unione europea. Questa iniziativa è tanto più vantaggiosa considerando che si prevede che nei prossimi vent’anni 20 milioni di posti di lavoro rischiano di restare scoperti.

Ciononostante, vorrei ricordare che i cittadini rumeni e bulgari si trovano ancora ad affrontare restrizioni sul mercato del lavoro, e si teme che alcuni paesi intendano prorogare il periodo di transizione di altri tre anni. Per tale ragione e in questo contesto, è di vitale importanza che non si vada a incrementare la discriminazione anche contro i cittadini europei.

 
  
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  Marek Aleksander Czarnecki (ALDE).(PL) Signor Presidente, i cambiamenti demografici che caratterizzano l’Unione europea e l’invecchiamento della popolazione sono circostanze che comportano una domanda di lavoratori specializzati provenienti da paesi terzi. L’immigrazione economica è una sfida che dev’essere raccolta dall’Unione europea in un mondo in rapida globalizzazione. Ritengo che gli Stati membri debbano adottare un’impostazione integrata e coerente nei confronti della politica europea in materia di immigrazione.

L’ingegneria e l’informatica sono settori che richiedono particolare attenzione nel contesto dello sviluppo e dell’occupazione. Occorre approvare normative comunitarie se vogliamo contenere l’immigrazione clandestina. Concordo con la relatrice e con il consulente, onorevole Masiel. Inoltre, sostengo l’introduzione del piano della Carta blu europea per gli immigrati specializzati, che ha lo scopo di facilitare l’impiego di lavoratori specializzati provenienti da paesi terzi.

 
  
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  Tomáš Zatloukal (PPE-DE). (CS) La mobilità dei cittadini originari di paesi terzi nell’ambito del territorio degli Stati membri dell’Unione europea pone una sfida importante per l’Europa in un mondo globalizzato, dominato da un’accesa concorrenza economica. Stiamo adottando norme europee comuni che renderanno possibile la gestione dei flussi migratori verso l’Europa e il contenimento dell’immigrazione clandestina. E’ giusto sostenere la proposta della Commissione europea di accelerare il processo di accoglienza dei lavoratori e garantire loro migliori condizioni di soggiorno, al fine di accrescere l’attrattiva dell’Unione europea nei confronti dei lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi terzi. Il fattore decisivo non si riduce soltanto a un rapido processo di accoglienza per i lavoratori, in assenza di ostacoli burocratici, ma consiste anche in condizioni di accesso comuni e unificate per tutti i 27 diversi mercati del lavoro. Nella discussione delle due relazioni, va menzionato che nell’Unione europea le barriere all’occupazione dei cittadini dei nuovi Stati membri sussistono ancora.

 
  
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  Toomas Savi (ALDE).(EN) Signor Presidente, la Carta blu dell’Unione europea è un’iniziativa molto apprezzata tra i paesi in via di sviluppo. Poiché la Carta blu sarà rilasciata dagli Stati membri, si potrebbe ipotizzare che uno Stato membro può scoprire fin troppo spesso, dopo aver preso in esame il proprio mercato del lavoro, che la sua situazione non consente di favorire l’impiego di lavoratori stranieri, o che la politica pubblica adottata frappone ostacoli alla piena attuazione della Carta blu. Temo che alcuni Stati membri possano mettere a repentaglio l’obiettivo della Carta blu dell’Unione europea.

La Carta blu dell’UE non è stata pensata soltanto per soddisfare la domanda di forza lavoro degli Stati membri, ma anche per mettere in moto la “circolazione di cervelli”. Da un certo punto di vista, si tratta di una misura di sostegno per la politica di cooperazione allo sviluppo dell’Unione europea, in quanto alla fine i lavoratori titolari di Carta blu ritornano ai propri paesi di origine con un’esperienza che è vitale per il progresso.

 
  
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  Nicolae Vlad Popa (PPE-DE). (RO) Penso che sia estremamente importante che l’Unione europea diventi più appetibile per i lavoratori altamente qualificati, ricordando in particolare che la maggior parte degli immigrati attualmente non è qualificata. Questi lavoratori hanno bisogno di condizioni propizie, di un sistema armonizzato di regolamentazione dell’emigrazione e del movimento da un paese all’altro, nonché di salari che rispecchino le loro qualifiche.

La Carta blu europea va, inoltre, vista come uno strumento per scoraggiare l’immigrazione clandestina, come parte dell’accordo in materia di immigrazione e asilo, nonché come parte della soluzione al problema della carenza di manodopera che colpirà l’Unione europea nei prossimi decenni.

Innanzi tutto, vorrei concentrarmi sull’idea che i cittadini dei nuovi Stati membri non debbano trovarsi in una posizione di inferiorità rispetto ai cittadini provenienti da paesi terzi. Non è accettabile che alcuni Stati mantengano chiusi i propri mercati del lavoro nei confronti dei cittadini dei nuovi Stati membri, ma che, al contempo, offrano posti di lavoro che richiedono qualifiche di alto livello a lavoratori di paesi esterni all’Unione europea.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). - (PL) I problemi demografici e l’invecchiamento della popolazione europea non sono le uniche ragioni per introdurre la Carta blu come strumento controllato dall’Unione europea. L’allargamento dell’Unione è stato seguito da un enorme flusso di specialisti in uscita dai nuovi Stati membri. Oggi tale fuga di lavoratori specializzati rappresenta il principale problema per i datori di lavoro, ostacolando gli investimenti e limitando così lo sviluppo economico.

Se le nostre imprese non riescono a reperire lavoratori specializzati nei propri mercati nazionali, perderanno competitività nei confronti dei concorrenti cinesi. I datori di lavoro polacchi desiderano un’apertura più ampia del mercato del lavoro e si mostrano disponibili a dare impiego ai lavoratori di paesi come l’Ucraina e la Bielorussia. Al contempo, va ricordato che tutti i benefici nell’ambito dell’Unione europea devono essere concessi in maniera uniforme. Occorre sottolineare che alcuni di coloro che verranno da noi grazie alla politica della Carta blu ritorneranno a casa, portando con sé l’esperienza acquisita nell’Unione europea. Dobbiamo lavorare insieme per rafforzare l’istruzione e i piani di formazione continua per gli specialisti di cui i mercati del lavoro degli Stati membri hanno bisogno.

 
  
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  Janusz Onyszkiewicz (ALDE).(PL) Signor Presidente, desidero attirare l’attenzione su due pericoli che sono emersi nel corso della discussione e nelle normative proposte.

In primo luogo, i requisiti eccessivi imposti ai cittadini di paesi terzi che cercano occupazione nell’Unione europea. Il requisito secondo cui i cinque anni di esperienza professionale debbano comprendere almeno due anni in una posizione di responsabilità mi sembra essere francamente eccessivo. Un infermiere o un esperto informatico possono svolgere un ruolo utile nelle nostre imprese senza che ciò sia necessario.

L’altro pericolo consiste nel tentativo di definire una soglia salariale minima uniforme per i lavoratori. Una tale norma finirebbe per distruggere il principio fondamentale da applicare veramente, vale a dire quello della parità di retribuzione, dato che potrebbe far sì che un cittadino trasferitosi nell’Unione europea lavori con una retribuzione superiore a quella di un lavoratore comunitario.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signor Presidente, la ricchezza di questa discussione dimostra la qualità delle relazioni presentate. Vorrei ringraziare ancora una volta i relatori e i relatori per parere, onorevoli Masiel, Jeleva e Panayotopoulos, e dire che, effettivamente, come dimostrato dalle nostre discussioni, questo è un grande passo avanti verso un accordo sull’immigrazione regolare. Quattro anni fa, nessuno voleva sentir parlare di strumenti comunitari. Sappiamo che potremo andare ancora oltre nel giro di qualche anno.

Mi congratulo altresì con la Commissione europea, nella persona del vicepresidente Barrot, che è riuscita ad avviare questo dibattito e a far sì che le nostre ambizioni in questo settore crescessero rapidamente. Congratulazioni anche alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Il presidente Deprez ha trovato le parole giuste, l’equilibrio e la voce della ragione; egli sostiene un’Europa aperta e ciò mi rallegra. Con toni leggermente diversi, anche l’onorevole Roure auspica un’Europa che sia pronta per un secolo di spostamenti di popolazioni ed è questo che stiamo cercando di fare. Come ha sottolineato l’onorevole Lefrançois, questi due testi rappresentano un inizio, non una fine, e lasciano spazio alle migrazioni circolari.

Circa la questione della preferenza comunitaria, sollevata dalle onorevoli Grabowska e Gál, nonché dagli onorevoli Fava e Catania, in particolare, vorrei ricordare che la Carta blu non sarà introdotta prima del 2011, quando le misure transitorie dei trattati di adesione saranno giunte a scadenza, e che essa offre uno status che non è equivalente a quello dei cittadini dell’Unione europea. Inoltre, siamo pronti e vorremmo includere nel testo il principio della preferenza comunitaria contenuto nei trattati di adesione.

Per quanto riguarda i numerosi interventi che hanno fatto riferimento alla fuga di cervelli – in particolare i commenti degli onorevoli Kreissl-Dörfler, Borghezio, Budreikaitė, Moreno, Lambert e Roure –, credo che il Parlamento europeo abbia espresso le proprie legittime preoccupazioni circa l’inclusione, nella Carta blu, di salvaguardie volte a trasformare il brain drain in brain gain, e mi sembra che vi siano tre metodi principali per farlo.

In primo luogo, la direttiva non prevale in alcun modo sugli accordi europei né su accordi tra alcuni Stati membri e i paesi di origine, che compilano elenchi di professioni da escludere dal proprio ambito per garantire un reclutamento etico nei settori più colpiti dalla mancanza di manodopera. In secondo luogo, bisogna dare agli Stati membri la possibilità di essere responsabili nel caso di un esame caso per caso: essi devono poter respingere una domanda di Carta blu al fine di garantire un reclutamento etico. Infine, la direttiva deve poter favorire la migrazione circolare di lavoratori altamente qualificati e, naturalmente, insistere, come è già stato sottolineato, sulle esigenze di formazione nei paesi d’origine.

Non mi sembra, invece, necessario impedire il rilascio delle Carte blu in modo sistematico in assenza di un accordo con un paese d’origine. Come sottolineato dal vicepresidente Barrot, ritengo che ciò creerebbe discriminazioni, che trasferirebbe le domande a livello nazionale e che, pertanto sia preferibile negoziare caso per caso.

Riguardo alla distinzione fatta tra lavoratori altamente qualificati e lavoratori non qualificati, un aspetto menzionato dagli onorevoli Busuttil e Lefrançois, in particolare, nonché dall’onorevole Lambert, credo che si debba procedere per fasi. Attualmente, purtroppo non vi è consenso in materia di migrazione legale per agire a livello comunitario su tutti i segmenti del mercato del lavoro. Stiamo comunque facendo passi avanti in quanto esiste un insieme comune di diritti per tutti i lavoratori di paesi terzi nell’Unione europea e dobbiamo cominciare dai lavoratori altamente qualificati, dagli stagionali, dai lavoratori distaccati nonché dai tirocinanti. Il programma di Stoccolma forse ci consentirà di andare oltre.

Contrariamente a quanto dichiarato dall’onorevole Flautre e da altri oratori, i diritti garantiti dalla Carta blu non comportano alcuna restrizione alla libertà sindacale né ai diritti legati al lavoro, al contrario. Inoltre, la Carta blu sarà l’unico strumento che permetterà agli immigrati di esercitare il diritto alla mobilità per svolgere un’attività professionale qualificata nell’Unione europea, cosa che oggi non è possibile in base agli ordinamenti nazionali. Questo è il maggior vantaggio offerto da questo testo.

Per rispondere anche all’onorevole Pirker riguardo al periodo dopo il quale questi vantaggi cesseranno in caso di disoccupazione – è vero che è previsto un periodo di tre mesi –, la presidenza dell’Unione Europea avrebbe voluto che questo periodo fosse più lungo di quanto proposto, ma non è stato raggiunto alcun consenso a questo riguardo. Anzi, alcuni Stati membri volevano persino che non si prevedesse alcun periodo, il che evidentemente non coincideva con il desiderio della presidenza.

Infine, per rispondere all’onorevole Fava, il considerando 16 del testo del Consiglio include il principio della parità di retribuzione tra i lavoratori dei paesi terzi e lavoratori comunitari, che viene attuata dall’articolo 15, paragrafo 1, dello stesso testo.

 
  
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  Jacques Barrot, membro della Commissione. (FR) Signor Presidente, mi limiterò a completare le proposte del ministro Jouyet, che mi sembrano aver ben espresso il nostro comune interesse per il vostro lavoro questo pomeriggio. Sono grato a tutti gli oratori e ai relatori, che hanno svolto un ottimo lavoro.

Vorrei semplicemente ribadire che la proposta di direttiva rispetta pienamente la preferenza comunitaria. Inoltre, la preferenza comunitaria è contenuta nei trattati di adesione all’Unione europea, i quali dichiarano che, se uno Stato membro applica restrizioni temporanee alla libera circolazione dei lavoratori appartenenti a un altro Stato membro, esso deve dar loro la priorità in termini di accesso al mercato del lavoro rispetto ai lavoratori provenienti da paesi terzi. Lo dico in particolare ai parlamentari dei nuovi Stati membri, poiché è un aspetto che va sottolineato.

Devo, poi, rispondere a coloro che sono preoccupati dei rischi di fuga dei cervelli. Vorrei ricordare che la proposta raccomanda una clausola sul reclutamento etico allo scopo di limitare e persino vietare l’eventuale pubblicità attiva degli Stati membri nei paesi in via di sviluppo, che già si confrontano con una grave fuga dei cervelli.

La proposta contempla anche la possibilità che uno Stato membro respinga le domande per la Carta blu in base a considerazioni di reclutamento etico. Abbiamo misure volte a semplificare la migrazione circolare e abbiamo un obbligo, per gli Stati membri, di comunicare alla Commissione europea statistiche annuali sull’applicazione della direttiva affinché essa possa osservare gli effetti che ne derivano.

E’ vero che occorre evitare il reclutamento attivo nei paesi afflitti da gravi carenze, specialmente nel settore sanitario in Africa, e tutto questo troverà soluzione nello sviluppo di partenariati con i paesi d’origine.

In terzo luogo, ovviamente vorrei dire che questo testo sarà seguito da altre proposte della Commissione. Nel marzo dell’anno prossimo, presenterò un testo sulla migrazione regolare per i lavoratori stagionali, gli apprendisti retribuiti e i dipendenti impiegati in gruppi plurinazionali o multinazionali che potrebbero essere trasferiti. Anche in questo caso, come ha ricordato l’onorevole Lefrançois, si tratta di un inizio e sarà necessario procedere verso un quadro completo in materia di immigrazione regolare.

Anch’io ripeterò semplicemente quello che il ministro Jouyet ha già spiegato molto bene, vale a dire che c’è una volontà molto chiara di garantire pari diritti a tutti questi immigrati e ai nuovi arrivati nell’Unione europea, il che rispecchia, ancora una volta, l’ideale della nostra Comunità europea.

In tutti i casi, ho preso nota dei numerosi commenti e osservazioni. Nei prossimi mesi, avremo altre occasioni per discutere di questi problemi migratori. In effetti, ritengo che dobbiamo abituarci ad affrontarli spassionatamente, con grande obiettività e con un grande senso di giustizia, riconoscendo al contempo che abbiamo anche bisogno di immigrazione, ma specificamente di un’immigrazione che sia sostenuta da un quadro giuridico affidabile ed equo per tutti.

 
  
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  Manfred Weber, relatore.(DE) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, innanzi tutto sarò lieto di porgere all’onorevole Klamt i vostri migliori auguri e le vostre condoglianze. Desidero, inoltre, ringraziarvi per il dibattito e sottolineare tre punti.

In primo luogo, vorrei dissociarmi dalla retorica nazionalista che oggi abbiamo avuto modo di ascoltare in alcuni casi. Essa non rappresenta di certo l’opinione della maggioranza dei deputati di questo Parlamento e va respinta senza esitazione.

In secondo luogo, naturalmente desidero fare riferimento alla questione dell’immigrazione regolare, di cui abbiamo bisogno al fine di garantire che le nostre economie nazionali mantengano le proprie capacità di innovazione e che si combatta l’immigrazione clandestina – due obiettivi che rappresentano due facce della stessa medaglia. I cittadini europei si aspettano che noi siamo sia aperti all’immigrazione che è utile e legale, sia preparati a combattere l’immigrazione clandestina.

In terzo luogo, erano queste le aspettative riposte nella Carta blu, ma vorrei anche dire che questo è un primo passo concreto per poter presentare un’immagine comune in tutto il mondo. Per questa ragione, credo che dovremmo fare questo passo insieme, così da poter fare ulteriori progressi. Invitiamo tutti a votare a favore di questa legislazione domani.

 
  
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  Patrick Gaubert, relatore. (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho ascoltato molte osservazioni...Comincerò col parlare della discussione, che è stata molto interessante. Non citerò nessuno, ma dirò che il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei non ha bisogno di lezioni in materia di rispetto dei diritti umani. Il gruppo PPE-DE si compiace del fatto che l’Europa sia in grado di raggiungere un accordo circa strumenti comuni per la gestione dei flussi migratori, come è altrettanto lieto del fatto che l’Europa non si stia ripiegando su se stessa.

Abbiamo una politica migratoria che è al contempo umana e ferma; umana perché rifiuta le condizioni di vita indegne degli immigrati clandestini che vivono nei nostri paesi – facciamo tutto il possibile per impedire che uomini e donne si imbarchino e rischino la propria vita – e ferma in quanto essa condanna i trafficanti e i loro mandanti criminali.

Per quanto riguarda la Carta blu e la procedura unica per il permesso di soggiorno, dirò all’amico Catania che abbiamo bisogno dell’elite e degli altri nei nostri paesi. Visto che stiamo parlando di questo, i diritti degli immigrati regolari saranno uguali a quelli dei cittadini comunitari, né più né meno.

L’Europa non ha bisogno di riscattarsi di fronte a nessuno in materia di politiche migratorie. L’Europa non considera gli immigrati malfattori né delinquenti né una minaccia per la nostra sicurezza o la nostra forza lavoro. Sono uomini, donne e bambini fatti di carne e ossa, che cercano una vita migliore sul nostro territorio, perché a casa loro non hanno nulla.

Il nostro obiettivo comune è di aiutarli e sostenerli, anche se questo significa incoraggiarli a restare nei loro paesi. La nostra politica di immigrazione è dignitosa, aperta, forse troppo conscia degli aspetti connessi alla sicurezza, ma per loro, come per noi, possiamo essere orgogliosi di questa politica, come potremo essere fieri domani del voto su queste due relazioni in materia di politica migratoria dell’Europa.

 
  
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  Presidente. − Vorrei esprimere personalmente le mie condoglianze all’onorevole Klamt per l’improvvisa scomparsa di suo padre la settimana scorsa. L’ho vista poco dopo che aveva ricevuto la notizia e le esprimo dunque tutto il mio cordoglio.

La discussione congiunta è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 20 novembre.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)

 
  
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  Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto. (RO) Innanzi tutto, accolgo con favore sia l’iniziativa della Commissione europea sia la posizione della relatrice poiché ritengo che siano stati fatti importanti progressi nel campo della migrazione di lavoratori altamente qualificati, il che è essenziale per il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona.

Ciononostante, credo che l’Unione europea debba risultare attraente non solo per i lavoratori altamente qualificati dei paesi terzi, ma anche per i giovani europei. Ricordando che in gioco c’è la competitività dell’Unione europea, non vogliamo vedere una fuga di cervelli né a favore degli Stati Uniti né a favore del Canada a svantaggio dell’Unione europea. Di conseguenza, occorre consolidare l’attuale iniziativa attraverso una politica che incoraggi i giovani europei.

Inoltre, questa misura va attuata con particolare attenzione e responsabilità, tenendo conto della situazione in termini di risorse umane in particolari settori dei paesi di origine di questi lavoratori migranti, in modo da non esacerbare ulteriormente la crisi delle risorse umane, in particolare nel settore sanitario e dell’istruzione.

Infine, sostengo la posizione dell’onorevole Klamt a proposito dell’applicazione della preferenza comunitaria durante il processo di reclutamento e dell’idea di dare priorità ai cittadini dei nuovi Stati membri che sono ancora soggetti a restrizioni riguardo all’accesso al mercato del lavoro. Se queste restrizioni dovranno essere mantenute, garantire la priorità mi pare essere una condizione minima per garantire che i cittadini di questi paesi non si sentano cittadini europei di seconda categoria.

 
  
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  Corina Creţu (PSE), per iscritto. (RO) Desidero attirare la vostra attenzione su alcune disposizioni che potrebbero avere un impatto discriminatorio e, pertanto, vorrei chiedervi di considerare la possibilità di dare priorità ai cittadini dei nuovi Stati membri dell’Unione europea in termini di accesso al mercato del lavoro dell’UE, rispetto agli immigrati provenienti da paesi non UE.

L’iniziativa della Carta blu è vantaggiosa poiché in parte risolverà il problema della carenza di lavoratori altamente qualificati e potrà svolgere un ruolo importante nel porre freno all’immigrazione clandestina. Ciononostante, esistono anche disposizioni che pongono in posizione di svantaggio i cittadini dei paesi di recente adesione nell’Unione europea. In una situazione in cui l’accesso al mercato del lavoro, nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea, è ancora sottoposto a restrizione per i rumeni, totalmente o in alcuni settori, ritengo sia necessario obbligare gli Stati membri a respingere le domande di Carta blu in quei settori in cui l’accesso per i lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri dell’Unione europea è ancora limitato dalle attuali misure transitorie. Gli abitanti degli Stati membri dell’Unione europea, anche se di recente adesione, devono avere la precedenza rispetto ai cittadini di paesi terzi.

Desideravo altresì mettere in guardia dal rischio di una fuga di cervelli dai paesi meno sviluppati, che avrà un impatto negativo sui settori fondamentali di quei paesi, come il settore sanitario, l’istruzione e la ricerca, dando luogo a un effetto boomerang con complesse implicazioni a livello internazionale.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Per quanto riguarda la definizione delle “condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi che intendano svolgere lavori altamente qualificati” nell’Unione europea (la Carta blu) e la creazione di una “procedura di domanda unica per il permesso di soggiorno e di lavoro”, riteniamo che, tra altri aspetti preoccupanti, queste iniziative vadano viste nel contesto della politica di immigrazione dell’Unione europea nel suo complesso.

In altre parole, esse possono avere senso e manifestare tutta la loro portata soltanto se sono integrate negli altri pilastri di questa politica, come ribadito nel patto europeo sull’immigrazione e l’asilo: criminalizzazione degli immigrati, centri di identificazione ed espulsione, direttiva sui rimpatri; controllo delle frontiere, creazione di Frontex; “accordi di riammissione” come clausola degli accordi di “cooperazione”.

Introducendo una discriminazione tra gli immigrati, la Carta blu cerca di dare risposta agli obiettivi neoliberali della strategia di Lisbona nonché alle necessità di manodopera dell’Unione europea (stabilite in quote), riducendo così gli immigrati a “manodopera”, promuovendo il saccheggio di risorse umane da paesi terzi – particolarmente dei loro lavoratori più qualificati – e creando nell’Unione europea pericolosi sistemi centralizzati per l’immagazzinamento e la raccolta di dati sugli immigrati.

Ciò vale a dire che la Carta blu e la “procedura unica” formano un pilastro della disumana politica di immigrazione dell’Unione europea, che criminalizza ed espelle oppure sfrutta e scarta gli immigrati.

 
  
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  Magda Kósáné Kovács (PSE), per iscritto.(HU) Da molto tempo l’immigrazione rappresenta una delle più importanti questioni economiche e sociali dell’Unione europea. In un’Europa che sta invecchiando, tutti concordano sulla necessità di potenziare la forza lavoro allo scopo di mantenere e dare impulso alla nostra competitività.

La promozione dell’immigrazione attraverso una risposta congiunta richiede non solo una regolamentazione da parte dell’Unione europea, ma anche una strategia uniforme che prenda in considerazione in ugual misura lo sviluppo sostenibile e l’equilibrio sociale.

La relazione presentata dall’onorevole Klamt sulla Carta blu europea è degna di plauso in quanto definisce condizioni di lavoro più accettabili per i lavoratori altamente qualificati provenienti dai paesi terzi, tenendo in considerazione le circostanze familiari nonché il loro eventuale ritorno in patria. Comunque, sono particolarmente lieta del fatto che stiamo affrontando questo problema insieme alla relazione Gaubert sul permesso di soggiorno e di lavoro unico, in modo da non dare neppure l’impressione di voler aprire le porte dell’Europa soltanto ai lavoratori altamente qualificati.

Per il bene dell’equilibrio sociale interno dell’Unione europea, occorre riflettere sulla portata degli effetti dell’attuale crisi economico-finanziaria sugli interessi europei. Una disoccupazione crescente comporta di per sé tensioni sociali, pertanto dobbiamo prevenire che le tensioni etniche e razziali esistenti a livello interno si acuiscano per via dell’immigrazione. Ciò potrebbe non solo alimentare la crescita dell’estrema destra, ma a lungo termine potrebbe diventare una fonte di animosità nei confronti dell’Unione europea – nonostante il fatto che l’Unione europea abbia svolto un ruolo decisamente stabilizzatore nella crisi.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE-DE), per iscritto. (RO) L’introduzione della Carta blu, di cui l’Unione europea ha bisogno poiché si trova di fronte a una carenza di lavoratori altamente qualificati in alcuni settori, rappresenta un passo avanti per la migrazione economica di lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi terzi.

Ciononostante, la Carta blu può rappresentare un passo indietro se gli Stati membri non rifiuteranno le domande di esenzione da questa procedura per quei settori del mercato del lavoro dove l’accesso per i lavoratori dei nuovi Stati membri è sottoposto a restrizioni, in base alle misure transitorie previste dai trattati di adesione.

Mi sento di dover ricordare che il Regno Unito e l’Irlanda hanno già espresso il desiderio di mantenere le restrizioni del mercato del lavoro nei confronti di Romania e Bulgaria per altri tre anni.

Vorrei sottolineare che l’applicazione della politica sulla direttiva della Carta blu porrebbe in posizione di svantaggio i cittadini europei rispetto ai cittadini di paesi terzi. Sebbene questa direttiva faccia riferimento al principio della preferenza comunitaria, è ovvio che questo non possa essere applicato ai cittadini europei soggetti a restrizioni in alcuni settori del mercato del lavoro europeo.

Dopo questo chiarimento, vi esorto a votare a favore dell’emendamento, in modo da non trovarci in una situazione in cui la migrazione economica proveniente da paesi terzi abbia la precedenza sulla libera circolazione tra gli Stati membri dell’Unione europea. Il logico desiderio dei nuovi Stati membri non è quello di sentirsi membri dell’Unione europea di seconda categoria.

 
  
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  Marianne Mikko (PSE) , per iscritto.(ET) Onorevoli colleghi, la Carta blu contribuirà a ridurre diversi problemi in materia di lavoro e di immigrazione. La Carta blu rappresenta la proverbiale “carota” nella lotta contro l’immigrazione clandestina. Promuovendo e agevolando l’immigrazione regolare, l’Europa non solo contrasterà la carenza di specialisti, ma anche il traffico di esseri umani e l’immigrazione clandestina.

Sono favorevole all’idea che gli Stati membri debbano avere il diritto di decidere quante Carte blu voler rilasciare ogni anno. Allo stesso tempo, non dovremmo ricorrere al protezionismo per via dell’attuale crisi economica. Occorre essere preparati a ricevere lavoratori altamente qualificati da paesi terzi. Non dovremmo chiudere la porta a cittadini di talento di paesi terzi come conseguenza dell’attuale recessione economica.

Serve un’impostazione uniforme se si vuole restare competitivi a livello internazionale. Il sistema dell’Unione europea composto da 27 permessi diversi ostacola i “cervelli” che vengono in Europa per lavorare. Un sistema uniforme potrebbe costituire una soluzione che contribuirebbe a superare l’attuale periodo di recessione, per non menzionare il miglioramento della competitività oggi e, specialmente, in futuro.

 
  
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  Sirpa Pietikäinen (PPE-DE), per iscritto.(FI) Ora, e sicuramente anche in futuro, l’Europa ha bisogno di forza lavoro, qualificata e non qualificata, proveniente da paesi terzi. Affinché l’Unione europea sia in grado di competere con gli Stati Uniti d’America per attirare gli immigrati formati e istruiti, l’Unione europea deve diventare una meta più appetibile. Favorire la mobilità dei lavoratori provenienti da paesi terzi è un passo nella direzione giusta per l’Unione europea, pertanto desidero ringraziare l’onorevole Klamt per la sua encomiabile relazione. La Carta blu migliorerebbe la mobilità dei lavoratori formati in arrivo nell’Unione europea da paesi terzi.

L’Unione europea non dovrebbe però diventare una sede di lavoro più allettante a spese dei paesi in via di sviluppo. Purtroppo, la fuga dei cervelli spesso priva quei paesi delle competenze e del know-how necessari per lo sviluppo e, in fase di adozione delle nuove norme, l’Unione europea dovrebbe prendere in seria considerazione questo problema. Inoltre, serve uno sviluppo attivo e continuo dell’istruzione superiore in Europa, sebbene sia facile acquisire lavoratori formati e preparati da altri paesi.

Le nuove regole sugli immigrati non devono comportare disuguaglianze significative tra cittadini di paesi terzi e cittadini comunitari. Le definizioni rigorose di forza lavoro professionale da parte del Parlamento europeo creeranno uno scenario di disuguaglianza qualora venissero fatte richieste irragionevoli a chi arriva da un paese terzo in termini di percorso educativo e di esperienza lavorativa.

La carenza di manodopera sta minacciando l’Unione europea nel suo complesso, non soltanto nei settori più altamente qualificati. L’Unione europea dovrebbe, pertanto, estendere il piano volto a favorire l’arrivo di forza lavoro da paesi terzi all’intera gamma dei lavoratori, invece di accaparrarsi la fetta migliore della torta.

 
  
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  Mihaela Popa (PPE-DE), per iscritto. (RO) Il deficit demografico e l’invecchiamento della popolazione dell’Unione europea mettono a rischio il nostro mercato del lavoro, nonché i sistemi sanitario e pensionistico.

In tale situazione, la Carta blu controbilancerà il sistema americano della Green Card, che si è dimostrato essere un vero successo, ricordando che circa il 50 per cento dei lavoratori altamente qualificati sceglie il mercato americano o quello canadese.

Ritengo sia vitale per noi avere un sistema di immigrazione uniforme per tutti i 27 Stati membri di modo che ogni Stato dell’Unione europea possa trarre beneficio dal valore aggiunto apportato da una forza lavoro altamente qualificata.

Mi sembra altrettanto importante che l’Unione europea dia a questi professionisti il riconoscimento dovuto offrendo loro salari equi e non discriminatori.

Prima di concludere, vorrei ricordare il fatto che, comunque, il mercato del lavoro comunitario non è ancora totalmente aperto ai lavoratori dei nuovi Stati membri. Dobbiamo, pertanto, prestare molta attenzione al fatto che le misure che adottiamo non discriminino i cittadini di fatto dell’Unione europea.

 
  
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  Katrin Saks (PSE), per iscritto.(ET) Sono due i problemi che mi preoccupano in relazione alla Carta blu.

Da un’ottica europea, il flusso di cervelli in arrivo è una prospettiva eccellente. Rispetto all’America, all’Australia o al Canada, il numero di specialisti arrivati da noi è assai più ridotto. Tale incentivo contrasta, tuttavia, con un altro dei nostri principi, secondo il quale la questione dell’immigrazione va risolta a livello mondiale, e che lo sviluppo economico dei paesi terzi va aiutato, se si vogliono ridurre i flussi migratori, in particolare l’immigrazione clandestina. Che lo ammettiamo o no, i “cervelli” che noi sogniamo arrivino qui sono necessari nei paesi terzi per migliorare le condizioni di vita in quei luoghi.

Dal punto di vista dell’Europa, dove la concorrenza è forte, l’acquisizione di nuovi specialisti sarebbe un vantaggio, tanto più se si considera che la ricerca dimostra che la loro integrazione in una nuova società è molto più semplice e rapida. Neppure questo aspetto va sottovalutato.

Un ulteriore problema che osservo, in relazione alle difficoltà economiche e alla disoccupazione crescente, è che l’atteggiamento negativo nei confronti degli immigrati è destinato ad acuirsi. Nutro gli stessi timori anche per l’immigrazione interna all’Unione europea. Ciononostante, auspico che i sostenitori dei partiti politici dell’estrema destra non se ne approfittino e che le restrizioni oggi esistenti in alcuni Stati membri siano rimosse in futuro. Tutta l’Unione europea ne trarrebbe beneficio.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente

 

12. Politica spaziale europea: l'Europa e lo spazio (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. - L’ordine del giorno reca la discussione:

- sull’interrogazione orale al Consiglio (B6-0482/2008), presentata dall’onorevole Pribetich, a nome della commissione per l'industria, la ricerca e l'energia, sulla politica spaziale europea: l’Europa e lo spazio (O-0111/2008), e

- sull’interrogazione orale alla Commissione (B6-0483/2008), presentata dall’onorevole Pribetich, a nome della commissione per l'industria, la ricerca e l'energia, sulla politica spaziale europea: l’Europa e lo spazio (O-0112/2008).

Essendo nato a Tolosa sono onorato di presiedere tale discussione.

 
  
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  Pierre Pribetich , autore. – (FR) Signor Presidente, signor Vicepresidente, signor Ministro, è arrivato il tempo di riaccendere le stelle.

Ho voluto aprire il mio intervento con un verso di Apollinaire per sottolineare l’importanza che il Parlamento europeo attribuisce al rilancio della politica spaziale.

Da oltre trent’anni, l’Unione europea e i propri Stati membri lavorano insieme per finanziare, delineare e sviluppare la politica spaziale. Purtroppo tale politica ha progressivamente perso la propria luminosità e il proprio splendore.

E’ vero che nel 2003 l’accordo quadro CE-ESA aveva delineato le basi di una politica spaziale europea, ed è altrettanto vero che il Consiglio “spazio” del 22 maggio 2007 rappresentava un momento di continuità politica con l’accordo. Tuttavia, il bagliore di questa stella rimane insufficiente giacché l’indipendenza dell’Europa, il suo ruolo sulla scena internazionale, la sua sicurezza e la sua prosperità trasformano questa politica così importante in un vantaggio senza pari per una politica industriale che crei occupazione e stimoli la crescita, una politica ambiziosa volta ad accrescere l’influenza culturale, economica e scientifica a livello internazionale, vettore essenziale di quella società della conoscenza alla quale aspiriamo.

Nel triangolo istituzionale dell’Unione e per far sì che esso non si trasformi in un triangolo delle Bermude, il Parlamento europeo, quale rappresentante dei cittadini europei, deve svolgere un ruolo significativo e più incisivo nella formulazione e definizione di tale politica.

E’ tempo di riaccendere le stelle. Il 26 settembre 2008, il Consiglio ha preso un impegno e noi vogliamo che questa politica porti il nostro marchio; ovviamente questo mio intervento odierno, a nome della commissione per l'industria, la ricerca e l'energia, rientra nello stesso spirito. Ritengo che, per percorrere la strada giusta, sia essenziale ricordare gli elementi fondamentali della creazione della politica spaziale.

In primo luogo vi è la questione del bilancio. Sin d’ora chiediamo la creazione di una linea di bilancio specifica che rifletta e dimostri il nostro impegno verso la politica spaziale europea.

Le industrie spaziali necessitano di sostegno pubblico sufficiente per incrementare la propria capacità in termini di ricerca e sviluppo e per mantenere la propria redditività. La concorrenza internazionale è dura e spietata.

Mentre gli Stati Uniti, la Russia, il Giappone e anche l’India stanno incrementando in maniera sostanziale il proprio bilancio dedicato all’industria spaziale e moltiplicano le commesse pubbliche, noi europei stiamo ancora cercando i finanziamenti appropriati per la realizzazione dei nostri obiettivi ambiziosi così come altri sono alla ricerca del tempo perduto.

Di conseguenza, quali iniziative può intraprendere la Commissione per migliorare il contributo al settore spaziale europeo ed essere non soltanto uno degli attori, ma l’attore principale nella risposta a questa crescente domanda globale che tocca tutti gli aspetti della politica spaziale senza esclusioni?

Il secondo punto riguarda l’elaborazione di opzioni strategiche per le applicazioni legate da una parte a Galileo ed EGNOS e, dall’altra, a GMES, attraverso il prisma della governance, per creare una struttura efficiente che porti a un buon governo atto a garantire una maggiore efficienza di tutti i programmi spaziali europei.

L’ultimo punto riguarda l’esplorazione dello spazio. Qual è la prospettiva a lungo termine per la nostra politica spaziale europea e qual è il suo scopo finale? Partire alla conquista dello spazio remoto è un progetto pluridecennale che richiede prospettive e ambizioni a lungo termine.

A questo punto, sento l’eco di un discorso pronunciato dal presidente Kennedy che indicava agli americani a una nuova frontiera. Impresso nella storia il 21 giugno 1969, tale passo fu senza dubbio il maggiore catalizzatore della storia della tecnologia della nostra civiltà, sia per quanto concerne l’industria spaziale, sia quella ordinaria.

Date a questo consesso di nazioni una visione a lungo termine. Siamo a un punto cruciale di questo lungo viaggio. L’Europa è un crocevia nella politica spaziale, le sfere di azione e applicazione della dimensione spaziale si sono moltiplicate, dalle attività scientifiche a quelle di difesa, lo spazio copre settori di attività ampi e diversi quanto quelli della tutela ambientale o dello sviluppo delle PMI.

Avviciniamoci quindi agli utenti e miglioriamo l’affidabilità e la qualità dei dati rilevati. Diventiamo leader nel mercato spaziale. Rafforzare la politica spaziale europea è un dovere verso le nuove generazioni, come anche compiere le scelte fondamentali per mettere in orbita un’Europa futuristica e d’avanguardia per ospitare le generazioni del futuro.

Lo spazio è la nuova frontiera europea. Davanti a noi c’è un libro di storia le cui pagine bianche attendono solo di essere scritte e l’Europa deve non solo avere un ruolo ma essere il protagonista di questa storia. E’ quindi arrivato il tempo di riaccendere le stelle.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio.(FR) Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, Commissario Verheugen, onorevoli deputati, il suo intervento, onorevole Pribetich, e le sue interrogazioni sono particolarmente calzanti e, visto l’entusiasmo con il quale le ha presentate e sostenute, non mi sarà facile intervenire dopo di lei.

Si tratta di temi calzanti giacché, come lei ha evidenziato, lo spazio è divenuto uno strumento essenziale per tutti i paesi europei. Queste missioni contribuiscono all’ampliamento della conoscenza, sia che si tratti di osservazione della terra, di oceanografia, o di meteorologia via satellite. Ciò corrisponde altresì alla crescita delle nostre economie attraverso la comunicazione e la navigazione satellitare. Tutto ciò è divenuto, in maniera discreta ma essenziale, uno strumento integrante della vita moderna.

Lo spazio è inoltre, come lei ha indicato, uno strumento che permette all’Europa di stringersi intorno a un’ambizione comune, per sviluppare un’identità europea. E’ pertanto in questo spirito che la presidenza francese ha organizzato, nel luglio scorso, con il ministro Pécresse, il primo incontro dei ministri europei responsabili per le questioni spaziali a Kourou che, come sapete, è un cosmodromo europeo. So che l’onorevole Rosving ha rappresentato il Parlamento europeo e lo ringrazio.

L’incontro ci ha permesso di definire una prospettiva comune per l’Europa in questo settore, che si fonda sui tre attori principali della politica spaziale europea: l’Unione, l’Agenzia spaziale europea e gli Stati membri e ha riconosciuto al contempo maggiori responsabilità all’UE. Tali attori, insieme, faranno dell’Europa una delle maggiori potenze spaziali sulla scena mondiale, siatene certi.

Per sviluppare una politica spaziale europea a vantaggio di tutti gli europei, dobbiamo in primo luogo garantire a tutti gli Stati membri dell’Unione accesso libero ed equo ai vantaggi rappresentati dalle attività spaziali. In secondo luogo, dobbiamo rafforzare gli attuali meccanismi di coordinamento nel settore spaziale, la competenza europea e gli investimenti finanziati sia dalla comunità che dalle fonti intergovernative e nazionali. Infine, è necessario migliorare la sinergia tra i programmi spaziali civili e di difesa.

Pertanto l’Unione, l’Agenzia spaziale europea e gli Stati membri faranno in modo di garantirci un accesso allo spazio autonomo, affidabile e al miglior prezzo, nel rispetto dei nostri maggiori partner. Ovviamente ciò richiede un rafforzamento del ruolo dell’Unione europea nell’ambito della politica spaziale europea.

Spetta all’Unione il compito di unificare la richiesta di applicazioni spaziali, di far il punto della situazione in merito alle necessità degli utenti e di occuparsi della continuità dei servizi. Inoltre, a livello UE, abbiamo sviluppato strumenti e piani comunitari di finanziamento per considerare le peculiarità del settore spaziale con particolare riferimento alle future prospettive finanziarie.

Il Consiglio “spazio” del 26 settembre, se mi passate l’espressione, ha reso possibile la messa in orbita di tutto ciò confermando l’importanza dei due programmi simbolo, Galileo EGNOS e GMES. Per quanto concerne il primo, l’Unione europea può essere orgogliosa della sottoscrizione di un numero considerevole di accordi di cooperazione con paesi terzi quali Stati Uniti, Cina, Israele, Corea del Sud, Ucraina e Marocco.

Il Consiglio del 26 settembre ha sottolineato inoltre l’importanza del rafforzamento del coordinamento tra la Commissione, l’Agenzia spaziale europea e gli Stati membri nell’ambito della ricerca e dello sviluppo, in particolare nel settore della navigazione satellitare.

Per quanto concerne il programma GMES, ci si attende che il Consiglio, alle prossime riunioni dell’1 e 2 dicembre, definisca le linee da seguire e i termini del partenariato tra l’Unione egli Stati membri, nonché le proposte normative per la formalizzazione del programma entro la fine del 2009. Sono già in grado di comunicarvi che, per favorire lo sviluppo del programma, è necessario mantenere un approccio basato sul bene pubblico nonché implementare rapidamente una politica in materia di dati.

Da ultimo, vi devono essere le quattro priorità già citate dall’onorevole Pribetich: la prima riguarda lo spazio e il cambiamento climatico, giacché il contributo delle applicazioni in tale ambito è determinante. La seconda è il contributo delle attività spaziali alla strategia di Lisbona. La terza riguarda lo spazio e la sicurezza in termini di monitoraggio e sorveglianza delle infrastrutture spaziali europee e dei rifiuti spaziali a livello europeo. Infine, l’ultima priorità rimane l’esplorazione dello spazio; si tratta di una strategia politica e planetaria e l’Europa deve muoversi nel quadro di un programma mondiale.

In tal senso, l’Europa deve sviluppare una visione comune e un piano strategico a lungo termine, nonché mantenere il necessario dialogo politico con gli altri paesi in un quadro allargato di cooperazione internazionale. Il Consiglio è pertanto lieto che la Commissione abbia annunciato per il 2009 l’organizzazione di una conferenza politica ad alto livello sulle prospettive mondiali a lungo termine dell’esplorazione spaziale.

Pertanto, signor Presidente, onorevoli deputati, questa rinnovata visione della politica spaziale europea dimostra un nuovo impegno da parte degli Stati membri che, nell’interesse di un’ambizione europea senza precedenti, troverà, ne sono certo, conferma in questa Camera.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, sono molto grato all’onorevole Pribetich per avermi dato l’opportunità di iniziare un discorso su un argomento molto tecnico con una citazione da una poesia del mio poeta francese preferito, Apollinaire: è arrivato il tempo di riaccendere le stelle. Ritengo che la presidenza francese abbia già intrapreso passi considerevoli per attribuire alla politica spaziale europea l’importanza che le spetta di diritto.

Negli ultimi anni abbiamo compiuto grandi progressi e, per la prima volta, disponiamo di una politica spaziale europea. Abbiamo un quadro per una politica europea comune in cui la Commissione svolge un ruolo di coordinamento. Abbiamo raggiunto un notevole livello di accordo sull’importanza strategica, ambientale ed economica della politica spaziale per l’Europa. Nessuno vi si oppone e desidero sottolineare in particolare l’incontro del Consiglio ”spazio” della fine di luglio, al cosmodromo di Kourou nella Guyana francese dove, per la prima volta, è emerso chiaramente che l’Europa è pronta a partire per lo spazio.

Siamo stati inoltre in grado di dimostrare che l’industria spaziale europea è altamente competitiva. Se ad esempio confrontiamo le cifre degli investimenti europei nelle attività spaziali con quelle dei nostri amici americani, ci troviamo in buona posizione. L’Europa è leader nella tecnologia satellitare e in quella dei razzi vettori dove disponiamo dei sistemi migliori del mondo. A Kourou possediamo un’infrastruttura senza eguali al mondo, Il nostro contributo al cosmodromo internazionale, in termini di laboratorio spaziale, dimostra l’alto livello della tecnologia spaziale europea. Sono inoltre molto lieto che l’ESA abbia portato a termine una serie completa di spedizioni di successo nel nostro sistema solare che altri paesi non sono stati in grado di compiere.

Come europei non abbiamo alcuna ragione di nasconderci dietro agli altri. La collaborazione tra la Commissione europea e l’ESA è eccellente e la divisione dei compiti funziona senza problemi. Sullo sfondo di questa effettiva collaborazione non v’è ragione di contemplare delle modifiche alla struttura in questo settore.

Vi sono tuttavia ancora problemi da risolvere. Come europei non disponiamo ancora di un accesso indipendente allo spazio. Non possiamo inviare persone nello spazio o riportarle indietro. Dobbiamo quindi decidere se, sulla lunga distanza, vogliamo dipendere dagli altri. Non vi nasconderò la mia opinione: ritengo che l’Europa necessiti di uno strumento sicuro e indipendente di accesso allo spazio. Dobbiamo inoltre decidere quale sarà la dimensione delle prossime principali missioni di esplorazione del sistema solare. A mio parere, le prossime missioni su larga scala potranno essere considerate solo come compiti svolti a nome dell’intera umanità e pertanto dovremmo evitare qualsivoglia forma di concorrenza nazionale o regionale. Ad ogni modo, la nostra politica mira a raggiungere il più alto livello di cooperazione possibile. Questo sarà il tema della conferenza di cui ha appena parlato il presidente Jouyet che la Commissione sta organizzando per il prossimo anno. Per consentire la maggior chiarezza possibile, intendiamo discutere quale sarà la prossima missione di ampio respiro che andrà oltre la mera applicazione tecnica delle tecnologie su base spaziale. Quale dovrà essere la prossima grande missione spaziale, il prossimo grande obiettivo che soddisferanno il bisogno dell’uomo di esplorare lo spazio? La tecnologia su base spaziale è assolutamente indispensabile per la nostra civiltà, la nostra sicurezza e la nostra economia. Basti pensare a tutta la tecnologia delle comunicazioni o ai mercati finanziari che non funzionerebbero senza i satelliti.

Questa politica necessita di un forte elemento di sicurezza, ne siamo consapevoli. Siamo stati in grado di prevedere un dialogo regolare e strutturato tra il Consiglio e la Commissione che comprende l’Agenzia europea per la difesa e con il centro satellitare dell’UE. Tale dialogo ha lo scopo di migliorare il coordinamento tra le attività spaziali civili, di sicurezza e di difesa.

Dal punto di vista dell’ambiente, il sistema GMES (monitoraggio globale per l'ambiente e la sicurezza), attualmente in fase di sviluppo, rappresenta la risposta europea alla crisi ambientale globale. Il sistema ci fornirà i dati e le informazioni necessarie per agire e reagire in maniera puntuale in caso di disastro. Ovviamente, i due progetti principali — GMES e Galileo — contribuiscono in maniera sostanziale all’attuazione della strategia di Lisbona garantendo la presenza di una forte base industriale e tecnologica in Europa per le applicazioni spaziali.

Per quanto concerne il programma GMES, sono lieto di comunicarvi che, solo qualche giorno fa, la Commissione ha accettato, dietro mio suggerimento, una comunicazione relativa all’organizzazione dei finanziamenti e alla questione della cooperazione con GMES. Il Consiglio ”competitività” se ne occuperà tra qualche giorno e dobbiamo riconoscere che GMES è sulla buona strada. I primi progetti dimostrativi sono iniziati e, stando a ciò che vedo, saremo in grado di rispettare la tabella di marcia. Ci troviamo pienamente in accordo con l’ESA sull’infrastruttura spaziale del GMES. L’ESA ha già compiuto progressi notevoli nello sviluppo dei satelliti europei necessari al progetto, quindi le prospettive sono buone.

Rimane da risolvere ancora un aspetto: per GMES il bilancio comunitario fornisce soltanto finanziamenti per la ricerca, non disponiamo di fondi di esercizio. L’anno prossimo per la prima volta ci servirà un finanziamento di esercizio ma ciò è già stato concordato con l’autorità di bilancio. Tuttavia è necessario trovare una soluzione a lungo termine giacché è evidente che GMES non è un sistema che si autofinanzierà; genererà un utile che però non sarà mai sufficiente a coprire i costi. GMES è un progetto di infrastruttura europea e va inteso come tale per garantire la disponibilità di finanziamenti a lungo termine.

Il prossimo anno saranno redatti un programma e un piano d’azione dettagliati per la futura attuazione dell’iniziativa GMES. In breve, nel 2009, la Commissione presenterà una proposta per il finanziamento s degli impegni iniziali di GMES nel 2011 sulla base di una dettagliata valutazione dell’impatto e di un’analisi costi-benefici.

Il progetto Galileo è già stato discusso e desidero soltanto aggiungere che, grazie all’effettiva collaborazione tra le istituzioni, i programmi Galileo ed EGNOS godono oggi di un solida base giuridica e possono essere messi in pratica. Anche l’attuazione di Galileo e di EGNOS fa parte del piano ma naturalmente dobbiamo anche verificare se l’industria sarà in grado di soddisfare i requisiti previsti dal regolamento sul GNSS per il completamento del sistema Galileo entro il 2013.

Desidero chiedere all’industria spaziale europea di fare buon uso della grande opportunità offerta da Galileo di collaborare con noi nella maniera più stretta possibile e di mobilitare tutte le proprie risorse. Per noi Galileo è uno dei principali, se non il principale progetto di politica industriale e dobbiamo garantirne il perfetto funzionamento.

Si tratta delle questioni sollevate nella risoluzione, come quella della concorrenza in relazione alle pratiche commerciali internazionali e agli appalti pubblici. Le pratiche di appalto nell’industria spaziale sono regolamentate da disposizioni internazionali che variano in base alla natura dell’appalto, che si tratti cioè di beni o servizi e, soprattutto, in base ai rispettivi paesi firmatari. Nella fase di aggiudicazione dei contratti per i primi impegni di Galileo, la Commissione ha rigorosamente applicato il principio di reciprocità e ci auguriamo che ciò abbia dato impulso ai negoziati con i paesi terzi in relazione all’apertura dei rispettivi mercati.

Un’ultima considerazione riguarda il coinvolgimento delle piccole e medie imprese nelle attività spaziali europee e sono grato al Parlamento per aver preso in considerazione tale aspetto che riveste per me un’importanza particolare, giacché nell’industria spaziale vi sono soltanto pochi attori europei di grandi dimensioni. Sono pochi i paesi europei che possono contare su una reale presenza nello spazio. Tuttavia, molti altri stanno contribuendo e sono lieto di vedere che la tecnologia specializzata in ambito spaziale si sta sviluppando in maniera crescente in molti Stati membri, in particolare quelli di nuova adesione, ad opera di piccole e medie imprese che stanno fornendo prodotti e servizi spesso molto complessi e avanzati. Per tale ragione è importante garantire che le piccole e medie imprese ricevano una percentuale adeguata di ordini nell’ambito dei progetti maggiori. Tale percentuale è fissata al 40 per cento e la Commissione farà tutto ciò che è in suo potere affinché sia rispettata.

Non si tratta solo di un tema puramente economico ma anche di una questione politica che ci permetterà di garantire che le attività spaziali europee non siano considerate solo un privilegio di alcuni grandi paesi europei ma siano viste come qualcosa a cui tutti i 27 paesi possono prendere parte e da cui possano trarre vantaggio.

 
  
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  Etelka Barsi-Pataky, a nome del gruppo PPE-DE.(HU) La ringrazio per avermi dato la parola, signor Presidente. Il titolo della decisione parlamentare è “l’Europa e lo spazio”. Onorevoli deputati, il cittadino europeo medio utilizza 50 satelliti al giorno. Impercettibilmente l’uso dello spazio è divenuto parte della nostra vita di tutti i giorni. Ci chiediamo quindi se l’Europa possa cooperare in tale processo e se possa attivamente plasmare l’utilizzo dello spazio.

A tale proposito si impone una serie di considerazioni. Lo spazio è un bene comune e globale e pertanto per l’Europa la cooperazione riveste un’importanza fondamentale. Tuttavia, l’Europa può partecipare in maniera determinante, solo una volta stabilita la propria autonomia nell’ambito politico, tecnologico e operativo; da qui l’importanza del Parlamento.

Alla luce della crisi finanziaria e, in parte già economica, appare evidente che le iniziative di alta tecnologia come l’utilizzo dello spazio aggiungono uno stimolo considerevole alla nostra concorrenzialità.

Inoltre, alla luce delle sfide a cui ci troviamo di fronte e ai compiti che ne derivano, ci affidiamo sempre di più alla tecnologia spaziale per comprendere e monitorare il cambiamento climatico, ad esempio, o per raggiungere la sicurezza attraverso la difesa, la prevenzione da catastrofi sempre più frequenti o la fornitura di comunicazioni e servizi di navigazione sempre più ampi.

Pertanto ci troviamo ad affrontare questioni strategiche. Il Parlamento europeo desidera svolgere una parte costruttiva in tale processo, in primo luogo alimentando un dialogo strutturato tra l’UE e le istituzioni governative. A nostro avviso ciò fornirà a tutti gli Stati membri l’opportunità di partecipare e assicurarsi un accesso aperto ed equo.

Galileo, il nostro progetto europeo comune è stato un progetto d’avanguardia in molti sensi: ha definito il modello operativo del gruppo interistituzionale Galileo per la creazione di una più stretta cooperazione e, nel caso di progetti più ampi, siamo stati in grado di garantire finanziamenti comuni nel bilancio comunitario. Tuttavia siamo soltanto all’inizio. Il programma Galileo, come ha detto il commissario Verheugen, ha garantito la partecipazione delle PMI giacché ora sappiamo che le imprese spin-off sono le più capaci di risultati ragguardevoli nel settore high-tech.

Il PPE-DE ha avanzato numerosissime proposte che riguardano anche la nostra politica industriale che deve recuperare molto prima di poter costituire una base solida. Inoltre, dobbiamo rafforzare il nostro ruolo nella ricerca e nello sviluppo, giacché tali competenze sono essenziali anche per la politica di difesa e sicurezza. In tale maniera, la politica spaziale europea diverrà parte dell’identità europea. Grazie per l’attenzione.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE), a nome del gruppo PSE. (RO) I sistemi di navigazione satellitare e le reti di telecomunicazioni, i servizi e le applicazioni satellitari sono strumenti che richiedono finanziamenti da parte dell’Unione europea.

La ricerca è uno dei pilastri fondamentali della strategia di Lisbona. Il programma Galileo è uno dei progetti prioritari per la ricerca europea, alla luce del suo potenziale utilizzo nella gestione del traffico, nel monitoraggio degli effetti del cambiamento climatico e nell’intervento in situazioni di emergenza e di catastrofe naturale.

Lo scorso anno, il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio hanno identificato fonti di finanziamento per il progetto Galileo, considerato uno dei progetti strategici dell’Unione. Desidero sottolineare l’importanza dello sviluppo di una politica industriale in ambito spaziale.

Desidero inoltre ricordare che il regolamento Galileo stabilisce un parametro di riferimento per il coinvolgimento delle PMI nella politica industriale spaziale. E’ giunto il momento che l’Europa sviluppi una visione e una pianificazione comuni per l’esplorazione dello spazio.

 
  
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  Anne Laperrouze, a nome del gruppo ALDE. (FR) Signor Presidente, Commissario, onorevoli deputati, siamo tutti d’accordo sul fatto che la politica spaziale è divenuta una componente essenziale del futuro della nostra società.

A tale proposito potremmo identificare tre aspetti riassuntivi: sicurezza e difesa, protezione contro le crisi ambientali e fornitura di nuovi servizi per le attività umane.

Onorevoli deputati, noi europei dobbiamo riconoscere che lo spazio sta assumendo una dimensione strategica di difesa. So che alcuni colleghi non condividono questa posizione. L’osservazione del pianeta deve essere garantita nel lungo termine, per poterne studiare le lente ma profonde mutazioni, in particolare quelle provocate dall’azione dell’uomo, che si ripercuotono sul clima, sulle risorse naturali e sulla biodiversità globale.

Allo stesso tempo, molti gruppi di politica pubblica e numerose attività economiche necessitano di informazioni e previsioni provenienti dai sistemi di osservazione localizzati nello spazio. Questa è, in particolare, l’importanza del programma europeo GMES nel processo GEO mondiale. Le politiche spaziali hanno un impatto crescente sulla ricerca scientifica, sull’innovazione tecnologica e anche sullo stimolo dell’immaginazione. In tal senso, i programmi di esplorazione spaziale e planetaria dovranno d’ora in poi svolgere un ruolo essenziale.

La telefonia, la televisione, la tecnologia GPS, ma anche le previsioni meteorologiche e persino l’assistenza medica a distanza hanno radicalmente cambiato il nostro modo di vivere. Non possiamo nemmeno immaginare cosa accadrebbe se i satelliti smettessero di funzionare.

L’esperienza acquisita nelle tecnologie spaziali — in particolare il successo del razzo Ariane– giustifica l’attuazione di una reale politica spaziale europea. Per rispondere alla nostra ambizione di indipendenza sarà necessario ottenere non soltanto un buon governo ma anche, ovviamente, dei buoni finanziamenti.

In conclusione, la politica spaziale perseguita dall’Europa dimostrerà se siamo disposti a rimanere un interlocutore influente ma pur sempre limitato al ruolo di partner sulla scena mondiale, o se invece siamo pronti a essere un’Europa forte, un attore di spicco nella governance mondiale, capace di risolvere i problemi fondamentali che riguardano il futuro dell’umanità.

 
  
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  Patrick Louis, a nome del gruppo IND/DEM. (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati. Quando ero relatore della commissione trasporti, la mia idea del progetto Galileo era entusiastica.

Oggi vediamo questo progetto così fondamentale impantanarsi a causa dello strapotere dell’inerzia tecnocratica delle nostre istituzioni. Ogniqualvolta l’Unione rifiuta una libera e valida cooperazione tra gli Stati, essi sterilizzano le iniziative private, aumentano i costi e impediscono la nascita di consorzi concorrenti coerenti. Tuttavia, ogni volta che gli Stati si sono uniti liberamente per cooperare i progetti hanno avuto un buon esito.

Pertanto, qui come altrove, il ruolo delle nostre istituzioni è un ruolo di supplenza; esse invece desiderano gestire tutto mentre dovrebbero essere i garanti di taluni aspetti. Dovremmo ricordare che quando l’Europa si occupa dello spazio dovrebbe rimanere però con i piedi per terra.

 
  
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  Giles Chichester (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, da bambino volevo diventare un pioniere dello spazio — un’ambizione condivisa da molti bambini oserei dire — e quando poi crebbi, nel 1969, fui ispirato dalle immagini che ci provenivano dal progetto di allunaggio, in particolare dall’immagine televisiva della terra vista dalla luna. Lo spazio oggi non fa più notizia ma è estremamente importante per tutte le ragioni già citate dai colleghi e trovo lodevole l’impegno dell’Unione europea per una politica spaziale.

Un anno fa ho visitato il centro NASA Goodar, a Washington e, recentemente, il centro dell’Agenzia spaziale europea a Roma e per me le immagini del lavoro che tali istituzioni svolgono rendono lo spazio più entusiasmante che mai. Infatti, più persone vedono queste immagini, più forse saremo capaci di avvicinare lo spazio alla realtà. Inoltre, esse mi hanno mostrato una cosa completamente nuova, vale a dire la rilevanza per la scienza, la ricerca e l’economia dell’uso dello spazio e l’importanza dei satelliti e di chi li mette in orbita.

Commissario, sono stato messo a parte delle preoccupazioni degli operatori satellitari sulla necessità di rispettare accordi internazionali sull’uso dello spettro e dell’area di copertura del satellite. Se saranno tollerate infrazioni degli accordi internazionali, allora, si teme, altre regioni commetteranno tali infrazioni. Ritengo che un corretto sfruttamento dello spazio dipenda fondamentalmente dall’osservanza di leggi e principi concordati in maniera congiunta e spero pertanto che la Commissione possa rassicurare noi e loro in tal senso. Abbiamo una bella storia da raccontare, fatta di successi e prospettive per lo spazio.

 
  
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  Teresa Riera Madurell (PSE).(ES) Signor Presidente, Commissario, onorevole Pribetich, a mio parere la sua proposta è completa ed equilibrata. Voglio pertanto congratularmi con lei per aver fatto più luce in modo da consentirci di vedere più chiaramente le stelle.

L’Unione europea deve, senza dubbio, essere responsabile della definizione delle aspirazioni politiche dell’Europa per quanto concerne lo spazio, utilizzandolo per i cittadini e l’economia europea e garantendovi un accesso indipendente e affidabile.

Sono lieto delle conclusioni del Consiglio di settembre che indicano un impegno politico proficuo volto allo sviluppo della politica spaziale europea.

Le priorità, evidentemente, devono essere la puntuale applicazione dei programmi Galileo e EGNOS e del programma GMES per la valutazione e l’attuazione delle politiche europee che hanno un impatto sull’ambiente.

Per quanto concerne i finanziamenti, ci servono strumenti appropriati per la politica spaziale europea che, in aggiunta a quanto specificato nel Settimo programma quadro permetteranno una pianificazione a medio e lungo termine. Il possibile inserimento a bilancio di una rubrica specifica sarà l’espressione dell’impegno dell’Unione europea nei confronti di tale politica e incrementerà la chiarezza e trasparenza in vista dell’entrata in vigore dei provvedimenti del trattato di Lisbona.

 
  
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  Janusz Onyszkiewicz (ALDE).(PL) Signor Presidente, mi rallegra vedere che stiamo sviluppando il nostro programma spaziale assieme ai russi. Dobbiamo tuttavia ricordare che, sullo sfondo, vi è un altro partner con cui dobbiamo stabilire una cooperazione, l’Ucraina. I migliori razzi sovietici furono costruiti in Ucraina. Il potenziale di tale area è immenso e ritengo che dobbiamo riconoscerlo e utilizzarlo per il bene comune.

Le altre mie considerazioni riguardano il programma Galileo. Non dobbiamo dimenticare che tale programma può e deve essere molto importante anche per le nostre operazioni e missioni militari. E’ importante che l’uso di tale sistema per scopi militari sia adeguatamente salvaguardato per garantire che tutti gli altri partecipanti al programma — e mi riferisco in primo luogo alla Cina — non siano in grado di bloccarlo e non sappiano come farlo.

 
  
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  Presidente. – Prima di lasciare la parola al Consiglio desidero, onorevoli deputati, richiamare la vostra attenzione sul fatto che ci sono tre parlamentari di quest’Assemblea nati il 5 agosto — vale a dire lo stesso giorno di Neil Armstrong. Io sono uno di questi, ecco perché lo so. Vi lascio riflettere mentre ascoltate il parere del Consiglio.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Non mi stupisce, signor Presidente e me ne rallegro, lei è degno di una tale coincidenza.

Signor Presidente, signor Vicepresidente della Commissione, onorevoli deputati, sarò molto breve giacché abbiamo già discusso molto.

In primo luogo, i vostri interventi hanno dimostrato la sensibilità di questa Assemblea nei confronti della politica spaziale europea. Stiamo cercando un progetto europeo che ci unisca, che ci stimoli davvero e che consenta alle nuove generazioni di partecipare a questa avventura unica.

Siamo, come è stato sottolineato, alla ricerca di progetti mirati al miglioramento della vita reale dei nostri concittadini, progetti con lo scopo autentico di sviluppare la concorrenzialità, che associano diversi partner industriali europei e sostengono l’attività in questo periodo di depressione. Cerchiamo progetti che tendano al miglioramento della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione. In breve, progetti che rendano l’Europa più visibile, che la rendano un attore globale e influente nell’affrontare le sfide planetarie che ci attendono, si tratti di lotta ai cambiamenti climatici, questioni legate allo sviluppo o equilibri strategici con gli altri partner.

Ritengo che la vostra discussione ci mostri chiaramente che non dobbiamo assolutamente allentare i nostri sforzi. Al contrario, dobbiamo concentrare tutti i nostri mezzi, le nostre capacità di cooperazione sul progetto europeo più simbolico: la politica spaziale europea.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione.(DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, vi sono grato per l’ampio sostegno alla politica spaziale europea dimostrato durante questa discussione. Spero di poter riscontrare lo stesso sostegno allorché si tratterà di creare le basi finanziarie di una presenza europea permanente e duratura nello spazio. Desidero richiamare la vostra attenzione sul fatto che i nostri avversari non se ne stanno con le mani in mano. Altre regioni del mondo hanno idee più chiare di noi sui prossimi passi da compiere in futuro. Se non saremo in grado di identificare nuovi progetti e sviluppare nuove tecnologie non riusciremo a mantenere la nostra posizione di leader nelle applicazioni spaziali perché non disporremo più della scienza e della ricerca che ne stanno alla base.

Per tale ragione, desidero sottolineare nuovamente la mia gratitudine per quanto è stato espresso così chiaramente oggi. Se di riusciremo a lavorare insieme per aumentare la consapevolezza, potremo raccontare a tutti i cittadini europei la storia a cui faceva riferimento l’onorevole Chichester, quella secondo cui i progetti spaziali europei possono essere per tutti noi la spinta a unirci.

 
  
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  Presidente. - La discussione è chiusa.

 

13. Necessità di dare attuazione alla Convenzione sulle munizioni a grappolo entro la fine del 2008 (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca l’interrogazione orale al Consiglio (B6-0481/2008), presentata dall’onorevole Beer, a nome del gruppo Verts/ALE, dall’onorevole Gomes, a nome del gruppo PSE, dalle onorevoli Neyts-Uyttebroeck e Lynne a nome del gruppo ALDE, dall’onorevole Kristovskis, a nome del gruppo UEN, dall’onorevole Pflüger e dalla onorevole Zimmer, a nome del gruppo GUE/NGL e dall’onorevole Zappalà, nome del gruppo PPE-DE sulla necessità di dare attuazione alla Convenzione sulle munizioni a grappolo entro la fine del 2008 (O-0110/2008/rev. 1).

 
  
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  Angelika Beer, autore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, il 3 dicembre 2008 a Oslo, giungeremo finalmente alla sottoscrizione della convenzione che vieta le munizioni a grappolo. A Dublino, 107 Stati hanno adottato la convenzione e promesso di sottoscriverla. Due settimane prima della conferenza vorremmo chiedere ai paesi di tutto il mondo di mantenere la promessa e quindi di sottoscrivere la convenzione e, soprattutto, di ratificarla il più rapidamente possibile.

La guerra in Caucaso e l’impiego di munizioni a grappolo da parte di Georgia e Russia rappresenta per noi una sfida. Non abbiamo più tempo da perdere e ci attendiamo molto dalla Commissione e dal Consiglio. Ci aspettiamo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea sottoscrivano la Convenzione il 3 dicembre, soprattutto quelli ancora incerti, vale a dire Grecia, Lettonia, Romania e Cipro.

Ci aspettiamo che l’Unione europea prosegua nella propria campagna per la messa al bando obbligatoria delle munizioni a grappolo nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite su determinate armi convenzionali (CCW). Condanniamo in maniera unanime l’inconcepibile tentativo portato avanti da Stati Uniti, Russia e Cina all’ultima conferenza di Ginevra per legalizzare le munizioni a grappolo ai sensi della CCW.

In futuro vorremmo valutare le sinergie e i legami tra la futura convenzione di Oslo e il trattato di Ottawa che ha portato al bando delle mine antiuomo. La nostra risoluzione servirà da monito alla Commissione per rendere disponibili più finanziamenti, molti più finanziamenti volti a proteggere la popolazione nelle aree contaminate e a rimuovere le munizioni a grappolo. Ciò vale per il Libano, i Balcani e altre regioni interessate dove non disponiamo di alcuna fonte affidabile di finanziamento; ciò non è ammissibile e spetta pertanto alla Commissione provvedere in tal senso.

A nome del mio gruppo desidero inoltre ribadire che il nostro obiettivo è un divieto vincolante di utilizzo, stoccaggio e produzione di tali armi disumane che , da anni causano sofferenze alla popolazione nelle aree colpite.

Voglio ribadire inoltre che l’uso di tali armi, anche nei paesi in cui l’Unione europea è presente con forze militari e di polizia, quali Afganistan, Bosnia e Repubblica democratica del Congo, costituisce un pericolo tanto per le nostre missioni, quanto per la popolazione.

 
  
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  Ana Maria Gomes, autore.(PT) Il 3 dicembre, i leader dei 107 paesi che hanno adottato la convenzione sulle munizioni a grappolo nel maggio di quest’anno, si riuniranno a Oslo per sottoscriverla. La scelta del 3 dicembre non è casuale in quanto nel 1997, nella stessa data, fu aperto alla sottoscrizione il trattato di Ottawa sulle mine antiuomo. Tali strumenti non condividono soltanto la medesima data di sottoscrizione ma anche, purtroppo, il mancato sostegno di paesi che rappresentano una consistente parte dell’umanità: Stati Uniti, Cina, India, Iraq, Pakistan, Russia e Israele.

La Convenzione di Oslo è stata negoziata a Dublino e 22 dei 107 paesi firmatari sono membri dell’Unione europea. E’ nostra speranza che Cipro, Polonia, Romania, Lettonia e Grecia abbandonino a breve le proprie riserve consentendo all’Unione europea di formare un fronte comune contro tali armi, strumento di morte e mutilazione indiscriminate.

Queste armi non sono soltanto immorali, ma sempre più inutili in termini militari. La stessa Agenzia europea per la difesa, nella sua relazione sulla visione a lungo termine della capacità e delle esigenze di difesa europee afferma che:

é necessario riflettere seriamente sull’utilità futura delle munizioni non guidate e delle bombe a grappolo, delle mine e di altre armi a effetto indiscriminato.

(PT) Le forze militari, europee e non solo, operano sempre più spesso in mezzo alla popolazione; l’obiettivo è quello di distruggere sempre meno, nella ricerca di un nemico facilmente identificabile. Di conseguenza, le munizioni a grappolo sono non soltanto incompatibili con il diritto umanitario, ma anche di uso limitato. Il diritto internazionale, gli imperativi morali e la semplice logica militare concordano sulla necessità urgente di eliminare tali armi. E’ pertanto fondamentale garantire la ratifica della Convenzione di Oslo.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck , autore. (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, a nome del mio gruppo sostengo questa interrogazione orale per esprimere la nostra disapprovazione in merito alle bombe e alle munizioni a grappolo, per ragioni assolutamente palesi e per dimostrare il nostro sostegno all’atteggiamento di quegli Stati membri che hanno espresso il proprio consenso riguardo alla convenzione che ne vieta l’utilizzo.

Al pari dei colleghi mi auguro che nelle prossime settimane, tutti gli Stati membri sottoscrivano la convenzione e vi aderiscano giacché, come sapete, si dice che - sotto l’influsso degli Stati Uniti o in qualche modo da essi ispirati - taluni Stati, fra cui alcuni dei nostri Stati membri, intendano eludere la convenzione giocando, se mi tale passate il termine, sulla definizione di bombe e munizioni a grappolo e del minor rischio di ferimento delle persone che inavvertitamente ne maneggiano i frammenti inesplosi.

Mi auguro che ciò non accada e così spera il mio gruppo e pertanto colgo l’occasione di chiedere al Consiglio quali passi intende intraprendere affinché la convenzione entri in vigore.

Infine, passando a un altro argomento, signor Ministro, leggo che nel prossimo futuro si occuperà di nuove sfide, come le chiamiamo noi. In tal caso le faccio i migliori auguri a nome mio e del gruppo che rappresento.

 
  
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  Ģirts Valdis Kristovskis, autore. (LV) Signor Presidente, rappresentanti della Commissione, rappresentanti della presidenza, innanzitutto vorrei ricordare che sono stato ministro della Difesa nel mio paese per quasi sei anni, periodo che ha segnato il nostro accesso alla NATO. Posso pertanto affermare di comprendere molto bene cosa significhi proteggere un paese con misure di difesa e con le armi e i sistemi d’arma necessari. Tuttavia, a nome mio e del gruppo UEN, ho sostenuto tutte le misure intraprese dal Parlamento europeo, inclusa questa sul divieto di utilizzo di munizioni a grappolo. A mio parere è già stato detto tutto; è evidente che tali armi non sono abbastanza precise e finora, come abbiamo avuto modo di vedere, hanno danneggiato principalmente la popolazione e ferito i bambini.

Il Parlamento europeo e io stesso riteniamo che gli Stati membri dell’Unione europea debbano formare un fronte comune per la messa al bando di tali armi. D’altro canto, desidero richiedere che tale presupposto sia usato anche nei colloqui bilaterali con paesi come Russia, Stati Uniti e Cina che sono i maggiori possessori di tali armi. Non dimentichiamo che recentemente, durante la guerra tra Georgia e Russia, la Russia ha disgraziatamente impiegato le munizioni a grappolo contro i civili georgiani a dimostrazione dell’infondatezza delle argomentazioni a favore della detenzione di tali munizioni nei nostri arsenali, e di quelle che sostengono si tratti di uno strumento di difesa. Purtroppo, come vediamo, tali strumenti sono utilizzati da altri paesi come uno strumento di offesa contro la popolazione.

 
  
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  Luisa Morgantini , autore. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, le bombe a grappolo sono a tutti gli effetti armi di distruzione di massa, ordigni inumani, se mai qualcosa di umano possa esserci in una guerra.

Una pubblicazione dell'esercito americano, Field artillery, scrive: "Le piccole bombe inesplose sono un problema per la popolazione innocente, per le stesse nostre forze leggere, per la fanteria e per chi cammina dopo il bombardamento di un'area urbana", eppure si continuano a produrre e usare e terreni inquinati di ordigni inesplosi continuano a seminare morte per anni e anni, lo abbiamo visto anche in Georgia.

Ad Oslo, alla Conferenza contro l'uso, la produzione e lo stoccaggio delle bombe a grappolo, un giovane libanese di 24 anni, Ibrahim, con il corpo devastato da ferite alla gamba amputata si è presentato dicendomi: "Piacere, io sono un sopravissuto". Avrei voluto morire e invece l'ho solo abbracciato. Sono andata a trovarlo nel suo villaggio, nel Libano del sud, ho visto nei cortili delle case, delle scuole, nell'erba, sugli alberi, bombe inesplose, lanciate dagli aerei israeliani. Ne hanno lanciate più di 1.400.000 e lanciate negli ultimi giorni, quando la tregua e il cessate il fuoco erano già stati dichiarati. Pura crudeltà, e quanti bimbi, donne e uomini ho incontrato in Afghanistan negli ospedali di Emergency, con corpi mutilati; sono migliaia nel mondo i piccoli mutilati per aver giocato con frammenti di cluster bomb, attratti da quegli oggetti colorati.

A Dublino 109 paesi si sono impegnati dopo dieci giorni di dibattito a firmare la messa al bando delle micidiali armi, a provvedere all'assistenza delle vittime e alla bonifica delle aree interessate, ma l'accordo prevede anche che tutti gli arsenali dovranno essere distrutti entro otto anni. Non lo faranno certamente a meno che vi sia una forte pressione di tutti i paesi firmatari delle Nazioni Unite e i paesi che sono responsabili di crimini contro la popolazione civile - paesi come Israele, Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan - che non si sono presentati a Dublino e hanno detto no all'abolizione delle bombe a grappolo.

Il segretario alla Difesa Robert Gates ha tentato di spiegare le resistenze americane: le bombe a grappolo sono un'arma efficace contro uno svariato numero di obiettivi. Lo hanno sperimentato certamente i morti in Iraq, in Afghanistan, nella ex Iugoslavia. Ancora una volta l'Europa mostra sensibilità con i 22 paesi che hanno firmato e aderito al Patto di Dublino, ma sono necessarie azioni concrete.

Il 2 e il 3 dicembre a Oslo si firmerà ufficialmente il trattato, ma dovrà essere ratificato. Dobbiamo farlo subito e sventare qualsiasi tentativo di aggirare il trattato e il Consiglio credo che dovrà davvero definire strumenti efficaci, politici e finanziari per fare in modo che quel trattato venga applicato e che non ci siano più morti di questo tipo, i morti con armi di distruzione.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. COCILOVO
Vicepresidente

 
  
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  Stefano Zappalà, Autore . − Signor Presidente, onorevoli colleghi, solo per informazione per la Presidenza del Consiglio, se lei poi Presidente può riferirlo a chi l'ha preceduta: prima è stato detto che qui, in quest'Aula, siedono tre persone che sono nate lo stesso giorno di Neil Armstrong. In realtà, è stato membro di quest'Aula tra il '94 e il '99 un astronauta europeo di origine italiana; siede, durante questa legislatura in quest'Aula un astronauta europeo anch'esso italiano.

Bene, venendo alle bombe a grappolo, io a nome del mio gruppo ho aderito all'iniziativa su questa materia perché la ritengo un fatto di profonda civiltà ed umanità. Il collega ha fatto il ministro della Difesa in uno degli Stati membri, io vengo anche dal mondo militare. Io considero questo progetto di abolizione a livello planetario delle bombe a grappolo un fatto, dicevo, di civiltà e di umanità.

Perché? Intanto perché la civiltà e l'umanità sono alcuni dei tanti principi costitutivi dell'Unione europea, sono alla base dei nostri trattati e quindi credo che noi da questa vicenda non possiamo che prendere non solo spunto, ma farci profondamente carico di quello che deve essere l'atteggiamento dell'Unione nel suo complesso nei confronti di questo tipo di munizionamento.

Ma quello che provocano queste armi, queste munizioni in giro per il mondo è palese, in tutti gli scenari di guerra i dati sono quelli che sono, ma la cosa più grave è che tutto non finisce con la guerra, prosegue anche dopo perché resta contaminato il territorio, resta nel tempo. Purtroppo poi gli scenari di guerra sono tra l'altro, in paesi certo non a civiltà molto avanzata, e quindi resta questa disponibilità alla corsa anche locale a utilizzare reperti che si trovano sul territorio e che sono poi la causa della maggior parte delle deturpazioni di natura fisica che avvengono nei confronti dell'infanzia, nei confronti dei giovani. Molti filmati ci hanno sottoposto e ci sottopongono in continuazione in giro per il mondo quelli che sono i risultati dell'uso di queste armi.

Quindi io chiedo al Consiglio, chiedo a nome del mio gruppo, chiedo al Parlamento europeo di insistere su questa vicenda, spero che si trasformi il tutto nella ratifica di questa Convenzione che credo sia uno degli aspetti più importanti, appunto, di civiltà ed umanità che l'Unione europea può fare.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, onorevoli Beer, Gomes, Neyts-Uyttebroeck, che ringrazio personalmente per gli auguri, e onorevoli Morgantini, Kristovskis e Zappalà, avete perfettamente ragione: come ha detto l’onorevole Zappalà, è una questione di civiltà e umanità.

Tutti gli Stati membri dell’Unione europea condividono le preoccupazioni di tipo umanitario connesse con le munizioni a grappolo. L’Unione europea è favorevole all’adozione di uno strumento internazionale che vieti l’uso delle munizioni a grappolo, le quali provocano danni inaccettabili alle popolazioni civili. E’ stato per questo motivo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno partecipato alla conferenza di Dublino, o come parte interessata – ed era questo il caso della maggioranza di essi – o come osservatori. Il significato di questa formulazione un po’ complessa è che in ogni caso il soggetto interessato è, naturalmente, l’Unione europea.

Riguardo alla decisione di firmare o ratificare, ebbene, si tratta di una decisione autonoma che rientra nella sovranità di ciascuno Stato membro; tuttavia, al pari dell’onorevole Neyts-Uyttebroeck, anch’io deploro il fatto che non tutti i paesi avranno firmato entro il prossimo dicembre.

La maggior parte degli Stati membri dell’Unione hanno annunciato l'intenzione di sottoscrivere la convenzione nelle prossime settimane. Voglio far presente un tanto e dire che l’onorevole Morgantini ha ragione: dobbiamo compiere passi concreti prima che la convenzione entri in vigore. In tale spirito, la Francia, il paese che conosco meglio, nel maggio 2008 ha deciso di ritirare dal servizio il 90 per cento delle sue munizioni a grappolo, senza rinviare tale decisione.

Ma, come sapete, alcuni Stati membri devono ancora prendere una decisione del genere. Per quanto riguarda la presidenza francese, in maggio, dopo la conferenza di Dublino, ha annunciato che sottoscriverà la convenzione all’inizio di dicembre. La presidenza spera di attirare l’attenzione di tutti i membri sulle trattative in corso riguardo alle munizioni a grappolo nel contesto della convenzione su certe armi convenzionali, che è l’unica convenzione alla quale le potenze militari più grandi – Stati Uniti, Russia, Cina e India – nonché paesi come la Georgia hanno deciso di aderire – diversamente dalla convenzione di Oslo. Vorrei sottolineare che questi paesi non hanno manifestato l’intenzione di firmare tale convenzione.

Tutti gli Stati membri dell’Unione europea sono firmatari della convenzione e chiedono l’adozione di un protocollo sulle munizioni a grappolo. E’ anche con gli impegni assunti in quest’aula, e in proposito l’onorevole Kristovskis ha perfettamente ragione nel sottolinearlo, che sarà possibile realizzare cambiamenti concreti. Inoltre, in futuro si potranno evitare le morti causate dalle munizioni a grappolo, come nel caso della Georgia, se i negoziati avviati nel quadro di questa convenzione universale avranno successo.

Onorevoli deputati, come vedete, le munizioni a grappolo sono una questione che impone all’Unione europea di agire. Occorre continuare a esercitare pressione a livello internazionale affinché sia adottato uno strumento universale. In ogni caso, è con questo obiettivo in mente che la presidenza francese si sta impegnando al massimo per convincere tutti i suoi partner, e continuerà a farlo.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo PPE-DE.(EN) Signor Presidente, non sono un pacifista – e chiunque in quest’aula mi conosca lo potrà confermare -, però ci sono molti aspetti della guerra e del commercio di armi che vanno deplorati. Le munizioni a grappolo sono, secondo me, uno dei modi peggiori di fare la guerra, alla quale, ovviamente, si dovrebbe sempre ricorrere solamente come ultima ratio.

Molti dati dimostrano che questo tipo di armi colpisce in maniera sproporzionata le popolazioni civili, che devono essere protette più di chiunque altro per mezzo del diritto internazionale. Le bombe a grappolo possono cadere su un’area molto vasta e restare inesplose per periodi di tempo lunghissimi, costituendo così una minaccia mortale per i civili, che possono quindi essere uccisi o mutilati anche molto tempo dopo la fine di un conflitto.

Queste bombe sono inoltre costose da localizzare e rimuovere e non possono essere indicate formalmente su una mappa come si fa con i campi minati. E’ successo talvolta che bambini le abbiano prese in mano, pensando che fossero giocattoli, e abbiano perso arti o forse persino la loro stessa vita. Avendo figli in tenera età, credo che ben poche cose siano più terribili di questa.

Se vogliamo seriamente creare un’Unione europea fondata su valori comuni e se li vogliamo condividere con il mondo, dobbiamo assumere una posizione comune per arrivare infine alla messa al bando di queste armi terrificanti e orribili, i cui effetti sul campo di battaglia sono devastanti.

Dobbiamo ricorrere a tutti gli strumenti diplomatici a nostra disposizione per convincere gli altri a fare lo stesso. Come Parlamento europeo possiamo giustamente essere orgogliosi di quanto abbiamo fatto per cercare di liberare il mondo dalla piaga delle mine terrestri antiuomo. Dobbiamo ora affrontare la questione delle munizioni a grappolo con pari vigore e impegno per costruire un mondo migliore, più umano, e per non dover più assistere alle sofferenze di civili innocenti come conseguenza di un conflitto armato.

 
  
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  Richard Howitt, a nome del gruppo PSE.(EN) Signor Presidente, oggi lanciamo un appello ai paesi membri dell’Unione europea che non hanno ancora l’intenzione di firmare la convenzione contro le munizioni a grappolo. Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, oltre ai candidati all’adesione all’UE Serbia e Turchia, sono invitati a unirsi agli altri paesi dell’Unione e a oltre un centinaio di altri Stati in tutto il mondo che hanno firmato la convenzione.

Per chi lanciamo dunque questo appello? Per Suraj Ghulam Habib di Herat, in Afghanistan, che all’età di sei anni ha perso entrambe le gambe a causa di una mina a grappolo che aveva trovato e raccolto pensando fosse qualcosa da mangiare. Per lui oggi è quasi impossibile andare a scuola o giocare con i suoi amici dalla sedia a rotelle su cui è costretto. Lo lanciamo per la signora Chanhthava del distretto di Sepone, in Laos, che ha perso una gamba e subito danni alla vista dopo aver toccato inavvertitamente una bomba a grappolo mentre raccoglieva cibo per la famiglia in un campo di riso. Oggi deve mandare la figlia in quello stesso, pericoloso campo a raccogliere il riso. Lo lanciamo per il tredicenne georgiano Beka Giorgishvili, che quest’anno è diventato una delle vittime più recenti mentre era a casa di un amico e lo aiutava a gonfiare le ruote della bicicletta nuova. Beka ha perso parte del cranio e schegge della bomba gli sono rimaste conficcate all’interno.

E’ ipocrita che i paesi dell’Unione europea condannino la Russia per aver aggredito la Georgia ma non condannino gli strumenti di tale aggressione, che causano danni eccessivi ai civili ogni volta che vengono usate munizioni a grappolo. Ed è una ben misura scusa per i paesi che tentano di giustificare l’accaparramento di bombe a grappolo come parte della scelta di aderire al divieto delle mine antiuomo, perché le munizioni a grappolo sono altrettanto letali e hanno provocato nel mondo danni umanitari persino peggiori.

Il mio paese, il Regno Unito, ha già iniziato a distruggere all’incirca 30 milioni di munizioni, ha modificato le proprie norme sul controllo delle esportazioni e ha contribuito direttamente alla bonifica in Georgia di terreni da armi e munizioni, comprese le munizioni a grappolo. E’ in Europa che queste armi sono state usate per la prima volta, dalle forze armate tedesche e sovietiche nella II guerra mondiale. Ed è l’Europa che sta accaparrando, secondo le stime, un miliardo di bombe, ed è sempre l’Europa che dovrebbe guidare a livello mondiale la loro distruzione.

 
  
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  Elizabeth Lynne, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, come molti oratori hanno già detto, ogni giorno le bombe a grappolo uccidono o feriscono indiscriminatamente civili e, tra essi, molti bambini Molte di quelle giovani vittime vengono mutilate dalle munizioni a grappolo e sono costrette a convivere per il resto della loro vita con le loro disabilità. Ma l’aspetto sconvolgente è che le munizioni a grappolo sono conservate in più di quindici Stati membri dell’Unione europea, ed è orribile scoprire che ci sono prove che dimostrano come almeno sette di essi continuino tuttora a produrle. A mio parere, quei paesi, allo stesso modo dei paesi che le hanno utilizzate – compreso il mio, il Regno Unito -, hanno le mani sporche di sangue.

Vietare la produzione, il trasferimento e l’accaparramento di munizioni a grappolo servirà a salvare molte vite. Inoltre, grazie a questa convenzione sarà possibile mettere a disposizione risorse di cui c’è gran bisogno, come assistenza medica e riabilitazione, a favore delle vittime delle bombe a grappolo. Sollecito tutti gli Stati membri a firmare e ratificare questa convenzione e a non cercare di ridefinire ciò che intendiamo con il termine “munizioni a grappolo” per scaricarsi delle proprie responsabilità, come taluni Stati membri stanno cercando di fare.

 
  
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  Seán Ó Neachtain, a nome del gruppo UEN. (GA) Signor Presidente, appoggio con convinzione la proposta in cui si chiede l’applicazione dalla fine di quest’anno della convenzione che mette al bando le bombe a grappolo.

Tutti i governi che hanno dato attuazione alla dichiarazione di Oslo del 2007 sono disposti a redigere entro la fine del 2008 un atto giuridico che ponga fine all’uso di bombe a grappolo, metta in atto un sistema volto a promuovere la cooperazione e l’aiuto a favore di chi è sfuggito ad attacchi compiuti con queste armi e distrugga tutti i depositi di bombe a grappolo ancora esistenti.

Sono molto orgoglioso del fatto che l’accordo previsto da questo trattato sia stato concluso in Irlanda – nel mio paese, a Dublino – nel corso di una conferenza internazionale svoltasi nel corso di quest’anno. Tutti coloro che vi hanno preso parte hanno fatto capire molto chiaramente cosa volevano ottenere: che l’uso delle bombe a grappolo sia vietato d’ora in avanti. E, come già richiesto oggi da alcuni colleghi in quest’aula, invito anch’io gli altri paesi che non hanno ancora firmato la convenzione a farlo adesso.

Dobbiamo eliminare una volta per tutte queste armi terribili.

 
  
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  Satu Hassi, a nome del gruppo Verts/ALE.(FI) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è un’ottima cosa che sia entrata in vigore la convenzione sulle munizioni a grappolo, ed è molto importante che tutti gli Stati membri dell’Unione europea vi aderiscano, comprese Finlandia, Grecia e Polonia, perché, in caso contrario, offriremmo agli altri paesi un pretesto troppo facile per continuare a usare queste armi disumane.

Deploro vivamente che il mio paese, la Finlandia, non voglia aderire alla convenzione, giustificando tale decisione con il fatto che le munizioni a grappolo sarebbero state acquistate per sostituire un altro tipo di armi disumane: le mine antiuomo. Ma questo significa rivolgersi a Belzebù per scacciare il diavolo! Alla fine degli anni Novanta, quando il governo finlandese dell’epoca decise di eliminare gradualmente le mine antiuomo, l’esercito non disse che le avrebbe rimpiazzate con un altro assassino di civili, cioè le munizioni a grappolo.

L’Unione europea e tutti i suoi Stati membri devono ora dar prova di coerenza nell’opporsi alle munizioni a grappolo e devono anche rifiutarsi di partecipare a operazioni militari in cui se ne faccia uso. Ben il 98 per cento delle vittime delle bombe a grappolo sarebbero civili. Abbiamo oltre vent’anni di esperienza con questo tipo di armi, possiamo dimostrare che esse uccidono civili indiscriminatamente, bambini compresi. E’ giunto il momento di mettere fine a tutto questo.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signor Presidente, onorevoli deputati, devo dirvi seriamente e solennemente che è stato per me un vero motivo di orgoglio aver partecipato a questa discussione sulle munizioni a grappolo. A nome della presidenza, mi associo a tutti coloro che hanno invocato la ratifica della convenzione.

L’Unione europea ha già riconosciuto, nel 2007, l’urgente necessità di affrontare gli aspetti umanitari connessi con le munizioni a grappolo. So che gli Stati membri dell’Unione hanno svolto un ruolo attivo tanto nel processo di Oslo quanto nel quadro della convenzione su certe armi convenzionali. A nostro parere, la convenzione su certe armi convenzionali e il processo di Oslo si potenziano a vicenda, ed è merito della vostra assemblea, nonché di tutti coloro che hanno preso la parola, averci ricordato quali sono i valori in cui credono gli europei. Invitiamo tutti gli Stati membri ad agire per i motivi che voi, meglio di quanto abbia fatto io, avete esposto in maniera commovente durante questa discussione.

 
  
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  Presidente. − Comunico di aver ricevuto due proposte di risoluzione(1) conformemente all'articolo 108, paragrafo 5 del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto.(EN) Esorto urgentemente tutti gli Stati membri dell’Unione europea a ratificare e attuare immediatamente la convenzione sulle munizioni a grappolo, che infliggono indiscriminatamente atrocità indicibili alle popolazioni civili in tutto il mondo, da ultimo nel conflitto georgiano.

La convenzione sulle munizioni a grappolo vieta l’uso, la produzione, l’immagazzinamento e il trasferimento di munizioni a grappolo. Tuttavia, adottata in occasione di una conferenza a Dublino nel maggio di quest’anno da 107 Stati, la convenzione non entrerà in vigore finché non sarà stata anche ratificata da almeno 30 Stati.

Pare incredibile che otto Stati membri dell’Unione non abbiano intenzione di sottoscrivere nell’immediato la convenzione. L’Unione, il più riuscito progetto di pace mai realizzato, una comunità fondata proprio sui principi del rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, non avalla pertanto l’estensione del diritto umanitario internazionale per vietare una delle armi anticivili più insidiosa attualmente in uso.

Mi rivolgo a Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia affinché ratifichino la convenzione sulle munizioni a grappolo senza indugio contribuendo in tal modo a porre fine all’uso delle bombe a grappolo.

 
  
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  Kelam Tunne (PPE-DE), per iscritto.(EN) Dovremmo tenere conto del fatto che le munizioni a grappolo sono una delle armi più nocive, che non opera alcuna distinzione tra bersagli militari e civili.

Oggi, nel XXI secolo, l’obiettivo di una guerra non può più essere la devastazione o il massimo danno. Attacchi mirati che producano un effetto minimo sui civili può essere l’unico modo per agire in una situazione bellica. Pertanto, l’uso delle munizioni a grappolo va chiaramente respinto e vietato.

Mi rivolgo all’Unione europea e ai suoi Stati membri innanzi tutto affinché esortino altri Stati del mondo a firmare la convenzione il 3 dicembre di quest’anno. Dopodiché chiedo loro di impegnarsi a perseguirne l’attuazione in maniera efficiente il più rapidamente possibile. Mi rivolgo infine all’Unione europea e ai suoi Stati membri affinché non soltanto affrontino gli aspetti tecnici della convenzione, ma si dedichino seriamente a prestare assistenza nelle zone in cui le munizioni a grappolo sono state utilizzate aiutando le società in questione e fornendo aiuti ai civili colpiti dal danno causato da tali armi.

 

14. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni alla Commissione)
Video degli interventi
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  Presidente. − L'ordine del giorno reca il tempo delle interrogazioni (B6-0484/2008). Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte alla Commissione.

Prima parte

 
  
  

Annuncio l’interrogazione n. 33 dell’onorevole Arnaoutakis (H-0800/08)

Oggetto: Informazione dei cittadini in merito ai provvedimenti adottati dall’UE per proteggerli dalla crisi finanziaria internazionale

Durante la tornata del Parlamento europeo dello scorso marzo, la Commissione ha risposto all'interrogazione orale H-0075/08(1) sulle conseguenze della crisi creditizia internazionale che ci si attendeva una riduzione dello 0,5% del ritmo di crescita dell'UE, un aumento dell'inflazione e un disavanzo di 185.000 milioni di euro per l'UE a 27 quanto al commercio estero. La Commissione ha altresì informato che il modo migliore di far fronte a questa crisi internazionale era quello di proseguire nelle riforme strutturali e nelle politiche macroeconomiche sottolineando che il protezionismo non era la soluzione. Oggi ci si accorge che la crisi finanziario-creditizia assume dimensioni planetarie e incide anche sulle grandi imprese.

Può la Commissione indicare se i dati allora forniti sono cambiati, in che modo informerà i cittadini europei delle conseguenze della crisi e quali misure concrete prenderà per proteggerli?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. (EN) Signor Presidente, il 3 novembre la Commissione ha presentato la sua previsione autunnale in cui si annuncia che le prospettive economiche sono tutt’altro che confortanti: nel 2009 la crescita economica dovrebbe essere stagnante con un magro aumento dello 0,2 per cento nell’Unione europea.

Nel 2010 si dovrebbe successivamente registrare una graduale ripresa per la maggior parte delle economie comunitarie con una proiezione di crescita dell’1,1 per cento per l’Unione nel suo complesso. Nel 2009, la disoccupazione a livello comunitario dovrebbe pertanto aumentare al 7,8 per cento con un ulteriore aumento previsto per il 2010.

Il prossimo anno, tuttavia, prevediamo che l’inflazione regredisca rapidamente al 2,4 per cento nell’Unione e deceleri ulteriormente nel 2010.

Non vi è dubbio quanto al fatto che le sfide che siamo chiamati a raccogliere siano estremamente impegnative. La Commissione sta dunque sviluppando una strategia completa per gestire la crisi finanziaria e arginare la recessione economica. La base di tale strategia è illustrata nella comunicazione dal titolo “Dalla crisi finanziaria alla ripresa: un quadro di azione europeo”, in cui si afferma che l’Unione dovrebbe affrontare le prossime fasi della crisi in maniera coesa e coordinata.

L’azione dovrebbe puntare a tre obiettivi: in primo luogo, costruire una nuova architettura del mercato finanziario a livello comunitario, in secondo luogo, affrontare l’impatto sull’economia reale e, in terzo luogo, coordinare una risposta globale alla crisi finanziaria.

Il 26 novembre, la Commissione proporrà una versione più dettagliata di tale piano nel quadro della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Il nostro scopo è riunire una serie di iniziative mirate a breve termine che contribuiscano a contrastare gli effetti negativi sull’economia in senso più ampio adeguando al tempo stesso le misure a medio e lungo termine della strategia di Lisbona per tener conto della crisi.

 
  
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  Stavros Arnaoutakis (PSE).(EL) Signor Presidente, signora Commissario, la ringrazio per la risposta. Nondimeno, ciò che oggi dobbiamo dire ai cittadini europei è che stiamo rispondendo alla contrazione del credito e inietteremo denaro nell’economia reale. I cittadini europei vogliono che questa crisi sia anche un’opportunità per l’Europa, l’Europa civile.

La mia domanda è: nei prossimi anni si inietterà denaro in pubblici investimenti e opere pubbliche?

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, signora Commissario, nel momento in cui si rendono disponibili le ultime informazioni è necessario decidere rapidamente. Il problema è che in generale la Commissione, organo collegiale, ha bisogno di moltissimo tempo per mettere in moto i propri apparati. Esistono norme speciali per situazioni come quella con la quale dobbiamo attualmente confrontarci? In altre circostanze, i tempi affinché la Commissione, organo collegiale, produca un risultato sono veramente molto lunghi.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE). - (LT) Signor Presidente, signora Commissario, come ci dimostra l’esperienza, gli stessi Stati membri stanno ricercando modi per superare le conseguenze della crisi finanziaria e della recessione economica.

Qual è la sua opinione in merito alle misure precrisi? Maggiori imposte, un ampliamento della base imponibile e l’aumento dell’IVA offrono realmente una soluzione alla crisi in un periodo così difficile?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. (EN) Signor Presidente, al momento il quesito più importante è: quali sono i passi successivi che la Commissione deve compiere nel corso della prossima settimana per affrontare realmente gli effetti sull’economia reale?

Presenteremo un pacchetto, attualmente in fase di elaborazione, in cui identificheremo i vari ambiti politici nei quali riteniamo di poter attenuare l’impatto sull’economia reale a breve termine pur rispettando le priorità di riforma a medio termine esistenti della strategia di Lisbona. Questo sarà il quadro entro il quale lavoreremo. Speriamo di poter individuare azioni che contribuiscano a promuovere la domanda aggregata; quanto all’offerta, intendiamo ridurre le pressioni inflazionistiche e sostenere il potere di acquisto dei nuclei familiari.

Dobbiamo fare di più sul mercato del lavoro e, come voi dite, anche in tema di investimenti con benefici immediati sperando che ciò contribuisca anche ai vari aspetti e alle iniziative intraprese per quanto concerne il pacchetto energia e cambiamento climatico perché avremo bisogno di denaro per gli investimenti. Il nostro auspicio è che questo aiuti a superare il difficile periodo che stiamo attraversando. Sui mercati del lavoro, per esempio, le politiche di attivazione possono essere molto utili.

In risposta all’ultimo quesito direi che nelle nostre intenzioni gli Stati membri dovrebbero coordinare la propria azione. La cosa peggiore sarebbe che tutti andassero in direzioni diverse facendo ciò che reputano giusto nel proprio Stato membro. Preferiremmo invece che discutessero, si coordinassero e collaborassero il più possibile perché avremo ricadute sull’intera economia in Europa. Privilegiamo dunque gli interventi coordinati.

Quanto ai tempi lunghi di preparazione o mobilitazione, potrei sorprendervi dicendo che, come ho ricordato ieri nel corso della discussione sulla crisi finanziaria, la Commissione per la prima volta è riuscita a presentare proposte in 24 ore. Dobbiamo reagire a questa crisi gravissima in maniera che le diverse proposte non richiedano tempi di preparazione troppo lunghi.

Siamo tutti stati istruiti o tutti abbiamo voluto analizzare nei nostri rispettivi ambiti politici come possiamo contribuire, superare i tempi lunghi di preparazione e intervenire più rapidamente pur agendo in maniera rispettosa e coordinata. Stiamo cercando di presentare proposte il più rapidamente possibile sfruttando al massimo tutte le opportunità che ci vengono offerte. Al momento questo è il punto di partenza per la Commissione.

 
  
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  Presidente. − Annuncio l’interrogazione n. 34 dell’onorevole Sonik (H-0850/08):

Oggetto: Limiti diversi del tasso alcolico nel sangue dei conducenti nell’UE

In molti Stati membri dell'UE, ad esempio nel Regno Unito, in Italia, in Irlanda e in Lussemburgo, il tasso alcolico massimo nel sangue consentito per poter condurre un veicolo è stato fissato a 0,8 mg/l. In Slovacchia e in Ungheria, che vietano la guida dopo il consumo di una seppur minima quantità di alcol, condurre un veicolo sotto l'effetto di suddetto livello alcolico costituirebbe un grave reato. In Polonia, i principi che regolano la guida degli autoveicoli, definiti dalla legge del 20 giugno 1997 in materia di codice della strada (GU n. 108 del 2005, voce 908 con successive modifiche), stabiliscono che il tasso alcolico massimo nel sangue consentito per guidare è pari a 0,2 mg/l. Quando il tasso di alcol nel sangue supera gli 0,5 mg/l si tratta già di un reato che può essere punito con una pena di reclusione di un massimo di due anni.

Nel quadro della tendenza ad armonizzare le norme del codice stradale nell'Unione europea, intende la Commissione adottare iniziative miranti ad armonizzare il tasso alcolico consentito per guidare nel territorio degli Stati membri dell'UE?

 
  
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  Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione. Signor Presidente, onorevoli parlamentari, in effetti, nel 1988 la Commissione aveva proposto una direttiva relativa al tasso minimo di alcolemia autorizzato per i conducenti, ma in mancanza di un accordo tra gli Stati membri e la Commissione, la Commissione ha dovuto accontentarsi di adottare il 17 gennaio 2001 una raccomandazione perché fosse imposto un tasso massimo di 0,5 mg/ml in tutti gli Stati membri. Oggi nell'Unione europea soltanto tre Stati, Irlanda, Malta e Regno Unito impongono un tasso massimo di alcolemia superiore a tale valore.

La raccomandazione della Commissione prevedeva anche di abbassare il tasso di alcolemia a 0,2 mg/ml per certe categorie di conducenti, tra cui i principianti, che sono l'oggetto della prima domanda posta dall'onorevole parlamentare. Sono infatti proprio i conducenti principianti le principali vittime dell'insicurezza sulle strade e per questo è essenziale diminuire per quanto possibile i fattori di rischio che li riguardano, ad esempio autorizzando per questa categoria un tasso di alcolemia non superiore, come ho detto, allo 0,2 mg/ml. Questo si ricollega effettivamente alla misura chiamata tasso zero, prevista per questa categoria di conducenti nella comunicazione adottata dalla Commissione ad ottobre del 2006 e che definisce una strategia di sostegno agli Stati membri per ridurre i danni legati all'alcol.

Fatte queste premesse, onorevoli parlamentari, la Commissione purtroppo non ritiene esistano le condizioni politiche per fare approvare da parte degli Stati membri una normativa destinata ad armonizzare ulteriormente il tasso di alcolemia autorizzato nell'ambito della nostra Unione. Detto questo però la Commissione non intende restare inattiva di fronte a quella che resta una delle principali cause di decessi sulle strade europee.

Le azioni intraprese in questo senso da parte della Commissione sono diverse. Innanzitutto, per quanto riguarda i controlli stradali, nella raccomandazione del 6 aprile del 2004 la Commissione spinge ad intensificare i controlli casuali sull'alcolemia mediante un apparecchio efficace di rilevazione dell'alcol nel sangue attraverso l'analisi dell'aria espirata, da utilizzare nei luoghi e nelle fasce orarie in cui si registra regolarmente un consumo eccessivo di alcol da parte dei conducenti.

Devo inoltre sottolineare, onorevoli parlamentari, che la guida sotto l'effetto dell'alcol rientra tra le infrazioni oggetto della proposta di direttiva sull'applicazione transfrontaliera della normativa in materia di sicurezza stradale, adottata da parte della Commissione a marzo di quest'anno e che attualmente è oggetto di discussione al Consiglio e al Parlamento.

In occasione dello scorso Consiglio Trasporti ho avuto modo di sottolinearlo ai colleghi ministri: di fronte alla perdita di vite umane non possiamo bloccarci per cavilli giuridici e discutere se si tratta di una questione che riguarda il primo oppure il terzo pilastro, perché purtroppo le discussioni giuridiche servono a ben poco per affrontare e risolvere problemi così gravi come sono quelli degli incidenti stradali.

E colgo l'occasione di questo dibattito parlamentare per ricordare che le quattro sanzioni contemplate nella direttiva in discussione, oltre alla guida in stato di ebbrezza, incluso l'eccesso di velocità, il mancato uso delle cinture di sicurezza e la guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti, bene, queste quattro infrazioni sono responsabili di ben tre incidenti stradali su quattro. Ciò significa che molto può e deve essere fatto dall'Unione europea e per questo invito ancora una volta il Parlamento ad andare avanti sulla linea già tracciata dal voto in commissione trasporti.

Inoltre - mi avvio a concludere signor Presidente - per poter formulare in un futuro prossimo proposte concrete in materia di guida sotto l'influsso di sostanze psicoattive, nell'ottobre di due anni fa la Commissione ha lanciato un progetto di ricerca della durata di quattro anni destinato a perfezionare le conoscenze in questo campo e a formulare soluzioni. Si tratta del progetto DRUID che voi ben conoscete.

Va infine sottolineato anche il sostegno finanziario fornito dalla Commissione a favore di campagne di sensibilizzazione realizzate in particolare da giovani che si rivolgono ad altri giovani per renderli consapevoli della pericolosità del consumo di alcol e di droga alla guida dell'automobile. Un esempio fra tutti è la campagna intitolata "Bob" che ha avuto un grande successo in tutta Europa e ancora bisogna ricordare l'impegno della Commissione che ha chiamato a Bruxelles ad essere testimone della campagna dell'Unione europea per la sicurezza stradale il campione del mondo uscente di Formula Uno, Kimi Raikkonen, e in più la giornata dedicata alla sicurezza stradale nelle grandi città che si è svolta a Parigi il 10 ottobre scorso, che è un altro segnale di grande impegno della Commissione europea per quanto riguarda la sicurezza stradale - ne ho fatta una delle mie priorità in occasione del dibattito sulla fiducia dopo la mia indicazione come Commissario europeo ai trasporti.

Purtroppo di più non si può fare, onorevoli parlamentari, e spero di essere stato esauriente nella risposta alla sua interrogazione orale.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE-DE).(PL) Signor Presidente, signor Commissario, vorrei ringraziarla per la risposta e incoraggiarla ad agire in maniera più audace. Dobbiamo adottare e aggiornare una direttiva che introduca un divieto totale di guida in stato di ebbrezza. Non dobbiamo soggiacere alla lobby dei produttori di alcolici e alle sue pressioni. Non dobbiamo averne timore. E’ nostro diritto avere strade sicure e dobbiamo iniziare dai giovani. Nell’affrontare tali progetti, pertanto, dobbiamo dare prova di coraggio.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, vorrei cogliere questa breve opportunità per porle due quesiti. In primo luogo, lei ha detto che il contesto politico per una regolamentazione del genere non può ancora dirsi realmente esistente. Vorrei dunque sapere a che livello si situa la maggiore resistenza? A livello di singoli Stati o grandi lobby? Che cosa impedisce alla Commissione di agire in tale ambito?

Il mio secondo quesito riguarda il fatto che un numero crescente di studi dimostra che il fumo a bordo degli autoveicoli è estremamente pericoloso. Da un lato è molto insano e dall’altro distrae e affatica. Chiedo pertanto se la Commissione stia prendendo in esame l’eventualità di agire in qualche misura al riguardo in sede europea.

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE).(EN) La mia interrogazione riguarda l’Irlanda dove molti giovani sono rimasti coinvolti in terribili incidenti quando erano alla guida delle loro autovetture.

Vorrei sapere se in Europa è stata svolta qualche ricerca sull’argomento e se sia possibile rilanciare il programma di educazione alla guida dei giovani. In questo campo abbiamo ancora molto lavoro da svolgere e chiedo che venga rilanciato prima possibile il programma di educazione alla guida.

 
  
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  Antonio Tajani, Vicepresidente della Commissione. − Signor Presidente, onorevoli parlamentari, grazie per le domande che sono state poste perché permettono anche poi di chiarificare la posizione dell'Unione europea.

On. Leichtfried, quando lei parlava, giustamente, dei problemi politici che abbiamo trovato, i problemi politici riguardano gli Stati membri, abbiamo visto che purtroppo la proposta della Commissione non è stata accettata nonostante un grande impegno. Noi, malgrado il mancato accordo con gli Stati membri sulla proposta di direttiva, abbiamo continuato ad insistere e continueremo ad insistere. Ripeto quello che ho detto in occasione dell'audizione con la quale mi è stata concessa la fiducia dalla Commissione e dal Parlamento: continuerò a fare della sicurezza stradale una mia priorità.

Intendo continuare a sostenere anche tutti i progetti, programmi - rispondo così anche all'onorevole - DRUID, per quanto riguarda la questione dell'informazione ai giovani, dell'educazione dei giovani, deve essere una priorità. Non sono i mezzi che provocano gli incidenti, certo è importante avere dei mezzi sicuri, è importante avere delle strade sicure e questo Parlamento ha deciso di adottare, in sintonia con la Commissione, alcune scelte per quanto riguarda anche la parte infrastrutturale, ma il problema principale è l'educazione di chi si mette al volante o di chi sale in sella a una motocicletta.

Noi abbiamo il dovere di cominciare a formare dei giovani, quindi sono assolutamente d'accordo con la sua posizione e farò di tutto perché vengano sempre finanziati programmi dell'Unione europea e della Commissione per formare i giovani nelle scuole. Non a caso ho scelto, onorevoli parlamentari, come testimone della Commissione, l'ex campione del mondo che è un giovane.

Noi dobbiamo cercare di comunicare ai giovani, attraverso giovani che non facciano la predica che può fare un buon padre di famiglia, ma che siano in grado di spiegare loro quali sono i rischi concreti, perché ogni giovane in realtà quando esce dalla discoteca si sente esente da qualsiasi rischio. Purtroppo così non è, dobbiamo lavorare con le scuole, dobbiamo lavorare con le famiglie, perché ad ogni giovane vengano illustrati i rischi che corre ogniqualvolta si mette al volante e soprattutto se fa uso di alcol o fa uso di sostanze stupefacenti.

Per quanto riguarda la questione del tabagismo, chiederò ai servizi di fare un'indagine per sapere se effettivamente ci sono dei rischi aggiuntivi per chi fuma o meno. Non sono in grado di darle una risposta, perché da un punto di vista scientifico non lo so, comunque darò, ripeto, mandato ai servizi di verificare tutto questo.

Credo di aver risposto anche all'onorevole Sonik con la riconferma del mio impegno, e l'impegno credo di poterlo dire per quanto riguarda la Commissione - c'è la Vicepresidente Wallström che è responsabile anche della comunicazione - faremo di tutto per informare i cittadini e soprattutto i giovani cittadini, quindi i principianti a quali sono i rischi e i pericoli che corrono ogni volta che si muovono sui mezzi di trasporto.

 
  
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  Presidente. − Annuncio l'interrogazione n. 35 dell’onorevole Batzeli (H-0861/08)

Oggetto: Accordo interistituzionale sule tema “Comunicare sull’Europa in partenariato!

Il 22 ottobre 2008, i rappresentanti del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio hanno, per la prima volta nella storia dell'UE, firmato una dichiarazione politica a favore di una cooperazione interistituzionale in materia di comunicazione che metta in luce le priorità dell'UE. Tale accordo riveste la massima importanza, dal momento che con lo stesso si tenta di fornire una soluzione efficace al rilevante problema democratico di mancanza di informazione dei cittadini europei, come pure un'importanza cruciale da un punto di vista cronologico dal momento che ci si trova in un periodo preelettorale per l'UE.

Quali saranno le priorità e i messaggi principali di questa politica comunitaria unificata di comunicazione per l'anno prossimo e, in particolare, durante il periodo preelettorale?

Secondo quali modalità sarà promossa la cooperazione dei tre organi comunitari durante la definizione congiunta delle priorità e degli obiettivi di questa politica di comunicazione nonché la loro cooperazione con le singole autorità nazionali competenti? In particolare, quale sarà la relazione tra la politica comunitaria e le politiche nazionali di comunicazione relativamente all'UE?

Quali sono i mezzi destinati all'attuazione di tale nuova politica di comunicazione comunitaria e quale ruolo svolgeranno le nuove tecnologie di comunicazione? Quale sarà, in tale contesto, il ruolo del multilinguismo?

Su quali risorse comunitarie sarà basato il finanziamento delle singole azioni della politica di comunicazione recentemente stabilita?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. (EN) Il Parlamento, la Commissione e il Consiglio hanno incoraggiato la cooperazione in materia di comunicazione nell’Unione europea e il 22 ottobre di quest’anno hanno firmato la dichiarazione politica “Insieme per comunicare l’Europa”. Vi ringrazio molto per aver sostenuto tale iniziativa: è la prima volta che concordiamo un approccio comune sulla comunicazione.

La comunicazione è migliore e più efficace se avviene in modo coordinato e si incentra sulle questioni prioritarie; essa inoltre richiede l’impegno di tutte le parti in causa, inclusi gli Stati membri. Tutte le istituzioni hanno la responsabilità di comunicare con i cittadini in materia di Unione europea. Tuttavia – e desidero sottolinearlo – la dichiarazione politica rispetta anche le responsabilità individuali delle singole istituzioni comunitarie e degli Stati membri quanto a strategia comunicativa e priorità.

Le priorità comuni sulla comunicazione sono al centro della dichiarazione politica e saranno concordate da un gruppo interistituzionale sull’informazione copresieduto dai rappresentati di tutte le istituzioni. Abbiamo già individuato e ci siamo già accordati su quattro priorità congiunte per il 2009: le elezioni europee, l’energia e i cambiamenti climatici, il XX anniversario dei cambiamenti democratici avvenuti nell’Europa centrale e orientale e, naturalmente, il sostegno all’occupazione, alla crescita e alla solidarietà in Europa.

L’applicazione dell’accordo sarà assicurata congiuntamente dal Parlamento, dalla Commissione e dal Consiglio, oltre che dagli Stati membri. Cercheremo quindi di sviluppare sinergie con le autorità nazionali, regionali e locali oltre che con i rappresentanti della società civile. I nostri rappresentanti e gli uffici d’informazione del Parlamento nei vari Stati membri collaboreranno con le autorità nazionali ad attività congiunte adattandole alle situazioni nazionali. Se necessario avvieremo le opportune azioni amministrative tra i servizi a livello comunitario e quelli a livello nazionale finanziando opportunamente tali iniziative.

Va da sé che le nostre istituzioni e gli Stati membri agiranno nel rispetto del multilinguismo e delle diversità culturali. Consentitemi a questo riguardo di dire che la Commissione affronta la sfida del multilinguismo in modo molto attivo. Tra le misure previste c’è anche l’assegnazione di traduttori ai nostri rappresentanti negli Stati membri per far fronte ad esigenze locali e per aiutare a comunicare l’Europa nella lingua dei suoi cittadini.

Infine, l’applicazione delle priorità comuni sulla comunicazione forniranno ai politici europei, nazionali e locali, un’eccellente piattaforma per discutere delle questioni comunitarie assieme ai cittadini europei prima delle elezioni europee e spero che ciò incida positivamente sull’affluenza alle urne.

 
  
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  Katerina Batzeli (PSE).(EL) Vicepresidente Wallström, la ringrazio molto della risposta. Desidero in primo luogo sottolineare che questo accordo interistituzionale si prefigge innanzi tutto di introdurre una politica unica di comunicazione in Europa che dovrà essere progressivamente adottata, seppur lentamente, da tutte le istituzioni comunitarie in modo che i cittadini ricevano le stesse informazioni.

In secondo luogo desidero avere alcuni chiarimenti sulla questione del finanziamento delle nuove azioni proposte. Tali azioni verranno integrate nei programmi esistenti? Verrà creata una nuova linea di bilancio per l’informazione? Come verranno finanziati i programmi settoriali? La politica sulla comunicazione sarà indipendente o cofinanziata?

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Signora Vicepresidente, la carta stampata è molto versatile ma non è più abbastanza informativa. La nostra politica sull’informazione deve dare la priorità ai mezzi di comunicazione elettronici: la televisione e internet e mi chiedo se sia possibile individuare questo approccio nell’attuale politica. In secondo luogo mi ha fatto piacere il previsto coinvolgimento delle compagnie televisive locali e regionali dal momento che ciò mi sembra molto più positivo che coprire le carenze delle grandi televisioni pubbliche.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE). - (EN) Mi ha fatto piacere sentire ciò che ha detto il commissario ma condivido le preoccupazioni dell’ultimo oratore. Mi preoccupa il modo in cui verrà trasmesso il messaggio e sono d’accordo con lui su quanto ha detto dei mezzi di comunicazione elettronici.

C’è il rischio effettivo che depliant e libri rimangano negli uffici e non vengano letti: l’ho visto accadere anche troppe volte. Vorrei chiedere come si intende trasmettere il messaggio a coloro che sono interessati. Si intende rivolgersi ai gruppi d’interesse? O si tratta semplicemente di un approccio generale?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. − (EN) Vi ringrazio di aver posto queste domande importanti.

Secondo me per il successo di qualsiasi campagna informativa sono necessari cinque elementi.

In primo luogo è necessario l’uso intensivo di internet e delle nuove tecnologie. Possiamo solo sognare una campagna come quella di Obama che credo abbia potuto usufruire di 1,2 miliardi di dollari: tuttavia è l’utilizzo di internet che si è rivelato decisivo, e anche noi dovremo utilizzare questa tecnologia.

In secondo luogo occorre prevedere l’utilizzo di mezzi audiovisivi: il 60 per cento dei cittadini usano principalmente la televisione e la radio per informarsi su ciò che accade a livello comunitario.

In terzo luogo dobbiamo utilizzare i moltiplicatori come le reti della società civile e delle autorità locali. Avremo quindi altri volti e altri messaggeri a disposizione per informare sul valore aggiunto fornito dalla collaborazione a livello europeo.

In quarto luogo bisogna cooperare con gli “ambasciatori”, vale a dire con coloro che desiderano impegnarsi per la causa della democrazia e che possono arrivare più lontano di noi politici.

In quinto luogo dobbiamo rivolgerci ai giovani e alle donne che tendono a votare di meno e ad essere meno entusiasti nei confronti dell’Unione europea come ci hanno dimostrato i referendum tenutisi in Irlanda e, precedentemente, in Francia e in Olanda.

Tutti questi elementi sono necessari.

E gli stanziamenti? Che tipo di bilancio abbiamo a disposizione? Siamo riusciti a individuare circa 8,5 milioni di euro nel nostro bilancio per il prossimo anno a copertura delle iniziative gestite centralmente e di quelle decentrate in riferimento alle elezioni del prossimo anno. Abbiamo chiesto ai nostri rappresentanti di devolvere la maggior parte dei modesti mezzi comunicativi a loro disposizione a favore delle elezioni europee ed essi hanno stanziato a questo scopo il 60 per cento dei fondi decentrati a loro disposizione. Attualmente abbiamo indetto alcuni incontri di natura tecnica con i servizi del Parlamento per confrontare le diverse attività svolte nei diversi Stati membri.

Quest’anno sono in programma alcune attività finalizzate alle elezioni per una cifra pari a circa 6,2 milioni di euro. Vi sono alcuni progetti indirizzati ai giovani, abbiamo istituito appositi euro-barometri e così via. Anche i fondi strutturali e quelli per l’agricoltura e la ricerca in tutti i settori possono essere utilizzati per la comunicazione ma non vi sono finanziamenti extra né fondi stanziati appositamente a questo proposito. Ho chiesto a tutti colleghi di includere le elezioni nei loro progetti di comunicazione e di riferire a me sulle modalità di svolgimento.

Il bilancio per l’anno prossimo non è ancora stato completato e quindi c’è ancora la possibilità di aggiungere stanziamenti supplementari, ma al momento questo è tutto ciò che possiamo individuare nel bilancio. Il denaro non è molto ma sfrutteremo i canali già esistenti. Aiuteremo inoltre il più possibile il Parlamento europeo con tutte le risorse a nostra disposizione e tramite le nostre consuete attività, vale a dire la produzione di materiali audiovisivi, i video su EUtube, e tutto ciò che facciamo quotidianamente per far sì che gli elettori si mobilitino e per avviare dibattiti costruttivi sulle elezioni del Parlamento europeo.

 
  
 

Seconda parte

 
  
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  Presidente. −

Annuncio l’interrogazione n. 36 dell’onorevole Panayotopoulos-Cassiotou (H-0809/08)

Oggetto: Informazione dei cittadini europei sulla partecipazione alle elezioni europee

L’instabilità economica internazionale che ha di recente posto a dura prova i sistemi bancari internazionali e europei ha provocato profonda inquietudine nei semplici cittadini europei che non hanno visto proporre soluzioni a livello UE né avuto prova di solidarietà europea in questa circostanza cruciale.

Quali provvedimenti e quali azioni intende proporre la Commissione per informare i cittadini europei sulle politiche e soluzioni europee a livello UE o di Stati membri in periodi di crisi e di circostanze politico-economiche straordinarie? Quali programmi ha in merito all’informazione pre-elettorale e alla mobilitazione degli europei affinché partecipino alle elezioni europee e per quanto riguarda anche l’andamento non favorevole di tematiche importanti per l’UE quali le relazioni economiche e commerciali internazionali?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. (EN) So perfettamente che la crisi finanziaria e l’impatto che ne deriva per le economie reali sono fonte di grande preoccupazione per molti europei e che, pertanto, questo avrà grandi ripercussioni anche sulle elezioni europee. Non c’è quindi da meravigliarsi se gran parte dei cittadini vorrebbe una campagna elettorale incentrata sulle questioni economiche della vita di tutti giorni quali disoccupazione, crescita economica, inflazione e potere d’acquisto. In base a sondaggi d’opinione più recenti, i cittadini ora considerano l’Unione europea un rifugio dalla crisi attuale e vogliono che partecipi alla regolamentazione a livello mondiale.

La Commissione è al passo con gli sviluppi. Il 29 ottobre abbiamo adottato un quadro per affrontare la crisi sui mercati, impedire crisi future mediante riforme di governance economica e ridurre al minimo l’impatto sui posti di lavoro e la crescita. Stiamo mettendo a punto proposte per dare un seguito a tutto questo; esse rappresentano le grandi priorità strategiche per il nostro programma operativo e legislativo del 2009, che ieri abbiamo presentato in Parlamento e discusso.

E’ importante che Commissione, Parlamento e Consiglio abbiano riconosciuto la necessità di intervenire e che occupazione, crescita e solidarietà sostenute stiano per essere proposte come priorità della comunicazione interistituzionale per il prossimo anno. Ciò significa che sarà uno dei temi su cui le istituzioni europee e gli Stati membri lavoreranno in stretta collaborazione per comunicare le attività dell’Unione europea in materia. Verranno elaborati piani su come farlo al meglio.

Ho già parlato delle elezioni al Parlamento europeo, che rappresentano un’altra priorità interistituzionale. In questo senso i preparativi sono in fase più avanzata, perché tutti sapevamo da tempo che sarebbe stata una priorità.

Le nostre istituzioni operano in stretta collaborazione su tutte le attività di comunicazione inerenti alle elezioni, e la Commissione contribuirà fattivamente alla strategia quadro di comunicazione adottata dal Parlamento. Obiettivo della Commissione è sensibilizzare i cittadini sulle elezioni e promuovere il dibattito su temi sostanziali della politica europea. Ciò sarà in parte possibile grazie all’utilizzo dei nostri principali strumenti, tra cui l’uso dei mezzi audiovisivi e di Internet, associato a molte attività decentrate organizzate dalle rappresentanze in ciascun Stato membro in stretta cooperazione con gli uffici di informazione del Parlamento.

Gli eventi sensibilizzeranno i cittadini sulle possibilità di scelta dell’elettorato tra diverse visioni politiche dell’Europa, e sul fatto che le scelte faranno una grande differenza nelle vite di tutti i nostri cittadini.

 
  
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  Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, ringrazio la vicepresidente della risposta data. Confido nell’attuazione delle misure proposte dalla Commissione, perché tra proposta e relativa attuazione passa molto tempo; esiste un processo burocratico e non so se i cittadini avranno abbastanza tempo di vedere i risultati prima delle elezioni.

Il finanziamento e la strategia dell’informazione possono anche produrre risultati contradditori, motivo per cui bisogna fare particolare attenzione a non innervosire i nostri cittadini, che non vogliono vedere un inutile spreco di denaro per eventi, pubblicazioni e attività decentrate da lei citate.

Inoltre il dibattito non è sempre convincente. Forse dobbiamo riconoscere i mezzi a nostra disposizione ed essere più onesti con i cittadini.

 
  
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  Josu Ortuondo Larrea (ALDE).(ES) Signora Vicepresidente, crede che la vicinanza o la lontananza dei candidati all’elettorato influenzi il grado di partecipazione alle elezioni europee? E’ d’accordo che uno Stato con 45 milioni di abitanti abbia un’unica circoscrizione elettorale per le elezioni al Paramento europeo? Cosa può fare la Commissione perché gli Stati con maggiore popolazione possano avere circoscrizioni elettorali più vicine ai cittadini?

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE).(EN) Vorrei solo dire al vicepresidente della Commissione che dovremmo guardare la situazione in Danimarca, dove ora parlano di presentare domanda di adesione all’euro; in Islanda, dove il paese è stato fatto a pezzi; e in Svezia, dove chiaramente stanno riprendendo in considerazione se aderire all’euro.

Ad esempio, chi dice ai cittadini irlandesi che, grazie all’adozione dell’euro e alla Banca centrale europea, sono riusciti a tenere duro molto meglio di questi paesi? Non è ora di iniziare a elogiare l’Unione europea? Questa settimana in Aula sono presenti deputati irlandesi al Parlamento europeo che esprimono commenti negativi sull’Unione europea. Chi farà commenti positivi e dirà cosa c’è di buono per noi, così le persone conosceranno i vantaggi di appartenere all’Unione europea e all’euro?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. (EN) Ho cercato di dare il mio contributo visitando l’Irlanda la scorsa settimana. Ho cercato di spiegare quelli che, a mio avviso, sono i valori aggiunti della cooperazione europea. Credo che adesso il dibattito sull’euro e sul motivo per cui per l’Irlanda è stato vantaggioso appartenere alla zona euro stia andando bene, ma comunque solleva l’interrogativo di base: chi sosterrà l’Unione europea? Chi parlerà in suo favore? A chi compete la responsabilità? Non possiamo contare sul fatto che Bruxelles faccia tutto. Questo compito deve essere condiviso e svolto in collaborazione.

In realtà credo che le discussioni e i dibattiti politici siano positivi perché esistono diverse versioni, diversi programmi eccetera. Penso che ciò aiuti a suscitare interesse, e in definitiva è anche un bene per l’affluenza alle urne. Ovviamente è nostra intenzione incoraggiare e stimolare un dibattito e un dialogo acceso sull’agenda europea e sulle tematiche europee. Tutti dobbiamo essere a favore. Per questo motivo sono lieta e orgogliosa che, per la prima volta, vi sia questo quadro di collaborazione concordata sulla comunicazione. Prima non è mai esistita.

Occorre quindi decidere di condividere la responsabilità per perorare la causa e ascoltare le preoccupazioni dei cittadini in tutta Europa, perché in realtà è la comunicazione che importa, non solo l’informazione. Ascoltare di più, spiegare di più e agire a livello locale: questo è ciò che ripeto sulla comunicazione. La campagna sarà condotta in maniera diversa nei vari Stati membri perché sarà adeguata alle condizioni nazionali. Questo è quanto cerchiamo di fare adesso. Cerchiamo di accelerare il più possibile questo processo, ma contemporaneamente dobbiamo rispettare il regolamento finanziario e tutte le regole. Dobbiamo essere corretti in tutto ciò che facciamo. Oggi abbiamo tenuto un incontro cui daremo un seguito. Cercheremo di rispondere al meglio al preciso calendario fornito dal Parlamento sulla pianificazione delle elezioni parlamentari.

Credo che riusciremo a stanziare e a spendere i soldi già quest’anno ma, ovviamente, la disponibilità di maggiori risorse ci permetterebbe di organizzare più attività il prossimo anno. Ribadisco che, a mio avviso, occorre anche prendere in considerazione un maggiore uso dei mezzi audiovisivi e di Internet per essere efficaci e riuscire ad arrivare ai giovani.

 
  
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  Josu Ortuondo Larrea (ALDE).(ES) Mi perdoni, ma non ho sentito la vicepresidente della Commissione rispondere alle mie domande.

 
  
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  Presidente. − Prendiamo atto della risposta della Commissione, non abbiamo prerogative o competenze per valutare nel merito la portata della risposta.

 
  
  

Annuncio l’interrogazione n. 37 dell’on. Papastamkos (H-0811/08)

Oggetto: Strategia di comunicazione della Commissione in merito al referendum in Irlanda

Quale è stata la strategia di comunicazione della Commissione e dei suoi componenti durante il periodo precedente al referendum in Irlanda?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. − Vorrei sottolineare che, in relazione al trattato di Lisbona, la Commissione europea ha lavorato, attraverso i suoi rappresentanti e in stretta collaborazione con gli Stati membri, per fornire informazioni concrete e oggettive ai cittadini europei. Abbiamo sostenuto questo lavoro attraverso strumenti per la collaborazione, che comprendono vari materiali quali schede informative, presentazioni e messaggi chiave. Abbiamo inoltre fornito formazione e briefing per i commissari, il personale dei rappresentanti, i centri di informazione diretta europei e altri strumenti informativi.

Riconosciamo l'importanza del web e per questo abbiamo creato un sito web dedicato con informazioni complete sul trattato di Lisbona, disponibile in 23 lingue ufficiali. Su queste premesse, i rappresentanti della Commisione negli Stati membri hanno preparato materiale adatto alle esigenze locali e adeguato per informare i cittadini nel migliore dei modi. Inoltre, i rappresentati, uno dei quali è presente anche in Irlanda, hanno redatto una serie di piani di comunicazione in stretta collaborazione con i governi nazionali e gli uffici informativi del Parlamento negli Stati membri.

Le attività previste includono la formazione per giornalisti, la pubblicazione di brochure e volantini, l’organizzazione di incontri con la società civile e le autorità locali, oltre ad eventi pubblici nelle scuole e nelle università. In questo modo i cittadini riceveranno informazioni su misura, nella loro lingua nazionale e che si focalizzano sulle loro reali necessità.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, vorrei ringraziare il vicepresidente. Come domanda aggiuntiva, vorrei avanzare una proposta: signora Vicepresidente della Commissione, lei – e non solo lei, ma anche il Collegio dei commissari – dovrebbe visitare l’Irlanda in un periodo politicamente opportune per risolvere la questione irlandese e l’intero Collegio dei commissari dovrebbe avviare un dialogo con i cittadini irlandese e rispondere a tutte le loro domande.

Avviare un dialogo con tutte le agenzie interessate e con copertura televisiva, in modo che i cittadini irlandesi, l’intero corpo elettorale dell’Irlanda possa assistere e ricevere risposte alle proprie preoccupazioni e domande dirette

 
  
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  Armando França (PSE).(PT) Signor Presidente, Commissario, per due mesi le agende politica e dei media sono state dominate dalla crisi economica e finanziaria. Il referendum in Irlanda e le difficoltà della Repubblica ceca sono stati praticamente ignorati dai media. Le sembra che le strategie di informazione e comunicazione della Commissione debbano essere rafforzate, vista l’urgente necessità che il trattato di Lisbona entri in vigore, e anche in risposta all’attuale crisi?

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE).(EN) Sarò breve. Innanzi tutto, vorrei complimentarmi con il commissatio in particolare per il suoi impegno su questo argomento. In qualità di ex giornalista, posso suggerire che, mentre un incontro della Commissione potrebbe essere di interesse per la Commissione stessa, non possiamo obbligare i cittadini ad assistervi.

Il problema e che l’informazione senza l’emozione non interessa nessuno e temo che l’Europa sia piuttosto difficile e noiosa – se non per il suo buon cuore – e bisogna quindi considerare anche questo aspetto.

Sempre in qualità di ex giornalista, posso anche aggiungere – ed è terribile che lo ammetta in pubblico – che molte volte sono stata chiamata qui, e alla Commistione, e questi muri grigi e le presentazioni monotono non hanno stimolato i miei geni europei. Bisogna considerare questo aspetto. Infine, se il governo irlandese avesse, come lei ha già detto, ascoltato di più, spiegato meglio e mirato alle realtà locali, il risultato del referendum sarebbe stato positivo.

 
  
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  Presidente. − Comunico che le interrogazioni dal numero 38 al numero 41 riceveranno risposta scritta.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE-DE). - (EL) La vicepresidente può gentilmente rispondere alla mia interrogazione complementare?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. − Credo che il Presidente si sia dimenticato di darmi l’opportunità di rispondere alle sue domande specifiche. Naturalmente, stiamo apprendendo delle lezioni importanti da quanto è accaduto con il referendum, e credo che lei abbia ragione nell’indicare che i “sì” avrebbero dovuto essere più numerosi. All’epoca abbiamo seguito i consigli ricevuti e abbiamo avuto pieno rispetto del desiderio di non apparire come se si stesse interferendo con il dibattito in corso in Irlanda, ma forse ora gli irlandesi vorranno estendere un numero maggiore di inviti. Ho incoraggiato tutti i miei colleghi a recarsi in Irlanda a discutere con gli irlandesi. Trasmesso alla televisione non sono certa che potrà sembrare convincente in tutti i momenti, ma apprezziamo il fatto di ricevere attenzione dai media.

Stiamo ora collaborando con il governo irlandese per istituire un protocollo d’intesa in cui esaminiamo quanto è da fare, sia nel breve che nel lungo periodo, per garantire una migliore educazione civica, per collaborare con i giornalisti, per un’approccio forse più emotivo su alcune di queste questioni, avendo, tuttavia, rispetto della legge e delle regole vigenti in Irelanda.

Stamo apprendendo molto e credo che seguiremo fedelmente il suo consiglio di recarci in Irlanda e rispondere in merito a ogni settore, dall’agricoltura, alla politica della pesca, al commercio, ecc. Questo è il modo di affrontare una tale sfida. Mi auguro che sapremo suscitare una discussione di buon livello. Grazie di avermi concesso il tempo di risposta.

 
  
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  Presidente. −

Interrogazione n. 49 dell’on. Medina Ortega (H-0797/08)

Oggetto: Emigrazioni interafricane

L'accumularsi delle difficoltà interne in alcuni paesi africani e le aspettative di emigrazione verso l'Europa hanno provocato lo spostamento di decine di migliaia di cittadini dei paesi dell'Africa a sud del Sahara verso paesi situati più a nord come la Libia, il Marocco, la Mauritania e il Senegal.

E’ al corrente la Commissione di questa situazione? In caso affermativo, intende adottare misure volte ad alleviare le penose condizioni in cui vivono questi emigranti africani e ad alleggerire la pressione a cui sono sottoposti i paesi dell'Africa settentrionale per via di questo anomalo spostamento demografico?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. − Ora ci troviamo in un settore politico molto diverso. La Commissione è perfettamente consapevole del problema della povertà, che assieme ad altri fattori quali l’instabilità, i cambiamenti climatici e le violazioni dei diritti umani spingono gli emigranti a intraprendere dei viaggi difficili, talvolta anche tragici. La Commissione è attiva su tutti questi fronti, principalmente per mezzo del dialogo politico con i paesi interessati e tramite il Fondo di sviluppo europeo e il suo obiettivo di lotta alla povertà.

In risposta ai tragici fatti di Ceuta e Melilla, e nell’ambito dell’impostazione approvata dal Consiglio europeo verso la fine del 2005, l’Unione europea ha voluto un dialogo strutturato con l’Africa in merito al collegamento tra migrazione e sviluppo, con riferimento al processo di Rabat relativo alla rotta migratoria dell’Africa occidentale, cui farà rapidamente seguito la conferenza di Parigi il il 25 novembre, e il processo di Tripoli relativo all’intero continente africano.

La partnership su movimenti migratori e occupazione è stata lanciata nel dicembre 2007 nel corso del vertice UE-Africa di Lisbona. Il presupposto su cui si fonda è l’intento di fare sì che tale partnership possa trovare delle soluzioni al problema delle migrazioni, collegando la problematica a quelle inerenti l’occupazione.

Il Centro per l’informazione e la gestione delle migrazioni, inaugurato dal Commissario per lo sviluppo e gli aiuti umanitari e dal presidente del Mali Touré a Bamako il 6 ottobre costituisce un esempio concreto dell’approccio integrato per la cui promozione la Commissione si sta prodigando. Inoltre, la Commissione è disposta a replicare tale modello anche altrove nell’Africa occidentale.

Per quanto concerne le condizioni di vita degli emigranti, uno degli obiettivi del programma migrazione e asilo consiste nella tutela dei diritti degli emigranti, rafforzando tra l’altro, la capacità delle amministrazioni pubbliche e degli azionisti dei paesi di transito o di destinazione, quali quelli dell’Africa del nord, e di assistere gli emigranti, specie in determinate condizioni.

Per dare l’esempio, la Comunità europea ha recentemente concesso dei fondi in base a tale programma per i seguenti progetti: il proseguimento dei finanziamenti dell’ufficio libico dell’Alto commissariato per i rifugiati, che svolge un ruolo cruciale nella promozione dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, il miglioramento della protezione delle condizioni di vita degli emigranti internazionali nell’Africa del nord, il potenziamento delle capacità degli organismi della società civile di promuovere i diritti degli emigranti in quest’area geografica, e un programma che consenta agli emigranti del Marocco libico di fare rientro a casa su basi volontarie e in condizioni decenti.

Infine, la Commissione utilizza il programma in questione per finanziare diversi progetti nell’Africa subsahariana per affrontare la prevenzione dell’immigrazione clandestina, la promozione della migrazione legale, il collegamento tra migrazione, sviluppo e la promozione del patrocinio legale di rifugiati e richiedenti asilo.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE).(ES) Grazie molte. signora Vicepresidente, per le numerose informazioni che ha fornito in merito alla questione da me sollevata. La ringrazio di queste dettagliate informazioni. Ritengo che questa nuova fase inaugurata dalla Commissione sia importante. In particolare, il progetto Bamako rappresenta un punto centrale per l’Unione europea per quanto concerne l’immigrazione. So che siamo ancora agli esordi e, pertanto, il mio interrogativo è forse prematuro, ma desidero porre il seguente quesito alla Commissione. Se il progetto Bamako nel Mali condurrà a risultati positivi in termini di immigrazione, la Commissione ritiene che si possa estendere tale esperimento anche ad altri paesi intorno alle coste meridionali del Mediterraneo?

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, un richiamo al regolamento, desidero solo riferirmi a un evento avvenuto nel corso dell’ultima sessione. Mi duole sollevare la questione in questo momento, ma nell’ultima sessione sono stati concessi meno di 15 minuti per tre interrogazioni – la 38, la 39 e la 40 – tutte reciprocamente collegate.

Trovo alquanto infelice che non siano state affrontate, poiché ritengo che sarebbe stato possibile farlo. Tuttavia, solo 15 minuti sono stati concessi in occasione dell’ultima sessione. Avevo inteso che dovevano essere 20 minuti.

 
  
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  Presidente. − Penso che lei abbia ragione, ne prendo atto, non ho altra possibilità in questo momento.

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. − Anch’io apprendo continuamente cose nuove nello svolgimento del mio incarico. Apprendo che progetti come questo – il progetto Bamako – sono previsti anche in altri paesi dell’Africa occidentale, come il Senegal. Pertanto, l’estensione del progetto è già in programma e la Commissione è pienamente impegnata nello sviluppo di progetti simili in altri paesi.

 
  
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  Presidente. −

Interrogazione n. 50 dell’on. Yañez-Barnuevo García (H-0799/08)

Oggetto: Apertura di dialogo a Cuba

Le conclusioni del Consiglio su Cuba del 23 giugno 2008 sono state ricevute molto bene dai settori democratici dell'isola i quali apprezzano il fatto che la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici sia una priorità fondamentale dell'UE e che essa si impegni a promuovere il rispetto dei diritti umani e il progresso reale verso una democrazia pluralista.

In linea con gli impegni adottati nelle conclusioni, può indicare la Commissione se i suoi membri hanno stabilito già contatti con rappresentanti della società civile e dell'opposizione democratica? Quali misure effettive sta avviando per approfondire il dialogo con tali rappresentanti? In che modo garantisce che azioni previste a beneficio della società civile (come i microprogetti per la promozione dell'inserimento e della coesione sociale) non subiscano interventi da parte di organismi ufficiali?

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. La Commissione intrattiene contatti diretti e regolari con le società civili di tutti i paesi del mondo, Cuba compresa. Il ruolo della Commissione a Cuba è apprezzato e sostenuto dalla società civile e dai gruppi di opposizione. La delegazione della Commissione a Cuba riceve regolarmente a Cuba i rappresentanit della società civile e dei gruppi di opposizione e i dipartimenti della Commissione a Bruxelles conducono una politica di massima apertura rispetto a qualunque individuo od organismo che desideri discutere in modo costruttivo di Cuba o di qualsiasi altro paese.

L’incontro che ha rilanciato il dibattito politico tra Unione europea e Cuba, a seguito delle conclusioni del Consiglio del 23 giugno, che hanno posto fine ai provvedimenti diplomatici adottati nel 2003, è stata la troika dei ministri dell’Unione europea su Cuba, tenutasi a Parigi il 16 ottobre 2008. Lo spirito positivo che è prevalso in quell’occasione ha reso possibili delle discussioni franche e aperte su argomenti di interesse comune, quali la crisi finanziaria internazionale, i diritti umani, la collaborazione con Cuba e la riforma delle Nazioni Unite.

La Commissione crede fermamente, e il Commissario per lo sviluppo e gli aiuti umanitari lo ha ribadito in diverse occasioni,.che un dialogo franco e aperto tra Unione europea e Cuba costituisce il miglior contesto per discussioni su questioni di comune interesse, compresa la tematica dei diritti umani.

 
  
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  Antonio Masip Hidalgo (PSE).(ES) A nome dell’onorevole Mr Yañez-Barnuevo, la ringrazio della risposta. Tuttavia, signor Commissario, devo dire al Commissario Michel che le sue azioni, parole e gesti sono cruciali nell’ambito dei contatti diretti intrapresi con l’opposizione democratica cubana per l’attuazione delle priorità delle conclusioni del Consiglio, riducendo gli effetti della terribile dittatura di Castro e incoraggiando la libertà.

 
  
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  Margot Wallström, vicepresidente della Commissione. − Naturalmente, trasmetterò al mio collega tutte le risposte e le reazioni del Parlamento. Credo che si sia recato a Cuba di recente ma, naturalmente, sino ad oggi non abbiamo avuto la possibilità di sviluppare questo contesto. Se lo conosco bene come credo, penso che sarà vivamente interessato e che darà prova di apertura e disponibilità all’ascolto. E’ ciò che dovremo fare da ora in poi e rientra, pertanto, negli interessi della stessa Commissione.

 
  
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  President e − Comunico che sono assenti gli onorevoli che avevano formulato altre interrogazioni e che quindi per le interrogazioni dal numero 51 al numero 58 sarà fornita risposta scritta.

 
  
  

Annuncio l’interrogazione n. 43 dell’on. Angelakas (H-0810/08)

Oggetto: Europa – Centro di attrazione per i ricercatori

Stando a taluni dati statistici l'Unione europea produce più laureati in scienze esatte degli USA e del Giappone. Ciò nonostante taluni studi indicano che l'Europa è incapace di trattenere questo gran numero di ricercatori laureati che emigrano verso paesi extra-UE. Questo fatto suscita logicamente particolare inquietudine soprattutto dal momento che l'Europa ambisce a divenire l'economia basata sulla conoscenza più dinamica del pianeta.

Quali sono i principali fattori all'origine di questo fenomeno e quali ne sono i contraccolpi per l'UE? Dispone la Commissione di dati statistici in merito all'occupazione dei ricercatori laureati in ciascuno Stato membro?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, i ricercatori sono il cuore della creazione, del trasferimento e dello sfruttamento della conoscenza. Sono la chiave affinché l’Europa possa trasformare in realtà la quinta libertà, la libertà di circolazione della conoscenza, forgiando in tal modo l’economia basata sulla conoscenza.

L’indicatore che di fatto meglio rappresenta l’offerta di risorse umane per la ricerca è il numero di nuovi laureati. Il parametro di riferimento adottato dal Consiglio “Istruzione” di aumentare del 15 per cento il numero di laureati negli Stati membri e ridurre lo squilibrio di genere entro il 2010 è stato raggiunto. Nel 2006 vi erano nell’Unione dei 27 circa 200 000 laureati in matematica, scienze e tecnologia in più di quanti ve ne fossero nel 2000.

E’ ovvio che non tutti i diplomati universitari si dedicano successivamente alla ricerca. Per l’Unione europea, un ulteriore fattore in questo campo è costituito dal fatto che, in ragione della quota inferiore di investimenti privati nella ricerca in Europa rispetto ad altri continenti, il mercato per i ricercatori nell’Unione è relativamente più ridotto rispetto a quello dei nostri concorrenti.

Va aggiunto che vi è una forte concorrenza per richiamare e mantenere i ricercatori di maggiore talento. Si tratta in primo luogo di una concorrenza tra ricerca e altri settori economici. Vi è tuttavia anche una concorrenza tra paesi e regioni del mondo, soprattutto Stati Uniti, ma anche, e sempre più, Cina e India.

L’Unione europea deve confrontarsi con l’imminente pensionamento di generazioni di ricercatori in Europa senza che vi sia la prospettiva di un loro totale rimpiazzo e la situazione peggiorerà se i giovani non si dovessero interessare a tale professione. In gioco vi è la capacità a lungo termine dell’Europa non solo di restare un riferimento mondiale per la ricerca e lo sviluppo, ma anche di migliorarsi ulteriormente in tal senso.

Il fatto è che i ricercatori in Europa ancora vivono una situazione che presenta gravi ostacoli e scarse opportunità. Quando ho avuto modo di intrattenermi con i ricercatori in Europa, mi hanno descritto condizioni di lavoro e prospettive di carriera tutt’altro che avvincenti, spesso accompagnate da contratti precari a breve termine. Molti ricercatori sono ancora formati in maniera inadeguata a fornire loro le competenze necessarie in una moderna economia della conoscenza. Sono notevoli i disincentivi per chi opta per la mobilità tra l’ambito accademico e quello industriale o viceversa. Infine, la frammentazione strutturale del mercato del lavoro dei ricercatori europei ostacola la mobilità transnazionale dei ricercatori all’interno del contesto comunitario, soprattutto a causa della mancanza di formule di assunzione aperte e meritocratiche, nonché di fattori culturali, oltre ai problemi incontrati dai lavoratori ad alta mobilità come quelli dei settori della previdenza sociale, della fiscalità e della trasferibilità dei diritti pensionistici integrativi.

E’ tempo dunque che l’Europa intensifichi i propri sforzi per garantire la disponibilità dei ricercatori necessari negli anni a venire. Proprio per questo la Commissione lo scorso maggio ha proposto un partenariato europeo per i ricercatori: un partenariato con e tra Stati membri con un quadro mirato per progredire rapidamente in tutta Europa in ambiti fondamentali per una maggiore mobilità e la promozione delle possibilità di carriera.

Il Consiglio ha risposto favorevolmente all’iniziativa e stiamo per intraprenderne l’attuazione incentrata sui piani di azione nazionali e il reciproco apprendimento. Si prevedono anche il monitoraggio dei progressi compiuti sulla base dei risultati ottenuti e la raccolta di dati in materia di modelli di carriera e mobilità. Pertanto, se al momento i dati a disposizione sono pochissimi, lo scopo è dotarci di statistiche migliori come richiesto dall’onorevole parlamentare. Possiamo contare su molti altri dati, ma non esattamente su queste informazioni specifiche.

La comunicazione della Commissione concernente il partenariato europeo per i ricercatori è attualmente in discussione in Parlamento. La Commissione attende il parere del Parlamento che auspichiamo rafforzi il nostro impegno comune per il futuro della ricerca in Europa.

 
  
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  Emmanouil Angelakas (PPE-DE).(EL) Signor Presidente, ringrazio il commissario per la risposta. Vorrei porre un ulteriore quesito in merito al settimo programma quadro per la ricerca, che prevede un pacchetto di 54 milioni di euro. A 18 mesi di distanza dell’introduzione del settimo programma quadro, dispone, signor Commissario, di informazioni dettagliate in merito al suo sviluppo, ai paesi che hanno raggiunto un tasso di utilizzazione soddisfacente e ai principali problemi riscontrati? La Commissione intende pubblicare una relazione intermedia su tale quadro di finanziamento?

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, l’attrattiva per i ricercatori dipende anche, naturalmente, dal reddito netto che percepiscono. Stiamo lavorando con il commissario Kovács per sviluppare una proposta che consenta ai ricercatori di non versare imposte sul reddito e garantisca che le donazioni alle organizzazioni di ricerca siano anch’esse esentasse o possano considerarsi spese di gestione? Un sistema del genere esiste già negli Stati Uniti. Non sarebbe possibile condurre uno studio comparativo in maniera da poter fornire incentivi in tale ambito?

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, vorrei chiedere al Commissione se, nel momento in cui rianalizzerà tali aspetti dando ascolto al Parlamento, analizzerà nuovamente anche la questione della ricerca etica e dei ricercatori etici. E’ molto evidente che la distruzione degli embrioni non è più necessaria e vi sono molte altre piste esplorabili. Inizierà a stanziare risorse anche per queste altre piste in maniera da poter ricostituire una base di ricerca etica a tutti gli effetti nell’Unione europea?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, vorrei esordire dicendo che ovviamente stiamo provvedendo a raccogliere ogni informazione utile per seguire tutto ciò che riguarda l’attuazione del programma quadro. Le informazioni sono liberamente accessibili e possono essere messe a vostra disposizione.

Vengono inoltre predisposte relazioni periodiche di verifica, previste sino alla fine dell’anno, e sarà stilata una relazione intermedia, penso alla fine di maggio del prossimo anno. Tuttavia, la relazione intermedia è molto più che una relazione di valutazione poiché fornisce anche idee su come procedere in futuro. Parte dell’attuazione logica del programma quadro consiste nel seguire ciò che viene compiuto e le finalità per le quali si investono o spendono i fondi.

In merito al reddito esentasse, sono sempre stato favorevole all’uso di tali strumenti che stimolerebbero la scienza e la ricerca, compresi i redditi esentasse. Uno dei problemi che dobbiamo affrontare in questa crisi e nella difficile situazione in cui viviamo è come stimolare la ricerca e lo sviluppo. Non siamo nella stessa situazione delle imprese che, alla luce delle pressioni, sicuramente prenderebbero in esame l’eventualità di ridurre gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Questa pista è una delle alternative possibili. Non dobbiamo però dimenticare che abbiamo un patto di crescita e stabilità flessibile da rispettare e va tenuto presente che la situazione non è sicuramente la stessa in tutti gli Stati membri, i quali hanno elaborato tipi diversi di manovre durante i periodi floridi, quando le economie erano in una condizione migliore.

Mi avete infine posto una domanda in merito all’approccio etico, tema sollevato anche in un’altra interrogazione. Ritengo che abbiamo realmente investito molto per giungere a un accordo sul quale fondare il nostro approccio etico nella scienza e nella ricerca, anche quando utilizziamo i programmi quadro. Non è semplice pervenire a un consenso in tale ambito. Le posizioni assunte dagli Stati membri dell’Unione europea sono diverse e dobbiamo essere fieri di aver istituito procedure etiche che possiamo definire chiare, procedure che, nella realtà e nel concreto, stanno dando prova di essere fondate su una vera etica.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, desidero porgere le mie scuse. Di norma sono molto puntuale, ma la puntualità ha sempre due facce e il tempo delle interrogazioni è stato posticipato. Ero dunque alla riunione di gruppo e non appena ho visto che il commissario Potočnik si accingeva a parlare mi sono precipitato in Aula giungendo proprio nell’istante in cui ha esordito. Vorrei pregarla di essere così gentile da annunciare la mia interrogazione n. 42 perché sono arrivato in plenaria proprio nel momento in cui è stata data la parola al commissario Potočnik. Forse non mi ha visto, ma sono giunto precipitosamente.

 
  
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  Presidente. − Onorevole Posselt, avevamo già notato il suo arrivo, sia pure con un piccolo ritardo di cui chiaramente lei non è responsabile, ampiamente giustificato, e si pensava, come Ufficio di Presidenza, intanto di seguire l'ordine con la successiva, ma faremo effettivamente tutto il possibile per recuperare in questa tornata la sua interrogazione.

 
  
  

Annuncio l’interrogazione n. 44 dell’on. Ó Neachtain (H-0820/08)

Oggetto: Finanziamenti a favore delle tecnologie verdi

Nell'attuale clima di crisi economica e di crescente insicurezza energetica i cittadini si aspettano che l'UE svolga un ruolo di guida. È ora che l'UE e i suoi Stati membri accelerino il passo e promuovano un aumento dei finanziamenti per l'innovazione e la tecnologia. È necessario diffondere il messaggio secondo cui l'UE può svolgere un ruolo di leader a livello mondiale in materia di tecnologie verdi se agirà ora, non più tardi. La sfida del cambiamento climatico rappresenta un'opportunità per gli investitori e le imprese nonché in termini di ricerca e sviluppo e di posti di lavoro.

Può la Commissione illustrare i piani attuali e futuri concernenti gli investimenti a favore delle tecnologie verdi nell'ambito del Settimo programma quadro per le ricerca e lo sviluppo tecnologico?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, la Commissione appoggia incondizionatamente l’analisi formulata dall’onorevole parlamentare nella sua interrogazione orale.

Siamo leader nel campo delle tecnologie verdi e dobbiamo mantenere e rafforzare tale posizione. In tal modo sosterremo anche la posizione dell’Unione europea nel suo ruolo di guida a livello internazionale per la lotta al cambiamento climatico. Con il settimo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, l’Unione europea si è ben dotata per mobilitare fondi comunitari per la ricerca e lo sviluppo a sostegno dello sviluppo di nuove tecnologie verdi, esito al quale il Parlamento ha concorso pienamente.

La Commissione sta profondendo grande impegno per ottenere il massimo dal settimo programma quadro. Due delle imprese comuni in campo tecnologico adottate sinora sono interamente dedicate alle tecnologie verdi. Mi riferisco a “Clean Sky”, con un contributo europeo di 800 milioni di euro, e “Celle a combustibile e idrogeno”, con un contributo comunitario di 450 milioni di euro.

Grazie al piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (SET) siamo fortemente avallati da Parlamento e Consiglio. La Commissione ha inoltre avviato un processo che migliorerà l’efficacia della spesa per ricerca e sviluppo nell’ambito della ricerca in campo energetico. Il piano SET è dedicato alle tecnologie verdi ed esorta ad attuare sei nuove iniziative industriali prioritarie europee (programmi guidati dall’industria: energia eolica, energia solare, cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica, griglie, bioenergia e fissione sostenibile) e l’istituzione dell’alleanza europea per la ricerca nel settore dell’energia (programmi guidati dalla ricerca).

Il programma comunitario per l’energia nell’ambito del settimo programma quadro è il principale strumento disponibile a breve termine per supportare l’attuazione di tali azioni. Tuttavia, lo sforzo della sola Unione sicuramente non basta. Il programma comunitario va dunque utilizzato anche per catalizzare azioni degli Stati membri e, ovviamente, del settore privato, il che richiede un cambiamento di approccio: anziché semplicemente cofinanziare progetti, occorre in realtà guidare e agevolare la realizzazione di un impegno comune attraverso una programmazione congiunta.

Analizzando l’intera serie di programmi di lavoro dei primi tre anni di attuazione del settimo programma quadro, la Commissione ritiene che il 37 per cento degli ambiti sostenuti da fondi per la ricerca e lo sviluppi sia destinato a tecnologie verdi. Inoltre, il 40 per cento del bilancio impegnato dopo i bandi del 2007 nel quadro dei programmi specifici di cooperazione sostiene anch’esso la ricerca e lo sviluppo nel campo delle tecnologie verdi.

Per poter monitorare il contribuito del settimo programma quadro allo sviluppo sostenibile in generale e alle tecnologie verdi in particolare, la Commissione sta istituendo un sistema di verifica che dovrebbe diventare operativo nel primo semestre del prossimo anno.

Nella sua comunicazione “Dalla crisi finanziaria alla ripresa: un quadro di azione europeo”, adottata il 29 ottobre di quest’anno, la Commissione sottolinea altresì il ruolo dell’istruzione e dell’investimento nella ricerca e nello sviluppo, oltre al miglioramento della competitività europea continuando a rendere sempre più ecologica la nostra economia.

In termini più generali, va notato che, in aggiunta a fondi e attività del settimo programma quadro, vi è un’ampia gamma di iniziative politiche e programmi di sostegno correlati alle tecnologie ambientali nell’Unione europea come il piano di azione per le tecnologie ambientali, il piano per la competitività e l’innovazione e, più di recente, l’iniziativa LMI per i settori di mercato emergenti ad alte potenzialità e il piano di azione per la sostenibilità della produzione e del consumo.

La Commissione auspica che, con la sua risposta, l’onorevole parlamentare abbia avuto modo di persuadersi del suo reale impegno per gestire i fondi del settimo programma quadro al fine di rendere effettivamente più verde la nostra ricerca e le nostre economie.

 
  
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  Seán Ó Neachtain (UEN). (GA) Signor Presidente, vorrei ringraziare il Commissario per questa risposta esaustiva.

Per quanto riguarda la ricerca marina, la ricerca marittima e scienza e tecnologia marine, il settimo Programma quadro dell'Unione europea prevede qualche aiuto per incrementare la ricerca marina e la tecnologia marina entro tale programma?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. - Le risposta è certamente "sì". Proprio ieri nella Commissione per industria, ricerca e energia abbiamo discusso questa specifica attività rivolta a questioni marine e marittime. Vogliamo compiere più progressi in questo settore, dal momento che la situazione è estremamente complicata. L'intero settore degli oceani è estremamente complicato, ma la nostra vita, il nostro modo di vivere, influenzano anche tale ecosistema. Merita un'attenzione speciale, e tale attenzione dovrebbe assumere la forma di un nuovo metodo per organizzare il sistema di ricerca in questo settore: riunire ricercatori marini e marittimi e inoltre unire gli sforzi degli Stati membri in modo diverso da come succede oggi. Si tratta di un nuovo modo di pensare, che potrebbe essere definito "pensiero pilota" nel contesto di una programmazione congiunta, che è qualcosa che ho menzionato in precedenza. Sicuramente ciò riceverà la nostra attenzione anche in futuro.

 
  
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  Presidente. - Colleghi, vi prego, dobbiamo cercare di recuperare le conseguenze dell'inversione dei tempi che c'è stata, cercando di rispettare e dare la possibilità a tutti di svolgere l'interrogazione. Per far questo allora vi annuncio che cercheremo di svolgere tutte le restanti interrogazioni, però potrò dare la parola, dopo l'intervento del Commissario, soltanto al deputato che ha presentato l'interrogazione, non accetteremo altre richieste di intervento perché questo impedirebbe di raggiungere il risultato finale.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE). – Signor Presidente, so che mi sono appena unita a voi, ma stavo fungendo da controllore durante un'importantissima riunione di gruppo e mi domando perché non procediamo secondo l'ordine stabilito. Non posso restare. Sono venuta qui esattamente quando avrei dovuto formulare la mia interrogazione, ma adesso state cambiando l'ordine. Vi pregherei di volervi attenere all'ordine prestabilito, signor Presidente.

 
  
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  Presidente. - Onorevole Doyle, non sto cambiando l'ordine, purtroppo è successo un incidente non dovuto a responsabilità dell'onorevole Posselt, perché siccome c'è stato un turno cambiato di orario per i Commissari, l'onorevole Posselt ha avuto 30 secondi di ritardo, quindi recupero l'interrogazione dell'onorevole Posselt e subito dopo ci sarà l'interrogazione della onorevole Doyle.

 
  
  

Interrogazione n. 42 dell’on. Bernd Posselt (H-0795/08)

Oggetto: Clonazione

La Commissione sta conducendo attualmente una discussione di fondo sulla clonazione. Qual è lo scopo di tale dibattito, e quali sono i fondamenti essenziali sui quali esso poggia?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. - Questa è sicuramente un'area difficile e complicata. Il dibattito concernente la clonazione presso la Commissione si riferisce all'utilizzo di una tecnologia denominata trasferimento nucleare da cellule somatiche (SCNT) in particolare riguardo alla riproduzione degli animali da allevamento e a come gestire il cibo prodotto da questi animali clonati e dalla loro prole.

Nel caso dell'utilizzo di questa tecnica di clonazione per la riproduzione e l'allevamento del bestiame nel settore agroalimentare, le questioni sono collegate in particolar modo alla salute e al benessere dell'animale. Nel caso della sicurezza del cibo derivato da animali clonati e dalla loro prole, le questioni sono collegate, in particolar modo, a qualunque possibile rischio per la salute umana e al diritto del consumatore di essere tenuto informato.

Il dibattito non copre l'utilizzo del SCNT nella ricerca. La Commissione segue lo sviluppo del SCNT dal 1996, quando nacque il primo animale clonato, la pecora Dolly. Nel 1997, la Commissione chiese al Gruppo di consiglieri sulle implicazioni etiche della biotecnologia di formulare un'opinione concernente l'etica della clonazione.

Nel 2004, la Commissione finanziò il progetto "Clonazione in pubblico" all'interno del sesto Programma quadro. Ciò consentì di lanciare un dibattito a livello dell'intera Unione europea come prima opportunità per intavolare delle discussioni preliminari con accademici e società civile riguardo agli aspetti etici, legali e altri aspetti sociali concernenti la clonazione degli animali da allevamento. Lo studio arrivò alla conclusione che il pubblico non era ben informato riguardo all'utilizzo e alle implicazioni della clonazione. Nel 2007 il JRC pubblicò su Nature Biotechnology uno studio riguardo al futuro utilizzo commerciale delle tecnologie per la clonazione. Lo studio delineava una mappa dello stato dell'arte delle applicazioni commerciali della clonazione animale in tutto il mondo e produceva una pipeline di prodotti, insieme con una tempistica stimata per la loro distribuzione sul mercato. La conclusione era che gli animali clonati non sarebbero dovuti arrivare sul mercato dell'UE prima del 2010 e che i materiali per la riproduzione (seme) degli animali clonati sarebbero stati il primo prodotto commercializzato.

Negli ultimi anni la Commissione è stata informata che la tecnica del trasferimento nucleare da cellule somatiche per la riproduzione degli animali da allevamento sta per raggiungere la fase della commercializzazione, in particolar modo, nei paesi terzi, soprattutto negli USA. Basandosi sulla valutazione del rischio finale, un rapporto redatto dagli scienziati della Food and Drug Administration degli Stati Uniti, pubblicato nel gennaio del 2008, concludeva che il consumo di cibo proveniente da animali clonati e dalla loro prole è sicuro, purché il cibo derivi da animali sani, principio generale per la sanità del cibo. Solo gli animali sani rientrano nella catena alimentare.

Per prepararsi per un dibattito politico informato, nel 2007 la Commissione ha chiesto all'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di valutare i rischi reali e potenziali associati all'utilizzo di questa tecnologia nella produzione alimentare e inoltre ha chiesto al Gruppo europeo per l'etica (EGE) di esprimersi riguardo agli aspetti etici della clonazione animale a scopo alimentare. Il Gruppo ha reso pubblica la propria opinione nel gennaio 2008 e l'Autorità nel luglio 2008. Stando all'EFSA, "basandosi sulle conoscenze attuali ... nulla indica che esistano delle differenze in termini di sicurezza alimentare tra i prodotti alimentari [derivati] da cloni [animali] sani e dalla loro prole, paragonati con quelli provenienti da animali sani allevati in modo convenzionale". Per quanto concerne le condizioni generali di salute dei cloni, l'EFSA ritiene che non ci siano indicazioni di effetti negativi per la prole del bestiame riprodotta sessualmente o i cloni di maiale. A ogni modo, i cloni e la loro prole non sono ancora stati studiati nel corso di tutta la durata naturale della loro vita.

Al momento, Il Gruppo europeo per l'etica non ha trovato argomenti convincenti per giustificare la produzione di cibo dai cloni e dalla loro prole.

La Commissione inoltre ha chiesto che fosse svolto uno studio di opinione Eurobarometer concernente la posizione degli europei nei confronti della clonazione animale. I risultati sono stati resi disponibili nell'ottobre 2008. Lo studio ha dimostrato che il 58 per cento degli intervistati era contrario alla clonazione ai fini della produzione di cibo.

Attualmente la Commissione sta vagliando attentamente tutti questi elementi diversi, per preparare un dibattito politico infirmale sull'utilizzo della tecnica del trasferimento nucleare da cellule somatiche per la riproduzione degli animali da allevamento e la produzione di cibo. Se si dovesse ritenere necessario sviluppare ulteriormente il quadro normativo, sarà importante ricordare che i nuovi provvedimenti dovranno, ovviamente, osservare le regole del trattato sull'UE e dell'Organizzazione mondiale del commercio.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE).(DE) Signor Presidente, vorrei ringraziare il Presidente per la sua generosità e il Commissario per la sua risposta positiva. Ho solo una domanda. La Commissione è in grado di dichiarare in modo definitivo che la clonazione umana, in qualunque forma, non fa e non farà parte di questa strategia?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. - Secondo le regole che applichiamo attualmente, è escluso. Le regole cui ci atteniamo non consentono certamente alcuna ricerca il cui scopo sia la clonazione di persone.

 
  
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  Presidente. −

Interrogazione n. 45 dell’on. Doyle (H-0827/08)

Oggetto: Consiglio europeo per la ricerca

Il Consiglio europeo per la ricerca (CER) è stato varato ufficialmente il 27/28 febbraio 2007, in occasione di una conferenza inaugurale organizzata a Berlino dalla Presidenza tedesca dell'UE. Uno dei suoi obiettivi è quello di promuovere la ricerca di frontiera interamente realizzata su "iniziativa dei ricercatori" ovvero la ricerca di tipo "bottom-up" (cioè "dal basso").

Può la Commissione chiarire cosa s'intende per frontiera di ricerca su "iniziativa del ricercatore" o "bottom-up"? Quali progressi sono stati sinora realizzati in questo ambito?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Sarò breve. L’impostazione "orientata sui ricercatori" fa sì che il Consiglio europeo per la ricerca (CER) sostenga progetti che si spingono alle frontiere del sapere e che i ricercatori conducono su argomenti da loro indicati e afferenti a qualsiasi campo scientifico, nella piena libertà di scelta.

Il CER, nell’incentivare la cosiddetta "ricerca di frontiera", pone l’accento soprattutto sui progetti interdisciplinari e sulla ricerca pioneristica.

Passo ora a illustrare i progressi compiuti: finora il CER ha indetto due bandi di partecipazione, cui i ricercatori europei hanno risposto con grande entusiasmo. Ben 9 167 giovani ricercatori hanno aderito all’invito a presentare proposte "Starting Independent Investigators Grant" (Borse di studio per giovani ricercatori indipendenti) dello scorso anno, mentre sono pervenute oltre 2 000 domande per l’invito a presentare proposte "Advanced Investigators Grant" (Borse di studio per ricercatori avanzati), pubblicato quest’anno. Una tale adesione dimostra l’attrattiva del Consiglio europeo per la ricerca e conferma che l’erogazione dei fondi per la ricerca di frontiera con un approccio "dal basso verso l’alto" soddisfa una necessità impellente dell’Europa.

La Commissione è convinta che, a lungo termine, gli investimenti nella ricerca di frontiera contribuiranno in misura significativa a migliorare la nostra società della conoscenza, nonché la nostra capacità di innovazione nel campo della ricerca.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE).(EN) Considerando l’obiettivo della presidenza francese di istituire un governo dello Spazio europeo della ricerca (SER) entro il 2009, potrebbe la Commissione illustrare le misure che intende intraprendere, di concerto con gli Stati membri e con il Parlamento, per mettere a punto dei metodi di valutazione della politica scientifica e offrire così indicazioni fondate per la politica in materia di scienza, ricerca e sviluppo nell’Unione?

Quali progressi sono stati conseguiti dopo l’annuncio del programma "Visione 2020 per lo Spazio europeo della ricerca" – concordato dalla presidenza francese, dal Consiglio e dalla Commissione – nell’intero settore del governo del SER?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) A essere sinceri, questa domanda meriterebbe una risposta più articolata. Crediamo che sia importante concertare "Visione 2020" insieme con gli Stati membri, in modo tale da accelerare il dibattito sulle future intenzioni dell’Europa. E’ inutile continuare a ripetere quale direzione abbiamo intrapreso: è questo il principio dietro l’iniziativa. Ovviamente, il dibattito non si apre adesso, visto che l’idea era stata già lanciata con un Libro verde del 2000. La considero un’eccellente iniziativa, soprattutto nel contesto mutato che ci troviamo ad affrontare.

La struttura e il governo dello Spazio europeo della ricerca svolgono un ruolo di primo piano, ed è proprio per questa ragione che occorre essere pazienti. E’ chiaro che non riusciremo nel nostro scopo se gli Stati membri resteranno in disparte. Il dibattito sullo Spazio europeo della ricerca e sugli stimoli ad esso necessari non riguarda infatti lo stanziamento di risorse aggiuntive a livello comunitario, quanto piuttosto il miglioramento della cooperazione, che costituisce parte integrante del quadro istituzionale di alcuni nostri diretti concorrenti, come gli Stati Uniti, il nostro metro di paragone. Miriamo dunque a ottenere un impegno volontario da parte degli Stati membri, che ci consenta di accrescere e migliorare la cooperazione.

Anche i metodi di valutazione della politica scientifica rientrano nella discussione su cui ci stiamo concentrando- A mio parere, la questione dovrà senz’altro essere affrontata, ma non posso aggiungere altro. Ad ogni modo, so che lo Spazio europeo della ricerca rappresenta, in sostanza, una delle iniziative che più occorrono all’Europa in questo frangente.

 
  
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  Presidente. −

Interrogazione n. 46 dell’on. Mitchell (H-0833/08)

Oggetto: Esame etico dei finanziamenti destrinati alla ricerca nell’ambito del Settimo programma quadro

Le regole di presentazione, valutazione, selezione e assegnazione (COM(2008)4617) relative al Settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico (7°PQ -1982/2006/EC(2)) avevano esplicitamente stabilito che le attività di ricerca comportanti la distruzione di embrioni non avrebbero ricevuto alcun finanziamento. Ritiene la Commissione che l’esame etico dei progetti presentati abbia consentito di attuare efficacemente tale politica?

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) L’esame etico della ricerca finanziata dal Settimo programma quadro garantisce la tutela dei diritti fondamentali e il rispetto dei principi etici.

Nel caso della ricerca sulle cellule staminali di embrioni umani, la procedura si articola in cinque fasi, tra cui la valutazione scientifica, l’esame etico, l’approvazione del progetto proposto da parte dei comitati etici nazionali o locali, la presentazione del progetto a un comitato di regolamentazione, affinché si pronunci su ciascuno dei progetti da noi indicati.

Nel luglio del 2007, il Gruppo europeo per l’etica ha inoltre consegnato alla Commissione un parere sull’esame etico dei progetti finanziati dal Settimo programma quadro che fanno uso delle cellule staminali embrionali umane.

La Commissione ritiene che l’attuale meccanismo di esame etico, basato sulle suddette cinque fasi, dia piena attuazione alle disposizioni comunitarie in materia. In particolare, poiché tutte le attività di ricerca che presuppongano la distruzione degli embrioni umani sono escluse dal campo di applicazione dei finanziamenti comunitari, il Settimo programma quadro non sostiene nessun progetto in tale ambito.

L’esame etico si prefigge lo scopo di verificare che nessuna attività di ricerca che contempli la distruzione di embrioni umani riceva i fondi comunitari e, sotto tale profilo, esso costituisce parte integrante dell’attuazione del programma quadro.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE).(EN) Può il commissario precisare all’Assemblea se sia possibile ricorrere al programma quadro per condurre ricerche su embrioni umani distrutti prima dell’inizio del progetto, o ci stiamo solo dilettando con giochi di parole?

Ritorno alla mia domanda iniziale e chiedo una risposta più precisa: il commissario si impegnerà per garantire in ogni modo che si tenga il passo con quella forma di ricerca, che non solleva gli stessi interrogativi etici e che potrebbe condurre ai medesimi risultati, se non a risultati migliori?

 
  
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  Marco Cappato (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, io semmai ho la preoccupazione opposta a quella dell'on. Mitchell, che sicuramente è consentita la ricerca sulle linee cellulari già estratte, il problema, a mio parere, è che semmai gli ostacoli sono così tanti, che quel tipo di ricerca si trova ad essere penalizzata per ragioni che si vorrebbero etiche ma che non lo sono affatto.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE). - (EN) Signor Presidente, ha detto prima che non avrebbe autorizzato persone diverse dall’interrogante a porre domande al commissario. Ne deduco che chiunque può far mettere agli atti la propria dichiarazione. Perché non presentare una propria interrogazione sull’argomento invece? Deve applicare il regolamento coerentemente, signor Presidente.

Prima dichiara che non autorizzerà nessuno, ad eccezione dell’interrogante, a porre domande e poi permette a questo signore di inserirsi nel dibattito approfittando della mia interrogazione. Se avessi saputo che sarebbe stata posta una domanda simile, avrei parlato ancora a lungo per esporre la mia argomentazione.

La ricerca non etica è del tutto superflua…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. − On. Mitchell, quando io do la parola a un onorevole per l'intervento di 30 secondi, io non so se lui formulerà una domanda o farà un intervento sulle domande che sono state formulate, in ogni caso lei ha avuto la possibilità, grazie all'intervento dell'on. Cappato di fare un ulteriore intervento di replica. Credo che possiamo essere tutti soddisfatti e, ringraziando per la pazienza il signor Potočnik gli diamo la parola per la sua ulteriore risposta, prego.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Avete visto quanto si fa complesso il dibattito quando si parla di questioni etiche: questo è il ritratto fedele dell’Europa.

A voler essere precisi, la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane è permessa a determinate condizioni, che sono state concordate e votate dal Parlamento europeo e dallo stesso Consiglio. La discussione al riguardo è stata accurata e approfondita, e mi sento di dire che la procedura in uso si fonda su un approccio autenticamente etico-

Ho illustrato nel mio intervento introduttivo i passi intrapresi e l’iter decisionale adottato. In primo luogo, occorrre una valutazione scientifica, cui seguono un esame etico a livello comunitario e un secondo nei singoli Stati membri. Se uno Stato membro si oppone al finanziamento di una certa attività di ricerca nel proprio paese, rispettiamo la sua decisione. Il progetto passa dunque al comitato, in seno al quale lo Stato membro delibera caso per caso.

La prima domanda che si pone nel corso della valutazione scientifica è la seguente: è possibile raggiungere lo stesso scopo con un qualunque altro metodo? Solo se la risposta è negativa proseguiamo nell’altra direzione.

Di norma, la stragrande maggioranza degli scienziati auspica una combinazione di metodi. Ad ogni modo, è sufficiente esaminare la struttura dei progetti finanziati per scoprire che, nella maggior parte dei casi, si conducono ricerche sulle cellule staminali adulte: risulta del tutto chiaro. Cerchiamo dunque solo di rispettare le norme votate e concertate in questa sede, e che giudichiamo funzionanti nella pratica.

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE).(EN) Signor Presidente, mi trovato in Aula alle 18.15 di stasera per le interrogazioni. La mia interrogazione era la n. 3 di una sessione cui sono stati accordati quindici minuti, mentre a quest’ultima sessione sono stati concessi trentacinque minuti. Credo che il sistema adottato sia ingiusto se l’interrogazione di un parlamentare che è puntuale in Aula non riceve risposta, e ne sono estremamente deluso. Chiedo che si prenda nota del mio disappunto.

E’ del tutto frustrante arrivare in Aula puntuale per scoprire che le interrogazioni sono state saltate a piè pari per accontentare altre persone. Lo trovo molto irritante.

 
  
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  Presidente. − On. Burke, io comprendo la sua frustrazione, però il blocco di tempo previsto per ogni blocco di interrogazioni questa sera è stato rispettato. Purtroppo quando vi è, come conseguenza, che alcune interrogazioni sono inserite in un blocco e non riescono a essere assolte, questo purtroppo non dipende dalla Presidenza, ma dipende anche da una casualità a cui non posso porre rimedio. L'unica opportunità che ho avuto è stata ovviamente, come potete verificare perfettamente, di allungare di qualche minuto il tempo per ultimo blocco approfittando della disponibilità e della cortesia della Commissione. Ma non è stato sottratto nessun tempo agli altri blocchi.

 
  
  

Le interrogazioni che, per mancanza di tempo, non hanno ricevuto risposta, la riceveranno per iscritto (vedasi allegato).

 
  
  

(La seduta, sospesa alle 19.50, riprende alle 21.00.)

 
  
  

 PRESIDENZA DELL’ON. ROURE
Vicepresidente

 
  

(1) Risposta orale dell’11.03.2008.
(2) GU L 412, 30.12.2006, p. 1.


15. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
Video degli interventi

16. Tendenze demografiche - Impatto economico e sociale (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulle tendenze demografiche – impatto economico e sociale.

 
  
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  Jean-Pierre Jouyet, presidente in carica del Consiglio. (FR) Signora Presidente, dal momento che siamo chiamati a trascorrere parte di questa serata insieme, tenterò, a nome del Consiglio e del Commissario Potočnik, di riassumere gli obiettivi del Consiglio in materia di tendenze demografiche e del loro impatto economico e sociale.

Signor Commissario, onorevoli deputati, l’invecchiamento della popolazione, e dunque l’aumento della percentuale di persone anziane, è innanzi tutto l’effetto del progresso economico, sociale e medico che offre agli europei la possibilità di vivere a lungo e con un livello di benessere e sicurezza che non ha precedenti nella storia. Tuttavia, rappresenta anche una delle principali sfide che l’Unione europea si troverà ad affrontare nei prossimi anni.

Tale invecchiamento dipende da quattro fattori. Il primo è il basso numero di figli per donna, con una media comunitaria di 1,5 figli, dato notevolmente inferiore al tasso di sostituzione, che invece deve essere leggermente al di sopra di 2 - 2,1 affinché la dimensione della popolazione si stabilizzi.

Il secondo fattore è la riduzione della fertilità negli ultimi decenni, che è seguita al baby boom degli anni del dopoguerra e che implica che le persone nate in quegli anni oggi stanno determinando un ampliamento del gruppo di età che va dai 45 ai 65 anni.

La speranza di vita alla nascita, che è aumentata di otto anni dal 1960 – ed è questo il terzo fattore – potrebbe verosimilmente continuare a crescere, aumentando di altri cinque anni entro il 2050, o forse anche di più.

Il quarto ed ultimo fattore è che l’Europa, come voi ben sapete, sta conoscendo una crescente migrazione da altri paesi. Nel 2004 c’erano 1,8 milioni di immigrati, dato superiore a quello degli Stati Uniti se messo in relazione alla popolazione totale, ma tale livello di immigrazione compensa solo parzialmente gli effetti del basso tasso di fertilità e dell’elevata speranza di vita.

Ci troviamo dunque in una situazione in cui l’indice di dipendenza, in altre parole il numero di persone di età superiore ai 65 anni rispetto al numero di persone la cui età è compresa tra i 15 ed i 64 anni, finirà con il raddoppiare e supererà il 50 per cento nell’arco di tempo compreso tra oggi ed il 2050, il che significa che all’interno dell’Unione, dove un tempo vi erano quattro persone in età lavorativa per ogni persona con più di 65 anni, ve ne saranno presto solo due.

Il cambiamento demografico che ho appena descritto, prendendo in considerazione questi quattro fattori, è accompagnato da profondi cambiamenti sociali che coinvolgono le strutture familiari, il che determina un aumento del numero di persone anziane che vivono da sole e la dipendenza da altri dei più anziani.

Come sapete, la maggior parte di tali questioni rientra nel campo d’azione degli Stati membri. Questo vale per le politiche familiari, per i sistemi di protezione sociale e, in larga parte, per le politiche fiscali; il Consiglio, considerati questi elementi, ritiene che la strategia di Lisbona ed il metodo di coordinamento aperto costituiscano il quadro all’interno del quale dovrebbero muoversi gli Stati membri che in maggioranza concordano nel non ritenere necessaria alcuna struttura nuova.

Per il Consiglio il principio guida più importante, oltre al raggiungimento di un migliore equilibrio tra la vita lavorativa e quella privata, è quello di impegnarsi per equilibrare il ruolo dell’uomo e della donna all’interno del nucleo familiare e per offrire strutture qualitativamente più elevate per l’assistenza ai bambini e alle altre persone dipendenti.

In una società che invecchia, il contributo dei giovani diventerà sempre più importante. Dovremo intensificare il nostro impegno per contrastare la disoccupazione giovanile e ridurre la dispersione scolastica. Investire nei bambini deve essere la nostra priorità assoluta se vogliamo migliorare le prospettive dei giovani.

Dobbiamo anche riconoscere che l’Europa è più colpita dalle pensioni che non dall’invecchiamento, sebbene entrambe queste tendenze siano preoccupanti e, senza conti pubblici solidi, sarà impossibile affrontare tutte le conseguenze dell’invecchiamento demografico.

Ciò significa che dobbiamo prestare molta attenzione alla fattibilità dei sistemi pensionistici, e perseguire le riforme intraprese per modernizzare tali sistemi e renderli sostenibili, in linea con l’attuale strategia dell’Unione. Sarà altresì opportuno esortare i lavoratori anziani a continuare a lavorare e, in particolar modo, fornire loro incentivi significativi.

Il Consiglio è perfettamente consapevole di tutte queste sfide ed ha adottato le raccomandazioni del comitato per la protezione sociale in merito alle considerazioni sul cambiamento demografico in Europa e le sfide che implica. Il 30 maggio il Consiglio ha anche adottato le conclusioni sulle politiche in linea con le esigenze familiari ed ha elaborato una serie di iniziative per sostenere tali politiche.

In questo contesto il 18 settembre si è svolto un incontro informale organizzato dalla presidenza francese, che ha coinvolto i ministri responsabili per le politiche familiari. Durante l’incontro i dibattiti si sono concentrati sui servizi per l’infanzia come strumento per garantire l’equilibrio tra la vita professionale e quella privata e sulla protezione dei bambini su Internet.

In conclusione il Consiglio invita la Commissione a considerare il primo forum sul futuro demografico dell’Europa, tenutosi il 30 e 31 ottobre a Bruxelles, come punto di partenza per un dialogo strutturato e duraturo all’interno degli Stati membri e tra di essi, e ad agire in modo tale da potere garantire il sostegno di cui gli enti interessati necessitano per trovare le strategie migliori in risposta al cambiamento demografico in atto.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. (EN) Signora Presidente, il mio intervento potrebbe durare un po’ di più ma prometto che sarò più breve nella seconda risposta.

La richiesta del Parlamento di una dichiarazione da parte del Consiglio e della Commissione sulle tendenze demografiche giunge al momento giusto. Il prossimo venerdì i servizi della Commissione presenteranno la loro seconda relazione sulla demografia – in tempo per il forum demografico europeo del 24 e 25 novembre.

L’Unione europea sta attraversando una significativa trasformazione demografica. In tutti gli Stati membri, in conseguenza del progresso scientifico, economico e sociale, è aumentata la speranza di vita mentre è diminuito il tasso di fertilità all’interno della popolazione. Oggi gli europei vivono più a lungo e più in salute dei propri avi e possiamo aspettarci che la speranza di vita aumenti in futuro.

L’invecchiamento della popolazione europea non è più uno scenario astratto relegato ad un futuro lontano. Il baby boom è cominciato 60 anni fa e i primi figli del baby boom si avvicinano oggi all’età pensionabile. Lo sviluppo demografico dell’Unione europea ha dunque raggiunto un punto di svolta. D’ora in poi il numero delle persone al di sopra dei 60 anni crescerà di due milioni ogni anno per i prossimi 25 anni.

Nel frattempo il tasso di crescita della popolazione in età lavorativa scende rapidamente e si arresterà del tutto tra circa sei anni. Oggi, nei 27 Stati membri, ci sono quattro persone in età lavorativa – tra i 15 ed i 64 anni – per ogni persona di 65 o più anni. Nel 2060 la proporzione sarà di due a uno.

Alcuni ritengono che l’invecchiamento sia un minaccia e tracciano un quadro cupo di lotta generazionale. Ma il cambiamento demografico non è necessariamente una minaccia se consideriamo le opportunità che racchiude. Vivere una vita più lunga e più in salute può significare rimanere attivi più a lungo. La maggior parte dei figli del baby boom sono più istruiti e formati di chi li ha preceduti. Oggi sono ancora in forma ed in buona salute.

Io sono convinto che il cambiamento demografico offra la possibilità di accrescere la solidarietà tra le generazioni. Ma non mi aspetto che ciò avvenga automaticamente. La società dovrà usare meglio le capacità di ogni generazione e dare a tutti l’opportunità di sviluppare il proprio potenziale. Ciò significa modernizzare le nostre politiche sociali, in linea con l’agenda sociale rinnovata adottata dalla Commissione in luglio, che ha indicato il tema dell’invecchiamento della società europea come un’area d’azione prioritaria e ha indicato una serie di possibili risposte. Il nostro obiettivo è quello di aiutare gli Stati membri a sfruttare al massimo le opportunità e gestire efficacemente l’impatto di una società che invecchia.

Gli approcci e le raccomandazioni contenute nella comunicazione della Commissione del 2006 “Il futuro demografico dell'Europa, trasformare una sfida in un'opportunità” continuano ad essere validi. La comunicazione esprime fiducia nella capacità dell’Europa di adattarsi al cambiamento demografico. Ma sottolinea anche la necessità di agire in cinque aree centrali: favorire il rinnovamento demografico in Europa creando le condizioni affinché i nostri concittadini possano soddisfare il proprio desiderio di avere figli, in particolar modo aiutando a riconciliare vita professionale, familiare e privata; promuovere l’occupazione in Europa, garantendo la creazione di più posti di lavoro a condizioni migliori e che le persone possano lavorare più a lungo, al fine di migliorare l’equilibrio tra popolazione attiva e inattiva; promuovere un’Europa più produttiva e dinamica ottimizzando le competenze a tutte le età; accogliere ed integrare gli immigrati in Europa, attraendo lavoratori qualificati e non qualificati dall’estero e agevolando la loro integrazione al fine di fronteggiare la carenza di manodopera; garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche, consolidando i bilanci e riformando i sistemi di protezione sociale al fine di garantire una protezione sociale e dei servizi pubblici adeguata per il futuro.

La strategia di Lisbona affronta già le risposte più importanti a queste politiche, ma si concentra meno sul lungo termine di quanto non faccia il dibattito sulla demografia. Questo è il motivo per cui la Commissione ha proposto strumenti aggiuntivi sotto forma di relazioni biennali sulla situazione demografica in Europa e di forum semestrali sulla demografia.

La relazione 2008 si concentrerà sul potenziale rappresentato dalla nutrita schiera di appartenenti alla generazione del baby boom, un numero crescente di sessantenni e settantenni che vorranno probabilmente continuare a svolgere un ruolo attivo nella vita economica e sociale.

I tassi di occupazione degli anziani sono cresciuti negli ultimi anni, invertendo le tendenze pregresse al pensionamento anticipato. Ma è necessario fare di più: giunti ai 60 anni, solo il 40 per cento degli uomini ed il 30 per cento delle donne lavora ancora. Eppure la maggior parte delle persone in questo gruppo di età è ancora in forma ed in grado di contribuire alla vita economica e della società. I figli del baby boom possono anche dare il proprio contributo alla società nel ruolo di prestatori di assistenza informali e volontari. E’ giusto che il loro contributo venga riconosciuto e sostenuto dalle politiche pubbliche. E’ fondamentale garantire che il numero crescente di anziani sia in condizione di vivere una vita indipendente quanto più a lungo possibile.

Un obiettivo primario dei forum demografici è la promozione dell’apprendimento reciproco tra gli Stati membri basato sulle buone pratiche. Il prossimo Forum demografico europeo – che si terrà a Bruxelles il 24 ed il 25 novembre – verterà sulle politiche familiari e sull’invecchiamento attivo. Fornirà anche la possibilità di valutare il livello di preparazione degli Stati membri rispetto al cambiamento demografico e di identificare le più importanti opportunità per ulteriori azioni.

All’inizio del prossimo anno la Commissione presenterà un aggiornamento delle implicazioni del cambiamento demografico per la spesa pubblica nel futuro in particolare nei settori delle pensioni, della sanità e dell’assistenza a lungo termine, sulla base delle nuove proiezioni dell’Eurostat sulla popolazione.

Per concludere vorrei sottolineare che è responsabilità dei singoli Stati membri attuare politiche adatte rispetto al cambiamento demografico, una sfida che ci troviamo ad affrontare tutti; gli Stati membri possono imparare molto dai rispettivi successi e fallimenti. Questo è il motivo per cui la Commissione incoraggia un dibattito europeo sul cambiamento demografico e offre una piattaforma per lo scambio di esperienze e per l’apprendimento reciproco.

 
  
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  John Bowis, a nome del gruppo PPE-DE.(EN) Signora Presidente, i due discorsi di apertura hanno posto giustamente l’accento sulla longevità come cambiamento principale in termini demografici. Chiaramente questo significa che le persone vivono più a lungo, tendenzialmente più in salute ma negli ultimi anni diventano fragili nel corpo e nella mente.

Questo ha determinato una crescita enorme di malattie neurodegenerative il cui costo è ingente. I farmaci per il morbo di Parkinson in molti paesi costano più di quelli contro i tumori. Secondo alcune ricerche condotte nel Regno Unito, entro il 2051 ci sarà un aumento del 154 per cento nel numero di persone affette da demenza.

Assistenza a lungo termine: oggi si rende necessaria più tardi. Un tempo era necessaria intorno ai 70 anni, ora invece è necessaria ad 80 anni e sempre di più a 90, ma il suo costo è molto più elevato per i singoli individui e le famiglie con conseguenze sui loro risparmi.

La sfida è garantire che la longevità sia un premio e non una condanna. Dobbiamo riconsiderare le nostre valutazioni sull’invecchiamento, spostandoci dal “come ce ne occupiamo” al “come promuoviamo la salute negli ultimi anni di vita”. Questo significa chiaramente stili di vita più salutari negli anni precedenti, tenersi lontani dal tabacco e dalle droghe, un approccio ragionevole all’alcool, buone abitudini alimentari, esercizio fisico ma anche gestione dello stress.

Vita lavorativa flessibile: tempo per libero per se stessi e la famiglia. Ciò significa prepararsi per la vita dopo il lavoro con età di pensionamento flessibili e l’avvicinamento graduale al pensionamento che ho osservato nei Paesi Bassi. Significa più sostegno sociale in modi nuovi e innovativi, più servizi a domicilio in modo che le persone possano restare nelle proprie case più a lungo: servizi e meccanismi corrispondenti ad esigenze che cambiano.

Quando mia madre ha compiuto 80 anni, ha avuto bisogno di un fax per comunicare. A 90 anni ha avuto bisogno di un montascala. A 100 anni aveva bisogno di essere stimolata perché l’udito, la vista e la mobilità diminuivano. Ma era lucida e aveva bisogno di essere protetta e stimolata per potere vivere una vita vera e piena.

 
  
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  Jan Andersson , a nome del gruppo PSE.(SV) Signora Presidente, la tendenza ad avere un numero sempre minore di lavoratori e sempre maggiore di anziani potrebbe essere definita drammatica eppure, allo stesso tempo, il fatto di essere più in salute anche in vecchiaia è uno sviluppo positivo.

Tuttavia ci pone dinanzi ad una serie di sfide. Vorrei descriverne alcune. Oggi nascono meno bambini che in passato. Detto questo, la situazione varia significativamente tra i vari Stati membri. La situazione è migliore in quegli Stati membri che hanno istituito un sistema per aiutare i genitori a conciliare la vita lavorativa con quella familiare, sia per gli uomini che per le donne. In questo ambito dobbiamo imparare gli uni dagli altri.

Sebbene la nostra popolazione stia invecchiando, la tendenza a lungo termine indica che la vita lavorativa si accorcia. Questo è dovuto sia al fatto che le persone cominciano la propria carriera professionale più tardi che – con l’eccezione degli ultimi anni in cui lo sviluppo è stato più positivo – al fatto che le carriere diventano più brevi. Dobbiamo affrontare entrambi gli aspetti di questo problema al fine di allungare la vita professionale e, soprattutto, trovare soluzioni flessibili prima del pensionamento.

Oggi abbiamo discusso della Carta blu, ma dobbiamo garantire che tutti quelli che arrivano nei nostri paesi da altre parti del mondo in cui attualmente c’è un alto tasso di disoccupazione possano integrarsi e abbiano accesso al mondo del lavoro, inclusi quanti sono disabili o hanno altre problematiche. Dobbiamo farlo nel quadro del processo di Lisbona, in modo da poter gestire queste sfide nel lungo termine.

 
  
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  Marian Harkin, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signora Presidente, ci sono molte questioni che emergono nell’ambito del dibattito di questa sera, ma io vorrei concentrarmi solo su una: l’assistenza e coloro che la forniscono.

Chi sarà abbastanza fortunato da vivere a lungo, avrà molto probabilmente bisogno di assistenza e, sebbene ci siano differenze tra gli Stati membri, è molto probabile che tale assistenza assuma per lo più la forma dell’assistenza informale.

Gli assistenti alla persona costituiscono la colonna portante dell’assistenza formale e sociale e sono indispensabili per l’erogazione di servizi di assistenza a lungo termine. Se, come accade, ci si aspetta che continuino a prestare assistenza, allora le loro esigenze devono essere una parte integrante nello sviluppo delle politiche di assistenza sanitaria e sociale.

In tale contesto sono lieta che il sito web della direzione generale della Salute e dei consumatori abbia una breve sezione dedicata agli assistenti alla persona e sono certa che questo sia stato il risultato della proposta avanzata alla direzione dal gruppo di interesse per i prestatori di assistenza in Parlamento nel suo programma di lavoro annuale.

Tuttavia gli assistenti meritano più di una semplice menzione. Riteniamo sia giunto il momento di elaborare un nuovo contratto sociale per l’assistenza che superi i confini tradizionali di un contratto tra stato e individuo e che implichi nuove responsabilità per i datori di lavoro, le agenzie locali e le comunità. La recente sentenza delle Corte di giustizia sulla discriminazione per associazione è un segnale in questa direzione.

L’assistenza non può essere unicamente responsabilità dell’assistente informale o dello Stato membro. Il sistema di assistenza informale crollerà senza un adeguato sostegno mentre, con un approccio esclusivamente statale, i costi saranno troppo alti. Ecco perché abbiamo bisogno di un contratto sociale più ampio.

Infine, ci sono circa 100 milioni di assistenti alla persona all’interno dell’Unione europea. Sono sottopagati, sottovalutati e, in molti casi, sostenuti in modo inadeguato. Accolgo con favore la menzione sul sito web della direzione generale della Salute e dei consumatori, ma questo è solo un primo passo. Data la sua portata, si tratta di una questione europea e sarà necessario coordinare l’azione degli Stati membri.

La direzione generale della Salute e dei consumatori e la direzione generale dell’Occupazione e degli affari sociali dovrebbero lavorare ad una politica sugli assistenti alla persona.

 
  
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  Guntars Krasts, a nome del gruppo UEN.(LV) La ringrazio signora Presidente. I cittadini europei stanno invecchiando! A questa tendenza si aggiunge l’aumento organico nel numero di abitanti che potrebbe diventare negativo. In molti Stati membri questa è già una realtà. Il numero di persone che lavorano in rapporto al numero di pensionati sta diminuendo in tutti gli Stati membri. Un tasso di natalità basso insieme ad una speranza di vita più lunga e all’immigrazione stanno esercitando sempre più pressione sui sistemi pensionistici e sanitari e sui servizi sociali. Ci sono tuttavia anche alcuni Stati membri che sono riusciti ad invertire tale tendenza demografica negativa.

In questi paesi è stato raggiunto un equilibrio tra la vita personale e quella lavorativa che permette ai genitori di prendersi cura dei propri figli senza dover sacrificare la carriera e di ottenere i vantaggi economici e sociali ad essa legati. Non ho alcun dubbio sul fatto che saranno gli Stati membri a dover trovare le principali soluzioni economiche, sociali e culturali per combattere l’invecchiamento della popolazione. Ci sono tuttavia dei compiti che devono essere svolti a livello comunitario. Il mercato del lavoro dell’Unione europea racchiude ancora un potenziale enorme. Dobbiamo assicurare che nel mercato interno non vi siano barriere alla libera circolazione della forza lavoro. Per quanto possa essere complesso, dobbiamo ritornare alla liberalizzazione del mercato nei servizi, e dobbiamo rivedere la direttiva sui servizi che è stata adottata. L’attuazione di entrambe queste libertà fondamentali contribuirebbe a controbilanciare i deficit finanziari creati dal processo demografico. Chiaramente è necessario adottare un atteggiamento non discriminatorio basato sul genere e sull’età. Grazie.

 
  
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  Jean Lambert, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signora Presidente, è interessante notare come spesso il calo del tasso di natalità e le relative tematiche siano considerati un problema. Non è necessariamente così, se cominciamo a condividere parte dell’immensa ricchezza di cui disponiamo a livello dell’Unione europea con persone che vengono da altri paesi e se consideriamo l’innovazione tecnologica e i suoi impieghi per aumentare la produttività e magari produrre meno di tutte quelle cianfrusaglie che oggi ingombrano la nostra vita ed il nostro pianeta.

Indubbiamente bisogna utilizzare al meglio il potenziale della forza lavoro. Questo è il motivo per cui le direttive sulla lotta alla discriminazione nel campo dell’occupazione sono estremamente importanti e per cui è fondamentale che gli Stati membri le attuino correttamente. Devono anche tenere conto delle barriere al pensionamento progressivo – a questioni del tipo: se si riducono le ore di lavoro, che ripercussioni si hanno sulle pensioni, sulla vita di un individuo e sull’accesso ai servizi?

Dobbiamo anche considerare come l’attuale crisi finanziaria incide sul nostro modo di pensare. Probabilmente molti lavoratori meno giovani saranno licenziati perché non sono state attuate correttamente le leggi contro la discriminazione, e di conseguenza molti rischieranno di non tornare a lavorare mai più.

Altri incontreranno ancora più difficoltà ad avviare la propria vita lavorativa o ad ottenere una promozione per costruirsi una pensione: cose che capitano quando non si lavora per un certo periodo di tempo. C’è poi la questione della disaffezione tra i giovani che non riescono a trovare un lavoro e che quindi hanno ulteriori difficoltà, e ovviamente i problemi che si troveranno ad affrontare tutti coloro che riceveranno dai regimi pensionistici di categoria o privati meno di quanto si aspettavano.

Dobbiamo dunque considerare la situazione demografica alla luce dell’attuale crisi e comprendere come poter utilizzare questa opportunità in termini di maggiore formazione. E’ necessario cogliere l’occasione per aiutare le persone ad aumentare le proprie competenze, magari in direzione di una tipologie lavorative meno impegnative dal punto di vista fisico – cosa che del resto sosteniamo già da tempo. Dovremmo cercare di capire come aumentare le qualifiche a livello di istruzione superiore per tutti coloro che non hanno avuto l’opportunità di proseguire gli studi da giovani.

Oggi abbiamo la possibilità di analizzare alcuni elementi che sappiamo essere problematici per cominciare veramente a guardare avanti e capire come gestire la situazione demografica.

 
  
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  Pedro Guerreiro, a nome del gruppo GUE/NGL.(PT) A nostro parere, invece che essere intitolato “Tendenze demografiche – impatto sociale ed economico”, questo dibattito dovrebbe essere intitolato “Politiche sociali ed economiche ed il loro impatto sulle tendenze demografiche”.

Le proiezioni di tendenza in un determinato paese o regione non dovrebbero essere svincolate dalle politiche ivi adottate, tanto più che tali politiche determinano e condizionano lo sviluppo demografico.

Ad esempio, le proiezioni a 50 anni sono basate su valutazioni che dovrebbero essere spiegate, incluse le politiche economiche che determinano gli scenari proposti. In altre parole, considerate le proiezioni fatte, quello di cui dovremmo discutere oggi sono le conseguenze sullo sviluppo demografico derivanti dalla disoccupazione, dalla maggiore precarietà dei posti di lavoro, dalla deregolamentazione dell’orario di lavoro, da una politica monetaria basata sulla moderazione e dalla svalutazione dei salari. Quello di cui dovremmo parlare oggi sono le conseguenze della politica dei tassi di interesse portata avanti dall’Unione europea su migliaia e migliaia di famiglie che hanno acceso mutui per comprare una casa, le conseguenze della liberalizzazione e della privatizzazione dei servizi pubblici e le conseguenze delle pensioni basse sull’indipendenza e la qualità della vita di milioni di pensionati. Quello di cui dovremmo discutere sono quelle politiche che promuovono la centralizzazione e la concentrazione di benessere e l’aumento delle diseguaglianze sociali.

In sostanza, si tratta del rispetto o del mancato rispetto dei diritti umani, come il diritto all’alimentazione, al lavoro, ad un salario dignitoso, alla casa, alla salute, all’istruzione e allo svago.

 
  
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  Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM.(EN) Signora Presidente, in Europa ci troviamo ad affrontare una crisi per la quale non troveremo una soluzione fino a che non affronteremo il fatto che questa crisi l’abbiamo creata noi stessi.

All’interno dell’Unione europea, ogni anno uccidiamo più di un milione e mezzo di bambini prima ancora che nascano. Distruggiamo il nostro futuro e poi ci chiediamo il perché della crisi. Parliamo di fertilità, ma non si tratta di un problema di fertilità: si tratta del rifiuto di lasciare che milioni di bambini concepiti vengano alla luce. Se non saremo onesti nell’identificare il problema, non ci potrà essere alcuna soluzione. La soluzione è rispettare la vita e sostenere le famiglie in modo che quella vita trovi un ambiente accogliente. Se agiremo in tal senso potremo cominciare ad affrontare la sfida di una demografia distorta. Non riusciremo a migliorare la situazione da un giorno all’altro, ma siamo ancora in tempo per evitare un disastro.

Sarebbe importante studiare da vicino il caso del Giappone. Vent’anni fa era la seconda economia del mondo e una delle più avanzate. Nel 2007 la popolazione giapponese ha raggiunto il suo culmine e poi è cominciato il calo. Nel 1995, dodici anni prima della contrazione, il Giappone è entrato in una fase di deflazione cominciando a pagare il conto per dei dati demografici negativi. Non ne è mai uscito. In questo il Giappone è 20 anni avanti rispetto all’Europa, ma era anche 20 anni avanti rispetto ai paesi europei per quanto riguarda la legalizzazione dell’aborto. Noi raggiungeremo il culmine nel 2025 – tra soli 17 anni. Mi chiedo se la fase di deflazione in cui ci apprestiamo ad entrare sia destinata a restare, e se la crisi bancaria verrà sostituita dalla crisi demografica, che permarrà fino a che non avremo imparato a rispettare nuovamente la vita.

 
  
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  Philip Claeys (NI). (NL) Signora Presidente, sono lieto che il Consiglio e la Commissione stiano predisponendo una dichiarazione sull’impatto economico e sociale delle attuali tendenze demografiche. Molti politici hanno la cattiva abitudine di pensare a breve termine e di trascurare le politiche a lungo termine. La sfida demografica è un problema vitale nel lungo termine e dunque richiede soluzioni a lungo termine. Il tasso di natalità medio all’interno dell’Unione europea è di 1,5 figli per donna, che non basta per garantire il ricambio generazionale. Questa è una parte del problema. Un’alternativa è scegliere la via più facile nel breve termine sostenendo un’ondata di immigrazione ancora più massiccia dai paesi al di fuori dell’Europa. Se da una parte questa può sembrare in teoria una buona idea, la realtà quotidiana nelle nostre grandi città dimostra il totale fallimento di trent’anni di politiche sull’immigrazione troppo lassiste. In Europa ci sono 20 milioni di disoccupati, eppure la Commissione vorrebbe accogliere altri immigrati. Vorrei sottolineare che di fatto il tasso di disoccupazione tra gli immigrati non europei è notevolmente più alto di quello relativo ai cittadini europei.

Il tempo a mia disposizione non è sufficiente per menzionare i problemi sociali, inclusa la crisi determinata da un’immigrazione su larga scala. Abbiamo bisogno di politiche all’interno degli Stati membri che sostengano le giovani famiglie europee nel loro desiderio di avere figli. Sono necessarie misure fiscali nei vari paesi che rendano più allettante la prospettiva di avere figli. I servizi per l’infanzia devono essere migliorati ed ampliati. Dobbiamo anche osare di più contemplando l’introduzione di uno stipendio per il genitore che resta a casa decidendo di dedicare la maggior parte del proprio tempo alla cura dei figli.