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Procedura : 2009/2504(RSP)
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Testi presentati :

RC-B6-0051/2009

Discussioni :

PV 14/01/2009 - 8
CRE 14/01/2009 - 8

Votazioni :

PV 15/01/2009 - 6.3
CRE 15/01/2009 - 6.3

Testi approvati :

P6_TA(2009)0025

Discussioni
Mercoledì 14 gennaio 2009 - Strasburgo Edizione GU

8. Situazione nel Medio Oriente/Gaza (discussione)
Video degli interventi
PV
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  Presidente . – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla situazione nel Medio Oriente e nella Striscia di Gaza.

E’ per me un grandissimo piacere dare il benvenuto al presidente in carica del Consiglio, il ministro ceco per gli affari esteri Schwarzenberg, che oggi si recherà in Sudafrica. Presidenze precedenti avevano inviato qui un rappresentante in luogo del ministro degli Esteri, e quindi, Ministro Schwarzenberg, apprezziamo in modo particolare la sua presenza oggi in quest’Aula. Le porgo il mio più caloroso benvenuto!

Siamo lieti, naturalmente, anche della presenza del commissario competente, signora Ferrero-Waldner, che, peraltro, non è quasi mai assente. Come saprete, il commissario Ferrero-Waldner conosce molto bene i problemi del conflitto mediorientale e, al pari del ministro Schwarzenberg, si è recata in quella regione. Rivolgo un caloroso benvenuto anche a lei, signora Commissario.

 
  
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  Karel Schwarzenberg, presidente in carica del Consiglio. – (EN) Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola in questa discussione così tempestiva sulla drammatica situazione nel Medio Oriente.

Dall’inizio della campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza, il 27 dicembre, abbiamo assistito a un rapido deterioramento della situazione a tutti i livelli. Per la popolazione di Gaza, questa operazione ha avuto conseguenze tragiche: dal suo inizio, sono morti più di 900 palestinesi, dei quali circa il 30 per cento erano donne e bambini. Siamo profondamente turbati per le morti di civili, come abbiamo affermato più volte nelle dichiarazioni della nostra presidenza. L’Unione europea deplora il perdurare delle ostilità, che hanno causato un numero così elevato di vittime tra la popolazione civile, alle cui famiglie esprimiamo le nostre sincere condoglianze.

Ci preoccupano in particolare eventi quali l’attacco alla scuola delle Nazioni Unite a Jabaliya e gli assalti ai convogli umanitari, che hanno causato morti tra il personale impegnato in azioni umanitarie. In base ai dati dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari, sono stati feriti oltre 4 200 palestinesi. L’agenzia delle Nazioni Unite stima che dall’inizio delle ostilità 28 000 persone siano state cacciate dalle loro case. Per la gran parte stanno ora cercando rifugio nei ricoveri, mentre gli altri profughi interni sono ospitati presso parenti.

I bisogni umanitari più pressanti sono correlati al gran numero di feriti e al pesante carico di lavoro che grava sui servizi di assistenza sanitaria, mentre gli sfollati e le famiglie che li ospitano hanno bisogno di aiuti specifici, quali cibo, ricovero, acqua e altri generi non alimentari. A causa dei gravi danni subiti dal sistema idrico, che necessita di riparazioni urgenti, la popolazione di Gaza non ha praticamente accesso ad acqua pulita. E’ quindi della massima urgenza fornire acqua potabile.

Tra la popolazione c’è, a tutti i livelli, una diffusa penuria di generi alimentari. Dal 4 novembre dell’anno scorso, al personale delle ONG internazionali è negato l’accesso a Gaza per consegnare e controllare gli aiuti umanitari in maniera adeguata. Inoltre, il numero degli autocarri che entrano a Gaza è aumentato dall’avvio delle operazioni militari. L’attuale media giornaliera di 55 autocarri è penosamente insufficiente, se si considera che ci sarebbe bisogno di almeno 300 autocarri al giorno per poter soddisfare le necessità dell’80 per cento della popolazione, che è diventato dipendente dagli aiuti.

L’Unione europea sta seguendo da vicino questi tragici accadimenti sin dall’inizio. Tre giorni dopo l’avvio dell’operazione, i ministri degli Esteri hanno tenuto a Parigi una riunione straordinaria per discutere la situazione. Hanno concordato sull’esigenza di un cessate il fuoco immediato e permanente e di un’immediata azione umanitaria per rimettere in moto il processo di pace. Scopo principale della riunione al vertice è stato quello di contribuire a porre fine alla violenza e ad alleviare la crisi umanitaria. La presidenza ha guidato una missione diplomatica nel Medio Oriente. La troika ministeriale dell’Unione ha visitato la regione dal 4 al 6 gennaio e ha avuto incontri in Egitto, Israele, Giordania e con l’Autorità palestinese. L’Alto rappresentante ha compiuto visite in Siria, Libano e Turchia.

Ha cominciato a delinearsi una soluzione alla crisi. La prima e più importante cosa da fare è porre termine incondizionatamente agli attacchi missilistici di Hamas contro Israele e all’azione militare israeliana e rendere possibile la fornitura sostenuta di aiuti umanitari e il ripristino dei servizi pubblici e dell’assistenza sanitaria, così urgente e necessaria. Il cessate il fuoco di sei mesi, scaduto il 19 dicembre, era tutt’altro che perfetto. Israele ha subito ripetuti attacchi missilistici ed era consapevole del fatto che il suo antagonista stava ammassando grandi quantità di armi. Gaza ha subito un blocco economico che l’ha punita pesantemente, minandone nel profondo lo sviluppo economico.

Per ottenere un cessate il fuoco sostenibile dobbiamo cercare un compromesso ragionevole, che preveda la cessazione dei lanci di missili e la riapertura dei valichi di frontiera. Occorre inoltre trovare una soluzione praticabile al problema delle gallerie scavate a cavallo del confine, soprattutto lungo il corridoio Philadelphia, per evitare il contrabbando di armi, portando anche all’apertura sistematica e controllata di tutti i valichi per consentire all’economia di Gaza di svilupparsi.

Riteniamo utile il ricorso a missioni internazionali con il compito di vigilare sul rispetto del cessate il fuoco e di fungere da collegamento tra le due parti. Da questo punto di vista, l’Unione europea è pronta a rimandare i propri osservatori al valico di Rafah e ad estendere il mandato della missione europea di assistenza alle frontiere sotto il profilo dei contenuti e dell’ambito di competenza. Rendiamo atto a Israele della tregua giornaliera concessa per permettere la distribuzione a Gaza di generi di cui vi è disperata necessità, ossia cibo, combustibile e medicinali, ma solo un cessate il fuoco completo e immediato potrà rendere possibile la consegna e la distribuzione delle grandi quantità di aiuti umanitari di cui Gaza ha assoluto bisogno, nonché il ripristino dei servizi di base. Israele deve garantire accesso sicuro e libero per gli aiuti umanitari e altre forniture essenziali, compresi cibo, medicine e combustibile, alla popolazione civile palestinese della Striscia di Gaza, come pure l’entrata e l’uscita in tutta sicurezza dei civili e del personale umanitario nella e dalla Striscia.

Ma neppure una soluzione duratura e generale per Gaza basterà per portare la pace in quella regione. Dobbiamo affrontare sfide più ampie e più complesse. Abbiamo bisogno di una strategia nuova e complessiva, capace di affrontare la situazione in cui si trova la politica interna palestinese, e di una ripresa dei colloqui di pace, sospesi a causa della crisi a Gaza. La riconciliazione palestinese e un governo in grado di rappresentare le aspirazioni del popolo palestinese sono ora più necessari che mai. Per ciò sosteniamo gli sforzi di mediazione intrapresi dall’Egitto in linea con le risoluzioni della Lega araba del 26 novembre 2008.

Come sottolineato nelle conclusioni del Consiglio “Affari generali e relazioni esterne” del dicembre 2008, l’Unione europea è pronta a sostenere qualsiasi governo palestinese stabile che persegua politiche e attui misure conformi ai principi del quartetto. L’Unione ribadisce la necessità di realizzare in Medio Oriente una pace giusta, duratura e generale e sollecita la ripresa dei negoziati israelo-palestinesi e la risoluzione di tutti i problemi aperti nel conflitto israelo-palestinese, comprese tutte le questioni chiave.

Una soluzione duratura e complessiva dipenderà, a ben guardare, dai progressi reali che saranno compiuti nel processo di pace mediorientale. Ci sarà bisogno di un impegno urgente e intenso delle parti interessate per arrivare a una pace complessiva, fondata sull’idea di una regione con due Stati democratici, Israele e Palestina, che vivono l’uno a fianco dell’altro in pace, entro confini sicuri e riconosciuti.

Le conseguenze di quest’ultimo scoppio di violenza nel Medio Oriente potrebbero essere non soltanto quelle di ostacolare le prospettive di una soluzione pacifica del conflitto tra Israele e Palestina; non va, infatti, sottovalutato il danno politico che gli scontri stanno causando sia in termini di polarizzazione e radicalizzazione regionale sia in termini di ulteriore discredito delle forze moderate. Solo uno Stato palestinese autosufficiente porterà sicurezza in una regione che soffre da fin troppo tempo. Ciò è nell’interesse soprattutto di Israele e dei paesi confinanti. E’ dunque urgente adottare misure immediate per riparare i danni arrecati dall’azione militare, al fine di rendere possibile un’equa soluzione negoziata.

(Applausi)

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, credo che tutti avevamo sperato in un inizio d’anno migliore per il 2009. Purtroppo, a Gaza è in atto un conflitto terribile e tremendo, giunto ormai alla sua terza settimana.

Questo conflitto è motivo di gravissime preoccupazioni. Ne abbiamo discusso ieri in una riunione con la commissione per gli affari esteri, la commissione per lo sviluppo e i membri del Parlamento europeo che sono stati a Gaza durante il fine settimana.

Il presidente in carica del Consiglio ha già citato le cifre terribili dei morti e dei feriti, che salgono di giorno in giorno. Aumentano le prove del fatto che ci sono vittime di ustioni gravissime, e le agenzie di assistenza riferiscono che la popolazione sta soffrendo per l’acuta mancanza di cibo, combustibile e medicinali, per non parlare della distruzione di case e infrastrutture.

Ma anche Israele ha sofferto perdite e subito centinaia di attacchi missilistici, sferrati da Hamas contro il suo territorio e contro civili israeliani. La guerra, purtroppo, provoca sempre sofferenze umane immense e questa non fa eccezione. Quindi, essa non soltanto ha un immediato effetto devastante, ma anche allontana di molto le prospettive di pace, mina l’iniziativa di pace dei paesi arabi e potrebbe avere un impatto potenzialmente molto negativo sulla stabilità dell’intera regione.

Desidero delineare velocemente l’attività diplomatica cha abbiamo svolto insieme per mettere fine a questo conflitto, per poi analizzare le sfide a medio e lungo termine. Ci siamo attivati immediatamente, e penso che questo sia stato importante. Sappiamo che non siamo l’attore principale sullo scenario mediorientale, però siamo stati e siamo tuttora un soggetto importante. E’ stata quindi significativa la riunione di emergenza dei ministri degli Esteri dell’Unione a Parigi il 30 dicembre 2008, in risposta allo scoppio della crisi, perché – con la dichiarazione di Parigi – abbiamo potuto elaborare sin dall’inizio proposte per mettere fine al conflitto, proposte che poi la nostra delegazione ha ripreso durante la visita in Medio Oriente.

In proposito vanno citati tre elementi. Il primo e il più importante è che la dichiarazione di Parigi chiedeva un immediato cessate il fuoco per motivi umanitari, comprese sia la cessazione incondizionata degli attacchi missilistici di Hamas contro Israele sia la fine dell’azione militare israeliana. Abbiamo chiesto che il cessate il fuoco sia accompagnato da un’apertura permanente e normale di tutti i valichi di frontiera, come previsto dall’accordo sulla circolazione e l’accesso del 2005. Abbiamo manifestato la nostra volontà di inviare nuovamente a Rafah la missione dell’Unione europea di assistenza alle frontiere, per consentire la riapertura di quel valico, e abbiamo anche dichiarato la nostra intenzione di valutare la possibilità di estendere l’assistenza ad altri posti di frontiera, purché le nostre preoccupazioni in tema di sicurezza trovino una risposta.

In secondo luogo, abbiamo richiamato l’attenzione sulle pressanti esigenze umanitarie, che abbiamo detto devono essere soddisfatte. Al riguardo, abbiamo insistito su un’immediata apertura dei valichi per consentire la prestazione di assistenza sanitaria urgente e la fornitura di cibo e combustibile nella Striscia di Gaza, onde rendere possibile l’accesso alla Striscia da parte degli operatori umanitari e l’evacuazione dei feriti.

In terzo luogo, abbiamo ribadito la nostra posizione, ossia che non esiste una soluzione militare per questo conflitto israelo-palestinese, che il processo di pace è l’unico modo per compiere progressi e che occorre intensificare gli sforzi non appena ci sarà un cessate il fuoco duraturo.

Come è già stato detto, la nostra missione si è svolta contemporaneamente alla visita del presidente Sarkozy, che aveva programmato una visita in Siria e in Libano e che ha poi deciso di recarsi anche in Egitto e in Israele per rafforzare questo impegno, sempre sulla base della nostra dichiarazione del 30 dicembre 2008. La sua iniziativa è stata tanto più importante in quanto la Francia presiede attualmente il Consiglio di sicurezza.

Abbiamo operato in stretto coordinamento, organizzando anche una riunione congiunta a Ramallah, dove il presidente Sarkozy ha illustrato il suo piano per il cessate il fuoco, per il quale noi – la troika – avevamo in una certa misura preparato la strada grazie ai nostri colloqui con le principali parti interessate, soprattutto Egitto e Israele.

Questi sforzi ci hanno rafforzati a vicenda e hanno rappresentato un forte messaggio comune inviato dall’Unione europea. La troika ha non soltanto comunicato la posizione istituzionale dell’Unione ma ha anche fatto sentire la nostra presenza. Credo sia stato importante che anche il presidente Sarkozy sia andato in Siria e che anche l’Alto rappresentante Solana lo abbia accompagnato in Siria e in Libano e abbia avuto consultazioni con la Turchia. Credo siano stati tutti passi necessari.

Come già detto, ho sottolineato in particolare la situazione umanitaria, insistendo soprattutto per l’apertura dei valichi di frontiera e la possibilità di concordare un cessate il fuoco di almeno qualche ora per consentire alle organizzazioni internazionali di svolgere i loro compiti. Israele ha accolto alcune di queste richieste e, nei negoziati con il governo israeliano, ho assicurato anche la presenza di un funzionario dell’Ufficio per gli aiuti umanitari della Comunità europea presso gli uffici delle forze di difesa israeliane, come avevamo fatto nel caso della guerra in Libano, con un notevole miglioramento del coordinamento.

Colgo questa occasione per ringraziare tutti i coraggiosi colleghi che stanno tuttora lavorando a Gaza, gli operatori dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione e del Comitato internazionale della Croce rossa, con i quali collaboriamo e che ricevono una gran parte dei nostri finanziamenti, ma anche molti altri operatori.

(Applausi)

Esprimo poi le mie sentite condoglianze alle famiglie degli operatori che sono rimasti vittima di questo tragico episodio.

La Commissione sta stanziando ingenti somme anche a favore di fondi umanitari e siamo pronti a fare di più in futuro.

Quali sono i risultati ottenuti da questi negoziati? Come osservava il presidente in carica del Consiglio, i negoziati hanno riguardato i principali elementi dell’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza, che è stata adottata pochi giorni dopo con l’astensione degli americani, cioè: un cessate il fuoco immediato, garanzie da parte dell’Egitto di porre fine ai traffici di contrabbando attraverso le gallerie, apertura dei valichi per consentire il transito degli aiuti umanitari e spiegamento di un contingente – se possibile a composizione internazionale e/o con la partecipazione delle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese – che pattugli i quindici chilometri del corridoio Philadelphia tra Gaza e l’Egitto.

Sappiamo che l’Autorità palestinese ha accolto questa proposta e che Israele e Hamas la stanno studiando. Pensiamo sia molto importante che succeda qualcosa entro tempi brevissimi. Secondo le più recenti informazioni di cui dispongo, tutti stanno lavorando molto intensamente e forse, tra qualche giorno, avremo effettivamente un cessate il fuoco. Mi auguro che sia proprio così.

In una prospettiva a medio termine, purtroppo sia Israele che Hamas hanno inizialmente respinto la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma sulla base dei contatti quotidiani spero che sia possibile giungere molto presto a un accordo. E’ importante dire e riconoscere che l’Egitto sta svolgendo un ruolo guida nel gestire i contatti con Hamas, e anche che, sotto questo aspetto, la visita in Siria del presidente Sarkozy, come pure gli sforzi della Turchia, sono stati molto importanti.

Mi risulta altresì che il vertice dei paesi arabi potrebbe svolgersi in Qatar alla fine di questa settimana. Come dimostra la febbrile attività diplomatica, è nostra intenzione sostenere tutti coloro che sono in grado di intervenire presso Hamas per contribuire a trovare una soluzione sostenibile in linea con la risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza.

Non appena sarà stato concordato il cessate il fuoco, dovremo pensare, probabilmente nell’ambito di una conferenza, a come formulare misure più concrete per alleviare le esigenze umanitarie della popolazione palestinese a Gaza. Dobbiamo però essere chiari sul fatto che qualsiasi iniziativa intraprenderemo non dovrà alimentare un ciclo infinito di distruzione e ricostruzione senza pace.

Se ci saranno le condizioni, ritornerò qui da voi per chiedervi di contribuire in maniera significativa a sforzi costruttivi, come ho fatto in passato. Sapete che il segretario generale Ban Ki-moon sta compiendo una visita nella regione e speriamo che anche lui possa fornire un contributo a questo successo finale, che è assolutamente necessario per realizzare un cessate il fuoco duraturo.

In una prospettiva di lungo termine, dobbiamo dire che l’attuale offensiva comporta ovviamente una perdita di fiducia tra palestinesi e israeliani. Le operazioni militari non possono mai produrre una pace durevole; solo un accordo politico negoziato può farlo. Occorre pertanto riprendere il dialogo sia tra israeliani e palestinesi sia tra i palestinesi.

Una volta cessate le ostilità, penso che sarà importante riavviare quanto prima possibile i colloqui per una pace complessiva. A tal fine dobbiamo lavorare con la nuova amministrazione statunitense per garantire che essa sia in grado di appoggiare i negoziati bilaterali sin dall’inizio. In proposito, accolgo con favore gli impegni assunti dal segretario di Stato designato Hillary Clinton durante l’audizione di fronte al Senato americano. Insisteremo affinché le parti trattino sulla sostanza, non soltanto sulle procedure, e il processo di Annapolis si concluda positivamente. Questa crisi rivela che una conclusione positiva è ora più urgente che mai.

Sarà centrale anche la questione della riconciliazione palestinese. E’ improbabile che l’operazione in corso possa sradicare Hamas; è possibile che Hamas ne esca indebolito militarmente ma rafforzato politicamente. La posizione di Hamas secondo cui il mandato del presidente Abbas scadrà il 9 gennaio è un’altra questione strettamente collegata alla riforma dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e di Fatah. E’ chiaro che, per realizzare una pace duratura, è necessaria una Autorità palestinese forte, che parli a nome di tutti i palestinesi e si impegni per una soluzione a due Stati, da attuare con mezzi pacifici.

Purtroppo, il conflitto di Gaza potrebbe avere ripercussioni negative sotto il profilo del sostegno regionale al processo di pace. L’immagine di Israele presso diversi regimi arabi favorevoli alla pace è stata intaccata dalle eccessive sofferenze inflitte alla popolazione civile di Gaza. I leader e il popolo israeliani dovrebbero comprendere quanto ciò sia deleterio per le loro aspirazioni come popolo che vuole vivere in pace. Noi siamo loro amici e abbiamo il dovere di dire loro che ci stiamo comportando come tali. Israele non può permettersi di perdere tempo nel raggiungere la pace.

Questa è la mia prima breve, o forse non così breve, analisi. Dovremo impegnarci per realizzare una tregua duratura, per essere poi in grado di proseguire e avviare negoziati di pace con la nuova amministrazione americana.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra, a nome del gruppo PPE-DE. – (ES) Signor Presidente, 17 giorni di combattimenti a Gaza hanno lasciato dietro di sé una situazione semplicemente straziante. I danni peggiori, perché irreparabili, sono rappresentati dalla perdita di vite umane, compresi civili e bambini innocenti. Ma ci sono anche distruzione, caos, odio e vendetta; la causa palestinese è divisa; i radicali si sono rafforzati, a scapito dei moderati, e il processo di pace è stato completamente scardinato.

Come ha rilevato il presidente in carica del Consiglio, ciò è avvenuto perché si possono vincere tutte le battaglie di una guerra, ma si può ugualmente perdere la battaglia più importante: quella per la pace.

Signor Presidente, invece di cercare di attribuire colpe e responsabilità a una o a entrambe le parti, la cosa più importante da fare – come ha appena detto il commissario – è arrivare a una tregua immediata, come invocato dalla risoluzione 1860 delle Nazioni Unite. Il segretario generale dell’ONU ci ha recentemente ricordato che entrambe le parti devono ottemperare a quella risoluzione.

E’ d’importanza vitale anche alleviare la terribile situazione umanitaria ed economica in cui si trova la Striscia di Gaza, governata – per così dire – da Hamas, un’organizzazione che è inserita nella lista dell’Unione europea delle organizzazioni terroristiche. Dobbiamo tuttavia ricordare che Hamas non è soltanto una delle cause del conflitto, ma è anche il risultato di circostanze terribili.

Signor Presidente, il mio gruppo sottoscrive e apprezza gli sforzi compiuti da tutti i gruppi rappresentati in quest’Aula per appoggiare la proposta di risoluzione che adotteremo domani. Vogliamo inoltre rendere omaggio ai deputati che hanno preso parte ai negoziati, in particolare al rappresentante del mio gruppo, l’onorevole Brok, che ha avuto un compito molto difficile.

Signor Presidente, il mio gruppo sostiene gli sforzi della Commissione e del Consiglio volti a conseguire un cessate il fuoco quanto prima possibile, in collaborazione con i paesi arabi – principalmente l’Egitto – e con gli altri membri del quartetto.

Nutriamo grandi aspettative dopo le dichiarazioni fatte ieri dal segretario di Stato designato Hillary Clinton di fronte alla commissione per le relazioni estere del Senato statunitense, che prospettano una diplomazia pragmatica, efficace e fondata sul dialogo.

Da ultimo, signor Presidente, vengo al punto più importante: l’Unione europea è un’unione di valori, con al primo posto il valore della pace. Credo che l’Unione europea debba compiere ogni sforzo e far sentire tutto il suo peso politico nell’interesse di questa causa, senza permettere che i nostri pensieri siano confusi o i nostri cuori induriti da questo conflitto.

(Applausi)

 
  
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  Martin Schulz, a nome del gruppo PSE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dibattiti come questo sono difficili per tutti noi, e il motivo per cui sono difficili è che Israele è un amico e molti di noi – ciò vale per me in modo particolare – si sentono legati a quel paese da profondi rapporti di amicizia. Ma proprio con gli amici è tanto più importante discutere delle questioni controverse in modo aperto.

Finora il conflitto ha causato 1 000 morti in 17 giorni. E’ un conflitto tragico, che fa soffrire specialmente donne e bambini. C’è una risoluzione delle Nazioni Unite che è la base per proclamare un cessate il fuoco immediato e avviare trattative. E’ del tutto evidente che il conflitto può essere risolto soltanto sulla base del diritto internazionale, e l’ottemperanza al diritto internazionale e al diritto umanitario internazionale dovrebbe essere ovvia per un paese democratico fondato sullo stato di diritto. Invero, è una vergogna che dobbiamo stare qui a ribadirlo. Pertanto, tutto ciò che possiamo fare per superare la crisi umanitaria è lanciare un appello per una tregua immediata. Quello che affermiamo nella nostra risoluzione non è irrilevante, al contrario: è cruciale per porre immediatamente fine alla perdita di vite umane, alla morte per fame e alla disperazione.

E’ chiaro che lo Stato d’Israele ha il diritto di difendersi. E’ legittimato a difendersi da persone il cui obiettivo è distruggerlo. Ma un paese democratico fondato sullo stato di diritto deve sempre chiedersi se i mezzi cui ricorre per difendersi siano proporzionati. A mio giudizio – e, credo, a giudizio della maggior parte dei colleghi in quest’Aula – questi mezzi non lo sono.

(Applausi a sinistra)

Ai nostri amici in Israele – non importa di quale orientamento politico – dobbiamo dire che sappiamo che Hamas non è un movimento pacifista. Sappiamo che è guidato da persone che non condividono i nostri valori fondamentali, e ogni missile lanciato contro Israele è naturalmente un attacco dal quale quello Stato ha il diritto di difendersi. Nondimeno, è un errore rifiutare il dialogo. Se il dialogo è la precondizione essenziale per uno sviluppo pacifico, rifiutarsi di impegnarsi in un dialogo significa perpetuare il conflitto armato. C’è quindi bisogno di una fondamentale correzione di rotta.

Ci dovrà essere un dialogo con Hamas. Se Israele non può avviare tale dialogo direttamente – e posso comprendere il punto di vista dei politici israeliani che sostengono che Israele non possa dialogare con Hamas, anche se molti cittadini israeliani credono che dovrebbe farlo- se membri del governo e del parlamento israeliani dicono che non lo vogliono, vi sono tuttavia sufficienti spazi per una mediazione internazionale, ad esempio attraverso il quartetto, e uno dei possibili compiti dell’Unione europea all’interno del quartetto è quello di rendere possibile una mediazione in vista di questo dialogo.

E’ un errore fondamentale credere che, alla fine, ci possa essere una soluzione militare al conflitto mediorientale. Reputo che questo sia un errore di fondo, indipendentemente da chi sostiene una tale idea. Non si arriverà a nessuna soluzione attraverso atti terroristici, né attraverso operazioni militari convenzionali. L’unico modo per giungere a una soluzione è il dialogo tra le parti in lotta, con l’aiuto della mediazione internazionale.

Ciò di cui c’è bisogno è una tregua immediata, da garantire mediante i meccanismi a disposizione della comunità internazionale, se necessario con l’aiuto di una forza multinazionale cui partecipino i paesi arabi e, soprattutto, i paesi islamici. Questa sì che sarebbe la strada per arrivare a un cessate il fuoco immediato e migliorare la situazione.

Quand’ero giovano e stavo cominciando a occuparmi di politica, mi fu detto che con i terroristi non si dialoga. A quell’epoca, il terrorista numero uno era Yasser Arafat. Alcuni anni dopo ho visto alla televisione le immagini di quel capo terrorista mentre veniva insignito del Premio Nobel per la pace, insieme con politici israeliani. Quanto è stato possibile in passato può esserlo anche in futuro. Quindi, una domanda che dobbiamo porci è se abbiamo compiuto progressi sufficienti affinché i meccanismi disponibili portino al dialogo necessario. A nome del mio gruppo, ringrazio tutti coloro, anche appartenenti ad altri gruppi, che hanno collaborato alla stesura della nostra risoluzione. Se la risoluzione, che è sostenuta da tutti i gruppi rappresentati al Parlamento europeo – e ritengo che questo sia un segnale positivo -, può aiutare a migliorare il clima, avremo fornito un contributo, per quanto piccolo, a porre fine a questa intollerabile perdita di vite umane.

(Applausi a sinistra)

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, verrà il giorno in cui dovremo distinguere il bene dal male. Credo tuttavia che oggi sia più urgente avanzare le nostre richieste, che sono: una tregua immediata, che metta fine ai lanci di missili contro Israele e alle operazioni israeliane a Gaza; la consegna di aiuti umanitari; un cessate il fuoco duraturo, che ponga fine al contrabbando di armi e munizioni e sia accompagnato da un’efficace sorveglianza del confine tra l’Egitto e Gaza, dal ritiro delle truppe israeliane e dalla riapertura dei valichi di frontiera; infine, la revoca dell’embargo – il tutto contemporaneamente.

Sarà una fase estremamente complessa, una fase che richiederà senza dubbio o molto probabilmente la presenza di una forza internazionale, e credo che l’Unione dovrebbe prepararsi a parteciparvi. Vorrei ora aggiungere altre due considerazioni.

Per ottenere lo scopo desiderato, l’Unione europea dovrà parlare e agire chiaramente, non in maniera disorganizzata. E’ molto utile avere buone intenzioni, ma è ancora più importante essere efficaci. Anche gli Stati Uniti dovranno impegnarsi, e lo stesso vale per la Lega araba e i suoi paesi membri.

Aggiungo infine che, per poter offrire un’alternativa reale alla situazione a Gaza, Israele dovrà migliorare notevolmente le condizioni della Cisgiordania: i 634 punti di controllo, la divisione in due parti della rete stradale, le mura alte otto metri e gli innumerevoli atti di umiliazione inflitti ai palestinesi non rappresentano per gli abitanti di Gaza un’alternativa sufficientemente allettante per indurli a voltare le spalle a Hamas.

Concludo dicendo che verrà sicuramente il giorno in cui tutti dovranno parlare con tutti.

(Applausi)

 
  
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  Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come tutti ovviamente siamo coinvolti e sconvolti da questa situazione, però io credo che ci sia il dovere, almeno da parte mia, di rinunciare a qualunque ipocrisia.

Il nodo comincia da molto lontano: il legittimo e sacrosanto diritto dei palestinesi di avere uno Stato libero passa dall'altrettanto sacrosanto diritto di Israele ad essere riconosciuto e noi sappiamo che Israele è stato cancellato dalla carta geografica di molti paesi. Noi sappiamo che la Francia, l'Italia, la Spagna, la Germania non avrebbero certamente tollerato di essere cancellati dalla cartina geografica, non avrebbero accettato di essere considerati come inesistenti. Sappiamo che non è stato Israele a dare avvio a questa ennesima guerra e che il terrorismo è ancora uno dei problemi principali!

Perciò io credo, signor Presidente, che senza ipocrisia abbiamo oggi il dovere di cominciare a ragionare in termini diversi. Non possiamo pensare che il dialogo con i terroristi sia giustificato dal fatto che sono morti tanti civili, perché questo crea la scusante per qualunque terrorista nel futuro per utilizzare la violenza, la forza e la morte per ottenere legittimità politica.

Io credo che noi dobbiamo, come Unione europea, trovare finalmente una maggiore coesione, la capacità di affrontare anche il nodo dei rapporti economici con i paesi che non riconoscono Israele, garantire i percorsi umanitari che consentono ai civili, palestinesi e israeliani, di essere messi in sicurezza. In questo caso soffrono maggiormente i palestinesi, e detto questo, signor Presidente, credo che sia anche opportuno che vada rivista la posizione sugli aiuti dati e che diamo, ma il cui utilizzo è privo di controllo.

 
  
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  Daniel Cohn-Bendit, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la situazione è sicuramente tale da far venire le lacrime agli occhi. Le speranze di pace e sicurezza per le persone interessate sono svanite nel fumo di Gaza e sotto i corpi dei defunti, dei bambini, delle donne, degli uomini e dei feriti. Non siamo mai stati più lontani da una speranza di sicurezza di quanto lo siamo ora. Chi pensa che questa guerra, secondo la logica delle argomentazioni israeliane, sia giustificata dagli attacchi missilistici contro Israele e che ai palestinesi vada impartita una lezione non ha capito niente. Non ha capito niente perché impartire una lezione a qualcuno è un modo squallido di educare, un modo che non ha mai funzionato. Dai tempi di Clausewitz sappiamo che chi inizia una guerra deve sapere come concluderla, deve sapere quali fini persegue. Bene, il fine di questa guerra è più sicurezza per Israele. Oggi possiamo dire che questa guerra non conseguirà mai il proprio fine, tanto meno nel modo in cui essa è condotta. Quanti più morti civili, quanti più morti palestinesi ci saranno, tanto minore sarà la sicurezza di quella regione. E’ questo il dramma, la tragedia che sta avvenendo in Medio Oriente. Ed è anche il motivo per cui dobbiamo parlare con grande chiarezza. L’onorevole Schulz ha ragione: Israele deve essere protetta da sé stessa. Israele deve essere protetta dalla tentazione di ricorrere a soluzioni che implichino la guerra e l’uso delle forze armate. I palestinesi, soprattutto i civili palestinesi, devono essere protetti da Hamas. Questo è il nostro compito, che non è facile, ma dobbiamo essere chiari. Invito il Consiglio a non ragionare più in termini di promuovere, aumentare, migliorare i rapporti con Israele fintantoché la situazione resterà così com’è. Questa è una ben misera soluzione, non la soluzione giusta!

(Applausi)

Invito tutti coloro che giustamente invocano un dialogo, una discussione con Hamas a non essere ingenui, a non dimenticare che con Hamas si deve sì discutere per migliorare la situazione a Gaza, dato che è Hamas che vi detiene il potere, ma che, allo stesso tempo, la strategia di Hamas prevede che ci siano delle vittime. Israele è caduta nella trappola di Hamas: quanti più morti ci saranno a Gaza, tanto meglio sarà per Hamas. Questa è una delle verità che vanno dette a Hamas. Ci rifiutiamo di accettare questa strategia suicida di Hamas, che cerca di creare vittime e martiri per poter aggredire Israele. Anche questo dobbiamo dire a Hamas.

In conclusione, voglio dirvi ancora che gli unici in grado di risolvere il problema di Hamas sono i palestinesi. Finché Israele continuerà a occupare la Cisgiordania, finché Israele non proporrà una soluzione positiva ai palestinesi della Cisgiordania, sempre più palestinesi guarderanno a Hamas. Se diamo ai palestinesi della Cisgiordania una speranza di vita, essi insorgeranno contro Hamas e ci libereranno da Hamas. Liberate i palestinesi dall’occupazione israeliana nella Cisgiordania e i palestinesi si libereranno da Hamas.

(Applausi)

 
  
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  Luisa Morgantini, a nome del gruppo GUE/NGL. Signor Presidente, onorevoli colleghi, Rahed ha cinquanta anni, ha perso la casa, tre figli, la moglie e due cognate. Rahed è disperato ed è nel centro che abbiamo visitato. Rahed ha detto con molta angoscia "Hamas dirà che vinto quando è terminata questa aggressione, Israele dirà che ha vinto, in realtà siamo morti noi civili". Io dico un'altra cosa che in realtà lì, con quei corpi morti di bambini e donne che abbiamo visto e che sono all'ospedale e non hanno cure, quelli che sono feriti, più di 4.000, lì muore il diritto, muore il sogno di un'Europa che vuole che i diritti umani siano diritti universali ed è una tragedia questo!

Noi siamo inefficaci. Commissaria Ferrero-Waldner, lei sa che io la stimo moltissimo e so che sta agendo e facendo moltissimo insieme ad altri. Io credo che dobbiamo capire con nettezza e con chiarezza che questa guerra militare, questo militarismo di Israele, porta non alla salvezza di Israele, ma alla sua fine anche morale, come dice del resto David Grossmann quando commemora Rabin, ucciso da un fondamentalista ebreo e non islamico perché voleva portare la pace. Cessate il fuoco! Cessate il fuoco! Me lo diceva un medico norvegese che sta operando ogni giorno e che lavora 24 ore (mandiamo medici a Gaza). Cessate il fuoco è quello che vogliamo!

Allora il Consiglio di sicurezza deve cominciare a far implementare le parole che dice. Sì alla diplomazia, dobbiamo anche usare non soltanto la diplomazia, dobbiamo usare anche gli strumenti che abbiamo e allora uno strumento che noi abbiamo anche per Israele è proprio quello dell'upgrade e mi fa piacere sentire che oggi per esempio il rappresentante della Commissione europea a Tel Aviv abbia detto non è il momento adesso di pensare all'upgrading, facciamo una pausa perché quello che dobbiamo fare è quello di cessare il fuoco. Importantissimo. Penso sia importante e sia un messaggio forte.

Lei diceva protezione e protezione internazionale. Io credo che sia un errore pensare soltanto a Gaza e a Rafah. La protezione per la popolazione civile arriva dal Nord, arriva dagli attacchi israeliani che vengono da Herez. Il controllo delle frontiere è un controllo delle frontiere generale, Rafah e Herez, perché da sempre i palestinesi, dal 1992, dall'accordo di Oslo, i palestinesi non possono uscire da Herez, e lei lo sa benissimo, e neppure gli ammalati escono.

Quindi dobbiamo pensare non soltanto via i tunnel, via le armi che possono armare Hamas, ma via assolutamente tutti i divieti che ci sono per i palestinesi. Cessate il fuoco e apertura non solo dei corridoi umanitari, apertura di tutti i crossing, perché se la gente non ha da mangiare, se la gente non ha il commercio che può essere fatto, allora è davvero pressioni forti perché Hamas finisca di essere e di fare azioni che colpiscono la popolazione israeliana, ma Israele sappia che c'è la Cisgiordania che è occupata militarmente e faccia davvero la pace, non costruisca insediamenti.

(Applausi)

 
  
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  Presidente . − Molte grazie, onorevole Morgantini. Desidero esprimere il mio rispetto a lei e agli altri membri del Parlamento europeo che hanno preso l’iniziativa di recarsi nella Striscia di Gaza nei giorni scorsi.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. (NL) Signor Presidente, la Palestina è un territorio islamico, in quanto tale inalienabile. Dalla sua creazione, nel 1987, il movimento islamico Hamas si è attenuto fermamente a questo principio fondamentale, ricevendo pieno appoggio dalla Repubblica islamica dell’Iran. Questo punto di vista ideologico non lascia assolutamente spazio a uno Stato ebraico nel Medio Oriente, e i rovinosi effetti di tale totalitarismo islamico si stanno facendo crudelmente sentire nella Striscia di Gaza.

Peculiare della filosofia di Hamas è l’uso militare delle moschee di Gaza, con tutte le tragiche conseguenze che ne derivano. In proposito desidero portare alla vostra attenzione la lucida analisi pubblicata nella Frankfurter Allgemeine di lunedì scorso. Se l’Europa ha veramente a cuore la sopravvivenza dello Stato ebraico di Israele, è molto probabile che si arrivi a uno scontro con Hamas e il suo alleato iraniano Hezbollah. Siamo pronti ad affrontare questa prospettiva orribile ma realistica? Dopo tutto, un cessato il fuoco o un armistizio provvisorio sarebbero per Hamas e i suoi sodali una mera pausa per riprendere fiato nella jihad contro Israele.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, devo dire che credo che la grande maggioranza di questa Assemblea condivida gli auspici di pace e le preoccupazioni che sono state fin qui espresse da molti. Credo anche che quanto sostenuto dal Consiglio sia condivisibile e ritengo che la Commissione abbia fin qui seguito un percorso che può essere utile al dialogo: l'apertura dei varchi per scopi umanitari, il cessate del fuoco bilaterale, potrebbero essere il prodromo di un successivo impegno per l'organizzazione di una fascia di salvaguardia internazionale.

Qui forse la collega Morgantini ha ragione, quando chiede che questa fascia non riguardi solo Gaza, ma sia estesa a tutti i territori palestinesi. In fondo ho l'impressione che la Commissaria Ferrero-Waldner abbia come auspici e come attività diplomatica, almeno un po', iscrivibile nello stesso solco che ha cercato di tracciare in proposito il Santo Padre. Mi permetto umilmente di condividere questo tipo di approccio: si deve cercare ancora, dopo tanti anni, una soluzione per due popoli e due Stati – questo non dobbiamo dimenticarlo – e per affermare finalmente il diritto internazionale. Non c'è e non si sarà mai una soluzione bellica – l'ha detto anche il collega Schulz, ogni tanto devo ricordare anche lui – e devo dire che indubbiamente non ci sarà mai una soluzione bellica che risolva il problema in Terra Santa. Su questo credo pure che l'Unione europea abbia gli strumenti per sostenere ogni sforzo diplomatico utile in proposito.

 
  
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  Presidente . − Sono certo che l’onorevole Schulz sarà lieto che lei abbia citato il suo nome in relazione al Santo Padre!

 
  
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  Elmar Brok (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, desidero illustrare il punto di partenza del mio ragionamento. Hamas è contrario a una soluzione a due Stati, nega il diritto di esistenza dello Stato d’Israele, ha preso il potere attraverso un brutale colpo di Stato contro il suo stesso popolo, lancia missili contro civili e usa civili, scuole e mosche come scudi umani. Ora, se si vuole proteggere la propria popolazione civile, com’è possibile reagire in maniera proporzionata, quando la parte avversaria utilizza i propri civili come scudi umani? Quindi, i concetti di raffronto numerico e di proporzionalità non sono applicabili in una situazione come questa. In una situazione di guerra la proporzionalità non esiste; ogni guerra e ogni vittima sono una guerra e una vittima di troppo, e non è possibile far valere le cifre dell’una contro quelle dell’altra parte. Secondo me, questo è un punto di partenza ragionevole. Dovremmo pertanto evitare di lanciare accuse unilaterali, come è stato fatto; dovremmo piuttosto cercare di concordare un cessate il fuoco e dare il nostro aiuto in tal senso.

Credo che, a questo riguardo, il presidente in carica Schwarzenberg e la sua delegazione, ma anche il commissario Ferrero-Waldner, con l’aiuto di altre delegazioni nazionali, abbiano fatto di più di qualsiasi altro soggetto, e di ciò li ringrazio sinceramente. Non ho visto traccia degli Stati Uniti, le Nazioni Unite si sono viste appena, mentre gli altri membri del quartetto sono totalmente assenti. Dobbiamo garantire che la tregua preveda due elementi: porre termine all’attacco israeliano e impedire che Hamas possa impadronirsi di nuovi missili forniti dalla Corea o dall’Iran e in grado di colpire Tel Aviv. Per questo motivo, si deve assicurare non soltanto che cessino tutte le ostilità, ma anche – attraverso accordi internazionali cui partecipino il quartetto e la Lega araba, con l’Egitto in un ruolo chiave – che i 15 chilometri di confine siano pattugliati in modo tale che nessuna pallottola possa più attraversare il confine di Gaza. Allo stesso tempo, deve cessare l’attacco israeliano.

Concludo con una osservazione. Questo è solo un primo, piccolo passo. Se Israele vuole avere a che fare, in futuro, con palestinesi moderati – il che significa una soluzione a due Stati – allora, quando tutto questo sarà finito, ci si dovrà preoccupare di far sì che i palestinesi moderati che appoggiano il presidente Abbas possano, finalmente, avere dei risultati concreti da mostrare alla loro gente – il che significa porre fine alla politica degli insediamenti e a molte altre cose. Alla fine, se i moderati non avranno alcun successo da poter mostrare al loro popolo, saranno i radicali a trionfare. Questo deve essere il punto di partenza di una nuova politica da parte israeliana.

 
  
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  Pasqualina Napoletano (PSE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, di fronte a questa immensa tragedia le nostre parole rischiano di essere inadeguate. Un esercito che uccide centinaia di civili, donne e bambini, si pone allo stesso livello del terrorismo che pretende di combattere. D'altra parte chi conosce Gaza, anche solo per averla vista sulla carta geografica, sa che nessuna operazione militare poteva essere concepita senza mettere in conto un massacro di civili.

Oggi Israele può dirsi più sicura dopo aver suscitato tanto odio e disperazione? E con chi se non con Hamas, direttamente o indirettamente, si dovrà cercare una via d'uscita alla violenza cieca? La nostra risoluzione rafforza la richiesta di cessate il fuoco già espressa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Invochiamo le parti a rispettarla e chiediamo all'Europa di adoperarsi per renderla possibile.

Il rischio è che questo massacro, lungi dallo sconfiggere Hamas, collega Brok, indebolisca ancora di più proprio l'Autorità palestinese e quelli che nel mondo palestinese hanno puntato tutto sul negoziato con Israele. C'è da chiedersi onestamente cosa hanno ottenuto costoro fin qui concretamente? Nulla! Questa è la risposta che dobbiamo dare se vuole veramente cominciare ad estirpare l'odio e la violenza.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE) . – (FR) Signor Presidente, siamo tutti in parte responsabili di quanto sta accadendo oggi nel Medio Oriente. Come europei e come comunità internazionale abbiamo permesso che la situazione peggiorasse; non abbiamo fatto nulla quando la sicurezza di Israele è stata minacciata, e non abbiamo fatto nulla quando il blocco ha reso la vita a Gaza assolutamente insostenibile.

Oggi è il 19o giorno di guerra; 995 persone sono state uccise, di cui 292 erano bambini, e ci sono migliaia di feriti, alcuni ancora in attesa di essere evacuati. Ci sono decine di migliaia di profughi che non hanno più una casa e non sanno dove andare. La situazione umanitaria sta peggiorando sempre più: 700 000 abitanti di Gaza non hanno più elettricità, un terzo di essi non ha acqua né gas; tra non molto saranno passate tre settimane da quando questa situazione è iniziata, tre settimane in cui la gente di Gaza ha vissuto, anzi, ha fatto del proprio meglio per sopravvivere. Ci sono troppe sofferenze, troppe privazioni, e tutto questo deve finire, deve finire adesso!

La responsabilità che abbiamo nei nostri confronti, come europei, è quella di non fare favori a nessuno. La responsabilità che abbiamo nei nostri confronti, come europei, è di esercitare pressioni sulle due parti affinché decidano di negoziare. E’ una questione di giorni, forse solo di ore, prima che si arrivi al punto di non ritorno con un’offensiva terrestre diretta in particolare contro la città di Gaza. La sicurezza di Israele deve essere garantita e alla gente di Gaza dev’essere garantito che in futuro potrà vivere in pace. I confini devono essere controllati e il blocco va revocato. Tutti noi qui sappiamo che, per ottenere un simile accordo, sarà forse necessario che l’Europa, gli Stati Uniti e i paesi arabi – che si riuniscono dopo domani – parlino tutti con una e una stessa voce.

Prima di concludere desidero esprimere il mio fermo convincimento: oggi non è la guerra che dobbiamo vincere bensì la pace.

(Applausi)

 
  
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  Roberta Angelilli (UEN) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono davvero molto apprezzabili le parole della Commissaria e del Presidente Poettering, quando ha denunciato senza mezzi termini la grave responsabilità di Hamas nel porre fine alla tregua, ma con altrettanta chiarezza ha giudicato totalmente sproporzionata la reazione israeliana. Ma al di là delle parole, la crisi rimane e restano migliaia di persone, la popolazione civile e i bambini, che hanno bisogno disperatamente di aiuti umanitari.

In tutta coscienza e senza ipocrisia forse dovremmo porci delle domande. Mentre i nostri bambini festeggiavano le festività natalizie, quanti ne sono morti a Gaza? 200, 300, e quanti civili israeliani? La comunità internazionale poteva fare di più? A mio avviso sì! Doveva fare di più! Dobbiamo sentire tutto il peso delle nostre responsabilità! Non basta distribuire giudizi su Hamas, su Israele, sull'inizio delle responsabilità, di chi ha più colpa. Purtroppo, al di là dell'emergenza, rimane l'inadeguatezza dell'Europa. A mio avviso un'insufficienza grave, un'incapacità di costruire un'autentica, strategica e duratura politica di pace.

Oggi, ovviamente, noi dobbiamo chiedere con forza il cessate il fuoco, ma non basta. Dobbiamo porre le nostre condizioni con severità per accompagnare il processo di pace e di sviluppo del Medio Oriente. Chiudo anch'io ricordando le parole del Papa, che ha detto che bisogna dare risposte concrete all'aspirazione diffusa che c'è in quei territori a vivere in pace, in sicurezza e in dignità, come anche ha anche ricordato la collega Morgantini.

Chiudo davvero, presidente. La violenza, l'odio, la sfiducia sono forme di povertà, forse le più tremende da combattere.

 
  
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  Hélène Flautre (Verts/ALE) . – (FR) Signor Presidente, a Gaza abbiamo visto guerra e abbiamo visto morte, ma abbiamo visto anche persone, persone che vivono, che hanno il diritto di vivere e che è nostro dovere proteggere. Proteggere la popolazione civile: questa è la vera emergenza. Niente può giustificare il fatto che non si sia fatto tutto il possibile per proteggere quella popolazione. Signor Presidente in carica del Consiglio, lei ritiene, oggi, di aver fatto tutto quanto in suo potere per garantire che le autorità israeliane pongano immediatamente fine a questa operazione militare indiscriminata e sproporzionata? La sua risposta è, quasi certamente, “no”.

Quando nelle ambasciate hanno cominciato a circolare voci sull’operazione, il Consiglio, contrariamente agli auspici del Parlamento, ha ribadito la propria determinazione di intensificare le relazioni. Quale tragico errore! Quando le ONG si rivolgono al Consiglio di sicurezza affinché il Tribunale penale internazionale verifichi presunti crimini di guerra, il Consiglio è incapace di invocare la clausola sui diritti umani prevista dall’accordo concluso con Israele. Sono stufa di sentir dire che non possiamo fare di meglio, che abbiamo fatto tutto ciò che potevamo. Il fallimento più grave è, di fatto, lo stallo in cui si trova la vostra politica essenzialmente umanitaria, incapace di alleviare i danni causati dall’occupazione militare e dalla guerra. Quante violazioni del diritto internazionale dovranno essere commesse ancora prima di vedere applicata la clausola sui diritti umani? Se, oggi, non siamo capaci di interrogarci sulla portata di meccanismi di pressione e applicazione efficaci, mi chiedo cosa dovrà succedere affinché passiamo finalmente all’azione. Glielo dico apertamente: se l’approccio “facciamo finta di nulla” continuerà e resterà un elemento costante delle nostre relazioni con Israele, con i 1 000 morti di Gaza, lei cancellerà l’articolo 11 del Trattato, cancellerà la politica dell’Unione per i “diritti umani”, cancellerà il progetto europeo!

(Applausi)

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL) . (EN) Signor Presidente, di ritorno dalla Striscia di Gaza e dopo aver assistito al massacro, soprattutto di civili, avverto l’urgente necessità di esprimere la mia più calorosa solidarietà con il popolo palestinese. Per 17 giorni si è trovato di fronte la poderosa macchina da guerra israeliana, che sta palesemente violando il diritto internazionale. Esprimo inoltre il mio sostegno ai movimenti pacifisti israeliani, che chiedono la fine della guerra.

Dopo una chiusura e un assedio durati a lungo e che hanno trasformato Gaza nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, dopo la costruzione del vergognoso muro intorno alla Cisgiordania, dopo la continua espansione degli insediamenti e la riuscita divisione della terra palestinese, le forze di occupazione sono passate all’operazione militare più feroce, usando come pretesto gli attacchi missilistici contro la parte meridionale d’Israele – e sottolineo che sono contrario a qualsiasi attacco contro civili, da qualunque parte esso provenga. La fine della tregua sullo sfondo dei giochi di potere in vista delle elezioni israeliane rappresenta un insulto a un’intera nazione.

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione. Israele è uno Stato, non un’organizzazione; è membro delle Nazioni Unite ed è responsabile nei confronti della comunità internazionale; deve quindi attenersi a questa come a tutte le altre risoluzioni adottate dall’ONU. Il diritto internazionale va rispettato, non può più essere tollerata alcuna impunità. Ci deve essere un’inchiesta internazionale completa.

La comunità internazionale chiede un immediato cessate il fuoco, l’immediato ritiro delle forze militari, l’accesso agli aiuti umanitari e la libertà di circolazione per la popolazione. Permettiamo all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione di svolgere la sua missione.

L’Unione europea ha fatto qualcosa, ma solo in ambito umanitario; ora deve dar prova di fermezza in ambito politico. Applichiamo le clausole degli accordi di associazione, mettiamo fine al rafforzamento delle relazioni con Israele, cessiamo le esportazioni di armi in quel paese.

Per questo conflitto ci può essere solo una soluzione politica. Bisogna tornare pienamente al diritto internazionale, il che significa porre fine all’occupazione della Palestina, che dura da 42 anni, e costituire uno Stato palestinese sovrano e autosufficiente. In questo modo creeremo un futuro di pace sia per bambini palestinesi sia per i bambini israeliani. Per salvare le generazioni di domani dobbiamo cessare la guerra adesso.

 
  
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  Patrick Louis (IND/DEM) . – (FR) Signor Presidente, molte migliaia di anni fa Davide affrontò Golia per scoprire se la terra fosse destinata ai moabiti, ai filistei o agli ebrei.

Lo stesso dramma è tuttora in atto in quella regione, dove ha avuto origine uno dei tre pilastri della nostra civiltà. Oggi è urgente, giusto, legittimo e necessario garantire la sicurezza e il riconoscimento dello Stato di Israele. Per fare ciò, basta una sola soluzione, cioè garantire la nascita di uno Stato palestinese veramente sovrano. Qui, come in altri casi, il multiculturalismo rivela i propri limiti. Laddove ci sono due popoli, ci devono essere due Stati.

Se gli aiuti dell’Unione europea sono realmente efficaci, devono essere concentrati su un obiettivo: garantire la crescita di uno Stato costituzionale palestinese nel quale lo stato di diritto protegga i deboli e aiuti i forti. Occorre fare presto, perché in quella terra gli estremisti di tutte le parti sono potenti e stanno dalla parte sbagliata, mentre i bambini sono moderati e vittime di questa situazione.

La soluzione che consente di superare la logica dell’”occhio per occhio” non è di tipo morale né militare, bensì politica. Dunque, diamoci da fare!

 
  
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  Jim Allister (NI) . (EN) Signor Presidente, aborro il terrorismo. Ripudio la propaganda del terrorismo. Forse, il fatto di essere originario dell’Irlanda del Nord acuisce la mia consapevolezza, ed è per questo che non mi lascio impressionare quando sento Hamas lamentarsi per le necessarie azioni di rappresaglia contro i missili che da anni ormai fa piovere indiscriminatamente su innocenti cittadini israeliani, perché so che Hamas, così come l’IRA nel mio paese, è un maestro nelle arti gemelle del terrorismo e della propaganda.

La situazione è affatto chiara: Israele accetta una soluzione a due Stati, Hamas invece non riesce nemmeno a tollerare il diritto di Israele a esistere e quindi scatena infiniti e implacabili attacchi terroristici sul territorio israeliano. E quando, dopo lunga sopportazione, Israele colpisce in risposta, Hamas fa la vittima. Ma figuriamoci: sono loro i responsabili, e se vogliono la pace la risposta è nelle loro stesse mani. Basta che la smettano di bombardare Israele.

 
  
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  Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (PPE-DE) . (EL) Signor Presidente, siamo tutti consapevoli del fatto che la situazione a Gaza è tragica e sta per sfociare in un disastro umanitario. C’è bisogno di un’azione immediata. Mi congratulo con la Commissione europea per aver intensificato i propri sforzi, con la presidenza per le sue iniziative e le azioni nazionali coordinate che si stanno adottando e con l’Egitto per il ruolo importante e delicato che sta svolgendo.

E’ urgentemente necessario arrivare a una tregua e far cessare le ostilità da entrambe le parti, creare corridoi dal territorio israeliano e dall’Egitto per dare risposta ai bisogni umanitari e mettere sotto controllo le frontiere, al fine di impedire la circolazione illegale di armi e persone. Come ha detto il commissario, i segnali di tregua sono incoraggianti; mi auguro che un piano in tal senso sia accolto immediatamente e sia poi rispettato nella pratica.

Quali devono essere, allora, le nostre prossime mosse? Sia il commissario che il presidente in carica del Consiglio hanno già detto che dobbiamo perseguire i nostri obiettivi di una pace sostenibile e della creazione di uno Stato palestinese che possa vivere in pace ed essere rispettato accanto ad Israele. Questi obiettivi non sono nuovi. Li abbiamo annunciati e li abbiamo appoggiati senza successo. Il circolo vizioso della violenza continua e produce effetti negativi non solo sul popolo d’Israele e sui palestinesi ma anche su tutti i popoli della regione e sulla sicurezza della comunità internazionale.

Ora dobbiamo fare il punto delle nostre azioni, delle nostre scelte politiche e delle nostre pratiche, per compiere passi diversi e più coraggiosi. Dobbiamo impegnarci urgentemente con Israele, a livello bilaterale, in un dialogo sincero e approfondito, nonché in un’opera di autocritica, nel quadro delle nostre amichevoli relazioni di partenariato; dobbiamo inoltre individuare gli errori che abbiamo commesso nel promuovere la fiducia reciproca tra i due popoli. Dobbiamo altresì rafforzare questo tipo di dialogo con tutti i palestinesi, per far comprendere loro l’importanza della pace, della coesione, della vita umana e dell’unità al loro interno.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE) . – (DE) Signor Presidente, dopo aver ascoltato alcune osservazioni spiritose fatte oggi dal primo ministro Topolánek, come deputato austriaco al Parlamento europeo posso dire che mi fa piacere che tanto la Commissione quanto la presidenza ceca del Consiglio siano rappresentate da austriaci. Vi esprimo il mio più caloroso benvenuto! Signor Presidente in carica, ovviamente so bene che la sua lealtà va alla Repubblica ceca.

Onorevoli colleghi, poco prima del disimpegno unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza ho compiuto un viaggio in quella regione in qualità di membro di una delegazione presieduta dall’onorevole Schulz. Il vice primo ministro dell’epoca ci disse di non interferire e che sarebbe andato tutto bene. Altri, come l’ex ministro degli Esteri Josip Elin, dissero che sarebbe successo il caos – e ha avuto e ha tuttora ragione. Un disimpegno unilaterale senza negoziati, senza un partner negoziale non ha senso.

Ma è stata altrettanto miope la nostra decisione di non avviare un dialogo nemmeno con i rappresentanti moderati di Hamas, che forse non facevano affatto parte di Hamas ma erano stati nominati da Hamas nel governo congiunto. Prendendo questa posizione, abbiamo contribuito a distruggere il governo congiunto. So che taluni volevano organizzare colloqui, ma è stato loro impedito di farlo. Anche questo è stato un errore. Abbiamo bisogno del dialogo!

Non mi piace Hamas, prima di tutto perché è un’organizzazione terroristica e, in secondo luogo, perché ha posizioni fondamentaliste; ma qui non conta quel che piace o non piace, qui si tratta di trovare soluzioni. Dobbiamo pertanto ritornare al dialogo e ai colloqui, come molti colleghi hanno già detto oggi. Inoltre, alla gente di Gaza occorre dare l’opportunità di vivere una vita almeno parzialmente dignitosa. Perché votano per Hamas? Perché vedono Hamas come la loro unica possibilità, l’ultima possibilità per riuscire addirittura a sopravvivere. Dobbiamo cambiare questo stato di cose, dobbiamo dare a quella gente anche una base economica per sopravvivere, dobbiamo porre fine al boicottaggio e al loro isolamento. Questa è l’unica condizione reale.

L’onorevole Brok, di cui ho altissima stima, ha detto che il principio di proporzionalità non è applicabile, ma non è vero. Il principio di proporzionalità si applica tanto al diritto privato quanto al diritto internazionale. Chiunque viola questo principio viola anche il diritto internazionale, e questa è una cosa che il Parlamento europeo non può proprio accettare.

(Applausi)

 
  
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  Chris Davies (ALDE) . (EN) Signor Presidente, un’amica, sapendo che sono stato a Gaza solo tre giorni fa, mi ha scritto chiedendomi in tono di sfida: “Hai mai visto fotografie di bambini ebrei di cinque anni sotto il tiro di fucili nazisti, con le braccia sollevate sopra la testa? Sono immagini sconvolgenti”. Le parole della mia amica rivelano perché siamo disposti a fare a Israele concessioni che non faremmo a nessun altro paese.

Non spiegano tuttavia perché un popolo che ha sofferto così tanto nel XX secolo debba ora infliggere così tante sofferenze a un altro popolo in questo secolo. Israele ha trasformato Gaza in un inferno: il terreno è scosso dalle esplosioni, anche durante un cessate il fuoco; per le strade passano carretti trainati da asini mentre in cielo volano gli F-16, le macchine di morte del XXI secolo, sganciando il loro carico di bombe; sono già morti 300 bambini e centinaia di altri sono stati dilaniati e smembrati.

Questa non è la risposta proporzionata di un potere civile. Questo è il male. Questo è il male. Sì, i missili di Hamas non devono più essere lanciati; lo ho detto personalmente a rappresentanti di Hamas a Gaza già in tempi passati, ma gli ufficiali israeliani devono smetterla con le loro affermazioni ipocrite sulla necessità di combattere il terrorismo, perché, se ai palestinesi bombardati chiedessimo chi sono i terroristi, risponderebbero che sono Olmert, Livni e Barak.

Siamo in parte responsabili delle azioni di Israele. Non ricordo che in passato l’Unione europea abbia mai accompagnato alle proprie critiche per il trattamento dei palestinesi da parte degli israeliani una qualche azione concreta. Dando a Israele il via libera per fare quello che vuole, abbiamo aggravato questo nostro errore, ignorando le lezioni della storia. Non si può fare pace senza parlare con il nemico; eppure, ci rifiutiamo di parlare con i rappresentanti eletti del popolo palestinese.

Stiamo concludendo i negoziati con Israele su un accordo di cooperazione rafforzata. Non intendiamo condannare Israele: intendiamo premiarla. Chi vuole la pace nel Medio Oriente, chi vuole giustizia per entrambe le parti deve riconoscere che è ora di riconsiderare la nostra posizione.

 
  
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  Seán Ó Neachtain (UEN) . – (GA) Signor Presidente, la guerra a Gaza è spaventosa e scandalosa. Tutti pensano che una soluzione militare non funzionerà nel Medio Oriente. Una risposta politica è l’unico modo per ristabilire la pace e un clima di riconciliazione in quella regione. Ma perché ciò avvenga, occorre che le violenze cessino immediatamente.

Appoggio la creazione di uno Stato palestinese indipendente e sostenibile; bisogna però mettere in atto una struttura economica sufficientemente solida e un piano politico adeguato. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di garantire che nella regione esistano due Stati e che si rispettino a vicenda.

Israele ha il diritto di difendersi, ma con questi attacchi ha esagerato. Gli attacchi sono immorali e la comunità internazionale non li può tollerare.

E’ necessario avviare immediatamente il processo di pace nel Medio Oriente. Mi auguro che il nuovo presidente degli Stati Uniti Obama si impegnerà in tal senso. Gli auguriamo di ottenere ottimi risultati nell’affrontare questo importante compito e le sfide che lo attendono.

 
  
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  David Hammerstein (Verts/ALE) . – (ES) Signor Presidente, sono stato anch’io a Gaza pochi giorni fa ed è stata un’esperienza molto intensa. Siamo andati anche in Egitto. Credo che stiamo vivendo la fine di un’era, l’era Bush, e che gli ultimi spasimi della presidenza Bush si stiano rivelando particolarmente sanguinosi e dolorosi.

Siamo a una svolta, possiamo adottare una nuova politica verso il Medio Oriente, una politica nella quale vorrei che fosse l’Unione europea ad assumere la guida. Anche il presidente Obama dimostra di orientarsi in questo senso quando dice che vuole dialogare con l’Iran. Sì, Obama ha intenzione di dialogare con l’Iran e noi dobbiamo parlare con tutti nel Medio Oriente, Hamas compreso.

Questa nuova politica per il Medio Oriente deve essere una politica di cooperazione e deve quanto meno essere coerente con i nostri valori e conforme al diritto internazionale. Le centinaia di bambini che abbiamo visto a Gaza, che si aggrappavano alle nostre braccia e ci guardavano con occhi pieni di speranza, meritano una risposta, proprio come i bambini di Israele.

Per questo c’è bisogno di azioni concrete; c’è bisogno di azioni sul campo, per dare speranza ai moderati. L’aspetto più deplorevole è che in tutte le città del mondo arabo il primo ministro Fayad, il presidente Abbas, il presidente Mubarak e re Abdullah sono accusati di tradimento. Quando ho fermato il mio tassì nel deserto del Sinai per bere un caffè, sui megaschermi abbiamo visto solo Khaled Meshaal.

Questo è il risultato, il danno collaterale dell’attacco contro Gaza. L’attacco non porterà pace a Israele né la sicurezza che vogliamo; ancor meno porterà qualcosa di positivo per noi. Se non poniamo termine a questo conflitto, esso porterà odio anche nelle nostre città.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL) . – (PT) Mille è il numero del giorno, mille morti per insegnare una lezione di lutto. Scusate la franchezza, ma quante vite ancora dovrà costare la vittoria di Tzipi Livni e Ehud Barak alle elezioni di febbraio?

Oggi siamo qui per chiedere un cessate il fuoco e la fine del massacro dei civili. La risoluzione, però, solleva anche questioni sulla nostra responsabilità e ci ricorda che il Consiglio ha deciso di aggiornare le relazioni diplomatiche con Israele, in contrasto con il parere del Parlamento europeo. Questa significa complicità preventiva. Oggi sento dire che è necessario dialogare con Hamas; se avessimo rispettato l’esito delle elezioni palestinesi, avremmo risparmiato anni.

Il ruolo dell’Europa non è quello di sostenere le politiche e la distruzione imposte dalla parte più forte; è piuttosto quello di ascoltare il clamore che sta riempiendo le strade e le piazze delle nostre città.

Chiediamo una tregua immediata, ma dobbiamo renderci conto del fatto che la pace potrà venire solo se metteremo fine all’occupazione. Questa parola è caduta in disuso; ora dobbiamo toglierla dalla lista delle parole vietare dove l’hanno relegata le politiche del pugno di ferro.

 
  
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  Kathy Sinnott (IND/DEM) . (EN) Signor Presidente, quanto sta accadendo a Gaza è straziante, e il fatto che le devastazioni siano perpetrate da una presunta nazione occidentale è incomprensibile. Concordo pienamente sul fatto che gli israeliani hanno il diritto di vivere senza la minaccia degli attacchi missilistici. Ma quello che sta succedendo a Gaza non è giustizia, è un massacro. Non ci sono scuse, non ci sono giustificazioni possibili.

La cosa più vergognosa per noi come Unione europea è che il massacro è compiuto da uno dei nostri partner commerciali preferiti. Nel 2007 il valore degli scambi commerciali tra l’Unione e Israele è stato di 25,7 miliardi di euro. Considerato il flusso di denaro con cui contribuiamo all’economia di quel paese, abbiamo una pesante responsabilità quando quello stesso denaro è utilizzato per portare morte tra la popolazione civile e i bambini. Se non agiamo, il sangue versato a Gaza sporcherà anche le nostre mani.

Invito il Parlamento e tutte le istituzioni comunitarie a imporre immediate sanzioni commerciali contro Israele e a mantenerle finché non sarà negoziata una tregua significativa. Se non facciamo tutto quanto in nostro potere per fermare il massacro, ne diventeremo complici.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE-DE) . – (FR) Signor Presidente, ancora una volta sono le armi a parlare nel Medio Oriente. Ancora una volta, le vittime sono principalmente donne e bambini: a migliaia sono stati feriti, a centinaia sono stati uccisi. Ancora una volta, la storia si sta ripetendo, con tutti i suoi orrori, alle porte dell’Europa. Ma, nonostante le sue iniziative, dobbiamo rilevare come l’Europa non stia dando un contributo concreto a risolvere questo importante conflitto, che pure si svolge nella sua zona immediata d’influenza. La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ha difficoltà a comprendere tutto questo e si rifiuta sempre più di accettare una simile impotenza.

Signora Commissario, dobbiamo assumere la guida con fermezza e autorevolezza, per portare la pace. L’Unione per il Mediterraneo deve svolgere un ruolo di rilievo, e lo stesso vale per l’Assemblea parlamentare euromediterranea. Coerentemente con questa linea, il Parlamento europeo deve appoggiare il piano di pace franco-egiziano per concordare un cessate il fuoco immediato, mettere in sicurezza i confini tra Israele e la Striscia di Gaza, riaprire i valichi di frontiera e, soprattutto, porre fine al blocco di Gaza.

Dobbiamo chiedere, inoltre, l’immediata applicazione della risoluzione delle Nazioni Unite. Una volta superata la prima fase, dobbiamo andare oltre e proporre l’intervento di una forza militare, non una forza multinazionale bensì una forza euromediterranea. In questo modo getteremo le basi di una ribadita volontà politica mirata a realizzare una “pace europea”, qualcosa che tutti i popoli del Mediterraneo stanno aspettando da lungo tempo.

Oggi vorrei richiamare la vostra attenzione anche su una situazione nuova. Con il conflitto mediorientale ci stiamo addentrando un po’ alla volta in un campo molto pericoloso, quello del conflitto di civiltà. Invero, sin dall’inizio del conflitto israelo-palestinese c’è sempre stata una forte mobilitazione dell’opinione pubblica araba; oggi, la mobilitazione è tra l’opinione pubblica musulmana, che si estende ben al di là dei territori dei paesi arabi. Questo fa ritenere che sia intervenuto un cambiamento radicale nella natura del conflitto. L’Europa ha una responsabilità storica: quella di rafforzare urgentemente il dialogo tra le civiltà.

 
  
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  Véronique De Keyser (PSE) . – (FR) Signor Presidente, sono intervenuta così tante volte in quest’Aula per sostenere che dobbiamo cogliere qualsiasi opportunità di pace, per quanto piccola, e che, a dispetto di tutto, dobbiamo dialogare con Hamas perché ha vinto le elezioni, che preferisco non ritornare più su quegli argomenti.

Sono sopraffatta dalla tristezza e dalla rabbia, e pur non volendo lasciarmi travolgere dall’emozione di fronte a questo massacro, di fronte alla propaganda bellica che sento intorno a me, di fronte alla confusione, di fronte anche all’ondata di odio e antisemitismo che sta iniziando a diffondersi nelle strade delle nostre città, devo dire solo poche parole: l’Europa deve tornare ai dati di base, che sono fatti ovvii secondo me, ma che talvolta è bene ripetere.

In primo luogo, la vita di un palestinese è pari alla vita di un israeliano, ma non solo la sua vita, anche il suo futuro e la sua libertà. In secondo luogo, si deve rispettare il diritto internazionale, e il diritto internazionale significa, naturalmente, un cessate il fuoco immediato – senza dimenticare tutte le risoluzioni dell’ONU e le convenzioni di Ginevra. Il fatto è che quella regione è diventata oggi una terra senza legge, dove sembra che tutto sia lecito e dove la popolazione è tenuta in ostaggio. In terzo luogo, dovrà essere fatta giustizia per tutti questi crimini, non importa di quali crimini si tratti o dove vengono commessi. Non ci potrà mai essere sicurezza senza pace, né pace senza giustizia. Esiste la giustizia transitoria, è fatta apposta e, se non viene applicata, l’odio continuerà a diffondersi. Negli ultimi giorni abbiamo creato un potenziale di odio che si rivelerà essere molto più pericoloso delle bombe. L’Europa deve far applicare le condizioni dei suoi accordi di partenariato, compreso il paragrafo 2 degli accordi di associazione, che riguarda il rispetto dei diritti umani. Si tratta di un obbligo imposto da quegli accordi, un obbligo al quale non è possibile sottrarsi. Infine, Israele non è un caso speciale; Israele ha le proprie responsabilità in quanto Stato e non può essere considerata alla stessa stregua di Hamas. Dal punto di vista del diritto internazionale, non esiste un “certificato d’impunità”.

Domenica abbiamo lasciato dietro di noi, a Gaza, una popolazione presa in trappola, imprigionata in un ghetto sotto il fuoco delle bombe, e centinaia di migliaia di bambini il cui futuro è oggi nelle nostre mani. E abbiamo potuto lasciare Gaza solo perché siamo europei. Gli unici palestinesi che possono lasciare Rafah lo fanno a bordo di un’ambulanza, perché sono morti o perché sono feriti.

L’Europa non sarà più l’Europa e nessun cittadino si riconoscerà più come europeo se dimenticheremo questi dati basilari.

(Applausi)

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE) . – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, desidero iniziare il mio intervento riprendendo le parole pronunciate dall’onorevole Cohn-Bendit. Oggi siamo preda della disperazione; questa guerra è una tragedia. Le immagini di dolore e morte che abbiamo visto sui nostri schermi ininterrottamente per tre settimane sono diventate insostenibili, così come lo sono – voglio affrettarmi ad aggiungere – le immagini di tutte le guerre, di tutti i conflitti, anche di quelli di cui si parla molto meno, quando se ne parla, come nel caso del Congo, del Darfur, dello Zimbabwe e, prima, della Cecenia, i cui orrori sono stati circondati da un silenzio assordante da parte dei media e – sottolineo – dal silenzio della politica.

In quest’Aula ho già avuto modo più volte di sottolineare che la capacità di indignazione di taluni colleghi dipende dalle circostanze. Tuttavia, come anche l’onorevole Morgantini ha spesso sottolineato, non ci sono conteggi da fare quando si tratta di persone che muoiono; non ci può essere una gerarchia della sofferenza; ciascuna vittima – sia essa uomo, donna o bambino, da qualunque parte stia – è sempre una vittima di troppo.

Allora, cosa dovremmo fare adesso per far sì che la nostra discussione di oggi non sia quello che è spesso, cioè un confronto un po’ futile e senza senso? Mi pare che continuare a lanciarci insulti a vicenda per le responsabilità storiche dei vari partiti sia un esempio chiarissimo di tale futilità.

Ho preso la parola dopo un po’ che questa discussione era già in corso, e quindi le diverse argomentazioni sono già state illustrate. Certo, si può mettere in dubbio la portata della crisi e del contrattacco israeliani, ma mai, in nessun caso, il diritto di Israele alla sicurezza. Quale dei nostri governi occidentali accetterebbe di assistere al lancio di migliaia di missili contro i propri cittadini senza reagire? E’ una domanda che non ha bisogno di risposta.

Al di là dell’appello per un cessate il fuoco negoziato, che è essenziale, per la consegna garantita, ovviamente, di aiuti umanitari e per la fine delle forniture di armi attraverso le gallerie, la vera questione che va affrontata oggi è necessariamente rivolta al futuro. Gli elementi fondamentali della pace sono ben noti: sono già stati definiti a Taba, Camp David e Annapolis. Il commissario Ferrero-Waldner lo ha detto. La maggior parte degli elementi, anche se non tutti, sono ovviamente già sul tavolo, e ciò comporta sacrifici da entrambe le parti. E quando parlo di sacrifici, concordo con l’onorevole Schulz, che al momento non è presente in Aula. Non si tratta di sapere se ci sarà un dialogo con Hamas, bensì di sapere come tale dialogo si svolgerà e a quali condizioni.

La maggior parte dei colleghi hanno superato il tempo di parola di 50 secondi, quindi, signor Presidente, la prego di lasciarmi concludere.

La risposta è quella data da Yasser Arafat, nel maggio 1989, quando dichiarò nulla la sua carta liberticida e mortale. Quelle parole, inoltre, sono entrate a far parte del vocabolario palestinese. Ma più di tutto, questo è il prezzo da pagare per la riconciliazione interpalestinese, e il nostro ruolo come Unione europea è quello di fare dei protagonisti della Palestina e di Israele, oltre che dei loro vicini arabi, l’Egitto e la Giordania, i partner di un accordo di pace duraturo.

(Applausi)

 
  
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  Feleknas Uca (GUE/NGL) . – (DE) Signor Presidente, domenica, 11 gennaio siamo stati a Rafah, una città al confine della Striscia di Gaza che è completamente isolata. Questo significa che la popolazione civile non ha alcuna possibilità di sottrarsi ai bombardamenti quotidiani da parte dell’esercito israeliano. Se non lo si è visto con i propri occhi, non si può immaginare quanto la gente di Gaza stia soffrendo e quanto sia urgente arrivare a una soluzione pacifica e definitiva di questo conflitto. Siamo tutti profondamente colpiti sul piano personale dall’immensità delle sofferenze del popolo palestinese e anche dalle devastazioni arrecate.

Voglio pertanto ribadire, nei termini più duri possibile, che i bombardamenti israeliani devono cessare immediatamente, così come devono cessare il lancio di missili su Israele da parte di Hamas e il contrabbando di armi dall’Egitto nella Striscia di Gaza. E’ altresì necessario aprire immediatamente i confini per consentire l’accesso da parte degli operatori umanitari, che sono pronti e in attesa di andare a portare soccorso ai civili. Lungo il confine abbiamo visto anche medici pronti a entrare nella Striscia per portare aiuto ma impossibilitati a farlo a causa della chiusura del confine. Rinnovo dunque l’appello affinché i valichi di frontiera siano aperti per consentire la distribuzione degli aiuti.

 
  
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  Vladimír Železný (IND/DEM) . – (CS) Signor Presidente, chi non proverebbe angoscia nel vedere bambini uccisi da missili? E’ una sensazione terribile, ma non sufficiente a giustificare l’ipocrisia. Quali paesi europei darebbero prova di tanta moderazione quanta ne ha dimostrata Israele e saprebbero resistere, per anni e anni, di fronte al lancio di oltre 7 000 missili che in ogni momento mettono in pericolo la vita di più di un milione di civili?

Tuttavia, gli abitanti di Gaza non sono soltanto vittime innocenti. Entusiasticamente, consapevolmente, liberamente e democraticamente hanno eletto Hamas e il suo programma politico. Quando parlavano di liberazione non si riferivano alla liberazione di Gaza, che è già libera, bensì alla liberazione di Tel Aviv e Haifa dagli ebrei e alla distruzione dello Stato di Israele. Chiunque elegga criminali deve logicamente condividerne il destino, soprattutto se i criminali, quando lanciano missili dalle scuole e trasformano moschee in enormi depositi di armi, si fanno scudo di donne e bambini così come si farebbero scudo di ostaggi. Ricordo il bombardamento di Dresda nel 1944, quando gli aerei britannici rasero la città al suolo uccidendo 92 000 civili, perlopiù donne e bambini. Non ci fu alcun risentimento ipocrita: i tedeschi avevano liberamente eletto Hitler e ne condivisero le sorti. Anche la gente di Gaza sapeva chi stava eleggendo e perché.

Allo stesso modo, una quota significativa dei finanziamenti concessi dall’Unione europea a Gaza sono finiti nelle mani di Hamas. Forse è stato proprio per questo motivo che la gente di Gaza, con la pancia piena e generosamente assistita dall’Unione, si è potuta dedicare interamente a scavare le gallerie per contrabbandare armi sempre più letali da usare contro i civili israeliani. Più proporzionale di così!

 
  
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  Gunnar Hökmark (PPE-DE) . (SV) Signor Presidente, ci sono due elementi importanti che caratterizzano questa nostra discussione. Il primo è il fatto che la stragrande maggioranza dell’Assemblea vuole arrivare velocemente a una tregua. Il secondo è che c’è un amplissimo sostegno alla richiesta che tutte le parti interessate riconoscano il diritto dello Stato di Israele a esistere entro confini pacifici. Questo è il punto di partenza che è importante per l’Unione europea. E’ importante perché quanto sta accadendo a Gaza è una tragedia. La perdita di ogni vita umana è una tragedia, da qualsiasi parte del confine tale vita si spenga. Non pensiamo che questa tragedia sarebbe meno grave se quelli che deliberatamente uccidono civili riuscissero ad arrivare ancora più in profondità tra i civili grazie ai missili.

Ed è una tragedia anche perché ostacola la creazione di uno Stato palestinese e, dunque, una soluzione pacifica. E’ una tragedia che colpisce anche la comunità internazionale, perché quanto sta accadendo ora non è nato da un giorno all’altro, bensì è stato lungamente preparato attraverso il riarmo, il contrabbando di armi e il lancio di missili.

Quello che è importante da capire è che questa tragedia non scaturisce da un conflitto tra ebrei e palestinesi. Sono assolutamente contrario a chiunque cerchi di demonizzare una nazione. Quando l’onorevole Davies cerca di addossare la colpa a una nazione, sento nelle sue parole un tono che, secondo me, non dovrebbe risuonare in quest’Aula. Non si tratta di un conflitto tra palestinesi ed ebrei; non si tratta di un conflitto tra Israele e l’Autorità palestinese; si tratta invece di un conflitto fra le forze estremiste e le forze moderate di quella regione. Appoggeremo le forze moderate se diremo chiaramente a tutti coloro che perseguono l’odio e vogliono cancellare lo Stato di Israele che non riusciranno nel loro intento. Se l’Europa invierà questo messaggio, rafforzerà la posizione dei moderati e porrà basi migliori per la pace.

 
  
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  Marek Siwiec (PSE) . (PL) Signor Presidente, mi rivolgo a quelli che hanno sparato in quest’Aula le loro cariche di inganno e demagogia. Questa è solo una di una serie di guerre tra le quali ci sono somiglianze ma anche differenze. Il conflitto di cui discutiamo oggi è asimmetrico.

Per tre anni Israele è stata bombardata da missili fatti in casa e non una sola parola di censura è stata pronunciata in quest’Assemblea contro coloro che lanciavano quei missili. Oggi stiamo condannando Israele. E’ facile condannare Israele perché è membro delle Nazioni Unite, perché ha qualcosa che può essere condannato: ha organi e istituzioni, un governo che può essere condannato e censurato. Dall’altra parte vi è un’organizzazione terroristica la cui vera identità è sconosciuta, un’organizzazione che gioca con la vita di innocenti agendo alle loro spalle. Un altro elemento di asimmetria è il fatto che contiamo il numero di palestinesi uccisi tragicamente mentre venivano usati come scudi umani, ma non contrapponiamo questo numero a quello degli israeliani uccisi e degli israeliani che vivono sotto minaccia, perché uno spargimento di sangue non può essere compensato da ulteriori spargimenti di sangue. Ma la cosa peggiore in quest’Aula è l’asimmetria tra le parole e le azioni. Per noi è facile parlare, ma è molto difficile passare all’azione concreta. Senza una presenza internazionale, questo conflitto non sarà mai risolto.

Mi rivolgo, in conclusione, a quelli che protestano contro l’azione sproporzionata di Israele. Onorevoli colleghi, vorreste forse che un’organizzazione terroristica lanciasse 7 000 missili da Israele a Gaza? Sarebbe proporzionalità, quella? Trattandosi di un conflitto sproporzionato, nel quale la legge è inefficace, non ci rimane altro che abituarci a questo dato di fatto, altrimenti continueremo a girare in tondo e a usare parole che non corrispondono alla realtà. Le opinioni espresse mentre ce ne stiamo seduti comodamente davanti al televisore non sono adeguate alla verità su questo conflitto.

 
  
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  Presidente . − Onorevoli colleghi, ora devo veramente insistere perché vi atteniate al tempo di parola che vi è concesso. Non ho mai interrotto chi stava parlando, nemmeno se il tempo previsto era stato superato, ma il presidente Schwarzenberg ci sta già dedicando più tempo di quanto ci aspettassimo. Mi è stato detto che può restare qui al massimo fino alle 17.20. Vi invito quindi a rispettare il tempo di parola che avete richiesto. Nella sua qualità di generale, l’onorevole Morillon darà senz’altro il buon esempio.

 
  
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  Philippe Morillon (ALDE) . – (FR) Signor Presidente, ottenere una tregua duratura per Gaza sarà possibile soltanto dispiegando una forza multinazionale sotto il controllo dell’ONU. Per la prima volta, Israele sembra essersi rassegnata a tale soluzione, che i palestinesi hanno chiesto più e più volte. Non so quando questa forza sarà in grado di intervenire; l’intervento sarà possibile soltanto dopo che sarà stato raggiunto un accordo tra le parti in lotta, ma ci auguriamo tutti che ciò possa avvenire quanto prima possibile. So, però, che tale missione richiederà l’assoluta imparzialità da parte di chi la condurrà. Credo pertanto che l’Unione europea sarà nella posizione migliore per passare all’azione e – perché no, Presidente Pöttering? – per farlo nel quadro dell’Unione per il Mediterraneo.

Sarà nella posizione migliore per passare all’azione perché, a torto o a ragione, gli americani sono considerati schierati con gli israeliani e gli arabi con i palestinesi. Non ritiene, signor Presidente in carica del Consiglio, che dovremmo prepararci a intervenire?

 
  
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  Zbigniew Zaleski (PPE-DE) . (EN) Signor Presidente, un conflitto e un’occupazione che durano da lungo tempo fanno crescere rabbia, ira e delusione per l’incapacità delle autorità legalmente costituite, creando così quello che definiamo l’”effetto Hamas” – un fattore molto serio. Il rifiuto degli arabi, degli islamici e di Hamas di riconoscere Israele è inaccettabile, e lo è anche usare bambini come scudi umani. Né è accettabile la minaccia costante sotto cui vivono i bambini israeliani.

La questione è se, in questo circolo vizioso di aggressioni, le autorità israeliane in carica siano in grado di trarre una lezione dagli ultimi sei anni di storia di quella regione e di applicare la strategia del bisturi, per creare due Stati. So che temono la minaccia di un vicino aggressivo e imprevedibile, che li bombarda di missili, ma su questo punto la comunità internazionale, Unione europea compresa, può dare un aiuto.

Oggi, questa soluzione rischiosa è accettabile per Israele? Esistono alternative? Se ce ne sono, ditemele. Sperare che Hamas muoia di morte naturale o venga cacciata a suon di bombe mi sembra un’aspettativa ingenua; quindi, Israele deve dimostrare maggiore coraggio. Le potenze occidentali non hanno creato due Stati nel 1948, ma dovrebbero farlo ora. La responsabilità fondamentale rimane. Diamo prova di maggiore coraggio e attuiamo questa strategia.

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE) . (SL) Lo Stato israeliano ha ordinato al proprio esercito di distruggere Hamas a Gaza. Ma l’esercito israeliano sta annientando Hamas uccidendo i palestinesi di Gaza. Un terzo di tutti i morti sono bambini e la metà di tutti i morti sono donne e bambini – ma non fanno parte di Hamas.

La portata delle violenze militari è enorme e sproporzionata. E come si può arrivare a un cessate il fuoco se nessuna delle parti riconosce la legittimità dell’altra? Il nemico deve essere percepito non come l’oggetto di attacchi e distruzioni, bensì come un soggetto, un partner con cui è possibile concordare una tregua e che sarà responsabile di garantire la pace in futuro. Israele deve riconoscere Hamas e avviare un dialogo con quella organizzazione; vice versa, Hamas deve riconoscere Israele. Non ci sono altre strade. Qualsiasi tipo di pace è migliore di un conflitto sanguinoso.

La violenza militare deve lasciare immediatamente il campo e la priorità a una soluzione politica. Invece, il primo ministro israeliano Olmert sta ancora cercando di rifarsi una reputazione non concedendo una tregua.

 
  
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  Jana Hybášková (PPE-DE) . – (CS) Signor Presidente, signora Commissario, mi permetta di congratularmi con lei per i risultati dei negoziati congiunti, i negoziati della troika, in Israele. A differenza degli organi di stampa, noi sappiamo che è stata la vostra missione a indurre la parte israeliana a negoziare l’apertura di corridoi umanitari e un cessate il fuoco giornaliero. Penso sia la prima volta che Israele ha accettato l’Europa come un partner di rilievo e la presidenza ceca come un rappresentante importante.

Nonostante la fortissima pressione da parte della sinistra, ieri il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione alquanto straordinaria. Malgrado le circostanze così estreme, si tratta di una risoluzione equilibrata, che può essere appoggiata anche dalla destra e che non rappresenta soltanto una manovra pubblicitaria o una vittoria politica per la sinistra. Abbiamo evitato di inserirvi un segno di equivalenza – sia pure a livello concettuale – tra uno Stato esistente e un movimento terroristico. Il riconoscimento dello Stato d’Israele, la rinuncia alla violenza e l’adesione di Hamas agli accordi dell’OLP sono tuttora gli obiettivi principali, come lo è il requisito di concordare una tregua permanente quanto prima possibile.

Tuttavia, non abbiamo creato valore aggiunto. I tre principali rappresentanti di Israele – Barak, Livni e Olmert – sono in disaccordo sulle condizioni e le garanzie alle quali intendono attuare un cessate il fuoco. Il fattore chiave è ovviamente l’Egitto, che dovrebbe essere disponibile ad accettare il compito di controllare le gallerie e il contrabbando. Cosa sta facendo il Consiglio? Come sta procedendo nei negoziati con la parte egiziana sulla missione tecnica, sul controllo internazionale, sulla sorveglianza tecnica e sull’apertura della missione dell’Unione europea di assistenza alle frontiere a Rafah? Cosa possono chiedere i parlamentari europei all’ambasciatore egiziano, che incontreranno stasera, o, vice versa, come possiamo contribuire ai negoziati con l’Egitto?

 
  
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  Libor Rouček (PSE) . – (CS) Onorevoli colleghi, desidero invitare il Consiglio e la Commissione a esercitare maggiore pressione su entrambe le parti in conflitto per porre termine alle violenze in atto. C’è la risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza e la dobbiamo rispettare. E’ necessario adottare misure di salvaguardia per garantire una tregua a lungo termine e permettere l’apertura di un corridoio umanitario. E’ stato affermato più volte in questa sede che non esiste una soluzione militare al conflitto israelo-palestinese. La via per arrivare a una pace duratura può essere soltanto quella di negoziati politici. E’ necessario che l’Unione europea, in collaborazione con il nuovo governo degli Stati Uniti e la Lega araba, svolga un ruolo politico molto più rilevante di quanto abbia fatto finora. Bisogna far cessare questo annoso conflitto per mezzo di un accordo politico fondato su una soluzione a due Stati, mettendo israeliani e palestinesi nella condizione di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti a livello internazionale e creando un sistema pacifico di sicurezza regionale per tutta la regione mediorientale.

 
  
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  Ioannis Kasoulides (PPE-DE) . (EN) Signor Presidente, stiamo discutendo dell’ennesima tragedia umanitaria in atto vicino a casa nostra – di fronte al mio paese – che coinvolge due dei nostri partner nel Mediterraneo. Purtroppo, i palestinesi non vogliono accettare l’idea che le bombe suicide e i missili Kassam non potranno mai liberarli e porre fine all’occupazione del loro paese. Israele non si rende conto del fatto che una risposta militare così estesa non può far altro che scatenare nuovi potenziali attentati suicidi e nuovi lanci di missili Kassam alla prima occasione che si presenta.

E che dire dei civili innocenti, dei non combattenti, delle donne e dei bambini? Nessuno se ne preoccupa. Nessuno di occupa delle centinaia di bambini uccisi, mutilati, ustionati e traumatizzati – bambini israeliani e palestinesi. Noi, seduti comodamente davanti al televisore, ci sentiamo nauseati al solo vedere le loro immagini. E quelli che sono lì sul posto?

Cosa possiamo fare? Limitarsi al solito balletto delle colpe e delle responsabilità non aiuta i civili. Lanciare appelli e approvare risoluzioni non aiuta i civili. Come possiamo passare dalle parole ai fatti? E’ giunto il momento di negoziare con le parti interessate la costituzione di un contingente internazionale – come proposto da altri colleghi – che entri a Gaza con un’ampia forza di polizia composta dai paesi arabi, per addestrare un corpo di polizia palestinese e aiutarlo a imporre la legge e l’ordine, nel quadro di un ampio mandato dell’ONU. Occorre inoltre costituire una forza militare europea con il compito di garantire la cessazione degli attacchi missilistici e del contrabbando di armi e la piena apertura dei valichi. Non possiamo più lasciare il destino dei civili nelle mani della rispettiva parte avversa.

 
  
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  Giulietto Chiesa (PSE) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, un grande antifascista italiano, Piero Gobetti, disse che quando la verità è tutta da una parte, una posizione salomonica è completamente tendenziosa. Così è per Gaza in questi giorni, mi auguro che questo Parlamento sappia dire parole adeguate per fermare Israele. Se non lo farà, si coprirà di vergogna di fronte alla storia, ai palestinesi, all'opinione pubblica europea e a quella araba.

Israele sta bombardando e decimando un ghetto. I figli di coloro che furono sterminati sono diventati sterminatori. Non c'è scusante per questo e né vale la tesi che Israele ha diritto alla propria sicurezza. Chiunque, se vuole, è in grado di vedere che nessuno è oggi in grado di minacciare la sicurezza di Israele e la sua esistenza. Lo dice lo squilibrio delle forze in campo, lo dice il bilancio dei morti e dei feriti, lo dice l'appoggio che l'Occidente continua ad elargire ad Israele. Questo eccidio non ha altro scopo che quello di impedire la creazione di uno Stato palestinese. Così si uccide la pace e per questo bisogna fermare Israele.

 
  
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  Stefano Zappalà (PPE-DE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, io vorrei intanto ringraziare il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri cechi, perché stanno ancora qui con noi; noi non siamo molto abituati a una presenza in quest'Aula così forte come oggi è stata dimostrata dalla presidenza ceca.

Io credo che abbia ragione la collega Muscardini, a chi non conosce la realtà territoriale e ha l'esigenza per poter esprimere opinioni precise consiglio di andare a vedere sul posto, sotto forma di viaggio turistico o per altre attività. Alcuni di noi sono stati in varie circostanze in Palestina, come osservatori per le elezioni Abu Mazen o altre elezioni, e credo che solo la visione diretta è quella che può dare cognizione esatta di come stanno le cose.

Io credo che in tutta questa vicenda, ma da decenni non da oggi, gli unici perdenti siamo noi del mondo occidentale, perché non abbiamo mai affrontato in maniera seria questo problema, non abbiamo mai cercato di risolverlo e continuiamo a vederlo come un fatto tra due parti contrapposte.

Io credo che nella realtà, sono stato in Palestina più volte, sono stato in Israele più volte, conosco la situazione, non in modo perfetto, ma la conosco abbastanza, io credo che lì le parti in causa non sono due, sono tre, e nel caso specifico il problema è tra terroristi e lo Stato d'Israele e il popolo palestinese è la vittima intermedia. Hamas non rappresenta il popolo palestinese, forse una parte, ma certamente non rappresenta l'intero popolo palestinese.

Io ho un filmato, ma credo che tanti colleghi lo avranno avuto, un filmato che mostra tutte le vittime israeliane, di bambini di tutte le età, vittime di tutti i razzi che sono stati lanciati e continuano ad essere lanciati da Hamas. Non è un caso che ci sia una grande differenza tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Allora io credo, e lo dico al Presidente del Consiglio, lo dico alla nostra brava Commissaria in rappresentanza dell'Europa: bisogna affrontare la cosa in maniera seria. Credo che la cosa più seria fra tutte è quella che oggi va rinforzata la posizione di Abu Mazen, che è la figura più debole di tutti, e in questa situazione, con i palestinesi che non contano nulla in questa vicenda. Credo che i perdenti siamo proprio tutti noi.

 
  
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  Maria-Eleni Koppa (PSE) . (EL) Signor Presidente, l’opinione pubblica in tutta l’Europa sta chiedendo una cosa all’Unione: che metta fine al massacro del popolo palestinese. Dobbiamo condannare la violenza indiscriminata, da qualsiasi parte provenga, ma dobbiamo essere coerenti nel riconoscere che Israele sta rispondendo con il terrorismo di Stato su scala massiccia. Non si possono tollerare la rappresaglia asimmetrica, l’eclatante disprezzo per qualsiasi concetto di diritto internazionale e umanitario da parte israeliana.

E’ inaccettabile l’uso di bombe al fosforo bianco e di armi sperimentali contro civili, ed è inumano che l’obiettivo siano donne e bambini innocenti. Se una cosa del genere accadesse in Africa o in un’altra parte del mondo, la nostra reazione sarebbe immediata e la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe valore vincolante. Invece, quando c’è di mezzo Israele ci limitiamo a dichiarazioni e sterili discussioni.

Credo che dovremmo usare tutti gli strumenti politici, compreso l’accordo di associazione, per indurre Israele a cessare la violenza illegale contro il popolo palestinese e a consentire finalmente l’accesso agli aiuti umanitari.

Noi non possiamo essere semplici spettatori, perché ci renderemmo complici del massacro. L’unica soluzione è un cessate il fuoco immediato, l’apertura di corridoi umanitari verso Gaza e l’avvio di un dialogo con tutte le parti.

 
  
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  Struan Stevenson (PPE-DE) . (EN) Signor Presidente, i terribili eventi di Gaza delle ultime due settimane hanno causato la condanna internazionale di Israele. Durante la discussione odierna abbiamo visto i colleghi fare a gara nell’esprimere il massimo sdegno contro lo Stato ebraico.

Ma per uno dei paesi del Medio Oriente, questo era esattamente il risultato voluto: l’Iran, che da anni rifornisce Hamas di missili, munizioni e altri armamenti sofisticati. L’Iran ha messo a disposizione denaro e ha addestrato i combattenti di Hamas con l’obiettivo di provocare Israele e indurla a un’offensiva terrestre. I risultati sanguinosi, testimoniati dalle foto raccapriccianti di bambini morti trasmesse sugli schermi televisivi e pubblicate sui giornali di tutto il mondo, sono il mezzo migliore per reclutare proseliti a favore dell’islam fondamentalista e della visione dei mullah iraniani di un movimento musulmano globale, unito nella lotta contro l’Occidente.

Il regime fascista di Teheran è lo sponsor principale della guerra e del terrore nel Medio Oriente, e un risultato tragico è esattamente ciò a cui Teheran mirava, per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica iraniana dalla crisi economica interna causata dal collasso del prezzo del petrolio, nonché l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale dalla corsa dei mullah per produrre armi nucleari. L’obiettivo della politica estera iraniana è di trasformare il paese nella potenza regionale dominante del Medio Oriente. Teheran vuole unire il mondo islamico sottomettendolo alla propria visione cupa e inquietante di una fratellanza islamica totalitaria, nella quale i diritti umani, i diritti delle donne e la libertà di parola sono cancellati. Ed è vergognoso che l’Occidente non abbia fatto nulla per contrastare o denunciare l’aggressione iraniana. Di fronte alle prove sempre più evidenti del sostegno dato dai mullah al terrorismo, l’Occidente ha abbandonato la propria linea per accontentare l’Iran e ha persino accolto la richiesta fondamentale di quel paese di mettere fuori gioco il principale movimento di opposizione iraniano, il gruppo Mujaheddin del popolo dell’Iran, inserendolo nella lista dell’Unione europea delle organizzazioni terroristiche. Tutto questo deve finire.

 
  
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  Richard Howitt (PSE) . (EN) Signor Presidente, anzi tutto diciamo chiaramente che oggi il Parlamento europeo esprimerà il proprio sostegno alla risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione va applicata senza ritardi. Essendo stato a Gaza, insieme con altri colleghi, durante il periodo del blocco, ritengo che un cessate il fuoco e il ritiro non siano sufficienti. Certamente vogliamo che cessino i lanci di missili e che i terroristi smettano di compiere le loro azioni; dobbiamo però arrivare anche a un cessate il fuoco e alla fine del blocco, affinché la gente di Gaza possa cominciare a vivere la propria vita.

E’ una questione di rispetto del diritto umanitario internazionale. Human Rights Watch e Soccorso islamico mi hanno detto che la tregua quotidiana di tre ore è assolutamente insufficiente per poter entrare nella Striscia e distribuire aiuti. E’ una questione di proporzionalità. Secondo Save the Children, l’uccisione, dall’inizio del conflitto, di 139 bambini e il ferimento di altri 1 271 non possono essere giustificati come autodifesa.

Accolgo con favore la dichiarazione fatta oggi dall’inviato dell’Unione europea in Israele, Ramiro Cibrian-Uzal, il quale ha detto che, per questi motivi, l’Unione e Israele hanno per il momento sospeso i negoziati sull’intensificazione delle relazioni reciproche. Non potevano fare altrimenti.

 
  
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  Michael Gahler (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, prima di tutto si deve arrivare a un cessate il fuoco immediato e permanente da entrambe le parti – e in proposito esiste un ampio consenso in quest’Aula. Ma dopo, noi – l’Unione europea e la comunità internazionale – non possiamo lasciare il destino della gente di Gaza nelle sole mani di Hamas e Israele.

Hamas non ha a cuore gli interessi degli abitanti di Gaza, perché sapeva benissimo che Israele avrebbe risposto al lancio continuo di missili – e non soltanto durante la campagna elettorale. Da ricerche condotte a Gaza nel corso dell’ultimo anno emerge che il sostegno politico della popolazione a Hamas sta diminuendo, a vantaggio di Fatah. Sembra che Hamas si stia cinicamente approfittando del gran numero di vittime palestinesi per riconquistare consenso politico, per un senso di solidarietà nei confronti delle vittime.

Israele, dal canto suo, ha in mente quasi esclusivamente gli interessi dei propri cittadini, e quindi la censura internazionale riguarda essenzialmente le dimensioni dell’operazione militare israeliana e l’accettazione da parte di Israele delle numerosissime vittime civili.

Pertanto, noi europei non dovremmo limitarci a negoziare un altro cessate il fuoco e a finanziare la riparazione delle infrastrutture. Mi immagino già la lettera rettificativa del commissario: sono certo che la proposta è gia pronta per essere sottoposta alla commissione per i bilanci.

Né basterà vigilare sulla chiusura o meno da parte egiziana del sistema di gallerie ai confini con la striscia di Gaza, usato per il contrabbando di armi. Invito tutti i membri del quartetto, compresa una forte rappresentanza dei paesi arabi, ad assumere un impegno congiunto per inviare nella Striscia di Gaza e nell’area circostante un contingente militare con un preciso mandato di mantenimento della pace – nell’interesse della gente di Gaza, di Israele e dell’Egitto. Parallelamente occorre portare avanti con urgenza il processo di pace. In caso contrario, temo che assisteremo sempre più spesso al tipo di incidenti che abbiamo già visto a Gaza, e né i palestinesi né gli israeliani se lo meritano.

 
  
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  Miguel Angel Martínez Martínez (PSE) . – (ES) Signor Presidente, i membri spagnoli del gruppo socialista al Parlamento europeo guardano alla situazione di Gaza con orrore, dolore e vergogna, ma anche con l’impegno di difendere la pace, proteggere chi soffre di più e conservare dignità e speranza.

Il nostro orrore è suscitato dalle ripetute scene di bambini assassinati e donne straziate dalle sofferenze continue dopo il bombardamento di Gaza, diventata ormai un vero ghetto. Picasso dipinse quello stesso orrore nel suo Guernica, che riproduce la nostra Guernica rasa al suolo dagli Junker della legione Condor sette decenni fa.

Il nostro dolore è suscitato dalle gravissime sofferenze di così tante vittime. La nostra vergogna dall’incapacità di tutti – i nostri paesi, l’Unione europea e la comunità internazionale – di prevenire, in primo luogo, e di porre fine, in secondo, a quella aggressione criminale, che condanniamo.

La nostra vergogna e anche la nostra indignazione sono suscitate da così tante bugie, così tanta ambiguità e così tante parole vuote. Proviamo vergogna perché, pur sapendo esattamente cosa sta succedendo, non agiamo con la fermezza e la coerenza necessarie. La storia chiederà dunque una spiegazione ai tanti che si sono resi complici di questi crimini, se non altro per i loro fallimenti.

Dato che è sempre “meglio tardi che mai” e che è fondamentale tenere aperta la porta alla speranza, l’Unione europea deve sostenere questa tardiva risoluzione del Consiglio di sicurezza. Deve però garantire che essa sia rispettata rigorosamente, così come deve essere rispettato rigorosamente il nostro accordo di associazione con Israele, di cui è prevista la sospensione in caso di comportamenti come quelli attuali.

Detto per inciso, Hamas è forse responsabile anche del blackout mediatico, che non mi risulta qualcuno abbia finora condannato?

 
  
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  Geoffrey Van Orden (PPE-DE) . Signor Presidente, desidero iniziare esprimendo la mia più profonda empatia con tutte le persone innocenti, sia in Israele sia a Gaza, che negli scorsi mesi e settimane hanno sofferto per l’infuriare del conflitto. Ma dobbiamo stare attenti a che la nostra spontanea umanità, le nostre preoccupazioni pienamente giustificate non c’impediscano di guardare obiettivamente alla vera natura della situazione di cui ci stiamo occupando.

Hamas ha creato a Gaza un feudo del terrorismo: non tollera alcuna opposizione alle proprie posizioni, ha ucciso i palestinesi che si opponevano, ha diviso l’Autorità palestinese, si è rifiutato di cessare gli attacchi terroristici contro civili israeliani, si è rifiutato di riconoscere il diritto di Israele a esistere, si è rifiutato di riconoscere gli accordi di pace negoziati in passato. Ricordo le parole pronunciate da Hanan Ashrawi tre anni fa, quando fungevo da osservatore delle elezioni palestinesi. Lei seppe prevedere l’imposizione delle regole da parte delle forze del male: una previsione esatta!

Non dovremmo sorprenderci se un parlamentare di Hamas dichiara orgogliosamente che la morte è un’”industria” per il popolo palestinese, riferendosi agli attentati suicidi e all’uso deliberato di civili come scudi umani per proteggere potenziali obiettivi militari. Ovviamente, usare i civili in questo modo rappresenta una netta violazione del diritto umanitario internazionale.

Di fronte a un nemico così intrattabile, crudele e odioso, cosa possiamo aspettarci da Israele, mentre i suoi cittadini vivono sotto la costanza minaccia di attentati terroristici? La comunità internazionale non si è preoccupata di questo aspetto. Quando Israele ha adottato misure non violente, come l’imposizione di blocchi o il taglio alle forniture elettriche, è stata punita. Ora che ha adottato misure militari in risposta alla provocazione di Hamas, sente il peso della disapprovazione internazionale.

La triste realtà è che il popolo palestinese è stato trattato per anni in maniera orribile da coloro che controllano le aree sottoposte all’Autorità palestinese, dalla comunità internazionale, che ha tollerato estremismi e corruzioni, e dal mondo arabo, che in così tanti decenni non ha fatto praticamente nulla per migliorarne le condizioni o le prospettive di vita.

Abbiamo bisogno di un Piano Marshall per il Medio Oriente. I palestinesi hanno bisogno non soltanto di qualcuno che mantenga la pace ma anche di una amministrazione civile onesta, non corrotta. L’amministrazione civile deve essere posta sotto il controllo internazionale, ma prima di tutto è necessario interrompere la filiera che consente la sopravvivenza dei terroristi: armi, soldi e indulgenza politica.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS
Vicepresidente

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE) . – Signor Presidente, potrei condividere quanto asserisce l’onorevole Van Orden su Hamas, ma il fatto è che nessuna sua affermazione giustifica il bombardamento di civili da parte di Israele. Questo è il punto: dobbiamo fermare i bombardamenti, siano essi causati da Hamas o Israele.

Spero che domani la risoluzione che emergerà da questa discussione sia fortemente sostenuta dal voto in Parlamento, così come spero che rafforzi l’influenza della Commissione e del Consiglio nell’esercitare pressioni sia su Israele che su Hamas affinché il massacro cessi. Con il ritiro di Israele da Gaza, la regione si è trasformata nella più grande prigione del mondo e, per le ultime tre settimane, in una vera e propria carneficina in cui si usa il terrore contro il terrore uccidendo civili, uomini, donne e bambini, e assieme a loro la possibilità di una soluzione sostenibile del processo con due Stati.

Non vi potrà essere consolidamento delle relazioni dell’Europa con Israele fintantoché il paese non si impegnerà in trattative sostanziali e costruttive con i vicini e tutti i membri palestinesi eletti, compresa Hamas. L’Europa deve dire con chiarezza che qualunque escalation di questa guerra per Gaza comporterà un’escalation della nostra reazione a tale guerra.

 
  
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  Kinga Gál (PPE-DE) . – (HU) Signor Presidente, signori Commissari, signori membri del Consiglio, onorevoli colleghi, trovo cinico il comportamento delle parti coinvolte nel conflitto di Gaza. Ritengo cinico e inaccettabile che Hamas si serva della popolazione civile, bambini inclusi, come schermo umano. Reputo cinica e inumana la posizione di Israele che, adducendo il pretesto dell’autodifesa, si avvale di mezzi sproporzionati, colpendo masse di residenti a Gaza, soprattutto la popolazione civile, tra cui bambini.

Giudico cinica e mendace una diplomazia straniera che, con qualche eccezione degna di nota, cerca di mantenere le apparenze e, sebbene siano trascorsi molti giorni, non è in grado di garantire protezione alla popolazione civile o alle organizzazioni umanitarie e, ahimè, neanche ai bambini.

Parlo soprattutto di bambini perché nessun fine può giustificare mezzi che spezzano inutilmente giovani vite innocenti. Dobbiamo attribuire alla vita di ogni bambino il medesimo valore, da ambedue i lati della frontiera. Questo è l’assioma fondamentale che ogni parte coinvolta nel conflitto dovrebbe ritenere parimenti importante, se mai dovrà esistere una vera pace nella regione.

L’accettazione dei valori del rispetto della vita umana, della protezione dei civili e della promozione degli aiuti umanitari può rappresentare il fondamento per giungere a un cessate il fuoco duraturo instaurando la pace all’interno della Palestina e tra Palestina e Israele.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, Hamas ha scatenato il terrore tra i cittadini israeliani provocando rappresaglie. Dalla nostra posizione pare che alcuni di loro addirittura apprezzino i nuovi martiri civili, compresi bambini, e la pubblicità che ne deriva per la loro causa, poco importa quanto tutto ciò sia mostruoso da accettare per le persone rette.

Non ho mai avallato il terrorismo né sono critico nei confronti di Israele, che ha diritto a una coesistenza pacifica nella regione, ma bisognerebbe essere totalmente insensibili per non provare lo sconvolgimento emotivo e la vergogna morale per quanto sta accadendo attualmente a Gaza. La risposta israeliana è totalmente sproporzionata e l’uccisione di giovani vite è particolarmente deplorevole.

Sino a oggi non mi sono opposto al nuovo accordo tra Unione e Israele. Credo nell’opinione espressa dal Dalai Lama il mese scorso qui, in Parlamento, secondo cui la maniera migliore per influire sulla Cina in merito al Tibet sia mantenere buoni rapporti, e penso che il principio sia applicabile anche alle relazioni tra Unione e Israele, ma come possiamo ottenere l’attenzione del paese per esprimere il nostro livello di ripulsa nei confronti di quanto sta accadendo e della sua gravità?

Posso aggiungere che ieri, a quanti hanno partecipato alla riunione congiunta della commissione per gli affari esteri e della commissione per lo sviluppo, è stata distribuita una nota sulle esigenze umanitarie della regione. Esorto Commissione e Consiglio a garantire che sia approntato un pacchetto di aiuti umanitari completo in maniera da poterci recare in loco e aiutare, alla prima occasione possibile, queste persone sofferenti.

 
  
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  Karel Schwarzenberg, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, all’inizio ci siamo domandati se dovremmo contattare Hamas. Non ritengo che sia ancora il momento di farlo. Negli ultimi mesi, Hamas si è ancora decisamente comportata come un’organizzazione terrorista. Fintantoché si comporterà in questo modo, non potrà essere contattata ufficialmente da rappresentanti dell’Unione europea.

Ammetto, avendo una certa età, di aver visto nella mia vita molte organizzazioni terroriste nascere, crescere, diventare più o meno accettabili ed essere accettate dalla comunità internazionale. L’ho visto in Africa. L’ho visto in Irlanda. L’ho visto in molti luoghi. Succede. Prima di tutto, però, devono smettere di agire come organizzazioni terroriste. Sarò disposto a parlare con Hamas o chiunque altro, ma prima dovrà smettere di agire come un’organizzazione terrorista.

Penso che sia importante affermarlo, perché l’Unione europea non può rinunciare ai suoi principi. Esistono modi per ascoltare le sue idee, esistono contatti indiretti con politici della regione che, a loro volta, sono in contatto con Hamas, il che è importante e utile, ma non è ancora tempo che l’Unione europea abbia contatti diretti con essa. Al riguardo ritengo che si debba essere inflessibili.

Per altri aspetti, dovremmo elogiare sentitamente l’Egitto per il ruolo importante svolto nelle ultime settimane e negli ultimi giorni, per il notevole impegno e la grande dedizione con cui ha tentato di giungere a un cessate il fuoco e forse persino un armistizio in vista, alla fine del processo, del ristabilimento della pace nella regione. So quanto difficile sia la questione. Siamo costantemente in contatto con gli egiziani. Riconosciamo l’opera importante che stanno compiendo e per essa vorremmo complimentarci con loro.

E’ stato chiesto come potremmo prestare assistenza nella regione. Ebbene, innanzi tutto, chi si trova sul posto ci dirà chiaramente che cosa occorre. Non spetta a noi decidere cosa dare. E’ necessario che siano loro a chiedere a noi e all’Unione europea. Molti Stati membri dell’Unione europea si sono dichiarati pronti ad aiutare in ogni maniera – fornendo strumenti tecnici, inviando consulenti, predisponendo qualunque mezzo necessario. E’ fondamentale, però, partire dal presupposto che tutto questo avvenga con il consenso degli Stati interessati. Questo è il primo compito da assolvere.

Ho colto un suggerimento importante, ossia preparare un piano Marshall per il Medio Oriente. A mio avviso, è un’ottima idea e dovremmo attuarla. La regione ha realmente bisogno che si sviluppino nel concreto le idee che tanto hanno aiutato l’Europa dopo la guerra.

L’onorevole Ferrero-Waldner e altri hanno descritto i risultati conseguiti dalla missione. A mio parere, gli esiti sono stati notevoli e vorrei nuovamente complimentarmi con l’onorevole Ferrero-Waldner, che ha svolto la principale opera all’interno della nostra delegazione in ambito umanitario, ambito nel quale quanto da noi conseguito ancora oggi funziona. Occorre tuttavia essere chiari: anche questi difficilissimi negoziati in Medio Oriente si basano sull’approccio già strutturato nel corso della visita della nostra delegazione in Medio Oriente, che essenzialmente riguarda come organizzare la pace e ciò che è necessario. Il nostro piano si fonda su quanto abbiamo allora riscontrato e discusso con i nostri partner.

Si è parlato di consolidare le relazioni con Israele. Come certamente sapete, il Consiglio dei ministri dell’Unione ha preso una decisione nel giugno 2008 che potrebbe essere modificata unicamente qualora i ministri dell’Unione dovessero optare per un siffatto intervento, altrimenti la decisione non può essere cambiata, neanche dalle parole di un rispettabilissimo rappresentante dell’Unione europea a Gerusalemme. Mi rendo conto che nell’attuale situazione sarebbe prematuro discutere come consolidare il nostro rapporto con Israele e se si debba prevedere un vertice in un prossimo futuro. Per il momento, abbiamo veramente questioni più urgenti e importanti da risolvere. Ribadisco, a ogni modo, che la decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri, e così è.

Che cosa si può fare per fermare Israele? Siamo sinceri, molto poco. Israele agisce come agisce, ed essendo amico di lunga data del paese, lo dico oggi con estrema franchezza, non sono affatto contento del modo in cui sta agendo attualmente. Penso infatti che tale politica stia nuocendo allo stesso Israele. Ciò premesso, l’Unione europea ha pochissime possibilità oltre a esprimersi con estrema chiarezza e onestà chiedendo ai nostri partner di smetterla. La soluzione deve essere trovata dai nostri partner in Medio Oriente, da Israele, dall’Egitto e da ogni parte coinvolta. L’Unione europea può offrire un proprio apporto dichiarandosi disponibile a ogni tipo di assistenza qualora venga concordato un cessate il fuoco per conseguire gli obiettivi dichiarati: chiusura dei punti di passaggio per il contrabbando, chiusura dei tunnel, protezione delle coste, eccetera, e può aiutare Gaza in molti modi, per esempio assistendo nella ricostruzione o garantendo aiuti umanitari. L’Unione europea può fare tutto questo, però in tutta sincerità non ha né il potere né i mezzi per dire “basta”. Il Parlamento pensa forse che potremmo schierare un massiccio esercito in Medio Oriente per far cessare il conflitto tra le parti? No. Non possiamo, e sia Israele sia Hamas dipendono da poteri che non sono quelli europei. Israele ha potenti alleati anche al di fuori dell’Europa. Vi sono limiti alla nostra possibilità di ottenere qualcosa. Possiamo aiutare, possiamo assistere, possiamo offrire i nostri buoni servigi e possiamo profondere il massimo impegno. Da questo punto di vista, i risultati ottenuti sono notevoli. Ma non sovrastimiamo le nostre possibilità.

 
  
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  Sajjad Karim (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, Israele afferma di stare esercitando il suo diritto all’autodifesa. In tal caso, i principi di base di una guerra giusta, ivi compresa la proporzionalità, vanno rispettati.

Il fatto che Israele lo stia ignorando è manifestamente chiaro, e per noi trascurare tale aspetto è manifestamente sbagliato. L’uso del fosforo su civili non è compatibile con una pretesa civiltà.

Ovviamente, l’Unione europea, da sola, non può risolvere la situazione, ma stiamo dimenticando un elemento evidente. Abbiamo bisogno della determinazione degli Stati Uniti. La loro deludente risposta è stata non equilibrata e ingiusta. Il tempismo delle azioni di Israele è stato calcolato con grande perizia strategica, ma, Presidente Obama, il 20 gennaio è alle porte. Il mondo aspetta e l’Unione europea è un partner disponibile!

Ristabilirete i valori che condividiamo con voi o lascerete che, ancora una volta, prevalga una tale ingiustizia? Lavorerete con noi per garantire protezione a tutti gli interessati? I palestinesi vi chiedono come possa essere giusto che il vostro paese chiede aiuti umanitari sul campo, ma tace quando piovono soltanto bombe dal cielo?

Ai colleghi che vorrebbero spezzare Hamas esclusivamente con mezzi militari dico: andate a Gaza e in Cisgiordania. Risvegliate la vostra umanità sopita e capirete perché Hamas diventa sempre più forte.

Non è questo il modo di aiutare Israele o i palestinesi. Un cessate il fuoco immediato è solo un primo passo indispensabile.

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, è lampante che le parti in conflitto non stanno rispettando il diritto umanitario internazionale e la popolazione civile di Gaza sta pagando, di conseguenza, un prezzo altissimo. Il diritto internazionale deve prevedere una responsabilità nel caso in cui principi bellici come la proporzionalità e la non discriminazione non vengano rispettati. Uno dei dogmi di una guerra giusta dispone che la condotta sia disciplinata dal principio della proporzionalità. La forza impiegata deve essere commisurata al torto subito. Purtroppo, abbiamo assistito a un atteggiamento molto noncurante da parte degli israeliani. Pur riconoscendo che è stata Hamas a sferrare gli attacchi missilistici contro Israele, a mio parere, la reazione israeliana è stata spropositata. Le cifre parlano da sé: oltre 900 palestinesi uccisi a fronte di un numero di gran lunga inferiore di israeliani. Israele deve rendersi conto della propria responsabilità misurando immediatamente l’uso della forza nel rispetto del diritto internazionale.

D’altro canto, non si può sottovalutare il fatto che Hamas è ancora considerata un’organizzazione terrorista dall’Unione europea e continua a rifiutarsi di rinunciare alla lotta armata. Ma non basta: Hamas si è ancora sempre rifiutata di riconoscere il diritto di Israele di esistere. Hamas e altri gruppi armati palestinesi devono riconoscere che la popolazione della parte meridionale di Israele ha il diritto di vivere senza bombardamenti.

 
  
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  Nickolay Mladenov (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, per tutti coloro che osservano il conflitto israelo-palestinese, questo potrebbe essere un momento in cui si potrebbe cedere alla tentazione di levare le braccia al cielo e abbandonarsi a imprecazioni disperate. Non credo però che dovremmo perché penso che la prova più dura oggi per la nostra umanità sia capire realmente quali sono gli aspetti in gioco.

Il primo aspetto è che non vi può essere soluzione duratura a questo conflitto senza che cessino i bombardamenti di Israele. Il secondo è che non vi può essere soluzione duratura al conflitto senza aprire Gaza agli aiuti umanitari. Il presidente Peres aveva infatti assolutamente ragione nell’affermare che Gaza dovrebbe essere aperta agli aiuti e non chiusa ai missili.

Penso che questa sia la sostanza, e tutti concorderete con me. Non vi può essere ritorno allo status quo ante, e credo che in tale ambito abbiamo margine di manovra. In primo luogo, il Parlamento può indurre le due parti a dialogare; in secondo luogo, dovremmo schierarci con la Commissione e il Consiglio sostenendone gli sforzi; infine, dovremmo risolutamente appoggiare la via percorsa dall’Egitto nei negoziati perché è l’unica che possa condurre a una soluzione e al cessate il fuoco che attualmente tutti auspichiamo.

 
  
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  Neena Gill (PSE) . – (EN) Signor Presidente, non sono soltanto i membri di quest’Aula a essere stati oltraggiati dagli sviluppi a Gaza. Anche l’opinione pubblica europea è rimasta sconvolta dalle sofferenze inflitte alla sua popolazione e dal prolungarsi dell’assedio israeliano. A ciò si aggiungono i continui attacchi e i terrificanti assalti militari ai danni di civili innocenti, soprattutto donne e bambini, da parte degli israeliani, sordi alle esortazioni dell’intera comunità mondiale a un immediato cessate il fuoco.

I palestinesi hanno urgente bisogno di cibo, assistenza medica e sicurezza. Israele deve perlomeno rispettare i principi del diritto internazionale e, a meno che non lo faccia, dovrebbe perdere qualunque appoggio che ancora gli viene offerto dalla comunità internazionale.

E’ un peccato che la risoluzione dell’ONU sia stata accantonata, così come è deplorevole che l’Unione europea debba ancora trovare un ruolo. Forse potrebbe trovarlo se assumesse provvedimenti più incisivi di quanto ha fatto sinora. Non basta congelare la questione del consolidamento del rapporto. Abbiamo una certa influenza. Siamo un importante partner commerciale e un importante finanziatore nella regione. Siamo pertanto in grado di esercitare tale ruolo.

 
  
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  Marios Matsakis (ALDE) . – (EN) Signor Presidente, si può forse ritenere eticamente accettabile e giustificabile in termini di diritto internazionale che, nel tentativo di neutralizzare i terroristi di Hamas, lo Stato di Israele si imbarchi in un’importante campagna militare di terrore e flagrante violazione delle convenzioni delle Nazioni Unite e dei diritti umani ai danni di 1,5 milioni di civili innocenti intrappolati? Un atto del genere può considerarsi compatibile con i nostri valori comunitari di giustizia e democrazia? La lobby israeliana è forse tanto forte da poter provocare, di fatto, l’inazione degli Stati Uniti e dell’Unione europea, spettatori passivi di atrocità indescrivibili commesse nel nome della lotta al terrore?

Se la risposta a tutte queste domande è affermativa, dovremmo tutti elogiare il coraggio del governo israeliano per la sua azione a Gaza. Se invece la risposta è negativa, dovremmo condannare con chiarezza e fermezza Israele e adottare misure rapide ed efficaci contro di esso, tra cui sanzioni commerciali, per porre fine al massacro di Gaza oggi e per sempre. Sono in forte disaccordo con il ministro che ci ha appena lasciati, il quale ha detto che in realtà possiamo fare ben poco. Molto possiamo e dobbiamo fare.

 
  
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  Christopher Beazley (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, sono stato eletto al Parlamento 25 anni fa e questo è probabilmente il dibattito più importante al quale io abbia mai presenziato. Signora Commissario, spero che lei abbia ascoltato con estrema attenzione la commissione per gli affari esteri ieri sera e questo Parlamento oggi, e spero che lei possa rispondere nel corso della discussione affermando, a differenza del presidente in carica del Consiglio Schwarzenberg, che l’Unione europea può esercitare un potere morale sull’aggressore in questa specifica occasione.

Il popolo israeliano è un popolo giusto e onorevole, che ha sofferto miseramente per secoli in questo continente. Comprenderà pertanto la raccomandazione da lei formulata ora al Consiglio dei ministri che l’Unione europea sospenda qualunque contatto con le autorità israeliane fino a che non cessano i bombardamenti.

 
  
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  Antonio Masip Hidalgo (PSE) . – (ES) Signor Presidente, dobbiamo dire a Israele con assoluta convinzione di cessare il massacro, lasciare che i feriti siano assistiti e le vittime nutrite. Dobbiamo dire a Israele che il suo atteggiamento nei confronti del diritto internazionale comporterà conseguenze sulle sue relazioni con l’Europa.

Desidero complimentarmi con i pochi giovani volontari europei che stanno soffrendo insieme al popolo di Gaza, soprattutto Alberto Arce. Essi rappresentano il meglio dei valori di solidarietà e libertà sostenuti da questa nostra Europa, che in base a tali valori deve agire in questo terribile conflitto.

 
  
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  Margrete Auken (Verts/ALE) . – (DA) Signor Presidente, soltanto due brevi commenti. In primo luogo, vorrei ricordare a tutti che la nostra decisione espressamente afferma e ribadisce che intendiamo sospendere il nostro appoggio al consolidamento delle relazioni, e spero che non andremo semplicemente avanti come se nulla fosse accaduto soltanto perché lo dice la presidenza. Il mio secondo commento riguarda il fatto che Israele non ha mai mantenuto le promesse fatte in relazione ai negoziati. Non vi è stato cessate il fuoco perché Israele, di fatto, non ha mai revocato l’assedio durante quel periodo, e dovremmo parlare anche di Annapolis, dove Israele aveva promesso di sospendere l’attività di insediamento. Che cosa è accaduto in realtà? Semplicemente che, al contrario, il tasso di insediamento è cresciuto. L’aumento del tasso di insediamento non è mai stato così rapido come dall’epoca di Annapolis, e ritengo che fintantoché non si compiranno progressi sul campo, non otterremo mai da Hamas che agisca secondo le regole che vorremmo fossero rispettate. Per questo motivo, dobbiamo assicurare che Israele ottemperi ai propri impegni assunti in fase negoziale.

 
  
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  Peter Šťastný (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, ieri si è tenuta una riunione congiunta delle delegazioni per le relazioni con Israele e con il Consiglio legislativo palestinese. Potrete facilmente immaginare l’intensità, l’emozione, le accuse e le soluzioni suggerite dopo 18 giorni di guerra a Gaza e circa 1 000 morti.

Il fatto è che Israele, dopo otto anni di attesa, dopo aver assorbito 8 000 missili che hanno terrorizzato un milione di cittadini lungo i confini di Gaza, alla fine ha perso la pazienza, iniziando a garantirsi la sicurezza dei propri cittadini, come è suo pieno diritto e obbligo. Hamas è un’organizzazione terrorista ed è la vera colpevole, un fardello per il popolo palestinese di Gaza. La soluzione sta in un rinnovato quartetto e, soprattutto, in un maggiore impegno comune tra la nuova amministrazione americana e un’Unione europea più forte e integrata.

Apprezzo dunque la presidenza ceca, le sue priorità e il suo coinvolgimento attivo e immediato nella regione.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE-DE) .(RO) Signor Presidente, questo conflitto, durato moltissimo, nasce da problemi che hanno a che vedere con il territorio e differenze culturali talvolta portate all’esasperazione. La soluzione a lungo termine è uno Stato israeliano sicuro, protetto, insieme a uno Stato palestinese sostenibile, soluzione che però non può essere ottenuta attraverso attentati terroristici o interventi armati.

Per tornare alla normalità, il popolo palestinese ha bisogno di costruirsi uno Stato basato su istituzioni democratiche e sullo Stato di diritto che garantisca sviluppo economico. Ha bisogno di rinunciare agli atti terroristici e concentrare la propria attenzione sulla creazione di un clima politico normale che agevoli l’elezione di politici alla guida dello Stato realmente intenzionati a risolvere il conflitto attraverso il negoziato.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL) . – (GA) Signor Presidente, vorrei esprimere il mio sostegno a coloro che condannano gli attacchi e dar prova della mia solidarietà al popolo di Gaza.

Il ministro Schwarzenburg asserisce che l’Unione europea non può fare granché. L’Unione dovrebbe abbandonare il consolidamento delle relazioni con Israele, e gli accordi attualmente in vigore dovrebbero essere annullati finché il paese non ottempera ai doveri che gli discendono dal diritto internazionale.

Anche prima dei recenti attacchi immorali, abbiamo assistito ad anni di punizione collettiva nei confronti del popolo palestinese. La portata e il tipo di attacchi sferrati a Gaza da un esercito moderno contro un popolo assediato, già debole a causa dell’isolamento e dell’assedio, sono assolutamente raccapriccianti. Abbiamo avuto torto nell’imputare la colpa a quello stesso popolo. Dobbiamo essere chiari nel dire che la principale vittima, in questa situazione, è il popolo innocente di Gaza.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE) . – (PL) Signor Presidente, è con grande dolore che assistiamo a quanto sta avvenendo nella striscia di Gaza. Non sosteniamo i metodi di lotta e provocazione adottati da Hamas. Israele, però, ha scelto mezzi sproporzionati per risolvere il suo contenzioso con il popolo palestinese. Sono stati incontestabilmente violati i principi del diritto internazionale. Nessuna parte in conflitto è interessata alla pace per l’altra. I due contendenti vedono soltanto il proprio interesse. Questo è egoismo nazionale.

L’opinione internazionale è contraria alla prosecuzione del conflitto. L’Unione europea e le Nazioni Unite, sostenute da molti paesi, dovrebbero intervenire in maniera risoluta. E’ tempo di porre fine a questa sciagurata guerra. Le truppe israeliane devono tornare nelle loro caserme. Hamas deve smetterla di lanciare missili contro Israele. Dobbiamo garantire aiuti umanitari più urgenti alla popolazione civile e prestare cure ai feriti che pare siano circa 3 000. Dobbiamo ricostruire il paese e aiutarlo a tornare alla normalità. Questo è lo scenario che chiedo all’attuale leadership dell’Unione europea e alla Commissione europea.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE) . – (EN) Signor Presidente, volevo semplicemente chiedere se oggi è ancora in programma la discussione sul gas o se è stata cancellata dall’ordine del giorno. Siamo qui in attesa. Oggi non era prevista soltanto la discussione sul Medio Oriente, ma anche quella sul gas. Ripeto: è stata forse eliminata dall’ordine del giorno?

 
  
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  Presidente . – La discussione sul gas è il prossimo punto all’ordine del giorno.

 
  
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  Aurelio Juri (PSE) . – (SL) Signor Presidente, sono rimasto deluso dall’ultimo annuncio del ministro degli Affari esteri della Repubblica ceca, attuale presidente in carica del Consiglio. Naturalmente possiamo appuntare tutte le nostre speranze sul nostro commissario. Tuttavia, il prezzo pagato in termini di vittime sta aumentando. Se continuiamo a esprimerci in questo modo, nell’arco di una settimana probabilmente avremo 1 500 morti.

Parlare ad Hamas è difficile. E’ nell’elenco delle organizzazioni terroriste. E’ difficile agire contro di essa. Israele, viceversa, è nostro amico, nostro partner e un importante membro della comunità internazionale. Israele deve rispettare le decisioni internazionali, le risoluzioni delle Nazioni Unite e anche le raccomandazioni dei suoi amici e partner. Se non dovesse farlo, amici e partner devono poterne condannare gli atti e minacciare sanzioni.

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, sarò breve perché la discussione è stata molto lunga. Vorrei esordire dicendo, in quanto membro del quartetto del Medio Oriente ormai da quattro anni, che l’Unione europea è chiamata a svolgere un ruolo, ovviamente non quello più forte, cosa che talvolta per noi è frustrante, soprattutto in un momento difficile come questo, in cui si vorrebbe giungere subito a un cessate il fuoco duraturo e sostenibile, come da noi proposto, che purtroppo non può essere ottenuto così rapidamente.

Vorrei fornirvi, perlomeno a titolo indicativo, le ultime informazioni da me ricevute – notizie dell’ultima ora – secondo cui fonti egiziane vicine ai negoziati affermerebbero che Hamas sta reagendo in maniera favorevole alle ultime proposte egiziane. In ogni caso, qualcosa si muove. Non sono sicura che sia confermata, ma in serata, alle 20.00, dovrebbe aver luogo anche una conferenza di Hamas. Possiamo sperare che i negoziati procedano. Perlomeno, questo è ciò che tutti vogliamo.

In secondo luogo, nonostante tutte le frustrazioni, non abbiamo altra scelta: dobbiamo continuare a lavorare per la pace. Ed è quello che faremo. Fintantoché sarò membro del quartetto del Medio Oriente, questo sarà il mio impegno. Tale risultato può essere conseguito soltanto insieme, ragion per cui dobbiamo sostenere e consolidare anche gli sforzi di riconciliazione palestinesi, perché solo così sarà possibile evitare completamente l’anomalia di Gaza.

In terzo luogo, non appena si otterrà un cessate il fuoco, cercheremo di fare il possibile per ristabilire completamente i servizi di base per la popolazione, che sono brutalmente venuti a mancare. A mio giudizio, ora l’obiettivo più importante è porre fine a questa distruzione e iniziare la ricostruzione tentando di giungere alla pace.

Ne abbiamo parlato approfonditamente, motivo per cui non mi dilungherò sull’argomento, ma questo è lo spirito con cui mi accosto al problema e spero che ora la congiuntura ci sia favorevole.

 
  
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  Presidente . − A conclusione della discussione, ho ricevuto una proposta di risoluzione(1) a norma della regola 103, paragrafo 2, del regolamento. La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Vista la barbarie che ha colpito il popolo palestinese nella striscia di Gaza, denunciata e condannata nella recente risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, invochiamo e richiediamo quanto segue:

- una ferma denuncia delle violazioni dei diritti umani e dei crimini commessi dall’esercito israeliano, il terrorismo di Stato di Israele!

- una chiara condanna della crudele aggressione di Israele ai danni del popolo palestinese, che nulla può giustificare!

- la fine dell’aggressione e dell’assedio inumano imposto alla popolazione della striscia di Gaza!

- assistenza umanitaria urgente alla popolazione palestinese!

- il ritiro delle truppe israeliane dai territori palestinesi occupati!

- rispetto per il diritto internazionale e le risoluzioni dell’ONU da parte di Israele, la fine dell’occupazione, degli insediamenti, del muro di segregazione, degli assassini, delle detenzioni, dello sfruttamento e delle innumerevoli umiliazioni cui è sottoposto il popolo palestinese!

- una pace giusta, che è possibile solo nel rispetto del diritto inalienabile del popolo palestinese a uno Stato indipendente e sovrano, con i confini del 1967 e la capitale a Gerusalemme est!

In Palestina vi è un colonizzatore e un colonizzato, un aggressore e una vittima, un oppressore e un oppresso, uno sfruttatore e uno sfruttato. Israele non può continuare restando impunito!

 
  
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  Tunne Kelam (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La reazione al conflitto di Gaza deve essere più equilibrata di quanto lo è attualmente. Nessun eccesso di violenza è giustificabile, ma dobbiamo analizzare più a fondo le origini del conflitto.

Allo stato attuale, non sono possibili negoziati con Hamas. Un gruppo terrorista che sta cinicamente usando il suo stesso popolo come scudo contro gli attacchi non è interessato a negoziare una pace vera.

Dobbiamo inoltre tener presente che Hamas ha assunto un ruolo importante nella catena dei movimenti terroristi che conducono a Hezbollah e al regime terrorista di Teheran. Hamas, pertanto, va vista nell’ambito di un impegno più ampio per distruggere la fragile stabilità in Medio Oriente e sostituirvi regimi estremisti fondamentalisti che, in linea di principio, non concedono alcun diritto a Israele di esistere.

Non dobbiamo perciò dimenticare che la questione della sicurezza di Israele è anche legata alla sicurezza dell’Unione europea.

L’Unione europea deve esercitare la propria autorità per affrontare in primo luogo le radici del conflitto. Per evitare ulteriori morti di arabi e israeliani, i partner arabi devono riconoscere incondizionatamente il diritto di Israele di esistere e contribuire a fermare la penetrazione di movimenti estremisti e armi sempre più letali nella regione.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE-DE), per iscritto. – (FI) Signor Presidente, è indiscusso il fatto che la popolazione civile di Gaza e della parte meridionale di Israele è stata privata del diritto a un’esistenza che possa dirsi degna di un essere umano. Un’agenzia di informazione ha raccontato una storia di due bambini in procinto di attraversare la strada a Gaza. Ebbene, non hanno guardato a destra o a sinistra per vedere se stesse sopraggiungendo un veicolo. Hanno guardato in alto temendo che qualcosa potesse cadere dal cielo.

Parlando della grave crisi umanitaria di Gaza, le parti colpevoli sono evidentemente due. L’azione irresponsabile di Hamas nei territori palestinesi, la vigliaccheria con la quale si nasconde tra la popolazione civile e la provocazione che ingenera con i suoi attacchi missilistici sono tutti segnali dell’insostenibilità del governo palestinese. L’attacco sproporzionato di Israele alla già fragile e disperata enclave palestinese è un altro segnale della sua indifferenza nei confronti degli obblighi umanitari internazionali.

Dobbiamo invocare a gran voce la fine di questa follia sotto forma di immediato e permanente cessate il fuoco. Come primo passo, Israele dovrebbe consentire che giungano aiuti umanitari a Gaza, dove un miglioramento delle condizioni di vita costituirebbe anche, a lungo termine, una delle chiavi per la pace.

Il quartetto del Medio Oriente deve muoversi nella giusta direzione seguendo la via indicata dalla nuova amministrazione americana. L’Egitto, per ragioni di confine, ha una responsabilità particolare e il suo ruolo in veste di mediatore con l’Unione ci ha ridato speranza.

La storia del mondo dimostra che, alla fine, la ricerca della pace paga. Non possiamo arrenderci, adeguarci o accettare la nozione di un conflitto irrisolto perché è inaccettabile. Secondo il Nobel per la pace Martti Ahtisaari, la pace è una questione di volontà. La comunità internazionale può tentare di incoraggiare e promuovere questa volontà, ma soltanto le parti interessate possono darne prova e, grazie a essa, giungere a una pace duratura.

Signora Commissario, vorrei che trasmettesse un messaggio a nome dell’Europa: “Popolo di Terra Santa, dimostraci di volere la pace”.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Vi è qualcosa di inquietante in un mondo apparentemente non in grado di salvare bambini innocenti dal fatale massacro di una guerra.

Nonostante tutte le parole, non vi è stato alcun rallentamento nei bombardamenti di Gaza che sinora hanno ucciso 139 bambini e ne hanno feriti 1 271, cifre sconvolgenti purtroppo destinate ad aumentare.

Gli attacchi missilistici sferrati da Hamas contro Israele hanno scatenato la risposta desiderata: contrattacchi e perdita di vite civili, un ulteriore arroccamento sulle reciproche posizioni.

E’ deplorevole il fatto che civili innocenti siano usati come schermi umani. Questa carneficina deve finire.

Non imputo la colpa all’una o all’altra parte: ambedue hanno torto. Sottolineo però la necessità di un cessate il fuoco immediato ed effettivo.

E’ fondamentale garantire senza indugio un accesso senza ostacoli all’assistenza e agli aiuti umanitari a Gaza.

Se soltanto quell’umanità potesse rendersi conto della futilità di guerre del genere.

Ogni immagine dei morti a Gaza infiamma l’intero mondo arabo e temo che il dogma essenziale del processo di pace in Medio Oriente stia sfumando: parlo della cosiddetta soluzione a due Stati, uno Stato palestinese indipendente che convive, in pace, con Israele. E’ urgente che la comunità internazionale intensifichi il proprio impegno per trovare una soluzione.

 
  
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  Esko Seppänen (GUE/NGL), per iscritto. – (FI) Tutti noi stiamo assistendo al massacro di civili per mano di soldati israeliani a Gaza e tutti noi, o per meglio dire molti colleghi di destra, stiamo chiudendo gli occhi su quanto sta accadendo. Ciò non sarebbe potuto succedere se l’elite politica di destra negli Stati Uniti e nell’Unione europea non avesse chiuso gli occhi. Chi chiude gli occhi è anche chi arma la mano degli assassini dei civili.

E’ tempo di sollevare la questione della rottura delle relazioni diplomatiche con i perpetratori di genocidi e pulizie etniche.

 
  
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  Csaba Sógor (PPE-DE), per iscritto. – (HU) La situazione in Medio Oriente mi riempie di ansia. Che cosa servirà per instaurare la pace? Quanti civili dovranno rimanere feriti prima che si possa ottenere un vero cessate il fuoco? In Bosnia-Erzegovina ce ne sono voluti almeno 10 000 prima che iniziassero i negoziati di pace, giungessero in loco le forze di pace e cominciasse il disarmo.

Qualche giorno fa, abbiamo commemorato la distruzione di Nagyenyed (Aiud). Centosessanta anni fa, svariate migliaia di civili innocenti, tra cui donne e bambini, venivano massacrati in quella città transilvana e nei dintorni. Da allora, non è stato possibile ricordare quelle vittime insieme alla popolazione maggioritaria.

Potrebbe arrivare un giorno in cui israeliani e palestinesi non solo commemoreranno le vittime gli uni degli altri, ma uniranno le forze per costruire una pace duratura e un futuro.

Fino ad allora, il compito dell’Unione europea è quello di fungere da esempio di responsabilità. Abbiamo tanto da fare per costruire la pace anche in Europa. E’ necessario che maggioranze e minoranze collaborino in assoluta parità. Abbiamo bisogno quantomeno di riunirci per commemorare le nostre vittime. Lunga è la strada ancora in Europa per giungere al rispetto dei diritti individuali e delle minoranze.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. – (PL) Durante la plenaria di gennaio, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul conflitto nella striscia di Gaza. Ambedue le parti in causa venivano esortate ad attuare immediatamente un cessate il fuoco duraturo e sospendere le attività militari (intervento militare di Israele e attacchi missilistici di Hamas) che per un certo tempo avevano impedito all’assistenza e agli aiuti umanitari di giungere ai cittadini del territorio teatro del conflitto.

La guerra è già costata migliaia di vittime, e i civili, tra cui donne e bambini, hanno sofferto per quasi tre settimane. Mancano i generi di prima necessità, come acqua potabile e cibo. Le strutture dell’ONU sono state attaccate.

La risoluzione invoca il rispetto del diritto internazionale, che risolverebbe il conflitto in atto. Israele è nostro amico e ha il diritto di difendersi come Stato, ma occorre dichiarare e sottolineare con chiarezza che, in questo caso, i mezzi impiegati sono stati decisamente sproporzionati. Israele deve parlare con Hamas e negoziare, giacché i metodi adottati in passato non hanno funzionato.

Quanto all’Unione europea, anch’essa ha un compito difficile poiché deve individuare meccanismi che portino al dialogo e alla comprensione tra le parti, in maniera da far cessare definitivamente il conflitto quanto prima.

 
  

(1)Cfr. processo verbale.

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