Indice 
Resoconto integrale delle discussioni
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Mercoledì 4 febbraio 2009 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Seguito dato alle risoluzioni del Parlamento: vedasi processo verbale
 3. 2050: il futuro inizia oggi - Raccomandazioni per la futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico (discussione)
 4. Le priorità nella lotta contro il morbo di Alzheimer (dichiarazione scritta): vedasi processo verbale
 5. Turno di votazioni
  5.1. 2050: il futuro inizia oggi - Raccomandazioni per la futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico (A6-0495/2008, Karl-Heinz Florenz) (votazione).
 6. Seduta solenne - Autorità palestinese
 7. Turno di votazioni (proseguimento)
  7.1. Sanzioni contro i datori di lavoro di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è illegale (A6-0026/2009, Claudio Fava) (votazione)
  7.2. Sfida dell’efficienza energetica mediante le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (votazione)
  7.3. Rimpatrio e reinserimento dei prigionieri di Guantánamo (votazione)
 8. Dichiarazioni di voto
 9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente
 11. Kosovo (discussione)
 12. Impatto della crisi finanziaria nell’industria automobilistica (discussione)
 13. Protezione consolare dei cittadini dell'Unione europea nei paesi terzi (discussione)
 14. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
 15. Le drammatiche conseguenze della tempesta “Klaus” nel sud dell’Europa (discussione)
 16. Impiego di oli usati contenenti PCB in un impianto irlandese di riciclaggio di alimenti (discussione)
 17. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 18. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. PÖTTERING
Presidente

 
1. Apertura della seduta
Video degli interventi
  

(La seduta inizia alle 9.00)

 

2. Seguito dato alle risoluzioni del Parlamento: vedasi processo verbale

3. 2050: il futuro inizia oggi - Raccomandazioni per la futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente . L’ordine del giorno reca la relazione (A6-0495/2008), presentata dall’onorevole Florenz a nome della commissione temporanea sul cambiamento climatico, sulla risoluzione “2050: il futuro inizia oggi – raccomandazioni per la futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico” [2008/2105(INI)].

 
  
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  Karl-Heinz Florenz, relatore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei salutare in particolare tutti coloro che hanno lavorato per mesi sulla presente relazione. Vi sono profondamente grato per il modo equo e cooperativo con il quale mi avete coadiuvato nella sua preparazione.

Una procedura con una commissione trasversale era nuova. Non abbiamo intrattenuto discussioni con esperti nell’ambito ristretto di un gruppo, bensì abbiamo dialogato con operatori dei trasporti e, giustamente, con operatori economici, oltre che naturalmente con operatori del settore dell’energia. Nel corso del processo è emerso con chiarezza che le prime ore, i primi giorni di discussione sono stati un po’ più ardui perché l’oggetto del dibattito era nuovo. Ciò premesso, vorrei ringraziare nuovamente il nostro presidente e sincero amico onorevole Sacconi per aver sempre presieduto in maniera equa ed eccellente.

L’esito oggi ottenuto, come è stato osservato, è essenzialmente che la cooperazione trasversale offre una grande opportunità, e con la prossima composizione del Parlamento dovremo assicurarci un maggiore dialogo interpersonale, non soltanto singoli gruppi contrapposti.

Questo è stato il maggiore vantaggio della nostra commissione. Come è ovvio, avevamo coinvolto esperti di grande caratura, per esempio il Nobel per la pace Rajendra Pachauri, nonché esperti scientifici, ricercatori e, naturalmente, politici. Oggi, infine, abbiamo raggiunto un risultato che ci dimostra come la relazione si sia rivelata estremamente positiva.

Sappiamo bene che divieti, sanzioni e privazioni portano ben pochi frutti. Dobbiamo invece incoraggiare un cambiamento a livello di consapevolezza, volontà di innovazione e motivazione. Il nostro scopo deve essere che gli ingegneri europei si sveglino ogni mattina con il piacere di costruire macchine che funzionino in maniera più efficiente in questo nostro mondo per sfruttare meglio e in maniera molto più efficace le materie prime dei nostri figli.

La relazione, però, è anche onesta. Abbiamo detto che non disponiamo di armi invincibili. Non esistono interruttori magici da accendere in dicembre, né a Bruxelles né a Bali né in Polonia. Proponiamo invece una serie di interventi, ed è in questo che consiste l’opportunità, l’opportunità di chiarire a noi tutti che siamo noi stessi responsabili di un terzo di questo cambiamento climatico, per esempio perché riscaldiamo le nostre abitazioni. Ma se noi cittadini siamo responsabili di un terzo, e penso anche alla mobilità e a tutto ciò che essa comporta, pure l’industria è responsabile di un terzo. La relazione si rivolge dunque a tutti e questo è il suo più grande pregio. L’obiettivo non è individuare un unico responsabile; siamo tutti esortati a partecipare a discussioni innovative, cosa che personalmente apprezzo moltissimo.

E’ chiaro anche che la relazione è molto equilibrata e vorrei nuovamente sottolineare che lo è proprio perché non rappresenta alcun programma di partito né sottovaluta alcun ambito, ribadendo invece che in alcuni settori vi sono maggiori opportunità, in altri meno. Per questo la relazione aggiunge che in ultima analisi la sua funzione consiste nel fornire orientamenti e indicare la via da percorrere, soprattutto all’Europa, perché qui possiamo contare su una notevole tecnologia ambientale, il cui volume è paragonabile a quello del comparto automobilistico europeo. Il suo volume crescerà e dobbiamo impegnarci per promuovere l’innovazione.

Ho appena detto che dovremmo coinvolgere i nostri cittadini in maniera che possano agire anche all’interno dell’ambiente domestico. Al riguardo, la politica locale, le camere di commercio e industria e le associazioni di categoria possono conseguire risultati notevoli in termini di motivazione e disponibilità di informazioni.

Vorrei concludere ribadendo che i tanti benefici da noi dimostrati nella presente relazione dovrebbero farci prendere coscienza delle opportunità offerte dall’innovazione, non dalla stasi. Se ci appropriamo di questo concetto, abbiamo assolto il nostro compito.

 
  
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  Presidente . La ringraziamo per il lavoro svolto, onorevole Florenz, e per la sua relazione.

 
  
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  Martin Bursík, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, è un piacere essere qui e condividere con voi alcune riflessioni sull’importante anno che ci attende. In primo luogo, vorrei complimentarmi con la commissione temporanea sul cambiamento climatico per tutto il lavoro svolto dalla sua creazione, nell’aprile 2007: audizioni, conferenze, relazioni, risoluzioni, scambi con terzi. I suoi sforzi incessanti hanno contribuito enormemente alla definizione della posizione dell’Unione europea per quanto concerne il cambiamento climatico.

L’ultima risoluzione, “2050: il futuro inizia oggi – raccomandazioni per la futura politica integrata dell’EU sul cambiamento climatico”, adottata dalla commissione temporanea sul cambiamento climatico il 2 dicembre 2008, e che il Parlamento adotterà nel corso di questa tornata, rappresenterà nuovamente una base utilissima per discutere le alternative per un accordo sul clima dopo il 2012 e l’ulteriore approfondimento delle politiche comunitarie in materia di cambiamento climatico.

Come avrete osservato, il lavoro durante la presidenza si concentrerà sul processo di negoziazione internazionale. Per inciso, lascio oggi Strasburgo per recarmi a Delhi dove sono in programma colloqui con il governo indiano e rappresentanti indiani. Tra due settimane è prevista una riunione UE-Africa a Nairobi, in Kenya, e abbiamo già stabilito contatti con l’amministrazione statunitense. Vi ragguaglierò in merito nel prosieguo.

Adottando il pacchetto legislativo sull’ambiente e il cambiamento climatico alla fine del 2008, l’Unione sta inviando un segnale politico fortissimo a tutti i nostri partner nel mondo. L’approvazione del pacchetto nell’arco di pochi mesi dimostra che il suo impegno e la sua leadership nella lotta globale contro il cambiamento climatico sono risoluti come sempre. L’Unione sarà infatti la prima regione al mondo a impegnarsi unilateralmente per una riduzione delle proprie emissioni di gas a effetto serra del 20 per cento entro il 2020.

Come sapete, il pacchetto sul clima e l’energia consentirà dal 2013 la riforma del sistema di scambio di quote di emissioni (il cosiddetto EU-ETS), stabilirà limiti alle emissioni al di fuori di detto sistema, incentiverà le tecnologie di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica e promuoverà l’impiego delle tecnologie rinnovabili.

Per quanto concerne il sistema ETS, verrà fissato un unico tetto comunitario con una traiettoria discendente lineare, si introdurrà progressivamente l’asta come metodo di assegnazione delle quote e si rafforzeranno gli strumenti di monitoraggio, segnalazione e verifica. Ovviamente, però, l’Unione ha ripetutamente affermato che non si fermerà al 20 per cento, poiché il nostro obiettivo è il 30 per cento, ragion per cui speriamo in un accordo ambizioso globale e completo a Copenaghen.

Alla conferenza di Copenaghen mancano ormai soltanto 10 mesi. La conferenza sul clima di Poznań, tenutasi nel dicembre 2008, ha concordato un programma di lavoro per il 2009 con fasi chiaramente identificate verso Copenaghen. La decisione presa a Poznań in merito all’operatività del fondo di adattamento rappresenta un passo in avanti importante nei negoziati sulla componente del finanziamento, uno degli elementi fondamentali di qualunque accordo globale completo.

La tavola rotonda ministeriale di Poznań ha confermato altresì la comune volontà dei paesi sviluppati e in via di sviluppo di trovare una risposta efficace concordata a livello globale ai pericoli del cambiamento climatico per il periodo successivo al 2012, il che comprende ulteriori sforzi di mitigazione, interventi di adattamento e mezzi tecnologici e finanziari per rendere operativa tale risposta.

Poznań ha inoltre trasmesso il messaggio che l’attuale crisi finanziaria non va vista come un ostacolo a un’ulteriore azione in tema di cambiamento climatico, bensì come un’altra occasione per trasformare radicalmente il nostro sistema economico e procedere risolutamente verso un’economia a basse emissioni di carbonio.

La presidenza ceca intende consolidare tali importanti conseguimenti e proseguire gli sforzi profusi a livello internazionale per pervenire a un accordo a Copenaghen nel dicembre 2009.

Il 2 marzo 2009, il Consiglio “Ambiente”, e successivamente Consiglio Ecofin e il Consiglio europeo di primavera rappresenteranno le prime occasioni per sviluppare ulteriormente la posizione comunitaria al riguardo sulla base della comunicazione della Commissione verso un accordo completo sul cambiamento climatico a Copenaghen, pervenutaci la settimana scorsa, oltre che sulla base delle vostre indicazioni.

In aggiunta alla visione condivisa per un’azione a lungo termine in vista dell’adattamento e di una tecnologia di mitigazione, nelle future deliberazioni dell’Unione sarà essenziale individuare mezzi appropriati per finanziare politiche efficaci a lungo termine in materia di cambiamento climatico. In tale contesto, non posso che ribadire l’esortazione rivolta dalla commissione temporanea sul cambiamento climatico alla Commissione e agli Stati membri affinché adottino, a livello bilaterale nei negoziati in vista di un accordo post-2012, un ruolo di mediazione tra le posizioni dei paesi sviluppati allo scopo di garantire, bilanciando gli interessi, il successo dei negoziati in tema di cambiamento climatico coinvolgendo tutti i principali produttori di emissioni di gas a effetto serra.

L’Unione continuerà altresì a impegnarsi in una collaborazione attiva con i principali partner negoziali e le più importanti economie emergenti, ma anche con l’amministrazione americana. Ho avuto un colloquio telefonico con Carol Browner, assistente del presidente per l’energia e il cambiamento climatico, e in tale occasione ho formulato una proposta preliminare per un incontro di alto livello con rappresentanti degli Stati Uniti e la Commissione europea, nella persona del commissario Dimas, la presidenza ceca e la prossima presidenza svedese (ossia la troica) ai primi di marzo, probabilmente il 2 o il 6.

Ho detto che l’Unione vorrebbe collaborare quanto più strettamente possibile con gli Stati Uniti sull’evoluzione e il collegamento dei mercati del carbonio. Abbiamo appreso che il rappresentante del congresso Waxman ha dichiarato la sua intenzione di impegnarsi affinché la legislazione formulata dalla sua commissione in merito al sistema cap-and-trade sia attuata alla fine di maggio, risposta alquanto incoraggiante da parte degli Stati Uniti a seguito delle attività svolte dall’Unione.

Contiamo inoltre sul Parlamento europeo affinché garantisca che la voce dell’Unione sia udita maggiormente e apprezziamo enormemente gli sforzi di comunicazione da voi profusi in passato. Non posso che esortarvi a proseguire in tale direzione e vi auguro ogni successo per l’anno che ci attende.

 
  
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  Stavros Dimas, membro della Commissione. − (EL) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, la relazione finale della commissione temporanea sul cambiamento climatico per la quale l’onorevole Florenz ha funto da relatore si pone obiettivi ambiziosi e copre un ampio spettro di problemi, confermando in tal senso l’importanza notevole che il Parlamento europeo attribuisce alla questione del cambiamento climatico. Vorrei dunque complimentarmi con la commissione temporanea sul cambiamento climatico e, in particolare, con il relatore onorevole Florenz per l’eccezionale lavoro svolto.

Lo scorso anno, la nostra priorità era il pacchetto di misure sul cambiamento climatico e l’energia. I nostri sforzi sono stati fruttuosi e ora possiamo essere fieri di questo importantissimo pacchetto di atti legislativi. Quest’anno, nell’Unione europea ci concentreremo invece sulla preparazione delle misure di attuazione per tale pacchetto, mentre a livello internazionale saranno prioritari i negoziati sul cambiamento climatico, che si intensificheranno nell’imminenza della conferenza delle Nazioni Unite di Copenaghen e, come avete udito poc’anzi, la presidenza ceca attribuisce grande importanza a tali negoziati e ha previsto una serie di incontri e trattative bilaterali e multilaterali. La relazione è giunta dunque al momento opportuno. In vista di Copenaghen, dobbiamo infatti coalizzare tutte le forze e collaborare in maniera che, considerato il ruolo particolare svolto dall’Europa, si possa conseguire il miglior risultato possibile.

Sono lieto che la relazione, tenendo fede all’analisi della Commissione, sottolinei come la crisi economica e finanziaria non debba essere addotta a pretesto allo scopo di ritardare gli interventi per affrontare il cambiamento climatico. Siamo inoltre tutti concordi sul fatto che intraprendere iniziative per affrontare il cambiamento climatico fa parte della soluzione della crisi economica con la quale oggi ci confrontiamo.

Con il pacchetto di misure sul cambiamento climatico e l’energia, ora l’Europa si muove verso un’economia a basse emissioni di anidride carbonica. Nel contempo, il pacchetto contribuirà a ridurre la dipendenza dell’Europa dall’energia importata, beneficio parimenti importante, come recentemente abbiamo potuto constatare con la crisi del gas naturale. Attuando l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 20 o 30 per cento, sempre che gli altri paesi sviluppati accettino tali riduzioni nell’ambito dell’accordo internazionale, ci troveremo senza dubbio in una posizione più ambiziosa rispetto a qualunque altro paese o gruppo di paesi. Saremo di esempio al resto del mondo, il che creerà una dinamica positiva nei negoziati internazionali.

Prima di soffermarci più approfonditamente sui negoziati internazionali, vorrei commentare brevemente un aspetto giustamente sottolineato nella relazione, che contiene proposte preziose in merito a quanto è stato fatto per un uso più efficiente ed efficace delle risorse naturali al fine di ridurre le emissioni di gas a effetto serra e risparmiare energia.

Lo scorso anno, la Commissione ha compiuto un passo iniziale in tale direzione approvando il piano di azione per una produzione e un consumo sostenibili. Più di recente, con le iniziative volte a integrare il pacchetto di misure sul cambiamento climatico e l’energia, la Commissione ha rafforzato l’azione per risparmiare e rendere più efficiente l’uso dell’energia. Ciononostante, nel campo dell’uso sostenibile delle risorse naturali resta molto ancora da fare e, ovviamente, vi sono ancora notevoli margini di miglioramento dell’efficienza nell’uso dell’energia. Un esempio eloquente è rappresentato dalla proposta che la Commissione ha recentemente formulato in merito all’efficienza energetica degli edifici, un campo in cui gli obiettivi possono essere molteplici poiché prospetta notevoli vantaggi sia in termini di risparmio energetico sia a livello di salvaguardia del clima, creando nel contempo occupazione e contribuendo allo sviluppo dell’innovazione tecnologica.

Oggi più che mai, dobbiamo rilanciare e rinvigorire le nostre economie adottando misure per accelerare l’introduzione e l’uso di tecnologie pulite che contribuiscano a creare posti di lavoro “ecologici”, stimolando nel contempo importanti opportunità per il nostro commercio estero grazie alla rapida espansione dei mercati per le tecnologie pulite. Con questo scenario in mente, lo scorso dicembre, la Commissione ha proposto, tra l’altro, azioni specifiche nel quadro del piano europeo di ripresa economica.

Per quanto concerne i negoziati internazionali, il pacchetto di misure sul cambiamento climatico e l’energia ha indubbiamente rafforzato le nostre argomentazioni e gli sforzi da noi profusi per persuadere i partner internazionali che adottare misure efficaci non è soltanto necessario, ma anche possibile. Ovviamente, non vi è dubbio quanto al fatto che i negoziati internazionali saranno estremamente difficili, a causa in parte della loro complessità. Credo nondimeno che Copenaghen giungeremo a un accordo. Possiamo e dobbiamo pervenire a un’intesa. Non vi è tempo da perdere. E’ una questione di volontà politica e ritengo che tale volontà esista.

Ciò premesso, poiché i negoziati internazionali iniziano a intensificarsi, la scorsa settimana la Commissione ha adottato una comunicazione che descrive le sue posizioni sui principali aspetti oggetto di negoziazione. In primo luogo, sono i paesi sviluppati a essere esortati a continuare a svolgere un ruolo di guida. Dagli Stati Uniti arrivano messaggi positivi, visto che, come rammentava poc’anzi il ministro ceco, il presidente Obama ha promesso che il suo paese parteciperà attivamente ai negoziati internazionali, annunciando peraltro che negli Stati Uniti verrà introdotto un sistema di scambio di emissioni di gas a effetto serra e che entro il 2050 vi saranno riduzioni dell’80 per cento rispetto al 1990.

Tutto questo è positivo, ma vogliamo che si concretizzi rapidamente, di fatto quest’anno, perché abbiamo bisogno di pervenire a un accordo a Copenaghen alla fine del 2009. Gli Stati Uniti hanno un debito e, sulla base di quanto affermato dal presidente Obama, dovranno dare un apporto determinante, insieme all’Unione europea, in maniera che a tale accordo si giunga. Come è ovvio, apprezziamo il dibattito in corso negli Stati Uniti, che sfocerà nell’adozione di varie misure decisive per combattere il cambiamento climatico. Si pensi, per esempio, alle misure recentemente annunciate per le autovetture.

La comunicazione della Commissione europea conferma l’obiettivo di ridurre collettivamente le emissioni del 30 per cento nei paesi sviluppati e definisce il concetto di comparabilità dello sforzo, concetto che rivestirà un’importanza determinante sia per conseguire i target ambientali sia per salvaguardare l’equità delle condizioni concorrenziali. La Commissione ha proposto una serie di criteri per definire la comparabilità.

Quanto ai paesi in via di sviluppo, sebbene non occorrano sforzi di tipo e portata analoghi a quelli richiesti ai paesi sviluppati, è nondimeno importante garantire che continuino a intraprendere azioni affinché lo sviluppo economico, di cui hanno bisogno, comporti meno emissioni di anidride carbonica. Per conseguire l’obiettivo di non superare i 2 gradi Celsius nel 2050, i paesi in via di sviluppo dovranno contenere la percentuale di aumento delle loro emissioni del 15-30 per cento rispetto a quella registrerebbero senza non compissero alcun sforzo di riduzione fino al 2020. Ovviamente, l’impegno che dovrà essere profuso separatamente da ciascun paese in via di sviluppo dipenderà dal corrispondente livello di sviluppo economico e dalle risorse del paese. Ciò significa che ovviamente ci aspetteremo dalle economie che si sviluppano rapidamente più di quanto ci aspetteremo dalle altre.

Noi tutti sappiamo che a Copenaghen non otterremo i risultati desiderati se non riusciremo ad aumentare gli investimenti e reperire maggiori fondi per la riduzione delle emissioni e l’adattamento. Certo, una quota degli investimenti necessari, anche nei paesi in via di sviluppo, dovrà essere messa a disposizione dal settore privato dei diversi paesi, mentre circa un terzo, secondo le stime della Commissione, sarà coperto dal mercato delle emissioni di CO2. Una quota, inoltre, dovrà essere supportata da finanziamenti pubblici e dovremo studiare come garantire la disponibilità di tali fondi. Oggi, vista la recessione, il dibattito sarà tutt’altro che semplice. Dobbiamo nondimeno essere pronti e formulare argomentazioni per tale dibattito rammentando che il costo dell’inazione sarebbe di gran lunga superiore al costo di qualunque misura.

Infine, la comunicazione della Commissione ribadisce l’importanza di un mercato globale delle emissioni di anidride carbonica e della creazione, tra i paesi dell’OCSE, di sistemi di scambio compatibili entro il 2015, mentre per i paesi in via di sviluppo economicamente più avanzati si propone che ciò accada in un momento successivo entro il 2020.

Questi sono i principali messaggi contenuti nella comunicazione della Commissione e apprezzerei molto il vostro parere in merito. I negoziati internazionali procederanno alacremente e quest’anno dovremo svolgere un intenso lavoro diplomatico. Vi ringrazio pertanto per il contributo che vorrete offrire a tale notevole impegno.

 
  
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  Romana Jordan Cizelj, a nome del gruppo PPE-DE. – (SL) Signor Presidente, il cambiamento climatico è un campo vasto, e concordo con il relatore nel dire che noi, membri della commissione temporanea sul cambiamento climatico, abbiamo dovuto trovare strumenti innovativi per abbracciarne i contenuti in tutta la loro portata. Detto questo, ora che il lavoro è ultimato, posso confermare che abbiamo effettivamente avuto ampio modo di scambiarci molti punti di vista e pareri diversi, oltre che formulare varie proposte per futuri interventi. A volte le nostre discussioni sono state alquanto animate, proprio in ragione della diversità delle posizioni espresse. La relazione rappresenta pertanto un ampio ventaglio di opinioni e offre tante proposte valide, sebbene ci consenta anche di coordinare la nostra collaborazione ininterrotta con le commissioni permanenti per quanto concerne la definizione di diverse politiche settoriali. Personalmente ritengo che sarebbe una buona idea perseguire questa specifica metodologia.

Sicuramente i campi prima citati come l’energia, i trasporti e l’industria hanno dato prova di offrire le migliori opportunità di intervento, ma anche altri si sono dimostrati importanti e mi riferisco in particolare all’agricoltura, all’allevamento, alla silvicoltura sostenibile, alle tecnologie di informazione e comunicazione e alla politica di sviluppo dell’Unione europea per i paesi terzi.

La nostra transizione a una società a basse emissioni di anidride carbonica sarà ovviamente possibile se investiremo nella ricerca e accelereremo il ritmo dello sviluppo e dell’innovazione, perseguendo altresì gli altri obiettivi definiti nella strategia di Lisbona. Questo, però, da solo non basta. Dobbiamo anche modificare il nostro stile di vita, ma potremo farlo soltanto se la gente abbraccerà la salvaguardia ambientale come un vero valore. In proposito, dobbiamo ottenere maggiori risultati per quel che riguarda le campagne di informazione e la sensibilizzazione.

Concordo inoltre con i commenti espressi in merito alla correlazione tra crisi finanziaria e cambiamento climatico. Anche questo, tuttavia, ci offre un’opportunità e i timori che il cambiamento climatico possa dover passare in secondo piano rispetto alla crisi finanziaria sono ingiustificati, visto che i nostri interventi per rilanciare l’economia vanno studiati in maniera da promuovere uno sviluppo sostenibile, non solo la spesa del consumatore.

Poiché il nostro obiettivo è limitare gli aumenti globali di temperatura, come è ovvio dobbiamo anche operare a livello internazionale. In tal senso, l’Europa deve consolidare e approfondire il dialogo con i paesi sviluppati, dato che dobbiamo ridurre ed eliminare insieme il fardello delle nostre emissioni storiche, ascoltando nel contempo le nazioni in via di sviluppo e i paesi più poveri e consentendo loro di abbracciare la tesi dello sviluppo sostenibile, anche se il suo prezzo è superiore.

Per concludere, vorrei complimentarmi con il relatore, onorevole Florenz, per l’apertura dimostrata nel suo lavoro.

 
  
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  Dorette Corbey, a nome del gruppo PSE. – (NL) Signor Presidente, in primo luogo vorrei porgere all’onorevole Florenz i miei più sentiti ringraziamenti per la grande dedizione e determinazione con la quale ha stilato la relazione. A mio parere, con le sue quasi 200 raccomandazioni, possiamo considerarla una relazione pressoché onnicomprensiva e realmente preziosa. Essa contiene infatti molte valide indicazioni che possono essere fonte di ispirazione per il prossimo Parlamento, i parlamenti nazionali e gli enti locali.

Ciò premesso, vorrei citare cinque temi principali che per il nostro gruppo sono assolutamente fondamentali. Prima di tutto, la relazione riconosce che il cambiamento climatico è un fenomeno generalizzato, poiché di fatto interessa tutti i settori, e non solo l’industria, i trasporti e l’energia, per i quali abbiamo già stabilito regole, ma anche l’agricoltura, la sanità, la scienza e la tecnologia, le tecnologie di informazione e comunicazione, l’istruzione, il suolo, le risorse idriche e l’uso del territorio. Tutti questi ambiti meritano tutta la nostra attenzione e un’efficace soluzione.

In secondo luogo, la politica in materia di clima dovrebbe assumere anche una dimensione sociale e dare prova di solidarietà, per cui dobbiamo affrontare argomenti quali l’occupazione, gli aspetti reddituali e la povertà energetica. Abbiamo infatti bisogno di sapere come sarà pagata la nuova tecnologia e chi si farà carico di tale costo. Vogliamo conoscere il numero di posti di lavoro creati ed eventualmente persi. Desideriamo che siano introdotti programmi di riconversione per i nuovi lavoratori green poll. Senza la massima dedizione sociale, è estremamente difficile mantenere il sostegno politico alla politica per il clima.

Il nostro terzo tema fondamentale è correlato alla crisi economica, che richiede anch’essa una soluzione a tutto spettro. Ora il New Deal ecologico è diventato un concetto, fortemente sostenuto. Occorrono investimenti notevoli. Gli interventi a supporto di banche e imprese devono prevedere perlomeno una componente sostenibile. Gli investimenti in abitazioni e condomini in Europa orientale devono essere maggiormente prioritari perché andranno a vantaggio dell’occupazione, della sicurezza energetica e del clima.

Il nostro quarto tema essenziale è l’agricoltura, argomento di cui generalmente non discutiamo quando si parla di clima. Oggi, dimostriamo che in realtà è indispensabile parlarne e l’argomento si è rivelato controverso. A lungo si è discusso dell’opportunità di fissare obiettivi vincolanti per l’agricoltura e abbiamo convenuto che tale aspetto va valutato in maniera seria. E’ chiaro altresì che l’agricoltura non pone soltanto un problema, ma offre anche soluzioni. Un’agricoltura sana, un uso efficace del territorio e un utilizzo appropriato della biomassa possono contribuire a ridurre i gas a effetto serra.

Il quinto e ultimo tema fondamentale è la partecipazione della gente, per la quale occorre informazione e trasparenza. Se vogliamo modificare il nostro comportamento di consumo, dobbiamo sapere esattamente quali prodotti generano livelli elevati di gas a effetto serra e potremmo essere costretti ad adeguarvi di conseguenza i nostri modelli di consumo. Non è facile ovviamente, ma il problema del cambiamento climatico, come sottolineava un attimo fa l’onorevole Florenz, non può essere risolto con qualche escamotage tecnico. Il nostro impegno sarà in ogni caso quello di adoperarci al meglio per coinvolgere quanta più gente possibile nelle importanti sfide che siamo chiamati a raccogliere. Le iniziative locali sono molto preziose in tal senso. Verifiche energetiche gratuite per le abitazioni, migliori trasporti pubblici e produzione di cibo a livello locale e regionale ne sono soltanto alcuni esempi. Insieme, possiamo ottenere grandi risultati.

Ora, grazie a questa serie di misure, abbiamo motivo di essere ottimisti. I gas a effetto serra possono essere ridotti, contribuendo in tal modo all’innovazione e alla crescita economica, oltre che a un miglior approvvigionamento energetico, una migliore produzione alimentare, una maggiore occupazione e un clima più stabile. Sono grata a tutti i colleghi che in tale ottica hanno dato il proprio apporto.

 
  
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  Chris Davies, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, nei meandri di questo dibattito si cela un dato di fatto macroscopico che sembriamo restii a riconoscere, un dato di fatto che nella relazione non è menzionato in alcun modo e che tutta la strategia della Commissione per giungere a un accordo sul cambiamento climatico a Copenaghen cita solo en passant. Mi riferisco al fatto che la popolazione umana sta crescendo a ritmi insostenibili e senza precedenti. Nell’arco della vita di molti di noi, la popolazione del pianeta sarà praticamente triplicata, visto che continua a crescere al ritmo di 200 000 nascite al giorno: 80 milioni all’anno.

Perché la Cina ha bisogno di una centrale elettrica a carbone ogni settimana? Perché la sua popolazione si è più che raddoppiata in 50 anni, sta continuando a crescere rapidamente e con essa la domanda di energia. I cinesi vogliono avere ciò che noi abbiamo in Occidente e hanno il diritto di averlo. Oggi il ministro si reca in India, dove la popolazione aumenta ancor più rapidamente e nuovamente ci si sta rivolgendo al carbone per l’energia.

Il pianeta, però, non ha risorse infinite. Dobbiamo rallentare la crescita della popolazione e invertirne la tendenza con mezzi che non siano in alcun modo coercitivi, senza mai arrogantemente dimenticare che gli abitanti dei paesi sviluppati contribuiscono molto di più al cambiamento climatico di quanto facciano gli abitanti dei paesi in via di sviluppo.

Il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione afferma che nel mondo 380 donne al minuto restano incinte, la metà senza avere l’intenzione di intraprendere una gravidanza. La contraccezione deve essere accessibile a tutti. Le donne devono avere il controllo della propria vita riproduttiva: è decisamente preferibile all’alternativa di un aborto insicuro.

Occorre dunque migliorare le risorse mediche in maniera che le donne possano ritardare in tutta sicurezza la maternità fino a un’età più matura, ma soprattutto la questione deve figurare nell’agenda politica. Il nostro rifiuto di inserirla all’ordine del giorno è la più grande follia. Le famiglie ovunque dovrebbero parlarne. I governi dovrebbero stabilire obiettivi per stabilizzare o ridurre la popolazione. Ammettere l’importanza fondamentale della crescita della popolazione è essenziale per affrontare il problema e non riusciremo a combattere il cambiamento climatico o raggiungere uno sviluppo sostenibile se non lo faremo.

 
  
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  Liam Aylward, a nome del gruppo UEN. – (EN) Signor Presidente, anch’io vorrei complimentarmi con l’onorevole Florenz per l’impegno e gli sforzi profusi nell’elaborazione della presente relazione, così come ovviamente per la sua capacità di ascolto e comprensione delle tante diverse opinioni.

Nella nostra veste di legislatori è di fondamentale importanza, vista la massiccia recessione economica, lavorare sui risultati per una tecnologia energetica verde. Possiamo diventare leader mondiali nei diversi ambiti delle energie rinnovabili, creando una strategia solida, efficace e coordinata che coinvolga governi, organizzazioni non governative, circoli accademici, imprese, progressisti, con l’obiettivo di risolvere, non di parlare. Dobbiamo ridurre la burocrazia e sostenere piccole e medie imprese e sviluppatori di tecnologie.

Esiste un mercato, il quadro normativo è chiaro, abbiamo definito gli obiettivi per l’energia rinnovabile e, sebbene i fondi siano scarsi, è dunque fondamentale agire per favorire lo sviluppo tecnologico e preservare le competenze. Banche e finanziatori dovranno correre rischi e sostenere start-up nel campo delle tecnologie pulite. Se alziamo il tiro, a lungo termine guadagneremo: posti di lavoro e ricchezza aumenteranno. Se invece cincischiamo in questo tempo prezioso, perderemo su tutti i fronti e altri paesi non aspettano altro per riempire il vuoto.

L’Irlanda, per esempio, potrebbe diventare per la tecnologia delle onde oceaniche quello che la Finlandia rappresenta per la tecnologia della telefonia mobile. Vista la posizione sull’Atlantico e le condizioni climatiche, le potenzialità in tal senso sono indiscusse. La tecnologia è brevettata. Esistono in loco competenze e il quadro giuridico di riferimento è stato definito. Il mercato è chiaro, per cui è una splendida opportunità per creare posti di lavoro, ridurre il prezzo dell’elettricità, garantire la sicurezza energetica e ridurre le emissioni di carbonio, per non parlare delle entrate derivanti del brevetto.

E’ dunque il momento di sostenere le nostre aziende, che hanno lavorato per oltre un decennio per giungere a questo punto correndo rischi, e dobbiamo farlo con maggiori finanziamenti. Qualunque ritardo allo stadio in cui siamo sarebbe fatale. La tecnologia verde è il nostro futuro. Ora ci viene offerta l’opportunità. Cogliamola!

 
  
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  Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, anch’io vorrei ringraziare l’onorevole Florenz, specialmente per la pazienza di cui ha dato prova in fase negoziale. La corposità della relazione dimostra il numero notevole di argomenti affrontati.

Vorrei tuttavia chiedere quanto sia sostenibile l’accordo annunciato all’inizio dell’anno dalla relazione. Ricordo molto bene la conferenza internazionale sul clima di Poznań e il ruolo debolissimo che gli europei hanno svolto in quella sede perché troppo preoccupati di contenere le loro promesse e dichiarazioni ambiziose rispetto alla tornata di negoziati di Bali e, vista la crisi economica e finanziaria emergente, troppo occupati a relegare in secondo piano la politica sul clima.

Ritengo che il prossimo anno sarà decisivo per quel che riguarda la questione del nostro reale livello di disponibilità ad adeguare, come attualmente continuiamo a promettere, il tipo di economia alla quale nelle nazioni industriali siamo abituati alla luce delle nostre conoscenze sul cambiamento climatico. Credo che la decisione di seguire o meno la strada della sostenibilità non sia ancora stata presa.

A Poznań, Ban Ki-Moon e Achim Steiner hanno raccomandato molto caldamente che tutte le misure intraprese dagli Stati membri nei rispettivi piani di stimolo economico e nei rispettivi pacchetti di salvataggio delle banche ora siano abbinati a programmi per combattere la povertà e le terribili conseguenze del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo, anche con misure per un livello realmente ambizioso di salvaguardia del clima e una nuova politica energetica.

Secondo me, qualunque normativa a livello europeo riguardante tale aspetto definirà un nuovo terreno. E’ indubbio che l’Europa troverà la strada per procedere verso una società moderna di efficienza energetica ed energie rinnovabili. Adesso, come sempre, tutto dipende dalla determinazione: andiamo avanti con il vecchio mix di carbone ed energia nucleare o intraprendiamo nuove vie? Spero che il tema continui a essere trattato nella stessa maniera costruttiva con cui lo abbiamo affrontato in seno alla commissione temporanea sul cambiamento climatico, sebbene non sia certa che ciò accadrà.

 
  
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  Jens Holm, a nome del gruppo GUE/NGL. – (SV) Signor Presidente, finalmente dobbiamo prendere una decisione in merito alla presente decisione sul clima, dopo più di diciotto mesi di lavoro. Vorrei rammentare tre aspetti in particolare.

Innanzi tutto, gli obiettivi di riduzione a lungo termine: nel paragrafo 3, chiediamo una riduzione delle emissioni nell’Unione europea compresa tra il 25 e il 40 per cento entro il 2020 e perlomeno dell’80 per cento entro il 2050. Questa è una buona cosa e significa che fissiamo requisiti superiori a quelli contenuti nel pacchetto sul clima dell’Unione dello scorso anno.

Chiediamo inoltre che vengano intraprese misure per quanto concerne l’industria della carne. Secondo la relazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) intitolata “Livestock’s long shadow”, il settore della carne è responsabile del 18 per cento delle emissioni mondiali, elemento di cui prendiamo atto nella nostra relazione e per il quale esortiamo a ridurre il consumo di carne, decisione coraggiosa e per certi versi storica di questo Parlamento, che generalmente preferisce sostenere le sovvenzioni al comparto. E’ dunque deplorevole che in particolare il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici – cristiani) e dei Democratici europei intenda votare per eliminare tali requisiti. Così come abbiamo bisogno di contenere l’uso delle autovetture, dovremmo anche osare dire che l’attuale consumo di carne, che peraltro tende ad aumentare, non è sostenibile.

Permettetemi di rammentare che l’industria della carne è in realtà la causa primaria di distruzione della foresta pluviale amazzonica, sacrificata alla creazione di pascoli per gli animali e terreni per la produzione di mangimi. Gran parte di questi mangimi sono esportati in Europa come soia. Tutto questo non è sostenibile.

L’industria automobilistica è un altro problema crescente. Tra il 1990 e il 2005, le emissioni del comparto europeo dei trasporti sono aumentate del 32 per cento. Occorrono notevoli investimenti nei trasporti pubblici e altre modalità rispettose dell’ambiente. I veicoli che utilizzano combustibili fossili devono essere sostituiti da mezzi a gas e forse, in futuro, anche a idrogeno. Dobbiamo chiederci se la situazione, con tutte queste forme di trasporto, sia sostenibile. Non dovremmo invece incoraggiare la produzione e il consumo locali?

Infine, vorrei suonare un campanello di allarme per quanto concerne gli emendamenti nn. 12 e 28, che esortano a un aumento dell’energia nucleare. Qualora dovessero essere adottati, il mio gruppo non potrà sostenere la risoluzione, per cui vi invito a votare contro gli emendamenti nn. 12 e 28. Vi ringrazio moltissimo.

 
  
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  Johannes Blokland, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Signor Presidente, visto che in questo preciso momento gran parte dell’Europa occidentale è stretta nella morsa del gelo, forse la scelta di tenere ora una discussione sul riscaldamento globale non è molto felice. Tuttavia, come suggerisce il titolo stesso della relazione, nel presente dibattito volgiamo lo sguardo a un futuro a lungo termine, ragion per cui non dovremmo farci travolgere dagli eventi a breve termine. La relazione finale dell’onorevole Florenz, che si è rivelata solida e ben sostanziata, trasmette un messaggio forte.

Per mitigare o prevenire gli effetti negativi del cambiamento climatico, occorre un’azione risoluta ad ampio spettro. Ci servono obiettivi ambiziosi per il periodo dal 2020 al 2050, e nessuna parte della società dovrà sottrarsi all’impegno. Nell’imminenza della conferenza sul clima di Copenaghen, dovremo consolidare la nostra ambizione sostenendola con una nutrita serie di misure. La presente relazione offre un contributo particolarmente prezioso in tal senso.

 
  
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  Roger Helmer (NI) . – (EN) Signor Presidente, 500 anni fa gli eruditi erano concordi nell’affermare che la Terra era piatta. Avevano torto. Negli anni Settanta, dopo tre decenni di raffreddamento globale, gli esperti unanimemente sostenevano che ci trovavamo di fronte a una nuova era glaciale. Avevano torto. Nel 1999, tutti credevamo che il Millennium bug avrebbe provocato un disastro globale compromettendo i sistemi informatici di tutto il mondo. I sistemi di armamento sarebbero impazziti, gli scambi commerciali si sarebbero bloccati, gli aerei sarebbero precipitati. Avevamo torto. Nulla di tutto questo è successo.

Oggi ci viene detto che vi è un consenso in merito al catastrofico riscaldamento globale provocato dall’uomo. Anche in questo caso abbiamo torto e non vi è affatto un consenso. Il mito del consenso è un trionfo della propaganda per gli allarmisti, ma ripetuti studi sia descritti nella letteratura scientifica sia tuttora condotti da esperti climatici dimostrano l’esistenza di una notevole varietà di opinioni su ambedue i fronti del dibattito e secondo molti il verdetto deve essere ancora pronunciato.

E’ vero che il mondo si è leggermente riscaldato, sebbene lentamente e in maniera intermittente, negli ultimi 150 anni. Tale scenario, tuttavia, è perfettamente in linea con i ben noti cicli climatici naturali a lungo termine che ci hanno dato l’optimum romano, il periodo caldo medioevale e la piccola era glaciale. E’ comprovato che, mentre il mondo si riscaldava leggermente, altri corpi nel sistema solare si sono riscaldati anch’essi. Su Marte le calotte di ghiaccio si sono ristrette, eppure nessuno ipotizza che ciò sia dovuto alle emissioni industriali o alle 4x4.

Ora intendiamo spendere cifre inimmaginabili per realizzare misure di mitigazione che semplicemente non funzioneranno e che, danneggiando le nostre economie, ci priveranno dei fondi di cui abbiamo bisogno per affrontare i veri problemi ambientali. Come ha osservato Christopher Booker, giornalista britannico, l’allarmismo per quel che riguarda il riscaldamento globale è il più grande volo pindarico collettivo della storia dell’uomo.

 
  
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  Pilar del Castillo Vera (PPE-DE) . – (ES) Signor Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare l’onorevole Florenz per il suo lavoro e, ovviamente, anche il presidente della commissione e tutti i suoi coordinatori e membri.

La relazione è un’ulteriore espressione di quella che è diventata una preoccupazione permanente dell’Unione europea, segnatamente il cambiamento climatico e le sue conseguenze.

L’ultima serie di misure è rappresentata dal pacchetto per l’energia, approvato di recente. La relazione oggi in discussione riflette lo stesso approccio nel combattere il cambiamento climatico e la medesima preoccupazione dimostrata dall’Unione europea.

La relazione dinanzi a noi consta, come già affermato, di una serie di raccomandazione, un complesso di misure varie misure e raccomandazioni che, a loro volta, contengono diverse road map per vari settori, tra cui pesca, agricoltura, risorse idriche, silvicoltura e così via. Tutte queste road map conducono nella stessa direzione, ma per ciascuna sarà necessario sviluppare iniziative.

Mi limiterò tuttavia a quello che reputo essere il principio fondamentale per ottenere un effetto. Di fronte al cambiamento climatico, dobbiamo migliorare l’efficienza; questo, a mio modesto parere, deve essere il principio ispiratore di qualunque misura intrapresa.

Ottenere miglioramenti a livello di efficienza significa dare la priorità all’innovazione tecnologica, il che a sua volta significa promuovere gli obiettivi di efficienza nel momento in cui si concedono aiuti e sovvenzioni, incoraggiarli quando si concedono sgravi fiscali, eccetera. L’unico modo per essere realmente efficaci è migliorare l’efficienza.

 
  
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  Guido Sacconi (PSE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, i colleghi che sono intervenuti prima di me hanno dimostrato efficacemente quanto il nostro lavoro sia riuscito a fondere e a portare a sintesi sensibilità molto diverse che sono confluite in un progetto comune.

La relazione Florenz, al quale va riconosciuto il merito di essere riuscito appunto a operare questa sintesi con grande capacità d’ascolto, è in ultima analisi, diciamo, un progetto di riconversione energetica, di cambiamento generale dei sistemi di produzione e dei modelli di vita e di consumo. Non è una cosa facile, non è un proclama filosofico, prevede anche delle tappe d’avvicinamento. Per esempio, in questa specie di eredità che noi consegniamo al prossimo Parlamento sono anche indicate quelle che secondo noi dovranno essere le priorità d’azione nella prossima legislatura, verso Copenaghen e oltre Copenaghen.

Ma io voglio soffermarmi sui contenuti. Io credo a me spetti l’obbligo prima di tutto di ringraziare chi è stato il protagonista principale di questo lavoro, il segretariato. Io ho qui una statistica dei nostri lavori, cito solo le otto sessioni tematiche che abbiamo organizzato con sessanta dei massimi esperti mondiali; solo organizzare questo traffico, diciamo, dà conto di quanto sia stato importante il loro lavoro.

E poi soprattutto volevo rivolgere un appello, diciamo un auspicio, per il nuovo Parlamento. Lei, Presidente Pöttering, in prima persona, ha dimostrato di crederci alla scommessa di questa commissione che – diciamo la verità – quando un anno e mezzo fa è nata non era vista da tutti molto bene in questo Parlamento. Lei ci è venuto due volte a trovare, segnalando così la sua personale sensibilità per il tema e per il nostro lavoro. Allora mi rivolgo anche a lei direttamente, se me lo consente. Sarebbe un peccato se il prossimo Parlamento non si dotasse di un analogo strumento nella prossima legislatura, anche perché nel frattempo in molti parlamenti nazionali e in molti governi ci si è ristrutturati proprio assumendo il clima come uno specifico settore di lavoro. Ecco, io spero che nel prossimo Parlamento non torneranno a prevalere i compartimenti stagni, le logiche separate delle diverse commissioni, ma appunto che, secondo modalità che abbiamo suggerito, ci si attrezzi allo scopo per questo lungo cammino verso un’economia a basso contenuto di carbone.

 
  
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  Vittorio Prodi (ALDE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il collega Florenz per questo lavoro.

Finalmente noi arriviamo a votare per questo lavoro, che è durato un anno e mezzo di commissione sul cambiamento climatico, che personalmente ritengo un successo anche se modesto. Successo perché il Parlamento ha dimostrato di essere fra le istituzioni quella più sensibile al cambiamento, dotandosi di uno strumento ad hoc – la commissione temporanea, appunto – per raccogliere dati ed elementi di riflessione su una questione che ci tocca tutti e i cui effetti sono e saranno un problema da risolvere collettivamente. Modesto perché, nonostante tutti gli sforzi e l’alto livello degli interventi e degli studi effettuati, il risultato manca ancora del mordente che dovrebbe avere una risoluzione su questo tema.

Il cambiamento climatico, come ho più volte ripetuto, è una questione urgente e grave e va trattata con strumenti specifici ed efficaci. L’abbiamo voluta questa commissione proprio per avere la possibilità di una trasversalità fra le politiche che sono state sempre trattate in modo troppo disperso. Mi auguro che questo possa continuare nel futuro Parlamento e che il Parlamento continui ad essere coinvolto anche per quanto riguarda i negoziati per Copenaghen.

Abbiamo bisogno di un consenso globale e per questo noi dobbiamo dare delle offerte soprattutto ai paesi in via di sviluppo e qui mancano ancora delle condizioni di equità che portino con convinzione i popoli in via di sviluppo in questa politica. E’ un po’ troppo eurocentrica, è un po’ troppo anche così compartimentalizzata. Noi siamo di fronte a un cambiamento di civiltà e dobbiamo politicamente dare delle proposte che sono prima di tutto questa e poi anche, diciamo, una progressiva smaterializzazione della nostra civiltà, perché altrimenti non sarà sostenibile.

 
  
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  Alessandro Foglietta (UEN) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, complimenti al presidente Florenz. Quando lo chiamo presidente lo chiamo con la stima e la considerazione per l’impegno che ha sempre avuto nel nostro Parlamento.

Grazie all’approvazione del pacchetto clima-energia l’Unione europea si è dotata di un quadro legislativo che le permette di avere le carte in regola per assumere un ruolo leader. Le recenti aperture annunciate dalla nuova amministrazione americana fanno sperare in un futuro impegno condiviso anche dagli Stati Uniti per arrestare le conseguenze del cambiamento climatico.

Tuttavia, per un pieno successo della trattativa sarà determinante il coinvolgimento di tutte quelle economie dei paesi in sviluppo, come la Cina e l’India, e sarà possibile, come ha evidenziato il ministro dell’Ambiente cinese durante l’incontro che abbiamo avuto con la delegazione della commissione clima, soltanto con il contributo solidale dei paesi più ricchi che garantiscono adeguate risorse finanziarie per promuovere uno sviluppo sostenibile.

Un passo avanti in questo senso è stato compiuto con la conferenza di Poznań e con la decisione di rendere operativo il Fondo di adattamento, nonché la dotazione di 50 milioni di euro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, stanziati in favore dei paesi in via di sviluppo quale sostegno al progresso delle tecnologie verdi a livello globale.

Dobbiamo fare in modo che Copenaghen segni la svolta decisiva in un impegno comune e concreto dei paesi economicamente più forti per la creazione di un fondo che garantisca un flusso finanziario costante per il finanziamento dello sviluppo sostenibile nei paesi emergenti. Soltanto mediante impegni concordati a livello internazionale e con il coinvolgimento dei paesi emergenti riusciremo a salvaguardare l’ambiente da effetti irreversibili e, nello stesso tempo, a preservare la competitività delle imprese europee dagli effetti e dai costi socioeconomici di dumping ambientale sul mercato globale.

 
  
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  Caroline Lucas (Verts/ALE) . – (EN) Signor Presidente, mi aggiungo al coro di ringraziamenti formulati all’onorevole Florenz per la sua relazione. Tuttavia, al di là dei tanti complimenti rivolti al relatore e alla commissione per il suo lavoro, dobbiamo affrontare alcuni fatti oggettivi: l’Unione sta ancora facendo troppo poco e troppo tardi.

Non mi aspetto con questa affermazione di risultare molto popolare, ma dobbiamo misurare i progressi compiuti dall’Unione non rispetto a quanto stanno facendo altri paesi, bensì a ciò che occorre fare. Rispetto a tale parametro, la nostra azione è ancora insufficiente.

L’attuale dibattito non è sufficientemente ambizioso. Gli ultimi dati scientifici ci dicono che dobbiamo ridurre le emissioni grossomodo del 9 per cento all’anno. Gli obiettivi fissati nella presente relazione e nel pacchetto sul clima dell’Unione non sono semplicemente abbastanza ambiziosi.

L’attuale dibattito non è abbastanza urgente. Se non avremo intrapreso risolutamente la via di un’economia a emissioni zero nei prossimi otto o dieci anni, avremo perso l’opportunità di scongiurare il peggio del cambiamento climatico.

L’attuale dibattito non è abbastanza coerente. Oggi parliamo di efficienza energetica ed energie rinnovabili. Ieri, la maggioranza di quest’Aula ha adottato la relazione Laperrouze che fieramente sosteneva il ruolo del carbone in Europa.

L’attuale dibattito sta dando l’impressione che l’argomento principale, parlando di cambiamento climatico, sia l’abbandono di qualcosa, la rinuncia a qualcosa. Dobbiamo adoperarci per dimostrare meglio una reale leadership politica dando prova del fatto che le azioni intraprese per far fronte al cambiamento climatico ci garantiranno una qualità della vita migliore. Non finiremo per battere i denti attorno a una candela in una grotta: stiamo progettando un futuro più positivo e interessante del presente.

Vi esorto pertanto ad adottare un New Deal ecologico per l’Europa, un modo per affrontare sia la crisi economica sia la crisi climatica, investendo molto in efficienza energetica ed energie rinnovabili per creare migliori di nuovi posti di lavoro ecologici in Europa.

Per innescare tale crescita economica, però, non si può agire come al solito, pensando unicamente agli aspetti speculativi. Si tratta di operare una transizione, ormai estremamente urgente, non certo a un’Europa basata su un consumo crescente di risorse naturali, bensì a un’economia stabile ed equilibrata per l’Europa, non certo a una crescita quantitativa più aggregata, bensì a un reale sviluppo qualitativo. Questo dibattito deve iniziare immediatamente e l’Unione è in una posizione privilegiata per farlo.

 
  
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  Roberto Musacchio (GUE/NGL) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio dare atto al collega Karl-Heinz Florenz di avere svolto un buon lavoro, frutto di una presenza, di un’attenzione, di una partecipazione costanti.

La sua relazione è frutto appunto del contributo che egli ha dato al lavoro della commissione, che è stata così ben presieduta dal collega Sacconi, e che ha svolto approfondimento, dibattito, ma soprattutto ha contribuito al ruolo che questo Parlamento ha avuto nell’approvazione del pacchetto clima. Presidente Pöttering, anch’io le consegno il tema di come questo nostro lavoro possa e debba continuare verso Copenaghen.

Per quanto riguarda adesso la relazione di Florenz, troverei sbagliato alterarne l’equilibrio con emendamenti che a questo punto hanno un carattere ideologico sulla questione del nucleare. Non sono condivisibili, sono fuori contesto al di là del pensiero di chi li propone, alterano il lavoro comune. Mentre pregherei i colleghi di valutare l’inserimento di un emendamento che ho proposto sul rapporto tra il cambio climatico e l’acqua, che mi pare copra uno spazio utile anche alla luce del crescere dell’attenzione degli organismi internazionali, l’IPCC e l’UNEP, che indicano questo tema come decisivo per il futuro e anche in vista dell’appuntamento ad Istanbul del World Water Forum.

 
  
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  Jim Allister (NI) . – (EN) Signor Presidente, vorrei esprimere una nota di preoccupazione e un monito in questo convulso dibattito sul cambiamento climatico, soprattutto nella misura in cui può incidere sulla produzione alimentare. Ci viene detto che la popolazione mondiale aumenterà vertiginosamente a nove miliardi entro il 2050, ragion per cui la produzione alimentare deve aumentare di conseguenza. Eppure nell’ambito del pacchetto proposto sul cambiamento climatico vengono formulati requisiti di riduzione delle emissioni che, se venissero rispettati, comporterebbero una riduzione della produzione alimentare proprio quando ne abbiamo maggiormente bisogno.

Mi riferisco espressamente agli obiettivi riguardanti il metano e il protossido di azoto, nonché all’attacco sferrato al consumo di carne e latticini. Tali obiettivi di riduzione non possono essere rispettati senza una drastica riduzione della produzione alimentare. Posto di fronte alla scelta di alimentare il mondo o tentare soluzioni per correggere il cambiamento climatico, temo di essere dalla parte del buon senso e della necessità.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, ci dirigiamo verso Copenaghen e l’eccellente relazione dell’onorevole collega è una valida road map o rail map – se mi consentite l’espressione – per giungervi puntualmente.

Il 20 per cento entro il 2020 era un inizio, ma soltanto un inizio. Il pacchetto di misure per il clima da noi adottato avrebbe forse potuto essere migliore, ma si trattava di un inizio e ha rappresentato un passo avanti. Oggi, con l’avvicendamento all’amministrazione degli Stati Uniti, non possiamo più nasconderci dietro il loro rifiuto di collaborare. Con la presidenza di Obama, abbiamo l’opportunità di smettere di scambiarci parole e iniziare a scambiarci idee. Apprendiamo che il 6 marzo 2008 avrà luogo un incontro. La settimana successiva saremo di nuovi qui e spero che udiremo una dichiarazione del Consiglio sull’esito dei colloqui di Washington. Con gli Stati Uniti, adesso possiamo arrivare all’obiettivo del 30 per cento e oltre.

A questo punto, ci stiamo rivolgendo alla progettazione ecocompatibile, rendendoci conto qui, come altrove, che offre nuove e straordinarie opportunità in termini di innovazione e posti di lavoro. Dobbiamo occuparci delle emissioni dell’agricoltura e dei trasporti marittimi. Il Commissario ha fatto riferimento all’urgente necessità di parlare con i paesi a basso reddito nel mondo in via di sviluppo, che saranno devastati, benché non siano loro ad aver causato il problema. Le isole saranno sommerse dalle onde; malaria, malattie respiratorie, tumori della pelle e problemi di vista sono già dati di fatto; la loro agricoltura sarà devastata. Devono dunque agire, ma hanno bisogno del nostro aiuto.

Gli esperti possono naturalmente sbagliare, così come possono sbagliare i politici. Lo abbiamo visto con Mbeki e l’AIDS. Si può sbagliare in merito a una possibile pandemia influenzale. Si può sbagliare in merito al probabile impatto del riscaldamento globale. Ma può anche darsi che la maggioranza degli esperti e dei politici abbia ragione. Saremmo dunque tutti colpevoli se non adottassimo misure per scongiurare il pericolo.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROURE
Vicepresidente

 
  
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  Riitta Myller (PSE) . – (FI) Signora Presidente, l’iniziativa dei socialdemocratici di costituire la commissione temporanea sul cambiamento climatico nella primavera del 2007 ora sta dando i suoi frutti. L’esito dei negoziati e delle discussioni tra i gruppi è un’agenda emergente, ambiziosa, a lungo termine per agire e piegare il fenomeno del cambiamento climatico. Per questo vorrei porgere i miei più sentiti ringraziamenti al relatore, onorevole Florenz, e ai relatori ombra di tutti i gruppi che hanno collaborato eccellentemente al riguardo.

Molti sono scettici in merito al fatto che la commissione temporanea sul cambiamento climatico possa offrire un valore aggiunto al lavoro del Parlamento. Oggi tocchiamo con mano il vantaggio di avere parlamenti che interpretano la situazione da prospettive diverse, lavorano insieme e insieme ascoltano i massimi esperti del mondo. Ciò porta a risultati credibili, come tutti possiamo vedere.

Non vi è dubbio, peraltro, che l’esistenza stessa della commissione e il suo lavoro abbiano dato un apporto distinto ad un’adozione rapida e incontrastata del pacchetto sul clima lo scorso dicembre. Anch’io sostengo con forza l’appello rivolto dall’onorevole Sacconi, presidente della commissione, affinché il neoeletto Parlamento affronti tale tema e garantisca al suo interno l’approccio più solido possibile ai vari temi legati al cambiamento climatico.

Nell’Unione europea da tempo alimentiamo l’idea che si debba agire per prevenire il cambiamento climatico. Sinora, però, ci sono mancati gli strumenti finanziari. Il fondo per il clima ora proposto e per il quale si attingerebbe denaro dai proventi delle aste di scambio delle emissioni è un’iniziativa importante alla quale auguro il miglior esito per il futuro. Dobbiamo far sì che si inneschi un cambiamento nella nostra struttura industriale in maniera che il New Deal ecologico di cui tanto si parla dia realmente i suoi frutti.

 
  
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  Lena Ek (ALDE) . – (SV) Signora Presidente, la relazione oggi in discussione promette molto e contiene pressoché ogni tema citato nel corso del dibattito sul clima degli ultimi due anni o più. Nondimeno, penso che le manchi il vigore, la spinta e la forza necessari, di fatto, per perseguire la linea politica intrapresa in Europa per quel che riguarda i vari aspetti legati al clima.

Non si propongono misure per quanto concerne la protezione dei terreni e dei suoli. In merito alle risorse idriche, si sarebbe potuto includere l’intero pacchetto di proposte del Forum mondiale sull’acqua. In tema di efficienza energetica non sono state previste alternative in ambiti nei quali abbiamo la possibilità di decidere a livello parlamentare. Anche i combustibili alternativi vengono trattati in maniera decisamente troppo limitata. Nel campo importantissimo della sanità, la relazione si concentra sulla raccolta di fatti e il controllo delle punture di zanzara, laddove invece abbiamo bisogno di importanti decisioni strategiche in Europa per far fronte agli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana.

Anche in questo caso, le alternative sono varie. In proposito, avremmo dovuto formulare più proposte per quel che riguarda crescita e posti di lavoro, perché è ovviamente possibile creare posti di lavoro in Europa e ne abbiamo bisogno.

Le misure vanno peraltro ancorate alla politica economica. Nell’arco di qualche settimana, il Consiglio dei ministri si riunirà per discutere come finanziare le decisioni che si dovranno prendere a Copenaghen, decisioni estremamente importanti sulle quali noi, in Parlamento, avremmo potuto influire molto. Se non agganciamo le misure alla politica economica e a una politica per la crescita e l’occupazione, vi è il rischio che la presente relazione diventi “una candela nel vento”, ossia un documento indiscutibilmente ben concepito, al quale però manca la spinta e la determinazione di cui abbiamo bisogno quando affrontiamo temi del genere.

 
  
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  Bogdan Pęk (UEN) . – (PL) Signora Presidente, mi sento come se fossi alla conferenza inaugurale di una neofondata religione, brulicante di falsi profeti e idee.

I poteri politici che stanno tentando di ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica, approccio senza alcuna base scientifica che attueremmo a discapito di uno sviluppo umano senza restrizioni, sono esattamente gli stessi responsabili di questa crisi. La colpa di questa situazione è di coloro che, lungo la via verso il progresso della società, intendono costruire un governo globale che includa proprio quegli organi che otterranno profitti enormi dagli scambi di carbonio facendo al tempo stesso il lavaggio del cervello all’uomo della strada sulle possibili minacce del cambiamento climatico.

Dobbiamo creare una base per lo sviluppo nel campo dell’energia. Per sopravvivere e svilupparsi, l’umanità ha bisogno di nuove e potenti fonti di energia, e l’Europa ha bisogno di equilibrio e autosufficienza in termini di approvvigionamento energetico. Non riusciamo a rendercene conto? Se creiamo quello che oggi è stato approvato, limitiamo le possibilità dell’Europa di competere con il resto del mondo.

 
  
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  Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL) . – (EL) Signora Presidente, la relazione Florenz rispecchia le valutazioni formulate da esperti e, in larga misura, condivide le preoccupazioni dei cittadini, per cui rappresenta in tal senso un passo avanti rispetto al pacchetto sull’energia approvato dal Consiglio in dicembre, ma dobbiamo andare oltre le valutazioni per giungere a specifiche misure, regolamenti, calendari, perché il cambiamento climatico e le sue conseguenze esistono e ulteriori ritardi sarebbero inaccettabili.

Dobbiamo prestare attenzione a non lasciare che la questione dell’energia nucleare, irrilevante ai fini della presente relazione, entri a far parte di questo contesto dalla porta posteriore attraverso scaltri emendamenti, come stanno cercando di fare alcuni governi. E’ necessario che la relazione, senza modifiche che ne alterino l’equilibrio, persuada Consiglio e Commissione a compiere un passo in più e non sfruttare la crisi economica quale pretesto per compromettere gli sforzi sinora profusi. La crisi economica e la politica ambientale possono andare di pari passo per darci un risultato positivo, sia in termini di ambiente sia a livello di creazione di posti di lavoro.

 
  
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  Urszula Krupa (IND/DEM) . – (PL) Signora Presidente, lo scopo principale delle politiche di protezione ambientale, proprio come il pacchetto concernente le politiche per l’energia e il clima che comporta tagli notevoli delle emissioni di gas a effetto serra, è controllare e modificare le economie nazionali trasformandole in quella che riconosciamo essere, sulla base della nostra passata esperienza, un’economia pianificata centralmente. Il concetto astratto di influenza umana sul nostro clima è destinato a limitare lo sviluppo, compreso l’uso di combustibili fossili, e introdurre una pericolosa tecnologia per la cattura e lo stoccaggio del carbonio che, nel caso della Polonia, renderà difficile sfruttare le nostre risorse naturali, tra cui le ricche fonti di energia geotermica.

Cessata l’attività dell’industria polacca nel quadro dell’impegno profuso per soddisfare i requisiti dell’Unione europea, si compiono tentativi non solo per costringere i polacchi a emigrare, ma anche per garantire che quelli che restano si depauperino imponendo per l’energia i prezzi più alti di tutti gli Stati membri. Ecco dunque la mia domanda retorica, che ancora rimane senza risposta: il principale obiettivo della politica dell’Unione europea è forse quello di far fallire i miei connazionali e cancellare la Polonia dalla carta dell’Europa?

 
  
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  Irena Belohorská (NI) . – (SK) Signora Presidente, onorevoli colleghi, vorrei esordire ringraziando il relatore, onorevole Florenz, per la sua eccellente e approfondita relazione. Essa copre tutti i principali aspetti della vita sociale che hanno rilevanza ai fini del drammatico aggravamento del cambiamento climatico. E’ giunto per noi il tempo di predisporre le misure necessarie a livello comunitario.

Sono un medico e mi interessano in particolare i cambiamenti associati alla salute, come l’aumento delle patologie tipicamente correlate alle regioni tropicali. Dovremmo tenere presente tale elemento quando sosteniamo l’industria farmaceutica, progettiamo ospedali e cliniche, formiamo operatori sanitari e, soprattutto, sensibilizziamo sistematicamente il pubblico. Tutte queste patologie, rare allo stato attuale nella nostra area del mondo, presumibilmente diventeranno molto più generalizzate, con tutti i problemi che ne conseguono.

Anche la situazione nel campo dell’agricoltura diventerà molto grave, così come sarà problematico garantire cibo sufficiente per il consumo umano. Credo dunque fermamente che la presente relazione sia molto più importante di altre relazioni di nostra iniziativa e possa costituire una base valida per i futuri Parlamenti che saranno chiamati a occuparsi dell’impatto effettivo del cambiamento climatico.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE) . – (EN) Signora Presidente, il tempo per parlare è scaduto e sappiamo cosa occorre fare; mi riferisco perlomeno a quanti accettano i fondamenti scientifici, che sono stati oggetto di revisione tra pari, delle cause di un riscaldamento globale di un’entità senza precedenti e dei suoi effetti critici su tutti gli aspetti della biodiversità, specialmente nelle regioni più povere e densamente popolate del nostro mondo. Ai miei colleghi scettici per quel che riguarda il clima vorrei rammentare l’importanza del principio di precauzione esortandoli a tenerlo presente.

Ciò premesso, vorrei ringraziare l’onorevole Florenz per la sua relazione, che arricchisce la summa delle nostre conoscenze, rappresentando, come fa egregiamente, le posizioni trasversali di varie commissioni di questo Parlamento, seppure con una grave omissione, ossia la commissione per la pesca, vista l’importanza fondamentale della crescente acidificazione dei nostri mari e oceani a causa dell’aumento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Vorrei porre una domanda al commissario Dimas: a seguito del nostro accordo in prima lettura sulla mia relazione riguardante il sistema EU-ETS rivisto sei settimane fa, il commissario sarebbe così gentile da descriverci oggi – a meri fini di verbalizzazione – il programma di lavoro in atto per la preparazione delle decisioni della comitatologia, soprattutto in relazione ai tempi e al coinvolgimento del Parlamento e degli interessati?

In conclusione, dobbiamo puntare almeno a una riduzione del 30 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2020 nell’ambito di un accordo globale post-2012 con una diminuzione perlomeno dell’80 per cento entro il 2050, e questo è l’obiettivo più importante. L’esito dei prossimi otto mesi di diplomazia sul clima scriverà il testo dei nostri libri di storia per generazioni e, in quanto leader politici delle nostre rispettive comunità e collettivamente, non possiamo rinnegare la nostra responsabilità.

Signor Commissario, il nostro pacchetto sul clima e l’energia deve essere sostenuto da fondi realistici e attendiamo con ansia il vertice di marzo, tra sei settimane, affinché i nostri 27 capi di Stato e di governo recepiscano il messaggio e non abbandonino noi tutti, cittadini dell’Unione europea, e le comunità del nostro mondo più povere e vulnerabili dal punto di vista climatico.

 
  
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  Linda McAvan (PSE) . – (EN) Signora Presidente, poiché questo segna il termine del lavoro della commissione temporanea sul cambiamento climatico, vorrei ringraziare innanzi tutto l’onorevole Florenz per il suo operato, ma anche, a nome del mio gruppo, quello socialista, gli onorevoli Myller, Corbey e Sacconi, nostro presidente. Tutti loro hanno svolto un lavoro eccellente offrendo una base valida per il compito del futuro Parlamento.

La relazione oggi in discussione è corposa poiché contiene molti punti. Vorrei in particolare sottolinearne uno a cui alcuni colleghi hanno già fatto allusione, ossia il nesso importante che dobbiamo stabilire tra la creazione di posti di lavoro e la gestione al cambiamento climatico, tra l’uscita dalla crisi economica e la lotta al cambiamento climatico. Se non stabiliamo tale nesso, infatti, e non formuliamo programmi di ripresa economica in tale ottica, la gente dirà, come già sta facendo, che la questione del cambiamento climatico era importante in una situazione di crescita economica, ma ora non possiamo permetterci di effettuare tutti questi investimenti.

Tale affermazione deve essere energicamente confutata, come qui è stato fatto. La verità è che non possiamo permetterci di non effettuare tutti questi investimenti. Penso che quanti hanno ventilato l’idea di un fallimento dei rispettivi paesi qualora dovessero investire in tale ambito abbiano profondamente torto. I loro paesi falliranno se non dovessero investire in energie rinnovabili e contribuire a ridurre la nostra dipendenza energetica da fonti insicure di combustibili fossili. Tale pacchetto di misure deve essere pertanto attuato.

Il presidente Obama ha già stabilito questo nesso nel suo intervento in merito al programma di ripresa economica per gli Stati Uniti. Noi dobbiamo fare altrettanto. L’onorevole Corbey ci ha descritto quanto può essere fatto a livello di misure per l’efficienza energetica. Nella mia circoscrizione, lo Yorkshire, si è già investito considerevolmente in tecnologie rinnovabili e misure di efficienza energetica presso varie aziende. Adesso intendiamo sviluppare la cattura e lo stoccaggio del carbonio presso molte centrali elettriche e nelle principali industrie, creando così posti di lavoro e contribuendo a ridurre le nostre emissioni, il che ovviamente è l’obiettivo di tutto il lavoro svolto sinora.

 
  
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  Johannes Lebech (ALDE) . – (DA) Signora Presidente, come previsto anche nella relazione, la prevenzione del cambiamento climatico deve permeare tutto il nostro modo di pensare quando operiamo nei relativi ambiti legislativi, e penso per esempio all’agricoltura, alla pesca, all’edilizia, alla politica estera e di sviluppo. La politica climatica non può considerarsi un elemento a se stante, e va incorporato in tutta la nostra legislazione.

I capi di Stato e di governo dell’Unione europea hanno deciso, quasi due anni fa, che l’Unione avrebbe dovuto prendere l’iniziativa per garantire un accordo sul clima globale a Copenaghen. Non ci resta molto tempo. Ora, in Parlamento, abbiamo adottato il nostro pacchetto per il clima nell’Unione europea. Avrebbe potuto essere più ambizioso, ma esiste, e a questo punto dobbiamo sostenere i negoziatori europei per consentire loro di conseguire un obiettivo ambizioso a Copenaghen. Il pacchetto va fino al 2020, ma nella relazione sottolineiamo la necessità di iniziare a pianificare sin da subito ciò che accadrà dopo tale anno, elemento di cui i governi dell’Unione devono prendere atto. Dobbiamo pensare a lungo termine. La crisi finanziaria non sta affatto semplificando le cose, ma è necessario considerarla una sfida dinamica. Vediamola come un’opportunità per il decollo del tanto necessario sviluppo di tecnologie di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabile. Creiamo nuovi posti di lavoro nei settori verdi del futuro anziché proteggere quelli delle vecchie industrie del passato.

Apprezzo infine in particolare l’accento posto sulla necessità di ratificare il trattato di Lisbona. Per l’Unione, infatti, affrontare il cambiamento climatico a livello internazionale nel quadro del trattato di Lisbona deve rappresentare un obiettivo specifico.

 
  
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  Inese Vaidere (UEN) . – (LV) Signora Presidente, onorevoli colleghi, delineare una politica climatica è estremamente importante sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista della necessità di ammodernare il settore dell’energia. Dovremmo dunque apprezzare il modo in cui si è tenuto conto dei progressi di Kyoto per i paesi che hanno ridotto le emissioni di più del 20 per cento dal 1990, nonché l’effetto della chiusura di Ignalina sull’approvvigionamento energetico della Lituania e della Lettonia prevedendo la possibilità di un indennizzo. Ogni Stato membro tuttavia, deve preparare una propria strategia chiara in materia di efficienza energetica. Le quote extra per l’industria, sebbene ne promuovano la competitività, rendono nondimeno difficile l’ottenimento di fondi. Apprezzo dunque l’intenzione di semplificare le procedure per l’ottenimento di finanziamenti comunitari e aumentare l’entità dei prestiti della Banca europea per gli investimenti, specialmente alle piccole e medie imprese. Per conseguire gli obiettivi stabiliti per il 2020, dobbiamo creare un sistema efficace di incentivi a livello comunitario a sostegno di aziende e singoli che utilizzano o introducono risorse energetiche rinnovabili, il che potrebbe avvenire coprendo centralmente parte dei costi per l’esecuzione delle modifiche. La Commissione deve adoperarsi attivamente per garantire che il resto del mondo segua il nostro esempio e rendere le nostre tecnologie accessibili ai paesi in via di sviluppo. Grazie.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL) . – (GA) Signora Presidente, apprezzo l’accurata relazione finale dell’onorevole Florenz e della commissione temporanea sul cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico sta sfidando le nostre posizioni in materia di trasporti, uso del territorio, gestione dei rifiuti, edilizia e uso dell’energia. Il mondo in via di sviluppo non ha creato le condizioni che ci stanno portando a un danno irreversibile, ma ne stanno soffrendo più di tutti le conseguenze. L’Europa deve assumere un approccio pionieristico e farsi carico delle misure necessarie, in termini realistici, su base internazionale.

Forze che non possono certo definirsi progressiste hanno tentato di sfruttare la recessione economica quale pretesto per non assolvere i necessari impegni in campo climatico. Questo atteggiamento è assolutamente miope.

Purtroppo, nella mia circoscrizione, il ministro dell’Ambiente, Sammy Wilson, è uno di quei politici miopi che non comprendono le reali implicazioni scientifiche e pratiche del cambiamento climatico. Spero che il ministro prenda coscienza della situazione e affronti la questione, ormai divenuta prioritaria per il resto d’Europa.

 
  
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  Kathy Sinnott (IND/DEM) . – (EN) Signora Presidente, abbiamo dinanzi a noi un piano estremamente ambizioso, un piano niente po’ po’ di meno che per salvare il mondo, n compito assai arduo anche nei momenti migliori. Quando l’onorevole Florenz ha presentato per la prima volta il progetto di relazione alla commissione, il suo primo invito ad agire esortava a rammentare sempre che noi esseri umani siamo i custodi della creazione. Questa semplice dichiarazione è stata la prima a essere attaccata e bandita. Perché la commissione la trovava discutibile? Per la presenza del termine “creazione”. Come mai? Perché la creazione ha un creatore.

Poco importa, dal mio punto di vista, come sia stato creato l’universo e quando. Ciò che conta è l’esistenza di un Dio e il fatto che siamo servitori chiamati a salvaguardare la creazione, come afferma l’emendamento n. 22. Pertanto, a mio parere, oggi siamo qui per assumerci il compito di salvare il mondo indicando come procedere in un’azione che richiederà la collaborazione e il sacrificio di tutti, ovunque, un compito che, per essere assolto con successo, avrà anche bisogno del contributo dei venti, dell’acqua e del sole. Tuttavia, pur consapevoli di questo, stiamo al tempo stesso precisando, come abbiamo fatto in passato per altre grandi sfide, che pensiamo di poter raccogliere le sfide enormi e urgenti con cui l’umanità è chiamata a confrontarsi senza aiuto dall’alto. La mia conclusione è dunque: buona fortuna in questa impresa e possa Dio risparmiarci.

 
  
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  Jerzy Buzek (PPE-DE) . – (PL) Signora Presidente, anch’io vorrei unirmi al coro di complimenti e ringraziamenti rivolti all’onorevole Florenz per la sua eccellente relazione. Non intendo soffermarmi sui dettagli di tale documento. A mio parere, la relazione va semplicemente adottata.

Vorrei soltanto ritornare per un attimo sul pacchetto relativo al cambiamento climatico adottato in dicembre e sottolineare che l’Unione europea realmente dispone di un strumento molto equilibrato, che non presenta alcun rischio per l’economia. Nei tanti mesi di discussioni sul tema, il pacchetto è stato oggetto di lungimiranti modifiche. Questo è stato il nostro grande risultato. Ciò premesso, vorrei riassumere brevemente quelle che a mio parere sono le sfide più importanti con le quali l’Unione europea deve confrontarsi. Il primo compito dinanzi a noi è prevedere fondi adeguati per il pacchetto che abbiamo approvato e i finanziamenti indicati nella relazione Florenz.

Sono stato relatore del piano SET lo scorso anno e all’epoca abbiamo essenzialmente discusso il fatto che le nuove tecnologie, che possono introdurre innovazione e un nuovo stimolo economico nell’economia europea, vanno prima di tutto finanziate a livello europeo. Per questo volevo esprimere tutto il mio sincero apprezzamento al commissario Dimas, a nome della Commissione, per la decisione di stanziare 3,5 miliardi di euro di fondi inutilizzati per investimenti nella ricerca nel campo delle tecnologie energetiche, che contribuirebbero anche a tutelare l’ambiente. Signor Commissario, la decisione iniziale della Commissione europea è eccellente. Ora tocca al Parlamento esaminarla celermente, ma anche, Ministro Bursík, al Consiglio, che deve vagliarla rapidamente.

Un altro aspetto particolarmente importante è il fatto che dobbiamo fondare il nostro lavoro su un accordo globale, che è l’assunto di base della relazione Florenz. I negoziati bilaterali tra due paesi – Polonia e Danimarca – che ospitano COP 14 e COP 15, non sono sufficienti. Tutti dobbiamo contribuire, e mi riferisco anche ai diplomatici europei e ai rappresentanti della presidenza ceca. I nostri diplomatici devono essere coinvolti nei negoziati in tutto il mondo perché senza questo accordo globale il nostro pacchetto e la relazione Florenz hanno ben poco significato. Questo è ciò che più conta per noi oggi.

 
  
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  Catherine Guy-Quint (PSE) . – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli colleghi, la relazione del collega, onorevole Florenz, riassume perfettamente i risultati delle nostre lunghe deliberazioni su questo importante problema del riscaldamento globale.

Noi tutti sappiamo che i piani da attuare sono complessi e, soprattutto, che dobbiamo dotarci dei mezzi per modificare la nostra cultura di sviluppo sfrenato promuovendo cambiamenti nella nostra economia.

Ora il problema è capire come attuare tutte le raccomandazioni contenute nella relazione. Dobbiamo reperire urgentemente mezzi per combattere il riscaldamento globale. L’attuale bilancio dell’Unione europea non è sufficiente per conseguirne gli obiettivi né potremo risolvere questo grave problema di fondi ricorrendo ai bilanci nazionali o a fondi privati.

La Commissione europea stima che per combattere il riscaldamento globale occorra un investimento annuo di 175 miliardi di euro. Con un bilancio di 76 miliardi siano ben lungi dal disporre della somma necessaria. La Commissione preparerà pertanto un inventario di tutti gli strumenti esistenti, ma formulare proposte per il futuro quadro finanziario sarà un’impresa tutt’altro che semplice.

Per ottimizzare tutte le nostre azioni in merito alla crisi climatica, abbiamo bisogno di nuove risorse al fine di creare un fondo europeo per il cambiamento climatico che possa essere finanziato dal sistema di scambio di quote di emissioni e venga usato per sostenere l’adeguamento, la mitigazione, il consumo sostenibile e l’efficienza energetica, per cui una gran parte dovrà essere dedicata ai paesi più poveri.

Ciò richiede coraggio politico da parte del Consiglio, della Commissione e dei membri di questo Parlamento, ma è una condizione indispensabile ed essenziale affinché il pianeta possa raccogliere la sfida.

Non vi sarà futuro per la nostra civiltà se noi, europei, non adottiamo misure per imporci un’autodisciplina e preservare il nostro clima. E’ un atto politico importante, un atto politico vitale per assicurare al nostro continente e ad altri un futuro stabile....

(Il presidente toglie la parola all’oratore)

 
  
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  Holger Krahmer (ALDE) . – (DE) Signora Presidente, vorrei porgere i miei più sentiti ringraziamenti all’onorevole Florenz per la sua relazione, che purtroppo non è stata un grande successo, forse in parte a causa del fatto che è stata discussa molto all’ombra del pacchetto legislativo sul cambiamento climatico.

Dobbiamo affrontare le conseguenze del cambiamento climatico; non vi è dubbio in merito. Sono i mezzi scelti allo scopo dalla relazione che non riesco pienamente condividere. In primo luogo, è giusto che l’Unione europea compia i primi passi per salvaguardare il clima, ma non è utile precipitarsi alla guida senza coinvolgere i partner. Un’Europa apripista non è sufficiente per convincere il resto del mondo. Un approccio più attuabile deve coinvolgere le azioni industriali e perlomeno Cina, India e Brasile, altrimenti l’economia europea continuerà a essere ingiustamente gravata senza alcun effetto misurabile sulle emissioni globali di CO2. In secondo luogo, visto il nostro attuale livello di conoscenze, le energie rinnovabili non possono completamente sostituirsi alle fonti di energia fossile. Forse a livello politico è motivante chiederlo, ma la soluzione non è realistica. La volontà politica, per quanto grande sia, non può annullare le leggi della fisica. In terzo luogo, si acclamano i biocombustibili ritenendoli alternative rispettose dell’ambiente, ma i loro effetti negativi collaterali sui prezzi degli alimenti, in aumento a causa del loro utilizzo, e sulle foreste pluviali, deforestate, non sono ancora sotto controllo. In quarto luogo, un strumento di mobilità che protegga le risorse a lungo termine è un obiettivo ragionevole. Prevedere incentivi può contribuire a conseguirlo. Dobbiamo tuttavia valutare se l’intervento statale non si stia spingendo troppo oltre e se non stiamo pretendendo di avere conoscenze che di fatto oggi non abbiamo.

Nessun al momento sa quali tecnologie risponderanno meglio alle esigenze di mobilità dei cittadini tra cinquant’anni e i politici sicuramente non hanno in merito idee più chiare dei tecnici.

Sebbene la relazione parta da buone intenzioni, ciò che ne resta, purtroppo, è un coacervo di pii desideri in forma scritta, conditi da appelli morali e indici puntati. Ahimè, i liberali tedeschi non possono darvi il loro appoggio.

 
  
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  Bogusław Rogalski (UEN) . – (PL) Signora Presidente, ci vorrà tempo prima che i politici capiscano che non è il carbone combusto, bensì l’attività solare a causare il fenomeno del cambiamento climatico. Ancor più tempo servirà per convincere di questa verità le società dopo il lavaggio del cervello di una propaganda ambientale aggressiva.

Visto che il clima terrestre subisce l’influsso di eventi che si verificano nello spazio, non possiamo non concordare con il fatto che qualunque tentativo umano di esercitare un’influenza sul clima è destinato a fallire. La Terra ha già attraversato periodi di riscaldamento globale e un aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’aria in parecchie occasioni. Il riscaldamento globale, tuttavia, è sempre iniziato circa una decina di secoli prima di un qualunque aumento dei livelli di anidride carbonica. Durante un periodo caratterizzato da cali notevoli di temperatura, il raffreddamento del clima non è stato mai impedito dal fatto che, in quel momento, l’aria contenesse una concentrazione di anidride carbonica superiore del 10 per cento o più rispetto a oggi.

Se avessimo riconosciuto questo dato di fatto, l’umanità avrebbe risparmiato miliardi di dollari rinunciando ad attività inutili. Il denaro risparmiato avrebbe potuto essere investito nella lotta alla povertà o in nuove tecnologie. Se i termini della questione non sono chiari, sarò io più esplicito: è tutta una questione di soldi e di scambio di emissioni. Bravi! Che colpo magistrale climatico!

 
  
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  Derek Roland Clark (IND/DEM) . – (EN) Signora Presidente, attorno a questo presunto riscaldamento globale è nato quasi un credo religioso ammantato di misticismo. Mentre l’esperto ambientalista vive la sua giornata campale, il mondo naturale obbedisce alle leggi della fisica e della chimica, discipline che ho insegnato per 39 anni.

La teoria del riscaldamento globale ha attribuito alla CO2, costituente naturale dell’atmosfera, il ruolo di un gas demoniaco. Il suo effetto, peraltro lieve, consiste nell’intrappolare calore attorno al mondo, ma come? Occorre tracciare un grafico per dimostrare come la CO2 sia forse causa del riscaldamento.

Si tratta di un grafico aritmetico – ora divento necessariamente tecnico – in cui incrementi uguali di CO2 provocano pari incrementi del riscaldamento? Si tratta di un grafico esponenziale – galoppante – in cui quantità extra di CO2 causano un aumento crescente del riscaldamento globale? Oppure si tratta di un grafico logaritmico in cui quantità extra di CO2 causano sempre meno riscaldamento extra producendo, alla fine, una linea piatta?

A mio parere, si trattava di quest’ultimo, parere confermato dall’Hadley Centre, la fonte britannica più autorevole in tale ambito. Siamo quasi arrivati alla linea piatta, se non addirittura già a tale stadio. La CO2 extra non avrà altri effetti. Il problema non sussiste.

 
  
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  Anders Wijkman (PPE-DE) . – (EN) Signora Presidente, vorrei ringraziare l’onorevole Florenz. La sua è una ricca relazione contenente moltissime proposte concrete in cui espressamente si esorta all’uso dei pacchetti di stimolo in tutto il mondo per promuovere l’energia pulita e le tecnologie verdi, sottolineando in tal modo che la crisi finanziaria e quella climatica hanno in fondo le stesse radici nell’uso insostenibile delle risorse.

Benché io sostenga la relazione, come l’onorevole Lucas avrei però voluto che si fosse prestata maggiore attenzione ai segnali più recenti, che ci dicono che il cambiamento climatico è sia più rapido sia più grave di quanto avessimo ipotizzato soltanto un paio di anni fa, contrariamente a quanto hanno affermato alcuni colleghi, e mi riferisco in particolare all’onorevole Helmer. Per inciso, un recente screening condotto su più di 900 articoli apparsi su riviste scientifiche in materia di clima ha dimostrato che nessuno di loro metteva in discussione la tesi principale dell’IPCC.

Ciò che più mi preoccupa non sono le emissioni di CO2 di per loro, ma i meccanismi di feedback positivi che attualmente si sono innescati nel sistema planetario, come l’acidificazione degli oceani, l’albedo ridotta e la possibilità fuoriuscita di metano dovuta allo scongelamento della tundra. Tutti questi fattori accelereranno il riscaldamento. Possiamo controllare le emissioni, ma tali fattori sono incontrollabili.

Questo è il motivo principale per cui, a mio parere, la riduzione delle emissioni deve essere decisamente più ambiziosa nell’imminente futuro di quanto attualmente si discuta in seno all’Unione europea e alle Nazioni Unite.

Ciò significa, per inciso, che l’obiettivo dei 2°C va rivisto e le concentrazioni di gas a effetto serra devono ridursi anziché continuare ad aumentare. Per questo alcuni di noi caldeggiano fortemente l’obiettivo dei 350 ppm. Tale dimensione del problema figura nella relazione solo in maniera estremamente superficiale. Avrei invece preferito che ne avesse costituito l’asse portante. Prevedo che fra pochi anni i feedback di cui parlavano saranno al centro del dibattito.

Vorrei infine solamente avallare quanto affermato dall’onorevole Sacconi. Nonostante le lacune, la commissione temporanea ha rappresentato il modo corretto di affrontare un tema trasversale come questo. Spero che il prossimo Parlamento farà tesoro della nostra esperienza e si occuperà del cambiamento climatico e della sostenibilità in maniera analoga.

 
  
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  Katerina Batzeli (PSE) . – (EL) Signora Presidente, signor Commissario, noi tutti concordiamo nell’affermare che l’incontro di Copenaghen deve essere coronato da successo perché sono in gioco sia la credibilità del mondo politico sia la sopravvivenza delle future generazioni. Le nostre proposte devono mirare allo sviluppo, all’occupazione e alla solidarietà, tre parole d’ordine che contrassegneranno il futuro delle generazioni a venire. Che cosa viene richiesto a noi oggi? Responsabilità e risolutezza per garantire fondi adeguati a questo importante piano di sviluppo per il cambiamento climatico e nuovi accordi dinamici di sviluppo in aggiunta ad accordi restrittivi sugli scambi e da essi distinti.

Vi è tuttavia un motivo di preoccupazione per quel che riguarda la nostra tattica e in primo luogo dobbiamo convincere la società in senso ampio, poi procedere dinamicamente integrando alcuni settori produttivi nel salto di qualità attraverso l’agricoltura. Per questo dobbiamo ricordare che l’agricoltura è stata già inclusa negli impegni nazionali di riduzione delle emissioni del 10 per cento entro il 2020, esistono già importanti proposte nel quadro della PAC riguardanti pratiche agricole rispettose dell’ambiente e gli accordi internazionali sull’agricoltura devono essere reciproci per tutti i partner internazionali.

Signor Commissario, il modello alimentare è direttamente collegato al modello climatico e tutto ciò che dobbiamo fare è convincerne coscienziosamente la società. Il cambiamento climatico sta incoraggiando una partecipazione democratica più ampia da parte della società, una società che vive con valori culturali diversi.

 
  
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  Lambert van Nistelrooij (PPE-DE) . – (NL) Signora Presidente, è con grande piacere che ho lavorato con l’onorevole Florenz e tutti gli altri nell’ambito della commissione temporanea gettando insieme quella base tanto indispensabile per una politica che, in futuro, sia più integrata e ambiziosa e possa contare su un ampio sostegno, anche qui in Parlamento, nel quadro dell’obiettivo 20-20-20.

La risposta sta nel rendere ecologica l’economia e sostenibili aziende, famiglie e governo. Gli imprenditori che si dimostrano favorevoli a tale approccio – vale a dire allo sviluppo di iniziative sostenibili per la tecnologia verde – incontrano ancora moltissimi ostacoli. Se richiedono qualifiche per i lavoratori, si scontrano con una politica estremamente compartimentalizzata. La relazione esorta ad adottare un approccio integrato che sia anche sostenibile da un punto di vista territoriale. Se non dovessimo agire in tal senso, alla fine falliremo.

Per fortuna, il mio emendamento sull’uso delle regioni e delle città è stato adottato. La prossima settimana, presso la sede del Parlamento, 150 città sottoscriveranno un patto dei sindaci con la Commissione impegnandosi a seguire le conclusioni della presente relazione, vicini ai cittadini e vicini alle aziende. Questo, a mio parere, è l’approccio corretto e, pertanto, può contare sul mio appoggio. Sono invece contrario all’approccio eccessivamente semplificato adottato nei confronti del settore agricolo nel paragrafo 189. Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici – cristiani) e dei Democratici europei non è sfavorevole, a ragione, al consumo di carne, per cui ci opporremo al paragrafo in questione.

Vorrei infine chiedere alla Commissione di adottare per il futuro un approccio più integrato e ridurre il più possibile la compartimentalizzazione. In collaborazione con il Parlamento, si potrebbe porre una pietra miliare significativa abbinando alla legislazione una politica di stimolo e un’attivazione a livello decentrato, ambito nel quale si possono ottenere notevoli risultati.

 
  
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  Inés Ayala Sender (PSE) . – (ES) Signora Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare l’onorevole Florenz per la generosità e l’apertura mentale da lui dimostrata, oltre che tutti i gruppi che hanno partecipato a questo esercizio politico e questa discussione sia sui temi di fondo sia sul futuro. Così facendo, abbiamo potuto acquisire informazioni, ottenere precisazioni e maturare il coraggio e la prudenza necessari per affrontare altre importanti azioni legislative parallele, anch’esse molto rischiose, come il pacchetto sul cambiamento climatico, la politica in materia di veicoli, la strategia di Lisbona e settori quali l’energia, i trasporti, l’industria e il turismo.

Penso che l’esercizio sia stato fruttuoso e, aspetto più importante, un modo per calarci irreversibilmente nel XXI secolo offrendo, come ha ribadito il commissario, l’esempio che vogliamo dare per il futuro.

L’esercizio è stato infatti un esempio di confronto e generosità giunto al momento opportuno, un momento di crisi caratterizzato da notevoli rischi sociali, in aggiunta al pericolo di cadere nel protezionismo e arretrare. L’incertezza è tanta, ragion per cui la sicurezza è fondamentale, ma dobbiamo guardare anche futuro.

E’ una nuova era per gli Stati Uniti, come è stato già ricordato, e speriamo che lo sia pure per l’Unione dopo la ratifica del trattato di Lisbona, che auspichiamo avvenga a breve.

E’ inoltre una nuova era, elemento da non dimenticare perché presenta indubbiamente rischi, ma offre anche immense opportunità, per nuove politiche e nuove grandi regioni. Mi riferisco al Brasile, alla Cina e alla Russia, grandi potenze emergenti, ma anche ad aree importanti quali l’America latina e ai paesi in via di sviluppo, specialmente in Africa.

Penso che questo sia un passo decisivo verso un nuovo modello di sviluppo e crescita sociale ed economica, senza però mai perdere di vista il bisogno di sostenibilità e contenimento degli effetti. Tutto ciò, nondimeno, va ancora trasmesso ai nostri cittadini, compito, signora Presidente, signor Commissario, assai impegnativo.

Concluderò sottolineando che i progressi nell’introduzione degli adattamenti per quanto concerne l’approvvigionamento idrico e la siccità, nonché la mobilità sostenibile, che ritengo abbiamo...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Markus Pieper (PPE-DE) . – (DE) Signora Presidente, la relazione Florenz contiene realmente molti validi suggerimenti. Un elemento interessante del dibattito sul clima è che fungerà da catalizzatore per la transizione all’era delle energie rinnovabili, come dimostra con grande chiarezza la relazione illustrando le tante opportunità esistenti per le nuove tecnologie e lo sviluppo economico.

Ritengo tuttavia che sia deplorevole l’aver escluso vasti ambiti della scienza. Studi ed esperti che si accostano al tema del cambiamento climatico con scenari meno pessimisti, taluni considerandolo addirittura positivo, sono stati semplicemente ignorati. Le relative applicazioni sono state respinte dalla maggioranza e questo è quanto. Pare che sia scienza solo ciò che rientra nel concetto politico, ma così non è, perché la scienza non consente manipolazioni. Alla fine, la relazione si scontrerà, ahimè, con la dura realtà.

Chiunque su tale base chieda una riduzione della CO2 dell’80 per cento o più mette a repentaglio l’economia e i risultati conseguiti in campo sociale. Chiunque al tempo stesso propugni l’abbandono del nucleare chiude consapevolmente gli occhi di fronte alla realtà. Chiunque intenda imporre principi contabili in tutti i campi della vita umana è in contrasto con l’idea fondamentale di libertà. Chiunque esorti all’adozione di nuove leggi per il suolo e l’agricoltura abusa della discussione sul clima per attuare sanzioni che voleva fossero attuate in ogni caso, ma che non hanno nulla a che vedere con il cambiamento climatico. Chiunque infine esorti all’uso di indumenti protettivi contro gli effetti del clima alimenta deliberatamente l’ansia.

Spero che queste ideologie radicali e fuori luogo non trovino posto nella relazione. Solo in tal caso potrò appoggiarla, in quanto la salvaguardia dell’ambiente è un tema che mi sta molto a cuore, specialmente se abbinabile al miglioramento sociale e alla competitività economica.

 
  
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  Matthias Groote (PSE) . – (DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, la commissione temporanea sul cambiamento climatico ha svolto un lavoro eccellente. Oggi abbiamo dinanzi a noi la relazione finale da mettere ai voti che illustra come noi, Parlamento europeo, vediamo la politica in materia di cambiamento climatico e le misure da intraprendere per quanto concerne l’adattamento a tale cambiamento.

Spero che, quando avrà corso il prossimo processo legislativo, il Parlamento sia in grado di raggiungere un livello così elevato di consenso in maniera che ciò che abbiamo documentato nella relazione possa tradursi nella pratica. Attraverso il metodo di lavoro della commissione, la presente relazione è anche riuscita a giungere a una posizione trasversale. Anch’io, dunque, come ha suggerito l’onorevole Sacconi, penso che dovremmo riprendere tale metodo pure nel prossimo mandato parlamentare.

La lotta al cambiamento climatico non può essere ingaggiata dalla sola Europa. E’ indispensabile coinvolgere anche gli altri continenti e paesi. La commissione ha svolto un lavoro valido in tal senso rendendo per la prima volta il Parlamento visibile sui temi della diplomazia del clima, esito che vorrei nuovamente ribadire in quest’Aula.

Quando parliamo di misure di adattamento, parliamo pure di fondi. In proposito, vorrei nuovamente esortare le altre due istituzioni, Commissione e Consiglio, ad attribuire la massima priorità alla questione nella prossima prospettiva finanziaria.

In questa sede possiamo adottare relazioni straordinarie, ma se manca denaro per l’attuazione delle misure, anche la migliore delle relazioni non potrà avere alcun esito. Dovremmo infine rivalutare in che misura i provvedimenti finanziari da noi adottati stiano dando frutti sintetizzando i risultati di tale valutazione in un audit.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE) . – (SK) Signora Presidente, onorevoli colleghi, poiché l’Unione europea ha l’ambizione di farsi promotrice della lotta internazionale al riscaldamento globale, non deve soltanto formulare obiettivi di salvaguardia del clima, ma anche conseguirli attraverso misure politiche. La relazione trasversale dell’onorevole Florenz conferma che la lotta al cambiamento climatico deve basarsi su un approccio trasversale e va tenuta presente in tutti i regolamenti normativi.

L’acqua svolge un ruolo centrale nel cambiamento climatico. Dobbiamo renderci conto che le conseguenze del cambiamento climatico sul regime idrico possono causare un effetto domino coinvolgendo molti settori dell’economia. I crescenti problemi di acqua presenti in tutto il mondo richiedono l’adozione di una politica coordinata di gestione delle risorse idriche da parte degli Stati membri e l’introduzione di principi ambientali in una gestione integrata di tali risorse.

E’ necessario avviare programmi per creare strutture di stoccaggio superficiali per le acque piovane nelle zone urbane, agricole e boschive attraverso strumenti legislativi e misure di investimento e non investimento, che diano un contributo essenziale al loro stoccaggio in campagna. Finora queste risorse sono state considerate acque reflue da smaltire il più rapidamente possibile. Il nuovo approccio alle risorse idriche si fonda invece sul principio che le acque piovane sono indispensabili alla vita, e apprezzo molto che il concetto sia introdotto da un gruppo di specialisti cechi e slovacchi. E’ un approccio interessante, signor Ministro, che sicuramente meriterà il suo appoggio.

Non è possibile avere uno stile di vita sostenibile senza l’apporto dell’economia, della scienza, dei mezzi di comunicazione, del volontariato e dei privati cittadini. E’ importante non rinunciare, anche di fronte alla complessità del problema. Siamo chiamati a confrontarci con una sfida e dobbiamo agire ora perché le azioni che oggi compiamo determineranno il nostro domani. Il nostro obiettivo essenziale deve essere non privare le future generazioni degli elementi di base della vita che abbiamo ricevuto da Dio.

Prevarremo nella competizione globale soltanto se saremo in grado di introdurre tecnologie efficienti, innovative e intelligenti sul mercato in maniera trasparente e senza ostacoli burocratici. Prevarremo soltanto se in Europa scatterà il “verde” per tutte le soluzioni progressiste.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE) . – (LT) Signora Presidente, mi complimento con il relatore e tutti coloro che condividono le sue stesse idee affrontando la minaccia posta dal cambiamento climatico. I cittadini lituani e degli altri paesi baltici hanno realmente bisogno di una rete europea dell’energia elettrica. Se non verrà creata nell’arco di qualche anno, tutti i buoni propositi in merito alla sicurezza energetica resteranno soltanto parole. L’invito ad aumentare la somma messa a disposizione nel quadro dei fondi strutturali, da utilizzare per riscaldare abitazioni con più appartamenti, è molto importante. E’ raro che accadano miracoli. Tuttavia, il prolungamento della vita operativa della centrale nucleare di Ignalina, un miracolo in cui ancora la Lituania spera, ridurrebbe l’inquinamento e consentirebbe al PIL di rimanere al livello del 4-5 per cento annuo, elemento necessario soprattutto per uno Stato tanto colpito e danneggiato dalla crisi economica. Di fronte alla crisi, un numero crescente di cittadini europei si preoccupa più della sopravvivenza che della lotta al cambiamento climatico, ma se fossimo capaci di rinunciare agli sperperi del nostro stile di vita e diventassimo più parsimoniosi, non solo salveremmo l’ambiente ed eviteremmo il surriscaldamento del pianeta, ma ci arricchiremmo. Basta risparmiare con oculatezza nel quotidiano, nell’uso delle risorse, ed evitare brevi spostamenti in macchina per risparmiare ben 1 000 euro all’anno.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE-DE) . – (FR) Signora Presidente, si sarebbe potuto dire che la presente relazione era ridondante dopo il voto sul pacchetto concernente l’energia e il cambiamento climatico lo scorso dicembre. Essa ha invece il merito di essere una validissima sintesi di ciò che dobbiamo tenere presente per combattere il cambiamento climatico e vorrei cogliere l’opportunità per complimentarmi con il relatore, onorevole Florenz, che ha dimostrato tale lungimiranza nel preparare la relazione.

Ma andiamo oltre la discussione. Accertiamoci che gli Stati membri sottoscrivano un impegno vero. Concordo con i miei colleghi che hanno ribadito la necessità di un bilancio all’altezza delle nostre ambizioni. Dopo il successo del pacchetto sull’energia e il cambiamento climatico sotto la presidenza francese, dobbiamo fare tutto il possibile per pervenire a un accordo internazionale soddisfacente a Copenaghen.

Eppure vi è qualcosa di cui dovremmo preoccuparci. Il 2009 è un anno di elezioni europee e un anno in cui cambierà anche la Commissione europea. La maggiore preoccupazione ci deriva dalla lettura delle dichiarazioni del presidente della repubblica ceca, il quale sostiene che il riscaldamento globale non esiste.

Anche se dovesse avere ragione, l’intero nostro piano per combattere il cambiamento climatico è una risposta alla grave crisi economica che stiamo attualmente vivendo. Il depauperamento delle risorse energetiche, la necessità della sicurezza energetica, la deforestazione, il soffocamento delle nostre grandi città, che ospitano la maggior parte della popolazione, e dunque l’esigenza di utilizzare trasporti sostenibili, l’incessante carestia in tutto il mondo e il bisogno di nutrire il pianeta, tutto avvalora le soluzioni proposte per combattere il cambiamento climatico.

Stiamo entrando nell’era della crescita sostenibile, questa terza rivoluzione industriale che è un bene prezioso per la ricerca, l’innovazione, l’occupazione e la competitività delle nostre imprese. Quanto all’efficienza energetica, essa dovrebbe fare già parte di tutti i piani di ripresa perché si affida a tecnologie innovative. E’ un modo per ridurre la fattura petrolifera, che sicuramente i consumatori apprezzeranno, e riducendo il consumo di energia fossile l’Unione europea riconquisterà maggiore indipendenza e genererà meno emissioni di carbonio. Sono migliaia i nuovi posti di lavoro in gioco.

E’ indubbio dunque che la lotta al cambiamento climatico sia una delle risposte possibili alla crisi economica, e tale diventerà attraverso lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di carbonio, con il sostegno delle comunità locali, delle aziende, degli esperti e di tutti i cittadini.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE) . – (RO) Signora Presidente, la relazione presenta sia dati scientifici sia raccomandazioni per combattere il cambiamento climatico facendo riferimento all’adattamento e, nel contempo, alla mitigazione delle cause del problema. Combattere il cambiamento climatico non è soltanto un obbligo per garantire il futuro delle generazioni a venire, ma anche un’opportunità per rilanciare l’economia globale.

Vi invito dunque a far sì che l’importanza dell’efficienza energetica si rifletta sia nel bilancio comunitario sia negli strumenti finanziari messi a disposizione. Rendere i trasporti più efficienti mediante l’uso di sistemi di trasporto intelligenti, promuovere il trasporto ferroviario e marittimo, garantire lo sviluppo intermodale e investimenti in veicoli più ecologici sono misure che contribuiranno a ridurre le emissioni generate dal settore.

Ho inoltre raccomandato lo sviluppo di forme più ecologiche di turismo come il turismo sportivo o culturale, così come vorrei sottolineare che le mete turistiche di eccellenza dovrebbero essere quelle che rispettano e salvaguardano l’ambiente. Penso che dovremmo valutare l’ipotesi di creare un fondo internazionale per rimboschire i terreni inutilizzati.

Vorrei concludere dicendo che dobbiamo condurre ricerche nel campo della scienza medica e dell’industria farmaceutica per produrre farmaci e vaccini da mettere a disposizione di tutta la popolazione colpita da determinate patologie a un prezzo accessibile.

 
  
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  Etelka Barsi-Pataky (PPE-DE) . – (HU) Signora Presidente, oggi il cambiamento climatico e i trasporti sono temi inscindibili; al tempo stesso, la nostra mobilità, tanto difficilmente conquistata e caparbiamente protetta, assieme alla libera circolazione di persone, merci capitali, potrà in futuro restare tale soltanto se apportiamo modifiche e decidiamo di intraprendere passi decisivi in tale ambito. In veste di responsabile tematico per il quinto tema fondamentale, i trasporti, in seno alla commissione temporanea sul cambiamento climatico, sostengo l’adozione e la contemporanea attuazione di un pacchetto completo.

Che cosa occorre? Innanzi tutto, è necessario trasformare l’ambiente economico avendo in mente un duplice obiettivo: primo, sostenere l’innovazione ecologica tramite tasse e appalti pubblici; secondo, applicare realmente il principio del “chi inquina paga”. L’innovazione ecologica serve nel campo della tecnologia per i veicoli a motore al fine di sviluppare combustibili alternativi per il settore, nonché studiare sistemi di gestione della logistica e soluzioni di trasporto intelligenti. Il principio del “chi inquina paga” deve essere applicato a tutti i veicoli, così come nello scambio di emissioni e nell’incorporazione dei costi esterni.

Ogni iniziativa che abbiamo lanciato deve essere accelerata. Non basta parlare di queste cose: dobbiamo trasformarle in realtà. A che cosa mi riferisco per esempio? A uno spazio aereo europeo comune, a un cielo unico europeo e ai nostri sistemi di gestione. Tutto questo deve essere attuato in maniera efficace perché saremo in grado di regolamentare con successo industria e consumo soltanto quando avremo portato a termine i nostri compiti.

Ma, soprattutto, dobbiamo occuparci delle nostre città e di altre zone problematiche. Questo è forse, in ultima analisi, il compito più arduo. Dobbiamo promuovere una nuova cultura dei trasporti e adoperarci per giungere a un uso decisamente più efficace degli strumenti attualmente a nostra disposizione. Vogliamo ringraziare l’onorevole Florenz perché, con questa relazione, ora possiamo contare su una road map credibile e stratificata, che costituisce la base sulla quale iniziare a perseguire i nostri obiettivi e sederci coraggiosamente al tavolo negoziale a Copenaghen chiedendo a tutti di unirsi a noi.

 
  
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  Adam Gierek (PSE) . – (PL) Signora Presidente, nel preambolo alla relazione Florenz oggi in discussione il relatore fa riferimento a una sua precedente relazione sui fatti scientifici che sono alla base del cambiamento climatico. Ahimè in detta relazione non ho trovato alcun dato di fatto, ma solo il fermo convincimento che le relazioni dell’IPCC siano infallibili. Né la presente risoluzione né quella del maggio 2008 possono pertanto legittimare in alcun modo le decisioni politiche della Commissione europea alle quali manca un approccio scientifico oggettivo. Soltanto un modello coesivo di cambiamento climatico che tenga conto di tutte le variabili, come l’impatto dei gas a effetto serra, le particelle sospese e, soprattutto, l’attività solare, potrebbe fornire una giustificazione a tali decisioni.

La relazione, contenente informazioni di parte, la cui finalità è mettere in luce i meccanismi ipotetici che determinerebbero il cambiamento climatico come le emissioni di CO2, ignora il bisogno di una lotta internazionale contro il reale impatto del cambiamento climatico. La commissione temporanea sul cambiamento climatico si è concentrata in maniera parziale e prevenuta sul problema della riduzione delle emissioni di gas a effetto serra menzionando solo superficialmente tale lotta.

 
  
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  Agnes Schierhuber (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, innanzi tutto vorrei ringraziare anch’io il relatore, il quale ha effettivamente cercato di raggiungere il massimo per tutti noi.

L’agricoltura è particolarmente colpita dal cambiamento climatico in quanto i suoi prodotti sono coltivati all’aria aperta. Pensiamo, per esempio, alla siccità e alla desertificazione, fenomeni ai quali stiamo assistendo nel sud Italia, o ad altri fenomeni meteorologici estremi come le inaspettate piogge e grandinate o le inondazioni, che spesso colpiscono i mezzi di sussistenza dei nostri agricoltori.

L’agricoltura è spesso additata come la grande causa del cambiamento climatico. Circa il 10 per cento dei gas a effetto serra globali è prodotto in agricoltura; la maggior parte di essi, però, è costituita da gas di origine naturale come il metano.

A mio parere, l’agricoltura sta invece indicando la via da seguire nella lotta al cambiamento climatico, e vorrei documentare questo mio pensiero citando uno studio austriaco del 2008: attraverso piante quali graminacee, mais e cereali e il suolo, l’agricoltura e la silvicoltura consumano e legano molti più gas a effetto serra di quanti ne generino. Sempre secondo detto studio, le emissioni generate da agricoltura e silvicoltura, dell’ordine di 8 milioni di tonnellate di equivalenti-biossido di carbonio all’anno, vanno complessivamente paragonate a un effetto legante per 58 milioni di tonnellate di CO2 o equivalenti-biossido di carbonio. Ciò dimostra che l’agricoltura non va colpevolizzata nelle questioni ambientali. Al contrario, e vi fornisco altri dati: dal 1990, l’agricoltura in Austria ha ridotto le emissioni di CO2 di 1,3 milioni di tonnellate.

L’energia è un altro ambito importante il cui l’agricoltura contribuisce a combattere il cambiamento climatico. Per esempio, l’agricoltura in Austria consuma circa il 2,2 per cento dell’energia generata. La quota dell’energia rinnovabile è pari al 23 per cento, di cui una notevole percentuale va anche in questo caso attribuita all’agricoltura.

Infine, vorrei dire quanto segue. E’ necessario attribuire grande importanza...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Satu Hassi (Verts/ALE) . – (FI) Signora Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare sentitamente l’onorevole Florenz per l’eccellente lavoro svolto in veste di relatore. Ora la nostra sfida più importante è definire il prossimo trattato internazionale sul clima. I due temi più spinosi per il trattato sono gli obiettivi di riduzione delle emissioni dei diversi paesi e le modalità con cui i paesi industrializzati dovranno contribuire al finanziamento degli investimenti nella mitigazione del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo. In ambedue i campi, l’Unione europea deve alzare il tiro, per quanto teoricamente possiamo essere fieri del fatto di esserci sempre fatti promotori in tema di salvaguardia del clima.

Le ultime ricerche lasciano intendere che una riduzione delle emissioni del 30 per cento entro il 2020 non sia sufficiente. Gli obiettivi devono essere più ambiziosi. Quanto al finanziamento delle misure relative al cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo, mi rammarico per il fatto che nella sua nuova comunicazione la Commissione abbia ancora formulato osservazioni molto generiche senza proporre modelli sufficientemente concreti.

In diversi contesti, incluso il dibattito sul pacchetto concernente il clima, noi in Parlamento abbiamo dimostrato di essere pronti a dare un contributo significativo all’impegno per ridurre le emissioni nei paesi in via di sviluppo. Questo è uno degli ambiti in cui l’Unione europea dovrebbe incoraggiate anche il nuovo presidente degli Stati Uniti ad adottare una nuova linea. Sinora gli Stati Uniti non hanno detto nulla in merito alla loro disponibilità a sostenere obiettivi di riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo. La salvaguardia del clima può essere attuata, ma le misure devono essere rapide e coerenti.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE) . – (EN) Signora Presidente, dopo aver ringraziato il relatore, nel mio intervento vorrei soffermarmi espressamente sull’agricoltura e su due paragrafi della relazione che reputo inutili – eliminandoli la relazione sarebbe probabilmente migliore – ossia quelli che riguardano espressamente il consumo di carne, per i quali non credo vi sia spazio in questo documento.

Quanto al paragrafo successivo sulle razioni alimentari, esso ignora la realtà delle ricerche in corso da parecchi anni in molti Stati membri che cercano esattamente di ottenere il risultato dichiarato nel paragrafo, pertanto superato dai progressi compiuti.

Uno dei campi che io penso vada migliorato è quella della comunicazione agli agricoltori e a tutti coloro che usano la terra, indicando loro le modalità per svolgere la propria attività in maniera più “rispettosa del clima”. Ritengo che la collaborazione tra ricercatori e agricoltori non sia stata affatto sufficiente, per cui dobbiamo profondere maggiore impegno per estendere i servizi affinché il messaggio sia correttamente recepito: l’obiettivo è incoraggiare, non costringere.

 
  
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  Marusya Ivanova Lyubcheva (PSE) . – (BG) Signora Presidente, onorevoli colleghi, ovviamente il cambiamento climatico è oggetto di grande attenzione nella politica europea, e non soltanto europea.

Nessun paese, nessuna unione può gestire in maniera autonoma e indipendente le sfide poste dal cambiamento climatico prescindendo da un contesto generale. Abbiamo dunque bisogno di integrare le politiche, sia verticalmente che orizzontalmente. Politica, legislazione e finanze devono collaborare. La relazione offre una straordinaria piattaforma per farlo.

Vorrei ora richiamare l’attenzione su due elementi senza i quali non saremo in grado di svolgere il nostro lavoro a beneficio della lotta contro il cambiamento climatico. Mi riferisco alla scienza. Nella relazione si presta particolare attenzione alle nuove tecnologie, ma dobbiamo parlare maggiormente di scienza e incanalare gli investimenti nella scienza attraverso la quale si devono ricercare soluzioni, altrimenti saremo alla mercé del banale e dell’ordinario.

La nostra base è la ricerca scientifica. Il nostro futuro sono le nuove tecnologie sviluppate dalle imprese in collaborazione con la scienza. Vi esorto dunque a investire nella scienza e ad attribuire notevole priorità al cambiamento climatico in tutti i programmi scientifici dell’Unione europea.

 
  
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  Danutė Budreikaitė (ALDE) . – (LT) Signora Presidente, nella lotta al cambiamento climatico dobbiamo attribuire un’importanza notevole al settore dei trasporti, che attualmente genera quasi un terzo delle emissioni di CO2 dell’Unione europea, inducendolo a ridurle del 20 per cento entro il 2020. Nel perseguire tale obiettivo, è fondamentale attuare un pacchetto stabile di misure nell’ambito della politica dei trasporti che includano innovazioni ecologiche, tassazione delle emissioni di CO2, cambiamenti nelle abitudini di guida e uso delle autovetture e altre misure. Vorrei peraltro richiamare l’attenzione sul fatto che in alcuni Stati membri, a causa della crisi finanziaria e della recessione economica in atto, è stata aumentata l’IVA creando una situazione in cui la gente trova più economico spostarsi in macchina perché le tariffe dei trasporti pubblici sono elevate. Esorto dunque gli Stati ad applicare incentivi fiscali e incoraggiare i cittadini a usare i trasporti pubblici, così come è importante promuovere l’uso dei treni investendo nello sviluppo di infrastrutture ferroviarie. Permettetemi di ricordare infatti che, per ogni chilometro di percorrenza, un treno genera una quantità di emissioni di CO2 pari a un terzo di quelle generate da un’autovettura e un ottavo di quelle generate da un aereo.

 
  
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  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE) . – (FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, possiamo complimentarci con noi stessi per l’ampio consenso raggiunto in questa sede. Nondimeno restiamo isolati: signor Commissario responsabile dell’ambiente, signori Ministri dell’Ambiente, quanto importante è l’ambiente per la Commissione, il Consiglio e i governi? Noi sappiamo quanto è importante.

Io personalmente non ero affatto favorevole all’istituzione della commissione temporanea perché penso che creare una nuova commissione sia la maniera migliore per isolare qualcosa. In Francia parliamo di una “commissione Théodule”.

Mi chiedo quale sarà il futuro di questa relazione dal punto di vista della sua integrazione nelle politiche europee. Vorrei soltanto rammentare ai parlamentari che erano qui nel 1992 un’eccellente relazione approvata all’epoca sullo sviluppo sostenibile. Non appena adottata, per di più all’unanimità, quell’eccellente relazione è finita nel dimenticatoio. Forse se l’avessimo introdotta nelle politiche europee, oggi non saremmo qui.

Concludo rivolgendomi al relatore, il quale nega di presentare un progetto politico. Onorevole Florenz, quello che lei presenta è un progetto politico perché è un totale riorientamento delle politiche europee in materia di agricoltura, pesca e trasporti. Indubbiamente dobbiamo quindi essere più ambiziosi e attendiamo i risultati.

 
  
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  Herbert Reul (PPE-DE) . – (DE) Signora Presidente, considerare seriamente le conseguenze del cambiamento climatico significa dare ascolto a tutte le varie voci del dibattito, compresa quella della scienza. In commissione erano presenti molti esperti, è vero. Purtroppo, però, rappresentavano una sola posizione. Non abbiamo avuto la possibilità di esplorare tutti gli aspetti del dibattito, e credo che sia stato un errore.

Abbiamo avuto a disposizione un progetto iniziale della relazione Florenz, che era notevolmente migliore del testo che abbiamo oggi dinanzi a noi e sul quale dobbiamo basare la nostra decisione. Molti suggerimenti che attualmente la relazione contiene sono interessati, ma a mio parere molti altri sono sbagliati. Non ha alcun senso ricorrere continuamente a nuovi regolamenti e misure. L’unica soluzione può essere quella di dire “sì” all’innovazione, “sì” alla ricerca. La soluzione sta nell’assumersi personalmente la responsabilità, non nel moltiplicare incessantemente le regolamentazioni nazionali. Sono tante le disposizioni che non hanno alcun senso come, per esempio, l’obbligo contabile, la prevenzione del consumo di carne e le sanzioni previste allo scopo, l’atteggiamento diffamatorio nei confronti dell’agricoltura e molte altre. A mio giudizio, questa non è la maniera giusta di procedere e, pertanto, nella forma attuale trovo la relazione problematica.

 
  
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  Martin Bursík, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signora Presidente, visto che i parlamentari si esprimono nella propria lingua madre e sicuramente gli interpreti parleranno un inglese migliore del mio, se me lo concedete interverrei in ceco per tentare di rispondere alla discussione in corso nel Parlamento europeo.

(CS) Innanzi tutto vorrei esprimere il mio apprezzamento per la profondità del dibattito, il suo approccio pragmatico e l’atteggiamento responsabile dei parlamentari. Sono sette i punti della discussione sui quali vorrei ritornare. In primo luogo, vorrei sottolineare il ruolo del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, poiché in alcuni interventi sono state chiamate in causa le conclusioni dell’IPCC. A mio parere, è in qualche modo uno svantaggio che le relazioni trimestrali pubblicate dall’IPCC sui fatti materiali concernenti il cambiamento climatico e sugli adattamenti e le mitigazioni siano di 1 200-1 400 pagine, poiché contengono un lavoro scientifico estremamente dettagliato con richiami alla corrispondente letteratura scientifica. Successivamente, tuttavia, viene compilata una sintesi di tali relazioni, la cosiddetta “sintesi per i responsabili politici”, di circa 20 pagine, nelle quali si omette ogni riferimento bibliografico. A mio giudizio, molti equivoci derivano dal fatto che noi, responsabili politici, non abbiamo tempo, e mi scuso se ciò non vale per voi, di leggere le 1 200 o 1 500 pagine della versione integrale. E’ importante rammentare che l’IPCC non solo ha ottenuto un Nobel, ma alla conferenza sul clima di Bali i 192 Stati partecipanti sono stati anche concordi nell’affermare che si tratta della fonte scientifica più completa e qualitativamente valida, quella che ci offre le informazioni più coerenti a nostra disposizione per decidere se e come reagire al cambiamento climatico. Questo è stato il parere dei 192 rappresentanti nazionali e questa è anche la mia risposta ad alcune note allarmistiche, argomentazioni alle quali sono diventato avvezzo nel mio paese.

A mio avviso, nel 2009 abbiamo un ottimo punto di partenza. Da un lato, parliamo nuovamente all’unisono come Unione europea. Ho potuto apprezzare l’enorme valore di questo sviluppo a Bali. Siamo riusciti a ottenere progressi notevoli nei negoziati con i nostri partner del G77 e altre economie e siamo stati, di fatto, l’unica economia globale principale a esercitare pressioni per l’adozione di un obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 30 per cento entro il 2020. La seconda speranza all’inizio di quest’anno è il cambiamento avvenuto negli Stati Uniti, al quale molti parlamentari hanno fatto allusione. Io interpreto il problema nei seguenti termini: da qualche parte, a Copenaghen, vi è una stanza chiusa; la sua porta ha 200 serrature. Se riusciremo ad aprire tutte le serrature, sottoscriveremo un nuovo accordo globale sulla salvaguardia del clima in vigore dal 2013. A mio parere, adesso abbiamo aperto la prima serratura, che è l’Unione europea. La seconda è rappresentata dagli Stati Uniti ed è per questo che stiamo ponendo tanto l’accento sui contatti da stabilire il prima possibile con la nuova amministrazione americana e stiamo programmando una visita congiunta nell’ambito della troica con la prossima presidenza svedese e il commissario per l’ambiente Stavros Dimas. Ecco dunque la mia risposta al commento dell’onorevole Buzek; in altre parole, non intendiamo guidare da soli i negoziati internazionali. Non lo intendiamo affatto. La nostra intenzione è coordinarli. La Danimarca ha ovviamente un enorme interesse nel successo della conferenza di Copenaghen. Nelle sessioni ministeriali a porte chiuse del Consiglio europeo informale di primavera intendiamo riferire in merito ai progressi registrati nei negoziati bilaterali sull’accordo internazionale relativo al cambiamento climatico. Cercheremo inoltre di definire insieme una futura strategia sul coordinamento dei negoziali internazionali, ovviamente con il coinvolgimento di diplomatici. Negozieremo inoltre gli adattamenti, che saranno il tema principale del Consiglio informale di primavera a Praga.

Il prossimo argomento che voglio affrontare nella mia risposta riguarda il fatto che siamo giunti a un punto di congiunzione interessante poiché gli sforzi profusi dall’Unione verso una politica ambiziosa e attiva per quel che riguarda il cambiamento climatico si sono improvvisamente scontrati con gli effetti della crisi economica e finanziaria. In tale contesto, reputo molto positivo che le voci levatesi per un rinvio dei nostri obiettivi a lungo termine per quanto concerne il cambiamento climatico siano state poche e molto distribuite. Viceversa, la maggioranza delle voci, anche qui, nel Parlamento europeo, cosa della quale sono particolarmente grato, ci chiedono di sfruttare questa coincidenza e trattarla come un’opportunità perché ci offrirebbe una strategia “vincente su tutti i fronti”, ossia una strategia vantaggiosa in tutti gli ambiti visto che le singole economie sarebbero disposte a rispondere alla crisi economica e finanziaria sotto forma di investimento – anche gli economisti più conservatori sono pronti ad accettare eccezioni – e ciò costituirebbe l’opportunità per trasformare la nostra attuale economia in un’economia a basse emissioni di carbonio sostenendo le moderne tecnologie ambientali Perché una strategia “vincente su tutti i fronti”? Perché risparmieremmo denaro nel campo dell’energia attraverso misure di risparmio energetico, ridurremmo la nostra dipendenza dall’energia importata, conterremmo il nostro consumo di risorse naturali non rinnovabili, creeremmo nuovi posti di lavoro – non dimentichiamo che i vari piani in Europa per rispondere alla crisi economica e finanziaria creeranno nuove opportunità di occupazione proprio nell’ambito dei “lavori ecologici” e attorno alle nuove tecnologie ambientali per le fonti di energia rinnovabile e il risparmio energetico – e, nel contempo, ridurremmo le emissioni di gas a effetto serra.

La presidenza ceca considera pertanto la situazione come una straordinaria occasione per modificare i paradigmi di comportamento e orientare la nostra economia verso una maggiore sostenibilità. La più grande opportunità per cambiare sta nel mercato globale del carbonio. Rispetto alla politica ambientale degli anni Settanta, quando ci affidavamo a divieti e ingiunzioni utilizzando principalmente una cosiddetta politica di “fine ciclo”, nel 2009 ci troviamo a utilizzare decisamente di più gli strumenti finanziari per aiutare l’ambiente. A mio giudizio, il fatto che il pacchetto sul clima e l’energia contenga un nuovo sistema di scambio di emissioni basato sulle aste costituisce un fondamento eccellente per creare un mercato globale del carbonio. Parliamo in termini di ambizione. Nel 2013 si terranno progressivamente aste per l’energia elettrica ed entro il 2015 vogliamo vedere un mercato globale del carbonio a livello di OCSE. Stiamo pertanto monitorando con estrema attenzione gli sviluppi negli Stati Uniti e l’esito del processo di adozione del sistema cap-and-trade all’interno del congresso americano.

Un altro elemento che vorrei citare è il ruolo delle fonti di energia rinnovabile e del risparmio energetico. Nei nostri negoziati con i paesi in via di sviluppo dobbiamo offrire qualcosa; dobbiamo offrire a questi paesi sviluppo economico, ma anche un genere di sviluppo che garantisca il conseguimento degli obiettivi identificati dall’IPCC e adottati da noi politici, ambito nel quale le fonti di energia rinnovabile svolgeranno un ruolo di assoluto primo piano in quanto le alternative possibili sono essenzialmente due. Esistono miliardi di persone che non hanno accesso all’elettricità, ma ne hanno un desiderio disperato semplicemente perché è una prospettiva molto interessante per i consumatori e un’aspirazione per la quale nessuno è biasimabile. Orbene, affinché tale desiderio si realizzi, sarà necessario che le persone in questione si trasferiscano nelle città in cui l’elettricità è distribuita secondo l’attuale metodo convenzionale – grandi fonti centralizzate, reti di distribuzione, un fardello per l’ambiente – oppure sarà necessario portare loro l’elettricità nel luogo in cui hanno vissuto per generazioni e dove possono continuare vivere come tradizionalmente hanno fatto in armonia con la natura. La seconda possibilità è praticabile unicamente con un’elettricità rinnovabile decentrata. In altre parole, noi che sviluppiamo la tecnologia per le fonti di energia rinnovabile in Europa lo facciamo non soltanto per i paesi sviluppati, ma anche per aumentare il numero di impianti in tutto il mondo, ridurre i costi operativi e di investimento e rendere tali tecnologie accessibili agli abitanti dei paesi in via di sviluppo: un compito politico enorme con il quale dobbiamo confrontarci per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo.

Concluderei assicurandovi che la presidenza ceca ha realmente grandi ambizioni e intende registrare progressi nei negoziati sul cambiamento climatico. Ci adopereremo molto attivamente per contribuire a guidare i negoziati internazionali. Vorrei inoltre rassicurarvi in merito alla coerenza esistente in seno alla presidenza ceca e se il primo ministro della Repubblica ceca ha difeso il suo presidente Klaus qui, nel corso della discussione in corso presso il Parlamento europeo, per quanto concerne il cambiamento climatico e la politica attuata in merito, non posso non prendere le distanze da tali dichiarazioni e dalla sua posizione. La posizione della presidenza ceca, posso garantirlo, è concordata a livello di governo. Vi prego di ricordare che, nonostante le dichiarazioni che potrete ancora udire durante la presidenza ceca – visto che il presidente della nostra Repubblica è in procinto di recarsi negli Stati Uniti – la politica per il clima è formulata dal nostro governo: siamo uniti nella nostra posizione e stiamo collaborando con la Commissione e la prossima presidenza svedese. Concludo così il mio intervento ringraziandovi ancora sentitamente per la discussione molto produttiva, pragmatica e, soprattutto responsabile, tenuta da questo onorevole consesso.

 
  
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  Stavros Dimas, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, anche noi intendiamo proseguire la stretta collaborazione con la presidenza ceca, il governo ceco e specificamente il ministro Bursík. Sono certo che durante il primo semestre del 2009 saremo in grado di far progredire notevolmente i negoziati.

Vorrei ringraziare tutti coloro che oggi hanno preso parte alla discussione per il loro apporto positivo.

Come indica il titolo stesso della relazione, ciò che accadrà al clima mondiale nel 2015 e oltre dipenderà dall’azione decisa ora dalla comunità internazionale. Resta essenziali basarsi sui fondati pareri scientifici a nostra disposizione e insistere sul fatto che i negoziati devono essere guidati dalla scienza. Dobbiamo comunicare le conclusioni scientifiche a un pubblico più ampio e rendere i consumatori più consapevoli degli effetti dei gas sugli stili di vita e i modelli di consumo.

Tale accresciuta consapevolezza deve però accompagnarsi a forti incentivi economici affinché le imprese riducano le emissioni di gas a effetto serra generate da prodotti e servizi offerti. E’ necessario passare su scala globale a un’economia a basse emissioni di carbonio, risultato che potrà essere conseguito unicamente attraverso un’azione integrata a tutto spettro per affrontare il problema delle emissioni in tutti gli ambiti.

Soltanto essendo ambiziosi potremo tenere la porta aperta alla fissazione di concentrazioni di gas a effetto serra a livelli inferiori qualora l’IPCC dovesse in futuro ravvisarne la necessità. Insieme alla Commissione, sono persuaso che anche il Parlamento sia chiamato a svolgere un ruolo importante nel trasmettere questi importanti messaggi.

Il 2009 sarà un anno fondamentale per i negoziati globali sul cambiamento climatico. Per la Commissione, il 2009 sarà un anno di attuazione: stiamo infatti lavorando su una road map in tal senso. Sono circa 15 le misure che dovranno passare per la comitatologia e vi è un elenco di scadenze nell’ETS rivisto che rispetteremo: per esempio, l’elenco dei settori per quanto concerne la fuoriuscita di carbonio dovrà essere approntato entro dicembre del 2009. Il 30 marzo 2009 avrà luogo una grande riunione delle parti interessate. Il grosso del lavoro sarà svolto nel corso dell’estate e per la fine dell’anno l’elenco sarà stilato.

Le norme armonizzate per le aste dovranno essere pronte entro giugno del 2010. Si terrà una grande riunione delle parti interessate in febbraio. Tutti i programmi di lavoro e le scadenze sono a vostra disposizione. Ma soprattutto, come ho detto poc’anzi, il 2009 sarà un anno decisivo per i negoziati globali sul cambiamento climatico.

Ci si aspetta che il mondo concordi un’ulteriore azione internazionale per affrontare il cambiamento climatico in occasione della conferenza sul cambiamento climatico che si terrà a dicembre a Copenaghen. Non possiamo però dare per scontato che a Copenaghen si giunga a un consenso: resta ancora molto lavoro da fare.

Il pacchetto sull’energia e il cambiamento climatico ci ha dato un vantaggio iniziale in questa transizione fornendoci una base eccellente per dimostrare che una politica ambiziosa in materia di clima non è soltanto possibile, ma anche decisamente utile per le nostre economie e società. La comunicazione di Copenaghen rappresenta il punto di partenza per elaborare le posizioni dell’Unione europea su questi elementi fondamentali, consentendoci di mantenere la nostra leadership e aiutandoci a guidare i negoziati verso un successo a Copenaghen.

E’ chiaro che la sfida del cambiamento climatico non può essere raccolta senza aumentare notevolmente i finanziamenti e gli investimenti in tecnologia pulita, nonché in misure di adattamento agli inevitabili effetti del cambiamento climatico. Si stima che gli importi necessari per i paesi in via di sviluppo arrivino a 120-150 miliardi di euro all’anno nel 2020.

Fino al 2020, tali finanziamenti potranno essere coperti in larga misura dal settore privato, ossia dai nuclei familiari degli stessi paesi in via di sviluppo. Per esempio, la maggior parte delle riduzioni nel settore energetico deriverà da miglioramenti dell’efficienza che si autofinanzieranno. Parte del sostegno sarà inoltre ottenuta attraverso accordi di prestito internazionali per mobilitare finanze private internazionali.

Infine, un’altra quota notevole degli ulteriori finanziamenti e investimenti sarà mobilitata attraverso il mercato del carbonio, sia attingendo dai proventi delle future aste delle quote di carbonio sia attraverso i crediti di carbonio previsti dal meccanismo di sviluppo economico, il cosiddetto CDM. Nel suo pacchetto per il clima e l’energia, l’Unione europea ha già creato una domanda notevole di crediti CDM fino al 2020 ed è probabile che ciò stimoli l’introduzione di tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, quanto più poveri sono tali paesi, tanto maggiore sarà l’assistenza finanziaria pubblica integrativa di cui avranno bisogno e per la quale ricorreranno ai paesi sviluppati. Senza assistenza, essi non saranno in grado di ridurre sufficientemente le emissioni di gas a effetto serra. Senza assistenza, i più poveri e vulnerabili subiranno le conseguenze del cambiamento climatico. Senza assistenza, non vi sarà alcun accordo a Copenaghen.

La domanda è: come possiamo garantire che questi ulteriori flussi finanziari pubblici siano prevedibili e vengano spesi in maniera trasparente ed efficace? Come possiamo far sì che i contributi a tali flussi siano equamente ripartiti a livello internazionale?

A parte il nostro apporto ai negoziati delle Nazioni Unite, abbiamo osservato che, alla luce del successo del sistema di scambio di emissioni dell’Unione europea, si stanno creando mercati del carbonio in molte parti del mondo. L’Australia ha annunciato gli elementi fondamentali del proprio sistema. Nell’autunno del 2008, poco dopo essere stato eletto, il presidente americano Obama ha ribadito il suo obiettivo di creare un mercato del carbonio per tutto il paese.

Insieme, questi sistemi di scambio potrebbero costituire il nucleo di un futuro mercato del carbonio globale in evoluzione. Come ho già sottolineato, la sfida dell’Unione europea ora consiste nell’agevolare lo sviluppo di tali mercati collegati, soprattutto tra i paesi dell’OCSE, entro il 2015.

Nella comunicazione di Copenaghen, la Commissione ha affrontato tali aspetti formulando proposte concrete, proposte che non sono soltanto ambiziose, ma anche realistiche e daranno un apporto notevole al successo di Copenaghen, di cui il nostro pianeta ha disperato bisogno.

Vorrei concludere cogliendo l’occasione per ringraziare la commissione temporanea sul cambiamento climatico, l’onorevole Florenz e il Parlamento per il forte sostegno manifestato alle nostre proposte, nonché per la serietà e la celerità con la quale si sono occupati del pacchetto.

(Applausi)

 
  
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  Karl-Heinz Florenz, relatore. – (DE) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, sono molto lieto che, nelle fasi di chiusura della commissione temporanea il tema abbia suscitato un tale interesse, che personalmente apprezzo moltissimo. Vorrei altresì ringraziare tutti coloro che hanno contribuito all’odierno dibattito e tutti coloro che hanno collaborato con noi. Abbiamo prodotto una road map per Copenaghen, che ovviamente contiene cartelli segnaletici, cartelli di stop, cartelli di via libera, ma soprattutto cartelli che ci indicano quanto difficili siano le strade da percorrere. Ne abbiamo discusso oggi in questa sede.

Mi compiaccio per le critiche formulate, alcune delle quali sono condivisibili. Il suggerimento formulato dall’onorevole Holm affinché i cittadini europei smettano di mangiare carne è – mi dispiace dirlo – alquanto risibile, ma ognuno di noi ha le proprie idee. Alla fine, l’esito sarà positivo e tutti vi avranno contribuito. Ancora una volta vi porgo dunque i miei più sentiti ringraziamenti.

 
  
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  Presidente . – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Constantin Dumitriu (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Durante gli ultimi mesi abbiamo visto cosa significa contrazione del credito, in quanto l’economia globale è colpita da una crisi senza precedenti. Tuttavia, la crisi climatica, quella alimentare e quella sociale si stanno facendo anch’esse parimenti sentire.

In Romania, negli ultimi anni, abbiamo registrato un calo della produzione dovuto a cause esterne come inondazioni, siccità e influenza aviaria, calo al quale si sono sommati negli ultimi mesi problemi di natura economica. Nell’attuale situazione di crisi finanziaria, sarà sempre più difficile per noi coprire le perdite causate da inondazioni e siccità ricorrendo al bilancio nazionale. Per tutto il periodo durante il quale sono stato membro della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, ho sostenuto l’idea di creare meccanismi di intervento indipendenti a livello comunitario, prescindendo dal valore delle soglie nazionali.

Ritengo inoltre che, di fronte a una sfida di questa portata, dobbiamo dare la priorità agli investimenti in tecnologie pulite ed energie rinnovabili poiché rappresentano una soluzione alla crisi climatica, ma consentirebbero anche di rilanciare l’economia attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro. Nell’ambito del nostro mandato europeo, è nostro dovere convincere i governi a investire di più nell’innovazione e in nuove tecnologie correlate all’ambiente.

 
  
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  Gábor Harangozó (PSE), per iscritto. – (EN) Affrontare il tema del cambiamento climatico in questo momento di grave turbolenza finanziaria e minore fiducia nei sistemi economici può sembrare a molti un errore in termini di priorità. Diventare “ecologici” costa e gli sforzi necessari per ristrutturare radicalmente molti settori al fine di conseguire obiettivi ambiziosi sono enormi.

Nondimeno, sono tante le opportunità da cogliere in investimenti e politiche “verdi” che potrebbero rappresentare altrettanti elementi a favore della ripresa e della stabilità economica. Lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di carbonio è una reale sfida che non possiamo permetterci di non raccogliere. Abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi, ma pur sempre realizzabili, e non dobbiamo temere di percorrere la via di un’inevitabile rivoluzione industriale. Per garantire la ripresa economica e migliori condizioni di vita ai nostri cittadini, è necessario un approccio complesso e ambizioso che promuova innovazione e sviluppo di nuovi posti di lavoro e aziende nel quadro di tecnologie “ecologiche”.

Infine, sono naturalmente indispensabili adeguati mezzi finanziari per effettuare i necessari investimenti in un’innovazione “verde” e, come è ovvio, tali costi non possono essere sostenuti semplicemente a discapito di altre politiche comunitarie essenziali, le quali non possono farsi carico del fardello del cambiamento climatico senza ulteriori risorse finanziarie.

 
  
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  Gyula Hegyi (PSE), per iscritto. – (HU) Una delle conseguenze a lungo termine più gravi del cambiamento climatico è la riduzione delle fonti di acqua dolce e la crescente scarsità di acqua potabile pulita. Non è un’esagerazione affermare che l’acqua sarà il bene strategico più importante del XXI secolo. La politica di tutela ambientale dell’Europa deve essere pertanto applicata in maniera più rigorosa di quanto sia avvenuto finora per proteggere le falde freatiche, prevenire l’inquinamento di acqua e suolo e sostenere una gestione adeguata degli habitat acquatici naturali e artificiali.

Alterni periodi di inondazioni e siccità, nonché condizioni meteorologiche estreme, richiedono una gestione migliore delle acque piovane. Non esiste acqua superflua; esiste soltanto acqua gestita male. Nel prossimo ciclo parlamentare e nel nuovo bilancio, l’Unione europea dovrà garantire la disponibilità di fondi notevoli per la prevenzione delle inondazioni, la salvaguardia delle falde freatiche, l’incremento dei corpi urbani di acqua dolce e programmi di depurazione delle acque reflue. Le risorse idriche ungheresi sono eccellenti e gli ingegneri idraulici del paese hanno svolto un lavoro straordinario per quasi 200 anni. Non ho dubbi, dunque, che il nostro paese assumerà un ruolo attivo e costruttivo nella definizione di una politica europea unificata per le risorse idriche.

 
  
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  Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (UEN) , per iscritto. – (PL) Prendendo la parola in questa discussione sulla politica per la salvaguardia del clima fino 2050, vorrei richiamare l’attenzione sui seguenti punti.

In primo luogo, se gli Stati Uniti e i paesi del sud-est asiatico non aderiscono al programma di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, dimostrando tanto impegno quanto quello di cui sta dando prova l’Unione europea, l’enorme sforzo finanziario necessario e l’inevitabile conseguenza di una crescita economica più lenta nell’Unione europea rappresenteranno un prezzo molto alto da pagare per una riduzione minima di tali emissioni. L’Unione europea è responsabile soltanto di un 14 per cento delle emissioni globali, mentre gli Stati Uniti e i paesi del sud-est asiatico ne generano quasi l’80 per cento.

In secondo luogo, gli impegni dei singoli paesi per ridurre le emissioni di anidride carbonica del 20 per cento entro il 2020, unitamente alla necessità di acquistare permessi di emissione, comporteranno un aumento notevole del prezzo dell’elettricità e del riscaldamento per i cittadini e anche costi superiori per il settore industriale, specialmente nei nuovi Stati membri, come la Polonia, in cui il settore dell’energia si basa sul carbone. Di conseguenza, in tali paesi si potrebbe essere costretti a chiudere molti settori industriali che consumano un livello elevato di energia, con tutta una serie di ripercussioni sociali negative.

Si dovrebbero infine tenere presenti le riduzioni delle emissioni di anidride carbonica ottenute dai nuovi Stati membri e in particolare dalla Polonia. Nel paese, infatti, una lungimirante ristrutturazione economica avvenuta tra il 1990 e il 2005 ha consentito di ottenere riduzioni delle emissioni di anidride carbonica dell’ordine del 30 per cento. Ciò ha però comportato un costo sociale elevatissimo e il tasso di disoccupazione è rimasto superiore al 20 per cento per molti anni durante tale periodo.

 
  
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  Adrian Manole (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Ritengo che la relazione dell’onorevole Florenz “2050: il futuro inizia oggi – raccomandazioni per la futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico” fosse necessaria e sia giunta al momento opportuno, visti gli effetti del cambiamento climatico già osservati e quelli previsti.

La Romania è stata uno dei primi paesi in Europa a sottoscrivere il protocollo di Kyoto, in virtù del quale ha assunto l’impegno di sostenere la battaglia contro il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas a effetto serra dell’8 per cento entro il 2012.

Sono persuaso che tali misure siano necessarie, sebbene rispetto a molti altri paesi europei il livello di emissioni di gas a effetto serra della Romania sia basso. L’agricoltura e la silvicoltura del mio paese possono svolgere un ruolo importante nel combattere il cambiamento climatico, il cui impatto si è sentito fortemente negli ultimi anni, soprattutto attraverso le inondazioni, le temperature elevate e le siccità prolungate, fenomeni naturali che incidono non soltanto sulla produttività agricola e silvicola, ma anche su preziosi habitat ed ecosistemi.

L’agricoltura e la silvicoltura dovrebbero continuare a offrire un apporto importante alla battaglia contro gli effetti causati dal cambiamento climatico attraverso il rimboschimento, allo scopo di assorbire e trattenere i gas a effetto serra, e l’uso della biomassa come fonte di energia rinnovabile.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE-DE), per iscritto. – (RO) L’Unione europea ha assunto un ruolo importante nell’impegno per giungere a un compromesso e adottare un accordo globale post-Kyoto. E’ possibile che la cooperazione con la nuova amministrazione statunitense le consenta di proporre un modo specifico per attuare tale accordo.

Misure ad hoc per combattere gli effetti del cambiamento climatico offrono anche opportunità di sviluppo socioeconomico sostenibile e creazione di nuovi posti di lavoro poiché si rivolgono in particolare a nuovi settori dinamici, che offrono un notevole potenziale di crescita e in cui il livello di investimenti effettuati sinora è stato inadeguato. Tali misure, a prescindere dalla loro utilità nella lotta al cambiamento climatico, avranno anche un impatto positivo attenuando le implicazioni della crisi economica e finanziaria e potranno contribuire a lungo termine alla riduzione della dipendenza dell’Unione dalle importazioni di energia.

Parliamo in questo caso di nuovi e cospicui investimenti in infrastrutture di trasporto, fonti di energia rinnovabile, biotecnologie, raccolta e riciclaggio del rifiuti, energia nucleare e rinnovamento degli impianti di riscaldamento residenziali.

Anche il rimboschimento e le misure per prevenire la desertificazione possono produrre a medio termine risultati spettacolari.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Apprezzo la relazione dell’onorevole Florenz sul cambiamento climatico, che punta a formulare politiche per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C rispetto all’epoca preindustriale e apprezzo in particolare l’esortazione a migliorare del 20 per cento l’efficienza energetica, l’invito a fissare obiettivi vincolanti per l’agricoltura e la richiesta di creare un fondo europeo per il clima.

Tali proposte, in aggiunta alle misure già adottate dall’Unione europea, ci pongono in una posizione di forza per promuovere l’idea di un’azione globale in merito al cambiamento climatico al vertice di Copenaghen.

 
  
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  Péter Olajos (PPE-DE), per iscritto. – (HU) Desidero complimentarmi con l’onorevole Florenz per la sua relazione, un documento eccellente in vista della conferenza di Copenaghen prevista per fine anno.

Reputo molto importante l’osservazione che la crisi economica e finanziaria e la crisi del cambiamento climatico hanno radici comuni, osservazione da cui si evince anche che l’approccio per uscire da tali crisi non può che essere il medesimo. Per arginare e bloccare le conseguenze di queste crisi, è necessario modificare i paradigmi e innovare completamente tutti i campi della nostra vita.

Concordo con il commissario Dimas nell’affermare che i costi devono essere coperti in primo luogo dagli scambi di anidride carbonica, in secondo luogo dagli investimenti di aziende private e in terzo luogo da incentivi statali.

Tutti sono alla ricerca di soluzioni che ci permettano di avanzare, di modi per stimolare l’occupazione, avviare il motore dell’economia globale quanto prima e fermare il cambiamento climatico. Il concetto noto come New Deal ecologico, sviluppato dal segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, significa essenzialmente che gli incentivi economici globali devono diventare parte dell’investimento in tecnologie rispettose dell’ambiente. La nuova logica di un’organizzazione economica basata su innovazioni nel campo della tecnologia ambientale, con il supporto dei mercati dei capitali internazionali, è anche un elemento fondamentale del programma del presidente americano Obama.

Innovazioni per una futura tecnologia industriale ecologica promuoverebbero l’efficacia dello Stato e dell’economia, stimolerebbero l’interesse degli operatori economici e aumenterebbero la sensibilità a prezzi e costi nel consumatore rispetto a prodotti e servizi offerti.

 
  
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  Rovana Plumb (PSE), per iscritto. – (RO) I dodici punti enunciati nella relazione forniscono un piano di azione chiaro per il futuro. Tuttavia, per poterlo attuare a livello locale, nazionale, regionale e mondiale, abbiamo bisogno del sostegno di cittadini correttamente informati.

Secondo uno speciale studio condotto da Eurobarometro nella primavera del 2008 sul “cambiamento climatico”, circa il 41 per cento degli europei ha affermato di essere poco informato in merito alle cause, alle conseguenze e ai modi per combattere il cambiamento climatico. In Romania, oltre il 65 per cento dei cittadini ha risposto di non avere alcuna informazione in merito.

Innalzare il profilo di questo tema presso il pubblico attraverso campagne di educazione e sensibilizzazione negli ambiti della vita quotidiana è pertanto un passo indispensabile. La Commissione e gli Stati membri devono finanziare campagne di sensibilizzazione del pubblico e creare condizioni per formare la gente a nuove carriere adeguate alle specifiche sfide poste sul mercato del lavoro da mutamenti economici strutturali accelerati dal cambiamento climatico e dai suoi effetti.

Nell’attuale crisi economica, l’Unione europea deve impegnarsi politicamente e finanziariamente negli ambiti fondamentali, ossia sostenendo e sviluppando di tecnologie “pulite” per combattere il cambiamento climatico, supportando misure di adattamento transfrontaliere, promuovendo l’efficienza energetica e fornendo assistenza in caso di calamità secondo il suo principio della solidarietà. La ricaduta positiva di tutto questo sarà la creazione di posti di lavoro “verdi” in nuove imprese competitive.

 
  
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  Flaviu Călin Rus (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Qualunque discussione sul clima, gli ecosistemi e l’energia è di fondamentale importanza perché qualsiasi cambiamento di rilievo di tali elementi può interessare la vita sul pianeta. A prescindere dai tipi di cause o dalle argomentazioni scientifiche formulate dai vari gruppi di ricercatori, è certo che stiamo assistendo a un riscaldamento globale. Questa relazione completa e ben formulata, oltre a tutte le informazioni utili e preziose che ci fornisce, ci incoraggia anche a porci il seguente interrogativo: che cosa faremo per noi stessi e le future generazioni?

In tale contesto di cambiamento climatico, ritengo che siano tre i tipi di progetti sui quali gli Stati membri dell’Unione europea dovrebbero lavorare e che dovrebbero prioritariamente sostenere:

1. Progetti che comportino politiche standard per la gestione delle risorse energetiche nella maniera più efficiente possibile e l’individuazione di soluzioni volte a contenere l’inquinamento, specialmente nelle zone industriali e commerciali.

2. Progetti che comportino il finanziamento di ricerche scientifiche volte allo sviluppo di tecnologie pulite.

3. Progetti che sostengano interventi specifici immediati intesi a ricreare l’ecosistema sia a livello europeo sia in qualunque altra regione del mondo.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (PSE), per iscritto. – (RO) L’Unione europea ha assunto un ruolo di guida nella battaglia contro il cambiamento climatico. Elaborare una strategia a lungo termine per gestire efficacemente le risorse naturali del mondo contribuirà a giungere a un’economia globale con minori emissioni di anidride carbonica.

Tale strategia deve basarsi sul principio della solidarietà allo scopo di trovare un equilibrio tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, che hanno bisogno di assistenza per ridurre la loro vulnerabilità agli effetti negativi del cambiamento climatico. I segni del riscaldamento globale sono evidenti nella povertà, nella carenza di prodotti alimentari e nelle risorse energetiche limitate. E’ noto che il petrolio non è più una fonte di energia abbastanza potente per rispondere alla domanda, che secondo le previsioni dovrebbe aumentare almeno del 60 per cento entro il 2030. L’identificazione di fonti alternative e l’uso oculato delle risorse esistenti sono sfide con cui in futuro l’Unione europea dovrà confrontarsi. L’agricoltura è uno dei settori più vulnerabili al cambiamento climatico in ragione della sua dipendenza dalle condizioni meteorologiche.

Considerato che tale settore fornisce le risorse alimentari per l’intera popolazione mondiale, una gestione sostenibile del suolo e delle risorse idriche, abbinata alla salvaguardia delle foreste e della biodiversità, dovrà figurare nell’agenda della strategia a lungo termine per arginare gli effetti del riscaldamento globale.

 
  
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  Richard Seeber (PPE-DE), per iscritto. – (DE) L’Europa e il mondo sono attualmente di fronte a notevoli sfide. La crisi del mercato dei capitali non è l’unico problema pressante. Dobbiamo anche intraprendere quanto prima un programma sostenibile per combattere il cambiamento climatico. L’Unione europea, grande associazione economica e politica, è in grado di imporsi come guida nella lotta al cambiamento climatico.

Il primo passo in tal senso è già stato compiuto; l’Unione ha infatti fissato obiettivi climatici vincolanti e, con l’adozione del pacchetto sul cambiamento climatico nel dicembre del 2008, ha intrapreso molte misure appropriate per la salvaguardia del clima. Ora la massima priorità deve essere rappresentata dalla conclusione di un accordo internazionale a Copenaghen, evitando nel contempo la deindustrializzazione e inutili oneri a carico dell’economia europea. Dovremmo rafforzare l’investimento nella tecnologia verde e nella ricerca al riguardo. Così facendo, l’Europa potrà avanzare non soltanto in campo ambientale, ma anche a livello economico.

 
  
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  Theodor Dumitru Stolojan (PPE-DE), per iscritto. – (RO) L’Unione europea è diventata il principale attore adottando misure specifiche e politiche che affrontano di petto la sfida globale posta dal cambiamento climatico.

La politica europea in tale ambito può diventare più efficace a livello globale e all’interno della stessa Unione se: a) l’impegno europeo viene sostenuto dagli sforzi di altri potenti paesi industrializzati al di fuori dell’Unione, unitamente a quello di paesi come Cina, Brasile, Russia e così via; b) si incoraggia anziché scoraggiare lo sviluppo dell’energia nucleare, perlomeno nei prossimi 30-40 anni, finché non si sarà sviluppata una tecnologia in grado di usare le risorse rinnovabili a costi accessibili per il mercato senza bisogno di sovvenzioni; c) la Commissione europea sosterrà con maggiore vigore progetti volti al risparmio energetico e all’estrazione di energia dalla biomassa, ivi compreso il trasferimento di tecnologia, negli Stati membri dell’Unione meno sviluppati con potenziale agricolo elevato.

La Romania continuerà a sviluppare il proprio programma nucleare per la generazione di elettricità. Nel contempo, il paese ammodernerà le proprie centrali a carbone e potenzierà gli sforzi profusi per produrre energia dalla biomassa. In tale ottica, abbiamo bisogno di partenariati con gli Stati membri ed esortiamo la Commissione europea ad accelerare il processo di semplificazione delle procedure per impegnare fondi europei.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (PSE), per iscritto. – (HU) Gli investimenti ecologici devono svolgere un ruolo fondamentale nell’ambito dei pacchetti nazionali di stimolo economico volti a contrastare gli effetti negativi della crisi economica internazionale. Tali investimenti, che saranno utilizzati per sfruttare le fonti di energia rinnovabile in maniera più efficace, contenere il consumo di energia e ridurre l’emissione di anidride carbonica e altri gas a effetto serra offrono non soltanto vantaggi economici, ma anche notevoli benefici sociali. E’ nell’interesse dell’Ungheria che gli Stati membri dell’Unione si coordinino e intensifichino reciprocamente i propri sforzi in merito. Nel fissare obiettivi ambientali, dobbiamo anche prestare attenzione alle capacità economiche e sociali degli Stati membri, per cui dobbiamo stabilire soltanto obiettivi raggiungibili tenendo conto dei loro effetti sulla crisi economica. Tali obiettivi possono essere conseguiti unicamente se la società dà prova di solidarietà. L’attività del governo non è sufficiente affinché ciò accada; occorre anche modificare gradualmente l’atteggiamento della società. Le azioni concrete raccomandate dalla relazione Florenz come il sostegno all’edilizia a energia zero, le abitazioni “passive”, la creazione di un fondo europeo a supporto della ricerca nel campo delle fonti di energia rinnovabile, il collegamento delle reti di energia a livello europeo e la sensibilizzazione dei cittadini europei, soprattutto i bambini, contribuiscono tutte a modificare la nostra mentalità.

Dobbiamo altresì cercare di garantire che nel XXI secolo il vantaggio tecnologico dell’Europa per quanto concerne gli sviluppi nel campo della salvaguardia ambientale non vada perso, tramutandolo anche in vantaggio economico e sociale. Vista infine la ricchezza del patrimonio agricolo ungherese, la generazione di energia dalla biomassa o il riutilizzo sotto forma di biogas di sottoprodotti animali e vegetali (prodotti di scarto non idonei ad altri usi commerciali) potrebbero schiudere opportunità estremamente interessanti.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 

4. Le priorità nella lotta contro il morbo di Alzheimer (dichiarazione scritta): vedasi processo verbale
  

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL) . – (SV) Signora Presidente, spero che ascolti l’intero Parlamento. Durante la tornata di gennaio, abbiamo adottato all’unanimità una risoluzione sul Corno d’Africa. La risoluzione conteneva un paragrafo specifico nel quale si affermava che Dawit Isaak avrebbe dovuto essere rilasciato. In questo momento Dawit Isaak è gravemente malato e vorrei pregare il presidente di scrivere alle autorità eritree.

La notizia della sua malattia è stata confermata da diverse fonti e divulgata in data odierna dai mezzi di comunicazione svedesi. La situazione è estremamente grave e disperata. Vorrei soltanto ricordarvi che Dawit Isaak è un giornalista svedese-eritreo detenuto senza processo dal 2001. I suoi problemi di salute sono al momento talmente gravi che viene tenuto in un ospedale militare. Temo seriamente per la sua vita.

Chiedo sostegno per il rilascio di Dawit Isaak.

(Applausi)

 
  
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  Presidente . Onorevole Svensson, possono confermarle che il presidente scriverà come da lei richiesto.

 

5. Turno di votazioni
Video degli interventi
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  Presidente . L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati dettagliati della votazione: vedasi processo verbale)

 

5.1. 2050: il futuro inizia oggi - Raccomandazioni per la futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico (A6-0495/2008, Karl-Heinz Florenz) (votazione).
 

(La seduta è sospesa alle 11.55 in attesa della seduta solenne)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. PÖTTERING
Presidente

 

6. Seduta solenne - Autorità palestinese
Video degli interventi
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  Presidente . − Onorevoli parlamentari, è con immensa gioia e commozione che accolgo oggi tra noi Mahmud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Signor Presidente, le porgo il più caloroso benvenuto nel Parlamento europeo.

(Applausi)

Avevamo anche invitato il presidente israeliano, Shimon Peres. Purtroppo però, poiché Israele celebra il sessantenario della sua costituzione nazionale, il presidente non ha potuto rispettare l’impegno concordato. Ci auguriamo che la visita del presidente Peres possa avvenire a breve.

Signor Presidente, non è la prima volta che abbiamo l’onore di riceverla presso il Parlamento europeo. Porgendole il benvenuto qui a Strasburgo, in un momento estremamente difficile per il Medio Oriente e in particolare per il suo popolo, il popolo palestinese, rammento il nostro ultimo incontro in Medio Oriente, avvenuto quasi due anni fa, alla fine del maggio del 2007, a Gaza. Allora lei mi accolse nella sede ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese. Non dimenticherò mai quella circostanza perché la situazione era estremamente tesa. All’epoca lei stava conducendo delicate trattative per salvare il governo dell’unità nazionale da lei costituito con energia e lungimiranza. Dieci giorni dopo, un inglorioso colpo di Stato ha – ahimè – posto fine a suoi sforzi.

Oggi lei è giunto direttamente dal Cairo dopo una breve sosta a Parigi per incontrare il presidente francese. Negli ultimi giorni, al Cairo si sono tenuti negoziati molto promettenti sulla formazione di un governo palestinese frutto di un consenso nazionale.

In merito alla tragedia della striscia di Gaza, il Parlamento europeo ha assistito alla sofferenza del popolo palestinese non senza preoccupazione. Il Parlamento europeo non ha taciuto. Abbiamo chiesto un cessate il fuoco immediato. Abbiamo denunciato la reazione spropositata non solo da parte delle forze armate di Hamas, ma anche dei civili e delle organizzazioni umanitarie internazionali. Abbiamo altresì deciso di denunciare la provocazione e gli attacchi missilistici di Hamas, che purtroppo – lo ribadiamo – hanno continuano a colpire Israele nonostante il cessate il fuoco. Tutto questo deve finire.

(Applausi)

Onorevoli parlamentari, vorrei rendere omaggio al personale dell’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) per lo spirito di sacrificio e il coraggio esemplare con cui ha assolto il compito affidatogli e continua a farlo. A nome del Parlamento europeo, rivolgiamo il nostro più sentito ringraziamento a questi uomini e donne dell’ONU.

(Applausi)

Chiediamo che i negoziati di pace riprendano quanto prima perché siamo persuasi che non vi possa essere una soluzione esclusivamente militare al conflitto israelo-palestinese. Essendo attori politici, ora siamo tenuti a fare tutto il possibile per consentire ai popoli del Medio Oriente di vivere insieme nella pace ed è nostra responsabilità farlo. Un prerequisito per la pace tra Israele e la Palestina è la riconciliazione intrapalestinese. Il Parlamento europeo appoggia senza riserve le trattative in corso, guidate in particolare dall’Egitto, per spianare la via alla formazione di un governo palestinese frutto di un consenso nazionale. Soltanto un governo così costituito potrà garantire la necessaria unità del popolo palestinese.

(Applausi)

Esortiamo un siffatto governo a osservare i principi fondamentali del processo di pace astenendosi dalla violenza e conducendo con impegno negoziati di pace con Israele e confidiamo nel fatto che così effettivamente agisca. L’Unione europea è pronta a collaborare con tale governo.

L’impegno del neoeletto presidente americano Obama e la nomina di George Mitchell quale inviato speciale in Medio Oriente sono segnali positivi. La determinazione dell’Unione europea – e sono lieto che il commissario competente, la signora Ferrero-Waldner, sia qui con noi, insieme al suo collega – nell’esercitare tutto il suo peso politico ed economico, unitamente alla volontà politica di molti partner arabi, lasciano intendere che una ripresa e una conclusione positiva del processo di base sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dell’iniziativa di pace araba siano possibili.

Presidente Abbas, le siamo grati per la sua presenza qui, oggi, e lo dico a nome del Parlamento europeo, ma soprattutto a mio nome personale. Proviamo grande rispetto e riconoscenza per quanto lei sta facendo in queste difficilissime circostanze. Abbiamo fiducia in lei perché lei è un uomo di mediazione, di riconciliazione e, dunque, anche un uomo di pace. Lei auguriamo il successo che merita.

Ora la invito a prendere la parola e rivolgere il suo messaggio al Parlamento europeo rinnovandole, signor Presidente, il più caloroso benvenuto nel Parlamento europeo.

(Applausi)

 
  
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  Mahmud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese (trascrizione dell’interpretazione inglese dell’intervento originale in arabo). − (EN) Nel nome di Dio, il più indulgente, il più misericordioso. Sua Eccellenza, onorevole Pöttering, presidente del Parlamento europeo, onorevoli deputati, membri del Parlamento europeo, in primo luogo vorrei estendere i miei ringraziamenti all’onorevole Pöttering, presidente del Parlamento europeo, e a voi tutti per avermi offerto l’opportunità di intervenire dinanzi a questo augusto consesso.

Vengo a voi dalla Palestina, il cui popolo sta soffrendo a causa di una delle più lunghe occupazioni militari della storia moderna. La Palestina è stata profondamente ferita dalla più efferata, atroce e raccapricciante aggressione militare, un’aggressione contro le vite di bambini, donne e anziani, nonché le loro abitazioni, i loro mezzi di sostentamento, le loro aziende agricole, le loro fabbriche, le loro scuole, un’aggressione che ha danneggiato reti idriche, fognarie, elettriche, ospedali, infrastrutture, strade e ponti.

Sì, la guerra israeliana ha colpito in primo luogo i mezzi di sostentamento della mia gente, le sue infrastrutture, il suo futuro e, insieme a esso, il futuro del suo Stato palestinese per instaurare il quale a lungo abbiamo collaborato e stiamo ancora collaborando.

Assieme al resto del mondo, avete visto i resti carbonizzati dei corpi dilaniati dei nostri figli. Avete udito le invocazioni di uomini, gli appelli di bambini e donne che hanno perso la maggior parte dei loro familiari. Avete visto la madre uccisa con i figli tra le braccia. Avete visto il padre che ha perso le vite dei suoi cinque figli a causa degli attacchi missilistici. Avete visto la giovane Balusha che, addormentatasi accanto alle sorelle, è stata risvegliata dal fragore delle esplosioni che le hanno uccise tutte. Avete visto centinaia di bambini travolti dal crollo delle loro case.

Avete visto la scuola di Al-Fahura, ritenuta sicura dalla gente di Jabalia, che lì ha trovato rifugio, e le granate che hanno spezzato le vite di quei profughi innocenti, di cui oltre 100 sono rimasti feriti, mentre 40 sono miseramente periti. Tutta gente che aveva famiglia, un nome, una storia, ambizioni, speranze.

Con quelle vittime innocenti sono caduti anche i valori della coscienza umana, i principi delle Nazioni Unite e i suoi doveri di protezione della sicurezza e della pace internazionale. Forse ricorderete pure che questa insana guerra contro la nostra gente pacifica e remissiva di Gaza non ha risparmiato neanche la sede dell’ONU, le sue scuole, le sue cliniche, i suoi depositi di cibo e farmaci.

Sono venuto a voi dalla Palestina, onorevoli parlamentari, serbando nel cuore la domanda di un bambino di nome Luay che ha perso la vista a causa delle bombe, il quale mi ha chiesto chi avrebbe ridato ai suoi occhi la luce della speranza e della vita e al suo popolo la luce della libertà e della pace.

Non vi è dubbio, onorevoli parlamentari, che tali vicende e tali scene siano state strazianti. Sono i postumi di una guerra che ha causato la morte di più di 1 400 martiri e il ferimento di oltre 5 000, la maggior parte dei quali civili innocenti e, per un’alta percentuale, bambini, donne e anziani. Circa 500 feriti sono ancora in condizioni critiche e muoiono giorno dopo giorno, per non parlare della totale distruzione di più di 4 000 abitazioni, edifici e circa altri 20 000 alloggi.

Ciò significa che grossomodo 90 000 persone sono ormai senzatetto sfollati. Oltre alla distruzione a tappeto di reti elettriche, idriche, fognarie, strade e infrastrutture essenziali, edifici pubblici e privati, questa guerra israeliana ha strappato il frutto del sangue e del sudore del nostro popolo palestinese, centinaia di migliaia di palestinesi che hanno lavorato tutta la vita e hanno visto svanire i risultati del loro lavoro, annientando anche ciò che l’Autorità nazionale palestinese era riuscita a costruire in più di quindici anni.

Molte di queste strutture e infrastrutture erano state realizzate grazie al contributo dei vostri paesi e di altre nazioni amiche.

Così si presenta la scena dopo la guerra, alla quale parallelamente ogni giorno si aggiunge un altro tipo di aggressione ai danni delle nostre terre, dei nostri agricoltori e della nostra economia nazionale in Cisgiordania.

L’insediamento israeliano non è affatto cessato. Le politiche di insediamento hanno portato alla prosecuzione della costruzione del muro di separazione e a un aumento dei blocchi stradali, dei punti di controllo e delle barriere che in Cisgiordania, Gerusalemme inclusa, assediano città, cittadine, villaggi e campi profughi.

Le offerte di unità di insediamento sono aumentate di 17 volte nell’ultimo anno rispetto all’anno precedente ad Annapolis. I punti di controllo sono passati da 580 a 660.

Le incursioni militari sono ancora in atto, così come non sono cessati gli arresti quotidiani e persino le uccisioni di miei connazionali; vi sono poi gli atti di bullismo da parte dei coloni con le loro incursioni armate e le case date alle fiamme, come è avvenuto nelle zone di Hebron, Nablus e altrove, per non parlare degli attacchi terroristici sferrati dai coloni ai danni degli agricoltori nella stagione delle olive, che la nostra gente considera simbolo di pace e vita, e non soltanto mezzo di sostentamento per decine di migliaia di famiglie palestinesi.

Questo tragico scenario di incursioni e aggressioni israeliane in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, conferma a noi e al mondo che quella in corso è un’aggressione contro l’intero popolo palestinese, il suo futuro e i suoi diritti nazionali legittimi. E’ un’aggressione e una guerra contro il futuro della pace e gli sforzi internazionali espressamente profusi per instaurarla.

Questo embargo ingiusto ai danni della nostra popolazione di Gaza e la guerra contro di essa hanno rappresentato soltanto un episodio di una serie ininterrotta di misure volte a isolare Gaza dal resto dei territori palestinesi occupati emarginandola ed emarginando tutto il nostro popolo per precludergli la possibilità di conseguire il suo fine ultimo: porre termine all’occupazione conquistando la libertà e il diritto all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente sui territori occupati nel 1967 con Gerusalemme est come capitale.

Ciò è confermato dall’escalation delle politiche di insediamento, nonostante tutti gli impegni e gli accordi, compresa la relazione Mitchell del 2001, l’ultimo dei quali, sottoscritto ad Annapolis, prometteva al popolo palestinese uno Stato alla fine del 2008. L’accordo di Annapolis è invece culminato in una guerra distruttiva a Gaza e in una guerra di insediamento in Cisgiordania, Gerusalemme inclusa.

Il mondo ha dichiarato ad Annapolis il fallimento delle soluzioni unilaterali e militari. Abbiamo detto che Israele avrebbero dovuto impegnarsi per porre fine alle attività di insediamento in maniera da aprire la via a un processo politico che ponesse termine all’occupazione e portasse al rispetto del diritto di ottenere una soluzione a due Stati, uno palestinese e uno israeliano. La realtà dimostra invece che Israele è ancora governato da una mentalità militare e insediativa, sebbene i suoi leader parlino della soluzione a due Stati.

Non dobbiamo trattare Israele come se fosse uno Stato al di sopra di ogni responsabilità e del diritto internazionale. Dobbiamo porre fine a tali pratiche e ritenere i leader israeliani responsabili delle loro violazioni del diritto internazionale e umanitario.

(Applausi)

Nel contempo, dobbiamo sottolineare che, per il successo delle operazioni di soccorso e assistenza e del reinsediamento delle famiglie, le cui abitazioni sono state distrutte, è necessario revocare gli embargo, aprire i punti di controllo e accesso e ritenere Israele responsabile dell’impegno assunto nell’accordo sul movimento e l’accesso del 2005, consentendo in tal modo il ripristino del flusso di aiuti, attrezzature e materiali necessari per la ricostruzione e la normale circolazione di merci e persone. Ciò vale per tutti i punti di accesso a Gaza – non solo quello di Rafah – e vale anche per la libera circolazione in Cisgiordania e nei corridoi di sicurezza tra Cisgiordania e Gaza per sottolineare l’unità della terra palestinese e della sua economia.

In proposito, vorrei elogiare gli sforzi costantemente profusi dall’UNRWA nel suo lavoro, nonostante tutti gli ostacoli e gli impedimenti, per aiutare la nostra gente. Esorto dunque la vostra organizzazione e altre a sostenerne l’impegno in tutti i campi.

Una delle nostre priorità è rappresentata dalla riconciliazione nazionale e dalla creazione di un governo di riconciliazione nazionale, riconciliazione alla quale abbiamo aperto la porta per porre fine a divisioni e sovvertimenti, nonché alle richieste di separazione tra Gaza e Cisgiordania. Abbiamo segnalato il rischio di cadere in una trappola tesa da Israele.

Pertanto, all’inizio di giugno, abbiamo chiesto un dialogo incondizionato e abbiamo accettato il documento di lavoro egiziano. Le nostre porte sono ancora aperte; non consentiremo la divisione del nostro popolo e della sua unità geografica; continueremo a profondere impegno espressamente per far fronte a ogni tentativo separatista.

Conosciamo le intenzioni e i piani delle forze e delle tendenze regionali che sostengono la separazione e la incoraggiano, forze che ostacolano la soluzione egiziana, volta a porre termine a divisioni e contrasti interni, soluzione peraltro avallata nel mondo arabo dalla Lega araba e dalla risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza, alla cui stesura ho partecipato personalmente insieme a ministri arabi ed europei.

Vorrei sottolineare che continueremo a profondere impegno per conseguire il nostro più nobile fine, ossia trovare una soluzione alla causa arabo-palestinese, perché nell’attuale situazione il futuro è ignoto e la nostra gente è vittima di politiche di guerra, aggressione ed estremismo.

Una volta creato un governo di riconciliazione nazionale, basato su un programma sostenuto da parti arabe e internazionali, saremo in grado di sovrintendere ai punti di accesso e all’impegno di ricostruzione a beneficio del nostro popolo e dei preparativi per le elezioni presidenziali e legislative.

Spero che tale progetto riceva il vostro appoggio e spero anche che ci aiuterete a organizzare le elezioni e sovrintendervi, come è accaduto nel 1996 e 2006, così come spero di poter contare sul vostro appoggio per il rilascio del presidente del Consiglio legislativo palestinese e di tutti i parlamentari arrestati e ancora detenuti da Israele.

(Applausi)

L’essenza del conflitto nella nostra regione è l’occupazione israeliana. E’ un conflitto tra le speranze e le aspirazioni del nostro popolo, che da tale occupazione vuole affrancarsi, e il tentativo israeliano di distruggere tali aspirazioni e ostacolare gli sforzi internazionali profusi per creare uno Stato palestinese con mezzi pacifici.

La nostra gente guarda a voi come a tutte le nazioni che amano la pace e la giustizia e a voi rivolge un accorato appello: è giunto il momento che la comunità internazionale si assuma le sue responsabilità giuridiche, politiche e morali fornendole un’adeguata protezione internazionale per consentirle di sottrarsi a tale occupazione e vivere in pace e libertà. In proposito vorrei rinnovare la nostra richiesta alla quale si è unita la vostra di inviare forze internazionali per tutelare il nostro popolo.

Abbiamo appreso degli sforzi arabi e internazionali per ricostruire Gaza. E’ vero che tali sforzi dovrebbero essere compiuti quanto prima affinché la nostra gente possa riconquistare fiducia e speranza, ma ci chiediamo per quanto Israele avrà carta bianca e potrà distruggere beni e infrastrutture del popolo arabo.

La comunità internazionale deve dunque impedire che le vicende del passato si ripetano, esortando altresì Israele a cessare definitivamente la sua opera di distruzione, e in tal senso vorrei formulare nuovamente i miei ringraziamenti alla Commissione europea per l’aiuto prestato nella ricostruzione delle sedi e delle istituzioni dell’Autorità palestinese. Vorrei però sottolineare che non si potranno proseguire negoziati seri e completi qualora non cessi completamente l’insediamento, compreso ciò che è noto come estensione naturale, unitamente a tutti i blocchi di insediamento e ogni tipo di embargo.

Confermo inoltre che nessuno può ignorare i risultati conseguiti dal governo palestinese per quanto concerne il rafforzamento della pace, dell’ordine pubblico e della stabilità. Israele deve impegnarsi a rispettare le proprie scadenze, oltre a smettere di vanificare gli sforzi compiuti dal governo palestinese con incursioni e arresti, così come deve rispettare lo status giuridico e di sicurezza dell’Autorità palestinese consentendo anche al governo di attuare i propri progetti economici di vitale importanza senza addurre pretesti quali le zone G e altri.

Non possiamo più negoziare la fine dell’occupazione. Occorre invece che l’occupazione cessi del tutto, ossia si liberino i territori occupati dal 5 giugno 1967 come indicato nella road map. Non possiamo tornare a negoziare su questioni parziali e corollari mentre resta assente la causa principale – la fine dell’occupazione – e assistiamo a un’escalation dell’insediamento nel tentativo di rafforzarla ed estenderla, per non parlare dell’arresto di 11 00 palestinesi. Questo e soltanto questo consentirà al processo di pace di riconquistare credibilità agli occhi della nostra gente e dei popoli dell’intera regione.

Ciò che ci occorre, onorevoli parlamentari, è la ricostruzione di Gaza, ma anche la ricostruzione del processo di pace. E’ una nostra responsabilità collettiva. L’Europa, che in passato ha sostenuto – e ancora sostiene – i principi della sicurezza e della giustizia nella nostra regione e nel mondo, deve riaffermare, oggi più che mai, il suo ruolo in un partenariato chiaro a tutto spettro con l’amministrazione del presidente Obama, il quartetto e la comunità internazionale. L’elezione del presidente Obama e le posizioni da lui espresse, in aggiunta alla scelta di nominare George Mitchell quale suo inviato speciale, stanno incoraggiando iniziative che spianeranno la via ai negoziati e all’intero processo politico.

Devo dire in tutta franchezza che la nostra volontà in quanto arabi è attuare l’iniziativa di pace araba, ossia quella facente parte della road map che è divenuta un’iniziativa di pace islamica appoggiata da 57 paesi musulmani, un’iniziativa che dovrebbe essere pienamente sviluppata.

Come ho detto poc’anzi, l’iniziativa fa parte della road map adottata in seno al Consiglio di sicurezza secondo la risoluzione 1515. Non possiamo decidere di rinegoziarne le basi, che si fondano sul diritto internazionale. Questa è l’ultima opportunità che abbiamo per una pace vera e giusta nella nostra regione. Tutte le parti, specialmente Israele e il quartetto, devono essere chiare e oneste in merito.

Dobbiamo ribadire che l’iniziativa di pace araba è diventata anche un’iniziativa islamica, un’iniziativa che chiede terra per la pace. Non appena Israele si sarà ritirato da tutti i territori occupati, 57 Stati arabi e musulmani saranno disposti a normalizzare le proprie relazioni con il paese, un’occasione storica irrinunciabile.

Onorevoli parlamentari, le scene di morte e annientamento hanno profondamente scosso la coscienza e i sentimenti di milioni di persone nel mondo, anche nei paesi europei amici. La nostra gente apprezza questa sensibilità umana, ma dobbiamo ribadire in proposito che il popolo palestinese non vacillerà nella sua volontà di conquistare la libertà e la vita. Il popolo palestinese anela il vostro sostegno nella lotta per far prevalere il suo diritto alla libertà e all’indipendenza, poter costruire il suo futuro e poter offrire ai suoi figli il diritto a una vita sicura, una scuola sviluppata e un avvenire prospero nella loro terra natia, questa terra che merita vita e sicurezza.

Onorevoli parlamentari, il nostro grande poeta palestinese, Mahmud Darwish, ha detto più volte che per questa nostra terra vale la pena vivere. In proposito vorrei estendere i miei più sentiti ringraziamenti e la mia gratitudine a voi, nel nome del popolo al quale questo grande poeta appartiene, per aver ospitato le attività della sua commemorazione. Egli è simbolo del patriottismo palestinese. E’ il poeta dell’umanità.

A Mahmud Darwish io rispondo che la sua poesia, quella ancora da scrivere, sui figli di Gaza, le loro sofferenze e le loro speranze sarà opera di un poeta nato tra quei figli che hanno alimentato il suo spirito, proprio come lui ha sostenuto la loro causa e i loro giovani sogni. Vi ringrazio per avermi ascoltato.

(Prolungati applausi)

 
  
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  Presidente. – Presidente Abbas, sono io a ringraziare lei sentitamente a nome del Parlamento europeo per essere intervenuto qui a Strasburgo dinanzi a noi. Ora abbiamo un compito comune: lavorare per la pace. Noi, nell’Unione europea e nel Parlamento europeo, vogliamo essere onesti mediatori di pace. Vogliamo che il popolo israeliano viva all’interno di confini sicuri, così come vogliamo che il popolo palestinese viva all’interno di confini sicuri. Il nostro punto di partenza è la dignità umana. Le alunne palestinesi studiano a scuola con la stessa serietà con cui studiano le giovani israeliane. I piccoli israeliani giocano a calcio tanto quanto i ragazzi palestinesi. E’ necessario che giunga il tempo di una coesistenza pacifica come quella che viviamo in Europa. Questo è l’augurio che rivolgiamo al Medio Oriente.

Quanto a lei, presidente Abbas, le auguriamo tutto il successo che merita per il suo impegno nell’instaurare la pace. Uno Stato palestinese sicuro e uno Stato israeliano sicuro – commento che rivolgo a Israele – non devono restare una visione remota. Devono invece diventare una realtà e devono farlo nell’arco di questa nostra vita. Se veramente vogliamo che ciò accada, saremo capaci di farlo accadere.

(Applausi)

Signor Presidente, la ringrazio. Se le circostanze lo consentono, ci rivedremo il 23 e 24 febbraio. L’ufficio dell’assemblea parlamentare euromediterranea mi ha chiesto di recarmi in Palestina e Israele. Sarò a capo di una delegazione che andrà a Gaza e visiteremo anche zone a sud di Israele. Se i suoi impegni lo permetteranno, e sinceramente spero che ciò accada, ci incontreremo a Ramallah. Naturalmente, mi recherò anche a Gerusalemme.

Noi vogliamo contribuire – con la mente e con il cuore – affinché la pace tra Israele e Palestina e tra Palestina e Israele in Medio Oriente sia possibile.

Presidente Abbas, la ringraziamo nuovamente per l’impegno da lei dimostrato nel suo lavoro, la incoraggiamo a proseguire sulla via della riconciliazione, del compromesso e della pace e la ringraziamo per il tributo che ci ha reso con la sua visita al Parlamento europeo.

(Applausi)

 
  
  

PRESIDENZA DELLA ON. WALLIS
Vicepresidente

 
  
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  Urszula Gacek (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, quattro mesi fa un ingegnere polacco è stato rapito in Pakistan. E’ trattenuto dai suoi sequestratori, che minacciano di ucciderlo oggi se le loro richieste non verranno soddisfatte. Faccio appello a quest’Aula perché sostenga i governi della Polonia e del Pakistan nei loro sforzi per assicurare il rilascio del mio connazionale.

 

7. Turno di votazioni (proseguimento)
Video degli interventi

7.1. Sanzioni contro i datori di lavoro di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è illegale (A6-0026/2009, Claudio Fava) (votazione)
  

Prima della votazione:

 
  
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  Claudio Fava, relatore. – Signora Presidente, con il suo permesso vorrei chiedere al Consiglio, col sostegno degli altri gruppi, di allegare alla direttiva la seguente dichiarazione formale e quindi di posporre il voto sulla risoluzione legislativa. Leggo la dichiarazione che credo sia allegata:

(EN) “Il Parlamento europeo e il Consiglio dichiarano che le norme relative al subappalto di cui all’articolo 9 della presente direttiva non pregiudicano altre disposizioni in materia adottate in futuro con strumenti legislativi.”

 
  
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  Martin Bursík, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signora Presidente, la Presidenza prende nota della dichiarazione proposta. Tuttavia, deve informare gli onorevoli deputati di non potersi impegnare a nome del Consiglio senza prima averlo consultato.

 
  
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  Claudio Fava, relatore. – Signora Presidente, so che il Consiglio dovrà riunire formalmente il Coreper. Chiedo alla Presidenza di proporre questa dichiarazione da aggiungere formalmente e per questa ragione le chiedo di posporre alla prossima plenaria il voto sulla risoluzione, in modo da dare al Consiglio il tempo di consumare questa consultazione formale.

 
  
 

(Il Parlamento approva la richiesta di posporre il voto)

 

7.2. Sfida dell’efficienza energetica mediante le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (votazione)

7.3. Rimpatrio e reinserimento dei prigionieri di Guantánamo (votazione)

8. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
  

 
  
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  Reinhard Rack (PPE-DE).(DE) Signora Presidente, nel corso dell’ultima seduta solenne ho chiesto se l’uso della telecamera potesse essere reso più agevole lasciando un posto vuoto. Anche oggi questo non è stato fatto. La telecamera non riprendeva me, ma il generale Morillon e poi l’onorevole Grosch. Forse potremmo agevolare sia il lavoro degli addetti alle riprese che il nostro.

 
  
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  Presidente. Grazie onorevole Rack, lo ricorderemo ai servizi assembleari.

 
  
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

– Relazione Florenz (A6-0495/2008)

 
  
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  David Sumberg (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, ho votato, alla fine, a favore di questa relazione perché, nell’insieme, sosteniamo tutti la protezione del nostro ambiente. Questa è una nobile tradizione del mio partito – il partito conservatore britannico – ma credo di dover esprimere due riserve.

La prima riserva è che possiamo avere una vera politica sul cambiamento climatico solo se questa è condivisa da tutti. Avere una politica propria non è che una perdita di tempo per l’Unione europea o per una singola nazione. Dobbiamo quindi coinvolgere anche i paesi asiatici.

La seconda riserva è che, nei tempi incerti in cui viviamo, la politica sul cambiamento climatico deve confrontarsi con il bisogno di sicurezza energetica. Ci troviamo oggi ad affrontare una situazione mondiale in cui tutti i paesi necessitano di una fornitura costante di energia. Deve essere questa considerazione a prevalere poiché altrimenti le economie, la previdenza sociale e il benessere dei nostri cittadini non potrebbero essere mantenuti.

 
  
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  Bogdan Pęk (UEN). – (PL) Signora Presidente, vorrei esprimermi anch’io sulla direttiva in esame. Ho votato contro la direttiva perché sono profondamente convinto che sia estremamente pericolosa e che rappresenti una minaccia per lo sviluppo dell’Europa in quanto associa l’evidente esigenza di proteggere l’ambiente in modo ragionevole con una profonda ipocrisia, quella di ritenere che gli esseri umani possano influenzare i cambiamenti ciclici del clima.

E’ precisamente questa parte, ossia la questione della riduzione delle emissioni di biossido di carbonio, che rappresenta la sezione più importante del documento in oggetto. Le enormi somme di denaro, stimate in centinaia di miliardi, che dovrebbero essere spese per questo obiettivo saranno completamente sprecate quando potrebbero invece essere usate per creare una vera sicurezza ambientale ed energetica nell’Unione europea. Si tratta di una soluzione pessima e tragicamente infelice.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, diversi paragrafi e sezioni della relazione Florenz, in particolare il paragrafo 190, riguardano il contributo dell’agricoltura al cambiamento climatico. Mentre la lavorazione minima o di conservazione del terreno è praticata nella maggioranza dei paesi dell’Unione e porta benefici sia economici che climatici – e secondo me meriterebbe maggior sostegno – il dibattito sull’agricoltura e la ricerca si concentrano perlopiù sulle emissioni di metano e protossido di azoto prodotti dagli allevamenti di ruminanti.

Nonostante si stiano facendo progressi, non concordo sul fatto che gli Stati membri, per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni per i settori non commerciali, impongano di ridurre le mandrie in Europa. Non dimentichiamo che quello che non produciamo in Europa lo dovremo importare. Un chilo di manzo prodotto in Brasile genera emissioni di anidride carbonica sei volte superiori a quelle di un chilo di manzo prodotto in Irlanda.

 
  
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  Leopold Józef Rutowicz (UEN). - (PL) Signora Presidente, l’economia europea è il maggior importatore di combustibili fossili. Un incremento nel prezzo di questi combustibili, dovuto a un incremento nella domanda o a costi di estrazione maggiori, può avere un impatto negativo notevole sulla qualità della vita dei nostri cittadini e rendere l’economia dell’Unione europea meno competitiva.

L’impegno per il risparmio energetico e per l’introduzione di fonti di energia pulita, che producano energia a un prezzo stabile e relativamente basso, potrebbe contrastare queste tendenze. L’uso della ricerca scientifica volta a sviluppare soluzioni tecnologiche ridurrà automaticamente le emissioni di anidride carbonica. Tuttavia, diffondere teorie controverse e spaventarci con informazioni sull’anidride carbonica non ha nessun valore aggiunto e rende più difficile il processo tecnico e fisico di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e di diminuzione dell’uso di combustibili fossili per la produzione di energia.

Appoggio tutte le attività tecniche e scientifiche tese a ridurre l’impiego dei combustibili fossili. Sfortunatamente, però, non posso trovarmi d’accordo con le teorie presentate nella relazione dell’onorevole Florenz. Non appoggio la relazione.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). – (CS) Signora Presidente, vorrei ringraziare l’onorevole Florenz per il suo impegno e per la sua gestione democratica della commissione temporanea sul cambiamento climatico. Nonostante la relazione originale fosse migliore di questo compromesso, ho votato ugualmente a favore. Nella discussione pratica e concreta di oggi sono stati espressi una vasta gamma di punti di vista, alcuni critici, ma tutti concordi nel ritenere che sia attualmente in atto un cambiamento climatico e che senza dubbio con il livello odierno di civilizzazione possiamo riuscire a influenzarlo; la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future è quella di addivenire a un accordo sulle misure più efficaci. Nessuna di queste è una panacea e tutte devono essere adottate in tutti i continenti. Credo che la presidenza ceca, nonostante le opinioni drastiche del presidente, riuscirà ad ottenere nuovi impegni dagli Stati Uniti.

 
  
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  Hynek Fajmon (PPE-DE). – (CS) Signora Presidente, onorevoli colleghi, ho votato contro la relazione Florenz. L’approvazione di questa relazione è una pessima notizia per i cittadini dell’Unione. Il clima terrestre è cambiato, sta cambiando e cambierà, che noi lo vogliamo o meno. Non sarà influenzato in alcun modo dagli impegni assurdi che l’Unione europea sta imponendo a se stessa in quest’area. La relazione Florenz afferma che gli impegni presi dall’Unione europea nel 2007 sono insufficienti e che devono essere estesi. Io non sono d’accordo. Fino a quando l’Unione europea sarà l’unica parte del pianeta a ridurre le emissioni, l’obiettivo di ridurre le emissioni globali non si potrà mai raggiungere. Tutto quello che otterremo sarà che una grossa fetta delle aziende europee si sposterà e si perderanno molti posti di lavoro. Gli autori della relazione vorrebbero cambiare tutto in Europa, dai menù al turismo, quando il turismo sociale deve diventare il nostro obiettivo ufficiale. Persino Mao-Tse-Tung andrebbe fiero di una rivoluzione culturale in cui tutto quello che è vecchio viene buttato via e sostituito con qualcosa di nuovo. Nessun essere razionale potrebbe mai condividere un approccio del genere, quindi io ho votato contro la relazione.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). – (PL) Signora Presidente, nonostante il 70 per cento della superficie terrestre sia occupata dall’acqua, le nostre riserve idriche, specialmente quelle di acqua potabile, diminuiscono con un ritmo spaventoso. Aree sempre più vaste del nostro pianeta si trovano a fronteggiare la minaccia della carenza di acqua. Più lo sviluppo è veloce, maggiore è la richiesta di acqua. Alcune ricerche hanno dimostrato che quanto più aumenta il benessere in una società, tanto più aumenta la richiesta di acqua. Non c’è progresso senza l’acqua.

Molte regioni nel mondo sono sull’orlo del disastro. Mantenere la gestione attuale delle risorse idriche potrebbe portare a una situazione in cui l’accesso all’acqua non solo determinerà dissidi, ma provocherà guerre. Le condizioni materiali dei paesi, piuttosto che le capacità militari, ne determineranno il successo. La carenza di acqua porterà in un brevissimo spazio di tempo a una crisi alimentare.

Abbiamo bisogno di una politica adeguata e integrata che aiuterà a preservare e ricostruire le nostre riserve idriche. Abbiamo bisogno di razionalizzare l’utilizzo dell’acqua.

 
  
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  Ivo Strejček (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, mi permetta di spiegare il perché ho votato contro la relazione Florenz sul cambiamento climatico.

Le politiche riguardanti il cambiamento climatico si basano largamente su idee allarmiste. Le prove del cambiamento climatico sono controverse. Le ipotesi che fanno ricadere sull’uomo la responsabilità di tale cambiamento sono, a dir poco, discutibili. L’uomo viene considerato una creatura che danneggia l’ambiente senza apportare alcun beneficio. Io non concordo con questa opinione.

Il contenuto della relazione è la conseguenza diretta di un’ideologia ambientalista in voga al momento la quale afferma che dobbiamo pensare alla natura e al pianeta prima di tutto, che non possiamo occuparci delle persone, dei loro bisogni e dei loro interessi.

I pochi emendamenti alla relazione che invocano un ulteriore sviluppo dell’energia nucleare e il perfezionamento della fusione nucleare mitigano appena l’impatto negativo della relazione sull’economia e sull’agricoltura europee.

Ho votato contro la relazione perché è una fonte di notevoli problemi politici. Invece di promuovere idee che non interessano a nessuno, dovremmo occuparci delle persone e dei loro bisogni.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, ho sostenuto questa relazione principalmente perché i paragrafi sui quali avevo qualche preoccupazione sono stati cancellati o modificati in un modo che mi è sembrato appropriato. Erano nello specifico quelli relativi alla produzione di bestiame per l’agricoltura. Vorrei sottolineare il fatto che l’Unione europea ha già considerevolmente ridotto la propria produzione di bestiame a seguito delle riforme della politica agricola comune e che ora importiamo più carne bovina di quanta ne esportiamo, quindi la carne bovina è prodotta altrove con tutte le conseguenti implicazioni in termini di cambiamento climatico.

Questo ci dimostra quanto sia importante che ci sia un consenso globale e che, anche se l’Europa potrebbe fare da apripista, dobbiamo cercare di insistere perché altri ci seguano perché, se fossimo noi gli unici a raggiungere l’obiettivo, ci procureremmo solo dei danni.

Infine, sostengo in questa relazione l’idea di stabilire un anno entro il quale fornire informazioni e affrontare la questione del cambiamento climatico in modo da portare la gente sulle nostre posizioni. In quest’ambito si sta già facendo un buon lavoro.

 
  
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  Nirj Deva (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, ho votato a favore di questa relazione perché ho la sensazione, per la prima volta, che l’Unione europea sia in sincronia con gli Stati Uniti. Il presidente Obama è stato eletto con la promessa che avrebbe dato priorità all’ambiente nei suoi programmi.

Ma non so se i miei elettori crederanno che siamo veramente in grado di fare la differenza. Anche se gli Stati Uniti e l’Unione europea agissero di concerto per limitare le emissioni di carbonio, dobbiamo pensare a cosa succederebbe se non facessimo abbastanza per incoraggiare paesi emergenti come India e Cina a fare lo stesso trasferendo tecnologia e aiutando i cinesi e gli indiani a trovare le più moderne tecnologie a bassa emissione di carbonio che possiamo esportare e favorendo la loro partecipazione. Il fatto è che, mentre parliamo, la Cina ogni due settimane inizia la costruzione di centrali elettriche a carbone che producono elevate emissioni di carbonio. Ma come possiamo favorire la riduzione senza favorire il trasferimento tecnologico?

 
  
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  Daniel Hannan (NI). (EN) Signora Presidente, ancora una volta, vediamo l’Unione europea vivere in un mondo virtuale, un mondo che esiste soltanto nelle risoluzioni del Parlamento, nei comunicati della Commissione e nei comunicati stampa del Consiglio.

Disapproviamo il riscaldamento globale, eppure le nostre peregrinazioni mensili tra Bruxelles e Strasburgo generano centinaia di migliaia di tonnellate di gas serra. Chiacchieriamo sull’utilizzo sostenibile della terra, eppure la politica agricola comune incoraggia l’abbattimento delle siepi, l’uso di fertilizzanti chimici, e il dumping delle eccedenze sui mercati vulnerabili del Terzo mondo. Predichiamo la conservazione, eppure la politica comune della pesca ha provocato una calamità ecologica, distruggendo quella che avrebbe dovuto essere una grande risorsa rinnovabile.

Onorevoli colleghi, non credete che i nostri elettori lo abbiano notato? Credete forse, come il demone malizioso di Cartesio, di poter manipolare le loro realtà controllandone le percezioni? Il fatto è che da tempo ormai i nostri elettori hanno scoperto il nostro gioco ed è questo il motivo per cui, ogni volta che ne hanno l’opportunità, votano “no”. Se credete che mi sbagli, provatelo. Mettete alla prova il trattato di Lisbona con un referendum: Pactio Olisipiensis censenda est.

 
  
  

– Relazione Fava (A6-0026/2009)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). – (CS) Malgrado io abbia votato a favore della relazione Fava, ho delle riserve di fondo sul titolo di una direttiva che prevede sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano immigrati irregolari da paesi terzi. Trovo che sia un’ipocrisia quando il lavoro nero comprende milioni di lavoratori europei, commercianti, collaboratori domestici e altri, e l’armonizzazione delle sanzioni deve riferirsi al lavoro nero senza fare distinzioni sulla provenienza del lavoratore.

 
  
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  Emine Bozkurt (PSE). – (NL) La delegazione del partito laburista neerlandese sostiene l’obiettivo di questa direttiva, ossia la penalizzazione dell’impiego di immigrati irregolari con la prospettiva di scoraggiare il lavoro irregolare come uno dei fattori di attrazione di immigrati irregolari, mirando nel contempo alla prevenzione e al controllo dello sfruttamento degli immigrati.

Nonostante gli elementi positivi in questo compromesso, ci siamo sentiti costretti a votare contro per una serie di motivi. Inizialmente, era prevista la responsabilità lungo tutta la catena, fino ad arrivare all’appaltatore principale. Sfortunatamente questa clausola non è stata inserita nel compromesso tra il Consiglio e il Parlamento, che ora si limita al primo grado del rapporto di terziarizzazione o subappalto. Ciò è controproducente e favorisce la terziarizzazione al fine di evitare la responsabilità sociale.

Inoltre, non vi sono sufficienti garanzie che gli immigrati siano protetti e i datori di lavoro siano puniti nel caso infrangano le regole. Gli immigrati non avranno diritto a ricevere gli arretrati prima di essere espulsi, né sarà loro permesso di aspettare il pagamento nell’Unione europea. Le possibilità che riescano ad ottenere quanto è loro dovuto dopo essere stati espulsi sono inesistenti. Questo vuol dire che gli immigrati irregolari che sono vittime dello sfruttamento e che vogliono lottare per i loro diritti non hanno praticamente nessuna possibilità di riuscita.

 
  
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  David Sumberg (PPE-DE). (EN) Signora Presidente, mi sono astenuto da questa importante votazione in questo Parlamento. Ovviamente, non sono favorevole all’immigrazione irregolare nei nostri paesi e all’occupazione dei posti di lavoro di chi ha pagato le tasse e ha contribuito nel tempo, ma credo che la responsabilità non dovrebbe essere attribuita principalmente ai datori di lavoro, ma ai governi di ogni singolo paese.

Ho la possibilità, grazie all’astensione, di testimoniare che dal mio punto di vista l’attuale governo britannico ha deplorevolmente mancato di fornire al paese una politica d’immigrazione adeguata – una politica d’immigrazione che controlli chi entra come chi esce, che assicuri una giusta distinzione tra chi ha il diritto di entrare e chi non ce l’ha e, soprattutto, una politica che mantenga buone le relazioni tra razze e tra comunità, sulla base della percezione, da parte dei cittadini britannici, di un giusto e appropriato equilibrio tra chi entra, chi è stabile e chi esce.

 
  
 

 
  
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  Francesco Enrico Speroni (UEN). – Signora Presidente, sul regolamento volevo intervenire, perché mi sembra che la relazione Fava non sia stata votata. Non riesco a capire come si possano fare dichiarazioni di voto su qualcosa che non è stato votato.

 
  
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  Presidente. − La votazione sulla relazione si è già svolta, non si è ancora svolta la votazione finale, quindi chi lo desidera può esprimersi sulla votazione precedente.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE). – (PL) Signora Presidente, la crisi demografica è una delle principali sfide che l’Unione europea si troverà ad affrontare nel prossimo futuro. Una bassa natalità e un’aspettativa di vita più lunga ci indicano che la nostra società sta invecchiando. Nel frattempo, un gruppo sempre più ristretto di cittadini dovrà accollarsi i costi correlati.

La mancanza di candidati per alcuni lavori vuol dire che si stanno impiegando immigrati irregolari, poiché il costo del loro lavoro è significativamente più basso. Il lavoro irregolare dovrebbe essere punito e le sue conseguenze negative dovrebbero essere sentite principalmente dai datori di lavoro e solo in un secondo momento colpire i lavoratori stessi.

La direttiva stabilisce i requisiti amministrativi appropriati che devono essere soddisfatti dai datori di lavoro. Tuttavia, tali requisiti non dovrebbero essere eccessivi, poiché potrebbero avere un impatto negativo sulla condizione di persone che si trovano nell’Unione europea regolarmente e possiedono regolari permessi di lavoro. Il fatto di essere obbligati a esaminare i documenti dei candidati potrebbe dissuadere i datori di lavoro dall’assumere lavoratori stranieri e, quindi, risultare in un crollo del tasso di occupazione e indebolire il mercato del lavoro.

 
  
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  Philip Claeys (NI). – (NL) Voterò a favore della relazione Fava anche se, naturalmente, è lungi dall’essere perfetta. In ogni caso, vorrei esprimere il mio sostegno per la direttiva, che cerca di affrontare la questione del lavoro degli immigrati irregolari.

Questa, naturalmente, è solo la punta dell’iceberg, perché dovremmo affrontare anche la questione dei trafficanti di esseri umani, delle organizzazioni che forniscono supporto agli immigrati irregolari e anche, naturalmente, dei governi degli Stati membri che regolarizzano gli stranieri irregolari su larga scala. Dopotutto, è proprio questa impunità a costituire una delle attrattive nell’intera questione dell’immigrazione irregolare. Gli stranieri irregolari possono organizzare tutte le proteste che vogliono, fare richieste, presentare petizioni senza correre il rischio di essere fermati o rimpatriati. Bisognerebbe adottare una politica di rimpatrio efficace che faccia esattamente ciò che promette.

 
  
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  Daniel Hannan (NI).(EN) Signora Presidente, il diritto di determinare chi può varcare i confini e stabilirsi sul territorio è una delle caratteristiche che definiscono uno stato. Da anni questo Parlamento cerca di conferire l’attributo della statualità all’Unione europea, senza il consenso degli elettori e, per quanto si può dedurre dai risultati dei referendum in Francia, Olanda e Irlanda, contro l’opposizione attiva degli elettori. La questione dell’immigrazione irregolare dovrebbe essere prerogativa nazionale e la questione delle sanzioni contro i datori di lavoro di immigrati irregolari dovrebbe essere sicuramente riservata agli Stati membri.

Se l’Unione europea vuole estendere la sua giurisdizione in questo campo dovrebbe prima assicurarsi il consenso unanime dei cittadini sulla base giuridica in virtù della quale intende fare questo. Ciò vuol dire istituire un referendum sul trattato di Lisbona. Pactio Olisipiensis censenda est.

 
  
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  Nirj Deva (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, questo è un pessimo esempio di legislazione. E’ pessimo perché penalizza il datore di lavoro senza penalizzare l’immigrante irregolare. Non ha senso. Creerà apprensione a tutti i datori di lavoro ogni volta che dovranno assumere qualcuno. Immaginate cosa succederà quando un potenziale datore di lavoro guarderà un potenziale dipendente e comincerà a fare domande di natura particolarmente indiscreta?

Oltretutto, non ha proprio niente a che vedere con l’Unione europea. Questa dovrebbe essere materia di legislazione nazionale e per i governi nazionali – i parlamenti nazionali dei singoli Stati membri dovrebbero decidere chi vogliono e chi non vogliono all’interno dei loro paesi. Penalizzare i datori di lavoro in un periodo di crescente recessione è assurdo. Questa legge non dovrebbe mai vedere la luce.

 
  
  

– Proposta di risoluzione: B6-0062/2009 (Efficienza energetica)

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). – (CS) L’Unione europea può cominciare ora a vedere i primi risultati della politica energetica comune. La aste del sistema di scambio di quote di emissione cominceranno nel 2015 e i programmi per le energie rinnovabili sono già iniziati. Soltanto ratificando il trattato di Lisbona si otterrà una gestione più efficace delle priorità europee in campo energetico e queste stanno già cambiando. L’elemento più importante è l’indipendenza politica. La fornitura di energia non deve essere fonte di ricatto politico. La seconda priorità è quella di incrementare la quota di energia pulita ed energia rinnovabile. Questo è il motivo per cui queste tecnologie, così come l’energia nucleare e la sua sicurezza e il problema dei rifiuti devono essere obiettivo dei fondi per la ricerca. Il tratto principale di questa discussione è che dobbiamo anche cercare dei modi per limitare il consumo e avere rispetto per le risorse naturali, a partire dall’educazione dei nostri figli.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, ricordo che un docente una volta mi disse, quando ero studente all’università, che la tecnologia offre molte soluzioni, ma se si vogliono fare le cose, spesso servono la volontà politica e dirigenziale per raggiungere gli obiettivi.

Così avviene anche in questa sede. Parliamo di cambiamento climatico. Parliamo di efficienza energetica. Ma ricordiamoci che 12 volte l’anno spostiamo quest’Aula da Bruxelles a Strasburgo, per non parlare degli altri edifici a Lussemburgo. Non soltanto questo costa ai contribuenti europei 200 milioni di euro l’anno, ma provoca l’emissione di 192 000 tonnellate di CO2 – equivalenti a 49 000 mongolfiere. E’ ora che i politici in quest’Aula smettano di sprecare anche il loro fiato sull’efficienza energetica e il cambiamento climatico, finiamola con l’ipocrisia e chiudiamo il Parlamento di Strasburgo.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni (UEN). – Signora Presidente, io sono un'automobilista ed essendo un'automobilista sono sempre costantemente incazzato come una bestia per tutte le vessazioni nei confronti della categoria, come quelle proposte in alcune parti della relazione, ed è questa la motivazione per cui ho votato contro.

 
  
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  Nirj Deva (PPE-DE). - (EN) Signora Presidente, ho appoggiato questa proposta con riluttanza, anche se avrei preferito non aver votato a favore. Il motivo è che non possiamo creare efficienza senza concorrenza. La concorrenza è il motore principale dell’efficienza in ogni mercato – dell’energia o altri – e stiamo utilizzando uno strumento, la tecnologia, in tutta l’Unione europea per ottenere un mercato dell’efficienza energetica.

Sicuramente dobbiamo ottenere l’efficienza energetica attraverso la concorrenza nell’Unione europea. Se lo avessimo fatto e se avessimo cercato un modo per fare concorrenza agli altri in modo da aumentare la nostra efficienza energetica, avremmo il mercato con più alta efficienza energetica del mondo. E’ per questo che ho detto di aver votato a favore con riluttanza.

 
  
  

– Proposta di risoluzione: RC-B6-0066/2009 (Prigionieri di Guantánamo)

 
  
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  David Sumberg (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, prima di dire addio a Guantanamo grazie alla combinazione di una risoluzione di questo Parlamento e di una decisione esecutiva del presidente degli Stati Uniti – una combinazione sciagurata di potere puro e semplice – mi permetta soltanto di rilevare due fatti.

Primo, Guantanamo fu edificata per proteggere tutti i nostri cittadini. Per quel che riguarda gli Stati Uniti, ha funzionato. Dall’11 settembre, non si è verificato un solo atto di terrorismo negli Stati Uniti. Rendiamone atto al presidente George W. Bush nel momento in cui si avvia al pensionamento. Mi rendo conto di aver pronunciato un’eresia in quest’Aula, ma è vero.

In secondo luogo, ricordiamoci anche che, malgrado ci siamo sentiti abbastanza liberi di dare consigli agli americani, dobbiamo vedere cosa farà ora l’Europa per condividere il fardello di alcuni dei prigionieri e per proteggere i nostri cittadini dagli attacchi terroristici. Non resterò con il fiato sospeso.

 
  
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  Jim Allister (NI). - (EN) Signora Presidente, sempre pronto a saltare sul carro del vincitore, oggi il Parlamento europeo ha richiesto agli Stati membri di spalancare le porte ai detenuti di Guantanamo, proprio nel giorno in cui i servizi di sicurezza rivelano che Mullah Sakir, rilasciato l’anno scorso, si trova ora nel comando supremo di Al-Qaeda e dirige attacchi sulle truppe britanniche e della NATO in Afghanistan. Nello stesso giorno, noi dichiariamo che l’Unione europea ha le porte aperte per questi terroristi. Ma siamo matti? Ricordiamoci che una volta ammessi e regolarizzati come cittadini dell’Unione, queste persone potranno muoversi liberamente in ogni Stato membro dell’Unione europea. Spero che poi coloro che hanno votato a favore di questa follia faranno qualcosa quando le cose andranno per il verso sbagliato.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE-DE). – (CS) Signora Presidente, mi permetta di spiegare perché mi sono astenuta dal votare la risoluzione sulla chiusura della prigione di Guantanamo. La discussione di ieri ha dimostrato che tutti accolgono questo progetto popolare o populista del presidente degli Stati Uniti, ma è tutto quello che possiamo fare. La risoluzione contiene valutazioni per le quali non abbiamo verifiche sufficienti di perizie e di dati. Abbiamo dedicato tre ore di acceso dibattito ieri alla questione del luogo in cui sistemare i prigionieri e coloro i cui crimini non erano stati provati. Naturalmente, la soluzione va cercata nel Congresso degli Stati Uniti e nei governi individuali di alcuni paesi europei, ma non nel Parlamento europeo. Per questo motivo non ho votato a favore della risoluzione.

 
  
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  Philip Claeys (NI). – (NL) Malgrado la risoluzione su Guantanamo contenga alcuni elementi che confermano i fondamenti dello stato di diritto, non concordo, naturalmente, con l’assunto di base del testo, ovvero che i detenuti di Guantanamo sarebbero in qualche modo delle vittime che meritano la nostra simpatia. Non sono proprio immacolati. Sono sospettati di aver commesso atti terroristici per i quali però mancano le prove.

Gli Stati membri dovrebbero predisporre le misure necessarie per accogliere i detenuti di Guantanamo, quanto meno stando a quanto prevede la risoluzione. La faccenda è a dir poco problematica. Il problema del fondamentalismo islamico è, secondo me, abbastanza rilevante in Europa ed è testimonianza di una certa miopia il voler combattere il terrorismo e, nel contempo, aprire le porte a persone sospettate di avere legami con Al-Qaeda, i talebani e i gruppi correlati.

 
  
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  Daniel Hannan (NI). – (EN) Signora Presidente, da anni quest’Aula critica gli Stati Uniti per la sospensione dei diritti civili nella gestione del carcere di sicurezza di Guantanamo. La mia voce era tra quelle che si sono levate con preoccupazione.

Diversamente da altri in quest’Aula, ho accettato il fatto che si trattasse di questioni difficili e delicate. Alcuni dei detenuti sono stati rilasciati solo per essere catturati di nuovo sui campi di battaglia in Afghanistan. Uno si è fatto esplodere in un mercato in Iraq, uccidendo decine di persone. Nonostante ciò, alcuni principi sono assoluti e non dovrebbero essere rimessi in discussione a seconda delle circostanze. Uno di questi è il principio secondo cui nessuno dovrebbe essere trattenuto senza essere stato accusato di un reato.

Onorevoli colleghi, tutte le nostre risoluzioni su Guantanamo sono all’insegna della nostra buona volontà e della nostra amicizia per gli Stati Uniti. Ebbene, è venuto il momento di dimostrarlo. Gli Stati Uniti, facendo quello che noi abbiamo a lungo raccomandato, chiedono la nostra assistenza. Non soddisfare tale richiesta sarebbe meschino, incoerente, ipocrita e autolesionista.

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, quelli di noi che credono nella libertà, nell’autonomia individuale, e nello stato di diritto, hanno cercato per anni di convincere i nostri amici americani a chiudere Guantanamo o il centro di detenzione ivi esistente. Quindi il paese che si dichiara a capo del mondo libero non può mettere da parte quei valori per ragioni di convenienza, per quanto si tratti di comprensibili preoccupazioni per la sicurezza.

Ora che il presidente Obama ha annunciato la chiusura di Guantanamo, dovremmo dare tutto l’aiuto che possiamo. Tuttavia, non è l’Unione europea a dover determinare chi possa entrare nei paesi dell’Unione. Dovrebbero essere gli Stati membri; chiediamo quindi agli Stati membri dell’Unione europea di collaborare per aiutare i nostri amici americani in questa circostanza. Hanno dimostrato di avere la volontà. Ci hanno ascoltato. Adesso è ora che noi ascoltiamo loro, proprio come l’elite politica europea dovrebbe ascoltare gli elettori quando, referendum dopo referendum, hanno respinto il trattato di Lisbona. E’ ora che ascoltiamo le voci che contano.

 
  
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  Nirj Deva (PPE-DE). – (EN) Signora Presidente, la Magna Carta e l’habeas corpus sono i fondamenti della costituzione americana. Sono anche i fondamenti delle leggi del mio paese. Non si può accusare e imprigionare qualcuno senza un’imputazione e senza un processo. Comunque, anno dopo anno in questo Parlamento, abbiamo condannato il presidente Bush per quello che ha fatto a Guantanamo. Ora siamo nella situazione in cui il presidente Obama ha, giustamente, deciso di liberarsene.

Poiché il presidente americano ha ascoltato quello che avevamo da dire, sicuramente spetta a noi incoraggiare gli Stati membri ad aiutare i nostri alleati americani a portare il fardello. Tuttavia, questa non è una materia nella quale il nostro Parlamento può dettare regole agli altri parlamenti. Spetta ai parlamenti nazionali decidere che è nel loro interesse aiutare gli americani nel momento del bisogno.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

– Relazione Florenz (A6-0495/2008)

 
  
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  Šarūnas Birutis (ALDE), per iscritto. – (LT) L’Europa ha bisogno di un’unica strategia per la politica energetica che assicuri l’uso efficiente delle risorse e minimizzi l’impatto ambientale.

Gli Stati membri dell’Unione devono assicurare lo sviluppo delle infrastrutture energetiche europee, a maggior ragione alla luce dell’impegno a diversificare le fonti energetiche in Europa e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Oggi nell’Unione europea il riscaldamento delle abitazioni è responsabile dell’utilizzo della maggior parte dell’energia e di gran parte delle emissioni di CO2 – circa il 40 per cento delle emissioni totali di CO2. In quest’ambito in particolare ci sono molte opportunità per il risparmio energetico.

Sono d’accordo con la proposta del relatore di organizzare una campagna informativa per i cittadini a livello nazionale volta ad aumentare l’utilizzo efficiente dell’energia che consentirebbe ai proprietari di case e appartamenti di ottenere una mappatura termica dei loro immobili e di ricevere informazioni sulla loro efficienza energetica e sui possibili finanziamenti per i lavori di adeguamento tramite la richiesta di microcrediti. Una scarsa efficienza energetica è un punto dolente degli edifici dell’era post-sovietica e molti proprietari di immobili non sanno come e con quali mezzi risparmiare energia. Credo che sia necessario aumentare al 15 per cento (dall’attuale 3 per cento)gli aiuti dei fondi strutturali per il ripristino delle abitazioni.

 
  
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  John Bowis (PPE-DE), per iscritto. − (EN) I conservatori britannici accolgono con favore il forte stimolo della relazione della commissione temporanea sul cambiamento climatico. Reputiamo che la relazione offra un contributo significativo al dibattito che porterà a un efficace accordo internazionale sul cambiamento climatico a Copenhagen nel 2009. Sosteniamo in particolare l’obiettivo ambizioso di riduzione delle emissioni a medio e lungo termine, la spinta alle energie rinnovabili e a una maggior efficienza energetica e la richiesta di un approccio sostenibile alla silvicoltura, alla foresta pluviale e alla deforestazione. Crediamo anche che un’economia a bassa emissione di carbonio innescherà una maggiore innovazione, che creerà attività nuove e competitive e nuovi posti di lavoro nei settori delle tecnologie pulite, delle energie rinnovabili e delle aziende ecologiche.

Tuttavia, non condividiamo il fatto che la strategia europea in materia di sicurezza e la politica europea in materia di sicurezza e difesa svolgano un ruolo attivo nel contrastare gli effetti del cambiamento climatico.

Ci opponiamo anche fermamente ai riferimenti al trattato di Lisbona, in particolare laddove fanno intendere che le competenze dell’Unione europea nel campo del cambiamento climatico non siano già sufficienti. Crediamo che l’Unione europea abbia tutti i poteri di cui ha bisogno per aiutare i popoli dell’Europa a lavorare insieme per conseguire risultati positivi e per fungere da esempio in tema di cambiamento climatico.

 
  
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  Nicodim Bulzesc (PPE-DE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione Florenz perché mi trova d’accordo con le raccomandazioni fatte riguardo alla futura politica integrata in materia di cambiamento climatico.

La relazione in esame richiede alla Commissione di tenersi al passo con le più recenti ricerche scientifiche e di analizzarle in modo da valutare in particolare se l’obiettivo 2 C che si è dato l’Unione europea possa davvero raggiungere lo scopo di prevenire gli effetti pericolosi del cambiamento climatico.

Nel contempo, sottolinea la necessità che l’Unione europea e altre nazioni industrializzate, assieme, definiscano un obiettivo a medio termine per la riduzione delle emissioni di gas serra del 25-40 per cento entro il 2020, così come un obiettivo a lungo termine per la riduzione delle emissioni dell’80 per cento almeno entro il 2050, con riferimento al 1990. Nel contempo dovranno continuare a concentrarsi sull’obiettivo di limitare l’innalzamento medio della temperatura globale a 2ºC al di sopra il livello del periodo pre-industriale, con un 50 per cento di possibilità di raggiungere l’obiettivo.

 
  
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  David Casa (PPE-DE), per iscritto. − (EN) La presente relazione indica il cammino da intraprendere e invia un chiaro segnale sulla necessità di agire adesso, prima che sia troppo tardi. Non possiamo rischiare quando si tratta della prevenzione della natura e dell’umanità. Ci serve un corpo di polizia integrato in modo da evitare sovrapposizioni e serve un’armonizzazione degli obiettivi e delle strategie. L’Unione europea dovrebbe guidare la battaglia contro il cambiamento climatico e questa relazione è un grosso passo avanti in questa direzione. Il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all’educazione e alla protezione ambientale sono fondamentali ed è nostro dovere salvaguardarli per le generazioni future. Ci rendiamo già conto degli enormi danni che il cambiamento climatico sta provocando e abbiamo il dovere di ridurli al minimo.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark and Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. − (SV) Oggi abbiamo votato a favore della relazione sulla futura politica integrata dell’UE sul cambiamento climatico. A tale proposito vorremmo, tuttavia, enfatizzare che i ricavi provenienti dallo scambio di quote di emissioni dovrebbero andare agli Stati membri.

 
  
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  Călin Cătălin Chiriţă (PPE-DE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione “2050: il futuro inizia oggi – Raccomandazioni per una futura politica integrata dell’Unione europea sul cambiamento climatico” perché il cambiamento climatico può provocare disastri irreversibili e l’era dell’energia a basso costo da combustibili fossili è vicina alla fine.

E’ per questo che l’Unione europea deve unire le forze con i suoi alleati nell’impegno a ridurre la sua attuale dipendenza dai combustibili fossili e aumentare in maniera significativa la quota di energia rinnovabile utilizzata.

Con investimenti appropriati, l’efficienza energetica dell’economia europea crescerà, mentre i gas serra inquinanti si ridurranno di oltre il 25 per cento nei prossimi 12 anni.

L’Unione europea deve prendere con determinazione le decisioni necessarie al raggiungimento dei seguenti obiettivi entro il 2050: riduzione delle emissioni di gas serra, utilizzo di energia rinnovabile nella misura del 60 per cento ed efficienza energetica.

L’anno europeo della creatività e dell’innovazione può diventare uno dei principali punti di riferimento in materia, sottolineando l’importanza fondamentale degli investimenti in ricerca scientifica e nuove tecnologie.

 
  
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  Konstantinos Droutsas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il cambiamento climatico è il risultato dello sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali da parte del capitale per ottenere profitti.

L’Unione europea considera colpevoli i lavoratori, il loro stile di vita e le loro abitudini di consumo. Vuole mettere il lupo a far da guardia al gregge, dando la responsabilità di frenare il cambiamento climatico proprio a coloro che lo stanno provocando: i monopoli e le multinazionali. L’energia, l’acqua, le foreste, i rifiuti e la produzione agricola si stanno privatizzando e concentrando nelle mani di poche multinazionali, questa volta in nome dell’ambiente. L’operazione incontrastata del “mercato libero”, la liberalizzazione dei mercati e le ristrutturazioni capitaliste sono l’elemento centrale delle misure proposte nella relazione del Parlamento europeo.

Gli accordi dell’Unione europea con i paesi terzi richiedono la liberalizzazione dei mercati e il servizio pubblico in tutti questi settori. Essi includono obiettivi come, ad esempio, quelli per i biocarburanti, che distruggono grandi estensioni di foreste. Si favoriscono le mutazioni e si dà supporto alle monocolture, distruggendo così la biodiversità.

La protezione ambientale si usa perfino come pretesto per interventi imperialisti secondo la “dottrina Solana”.

L’economia verde promossa dall’Unione europea e dagli Stati Uniti offre una soluzione al sovraccumulo di capitale, salvaguardando i profitti dei monopoli e intensificando lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse naturali. Non solo non si risolve niente, al contrario, si aggrava il problema del cambiamento climatico.

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione Florenz sul tema “2050: Il futuro inizia oggi – Raccomandazioni per una futura politica integrata dell’Unione europea sul cambiamento climatico” perché offre all’Unione, agli Stati membri e ai loro cittadini diverse alternative per raggiungere obiettivi ambiziosi per la riduzione dei gas serra nell’Unione europea.

Vorrei sottolineare che le questioni riguardanti il cambiamento climatico richiedono un approccio trasversale a tutti i livelli di elaborazione delle politiche pubbliche e che l’investimento in tecnologie “verdi” è anche un’esigenza dovuta all’attuale crisi economica, poiché aiuterà a creare più posti di lavoro.

Credo che la relazione finale della commissione temporanea sul cambiamento climatico, della quale facevo parte, sia un contributo molto positivo alla lotta al cambiamento climatico e che dimostri chiaramente il bisogno di trovare un accordo internazionale alla conferenza di Copenhagen alla fine dell’anno.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione non affronta la questione chiave delle cause dello sfruttamento dell’ambiente, ovvero la natura rapace del capitalismo. Tenta soltanto di distribuire le responsabilità fra tutte le parti interessate in modo da giustificare proposte basate essenzialmente sulla liberalizzazione dei mercati, con gli utenti e i lavoratori a sostenerne i costi.

Malgrado il testo finale approvato in plenaria sia più moderato della proposta originale e presenti qualche aspetto positivo, non ci troviamo in accordo su altri punti, ossia quando la protezione ambientale viene usata come scusa per cogliere ancora una volta l’opportunità di sferrare un’offensiva ideologica, per scaricare le responsabilità sulla gente comune e sui lavoratori e per usare le attività ambientali a fini di lucro.

Abbiamo quindi votato a favore di alcune proposte, incluse quelle proposte dal nostro gruppo, che miravano a migliorare il contenuto della relazione, ma dovevamo mostrare il nostro disaccordo con i tentativi di fare commercio di tutto quello che è essenziale alla vita umana, compresa l’aria che respiriamo.

 
  
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  Glyn Ford (PSE), per iscritto. − (EN) Il cambiamento climatico è una delle sfide maggiori che il mondo si trova ad affrontare oggi. Sono favorevole all’uso di lampadine ad alta efficienza energetica ma, francamente, non è sufficiente. Dovremo tutti apportare e sostenere cambiamenti ben più drastici e radicali al nostro stile di vita e alle nostre vite.

Recentemente, in occasione di un convegno pubblico a Cheltenham, la mia circoscrizione, mi è stato chiesto quale fosse, a mio avviso, la cosa più importante da fare contro il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. La mia risposta è stata chiara: ratificare il trattato di Lisbona. Senza un’Unione europea forte, autorevole e competente nella politica di sicurezza e nella politica estera comune, non credo che riusciremo a convincere Stati Uniti, Giappone, Cina e India a prendere le misure necessarie.

Il sostegno e l’incoraggiamento di un’Unione europea forte e che parli con una sola voce farà di più nella lotta al cambiamento climatico di milioni di lampadine ad alta efficienza energetica.

 
  
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  Duarte Freitas (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La presente relazione concilia le posizioni di diversi gruppi politici e interessi di settore sulla base dei più recenti e affidabili riscontri scientifici. Il documento è quindi innegabilmente dettagliato, esauriente, aggiornatissimo e pertinente.

In linea di massima concordo con la relazione, ma ho votato contro i riferimenti più diretti all’influenza degli allevamenti di bestiame sul cambiamento climatico, ritenendoli eccessivi. L’agricoltura non va ostracizzata. Al contrario, la produzione e il consumo di prodotti locali devono essere incoraggiati, poiché il loro trasporto provoca minori emissioni di gas serra.

D’altra parte, ho votato a favore dei riferimenti ai problemi che si trova ad affrontare il settore agricolo come risultato del cambiamento climatico, poiché credo che le regioni colpite più duramente dovrebbero ricevere degli aiuti. Per rimanere sull’argomento del cambiamento climatico, concordo sul fatto che esista un bisogno urgente di applicare la nuova direttiva quadro sulla conservazione del suolo e che la politica di coesione, la politica di tutela delle acque e Natura 2000 vadano adattati in modo da prendere in considerazione gli effetti previsti.

Infine, ho votato a favore dei riferimenti all’esigenza di evitare un uso eccessivo dei meccanismi di flessibilità del protocollo di Kyoto, poiché l’Europa deve effettivamente ridurre le proprie emissioni se vuole conservare un ruolo guida nelle negoziazioni internazionali e assicurare un accordo globale a Copenhagen.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), per iscritto. – (CS) Il cambiamento climatico esiste innegabilmente. Eppure alcuni scienziati qualificati esprimono dubbi. Analogamente, gli effetti dell’attività umana, considerati perfino da questa relazione come la causa principale del cambiamento climatico, sono messi in discussione da alcuni scienziati. In tutti i casi, i 22 capitoli della relazione forniscono una buona sintesi del problema dal punto di vista della maggioranza degli esperti mondiali. Per quanto riguarda i singoli capitoli, il capitolo energia è piuttosto incompleto. Si afferma abbastanza correttamente che i combustibili fossili sono una risorsa finita, mentre si omette del tutto di trattare la questione fondamentale di come assicurarsi quantità sufficienti di energia nell’eventualità che entro l’anno 2030 il consumo globale aumenti effettivamente del 60 per cento.

E’ quindi chiaro che avremo bisogno di un grosso impegno per costruire centrali nucleari nel prossimo futuro. Allo stato attuale, questa è la sola fonte riconosciuta di energia pulita a poter essere prodotta su larga scala ma ha i suoi avversari ideologici perfino all’interno del Parlamento europeo. Finché non riusciremo a controllare perfettamente la fusione termonucleare, non avremo alternative all’energia nucleare per ottenere una fonte di energia pulita. Con questa riserva, sono d’accordo con la relazione.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE), per iscritto. – (FR) La relazione Florenz stabilisce un elenco molto dettagliato di misure per combattere il cambiamento climatico e sviluppare politiche di sostegno. Tuttavia, presenta alcune debolezze strutturali in prospettiva di un riorientamento vitale e auspicabile dell’Unione europea.

I difetti principali sono di natura finanziaria.

Malgrado si prospetti la creazione di una tassa sulla CO2, il piano d’azione 2009-2014 non ne prevede l’analisi e l’attuazione né contempla una compensazione sistematica di CO2 per prodotto. Eppure, si tratta di un elemento essenziale.

Non fa menzione di stime di bilancio per i progetti e per le attività previste, per le infrastrutture pubbliche o per le politiche di innovazione industriale, per lo sviluppo regionale, per il sostegno alle autorità locali o per la ricerca e sviluppo.

Per l’industria, il riferimento agli “strumenti legislativi” non sarà sufficiente.

Analogamente, la costituzione di un fondo europeo per il clima è assoggettata al requisito “di permettere al mercato di determinare quali tecnologie vadano utilizzate…”

Tale impostazione non favorirà né una visione a lungo termine, né l’interesse generale. E’ assurdo.

E’ dunque imperativo che l’Unione europea esamini rapidamente la questione della tassa sulla CO2, degli aiuti pubblici a sostegno del New Deal verde e del bilancio comunitario per la prevenzione del cambiamento climatico.

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM), per iscritto. (SV) Non c’è dubbio che il clima stia cambiando. Tuttavia, non è chiaro se questo sia dovuto principalmente o in buona parte all’attività umana o se sia principalmente o in buona parte un processo naturale. C’è notevole incertezza rispetto a quanto sta succedendo e rispetto a quello che dovremmo fare. Eppure è proprio questa incertezza a indicare, ad esempio, che dovremmo muovere i primi passi verso una riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Questo spiega il motivo per cui, in una precedente occasione, ho votato a favore della proposta di ridurre tali emissioni del 20 per cento entro il 2020.

La commissione temporanea sul cambiamento climatico del Parlamento europeo ha ora presentato una relazione su come l’Unione europea dovrebbe agire in riferimento al cambiamento climatico. La relazione è molto disomogenea. Sembra che i membri coinvolti siano impegnati a soddisfare particolari interessi, come quelli dell’agricoltura e del turismo. Nello stesso tempo, la relazione richiede ulteriori fondi e nuovi meccanismi e, in pratica, propone interventi importanti verso un’economia pianificata centralizzata con campagne propagandistiche nelle scuole e nei doposcuola controllate da Bruxelles.

La relazione è talmente lontana dalle questioni chiave che mi sono trovato costretto a votare a sfavore. Non possiamo continuare a dire “sì” a tutto quello che viene proposto a riprova delle nostre giuste preoccupazioni, delle incertezze e delle buone intenzioni di fare qualcosa rispetto per il cambiamento climatico.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Ho sostenuto la presente relazione che ristabilisce l’impegno a breve termine dell’Unione europea a ridurre le emissioni del 30 per cento entro il 2020 nel caso si giunga a un accordo internazionale. Essa ristabilisce anche l’obiettivo contemplato nella tabella di marcia di Bali, secondo cui i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le emissioni dell’80 per cento entro il 2050. Accolgo con favore una relazione che esorta la Commissione e il Consiglio ad assumere un ruolo guida nei prossimi negoziati del dopo Kyoto a Copenhagen e che prevede standard minimi a livello europeo per l’efficienza energetica degli edifici nuovi e rinnovati. La relazione richiede all’Econfin di fissare aliquote IVA ridotte per l’energia rinnovabile e per i prodotti a basso consumo energetico.

Sostengo la richiesta di incentivi economici come un sistema di scambio di quote di emissione affinché gli stati possano proteggere le foreste pluviali, nonché la richiesta di adottare a livello locale e regionale misure atte ad aumentare l’efficienza energetica per contrastare la scarsità di energia.

 
  
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  Iosif Matula (PPE-DE), per iscritto. – (RO) L’adozione da parte dell’Unione europea di questa relazione prova il coinvolgimento attivo nella lotta agli effetti negativi innescati dal cambiamento climatico. Il surriscaldamento globale è una delle questioni più complicate che il pianeta si trovi ad affrontare e che richiede un impegno comune di tutte le nazioni. Le oltre 150 raccomandazioni comprese nella presente relazione contemplano le principali aree di miglioramento necessario per raggiungere l’obiettivo europeo di riduzione dell’aumento della temperatura di 2ºC.

Per assicurarsi il raggiungimento di questo obiettivo, ogni singola persona deve essere coinvolta attivamente e informata correttamente su come proteggere l’ambiente e assumersi le proprie responsabilità verso le generazioni future.

Il piano europeo di ripresa economica sostiene la lotta contro il surriscaldamento globale non solo stanziando fondi per lo sviluppo di tecnologie innovative, ma anche con modalità che aumentino l’efficienza energetica. Gli investimenti in ricerca e innovazione consentiranno lo sviluppo di tecnologie pulite in risposta alle sfide poste dal cambiamento climatico.

Io credo che le misure proposte siano realizzabili e possano essere attuate nel medio e lungo termine. Malgrado molte nazioni si stiano confrontando con numerosi problemi economici e finanziari, bisogna concentrarsi con particolare attenzione sull’interruzione degli effetti negativi del cambiamento climatico.

 
  
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  Mary Lou McDonald (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Sono stata felice di appoggiare la relazione finale della commissione temporanea sul cambiamento climatico.

La relazione odierna dell’onorevole Florenz si basa su principi scientifici e prevede le sfide che la nostra società si troverà ad affrontare in vari settori come i trasporti, l’utilizzo del terreno, l’energia e la gestione dei rifiuti. L’attuale crisi economica non dovrebbe essere presa a pretesto per ritrattare gli impegni presi. Alcuni gruppi meno progressisti hanno cercato di usare la flessione dell’economia come scusa per rinnegare i necessari impegni sul clima. Tale atteggiamento andrebbe interpretato non solo come una manovra cinica, quale in realtà è, proveniente da gruppi che non sono minimamente interessati ad affrontare la realtà del cambiamento climatico, ma anche come un’estrema miopia.

Rifiuto in maniera specifica la nozione che l’energia nucleare abbia un ruolo nell’economia verde di domani. L’Irlanda deve rimanere un’isola priva del nucleare. La base della nostra energia dovrebbero essere le energie pulite e rinnovabili e non la pericolosa follia a breve termine dell’energia nucleare.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE-DE), per iscritto. – (SK) Auguro a tutti una buona giornata. Appoggio totalmente la relazione e vorrei ringraziarla, onorevole Florenz, per una relazione così dettagliata sulla politica futura dell’Unione europea sul cambiamento climatico. E’ terribile pensare che il cambiamento climatico terrestre stia influenzando e influenzerà anche in futuro il nostro ambiente e quindi la nostra salute e la nostra società. Abbiamo dunque il dovere di trovare un accordo su una politica tesa a contenere gli elementi che potrebbero causare a una futura catastrofe.

Da quando il Parlamento ha deciso di istituire una commissione temporanea sul cambiamento climatico in aprile, si è registrato un andamento positivo dei negoziati volti a integrare in un contesto globale le risposte europee. Tuttavia, dobbiamo continuare a ribadire la nostra preoccupazione riguardo agli obiettivi di riduzione, al consumo di energia e al ruolo dell’agricoltura. Grazie alla cooperazione saremo forse in grado di ridurre le emissioni di carbonio e rallentare il processo di surriscaldamento globale in Europa e nel mondo.

Come ha detto l’onorevole Florenz, esiste più di un modo di contrastare il cambiamento climatico, ma sappiamo che è giusto cominciare migliorando l’efficienza e la gestione delle risorse. Il cambiamento climatico globale sta danneggiando il nostro ambiente, il nostro attuale stile di vita e le opportunità delle generazioni future. Dobbiamo fare il possibile per rallentare questo processo o per fermarlo. Vi ringrazio.

 
  
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  Jan Mulder (ALDE), per iscritto. – (NL) Malgrado la relazione in esame abbia avuto il mio consenso nella votazione finale, questo non mi impedisce di esprimere serie obiezioni su alcuni punti. Non credo che la coltivazione di foraggio per l’alimentazione di allevamenti intensivi di bestiame influenzi negativamente il clima. Né credo che si dovrebbe introdurre una direttiva europea riguardante il suolo per affrontare il problema del cambiamento climatico.

 
  
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  Alexandru Nazare (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Nella situazione economica attuale sta diventando sempre più difficile finanziare investimenti in tecnologie pulite ed energia verde, così necessarie nella lotta al surriscaldamento globale. E’ per questo motivo che vorrei unirmi ai colleghi che sostengono la relazione e proporre misure mirate ad aumentare gli investimenti “intelligenti” che rappresentano una soluzione non solo per la crisi climatica ma anche per la stretta creditizia contribuendo a creare nuovi posti di lavoro.

Una di queste misure è il progetto di regolamento della Commissione, attualmente all’esame del Parlamento, che consente agli Stati membri di attingere ai fondi di coesione e ai fondi strutturali per finanziare importanti opere pubbliche per il ripristino dell’edilizia residenziale. I vantaggi sarebbero molteplici. I nuclei familiari a basso reddito, ad esempio, potranno ricevere sostegno finanziario per modernizzare i sistemi di riscaldamento e beneficiare di notevoli risparmi sui costi di manutenzione. Inoltre, questo provvedimento contribuirà a ridurre la dipendenza energetica dell’Europa, una priorità alla luce della recente crisi energetica in Europa.

 
  
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  James Nicholson (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Questa relazione affronta questioni chiave relative al cambiamento climatico, come la richiesta di ridurre in maniera significativa le emissioni di gas serra, dare impulso alle energie rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica.

Al momento ci troviamo ad affrontare una situazione in cui gli effetti del cambiamento climatico e del surriscaldamento globale si stanno avvicinando più velocemente di quanto avessimo immaginato. La politica ambientale deve dunque rimanere una priorità per l’Unione europea e per i singoli Stati membri.

Con l’adozione, a dicembre, del pacchetto sull’energia e sul clima, l’Unione europea è ora all’avanguardia in termini di regolamentazione sull’ambiente e si trova nella posizione di poter spronare le nazioni extraeuropee a fare altrettanto e promuovere politiche atte ad affrontare il cambiamento climatico.

Non possiamo permetterci di ignorare questa questione e di aspettare cinquant’anni per vedere quali potrebbero essere le conseguenze.

 
  
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  Rovana Plumb (PSE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della relazione perché fornisce una “tabella di marcia in 12 tappe” della futura politica integrata sul cambiamento climatico.

La relazione sottolinea la necessità che l’Unione europea e altre nazioni industrializzate definiscano, come gruppo, un obiettivo a medio termine per la riduzione delle emissioni di gas serra del 25-40 per cento entro il 2020, così come un obiettivo a lungo termine per la riduzione delle emissioni dell’80 per cento entro il 2050 rispetto al 1990.

Per raggiungere tali obiettivi e adattarsi al cambiamento climatico, si dovranno fornire a livello europeo fondi pari a circa 175 milioni di euro l’anno. Questo comporterà la creazione di un fondo per il clima, finanziato dalle entrate del sistema di scambio di quote di emissione e/o da fondi privati equivalenti negli Stati membri, in modo da fornire gli investimenti e la solidarietà necessari per finanziare una futura politica del clima.

Particolare attenzione va dedicata alla ricerca per garantire sostegno scientifico allo sviluppo e alla realizzazione di tecnologie “pulite”. La politica ambientale deve essere usata come un’opportunità per adattare la strategia agli effetti del cambiamento climatico. Deve anche essere applicata in modo corretto e trasversale per affrontare gli effetti della crisi e creare nuovi posti di lavoro “verdi” in aziende competitive.

 
  
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  Zdzisław Zbigniew Podkański (UEN), per iscritto. – (PL) Ad oggi, nel corso di diverse legislature, sono state presentate tredici risoluzioni del Parlamento europeo in materia di cambiamento climatico. Malgrado l’impegno della Commissione e del Parlamento, questo tema continua ad essere controverso. La relazione dell’onorevole Florenz non fa mutare posizione a coloro che non sono convinti dell’influenza decisiva delle attività umane sul cambiamento climatico che, per milioni di anni, è stato soggetto soltanto alle leggi della natura.

Un ulteriore problema riguarda l’idea stessa di una politica integrata per tutti i paesi europei. Tenendo conto del fatto che la relazione non fa riferimento alle condizioni specifiche dei nuovi Stati membri o, cosa ancora più importante, agli sforzi che questi hanno fatto dal 1989 per ridurre l’inquinamento e l’emissione di gas serra, non si può parlare di un approccio integrato. Ogni paese ha il diritto di porsi i propri obiettivi. Tutti i paesi devono avere il diritto di scegliere quale tecnologia utilizzare per ottenere energia. Rispetto alle raccomandazioni alla Commissione per stabilire un obiettivo vincolante del 20 per cento al fine di migliorare l’efficienza energetica, sembra che non sia infondato il sospetto che vengano favorite occultamente tecnologie energetiche costose provenienti dall’estero.

 
  
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  Lydie Polfer (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Florenz. E’ un eccellente lavoro che espone in maniera particolareggiata un’ampia gamma di misure da adottare in ambiti diversi quali energia, biocarburanti, efficienza energetica, mobilità, turismo, agricoltura e allevamento, protezione del suolo e gestione delle acque e anche gestione dei rifiuti e delle risorse, temi futuri, educazione e formazione.

L’eccellente lavoro della commissione temporanea sul cambiamento climatico istituita il 25 aprile 2007 testimonia una visione di ampio respiro; le proposte volte a contrastare il cambiamento climatico ivi contenute meritano l’appoggio unanime di tutti coloro che partecipano alla vita politica, economica e sociale.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il dibattito relativo alla futura politica integrata dell’Europa sul cambiamento climatico tocca un’ampia gamma di argomenti e dovrebbe guidarci nella ricerca di soluzioni ragionevoli, attuabili e provviste di fondamenti scientifici. Un dibattito con una visuale limitata, che rifiuti testimonianze scientifiche diverse da quelle ufficiali, ignorando la necessità della ricerca ed escludendo le incertezze della ricerca scientifica, trasforma la scienza in dogma e il dogma è poco utile a chi deve prendere decisioni in politica.

Dobbiamo dunque concentrarci prioritariamente sulla produzione e sul consumo di energia diversificati ed efficienti che possano ridurre la nostra dipendenza e garantire la qualità della vita che vogliamo per tutti noi, sia europei che non europei.

Ci troviamo quindi ad affrontare una grande sfida scientifica nella quale le autorità pubbliche hanno il dovere di dare priorità agli investimenti di ricerca e sviluppo; in qualità di operatori di mercato, devono anche incoraggiare la creazione di mercati redditizi per i prodotti a più alta efficienza energetica. Il cambiamento climatico ci richiede di fare un passo in avanti nello sviluppo, non un passo indietro. Facciamo questo sforzo.

 
  
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  Peter Skinner (PSE), per iscritto. – (EN) Gli obiettivi stabiliti dall’Unione europea per il raggiungimento di una riduzione coordinata sono essenziali per ottenere un corrispondente miglioramento per l’ambiente.

Ho votato per sviluppare la struttura di questo coordinamento mediante l’utilizzo di una serie di fonti – compresi gli effetti benefici della produzione sicura di energia nucleare – che dovrebbero essere riconsiderate alla luce dei suggerimenti degli ispettorati nazionali e degli sviluppi tecnologici.

Data la necessità dei finanziamenti, ho votato anch’io a favore dell’utilizzo delle entrate provenienti dalle aste previste dal sistema di scambio di quote di emissione per compensare i costi necessari al cambiamento. Questi comprendono gli investimenti in nuove tecnologie

Un sistema di scambio di quote di emissione per l’aviazione, seppur marginale, è comunque una scelta appropriata.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Il dibattito riguardante una politica integrata sul cambiamento climatico è vitale se vogliamo ottenere il 50 per cento di riduzione delle emissioni di carbonio entro il 2050.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. − (PL) Ho votato a favore della relazione Florenz “2050: Il futuro inizia oggi – Raccomandazioni per una futura politica integrata dell’Unione europea sul cambiamento climatico”. La relazione è stata redatta dalla commissione temporanea sul cambiamento climatico, istituita nel giugno 2007.

Si tratta di un elenco preciso di raccomandazioni riguardanti la riduzione delle emissioni di anidride carbonica che vanno attuate dagli organi comunitari (principalmente dalla Commissione europea) e dagli Stati membri. Per raggiungere questi obiettivi, sarà necessario agire anche a livello locale.

I cambiamenti del clima sono improvvisi ed hanno conseguenze gravi. L’Unione europea e i paesi industrializzati dovrebbero porsi l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra di una percentuale variabile dal 25 al 40 per cento entro il 2020 e, nel lungo periodo, puntare a ridurre le emissioni dell’80 per cento entro il 2050, del rispetto al 1990.

Le rimanenti raccomandazioni contenute nella relazione comprendono l’associazione e la collaborazione, nel settore della produzione di energia solare, con paesi terzi del Mediterraneo, per ottenere un consumo di energia netta pari a zero negli edifici residenziali nuovi entro il 2015 e in tutti gli edifici entro il 2020 con la possibilità di estendere l’obiettivo nel lungo termine e di comprendere gli edifici ristrutturati. Il piano include anche la creazione di una comunità europea per l’energia rinnovabile, con lo scopo di sostenere le attività di ricerca e sviluppo per sviluppare nuove tecnologie all’avanguardia.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE-DE), per iscritto. − (DE) Mi sono astenuto dal voto sulla relazione sul cambiamento climatico. Questo non significa che io consideri l’intera relazione sfavorevolmente. Tuttavia, combina dati scientifici corretti con false polemiche. Tutto il lavoro fatto dalla commissione è a senso unico e l’ampia gamma di opinioni scientifiche non vi trova riscontro. E’ impossibile elaborare una relazione bilanciata con queste basi. Sfortunatamente questo tipo di approccio è diventato molto più comune con l’approssimarsi delle elezioni europee.

 
  
  

– Relazione Fava (A6-0026/2009)

 
  
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  Guy Bono (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Fava sulla proposta di direttiva che introduce sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano immigrati clandestini.

Secondo le cifre della Commissione, nell’Unione europea soggiornano illegalmente tra i 4,5 e gli 8 milioni di cittadini di paesi terzi, che sono quindi il bersaglio privilegiato di datori di lavoro senza scrupoli che approfittano della manodopera clandestina.

E’ imprescindibile denunciare tali pratiche, indegne di un’Europa ove il rispetto dei diritti umani fondamentali dovrebbe valere per tutti. E’ giunto finalmente il momento di attirare l’attenzione sulle responsabilità di chi si approfitta di queste persone particolarmente vulnerabili. Dobbiamo smetterla di criminalizzare le vittime stigmatizzando gli immigrati clandestini. Per quanto concerne le misure qui proposte, si tratta non solo di perseguire penalmente i datori di lavoro disonesti, ma anche di difendere taluni diritti sociali specifici, come il diritto di rappresentanza sindacale.

Non si deve però cantar vittoria troppo presto perché la minaccia di sanzioni non è sufficiente. Dobbiamo piuttosto dotarci dei necessari strumenti giuridici di controllo: solo allora saremo in grado di attuare un’efficace politica comune in materia d’immigrazione.

 
  
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  Charlotte Cederschiöld, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE-DE), per iscritto. (SV) Oggi il Parlamento europeo ha votato la relazione (A6-0026/2009), presentata dall’onorevole Fava (gruppo socialista al Parlamento europeo, Italia), sulle conseguenze per i datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente nell’Unione europea.

Poiché la relazione fa ricadere sugli Stati membri la responsabilità di imporre sanzioni penali, noi conservatori svedesi abbiamo scelto di non votare a favore.

 
  
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  Gérard Deprez (ALDE), per iscritto. – (FR) Appoggio la relazione Fava, che potremo usare per imporre pene più severe a quei datori di lavoro che fanno ricorso a manodopera clandestina.

Le sanzioni dovrebbero quindi comprendere i costi del rimpatrio nel paese d’origine e il pagamento delle retribuzioni arretrate, delle imposte e dei contributi previdenziali. Le altre sanzioni proposte vanno dall’esclusione da sovvenzioni pubbliche alla chiusura temporanea o permanente dell’attività.

Bisogna insistere su tre punti chiave del sistema; innanzi tutto, il segnale inviato ai datori di lavoro disonesti o senza scrupoli mediante l’imposizione di sanzioni penali nei casi più gravi di sfruttamento di manodopera clandestina, come ad esempio l’impiego di minori in condizioni di lavoro particolarmente inadatte o casi in cui il lavoratore è vittima della tratta di esseri umani. In secondo luogo vi è la possibilità di norme meno severe per i privati qualora le condizioni di lavoro siano soddisfacenti. Si ricorda, in terzo luogo, la responsabilità delle società coinvolte in una catena di subappalti, nei casi in cui sia dimostrabile che esse erano a conoscenza del fatto che il subappaltatore impiegava immigrati clandestini.

Non si devono infine dimenticare la questione delle norme minime (ciascun paese può decidere liberamente di inasprire le sanzioni contro i datori di lavoro e di accrescere il livello di protezione per gli immigrati clandestini) e la clausola di revisione a cadenza triennale, che ci consente di calibrare i nostri obiettivi sulla base della nostra esperienza.

 
  
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  Constantin Dumitriu (PPE-DE), per iscritto. – (RO) La relazione elaborata dall’onorevole collega è un primo passo nella lotta all’impiego di immigrati clandestini e contribuisce a risolvere uno degli aspetti più gravi della criminalità transfrontaliera. Sino a ieri le politiche nazionali si concentravano maggiormente sul modo per impedire l’accesso di immigrati clandestini al mercato del lavoro, mentre da oggi in poi affrontiamo il problema alla radice sanzionando i datori di lavoro che si approfittano della vulnerabilità di queste persone.

La maggior parte di questi lavoratori, impiegati soprattutto nel settore agricolo, si ritrovano ad affrontare condizioni disumane, spesso senza essere nemmeno pagati. Le norme proposte non solo sanzionano i datori di lavoro, ma garantiscono anche che i lavoratori ricevano ogni retribuzione loro dovuta. Poiché nella maggior parte dei casi le reti transnazionali di traffico di esseri umani assicurano un flusso costante di manodopera, si sentiva la necessità di disposizioni di questo tipo per stabilire norme standard a livello comunitario al fine di perseguire i datori di lavoro.

Non dobbiamo interpretare la relazione come uno strumento per chiudere i confini dell’Unione europea, bensì come un rafforzamento del principio della preferenza comunitaria. Tenuto conto del profilo demografico della maggioranza degli Stati membri, bisogna tenere aperte le frontiere del mercato del lavoro, ma a patto che il flusso di manodopera sia legale e adeguato al fabbisogno della Comunità.

 
  
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  Patrick Gaubert (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Mi compiaccio per l’adozione a larghissima maggioranza della proposta di direttiva, di fondamentale importanza sia nella lotta all’immigrazione clandestina, sia nell’attuazione di una politica globale comune in materia d’immigrazione.

Il lavoro irregolare è la principale attrattiva per le migliaia di uomini e donne che ogni giorno varcano i nostri confini sognando un lavoro dignitoso per mantenere la famiglia; in realtà, diventano semplicemente schiavi di datori che si approfittano della loro situazione di vulnerabilità e della loro mancanza di conoscenza dei propri diritti e le sfruttano come manodopera a basso costo.

Questa direttiva lancia un duplice segnale, sia ai datori di lavoro disonesti, che non potranno più sfruttare la situazione impunemente, sia ai potenziali immigrati clandestini, che saranno scoraggiati dalle più severe condizioni d’accesso all’occupazione regolare.

Il compromesso negoziato con il Consiglio è soddisfacente: possiamo solo sperare in una rapida attuazione della direttiva da parte degli Stati membri per riuscire a porre fine a questa situazione di vulnerabilità nella quale si trovano ora migliaia di persone in Europa.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Non possiamo che avallare il divieto generale all’impiego di lavoratori illegali al fine di scoraggiare l’immigrazione clandestina. Analogamente non possiamo che plaudere alle sanzioni contro i datori di lavoro che spesso sfruttano questo genere di manodopera e che sono paragonabili a moderni schiavisti.

Ciò non di meno nutro delle riserve. Ancora una volta l’Unione europea approfitta di un caso fondato sul primo pilastro del diritto comunitario al fine di estendere le proprie competenze in materia di armonizzazione del diritto penale negli Stati membri, ad eccezione di Irlanda e Regno Unito che hanno esercitato la clausola di esclusione riconosciuta dai trattati.

Ricordo quanto accaduto in Francia in seguito a uno sciopero in un ristorante alla moda di Neuilly frequentato dal presidente Sarkozy: i datori di lavoro sostenevano di essere vittime di un mercato del lavoro troppo rigido oppure mecenati di una manodopera cui corrispondevano il minimo salariale, mentre per gli immigrati clandestini è stato facile riuscire ad essere messi in regola grazie al loro lavoro. La presente direttiva, promettendo la regolarizzazione a chi denuncerà il proprio datore di lavoro, non farà che accentuare ulteriormente questa situazione.

Temo che, in paesi con ordinamenti giuridici tanto inerti quanto in Francia in proposito, le nuove norme non freneranno l’afflusso di immigrazione clandestina.

 
  
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  Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) La presente relazione ha vari meriti.

Anzitutto ha una finalità educativa, poiché muove dalla constatazione allarmante che oggi in Europa si assiste alla crescita dell’immigrazione illegale, stimata tra 4,5 e 8 milioni di persone, secondo i dati della stessa Commissione, e rivela i settori economici maggiormente colpiti – edilizia, agricoltura, servizi di pulizie, alberghi e ristoranti.

In secondo luogo, la relazione prevede l’intensificazione della lotta all’economia sommersa, introducendo in particolare sanzioni pecuniarie e penali contro i datori di lavoro che impiegano immigrati clandestini.

Purtroppo, però, la relazione presenta altrettanti limiti: non contempla misure per arginare i flussi intermittenti di immigrazione clandestina e non prende nemmeno in considerazione il ripristino dei controlli alle frontiere interne.

In un periodo di crisi sociale ed economica e di forte aumento della disoccupazione, poi, la principale urgenza per i paesi dell’Unione europea è proteggere i posti di lavoro; è quindi basilare attuare politiche nazionali ed europee di protezionismo sociale. Dobbiamo riservare posti di lavoro ai francesi in Francia e agli europei in Europa. Si tratta di applicare i principi di protezione e preferenza nazionale ed europea quali condizioni fondamentali per la ripresa economica e sociale dei paesi dell’Unione.

 
  
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  Jörg Leichtfried (PSE), per iscritto. – (DE) Voto a favore della relazione Fava sulle sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente.

Dobbiamo porre fine all’impiego di immigrati clandestini sia per impedirne lo sfruttamento sia per prevenire danni all’economia del paese in questione.

L’obiettivo più importante non è punire i lavoratori clandestini provenienti da paesi terzi, ma perseguire penalmente i datori di lavoro, che godono di una posizione molto più forte.

 
  
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  David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio l’introduzione e l’applicazione di sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente. La relazione contiene norme minime per le sanzioni di carattere penale contro i datori di lavoro, e stabilisce che le ispezioni vengano effettuate nei settori di attività più a rischio di abusi. Mi preme segnalare che in Scozia è già in vigore una legge del 2006 in materia di immigrazione, asilo e nazionalità.

 
  
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  Lydie Polfer (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della proposta di direttiva in merito alla diffusa minaccia dell’immigrazione clandestina, che spesso dà luogo a sfruttamento. In effetti, nell’Unione europea vi sono tra 4,5 e 8 milioni di immigrati clandestini impiegati in settori quali edilizia, agricoltura, alberghi ecc. Bisogna intensificare la lotta all’immigrazione clandestina introducendo, a livello europeo, vari tipi di sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano lavoratori illegali.

Dobbiamo far leva sul senso di responsabilità delle aziende, contribuendo così al potenziamento della lotta all’immigrazione clandestina.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Mi compiaccio che il Parlamento europeo abbia oggi adottato a larga maggioranza la proposta di direttiva volta a imporre sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano immigrati clandestini.

Questa direttiva “sanzioni” rientra nella strategia dell’Unione europea per la lotta all’immigrazione clandestina, che comprende anche l’immigrazione selettiva basata sulla “carta blu” e la direttiva “ritorni”.

Il lavoro nero è una minaccia per l’economia europea specie nel contesto dell’attuale crisi economica.

L’Unione europea sembra essere ancora un eldorado per tanti immigrati clandestini che spesso qui trovano un lavoro e una qualità della vita impensabili nel loro paese d’origine.

Secondo le stime, nell’Unione europea soggiornano illegalmente tra 4,5 e 8 milioni di cittadini di paesi terzi, che in generale cercano occupazione in settori quali l’edilizia, l’agricoltura, l’assistenza domiciliare e nel settore alberghiero. Il loro è un lavoro mal pagato che spesso sfocia nello sfruttamento.

Datori di lavoro senza scrupoli approfittano di queste persone vulnerabili disposte a lavorare per paghe irrisorie e in condizioni pericolose.

Grazie al voto di oggi un datore di lavoro che impieghi immigrati clandestini pagherà in futuro un prezzo elevato e potrà persino rischiare la prigione.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. − Voto favorevolmente la relazione presentata dal collega Fava e riguardante le sanzioni contro i datori di lavoro di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è illegale. Sono d'accordo con il relatore quando si manifesta la preoccupazione in merito alle conseguenze sociali di questo fenomeno e alle condizioni di sfruttamento in cui versano questi migranti.

I datori di lavoro senza scrupoli, infatti, sfruttano gli immigrati illegali per i lavori che nessuno vuole fare, ovvero quelli mal pagati e poco qualificati. Inoltre, il lavoro illegale è da considerarsi una vera e propria piaga sociale perché esso può portare alla riduzione delle retribuzioni e al peggioramento delle condizioni di lavoro, oltre che alla distorsione della concorrenza tra le imprese. Pertanto, plaudo all'iniziativa dell'onorevole collega, volta a proteggere i diritti di queste persone che si trovano in una posizione vulnerabile.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La proposta di direttiva della Commissione e la relazione del Parlamento europeo, concernenti l’imposizione di sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente nell’Unione, sono un monumento di ipocrisia e falsità. Il vero obiettivo non è imporre sanzioni contro i datori di lavoro che sfruttano barbaramente i lavoratori immigrati, bensì punire, arrestare ed espellere con la violenza gli immigrati verso i paesi d’origine. La proposta di direttiva rientra tra le misure della politica anti-immigrazione dell’Unione, nel quadro del patto sull’immigrazione, e fa seguito alla famigerata “direttiva della vergogna” che per gli immigrati “illegali” prevede 18 mesi di detenzione, l’espulsione e il divieto al rientro nel territorio dell’Unione per cinque anni.

La proposta di direttiva e la relazione del Parlamento europeo, che vanno esattamente nella stessa direzione, in realtà intensificano le misure repressive contro gli immigrati, ne sistematizzano l’esclusione sociale e in sostanza facilitano un loro ancor più selvaggio sfruttamento da parte del capitale.

Il KKE ha votato contro la relazione e la proposta di direttiva della Commissione.

Appoggia le giuste richieste degli immigrati, la loro regolarizzazione, l’abolizione del lavoro nero e sommerso, l’aumento di salari e stipendi, pari retribuzioni a parità di giorni lavorati e la piena tutela dei diritti sociali e civili.

 
  
  

– Proposta di risoluzione (B6-0062/2009)

 
  
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  Edite Estrela (PSE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione su come affrontare la sfida dell'efficienza energetica con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) poiché giudico cruciale il loro ruolo nel miglioramento dell’efficienza energetica, potendo arrivare ad un risparmio annuo stimato in oltre 50 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Gli Stati membri devono cogliere appieno il potenziale delle TIC per conseguire gli obiettivi fissati nel pacchetto clima ed energia al fine di ridurre le emissioni di gas serra del 20 per cento almeno, aumentando sino al 20 per cento la percentuale di energia da fonti rinnovabili e registrando nell’Unione un miglioramento dell’efficienza energetica pari al 20 per cento entro il 2020.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato a favore di questa relazione, presentata da un europarlamentare ceco del nostro gruppo politico, perché a nostro giudizio tratta una tematica della massima importanza: la sfida dell’efficienza energetica con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC). Queste tecnologie possono rappresentare la forza motrice per una maggiore produttività e crescita e per una riduzione dei costi che si traducono in competitività, sviluppo sostenibile e miglioramento della qualità della vita per i cittadini dell’Unione. Siamo quindi d’accordo con l’idea di suggerire alle future presidenze del Consiglio di includere tra le priorità anche le TIC e la loro rilevanza nella lotta e nell’adeguamento ai cambiamenti climatici.

Riteniamo sia importante compiere maggiori sforzi a ogni livello decisionale per utilizzare tutti gli strumenti finanziari disponibili ai fini dell’applicazione e dell’adozione di nuove soluzioni tecnologiche basate sulle TIC, che permettano di potenziare l’efficienza energetica.

Visto il ritardo nell’adottare un approccio sistematico alle soluzioni intelligenti delle TIC, è altrettanto importante accrescere la consapevolezza ponendo particolare accento sulla riduzione delle emissioni in relazione allo sviluppo urbano, specie mediante la realizzazione di edifici, illuminazione stradale e reti di trasmissione e distribuzione intelligenti, nonché mediante l’organizzazione dei trasporti pubblici.

 
  
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  Mieczysław Edmund Janowski (UEN) , per iscritto. – (PL) Appoggio la proposta di risoluzione su come affrontare la sfida dell'efficienza energetica con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC).

Le TIC dovrebbero diventare la soluzione del futuro praticamente per tutte le apparecchiature ad energia, contribuendo a un risparmio significativo in termini di consumo energetico. Senza queste azioni, assisteremo probabilmente a un forte aumento della domanda energetica nel giro dei prossimi anni (circa il 25 per cento nell’arco di un quadriennio).

Il risparmio maggiore sarà possibile nel settore della produzione e della trasmissione di elettricità: l’efficienza dovrebbe aumentare del 40 per cento circa nel campo della produzione energetica e del 10 per cento circa nel settore della distribuzione. Le TIC anche sono inoltre di aiuto per una migliore gestione della rete energetica e per facilitare l’integrazione delle fonti rinnovabili. Grazie alle TIC si potrà risparmiare molto in termini di riscaldamento, condizionamento e illuminazione degli edifici, contribuendo a ridurre davvero le emissioni di CO2 in termini sia di unità d’energia sia su scala globale.

Queste tecnologie, compresi i componenti, i sistemi micro e nanoelettronici e molte soluzioni tecnologiche moderne (ad esempio, la fotonica), rafforzano la competitività e creano nuove opportunità per le imprese e il mercato del lavoro.

Aumentare l’efficienza energetica significa ridurre sia il consumo energetico durante le fasi di produzione, trasmissione e distribuzione, sia i consumi dell’utente finale. Questi obiettivi sono possibili mediante cambiamenti tecnologici, comportamentali ed economici volti a preservare il medesimo livello di comfort e servizio; per questo l’applicazione delle moderne TIC dovrebbe essere la più ampia possibile.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto.Comunico il mio voto favorevole in merito alla proposta di risoluzione relativa alla sfida dell'efficienza energetica e tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Ritengo, infatti, che, parallelamente all'obiettivo della riduzione (-20%) delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, si debba procedere a migliorare l'efficienza energetica del 20% nell'arco dello stesso periodo. Per questo motivo, concordo con la proposta presentata, che mira ad accrescere, ad esempio attraverso progetti di dimostrazione, la consapevolezza dell'importanza che le TIC rivestono ai fini del miglioramento dell'efficienza energetica nell'economia dell'Unione europea e in quanto forze motrici di una produttività e di una crescita maggiori, nonché di riduzioni dei costi che favoriscono la competitività, lo sviluppo sostenibile e il miglioramento della qualità di vita dei cittadini dell'UE.

 
  
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  Flaviu Călin Rus (PPE-DE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della proposta di risoluzione del Parlamento europeo su come risolvere il problema dell’efficienza energetica con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione in quanto credo fermamente che le TIC rappresentino una valida soluzione al problema.

L’efficienza energetica è di estrema rilevanza perché, come tutti ben sappiamo, le riserve naturali da cui otteniamo energia si stanno riducendo e prima o poi si esauriranno. Ritengo quindi che qualsiasi tecnologia utile per conseguire l’efficienza energetica rappresenti un vantaggio per l’intera società.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE-DE), per iscritto. – (PL) La questione della sicurezza energetica nell’Unione europea è stata sollevata più volte in Aula, specie dai rappresentanti dei nuovi Stati membri.

La crisi che, nelle ultime settimane, ha colpito molti Stati membri dimostra chiaramente quanto sia reale il pericolo di un’interruzione del nostro approvvigionamento di gas e quanto poco preparati siamo ad affrontarne le conseguenze.

L’Europa deve finalmente iniziare a dimostrarsi solidale nel suo modo di pensare e agire. Dobbiamo costruire adeguate infrastrutture di trasmissione, realizzare meccanismi di sostegno ai paesi privi di materie prime e diversificare le fonti di approvvigionamento di queste ultime. Dobbiamo cercare fonti alternative di gas e creare un sistema che faccia risparmiare energia e renda più efficiente il nostro consumo di gas.

Sono consapevole che questi argomenti sono già stati affrontati molte volte in passato, ma con quale risultato, mi chiedo, visto che siamo ancora fermi alla fase di progettazione?

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Non si possono sottovalutare l’importanza dell’efficienza energetica e il suo contributo al raggiungimento degli obiettivi in materia di cambiamenti climatici, in quanto i programmi sull’efficienza energetica hanno il potenziale di creare occupazione.

 
  
  

– Proposta di risoluzione (RC-B6-0066/2009)

 
  
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  Guy Bono (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della risoluzione sul ritorno e il reinsediamento dei detenuti di Guantanamo.

A mio parere l’Europa deve complimentarsi con il presidente Obama per la sua decisione di chiudere il centro di detenzione, come molti di noi chiedevano da anni. Questa mi sembra una buona occasione per rispondere alla richiesta statunitense presentando una posizione comune conforme ai valori dell’Unione europea.

È basilare riuscire a fare ordine all’interno dei nostri confini e a mettere di fronte alle loro responsabilità quei paesi europei che hanno permesso alla CIA di trasferire prigionieri in segreto.

 
  
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  Niels Busk, Anne E. Jensen e Karin Riis-Jørgensen (ALDE), per iscritto. (DA) Gli europarlamentari del partito liberale danese hanno votato contro il paragrafo 4 della proposta di risoluzione sul ritorno e il reinsediamento dei detenuti di Guantanamo, in quanto siamo convinti che i singoli Stati membri abbiano il diritto sovrano di decidere se accettare o meno prigionieri provenienti dal centro di detenzione, qualora l’amministrazione statunitense ne faccia richiesta.

Siamo certo favorevoli all’idea che gli Stati membri si consultino circa i possibili effetti per l’ordine pubblico europeo qualora alcuni di essi decidano di accogliere i detenuti.

 
  
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  Martin Callanan (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Per molti deputati l’esistenza di Guantanamo era divenuta un motivo di biasimo nei confronti dell’America. Personalmente sono grato agli Stati Uniti per essersi fatti carico, ancora una volta, dell’enorme responsabilità di proteggere l’Europa dal terrorismo.

Approvo la chiusura della prigione di Guantanamo, ma non perché ritenga che non si debbano incarcerare i terroristi pericolosi, anzi tutto il contrario, direi. Vanno però risolti gli aspetti giuridici relativi alla detenzione di combattenti nemici, e il miglior modo per farlo è chiudendo Camp X-Ray.

Per quanto io ammiri e sostenga l’America, devo precisare che i detenuti di Guantanamo sono sostanzialmente una responsabilità americana e non nostra; sono stati catturati o arrestati sotto comando americano e quindi dovrebbero essere perseguiti e incarcerati per eventuali reati contro l’America, ai sensi del diritto americano e sul territorio americano.

Non condivido l’idea che gli Stati membri dell’Unione europea si facciano carico di questi terroristi estremamente pericolosi, né credo che l’Unione possa dire agli Stati membri come agire in proposito.


Pertanto, nel votare la risoluzione, mi sono astenuto.

 
  
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  David Casa (PPE-DE), per iscritto. – (EN) Occorre essere molto cauti nel prendere decisioni simili a quelle proposte nella presente risoluzione. Non possiamo accogliere a braccia aperte chiunque venga rilasciato da Guantanamo. Pur volendo assicurare un trattamento dignitoso agli ex detenuti, prima di prendere qualsiasi decisione dobbiamo verificare che siano innocenti al di là di ogni ragionevole dubbio. Eventuali decisioni affrettate, prese senza prestare la massima attenzione, potrebbero rivelarsi fatali.

 
  
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  Chris Davies (ALDE), per iscritto. – (EN) Pur apprezzando la decisione di chiudere Guantanamo, mi preoccupa la volontà dei paesi europei di accogliere ex detenuti che potrebbero mantenere legami con il terrorismo. Tenuto conto della politica di libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea, le decisioni di un paese europeo possono avere ripercussioni sugli altri paesi proprio in un momento in cui stiamo già affrontando i difficili problemi posti da terrorismo. Le nostre possibilità di espellere un sospetto terrorista sono limitate da sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e da convenzioni internazionali, i cui termini di revisione sono già scaduti.

 
  
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  Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio la risoluzione a favore della decisione di chiudere il centro di detenzione di Guantanamo e di altri importanti decreti legge del presidente Obama. La risoluzione, inoltre, pur ricordando che agli Stati Uniti spetta la principale responsabilità per la chiusura del carcere e per la destinazione futura dei suoi detenuti, invita gli Stati membri, al fine di assicurare a tutti un trattamento umano ed equo e di rafforzare il diritto internazionale, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di aiuto statunitense per il reinsediamento di detenuti di Guantanamo nell’Unione europea.

Nutro altresì grande preoccupazione per le voci secondo cui l’amministrazione Obama manterrà la prassi della “consegna straordinaria”.

 
  
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  Edite Estrela e Armando França (PSE), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato a favore della proposta di risoluzione comune del Parlamento europeo sulla possibilità di accogliere i detenuti di Guantanamo sui quali non gravino accuse di reati, in quanto riteniamo che la cooperazione europea serva sia a rafforzare il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani, sia a garantire che i detenuti del centro di detenzione ricevano un trattamento equo e imparziale.

Consideriamo quindi che l’iniziativa e la disponibilità del governo portoghese nel collaborare con l’amministrazione statunitense alla chiusura del centro di detenzione di Guantanamo fungano da esempio per altri Stati membri al fine di sostenere gli Stati Uniti nella soluzione di questo arduo problema, nel rispetto dei diritti umani e delle norme del diritto internazionale.

 
  
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  Vasco Graça Moura (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato contro la proposta di risoluzione comune. Visti i consideranda D (terzo punto) ed F, ritengo inaccettabile che l’Unione europea incoraggi gli Stati membri a prepararsi ad accogliere i detenuti scarcerati da Guantanamo in risposta a una proposta inopportuna e demagogica del ministro degli esteri portoghese.

Mai e poi mai dovremmo accettare che gli Stati membri dell’Unione accolgano detenuti considerati come una “potenziale minaccia” (considerando D), né possiamo dimenticare il precedente di ben 61 ex detenuti già coinvolti in atti di terrorismo dopo il loro rilascio (considerando F).

Siccome è impossibile individuare con sicurezza chi rappresenta effettivamente una potenziale minaccia, è ovvio che dobbiamo applicare il principio di precauzione non soltanto nel contesto di REACH.

 
  
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  Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Sebbene consideriamo positivi alcuni punti, in particolare laddove afferma che “la responsabilità principale per l’intero processo di chiusura del centro di detenzione di Guantanamo e il futuro dei suoi detenuti spetta agli Stati Uniti”, la proposta di risoluzione comune non specifica i termini in base ai quali valutare l’estrema gravità della situazione umanitaria in questione.

Come già sottolineato, siamo contrari a qualsiasi accordo tra paesi oppure tra gli Stati Uniti e l’Unione europea sul trasferimento dei detenuti di Guantanamo. Ciò non significa che le decisioni e le richieste liberamente espresse da parte di singoli individui, ovvero le domande d’asilo in Portogallo, non vadano considerate nel rispetto della sovranità nazionale, della costituzione della Repubblica portoghese e del diritto internazionale.

Tuttavia la risoluzione:

– non denuncia il fatto che la nuova amministrazione americana non ha messo in discussione la detenzione e il trasferimento illegale di cittadini, e

– ignora totalmente la necessità di svelare tutta la verità sulle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, commesse nel contesto della cosiddetta “guerra al terrore”, nonché sulle responsabilità dei governi di diversi paesi dell’Unione per quanto riguarda l’uso del loro spazio aereo e del loro territorio per la “consegna straordinaria” e il trasferimento di persone detenute illegalmente.

 
  
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  Ona Juknevičienė (ALDE), per iscritto. – (LT) Vorrei congratularmi ed esprimete il mio appoggio al presidente degli Stati Uniti Obama per la sua decisione di cominciare a chiudere il centro di detenzione di Guantanamo. E’ un passo importante verso un nuovo inizio nella politica degli Stati Uniti: sono certa che tutti gli Stati membri dell’Unione europea vorranno sostenere la politica americana rispondendo all’appello del presidente Obama di cooperare o aiutare a risolvere la questione dei detenuti scarcerati, qualora venisse avanzata una richiesta in tal senso. Ho però votato contro l’articolo della risoluzione che esorta gli Stati membri “ad essere pronti ad accettare i detenuti di Guantanamo nell’Unione” perché credo che le decisioni in proposito spettino a ciascuno Stato membro. Non ho alcun dubbio sul fatto che qualsiasi paese, posto di fronte a un caso concreto, risponderà in modo positivo offrendo sostegno all’amministrazione statunitense, ma ciò sarà il frutto di una libera scelta e segno di buona volontà e di rispetto del diritto internazionale e umanitario.

 
  
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  Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Gli europarlamentari del KKE hanno votato contro la proposta di risoluzione comune, presentata dai partiti politici nel Parlamento europeo, e chiedono sia l’immediato rilascio di tutti i prigionieri arbitrariamente arrestati e detenuti dagli Stati Uniti presso la base di Guantanamo, sia la chiusura rapida e definitiva della base illegalmente mantenuta su suolo cubano contro la volontà del popolo e del governo cubano.

Al contrario, la risoluzione invoca un “processo equo” per chiunque sia accusato dagli Stati Uniti di aver commesso un reato, e invita gli Stati membri dell’Unione ad accogliere i detenuti nelle proprie carceri nel quadro della lotta al terrorismo combattuta da UE e Stati Uniti. E’ una beffa: siamo tutti a conoscenza delle torture medievali subite dai detenuti e della mancanza di credibilità di simili prove dopo anni di detenzione disumana e accettare ora il processo e la condanna dei detenuti ci renderebbe complici.

L’atmosfera celebrativa e cerimoniosa intorno al presidente Obama trae in inganno circa la politica imperialistica. Per quanto concerne tale questione specifica, il decreto su Guantanamo prevede sempre la facoltà della CIA di “rapire sospetti terroristi” per trasferirli in prigioni segrete.

 
  
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  Tobias Pflüger (GUE/NGL), per iscritto. – (DE) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune del Parlamento europeo sul ritorno e il reinsediamento dei detenuti del centro di Guantanamo, perché vedo con favore l’ipotesi di accogliere i prigionieri del centro di detenzione nei paesi dell’Unione europea. Molti Stati membri sono responsabili in solido della questione Guantanamo perché, per esempio, hanno concesso il diritto di sorvolo ai fini del trasporto illegale di prigionieri.

La proposta contiene però alcuni punti che ne rendono difficile l’approvazione.

Le pratiche della tortura, e in particolare del waterboarding, attuate a Guantanamo non vengono menzionate esplicitamente come tali, ma sono invece definite come “tecniche di interrogatorio estreme, considerate come una forma di tortura, e trattamenti crudeli, inumani o degradanti”.

Sono anche stati respinti tutti gli emendamenti presentati dal gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica e dal gruppo Verde/Alleanza libera europea, emendamenti in cui si chiedevano la chiusura di tutti i campi segreti di prigionia, il diritto di risarcimento per le vittime e un’indagine sulla violazione dei diritti umani a Guantanamo.

 
  
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  Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La difficoltà dell’Europa nell’affrontare la decisione di chiudere Guantanamo mostra chiaramente il divario esistente tra le intenzioni motivate da validi principi e una realtà irta di ostacoli.

La chiusura del centro di detenzione, pur essendo una bella notizia di per sé e a livello simbolico, non risolve però il problema che aveva portato all’apertura del centro e che non è stato superato, ossia come affrontare una minaccia alla sicurezza nazionale e internazionale, che è per sua natura ben diversa dalla minaccia tradizionale dei combattenti nemici per la quale è stato concepito e preparato il diritto internazionale.

Piuttosto che collaborare accogliendo ex detenuti di Guantanamo, misura forse necessaria che deve però tener conto di talune limitazioni, l’Europa, gli Stati Uniti e la comunità internazionale devono cooperare per cercare una soluzione giuridica stabile e durevole alla sfida posta dal terrorismo internazionale; in caso contrario a Guantanamo farà seguito un’altra soluzione insoddisfacente.

Relativamente all’accoglienza di ex detenuti, non solo serve coordinamento a livello europeo, ma è anche opportuno evitare di accogliere chi, in circostanze normali, non otterrebbe un visto per ragioni di sicurezza. I criteri da adottare dovrebbero fondarsi su disponibilità e cautela.

 
  
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  Luca Romagnoli (NI), per iscritto. − Esprimo il mio voto negativo in merito alla proposta di risoluzione sul rimpatrio e reinsediamento dei detenuti di Guantanamo. In particolare, sono fermamente convinto che la responsabilità per l'intero processo di chiusura del centro di detenzione di Guantanamo e il futuro dei suoi detenuti spetta solo ed esclusivamente agli Stati Uniti d'America.

Non concordo, infatti, sul punto della risoluzione ove si afferma che la responsabilità del diritto internazionale e dei diritti fondamentali spetta a tutti i paesi democratici e in particolare all'Unione Europea. Non si può interferire in una materia dove la competenza è esclusivamente del governo degli Stati Uniti d'America. Infine, non sono d'accordo sull'eventualità di accettare in Unione Europea i detenuti di Guantanamo per i motivi citati sopra.

 
  
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  Catherine Stihler (PSE), per iscritto. – (EN) Tutti gli Stati membri devono fare la loro parte nel rendere possibile la chiusura della prigione di Guantanamo. A nulla serve esortare gli americani a chiuderla, come il nuovo presidente sta già facendo, se da parte nostra non siamo in grado di assumerci qualche responsabilità.

 
  
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  Andrzej Jan Szejna (PSE), per iscritto. (PL) Ho accolto con favore la decisione del presidente Obama di chiudere la famigerata prigione di Guantanamo, priorità che aveva già annunciato in campagna elettorale.

La questione del ritorno e del reinsediamento dei detenuti di Guantanamo è indice di un importante cambio di rotta nella politica statunitense che si sta ora muovendo nella giusta direzione, ovvero verso il rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale e umanitario. Ogni detenuto deve avere un processo; se giudicato colpevole, deve scontare la pena in un carcere americano. Chi non avrà accuse a carico e accetterà volontariamente il rimpatrio, dovrà poter tornare al più presto nel paese d’origine. Ai detenuti, che non possono tornare nel paese d’origine perché a rischio di tortura o persecuzioni, si dovrebbe permettere di rimanere negli Stati Uniti, ove spettano loro protezione umanitaria e un risarcimento. Attualmente Guantanamo ospita circa 242 detenuti, alcuni dei quali non sono accusati di alcun reato, ma non lasciano il centro solo perché non c’è un paese sicuro ove rimpatriarli.

La lotta al terrorismo resta una priorità della politica estera sia per l’Unione europea sia per gli Stati Uniti. Tuttavia, dobbiamo insistere con forza affinché questa lotta vada sempre di pari passo con il rispetto dei diritti fondamentali e dei principi dello stato di diritto.

 

9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 

(La seduta, sospesa alle 13.20, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROTHE
Vicepresidente

 

10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente
Video degli interventi
  

(Il Parlamento approva il processo verbale della seduta precedente)

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM) . – (EN) Signora Presidente, sollevo una questione procedurale ai sensi dell’articolo 142, paragrafo 2, lettera a) e b) del regolamento, relativo alla ripartizione del tempo di parola. Nel corso della discussione sulla prigione di Guantanamo, tenutasi ieri in quest’Aula, il sottoscritto e numerosi altri oratori sono stati interrotti senza pietà appena qualche secondo dopo avere oltrepassato il tempo di parola a nostra disposizione. Questo trattamento intransigente ci è stato riservato dall’onorevole Pöttering e dall’onorevole Siwiec, il vicepresidente che lo ha sostituito nella seconda parte del pomeriggio.

D’altra parte all’onorevole Schultz, leader del gruppo del Partito del socialismo europeo, l’onorevole Pöttering ha concesso di eccedere di oltre un minuto il limite previsto. Lungi da me l’intenzione di insinuare che il motivo sia riconducibile al fatto che l’onorevole Pöttering e l’onorevole Schultz sono buoni compagni – alte Kameraden, per dirla in tedesco – ma non posso esimermi dal rilevare la reiterazione di questo comportamento. I colleghi dei gruppi maggiori che si dilungano su messaggi politici che il presidente predilige sono trattati con grande generosità, mentre ai colleghi dei gruppi minori che trasmettono un messaggio politico sgradito al presidente viene riservato un trattamento assai meschino. Questa è una violazione del regolamento, in cui viene sancita chiaramente la modalità secondo cui il tempo di parola dovrebbe essere ripartito.

Desidero rammentare all’onorevole Pöttering e a tutti i suoi vicepresidenti

(Il Presidente comunica all’oratore che ha esaurito il tempo di parola)

Sono stato mandato qui per tutelare la sussidiarietà e la sovranità dei paesi membri e il presidente e i vicepresidenti di questo Parlamento non hanno alcun diritto di mettere a tacere la voce che rappresenta il 15 per cento dell’elettorato svedese.

 
  
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  Presidente . Onorevole Lundgren, adesso le tolgo la parola. Ha oltrepassato il suo tempo di parola di oltre la metà. Ho preso atto delle sue parole. Penso che il concetto sia chiaro a tutti.

 
  
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  Nils Lundgren (IND/DEM) . – (EN) Signora Presidente, vorrei ricordarle che questo non sarebbe mai accaduto all’onorevole Schulz. Lei non lo avrebbe interrotto. Qui sta la differenza e lei me ne ha data l’ennesima riprova. La ringrazio molto.

 
  
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  Presidente . Onorevole Lundgren, sono certa che si sta sbagliando. Ho preso nota delle sue parole che figureranno pertanto nel processo verbale. Sarebbe senz’altro opportuno discutere nell’Ufficio di presidenza la questione della differenza di comportamento, che è parzialmente dipendente dalla quantità di tempo disponibile.

 

11. Kosovo (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente . L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sul Kosovo.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE) . – (DE) Signora Presidente, oggi discutiamo la questione del Kosovo sulla base di una relazione estremamente esaustiva dell’onorevole Lagendijk, che ne è il relatore, ovviamente in congiunzione con le dichiarazioni della Commissione e del Consiglio.

In questo caso, al relatore non viene riconosciuto ufficialmente un tempo di parola, per quanto questo sia, a mio avviso, incredibile. Nel caso in cui il relatore rinunciasse a intervenire e presentasse solo la relazione d’iniziativa lunedì sera, allora avrebbe a disposizione quattro minuti. Non mi pare corretto. Sollecito pertanto l’Ufficio di Presidenza a valutare se un deputato che per mesi ha lavorato come relatore in seno alla commissione per gli affari esteri non debba forse vedersi riconosciuto un tempo di parola ufficiale.

In questo frangente la collega Gisela Kallenbach gli ha ceduto i suoi minuti per solidarietà verso un collega del gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea. Forse sarebbe possibile, signora Presidente, concedere all’onorevole Kallenbach un minuto con la procedura catch the eye, ovviamente se questo rientra nelle sue facoltà. La pregherei in ogni caso di riflettere su questo problema. Occorrerebbe un dispositivo diverso per disciplinare i casi come questo.

 
  
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  Presidente . E’ senz’altro vero che bisognerebbe affrontare il problema a monte. Nel caso specifico, consiglio all’onorevole Kallenbach di richiedere il minuto di parola mediante la procedura catch the eye che risulta essere notevolmente più semplice.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. Signora Presidente, sono lieto che mi sia data questa occasione per fare il punto sugli ultimi sviluppi in Kosovo. Tra due settimane, esattamente il 17 febbraio 2009, ricorre il primo anniversario della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo e questa discussione cade proprio al momento opportuno. In questo anno, il Kosovo ha approvato la sua costituzione e posto in essere un quadro normativo e istituzionale completamente rinnovato. La dichiarazione d’indipendenza ha creato una situazione nuova e nuove sfide per la comunità internazionale – e in particolare per l’Unione europea.

Le divergenze tra gli Stati membri dinanzi a questa dichiarazione d’indipendenza non pregiudicano in alcun modo gli obiettivi politici generali dell’Unione. Il nostro impegno rimane quello di aiutare lo sviluppo economico e politico del Kosovo nel quadro dell’obiettivo più ampio di garantire una stabilità duratura per l’intera area balcanica.

Nel caso del Kosovo, ciò significa in particolare fornire assistenza per il rafforzamento dello stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e la salvaguardia delle minoranze, nonché incoraggiare lo sviluppo economico e contribuire alla salvaguardia del suo ricco patrimonio culturale e religioso.

Significa altresì che il Kosovo deve essere collocato nel quadro più ampio definito per i Balcani occidentali al vertice di Salonicco del 2003. La politica di promozione di una prospettiva europea per tutti i paesi dei Balcani occidentali, convenuta in tale occasione, è stata più volte riconfermata, da ultimo anche nella riunione del Consiglio lo scorso 8 dicembre.

Una prova del nostro impegno protratto è data dalla designazione tempestiva, all’inizio dello scorso anno, di Pieter Feith come rappresentante speciale dell’UE a Pristina; avrete occasione di incontrarlo a breve nella commissione per gli affari esteri. Il compito suo e della sua équipe consiste nel fornire un prezioso aiuto in loco che ci consenta di conseguire tutti i nostri obiettivi politici.

Di recente, ai primi di dicembre 2008, è stato conferito il mandato all’EULEX, la missione civile PESD più ambiziosa del momento. Come scopo principale la missione si prefigge di assistere e sostenere le autorità del Kosovo nella creazione di uno stato di diritto, in particolare tramite il potenziamento del comparto giudiziario e doganale e della polizia.

La nostra sfida più importante nei mesi a venire consisterà nell’intensificare il nostro impegno in Kosovo, specialmente mediante la piena messa a regime di EULEX. Siamo abbastanza realistici da renderci conto che il 2009 porterà con sé una congrua parte di difficoltà e ostacoli.

Anche le istituzioni kosovare dovranno superare numerose criticità nel dare corpo al loro impegno per lo sviluppo di un Kosovo stabile, multietnico e democratico. L’aiuto della comunità internazionale è fondamentale per consentire al Kosovo di integrarsi appieno nell’area balcanica.

La Commissione ha annunciato che nel corso dell’anno presenterà uno studio in cui saranno proposte soluzioni per promuovere la crescita politica e socio-economica del Kosovo. Il Consiglio ha plaudito a questa iniziativa che dovrebbe offrire nuove opportunità per costruire a partire da quanto è già stato realizzato, facendo tesoro dell’esperienza che matureremo nei prossimi mesi.

La situazione nel Kosovo settentrionale rimarrà senz’altro critica anche nei prossimi mesi e dovrà essere oggetto di particolare attenzione. E’ stato possibile contenere le recenti tensioni etniche a Mitrovica, all’inizio di gennaio, che avrebbero potuto diventare altrimenti un grave elemento di disturbo. L’intervento ragionevolmente contenuto delle autorità di Pristina è stato un segnale incoraggiante. Nondimeno, tali incidenti ci ricordano che permane un rischio costante di destabilizzazione in quest’area. Continueremo a seguire da vicino la situazione, in particolare nella parte settentrionale del paese.

La presidenza è grata per l’interessamento costante dei deputati di questo Emiciclo e per il sostegno che prestate al ruolo dell’Unione europea nella regione. In particolare appoggio il progetto di risoluzione proposto in questa parte della seduta. Il Parlamento ci incoraggia esprimendo un forte consenso per i nostri sforzi nella regione e per l’impegno dell’Unione nello stabilizzare il Kosovo entro un contesto regionale più ampio.

La presidenza non mancherà di tenervi al corrente, sia tramite le discussioni periodiche in plenaria che mediante esposizioni più dettagliate in seno alle commissioni. Per questa primavera abbiamo diversi progetti, tra cui quello di dedicare al tema dei Balcani occidentali la riunione informale dei ministri degli Affari esteri “Gymnich”, che si terrà a fine marzo. So che Pieter Feith parteciperà alla riunione della commissione per gli affari esteri della prossima settimana; egli potrà aggiornarvi nel dettaglio sugli ultimi sviluppi avvenuti in loco.

 
  
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  Meglena Kuneva, membro della Commissione. Signora Presidente, è trascorso appena un anno dalla dichiarazione d’indipendenza e la situazione in Kosovo – e nell’intera regione dei Balcani occidentali – può definirsi nel complesso stabile e sotto controllo, fatta eccezione per alcuni incidenti.

La presenza dell’Unione europea in Kosovo sta diventando sempre più tangibile e subentra a quella delle Nazioni Unite. Il rappresentante speciale dell’UE è stanziato a Pristina, mentre la missione per lo stato di diritto (EULEX) interviene in tutto il Kosovo e diventerà pienamente operativa dalla fine di marzo.

Un Kosovo stabile e multietnico è una delle priorità chiave dell’Unione europea. Per il Kosovo, il modo migliore di muoversi verso l’integrazione europea rimane la creazione di una società democratica e multietnica in cui vige lo stato di diritto, che coopera pacificamente con i paesi confinanti e contribuisce così alla stabilità regionale ed europea. Questo presuppone la messa in atto di provvedimenti a tutela di tutte le comunità nazionali del Kosovo quale base per uno sviluppo economico e politico sostenibile.

Le autorità hanno ritenuto che la relazione intermedia stilata dalla Commissione nel novembre 2008 fosse una valutazione equa e obiettiva dei risultati ottenuti e delle sfide future. Le autorità del Kosovo si sono impegnate a lavorare e cooperare con la Commissione per affrontare queste criticità. Abbiamo stanziato risorse ingenti per il Kosovo nel quadro dello strumento di assistenza preadesione (IPA) che rappresentano una frazione dei 1,2 miliardi di euro promessi alla conferenza dei donatori del luglio 2008.

Nel 2008, lo strumento di assistenza preadesione ha finanziato progetti in Kosovo per un totale di 185 milioni di euro, pari a tre volte l’importo stanziato nel precedente anno. Nel 2009 erogheremo altri 106 milioni di euro. La gestione di questo denaro è affidata in via esclusiva all’ufficio di collegamento della Commissione a Pristina che è ormai perfettamente operativo, munito di tutti i sistemi di controllo necessari e pronto a subentrare all’Agenzia europea per la ricostruzione.

La Commissione guarda con favore al progetto di risoluzione che il Parlamento europeo sta discutendo oggi. Il testo affronta svariati argomenti di cui noi condividiamo l’importanza, come per esempio la tutela del patrimonio culturale del Kosovo, l’incremento di risorse umane nell’amministrazione pubblica, un’integrazione migliore tra le comunità, l’importanza di una scuola multietnica e il problema delle famiglie rom che risiedono nei campi profughi contaminati da piombo a nord del paese.

La Commissione prende in seria considerazione tutti questi aspetti. Forse posso dedicare qualche parola a ciascuno di essi.

Dal 2004, la Commissione finanzia, in stretta collaborazione con il Consiglio d’Europa, il recupero del patrimonio religioso e culturale tramite un programma finanziato con una dotazione di 10 milioni di euro. Nel 2008 e 2009 i finanziamenti comprenderanno anche 2,5 milioni di euro per altri progetti. A nostro avviso questo è un aspetto cruciale per la riconciliazione e abbiamo sostenuto la creazione di una banca dati sul patrimonio culturale del Kosovo. Anche i cimiteri potrebbero essere inclusi in questo discorso al fine di garantirne un restauro e una conservazione adeguati.

Vorrei esprimere la nostra gratitudine al Parlamento europeo per l’ulteriore importo di 3 milioni di euro stanziato all’interno del bilancio UE del 2008 per il recupero del patrimonio culturale nelle aree colpite dalla guerra nei Balcani occidentali. La metà di tale somma – 1,5 milioni di euro – è stata destinata al Kosovo ed è confluita in un progetto congiunto con il ministero della Cultura nella cittadina multietnica di Prizren.

Ringraziamo anche per l’importo aggiuntivo destinato a questa linea di bilancio per il 2009. Nell’ambito dello strumento di preadesione 2007, la Commissione sta realizzando alcuni progetti mirati ad agevolare il rimpatrio e la reintegrazione degli sfollati e dei profughi in Kosovo, per complessivi 3,3 milioni di euro. Abbiamo previsto anche ulteriori finanziamenti: 4 milioni di euro nell’ambito dello strumento di preadesione del 2008 e altri 2 milioni di euro nell’ambito di quello del 2009. Questo denaro sarà impiegato anche per migliorare le condizioni locali ai fini della reintegrazione dei rimpatriati nella vita sociale ed economica locale.

Le pari opportunità sono un altro tema prioritario. La Commissione ha fornito assistenza tecnica all’Agenzia per le pari opportunità del Kosovo, oltre a sostenere, tramite lo strumento europeo per la democrazia e i diritti umani, le attività di svariate organizzazioni non governative locali che lavorano per le pari opportunità e i diritti delle donne.

Per quanto attiene al potenziamento dell’amministrazione pubblica, la Commissione vigila sull’attuazione della strategia e del piano d’azione del Kosovo per la riforma della pubblica amministrazione. Abbiamo ribadito alle autorità l’urgenza di varare una normativa sul pubblico impiego. Grazie al nostro coinvolgimento nella creazione di una scuola regionale per la pubblica amministrazione stiamo cooperando anche con l’Istituto del Kosovo per la pubblica amministrazione. Un sostegno particolare è stato garantito al ministero per le Amministrazioni locali tramite un progetto con una dotazione di quasi 1 milione di euro.

La Commissione è fortemente coinvolta nella riforma del sistema scolastico kosovaro. La nostra copertura finanziaria è molto vasta e mirata a migliorare le condizioni materiali e la qualità dell’insegnamento nel ciclo primario, secondario e terziario, nonché nel settore della formazione professionale, oltre che a valorizzare la multiculturalità quale requisito essenziale per la riconciliazione.

A seguito della conferenza dei donatori lo scorso luglio, la Banca mondiale ha istituito un fondo fiduciario di più donatori, destinato al settore sociale in generale, inclusa la pubblica istruzione. Con 5 milioni di euro, la Commissione figura tra i più importanti donatori del fondo. Nel complesso, gli aiuti UE per l’istruzione in Kosovo nel periodo 2006-2010 ammonteranno a 30,5 milioni di euro. Provvederemo a finanziare anche l’apertura di un college universitario europeo multietnico non appena i portatori d’interesse locali avranno convenuto come rendere questo progetto sostenibile.

La grave situazione delle famiglie rom nei campi profughi contaminati dal piombo nelle aree a nord del paese rimane un problema grave. La Commissione è attiva nella ricerca di una soluzione rapida e sostenibile che possa risultare accettabile a tutti. Abbiamo chiesto ripetutamente alle parti coinvolte di non strumentalizzare la questione e di intervenire tenendo a mente il benessere delle famiglie rom.

Per concludere, ricordiamo che il Kosovo partecipa ai nostri programmi per più beneficiari che comprendono l’area dei Balcani occidentali e la Turchia, tramite i quali è stata finanziata la procedura di registrazione anagrafica dei rom. Il nostro sostegno ai rom in Kosovo si estende anche all’ambito dell’istruzione. In congiunzione con il Consiglio d’Europa finanziamo un’istruzione di qualità per i bambini rom, anche nella loro lingua madre.

A mio avviso, quanto fatto è in perfetta sintonia con le vostre proposte. Ringrazio tutti gli onorevoli deputati di questo Parlamento per l’attenzione accordatami e rimango in attesa delle vostre domande.

 
  
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  Doris Pack, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signora Presidente, mi complimento con il relatore e anche con il relatore ombra, poiché credo che insieme siamo riusciti a elaborare un’ottima risoluzione.

Nel documento ci appelliamo al Consiglio e alla Commissione affinché in Kosovo si articoli un’azione comune, in cui EULEX operi in accordo con il rappresentante speciale dell’Unione europea, creando effetti sinergici nell’interesse di una vita economica e sociale più ricca in Kosovo.

La missione EULEX deve peraltro assicurare la ripresa e la conclusione dei procedimenti giudiziari che si trascinano ormai da anni. Sono ancora numerose le atrocità commesse che non sono state denunciate e pertanto neppure sottoposte a giudizio. Anche la corruzione locale deve essere contrastata. In Kosovo rimangono ancora moltissimi criminali a piede libero e impuniti.

Oltre a quanto ci è stato già descritto, l’Unione europea deve pensare senz’altro a intervenire a livello regionale, ma anche su piccola scala; occorre pensare alla vita quotidiana delle persone ed esplorare le opportunità per progetti locali che coinvolgono la gente del luogo. Questo tipo di lavoro è molto importante.

Dobbiamo appellarci al governo del Kosovo affinché si passi all’attuazione pratica della costituzione che comprende tra l’altro il piano Ahtisaari. Le persone in Kosovo devono percepire una convivenza reale nella vita quotidiana, devono capire che serbi, albanesi e i membri delle altre minoranze del Kosovo vanno considerati cittadini con pari diritti.

Il governo del Kosovo deve proseguire il processo di decentramento. Ovviamente sono molto favorevole all’istituzione di un college universitario europeo e multietnico che, insieme alle università di Pristina e di Mitrovica, sia un’istituzione congiunta orientata verso un futuro comune.

Inoltre desidero, com’è naturale, che la Serbia capisca infine che i serbi del Kosovo non vogliono essere incitati ad autoescludersi dal governo. Al contrario, essi devono partecipare al governo, all’attività parlamentare e alla vita civile. Solo così il Kosovo potrà rifiorire.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signora Presidente, parlo a nome del gruppo socialista al Parlamento europeo. Abbiamo constatato che la situazione in Kosovo sta migliorando. Dobbiamo rendere merito alla presidenza ceca e alla Commissione della loro buona collaborazione. Sottoscrivo appieno quanto affermato dall’onorevole Pack in merito alla missione EULEX: essa rappresenta una sfida enorme per la politica europea di sicurezza e di difesa, una delle maggiori sfide mai affrontate nella storia dell’Unione europea in quanto Comunità di diritto.

E’ positivo che la dichiarazione del presidente del Consiglio di sicurezza fosse supportata da una base giuridica e che il governo serbo l’abbia accolta con favore. Esisteva un accordo tacito da parte di Cina e Russia, che in passato avevano respinto qualsiasi tentativo di regolamentare il conflitto.

E’ fondamentale che EULEX possa cooperare in armonia con le parti interessate in Kosovo. Non bisogna ripetere gli errori commessi dalla missione MINUK che ha sperperato parecchio denaro e si è alienata il favore della popolazione locale. L’onorevole Pack ha menzionato anche questo argomento. E’ molto importante stabilire una ripartizione chiara delle competenze tra il governo e il parlamento kosovaro, da una parte, e EULEX dall’altra.

Non possiamo assumerci la responsabilità dello sviluppo del Kosovo. La presenza della missione EULEX nel nord del paese è molto importante per evitare la separazione di quest’area. Inoltre, l’attuazione completa dei dispositivi costituzionali in conformità al piano Ahtisaari è un elemento determinante per le minoranze.

 
  
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  Johannes Lebech, a nome del gruppo ALDE. – (DA) Signora Presidente, desidero esprimere innanzi tutto la mia grande soddisfazione per questo progetto di risoluzione e ringraziare l’onorevole Lagendijk per il suo lavoro eccellente. Il risultato è un testo ben equilibrato e puntuale che nel contempo riesce ad affrontare tutti i problemi principali. Con questa risoluzione, noi del Parlamento europeo lanciamo prima di tutto un segnale alla popolazione del Kosovo e alle nazioni dei Balcani occidentali, diciamo loro: ”Non vi abbiamo dimenticati, fate parte dell’Europa”. Queste non sono parole vacue e senza significato concreto. La missione EULEX, la più importante missione della politica europea di sicurezza e di difesa mai avviata sinora, è già operativa. Con soddisfazione riscontriamo che la missione gode del sostegno delle Nazioni Unite e copre l’intero paese.

Con questa risoluzione, il Parlamento europeo sostiene il Kosovo e la missione. Precisiamo anche gli ambiti in cui gli Stati membri dell’UE possono aiutare il Kosovo. Mi riferisco agli aiuti speciali mirati a sviluppare la pubblica amministrazione, rafforzare la società civile e attuare progetti per la scuola. Indichiamo anche gli ambiti in cui il governo del Kosovo deve migliorare – per esempio viene menzionata la tutela delle minoranze – perché siamo seriamente intenzionati a sostenere il Kosovo nel suo tentativo di fondare una società democratica. Una società che rispetti le minoranze e possa coesistere in pace con i paesi confinanti. A essere in gioco non è solo il futuro del Kosovo, ma l’avvenire di tutti i Balcani e dell’Europa intera. La strada da percorrere è lunga e impervia ma punta in un’unica direzione, verso l’Unione europea e la piena integrazione del Kosovo, come pure del resto dei Balcani occidentali, nel quadro della cooperazione europea.

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signora Presidente, il peccato originale commesso con la nascita di questo nuovo paese, il Kosovo, è che agli occhi della minoranza serba in Kosovo e Metochia, oltre che della Serbia stessa, questo Stato e tutta la sua maggioranza mussulmana sono contro i serbi. Questa mentalità ha probabilmente influito sui rapporti tra Belgrado e Pristina, oltre a determinare senz’altro i rapporti tra il popolo kosovaro e i serbi che vivono nelle enclave di etnia serba.

Se i diritti culturali, scolastici e religiosi della minoranza serba non saranno rispettati, i rapporti bilaterali tra il Kosovo e la Serbia, oltre che con altri paesi dei Balcani, diventeranno più difficili e l’adesione all’Unione europea più remota.

Sottoscrivo quanto dichiarato dall’onorevole Lebech che è intervenuto prima di me. Il governo del Kosovo deve capire che il rispetto dei diritti delle minoranze è un requisito per l’Europa. Dobbiamo attenerci strettamente a questi principi e mantenere a questo riguardo un occhio vigile sui nostri interlocutori in Kosovo.

 
  
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  Joost Lagendijk, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) C’è voluto quasi un anno prima che EULEX fosse nella posizione di svolgere il proprio mandato originario. E’ bene rammentare brevemente oggi quale fosse tale mandato.

EULEX, la più grande missione europea al momento – come ha già rammentato qualcuno – doveva operare ed essere attiva in tutto il Kosovo, sia sulla sponda settentrionale che su quella meridionale del fiume Ibar. EULEX doveva intervenire in tre ambiti: dogane, polizia e giustizia. Era fondamentale che non ci fosse nessuna, e dico nessuna, relazione ambigua tra EULEX e UNMIK, l’organizzazione delle Nazioni Unite. Lasciamo stare che le attività di EULEX avrebbero causato una divisione del paese tra nord e sud; questo non era assolutamente nelle intenzioni della missione.

Per molto tempo è sembrato che il mandato originale non potesse essere rispettato a causa del noto blocco in seno al Consiglio di sicurezza. Appena dallo scorso novembre ha cominciato ad aprirsi uno spiraglio che lasciava sperare per il meglio. Adesso, due o tre mesi dall’avvio vero e proprio delle attività previste, sarebbe opportuno fare il punto della situazione e valutare se le cose funzionano ovvero, più cautamente, se sembrano funzionare.

La polizia kosovara è entusiasta della cooperazione eccellente che si svolge tramite EULEX. Gli uffici doganali sono stati finalmente ripristinati e sono di nuovo operativi dopo che, specialmente nella parte settentrionale del paese, erano stati distrutti da incendi appiccati dalla minoranza serba. Inoltre sono stati fatti i primi passi per smaltire l’enorme arretrato di procedimenti giudiziari relativi a violenze interetniche ed episodi di corruzione; ciò dimostra ancora una volta che le attività dell’EULEX vanno a beneficio di tutte le comunità e non solo degli albanesi o dei serbi.

Spero sinceramente che i progressi compiuti da EULEX nell’ultimo paio di mesi saranno sostenuti in maniera costruttiva. Mi auguro altresì che Belgrado si renda conto che, piuttosto di tentare costantemente di riscrivere la storia, è di gran lunga più efficace impostare un lavoro costruttivo con l’Unione europea. Soprattutto, spero che le autorità kosovare riescano a fare fronte alla valanga di problemi che ancora le assillano. Prima o dopo la corruzione sarà estirpata, come pure il crimine organizzato che ancora oggi è smisuratamente imperante in Kosovo. Prima o dopo il Kosovo disporrà di un approvvigionamento energetico duraturo, basato sulla legislazione UE, e prima o dopo l’economia kosovara decollerà.

Il Kosovo è un paese indipendente e, che piaccia o meno a questo Parlamento, non tornerà sui suoi passi. Noi, l’Unione europea, avremo solo da guadagnare da un Kosovo che si sviluppi come stato funzionante. Questo spiega la nostra presenza lì e la necessità di rimanervi.

 
  
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  Tobias Pflüger, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signora Presidente, il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica respinge la risoluzione proposta. La maggioranza dei paesi UE, anche se non tutti, hanno riconosciuto il Kosovo contravvenendo al diritto internazionale. Il mio gruppo insiste affinché qualsiasi disposizione in merito al Kosovo sia conforme al diritto internazionale e sia posta in essere con il comune assenso di tutte le parti interessate, Serbia compresa. Il riconoscimento del Kosovo ha creato un precedente pericoloso. Altri ne hanno seguito l’esempio, si veda l’Ossezia meridionale e l’Abkahzia.

L’Unione europea ha avviato in Kosovo la missione EULEX. Il mio gruppo è contrario a questa missione, basata sul riconoscimento illegittimo del Kosovo e tesa a creare una sorta di protettorato dell’Unione europea. EULEX ha – e qui cito – “alcune funzioni esecutive”. Per esempio, i funzionari dell’EULEX possono annullare a loro discrezione le decisioni delle autorità kosovare. EULEX consta anche di 500 poliziotti antisommossa. Lo scorso 26 gennaio, EULEX e KFOR hanno condotto insieme un’esercitazione antisommossa. Ciò dimostra, purtroppo, l’esistenza di una collaborazione molto stretta tra l’Unione europea e la NATO in Kosovo.

L’Unione europea e altri promuovono anche una crescita neoliberale dell’economia kosovara, in contrasto con quanto auspicato invece dalla popolazione locale. Per i motivi elencati noi chiediamo soluzioni conformi al diritto internazionale e un chiaro voto di opposizione alla missione EULEX dell’UE. Se vogliamo davvero aiutare la popolazione locale, non potremo certo farlo mediante questa missione.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL) Quando mi sono recato in Kosovo per lavoro due mesi fa, ho capito perché molti hanno difficoltà a giustificare la presenza internazionale nel paese. Ho avuto anche l’impressione che le diverse entità non riuscissero, dopotutto, a collaborare molto bene tra loro.

Le istituzioni europee non dovrebbero limitarsi a scrollare le spalle. Ci siamo dentro fino al collo; con la missione EULEX, l’Europa deve rispondere della situazione sul terreno. EULEX dovrebbe essere più assertiva e aiutare le autorità kosovare in qualsiasi frangente possibile, a prescindere che tale aiuto venga richiesto o meno.

Vorrei fare due considerazioni. Innanzi tutto, esorto gli Stati membri che ancora non hanno riconosciuto il Kosovo a rivedere la loro posizione. E’ impossibile che il Kosovo ritorni entro i confini della Serbia. In secondo luogo, chiedo un piano generale per i Balcani occidentali che intervenga praticamente in tutti i paesi coinvolti e li aiuti a prepararsi all’adesione all’Unione europea. Questo è l’impegno dell’Europa nei confronti dei Balcani occidentali.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE-DE) . – (DE) Signora Presidente, in qualità di relatore ombra del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-Cristiani) e dei Democratici europei, plaudo all’eccellente testo del collega Lagendijk. Siamo favorevoli al processo di riforma in Serbia e rispettiamo ovviamente lo strenuo numero di Stati membri dell’UE che non hanno riconosciuto il Kosovo in ottemperanza al diritto internazionale.

Ma badate che sarebbe illusorio pensare di potere invertire il corso degli eventi. Tre quarti di quest’Aula sono stati favorevoli al riconoscimento del Kosovo. Il paese è stato riconosciuto dalla Commissione, da 23 dei 27 Stati membri, da tutti i paesi del G7, da quattro delle sei repubbliche della ex Iugoslavia e da tre dei quattro Stati che confinano con il Kosovo.

Ciò dimostra l’irreversibilità di questo processo. Pertanto è importante concentrarsi sul futuro, tanto più che si profilano numerosi pericoli. Il primo e principale pericolo è quello di una scissione del Kosovo. Finora la divisione della ex Iugoslavia è avvenuta lungo le vecchie linee di confine delle repubbliche o i vecchi confini delle regioni autonome che esistevano all’interno della Iugoslavia. Se si dovesse rimettere mano alla cartina geografica, per esempio a Mitrovica, allora anche gli albanesi della valle di Preševo in Serbia, gli abitanti di Novi Pazar e altri ancora comincerebbero a mettere in discussione le attuali linee di confine. Verrebbe così a instaurarsi una tendenza estremamente pericolosa.

E’ più sensato attenersi al piano Ahtisaari, che mantiene i vecchi confini interni iugoslavi e garantisce un’ampia tutela reciproca delle minoranze. La tutela delle minoranze proposta dall’ex piano Ahtisaari, oggi inclusa nella costituzione del Kosovo, è la più completa al mondo. I serbi del Kosovo dovrebbero sfruttare questa opportunità e avvalersi di questa tutela delle minoranze.

Signor Presidente in carica del Consiglio, come lei sa, io stesso appartengo a una minoranza che a suo tempo è stata strumentalizzata per gli scopi di altri; i serbi del Kosovo dovrebbero evitare di fare la medesima fine. Un altro pericolo è rappresentato dal caos e dalla corruzione. A tale proposito posso solo dire che dobbiamo rafforzare l’EULEX, visto che l’UNMIK non è stato la soluzione bensì una parte del problema.

 
  
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  Hannes Swoboda (PSE) . – (DE) Signora Presidente, il collega Lagendijk si trova nella medesima situazione del Kosovo: esiste ma non viene riconosciuto da tutti come relatore, pur essendolo de facto. A fronte di ciò desidero ringraziarlo sentitamente, anche a nome del collega Tabajdi, per la sua relazione.

Per quanto attiene il riconoscimento del Kosovo, non siamo ancora al punto in cui alcuni – anche nel Kosovo stesso – avrebbero desiderato. Dobbiamo inoltre riconoscere che questa situazione è stata dolorosa per la Serbia. Non è opportuno gettare altra benzina sul fuoco. Dovremmo piuttosto lavorare affinché gli eventi si sviluppino tramite un processo pacifico. Sono molto lieto che i responsabili serbi abbiano tentato, dopo alcune esternazioni drastiche iniziali, di legalizzare e neutralizzare la questione, dando così una chance anche alla missione EULEX. Ai detrattori della missione EULEX chiedo quale sarebbe la situazione della minoranza serba e delle altre minoranze in Kosovo se non esistesse tale missione?

Dal punto di vista della minoranza serba o della Serbia, non avrebbe senso osteggiare la missione EULEX. Mi pare pertanto grottesco che qui in Parlamento ci siano sostenitori della Serbia che condannano la missione EULEX. Tuttavia è pur vero che rimangono alcune questioni aperte. Anche i responsabili politici del Kosovo devono impegnarsi a mettere in atto quanto proposto. Il nostro compito e il nostro obiettivo, su cui ci esprimeremo domani mediante questa relazione, è di ottenere l’esecuzione del piano Ahtisaari in tutti i suoi aspetti.

Da ultimo ribadisco che dovremmo promuovere l’integrazione dell’intera regione. Certo, tutti i paesi coinvolti devono fare la loro parte. Un coinvolgimento della Serbia e della Macedonia nel processo d’integrazione incrementa le nostre possibilità di risolvere la questione del Kosovo e tutte le problematiche annesse. Solo tramite l’integrazione di tutti i paesi della regione si potranno creare i presupposti per uno sviluppo pacifico anche del Kosovo.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck (ALDE) . – (NL) Considerato che tutti i deputati intervenuti conoscono la situazione del Kosovo bene, molto bene o benissimo, non occorre dilungarsi ulteriormente nel tentativo di persuaderci che possediamo una buona conoscenza dei fatti.

Dovremmo piuttosto compiacerci perché il primo anno d’indipendenza del Kosovo è trascorso relativamente tranquillo, meglio di quanto molti temessero. Desidero esprimere anche la mia soddisfazione per la missione EULEX, finalmente divenuta operativa grazie alla buona volontà di molti e la perizia adoperata in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Dal successo della missione dipenderanno molte cose, poiché il Kosovo è stato un protettorato per dieci anni prima di acquisire l’indipendenza. A tutti noi sta a cuore adesso guidare il Kosovo verso l’età adulta.

 
  
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  Sylwester Chruszcz (UEN) . – (PL) Signora Presidente, una decisione presa unilateralmente dalla comunità albanese ha causato la separazione della provincia del Kosovo dalla Serbia. Dal mio punto di vista, questo comportamento rappresenta una violazione senza precedenti del diritto internazionale. Peraltro, questa decisione ha avuto altre ripercussioni, come dimostrato dagli eventi occorsi nel Caucaso l’anno scorso.

Desidero rammentarvi che le Nazioni Unite non hanno riconosciuto la decisione degli albanesi kosovari. La risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è tuttora in vigore. Pertanto vi sconsiglio di prendere alcuna decisione prima che sulla questione si sia pronunciato il Tribunale penale internazionale de L’Aia. A quel punto conosceremo lo status legale effettivo di una provincia che, secondo il diritto internazionale, fa ancora parte integrante della Repubblica di Serbia.

Vorrei richiamare la vostra attenzione sulla situazione drammatica in cui versa tuttora la comunità serba nell’autoproclamata Repubblica del Kosovo. Ammettiamolo: la decisione di alcuni Stati membri dell’Unione europea di riconoscere il paese si è rivelata un errore fatale. Non vi è dubbio che il Kosovo appartenga alla Serbia.

 
  
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  Erik Meijer (GUE/NGL) . – (NL) Da quando il Kosovo ha proclamato la propria indipendenza quasi un anno fa, l’Unione europea si è spaccata in due. La Grecia è indecisa, mentre Spagna, Romania, Slovacchia e Cipro non riconoscono la sua indipendenza per questioni interne. Il progetto comune EULEX con cui l’Unione europea spera di incrementare la propria influenza nel Kosovo appare più che altro come un sistema per occultare questa divisione interna.

EULEX potrebbe rivelarsi vantaggiosa per l’Unione europea, ma si può dire altrettanto per il Kosovo? La popolazione del Kosovo vorrebbe aderire quanto prima all’Unione europea come Stato membro a tutti gli effetti. Dopo avere trascorso quasi un secolo sotto il dominio serbo, i kosovari non vogliono ovviamente nuove interferenze dall’esterno. Un progetto come EULEX avrebbe forse potuto rivelarsi utile per un periodo limitato, nei primi mesi del 2008, al fine di evitare uno stato di anarchia. Quella fase si è ormai conclusa. L’arrivo tardivo di EULEX dà la netta impressione che l’Unione europea voglia trasformare il Kosovo in un suo protettorato, con una presenza militare e un’influenza amministrativa, come è già accaduto in Bosnia-Erzegovina, dove questa politica non ha avuto granché successo.

Per garantire un futuro armonioso e di pace al Kosovo non è sufficiente coinvolgere solo l’attuale governo e i partiti al potere. Altre forze importanti sono il movimento per l’autodeterminazione Vetëvendosje a sud, che considera l’iniziativa UE un’inutile forma di colonialismo, e i rappresentanti dei serbi nei comuni a settentrione del fiume Ibar, che fanno tutto il possibile per mantenere un legame duraturo con la Serbia. Se ignoriamo queste forze critiche nei confronti dell’EULEX non potremo giungere a una soluzione definitiva. Il futuro del Kosovo è assicurato meglio tramite compromessi interni sostenuti da un vasto consenso piuttosto che da un’esibizione dimostrativa di forza da parte dell’Unione europea.

 
  
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  Patrick Louis (IND/DEM) . – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dieci anni fa la NATO bombardava a tappeto Belgrado, di certo per celebrare i propri cinquant’anni di esistenza e ridefinire il proprio ambito di competenza altrimenti circoscritto dalla Convenzione di Washington. Tali bombardamenti furono effettuati in violazione del diritto internazionale, ovvero senza il previo accordo delle Nazioni Unite.

Un anno fa Pristina ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza del Kosovo, calpestando così la sovranità della Repubblica federale di Iugoslavia, a dispetto del fatto che la sovranità e l’integrità territoriale di quest’ultima fossero state ribadite dalla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Oggi la missione europea EULEX, affiancata da esperti americani, spera che il Kosovo possa diventare un giorno uno stato di diritto. Se la situazione non fosse drammatica ci si potrebbe domandare con un pizzico d’ironia come, con simili presupposti, si potrebbe sperare di ottenere un siffatto risultato.

Nel frattempo chiediamo alla missione di vigilare affinché la minoranza nazionale serba sia rispettata e salvaguardata sulla terra dei suoi avi. Questo ci sembrerebbe un buon inizio verso il ripristino di una situazione di legittimità.

 
  
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  Anna Ibrisagic (PPE-DE) . (SV) Sono nata nei Balcani. Ho seguito da vicino i disordini in Kosovo alla fine degli anni Ottanta. Ho assistito alla costituzione di Slovenia e Croazia come stati indipendenti e ho vissuto la guerra dei primi anni Novanta. Ho vissuto sulla mia pelle la guerra in Bosnia, fino al momento in cui ho abbandonato il paese con lo status di rifugiata. So che è estremamente facile cominciare una guerra, ma so anche che è molto più difficile stabilire la pace e ripristinare la fiducia reciproca tra le persone.

La situazione attuale del Kosovo sarà decisiva per le generazioni future della regione proprio per quanto riguarda il ripristino della fiducia tra gruppi etnici diversi. Mi compiaccio che l’onorevole Lagendijk abbia dichiarato a chiare lettere nella risoluzione che dovremmo lasciarci alle spalle le discussioni in merito all’indipendenza del Kosovo e i contrasti attorno a questo tema.

Adesso dobbiamo dedicare il nostro tempo e le nostre energie a discutere su come rafforzare la parità di diritti tra tutte le comunità affinché possano vivere in pace e lavorare per creare un futuro migliore per il Kosovo. Dobbiamo concentrarci su una tutela efficace delle minoranze e su come migliorare le condizioni economiche e contrastare la diffusione della corruzione e del crimine organizzato.

Tutti in Kosovo dovrebbero impegnarsi personalmente nel contribuire a fermare la violenza tra gruppi etnici. I tribunali dovrebbero garantire la giustizia contro i crimini di guerra. Alcuni deputati di questo Parlamento si rammaricano della presenza e del coinvolgimento dell’Unione europea in Kosovo, ma chi ha vissuto le guerre nei Balcani si rammarica invece che l’Unione europea non sia intervenuta con maggiore chiarezza e intensità.

Rimane ancora tantissimo lavoro da fare e sarà necessario molto tempo, ma lo scopo ultimo è quello di ripristinare la fiducia tra le persone, affinché le generazioni future possano avere l’opportunità di studiare, vivere e lavorare insieme, in pace, nel rispetto delle differenze reciproche. Questa in fondo è l’idea su cui si regge l’Europa.

(Applausi)

 
  
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  Libor Rouček (PSE) . – (CS) Desidero soffermarmi brevemente sul ruolo della Serbia. Nonostante una difficile situazione interna, il governo serbo ha adottato un atteggiamento molto costruttivo e responsabile nei confronti dello spiegamento della missione EULEX in Kosovo. In accordo con le Nazioni Unite ha anche contribuito alla designazione di un dirigente di nazionalità serba presso le forze di polizia del Kosovo. Credo fermamente che questo sia il modo giusto per garantire la graduale integrazione dei serbi kosovari e delle altre minoranze nella vita politica, economica e sociale del paese. In questo contesto vorrei anche invitare l’Alto rappresentante dell’Unione europea a garantire che le autorità del Kosovo dedichino sufficiente attenzione allo sviluppo multilaterale dell’area di Mitrovica. E condivido il punto di vista di Anna Ibrisagic, secondo cui in Kosovo occorre dedicare ora molta più attenzione di prima alla sicurezza e alla situazione economica, oltre che allo sviluppo economico.

 
  
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  Nicholson of Winterbourne (ALDE) . – (EN) Signora Presidente, desidero ringraziare l’onorevole Lagendijk che con grande perizia politica ha stilato un’eccellente risoluzione sulla quale possiamo lavorare.

Lo ringrazio in particolare per avere accolto il paragrafo 26, sul quale desidero richiamare l’attenzione del Ministro e della Commissione. In tale paragrafo richiamiamo le deprecabili condizioni sanitarie di 1 500 cittadini rom che vivono da nove anni al limitare di una miniera di piombo a causa di un errore di valutazione delle Nazioni Unite. Mi rendo conto che, come ha dichiarato il ministro Vondra, ciò non rientra forse nelle competenze dell’Unione europea. Nondimeno, ringrazio i rappresentanti della Commissione per avere fatto immediatamente propria la questione dal momento in cui l’ho sollevata e per avere visitato il sito e riscontrato i danni provocati dalla concentrazione di piombo. Queste persone hanno una concentrazione di piombo elevatissima nel sangue, con danni irreversibili, e devono essere immediatamente trasferite e sottoposte a cure mediche.

Ministro Vondra, lei mi ha promesso che avrebbe tenuto questo Parlamento sempre informato, pertanto le chiedo, nella sua qualità di presidente in carica, di dedicare la massima attenzione a questo problema e di dirci cosa state facendo in proposito.

 
  
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  Alojz Peterle (PPE-DE) . – (SL) Porgo i miei complimenti più sinceri al relatore e ai relatori ombra per questa ottima relazione. Il testo intende contribuire all’ulteriore stabilizzazione e normalizzazione del Kosovo.

I successi registrati dal Kosovo nell’ultimo anno hanno rinforzato la nostra speranza che il paese possa garantire la coesistenza delle diverse realtà etniche e culturali. Le aspirazioni europee del Kosovo e di tutti i Balcani occidentali possono concretizzarsi solo a condizione che tale coesistenza si realizzi.

Abbiamo compiuto progressi, anche significativi, su questo fronte e ora dobbiamo andare oltre. Mi compiaccio in particolare che gli sforzi di EULEX stiano contribuendo alla normalizzazione della situazione in Kosovo. Sono favorevole alla recente costituzione delle forze di sicurezza kosovare e alla partecipazione della comunità serba alle forze di polizia. Per avanzare con maggiore celerità dobbiamo agire sul fronte politico, economico, sociale, della sicurezza e altri ancora; dobbiamo essere più vigili su quanto accade a livello locale, dove la questione della coesistenza diventa più sensibile. Dobbiamo sostenere i progetti che rafforzano la coesistenza e la cooperazione interetniche. In questa prospettiva, plaudo all’intenzione della Commissione europea di impiegare tutti i mezzi a propria disposizione per compiere progressi. Questo è esattamente ciò di cui il Kosovo ha bisogno.

 
  
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  Richard Howitt (PSE) . – (EN) Signora Presidente, mi rallegro della discussione odierna e della risoluzione che rappresentano il passo successivo nella normalizzazione dei rapporti tra l’Unione europea e il Kosovo a un anno dalla sua indipendenza.

E’ importante sottolineare che chi osteggia questa iniziativa, come gli onorevoli Van Orden e Tannock dei conservatori britannici, si è dimostrato essere nel torto, visto che ormai 54 paesi, tra cui 22 Stati membri dell’Unione europea, hanno riconosciuto ufficialmente il paese e la nostra missione EURLEX è stata attivata con il consenso della Serbia. Da sempre abbiamo argomentato che risolvendo la questione del Kosovo si va incontro alle aspirazioni comunitarie della Serbia e oggi ribadiamo che vorremmo vederli riuscire nei loro intenti.

Ieri la missione per la giustizia dell’Unione europea ha celebrato il primo processo per crimini di guerra in Kosovo. Oggi Sua Altezza Reale la principessa Anna d’Inghilterra visiterà una scuola per bambini disabili a Gjilan, in Kosovo. Entrambi gli eventi dimostrano senz’altro l’impegno dell’Europa a non dimenticare mai le ingiustizie del passato, lavorando verso un futuro migliore per tutti.

 
  
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  Ria Oomen-Ruijten (PPE-DE) . – (NL) Desidero innanzi tutto complimentarmi con l’onorevole Lagendijk per questa risoluzione molto equilibrata e cogliere l’occasione per ringraziare la collega Pack; insieme alla sua delegazione, l’onorevole Pack ha svolto una notevole mole di lavoro pregiato in questo ambito.

Gli obiettivi dell’Unione europea sono chiari: il Kosovo non deve diventare un buco nero e di questo sono responsabili in prima istanza le autorità del Kosovo. La popolazione deve acquisire fiducia sia nel governo che nell’intero sistema giuridico. La corruzione e il crimine mettono in crisi lo stato. Anche le donne e le minoranze devono essere pienamente coinvolte nel processo.

A mio giudizio, una parte di responsabilità ricade anche sui paesi confinanti, in particolare sulle autorità serbe. Un dialogo costruttivo e la cooperazione regionale sono negli interessi di tutte le parti della regione.

Da ultimo, anche l’Unione europea deve addossarsi una buona parte di responsabilità. Con EULEX, l’Unione europea si è posta delle ambizioni molto elevate ed è positivo che si sia ora passati all’atto pratico. Il prossimo biennio dimostrerà se EULEX sarà in grado di fare la differenza sul lungo periodo. Questo almeno è il mio auspicio.

La stabilità, la riconciliazione e la definizione di uno stato di diritto in Kosovo sono fondamentali per i kosovari e per tutte le minoranze nazionali del Kosovo, oltre a collimare con gli interessi dell’Unione europea. A tale scopo è fondamentale garantire l’efficacia degli aiuti. Insieme all’onorevole Pack ho visitato il Kosovo qualche tempo fa. Gli aiuti non mancano, ma probabilmente potrebbero essere coordinati meglio e con maggiore efficacia.

 
  
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  Adrian Severin (PSE) . – (EN) Signora Presidente, da quanti deve essere riconosciuto un paese per definirsi indipendente? La domanda è fuorviante, poiché la qualità del riconoscimento è più importante della quantità. Una dichiarazione unilaterale non implica l’indipendenza se lo Stato in questione non è riconosciuto dalla parte da cui intende distaccarsi.

L’indipendenza di un paese non è reale se non viene accettata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre uno stato non è indipendente se non è capace di offrire a tutte le comunità che vi vivono una prospettiva ragionevole d’integrazione armonica nel tessuto di una società civile e multiculturale e se non è autonomo in senso politico ed economico.

Questi sono i motivi alla base del fallimento del piano Athisaari. Neppure auspicare un ritorno allo status quo ante è possibile – occorre guardare avanti. Per farlo, l’Unione europea e i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite devono indire una conferenza internazionale volta a cercare una soluzione sostenibile per la sicurezza democratica, l’equilibrio geostrategico e la stabilità socio-economica dei Balcani occidentali. In questo contesto il Kosovo dovrebbe essere riportato a uno stato di legittimità internazionale e la regione dovrebbe ricevere una road map chiara per la sua integrazione con l’Unione europea.

La relazione Lagendijk non considera purtroppo queste alternative e perde qualsiasi possibilità concreta di guidarci verso un futuro migliore. Per questo motivo i Socialdemocratici rumeni saranno obbligati a votare contro la relazione.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE-DE) . – (RO) Ai sensi delle disposizioni di diritto internazionale e con riferimento alla risoluzione 1244 approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1999, il Kosovo non può essere definito uno Stato. Cinque Stati membri dell’Unione europea non hanno riconosciuto la dichiarazione unilaterale d’indipendenza proclamata dal Kosovo. Nondimeno, il Kosovo è un dato di fatto con cui dobbiamo fare i conti.

E’ fondamentale ottenere la stabilità dei Balcani occidentali, la regione con le maggiori possibilità di accedere all’UE in un futuro prossimo. L’UE deve svolgere un ruolo da protagonista nella gestione della delicata situazione in cui versa quest’area. La missione EULEX, che ha ormai conseguito la sua operatività iniziale, è un primo passo importante in questa direzione, poiché occorrono assistenza e coordinamento per garantire, in primis, un clima di cooperazione interetnica che consenta di ritornare a uno stile di vita normale.

Tutte le minoranze del Kosovo devono essere protette, anche quella serba. Le istituzioni devono essere rafforzate al fine di scongiurare il caos e garantire uno sviluppo stabile. I beni devono essere restituiti e i profughi devono vedersi garantito il diritto di rimpatrio. Gli strumenti finanziari a disposizione dell’UE, in particolare lo strumento di assistenza preadesione, devono essere utilizzati al fine di agevolare lo sviluppo sociale ed economico, migliorare la trasparenza e promuovere la riconciliazione tra le diverse comunità nazionali. Il Kosovo non deve essere in alcun modo escluso dai processi europei. Anch’esso deve avere una prospettiva europea in un contesto regionale. Dobbiamo applicare i medesimi standard a ogni regione. Tutti i requisiti imposti agli altri paesi della regione devono valere anche per la Serbia e il Kosovo.

L’Unione europea deve insistere sulla ripresa del dialogo tra Pristina e Belgrado. Ho l’impressione che la versione attuale della risoluzione non rispecchi tutte le diverse posizioni dei 27 Stati membri UE in relazione al Kosovo. La delegazione rumena del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-Cristiani) e dei Democratici europei, ad esclusione dei deputati di origine ungherese, ha pertanto deciso di votare contro la risoluzione.

 
  
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  Csaba Sógor (PPE-DE) . – (HU) Alla Serbia ci sono volute le bombe per capire che bisogna rispettare i diritti delle minoranze. La lezione è stata assai dura. Anziché concedere l’autonomia al Kosovo, ha dovuto accettarne l’indipendenza. Il Kosovo rappresenta un monito anche per gli Stati membri dell’Unione. Tutti gli Stati membri devono garantire alle minoranze etniche storiche ubicate sul proprio territorio di poter vivere in sicurezza e sentirsi a casa propria. Delle minoranze soddisfatte sono la migliore garanzia per la sicurezza, la sovranità e lo sviluppo economico di un paese. Il 17 febbraio 2008 parteciperò in prima persona alle celebrazioni ufficiali organizzate a Pristina per la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. Credo di essere in grado di appurare anche se l’autonomia culturale e territoriale della minoranza serba è riconosciuta all’interno del territorio del Kosovo. Agli albanesi kosovari è stata offerta l’opportunità di una soluzione d’impronta europea. La Serbia ha come ulteriore chance la Vojvodina. Anche gli Stati membri dell’Unione europea devono sforzarsi di garantire un’autonomia culturale o territoriale alle minoranze etniche sul proprio territorio. Sarebbe imbarazzante se taluni Stati membri dell’UE fossero più arretrati del Kosovo e della Serbia in fatto di tutela delle minoranze.

 
  
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  Victor Boştinaru (PSE) . – (RO) In qualità di deputato di questo Parlamento e membro della delegazione per l’Europa sud-orientale mi aspettavo che il Parlamento europeo e la Commissione avrebbero richiesto, sulla base dei nostri valori comuni che definiamo con orgoglio “valori europei” e avvalendosi di tutto il loro potere e la loro autorità, che i partiti politici del Kosovo si aprano a una rappresentanza multietnica, stabilendo che il futuro sviluppo dei rapporti tra il Kosovo e l’Unione europea sarebbe dipeso da tale condizione.

Pensavo che la relazione avrebbe proposto per il Kosovo l’utilizzo da parte dell’UE di un modello, finanziato guarda caso con il denaro dei contribuenti, che fosse realmente multietnico, multiculturale e multireligioso, anziché fondato sulle divisioni. I deputati del parlamento del Kosovo ci hanno detto nel corso di alcune discussioni che questo modello è irrealizzabile al momento attuale.

Desidero terminare con la seguente domanda: se questo modello non si può applicare al Kosovo e se i nostri valori europei non trovano un terreno fertile in Kosovo, di quale modello dovrebbe avvalersi la Commissione europea?

 
  
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  Gisela Kallenbach (Verts/ALE) . – (DE) Signora Presidente, ringrazio l’onorevole Lagendijk, come pure i colleghi della commissione per gli affari esteri, che con la presente risoluzione e discussione si preoccupano di mantenere il Kosovo all’ordine del giorno. Credo che lo dobbiamo agli uomini di quel paese, dopo gli errori che l’Unione europea ha commesso in quest’area negli anni Novanta.

Noi abbiamo un debito da saldare nei confronti dei cittadini del Kosovo e dell’intera regione e il dovere di accompagnarli e sostenerli nel loro percorso verso l’Unione europea. Ciò significa innanzi tutto creare i presupposti per una crescita economica maggiore, poiché senza di questa non si potrebbero escludere disordini in seno alla società.

Vorrei chiedere alla Commissione di fare pressione affinché l’accordo CEFTA sia messo effettivamente in pratica da tutte le parti contraenti. Prego invece il Consiglio di fare in modo che gli Stati membri utilizzino con la massima accortezza lo strumento del rimpatrio forzato dei richiedenti asilo.

 
  
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  Alexandru Nazare (PPE-DE) . – (RO) EULEX è la più importante operazione civile mai avviata dalla politica europea di sicurezza e di difesa. Mi pregio di precisare che il contingente internazionale di 1 900 uomini comprende anche 200 soldati e agenti di polizia rumeni. La Romania partecipa all’EULEX perché Bucarest ha il dovere di sostenere i propri partner in seno all’Unione europea, pur talvolta dissentendo con le decisioni prese dalla maggioranza.

La Romania non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo per diversi motivi; in particolare, non intende legittimare ribellioni separatiste. Una soluzione negoziata tra Belgrado e Pristina, possibilmente di tipo confederativo, sarebbe stata preferibile alla situazione attuale. Tuttavia, date le circostanze, ciò che importa è che l’Unione europea riesca a completare con successo la propria missione. Occorre evitare ad ogni modo situazioni in cui la presenza dell’UE si debba prolungare all’infinito. Il Kosovo non deve diventare un protettorato dell’Unione europea, ma ha bisogno di aiuto per amministrarsi.

Questo aspetto è importante sia per il Kosovo che per l’Unione europea, in particolare alla luce dell’attuale crisi economica e delle risorse limitate a nostra disposizione.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. LUIGI COCILOVO
Vicepresidente

 
  
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  Călin Cătălin Chiriţă (PPE-DE) . – (RO) Sono d’accordo su molte idee espresse in Aula, ma questo problema è molto più complesso. La Romania ha ragione quando sostiene che la base giuridica della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo solleva forti dubbi dal momento che, come stabilito dal diritto internazionale, le minoranze non godono di diritti collettivi, né hanno il diritto all’autodeterminazione e alla secessione. Vorrei però sottolineare che le persone appartenenti a minoranze etniche godono di diritti.

La secessione del Kosovo riconosciuto come Stato da altri paesi ha creato un pericoloso precedente a cui è seguito, a distanza di pochi mesi, il riconoscimento unilaterale russo dell’indipendenza delle regioni separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. In entrambi i casi, il presidente Putin si è chiaramente riferito al modello del Kosovo. I movimenti separatisti di regioni come il Kashmir, il Nagorno-Karabah, la Transnistria, la Crimea, Cipro Nord eccetera hanno subito affermato che queste regioni hanno diritto all’indipendenza tanto quanto il Kosovo.

Credo che in futuro l’Unione europea e i suoi Stati membri debbano sostenere con coerenza il principio dell’integrità territoriale di tutti gli Stati e scoraggiare attivamente le tendenze separatiste. L’Unione europea deve adoperarsi soprattutto per mantenere la stabilità nell’intera regione dei Balcani occidentali e concretizzare le loro prospettive europee.

 
  
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  Miloš Koterec (PSE) . – (SK) Il Kosovo esiste come un dato di fatto accettato da alcuni ma non da altri. Benché la maggioranza degli Stati membri sia a favore della sua indipendenza o ne abbia riconosciuto l’indipendenza, cinque Stati membri si sono opposti – per non parlare del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Se vogliamo che la risoluzione abbia una certa influenza sulla politica estera dell’Unione europea dobbiamo essere tutti d’accordo. Se facciamo vedere che la politica estera comune è stata imposta dalla maggioranza del Consiglio o del Parlamento europeo, l’effetto per l’unità dell’Unione sarà controproducente. Cerchiamo quindi una soluzione comune, e non facciamo approvare decisioni che, nel migliore dei casi, si rivelano ambigue, addirittura confuse, e approssimative nella loro formulazione.

 
  
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  Charles Tannock (PPE-DE). (EN) Signor Presidente, credo sia stato difficile capire la corsa internazionale al riconoscimento del Kosovo. C’erano molte controversie più datate da risolvere e che avevano maggiore diritto agli sforzi dell’Unione europea: il Kashmir, ad esempio, o Taiwan, o persino la Somalia nel Corno d’Africa.

La dichiarazione di indipendenza del Kosovo ha evidenziato anche una frattura tra gli Stati membri. Non c’è possibilità che il Kosovo entri nell’Unione europea o nelle Nazioni Unite fintanto che alcuni Stati membri non ne riconoscono la sovranità. Il precedente del Kosovo ha altresì provocato, la scorsa estate, l’indignazione e il riconoscimento a Stato delle regioni georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud da parte della Russia.

Le persone che abitano nelle varie zone della ex Iugoslavia hanno chiaramente il diritto di vivere in pace e prosperità. Noi dell’Unione europea abbiamo il dovere morale di aiutarle, ma l’assistenza non deve mai essere illimitata. Occorre vedere riforme concrete in Kosovo, veri e propri sforzi per combattere la criminalità organizzata e la tratta degli esseri umani, e una tutela adeguata delle minoranze, come i serbi, cui venga riconosciuta l’uguaglianza.

La Commissione e il Consiglio devono restare vigili e insistere su progressi tangibili.

 
  
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  Ingeborg Gräßle (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la commissione per il controllo dei bilanci si permette di dire alcune parole sulla politica estera ad alto livello. Abbiamo appurato che in Kosovo – il terzo Stato per aiuti ricevuti dall’Unione europea – si registrano casi estremamente preoccupanti di corruzione con gravi conseguenze per la sicurezza del nostro bilancio e degli interessi finanziari della Comunità.

Esiste una relazione finale redatta da una task force delle Nazioni Unite, dall’Ufficio per la lotta antifrode della Commissione e dalla Guardia di Finanza. Questo documento finale, che risale alla fine di giugno 2008 ed espone gravi casi di corruzione nei fondi dell’Unione europea, non è ancora stato attuato. Aspettiamo una spiegazione in merito.

Questa relazione finale è, a tutti gli effetti, una relazione finale. Non esiste un’organizzazione che ne seguirà gli sviluppi. Attualmente non c’è nessuno che rappresenti i nostri interessi in materia. Anche in questo senso esorto la Commissione a nominare qualcuno. EULEX non può farsene carico da sola. Sono anche contraria al fatto che si continui a inventare scuse per giustificare lo status incerto di questo Stato.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, desidero in primo luogo ringraziarvi per avere promosso questo dibattito. Credo sia stato giusto sfruttare l’impulso dell’imminente primo anniversario della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. Ritengo sia una mossa provvidenziale, soprattutto vista l’attuale crisi economica, perché c’è il rischio di perdere di vista la questione mentre, da parte nostra, abbiamo ancora molte responsabilità per completare l’opera: non solo in Kosovo, ma anche nella più ampia zona dei Balcani occidentali. Presumo che quanto molti hanno affermato in Aula – ad esempio l’onorevole Swoboda e altri – sia degno di grande attenzione. Credo che la posizione del Consiglio sia esattamente la stessa.

Vi sono molte sfide dinanzi a noi. Vorrei sottolineare i tre pilastri più importanti della nostra politica nei confronti del Kosovo. Il primo è l’indivisibilità e la stabilità del Kosovo. Il secondo riguarda il decentramento e le pari opportunità per tutte le minoranze che vi risiedono. Il terzo – probabilmente il più importante e stimolante – è il coinvolgimento del Kosovo nell’integrazione regionale ed europea: la cooperazione regionale nei Balcani occidentali. Sicuramente un giorno dovremo avvicinare il Kosovo al processo di stabilizzazione e di associazione, ma rimane ancora molto da fare, e non è un segreto che in Consiglio sarà difficile raggiungere un’unità di vedute su alcuni punti.

Penso che il nostro obiettivo sia concentrarsi sul futuro e non sul passato, e apprezzo di cuore le dichiarazioni di chi l’ha fatto. Ovviamente il dialogo con la Serbia sulle questioni pratiche ancora irrisolte deve essere condotto con molta intensità e in totale trasparenza, ma credo che il realismo debba essere il nostro principio ispiratore.

Il miglioramento della situazione economica è di fondamentale importanza per garantire la stabilità; pertanto, l’efficace gestione e mobilitazione delle risorse interne del Kosovo è una conditio sine qua non, così come lo sono una sana amministrazione e mobilitazione delle risorse internazionali. Inoltre, la lotta alla corruzione e la trasparenza nella privatizzazione sono un elemento importante.

A mio avviso, il sostegno del Parlamento a favore di EULEX è molto importante in questo contesto. Desidero congratularmi con l’onorevole Lagendijk per il lavoro svolto. E’ stato eccellente. Quando ho letto il testo, personalmente non avevo nessuna recriminazione, anche se probabilmente io starei un po’ attento: conosciamo tutti la situazione economica e i deficit energetici del Kosovo e dei Balcani in generale. La produzione di lignite e di energia elettrica è una delle poche opportunità che hanno per costruire, in qualche modo, un’economia sostenibile integrandola nella regione. E’ vero, le preoccupazioni ambientali sono importanti, ma lo è anche la rapida crescita della futura stabilità economica.

Alcuni di voi hanno citato la situazione della famiglie rom nelle miniere di Trepca. Sappiamo tutti che si tratta di una situazione disastrosa, e sicuramente sapete cosa sta facendo la Commissione al riguardo. A dicembre una delegazione capeggiata da Pierre Morel si è recata in visita nella zona e si è offerta di incontrare i leader del campo rom di Trepca. La soluzione non è facile. Sappiamo che è stato loro offerto di allontanarsi dalla zona, ma al momento non sono disposti a farlo. In realtà si rifiutano, e quindi anche in questo caso rimane ancora molto da fare. Credo che l’incontro della prossima settimana con Pieter Feith, anch’egli coinvolto nella questione, sarà l’occasione per approfondire il tema.

Vi rinnovo i miei ringraziamenti. Credo che la discussione sia stata molto proficua e spero che il Parlamento continui a sostenere tutti i nostri sforzi in Kosovo e nella regione.

 
  
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  Meglena Kuneva, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, la Commissione si congratula con l’onorevole Lagendijk e accoglie con favore la risoluzione presentata: essa prevede un maggiore coinvolgimento del Kosovo nell’attuale processo di avvicinamento della regione all’Europa.

La Commissione ha definito un’efficace modalità di cooperazione con tutti gli attori locali che operano in Kosovo, tra cui EULEX e il rappresentante speciale dell’Unione europea. Continueremo questa collaborazione, perché è il solo modo in cui la nostra opera in Kosovo può dare risultati. Sinora, la buona collaborazione si è dimostrata fondamentale per mantenere la pace nell’area.

La Commissione ha finanziato un progetto di 7 milioni di euro sullo stato di diritto, compresa una componente di 1 milione di euro per la lotta alla corruzione. Per essere più precisi, a dicembre 2008 abbiamo fornito risposte dettagliate ed esaurienti a tutte le interrogazioni presentate, sia orali che scritte, all’onorevole Bösch, presidente della commissione per il controllo dei bilanci, che hanno chiarito i dubbi sul finanziamento dell’Unione europea e sulle modalità con cui è stato gestito in Kosovo. Inoltre hanno informato i deputati sui sistemi di gestione e controllo finanziario di cui è dotata la Commissione.

Da allora non abbiamo ricevuto altre richieste di informazione. Possiamo fornire ai deputati, se fossero interessati, copie del materiale inviato alla commissione per il controllo dei bilanci.

Voglio soffermarmi sull’osservazione dell’onorevole Kallenbach riguardante l’Accordo centroeuropeo di libero scambio (CEFTA). Speriamo che il miglioramento dei rapporti tra Serbia e Kosovo possa consentire l’integrazione del Kosovo nel CEFTA. La Commissione farà del suo meglio per promuoverla.

Nella risoluzione vengono sottolineati molti temi importanti come la conservazione del patrimonio culturale del Kosovo, il potenziamento delle capacità della pubblica amministrazione, la migliore integrazione di tutte le comunità in Kosovo, la necessità di un’istruzione plurietnica e il dramma delle famiglie rom nei campi profughi contaminati dal piombo al nord. La Commissione intende occuparsi di queste questioni avvalendosi degli strumenti in essere in collaborazione con altri donatori.

In autunno pubblicheremo il nostro studio sul Kosovo nell’ambito del pacchetto sull’allargamento. Sono certa che includerà molte idee per far sì che il Kosovo rimanga saldamente ancorato alla prospettiva europea che condivide con tutti i Balcani occidentali.

 
  
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  Presidente . Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1) conformemente all'articolo 103, paragrafo 2, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì 5 febbraio 2009.

 
  

(1)Vedasi Processo verbale.


12. Impatto della crisi finanziaria nell’industria automobilistica (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente . L'ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sull'impatto della crisi finanziaria sull'industria automobilistica.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, credo che adesso stiamo passando a un tema molto importante. Considerate le circostanze attuali, è un argomento che deve essere discusso. Siamo nuovamente grati per questa provvidenziale opportunità di discutere gli effetti dell’attuale crisi economica e finanziaria sull’industria automobilistica.

Come molti di voi osservano da vicino nei collegi elettorali di pertinenza, l’industria automobilistica è un fattore chiave per l’intera economia europea. Nel corso degli anni abbiamo promosso la competitività del settore creando un mercato unico europeo dell’auto e invocando una concorrenza più leale negli scambi commerciali con i paesi terzi. Di recente ci siamo concentrati sulla riduzione delle emissioni per combattere l’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici. In tutti questi settori l’Assemblea ci ha offerto costante aiuto.

Grazie a questi sforzi e, in particolare, alla capacità di recupero e all’adattabilità dell’industria automobilistica europea, le vetture europee sono oggi annoverate tra le migliori, le più innovative, le più competitive, oltre che tre le più sicure, le più sostenibili a livello ambientale e dai minori consumi di carburante al mondo. Dovremmo essere orgogliosi del risultato raggiunto dall’Europa.

Tuttavia, nonostante la capacità di recupero e a causa di fattori totalmente estranei al suo controllo, il settore europeo dell’auto è stato colpito in maniera molto grave dalla crisi economica globale. Queste difficoltà erano già evidenti a novembre dello scorso anno, quando il Consiglio ha optato per una strategia basata sulla promozione di automobili ancora più sostenibili e a minore consumo di carburante, obiettivi realistici per i produttori e incentivi efficaci per stimolare la domanda.

Da allora la situazione è diventata ancor più grave in poco tempo. Paragonando il 2008 al 2007, lo scorso anno la filiera ha registrato una diminuzione dell’8 per cento nella vendita di automobili nell’Unione europea rispetto all’anno precedente. Probabilmente la situazione sarà altrettanto negativa – se non peggiore – nel 2009, colpendo non solo i produttori di automobili ma anche l’intera catena logistica del comparto.

Il 16 gennaio i ministri hanno incontrato l’amico Verheugen, commissario e vicepresidente della Commissione, per discutere i problemi specifici riguardanti l’industria automobilistica. Hanno manifestato forti preoccupazioni per il fatto che le difficoltà attuali potrebbero compromettere un gran numero di posti di lavoro e sottolineato l’importanza che attribuiscono al futuro del settore.

Ovviamente è il comparto stesso cui spetta, in primis, cogliere queste sfide. Esso deve essere incoraggiato ad adottare tutte le misure necessarie per affrontare problemi strutturali come l’eccesso di capacità produttiva e la mancanza di investimenti nelle nuove tecnologie.

Tuttavia, l’importanza che riveste per l’economia europea e il fatto che sia duramente colpito dalla crisi attuale implica la necessità di qualche forma di assistenza pubblica. Ciò si traduce nel piano europeo di ripresa economica, convenuto lo scorso dicembre dal Consiglio europeo, e nei programmi nazionali degli Stati membri. Ovviamente non possiamo permettere che il sostegno a breve termine a favore dell’industria ne comprometta la competitività a lungo termine. Questo significa puntare chiaramente all’innovazione.

Gli Stati membri concordano sulla necessità di prevedere un sostegno pubblico mirato e coordinato per l’industria automobilistica che, tra l’altro, deve rispettare alcuni principi fondamentali come la concorrenza leale e l’apertura dei mercati. Non deve essere una corsa alle sovvenzioni né causare distorsioni di mercato. A tale scopo, gli Stati membri hanno confermato la volontà di operare in stretta collaborazione con la Commissione sulle misure della domanda e dell’offerta adottate a livello nazionale. La Commissione, a sua volta, si è impegnata a dare una risposta rapida nei casi in cui è richiesto un suo contributo.

Più in generale, la presidenza del Consiglio appoggia pienamente la Commissione sulla necessità di procedere rapidamente all’attuazione del piano europeo di ripresa economica. La Commissione è stata altresì invitata a valutare, insieme alla Banca europea per gli investimenti, come migliorare ulteriormente il ricorso ai prestiti previsti per il settore a livello di rapida disponibilità, finanziamento dei progetti e consegna anticipata, senza fare discriminazioni tra produttori e Stati membri.

Per quanto riguarda il contesto globale, dobbiamo ovviamente avviare al più presto un dialogo con la nuova amministrazione degli Stati Uniti e gli altri partner mondiali.

La presidenza ceca è determinata a promuovere questa politica generale di sostegno all’industria nel rispetto dei principi e parametri cui ho fatto riferimento. Esiste già un’ampia gamma di strumenti comunitari che possono dare un contributo in tal senso, non da ultimo nel settore delle nuove tecnologie, ad esempio per lo sviluppo di automobili non inquinanti. Occorre studiare a fondo e attivare tutto il potenziale delle tecnologie di propulsione innovative e sostenibili dal punto di vista ambientale – pile a combustibile, automobili ibride, elettriche e a energia solare.

Vi sono anche altri strumenti pronti all’uso e più prontamente disponibili come, ad esempio, il piano di rottamazione per le vecchie automobili. Essi possono stimolare la domanda di nuove auto associandola a fattori positivi esterni quali la sicurezza dei trasporti, la riduzione delle emissioni e altri. Alcuni Stati membri stanno già utilizzando questo meccanismo. La presidenza vuole pertanto chiedere alla Commissione di avanzare al più presto una proposta per incoraggiare, in maniera coordinata, il rinnovamento del parco macchine europeo nell’ambito del recupero e riciclaggio dei veicoli, analizzando l’impatto di questi piani nei diversi Stati membri. Il nostro scopo è ricevere una proposta dalla Commissione con un certo anticipo rispetto al Consiglio europeo di primavera, nell’ambito della valutazione del piano di ripresa, e discutere il tema durante il Consiglio “Competitività” di marzo, cui faranno capo il collega Říman e il vicepresidente della Commissione Verheugen. Questi piani possono fungere da importante stimolo per la domanda nell’industria automobilistica a livello comunitario e garantire condizioni di parità nel mercato interno. Sottolineo la seconda parte della frase, anche nel contesto attuale.

Riassumendo, non si tratta solo di sostenere un settore chiave della nostra economia, ma di adottare una strategia da cui tutti noi trarremo vantaggi a lungo termine.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. − (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, il presidente Vondra vi ha appena informati dell’esito dei dibattiti tenuti con i ministri responsabili dell’industria automobilistica il 16 gennaio. Non posso che confermare tutto quanto è stato detto, anche se consiglierei una certa cautela. Ora dobbiamo stare attenti a non alimentare speranze o aspettative a cui non possiamo tenere fede. Permettetemi di approfondire la posizione in cui ora versa l’industria automobilistica europea.

L’esperienza insegna che le automobili sono un primo indicatore della congiuntura economica. Era quindi prevedibile che la pesante riduzione nella domanda di veicoli registrata la scorsa estate sarebbe stata seguita da una flessione in tutti gli altri settori dell’economia. Perché questo?

La diminuzione della domanda è un segnale della mancanza di fiducia nei confronti dell’economia. In questo senso il comportamento dei consumatori non differisce da quello delle imprese. In periodi di incertezza economica, quando le persone non sanno cosa succederà, si tengono stretti i soldi. In una famiglia l’acquisto di una nuova auto rappresenta, per alcuni anni, l’investimento più ingente. E’ qualcosa che si può comunque rimandare perché, ovviamente, una vettura europea può sempre durare un anno in più.

Tutti sanno che, in definitiva, la situazione migliorerà solo quando sarà stata ripristinata una certa fiducia nelle sorti dell’economia. Ciò significa che le misure che, insieme, abbiamo messo a punto in Europa per lottare contro questa crisi generale sono in assoluto la cosa più importante.

Vorrei darvi ancora qualche cifra per dimostrarvi quanto sia importante. L’industria automobilistica europea dà lavoro, direttamente e indirettamente, a 12 milioni di persone e rappresenta il 6 per cento di tutti i posti di lavoro nell’Unione europea. Per le esportazioni europee è il settore più importante dell’economia. La nostra maggiore eccedenza d’esportazione è legata agli autoveicoli.

Nel 2007 abbiamo prodotto 19,6 milioni di autoveicoli in Europa. Lo scorso anno il numero si è ridotto di quasi un milione di unità e, nel 2009, subirà nuovamente un calo significativo. Al momento le scorte ammontano a 2 milioni di veicoli invenduti. In Europa, l’industria automobilistica è il settore che investe la maggiore percentuale del fatturato in ricerca e sviluppo. In media le aziende costruttrici investono il 4 per cento in ricerca e sviluppo, rispetto a una media di solo il 2 per cento di tutte le aziende europee. Molto semplicemente, si tratta quindi di un comparto chiave per l’Europa.

La crisi economica ha colpito questa industria contemporaneamente in tutti i settori. Non è mai successo prima – questa è la prima volta – e devo dirvi che l’opinione pubblica pensa solo alla situazione delle autovetture. La difficile situazione dei veicoli commerciali è molto più drammatica: in tutta l’Unione europea i nuovi ordinativi si sono praticamente ridotti a zero, quando invece esiste una capacità produttiva di quasi 40 000 veicoli commerciali al mese.

L’impatto negativo sulla situazione occupazionale è inevitabile per due motivi. Nell’Unione europea abbiamo un considerevole eccesso di capacità produttiva per gli autoveicoli. Lo stesso settore si riconosce un eccesso di capacità produttiva del 20 per cento, e alcuni dicono sia addirittura più elevato. Il 20 per cento è comunque una cifra molto elevata, e se la si paragona al numero delle persone occupate nel settore si parla di più di 400 000 posti di lavoro. Non c’è ombra di dubbio che i costruttori di auto europei si impegneranno ad accelerare l’attuazione, in quest’anno di crisi economica, delle misure di ristrutturazione previste da tempo. Lo dico molto chiaramente: non c’è garanzia che, alla fine dell’anno, in Europa avremo ancora tutti i siti di produzione che abbiamo ora. C’è la forte probabilità che, entro la fine dell’anno, molti impianti produttivi non siano più in funzione. Non c’è neppure la garanzia che, sempre entro la fine dell’anno, tutti i produttori europei siano ancora sul mercato.

Le pressioni della concorrenza internazionale nel settore automobilistico sono molto forti. Come legislatori europei, abbiamo intensificato ancor più la concorrenza chiedendo molto all’industria automobilistica europea per i prossimi anni. Essa è chiamata a compiere notevoli progressi in termini di innovazione. Per evitare che l’onorevole Harms mi critichi di nuovo subito, chiarisco che non critico questa cosa, che credo essere giusta e adeguata. Non mi biasimi perché descrivo i fatti così come sono. Da parte mia non è una critica, ma una semplice osservazione. La nostra legislazione ha reso le auto europee molto più costose e, nei prossimi anni, lo diventeranno ancor di più. Questo porta, come primo effetto, all’aumento della pressione concorrenziale, all’aumento della pressione dei costi e alla maggiore necessità per le aziende in questione di essere più produttive. Questo è l’unico modo per sopravvivere alla concorrenza.

Sappiamo tutti cosa significhi una maggiore produttività del comparto automobilistico. In qualsiasi caso, non ha un impatto positivo sul numero dei posti di lavoro. Questa è la realtà dei fatti.

La nostra politica persegue contemporaneamente due obiettivi. Innanzi tutto, cerca di far superare questa crisi all’industria europea – e qui sottolineo ogni singola parola – allo scopo, se possibile, di non perdere un solo produttore europeo. Nemmeno uno. Il secondo obiettivo è aumentare la competitività a lungo termine del settore europeo dell’auto e, nel tempo, far diventare l’Europa la prima regione produttrice di auto al mondo.

Per quanto riguarda le misure legate al primo obiettivo abbiamo fatto tutto il possibile. Abbiamo fornito al comparto europeo dell’auto, così duramente colpito dalla stretta creditizia, l’accesso ai finanziamenti. Quest’anno la Banca europea per gli investimenti (BEI) sta mettendo a disposizione 9 miliardi di euro solo per questo settore, e devo dire che oggi non c’è motivo di chiedere ulteriori finanziamenti in Aula. Visti i fondi della BEI, non ve ne possono essere altri. Nove miliardi di euro sono già a disposizione.

Grazie al consistente lavoro svolto dalla collega, signora commissario Kroes, il controllo degli aiuti di Stato è ora molto flessibile e abbiamo cambiato le regole in maniera tale che gli Stati membri siano molto più capaci di rispondere rapidamente e in modo mirato ai singoli casi che richiedono assistenza. La Commissione sta quindi assumendo il ruolo conferitole dalla legislazione, ovvero garantire che queste misure non portino a distorsioni della concorrenza e non compromettano i nostri obiettivi politici. Vorrei citare solo un esempio al riguardo. E’ più che ovvio che gli aiuti alle consociate europee delle aziende americane saranno autorizzati solo se serviranno chiaramente ed esclusivamente a mantenere posti di lavoro europei.

Abbiamo attuato una serie di misure per promuovere la modernizzazione del parco macchine sulle strade europee con le quali ci proponevamo, al tempo stesso, di favorire un impatto positivo sull’ambiente. Non tutti gli Stati membri ricorreranno al sistema dei premi di rottamazione, ma chi lo farà seguirà i principi concordati, secondo cui queste misure non devono discriminare gli altri produttori. Per fare un altro esempio gli Stati membri non posso dire: “ti verso un premio se rottami la vecchia auto ma solo se quella nuova è di produzione tedesca” se vivi in Germania, o di produzione francese o ceca. Questo non è assolutamente possibile.

Una cosa possibile però – e apprezzo molto questa misura – è che i premi di rottamazione siano legati agli obiettivi ambientali. In altre parole, ad esempio, verrebbero versati solo se la nuova automobile acquistata rispetta certe norme di emissione. A quanto possiamo vedere, questo sistema di premi funziona bene e sta avendo gli effetti positivi desiderati.

C’è un solo modo per risollevare il mercato dei veicoli commerciali. Come potete immaginare, i premi di rottamazione non sono possibili in questo settore. In questo caso occorre prima di tutto concedere alle piccole e medie imprese accesso ai finanziamenti. Lo stiamo facendo. E’ altresì necessario garantire, per gli investimenti di denaro pubblico, che sia data preferenza all’acquisto di veicoli commerciali ecocompatibili, ad esempio nel caso dei trasporti pubblici o di altri servizi pubblici che prevedono l’utilizzo di veicoli. Tutto questo l’abbiamo già fatto.

A lungo termine – ne abbiamo parlato spesso in Aula – la cosa indispensabile è attuare le raccomandazioni del processo CARS 21, cioè garantire il futuro dell’industria automobilistica europea mediante maggiori sforzi nell’innovazione, nella ricerca e nello sviluppo, di modo che l’auto europea del futuro sia la prima al mondo non solo a livello di standard tecnologici, rifiniture e sicurezza, ma anche di efficienza nel consumo di carburante – ovvero un consumo minimo – e di compatibilità con l’ambiente – ovvero emissioni minime. L’industria europea è al nostro fianco in questo senso e, come tutti sapete, stiamo sostenendo i relativi progetti nel quadro del pacchetto europeo di incentivi economici.

Infine permettetemi di dire che il risultato più importante dei colloqui con gli Stati membri è stato il nostro comune impegno a impedire qualsiasi forma di corsa al protezionismo in Europa. Una corsa al protezionismo andrebbe a discapito degli Stati membri finanziariamente più deboli e danneggerebbe molto gravemente la solidarietà sociale in Europa.

Un’altra cosa che possiamo fare per stimolare la domanda e aiutare l’industria automobilistica a uscire da questa crisi è garantire anche il rispetto delle condizioni di concorrenza internazionale. Si tratta di una questione che dobbiamo rimettere soprattutto agli Stati Uniti. Vedremo quali misure proporrà il presidente Obama per fronteggiare la crisi del settore automobilistico americano. In tal senso, sottolineo che il fallimento dei costruttori di auto americani non fa gli interessi dell’Europa. Se così fosse, le conseguenze per l’Europa sarebbero catastrofiche. Tuttavia, non è nemmeno nel nostro interesse che gli Stati Uniti attuino una politica a favore del proprio settore automobilistico e a discapito dei concorrenti stranieri. Spero che avremo l’opportunità di discutere con calma della questione con i nostri amici americani.

L’industria automobilistica europea non è sull’orlo del precipizio. Si trova in una situazione difficile, ma è nostra ferma convinzione che sia abbastanza forte e in grado di superarla e continuare, in futuro, a svolgere un ruolo importante nel creare e mantenere posti di lavoro e prosperità in Europa.

 
  
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  Jean-Paul Gauzès, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, temo purtroppo che il messaggio appena lanciato non possa certo essere un messaggio di speranza per ripristinare la fiducia. Signor Commissario, ho apprezzato il suo penultimo paragrafo su quello che dovrebbe essere l’industria dell’automobile. Purtroppo, temo che le proposte avanzate non siano all’altezza della situazione e, soprattutto, che incoraggino gli Stati membri a fare da soli quando l’Europa non è in grado di coordinare.

Cosa si aspettano oggi i nostri concittadini? Si aspettano molto dall’Europa, certamente troppo, ma si aspettano che faccia qualcos’altro. L’industria automobilistica, come lei ha affermato, impiega 12 milioni di persone nell’Unione europea e rappresenta il 10 per cento del PIL. In Francia ciò equivale a 2,5 milioni di posti di lavoro, ovvero il 10 per cento del lavoro dipendente, e al 15 per cento della spesa per ricerca e sviluppo.

Oggi, il settore dell’auto conosce una crisi senza precedenti, caratterizzata da una flessione della domanda, dalla necessità di finanziamenti sia per i costruttori e subappaltatori che per i consumatori, e da una sfida strutturale di competitività delle imprese dinanzi a una crescente concorrenza a livello mondiale. Se non avessi paura di essere politicamente scorretto, aggiungerei che anche le condizioni imposte all’industria automobilistica e l’incoraggiamento a non usare l’auto contribuiscono a questa situazione.

Una risposta coordinata su scala europea è indispensabile e urgente per prendere il comando e amplificare le azioni già adottate dai vari governi. Innanzi tutto, è fondamentale che il sistema bancario finanzi normalmente l’industria automobilistica, a tassi e condizioni normali e con volumi rispondenti alle necessità del settore. Nonostante gli sforzi della BEI, sappiamo che il credito non ha ancora ricominciato a circolare. L’Europa, pertanto, deve dare una risposta significativa.

In secondo luogo, non si tratta soltanto di limitare l’impatto della crisi ma anche di dare un nuovo futuro al settore dell’auto. E’ indispensabile una vera e propria politica industriale. Dobbiamo proiettarci nel mondo di domani e accelerare gli sviluppi necessari, legati soprattutto alla tutela dell’ambiente e alle esigenze dello sviluppo sostenibile. Dobbiamo sviluppare una cultura dell’avveniristico. E’ di fondamentale importanza che la spinta all’innovazione non avvenga a discapito della crisi e che gli aiuti pubblici consentano di intervenire in questo settore.

 
  
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  Guido Sacconi, a nome del gruppo PSE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il ministro Vondra e il Commissario Verheugen per la prontezza con cui ci hanno fatto questa comunicazione. Devo dire condivido largamente la preoccupazione e il realismo che è stato proposto.

Insomma, sappiamo di cosa parliamo. Ho visto una stima che prevede che potenzialmente nel corso di quest’anno potrebbero essere due milioni i posti di lavoro persi nell’intera filiera automobilistica, la maggior parte dei quali nella componentistica. E viviamo una straordinaria contraddizione. Da un lato abbiamo un parco veicolare – come lei diceva giustamente – privato e pubblico molto obsoleto, con alti livelli di emissioni e, dall’altro lato, una domanda che è rallentata, fortemente rallentata, se non addirittura crollata.

Quindi io ho apprezzato molto il piano di rilancio deciso dalla Commissione che ha cercato di sfruttare tutti gli strumenti che ha a disposizione e che sono però limitati, come sappiamo e per le ragioni che sappiamo. Bisogna davvero intervenire sulla domanda, una vera manovra anticiclica per sostenerla fortemente, anche in funzione degli obiettivi ambientali per cui ci siamo tanto impegnati nei mesi scorsi.

E cosa succede? Succede che ogni paese si muove per conto suo. Chi fa e chi non fa. Per esempio il mio paese finora non ha fatto niente. Chi fa in un modo, chi fa in un altro. Io però sono d’accordo con lei: facciamo uno sforzo da qui al Consiglio “Competitività” della prossima primavera perché ci sia il massimo di coordinamento, almeno sui criteri, per esempio quello di collegare i piani di rottamazione a precisi obiettivi di emissioni. Mi sembra che in Francia è venuta avanti una soluzione intelligente: variare l’entità del bonus messo a disposizione dell’acquirente a livello di emissioni della vettura che si acquista, diciamo. A me sembrerebbe un sistema “win-win”, ci guadagnerebbero tutti: l’occupazione, l’innovazione, la competitività e anche l’ambiente.

 
  
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  Patrizia Toia, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la crisi del settore auto è diventata crisi di un intero comparto, dell’indotto, di altri settori collegati, delle reti commerciali e quindi dei servizi e ha prospettive drammatiche sotto il profilo dell’occupazione.

Io penso che anche il calo drammatico di queste ultime immatricolazioni – per questo mese si dice, per alcuni paesi membri, meno 33%, meno 20%, ecc. – dimostra che non è una crisi di un settore tecnologicamente obsoleto, non nasce all’interno del settore, dall’interno di questa o quell’azienda, per errori manageriali. E’ una crisi di sistema e come tale va affrontata urgentemente e decisamente proprio dalle istituzioni europee.

Alcuni rimedi sembrano identificati, ma è importante come realizzarli, con quali risorse e con quali prospettive di innovazione. Occorre certo sostenere la domanda, i consumi sono l’unico volano della ripresa. Ma intanto che questa risposta a sostenere i consumi si fa, che è una risposta di medio termine, io penso che dobbiamo dire che occorra subito un sostegno creditizio per riprendere la produzione, pagare i materiali, sostenere l’occupazione, anche di fronte a un calo degli ordinativi e della domanda.

Dunque l’ambito creditizio. Ma dicevamo è importante il come. Anch’io qui richiamo a un ruolo più forte dell’Europa. E’ importante che le istituzioni europee diano un segno. L’America sta intervenendo, alcuni paesi europei lo stanno facendo, spero anch’io che il mio paese passi dalle proposte generiche alle iniziative concrete, ma auspico che ci sia una più forte azione europea nel piano di rilancio e anche oltre il piano di rilancio, perché penso, e l’ha detto per qualche verso anche il nostro Commissario, che il destino delle grandi case europee è un destino comune e i grandi produttori europei non devono trovare concorrenza all’interno del mercato comune sotto forma di diverse forme di aiuti di Stato o di agevolazioni, ma devono trovare una risposta dell’Europa forte, incisiva e coordinata, perché le sorti del mercato europeo dell’auto si misurano nella capacità di affrontare insieme la concorrenza mondiale.

E c’è l’altro punto che è stato richiamato, lo diceva Sacconi e lo riprendo: il sostegno non sia un aiuto, peggio un soccorso, che lascia tutto com’è, ma un incentivo per una capacità competitiva futura del settore sotto il profilo delle innovazioni, di produzioni compatibili con l’ambiente e anche di tecnologie più rispettose dell’ambiente e della sicurezza dei viaggiatori e dei trasporti.

 
  
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  Guntars Krasts, a nome del gruppo UEN. – (LV) Grazie, signor Presidente. Nella produzione di auto, così come nel settore edile, le risorse sono state destinate a una rapida crescita futura, ma questo comparto si è già sviluppato in passato e continua a essere strettamente legato alla disponibilità di credito. La crisi finanziaria ha dunque colpito in maniera particolarmente acuta la produzione automobilistica. La stabilizzazione sarà possibile solo dopo la normalizzazione dei crediti bancari, che a sua volta dipende dal superamento della crisi finanziaria. Sono convinto che la crisi finanziaria porterà a sostanziali modifiche nel futuro assetto del mercato dell’auto. In questo momento il nostro compito non è salvaguardare i posti di lavoro esistenti, bensì mantenere la futura competitività del settore europeo dell’auto. Il sostegno pubblico deve quindi mirare a due obiettivi principali: ridurre la dipendenza dal petrolio e dalle relative fluttuazioni di prezzo, e migliorare significativamente gli indicatori ambientali e le riduzioni delle emissioni. Le due cose coincidono. In linea di principio, sono anche importanti per l’intera economia europea, per ridurre il rischio che un aumento del prezzo del petrolio dopo il superamento della crisi, in parte dovuto alla ripresa degli acquisti, possa ostacolare il processo di ripresa economica comune. Grazie.

 
  
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  Rebecca Harms, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, a mio avviso è priorità assoluta associare la gestione della crisi economica alla sfida globale rappresentata dalla situazione climatica. Faremmo un grande errore se, con le nostre misure economiche, cercassimo di raggiungere obiettivi poco ambiziosi nella tutela del clima e nella sicurezza energetica come quelli previsti dal regolamento sulle emissioni di CO2 delle auto.

Non dobbiamo ripetere l’errore di prestare attenzione alle false indicazioni dell’industria automobilistica. L’errore fatto lo scorso inverno è ora visibile agli occhi di tutti. Gli stessi gruppi che ci hanno impedito di attuare l’ambizioso regolamento sulle emissioni di CO2 delle auto ora si ritrovano i depositi pieni di auto a grossa cilindrata che non riescono più a vendere. Credo che occorra effettivamente spiegare con molta chiarezza ai produttori che il futuro dell’auto risiede in modelli piccoli, efficienti e dal minore impatto climatico e che, nelle misure di incentivazione, occorre fare il possibile per promuovere questi modelli. Si deve inoltre precisare fino a che punto rientrano le innovazioni come i motori elettrici. Questo, però, è possibile solo nell’ambito di un piano coordinato in materia di politica energetica.

Mi preme sottolineare un aspetto di quanto affermato da un precedente oratore del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici-cristiani) e dei Democratici europei, sul quale concordo pienamente. Sono assolutamente convinta che se ci concentriamo esclusivamente sulle auto senza sapere, al tempo stesso, come occorre ristrutturare il settore dei trasporti e come sarà il settore dei trasporti pubblici tra dieci anni, non riusciremo a fare quello che dobbiamo fare. Anche questo può contribuire a mantenere e creare molti posti di lavoro. Il commissario Verheugen ha fatto un’allusione importante quando ha detto che non stiamo parlando soltanto della produzione di automobili, ma anche di autobus, di ferrovie e altro.

Dobbiamo quindi pensare al domani e pianificare e promuovere sistemi di trasporto orientati al futuro.

 
  
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  Roberto Musacchio, a nome del gruppo GUE/NGL. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, è ormai evidente che la crisi finanziaria è diventata economica e ora sociale, drammatica.

Lo dimostra la situazione dell’auto, dove mi pare, concordo con il collega Sacconi, si possa presumere siano a rischio oltre due milioni di posti di lavoro. C’è il rischio che con la crisi vengano espulsi in particolare i soggetti più deboli: i lavoratori anziani e quelli precari. Occorre agire con rapidità e forza. Aiuti ci sono ma bisogna decidere – e questo lo dico al Commissario con chiarezza – se devono essere coordinati a livello europeo, oppure no, come sembra proporre qualche paese peraltro assai grande.

Io penso che occorra il coordinamento europeo e che occorra che ci siano coordinamenti che vadano in due direzioni: quello dell’innovazione in rapporto al pacchetto clima e, se lo posso citare ancora, al regolamento Sacconi sulle emissioni, e quello sociale. Io penso che nessun lavoratore, a partire da quelli anziani e da quelli precari, debba essere espulso. Non si può fare l’innovazione cacciando i lavoratori.

Occorre in tal senso anche adeguare il Fondo sulla globalizzazione e riadeguare, perché no, quel Fondo sociale che ora parla di lavoro nuovo da creare ma in modo che risponda anche all’esigenza di non espellere un lavoratore. Ma poi serve che il lavoro in Europa torni ad essere centrale, ad avere quel ruolo che spetta ad esso come fondatore di democrazia.

 
  
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  Patrick Louis, a nome del gruppo IND/DEM. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, conosciamo le cause strutturali della crisi del settore dell’automobile e dei suoi subappaltatori. Su questa filiera, com’è successo per l’agricoltura e il tessile, gravano problemi di decentralizzazione e di dumping sociale, fiscale e ambientale.

Cosa faremo quando gli americani, con il dollaro in calo, venderanno le loro vetture 4x4 di grossa cilindrata, sovvenzionate e fortemente incoraggiate sul nostro mercato, assediato anche da veicoli di basso livello provenienti da Turchia, India e Cina?

Una soluzione c’è. Dobbiamo ripristinare le tariffe esterne comuni abolite dagli accordi di Maastricht. Solo i diritti compensativi ai confini dell’Unione europea possono ripristinare scambi internazionali autentici e leali. Osiamo fare quello che ci impone il buon senso, prima che sia troppo tardi. Come sapete, però, il protocollo 27 e l’articolo 63 del trattato di Lisbona vietano categoricamente qualsiasi protezione doganale del mercato europeo.

Onorevoli colleghi, siamo coerenti. Non difendiamo le cause per noi così dannose. Seppelliamo definitivamente questo dannoso trattato e smettiamola di giocare ai pompieri piromani.

 
  
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  Karsten Friedrich Hoppenstedt (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, innanzi tutto ringrazio la presidenza, ma anche la Commissione, per le dichiarazioni molto chiare rilasciate sull’argomento. Condivido l’ottimismo del commissario Verheugen sul fatto che l’industria automobilistica ha riconosciuto i segni del tempo e, in molti settori, troverà soluzioni orientate al futuro.

E’ chiaro, però, che dobbiamo essere concreti, e dopo un calo del 5 per cento lo scorso anno nella produzione di veicoli il settore prevede un’ulteriore diminuzione del 15 per cento nel 2009. E’ la maggiore flessione nell’Unione europea dal 1993, che porterà a 3,8 milioni di veicoli in meno rispetto al 2007. E’ importante rendersi conto che da ogni posto di lavoro del settore dell’auto ne dipendono altri cinque dei comparti e delle aziende dell’indotto. Ciò significa che la crisi finanziaria ha, ovviamente, un impatto particolarmente forte sul settore dell’auto, perché si ripercuote sia sui produttori sia sui clienti. Entrambe le categorie hanno estremo bisogno di un migliore accesso al credito. All’industria automobilistica è stato garantito l’accesso a 9 miliardi di euro erogati dalla Banca europea per gli investimenti. Ciononostante, produttori e fornitori necessitano veramente di maggiori crediti per finanziare le proprie imprese, così come i clienti per finanziare l’acquisto di autovetture. Dobbiamo quindi mettere il piede sull’acceleratore per sostenere la domanda, visto che le immatricolazioni di autovetture europee sono diminuite del 19 per cento nel quarto trimestre 2008, e quelle per i veicoli commerciali del 24 per cento.

In questa crisi, le banche sono state sostenute al suono di miliardi di euro per salvare l’intero sistema. Tendenzialmente, però, le banche del settore dell’auto ne sono rimaste fuori. Ad ora, questi istituti non hanno accesso agli aiuti di Stato. In tutta Europa, come è già successo negli Stati Uniti, l’industria automobilistica ha dovuto mettere a riserva miliardi di euro per gli importi residui sui leasing scoperti. Tali perdite – soprattutto tenendo conto dei 2 milioni di veicoli invenduti – sono dovute al considerevole ribasso del valore contabile dei veicoli in leasing, che genera problemi in tal senso. In altre parole, è necessario agire molto rapidamente per offrire a queste banche un’ancora di salvezza, come già si è fatto per le altre banche del sistema.

 
  
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  Stephen Hughes (PSE) . – (EN) Signor Presidente, la Nissan ha annunciato la perdita di 1 200 posti di lavoro nello stabilimento di Sunderland, nella mia circoscrizione dell’Inghilterra nord-orientale. Il numero equivale a circa un quarto della forza lavoro presente, a cui si aggiungerà un numero ancora ignoto di posti di lavoro nell’indotto.

Lo stabilimento di Sunderland della Nissan è da molti considerato il più produttivo in Europa. Se la fabbrica dalla produttività più elevata in Europa deve lasciare a casa un quarto della forza lavoro, il cielo ci aiuti quando questa stretta colpirà pienamente le aziende meno produttive.

Nella mia zona è stata costituita una task force per la ripresa comprendente tutti i principali attori regionali. Tutte le misure che stanno pianificando – assistenza nella ricerca di un lavoro, formazione e riqualificazione, avvio di piccole imprese, assistenza al lavoro autonomo – possono teoricamente usufruire del sostegno del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. Accolgo con favore le proposte della Commissione per semplificare questo fondo. Deve essere semplificato il prima possibile e mobilitato su larga scala nel quadro di una risposta alla crisi dell’industria dell’automobile coordinata a livello europeo.

Lo scorso anno è stata sfruttata solo una piccola parte del Fondo. Non lasciamo che si accumuli. Mettiamolo in funzione per far lavorare la gente.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 
  
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  Josu Ortuondo Larrea (ALDE) . – (ES) Signor Presidente, a differenza di molti altri settori l’industria automobilistica non è speculativa bensì si basa su margini ridotti che si trasformano in guadagno solo vendendo molte unità.

Sicuramente le automobili sono una fonte importante di gas a effetto serra ma è anche vero che l’industria, insieme alle imprese dell’indotto, contribuisce per il 10 per cento al PIL europeo e garantisce 12 milioni di posti di lavoro, che rappresentano il 6 per cento dell’occupazione nell’Unione.

Per questo motivo è un settore molto importante per il benessere dei nostri cittadini. Non possiamo abbandonarlo al suo destino e alle rigide regole della domanda e dell’offerta; sono proprio questi i motivi che hanno scatenato la crisi nel settore finanziario e, di conseguenza, in tutti gli altri settori compreso quello dell’auto.

Dobbiamo cercare soluzioni di appoggio che rispettino il principio della libera concorrenza nell’Unione europea e diano gli aiuti necessari per salvare questo settore produttivo. A tal fine occorre un quadro europeo che garantisca armonizzazione in tutti gli Stati membri. Negli Stati Uniti e in altri luoghi sono già stati approvati aiuti per molti milioni di dollari, mentre alcuni paesi hanno adeguato i tassi di cambio e introdotto altri meccanismi per diventare competitivi sui nostri mercati.

Quindi non dobbiamo preoccuparci di quanto dice il resto del mondo, bensì adottare le misure necessarie senza ulteriori indugi.

 
  
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  Michael Cramer (Verts/ALE) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, riusciremo a lottare contro i cambiamenti climatici e a ristrutturare l’economia mondiale solo associando le due cose. Quello di cui abbiamo bisogno è un New Deal verde.

La crisi nel settore dell’auto non è semplicemente una crisi economica. Il crollo dei produttori di auto è anche dovuto alla filosofia che hanno adottato negli ultimi anni ispirata al più grande, più veloce e più pesante. Fino a pochi mesi fa la General Motors, la Daimler e le altre si sono concentrate sulle vetture di grossa cilindrata, e le loro politiche di marketing dipingevano i SUV come le nuove macchine da città. Hanno ignorato del tutto i cambiamenti climatici, che ora stanno tornando a ossessionarle.

Se dobbiamo mettere a disposizione i miliardi versati dai contribuenti, le condizioni devono essere chiare. Le aziende automobilistiche devono usare i soldi per passare a una gamma di prodotti più piccoli e più efficienti, a sistemi di propulsione alternativi – non solo per l’ambiente, non solo per il clima ma anche per la sicurezza a lungo termine di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Vi darò un esempio del mio paese, la Germania, di come non si devono fare le cose. Se in Germania l’amministratore delegato della Deutsche Bank, Josef Ackermann, decide di rottamare la sua terza, quarta o quinta macchina di nove anni e comprare una nuova Porsche Cayenne ha diritto a ricevere 4 000 euro. Questo non è giusto né dal punto di vista sociale né dal punto di vista ambientale: è pura follia, e non dobbiamo assecondarlo.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL) . – (SV) Come molti paesi anche il mio, la Svezia, dipende fortemente dall’industria automobilistica. Volvo e Saab sono marche ben note. Il settore svedese dell’auto, come tutti gli altri, è stato duramente colpito dalla crisi. Molti fattori vi hanno contribuito, ma uno in particolare è stato il mancato –ma indispensabile – cambiamento a livello produttivo in fase abbastanza precoce. Il passaggio alla produzione di veicoli più piccoli, a minore consumo energetico e più rispettosi dell’ambiente è una necessità.

Da tempo l’Unione europea richiede una flessibilità a senso unico dai lavoratori. Insieme al gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica chiedo che si imponga flessibilità anche alla gestione delle grandi imprese. Del resto, la mancanza di flessibilità e di una nuova modalità di pensiero ha contribuito alla crisi cui stiamo assistendo nell’industria dell’auto e in altri settori.

Vorrei concludere dicendo che il comparto dell’automobile è un luogo di lavoro importante, spesso tipicamente maschile, che gode del nostro pieno sostegno. Confido che l’Unione europea dia prova dello stesso impegno quando avremo una crisi e una flessione in quello che può essere considerato un luogo di lavoro tipicamente femminile.

 
  
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  John Whittaker (IND/DEM) . – (EN) Signor Presidente, si poteva presumere cosa avrebbero detto queste relazioni. Abbiamo un problema e l’Unione europea deve dare un suo parere. Deve dare l’impressione di essere seduta al posto di comando e risolvere il problema. Ecco quindi un piano europeo di ripresa economica in cui rientra anche l’industria automobilistica. In realtà, ogni produttore cercherà di badare a sé come meglio può e ogni paese farà altrettanto con i suoi produttori.

Ovviamente c’è la possibilità di dare sostegno, un sostegno di natura finanziaria alla filiera dell’auto e ad altri settori per mantenere integri capitale e competenze. Questo, però, può essere deciso solo a livello nazionale perché gli aiuti – a parte quelli della Banca europea per gli investimenti citati dal commissario Verheugen – possono essere forniti solo dai contribuenti del paese.

L’Unione europea può comunque dare un contributo costruttivo, almeno fino alla fine della recessione, e cioè dare un po’ di respiro ai produttori di automobili sulle restrizioni ambientali. Il settore ha già gravi problemi. Le restrizioni ambientali e di altra natura aumentano il costo delle vetture. State aiutando a uccidere un’industria che ha già grandi preoccupazioni.

 
  
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  Malcolm Harbour (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, ieri nella mia città natale di Birmingham abbiamo tenuto un vertice sulla crisi dell’auto. Mi è dispiaciuto non potervi presenziare perché ho iniziato a lavorare nell’industria automobilistica quarant’anni fa. Ho affrontato molte crisi, ma nessuna di questa portata.

Mai le vendite sono crollate così rapidamente. Vorrei dire ai colleghi verdi che se vanno a vedere quali sono le automobili invendute scopriranno che, nella maggioranza dei casi, sono i modelli più piccoli, più leggeri e più verdi. Questo non è un fallimento dei modelli aziendali: è un fallimento dell’intero sistema economico.

Secondo una statistica presentata al vertice dal professore David Bailey della Birmingham Business School, negli scorsi sei mesi 300 000 consumatori del Regno Unito si sono visti rifiutare un prestito per l’acquisto di un’auto. Probabilmente ad alcuni sarebbe stata comunque rifiutata, ma questo è quello che ci troviamo ad affrontare.

Riferendomi ad alcuni punti di cui abbiamo parlato – concordo pienamente su quanto ha detto l’onorevole Hughes riguardo alla Nissan, e lui conosce molto bene la situazione – possiamo agire a livello nazionale ed europeo per aiutare il settore in questa ristrutturazione. E’ molto meglio aiutare l’industria a tenere quelle persone chiave sul libro paga e a riqualificarle piuttosto che lasciarle andare e poi riassumerle di nuovo.

Abbiamo gli incentivi per investire in quelle nuove macchine volute dall’onorevole Karms e da altri. Il fatto che i verdi parlino delle macchine elettriche come di una soluzione dimostra semplicemente quanto siano avulsi dalla realtà: per quelle bisognerà aspettare dieci anni o più, e lo sappiamo tutti.

Il problema vero è riportare gli acquirenti nel ciclo economico e promuovere la domanda. Dobbiamo affrontare il problema del credito; dobbiamo aiutare gli acquirenti pubblici a rientrare nel mercato per comprare autobus verdi, camion verdi, automobili verdi, e questo poi avrà tutta una serie di effetti. Non vogliamo una corsa competitiva tra imprese. Il presidente Vondra ha detto molto chiaramente che questo è un mercato unico e non vogliamo attività concorrenziali.

Soprattutto, però, dobbiamo affrontare il fatto che le concessionarie devono essere sul mercato per vendere e occuparsi di auto.

La mia ultima osservazione è rivolta a lei, signor Commissario, che ha parlato del commissario Kroes e di quanto ha fatto. La prego di dire al commissario Kroes di eliminare questa proposta assolutamente destabilizzante e non richiesta di cambiare l’intera struttura dei contratti di distribuzione. Nessuno l’ha chiesta e non la vogliamo.

 
  
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  Monica Giuntini (PSE) . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, abbiamo sentito gli impegni del Consiglio e della Commissione, ma voglio ricordare che il calo complessivo delle vendite di questo settore è stato nel 2008 dell’8%. I lavoratori che hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione sono ormai migliaia. I dati li ricordava prima l’on. Sacconi.

Tutto ciò non riguarda soltanto le grandi aziende automobilistiche, ma tutte le imprese dell’indotto. Penso alla Toscana dalla quale provengo. Come peraltro ho avuto modo di ricordare recentemente, secondo l’associazione europea dei fornitori un’azienda su dieci si troverà a rischio fallimento nei prossimi mesi. Allora io credo che sia necessario un intervento rapido, certo, realista e so di trovare attenzione e sensibilità da parte del Commissario Verheugen.

Non c’è tempo, signor Commissario. Si rende indispensabile un coordinamento delle azioni dei paesi europei che altrimenti rischiano di andare in ordine sparso e di non sortire risultati efficaci per l’economia dell’Unione europea e per il sostegno ai lavoratori. Si rendono indispensabili incentivi coordinati a livello europeo, come quelli che ricordava Sacconi, che consentano investimenti in auto pulite, il sostegno alla ricerca, alle nuove tecnologie. Occorre intervenire da subito sulla revisione dei criteri del Fondo di adeguamento alla globalizzazione da utilizzare a sostegno dei lavoratori europei e credo che servano ulteriori finanziamenti da parte ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Ivo Belet (PPE-DE) . – (NL) Signor Commissario, il salvataggio del settore europeo dell’auto rischia di diventare una cronaca antieuropea. Ogni Stato membro fa da sé e promuove misure di sostegno nazionali. Ci sono Stati membri – come sapete meglio di noi – che promettono prestiti a basso tasso d’interesse ai produttori di auto, a patto che questi si rivolgano a fornitori locali del paese per la componentistica. Questa, ovviamente, è pura follia ed è un bene che qualche minuto fa lei abbia affermato che non lo tollererà e che intende prendere rigorose misure al riguardo.

Quello di cui ora i produttori hanno bisogno – come già affermato dall’onorevole Harbour – sono misure oggi e sostegno agli investimenti domani per le nuove automobili ibride ed ecocompatibili. D’accordo, ma questo non risolve i problemi attuali. Ecco perché l’annuncio oggi in Aula della presidenza ceca di una nuova iniziativa prima dell’imminente vertice di primavera, ovvero una proposta per attuare una misura in tutta Europa che dia forte impulso all’acquisto di vetture ecocompatibili, è per noi un’ottima notizia e un raggio di speranza.

Inoltre – non è niente di nuovo – c’è bisogno di nuovi crediti e garanzie di credito per i costruttori di automobili. La Banca europea per gli investimenti ha messo a disposizione un’ingente somma di denaro, ma ne occorre molto altro per superare questo difficile periodo. In molti casi, le aziende in questione sono PMI nel settore delle forniture che hanno bisogno di credito immediato per sopravvivere.

Peraltro, signor Commissario, dovremmo vedere questa crisi come un’opportunità per fare finalmente grandi passi avanti nell’imposta sugli autoveicoli. Da anni litighiamo sulla proposta della Commissione di adeguarla. E’ giunta finalmente l’ora di fare un cambiamento in tutta l’Unione europea e trasformare definitivamente l’imposta sulle auto in un sistema che gratifichi i consumatori che decidono di avere una vettura ecocompatibile.

 
  
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  Mia De Vits (PSE) . – (NL) L’industria automobilistica è un settore molto importante per l’occupazione in Belgio. All’Opel Anversa belga sono oggi a rischio 2 700 posti di lavoro diretti. Le decisioni vengono prese a Detroit, e tutti gli stabilimenti Opel soffrono di un eccesso di capacità produttiva. Inutile dire che, dietro le quinte, le autorità competenti sono pronte ad attuare misure di salvataggio comprendenti aiuti di Stato e garanzie bancarie. Per garantire l’efficacia degli aiuti, però, oggi esorto la Commissione europea nella persona del commissario Verheugen e della collega Kroes a sedersi al tavolo con le autorità e gli stabilimenti interessati per assicurare il maggior numero possibile di posti di lavoro a livello europeo e garantire un approccio coordinato a livello europeo prima del 17 febbraio, giorno in cui sarà presa la decisione a Detroit. Lo si deve fare, come ha detto lei stesso, per impedire una corsa al protezionismo tra gli Stati membri.

 
  
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  Marie-Noëlle Lienemann (PSE) . – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, dobbiamo far rivivere le grandi politiche industriali su cui era fondata l’Unione europea. E’ stato così per il carbone e per l’acciaio.

La forza di queste politiche stava nel fatto che rappresentavano strumenti di modernizzazione – così come deve essere la decarbonizzazione del settore dell’automobile – e, al contempo, politiche sociali di sostegno, difesa, formazione e tutela dei dipendenti. Vorrei quindi fare quattro proposte.

In primo luogo la creazione di un Fondo europeo di sostegno ai dipendenti del settore dell’automobile che si spinga oltre il Fondo di modernizzazione, perché è importante tenere i dipendenti nelle imprese in questi periodi cruciali sostenendone il livello di retribuzione in caso di disoccupazione parziale e promovendone la formazione all’interno dell’impresa. Non ci si può accontentare di un’ipotetica riconversione dei dipendenti che sono stati licenziati.

In secondo luogo, occorre istituire un’agenzia per l’innovazione e accelerare il finanziamento della ricerca e dello sviluppo per compiere progressi rapidi e colmare il divario tecnologico tra veicoli non inquinanti e veicoli sicuri.

Si deve poi accelerare il rinnovamento del parco macchine. I premi di rottamazione possono essere efficaci. Devono essere armonizzati a livello di Unione europea per evitare gli effetti di una dannosa concorrenza.

Vorrei concludere su questo punto. Capisco perfettamente il significato della parola concorrenza, ma è anche necessario...

(Il Presidente interrompe l'oratore)

 
  
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  Presidente . − Onorevoli colleghi, ora ci sono le ulteriori richieste di intervento al presidente ma abbiamo un problema, perché molti deputati hanno chiesto la parola. Pertanto mi atterrò in maniera molto rigorosa alla decisione dell’Ufficio di presidenza di dare la parola a cinque deputati, che saranno automaticamente interrotti non appena finito il minuto loro assegnato.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE-DE) . – (RO) Tra tutti i dibattiti sulla crisi dell’industria automobilistica e le decisioni che ne deriveranno non dobbiamo trascurare i problemi dei produttori delle componenti auto. A loro volta sono stati colpiti dalla crisi a causa dell’effetto domino, essendo in balia delle interruzioni di produzione dei loro clienti.

In Romania, ad esempio, esistono più di 400 aziende che producono componentistica e hanno registrato un fatturato complessivo di 8 miliardi di euro nel 2008. Per tre quarti sono piccole aziende che normalmente lavorano per un unico cliente. Ecco perché gli effetti della crisi sono tanto gravi. In tali circostanze le imprese devono ricorrere al licenziamento o trovare soluzioni come ridurre l’orario di lavoro o dare un’aspettativa non retribuita. Anche i produttori di pneumatici sono stati duramente colpiti altrettanto duramente.

Tenendo conto del gran numero di dipendenti in queste aziende, credo che i produttori di componenti auto e di pneumatici debbano essere considerati in qualsiasi soluzione che si adotterà per garantire sostegno economico durante la crisi.

 
  
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  Matthias Groote (PSE) . – (DE) Signor Presidente, il commissario Verheugen ci ha appena spiegato la drammaticità dei numeri e l’attuale situazione del mercato automobilistico. Questi eventi drammatici, quindi, richiedono un intervento armonizzato. Nel 2006, al Parlamento europeo abbiamo adottato una relazione d’iniziativa sull’armonizzazione dell’imposta sugli autoveicoli, che speravamo fosse basata sulle emissioni di CO2 e sui consumi. Credo che potrebbe essere un programma economico con cui il Consiglio intero – visto che la decisione dovrebbe essere presa all’unanimità – potrebbe dimostrare come mettere on line le imposte sui veicoli a motore basate sui consumi.

Riguardo al tema toccato dalla collega, onorevole De Vits, ovvero la General Motors, vorrei chiedere alla Commissione se sta prendendo precauzioni per l’eventuale crollo della società madre. In tal caso, la Commissione sarebbe disposta ad agire in maniera armonica per trovare una soluzione europea per le consociate della General Motors?

 
  
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  Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (UEN) . – (PL) Signor Presidente, desidero attirare la vostra attenzione su tre punti del dibattito.

I governi degli Stati membri europei stanno fornendo un ingente sostegno finanziario ai costruttori di automobili, che ammonta a decine di miliardi di euro. Il governo tedesco, oltre ad aiutare i produttori tedeschi, ha deciso di dare una mano ai proprietari di auto. Chiunque decida di vendere la vecchia automobile a un deposito rottami riceverà 2 500 euro.

La Commissione europea, che finora ha severamente vigilato sulle norme per la concessione di aiuti di Stato alle imprese, è stata molto rapida nel dare il consenso in tutti questi casi, normalmente adattando le proprie decisioni a decisioni precedentemente adottate dai governi degli Stati membri in materia.

Senza mettere in dubbio i principi fondanti dell’intervento attuato per aiutare il settore della produzione auto in Europa, vorrei nuovamente ricordarvi quanto sia stata incredibilmente ingiusta la decisione della Commissione europea che ha imposto il rimborso degli aiuti di Stato forniti dal governo polacco ai cantieri polacchi. A causa di questa decisione in Polonia si stanno tagliando circa 50 000 posti di lavoro nel settore delle costruzioni navali, e in futuro si perderanno più di diecimila posti di lavoro nell’indotto.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE) . – (SK) Signor Commissario Verheugen, la Commissione europea deve fare concreti passi avanti per rimettere in piedi l’industria automobilistica. Per prima cosa dobbiamo impedire distorsioni nel mercato interno. Le misure di protezione proposte da alcuni Stati non sono assolutamente in grado di affrontare la crisi attuale. Esorto la Commissione a proporre il prima possibile misure per un piano europeo di rottamazione.

Presidente Vondra, mi aspetto dal Consiglio che, durante la riunione del Consiglio europeo a marzo, gli Stati membri approvino un piano di rottamazione che incrementi direttamente il potere d’acquisto dei consumatori intenzionati a comprare nuove automobili.

Credo fermamente che, se vuole essere il maggiore esportatore di auto e, al contempo, un leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici, l’Unione europea debba aiutare il proprio comparto automobilistico, che rappresenta il maggiore investitore privato nella ricerca e sviluppo. Finanziando ricerca e sviluppo, sostenendo gli investimenti...

 
  
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  Ivo Strejček (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, ho ascoltato il dibattito con molta attenzione e non dirò niente di nuovo. Vorrei solo sottolineare alcune osservazioni fatte su cui, a mio avviso, si dovrebbe basare l’intera discussione.

Mi riferisco alle parole del presidente Vondra sul fatto che dovremmo stare attenti a considerare la concorrenza leale e a evitare le distorsioni di mercato, e alle considerazioni del commissario sul fatto che dovremmo essere giusti e non alimentare false speranze. In particolare, signor Commissario, la ringrazio per avere detto che dovremmo assicurare ai produttori maggiore flessibilità con meno regolamenti, meno leggi e meno burocrazia eccessiva.

 
  
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  Presidente . − Concedetemi 30 secondi per spiegarvi la regola decisa dall’Ufficio di presidenza, perché capisco che per i deputati è molto spiacevole chiedere la parola e non ottenerla.

L’Ufficio di presidenza ha deciso che il tempo di discussione fondamentale è quello assegnato ai deputati che intervengono usando il tempo concesso ai diversi gruppi parlamentari. In un secondo momento, con la procedura catch the eye, viene concessa la parola a cinque deputati per un minuto ciascuno, partendo dal gruppo più grande al gruppo più piccolo. Tuttavia, se vi sono sei richieste e sei minuti a disposizione è possibile farlo. Si può arrivare fino a sei minuti, forse sette. In questo caso, però, hanno chiesto la parola 12 deputati. Solo a cinque è stata concessa, come stabilito dall’Ufficio di presidenza per questo punto all’ordine del giorno. Lo spiego di modo che se ne possa tenere conto in future occasioni.

Ora il ministro Vondra ha la parola per rispondere ai vari interventi a nome del Consiglio. Signor Ministro, a lei la parola.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare i deputati per la discussione molto proficua. Il Consiglio vi è grato per tutti i contributi al dibattito e cercherà di svolgere il proprio ruolo al meglio, insieme alla Commissione, per risolvere il più possibile i problemi dell’industria automobilistica.

Indubbiamente occorre attuare alcune misure a breve termine, e già lo si fa a livello di Stati membri. Credo siamo concordi nel dire che queste misure devono essere concretamente sostenibili dal punto di vista finanziario, e non solo. Devono essere mirate, efficaci e, soprattutto, realizzate con modalità compatibili con le severe norme previste dal diritto comunitario per gli aiuti di Stato. Vi ho messo al corrente, ad esempio, delle nostre iniziative sul piano di rottamazione; è quindi veramente importante che le misure adottate siano conformi alle regole sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato ed evitino la distorsione del mercato unico.

Secondo, dobbiamo comunque ricordarci che l’industria automobilistica europea è leader mondiale – siamo noi gli esportatori, quelli che producono automobili – e, proprio per questo, ricordarci che è indispensabile garantire un’efficacia a lungo termine, oltre che la competitività del settore. Le misure adottate, quindi, devono rispettare certi criteri sulla redditività e competitività a lungo termine dell’industria europea, tra cui investimenti nell’innovazione, nelle auto non inquinanti eccetera.

Il Consiglio, quindi, sta facendo tutto il possibile affinché tutti gli sforzi mirati alla ricerca e sviluppo tecnologico e all’innovazione nel settore dell’auto, così come le misure a breve termine di questa relazione, siano pienamente coerenti con gli obiettivi generali della strategia di Lisbona.

Terzo, dobbiamo seguire gli sviluppi al di fuori dell’Europa. Sicuramente ci rendiamo conto che la crisi del settore automobilistico americano è profonda e strutturale, e la posizione dei produttori americani è molto peggiore rispetto a quella dei costruttori di auto europei. E’ quindi ovvio – lo ha affermato il commissario Verheugen – che gli Stati Uniti non possono lasciar morire la propria industria dell’auto, perché non sarebbe vantaggioso per noi.

Dobbiamo comunque lavorare ancora a livello politico con i nostri partner internazionali, in particolare nel quadro dell’OMC, per garantire la massima parità di condizioni possibile. Lo stesso dicasi per le altre aziende e produttori di auto in Asia. Stiamo seguendo anche gli sviluppi in Corea, in Giappone eccetera.

Ci stiamo avvicinando al Consiglio “Competitività”, che si terrà agli inizi di marzo, e speriamo di giungere a una decisione di alto livello e, ovviamente, consensuale per il Consiglio europeo di primavera, che si occuperà perlopiù di questioni economiche.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. – (DE) Signor Presidente, concordo su quanto affermato da molti oratori, in particolare dall’onorevole Harms. Le misure a breve termine che stiamo attuando non devono in alcun modo opporsi agli obiettivi a lungo termine. E’ questo, in definitiva, il succo del discorso.

Visto che siete stati così disponibili, anch’io ora lo sarò e dirò qualcosa che vi farà sicuramente piacere, una cosa che ho affermato in questa sede nel 2006: il futuro dell’industria automobilistica europea sarà verde o non vi sarà futuro per questo settore in Europa. Voglio che sia chiaro. Si può discutere se sia stata la scelta dei modelli prodotti dai costruttori europei, soprattutto tedeschi, a provocare la crisi in cui ora ci troviamo. Non lo so. Anche in passato ci sono state vetture ecocompatibili e modelli a basso consumo – pensate alla Smart della Mercedes, che è costata miliardi di perdite alla compagnia. Quindi non è tutto bianco o nero come si può pensare. Da un punto di vista ambientale la scelta dei modelli è stata chiaramente sbagliata e il fatto che il passaggio avvenga adesso, in un periodo di crisi, non semplifica le cose, ma ciò non muta il fatto che il cambiamento è indispensabile e deve avvenire rapidamente. Su questo punto siamo assolutamente d’accordo.

Una barriera tariffaria contro le automobili americane, onorevole Louis, è sicuramente una cosa che non introdurremo. Se c’è una cosa che non faremo è proprio questa. Le autovetture americane non sono molto importanti nel mercato europeo, mentre quelle europee lo sono sul mercato americano. Se qualcuno al Parlamento europeo ci chiede di proteggere il nostro mercato dalle automobili americane, temo che qualcuno al Congresso di Washington possa chiedere di proteggere il loro mercato dalle automobili europee. Questa situazione non sarebbe per noi molto positiva. Le chiedo veramente di non avanzare più questa idea.

Non posso che dare pieno sostegno a quanto affermato dall’onorevole Groote sull’imposta sugli autoveicoli. Ho ritenuto valide anche le acute osservazioni fatte proprio al riguardo. La riformulazione di questa tassa secondo un principio basato sulle emissioni di CO2 è una cosa che la Commissione invoca da tempo, e mi rattrista l’estrema lentezza dei progressi compiuti in materia.

Onorevole Groote, capirà che non posso esprimere un parere pubblico sulla domanda che ha posto riguardo alla General Motors e all’Opel. Dovrà accontentarsi di sapere che stiamo seguendo gli sviluppi con molta attenzione e ne stiamo discutendo con le parti interessate.

Vorrei inoltre far sapere alle persone che, molto giustamente, hanno posto l’accento sull’occupazione che, di fatto, la Commissione ha già presentato una proposta su come dare maggiore flessibilità ed efficacia al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. Se le proposte della Commissione fossero attuate con rapidità e velocità – cosa che invito voi tutti caldamente a fare – saremmo in grado di dare assistenza soprattutto ai precari dell’industria automobilistica e ai lavoratori non qualificati che, in definitiva, sono quelli che si trovano sull’orlo del precipizio.

Le norme sui premi di rottamazione – se ne è parlato molte volte e desidero ripeterlo nuovamente – sono ben chiare. Non può esistere un regolamento europeo che costringa ogni Stato membro ad adottarle. E’ assolutamente impossibile. Allo stesso modo, non può esistere un regolamento europeo che imponga ovunque gli stessi livelli di premio. I valori di riferimento devono essere definiti a livello europeo, e così è. L’abbiamo deciso alla riunione a Bruxelles il 16 gennaio.

Per concludere, vorrei sottolineare ancora una volta quanto molti di voi hanno detto, e cioè che nel discutere la crisi attuale non bisogna limitarsi al settore dell’automobile. In realtà, è giustissimo dire che occorre trovare sistemi di trasporto intelligenti, sistemi intelligenti di gestione del traffico, soluzioni innovative e all’avanguardia per il trasporto individuale e di massa del futuro, e che questa crisi forse dà l’opportunità di proporre soluzioni con maggiore convinzione. Personalmente è proprio quello che vorrei.

 
  
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  Christoph Konrad (PPE-DE) . – (DE) Signor Presidente, ha appena fatto una dichiarazione sulla decisione dell’Ufficio di presidenza, spiegando perché la procedura catch the eye è stata cambiata. A tale proposito vorrei presentare protesta formale contro questo cambiamento. La procedura è stata introdotta per animare le discussioni, per favorire il dialogo con la Commissione e rafforzare una cultura del confronto. La decisione dell’Ufficio di presidenza è del tutto controproducente e le vorrei chiedere, per cortesia, di sollevare la questione alla Conferenza dei presidenti e di rispondere a questa protesta.

 
  
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  Presidente . − Sì, onorevole Konrad, naturalmente lei ne ha tutto il diritto e prendiamo nota della sua protesta. Però lei, che appartiene a un gruppo molto responsabile di questa Assemblea, capirà che i singoli deputati non possono avere più tempo a disposizione dei gruppi che, per regolamento, sono tenuti a partecipare alle discussioni.

L’Ufficio di presidenza ha preso questa decisione all’unanimità. Credo sia una decisione dettata dal buon senso proprio per evitare che i deputati non proposti dal proprio gruppo – perché il gruppo non vuole che intervengano in quel momento – possano intervenire successivamente. Per questo si è limitato il tempo: cinque minuti per cinque interventi, in ordine di gruppo dal più grande al più piccolo, facendo anche in modo che gli oratori non siano tutti della stessa nazionalità.

Questo è quanto deciso. Ovviamente si può cambiare la regola. Se la Conferenza dei presidenti propone all’Ufficio di presidenza una modifica procedurale, l’Ufficio ne terrà debita considerazione.

Molte grazie, onorevole Konrad, del suo contributo di cui abbiamo ben preso nota.

La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  John Attard-Montalto (PSE), per iscritto. (EN) Desidero attirare l’attenzione sul fatto che la crisi economica dell’industria automobilistica nelle isole maltesi è inasprita da gravi e madornali errori amministrativi. A Malta le automobili sono tenute al pagamento di un’ingente imposta di immatricolazione, su cui oltre tutto il governo imponeva l’IVA. Ora è stato deciso che il governo si appropriava indebitamente del denaro di migliaia di proprietari di veicoli. Il governo si rifiuta di rimborsare quelle migliaia di persone che hanno pagato ingenti somme non dovute.

Il governo di Malta sostiene che il rimborso ammonterà a milioni di euro. Proprio per questo il governo ha il dovere e l’obbligo di restituire le tasse indebitamente imposte. E’ uno sbaglio talmente grave che se fosse successo in qualsiasi altro Stato membro dell’Unione europea il governo sarebbe stato costretto a dare le dimissioni. A Malta il governo non ha neppure avuto la decenza di assumersi le proprie responsabilità e scusarsi con le migliaia di maltesi e gozitani coinvolti. Si potrebbe trovare una soluzione praticando una riduzione sulle licenze annuali ai proprietari di questi veicoli, ma sembra che il governo sia completamente sordo a questo suggerimento.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE-DE), per iscritto.(RO) Se consideriamo l’Unione europea come un organismo vivente, l’industria automobilistica europea ne è la spina dorsale. Essa rappresenta il 3 per cento del PIL dell’Unione europea e genera un’eccedenza commerciale di 35 miliardi di euro. Il 2008, però, è stato un anno difficile per il settore, con un primo semestre in cui le vendite di auto sono calate per un aumento del prezzo del carburante, e un secondo semestre in cui le vendite sono diminuite del 19,3 per cento a causa della crisi finanziaria.

Non sono gli unici problemi che deve affrontare il settore. Tra il 2009 e il 2015 il comparto dell’auto deve applicare nuove norme sulle emissioni inquinanti, sul risparmio di carburante eccetera, che graveranno ulteriormente sui costi della filiera con altri miliardi di euro.

Le cifre date sono rilevanti anche perché l’industria automobilistica garantisce il reddito di più di 12 milioni di famiglie. Un posto di lavoro in un’impresa automobilistica è collegato ad altri quattro posti di lavoro presso i rifornitori e ad altri cinque nei settori associati e nelle vendite. E’ quindi evidente che la salute di questo settore dell’economia europea è di fondamentale importanza per l’intera economia dell’Unione. In simili circostanze un intervento rapido e coordinato da parte dei governi e delle istituzioni europee è un’assoluta necessità, ad esempio con l’introduzione di programmi che prevedono la rottamazione di vecchie auto a fronte di una consistente diminuzione del prezzo d’acquisto di una nuova, assistenza finanziaria e così via.

 
  
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  Elisa Ferreira (PSE), per iscritto. – (PT) La crisi finanziaria ha paralizzato il credito, ha colpito imprese e famiglie, e la domanda è crollata, con conseguenze disastrose per la crescita economica e l’occupazione.

Una simile situazione giustifica misure straordinarie, soprattutto nel caso di settori strategici come la produzione di auto che rappresenta il 6 per cento dei posti di lavoro.

Nonostante questo quasi tutto il piano europeo di ripresa economica, di cui ho l’onore di essere relatrice in Parlamento, si basa interamente su iniziative nazionali.

In realtà, in che modo la Commissione può garantire il controllo del coordinamento e che i paesi non inizino una guerra sulle misure di sostegno?

Quali meccanismi esistono per tutelare i posti di lavoro in paesi privi della struttura finanziaria che garantisca posti di lavoro per loro vitali?

Per alcuni paesi, l’industria tessile o l’elettronica possono essere tanto importanti quanto la produzione di auto. Che interventi si possono prevedere?

La Commissione sarà più consapevole del ruolo dell’industria europea nella sopravvivenza dell’Europa?

Ci sono limiti a quanto ci si può aspettare dalla Banca europea per gli investimenti. Avremo un bilancio all’altezza delle sfide che aspettano l’Europa?

 
  
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  Krzysztof Hołowczyc (PPE-DE), per iscritto.(PL) L’Unione europea è considerata la maggiore potenza economica al mondo. Da un lato, questo ci responsabilizza ancor più negli interventi promossi nel mercato interno, dall’altro un’economia globale con l’Unione in prima linea ha conseguenze specifiche. Una delle conseguenze è che è difficile definire quali costruttori di auto siano veramente europei. Numerose fusioni societarie, la creazione di gruppi produttivi mondiali e la presenza, per alcuni decenni, di società asiatiche o americane nel mercato interno dell’Unione europea hanno gettato le basi di un settore manifatturiero dell’auto diversificato e competitivo.

Sembra giusto che gli sforzi per attuare un piano europeo di ripresa economica si ispirino, innanzi tutto, ai principi del libero mercato e della concorrenza. Dobbiamo inoltre ricordare che l’industria automobilistica, così duramente colpita dalla crisi finanziaria, è uno dei tanti anelli nella catena dell’economia europea. Questo ci spinge ad adottare il piano d’azione proposto dalla presidenza, quello relativo alla messa a punto di una strategia generale con il concorso di tutti gli attori interessati del mercato interno.

Tale strategia deve stimolare la domanda di mercato, da cui dipende lo stato dell’economia. Il meccanismo per l’erogazione degli aiuti deve anche usufruire di soldi stanziati per investimenti mirati nelle innovazioni tecnologiche, in conformità con le linee guida per il miglioramento della sicurezza stradale e della tutela ambientale.

 
  
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  Alexandru Nazare (PPE-DE), per iscritto. – (RO) La crisi economica ha avuto un forte impatto sull’industria automobilistica, un settore che contribuisce considerevolmente al PIL di molti Stati europei. Benché l’Unione europea non disponga di meccanismi di intervento diretto, si deve consentire agli Stati membri di adottare le misure necessarie per evitare il crollo di un settore da cui dipendono i posti di lavoro di migliaia di cittadini europei. Anche l’industria automobilistica rumena è stata gravemente colpita dalla crisi. Basti citare i casi di Dacia Renault, che sta ridimensionando l’attività, e di Ford, che ha chiesto assistenza allo Stato romeno.

La grave situazione a livello europeo richiede l’introduzione immediata di misure adeguate. Non mi riferisco, in questo caso, a misure protezioniste che distorcono il mercato, ma a misure che offrono pari opportunità all’industria europea e permettono ai dipendenti del settore di mantenere il posto di lavoro.

Non basta agire a livello nazionale, dobbiamo agire anche a livello europeo. Il piano di ripresa economica lo consente perché propone, nel sistema bancario europeo, nuovi regolamenti in materia di credito che facilitano l’accesso al credito. E’ altresì importante garantire un rapido e facile accesso ai programmi di aiuti statali di cui gli Stati membri fanno richiesta. Si tratta di un aspetto fondamentale per gli investitori strategici, come quelli del mercato dell’auto.

 

13. Protezione consolare dei cittadini dell'Unione europea nei paesi terzi (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissioni relative alla protezione consolare dei cittadini dell’Unione europea nei paesi terzi.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. Signor Presidente, il dibattito sulla protezione consolare giunge, anche in questo caso, in un momento molto opportuno. Negli ultimi anni una serie di eventi ha posto in evidenza l’importanza della cooperazione consolare tra Stati membri dell’Unione europea. La crisi in Libano nel 2006, quella nel Ciad e i recenti tragici fatti di Bombay hanno dimostrato i rischi crescenti per i cittadini dell’Unione che si recano all’estero. L’entità del rischio è ulteriormente aumentata a causa del numero sempre maggiore di cittadini che colgono l’occasione dei voli low cost per visitare le zone più remote della terra.

La cooperazione tra Stati membri in tale settore è pertanto di grande importanza per offrire un servizio migliore e un livello più elevato di assistenza consolare a beneficio diretto dei cittadini dell’Unione europea.

I trattati forniscono una base giuridica per tale cooperazione. L’articolo 20 dichiara esplicitamente quanto segue: “Ogni cittadino dell'Unione gode, nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la cittadinanza non è rappresentato, della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato. Gli Stati membri stabiliscono tra loro le disposizioni necessarie e avviano i negoziati internazionali richiesti per garantire detta tutela”.

Le regole indicate nell’articolo in questione sono state esposte in una decisione adottata nel 1995. Tale decisone stabilisce che in un paese terzo si possa richiedere l’assistenza di un altro Stato membro, a condizione che non sia possibile accedere a una rappresentanza permanente o a un console onorario del proprio paese competente per la problematica in questione.

In concreto ciò significa che un console a cui venga richiesta assistenza da parte di un cittadino di un altro Stato membro dovrà negarla se le autorità nazionali di quel cittadino (consolato o ambasciata) dispongono di una rappresentanza nel paese.

La decisione del 1995 è stata adottata dagli Stati membri, indicando così che l’assistenza e la protezione consolare costituiscono una responsabilità esclusivamente nazionale e che i rapporti consolari sono principalmente disciplinati dalla convenzione di Vienna sulle relazioni consolari.

Le regole previste per la cooperazione in tale ambito indicano, inoltre, che l’assistenza e la protezione consolare sono trattate in modo diverso nei vari Stati membri. Ad esempio, alcuni le reputano un diritto fondamentale di tutti i cittadini, mentre altri le considerano un servizio fornito dallo Stato. In ragione di ciò il trattato si riferisce alla protezione consolare usando il termine “gode (...) della tutela” e non con il termine “diritto”.

Sin dalla crisi sull’isola di Jolo nel 2000, la cooperazione consolare è stata ulteriormente sviluppata sino a includere questioni relative alla gestione delle crisi. Gli attentati terroristici negli Stati Uniti hanno dimostrato che anche paesi terzi che dispongono di infrastrutture sofisticate possono avere delle difficoltà in circostanze estreme.

Gli Stati membri hanno successivamente emesso degli orientamenti per la gestione di tali crisi che, sebbene non siano vincolanti, sono state impiegate in modo efficace in diverse occasioni e sono state perfezionate alla luce di tale esperienza.

Il Consiglio ha recentemente sviluppato il concetto di “Stato guida”, vale a dire che in caso di un evento significativo, in particolare in un paese in cui pochi Stati membri siano rappresentati, uno o due di questi possono svolgere un ruolo di guida nel coordinamento di azioni di protezione ed evacuazione.

Vi è stato, inoltre, un maggior grado di cooperazione con alcuni Stati non appartenenti all’Unione europea, ad esempio gli Stati Uniti, con lo svolgimento di consultazioni annuali su questioni consolari. La Norvegia, la Svizzera e il Canada hanno anch’essi collaborato con l’Unione europea in occasione di eventi specifici, ad esempio durante le crisi in Libano, in Ciad e a Bombay.

La Commissione e il segretariato generale del Consiglio partecipano alla cooperazione consolare europea. Diversi anni fa, il segretariato generale del Consiglio istituì un forum Internet sicuro con cui le autorità consolari si scambiano informazioni su questioni quali l’aggiornamento dei consigli di viaggio. Il Consiglio ha anche messo a disposizione degli Stati membri un sofisticato sistema per le teleconferenze che è stato utilizzato diffusamente durante le crisi consolari.

Cira tre anni fa è stata istituita una piattaforma per lo scambio di informazioni e per il coordinamento politico delle azioni a livello comunitario, che prende il nome di dispositivi di coordinamento e di gestione delle crisi (CCA). I due principali protagonisti del CCA sono: in primo luogo la presidenza, assistita dal segretariato generale del Consiglio e dalla Commissione, che decide se attivare i dispositivi previsti; secondo, il Comitato dei rappresentanti permanenti II (Coreper II), che costituisce la piattaforma operativa responsabile del coordinamento delle azioni degli Stati membri o che predispone eventuali decisioni da prendere a livello comunitario.

Il principale strumento operativo è il Centro di situazione congiunto (SITCEN) dell'Unione europea, del segretariato generale del Consiglio, il quale fornisce supporto logistico e informativo.

Infine, le presidenze che si sono avvicendate hanno organizzato con cadenza regolare esercitazioni di gestione delle crisi che si sono rivelate particolarmente preziose. Al termine del 2008 è stato avviato un programma europeo di formazione consolare allo scopo di migliorare la cooperazione tra i funzionari consolari operanti sia nelle capitali che sul campo. L’utilizzo di uffici consolari comuni è un’altra questione all’esame.

Si potrebbe realizzare molto altro ancora. Numerose altre problematiche, quali le condizioni di detenzione, il rapimento di minori ad opera di un genitore e le politiche consolari di informazione sono discusse regolarmente. Tuttavia, dobbiamo anche accettare con realismo il fatto che, se le aspettative e le richieste dei cittadini sono in continua crescita, le risorse delle autorità consolari sono limitate. Non sempre al sostegno per una migliore cooperazione nel settore consolare corrispondono budget adeguati a livello nazionale. La quadratura di questo cerchio è destinata a rimanere un’autentica sfida.

L’esperienza dimostra che la cooperazione in materia consolare è apprezzata, e in un certo numero di casi se ne possono apprezzare i risultati. L’evacuazione riuscita di più di 20 000 cittadini dell’Unione europea dal Libano nel 2006 non è che un esempio. La presidenza si impegna a portare avanti il suo operato in questo settore e desidero ringraziare il Parlamento per il suo sostegno.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. – (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, oggi sostituisco il commissario Barrot, che avrebbe voluto essere presente di persona, ma che è stato trattenuto da altri impegni istituzionali.

In base all’articolo 20 del trattato istitutivo della Comunità europea, ogni cittadino dell’Unione, quando si trova in un paese terzo in cui lo Stato membro di cui è un cittadino non è rappresentato, gode della tutela da parte delle autorità consolari di qualunque Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di tale Stato. L’articolo prevede inoltre che gli Stati membri stabiliscano tra loro i provvedimenti necessari per garantire detta tutela. Il presidente in carica lo ha già ricordato. In tal senso, gli Stati membri hanno introdotto meccanismi di protezione consolare, in particolare attraverso gli orientamenti stabiliti nel 2006 e 2008, che non sono legalmente vincolanti ma che aiutano le missioni a costruire sul campo il loro modello di cooperazione.

Inoltre, l’articolo 20 del trattato dell’Unione europea impone alle missioni diplomatiche e consolari l’obbligo di rafforzare le forme di cooperazione.

Nel dicembre 2008 il Consiglio stabilì degli orientamenti per l’attuazione del concetto di Stato guida relativamente alla cooperazione consolare. In base a tali disposizioni, in occasioni di crisi gravi con conseguenze per la protezione consolare nel paese terzo in questione, uno Stato membro viene nominato Stato guida e si assume la responsabilità di proteggere i cittadini dell’Unione europea per conto di altri Stati membri. Lo Stato guida deve coordinare tutte le misure poste in atto dagli Stati membri presenti in loco ed è responsabile di garantire che tutti i cittadini dell’Unione europea ricevano aiuto. Chiunque abbia titolo a godere della protezione consolar da parte del proprio Stato Membro ha pertanto titolo a chiedere assistenza allo Stato guida.

Con ciò si intende agevolare la cooperazione tra gli Stati membri presenti in loco, ipotizzando che risorse aggiuntive in termini di personale, fondi, attrezzature ed équipe mediche saranno messe a disposizione. Lo Stato guida si assume inoltre la responsabilità di coordinare e guidare iniziative tese a fornire assistenza e a garantire il ricongiungimento familiare e, laddove necessario, l’evacuazione dei cittadini e il loro trasferimento a una destinazione sicura, con l’ausilio degli altri Stati membri coinvolti. Tuttavia, gli Stati membri debbono concordare l’esatto significato delle parole “nel quale lo Stato membro [...] non è rappresentato” ai sensi dell’articolo 20 del trattato. Dovrebbe essere contemplato il caso in cui un cittadino dell’Unione Europea non riesca, per un motivo qualunque, a raggiungere una missione del proprio Stato membro. Gli Stati membri stanno lavorando al raggiungimento di criteri comuni che vadano in tale direzione.

Questa la situazione sulla carta. Alcuni onorevoli parlamentari presenti in aula potranno riferire quanto sia diversa la situazione reale. Vedo che hanno chiesto di intervenire sulla questione gli onorevoli Guardans Cambó, Karim e Mann. Certamente ci racconteranno le loro esperienze a Bombay nel dicembre scorso. Sebbene solo tre Stati membri non dispongano di un’ambasciata a Nuova Delhi e solo sette non abbiano una rappresentanza consolare a Bombay, ho il sospetto che sia stato – e mi esprimo con la massima cautela – molto difficile per i cittadini europei ottenere una protezione adeguata.

Dico tutto ciò, naturalmente, poiché è giusto imparare da tale esperienza, alla luce della quale la Commissione ritiene che vi sia ancora molto da fare per garantire ai cittadini dell’Unione europea la possibilità di rivendicare – pienamente e in concreto – il diritto sancito dall’articolo 20 del trattato della Comunità europea. I cittadini si attendono che l’appartenenza all’Unione europea costituisca un valore aggiunto per la loro protezione in un paese terzo. La protezione fornita dalle missioni diplomatiche e consolari non si limita ai momenti di crisi, ma comprende anche l’assistenza nelle situazioni di vita quotidiana.

Tra le diverse proposte della Commissione troviamo anche migliori informazioni per i cittadini dell’Unione europea; abbiamo già proposto che la formulazione dell’articolo 20 venga stampata sui passaporti e pubblicizzata con manifesti negli aeroporti e nelle agenzie di viaggio e, inoltre, assieme al segretariato generale del Consiglio stiamo allestendo un sito web di informazioni sulla protezione consolare, per la diffusione di elenchi aggiornati delle ambasciate e dei consolati degli Stati membri nei paesi terzi.

Avendo il compito di informare meglio i cittadini dei diritti e dei doveri collegati alla cittadinanza europea, la Commissione è disposta ad affrontare ogni problema che le verrà segnalato in merito dai cittadini, nonché a fare tutto in suo potere per dare concretezza ai diritti di protezione cui i cittadini hanno titolo in base all’articolo 20.

L’entrata in vigore del trattato di Lisbona fornirebbe una base giuridica chiara per i provvedimenti dell’Unione europea in questo ambito. La nuova formulazione dell’articolo 20 del trattato della Comunità europea, (articolo 23 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede l’adozione di direttive “che stabiliscono le misure di coordinamento e cooperazione necessarie per facilitare tale tutela”. Ciò significa che la Commissione potrebbe in un futuro prossimo presentare proposte di legge in tale settore.

 
  
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  Ioannis Varvitsiotis, a nome del gruppo PPE-DE. – (EL) Signor Presidente, sono molto lieto della discussione odierna e ringrazio sia il Consiglio che la Commissione delle loro informazioni e presentazioni. Sono stato relatore per la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni relativamente al libro verde sulla protezione diplomatica e consolare dei cittadini dell’Unione nei paesi terzi e, pertanto, sono molto interessato ai nuovi sviluppi di tale materia.

All’epoca sostenni che l’articolo 20 deve essere applicato in modo più esteso e sancire maggiori diritti per i cittadini europei, poiché così facendo si potrebbe rafforzare il concetto di nazionalità europea e dimostrare in termini concreti i vantaggi offerti dall’Unione europea nella vita quotidiana dei cittadini, consolidando la solidarietà europea.

Il recente attentato terroristico a Bombay ha dimostrato l’utilità e la necessità di un coordinamento potenziato della protezione dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea in situazioni simili. La pubblicazione nel dicembre scorso da parte del Consiglio di orientamenti sull’attuazione del concetto di Stato guida consolare in caso di crisi costituisce un primo passo avanti e in esse ritroviamo delle idee importanti. Tuttavia, attendiamo con notevole interesse proposte legalmente vincolanti.

Comprendo le enormi difficoltà di natura pratica nel procedere in tale direzione. Tuttavia, è estremamente importante che siano identificate con chiarezza le procedure per informare i cittadini dell’Unione europea che si trovano sulla scena di una crisi su chi sia lo Stato guida. Non credo che quanto detto sinora sia soddisfacente. Ad ogni modo, desidero esprimere il mio plauso per l’importanza che la presidenza francese ha assegnato alla questione e mi aspetto che tali iniziative siano portate avanti dalla presidenza ceca.

 
  
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  Martine Roure, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor Presidente, il diritto alla protezione diplomatica e consolare costituisce uno dei pilastri della cittadinanza europea. Signor Ministro, lei ha citato l’articolo 20 del trattato, che appare molto chiaro in merito. Ogni cittadino ha diritto alla protezione consolare. Non si tratta di una possibilità, bensì di un diritto.

Tuttavia, i drammatici eventi di Bombay dimostrano che tale diritto è lungi dall’essere garantito. I livelli di protezione variano da uno Stato membro a un altro, comportando discriminazioni nel trattamento di cittadini a cui non vengono mai fornite informazioni su quale consolato contattare in caso di bisogno. Il sostegno economico agli Stati membri è palesemente carente e cittadini europei che hanno perso tutto si confrontano spesso con uffici consolari estremamente riluttanti a sostenerli dal punto di vista economico.

Gli Stati membri hanno il dovere di porre fine a tale situazione. E’ necessario rendere vincolanti direttrici gli orientamenti e disponibili le informazioni ai cittadini. L’Unione europea deve avviare trattative con i paesi terzi in modo da garantire la necessaria protezione diplomatica.

Tuttavia, come lei ha detto, signor Commissario, gli eventi di Bombay hanno rivelato l’inaccettabile assenza di una garanzia di protezione diplomatica per i membri del Parlamento europeo. L’Unione europea e la Commissione in particolare devono negoziare senza indugi. Abbiamo ascoltato le sue parole, signor Commissario. Il Consiglio deve concludere accordi ad hoc con i paesi terzi al fine di garantire una protezione diplomatica specifica per i membri del Parlamento europeo. E’ il meno che si possa fare.

 
  
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  Ignasi Guardans Cambó, a nome del gruppo ALDE. – (ES) Signor Presidente, oggi in Europa i cittadini possono viaggiare senza attraversare i confini, votare in uno Stato diverso dal proprio, incassare la pensione o godere della previdenza sociale in qualunque Stato membro decidano di risiedere. Inoltre, le forze di polizia dei vari paesi collaborano tra di loro. Un pubblico ministero a Stoccolma può far effettuare un arresto a Siviglia con un mandato europeo, senza dover essere direttamente coinvolto nelle procedure locali.

Quando si tratta di riprendere i cittadini per le loro azioni, gli Stati membri sono disposti a cedere la propria sovranità. Se, d’altro canto, si tratta della protezione dei medesimi cittadini europei al di fuori dell’Unione, è come se viaggiassero con la macchina del tempo e appena lasciano il territorio europeo scoprono che il tempo si è fermato.

Fuori dall’Unione europea siamo solo 27 Stati, 27 amministrazioni pubbliche, 27 bandiere e 27 sistemi consolari e talvolta neanche quello. In un momento di crisi il cittadino dell’Unione perde il proprio status europeo. La cittadinanza europea, di fatto, non esiste.

I 180 milioni di europei che viaggiano in tutto il mondo scoprono che possono ottenere protezione solo se si presentano come tedeschi, spagnoli, polacchi o italiani. Al di fuori dell’Unione europea non esistono in quanto europei. Si tratta di un grave inadempimento del trattato, che, con tutto il rispetto, relega la dichiarazione del Consiglio di poco fa nell’ambito della fantascienza.

Tutto quanto detto dal Consiglio sulla presunta attuazione dell’articolo 20 del trattato, sullo “Stato guida”, le videoconferenze e gli uffici comuni è pura fantascienza in una situazione di emergenza. Inoltre, come ha ricordato il commissario, alcuni di noi hanno avuto modo di provare in prima persona tali situazioni.

L’articolo 20 del trattato è inefficace: non esistono protocolli di attuazione né provvedimenti di legge, non vi è alcuna informazione ai cittadini né tanto meno conseguenze per chiunque ignori tale articolo.

Nei casi più felici, i consoli si aiutano tra loro e assistiamo a dimostrazioni buona volontà, così come poteva succedere un secolo fa, o a Pechino nel XIX secolo. Accade semplicemente che i consoli che si conoscono e si frequentano collaborino tra loro senza tuttavia che si avverta un obbligo a servire congiuntamente i cittadini nel rispetto di provvedimenti del diritto europeo.

Per tale ragione, la Commissione europea ha l’obbligo, anche prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona, e evidentemente anche in seguito, di fare sì che i cittadini europei siano orgogliosi del loro passaporto, e di assicurarsi che tutti i funzionari dei consolati comprendano che il XIX secolo è finito, e che l’Europa esiste ogni qual volta un cittadino europeo si trovi in situazioni di difficoltà a Nuova Delhi, a Beirut o altrove.

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo UEN. (PL) Signor Presidente, desidero dichiarare che non condivido tale presa di posizione critica nei confronti della proposta odierna del vicepresidente della Commissione europea a nome del Consiglio. Non si tratta di avere o meno un trattato, ma di comprendere se la solidarietà europea figuri solo nelle dichiarazioni politiche oppure se costituisca una specifica prassi politica da applicare ai cittadini di diversi Stati membri. Se è vera la seconda ipotesi, l’esistenza di un trattato diventa una circostanza secondaria.

Durante la presidenza slovena dell’Unione europea la Francia ha rappresentato l’Unione in diversi paesi in Asia, Africa e America Latina, poiché la Slovenia non dispone di ambasciate in quei luoghi. Sarei curioso di scoprire se i cittadini sloveni, e quelli degli Stati membri minori possono ricevere la necessaria assistenza rivolgendosi ai consolati francesi in quei paesi. La domanda è pertinente.

Dovremmo estendere il concetto di solidarietà europea. Pare, infatti, che il trattato di Lisbona non costituisca un sine qua non.

 
  
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  Irena Belohorská (NI) . – (SK) In base all’articolo 20 del trattato istitutivo della Comunità europea, ogni cittadino dell’Unione europea che si trovi nel territorio di un paese terzo potrà godere della protezione delle autorità diplomatiche o consolari alle stesse condizioni dei cittadini di quello Stato. E’ importante sottolineare la necessità per l’unione europea di potenziare la cooperazione nei servizi consolari in tale direzione.

Quella europea è una delle società più mobili del mondo, con quasi il 9 per cento di cittadini che viaggiano verso destinazioni in cui il proprio paese non dispone di una rappresentanza consolare. Ad esempio, la Slovacchia, paese che rappresento nel Parlamento europeo, ha una presenza molto limitata di rappresentanze consolari in America centrale e Latina, zone del mondo in cui i nostri cittadini viaggiano spesso. Devo aggiungere che, nonostante gli obblighi dei servizi consolari, molti cittadini europei non conoscono i loro diritti ed è triste constatare che anche i dipendenti di tali organizzazioni spesso li ignorano.

Per garantire che le persone siano più informate rispetto alla protezione consolare, dovremmo giungere a far stampare l’articolo 20 sul passaporto europeo. L’importanza della protezione consolare nei paesi terzi è diventata evidente in situazioni di crisi quali lo tsunami del 2004 o il conflitto in Libano nel 2006. A causa delle differenze nei regolamenti consolari, i cittadini dell’Unione europea devono confrontarsi con tanti sistemi quanti sono gli Stati membri, i quali possono avere forza legale e portate diverse.

I recenti eventi di Bombay dimostrano che dobbiamo ancora percorrere una lunga strada in materia di servizi consolari. L’istituzione di uffici comuni europei garantirebbe la coerenza funzionale e decurterebbe i costi strutturali delle reti diplomatiche e consolari degli Stati membri.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. DOS SANTOS
Vicepresidente

 
  
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  Sajjad Karim (PPE-DE) . (EN) Signor Presidente, è già stato detto che i cittadini dell’Unione europea viaggiano in tutto il mondo. Si contano circa 180 milioni di viaggi al di fuori dall’Unione europea ogni anno e – in teoria – i cittadini europei sono tutelati dall’articolo 20, come il commissario e la presidenza del Consiglio hanno già posto in evidenza nel dibattito odierno.

In base all’articolo 20, si richiede unicamente che gli Stati membri forniscano servizi di assistenza consolare a cittadini dell’Unione i cui paesi non abbiano una rappresentanza nel paese terzo in questione, alle stesse condizioni di cui beneficiano i cittadini dello stesso Stato membro. Il differente approccio tra Stati membri è riconosciuto nei piani di azione del 2007 e 2009.

Naturalmente si deve stabilire un criterio per definire quando e in quale modo coinvolgere gli altri servizi consolari, criterio che si può suddividere in tre diverse tipologie. Non le esaminerò tutte, poiché le prime due sono del tutto sensate. La terza pone al cittadino l’obbligo di dimostrare la propria nazionalità, mediante l’esibizione di passaporto, carta di identità o altro documento alla rappresentanza consolare.

Si tratta di una questione piuttosto problematica, poiché è assolutamente realistico che un cittadino europeo che stia fuggendo da una situazione di crisi possa non essere in possesso di tale documento.

L’assistenza viene fornita in caso di morte, grave incidente o lesioni, arresto, detenzione, assistenza da prestare a vittime di crimini violenti, nonché soccorso e rimpatrio di cittadini dell’Unione in stato di disagio. Siamo di fronte a un elenco esteso ma non esaustivo e sarà pertanto necessario lavorare ulteriormente in tale direzione.

Per la concreta realizzazione di tutto ciò abbiamo sentito parlare del concetto di Stato guida, con il ruolo di garantire che tutti i cittadini dell’Unione europea godano di assistenza e di provvedere al coordinamento degli Stati membri.

Iniziativa lodevole dal punto di vista teorico, ma di cui non ho potuto costatare la reale esistenza a Bombay. Non si è vista alcuna condivisione delle informazioni, riservate e non, quanto meno non al livello da me auspicato. Al contrario, abbiamo assistito a una competizione tra Stati membri. L’ulteriore accentramento e consolidamento dei servizi consolari rischia di annullare la flessibilità necessaria per le missioni al fine di poter agire sul campo in condizioni che evolvono rapidamente.

 
  
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  Erika Mann (PSE) . – (DE) Signor Presidente, l’onorevole Karim ha assolutamente ragione: il problema risiede nella formulazione e nei fondamenti dello stesso articolo 20. E’ certamente necessario tenere conto delle reali condizioni in loco. A titolo esemplificativo, non tutti gli Stati membri dispongono di una effettiva protezione consolare e in molti casi quella disponibile è molto limitata e le strutture di sicurezza sono insufficienti anche per gli stessi consoli.

Ho avuto modo di constatarlo io stessa nel caso del console tedesco che ha percorso per tutta la notte strade che non erano sicure per recuperare i suoi colleghi, con l’autista ma senza scorta. Si tratta di condizioni inaccettabili. Non si può operare in luoghi come l’India o i paesi dell’America Latina – ed esistono diversi altri paesi in cui è richiesta una presenza in luoghi critici tanto quanto Bombay – ritrovandosi con un personale esiguo e strutture di sicurezza inadeguate. Le informazioni a disposizione dei servizi segreti non vengono fatte circolare affatto e gli Stati membri non hanno accesso alle informazioni necessarie e quant’altro. Le risorse a disposizione sono assolutamente inadeguate e non stupisce che gli Stati membri non siano in grado di fornire ai propri concittadini e funzionari anche solo un’approssimazione del livello di protezione desiderato.

Da qui l’importanza che Consiglio e Commissione intraprendano un’analisi attenta della questione. Non è possibile predicare la presenza in tutto il mondo e reclamare il ruolo dell’Europa quale partner a livello mondiale e poi non riuscire a disporre di una basilare infrastruttura di sicurezza e di sistemi di informazione intelligenti. Esponiamo l’Europa al ridicolo se non analizziamo a fondo le nostre strutture e non riusciamo a garantire un livello adeguato di ulteriore protezione.

La mia raccomandazione urgente è pertanto che si compia un minuzioso riesame delle strutture, si organizzino simulazioni, come negli altri Stati, senza focalizzarsi solo sulle capitali e metropoli importanti, poiché dobbiamo capire che una rappresentazione adeguata è necessaria anche in altri grandi centri urbani di altre zone del mondo. Bombay accadrà di nuovo.

Avremo una nuova Bombay, così come altri eventi disastrosi si sono ripetuti. Prendiamone coscienza e facciamo il possibile per essere preparati alla prossima occasione.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE) . – (EN) Signor Presidente, l’onorevole Guardans Cambó ed altri, quali gli onorevoli Karim e Mann, hanno illustrato il divario esistente tra retorica e realtà. Non riusciamo nemmeno a trovare un’interpretazione comune dell’articolo 20. Il ministro, prendendo la parola in inglese, ha detto che si tratta di un entitlement, ovvero un titolo, e non un diritto, mentre l’onorevole Roure, ha citato la formulazione in francese, che usa il termine un droit. Anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea viene sancito come diritto.

Sicuramente non potremo compiere dei progressi, a meno di non dare una conferma giuridica del fatto che si tratti di un diritto sostenuto da decisioni vincolanti a livello dell’Unione europea, da norme comuni e dal diritto di adire le vie legali nel caso si rifiuti tale protezione.

Il ministro ha spiegato che i funzionari consolari stanno considerando l’ipotesi di uffici comuni. La mia personale esperienza nel campo delle politiche dei visti è che sia più semplice spingere un macigno in salita piuttosto che convincere gli Stati a mettere in comune delle strutture.

Il commissario Verheugen ha fatto riferimento a misure concrete in via di sviluppo, ma queste erano state promesse nel piano di azione del 2007: il riferimento all’articolo 20 nei passaporti, cartelloni pubblicitari e l’allestimento in tempi brevi di un sito web. Tutto ciò non si è concretizzato. Ho ricercato “protezione consolare” sul sito web Europa e non ho trovato nulla.

Il sito del Consiglio dice che le pagine sono “in costruzione”, un’eccellente metafora, a mio avviso, del fatto che stiamo deludendo i nostri concittadini che attendono provvedimenti di sostanza in seguito alle promesse di una cittadinanza europea.

 
  
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  Eoin Ryan (UEN) . – (EN) Signor Presidente, credo che sia molto importante – e in questo concordo con molti oratori precedenti – che i cittadini dell’Unione europea si sentano al sicuro, e ritengo che sia prioritario per noi garantire la sicurezza dei nostri cittadini quando si trovano al di fuori dell’Unione, specie in situazioni di crisi come quella che si è verificata a Bombay.

E’ assolutamente essenziale che i cittadini europei siano in grado di ottenere informazioni in qualunque situazione di emergenza, sia che si tratti crisi generale o di un’emergenza di tipo personale. E’ necessaria maggiore chiarezza sulla situazione.

Bombay è un esempio eccellente del cattivo funzionamento del sistema attuale. Ben venga l’idea di uno Stato guida recentemente annunciata. E’ un provvedimento importante, ma al momento appare chiaro che il sistema non sta funzionando a dovere. Farlo funzionare a dovere dovrebbe essere una priorità per tutti noi, poiché come è stato detto ci sentiremmo molto più cittadini europei se l’ambasciata di uno Stato membro si prendesse cura di noi in un momento di pericolo quando ci troviamo in Estremo Oriente o in Sudamerica o in qualche altro posto fuori dall’Unione europea. E tale sentimento di europeità è estremamente importante.

(Il Presidente interrompe l’oratore.)

 
  
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  Luca Romagnoli (NI) . Signor Presidente, onorevoli colleghi, certo la maggior mobilità dei cittadini europei in continua crescita obbliga a un'implementazione della collaborazione consolare.

Quanto proposto dalla Commissione è condivisibile soprattutto per quanto attiene la semplificazione delle procedure per la concessione di anticipi pecuniari ai cittadini in difficoltà. Oggi il diritto alla protezione consolare è indubbiamente frammentario e distribuito in modo eterogeneo. All'estero spesso la cittadinanza europea non esiste e si torna magari a desiderare di essere cittadini di un altro Stato, seppure dell'Unione. Vorrei che non si utilizzasse il richiamo all'orgoglio di essere europeo solo quando serve alle istituzioni, ma anche quando serve al cittadino che, magari in difficoltà, spera che la sua europeità gli torni finalmente utile.

 
  
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  Javier Moreno Sánchez (PSE).(ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la protezione consolare è parte integrante della cittadinanza europea. I cittadini desiderano sentirsi europei quando sono all’interno dell’Unione, ma anche quando si trovano fuori dall’Europa. Desiderano che l’Unione risponda alle loro esigenze, in modo particolare in una situazione di emergenza.

L’Unione europea non ha risposto in modo adeguato a Bombay, com’è accaduto anche in altre situazioni di emergenza. Concedetemi un minuto per illustrare un’idea che senza essere una panacea può offrire un’autentica assistenza ai cittadini europei nei paesi terzi.

Desidero ricordare la proposta di istituire un numero verde europeo di emergenza. Tale numero sarebbe stampato sui passaporti, assieme all’articolo 20, e consentirebbe ai cittadini di accedere nella propria lingua a informazioni essenziali sui consolati degli Stati membri dell’Unione che, è importante ribadirlo, sarebbero tenuti ad assisterli.

I cittadini attendono fatti, non solo parole, dall’Unione europea.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE) . – (EN) Signor Presidente, quando siamo eletti alla carica di deputati del Parlamento europeo ci viene rilasciato un lasciapassare – come avviene anche a molte altre persone che lavorano presso le istituzioni dell’Unione. Mi domando se la presidenza e il Consiglio comprendono l’inutilità di tale documento negli Stati membri.

Mi sono trovato in una situazione estremamente difficile nei Paesi Bassi, al rientro da un viaggio di lavoro in Africa. Conosco un altro parlamentare del Regno Unito che ha incontrato delle difficoltà a Dublino. Dobbiamo far comprendere ai nostri rispettivi Stati membri che si tratta di un documento di viaggio del Parlamento, della Commissione e dell’Unione europea e in quanto tale deve essere rispettato. Il personale che si occupa delle disposizioni di viaggio negli aeroporti e nei porti dovrebbe essere istruito in merito al valore di tale documento.

Vorrei chiedere che si porti la questione all’attenzione degli Stati membri e che si garantisca di darvi seguito, poiché tale forma di protezione dovrebbe essere estesa ai funzionari e ai membri del Parlamento che si trovino in viaggio per motivi di lavoro.

 
  
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  Kathy Sinnott (IND/DEM) – (EN) Signor Presidente, in qualità di membro del Parlamento europeo, ho avuto diverse occasioni di contattare ambasciate e consolati in merito a un cittadino europeo ferito, disperso, derubato o rapito o perché, per qualche tragico motivo, qualcuno era deceduto. Ritengo che sia accaduto anche a molti altri colleghi del Parlamento. Sono lieta di poter dire che quando ho avuto a che fare con un’ambasciata irlandese la qualità dell’assistenza e lo spirito di collaborazione sono stati eccellenti. Tuttavia, non sempre il mio paese era rappresentato nel luogo in cui mi trovavo e abbiamo anche dovuto rivolgerci alle ambasciate di altri paesi europei.

La mia esperienza mi impone di dire, senza entrare in particolari, che auspicherei un maggiore coordinamento, una migliore collaborazione tra le ambasciate dei paesi maggiori, i quali dispongono di ambasciate e consolati quasi ovunque, al fine di aiutare tutte le ambasciate degli altri Stati membri e le loro emanazioni.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − Signor Presidente, torno a dire che si tratta di un dibattito molto utile. Comprendo appieno quanto sia importante per voi tale questione in qualità di membri del Parlamento europeo, poiché si tratta di una materia estremamente delicata, per la quale dovete confrontarvi con le aspettative dei vostri concittadini, i quali nei prossimi mesi torneranno alle urne per le elezioni del Parlamento. Comprendo pertanto perfettamente la questione che state esaminando con tanta cura e a cui vi accostate con tanto discernimento e spirito critico.

Un altro motivo per cui sono in grado di comprendere la situazione è dato dal fatto che provengo da un paese di dimensioni medie – la Repubblica ceca – che non è un’ex potenza imperiale e pertanto non dispone di ambasciate e consolati in ogni angolo della terra. Le attese degli irlandesi e di altri cittadini europei sono pertanto estremamente ragionevoli.

Tuttavia, mi corre l’obbligo di parlare in questa sede a nome del Consiglio, e pertanto devo chiedervi di osservare le basi giuridiche che ci competono, e di rammentare che i problemi di bilancio e simili non sono di importanza secondaria. Dobbiamo inoltre essere in grado di riconoscere e distinguere, da un canto, il vero problema e, dall’altro, quale questione richieda maggiore approfondimenti.

Personalmente non mi trovavo a Bombay all’epoca e ho ascoltato con grande attenzione i commenti critici dell’onorevole Guardans Cambó e di altri che hanno partecipato alla missione del Parlamento europeo in India all’epoca in cui sono avvenuti i tragici attentati in questione. Nel prepararmi all’audizione speciale di ieri mi sono chiesto, innanzi tutto, se esiste un consolato spagnolo a Bombay. Non essendovi mai stato lo ignoro. Sono stato ripetutamente rassicurato del fatto che il consolato spagnolo di Bombay esiste e che coloro che si trovavano lì ne erano a conoscenza. Ritengo che, citando l’articolo 20 e la decisione nella sua interezza, il consolato tedesco sarebbe stato formalmente tenuto a fornire assistenza all’onorevole Guardans Cambó e alla sua delegazione.

Mi è stato detto che la Spagna ha inviato un aeroplano per l’evacuazione dei suoi cittadini e che la Francia e la Germania hanno fatto lo stesso. Per qualche ragione che non ho colto, l’onorevole Guardans Cambó si è rifiutato di tornare in patria con il velivolo spagnolo ed ha successivamente fatto rientro a bordo di quello francese.

Ignoro molte cose in merito e sono a conoscenza solo delle informazioni a mia disposizione. In generale credo che condividiamo tutti l’opinione che qualsiasi miglioramento del quadro normativo è certamente auspicabile. Consentitemi pertanto di informarvi almeno di alcune attività parziali della presidenza ceca volte a rafforzare la protezione consolare nel quadro nell’ambito dell’attuale quadro normativo.

Ad esempio, abbiamo in progetto di far stampare un messaggio nei passaporti nazionali che informerebbe i detentori del documento del fatto che quando si trovano in un paese terzo possono richiedere la protezione consolare presso le rappresentanze consolari o diplomatiche di qualsiasi altro Stato membro, a patto che il loro paese non disponga di una rappresentanza in quel paese. Si tratta di un tentativo di portare chiarezza in tale contesto.

In secondo luogo, la presidenza intende intensificare e unificare l’utilizzo di documenti di viaggio provvisori, che possono essere emessi dalle rappresentanze di qualsiasi Stato membro per i cittadini che abbiano smarrito il passaporto o che abbia subito il furto dei documenti.

Terzo, la presidenza organizzerà due seminari consolari o corsi di addestramento, per dare un contributo concreto ed efficace alla collaborazione consolare.

Tali eventi verteranno sui dispositivi di coordinamento e di gestione delle crisi (CCA), simulando reali crisi consolari. Le iniziative di formazione consentiranno la definizione e l’esecuzione di prove pratiche per tutti i meccanismi coinvolti del CCA, compresa la cooperazione tra tutte le autorità e le istituzioni coinvolte. Si insegnerà inoltre ai partecipanti, mediante il lavoro sul campo, come gestire e reagire tempestivamente in situazioni di estrema pressione psicologica e temporale. Non so se sarà un’attività sufficientemente divertente in attesa delle elezioni, ma quanto meno si tratta di un contributo che possiamo dare a tale importante questione.

 
  
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  Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione. − (EN) Signor Presidente, i trattati non conferiscono alcun potere di iniziativa alla Commissione nel settore della protezione consolare. Nel quadro dei suoi poteri limitati, la Commissione sta tentando tutto il possibile per imprimere un impulso all’efficacia dei diritti di cittadinanza dei cittadini europei – ad esempio con il piano di azione della Commissione per il 2007-2009.

Devo ribadire che l’adozione del trattato di Lisbona contribuirebbe con certezza a migliorare la situazione. Mi auguro che l’onorevole Sinnott, che ha condiviso con noi la sua esperienza, faccia leva sul fatto che il trattato di Lisbona cambierebbe la situazione per organizzare in Irlanda il sostegno in tal senso.

I deplorevoli eventi di Bombay dimostrano che ancora oggi esiste un margine estremamente ampio per migliorare la situazione se vogliamo rispondere alle legittime attese dei cittadini dell’Unione europea.

 
  
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  Erika Mann (PSE) . – (EN) Signor Presidente, desidero unicamente fare una breve raccomandazione al Consiglio. Apprezzo molto quanto detto dalla presidenza, ma chiedo che nell’organizzare le simulazioni a cui ha accennato siano invitate a partecipare alcune persone che erano presenti a Bombay, in quanto queste potrebbero dare un contributo alla corretta percezione del problema.

 
  
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  Presidente . – La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 142 del regolamento)

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE), per iscritto. – (PL) La crescente mobilità dei cittadini dell’Unione europea richiede un adattamento da parte nostra degli attuali principi di protezione consolare, al fine di tenere conto delle nuove circostanze. I cittadini dell’Unione devono avere accesso alla protezione e assistenza dei proprio paesi attraverso le missioni diplomatiche e consolari (articolo 3 della convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e articolo 1 della convenzione di Vienna sulle relazioni consolari) e, in base al trattato di Maastricht, godono di protezione diplomatica e consolare aggiuntive al di fuori dei confini dell’Unione europea derivanti dal loro status di cittadini europei. In concreto ciò significa che mentre soggiornano in un paese terzo in cui il loro Stato membro di appartenenza non dispone di una rappresentanza, tutti i cittadini dell’Unione europea hanno diritto alla protezione diplomatica e consolare da parte di qualunque altro Stato membro, senza alcuna discriminazione rispetto ai cittadini di quel paese.

Sfortunatamente, la situazione critica verificatasi l’anno scorso a Bombay in seguito agli attentati ha rivelato le carenze di molti uffici consolari rispetto all’applicazione effettiva di decisioni comunitarie riguardanti la sicurezza dei cittadini dell’Unione europea. Decine di europei, tra cui la delegazione parlamentare che si trovava in India all’epoca, hanno incontrato problemi amministrativi e periodi d’attesa sproporzionati per ricevere le copie di documenti andati dispersi, dimostrando così la difficoltà di dare attuazione al concetto di solidarietà europea.

Il diritto alla protezione consolare nei paesi terzi è una delle principali caratteristiche della cittadinanza europea. Gli Stati membri dovrebbero fare quanto in loro potere per garantire che tale protezione venga debitamente attuata, garantendo uguale trattamento e assistenza a tutti i cittadini dell’Unione.

 
  
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  Toomas Savi (ALDE), per iscritto. – (EN) In base all’articolo 20 del trattato istitutivo della Comunità europea, “ogni cittadino dell'Unione gode, nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la cittadinanza non è rappresentato, della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato.”

A fine novembre dell’anno scorso, l’onorevole Cambó si è trovato a Bombay durante gli attentati terroristici, dove è stato testimone di numerose violazioni del trattato ad opera di diplomatici di alcuni Stati membri. Durante tali episodi i cittadini di paesi diversi dell’Unione europea sono stati trattati in modo diverso, subendo discriminazioni in base alla loro nazionalità.

A Bombay, la condotta dei diplomatici di taluni Stati membri non solo costituisce una violazione dei diritti dei cittadini dell’Unione, ma ha anche posto in rilievo talune carenze del processo di integrazione dell’Unione europea. E’ pertanto di cruciale importanza per l’Unione indagare nel caso in questione e agire in modo da garantire che tale situazione non si verifichi più.

Esorto il Consiglio la Commissione a garantire che l’attuazione dell’articolo 20 del trattato costituisca oggetto di continua verifica e a indagare con cura su ogni episodio di deviazione.

 

14. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
Video degli interventi
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  Presidente . – L’ordine del giorno reca il Tempo delle interrogazioni (B6-0006/2009).

Saranno prese in esame le interrogazioni rivolte al Consiglio.

 
  
  

Annuncio l’interrogazione n. 1 dell’onorevole Marian Harkin (H-1034/08).

Oggetto: Piccole e medie imprese (PMI)

Dato che l’economia è una delle “tre E” delle priorità della Presidenza ceca, quali passi specifici effettuerà il Consiglio per potenziare la fiducia delle piccole e medie imprese nell’economia di mercato alla luce dell’attuale situazione economica?

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. (EN) Consentitemi di esordire esprimendo il mio apprezzamento per l’interrogazione sulle piccole e medie imprese (PMI), poiché durante una crisi economica come quella attuale le grandi aziende sono sufficientemente forti per riuscire a ottenere aiuti, ma ciò è assai più arduo per le piccole e medie imprese, rendendo necessaria un’impostazione di sistema.

Il 1° dicembre 2008, come saprete, il Consiglio ha approvato il piano europeo di ripresa economica, presentato dalla Commissione il 26 novembre 2008. In risposta alla crisi finanziaria, il Consiglio ha sostenuto l’erogazione di aiuti pari all’1,5 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione europea al fine di ripristinare la fiducia di imprese e consumatori. Inoltre, il piano prevede delle misure specifiche rivolte alle piccole e medie imprese, le più importanti delle quali sono quelle volte a migliorare l’accesso al credito per le PMI e la riduzione degli oneri amministrativi.

Il Consiglio ha inoltre concordato che fosse essenziale apportare delle migliorie alle condizioni di contesto delle imprese europee, in particolar modo per le piccole e medie imprese, al fine di contrastare gli effetti della crisi sul fronte della competitività e sostenere e potenziare la creazione di nuovi posti di lavoro.

Il Consiglio ha anche adottato due gruppi di conclusioni in relazione alla fornitura di aiuti per le piccole e medie imprese in un contesto di competitività generale. Innanzi tutto, conclusioni a favore di proposte di aiuto alle PMI presentate nella comunicazione della Commissione, che conoscerete, dal titolo “Una corsia preferenziale per la piccola impresa. Alla ricerca di un nuovo quadro fondamentale per la Piccola Impresa (un “Small Business Act” per l’Europa)”, cosiddetto SBA, il quale prevede un piano di azione che delinea le misure prioritarie cui dedicare particolare attenzione.

In secondo luogo, conclusioni tratte dalla comunicazione della Commissione dal titolo “Verso cluster competitivi di livello mondiale nell'Unione europea: attuazione di un'ampia strategia dell'innovazione”. Sebbene i cluster non siano intesi esclusivamente per le piccole e medie imprese, esse svolgono un ruolo importante all’interno di molti cluster sorti in tutta l’Unione.

Nella riunione di metà dicembre 2008, il Consiglio europeo ha approvato il piano europeo di ripresa economica, sostenendo la piena attuazione del piano di azione per il “Small Business Act” per l’Europa. In particolare, il Consiglio si è pronunciato a favore di un aumento degli interventi della Banca europea per gli investimenti del tenore di 30 miliardi di euro negli anni 2009-2010, principalmente crediti alle piccole e medie imprese, che corrispondono a un aumento di 10 milioni di euro rispetto al consueto livello di credito della Banca europea per gli investimenti in tale settore.

Il Consiglio si è anche detto favorevole a un’esenzione provvisoria della durata di due anni per i casi di superamento della soglia de minimis per gli aiuti statali con importi non superiori ai 50 000 euro, nonché all’adattamento della disciplina per gli aiuti di Stato, necessaria per aumentare gli aiuti alle imprese, in particolare per le piccole e medie imprese.

Il Consiglio ha anche invocato il ricorso a procedure accelerate per la concessione di appalti pubblici previste nel diritto comunitario, nonché la riduzione degli oneri amministrativi a carico delle imprese.

La presidenza ceca continuerà a prodigarsi in tale direzione, poiché il tessuto economico europeo si basa ampiamente sulle piccole e medie imprese e disponiamo pertanto di esperienza nel settore in questione. Entrambi i Consigli “Competitività” che si svolgeranno durante la presidenza ceca – quello imminente, ai primi di marzo, e quello informale che avrà luogo a Praga – affronteranno la questione della riduzione degli oneri amministrativi, poiché riteniamo che il miglioramento della normativa costituisca un fattore importante per potenziare la competitività, in particolare nelle piccole e medie imprese, e che ciò sia ancora più vero in tempi di crisi economica.

Inoltre, la presidenza tenterà di compiere progressi nell’attuazione del piano di azione, ponendo tale politica per le piccole e medie in prese in primo piano, oltre a collegare l’attuazione del piano d’azione ai programmi di riforma nazionali di tutti gli Stati membri.

La presidenza proseguirà infine nel tentativo sempre maggiore di discutere proposte di legge connesse alle piccole e medie imprese, quale la normativa sullo Statuto per una società privata europea, che fornirebbe alle piccole e medi imprese una forma societaria che consentirebbe di sfruttare il loro potenziale e sviluppare attività transfrontaliere.

Un’altra proposta di legge da citare è la direttiva proposta per la riduzione delle aliquote IVA per i servizi ad alta intensità di lavoro, in discussione nei prossimi Consigli Ecofin.

Infine, il Consiglio si occuperà della revisione della direttiva relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento, attualmente in preparazione, volta a garantire che le piccole e medie imprese ricevano puntualmente i pagamenti per le transazioni commerciali effettuate. Ancora una volta, si tratta di una misura importante nell’attuale congiuntura economica.

 
  
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  Presidente . – Vista l’ora, propongo che il Consiglio risponda a tutte le interrogazioni complementari insieme. Come saprete, posso solo accettare due interrogazioni complementari in aggiunta a quella dell’autore originale. Pertanto, ho selezionato due delle cinque interrogazioni presentate, utilizzando come criterio la scelta di gruppi politici e nazionalità diverse. Gli onorevoli parlamentari prescelti sono gli onorevoli Bushill-Matthews e Ţicău.

 
  
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  Olle Schmidt, autore. − (EN) Di norma mi esprimo nella mia lingua madre, ma poiché sostituisco l’onorevole Harkin tenterò di prendere la parola nel mio inglese stentato, dato che si tratta di una lingua comune in questo Parlamento.

Signor ministro, lei ha citato gli oneri amministrativi e l’obiettivo di ridurli del 25 per cento entro il 2012. Lo ritiene davvero un obiettivo ambizioso? Non potremmo fare di più, e lei non potrebbe entrare in maggiori dettagli su quanto è stato fatto sinora? Quali sono gli obiettivi? Non potremmo pensare, ad esempio, a una riduzione del 25 per cento entro il 2010? Quello sì che sarebbe un obiettivo ambizioso.

 
  
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  Philip Bushill-Matthews (PPE-DE) . – (EN) Lei ha fatto riferimento al riesame della direttiva relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento, un argomento che ritengo estremamente significativo. Lamento che il periodo di consultazione sia terminato a fine agosto, appena prima dell’insorgere della crisi finanziaria. Se il periodo di consultazione fosse stato più esteso, avremmo raccolto delle basi molto più consistenti per una migliore revisione della direttiva. Mi domando se non sia opportuno prendere in considerazione l’apertura di un ulteriore breve periodo di consultazione, per ottenere dati quanto più aggiornati da utilizzare nel processo di riesame.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE) . – (RO) Desidero porre al Consiglio un’interrogazione relativa al piano europeo di ripresa economica. Il piano prevede un importo di 30 miliardi di euro per le piccole e medie imprese. La Commissione ci informa che le sovvenzioni verranno distribuite in base al principio del "primo arrivato, primo servito".

Desidero chiedere al Consiglio quali misure stia adottando affinché tutti gli Stati membri sviluppino programmi nazionali a sostegno delle loro piccole e medie imprese al fine di garantire l’accesso a tali fondi.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Tenterò. In merito alla prima interrogazione sugli obiettivi per la riduzione degli oneri amministrativi, il mio paese assieme ad altri che ne condividono la posizione, ha avviato tali provvedimenti con un certo anticipo. Assieme ai Paesi Bassi e altri paesi abbiamo fissato l’obiettivo nazionale di riduzione al 20 per cento entro il 2010. Resta da vedere se saremo in grado di fare di più entro il 2012.

La Commissione ha annunciato una tabella di marcia per fine gennaio 2009 che illustrerà come la Commissione intenda garantire che tutte le proposte necessarie per ottenere una riduzione del 25 per cento degli oneri amministrativi a livello comunitario siano presentate prima della fine del 2009. Le proposte avanzate nel primo semestre di quest’anno avranno risposta da parte della presidenza in carica e, pertanto, affronteremo senz’altro la questione. Ne verificheremo l’andamento in occasione del Consiglio europeo di primavera. E’ mio auspicio che saremo in grado di agire nel modo più rigoroso possibile. Tale è il proposito della presidenza.

In merito alla direttiva relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento, la Commissione intende pubblicare la sua proposta a fine febbraio 2009. La presidenza inizierà a discutere la questione presso gli organi preparatori del Consiglio.

L’ultima interrogazione – che mi è sfuggita – riguardava il piano di ripresa europeo e, in particolare, l’entità del possibile prestito concesso dalla Banca europea per gli investimenti. Mi auguro che le piccole e medie imprese saranno in grado di competere con le aziende maggiori. Circa un’ora fa abbiamo avuto una discussione sostanziosa sull’industria automobilistica e ritengo che sia opinione condivisa che le piccole e medie imprese debbano godere dei medesimi aiuti.

 
  
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  Presidente . – Annuncio l’interrogazione n. 2 dell’onorevole Medina Ortega (H-1035/08).

Oggetto: Basi per un nuovo accordo commerciale mondiale

Dopo la sospensione la scorsa estate dei negoziati commerciali multilaterali nel quadro del Doha Round e dopo gli accordi del gruppo dei 20 nel vertice di Washington dello scorso mese di novembre, il Consiglio ritiene che esistano elementi perché l'Unione europea lanci nuove proposte in materia commerciale che risultino soddisfacenti per i paesi in via di sviluppo?

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) In risposta all’interrogazione dell’onorevole Medina Ortega in merito all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), posso dire che si tratta di una questione chiave. Abbiamo tutti letto le relazioni del Forum economico mondiale di Davos – e in alcuni casi abbiamo anche partecipato attivamente ai lavori. Abbiamo anche ascoltato i recenti commenti del direttore generale dell’OMC, Pascal Lamy, e di altri ancora. Senza dubbio si teme un’ondata protezionistica, e siamo ben consapevoli delle sfide che ci attendono.

Desidero sottolineare che il 15 novembre dello scorso anno i membri del gruppo dei 20 hanno enfatizzato l’importanza di stabilire le modalità per il raggiungimento di un accordo entro il 2008, termine che è già passato. In tale contesto le delegazioni dell’Organizzazione mondiale del commercio, tra cui la Commissione europea a nome dell’Unione, hanno intensificato il proprio operato a Ginevra, nell’intento di fornire un impulso a livello politico.

Molto lavoro è stato compiuto e lo sforzo ha condotto a una nuova revisione dei testi in materia di agricoltura e sviluppo rurale e accesso al mercato per i prodotti non agricoli. Inoltre, alla luce degli attuali sviluppi in campo politico ed economico, il Consiglio europeo di metà dicembre dell’anno scorso ha dichiarato nelle conclusioni di approvare l’obiettivo di giungere entro l’anno in corso, all’interno dell’OMC, a un accordo sulle modalità per la conclusione delle tornate negoziali di Doha con un’ambiziosa ed equilibrata relazione complessiva e con un risultato altrettanto ambizioso.

Il Consiglio e la Commissione erano pronti a rispondere a una convocazione con una partecipazione costruttiva a nome dell’Unione europea. Tuttavia, il 12 dicembre 2008, in occasione di un incontro informale con i capi delle delegazioni, il direttore generale dell’OMC, Pascal Lemy, ha indicato che non avrebbe convocato i ministri per ultimare le modalità entro l’anno, poiché non sussistevano ancora le condizioni per un proficuo incontro ministeriale, nonostante le intensive consultazioni svolte.

Scopo dell’agenda di Doha per lo sviluppo è portare a compimento in modo trasparente la liberalizzazione del commercio a livello multilaterale. Ciò porterà a benefici di lungo periodo e fungerà da propulsore sia per l’economia mondiale che, in particolare, per i paesi in via di sviluppo, in virtù dell’attenzione che le tornate negoziali di Doha prestano allo sviluppo.

Pertanto, nonostante il fatto che non sia stato possibile giungere a una conclusione entro il 2008, il Consiglio rimane fermamente impegnato a favore del sistema di commercio multilaterale, nonché al raggiungimento di una conclusione ambiziosa, equilibrata ed esaustiva delle tornate di Doha dell’OMC, ancor più importante ora nel contesto dell’attuale crisi economica e finanziaria.

Sebbene la presidenza sia consapevole degli ostacoli esistenti per il compimento di tale processo, essa tenterà di sostenere tali impegni con la ricerca di nuove discussioni sull’agenda di Doha per lo sviluppo appena le condizioni lo consentiranno. Essa sosterrà inoltre un lavoro più intenso all’interno di altre agende dell’OMC, in particolare nei settori dei servizi e relativamente alla proprietà intellettuale.

 
  
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  Manuel Medina Ortega (PSE) . – (ES) Signor Presidente in carica del Consiglio, grazie della risposta, a mio parere molto esauriente. Tuttavia, desidero ricordarle che nell’estate del 2008 le tornate negoziali di Doha erano sul punto di raggiungere una conclusione, ma alla fine l’accordo non fu concluso perché alcuni paesi BRIC non erano disposti a fare alcun genere di concessione.

Considerando che i paesi BRIC hanno svolto un ruolo più significativo all’incontro di Washington, è possibile che la causa della precedente indisponibilità a fare concessioni fosse legata alla posizione secondaria che avevano precedentemente avuto, mentre a Washington è stato loro assegnato un ruolo prioritario. La presidenza del Consiglio ha forse avuto informazioni del fatto che tali paesi, in seguito agli impegni presi a Washington, possano essere disposti a svolgere un ruolo più attivo, contribuendo così all’esito positivo del Doha Round?

 
  
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  Syed Kamall (PPE-DE) . – (EN) A complemento di tale interrogazione, guardando alle nuove proposte dell’Unione europea, o se l’Unione dovesse avanzarne delle nuove, mi domando se la presidenza concordi che tali nuove proposte debbano includere misure per l’eliminazione delle iniquità della politica agricola comune, in modo da superare lo stallo dei negoziati sull’accesso ai mercati dei prodotti non agricoli e, successivamente, quello dei negoziati sui servizi, che costituiscono il 70 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione europea. Concorda altresì che è giunta l’ora che l’Unione europea dimostri un impegno autentico a favore del libero scambio?

 
  
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  Gay Mitchell (PPE-DE) . (EN) Desidero chiedere al ministro se la sua attenzione è stata rivolta agli elementi protezionistici del piano di ripresa degli Stati Uniti nella versione presentata dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato, e se ha comunicato, a nome del Consiglio, le preoccupazioni dell’Unione europea in merito all’amministrazione americana.

Non mi sembra di buon auspicio per la ripresa dei negoziati di Doha. Può forse assicurarci del fatto che tali preoccupazioni saranno comunicate prima che le leggi in questione siano approvate dal Congresso degli Stati Uniti?

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. (EN) Tutti sappiamo dove risiede il problema e che non si tratta dell’Unione europea. L’Unione è molto favorevole alla conclusione delle tornate negoziali di Doha, ha operato facendo tutto il possibile l’anno scorso e siamo stati a un passo dal riuscire nel nostro intento.

Dunque, dove sta il problema? Innanzi tutto dobbiamo attendere l’amministrazione statunitense e, se alcuni appuntamenti sono in programma, altri non lo sono ancora. Inoltre, resta da vedere se l’attuale amministrazione americana proseguirà nel sostenere la liberalizzazione del commercio. Potremmo nutrire dei dubbi riguardo all’applicazione di un approccio rapido nelle attuali circostanze. Un altro paese con cui discutere è l’India, dove sappiamo si svolgeranno le elezioni in primavera.

In quanto rappresentante del Consiglio proveniente da un paese di dimensioni medio-piccole e dall’economia tradizionalmente aperta, è mia intenzione dare un contributo e desidero riferire che il nostro primo obiettivo è la conclusione al più presto e positiva dei negoziati. Tuttavia, temo che dobbiamo anche essere pragmatici e pertanto non vi prometto castelli in aria.

Uno scenario ottimistico potrebbe essere che giunga un messaggio positivo e chiaro dal G20 che si svolgerà a Londra ai primi di aprile, seguito da provvedimenti volti a concretizzare l’impegno preso in quella sede, con lo svolgimento successivo di un incontro a livello ministeriale a Ginevra a giugno o luglio. In quella sede le modalità agricole e dell’accesso al mercato per i prodotti non agricoli potrebbero trovare una conclusione. Tutto ciò è quanto auspicato da tutti. Opereremo a fondo per raggiungere tale risultato, ma è solo quando ci riuniremo nuovamente in questa sede al termine della presidenza che verificheremo se i nostri sforzi saranno stati coronati dal successo.

 
  
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  Presidente . – Annuncio l’interrogazione n. 3 dell’onorevole Silvia-Adriana Ţicău (H-1038/08).

Oggetto: Misure intese a migliorare l’efficacia energetica negli edifici

Il Consiglio ha proposto di ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20%, di migliorare l'efficacia energetica nella stessa misura e di attingere dalle fonti rinnovabili la stessa percentuale del 20% dell'energia consumata nell'Unione europea, e questo entro il 2020. Ora, il 40% delle emissioni complessive di gas a effetto serra proviene dagli edifici. Il miglioramento dell'efficacia energetica negli edifici può dunque ridurre in misura significativa tali emissioni. In novembre, la Commissione ha proposto una revisione della direttiva concernente l'efficacia energetica in questo settore.

Considerata l'importanza di questo aspetto per i cittadini, visto il potenziale che rappresenta ai fini della riduzione delle fatture dell'elettricità e del riscaldamento, può il Consiglio indicare quale priorità gli accorderà nel periodo gennaio-aprile 2009?

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Desidero ringraziare l’onorevole Ţicău per la sua domanda che giunge in un momento molto opportuno. L’edilizia, ovvero la questione dell’aumento dell’efficienza energetica e l’impegno di aumentare del 20 per cento l’efficienza energetica entro il 2020 deve essere preso sul serio.

Il Consiglio concorda che la bozza di direttiva riveduta relativa all’efficienza energetica degli edifici è di fondamentale importanza per il raggiungimento degli obiettivi comunitari per l’aumento dell’efficienza energetica, le fonti rinnovabili e la riduzione di emissioni di gas a effetto serra. La recente crisi ha nuovamente rivelato la vulnerabilità della dipendenza energetica dell’Unione europea. L’eventuale raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di riduzione in assenza di un aumento dei rischi di sicurezza degli approvvigionamenti energetici, renderà necessarie misure a breve, medio e lungo termine volte a ridurre la nostra dipendenza energetica.

L’aumento dell’efficienza energetica è con certezza una delle misure più importanti. Di conseguenza, la presidenza sta avviando la disamina della bozza di direttiva a livello di gruppo di lavoro, con lo scopo di sondare le criticità della proposta. Ci attendiamo che la questione della portata della direttiva venga posta per prima. Si tratta dell’aspetto più cruciale, non solo in relazione ai potenziali risparmi energetici, ma anche per gli oneri amministrativi delle famiglie. Pertanto, la presidenza ceca si adopererà affinché il lavoro prosegua alacremente nei prossimi mesi. Personalmente discuto regolarmente in proposito con il mio collega di governo, il ministro per l’Ambiente Martin Bursík, il quale presiede il relativo Consiglio.

Il Consiglio seguirà da vicino anche i lavori in tale ambito della commissione per l’industria, il commercio esterno, la ricerca e l’energia (ITRE). Per vostra informazione incontrerò il presidente della commissione al termine del tempo delle interrogazioni. La presidenza è impegnata a compiere tutti i progressi possibili, in vista di un’adozione tempestiva della direttiva. A tal fine, essa intende inviare un rapporto di valutazione al Consiglio “Trasporti, telecomunicazioni e energia” (TTE) di metà giugno. L’adozione delle conclusioni del Consiglio in merito al secondo riesame strategico della politica energetica è previsto in occasione del primo Consiglio TTE, che si terrà il 19 febbraio e i cui esisti confluiranno nel Consiglio europeo di marzo.

Si presterà, inoltre, la dovuta attenzione al recente contenzioso sul gas tra Russia e Ucraina e alle sue conseguenze. Avremo anche una discussione di politica generale sulla direttiva del Consiglio relativa alle scorte petrolifere. Pertanto, in generale, il Consiglio ritiene importante assegnare la più elevata priorità alla conclusione nei prossimi mesi dei negoziati con il Parlamento europeo in merito al terzo pacchetto legislativo sul mercato interno dell’energia. Il Consiglio ricorda inoltre che l’efficienza energetica verrà affrontata in relazione alle questioni più ampie della sicurezza degli approvvigionamenti energetici, la protezione ambientale e, naturalmente, nel contesto della valutazione del secondo riesame strategico della politica energetica.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (PSE) . – (RO) Desidero informarla del fatto che nella mia relazione proporrò l’istituzione di un Fondo europeo per l’efficienza energetica e per le fonti di energia rinnovabile, al fine di ampliare i fondi pubblici e privati per l’attuazione di progetti specifici sull’efficienza energetica in tutta l’Unione europea. Gradirei molto godere del sostegno del Consiglio in tale importante iniziativa.

 
  
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  Zita Pleštinská (PPE-DE) . – (SK) L’efficienza energetica negli edifici può condurre in modo diretto a risparmi per i consumatori europei. Ravviso una soluzione nell’introduzione di sistemi intelligenti automatizzati per il calcolo dei consumi e di sistemi che producano istantanee aggiornate all’ultimo minuto dei consumi energetici, anche per uso domestico.

Cosa può fare il Consiglio per tradurre tale soluzione in realtà? Quale tempistica ritiene si possa considerare realistica? Il Consiglio può invitare l’Istituto europeo di tecnologie di Budapest a confrontarsi con il problema dell’efficienza energetica degli edifici?

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE) . – (EN) Vi è forse stata una riflessione in seno al Consiglio sull’eventualità che gli Stati membri forniscano degli incentivi per una maggiore efficienza energetica, in particolare per le persone più anziane? Da un canto ciò aumenterebbe l’efficienza energetica e dall’altro creerebbe nuovi posti di lavoro.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. Condivido appieno il parere che l’efficienza energetica costituisca uno strumento importante per gestire sia le preoccupazioni di carattere ambientale, che le esigenze in materia di sicurezza degli approvvigionamenti.

In effetti si tratta di una questione che stiamo discutendo nel mio paese – consentitemi per un istante di dismettere le mie vesti di presidente. A Praga riteniamo che due siano le misure davvero essenziali, mentre le altre sono anch’esse importanti, ma hanno prospettive di lungo periodo oppure un impatto meno ampio. La prima è l’edilizia abbinata all’efficienza energetica, la seconda è l’energia nucleare, anche se comprendo che per taluni Stati membri si tratta di un argomento delicato. Si tratta di questioni chiave per la lotta al cambiamento climatico e per affrontare il problema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Pertanto, l’individuazione degli strumenti adatti alla promozione dell’efficienza energetica nell’edilizia è la sfida dei nostri tempi.

Desidero affrontare le interrogazioni relative ai finanziamenti. Il Fondo europeo di sviluppo regionale, come proposto dalla Commissione, può essere impiegato per reperire risorse da investire nell’efficienza energetica nell’edilizia, e si tratta pertanto di uno strumento che sarà ora disponibile anche nel quadro del piano di ripresa.

Nel mio paese ho appreso che un’ulteriore possibilità per paesi come la Romania consiste nell’utilizzare il sistema per lo scambio delle quote di emissioni, previsto dal protocollo di Kyoto, e impiegare i fondi così ottenuti.

Gli strumenti necessari sono a nostra disposizione. Quanto alla nuova direttiva, considereremo più importanti di tutti gli esiti della discussione sulla portata. Certamente, la presidenza ceca, in collaborazione con la successiva presidenza svedese – per la quale tale ambito è prioritario – farà tutto il possibile affinché non si perda troppo tempo.

 
  
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  Presidente . – Annuncio l’interrogazione n. 4 dell’onorevole Burke (H-1040/08).

Oggetto: Energia, relazioni esterne e economia sotto la Presidenza ceca

Alla luce delle priorità dichiarate dalla presidenza per il proprio mandato, può specificare come intenda integrare le tre priorità in termini di iniziative concrete? Mi riferisco in particolare alle discussioni con i partner ad est sui corridoi strategici per l’energia che potrebbero contribuire a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici dell’Unione europea e la sua competitività in futuro.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Ringrazio l’onorevole Burke per l’interrogazione relativa ai piani per un corridoio meridionale di trasporto del gas e agli incontri che si terranno nel corso della presidenza ceca. E’ nostra intenzione garantire che le tre priorità – energia, relazioni esterne e economia – restino tali. Si tratta di tre filoni pienamente integrati e interconnessi, e che sono incentrati su iniziative concrete. Una di esse, su cui desidero soffermarmi, si concentrerà sull’obiettivo di garantire forniture affidabili di energia attraverso lo sviluppo di relazioni in campo energetico con paesi e regioni non appartenenti all’Unione, operando nella direzione di una maggiore diversificazione delle fonti di energia e delle vie di transito.

La presidenza è intenzionata a portare avanti tale operato sulla base degli elementi contenuti nella comunicazione della Commissione sul secondo riesame strategico della politica energetica. Il Consiglio dovrebbe adottare una conclusione relativa a tale comunicazione a febbraio e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici sarà una questione particolarmente rilevante in occasione del Consiglio europeo della primavera 2009.

Rientrano in tale lavoro un elevato numero di incontri con paesi terzi e organizzazioni di paesi terzi. Tali incontri si concentreranno esclusivamente su tematiche inerenti l’ambiente, oppure tratteranno l’ambiente assieme ad altre tematiche. Relativamente alla discussione specifica sui corridoi energetici strategici a cui si riferisce l’onorevole Burke, la presidenza attualmente sta organizzando gli incontri seguenti. I principali sono, la conferenza internazionale sugli investimenti per la rete di transito per il gas ucraino, che si svolgerà a Bruxelles il 23 marzo 2009. In secondo luogo, il cosiddetto vertice d’estate sul corridoio meridionale, che contiamo di organizzare assieme all’evento sul partenariato orientale, che si terrà a Praga ai primi di maggio. Scopo di tale incontro è lanciare un dialogo reciprocamente vantaggioso per l’Unione europea e i paesi produttori e di transito della regione del Mar Caspio. Ciò dovrebbe condurre a una maggiore diversificazione delle rotte di approvvigionamento energetico, fornitori e risorse e rafforzerà pertanto la sicurezza energetica dell’Unione europea. Un obiettivo specifico consiste nella promozione del progetto Nabucco.

La questione del corridoio energetico strategico verrà probabilmente affrontata durante l’incontro del consiglio permanente per il partenariato energetico tra Russia e Unione Europea, che sarà organizzata dalla presidenza ceca probabilmente a maggio, proprio in preparazione dell’incontro al vertice tra Unione europea e Russia, in programma per il 22 maggio 2009. L’importanza del corridoio energetico strategico citato da alcuni onorevoli parlamentari è stata chiaramente sottolineata dalla controversia sul gas tra Russia e Ucraina all’inizio di gennaio.

Durante la seduta straordinaria del Consiglio del 12 gennaio 2009, dedicato all’argomento in questione, si sono adottate conclusioni che hanno delineato un certo numero di misure da intraprendere nel breve, medio e lungo periodo. La presidenza si adopererà per garantire che si dia seguito in modo adeguato e concreto a tali misure nel quadro dell’elevata priorità assegnata alla questione della sicurezza dell’approvvigionamento energetico.

 
  
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  Colm Burke (PPE-DE) . – (EN) Desidero ringraziare il presidente in carica per la sua risposta esauriente. In effetti, l’interrogazione in questione era stata presentata prima della disputa tra Russia e Ucraina. Era mia opinione che la stessa si sarebbe verificata in quel periodo. Desidero porre al presidente il seguente quesito: nel quadro del trattato di Lisbona abbiamo discusso una politica energetica comune; potrebbe descrivere a grandi linee, nelle sue vesti di presidente in carica le sue opinioni relativamente agli strumenti migliori previsti dal trattato per affrontare tali sfide in futuro, nonché i vantaggi derivanti dall’impostazione generale di Lisbona e del trattato?

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (PSE). – (LT) Grazie della spiegazione su un argomento davvero rilevante. Desidero chiedere l’opinione della Repubblica Ceca, paese che detiene la presidenza, in merito al progetto Nordstream, che presenta sia elementi positivi che negativi, nonché alcuni dubbi relativi al suo impatto sull’ambiente. Pertanto, all’inizio della presidenza, qual’è la vostra valutazione del progetto? Grazie.

 
  
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  Paul Rübig (PPE-DE) . – (DE) Sono interessato a scoprire se vi sia un’iniziativa nell’ambito del Consiglio Ecofin e da parte del commissario Kovács per avviare un progressivo sistema di sconti fiscali in tutta Europa per i progetti che sono imminenti, quali il gasdotto Nabucco o la costruzione di nuove centrali elettriche, al fine di creare degli incentivi e dare un impulso a tali strategiche iniziative.

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Tutte le interrogazioni riguardano questioni che stiamo discutendo quasi quotidianamente. In merito al trattato di Lisbona, sappiamo che esso prevede dei provvedimenti di solidarietà che dovrebbero aiutarci ad applicare il quadro giuridico per una migliore cooperazione nel settore energetico dell’Unione europea. E si tratta di un primo aspetto della questione.

Allo stesso tempo, ritengo che abbiamo appreso una lezione dall’attuale crisi. La solidarietà come slogan politico è una questione. Altro è invece la necessità di reagire prontamente in un momento di crisi e di rispondere, ad esempio, a situazioni difficili come quelle della Bulgaria o della Slovacchia durante la crisi. Pertanto, abbiamo bisogno di migliorare i collegamenti per le forniture di gas, in particolare nell’Europa centrale e orientale. E’ necessario disporre di un compressore sul gasdotto per poter invertire il flusso. Ad esempio, il mio paese ne ha uno grazie alla modernizzazione e ai relativi investimenti compiuti nel settore, ma in Slovacchia, per esempio non è così.

Giungo così alla sua domanda sull’esistenza o meno di programmi di investimento che coprano le esigenze di medio e lungo periodo. Posso rispondere in modo affermativo. Infatti, oggi mi sono incontrato con i presidenti delle commissioni per il bilancio, per l’industria, la ricerca e l’energia, nonché con per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, poiché esiste un residuo di 5 miliardi di euro non spesi l’anno scorso, ed è stato deciso nel quadro del piano di ripresa economica di stanziarli per progetti infrastrutturali. In base alla proposta della Commissione del mese scorso, 3,5 miliardi di questi 5 miliardi di euro dovrebbero essere stanziati a favore di progetti per i collegamenti realizzabili nei prossimi due anni, dal 2009 al 2010, nel settore dei gasdotti, dei collegamenti di reti elettriche e della connessione di gasdotti con turbine a vento in alto mare nell’Europa settentrionale.

Posso pertanto affermare che è previsto un piano e, per quanto concerne il progetto Nord Stream, che è in corso una discussione in merito, come tutti sanno. Ritengo che un insegnamento da trarre dall’attuale crisi tra Mosca e Kiev sia che dovremmo disporre di mezzi per la soluzione di tali problematiche qualora dovessero riproporsi, sia con la Russia che con l’Ucraina.

Abbiamo il progetto Nabucco, che dovrebbe portare il gas in Europa da paesi diversi dalla Russia, vale a dire dal bacino del Mar Caspio. Ma dovremmo anche poter diversificare la via di transito del gas verso l’Europa, affinché tale risorsa non provenga da un unico paese. L’Ucraina, per esempio, credo sia il nostro unico fornitore via terra.

Certamente esistono delle preoccupazioni sul possibile impatto ambientale. Taluni Stati membri hanno sollevato la questione e non esiste alcun mistero in tal senso. Tuttavia, credo sia davvero necessario diversificare sia le rotte che i fornitori.

 
  
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  Presidente . – Annuncio l’interrogazione n. 5 dell’onorevole Doyle (H-1044/08).

Oggetto: Controllo del tabacco e abbandono del fumo

La Convenzione quadro OMS sul controllo del tabacco (FCTC) è il primo accordo internazionale in materia di salute sottoscritto e ratificato dall'Unione europea e da tutti gli Stati membri ad eccezione di uno, la Repubblica ceca. Quali piani ha la Presidenza ceca, che guiderà le discussioni sull'FCTC, per far ratificare la convenzione dalla Repubblica ceca?

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) Di fronte all’interrogazione dell’onorevole Doyle mi viene da chiedermi se sia io la persona più indicata a rispondere a tale domanda. L’ultima volta che ne abbiamo discusso ci trovavamo nell’unico luogo di questo edificio in cui io, fumatore incallito, posso fumare. La convenzione quadro dell’OMS per il controllo del tabacco. Credo che il fatto non le sia sfuggito, ed è per tale motivo che mi corre l’obbligo di rispondere al suo interrogativo. Mia madre mi consigliava sempre di rispondere con sincerità in ogni occasione e sono pertanto combattuto tra leggere la risposta e dire ciò che penso in proposito.

Coglierò l’occasione per iniziare da una prospettiva personale. Appartengo a una minoranza che in Europa rappresenta il 30 per cento della popolazione: sono un fumatore incallito e subisco delle forti discriminazioni in questo edificio. Il mio appello a titolo personale, e non a nome del Consiglio, è di provvedere a condizioni migliori per consentirci di soddisfare il nostro vizio. E ora le devo una risposta.

L’interrogazione verte sull’andamento della ratifica della convenzione quadro da parte della Repubblica ceca. Posso assicurarle che il processo di ratifica è in atto e lo è dal 2003. Attualmente si sta compiendo un nuovo sforzo per ottenere l’approvazione del parlamento ceco. La nuova proposta per la ratifica è ora nelle mani del nuovo ministro della Sanità – una fumatrice, come il suo predecessore –, che la sottoporrà all’esame delle varie agenzie coinvolte, e giungerà in parlamento ben presto.

Il processo di ratifica sarà completato, se troveremo i voti necessari in parlamento. In Senato non sarà un’impresa facile, poiché quando viaggiano per l’Europa i senatori incontrano i medesimi problemi a cui ho accennato poc’anzi. Tuttavia, un fatto è importante: che si dia piena attuazione alla legge in modo tale che tutte le norme rispettino gli impegni presi nel quadro della convenzione quadro.

Quanto all’impostazione della presidenza: il prossimo incontro ufficiale della convenzione quadro dell’OMS per il controllo del tabacco sarà il terzo incontro dell’organo internazionale per le trattative sul commercio illecito del tabacco e dei prodotti del tabacco. In tale contesto il mio paese, nonché la presidenza, è pienamente impegnato alla lotta contro il commercio illecito di prodotti del tabacco. I lavori si svolgeranno dal 28 giugno al 5 luglio a Ginevra e pertanto condivideremo il ruolo di presidenza con la Svezia, poiché in quei giorni la Repubblica ceca cederà la presidenza ai nostri amici di Stoccolma. Questa è la mia risposta.

 
  
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  Avril Doyle (PPE-DE) . – (EN) Ringrazio il Presidente in carica. Non era mia intenzione infierire con tale interrogazione, presentata, d’altronde, nel dicembre scorso.

Sono contraria al fumo, non ai fumatori. Tutti concordiamo sul fatto che necessitino di tutto l’aiuto possibile per le terapie sostitutive della nicotina e quant’altro. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere i danni recati dal fumo passivo a coloro che non amano il fumo. Il mio non è un attacco personale.

E’ in grado di garantire che la convenzione quadro sarà ratificata entro il termine della presidenza ceca? Sarebbe davvero importante se potesse farlo. Dopotutto, le sigarette sono l’unico prodotto in commercio che se usato dai consumatori in conformità con le istruzioni ne uccide uno su due. Davvero straordinario.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE-DE) . – (EN) Un ringraziamento al presidente in carica per la sua sincerità. Lei ha fatto riferimento a sua madre e io stessa, in quanto madre, pur essendo solidale nei confronti della sua situazione in questo edificio, desidero esortarla a smettere di fumare. Se fossimo in Irlanda, l’unica possibilità che avrebbe sarebbe di fumare all’aperto.

La mia domanda è la seguente: ha mai pensato di prendere l’iniziativa, smettendo di fumare ed esortando i suoi colleghi senatori a fare altrettanto?

 
  
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  Alexandr Vondra, presidente in carica del Consiglio. − (EN) A conclusione dell’insolita discussione di questa sera posso dire che mia madre ha fumato in gravidanza ed eccomi qui, vice primo ministro della Repubblica ceca. Anche mio fratello e mia sorella godono ottima salute. Mia moglie è stata ed è tutt’ora una fumatrice, eppure abbiamo tre figli belli e intelligenti – questa è la mia opinione personale in merito alla questione.

Ho notato che tale argomento è oggetto di particolare interesse in Irlanda, dove sono stati adottati i provvedimenti in questione. La data della ratifica nella Repubblica ceca è nelle mani dei deputati e senatori cechi. Il parlamento è sovrano.

Nel mio paese mi sto impegnando per la ratifica nel minor tempo possibile del trattato di Lisbona. Nelle discussioni sul trattato, i senatori mi chiedono spesso se l’adozione del trattato comporterà la perdita della libertà di fumare in determinati luoghi pubblici.

Donde il dilemma. Cos’è più importante: il trattato di Lisbona o la libertà dei fumatori? Tuttavia, posso assicurarvi che il governo farà tutto quanto in suo potere per ottenere la ratifica di entrambi i trattati. Li abbiamo sottoscritti entrambi e spetta al governo fare tutto il possibile per la loro ratifica.

 
  
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  Presidente . Le interrogazioni che non sono state prese in esame per mancanza di tempo riceveranno risposta per iscritto (vedasi Allegato).

 
  
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  Presidente . – Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni rivolte al Consiglio.

(La seduta, sospesa alle 19.15, riprende alle 21.00.)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente

 

15. Le drammatiche conseguenze della tempesta “Klaus” nel sud dell’Europa (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulle drammatiche conseguenze della tempesta Klaus nel sud dell’Europa.

 
  
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  Androulla Vassiliou, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, la Commissione europea desidera esprimere il proprio cordoglio per l’alto numero di vittime provocato dalla tempesta Klaus e porge le proprie condoglianze alle famiglie francesi, italiane e spagnole per la perdita dei propri cari. Si tratta senza dubbio di una tragedia umana che ha avuto un impatto devastante sulla vita, sulle case e sulle attività delle persone. Si tratta, allo stesso tempo, di un disastro ecologico.

Sebbene la tempesta abbia avuto un impatto estremamente forte, essa ha colpito solo una striscia di territorio circoscritta e le risorse nazionali sono state in grado di reagire immediatamente al disastro.

Per questo motivo, il meccanismo comunitario di protezione civile non è stato attivato. Tuttavia, il Centro di monitoraggio e informazione della Commissione si è tenuto in stretto contatto con gli Stati membri interessati sin dai primi momenti in cui la tempesta è stata prevista.

Altri Stati membri erano stati allertati per la situazione e si preparavano a fornire soccorso alle regioni interessate. Ad esempio, la Repubblica Ceca ha offerto assistenza di sua spontanea volontà.

La Commissione sta ora cooperando con le autorità degli Stati membri colpiti affinché vengano individuate misure di sostegno da parte dell’Unione europea. Tra le varie possibilità, c’è quella del Fondo di solidarietà dell’Unione europea o di una riprogrammazione dei Fondi strutturali e del Fondo per lo sviluppo rurale.

La tempesta Klaus ci ricorda tristemente che le catastrofi naturali costituiscono una minaccia crescente per tutti gli Stati membri dell’Unione. Alluvioni devastanti hanno colpito l’Europa centrale nel 2000 e nel 2002, il Regno Unito nel 2007, la Romania e i paesi confinanti con l’Unione europea lo scorso anno. L’ondata di caldo del 2003 ha mietuto decine di migliaia di vittime. Nel 2003 e nel 2007, incendi boschivi hanno devastato il Portogallo e la Grecia. Questi eventi ci danno un’idea di come il cambiamento climatico possa influenzare il futuro dell’Unione europea poiché, man mano che il clima cambia, è lecito aspettarsi eventi climatici ancora più estremi.

E’ necessario che gli Stati membri e la Comunità uniscano le proprie forze al fine di prevenire catastrofi, di circoscrivere l’impatto da loro prodotto e di migliorare la capacità di reazione alle catastrofi dell’Unione.

La Commissione, a breve, adotterà una comunicazione su un approccio comunitario alla prevenzione delle catastrofi naturali e di origine umana. Attendiamo con ansia di ricevere un riscontro dal Parlamento sulle idee ivi esposte.

La Commissione vorrebbe altresì sottolineare l’importanza di fare passi avanti nella revisione del regolamento del Fondo di solidarietà. La proposta contribuisce ad accelerare la tempestività delle risposte, consentendo pagamenti anticipati, e contiene criteri semplificati per l’attivazione del Fondo in minor tempo. Sebbene il Parlamento abbia ampiamente sostenuto la proposta della Commissione, il Consiglio non ha mostrato progressi.

Queste iniziative contribuiscono a creare un’autentica politica europea di gestione delle catastrofi e la Commissione si augura che il Parlamento europeo continui a sostenerla negli sforzi intrapresi per consolidare la capacità dell’Unione europea di gestire le catastrofi naturali e di origine umana.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. KRATSA-TSAGAROPOULOU
Vicepresidente

 
  
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  Christine De Veyrac, a nome del gruppo PPE-DE. – (FR) Signora Presidente, parlo anche a nome del collega, l’onorevole Lamassoure. Nel novembre 1999, presi la parola, proprio in questa Aula, a seguito della tempesta che si era abbattuta nel sud-ovest della Francia, per fare appello alla solidarietà europea nei momenti in cui disastri naturali su larga scala provocano distruzione nei nostri paesi. Dieci anni fa mi fu detto che non esisteva alcun fondo europeo per aiutare i nostri concittadini in un momento di bisogno come quello.

Dal 1999, mentre i disastri naturali continuavano purtroppo a provocare morte e grande distruzione in Europa, l’azione dell’Unione europea è stata fortunatamente rafforzata con la creazione, nel 2002, del Fondo di solidarietà dell’Unione europea, su iniziativa della Commissione e dell’onorevole Barnier. Tale fondo ci consente di adottare provvedimenti rapidi ed efficaci all’interno di un sistema flessibile.

Allo stato attuale, credo sia necessario mobilitare questo fondo al fine di fornire assistenza alle regioni colpite e, a tal riguardo, sostengo gli appelli del governo francese affinché ci si mobiliti il più rapidamente possibile. Ho preso nota, Commissario Vassiliou, del desiderio della Commissione di accelerare i provvedimenti. Quando si tratta di infrastrutture danneggiate c’è, infatti, una necessità immediata di aiuto.

I provvedimenti urgenti riguardano anche le foreste. Vorrei insistere su questo punto, visto che la tempesta ha devastato un’area che oscilla tra il 60 e il 70 per cento della foresta nelle zone a sud della Gironda e delle Landes, in un momento in cui questa stessa foresta, una delle più grandi in Europa, riusciva a malapena a riprendersi dai danni causati nel 1996 e nel 1999. Lei è consapevole del fatto che non esiste un’assicurazione per questa tipologia di danni e i silvicoltori si ritrovano ormai senza un centesimo di fronte alla catastrofe. Dobbiamo far sentire loro la nostra solidarietà ed assisterli nella ricostruzione del patrimonio naturale di queste regioni.

Prima di concludere, mi consenta di dedicare un pensiero alle vittime della tempesta Klaus in Francia, Spagna e Italia e di esprimere il mio sostegno alle loro famiglie.

 
  
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  Kader Arif, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signora Presidente, Commissario Vassiliou, onorevoli colleghi, le immagini della tempesta del 1999, che è stata appena menzionata e che colpì il sud-ovest della Francia provocando danni spaventosi, sono ancora impresse nella nostra memoria collettiva.

Sarebbe riduttivo affermare che l’Europa non era pronta ad affrontare, nuovamente e in così breve tempo, una tragedia di questa portata. Alcuni la ritengono una sorta di colpo inflitto dal destino ma io credo che si sia trattato piuttosto di un agghiacciante esempio del cambiamento climatico al quale lei, Commissario Vassiliou, ha appena accennato e contro il quale ci limitiamo a proporre soluzioni vaghe quando, invece, è necessario adottare provvedimenti urgenti. Questa situazione va affrontata in maniera responsabile. Purtroppo dobbiamo essere preparati anche ad affrontare nuovi disastri naturali.

Lo scorso 24 e 25 gennaio, la tempesta Klaus, che si è abbattuta nel sud dell’Europa, ha ucciso 11 persone in Francia, 14 in Spagna e 3 in Italia. Ha provocato danni significativi, distruggendo scuole e numerose abitazioni, migliaia di persone si sono ritrovate senza corrente, riscaldamento, acqua potabile e collegamenti telefonici e alcuni settori economici sono precipitati in una situazione critica, come è accaduto ad esempio nel caso dell’industria del legname.

Desidero esprimere la mia solidarietà alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che sono stati colpiti e il mio sostegno ai consiglieri locali; allo stesso tempo vorrei approfittare di questa discussione per rivolgere un appello alla Comunità europea poiché va detto che una situazione del genere necessita di una risposta e, principalmente, di solidarietà a livello europeo.

Certo, in Francia è stato dichiarato lo stato di calamità naturale, il che faciliterà l’invio di aiuti alle vittime del disastro naturale, ma ciò non deve distogliere dalla necessità di adottare provvedimenti coordinati a livello europeo per integrare gli sforzi profusi dagli Stati membri per proteggere le popolazioni, l’ambiente e il patrimonio delle città e delle regioni colpite dalle catastrofi.

Di fatto, ciò implica in primo luogo una centralizzazione delle informazioni a livello europeo, in modo tale da poter stimare con precisione i danni. In secondo luogo, dobbiamo stanziare i fondi necessari a sostenere le autorità locali che si trovano ad affrontare sfide enormi. In particolare, dovremmo dare il nostro appoggio ai servizi pubblici che hanno svolto un lavoro eccezionale e di cui abbiamo un disperato bisogno per provvedere alla riparazione di infrastrutture e di apparecchiature nei settori della fornitura di corrente elettrica, dell’approvvigionamento idrico, delle fognature, dei trasporti e delle telecomunicazioni, della sanità e dell’istruzione.

Le catastrofi avvenute nel passato hanno dimostrato quanto sia necessaria un’azione a livello europeo e hanno consentito alla prevenzione dei rischi naturali di essere inclusa tra gli obiettivi del Fondo europeo per lo sviluppo regionale. D’ora in poi, l’Europa deve dimostrare la sua capacità di reagire e di tradurre la propria solidarietà in provvedimenti di carattere pratico. Spero dunque, sebbene lei lo abbia appena detto, che