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Procedura : 2009/2556(RSP)
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Testi presentati :

RC-B6-0127/2009

Discussioni :

PV 12/03/2009 - 13.3
CRE 12/03/2009 - 13.3

Votazioni :

PV 12/03/2009 - 14.3
CRE 12/03/2009 - 14.3

Testi approvati :

P6_TA(2009)0145

Discussioni
Giovedì 12 marzo 2009 - Strasburgo Edizione GU

13.3. Espulsione di ONG dal Darfur
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PV
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  Presidente . – L’ordine del giorno reca la discussione su sei proposte di risoluzione sull’espulsione delle ONG dal Darfur.(1)

 
  
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  Charles Tannock, autore. – (EN) Signora Presidente, era perfettamente prevedibile che il presidente sudanese Al-Bashir avrebbe risposto con un gesto politico all’atto d’accusa del Tribunale penale internazionale (TPI), ma la decisione di espellere dal paese le ONG e le agenzie responsabili degli aiuti rafforza la sua immagine di brutale tiranno privo di scrupoli per le sofferenze del popolo su cui formalmente governa.

Sono in pochi ad affermare che quanto accaduto nel Darfur non è genocidio; ancora meno sono coloro che sostengono apertamente Al-Bashir, mentre la Cina purtroppo si distingue per essere l’unica a parlare in sua difesa alla luce del cospicuo coinvolgimento cinese nel settore estrattivo sudanese.

Come gran parte degli onorevoli colleghi, accolgo con favore l’atto d’accusa del Tribunale penale internazionale contro il presidente Al-Bashir e il mandato d’arresto internazionale a suo nome; forse non andrà a buon fine, ma rimane un gesto importante per dimostrare che tutto il mondo aborre gli orrori perpetrati senza alcun rimorso da Al-Bashir nel Darfur.

Credo che l’atto d’accusa rafforzi la reputazione del Tribunale penale internazionale, sinora ignorato da certuni – compresa una grande potenza come gli Stati Uniti – per timore di azioni giudiziarie a sfondo politico. E’ sorprendente come gli Stati Uniti, che non sono tra i firmatari dello Statuto di Roma, abbiano sfruttato la propria presenza nel Consiglio di sicurezza dell’ONU per agevolare l’incriminazione di Al-Bashir da parte del Tribunale.

Una via d’uscita dall’impasse è rappresentata dalla possibilità che il Consiglio di sicurezza annulli l’incriminazione, com’è suo diritto fare ai sensi dello Statuto di Roma, a condizione che Al-Bashir vada in esilio e che cessino le repressioni e le uccisioni, visto e considerato che il governo sudanese non ha mai sottoscritto lo Statuto di Roma.

Sebbene alcuni possano considerare questa come una risposta inadeguata alle uccisioni perché di fatto corrisponde a una specie di parziale immunità, è pur vero che in tal modo ci si sbarazza del principale protagonista e si risparmiano altri massacri al già tormentato popolo del Darfur, consentendo all’intero Sudan di lasciarsi tutto alle spalle. Se Al-Bashir rifiutasse, verrebbe allora giudicato ai sensi del diritto internazionale. L’Unione africana, la Lega araba e la Cina dovrebbero spiegarlo chiaramente al presidente Al-Bashir prima che sia troppo tardi per lui e per il suo regime brutale.

 
  
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  Catherine Stihler, autore. – (EN) Signora Presidente, la situazione nel Darfur è disperata. Provate a immaginare le sofferenze umane che si celano dietro le statistiche delle Nazioni Unite, secondo cui ad aver bisogno di assistenza sono ben 4,7 milioni di persone – tra le quali 2,7 milioni di sfollati interni.

Non possiamo permettere un ulteriore aggravarsi della situazione: esorto il governo del Sudan a revocare la decisione di espellere dal Darfur ben tredici importanti organizzazioni non governative. Nel Darfur le agenzie di aiuti stanno realizzando la maggiore operazione umanitaria del mondo. A quanto pare abbiamo appena scoperto che sono scomparsi tre operatori di Medici senza frontiere; l’allontanamento delle ONG potrebbe produrre maggiori perdite di vite umane a causa dell’interruzione nei servizi sanitari e dei focolai di malattie infettive quali diarrea e malattie respiratorie. I bambini sono molto esposti a tali rischi.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che l’espulsione delle organizzazioni umanitarie metterebbe a repentaglio più di un milione di vite umane. Rilevo che vi è la massima urgenza umanitaria di consentire alle agenzie di continuare la propria opera di assistenza. Come ha detto il presidente Obama, è inaccettabile che così tante persone rischino la vita. Dobbiamo riuscire a far tornare in loco le organizzazioni umanitarie e quindi invito gli onorevoli colleghi a sostenere la risoluzione.

 
  
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  Erik Meijer, autore. – (NL) Signora Presidente, da anni a guidare il Sudan vi sono regimi fondati su una combinazione di forza militare, orgoglio nazionale arabo e concetti islamici conservatori. L’obiettivo principale di questi regimi è stato e rimane quello di tenere insieme il territorio di un paese vastissimo, abitato da popoli totalmente diversi tra loro. Tali popolazioni vengono assoggettate con qualsiasi mezzo possibile all’autorità della capitale Khartum.

Per questo motivo da anni è in corso una guerra contro il movimento separatista nella regione a sud del paese, che per la maggior parte non è né araba né islamica. Vi sono ancora molti dubbi sull’eventualità che il sud abbia la facoltà di esercitare davvero il diritto alla secessione concordata per il 2011.

Il governo punta a evitare a ogni costo una simile secessione nella regione occidentale del Darfur, ove vi è da sempre un conflitto di interessi tra pastori nomadi e agricoltori stanziali. Il governo ha ora preso posizione nella controversia: lo spopolamento della regione, ottenuto espellendo la popolazione stanziale verso il vicino Ciad, è uno strumento importante per mantenere sotto controllo la zona. Per portare a termine questo lavoro sporco il governo può fare a meno di osservatori stranieri, operatori umanitari e mediatori.

Molti anni fa la commissione parlamentare per gli affari esteri, la sicurezza e la politica di difesa aveva chiesto l’intervento militare europeo; simili richieste piacciono a certi gruppi della nostra opinione pubblica e danno l’impressione che un’Europa ricca e potente sia in grado di imporre soluzioni proprie al resto del mondo. Nella realtà non è una soluzione praticabile; inoltre rimane vago l’esatto obiettivo di un tale intervento.

A prescindere che la soluzione sia l’aiuto umanitario temporaneo o la creazione di uno Stato indipendente del Darfur, agli occhi dell’Africa essa rappresenterebbe un’ennesima dimostrazione di forza colonialista europea, dettata principalmente dall’egoismo europeo. Le indagini sui crimini di guerra e il mandato d’arresto internazionale contro il presidente Al-Bashir rappresentano una strategia meno spettacolare, ma forse più efficace. Dall’esterno si devono sempre offrire aiuti umanitari e un contributo a soluzioni pacifiche. Le popolazioni colpite, ormai fuggite per la maggior parte, lottano per sopravvivere e meritano il nostro sostegno.

 
  
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  Marios Matsakis, autore. – (EN) Signora Presidente, il Parlamento è molto preoccupato per la decisione del governo sudanese di espellere le organizzazioni umanitarie dal Darfur in quanto ciò avrebbe conseguenze catastrofiche per centinaia di migliaia di civili innocenti. Sappiamo che il commissario Michel, la presidenza dell’Unione europea, il coordinatore dell’aiuto d’urgenza delle Nazioni Unite, il presidente Obama e molti altri si sono impegnati per cercare di ottenere la revoca della decisione.

Trattandosi di una questione assai delicata che richiede molto tatto, riteniamo che, prima di approvare una risoluzione in Aula, si debba dare un’ultima chance a questi sforzi. Pertanto voteremo contro la risoluzione non perché in disaccordo sui contenuti, ma perché dobbiamo attendere l’esito dei tentativi in corso. Crediamo sia la cosa più logica e sensata da fare in questa fase e nelle attuali circostanze.

 
  
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  Ewa Tomaszewska, autore. – (PL) Signora Presidente, a casa della spietata pulizia etnica nel Darfur, si contano ormai circa 300 000 morti e 2,5 milioni di rifugiati, mentre servono aiuti umanitari per 4,7 milioni di persone. Più di 10 000 persone sono rifugiate in Ciad, ove è presente una missione di pace che comprende un contingente dell’esercito polacco. Mentre la popolazione soffre una delle più gravi crisi umanitarie del mondo, dal Darfur vengono espulsi i rappresentanti di organizzazioni dei diritti umani e di aiuti umanitari, come Polska Akcja Humanitarna o Medici senza frontiere. Il Tribunale penale internazionale dell’Aia ha formulato un atto d’accusa contro il presidente sudanese Al-Bashir – responsabile della situazione – per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, spiccando un mandato d’arresto a suo nome. Il Tribunale lo accusa di aver autorizzato genocidi, omicidi e sfollamenti e di aver tollerato torture e stupri. Sosteniamo pienamente la decisione del Tribunale e chiediamo che si consenta il ritorno in Darfur alle organizzazioni umanitarie, che potranno così offrire aiuto alla popolazione.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, autore. – (ES) Signora Presidente, credo che la risoluzione arrivi in un momento cruciale per due motivi. Come già ricordato, la prima ragione riguarda l’incriminazione del presidente Al-Bashir, per la quale anche io esprimo apprezzamento; ciò dimostra non solo l’importanza di porre fine alla situazione in atto specie nel Darfur – malgrado si rifletta sull’intero contesto del Sudan – ma anche come la comunità internazionale possa e debba agire quando si toccano gli estremi raggiunti nel caso sudanese.

Idealmente si dovrebbe obbligare il presidente Al-Bashir alle dimissioni, consegnandolo direttamente al Tribunale penale internazionale. E’ improbabile che ciò avvenga, ma almeno la risposta della comunità internazionale deve seguire chiaramente tale linea ed evitare tentennamenti sulla procedura.

In secondo luogo la situazione umanitaria ci impone di adottare una posizione netta sulle notizie arrivate in giornata, ossia il rapimento di tre operatori di Medici senza frontiere, di cui al momento si ignorano le condizioni e il luogo di permanenza, e l’espulsione di tredici ONG che di recente hanno fornito assistenza di base rispondendo tra l’altro a esigenze fondamentali.

L’espulsione dimostra che la risposta data dal governo va nella direzione esattamente opposta a quella necessaria, auspicabile e accettabile per l’Unione europea e soprattutto per la comunità internazionale.

Non solo l’espulsione è inaccettabile, ma impone una replica che deve corrispondere alla situazione specifica. Per tali motivi ritengo fondamentale e cruciale la risoluzione, che va oggi adottata con la più grande maggioranza possibile. Esorto gli onorevoli colleghi ad approvarla per garantire che l’Unione non rimanga indietro su tale fronte.

Vorrei infine rivolgere una specifica richiesta all’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani: chiedo che avvii un’indagine per appurare se l’espulsione delle ONG vada aggiunta al lungo elenco di crimini di guerra per i quali le autorità sudanesi saranno naturalmente chiamate a rispondere.

 
  
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  Bernd Posselt, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signora Presidente, signora Commissario, ci ritroviamo in una situazione molto complessa, ma non c’è bisogno di attendere ulteriori sviluppi in Sudan perché quanto sta accadendo non è né incomprensibile né sorprendente. Da decenni è in atto una guerra contro la popolazione del Sudan meridionale e la politica del genocidio di Al-Bashir ha causato una catastrofe umanitaria; milioni di persone sfollate lottano per sopravvivere e si ritrovano in questa situazione da mesi o da anni, non da settimane. Questo è un lato della medaglia.

Dall’altro lato siamo in effetti di fronte a una situazione che ci impone di non mettere a repentaglio il lavoro delle organizzazioni umanitarie, le cui preoccupazioni e esigenze vanno prese sul serio. Nel decidere la strada da intraprendere dobbiamo lasciarci guidare dai fatti. La realtà è che Al-Bashir sta deliberatamente esercitando pressioni sulle organizzazioni umanitarie. Chiunque sia stato testimone dei suoi gesti dimostrativi, del suo atteggiamento beffardo nell’azione contro le organizzazioni umanitarie e delle sue varie manifestazioni, sa che il suo intento è provocare.

Non dobbiamo lasciarci provocare, né possiamo semplicemente restare in silenzio, come vorrebbero molti onorevoli colleghi – nemmeno questo farebbe impressione al dittatore. Suggerisco quindi di stralciare i paragrafi 2, 5 e 6 della risoluzione e di adottarne il resto come proposto.

 
  
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  Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signora Presidente, ho qui una lettera di ventotto donne del Darfur, scampate dal teatro di guerra, che è indirizzata all’Unione africana e alla Lega araba. In questa lettera datata 4 marzo 2009 le donne del Darfur esprimono sostegno al mandato emesso dal Tribunale penale internazionale per l’arresto del leader sudanese Al-Bashir. Per la prima volta in sette anni d’attività il Tribunale spicca un mandato contro un capo di Stato in carica. Nella lettera le donne del Darfur descrivono terribili scene di violenze e stupri, che fanno parte della vita quotidiana in una regione ove lo stupro è utilizzato intenzionalmente come arma per far soffrire le donne stigmatizzandole, nonché per distruggere l’unità e scoraggiare l’intera società.

Omar Al-Bashir ha risposto al mandato d’arresto internazionale con l’espulsione dal Sudan di tredici organizzazioni umanitarie straniere. Ciò significa che nelle prossime settimane oltre un milione di persone nei campi profughi sudanesi non avranno più accesso ad aiuti fondamentali come acqua potabile, cibo o cure mediche. La scarsità di acqua potabile, che si farà sentire nei prossimi giorni, causerà il diffondersi di malattie infettive specie nel Darfur occidentale; secondo le testimonianze, vi sono casi di diarrea nel campo di Zam-Zam e di meningite nel campo di Kalma. I bambini saranno le prime e le principali vittime della decisione presa dal governo sudanese; l’espulsione dal Darfur delle organizzazioni umanitarie, voluta da Al-Bashir, si tradurrà in ulteriori reati.

La risoluzione del Parlamento europeo invita le Nazioni Unite e il Tribunale penale internazionale ad accertare se l’ultima decisione del presidente sudanese non costituisca un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale. Il governo di Al-Bashir non garantisce ai cittadini sudanesi il diritto alla tutela e deve essere quindi chiamato a rispondere della violazione di tale diritto di fronte alla comunità internazionale.

 
  
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  Leopold Józef Rutowicz, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signora Presidente, nel Darfur sta accadendo una delle peggiori tragedie del mondo contemporaneo su istigazione del presidente sudanese Al-Bashir. Quasi cinque milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti umanitari, mentre invece il governo sudanese ha deciso di espellere dal Darfur tredici delle principali ONG. Nel XXI secolo assisteremo a un genocidio su vasta scala, causato dalle malattie che si diffonderanno non appena finiranno gli aiuti sanitari e alimentari. La presente risoluzione, che ha il mio appoggio, non è sufficiente perché in questo caso dobbiamo indurre l’Unione africana e le Nazioni Unite ad autorizzare un intervento militare per fermare il genocidio.

 
  
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  Urszula Krupa, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL) Signora Presidente, il conflitto in Sudan, in atto da oltre 50 anni, ha radici razziali, religiose ed economiche e ha già provocato più di 3 milioni di vittime, costringendo oltre 4,7 milioni di persone nella regione ad abbandonare le proprie case. Malgrado i tentativi di raggiungere un accordo e le missioni di pace volute dalle Nazioni Unite, ultimamente nel Darfur si è aggravato il conflitto tra arabi e non arabi.

Gli ultimi sviluppi della peggiore crisi umanitaria al mondo, portata all’attenzione del Parlamento europeo, riguardano la decisione presa dal governo sudanese, sotto la guida del presidente Al-Bashir, di espellere tredici organizzazioni umanitarie che forniscono aiuti indispensabili come cibo, farmaci e cure mediche. Le fotografie e i video che arrivano dal Darfur commuovono il pubblico di tutto il mondo, ma non riflettono appieno la crisi della regione, le cui popolazioni cercano di fuggire nel vicino Ciad o in altri paesi e continenti, tra cui Egitto, Israele, Stati Uniti, Canada ed Europa.

Il presidente sudanese, accusato di crimini di guerra, non è l’unico responsabile delle violazioni dei diritti umani, tra cui stupri di massa, rapimenti, sfollamenti, inedia, epidemie e torture. La colpa è anche delle grandi potenze mondiali e dei loro leader, che scaricano gli uni sugli altri le responsabilità nella fornitura di armi o nelle speculazioni. L’intervento del pubblico ministero del Tribunale penale internazionale, che ha voluto incriminare il presidente sudanese spiccando un mandato per il suo arresto, arriva nel decimo anniversario dell’istituzione della corte; secondo alcuni, tale decisione potrebbe avere conseguenze disastrose per il Darfur e porre fine alla missione delle Nazioni Unite.

Non è la prima volta che esprimiamo malcontento e indignazione di fronte alle violazioni dei diritti umani nella regione. Tuttavia non si è dato corso alla precedente risoluzione esaustiva del Parlamento europeo, in cui si invitavano gli organismi internazionali a imporre sanzioni e a bloccare le attività economiche che fomentano il conflitto. Sono certa che, alimentando gli scontri, i responsabili della situazione intendono rendere omogenea la popolazione nel Darfur prima del referendum sulla secessione dal Sudan, che si terrà nel 2011.

 
  
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  José Ribeiro e Castro (PPE-DE) .(EN) Signora Presidente, la verità è che eravamo a conoscenza dell’ordine imminente di espellere le ONG e quindi ribadisco la mia preferenza per una linea ferma e netta, che è al contempo pragmatica – troppo facile fare gli eroi standosene seduti al bar, a miglia e miglia di distanza.

Quelli di noi che hanno visitato il Darfur nel luglio 2007 e che si sono recati a al-Geneina, al-Fashir, Nyala e Kapkabia visitando molti campi profughi nei pressi di queste città, conoscono perfettamente le sofferenze della popolazione e lo straordinario lavoro delle ONG. È pertanto essenziale proteggere il resto delle ONG adoperandosi con ogni mezzo per farle rimanere nella regione, nonché sostenere pienamente le organizzazioni che rimangono, tra cui gli enti religiosi di beneficenza.

Sono anche a favore di maggiori pressioni sulla Cina, che da un lato non esercita la necessaria pressione sulle autorità di Khartum e dall’altro ritarda o blocca misure più efficaci a livello di Nazioni Unite.

Appoggio anche l’idea dell’onorevole Tannock secondo cui una via d’uscita qualsiasi è una buona via d’uscita. La gente del Darfur e del Sudan tirerebbe un sospiro di sollievo se il presidente Al-Bashir se ne andasse e se finisse per sempre il suo regime. Ciò non significa impunità – l’impunità è continuare come fate voi da molti anni.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE) . – (PL) Signora Presidente, in base alle numerose statistiche esistenti, la guerra nel Darfur ha già causato oltre 200 000 vittime. Viene spesso citata come la peggiore crisi umanitaria della storia e paragonata al genocidio del 1994 in Ruanda. Secondo le Nazioni Unite, ad avere urgente bisogno di aiuto in questo momento sono quasi 5 milioni di sudanesi.

Il Tribunale penale internazionale ha spiccato un mandato d’arresto contro il presidente Hassan Al-Bashir per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il governo sudanese ha risposto con l’espulsione di tredici delle maggiori ONG coinvolte nella più grande operazione umanitaria nella storia. Questa decisione può avere conseguenze catastrofiche per la popolazione del Darfur, che si ritroverà priva di accesso alla necessaria assistenza medica; la diffusione incontrollata di malattie infettive può causare epidemie di massa, contribuendo così a un aumento del tasso di mortalità specie tra i bambini, che resteranno senza cure mediche o aiuti alimentari e che quindi perderanno ogni speranza di sopravvivenza in queste condizioni estremamente difficili.

In considerazione della situazione attuale, dovremmo condannare in modo inequivocabile la decisione presa dal governo sudanese di espellere dal paese le organizzazioni non governative, nonché chiedere la revoca della decisione. Nel contempo si devono invitare Commissione e Consiglio ad avviare i colloqui con l’Unione africana, la Lega araba e la Cina per far presenti al governo sudanese le conseguenze potenzialmente catastrofiche delle sue azioni. Dovremmo inoltre sostenere con forza le azioni del Tribunale penale internazionale e il suo indiscutibile contributo alla promozione della giustizia e del diritto umanitario a livello internazionale, nonché appoggiare le sue attività volte a stroncare l’illegalità.

In proposito dovremmo far sapere ai collaboratori sudanesi del presidente Al-Bashir che una condanna per crimini di guerra e crimini contro l’umanità è ormai inevitabile, come pure obbligare il governo sudanese a fermare le discriminazioni contro gli attivisti dei diritti umani, che hanno sostenuto il mandato d’arresto contro il presidente Al-Bashir emesso dal Tribunale. Ciò va intrapreso prima possibile per prevenire un’ulteriore crisi umanitaria, che fatalmente minaccia il Darfur.

 
  
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  Jürgen Schröder (PPE-DE) . – (DE) Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, mi sono personalmente recato in Darfur e nel vicino Ciad con l’onorevole Ribeiro e Castro, e posso quindi sottoscrivere pienamente le sue parole.

Si tratta di una vera e propria catastrofe, aggravata dal fatto che, a causa dell’espulsione delle organizzazioni non governative, si riesce a far arrivare solo il 60 per cento circa degli aiuti umanitari. La tragedia potrebbe degenerare e vi sono ben 3 milioni di persone che dipendono dal nostro aiuto. Pertanto, signora Presidente, signora Commissario, ritengo che sia di particolare rilevanza il paragrafo 4 della risoluzione, in cui chiediamo alla Cina – l’unica grande potenza mondiale ad avere influenza sulla regione – di convincere il governo sudanese a revocare l’espulsione delle ONG.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE-DE) . – (PL) Signora Presidente, nel campo della politica internazionale stiamo assistendo a fatti gravi: il presidente sudanese, su cui pende un mandato d’arresto, cerca di vendicarsi della comunità internazionale decretando l’espulsione di organizzazioni politicamente neutrali, che assicurano aiuti umanitari alle persone che soffrono nel Darfur. L’opinione pubblica internazionale non può certo ignorare il fatto che il presidente sudanese abbia messo al bando organizzazioni non governative come Polska Akcja Humanitarna che, negli ultimi cinque anni, si è impegnata in progetti di gestione delle acque nella regione del Darfur, in modo da aiutare il popolo sudanese. Il V Forum mondiale dell’acqua, come ricordato ieri in Aula, potrebbe essere l’occasione giusta per reagire al comportamento del presidente sudanese e mi auguro che a Istanbul, in un contesto politico, si sollevi la questione dell’espulsione delle ONG dal Darfur. Ironia della sorte, proprio mentre in Darfur il presidente Al-Bashir espelle le organizzazioni che cercano di risolvere il dramma della carenza idrica, il Forum si propone di affrontare tale problema che affligge miliardi di persone in tutto il mondo. Dobbiamo attivarci contro tale decisione.

 
  
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  Vittorio Prodi (ALDE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, molto rapidamente, noi siamo sotto il ricatto di un dittatore che ha preso come vittime, che si vuole avvalere sulle vittime per evitare una sanzione internazionale, e questi sono milioni di persone in Darfur. Quindi, noi non dobbiamo sottostare a questo ricatto.

È chiaro che abbiamo bisogno di una coalizione internazionale che faccia pressioni sul presidente Bashir perché abbandoni questa linea. Però noi non dobbiamo nasconderci che l'effetto reale, che la causa reale di queste cose è questa ossessione per le risorse naturali. Non è un caso che le più grandi violazioni dei diritti umani sono nei Paesi dove ci sono delle grandi risorse naturali ed è in particolare la Cina che è attore di questa pressione per le risorse naturali. Per cui noi non possiamo non pensare a risolvere in radice questo problema, cioè di assicurare un accesso equo alle risorse naturali da parte di tutte le persone del mondo ed è questo quello che dobbiamo fare.

 
  
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  Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE) . – (FR) Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, rapidamente vorrei dire che deploriamo tutti gli orrori commessi nel Darfur e che chiediamo che si faccia tutto il possibile per garantire che le associazioni e le ONG, aventi un ruolo cruciale in quella regione, possano continuare il proprio lavoro e non rischino l’espulsione. Desidero ora porre una domanda alla signora commissario.

Vorrei sapere che cosa si aspetta l’Unione europea dall’Unione africana. Un onorevole collega ha richiesto un intervento armato, mentre la nostra risoluzione invita Commissione e Consiglio a intensificare gli sforzi volti a influenzare il governo attraverso l’Unione africana. Nel caso di altri paesi deleghiamo la risoluzione dei conflitti all’Unione africana, ma siamo consapevoli della posizione di quest’ultima sul caso Al-Bashir. Sembra che qui si facciano due pesi e due misure.

Quale strategia intende quindi seguire la Commissione relativamente all’Unione africana, visto che stiamo parlando del continente africano? E’ vero che anche nel caso specifico vogliamo delegare la risoluzione del conflitto all’Unione africana?

 
  
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  Benita Ferrero-Waldner, membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, la Commissione europea è profondamente preoccupata, proprio come il Parlamento, per la decisione del Sudan di espellere 13 ONG internazionali e di sospendere le attività di 5 ONG nazionali – di cui tre dedite agli aiuti umanitari e due alla tutela dei diritti umani – a seguito dell’incriminazione del presidente Al-Bashir da parte del Tribunale penale internazione. Sei delle ONG internazionali operano con finanziamenti comunitari alle attività umanitarie per un totale di 10 milioni di euro.

Tali organizzazioni forniscono servizi essenziali a milioni di sudanesi nel Darfur e in altre zone del Sudan. Pertanto la sospensione delle loro attività non solo è estremamente deplorevole, ma avrà anche gravi ripercussioni sulla situazione umanitaria, come molti di voi hanno sottolineato. In una sua dichiarazione il commissario Michel ha già espresso la nostra più grande preoccupazione esortando “il governo sudanese a riconsiderare l’opportunità della sua decisione e a restituire alle ONG, con la massima urgenza, lo status operativo normale”.

Sebbene resti ancora da valutare l’effettiva portata della decisione sudanese, è ormai chiaro che in Darfur potrebbero rischiare la vita centinaia di migliaia di persone. Occorre adottare con urgenza le misure adeguate visto che la prossima stagione delle piogge e la carestia annuale aggraveranno presto la vulnerabilità umanitaria di 4,7 milioni di persone direttamente colpite dal conflitto.

Sappiamo che il governo non intende revocare la decisione di fronte alle pressioni internazionali volte a scongiurare l’espulsione delle ONG in questione. Se non possiamo convincere il governo a ritirare i decreti d’espulsione, dobbiamo ottenere l’impegno delle autorità sudanesi ad attuare gli opportuni meccanismi di consegna degli aiuti. A tal fine dobbiamo chiedere al governo sudanese di rispondere pienamente delle rassicurazioni circa la sua assunzione di responsabilità per la consegna di aiuti umanitari.

E’ nostro dovere adottare le necessarie misure d’urgenza per quanto riguarda la nostra assistenza. Con 110 milioni di euro nel 2009, il Sudan da solo rappresenta la maggiore operazione umanitaria della Commissione. Assieme ad altri donatori, come le Nazioni Unite, alle ONG e ad altri partner in ambito umanitario, la Commissione sta attualmente riflettendo su come meglio riprogettare la risposta umanitaria al fine di evitare conseguenze drammatiche. Non è un compito facile, in quanto le ONG espulse sono tra quelle più efficienti nelle operazioni in aree così remote e difficili.

Le misure d’urgenza richiederanno necessariamente la cooperazione e l’assenso delle autorità sudanesi. In proposito è fondamentale insistere su una rigida separazione tra attività umanitarie e agenda politica.

Sul fronte politico, al fine di conseguire la pace nel Darfur, si dovrà mantenere la massima pressione diplomatica sia sulle autorità sudanesi che sui movimenti ribelli. Dovremo anche insistere sulla piena attuazione dell’accordo di pace totale tra nord e sud. La posta in gioco è alta: è nostra responsabilità non permettere che il Sudan sprofondi nell’incubo dell’instabilità diffusa in tutto il paese.

L’Unione europea nel suo complesso rispetterà gli orientamenti del Tribunale penale internazionale e manterrà con il presidente Al-Bashir solo i contatti strettamente necessari. Come affermato poc’anzi, è cruciale mantenere vivo il dialogo con Khartoum anche per garantire che le reazioni del governo all’incriminazione del Tribunale penale internazionale siano le più contenute possibile. Se interrompiamo ogni rapporto, i falchi del governo sudanese potrebbero decidere ritorsioni contro i civili, gli operatori umanitari e il personale UNMIS. A nostro giudizio la recente decisione di espellere numerose ONG è un primo passo, cui potrebbero seguirne molti altri, e dobbiamo quindi vigilare con attenzione. Dobbiamo scongiurare il peggiore scenario possibile, che comporterebbe una sospensione nell’attuazione del suddetto accordo e il tentativo, da parte del governo, di trovare una soluzione militare alla crisi del Darfur.

Per quanto riguarda l’Unione africana, posso solo dirvi che manteniamo i contatti, ma al momento non mi è possibile aggiungere altro.

 
  
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  Presidente . – La discussione è chiusa.

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.

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