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Resoconto integrale delle discussioni
Giovedì 8 ottobre 2009 - Bruxelles Edizione GU

5. Libertà d'informazione in Italia (discussione)
Video degli interventi
Processo verbale
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulla libertà d’informazione in Italia.

 
  
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  Viviane Reding, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, la libertà di espressione e la libertà di informazione costituiscono la base di una società libera, democratica e pluralista. In qualità di ex giornalista, questa è la mia ferma convinzione, condivisa appieno anche dall’Unione europea. E’ per questa ragione che tutte le istituzioni dell'Unione europea (Parlamento, Consiglio e Commissione) hanno sottoscritto la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, il cui articolo 11 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”.

Vorrei ricordare che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea stabilisce inoltre, all'articolo 51, paragrafo 1, i casi e i luoghi di applicazione di tali diritti fondamentali. Cito ancora: “Le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni e agli organi dell'Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri, esclusivamente nell'attuazione del diritto dell'Unione”.

Entro la sfera di competenza dell'Unione europea, che dobbiamo rispettare, la Commissione europea si è sempre impegnata per le libertà dei media, di espressione, di informazione e di stampa, tanto all'interno dell'UE quanto nelle nostre relazioni esterne con paesi terzi. Ricordo, in particolare, l’importante ruolo svolto dalla direttiva dell'Unione europea “Televisione senza frontiere”, che sin dal 1989 ha assicurato ai cittadini di tutti gli Stati membri la libertà di ricevere senza restrizioni le trasmissioni provenienti da altri paesi europei; una direttiva che ha contribuito in maniera sostanziale alla libera circolazione delle informazioni attraverso le frontiere e ad un maggiore pluralismo nel panorama dei media in tutti gli Stati membri. In questo contesto, vorrei ringraziare il Parlamento europeo per il sostegno fornito alla Commissione nella redazione di una versione più aggiornata di questa direttiva che estende la libertà di informazione attraverso le frontiere, oltre alle trasmissioni radiotelevisive, anche ad altri servizi audiovisivi e in particolare ai servizi online.

Questa direttiva deve essere attuata da tutti gli Stati membri dell'Unione europea entro la fine dell'anno e porterà un importante contributo al pluralismo del panorama mediatico poiché riguarderà anche le comunicazioni online. Consentitemi inoltre di richiamare l’attenzione su altri tre elementi molto importanti di questa direttiva.

In primo luogo, la promozione delle produzioni televisive indipendenti. Una norma della direttiva prevede che le emittenti televisive riservino almeno il 10 per cento del proprio tempo di trasmissione o il 10 per cento del proprio bilancio di programmazione ad opere europee realizzate da produttori indipendenti dalle emittenti televisive.

In secondo luogo, nella sua versione aggiornata, la direttiva prevede il diritto dei giornalisti e delle agenzie d’informazione di avere accesso ad estratti da tutta l'Unione europea al fine di realizzare brevi reportage.

In terzo luogo, elemento della massima importanza, nella nuova direttiva si fa riferimento alla necessità di disporre di autorità d’informazione indipendenti a livello nazionale. Questa soluzione è stata proposta dalla Commissione ed è stato adottata solo grazie al forte sostegno da parte del Parlamento europeo. Per il settore delle telecomunicazioni, dunque, la nuova versione della direttiva “Televisione senza frontiere” può essere considerata una carta della libertà d'informazione transfrontaliera nell'Unione europea.

Permettetemi ora di ricordare un altro importante aspetto delle competenze dell'Unione europea rispetto al quale questa istituzione può intervenire – ed è intervenuta – a favore del pluralismo dei media. Mi riferisco alla politica dello spettro radio. Voi tutti sapete che per una qualsiasi trasmissione è necessario avere accesso allo spettro radio, spettro al quale la politica europea vuole garantire un accesso indiscriminato a tutti gli operatori sul mercato. Le autorità nazionali non hanno quindi il diritto di congelare, attraverso l’assegnazione delle frequenze, la situazione della concorrenza tra i media a vantaggio di operatori già presenti sul mercato. La Corte di giustizia europea ha inoltre confermato nella sua sentenza Centro Europa l’importanza di questo principio, che deriva direttamente dalla libertà di prestazione dei servizi. La Commissione ha accolto con favore tale decisione, leggendola come un contributo verso una concorrenza leale e un’importante punto di partenza per rafforzare il pluralismo dei media. Su questa base, la Commissione è più volte intervenuta contro gli Stati membri nei quali il sistema di gestione dello spettro radio risultava essere in contraddizione con tale principio.

A titolo di esempio, vorrei ricordare la procedura di infrazione del 2006 in materia di assegnazione delle frequenze in Italia, avviata dalla mia collega, l’onorevole Kroes, e da me. Le autorità italiane, in seguito a questa procedura, stanno cambiando il loro approccio al tema. Il risultato sarà una sostanziale apertura del mercato e una vittoria per il pluralismo dei mezzi di informazione. La politica dello spettro radio è quindi un chiaro esempio di un settore nel quale l'Unione europea può agire nell'ambito delle proprie competenze per aumentare la concorrenza per le risorse da cui dipendono le emittenti, rafforzando in tal modo il pluralismo dei mezzi d’informazione.

Per quanto riguarda la stampa, le competenze dell'Unione europea sono sostanzialmente più limitate. La stampa è uno di quei primari esempi di competenze nazionali, o anche regionali, e la sua situazione molto spesso rispecchia le diverse tradizioni culturali dei vari Stati membri. Non vi è quindi alcuna normativa comunitaria specifica in questo settore, né può esserci una normativa ai sensi dei trattati nella loro forma attuale. In seno alle istituzioni europee, e in particolare nella Commissione europea, abbiamo sempre appoggiato lo sviluppo della stampa in tutta l'Unione europea. Ricordo che in qualità di commissario dell’UE per i media ho avuto numerosi incontri con capiredattori di tutta Europa per discutere i temi attuali relativi alla libertà e al pluralismo dei mezzi dell’informazione.

Questi incontri hanno portato, nel giugno 2009, alla Carta europea per la libertà di stampa, redatta dai giornalisti di tutta Europa. Quando mi è stato consegnato, ho pienamente avallato il risultato finale di questo lavoro. La Carta sulla libertà di stampa promossa dalla comunità dei giornalisti europei è un’importante riaffermazione dei valori fondamentali sanciti dai testi giuridici, quale la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Serve anche a ricordare a tutti i politici, nel loro campo di competenza, che le autorità pubbliche hanno un ruolo davvero importante nel raggiungere un'effettiva libertà di stampa: devono infatti essere pronte a proteggere la libertà di espressione e a favorirne lo sviluppo. La Carta è un passo importante verso il rafforzamento di questi valori e diritti fondamentali poiché consente ai giornalisti di invocarli contro i governi o contro le pubbliche autorità ogni qual volta essi avvertono che la libertà del loro lavoro è ingiustificatamente minacciata.

Gli onorevoli membri del Parlamento constateranno il forte impegno politico mostrato dalle istituzioni europee e, in particolare, dalla Commissione, in favore dei diritti fondamentali e delle libertà di informazione, di espressione e dei mezzi di informazione. Nel nostro lavoro utilizziamo le competenze acquisite per sostenere questi diritti e queste libertà, sulla base dei trattati, e continueremo a farlo.

Permettetemi tuttavia di soffermarmi su un altro aspetto importante: il fatto che alle politiche dell'UE si applichino i diritti fondamentali non rende l'Unione europea stessa competente per tutte le questioni relative ai diritti fondamentali in uno Stato membro o in un altro. Non dimentichiamo che gli Stati membri dispongono di costituzioni, molte delle quali di lunga tradizione, e che in tutti i paesi esistono tribunali, corti d'appello e giudici costituzionali che garantiscono che le autorità nazionali rispettino e applichino i diritti fondamentali. Non più tardi di ieri ne abbiamo avuto un esempio in Italia.

E’ il risultato della nostra divisione dei compiti, perché l'Europa non è un unico enorme Stato, ma è invece composta da 27 Stati membri sovrani e continuerà ad operare come tale anche ai sensi del nuovo trattato di Lisbona.

Vorrei quindi invitarvi a non fare uso delle istituzioni dell'Unione europea per risolvere problemi che, ai sensi dei nostri trattati, devono essere risolti a livello nazionale. Non dobbiamo arrogarci un ruolo che non ci compete e che non avremo nemmeno con il trattato di Lisbona. Concentriamoci sull’efficace applicazione di regole, principi, diritti e libertà nelle aree sulle quali l'Unione europea ha competenza. In questo modo potremo raggiungere progressi molto importanti e, nel mio intervento, ne ho citati diversi esempi concreti.

Consentitemi di aggiungere un altro esempio in cui possiamo intervenire. L’onorevole Rübig, membro di questo Parlamento, ha recentemente proposto in un emendamento di bilancio un nuovo programma comunitario denominato Erasmus per giornalisti. Nel difficile momento che sta attraversando il settore della stampa, un simile programma consentirebbe ai giornalisti di lavorare per un tempo limitato in redazioni di altri Stati membri e sarebbero inoltre in grado di conoscere e descrivere la situazione politica, economica e sociale di altri Stati membri. Il programma darebbe modo ai giornalisti di confrontare la situazione in tutta Europa e di presentarla ai lettori, anche per ciò che riguarda la libertà di stampa. E’ per questo che invito il Parlamento europeo a esprimersi in modo favorevole su queste proposte, che sicuramente hanno il sostegno del commissario dell’UE per i media.

 
  
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  Joseph Daul, a nome del gruppo PPE/DE. – (FR) Signor Presidente, signori Presidenti, onorevoli colleghi, se ho chiesto di prendere la parola a nome del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) in questa discussione sulla libertà di stampa in Italia, è in primo luogo per denunciare l'uso inopportuno del Parlamento europeo per discutere problemi nazionali. Inoltre, intervengo per denunciare un attacco ingiusto e disonesto contro il Governo di uno Stato membro dell'Unione europea nel quale lo stato di diritto è rispettato nel modo più rigoroso, al pari di quanto avviene nel resto d'Europa.

Sul primo punto, farò riferimento al presidente della Repubblica italiana che ho già citato ieri e che ha espresso la sua opinione la scorsa settimana: “Il Parlamento europeo” cito testualmente “non può essere una cassa di risonanza dei conflitti e delle polemiche che si svolgono nei singoli Paesi e per essi nei singoli parlamenti nazionali”. E aggiunge: “Né può [il Parlamento europeo] essere una sorta di istanza d'appello nei confronti di decisioni dei Parlamenti nazionali e di comportamenti dei governi nazionali.” Non intendo certo offendere il presidente Napolitano, che è un amico, dicendo che egli non segue la stessa linea politica del primo ministro Berlusconi o mia o del gruppo che rappresento.

(Esclamazione dell’onorevole Schulz)

La prego di rispettare la mia libertà di parola, onorevole Schulz! Questa mattina, vorrei che si mostrasse rispetto per la libertà di parola come per la libertà di stampa!

(Mormorio dell’onorevole Schulz)

Sappiamo chi sono i disturbatori. Non mi dà fastidio. Non sono seccato. Signor Presidente, tutto quello che chiedo è che mi si lasci parlare. Questo non è il modo di condurre una discussione.

Tuttavia, queste parole esprimono, senza mezzi termini, il rispetto che dobbiamo dimostrare verso le nostre istituzioni democratiche, siano esse nazionali o europee. Il fatto è che la discussione che stiamo tenendo questa mattina non ha assolutamente nulla a che fare con la ragione per cui esiste il Parlamento europeo. Infatti, di che cosa stiamo parlando? Viene forse impedito ai politici italiani di organizzare un dibattito sulla libertà di stampa o su qualsiasi altro argomento nei loro parlamenti nazionali? Non credo. Viene forse impedito ai cittadini italiani di esprimere la loro disapprovazione per una determinata legge? No. Viene forse impedito ai tribunali italiani di far rispettare la legge? No, come abbiamo visto chiaramente. La Corte di giustizia europea non è in grado di condannare una legge italiana che sia in contrasto con i trattati europei? No. La risposta a tutte queste domande è decisamente no.

Date queste circostanze, la discussione condotta in quest’Aula non è altro che un meschino trucco politico e partigiano teso a rovesciare un avversario politico. Non importa quello che alcuni dei nostri onorevoli colleghi possono sostenere: la Repubblica italiana funziona come deve in Europa, democraticamente e in conformità con lo stato di diritto. Sostenere il contrario significa ignorare la realtà delle cose: nessuno si lascia ingannare.

Il ruolo del Parlamento europeo, onorevoli colleghi, non è fare da cassa di risonanza per risolvere le rivalità politiche nazionali. Questo Parlamento non è il posto giusto per cercare di minare la credibilità di un governo che, vorrei aggiungere, è politicamente responsabile nei confronti dei propri cittadini, a questo servono le elezioni. Grazie per la vostra attenzione.

 
  
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  David-Maria Sassoli, a nome del gruppo S&D. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Commissario, ognuno di noi è influenzato dal contesto in cui vive e capiterà anche a voi di sentirsi dire prima di venire qui a Bruxelles: "ricordati che hai una grande responsabilità, che noi abbiamo una grande responsabilità", quella di far diventare migliore il tuo paese.

Noi sappiamo che i nostri paesi saranno migliori se l'Europa sarà più forte, in grado di rispondere con un senso di giustizia alle aspettative dei cittadini. Noi sappiamo che questo è possibile se lo facciamo tutti insieme, naturalmente; se sapremo mettere in comune i beni più preziosi, le nostre Costituzioni, quel bagaglio di valori e di norme giuridiche, di diritti, che sono la vera ricchezza dell'Europa. Tante polemiche colpiscono il mio paese ma voglio rassicurare subito tutti che stiamo parlando di un grande paese democratico, che ha una grande Costituzione. Ieri per noi italiani è stato un giorno molto importante, perché la Corte costituzionale, di fronte agli sbandamenti e alle richieste di impunità, ha riaffermato un principio semplice e antico, quello secondo cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla giustizia. Però noi sappiamo che anche i grandi paesi possono sbandare, possono confondere beni pubblici e interessi privati. Ma noi non possiamo permetterci che gli Stati nazionali si indeboliscano.

Il diritto all'informazione libera, senza pressioni né condizionamenti da parte delle autorità di governo, deve essere garantito e questo è un bene pubblico, un bene di tutti, in ogni paese. E questo bene dev'essere difeso senza esitazioni da parte dell'Unione. Dobbiamo adoperarsi per fornire norme comuni, per stabilire limiti oltre i quali l'informazione non è più considerata libera. È urgente che l'Unione intervenga, che sia adottata una direttiva volta a definire indicatori sul pluralismo e sulla difesa di un bene che deve essere disponibile a tutti. Signora Reding, non dimentichi mai che noi siamo un Parlamento e non un museo dove conservare oggetti ammuffiti.

 
  
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  Mário David (PPE).(PT) Tre o quattro settimane fa in Portogallo, la Prisa, una società spagnola nota sostenitrice del partito socialista e azionista di maggioranza del canale televisivo TVI, ha ordinato l'annullamento del programma serale Jornal Nacional de Sexta-Feira. Onorevole Sassoli, vorrei chiederle se il gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha la stessa intenzione di esaminare ciò che accade in altri paesi, o se si limiterà ai cavilli politici ai quali stiamo assistendo questa mattina.

 
  
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  David-Maria Sassoli, a nome del gruppo S&D. – La ringrazio per la domanda perché mi dà la possibilità di spiegarmi. Nel tempo che mi è stato concesso non ho avuto questa possibilità.

(Il Presidente invita i deputati a lasciar proseguire l'oratore)

Dicevo, sono contento della sua domanda perché mi dà la possibilità di dire che la direttiva che noi chiediamo alla Commissione deve essere per tutti gli Stati membri. Non c'è una questione italiana: c'è una questione europea. Dirò di più: vogliamo che l'interrogazione che presenteremo a Strasburgo venga modificata. Vogliamo che si tratti della discussione del pluralismo in Italia e in Europa. La ringrazio molto per la sua domanda.

 
  
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  Presidente. − Onorevoli colleghi, se in Parlamento si terrà una simile discussione, non darò l'autorizzazione per le domande della Carta blu. Questa è la mia decisione. Mi dispiace, ma dobbiamo affrontare la questione con molta più calma, altrimenti la norma negherà la Carta blu. Non voglio che la seduta venga disturbata e vi prego quindi di comportarvi correttamente.

 
  
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  Guy Verhofstadt, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha ragione quando dice che il Parlamento europeo non è il luogo per risolvere le dispute tra i partiti politici all'interno degli Stati membri, o per contrastare le decisioni prese dai parlamenti nazionali. Il problema in Italia – e credo che il presidente Napolitano abbia pienamente ragione – deve prima essere risolto in Italia.

Il vero problema, onorevole Daul, è che non si può negare che vi sia un problema in Europa e in Italia. Del suo discorso, non condivido il fatto che lei neghi l’esistenza di un problema.

(Applausi)

Il presidente Napolitano ha ragione penso che lei abbia ragione nel sottolineare le sue parole, ma non è una buona idea affermare qui, in questo Parlamento, che non esista un problema. Perché dico questo? Perché Freedom House ha recentemente pubblicato uno studio in cui si dividono i paesi del mondo in tre categorie in base alla libertà di stampa: paesi liberi, parzialmente liberi e non liberi. E’ opportuno sottolineare – e credo che questo sia un problema enorme – che tre paesi, non uno, non solo l’Italia, ma anche Romania e Bulgaria, sono stati inclusi nella categoria dei parzialmente liberi. Siamo tutti molto colpiti, davvero colpiti, dal fatto che uno dei paesi fondatori della Comunità europea si trovi in questa categoria.

E’ nostro dovere intervenire, dato che abbiamo creato l'Unione europea al fine di sostenere una volta per tutte i nostri valori comuni di democrazia, pace e libertà. In che modo? Ritengo che, sulla base dei trattati, dobbiamo chiedere alla Commissione – e, ripeto, questa è una richiesta che è già stata fatta – di proporre una direttiva per la salvaguardia del pluralismo dei mezzi d’informazione. Questo deve accadere, ed è una competenza che può essere attuata con il Parlamento europeo sulla base dei trattati. Tale direttiva dovrebbe garantire che le norme costituzionali in materia di libertà dei mezzi d’informazione siano pienamente e armoniosamente rispettate in tutti i paesi dell'Unione europea, e soprattutto nei tre paesi in questione.

Devo aggiungere, signor Presidente, e mi avvio alla conclusione, che l’intervento della Commissione mi ha molto deluso. Gli Stati membri possono fare ciò che vogliono, purché rispettino le proprie costituzioni nazionali; questo sostiene la Commissione. Sono in completo disaccordo. Io protesto. Ci sono valori, ci sono libertà che devono essere difese in questo Parlamento al di là degli interessi nazionali, al di là delle costituzioni nazionali.

(Applausi)

Si tratta di valori e principi che, realmente, fanno dell'Unione europea quello che è. Invito pertanto la Commissione a rivedere la sua posizione e a proporre nel più breve tempo possibile una direttiva sulla questione della concentrazione dei mezzi dell’informazione, in nome di tutti i paesi dell'Unione europea.

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE). – Signor Presidente, solo perché dopo le dichiarazioni dell'onorevole Sassoli – che ha dichiarato in Aula che sarà cambiato il testo che voteremo a Strasburgo – ritengo inutile discutere un testo che gli stessi proponenti hanno già dichiarato che cambieranno.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Muscardini, quella in realtà non era una richiesta procedurale, per cui chiedo che si osservino le norme della procedura.

Onorevoli colleghi, non ho intenzione di dare la parola a tutti coloro che sollevano una carta blu. Ho diritto di procedere così e noi dobbiamo andare avanti con la nostra discussione.

 
  
 

Dobbiamo essere più veloci nelle nostre discussioni. Tutti possono prendere la parola nella sessione catch the eye alla fine della nostra discussione, quindi tenetelo presente.

 
  
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  Judith Sargentini, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, si potrebbe pensare che parlerò in italiano e che si voglia fare di questa una discussione italiana, ma io sono olandese. Io sono un deputato olandese di questo Parlamento e sono molto frustrata dall'idea che stiamo parlando come se il problema fosse una discussione interna italiana.

Il punto qui non è come stanno andando le cose in Italia: in Italia si sta cominciando a esercitare pressioni sui giornalisti, e sta prendendo piede un’autocensura dei giornalisti stessi. Qui si tratta del fatto che questo rappresenta una vergogna per l'Europa. Come potremo dire agli Stati membri nuovi e candidati che devono garantire il pluralismo dei media, che nei loro paesi ogni voce venga ascoltata, che ci sia un dibattito tra tutti gli schieramenti e tutti i partiti politici, se non siamo disposti a dire all'Italia che deve darsi da fare, che è sbagliato spingere i giornalisti a cambiare posizione, che è sbagliato avere una sola persona che controlla sia la televisione commerciale che la televisione pubblica?

L’onorevole Verhofstadt ha avanzato queste richieste, alle quali anch’io mi associo. Onorevole Reding, lei ha detto che l'Europa sta facendo del suo meglio, che i diritti fondamentali sono giustappunto fondamentali, ma non quando si tratta di uno Stato che è già membro. Ciò non può essere vero. Questo è uno dei criteri di Copenaghen. Tutti devono attenersi ai criteri di Copenaghen.

(Applausi)

Al fine di garantire che questo non sia solo un dibattito italiano, anche’io richiedo una direttiva sulla concentrazione dei media. Il Parlamento europeo ha avanzato questa richiesta già due volte: quando la Commissione intende darvi seguito? L’accesa discussione che qui ha luogo è la stessa che il gruppo PPE ha tentato di togliere dall'ordine del giorno sostenendo che non sarebbe di carattere europeo. Questa discussione dimostra che qualcosa sta accadendo. Si alza la voce, ci si scalda sull’argomento, e questo è positivo, perché la libertà di parola e una stampa pluralista sono la chiave della nostra democrazia.

In Italia, l’80 per cento della popolazione ricava le informazioni quotidiane dalla televisione. Se la televisione non trasmette tutte le opinioni, allora le persone non hanno la possibilità di prendere decisioni. Il che è fondamentale per la democrazia.

(Applausi)

Siamo tutti persone istruite e dobbiamo imparare a confrontarci con verità diverse e a trarre la nostra verità da questo confronto: le persone hanno il diritto di farlo in Italia, in Bulgaria, nei Paesi Bassi e io mi batto affinché questa situazione sia reale. Anche se sono olandese, e non italiana, devo prendere le parti dei cittadini di tutta l’Europa.

Tentare di togliere questo argomento dall’ordine del giorno sostenendo che non ci riguarda, è una cosa di cui ci si deve vergognare. Il modo in cui stanno andando le cose in Italia rende la democrazia di questo paese molto vulnerabile. Diamoci da fare. Concentrazione dei media, per favore, onorevole Reding!

(Applausi)

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo ECR. – (PL) Signor Presidente, signora Commissario, non è solo l'Italia a essere un paese grande e meraviglioso. Nel Parlamento europeo siedono i rappresentanti di 27 paesi meravigliosi, se solo posso aggiungere questo a quanto ha detto l'onorevole Sassoli.

Penso che sia un po’ paradossale che io, un attivista dell'opposizione anticomunista che non avrebbe mai immaginato di poter essere d'accordo con chi ha radici in quel campo, si sarebbe trovato d'accordo con il presidente italiano che ci mette in guardia dal trasporre le controversie nazionali al Parlamento europeo. Sto parlando di due pesi e due misure: alcune questioni suscitano l'interesse di determinati gruppi politici del nostro Parlamento, che spingono in favore di una discussione, mentre altri temi vengono nascosti sotto il tappeto.

Ci sono forse stati casi simili in altri paesi. In Polonia, di recente, un ministro in carica ha fatto tutto il possibile utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione per mantenere nella sua posizione il presidente della televisione di Stato. Il suo tentativo è comunque fallito, ma non mi risulta che in quell’occasione alcun gruppo politico abbia chiesto una discussione sull’argomento. Situazioni analoghe si sono verificate in altri paesi.

Pertanto, se non vogliamo accusarci di usare due pesi e due misure, dobbiamo trattare tutti allo stesso modo. Se esiste un problema, allora dobbiamo sempre discuterne nel momento in cui si presenta. Se non lo facciamo significa che vi è in gioco qualche interesse politico ed è in atto una sorta di manovra politica.

L’onorevole Verhofstadt ha qui annunciato proposte tese a imporre dall'alto, per così dire, alcune soluzioni formali, giuridiche e legislative per alcuni Stati membri. Credo si tratti solamente di un tentativo di introdurre un eccesso di integrazione europea a tutto campo, facendolo attraverso uno stratagemma e all’insaputa dei cittadini. Questo, infatti, sarebbe in contrasto con la volontà dell'opinione pubblica che eletto il proprio governo.

L'Unione europea è ancora una comunità basata sulle nazioni, su Stati nazione. Evitiamo, però, simili scorciatoie con cui, per così dire, istituire leggi eludendo i controlli degli Stati nazione.

Infine, Signor Presidente, penso che si tratti di una questione interna italiana. Può anche essere un argomento difficile da affrontare, ma gli italiani devono risolverla da soli. Il Parlamento europeo non è il luogo per risolvere questi problemi.

 
  
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  Patrick Le Hyaric, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, la libertà di stampa e di informazione è un diritto fondamentale e inalienabile, perché fa parte integrante dello sviluppo umano. Inoltre, come lei ha già sottolineato, onorevole Reding, è un diritto riconosciuto dall'articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani, relativo al pluralismo, e dall'articolo 51 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, relativo alla libertà di espressione.

Sulla base di questa legislazione europea e delle raccomandazioni dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa e dell'OSCE sulla libertà dei mezzi di informazione, il nostro Parlamento ritiene che il presidente del Consiglio dei ministri in Italia, il capo di quello che, dopo tutto, è stato uno dei membri fondatori della Comunità europea, stia violando in vari modi i principi di libertà e di pluralismo della stampa. Con la costruzione di un impero mediatico, costituito da diverse emittenti televisive e radiofoniche, case editrici, agenzie di pubblicità, compagnie di assicurazione e banche, ha trasformato beni pubblici comuni, quali l'informazione e la cultura, in pura merce.

E per di più, il presidente del Consiglio italiano ha voce in capitolo sulle nomine nel settore pubblico dei mezzi di informazione. Questa situazione di virtuale monopolio sull'informazione e sul suo finanziamento gli permette di dominare, controllare e dirigere a suo esclusivo vantaggio non solo la maggior parte dei mezzi di informazione audiovisivi ed editoriali, ma anche il loro contenuto. Un tale sistema di controllo delle idee è incompatibile con il fondamentale dibattito democratico, unico elemento che può garantire un vero pluralismo della stampa e dei mezzi di informazione. Lasciatemi aggiungere che, dal momento che questa stessa persona e la sua famiglia detengono sia il potere politico sia il potere dei mezzi dell’informazione, ci troviamo di fronte ad un evidente conflitto di interessi che è incompatibile con una grande democrazia, una democrazia che è moderna e vivace grazie alla partecipazione dei cittadini.

Inoltre, il primo ministro Berlusconi vuole limitare la pubblicazione dell’informazione giudiziaria, minaccia i giornalisti che lo criticano e cita in giudizio giornali italiani come La Repubblica, L'Unità e persino il quotidiano Avvenire, pubblicato dai vescovi italiani. Vengono minacciati anche giornali europei, tra cui la rivista francese Le Nouvel Observateur. In ultima analisi, la stampa indipendente è stata paralizzata finanziariamente in due modi: con il “decreto Tremonti” del 6 agosto 2008, che riduce gli aiuti pubblici ai giornali indipendenti, e con i tagli ai budget pubblicitari. Il controllo delle idee di Berlusconi prende ora di mira anche la Corte costituzionale, i magistrati, la Federazione dei giornalisti indipendenti e persino il parlamento stesso, che Berlusconi sta screditando.

In queste circostanze, se da ogni schieramento di questo Parlamento siamo disposti a prendere misure per difendere i valori democratici dell'Unione europea, allora dobbiamo esprimere un monito solenne e, signora Commissario, dobbiamo applicare il diritto europeo, come lei ha detto. Dobbiamo affermare, assieme alle migliaia di intellettuali, autori e giornalisti italiani, che la libertà di informare e la libertà di essere informati devono essere rispettate incondizionatamente in Italia come in tutta l'Unione europea.

E’ per questo che ho proposto al nostro Parlamento l'istituzione di un osservatorio europeo sul pluralismo dei media e della stampa. Questo osservatorio dovrebbe controllare il rispetto del principio della separazione dei poteri politico e mediatico in tutta l'Unione, l'applicazione di una soglia massima di concentrazione nei mezzi d’informazione, il rispetto dei diritti dei giornalisti di informare, e il rispetto dei diritti di pubblicazione dei giornali indipendenti.

Mettiamo in collegamento il nostro Parlamento con i parlamenti nazionali, gli editori e i produttori, le associazioni di giornalisti, i lettori e i telespettatori. Questo osservatorio potrebbe preparare un progetto di direttiva contro la concentrazione e in favore del pluralismo. Sarebbe un modo, signor Presidente, per mantenere viva la democrazia all'interno della nostra Europa.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni, a nome del gruppo EFD. Signor Presidente, l'Unione europea è uno spazio di libertà e di democrazia: non fa eccezione l'Italia, anche per quanto riguarda l'informazione. Se non bastasse esaminare la pluralità di pubblicazioni presenti nelle edicole, vedere l'ampia offerta di canali televisivi, anche a diffusione locale, si dovrebbero valutare le relazioni di organismi indipendenti come l'Osservatorio di Pavia, secondo il quale l'opposizione, sui telegiornali della televisione statale, ha uno spazio pari al 60 percento e del 49 percento sulle reti Mediaset. Si consideri poi che, su 455 pronunce della Corte per i diritti umani di Strasburgo in merito alla libertà d'informazione, solo sette riguardano l'Italia, rispetto alle 29 della Francia e alle 28 del Regno Unito.

Quanto a sostenere che gli organi d'informazione sarebbero condizionati dal fatto che il Presidente del consiglio, esercitando come cittadino un suo diritto costituzionale, ha intentato azioni giudiziarie contro taluni di essi, è di stretta attualità riconoscere come in Italia, dai primi gradi di giudizio fino a quelli finali e inappellabili, la magistratura di certo non sia certo prona rispetto al capo del governo; anzi a volte l'impressione è quella contraria.

In Italia la libertà di espressione è garantita: chi sostiene il contrario, abbia il coraggio, non già di proporre generiche proposte di risoluzione di taglio meramente politico, ma di avviare la procedura di cui all'articolo 7 del Trattato, che richiede prove e documentazione allo stato dei fatti assolutamente inesistenti.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signor Presidente, abbiamo bisogno di una rivoluzione nella democrazia. Signor Presidente, lei oggi sarebbe seduto qui se nell’Europa occidentale degli anni 1970 e 1980 le condizioni italiane avessero aperto la strada ad una berlusconizzazione? Stiamo scoprendo, tuttavia, che non è solo l'Italia ad avere un problema, ma che è in atto una berlusconizzazione dell’Europa e ciò è molto, molto pericoloso.

In qualità di membro della Convenzione che ha redatto la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, posso testimoniare la dura lotta sviluppatasi su questo problema fondamentale della concentrazione dei mezzi di informazione. Purtroppo, a causa della resistenza di alcune forze, non siamo riusciti a fare progressi in proposito. Quasi 10 anni dopo, ne stiamo pagando il prezzo. E’ uno sviluppo molto pericoloso. Prendiamo in esame solo un unico paese in cui ho lavorato per molti anni: cosa è successo al fucile d'assalto della democrazia, come l’ha definito una volta la rivista Spiegel, nelle reali condizioni della nuova concentrazione economica? Del resto, perché, in queste condizioni in cui è davvero necessario uno spazio di libertà di stampa e di espressione così fondamentale per l'Europa, non abbiamo compiuto i progressi che tanti europei si attendevano e per i quali, di fatto, alcuni di loro hanno iniziato delle rivoluzioni? Dov’è questa direttiva? Onorevole Reding, di che cosa ha paura? Quali forze sono al lavoro qui? Sono le forze chiamate Murdoch, o qualcos'altro?

Passando ora al servizio televisivo pubblico, che, in Austria, è la principale fonte di informazione per il 62 per cento della popolazione. Ma, chi lo controlla? Si tratta quasi esclusivamente dei partiti politici di governo. Se prendo in considerazione l'apparato di governo in Germania, vedo che anche lì sono al timone le persone sbagliate. Abbiamo bisogno di libertà di stampa e non solo in Italia!

 
  
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  Mario Mauro (PPE). – Signor Presidente, le immagini televisive di quest'Aula vuota saranno il miglior giudice della forzatura e della finzione che è questa discussione. Infatti, nel 2004 si è svolta in quest'Aula una discussione sulla libertà d'informazione in Italia. Abbiamo votato una risoluzione nella quale i proponenti si dichiaravano allarmati per la situazione del mio paese. C'era un governo di centrodestra, c'era un Presidente del consiglio: Silvio Berlusconi. Dopo la vittoria della sinistra nel 2006, come per miracolo il problema è scomparso. Basta drammatiche discussioni al Parlamento europeo, basta allarmi internazionali, basta raccolte di firme, così care alla gauche caviar.

D'improvviso però, dopo l'ennesima vittoria elettorale di Berlusconi, torna come per magia il pericolo per la libera circolazione delle idee. La sintesi è che quando governa il centrodestra la stampa corre dei rischi; quando governa il centrosinistra non vi sono problemi. Peccato, però, che la percentuale di cause civili e penali intentate contro giornalisti nel mio paese veda il record assoluto di promotori tra esponenti della sinistra, come Massimo D'Alema o Romano Prodi, fino a raggiungere il 68 percento di queste cause.

Mi chiedo, insomma, se sia possibile che la libertà di stampa sia stata messa in pericolo da una singola richiesta di giustizia da parte di Berlusconi. Ciò può essere forse spiegato meglio di me da un'intervista dell'onorevole Cohn-Bendit, che cito testualmente: "È assurdo paragonare Berlusconi a un dittatore: non ci sono le prigioni per i dissidenti, egli ha il consenso della maggioranza e il centrosinistra ha semplicemente perso". Semplicemente perso.

È una gravissima umiliazione per la nostra cara Italia essere costretti da un manipolo di professionisti della disinformazione a una discussione surreale e farsesca; e questa umiliazione costerà cara, perché perderanno ancora una volta il consenso degli italiani che riverseranno – ancor di più di oggi – i propri voti su Berlusconi, anche in considerazione del fatto che lo reputano impegnato a battersi per il benessere dell'Italia. Voi, invece, cari amici, apparite intenti, con determinazione, a distruggere l'immagine del nostro paese. Ma il danno che fate all'Europa è forse maggiore di quello fatto all'Italia: perché quella che proponete ai cittadini è un'Europa caricaturale, dove vi illudete di dispensare patenti di democrazia con l'intento, non di difendere i diritti delle persone, ma di ribaltare la realtà secondo uno stile stalinista oggi caratteristico – stranamente – di esponenti di un gruppo che si dice liberale.

Negatelo infatti, se potete – cari amici del partito di Antonio Di Pietro – di essere comunisti. La vostra storia infatti vi segue ed è una storia di chi non ha mai rinunciato a usare come metodo la menzogna per qualificare l'avversario politico come pericoloso. Ma il vero politico per la democrazia è costituito da coloro che non accettano il verdetto di elezioni libere ed evocando fantasmi, tentano di sottrarci il nostro futuro.

A quel futuro non rinunciamo: ci batteremo pertanto in questa legislatura per evitare che il progetto europeo, in cui crediamo fortemente, venga snaturato, confondendo libertà di espressione con mistificazione, giustizia con manovre di potere. Sappiate, sedicenti liberali, che non piegherete la nostra voglia di contribuire al bene comune…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Martin Schulz (S&D).(DE) Signor Presidente, vorrei fare una domanda all’onorevole Mauro. Ho parlato con lui già alcune volte nel corso della preparazione di questa discussione, e proprio ieri era nel mio ufficio; abbiamo un rapporto di grande collaborazione.

E’ per questo che mi permetto di porre le seguenti domande senza sussulti di emozione. E’ possibile, secondo lei, che il motivo per il complesso dibattito in Italia sia il fatto che, per quanto ne so, l'Italia è l'unico Stato democratico in cui il più grande operatore di mezzi d’informazione è anche il capo del Governo? Non potrebbe essere proprio questa combinazione di interessi la ragione per cui stiamo discutendo di questo argomento?

(Applausi)

 
  
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  Mario Mauro (PPE). – Signor Presidente, ringrazio di cuore il presidente Schultz. Voglio sottolineare che se c'è una discussione alla quale, non solo non ci sottrarremo, ma alla quale vorremmo partecipare con generosità, è una discussione sulla concentrazione dei media in Europa, per poter parlare anche del ruolo di Murdoch, ad esempio. E soprattutto, ovviamente, perché questa discussione non venga utilizzata ad arte per colpire un singolo paese.

Ovviamente devo sottolineare che ho risposto volentieri a Martin Schultz, perché lo considero la creazione politica più importante di Silvio Berlusconi.

 
  
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  Claude Moraes (S&D). (EN) Signor Presidente, come ha appena precisato l’onorevole Schulz, questo è un dibattito che, dal punto di vista del gruppo socialista e democratico, non riguarda solo l'Italia. Neanche io sono italiano, ma il nostro gruppo ritiene che il pluralismo dei media non sia solo un problema italiano. Tutti gli Stati membri sono coinvolti, e tutti gli Stati membri dell'Unione europea dovrebbero garantire i principi del pluralismo dei mezzi di informazione.

Da tempo quest’Aula ha chiesto alla Commissione di adottare misure per garantire il pluralismo dei mezzi di informazione. La Commissione si è impegnata a mettere in atto un approccio in tre fasi per definire gli indicatori del pluralismo, tra cui un documento di lavoro, uno studio indipendente e una comunicazione.

Il commissario Reding non ha detto che due di queste misure sono già state intraprese. All'interno del nostro gruppo, attendiamo con impazienza la terza tappa, una comunicazione sul pluralismo e una serie di misure legislative in grado di garantire questo principio in tutta l'Unione: in tutta l'Unione e non solo in Italia. Infatti, la nostra prospettiva è basata sul fatto che l'Unione europea non è stata solo un'unione economica e monetaria, o una vaga coalizione di Stati membri, ma anche una comunità di valori. Ribadire tale prospettiva è estremamente importante in questa discussione.

Uno di questi diritti – la libertà di informazione, definita dalla Carta europea come il diritto di ricevere e comunicare informazioni o idee senza ingerenza da parte delle autorità pubbliche – è di vitale importanza. Per l'Italia, e per la particolare posizione espressa dall’onorevole Sassoli del mio gruppo, questa è una sincera preoccupazione; ma un più ampio interesse per l'Unione europea rappresenta una sfida per il nostro gruppo: per tutti i deputati, compresi quelli dell’Italia. E’ una situazione senza precedenti in Italia, ma potrebbe diventare una situazione pericolosa per l'intera Unione europea, e questo è il punto di vista del nostro gruppo.

 
  
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  Sonia Alfano (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei anzitutto rivolgermi alla Commissaria, la quale ha affermato che non è compito di questo Parlamento risolvere alcune questioni. Io ricordo invece che è compito di questo Parlamento far rispettare il Trattato e le costituzioni degli Stati membri. È di qualche mese una dichiarazione del ministro della Giustizia italiano, il quale ha detto che avrebbe – di lì a poco tempo – provveduto a chiudere alcuni canali di YouTube e la rete. Ricordo che solo in Cina accadono queste cose. L'articolo 21 della Costituzione italiana sancisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Come già ribadito da altri colleghi, l'Italia è l'unico paese in cui il capo del Governo detiene il monopolio delle TV pubbliche e adesso anche di quelle private e in cui sta passando, purtroppo, una legge che impedirà di fatto ai giornalisti di pubblicare persino le cronache giudiziarie. Questo perché probabilmente gli italiani verrebbero a conoscenza altrimenti delle responsabilità dello stesso Berlusconi nelle stragi del '92, stragi mafiose nelle quali morirono Falcone e Borsellino.

(Il Presidente richiama all’ordine)

Signor Presidente, la invito a far rispettare l'ordine in questo Parlamento, perché non siamo al mercato.

 
  
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  Indrek Tarand (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, a mio avviso, la libertà di stampa in un paese può essere valutata adeguatamente solo prendendo in esame ogni aspetto della questione. Questo dovrebbe includere un'analisi approfondita dei mercati, compreso quello della pubblicità, e delle abitudini della popolazione, come il tempo medio trascorso a guardare la televisione, della distribuzione della stampa e dei livelli di alfabetizzazione, eccetera. In Italia rileveremmo alcune notevoli differenze rispetto a molti altri Stati membri. Finché queste sorprendenti differenze (come ad esempio la concentrazione della proprietà dei mezzi d’informazione e il potere dei partiti politici sui mezzi pubblici d’informazione) non verranno discussi apertamente, il modello italiano convincerà insidiosamente molte persone.

Si può paragonare a un virus: non è abbastanza pericoloso da uccidere, ma sicuramente indebolisce e può potenzialmente infettare altre persone. I membri del Parlamento europeo presenti dovrebbero sapere che in Estonia, un partito di centro-sinistra ha seguito senza scrupolo l'attuale modello italiano concentrando tutte le risorse pubbliche e private sotto il suo controllo, divulgando messaggi unilaterali in tutta la capitale, Tallinn. Sono pertanto favorevole a una discussione europea su questo tema.

Per questo, a differenza del gruppo del PPE, credo sia giunto il momento di discutere della libertà di stampa e di adottare una risoluzione, che non dovrà essere considerata una sorta di regolamento di conti tra i partiti politici nell’uno o nell’altro Stato membro, ma piuttosto come un'opportunità per promuovere i valori su cui si fonda la nostra Unione.

 
  
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  Potito Salatto (PPE). - Signor Presidente, già tre volte ho sollevato il cartello, lei non mi ha dato la parola, cosa che invece ha fatto con l'onorevole Schultz.

Rivolgo allora adesso la domanda all'interlocutore e a tutti coloro che hanno preso la parola, a prescindere dalla parte politica cui appartengano: si sono informati se i governi di centrosinistra abbiano mai emanato una legge che potesse evitare la concentrazione dei mass-media nelle mani del presidente Berlusconi?

 
  
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  Indrek Tarand (Verts/ALE). (EN) E’ una domanda interessante e che richiede una ricerca storica: i governi di centro-sinistra hanno fatto nulla in proposito? Nel mio intervento, ho sottolineato che il centro-sinistra sta agendo esattamente come Berlusconi in Italia, quindi il dibattito riguarda l'Europa, la libertà di parola e le minacce alla libertà di espressione da una parte e dall'altra: da destra o da sinistra. Questa è la mia opinione.

 
  
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  Presidente. − Devo informare l’onorevole Salatto che, purtroppo, non posso dare la parola a tutti coloro che desiderano porre una domanda carta blu perché andremmo oltre i limiti imposti per la discussione. Mi dispiace.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa mattina ho sentito dire veramente di tutto contro il Presidente italiano del consiglio, meno il fatto che, grazie alle sue attività imprenditoriali, egli dà da lavorare a decine di migliaia di persone. Scusatemi se è poco in un momento come questo.

Chi sostiene che in Italia non c'è libertà e pluralità d'informazione mente sapendo di mentire. Io vi invito, colleghi – non solo italiani, ma anche gli altri – ad prendere in esame gli articoli pubblicati, in un qualunque mese del 2009, sui tre principali quotidiani nazionali: Il Corriere, La Stampa, La Repubblica. Potrete così rendervi conto che, fra il 60 e il 70 percento, a seconda dei mesi, di tali articoli è contrario sia al governo di maggioranza che ai ministri che la compongono.

La percentuale di articoli negativi rispetto al governo e, nella fattispecie, al ministro Maroni, nel mese successivo all'approvazione del pacchetto "sicurezza" è salita all'80 percento. Per quanto riguarda le televisioni, vi invito a guardare i programmi di Floris, Santoro e Fazio: solo dopo potrete così esprimervi con un voto su questa risoluzione.

 
  
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  Frank Vanhecke (NI).(NL) Signor Presidente, noto che per fortuna non sono il solo a porre molte domande su questa iniziativa alquanto assurda e che ha l'apparente intento di bollare l'Italia come un paese dove la libertà di informazione è in pericolo. Evidentemente, i socialisti hanno non pochi problemi ad accettare che vi sia almeno uno Stato membro dell'Unione europea in cui la sinistra politically correct non detiene ancora il controllo su tutti i giornali e su tutti i mezzi dell’informazione. Rispetto a molti altri paesi europei, l’Italia di Berlusconi (e scelgo con cura le parole poiché non ho rapporti con la persona in questione) è un modello di libertà, di libertà di espressione e di pluralismo della stampa.

Il nostro collega, l’onorevole Verhofstadt, che in quest'Aula ha lanciato uno spietato attacco contro Berlusconi, è famoso – o famigerato, piuttosto – nel suo paese, il mio paese, per le sue minacce e il personale intervento in risposta alle critiche espresse dai giornalisti nei confronti del suo governo, e questo solo di recente. L’onorevole è probabilmente l'ultima persona che dovrebbe parlare al proposito. Mi sarebbe invece piaciuto vedere da parte della Commissione un'iniziativa volta a ripristinare la libertà di espressione e di informazione in tutti gli Stati membri europei, qualora siano realmente minacciate da una normativa liberticida, spesso con il pretesto della lotta contro un presunto razzismo. Oppure un’iniziativa della Commissione quando, per esempio – come è successo anche di recente – a un politico olandese viene negato il permesso di entrare in un altro Stato membro dell'Unione europea, il Regno Unito. Potrei anche citare l'esempio recente del mio paese in cui il mio partito, il Vlaams Belang, il secondo partito delle Fiandre in ordine di importanza, viene discriminato dall’emittente pubblica finanziata dai contribuenti, discriminazione che proprio di recente è stata definita dal più alto organo giuridico del Belgio, il Consiglio di Stato, come lesiva della rappresentanza elettorale. E’ vero che in Europa esistono numerosi problemi con la libertà di informazione, ma non è vero che questi si verificano tutti nell’Italia di Berlusconi: è anzi vero il contrario.

 
  
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  Manfred Weber (PPE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, alla luce del convincente discorso dell'onorevole Mauro, improvvisamente anche l'onorevole Schulz ha ammesso che oggi per noi sarebbe positivo parlare di tutta l'Europa nel suo complesso.

Purtroppo il tema della discussione odierna è l'Italia. Posso assolutamente capire perché molti di voi non abbiano alcun interesse a parlare dell’Europa nel suo insieme. Se, per esempio, rivolgessi lo sguardo agli interessi dei socialdemocratici in Germania nei mezzi di informazione, vedrei che possiedono il 90 per cento del quotidiano Frankfurter Rundschau, vedrei che il partito socialdemocratico tedesco (SPD) possiede il 57 per cento del quotidiano Neue Westfälische nonché una partecipazione nel gruppo mediatico WAZ. Oggi, la principale fonte di entrate del SPD sono i suoi interessi nei media. Posso quindi ben comprendere perché molti di voi non abbiano alcun interesse a parlare dei rapporti di proprietà esistenti in altri paesi, ma desiderino discutere solo dell'Italia.

Questa discussione ha fatto fiasco a causa della situazione in Italia e delle dichiarazioni positive che abbiamo ascoltato. Io non sono italiano, come si può capire quando parlo, ma l'argomento più convincente che mi viene in mente è chiedermi che cosa sia successo tra il 2006 e il 2008, quando l'Italia aveva un governo di sinistra e, naturalmente, a quel tempo – come l'onorevole Mauro ha sottolineato – tutto andava a gonfie vele. Il governo di allora non ha presentato proposte legislative per porre fine alla concentrazione dei media, anche se avrebbe avuto il potere per farlo.

Oggi, quando ancora una volta in Italia si è in presenza di una netta maggioranza dei partiti conservatori, di colpo ci sono nuovamente dei problemi. Questo dibattito non deve prestarsi alla disonestà. Siccome i socialisti e la sinistra in quest’Aula non hanno più argomenti per metterci all’angolo, posso serenamente continuare questa discussione!

 
  
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  Juan Fernando López Aguilar (S&D).(ES) Signor Presidente, signora Commissario Reding, questa discussione può avere un solo scopo: l'invio di un messaggio politico forte in favore della libertà di espressione e del controllo di garanzia della sua qualità, che è rappresentato dal pluralismo dell'informazione. E’ importante anche inviare un messaggio a tutta l'Europa, e quindi a livello europeo.

Sono d'accordo con chi ha sottolineato che la libertà di espressione e il pluralismo dell'informazione sono basi fondamentali del progetto europeo e che non sono mai definitivamente acquisite o confermate. Al contrario, sono costantemente sotto minaccia, e le minacce provengono non solo dalla politica, cioè dal populismo e dall’autoritarismo, oppure dal ritiro o negazione della libertà e del pluralismo nell’ambito della politica, ma anche dal mercato, dalle concentrazioni, le distorsioni e gli abusi del mercato.

Credo quindi che questo dibattito non riguardi un solo paese, ma che abbia una dimensione europea, perché è in atto un processo di trasformazione della democrazia a livello europeo.

Mentre la democrazia è divenuta rappresentativa con l’introduzione del suffragio universale, che ha reso tutti uguali (una persona, un voto), nel mercato dell’informazione non siamo tutti uguali, perché non tutti hanno pari accesso alle trasmissioni di discussione radiofonica, ai dibattiti televisivi, alle pagine dei giornali o ai commenti editoriali. Perciò, non tutti possono partecipare allo stesso modo alla costruzione del quadro sociale che, democraticamente, dovrebbe appartenere a tutti noi in Europa.

Ecco perché questa discussione è importante: per ricordare che quest'anno, nel 2009, la Commissione ha preso l’impegno di presentare dinanzi a questo Parlamento una comunicazione per valutare le possibili minacce su scala europea alla libertà di espressione e al pluralismo dell'informazione, e per richiamare l'attenzione sull'importanza di sviluppare una direttiva che garantisca il pluralismo dell'informazione nel campo delle nuove tecnologie e, in particolare, per la televisione.

E’ molto importante che questa discussione avvenga in Europa, perché è chiaro che molti paesi dell'Unione europea non possono affrontare questo dibattito da soli con tutte le garanzie che sia condotto in modo corretto.

Con un intervento del Parlamento europeo, su scala europea, possiamo inviare un forte messaggio di impegno in favore del mantenimento e della sopravvivenza della libertà di espressione in un contesto di pluralismo dell'informazione nel XXI secolo.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ANGELILLI
Vicepresidente

 
  
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  Gianni Vattimo (ALDE). – Signora Presidente, cercherò di essere breve. L'Italia è davvero un campione di libertà, anzi di libertinaggio – per così dire – come si evince dalla lettura dei giornali, che Berlusconi cerca di far tacere, che querela perché rivelano, tra l'altro, le sue storie private, attraverso cui sceglie anche i candidati politici. Le sue signore che vanno a trovarlo vengono compensate o con denaro o con promesse di candidatura. Questa è la situazione: Berlusconi comanda i media italiani.

È vero, non ci sono leggi contro la libertà di stampa – non ancora. Berlusconi si appresta a introdurle. Solo ieri abbiamo abolito il lodo Alfano, che era legge inventata da Berlusconi per proteggersi dai tribunali e da tutti i processi che ha in corso. Ci troviamo quindi di fronte a questa situazione. È lecito chiedere all'Europa di occuparsi di questo problema? Certo, perché in Italia non ce la facciamo. Noi chiediamo all'Europa un'ingerenza umanitaria sul problema della libertà di stampa in Italia. Questo vogliamo che voi facciate e crediamo che sia importante anche per l'Europa se non vogliamo che ben presto il virus si diffonda anche qui.

 
  
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  Mario Borghezio (EFD). – Signora Presidente, non è esaltante questa giornata del Parlamento europeo, sprecata per una discussione inutile, quando tutti sappiamo che in Europa non c'è paese in cui ci sia più libertà di espressione e di stampa che nel nostro.

Ma quando in Italia governava la sinistra e un partito come il mio, pur rappresentato alla Camera, in Senato e al Parlamento europeo, godeva di uno spazio dello 0,1% nei telegiornali, Sassoli – ci lavoravi tu in quei telegiornali – non ti stracciavi le vesti, non manifestavi per la strada e meno che mai ti dimettevi dai sontuosi stipendi della RAI.

Voi difensori della libertà di stampa contro la censura! Abbiamo sentito i belgi: ma il Vlaams Belang, in Belgio, gode di questa libertà di stampa, di quest'ampia informazione o è censurato come lo eravamo noi? In Italia censuravano persino il buon Pannella e stavano tutti zitti. Anche voi della sinistra. Ha dovuto fare gli scioperi della fame: bei difensori della libertà! Il sindacato soviet dei giornalisti. Che libertà consente alla minoranza la Federazione della stampa italiana? Devono tacere, non hanno spazio. Bei difensori della libertà!

Scusate: queste manifestazioni – voi che siete così coraggiosi – andate a farle incatenandovi a Pechino, a Cuba, a Teheran, dove si muore per la libertà di stampa! Vergognatevi, conigli! Andate a Teheran, andate a Teheran, conigli, conigli, conigli, conigli! Evviva la libertà, evviva il nostro paese, libero, democratico...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Carlo Casini (PPE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, vorrei razionalizzare un sentimento apparentemente ambiguo che provo dopo questa prima fase della discussione, perché mi riconosco pienamente nelle forti parole pronunciate dal mio presidente Daul, ma mi sono riconosciuto anche nelle parole del collega Sassoli, che apparentemente dovrebbe essere un mio avversario politico.

Mi spiego meglio: sono schizofrenico io nel provare questa ambivalenza di sentimenti o sto cercando indebitamente di mediare tra il fatto che in Italia siedo all'opposizione, mentre qui mi trovo accanto al Popolo della libertà, nel Partito popolare? Credo di poter rispondere, sottolineando un contrasto evidente fra la grandezza e l'importanza dell'argomento della libertà d'informazione, argomento importantissimo…. Se Montesquieu fosse vissuto oggi, non avrebbe parlato soltanto dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, ma anche di altri poteri e al primo posto avrebbe messo il quarto potere, la stampa, che rappresenta un problema di libertà, di lotta alla schiavitù mentale, un problema di democrazia.

D'altra parte, la goccia che ha fatto traboccare il vaso dopo mesi e mesi di un imbarbarimento di tutta la stampa italiana – consentitemi di dirlo, di destra e di sinistra; è caduta la qualità della stampa italiana, da mesi, perché la politica è veramente caduta in basso – è stata l'azione giudiziaria di Berlusconi. Beh, consentitemi: ho fatto il magistrato penale per quattro anni alla Corte di cassazione, nella Quinta sezione penale, dove si giudicava il reato per diffamazione a mezzo stampa. E quindi ha ragione l'onorevole Mario : ne ho viste tante di querele per diffamazione a mezzo stampa e nessuno ha protestato. È un diritto del cittadino difendersi anche rispetto a queste situazioni.

Mi auguro pertanto che, cercando davvero di conciliare cose apparentemente opposti, si arrivi davvero a un nuovo e più alto modo di affrontare il problema per tutta l'Europa e non solo guardando l'Italia.

 
  
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  Gianluca Susta (S&D). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, chi cerca di far passare per anti-italiano, sovversivo, comunista, tutti coloro che chiedono una normativa nel campo della comunicazione e della libertà d'informazione, rispettosa del pluralismo e caratterizzata da una netta separazione tra i destini di chi assume importanti responsabilità istituzionali e il patrimonio che a lui deriva da attività imprenditoriali nel campo dell'editoria e dell'informazione, commette un grave errore che qui, in Europa, non può essere né perdonato, né giustificato, né ammesso.

Nei nostri interventi noi non abbiamo mai nominato il Presidente del consiglio. Avremmo potuto ricordare quante testate possiede: 150 in Italia; quante TV: circa 40. Ma non è questo il problema. Il problema è che il pluralismo dell'informazione – e nell'informazione – è un caposaldo di ogni democrazia liberale e va posto al riparo di ogni logica monopolista, oligopolista e conflitti di interessi.

La sovranità di ogni Stato, la riaffermazione che l'Unione europea non è un superstato, signora Commissario Reding, non ci può far dimenticare che l'Unione europea dispone anche di una Carta dei diritti fondamentali, da cui discende un sistema ordinamentale che gli Stati nazionali non possono disattendere. Lei sa che, proprio su questi temi, più volte la Corte di giustizia – sul caso Italia, e non su questioni di sistema, caro onorevole Speroni – si è pronunciata con sentenze tuttora in attesa di attuazione.

La globalizzazione dei mercati e il sempre maggior utilizzo dell'etere richiedono ormai una più puntuale normativa europea che disciplini questa delicata materia che tanto incide sul formarsi delle convinzioni dell'opinione pubblica e quindi anche sul principio di sovranità popolare, che è alla base dell'Unione europea e non solo alle fondamenta della Repubblica italiana, nonché sulle modalità con cui questo principio si esercita.

Nessuno deve più poter invocare i sacrosanti diritti della maggioranza popolare per giustificare intimidazioni alla libertà di stampa in un contesto fino a ieri di disparità tra il querelante e il querelato – che ciò avvenga in Italia o in Portogallo, come ci è stato ricordato prima – perché questo mina alla base le regole di convivenza che sono alla base dell'Unione. È per questo che occorre con urgenza una direttiva contro le concentrazioni nel settore dell'informazione, che disciplini i rapporti tra chi fa politica e allo stesso tempo controlla importantissimi mezzi d'informazione.

 
  
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  Sylvie Goulard (ALDE).(FR) Signora Presidente, vorrei sottolineare che l'oggetto di questa discussione – e gli interventi degli onorevoli Reding e Daul lo hanno dimostrato chiaramente – è la nostra idea di Europa. Non stiamo prendendo di mira uno Stato membro: dobbiamo sapere se stiamo applicando i trattati, se stiamo applicando la Convenzione europea sui diritti dell'uomo, firmata a Roma nel 1950, e se stiamo rispettando l'articolo 6 del trattato.

Onorevole Daul, quando lei cita il presidente Napolitano lo faccia per intero. Il presidente della Repubblica italiana ha precisato che i rimedi giuridici esistono e nel suo discorso ha menzionato l'articolo 7 dei trattati. Questo articolo oggi ci permette, legalmente e senza turbamenti, di affrontare il problema del rischio di una violazione dei diritti umani all'interno di uno Stato membro: oggi in Italia, domani in un altro paese.

L'ultimo importantissimo punto è che in ogni paese del mondo i dittatori e chi vuole minare i diritti umani si nasconde dietro la sovranità. Per me, l'Europa è il continente dell’universalità dei diritti umani. Se non riusciamo ad ammettere che noi che sediamo nello stesso Parlamento abbiamo il diritto, il dovere, di vedere ciò che sta accadendo in uno degli Stati membri, come possiamo dire alle dittature in paesi lontani che noi difendiamo un'idea universale che, in particolare, è così importante per la difesa dei diritti delle donne?

 
  
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  Fiorello Provera (EFD). – Signora Presidente, è curioso che, nel parlare di libertà di espressione in Italia in questa seduta, si sfori continuamente il tempo, censurando in maniera indiretta l'oratore successivo. Cercherò quindi di attenermi strettamente ai tempi concessi.

Devo dire che riterrei questa discussione molto più appropriata al Parlamento italiano che non al Parlamento di Bruxelles, a meno che – come ha già affermato qualcuno – non si considerasse di discutere sulla libertà di stampa in generale, cioè nell'ambito del continente europeo. Tuttavia, al di là di quelle che sono le opinioni, credo che valga la pena citare alcuni dati già esposti in precedenza dall'onorevole Speroni, sui quali è opportuno riflettere.

Ribadisco che, su 455 sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione dell'articolo 10 sulla libertà di espressione, 29 riguardano la Francia, 28 il Regno Unito, 15 la Grecia, 10 la Romania, 8 la Polonia e soltanto 7 l'Italia. Vi prego di riflettere su questi dati.

 
  
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  Simon Busuttil (PPE). (MT) Non mi sorprenderebbe se chi sta seguendo questa discussione pensi che questo non è il Parlamento europeo ma il Parlamento italiano. Eppure non è così, e quindi non è il luogo adatto per discussioni come questa, essenzialmente afferenti alla politica nazionale. Siamo tutti consapevoli della colorita personalità del primo ministro italiano, ma non è questo il problema. La questione è se noi, come istituzione europea, abbiamo la competenza per prendere decisioni in materia. La risposta è chiara, ce l’ha fornita oggi il commissario Reding, quando ha detto che questi temi non rientrano nell'ambito di competenza europea e che non possiamo assumerci un ruolo che non ci compete.

Pertanto, poiché la questione non rientra nelle nostre competenze, deve essere discussa e decisa a livello nazionale. Se ci arroghiamo poteri che non ci appartengono e se interferiamo in questioni che non rientrano nella nostra competenza, finiremo per indebolire la nostra legittimità invece di rafforzarla. Mineremmo l'istituzione che rappresentiamo, aumentando, invece di ridurre, la distanza tra noi e i cittadini. Se vogliamo ottenere il rispetto dei nostri cittadini, dobbiamo rispettare i limiti delle nostre competenze.

 
  
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  Maria Badia i Cutchet (S&D).(ES) Signora Presidente, l'Unione europea ha il dovere di garantire il pluralismo dei mezzi di informazione. Il dibattito sulla libertà di stampa riguarda il pluralismo della proprietà dei media, la loro struttura e le procedure per la nomina dei dirigenti, i rapporti tra politica, affari e gli stessi mezzi dell’informazione, nonché l'accesso dei cittadini alle diverse opinioni. Credo che sarete d'accordo con me sul fatto che la situazione dei media in Italia, ovvero la questione oggetto della discussione odierna, non soddisfa le norme di base necessarie per garantire la libertà di stampa nel paese.

Chiediamo pertanto alla Commissione di rispondere alle richieste formulate dal Parlamento negli ultimi anni e di definire specifici criteri per valutare eventuali violazioni di tali diritti e libertà in tutti gli Stati membri.

Il nostro obiettivo è senza dubbio la protezione dei diritti dei cittadini di ricevere informazioni di vario tipo, e del diritto dei giornalisti di informare liberamente perché, come sabato scorso hanno detto i manifestanti, l’informazione aumenta la nostra libertà.

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE). (EN) Signora Presidente, non è certamente una coincidenza che la scorsa settimana i conservatori britannici abbiano ottenuto il sostegno di Rupert Murdoch, e ieri abbiano votato per sopprimere questa discussione sulla libertà di stampa. Mentre i nuovi Stati membri ex-comunisti hanno fatto grandi progressi verso una stampa libera, il dominio dei mezzi di informazione di cui gode Silvio Berlusconi avrebbe fatto diventare verde d'invidia Erich Honecker.

Le minacce, le intimidazioni e gli abusi che Berlusconi mette in atto, non solo nei confronti della stampa ma anche del presidente della Repubblica e dei magistrati, vanno ben al di là di una questione puramente nazionale: questa è una delle principali preoccupazioni europee. Il commissario Reding ha detto, stranamente, che non dobbiamo usare le istituzioni europee per risolvere problemi nazionali. E allora perché abbiamo i trattati e le leggi europee, comprese quelle relative ai criteri dei diritti fondamentali e dello stato di diritto?

L'Unione europea ha, infatti, una chiara competenza giuridica per agire in difesa della libertà di espressione e dei diritti fondamentali in generale. Tale base giuridica esiste e deve essere integrata da una normativa sulla diversità dei media e sul pluralismo. La passività del commissario è profondamente deludente.

 
  
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  Salvatore Iacolino (PPE). - Signora Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, in Italia l'articolo 21 della Costituzione e l'articolo 3 della legge 102 del 2004 definiscono la portata della libertà di stampa e ne descrivono i limiti: deve essere obiettiva, completa, leale e imparziale, tutelando sempre la dignità della persona, in linea con i principi sanciti dall'Unione europea. Nell'epoca di Internet e del digitale, in cui continuano a nascere nuovi giornali, il servizio pubblico fa sfoggio di programmi dichiaratamente ostili al capo del governo, mentre la stampa e i media inorridiscono per l'azione di risarcimento danni presentata da Silvio Berlusconi nei confronti di due giornali.

In concreto, 1.100 radio, 162 giornali e alcune centinaia di televisioni private non basterebbero a garantire la pluralità dei mezzi d'informazione, che risulterebbero intimiditi dall'iniziativa di Silvio Berlusconi. Viene il sospetto che certo potere mediatico, diventato censorio, ambisca a diventare esso stesso potere politico. Un sistema dove frattanto, in altre parti del mondo, giornali autorevoli come El Pais, The Sun e il Tarin sembrano velocemente modificare i propri orientamenti.

Ma la sinistra italiana, piuttosto che dotarsi di una proposta politica, si affida a pezzi del sindacato nazionale dei giornalisti per scendere in piazza, provando – stavolta con interventi coordinati nei tempi – la più sleale e ostinata spallata antidemocratica al governo in carica. Ciononostante, i cittadini mantengono alto il gradimento nei confronti del premier, liberamente scelto dal popolo italiano, fiduciosi che il Parlamento europeo saprà confermare – come avvenuto nel 2004 – che la libertà di stampa è un valore riconosciuto e consolidato.

 
  
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  Rita Borsellino (S&D). - Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, non è mia intenzione, né tanto meno quella del mio gruppo – che ha sostenuto e voluto questa discussione – trasferire a livello europeo diatribe di politica interna italiana. La questione della libertà d'informazione riguarda tutti noi: riguarda l'Unione europea, che può e deve regolare la materia a livello comunitario, al fine di contrastare condizionamenti politici ed economici e di garantire un reale pluralismo dell'informazione.

L'anomalia italiana, dove il premier è anche proprietario di alcune tra le più importanti reti private, consiste proprio nell'esistenza di un pericoloso intreccio tra poteri mediatici, politici ed economici. Proprio per questo chiediamo un intervento regolamentare europeo, intervento che – lungi dall'essere un atto di anti-italianità – serva a tutelare il pluralismo dell'informazione, evitando le concentrazioni e il conflitto di interessi. Per questo oggi chiediamo alla Commissione di intervenire al più presto – come ha già chiesto in passato questo Parlamento – al fine di dotare l'Unione europea di norme comuni a tutela della libertà d'informazione per tutti i cittadini europei.

 
  
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  Sophia in 't Veld (ALDE). – (EN) Signora Presidente, devo confessare di essere rimasta piuttosto turbata dalla dichiarazione del commissario Reding perché, in effetti, gli Stati membri hanno la responsabilità di garantire il rispetto della democrazia e dei diritti fondamentali. Avete torto nel dire che l'Unione europea non ha alcun ruolo da svolgere al proposito.

Prima di tutto, vi è l'articolo 6 del trattato sull'Unione europea, che recita: “L'Unione si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e dello stato di diritto, principi che sono comuni agli Stati membri”. E per dimostrare che non erano solo parole vuote, l'Unione europea si è data con l'articolo 7 lo strumento giuridico per far rispettare l'articolo 6.

In secondo luogo, onorevole Reding, quando negoziamo con gli Stati candidati noi insistiamo sull’applicazione dei più elevati standard di libertà di stampa, altrimenti non potranno aderire all'Unione europea. Questo requisito fa parte dei criteri di Copenaghen: allora, Commissario Reding, perché applicare norme diverse per i paesi candidati rispetto a quelle per gli attuali Stati membri? Ci sono altri paesi in cui si verificano violazioni della libertà di stampa o della libertà di parola, come la Repubblica ceca, che ha appena approvato una legge che limita la libertà di stampa, o l’Irlanda, che ha approvato una legge draconiana contro la blasfemia. Commissario Reding, concludo dicendo che se vogliamo veramente essere una comunità di valori, allora la Commissione europea deve intervenire.

 
  
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  János Áder (PPE).(HU) Signora Presidente, onorevoli colleghi, un'ora fa abbiamo ascoltato l’onorevole Verhofstadt che ci spronava ad unire le forze per tutelare i valori della libertà, e devo dire che sono d'accordo con lui. La libertà di parola è un diritto fondamentale importante. Questa è l’idea emersa finora nella discussione. Sono anche d'accordo e credo fermamente che non esista un singolo politico italiano in Parlamento che desideri limitare la libertà di parola.

Mentre ascoltavo la discussione, mi sono venuti in mente due interrogativi. Perché i deputati socialisti e liberali ritengono importante proteggere solo alcuni diritti politici fondamentali e solo in certe occasioni? Il diritto di riunirsi liberamente è un diritto fondamentale importante? E’ importante quanto la libertà di parola? Certamente sì. Tuttavia, tre anni fa, voi non avete protestato quando il governo socialista in Ungheria disperse una folla che si era riunita per celebrare la rivoluzione del 1956.

Il diritto di usare la propria lingua è un diritto fondamentale importante? E’ importante quanto la libertà di parola? Certamente sì. Ma ancora una volta, non sollevate alcuna protesta quando le autorità in Slovacchia, uno Stato membro dell'Unione europea, tentano di limitare il diritto delle minoranze di usare la propria lingua.

La protezione della vita privata è un diritto fondamentale importante? Certamente sì. Credo che tutti, sia il primo ministro italiano sia chiunque altro, abbiano il diritto, e debbano avere il diritto, di intentare un'azione legale contro le false accuse e le calunnie.

La libertà di stampa è certo un diritto importante, ma perché avete taciuto negli ultimi venti anni, quando era evidente che nei paesi ex-socialisti i mezzi d’informazione erano concentrati nelle mani dei partiti ex-comunisti? Vi chiedo solamente di non applicare due pesi e due misure.

 
  
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  Debora Serracchiani (S&D). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, sono a conoscenza che lo scorso 30 settembre la Commissione ha presentato uno studio sugli indici di pluralismo dei media negli Stati membri. Ma nel 2008 è stata votata una relazione (relatrice: Marianne Mikko) con la quale si invitava la Commissione europea e gli Stati membri a tutelare, cito testualmente "la molteplicità di opinioni sui media, a difendere il pluralismo dell'informazione, a garantire a tutti i cittadini dell'Unione europea pari accesso a mezzi d'informazione liberi e diversificati".

Ancor prima, nel 2004, è stata votata in Parlamento una relazione (relatrice: Bogert-Quaart) sui rischi di violazione nell'Unione europea della libertà di espressione e d'informazione, con la quale si chiedeva alla Commissione di presentare una comunicazione sulla garanzia del pluralismo dei media in tutti gli Stati membri. Ad oggi la Commissione non ha ancora dato delle chiare risposte alle richieste del Parlamento.

Noterà, signora Commissario, che non ho nominato né il mio paese né il mio Presidente del consiglio: ma in questa sede – da cittadina europea – le chiedo che cosa intende fare la Commissione a livello europeo per far sì che il pluralismo dei media sia garantito in tutti gli Stati membri.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, la mozione contro il presunto attentato alla libertà di stampa in Italia è la scelta, a me pare, di una strada politicamente obliqua e inconsistente. E anche alcune parole forzate, venate di collera e un po' di odio, mi pare che abbiano preso oggettivamente la mano. È molto strano, però, che questa eclissi della democrazia (o presunta tale) in Italia si veda solo ora e di qua in maniera così vistosa, tenuto conto che i governi di centrodestra ma anche di centrosinistra – dei quali anch'io ho fatto parte – si sono alternati alla guida del mio paese.

Se in Italia esiste davvero questo macigno dell'illiberalità e dell'antidemocrazia, come ma in tanti anni di governo della sinistra non è stato mai rimosso? Si tratta di negligenza, reticenza, convenienza o invece – a me pare, molto più logico – la semplice considerazione che la cifra democratica italiana è in linea con gli standard occidentali e quelli europei?

Se davvero si vuole, come misura insolita – come quella, mi dispiace, per l'onorevole Serracchiani, utilizzata in questa circostanza, quella cioè di discutere di un paese e non dell'Europa – accertare la verità sullo stato di salute della democrazia nel nostro paese, si chieda allora al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con garbo istituzionale se egli si sente il Presidente di un paese dove il pluralismo dell'informazione annaspa, la libertà fa testa-coda, la democrazia è in fase regressiva. Ma non credo che, se la situazione fosse questa, il Presidente Napolitano si asterrebbe dal denunciare un tale stato di cose, fedele come egli è alle sue prerogative di garante della nostra Costituzione.

Poiché la questione però tocca – amici e colleghi della sinistra e mi dispiace dirlo – in maniera molto provinciale le vicende politiche italiane, recuperata dimensione fintamente europea e ora ad uso domestico, occorre rilevare che fino a quando la sinistra italiana, quella storicamente più forte e consistente, si farà guidare politicamente da comici e tribuni, la sua distanza dal potere aumenterà sempre di più. Io non credo che Woody Allen detti la linea al Presidente Obama.

 
  
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  Anni Podimata (S&D) . – (EL) Signora Presidente, signora Commissario, in qualità di ex giornalista, neanche io avrei mai immaginato che oggi, 50 anni dopo l’inizio della costruzione dell'Europa e poco prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona, si sarebbero discussi alcuni principi e valori fondamentali su cui è stata costruita e fondata l'Unione europea.

Valori quali l'indipendenza della stampa, il pluralismo dei mezzi d’informazione, la libertà di parola per tutti, specialmente per i giornalisti, l'uguaglianza davanti alla legge o anche, se volete, il principio fondamentale della divisione dei poteri. Si può parlare di divisione dei poteri quando il primo ministro di un paese, in altre parole la più alta autorità esecutiva, detiene e controlla la maggior parte dei mezzi d’informazione nazionali e perseguita gli altri?

Quello che sta accadendo in Italia non è un problema italiano, è un problema europeo, perché la credibilità stessa dell'Unione europea è a rischio quando si controllano e si giudicano le violazioni dei principi e dei diritti fondamentali nei paesi terzi e si tollera la violazione di quegli stessi valori e principi in casa propria.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, molti di voi avranno letto "Il Processo" di Kafka: si tratta di un libro ma è ciò che sta accadendo oggi nel mio paese, un paese di grandi tradizioni democratiche, con un governo eletto dal popolo sovrano, ma in cui si cerca di sovvertire il voto democratico con un attacco mediatico-giudiziario che non ha precedenti nelle storia.

Stiamo discutendo della libertà d'informazione quando il 72 percento della stampa non è a favore del governo e del presidente Berlusconi. Il 70 percento delle azioni legali intentate contro i giornali sono state avviate ai leader della sinistra, con una pretesa risarcitoria che ammonta a 312 milioni di euro, sui 486 totali che, dal 1994 ad oggi, si è richiesto: 32 milioni di euro all'anno. Una sorta di finanziamento aggiuntivo di carattere giudiziario.

A voi, colleghi, che rappresentate le democrazie europee, noi diciamo e affermiamo che in Italia il potere giudiziario-mediatico sta battendo la volontà del popolo sovrano per interessi politici di parte e di casta. Pertanto è a rischio la democrazia in Italia se cade il governo. Il primo eversivo di questo concetto, da un punto di vista semantico, porta il nome di Antonio di Pietro. Concludendo, vorrei ringraziare per l'alto senso di equilibrio e di democrazia, il Commissario Reding, che ha elaborato una relazione intelligente e corretta.

 
  
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  Cătălin Sorin Ivan (S&D).(RO) La libertà di stampa non ha mai avuto una protezione adeguata contro gli abusi. Ogni volta che il presidente o il primo ministro di uno Stato membro dell'Unione europea attacca i giornalisti, anche se solo perché in disaccordo con loro, la Commissione europea, il Parlamento europeo e ognuno di noi devono rispondere.

In Italia il primo ministro sta tentando di intimidire la stampa di opposizione con ogni mezzo possibile; in Romania, il presidente tenta di screditare la stampa e i giornalisti che lo criticano. In entrambi i casi stiamo parlando di eccessi da parte di certi politici che si ritengono al di sopra della legge. Secondo le ultime informazioni, il presidente romeno non solo insulta, inganna e calunnia i giornalisti, ma commette anche altri abusi di potere che, alla vigilia delle elezioni presidenziali, sembrano essere usati per qualsiasi scopo, anche infrangendo la legge, al fine di aiutare se stesso, come attuale capo di Stato, a vincere di nuovo le elezioni.

Questo è esattamente il motivo per cui, proprio come ho già fatto il 23 settembre, chiedo alla Commissione europea di condannare pubblicamente il comportamento del presidente della Romania e del primo ministro italiano.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ribadire che in Italia la libertà di stampa esiste ed è più forte che mai. Sono le parole di un grande giornalista, Gianpaolo Pansa, che ha scritto per tanti anni, per decenni, come una delle firme più prestigiose, sul giornale "La Repubblica", del gruppo "Espresso-Repubblica", dal quale si poi è dovuto dimettere perché accusato dalla dirigenza del gruppo di revisionismo che, come sapete, in Italia è uno dei reati più gravi in assoluto, quando viene fatto dall'intelligenzia dominante, dalla cultura dominante in Italia che è tutta di sinistra: basti vedere le primarie del Partito democratico, dove sfilano dai banchieri a tutti gli attori, registi e giornalisti più importanti del nostro paese.

Ebbene, però la libertà d'informazione non è libertà di insulto né di diffamazione: solo che il diritto alla difesa è concesso sempre alla sinistra: Prodi querela, va bene; D'Alema querela, va bene; Di Pietro querela, va bene. Di Pietro è il record man – a proposito, più che dai politici la stampa è querelata dalla magistratura; i dati sono di "Repubblica" – Di Pietro: 357 denunce, con già 700.000 euro di risarcimento. Abbiamo ascoltato i dati forniti dai colleghi. Concludendo, se esiste un problema di riequilibrio – e ritengo che in Italia questo problema vi sia – l'unica parte politica che ha i titoli per invocarlo è il centrodestra.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, nel 2008 il governo Berlusconi ha complessivamente erogato 206 milioni di euro per contributi diretti alla stampa e alle emittenti radiofoniche e televisive. Guarda caso, la maggior parte di questi milioni è andata ai quattro principali quotidiani di sinistra.

La libertà di stampa in Italia ha, nel governo Berlusconi, il sostenitore più generoso. La sinistra, in Italia e in tutta Europa, ha iniziato una campagna sulla libertà di stampa in pericolo, basata su falsi clamorosi e menzogne spudorate. E, fatalità – guarda caso anche qui – lo ha fatto solo dopo che il Presidente Berlusconi ha chiesto un legittimo risarcimento danni ai due quotidiani di sinistra che lo hanno calunniato, attribuendogli comportamenti infamanti, accuse basate su invenzioni assolute, indegne di un giornalismo che sia rispettoso della propria funzione.

Il Presidente Berlusconi è il primo ad affermare che la libertà di stampa è un valore: ma altra cosa è la libertà di insultare, di mistificare, di diffamare e di calunniare. In questo caso, ogni cittadino – e quindi anche Berlusconi – ha il diritto di potersi difendere con i mezzi democratici a sua disposizione, chiedendo a un giudice civile di valutare l'offensiva di alcuni scritti, come peraltro hanno fatto anche altri leader di sinistra.

 
  
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  Victor Boştinaru (S&D). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, questo non è soltanto un dialogo tra italiani: questa discussione è, prima di tutto, sull'Europa.

(RO) Il primo ministro Berlusconi non è certo l'unico esempio di chi infrange le norme che disciplinano i mezzi d’informazione. Il presidente Băsescu si comporta spesso in modo aggressivo, antidemocratico, e intimidisce i mezzi d’informazione utilizzando un linguaggio che qui, in seno al Parlamento europeo, non può essere ripetuto.

Se i capi di Stato e di governo europei continuano a comportarsi in questo modo, la Carta europea per la libertà di stampa finirà con il diventare solo un altro bel pezzo di carta. Noi, l'Unione europea, faremo una figura ridicola analizzando e criticando la libertà di informazione nei vari paesi dell’Asia e dell’Africa quando queste stesse libertà non sono protette e rispettate in seno all'Unione europea.

Propongo quindi di combattere questa situazione di monopolio con i mezzi a disposizione e con l'autorità della Commissione, insieme all'applicazione della Carta sulla libertà di stampa, sostenuta dall'autorità europea.

 
  
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  Cecilia Wikström (ALDE).(SV) Signora Presidente, molto tempo fa il celebre scrittore svedese August Strindberg ha detto: “Tu hai il potere, io ho le parole; io ho le parole in mio potere”. Questa non è tuttavia la situazione attuale per gli scrittori e i giornalisti italiani che si vedono sistematicamente negato il diritto di esprimersi liberamente.

Nel corso degli ultimi tre anni, 200 giornalisti sono stati minacciati per ciò che hanno scritto. E quello che accade in Italia riguarda tutti noi. La libertà di parlare, scrivere e pubblicare liberamente le proprie parole è un diritto fondamentale di tutti i 500 milioni di cittadini europei.

Quanto sta accadendo in Italia dimostra che per un regime che ha preso il controllo della libertà di parola, questa stessa libertà è a volte più pericolosa delle armi. Oggi il Parlamento ha un'occasione unica per far emergere e rendere manifesti i nostri attributi più positivi. Qui stiamo dimostrando che sono in gioco le libertà fondamentali. Questo interessa l'Italia e tutti noi.

 
  
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  Sergio Paolo Francesco Silvestris (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, la discussione di oggi ha davvero dell'incredibile, perché in Italia la libertà d'informazione è un diritto costituzionale garantito e riconosciuto. Altri prima di me hanno fornito dati sul numero e sull'orientamento politico dei quotidiani presenti in Italia.

Io mi permetterò di fare, a beneficio dei colleghi stranieri, una rassegna stampa. Questi sono alcuni liberi quotidiani che ho comprato ieri in aeroporto; questo è Il Manifesto, quotidiano comunista; questa è L'Unità, quotidiano fondato da Gramsci, del PD-PDS; questo è L'Europa, quotidiano della Margherita, che ha aderito al PD. Poi il PD ha anche una corrente di D'Alema-Letta, che ha un suo giornale, Il Riformista. Poi c'è Rifondazione, che ha il suo giornale, Liberazione. L'anno scorso c'è stata la scissione di Rifondazione e il partitino scissionista ha fondato il suo giornale, L'Altro.

C'è infine il caso politico di questa discussione: Il Fatto quotidiano. Sapete questo giornale a chi fa riferimento? Al partito di Di Pietro, che oggi anima questa discussione. C'è un partito che afferma qui che non c'è libertà d'informazione, mentre dieci giorni fa in Italia ha fondato un quotidiano.

Per concludere, signora Presidente, è come se io stessi qui a dirvi che in Italia c'è la carestia e la fame, mentre la settimana scorsa stavo nel mio paese alla sagra della salsiccia a mangiare carne arrostita e a bere vino. È questo il paradosso di una sinistra che possiede tanti giornali, ma non ha lettori e non ha voti. Che cerchi argomenti più seri se vuole recuperarli.

 
  
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  Mary Honeyball (S&D).(EN) Signora Presidente, desidero aderire alle richieste di presentare una direttiva europea sulle libertà di informazione, di stampa e sul pluralismo dei media. Pur se questo, come altri onorevoli hanno detto, è un dibattito sulla libertà di informazione in Italia, esistono seri problemi anche in altri paesi dell'Unione europea.

Uno di questi è il Regno Unito. E’ già stato menzionato Rupert Murdoch, e una delle ragioni per cui ritengo necessaria questa direttiva è proprio a causa di Rupert Murdoch, che non è un capo di Stato, ma un magnate dei media internazionali con un particolare obiettivo. Non è un democratico e noi dobbiamo legiferare perche esistono persone come Rupert Murdoch e come Silvio Berlusconi.

 
  
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  David Casa (PPE).(MT) Io vengo da Malta e, come potete immaginare, l'Italia è un paese vicino che seguiamo da molti anni. Anche in materia di libertà di espressione il mio paese guarda all'Italia perché è un chiaro esempio di democrazia. Pertanto approfondire questo problema interno, che è quello che vogliono i socialisti italiani, è a mio parere una forma di politica vergognosa nei confronti dell’Italia. Non avrei mai pensato che gli italiani si sarebbero ridotti ad attaccare il loro paese in questo Parlamento in un modo così scorretto. Credo di comprendere meglio perché gli italiani non si fidano dei governi di sinistra in Italia per più di pochi mesi: analizzando la politica di questo partito diventa chiaro che è adatto solo a chi vuole attaccare il concetto stesso di democrazia ed è per questo, credo, che essi avrebbero dovuto ascoltare il presidente della Repubblica italiana, che desidero ringraziare, quando ha detto che una simile discussione non ha senso all'interno di questo Parlamento, ma deve essere affrontata in seno al parlamento italiano.

 
  
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  Stanimir Ilchev (ALDE).(BG) La ringrazio signora Presidente. Parlerò nella lingua di uno dei paesi criticati oggi in quest’Aula, la Bulgaria. Se oggi fossi un giornalista in Bulgaria, come una volta sono stato, probabilmente sceglierei una delle due posizioni diametralmente opposte che potrebbero essere presentate nei titoli di testa di un qualunque giornale. Da un lato c’è chi sostiene che non dobbiamo trasformare questo Parlamento in una cassa di risonanza, per non dire una suprema corte di appello; dall’altro lato vi è la posizione, esposta da un deputato del gruppo socialista, che invita a trattare questo Parlamento come un museo contenente vecchi oggetti che non devono essere spostati.

Ritengo che la verità stia nel mezzo e si rifletta nella proposta presentata dall’onorevole Verhofstadt sulla redazione di una direttiva che crei un sistema più moderno e democratico per regolare tutte le questioni discusse oggi in tema di libertà di stampa e di pluralismo. Tuttavia, a parte i problemi di pluralismo, libertà e tutela dei giornalisti, questa direttiva dovrà in realtà comprendere e porre un accento particolarmente forte sul decentramento delle risorse dei mezzi d’informazione, anche all'interno dei sistemi dei media nazionali.

 
  
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  Viviane Reding, membro della Commissione (EN) Signora Presidente, ritengo che questa discussione sia stata molto importante, perché ha chiaramente dimostrato il profondo accordo di questo Parlamento sul fatto che la libertà di stampa non è legata a casi particolari, ma è la base della nostra Unione europea. Dobbiamo difenderla perché è un valore fondamentale, dobbiamo ribellarci quando non viene rispettata e dobbiamo intervenire se vi sono problemi da risolvere.

(Il Presidente chiede silenzio in Aula)

Quest'Aula concorda anche sul fatto che la libertà dei mezzi d’informazione è un problema da considerare in tutti gli Stati membri. Molti di voi sono arrivati da poco in questo Parlamento e quindi mi limiterò a ricordare l'iniziativa dei giornalisti europei per istituire una Carta europea per la libertà di stampa. Quest’ultima è stata redatta al fine di aiutare soprattutto i giornalisti dei nuovi Stati membri che avevano chiesto un sostegno da parte della comunità giornalistica.

Voglio ricordarlo perché è stato detto che esistono problemi nelle televisioni pubbliche di molti Stati membri. Ricordo di essermi recata in uno di questi Stati, l'Ungheria, per sostenere il salvataggio della televisione pubblica, e credo che lo stesso dovrebbe essere fatto in tutti gli Stati membri che denunciano difficoltà simili.

Per questo abbiamo votato la nuova direttiva “Televisione senza frontiere”, con l'aiuto del Parlamento, per l'istituzione di autorità d’informazione indipendenti in tutti i nostri Stati membri. Posso assicurare al Parlamento che ogni qualvolta che si verificherà un problema nella creazione di queste autorità d’informazione indipendenti, la Commissione interverrà.

Ora, il disaccordo in questo Parlamento è sul modo di accordare le competenze dell'Unione europea con le politiche dei mezzi d’informazione. Credo che molti onorevoli colleghi non abbiano sentito le mie dichiarazioni introduttive in cui citavo la Carta dei diritti fondamentali, che è chiarissima. Ho citato l'articolo 51, paragrafo 1 della Carta dei diritti fondamentali, in cui si affermano chiaramente i relativi casi e norme di applicazione. Ognuno può leggere la carta e farvi riferimento.

Purtroppo nessuno mi sta ascoltando, anche se è un argomento molto importante.

(Il Presidente chiede nuovamente silenzio)

Nel mio intervento introduttivo, ho sottolineato azioni precise, esempi concreti in cui l'Unione europea può intervenire e ha deliberato; ho evidenziato i problemi che devono essere risolti a livello nazionale. La Corte costituzionale italiana, che si è pronunciata ieri, ha mostrato chiaramente che cosa questo significhi.

Questo Parlamento ha avanzato diverse richieste e vorrei rispondere, se l’Aula me lo consente e ascolta.

(Il Presidente chiede ancora una volta silenzio)

Questo Parlamento ha chiesto di impegnarsi in favore del pluralismo dei mezzi d’informazione, come promesso. In materia di pluralismo dei media sono stati già compiuti notevoli progressi e abbiamo pubblicato la seconda fase, con gli indicatori di rischio sul pluralismo dei mezzi d’informazione. Forse molti onorevoli parlamentari non hanno preso visione di questi documenti. Sono disponibili e consultabili online e rappresentano un elemento fondamentale per portare a termine il lavoro obiettivo sul pluralismo dei media che il Parlamento ha chiesto.

Sono molto rammaricata perché abbiamo tenuto un seminario pubblico su questo tema e non un singolo parlamentare vi ha partecipato. Bene, ora gli indicatori di rischio sono stati pubblicati e possono essere consultati. Serviranno da base per il nostro lavoro futuro.

Seconda domanda: per quale motivo la Commissione non ricorre all'articolo 7 del trattato dell’Unione europea nel caso dell’Italia? Prima di tutto, l'articolo 7 è una disposizione di carattere eccezionale. Finora non è mai stato attivato da parte delle istituzioni dell’Unione europea. Questa clausola si applica solo in presenza di un completo crollo dell’ordine giurisdizionale nazionale e del sistema dei diritti fondamentali in uno Stato membro. Non credo che in nessuno Stato membro si sia verificata una simile situazione. E’ comunque interessante notare che l'articolo afferma che lo stesso Parlamento europeo ha la possibilità di attivare l'articolo 7 del trattato sull’Unione europea. Mi rivolgo quindi al Parlamento europeo affinché, se ritiene che davvero vi siano prove sufficienti, attivi l'articolo 7 del trattato sull’Unione europea.

Terza domanda: molti onorevoli parlamentari di tutti i partiti politici, e ritengo che vi sia una relativa unanimità in Parlamento, hanno chiesto una direttiva dell’Unione europea in materia di pluralismo e concentrazione dei mezzi d’informazione.

(Il Presidente chiede ancora una volta silenzio)

Si tratta di una questione fondamentale che deve essere discussa in modo approfondito. Vi ricordo che nel 1990 la Commissione europea ha iniziato a lavorare sul progetto di una simile direttiva e che, in quel momento, tutti gli Stati membri, senza eccezioni, si sono dichiarati contrari ad una direttiva del genere perché esulava dalle competenze dell'Unione europea.

Ora forse la situazione è cambiata e oggi una grande maggioranza degli Stati membri ritiene che questo argomento rientri tra le competenze dell'Unione europea. Naturalmente, si potrebbe giungere a una simile interpretazione del trattato, in modo da consentire all'Unione europea di occuparsi della questione. Ma prima ancora di iniziare, la Commissione dovrebbe poter contare sul sostegno di tutto il Parlamento europeo. E gradirei che quest’ultimo individuasse chiaramente quali problemi del mercato interno ritiene debbano essere affrontati in una simile direttiva.

Personalmente, come sapete, in qualità di commissario, non ho difficoltà a regolamentare; anzi, negli ultimi cinque anni ho regolamentato laddove era necessario. Ma per farlo c’è bisogno di prove chiare sulle questioni da affrontare. Una normativa risolverà i problemi che tutti avete in mente oggi? Potremmo giustificarla nel quadro delle attuali competenze dell'Unione europea? Vi è una chiara dimensione transfrontaliera? Vi è una chiara dimensione del mercato interno? Vi ricordo che la normativa che abbiamo già messo sul tavolo era tutta impostata sulla base giuridica del mercato interno.

Sono tutti aspetti che bisogna chiarire prima di avviare un processo legislativo. Invito quindi il Parlamento a discutere seriamente e a rispondere a queste domande con una propria relazione d’iniziativa adottata dalla maggioranza dei deputati. Solo in seguito la Commissione porterà avanti il discorso.

Nel frattempo, la Commissione ha svolto il proprio compito definendo gli indicatori di rischio, che ci aiuteranno ad analizzare il problema su base oggettiva in tutti gli Stati membri. Ritengo che in fin dei conti sia questo ciò che il Parlamento vuole. Ed è anche quello che desidera l'altra istituzione, perché non vogliamo un uso politico delle nostre libertà fondamentali; vogliamo che queste libertà siano un diritto, che siano un valore di base e che siano trattate in quanto tali.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. − Commissario, la prego di accettare le mie scuse a nome del Parlamento per il rumore durante il suo intervento in risposta alle osservazioni dei deputati.

 
  
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  Martin Schulz (S&D). (DE) Signora Presidente, prima di esporre le mie personali osservazioni desidero sollevare una mozione d'ordine. Credo che nessun membro della Commissione o del Consiglio, o anche di questa stessa Aula, dovrebbe essere chiamato ad affrontare il Parlamento nelle condizioni che l’onorevole Reding ha dovuto subire proprio ora. E’ semplicemente inaccettabile!

(Applausi)

Chiedo quindi all'Ufficio di presidenza di esaminare come si possa porre fine a questo disonorevole stato di cose in virtù del quale, durante le fasi finali delle discussioni in corso e durante le dichiarazioni, è possibile che si svolgano conversazioni, come ad esempio quella tra il vicepresidente Vidal-Quadras e il suo ex collega lassù che sono interessati solo e soltanto alle loro relazioni bilaterali. Non la ritengo una situazione accettabile. Chiedo quindi nuovamente all’Ufficio di presidenza di prendere in considerazione questo problema.

Vorrei ora commentare quanto detto dall'onorevole Weber, che si è rivolto personalmente a me durante la discussione sulla libertà di stampa in Italia e ha sollevato la questione degli interessi del partito socialdemocratico tedesco (SPD) sui mezzi d’informazione.

(Tumulti)

In qualità di membro di questo Parlamento e di membro della direzione del mio partito, vorrei dire che ho una certa simpatia per l’onorevole Weber. Chiunque abbia perso così tanti voti come ha fatto l'Unione cristiano sociale (CSU) in Baviera e il mio partito, vuole essere sicuro di attirare l'attenzione.

(Tumulti)

Voglio solo far notare che l'attuale assetto degli interessi del SPD nei mezzi d’informazione è il risultato della restituzione dei media tedeschi dopo l'esproprio da parte dei nazisti e dei comunisti nella Repubblica democratica tedesca. Noi socialdemocratici tedeschi siamo orgogliosi dei nostri interessi nei mezzi d’informazione!

 
  
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  Joseph Daul (PPE).(FR) Signora Presidente, ho solo un altro punto di sollevare, che riguarda tutto il Parlamento. Martedì 18 settembre, dopo aver lasciato l’Aula alle 23.00, l’onorevole Niebler è stata brutalmente aggredita: è stata gettata a terra, le sono stati rubati il telefono, il denaro, la carta di credito e tutti i documenti. Il proprietario di un ristorante belga l’ha soccorsa ed ha chiamato l'ambulanza e la polizia. Dopo mezz'ora è arrivata l'ambulanza per soccorrere l’onorevole Niebler. Molto bene. Dopo un’altra mezz'ora però la polizia non era ancora arrivata. La stiamo ancora aspettando. Chiedo quindi al presidente di intervenire qui, in Parlamento, perché questo è attualmente la terza aggressione di cui la polizia non si è occupata. In questa città la sicurezza non è garantita…

(Applausi)

…né sono state fornite delle risposte da parte delle autorità. Chiedo un intervento molto forte da parte del presidente del Parlamento per ottenere una risposta riguardo a questa aggressione.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. − Onorevole Daul, purtroppo, come lei ha detto, episodi di questo tipo si sono verificati in numerose occasioni, ed io ovviamente li considero inaccettabili.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà nella seconda parte della sessione di ottobre.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. – (FR) E’ estremamente difficile per un deputato veder puntare il dito contro una democrazia quale l'Italia, come questa discussione intende fare. La libertà di stampa è una libertà fondamentale sancita dall'articolo 21 della costituzione italiana. In Italia, ci sono giornali privati e pubblici che riflettono tutti gli orientamenti politici.

In segno di rispetto per le migliaia di persone che soffrono in molti paesi del mondo per l’oppressione e per la mancanza di libertà di espressione, è osceno descrivere il regime italiano come un regime liberticida. Inoltre, una delle caratteristiche fondamentali di ogni Stato costituzionale è offrire la possibilità di ricorrere ai tribunali per ogni cittadino che si senta offeso. Così, il fatto che un primo ministro della Repubblica, che è stato calunniato nei giornali nazionali, abbia scelto la via legale per attaccare i suoi detrattori – e non le vie traverse tipiche di regimi non democratici – conferma il buono stato di salute della democrazia italiana.

Infine, è fondamentale sottolineare che il Parlamento europeo non deve diventare una camera in cui risolvere controverse questioni nazionali che non hanno alcun collegamento con le competenze della Comunità. I dibattiti nazionali devono essere trattati a livello nazionale!

 
  
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  Iosif Matula (PPE), per iscritto. – (RO) La libertà di espressione fa parte dei criteri democratici che abbiamo posto a fondamento dell'Unione europea. Ogni Stato membro deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare, anche in ambito politico, i criteri di Copenaghen. Tuttavia, credo che le istituzioni europee non debbano essere utilizzate, in alcun modo o forma, come un forum per risolvere controversie di politica interna. Stiamo discutendo oggi questioni che riguardano la politica interna di uno Stato membro che possiede attive istituzioni democratiche. Personalmente sostengo incondizionatamente l’assoluta libertà di stampa. Allo stesso tempo, questa libertà va di pari passo con la massima responsabilità di ogni redazione nel fornire al pubblico informazioni corrette. In quest’Aula sono state chieste norme più severe sulla concentrazione della proprietà dei mezzi d’informazione e sul pluralismo a livello comunitario. Non dobbiamo però dimenticare che gli Stati membri si sono opposti a questa direttiva in quanto l’argomento non è di competenza dell'Unione europea. La Commissione europea ha pubblicato ugualmente un elenco di indicatori del pluralismo dei media basato su uno studio indipendente. Ritengo che sia importante per noi dare maggiore importanza a questi criteri e usarli come punto di partenza per una futura direttiva in questo settore. E’ altrettanto importante cercare soluzioni anziché avanzare accuse.

 
  
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  Tiziano Motti (PPE), per iscritto. – Dichiarare che la libertà d'informazione è negata in Italia è un'offesa, strumentale ed opportunistica, ad una delle più grandi democrazie occidentali. La libertà di informazione è negata in quei Paesi nei quali i regimi dittatoriali impediscono ai sudditi di accrescere la loro consapevolezza sui fatti quotidiani scegliendo la fonte d'informazione ritenuta più autorevole. Internet oggi ha il merito, nei Paesi di tradizione democratica come l'Italia, di abbattere ogni limite politico, geografico, economico e sociale di accesso all'informazione. In certi Paesi, al contrario, Internet è filtrato, e molti siti, considerati non filo governativi, oscurati. Li’ i diritti civili, come la libertà d'espressione, di matrimonio, di manifestazione, diritti di cui quali forse noi Occidentali non realizziamo nemmeno più l'importanza, perché ad essi siamo abituati, non si avvicinano nemmeno lontanamente al concetto di inalienabilità garantito dalla nostra Costituzione. Perché, semplicemente, non esistono. Il Parlamento europeo deve essere luogo di crescita, di dibattito e di scambio di buone prassi dei Paesi europei. Non può ridursi a sfondo teatrale privilegiato dove mettere in scena gratuitamente "prime" di una qualsiasi pièce da teatrino di provincia. Se dibattito sulla libertà di stampa, in Europa, deve esserci al Parlamento europeo, che ci sia, ma sia esso costruttivo e degno del prestigio dell'Istituzione di cui, noi, ci onoriamo di fare parte.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. – (RO) “La libertà di stampa è essenziale per una società democratica. E’ compito di tutti i governi mantenere, proteggere e rispettare la sua diversità e le sue missioni politiche, sociali e culturali.” Questo è l'articolo 1 della Carta europea per la libertà di stampa. Il primo ministro Berlusconi non solo sembra sfidare uno dei valori fondamentali di una società democratica, ma anche utilizzare l'influenza di cui dispone per manipolare l'opinione pubblica. In Italia, così come in altri paesi, gran parte dei giornali sono di proprietà di privati e controllati da politici che ne stabiliscono le politiche di gestione da cui non essi non possono deviare. In altri paesi, il governo usa il denaro dei contribuenti per finanziare giornali manovrati a proprio vantaggio. Nell'Unione europea, campione di democrazia e promotrice dei valori democratici in tutto il mondo, non dobbiamo ammettere restrizioni alla libertà di stampa. Per questo chiedo alla Commissione europea di proporre nel prossimo futuro una direttiva sulla libertà di stampa, destinata, in particolare, a limitare l'interferenza politica nei mezzi d’informazione di massa ed a evitare che in questo settore si stabiliscano dei monopoli.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 
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