Presidente. – L’ordine del giorno reca la presentazione della relazione annuale della Corte dei conti.
Vítor Manuel da Silva Caldeira, presidente della Corte dei conti. – (EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, onorevoli colleghi, è un onore per me prendere parte alla discussione di oggi sulla relazione annuale della Corte dei conti europea sull'esecuzione del bilancio nell'esercizio finanziario 2008 da me già presentata il 10 novembre a lei, signor Presidente, e alla commissione controllo dei bilanci.
Nella relazione di quest’anno vi sono quattro aspetti fondamentali.
In primo luogo, per il secondo anno consecutivo la Corte esprime parere positivo senza riserve sui conti. Sotto tutti gli aspetti rilevanti, i conti presentano fedelmente la situazione finanziaria, i risultati e i flussi di cassa dell'Unione europea a fine anno. In altre parole, la relazione finale per il 2008 presenta un quadro fedele e corretto, anche se è necessario prestare attenzione ad alcune carenze di sistema in un certo numero di direzioni generali della Commissione, che dovranno essere affrontate.
Per quanto riguarda la legittimità e la regolarità delle operazioni soggiacenti, il secondo messaggio chiave è che negli ultimi anni si è avuta una complessiva riduzione del livello di irregolarità, che rimane però troppo elevato in determinate aree.
Per il 2008, come negli anni precedenti, la Corte esprime un giudizio senza riserve sulle entrate e sugli impegni. Il quadro dei pagamenti, tuttavia, continua a rimanere incerto.
In quanto alle spese amministrative e varie, la Corte esprime un giudizio senza riserve, come già negli anni precedenti. Allo stesso modo, la Corte esprime un giudizio senza riserve su istruzione e cittadinanza, stimando che il tasso di errore sia qui sceso sotto il 2 per cento. Questo risultato è dovuto principalmente all’elevata proporzione di pagamenti anticipati nel 2008, i quali comportano un minor rischio di errore rispetto ai pagamenti intermedi e finali. In questo settore, tuttavia, la Corte continua a valutare i sistemi come solo parzialmente efficaci.
Per l'agricoltura e le risorse naturali, la Corte conclude che i pagamenti sono stati legittimi e regolari in tutti gli aspetti rilevanti, fatta eccezione per lo sviluppo rurale. Questa è la prima occasione in cui la Corte esprime un parere positivo con riserva, e non un’opinione avversa. Il tasso complessivo di errore per questo gruppo di politiche è inferiore al 2 per cento, in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Carenze nei sistemi di supervisione e di controllo nell’ambito dello sviluppo rurale hanno contribuito in modo significativo a far sì che, in generale, la Corte valuti i sistemi in questo settore come solo parzialmente efficaci.
La Corte esprime parere positivo con riserva anche per le politiche del settore affari economici e finanziari, a causa di errori rilevati nelle operazioni relative al Sesto programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico.
Per i settori della coesione, ricerca, energia e trasporti, aiuti esterni, sviluppo e ampliamento, la Corte continua ad esprimere un’opinione avversa rilevando la presenza di errori materiali, seppure a livelli diversi.
La coesione rimane l’area maggiormente segnata dagli errori. La Corte ritiene che almeno l’11 per cento dei 24,8 miliardi di euro totali rimborsati nel corso del 2008, rispetto al periodo di programmazione 2000-2006, non avrebbero dovuto essere rimborsati.
La Commissione ha affermato che i meccanismi di correzione e recupero hanno alleviato le conseguenze degli errori. Tuttavia, la Corte ritiene che gli Stati membri non forniscano informazioni sufficientemente complete e attendibili sulle rettifiche finanziarie a sostegno di questa affermazione. E la Corte ha rilevato casi di Stati membri che hanno sostituito spese non ammissibili respinte dalla Commissione con nuove spese anch’esse inammissibili.
Per quanto riguarda il periodo di programmazione 2007-2013, quasi tutti i pagamenti sono in pre-finanziamento, per i quali vi sono relativamente poche condizioni. E’ quindi troppo presto per dire se le modifiche alle norme o ai sistemi abbiano ridotto il livello di errore. Tuttavia, i ritardi nell’approvazione delle descrizioni dei sistemi degli Stati membri, le valutazioni di conformità e le strategie di audit hanno rallentato l'esecuzione del bilancio e possono far aumentare il rischio che i sistemi di controllo non riescano a prevenire o individuare gli errori nella fase iniziale.
Anche se il livello di errore continua a permanere significativo nei settori della ricerca, dell’energia e dei trasporti, le misure correttive adottate dalla Commissione hanno contribuito a ridurlo. Tuttavia, i requisiti giuridici rimangono complessi e i sistemi di controllo continuano a essere solo parzialmente efficaci.
Anche i pagamenti per gli aiuti esterni e lo sviluppo e ampliamento continuano ad essere gravati da errori, con carenze nei sistemi degli aiuti esterni e assistenza allo sviluppo soprattutto a livello degli organi di esecuzione e di delega.
Nel complesso i tassi di errore sembrano in diminuzione, ma i quadri giuridici continuano a rimanere complessi e permangono problemi in alcuni sistemi di controllo. Ridurre ulteriormente il livello di pagamenti irregolari richiederà pertanto un continuo miglioramento dei sistemi di supervisione e di controllo, e laddove opportuno una semplificazione di norme e regolamenti.
Il terzo punto fondamentale della relazione annuale è che le raccomandazioni della Corte degli anni precedenti, volte a migliorare i sistemi di supervisione e di controllo, continuano a rimanere valide anche quest’anno, in quanto le misure in questione fanno parte di un processo in corso che richiederà del tempo prima di poter essere considerato efficace.
La priorità resta affrontare le carenze specifiche che la Corte ha rintracciato nelle aree in cui è stata individuata la maggior parte dei problemi, molti dei quali ho appena illustrato.
Sarebbe anche opportuno continuare a prestare particolare attenzione al miglioramento dei meccanismi di correzione finanziaria e di recupero in vista della chiusura del periodo di programmazione 2000-2006.
Inoltre, la Commissione dovrebbe continuare a monitorare l'efficacia dei sistemi e ad identificare quelle aree in cui i controlli di spesa già esistenti potrebbero essere più efficaci, oppure in cui sarebbe opportuno pensare ad una revisione dei programmi o dei piani in questione.
Nel contesto di tali revisioni, le autorità legislative e la Commissione dovrebbero prendere in considerazione l’idea di impostare un livello di rischio residuo di irregolarità nel sistema, ovvero un rischio tollerabile di errore, piuttosto che stabilire il numero di controlli da effettuare, come avviene attualmente.
C'è però un limite alla riduzione del livello di irregolarità che può essere raggiunto grazie al miglioramento dell'efficacia dei sistemi di supervisione e di controllo.
Questo mi conduce al quarto ed ultimo aspetto fondamentale di questa relazione annuale: se si vuole raggiungere un’ulteriore significativa e duratura riduzione del livello dei pagamenti irregolari, la semplificazione resta una priorità. Le aree in cui la Corte rileva livelli di errore troppo elevati sono quelle in cui i requisiti giuridici sono complessi e poco chiari, come nel caso delle norme di ammissibilità. L'agricoltura, il principale ambito di miglioramento riscontrato dalla Corte, è un esempio di area in cui è stato compiuto un serio sforzo per semplificare i meccanismi di spesa.
La Corte sostiene che norme e regolamenti ben progettati, che siano chiari da interpretare e semplici da applicare, non soltanto riducono il rischio di errore, ma possono anche ridurre il costo dei controlli.
Tuttavia, la semplificazione deve essere applicata con cautela al fine di trovare il giusto equilibrio tra semplificazione e definizione degli obiettivi politici, per evitare effetti collaterali indesiderati quali spese meno mirate.
Inoltre, come la Corte ha anche evidenziato, in sede di revisione o di riforma delle modalità di spesa dell'Unione europea la semplificazione dovrebbe essere applicata parallelamente ai principi di chiarezza degli obiettivi, di realismo, di trasparenza e di rendicontazione. Le proposte miranti ad una revisione del regolamento finanziario, ad un nuovo quadro finanziario e ad una riforma del bilancio ne forniranno l'opportunità durante il mandato della nuova Commissione.
L'entrata in vigore del trattato di Lisbona porterà dei cambiamenti anche nella gestione dei fondi dell'Unione europea e nella verifica del loro utilizzo, rafforzando il ruolo del Parlamento. Per il lavoro della Corte questi cambiamenti avranno importanti conseguenze, e dovrebbero servire a rafforzare la rendicontazione e la trasparenza, contribuendo così a incrementare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni dell'Unione europea.
Signor Presidente, onorevoli deputati, questo è un importante momento di rinnovamento per l'Unione europea: le riforme previste offrono una grande opportunità di migliorare ulteriormente la gestione finanziaria dell'Unione europea. Ma nei periodi di rinnovamento e di riforma è importante anche ricordare le lezioni del passato. Ritengo che in tale contesto la Corte svolga un ruolo fondamentale, producendo relazioni e opinioni che non solo identificano i problemi esistenti, ma formulano anche raccomandazioni per il futuro. La Corte è quindi lieta di poter continuare a collaborare con le istituzioni partner in modo da sfruttare al meglio le attuali opportunità di migliorare ulteriormente la gestione finanziaria dell'Unione europea.
Siim Kallas, vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione accoglie con favore la relazione annuale della Corte dei conti per il 2008. Ho già avuto occasione di ringraziare la Corte per l'ottima collaborazione fornita anche quest'anno. Abbiamo tenuto un dialogo molto fruttuoso e la relazione è molto costruttiva.
Come avete appena ascoltato, il presidente Caldeira ha affermato che negli ultimi anni il livello di irregolarità è in complessiva diminuzione. Le cose sono davvero iniziate a migliorare cinque anni fa e, dal 2004, la “zona rossa”, quella in cui la Corte rileva la maggior parte degli errori e per i quali dà un “cartellino rosso”, è stata ridotta della metà.
Per il 2008 il rapporto è accompagnato da un’opinione assolutamente positiva sui conti per il secondo anno di seguito, a conferma dell’importante successo della profonda riforma e della transizione verso una contabilità per competenza.
In secondo luogo, per la prima volta l'agricoltura nel suo complesso è ormai diventata “pulita e verde”. Ciò può certamente essere attribuito ai notevoli sforzi di semplificazione degli ultimi anni. In terzo luogo, anche il settore istruzione e cittadinanza è passato al verde.
Per la ricerca in generale le cose stanno migliorando e la Corte ricorda che le irregolarità sono essenzialmente legate al Sesto programma quadro, il che permette di sperare che le regole migliorate e semplificate del Settimo programma quadro produrranno un risultato migliore.
Ancora una volta, come l'anno scorso, la Corte non ha dato luce rossa per la gestione e i sistemi di controllo. Inoltre, la Corte reputa che tutte le relazioni annuali di attività da parte dei servizi della Commissione forniscano una ragionevole garanzia, con o senza riserve, e che i sistemi di controllo interno garantiscano la legittimità e la regolarità delle operazioni soggiacenti. Ciò detto, la relazione delinea chiaramente anche il lavoro ancora da svolgere.
La “zona rossa” è ora circa del 30 per cento, corrispondente alla spesa per la coesione, che è l'unico settore in cui la Corte non ha ancora trovato un miglioramento significativo nel livello delle irregolarità. Questo era forse prevedibile, dato che nel 2008 la Corte non ha verificato i pagamenti effettuati nel quadro del miglioramento dei sistemi istituiti per il nuovo periodo di programmazione 2007-2013. A questo proposito la Commissione osserva che le conclusioni della Corte in materia di coesione coincidono in larga misura con la sua stessa valutazione generale.
Per i fondi strutturali, la Commissione nel 2008 nutriva alcune riserve a causa di carenze nei sistemi di controllo di Belgio, Germania, Italia, Spagna, Bulgaria, Regno Unito, Francia, Polonia e Lussemburgo. La Commissione non mostra timidezze in materia di trasparenza laddove si siano individuati problemi sistemici. I nomi di questi Stati membri sono stati pubblicati nella relazione di sintesi della Commissione dello scorso giugno.
La Corte ricorda il ruolo essenziale di informazioni complete e affidabili da parte di tutti gli Stati membri sulle rettifiche finanziarie. Ne abbiamo bisogno per dimostrare che i sistemi pluriennali di controllo funzionano e per attenuare gli effetti degli errori riscontrati.
La Corte raccomanda inoltre che la Commissione continui a lottare per ottenere garanzie riguardo alle sintesi annuali di tutti gli Stati membri, nonché alle iniziative volontarie da parte di alcuni di essi, sotto forma di dichiarazioni nazionali, o da parte delle istituzioni superiori di controllo.
La Commissione concorda sul fatto che, ovviamente, deve poter contare su input di qualità da parte degli Stati membri. Stiamo notando miglioramenti, ma stiamo anche considerando un rafforzamento della base giuridica per accelerare il processo.
Infine, la Corte sottolinea l'importanza di obiettivi chiari, di regole trasparenti e facili da capire, e dell'efficacia dei controlli. Questo riduce il rischio di errore e anche le spese di controllo. Tuttavia, non è un obiettivo che si può raggiungere da un giorno all'altro e, naturalmente, le imminenti revisioni del bilancio, del quadro finanziario e del regolamento finanziario offrono opportunità da non mancare.
Ora dobbiamo migliorare le garanzie ottenute dagli Stati membri per i fondi strutturali, batterci per una maggiore semplificazione, che richiederà sempre maggiori modifiche alla legislazione che disciplina i vari programmi. La revisione del regolamento finanziario è attualmente oggetto di consultazione e la Commissione presenterà una serie di proposte nella primavera del 2010. Abbiamo bisogno di definire un rapporto accettabile tra costi e rischi, il cosiddetto “tollerabile rischio di errore”.
In passato, il Parlamento europeo ha fortemente sostenuto gli sforzi della Commissione per ottenere una positiva dichiarazione di affidabilità. Ora che i nostri sforzi stanno diventando misurabili, spero di poter contare sul suo continuo sostegno per andare avanti.
La procedura di discarico 2008 inizia negli ultimi giorni di questa Commissione e si prevede che si concluderà nei primi mesi della prossima Commissione. Anche se si tratta del bilancio dell’anno precedente, facciamo in modo che la procedura sia orientata al futuro.
Ingeborg Gräßle, a nome del gruppo PPE/DE. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente della Corte dei conti, signor Commissario, oggi è una giornata positiva per la Corte dei conti, ma anche per la commissione per il controllo dei bilanci, per la Commissione e soprattutto per lei, Commissario Kallas. Lei vanta un ragguardevole record di successi e non tutti i suoi colleghi possono affermare la stessa cosa.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un netto miglioramento nella gestione finanziaria e di bilancio, dovuto ai consigli e alla consulenza forniti dalla Corte dei conti. Per questo motivo, vorrei ringraziare calorosamente la Corte dei conti e congratularmi per la produzione di relazioni di sempre più agevole comprensione. Il sistema “del semaforo” è una buona soluzione, perché manda messaggi chiari. Con questo sistema siamo riusciti ad aumentare le aspirazioni di tutti i partecipanti. Vorrei anche ringraziare gli uffici competenti della Commissione, perché il loro lavoro è stato ottimo e si sono resi conto che è necessario un intervento in questi settori. Tuttavia, il 31 per cento del bilancio è ancora in inchiostro rosso. Negli anni a venire ci concentreremo sicuramente su questo aspetto.
Secondo la classificazione della Corte dei conti, alcune aree si trovano in posizione migliore, per esempio gli aiuti esterni. Certo, sappiamo anche che il settore aiuti esterni è in posizione migliore solo perché non è possibile controllare gli aiuti di bilancio e perché l'impiego dei fondi attraverso le Nazioni Unite, per fare un esempio, merita censure da parte del direttore generale competente, ma nella sua relazione annuale non riceve nemmeno una riserva. La nostra attenzione si focalizzerà sulla prossima procedura di discarico 2008 per i fondi strutturali e gli aiuti esterni. Ci sono oltre 5 000 posizioni di aiuti esterni presso le delegazioni e oltre 2 000 presso la direzione generale per le relazioni esterne e nel dipartimento per l’aiuto allo sviluppo a Bruxelles. E’ un aspetto che sarebbe bene discutere con il nuovo commissario per le relazioni esterne.
Nel caso dei fondi strutturali, abbiamo fatto buoni progressi facendo i nomi e i cognomi delle persone coinvolte, ma certo non siamo ancora arrivati in fondo alla questione. Dobbiamo affrontare sul nascere i problemi in questo settore. Lei ha citato alcuni dei nostri Stati membri ed io ritengo che la Commissione debba aumentare significativamente i propri sforzi per quanto riguarda i nostri due più recenti membri – Romania e Bulgaria – altrimenti da quella parte ci arriveranno a lungo dei problemi. La mancanza di strategia della Commissione per questi due paesi è fonte di grande preoccupazione. Hanno bisogno di maggiore sostegno, o l'Unione europea, in quanto comunità basata sullo Stato di diritto, corre il rischio di cessare di esistere.
Desidero congratularmi con voi e dirvi che potete contare sulla solidarietà e la cooperazione molto costruttiva del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) nella procedura di discarico di bilancio.
(Applausi)
Bogusław Liberadzki, a nome del gruppo S&D. – (PL) Signor Presidente, mi consenta di iniziare in un modo molto simile all’onorevole Gräßle con una espressione di grande stima nei confronti del commissario Kallas e per la Corte dei conti, in ragione della loro costante cooperazione che ci ha permesso di osservare, di anno in anno, quando guardiamo le statistiche, un netto miglioramento nella gestione del bilancio, nella rendicontazione, nelle relazioni annuali e nelle valutazioni. Vediamo anche gli sforzi compiuti in questi settori per fare in modo che le nostre procedure di bilancio siano corrette sotto ogni aspetto. In secondo luogo, constatiamo gli sforzi compiuti per raggiungere un accordo sulle aree che necessitano di miglioramenti, e vediamo che queste aree sono poi migliorate, a partire dalle procedure per finire con la gestione, il monitoraggio, il controllo e la forma della relazione finale.
Siamo molto preoccupati per quelle aree in cui non è stato riscontrato alcun miglioramento significativo, citate anche dal presidente Caldeira nel suo intervento. Vorrei tornare su due di queste aree che paiono essere particolarmente significative. In primo luogo, i fondi di coesione e i fondi relativi alla politica regionale. Dal nostro punto di vista, è estremamente importante ricevere una risposta a due domande: uno, perché i programmi previsti e annunciati dalla Commissione per il recupero dei fondi spesi in modo improprio, o almeno per spiegare quelle situazioni, non hanno registrato alcun progresso? Due: è stato dichiarato che il 2008 avrebbe sicuramente portato un miglioramento. Ma il 2008 è identico al 2007, quindi queste dichiarazioni non sono approdate a nulla.
Abbiamo una domanda che vorremmo porre durante l'audizione dei commissari: le misure previste sono state valutate correttamente, e le dichiarazioni che sono state fatte erano corrette e sono ancora valide?
Accogliamo con favore ogni tipo di semplificazione, ma non se questo significa accettare disposizioni rudimentali. Accogliamo con favore la formula del pagamento anticipato, perché questo rende più semplice l’utilizzo dei fondi da parte dei paesi beneficiari. Dopo tutto, l'obiettivo era chiaro: ottenere i fondi per l'utente e i benefici previsti e ottenerli in tempo. Tuttavia sembra, soprattutto negli ultimi due anni, che una parte dei fondi sia stata utilizzata dai paesi beneficiari per migliorare il risultato corrente di bilancio e non per l'esecuzione in conformità con l'area cui era destinato il sostegno finanziario.
Pertanto, mentre apprezziamo molto la direzione in cui ci stiamo muovendo, nutriamo qualche riserva su alcuni settori e siamo molto interessati alla discussione che si terrà in occasione dell'audizione dei commissari.
Luigi de Magistris, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, saluto e ringrazio il Presidente della Corte dei conti, con il quale abbiamo lavorato proficuamente in questo periodo.
In qualità di presidente della commissione per il controllo dei bilanci, ho sostenuto sin dall'inizio che il ruolo della Corte dei conti è fondamentale. È fondamentale perché la Corte opera in un settore molto delicato, al quale tutti gli utenti dell'Unione europea guardano con grande interesse e occhio critico per quanto riguarda la trasparenza, la correttezza e la legalità della spesa e della gestione dei fondi pubblici.
Io credo che oggi sia necessario ribadire che alla Corte va sempre garantita l'indipendenza e l'autonomia nello svolgimento del suo lavoro, perché è fondamentale per metterci in condizione di valutare e decidere bene. Allo stesso modo, chiediamo alla Corte di mettere il Parlamento e la commissione per il controllo dei bilanci nella condizione di svolgere il proprio lavoro nella maniera più proficua possibile.
Bisogna trovare un giusto equilibrio che consenta di spendere i fondi pubblici con efficacia ed efficienza, perché essi sono destinati a obiettivi importanti come lo sviluppo economico e l'occupazione. Nello stesso tempo, occorre punire con rigore le gravi irregolarità e i gravi errori, che la Corte ha constatato anche nell'ultimo esercizio finanziario, cercando di evitare formalismi e burocrazie inutili. Come diceva anche il commissario Kallas, il Parlamento deve lavorare bene per trovare il punto di equilibrio nel rischio tollerabile di errore.
Nella relazione che abbiamo letto con grande attenzione ci sono luci, ma anche tante ombre. È sulle ombre che dobbiamo lavorare per cercare di raggiungere il massimo.
Come hanno detto anche i colleghi, i problemi principali riguardano soprattutto i fondi strutturali e di coesione. È vero che la Corte, adempiendo al suo compito, indica errori e irregolarità in relazione a tali fondi, ma chi sa guardare con profondità e analisi può vedere – come insegna anche l'esperienza giudiziaria degli ultimi anni in molti paesi – che dietro a degli indici di errore ci sono anche fatti ancor più gravi. Ci possono essere truffe, ci può essere il dolo. Mi riferisco in particolare ad alcuni indici di errore, quali le violazioni della normativa sugli appalti, le sovraffatturazioni, eccetera. È su questo che si deve lavorare bene per migliorare.
Io credo che la Commissione debba valorizzare quegli Stati membri che agiscono in modo virtuoso e punire e sanzionare invece gli Stati membri che non rispettano le regole. Credo altresì che sia molto importante che l'OLAF prenda spunto dai suggerimenti della Corte dei conti e possa ulteriormente migliorare il suo lavoro perché è nell'interesse di tutti. Penso che solo attraverso una cooperazione tra i vari organi – il Parlamento, la Corte dei conti e l'OLAF – si potrà raggiungere la tutela degli interessi finanziari di tutti i cittadini dell'Unione.
Bart Staes, a nome del gruppo Verts/ALE. – (NL) Sicuramente oggi si possono dire molte cose positive. Per la seconda volta consecutiva, possiamo parlare di un parere senza riserve sui conti. Il livello di irregolarità sta calando. Il sistema “del semaforo”, le cui luci in passato erano tutte sul rosso, si sta gradualmente rivelando sempre più ambrato, giallo e, in particolare, verde. Sono tutti aspetti positivi.
Un altro aspetto positivo è l'agricoltura, che prima rappresentava una vera fonte di preoccupazione. Per anni, abbiamo considerato lo IACS – il sistema che assicura la gestione comune della spesa agricola – come un buon sistema. Avevamo notato Stati membri, come la Grecia, che non vi avevano potuto prendere parte. Sono tutti, ovviamente, passi nella giusta direzione.
Ad ogni modo, vi sono ancora elementi di preoccupazione, relativi in particolare a coesione, ricerca e sviluppo, energia, trasporti, e all'intero capitolo degli aiuti esterni, sviluppo e ampliamento. A mio parere, dobbiamo cercare di selezionare una serie di problemi su cui porre attenzione nel contesto del discarico di cui ci stiamo occupando oggi. La coesione sarà uno di questi temi. Vorrei ricordare al Parlamento il commento al paragrafo 6.17, secondo il quale fino all’11 per cento delle spese relative ai Fondi strutturali, al Fondo europeo di sviluppo regionale e al Fondo sociale europeo in realtà non avrebbe dovuto essere pagato. A mio parere, dobbiamo fare domande in proposito ai commissari competenti e verificare il preciso stato delle cose.
Vi è poi l'aiuto esterno, lo sviluppo e l’ampliamento, ovvero l'intero pacchetto dei fondi che eroghiamo alle Nazioni Unite. Ancora una volta, ho letto nella relazione annuale della Corte dei conti che – al pari di altre organizzazioni – la Corte ha insufficiente o addirittura non ha accesso ai conti delle Nazioni Unite, e questo significa che una grande quantità di fondi europei erogati all’ONU non può, in pratica, essere adeguatamente controllata.
Una terza questione da affrontare è l'intero sistema di cogestione. Come ha rilevato il relatore generale, l'80 per cento di tutti i fondi europei è di fatto impiegato nel quadro della cogestione, da parte degli Stati membri e della Commissione. Dobbiamo ora, ancora una volta, esercitare pressione in particolar modo sui ministri delle finanze degli Stati membri per essere sicuri che si assumano le proprie responsabilità e rilascino una dichiarazione attestante che hanno svolto correttamente il proprio lavoro, che la loro amministrazione ha speso i fondi correttamente, e che il loro operato è stato sottoposto a verifica.
Io sono responsabile per le risorse proprie della commissione per il controllo dei bilanci e l’intero dossier sull’IVA continua a destare la mia preoccupazione. Abbiamo pubblicato numerose relazioni sul tema, anche nel corso della precedente legislatura. Secondo le stime, il totale delle frodi sull’IVA a livello europeo ammonta a 80-100 miliardi di euro. La Corte dei conti ha formulato una serie di osservazioni anche su questo punto e quindi, nel contesto del discarico, vorrei dedicare particolare attenzione a questo problema.
Vorrei concludere facendo riferimento al discarico per le altre istituzioni. Io stesso sono relatore per il discarico del Parlamento. A mio parere, le questioni chiave dovrebbero comprendere le procedure degli appalti pubblici, dove vi sono evidenti problemi. Per quanto riguarda il discarico del Consiglio, lo abbiamo concesso all'inizio di questa settimana. Questa relazione della Corte dei conti, rileva alcuni punti molto negativi per il Consiglio; credo che dobbiamo esercitare continue pressioni sul Consiglio affinché conceda l'accesso ai propri conti in modo da permettere al Parlamento di controllare adeguatamente anche questo tipo di... (l’oratore si allontana dal microfono)
Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo ECR. – (PL) Signor Presidente, la discussione di oggi è uno dei più importanti dibattiti in seno al Parlamento europeo, perché i nostri elettori, i contribuenti e i cittadini degli Stati membri dell'Unione europea sono molto attenti alla trasparenza del funzionamento delle istituzioni europee e, in particolare, della Commissione europea. Da un lato, è un argomento per gli euroscettici, mentre dall’altro, sappiamo che negli ultimi anni vi sono state molte irregolarità in questo settore. Vi ricordo la situazione alla fine del 1999 e all'inizio del 2000, quando la Corte dei conti ha pubblicato una dura critica alla Commissione europea, critica che all’epoca era assolutamente giustificata. Oggi possiamo registrare un chiaro progresso, ma richiamo la vostra l'attenzione sull’importanza del dibattito, perché, se stiamo cercando il modo di dare maggiore autorità all'Unione europea e alle sue istituzioni, allora questi principi di trasparenza sono estremamente importanti. Se la scorsa settimana tale autorità è stata compromessa dalle modalità di elezione degli alti dirigenti dell'Unione europea, dibattiti proprio come quello di oggi servono a recuperarla.
Vorrei sottolineare che sarebbe certamente una buona cosa se il presidente Caldeira potesse essere un po’ più esaustivo su un aspetto: ha parlato di sei paesi che inviano informazioni nel modo sbagliato, tra cui due grandi paesi, Polonia e Gran Bretagna. Abbiamo certo tutti i motivi di voler conoscere i dettagli di queste irregolarità.
Vorrei sottolineare che i pagamenti anticipati sono uno sviluppo positivo, ma comportano anche uno svantaggio, perché certo i governi utilizzano spesso questo denaro a scopi elettorali.
Søren Bo Søndergaard, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DA) Signor Presidente, desidero innanzi tutto esprimere la mia soddisfazione dato per i progressi in materia di pagamenti irregolari dal bilancio dell’Unione europea. Ovviamente questa è una buona cosa, ma allo stesso tempo è stato anche osservato che esistono problemi enormi quando si tratta di coesione, ovvero la seconda più grande area del bilancio, per un totale di 36,6 miliardi di euro nel 2008. Il fatto che almeno l'11 per cento dell'importo totale approvato non avrebbe dovuto essere pagato è un problema enorme per i normali contribuenti dell’Unione europea. E’ un problema enorme. Come possiamo spiegare che, anno dopo anno – ed è davvero anno dopo anno in questo settore – si pagano miliardi di corone danesi in violazione delle norme o forse anche in maniera direttamente fraudolenta?
Nelle sue raccomandazioni, la Corte dei conti si concentra sul miglioramento dei meccanismi di controllo e semplificazione delle norme, e questo è positivo. Ma la questione è se sprechi di questo tipo su scala così grande possano davvero essere ridotti solo attraverso il monitoraggio e la semplificazione delle norme, oppure se abbiamo piuttosto a che fare con una serie di fondamentali carenze strutturali. Il nostro gruppo crede nella solidarietà; sosteniamo la redistribuzione del denaro dai paesi e dalle regioni più ricchi a quelli più poveri, sia all'interno che all'esterno dell'Unione europea. Però, se avete letto la relazione, la questione è se l'Unione europea abbia trovato il modo giusto per farlo. E’ efficace che tutti i paesi paghino all’interno di un sistema che concede poi sovvenzioni agli elementi più remoti nei singoli paesi, compreso il fatto che queste sono pagate dai più ricchi? Tutti sanno che più lunga è la trafila, maggiore è il rischio che da qualche parte lungo il percorso si verifichino delle perdite. E’ quindi necessario un dibattito approfondito sulla questione dei flussi di cassa nell’Unione europea.
Marta Andreasen, a nome del gruppo EFD. – (EN) Signor Presidente, mi dispiace dissentire, ma in qualità di contabile con grande esperienza non condivido l'ottimismo dei miei colleghi circa il parere dei revisori.
La relazione annuale della Corte dei conti per il 2008 non mostra alcun miglioramento significativo. Dieci anni dopo le dimissioni della commissione Santer, e dopo molte promesse di riforma, i fondi dell'Unione europea continuano a restare fuori controllo. I revisori sostengono che i conti sono giusti, ma non riescono a dire che sono veri; in effetti è difficile dire se siano veri, visto che la relazione prosegue esprimendo preoccupazione per la qualità delle informazioni finanziarie.
La relazione rivela che, a 10 anni dall'avvio della riforma amministrativa, la Commissione europea non ha messo in atto un sistema integrato di contabilità, e che le direzioni introducono le operazioni nei propri sistemi locali, alcuni dei quali non sono nemmeno stati certificati dal ragioniere capo del Commissione europea. Inoltre, sulla legittimità e la regolarità delle spese dell'Unione europea, i revisori certificano solo il 9 per cento delle spese per l'anno 2008, una percentuale simile al passato; danno un giudizio negativo sul 43 per cento del bilancio, la parte che si riferisce a fondi di coesione, ricerca, energia e trasporti, aiuti esterni, sviluppo e ampliamento; sul restante 48 per cento esprimono parere positivo con riserva.
Una relazione del genere dovrebbe richiedere le dimissioni del consiglio dei revisori dei conti di qualsiasi azienda e la sua successiva liquidazione, ma qui nessuno se ne preoccupa. I revisori dei conti identificano persino un importo di 1,5 miliardi di euro che, stando alle loro stesse parole, non avrebbe dovuto essere pagato.
La prima giustificazione che sentirete è che i revisori dei conti non indicano queste discrepanze come frodi, ma solamente come errori. Diranno che la frode richiede intenti criminali che devono essere provati, e poi bisognerà chiamare la polizia.
La seconda giustificazione sarà che le norme sono troppo complesse. Lo ripetono da anni, ma le regole non sono cambiate: dobbiamo allora dare la colpa alla Commissione europea per aver mantenuto regole complesse che incoraggiano gli errori?
La terza giustificazione è che la colpa degli errori è degli Stati membri. Beh, i trattati indicano in modo esplicito che la Commissione europea è responsabile per la gestione dei fondi dell'Unione europea ed è, in effetti, l'unico organo autorizzato a sospendere i pagamenti, quando non abbia sufficienti elementi di prova che i fondi vengano spesi correttamente.
Il fatto è che questi errori segnalano un abuso del denaro dei contribuenti, ma mi sembra che nessuno se ne preoccupi. E’ solo del denaro dei contribuenti che ci stiamo occupando. E’ solo dei soldi della gente che oggi stenta a pagare i mutui e a far andare i figli a scuola. Ma ancora non basta: oltre ai 116 miliardi di euro di pagamenti per l'anno 2008 che sono stati sottoposti al controllo della Corte dei conti, dalle casse dell'Unione europea sono usciti altri 40 miliardi di euro. Il 35 per cento del bilancio è ora nascosto in un conto patrimoniale che va sotto il nome di “prefinanziamento” e per il quale i revisori non sono in grado di dire al contribuente europeo se sia stato speso correttamente o no.
Questi pagamenti supplementari in anticipo sono stati erogati proprio nelle aree in cui la Corte dei conti ha riscontrato il maggior numero di errori. Per quanto tempo ancora questo Parlamento permetterà che si abusi del denaro dei contribuenti?
Daniël van der Stoep (NI). – (NL) Signor Presidente, a nome del partito olandese per la libertà, vorrei ringraziare il presidente della Corte dei conti per la relazione annuale sulle istituzioni per il 2008.
Dopo tutto, questa relazione ci ha resi consapevoli del fatto che circa l'11 per cento del Fondo di coesione per il 2008, ovvero 4 miliardi di euro, non avrebbe mai dovuto essere speso. Il Consiglio, la Commissione e – con poche eccezioni – anche il Parlamento, del resto, sono ansiosi di rimanere in silenzio. Il mio partito ritiene abbastanza squallida questa situazione.
Gradirei sentire cosa intende fare la Commissione in merito. Come intende operare in modo che quei 4 miliardi di euro siano restituiti? Per esempio, è disposta a chiedere ai paesi che non avrebbero mai dovuto spendere i soldi che li restituiscano? E in caso negativo: perché no?
Vorrei inoltre sapere dalla Corte dei conti europea se, nell'interesse della trasparenza delle spese della Commissione, prende in esame anche tutte le dichiarazioni rilasciate dai membri della stessa Commissione europea. In tal caso, la Corte può inviare queste dichiarazioni al Parlamento, e in caso contrario: perché no? Mi piacerebbe ricevere una risposta da parte della Corte dei conti europea.
Jan Olbrycht (PPE). – (PL) Signor Presidente, la discussione sul voto di approvazione si fa ogni anno più interessante, man mano che i deputati del Parlamento lo analizzano sempre più in dettaglio. In questa discussione è importante in primo luogo accertare i fatti, in secondo luogo spiegarne le cause, e, in terzo luogo giungere a delle conclusioni.
Per quanto riguarda i fatti in questione, è molto interessante per noi, in quanto deputati del Parlamento, prendere nota dei metodi impiegati da parte della Corte dei conti. E’ tuttavia ancora più interessante notare che, nella sezione dei risultati, la Commissione europea non concordi con la diagnosi della Corte dei conti. Nel corso del dibattito, vorremmo chiarire le differenze di opinione tra Commissione e Corte dei conti. E’ altresì molto importante accertare se si tratti di errori, di irregolarità o di reati. Discutere tutto in un’unica discussione confonde le idee e crea caos sulla necessità o meno di correggere gli errori o se invece sia opportuno chiamare la polizia.
In quanto alla spiegazione delle cause, vorrei richiamare l'attenzione di tutti sul fatto che il documento che abbiamo davanti mostra gravi irregolarità nel sistema degli appalti pubblici. In questo settore, il problema non è solo una questione di movimenti finanziari, ma include anche la spiegazione e la semplificazione delle questioni relative agli appalti pubblici.
L'ultimo passaggio sono le conclusioni, che possono essere molto diverse. In primo luogo, le conclusioni relative ai metodi di controllo, alla responsabilità, ma anche alla politica futura, sono le più semplici. E’ facile concludere che, poiché il denaro è stato speso in modo errato e abbiamo ancora dubbi in questo settore, la cosa migliore da fare sia ridurre la spesa in quest’ambito. Dobbiamo prestare molta attenzione a conclusioni come questa perché una cosa è il monitoraggio finanziario, un’altra il monitoraggio dell’efficacia politica, e un’altra ancora la decisione sulle direzioni future delle attività dell'Unione europea.
Inés Ayala Sender (S&D). – (ES) Signor Presidente, desidero innanzi tutto ringraziare il presidente da Silva Caldeira per la presentazione di questa relazione della Corte dei conti che, da opportunità di scandalo e appelli dell'eurofobia, è passata ad essere un esercizio veramente costruttivo, con messaggi chiari e motivanti in relazione alle capacità di miglioramento delle istituzioni europee e degli Stati membri, suggerendo gli strumenti necessari per attuare tali miglioramenti.
Tutto questo è avvenuto senza perdere il rigore e la professionalità della Corte dei conti che, peraltro, è stata la prima ad applicare a se stessa tutti i principi affermati dal presidente da Silva Caldeira. Sono stata membro della commissione per il controllo dei bilanci in un momento cruciale e vi ringrazio per le modifiche che avete apportato e che ci sono di grande aiuto.
Desidero ringraziare anche il commissario Kallas, che ha saggiamente ascoltato le esigenze del Parlamento europeo, espresse in sede di commissione per il controllo dei bilanci. Non era un compito facile. Il sistema di controllo di gestione sta facendo progressi e non resta che sperare in un suo ampliamento e in un’analisi approfondita.
Mi rallegro che sia stata ottenuta la migliore dichiarazione di affidabilità di sempre, ma, anche se è un successo per le tre istituzioni presenti – Corte dei conti, Commissione e Parlamento – la strada da percorrere è ancora lunga.
Per esempio, siamo preoccupati di trovare nella relazione evidenti contraddizioni tra Corte dei conti e Commissione, riguardo all’importante area del sostegno di bilancio e dell’adattamento ai piani nazionali di riforma.
L’elemento che quest'anno desta più preoccupazione è il controllo del terzo pilastro del Fondo europeo di sviluppo, la gestione congiunta con le organizzazioni. I miei colleghi delle Nazioni Unite, l'Unione africana e delle altre organizzazioni ne hanno già parlato. Il terzo pilastro rappresenta tra il 6 e il 7 per cento del FES ed è necessario utilizzare formule efficienti oppure porre fine a una simile intollerabile mancanza di trasparenza.
Per quanto riguarda il personale, il ricambio continua ad essere troppo alto e vi sono troppi agenti temporanei; questo significa che si va perdendo il senso di continuità, essenziale per questo tipo di programmi. Manca ancora la sistematizzazione dei controlli che vengono dalle delegazioni e, come afferma la Corte dei conti, vi sono errori significativi e un’elevata incidenza di errori non quantificabili, situazioni che è necessario correggere.
Ci incoraggia, tuttavia, il percorso che la Commissione e la Corte dei conti hanno intrapreso per definire insieme un margine tollerabile di errore, che riteniamo sia la strada giusta da percorrere.
Jorgo Chatzimarkakis (ALDE). – (DE) Signor Presidente, Commissario Kallas, Presidente Caldeira, nella presentazione della relazione annuale della Corte dei conti sul bilancio dell'Unione europea riesco a scorgere tanto gli elementi positivi quanto i negativi. Prima di tutto vorrei ringraziare la Corte dei conti per aver fornito un rapporto più chiaro, più audace, più politico e per noi più comprensibile.
Gli aspetti positivi comprendono la gestione del bilancio nel suo complesso che, a differenza di questi ultimi anni, è migliorata. Questo è il risultato di una migliore gestione dei fondi in materia di agricoltura e risorse naturali, che nel corso degli ultimi anni hanno rappresentato la nostra maggiore fonte di preoccupazione.
Per la prima volta, Presidente Caldeira, la Corte non esprime un’opinione contraria nella sua relazione: una buona notizia. La relazione mette in evidenza il fatto che ogni volta che la stessa Unione europea controlla e amministra i fondi per proprio conto, si ha una gestione del bilancio corretta. Se sia anche efficace è un'altra questione. Vorrei congratularmi vivamente con il commissario Kallas a questo riguardo. E’ a suo merito e durante il periodo del suo mandato che tale visibile miglioramento ha avuto luogo. Congratulazioni!
Tuttavia, in particolare, spetta ora agli Stati membri migliorare i propri sistemi di controllo. Se continuano ad esservi ragioni per criticare la gestione del bilancio dell’UE, questo non accade a livello comunitario – come abbiamo appena visto – ma a livello di Stati membri. E’ proprio qui che si trovano i problemi. Per esempio la politica di coesione, che viene messa in opera dagli Stati membri e che riceve circa un terzo dei fondi, è il problema principale. Lei dice che l'11 per cento è irregolare e l’onorevole non iscritto ha detto che la cifra è di 4 miliardi di euro. Non è corretto. Si tratta di oltre 2,5 miliardi di euro, che lei individua specificamente come denaro dei contribuenti che non avrebbe dovuto essere speso. Dobbiamo dirlo chiaramente e dobbiamo introdurre controlli trasparenti.
La prima conseguenza è che la Commissione europea deve continuare a esercitare pressioni sugli Stati membri e, a questo proposito, commissario Kallas, avrete il nostro sostegno. Dobbiamo attuare una politica che faccia nomi e cognomi; dobbiamo smascherare pubblicamente gli Stati membri che sprecano – e continuano a essercene – e dire le cose come stanno.
Nel complesso, siete arrivati alla conclusione che i regolamenti vanno semplificati. Vorremmo sostenervi a questo proposito, aggiungendo un’altra richiesta. Per garantire che il denaro dei contribuenti sia speso correttamente, ci deve essere maggiore attenzione non solo alla regolarità, ma anche all’efficienza.
Reinhard Bütikofer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei fare riferimento al capitolo 7 della relazione della Corte dei conti, che riguarda ricerca, energia e trasporti.
Prima di tutto, desidero esprimere la mia enorme gratitudine alla Corte dei conti per il suo approfondito lavoro. Tuttavia, da questo capitolo si evince chiaramente che la Corte dei conti, nella sua relazione annuale, non è in grado di esprimere un giudizio positivo su questo settore. Si tratta di un settore in cui la spesa ammonta a più di 9 miliardi di euro. Secondo la stima della Corte dei conti, il tasso di errore è compreso tra il 2 e il 5 per cento; in altre parole sono stati spesi in modo errato tra 180 e 450 milioni di euro. La Corte dei conti lo ritiene “parzialmente efficace”, e in termini di voti scolastici lo considererei, nella migliore delle ipotesi, come un sei meno meno. A mio parere, è strano che la Commissione non senta l’esigenza di esprimere il proprio parere in merito, ma il silenzio della Commissione mi risulta molto eloquente.
Nella sua raccomandazione, la Corte dei conti dice che la Commissione dovrebbe continuare la sua opera di semplificazione della normativa finanziaria. Sono d'accordo; anche la commissione competente ha tenuto discussioni in merito. Non concordo però sull’opportunità che la Commissione, nel formulare il proprio parere sulla raccomandazione della Corte dei conti, ne ribalti il senso. Secondo a Corte dei conti l'obiettivo della semplificazione deve essere combinato con quello di un controllo efficace che garantisca un corretto impiego del denaro. La Commissione invece richiede un controllo efficace, suggerendo l’esistenza di un tollerabile rischio di errore da prendere in considerazione sin dall'inizio. Questo non è un modo ragionevole di gestire il denaro dei contribuenti. La Commissione dovrebbe riconsiderare le sue affermazioni e il Parlamento dovrebbe sostenere le attività di critica della Corte dei conti.
Kay Swinburne (ECR). – (EN) Signor Presidente, accolgo con favore la relazione della Corte dei conti e il fatto che per la prima volta l’opinione della Corte sui conti dell'UE non sia avversa negativa, soprattutto dopo che l’esito di questo importante processo è stato fallimentare per tanti anni e in una situazione che avrebbe portato qualsiasi impresa privata a violare molteplici direttive comunitarie.
Desidero però concentrarmi su un settore di continua e significativa debolezza, ovvero i fondi strutturali e di coesione. Mentre la Commissione può considerare positivo il risultato che solo l’11 per cento della maggior parte del bilancio – la spesa per la coesione – contenga degli errori, io lo considero un fatto sconvolgente. Come indicato dalla Corte dei conti, si è stimato che quasi 5 miliardi di euro su 46 miliardi di euro di bilancio non avrebbero mai dovuto essere spesi.
Devo dire che la mia regione del Galles, che beneficia di fondi strutturali da quel calderone di 46 miliardi di euro, sarebbe stata ben contenta di esaurire e documentare spese aggiuntive per quei 5 miliardi di euro. Il Galles non ha dovuto restituire alcun fondo, nonostante il Regno Unito nel suo insieme non si sia meritato un certificato di buona salute.
Gli errori sembrano risiedere a livello delle istituzioni di attuazione, e invito quindi il Parlamento europeo e la Commissione a chiedere ai singoli Stati membri di fornire un completo resoconto dei fondi ricevuti. In Galles, il governo Welsh Assembly amministra, attraverso le varie istituzioni, i fondi strutturali dell'Unione europea e di coesione e, quindi condurre un audit formale potrebbe non essere troppo oneroso.
Attualmente, alcuni progetti finanziati circa sette anni fa dall’UE sono solo ora in fase di revisione contabile da parte della Corte dei conti. Non sono sicuro di produca quali possano essere i risultati di questi controlli. Abbiamo bisogno di una chiusura annuale in grado di identificare gli errori e garantire la conformità agli standard più elevati.
Quando è in gioco il denaro dei contribuenti, come lo è in tutta l'Unione europea nel caso del bilancio regionale, le norme di rendicontazione non possono mai essere troppo strette.
Cornelis de Jong (GUE/NGL). – (NL) Vorrei avanzare alcuni commenti sulle spese della Commissione europea nell’area delle relazioni esterne. Secondo la Corte dei conti, in questo settore sono stati commessi più errori nel 2008 che nel 2007, e riguardano tutti i settori della politica estera.
Trovo sconvolgente che molti errori si verifichino nel settore degli appalti in relazione ai progetti. La Commissione vigila sulle procedure di appalto degli Stati membri, quindi io regolarmente ricevo richieste di aiuto dei nostri rappresentanti nei comuni e nelle province a proposito di procedure complicate e macchinose.
La paura di sbagliare agli occhi della Commissione è grande. Ma chi è la Commissione per monitorare le nostre autorità locali, se poi essa di volta in volta commette errori in materia di appalti riguardanti i propri progetti? Qual è l'opinione personale del commissario a questo proposito?
La Commissione ama presentarsi come ventottesimo donatore. Mi chiedo sia quanto questa soluzione possa essere efficace e trovo deplorevole che la relazione della Corte dei conti, peraltro molto buona, non contenga informazioni dettagliate sull’efficacia, e che tale questione venga sollevata solo incidentalmente in relazioni separate. In futuro, le informazioni sull'efficacia della politica potrebbero essere incluse nella relazione?
Ho per esempio letto nella relazione che, per quanto riguarda il sostegno di bilancio, non vi sono sufficienti controlli sul rispetto delle condizioni di pagamento. In altre parole, la Commissione ha dato ai paesi un sacco di soldi senza applicare controlli sufficienti. Ma quali condizioni impone effettivamente la Commissione? E fino a che punto valuta se il sostegno di bilancio sia di effettivo aiuto per lo sviluppo dei paesi? Non riesco a trovare nessuna risposta nella relazione, ed è ovvio se consideriamo l'approccio adottato.
Ad un livello più generale, quando constato con quale noncuranza la Commissione spende i fondi a essa affidati, mi chiedo se non faremmo meglio a lasciare le spese di sviluppo nelle mani degli Stati membri stessi. E’ evidente che la Commissione ha tenuto in scarsa considerazione le raccomandazioni della Corte dei conti, e vorrei quindi chiedere al presidente della Corte se non sia scoraggiante, anno dopo anno, scoprire che la Commissione non riesce a mettere ordine in casa propria.
Bastiaan Belder (EFD). – (NL) Per quanto riguarda l'esercizio 2008, la Corte dei conti europea ha individuato numerosi errori relativi ai fondi strutturali, allo sviluppo regionale e al programma di ricerca. Questo è dovuto alle troppe e troppo complicate norme di allocazione.
La Corte dei conti europea sottolinea giustamente l'importanza di semplificare le regole. In ottobre le autorità di quattro Stati membri hanno presentato al presidente della Commissione europea un parere sulla riduzione della pressione delle norme dell’Unione europea, raccomandando la creazione di una commissione esterna e indipendente, per ridurre la pressione delle norme a livello di UE. Questo sarebbe un passo nella giusta direzione nel quadro della strategia per legiferare meglio. Qual è la posizione della Commissione europea al proposito?
Gli sforzi per migliorare la gestione finanziaria non devono essere limitati alla semplificazione delle regole; sono necessari anche il rafforzamento della sorveglianza e del controllo. A tale scopo la Commissione europea e gli Stati membri devono elaborare un piano d'azione, a cominciare dalle dichiarazioni di gestione nazionale, che devono poi portare ad una dichiarazione di affidabilità positiva da parte dell'Europa. La Corte dei conti europea ritiene che un tale piano d'azione possa costituire uno strumento utile per migliorare la gestione finanziaria? A mio parere, un simile piano d'azione aiuterebbe a dare alla gestione finanziaria la priorità politica di cui ha tanto bisogno. Dopo tutto, signor Presidente, onorevoli colleghi, l'obiettivo è garantire che il denaro dell'UE vada a finire nel posto giusto al momento giusto.
Philip Claeys (NI). – (NL) L'ultima relazione annuale della Corte dei conti europea lascia di nuovo perplessi sul modo in cui l'UE gestisce il denaro dei contribuenti. La Corte dei conti ha accertato, sulla base di campioni realistici, che nel periodo 2000-2006, circa l’11 per cento dell’importo totale di 36,6 miliardi del Fondo di coesione non avrebbe dovuto essere erogato. Questo significa che oltre 4 miliardi di euro di sovvenzioni sono stati pagati per sbaglio.
Osservando la situazione in Belgio, la Corte dei conti sostiene che gran parte dei fondi spesi in Vallonia – specie nell’Hainaut – è stata spesa male, a conferma di quanto ha detto uno dei nostri colleghi in quest'Aula pochi mesi prima delle ultime elezioni del Parlamento europeo: le sovvenzioni europee non hanno prodotto i risultati auspicati in Vallonia, in particolare se relazionate alle altre regioni europee. Sosteneva inoltre che non solo la Vallonia ma anche l'Unione europea era responsabile in ultima analisi dell'approvazione di questi progetti.
Attualmente, la maggior parte dei trasferimenti finanziari sono indiretti e passano attraverso numerose stazioni intermedie. Affrontare questo problema deve rappresentare una priorità e, al tempo stesso devono essere migliorati i meccanismi di controllo esistenti.
Jean-Pierre Audy (PPE). – (FR) Signor Presidente, signor Presidente della Corte dei conti, signor Vicepresidente della Commissione, ringrazio il presidente Caldeira per questo rapporto di qualità molto elevata; ringrazio lei commissario Kallas per tutto il lavoro che avete fatto e mi congratulo per il suo nuovo incarico all'interno della nostra Commissione europea. Ne siamo molto lieti.
Per quanto riguarda i conti annuali, la Corte ha emesso, così come l'anno scorso, una dichiarazione di affidabilità positiva senza riserve. Desidero congratularmi con il contabile, Philippe Taverne, e il suo predecessore, Brian Gray, pur ribadendo di non comprendere i dati relativi al patrimonio netto negativo di 47 miliardi di euro, che è essenzialmente legato al fatto che non contabilizziamo le richieste nei confronti degli Stati membri sulla base degli impegni che essi hanno assunto per le pensioni del personale. Vorrei ricordare che l'importo totale corrisponde a 38 miliardi di euro al 31 dicembre 2008, ovvero con un aumento di 4 miliardi di euro all'anno.
Per quanto riguarda le operazioni soggiacenti, Presidente Caldeira, potrebbe cortesemente chiarire al Parlamento se la Corte emetterà una dichiarazione di affidabilità positiva o negativa? Il parere della Corte è diviso in cinque paragrafi, che riportano i pareri per gruppo politico ed ho delle difficoltà a distinguere questa parte dalla dichiarazione di affidabilità, ai sensi dell'articolo 248 del trattato, in cui si afferma inoltre che la Corte può effettuare valutazioni specifiche per ciascun importante settore di attività comunitaria.
Per quanto riguarda il contenuto, a parte le spese per la coesione, le osservazioni sono positive. Nella spesa per la coesione ci sono troppi errori. Vorrei chiederle se ritiene che il numero delle indagini – per esempio, 49 per il Fondo sociale, corrispondente a migliaia di transazioni – le sembra sufficiente per esprimere un giudizio. Il problema principale, tuttavia, rimane ancora nel settore di gestione condivisa con gli Stati membri e nel fatto che molti errori sono dovuti alla complessità delle nostre finanze europee.
Concludo toccando la questione della gestione condivisa e della catena di controllo, e ribadendo la mia proposta di includere maggiormente nel processo le corti dei conti nazionali conti in quanto, secondo la decisione del Consiglio, non avremo mai una rendicontazione da parte dei governi nazionali. L’articolo 287, paragrafo 3, del trattato di Lisbona le conferisce questo potere di approcciare le corti dei conti nazionali, Presidente Caldeira. Io ribadisco questa proposta.
Jens Geier (S&D). – (DE) Signor Presidente, Commissario Kallas, Presidente Caldeira, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto ringraziare il presidente Caldeira per la sua introduzione, e ringraziare lei e i membri della Corte dei conti per il rapporto. Il Parlamento esaminerà con attenzione le informazioni ricevute e nei prossimi mesi adotterà le opportune iniziative. Mi ha fatto piacere che il precedente inaccettabile tasso di errore nella politica agricola comune si sia abbassato, ma dopo aver letto la relazione ho l'impressione che uno Stato membro, segnatamente la Romania, sia responsabile della maggior parte delle rimanenti irregolarità. Pare che in futuro si debba porre di più l'accento sulla formazione del personale e sulla corretta attuazione dei sistemi di controllo nei nuovi Stati membri, se possibile prima della loro adesione.
I fondi strutturali europei, come hanno già detto molti dei miei onorevoli colleghi, rappresentano un altro motivo di preoccupazione. E’ vero che rispetto all'anno precedente il numero di pagamenti irregolari è diminuito, ma è ancora assai problematico per garantire che il finanziamento degli aiuti venga gestito senza che si verifichino irregolarità. Vorrei dire agli euroscettici di quest’Aula che stiamo parlando di circa l'11 per cento del totale dei pagamenti, e non dell'11 per cento del bilancio, che equivale quindi a 2,7 miliardi di euro e non a 5 miliardi di euro. Ammetto che si tratta comunque di 2,7 miliardi di euro di troppo, ma dobbiamo essere esatti, per amore di onestà.
Queste irregolarità riguardano principalmente i pagamenti eccessivi e l'uso non corretto dei fondi. Ad esempio, se il denaro del Fondo sociale europeo (FSE) venisse usato per pagare lo stipendio di un amministratore pubblico o se il denaro del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) venisse utilizzato per acquistare un terreno edificabile, allora sarebbe ovvio che gli interessati non dispongono di informazioni sufficienti sul corretto utilizzo dei fondi di sostegno, oppure gli Stati membri non hanno la volontà o la capacità di amministrare correttamente il finanziamento, o forse entrambe le ipotesi.
Quando rivedremo la procedura di richiesta, dovremo inserire norme chiare, trasparenti e più comprensibili, mentre gli Stati membri devono garantire che, a livello nazionale, le richieste siano monitorate con maggiore attenzione.
E’ chiaro che qualunque errore o irregolarità in relazione al denaro dei contribuenti europei è di troppo. Tuttavia, osservando in modo imparziale l’Unione europea e questa relazione della Corte dei conti europea, si scorgono poche ragioni di reato. La relazione offre un insieme di punti di partenza per il nostro lavoro, che consiste nel rendere l'Europa ogni giorno migliore e più efficiente. Su questa base attueremo la procedura di discarico per la Commissione europea.
Gerben-Jan Gerbrandy (ALDE). – (NL) Desidero ringraziare la Corte dei conti per il cristallino rapporto annuale, e desidero esprimere il mio particolare ringraziamento al commissario Kallas per l'impegno che ha profuso in questi ultimi anni. A mio parere, si può giustamente affermare che in questo periodo sia stato compiuto un grande progresso.
Vorrei sottolineare tre aspetti di questa relazione annuale. Il primo luogo, i maggiori problemi provengono ancora dagli Stati membri. Molti dei miei colleghi hanno già portato l'esempio della politica regionale, che ribadisco. Vorrei quindi porre la seguente domanda alla Commissione per quanto riguarda le dichiarazioni nazionali che esistono in alcuni Stati membri: non potreste promuovere una proposta specifica che renda obbligatorie per tutti gli Stati membri dell'UE queste dichiarazioni?
In secondo luogo, il volume e la complessità delle norme europee, altro problema già sollevato da molti oratori. Non potremmo aprire un dibattito sul modo in cui vogliamo spendere i nostri fondi e le regole alla base della spesa? A mio avviso, al momento, ci si basa troppo sul sospetto e troppo poco sulla fiducia e, a cose fatte, questo genera solo ancora più irregolarità.
In terzo luogo, l'agricoltura. Naturalmente è eccellente che per la prima volta l'intero settore agricolo abbia ricevuto il semaforo verde, ma non dobbiamo rallegrarci troppo. Lo sviluppo rurale è l’area con maggiori problemi, nonché il settore dell'agricoltura che negli anni a venire vedremo espandersi di più. Inoltre, la cosa importante non solo è la legittimità ma anche l'efficienza, poiché, per quanto riguarda i fondi agricoli, abbiamo ancora un rendimento assai scarso nel raggiungimento dei nostri obiettivi ambientali e di tutela della natura.
Vicky Ford (ECR). – (EN) Signor Presidente, le finanze europee destano grande preoccupazione nei miei elettori e nei cittadini del Regno Unito. Dopo tutto, si tratta del secondo maggior contribuente netto al bilancio europeo, e quindi altri Stati membri potrebbero trarre beneficio dal ricordare che, quando discutiamo in merito a questo denaro, gran parte proviene dalle tasche dei contribuenti britannici.
Se c’è un'unica questione che si frappone tra gli inglesi e Bruxelles, è la sensazione che il denaro inglese possa essere gestiti in modo superficiale dall'Unione europea. Lo stesso vale per gli altri paesi. Non è solo un dibattito su una serie di conti, ma una fondamentale incrinatura nella fiducia tra le istituzioni qui rappresentate e le persone che rappresentiamo.
Dobbiamo prendere atto del parere dei revisori. Sì, va meglio rispetto agli anni precedenti, ma proprio come un uomo d'affari ci pensa due volte prima di mettersi in affari con una società che ha una valutazione positiva solo parziale, così i nostri cittadini penseranno due volte al loro rapporto con l'UE fino a quando il giudizio rimane condizionato.
Non possiamo fingere che sia colpa dei revisori dei conti. Loro non spendono soldi: sono le burocrazie e i governi a farlo, sia qui sia nei nostri paesi di origine. Non dobbiamo accanirci contro i revisori.
Ma nemmeno un chiaro giudizio di audit è di per sé sufficiente. Da quando ho 18 anni, ricevo un resoconto mensile dalla mia banca; le cifre tornano sempre. Il giudizio sul bilancio sarebbe quindi positivo, ma io so che non sempre ho speso i miei soldi saggiamente.
Se vogliamo meritare almeno un briciolo di rispetto da parte dei nostri contribuenti, in questo disastroso momento economico, dobbiamo trattare il loro denaro con rispetto. Il mio messaggio ai politici, sia nei nostri paesi sia in questa inutile e dispendiosa seconda camera a Strasburgo, è che dobbiamo smettere di sprecare il denaro dei contribuenti.
Hans-Peter Martin (NI). – (DE) C’è bisogno di una rivoluzione nella democrazia! Signor Presidente, signor Commissario, benvenuti nel nuovo mondo del trattato di Lisbona! E’ un'opportunità per voi. Da 11 anni seguo i vostri rapporti a questo Parlamento –in precedenza l’ho fatto come giornalista – e in ultima analisi sono tutti molto simili. Ora avete invece la possibilità di guardare al futuro; sfruttate la competenza professionale di questo Parlamento (non siamo riuniti qui oggi per caso; ci sono l'onorevole Søndergaard, l'onorevole Chatzimarkakis, l’onorevole Staes e, dalla nostra parte, il mio collega di schieramento, l’ onorevole Ehrenhauser) e ristrutturate il lavoro della Corte dei conti. Date un'occhiata a cosa funziona altrove, per esempio in Germania, dove è possibile valutare il rapporto costo-efficacia e la significatività della spesa, o in Austria. Dopo averlo fatto, sviluppate un’idea, forse come parte di una relazione su iniziativa del Parlamento, che descriva un migliore modo di gestire la situazione per poter realmente adempiere ai vostri obblighi.
Tamás Deutsch (PPE). – (HU) Signor Presidente, onorevoli colleghi, a mio parere, noi deputati del Parlamento europeo abbiamo l’impegno, nei confronti di ogni cittadino e contribuente europeo, di controllare con attenzione che le sue imposte siano utilizzate nell’UE in modo corretto, giustificato e legale. Lo dobbiamo ad ogni cittadino e contribuente europeo, indipendentemente dalla nazionalità.
Onorevoli colleghi, ritengo che, con la relazione 2008, la Corte dei conti europea abbia realizzato un coscienzioso lavoro professionale. Tengo quindi a ringraziare il presidente Caldeira e ciascun membro della Corte dei conti, la quale ha instaurato con la commissione del Parlamento europeo per il controllo dei bilanci la giusta cooperazione tecnica, garantendo al Parlamento di svolgere in modo adeguato il proprio compito di controllo. Al commissario Kallas va altresì ascritto il merito del netto miglioramento nell’attività di gestione finanziaria della Commissione europea degli ultimi anni.
Allo stesso tempo, concordo con i miei colleghi che sostengono che la relazione della Corte dei conti non contiene solo elementi positivi, ma anche fattori inquietanti e preoccupanti. Tra le questioni che dobbiamo assolutamente ricordare figura il fatto che la Corte dei conti ha dovuto dichiarare che il tasso di errore per l'utilizzo dei fondi di coesione è stato dell’11 per cento. A mio parere, per correggere gli errori dobbiamo stabilire con esattezza e senza margine di errore chi sia responsabile di quali omissioni, quando e dove, in modo da poter essere sicuri di porvi rimedio qualora si dovessero ripetere.
Edit Herczog (S&D). – (EN) Signor Presidente, quando incontro i miei elettori spesso descrivo questa istituzione come un computer, a cui gli Stati membri forniscono l'hardware, la Commissione il software, il Parlamento europeo è probabilmente la tastiera con cui è possibile interagire: in questo senso, il controllo della Corte dei conti è certamente il pannello di controllo. Non acquistiamo mai un computer sulla base del pannello di controllo, ma nessuno dei nostri computer lavora a lungo senza avere un adeguato sistema di controllo interno.
Desidero congratularmi con la Corte dei conti per adempiere al suo ruolo e per il miglioramento, ogni anno, del proprio operato, ma anche perché ci ricorda che noi dobbiamo lavorare proprio su questo m miglioramento.
Dopo essere stato qui per sei anni, ho imparato dalle relazioni della Corte dei conti che spesso commettiamo errori e che dovremmo ricordare ai colleghi negli Stati membri il proprio dovere. Per me, però, il messaggio più importante è che, quando il trattato di Lisbona entrerà in vigore, dobbiamo ridurre la complessità, fornire condizioni migliori per le spese a livello locale e per erogare il denaro in tempo a chi ha presentato domanda, siano esse piccole e medie imprese, ricercatori o agricoltori.
Il messaggio che ci arriva è che dobbiamo migliorare le competenze a livello locale, ridurre ulteriormente la complessità a livello europeo, muoverci verso una migliore cooperazione tra i sistemi di controllo degli Stati membri e lavorare insieme.
Vi ringrazio per questi cinque anni di cooperazione.
(Il Presidente interrompe l’oratore)
Olle Schmidt (ALDE). – (SV) Signor Presidente, desidero ringraziare la Corte dei conti per l’ottimo lavoro svolto e il commissario Kallas: è un bene che lei continui nel suo mandato. E’ positivo che i parlamentari inglesi esprimano la loro critica, ma da quanto ho letto sui giornali, parecchi politici britannici fanno un uso poco onesto dei soldi. Questo naturalmente non significa che non si possa migliorare, ma resta da vedere se la situazione negli Stati membri sia molto migliore di quella dell’Unione europea.
Nelle aree in cui l'UE è direttamente responsabile del bilancio, gli errori sono piccoli; le carenze arrivano dagli Stati membri. Naturalmente, 2,7 miliardi di euro sono un importo molto elevato, irragionevolmente elevato e assolutamente inaccettabile. Si tratta di una porzione consistente del bilancio dell'Unione europea e gli Stati membri hanno una chiara responsabilità a riguardo. Come già ricordato da molti onorevoli colleghi, credo che la Commissione debba obbligare i paesi che si rifiutano a rivelare i propri conti finanziari e presentare la relazione di un revisore dei conti. In qualità di commissario o di Commissione – ovviamente non sapete quali responsabilità avrete in futuro – dovete garantire che questi paesi, di fatto, migliorino, garantendo la raccolta dei dati e una maggiore vigilanza. Lo chiedono i contribuenti europei. Vi è inoltre l’esigenza di un migliore e più efficiente sistema di controllo attraverso il quale evidenziare esempi di buone pratiche.
Alla fine del suo intervento l’onorevole Søndergaard ha suggerito qualcosa una cosa che può rappresentare la via da seguire: approdare a un sistema di bilancio completamente nuovo che consenta agli Stati membri un miglior controllo dei flussi di cassa.
(Applausi)
Esther de Lange (PPE). – (NL) Signor Presidente, le è familiare il film Il giorno della marmotta, che narra la storia di un uomo che si sveglia ogni giorno per ripetere all’infinito lo stesso giorno? Benché sia solo il mio terzo anno da deputato europeo, mi sento già come il protagonista di quel film: ogni anno, la Corte dei conti viene qui a dirci che, purtroppo, non è in grado di fornirci una dichiarazione di affidabilità e, ogni anno, la Commissione europea fa del suo meglio per sottolineare ogni bagliore di speranza.
Certo, vi sono stati dei progressi – per esempio nel settore agricolo – ma i problemi di fondo rimangono. Naturalmente, si potrebbe aumentare il margine di errore consentito, come propone la Commissione europea, ma l’idea ha il sapore di quando si spostano i pali della porta: se i giocatori non riescono a segnare, il loro allenatore non mette dovrebbe allargare la porta, ma cercare invece di farli giocare meglio. Questo richiede un lavoro di squadra. Una dichiarazione positiva può essere ottenuta solo attraverso il lavoro di squadra – tra revisori europei e nazionali – e per mezzo di dichiarazioni di gestione nazionali, come è già stato detto.
Purtroppo, alcuni paesi continuano ad avere la mano assai più libera con i fondi europei che con i propri fondi nazionali: è più facile spendere i soldi degli altri che non i propri. Eppure, Commissario, il conto verrà presentato. Se lei e il suo successore non riuscirete a ottenere un sistema di controllo corretto, vi saranno conseguenze negative non solo per il controllo di bilancio dell'Unione europea e per voi, per la Commissione europea, ma anche per la legittimità di tutti noi e del nostro lavoro.
Può essere certo, signor Commissario, che a questo riguardo il Parlamento controllerà lei e il suo successore molto da vicino.
Barbara Weiler (S&D). – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, Presidente Caldeira, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto ringraziare il presidente Caldeira e la sua squadra. La sua relazione ci sarà molto utile nelle deliberazioni preliminari alla concessione del discarico.
Ho un senso di déjà vu, perché per quanto ne so il Consiglio ancora una volta brilla per la sua assenza, come è accaduto già lo scorso anno. Sono tanto critico perché il Consiglio, in veste di una delle principali istituzioni comunitarie, non può e non deve stare fuori da questa discussione.
Ci aspettiamo, giustamente, che tutti gli Stati membri mettano in atto controlli e trasparenza, ma dobbiamo aspettarci la stessa cosa anche dalle nostre istituzioni e il Consiglio è corresponsabile di quanto accade, o non accade, negli Stati membri.
Naturalmente, le irregolarità nei bilanci nazionali non influenzano il bilancio del Consiglio con la stessa gravità che colpisce invece il settore agricolo, ma avremmo comunque alcune domande anche sugli appalti pubblici, i ritardi di pagamento o di mora e le ripetute sovrastime. Ne discuteremo con il Consiglio nelle prossime settimane.
E’ vero che gli errori non sono una frode e che il recupero dei pagamenti è uno strumento utile, ma uno strumento altrettanto utile è produrre nomi e cognomi in materia di politica agricola, metodo che ha dimostrato la sua validità in Baviera e nel resto della Germania. Credo dovremmo seguire questa linea perché è ormai chiaro che gli Stati membri e le aziende coinvolte reagiscono.
Ci aspettiamo che la presidenza svedese sia pronta a discutere nei prossimi giorni e anche…
(Il Presidente interrompe l’oratore)
Anneli Jäätteenmäki (ALDE). – (FI) Signor Presidente, Presidente Caldeira, signor Commissario, ringrazio la Corte dei conti europea per il suo ammirevole lavoro a vantaggio del contribuente.
I conti dell’Unione europea consentono un margine di errore del 2 per cento e ritengo che, in particolare, sono gli stipendi e le altre spese amministrative a dover essere affrontati con maggiore dettaglio. Non possiamo permetterci incertezze in merito.
Vi sono tuttavia altre voci di spesa in cui sembra essere difficile, o addirittura impossibile, rispettare un margine di errore del 2 per cento. Secondo la Corte dei conti, l'11 per cento del totale delle somme spese per la politica di coesione non avrebbero dovuto essere spese; nei due anni precedenti la situazione era la stessa.
Poiché la situazione non consente di rispettare la soglia del 2 per cento, vorrei chiedere se la Commissione o la Corte dei conti hanno considerato una revisione di questo limite in modo che non ci si ritrovi ogni anno a constatare che non è possibile rispettare la soglia, come non lo sarà il successivo. In futuro, dovremo usare più accortezza ed efficacia di adesso e la procedura di richiesta dovrà essere semplificata.
Czesław Adam Siekierski (PPE). – (PL) Signor Presidente, un’analisi della relazione annuale della Corte dei conti sull'esecuzione di bilancio per il 2008 ci porta a concludere che la situazione è migliore rispetto agli anni precedenti. E’ particolarmente gradito il fatto che sia stato possibile estendere in maniera significativa una corretta gestione del bilancio. Abbiamo notato un miglioramento particolarmente evidente nell’ambito delle spese per l'agricoltura e dello sviluppo rurale, che rappresentano oltre il 40 per cento del bilancio dell'Unione europea. E’ un cambiamento netto rispetto alle relazioni precedenti. Si tratta del risultato delle riforme e della semplificazione della PAC. Noi ora eroghiamo fondi in base a semplici requisiti tecnici.
D'altra parte, i revisori sottolineano alcune zone d’ombra, rilevando che, delle richieste di fondi avanzate dagli Stati membri nel settore della politica di coesione, l'11 per cento conteneva errori. Tengo a precisare che si sta parlando di richieste; potrebbe sembrare che questo dato sfavorevole sia il risultato di disattenzioni da parte della Commissione o degli Stati membri. Certo può esserci qualcosa di vero in questo, ma penso che il problema risieda altrove. La ragione principale di questo grande numero di carenze finanziarie nel settore della politica di coesione e dello sviluppo regionale è un eccesso di norme giuridiche complicate e complesse, come ammettono anche i revisori nella loro relazione.
Invito la Corte dei conti a intensificare la cooperazione con le controparti negli Stati membri e vorrei invitare tutti a porre maggiore attenzione all’educazione e a una migliore informazione ai beneficiari delle politiche europee e istituzionali che attuano e gestiscono programmi specifici.
La Commissione dovrebbe quindi compiere ogni sforzo possibile per semplificare i regolamenti finanziari, pur mantenendo il controllo dei meccanismi di base che prevengono gli abusi. Molto spesso i beneficiari di particolari fondi europei si dibattono in una foresta di norme che non sono del tutto chiare e che, in termini pratici, rendono impossibile presentare conti che soddisfino appieno i revisori. Questa situazione deve cambiare, e sottolineo: semplificare e informare, ma anche verificare.
Georgios Stavrakakis (S&D). – (EL) Signor Presidente, anch'io desidero congratularmi con la Corte dei conti così come con la Commissione europea per l’eccellente lavoro svolto, e mi rallegra constatare che la situazione generale sia migliorata. In particolare questa è la prima volta che la spesa agricola non è più in rosso. Nel complesso le cose vanno meglio, ma ci sono ancora problemi con le spese per la politica di coesione, a cui molti dei miei onorevoli colleghi hanno già fatto riferimento. Ma per il futuro sono alquanto ottimista.
Dobbiamo anche considerare la buona notizia: il sistema per il recupero dei fondi dell’Unione europea sta funzionando. Nel 2008 sono stati recuperati 1,6 miliardi di euro e molti altri recuperi sono ancora in corso, a riprova del fatto che il sistema sta funzionando. La percentuale di frodi scoperte è estremamente bassa ed è stata identificata in pochi casi isolati. Ci sono problemi solo in alcuni Stati membri, a dimostrazione del fatto che il sistema nel suo complesso sta funzionando bene e che gli obiettivi della politica di coesione sono raggiunti.
A lungo termine il sistema di gestione comune dovrà essere rivisto e una quota maggiore della responsabilità finale andrà trasferita agli Stati membri, contribuendo a una semplificazione delle regole, come previsto dal trattato di Lisbona, all'articolo 310, che consente la cooperazione nell'esecuzione del bilancio tra l'Unione europea e gli Stati membri, finora di esclusiva competenza della Commissione.
Vorrei infine sottolineare che il messaggio della Corte dei conti sulla necessità di semplificare le regole ha raggiunto il Consiglio e la Commissione e mi auguro sinceramente che le modifiche…
(Il Presidente interrompe l’oratore)
Lambert van Nistelrooij (PPE). – (NL) La relazione del 2008, ancora una volta, è motivo di penetranti analisi e di interventi, anche da parte del Parlamento europeo. Vi ringrazio per questa relazione. Negli ultimi anni questo approccio – la cooperazione – ha condotto a evidenti miglioramenti.
Ciò nondimeno, in veste di coordinatore del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) desidero porre alcune domande in particolare sulla politica regionale. E’ vero che il tasso di errore dell’11 per cento nella politica regionale si basa su tre Stati membri, e in che rapporto c’è con le vostre proiezioni? E’ vero che la maggior parte delle carenze è stata rilevata nelle procedure di appalto? E’ vero che è troppo presto affinché la relazione rifletta il miglioramento della spesa in base al nuovo e attuale regolamento 2007-2013? Come sapete, molti miglioramenti sono stati apportati nel corso dell'ultimo anno. Se è così, e in vista di questi miglioramenti nella legislazione vigente, possiamo continuare a lavorare seguendo tale tendenza al miglioramento nel periodo fino al 2013.
E’ importante che questi progressi nel recepimento della normativa europea siano attuati sottolineando la normativa sugli appalti, che vi sia un miglioramento della competenza per superare gli ostacoli e in fase di applicazione, in particolare negli Stati membri. Dopo tutto, vi è una forte discrepanza tra il livello europeo e nazionale e bisogna pertanto fare il nome dei paesi interessati.
Questa cifra dell’11 per cento potrà passare dall’inaccettabile rosso, al giallo e infine al verde. Per questo i cittadini ci hanno eletto: per ottenere più risultati e maggiore chiarezza. Sono lieto di accogliere i suggerimenti di semplificazione contenuti nella vostra relazione.
Christel Schaldemose (S&D). – (DA) Signor Presidente, la Corte dei conti ha i miei sentiti ringraziamenti per una relazione convincente e assai proficua. Ascoltando il dibattito di oggi, mi viene in mente un detto danese in cui ci si chiede se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, ovvero se si vede la situazione con sguardo ottimista o pessimista. Mi sembra che oggi ci siano forse troppi ottimisti, tra cui anche il commissario. Non è un atteggiamento corretto. Se un ministro delle Finanze danese fosse stato responsabile di questo bilancio, del quale meno della metà può essere considerato privo di errori e del quale meno della metà – il 47 per cento – è in verde, avrebbe dovuto ben presto trovarsi un altro lavoro.
Trovo deplorevole che si debbano ancora correggere tante situazioni e che ci si stia muovendo così lentamente. Mi rendo conto che è difficile e che le norme possono essere molto complicate. Mi rendo conto anche che vi sono stati dei progressi, ma non è abbastanza. Guardando la velocità con cui abbiamo migliorato la parte verde del bilancio, si può notare che lentamente tutto il processo è troppo lento. Invito la Commissione a farsi carico delle proprie responsabilità. Ne avete gli strumenti. Dovete reagire più rapidamente.
Monika Hohlmeier (PPE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'attenzione fino ad ora si è concentrata sul Fondo di coesione e questo è certamente giustificato a causa delle dimensioni del bilancio. Tuttavia, vorrei ora spostare il centro della discussione su un settore in cui l'anno scorso sono stati spesi solo 2,7 miliardi di euro, ma che è fonte problemi significativi.
La Corte dei conti europea, che a questo punto desidero ringraziare vivamente, ha prodotto un semi-capolavoro, riuscendo a portare la trasparenza nella frammentata gestione nel settore degli aiuti allo sviluppo e individuando chiaramente i problemi che continuano a verificarsi. Non arrivo fino al punto di dire che questo settore non ha alcun principio universale e non ha strutture trasparenti, però vi sono notevoli problemi.
Alcuni miglioramenti ci sono stati, per esempio, nei pagamenti per i progetti, ma non si può ancora effettuare alcuna verifica su nessun progetto, perché mancano le autorizzazioni, per non parlare del fatto che alcune quietanze non sono ancora fornite in prima battuta, o che non ci sono possibilità di verifiche successive. Il tema degli aiuti di bilancio ancora una volta, comporta problemi particolari in quanto non è possibile dare seguito o rintracciare il denaro o le causali di spesa. A mio parere, dobbiamo considerare attentamente di integrare il Fondo europeo di sviluppo (FES) nel bilancio generale, per ragioni di trasparenza, tracciabilità e gestibilità. Questo ci permetterebbe di unire e coordinare il FES con altri campi, come gli aiuti allo sviluppo, la politica estera, la politica di vicinato e le altre politiche nella stessa area, in modo da avere una visione completa e trasparente. Questa è la mia proposta.
Andrea Cozzolino (S&D). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione della Corte dei conti europea per il 2008 ci dà anzitutto – come è già stato detto – una notizia positiva: la percentuale di spesa comunitaria, caratterizzata da elevati livelli di irregolarità, è passata dal 60 percento del 2005 al 31 percento del 2008. Si tratta di un risultato importante, segno di un percorso positivo su cui dobbiamo continuare.
Per quanto riguarda i Fondi strutturali, e in modo particolare le politiche di coesione, permangono invece delle difficoltà e dei problemi. Credo sia su questo che dobbiamo concentrare l'attenzione nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Per quanto riguarda i Fondi strutturali, rispetto al quadro 2000-2006 analizzato dalla Corte, i sistemi di gestione e controllo della fase 2007-2013 stanno portando regole più severe e una maggiore affidabilità e trasparenza nella spesa, nonché una maggiore responsabilità degli Stati membri.
La Corte dei conti sottolinea con forza che c'è bisogno di una maggiore semplificazione. C'è dunque un intenso lavoro da portare avanti, in direzione di una maggiore semplificazione delle regole.
Qualità della crescita economica e trasparenza nell'uso delle risorse comunitarie sono due obiettivi della stessa battaglia che dobbiamo condurre. Credo che dobbiamo farlo anche rendendo più pubblici i nostri dibattiti nei nostri confronti e soprattutto nei confronti dei cittadini della Comunità.
Le politiche di coesione, i Fondi strutturali e le politiche regionali sono e resteranno un elemento cruciale del progetto europeo e hanno saputo dare sostanza ai valori fondanti dell'Unione. Dobbiamo lavorare insieme per garantire l'efficacia e la trasparenza nei prossimi anni.
Mairead McGuinness (PPE). – (EN) Signor Presidente, ringrazio la Corte dei conti per aver presentato stamani, in un modo molto chiaro, il contenuto di un’estesa relazione mostrandoci aspetti positivi e negativi e, per fortuna, non tragici, perché, in una certa misura, abbiamo chiarito gli aspetti peggiori delle nostre pratiche contabili.
Voglio soffermarmi in particolare sull’agricoltura che, proprio perché ha ricevuto una valutazione relativamente buona, è stata praticamente messa da parte nel corso della discussione. Voglio avvertirvi che in futuro il problema potrebbe ripresentarsi.
Stamattina vale la pena ricordare che l'agricoltura è migliorata perché abbiamo disaccoppiato, in larga misura, i pagamenti dalla produzione. Stiamo erogando i pagamenti direttamente agli agricoltori attivi, ai produttori attivi, e quindi la possibilità di errori si è molto ridotta.
Tuttavia, attraverso il veicolo di modulazione stiamo per prendere quel denaro e trasferirlo al settore dello sviluppo rurale, su cui sono state espresse preoccupazioni. Da qui nascono le mie osservazioni su un eventuale ripresentarsi in futuro dei medesimi problemi.
Mi preoccupa anche come si possano rendicontare questioni come la gestione delle risorse idriche, i mutamenti climatici e la biodiversità. Pensate alla complessità delle norme che circondano tutti questi ambiti – visto che vi viene investito denaro pubblico – e alle difficoltà e al costo di rispettare specifiche regole.
Stiamo assistendo a una revisione del bilancio dell'Unione europea grazie all'ex primo ministro britannico, Tony Blair, il cui governo non ha una storia particolarmente pulita in materia di conti.
Ancora una volta, in forza di tale revisione ci occuperemo di spendere soldi in settori verso i quali la Corte dei conti nutre chiaramente preoccupazioni, soprattutto nel campo della ricerca e dell'innovazione. Dobbiamo usare molta attenzione perché il buon lavoro compiuto finora non venga vanificato da quanto stiamo per fare.
Peter Jahr (PPE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando ero a scuola gli insegnanti spesso dicevano: fidarsi è bene, controllare è meglio.
(L’oratore accetta di rispondere alla domanda di un altro deputato ai sensi dell’articolo 149, paragrafo 8, del regolamento)
Ingeborg Gräßle (PPE). – (DE) Signor Presidente, volevo chiederle se aveva notato che, nel corso di questa importante discussione, l’onorevole Martin, che ha dato a tutti noi molti consigli, è entrato in Parlamento alle 10.00, ha parlato alle 10.09, ed ha lasciato l'aula alle 10.12.
Peter Jahr (PPE). – (DE) Mi tornano in mente due regole di base dalla mia infanzia. Una volta mi fu detto: “Quando qualcuno parla, lascialo finire di parlare. Se poi fai una domanda almeno aspetta la risposta”. In base a questi principi, avrebbe dovuto rimanere in Aula in modo da seguire la discussione. Questa è la mia opinione.
I controlli e miglioramenti suggeriti dalla Corte dei conti danno un contributo significativo a un più efficace e più economico utilizzo dei fondi europei. In qualità di deputato interessato al settore agricolo, sono particolarmente lieto che l'utilizzo dei fondi nel settore dell'agricoltura abbia ricevuto una valutazione positiva e che, in media, non sia stata trovata nessuna irregolarità significativa. Tuttavia, questa è la media, ed proprio qui sta il problema. In agricoltura si dice che “in media il lago era un profondo mezzo metro, ma la mucca è annegata lo stesso”. In altre parole, quando tutto è corretto in media e quando la stragrande maggioranza dei paesi è in grado di applicare i regolamenti amministrativi in modo adeguato, è proprio il momento di affrontare i paesi che non sono in linea, i cattivi. In questo senso è importante fare i nomi. Signor Presidente, la prego di non arrendersi. Sia più specifico in quello che dice e il Parlamento le darà il proprio sostegno.
Per quanto riguarda il tasso di errore nello sviluppo rurale la situazione è alquanto diversa. Anche se rispetto all'anno precedente il tasso di errore è inferiore, rimane ancora nettamente superiore rispetto a quello delle spese agricole. Devo dire che, a questo punto, la maggior parte dei problemi riscontrati è dovuta all’applicazione non corretta e alla mancanza di comprensione delle complesse normative dell’Unione europea. Questo non significa necessariamente che il denaro venga sprecato. Dobbiamo tutti collaborare per modificare e migliorare i regolamenti dell'Unione Europea, in modo che gli Stati membri possano applicarli più facilmente.
PRESIDENZA DELL’ON. DURANT Vicepresidente
Sophie Briard Auconie (PPE). – (FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, la relazione della Corte dei conti per il 2008 ha rilevato un miglioramento generale in termini di legalità e regolarità delle operazioni di bilancio dell’Unione europea. Emerge inoltre che la spesa associata alla politica di coesione presenta ancora qualche problema, dal momento che contiene il numero maggiore di errori.
I fondi disponibili per la politica di coesione rappresentano quasi un terzo del bilancio europeo. Si tratta di una delle politiche più importanti e più simboliche dell’integrazione europea e del principio di solidarietà che ne sta alla base.
Data la sua importanza, dobbiamo pretendere e garantire che le procedure vengano applicate correttamente. Bisogna comunque prendere in considerazione le caratteristiche specifiche della politica di coesione, ampiamente decentralizzata e gestita quindi dalle autorità regionali all’interno degli Stati membri. Gli errori riscontrati dalla Corte dei conti non dipendono da tentativi di frode da parte dei promotori di progetto, quanto piuttosto dalla complessità dei criteri di idoneità.
A mio parere la soluzione non è dunque rendere le procedure ancora più complesse, ma piuttosto semplificarle, sia a livello comunitario sia all’interno degli Stati membri. In Consiglio ed in Parlamento si sta vagliando una serie di misure di semplificazione a livello comunitario; per quanto riguarda invece il livello nazionale, sto lavorando personalmente, insieme a rappresentanti eletti e a politici nazionali e locali, ad una semplificazione delle procedure francesi.
In questo periodo di rallentamento economico, sarebbe particolarmente negativo se i promotori di progetto – ancora molto numerosi – incontrassero difficoltà ad avere accesso ai fondi europei messi a loro disposizione.
Ville Itälä (PPE). – (FI) Signora Presidente, stiamo affrontando un tema estremamente importante e vorrei innanzi tutto dichiarare che la gestione del bilancio è migliorata sensibilmente. Permangono tuttavia alcuni problemi, che vorrei portare alla vostra attenzione.
Il primo è la politica immobiliare delle istituzioni. Lavorando al bilancio del 2008 del Parlamento e di altre istituzioni mi sono accorta che non tutto funzionava correttamente in questo ambito. Mi auguro sia possibile avviare un’indagine approfondita per scoprire perché il prezzo pagato per le proprietà e gli edifici dalle istituzioni è più alto del prezzo medio di mercato. Una volta concluso, lo studio metterà in luce eventuali punti poco chiari o, in alternativa, confermerà che tutto funziona correttamente.
Il secondo punto su cui vorrei attirare la vostra attenzione è la situazione di Romania e Bulgaria, tema già sollevato in questa sede. Conosciamo la natura del problema e dobbiamo trovare un modo per sostenere questi due paesi per giungere a una soluzione. Si tratta di una questione anche politica: in fondo, che senso ha l’allargamento se accettiamo l’adesione di Stati membri che non sono in grado di gestire adeguatamente i propri bilanci?
Il terzo punto riguarda in particolar modo le azioni esterne legate alle Nazioni Unite, sebbene sia necessario, in ogni caso, potere effettuare controlli in modo da garantire ai cittadini che tutto è in ordine.
Dobbiamo comunque constatare che il numero di ambiti privi di errori è aumentato, e per questo bisogna ringraziare il vicepresidente Kallas e la Corte dei conti europea, per avere portato a termine un eccellente lavoro.
(Applausi)
Seán Kelly (PPE). – (EN) Signora Presidente, vorrei porre una semplice domanda. E’ stato dichiarato che in molti casi la mancata conformità è dipesa da una mancata comprensione delle procedure e dei regolamenti.
Ritiene che sia effettivamente così? E se sì, in che percentuale le violazioni dipendono da questa sfortunata circostanza piuttosto che da una decisione volontaria di infrangere le regole?
Ivaylo Kalfin (S&D). – (BG) Anch’io vorrei complimentarmi con i rappresentanti della Corte dei conti europea per la relazione che hanno presentato e con il vicepresidente Kallas per avere palesemente incrementato l’impegno da parte della Commissione europea in relazione alle spese dei fondi europei. Provengo dalla Bulgaria e posso constatare in prima persona come la Commissione sia estremamente rigida rispetto alla spesa dei fondi e le sue azioni hanno un impatto evidente. Vorrei sottolineare che siamo dinnanzi all’ultima relazione della Corte dei conti prevista dai trattati in vigore; la prossima relazione si baserà sul trattato di Lisbona, che contiene una serie di domande a cui non è stata ancora fornita una risposta adeguatamente motivata, inclusa la questione sulla creazione del bilancio e sulle procedure per spenderlo. Ritengo che tutte le istituzioni – inclusi dunque il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione europea – tenendo conto della partecipazione attiva della Corte dei conti europea, dovrebbero fare il massimo per fornire una risposta a questi interrogativi in modo da trovare un punto di incontro.
Jean-Pierre Audy (PPE). – (FR) Signora Presidente, non sto prendendo la parola secondo la procedura catch the eye; vorrei solo lamentare il fatto che i posti dei rappresentanti del Consiglio, autorità competente in materia di bilancio, sono tristemente vuoti. Vi sono molti problemi anche negli Stati membri. Volevo solo esprimere il mio rammarico, signora Presidente.
Bart Staes (Verts/ALE). – (NL) Ho assistito all’intera discussione. Uno degli interrogativi più importanti di cui ho sentito parlare – e vorrei che l’onorevole Caldeira illustrasse questo punto nel dettaglio – è quale sia la situazione dell’11 per cento, previsto dalla politica di coesione, che non si sarebbe dovuto pagare. Nel corso della discussione sono state avanzate diverse spiegazioni: alcuni hanno parlato di 4 milioni di euro, altri di 2 milioni di euro e così via. Io ritengo che sia estremamente importante per l’inizio dell’esercizio di discarico avere una visione chiara ed inequivocabile della situazione reale. Vorrei ringraziare in particolar modo il vicepresidente Kallas per il lavoro condotto negli ultimi anni. Credo che la Commissione per il controllo dei bilanci abbia potuto contare su una cooperazione sempre molto costruttiva con lei. Non condividiamo sempre le stesse idee, ma probabilmente lei verrà confermato anche nella nuova Commissione con un nuovo incarico e desidero augurarle ogni successo.
Presidente. – Vorrei dire all’onorevole Martin che ho visto la sua richiesta di intervenire in merito a una questione personale e le verrà concessa nel rispetto del regolamento, alla fine della discussione e dopo la Commissione.
Edit Herczog (S&D). – (HU) Signora Presidente, sono pienamente d’accordo con l’onorevole Audy. Il Consiglio brilla per la sua assenza, e lo stesso vale per i leader dei partiti politici. In qualità di vice presidente del gruppo dell'Alleanza Progressista di Socialisti e democratici al Parlamento europeo, concordo con l’impressione che i presidenti degli altri gruppi non abbiano compreso l’importanza di questa discussione. L’assenza più evidente rimane comunque quella del Consiglio.
Vítor Manuel da Silva Caldeira, presidente della Corte dei conti. – (FR) Signora Presidente, innanzi tutto vorrei ringraziare tutti i deputati che hanno preso la parola; i loro commenti saranno sicuramente molto apprezzati da quanti lavorano alla Corte dei conti e si sono occupati della relazione presentata oggi.
E’ difficile, nel tempo che mi è concesso durante questa discussione estremamente intensa e interessante, rispondere a tutte le domande che mi sono state poste direttamente. Vorrei in primo luogo rispondere alla domanda dell’onorevole de Jong, che mi ha chiesto se fossi scoraggiato dal fatto di non essere nella posizione, in quanto presidente della Corte dei conti, di giungere ad una DAS positiva. In quanto revisore dei conti, sarei lieto di fornire una dichiarazione di affidabilità positiva a tempo debito, ma il compito dei revisori non è quello di essere contenti del parere che danno; devono invece basare le proprie dichiarazioni su dati concreti.
Onestamente, in quanto revisore, preferisco potere dare pareri come quello di quest’anno; non svelerò all’onorevole Audy se è positivo o negativo, ma è comunque un parere realistico che sottolinea i punti che hanno registrato un miglioramento. Abbiamo assistito a una netta riduzione nel numero di errori in alcuni ambiti, soprattutto nel settore dell’agricoltura, ma ci sono aree in cui è necessaria maggiore attenzione. Per questo, piuttosto che essere ottimista o pessimista, in quanto revisore, preferisco essere realista.
Credo che il nostro messaggio vada interpretato in questo modo, con riferimento alle prospettive per il futuro. Molti parlamentari hanno chiesto che cosa si può fare per risolvere questi problemi. La Corte dei conti ha contribuito alla stesura di questa relazione e delle precedenti, sottolineando che le raccomandazioni sul miglioramento dei sistemi di supervisione e di controllo all’interno degli Stati membri sono importanti e dichiarando, in riferimento alla Commissione, che è altrettanto importante semplificare il quadro normativo, ovvero non rendere le cose più complicate del necessario. Non possiamo passare da una fase in cui vogliamo monitorare tutto – il che richiede controlli eccessivi – ad una fase senza alcun tipo di supervisione; non saremo altrimenti in grado di trovare il giusto equilibrio, che possa permetterci di raggiungere gli obiettivi delle politiche.
Molti di voi hanno sostenuto che la relazione non spiega quanto efficacemente vengano utilizzati i fondi. I pochi errori e irregolarità riscontrati hanno impedito forse che i progetti venissero completati? Ovviamente ci si aspetta un parere della Corte dei conti nelle sue relazioni in merito al rendiconto finanziario – e sarà chiaramente di un parere positivo – e sulle operazioni alla base della situazione contabile. Si tratta di stabilire se tali operazioni rispettino le regole previste.
La Corte dei conti fornisce anche a voi, e in particolare alle commissioni parlamentari interessate e alla commissione per il controllo dei bilanci, tutte le relazioni legate all’efficacia delle politiche e all’uso corretto dei fondi nei diversi ambiti. Mi auguro che possiate trovare informazioni pertinenti nelle relazioni rispetto a quanto può essere migliorato nel contesto di queste politiche. Tuttavia, come dichiarato nella relazione – e ho voluto sottolineare questo punto nel mio intervento – è importante cogliere le opportunità che ci vengono offerte per il futuro dalla riforma del regolamento finanziario e dal nuovo quadro per le prospettive finanziarie, nonché la possibilità, creata dalla riforma del bilancio, di considerare alcune questioni fondamentali.
Vorrei concludere, signora Presidente, dichiarando che la nostra metodologia rispetta i principi nazionali di revisione. Riteniamo che i nostri campioni ci permettano di giungere a una serie conclusioni. L’onorevole Audy ha chiesto se i nostri campioni sono sufficientemente ampi; la risposta è sì. Ovviamente, con maggiori risorse potremmo fare di più, ma le nostre risorse sono limitate e dobbiamo gestirle con attenzione.
Infine, una parola sul ruolo che potranno svolgere in futuro la Corte dei conti e le istituzioni analoghe negli Stati membri. Lavoriamo sempre a stretto contatto con le corti dei conti e con i revisori nazionali basandoci su una cooperazione e una fiducia reciproche. Questo approccio è previsto dal trattato di Lisbona e, rispettandolo, stiamo facendo quanto possibile per garantire, in linea di massima, un valore aggiunto al ruolo della revisione dei conti esterna all’interno dell’Unione europea.
Mi limiterò a queste brevi osservazioni finali, signora Presidente, dal momento che non voglio rubarvi troppo tempo.
(Applausi)
Siim Kallas, vicepresidente della Commissione. – (EN) Signora Presidente, vorrei ringraziarla per questa discussione e per le parole gentili rivolte alla Commissione. Vorrei sollevare due punti legati al passato, al 2008 e agli anni recenti. Innanzi tutto è stato sottolineato un aspetto importante: la trasparenza. Vorrei ricordare che insieme abbiamo determinato una svolta importante: tutte le informazioni sui beneficiari dei fondi dell’UE sono ora pubbliche e questo è stato uno dei cambiamenti più importanti.
Il secondo evento del passato è l’avere discusso, tra le altre cose, su quanto denaro fosse andato perso e quanto dovesse essere recuperato. Vorrei illustrarvi questo punto con un dato, tratto da un titolo estremamente complicato, che si trova nell’allegato 6 della nostra relazione di sintesi, il “riepilogo dei casi di rinuncia al recupero di crediti”, ossia un quantitativo di denaro che è completamente e irreversibilmente perso. Nella relazione di sintesi del 2008, questa cifra era di 18 380 363,22 euro, ossia meno dello 0,01 per cento del bilancio europeo. Questi soldi sono persi. Abbiamo discusso di questo denaro che non è stato gestito in modo adeguato nei fondi strutturali, ma qualcosa alla fine si recupera comunque. Il processo non è perfetto, dobbiamo lavorare duramente su questo aspetto e a volte si riescono a correggere alcuni errori. E’ un procedimento lungo che va preso molto sul serio.
Vorrei illustrarvi ora alcuni punti legati al futuro. Avvieremo prossimamente un dibattito sul nuovo regolamento finanziario e sulle nuove prospettive di bilancio. Vi sono molti elementi legati a questo processo e le dichiarazioni nazionali e la partecipazione degli Stati membri richiedono una forte base giuridica. Possiamo procedere con questa semplificazione, discussa spesso e in dettaglio proprio in questa sede. Come ha già dichiarato il presidente Caldeira, gli obiettivi vengono definiti da oltre 500 programmi accettati da Commissione, Parlamento e Consiglio. Ogni programma ha il proprio fondamento giuridico, i propri obiettivi, ed ogni elemento va misurato, compreso il denaro speso per perseguire tali obiettivi. Si tratta di una questione centrale.
Nel corso dell’ultima seduta plenaria, quando abbiamo discusso del discarico per il 2007, è stata avanzata l’idea di ridurre il numero di programmi e di dotarsi di progetti e programmi più ampi, più facili da monitorare. Si tratta di una questione fondamentale e, come avviene per lo sviluppo rurale ricordato da un onorevole deputato, non è possibile misurare gli obiettivi – soprattutto nel caso di azioni esterne – e dichiarare che sono stati raggiunti. Si tratta di un problema cruciale nel quadro delle future discussioni sui regolamenti finanziari.
Per quanto riguarda il dialogo, la cui importanza è stata ribadita oggi, devo dire che abbiamo cercato di fare il massimo perché ci fosse un dialogo positivo con il Parlamento, con la commissione per il controllo dei bilanci e con la Corte dei conti. Io stesso cerco il confronto su ogni tema con persone con diversi punti di vista, diversi atteggiamenti e diverse posizioni. Normalmente succede così nella vita. Non apprezzo invece che alcune persone usino deliberatamente e costantemente fatti incorretti; in questo modo non è possibile avere un dialogo. Si possono avere valutazioni diverse, diverse interpretazioni e opinioni, ma i fatti devono essere inconfutabili. Mi auguro che nelle discussioni future questo principio venga rispettato.
(Applausi)
Presidente. – Onorevole Martin, desidera intervenire alla fine di questa discussione?
Hans-Peter Martin (NI). – (DE) Signora Presidente, mi dispiace impiegare questa opportunità per fare un’osservazione di natura personale per cui, secondo l’ordine del giorno, mi sono stati assegnati tre minuti, che non userò comunque.
Ho assunto un atteggiamento estremamente positivo nel mio intervento e nel corso della discussione ho evidenziato in modo costruttivo cosa è possibile fare su questa nuova base. Per giungere a questa valutazione ho seguito la discussione di stamane con molta attenzione. Ero presente in aula molto prima di quanto dichiarato dai miei colleghi, me ne sono andato più tardi e ora sono nuovamente qui. Trovo sia un peccato che l’onorevole Gräßle ritenga necessario attacchi attaccare personalmente, tirando anche colpi bassi. Vorrei avesse un atteggiamento costruttivo e gradirei anche leggere meno storie false riferite da lei al giornale tedesco Bild Zeitung. Preferirei sentire proposte costruttive su come risollevare la situazione e permettere alla Corte dei conti di farlo. E’ un vero peccato che l’onorevole Gräßle, in particolar modo, renda più difficile il lavoro dei deputati non iscritti, faccia discriminazioni tra di noi, ci impedisca di accedere alle informazioni, non ci permetta di lavorare con gli impiegati e ritenga utile attaccarci sulla base di fatti incorretti. Dovrebbe imparare di più sulla democrazia, onorevole Gräßle.
Presidente. – Ci fermeremo qui. La discussione è chiusa.
Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)
Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) Indubbiamente vi sono ancora notevoli lacune in alcuni ambiti, soprattutto per quando riguarda la politica di coesione, ma il calo nel tasso di errore nel settore dell’agricoltura e delle risorse naturali al di sotto del 2 per cento mi spinge a guardare al futuro con ottimismo. Considerando che questo settore rappresenta l’area in cui si concentra il grosso della spesa dell’Unione europea, un tasso d’errore relativamente basso del 2 per cento è un risultato soddisfacente. In futuro dovremo concentrare tutte le nostre forze su due ambiti: in primo luogo, la cooperazione tra Commissione e Stati membri. L’obiettivo è identificare dati inaccurati e incorretti in tutte le aree di spesa e correggere gli errori. Il secondo ambito è legato al miglioramento dei metodi di pagamento per trasferire fondi dell’Unione europea agli Stati membri e per recuperarne.
Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. – (FR) Vorrei congratularmi con la Corte dei conti per la relazione annuale sull’esecuzione di bilancio per l’esercizio 2008. Vorrei portare l’attenzione sul paragrafo relativo alle agenzie dell’Unione europea, in cui la Corte dei conti dichiara di avere espresso un’opinione non qualificata per tutte le agenzie soggette a revisione, fatta eccezione per l’Accademia europea di polizia.
A questo punto è importante ricordare che abbiamo affrontato una situazione simile per il discarico del 2007. La Corte dei conti ha pubblicato una relazione che contiene una dichiarazione di affidabilità con riserve in merito alla situazione contabile e alle relative operazioni del CEPOL, indicando in particolar modo che sono stati utilizzati degli stanziamenti per finanziare spese private. Il relatore ha chiesto che il discarico venisse posticipato per il CEPOL, seguito dalla Commissione per il controllo di bilancio. Il voto in plenaria del 23 aprile 2009 ha respinto questa proposta con 226 voti a favore e 230 contro, con una mobilitazione massiva del gruppo socialista al Parlamento europeo e del gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea.
Considerando che la Corte dei conti ha sollevato oggi ulteriori problemi legati al CEPOL, è fondamentale costatare l’errore lampante commesso nel garantire il discarico ad aprile, votando contro il parere del relatore e della commissione responsabile.
4. Progetto Google di digitalizzazione del patrimonio librario mondiale (discussione)
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sull’interrogazione orale alla Commissione sul progetto Google di digitalizzazione del patrimonio librario mondiale presentata dall’onorevole Lehne, a nome della commissione giuridica (O-0101/2009 – B7-0224/2009).
Angelika Niebler, in sostituzione dell’autore. – (DE) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli deputati, sicuramente tutti conoscete Google, il motore di ricerca online, e probabilmente conoscerete anche il progetto Google Books di cui tutti parlano da qualche mese. L’obiettivo è scannerizzare i libri contenuti nelle biblioteche e renderli disponibili online, in modo che i lettori abbiano accesso in modo rapido e semplice, ad un gran numero di opere in rete.
Dal punto di vista dei lettori e degli utenti di Internet è un’idea meravigliosa. Ma cosa significa per gli autori, per i creativi, per gli artisti e per gli editori? Che ruolo svolgeranno nella pubblicazione delle loro opere online? Nei prossimi mesi dovremo analizzare con attenzione questi dubbi. Forse saprete che alcuni editori ed autori negli Stati Uniti hanno già avviato azioni legali contro Google in riferimento alla scannerizzazione e alla pubblicazione delle opere online. Per quanto ne so, la controversia è stata risolta e le parti si sono accordate al di fuori delle aule di tribunale. Le mie domande restano tuttavia senza risposta e non si limitano alla situazione di Google, dato che in futuro ci saranno sicuramente casi analoghi. Dobbiamo affrontare questi temi con la massima rapidità.
E’ necessario adattare il diritto d’autore all’era digitale? Dobbiamo modificare le strutture esistenti? Mi riferisco, a questo proposito, alle società di gestione collettiva di cui abbiamo spesso discusso qui in Parlamento. Si stanno creando nuovi monopoli sulla rete? Come dobbiamo reagire? Che effetto avrà tutto ciò sulle strutture nei nostri paesi in riferimento, ad esempio, alle librerie regionali? Quali sono in questo caso gli interessi in gioco e come possiamo trovare un equilibrio soddisfacente?
Gli autori e gli editori vogliono un compenso economico per le proprie opere e questo anche nel caso in cui i loro lavori siano pubblicati online. Le biblioteche vogliono mettere in rete i propri archivi senza firmare un accordo di licenza con i titolari di un diritto d’autore. Gli interessi dei consumatori sono chiari: desiderano avere un accesso rapido e semplice ai contenuti online. Non abbiamo raggiunto un punto tale da discutere possibili soluzioni, ma dobbiamo porci numerose domande ed è questo lo scopo dell’interrogazione scritta presentata alla Commissione dalla commissione giuridica.
Dobbiamo operare ulteriori distinzioni al fine di risolvere le questioni legate al diritto d’autore, per esempio rispetto al contenuto? Se sì, che distinzioni fare? La Commissione sembra orientata in questa direzione, dal momento che si sta concentrando innanzi tutto sulla situazione dei fondi di biblioteca. In futuro si dovrà procedere alla digitalizzazione di massa o l’attuale sistema di gestione delle licenze basterà per risolvere il problema? Come può essere semplificata la concessione del diritto d’autore nell’era di Internet? Come ben sapete, il diritto d’autore è innanzi tutto un diritto nazionale e a questo proposito dobbiamo chiederci nuovamente: questo approccio è ancora attuale? Come dobbiamo gestire in futuro le opere orfane, ovvero le parole e i libri per cui non è possibile identificare o rintracciare il titolare del diritto d’autore? Dovremmo forse fare una distinzione tra le opere letterarie, scientifiche e accademiche? Ad esempio, gli autori di romanzi vivono della pubblicazione delle loro opere, ma quando gli scienziati mettono a disposizione i propri articoli in rete, vogliono sostanzialmente farsi conoscere nel loro campo di ricerca e dipendono meno dal denaro che ottengono dall’opera in questione. Ci sono numerose domande che dobbiamo porci e sono lieto di poterne discutere con voi.
Vorrei considerare un ultimo punto importante: il discorso delle società di gestione collettiva. Consideriamo quanto sia facile oggi scaricare musica da Internet; basta andare su iTunes e acquistare una canzone per 20, 30, 40 o 50 centesimi. Quali sono le implicazioni per le società di gestione collettiva? Abbiamo ancora bisogno di loro? Sarei lieta se la Commissione potesse informarci sulla situazione attuale.
Per anni qui in Parlamento abbiamo chiesto alla Commissione di considerare le società di gestione collettiva. Per metterla in termini in realtà poco precisi, si tratta di organi monopolistici istituiti in un periodo lungo qualche decennio. Vorrei sapere quali sono le intenzioni della Commissione al proposito. Vorrei concludere dicendo che se consideriamo una piattaforma come quella di Google, che offre contenuti gratuitamente, si determinerà un monopolio in rete. Dobbiamo riflettere su come gestire la situazione in modo da garantire che non si finisca con un unico fornitore che fissa le condizioni di accesso ai contenuti in rete. Attendo con interesse di partecipare ad una discussione con voi nelle prossime settimane e mesi e sarò lieto di ascoltare la risposta della Commissione alla prima domanda posta dalla commissione giuridica.
Siim Kallas, vicepresidente della Commissione. – (EN) Signora Presidente, vorrei ringraziare la commissione giuridica per avere sollevato questi interrogativi. Avete posto così tante domande e talmente rilevanti e fondamentali che sarà importante affrontarle nei prossimi mesi. E’ un argomento indubbiamente intenso, interessante, entusiasmante e rivolto al futuro. Innanzi tutto vorrei fare una panoramica sul tema concreto.
Il progetto Google Books è sostanzialmente un’iniziativa che mira a fornire a un grande numero di utenti uno strumento per cercare, trovare e acquistare libri. Per i titolari dei diritti può rappresentare un ulteriore canale di vendita, e dunque un’ulteriore fonte di guadagno. Vorrei aggiungere che in Europa, il progetto Google Books viene realizzato in collaborazione con le biblioteche e riguarda solamente libri di pubblico dominio. I libri coperti dal diritto d’autore sono inclusi nel progetto solo tramite il programma partner di Google, rivolto agli editori che desiderano concludere accordi con Google.
L’accordo in seguito all’azione collettiva nei confronti di Google Books riguarda il progetto negli Stati Uniti e mira a risolvere una controversia che si protrae da oltre quattro anni. Se approvato, garantirà un’ulteriore fonte di guadagno ai titolari dei diritti e, cosa ancor più importante, renderà i libri fuori stampa fino ad oggi introvabili ed i libri orfani disponibili per la ricerca e la consultazione online da parte degli utenti statunitensi. Inoltre gli incentivi finanziari potrebbero spingere i titolari dei diritti di opere orfane ad uscire dall’ombra.
Per quanto riguarda Google Book Search Project, la Commissione la ritiene un’iniziativa che dimostra come i nuovi modelli di business si stiano evolvendo per fornire, a un numero crescente di consumatori, l’accesso quasi immediato a un ampio numero di opere. Dal momento che la Commissione europea favorisce la digitalizzazione dei libri delle biblioteche europee e non solo, e dal momento che questo processo è di immani proporzioni, laddove è necessario il sostegno del settore privato la Commissione accoglie con favore iniziative come Google Book Search Project, purché vengano rispettati i diritti sulla proprietà intellettuale e non si determini una distorsione della concorrenza.
Per quanto riguarda la risoluzione della controversia per Google Books, la Commissione si è impegnata attivamente in consultazioni con gli editori europei e con Google. Nel settembre 2009 la Commissione ha organizzato un’audizione pubblica che ha riunito le parti interessate in Europa e le parti coinvolte nella controversia per scambiare opinioni e chiarire i diversi aspetti dell’accordo.
Nel frattempo vi sono stati però importanti cambiamenti. A causa delle numerose obiezioni avanzate in merito alla versione originale dell’accordo dai concorrenti di Google, dai governi stranieri (Francia e Germania) e dal dipartimento della giustizia statunitense, i termini dell’accordo sono stati rivisti e queste revisioni sono state sottoposte al tribunale statunitense il 13 novembre 2009.
Innanzi tutto la portata dell’accordo rivisto è stata notevolmente ridotta e ora copre solo i libri registrati presso l’ufficio per il copyright statunitense o pubblicati nel Regno Unito, in Australia o in Canada entro il 5 gennaio 2009. Tutti gli altri libri sono esclusi dall’accordo e dunque in futuro solo gli autori e gli editori statunitensi, britannici, australiani e canadesi saranno rappresentati nel comitato del Registro dei diritti sui libri, un ente incaricato di gestire i termini dell’accordo.
In secondo luogo, gli editori di paesi gli diversi da USA, Regno Unito, Australia e Canada dovranno ricorrere a negoziati individuali per poter essere introdotti nei servizi di Google Books negli Stati Uniti.
La nuova versione dell’accordo solleva due osservazioni. In primo luogo non è sempre un vantaggio essere esclusi dall’accordo poiché, quando si è fuori, non si può più controllare che cosa fa Google delle copie scannerizzate fino ad adesso.
In secondo luogo gli editori degli Stati membri dell’UE – fatta eccezione per il Regno Unito – non parteciperanno più a una trasformazione sostanziale del mercato librario. Il progetto Google Books negli Stati Uniti riceverà notevole impulso e nessun editore europeo potrà più essere coinvolto. Sebbene i servizi contrattati ai sensi di questo accordo saranno disponibili solo per gli utenti statunitensi, questa assenza potrebbe comunque essere nociva per la diversità culturale.
A questo proposito, la Commissione si è rivolta agli Stati membri, e continuerà a farlo ripetutamente anche in futuro: innanzi tutto affinché intensifichino le loro politiche in materia di digitalizzazione; in secondo luogo affinché ricerchino possibilità di cooperazione nel campo della digitalizzazione tra il settore pubblico e quello privato; infine per garantire che tutto il materiale digitalizzato venga reso disponibile tramite Europeana. Se gli Stati membri lo faranno, l’accordo relativo a Google Books potrebbe risultare non una minaccia ma piuttosto il catalizzatore per iniziative europee nell’ambito dell’accesso alla cultura digitalizzata.
Questo mi riporta al secondo punto. Il dibattito sull’accordo relativo a Google Books ha dimostrato che l’Europa non può permettersi di restare indietro sul fronte della digitalizzazione e deve agire rapidamente. A questo scopo la Commissione si impegna pienamente a lavorare su un quadro in materia di diritti d’autore che possa agevolare una digitalizzazione su larga scala delle raccolte librarie europee.
Riteniamo che le norme in materia di diritto d’autore debbano essere abbastanza flessibili da non complicare eccessivamente la creazione di biblioteche online.
Róża, Gräfin von Thun Und Hohenstein, a nome del gruppo PPE. – (PL) Signora Presidente, vorrei ringraziare lei per la sua dichiarazione, la commissione giuridica per le domande poste, l’onorevole Niebler per i suoi commenti e il commissario per la sua risposta. I temi in questione sono estremamente importanti per il mercato interno nonché per la tutela del consumatore. Il processo di digitalizzazione dei libri crea nuove e interessanti opportunità, ma deve – e lo voglio sottolineare –essere al servizio delle case editrici e dei lettori, ovvero delle imprese e dei consumatori europei.
La precedente versione dell’accordo con Google implicava il rischio di una monopolizzazione dell’intera produzione libraria da parte di una singola impresa, rischio che non è stato ancora completamente cancellato. Google ha scannerizzato milioni di titoli coperti da diritto d’autore provenienti da tutto il mondo. Ad oggi ha utilizzato questi documenti illegalmente, applicando unicamente il principio statunitense dell’utilizzo leale, senza chiedere il consenso agli autori o agli editori.
Il nuovo accordo continua ad ignorare un principio basilare della convenzione di Berna secondo il quale bisogna chiedere il consenso ai titolari del diritto d’autore prima di utilizzare una loro opera, e non limitarsi a lasciare loro la possibilità di dissociarsi, per cui responsabilità, impegno e costi ricadrebbero sulle spalle dell’autore. L’accordo si applica a libri provenienti da tutto il mondo e pubblicati in inglese in paesi coperti dalla convenzione.
Quando ha scannerizzato i libri, Google ha utilizzato i libri fuori stampa e le opere orfane. Entrambe queste categorie non sono ben definite: impegnandosi, è spesso possibile trovare gli autori di opere orfane; nel caso dei libri fuori stampa si tratta spesso di opere per le quali gli autori o gli editori hanno intenzionalmente deciso di interromperne la stampa. Questo non implica forse il rischio che Google stia privando gli editori della libertà di stabilire le proprie politiche di pubblicazione e gli autori di potenziali guadagni?
Per quanto riguarda i consumatori: l’industria dell’editoria potrebbe essere minacciata nel lungo termine dal progetto di Google laddove ai titolari dei diritti d’autore non venisse pagata la percentuale che è loro dovuta. Per restare competitivi, gli editori smetteranno di pubblicare libri di valore e costosi, revisionati da esperti. Per i consumatori questo significherà di fatto che le pubblicazioni di alta qualità verranno sostituite da prodotti economici, sterili e non soggetti a revisione, accompagnati oltretutto da invadenti campagne promozionali.
Mi aspetto dunque che la Commissione europea proponga una politica che permetta lo sviluppo della digitalizzazione senza per questo avere un impatto negativo sulla creatività e sugli interessi del mercato e dei lettori in Europa.
Sergio Gaetano Cofferati, a nome del gruppo S&D. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, penso che l'accordo tra Google e gli editori americani contenga indubbi elementi di interesse e prospetti novità importanti anche per noi. Insieme a questi aspetti positivi, bisogna però valutare anche gli elementi di criticità che esso contiene.
Perché sia positivo, occorre introdurre un cambio di prospettiva su tutta la complessa questione del copyright, superando la contrapposizione tra la rivendicazione della libertà di accesso ai prodotti culturali on line e la tutela esclusiva e senza eccezioni del diritto d'autore.
È vero che il sistema immaginato dalla Google aprirebbe a tutti gli utenti una grande opportunità di accedere a opere, soprattutto a quelle fuori stampa o di difficile reperimento bibliografico, e allo stesso tempo presenta un'opportunità per gli autori e gli editori di rinnovare la propria offerta culturale e di allargare il proprio pubblico. Tuttavia, è altrettanto vero che, in ragione del fatto che l'accordo copre solamente libri e opere registrati presso il Copyright Office statunitense o pubblicati nel Regno Unito, in Canada o in Australia e che non è prevista alcuna specifica misura per le opere europee o del resto del mondo – finora, peraltro Google si è limitata a dichiarare una generale disponibilità a raggiungere accordi simili anche con altri paesi –, Google viene a trovarsi, in virtù di quell'accordo, in una posizione di monopolio, anche in ragione delle ingenti risorse pubblicitarie che il nuovo sistema mobiliterà.
L'impatto avrà una ricaduta anche sulle industrie culturali europee. In primo luogo, per il ritardo che l'Europa assumerebbe in tutto il progetto di digitalizzazione delle biblioteche. Inoltre, moltissimi libri europei sono già stati registrati presso il Copyright Office degli Stati Uniti sin dagli anni '80. In questo modo sarebbero soggetti alle nuove regole di accesso del sistema Google. Ancora molte opere europee sono state conservate in biblioteche statunitensi che hanno offerto a Google la possibilità di digitalizzare il proprio catalogo.
La Commissione europea ha lanciato un progetto europeo, che finora ha avuto una ricaduta minore di quanto offre in prospettiva Google Books. L'accordo tra Google e le industrie culturali statunitensi pone dunque il tema della necessità di una sintesi fra la tutela del copyright e della produzione e l'accessibilità per gli utenti, anche in considerazione delle rivoluzioni tecnologiche dell'ultimo decennio. Il rischio è che l'Europa sia in ritardo nel raggiungere tale possibile nuovo modello.
Le dico con franchezza, signor Commissario, che non trovo le proposte che sono state qui indicate sufficienti a risolvere il problema che sta di fronte a noi. Abbiamo bisogno di una soluzione che unifichi i paesi dell'Europa e non che faccia ricadere sugli Stati membri la responsabilità dell'azione da intraprendere.
Liam Aylward, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signora Presidente, accolgo con favore la tempestività della commissione giuridica nel porre quesiti alla Commissione. Il progetto di digitalizzazione del patrimonio librario ha un impatto, sia a livello europeo sia nazionale, su numerosi ambiti, quali il diritto d’autore, la concorrenza, la digitalizzazione libraria e la cultura, e richiede dunque una discussione e una serie di considerazioni equilibrate.
La digitalizzazione dei libri potrebbe determinare evidenti vantaggi sia in termini culturali che economici, renderà la letteratura e l’apprendimento più accessibili per la generazione digitale, contribuirà alla diffusione della conoscenza e della cultura, darà agli studenti, agli accademici e alle università un maggiore accesso alle informazioni e alla ricerca.
Affinché l’Europa sia a capo di un’economia di successo basata sulla conoscenza, dobbiamo progredire con le nuove tecnologie e tenere il passo nella corsa alla conoscenza. Il mio Stato membro, l’Irlanda, era conosciuto come l’isola dei santi e degli studiosi, con una lunga tradizione nel campo della letteratura, e ogni forma di incoraggiamento e promozione della lettura e della letteratura è sempre bene accetta. Sfortunatamente devo ammettere che la maggior parte dei santi è sparita. Il processo di digitalizzazione non deve tuttavia proseguire a spese del processo creativo alla base della letteratura e si deve evitare ogni impatto negativo sui profitti che garantiscono il sostentamento dei molti soggetti interessati. E’ importante sottolineare che la digitalizzazione può essere accettata solo se vengono rappresentati e tutelati i diritti dei soggetti coinvolti, compresi autori, editori, illustratori, grafici e traduttori letterari.
Considerando la potenziale minaccia che la digitalizzazione rappresenta per il mercato librario, è essenziale garantire una remunerazione equa ai titolari dei diritti, e questo è un tema che ho presentato direttamente alla Commissione lo scorso ottobre. Apprendo dalla sua risposta che la Commissione ha già lanciato consultazioni pubbliche e ha organizzato audizioni con le parti coinvolte. Accolgo positivamente queste iniziative e, se è necessario adattare la legislazione dell’Unione europea in materia di diritto d’autore, è necessario un maggiore coinvolgimento dei soggetti interessati in modo che le modifiche rispondano ai loro interessi favorendo, parallelamente, un’economia basata sulla conoscenza.
Eva Lichtenberger, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, in conseguenza delle attività di Google Books, la strategia europea basata su un approccio lento e mirato e volta a sottolineare le diverse preoccupazioni espresse è stata semplicemente superata dalla realtà. Assistiamo alla vasta opera di digitalizzazione di libri effettuata da Google, che comprende libri di autori europei che non hanno dato il proprio consenso e che sono ora stupiti e infastiditi nel trovarsi su Google Books, dove non vogliono essere.
A questo proposito vorrei innanzi tutto dire che, quando si parla di diritto d’autore, non si tratta unicamente di una questione di denaro. Si parla anche della sovranità degli autori, che dovrebbero avere il diritto di essere coinvolti nelle decisioni riguardo a se, come e in che forma le proprie opere vengono digitalizzate e utilizzate. E’ una questione centrale e un’esigenza primaria, cui si lega anche il tema estremamente delicato delle cosiddette opere orfane, per le quali non si può risalire agli autori. Dobbiamo trovare una soluzione efficace e pratica al problema.
A tutti è capitato di prestare un libro a noi caro che poi non ci è stato restituito e di non essere più riusciti comprarlo da nessuna parte perché fuori stampa. Google Books rappresenta indubbiamente un’ottima soluzione in casi come questo, perché custodirebbe tesori del mondo della letteratura e di altri ambiti correlati che altrimenti scomparirebbero dal nostro patrimonio culturale. Tuttavia è necessario che la soluzione venga delineata in modo tale da tenere in conto qualsiasi evenienza. Google Books non può ignorare tutti i problemi sulla base di una supposizione: bisogna comunque cercare di rintracciare l’autore e tutelarne i diritti. E’ qui che entrano in gioco le società di gestione collettiva e vorrei si introducesse una soluzione equa. Come dichiarato dall’onorevole Niebler, dobbiamo parlare del ruolo delle società di gestione collettive in questo contesto.
Tutti hanno il diritto di respingere le nuove tecnologie ma, ovviamente, bisogna anche affrontarne le conseguenze e magari scoprire, in futuro, di non fare parte dell’ampio spazio di cultura che è stato creato. E’ questo il tema centrale oggi. Forse è necessario prevedere eccezioni legali per fornire una soluzione relativamente efficace al problema.
Emma McClarkin, a nome del gruppo ECR. – (EN) Signora Presidente, per gli amanti di libri nella mia circoscrizione elettorale nell’East Midlands e in tutta l’Unione europea questa è una buona notizia. Credo che stia per iniziare una rivoluzione nel mondo dei libri e accolgo con favore la dichiarazione della Commissione.
L’iniziativa di Google rappresenta un passo in avanti logico e inevitabile in considerazione dei progressi dell’economia digitale con nuove forze di mercato e nuove richieste da parte dei consumatori. Credo che questo tipo di innovazione del settore privato debba essere accolta positivamente purché lasci spazio in futuro alla concorrenza e ad una tutela adeguata.
Le biblioteche, importanti magazzini di informazioni, sono risorse poco sfruttate: non si accede a nove libri su dieci, mentre migliaia di libri non sono disponibili ai lettori perché messi fuori stampa o perché la loro pubblicazione non è praticabile.
I libri online permetteranno agli autori di ottenere un riconoscimento e un compenso per le loro opere.
Tuttavia, il fatto che questo tipo di accordi che garantisce una digitalizzazione di massa dei libri non possa essere applicato all’Unione europea è uno degli esempi più evidenti della frammentarietà delle leggi dell’UE in materia di diritto d’autore. Dobbiamo creare un quadro europeo per il diritto d’autore che sia adeguato al XXI secolo. L’UE deve cogliere l’opportunità di essere in prima linea e deve garantire che la digitalizzazione dei libri in Europa venga agevolata, ma anche che l’accordo Google Books prenda in considerazione la legge europea in materia di diritto d’autore.
Dobbiamo incoraggiare gli attori europei in questo ambito ma anche in diverse lingue e generi. Per chi, come me, ama sentire la pagina tra le dita, tutto ciò non potrà sostituirsi al bisogno di meravigliose librerie come quelle nella mia circoscrizione nell’East Midlands. Anzi, piuttosto che rinunciare alle librerie, la possibilità di accedere alle opere online ci fornisce una forma completamente nuova di apprendimento e di accesso alla cultura.
Piuttosto che distruggere le biblioteche, questa soluzione le aiuterà in termini di archiviazione e di tutela e fornirà ai consumatori maggiore di scelta su come avere accesso ai libri, sia per studio che per piacere.
E’ una possibilità per gli autori di espandere il proprio mercato e il proprio pubblico. Ritengo sia l’inizio della riscoperta di grandi opere e la premessa di un’esplosione culturale che dovremmo accogliere positivamente e incoraggiare.
Patrick Le Hyaric, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, molti hanno dichiarato che Google è praticamente un monopolio globale che sta cercando di appropriarsi dell’eredità culturale, letteraria e giornalistica del mondo intero. L’Europa non deve accettare di essere controllata da Google, la cui strategia di offrire il servizio gratuitamente è una semplice facciata, dal momento che crea prodotti a partire dalle opere intellettuali per un totale di oltre 23 miliardi di dollari USA in entrate pubblicitarie.
Come ha ricordato lei, Vicepresidente Kallas, l’Europa ha bisogno di un programma di digitalizzazione. Tuttavia, le azioni per plagio intentate dagli autori negli Stati Uniti contro Google Books non corrispondono a un modello di digitalizzazione che crea un prodotto a partire da opere letterarie, giornalistiche e scientifiche originali.
Da questo punto di vista vorremmo sapere cosa intende esattamente la Commissione con il termine, usato di frequente, “licenza collettiva”. L’idea di creare un mercato europeo per i diritti degli autori ci riguarda da vicino. Non dobbiamo confondere le opere intellettuali, che sono un patrimonio comune, con lo spirito imprenditoriale, che implica la trasformazione della cultura in un prodotto.
Dal nostro punto di vista, l’Unione europea, insieme agli Stati membri, deve garantire i diritti degli autori e i diritti di proprietà intellettuale di scrittori, giornalisti e scienziati. Si devono sostenere i sistemi di digitalizzazione pubblici lanciati in alcuni Stati membri che vanno integrati con il progetto europeo, Europeana, al fine di prevenire l’appropriazione privata della proprietà culturale pubblica.
Prima di prendere qualunque decisione, ritengo che il Parlamento debba avviare una conferenza europea strategica, coinvolgendo tutte le istituzioni europee, gli Stati membri, i sindacati degli autori, le biblioteche e gli operatori pubblici delle telecomunicazioni, per creare un modello pubblico europeo di digitalizzazione che rispetti gli autori e le opere e le renda accessibili a quante più persone. Questo progetto, insieme con Europeana, dovrebbe operare a fianco agli altri sistemi che esistono al mondo.
Bruno Gollnisch (NI). – (FR) Signora Presidente, i compiti di digitalizzare il patrimonio letterario europeo – non solo per conservarlo e per mantenerne vivo il ricordo, ma anche per distribuirlo e promuoverne l’influenza – e di fornire agli europei l’accesso alla loro straordinaria cultura, rappresentano sfide considerevoli che richiedono il coinvolgimento delle autorità pubbliche.
Al momento Google è in prima linea perché la strategia commerciale implica il tentativo di conquistare un vantaggio cruciale e a lungo termine stabilendo un monopolio non sul contenuto di una biblioteca virtuale globale, ma sull’accesso a questo contenuto, saldando in cambio il conto per il processo di digitalizzazione.
Mi unisco ai miei colleghi dei partiti europei di destra nell’opposizione ferma a qualunque situazione esclusiva che possa risultare in un monopolio. Possiamo superare le altre questioni relative alla proprietà intellettuale e il rispetto del copyright per le opere fuori stampa e orfane; la legislazione può essere adattata in modo da includerle.
La vera domanda è la seguente: quali alternative esistono in Europa? Il sito di Europeana, che è operativo già da qualche mese, ha pubblicato online solo il 5 per cento delle opere europee. La metà del suo contenuto proviene da fonti fornite dalla Francia che, per una volta, è in prima linea con Gallica, il portale della Bibliothèque nationale de France e con l’INA (Istituto nazionale dell’audiovisivo).
I fondi forniti sono un’inezia rispetto a quanto è necessario. Google è pronto a investire 15 milioni di euro all’anno per digitalizzare rapidamente e mettere a disposizione 20 milioni di opere in dieci anni. Quanto siamo disposti a mettere sulla tavola? Se non saremo in grado di rispondere a questa domanda, temo che Google sarà l’unico che potrà far fronte alle esigenze delle biblioteche.
Tadeusz Zwiefka (PPE). – (PL) Signora Presidente, i vantaggi potenziali e le opportunità che il progetto Google Books offre ai consumatori, ai ricercatori e alla maggior parte degli editori e degli autori per il mantenimento del patrimonio culturale sono, in realtà, al di là di ogni disputa. Tuttavia non dobbiamo trattare le conseguenze legali con leggerezza ed è su questo punto che vorrei concentrarmi, in quanto rappresentante della commissione giuridica.
Innanzi tutto le condizioni che dobbiamo soddisfare sono chiare: l’esigenza di rispettare il diritto d’autore e la creazione di un sistema adeguato per il pagamento dei compensi agli autori. Sfortunatamente il progetto Google si basa sul sistema legale anglosassone e sulle realtà del mercato nord americano, che sono totalmente inadeguate per il sistema dell’Unione europea. A questo proposito l’attività di Google all’interno dell’Unione europea incontra una serie di ostacoli, non solo di natura legale, ma anche etica. Google suppone che il titolare di un diritto d’autore che non voglia essere parte di un accordo sia obbligato a comunicarlo. Questo vincolo non è ovviamente compatibile con la nostra legge, che prevede che, prima di scannerizzare un libro e metterlo a disposizione, sia necessario ottenere il consenso dell’autore e pagare la giusta percentuale.
Un’altra questione riguarda le cosiddette opere orfane, ovvero le opere per le quali non è possibile risalire al titolare del diritto. Nella maggior parte degli Stati membri, le società di gestione collettiva rappresentano gli interessi di titolari dei diritti noti ma anche di autori attualmente non identificati, per esempio, garantendo i profitti derivati dalle vendite per un periodo definito nel caso si risalga in futuro al titolare del diritto.
Vorrei anche evidenziare l’esigenza di adeguare le norme legali europee in materia di diritto d’autore alle sfide dell’era digitale. Parallelamente sostengo in pieno le opinioni dei commissari Reding e McCreevy e anche quanto detto oggi dal vicepresidente Kallas, ovvero che la digitalizzazione delle opere protette da diritto d’autore deve rispettare in pieno il principio del copyright e l’equa retribuzione degli autori, in modo che possano trarre massimo vantaggio dall’accesso di un pubblico europeo più ampio alle loro opere. Non dobbiamo sprecare questa opportunità in Europa.
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D). – (PL) Signora Presidente, le opportunità offerte da Internet hanno ispirato Google per fare rivivere nel ciberspazio libri fuori stampa, dimenticati o svaniti nella nebbia del tempo. L’idea grandiosa di creare una versione moderna della biblioteca di Alessandria ha tuttavia dato origine a contrasti in materia di diritto d’autore.
L’accordo raggiunto due settimane fa ha soddisfatto la Authors Guild, l’Associazione degli editori americani e alcuni dei loro equivalenti europei. L’accordo fa sì che testi pubblicati in quattro paesi, segnatamente Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada, possano essere scannerizzati e messi a disposizione a fronte di un pagamento. Gli utenti Internet di questi paesi potranno leggere il 20 per cento degli e-book gratuitamente (i costi saranno coperti dagli inserzionisti) e dovranno pagare per leggere il restante 80 per cento.
Dal punto di vista dell’autore e dell’editore ci saranno due vantaggi: in primo luogo il pagamento una tantum da parte di Google, dai 60 ai 300 dollari USA, per il diritto di scannerizzare il libro e, in secondo luogo, il 63 per cento dei profitti derivanti dall’e-book attraverso il servizio Google Books. In altri termini gli autori guadagneranno dalla pubblicazione anche di una sola pagina dei loro libri su Internet.
Eppure solo pochi prendono in considerazione il fatto che gli utenti europei non britannici di Google Books, per esempio un utente Internet polacco o belga, non avranno accesso neppure a quel 20 per cento degli e-book. Il servizio copre essenzialmente opere in lingua inglese e ogni autore o editore europeo che desideri aderire al programma dovrà rivolgersi direttamente a Google. Gli europei avranno accesso libero solo alle categorie di libri meno allettanti, titoli che sono di pubblico dominio e per i quali il diritto d’autore è scaduto da tempo, per esempio libri della Bibliothèque nationale de France che non sono stati tirati fuori per 200 anni. Questo non porterà alla costituzione di una biblioteca elettronica completa dei libri europei.
Oltre ad alcune riserve legate al progetto Google, come nel caso del suo monopolio per la preparazione e la distribuzione degli e-book e la necessità di riservargli una quota dei profitti e della pubblicità, ritengo che la mancanza di un sistema unificato per il diritto d’autore nell’Unione europea lo renderà inefficiente. La confusione legale intorno a Google ha evidenziato le conseguenze della mancanza di uniformità rispetto al diritto d’autore all’interno dell’Unione europea oltre all’impossibilità di dare una risposta compatta all’iniziativa Google Books. E’ evidente che l’armonizzazione del diritto d’autore all’interno dell’Unione europea è diventata una necessità impellente.
Nessa Childers (S&D). – (EN) Signora Presidente, Google è una società americana che conosciamo tutti molto bene, che fornisce servizi online che molti di noi usano quotidianamente. La loro sede europea si trova in Irlanda e per questo so che si tratta di un eccellente datore di lavoro e di un vero leader, all’avanguardia nella tecnologia Internet.
La digitalizzazione dei libri, come nel caso del progetto Google Books, può potenzialmente schiudere buona parte della conoscenza collettiva e del patrimonio culturale mondiale. Dovremmo sostenere le iniziative volte a rendere i libri ricercabili, leggibili e scaricabili. Siamo tutti d’accordo sul fatto che una biblioteca digitale della portata proposta da Google apporterà reali vantaggi, soprattutto per le nostre biblioteche in Europa che custodiscono libri risalenti anche al XVII secolo. Solo poche persone possono vedere questi libri, ma metterli online permetterà al mondo di studiarli e apprezzarne il contenuto.
La domanda che dobbiamo porci in quanto europei è se l’insieme della conoscenza e della cultura debba essere monopolizzato da una singola società americana. Sono certo che Google voglia mantenere il suo motto “non essere malvagio”, ma quali garanzie abbiamo che non utilizzino il potere derivante dal monopolio per attribuire a questi libri prezzi al di fuori della portata dei normali cittadini? L’accesso pubblico a tali risorse è di fondamentale importanza.
Dobbiamo fare il possibile per sostenere la nostra biblioteca digitale, Europeana, che mette a disposizione online quasi cinque milioni di opere. La sua missione è offrire un accesso pubblico quanto più ampio possibile alle collezioni culturali di tutta Europa. Mi dispiace che fino ad ora solo la Francia abbia contribuito seriamente, a differenza di altri paesi, inclusa l’Irlanda. Proprio il mio paese ha una storia letteraria ricca e notevole e per questo mi rivolgo al governo irlandese affinché partecipi più intensamente al progetto Europeana.
Dobbiamo proteggere l’accesso pubblico alla nostra cultura comune e al patrimonio europeo. Il messaggio chiaro a tutte le istituzioni culturali europee è di digitalizzare e digitalizzare adesso.
Georgios Papanikolaou (PPE). – (EL) Signora Presidente, dobbiamo agevolare l’accesso all’informazione e all’istruzione per una questione di principio. Parallelamente dobbiamo anche facilitare l’accesso alla cultura europea e mondiale, all’interno della quale la parola scritta occupa chiaramente un posto speciale. In questo senso la digitalizzazione e il libero accesso ai libri è auspicabile, ma solo a condizione che venga realizzato quanto stiamo chiedendo oggi, ovvero l’assoluta tutela della proprietà intellettuale.
Disponiamo di strumenti istituzionali analoghi all’interno dell’Unione europea e mi riferisco specialmente a Europeana, che deve essere rafforzata e promossa. Europeana è al contempo una biblioteca, una scuola, una videoteca e un archivio musicale e, ovviamente, rispetta i diritti di proprietà intellettuale e garantisce libero accesso a tutti i cittadini. Gli strumenti dunque esistono; si tratta di capire come utilizzare il nostro potenziale, in quanto Unione europea, per diventare pionieri invece di limitarci a monitorare gli sviluppi nel settore privato.
Edit Herczog (S&D). – (HU) Questo è l’ennesimo esempio del passaggio dal mondo di Gutenberg a quello digitale. Il mondo imprenditoriale ci ha superato a causa della lentezza del processo legislativo, che deve cambiare marcia. Dobbiamo evitare l’anarchia e prevenire la creazione di monopoli, assicurando pari libertà a lettori, scrittori e rivenditori. AL contempo dobbiamo garantire la diversità culturale e l’eguaglianza per le lingue minoritarie e impegnarci al massimo per sconfiggere l’analfabetismo digitale. Questo è il compito che ci aspetta, e non è un compito da poco.
Helga Trüpel (Verts/ALE). – (EN) Signora Presidente, sono stata incaricata della nuova relazione su Europeana e sono convinta che sia necessario trovare il giusto equilibrio tra il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale da una parte e un accesso agevole per tutti i nostri utenti dall’altra.
Abbiamo bisogno di definire con estrema chiarezza il modo in cui riformare il diritto d’autore, facendo riferimento al lavoro condotto dalla Commissione sul tipo di utilizzo leale europeo che vogliamo; abbiamo anche bisogno di una descrizione chiara delle opere orfane. Vorrei sapere dalla Commissione se, poiché non vogliamo effettivamente rimanere indietro rispetto agli Stati Uniti, non sia il caso di finanziare la digitalizzazione delle opere d’arte europee e sostenere ulteriormente Europeana attraverso la nuova strategia di Lisbona. In caso contrario lasceremo campo libero a Google e non sarebbe la soluzione migliore per evitare la struttura monopolistica già esistente.
Rui Tavares (GUE/NGL). – (PT) Signora Presidente, tutto ciò è molto ironico, non trova? L’impresa di Google, ovvero prendere una proprietà intellettuale e riprodurla per scopi privati era già chiaramente illegale fin dall’inizio, secondo le conclusioni dello stesso dipartimento di giustizia statunitense; su scala minore la definiremmo pirateria. Perché dovrebbe dunque esserci una differenza tra singoli utenti e un’azienda enorme come Google?
Il principio fondamentale dovrebbe essere di impedire che ai soggetti più grandi vengano garantiti privilegi speciali.
In secondo luogo, non possiamo dipendere dalla buona volontà di un monopolio. Come molti di voi, ritengo che Google sia un’azienda interessante e considero innovativa e positiva la loro un’idea. Cosa succederebbe se più avanti Google alzasse i prezzi, come stanno ad esempio facendo gli editori delle pubblicazioni accademiche? Cosa accadrebbe se impedissero l’accesso ad alcuni libri? Hanno una quota del 15 per cento per libri che possono essere censurati.
Abbiamo bisogno di una biblioteca digitale realmente globale, regolata da un consorzio globale, che comprenda le università – per garantire che la qualità non venga compromessa – e le biblioteche nazionali; un consorzio in cui l’Europa, ovviamente, avrà un maggior potere decisionale e di guida di quanto non abbia attualmente. E’ cominciato tutto con i libri; poi toccherà alle opere d’arte nei musei europei. L’Europa non può permettersi di rimanere indietro in questo ambito.
Zoltán Balczó (NI). – (HU) Ci troviamo oggi a discutere della digitalizzazione del patrimonio librario mondiale da parte di un’azienda privata, segnatamente Google, ma mi sembra che si stia parlando solo del presente. E’ stato dichiarato che molti dei presenti continueranno ad utilizzare i libri stampati; tuttavia, qualunque sia il nostro parere, offriremo alle generazioni future un’opportunità o uno svantaggio di cui dobbiamo tener conto. La questione principale non è solo, come è stato sostenuto, l’impatto sull’industria culturale europea. No, una decisione di questo tipo influenzerà la cultura europea. Esiste il rischio concreto che un’azienda possieda il patrimonio culturale mondiale o, guardando al futuro, il suo presente culturale. Ecco perché l’Europa deve assolutamente definire una strategia chiara.
Piotr Borys (PPE). – (PL) Signora Presidente, innanzi tutto la digitalizzazione rappresenta una grande opportunità per mettere il patrimonio culturale europeo e mondiale a disposizione di un numero quanto più grande di europei, il che è perfettamente in linea con gli obiettivi della nuova strategia di Lisbona.
Sembra tuttavia che questo richieda una standardizzazione della questione delle opere orfane, in merito alle quali avremmo dovuto elaborare una soluzione armonizzata europea per la gestione dei loro profitti; gli Stati membri hanno invece approcci diversi.
In secondo luogo, anche la pubblicazione delle opere fuori stampa richiede una supervisione speciale e andrebbe armonizzata; non possiamo permettere una situazione in cui manca una regolamentazione rigida in materia. In terzo luogo il metodo di esclusione presente nel sistema legale europeo è inaccettabile, perché permette a Google di digitalizzare opere senza il consenso dell’autore.
Ritengo quindi necessaria l’adozione di misure più ampie per l’Unione europea in questo ambito. Credo che se vogliamo essere competitivi con Google, o anche cooperare con l’azienda, dobbiamo accelerare il lavoro legato ad Europeana, soprattutto all’interno degli Stati membri.
Seán Kelly (PPE). – (EN) Signora Presidente, vorrei raccontarvi una piccola storia per spiegare la mia posizione.
Probabilmente la prima causa legata al diritto d’autore nella storia risale a 1 500 anni fa in Irlanda, quando un monaco di nome Finian invitò nel suo monastero un altro monaco di nome Columcille. Finian al tempo stava scrivendo un manoscritto. Columcille lo scoprì e ogni notte si alzava per copiarlo.
Finian, infastidito, chiese di riavere il manoscritto. Non ottenendolo, si rivolse al re che, ascoltati i fatti, espresse un giudizio che vi riporterò in irlandese: do gach bó a lao, do gach leabhar a chóip, ovvero “ad ogni mucca il suo vitello, ad ogni libro la sua copia”.
Questo vale oggi come 1 500 anni fa, perché il diritto d’autore e i diritti sulla proprietà intellettuale vanno garantiti. Io dico dunque: “ad ogni mucca il suo vitello, ad ogni libro la sua copia” e ad ogni autore ed artista il proprio diritto d’autore e diritto sulla proprietà intellettuale.
Siim Kallas, vicepresidente della Commissione. – (EN) Signora Presidente, la Commissione sta facendo il massimo per sviluppare il settore digitale nella nostra società. Ho l’impressione che Google – e nello specifico il suo progetto relativo ai libri – sia un fattore importante per l’Unione europea poiché, come tutti sapete molto bene –è riportato da tutti i giornali – il diritto d’autore fino ad ora è stato chiaramente nelle mani degli Stati membri e delle norme nazionali.
Abbiamo bisogno di un approccio comune per il quale la Commissione è più che lieta di avanzare delle proposte. La prossima Commissione prenderà questi temi molto seriamente e ne farà una priorità. Siamo d’accordo sul fatto che i libri debbano essere messi in rete rapidamente; ci finirebbero comunque, che lo si voglia o meno. E’ fondamentale che gli autori vengano pagati per i libri online e stiamo sviluppando una direttiva quadro, includendo anche le società di gestione collettiva, che devono essere trasparenti e responsabili nei confronti dei loro membri. La direttiva quadro sarà ultimata tra l’autunno 2010 e la primavera 2011.
Non dobbiamo rimanere indietro e stiamo proponendo regole comunitarie semplici in materia di opere orfane e libri fuori stampa. Le proposte europee assicureranno che i libri vengano digitalizzati solo previa autorizzazione e verranno condotte ricerche serie per le opere orfane.
Non lasciamo cadere la questione. Ancora una volta vorremmo ringraziare la commissione giuridica e gli onorevoli Niebler e Lehne per aver preso l’iniziativa per questo interessante dibattito.
Presidente. – La discussione è chiusa.
Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)
Bogusław Sonik (PPE), per iscritto. – (PL) Google Books, il nuovo servizio offerto da Google, ha recentemente dato origine a una serie di controversie. Il progetto si basa sull’accesso gratuito a un ampio numero di libri scannerizzati, quattro milioni dei quali sono di autori europei. La situazione pone una serie di perplessità sulla limitazione della libertà su Internet e sulle sfide che i legislatori si trovano ad affrontare a fronte di una società dell’informazione caratterizzata da uno sviluppo molto dinamico.
Come giustamente sottolineato dalla Commissione europea, la digitalizzazione di libri coperti da copyright deve rispettare in pieno il principio del diritto d’autore e compensare adeguatamente gli autori, che possono trarre grande vantaggio dal fatto che il vasto pubblico di lettori europei possa accedere alle loro opere. Parallelamente, la Commissione si chiede se il sistema europeo per il diritto d’autore sia adeguato per affrontare le sfide dell’era digitale: l’acquis nella sua forma attuale permette ai consumatori europei di avere accesso alle versioni digitalizzate dei libri? Garantisce che gli autori vengano pagati?
Il progetto Google Books mette i libri a disposizione di un numero di lettori molto più ampio di quanto non farebbe una biblioteca tradizionale. La distribuzione gratuita di libri in rete, tuttavia, si è scontrata con restrizioni analoghe a quelle apparse nel settore discografico. La legge non è stata al passo con lo sviluppo delle comunicazioni digitali ed è dunque necessario un nuovo quadro legale che permetta di regolamentare una realtà in evoluzione. E’ necessario un compromesso tra i vantaggi di progetti come Google Books e i diritti degli autori in termini di compenso per il proprio lavoro.
(La seduta, sospesa alle 11.50, riprende alle 12.00)
PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS Vicepresidente
5. Firma di atti adottati in codecisione: vedasi processo verbale
Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.
(Per i risultati dettagliati della votazione: vedasi processo verbale)
6.1. Anno europeo del volontariato (2011)(A7-0077/2009, Marco Scurria)(votazione)
- Prima della votazione
Marco Scurria, relatore. –Signora Presidente, onorevoli colleghi, molto rapidamente vorrei ringraziare il Parlamento, tutte le commissioni, i relatori e i relatori ombra per il lavoro svolto su questa relazione.
Abbiamo preparato una relazione che valorizza il mondo del volontariato. In tutta Europa, 100 milioni di persone sono occupate in queste attività e quotidianamente si donano disinteressatamente per il bene degli altri e delle nostre comunità.
Questo è il lavoro che abbiamo fatto, aumentando il budget e potenziando le attività locali e sul territorio proprio a vantaggio delle associazioni.
Ringrazio il Commissario Šefčovič e la Presidenza svedese per l'ottimo lavoro che abbiamo svolto insieme.
Penso che questo anno segnerà l'inizio di un interesse vero del Parlamento per questo settore, che qualcuno ha definito la spina dorsale della nostra società.
Ringrazio nuovamente tutti quelli che hanno lavorato su questo importante dossier.
6.2. Accordo di cooperazione scientifica e tecnologica CE-Ucraina (A7-0074/2009, Herbert Reul)(votazione)
6.3. Mandato di partenariato internazionale per la cooperazione sull’efficienza energetica (IPEEC)(A7-0075/2009, Herbert Reul) (votazione)
6.4. Strategia di allargamento 2009 concernente I paesi dei Balcani occidentali, l’Islanda e la Turchia (votazione)
Presidente. − Onorevoli colleghi, l’annuncio che farò adesso arriva, mi pare, al momento giusto, dato che abbiamo appena votato sulla relazione concernente la strategia di allargamento per il 2009.
E’ per me un grande piacere comunicarvi che è presente in Aula una delegazione di deputati al parlamento croato, il Sabor.
(Applausi)
La presiede l’onorevole Zubović, che ha partecipato alla decima riunione della commissione parlamentare mista UE-Croazia, conclusasi poco fa.
Onorevoli deputati al Sabor, siate i benvenuti qui, nella sede di Strasburgo del Parlamento europeo. Come potete vedere, questa settimana abbiamo discusso dell’allargamento e abbiamo espresso il desiderio che la Croazia aderisca all’Unione europea il prima possibile.
(Applausi)
Ora avete di fronte a voi, ovviamente, le ultime e più impegnative fasi dei negoziati. Vi incoraggiamo a intensificare il vostro impegno in preparazione dell’adesione.
Onorevoli colleghi, ci auguriamo di poter accogliere presto qui, al Parlamento europeo, osservatori croati e di sedere insieme in quest’Aula durante la corrente legislatura.
- Proposta di risoluzione sul documento 2009 di strategia per l’allargamento 2009 concernente i paesi dei Balcani occidentali, l’Islanda e la Turchia (B7-0185/2009)
Cristian Dan Preda (PPE). – (RO) Desidero mettere in evidenza, più di tutto, la qualità degli sforzi compiuti dall’onorevole Albertini, che ha redatto questa proposta, e volevo dire anche che ho votato a favore perché l’allargamento è un importante gesto politico da parte dell’Unione europea. Vorrei altresì far presente che ho votato in modo diverso dal mio gruppo politico su varie questioni, principalmente quelle riguardanti il Kosovo, perché in merito ho una posizione differente rispetto alla maggioranza dei paesi europei. Ho pertanto votato in modo difforme dal mio gruppo sull’emendamento n. 17 al paragrafo 19, sugli emendamenti nn. 22 e 24 e anche dopo la citazione 4 nel paragrafo 10.
Ritengo tuttora che l’allargamento sia molto importante, ma credo anche che si debba tener conto delle posizioni differenti espresse da cinque Stati membri.
María Muñiz De Urquiza (S&D). – (ES) Signora Presidente, nella votazione sulla questione del Kosovo la delegazione socialista spagnola ha espresso il proprio sostegno al non riconoscimento a livello internazionale della dichiarazione unilaterale del Kosovo in quanto Stato indipendente.
Dimitar Stoyanov (NI). – (BG) Ho votato contro la risoluzione sulla strategia di allargamento perché essa contiene molte parole lusinghiere sui progressi che la Turchia starebbe facendo riguardo ai criteri di Copenaghen. Personalmente non vedo traccia di simili progressi. Onorevoli colleghi, vi prego di rendervi conto una volta per tutte del fatto che la Turchia è un paese che meno di cento anni fa ha commesso un genocidio contro i popoli che vivevano entro i suoi confini e contro i popoli che si erano appena liberati dal dominio turco. Oggi la Turchia continua a commettere genocidi, di cui la sua popolazione e la sua classe politica vanno fiere. Vent’anni fa la Turchia finanziava organizzazioni terroriste ed esportava il terrorismo; ancora oggi continua a intrattenere stretti legami con organizzazioni terroriste. Se vogliamo avere nell’Unione europea un paese che è tuttora orgoglioso dei genocidi che ha compiuto e che finanzia il terrorismo, allora benissimo, accoglietelo. Io, però, sono assolutamente contrario.
PRESIDENZA DELL’ON. WIELAND Vicepresidente
Hannu Takkula (ALDE). – (FI) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione, però desidero sollevare una questione importante ad essa collegata.
A mio parere, il Parlamento europeo e l’Unione europea devono garantire che tutti i paesi che desiderano aderire all’Unione europea dimostrino di soddisfare i criteri di Copenaghen. E’ molto importante accertare che i diritti umani, la democrazia, la libertà di opinione e lo stato di diritto possono essere praticati.
Oggi abbiamo votato anche sui diritti della donna e sul diritto delle donne a non subire violenze nel corso della loro vita. Reputo sia molto importante assicurare, a tale proposito, che i diritti della donna e del bambino vengano rispettati in tutti i paesi che vogliono aderire all’Unione europea.
Parlando di tutti questi punti, mi riferisco principalmente alla Turchia. Questo paese deve attuare rapidamente riforme e cambiamenti se vuole essere pronto per l’adesione all’Unione europea, anche se non credo, che ciò possa avvenire entro tempi prevedibili. Nondimeno è della massima importanza che l’Unione europea in quanto tale si attenga alle regole concordate, ossia ai criteri di Copenaghen.
Martin Kastler (PPE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch’io ho votato contro la risoluzione perché penso che potremo esprimere una valutazione così positiva soltanto dopo che la Turchia avrà soddisfatto tutti i criteri. Vorrei ricordare in special modo la disputa sulle frontiere tra Cipro e Turchia, tuttora irrisolta, e l’occupazione illegale di Cipro, ancora in corso. Non voglio, però, votare contro gli altri Stati candidati all’adesione e in merito desidero fare un’eccezione particolare per i paesi balcanici, che sarei lieto di poter accogliere in quest’Aula il prima possibile.
- Proposta di risoluzione sull’eliminazione della violenza contro le donne (B7-0139/2009)
Filip Kaczmarek (PPE). – (PL) Signor Presidente, mi sono astenuto dal voto sulla risoluzione sebbene essa riguardi un tema importante, anzi, molto importante. Non comprendo, tuttavia, perché la questione della lotta alle violenze contro le donne debba essere messa in relazione con la questione delle scelte riproduttive. Durante la discussione di ieri su questo punto alcuni oratori hanno detto sciocchezze. L’onorevole Senyszyn ha accusato la chiesa cattolica di opprimere le donne.
Sarebbe difficile dire assurdità più grandi. In Polonia non ci sono omicidi d’onore, la circoncisione delle ragazze non è una pratica comune, non ci sono aborti selettivi né matrimoni temporanei e la gente non viene lapidata per aver commesso adulterio, reale o presunto che sia. Le donne non subiscono in alcun modo discriminazioni per legge e tutti i casi di violenza contro le donne sono universalmente condannati, sia dai cittadini che dalla chiesa cattolica. Per fortuna, affermazioni estreme come queste non sono state accolte nella risoluzione e pertanto mi sono limitato ad astenermi dal voto.
Tiziano Motti (PPE). – Signor Presidente, ho votato a favore della proposta di risoluzione sull'eliminazione della violenza contro le donne, dedicando il mio voto ai quasi sette milioni di donne italiane che subiscono annualmente violenza da parte di uomini. Ovviamente, lo dedico anche a tutte le donne europee che si trovano nella stessa condizione.
Noi a volte siamo tentati di pensare che questo sia un fenomeno ai confini della nostra cultura, mentre in realtà la violenza contro le donne viene perpetrata soprattutto entro le mura domestiche. Per questo è un fenomeno che ci riguarda da vicino.
Le donne anziane hanno un maggiore grado di difficoltà nella propria protezione. Quindi non dobbiamo dimenticarci di loro perché la violenza non è solo fisica ma è anche culturale, e può essere rappresentata anche dalla privazione della libertà di movimento.
Inoltre, le donne, prima di giungere alla maturità, sono state bambine e la violenza contro una bambina la priverà per sempre della gioia di vivere.
Auspico pertanto che il nostro Parlamento possa intraprendere d'ora in poi azioni concrete perché tutto ciò non rimanga solamente una buona intenzione.
Lena Ek (ALDE). – (SV) Signor Presidente, la violenza contro le donne è un problema diffuso in tutta Europa e, invero, in tutto il mondo. Nella sola Svezia, che ha nove milioni di abitanti, ogni giorno 380 donne subiscono abusi. Un quinto della popolazione femminile è vittima di violenze e il 45 per cento di tutte le donne di età compresa tra 16 e 64 anni hanno subito violenze in qualche momento della loro vita. Ciò è assolutamente spaventoso. Subire violenze tra le mura domestiche è un’orribile violazione dell’integrità personale. Uomini e donne dovrebbero avere la stessa possibilità di salvaguardare la loro integrità fisica.
La violenza che viene tuttora perpetrata in tutto il nostro continente dimostra che resta ancora molto lavoro da fare per promuovere la causa della parità in Europa. L’Unione europea non può continuare a ignorare questa realtà. Accolgo pertanto con favore la risoluzione sull’eliminazione della violenza contro le donne e invito la nuova Commissione e il Consiglio ad assumersi anch’essi la loro parte di responsabilità al riguardo. Intendo adoperarmi per indurre la Commissione a presentare una proposta per risolvere il problema della violenza contro le donne.
Anna Maria Corazza Bildt (PPE). – (EN) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione con grande piacere perché credo che tutti i gruppi politici debbano unire le forze per conseguire insieme un obiettivo comune, cioè denunciare, combattere e fare opera di sensibilizzazione su tutte le forme di violenza contro le donne.
Sono particolarmente sensibile al problema delle donne in guerra, avendo condiviso, vissuto direttamente e fornito aiuti durante tutti i conflitti in Bosnia ed Erzegovina e, in parte anche con la Croce Rossa, in Darfur. Penso che il programma di Stoccolma rappresenti un ottimo strumento che ci permetterà di passare dalle parole ai fatti. Desidero ringraziare la presidenza svedese per aver inserito nel programma di Stoccolma anche l’emancipazione femminile e la lotta alla violenza contro le donne. Mi impegnerò senz’altro affinché, nell’attuazione del programma di Stoccolma, la lotta alla violenza contro le donne diventi un obiettivo prioritario.
Zbigniew Ziobro (ECR). – (PL) Signor Presidente, voglio sottolineare che il tema della violenza contro le donne è della massima importanza e sono molto lieto che il Parlamento europeo lo abbia affrontato. Un’attenzione particolare la merita il problema dei crimini a sfondo sessuale compiuti contro le donne, i quali, pur essendo estremamente violenti e brutali, in alcuni paesi europei non sempre vengono affrontati in maniera adeguata da parte del sistema giudiziario. Spesso le sentenze pronunciate dai tribunali in casi del genere sono alquanto miti, motivo per cui le donne, talvolta, si sentono scoraggiate dal denunciare alle autorità di polizia i gravi episodi di cui sono state vittima. La conseguenza è che mancano statistiche reali al riguardo. Ecco perché, nel caso di questi crimini così estremi e gravi contro le donne, di questi atti di violenza a sfondo sessuale, dobbiamo impegnarci maggiormente in un’opera di standardizzazione delle sentenze per dare un senso di sicurezza, oltre che per rendere giustizia e soddisfazione morale alle donne che hanno patito in maniera così crudele.
Voglio precisare che non ho potuto votare a favore del testo finale della risoluzione a causa della sua impostazione ideologica e radicale sulla questione dell’aborto, un’impostazione in contrasto con i valori cristiani.
Janusz Wojciechowski (ECR). – (PL) Signor Presidente, desidero esprimere, se possibile, una dichiarazione di voto sulla questione della lotta contro il tabagismo. Una dichiarazione brevissima.
Presidente. – Onorevole Wojciechowski, il regolamento stabilisce che si esamini un argomento alla volta. Abbiamo appena discusso dell’eliminazione della violenza contro le donne e ora ci occuperemo della soluzione politica per il problema della pirateria al largo delle coste somale. Una cosa alla volta!
- Proposta di risoluzione su una soluzione politica al problema della pirateria al largo della Somalia (RC-B7-0158/2009)
Louis Bontes (NI). – (NL) Il partito olandese della libertà (PVV) ha votato contro la proposta di risoluzione sulla Somalia e vorrei spigare perché.
Il PVV ritiene che il monitoraggio delle imbarcazioni al largo delle coste somale non rientri nelle responsabilità dell’Unione europea, bensì sia senza dubbio di competenza della NATO. L’Europa non ha un esercito né interessi in quell’area. Questo è al cento per cento un compito che spetta alla NATO.
Il PVV reputa altresì che sui mercantili dovrebbero essere imbarcati soldati della marina per contrastare attacchi diretti da parte dei pirati. Ribadisco che la pirateria al largo delle coste somale va indubbiamente combattuta, ma non in questo modo.
- Proposta di risoluzione sugli ambienti senza fumo (B7-0164/2009)
Anna Záborská (PPE). – (SK) Le raccomandazioni del Consiglio concernenti gli ambienti senza tabacco hanno lo scopo di aiutare gli Stati membri nei loro sforzi volti a proteggere più efficacemente le persone dal fumo di tabacco, in conformità degli obblighi internazionali previsti dalla convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità sul controllo del tabacco.
Sono favorevole alla raccomandazione. Il fumo è tuttora la principale causa di malattie che portano a morte prematura. Tali malattie sono, fra l’altro, le patologie cardiovascolari, i tumori, le affezioni croniche delle vie respiratorie e, in misura minore, la riduzione di fertilità nelle donne e negli uomini in giovane età.
In tempi di crisi demografica e di sviluppo di nuove tecniche riproduttive finanziariamente onerose, dovremmo concentrare i nostri sforzi su un’opera di sensibilizzazione che va iniziata in famiglia per proteggere i nostri figli dagli effetti negativi del fumo.
Concludo formulando una richiesta importante, cioè che si esegua un monitoraggio continuo e si adottino provvedimenti per contrastare le attività dell’industria del tabacco mirate a sabotare le misure antifumo.
Axel Voss (PPE). – (DE) Signor Presidente, desidero parlare di due aspetti connessi con gli ambienti senza tabacco. Primo, ho votato per la concessione agli Stati membri della competenza in questo campo, da un lato per dare applicazione al principio di sussidiarietà e, dall’altro, perché noi non abbiamo alcuna autorità in materia. Pur essendo senz’altro favorevole a un ambiente senza tabacco, credo tuttavia che in questo caso dovremmo agire nel rispetto delle regole.
In secondo luogo, mi indispone il fatto che l’Unione europea conceda sussidi per la coltivazione del tabacco. Tali sussidi andranno gradualmente a esaurirsi, e io ho votato in tal senso perché li giudico inconciliabili con l’obiettivo di bandire completamente il fumo. Dobbiamo quindi essere coerenti: se vogliamo combattere il tabagismo, non possiamo finanziare la coltivazione del tabacco.
Anja Weisgerber (PPE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, i conservatori tedeschi (CSU) auspicano l’introduzione in tutta l’Europa di norme chiare e applicabili a tutela dei non fumatori. A mio parere, però, il concetto di “in tutta l’Europa” non significa necessariamente “dall’interno dell’Europa”. In molti Stati membri vigono già disposizioni che proteggono i non fumatori, mentre altri paesi ne stanno introducendo di analoghe.
Insieme con la maggioranza dei colleghi del Parlamento europeo – e sono molto lieta che sia così – non credo che a Bruxelles dovremmo imporre norme a tutela dei non fumatori, né che potremmo farlo in modo efficace. L’Unione europea, infatti, non ha competenze in materia; è responsabile soltanto della salute e della sicurezza nei posti di lavoro. Ed è proprio qui che sta il problema, perché secondo me la cosa più importante da fare è proteggere i bambini e i giovani, ma questo gruppo di persone, che ha bisogno di una tutela specifica, non sarebbe garantito da disposizioni riguardanti soltanto la salute e la sicurezza sul posto di lavoro.
In questo campo spetta quindi agli Stati membri passare all’azione. Ho votato a favore e mi fa piacere che l’emendamento sia stato accolto.
Marian Harkin (ALDE). – (EN) Signor Presidente, il mio paese ha introdotto il divieto di fumo nei luoghi di lavoro. All’epoca ero deputata al parlamento irlandese e ho sostenuto con convinzione l’approvazione di quel divieto.
Come Parlamento europeo, tuttavia, ci troviamo in una posizione leggermente diversa perché dobbiamo tenere conto del principio di sussidiarietà. Se in effetti è vero che occorre proteggere la salute dei lavoratori – e ci sono già norme in materia, come quelle sull’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche – non possiamo d’altronde chiedere, come abbiamo fatto nel paragrafo 7, che gli Stati membri nei quali vige già il divieto di fumo rispettino il principio di uguaglianza tra i diversi tipi di struttura ricettiva nel settore dell’ospitalità. Ieri abbiamo votato sul ruolo dei parlamenti nazionali e sui loro poteri riguardo alle proposte di legislazione comunitaria nell’area della sussidiarietà ai sensi del nuovo trattato di Lisbona, e dobbiamo perciò stare molto attenti ed essere coerenti nel modo in cui votiamo.
Quando è iniziata la seduta stavo parlando con un collega e non ho partecipato al voto sull’Anno europeo del volontariato. Voglio dichiarare che appoggio pienamente la proposta del Parlamento, dato che nella legislatura precedente ho guidato la campagna mirata appunto a proclamare il 2011 l’Anno europeo del volontariato.
Bruno Gollnisch (NI). – (FR) Signor Presidente, provo un po’ di emozione nel fare questa dichiarazione di voto perché mia madre è nata nella fabbrica di tabacco di questa città, Strasburgo, dove mio nonno lavorava. La fabbrica è stata chiusa poco tempo fa.
Quando in Francia la manifattura di tabacchi e fiammiferi fu trasformata da azienda pubblica in impresa privata, ai dipendenti venne detto che i loro posti di lavoro non sarebbero stati toccati. Oggi possiamo comprendere i timori di altri settori pubblici che si trovano ad affrontare gli stessi problemi.
Invero, possiamo capire molto bene e giustificare la campagna antifumo, visti gli effetti nocivi del fumo sulla salute delle persone. Purtroppo, però, in Francia la produzione di tabacco non esiste più. La fabbrica di tabacco di Strasburgo ha chiuso, ma la gente non ha smesso di fumare, semplicemente continua a farlo usando il tabacco importato dall’estero.
Ecco perché sono favorevole a sostenere i prezzi fissati per i coltivatori di tabacco europei, perlomeno finché gli europei continueranno a fumare. Preferisco che il tabacco sia coltivato qui, invece che venga importato da altre parti.
Janusz Wojciechowski (ECR). – (PL) Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola. Sono favorevole all’azione che l’Unione europea sta adottando per ridurre il consumo di tabacco, però non penso che essa debba fondarsi su una riduzione degli aiuti per i produttori di tabacco, e questo perché la produzione di tabacco non è legata al suo consumo. Se limitiamo o eliminiamo la produzione, o se cancelliamo gli aiuti per le aziende agricole che coltivano tabacco, il consumo non cambierà – semplicemente i fumatori useranno tabacco importato. Non è ostacolando i produttori di tabacco che potremo contrastare il tabagismo. Sarebbe come cercare di limitare il consumo di birra tra i giovani partendo da una campagna contro i produttori di luppolo. Per questo motivo ho sostenuto con il mio voto la posizione secondo cui la produzione di tabacco non ne influenza il consumo.
- Proposta di risoluzione sul vertice della FAO e la sicurezza alimentare (RC-B7-0168/2009)
Anna Záborská (PPE). – (SK) La crisi alimentare non è soltanto un problema economico e umanitario ma anche una questione che riguarda la pace e la sicurezza nel mondo.
Ho votato con molto piacere a favore della risoluzione adottata, sebbene nutra alcune riserve sulla soluzione del problema della fame nel mondo. Il vertice mondiale sulla sicurezza alimentare non ha preso la direzione auspicata dai suoi organizzatori. Anche se la lotta alla fame è un problema che ha dimensioni socioeconomiche, finanziarie e culturali, le discussioni al vertice si sono limitate al piano tecnico. Persino il direttore generale della FAO Jacques Diouf ha espresso la propria delusione per l’esito della riunione e per la mancata partecipazione di rappresentanti dei paesi occidentali. I rappresentanti del mondo sviluppato non hanno assunto alcun impegno concreto.
Non posso fare a meno di pensare che l’eliminazione della fame e della povertà nel mondo è considerata un argomento di valenza mediatica, piuttosto che un problema concreto che necessita di una soluzione urgente. Il fondamento della solidarietà è la volontà di assumersi responsabilità reali nei confronti delle persone in stato di bisogno.
John Stuart Agnew, Marta Andreasen, Gerard Batten, John Bufton, Derek Roland Clark, Trevor Colman, Nigel Farage, Mike Nattrass e Nicole Sinclaire (EFD), per iscritto. – (EN) Il Partito indipendentista del Regno Unito (UKIP) prova ammirazione per il fenomeno del volontariato e apprezza il contributo che esso fornisce alla società. Questa relazione, però, chiede la pura e semplice politicizzazione del volontariato a fini comunitari e l’uso dei soldi dei contribuenti britannici per realizzare tale politicizzazione. Pertanto non abbiamo potuto appoggiare la risoluzione.
David Casa (PPE), per iscritto. – (EN) Il concetto di volontariato è essenziale nelle società dei giorni nostri. E’ qualcosa che nasce spontaneamente dalla volontà del singolo e che può avere effetti altamente positivi sulla vita di molte persone. L’Anno europeo del volontariato è dunque un’iniziativa importante. Concordo con il relatore. Per tali motivi ho deciso di votare a favore della relazione.
Diane Dodds (NI), per iscritto. – (EN) Ho votato per questa proposta come segno di apprezzamento dei molti volontari che svolgono un’opera di valore inestimabile senza ricevere il riconoscimento che meritano. Senza il loro contributo alla società, per il quale non ottengono alcuna ricompensa in danaro, il Regno Unito sarebbe un luogo meno vivibile. Pur essendo contraria all’idea generale della cittadinanza europea, riconosco l’importanza del servizio fornito dai volontari e per questo motivo ho appoggiato la proposta.
Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione Scurria sull’Anno europeo del volontariato (2011), in cui si chiede alle istituzioni comunitarie maggiore sostegno per questo settore. Milioni di cittadini europei sono attivi nel volontariato, che svolge un ruolo essenziale per la promozione della solidarietà e dell’inclusione sociale. Credo che sia necessario aumentare sia i finanziamenti sia il coordinamento a livello comunitario, per consolidare le iniziative nel quadro dell’Anno europeo del volontariato, quali campagne di sensibilizzazione e scambi transnazionali di idee e buone pratiche.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) La definizione più semplice di “volontariato” è “la buona volontà messa in pratica”. Significa dare un servizio gratuito, offerto con generosità, in libertà e senza condizioni. Il volontariato è anche un pilastro fondamentale di qualsiasi società perché il lavoro di migliaia di volontari giovani e anziani che, investiti di un ruolo formale o informale, operano nei settori della sanità, dell’assistenza, dell’istruzione, dell’ambiente o della cultura fa la differenza per migliaia di persone ogni giorno.
Stando così le cose, dobbiamo plaudere all’iniziativa dell’Anno europeo del volontariato perché essa darà il giusto rilievo ai volti sconosciuti dei volontari e ci renderà in tal modo consapevoli del grandissimo lavoro che essi svolgono. L’iniziativa permetterà inoltre di creare condizioni più favorevoli per l’attività dei volontari.
Questa proposta è in armonia con le idee del Centro democratico e sociale – Partito popolare, che è il primo e unico partito politico portoghese che si occupa della questione del volontariato e avanza proposte concrete per aiutare i volontari, dando loro la dignità e il riconoscimento che meritano.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato a favore della relazione nonostante alcune contraddizioni e alcuni brevi passaggi che non condividiamo.
E’ indubbio che il volontariato svolge un ruolo importante nella società promuovendo il valore della solidarietà e dell’aiuto reciproco, contribuendo all’integrazione sociale e aiutando a superare atteggiamenti discriminatori, tra le altre cose.
La relazione affronta gli aspetti fondamentali del volontariato, come l’appoggio sociale per il volontario, e si incentra su questioni quali la salute, la sicurezza e la formazione, nonché la distinzione tra lavoro retribuito e attività volontarie.
Tuttavia riteniamo necessario garantire che il volontariato non diventi un surrogato dell’azione degli Stati membri e non sia usato come un modo per soddisfare bisogni di competenza dei servizi sociali. Sosteniamo l’esigenza di promuovere le attività delle organizzazioni senza scopo di lucro attraverso aiuti efficaci e adeguati. Tali organizzazioni comprendono cooperative, imprese collettive e società locali, associazioni locali di residenti, circoli sportivi, ricreativi e culturali e organizzazioni rivolte ai giovani e ai bambini.
Va altresì sottolineato che l’attività di volontariato dipende anche dalla disponibilità di tempo libero da parte dei lavoratori, il che è incompatibile con lo sfruttamento, orari di lavoro irregolari o eccessivamente lunghi, salari bassi e posti di lavoro non garantiti.
Seán Kelly (PPE), per iscritto. – (EN) E’ stato con vero piacere che ho votato per proclamare il 2011 l’Anno europeo del volontariato. Si tratta di un grande regalo per le numerose organizzazioni di volontari che operano in tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Voglio sottolineare che le associazioni sportive svolgono nel settore del volontariato un ruolo centrale, che va riconosciuto, sebbene il testo legislativo non lo preveda esplicitamente. La più grande associazione irlandese nel campo del volontariato è la Gaelic Athletic Association. L’impegno di tutti coloro che collaborano a questa grande istituzione merita di essere debitamente riconosciuto e apprezzato.
Barbara Matera (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, il volontariato rappresenta l'espressione dei valori sociali europei, quali la solidarietà e la non discriminazione. Se da un lato contribuisce allo sviluppo personale dei volontari, dall'altro crea coesione sociale. Esso necessita, quindi, del giusto riconoscimento e del sostegno da parte delle istituzioni europee, degli Stati membri, delle autorità locali e regionali, nonché delle varie componenti della società civile, ciascuno secondo le proprie competenze.
L'Anno europeo del volontariato nel 2011 consentirà alle attività organizzate in questo campo di acquisire una dimensione europea e, di conseguenza, l'auspicio è quello che si possa produrre un maggiore impatto sulla società civile.
La previsione di 3 milioni di euro per l'attività preparatoria nel 2010, l'aumento degli stanziamenti da parte del Parlamento europeo a 8 milioni di euro per il 2011 e un'alta percentuale di cofinanziamento dei progetti, precisamente l'80 per cento, consentiranno davvero di ottenere, lavorando in collaborazione tra i vari livelli, gli obiettivi prefissati.
Vale la pena, infine, ricordare il ruolo che può giocare il volontariato, se ben sostenuto, per i lavoratori che sono in pensione, tenuto conto del crescente invecchiamento della società civile.
Iosif Matula (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della proposta di relazione sull’Anno europeo del volontariato per una serie di motivi. E’ noto che le attività di volontariato comportano un duplice vantaggio: per il singolo e per la società. Da un canto, il volontariato offre ai cittadini l’opportunità di imparare e acquisire nuove competenze e di crescere autonomamente. Dall’altro canto, il volontariato assolve anche una funzione sociale laddove contribuisce a diffondere un senso di solidarietà e appartenenza. Alla luce della crescente interdipendenza tra le comunità locali in un mondo globalizzato e, nel contempo, degli effetti negativi di un diffuso atteggiamento individualistico, diventa essenziale incoraggiare la partecipazione sociale dei cittadini. In proposito, mi riferisco ad attività che coinvolgono allo stesso modo giovani e anziani. Penso inoltre che lo scambio di esperienze di prima mano tra organizzazioni di volontari dei più diversi angoli dell’Unione europea abbia un impatto rilevante, dato che i valori che li animano sono gli stessi. Anche lo scopo è il medesimo: elevare il livello delle condizioni di vita e migliorare la qualità della vita, garantire un alto grado di occupazione, aumentare la coesione sociale e combattere l’emarginazione. In altri termini, questi sono esattamente i valori sui quali si fonda l’Unione europea.
Emma McClarkin (ECR), per iscritto. – (EN) Nonostante la richiesta di un aumento dei finanziamenti, alla quale mi sono opposta e contro cui ho votato in sede di commissione, appoggio pienamente la relazione sull’Anno europeo del volontariato nel suo complesso. Spesso i volontari sono eroi misconosciuti. La loro opera ha un valore inestimabile per le comunità e la vita delle persone. Il volontariato diventa ancora più importante in tempi di crisi economica come quelli attuali, ed è per tale motivo che io e gli altri colleghi che hanno presentato la relazione vogliamo non solo sensibilizzare sui vantaggi del volontariato, ma anche indire un Anno europeo durante il quale organizzare iniziative adeguatamente finanziate che offrano alle organizzazioni di volontariato la possibilità di incoraggiare nuovi volontari a farsi avanti.
Dobbiamo non soltanto adoperarci affinché l’Anno europeo del volontariato funga da piattaforma per il riconoscimento del contributo che i volontari danno alle nostre comunità, ma anche cogliere questa occasione per comprendere meglio sia gli ostacoli che il volontariato incontra sia quello che possiamo fare per eliminarli e far crescere tale fenomeno. Questo è un esempio di ciò che l’Unione europea dovrebbe fare, ossia favorire lo scambio di buone pratiche in settori come il volontariato, invece di produrre sempre maggiore e sempre più inutile burocrazia.
Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione sull’Anno europeo del volontariato, nel 2011, che mira a promuovere il dialogo e lo scambio di buone pratiche in questo campo tra le autorità e i soggetti interessati degli Stati membri. La crescente diffusione, negli ultimi anni dell’individualismo, la ricerca di nuove modalità di espressione individuale e persino le nuove tendenze demografiche hanno modificato profondamente la partecipazione dei cittadini.
Il volontariato deve pertanto adeguarsi, per consentire a un maggior numero di persone di partecipare alle sue attività in modi diversi e in momenti diversi della loro vita. A tal fine si può sfruttare il potenziale rappresentato dalle persone anziane e si possono trovare nuove forme di coinvolgimento più flessibili in termini di durata e modalità di partecipazione.
L’Europa, che vanta una lunga tradizione nel campo del volontariato, deve contribuire a sfruttare questo potenziale. Il volontariato offre a chi vi partecipa opportunità di apprendimento (è ovvio che il coinvolgimento in attività di volontariato fornisce ai cittadini nuove competenze, contribuisce al loro sviluppo personale e rafforza il loro senso di appartenenza alla società). Il volontariato, inoltre, incarna valori europei, quali la solidarietà, la partecipazione dei cittadini e la non discriminazione in ambiti molti diversi tra loro come l’istruzione, la cultura, l’ambiente, l’assistenza sociale e la sanità.
Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto. – (PL) Ho votato a favore della relazione sull’Anno europeo del volontariato (2011). Negli Stati membri dell’Unione europea dobbiamo attribuire maggiore importanza alla questione del volontariato e dovremmo pianificare un’azione politica a supporto dell’attività dei volontari. Gli emendamenti proposti dal Parlamento europeo modificano in maniera significativa in molti punti la proposta della Commissione e dovrebbero essere accolti dal Consiglio. I fondi di bilancio stanziati per il conseguimento degli obiettivi dell’Anno europeo del volontariato (2011), pari a 6 milioni di euro, sono insufficienti (a titolo di confronto, lo stanziamento per l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale è quasi triplo).
Il volontariato è un’attività gratuita e non retribuita, ma ciò non significa che non comporti spese. Il volontariato ha bisogno del sostegno finanziario e politico di tutte le parti interessate: organizzazioni non governative, governi, organi amministrativi dei governi sia locali sia nazionali, imprese. L’impegno politico dovrebbe consistere in una politica che agevoli e appoggi lo sviluppo e le infrastrutture del volontariato. Questa tematica è particolarmente importante per la Polonia, che assumerà la presidenza dell’Unione europea nel 2011. Chiedo al governo polacco di seguire l’esempio del Parlamento europeo e di attivarsi per aumentare i finanziamenti dell’Anno europeo del volontariato. Condivido appieno la proposta di stanziare fondi per la creazione di una banca dati interattiva dei volontari e delle organizzazioni del volontariato, accessibile a tutte le parti interessate e operativa anche dopo il 2011.
Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. – (PL) Il 2011 sarà l’Anno europeo del volontariato e avrà lo scopo di rendere onore e omaggio ai volontari e al loro contributo alla società. E’ una proposta splendida. Il volontariato si esplica in molte forme diverse in tutta l’Europa, ma ovunque, a prescindere dal luogo, si caratterizza per la volontà di aiutare gli altri senza essere ricompensati, di partecipare ad attività di tutela ambientale o di impegnarsi per far sì che tutti i cittadini possano vivere dignitosamente.
Vale la pena sottolineare che il volontariato ha indubbiamente un’influenza positiva sull’identità europea, ancora in divenire, la quale è radicata in questi valori e costituisce una solida base per diffondere la comprensione tra cittadini di gruppi sociali e paesi diversi nell’intera società europea. Inoltre, il volontariato è importante per l’integrazione, la politica sociale e l’istruzione. Non vanno poi dimenticati la sua grande rilevanza per il dialogo interculturale e quello intergenerazionale e il contributo che dà allo sviluppo della responsabilità sociale.
Ma occorre tener presente anche che il volontariato ha un valore economico. Si tratta, è ben vero, di un’attività non retribuita e gratuita; questo però non vuol dire che non comporti oneri finanziari. Per tale motivo è importante che le attività di volontariato ricevano aiuti dalla Comunità europea. Il volontariato ha bisogno di una politica fondata su relazioni amichevoli, che ne supporti lo sviluppo e le infrastrutture. Credo che promuovere l’apprezzamento e il riconoscimento delle attività di volontariato attraverso determinati strumenti finanziari costituirà una motivazione per le persone, le imprese e le organizzazioni.
Oldřich Vlasák (ECR), per iscritto. – (CS) Desidero fare una dichiarazione di voto riguardo alla relazione dell’onorevole Scurria sulla proposta di decisione del Consiglio concernente l’Anno europeo del volontariato. Personalmente ritengo che le attività di volontariato non retribuite siano una parte importante della nostra società. Nel mio paese, la Repubblica ceca, le organizzazioni di volontariato più numerose e di più lunga tradizione sono quelle dei vigili del fuoco. Possono vantare una lunga storia, risalente a un’epoca in cui la necessità di evitare catastrofi e disastri naturali, come gli incendi, induceva decine di persone a collaborare volontariamente per proteggere le loro proprietà e quelle dei vicini e di altre persone con cui vivevano. Tra le organizzazioni di volontariato più diffuse e più antiche ci sono anche la Croce Rossa slovacca, il Circolo slovacco del turismo, l’associazione di ginnastica Sokol, l’organizzazione giovanile Junák e il servizio di soccorso alpino volontario. Tutte queste persone che prestano la loro opera in scuole, ospedali, circoli sportivi e in montagna o che vanno a portare aiuto all’estero meritano apprezzamento. A tale riguardo, proclamare il 2011 Anno europeo del volontariato avrà effetti assolutamente positivi ed è per tale motivo che ho votato a favore della relazione.
Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), per iscritto. – (CS) In linea di massima, si può essere favorevoli a qualsiasi accordo che migliori la cooperazione con gli Stati confinanti con l’Unione europea. Facendo un confronto tra i paesi posti ai confini dell’UE, possiamo vedere che – dopo la Russia – il nostro partner più importante è l’Ucraina. Lo scambio di informazioni nei campi della scienza e della tecnologia, l’attuazione congiunta di programmi, gli scambi di lavoratori e la condivisione di conoscenze sulla gestione di istituzioni scientifiche e di ricerca sono finalità che non possono che essere appoggiate.
Desidero, però, avanzare una riserva specifica sul metodo di valutazione dell’accordo. Se gli autori adottano come indicatori di efficienza il “numero di missioni e riunioni” e persino il “numero dei diversi campi delle attività di cooperazione”, non posso non nutrire gravi dubbi quanto alla conoscenza da parte del relatore della materia trattata. Il capitolo 7, “Misure antifrode”, suscita un senso di disperazione, mentre quanto riportato al punto 8.2.2 mi fa dubitare della mia salute mentale. Nell’era delle comunicazioni elettroniche, non riesco a capire perché mai, per stendere una “relazione” su un accordo, gli esperti e i funzionari dell’Unione europea e dell’Ucraina dovrebbero compiere viaggi di lavoro e partecipare a riunioni. In conclusione, esprimo con piacere il mio sostegno a questo accordo quadro perché so che i progressi nel campo della scienza e della ricerca erano già stati integrati attivamente e con risultati decisamente positivi nel sesto programma quadro. Nonostante le riserve su formulate, il gruppo GUE/NGL appoggia la decisione del Consiglio.
John Stuart Agnew, Marta Andreasen, Gerard Batten, John Bufton, Derek Roland Clark, Trevor Colman, Nigel Farage, Mike Nattrass e Nicole Sinclaire (EFD), per iscritto. – Il Partito indipendentista del Regno Unito (UKIP) non è contrario alla collaborazione nel campo dell’efficienza energetica, chiede però con decisione che tale collaborazione sia condotta da governi democraticamente eletti e non dai loro procuratori non responsabili presso un’organizzazione sovranazionale e antidemocratica qual è l’Unione europea.
- Proposta di risoluzione sul documento 2009 di strategia per l’allargamento concernente i paesi dei Balcani occidentali, l’Islanda e la Turchia (B7-0185/2009)
Anne Delvaux (PPE), per iscritto. – (FR) Vista la valanga di domande di adesione all’Unione europea, il voto su questa relazione non avrebbe potuto essere più tempestivo. L’Unione europea rappresenta una fortezza solida e sicura per tutto il continente. Non può continuare a essere un circolo esclusivo inaccessibile ad altri paesi europei, ma non può nemmeno aprire le proprie porte indefinitamente. Più di tutto, l’Unione europea deve trasformare in un successo gli allargamenti precedenti, che hanno visto l’adesione dei nuovi Stati membri. Per quanto riguarda gli altri paesi che stanno bussando alle sue porte, il prerequisito per l’avvio di qualsiasi negoziato di adesione rimane la stretta osservanza dei criteri di Copenaghen (democrazia, stato di diritto, diritti umani, parità di genere, economia di mercato, eccetera), unita all’incondizionato adempimento del diritto internazionale. I negoziati di adesione con i paesi candidati devono fondarsi su criteri valutabili oggettivamente, come il rispetto dei diritti e dei criteri economici, evitando ogni riferimento soggettivo a valori, alla religione o alla cultura. A mio parere, quindi, quello che dobbiamo fare è confermare l’idoneità dei Balcani all’adesione all’Unione europea, ribadire che l’allargamento e il consolidamento sono indissolubilmente legati l’uno all’altro, insistere, nel caso della Turchia, sul soddisfacimento dei criteri di adesione e, in caso di fallimento dei negoziati, proporre uno speciale accordo di associazione.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Nonostante tutte le critiche che si possono avanzare, è stato dimostrato in maniera inequivocabile che molti paesi nutrono un fortissimo desiderio di aderire all’Unione europea. Il passato brutale e turbolento di molti di essi, soprattutto nei Balcani, li ha rafforzati nel convincimento che, se potessero rifugiarsi sotto l’ala protettrice dell’Unione europea, sarebbero al riparo sia dalle tendenze espansionistiche dei loro vicini sia dall’influenza della Russia.
Scorrendo l’elenco di questi paesi, è relativamente facile individuare le differenze che esistono tra loro in termini di entusiasmo e soddisfacimento delle condizioni di adesione all’UE. Mi pare che in questo gruppo di paesi si distingua l’Islanda, la quale, grazie alla sua tradizione democratica, all’elevato standard di vita dei suoi cittadini e al rispetto dell’acquis comunitario, si colloca al primo posto tra i candidati all’adesione.
Consapevole dell’esigenza che i criteri stabiliti a Copenaghen siano pienamente soddisfatti e che gli impegni conseguenti siano assolti, l’Unione europea non dovrebbe cedere a un’ostinazione cieca e rifiutarsi di accogliere coloro che dimostrano di essere pronti a fare lo stesso.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa risoluzione riguardante l’allargamento e la comunicazione della Commissione europea dal titolo “Strategia di allargamento e sfide principali per il periodo 2009-2010” rappresenta l’ennesimo tentativo della maggioranza del Parlamento europeo di riconoscere il Kosovo, arrivando persino ad appoggiare la volontà della Commissione “di rafforzare le relazioni con il Kosovo, studiando tra l’altro la possibilità di far partecipare il Kosovo ai programmi comunitari”.
Tale atteggiamento incoraggia la futura adesione di un territorio che ha proclamato la propria indipendenza in palese violazione del diritto internazionale, ignorando il fatto che si tratta di un presunto Stato che è il risultato di una guerra illegittima, un presunto Stato che agisce sulla base di uno statuto illegale non riconosciuto dalle Nazioni Unite.
Né è affrontata in modo adeguato la questione della Turchia, che continua a occupare militarmente uno Stato membro dell’Unione – la parte settentrionale di Cipro – e non rispetta come dovrebbe i diritti del popolo curdo.
Ciò considerato, pur ritenendo che la questione dell’allargamento dell’Unione europea sia in primo luogo una decisione che spetta ai cittadini dei singoli paesi che vogliono aderire, abbiamo votato contro la relazione così com’è a causa degli aspetti negativi della strategia che intende perseguire, anche se non ha valore giuridico.
Tunne Kelam (PPE), per iscritto. – (EN) Ho votato per l’emendamento n. 4. Reputo veramente necessario sottolineare che, con il termine “non musulmani”, ci riferiamo prima di tutto e soprattutto ai cristiani; pertanto, bisogna inserire un esplicito riferimento ai cristiani accanto alle altre comunità religiose. A tutt’oggi in Turchia i cristiani vengono perseguitati – un fatto che rimane una delle nostre maggiori preoccupazioni. I cristiani e le loro comunità non hanno ancora la possibilità di praticare la loro fede liberamente, come dovrebbe essere in un paese democratico. Sono convinto che la Turchia sarà pronta ad aderire all’Unione europea quando sarà altrettanto facile costruire una chiesa cristiana in Turchia che erigere una moschea a Bruxelles.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Il processo di allargamento dell’Unione andrebbe sempre valutato con cura e qualsiasi nuova adesione dovrebbe rispettare sempre i punti di riferimento comuni ai paesi che formano l’Unione europea.
A quanto mi risulta, sull’adesione della Turchia si reputa necessario condurre una discussione preliminare – a dimostrazione del fatto che in proposito permangono dubbi tali da giustificare quanto meno una simile discussione. Essa dovrebbe analizzare, tra l’altro, le questioni seguenti: se la Turchia possa essere considerata, dal punto di vista geografico, parte dell’Europa; se la sua laicità sia dovuta esclusivamente all’esercito, che la tiene sotto controllo; se sia consigliabile avere un’Unione europea con confini che si estendono fino al Kurdistan iracheno; se, considerata l’enorme massa demografica della Turchia, la sua adesione possa squilibrare l’Unione.
Inoltre, esiste l’obbligo non negoziabile di rispettare i criteri di Copenaghen, il primo dei quali riguarda i diritti umani.
Francisco José Millán Mon e José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE), per iscritto. – (ES) Riguardo alla relazione concernente il documento della Commissione sulla strategia di allargamento per il 2009, vogliamo precisare, a nome della delegazione spagnola del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano), che l’appoggio che abbiamo dato alla relazione nel suo complesso non significa in alcun modo che siamo favorevoli al riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente. Noi riteniamo che il Kosovo sia un caso eccezionale e vogliamo sottolineare che esso non è stato riconosciuto né dalla Spagna né da altri quattro paesi membri.
Di conseguenza, sia nella commissione per gli affari esteri sia oggi in plenaria abbiamo votato per gli emendamenti che erano conformi alla nostra posizione.
Il nostro voto a favore della risoluzione è motivato dal fatto che non vogliamo che la nostra posizione sul Kosovo sia interpretata come contrarietà al processo di allargamento che interessa attualmente i paesi dei Balcani occidentali, la Turchia e l’Islanda.
Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) Sono fermamente contrario alla strategia di allargamento della Commissione nei confronti della Turchia. La netta maggioranza dei cittadini dell’Unione europea è contraria all’adesione di quel paese, eppure deve contribuire a versargli miliardi di euro per il suo ruolo di paese ufficialmente candidato. La Turchia non è un paese europeo né geograficamente né culturalmente e neppure sotto il profilo della tutela dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto. La strategia di allargamento non tiene conto quasi per nulla dei timori dei cittadini europei; riflette invece gli interessi geostrategici degli Stati Uniti. Inoltre, in caso di adesione i conflitti irrisolti ai confini della Turchia diventeranno un problema dell’Unione europea. Deploro che l’intera strategia di allargamento, che, oltre alla Turchia, comprende l’Islanda e i paesi dei Balcani occidentali, sia stata discussa in termini complessivi, impedendo così un dibattito adeguato, selettivo e differenziato. L’arroganza con cui viene gestita la questione dell’adesione della Turchia è stata confermata da questo modo di procedere. Le voci sgradite dei contrari all’adesione della Turchia, che rappresentano la maggioranza della popolazione, vengono per la gran parte ignorate.
Justas Vincas Paleckis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo concernente il documento della Commissione sulla strategia di allargamento per il 2009 relativamente ai paesi dei Balcani occidentali, all’Islanda e alla Turchia, perché 6-15 anni fa la Lituania, insieme con gli Stati baltici e altri paesi dell’Europa centrale e orientale, si trovava in una situazione simile a quella dei paesi candidati. L’adesione all’Unione europea ha offerto al mio paese e agli altri nuovi Stati membri, nonché ai loro cittadini, molte opportunità nuove e li ha aiutati a stimolare l’economia e rafforzare la democrazia e i diritti umani. Con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, l’Unione europea avrà un motore nuovo e più potente che farà avanzare la nostra nave, le permetterà di conseguire maggiori successi e la guiderà attraverso le acque agitate della crisi finanziaria ed economica, traghettandoci infine a una nuova fase dell’allargamento dell’Unione. Dopo che saranno entrati nell’Unione europea, i paesi balcanici, la scellerata “polveriera d’Europa” dove sono scoppiate le guerre mondiali, potranno rimuovere gli ostacoli alla cooperazione tra cittadini, strutture imprenditoriali ed esperti culturali e scientifici dei diversi Stati sorti in quella regione solo pochi anni fa. E’ importante non chiudere la porta alla Turchia, che può essere considerata come il tratto d’unione tra l’Europa e il mondo musulmano. Il processo di avvicinamento della Turchia all’UE sta cambiando il paese in senso migliorativo e ci sono prove di molti passi positivi verso il potenziamento della democrazia e dei diritti umani. Anche se l’adesione dell’Ucraina, della Moldova e dei paesi del Caucaso meridionale non è ancora oggetto di discussioni concrete, si tratta pur sempre di una prospettiva futura che può contribuire a rafforzare la stabilità e l’economia, ridurre la corruzione e consolidare lo stato di diritto in quei paesi.
Rovana Plumb (S&D), per iscritto. – (RO) Il processo di allargamento dell’Unione europea sta avvenendo in un momento caratterizzato da una recessione grave e di vasta portata che ha colpito tanto l’Unione quanto i paesi interessati dall’allargamento. Mi compiaccio che la Turchia abbia compiuto progressi riguardo ai criteri di adesione all’UE e soprattutto che abbia sottoscritto l’accordo intergovernativo sul gasdotto Nabucco.
L’attuazione di tale accordo rimane una delle principali priorità della sicurezza energetica dell’Unione europea. Condivido gli inviti rivolti al governo turco affinché porti avanti la riforma delle sue politiche sociali, migliori il dialogo sociale in materia di mercato del lavoro e intensifichi gli sforzi nel campo dei diritti delle donne e della parità di genere, soprattutto per combattere la violenza di genere.
Nikolaos Salavrakos (EFD), per iscritto. – (EN) Abbiamo votato contro la proposta di risoluzione dell’onorevole Albertini riguardante il documento della Commissione sulla strategia di allargamento 2009 per i paesi dei Balcani occidentali, l’Islanda e la Turchia, perché siamo del parere che né la Turchia né l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia abbiano compiuto progressi in merito all’adempimento dei criteri di Copenaghen, né abbiano dato prova di comportamenti politici tali da metterli in condizione di aderire all’Unione europea. Speriamo che intensifichino i loro sforzi per soddisfare i criteri di adesione, cosa che sarà valutata in futuro. Ad ogni modo, non intendiamo votare a favore di una proposta di risoluzione che alimenterà vane speranze e sarà usata esclusivamente a uso e consumo interno.
Renate Sommer (PPE), per iscritto. – (DE) La proposta di risoluzione sull’attuale strategia di allargamento della Commissione europea è molto equilibrata: premia i progressi compiuti dai candidati all’adesione ma nel contempo individua chiaramente i problemi. La Turchia, in particolare, ha fatto un notevole passo indietro. Per tale motivo approvo le critiche esplicite contro le gravi minacce e le concrete limitazioni alla libertà di espressione e di stampa. La sanzione fiscale assolutamente sproporzionata imposta al gruppo mediatico Dogan, dell’opposizione, è un attacco mirato contro chi critica il governo. Sono state giustamente condannate le discriminazioni nei confronti delle minoranze religiose e il rifiuto della Turchia di attuare il protocollo di Ankara. E’ altresì importante seguire con attenzione la politica estera di quel paese. L’apertura dimostrata finora verso l’Armenia e i curdi non è stata nulla più che un gesto formale, e ciononostante ha provocato reazioni sia nel parlamento turco sia in ampie frange della popolazione. Inoltre, le dichiarazioni del primo ministro turco sollevano dubbi sull’auspicato ruolo della Turchia come mediatore tra Oriente e Occidente. Le blandizie turche nei confronti del presidente iraniano, l’invito a partecipare a una conferenza rivolto al presidente sudanese, ricercato per genocidio, e le relazioni con Israele sembrano indicare che la Turchia si sta allontanando dall’Occidente. In tale contesto, la nostra richiesta al governo turco affinché coordini la propria politica estera con quella dell’Unione europea e rinunci alle obiezioni contro la cooperazione tra la NATO e l’UE è perfettamente coerente.
Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Sono favorevole al fatto che l’Unione europea accolga i paesi che soddisfano i criteri di adesione. Temo che questa risoluzione presenti l’allargamento come un obbligo ineludibile sia per i paesi candidati sia per l’Unione europea. La risoluzione non contempla la possibilità che per quei paesi possa risultare più conveniente restare al di fuori dell’Unione europea, per tutta una serie di ragioni sociali, economiche o d’altro tipo. L’adesione all’UE è un grande passo per i paesi interessati e merita di essere discussa nella maniera più ampia possibile, con la consultazione dei cittadini di quei paesi. Per tale motivo mi sono astenuta dal voto.
- Proposta di risoluzione sull’eliminazione della violenza contro le donne (B7-0139/2009)
Regina Bastos (PPE), per iscritto. – (PT) Con la Giornata internazionale dell’eliminazione della violenza contro le donne, le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa intendono stimolare il dibattito sulle vittime delle violenze domestiche e di altri maltrattamenti e dare maggiore visibilità alle persone che li subiscono.
In Portogallo la situazione è preoccupante. Il numero dei casi di violenze domestiche registrato dall’Associazione portoghese per il sostegno alle vittime (APAV) è cresciuto del 9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Secondo l’APAV, gli abusi fisici e psicologici, le minacce e le aggressioni sessuali sono aumentati in gran misura rispetto ai dati relativi al 2008. Quest’anno in Portogallo sono già morte ventisei donne a causa di violenze domestiche. Eppure, la grande maggioranza di questi crimini non vengono denunciati, per paura e vergogna.
L’Unione europea deve intensificare gli sforzi volti a contrastare tale fenomeno. Penso anch’io che sia necessario incoraggiare gli Stati membri a preparare piani d’azione nazionali per la lotta alla violenza contro le donne. Appoggiamo qualsiasi iniziativa suscettibile di contribuire a modificare i comportamenti, in contemporanea con l’organizzazione di un Anno europeo di lotta alla violenza contro le donne, per denunciare il problema e attirare l’attenzione sia dell’opinione pubblica sia delle autorità su questa preoccupante situazione.
Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’eliminazione della violenza contro le donne perché ritengo che la Commissione e il Consiglio debbano consolidare l’azione comunitaria in tale ambito. L’Unione europea ha urgente bisogno di una politica più ampia per la lotta alla violenza contro le donne; nello specifico, la Commissione dovrebbe redigere una proposta di direttiva volta ad assicurare una chiara base giuridica per la lotta a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la tratta. Va riconosciuto e apprezzato il fatto che la presidenza spagnola abbia iscritto tale questione tra le priorità del suo programma.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) In una settimana in cui le cifre allarmanti dei casi di violenze domestiche hanno fatto notizia in Portogallo, credo che la violenza contro le donne e i bambini sia un argomento che merita considerazione e un intervento serio da parte dei governi.
Condanno tutti i tipi di violenza, ma in special modo quella contro le persone più vulnerabili – sotto il profilo sociale, economico o emotivo -, com’è spesso il caso delle donne e dei bambini. Gli Stati membri dovrebbero dunque cercare di eliminare tutte le forme di violenza contro le donne e i bambini, in particolare la tratta a fini di sfruttamento sessuale, le aggressioni a sfondo sessuale e le violenze domestiche.
Il rispetto della vita umana e della dignità non si concilia con i crimini le cui vittime sono molte donne e molti bambini europei; è dunque necessario adottare energiche politiche di prevenzione della violenza e punire gli autori dei crimini.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nella Giornata internazionale dell’eliminazione della violenza contro le donne vogliamo sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a questo grave problema sociale, economico e politico che mina i diritti delle donne in molti ambiti diversi, compresi il lavoro, la famiglia e la società nel suo complesso. La violenza contro le donne costituisce una violazione dei diritti umani e un impedimento alla loro partecipazione alla vita sociale e politica, nonché un ostacolo nella loro vita pubblica e professionale che non permette loro di agire come cittadini a pieno titolo.
Per quanto le molte forme di violenza siano diverse a seconda delle culture e delle tradizioni, le crisi economiche e sociali del capitalismo rendono le donne ancora più vulnerabili, in termini sia collettivi che individuali, perché aumentano lo sfruttamento di cui sono vittima e le spingono verso la povertà e l’emarginazione, che a loro volta alimentano la tratta delle donne e la prostituzione.
E’ quindi cruciale potenziare le misure finanziarie e politiche che mirano effettivamente a rafforzare il ruolo delle donne nella società promuovendo la parità di diritti a livello sia comunitario sia nazionale, attuando piani concreti di lotta a tutti i tipi di violenza contro le donne, eliminando forme residue di discriminazione e tutelando e aiutando le vittime.
Marine Le Pen (NI), per iscritto. – (FR) Mentre festeggiamo il decimo anniversario della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, occorre ricordare che le misure preventive attuate a tal fine non hanno prodotto i risultati sperati. Come si spiega tutto ciò? A giudicare dalle discussioni svoltesi in quest’Aula possiamo rispondere così: disparità di genere.
Se la disparità di genere è stata la causa principale di questo fenomeno, i paesi dell’Europa settentrionale, famosi per le loro culture e abitudini molto progressiste, dovrebbero poter vantare i risultati migliori. Invece non è così; semmai è vero il contrario. Secondo il quotidiano norvegese Aftenposten, ogni anno il 6 per cento delle donne svedesi di età compresa tra 15 e 25 anni subisce uno stupro.
Ci vuole coraggio per dire che l’aumento delle violenze contro le donne è coinciso con l’arrivo in massa di immigrati extraeuropei la cui cultura e le cui tradizioni sono esattamente all’opposto delle nostre. Il burka, i matrimoni forzati, la poligamia, le mutilazioni genitali femminili, i delitti d’onore e altri comportamenti appartenenti a epoche passate sono inaccettabili.
Pertanto è del tutto assurdo continuare a incoraggiare questa immigrazione se nel contempo si vuole combattere la violenza contro le donne.
Astrid Lulling (PPE), per iscritto. – (FR) E’ perfettamente logico che la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere ci ricordi, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che siamo tuttora ben lontani da una situazione di tolleranza zero verso la violenza contro le donne, a dispetto del gran numero di strumenti giuridici e dichiarazioni delle Nazioni Unite, per non parlare delle tante risoluzioni adottate dal Parlamento europeo nel corso di vari decenni. E’ innegabile che le violenze perpetrate dagli uomini sulle donne costituiscono violazioni dei diritti umani e come tali vanno punite.
Il Parlamento europeo deve dunque ricordare agli Stati membri il loro dovere di inasprire le rispettive legislazioni e politiche per poter contrastare efficacemente tutte le forme di violenza contro le donne.
Purtroppo, nella risoluzione in esame abbiamo, ancora una volta, esagerato i toni e, in particolare, abbiamo ignorato il principio di sussidiarietà.
Chiedere al Consiglio e alla Commissione di creare una base giuridica per la lotta a tutte le forme di violenza contro le donne rivela il grado di ignoranza dei trattati. Una base giuridica non può essere creata: o c’è o non c’è.
Chiedere che si organizzi un’altra conferenza di alto livello porterà soltanto a un nuovo esborso di fondi che potrebbero essere impiegati meglio per attuare misure specifiche.
Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. – (FR) Accolgo con favore il voto del Parlamento europeo sulla risoluzione concernente l’eliminazione della violenza contro le donne in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La proclamazione di questa Giornata da parte delle Nazioni Unite nel 1999 e l’adozione oggi della risoluzione del Parlamento sono strumenti preziosi per ricordare ai governi nazionali gli impegni che hanno assunto firmando i trattati internazionali sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Per tale motivo appoggio la risoluzione, che chiede direttamente agli Stati membri di potenziare le rispettive norme e politiche nazionali volte a contrastare tutte le forme di violenza contro le donne. A livello europeo è essenziale, in particolare, fornire assistenza e sostegno a tutte le vittime di violenze, specialmente a quelle della tratta di esseri umani, a prescindere dalla loro nazionalità, nonché garantire tutela alle vittime di violenze domestiche il cui status giuridico dipende dal partner.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Quando parliamo di violenza contro le donne parliamo di qualcosa che è chiaramente una realtà in tutti gli Stati membri, dato che una donna su quattro subisce violenze.
In un’Unione europea che si considera il campione dei diritti e delle libertà di tutti i suoi cittadini, dobbiamo compiere ogni sforzo per porre fine a questo flagello. L’adozione della proposta di risoluzione in esame rappresenta un importante passo avanti verso l’individuazione di soluzioni nuove, e pertanto ho votato a favore.
Rovana Plumb (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato per la risoluzione perché la violenza contro le donne resta un problema troppo diffuso in Romania e in tutto il mondo, tale da rendere necessaria l’adozione di misure urgenti per contrastare questa piaga. Le norme non sono più un problema; lo è, piuttosto, la loro applicazione in una situazione in cui molte donne sono riluttanti a denunciare alle autorità le violenze che subiscono, preferendo patire e sopportare in silenzio.
Credo che ci sia bisogno di una potente campagna capace di coinvolgere l’intera società, da attuare mediante attività continue e a lungo termine, mirate a influenzare il modo di pensare delle persone affinché tutti prendano coscienza del fatto che la violenza contro le donne non è né permessa né giustificata. Ritengo anch’io che occorra anche una contemporanea azione coordinata da parte delle autorità e della società civile per fornire sostegno alle vittime delle violenze domestiche.
Peter Skinner (S&D), per iscritto. – (EN) Accolgo con piacere l’impegno del Parlamento a favore di questa causa. E’ essenziale che degli aiuti previsti possano beneficiare specialmente le donne più vulnerabili, come le vittime della tratta delle donne.
Sono sbigottito che il gruppo ECR, cui aderiscono i conservatori britannici, abbia presentato un emendamento per limitare l’ambito di applicazione della proposta in parola. Voglio sottolineare che molte delle vittime vivono in condizioni di povertà o sono immigrate oppure appartengono a minoranze presenti tra la nostra popolazione. Escludere proprio loro dagli aiuti destinati alle persone più vulnerabili è tanto insensato quanto disumano.
Sono altrettanto sbigottito per il fatto che i verdi non condividano la proposta e chiedano la cancellazione di un passo in cui saggiamente si parla della tolleranza della prostituzione, e si sa che proprio nel mondo della prostituzione c’è tanta violenza contro le donne.
Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Le donne cadono facilmente preda di qualsiasi forma di violenza a causa della loro posizione di disuguaglianza in tutte le classi della società, dove sono esposte all’oppressione di classe e di genere.
Maltrattamenti fisici, stupri, tratta sono solo alcune delle forme della violenza contro le donne e rivelano la dimensione di genere dell’aspetto di classe della disparità femminile.
Ma la violenza è un fenomeno sociale con specifiche cause economiche, politiche e sociali, che sono radicate nei rapporti capitalistici di produzione e non potranno essere eliminate fintantoché esisteranno questi rapporti. I movimenti di base devono chiedere l’adozione di misure volte a prevenire tale fenomeno e ad aiutare le vittime, donne e bambini, adoperandosi per cambiamenti radicali a livello sociale e politico a favore delle persone.
Siamo decisamente contrari alla creazione, da parte di organizzazioni non governative e privati cittadini, di centri di consulenza e agenzie per aiutare le donne maltrattate. Questi compiti sono di esclusiva competenza dello Stato.
Le misure proposte nella risoluzione non soltanto non saranno in grado di risolvere il problema, perché non ne intaccano le cause, ma anzi, cercando di gestirlo, non faranno altro che perpetuarlo.
Marina Yannakoudakis (a nome del gruppo ECR), per iscritto. – (EN) Il gruppo ECR appoggia pienamente e sottolinea l’assoluta necessità di una maggiore sensibilizzazione e un maggior impegno per combattere la violenza contro le donne. Non condividiamo però le richieste di creare una base giuridica comunitaria e di adottare altre direttive (vedasi i paragrafi 10, 11 e 27) per affrontare il problema.
Pur riconoscendo che c’è del lavoro da fare in questo ambito, crediamo che la competenza a deliberare in materia sia degli Stati nazionali. Il gruppo ECR ritiene altresì che le questioni delle scelte sessuali e riproduttive e del diritto alla salute riguardino la coscienza individuale di ciascun deputato e di ciascuno Stato membro. Per tali motivi il gruppo ECR ha deciso di astenersi dal voto.
- Proposta di risoluzione su una soluzione politica al problema della pirateria al largo della Somalia (RC-B7-0158/2009)
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) La Somalia è uno dei casi più eclatanti di fallimento totale del potere centrale e di ritorno a un modo di vivere tribale e fondato sulla guerra, essendo l’epicentro di violenze e instabilità che si propagano ben al di fuori dei suoi confini. Le coste somale sono state sotto la costante minaccia di gruppi armati che non soltanto lottano per conquistare il controllo delle zone costiere, ma compiono anche intollerabili atti di pirateria contro altre imbarcazioni, soprattutto mercantili, navi da carico, pescherecci, convogli di aiuti umanitari e natanti da diporto.
La gravità e la frequenza di questi episodi rende necessaria una risposta netta da parte dell’intera comunità internazionale, Unione europea compresa. L’UE deve impegnarsi a lottare contro la pirateria e a fare tutto quanto in suo potere non solamente per studiarne le cause e le conseguenze ma anche per mobilitare tutte le forze somale e internazionali che hanno la volontà e le capacità di affrontare il problema.
Voglio inoltre spendere parole di lode per l’equipaggio della fregata portoghese Corte-Real, nella persona del suo comandante, che si è distinto nella lotta contro questo flagello e di recente ha ricevuto l’apprezzamento dell’Organizzazione marittima internazionale.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Quando parliamo della Somalia non dobbiamo dimenticare che non esiste una soluzione militare alla crisi che la affligge e che occorre tener conto della mancanza di risorse finanziarie in quel paese, che è stata causata dalla crisi debitoria internazionale e ha creato un vuoto di cui si sono profittati i pescatori che operano illegalmente nelle acque territoriali somale. Questo fatto è stato uno dei motivi principali per cui i pescatori somali non hanno più mezzi di sostentamento, dato che il governo del paese è stato costretto a sospendere le attività di controllo della guardia costiera nazionale per mancanza di fondi.
Una delle questioni essenziali è pertanto garantire assistenza tecnica e finanziaria e fornire aiuti a un processo di conciliazione e mediazione tra le parti coinvolte nella guerra civile.
La Commissione e il Consiglio dovrebbero dunque rivedere la loro strategia politica per la Somalia, inclusa l’operazione Eunavfor Atalanta, e concentrarsi sull’attuale situazione generale del paese, in modo particolare sulla necessità di risolvere i problemi umanitari contribuendo a eliminare le cause sottostanti di quella catastrofe, che è motivo di sofferenza per milioni di somali.
Vogliamo infine sottolineare che le risorse stanziate per gli aiuti e lo sviluppo o il Fondo di sviluppo europeo non devono in alcun modo essere utilizzate a fini militari.
Richard Howitt (S&D), per iscritto. – (EN) Sono molto orgoglioso del fatto che il Regno Unito sia alla guida della prima missione navale organizzata nel quadro della politica europea di sicurezza e di difesa, ossia l’operazione Atalanta, con un comandante in capo britannico e il quartier generale nel Regno Unito. L’operazione Atalanta svolge un compito d’importanza vitale nel proteggere le navi che portano aiuti alimentari ai rifugiati in Somalia e le imbarcazioni vulnerabili che transitano al largo delle coste somale.
I deputati laburisti al Parlamento europeo hanno lanciato un appello per chiedere il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi, compresi i due cittadini britannici – Paul e Rachel Chandler del Kent – prigionieri dei pirati somali. Siamo solidali con la loro famiglia e apprezziamo l’impegno profuso dal ministero degli Esteri britannico, che sta sfruttando ogni possibile aggancio nell’Africa orientale per negoziare la rapida liberazione della coppia.
Infine, per quanto riguarda il campo d’azione della missione Atalanta, abbiamo notato che nella risoluzione si chiede di valutare la possibilità di espanderlo. Voglio sia messo a verbale che, secondo noi, tale ipotesi non è praticabile in questo momento; dobbiamo invece darci da fare per garantire un successo duraturo alla missione così com’è strutturata adesso.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’attuale situazione al largo delle coste somale è sbagliata sotto ogni punto di vista e ha ripercussioni su tutti i paesi.
Ritengo pertanto che, in attesa di trovare una soluzione politica al problema della Somalia e visto il persistere nella regione di un clima di instabilità, dobbiamo perseguire una strategia di sicurezza rafforzata per l’operazione Atalanta, anche potenziando i mezzi di azione a disposizione delle forze dispiegate nell’operazione stessa.
Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. – (ES) Ho votato contro la risoluzione RC-B7-0158/2009 perché la pirateria non è un problema militare bensì un problema di sviluppo. Credo perciò che esso vada affrontato alla radice e che la soluzione non possa essere di tipo militare, né per via terrestre né per via marittima. L’ufficiale responsabile dell’operazione Atalanta ha affermato che una soluzione marittima non è possibile e che occorre stabilizzare la situazione nell’area. Penso che dobbiamo affrontare le questioni della governance, della stabilità delle istituzioni e dello sviluppo economico nella regione. Ma per quanto possiamo cercare di tappare le falle, il problema persisterà. Votando contro la risoluzione voglio anche esprimere la mia condanna per la privatizzazione delle azioni che sono di competenza delle forze armate, come avviene in Spagna, dove a società di sicurezza private è permesso salire sulle navi con armi da guerra. Ritengo inoltre che dobbiamo porre fine, oltre che alla pirateria in Somalia, anche alla pirateria straniera che sta depredando le acque somale.
Charles Tannock (ECR), per iscritto. – (EN) Il relativo successo dell’operazione Atalanta, adesso prorogata di un anno, dimostra che, sebbene la politica europea di sicurezza e di difesa sia potenzialmente in grado di conseguire risultati significativi per gli Stati membri, non è ancora chiaro perché la NATO da sola non sia stata capace di risolvere il problema, evitando così che si creassero doppioni. Ma la pirateria rimane un pericolo evidente e presente nei mari circostanti il Corno d’Africa. Dobbiamo raddoppiare gli sforzi per contrastare questa minaccia, non solo al fine di proteggere le nostre navi ma anche di lanciare agli agenti di Al-Qaeda, che in Somalia possono contare su rifugi sicuri, un chiaro segnale della nostra determinazione.
La sicurezza nazionale non finisce ai confini nazionali. Lasciare che il flagello della pirateria cresca in maniera incontrollata non farà che moltiplicare i timori per la sicurezza dell’Unione europea a lungo termine. Sollecito altresì la Commissione a riconsiderare la possibilità di dare maggiore sostegno politico alla regione scissionista del Somaliland – ex territorio britannico e regione relativamente stabile, prospera e democratica – per aiutare a gestire la minaccia della pirateria in quell’area.
Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo su una soluzione politica al problema della pirateria al largo delle coste somale perché la pirateria marittima è un problema reale che continuerà ad affliggere le acque al largo della Somalia. L’Unione europea deve proteggere le imbarcazioni che transitano nella zona per mezzo di negoziati internazionali e misure di protezione. Una parte della soluzione consiste in aiuti internazionali volti a ridare stabilità alla Somalia. L’altra parte della soluzione è rappresentata dall’operazione Atalanta, avviata recentemente dall’UE per mettere fine alla pirateria al largo delle coste somale. All’operazione parteciperanno sei fregate, tre aerei di pattuglia marittima e 1 200 soldati britannici, francesi e greci, mentre altri paesi contribuiranno in futuro. Nell’ambito dell’operazione Atalanta è stato possibile proteggere navi da carico ad alto rischio garantendo loro una scorta; sono state intercettate 36 imbarcazioni dei pirati e sono stati sventati 14 attacchi diretti. Ma per poter ottenere la scorta, i competenti organi nazionali e le imbarcazioni interessate devono informare i responsabili dell’operazione e fare richiesta di protezione. E’ essenziale che le navi evitino di correre rischi inutili e chiedano protezione, per vie ufficiali e in tempo utile, nell’ambito dell’operazione Atalanta.
Geoffrey Van Orden (ECR), per iscritto. – (EN) Siamo favorevoli a una decisa azione internazionale per affrontare il problema della pirateria e non abbiamo alcun dubbio sul fatto che la marina britannica e le marine alleate degli Stati Uniti e di altri paesi europei faranno un buon lavoro. Non vediamo, tuttavia, alcun motivo perché l’Unione europea debba issare la propria bandiera su un’operazione navale. Siamo contrari all’ingerenza dell’UE in quanto istituzione in questioni inerenti alla difesa, perché in tal modo non si apporta alcuna capacità militare aggiuntiva ma semplicemente si creano doppioni o si complicano gli accordi ben sperimentati in ambito NATO. L’operazione Atalanta è stata concepita come un’occasione politica per aggiungere una dimensione marittima alla politica europea di sicurezza e di difesa durante la presidenza francese. Nonostante la presenza nelle acque al largo del Corno d’Africa della forza d’intervento combinata 151, sotto il comando degli Stati Uniti, e di un’unità marittima della NATO, è stato deciso di mettere frettolosamente insieme un’altra flotta e un’altra catena di comando. Siamo inoltre molto preoccupati per le proposte di inviare in Somalia una missione di addestramento nel quadro della PESD in un momento in cui la missione EUPOL in Afghanistan si è rivelata un fallimento e molti paesi europei non hanno voluto mettere a disposizione truppe e forze di polizia per urgenti missioni di addestramento in Afghanistan. Per inciso, noi non approviamo l’uso di termini quali “pescherecci dell’Unione europea”.
- Proposta di risoluzione su ambienti senza tabacco (B7-0164/2009)
Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. – (RO) Sono favorevole a questa risoluzione che mette il Parlamento europeo in grado di appoggiare la politica antifumo della Commissione, fondata in gran parte su misure volontarie. L’esposizione al fumo di sigaretta è la principale causa di morte e di malattia in Europa; inoltre, il fumo comporta oneri notevoli a carico dei servizi sanitari. Mi auguro che le misure proposte dalla Commissione siano portate avanti e che negli anni a venire potremo godere di ambienti salubri in tutti i luoghi chiusi e sul posto di lavoro. Non posso fare a meno di ricordare che in Europa c’è tuttora una politica ipocrita: vogliamo avere meno problemi di salute causati dal fumo, però appoggiamo il mantenimento di sussidi a favore dei produttori di sigarette, anche se i sussidi vengono gradualmente ridotti. Credo che si dovrebbe impostare la politica agricola comune in modo tale da premiare i prodotti che contribuiscono a mantenere e migliorare la salute delle persone, non quelli che la mettono a rischio. Spero che nella sua riunione di dicembre il Consiglio discuta della tutela dei bambini, soprattutto quando sono esposti al fumo di sigaretta in automobile o altri luoghi chiusi. Credo che gli adulti abbiano una responsabilità al riguardo e che, laddove può intervenire, il legislatore sia tenuto a farlo.
Anne Delvaux (PPE), per iscritto. – (FR) Credo che dobbiamo proteggere i non fumatori dal fumo passivo, ma dobbiamo anche sensibilizzare i fumatori sull’impatto che la loro dipendenza ha su loro stessi e sugli altri. Occorre farglielo capire con la massima chiarezza. In Belgio siamo avvantaggiati nel campo della lotta antifumo perché il nostro paese ha già chiesto l’imposizione di un divieto totale di fumo nei locali pubblici e in tutti i luoghi di lavoro entro il 2012.
Detto ciò, devo tuttavia esprimere due preoccupazioni. Primo: stiamo andando verso una società che impone divieti generalizzati? Che ne è della responsabilità individuale? Provo un senso di disagio di fronte a una società che assomiglia a quella descritta da George Orwell nel suo romanzo “1984”. Secondo: se si devono indurre i fumatori a smettere questa nociva abitudine, per il bene loro e degli altri, occorre farlo con il massimo rispetto. Il tabacco è una droga. Vietarlo del tutto sarebbe come negare il fatto che la maggior parte dei fumatori ne sono dipendenti. Un divieto totale può essere considerato come un atto di esclusione, che potrebbe rivelarsi controproducente. Perché, allora, non abbiamo previsto la possibilità di riservare ai fumatori aree specifiche?
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Pur avendo votato in linea con il resto del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano), devo manifestare alcune perplessità su questa proposta di risoluzione.
In primo luogo, credo che le politiche antifumo dovrebbero essere decise dagli Stati membri e che il ruolo delle istituzioni europee, nel rispetto del principio di sussidiarietà, debba limitarsi alla formulazione di raccomandazioni non vincolanti. Dall’altro canto, credo anche che gli Stati membri debbano, sì, promuovere politiche antifumo, ma senza imporre restrizioni alla libertà di scelta degli operatori, soprattutto nel settore alberghiero, nel quale i singoli gestori devono avere la possibilità di decidere se vietare o meno il fumo. In tale contesto, il testo di legge che è stato approvato di recente in Portogallo è molto equilibrato.
La mia seconda perplessità riguarda la proposta di cancellare i sussidi diretti per la produzione di tabacco. Essendo il Portogallo uno dei paesi in cui si coltiva il tabacco, penso che una politica del genere vada analizzata con la massima attenzione perché potrebbe danneggiare gravemente gli agricoltori, che sarebbero costretti a sospendere la produzione ma non avrebbero alcuna alternativa sostenibile. Questa è la mia posizione sul paragrafo 9 della risoluzione.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La tutela della salute umana e della qualità della vita dei lavoratori sul posto di lavoro e della popolazione in generale costituisce la base di questa risoluzione ed è per tale motivo che abbiamo votato a favore.
E’ necessario migliorare la protezione dei non fumatori prevenendo il fumo passivo, ma anche creare le condizioni necessarie per monitorare e incoraggiare i fumatori a smettere. La politica proibizionista dovrebbe essere attuata solo nelle situazioni in cui se ne sia dimostrata la necessità.
Per quanto riguarda i sussidi legati alla produzione, chiediamo l’introduzione di incentivi per la conversione degli impianti di produzione del tabacco. Crediamo però che dovremmo evitare di creare una situazione nella quale finiremmo per favorire l’importazione di tabacco da paesi extracomunitari, a tutto vantaggio dei grandi profitti delle multinazionali del tabacco.
José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato per la cancellazione del paragrafo 13 dal testo originale, che così recita: “invita la Commissione a presentare una proposta legislativa al Parlamento e al Consiglio concernente l’introduzione, entro il 2011, di un divieto di fumo in tutti i luoghi di lavoro chiusi, compresi tutti gli edifici e i mezzi di trasporto pubblici chiusi dell’UE, nel campo della protezione della salute dei lavoratori”. La cancellazione è stata approvata in conformità del principio di sussidiarietà.
Credo che tutti gli Stati membri abbiano ancora molto da fare per creare ambienti senza tabacco, organizzare efficaci campagne di sensibilizzazione e applicare le migliori pratiche per dare esecuzione all’articolo 14 (le misure di riduzione della domanda variano a seconda dei livelli di dipendenza e di chi smette di fumare).
Penso, tuttavia, che tali azioni andrebbero attuate in prima istanza dai singoli Stati membri. Il testo originale della risoluzione metteva confusamente in un unico calderone la produzione di tabacco e il suo consumo. Sono perciò favorevole all’adozione dell’emendamento presentato dal gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) che depenna dal testo originale una parte del paragrafo 9, togliendo così i riferimenti alla produzione di tabacco. Queste due modifiche hanno migliorato la risoluzione finale. Ritenendo accettabili gli altri punti, ho espresso un voto favorevole.
Robert Goebbels (S&D), per iscritto. – (FR) Mi sono astenuto dal voto sulla risoluzione concernente il fumo. In vita mia non ho mai fumato, ma ritengo che queste continue vessazioni dei fumatori siano assolutamente antilibertarie. I divieti già esistenti bastano e avanzano.
Prendo le distanze da queste vessazioni continue e controproducenti. La volontà di eliminare la coltivazione del tabacco in Europa si tradurrà in un aumento delle importazioni da paesi terzi.
Elisabeth Jeggle (PPE), per iscritto. – (DE) La politica sanitaria e, di conseguenza, la protezione dei non fumatori rientrano in tutta evidenza tra le competenze degli Stati membri e non dovrebbero essere regolamentate a livello centrale. Gli Stati membri devono essere liberi di stabilire in quale misura vogliono tutelare i non fumatori. Occorre mettere bene in chiaro che l’Unione europea non ha alcuna competenza in questo campo. Per tale motivo ho votato a favore della risoluzione del Parlamento per il vertice dei ministri della Salute dell’UE che si terrà la settimana prossima.
Eija-Riitta Korhola (PPE), per iscritto. – (FI) Ho votato a favore della risoluzione anche se avrei preferito che fosse più severa. Il fumo è la maggiore causa singola di morte prematura in Europa. Il fumo di tabacco è un inquinante ambientale che contiene oltre un centinaio di componenti nocivi per la salute. Ciò nonpertanto, in alcune parti d’Europa è permesso non soltanto ai fumatori ma anche a chi sta loro vicino di essere esposti al fumo. Il fumo passivo è un problema morale perché chi lo subisce non ha scelta. E’ necessario proteggere in particolare i bambini.
Dagli studi risulta che nel caso dei figli di fumatori è come se essi “fumassero” una sigaretta ogni quattro di quelle fumate effettivamente dai loro genitori. Ogni anno il fumo causa la morte prematura di quasi 100 000 cittadini europei. Molti Stati membri hanno già messo in pratica misure eccellenti. Quando la Finlandia ha finalmente bandito il fumo da ristoranti e bar ci sono state grandi proteste. Ora, a due anni di distanza, la gente è contenta. Ciò riflette la natura della politica sanitaria pubblica: si possono ottenere risultati duraturi attraverso la prevenzione e la sensibilizzazione, ma ci vuole la fermezza del legislatore per superare le resistenze. Non sono d’accordo con i colleghi che pensano che la Comunità non abbia bisogno di norme vincolanti in materia di salute e sicurezza sul posto di lavoro. Occorre riconoscere che le raccomandazioni non sono state sufficienti dappertutto. Sono favorevole al paragrafo 13 della risoluzione, che invita la Commissione a presentare una proposta legislativa per vietare il fumo nei posti di lavoro al chiuso e anche nei mezzi pubblici di trasporto.
Il fumo ha un costo per la società, il quale, oltre a tutto, è pagato da quel 70 per cento di europei che non fumano. Condivido pertanto il parere espresso dal Parlamento nel 2007 sulla necessità di inasprire le disposizioni della direttiva sui prodotti del tabacco e di considerare i produttori responsabili delle spese dell’assistenza sanitaria connessa con il consumo di tabacco. L’Unione deve prima di tutto rimediare alle proprie contraddizioni. E’ ora che cominciamo a ridurre gradualmente i sussidi per la coltivazione del tabacco, fino ad arrivare alla loro completa abolizione.
Elisabeth Morin-Chartier (PPE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della risoluzione sugli ambienti senza tabacco perché credo che essa sia fondamentale per monitorare i progressi in atto verso l’introduzione su vasta scala di tali ambienti nell’Unione europea e per facilitare sia lo scambio di buone pratiche tra gli Stati membri sia il coordinamento della politica di protezione dei cittadini dai rischi del fumo. Ho votato a favore anche del mantenimento del paragrafo 9 riguardante la cancellazione entro il 2010 dei sussidi direttamente legati alla produzione di tabacco, a causa delle implicazioni per la salute. Sono inoltre d’accordo con i colleghi della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, i quali ci hanno ricordato che il fumo resta la prima causa individuata di morte e malattia nell’Unione europea.
Mariya Nedelcheva (PPE), per iscritto. – (BG) Ho votato a favore della richiesta di depennare dal paragrafo 9 della proposta di risoluzione il riferimento esplicito all’anno 2010. Nel mio paese, la coltivazione del tabacco è un’attività economica d’importanza vitale, cruciale per gran parte della popolazione in aree nelle quali rappresenta l’unica fonte di sostentamento. Tra esse vi è la mia regione di provenienza, Blagoevgrad.
Il mio paese è stato tra gli otto principali coltivatori di tabacco in Europa che un anno fa hanno chiesto la proroga fino al 2013 degli attuali sussidi, nonostante l’accordo volto ad abolire entro il 2010 la correlazione tra importo delle risorse stanziate e volume della produzione. Ogni volta che parliamo con i coltivatori di tabacco, una delle domande che ci vengono rivolte più spesso è: che ne sarà di noi?
Non posso promettere loro miracoli, ma stiamo collaborando con il nostro governo per individuare misure atte a impedire che queste persone finiscano allo sbaraglio per aver perduto i loro principali mezzi di sostentamento. Posso comprendere le argomentazioni dei colleghi che stanno sostenendo la campagna antifumo; li invito tuttavia a non confondere la lotta contro il fumo con lo smantellamento della coltivazione del tabacco in Europa, nonché, vista la crisi economica, ad adoperarsi per garantire da parte nostra un atteggiamento prudente e saggio.
Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. – (RO) Sono favorevole a tutte le misure ragionevoli che mirano a contrastare l’abitudine al fumo e a proteggere i non fumatori. Nutro però dubbi quanto agli effetti di qualsiasi tipo di misura diretta contro i coltivatori di tabacco. Attualmente in Romania circa 1 600 ettari di terreno sono coltivati a tabacco, con una produzione intorno alle 3 000 tonnellate, che è in ogni caso una quantità molto piccola se raffrontata con quella lavorata dalle manifatture tabacchi romene, stimata grosso modo in 30 000 tonnellate.
La differenza tra le due quantità – all’incirca 27 000 tonnellate – è coperta da importazioni, perlopiù dall’Africa e dall’Asia. Se scoraggiamo la produzione di tabacco negli Stati membri, non faremo altro che incoraggiare ulteriori importazioni da paesi terzi, a tutto scapito dei produttori europei.
Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Questa è una risoluzione fattiva e ambiziosa. Trovo tuttavia sconcertante il comportamento della maggioranza dei colleghi, in particolare del gruppo cristiano-democratico, che hanno votato contro il paragrafo 13 sulla spinta dell’intensa attività di lobbying svolta da potenti gruppi di pressione e dalle parti interessate.
Essi credono quindi che l’Europa non debba far sentire la propria voce in questo dibattito e non rappresenti un valore aggiunto per quanto riguarda la creazione per i cittadini europei di aree salubri in tutti i luoghi pubblici, sui posti di lavoro e nei mezzi pubblici di trasporto. In altri termini, non si preoccupano degli effetti discriminatori sui lavoratori europei. Tanto per citare un esempio: in Irlanda la popolazione sarà tutelata molto bene da una legge nazionale, mentre è ancora tutto da vedere se i cittadini greci o cechi potranno un giorno godere di questa possibilità – o, meglio, di questo diritto.
A ulteriore prova del “lavaggio del cervello” che hanno subito ad opera dei gruppi di pressione, hanno votato contro anche il paragrafo 9, che semplicemente cita una delle modifiche già apportate alla politica agricola comune e prevede l’abolizione entro il 2010 dei sussidi direttamente collegati alla coltivazione di tabacco.
Vilja Savisaar (ALDE), per iscritto. – (ET) La proposta di risoluzione sugli ambienti senza tabacco mira a realizzare un grande cambiamento con l’imposizione del divieto di fumo nelle istituzioni pubbliche e nei luoghi pubblici in tutta l’Europa. L’intento della risoluzione è quello di affidare alla Commissione il compito di redigere il necessario documento legislativo, che dovrebbe entrare in vigore nel 2011. Sebbene molti deputati, me compresa, abbiano votato a favore del divieto di fumo in luoghi pubblici (specialmente nei posti di lavoro), il Partito popolare si è purtroppo opposto a tale proposta. La maggioranza del Parlamento non ha dimostrato alcuna considerazione per la tutela della salute dei cittadini europei in generale né, in particolare, di coloro che, pur non fumando, sono costretti a respirare il fumo di tabacco nei luoghi pubblici, con conseguenti danni per la loro salute. Mi auguro che questo aspetto della questione non finisca nel dimenticatoio ma sia iscritto nuovamente in bella evidenza nell’attuale agenda europea, dato che molti Stati membri non hanno ancora imposto un divieto di fumo nei luoghi pubblici, pur avendo avuto l’opportunità di farlo.
Marc Tarabella (S&D), per iscritto. – (FR) Condivido l’intenzione, espressa nella risoluzione, di compiere progressi nella lotta contro il fumo passivo imposto ai non fumatori. Taluni, però, profittano di questa situazione per inserire nella risoluzione una norma contro i sussidi versati ai coltivatori di tabacco. Personalmente sono a favore della concessione di tali aiuti a chi pratica un’arte che sta scomparendo. Dobbiamo tener presente che il tabacco rappresenta meno del 10 per cento di ciò che finisce in una sigaretta; ci poniamo altrettanti interrogativi anche sugli additivi che costituiscono oltre il 90 per cento del contenuto delle sigarette e sulla loro nocività?
- Proposta di risoluzione sul vertice della FAO e la sicurezza alimentare (RC-B7-0168/2009)
Liam Aylward (ALDE), per iscritto. – (EN) Dato che ogni anno oltre 40 milioni di persone muoiono di fame e di miseria, compresi i bambini, che muoiono al ritmo di uno ogni sei secondi, e considerato che la crisi alimentare globale è una delle minacce più gravi per la pace e la sicurezza nel mondo, ho votato a favore di questa risoluzione, che arriva al momento giusto. La risoluzione invita la Commissione a eseguire una valutazione dell’impatto complessivo delle politiche e dei programmi comunitari nei settori dell’agricoltura, dello sviluppo e del commercio per garantire un approccio politico coerente e sostenibile alla sicurezza alimentare mondiale. Posto che, come la risoluzione giustamente rileva, tutti hanno diritto a cibi sani e nutrienti, l’Unione europea deve agire affinché queste politiche possano garantire una sicurezza alimentare sostenibile.
Ole Christensen, Dan Jørgensen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (S&D), per iscritto. – (DA) I socialdemocratici danesi appoggiano la graduale eliminazione degli aiuti agricoli comunitari. Oggi abbiamo votato a favore della risoluzione sul vertice mondiale della FAO e la sicurezza alimentare, che è incentrata sulle principali sfide che stiamo affrontando per eliminare alla radice il problema della fame e garantire in futuro migliori opportunità ai paesi in via di sviluppo. Tuttavia deploriamo vivamente le lodi sperticate che la risoluzione rivolge alla politica agricola e degli aiuti, tra l’altro nei paragrafi 3, 9 e 14.
Corazza Bildt, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE), per iscritto. – (SV) Oggi i conservatori svedesi hanno votato contro la risoluzione (B7-0168/2009) sul vertice mondiale della FAO e la sicurezza alimentare. Siamo preoccupati per la fame nel mondo e crediamo che sia importante concentrarsi sulla sicurezza alimentare. Tuttavia, noi conservatori svedesi crediamo, a differenza di quanto affermato nella risoluzione, che la politica agricola comune (PAC) sia una parte del problema, piuttosto che della soluzione, e che debba essere riformata.
Lena Ek, Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. – (SV) Nel mondo c’è oggi una situazione paradossale: un miliardo di persone soffrono di obesità e contemporaneamente un miliardo di persone muoiono di fame. Questa situazione è disastrosa e rende necessaria l’adozione di misure immediate, soprattutto da parte della ricca Unione europea. Non crediamo, però, che la politica agricola comune, così com’è oggi, rappresenti la soluzione. La nostra politica agricola ha conseguito buoni risultati in passato ma non ha più senso in una prospettiva futura. Poiché la risoluzione è contraria alla revisione dell’attuale sistema degli aiuti agricoli comunitari (di cui potrebbero beneficiare il clima, i poveri in tutto il mondo e gli agricoltori europei), non abbiamo potuto fare altro che astenerci dal voto.
Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune sul vertice mondiale della FAO e la sicurezza alimentare perché credo che siano necessarie misure urgenti per porre fine a questo flagello, che colpisce un sesto della popolazione mondiale. Considerato l’impatto del cambiamento climatico sull’agricoltura, soprattutto in termini di riduzione della produttività a causa della scarsità di risorse idriche, che colpisce specialmente paesi che già devono lottare contro questo problema, dobbiamo elaborare politiche agricole coerenti e compatibili con la tutela del clima e la lotta contro la fame.
Göran Färm (S&D), per iscritto. – (SV) Oggi i socialdemocratici svedesi hanno deciso di votare a favore della proposta di risoluzione comune sul vertice mondiale della FAO e la sicurezza alimentare. Attualmente più di un miliardo di persone soffrono la fame. Le fortissime oscillazioni dei prezzi e il drammatico aumento dei prezzi dei generi alimentari sul mercato mondiale sono all’origine di una crisi alimentare globale che ha ulteriormente peggiorato le possibilità per i poveri del mondo di avere accesso al cibo.
Vogliamo tuttavia sottolineare che non condividiamo la posizione del Parlamento secondo cui non dovremmo ridurre le misure di sostegno del mercato e gli aiuti concessi agli agricoltori nel quadro della politica agricola comune dell’Unione europea. Noi non crediamo che le misure di sostegno e gli aiuti possano contribuire, sul lungo periodo, a una maggiore sicurezza dell’approvvigionamento alimentare dei paesi in via di sviluppo – anzi, produrranno l’effetto opposto. Generi alimentari europei sovvenzionati e a buon mercato vengono esportati nei paesi in via di sviluppo e, a causa dei loro prezzi competitivi, spesso mettono fuori mercato la produzione alimentare interna di quei paesi, privandoli così della possibilità di conseguire l’autosufficienza alimentare a più lungo termine.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Non si può restare indifferenti di fronte a questo problema globale sapendo che 40 milioni di persone muoiono ogni anno di fame e che ogni sei secondi un bambino muore di malnutrizione.
L’Unione europea è il principale donatore di aiuti umanitari e allo sviluppo, ma solo una piccola parte di essi sono indirizzati verso l’agricoltura, che potrebbe soddisfare le esigenze alimentari di migliaia di persone che continuano a soffrire di malnutrizione. L’Unione europea dovrebbe pertanto rivedere urgentemente le sue politiche di aiuto e di sviluppo, privilegiando gli aiuti all’agricoltura nei paesi in via di sviluppo – un settore che rappresenta la fonte di sostentamento per oltre il 70 per cento della forza lavoro.
La politica agricola comune deve adattarsi anche internamente alla crisi in atto, che comporta un aumento dei costi di produzione per gli agricoltori europei, evitando di smantellare le misure di sostegno al mercato e/o di ridurre i sussidi agricoli, nonché potenziando gli aiuti per le aziende agricole piccole e medie e migliorando il loro accesso al credito, affinché possano conservare i livelli di produzione nonostante l’aumento dei prezzi delle materie prime.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Anche se non condividiamo tutti i punti della risoluzione, abbiamo deciso di appoggiarla perché essa mette in luce l’importanza di principi che reputiamo fondamentali ai fini di una vera lotta contro la fame nel mondo, che sono, in particolare:
– evidenziare che “la lotta contro la fame deve fondarsi sul riconoscimento del diritto alla sovranità alimentare”,
– riconoscere “il diritto della popolazione locale di ciascun paese di controllare le terre coltivabili e altre risorse naturali di rilevanza vitale per la sua sicurezza alimentare”.
La risoluzione richiama inoltre l’attenzione sul ruolo dell’agricoltura ai fini della lotta contro la fame e sottolinea quanto sia importante garantire i redditi degli agricoltori. Resta da vedere se in futuro il Parlamento sarà coerente con le sue deliberazioni odierne o se, come spesso accade, dopo aver fatto belle dichiarazioni, quando si tratterà di tradurle effettivamente in pratica si rimangerà le sue stesse parole e approverà norme che violano questi principi.
Non dobbiamo dimenticare che le varie riforme della politica agricola comune che si sono succedute dopo la liberalizzazione dei mercati agricoli attuata dall’Organizzazione mondiale del commercio, e che riflettono soltanto gli interessi delle grandi imprese agroalimentari, hanno contribuito all’impoverimento del settore agricolo mondiale. La produzione agricola dovrebbe servire anzitutto a sfamare le persone, non ad arricchire i monopoli delle esportazioni.
Anne E. Jensen e Jens Rohde (ALDE), per iscritto. – (DA) Noi deputati europei del Partito liberale danese abbiamo votato a favore della risoluzione sulla sicurezza alimentare perché vogliamo sottolineare quanto sia importante che l’Unione europea assuma una responsabilità globale nella lotta contro la fame e la povertà. Siamo però contrari al paragrafo 9 della risoluzione, che mette in dubbio la continua liberalizzazione della politica agricola dell’Unione europea. Il Partito liberale danese sostiene l’abolizione graduale degli aiuti agricoli e la definizione di norme comuni atte a garantire che gli agricoltori europei possano competere in condizioni di parità.
Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) La sicurezza alimentare a lungo termine è una delle sfide centrali della politica agricola comune. Soprattutto in considerazione delle carenze alimentari, dobbiamo sottolineare l’importanza di una PAC forte, in grado di svolgere in futuro un ruolo chiave nel superare le sfide globali. Si rende perciò necessario garantire adeguati finanziamenti a lungo termine per la PAC, che sarà un elemento rilevante della politica comunitaria nel campo della sicurezza alimentare dopo il 2013 e svolgerà un ruolo significativo nella politica dello sviluppo e nella politica esterna di sicurezza alimentare.
Le maggiori priorità sono pertanto ecosistemi perfettamente funzionanti, terreni fertili, risorse idriche stabili e un’ulteriore diversificazione dell’economia rurale. La cooperazione e la solidarietà internazionali, insieme con accordi commerciali equilibrati che favoriscono (e non mettono a rischio) la sicurezza alimentare, rappresentano fattori essenziali della sicurezza alimentare globale, ed è qui che la PAC può fornire un contributo importante. I paesi importatori netti di generi alimentari sono quelli più pesantemente colpiti dall’aumento dei prezzi alimentari, ma molti di essi sono anche tra i paesi meno sviluppati a livello mondiale. L’Unione europea deve adottare misure per contrastare questa situazione.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La fame è un flagello che colpisce un numero crescente di persone. L’Unione europea, essendo fondata sulla solidarietà, deve essere in prima fila nella lotta contro questo problema sempre più diffuso. La crisi alimentare mondiale è una delle minacce più gravi per la pace e la sicurezza mondiali; pertanto è necessario rafforzare tutte le politiche europee e mondiali nel campo della sicurezza alimentare.
Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Gli autori della risoluzione, pur dovendo affrontare il problema della fame e le questioni più generali in discussione al vertice alimentare e agricolo, sono nondimeno riusciti a occultare la causa principale del problema, cioè il sistema capitalista di sfruttamento e la strategia che anche l’Unione europea persegue lealmente affinché il capitale possa prosperare. La produzione alimentare e le multinazionali della distribuzione stanno scacciando gli agricoltori dalle loro terre per concentrare la proprietà di queste ultime, dando così un grave colpo ai contadini poveri e medi. Per le classi lavoratrici e più basse diventa sempre più difficile, anche nei paesi capitalisti sviluppati, tutelare la salubrità e la sicurezza degli alimenti, mentre le multinazionali alimentari stanno rastrellando profitti enormi e acquistando vaste distese di terreni, soprattutto in Africa, prevedendo che la produzione alimentare dovrà raddoppiare entro il 2050. L’Unione europea è alla testa del processo di liberalizzazione e privatizzazione di tutti i fattori della produzione alimentare – acqua, energia, trasporti e tecnologia – e sta costringendo i paesi terzi a fare lo stesso attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio e accordi bilaterali.
La PAC è il fondamento della politica tesa a sradicare le imprese agricole piccole e medie e a sostenere i monopoli e i loro profitti. I contadini e i lavoratori stanno lottando contro questa politica, stanno combattendo per rovesciare questo sistema di sfruttamento e garantire cibo sano e sicuro per tutti.
10. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
(La seduta, sospesa alle 12.55, riprende alle 15.00)
PRESIDENZA DELL’ON. ROUČEK Vicepresidente
11. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
Presidente. – L’ordine del giorno reca i tre progetti di risoluzione sul Nicaragua(1).
Bogusław Sonik, autore. – (PL) Signor Presidente, la politica dell’attuale presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, dimostra quanto sia ancora attuale la vecchia massima comunista: “una volta conquistato il potere, non lo cederemo mai”. Negli anni ‘80, i sandinisti non sono stati capaci di mantenere una dittatura armata e, costretti dall’opinione pubblica internazionale, hanno dovuto accettare le regole democratiche del gioco.
Nel 2006 Ortega è stato eletto presidente alle elezioni e i sandinisti sono ritornati al potere. Sin dai primi giorni, ha iniziato ad usare i metodi sperimentati dell’intimidazione e dell’eliminazione di qualsiasi concorrente politico, adducendo una varietà di pretesti pseudo-giuridici. L’apparato sandinista ha poi iniziato a duplicare l’apparato statale, seguendo l’esempio dei comitati cubani per la difesa della rivoluzione. Nel dicembre 2008, il Parlamento europeo ha attirato l’attenzione sulla campagna di persecuzione condotta dalle autorità statali, dai partiti e da persone legate ai sandinisti contro le organizzazioni per i diritti umani e i loro membri, giornalisti e rappresentanti dei mezzi di informazione. Amnesty International ha scritto della violenza seguita alle elezioni amministrative. Gli attacchi e le aggressioni contro i giornalisti si sono moltiplicati.
Ora, manipolando la Corte suprema, Ortega sta cercando di apportare modifiche alla costituzione che gli consentirebbero di ricandidarsi alle elezioni. Possiamo prevedere, con un certo margine di sicurezza, che il prossimo passo sarà quello di autoproclamarsi presidente a vita; Fidel Castro costituisce infatti il modello per i populisti di Managua e Caracas, e sotto Castro le elezioni non sono mai state libere.
Chiedo alla Commissione europea di immaginare le conseguenze di questa situazione e di verificare, in una contesto di violazione delle norme in materia di diritti umani internazionali, se non sia forse necessario rivalutare gli accordi di cooperazione in vigore con questo paese, affinché le clausole sui diritti umani non si rivelino solo parole vuote.
Adam Bielan, autore. – (PL) Signor Presidente, sabato scorso, rispondendo a un appello dei politici dell’opposizione, decine di migliaia di cittadini del Nicaragua hanno manifestato contro la politica del presidente Ortega, una politica che sta portando all’instaurazione della dittatura.
Vi ricordo che il 19 ottobre, la Corte suprema ha deciso di eliminare gli ostacoli costituzionali che impedivano al presidente Ortega di ricandidarsi per un nuovo mandato. Il cambiamento di per sé non è scandaloso, perché naturalmente, in molti paesi europei una legge di questo tipo non esiste, ma è scandaloso il modo in cui questa decisione è stata presa. Come sappiamo tutti, il presidente Ortega non ha la maggioranza dei due terzi in parlamento, pertanto, per rimuovere il divieto alla sua rielezione, ha dovuto violare la costituzione. Se consentiamo al presidente Ortega di ricandidarsi alle elezioni presidenziali nel 2011, potremmo risvegliarci in uno scenario in cui il Nicaragua sarà controllato da una vera dittatura.
Vorrei pertanto chiedere alla Commissione europea di segnalare questo problema nel corso dei futuri negoziati sull’accordo di associazione Unione europea-America centrale e di fare tutto quanto in suo potere per evitare che il presidente Ortega prosegua per questa strada.
Johannes Cornelis van Baalen, autore. – (EN) Signor Presidente, sono molto grato del sostegno espresso in Aula alla delegazione della Liberal International che ho condotto a Managua. Ci siamo presentati pacificamente su invito di una maggioranza parlamentare per parlare della costituzione, delle elezioni, della campagna elettorale, dei diritti umani e delle libertà civili. Siamo stati insultati, siamo stati definiti pirati e altre cose del genere; siamo stati minacciati di venire espulsi dal paese, di non essere persone gradite e addirittura di stare preparando un golpe, un coup d’état
Ma, cosa ancora più grave, hanno insultato il mio paese e reprimono il loro popolo. Credo che l’Unione europea debba sorvegliare la situazione in Nicaragua, inviare osservatori alle elezioni del 2011 e appoggiare l’opposizione democratica. Spero anche che faremo lo stesso e rimarremo obiettivi in merito dei risultati elettorali in Honduras. Vediamo se le elezioni di domenica saranno libere e giuste, e poi prendiamo una decisione; un nostro eventuale riconoscimento del risultato elettorale potrebbe anche mettere fine alla crisi costituzionale del paese.
Tunne Kelam, a nome del gruppo PPE. – (EN) Signor Presidente, nell’America Latina di oggi si osserva una tendenza preoccupante: il consolidamento di regimi populistici, attraverso la proroga del mandato dei presidenti in carica, preferibilmente per l’eternità. In questo modo Hitler si è aperto la strada al potere; Lenin usava invece l’indifferenza, ma i risultati sono stati gli stessi.
Questi presidenti, il cui mandato e i cui poteri sono estesi, non hanno potuto o non hanno voluto migliorare la qualità di vita dei loro cittadini. Cuba costituisce un esempio tetro e doloroso di come per decenni la vita di persone normali sia stata mutilata e rovinata. L’esempio del Nicaragua rappresenta invece un monito: ci ricorda che i governanti di questo tipo non cambiano. Tornano al potere solo per farne di nuovo cattivo uso.
Abbiamo pertanto il dovere di condannare senza riserve queste violazioni della costituzione del Nicaragua e di stabilire un collegamento tra questo problema e un controllo più rigoroso dell’uso dei fondi per lo sviluppo assegnati al paese. E’ molto deludente che l’Organizzazione degli Stati americani non abbia reagito a queste palesi violazioni della costituzione da parte di uno dei suoi Stati membri.
Véronique De Keyser, a nome del gruppo S&D. – (FR) Signor Presidente, mi fa piacere vedere che l’onorevole van Baalen sia tornato sano e salvo in Europa e che sia stato espulso solo quando era ormai già a bordo dell’aereo.
Passando a toni più seri, vorrei dire, a nome del mio gruppo, che non ci facciamo coinvolgere in questo gioco. E intendo dire che, mentre il gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) ci ha negato la possibilità di affrontare una discussione con procedura d’urgenza sull’Uganda in merito alle leggi contro gli omosessuali e un’altra discussione con procedura d’urgenza sull’Iran e sulle esecuzioni ivi commesse, vorrebbe ora che ci facessimo coinvolgere nel gioco di chi è a favore o contro Ortega, mentre nel paese continuano a svolgersi manifestazioni.
Assolutamente no! Credo che le discussioni con procedura d’urgenza che si tengono in quest’Aula, al fine di fornire assistenza a persone in difficoltà e in relazione a cause complesse, non si debbano piegare agli interessi politici personali dei nostri deputati. Pertanto, il mio gruppo ha deciso non solo di non firmare questa risoluzione, ma di non votare e di opporsi a quanto sta accadendo nel paese che scredita il Parlamento europeo.
Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – (ES) Signor Presidente, nella stessa ottica, ritengo che non sia solo triste ma decisamente vergognoso che una seduta importante come questa, su problemi urgenti, sia manipolata in questo modo; sono sorpreso non solo del tema di oggi, ovvero il Nicaragua, ma anche del fatto che in altre occasioni, quando in teoria avremmo dovuto discutere di questioni molto più serie, poi non lo si è fatto. Oggi, inoltre, c’è un elemento in più: altri punti che figuravano all’ordine del giorno sono scomparsi proprio per lasciare spazio a questo. E’ assolutamente sbagliato dal punto di vista del contenuto delle discussioni su problemi urgenti.
Per esempio, avremmo potuto e dovuto discutere del Sahara occidentale, della situazione attuale di persone come Aminatou Haidar, che soffre a causa di una palese violazione e privazione dei suoi diritti umani fondamentali; dovremmo discutere della situazione delle numerosissime persone che si trovano in campi profughi o nei territori occupati del Marocco, un contesto in merito al quale occorre assumere una posizione chiara.
Avremmo potuto discutere oggi di tutti questi temi, ma così non è stato perché il gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) ci costringe a parlare di un tema che non credo meriti l’attenzione di una seduta come questa né sia per essa di concreto interesse.
Ilda Figueiredo, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, quella odierna è una discussione deplorevole su un falso stato d’emergenza che non fa che screditare il Parlamento europeo.
Il problema davvero urgente da discutere sarebbe stato la recente tragedia causata dall’uragano Ida che ha colpito El Salvador all’inizio di novembre, causando oltre 200 morti e dispersi, distruggendo infrastrutture e impianti di primaria importanza, in particolare nel settore della sanità, dell’istruzione, dell’approvvigionamento idrico e dei servizi igienico-sanitari, e aggravando così la povertà del paese.
Il problema davvero urgente da discutere sarebbe stato la disponibilità di fondi straordinari e il riorientamento dei fondi comunitari disponibili verso questa situazione di emergenza, l’avvio di un piano di ricostruzione e di riduzione dei rischi, e il sostegno alla popolazione di El Salvador.
Il problema davvero urgente da discutere sarebbe stato la decisione del Parlamento di condannare il colpo di Stato militare in Honduras e chiedere il ritorno al potere del presidente Zelaya, legalmente eletto dalla popolazione dell’Honduras.
Il problema davvero urgente da discutere sarebbe stato richiedere il rispetto dei diritti fondamentali delle popolazioni del Sahara occidentale.
Purtroppo, non è stato possibile discutere nessuno di questi argomenti a causa dell’opposizione del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano). Pertanto, come già affermato dai miei colleghi, ci rifiutiamo di collaborare con questo falso stato di urgenza, che è una vergogna per il Parlamento europeo.
Jürgen Klute (GUE/NGL). – (DE) Signor Presidente, condivido senza riserve le parole degli onorevoli colleghi che mi hanno preceduto. Vorrei ricordare a tutti che anche il presidente colombiano ha cercato di prolungare il proprio mandato violando la legge in vigore in Colombia, e dovremmo pertanto discutere anche di questo tema.
Vorrei soprattutto segnalare che la fondazione Friedrich-Naumann in Germania, una fondazione che intrattiene stretti rapporti con il partito liberal-democratico tedesco, è stata coinvolta nel colpo di Stato in Honduras. In Germania si è aperto un dibattito in materia durante il quale i borsisti della fondazione, in una lettera aperta, hanno preso le distanze da questa politica. Non dobbiamo dimenticare che l’onorevole van Baalen è presidente della Liberal International e, sul sito web della fondazione Friedrich-Naumann, si legge che egli ha discusso della possibilità di un colpo di Stato con le forze armate in Nicaragua. Credo sia opportuno che, in queste circostanze – peraltro mai confutate – un paese come il Nicaragua abbia abbastanza coraggio da espellere un politico di questo tipo. In tutta onestà, dobbiamo ammettere che la situazione sarebbe esattamente la stessa in Europa.
Quanto sta accadendo non è che un palese tentativo di screditare ed esporre al pubblico ludibrio i paesi, gli Stati e i governi dell’America Latina che stanno cercando di introdurre politiche più sociali. A nome del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, vorrei ribadire con estrema chiarezza che non intendiamo fornire il nostro appoggio.
Ioannis Kasoulides (PPE). – (EN) Signor Presidente, non capisco la reazione dei nostri onorevoli colleghi alla mia destra in quest’Aula rispetto alla scelta dei temi oggetto della discussione odierna.
Non capisco perché non sia urgente intervenire, per discutere trattato del trattamento riservato a un deputato di questo Parlamento, che ha visitato un paese nel pieno esercizio dei suoi diritti, in veste di presidente della Liberal International. Non capisco perché non possiamo intervenire e discutere di questo problema e anche della recente tendenza, che si delinea in America Latina, di cambiare arbitrariamente la costituzione del paese e porre fine ad una tradizione da sempre esistente in merito al numero dei mandati (uno o due) del capo di Stato.
I nostri onorevoli colleghi hanno già affrontato altri quattro temi, e vorrei sapere quando discuteremo del tema in oggetto, visto che ci sono solo tre punti all’ordine del giorno.
(Il Presidente interrompe l’oratore)
Justas Vincas Paleckis (S&D). – (LT) Sostengo senza alcuna riserva il parere del mio gruppo secondo cui questo punto non dovrebbe essere iscritto all’ordine del giorno, in quanto nel mondo ci sono problemi molto più pertinenti e urgenti. Se vogliamo discutere del Nicaragua, dobbiamo premettere che è il paese con il più alto debito al mondo e uno dei paesi più poveri dell’America Latina. L’esperimento comunista non è stato la risposta in questo paese, né tantomeno l’esperimento neoliberale. E’ un paese in cui c’è stata troppa interferenza da parte delle superpotenze di America e Unione Sovietica, e proprio per questo il paese è costantemente sulla soglia della guerra civile. E’ comprensibile che ci siano tendenze violente che devono essere condannate, ma non dimentichiamoci che anche in Europa abbiamo tendenze violente. Concentriamoci quindi su problemi molto più importanti.
Gesine Meissner (ALDE). – (DE) Signor Presidente, sul tema è già stato detto molto. Un onorevole collega ha spiegato che non è questo il tema giusto per la nostra discussione, perché ci sono problematiche più urgenti che comportano violazioni dei diritti umani più gravi. Forse, ma credo che noi europei, che lavoriamo affinché valori quali i diritti umani e le libertà – per esempio, la libertà di stampa – siano rispettati ovunque, dobbiamo intervenire ogniqualvolta ci rendiamo conto che uno di questi valori o libertà è minacciato.
E’ stato anche detto, per esempio, che la fondazione Friedrich-Naumann era coinvolta nel colpo di Stato. In quando iscritta al partito FDP, respingo esplicitamente questa illazione; sono voci del tutto infondate che sono state messe in giro.
La mia terza osservazione riguarda l’intervento secondo cui l’onorevole van Baalen è stato accusato di aver discusso di un colpo di Stato e questo è il motivo per cui è stato espulso dal paese. Se non è possibile discutere apertamente di tutti i temi – facoltà che consideriamo parte della libertà di stampa e di espressione, due libertà di cui noi qui godiamo e apprezziamo infinitamente –il semplice fatto di aver discusso un qualsivoglia argomento è forse una ragione sufficiente per espellere qualcuno dal paese? Il fatto che la discussione sia avvenuta in pubblico non costituisce una giustificazione valida per espellere qualcuno dal paese. E’ un approccio assolutamente sbagliato.
Charles Tannock (ECR). – (EN) Signor Presidente, il Nicaragua rimane uno dei paesi più poveri delle Americhe. Il presidente Ortega non è riuscito a migliorare la situazione del suo paese, nonostante la miriade di utopiche promesse socialiste fatte al momento del suo insediamento e sembra proprio che il Nicaragua abbia ora bisogno di un cambio di leadership.
La costituzione del Nicaragua permette ai capi di Stato di rimanere al potere per un solo mandato; una politica in alcuni casi saggia in una regione incline all’instabilità. Il presidente Ortega comunque dà nuovamente prova di disprezzo nei confronti della democrazia parlamentare e dello Stato di diritto, abusando dei poteri della Corte costituzionale.
Da questo punto di vista, non si discosta minimamente dal suo collega di sinistra Hugo Chávez in Venezuela. Entrambi si sono fatti un nome denunciando i caudillos, ma si stanno ora trasformando loro stessi in caudillos della sinistra e, in quanto tali, rappresentano una concreta minaccia per la stabilità democratica regionale, in particolare considerando il caos che regna nel vicino Honduras. Il presidente Ortega ha ripetutamente deluso il suo popolo e il suo paese. Se crediamo davvero nella democrazia e nella libertà, non possiamo ignorare la triste situazione dei cittadini del Nicaragua.
Reinhard Bütikofer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, una cosa è emersa da questa discussione piuttosto complessa. La deputata del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa ha indirettamente confermato che l’argomento di queste discussioni era in realtà la questione del colpo di Stato. Ha giustifico quanto è accaduto sostenendo che deve essere possibile parlare di qualsiasi cosa, anche di un colpo di Stato. Questa constatazione rappresenta un risultato significativo di questa discussione e contribuisce a chiarire la situazione; ve ne sono grato.
Karel De Gucht, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, come sapete, l’Unione europea è impegnata in un complesso dialogo con il Nicaragua al fine di difendere la democrazia e ripristinare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche.
Al tempo stesso, l’Unione europea sta cercando di mantenere un equilibrio con il nostro impegno per sostenere lo sviluppo e la stabilità del paese e della regione dell’America Centrale in generale.
Dalle elezioni amministrative del novembre 2008, macchiate da accuse di frodi, la fiducia dei donatori internazionali nei confronti del governo in carica è scesa a minimi storici. Il mancato rispetto dei principi democratici fondamentali, comprese elezioni libere e corrette, ha indotto la comunità dei donatori a rivedere in maniera sistematica i propri portafogli di cooperazione e, in certi casi, a riorientare o sospendere le attività di cooperazione in attesa di migliori condizioni.
Il commissario Ferrero-Waldner aveva deciso di sospendere tutti i pagamenti di sostegno finanziario al Nicaragua a decorrere dal 1° gennaio 2009. La decisione era stata preceduta da una discussione con gli Stati membri al Consiglio.
Dopo numerosi contatti con le autorità del Nicaragua che si erano impegnate, in modo credibile, ad attuare misure correttive, all’inizio di ottobre la Commissione ha effettuato un pagamento unico di 10 milioni di euro dal nostro programma di sostegno finanziario per il settore dell’istruzione. E’ una piccola parte dei fondi che sono stati sospesi, pari ad ulteriori 46 milioni di euro.
La scorsa settimana in seno al Consiglio “Sviluppo” sono state espresse critiche in merito al fatto che questo aspetto non era stato oggetto di precedenti discussioni con gli Stati membri. Senza entrare ora nei dettagli, credo che sia importante disporre, quando prendiamo decisioni di questo tipo, di una procedura che ci consenta almeno di accertarci che la Commissione europea e gli Stati membri seguano la stessa linea rispetto ai singoli Stati. Se poi, alla fine, questa via non risulterà percorribile, ognuno prenderà la decisione che reputerà necessaria.
Il governo del Nicaragua ha annunciato che le prossime elezioni regionali nel 2010 e le elezioni politiche nel 2011 si svolgeranno in presenza di gruppi di osservatori nazionali e internazionali. Il governo ha già ufficialmente invitato l’Unione europea a condurre una missione di osservazione e si è impegnato, tra le altre cose, a migliorare l’anagrafe e le liste elettorali con il sostegno di un progetto comunitario e a nominare autorità elettorali credibili e professionali il prossimo anno.
Recenti evoluzioni, come la sentenza della camera costituzionale, hanno sicuramente gettato qualche ombra sulla serietà del governo del Nicaragua in vista del rispetto degli impegni presi. L’Unione europea, in varie occasioni, la più recente lunedì 21 novembre, , ha espresso la sua preoccupazione in merito mediante un’iniziativa della troika locale.
Alla fine dei conti, il rispetto di questi impegni sarà cruciale per la progressiva ripresa dei nostri programmi di sostegno finanziario. Continuiamo a lavorare in stretta collaborazione con gli Stati membri, come dimostrato anche dalla discussione. Se sia poi opportuno o meno, è una questione di competenza del Parlamento stesso.
Presidente. – La discussione su questo punto è chiusa.
La votazione si svolgerà alla fine della discussione.
Presidente. – L’ordine del giorno reca i quattro progetti di risoluzione su Laos e Vietnam(1).
Véronique De Keyser, autore. – (FR) Signor Presidente, ancora una volta una discussione con procedura d’urgenza che riguarda Vietnam e Laos. E’ vero che ci sono state altre discussioni simili al Parlamento europeo, ma non possiamo lasciare che questa discussione con procedura d’urgenza rimanga inascoltata.
In realtà siamo piuttosto preoccupati. Dal 2006, quando il Vietnam è stato cancellato dalla lista nera americana relativa a repressione e violazioni dei diritti umani, il livello questi crimini ai danni degli attivisti dei diritti umani è cresciuto.
Vorrei citare soltanto un caso che reputo emblematico, quello della signora Tran Khai Thanh Thuy. Si tratta di una scrittrice, blogger, giornalista ed attivista attualmente in carcere per ragioni piuttosto vaghe, la più plausibile delle quali è la sua difesa della libertà di espressione e dei diritti umani nel suo paese. E’ diabetica e in precarie condizioni di salute. Temiamo per la sua vita e per lei chiediamo non solo un’adeguata assistenza sanitaria in carcere, ma anche il suo immediato rilascio.
Adoro il Vietnam. E’ un grande paese e assumerà la presidenza dell’ASEAN nel 2010. Credo che l’adozione di misure più in linea con gli standard democratici internazionali potrebbe contribuire a rafforzare ulteriormente la sua autorità morale.
Thomas Mann, autore. – (DE) Signor Presidente, la situazione dei diritti umani in Vietnam è allarmante. La persecuzione religiosa, in particolare nei confronti di cristiani e buddisti, è all’ordine del giorno. Chiunque si esprima a favore di libertà e diritti umani è vittima di intimidazioni ed è tenuto sistematicamente sotto sorveglianza. Alla fine di settembre, centinaia di monaci del monastero di Bat Nha sono stati attaccati e l’intero complesso del monastero è stato gravemente danneggiato mentre la polizia stava a guardare. I monaci che hanno cercato rifugio nel vicino tempio di Phuoc Hue sono stati picchiati. Questo tipo di abusi non può essere tollerato. E’ scandaloso che i numerosi appelli da parte dell’Unione europea e di altre regioni del mondo per un miglioramento della situazione dei diritti umani siano stati semplicemente ignorati. Ci sono centinaia di ragioni che giustificano i cambiamenti, in particolare visto che il prossimo anno, il Vietnam assumerà la presidenza del gruppo di paesi dell’ASEAN.
La situazione in Laos non è molto più soddisfacente. All’inizio di novembre, oltre 300 manifestanti che chiedevano pacificamente più pluralismo e democrazia sono stati brutalmente picchiati dalla polizia segreta. Tutti gli sforzi per promuovere un dialogo politico in questo paese sono immediatamente soffocati dall’unico partito al governo.
Anche i 5 000 rifugiati hmong, che fanno parte di una minoranza vittima di persecuzioni e che vivono attualmente in campi profughi nella Tailandia settentrionale, si trovano in una situazione tremenda, poiché non è stato loro riconosciuto lo status di rifugiati. L’organizzazione Medici senza frontiere, che questa settimana è stata rappresentata qui al Parlamento, ha affermato che è praticamente impossibile fornire aiuti umanitari nei campi perché gli arresti sono condotti in modo del tutto arbitrario e chi è fermato è costretto a tornare in Laos. Chiunque dice che queste persone tornano volontariamente, mente.
Noi eurodeputati chiediamo alla Commissione e al Consiglio di fornirci informazioni precise che ci permettano di sapere con esattezza quali accordi conclusi con questi due paesi su diritti umani e democrazia sono rispettati. Quali accordi sono stati bloccati? Per il bene dei cittadini del Vietnam e del Laos, deve essere possibile esercitare pressione sui governi di questi due paesi.
(Applausi)
Heidi Hautala, autore. – (FI) Signor Presidente, è bello sentire che l’Associazione delle nazioni dell’Asia sud-orientale ha costituito una commissione regionale per i diritti umani. In questo contesto, è sconvolgente incontrare i monaci vietnamiti che sono stati vittime di una violenta aggressione. Noi della sottocommissione per i diritti dell’uomo abbiamo avuto l’onore di incontrarli recentemente.
La posizione delle comunità religiose sembra diventare sempre più difficile in Vietnam. Dobbiamo condannare senza riserve il fatto che oltre 300 monaci e suore di due monasteri sono stati costretti ad andarsene a seguito di atti di violenza e che vi sono ancora comunità religiose continuamente perseguitate. E´ importante che il Vietnam osservi le raccomandazioni della commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani che propongono, per esempio, che i relatori speciali delle Nazioni Unite siano invitati nel paese per sorvegliare il rispetto della libertà di opinione e di religione, nonché di altri diritti umani fondamentali.
Cristian Dan Preda, a nome del gruppo PPE. – (RO) In Vietnam, centinaia di persone sono detenute per le loro convinzioni politiche e religiose. Ritengo che il violento attacco contro i monaci buddisti alla fine di settembre mostri chiaramente il rifiuto del Vietnam di migliorare la situazione interna dei diritti umani.
In Laos, un paese governato da una dittatura militare, i leader del movimento degli studenti e degli insegnanti, costituito dieci anni fa, sono ancora detenuti in luoghi segreti. Le recenti manifestazioni pacifiche a sostegno del rispetto dei diritti umani sono state represse dalla polizia segreta, mentre la comunità hmong continua ad essere vittima di persecuzioni.
Il Laos e il Vietnam devono rispettare senza eccezioni gli standard internazionali in materia di tutela dei diritti umani. E’ necessario fermare la persecuzione contro i membri di comunità religiose, minoranze e, in generale, contro cittadini che si limitano a difendere i loro diritti politici.
E’ dovere dell'Unione europea sorvegliare da vicino l’evoluzione dei diritti umani e servirsi della propria influenza per invertire questa tendenza negativa.
(Applausi)
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del gruppo S&D. – (PL) Signor Presidente, i negoziati in corso su un nuovo accordo di partenariato e cooperazione tra Unione europea e Vietnam devono includere anche il rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Le informazioni che riceviamo dimostrano che la situazione da questo punto di vista in Vietnam è molto preoccupante, soprattutto per quanto riguarda la repressione nei confronti degli utenti di Internet. Internet è un mezzo che si basa sul libero scambio di informazioni e opinioni su ogni tema, su scala mondiale. Le normative giuridiche vietnamite sull’uso di Internet penalizzano la libertà di espressione in settori reputati sensibili, come i diritti dell’uomo e la diffusione della democrazia.
Le norme introdotte nel 2008 in materia di blog prevedono che il contenuto sia limitato a questioni personali e vietano la diffusione di materiale antigovernativo e in grado di minare la sicurezza nazionale.
(Il Presidente chiede all’oratore di parlare più lentamente)
Le organizzazioni non governative straniere riferiscono che i blogger che sollevano temi politici vengono incarcerati. Le istituzioni dell’Unione europea non possono rimanere indifferenti a questi preoccupanti fenomeni che si verificano in Vietnam e, oltre all’azione politica, è ora anche necessaria un’azione legale. Chiedo pertanto che, nel nuovo accordo tra Unione europea e Vietnam, sia inserita una clausola vincolante sul tema dei diritti dell'uomo.
Johannes Cornelis van Baalen, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, il gruppo ALDE ritiene che Laos e Vietnam non siano democrazie. In questi paesi i diritti dell'uomo, i diritti religiosi e altri diritti non sono garantiti. Appoggiamo quindi senza riserve la risoluzione e chiediamo al Consiglio e alla Commissione di fare lo stesso.
Ryszard Antoni Legutko, a nome del gruppo ECR. – (PL) Signor Presidente, ancora una volta, desidero evidenziare la drammatica situazione dei cristiani in Laos e Vietnam. In entrambi questi paesi, la struttura statale e l'apparato della repressione si sono concentrati sulla distruzione del cristianesimo, sia della chiesa cattolica sia dei gruppi protestanti.
In Laos, tutto questo è frutto di un programma del partito comunista al governo che tratta il cristianesimo come la religione che rappresenta l'imperialismo occidentale. In Vietnam, si assiste a una grave violazione della legge formalmente in vigore. La repressione assume molteplici forme: arresti, torture, privazione della liberta, intimidazione e reclusione in istituti psichiatrici.
Non possiamo accettare che politiche di questo tipo, non incontrino una decisa reazione da parte delle istituzioni europee. Sebbene molti in Europa combattano il cristianesimo con mezzi legali, è nostro dovere, dovere di noi tutti, intervenire contro la barbarie alla quale stiamo assistendo in alcuni paesi asiatici.
Eija-Riitta Korhola (PPE). – (FI) Signor Presidente, in settembre, il Laos ha compiuto un passo importante in vista del miglioramento dei diritti dell'uomo ratificando il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, che riguarda ambiti quali la libertà di religione, di associazione e di espressione e conferisce ai singoli il diritto di esprimere le proprie opinioni politiche.
La teoria e la pratica tuttavia sono spesso molto distanti. Ancora una volta, è necessaria una fortissima volontà politica. I leader del movimento studentesco arrestati a seguito delle manifestazioni dell’ottobre 1999 e altri prigionieri di coscienza devono essere liberati immediatamente, così come chi è stato arrestato durante la manifestazione pacifica del 2 novembre di quest’anno.
E’ particolarmente importante che le autorità laotiane diano prova di un atteggiamento mentale democratico, mettendo a punto ed attuando riforme legislative il più presto possibile. La legislazione nazionale deve essere resa coerente con gli accordi internazionali sottoscritti dal Laos. Solo una riforma legislativa ed elezioni pluripartitiche possono portare alla democrazia e, allo stesso tempo, al rispetto dei diritti dell'uomo nella Repubblica democratica popolare del Laos.
Marc Tarabella (S&D). – (FR) Signor Presidente, nel luglio 2007, avevo festeggiato in questa stessa Aula il 2006 come anno di apertura politica per il Vietnam. Avevo invitato il Vietnam a considerare tutte le religioni rappresentate sul suo territorio e a consentire alla popolazione di scegliere liberamente il proprio credo.
Oltre due anni dopo, osservo che le cose non si sono mosse nella direzione giusta. La libertà religiosa non è ancora una realtà in Vietnam, mentre il numero di arresti di monaci buddisti, per esempio, e solo per citarne uno, è in aumento.
Proprio nel momento in cui il Vietnam sta per assumere la presidenza dell’ASEAN – ed esprimo qui soddisfazione per gli sforzi compiuti da questo paese in settori quali sanità, istruzione e riduzione delle disuguaglianze – vogliamo utilizzare la risoluzione per ricordare a questo paese l’importanza dei diritti dell’uomo e chiedere di dare l’esempio in quanto futuro presidente dell'ASEAN.
Accolgo inoltre con favore la ratifica da parte del governo del Laos del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. Spero pertanto che questo patto possa essere rispettato in tutto e per tutto, in particolare per quanto riguarda la libertà di espressione e di riunione.
Infine, chiediamo al governo del Laos di fare tutto il possibile per liberare le persone arrestate il 2 novembre 2009 durante il tentativo di manifestazione pacifica, nonché i leader del Movimento studentesco del 26 ottobre 1999.
Ryszard Czarnecki (ECR). – (PL) Signor Presidente, in questo Parlamento, abbiamo parlato del Vietnam, in particolare nel contesto della persecuzione religiosa dei buddisti, durante la precedente legislatura. Oggi, è venuto il momento di affrontare nuovamente l’argomento della violazione dei diritti religiosi in entrambi questi paesi, questa volta ai danni dei cristiani. Si tratta purtroppo di una caratteristica permanente della realtà politica di questi due paesi. Il Parlamento europeo, così sensibile alle violazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti delle minoranze, deve fare una dichiarazione in merito.
Inoltre oggi sono qui non solo come politico, ma anche come blogger, per altro piuttosto noto in Polonia e in questa veste vorrei protestare contro la persecuzione dei nostri amici utenti di Internet e blogger in Vietnam. Dobbiamo difenderli con vigore.
Mario Mauro (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, persecuzioni e discriminazioni su base religiosa non sono una novità in Vietnam, non durano da un giorno o da un mese, ma da cinquant'anni.
Mi limito a citare gli episodi più recenti, come la demolizione della cattedrale nella città di Vinh Long, sostituita da un parco pubblico, oppure lo spiegamento di forze di agenti antisommossa e bulldozer per rimuovere la statua della Vergine dal cimitero cattolico di Hanoi. E ancora, un sacerdote e i suoi parrocchiani denunciati per aver portato in questura l'autore di minacce a un prete. Da vittime i cristiani diventano perciò criminali.
L'escalation autoritaria sta assumendo connotati inquietanti. Infatti, il governo di Hanoi, per motivi di sicurezza e per combattere i movimenti che operano contro il partito, ha ordinato di bloccare dieci siti che diffondono regolarmente materiali politicamente pericolosi.
Molto preoccupante è anche la situazione in Laos, dove è senza sosta la persecuzione contro i cristiani con arresti e minacce, arrivando talvolta persino a bandirli dai loro villaggi.
Signor Presidente, la libertà religiosa è un diritto umano naturale per chiunque. Non è un favore concesso da chi detiene il potere. È urgente quindi un nostro intervento e il nostro impegno.
Zbigniew Ziobro (ECR). – (PL) Signor Presidente, dobbiamo prendere atto con soddisfazione di ogni misura tesa ad evidenziare l'importanza dei diritti umani e sottolineare i casi in cui tali diritti non sono rispettati in alcune regioni del mondo, in paesi in cui i diritti fondamentali dei cittadini sono violati. In questi casi, dobbiamo prestare particolare attenzione ai paesi in cui si commettono violazioni dei diritti di persone di religioni diverse, della libertà di professare la propria fede nell’ambito della libertà religiosa, nonché del diritto di dimostrare le proprie convinzioni religiose. Dobbiamo lanciare l’allarme in ogni singolo caso di grave violazione in ambito. religiosa
Dobbiamo ricordare che in Europa dovremmo sempre dare l’esempio ed essere un modello di tradizione, libertà e rispetto per le altre religioni. Proprio per questo, è con certo imbarazzo che osservo alcuni eventi, che naturalmente non possono essere confrontati con quanto è oggetto di discussione oggi in Aula. Mi sto riferendo a una tendenza che si sta delineando nelle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, che sembra ora invadere l’ambito della libertà di religione e delle tradizioni di certi paesi; segnatamente mi riferisco alla sentenza sull’Italia e i crocifissi. Credo che anche sentenze di questo tipo possano favorire un clima negativo, in cui alcuni simboli possano essere mal interpretati.
In breve, ogni gesto e ogni azione che possa rafforzare il significato dei diritti dell'uomo sono importanti, e dovremmo parlarne apertamente, soprattutto nel caso di paesi in cui i diritti umani fondamentali sono violati.
Charles Tannock (ECR). – (EN) Signor Presidente, Vietnam e Laos rimangono purtroppo le sole vestigia, insieme a Cuba e alla Repubblica popolare cinese, delle dittature comuniste, in cui la democrazia parlamentare, il pluralismo del dibattito – compresa la liberta dei mezzi di informazione e dei blog su Internet – e la pacifica pratica religiosa sono concetti ancora sconosciuti.
In Vietnam, gli onesti monaci buddisti e cattolici non sono tollerati dal governo di Hanoi, e in Laos la popolazione hmong è perseguitata e molti suoi esponenti sono stati costretti a fuggire in Tailandia. Sono d’accordo che – con tutta la buona volontà del mondo e nonostante gli infiniti impegni internazionali e delle Nazioni Unite, compresi quelli assunti recentemente nei confronti dell'Unione europea in accordi commerciali – le dittature comuniste non potranno mai essere democrazie liberali.
Karel De Gucht, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione ritiene che negli ultimi anni ci sia stato un notevole miglioramento della situazione politica generale del Laos e concorda con il Parlamento nell’affermare che la ratifica da parte del Laos del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR) costituisca un passo positivo verso il rispetto delle libertà di religione, associazione, espressione e stampa. La Commissione accoglie altresì con favore la ratifica della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione.
In aprile, il governo del Laos ha approvato un decreto che autorizza la costituzione e la registrazione di organizzazioni della società civile nazionale. Si tratta di un passo molto importante verso la libertà di associazione che consente alla società civile di svolgere un ruolo nello sviluppo del paese.
Condividiamo tuttavia le preoccupazioni del Parlamento rispetto ai prigionieri politici. Per quanto riguarda le tre persone citate, le autorità hanno ripetuto in ottobre 2009 quanto già dichiarato alla nostra delegazione a Vientiane, ossia che il signor Keochay era già stato liberato nel 2002. Per due degli altri tre, Seng-Aloun Phengphanh e Tongpaseuth Keuakaoun, è stato riferito che le loro condizioni di salute sono buone. Le autorità sostengono di non sapere nulla di Bouvanh Chanmanivong.
La Commissione ha consultato i diplomatici residenti e altri in merito a presunti arresti di centinaia di manifestanti all'inizio di dicembre 2009. Non siamo tuttavia stati in grado di confermare le informazioni a cui si è fatto riferimento.
La Commissione condivide il parere del Parlamento secondo cui la detenzione di 158 persone a Nongkhai richiede una soluzione urgente. La Commissione esorta i governi del Laos e della Tailandia a permettere ai prigionieri di spostarsi in paesi terzi che hanno offerto loro asilo.
Per quanto attiene ad altri lao hmong che vivono in campi profughi in Tailandia, occorrerebbe una classificazione rigorosa per determinare lo status dei reati.
Vorrei ora passare al Vietnam. La Commissione condivide le preoccupazioni del Parlamento rispetto ai recenti segnali che sembrerebbero evidenziare l’applicazione di una linea più dura da parte del governo del Vietnam in materia di diritti umani. I recenti arresti e processi a pacifici blogger e sostenitori dei diritti umani, nonché le tensioni con gruppi religiosi come la comunità buddista, estremamente pacifica, e il monastero di Batna, hanno suscitato legittime preoccupazioni in Europa.
Esortiamo il Vietnam, in quanto parte del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, ad onorare i suoi impegni internazionali in materia di diritti dell'uomo e a rilasciare tutti i prigionieri, in particolare l’avvocato che si occupa di diritti umani Le Cong Dinh, il sostenitore della democrazia e scrittore Tran Khai Thanh Thuy, e il sacerdote cattolico, padre Nguyen Van Ly, attualmente detenuti per aver pacificamente espresso le proprie opinioni.
Siamo anche d’accordo che mezzi di informazione più indipendenti potrebbero risultare utili nel convogliare in modo pacifico il malcontento sociale in un periodo di difficoltà economica. Per questo incoraggiamo il Vietnam ad adottare una legge sulla stampa in conformità con l'articolo 19 dell’ICCPR sulla libertà di espressione.
Siamo in ogni caso fiduciosi rispetto al nostro dialogo maturo sui diritti dell’uomo e alla cooperazione con il Vietnam. Crediamo nell'impegno costruttivo, ma, affinché un impegno di questo tipo possa rimanere un’opzione sostenibile, il dialogo e la cooperazione devono produrre risultati tangibili.
Solo i risultati concreti che il Vietnam saprà realizzare potranno dimostrare che il dialogo è l'opzione migliore.
Presidente. – La discussione su questo punto è chiusa.
La votazione si svolgerà alla fine della discussione.
Presidente. – L’ordine del giorno reca i cinque progetti di risoluzione sulla Cina: diritti delle minoranze e applicazione della pena di morte(1).
Véronique De Keyser, autore. – (FR) Signor Presidente, il mio gruppo ha ritirato la propria firma dalla risoluzione “Cina”. Perché? Non perché consideriamo i diritti umani un aspetto secondario e subordinato agli interessi commerciali – dopo tutto, abbiamo presentato una risoluzione del gruppo dell'Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo priva di qualsiasi concessione, sottolineando il nostro impegno – ma perché, per cambiare il comportamento della Cina, è necessario un dialogo, e questa risoluzione irregolare, priva di qualsiasi struttura, blocca ogni possibilità di dialogo. Non le manca di certo nulla:contiene riferimenti al Tibet, al Dalai Lama e la sua successione, alla crociata religiosa e persino, nel caso in cui si fosse dimenticato qualcosa, alla critica di qualsiasi regime comunista presente, passato e futuro.
E’ forse questo il modo per aprire le porte? No. La tragedia è che si chiuderanno proprio di fronte alle persone che ora vogliamo salvare, in altri termini, gli uiguri e i tibetani minacciati di essere giustiziati.
Esorto la Cina a smettere di avere paura della libertà di espressione. In questo modo potrà aprirsi al mondo, non solo attraverso l’economia e la cultura, ma anche attraverso la condivisione di valori fondamentali.
Chiedo che il tema dell’abolizione della pena di morte sia iscritto all’ordine del giorno del prossimo vertice Unione europea-Cina del 30 novembre. Chiedo inoltre alla Commissione e al Consiglio di continuare ad insistere sull’inclusione della clausola sul rispetto dei diritti umani in Cina nel nuovo partenariato in fase di negoziazione.
Joe Higgins, autore. – (EN) Signor Presidente, appoggio le richieste di abolizione della pena di morte in Cina, soprattutto quando è utilizzata per terrorizzare nazioni e gruppi etnici minoritari all'interno dello Stato cinese.
L’Unione europea, gli Stati Uniti e altre potenze mondiali, nella loro critica delle violazioni dei diritti dell’uomo in Cina, sono tuttavia molto teneri. In materia di violazione dei diritti dei lavoratori, le critiche sono praticamente inesistenti, perché le grandi potenze vogliono allacciare rapporti commerciali con l’economia cinese e la burocrazia che controlla lo Stato, per approfittare dell’orribile sfruttamento dei lavoratori in Cina.
La Cina è una gigantesca fabbrica per lo sfruttamento dei lavoratori. Per esempio, decine di migliaia di lavoratori migranti vivono nella più vergognosa miseria e i loro figli pagano le conseguenze delle tremende condizioni in cui vivono. Le multinazionali con sede nell'Unione europea e negli Stati Uniti partecipano a questo sfruttamento per accrescere i loro utili stratosferici.
Il regime cinese sta esacerbando la sua repressione, che è aumentata da quando gli stalinisti cinesi hanno deciso di optare per il mercato capitalistico per sviluppare l’economia. Assistiamo ad una repressione di massa di giornalisti e sostenitori della giustizia, delle comunità e dei lavoratori.
Recentemente un mio collega socialista è stato bandito dalla Cina. Laurence Coates, un socialista che scrive sotto lo pseudonimo di Vincent Kolo, redattore del sito chinaworker.info, è stato incarcerato alla frontiera e bandito dalla Cina. Attraverso chinaworker.info vengono condotte campagne a sostegno dei diritti dei lavoratori e di sindacati liberi. Dobbiamo stare dalla parte dei lavoratori in Cina. Sindacati indipendenti e gestiti in modo democratico e il diritto di sciopero devono essere sostenuti attraverso campagne e attività di propaganda, così come il rilascio di tutti i prigionieri politici e attivisti impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori.
Dobbiamo chiedere la libertà di espressione e di riunione e solidarietà internazionale con i lavoratori in Cina per lottare contro questo terribile regime burocratico, che conta tra le sue fila molti membri che aspirano a diventare oligarchi; è ovvio, è quanto è già successo in Russia.
Laima Liucija Andrikienė, autore. – (EN) Signor Presidente, mentre ci avviciniamo alla Cina in termini di cooperazione commerciale e ambientale e abbiamo assistito agli splendidi giochi olimpici dello scorso anno, ci rendiamo conto che questo paese sta chiaramente facendo passi indietro per quanto riguarda la tutela dei diritti umani dei suoi cittadini.
La risposta delle autorità cinesi alle proteste pacifiche in Tibet lo scorso anno e nello Xinjiang quest’anno è stata assolutamente sproporzionata, per usare un eufemismo. Gli esseri umani, ovunque nel mondo, dovrebbero avere il diritto di protestare contro le politiche del governo che non condividono; abbiamo invece assistito a una reazione violenta e brutale da parte delle autorità cinesi contro i manifestanti e alla morte di centinaia di persone.
Ora altre nove persone, per la maggior parte uiguri, sono state giustiziate senza pietà per dimostrare che ogni voce dissenziente si scontrerà con la forza brutale e letale dell’apparato statale cinese.
Mentre ammiriamo la cultura cinese e compiamo progressi per quanto riguarda lo scambio di beni e investimenti, abbiamo il dovere di affermare a chiare lettere la nostra condanna delle uccisioni e delle esecuzioni. Pertanto, ribadiamo il nostro invito ai funzionari cinesi perché impongano una moratoria sulla pena di morte e garantiscano più libertà alle province che lottano per ottenere più autonomia, pur nel pieno rispetto della politica “una Cina”.
Barbara Lochbihler, autore. – (DE) Signor Presidente, negli ultimi anni, la Cina ha registrato un’enorme crescita economica e la qualità di vita di molti cinesi è migliorata; purtroppo però non ci sono stati progressi analoghi in termini di difesa e rispetto dei diritti umani in Cina e questo vale per tutti i suoi cittadini, a prescindere dalla loro religione o etnia.
Le misure repressive adottate nei confronti degli uiguri e dei tibetani si sono esacerbate. Per quanto concerne la pena di morte, è positivo che la Corte suprema cinese abbia riveduto tutte le sentenze pronunciate dal 2007 e ci auguriamo che alcune sentenze capitali possano essere revocate.
La Cina però detiene comunque il record mondiale delle esecuzioni: solo nel 2008, almeno 1 718 persone sono state giustiziate, ma le stime dei casi non denunciati sembrano indicare cifre molto più elevate. Anche ipotizzando la stima più bassa, la Cina rimane responsabile di oltre il 70 per cento di tutte le esecuzioni del mondo. Inoltre, la Cina ha aumentato la lista dei reati punibili con la pena capitale e i cittadini cinesi possono ora essere giustiziati per oltre 68 reati. Ecco perché in questa risoluzione chiediamo che la Cina sospenda le esecuzioni programmate e introduca immediatamente una moratoria sulla pena di morte.
(Applausi)
Crescenzio Rivellini, a nome del gruppo PPE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la mia posizione su questa proposta di risoluzione è simile alle idee di un uomo che appartiene alle minoranze discriminate, che ha vinto un Premio Nobel per la pace e che presiede la prima potenza mondiale: Obama.
I principi di questa risoluzione sono i miei principi, ma credo che non dobbiamo assolutamente ripetere gli errori dei partiti politici di sinistra che vogliono solo declamare i diritti, non effettivamente ottenerli.
Le minoranze devono essere difese in Cina come in ogni parte del mondo ma, prima di presentare una risoluzione così impegnativa, bisogna avere una strategia, un coordinamento di tutte le forze e di tutto il Parlamento per non ritardare e inquinare le trattative con il governo cinese.
Non si creda che si possano risolvere i problemi delle minoranze e della pena di morte in Cina senza tener conto in alcun modo del governo cinese. È impossibile. Per questo fa bene Obama che, senza indietreggiare di un millimetro, mantiene un rapporto con il governo cinese che – dobbiamo ammetterlo – sta cercando di iniziare un miglior discorso in tutte le trattative con il mondo occidentale.
Mi chiedo: perché presentare una risoluzione – seppur condivisibile – a qualche giorno dall'incontro di Nanchino, senza un preventivo coordinamento di tutti? Perché presentare una risoluzione già più volte presentata proprio in un momento in cui si apre fortunatamente uno spiraglio con il governo cinese? Perché presentare una risoluzione che può eventualmente danneggiare l'inizio di un nuovo rapporto con il governo cinese?
Per questi motivi, pur condividendo i principi della risoluzione che sono i miei principi, mi asterrò dal voto, perché strategicamente credo che possa danneggiare, e non aiutare, il nuovo percorso intrapreso con il governo cinese.
Bernd Posselt (PPE). – (DE) Signor Presidente, è stato detto che questo intervento era a nome del nostro gruppo. A seguito di un’approfondita consultazione la scorsa settimana, alla Conferenza dei presidenti il nostro gruppo aveva proposto che quest’ultimo punto venisse iscritto all'ordine del giorno. Vogliamo discuterne e vogliamo che sia votato. L'intervento ha dato voce all’opinione personale del mio collega e non all’opinione del gruppo.
Presidente. – Onorevole Posselt, capisco, ma abbiamo convenuto determinati tempi e ogni gruppo ha un tempo di parola di un minuto.
Ana Gomes, a nome del gruppo S&D. – (PT) In Cina, chi cerca di esercitare il proprio diritto al lavoro, i propri diritti sociali, civili e politici fondamentali continua ad essere vittima di repressioni che diventano particolarmente crudeli e indiscriminate quando usate contro minoranze etniche come gli uiguri o i tibetani, ma anche i cinesi han, come nei casi del vincitore del Premio Sacharov, Hu Jia, e degli avvocati e degli attivisti perseguitati a seguito della visita del presidente Obama a Pechino.
La detenzione amministrativa di centinaia di migliaia di persone, la tortura sistematica nelle carceri, la repressione religiosa e politica, le esecuzioni, tutti questi metodi sono incompatibili con gli obblighi della Repubblica popolare cinese in quanto Stato membro delle Nazioni Unite. Sono metodi inefficaci, che non riusciranno a fare tacere o fermare chi si batte per la libertà e i diritti umani. Questo vale per la Cina, così come per il resto del mondo, perché i cinesi non sono marziani, non sono diversi dagli altri popoli.
Johannes Cornelis van Baalen, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, noi liberali siamo contro la pena di morte in generale, ma in Cina questo strumento è usato per reprimere le minoranze, come tibetani, uiguri e altri. La Cina non è una democrazia: i diritti dell'uomo non sono rispettati e mette in atto una politica durissima contro Taiwan. La Cina dovrebbe essere messa sotto pressione. So che è difficile perché è un mercato enorme, ma dobbiamo combattere per i nostri principi. Per questi motivi, appoggiamo la risoluzione.
Heidi Hautala, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FI) Signor Presidente, qualcuno ha chiesto perché sia stata presentata questa risoluzione tesa a promuovere il dialogo. E’ stato fatto perché proprio ora sono in corso i preparativi per il vertice Unione europea-Cina, e il dialogo sui diritti umani ne è una premessa fondamentale.
Al Parlamento europeo e alla sottocommissione per i diritti dell'uomo abbiamo il dovere di ricordare al Consiglio e alla Commissione che i risultati dei dialoghi sui diritti dell’uomo svolgono un ruolo molto importante anche ai vertici stessi.
Mi dispiace che il commissario De Gucht non stia nemmeno ascoltando quello che sto dicendo, ma preferisce invece parlare col suo collega.
E' importante che l’Unione europea e la Cina si impegnino nel dialogo e credo che anche la Cina si renderà conto che può fare progressi solo rendendo più trasparenti le sue procedure decisionali e garantendo ai suoi cittadini il diritto di esprimere la propria opinione.
In realtà è impossibile immaginare che la Cina possa agire diversamente da qualsiasi altra nazione che ha dovuto riconoscere che, per sviluppare la propria società, ha bisogno di tutte le forze creative che ora reprime e tiranneggia. Se crediamo che i diritti dell’uomo siano universali, non possiamo considerare la Cina un’eccezione, come ha osservato l'onorevole Gomes, e sono d’accordo con lei. Applichiamo dunque alla Cina lo stesso metro che applichiamo ad altri paesi.
Charles Tannock, a nome del gruppo ECR. – (EN) Signor Presidente, da molto mi esprimo in modo critico in quest’Aula sull’assenza di diritti umani nella Repubblica popolare cinese. Ho criticato la prepotenza usata nei confronti della pacifica Taiwan concretizzatasi con l’esclusione di questo paese da tutte le organizzazioni internazionali, compresa l’Organizzazione mondiale della sanità. Ho criticato la repressione della pacifica cultura tibetana, la persecuzione del Falun Gong, nonché di altre minoranze religiose e la presenza di un’estesa censura in Cina, anche sui mezzi di informazione, Internet e Google.
Condanno altresì l’uso brutale e diffuso della pena di morte per reati minori, come l’eversione economica e lo sfruttamento della prostituzione, che ci crediate o meno. Ciononostante, il mio gruppo, il gruppo ECR, ritiene che il fatto di giustificare o meno la pena capitale per i reati più gravi, come terrorismo e omicidio, sia una questione di coscienza personale. Non c’e dubbio che, nei recenti disordini nella provincia dello Xinjiang, molti cinesi han innocenti sono stati brutalmente assassinati.
Accogliamo naturalmente con favore il desiderio espresso dalla Repubblica popolare cinese di intrattenere rapporti migliori e più armonici con le sue minoranze etniche e, in particolare, con gli uiguri e altre minoranze musulmane. Io, come i membri del mio gruppo, chiedo processi giusti per tutti i detenuti.
Filip Kaczmarek (PPE). – (PL) Signor Presidente, il gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) appoggia il progetto di risoluzione. Devo confessare di essere rimasto sorpreso dai suggerimenti di alcuni onorevoli colleghi di vari gruppi, secondo cui oggi non dovremmo discutere dell’aumento del numero di casi di violazioni dei diritti dell'uomo o dell'uso diffuso della pena capitale in Cina. Tra le argomentazioni addotte, l'imminente vertice Unione europea-Cina.
Onorevoli colleghi non dobbiamo cedere alla tentazione di applicare metri diversi o trincerarci dietro l’omertà solo perché stiamo parlando di un importante partner commerciale dell'Unione europea. Sono certo che uno dei ruoli più importanti del Parlamento sia assicurare il rispetto dei diritti umani. E’ così, a prescindere dal fatto che si stia parlando di una potenza mondiale o di piccoli paesi come il Laos e il Vietnam.
La Repubblica popolare cinese è il paese che detiene il record mondiale del numero di esecuzioni. Non rispetta i diritti umani minimi, quelli riconosciuti dalle norme giuridiche internazionali e tra i quali figura il diritto alla difesa e ad un giusto processo. Qualche settimana fa, abbiamo celebrato il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Se non fosse stato per il coraggio di criticare il comunismo, se non fosse stato per il coraggio di dire la verità, l’Europa oggi avrebbe un aspetto diverso.
Justas Vincas Paleckis (S&D). – (LT) Mi piacerebbe sperare che nel XXI secolo la pena di morte possa scomparire e che gli strumenti utilizzati per le esecuzioni capitali si possano vedere solo nei musei. Ma per arrivare a questo obiettivo, la strada è ancora molto lunga, e spero che la Cina la percorra con determinazione. Da vari decenni, la Cina è al primo posto in termini di tasso di crescita economica, ma purtroppo anche in termini di statistiche sulle esecuzioni. Naturalmente Pechino replicherebbe che in un paese così grande non ci sono altre possibilità e che nemmeno gli Stati Uniti hanno abolito la pena di morte. Ciononostante, se pensiamo seriamente a un partenariato strategico tra Unione europea e Cina, importante per entrambi, allora Pechino dovrebbe sicuramente modificare la sua politica in termini di applicazione della pena di morte, nonché la sua politica in materia di dialogo tra le minoranze etniche, per il bene della loro pacifica convivenza.
Eva Lichtenberger (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, la questione dei diritti umani e del rispetto dei diritti delle minoranze è costante fonte di conflitti da anni, se non addirittura da decenni, nei rapporti tra l’Unione europea e la Repubblica popolare cinese. La situazione delle minoranze si è deteriorata in particolare dopo la fine dei giochi olimpici e i tibetani e gli uiguri negli ultimi mesi sono stati vittime di forti pressioni. Per questo motivo, non riesco a capire perché i miei colleghi non vogliano includere il paragrafo 9 nella risoluzione. Potrebbe favorire un dialogo pacifico invece della repressione dilagante.
La Cina è un attore potente sulla scena mondiale. Per essere riconosciuto come attore sulla scena mondiale, la Cina deve garantire il rispetto dei diritti umani. Non basta che questo principio sia inserito nella costituzione, deve essere anche attuato nella pratica. Questo e null’altro chiedono i tibetani, gli uiguri e i gruppi che lottano per i diritti dell’uomo in Cina.
(Applausi)
Bernd Posselt (PPE). – (DE) Signor Presidente, ho già detto in quest’Aula che il Congresso mondiale degli uiguri, l’organizzazione centrale per la liberazione degli uiguri, ha sede a Monaco, per lo stesso motivo per cui in questa città vivevano molti cechi ed altre persone appartenenti a minoranze: perché qui avevano sede le emittenti radio Free Europe e Liberty. La città conserva ancora oggi questo spirito di libertà. Franz-Josef Strauß – che ha sempre difeso queste emittenti radio impegnate per la libertà contro le voci che ne chiedevano la chiusura – ha fatto in modo che fosse possibile sviluppare un rapporto con la Cina sin da una fase molto precoce. Le due cose non si escludono a vicenda, anzi sono complementari: contatti positivi con la Cina ma una chiara difesa della libertà religiosa e dei diritti dell’uomo.
Molte case a Monaco sono state perquisite dalla polizia durante un’irruzione avvenuta questa settimana e sono stati arrestati agenti cinesi che non fanno altro che terrorizzare e spiare gli uiguri. Ecco quali sono i metodi che utilizza la Cina. Sono metodi inaccettabili che vanno dal terrore a Monaco fino alla pena di morte in Ürümqi. Per questo dobbiamo chiarirci le idee in proposito.
Reinhard Bütikofer (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, do per scontato che il Parlamento europeo faccia sentire la sua voce quando è possibile salvare qualcuno dalla pena di morte e, per questo, sostengo la richiesta di moratoria sulla pena di morte.
Non si deve tuttavia manipolare l’azione in difesa dei diritti dell’uomo per dare lezioni alla Cina da una posizione di superiorità morale, mettendo in discussione la sua integrità e disegnando un’assurda caricatura della reale vita in questo paese. Questo non aiuta chi in Cina lavora in nome dei diritti umani, della libertà e dell’armonia sociale. Il nostro obiettivo deve essere di aiutare queste persone e non di incoraggiare l’ipocrisia europea.
Sono contrario all’inclusione in una risoluzione urgente di un riferimento positivo al Memorandum sull’effettiva autonomia per il popolo tibetano. Non è pertinente e non ha direttamente a che vedere con i diritti dell’uomo. Inoltre non è una posizione generalmente accettabile. Vorrei che a questo riguardo in futuro, prima di un vertice Unione europea-Cina, si tenesse una discussione approfondita sui rapporti tra Cina e Unione europea in merito a tutte queste tematiche.
Martin Schulz (S&D). – (DE) Signor Presidente, condivido le parole dell’onorevole Bütikofer. Il mio gruppo ha proposto la discussione delle imminenti esecuzioni degli uiguri in Cina e dei partecipanti alle manifestazioni democratiche contro le elezioni fraudolente in Iran condannati a morte, perché le esecuzioni potrebbero avvenire molto presto ed è pertanto necessaria una discussione urgente. E’ vero che i cinesi detengono il record mondiale delle esecuzioni, come è stato detto, e che il regime cinese è ingiusto, perché non rispetta i diritti dell’uomo. Vorrei dire chiaramente che si tratta di una situazione intollerabile.
Alla Conferenza dei presidenti, abbiamo chiesto che le due cose fossero tenute separate: i problemi urgenti di cui stiamo discutendo ora, segnatamente le esecuzioni imminenti, e la questione del rapporto tra Unione europea e Cina su temi economici, culturali, politici, di difesa e in altri ambiti. Vogliamo parlarne nell’ambito di una discussione sul vertice Unione europea-Cina ed elaborare una sintesi in una risoluzione. Il pasticcio che si è creato qui non ha nulla a che vedere con questi problemi urgenti ma è un altro motivo per il quale il nostro gruppo insiste su una votazione sul problema urgente che abbiamo proposto e non sul guazzabuglio che avete presentato.
László Tőkés (PPE). – (HU) Signor Presidente, è importante che questo tema sia stato inserito d’urgenza nell’ordine del giorno. Anche il gruppo degli eurodeputati ungheresi della Transilvania ne aveva proposta la discussione. Desideriamo ringraziare alcuni dei gruppi per la loro partecipazione e sostegno, ma siamo sorpresi che il gruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo abbia ritirato la propria firma da questa proposta di decisione. Mi dispiace che alla riunione dell’altro ieri, siano state stralciate alcune sezioni dal progetto di testo, segnatamente quelle relative alla critica ai regimi comunisti e alla protezione delle comunità minoritarie. L’Unione europea dovrebbe accettare onestamente e pubblicamente la duratura eredità del comunismo e i regimi comunisti che ancora sopravvivono, compresa la Cina.
Gesine Meissner (ALDE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo fermamente contrari alla pena di morte, a prescindere da dove nel mondo venga messa in atto. Siamo anche contrari alla repressione delle minoranze etniche e religiose e purtroppo entrambe queste cose in Cina avvengono.
Speravano che la Cina avrebbe dimostrato maggiore rispetto per i diritti umani dopo i giochi olimpici e che, visto che i cinesi sanno molto bene di avere puntati addosso gli occhi del mondo, avrebbero commesso meno abusi in materia di diritti dell’uomo. Purtroppo, non è stato così. Le esecuzioni sono continuate ed è quindi molto importante per noi parlarne oggi, dopo le esecuzioni in novembre di nove uiguri – notizia di cui molti sono assolutamente all’oscuro – e prima ancora di due tibetani.
Il vertice tra Unione europea e Cina non è lontano e, come hanno ricordato molti oratori intervenuti precedentemente, si tratta di un partner commerciale molto importante. E’ proprio questo aspetto che rende tanto difficile ricordare le violazioni dei diritti umani, ma rimane particolarmente importante trattare questo tema oggi, nella fase precedente al vertice. Vorremmo che la pena di morte fosse abolita ovunque. E’ positivo che il Parlamento abbia introdotto una moratoria in merito nel 2007 e dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere perché questo problema sia al centro dell’attenzione di tutti, mentre è ancora in vigore.
Jacek Olgierd Kurski (ECR). – (PL) Signor Presidente, in quanto polacco, sento il mio cuore battere più forte quando si parla di diritti umani in Cina. Il 4 giugno 1989, i polacchi hanno riconquistato la libertà votando nelle prime elezioni libere in cui è stato eletto un primo ministro non comunista. Lo stesso giorno, il 4 giugno 1989, il regime cinese schiacciava gli studenti che protestavano sotto i cingoli dei carri armati in piazza Tiananmen. Il mondo libero aveva trovato una ricetta per vincere il comunismo, ma non per vincere il comunismo cinese.
Perdura il primato dell’economia sui diritti umani, come si è potuto chiaramente constatare lo scorso anno, quando i grandi del mondo hanno dichiarato con orgoglio il boicottaggio della cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Pechino e poi hanno obbedito tutti agli interessi economici e si sono schierati uno accanto all’altro in prima fila per assistere alle sfilate, sordi alle grida del popolo tibetano vittima di repressioni.
Temo che, rinviando l’adozione di una risoluzione, ridurremo indebitamente la portata del problema. Naturalmente l’abuso della pena di morte è un reato gravissimo, ma ci sono anche gli arresti. Vi sono persone che vengono uccise nei campi di lavoro in Cina, persone prese a randellate, imprigionate, la libertà di espressione è soffocata, c’è la censura. Sono tutti elementi che dovrebbero ritrovarsi in questa risoluzione. E’ positivo che la risoluzione sia stata presentata, ma la cosa più importante è il primato dei diritti dell’uomo sull’economia. E’ quello che mi auguro per tutti.
Karel De Gucht, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, vorrei in primo luogo tratteggiare la situazione attuale dei rapporti tra Unione europea e Cina. La nostra politica nei confronti della Cina si basa su un impegno costruttivo: siamo due grandi attori sulla scena mondiale e di conseguenza il nostro partenariato strategico è sempre più imperniato sulle sfide mondiali. Un obiettivo fondamentale del dodicesimo vertice UE-Cina, che si terrà il 30 novembre a Nanchino, sarà proprio lavorare insieme per assicurare il successo del vertice sul clima di Copenaghen e affrontare i rapporti Unione europea-Cina, compresi i diritti umani, la crisi economica e finanziaria e altri temi di rilievo internazionale.
Partenariato strategico tuttavia non significa pensare nello stesso modo su ogni argomento. E’ vero che l’Europa e la Cina possono non essere d’accordo e avere opinioni diverse su determinati temi, come i diritti dell’uomo e la democrazia, ma la forza del nostro rapporto ci permette di discuterne apertamente. Le problematiche relative ai diritti dell’uomo, compresi la pena di morte e il rispetto dei diritti fondamentali delle minoranze etniche, sono sistematicamente sollevate durante i nostri regolari contatti politici e, in particolare, durante il nostro dialogo in materia di diritti umani con le autorità cinesi.
E’ stato così durante il recente 28° ciclo svoltosi il 20 novembre a Pechino, quando abbiamo affrontato una discussione aperta su questi temi. La chiara opposizione di principio dell’Unione europea alla pena di morte e la richiesta di abolirla in Cina sono espresse con forza in ogni occasione. Lo stesso vale per il rispetto dei diritti delle minoranze etniche. Vorrei rassicurare l’Aula: continueremo a sollevare questi problemi anche in altre sedi, anche al massimo livello.
La mia collega, il commissario Ferrero-Waldner, ha affrontato un’intensa discussione con voi sul Tibet in marzo. In quell’occasione aveva delineato la posizione dell’Unione europea. Vorrei ricordare alcuni elementi fondamentali inglobati nella posizione dell’Unione europea. Abbiamo sempre sostenuto il dialogo tra le autorità cinesi e i rappresentanti del Dalai Lama. Per l’Unione europea, i diritti dell’uomo sono universali, e la situazione in Tibet, peraltro sempre affrontata con attenzione, è giustificatamente fonte di preoccupazione per la comunità internazionale. Abbiamo costantemente trasmesso questo messaggio ai nostri interlocutori cinesi e abbiamo ascoltato con molta attenzione il loro punto di vista.
Il commissario Ashton ha inoltre avuto l’opportunità di esprimere qui in luglio la sua preoccupazione rispetto ai disordini nello Xinjiang, di deplorare la perdita di vite umane e di esprimere le sue condoglianze e la sua solidarietà alle famiglie delle vittime. L’Unione europea sostiene qualsiasi sforzo possa favorire la riconciliazione in questa regione.
L’Unione europea rispetta il diritto della Cina di consegnare alla giustizia i responsabili di azioni violente, ma ribadisce la sua antica opposizione universale al ricorso alla pena di morte in qualsiasi caso, nonché l’importanza che attribuisce al diritto ad un giusto processo. L’Unione europea ha espresso ripetutamente queste preoccupazioni presso le autorità cinesi e le reitera nelle due dichiarazioni pubblicate il 29 ottobre e il 13 novembre, come sempre fa in situazioni di questo tipo. Le dichiarazioni chiedevano alla Cina di commutare tutte le sentenze capitali pronunciate a seguito dei disordini in Tibet e nello Xinjiang. Inoltre, l’Unione europea insisterà per avere la possibilità di assistere a qualsiasi ulteriore processo a seguito dei disordini in Tibet e nello Xinjiang.
Condividiamo l’obiettivo di una Cina più aperta e trasparente, che rispetti le norme internazionali in materia di diritti dell’uomo e che collabori per affrontare le sfide mondiali. Avevamo tutti sperato che i giochi olimpici potessero essere l’inizio di una maggiore flessibilità da parte della Cina rispetto ai diritti umani, ma sinora questo auspicio non si è concretizzato. Dobbiamo continuare a lavorare per il nostro partenariato strategico e il rispetto dei diritti umani come parte integrante del nostro dialogo continuo. Il dodicesimo vertice Unione europea-Cina a Pechino costituisce un’occasione privilegiata per farlo in una fase così importante della nostra evoluzione.
Presidente. – La discussione è chiusa.
Procederemo ora alla votazione.
Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)
Anneli Jäätteenmäki (ALDE), per iscritto. – (FI) La Cina si è recentemente accomiatata dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e accoglierà presto il presidente del Consiglio europeo, Fredrik Reinfeldt. E’ tuttavia necessaria un’azione che vada al di là dei gesti diplomatici. La Cina ha affermato di fronte al proprio popolo e al mondo il proprio impegno nei confronti dei diritti dell’uomo, compresi quelli delle minoranze che risiedono sul suo territorio. I fatti raccontano tuttavia un’altra storia. Recentemente, ci sono stati numerosi episodi allarmanti, tra cui esecuzioni a seguito di processi discutibili condotti con inconsueta fretta. Queste attività sono state tutte eseguite in segreto. Vi è poi il grave caso della minoranza degli uiguri per la quale il governo cinese attua politiche di controllo delle nascite che stanno progressivamente causando l’estinzione di questo gruppo etnico. L’Unione europea difende i diritti delle minoranze e condanna la pena capitale e per questo esortiamo il governo cinese a spiegare perché ci sono cittadini che sono processati e condannati a morte e a commutare le pene a chi non ha avuto un processo giusto e trasparente. Esortiamo le autorità cinesi a rispettare i diritti delle minoranze che vivono all’interno del loro territorio, in conformità con entrambe le risoluzioni delle Nazioni Unite e la loro costituzione. Esortiamo altresì la Cina a migliorare il rispetto dei diritti umani con il sostegno della comunità internazionale.
Eija-Riitta Korhola (PPE), per iscritto. – (FI) Signor Presidente, comprendo il malcontento di alcuni colleghi per il fatto che la nostra risoluzione sulla Cina era stata effettivamente prevista per una data successiva alla visita della delegazione cinese che quindi può dare forse l’impressione di un viaggio fallito, anche se il clima in realtà è stato eccellente.
E’ desiderio di tutti che la cooperazione possa continuare in uno spirito positivo, senza tuttavia dimenticare i fatti. La diplomazia non può ignorare i diritti umani, ma per promuoverli abbiamo bisogno di diplomazia e piena consapevolezza della situazione.
Non è passato molto tempo da quando, durante una visita in Pakistan, ho incontrato il presidente, il primo ministro e alcuni ministri per discutere dei diritti dell’uomo e della lotta al terrorismo. A volte nelle nostre risoluzioni sui diritti umani dobbiamo anche citare le buone notizie e ora ci sono validi motivi per farlo. Un anno fa, il neoformato governo, eletto democraticamente, ha nominato il primo ministro per le minoranze, peraltro appartenente egli stesso ad una minoranza, quella cristiana. I risultati del governo in questo settore sono stati significativi: ha approvato una norma che riserva una quota del 5 per cento delle cariche pubbliche alle minoranze – presa in considerazione anche dal Senato –ha approvato feste religiose per le minoranze che hanno lo status di minoranze ufficiali, ed ha inoltre istituito una giornata speciale dedicata alle celebrazioni delle minoranze, l’11 agosto.
Il progetto più importante riguarda la riduzione dei casi di violenza. Le minoranze, insieme ai musulmani, stanno dando vita a comitati locali per l’armonia interreligiosa, il cui obiettivo sarà di alleggerire le tensioni e migliorare il dialogo tra i vari gruppi. 112 aree locali disporranno di un comitato che, idealmente, dovrebbe anche riuscire a bloccare efficacemente le attività di reclutamento da parte dei talebani. Il Pakistan è il paese più critico in termini di sicurezza mondiale: se il governo riesce ad eliminare il terrorismo con mezzi pacifici come questi, varrà sicuramente la pena prenderlo come esempio. Sarà interessante seguire la situazione.
Presidente. – L’ordine del giorno reca la votazione.
(Per i risultati e altri dettagli della votazione: vedasi Processo verbale)
13.1. Nicaragua (votazione)
- Prima della votazione:
Véronique De Keyser, a nome del gruppo S&D. – (FR) Signor Presidente, vorrei ricordarle che il mio gruppo ha deciso di non partecipare alla votazione per le ragioni che ho precedentemente ricordato.
Pertanto, non ci asterremo, ma nemmeno parteciperemo.
Eija-Riitta Korhola (PPE). – (FI) Signor Presidente, a mio avviso, troppi deputati, nel corso dell’ultima discussione hanno avuto il permesso di superare il tempo di parola, in alcuni casi addirittura del doppio. Potrebbe gentilmente ricordare a tutti che, se necessario, il microfono può essere spento? Potrebbe essere necessario per non perdere il tempo di parola che ci è stato attribuito.
Presidente. – Sì, ad alcuni di voi è stata data la parola due volte, ma non sullo stesso punto. Per quanto riguarda lo spegnimento del microfono, sono stato generoso nei confronti di tutti e oggi non ho tolto il microfono a nessuno, ma la prossima volta lo farò.
Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, desidero far notare che il nostro gruppo è presente ma, per gli stessi motivi del gruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, abbiamo deciso di non partecipare alla votazione per esprimere la nostra opposizione rispetto al fatto che la discussione si sia svolta, come del resto le votazioni.
Ilda Figueiredo, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, il nostro intervento segue esattamente la stessa logica. Per le ragioni che ho esposto durante il mio intervento, non parteciperemo a questa discussione… volevo dire, a questa votazione. Abbiamo partecipato alla discussione, ma non parteciperemo alla votazione, perché riguarda un falso stato di emergenza, come abbiamo già spiegato.
Presidente. – Onorevoli colleghi, devo attirare la vostra attenzione su un piccolo errore tecnico al paragrafo 6. Le parole “penale” e “disciplinare” saranno cancellate da questo paragrafo.
13.2. Laos e Vietnam (votazione)
13.3. Cina: diritti delle minoranze e applicazione della pena di morte (votazione)
- Prima della votazione:
Bernd Posselt (PPE). – (DE) Signor Presidente, mi scusi, ma c’è un errore al paragrafo 3 della versione tedesca e vorrei chiederne correzione, se necessario, in tutte le versioni linguistiche. La versione tedesca recita: “Condanna l’esecuzione dei due tibetani e di altri nove uiguri”. E’ evidentemente sbagliato. Gli uiguri non sono altri tibetani e i tibetani non sono altri uiguri. Vorrei chiederle di farlo correggere in tutte le versioni linguistiche.
Presidente. – Onorevole Posselt, grazie, sarà corretto.
Presidente – Con questo si conclude la votazione.
14. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
15. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale
16. Dichiarazioni scritte inserite nel registro (articolo 123 del regolamento): vedasi processo verbale
17. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
18. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo.
(La seduta è sospesa alle 16.25)
ALLEGATO (Risposte scritte)
INTERROGAZIONI AL CONSIGLIO (La presidenza in carica del Consiglio dell’Unione europea è la sola responsabile di queste risposte)
Interrogazione n. 1 dell’on. Posselt (H-0364/09)
Oggetto: Negoziati di adesione all'Unione europea con l'Europa sud-orientale
Può il Consiglio comunicare il calendario per la conclusione dei negoziati di adesione con la Croazia e indicare se intende fissare entro quest'anno una data per l'avvio dei negoziati di adesione con l'altro paese candidato dell'Europa sud-orientale, vale a dire l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) I negoziati di adesione con la Croazia avanzano con successo e si stanno avvicinando alla fase finale. L’ottavo incontro della Conferenza intergovernativa con la Croazia, tenutosi il 2 ottobre, si è occupato di undici capitoli in totale e ha costituito un momento fondamentale nel processo di adesione della Croazia. Sei capitoli sono stati aperti, mentre cinque sono stati chiusi provvisoriamente, ossia, dall’inizio dei negoziati, sono stati aperti ventotto capitoli in totale, di cui dodici sono stati chiusi provvisoriamente. La firma di un accordo di arbitrato fra Slovenia e Croazia, avvenuta a Stoccolma il 4 novembre, consentirà alle parti di risolvere la questione in sospeso dei confini, che ha ostacolato progressi tangibili nei negoziati nel corso del 2009. Tale accordo è un grande traguardo e dimostra la dedizione ai principi e ai valori della cooperazione europea.
Ciononostante, la Presidenza vuole ribadire che i negoziati di adesione sono un processo complesso, sia da un punto di vista politico, sia tecnico. Non è opportuno, dunque, stabilire un calendario per la conclusione del processo. I progressi nei negoziati sono dovuti principalmente agli sforzi della Croazia per prepararsi all’adesione, per rispettare i parametri di apertura e di chiusura, nonché per soddisfare i requisiti definiti dal quadro di negoziazione e per adempiere agli obblighi derivanti dall’accordo di stabilizzazione e di associazione. La Presidenza svedese si impegna a dare seguito al processo e, nel rispetto delle dovute condizioni, convocherà almeno un ulteriore incontro della conferenza entro la fine del proprio mandato per aprire e chiudere provvisoriamente il maggior numero di capitoli possibile.
Per quel che concerne il possibile avvio di negoziati di adesione con l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, la Presidenza prende atto della raccomandazione della Commissione, contenuta all’interno della strategia per l’allargamento di quest’anno, che invita a dare inizio ai negoziati di adesione. Il Consiglio non ha ancora adottato un parere al riguardo e non sarebbe appropriato che la Presidenza formulasse un giudizio prematuro sulla posizione del Consiglio sulla questione.
Interrogazione n. 2 dell’on. Mitchell (H-0365/09)
Oggetto: Rientro dall'emergenza
In occasione della riunione informale Ecofin di ottobre, si è discusso sulla necessità di strategie di uscita di carattere fiscale (fiscal exit strategies) per il ritiro totale o parziale delle misure straordinarie prese per gestire la crisi finanziaria. Tra le linee generali concordate, rientra anche la necessità di revocare tempestivamente le misure straordinarie prese.
Quale strategia intende adottare il Consiglio per garantire una tempistica adeguata del ritiro delle misure straordinarie? Quali iniziative sono in atto per assicurare che l'annullamento dell'effetto trainante avvenga al momento opportuno, scongiurando così sia il protrarsi della recessione sia un ritardo nel ritorno a condizioni finanziare normali?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Le conclusioni del Consiglio Ecofin del 20 ottobre includono un impegno a elaborare una strategia di uscita di carattere fiscale coordinata e di ampio respiro. Tale strategia sarà progettata in modo da raggiungere un equilibrio tra questioni di stabilizzazione e sostenibilità, tenendo conto dell’interazione fra i vari strumenti politici, nonché del dibattito a livello globale. Il Consiglio svilupperà i dettagli della strategia di uscita nel corso degli incontri futuri. Un passo importante in tal senso è costituito dalle raccomandazioni agli Stati interessati dalla procedura per i disavanzi eccessivi, che sarà adottata dal Consiglio il 2 dicembre.
Nelle conclusioni, il Consiglio ha stabilito che, se le previsioni della Commissione per il novembre 2009 e la prima metà del 2010 confermano un consolidamento della ripresa economica, un punto di partenza adeguato per il ritiro delle misure potrebbe essere l’anno 2011. Ad ogni modo, non tutti gli Stati membri sono colpiti in egual misura, è dunque necessario attuare in modo differenziato il risanamento di bilancio. La differenziazione sarà decisa secondo una serie di criteri oggettivi che tengano conto di aspetti che possono influenzare future entrate, spese e crescita di ciascuno Stato membro.
Di conseguenza, alcuni Stati membri potrebbero essere interessati a revocare le misure di stimolo fiscale prima del 2011.
Il Consiglio europeo del 29 - 30 ottobre ha ribadito che, nonostante i segnali positivi che arrivano dall’economia mondiale, non vi è spazio per l’autocompiacimento.
Il 10 novembre, il Consiglio ha diretto un altro scambio di opinioni sulla strategia di uscita per le misure a sostegno del settore finanziario attuate dagli Stati membri, concentrandosi particolarmente su metodi e tempistiche di rimozione graduale degli schemi di garanzia bancaria, applicati durante la crisi finanziaria.
Ha invitato il Comitato economico e finanziario a continuare il proprio lavoro sui principi e su un calendario approssimativo del ritiro coordinato delle misure di sostegno, tenendo conto della situazione di ciascuno Stato membro, riferendo i risultati quanto prima.
Il Consiglio ha sottolineato la necessità di tornare a situazioni di bilancio sostenibili, a partire dall’applicazione dei principi concordati per la strategia di uscita approvati nell’ottobre 2009, fino agli obiettivi di bilancio a medio termine.
La riduzione del rapporto debito/PIL dovrà essere il risultato dell’unione di consolidamento fiscale e riforme strutturali per sostenere la crescita potenziale.
Interrogazione n. 3 dell’on. Kelly (H-0367/09)
Oggetto: Posizione UE a Copenhagen
Il Consiglio può commentare i progressi dei negoziati preliminari del prossimo Vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico a Copenhagen? Come valuta il Consiglio le possibilità di raggiungere un accordo globale che consenta all'UE nel suo insieme di progredire verso l'obiettivo del 30 % delle riduzioni di emissioni al 2020?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) L’Unione europea è fiduciosa sulle possibilità di raggiungere un accordo globale e di ampio respiro a Copenhagen, per mantenere l’aumento della temperatura globale a un massimo di 2°C sopra ai livelli preindustriali. La scienza e l’economia del cambiamento climatico sono chiare: per ogni anno di ritardo nell’azione, aumentano difficoltà e costi per raggiungere il nostro obiettivo globale. In questi ultimi anni si è sviluppato un nuovo slancio d’azione e la consapevolezza dell’urgenza della questione non è mai stata così grande.
La determinazione dell’Unione a rivestire un ruolo di primo piano e a contribuire al raggiungimento di un accordo giuridicamente vincolante per il periodo post-Kyoto è stata confermata dal Consiglio europeo del 29-30 novembre 2009. Il Consiglio europeo ha esortato la Presidenza a mantenere una posizione negoziale forte lungo tutta la durata del processo e ha confermato un riesame della questione all’incontro di dicembre.
Il raggiungimento di un accordo ambizioso a Copenhagen richiederà una convergenza sulle seguenti componenti fondamentali:
Impegni per una netta e ambiziosa riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati entro il 2020, e una visione condivisa fino al 2050;
Azioni misurabili, notificabili e verificabili da parte dei paesi in via di sviluppo che limitino la loro crescita di emissioni e che contengano le emissioni quanto prima;
Un quadro di adattamento al cambiamento climatico, nonché tecnologie e sostegno allo sviluppo di infrastrutture;
Finanziamenti ai paesi in via di sviluppo nel quadro di un sistema di governance giusto ed equo.
L’inizio della conferenza di Copenhagen si sta avvicinando rapidamente e sono visibili dei segnali positivi sia dai paesi sviluppati, sia dai paesi in via di sviluppo. La Norvegia e il Giappone hanno portato i propri impegni di riduzione delle emissioni, rispettivamente a -40 e -25 per cento entro il 2020 rispetto al 1990. La Cina e l’India stanno conducendo una discussione costruttiva.
Tuttavia, abbiamo ancora molto lavoro da fare. E, ancor più importante, dobbiamo continuare a fare pressione sui due principali partecipanti alle negoziazioni, gli Stati Uniti e la Cina. L’incontro con gli Stati Uniti si è tenuto il 3 novembre, mentre quello con la Cina è previsto per il 30 novembre 2009.
In conclusione, sarà un percorso in salita, ma è ancora possibile raggiungere un accordo politico chiaro e ambizioso a Copenhagen. Anche se non dovessimo riuscire a stabilire nel dettaglio ogni singolo punto di uno strumento giuridicamente vincolante, ritengo che un accordo politico vincolante con un impegno specifico per la mitigazione e le finanze possa fornire solide basi per un’azione immediata negli anni futuri. Più solido sarà il nostro accordo a Copenhagen, più sarà rapido il progresso verso un nuovo regime climatico globale giuridicamente vincolante.
Interrogazione n. 4 dell’on. Crowley (H-0402/09)
Oggetto: Conferenza delle Nazioni Unite a Copenaghen sul cambiamento climatico
Può il Consiglio fornire una valutazione aggiornata dei passi avanti compiuti nelle discussioni relative alla prossima Conferenza delle Nazioni Unite a Copenaghen sul cambiamento climatico?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Come ho affermato nella discussione di ieri su questo tema, l’Unione europea è convinta della possibilità di raggiungere un risultato positivo a Copenhagen per mantenere l’aumento della temperatura globale a un massimo di 2°C sopra i livelli preindustriali. L’Unione europea è decisa a ricoprire un ruolo di primo piano nel processo, nonché a contribuire al raggiungimento di un accordo giuridicamente vincolante per il periodo post-Kyoto, dal 1° gennaio 2013.
In questo contesto, per raggiungere un accordo ambizioso a Copenhagen è necessaria una convergenza sulle seguenti componenti fondamentali:
Impegni per una netta e ambiziosa riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati entro il 2020, e una visione condivisa fino al 2050. Alcuni paesi, come il Giappone e la Norvegia, hanno aumentato il proprio impegno. Tuttavia, è evidente che le attuali proposte non sono sufficienti a garantire, secondo gli scienziati, il raggiungimento dell’obiettivo dei 2°C. In tale contesto, l’Unione esorterà nuovamente gli altri paesi sviluppati a porsi obiettivi ambiziosi e comparabili.
Azioni misurabili, notificabili e verificabili da parte dei paesi in via di sviluppo che limitino la loro crescita di emissioni e che contengano le emissioni quanto prima. In tale contesto, l’Unione richiederà la presentazione di piani di crescita a bassa emissione di carbonio ai paesi in via di sviluppo che ancora non li attuano, quantificando così il contributo di tali misure alla riduzione delle emissioni. Come sapete, Indonesia, Brasile e Corea del Sud hanno già apportato notevoli contributi.
Un quadro di adattamento al cambiamento climatico, nonché tecnologie e sostegno allo sviluppo di infrastrutture;
Finanziamenti nel quadro di un sistema di governance giusto ed equo per mitigazione, adattamento e sviluppo di infrastrutture nei paesi in via di sviluppo. In tale contesto, è importante concordare fin da subito l’ammontare di finanziamenti rapidi necessari ai paesi in via di sviluppo per creare le condizioni e il quadro necessari per l’applicazione di un accordo post-2012.
A Copenhagen, la Presidenza si augura, con il vostro sostegno attivo, di raggiungere un accordo su tutti i punti precedentemente elencati.
Interrogazione n. 5 dell’on. Davies (H-0369/09)
Oggetto: Accordo di associazione UE-Israele
Quali iniziative ha adottato il Consiglio per garantire il rispetto delle disposizioni in materia di diritti umani contenute nell'accordo di associazione UE-Israele?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio attribuisce importanza fondamentale al rispetto dei diritti umani in tutte le sue relazioni con paesi terzi, Israele incluso. Secondo l’Accordo euromediterraneo, che stabilisce un’associazione fra le Comunità europee e lo Stato di Israele, le relazioni devono basarsi sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici che guida le politiche interne e internazionali e rappresenta un elemento essenziale dell’Accordo.
Il Consiglio partecipa attivamente al dialogo periodico sui diritti umani con lo Stato di Israele tramite il gruppo di lavoro informale UE-Israele sui diritti umani, il cui ultimo incontro si è tenuto il 3 settembre 2009. Il dialogo è caratterizzato da un’atmosfera distesa e si occupa di questioni relative a minoranze, diritti dei minori, trattenimento e libertà di espressione.
Nel quadro della politica europea di vicinato, le relazioni tra Unione europea e Israele sono condotte secondo il piano d’azione, nel quale sia UE, sia Israele si sono impegnati a promuovere i diritti umani.
Per quel che concerne il processo di pace in Medio Oriente, nelle sue conclusioni del 15 giugno 2009, il Consiglio ha sottolineato che le parti devono rispettare il diritto umanitario internazionale.
Interrogazione n. 6 dell’on. Harkin (H-0370/09)
Oggetto: Volontariato
Si chiede al Consiglio in carica se la presidenza svedese è disposta a chiedere a Eurostat di raccomandare l'adozione del manuale delle Nazioni Unite sulle istituzioni senza scopo di lucro (UN Handbook on Non-Profit Institutions) nel System of National accounts, in virtù del fatto che si tratta di un settore del sistema statistico che riguarda direttamente i cittadini europei e che pertanto ne avvalora il coinvolgimento in attività di volontariato, rendendo per la prima volta tale partecipazione chiaramente visibile all'interno del sistema statistico.
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio può considerare tale ipotesi solo sulla base di una proposta della Commissione. Ad oggi, tale proposta non è ancora stata presentata.
Interrogazione n. 7 dell’on. Martin (H-0375/09)
Oggetto: La Grecia e l'ingresso nella zona euro
In base ai dati riveduti relativi al periodo 1997-2003, il disavanzo pubblico in Grecia si è mantenuto al di sopra della soglia del 3% del PIL, venendo così meno ai criteri necessari per far parte della zona euro.
Quali sono le conseguenze del fatto che la Grecia ha aderito alla zona euro sulla base di dati non corretti? Come è possibile evitare il ripetersi di tale situazione in un altro paese e quali potrebbero esserne le conseguenze?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio esamina attentamente tutte le questioni riguardanti la trasmissione dei dati sul Patto di stabilità e crescita, poiché tali dati costituiscono le basi per una corretta applicazione del Patto. In tal senso, le decisioni sull’adozione della moneta unica sono effettuate solo dopo un’accurata valutazione di tutti i criteri pertinenti, secondo le disposizioni del trattato. Il Consiglio si è occupato della questione della revisione dei dati della Grecia per il periodo 1997-2003 nelle sue conclusioni del 21 ottobre 2004 e ha accolto l’iniziativa della Commissione di redigere una relazione dettagliata sul deficit e il debito pubblico della Grecia fino al 1997, con l’obiettivo di trarre le conclusioni necessarie per evitare il ripresentarsi di una revisione di tali proporzioni.
Il Consiglio è consapevole della questione della qualità dei dati in Grecia e si rammarica dei rinnovati problemi nelle notifiche greche per l’anno corrente e quelli precedenti. Si occuperà di tale tema in uno dei prossimi incontri, basandosi su un’ampia valutazione da parte della Commissione. Il 10 novembre, il Consiglio ha invitato la Commissione a redigere una relazione entro la fine del 2009 e a proporre le misure appropriate per la situazione. Ha inoltre accolto l’impegno del governo greco a risolvere la questione rapidamente.
Con l’obiettivo di evitare il ripresentarsi di revisioni di dati di proporzioni notevoli, nel dicembre 2005 il Consiglio ha modificato il regolamento n. 3605/93, relativo all'applicazione del protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato al trattato che istituisce la Comunità europea. La revisione consolida la responsabilità degli Stati membri di fornire dati accurati in modo tempestivo e consente alla Commissione europea di controllare in modo migliore la qualità dei dati trasmessi dagli Stati membri. Se necessario, la Commissione può presentare i risultati al Parlamento europeo e al Consiglio.
Interrogazione n. 8 dell’on. Chountis (H-0378/09)
Oggetto: Annullamento dell'installazione di uno scudo antimissili in Europa
Il Consiglio e l'Alto rappresentante per la PESC, per quanto riguarda l'installazione dello scudo statunitense antimissili in Polonia e in Repubblica ceca, hanno adottato le posizioni dell'amministrazione Bush e dei servizi di sicurezza statunitensi, che dividevano nuovamente l'Europa, sia rifiutando di prendere posizione in materia sia rinviando la questione alle autorità nazionali o alla NATO. Il 17 settembre 2009, il nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha comunicato la cancellazione dello scudo antimissili, mettendo in dubbio l'esattezza dei dati su quali si fondava la decisione di installare lo scudo antimissili nell'Europa dell'Est.
Può il Consiglio prendere posizione sulla modifica della politica statunitense relativa all'installazione dello scudo antimissili in Europa? Può dichiarare espressamente che l’annullamento dell'installazione dello scudo costituisce un passo positivo nel cammino comune dei popoli d'Europa?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) La questione dell’installazione dello scudo statunitense antimissili nel territorio di Stati membri dell’Unione, tema relativo alla difesa del territorio, è di competenza di ciascuno Stato membro dell’Unione europea. Il Consiglio non ha avviato discussioni formali sulla decisione di installare uno scudo antimissile statunitense in passato, né progetta di farlo in futuro.
Per ragioni simili, l’Unione europea non ha ritenuto di sollevare la questione del sistema di difesa antimissili in discussioni formali con gli Stati Uniti.
Di conseguenza, il Consiglio non intende discutere l’annuncio del presidente Obama sulla questione.
Interrogazione n. 9 dell’on. Fiorello Provera (H-0381/09)
Oggetto: Trasmissione di Al-Aqsa TV da parte di Eutelsat
L'operatore satellitare francese Eutelsat continua a trasmettere il canale televisivo Al-Aqsa TV nonostante il contenuto dei suoi programmi costituisca una violazione diretta dell'articolo 3 ter della direttiva sui servizi di media audiovisivi dell'UE (2007/65/CE(1)). Tali programmi contribuiscono inoltre alla crescita della radicalizzazione in Europa, fenomeno che rappresenta una minaccia per la sicurezza europea. Al-Aqsa TV è di proprietà di Hamas ed è finanziato e controllato da questo gruppo, che figura nell'elenco delle organizzazioni terroristiche stilato dall'UE. Nel dicembre 2008, l'autorità francese di radiodiffusione, il Conseil Supérieur de l'Audiovisuel, ha informato Eutelsat che il contenuto dei programmi di Al-Aqsa TV violava l'articolo 15 della legge francese sulle comunicazioni del 30 settembre 1986, che vieta ogni forma di incitamento all'odio o alla violenza per motivi di razza, religione o nazionalità. Nonostante la comunicazione da parte del CSA, Eutelsat non ha interrotto la trasmissione di Al-Aqsa, i cui programmi continuano a violare la legislazione audiovisiva europea e francese.
Ha il Consiglio portato la questione all'attenzione del governo francese? Quale misure intende il Consiglio adottare per interrompere la trasmissione di Al-Aqsa TV da parte di Eutelsat?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio condivide la preoccupazione dell’onorevole Provera sull’utilizzo dei media per incitare all’odio o alla violenza.
Come la Presidenza ha già affermato in precedenti risposte al Parlamento europeo a interrogazioni simili, la trasmissione di programmi televisivi che incitano all’odio razziale e religioso non è compatibile con i valori fondanti delle nostre democrazie ed è assolutamente intollerabile.
Come sapete, il Consiglio, coadiuvato dal Parlamento europeo nel ruolo di colegislatore, il 18 dicembre 2007 ha adottato la direttiva sui servizi dei media audiovisivi. Essa aggiorna il quadro legale per la trasmissione televisiva e i servizi di media audiovisivi all’interno dell’Unione. L’articolo 3 ter della direttiva vieta le trasmissioni che incitano all’odio sulla base di razza, sesso, religione o nazionalità.
La portata della direttiva e la relativa giurisdizione possono includere programmi trasmessi da organizzazioni con base al di fuori dell’Unione europea, come Al-Aqsa, ma solo se utilizzano installazioni satellitari “di competenza di uno Stato membro”. Spetta allo Stato membro coinvolto la responsabilità di una corretta attuazione della direttiva sotto la supervisione della Commissione. Dunque, secondo la suddetta direttiva, spetta alle autorità nazionali coinvolte di prendere in attenta considerazione l’interrogazione dell’onorevole parlamentare. Al Consiglio risulta che l’autorità di regolamentazione francese abbia emesso una diffida (“mise en demeure”) nel dicembre 2008 relativa alle trasmissioni di Al-Aqsa su Eutelsat e stia ora prendendo in considerazione nuove azioni.
Interrogazione n. 10 dell’on. Ehrenhauser (H-0383/09)
Oggetto: L'operazione Atalanta e l'arresto dei pirati
Dall'8 dicembre 2008 l'Unione europea porta avanti, nel quadro della PESD, una missione militare contro la pirateria e le rapine a mano armata.
Durante l'audizione del 3 settembre 2009 della sottocommissione per la sicurezza e la difesa, il generale Henri Bentégeat, presidente del Comitato militare dell'Unione europea, ha dichiarato che nell'ultimo anno sono stati arrestati e trasferiti in Kenia 68 pirati.
Perché le persone arrestate sono state trasferite in Kenia?
Qual è la base giuridica che rende possibile tali arresti?
Tutte le navi che partecipano all'operazione Atalanta sono autorizzate a procedere ad arresti?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Le persone arrestate sono state trasferite in Kenya secondo l’articolo 12 dell’azione comune del Consiglio relativa all’azione militare dell’Unione europea volta a contribuire alla dissuasione, alla prevenzione e alla repressione degli atti di pirateria e delle rapine a mano armata al largo della Somalia.
L’azione comune stabilisce che le persone responsabili di atti di pirateria siano trasferite alle autorità competenti dello Stato membro di bandiera o di uno Stato terzo che abbia partecipato all’operazione, della nave che li ha catturati, di uno Stato membro o di uno Stato terzo che voglia esercitare la propria giurisdizione sui suddetti soggetti.
Poiché, in questo caso, né gli Stati partecipanti alle operazioni di cattura dei pirati, né altri Stati membri dell’Unione europea erano in grado o disposti a esercitare la propria giurisdizione sui sospetti pirati, essi sono stati trasferiti nella Repubblica del Kenya.
Conformemente all’azione comune del Consiglio, non possono essere trasferite persone a uno Stato terzo senza un accordo sulle condizioni di trasferimento coerente con il diritto internazionale pertinente. In tale periodo, il Kenya era l’unico Stato con il quale l’Unione europea avesse concluso un accordo sulle condizioni di trasferimento di persone sospettate di pirateria.
La base giuridica di tali arresti è l’articolo 105 della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Esso prevede che ogni Stato nell’alto mare, o in ogni altra area non compresa nella giurisdizione di alcuno Stato, possa catturare le navi pirata, arrestarne l’equipaggio e sequestrarne i beni.
Gli Stati membri dell’Unione europea, tutti aderenti all’UNCLOS, hanno autorizzato, conformemente all’azione comune sopracitata, la forza navale europea a utilizzare i poteri conferiti dall’articolo 105 della convenzione sul diritto del mare. In virtù della risoluzione 1816 del Consiglio di sicurezza dell’ONU e delle successive risoluzioni, tali poteri possono essere esercitati nei confronti di rapinatori a mano armata nelle acque territoriali somale.
Per quel che concerne l’autorizzazione delle navi che partecipano all’operazione Atalanta a procedere ad arresti, posso confermare che l’azione comune è applicabile a tutti gli Stati membri dell’Unione che partecipano all’operazione.
Le modalità di arresto sono stabilite in documenti di programmazione concordati dal Consiglio e sono applicate da tutte le navi partecipanti all’operazione, salvo contrarie disposizioni del diritto nazionale.
Interrogazione n. 11 dell’on. Blinkevičiūtė (H-0384/09)
Oggetto: Modifica delle regole sul cofinanziamento del Fondo sociale europeo e altre misure volte a superare il degrado sociale
La recessione economica ha colpito in modi diversi i vari Stati membri dell'UE. Alcuni supereranno la crisi velocemente e con facilità mentre per altri il prezzo da pagare sarà più alto. L'aspetto più grave è che detto prezzo lo dovranno pagare le persone con i redditi più bassi e ne potrebbe pertanto derivare un aggravamento della povertà e dell'esclusione sociale. La Lituania è uno dei paesi in cui la disoccupazione sta aumentando acutamente mentre le pensioni, le prestazioni sociali e i programma sociali stanno diminuendo. I governi esortano la popolazione a tirare la cinghia e a risolvere i problemi in uno spirito di solidarietà, sebbene le capacità interne degli Stati membri siano limitate. Il principio di solidarietà dovrebbe applicarsi anche nell'Unione europea. L'interrogante è convinto che si possano trovare modi per sostenere gli Stati membri più colpiti dalla crisi e fa riferimento al Fondo sociale europeo (FSE). Se il cofinanziamento nazionale dei progetti rientranti nel FSE fosse provvisoriamente sospeso, le risorse così liberate potrebbero essere utilizzate per affrontare la disoccupazione e i problemi sociali.
Qual è il parere del Consiglio in merito alla possibilità di sospendere provvisoriamente il cofinanziamento nazionale dei progetti del FSE? Quali altre misure propone per ridurre il degrado sociale negli Stati membri?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio condivide le preoccupazioni espresse dall’interrogante sulla gravità dell’attuale crisi economica e finanziaria e sul suo impatto sui gruppi più vulnerabili all’interno dell’Unione.
Come sanno gli onorevoli parlamentari, la Commissione ha presentato al Consiglio in luglio una proposta per modificare il Regolamento generale sui fondi strutturali. Inoltre, la Commissione ha proposto di assegnare agli Stati membri la facoltà temporanea di richiedere, durante il 2009 e il 2010, dei pagamenti intermedi da parte della Commissione senza dover fornire un cofinanziamento nazionale a programmi finanziabili dal Fondo sociale europeo.
Tuttavia, tale proposta non incontra il favore di tutti gli Stati membri, particolarmente perché molti di essi considerano il cofinanziamento nazionale uno dei principi fondamentali della politica strutturale dell’Unione europea, dal quale non si può prescindere.
Dall’altro lato, il Consiglio è convinto della necessità di misure supplementari per attenuare gli effetti della crisi economica negli Stati membri più colpiti. A tal proposito, il Consiglio sta esaminando modi alternativi di utilizzare i fondi, per meglio direzionarli verso gli Stati membri che più li necessitano. Eventuali soluzioni adottate dal Consiglio saranno, ovviamente, trasmesse al Parlamento per l’approvazione.
Un’altra misura volta a ridurre le conseguenze della crisi è il regolamento modificato relativo alla creazione del Fondo europeo per l’adeguamento alla globalizzazione. Il regolamento è stato riveduto nel 2009, all’interno del piano europeo di ripresa economica, per consentire al fondo di reagire in modo più efficace a sostegno dei lavoratori in esubero a causa della globalizzazione, di ampliare temporaneamente il proprio raggio d’azione per includere gli esuberi causati dalla crisi economica e finanziaria e per avvicinare il lavoro del fondo ai suoi obiettivi di solidarietà.
Inoltre, il Consiglio e il Parlamento europeo stanno discutendo un nuovo strumento microfinanziario, gestito unitamente alle istituzioni finanziarie internazionali. Tale strumento ha l’obiettivo di aumentare l’accesso al microcredito da parte di gruppi vulnerabili per consentire loro di avviare nuove imprese e microimprese, riducendo la disoccupazione e la povertà causate dalla crisi economica e finanziaria.
Per il funzionamento dello strumento, potrebbero essere utilizzate le strutture del FES e le misure di sostegno di altre iniziative comunitarie, come JEREMIE e JASMINE. La somma iniziale di 100 milioni di euro, ridestinata dal programma Progress come proposto dalla Commissione, potrebbe raggiungere e superare i 500 milioni di euro, contribuendo alla ripresa delle economie nei singoli Stati membri.
Interrogazione n. 12 dell’on. Andrikienė (H-0389/09)
Oggetto: Attività della Corte europea dei diritti dell'uomo e sue implicazioni negli Stati membri del Consiglio d'Europa
L’Unione europea è il partner istituzionale più importante del Consiglio d’Europa, tanto a livello politico quanto a livello tecnico. I loro obiettivi comuni sono rafforzare lo spazio giuridico comune europeo e creare un sistema coerente di protezione dei diritti fondamentali, incentrato su criteri di riferimento per i diritti umani, lo Stato di diritto e la democrazia in tutto il continente europeo. La Corte europea dei diritti dell’uomo è una delle istituzioni stabilite per mettere in pratica tali obiettivi comuni con, come vocazione specifica, la protezione dei diritti umani dei cittadini di tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa.
Sfortunatamente, si registrano lacune nell’attività della Corte. Circa 100 000 casi sono pendenti dinanzi a detto organo, dei quali 60 000 provengono dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Turchia e dalla Russia (quest’ultima, da sola, rappresenta 20 000 casi). Inoltre, si aggiungono ogni mese 2 000 questioni pendenti e la durata di un processo alla Corte ha raggiunto i 7 anni. Pertanto, i ricorrenti che sono stati vittime di violazioni dei diritti dell’uomo nei loro paesi si vedono obbligati ad attendere quasi 10 anni per ottenere giustizia. La lentezza dei procedimenti alla Corte crea una situazione che viola i diritti dei ricorrenti ad un giudizio tempestivo ed equo. Secondo alcuni esperti, la situazione è critica. Se non si trova una soluzione nell’immediato futuro, la Corte corre il rischio di screditarsi.
Come valuta il Consiglio tale situazione? Quali misure intende adottare al fine di contribuire a migliorare/facilitare l’attività della Corte europea dei diritti dell’uomo? Quali azioni gli Stati membri dell’Unione europea potrebbero intraprendere a tal riguardo?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio è consapevole delle difficoltà sottolineate dall’interrogante ed è particolarmente preoccupato dalle conseguenze della situazione descritta, causata principalmente dalla mancata ratificazione da parte della Russia del protocollo 14 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani, sull’efficienza operativa della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il protocollo 14, che semplifica i procedimenti della Corte e mira a risolvere i ritardi nei processi, può entrare in vigore solo se ratificato da tutti i membri del Consiglio d’Europa.
L’Unione europea si occupa regolarmente della questione della ratifica del Protocollo 14 a tutti i livelli nel suo dialogo politico con la Russia. La risposta della Russia sulle possibilità di ratifica da parte del parlamento russo del protocollo è recentemente diventata più positiva. Secondo alcuni segnali, tale ratifica potrebbe avvenire verso la fine del 2009.
Gli Stati membri dell’Unione europea non lesinano gli sforzi per fornire assistenza alla Corte, anche attraverso l’adozione, come provvedimento provvisorio, di un Protocollo 14 bis e di un accordo sull’applicazione provvisoria di talune disposizioni del Protocollo 14. Il Protocollo 14 bis si applica in tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa che lo hanno ratificato, mentre l’accordo è valido negli Stati che hanno espresso la volontà di esserne vincolati. Il protocollo 14 bis e l’accordo sull’applicazione provvisoria introducono le stesse due misure procedurali relative al numero di giudici incaricati di esaminare i ricorsi e decidere sulla loro ricevibilità e merito. Tali misure erano contenute nel Protocollo 14 e intendono ampliare la capacità di trattamento dei ricorsi da parte della Corte. Dovrebbero consentire alla Corte di affrontare l’afflusso sempre maggiore di nuovi ricorsi e i crescenti arretrati di lavoro.
Ad ogni modo, gli Stati membri riconoscono che bisogna fare di più in quest’ambito. A tal fine, l’Unione europea sostiene la conferenza di alto livello sul futuro della Corte che si terrà a Interlaken a febbraio del prossimo anno durante la presidenza svizzera del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa. L’Unione riveste un ruolo attivo nella preparazione della conferenza e ritiene che sia una priorità per il Consiglio d’Europa.
Interrogazione n. 13 dell’on. Paleckis (H-0392/09)
Oggetto: Ratifica della Carta dell'energia
Il trattato sulla Carta dell’energia e i relativi documenti sono stati firmati nel 1994 dalla Russia e da altri 50 paesi. Sinora tuttavia Mosca non ha ancora ratificato la Carta. In agosto la Russia ha dichiarato ufficialmente che non intende ratificare il trattato in questione e i suoi protocolli sull’efficienza energetica e relativi aspetti ambientali. Anche la Bielorussia e la Norvegia non hanno ratificato la Carta dell’energia.
Dal 2000 l’Unione europea cerca di convincere la Russia ad intraprendere, dopo la ratifica della Carta, i necessari investimenti nello sviluppo della tecnologia energetica, di spezzare il monopolio sulla distribuzione dell’energia e di liberalizzare gli investimenti connessi al mercato energetico.
A livello di Unione europea si continua a sottolineare l’importanza del trattato sulla Carta dell’energia e il fatto che tutti i paesi che l’hanno firmata dovrebbero adempiere ai propri obblighi.
Quali misure supplementari potrebbero essere prese, secondo il Consiglio, per assicurare che tali disposizioni vengano effettivamente attuate?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) La Presidenza ricorda la posizione comunitaria secondo la quale la Russia dovrebbe ratificare il trattato sulla Carta dell’energia senza necessità di rinegoziazione. Tale posizione è stata ribadita durante ogni incontro del dialogo energetico UE-Russia. L’Unione si rammarica del fatto che la Russia abbia deciso di intraprendere una direzione contraria e di ritirarsi come firmataria del trattato sulla Carta dell’energia.
La Comunità è disposta a esplorare nuove modalità per coinvolgere la Russia nell’iniziativa sulla Carta dell’Energia. A tal proposito, la Comunità continuerà a promuovere l’applicazione delle disposizioni citate dall’interrogante e dei principi fondamentali del trattato sulla Carta dell’energia nel contesto dei negoziati per il nuovo accordo di partenariato e cooperazione UE – Russia, nonché nel quadro del dialogo energetico UE-Russia.
Per quanto riguarda gli altri Stati che ancora non hanno ratificato il trattato, citati dall’onorevole parlamentare, il Consiglio sottolinea che, nel caso particolare della Norvegia, la sua appartenenza allo spazio economico europeo garantisce l’applicazione dell’acquis comunitario in ambito di energia.
Per quel che concerne la Bielorussia, il Consiglio ricorda che si tratta di uno dei paesi appartenenti al Partenariato orientale, nel quale le disposizioni citate dall’interrogante sono discusse nell’ambito della Piattaforma sulla sicurezza energetica.
Interrogazione n. 14 dell’on. Lösing (H-0394/09)
Oggetto: Trattato di Lisbona, articolo 41, paragrafo 3 (fondo iniziale)
In che modo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona si ripercuoterà sulla competenza in materia di controllo di bilancio per quanto riguarda le spese militari (”fondo iniziale”), che spetta tradizionalmente al Parlamento?
L’articolo 41, paragrafo 3 del trattato consolidato permette infatti di garantire un rapido ricorso ai mezzi di bilancio dell’UE. Ciò avviene già per le spese correnti di bilancio?
È vero che, dopo l’entrata in vigore del trattato, il Consiglio potrà decidere a maggioranza qualificata circa l’ammontare e la destinazione del fondo iniziale, non lasciando in tal modo al Parlamento alcuna possibilità di controllo di bilancio (articolo 41, paragrafo 3 TUE)?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) L’articolo 41, paragrafo 3 del trattato sull’Unione europea, modificato dal trattato di Lisbona, stanzia un fondo iniziale per finanziare “i preparativi delle missioni di cui all'articolo 42, paragrafo 1 e all'articolo 43 che non sono a carico del bilancio dell'Unione”. Tale fondo è costituito sulla base dei contributi degli Stati membri.
L’articolo dispone, inoltre, che il Consiglio adotti decisioni a maggioranza qualificata che stabiliscano procedure per la creazione e la fornitura al fondo delle somme stanziate, nonché per la gestione e le procedure di controllo finanziario.
Gli stanziamenti di bilancio dell’Unione includono alcuni punti relativi alle misure di preparazione delle missioni svolte nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune. Tuttavia, le norme finanziarie in vigore non includono disposizioni specifiche riguardanti un rapido ricordo ai mezzi di bilancio.
Interrogazione n. 15 dell’on. Hedh (H-0395/09)
Oggetto: Programma di Stoccolma e diritti del minore
Nella proposta della Presidenza svedese concernente un programma pluriennale per uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia (il programma di Stoccolma) non viene menzionato lo sviluppo di una strategia dell'UE a tutela dei diritti del minore, espressamente citata nell'elenco di priorità per la promozione dei diritti dei cittadini riportato nella comunicazione della Commissione (COM(2009)262). Detta priorità costituisce un elemento chiave ai fini dell'applicazione della proposta di articolo 2.3.2 e dell'articolo 3, paragrafo 3 del trattato di Lisbona, in cui si afferma che l'UE "[...] promuove [...] la tutela dei diritti del minore".Esiste una ragione particolare per cui detta priorità è stata rimossa? Intende il Consiglio esaminare la possibilità di includerla al fine di garantire che gli impegni relativi ai diritti del minore siano adeguatamente applicati?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio concorda con l’interrogante sull’importanza di promuovere i diritti dei minori. A tal proposito, porta all’attenzione dell’onorevole parlamentare il fatto che i “Diritti del minore” e la strategia UE sui diritti del minore sono inclusi nella bozza di programma pluriennale per uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia (il programma di Stoccolma).
L’articolo 2.3.2. è totalmente dedicato ai diritti dei minori e sottolinea che essi interessano tutte le politiche comunitarie. I diritti del minore devono essere sistematicamente e strategicamente presi in considerazione e la comunicazione della Commissione “Verso una strategia dell’Unione europea sui diritti dei minori” (2006) propone delle riflessioni importanti a tal riguardo. I minori in situazioni delicate dovrebbero ricevere un’attenzione speciale, in particolare i minori non accompagnati in ambito di politiche d’immigrazione, i minori vittime di tratta umana, sfruttamento sessuale e abusi.
Ad ogni modo, va evidenziato che la suddetta proposta di programma pluriennale è ancora in fase di discussione da parte degli organi del Consiglio e il Consiglio non può prevederne i contenuti finali prima della conclusione dei lavori.
Interrogazione n. 16 dell’on. Aylward (H-0396/09)
Oggetto: Finanziamenti innovativi
In occasione dell'ultima riunione, il Consiglio ha dichiarato che la concessione di finanziamenti per contrastare il cambiamento climatico non deve arrestare i progressi verso la realizzazione degli obiettivi di sviluppo del millennio. Può il Consiglio illustrare con ulteriori dettagli in che modo i "finanziamenti innovativi" possono svolgere un ruolo importante nel sostenere sia gli OSM che i finanziamenti per contrastare il cambiamento climatico?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) I cambiamenti climatici sono diventati una sfida globale, le cui conseguenze sono già visibili ora e che richiedono un’azione immediata. Durante l’incontro di ottobre del Consiglio europeo, i capi di Stato e di governo hanno esposto la posizione dell’Unione europea per la conferenza di Copenhagen. Il Consiglio europeo ha ribadito la propria determinazione a ricoprire un ruolo di primo piano e a contribuire al raggiungimento di un accordo globale, ambizioso e di ampio respiro. Sebbene l’Unione sia disposta ad assumersi la propria parte di responsabilità a Copenhagen, la sola azione europea non sarà sufficiente e un accordo sui finanziamenti costituirà una parte centrale dell’accordo a Copenhagen. Abbiamo individuato la necessità di sviluppare nuovi accordi per sfruttare al meglio i nuovi finanziamenti sostenibili e i flussi finanziari provenienti da varie fonti, includendo i finanziamenti innovativi. In generale, il Consiglio europeo di ottobre ha affermato che “i finanziamenti innovativi possono ricoprire un ruolo importante nel garantire flussi prevedibili di finanziamenti allo sviluppo sostenibile, rivolti particolarmente ai paesi più poveri e deboli”.
L’intera comunità internazionale è consapevole del fatto che le conseguenze dei cambiamenti climatici rischiano di invertire il progresso verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio. Per tale motivo, i cambiamenti climatici sono sia una questione ambientale, sia una questione di sviluppo. I cambiamenti climatici sono inclusi nell’OSM7, ma, chiaramente, sono collegati anche ad altri temi di sviluppo, segnatamente fame e povertà. Per questo, ridurre l’impatto negativo dei cambiamenti climatici porterebbe benefici anche al miglioramento della sicurezza alimentare e alla riduzione della povertà, come espresso dall’obiettivo 1.
Il Consiglio europeo di ottobre ha affermato chiaramente che “parallelamente ai risultati dei finanziamenti a questioni climatiche, tutte le parti internazionali dovrebbero impegnarsi a evitare che tali finanziamenti ostacolino o compromettano la lotta alla povertà e i progressi verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio”.
Particolarmente, le attività intraprese in risposta ai cambiamenti climatici devono essere progettate su misura per i paesi e dovrebbero essere basate sulle necessità, prospettive e priorità dei paesi partner. Quando disponibili, dovrebbero essere prese in considerazione strategie nazionali per lo sviluppo sostenibile, strategie per la riduzione della povertà e relativi strumenti e politiche contro i cambiamenti climatici.
I paesi in via di sviluppo devono elaborare e applicare delle strategie nazionali per i cambiamenti climatici e assicurarsi che tali strategie siano totalmente integrate con le politiche, i piani e i programmi nei settori pertinenti (ad esempio, agricoltura e sviluppo rurale, gestione delle risorse idriche, eccetera). Ovviamente, dal punto di vista dei paesi donatori, tali misure devono rispettare i principi della coerenza per le politiche dello sviluppo (CPS), nonché quelli dell’efficacia degli aiuti.
Tutti i paesi devono impegnarsi a migliorare il collegamento fra cambiamenti climatici e pianificazione dello sviluppo e massimizzare la sinergia fra riduzione della povertà e mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.
Interrogazione n. 17 dell’on. Higgins (H-0400/09)
Oggetto: Disoccupazione nell'UE
E' allarmato il Consiglio per l’emorragia di posti di lavoro dall’UE a vantaggio dei paesi dell’estremo Oriente, della Cina e dell’India, e può indicare se esiste una politica intesa all'adozione di una strategia coerente per conseguire un ambiente più competitivo e più adatto alla creazione di posti di lavoro all’interno dell’UE?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) L’interrogante ha posto un’interrogazione molto opportuna riguardo a una strategia coerente per conseguire un ambiente più competitivo e più adatto alla creazione di posti di lavoro all’interno della UE in un’economia globalizzata.
Il Consiglio ribadisce il proprio punto di vista, secondo il quale un’economia globale aperta offre delle opportunità per stimolare la crescita e la competitività anche in Europa(1). In tale contesto, il Consiglio ricorda il proprio impegno a condurre le politiche europee interne ed esterne in modo coerente, contribuendo a massimizzare i benefici e a minimizzare i costi della globalizzazione(2).
L’articolo 125 del trattato che istituisce la Comunità europea stabilisce che gli Stati membri e la Comunità si adoperano per sviluppare una strategia coordinata a favore dell'occupazione, e in particolare a favore della promozione di una forza lavoro competente, qualificata, adattabile e di mercati del lavoro in grado di rispondere ai mutamenti economici. Nel rispetto di tale disposizione, l’Unione ha sviluppato, fin dal 1997, la strategia europea per l’occupazione che, nel corso degli anni, è stata integrata sempre di più con altre strategie comunitarie e che, nel 2000, è diventata parte della strategia di Lisbona. Una componente molto importante della strategia europea per l’occupazione è costituita dagli orientamenti integrati che il Consiglio elabora ai sensi dell’articolo 128, paragrafo 2, del trattato delle Comunità europee e che gli Stati membri devono tenere in considerazione per le proprie politiche di occupazione.
Gli attuali orientamenti integrati sono validi fino al 2010 e si occupano di aspetti macro-economici, micro-economici e dell’occupazione. L’obiettivo generale di crescita e occupazione è intrinseco in ciascuno degli orientamenti, ma alcuni possono essere considerati più vicini al tema di favorire un ambiente più competitivo e più adatto alla creazione di posti di lavoro all’interno della UE, come, ad esempio, la promozione di crescita e occupazione attraverso uno stanziamento di risorse orientato ed efficiente, investimenti in ricerca e sviluppo, l’agevolazione di tutte le forme di innovazione, il consolidamento dei vantaggi competitivi della base industriale europea, un maggiore cultura imprenditoriale e la creazione di un ambiente favorevole alle PMI, il funzionamento dei mercati del lavoro, nonché meccanismi di determinazione delle retribuzioni e di sviluppo dei costi del lavoro.
A breve la Commissione pubblicherà una comunicazione sulla futura strategia.
Per quel che concerne nello specifico la strategia europea per l’occupazione dopo il 2010, il 30 novembre 2009 è previsto un dibattito politico del Consiglio, “Uscire dalla crisi e prepararsi alla strategia di Lisbona per il periodo successivo al 2010”. Per prepararsi alla discussione, il Comitato per l’occupazione ha presentato un parere sulla strategia europea per l’occupazione nell’ambito della strategia di Lisbona post 2010(3). In tale parere, il Comitato per l’occupazione afferma che le riforme del mercato del lavoro sia dal lato della domanda, sia dal lato dell’offerta, dovrebbero stimolare un’occupazione maggiore e migliore per tutti.
Interrogazione n. 18 dell’on. Czarnecki (H-0406/09)
Oggetto: Russia - un paese pericoloso per i giornalisti
Qual è la reazione del Consiglio al fatto che nelle ultime relazioni delle associazioni dei giornalisti la Russia è definita come uno dei paesi più pericolosi al mondo per detta categoria professionale, come dimostrano anche i numerosi casi di uccisioni e aggressioni di giornalisti che sono avvenuti negli ultimi anni?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) L’impegno europeo a favore dei diritti umani è ben noto. Nell’ambito delle sue relazioni esterne, l’Unione europea insiste sempre sulla necessità del pieno rispetto dei diritti umani. La Presidenza è consapevole delle preoccupazioni di molti onorevoli parlamentari sulla situazione dei diritti umani in Russia e, come dimostrato nel corso della recente discussione in quest’aula sul vertice UE-Russia, condividiamo pienamente le vostre preoccupazioni. Il Consiglio è a conoscenza delle recenti relazioni della Federazione internazionale dei giornalisti, del Comitato per la protezione dei giornalisti e di altre organizzazioni non governative internazionali, sui pericoli e le violenze in cui incorrono giornalisti e difensori dei diritti umani in Russia, particolarmente nel Caucaso settentrionale.
Come ha già affermato all’OSCE il 3 settembre, condividiamo l’affermazione secondo cui finché tali crimini resteranno irrisolti, continuerà a prevalere un clima di impunità in Russia e i responsabili riterranno di poter continuare a compiere tali azioni. Le aggressioni ai giornalisti e agli attivisti per i diritti umani costituiscono una grave minaccia alla democrazia, al rispetto dei diritti umani e allo stato di diritto.
La Presidenza, a nome degli Stati membri dell’Unione europea, ha condannato pubblicamente con decisione ripetuti casi di minacce, aggressione e omicidi contro giornalisti e attivisti per i diritti umani in Russia, in particolare nel Caucaso settentrionale, e ha esortato le autorità russe a investigare rapidamente e minuziosamente tali casi per assicurare i responsabili alla giustizia.
L’Unione europea esprime spesso la propria preoccupazione per la sicurezza degli attivisti per i diritti umani e per il clima di impunità in Russia, sia in ambito bilaterale che multilaterale. Al vertice UE-Russia tenutosi a Stoccolma, la presidenza ha espresso la propria crescente preoccupazione per la situazione degli attivisti per i diritti umani in Russia. Un recente dialogo consultivo UE-Russia sui diritti umani, che ha avuto luogo il 4-5 novembre 2009 a Stoccolma, si è concentrato ampiamente sulla libertà di espressione e sulla situazione degli attivisti per i diritti umani, particolarmente nel Caucaso settentrionale. Nel contesto del dialogo politico UE-Russia, l’Unione ha richiesto informazioni sulle indagini sui singoli casi di omicidio di giornalisti e di attivisti per i diritti umani. L’Unione europea continuerà a seguire da vicino i processi dei più importanti attivisti per i diritti umani e giornalisti in Russia.
Inoltre, la Presidenza ha organizzato numerosi incontri con la Russia e con ONG internazionali per affrontare il tema dell’aumento della violenza contro gli attivisti nel Caucaso settentrionale e ha partecipato a una conferenza promossa da una ONG a Stoccolma il 27-28 ottobre 2009 che ha formulato raccomandazioni per un’azione europea.
L’Unione europea ha proposto una cooperazione con la Russia su progetti concreti per migliorare la situazione dei giornalisti e degli attivisti. Posso garantire all’onorevole parlamentare che il Consiglio è risoluto nel continuare le proprie azioni per migliorare la situazione dei diritti umani in Russia.
Interrogazione n. 19 dell’on. Nitras (H-0409/09)
Oggetto: Modifiche alla strategia dell'Unione europea per la regione del Mar Baltico
L'interrogante si rivolge alla Presidenza svedese esortandola ad esaminare la possibilità di apportare modifiche alla strategia dell'Unione europea per la regione del Mar Baltico e al piano di azione ad essa allegato. Esiste la possibilità di discostarsi dal principio secondo il quale soltanto quei progetti che sono già stati avviati o sui cui è stato raggiunto un accordo dovrebbero essere sostenuti, considerando che detto principio non è stato concordato con le parti interessate alla strategia? L'interrogante ritiene pertanto che il progetto faro relativo alle infrastrutture dei trasporti dovrebbe essere completato con il corridoio di trasporto dell'Europa centrale CETC-ROUTE 65 che unisce la Scandinavia con il Mar Adriatico attraverso il Mar Baltico e le regioni della Polonia, della Repubblica ceca, della Slovacchia, dell'Ungheria e della Croazia partecipanti all'iniziativa CETC.
Tenuto conto di quanto sopra illustrato, qual è la posizione della Presidenza in merito all'inserimento del corridoio di trasporto dell'Europa centrale nel documento precedentemente indicato? Intende il Consiglio adottare provvedimenti in merito?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Durante l’incontro del 26 ottobre 2009, il Consiglio ha adottato delle conclusioni sulla strategia dell’Unione europea per la regione del mar Baltico. Tale strategia è stata adottata dal Consiglio europeo del 29-30 ottobre, che ha approvato le conclusioni, invitando la Commissione a presentare al Consiglio un rapporto di valutazione sull’attuazione della strategia entro il giugno 2011.
Nelle sue conclusioni, il Consiglio ha invitato la Commissione a esaminare la strategia e ad aggiornarla adeguatamente con regolarità, facendo i necessari aggiornamenti al piano d’azione, che forma parte della strategia.
Il piano d’azione è un documento vivo, da cui saranno cancellati i progetti che hanno visto un’attuazione di successo e cui saranno aggiunti nuovi progetti sviluppati.
Ogni suggerimento sull’aggiunta di progetti all’attuale piano d’azione va rivolto alla Commissione, che valuterà i suggerimenti.
La Commissione sta lavorando alla creazione di un gruppo di alto livello di funzionari provenienti da tutti gli Stati dell’Unione europea, che sarà consultato in relazione alle modifiche alla strategia e al piano d’azione. Inoltre, un forum annuale garantirà il coinvolgimento delle parti interessate a tutti i livelli nella regione. Per quel che concerne il progetto citato, al momento la Presidenza non ha una posizione al riguardo.
Interrogazione n. 20 dell’on. Gallagher (H-0411/09)
Oggetto: Il processo di pace in Medio Oriente
Può il Consiglio fornire una valutazione aggiornata sullo stato del processo di pace in Medio Oriente?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) La ripresa dei negoziati di pace fra Israele e Palestina resta fondamentale. Il Consiglio ha esortato entrambe le parti ad agire immediatamente per riprendere i negoziati di pace, nel rispetto di accordi e intese precedenti, e ha invitato entrambi a rispettare gli obblighi derivanti dalla Roadmap. Il Consiglio ritiene che tutti gli attori debbano contribuire a creare un’atmosfera che porti alla ripresa dei negoziati e sostiene gli sforzi statunitensi a tal fine.
Il Consiglio esprime la propria preoccupazione nei confronti delle attività di colonizzazione, demolizione di case e sfratti nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est. Esorta il governo israeliano a porre fine immediatamente alle attività di colonizzazione, incluso a Gerusalemme est, e alla crescita naturale, nonché a smantellare gli avamposti costruiti a partire dal marzo 2001. Nell’opinione del Consiglio, gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale e rappresentano un ostacolo alla pace. Il Consiglio ha, inoltre, esortato l’Autorità palestinese a proseguire con gli sforzi per migliorare l’ordine pubblico.
L’Unione europea rimane preoccupata per la situazione umanitaria a Gaza e richiede l’apertura immediata e senza condizioni dei varchi per consentire l’arrivo di aiuti umanitari, merci e persone. Deve essere consentita la ricostruzione e la ripresa economica. Esortiamo i rapitori del soldato israeliano Gilad Shalit a rilasciarlo senza indugio.
Il Consiglio ha ribadito il proprio costante sostegno al presidente Mahmoud Abbas e agli sforzi di mediazione da parte di Egitto e Lega araba. Il superamento delle divisioni fra i palestinesi consentirebbe di evitare ulteriori separazioni fra Striscia di Gaza e Cisgiordania e manterrebbe viva la possibilità di ristabilire l’unità di un futuro Stato palestinese. Il Consiglio invita tutti i palestinesi a trovare un terreno d’intesa, basato sulla non violenza, per migliorare la situazione a Gaza e consentire l’organizzazione di elezioni.
L’Unione europea ha esortato i paesi arabi e altri partner a garantire assistenza, politica e finanziaria, all’Autorità palestinese, secondo le disposizioni della Roadmap. Ricordando l’importanza dell’iniziativa di pace araba, l’UE invita Israele e tutti gli Stati arabi ad adottare misure miranti a rafforzare la fiducia per superare la diffidenza reciproca e creare un’atmosfera che porti alla risoluzione del conflitto.
Parallelamente, vanno ricercate soluzioni a vari conflitti, fra cui un accordo duraturo tra Israele e Siria e tra Israele e Libano, dando vita a dei processi reciprocamente rinforzabili. A tal riguardo, Siria e Israele devono riprendere i negoziati di pace.
Interrogazione n. 21 dell’on. Cancian (H-0413/09)
Oggetto: Esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici
Il 3.11.2009 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso di una cittadina italo-finlandese volto a far rimuovere il crocifisso dalle scuole. Analoghi episodi sono avvenuti in Spagna, Germania, Francia e Italia, dove nel 1988 il Consiglio di Stato rilevò che il crocifisso "non è solo il simbolo della religione cristiana ma ha una valenza di carattere indipendente dalla specifica confessione". Il Consiglio ravvisa il rischio che il principio enunciato dalla Corte di Strasburgo possa mettere in discussione l'esposizione in luoghi pubblici dei simboli religiosi e culturali, persino della bandiera europea, che s'ispira alla simbologia cattolica mariana?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) L’interrogante fa riferimento a una sentenza della Corte europea a Strasburgo. Non spetta al Consiglio di commentare su una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Tuttavia, in questo contesto, vorrei citare la descrizione simbolica che il Consiglio d’Europa ha assegnato alla bandiera europea:
“Sullo sfondo blu del cielo del Mondo occidentale, le stelle rappresentano i popoli dell'Europa in un cerchio, simbolo di unità. Proprio come i dodici segni dello zodiaco rappresentano l'intero universo, le dodici stelle d'oro rappresentano tutti i popoli d'Europa - compresi quelli che non possono ancora partecipare alla costruzione dell'Europa nell'unità e nella pace”.
Interrogazione n. 22 dell’on. McGuinness (H-0415/09)
Oggetto: Controllo UE del settore bancario europeo
Potrebbe precisare il Consiglio di quali poteri di controllo dispone attualmente l'Unione europea in relazione al settore bancario, come tali poteri sono strutturati e se ritiene che tale struttura funzioni?
Quali poteri addizionali, in relazione al controllo del settore bancario, considera eventualmente necessari?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il compito di contribuire alla buona conduzione delle politiche attuate dalle autorità competenti, relativo alla vigilanza prudenziale delle istituzioni di credito, come stabilito dall’articolo 105, paragrafo 5, del TCE, è assegnato al sistema europeo di banche centrali. Se fosse necessario assegnare poteri addizionali di supervisione alla Banca centrale europea, bisognerebbe ricorrere alla clausola di abilitazione racchiusa nel paragrafo 6 dello stesso articolo. Finora, dunque, il controllo del settore bancario è rimasto essenzialmente in mano agli Stati membri.
In tale contesto, il comitato delle autorità europee di vigilanza bancaria (CEBS) fornisce pareri alla Commissione europea su questioni normative e politiche relative alla supervisione bancaria e promuove la cooperazione e la convergenza tra le pratiche di supervisione in tutta l’Unione europea. Tuttavia, né il SEBC (sistema europeo di banche centrali), inclusa la Banca centrale europea, né il CEBS (comitato delle autorità europee di vigilanza bancaria) esercitano un potere di supervisione diretta sul settore bancario.
Nel giugno 2009, il Consiglio europeo ha affermato che la crisi finanziaria ha dimostrato in modo lampante la necessità di migliorare la regolamentazione e la supervisione delle istituzioni finanziarie, in Europa e nel mondo.
Nella stessa occasione, il Consiglio europeo ha raccomandato la creazione di un sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria (ESFS), comprendente tre nuove autorità di vigilanza europee (ESA), inteso a migliorare la qualità e la coerenza della vigilanza nazionale, rafforzare la sorveglianza dei gruppi transnazionali mediante l'istituzione di collegi di autorità di vigilanza e a istituire un codice europeo unico applicabile a tutti gli istituti finanziari del mercato unico. Il Consiglio europeo conviene “che il sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria dovrebbe avere poteri decisionali vincolanti e proporzionati riguardo al rispetto da parte delle autorità di vigilanza degli obblighi previsti dal codice unico e dal pertinente diritto comunitario e in caso di disaccordo tra le autorità di vigilanza dello Stato di origine e dello Stato ospitante, anche nell'ambito dei collegi di autorità di vigilanza. Le ESA dovrebbero inoltre avere poteri di vigilanza per le agenzie di rating del credito”.
La Commissione ha presentato al Consiglio e al Parlamento, a settembre di quest’anno (quale parte del pacchetto legislativo globale per la creazione di una nuova architettura finanziaria in Europa), la proposta di creazione di un’Autorità bancaria europea.
L’obiettivo della proposta, in corso di valutazione sia al Parlamento sia al Consiglio, è di rafforzare gli accordi di vigilanza nel settore bancario, secondo le raccomandazioni del gruppo di esperti di alto livello, presieduto da Jacques de Larosière.
Poiché le proposte legislative sottostanno alla procedura di codecisione, il Consiglio lavorerà a stretto contatto con il Parlamento, nell’ottica di raggiungere un accordo sulle proposte in prima lettura al più presto.
Interrogazione n. 23 dell’on. Angourakis (H-0420/09)
Oggetto: Misure repressive in vista della Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici
Le autorità danesi, nello sforzo di evitare qualsiasi protesta durante la "Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici", promuovono nuove misure ancora più repressive che violano in modo flagrante alcuni diritti democratici fondamentali.
Le proposte del governo danese includono la possibilità di una detenzione preventiva di 12 ore, l’imposizione di una pena di reclusione di 40 giorni per "ostacolo al lavoro della polizia" e di una sanzione pecuniaria fino a 1.000 euro per "comportamento indisciplinato" e "partecipazione ad assembramenti sospetti ad avviso della polizia". Si propone inoltre una pena detentiva fino a 50 giorni per turbamento dell'ordine pubblico e danni materiali. Infine, si propone di rafforzare l'equipaggiamento della polizia con videocamere e videosorveglianza delle zone in cui, secondo la stessa, si verificheranno incidenti. Si discute altresì di vietare l'entrata a Copenaghen di attivisti stranieri e la loro partecipazione alle manifestazioni.
Può il Consiglio dire se è a conoscenza di queste o di altre misure, se si è avuto un coordinamento tra le forze di polizia o altri organi di applicazione della legge e di repressione degli Stati membri dell’UE e di paesi terzi e qual è la partecipazione degli organi comunitari alla pianificazione e all'attuazione di tali misure?
La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di novembre 2009 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.
(EN) Il Consiglio non è a conoscenza delle misure proposte dal governo danese citate dall’interrogante. Inoltre, ai sensi dell’articolo 33 del trattato sull’Unione europea (articolo 72 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea dal 1 dicembre 2009), le misure volte a mantenere l’ordine pubblico e la sicurezza interna sono di competenza nazionale di ciascuno Stato membro. Il Consiglio, dunque, non ha le competenze necessarie per assumere una posizione sulle eventuali misure di polizia proposte del governo danese in quest’ambito.
Ciononostante, vorrei ricordare che, riguardo all’obiettivo dell’Unione europea di fornire ai cittadini alti livelli di sicurezza all’interno di un’area di libertà, sicurezza e giustizia mediante un’azione comune tra gli Stati membri in ambito di cooperazione di polizia, il Consiglio ha adottato nel dicembre 2007 una raccomandazione(1)relativa a un manuale per le autorità di polizia e di sicurezza concernente la cooperazione in occasione di eventi importanti di dimensione internazionale. Il Consiglio, inoltre, ha raccomandato agli Stati membri di rafforzare la cooperazione, in particolare, cooperazione concreta e scambio di informazioni.
In tal senso, nell’ambito dell’incontro della Task Force dei capi di polizia il 19 ottobre 2009, la Danimarca ha richiesto il sostegno degli altri Stati membri sia in termini di scambio di informazioni sia di impiego di personale. Questo tipo di cooperazione è una pratica usuale per le autorità degli Stati membri in occasione di grandi eventi. Il Consiglio non partecipa alla pianificazione e all’applicazione di tali misure.
La recente iniziativa della Commissione per incentivare l'imprenditorialità femminile è un'ottima occasione per rafforzare il ruolo della donna nella società e per coinvolgere attivamente sempre più donne nel mercato del lavoro. Accade tuttavia di frequente che i nuovi imprenditori si trovino in difficoltà al momento di accedere ai finanziamenti passando attraverso le istituzioni finanziarie tradizionali, in particolare nella situazione economica attuale, il che rappresenta un grosso ostacolo per i potenziali imprenditori. Quali misure ha adottato la Commissione per assicurare che, oltre a promuovere l'imprenditorialità femminile attraverso iniziative quali il programma Female Entrepreneurship Ambassadors, le iniziative della Commissione tengano in debita considerazione i requisiti concreti per avviare un'attività commerciale quali l'accesso al credito? Utilizza inoltre la Commissione un sistema di reportistica per monitorare la capacità di accesso al credito da parte dei nuovi imprenditori?
(EN) Migliorare l’accesso ai finanziamenti per le piccole e medie imprese (PMI) è fondamentale per l’imprenditorialità, la competitività, l’innovazione e la crescita. Per tale motivo, da anni la Commissione riconosce l’importanza dell’accesso al credito, anche per i nuovi imprenditori.
In tale contesto, una questione importante è quella dell’aumento della disponibilità del capitale di rischio, particolarmente per le giovani PMI con un alto potenziale di crescita.
Vi sono numerose carenze dal lato dell’offerta da affrontare: attirare un maggior numero di investimenti in fondi di capitale a rischio, favorire un maggior numero di investimenti da parte di tali fondi e di investitori privati, offrire una serie di possibilità di uscita. Dall’altro lato, vi sono problemi dal fronte della domanda che ostacolano il raggiungimento del pieno potenziale delle aziende: ad esempio, la propensione a investire degli imprenditori.
Gli strumenti finanziari del Programma quadro per la competitività e l'innovazione contribuiscono ad affrontare la mancanza di fonti di finanziamento private, in particolare nella fase iniziale e nella fase di avviamento di un’impresa. E’ stato stanziato oltre 1 milione di euro per il periodo 2007-2013 e l’effetto leva del fondo dovrebbe consentire a 400 000 PMI di beneficiare di prestiti o investimenti azionari che non sarebbero altrimenti disponibili. Nel quadro della politica di coesione dell’Unione europea, il programma JEREMIE (Risorse europee congiunte per le micro, le piccole e le medie imprese) si occupa di un accesso migliore al credito per le piccole e medie imprese e la creazione di nuove imprese. Finora, nell’ambito del programma JEREMIE, sono stati stanziati circa 3,1 miliardi di euro da programmi operativi cofinanziati dal FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale) da investire in PMI. La Banca europea degli investimenti ha elevato i propri prestiti alle piccole e medie imprese a 30 miliardi di euro per il periodo 2008-2011 per aumentare l’accesso al credito da parte delle PMI per contrastare la contrazione causata dalla crisi economica e finanziaria.
Lo “Small Business Act” (SBA) del giugno 2008 include le principali politiche della Commissione a sostegno di PMI e imprenditori, tra cui il miglioramento dell’accesso al credito bancario e la velocizzazione delle riforme. Il suo obiettivo è di migliorare l’approccio globale all’imprenditorialità, consolidare il principio “innanzitutto pensare piccolo” nelle iniziative e nelle politiche della Commissione e degli Stati membri, e aiutare le PMI ad affrontare i rimanenti problemi che ostacolano il loro sviluppo.
Lo “Small Business Act” include provvedimenti concernenti la propensione a investire degli imprenditori e l’aumento della capacità di una piccola o media impresa o di un imprenditore di comprendere le preoccupazioni di banche, investitori privati o fondi di capitale a rischio, ossia delle fonti di finanziamenti esterni. Nel settembre 2009 si è tenuto un workshop sulla propensione all’investimento delle imprenditrici che ha individuato una serie di servizi di sostegno nell’ambito della propensione all’investimento delle imprenditrici in Europa e che ha discusso di come adattare gli schemi di propensione a investire esistenti alle necessità delle imprenditrici.
Un obiettivo specifico della politica di coesione dell’Unione europea è la parità fra uomo e donna. Tale obiettivo è perseguito in modo duplice:
Tramite il cofinanziamento del FESR e del FSE (Fondo sociale europeo), gli Stati membri e le regioni possono sviluppare numerosi progetti dedicati alle donne per incentivare la loro integrazione nel mercato del lavoro. Includono misure e progetti per semplificare l’accesso ai finanziamenti per le imprenditrici e per incoraggiare e sostenere finanziariamente la loro spinta e creatività imprenditoriale.
La struttura dei Programmi operativi della politica di coesione tiene conto dell’impatto sull’uguaglianza di genere nonché su altre specifiche categorie interessate.
Inoltre, nel quadro della riduzione degli oneri amministrativi, la Commissione sta lavorando a una riduzione dei costi e dei tempi per costituire una nuova impresa. Nel 2006 vi era un limite specifico di tempo per costituire un’impresa: una settimana o meno. La Commissione sta seguendo i progressi e sta sostenendo gli Stati membri nei loro sforzi per raggiungere tale obiettivo: nel 2007, il tempo medio era di 12 giorni con un costo di 485 euro; nel 2009 era sceso a 8 giorni e 417 euro.
La Commissione segue attentamente i progressi nelle politiche per le PMI nel contesto del partenariato di Lisbona per la crescita e l’occupazione.
Presto sarà presentata una relazione sull’attuazione dello “Small Business Act”.
Interrogazione n. 34 dell’on. Papanikolaou (H-0373/09)
Oggetto: Correlazione tra lo sviluppo e il mercato del lavoro con la politica di immigrazione
Lo sviluppo economico costituisce un obiettivo essenziale dell’UE. La realizzazione di tale obiettivo dipende da numerosi fattori, tra cui figura il buon funzionamento del mercato del lavoro nell’UE. Il collegamento tra l’immigrazione e la domanda nel mercato del lavoro è uno degli obiettivi della politica comunitaria di immigrazione e la sua realizzazione può costituire una leva fondamentale di sviluppo. Tale correlazione può rivelarsi davvero vantaggiosa tanto per gli Stati membri sottoposti a pressioni migratorie quanto per i migranti stessi che, di fatto, si trovano svantaggiati quanto al loro accesso al mercato del lavoro. Allo stesso tempo, è probabile che renda più attrattiva l’immigrazione legale e che limiti il fenomeno dell’immigrazione illegale.
Quali azioni ha la Commissione intrapreso al fine di contribuire concretamente a collegare le necessità del mercato del lavoro con la politica di immigrazione?
Quali misure intende adottare nell’immediato futuro?
(EN) Nel corso dell’ultimo decennio, l’importanza dell’immigrazione per lavoro è aumentata per l’occupazione in Europa. Nei prossimi dieci anni, l’Unione disporrà di una forza lavoro sempre più anziana e sempre minore. La popolazione europea in età lavorativa, che è aumentata in quest’ultimo decennio, inizierà a ridursi, in media, di oltre un milione di persone all’anno nel periodo 2010-2020. In assenza di flussi migratori, tali tendenze sarebbero drasticamente accelerate. Una gestione corretta dell’immigrazione diventa, così, un tema fondamentale all’interno delle riforme strutturali necessarie per rispondere alle sfide dell’invecchiamento demografico e per sostenere la crescita economica.
Nonostante il notevole contributo dell’immigrazione all’occupazione e alla crescita, vi sono numerose problematiche relative alla gestione dell’immigrazione per lavoro. I tassi di occupazione degli immigrati e, in particolare, di determinate categorie di immigrati con scarsi titoli di studio, donne immigrate e immigrati recenti, sono inferiori alla media. Spesso, l’immigrazione comporta anche uno “spreco di cervelli”, quando lavoratori qualificati sono impiegati per lavori poco qualificati. Inoltre, vi sono segnali di un aumento di discriminazione e xenofobia vista l’attuale crisi dell’occupazione.
La strategia post-2010 dovrà affrontare tali questioni integrando le recenti iniziative della Commissione sulle norme di ammissione e sulle assunzioni irregolari con le politiche volte a realizzare il pieno potenziale per l’occupazione e la crescita dell’immigrazione per lavoro. L’azione comunitaria dovrebbe includere incentivi per gli immigrati a utilizzare il lavoro e il sostegno alle infrastrutture del mercato del lavoro per rispondere alle necessità specifiche dei lavoratori immigrati. Il Fondo sociale europeo può sostenere tali priorità. Sebbene l’attenzione possa variare da paese a paese, è necessario concentrarsi sulla specificità di genere e sulla lotta alla discriminazione e alla xenofobia in Europa.
Interrogazione n. 35 dell’on. Posselt (H-0374/09)
Oggetto: Demografia
Quale bilancio trae la Commissione dalle sue attività in materia di demografia, in particolare per quanto riguarda gli aiuti alle famiglie e ai minori, e quali Stati membri si distinguono particolarmente sotto tale profilo secondo gli studi della Commissione? È stata realizzato al riguardo anche uno studio sulle possibilità e le ripercussioni della concessione di uno stipendio per motivi educativi che permetterebbe a uno dei genitori di restare a casa?
(EN) Poiché i cambiamenti demografici sono un sfida comune per tutti gli Stati membri dell’Unione, la Commissione si è concentrata sulla promozione di una strategia comune e a lungo termine. Nella comunicazione del 2006 “Il futuro demografico dell’Europa, trasformare una sfida in un’opportunità”(1), la Commissione ha individuato cinque politiche chiave in risposta all’invecchiamento: (1) rinnovamento demografico, (2) maggiore e migliore occupazione, (3) aumento della produttività, (4) migrazione e integrazione e (5) finanze pubbliche sostenibili. Questi cinque obiettivi politici sono tuttora pertinenti e sono stati confermati nella recente comunicazione “Gestire l’impatto dell’invecchiamento della popolazione nell’Unione europea”(2).
L’obiettivo della Commissione è di aiutare gli Stati membri, responsabili dell’attuazione delle politiche necessarie per rispondere ai cambiamenti demografici, a gestire gli effetti di questo fenomeno nel migliore dei modi. La strategia di Lisbona fornisce il quadro generale per tale scopo. Inoltre, la Commissione promuove una discussione a livello europeo sul cambiamento demografico e fornisce una piattaforma per lo scambio di esperienze e per l’apprendimento reciproco, attraverso il forum demografico europeo e la relazione sulla demografia in Europa(3), entrambi a cadenza biennale. Inoltre, la Commissione ha nominato un gruppo consultivo di esperti governativi in questioni demografiche nel 2007.
Sebbene le politiche familiari siano di responsabilità esclusiva degli Stati membri, la Commissione può svolgere un ruolo molto utile. Essa sostiene l’Alleanza europea per la famiglia, varata dal Consiglio europeo nella primavera del 2007. L’Alleanza europea per la famiglia costituisce una piattaforma per lo scambio di conoscenze e di buone pratiche in relazione alle politiche a favore della famiglia degli Stati membri. La Commissione ha varato numerose iniziative per semplificare gli scambi fra Stati membri, come, ad esempio, la creazione di un portale web, l’organizzazione di seminari sulle migliori pratiche, l’organizzazione di una rete di esperti universitari, la pubblicazione di un depliant su come finanziare i progetti a favore della famiglia con i fondi strutturali dell’Unione e la cooperazione con l’OCSE per la creazione di un database delle famiglie.
E’ difficile individuare le politiche a favore della famiglia più efficaci in Europa poiché gli Stati membri perseguono obiettivi diversi per le proprie politiche. In alcuni Stati membri, la priorità è di aumentare il tasso di natalità nazionale aiutando le coppie a realizzare i propri progetti familiari. In altri, il sostegno alla vita familiare rientra in un progetto più ampio che promuove l’uguaglianza di genere. Alcuni paesi ritengono che l’approccio migliore consista nei provvedimenti per contrastare la povertà infantile, o per ridurre le disuguaglianze di reddito. Si possono trovare le informazioni sul modo in cui gli Stati membri raggiungono tali obiettivi nelle varie relazioni regolarmente pubblicate dalla Commissione (ad esempio, la Relazione sulla parità fra donne e uomini(4), la Relazione comune sulla protezione sociale e sull’inclusione sociale(5), la Relazione sulla situazione sociale(6) e la Relazione sulla demografia in Europa).
Infine, la Commissione informa l’interrogante che non ha commissionato alcuno studio specifico sulla possibilità e le ripercussioni della concessione di uno stipendio per motivi educativi.
Interrogazione n. 36 dell’on. Kratsa-Tsagaropoulou (H-0390/09)
Oggetto: Rilancio dell'economia e rafforzamento dell'occupazione
L'argomento al centro della discussione oggi è in che modo riusciremo a rilanciare l'economia rafforzando l'occupazione e riducendo la disoccupazione.
Può la Commissione riferire: come sarà possibile conciliare i cambiamenti strutturali e il risanamento delle finanze pubbliche con una politica finanziaria espansionistica che molti ritengono indispensabile per aumentare l'occupazione; se ritiene che i provvedimenti che ha proposto di recente, quali le modifiche al Fondo di aggiustamento alla globalizzazione e il nuovo strumento di microfinanziamenti, bastino ad aumentare l'occupazione in Europa ovvero ritiene necessaria una nuova strategia europea complessiva in materia di occupazione; se intende intraprendere nuove iniziative al riguardo o ritiene che ciò sia responsabilità dei governi degli Stati membri; in che modo verrà assicurata la coerenza delle varie politiche nazionali in materia di occupazione per non disgregare il mercato unico dell'Unione e la coesione sociale a livello europeo?
(EN) A giugno, la Commissione ha adottato la comunicazione “Un impegno comune per l’occupazione” in risposta agli effetti della crisi sulla situazione dell’occupazione. La comunicazione stabilisce tre priorità fondamentali d’azione: mantenere l’occupazione, creare posti di lavoro e promuovere la mobilità; migliorare le capacità e soddisfare le necessità del mercato del lavoro; aumentare l’accesso all’occupazione. Queste priorità sono state approvate al Consiglio europeo di giugno. La comunicazione propone, inoltre, di mobilitare gli strumenti finanziari comunitari per sostenere gli sforzi di ripresa degli Stati membri, segnatamente i fondi strutturali europei e il fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG).
Il FEG ha l’obiettivo di esprimere solidarietà e fornire sostegno ai lavoratori in esubero in conseguenza dei mutamenti intervenuti nella struttura del commercio mondiale o (fino alla fine del 2011) a causa della crisi globale finanziaria ed economica. La recente revisione del regolamento del FEG semplifica l’accesso al fondo da parte degli Stati membri e consente di fornire assistenza a un maggior numero di lavoratori per un periodo di tempo più lungo.
Inoltre, la Commissione ha proposto un nuovo strumento di micro-finanza per dispensare micro-crediti e garanzie alle persone che hanno perso il posto di lavoro e intendono creare un’impresa.
La parte peggiore della crisi finanziaria sembra essere passata. Gli indici mostrano un arresto nel crollo del PIL e i mercati azionari si stanno riprendendo. Tuttavia, la situazione del mercato del lavoro rimane difficile e si prevede che la disoccupazione aumenti ancora. Si discute di possibili strategie di uscita, che facciano uscire le economie europee dalla recessione. E’ fondamentale che tali strategie siano applicate in un modo e in un momento tali da non compromettere la ripresa dei mercati del lavoro. Con il miglioramento dell’economia, il centro dell’attenzione del mercato del lavoro diventerà il garantire che le misure anticrisi abbiano un impatto nell’affrontare le necessità di riforma strutturale a più lungo termine, senza ostacolare i necessari cambiamenti. Nel contesto dei vincoli di bilancio attuali e futuri, è particolarmente importante valutare e, quando necessario, migliorare l’efficacia delle misure per il mercato del lavoro.
Il ruolo della Commissione è di coordinare sia le misure di ricostituzione, sia le strategie di uscita in tutta Europa, considerando che molte delle misure adottate dagli Stati membri avranno verosimilmente effetti diffusivi. Saranno fondamentali le riforme strutturali che incentivano la crescita attraverso una maggiore produttività e un utilizzo migliore della forza lavoro.
Le strategie di uscita per le politiche del mercato del lavoro devono spostare la propria attenzione dalle misure a breve termine, il cui obiettivo è evitare ulteriori licenziamenti, a misure strutturali più produttive. Tale spostamento avrà l’obiettivo di stimolare la creazione di posti di lavoro e la crescita attraverso un aumento dell’offerta di manodopera, facilitando gli spostamenti nel mercato del lavoro ed evitando il radicamento di una disoccupazione a lungo termine.
Le strategie di uscita degli Stati membri dovranno rispecchiarsi nella strategia di Lisbona e nella strategia europea per l’occupazione dopo il 2010. La necessità di riforme strutturali avrà un ruolo centrale nella futura strategia, tenendo conto della situazione macroeconomica in ciascuno Stato membro. A tal riguardo, la Commissione sottolinea che la crisi attuale ha richiesto un sostegno straordinario dalle politiche macroeconomiche, incluse le politiche di bilancio. Tuttavia, l’efficacia di tale sostegno dipende dal suo carattere temporaneo; in caso contrario, le aspettative di un aumento delle imposte comporterebbero un risparmio maggiore. Inoltre, l’assenza di sufficienti margini fiscali potrebbe rendere insostenibile una continuazione di politiche di bilancio espansionistiche. Di conseguenza, il 20 ottobre 2009, il Consiglio ha convenuto sulla necessità di un ritiro tempestivo degli stimoli fiscali. Considerando che le previsioni della Commissione indicano che la ripresa si sta consolidando, il risanamento di bilancio in tutti gli Stati membri dovrebbe avere inizio al massimo nel 2011. Bisogna tenere conto delle specificità delle situazioni dei paesi e alcuni Stati devono rafforzarsi prima di tale data.
Il 24 novembre 2009, la Commissione ha adottato un documento che presenta le riflessioni iniziali sugli orientamenti politici di massima per la futura strategia UE 2020, nel quale sonda il punto di vista di tutte le parti interessate. La Commissione intende presentare le proposte per la futura strategia UE 2020 all’inizio del 2010, in tempo utile per il Consiglio europeo di primavera.
Interrogazione n. 37 dell’on. Paleckis (H-0393/09)
Secondo gli esperti, la fase peggiore della recessione in Lituania è stata superata. In settembre la Commissione ha espresso un parere positivo sulle misure attuate dalla Lituania per ravvivare la congiuntura. Tuttavia, nel terzo trimestre di quest’anno il prodotto interno lordo del paese ha registrato ancora una diminuzione del 14,3% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. Si prevede che quest'anno il PIL lituano scenderà del 20%. Per questo motivo in Lituania non si intravedono segnali di una stabilizzazione economica come quella presente nel resto dell’Europa.
In che modo potrebbe la Commissione aiutare gli Stati dell’Unione europea colpiti dalla crisi, compresa la Lituania? Quali misure supplementari propone per mantenere e creare posti di lavoro nell’industria e nel settore manifatturiero?
(EN) Fornire risposte alla crisi, particolarmente alle sue conseguenze sull’occupazione, è compito, innanzi tutto, degli Stati membri. Ad ogni modo, la Commissione ha adottato una serie di iniziative per contrastare l’impatto della crisi economica e finanziaria sul mercato del lavoro fin dal suo emergere nell’autunno del 2008.
Nel novembre del 2008, la Commissione ha adottato il Piano europeo di ripresa economica. Esso richiede un’azione coordinata in tutti gli Stati membri, nonché investimenti “intelligenti” che portino benefici a lungo termine all’Unione. Sottolinea, inoltre, l’importanza dell’attuazione di politiche integrate di flessicurezza per tutelare i cittadini europei dalle conseguenze negative della crisi economica.
Il crollo del Prodotto interno lordo (PIL) si è arrestato e i mercati azionari si stanno riprendendo. Tuttavia, la situazione del mercato del lavoro è ancora complessa ed è previsto un ulteriore aumento della disoccupazione. Gli Stati membri e la Commissione hanno iniziato a discutere di possibili strategie di uscita, che facciano uscire le economie europee dalla recessione. E’ fondamentale, tuttavia, che tali strategie di uscita siano attuate in un momento in cui non compromettano la ripresa dei mercati del lavoro.
Il ruolo della Commissione è di coordinare sia le misure di ricostituzione, sia le strategie di uscita in tutta Europa, considerando che molte delle misure adottate dagli Stati membri avranno verosimilmente effetti diffusivi. Le attuali misure a breve termine devono essere sostituite da nuovi provvedimenti che affrontino le sfide strutturali. A tal fine, sarà fondamentale incentivare la creazione di posti di lavoro e il mantenimento della forza lavoro.
Il piano europeo di ripresa economica sottolinea l’importanza del Fondo sociale europeo (FSE) per attenuare gli effetti della crisi. L’Unione ha introdotto cambiamenti importanti per semplificare l’accesso al FSE, tra cui:
- proroga della data di ammissibilità per i programmi 2000-2006 al 30 giugno 2009, consentendo agli Stati membri l’utilizzo di 7 miliardi di euro di fondi non assegnati;
- aumento dei pagamenti anticipati per i programmi 2007-2013, che includono ulteriori 1,76 miliardi di euro dal FSE agli Stati membri. In totale, sono stati stanziati oltre 6,1 miliardi di euro per gli Stati membri in prefinanziamenti tra il 2007 e il 2009;
- per poter attuare i programmi del fondo sociale europeo quanto prima, gli Stati membri sono stati informati del fatto che il FSE avrebbe coperto il 100 per cento dei costi per l’avviamento di progetti potenziali in caso di non disponibilità immediata di finanziamenti nazionali, a patto che gli Stati membri siano in grado di continuare a finanziare tali progetti una volta terminato il programma;
- proroga della possibilità di ricorrere a pagamenti a tasso forfettario, a vantaggio di microprogetti, che hanno ricevuto una somma forfettaria fino a 50 000 euro.
Tra il 2007 e il 2013, la Lituania dovrebbe ricevere uno stanziamento di fondi strutturali di 5,9 miliardi di euro, di cui 1 miliardo direttamente dal FSE. Il sostegno finanziario dovrebbe aiutare la Lituania ad affrontare le conseguenze negative della crisi e a prepararsi per la ripresa.
Nel luglio 2009, su richiesta delle autorità lituane, la Commissione ha modificato il Programma operativo FSE per lo sviluppo di risorse umane della Lituania. I finanziamenti nazionali sono stati ridotti al 15 per cento, il minimo richiesto dal regolamento dei fondi strutturali ed è stato reso disponibile un sostegno finanziario per la creazione di nuove imprese. Tale misura riveste una particolare importanza in Lituania, dove l’accesso ai finanziamenti da parte delle imprese, particolarmente quelle piccole, è molto difficoltoso.
Inoltre, la Lituania ha richiesto un contributo al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) per contrastare i licenziamenti collettivi. La richiesta relativa a Alytaus Tekstile è stata approvata dall’Autorità di bilancio nel 2008. Altre quattro richieste della Lituania sono al momento sottoposte all’esame della Commissione.
Interrogazione n. 38 dell’on. Aylward (H-0397/09)
Oggetto: Povertà e FSE
Le persone più vulnerabili della società sono anche le più duramente colpite dalla crisi economica attuale. Come propone la Commissione di ridurre il livello di povertà nell'Unione europea e, in particolare, il numero dei senzatetto negli Stati membri? Come intende la Commissione garantire che il Fondo sociale europeo (FSE) sia utilizzato nel modo più efficace possibile per affrontare questi problemi? Di quali indicatori dispone la Commissione per misurare l'efficacia del Fondo nei settori politici che sono applicabili?
(EN) La creazione e l’attuazione di risposte alla crisi, particolarmente per quel che concerne le conseguenze sull’occupazione e la situazione sociale, sono, innanzi tutto, responsabilità degli Stati membri. La Commissione ricorda che, in media, gli Stati membri dedicano il 27 per cento del proprio prodotto interno lordo (PIL) a politiche di protezione sociale. L’Unione può comunque rivestire un ruolo importante assistendo gli Stati membri nei loro sforzi per affrontare gli effetti negativi della crisi attraverso il coordinamento delle politiche e la mobilitazione degli strumenti finanziari comunitari.
Il Metodo di coordinamento aperto per la protezione sociale e l’inclusione sociale (MAC sociale) sostiene gli sforzi degli Stati membri attraverso l’apprendimento reciproco e attività di collegamento in rete, lo sviluppo di strumenti statistici e indicatori e il miglioramento della base di conoscenze per la concezione delle politiche. Per rispondere alla situazione attuale, sono stati organizzati degli scambi di informazioni volontari sulla situazione sociale e sulle risposte politiche all’interno del Comitato per la protezione sociale. La seconda valutazione comune sarà presentata al Consiglio dei ministri il 30 novembre 2009.
La crisi attuale richiese rapide strategie di inclusione sociale, che mirano a fornire un reddito minimo adeguato, a rafforzare i collegamenti con il mercato del lavoro e l’accesso a servizi di qualità. Il Comitato per la protezione sociale è responsabile di controllare l’attuazione di strategie di inclusione sociale negli Stati membri. Inoltre, nel quadro del controllo dei progressi del MAC sociale, la Commissione sta ultimando la bozza della relazione comune sulla protezione sociale e sull’inclusione sociale 2010, che si occuperà principalmente di edilizia abitativa e di senzatetto. La relazione fornirà informazioni sui progressi ottenuti e individuerà i messaggi per le future politiche in quest’ambito.
L’Unione europea riconosce l’importanza della lotta alla povertà e all’esclusione sociale e ha indirizzato cospicui finanziamenti a tali cause dal Fondo sociale europeo (FSE). Il FSE aiuta le vittime dell’esclusione sociale e sostiene le azioni di prevenzione e riduzione della povertà tramite interventi rapidi. Tali misure includono lo sviluppo di capacità e conoscenze, l’aumento della capacità di adattamento dei lavoratori e la lotta all’abbandono scolastico precoce.
I programmi operativi del FSE sono stati decisi prima dell’avvento della crisi. Gli Stati membri possono chiedere alla Commissione di modificare i programmi operativi a loro destinati. Alcuni Stati membri li hanno modificati, mentre altri sono riusciti a utilizzare i programmi esistenti per contrastare le conseguenze negative della crisi.
La Commissione ricorda che gli Stati membri sono responsabili dell’attuazione delle politiche e del raggiungimento degli obiettivi dei programmi. La valutazione del raggiungimento degli obiettivi è effettuata secondo quanto dettato dai regolamenti della Commissione relativi ai fondi strutturali. Ad esempio, i beneficiari FSE possono essere suddivisi in vari gruppi di vulnerabilità, quali migranti o disabili, o a seconda del loro status nel mercato del lavoro, come disoccupati di lunga durata o cittadini inattivi. Ciascuno Stato membro è libero di aggiungere nuovi criteri che rispecchino le circostanze individuali.
Interrogazione n. 39 dell’on. Crowley (H-0403/09)
Oggetto: La Dell e il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione
Nel settembre dell'anno in corso la Commissione ha annunciato la concessione di assistenza da parte del FEG, per un importo di 14,8 milioni di euro, ai lavoratori della Dell licenziati. Il pacchetto prevede la concessione ai lavoratori di formazione e riqualificazione, orientamento professionale e indennità d'istruzione. Potrebbe la Commissione fornire informazioni sulla situazione attuale del pacchetto?
(EN) La proposta di contributo del FEG (Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione) a un pacchetto di misure attive sul mercato del lavoro per la reintegrazione nel mercato del lavoro dei lavoratori della Dell licenziati e di alcuni fornitori, è al vaglio dell’autorità di bilancio europea. Se l’autorità approva il contributo, l’Irlanda riceverà i finanziamenti quanto prima.
Nel frattempo, le azioni che possono ricevere un cofinanziamento dal FEG stanno già raggiungendo i lavoratori colpiti. Le autorità irlandesi hanno reagito velocemente all’annuncio di licenziamenti da parte della Dell e hanno approntato un pacchetto di misure a sostegno dei lavoratori. Le spese relative a tali misure, che hanno avuto inizio il 3 febbraio 2009, potranno essere finanziate dal FEG se il contributo sarà approvato dall’autorità di bilancio.
Interrogazione n. 40 dell’on. Toussas (H-0423/09)
Oggetto: Aumento vertiginoso della disoccupazione nell'UE
La disoccupazione nei 27 Stati membri dell'UE è aumentata di 5 011 000 persone tra il settembre 2008 e il settembre 2009, arrivando a totalizzare 22 123 000 disoccupati, e si prevede che salirà alle stelle, fino al 12%, nel 2010. L'UE e i governi degli Stati membri, con la politica della "flessicurezza", generalizzano le relazioni di lavoro flessibili, l'"affitto di lavoratori". Sotto la copertura di "contratti di apprendistato", i famigerati stage, il lavoro provvisorio, flessibile e senza protezione sociale assume proporzioni enormi, addirittura in seno agli organi dell'UE (Commissione, Parlamento europeo e altri organi comunitari). In Grecia, il governo del PASOK, con il pretesto di garantire "pari diritti", ha annunciato migliaia di licenziamenti di lavoratori in stage nel settore pubblico, salvaguardando tuttavia il settore privato.
Come valuta la Commissione le azioni del governo greco? Qual è la sua posizione dinanzi al problema cruciale di garantire il diritto all'occupazione piena e stabile, dato che la sua politica è in contrasto con le proposte dei lavoratori per un'occupazione stabile e permanente per tutti, la soppressione di tutte le forme flessibili di occupazione nel settore pubblico e privato e l'immediata assunzione in pianta stabile dei lavoratori in stage, senza riserve né precondizioni?
(EN) La Commissione sottolinea che lo scopo alla base della sicurezza è di raggiungere il giusto equilibrio fra flessibilità e sicurezza, entrambe indispensabili a un sostegno efficace dei lavoratori e per agevolare l’adattamento delle imprese.
La flessicurezza implica un’unione di misure che mirano a mantenere le persone all’interno del mondo dell’occupazione e ad aiutare chi ha perso il proprio posto di lavoro a rientrare nel mercato del lavoro. Tale obiettivo è perseguito garantendo che la transizione a un nuovo lavoro sia quanto più fluida possibile e che migliori le prospettive del lavoratore.
I Principi comuni della flessicurezza, adottati dagli Stati membri nel 2007, indicano che un’adeguata flessibilità contrattuale deve essere accompagnata da transizioni sicure da lavoro a lavoro. La flessicurezza dovrebbe incentivare dei mercati del lavoro più aperti, reattivi e inclusivi, evitando la segmentazione del mercato del lavoro. I lavoratori con un posto di lavoro instabile o ai bordi estremi del mercato del lavoro devono ricevere migliori opportunità, incentivi economici e misure di sostegno per facilitare il loro accesso al lavoro.
La Commissione ritiene che la flessicurezza sia un aspetto importante della politica per il mercato del lavoro, che consentirà di affrontare la crisi economica attuale e le sfide sociali. Il Consiglio europeo ha recentemente confermato l’importanza della flessicurezza per avviare la ripresa economica e ridurre la disoccupazione.
La direttiva 1999/70/CE(1)del Consiglio richiede agli Stati membri di creare un quadro per la prevenzione degli abusi derivanti dall'utilizzo di una successione di contratti o di rapporti di lavoro a tempo determinato. La Grecia ha utilizzato l’opzione presentata alla clausola 2, paragrafo 2, dell’allegato alla direttiva e ha escluso i contratti o rapporti di lavoro avviati nell’ambito di un programma speciale di formazione, integrazione e riconversione professionale sostenuto dall’ente greco per il collocamento della manodopera, secondo la legislazione nazionale di trasposizione della direttiva 1999/70/CE del Consiglio. Come indicato nella risposta all’interrogazione scritta P-5452/09(2) dell’onorevole Tzavela, la Commissione ha contattato per iscritto le autorità greche richiedendo informazioni e chiarimenti sul funzionamento di tali schemi. Ad oggi, non ha ancora ricevuto una risposta.
La Commissione è stata in contatto con il ministro del lavoro greco riguardo al tema degli stage nel settore pubblico. A tal proposito, la Commissione ha evidenziato che un’esperienza lavorativa può facilitare il passaggio dall’istruzione al mondo del lavoro, ma ha ricordato che tali schemi necessitano di un’attenta progettazione, severe procedure di selezione e un attento controllo per assicurarsi che lo schema in questione migliori le prospettive di lavoro dei partecipanti e porti vantaggi alle persone che più ne hanno bisogno.
Direttiva 1999/70/CE del Consiglio del 28 giugno 1999, relativa all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, GU L 175 del 10.7.1999, pag. 43-48
La Commissione ha intenzione di valutare nuovamente lo stato delle armi chimiche sepolte nel Mar Baltico? Esiste un monitoraggio regolare di come la concentrazione di sostanze pericolose nel Mar Baltico abbia effetti sugli organismi che vivono in codesto mare e se detta concentrazione costituisca un rischio per la salute pubblica attraverso il consumo di pesce pescato nel Marl Baltico?
(EN) Dopo la seconda guerra mondiale, circa 40 000 tonnellate di armi chimiche sono state scaricate nel Mar Baltico, principalmente nell’area a est di Bornholm, a sud-est di Gotland e a sud del piccolo Belt. La Comunità è una parte contraente della commissione di Helsinki (HELCOM)(1), che si è occupata del controllo e della valutazione dello scarico di armi chimiche nel Mar Baltico. Già nel 1994, HELCOM ha pubblicato una relazione sui siti di scarico e sulla quantità e qualità delle armi chimiche. Tra le parti contraenti di HELCOM, la Danimarca è responsabile di verificare annualmente il numero di incidenti e di comunicarlo a HELCOM. Dal 1995, sono stati comunicati 101 casi in totale. Tra il 1995 e il 1999, è stata comunicata una media di 7 incidenti l’anno. Il numero di casi riportati è aumentato negli anni seguenti e, in media, si è attestato sui 14 all’anno tra il 2000 e il 2003. Tuttavia, a partire dal 2004, è nuovamente diminuito: in media, 3 casi all’anno tra il 2004 e il 2007, mentre nel 2008 non è stato rilevato alcun incidente. I casi riportati erano relativi ad attività di pesca. Tali variazioni sono dovute, probabilmente, a una commistione di fattori quali l’alta intensità di attività di pesca nelle zone in prossimità delle aree di scarico delle armi chimiche e le raccomandazioni pubblicate da HELCOM e autorità locali. Le zone di scarico sono indicate sulle carte nautiche con la scritta “non attraccare o pescare”. Ad ogni modo, la pesca in queste acque non è proibita e la pesca commerciale continua. HELCOM fornisce informazioni complete sul proprio sito internet(2), incluso su come comportarsi in caso di ripescaggio di armi chimiche.
Esiste, inoltre, un progetto di ricerca finanziato dall’UE, “Modellizzazione dei rischi ecologici relativi alle armi chimiche scaricate in mare” (MERCW). L’obiettivo principale del progetto è di eseguire ricerche mirate e sviluppi tecnologici per creare un modello delle vie di trasporto e la diffusione di agenti tossici nei sedimenti marini e nell’ambiente marino. L’obiettivo finale è di valutare la sicurezza ecologica dell’ecosistema e l’impatto sulla salute delle persone degli Stati costieri in prossimità dei siti di scarico. La prima relazione pubblica(3)del progetto include un’analisi dettagliata e approfondita dei vari siti di scarico e crea la base per tutte le altre attività del progetto. Il progetto di ricerca comunica regolarmente i propri risultati a HELCOM. Secondo le conclusioni, le armi chimiche scaricate costituiscono un rischio molto ridotto per l’ambiente marino per quanto riguarda perdite di sostanze tossiche dalle armi e non vi sono dati che indichino un pericolo per la salute umana tramite il consumo di pesce.
I Programmi quadro di ricerca dell’Unione europea(4) hanno finanziato numerosi progetti di ricerca sull’impatto di sostanze chimiche sulla salute umana. Alcuni progetti, come, ad esempio, COMPARE(5), includevano studi sulle popolazioni intorno al Mar Baltico.
Il 29 ottobre 2009, la Commissione ha presentato una proposta al Parlamento e al Consiglio per un programma congiunto di ricerca sul Mar Baltico (BONUS – iniziativa 169). Tale iniziativa riunisce gli otto Stati membri che si affacciano sul Baltico per sviluppare un’agenda di ricerca strategica e orientata alle politiche, attuando un programma di ricerca comune integrato. Durante la prima fase del programma comune di ricerca, sarà redatta un’Agenda strategica di ricerca. Essa sarà basata sui risultati di ampie consultazioni con le parti interessate, tra cui le parti interessate di altre scienze naturali non marine pertinenti, scienze economiche e sociali e altre aree geografiche. La complessa questione dello scarico di armi nella regione del Mar Baltico potrebbe essere uno dei temi discussi per finanziare degli inviti a presentare proposte di ricerca mirati nella fase di attuazione dell’iniziativa.
Partendo dal lavoro di controllo condotto finora da HELCOM e MERCW, la strategia dell’Unione europea per la regione del Mar Baltico(6) include un progetto “ammiraglio” il cui obiettivo è “Valutare la necessità di purificare armi chimiche e relitti contaminati”. Il progetto, coordinato dalla Polonia, includerà attività che abbracciano l’individuazione delle minacce prioritarie e l’identificazione di costi e benefici di ogni azione possibile attraverso programmi di ricerca concordati. Il progetto prenderà le mosse dalle conoscenze attuali e dalla mappatura del Mar Baltico.
Inoltre, l’obiettivo della direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino(7)è che tutte le acque marine europee raggiungano un buono stato ecologico entro il 2020. A tal fine, gli Stati membri devono valutare e controllare le concentrazioni di sostanze inquinanti, tutti gli elementi della catena alimentare marina, sostanze inquinanti presenti nei pesci e nei frutti di mare, eccetera. In particolare, l’applicazione della direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino dovrà essere basata sulla cooperazione e sul coordinamento degli Stati membri nel bacino idrografico di una regione o sottoregione marina come il Mar Baltico e, nel limite del possibile, dovrà prendere le mosse da programmi e attività esistenti sviluppati nell’ambito di accordi internazionali come HELCOM. I livelli per il buono stato ecologico dovranno essere coordinati regionalmente e decisi entro il 2012, mentre entro il 2014 i programmi di controllo degli Stati membri dovranno essere operativi.
Oggetto: Fine del mandato dei nuovi Commissari europei
Quando terminano il mandato, i membri della Commissione hanno diritto a un'indennità compensativa delle spese di prima sistemazione pari all'ammontare di uno stipendio mensile, in conformità con il regolamento n. 422/67/CEE (1).
Viene poi erogata un'indennità transitoria mensile per un periodo di tre anni il cui importo varia, a seconda della durata del mandato, tra il 40 e il 65% dell'ultimo stipendio base mensile percepito.
Poiché si suppone che i tre nuovi Commissari Algirdas Semeta, Pawel Samecki e Karel De Gucht resteranno in carica per brevissimo tempo e hanno già goduto di due mesi di retribuzione aggiuntiva per il loro insediamento, intendono essi fruire di tale indennità anche alla fine del mandato?
Quale è il periodo minimo durante il quale un Commissario deve rimanere in carica per poter godere dell'indennità transitoria mensile? Se le condizioni necessarie sono soddisfatte, l'indennità viene erogata per l'intero periodo di tre anni?
(EN) La Commissione non concorda con la premessa dell’interrogazione, ossia che i tre nuovi commissari, Algirdas Šemeta, Pawel Samecki e Karel De Gucht, resteranno in carica per brevissimo tempo.
La Commissione potrà rispondere alla prima domanda solo quando uno dei tre commissari citati farà richiesta di un’indennità compensativa al termine del proprio mandato. La Commissione conferma che l’indennità compensativa sarà pagata alla partenza se l’ex commissario deve cambiare residenza e non ha diritto a tale indennità nella sua nuova attività.
Per quel che concerne la seconda domanda, la Commissione sottolinea che, secondo il regolamento 422/67/CEE, non vi è un periodo minimo di mandato per ricevere l’indennità transitoria. Se il mandato dura meno di due anni, il commissario avrà diritto all’indennità transitoria per tre anni. L’indennità transitoria è assegnata tenendo conto delle numerose limitazioni (ai sensi dell’articolo 213 CE) alle attività di cui può occuparsi un commissario dopo il termine del suo mandato, evitando, così, conflitti di interessi. Il compito di agire con discrezione riguardo a futuri incarichi è applicato equamente, indipendentemente dal fatto che il commissario sia stato in carica tre settimane o dieci anni.
Interrogazione n. 43 dell’on. Chountis (H-0379/09)
Oggetto: Possibile perdita di posti di lavoro nei cantieri navali greci di Skaramanga a causa di ricatti da parte della società proprietaria
La società "Ellinikà Nafpighìa AE" ("Cantieri navali greci S.A."), con sede a Skaramanga, e la società tedesca HDW (entrambe membri del gruppo tedesco "ThyssenKrupp Marine Systems") hanno reso noto che rescinderanno i contratti stipulati con lo Stato greco per la costruzione di quattro sommergibili e la manutenzione di altri tre, a causa di debiti dello Stato greco nei confronti della società per un importo di 524 milioni di euro. Il ministero della Difesa greco rifiuta tuttavia di versare l'importo in questione e di accettare la consegna del primo sommergibile a causa di problemi accertati di stabilità, mentre viene peraltro segnalato che lo Stato greco ha già versato l'80% del prezzo complessivo relativo ai sette sommergibili. Si può parlare di tattica ricattatoria da parte della società tedesca, poiché la mossa di rescindere i contratti significa in sostanza provocare l'arresto dell'attività dei cantieri navali, lasciando senza lavoro i 2.000 dipendenti dei cantieri di Skaramanga. Si prega la Commissione di rispondere ai seguenti quesiti: Di quali possibilità dispongono gli Stati membri nei confronti delle società multinazionali che non esitano ad avanzare richieste eccessive e non rispettano i termini dei contratti ricorrendo al ricatto della perdita di posti di lavoro? In che modo la Commissione può contribuire al mantenimento dei posti di lavoro?
(EN) Secondo le informazioni fornite nell’interrogazione orale, sembra che la questione sollevata dall’interrogante riguardi un contratto tra lo Stato greco e un’azienda privata per la costruzione di quattro sottomarini e la manutenzione di altri tre.
Le questioni sollevate dall’interrogante riguardano l’esecuzione del contratto e, più specificamente, le ragioni per la sua rescissione da parte del contraente e non l’aggiudicazione del contratto pubblico in questione. Sulla base delle limitate informazioni fornite dall’interrogante, il caso non implica alcuna questione di diritto comunitario sugli appalti pubblici e, pertanto, rientra nelle competenze delle norme nazionali degli Stati membri. Perciò, la Commissione invita l’onorevole parlamentare a rivolgersi alle autorità nazionali competenti.
Interrogazione n. 44 dell’on. Bendtsen (H-0380/09)
Oggetto: Aiuti statali alla floricoltura e orticoltura olandese
Il Fondo olandese ”Borgstelling Fond” rende possibile alle imprese del settore delle coltivazioni in serra ottenere una garanzia di Stato che copre fino all'85% dei prestiti per investimenti fino a 2,5 milioni di euro. La Commissione vorrà spiegare quale iter logico si è seguito in relazione all'approvazione di detto regolamento?
In aggiunta al regime di prestiti di cui sopra, la flori-orticoltura si è vista riconoscere una serie di altri regimi di aiuti. La Commissione, tenendo presente quanto sopra, vorrà far sapere in quale misura si terrà conto della portata degli aiuti precedenti all’atto di valutare se un’eventuale nuova iniziativa sia conforme alla normativa sugli aiuti di Stato?
(EN) L’interrogante chiede il punto di vista della Commissione sulle garanzie riconosciute al settore delle coltivazioni in serra olandese.
Lo schema olandese assegna la possibilità al fondo di garanzia di fornire aiuti statali sotto forma di garanzie fino a un massimo dell’80 per cento del prestito garantito. La cifra massima per la garanzia è di 2 500 000 euro. Le garanzie sono fornite per coprire i prestiti a fini di investimento nel settore delle coltivazioni in serra e vanno a beneficio solo di Piccole e medie imprese (PMI).
Lo schema è stato approvato dalla decisione della Commissione del 23 aprile 2009(1). La Commissione ha valutato le misure alla luce delle norme di aiuti statali applicabili sia alle garanzie sia agli aiuti agli investimenti nel settore agricolo ed è giunta alla conclusione che lo schema proposto era compatibile con tali norme.
Per quel che concerne i sussidi che le imprese operanti nel settore dell’orticultura possono ottenere, oltre agli schemi di garanzia, la Commissione precisa che eventuali aiuti addizionali nel quadro degli schemi attuali non sono vietati, nel limite del rispetto della massima intensità degli aiuti stabilita dagli orientamenti per l’agricoltura. Le autorità olandesi si sono impegnate a rispettare tali norme per evitare di superare la massima intensità degli aiuti.
http://ec.europa.eu/competition/state_aid/register/ii/doc/N-112-2009-WLWL-en-23.04.2009.pdf - GU C 190 del 13.8.2009
Interrogazione n. 45 dell’on. Provera (H-0382/09)
Oggetto: Trasmissione di Al-Aqsa TV da parte di Eutelsat
L'operatore satellitare francese Eutelsat continua a trasmettere il canale televisivo Al-Aqsa TV nonostante il contenuto dei suoi programmi costituisca una violazione diretta dell'articolo 3 ter della direttiva sui servizi di media audiovisivi dell'UE (2007/65/CE(1)). Tali programmi contribuiscono inoltre alla crescita della radicalizzazione in Europa, fenomeno che rappresenta una minaccia per la sicurezza europea. Al-Aqsa TV è di proprietà di Hamas ed è finanziato e controllato da questo gruppo, che figura nell'elenco delle organizzazioni terroristiche stilato dall'UE. Nel dicembre 2008, l'autorità francese di radiodiffusione, il Conseil Supérieur de l'Audiovisuel, ha informato Eutelsat che il contenuto dei programmi di Al-Aqsa TV violava l'articolo 15 della legge francese sulle comunicazioni del 30 settembre 1986, che vieta ogni forma di incitamento all'odio o alla violenza per motivi di razza, religione o nazionalità. Nonostante la comunicazione da parte del CSA, Eutelsat non ha interrotto la trasmissione del canale Al-Aqsa, i cui programmi continuano a violare la legislazione audiovisiva europea e francese.
Quale misure intende la Commissione adottare per interrompere la trasmissione di Al-Aqsa TV da parte di un operatore satellitare europeo? Ha la Commissione sollevato formalmente la questione presso le autorità francesi, e in che modo intende essa garantire il rispetto della legislazione audiovisiva europea?
(EN) La Commissione condivide la preoccupazione dell’interrogante riguardo a programmi che contengono incitamento all’odio all’interno della giurisdizione di uno Stato membro. La Commissione lavora attivamente e promuove la cooperazione tra gli Stati membri per garantire la totale applicazione del diritto comunitario, particolarmente in questo settore così delicato.
La Commissione è a conoscenza del fatto che Al-Aqsa TV sia trasmessa via Atlantic Bird 4, appartenente all’operatore satellitare francese Eutelsat. I servizi via Atlantic Bird 4 sono accessibili nella grande maggioranza dei paesi mediorientali. All’interno dell’Unione europea, i cittadini dell’Italia meridionale, Cipro, Malta e Grecia sono gli unici che possono ricevere tale canale con un impianto standard. In altri paesi dell’Unione, per ricevere i programmi di Al-Aqsa TV sarebbero necessarie antenne paraboliche di dimensioni notevoli. Va inoltre ricordato che, finora, la Commissione non ha ricevuto alcuna denuncia formale relativa ai programmi trasmessi da Al-Aqsa TV.
L’articolo 22, paragrafo a, della direttiva 89/552/CEE vieta i programmi che incitano all’odio per motivi di razza, sesso, religione o nazionalità, ma il diritto alla libertà di espressione rimane uno dei pilastri di una società democratica e pluralista. La linea di demarcazione tra libertà di espressione e incitamento all’odio è molto sottile. In questo contesto, un divieto assoluto di programmazione a un canale televisivo è una misura molto radicale e deve rimanere una misura eccezionale.
Nel settembre 2008, la Commissione ha scritto formalmente all’autorità francese di radiodiffusione, il ‘Conseil Supérieur de l'Audiovisuel’ (CSA) riguardo ad Al-Aqsa TV. In seguito a tale richiesta, e considerando l’intenzione di Al-Aqsa TV di raggiungere tutti i paesi dell’Unione tramite Eurobird 9, un satellite per telecomunicazioni gestito da Eutelsat, il CSA ha emesso un’avvertenza (mise en garde) contro Eutelsat nel dicembre 2008. In questo modo, il CSA ha garantito che Al-Aqsa TV non desse seguito alle proprie intenzioni di raggiungere il pubblico dell’intera Unione europea. Il 23 ottobre 2009, la Commissione ha scritto alle autorità francesi chiedendo aggiornamenti sulla situazione.
In generale, la Commissione, in qualità di guardiana del trattato, può avviare una procedura di infrazione contro gli Stati membri se ritiene che lo Stato membro in questione non rispetti il diritto comunitario. Nel caso specifico della Francia e della sua gestione della questione Al-Aqsa TV, la Commissione potrebbe utilizzare tale possibilità a seconda della risposta alla suddetta lettera.
Inoltre, la Commissione solleva regolarmente la questione delle trasmissioni di Al-Aqsa TV e di altre emittenti nel dialogo politico con gli Stati coinvolti, siano essi il paese di origine dell’emittente, il paese che ospita il collegamento ascendente al satellite o il paese proprietario dei satelliti utilizzati dalle emittenti.
Interrogazione n. 46 dell’on. Ehrenhauser (H-0385/09)
Oggetto: Finanziamenti relativi al secondo referendum in Irlanda
La Commissione ritiene che lo svolgimento di attività informative in occasione di un referendum sia compatibile con il diritto irlandese ed europeo in vigore?
Nelle attività informative finanziate dalla Commissione europea, come, ad esempio, la pubblicazione di opuscoli, è stato garantito un equilibrio tra argomenti favorevoli e contrari alla ratifica del trattato di Lisbona?
Quali argomenti critici sono stati addotti in relazione al trattato di Lisbona?
(EN) La Commissione europea ha il compito di contribuire a un dibattito informato sull’Unione europea, fornendo informazioni chiare, dettagliate e oggettive ai cittadini. Ciò include informazioni sul nuovo trattato di Lisbona, firmato da tutti gli Stati membri e sostenuto dal Parlamento europeo.
La Commissione ha pubblicato sul sito web Europa (http://europa.eu/lisbon_treaty/index_en.htm) delle informazioni sul trattato di Lisbona, includendo domande e risposte e la versione consolidata del testo del nuovo trattato. Inoltre, la Commissione ha realizzato una sintesi per i cittadini del nuovo trattato, chiamata “La tua guida al trattato di Lisbona”, che esprime in termini semplici e veritieri i cambiamenti apportati dal trattato di Lisbona. La Guida è una pubblicazione destinata ai cittadini di tutti gli Stati membri ed è disponibile nelle 23 lingue ufficiali dell’Unione europea.
L’esistenza di un considerevole deficit di informazioni sull’Unione europea in Irlanda è stata evidenziata dai risultati delle ricerche e dalle conclusioni della relazione della sottocommissione dell’Oireachtas (il parlamento irlandese) del novembre 2008 sul futuro dell’Irlanda nell’Unione europea.
In risposta alla richiesta di informazioni oggettive sull’Unione, il Parlamento europeo e la Commissione europea hanno firmato un Protocollo di intesa triennale “Insieme per comunicare l’Europa” con il governo irlandese nel gennaio 2009.
Nel quadro di tale protocollo, e in stretta cooperazione con il governo irlandese e l’ufficio del Parlamento europeo in Irlanda, è stata promossa una vasta serie di attività, con l’obiettivo di promuovere una maggiore comprensione dell’UE da parte dell’opinione pubblica irlandese.
La Commissione ha organizzato attività quali undici discussioni pubbliche sull’Unione in tutta l’Irlanda, un’iniziativa nazionale di pubblicità che spiega cosa fa l’UE per i consumatori, un concorso di redazione e attività internet per le scuole secondarie, ad esempio, un nuovo sito web interattivo e di socializzazione in rete. Nel quadro dell’iniziativa “Back to school”, che coinvolge i funzionari delle istituzioni europee e li riporta nelle scuole secondarie frequentate, 87 funzionari irlandesi hanno visitato 101 scuole in 24 contee.
La Commissione ha organizzato, insieme al Ministero irlandese degli affari esteri, una serie di riunioni informative intitolate “I fatti del trattato di Lisbona” per le organizzazioni interessate, ONG (Organizzazioni non governative) incluse e autorità regionali. Nel 2009 si sono svolti anche sei eventi organizzati in collaborazione con le principali associazioni femminili irlandesi.
Interrogazione n. 47 dell’on. Vanhecke (H-0386/09)
Oggetto: Regolamento per l'attuazione dell'iniziativa dei cittadini
Nella sua risoluzione del 7 maggio 2009 (P6_TA(2009)0389) il Parlamento europeo ha richiesto alla Commissione di presentare una proposta di regolamento per l'attuazione dell'iniziativa dei cittadini, non appena il trattato di Lisbona entrerà in vigore (P6_TA(2009)0389).
Ha già elaborato la Commissione una proposta al riguardo? Intende la Commissione presentare una proposta di regolamento non appena il trattato di Lisbona entrerà in vigore? Rispetta essa le linee guida tracciate nella pertinente relazione del Parlamento europeo?
(EN) La Commissione accoglie l’introduzione del diritto d’iniziativa dei cittadini, che darà una voce più forte ai cittadini europei, aggiungerà una nuova dimensione alla democrazia europea e completerà la serie di diritti relativi alla cittadinanza dell’Unione.
La Commissione è convinta che i cittadini europei debbano poter usufruire del diritto d’iniziativa dei cittadini quanto prima, in seguito all’entrata in vigore del trattato di Lisbona. A tal fine, la Commissione presenterà una proposta di regolamento ai sensi dell’articolo 24 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea dopo l’entrata in vigore del trattato. L’obiettivo della Commissione è di consentire l’adozione del regolamento entro la fine del primo anno di funzionamento del trattato ed è fiduciosa sulla condivisione di tale obiettivo da parte di Parlamento europeo e Consiglio.
Considerata l’importanza di tale proposta per i cittadini, la società civile organizzata, le parti e le autorità pubbliche degli Stati membri, i cittadini e tutte le parti interessate meritano la possibilità di esprimere la propria opinione sul funzionamento del diritto d’iniziativa dei cittadini.
A tal fine, l’11 novembre la Commissione ha adottato un Libro verde(1)per conoscere le opinioni delle parti interessate sulle questioni fondamentali che plasmeranno il futuro regolamento. La Commissione si augura che le future consultazioni incoraggino un’ampia serie di risposte. I risultati della consultazione costituiranno la base per la preparazione della proposta della Commissione.
La Commissione accoglie molto favorevolmente la risoluzione del Parlamento sul diritto d’iniziativa dei cittadini, adottata nel maggio 2009, quale prezioso contributo a questa discussione e condivide gran parte dei concetti esposti.
Libro verde sul diritto d’iniziativa dei cittadini europei, COM (2009) 622
Interrogazione n. 48 dell’on. Bufton (H-0387/09)
Oggetto: Introduzione dell'identificazione elettronica - Regolamento (CE) n. 1560/2007
Per quanto riguarda l'introduzione dell'identificazione elettronica obbligatoria, prevista per il 31 dicembre 2009 (regolamento (CE) n. 1560/2007(1)), intende la Commissione ritardare l'identificazione elettronica obbligatoria sulla base del fatto che l'attrezzatura utilizzata per la scansione/lettura delle etichette non è precisa e causerà enormi problemi agli agricoltori?
Con tali premesse, può la Commissione prevedere un'applicazione esclusivamente volontaria di tale regime a partire dal 31 dicembre 2009?
(EN) Le attuali norme comunitarie sull’identificazione individuale e sulla tracciabilità di ovini e caprini sono sorte dalla crisi di afta epizootica del 2001 nel Regno Unito, quando le relazioni del Parlamento, la Corte dei Conti e la “relazione Anderson” alla Camera dei Comuni britannica hanno indicato che il sistema di tracciabilità e identificazione delle partite era inaffidabile. All’epoca, le principali parti in causa, come l’Unione nazionale degli agricoltori (NFU), non solo hanno richiesto l’introduzione di tracciabilità individuale e identificazione elettronica ma hanno anche invitato ad “agire in anticipo sul resto dell’Unione”.
Per tale motivo, il regolamento (CE) n. 21/2004 del Consiglio ha introdotto il sistema di identificazione dei piccoli ruminanti, che diventerà obbligatorio dal gennaio 2010.
L’identificazione elettronica volontaria implicherebbe la tracciabilità volontaria. Un sistema volontario comporterebbe una situazione impari poiché alcuni Stati membri sono già a uno stadio avanzato nell’introduzione dell’identificazione elettronica.
La tecnologia è matura e pronta per l’utilizzo in agricoltura, in tutte le condizioni.
Né il Parlamento né il Consiglio hanno mai contestato le disposizioni base del regolamento.
Tuttavia, la Commissione ha favorito, quanto più possibile, un’agevole introduzione del nuovo sistema per ridurre i costi e gli oneri per gli operatori, senza contestare i principi del regolamento.
Oggetto: Rinvio della proposta del Commissario Kroes sulla possibilità per le vittime di cartelli di richiedere un indennizzo
Nel corso della riunione della commissione per i problemi economici e monetari del 29 settembre 2009 il Commissario Kroes ha illustrato la sua proposta di accordare alle vittime di cartelli maggiori possibilità giuridiche di richiedere un indennizzo. Il Commissario ha dichiarato di tenere molto alla sua proposta e di considerarla “molto importante”. La proposta avrebbe dovuto essere presentata al Collegio dei Commissari il 7 ottobre.
Ora, la riunione speciale dei capi di gabinetto, che avrebbe dovuto aver luogo venerdì 2 ottobre, è stata annullata a seguito dell'intervento del gabinetto del Presidente e la proposta è misteriosamente scomparsa.
Per quale motivo la proposta è stata cancellata dall'ordine del giorno del Collegio dei Commissari, quando il Commissario Kroes aveva dichiarato alla commissione ECON che il Collegio avrebbe preso una decisione in tempi brevi?
Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung del 20 ottobre 2009, il presidente della commissione giuridica del Parlamento europeo, che è anche associato ad uno studio tedesco di avvocati specializzato in questioni relative ai cartelli, ha esercitato pressioni sulla Commissione perché rinviasse la proposta. Quanto detto risponde al vero?
Cosa pensa la Commissione di un eventuale conflitto d'interessi del presidente della commissione giuridica, quale descritto nell'articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung?
Quando sarà possibile la presentazione della proposta?
(EN) E’ corretto affermare che la Commissione stia considerando un seguito al Libro bianco dell’aprile 2008, come proposto dal Parlamento europeo nella risoluzione del marzo 2009 sul Libro bianco. Al momento, la Commissione non ha ancora preso una decisione finale a riguardo. L’interrogante può comunque essere certo che la Commissione mantiene il proprio impegno nei confronti degli obiettivi e delle proposte contenute nel Libro bianco.
Interrogazione n. 50 dell’on. Leichtfried (H-0391/09)
Oggetto: Approvazione dei gigaliner
Nel settembre 2009 ho presentato un’interrogazione scritta (E-4313/09) concernente gli studi realizzati sui gigaliner su appalto della Commissione europea. Ho dovuto purtroppo constatare che nella sua risposta la Commissione non risponde affatto alle mie domande. Varie organizzazioni non governative hanno già espresso dubbi circa i risultati e la qualità degli studi realizzati. La risposta data dalla Commissione europea alla mia interrogazione scritta induce ora anche me a dubitare del loro effettivo valore.
Pertanto, può la Commissione fornire urgentemente una risposta concreta alla mia interrogazione nel quadro del tempo delle interrogazioni.
(FR) La presente interrogazione segue l’interrogazione per iscritto (E-4313/09), presentata nell’ottobre 2009 e riguardante due studi richiesti dalla Commissione sull’impatto che un’eventuale autorizzazione dei gigaliner avrebbe sul traffico intra-europeo; la Commissione garantisce all’interrogante che la risposta fornita era quanto più precisa possibile considerando i dati disponibili in quel periodo.
Il primo studio eseguito su richiesta della Commissione da “Transport & Mobility Leuven” (T&ML) nel novembre 2008, è giunto alla conclusione che un utilizzo intenso di gigaliner avrebbe un effetto positivo sull’efficienza generale del settore dei trasporti europeo grazie ai miglioramenti anticipati in termini di sicurezza e prestazione ambientale del trasporto su gomma.
Tuttavia, sin dalla loro pubblicazione, i risultati di tale studio sono stati aspramente criticati dalle parti, non solo per i parametri utilizzati in relazione all’elasticità della domanda nel settore dei trasporti, bensì anche per le potenziali ripercussioni che l’utilizzo dei gigaliner avrebbe in termini di sicurezza delle strade e ripartizione modale.
Per tale motivo, la Commissione ha ritenuto necessaria un’analisi più approfondita del tema e ha richiesto un nuovo studio al centro di ricerca comune – istituto per le prospettive tecnologiche (JRC – IPTS) di Siviglia. Sebbene le conclusioni siano meno risolute rispetto allo studio di TM&L, il nuovo studio afferma che un uso più intenso di gigaliner nel traffico intra-europeo ridurrebbe il numero di viaggi necessari ai veicoli attualmente in uso.
E’ importante ricordare che tali ipotesi non sono ancora state provate nella pratica. La Commissione ritiene che sia necessaria prudenza al momento di preparare delle conclusioni che, finora, dovevano essere provvisorie in attesa dei risultati di ulteriori ricerche. La prudenza utilizzata dagli autori dei primi due studi è coerente con la prudenza utilizzata in altre relazioni elaborate da gruppi d’interesse o Stati membri.
Per tenere in piena considerazione l’eterogeneità delle opinioni racchiusa nell’interrogazione dell’onorevole parlamentare, riguardo ad argomenti quali l’elasticità della domanda, la ripartizione modale, una stima del tasso di utilizzo dei gigaliner e l’impatto sui costi di infrastrutture, la Commissione ha già convocato un gruppo direttivo costituito da rappresentanti delle parti coinvolte nell’analisi di tali questioni. Il gruppo ha tenuto il suo primo incontro all’inizio del novembre 2009 e sta proponendo una serie di parametri economici per un altro studio, che sarà avviato all’inizio del 2010 (per il quale le proposte, recentemente presentate alla Commissione, sono in corso di valutazione).
La Commissione garantisce all’interrogante che le questioni sollevate saranno esaminate nel dettaglio all’interno del nuovo studio. Infine, come ha già affermato in diverse occasioni, la Commissione deciderà sulla necessità di modifica della legislazione in vigore solo dopo aver esaminato tutte le conseguenze dell’adattamento delle norme su peso e dimensioni di gigaliner, come stabilito dalla direttiva 96/53/CE(1).
Direttiva 96/53/CE del Consigliodel 25 luglio 1996 che stabilisce, per taluni veicoli stradali che circolano nella Comunità, le dimensioni massime autorizzate nel traffico nazionale e internazionale e i pesi massimi autorizzati nel traffico internazionale, GU L 235 del 17.09.1996
Interrogazione n. 51 dell’on. Brepoels (H-0398/09)
Oggetto: Tasse all'importazione in Russia
In risposta all’interrogazione scritta E-4200/09, del 25.8.2009, la Commissione riconosce che a partire dalla fine del 2008 le autorità russe applicano tutta una serie di misure protezionistiche. Gli aumenti tariffari in questione si ripercuotono negativamente su numerosi beni di esportazione dell’UE quali mietitrebbiatrici, automobili, mobili e numerosi prodotti agricoli. Le tasse all’importazione vengono inoltre strumentalizzate per costringere le aziende europee a partecipare a società in partecipazione (joint venture), quale ad esempio quella recentemente conclusa tra Case New Holland e la russa Kamas. Per questo motivo l’UE deve continuare a chiedere la soppressione delle tasse all’importazione su tutti i prodotti in questione. A tale riguardo, può la Commissione far sapere:
Quali ulteriori misure ha essa adottato nel frattempo?
Quali risultati ha raggiunto a tale riguardo il vertice UE-Russia del 18-19 novembre 2009?
Sembra che le autorità russe intendano rivedere tutti gli aumenti tariffari temporanei. È già noto il risultato finale?
Sono disposte le autorità russe a procedere a una concertazione formale nel quadro dell'articolo 16 dell’accordo UE-Russia?
Quale sarà in futuro la sua strategia?
(EN) In seguito alla risposta fornita all’interrogazione scritta posta dall’interrogante (E-4200/09(1)), la Commissione continua a fare pressione alle autorità russe riguardo alle misure protezionistiche introdotte in risposta alla crisi economica globale. La preoccupazione principale della Commissione è il possibile carattere permanente degli aumenti delle tasse sull’importazione secondo la nuova Tariffa esterna comune dell’unione doganale di Russia, Kazakstan e Bielorussia, che dovrebbe entrare in vigore il 1 gennaio 2010.
Una delle attività principali della Commissione in queste ultime settimane è stata quella di presentare le preoccupazioni dell’Unione europea ai tre membri dell’unione doganale e di chiedere di tenere in considerazione tali preoccupazioni nel momento in cui i tre capi di Stato prenderanno una decisione finale sulla nuova tariffa esterna comune, il 27 novembre 2009. Oltre a una lista di altri prodotti, l’impatto sulle automobili e sulle mietitrebbiatrici è stato giudicato prioritario dalla Commissione. La discussione è proseguita la scorsa settimana e la questione è stata sollevata dal presidente della Commissione al vertice UE-Russia, tenutosi a Stoccolma il 18 novembre 2009. Il commissario per il commercio ha discusso la questione durante un incontro bilaterale con il ministro dell’economia russo Nabiullina a margine del vertice.
Sebbene l’affermazione del presidente Medvedev sull’inefficacia delle attuali misure protezionistiche russe fosse stato un segnale incoraggiante, era chiaro che la proposta di tariffa esterna comune sarebbe entrata in vigore immutata il 1 gennaio 2010. La Commissione ha unicamente ricevuto la promessa che i recenti aumenti sulle tasse doganali non diventeranno permanenti e saranno rivisti in seguito all’insediamento dell’unione doganale.
Le autorità russe non hanno ancora acconsentito a consultazioni formali ai sensi dell’articolo 16 del partenariato UE-Russia e accordo di cooperazione nonostante le reiterate richieste della Commissione.
Oggetto: Status di combattente dell'alleanza antihitleriana nell'Unione europea
In numerosi Stati membri dell’Unione europea i veterani della Seconda guerra mondiale che hanno combattuto contro il nazismo e il fascismo godono dello status particolare di combattente dell’alleanza antihitleriana.
In che modo si prevede di estendere lo status di combattente dell’alleanza antihitleriana a tutta l’Unione?
(FR) La Commissione non ha alcuna giurisdizione sullo status degli ex combattenti. La responsabilità di tale questione spetta agli Stati membri.
Interrogazione n. 53 dell’on Belet (H-0404/09)
Oggetto: Lotta antidoping - localizzazione e reperibilità degli atleti ("whereabouts")
In Belgio ha provocato molta costernazione la sospensione per un anno di alcuni tennisti a causa dell'errata compilazione del modulo di localizzazione e reperibilità ("whereabouts").
L'assolvimento dell'obbligo di localizzazione e reperibilità è in ogni caso una misura invasiva per atleti "innocenti" e suscita non poche domande quanto alla violazione della loro privacy.
Trattandosi di atleti che non hanno mai fatto ricorso al doping, la sospensione per un anno inflitta a motivo dell'errata compilazione del modulo di localizzazione e reperibilità non risponde affatto al principio di proporzionalità.
Il fatto che gli atleti possano presentare ricorso unicamente al TAS non vuol dire che essi se ne possano avvalere facilmente.
Come giudica la Commissione tale situazione alla luce delle sospensioni inflitte nel caso Meca-Medina?
Riconosce la Commissione che le penalità per inadempienza nella compilazione del modulo di localizzazione e reperibilità e la procedura di appello a livello europeo ed internazionale dovrebbero essere coordinate meglio?
Intende la Commissione assumere iniziative in materia?
(EN) La Commissione è impegnata attivamente nella lotta al doping nello sport e sostiene lo sviluppo di misure anti-doping efficaci in linea con le disposizioni legislative europee su diritti e libertà fondamentali.
La Commissione mantiene contatti regolari con le istituzioni e organizzazioni pertinenti, segnatamente il Parlamento europeo, gli Stati membri, il Consiglio d’Europa e l’Agenzia mondiale antidoping (WADA), per discutere questioni legate alla lotta al doping. La questione della protezione dei dati e della tutela della privacy degli sportivi è uno dei temi più importanti e delicati. In tale contesto, la Commissione, nel rispetto dell’opinione adottata nell’aprile 2009 dal “Gruppo dell’articolo 29”, creato secondo la direttiva 95/46/CE sulla tutela dei dati personali, ha invitato l’Agenzia mondiale antidoping (WADA) a rielaborare le norme internazionali per la tutela della privacy e delle informazioni personali. Di conseguenza, la WADA ha proceduto a una revisione sostanziale della normativa per adeguarla al diritto comunitario. Tuttavia, una serie di questioni rimangono in discussione, segnatamente, la questione della proporzionalità sulle norme di localizzazione e reperibilità, particolarmente alla luce di altre normative e pratiche della WADA.
A tal riguardo, la Commissione riconosce che la lotta al doping nello sport ad alti livelli giustifichi l’attuazione di controlli antidoping su atleti di massimo livello senza preavviso e al di fuori dalle competizioni sportive. Ad ogni modo, i controlli devono essere proporzionati e la loro attuazione deve rispettare i diritti individuali degli atleti.
La Commissione continuerà la stretta collaborazione con istituzioni e organizzazioni, incluso il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sull’antidoping e la tutela dei dati. Il lavoro di tale gruppo di esperti contribuirà al rafforzamento del dialogo con la WADA sugli orientamenti per l’applicazione delle norme di localizzazione e reperibilità, includendo le questioni sollevate dall’interrogante, quali il ricorso degli atleti contro le decisioni prese a livello nazionale e la proporzionalità dei provvedimenti disciplinari.
Interrogazione n. 54 dell’on. Nicholson (H-0405/09)
Oggetto: Strategia UE contro la criminalità organizzata
Il recente sequestro di 120 milioni di sigarette a Greenore Port nella contea di Louth (ROI) è stato definito il più grande sequestro di merci di contrabbando nella storia dell'Unione europea.
È opinione diffusa che vi sia coinvolto un gruppo terrorista dissidente dell'Irlanda del Nord, in collusione con gruppi della criminalità organizzata. Il successo dell'operazione è dovuto all'eccellente cooperazione tra polizia britannica e irlandese e unità della Marina, doganali e delle entrate dei due paesi.
Vorrà di conseguenza la Commissione incoraggiare gli altri Stati dell'UE ad adottare questa strategia come modello per una cooperazione più forte in tutta l'UE contro il contrabbando di tabacco e di droga e la criminalità organizzata in generale?
(EN) Il caso a cui fa riferimento l’interrogante è stato senz’altro il più grande sequestro di merci di contrabbando nella storia dell’Unione europea ed è stato il risultato di un’operazione internazionale di successo coordinata dall’amministrazione doganale e delle imposte irlandese e l’ufficio europeo per la lotte antifrode (OLAF). L’OLAF si occuperà anche del coordinamento degli aspetti internazionali delle indagini di controllo.
Il caso in questione dimostra chiaramente l’importanza e i vantaggi di una stretta cooperazione internazionale e la Commissione continuerà a sostenere e a stimolare azioni volte a creare sinergie e un approccio multidisciplinare e multiagenzia per contrastare la criminalità transfrontaliera.
Per quanto concerne le sigarette, negli ultimi 14 anni l’OLAF ha tenuto conferenze annuali per inquirenti e staff informativi impegnati nel settore del tabacco per scambiare informazioni sulle minacce attuali ed emergenti e per consolidare le relazioni operative tra Stati membri, paesi terzi fondamentali e organizzazioni internazionali.
Per stimolare il tipo di cooperazione citata dall’interrogante, la Comunità fornisce sostegno finanziario sotto forma di sovvenzioni nel quadro del programma europeo “Prevenzione e lotta contro la criminalità”, gestito dalla Direzione generale giustizia, libertà e sicurezza della Commissione. La dotazione finanziaria per l’anno 2010 è di 85,88 milioni di euro. Il programma Hercule II, gestito dall’OLAF, sostiene progetti a favore della tutela degli interessi finanziari della Comunità e mira ad aumentare la cooperazione multidisciplinare e transnazionale, nonché alla creazione di reti all’interno di Stati membri, Stati aderenti e paesi candidati. Il contrabbando di sigarette è una delle aree in cui opera Hercule II, con una dotazione finanziaria di 98,5 milioni di euro per il periodo 2007-2013.
Interrogazione n. 55 dell’on. Czarnecki (H-0407/09)
Oggetto: Discriminazione della minoranza polacca in Lituania
Quali provvedimenti intende adottare la Commissione europea per sollecitare il governo lituano a porre fine alle discriminazioni contro la minoranza di nazionalità polacca in detto paese? Negli ultimi mesi si è verificata un'intensificazione delle prassi che si protraggono già da molti anni: la diminuzione del numero di scuole e classi polacche, l'obbligo di lituanizzare i cognomi, la mancata restituzione dei beni confiscati alcune decine di anni fa dalle autorità sovietiche (mentre per i lituani il processo di riprivatizzazione avviene in misura di gran lunga maggiore), il divieto di utilizzare nomi polacchi per le località e le strade nelle zone abitate dalla minoranza polacca in assoluta violazione delle norme europee e i tentativi di ridurre i poteri dei deputati rappresentanti la minoranza polacca nel parlamento lituano. Si tratta di prassi su cui la Commissione non può tacere. Detta questione, che richiede un intervento immediato, dovrebbe essere trattata con maggiore urgenza.
(EN) Il rispetto dei diritti delle minoranze, che include il rispetto del principio di non discriminazione, è uno dei pilastri dell’Unione europea. Vi si fa riferimento esplicito nell’articolo 2 del trattato sull’Unione europea, come modificato dal trattato di Lisbona, che entrerà in vigore il 1 dicembre 2009. L’articolo include il rispetto dei diritti delle minoranze fra i valori fondamentali dell’Unione europea.
Tuttavia, la Commissione può agire solo in aree di competenza comunitaria, quali le aree in cui la direttiva 2000/43/CE(1)applica il principio di parità di trattamento tra le persone, indipendentemente dall’origine etnica o razziale.
Le questioni sollevate dall’interrogante rientrano nelle responsabilità dello Stato membro, che deve garantire la tutela dei diritti fondamentali tramite l’applicazione della propria legislazione e dei propri obblighi internazionali. Tali questioni possono essere presentate alle magistrature degli Stati membri e, una volta esaurite le vie di ricorso interne, alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Direttiva 2000/43/CE del Consiglio del 29 giugno 2000 che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica, GU L 180 del 19.07.2000
Interrogazione n. 56 dell’on. Andrikienė (H-0408/09)
Oggetto: Terzo pacchetto energia e protezione dei diritti dei consumatori di energia europei
Lo scorso aprile il Parlamento europeo ha approvato il terzo pacchetto legislativo sui mercati europei dell'elettricità e del gas. Uno dei principali obiettivi del pacchetto legislativo era quello di proteggere i consumatori di energia europei dai grandi monopoli garantendo la separazione tra gestori di gasdotti e reti elettriche e imprese per la fornitura del gas o la produzione di elettricità. Può la Commissione far sapere per quando è prevista la piena attuazione di questo pacchetto energia, ovvero quando si presume che tutti gli Stati membri avranno scelto il proprio modello di disaggregazione (tra disaggregazione completa, gestore di sistema indipendente - GSI e gestore di trasmissione indipendente - GTI) e dato attuazione alle relative norme? Dispone la Commissione di informazioni circa il numero di Stati membri dell'UE che hanno scelto il modello di disaggregazione più "soft", ovvero il GTI? Come intende la Commissione tutelare gli interessi dei consumatori di energia europei se in diversi Stati membri i mercati energetici rimarranno nelle mani dei grandi monopolisti dell'energia?
(EN) Le direttive del terzo pacchetto energia sono entrate in vigore il 3 settembre 2009 e la loro trasposizione deve avvenire entro il 3 marzo 2011. Le norme sulla disaggregazione in esso contenute devono essere applicate entro il 3 marzo 2012 e, in alcuni casi specifici, entro il 3 marzo 2013.
Secondo le disposizioni del terzo pacchetto energia, gli Stati membri possono scegliere fra tre modelli di disaggregazione: disaggregazione completa, gestore di sistema indipendente (GSI) e gestore di trasmissione indipendente (GTI). Sebbene i tre modelli implichino diversi gradi di separazione strutturale di gestione della rete e attività di fornitura, ciascuno di essi dovrebbe consentire di rimuovere eventuali conflitti di interessi tra produttori, fornitori e gestori. In questa fase iniziale della trasposizione, la Commissione non dispone ancora di una panoramica riguardante il numero di Stati membri che sceglieranno il modello GTI di disaggregazione.
Per tutelare gli interessi dei consumatori da comportamenti di mercato scorretti da parte delle aziende di servizi energetici negli Stati membri, la Commissione userà ogni mezzo a sua disposizione per assicurarsi che gli Stati membri applichino e rispettino le disposizioni del terzo pacchetto energia in modo corretto e puntuale, creando un quadro normativo che sia davvero in grado di tutelare gli interessi dei consumatori.
Interrogazione n. 57 dell’on. Nitras (H-0410/09)
Oggetto: Irregolarità durante la procedura di compensazione nell'industria navale
Conformemente alla legge sulla procedura di compensazione nei soggetti di particolare importanza per l'industria navale polacca, il ministro del Tesoro aveva nominato, tra i candidati concordati con la Commissione europea, un osservatore per le operazioni di compensazione. Detto osservatore era incaricato di controllare lo svolgimento della procedura di compensazione, in particolare la preparazione e la realizzazione della vendita delle attività, ed era altresì tenuto ad inviare alla Commissione relazioni mensili sul controllo delle operazioni di compensazione.
Può la Commissione indicare se, nel corso della procedura di compensazione, ha rilevato delle irregolarità, se l'osservatore ha partecipato, e partecipa tuttora, a detta procedura e se quest'ultima si è svolta conformemente alla decisione della Commissione europea del 6 novembre 2008 relativa agli aiuti di Stato assegnati dalla Polonia ai cantieri navali di Szczecin e di Gdynia?
(EN) Gli osservatori svolgono un ruolo fondamentale nell’applicazione delle decisioni della Commissione del 6 novembre 2008 relative ai cantieri navali di Szczecin e Gdynia(1).
A ogni cantiere corrisponde un osservatore, il cui compito è di mantenere informata la Commissione sui progressi ottenuti nel processo di vendita delle attività ed eventuali difficoltà riscontrate. Per raggiungere tale obiettivo, gli osservatori inviano alla Commissione rapporti di valutazione mensili. Gli osservatori presentano tali rapporti mensili fin dall’inizio del processo di vendita e continuano a farlo. Il loro coinvolgimento nel processo si limita al ruolo di supervisione e non sono coinvolti attivamente nella condotta e/o gestione del processo di vendita.
In diverse occasioni, gli osservatori hanno fornito alla Commissione un prezioso punto di vista interno e le hanno consentito di affrontare numerose difficoltà tecniche direttamente con le autorità polacche.
Le decisioni della Commissione del 6 novembre 2008 prevedevano che l’attuazione di tali decisioni fosse completata entro il giugno del 2009. In seguito all’adozione delle due decisioni, i cantieri navali hanno terminato la propria attività economica, che può essere ripresa dagli investitori acquirenti delle attività dei cantieri in seguito al completamento dell’acquisto. Poiché il favorito nella competizione non è riuscito a completare l’acquisto di numerose aree dei cantieri a processo di vendita avanzato, è stato necessario prorogare notevolmente la scadenza originale.
Il ruolo della Commissione in relazione al processo di vendita consiste nel monitoraggio dell’applicazione delle due decisioni della Commissione del 6 novembre 2008 e delle condizioni in esse contenute. Solo al termine del processo di vendita la Commissione potrà giudicare il rispetto delle condizioni da parte della Polonia.
La Commissione non ha la competenza per decidere se, nel contesto del processo di vendita, sono state commesse altre irregolarità secondo le norme nazionali.
Oggetto: Esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici
Il 3.11.2009 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso di una cittadina italo-finlandese volto a far rimuovere il crocifisso dalle scuole. Analoghi episodi sono avvenuti in Spagna, Germania, Francia e Italia, dove nel 1988 il Consiglio di Stato rilevò che il crocifisso "non è solo il simbolo della religione cristiana ma ha una valenza di carattere indipendente dalla specifica confessione". La Commissione ravvisa il rischio che il principio enunciato dalla Corte di Strasburgo possa mettere in discussione l'esposizione in luoghi pubblici dei simboli religiosi e culturali, persino della bandiera europea, che s'ispira alla simbologia cattolica mariana?
(FR) La Commissione ricorda che le leggi nazionali sull’esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici fanno parte dell’ordinamento giuridico interno.
La Commissione sottolinea inoltre che la responsabilità di applicare le sentenze della Corte europea per i diritti dell’uomo spetta al Consiglio d’Europa.
Interrogazione n. 59 dell’on. McGuinness (H-0416/09)
Oggetto: Responsabilità per la sicurezza alimentare nell'ambito dell'assetto istituzionale attuale
L'attuale assetto istituzionale dispone che la questione della sicurezza alimentare globale rientri nelle competenze di vari Commissari differenti. La Commissione può affermare quando è stata l'ultima volta in cui una riunione di siffatto collegio abbia discusso l’argomento della sicurezza alimentare globale; quale sia stato l'ordine del giorno delle discussioni, e l'esito dei colloqui?
La Commissione è del parere che la questione del futuro della sicurezza alimentare mondiale sia tale da richiedere un approccio olistico per la formulazione di politiche e, in caso affermativo, quali proposte intende portare avanti per consentire un appoggio più strategico a livello UE?
(EN) La sicurezza alimentare è una questione multisfaccettata e, in quanto tale, richiede un contributo coordinato di numerose politiche e strumenti. Oltre alle azioni specifiche per settore attuate dai vari commissari coinvolti, il collegio dei membri della Commissione valuta regolarmente la situazione della sicurezza alimentare mondiale, in particolare, dall’aumento dei prezzi delle materie prime per l’agricoltura nel 2008.
Il collegio dei membri della Commissione si è occupato di questioni di sicurezza alimentare al momento dell’adozione della comunicazione “Far fronte alla sfida dell'aumento dei prezzi alimentari – Linee d'intervento dell'UE” nel maggio 2008. La comunicazione stabilisce il programma delle azioni della Commissione in varie aree, all’interno dell’Unione e a livello globale.
Nel luglio del 2008, la Commissione ha assistito alla conferenza di alto livello organizzata dalla presidenza francese al Parlamento europeo (“Chi nutrirà il mondo?”). Più avanti, sempre nel mese di luglio, il collegio ha avuto l’opportunità di parlare nuovamente di sicurezza alimentare discutendo i risultati del vertice dei capi del G8 a Hokkaido Toyako. In tale contesto, è stata citata la questione dello “strumento alimentare” dell’Unione e il suo contributo alla promozione della produzione agricola nei paesi in via di sviluppo.
Più recentemente, durante l’incontro del 14 luglio 2009, sono stati discussi i progressi della lotta all’insicurezza alimentare durante il dibattito sui risultati del vertice del G8 a L’Aquila dall’8 al 10 luglio. In tale occasione il presidente Barroso ha ribadito l’importanza del passaggio dal concetto di aiuto alimentare a quello di assistenza alimentare e dei notevoli contribuiti finanziari e concettuali dell’Unione, accogliendo gli stimoli generati al vertice del G8.
Il 26 settembre 2009, la Commissione è stata uno degli oratori principali alla tavola rotonda “Partenariato per la sicurezza alimentare” organizzato dal Segretario generale delle Nazioni Unite (ONU), Ban Ki Moon, e il segretario di Stato statunitense, Hillary Clinton. All’evento, organizzato a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, l’Unione ha ribadito i principi e gli impegni concordati al vertice del G8 a L’Aquila.
La scorsa settimana, il presidente della Commissione, il commissario responsabile dell’agricoltura e il commissario responsabile di sviluppo e aiuti umanitari hanno partecipato al Vertice mondiale sull’alimentazione organizzato dalla FAO (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura) a Roma, confermando nuovamente l’importanza attribuita dalla Commissione alla sicurezza alimentare mondiale in ambito internazionale. Lo Strumento alimentare è stato accolto dalla FAO quale risposta rapida dell’Unione alla crisi alimentare del 2007-2008.
Per quanto concerne future proposte strategiche, il 16 novembre la Commissione ha dato inizio a un’ampia consultazione su internet su un documento di analisi per raccogliere orientamenti e punti di vista delle parti interessate su motivazione, ambito, obiettivi strategici, approccio e attuazione di un nuovo quadro orientativo sulla sicurezza alimentare per l’Unione europea (http://ec.europa.eu/development/how/consultation/index.cfm?action=viewcons&id=4785&lng=en" ). Come hanno dimostrato le discussioni al vertice della FAO a Roma, è fondamentale un approccio olistico alla sicurezza alimentare. A livello di Unione europea, sarà garantito tramite il processo di Coerenza delle politiche per lo sviluppo (CPS).
Per quel che riguarda la situazione della sicurezza alimentare all’interno dell’Unione, l’UE ha risposto alle sfide recenti tramite il processo di riforma della PAC (Politica agricola comune), in corso da 15 anni. Ci siamo concentrati su una serie di politiche, quali il passaggio dal prodotto al sostegno al produttore, legato al rispetto delle norme basiche di gestione del terreno, la creazione di una rete di sicurezza per il mercato attraverso l’intervento e il rafforzamento dello sviluppo rurale con maggiori risorse. Queste misure hanno incentivato il potenziale produttivo dell’agricoltura europea rispettando, nel contempo, il necessario equilibrio territoriale e ambientale dell’agricoltura nell’Unione. Le analisi indicano che il livello previsto di produttività e competitività nell’Unione dovrebbe consentire al settore agricolo di rispondere alla crescente domanda interna.
Interrogazione n. 62 dell’on. Jensen (H-0419/09)
Oggetto: Stanziamenti annuali dei fondi TEN-T
Potrebbe la Commissione fornire il dettaglio per Stato membro dei finanziamenti erogati nel 2008 in base al regolamento (CE) n. 2236/95(1)?
(EN) In base al regolamento (CE) 680/2007 (Prospettive finanziarie 2007-2013), che ha seguito il regolamento (CE) 2236/95 (Prospettive finanziarie 2000-2006), la Commissione ha sostenuto 63 progetti nel settore dei trasporti, per un totale di 185 milioni di euro per il bando annuale del 2008 e il bando pluriennale del 2008 in ambito di servizi d’informazione fluviale, autostrade del mare e gestione del traffico aereo.
La ripartizione dei fondi per Stato membro è effettuata come segue:
Stato membro
Fondi TEN-T totali / Stato membro (€)
%
Numero di progetti
* Unione europea
43 603 757
23.5%
14
Belgio
2 339 298
1.3%
2
Bulgaria
1 200 000
0.6%
1
Repubblica Ceca e Slovacchia
5 000 000
2.7%
1
Germania
22 168 000
12.0%
5
Grecia
6 715 000
3.6%
2
Spagna
30 705 958
16.6%
8
Finlandia
17 190 000
9.3%
3
Francia
11 120 000
6.0%
3
Italia
16 574 000
8.9%
6
Lussemburgo
237 540
0.1%
1
Lettonia
820 000
0.4%
1
Paesi Bassi
3 564 000
1.9%
2
Polonia
2 947 500
1.6%
3
Portogallo
2 160 000
1.2%
1
Svezia
15 688 000
8.5%
5
Slovenia
700 000
0.4%
2
Slovacchia
1 055 383
0.6%
2
Regno Unito
1 580 000
0.9%
1
TOTALE
185 368 436
100%
63
* progetti che includono numerosi Stati membri: Austria, Danimarca, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania, Estonia, Grecia, Finlandia, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Svezia, Slovenia, Slovacchia, Regno Unito.
Interrogazione n. 63 dell’on. Angourakis (H-0421/09)
Oggetto: Ambiente naturale minacciato da una cava
Nel comune di Viannos, nella prefettura di Irakleio a Creta, è attiva una cava che viola non solo le disposizioni riguardanti la distanza dalle zone abitate, la protezione dai rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, degli abitanti del posto e dei passanti ma anche le norme per la tutela dell'ambiente. In sede di approvazione dello studio di impatto ambientale, non è stato tenuto in considerazione il fatto che la zona della cava, denominata "Vachos", è situata in un'area protetta del programma NATURA (GR 4310006).
L'attività della cava comporta conseguenze gravi per la salute e la sicurezza degli abitanti del luogo, per lo sviluppo della regione e per l'ambiente naturale.
Può la Commissione chiarire la sua posizione sul modo di affrontare questo serio problema ambientale, che ha conseguenze per la vita dei lavoratori e degli abitanti e, più in generale, in merito al ripristino dell'equilibrio ambientale della regione alterato dall'inquinamento?
(EN) E’ responsabilità delle autorità greche assicurarsi che il funzionamento della cava citato dall’interrogante rispetti le normative nazionali e comunitarie.
Per quanto concerne l’area protetta del programma NATURA in questione (“Dikti: Omalos Viannou (Symi-Omalos)” GR4310006), le autorizzazioni e il successivo funzionamento della cava devono essere in linea con i valori ecologici del sito, secondo le disposizioni dell’articolo 6 della direttiva 92/43/CEE(1) (direttiva Habitat). In particolare, secondo l’articolo 6, paragrafo 3, della direttiva, qualsiasi piano o progetto che possa avere incidenze significative su un’area protetta dal programma NATURA, singolarmente o congiuntamente ad altri piani e progetti, forma oggetto di una opportuna valutazione dell'incidenza che ha sul sito, tenendo conto degli obiettivi di conservazione del medesimo e può essere autorizzato solo dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l'integrità del sito in causa
Sulla base delle informazioni fornite dall’interrogante, nonché nel contesto dell’interrogazione scritta E-4788/09 sullo stesso tema, la Commissione prenderà contatto con le autorità greche per ottenere informazioni sull’attuazione delle disposizioni citate.
Va sottolineato che la direttiva 85/337/CEE(2), concernente la valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, non stabilisce alcuna norma comunitaria sulla distanza dei progetti dalle aree abitate.
Per quel che concerne la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori dell’industria estrattiva, essa è da tempo riconosciuta quale area specifica di interesse. Per tale motivo, esiste un corpus legislativo comunitario per definire i requisiti minimi per la tutela dei lavoratori, contenuto all’interno della direttiva quadro 89/391/CEE(3) che fornisce le disposizioni di base per tutti i lavoratori e incoraggia miglioramenti nella sicurezza e nella salute dei lavoratori. Disposizioni più specifiche possono essere trovate nella direttiva 92/104/CEE(4), che definisce i requisiti minimi per il miglioramento della sicurezza e della tutela della salute dei lavoratori nelle industrie estrattive in superficie e sotterranee. Gli Stati membri devono trasporre tali direttive nel proprio diritto nazionale e l’applicazione del diritto nazionale spetta alle autorità nazionali competenti.
Per quanto riguarda la questione di salute pubblica, la competenza della Comunità europea in tale ambito è limitata dalle disposizioni del trattato. Garantire che la salute e la sicurezza di residenti e lavoratori non sia a rischio è di competenza delle autorità greche.
GU L 175 del 5.7.85, pag. 40. La direttiva è stata modificata dalle direttive 97/11/CE (GU L 73 del 14.3.97, pag. 5), 2003/35/CE (GU L 156 del 25.6.03, pag. 17) e 2009/31/CE (GU L 140 del 5.6.09, pag. 114)
Interrogazione n. 64 dell’on. Iliana Malinova Iotova (H-0424/09)
Oggetto: Riduzione del totale delle catture di rombo ammesse nel 2010 per la Bulgaria e la Romania
La proposta di regolamento del Consiglio che fissa, per il 2010, le possibilità di pesca e le condizioni ad essa associate applicabili nel Mar Nero per alcuni stock ittici (14074/09/PECH 262) riveste un'importanza capitale per il settore della pesca in Bulgaria e Romania, il quale subirà le ripercussioni negative derivanti dall'approvazione della proposta della Commissione. Mentre sono discutibili gli effetti ecologici della prevista riduzione delle quote, tutti gli organi interessati riconoscono attualmente che gli stock di rombo nel Mar Nero sono stabili.
Sulla base di quali dati il Comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca ha spostato il rombo dalla categoria 6 alla categoria 10?
Ha esso tenuto conto dell'opinione del Gruppo di esperti, comprendente anche scienziati bulgari e romeni, nell'elaborazione del rapporto finale?
Perché sussistono così tante divergenze sia in seno al Gruppo di lavoro che al Comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca?
La riduzione della quota avrà ripercussioni ecologiche sul Mar Nero?
È possibile procedere l'anno prossimo ad un riesame del criterio di ripartizione a seguito di un approccio congiunto da parte di Bulgaria e Romania?
(EN) Nella proposta relativa alle possibilità di pesca per il Mar Nero nel 2010(1), la Commissione ha proposto di ridurre il totale di catture ammissibile comunitario per il rombo del 24 per cento rispetto al 2009. Tale riduzione è in linea con il parere del comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca (CSTEP) e i criteri espressi dalla comunicazione della Commissione sulle possibilità di pesca per il 2010(2).
Gli scienziati da Bulgaria, Romania, Turchia e Ucraina nel gruppo di lavoro sul Mar Nero hanno affermato esplicitamente nella loro relazione al CSTEP del luglio 2009(3) che “l’attuale biomassa del rombo è molto inferiore rispetto ai livelli storici. La riduzione di abbondanza è coerente con la diminuzione di CPUE (cattura per unità di sforzo) e sbarchi. E’ stato riscontrato un incremento degli individui dal 2002 che ha influenzato positivamente la biomassa dello stock riproduttivo (SBR), ma poiché molti rombi giovani e immaturi sono catturati dai pescatori, tale influenza positiva potrebbe non estendersi ai prossimi anni. La mortalità alieutica del rombo è alta”.
Per quel che concerne l’opinione dell’interrogante, secondo cui vi sono “tante divergenze sia in seno al Gruppo di lavoro che al Comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca”, è corretto affermare che il CSTEP ha affermato che “i risultati della valutazione più recente del gruppo di lavoro CSTEP-SGRST a Brest nel luglio 2009 non sono sufficientemente affidabili per essere usati come base per una consulenza gestionale quantitativa sulle possibilità di pesca per il 2010”. Quindi, in linea con il parere espresso dalla relazione sulla plenaria del CSTEP nell’aprile 2009, il comitato afferma che lo sfruttamento del rombo nel Mar Nero dovrebbe essere mantenuto a un livello quanto più basso possibile per consentire agli stock di ricostituirsi.
Su tali basi, il comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca invita a ridurre il totale di catture ammissibile almeno del 25 per cento e ad applicare misure di ricostituzione, tra cui riduzione dello sforzo e introduzione di attrezzatura da pesca più selettiva.
Il 20 novembre 2009, il Consiglio ha raggiunto un accordo politico sul totale di catture ammissibile per il 2010 nel Mar Nero, fissato a 96 tonnellate. In tale contesto, la pesca del rombo non è consentita prima del 15 febbraio 2010. Entro tale data, la Bulgaria e la Romania dovranno presentare alla Commissione piani di controllo e di gestione completi per garantire una gestione sostenibile della pesca. Le rispettive quote scenderanno a 38 tonnellate, con una corrispondente diminuzione del totale di catture ammissibile a 76 tonnellate, salvo approvazione dei piani da parte della Commissione. La Commissione ha confermato la propria disponibilità a collaborare attivamente con le autorità di tali Stati membri per raggiungere l’obiettivo di una pesca sostenibile.
Proposta di regolamento del Consiglio che fissa, per il 2010, le possibilità di pesca e le condizioni ad esse associate applicabili nel Mar Nero per alcuni stock ittici, COM(2009)517 def.