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Discussioni
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Mercoledì 10 marzo 2010 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Seguito dato alle posizioni e risoluzioni del Parlamento: vedasi processo verbale
 3. UE 2020 - Seguito del Consiglio europeo informale dell’11 febbraio 2010 (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 4. Attuazione delle raccomandazioni di Goldstone su Israele/Palestina (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 5. Situazione della società civile e delle minoranze nazionali in Bielorussia (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale
 6. Relazione annuale 2008 sulla PESC - Attuazione della Strategia europea di sicurezza e politica di sicurezza e difesa comune - Trattato di non proliferazione (discussione)
 7. Turno di votazioni
  7.1. Conti annuali di talune forme di società per quanto concerne le micro-entità (A7-0011/2010, Klaus-Heiner Lehne) (votazione)
  7.2. UE 2020 - Seguito del Consiglio europeo informale dell'11 febbraio 2010 (B7-0150/2010) (votazione)
  7.3. Attuazione delle raccomandazioni di Goldstone su Israele/Palestina (B7-0135/2010) (votazione)
  7.4. Situazione della società civile e delle minoranze nazionali in Bielorussia (B7-0134/2010) (votazione)
  7.5. Tassazione delle transazioni finanziarie (votazione)
  7.6. Area unica dei pagamenti in euro (votazione)
  7.7. Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA) (votazione)
  7.8. Regolamento relativo all'applicazione di un sistema di preferenze tariffarie generalizzate (votazione)
  7.9. Relazione annuale 2008 sulla PESC (A7-0023/2010, Gabriele Albertini) (votazione)
  7.10. Attuazione della Strategia europea di sicurezza e politica di sicurezza e difesa comune (A7-0026/2010, Arnaud Danjean) (votazione)
  7.11. Trattato di non proliferazione (votazione)
 8. Dichiarazioni di voto
 9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 11. Politica dell’UE sulle questioni relative all’Artico (discussione)
 12. Cuba (discussione)
 13. Tempo delle interrogazioni (interrogazioni al Consiglio)
 14. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 15. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 16. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 17. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. PITTELLA
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
Video degli interventi

2. Seguito dato alle posizioni e risoluzioni del Parlamento: vedasi processo verbale

3. UE 2020 - Seguito del Consiglio europeo informale dell’11 febbraio 2010 (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

4. Attuazione delle raccomandazioni di Goldstone su Israele/Palestina (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

5. Situazione della società civile e delle minoranze nazionali in Bielorussia (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale

6. Relazione annuale 2008 sulla PESC - Attuazione della Strategia europea di sicurezza e politica di sicurezza e difesa comune - Trattato di non proliferazione (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – Nel porgere il benvenuto alla sig.ra Ashton, dichiaro aperta la seduta.

L’ordine del giorno reca in discussione congiunta:

– la relazione di Gabriele Albertini, a nome della commissione per gli affari esteri, sulla relazione annuale del Consiglio al Parlamento europeo sugli aspetti principali e le scelte di base della politica estera e di sicurezza comune (PESC) nel 2008, presentata al Parlamento europeo in applicazione della parte II, sezione G, punto 43, dell’accordo interistituzionale del 17 maggio 2006 (2009/2057(INI) (A7-0023/2010),

– la relazione di Arnaud Danjean, a nome della commissione per gli affari esteri sull’attuazione della Strategia europea di sicurezza e politica di sicurezza e difesa comune (2009/2198(INI)) (A7-0026/2010),

– l’interrogazione orale al Consiglio sul Trattato di non proliferazione, di Gabriele Albertini e Arnaud Danjean, a nome della commissione per gli affari esteri (O-0169/2009 - B7-0009/2010), e

– l’interrogazione orale alla Commissione sul Trattato di non proliferazione, di Gabriele Albertini e Arnaud Danjean, a nome della commissione per gli affari esteri (O-0170/2009 - B7-0010/2010).

 
  
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  Gabriele Albertini, relatore. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona vi è la necessità di un nuovo approccio da parte dell’Unione, uno sforzo comune nell’affrontare sfide di carattere globale. I poteri appena ottenuti grazie all’entrata in vigore del trattato inducono il Parlamento a tessere un dialogo frequente, collaborativo ed efficiente con il nostro primo interlocutore, la nuova figura di Vicepresidente/Alto rappresentante che la Baronessa Ashton per la prima volta ha l’onore di rappresentare.

Il suo mandato è stato soggetto al nostro voto di consenso in gennaio e, in più occasioni, in quanto Assemblea parlamentare, abbiamo avuto la promessa di un continuo coinvolgimento da parte di Consiglio e Commissione in tutte le tematiche più rilevanti sul piano di sicurezza e difesa europea. L’Alto rappresentante, come la relazione stessa tiene a ribadire, è pertanto invitato a comparire davanti al Parlamento europeo e a consultarlo con frequenza e regolarità.

Con Lisbona, l’azione esterna dell’Unione europea acquista una dimensione nuova e di rilievo, ma per ottenere questo traguardo in concreto è altresì importante che questa disponga delle necessarie risorse di bilancio. Il Parlamento europeo ha un ruolo fondamentale quale garante della legittimità democratica dell’azione esterna. La creazione di un Servizio europeo di azione esterna darà un corpo e un apparato diplomatico all’Unione europea, che poteva sinora contare sulla sola rappresentanza nazionale.

Un aspetto di enorme rilevanza e attualità è dato dalla figura dei rappresentanti ufficiali: la nomina spetta all’Alto rappresentante. Ciononostante, si puntualizza nella relazione, il Parlamento chiede un maggiore potere di scrutinio, nonché di controllo, sul ruolo e il mandato dei singoli rappresentanti, fermi restando i principi di trasparenza e di merito che devono guidare l’Alto rappresentante nella loro nomina. L’auspicio è che gradualmente si raggiunga la forma del double hatting – se non del caso del rappresentante speciale, che abbia raggio d’azione regionale – e che dunque si raggiungano delle economie di scala, che rendono l’azione esterna dell’Unione europea più efficiente e al contempo meno onerosa.

Da una prima sezione di carattere introduttivo e strategico, la relazione affronta il tema della politica estera europea per tematiche e aree geografiche. L’Unione europea deve esporsi con le organizzazioni internazionali sue alleate, prima fra tutte le Nazioni Unite, il più alto garante della sicurezza mondiale. Deve poter contare non solo dal punto di vista del seggio al Consiglio di sicurezza, ma anche nello staff e nelle delegazioni di collegamento tra le due realtà. L’Europa, come si richiede al Vicepresidente/Alto rappresentante, vuole diventare un partner attivo, strategico e indipendente, di un grande alleato come gli Stati Uniti, per rispondere alle sfide mondiali del terrorismo, della finanza, ai rapporti spesso difficili con i giganti industriali quali Russia, Cina e Giappone.

La relazione prosegue con un’analisi geografica sulle linee auspicabili. Nei Balcani introducono soprattutto il tema dell’allargamento: si plaude alla progressiva realizzazione del processo di stabilizzazione in Kosovo, dove l’Unione europea è presente con la missione EULEX, ma sforzi devono essere ancora fatti perché siano rispettati gli standard di accesso di molti paesi vicini alla candidatura d’ingresso – Turchia e Bosnia-Erzegovina.

Nel capitolo riguardante la cooperazione con l’Est e le regioni del Mar Nero è affrontato il tema della sicurezza dell’approvvigionamento e della dipendenza energetica dell’Unione europea. Nella sezione dedicata alla Russia si chiede la sottoscrizione di un nuovo accordo di partnership e cooperazione. Per quanto riguarda il Caucaso meridionale si chiede il rispetto dell’integrità territoriale della Georgia e delle minoranze e la risoluzione dei conflitti in Nagorno-Karabakh e Transnistria.

Medio Oriente: conflitto israelo-palestinese, dove a seguito della decisione del Consiglio del 12 dicembre 2009 l’Unione europea dovrà avere un ruolo politico più forte per rilanciare il processo di pace. Unione per il Mediterraneo: risoluzione del conflitto Turchia-Cipro. Asia: Afghanistan, periodo critico per la creazione del nuovo governo dopo le elezioni; ruolo chiave del Pakistan nella lotta al terrorismo; preoccupazione per la violazione dei diritti fondamentali in Iran. Africa: contributo positivo della missione di difesa delle coste somale. America latina: necessità di creare una partnership stabile e duratura per le relazioni tra Unione europea e America latina.

Ascolterò con molto interesse i commenti dei colleghi e mi riservo di replicarvi alla fine.

 
  
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  Arnaud Danjean, relatore. (FR) Signor Presidente, Alto Rappresentante Ashton, la relazione sull’attuazione della strategia europea di sicurezza che presentiamo oggi è un documento annuale stilato dal Parlamento, che contiene una sorta di valutazione ad interim sulla politica europea di sicurezza e di difesa e in cui vengono avanzate proposte volte ad accrescerne l’efficacia e la visibilità.

Quest’anno la relazione si colloca all’interno di un contesto specifico e quindi vuole essere una fucina di proposte. Siffatto contesto specifico si caratterizza per la sovrapposizione di tre grandi avvenimenti.

Il primo è il decimo anniversario della politica europea di sicurezza e di difesa, che è stato celebrato alla fine del 2009. Negli ultimi dieci anni abbiamo dimostrato che l’Europa è stata in grado di condurre operazioni civili e militari in oltre 23 situazioni di crisi. E possiamo persino spingerci oltre in questa straordinaria conquista. Abbiamo dimostrato che l’Europa è necessaria e che l’Unione ha la capacità istituzionale, politica e operativa per essere all’altezza di tali sfide.

Il secondo importante avvenimento riguarda ovviamente – come ha accennato poc’anzi l’onorevole Albertini – l’attuazione del trattato di Lisbona. Il cambiamento operato in termini di sicurezza e di difesa va ben al di là della mera correzione semantica. Infatti la PESC ora è diventata PSDC, ossia la politica di sicurezza e di difesa comune, e deve quindi assumere una nuova dimensione. Il trattato ha arricchito la gamma di strumenti e l’ambito di applicazione della politica in tema di sicurezza e di difesa, segnatamente includendo clausole in materia di assistenza, di solidarietà, una cooperazione strutturata su base permanente e, soprattutto, creando il servizio europeo per l’azione esterna e la carica di alto rappresentante, signora Vicepresidente della Commissione.

Infine, il terzo importante avvenimento che ha caratterizzato il contesto della relazione è che la NATO – ossia il punto di riferimento di 21 Stati membri su 27 per la sicurezza collettiva del continente europeo – sta riformando il proprio concetto strategico. Pertanto questa valutazione operata dalla NATO deve altresì portare l’Unione a definire più precisamente le condizioni del partenariato, che rimane fondamentale.

Sullo sfondo di questi presupposti l’obiettivo della relazione non attiene tanto alla dottrina, bensì mira a fornire una mappa destinata a evolversi a uso di tutte le nuove istituzioni che sono in via di creazione e che devono imparare a lavorare insieme. Si vuole infatti rendere l’Unione più credibile, più efficace e più visibile sul versante della sicurezza e della difesa. In proposito il Parlamento europeo deve essere assolutamente dotato di una maggiore responsabilità in queste materie sensibili, affinché la politica che ha come suo obiettivo principale la garanzia della sicurezza dei cittadini europei abbia una piena legittimazione.

Con questa relazione abbiamo voluto porre in evidenza i seguenti punti. In primo luogo, la strategia europea di sicurezza e la politica di sicurezza e di difesa comune sono primariamente al servizio dei cittadini europei, al fine di garantirne e migliorarne la sicurezza. Questa ambizione politica non è evanescente, non è una questione di facciata. Corrisponde alla necessità del continente di lottare per garantire la propria sicurezza, ma anche per contribuire alla stabilità del mondo in cui viviamo, per affrontare le crisi e le minacce che insorgono nel nostro ambiente. Oltre ai conflitti armati di stampo tradizionale che scoppiano nelle nostre immediate vicinanze, l’Europa deve essere in grado di affermare i propri interessi e di difenderli dinanzi alle nuove minacce – e mi riferisco in particolare alla pirateria e alla criminalità cibernetica.

Abbiamo altresì ritenuto importante sottolineare quanto fosse unico il valore aggiunto dell’Europa nella gestione delle crisi grazie alle soluzioni che vengono avanzate e grazie all’equilibrio che essa raggiunge tra dimensione civile e dimensione militare in tutte le operazioni. Inoltre, a questo proposito, respingo le critiche che alcuni potrebbero avanzare contro la politica comunitaria di sicurezza e di difesa, sostenendo che essa si fonda sulla militarizzazione. Credo sinceramente nella natura complementare degli strumenti civili e militari che l’Unione possiede. La recente crisi a Haiti, dove è stata organizzata una missione – e credo che voi stessi siate stati testimoni dell’efficace cooperazione offerta –, ha messo in luce la necessità di collegare le nostre risorse militari con le risorse civili in modo da poter affrontare le catastrofi naturali e le crisi gravi.

Attendevamo con interesse proprio la valutazione di queste operazioni per sottolinearne quelli che, a nostro giudizio, sono i punti di forza, ma anche i punti deboli – che vanno riconosciuti in modo da ovviarvi. Vogliamo altresì mettere in luce diversi ambiti di importanza strategica per la sicurezza dell’Unione. Incoraggiamo inoltre il Consiglio e la Commissione a imprimere un’accelerazione all’attuazione delle strategie globali, in particolare per il Corno d’Africa e per la regione dell’Afghanistan e del Pakistan.

Per quanto attiene alle capacità – sia civili che militari – esse giocano un ruolo essenziale per la credibilità della nostra politica. La sfida consiste infatti nel migliorare la reattività dell’Unione. Dobbiamo mobilitare più rapidamente e più efficacemente le risorse materiali e il personale competente che gli Stati membri hanno a disposizione. Al contempo, dobbiamo però riuscire a dotarci dei programmi di equipaggiamento in linea con le esigenze previste grazie a un comparto efficiente di sicurezza e di difesa, atto a integrare le conoscenze tecnologiche più avanzate e tenendo altresì conto dei centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa.

L’Europa dell’industria e della difesa ha cominciato a organizzarsi sul piano continentale attraverso il pacchetto sulla difesa. I temi che attengono alla cooperazione industriale e commerciale con i paesi terzi vanno affrontati rapidamente, soprattutto a fronte dei problemi con cui le industrie europee si sono scontrate, ad esempio, sull’accesso al mercato statunitense.

Questa è una sintesi, una sintesi inevitabilmente breve, delle priorità che figurano nella relazione e che corrispondono a tutte le sfide che devono essere affrontate. Il Parlamento è pronto a svolgere appieno il proprio ruolo in maniera positiva e costruttiva al fine di realizzare questa ambizione comune. Inoltre, colgo questa opportunità per ringraziare tutti i gruppi politici che hanno lavorato intensamente per arricchire la relazione. Abbiamo cooperato molto bene insieme per mantenere un livello elevato di ambizione, tenendo conto ovviamente anche delle caratteristiche di ciascun gruppo.

Desidero inoltre cogliere questa opportunità, Alto Rappresentante Ashton, per discutere con lei della non-proliferazione nucleare. Alla vigilia della conferenza di revisione del trattato di non-proliferazione, indetta a maggio, il Parlamento europeo intende rivedere con lei l’impegno dell’Unione in tema di lotta contro la proliferazione, controllo sugli armamenti e disarmo. E’ questo il significato delle interrogazioni orali che le sono state rivolte e a cui risponderà tra poco.

Nel contesto internazionale si fanno strada nuove possibilità alla vigilia della conferenza di revisione. In primo luogo, il presidente Obama ha risolutamente affermato di volere un mondo senza armi nucleari e si è impegnato a perseguire attivamente la ratifica del trattato sull’interdizione totale degli esperimenti nucleari da parte degli Stati Uniti. In secondo luogo, sembrano procedere positivamente i negoziati sul nuovo accordo con la Russia atto a sostituire l’accordo START. Infine, a breve si apriranno i negoziati sul nuovo trattato sul disarmo che vieterà la produzione di materiale fissile da impiegare per le armi nucleari.

Per quanto riguarda la riduzione degli arsenali nucleari, bisogna prioritariamente ridurre i due principali arsenali, ovverosia quello russo e quello statunitense, che si stima rappresentino quasi il 95 per cento di tutte le armi nucleari del pianeta. In proposito, ci rallegriamo per l’impegno assunto dal presidente Medvedev e dal presidente Obama per la conclusione di un nuovo accordo di riduzione nel prossimo futuro. In tale contesto, l’Unione come prevede di sostenere questi sforzi e come prevede di cooperare con gli Stati Uniti e con la Russia?

L’Unione europea deve inoltre prepararsi ad affrontare le sfide poste dal regime di non-proliferazione nucleare, più specificatamente in relazione alle due crisi principali in questo ambito che vedono coinvolti l’Iran e la Corea del Nord, paesi che rimangono le principali minacce alla sicurezza internazionale. L’Unione continuerà a impegnarsi in maniera fattiva e piena per risolvere queste crisi, soprattutto in relazione all’Iran? Ci aspettiamo un vostro orientamento su questo tema fondamentale, Alto Rappresentante Ashton. Inoltre, l’Unione deve contribuire alla promozione della cooperazione sull’uso pacifico dell’energia nucleare e lei sa che questa è una sfida importate. Che azioni sono state messe in atto in questo contesto? Qual è la strategia che intende seguire in questo ambito?

Infine, il Parlamento europeo vuole che l’Unione sia una forza proattiva nel corso dell’imminente conferenza di revisione del trattato di non-proliferazione nucleare. L’adozione di nuovi obiettivi e di una posizione comune calibrata da parte dell’Unione è fondamentale, se si vuole che l’Unione europea difenda la sua posizione. Qual è la posizione degli Stati membri a questo riguardo?

 
  
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  Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione e alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e di sicurezza. (EN) La ringrazio molto, signor Presidente. Sono molto lieta di esser al vostro cospetto per discutere dei grandi temi che figurano nell’agenda internazionale dell’Europa.

Innanzi tutto desidero ringraziare gli onorevoli Albertini e Danjean per le eccellenti relazioni. Avete indicato tutte le sfide che dobbiamo affrontare, specificandone l’entità e l’urgenza.

Le questioni da discutere vanno dal rafforzamento dello stato di diritto nel Kosovo fino alla cooperazione con i paesi emergenti per condividere la responsabilità della governance globale, dalla promozione della pace nel Medio Oriente – e mi unisco alla condanna espressa dal vicepresidente Biden sulla decisione di costruire 1 600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est – fino agli aiuti per i sopravvissuti del terremoto a Haiti, dove mi sono recata la settimana scorsa, dai problemi della proliferazione nucleare, come l’Iran, fino alla ricerca di una risposta efficace alle “nuove” sfide, come l’energia, il cambiamento climatico e la sicurezza cibernetica.

L’Europa sta attraversando una fase dedicata alla costruzione di qualcosa di nuovo, che esige un piccolo cambiamento di mentalità e in cui le istituzioni devono trovare un posto nuovo. E’ una fase confusa e complicata, ma anche entusiasmante, poiché è impossibile negarne la grande importanza. Adesso infatti abbiamo la possibilità di realizzare un’istanza che molti in Europa – e molti in quest’Aula – avanzano da tempo: una politica estera europea più forte e più credibile.

Ovviamente il servizio europeo per l’azione esterna è destinato a svolgere un ruolo fondamentale in questo ambito. Dobbiamo creare un sistema forte, atto a consentirci di affrontare i problemi di oggi e i problemi di domani.

Da anni cerchiamo di definire e di attuare strategie complessive, ma le strutture e i sistemi che avevamo ci creavano delle difficoltà. Con il trattato di Lisbona e il servizio per l’azione esterna dovremmo essere in grado di realizzare le nostre ambizioni.

Al cuore di tutto si colloca una semplice verità: per salvaguardare i nostri interessi e per promuovere i nostri valori, dobbiamo impegnarci sul fronte internazionale. Non si può sperare di essere un’isola di stabilità e di prosperità in un mare di insicurezza e di ingiustizia.

Il nostro mondo è, per così dire, fluttuante. Per impegnarci effettivamente, dobbiamo prima definirne i contorni. Personalmente, sono due le caratteristiche che più mi colpiscono nel mondo di oggi. Una è la profonda interdipendenza sul versante politico, economico e della sicurezza: le tecnologie, le idee, le malattie, il denaro – tutto si muove. Siamo connessi con modalità sinora sconosciute. La seconda è che il potere si sta spostando, sia in seno ai sistemi politici – a grandi linee dai governi ai mercati, ai media e alle ONG – e tra sistemi politici – a grandi linee dal vecchio “Occidente” verso est e verso sud. Entrambi i movimenti sono frutto della globalizzazione, che non è solo un fenomeno economico ma anche politico sia nelle sue manifestazioni che ovviamente nelle sue conseguenze.

Si pensi, ad esempio, all’ascesa della Cina e degli altri principali attori politici o all’impatto politico della crisi finanziaria. I debiti sono in occidente, mentre le eccedenze si trovano a est. La redistribuzione del potere finanziario si fa sentire anche nei nostri dibattiti politici. Oppure basta pensare al cambiamento climatico, che non è solamente un problema ambientale, ma è anche un problema che attiene alla sicurezza e ha implicazioni geopolitiche.

Ci troviamo quindi a dover affrontare problemi complessi in un nuovo scenario geopolitico. Dobbiamo adattarci. Non è il momento di inserire il pilota automatico o di rimanere arroccati sulle consuetudini nazionali. Ora bisogna essere dinamici e ambizioni.

Citerò alcune cifre per illustravi questo punto. L’Europa rappresenta il 7 per cento della popolazione mondiale e, in termini demografici, registra un calo del 25 per cento rispetto a un secolo fa. Negli ultimi sessant’anni la nostra percentuale di PIL è passata dal 28 al 21 per cento, mentre le economie di Cina, India e di altri paesi corrono a un ritmo del 10 per cento su base annua.

L’influenza economica si traduce in ascendente politico e in capacità di affermazione. E’ palpabile ovunque: dai negoziati sul cambiamento climatico all’Iran, ai grandi accordi sull’energia in Africa o in Asia centrale. Se ci uniamo, riusciremo a salvaguardare i nostri interessi. Altrimenti saranno gli altri a prendere le decisioni al posto nostro. E’ semplice, davvero semplice.

La mia preferenza è chiara. Dobbiamo rispondere come europei. Innanzi tutto dobbiamo rimanere uniti, perché l’unità costituisce un presupposto per esercitare influenza. In secondo luogo, dobbiamo agire, poiché la risposta a un problema non può essere un documento o una riunione. Se si vogliono risultati, bisogna agire e talvolta bisogna assumersi dei rischi. A dire il vero, però, in Europa c’è la tendenza a dare precedenza alla procedura invece che ai risultati. In terzo luogo, bisogna avere dei principi ed essere al contempo creativi, perché servono entrambi questi elementi: bisogna essere fermi nella difesa dei nostri valori e bisogna essere creativi per forgiare soluzioni ad hoc per problemi complessi.

La relazione dell’onorevole Albertini giustamente enfatizza che è necessario “un nuovo approccio […] se l’UE vuole agire collettivamente e affrontare le sfide globali in modo democratico coerente, pertinente ed efficace”. Da questo quadro generale emergono diversi obiettivi fondamentali: prima di tutto bisogna garantire una maggiore stabilità e sicurezza nelle regioni limitrofe, promuovendo le riforme politiche ed economiche. Si tratta di un elemento importante in sé per ragioni ovvie, ma una credibilità internazionale più ampia dipende anche dal contributo che viene dato per favorire il benessere dei paesi limitrofi.

In secondo luogo, dobbiamo affrontare le sfide globali alla sicurezza, le sfide del nostro tempo. A tale scopo occorrono strategie complessive, organizzazioni internazionali forti e la garanzia dello stato di diritto sia all’interno dei paesi che tra di essi.

In terzo luogo, dobbiamo costruire una rete di relazioni strategiche con paesi e organizzazioni fondamentali, poiché i problemi che dobbiamo affrontare non possono essere risolti da un unico attore.

Oltre a tutto questo bisogna creare il servizio europeo per l’azione esterna – come mezzo per conseguire gli altri tre obiettivi e per onorare la promessa contenuta nel trattato di Lisbona.

Sono queste le funzioni principali cui mi sono dedicata dal mio insediamento. Prima mi sono recata a Washington e poi a New York in modo da impostare debitamente relazioni importanti con gli Stati Uniti e con l’ONU. Da allora sono stata a Mosca, a Kiev, nei Balcani e a Haiti. La prossima settimana sarò in Medio Oriente e poi ancora a New York alla fine del mese. In questo periodo ho presieduto per tre volte il Consiglio “Affari esteri”, ho partecipato al Consiglio europeo informale e ho incontrato il collegio dei Commissari. Ho lavorato intensamente per creare il necessario consenso interno, visitando varie capitali dell’UE: Berlino, Parigi, Londra, Vienna e Lubiana. Naturalmente ho dedicato molto tempo alla creazione del servizio per l’azione esterna, un lavoro che proseguirà nelle settimane a venire, anche con questo consesso.

Anche per tale motivo, in ragione degli interessi dell’Assemblea, ho garantito la partecipazione del Parlamento europeo nel gruppo di pilotaggio che ho creato. Ne discuterò anche questo pomeriggio nella Conferenza dei presidenti. Quando prenderò parte alla riunione della commissione per gli affari esteri, prevista per il 23 marzo, avremo la possibilità di discuterne approfonditamente in presenza di tutte le commissioni competenti.

Quando si crea qualcosa di nuovo, c’è sempre resistenza. Alcuni preferiscono minimizzare le perdite percepite invece di massimizzare le conquiste collettive. Io la vedo diversamente e spero che anche il Parlamento faccia altrettanto.

Siamo dinanzi a un’occasione che si presenta una volta ogni generazione e che ci consente di creare qualcosa di nuovo, qualcosa che finalmente riunisce gli strumenti del nostro impegno a sostegno di una strategia politica unica. E’ una grande opportunità per l’Europa. Non dobbiamo ridimensionare le nostre ambizioni, dobbiamo invece dotarci dei mezzi per realizzarle. Bisogna gettare uno sguardo all’insieme, bisogna essere creativi e assumersi una responsabilità collettiva. Se ci riusciremo – e dobbiamo riuscirci – allora riusciremo a plasmare una politica estera europea per il XXI secolo con un servizio esterno concepito appositamente per metterla in atto: un servizio attraverso cui si possano mobilitare tutte le nostre leve di influenza – strumenti politici, economici, di sviluppo e di gestione delle crisi – in maniera coordinata. Un servizio che rappresenti l’Unione europea anche sul piano geografico e di genere. Credo sia l’unico modo accettabile per andare avanti.

Ora vi spiegherò cosa intendo per “approccio complessivo”, citando un paio di esempi.

Vediamo il caso dei Balcani occidentali – e sono lieta di aver visitato la regione recentemente. In un certo senso, i Balcani sono la culla della politica estera dell’UE. Qui più che altrove non possiamo permetterci di fallire. Dal canto mio, mi prefiggo di stabilire buone relazioni in ambito operativo con i leader politici, desidero impegnarmi con la società civile sul significato dell’appartenenza all’Europa e intendo garantire il coordinamento tra i diversi attori comunitari impiegati in loco. Ho potuto constatare che la regione sta compiendo progressi, anche se sono disomogenei e incompleti. La prospettiva europea rimane il quadro generale – sia come nostro obiettivo che come incentivo principale della riforma. Come ho sottolineato in più occasioni, i progressi compiuti nel percorso verso l’Unione europea dipendono dall’impegno profuso in tema di riforme sul fronte interno. Per quanto concerne i diritti umani, invece, si gioca tutto sullo stato di diritto e sulla cooperazione regionale.

Sosteniamo la nostra strategia con gli strumenti di politica estera di cui disponiamo. In Kosovo abbiamo dislocato la nostra più grande missione civile ed è un successo. In Bosnia abbiamo apportato alcune correzioni ad ALTHEA, visto che la situazione si è stabilizzata, e abbiamo elaborato un programma di formazione. Stiamo promuovendo al massimo il messaggio europeo alla vigilia delle elezioni indette per ottobre. In tutta la regione stiamo compiendo progressi sulla liberalizzazione dei visti e sui contatti diretti tra persone.

Pertanto la nostra strategia nei Balcani procede come previsto: è strategica in termini di obiettivi, comprende aspetti diversi negli strumenti e si adatta ai casi concreti nell’attuazione.

Il secondo esempio è il Corno d’Africa. In questo caso balza all’occhio l’interconnessione tra fragilità dello Stato, povertà, competizione per le risorse, come l’acqua, pirateria, terrorismo e criminalità organizzata. L’unica risposta possibile deve essere globale, il che è esattamente quello che stiamo facendo. L’operazione navale Atalanta ormai è ampiamente riconosciuta come un successo. Il prossimo passo sarà quello di sviluppare ulteriormente le opzioni per il trasferimento dei presunti pirati affinché siano perseguiti giudizialmente nella regione. Stiamo aggiungendo una missione di formazione per il governo federale transitorio in Somalia, che sarà dispiegata probabilmente in primavera. Attraverso lo strumento di stabilità, stiamo inoltre finanziando misure di sostegno per costruire capacità, formare le autorità marittime e per perseguire un lavoro di sviluppo a lungo termine in Yemen e in Somalia in tema di povertà, alfabetizzazione e sanità.

Il nostro impegno in Georgia è improntato allo stesso spirito. Quando il conflitto congelato è sfociato in scontro aperto nell’agosto 2008, abbiamo reagito immediatamente. Abbiamo preso l’iniziativa a livello internazionale, abbiamo negoziato una tregua e abbiamo dispiegato una grande missione di monitoraggio in tempi record. Da allora siamo attivi con tutto lo spettro dei mezzi comunitari e della PSDC per impedire che divampi nuovamente la violenza e per promuovere la stabilità in Georgia e nella regione.

Con l’ONU e l’OSCE abbiamo guidato i colloqui di Ginevra, l’unica sede in cui si sono incontrate tutte le parti interessate. Abbiamo ospitato una conferenza dei donatori per la ricostruzione e il sostegno economico in Georgia e abbiamo incluso il paese – insieme ad Armenia e Azerbaijan – nella politica europea di vicinato. Continuiamo a promuovere le riforme e a rafforzare le relazioni. Stiamo lavorando in tema di scambi e di liberalizzazione dei visti e sosteniamo le misure atte a creare fiducia affinché si ricostruiscano i legami con le ex repubbliche sovietiche.

Bisogna lavorare ancora in Georgia, e abbiamo un’agenda molto densa per gli incontri con la Russia, come testimonia l’incontro avvenuto solo dieci giorni fa con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. In questo caso abbiamo dimostrato cosa può fare l’Unione quando mobilitiamo appieno le risorse di cui disponiamo. Le persone che si sono impegnate in quelle settimane incredibilmente frenetiche hanno affermato che quanto abbiamo fatto è stato assolutamente eccezionale. Pertanto abbiamo bisogno di strutture più forti, di una maggiore flessibilità e di una preparazione maggiore, se vogliamo che la Georgia spiani la strada alla nostra azione in futuro.

Ora passerò alla politica di sicurezza e di difesa comune. Convengo con le linee generali contenute nella relazione Danjean sull’importanza delle nostre missioni. Infatti vengono salvate vite umane, si crea lo spazio per politiche che funzionano e che consentono all’Europa di avvalersi di tutti i suoi strumenti di potere per assolvere alle proprie responsabilità.

Trovo impressionante la strada che abbiamo percorso negli ultimi dieci anni; più di 700 000 uomini e donne sono stati dispiegati in oltre 20 missioni. Gestiamo le crisi secondo modalità europee con un approccio complessivo a sostegno del diritto e degli accordi internazionali e di stretto concerto con i nostri principali partner. Lavoriamo bene con la NATO in Bosnia Erzegovina e lungo la costa somala. In Kosovo e in Afghanistan la collaborazione è più difficile a causa di problemi di natura politica. Dobbiamo superarli e infatti sto lavorando con il Segretario generale della NATO per migliorare le relazioni tra UE e NATO in settori pratici e per creare un clima positivo. Ora vedremo come si svilupperanno le nostre relazioni su un piano pragmatico. Anche le Nazioni Unite sono un partner fondamentale. Vi sono molti esempi di cooperazione tra UE e ONU sul campo – nella Repubblica democratica del Congo, nel Ciad e anche in Kosovo. Negli ultimi tempi abbiamo avuto modo di conoscerci meglio, ma possiamo e dobbiamo rafforzare questo legame, concentrandoci in settori quali la pianificazione e la condivisione delle migliori prassi.

Nella relazione Danjean e in linea più generale ci si chiede se sia il momento giusto per l’UE di dotarsi di sedi permanenti proprie per le operazioni. E’ una questione seria che richiede un dibattito approfondito. Nessuno mette in discussione il fatto che siano necessarie delle sedi per programmare e per condurre operazioni militari. Ci si chiede invece se il sistema attuale, basato su SHAPE o sulle sedi nazionali, costituisca la modalità più efficiente o se esiste un’alternativa migliore.

Spesso ci troviamo a parlarne, focalizzandoci sulle strutture. Credo però che prima si debba compiere un’analisi delle funzioni che dobbiamo espletare. A mio parere, sono tre le funzioni principali da usare come riferimento per prendere ulteriori decisioni: in primo luogo la capacità di pianificare e di condurre operazioni militari, compresa la pianificazione avanzata, e la capacità di reazione rapida in caso di necessità; in secondo luogo la capacità di sviluppare un coordinamento civile-militare in maniera più strutturata per massimizzare la nostra capacità; e in terzo luogo la capacità di stabilire collegamenti con altri, ottimizzare il coordinamento complessivo e con la cosiddetta “comunità internazionale”. Se usiamo questa analisi come punto di partenza per le nostre discussioni, dovremmo essere in grado di trovare il necessario terreno comune per continuare nella determinazione delle nostre necessità.

La relazione chiede altresì l’istituzione di un Consiglio “Difesa”. E’ un’idea che circola da qualche tempo. Nella prossima riunione prevista per aprile si seguirà la prassi consueta, ma all’incontro informale dei ministri della Difesa è emerso un consenso sulle proposte che avevo avanzato di tenere il Consiglio “Affari esteri” con i ministri della Difesa. In questo modo, i ministri della Difesa si riunirebbero e potrebbero decidere, ad esempio, sullo sviluppo di capacità.

Il mio ultimo punto riguarda la proposta sulla forza di protezione civile. Propongo di cominciare dall’insegnamento che stiamo ancora traendo da Haiti. Poi bisogna applicare lo spirito di Lisbona e vedere che opzioni abbiamo per mobilitare le risorse degli Stati membri insieme agli strumenti comunitari a sostegno dell’ONU, dell’OCHA o per agire come Unione europea. Dobbiamo puntare a massimizzare le sinergie, evitando spaccature profonde o artificiali sulle modalità di gestione delle crisi interne ed esterne all’UE.

Infine, desidero passare alla questione della non-proliferazione nucleare, vista l’interrogazione orale che è stata presentata. Parlerò brevemente dei due argomenti più significativi: il primo è la conferenza di revisione del trattato di non-proliferazione nucleare prevista a maggio a New York. Vi parteciperò con l’obiettivo di garantire un esito positivo. Non dobbiamo sbagliarci: tutto il sistema basato sul trattato di non-proliferazione con l’NPT come colonna portante subisce pressioni crescenti. Per reagire, dobbiamo essere pronti a rendere il nostro contributo: sull’accesso agli usi pacifici dell’energia nucleare, in particolare per i paesi in via di sviluppo, evitando i rischi di proliferazione; a tale scopo bisogna quindi affrontare l’approccio al ciclo di energia nucleare – credo che siano 84 i paesi che hanno beneficiato dei programmi di assistenza comunitari; compiendo progressi sul fronte del disarmo nucleare – politicamente è fondamentale per creare un’atmosfera costruttiva. Bisogna poi affrontare le crisi regionali connesse alla proliferazione, in particolare con l’Iran, che potenzialmente potrebbe pregiudicare la conferenza.

Come sapete, l’UE sta guidando le azioni volte ad individuare soluzioni diplomatiche. Sosteniamo pienamente il processo del Consiglio di sicurezza su ulteriori misure restrittive se – come oggi sembra essere il caso – l’Iran continuasse ad ignorare i propri obblighi.

In secondo luogo c’è il vertice sulla sicurezza nucleare indetto dal presidente Obama. Condividiamo l’obiettivo del vertice che punta a rafforzare la sicurezza dei materiali nucleari per impedire ai terroristi di averne accesso. L’UE sostiene l’IAEA dal 2004 per assistere in paesi in questo ambito e continueremo in questo senso.

Infine, consentitemi di ritornare da dove avevo cominciato. La richiesta di un impegno europeo globale è enorme. Dobbiamo assicurarci che l’offerta sia in linea con la domanda. Il trattato di Lisbona ci offre questa possibilità. Dobbiamo agire in conformità con la lettera e con lo spirito del trattato, ricordando il motivo per cui i leader europei originariamente l’hanno negoziato. La ragione era chiara: volevano creare una politica estera più forte, più assertiva e più sostanziale al servizio dei cittadini dell’Unione europea. So che molti in quest’Aula condividono questo obiettivo e conto sul vostro sostegno affinché si realizzi.

 
  
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  Nadezhda Neynsky, relatore per parere della commissione per i bilanci. (EN) Mi congratulo con l’alto rappresentante Ashton per il suo incoraggiante intervento.

Al contempo, in qualità di relatrice per parere della commissione per i bilanci sulla PSDC, mi preme altresì sottolineare che l’alto rappresentante deve assolutamente compiere un esame delle operazioni passate e presenti come pure delle missioni civili della PSDC per identificare i punti di forza e i punti deboli. In questo modo, l’Unione europea sarà meglio in grado di garantire la sicurezza, accrescere la propria autonomia e soprattutto fare un uso più oculato del bilancio destinato a questo scopo, che purtroppo continua a essere insufficiente.

 
  
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  Ioannis Kasoulides, a nome del gruppo PPE. (EN) Signor Presidente, fa paura pensare che un dispositivo nucleare, di piccole dimensioni, ma potenzialmente letale per milioni di persone, possa cadere nelle mani dei terroristi. Alcuni anni fa potevano affermare che sarebbe stato assai improbabile. Oggi non è più così.

Paesi come Iran e Corea del Nord sono in procinto di acquisire la capacità di produrre armi nucleari o ne dispongono già. Uno scienziato pachistano avrebbe venduto il know-how all’Iran, mentre la Corea del Nord avrebbe scambiato materiale nucleare. Nessuno è contrario al fatto che l’Iran produca energia nucleare a scopi pacifici, ma la pazienza si esaurirà prima o poi, se l’Iran continuerà a temporeggiare nel dialogo con i 5+1 che noi sosteniamo.

L’approccio a due binari e la preparazione di sanzioni intelligenti mirate da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU sono elementi praticamente certi. La proliferazione nucleare è a un punto critico e infatti personalità del calibro di Henry Kissinger affermano che solo muovendoci verso l’interdizione totale riusciremo a garantire la non-proliferazione e la sicurezza globale.

Pertanto siamo favore del trattato internazionale per l’eliminazione progressiva delle armi nucleari, vogliamo sia vietata la produzione di materiali fissile e sosteniamo il trattato globale sull’interdizione totale degli esperimenti nucleari, la riduzione delle testate nucleari, START, ecc. Vogliamo che tutte le materie che attengono al combustibile nucleare rientrino nelle competente dell’IAEA e vogliamo che il mandato di questa Agenzia sia rafforzato insieme ai suoi poteri di verifica.

 
  
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  Adrian Severin, a nome del gruppo S&D. (EN) Signor Presidente, spero converrete che occorre una politica estera proattiva improntata a obiettivi comuni europei e basata sui nostri valori comuni. Questa politica deve riconoscere l’indivisibilità della sicurezza in un mondo globalizzato come fonte di solidarietà di interessi sia all’interno che al di fuori dell’Unione europea.

Siffatta politica richiede e presuppone un adeguato strumento istituzionale. Pertanto le priorità sono chiare e sono lieto di constatare che le priorità che mi accingo a indicare sono le stesse che ha menzionato l’alto rappresentante Ashton. Un servizio per l’azione esterna efficiente, una politica di vicinato vibrante, una politica sull’allargamento visionaria, partenariati ben strutturati con gli attori strategici, sia quelli tradizionali che quelli emergenti, una strategia efficace per affrontare le sfide globali, ovverosia la sicurezza energetica, la non-proliferazione nucleare, l’immigrazione, la criminalità organizzata transnazionale, l’espressione transnazionale di povertà, i conflitti culturali e via discorrendo.

Per quanto concerne il servizio per l’azione esterna, ci serve un’istituzione che ottemperi non solo al principio di responsabilità politica e di bilancio, ma anche al principio di efficacia. Non dobbiamo creare un servizio atto a preservare la vecchia competizione nazionale o l’attuale struttura burocratica. La doppia testa delle azioni esterne europee deve essere presente sempre, garantendo così unità del servizio e coerenza nelle sue attività.

In quanto alla politica esterna di vicinato, occorre un approccio che non escluda la Russia e la Turchia. In relazione al Mar Nero dobbiamo passare dalla sinergia alla strategia. In tema di conflitti congelati sono necessarie iniziative regionali e meccanismi di cooperazione regionale e di sicurezza con garanzie internazionali.

Per quanto attiene alla sicurezza globale, abbiamo bisogno di un nuovo assetto che rispecchi le realtà dell’ordine bipolare. Dobbiamo promuovere i nostri valori nel mondo, ma in maniera laica, non come se fossimo nuovi crociati.

Credo che queste, insieme a molte altre, siano le priorità che vanno a definire un compito sovraumano. Dobbiamo quindi lavorare insieme – Parlamento, Commissione e Consiglio – per adempiervi.

 
  
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  Annemie Neyts-Uyttebroeck, a nome del gruppo ALDE. (NL) Signor Presidente, Alto Rappresentante/Vicepresidente della Commissione, onorevoli colleghi, prima di tutto desidero porgere il benvenuto all’alto rappresentante Ashton, spero vivamente che il suo bellissimo e vibrante intervento di oggi segni la fine di un periodo particolarmente difficile per tutti noi, che è cominciato a novembre, al termine del mandato della Commissione. Se possiamo convenire su una cosa, è proprio questa: non possiamo davvero permetterci lunghi periodi di tentennamenti. Dalla fine di novembre fino a poco tempo fa sembrava – e mi dispiace doverlo dire – che l’UE fosse scomparsa dalla faccia della terra o che fosse molto prossima a scomparire. Ripeto, non possiamo permetterci che siffatta situazione possa accadere di nuovo. Abbiamo però assistito anche a una serie di eventi che sembrano destinati a ripetersi: le catastrofi naturali che ciclicamente si ripresentano, gli orribili attentati che si susseguono, il fatto che alcuni governi nel Medio Oriente, benché siano democratici, hanno comunque preso delle decisioni che hanno seriamente pregiudicato il processo di pace, o quel poco che ne rimane. Pertanto abbiamo bisogno di un alto rappresentante/vicepresidente della Commissione che sia in grado di essere presente sul posto e non solo nei centri decisionali europei, ma anche nelle varie sedi in giro per il mondo. Sia lei che noi abbiamo sempre saputo che il suo compito è immane. La ammiro, poiché se l’è assunto. Noi avevamo promesso di sostenerla. Siamo lieti che oggi sia intervenuta in questo consesso e siamo lieti per la posizione decisa che ha assunto in merito al servizio per l’azione esterna, di cui tutti abbiamo disperatamente bisogno. Se qualcuno ha ancora la volontà di porre fine alla lotta di potere – in cui una parte combatte con i guanti e l’altra senza – allora sono certa che, se lavoreremo insieme, riusciremo a prepararci bene per il futuro. Grazie per l’attenzione.

 
  
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  Franziska Katharina Brantner, a nome del gruppo Verts/ALE. (DE) Signor Presidente, Alto Rappresentante Ashton, onorevoli colleghi, Baronessa Ashton, abbiamo ascoltato attentamente il suo discorso. Purtroppo dobbiamo rilevare che probabilmente ci toccherà aspettare ancora affinché lei elabori dei piani su progetti specifici per il futuro in conformità con i principi che ci ha enunciato, e che in effetti sosteniamo.

Desidero esprimere alcune considerazioni sul servizio per l’azione esterna, su cui però mi aspettavo veramente di sentire qualcosa di molto più tangibile da lei. Lei ha ripetutamente affermato che il valore chiave è la coerenza, è questa la parola d’ordine. In molti casi infatti servono piani e programmi congiunti del servizio per l’azione esterna e della Commissione. I sostenitori della devoluzione di numerose aree politiche alla Commissione o al segretariato del Consiglio però dovrebbero essere sinceri e ammettere che in realtà difendono lo status quo, il sistema previsto dal trattato di Nizza.

Per noi un primo punto importante riguarda la maggioranza che potremmo raggiungere su tutte le questioni che afferiscono alla protezione civile, alla gestione civile delle crisi e alla ricostruzione. A nostro parere, sono importanti tutti quei fattori che rientrano nelle attività di peace-building, ovverosia la prevenzione dei conflitti, i sistemi di allerta precoce, la mediazione nei conflitti, la riconciliazione e la stabilizzazione a breve-medio termine. Serve un’unità organizzativa adatta a tale scopo e quindi proponiamo la creazione di un “dipartimento di gestione delle crisi e per la costruzione della pace”. Le chiedo quindi di adoperarsi nell’ambito della sua posizione per la creazione di questo dipartimento. Mi preme altresì enfatizzare che sosteniamo sia il bilancio per la politica estera e di sicurezza comune (PSDC) che lo strumento per la stabilità che viene incorporato nel servizio per l’azione esterna, anche se non ne fa parte ed è subordinato alla Direzione per la gestione e per la pianificazione delle crisi (CMMPD), ritenendo che debba essere creata una nuova struttura che spero lei vorrà istituire. Vorrei quindi sapere qual è la sua posizione al riguardo.

Un secondo punto che per noi è importante è la connessione tra i tradizionali settori di politica estera e le nuove aree, come la politica energetica, la politica climatica, la giustizia e gli affari interni. Che strutture pensa di allestire per conferire al servizio per l’azione esterna un accesso sistematico a queste sfere di politica globale dell’UE e degli Stati membri?

C’è ancora un punto che per noi è importante: il servizio deve essere moderno e deve avere una politica calibrata in tema di organico. Questa settimana festeggiamo l’8 marzo. Chiaramente riteniamo che i diritti della donna debbano essere fermamente ancorati a questo servizio e che le donne debbano prendervi parte. Baronessa Ashton, un gruppo di deputate le ha scritto per chiederle di garantire siffatta partecipazione sin dall’inizio. Le risoluzioni ONU n. 1325 e 1820 inoltre devono essere attuate nelle strutture istituzionali del servizio. Pertanto, anche in questo caso le chiedo: quali sono i suoi piani a questo proposito?

Come ho detto, lei ha il nostro sostegno per la costituzione di un servizio per l’azione esterna forte. Attendo con ansia le sue risposte.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo ECR. (EN) Signor Presidente, il trattato di Lisbona ora è una realtà politica nell’ordine internazionale, anche se non ha una legittimità democratica condivisa, poiché alla maggioranza dei cittadini europei, compresi quelli britannici, è stata negata la possibilità di esprimersi mediante una consultazione referendaria. Ad ogni modo, il gruppo ECR e i conservatori britannici si sono impegnati a mantenere un coinvolgimento positivo e a muoversi all’interno del nuovo quadro istituzionale.

Vorremmo che gli Stati membri e la Commissione assumessero un approccio analogo. Per come la vedo, trovo assolutamente ironico che il primo grande sviluppo istituzionale dettato da Lisbona, ossia la creazione del servizio europeo per l’azione esterna, minacci di far ripiombare l’UE nell’introspezione e nei battibecchi cui Lisbona teoricamente avrebbe dovuto mettere fine. Senz’altro la creazione del servizio per l’azione esterna sarà soggetto a dibattito e si dovrà giungere a un consenso sugli incarichi, sui mandati e sulla valutazione, ma gli elementi di politica estera in relazione alla PSDC devono rimanere fermamente ancorati in seno al Consiglio.

Occorre però anche una leadership forte, che teoricamente è prevista dal trattato di Lisbona, per poter forgiare una visione a lungo termine della diplomazia dell’Europa nel mondo. Guardiamo a lei, Alto Rappresentante Ashton, affinché prenda l’iniziativa e affermi l’autorità e la leadership che le vengono conferite dal trattato, facendo da paciere, se necessario, in modo da assicurare dei progressi. Noi la sosterremo nelle azioni che metterà in atto, se dimostrerà di essere all’altezza di questa sfida mastodontica.

L’Unione europea ha avuto molti anni per pensare a questo servizio, quindi tutta questa confusione e le esitazioni cui attualmente stiamo assistendo non depongono a favore delle ambizioni dell’UE di svolgere un ruolo globale in politica estera attraverso la PSDC.

Vi sono inoltre aspetti di carattere più generale. La relazione Albertini, che sostengo fermamente, definisce le priorità della politica estera dell’Unione e giustamente sostiene le aspirazioni di adesione dei paesi dei Balcani occidentali, in particolare della Croazia, della Macedonia e del Montenegro, di cui sono relatore.

Si cita inoltre l’alleanza transatlantica e la NATO, che, a mio giudizio, sono le colonne portanti della politica estera di sicurezza dell’UE. Il documento giustamente enfatizza la responsabilità dell’Unione per la risoluzione dei conflitti congelati nelle nostre immediate vicinanze, segnatamente in Transnistria e in Nagorno-Karabakh, oltre alle buone relazioni con l’Ucraina.

Infine, si parla anche di Taiwan come partner importante per l’UE, cui deve essere consentito di partecipare attivamente e pienamente nelle organizzazioni internazionali, in ottemperanza con la politica comunitaria e con la politica della “Cina unica”.

 
  
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  Willy Meyer, a nome del gruppo GUE/NGL.(ES) Signor Presidente, Alto Rappresentante Ashton, l’onorevole Albertini già conosce i motivi per cui il mio gruppo ha presentato un parere di minoranza sulla relazione in tema di politica estera, di sicurezza e di difesa. Alto Rappresentante, abbiamo optato per questa soluzione in ragione della conclusione che abbiamo raggiunto. Nei paesi limitrofi all’Unione europea le politiche di sicurezza e di difesa non hanno più nulla a che fare con la difesa del territorio: la politica di sicurezza adesso è una proiezione della politica estera.

Riteniamo che l’obiettivo primario della politica estera debba essere il disarmo internazionale: zero armamenti e l’impiego di politiche pragmatiche atte ad affrontare le cause effettive di insicurezza nel mondo.

Le armi principali di distruzione di massa nel mondo di oggi sono la fame e la povertà. Sono queste le armi contro cui non possiamo combattere usando la forza militare. Pertanto, sulla base di tale presupposto, dobbiamo puntare a un sistema di sicurezza di transizione, atto a consentire la smilitarizzazione graduale di tutto il settore della sicurezza nel mondo. Oltretutto, non riteniamo che l’Unione debba essere legata alla NATO, poiché la strategia della NATO prevede sempre una risposta militare per tutti i tipi di insicurezza, dalla criminalità organizzata al terrorismo, fenomeni che non sono mai stati di competenza dell’azione militare.

Questa crescente militarizzazione spinge gli Stati membri a rafforzare sempre più le già potenti industrie degli armamenti e a spendere di più per le armi. Abbiamo raggiunto l’apice come civiltà e come armamenti, ancor più che nella guerra fredda, il che dovrebbe incoraggiarci ad adottare politiche pragmatiche tese a favorire la smilitarizzazione.

Né il terrorismo né la criminalità organizzata dovrebbero essere obiettivi militari. Dovrebbero essere contrastati dalla polizia, dalla magistratura internazionale, dai servizi di intelligence, affinché i criminali siano consegnati ai giudici, ma non devono essere oggetto di azioni militari.

Pertanto non condividiamo questo approccio militarista. Non vogliamo basi militari statunitensi nel territorio dell’Unione europea. Non vogliamo che si creino situazioni del genere in nessuno Stato, non vogliamo che nessuna superpotenza dispieghi forze militari nel mondo e quindi crediamo che il rispetto del diritto internazionale sia molto importante. Non vogliamo che sia riconosciuto il Kosovo – non devono essere riconosciuti gli Stati che usano la forza al di fuori del diritto internazionale – perché crediamo nel diritto internazionale e quindi crediamo che nella relazione debba figurare anche il processo di decolonizzazione del Sahara occidentale. Ovviamente chiediamo anche il ritiro dell’esercito dall’Afghanistan, che per stessa ammissione della NATO, settimana dopo settimana, causa vittime tra civili innocenti. Per tali ragioni non crediamo che debba essere imboccata la strada della militarizzazione.

 
  
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  Fiorello Provera, a nome del gruppo EFD. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Ashton, nell'ambito della relazione del presidente Albertini, che è davvero eccellente, c'è un passaggio che mi sembra politicamente importante: quello che lega il fenomeno dell'immigrazione alla politica di cooperazione con i paesi in via di sviluppo.

Non è pensabile controllare flussi migratori che hanno dimensioni enormi unicamente con provvedimenti repressivi e misure di politica interna. Neppure la distribuzione dei migranti in tutti gli Stati d'Europa potrebbe risolvere il problema, anzi, favorirebbe nuovi arrivi. Una risposta fondamentale per il controllo dei fenomeni migratori è la politica di cooperazione allo sviluppo, meglio se coordinata a livello europeo e mirata non solo al progresso economico ma anche a quello sociale e democratico. L'emigrazione deve essere una scelta e non una necessità.

Perché questa politica di cooperazione sia efficace e arrivi a chi ha veramente bisogno è indispensabile promuovere la good governance locale, senza la quale ci sarebbero inefficienza, corruzione, sperpero di risorse e povertà di risultati. Garantire la governance locale e la collaborazione dei governi è oggetto di politica estera e la cooperazione deve diventare strumento importante della politica estera europea: questo è il messaggio che affido all'Alto rappresentante Ashton in un settore, quello della cooperazione, che mi sta molto a cuore.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, ora stiamo pagando lo scotto per aver definito in maniera molto vaga gli obiettivi di politica estera nel trattato di Lisbona. Alto Rappresentante Ashton, probabilmente ci sarà anche presentato il conto, perché l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza non ha una vera e propria esperienza in politica estera, ma è stata rifilata all’Unione come il minimo comun denominatore che gli Stati membri sono stati in grado di trovare.

Se rimarremo in silenzio su tutte le questioni importanti di politica estera, come europei, faremo la figura del branco di diplomatici, che vanno in giro in tutto il mondo a stringere mani a destra e a manca, professando corsi diversi di politica estera.

Non possiamo permetterci neanche le beghe sul servizio europeo per l’azione esterna. Questo nuovo e senz’alto importante servizio non dovrebbe e non deve essere ridotto a una sfera di attività degli eurocrati, scansando gli Stati membri.

Probabilmente è arrivato il momento di usare l’accetta per uscire dalla boscaglia e istituire il servizio europeo per l’azione esterna, facendo sentire nuovamente la voce dell’UE nel mondo esterno. Sarebbe anche ora che l’alto rappresentante agisse in maniera più sensata in queste vicende, ad esempio, istituendo l’uso di tutte e tre le lingue di lavoro dell’Unione – e quindi anche del tedesco – nel servizio europeo per l’azione esterna.

Dobbiamo sfruttare al meglio l’esperienza e le buone relazioni che i singoli Stati membri intrattengono con alcune regioni. Si pensi, ad esempio, all’esperienza storica dell’Austria nei Balcani occidentali. In questo modo, sarebbe chiaro che la sicurezza dell’Europa non viene difesa nell’Hindu Kush, ma ai confini esterni dell’UE, nei Balcani. L’Unione europea deve smetterla di agire come se fosse il braccio e il fautore della NATO e degli Stati Uniti. Il denaro europeo è certo speso meglio con FRONTEX che nei deserti dell’Afghanistan.

 
  
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  Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione e alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza. (EN) Signor Presidente, desidero esprimere alcuni commenti sui temi e sulle questioni che sono emerse dal dibattito.

Per rispondere all’onorevole Kasoulides, sulla riforma del trattato di non-proliferazione, è assolutamente fondamentale assicurare la riuscita di questa iniziativa. Dobbiamo prendere provvedimenti pratici: deve entrare in vigore un trattato generale sull’interdizione dei test, deve essere vietata la produzione di materiale fissile, devono essere sostenuti gli usi pacifici dell’energia nucleare in modo da individuare modalità sicure affinché sia scongiurata la proliferazione – ad esempio, mediante i contributi che rendiamo alla banca per il combustibile nucleare – e deve essere sostenuto il rafforzamento dell’IAEA. Com’è stato detto, dobbiamo adoperarci soprattutto in aree come il Medio Oriente e dobbiamo continuare a esercitare pressioni sull’Iran, affrontando i problemi che ne discendono.

Onorevole Severin, per quanto concerne le priorità del servizio per l’azione esterna che lei ha delineato, siamo esattamente sulla stessa linea d’onda. Credo sia molto importante che il servizio debba rendere conto sul piano politico e di bilancio, proprio come ha detto lei, e tale responsabilità deve avere un doppio binario. Sempre come lei ha fatto presente, è altresì essenziale definire e discutere di queste tematiche con gli altri partner principali. Mi sembra che lei abbia indicato, ad esempio, la Russia e la Turchia. Sono già stata in Russia ed ho dedicato parte del fine settimana all’incontro con il ministro degli Esteri turco: è stata una vera e propria occasione per parlare più approfonditamente delle relazioni che avremo in futuro. Pertanto sottoscrivo pienamente le priorità che lei ha citato e la ringrazio.

Onorevole Neyts-Uyttbroeck, la ringrazio per le sue gentili parole. Non credo che l’UE sia proprio sparita dalla faccia della terra. E’ stato un vuoto inevitabile, dovuto al fatto che la Commissione agiva efficacemente, ma ora è stato colmato. Dal canto mio, è stato un momento estremamente importante, in quanto, finché la Commissione non si è insediata, non avevo nemmeno un gabinetto, per non parlare del servizio per l’azione esterna. Adesso invece siamo in una posizione tale che ci consente di riunire le risorse.

Lei opportunamente ha indicato l’importanza della visibilità sul campo. Come sapete, il mio problema è che non ho ancora imparato a viaggiare nel tempo. Ma credo sia assolutamente essenziale che, guardando al futuro, si punti alle priorità che sono state definite con voi e su cui quest’Assemblea conviene ampiamente, garantendo che le mie azioni siano volte a conseguire siffatte priorità, tra cui si annovera anche l’istituzione del servizio che ancora non esiste. Non ha una struttura in termini di organico. Non c’è ancora fisicamente. Ma quando entrerà in azione, riusciremo a dimostrare a tutto il mondo la forza dell’Europa nella migliore accezione del termine.

Onorevole Brantner, lei mi ha chiesto maggiori ragguagli, e credo sia un punto importante. Alcune delle questioni che ha sollevato sono assolutamente fondamentali. Non vogliamo duplicazioni all’interno delle diverse istituzioni in relazione alle funzioni da espletare. Vogliamo un approccio geografico e convengo con lei sulle attività di peace-building: è un settore molto importante in cui l’UE deve essere attiva.

In un certo senso confluiscono in questo ambito diversi elementi di attività che svolgiamo bene – il lavoro che compiamo sulla creazione dello stato, sulla giustizia, sullo stato di diritto, il lavoro che svolgiamo sui programmi di sviluppo, il lavoro svolto per affrontare il cambiamento climatico, per dare sostegno a governi e a popoli – tutto ciò è volto a incrementare la nostra sicurezza, la nostra stabilità e la nostra prosperità, ma, così facendo, creiamo anche un mondo più sicuro, più stabile e più prospero.

Questi obiettivi rivestono una capitale importanza.

Convengo con lei su tutta la linea in relazione alle donne. Servono più donne, ad esempio, nelle missioni di polizia, in cui ve ne sono molto poche, come ho avuto modo di constatare sinora. Le donne devono essere fermamente integrate nel servizio a tutti i livelli. E’ una sfida che dobbiamo assolutamente affrontare. Ma, sopra ogni cosa, il servizio per l’azione esterna deve essere un servizio per tutta l’Unione europea.

Cosa vogliamo fare nel settore della giustizia e degli affari interni sul piano mondiale? Cosa vogliono fare i parlamentari con altri parlamenti? Dobbiamo usare il servizio che per sua natura sarà idoneo a soddisfare questo genere di esigenze su un piano pratico. Su questi argomenti, siamo in perfetta sintonia.

Onorevole Tannock, la leadership assertiva costituisce una sfida. Spero che lei cominci a riconoscerla. E’ molto importante, come ha detto, che siano affrontate alcune questioni critiche: i Balcani e le relazioni transatlantiche occupano un posto centrale nella nostra attività. Per tale ragione dedichiamo molto tempo alle discussioni con gli Stati Uniti ed è proprio per questo motivo che personalmente discuto e parlo molto con loro e ovviamente anche con l’Ucraina.

Spero che abbiate accolto con favore la mia decisione di presenziare all’insediamento del presidente Yanukovich e di invitarlo a Bruxelles dove ha svolto una delle sue prime visite. Si è insediato giovedì e lunedì era a Bruxelles per poter già approfondire e ampliare le nostre relazioni per il futuro.

Onorevole Meyer, lei ha parlato delle questioni della politica estera e del disarmo e si è chiesto se è appropriato adottare anche un approccio militare. Mi consenta di farle velocemente un paio di esempi. Ne ho già citato uno parlando di Atalanta e dell’importanza di avere un approccio complessivo nelle nostre azioni.

Al largo della costa somala abbiamo navi che hanno compiuto missioni straordinarie proprio questo fine settimana. La marina francese ha catturato dei pirati che volevano creare una zona franca in quell’area di mare. A questo punto dobbiamo accertarci che i pirati siano perseguiti giudizialmente e che siano trattati debitamente in ottemperanza con le nostre norme giuridiche nei paesi della regione.

Proprio tale ambito si colloca il programma di sviluppo cui la Commissione sta lavorando per cercare di sostenere l’economia in Somalia affinché migliori. In proposito tengo anche a citare il lavoro che ci stiamo accingendo a compiere per la formazione di addetti alla sicurezza nella regione. In altri termini abbiamo adottato un approccio correlato, ovverosia un approccio complessivo. Infatti usiamo gli strumenti necessari per affrontare i problemi della gente.

Passo ora all’altro esempio, visto che sono stata a Haiti la settimana scorsa. E devo rendere omaggio agli italiani che ho visto lavorare sul posto. Essi sono reduci dalla tragedia dell’Aquila, ma hanno inviato la marina, il corpo dei vigili del fuoco, le ONG, personale civile, medici, psichiatri, dentisti, infermieri, e tutti lavorano sotto la supervisione del comandante della nave che è stata inviata a capo della missione, che in realtà è una nave ospedale e ospita pazienti che hanno subito le conseguenze del terremoto. Ho visto giovani con amputazioni, bambini con ustioni terribili che vengono curati su questa nave. Ci sono intere squadre a sostegno della popolazione.

Tutto ciò per dirvi che bisogna pensare a una strategia e a un approccio complessivi che noi possiamo offrire e che presupponga l’uso dei mezzi di cui disponiamo in modo da impiegarli al meglio.

Onorevole Provera, per quanto concerne l’immigrazione innescata dalla cooperazione allo sviluppo, lei ha enunciato un punto importante, ossia, se le persone sentono di non avere altra scelta, allora sono disposte a correre dei rischi, spesso rischiando anche la vita, per lasciare il paese in cui vivono, in cui sono nate e in cui desiderano vivere. In genere infatti la gente vuole vivere nel paese in cui è cresciuta.

Pertanto, la cosa importante in relazione allo sviluppo, a mio parere, è sempre stato il sostegno atto a garantire un sostentamento alle persone al fine di consentire loro di rimanere e di vivere dove desiderano e di avere accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, e via dicendo.

Sarà questa una parte sostanziale del lavoro che stiamo compiendo sul campo, in aiuto degli Stati in cui le condizioni sono molto difficili a causa dell’instabilità dovuta al cambiamento climatico.

Infine, onorevole Mölzer, non sia così pessimista. Non si tratta di agire scansando gli Stati membri. Vogliamo invece creare qualcosa di unicamente europeo – non vogliamo ricalcare le stesse strutture che esistono negli Stati membri, che sia in Germania, Italia, Francia, Regno Unito o quant’altro. Non sarà la stessa cosa. Stiamo costruendo qualcosa di diverso che attiene alla sicurezza e alla stabilità, alla crescita economica effettiva a lungo termine cui possiamo contribuire, in quanto essa rientra nei nostri interessi e attiene altresì ai valori che ci stanno a cuore.

Per quanto riguarda le lingue, oui, je peux parler français, mais je ne suis pas très bien en français. Ich habe auch zwei Jahre in der Schule Deutsch gelernt, aber ich habe es jetzt vergessen.

Quindi parlo le lingue, e migliorerò sempre più. Non vedo l’ora di riuscire a conversare con voi in un tedesco molto migliore di quello che parlo al momento.

 
  
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  Elmar Brok (PPE).(DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente, onorevoli colleghi, le relazioni Albertini e Danjean nonché la proposta di risoluzione sulla non-proliferazione nucleare indicano che dovranno presto essere prese decisioni importanti e quindi dobbiamo prepararci. Desidero portare alla vostra attenzione un paio di esempi. Credo che l’Unione europea ora abbia un ruolo importante da svolgere in una fase cruciale in cui dobbiamo principalmente impedire all’Iran di costruire armi nucleari, quindi il gruppo 5 + 1 deve attivarsi al massimo, soprattutto per la preparazione della risoluzione delle Nazioni Unite e in merito alle possibili sanzioni da infliggere per impedire che un altro Stato si doti di armi nucleari mediante mezzi non militari. La situazione drammatica in cui versa il Medio Oriente e la risoluzione dei problemi nell’area si ricollegano a questa questione, sia direttamente che indirettamente.

Alto Rappresentante Ashton, la ringrazio per essere stata a Kiev a parlare con il presidente Yanukovich. Sarà assolutamente fondamentale rafforzare questi paesi in modo che non prendano decisioni sbagliate e per chiarire che l’unione doganale con la Russia e la zona di libero scambio con l’Unione europea non sono compatibili. Bisogna inoltre mettere in luce i vantaggi che scaturirebbero se il paese farà la scelta giusta.

Devo aggiungere un’altra considerazione. Contrariamente a molti ministri degli Esteri e della Difesa, avremo la pazienza necessaria affinché sia creato un solido servizio per l’azione esterna con lei. Vogliamo questo servizio. Deve funzionare a dovere. Esso rappresenta il presupposto che ci consentirà di parlare con una voce sola. Sarebbe sbagliato prendere le decisioni in maniera eccessivamente affrettata e quindi sbagliata. Abbiamo tutto il tempo e occorrono risultati sostanziali. Dobbiamo, però, tenere presente che storicamente l’Unione europea ha avuto successo laddove è stato applicato il metodo comunitario, mentre, con il metodo intergovernativo, raramente o mai ha riportato risultati positivi. Pertanto, va chiarito che gli elementi della politica comunitaria non devono essere furtivamente trasformati in politica intergovernativa attraverso il servizio per l’azione esterna. Dobbiamo introdurre una salvaguardia al riguardo in modo da garantire l’efficienza del servizio unitario, ma al contempo, anche la politica comunitaria e i diritti impliciti del Parlamento europeo – in relazione al bilancio, al controllo sul bilancio e sul discarico – nonché i diritti di supervisione politica da parte di quest’Assemblea. Mi auguro che la collaborazione sia positiva.

(Applausi)

 
  
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  Hannes Swoboda (S&D). (DE) Signor Presidente, mi rivolgo a lei, Baronessa Ashton, nella sua veste di vicepresidente della Commissione e di alto rappresentante, visto che, contrariamente ai ministri degli Esteri, come alto rappresentante, lei ha una certa responsabilità verso quest’Aula. Oggi sono trascorsi esattamente 100 giorni dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona e a breve devono essere assunte due decisioni significative sulla direzione da imboccare. Una – come ha affermato anche lei all’inizio – verte sull’espansione della politica estera, visto che il clima, l’energia e altre questioni sono ormai confluite nell’ambito di tale politica, mentre l’altra verte sulla creazione di un servizio per l’azione esterna dinamico ed efficiente.

Parlando di politica energetica, Copenhagen ha mostrato che, se non siamo compatti, se siamo frammentati, se ogni capo di Stato ritiene di dover apportare un proprio contenuto specifico, otterremo meno di quello che avremmo altrimenti potuto ottenere. Non sto dicendo che avremmo potuto realizzare conquiste strabilianti, vista la posizione della Cina e degli Stati Uniti, ma non possiamo permettere che si ripeta l’orrendo teatrino cui abbiamo assistito a Copenhagen.

Pertanto – e convengo con l’onorevole Brok a questo proposito – dobbiamo creare un servizio per l’azione esterna solido. Come molti colleghi, non sono sorpreso, ma nondimeno inorridisco dinanzi alla ridda di problemi che creano tantissimi ministri degli Esteri solo per invidia. Lo dico molto apertamente. Molti danno il proprio sostegno, ma molti stanno creando problemi, in quanto non riescono a tollerare di non avere più il ruolo principale e quindi devono ritornare a svolgere le funzioni del loro ministero. In fin dei conti, non è un brutto lavoro fare il ministro degli Esteri, anche se le funzioni di questo ministero non implicano il potere di decidere nei dettagli le attività dell’Unione europea. Per tale ragione ci preme far ben presente in questa sede che useremo pienamente le nostre prerogative di deputati, non per frapporre ostacoli, ma per creare qualcosa di costruttivo. Un servizio per l’azione esterna è costruttivo – come recita il trattato di Lisbona – quando è chiaramente subordinato a lei, Alto Rappresentante Ashton, e ovviamente quando collabora strettamente con la Commissione.

Analogamente, non tollereremo il passaggio al metodo intergovernativo per le attività giuridiche sinora concluse mediante il metodo comunitario e che sono destinate a continuare mediante lo stesso sistema ai sensi del trattato di Lisbona. E’ proprio questo, invece, quello che vogliono molti ministri e forse persino molti capi di governo, non solo per indebolire la Commissione, ma anche per pregiudicare il diritto comunitario. Non è ammissibile. Bisogna tirare un confine netto.

In quanto alle implicazioni del servizio per l’azione esterna, se ne parlerà nelle settimane a venire – come sempre. Per concludere, desidero ribadire un punto che è già stato espresso. Per noi non è una questione di tempo, anche se vogliamo sia trovata una soluzione al più presto, ma puntiamo più ai contenuti. Siffatto concetto deve essere ripetuto, in particolare, al Consiglio dei ministri degli Esteri, in quanto il Parlamento eserciterà i propri diritti – né più né meno – in materia di bilancio e sul regolamento in tema di organico. Infatti vogliamo realizzare un servizio esterno efficace ed efficiente.

(Applausi)

 
  
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  Andrew Duff (ALDE). (EN) Signor Presidente, tutti ci aspettavamo dei problemi di aggiustamento con l’entrata in vigore del trattato e potremmo anche scusarci per non aver incluso una clausola sui viaggi nel tempo nel trattato, ma non ci aspettavamo e non possiamo accettare che sia venuta meno la fiducia tra la Commissione e il Consiglio sull’istituzione del servizio per l’azione esterna. Ad ogni modo, la soluzione è da ricercare nel trattato, che deve essere compreso e rispettato scrupolosamente.

L’articolo 40 tutela le rispettive funzioni della Commissione e del Consiglio. Entrambi devono essere pragmatici al fine di garantire la creazione di una diplomazia forte, efficiente e coerente in relazione ad una serie di materie politiche. L’alto rappresentante Ashton ha efficacemente tratteggiato la metafora dell’Europa come forza in ascesa in un continente in declino. E’ assai chiaro inoltre che la campagna in Afghanistan è un problema che richiede la nostra attenzione. Occorre un’approfondita riforma di ordine strategico e tattico. A noi spetta compiere una valutazione dello scopo, del costo e della durata del nostro impegno in questo paese.

Il gruppo ALDE è ansioso di premere sull’acceleratore sul versante della difesa. Dobbiamo identificare interessi comuni in tema di sicurezza tra i 27 Stati membri a partire da esercizi analoghi in tutti i paesi per compiere una valutazione onesta dei punti di forza delle missioni della PESC in modo da creare le condizioni per allestire una cooperazione strutturata permanente nel settore della difesa.

 
  
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  Reinhard Bütikofer (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, Alto Rappresentante Ashton, ringrazio l’onorevole Danjean per l’eccellente relazione in cui ci spiega a che punto siamo nella politica di sicurezza e di difesa comune. Egli indica anche i punti su cui non abbiamo ancora trovato un accordo.

Se il Parlamento adotterà la relazione, compirà più progressi della Commissione e del Consiglio su alcune questioni specifiche, in quanto anche questa relazione, ad esempio, cita in maniera positiva la relazione Barnier sulla protezione civile europea. E’ deprecabile infatti che l’alto rappresentante Ashton abbia nuovamente respinto questa idea.

(EN) Alto Rappresentate Ashton, mi dispiace che, tra le materie cui ha risposto negativamente, nel suo intervento lei abbia respinto l’idea avanzata nella relazione Barnier, mentre sulla maggior parte delle varie tematiche sembra essere in perfetta sintonia con tutti.

(DE) la nuova relazione, come la relazione Albertini, indica la necessità di una missione comunitaria di formazione in Somalia. Il gruppo Verts/ALE però respinge questa idea. La missione in atto in questa zona è irta di difficoltà, non è nemmeno chiaro quale sia il suo valore aggiunto in relazione alle attività già messe in atto nella regione e non si sa nemmeno con chiarezza su che quadro politico più ampio si basi o se attualmente rende o meno un contributo alla ricostruzione nazionale in Somalia. E’ altamente probabile che in definitiva la formazione che finanziamo vada a beneficio di soldati che poi passeranno sotto il comando del prossimo signore della guerra in grado di offrire loro più soldi.

Mi sia consentito di esprimere una terza considerazione. La relazione indica l’obiettivo di conseguire l’autonomia strategica dell’Europa nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa. Per me, è eccessivo – stiamo facendo il passo più lungo della gamba. Credo che nessuno degli Stati membri sia in grado di coprire gli esorbitanti costi che dovremmo sostenere se volessimo davvero conseguire un’ “autonomia strategica”. Credo inoltre che sarebbe un errore strategico. L’Europa deve trovare il proprio ruolo in un reticolo di sicurezza europea e globale, e siffatto ruolo non può essere equiparato a quello di un baluardo strategico. Sarebbe quindi molto più razionale e realistico se decidessimo invece di definire le capacità e le strutture atte a consentirci di agire in maniera più autonoma.

 
  
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  Paweł Robert Kowal (ECR).(PL) Alto Rappresentante Ashton, signor Presidente, un alto ufficiale dell’esercito russo ha affermato che, se la Russia avesse avuto mezzi d’assalto anfibi Mistral, l’invasione della Georgia sarebbe stata una questione di mezz’ora. Attualmente, però, la Francia sta vendendo i Mistral alla Russia, anche se il piano Sarkozy non si è realizzato. La Francia inoltre sostiene la costruzione del gasdotto nell’Europa settentrionale.

E’ difficile parlare di sicurezza in Europa, se evitiamo di discutere della situazione del confine orientale dell’Unione, come è accaduto nel corso dei lavori per la realizzazione della relazione. Mi rivolgo infatti con rammarico al presidente della sottocommissione per la sicurezza e la difesa. Si è cercato a tutti i costi di non parlare di questioni come le manovre “Zapad 2009”. E’ stato fatto di tutto per non parlarne, come se la politica di sicurezza e di difesa – una politica comune per l’Unione europea, che spetta a noi creare – fosse una politica solo per i pochi paesi di grandi dimensioni. E’ stato detto molto su fatti che stanno accadendo dall’altra parte del mondo e su quanto sta succedendo praticamente in ogni dove, ma – e questo atteggiamento è stato assunto da molti deputati – si è tentato in tutti i modi di sfuggire dai problemi sostanziali concernenti il confine orientale dell’Unione. C’è stato un misto tra una sorta di megalomania europea e una noncuranza per gli interessi di alcuni Stati membri. Per questo motivo non sosterremo la relazione, ma intendo anche avanzare una richiesta all’alto rappresentante Ashton.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Mi scusi, onorevole Kowal, lei ha parlato per un minuto e 44 secondi e aveva a disposizione un minuto.

 
  
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  Sabine Lösing (GUE/NGL).(DE) Signor Presidente, a nome del mio gruppo, il gruppo GUE/NGL, esprimo profonda preoccupazione, in quanto la politica estera dell’Unione europea si sta dirigendo verso la militarizzazione e verso un approccio sempre più interventista. Si tratta di uno sviluppo pericoloso. Voglio far presente in tutta chiarezza che, a nostro giudizio, l’approccio militare per la risoluzione dei conflitti o per favorire, per così dire, la stabilità nazionale o regionale è assolutamente sbagliato e non è affatto idoneo a conseguire una maggiore sicurezza per l’UE nel mondo. Gli interventi militari – e l’Afghanistan purtroppo ne è un esempio recente – provocano sofferenza, morte e devastazione a lungo termine, ma non portano la pace e non migliorano le condizioni in cui versa la popolazione civile.

La relazione Danjean elenca le minacce principali che costituiscono una sfida per la futura politica di sicurezza dell’UE. Tra queste minacce figura anche il cambiamento climatico – un fenomeno che è stato ampiamente causato dai paesi industrializzati dell’Occidente. Se i popoli dei paesi del sud devono combattere perché non hanno più acqua, mentre il cibo scarseggia sempre di più, essi diventeranno un problema di sicurezza per l’Europa. Questa prospettiva è cinica e disumana. Se gli Stati crollano a causa della politica economica neoliberista, essi costituiranno un problema di sicurezza. Più che l’esercito, occorre un cambiamento: bisogna mettere fine all’orientamento neoliberista dell’Unione europea.

Il servizio per l’azione esterna, l’Agenzia europea per la difesa, la creazione di una direzione per la gestione delle crisi e per la pianificazione nonché il previsto fondo per l’avvio di operazioni militari sono destinati a rendere l’UE un attore globale in termini militari. Crediamo che questa mossa verso la centralizzazione in relazione al servizio europeo per l’azione esterna sia pericolosa e antidemocratica. L’Unione europea deve invece assumere un ruolo trainante nella smilitarizzazione e nel disarmo, soprattutto in campo nucleare. Deve essere messo in risalto l’obbligo che ricade sugli Stati nucleari ai sensi dell’articolo 6 del trattato di non-proliferazione nucleare, ossia deve essere finalmente onorato l’obbligo di conseguire un disarmo nucleare totale. E’ stata questa la promessa fondamentale in base alla quale molti Stati hanno firmato questo trattato e quindi si sono impegnati a non acquisire armamenti nucleari. Le garanzie affidabili di non aggressione sono i mezzi migliori per impedire la proliferazione, altrimenti i paesi minacciati mediante l’intervento militare tenteranno di impedire un siffatto attacco acquisendo armi militari.

In questo contesto vorrei perlomeno fare una precisazione e lanciare un monito in relazione all’Iran. Le operazioni militari o le attività militari di qualsiasi genere atte a prevenire la proliferazione sono del tutto controproducenti e altamente pericolose. Voteremo contro la relazione Danjean e abbiamo presentato la nostra risoluzione sul trattato di non-proliferazione.

 
  
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  Bastiaan Belder (EFD). (NL) Signor Presidente, “Miliardi cinesi per i Balcani” è il titolo di un articolo pubblicato recentemente da un quotidiano, in cui si richiama la necessità di una risposta europea in questo ambito, poiché, in definitiva, le iniziative d’investimento cinesi interessano paesi che già sono divenuti membri dell’UE o che aspirano all’adesione.

Rivolgendomi al Consiglio e alla Commissione, chiedo: che giudizio avete sul ruolo della Cina nei Balcani? Dopo tutto siffatto ruolo comprende una serie di attività economiche: dal finanziamento per l’esecuzione di grandi lavori pubblici agli investimenti per l’industria e per l’agricoltura sino all’acquisto dei porti. Il punto cruciale in questo contesto è che l’approccio cinese è incontestabilmente incompatibile con gli standard occidentali. Ora infatti mi chiedo se l’agenda cinese non abbia mai interferito con la laboriosa agenda sull’allargamento in questa regione. A prescindere dalla risposta, l’orologio cinese batte più veloce e in maniera più produttiva di quello occidentale, anche in questa regione.

Infine, Alto Rappresentante, lei si recherà in Medio Oriente. Le ricordo che Noam Shalit, il padre di Gilad Shalit, un soldato israeliano rapito ormai quattro anni fa, conta sul suo pieno sostegno per ottenere il rilascio del figlio. E anch’io ci conto.

 
  
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  Martin Ehrenhauser (NI).(DE) Signor Presidente, desidero parlare brevemente di due questioni. Innanzi tutto, il dovere di fornire assistenza è palesemente incompatibile con la neutralità dell’Austria e quindi sarebbe importante includere i seguenti punti nella relazione. In primo luogo, il dovere di fornire assistenza non è giuridicamente vincolante. In secondo luogo, l’impiego dei mezzi militari non è necessariamente imprescindibile. In terzo luogo, i singoli Stati membri devono mantenere la libertà di decidere i contenuti dell’assistenza che intendono erogare.

La commissione non li ha accettati, primariamente dal punto di vista sostanziale. A mio parere, il modo stesso con cui siffatti punti sono stati respinti costituisce anche una grave mancanza di rispetto. Alto Rappresentante Ashton, a lei chiedo un maggiore rispetto per noi austriaci in questo settore molto sensibile.

Il mio secondo punto riguarda il parere di minoranza. La qualità delle democrazie e delle società si vede invariabilmente dal trattamento che riserva alle minoranze. Ritengo sia cosa estremamente positiva poter presentare un parere di minoranza. Non sono d’accordo su tutti i punti, ma sono molto lieto che l’onorevole Lösing si sia avvalsa di questa opzione.

(Applausi)

 
  
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  Mario Mauro (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch'io approfitto delle ottime relazioni dei colleghi Danjean e Albertini per tornare a intervenire a sostegno del ruolo chiave dell'Alto rappresentante. Per il bene di tutti è auspicabile che lei, Baronessa Ashton, si renda conto di quanto sia importante il suo ruolo, lo difenda e sia determinata nel rivendicare quel ruolo nella trasposizione in fatti concreti di quanto previsto dal trattato, ad esempio rafforzando le relazioni dell'Unione europea con i suoi partner strategici e consolidando la propria leadership nelle sedi multilaterali.

È urgente insomma che venga fuori la strategia che identifica finalmente i veri interessi che intendiamo perseguire ed è importante il coinvolgimento degli Stati membri in obiettivi rilevanti. È importante altresì che non si lasci condizionare da eventuali dissidi interistituzionali sulla divisione delle competenze – mi riferisco in particolar modo al futuro Servizio europeo per l'azione esterna. La vogliamo, insomma, signora Ashton, protagonista. La vogliamo protagonista in un modo non burocratico.

Mi permetta, perciò, di farle questa osservazione: sono realmente addolorato per il fatto che Lei abbia deciso di non partecipare oggi alla nostra discussione su Cuba. So che Lei può addurre motivazioni formali e che parteciperà prima alla discussione, anche quella importantissima, sull'Artico. Ma Cuba libre non è solo il nome di un cocktail: è il grido di democrazia che moltissimi in questo parlamento si portano nel cuore. Mi auguro quindi che Lei trovi il tempo di poter presenziare, di intervenire e di sostenere con la sua forza e con la forza del suo ruolo la risoluzione del Parlamento. Lei partecipa al dibattito sull'Artico e vedrà che con un po' di ghiaccio il Cuba libre è più gustoso.

 
  
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  Kristian Vigenin (S&D).(BG) La relazione della commissione per gli affari esteri sulla relazione annuale del Consiglio è stata stilata in uno spirito di cooperazione e di dialogo, il che è indicativo del nostro approccio su tutte le questioni strategiche. Una parte sostanziale della relazione inoltre è stata dedicata alle ramificazioni del trattato di Lisbona.

A questo riguardo vorrei soffermarmi su un aspetto importante della nostra cooperazione congiunta. Il successo della politica estera comune e i risultati conseguiti con le riforme istituzionali che sono state messe in atto stanno diventando un fattore fondamentale, destinato a influenzare in maniera decisiva l’atteggiamento che i cittadini europei assumeranno verso la capacità dell’Unione europea di difendere i propri interessi, di cambiare e di svilupparsi. A prescindere dal fatto che siano giustificate o meno, le aspettative sono alte sull’innalzamento del ruolo dell’Unione sulla scena internazionale e noi non abbiamo il diritto di deludere i cittadini d’Europa.

Purtroppo, nelle ultime settimane, la stampa europea, non sempre senza ragione, ha gettato cattiva luce sulla politica estera, raffigurandola come una gara tra Stati membri per accaparrarsi i posti nel nuovo servizio per l’azione esterna, come una competizione tra istituzioni sul cappello che la Baronessa Ashton indosserà più spesso – quello della Commissione o quello del Consiglio – e come una lotta impari da parte del Parlamento europeo per ottenere una maggiore influenza.

Capirete che questo atteggiamento ci danneggia sul fronte interno. Inoltre si tratta anche di un messaggio deleterio per i nostri partner esterni. Le divisioni ci rendono deboli ai loro occhi.

Per tale motivo colgo l’occasione di questo dibattito per lanciare un appello. Tutti coloro che hanno assunto una posizione sulla definizione e sullo sviluppo della politica estera e di sicurezza comune devono concentrarsi sulle questioni strategiche importanti e devono adoperarsi per conseguire, quanto prima, risultati tangibili mediante un maggiore dialogo e un approccio costruttivo. E’ nostro dovere nei confronti dei cittadini europei far loro sentire che appartengono a un’unica Unione europea che fa sentire la propria voce e che esercita un ascendente nella politica globale.

 
  
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  Pino Arlacchi (ALDE). (EN) Signor Presidente, la proposta di risoluzione congiunta sul trattato di non-proliferazione riveste una grande importanza. Il gruppo ALDE ed io siamo molto orgogliosi di aver contribuito all’elaborazione del testo. La risoluzione è olistica, in quanto tocca tutte le questioni che afferiscono al disarmo, dalla conferenza di revisione del trattato di non-proliferazione fino al tema delle zone libere da armi nucleari.

La risoluzione invoca un Medio Oriente senza armi nucleari e chiede il ritiro dal territorio europeo di tutte le testate dislocate a fini tattici nel contesto del dialogo fraterno con la Russia. Questa risoluzione inoltre fa riferimento a un mondo senza armi nucleari, un obiettivo da conseguire mediante una convenzione ad hoc e nell’ambito di una tempistica “ambiziosa”, ossia a breve termine.

La nostra risoluzione rappresenta la risposta europea alla proposta del presidente Obama sull’abolizione delle armi nucleari. Questo documento deve quindi essere considerato come un passo sulla via dell’interdizione totale delle armi atomiche. Esso implica la fine del paradosso del possesso di dispositivi nucleari da parte di alcuni paesi, che è legittimo, e il divieto assoluto sugli arsenali chimici e biologici per tutti i paesi. Le bombe atomiche devono essere rese illegali e il possesso deve diventare un reato. Confido che il Parlamento continuerà in questa direzione con un impeto e una visione sempre più forti.

 
  
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  Ulrike Lunacek (Verts/ALE).(DE) Signor Presidente, Vicepresidente della Commissione e Alto Rappresentante, come relatrice del Parlamento sul Kosovo, sono molto lieta che lei abbia indicato i Balcani come punto focale della politica estera europea e come un’area in cui l’Unione europea non può permettersi di fallire.

Lei ha anche affermato, però, che la Bosnia si è stabilizzata. Alto Rappresentante Ashton, nella situazione attuale in cui versa la Bosnia, la stabilità e la stabilizzazione sono addirittura pericolose. Non tutti sono in grado di prendere parte al processo democratico. La costituzione, nella versione attuale – la costituzione di Dayton – ha costituito un segno di stabilità negli anni ‘90, ma oggi non lo è più. Che tipo di strategia ha, o abbiamo, come UE per cambiare questo stato di cose? Lei ha detto di avere una strategia per la Bosnia. Questo vale per l’ufficio dell’alto rappresentante, ma dov’è la strategia comunitaria? Vorrei che me lo dicesse. Credo che l’Unione europea debba ancora sviluppare una strategia a questo riguardo.

In relazione al Kosovo, lei ha definito EULEX come un successo. E’ vero solo in parte. C’è ancora molto da fare in questa zona, ad esempio, nell’ambito della liberalizzazione dei visti per i cittadini. Alto Rappresentante Ashton, le chiedo di accertarsi che la Commissione si attivi immediatamente per elaborare un programma d’azione in modo che i cittadini del Kosovo sappiano che non saranno lasciati soli.

Purtroppo lei non ha risposto alla domanda che le è stata posta dall’onorevole Brantner. Si starebbe lavorando a un dipartimento specializzato, una direzione generale dedicata alle attività di costruzione della pace nel servizio per l’azione esterna. Lei conviene che l’attività di peace-building è importante, ma ancorerà questo dipartimento nell’ambito del servizio per l’azione esterna? Istituirà una direzione generale per le attività di peace-building? Sarebbe necessario per far capire che direzione sta imboccando l’Unione europea.

Per quanto concerne la relazione Danjean, sono molto lieta che la commissione abbia accettato che la politica europea di sicurezza e di difesa, nei suoi sviluppi futuri, rispetti pienamente la neutralità e lo status di non allineati di alcuni Stati membri. Ciò significa che saranno loro a decidere dove, quando e come parteciperanno e forniranno assistenza.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS
Vicepresidente

 
  
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  Geoffrey Van Orden (ECR).(EN) Signor Presidente, laddove l’Unione europea crei valore aggiunto senza mettere a rischio i nostri interessi sovrani o fare concorrenza ad altre organizzazioni, quali la NATO, ha tutto il nostro sostegno.

Principalmente, ciò significa adottare posizioni comuni su questioni di fondamentale importanza e sui compiti civili nel campo dell’assistenza umanitaria o della ricostruzione e sviluppo post-conflitto, sebbene, devo ammettere, i risultati dell’EUPOL in Afghanistan non ispirino molta fiducia.

La pura verità è che il suo ruolo di ministro degli Esteri europeo si risolve nel fare gli interessi dell’integrazione politica europea. L’effetto del servizio per l’azione esterna, la catena di ambasciate dell’Unione europea in tutto il mondo, sarà invece quello di compromettere le rappresentanze nazionali in numerose capitali, avvalendosi, secondo una logica perversa, dei fondi provenienti dai nostri Stati per portare avanti la politica estera di qualcun altro.

La presente relazione sulla politica di sicurezza e difesa europea è un manifesto di integrazione militare europea, che confonde deliberatamente l’intervento civile e militare nella gestione delle crisi per giustificare una presenza europea. Si basa su una descrizione mendace delle operazioni europee e cerca di coinvolgere in misura sempre maggiore la Commissione in ambiti di competenza dei nostri Stati e del Consiglio.

Pressoché ogni paragrafo di questa relazione invoca un aumento dell’integrazione militare europea a spese della NATO e dell’integrità sovrana dei singoli paesi europei.

Ricordo uno dei capisaldi della linea negoziale adottata dal governo laburista britannico, che si opponeva all’idea di un centro operativo europeo permanente e a sé stante per la pianificazione e la conduzione di operazioni militari, perché si tratterebbe di un lampante esempio di duplicazione della NATO, il cui quartiere generale supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE) assolve precisamente questa funzione.

Baronessa Ashton, quando le ho domandato della presente questione l’11 gennaio, lei ha affermato di concordare con la posizione che avevo assunto. Sembra che ora abbia cambiato idea. Mi interesserebbe sapere qual è il suo pensiero attuale.

 
  
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  Nikolaos Salavrakos (EFD).(EL) Signor Presidente, la relazione dell’onorevole Albertini è ottima e gli porgo le mie congratulazioni. E’ una persona seria che presenta sempre relazioni serie. La presentazione di della baronessa Ashton è stata egualmente notevole.

Ritengo che le due relazioni affrontino numerose questioni di politica estera, ma ogni considerazione sull’adeguatezza della politica estera e di sicurezza è indissolubilmente legata a due elementi: in primo luogo, una chiara definizione delle frontiere dell’Unione europea, affinché l’Unione sia trattata con rispetto uniforme e, in secondo luogo, risorse, in altre parole denaro; non ho letto nulla riguardo alle risorse nelle due relazioni, sebbene siano un requisito fondamentale per garantire l’efficacia della politica estera.

Ritengo che il nuovo ordine abbia portato con sé un nuovo disordine economico globale. Già imperversano disordini di natura socio-politica, mentre quelli monetari sono alle porte. Ciò che chiedo, dunque, è che la baronessa Ashton coordini la commissione per i problemi economici e monetari e la commissione per gli affari esteri per discutere delle risorse a sostegno della politica adottata.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signor Presidente, Alto Rappresentante, temo che la sua presentazione di oggi si riduca a una rassegna di spunti di riflessione o di luoghi comuni. Purtroppo, manca quasi del tutto un concetto strategico.

Ad esempio, quale iniziativa propone per garantire un maggiore riavvicinamento alla Russia, invece di lasciare che essa continui a muoversi verso la cooperazione con regimi canaglia, come l’Iran e la Corea del Nord? Quali sono le sue proposte circa i tentativi di riarmo nucleare dell’Iran? Quale sarà la sua posizione sulle crescenti tendenze anti-europee e anti-occidentali nel mondo islamico? Ne troviamo attestazioni anche in un paese candidato come la Turchia.

Alto Rappresentante Ashton, è pronta a difendere i traguardi europei, come la libertà di espressione e la separazione tra Chiesa e Stato, in modo chiaro e inflessibile, di fronte alla crescita dell’Islam politicizzato? A mio avviso, non può ripetersi l’atteggiamento debole adottato dall’Unione alcuni anni fa riguardo alla crisi delle vignette danesi.

Come l’onorevole Provera, anch’io vorrei domandarle se è pronta a utilizzare la nostra politica estera e di sicurezza comune per mettere un freno all’ondata di immigrazione di massa in Europa. Mi riferisco sia all’immigrazione clandestina sia a quella legale. Non ha risposto a questa domanda.

 
  
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  Jacek Saryusz-Wolski (PPE).(EN) Signor Presidente, do il benvenuto all’alto rappresentante, vicepresidente e presidente del Consiglio “Affari esteri”: la baronessa Ashton, che agisce in una triplice veste. Le nostre relazioni si riferiscono ai tempi ormai andati. La sua carica, baronessa Ashton, doveva segnare l’inizio di una nuova era, quindi farò riferimento alla nuova era. Lei rappresenta una figura nuova, un’istituzione appena nata, che sta vivendo un’infanzia difficile.

E’ una macchina ibrida, che combina il motore elettrico del metodo comunitario con il motore diesel del metodo intergovernativo. E’ un orfano e i suoi presunti genitori, gli Stati membri, il Consiglio e la Commissione, lo guardano con sospetto e distacco. Il Parlamento è pronto a ricoprire il ruolo di genitore adottivo.

In questo primo stadio, vi è il rischio che il servizio sia lacerato da rivalità e interessi istituzionali divergenti. Il nostro Parlamento era e rimane un grande sostenitore di una politica estera europea forte. Può contare su di noi.

La preghiamo di vedere nel Parlamento un alleato, magari anche un onesto intermediario tra coloro che sono tentati di considerare solo uno dei suoi ruoli e non tutti e tre.

Il Parlamento si aspetta che la nuova istituzione, come altre, sia collegata a noi tramite un accordo interistituzionale che stabilisce chiaramente le norme di cooperazione. Abbiamo intenzione di codecidere, come dispone il trattato, su regolamento finanziario e statuto nello spirito di un servizio compatto anziché lacerato. La invitiamo a considerare la possibilità di rafforzare le competenze e il peso politico della propria carica nominando dei vice, una sorta di viceministri, tra cui i parlamentari. In questo modo si ovvierebbe al problema della breve durata di una giornata, fatta di appena 24 ore, che non potrebbe essere risolto altrimenti. Avranno bisogno di lei ovunque e vorremmo moltiplicare le sue possibilità di agire a nostro nome e a nome dell’Unione.

 
  
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  Maria Eleni Koppa (S&D).(EL) Signor Presidente, Baronessa Ashton, noi socialisti e democratici crediamo in un’Unione europea con una forte presenza sulla scena internazionale, un’Unione dotata di una politica estera comune e che possa parlare con un’unica voce in un mondo sempre più complesso, un’Unione con un’identità di difesa distinta, che le dia indipendenza di scelta e azione e le conferisca un ruolo particolare nella sfera internazionale. Mi riferisco soprattutto all’ottima relazione dell’onorevole Danjean, che vorrei ringraziare per aver offerto una cooperazione costruttiva.

Desidero sottolineare quattro punti:

In primo luogo, specialmente in seguito all’entrata in vigore del trattato di Lisbona, assumono particolare importanza il ruolo centrale che spetta al sistema delle Nazioni Unite e l’invito a rafforzare la cooperazione multilaterale.

In secondo luogo, siamo a favore di una stretta cooperazione con la NATO, ma ricordiamo che essa non dovrebbe ostacolare lo sviluppo indipendente delle capacità di difesa dell’Unione europea. Al contrario, devono essere tenute in considerazione le differenze fra le due organizzazioni e la loro indipendenza deve rimanere inviolata, particolarmente durante il processo decisionale.

In terzo luogo, ritengo sia necessario un paragrafo sulla necessità di una maggiore cooperazione con la Russia, un partner strategico dell’Unione in settori quali la sicurezza energetica, la gestione delle crisi e non solo.

Per concludere, vorrei esprimere la mia soddisfazione per il fatto che la relazione ora fa riferimento alla necessità di un disarmo generale, ponendo l’accento sulle armi leggere, le mine antiuomo e le bombe a grappolo. Allo stesso tempo, però, ritengo che il Parlamento europeo dovrebbe adottare una posizione più chiara e invitare gli Stati membri a fornire un appoggio autentico all’iniziativa del presidente Obama per un mondo senza armi nucleari. Il disarmo e la non-proliferazione di armi nucleari possono diventare realtà se ciascuno di noi fa un passo verso il raggiungimento di questo obiettivo fondamentale.

 
  
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  Norica Nicolai (ALDE).(RO) Vorrei rendere omaggio alla qualità delle due relazioni presentate dall’onorevole Albertini e dall’onorevole Danjean. Ciò dimostra che vi sono persone con esperienza all’interno di questo Parlamento. Mi auguro, Baronessa Ashton, che si avvarrà di tale esperienza, nel nostro interesse comune.

Vorrei sottolineare in particolar modo la raccomandazione espressa nella relazione sul contributo apportato dalla presente Assemblea al controllo delle politiche comunitarie. Alla luce del paragrafo 1 del trattato di Lisbona, ritengo che possiamo condividere la responsabilità che spetta a questo Parlamento e ai parlamenti nazionali nel promuovere un approccio più coerente su questa iniziativa.

Ad ogni modo, Baronessa Ashton, vorrei continuare dicendo che da lei dobbiamo attenderci una strategia molto più coerente sulla politica di sicurezza. Per quel che concerne il servizio per l’azione esterna, ritengo che il personale che vi lavorerà e curerà gli interessi dei cittadini europei debba rappresentare proporzionalmente l’esperienza degli Stati membri perché, purtroppo, per quanto non lo si noti, numerose istituzioni hanno raggiunto un livello di incompetenza e burocrazia tale da danneggiare un programma globale e coerente dell’Unione europea.

Infine, vorrei porle una domanda sui gruppi tattici, strutture che abbiamo creato ma, purtroppo, non usato. Potrebbero rovinare l’immagine della nostra politica di sicurezza e vorrei conoscere le sue intenzioni al riguardo. Per quel che riguarda l’operazione Atalanta, a mio avviso è necessario un approccio molto più realistico perché, purtroppo, i successi riportati dalle nostre forze sono sproporzionati rispetto all’alto numero di episodi di pirateria.

Grazie.

 
  
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  Paul Nuttall (EFD).(EN) Signor Presidente, mi consenta di rivolgermi all’alto rappresentante senza usare mezzi termini, essendo noi corregionale: non sta andando bene, vero? Davvero no. In precedenza, Baronessa Ashton, lei ha affermato che l’Unione europea necessitava di una politica estera credibile. Come possiamo avere una politica estera credibile quando abbiamo un alto rappresentante poco credibile?

Sembra che stia passando da una crisi all’altra, al punto che il ministro degli Esteri britannico ha dovuto scriverle una lettera chiedendole di darsi una mossa, di darsi da fare. Noi dell’UKIP eravamo di questo avviso fin dall’inizio. Ci siamo opposti alla sua nomina perché avevamo detto che sarebbe stata un pesce fuor d’acqua, e i fatti dimostrano che avevamo ragione.

Si diceva che la sua nomina, decisa dalla Commissione, avrebbe fermato il traffico a Tokyo e a Washington. Ma non è stata neppure in grado di nominare l’ambasciatore a Washington perché il buon vecchio Barroso l’ha messa con le spalle al muro!

La stampa inglese riferisce inoltre che lei non accende il telefono dopo le 8 di sera. Ma, Baronessa Ashton, lei è il politico donna più pagato al mondo. Più del cancelliere Merkel, più del segretario di Stato Clinton: il suo è un lavoro di 24 ore su 24. Come se non bastasse, ieri è giunta la notizia che le è stato fornito un Learjet. Si calcola che percorrerà quasi 500 000 chilometri l’anno. La stessa distanza le consentirebbe di raggiungere la Luna, dove molte persone vorrebbero vederla rimanere.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) (Non è il mio turno, ma continuo comunque). Vorrei iniziare ringraziando l’onorevole Albertini per l’ottima relazione presentata, che sottolinea il ruolo che l’Unione europea deve svolgere sullo scenario internazionale in quanto attore globale e protagonista.

Accolgo con particolare favore l’inserimento nel testo del paragrafo 47, che pone l’accento sull’importanza della cooperazione regionale nel quadro del partenariato orientale e della sinergia del Mar Nero, poiché ritengo che l’intervento dell’Unione europea in quest’ambito possa portare a un cambiamento reale, sotto il profilo sia economico sia politico.

Dall’altro lato, vorrei porgere le mie congratulazioni all’onorevole Danjean per aver presentato una relazione che riesce ottimamente a trattare non solo tutte le sfide che ci attendono, ma anche i successi dell’Unione europea nell’ambito della politica di sicurezza e difesa. Sono convinto che, a dieci anni dal varo di tale politica, le proposte avanzate dalla relazione Danjean siano di fondamentale importanza per migliorare l’azione dell’Unione, contribuendo così sicuramente alla sicurezza dei cittadini europei e, in ultima istanza, alla pace e alla sicurezza internazionale.

Vorrei ora sottolineare un punto in particolare di questa ottima relazione sull’importanza del partenariato con gli Stati Uniti nel settore della gestione delle crisi, del mantenimento della pace e per le questioni militari in generale. A tal proposito, il progetto di difesa antimissilistica varato dai nostri partner statunitensi è molto importante non solo per il mio paese, la Romania, che ha deciso di prendervi parte, ma anche in senso più ampio, poiché la proliferazione di missili balistici rappresenta una grave minaccia per i popoli europei.

Infine, ho sostenuto il progetto di emendamento n. 34 al paragrafo 87 della relazione perché ritengo che, se il progetto di scudo antimissilistico può consentire di creare un dialogo a livello europeo, il riferimento al dialogo con la Russia non ha senso in quel contesto.

Vi ringrazio.

 
  
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  Ioan Mircea Paşcu (S&D).(EN) Signor Presidente, le relazioni presentate dall’onorevole Albertini e dall’onorevole Danjean sono documenti molto importanti, che giungono in un momento altrettanto fondamentale: il trattato di Lisbona è appena entrato in vigore, l’Unione ha un nuovo Parlamento e la cooperazione transatlantica è entrata in una fase più promettente.

La relazione presentata dall’onorevole Danjean affronta le nuove sfide alla sicurezza che si presenteranno agli Stati membri dell’Unione. A tal proposito, si richiede la stesura di un Libro bianco che inauguri un dibattito pubblico e innalzi il profilo della politica estera di sicurezza e difesa (PESD), con un abbinamento più chiaro tra gli obiettivi e gli interessi in gioco, da un lato, e gli strumenti e le risorse necessarie a raggiungerli, dall’altro.

La relazione presenta anche proposte concrete, un aspetto molto positivo, e individua i settori che necessitano di un maggiore impegno militare. Nel contempo, alcune proposte, quali l’introduzione di un principio di preferenza europea per l’acquisto degli equipaggiamenti di difesa e l’invito affinché le imprese europee del settore partecipino obbligatoriamente al futuro scudo antimissile statunitense, sembrano alquanto impossibili da conciliare, mentre la creazione di una nuova istituzione per ogni necessità che emerga non è sempre una soluzione pratica.

In generale, considerando i continui tagli alla spesa militare che l’Europa ha operato dopo la fine della Guerra fredda, nonché la diffidenza dell’opinione pubblica verso gli interventi militari, l’approccio alla PESD non dovrebbe essere solo meccanico, ma anche politico. Ricostruire una volontà politica in tale ambito è dunque fondamentale per il successo della PESD stessa.

Infine, la relazione è importante perché affronta la questione cruciale del ruolo del Parlamento europeo nella PESD. Vorrei ringraziare l’onorevole Danjean e i miei colleghi per il contributo apportato.

 
  
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  Mirosław Piotrowski (ECR).(PL) Signor Presidente, la proposta di risoluzione del Parlamento sulla politica europea di sicurezza e difesa ha l’obiettivo, fra gli altri, di creare strutture militari all’interno dell’Unione. Chiedo la creazione di un centro operativo militare e di un Consiglio di difesa dell’Unione europea. Tali strumenti innalzeranno l’Europa ad attore mondiale in ambito militare.

Vi ricordo che, su 27 Stati membri dell’Unione europea, 21 appartengono alla NATO. Solo 6 Stati non appartengono alla NATO e la maggior parte di essi si è dichiarata neutrale. Sorge dunque una domanda fondamentale: la proposta presentata ha come obiettivo lo sviluppo di certi Stati europei o costituisce anche un passo deciso verso la creazione di un blocco militare distinto, che faccia concorrenza alla NATO? Anche in una prospettiva a medio termine, non sarò possibile appartenere a entrambe le organizzazioni. Dunque, votando oggi a favore della relazione in discussione, in realtà si annullerà la natura civile dell’Unione, si assegnerà il cartellino rosso alla NATO e inizierà la costruzione di un blocco militare alternativo.

 
  
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  Ernst Strasser (PPE).(DE) Signor Presidente, Baronessa Ashton, onorevoli colleghi, vorrei iniziare porgendo le mie sentite congratulazioni ai miei due colleghi per le relazioni presentate, che hanno creato la base di un’ottima discussione dagli eccellenti risultati. Vorrei citare alcuni principi guida. In primo luogo, sulla politica estera comune: purtroppo, abbiamo ora un’immagine eterogenea dell’Unione europea. Alto Rappresentante, vorrei chiederle ed esortarla a garantire che l’Europa parli con una sola voce. E’ necessario se vogliamo raggiungere un allineamento paneuropeo.

In secondo luogo, è giusto che siano stati citati i rapporti transatlantici. In ambito diplomatico ed economico, nella politica di sicurezza e nella politica di difesa, abbiamo bisogno di un solido partenariato con le nostre controparti negli Stati Uniti, ma ponendoci sul loro stesso piano. Lo stesso vale per i diritti dei cittadini e le questioni di sicurezza, che devono essere affrontate in modo paritario, come il Parlamento ha incisivamente richiesto in relazione all’accordo SWIFT.

In terzo luogo, è vero che i Balcani occidentali rappresentano un fattore fondamentale per la politica europea di sicurezza e difesa del futuro. Dobbiamo offrire una prospettiva europea agli Stati della zona, attraverso relazioni politiche stabili, sicurezza personale e sviluppo economico. Il servizio europeo per l’azione esterna può e deve collaborare per raggiungere questo risultato, e avrà al proprio fianco il Parlamento. Guardiamo al servizio europeo per l’azione esterna come a una struttura per l’Europa e non per i singoli Stati membri, per le istituzioni che pensano e lavorano nell’interesse dell’Europa, e non di altri. Il Parlamento sarà al vostro fianco su questo fronte.

Naturalmente, sostengo il ministro degli Esteri tedesco, che richiede l’uso del tedesco quale lingua di lavoro del servizio europeo per l’azione esterna.

 
  
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  Wolfgang Kreissl-Dörfler (S&D).(DE) Signor Presidente, Baronessa Ashton, onorevoli deputati, sì, abbiamo bisogno di una politica estera, di sicurezza e di difesa comune, ma utilizziamola per ottenere un mondo senza armi nucleari. Sappiamo che sarà necessario del tempo, lottiamo da troppo tempo per non pensarlo. Tuttavia, forse ora riusciremo a fare un passo fondamentale verso il raggiungimento di tale obiettivo, assieme al presidente Obama e al presidente Medvedev.

Accolgo con soddisfazione il fatto che, secondo l’accordo di coalizione, il governo federale tedesco abbia intenzione di chiedere il ritiro delle armi nucleari statunitensi dalla Germania, inviando così un segnale chiaro e inequivocabile. Inoltre, siamo soddisfatti del fatto che il segretario generale della NATO inaugurerà un ampio dibattito allo scopo di compiere progressi verso l’obiettivo ultimo, ossia la creazione di un mondo senza armi nucleari che non trascuri però gli interessi di sicurezza. Anche questo costituirebbe un notevole passo avanti.

Baronessa Ashton, ritengo che, con l’ausilio di un servizio per l’azione esterna ben strutturato, potrà raggiungere traguardi importanti. Nutro grandi speranze al riguardo e devo dire che vari interventi cui siamo costretti ad assistere in questa Camera, particolarmente quelli di un sedicente gruppo parlamentare del Regno Unito, hanno subito un drastico crollo di qualità.

 
  
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  Eduard Kukan (PPE). (SK) Le ottime relazioni dei colleghi, onorevoli Albertini e Danjean, presentano numerose idee interessanti , utili a integrare gli aspetti e le opportunità principali nell’applicazione della politica estera e di sicurezza comune.

Vorrei sottolineare che proprio adesso, mentre si sta lavorando all’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna e al suo funzionamento futuro, è essenziale che la sua impostazione sia razionale fin dall’inizio e che il servizio si ponga dunque al servizio degli obiettivi fondanti dell’Unione europea e dell’impegno a rafforzarne la posizione nel mondo.

Come possiamo vedere oggi, non è un compito semplice. Già nell’elaborare il concetto di servizio notiamo come si scontrino gli interessi, spesso divergenti, delle varie istituzioni europee e dei loro componenti individuali, spesso finanche dei gruppi e degli individui al loro interno. A tutto ciò si aggiungono gli interessi nazionali dei singoli Stati membri. In questa situazione, è necessario che tutti gli attori del processo si dimostrino responsabili, aperti e obiettivi per superare gli egoismi e ricordare l’obiettivo comune: la creazione di un servizio diplomatico che funga da collante, servendo unicamente gli interessi e le necessità dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. A questo punto entra in gioco un ruolo molto importante: il suo, baronessa Ashton. Sarebbe un errore se gli interessi particolari e il desiderio di imporre la propria opinione a spese degli altri, con l’obiettivo di dimostrare la propria importanza e il proprio status, dovessero scavalcare la necessità di un punto di vista più ampio. Il risultato di questi sforzi dimostrerà se ci preoccupiamo davvero di creare un’Unione europea più forte o se si tratta solo dell’ennesima dimostrazione e gara per stabilire chi sia il più forte nell’assetto dell’Unione europea.

 
  
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  Roberto Gualtieri (S&D). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Alto Rappresentante/Vicepresidente, vorrei sottolineare il fatto che stiamo discutendo tre ottimi documenti elaborati dal Parlamento: documenti ambiziosi che esprimono delle posizioni chiare, compiono delle scelte nette e sui quali esiste un largo consenso tra i gruppi che in questo Parlamento hanno a cuore l'Europa e il suo futuro. È un fatto importante che dimostra la volontà e la capacità del Parlamento di candidarsi a svolgere un ruolo centrale anche nel settore della PESC/PSDC sulla base di una lettura, vorrei dire, dinamica del trattato di Lisbona.

Questo ruolo intendiamo esercitarlo nel processo di costruzione del Servizio di azione esterna, non solo per garantire le prerogative del Parlamento, ma anche per contribuire a fare del servizio una struttura capace di assicurare coerenza ed efficacia all'azione esterna dell'UE, rafforzando al tempo stesso ed estendendo progressivamente il metodo comunitario.

Per quanto riguarda la relazione Danjean, vorrei sottolineare come il concetto di autonomia strategica venga qui prospettato nel quadro di un approccio multilaterale e come esso sia una condizione per rafforzare la partnership strategica con gli Stati Uniti, così come vorrei sottolineare il fatto che il Parlamento è unito nella richiesta di un Centro operazioni, e ho apprezzato che Lei, signor Alto rappresentante, si sia dichiarata disponibile a un dialogo, a un approfondimento e a una discussione su questo tema.

Sulla risoluzione sulla non proliferazione, vorrei sottolineare l'importanza dell'assunzione della prospettiva di un mondo privo di armi nucleari e il netto giudizio sull'anacronismo delle armi nucleari tattiche e la valorizzazione delle posizioni recentemente prese da alcuni governi europei a questo riguardo. Dal Parlamento giunge quindi un chiaro messaggio, realistico e ambizioso, e auspichiamo che l'Alto rappresentante sappia coglierlo e farlo proprio.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE).(EN) Signor Presidente, vorrei esprimere le mie congratulazioni ai colleghi, onorevoli Albertini e Danjean, per le loro relazioni esaustive e creative sulla politica estera e di sicurezza.

L’Unione è destinata a diventare un attore globale, come lei ha affermato, Alto Rappresentante, ma rappresentando il sette per cento della popolazione mondiale e un quinto del PIL, riuscirà a raggiungere questo traguardo solo sulla base di una cooperazione transatlantica consolidata, basata su valori comuni.

In primo luogo, l’Unione europea dovrebbe dimostrare una seria volontà di elaborare strategie coerenti in cinque ambiti cruciali: strategie comuni per la Cina, la Russia, la pace nel Medio Oriente, l’Afghanistan e la sicurezza energetica.

Non essere riusciti a raggiungere una posizione unica su questi punti costituisce ancor oggi un grave handicap per la nostra credibilità ed efficienza agli occhi del mondo. La sfida principale che lei dovrà affrontare consisterà dunque nel mettere in pratica le sue eccellenti dichiarazioni sulla creazione di un’unica strategia politica e sull’assunzione di responsabilità collettiva.

Ho accolto con soddisfazione il paragrafo 10 della relazione Danjean, che esorta il Consiglio e la Commissione ad analizzare le minacce informatiche e a coordinare una risposta efficace a tali sfide in base alle migliori pratiche. La guerra informatica non è una sfida del futuro: è diventata una prassi quotidiana. Pertanto, è urgente che l’Unione europea elabori una strategia di sicurezza informatica europea.

Infine, riguardo al servizio europeo per l’azione esterna: ritengo che la costituzione del SEAE debba fondarsi su un giusto equilibrio geografico e su pari opportunità per i rappresentanti di tutti gli Stati membri, nuovi e vecchi, applicando il sistema delle quote. Solo così potremo garantire efficienza, trasparenza e credibilità del nuovo servizio diplomatico.

Buona fortuna, Alto Rappresentante, e grazie.

 
  
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  Richard Howitt (S&D).(EN) Signor Presidente, stamattina l’alto rappresentante Ashton ci ha chiesto di cambiare i nostri schemi mentali, di sfidare la resistenza ai cambiamenti istituzionali e di evitare un’ottusa difesa degli interessi nazionali. Se il Parlamento intende davvero ciò che afferma sulla PESC, dobbiamo mandare un messaggio chiaro, dicendo che sosterremo un servizio per l’azione esterna forte, ampio e inclusivo e che, nel rispetto delle nostre prerogative, non ci presteremo a nessun secondo fine che cerchi di limitare le capacità e, di conseguenza, l’efficacia di tale servizio.

Ne consegue che i ministeri degli Affari esteri dovrebbero effettuare le opportune nomine solo ed esclusivamente in base al merito fin dal primo giorno e da tutta l’Unione europea; occorre inoltre far proprie le indicazioni strategiche su ambiti come l’approvvigionamento energetico e le politiche ambientali; occorre creare strutture organizzative che abbiano portata globale e assegnino il giusto peso all’Africa e alle relazioni transatlantiche, come pure all’Asia, all’America latina e al nostro vicinato; dobbiamo riservare un adeguato margine finanziario, non solo per reazioni rapide o interventi umanitari, bensì anche per predisporre gli stanziamenti in ragione delle nuove priorità politiche; bisogna sostenere la decisione della rappresentante Ashton, che vuole anteporre la risposta ai disastri naturali al turismo che vi specula e dare in prima persona indicazioni per la programmazione finanziaria; infine, questo Parlamento deve sostenere nuove disposizioni sulle deleghe che riflettano le pratiche internazionali invece di aggrapparsi a precedenti regolamenti.

Infine, sono lieto di vedere che il posto della Commissione è vuoto questa mattina e, a tutti coloro che hanno promosso il trattato di Lisbona, non dovremmo ridurre il loro o il nostro sostegno a una sua piena applicazione.

 
  
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  Francisco José Millán Mon (PPE).(ES) Signor Presidente, la politica estera dell’Unione sta entrando in una nuova fase, come hanno affermato la baronessa Ashton e l’onorevole Albertini questa mattina.

L’articolo 21 del trattato stabilisce determinati principi oggettivi e istituisce altresì nuove figure, quali un alto commissario, un vicepresidente della Commissione, un presidente permanente del Consiglio europeo, un servizio europeo per l’azione esterna e una nuova politica di sicurezza e difesa, oggetto della relazione presentata dal mio collega, l’onorevole Danjean, eccetera.

Queste innovazioni hanno l’obiettivo di garantire che l’Unione europea eserciti un’influenza molto più efficace nel mondo e ritengo che i vertici con paesi terzi continuino a essere lo strumento ideale per raggiungere tale meta. L’Unione europea non organizza molti vertici con i singoli paesi, pertanto dovremmo prendercene cura.

Il vertice che si è tenuto la settimana scorsa con il Marocco è stato il primo con un paese arabo e ha rappresentato il conferimento dello status avanzato a questo Stato. Avrei voluto vedere la sua partecipazione, Baronessa Ashton. Mi rammarico anche dell’assenza del re del Marocco, che ha tolto portata politica, significato ed efficacia a un vertice che avrebbe dovuto essere storico.

Mi auguro che il vertice euro-mediterraneo di Barcellona sia un successo per il livello delle delegazioni presenti.

Mi rammarico anche del fatto che il vertice con il presidente Obama, previsto per la prossima primavera, non avrà luogo. Come afferma la relazione Albertini, il trattato di Lisbona prepara il terreno per il rafforzamento dei nostri meccanismi di dialogo con gli Stati Uniti. Questa e altre questioni avrebbero potuto essere affrontate al vertice.

L’Unione europea e gli Stati membri non devono perdere l’opportunità di affrontare ad alto livello le questioni bilaterali, i conflitti e le sfide globali che si assommano sulla scena mondiale. Sarebbe paradossale, e con questo concludo il mio intervento, se ora che abbiamo il trattato di Lisbona rischiassimo di diventare ininfluenti in questo mondo che ora alcuni chiamano “post-occidentale” o “post-americano”.

 
  
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  Libor Rouček (S&D). (CS) Alto Rappresentante, onorevoli colleghi, nel mio intervento vorrei sottolineare l’importanza di stabilire un partenariato con la Russia. Gli Stati dell’Unione e la Russia devono affrontare numerose sfide e minacce comuni. Potrei citare la lotta al terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i conflitti regionali in Afghanistan e Medio Oriente, il cambiamento climatico, la sicurezza energetica (compresa la sicurezza nucleare), e così via. Né l’Unione europea né la Russia possono risolvere tali problemi da sole. E’ necessaria una cooperazione, che dovrebbe gettare le basi per un nuovo accordo di ampio respiro tra Unione europea e Russia.

Vorrei dunque invitare l’alto rappresentante a utilizzare i suoi nuovi poteri e ad accelerare i negoziati con la Russia. Vorrei inoltre invitarla, Baronessa, a utilizzare i suoi nuovi poteri per coordinare in modo più efficace le posizioni dei singoli Stati membri, nonché delle singole parti coinvolte nella politica estera e di sicurezza comune, poiché è l’unico modo in cui potremo garantire un approccio unico e promuovere valori quali diritti umani, democrazia, stato di diritto, uguaglianza e parità nelle relazioni.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE). – (EN) Signor Presidente, accolgo e sostengo entrambe le relazioni e porgo le mie congratulazioni a entrambi i relatori per i documenti presentati.

Vorrei parlare di due punti. In primo luogo, riguardo alla relazione Danjean, vorrei riproporre una questione che ha sollevato numerose obiezioni in vari Stati membri. Mi riferisco ai negoziati esclusivi tra Parigi e Mosca sulla possibile vendita di quattro navi da guerra Mistral alla Russia.

La nave da guerra Mistral ha una chiara natura offensiva ed è preoccupante che alcuni Stati membri dell’Unione intrattengano compravendite d’armi con paesi terzi, che potrebbero avere conseguenze molto negative sulla sicurezza di altri Stati membri dell’Unione o dei suoi vicini.

Il trattato di Lisbona descrive le aspirazioni di difesa comune e include una clausola sulla solidarietà in ambito di sicurezza e difesa. Pertanto, su cosa dovrebbero insistere il Parlamento e le altre istituzioni europee? Una serie di norme comuni all’interno dell’UE che disciplinino la vendita di armi da parte degli Stati membri dell’Unione a paesi terzi.

Per quel che concerne la relazione dell’onorevole Albertini, vorrei sottolineare l’importanza di sicurezza e stabilità nell’Asia orientale. Siamo soddisfatti degli sforzi compiuti sia da Taipei sia da Pechino per migliorare i rapporti e intensificare il dialogo e la cooperazione pratica. In tale contesto, l’Unione dovrebbe dare notevole sostegno alla partecipazione di Taiwan all’Organizzazione per l'aviazione civile internazionale e alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, perché il coinvolgimento del paese in queste organizzazioni è importante per gli interessi europei e globali.

 
  
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  Zoran Thaler (S&D).(SL) Alto Rappresentante, concordo pienamente con lei quando afferma che il suo obiettivo principale è una politica estera europea migliore e più credibile, al pari di una maggiore stabilità e sicurezza nei Balcani, la nostra regione.

Non possiamo permetterci errori in quest’ambito. Pertanto, le propongo di impegnarsi su due fronti: in primo luogo, risolvere urgentemente la questione dei rapporti tra la Grecia e l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, affinché il nostro Stato membro, la Grecia, possa finalmente tirare un sospiro di sollievo sui propri confini settentrionali; in secondo luogo, garantire che la Serbia, nel dilemma artificiale sulla scelta fra Unione europea e Kosovo, scelga l’Unione europea, decidendo dunque di non isolarsi. Forse sarebbe positivo ricordare ai nostri amici serbi un dato importante, ossia che Serbia e Kosovo saranno di nuovo insieme una volta diventati entrambi membri dell’Unione europea.

 
  
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  Michael Gahler (PPE).(DE) Signor Presidente, Signora Vicepresidente, oggi lei è seduta dall’altra parte. Se dovesse decidere di cambiare posto ogni mese, per me non ci sarebbero problemi.

Mentre questa discussione si avvia al termine, diventano chiare alcune valutazioni di base. Vogliamo che lei sia a capo del servizio per l’azione esterna, ricoprendo, come ha già affermato un onorevole collega, entrambi i ruoli. Lei dovrebbe restare però la sola figura con una duplice funzione, non abbiamo bisogno di duplicare le strutture. E’ necessario garantire il mantenimento del metodo comunitario, non solo in relazione al bilancio e alla supervisione del Parlamento europeo. Parlando chiaramente, il nuovo servizio non dovrà essere un giocattolo esclusivo per i ministri degli Affari esteri, che si sentono offesi per essere rimasti esclusi dal Consiglio europeo. Lo stesso vale per la nomina dello staff e di posizioni importanti all’interno del servizio.

Per quel che concerne la relazione Danjean, vorrei esprimere il mio sostegno totale alla linea assunta dal relatore. Riguardo al centro operativo permanente, come l’onorevole Van Orden, ho notato che la baronessa Ashton ha preso a cuore la questione fin dalla sua audizione, a mio avviso, intraprendendo la direzione giusta. E’ passata dal rifiuto a una fase di prova. Continuo a pensare che, se vogliamo effettuare la progettazione di missioni militari e civili in modo totalmente integrato con il servizio per l’azione esterna, ha senso far funzionare tale servizio dai suoi quartieri generali operativi.

Per quanto riguarda la proposta del gruppo Verde/Alleanza libera europea di creare una direzione generale per il consolidamento della pace, desidero precisare che, diversamente dai miei colleghi che siedono all’estrema sinistra di questa Camera, credo che l’intero progetto europeo, particolarmente la nostra politica estera, sia un progetto di consolidamento di pace unico. Ciò detto, non credo dovremmo limitarlo a un solo dipartimento.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza (S&D).(ES) Signor Presidente, riteniamo che le nuove istituzioni abbiano bisogno di tempo per stabilizzarsi, ma anche che non dovremmo perdere di vista l’obiettivo. L’importante non è, come alcuni chiedono, che l’alto rappresentante sia presente ovunque sia chiamata in causa la politica estera europea. L’importante è che l’Unione europea sia presente sullo scenario internazionale e abbia facoltà di intervenire a difesa delle sue posizioni. E’ questo il senso delle relazioni nonché della nostra discussione odierna.

Pertanto, invochiamo una politica comunitaria di ampio respiro per la cooperazione con tutti i paesi con i quali abbiamo interessi, soprattutto nel campo dei diritti umani, dalla Bielorussia a Cuba. Dovremmo dotarci di una politica simile per tutti i paesi con i quali abbiamo interesse a intervenire in questo settore, oltre che per il superamento delle sfide globali e di sicurezza: l’Unione europea può fare la differenza, come ha dimostrato la posizione comune raggiunta dalla maggioranza degli Stati membri sotto la presidenza spagnola in occasione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra, e lo stesso dovrà accadere per il Medio Oriente e per Cuba. Si tratta di un passo avanti propositivo e riformista nell’azione esterna dell’Unione europea. Vogliamo un servizio europeo per l’azione esterna solido e autentico, che sostenga il lavoro dell’alto rappresentante e risponda alle aspettative del Parlamento.

 
  
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  Krzysztof Lisek (PPE).(PL) Signor Presidente, Baronessa Ashton, vorrei esprimere la mia soddisfazione per il fatto che oggi possiamo discutere la politica estera e di sicurezza comune e la politica di sicurezza e difesa comune con lei. Nonostante le numerose voci contrarie, sono certo che la maggioranza di questa Camera le porga i migliori auguri e auspichi sia il varo della politica estera e di sicurezza comune sia l’istituzione di un servizio per l’azione esterna professionale, che metterà a sua disposizione i migliori diplomatici di tutti gli Stati membri dell’Unione europea.

La nostra discussione odierna sulla politica estera e di sicurezza comune si fonda sull’eccellente relazione del collega che è a capo della sottocommissione per la sicurezza e la difesa, di cui faccio parte, l’onorevole Danjean. L’Unione deve, ovviamente, elaborare il quadro della politica di sicurezza e di difesa comune. Ci aspettano molte sfide in futuro, non solo conflitti, ma anche disastri naturali, la minaccia del terrorismo e così via. Dobbiamo dunque rafforzare le nostre capacità operative. L’Unione deve occuparsi della sicurezza sul suo territorio, ma deve anche dimostrarsi reattiva alle sfide globali. Tale obiettivo è però realizzabile solo in presenza di una cooperazione positiva con i nostri alleati oltreoceano. Ritengo che, non solo perché quasi tutti gli Stati membri appartengono alla NATO, ma anche in considerazione di queste sfide, di fatto tutti si aspettino che lei riuscirà a dare inizio a un dialogo positivo e a creare una cooperazione coerente tra Unione europea e NATO.

Baronessa Ashton, per terminare con una nota di umorismo, mi auguro che lei abbia già mandato il suo numero di telefono non solo a Henry Kissinger, ma anche a Hillary Clinton.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D).(EN) Signor Presidente, vorrei congratularmi con la vicepresidente Ashton per il suo discorso, caratterizzato da lungimiranza e sostanza.

Il problema di alcuni, Vicepresidente Ashton, è che lei non è un generale macho o un nazionalista ottuso. Accolgo con particolare soddisfazione l’accento che ha posto sul rispetto dello stato di diritto tra paesi e la esorto ad adoperarsi attivamente per il raggiungimento di questo obiettivo nel Medio Oriente. Inoltre, ho apprezzato il suo impegno per l’importante principio dei guadagni collettivi rispetto alle perdite minime degli Stati membri.

Il Medio Oriente è probabilmente la regione più instabile, che al momento rischia di precipitare in un conflitto esteso. L’alto rappresentante dovrà lavorare a stretto contatto con gli Stati Uniti e fare pressione affinché la dichiarazione del Consiglio dell’8 dicembre diventi la base per compiere progressi.

Infine, vorrei invitarla caldamente a sostenere la proposta volta a rendere il Medio Oriente una zona senza nucleare.

 
  
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  Andrey Kovatchev (PPE).(BG) Ritengo che le relazioni degli onorevoli Danjean e Albertini costituiscano un passo avanti in direzione del programma comune che ci sarebbe tanto necessario e grazie al quale l’Unione europea dovrebbe affermarsi come attore globale nella tutela di pace e sicurezza. Porgo loro le mie congratulazioni.

La riduzione delle spese per la difesa e l’attuale crisi economica rendono palese che, se vogliamo che l’Europa parli a una sola voce nel mondo e invii segnali forti e autorevoli, dobbiamo usare le risorse disponibili in modo più prudente ed efficiente.

Il ruolo dell’Agenzia europea per la difesa, che è stato rafforzato dal trattato di Lisbona, è di fondamentale importanza per massimizzare il nostro potenziale attraverso gli acquisti collettivi, la condivisione delle risorse e la formazione comune. L’interazione fra gli aspetti civili e militari della politica di sicurezza e di difesa comune deve essere utilizzata per migliorare le capacità e l’efficacia dell’Unione.

Mi aspetto che la signora Ashton, in qualità di capo dell’Agenzia per la difesa europea e alto rappresentante, assuma un ruolo attivo in questa direzione. Infine, Alto Rappresentante Ashton, le auguro di riuscire a istituire il servizio europeo per l’azione esterna con successo. Immagino che sarà osservato il principio di equilibrio geografico nello scegliere il personale del servizio, in modo che possa davvero rappresentare l’intera Unione europea. L’Europa ha bisogno del suo successo.

 
  
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  Ágnes Hankiss (PPE). (HU) Onorevoli colleghi, innanzi tutto vorrei porgere le mie congratulazioni all’onorevole Danjean per la sua relazione, che ho trovato di ampio respiro e, allo stesso tempo, ponderata in ogni singola questione. Da parte mia, intendo affrontare un unico punto. Molti degli Stati membri, tra cui il mio, l’Ungheria, vorrebbero contribuire in modo attivo, in quanto membri a pieno titolo e paritari, all’elaborazione della politica europea di sicurezza e difesa. Allo stesso tempo, per ragioni storiche ben note, né le loro risorse materiali né le loro capacità o conoscenze consentono loro, per ora, di essere sullo stesso livello dei paesi più grandi. Pertanto, ho votato a favore di quegli emendamenti che mirano a favorire quest’opera di coinvolgimento e recupero del terreno perso. Da un lato, essi si concentrano sulla continua cooperazione strutturale: quest’ultima avrebbe infatti potuto essere impostata in modo da non trasformarsi in un club d’elite degli Stati membri più grandi e forti, astenendosi in sostanza dall’esigere un contributo unico e uniforme da ciascun partecipante e dall’escludere così alcuni paesi, ma consentendo agli Stati più piccoli di contribuire secondo le possibilità e le specializzazioni di ciascuno. Dall’altro lato, le reti per la formazione necessitano di un intervento di miglioramento sotto questo profilo. Vorrei ringraziare il presidente per aver incluso questi punti nella relazione.

 
  
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  Ivo Vajgl (ALDE).(SL) Signor Presidente, Baronessa Ashton, oggi vorrei congratularmi con entrambi i relatori per aver condotto in modo così brillante questa discussione, una discussione che si conclude con l’approvazione del presente documento, o meglio dei documenti, degli onorevoli Albertini e Danjean.

I testi in discussione sono stati approvati al momento giusto, ossia all’inizio del mandato della baronessa Ashton, e penso che abbiamo così illustrato in modo preciso le nostre aspettative rispetto alla politica estera dell’Unione europea. Baronessa Ashton, ha sfruttato molto bene quest’opportunità, integrando questi due documenti specifici nella sua visione delle cose: me ne congratulo. Naturalmente, le mie non saranno sempre e solo congratulazioni, a meno che non esprima chiaramente la sua posizione su problemi, crisi e dilemmi specifici. Oggi vorrei complimentarmi con lei soprattutto per il commento critico sulle azioni del governo israeliano riguardo alla costruzione di insediamenti illegali.

Da ultimo, consentitemi di aggiungere che, a mio avviso, in futuro dovremmo prestare maggiore attenzione al Giappone, il nostro vecchio e fidato amico, senza lasciarci affascinare troppo dalla Cina e da altri paesi in rapida crescita.

 
  
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  Piotr Borys (PPE).(PL) Signor Presidente, Baronessa Ashton, probabilmente parlo a nome di tutti i presenti quando affermo che la politica estera rappresenta una delle sfide più importanti che l’Unione debba affrontare e ci auguriamo che sotto la sua guida, Alto Rappresentante Ashton, l’Unione europea sarà un vero e proprio arbitro della politica estera internazionale.

Mi concentrerò su due ambiti. Il primo è la situazione politica in Medio Oriente. Le chiediamo di assumere una posizione chiara sulla strategia per la lotta al terrorismo. Principalmente, ci aspettiamo che sia possibile ritirarci da certe zone di conflitto, soprattutto dall’Afghanistan. Propongo che venga utilizzato ogni strumento a nostra disposizione, incluse le operazioni civili, allo scopo di modernizzare un paese che è stato lacerato da 30 anni di guerra permanente. Ritengo che il coinvolgimento politico nella ricostruzione dell’Afghanistan sia fondamentale per la stabilizzazione del paese. Il secondo ambito è l’Iran, cui spetta oggi un ruolo fondamentale nella politica estera della regione. Ritengo che l’impegno nella lotta per prevenire la proliferazione di armi nucleari sia un altro dei compiti fondamentali che le spetta. Le auguriamo ogni successo in tal senso e siamo convinti che sarà in grado di coordinare il suo operato con le politiche americane.

Ritengo che la situazione politica in Afghanistan, Pakistan, India e Iran sia fondamentale per la politica di sicurezza mondiale. Pertanto, Baronessa Ashton, il suo ruolo sotto questo profilo è preziosissimo.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signor Presidente, Baronessa Ashton, lei ha definito un successo l’operazione Atalanta per la lotta alla pirateria nel Corno d’Africa.

Eppure, la scorsa settimana i pirati hanno sferrato un massiccio attacco contro pescherecci baschi, spagnoli e francesi e hanno costretto le flotte a lasciare la zona e a ritirarsi in luoghi in cui possono essere protette, ma dove non ci sono pesci, senza dimenticare le centinaia di persone ancora tenute in ostaggio su varie imbarcazioni.

Le chiedo di applicare la risoluzione adottata dal Parlamento a dicembre affinché questa operazione tuteli effettivamente i pescherecci ed estenda la sua portata. Chiedo inoltre di riconsiderare le strategie e di riesaminare con urgenza le tecniche impiegate in questa operazione nell’Oceano Indiano, nonché la presenza nella regione.

 
  
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  Struan Stevenson (ECR).(EN) Signor Presidente, domenica scorsa 58 persone hanno perso la vita e 140 sono rimaste gravemente ferite mentre cercavano di esercitare il proprio diritto di voto nelle elezioni irachene. Tuttavia, le violenze, le intimidazioni, le minacce di attentati e i ricatti non hanno impedito a milioni di coraggiosi iracheni di recarsi alle urne.

Vi sono stati ripetuti tentativi di manipolare e distorcere l’esito delle elezioni. L’interdizione di oltre 500 candidati laici non settari da parte della sedicente commissione per la responsabilità e la giustizia, i ripetuti attentati dinamitardi il giorno delle votazioni e il ritardo, decisamente sospetto, nell’annuncio dei risultati sono tutti segnali preoccupanti di poca trasparenza.

Visto che l’infausta interferenza dell’Iran è stata una costante di queste elezioni, oggi dobbiamo inviare un monito fermo e deciso al paese: non cercate di insediare un primo ministro fantoccio in Iraq, non tentate di defraudare il popolo iracheno dei suoi diritti democratici e non fate ripiombare l’Iraq nel caos settario, perché l’Occidente vi sta osservando, siete sotto gli occhi tutti.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI).(EN) Signor Presidente, il ruolo della baronessa Ashton è descritto nell’articolo 18 del trattato sull’Unione europea e consiste nel contribuire allo sviluppo di una politica estera e di sicurezza comune su mandato del Consiglio, che, ovviamente, comprende i rappresentanti degli Stati nazione. Tuttavia, lo stesso articolo le attribuisce il ruolo di vicepresidente della Commissione, nell’ambito della quale opera. Inoltre, a quanto mi risulta, il personale dell’ex Commissione avrà la precedenza sul personale diplomatico e dei ministeri degli Esteri quando si decideranno le nomine per il servizio europeo per l’azione esterna.

Baronessa Ashton, è chiaro che il suo ruolo è stato concepito appositamente per continuare a erodere l’autorità degli Stati membri sulla politica estera, agendo non solo sui singoli paesi, ma anche collegialmente sul Consiglio. Lei e i suoi successori sarete soggetti al mandato del Consiglio solo formalmente. Il vero motore della politica estera comunitaria sarà la Commissione, mentre gli Stati membri e il Consiglio saranno sempre più emarginati.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Una politica coerente ed efficace: è questo il messaggio l’elemento principale della relazione dell’onorevole Albertini. Mi congratulo con lui per questa relazione, nonché con l’onorevole Danjean. Vorrei sottolineare il raggiungimento di questo obiettivo pone anche la questione del personale. La relazione contempla il servizio europeo per l’azione esterna, e nonostante si riferisca al 2008 – è un peccato che sia aggiornata al 2009 –, rappresenta una sorta di metro di paragone in questo ambito, che ci consentirà di valutare il lavoro che ora spetta al servizio guidato dalla baronessa Ashton. Penso che, in questo contesto, rivestono grande importanza l’equilibrata ripartizione geografica che chiediamo, nonché il ruolo che in questo processo è affidato al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali. La chiarezza dei criteri di assunzione e il ruolo del Parlamento europeo nell’istituzione del servizio saranno valutati attentamente in quest’Aula.
Vorremmo chiedere che questo processo sia chiaro e semplice, in modo che sia comprensibile a noi, rappresentanti dei singoli elettori che, dopo tutto, costituiscono l’Unione europea.

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE).(SL) Desidero porgere le mie sincere congratulazioni a entrambi i relatori, gli onorevoli Albertini e Danjean.

Vorrei ricordare un tragico evento verificatosi a Belgrado il 12 marzo di sette anni fa. Mi riferisco all’omicidio di Zoran Đinđić, l’ex primo ministro della Serbia. Fu ucciso per arrestare il processo di normalizzazione, democratizzazione e di europeizzazione della Serbia. Tuttavia non riuscirono nel loro intento. Riuscirono soltanto a ritardarlo. Questo evento ebbe un impatto negativo anche sui paesi confinanti e sull’intera regione.

Baronessa Ashton, vorrei chiederle di aiutare e incoraggiare le forze europeiste in tutti i paesi nelle nostre immediate vicinanze. Dovrà agire in modo tempestivo e in un’ottica preventiva. Lei si è scelta una nuova istituzione e un nuovo ruolo ovvero, fondamentalmente, due ruoli in due istituzioni e sta diventando una duplice figura, per così dire. Non è possibile tornare sui propri passi, né per lei, né per noi. Dato che non può fare altro che andare avanti, le chiedo di meritarsi la fiducia che abbiamo riposto in lei.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signor Presidente, un rapporto di ampio respiro impone, di norma, valutazioni distinte, ed è vero anche in questo caso. Pertanto, sono favorevole a una politica estera e di sicurezza comune che si occupi di immigrazione clandestina, frodi in materia di visti, turismo criminale e false richieste di asilo. Sono altresì a favore di una politica estera e di sicurezza comune che si occupi di garantire la sicurezza delle frontiere dello spazio Schengen e che si impegni con convinzione nella lotta al crimine organizzato. Tuttavia, critico e sono contrario a una politica estera e di sicurezza comune che miri ad assegnare all’Unione europea un ruolo attivo nel settore militare, che ricade già nell’ambito di competenza dell’ONU e della NATO. Questa sovrapposizione di ruoli va respinta e, ovviamente, parlo in qualità di rappresentante di uno Stato neutrale, che quindi è in una posizione particolare. Respingo inoltre la revoca dell’obbligo di visto, una decisione avventata per gli Stati balcanici, grazie alla quale, dopo appena pochi mesi, circa 150 000 macedoni stanno già facendo rotta verso l’Europa centrale e due terzi di loro hanno già fatto perdere le proprie tracce.

Questo non è certamente il modo di soddisfare le esigenze di sicurezza dei cittadini europei, non contribuisce in alcun modo alla sicurezza e, naturalmente, non favorisce assolutamente il desiderio di Europa dei nostri cittadini.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Sono preoccupato per il fatto che le precedenti conferenze non abbiano prodotto risultati tangibili nella lotta alla proliferazione di armi nucleari. Le armi e le tecnologie atomiche continuano a proliferare. Il rischio che la tecnologia nucleare cada nelle mani di organizzazioni terroristiche e criminali è sempre più concreto.

L’Unione deve agire di concerto in questo ambito e prendere posizione come si conviene a un protagonista della scena mondiale, per consolidare tutti e tre i pilastri del trattato di non proliferazione nucleare e per ottenere l’applicazione e l’attuazione universali delle regole e degli strumenti di non proliferazione. Ritengo sia necessario fare della non proliferazione nucleare una delle priorità dell’Unione europea e avviare un dialogo costruttivo con tutte le potenze atomiche, non solo USA e Russia. Il novero dei paesi dotati di armi nucleari non si limita ai cinque membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pertanto, l’Unione, nell’interesse della sicurezza mondiale, deve compiere uno sforzo politico e diplomatico per convincere paesi quali Israele, India, Pakistan e Corea del Nord a firmare il trattato di non proliferazione nucleare.

 
  
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  Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.(EN) Signor Presidente, in primo luogo vorrei esprimere i miei ringraziamenti per i contributi offerti e dire quanto consideri importante e preziosa questa discussione per il nostro orientamento strategico.

Vorrei dichiarare per prima cosa che concordo appieno con tutti i deputati che hanno sottolineato il valore e l’importanza della funzione di controllo di quest’Assemblea e il suo ruolo, che, oltre alla mera supervisione, si basa sulle competenze di cui so che disponete. È mia intenzione fare affidamento su quell’esperienza e sperare di avere quante più opportunità possibile per discutere delle molte, importanti tematiche sollevate oggi, se non di tutte.

A questo punto, sarò relativamente breve, ma cercherò comunque di soffermarmi su alcuni dei principali ambiti che penso stiano più a cuore agli onorevoli deputati. Inizierò dicendo che non mi sono opposta alla relazione Barnier. Ho detto solo che, sulla scorta degli insegnamenti tratti da Haiti e del sostegno che stiamo offrendo al Cile, intendevamo esaminare quali e quanti altri contributi potevamo apportare, in che misura potevamo operare con maggiore efficacia, l’opportunità di sospendere certi interventi e, in caso affermativo, quali. Pertanto, occorre valutare i nostri interventi in senso strategico, e la relazione Barnier ci fornisce il contesto in cui farlo. Sono molto grata a Michel per il contributo che ha apportato su questo fronte fornendoci proprio il contesto necessario.

In merito al trattato di non proliferazione: diversi deputati hanno posto l’accento sull’importanza della conferenza che si terrà a maggio, e concordo pienamente. È importantissimo compiere progressi adesso per sfruttare al meglio l’opportunità di maggio.

Sono d’accordo inoltre sul fatto che la sicurezza parte da solide relazioni politiche. Dobbiamo considerare sempre che il nostro approccio verso il resto del mondo si fonda sull’intreccio di solide relazioni politiche volte a promuovere la sicurezza, non solo per noi ma anche per gli Stati terzi con cui stiamo cercando di costruire un rapporto di questo tipo o con cui stiamo dialogando in relazione ai nostri timori.

Diversi deputati hanno citato giustamente l’importanza dei Balcani. Ho indicato tra le mie priorità che essi rappresenteranno un ambito di lavoro di fondamentale importanza. È essenziale, nel periodo che precede le elezioni in Bosnia, promuovere il peso dell’Unione europea e far sì che i politici nazionali informino i loro cittadini del percorso che intendono intraprendere per intensificare i legami con l’Europa e, in ultima battuta, per entrare a far parte dell’Unione.

Concordo sull’importanza di Valentin Inzko e del lavoro che sta svolgendo in qualità di alto rappresentante. Entrambi stiamo collaborando per ripensare l’approccio strategico, ancora una volta per un futuro che, al di là delle elezioni, ci conduca al punto cui dovremo giungere nei mesi e negli anni a venire per mantenere la sicurezza. Ora vorrei parlare dell’importanza della stabilità: non solo dobbiamo ottenerla, dobbiamo anche preservarla. Nella zona guardano con preoccupazione al nostro atteggiamento e, a volte, mi sembra che tentenniamo sulle nostre prossime mosse. Occorre progredire su questo punto.

Come hanno osservato numerosi deputati, ciò vale soprattutto nel caso del Kosovo. Ho avuto un incontro con il governo e ho discusso con l’intero esecutivo, e soprattutto con il primo ministro, per definire la nostra collaborazione futura. Poi c’è la Serbia, che preme per entrare a far parte dell’Unione europea. Quando ho incontrato il presidente Tadić e gli esponenti di governo, mi è parso alquanto evidente che vedano nell’adesione il loro futuro e che comprendano anch’essi le questioni che ci stanno a cuore lungo quel percorso.

Per quanto riguarda la discussione su Cuba, avrei voluto essere presente. È chiaro che vi è stata una sovrapposizione. La Conferenza dei presidenti si riuniva per discutere del servizio europeo per l’azione esterna e, d’altro canto, io non possono essere in due posti allo stesso tempo. È questa la tempistica definita dal Parlamento europeo. Io devo obbedire ed essere presente; cionondimeno, penso che Cuba sia un tema importante e non ho dubbi che ritorneremo sull’argomento.

Riguardo alla creazione di un dipartimento separato per il consolidamento della pace, la mia risposta è che questo tema dovrebbe caratterizzare ogni nostro intervento e che io non vedo mai di buon occhio distinzioni simili, come se l’elemento in questione fosse in qualche modo indipendente dalle singole iniziative. Se si considera il futuro funzionamento del servizio europeo per l’azione esterna, si noterà che la struttura è quella di un’organizzazione ombrello, che chiaramente assolverà i compiti previsti dal trattato, ma che è anche al servizio vostro e della Commissione.

Se la Commissione intende dunque intraprendere azioni in materia di commercio, mutamenti climatici e sicurezza energetica in tutto il mondo, il servizio europeo per l'azione esterna potrà mettersi anche a sua disposizione, rappresentando il tratto d’unione tra l’operato della Commissione e gli sviluppi sul campo. Tutto ciò, direi, va nella direzione di un mondo più sicuro e stabile. A mio parere, si tratta dunque di veicolare l’idea che siamo sul posto per sostenere l’impegno a ristabilire e mantenere la pace.

In merito all’operazione Atalanta, ritengo che gli elementi esposti siano molto positivi. Si tratta di una missione molto importante, ma che va collegata a tutti gli altri provvedimenti che stiamo attuando nella regione. Ritengo inoltre che occorra riflettere sulla pesca e sulla strategia da adottare in tale ambito. Su questo non vi sono dubbi.

A proposito dei gruppi di lavoro, penso che siano un’ottima idea per il Parlamento. Ritengo inoltre che in questo momento la collaborazione con gli alti funzionari stia dando buoni risultati e che occorra continuare in tal senso.

Per quanto riguarda le sedi operative, non è vero che ho cambiato posizione. A gennaio ho detto semplicemente che non ero ancora convinta. Ci siamo occupati del tema perché, essendo io in carica da un po’ più di tempo, sono più coinvolta nel lavoro che stiamo svolgendo con le nostre missioni all’estero, in Kosovo, in Bosnia, nella discussione sull’andamento dell’operazione Atalanta o anche nelle misure che abbiamo appena adottato a Haiti, eccetera.

Nel mio intervento, ho detto che dovremo analizzare le misure necessarie e quindi decidere in che modo conseguire al meglio tali obiettivi. Esistono opinioni diverse, che però, a mio parere, convergeranno in un orientamento comune, ed è questo che dovremmo fare. Si tratta dunque di scegliere la nostra strategia in un senso o nell’altro.

In merito ai diritti umani, descriverei questo punto come un filo rosso. I nostri valori e i diritti umani si riflettono in tutto quello che facciamo nell’Unione europea e nel resto del mondo. Si tratta di garantire che tale filo attraversi tutte le nostre azioni, sostenendo il lavoro che stiamo svolgendo in tutto il mondo per promuovere i valori dell’Unione europea. Desidero esaminare molto attentamente le possibili strategie, pertanto non è possibile trattare questo tema come fosse l’ennesimo punto di un confronto: diventa parte integrante di tutto ciò che facciamo.

Concordo inoltre sulla solidità delle relazioni transatlantiche: gli Stati Uniti sono un partner solido in tutta una serie di ambiti, soprattutto nella gestione delle crisi, ed è molto importante portare avanti e sviluppare tale rapporto. Sono inoltre molto interessata a proseguire e ampliare, per esempio, il lavoro che svolgiamo con gli USA nell’ambito dello sviluppo, soprattutto in Africa, dove credo che si potrebbe fare molto di più, come mi insegna senza dubbio la mia esperienza di commissario per il commercio con gli aiuti al commercio.

Dobbiamo anche pensare ad altri grandi partenariati. Ho discusso con il ministro degli Esteri brasiliano della possibilità di tornare a collaborare sullo sviluppo, un ambito in cui le economie di scala e la capacità di cooperazione ci consentono di stanziare risorse in modo molto più efficace a favore di alcune parti del mondo veramente bisognose.

Sono altresì d’accordo sulle minacce cibernetiche. Si tratta di una questione importantissima e attuale. Dovremo continuare ad analizzare il tema perché, inevitabilmente, le minacce mutano di continuo.

Solo alcune parole sul servizio europeo per l’azione esterna, che deve rappresentare l’Unione europea in tutta la sua ampiezza geografica. Concordo appieno, ma ci vorrà del tempo. Una delle osservazioni che ho espresso a tutti i ministri degli Esteri e che esprimo anche al Parlamento è la seguente: vi prego di resistere alla tentazione di presumere che, dal momento che le prime quattro o cinque nomine che faccio non provengono dallo Stato membro che meglio conoscete, in futuro non farò nomine in quegli Stati membri. Semplicemente dobbiamo costruire il servizio passo dopo passo. Ricordatevi, come i deputati sanno, che esso ancora non esiste per il momento. Non ho né un’équipe né un organico del servizio europeo per l’azione esterna perché, finché non sarà stata creata la base giuridica appropriata, non avremo nulla in mano. Abbiamo semplicemente ciò che avevamo prima, ma stiamo cercando di costruirlo con maggiore coerenza.

Le mie nomine si baseranno sul merito e su nient’altro. Qui non esistono privilegiati. Solo il merito conta. Voglio i più brillanti, i migliori ed è questo che ho detto agli Stati membri e alle istituzioni. Voglio che le delegazioni svolgano un lavoro trasversale sul campo, coadiuvando l’operato dell’Unione europea in tutti i suoi diversi aspetti, dato che è accreditata presso i paesi terzi e collabora con essi.

E’ fondamentale che si raggiunga questo obiettivo, perché in caso contrario finiremo per essere di nuovo frammentati. Il problema è come ottenerlo, ed è per questo che è in corso un confronto con il Consiglio e la Commissione. Se fosse semplicissimo, ci saremmo già riusciti. Dobbiamo soltanto cercare di ottenere un risultato adeguato ed efficace, che definiremo nelle prossime settimane.

In termini di risorse, chiederò maggiore flessibilità. Sosterrò che, se un determinato paese è in crisi oppure se si capisce che è necessario mobilitare risorse, occorrerà intervenire, ma nel contesto dello scrutinio parlamentare. Anche in questo caso, dobbiamo definire il funzionamento del sistema, non solo ora, anche in futuro.

Dobbiamo assolutamente evitare la duplicazione dei ruoli; in caso contrario non otterremmo nulla se non un aumento della burocrazia, il che non rientra certo tra i nostri obiettivi. Dobbiamo assicurarci che questo sia un servizio coeso e funzionante, che operi come ente integrato nel quadro comunitario, a sostegno e con il sostegno delle altre istituzioni. Peraltro, come ho già detto, dobbiamo ricordarci che ancora non esiste. Speriamo di riuscire a completare questo lavoro nelle prossime settimane. Con l’ausilio del Parlamento, sono certa che vi riusciremo e che il progetto prenderà il via. Noi possiamo porre le fondamenta, ma sarà necessario del tempo per creare il servizio: l’importanza del compito è però tale che confido nella comprensione di tutti gli onorevoli deputati.

Un paio di punti per concludere. A proposito dei vertici, sapete che ne esistono di svariati, ma il punto principale è tenerne sempre a mente il valore e l’importanza. Non posso essere presente a tutti i vertici, sono semplicemente troppi. Sarò presente solo ad alcuni. Eravamo ben rappresentati al vertice in Marocco perché vi hanno preso parte entrambi i presidenti. Onestamente ritengo il coinvolgimento dei presidenti del Consiglio e della Commissione indichino una rappresentanza autorevole dell’Unione in seno a un vertice. Non sempre è necessario che sia presente anch’io, e sarebbero d’accordo anche loro su questo punto.

Infine, alcuni parlamentari hanno citato le relazioni con paesi come il Giappone e con paesi per noi importanti nel quadro di un partenariato strategico, come la Russia, nonché il peso e il valore del Medio Oriente, regione in cui mi recherò a partire da domenica, e del quartetto, visto che visiterò tutto il Medio Oriente. Penso che visiterò cinque paesi, quindi volerò a Mosca per la riunione del quartetto per discutere dei nostri prossimi passi.

Per concludere, onorevoli deputati, grazie per aver osservato che io sto con il Consiglio e che non vi è alcuna Commissione. Cambierò fronte. Finché non vi sarà un seggio nel mezzo, continuerò a muovermi da un lato all’altro. Sarà vostro compito ricordarmi al mio arrivo da quale parte dovrei stare.

Infine, vorrei ringraziare ancora l’onorevole Albertini e l’onorevole Danjean per le loro eccellenti relazioni, grazie alle quali ho potuto esporre il mio parere oggi.

(Applausi)

 
  
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  Gabriele Albertini, relatore. − Ringrazio i colleghi, che così numerosi sono intervenuti, sia quelli che hanno – e qui il mio ringraziamento è del tutto particolare – approvato i tratti essenziali della relazione elogiandone il contenuto e riconoscendosi nella stessa, ma anche coloro che hanno espresso critiche e lo hanno fatto soprattutto con una volontà di superare gli eventi, purtroppo tragici, dell'impiego della forza e di sognare un mondo di pace. Un grande filosofo greco, Platone, disse che solo i morti vedranno la fine della guerra. Ma noi non ci rassegniamo a questo pensiero e cerchiamo comunque di evitare che questo avvenga, anche se la realtà dei fatti ci impone l'impiego della forza anche per le missioni di pace.

Mi compiaccio con l'Alto rappresentante/Vicepresidente Ashton, che ringrazio per aver citato la mia relazione: mi piace molto del suo approccio questa sua dualità, che però vuole essere sinergia, tra i compiti del Consiglio e della Commissione. La stessa sua collocazione fisica – che sarà, una volta, tra i banchi del Consiglio, in questa sede, e una volta della Commissione –esprime questa sua volontà di interpretare entrambi i ruoli.

Noi dobbiamo come Parlamento, credo, sostenere e promuovere questo impegno sinergico. La Commissione europea ha programmi di sviluppo, di vicinato, di stabilità, di promozione dei diritti dell'uomo e della democrazia; il Consiglio sviluppa missioni di pace e di realizzazione dello Stato di diritto. Questo insieme di argomenti deve trovare il fulcro nel Servizio esterno diplomatico europeo: deve essere efficiente, efficace, dotato delle competenze e delle risorse necessarie perché possa svolgere degnamente il suo ruolo e noi ci impegneremo in questo senso.

Ringrazio anche – e noi svilupperemo questo tema il 23 – l'Alto rappresentante per la sua prossima presenza all'audizione della commissione esteri su questo tema del Servizio esterno, che avrà modo di essere approfondito. La nostra collaborazione comincia oggi ma non finisce certo questo giorno.

 
  
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  Arnaud Danjean, relatore.(FR) Signor Presidente, Baronessa Ashton, onorevoli colleghi, grazie per tutti gli interventi che ancora una volta hanno contribuito ad arricchire la discussione e a questa relazione.

Vorrei rassicurare coloro che hanno dubitato e, talvolta, sospettato che questa relazione potrebbe favorire un aumento della concorrenza, soprattutto con la NATO, e persino l’isolamento. Non è assolutamente così: non lo credo nel più assoluto dei modi e vorrei aggiungere che il trattato non si esprime in questi termini, semmai al contrario. Potete credere a un eurodeputato francese che ha lottato incessantemente affinché il suo paese rientrasse nelle strutture integrate della NATO.

In materia di autonomia strategica, che idea stiamo definendo, quale politica elaboriamo da ormai 10 anni? La risposta sta nella capacità dell’Unione europea di intervenire con missioni civili e militari in aree in cui altre organizzazioni, compresa la NATO, non possono farlo. La NATO non avrebbe potuto intervenire per porre fine al conflitto in Georgia, paese in cui né l’ONU né l’OCSE sono presenti. La NATO non è intervenuta prima di noi nel Corno d’Africa per porre fine a uno stato delle cose che stava mettendo a repentaglio la nostra stessa sicurezza.

L’autonomia strategica equivale anche alla possibilità di intervenire con una vasta gamma di strumenti che solo noi possediamo: civili e militari, giuridici, finanziari, strumenti per lo sviluppo. L’Unione europea si trova nella posizione migliore per sviluppare questo approccio globale nelle zone di crisi.

La nostra autonomia strategica implica anche la possibilità, se necessario, di non intervenire in caso di campagne militari unilaterali oppure – come è stato evidenziato da diversi eurodeputati austriaci – perché tra noi vi sono paesi neutrali e noi rispettiamo il loro status.

Questo è il significato della difesa e della sicurezza a livello comunitario. Questo è il significato dell’autonomia strategica che stiamo sviluppando attraverso questa politica. Non dimenticate mai le origini della politica europea di sicurezza e di difesa: essa è nata da un tragico e sanguinoso fallimento, avvenuto nei Balcani negli anni ’90, quando l’Unione europea fu incapace di gestire una grande sfida per la sicurezza nel continente. Non dimentichiamocene. I cittadini europei non l’hanno dimenticato, e non ci perdonerebbero se abbandonassimo l’ambizione di vedere l’Europa fare la propria parte sulla scena internazionale.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione su questo punto è chiusa. Ho ricevuto sei proposte di risoluzione(1) presentate ai sensi dell’articolo 115, paragrafo 5, del regolamento a conclusione della discussione.

La votazione si svolgerà oggi.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto.(RO) Desidero prima di tutto congratularmi con l’onorevole Albertini per aver preparato questa relazione. Sono soddisfatta che gli emendamenti che ho proposto siano stati adottati. La scorsa settimana, la Commissione europea ha annunciato il finanziamento di 43 grandi progetti nel settore dell’energia, quattro dei quali riguardano la Romania. La Commissione dovrà accordare la giusta importanza all’oleodotto paneuropeo Costanza-Trieste e allo sviluppo delle relazioni con i paesi del partenariato orientale. Occorre inoltre intensificare gli sforzi per attuare i progetti varati nel quadro della sinergia del Mar Nero, al fine di rendere più efficace la cooperazione nella zona. La Moldavia può svolgere un ruolo importante sia nel partenariato orientale, sia nella sinergia del Mar Nero. L’Unione europea deve dedicare particolare attenzione alle relazioni con questo paese e sostenerlo nel suo percorso verso l’adesione all’UE e deve altresì adoperarsi di più per la soluzione dei conflitti irrisolti nella regione del Mar Nero, compreso il conflitto in Transnistria. Anche lo sviluppo del partenariato transatlantico deve essere prioritario nella politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. Le relazioni con gli Stati Uniti sono importantissime per contribuire a consolidare la sicurezza e la stabilità a livello mondiale. L’installazione di parte del sistema antimissile statunitense in territorio romeno dimostra la fiducia accordata al mio paese.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto.(PT) È deplorevole che il processo di disarmo multilaterale sia stato interrotto e che da anni non vi sia la volontà politica di riavviarlo. Assume dunque particolare importanza la prossima conferenza di revisione del 2010 tra i firmatari del trattato di non proliferazione nucleare.

Come recita la proposta di risoluzione che abbiamo firmato, siamo profondamente preoccupati per il pericolo che una nuova corsa agli armamenti nucleari pone. Occorre dunque interrompere immediatamente lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio delle armi atomiche.

È necessario che gli USA smettano di mettere a punto nuove generazioni di armi nucleari tattiche e, muovendosi nella direzione opposta, sottoscrivano e ratifichino il trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari.

Siamo anche a favore di una soluzione pacifica della controversia sul programma nucleare iraniano e chiediamo la ripresa dei negoziati, riaffermando al contempo la nostra opposizione a qualsiasi azione di tipo militare o alla minaccia dell’uso della forza. Il nostro monito è che qualsiasi azione militare potrebbe provocare una crisi ancora più grave nella regione.

 
  
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  Edit Herczog (S&D), per iscritto. (HU) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la conferenza di revisione del trattato di non proliferazione nucleare si svolgerà ad aprile/maggio 2010. È importante che gli Stati membri dell’Unione europea presentino una posizione comune in quell’occasione e che riaffermino tutti e tre i pilastri del trattato: la non proliferazione degli armamenti nucleari, il disarmo e la cooperazione sugli usi civili dell’energia nucleare. Gli Stati membri devono esprimere il loro impegno a interrompere il commercio di armi nucleari, mediante una progressiva riduzione dell’arsenale nucleare esistente e un attento monitoraggio della produzione e del possesso dei materiali necessari per la sua produzione. Gli Stati membri devono assumere il ruolo di capofila nell’applicazione della risoluzione 1887 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nell’autunno del 2009 (il 24 settembre). Nello spirito di tale risoluzione, gli Stati membri devono porre l’accento soprattutto sull’elaborazione di un ampio accordo internazionale che regolamenti l’eliminazione delle armi nucleari sotto la rigorosa supervisione della comunità internazionale. Inoltre, devono cercare di introdurre due provvedimenti concreti negli ambiti sopraccitati per dare un esempio al resto del mondo: gli Stati membri dell’UE devono infatti promuovere il trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari e il rinnovo dell’accordo START tra Stati Uniti e Russia. L’Unione europea deve altresì considerare prioritario l’impegno in materia di combustibili nucleari e concentrarsi sull’armonizzazione, l’inasprimento e la maggiore trasparenza delle normative riguardanti il loro stoccaggio, trasporto e commercio.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE), per iscritto. (PL) Onorevoli colleghi, devo dire che sospetto che la relazione annuale sulla politica estera e di sicurezza comune per il 2008 non susciterà le stesse emozioni della discussione che terremo l’anno prossimo, perché spero che tra un anno sapremo che aspetto avrà il servizio europeo per l'azione esterna e il nuovo servizio, a sua volta, avrà un’enorme influenza sullo sviluppo della politica estera europea.

L’Unione europea ambisce a essere un attore globale. Sono ambizioni positive, ma non facili da realizzare. Ci attende un compito impegnativo: le istituzioni europee devono infatti raggiungere un’intesa sul SEAE. Non sarà facile, ma senza di esso non saremo in grado di migliorare la politica estera. Dobbiamo ritornare ai valori fondamentali dell’Unione europea e usarli come punto di partenza per costruire la nostra politica estera.

Dobbiamo sempre tenere a mente la solidarietà, l’uguaglianza, le norme comuni e i diritti umani e civili. Dobbiamo ricordarci di mantenere l’equilibrio interno e di tutelare gli interessi di tutti gli Stati membri dell’UE, che non si escludano a vicenda. Un punto fondamentale, sicuramente, è l’esigenza di migliorare il coordinamento tra le istituzioni comunitarie e gli Stati membri. I singoli interessi nazionali non devono entrare in conflitto con la nostra coerenza o la nostra comunità. Paradossalmente, anche quei paesi che vogliono essere considerati il motore dell’integrazione europea talvolta agiscono contro gli interessi collettivi dell’Unione. Occorre cambiare tutto questo.

 
  
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  Kristiina Ojuland (ALDE), per iscritto.(ET) Signor Presidente, alcuni dei precedenti oratori hanno sottolineato i problemi relativi alla composizione del servizio europeo per l'azione esterna (SEAE), che ha iniziato il proprio lavoro dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Ritengo sia estremamente importante attenersi al principio dell’equilibrio geografico nella costituzione del SEAE e, come succede per altri organismi dell’Unione europea, attuare una discriminazione positiva nei confronti dei rappresentanti dei nuovi Stati membri, che si traduce nel periodo di transizione e che permette di accelerare gli avanzamenti di carriera. I rappresentanti dei nuovi Stati membri non hanno la necessaria esperienza decennale nelle istituzioni dell’Unione europea, presupposto fondamentale per ricoprire le più alte cariche. Sarebbe ingiusto se tutti i più importanti incarichi fossero assegnati a funzionari dei vecchi Stati membri e se i funzionari dei nuovi Stati membri dovessero restare ai margini ancora per anni. Si tratterebbe ovviamente di uno spreco di risorse perché, per esempio, il rappresentante di Malta potrebbe avere maggiori competenze riguardo ai paesi nordafricani, quello cipriota sul Medio Oriente, quello bulgaro sulla Turchia, quello polacco su Bielorussia e Ucraina, gli esponenti degli Stati baltici sulla Russia e così via. Spero che l’Unione europea non commetta l’errore di incaricare i soli vecchi Stati membri di dare un volto al SEAE e che escogiti anzi una soluzione ottimale e soddisfacente per tutti i paesi.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) La situazione mondiale pone nuove sfide alla politica estera dell’Unione europea e richiede una più ampia comprensione delle problematiche di sicurezza. Sono sorte nuove potenze che stanno partecipando attivamente alla politica mondiale in diverse regioni. Occorrono dunque un dialogo di respiro internazionale e nuovi principi in materia di cooperazione e di divisione dei ruoli. Dobbiamo integrare il preziosissimo ruolo svolto dalla NATO e dagli USA nel campo della sicurezza mondiale, creando speciali forze mobili comunitarie che siano in grado di gestire disastri e catastrofi naturali di ogni tipo. L’Unione non sarà dunque vista come un’istituzione che non lotta soltanto per la democrazia e i diritti umani, ma che viene anche in aiuto della gente nei momenti di difficoltà. I pericoli di altra natura si fanno sempre più minacciosi: la sicurezza energetica e quella alimentare diventano dunque sempre più importanti. Penso che sia necessario ripensare il funzionamento del servizio esterno dell’UE, definendo gli ambiti di intervento comunitario e i principi per la creazione del servizio, oltre ai principi della divisione dei ruoli e della cooperazione con i servizi diplomatici degli Stati membri, con l’obiettivo di chiarire i ruoli delle singole istituzioni dell’Unione. L’incapacità di elaborare la divisione dei ruoli e delle competenze fin dall’inizio potrebbe creare fraintendimenti tra le diverse istituzioni e i leader dell’Unione, nonché tra l’UE stessa e gli Stati membri. Le prime esperienze maturate dall’alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza e il fatto che tutti si attendano che sia attiva e presente in luoghi diversi ci spingono a considerare con maggiore convinzione la nomina di vice-rappresentanti oppure il maggior coinvolgimento di altri commissari in ambiti attinenti al suo lavoro, dato che ne abbiamo così tanti.

 
  
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  Traian Ungureanu (PPE), per iscritto.(RO) Sono favorevole alla relazione Albertini, che delinea i principali aspetti della politica estera e di sicurezza comune, con particolare riguardo ai paragrafi sullo sviluppo del partenariato orientale e sulla politica europea nella regione del Mar Nero. Il partenariato orientale e l’Assemblea parlamentare Euronest forniscono un quadro adeguato per avvicinare i paesi lungo le frontiere orientali dell’UE agli standard comunitari e per chiarire le prospettive di adesione all’Unione di alcuni Stati, per esempio della Moldavia. Vorrei evidenziare, in particolare, l’importanza della assistenza rapida e specifica di cui necessita il governo pro-europeo della Repubblica moldova. A tal proposito, occorre accelerare due provvedimenti comunitari: la procedura di assegnazione dell’assistenza macrofinanziaria UE e l’esenzione dall’obbligo di visto sul territorio comunitario per i cittadini di quel paese. Nella regione del Mar Nero, è inoltre essenziale proseguire verso l’obiettivo europeo di garantire la sicurezza energetica dell’Unione europea. Io sono favorevole al paragrafo 21 della relazione, che invita l’Unione a completare al più presto il progetto Nabucco. Un altro argomento sollevato in questa discussione e ugualmente importante è l’adeguata valutazione del progetto di difesa antimissile USA e la sua importanza per la sicurezza europea. La partecipazione della Romania a questo progetto è la prova che il paese è diventato uno dei garanti della sicurezza in ambito europeo e che ha tutte le potenzialità per onorare i propri impegni verso gli alleati in questo campo.

 
  
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  Janusz Władysław Zemke (S&D), per iscritto. (PL) Vorrei esprimere diversi commenti in merito alla strategia europea di sicurezza e alla politica di sicurezza e di difesa comune.

Nella proposta di risoluzione del Parlamento europeo sono state definite correttamente le principali minacce e sfide che l’Europa è chiamata ad affrontare. Il punto è che non siamo in grado di rispondere in misura sufficiente, almeno non con sufficiente rapidità. Esistono tre principali punti deboli e, se riuscissimo a superarli, l’efficacia della politica di sicurezza e di difesa comune migliorerebbe radicalmente. Il primo è la scarsa determinazione di tutti gli Stati membri dell’UE verso una politica comune: non basta dichiarare a parole che è necessaria. In secondo luogo, vi è un coordinamento insufficiente dell’operato delle numerose istituzioni europee. Non esiste ancora un centro di intervento comunitario per le situazioni critiche. Terzo e ultimo: il potenziale militare e civile realmente a disposizione dell’Unione, non solo dei singoli Stati membri, è troppo esiguo.

I problemi del trasporto aereo, per esempio, sono ormai proverbiali, e questo settore è di importanza cruciale per una reazione rapida nelle situazioni di crisi. Soltanto compiendo progressi in questi tre ambiti sarà possibile rendere più efficace la politica di sicurezza e di difesa comune.

 
  
 

(La seduta è sospesa per alcuni minuti, in attesa di riprendere il turno di votazioni)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. McMILLAN-SCOTT
Vicepresidente

 
  

(1) Cfr. Processo verbale


7. Turno di votazioni
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le votazioni.

(Per i risultati e ulteriori dettagli sulla votazione: vedasi processo verbale)

 
  
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  Robert Atkins (ECR).(EN) Signor Presidente, un richiamo al regolamento: penso che sarebbe meglio se la prima votazione si svolgesse alle ore 12.00; i deputati quindi potrebbero prendere posto e partecipare, anziché costringerci ad aspettare che si siedano, partecipino e soltanto allora tenere la votazione.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Ne terrò conto.

 
  
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  Sergio Paolo Francesco Silvestris (PPE). - Signor Presidente, Le chiedo scusa per questo intervento ma ritenevo doveroso, quale parlamentare europeo eletto in Italia, indirizzare da quest'Aula il mio saluto rispettoso e deferente verso il Presidente della Repubblica del mio paese, on. Giorgio Napolitano, garante dei valori costituzionali e dell'unità nazionale del nostro paese.

Rispetto e deferenza sono gli unici atteggiamenti con cui ci si dovrebbe riferire da quest'Aula al Presidente della Repubblica dell'Italia.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Ora procederemo alla votazione.

 

7.1. Conti annuali di talune forme di società per quanto concerne le micro-entità (A7-0011/2010, Klaus-Heiner Lehne) (votazione)
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  Charles Tannock (ECR).(EN) Signor Presidente, vorrei ricordare all’Assemblea che in tribuna è seduto Noam Shalit, il padre del caporale Gilad Shalit. Il caporale, che è un cittadino sia israeliano sia comunitario, è crudelmente tenuto prigioniero e in isolamento a Gaza da oltre tre anni ad opera di Hamas. Noi eurodeputati speriamo tutti che la campagna condotta da Noam per suo figlio riesca nell’intento di ottenerne il rilascio entro breve.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Grazie, onorevole Tannock.

 

7.2. UE 2020 - Seguito del Consiglio europeo informale dell'11 febbraio 2010 (B7-0150/2010) (votazione)

7.3. Attuazione delle raccomandazioni di Goldstone su Israele/Palestina (B7-0135/2010) (votazione)

7.4. Situazione della società civile e delle minoranze nazionali in Bielorussia (B7-0134/2010) (votazione)

7.5. Tassazione delle transazioni finanziarie (votazione)

7.6. Area unica dei pagamenti in euro (votazione)

7.7. Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA) (votazione)
 

- Prima della votazione sull’emendamento n. 1:

 
  
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  Tokia Saïfi, a nome del gruppo PPE.(FR) Signor Presidente, leggerò ad alta voce l’emendamento orale: “invita la Commissione a proseguire i negoziati sull’ACTA e a limitarli all’attuale sistema europeo di applicazione dei diritti di proprietà intellettuale contro la contraffazione”.

 
  
 

(L’emendamento orale è stato accolto)

 

7.8. Regolamento relativo all'applicazione di un sistema di preferenze tariffarie generalizzate (votazione)
 

- Prima della votazione sull’emendamento n. 4:

 
  
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  Yannick Jadot, a nome del gruppo Verts/ALE.(FR) Signor Presidente, vorrei presentare un emendamento orale a questo emendamento che elimina due sue parti, più precisamente le parole “dall’esercito colombiano” e “sulla Colombia”.

Pertanto, il testo dell’emendamento è così riformulato: “ritiene che le allarmanti notizie riguardanti l’uccisione di sindacalisti in Colombia e la recente notizia, ora confermata dal procuratore generale della Colombia, del ritrovamento di fosse comuni contenenti i corpi di centinaia di persone uccise negli ultimi anni nella regione di La Macarena siano prove sufficienti perché la Commissione avvii un'inchiesta, come previsto dal regolamento”

 
  
 

(L’emendamento orale è stato accolto. L’emendamento 4, nella versione modificata, è stato respinto)

 

7.9. Relazione annuale 2008 sulla PESC (A7-0023/2010, Gabriele Albertini) (votazione)
 

- Prima della votazione:

 
  
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  Heidi Hautala (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, la presente relazione riguarda la politica estera e di sicurezza comune nel 2008. Ciononostante, non si fa cenno a quanto accaduto il 10 marzo 2008, giorno in cui i tibetani organizzarono una protesta pacifica contro la repressione della loro cultura e religione. Oggi, abbiamo un’ospite tibetana, Namdrol Lhamo, una suora che è rimasta in carcere a Drapchi per 12 anni per aver partecipato a una manifestazione pacifica e ha registrato alcune canzoni in carcere. Dovremmo rendere omaggio a lei e agli altri coraggiosi tibetani che subiscono l’occupazione.

Ho incontrato di recente il Dalai Lama, e siamo giunti alla conclusione che è necessario condurre con urgenza un’indagine internazionale indipendente per chiarire cosa accadde a Lhasa il 10 marzo 2008 e nei giorni precedenti e successivi alla manifestazione, perché finché non si condurrà tale indagine la Cina continuerà ad accusare il governo tibetano in esilio, e il Dalai Lama in particolare, di aver istigato quella rivolta e le violenze che seguirono.

Secondo il governo tibetano in esilio, almeno 220 tibetani morirono, molti per i proiettili sparati indiscriminatamente dalla polizia, per i maltrattamenti o le torture in carcere. Molti altri sono dispersi.

(Prolungati applausi)

 
  
 

- Prima della votazione sull’emendamento n. 1:

 
  
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  Adrian Severin, a nome del gruppo S&D.(EN) Signor Presidente, abbiamo un emendamento.

Normalmente, il nostro gruppo in questo caso voterebbe contro, ma voteremmo a favore se si cancellassero le parole: “che implica la fine del blocco da parte di Israele”.

Questo perché il blocco israeliano è una questione troppo complessa, e ritengo non vi sia un legame chiaro tra le righe precedenti e queste parole. Se riuscissimo a cancellare queste parole, penso che potremmo accettare senza problemi il resto dell’emendamento e votare a favore. Si tratta di una piccola modifica, ma ci consentirebbe di dare un voto favorevole.

 
  
 

(L’emendamento orale è stato accolto. L’emendamento n. 11, nella versione modificata, è stato respinto)

 

7.10. Attuazione della Strategia europea di sicurezza e politica di sicurezza e difesa comune (A7-0026/2010, Arnaud Danjean) (votazione)
 

- Prima della votazione sull’emendamento n. 5:

 
  
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  Reinhard Bütikofer, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signor Presidente, vorrei proporre di votare su un emendamento a questa proposta, che ora leggerò ad alta voce.

(EN) “Chiede all’alto rappresentante/vicepresidente della Commissione, al Consiglio e agli Stati membri di superare lo squilibrio esistente tra le capacità di pianificazione civili e quelle militari”, e cancellare il resto perché è già stato inserito nel testo.

 
  
 

(L’emendamento orale è stato respinto)

- Prima della votazione sull’emendamento n. 34:

 
  
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  Hannes Swoboda, a nome del gruppo S&D.(EN) Signor Presidente, i colleghi hanno presentato un emendamento che potremmo accettare se si riuscisse a combinarlo con l’emendamento originario. Mi sembra di capire che noi e gli onorevoli colleghi concordiamo sul fatto che la nostra decisione strategica non debba dipendere dalla Russia, per quanto la Russia sia un partner importante.

Se i colleghi accettassero di inserire le parole “compresa la Russia” nel loro emendamento – essendo il paese uno dei partner del dialogo continentale – potremmo accoglierlo e votare a favore.

 
  
 

(L’emendamento orale è stato respinto)

 

7.11. Trattato di non proliferazione (votazione)

8. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
  

Dichiarazioni orali di voto

 
  
  

Relazione Lehne (A7-0011/2010)

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE).(LT) Signor Presidente, vorrei annunciare che appoggio questa decisione, anche se all’inizio la mia scheda non funzionava ed è per questo che desidero annunciarlo. Ora passerò a discutere della questione in esame, onorevoli colleghi, ovvero la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio in materia di modifica degli obblighi contabili annuali delle microentità. Questo progetto ha suscitato un’accesa discussione a quasi tutti i livelli, sia all’interno dell’Unione europea, sia negli Stati membri. Sono convinto che occorra predisporre regole comuni per l’Unione europea. Tuttavia, vorrei sottolineare che la riduzione degli oneri amministrativi che gravano sulle microentità non deve portarci a violare le condizioni di concorrenza leale nei mercati interni degli Stati membri, né all’interno del mercato comunitario. Penso che occorra istituire una sola imposta per le microentità, imposta che già esiste in alcuni Stati. Se fosse possibile, essa potrebbe essere calcolata in base al numero di dipendenti, al fatturato o al territorio, a seconda del tipo di settore. Così quelle società non sarebbero più tentate di praticare attività illegali.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signor Presidente, offrendo la possibilità di esonerare le microimprese dall’obbligo di presentare bilanci annuali, il Parlamento europeo sta chiaramente agendo a favore dell’abolizione di obblighi burocratici superflui. Con uno sgravio di circa 6,3 miliardi di euro a livello comunitario, stiamo fornendo anche uno stimolo tangibile alla crescita delle piccole e medie imprese europee. Poiché gli Stati membri possono disporre autonomamente dell’esenzione dall’obbligo di presentare bilanci annuali, mi aspetto che ne approfittino quanti più paesi possibile, soprattutto la Germania. Questo programma non solo consentirà alle imprese coinvolte di risparmiare circa 2 000 euro ciascuna in tempo e denaro, ma è anche un ottimo esempio di come l’Europa abbia a cuore i propri cittadini più di quanto molti ritengano. Sarebbe positivo se in quest’Aula questo esempio potesse essere seguito da molti altri.

 
  
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  Tiziano Motti (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, non ho sostenuto la risoluzione Lehne – purtroppo, perché ci si occupava delle microimprese, che sono la spina dorsale dell'economia – ma ritengo innanzitutto che la risoluzione, così come pensata, creasse delle differenze di competitività tra le imprese dei vari Stati e questo non è quello che vogliamo, soprattutto oggi in tempo di crisi. La tenuta della contabilità, poi, è uno strumento in realtà efficace e necessario proprio per misurarsi sul mercato e anche per ottenere il credito dalle banche, perché è sulla contabilità che si misura il buon andamento della gestione anche di una microimpresa.

Credo che dovremmo invece lavorare per far ottenere alle microimprese incentivi per avere una reale detassazione, che porti i giovani imprenditori e le aziende familiari a essere realmente competitive sul mercato e che permetta finalmente di ottenere credito dagli istituti, che fino ad oggi, mi pare, si siano occupati soprattutto della grande impresa.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE).(EN) Signor Presidente, sono molto lieto di appoggiare la relazione Lehne, che aiuterà a ridurre il carico amministrativo che grava sulle microimprese.

Uno degli aspetti che emergere ogni volta che si parla con le piccole imprese è l’eccesso di regolamentazione e burocrazia, il fatto che sono sommerse da una montagna di carte. In effetti, non hanno tutti i torti quando dicono che avrebbe più senso, in quanto microimprese, non essere soggette alle stesse regole e normative valide per le aziende più grandi.

La decisione che abbiamo preso oggi è sensata, è una risposta motivata alle preoccupazioni delle piccole imprese europee, che stanno attraversando un periodo di difficoltà. La maggior parte delle volte proponiamo nuovi atti normativi in quest’Aula, ma oggi ne abbiamo modificato uno. In questo modo, si creerà un miglior contesto imprenditoriale e aumenterà la competitività delle piccole aziende, perciò possiamo dire che ne è valsa la pena.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero complimentarmi con il relatore Lehne. L'Unione europea guarda con attenzione al mondo delle imprese – oggi lo ha dimostrato – e in particolare il mio gruppo, i Popolari, da sempre ha posto tra le proprie priorità il sostegno alle piccole e medie imprese. Per questi motivi ritengo molto opportuna l'azione che abbiamo portato avanti, tesa a diminuire la burocrazia e a diminuire i costi che gravano sulle microimprese. Questo provvedimento rappresenta un concreto aiuto per le piccole imprese in questo momento difficile.

Concordo infine sulla flessibilità del provvedimento, che offre agli Stati membri la facoltà di recepire la direttiva nel momento più opportuno: questo al fine di evitare qualsiasi tipo di illegalità che possa scaturire da un'improvvisa ed eccessiva diminuzione dei controlli.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0151/2010

 
  
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  Philippe Lamberts, a nome del gruppo Verts/ALE.(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ritengo che il voto che abbiamo espresso sia significativo per due motivi: primo, perché i tre grandi gruppi politici hanno deciso di elaborare una risoluzione comune, che hanno presentato sei minuti prima del termine, impedendo così agli altri gruppi di presentare qualsiasi alto emendamento. Una tale chiusura mentale non è degna di questa Assemblea.

Secondo: se solo fosse stato presentato un testo sensato! Nel momento in cui la Commissione, con le stesse famiglie politiche, riesce a presentarsi qui con cinque obiettivi e sei politiche a sostegno di tali obiettivi, questa Assemblea presenta una risoluzione che non dice assolutamente nulla, ma ha l’appoggio delle tre grandi famiglie politiche.

Ritengo che la risoluzione contribuisca a mettere veramente in ridicolo questa Assemblea, che, in una discussione importante come quella sulla strategia UE 2020, non riesca a fare nient’altro che dichiarare ovvietà.

 
  
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  Ramona Nicole Mănescu (ALDE).(RO) Come è ben noto, il gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa è stato tra i primi a chiedere un approccio più specifico alla strategia di crescita economica. È proprio per questo che accolgo con favore le modifiche che la strategia UE 2020 sta introducendo in questo ambito.

Tuttavia, ritengo che in taluni ambiti i progressi compiuti non siano stati sufficienti. Vorrei dunque richiamare l’attenzione sul fatto che la strategia 2020 non chiarisce del tutto il proprio legame con la politica di coesione. Penso infatti, signor Presidente, che la politica di coesione, in quanto strumento finanziario volto principalmente allo sviluppo regionale, debba restare concentrata sulle regioni.

Inoltre, la proposta della Commissione assegna al Consiglio e agli Stati membri la funzione primaria di applicare e gestire le politiche derivanti da questa strategia, trascurando però l’importante ruolo svolto dalle autorità locali nel conseguimento di risultati concreti a livello regionale e locale.

Ritengo che il successo della strategia dipenderà in primo luogo dalle modalità di attuazione a livello nazionale, locale e regionale.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE).(RO) I capi di Stato e di governo hanno adottato, nel corso della riunione informale del Consiglio europeo tenutasi l’11 febbraio, una dichiarazione di sostegno all’impegno della Grecia volto a porre rimedio alla propria situazione economica e finanziaria. Inoltre, si è anche discusso del ruolo dell’Unione europea nel 2020, dopo la strategia di Lisbona.

Credo che questa votazione sia un’espressione di solidarietà perché, guardando a UE 2020, le priorità stabilite vanno perseguite in un modo molto più rigoroso, permettendo però di sfruttare le specificità di ogni regione e di risolvere i problemi che ognuna deve affrontare.

La competitività economica deve continuare ad aumentare al fine di creare nuovi posti di lavoro, mentre è necessario investire in diversi campi, tra cui l’istruzione e la ricerca. Credo fermamente che gli specifici problemi di ogni regione e di ogni Stato membro dell’Unione europea saranno analizzati e affrontati in modo adeguato, in base al principio di solidarietà, in modo da poter conseguire gli obiettivi che ci porremo per il 2020.

Gli investimenti nell’istruzione devono essere coadiuvati da infrastrutture che favoriscano l’applicazione pratica delle conoscenze, la coesione sociale e la crescita della competitività economica europea a livello mondiale.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE).(EL) Signor Presidente, è chiaro dalle conclusioni del Consiglio, dalla discussione che ne è seguita in Parlamento a Bruxelles e dalla posizione successivamente adottata dal commissario competente e dai governanti di diversi Stati membri che, in momenti di crisi, in cui alcuni Stati membri devono affrontare gravi problemi economici, occorrono, tra l’altro maggiore solidarietà europea e politiche nuove nell’ambito dell’unione monetaria esistente, per far fronte ad attacchi speculativi contro alcuni Stati membri.

Detto questo, le posizioni adottate in questo momento relativamente alla creazione di istituzioni e strutture comunitarie chiamate ad affrontare tali problemi, come ad esempio il Fondo monetario europeo, sono importantissime. Ci aspettiamo molto dal Consiglio nei giorni a venire e attendiamo altresì l’adozione di misure efficaci per risolvere i problemi in un periodo così critico.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE).(LT) Onorevoli colleghi, vorrei parlare della strategia UE 2020. In linea di principio, appoggiamo qualunque iniziativa punti a migliorare la situazione nell’Unione europea, ma questo non significa che non vi sia spazio per critiche e miglioramenti. A mio parere, lo stesso può dirsi anche della strategia dell’Unione europea per il 2020. Che lo si voglia o no, è necessario ridurre le barriere esistenti tra le normative economiche degli Stati nazionali. Naturalmente, in questo caso non mi riferisco ad ambiti quali la cultura, la tradizione o l’eredità nazionale. Cionondimeno, non bisogna dimenticare che, in termini economici, il mercato dell’Unione europea è un mercato unico e qualunque intervento in senso contrario equivarrebbe ad applicare condizioni diverse a regioni diverse di uno stesso Stato. Pertanto, per quanto Stati membri grandi e piccoli dell’UE possano opporvisi, occorre fissare un termine ultimo per il raggiungimento di condizioni economiche comuni nell’Unione europea. Vedo inoltre con favore l’attenzione rivolta allo sviluppo dell’alta tecnologia, dell’economia della conoscenza e della scienza. Tuttavia, occorre riconoscere che ogni ...

 
  
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  Presidente. – Sono spiacente ma penso che sia sufficiente. Grazie mille, onorevole Uspaskich. La interrompo.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, ho votato contro la relazione, perché la strategia UE 2020 percorre la stessa fallimentare strada neoliberista della strategia di Lisbona, la quale ha aggravato le disuguaglianze regionali e sociali, ha aumentato la povertà e la disoccupazione ed è stata la causa fondamentale della crisi nell’Unione europea. Occorre dunque cambiare radicalmente il contesto in cui la politica economica e sociale viene esercitata, in modo che ruoti attorno alla piena occupazione e a diritti sociali più solidi.

Quando è scoppiata la crisi, i leader dell’Unione europea hanno tenuto un profilo basso in occasione del vertice informale, lasciando ogni Stato membro solo ad affrontare i propri problemi, mentre ora vogliono vigilare sui disavanzi pubblici. Hanno trattato la Grecia come la pecora nera e ora vogliono che siano adottate misure severe ai danni dei lavoratori, in Grecia come in altri paesi.

Occorre dunque sostituire il Patto di Stabilità antisociale e antisviluppo con un patto per lo sviluppo e l’espansione economica descritto nella proposta presentata dal gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) L’Unione europea senza dubbio ha bisogno di una nuova strategia che ci aiuti e permetta di creare la nostra risposta alla crisi economica e finanziaria. Uno dei principali elementi della strategia deve essere il rafforzamento della libera circolazione dei cittadini di qualunque categoria: lavoratori, uomini d’affari, scienziati, studenti e persino pensionati, come sancisce la nostra risoluzione. Un’altra caratteristica positiva è la maggiore enfasi data al sostegno alle piccole e medie imprese: senza lo sviluppo di queste aziende non sarà infatti possibile migliorare la situazione dell’Unione.

Alcuni pensano che la strategia dica troppo poco della politica di coesione. Non so se è così, perché, in effetti, in una sua parte si sottolinea il significato fondamentale di tale politica per il futuro dell’Unione. Tuttavia, so che se non si realizzerà questo obiettivo, nessuna strategia migliorerà la situazione.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE). - Signor Presidente, è il momento di diventare adulti politicamente. La crisi ha dimostrato la necessità di avere più attività di coordinamento e di indirizzo in capo a organismi comunitari di grande livello e autorevolezza, più risorse per i progetti infrastrutturali, più attenzione a un vero sostegno alle piccole e medie imprese.

Un grande sforzo va messo in campo per attuare pienamente il mercato interno e con urgenza va tentata una politica fiscale comune. Molti in passato hanno fatto finta di non vedere i bidoni che le banche americane piazzavano sul mercato mondiale, appellandosi a formalismi inutili, anche all'interno dell'Unione. È il tempo della responsabilità ed è il tempo del coraggio. Nella risoluzione che io ho votato insieme al mio gruppo ci sono alcune di queste cose ma ritengo che Barroso, il Consiglio, il Parlamento debbano avere più coraggio.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (ECR).(PL) La nuova strategia dell’UE, in effetti, è la sorella minore della strategia di Lisbona. Se seguirà l’esempio della sua sorella maggiore, non passerà gli esami, né si qualificherà ad alcunché.

Proprio mentre i leader dell’Unione europea parlavano della necessità di adottare la strategia di Lisbona, gli Stati membri limitavano di fatto la libera circolazione dei lavoratori, e anche dei servizi. La nuova strategia, ovviamente, è un piccolo passo avanti rispetto alla versione di qualche mese fa, in cui non si diceva nulla della coesione. Al momento, comunque, sembra più un elenco di desiderata. Verificheremo la strategia nel bilancio settennale dell’Unione europea a partire dal 2014. Spero almeno che non contribuisca al predominio dei vecchi Stati membri sui nuovi.

 
  
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  Zoltán Balczó (NI). (HU) Ho votato contro la strategia UE 2020. Ho votato contro perché professa chiaramente la propria fede in una politica economica neoliberista e afferma senza mezzi termini di condannare la politica economica protezionista, in altre parole, il ruolo dello Stato nell’economia. La crisi mondiale finanziaria ed economica ha però dimostrato che non possiamo affidare tutto al mercato. Inoltre, la sua concezione imperialista è quanto mai evidente. Essa decreta che, qualora gli Stati membri non le recepiscano in tempo, le normative entreranno in vigore automaticamente, cerca di istituire un’autorità europea di vigilanza e, in alcuni punti, tenta apertamente di utilizzare atti normativi vincolanti per ottenere risultati, invece che consentire decisioni autonome. Questa è la motivazione del nostro voto contrario.

 
  
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  Inés Ayala Sender (S&D).(ES) Signor Presidente, in qualità di esponente della commissione per il controllo dei bilanci, vorrei dire che io, ovviamente, ho votato a favore della strategia UE 2020 poiché ritenevo che fosse importante che il Parlamento fornisse il suo parere. Tuttavia, nutro una riserva, che vorrei spiegare all’Assemblea: la formulazione del paragrafo 18 contiene un errore, ossia un’affermazione che non corrisponde al vero.

Vi si afferma infatti che la Corte dei conti ha criticato la Commissione e gli Stati membri quando, in realtà, è vero il contrario. Questo perché la gestione dell’80 per cento del bilancio dell’Unione non è stata oggetto di critiche; al contrario, quest’anno, per la prima volta in 11 anni, la Corte dei conti si è congratulata con noi e ha espresso una dichiarazione di affidabilità positiva per poco più del 33 per cento del bilancio gestito dagli Stati membri, ovvero la spesa agricola, e per il perfezionamento del sistema di vigilanza, che ora funziona meglio.

Ritengo dunque che la formulazione del paragrafo 18 disorienti l’opinione pubblica, la quale crederà che l’80 per cento del bilancio è mal gestito e che siamo stati criticati per questo. Vorrei chiarire questo punto per voi, onorevoli colleghi, e per il bene dell’opinione pubblica europea.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0136/2010

 
  
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  Ramona Nicole Mănescu (ALDE).(RO) Ho votato contro la relazione Goldstone, sebbene inizialmente essa sembrasse un’iniziativa animata da buoni propositi per analizzare da vicino il conflitto tra israeliani e palestinesi e identificare le soluzioni migliori per porre rimedio alla situazione nella regione.

Avrei tuttavia gradito che tale relazione fosse più obiettiva nel rispettare le disposizioni del diritto umanitario e internazionale. In effetti sono rimasta spiacevolmente sorpresa nel notare che nella relazione il governo israeliano viene giudicato con lo stesso metro di valutazione utilizzato per Hamas che, come tutti ben sappiamo, figura nell’elenco dell’Unione europea delle organizzazioni terroristiche. Non credo, pertanto, che tale relazione possa in alcun modo contribuire ad attenuare il conflitto tra israeliani e palestinesi, le tensioni e in generale la situazione nella regione. Per questo motivo ho votato contro la relazione.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE). (HU) Gli autori della relazione redatta dal team del giudice Richard Goldstone sono a mio parere degli esperti di fama internazionale della cui obiettività e profonda comprensione non abbiamo motivo di dubitare. La relazione non è di parte ed è equilibrata, dobbiamo pertanto creare le condizioni necessarie all’attuazione delle sue raccomandazioni. Ho votato a favore della relazione, sebbene non ne condivida tutti i punti, ma è positivo il fatto di aver sostenuto la posizione adottata dal Parlamento oggi. L’auspicio è che questo contribuisca a limitare gli eccessi dei partiti contrapposti e, nel lungo termine, a realizzare la tanto desiderata pace duratura in Medio Oriente.

 
  
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  Krisztina Morvai (NI). (HU) Nel dicembre 2008 Israele ha sferrato un violento attacco alla Striscia di Gaza, in seguito al quale hanno perso la vita oltre 1 400 persone, per la maggior parte civili, tra cui 450 bambini. Utilizzando metodi obiettivi e un’ampia raccolta di testimonianze, la relazione Goldstone ha denunciato tali atrocità ed elencato quali norme del diritto internazionale Israele abbia infranto agendo in modo così violento. La delegazione del Movimento per un’Ungheria migliore (Jobbik) al Parlamento europeo ha naturalmente votato a favore della risoluzione sull’approvazione e sull'attuazione delle raccomandazioni Goldstone, e, al contempo, offre le proprie scuse alle vittime palestinesi perché sulla scena internazionale il governo ungherese continua ad adottare, in modo ignobile e in netta contrapposizione rispetto all’opinione pubblica ungherese, una posizione contraria alla relazione Goldstone.

 
  
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  Peter van Dalen (ECR).(NL) Signor Presidente, la relazione Goldstone è troppo faziosa. Troppe colpe sono state fatte ricadere su Israele, malgrado sia stato Hamas ad abusare degli obiettivi civili e dei civili sfruttandoli come rifugi, depositi di armi e scudi umani. Sfortunatamente la relazione Goldstone non menziona affatto tutto questo.

Questa faziosità è presumibilmente dovuta al fatto che paesi quali l’Arabia Saudita, la Libia e il Pakistan hanno presieduto alla preparazione della relazione da parte della commissione competente delle Nazioni Unite. Tali paesi non sono propriamente famosi nel mondo per il loro brillante stato di servizio in materia di democrazia e libertà d’espressione. Se avete rapporti con paesi del genere, essi non faranno altro che infettarvi. Sfortunatamente, questo è quello che ha condizionato anche Goldstone ed è per questo motivo che ho votato contro la risoluzione comune del Parlamento europeo. In realtà la risoluzione è tanto parziale quanto la relazione Goldstone.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, ho votato contro la relazione Goldstone. Ritengo sia una vergogna che il Parlamento europeo abbia adottato tale relazione, benché con una maggioranza risicata, perché è stato un atto caratterizzato da molta parzialità e da una grande divergenza di opinioni in quest’Aula.

Desidero commentare un solo punto. Oltre 600 membri del Parlamento europeo hanno più che giustamente votato per l’inclusione di Hamas tra le organizzazioni terroristiche. Malgrado il fatto che abbiamo concordato quasi all’unanimità che Hamas è un’organizzazione terroristica, la maggioranza di noi in quest’Aula ha votato a favore della presente relazione e all’apparenza ha approvato i provvedimenti in essa contenuti e tutti gli 8 000 missili che Hamas ha lanciato contro le infrastrutture civili israeliane.

Ritengo che Israele sia minacciato, ed è per questo che il paese ha dovuto difendere la propria popolazione civile. Considerando questo, è decisamente triste fatto che questa relazione così parziale sia passata, anche se con una maggioranza risicata. Auspico che tale grave macchia sul nostro stato di servizio non si verifichi di nuovo, ma che, in quanto europei, si combatta strenuamente per democrazia, diritti umani e libertà di opinione e ci si adoperi con maggior forza per portare la democrazia in Medio Oriente.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (ECR).(PL) Il giudice Goldstone non può certo venir considerato un modello di obiettività. Ho votato contro la presente relazione perché ho l’impressione che essa cerchi di presentare la situazione in Medio Oriente in bianco e nero, dipingendo Israele come il personaggio cattivo. In realtà la situazione è ben più complessa. Credo si debbano evitare tali giudizi parziali e univoci. Personalmente, sono stato in un posto chiamato Sderot – e credo ci sia stato anche lei, signor Presidente – che è stato l’obiettivo di diverse centinaia di missili lanciati dai combattenti Hamas, come ha dichiarato l’onorevole Takkula di recente. Ritengo pertanto che la presente relazione non sia un atto di cui il Parlamento europeo debba vantarsi in modo particolare in futuro.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, abbiamo sentito molto sulla proporzionalità in questa discussione, e mi chiedo cosa considererebbero proporzionato i nemici di Israele. Mi chiedo se non avrebbero preferito che lo Stato ebraico avesse semplicemente preso una pari quantità di armamento e munizionamento e lo avesse fatto piovere a caso su Gaza. Sarebbe stata questa una risposta proporzionata?

Vorrei anche esaminare la proporzionalità, o mancanza di proporzionalità, nella presente relazione. Leggendo la relazione Goldstone si ha la strana e spaventosa sensazione di star leggendo di un attacco violento in cui l’autore ha omesso di menzionare il fatto che gli eventi si sono svolti durante un incontro di pugilato. Gli eventi sono stati privati di qualsiasi contesto.

Non sto dicendo che Israele debba essere al di sopra delle critiche, né che Piombo fuso sia al di sopra delle critiche. Sono stati commessi degli errori. Israele vuole giungere ad una situazione nella quale vi sia un’entità palestinese stabile che sia al contempo un buon vicino, ma la presente politica di degradare le infrastrutture ostacola il raggiungimento dell’obiettivo. Similmente, la parzialità e il tono della presente relazione hanno allontanato ulteriormente l’idea della soluzione dei due Stati, nella quale un’entità israeliana e una palestinese convivono fianco a fianco come vicini pacifici.

 
  
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  Alexander Graf Lambsdorff (ALDE). (DE) Signor Presidente, la delegazione del partito liberale democratico tedesco (FDP) al Parlamento europeo ha votato oggi contro la risoluzione, presentata da diversi gruppi, di attuare le raccomandazioni della relazione Goldstone. Non si può votare a favore di una relazione, il cui stesso mandato era molto controverso: non uno Stato membro dell’Unione europea aveva dato il proprio sostegno. Una relazione che mette sullo stesso piano il democratico Israele e un gruppo che l’Unione europea ha ufficialmente inserito nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Noi non possiamo votare a favore di una relazione che non riesce a prendere nella giusta considerazione le cause più profonde del conflitto.

La nostra scelta di voto, tuttavia, non significa che rifiuteremmo un’indagine sugli eventi connessi all’operazione Piombo fuso. Al contrario. Israele dovrebbe in effetti indagare a fondo su tutti gli aspetti dell’operazione e – qualora sia stata trasgredita la legge – tale trasgressione andrebbe punita. Parimenti, la nostra scelta di voto non significa che sosterremmo la politica dello Stato di Israele nel processo di pace. Siamo molto soddisfatti di vedere che sono nuovamente in corso i negoziati tra Israele e i palestinesi, sebbene indirettamente per il momento.

Anche la visita del vicepresidente americano Biden dimostra che l’amministrazione Obama si impegna seriamente per giungere ad una pace duratura nella regione, e gode pertanto del nostro sostegno. Questo rende ancora più difficile comprendere il fatto che Israele abbia volutamente ignorato il vicepresidente, approvando la costruzione di ulteriori insediamenti in Cisgiordania mentre la visita era ancora in corso, un provvedimento questo che ha suscitato critiche profondamente giuste, e non solo da parte dei palestinesi.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0134/2010

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Sono convinto che l’Unione europea debba inviare un chiaro segnale alla Bielorussia sul fatto che è pronta a prendere nuovamente in considerazione relazioni reciproche se la Bielorussia non si asterrà dal violare i diritti umani e i principi democratici e non adotterà delle misure correttive.

Vorrei altresì esprimere indignazione per il decreto del Presidente della Bielorussia in materia di controllo di Internet che, in molti punti, è un’evidente negazione della libertà di parola e di stampa. Un simile provvedimento limita libertà e democrazia in Bielorussia e aggrava la sfiducia dei cittadini e degli altri paesi, Unione europea inclusa, nelle autorità dello Stato e nei loro rappresentanti. Alla luce dei recenti arresti di rappresentanti della società civile e dell’opposizione democratica, è impossibile non vedere il breve lasso di tempo tra l’entrata in vigore del decreto – luglio di quest’anno – e le imminenti elezioni presidenziali all’inizio del prossimo anno.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Desidero ringraziare i colleghi parlamentari per aver redatto la presente risoluzione e per la sua adozione da parte del Parlamento europeo.

Dando il nostro appoggio alla presente risoluzione, ci siamo espressi a favore della difesa dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini, tra cui le minoranze nazionali. Si tratta al contempo di un’iniziativa a difesa dei principi fondamentali di democrazia e tolleranza, che costituiscono le fondamenta dell’Europa. Sono soddisfatto della posizione ufficiale adottata dal Parlamento sulla questione, in sostegno della minoranza polacca in Bielorussia.

Desidero cogliere quest’occasione per ribadire che gli Stati membri dell’Unione europea dovrebbero fungere da esempio per gli altri paesi e per i nostri vicini, e fare attenzione che i diritti delle minoranze nazionali nei nostri Stati membri vengano pienamente rispettati.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Ho votato a favore dell’adozione della risoluzione sulla situazione in Bielorussia. Nella risoluzione chiediamo la legalizzazione dell’Unione dei polacchi di Bielorussia guidata da Angelika Borys ed esprimiamo la nostra solidarietà a tutti i cittadini della Bielorussia che non possono godere appieno dei diritti civili.

Ieri ho ricevuto una lettera dell’ambasciatore bielorusso in Polonia, nella quale egli esprime la propria preoccupazione per le intenzioni dei membri del Parlamento europeo di adottare la risoluzione. Egli è del parere che tali intenzioni siano il risultato di una copertura non obiettiva della situazione da parte dei mass media polacchi. Questo non è vero. Le motivazioni hanno radici ben più profonde. Si tratta del rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini e dei diritti delle minoranze, della garanzia di standard minimi e, di conseguenza, del bene della Bielorussia e dei Bielorussi.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE).(EN) Signor Presidente, ho dato il mio appoggio alla risoluzione sulla situazione della società civile e delle minoranze nazionali in Bielorussia e oggi desidero esprimere ancora una volta la mia grande preoccupazione per le recenti violazioni dei diritti umani in Bielorussia, perpetrate nei confronti di membri della società civile, delle minoranze nazionali e delle loro organizzazioni. Vorrei esprimere la mia piena solidarietà ai cittadini che non sono in grado di godere di tutti i loro diritti civili.

Desidero anche condannare in modo risoluto l’arresto di Angelika Borys, presidente dell’Unione dei polacchi di Bielorussia, e anche di Anatoly Lebedko, leader del partito di opposizione, il partito civico unito, e del leader di Forze democratiche unite in Bielorussia, che in diverse occasioni è stato nostro ospite in quest’Aula.

Il popolo bielorusso non è purtroppo in grado di beneficiare dei molti progetti e proposte che l’Unione europea sta finanziando come parte della nostra politica di vicinato con i paesi più orientali.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, per quanto attiene alla situazione in Bielorussia, considero estremamente importante che noi, in quanto europei, ricordiamo quali sono i nostri valori.

Desidero portare questo alla vostra attenzione a causa del recente e deplorevole risultato della votazione sulla relazione Goldstone e perché in tutte le questioni, siano esse legate alla Bielorussia, al Medio Oriente, all’Estremo Oriente o all’Africa, non dobbiamo dimenticare i principi fondamentali che ci guidano. Essi sono: democrazia, diritti umani e libertà di opinione. Questi sono i valori che ci uniscono e che cerchiamo di promuovere. Dobbiamo portare questo messaggio in Bielorussia. Dobbiamo assicurare che anche là i diritti delle minoranze vengano presi in considerazione, e che vengano riconosciute le minoranze religiose, che sono state là perseguitate in vari modi, così come i diritti umani e la libertà di professare una religione.

E’ estremamente importante che noi, in quanto europei, garantiamo di portare il messaggio europeo anche in Bielorussia, offrendo così anche là una speranza.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, sebbene io condivida molto di quanto formulato nella presente risoluzione, mi chiedo se siamo nella posizione migliore per fare la predica alla Bielorussia sulle carenze della sua democrazia. Noi deploriamo che la Bielorussia abbia un parlamento debole, che approva senza controllare, ma guardatevi intorno. In questa sede noi approviamo automaticamente e docilmente le decisioni del nostro politburo di 27 membri. Ci lamentiamo del fatto che, sebbene vi siano le elezioni, essi le manipolino; noi d’altra parte teniamo dei referendum, li organizziamo onestamente ma poi non teniamo conto dei risultati. Ci lamentiamo della sopravvivenza dell’apparato dell’Unione sovietica, eppure manteniamo la nostra politica agricola comune, il nostro capitolo sociale, la nostra settimana di 48 ore e il resto dell’apparato del corporativismo dell’euro.

Nessuna meraviglia che i vecchi partiti comunisti degli Stati COMECON guidassero la campagna del ‘sì’ quando i loro paesi hanno fatto domanda per aderire alla Evropeyskiy soyuz. Per alcuni di loro, in effetti, è stato come tornare a casa; mi vengono in mente le spaventose pagine conclusive di La fattoria degli animali, quando gli animali spostano lo sguardo dall’uomo al maiale e dal maiale all’uomo e scoprono di non saperli distinguere.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, a parte contestare il contenuto reale della presente risoluzione, vorrei anche contestarne il principio.

I patrioti francesi, fiamminghi, ungheresi, tedeschi e austriaci sono oggetto di continue persecuzioni legali, professionali e politiche, e questo in mezzo all’indifferenza, anzi all’appoggio di quest’Aula, che sostiene di costituire un esempio per il mondo intero e specialmente per color che si trovano al di fuori dei suoi confini.

La settimana scorsa, ad esempio, abbiamo adottato una risoluzione sull’Ucraina, nella quale è presente una disposizione che molti patrioti ucraini considerano giustamente un insulto al loro eroe nazionale, Stepan Bandera. In verità egli ha tentato, in circostanze particolarmente difficili, di seguire una via tra due forme di totalitarismo: quella di Hitler e quella dei Sovietici. Questo non lo rende meno eroico agli occhi di molti ucraini, che giustamente si sentono umiliati dalla maggioranza in quest’Aula.

In genere gli eroi nazionali hanno combattuto contro i loro vicini. Il mio amico Nick Griffin, un vero patriota britannico, si sente offeso dal fatto che Giovanna d’Arco è per noi un’eroina nazionale? Certamente no! Personalmente vorrei che il nostro Parlamento mostrasse le stesse riserve nei confronti degli eroi di altri paesi stranieri.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0133/2010

 
  
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  Kay Swinburne, a nome de gruppo ECR.(EN) Signor Presidente, l’ECR ammette che l’industria dei servizi finanziari non può aspettarsi di sfuggire alla crisi senza pagarne lo scotto. Sono stati provocati danni enormi con un comportamento avventato e per riparare al malfatto i responsabili dovranno pagarne il prezzo. Bisogna inoltre creare dei nuovi sistemi per assicurare che ciò non succeda mai più e che vi siano risorse finanziarie disponibili per le emergenze, per stabilizzare i fallimenti sistemici.

Nell’ambito degli accordi internazionali forse è giunto il momento di tassare le operazioni finanziarie. A prescindere dai dubbi sugli aspetti concreti della realizzazione di un tale sistema, nessun provvedimento andrebbe escluso fintanto che gode dell’appoggio dell’intera comunità internazionale e fintanto che vi sono le garanzie a tutela del suo funzionamento e del fatto che non può essere eluso.

La risoluzione di oggi gode del nostro appoggio, fatto salvo, per due motivi, il paragrafo 7. Innanzi tutto siamo contrari a concedere all’Unione europea nuovi poteri di imposizione fiscale. Tale paragrafo – per quanto sia stato enunciato con cura – suggerisce che questo sia un risultato auspicato. In secondo luogo, lo scopo di una tassazione delle operazioni finanziarie non dovrebbe essere quello di raccogliere denaro per i progetti preferiti, per quanto validi. Al contrario, deve essere quello di assicurare la stabilità finanziaria futura e proteggere da eventi come quelli che hanno scatenato il recente caos economico.

La presente risoluzione, così com’è, è troppo incentrata su una soluzione basata sulla tassazione delle operazioni, implica poteri d’imposizione fiscale europei e non nazionali, suggerisce l’utilizzo del denaro raccolto per finanziare progetti di sviluppo e di cambiamento climatico, anziché stabilizzare il settore finanziario, e infine suggerisce che una tassa europea potrebbe essere fattibile senza la partecipazione di tutti. Per questi motivi abbiamo votato contro questa specifica proposta di risoluzione.

 
  
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  Joe Higgins (GUE/NGL).(EN) Signor Presidente, mi sono astenuto sulla risoluzione sulla tassazione delle operazioni finanziarie perché essa è assolutamente inadeguata a contrastare le scandalose speculazioni antisociali nel mondo di giganteschi hedge fund e di banche cosiddette ‘prestigiose’ come la Goldman Sachs.

The Wall Street Journal ha riferito di recente di una cena privata svoltasi l’8 febbraio a New York, alla quale erano presenti i 18 hedge fund principali e durante la quale si è discusso di speculazioni contro l’euro. Sono mesi ormai che questi squali finanziari conosciuti come hedge fund – che controllano oltre 2 000 miliardi di euro – stanno deliberatamente speculando contro l’euro, e contro la Grecia in particolare, allo scopo di ricavarne profitti miliardari.

Incredibilmente, la Commissione europea non solo non riesce a muovere un dito per fermarli, ma in effetti cospira con questi criminali finanziari vessando i lavoratori e i poveri in Grecia, pretendendo che il loro standard di vita venga fatto a pezzi per pagare il riscatto chiesto da questi parassiti.

Non abbiamo bisogno di una tassazione finanziaria. Ciò che serve è ottenere la proprietà pubblica e il controllo democratico di questi hedge fund e delle banche principali, e utilizzare le loro immense risorse per investimenti che metteranno fine alla povertà e di cui beneficerà la società, piuttosto che distruggerla per avidità privata.

 
  
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  Mario Borghezio (EFD). –Signor Presidente, ci siamo astenuti ma il motivo fondamentale è pronunciarmi contro l'evidente intenzione dell'Unione europea e della Commissione di istituire una tassa, come dimostrano le recenti dichiarazioni del Commissario Šemeta rilasciate all'European Voice, secondo cui sarebbe in procinto di varare una tassa minima sulle emissioni.

Noi siamo contro l'idea di concedere all'Unione europea il potere di imposizione fiscale diretta, una prerogativa incostituzionale in quasi tutti gli Stati membri, perché viola il principio della "No taxation without representation". Ci opporremo in tutti i modi a un tentativo di introdurre un'imposizione diretta, forti anche della sentenza del giugno 2009 della Corte costituzionale tedesca.

Voglio ricordare che un anticipo lo ha già dato il presidente Van Rompuy quando, nella misteriosa riunione tenutasi una settimana prima della sua nomina al gruppo Bilderberg (che non è proprio il massimo della trasparenza mondialista), ha annunciato – addirittura ha preso l'impegno! – della proposta della tassa diretta europea sulla CO2, che comporterebbe immediati aumenti nei prezzi dei carburanti, nei servizi, eccetera, quindi un danno per i cittadini europei.

Questa proposta di tassa UE è incostituzionale!

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, non sono convinto delle argomentazioni a favore di una tassazione delle operazioni finanziarie, ma accetto le motivazioni sincere dei sostenitori della proposta. E’ una questione sulla quale le persone di buona volontà possono giungere a conclusioni diverse.

Ciò per cui non esiste alcuna argomentazione possibile è l’imposizione di una simile tassazione esclusivamente nell’Unione europea. Una tassa Tobin imposta solo a livello regionale comporterebbe una fuga di capitali verso quelle giurisdizioni dove una tale tassazione non è pertinente, dunque qual è il motivo per il quale quest’Aula ha appena votato a così grande maggioranza per un sistema che andrà a svantaggio dell’Unione europea?

La risposta è che soddisfa un certo tipo di parlamentare in quest’Aula in quanto attacca i banchieri, attacca la City di Londra e, soprattutto, fornisce all’Unione europea una fonte indipendente di reddito, che le permetterà di non doversi più rivolgere agli Stati membri.

Insieme alle varie altre proposte che vediamo presentare per l’armonizzazione della supervisione finanziaria – la direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi, eccetera – essa costituisce un’epica minaccia alla City di Londra, di cui siamo testimoni, così come della consegna dell’Unione europea alla povertà e all’irrilevanza.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, chiunque osservi la recente crisi finanziaria si chiederà come abbiamo consentito che norme e supervisione ci portassero ad una situazione nella quale siamo arrivati ad avere banche considerate troppo grandi per poter fallire e i miliardi dei contribuenti utilizzati per tenere in piedi tali banche.

L’idea quindi di una tassa sulle operazioni finanziarie a livello globale potrebbe sembrare ragionevole, volendo aiutare le vittime della crisi finanziaria e anche le persone nei paesi più poveri.

Se si pensa tuttavia a come questa tassa verrebbe imposta in realtà, e al suo impatto reale, e si segue il suo percorso nei mercati finanziari, nella realtà, troveremmo banche che trasferiscono questi costi sui loro clienti. Questo avrebbe anche un grosso impatto su quelli di noi che vogliono intrattenere scambi commerciali con i paesi in via di sviluppo o sugli imprenditori nei paesi in via di sviluppo che vogliono intrattenere scambi commerciali con il resto del mondo, e colpirebbe i costi assicurativi, parte estremamente vitale del commercio internazionale.

Se vogliamo veramente affrontare la questione, non dovremmo consegnare il denaro dei contribuenti – si tratta di miliardi – a governi corrotti o incompetenti. Dovremmo garantire la rimozione delle barriere tariffarie sia nell’Unione europea che nei paesi poveri per assistere gli imprenditori nei paesi più poveri nel creare ricchezza e salvare le persone dalla povertà.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0132/2010

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD). (SK) Apprezzo gli sforzi dell’Unione europea riguardo all’introduzione di un regime unico per le operazioni bancarie nell’area dell’euro.

D’altra parte, vedo già le banche abusare dell’introduzione di queste nuove norme servendosene per aumentare le commissioni che esse addebitano ai loro clienti. D’altronde se le nostre banche, sotto la pressione dell’Unione europea, ritoccano i pagamenti per le operazioni SEPA transfrontaliere nell’area dell’euro, così da renderle equiparabili alle operazioni nazionali, le commissioni per il deposito e il prelievo di denaro presso le filiali aumenterebbero simultaneamente. A tutti noi è chiaro che i costi delle banche per la gestione del contante nelle filiali non è mutato affatto a seguito delle nuove norme.

Dobbiamo pertanto dichiarare forte e chiaro che lo sfruttamento da parte delle banche delle nuove regole introdotte nell’area dell’euro per aumentare i loro profitti a discapito dei nostri cittadini è palese ottusità. E’ pertanto nostro dovere monitorare con attenzione l’applicazione del nuovo regolamento sugli istituti finanziari.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0154/2010

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Ho votato a favore dell’adozione della risoluzione perché non posso accettare, in qualità di rappresentante del mio elettorato, che ci si accordi alle loro spalle e contro la loro volontà su qualunque questione. Il trattato di Lisbona ha conferito al Parlamento europeo nuovi poteri, che sono anche il motivo per il quale il Parlamento europeo dovrebbe essere in grado di fare il guardiano dei diritti dei cittadini.

Concordo con gli autori della risoluzione, che criticano le modalità con le quali vengono tenuti segreti i negoziati della Commissione sull’Accordo commerciale anticontraffazione così come la mancanza di cooperazione con il Parlamento europeo sulla questione. Questo atto è diretto contro il prevalente diritto comunitario sull’accesso universale alle informazioni riguardanti le attività degli enti pubblici, e inoltre riduce il diritto alla privacy. E’ pertanto un bene che il Parlamento europeo si sia interessato alla questione della trasparenza dei negoziati della Commissione europea, così come alla questione della contraffazione e della sua prevenzione.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE).(EN) Signor Presidente, per quanto riguarda l’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA), gli attuali negoziati non sono affatto trasparenti. Utilizzare l’attuale formula di negoziazione per giungere a un accordo globale è assolutamente contrario ai processi trasparenti e democratici che dovremmo attenderci dai nostri legislatori. A prescindere dal contenuto dell’accordo, è inaccettabile evitare il giudizio pubblico quando si delineano politiche che incideranno direttamente su così tanti cittadini europei.

Per quanto attiene al contenuto, dobbiamo prestare la massima attenzione al Garante europeo della protezione dei dati che si è espresso in termini forti su tali negoziati. Egli incoraggia risolutamente la Commissione europea ad avviare un dialogo aperto e trasparente sull’ACTA. Egli afferma altresì che mentre la proprietà intellettuale è importante per la società e va protetta, essa non andrebbe posta al di sopra dei diritti fondamentali degli individui alla privacy, alla protezione dei dati e di altri diritti come la presunzione di innocenza, la tutela giurisdizionale effettiva e la libertà di espressione. Egli dichiara infine che una politica di disconnessione forzata da Internet (‘three strikes’) limiterebbe grandemente i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini europei.

Si tratta di una questione molto importante per tutti i cittadini europei, e il modo in cui la Commissione e il Parlamento la affronteranno sarà molto rivelatrice sulla loro responsabilità e sulla trasparenza.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, uno degli aspetti importanti della presente proposta di risoluzione era che eravamo riusciti a giungere ad un’alleanza trasversale in quest’Aula.

Un punto di intesa era il fatto che, in mancanza di informazioni sensate circa questi negoziati, ciò che si vedeva sulla blogosfera, e non solo, erano voci che suggerivano proposte quali la confisca dei computer portatili e dei lettori MP3 alle frontiere. Ciò che era piuttosto chiaro in tutta quest’Aula era che volevamo informazioni e maggiore trasparenza sui negoziati sull’Accordo commerciale anticontraffazione.

Il messaggio è giunto forte e chiaro al commissario ieri sera, e sono molto contento che egli abbia promesso di fornirci maggiori informazioni. Se la Commissione porta avanti i negoziati a nome di 27 Stati membri e dell’Unione europea, è essenziale per noi conoscere quale sia la posizione negoziale, e anche avere una valutazione dell’impatto di ciò che si sta proponendo, che mostri come inciderà sull’industria europea.

Accolgo con favore i commenti espressi ieri sera dal commissario e rimango in attesa di una maggiore trasparenza.

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD). (SK) Ciò che mi preoccupa sono le pratiche e procedure della Commissione europea nel negoziare l’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA).

I negoziati avvengono in segreto, a porte chiuse, senza informare debitamente il Parlamento europeo e i suoi membri, che alla fine dovrebbero approvare tale documento. Ritengo che si debbano modificare le procedure riguardo a quando la Commissione europea presume che il Parlamento si assumerà la responsabilità di qualsiasi accordo sottoposto al suo vaglio. E non sarà un buon segno né verso l’opinione pubblica europea, né verso il mondo esterno se dovremo rimandare ripetutamente i trattati internazionali alla Commissione europea per una revisione. Tale condotta non è indicativa di una buona comunicazione tra le più importanti istituzioni dell’Unione europea.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0181/2010

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, come molti di noi sanno, il sistema SPG è pronto per una revisione, mentre il sistema attuale sta per finire.

Un aspetto molto importante quando si considera il SPG e il SPG+ è che durante i negoziati sugli accordi di partenariato economico, nelle regioni proposte, erano presenti molti singoli stati contrari a sottoscrivere un accordo con l’Unione europea.

Uno degli aspetti che ho sempre criticato degli accordi di partenariato economico è che essi adottano un approccio unico al commercio. Durante la discussione con la Commissione è emerso un altro fattore allarmante: uno dei funzionari ha annunciato che gli accordi di partenariato economico non riguardavano solo il commercio, ma anche l’esportazione del modello europeo di integrazione regionale.

Vi sono singoli paesi che vogliono siglare accordi con l’Unione europea e vogliono poter esportare i loro beni e servizi in Europa su base preferenziale. Pertanto, ciò che dovremmo proporre è di offrire a quei paesi che vogliono stringere un accordo commerciale, ma non rispondono ai criteri degli accordi di partenariato economico, il SPG+ come alternativa, e dovremmo cercare di essere maggiormente flessibili.

Mi auguro che in questo modo aiuteremo gli imprenditori a creare ricchezza e a salvare dall’indigenza i poveri in molti di questi paesi.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, quasi inosservati, il Sud America e l’America centrale stanno scivolando in una forma di autocrazia, una specie di neocaudillismo. In Nicaragua, Venezuela, Ecuador e Bolivia abbiamo assistito all’ascesa di regimi che se non proprio dittatoriali di certo non sostengono la democrazia parlamentare. Si tratta di presidenti che, benché eletti legittimamente, iniziano poi a smantellare qualsiasi controllo sul loro potere: la commissione elettorale, la Corte suprema, le camere del parlamento e, in molti casi, sospendono la costituzione e la riscrivono ‘rifondando’ – come dicono loro – lo Stato in base a principi socialisti.

Con tutto quello che sta succedendo, la Sinistra chi sceglie di criticare in quella parte del mondo? Uno dei pochi regimi che gode genuinamente del sostegno popolare, quello di Álvaru Uribe in Colombia, che gode del sostegno di più di tre quarti della popolazione perché egli ha ripristinato l’ordine in quell’infelice paese e ha represso i paramilitari sia di destra che di sinistra. Dimostrano di possedere uno straordinario senso delle priorità quei deputati di quest’Aula che hanno scelto di prenderlo di mira. Dovreste vergognarvi.

(ES) E’ un errore facilitare il compito dei paramilitari, che vergogna!

 
  
  

Relazione Albertini (A7-0023/2010)

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, ringrazio il collega Albertini per l'ottimo lavoro svolto su questo tema centrale per la politica europea. Con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona le competenze dell'Unione in materia di politica estera e sicurezza comune sono cresciute e credo che siamo qui in molti ad auspicare maggiori responsabilità e un maggiore coinvolgimento in materia di politica estera dell'istituzione di cui facciamo parte.

Condivido in particolar modo l'invito rivolto all'alto rappresentante PESC a consultare la commissione parlamentare competente del Parlamento europeo in occasione delle nomine per i posti dirigenziali del costituendo Servizio europeo per l'azione esterna e a garantire al Parlamento europeo, oltre che al Consiglio, l'accesso alle informazioni riservate.

Ritengo quindi che la strada intrapresa con questa relazione sia un primo, importante passo avanti verso una politica estera europea forte, determinata a far valere il proprio ruolo e peso politico sullo scenario internazionale.

 
  
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  Nicole Sinclaire (NI).(EN) Signor Presidente, ho votato contro gli emendamenti 17D e 19 che attaccavano la NATO e chiedevano la rimozione delle basi NATO presenti nell’Unione europea. Ebbene, una delle ultime argomentazioni di coloro che credono in questo progetto europeo è che l’Unione europea abbia mantenuto la pace in Europa negli ultimi 50 o 60 anni. Bene, vorrei in effetti dire che questa è una menzogna e che è stata la NATO in realtà, con le proprie forze, ad aver mantenuto la pace in Europa.

Credo sia una vergogna che quest’Aula abbia consentito di votare un tale emendamento. Ho notato che il gruppo che in realtà ha presentato l’emendamento rappresenta ciò che rimane di un’ideologia fallita che ha tenuto le proprie popolazioni dietro a dei muri e ha violato i loro diritti umani fondamentali. Sono state le forze della NATO che hanno protetto il resto dell’Europa da questo incubo. Desidero venga messa agli atti la mia gratitudine verso gli USA e il Canada e le altre nazioni della NATO per averci salvato da quest’incubo. Ritengo sia nell’interesse del Regno Unito cooperare con tutti questi paesi contro quella nuova forma di totalitarismo che è l’Unione europea.

 
  
  

Relazione Danjean (A7-0026/2010)

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, ho votato a favore perché volevo sottolineare che l'auspicio di un accrescimento delle sinergie e della collaborazione in campo militare e civile tra l'Unione europea e gli Stati membri, seppur nel rispetto di alcune posizioni non allineate o neutrali, sia una posizione largamente condivisibile.

Ritengo altresì importante l'istituzione di meccanismi di coordinamento quale un Centro operativo permanente dell'Unione europea, sotto l'autorità dell'alto rappresentante PESC, che consenta un coordinamento efficace delle pianificazioni congiunte di operazioni civili e militari. Ciò al fine di eliminare problemi, disfunzioni e ritardi che l'attuale sistema purtroppo fa registrare.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, la ringrazio per la sua pazienza. Ho votato contro la presente relazione perché essa ribadisce le pericolose linee guida contenute nel trattato di Lisbona per la strategia europea di sicurezza e di difesa. In altre parole, essa chiede la militarizzazione dell’Unione europea, legittima l’intervento militare, riconosce la supremazia della NATO e la sua stretta relazione con l’UE e perfino promuove – in un momento di crisi e forti bisogni sociali – un aumento della forza militare.

Ritengo che, ora che l’architettura del mondo è più che mai al vaglio, l’Unione europea debba adottare una politica pacifica e una percezione politica diversa della sicurezza, seguire una politica estera e di difesa indipendente, emancipata dagli Stati Uniti, cercare di dirimere le divergenze internazionali con strumenti politici e fare da guida per il rispetto del diritto internazionale e la valorizzazione del ruolo dell’ONU.

Ritengo che una tale politica esprima meglio le opinioni dei cittadini europei.

 
  
  

Dichiarazioni scritte

 
  
  

Relazione Lehne (A7-0011/2010)

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) L’adozione della presente relazione da parte di un’ampia maggioranza denota l’attenzione che dobbiamo avere per le piccole e medie imprese. Attualmente 5,4 milioni di microentità sono obbligate a redigere conti annuali, sebbene la loro sfera di attività sia limitata ad una specifica area o regione locale. Se tali società non sono coinvolte in attività transfrontaliere o non operano nemmeno a livello nazionale, l’obbligo di rendicontazione serve solo a creare un inutile onere amministrativo, che impone dei costi a queste società commerciali (circa 1 170 di euro).

E’ per questo motivo che la presente relazione raccomanda che gli Stati membri esonerino dall’obbligo di redigere conti annuali le società che per essere considerate microentità soddisfano due dei criteri seguenti: somma globale dell’attivo inferiore a 500 000 euro, importo netto del volume d’affari non superiore a 1 milione di euro e/o consistenza del personale in media durante l’intero anno finanziario pari a 10 addetti. Le microentità continueranno ovviamente a tenere documenti contabili conformemente alla normativa nazionale di ciascuno Stato membro.

Nell’attuale crisi che l’Europa sta attraversando, il settore privato costituito da piccole e medie imprese (pertanto microentità incluse) va incoraggiato, e al contempo va considerato, in questo difficile clima, come un settore atto ad assorbire la forza lavoro licenziata dal settore aziendale statale o privato.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Voto a favore della relazione Lehne relativa ai conti annuali delle microentità perché sono a favore di misure attive per la de-burocratizzazione e di provvedimenti a sostegno delle piccole e medie imprese che, in Portogallo e in Europa, sono per la maggior parte responsabili della creazione di posti di lavoro. Sollevo tuttavia la questione della nascita di future ineguaglianze sul mercato interno: poiché gli Stati membri potranno scegliere se applicare o meno il presente provvedimento, avremo paesi con regole diverse per le stesse società.

Bisognerà fare attenzione a garantire che non vi siano ripercussioni negative sulle modalità con le quali tali regole verranno trasposte, in relazione agli sforzi attuali di lotta contro le frodi e l’evasione fiscale e anche contro i crimini economici e finanziari (a prescindere se a livello nazionale, europeo o internazionale). Bisognerà anche prestare attenzione a proteggere gli azionisti e i creditori.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) L’ultimo allargamento, avvenuto in due riprese, dell’Unione europea ha portato numerosi benefici sia ai vecchi che ai nuovi Stati membri e, al contempo, ha posto una serie di sfide. Ritengo che la decisione di concedere determinate agevolazioni alle microentità debba essere regolamentata a livello comunitario e non finire nell’ambito delle responsabilità di ciascuno Stato membro. Questo è l’unico modo per riuscire a ridurre la burocrazia per le microentità e creare un equilibrio. Bisognerà prestare particolare attenzione alla rimozione di tutti quegli ostacoli che intralciano l’attività delle microentità e scoraggiano le persone dall’ottenere il sostegno finanziario dell’Unione europea.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Mercoledì il Parlamento europeo ha approvato una proposta mirata all’abolizione dell’obbligo da parte delle piccole e medie imprese di pubblicare i loro conti annuali. Nel tentativo di ridurre gli oneri amministrativi, la Commissione europea ha proposto che i paesi che lo desiderano possano esentare le proprie piccole e medie imprese da quest’obbligo annuale, imposto dall’attuale normativa europea, di pubblicazione dei conti. Io ero contraria a questa abrogazione perché, in seguito alla proposta della Commissione, scomparirà per più del 70 per cento delle aziende europee l’armonico quadro normativo europeo.

La possibilità di esentare le microentità dall’obbligo di redigere e pubblicare i conti annuali non servirà a ridurre gli oneri amministrativi. Il mio timore ora è che se gli Stati membri applicheranno in modo non uniforme la possibilità di esentare le microentità, il mercato unico ne risulterà diviso.

Questo è uno dei motivi per i quali i deputati belgi e il governo belga si oppongono strenuamente alla proposta europea (il Belgio ha anche mobilitato una minoranza di blocco in seno al Consiglio dei ministri, dove la proposta deve ancora venire votata).

 
  
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  Robert Dušek (S&D), per iscritto.(CS) La relazione sulla proposta di direttiva sui conti annuali delle società regolamenta l’obbligo di presentare i conti nel caso delle microentità. Lo scopo del presente provvedimento è di ridurre gli oneri amministrativi e così contribuire ad accrescere competitività e crescita economica delle microentità. Accolgo con favore la proposta del relatore che offre agli Stati membri la libera scelta e permette loro di esentare le microentità dall’obbligo di presentare i conti annuali, ponendole cioè al di fuori dell’ambito della presente direttiva. Se si tratta di entità che si limitano a operano in mercati regionali e locali senza un campo d’azione transfrontaliero, esse non dovrebbero essere gravate da ulteriori obblighi derivanti dalla normativa europea che si applica al mercato europeo. Per questi motivi, concordo con la formulazione della relazione.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato contro la relazione Lehne perché l’abolizione degli obblighi di rendicontazione per queste microentità non ridurrà i costi reali delle attività e creerà molta incertezza giuridica. Una tale esenzione minerà la fiducia necessaria per i rapporti tra microimprese e parti terze (clienti, fornitori, banche).

E’ necessario avere informazioni affidabili per ottenere credito. Senza un sistema contabile, i banchieri e le altri parti interessate, che continueranno a richiedere tali informazioni, saranno inclini a trovare una scusa per ridurre i prestiti, e una simile situazione andrà a discapito delle microimprese.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto. (DE) Oggi ho votato contro la relazione Lehne in quanto ritengo che la riduzione delle spese amministrative per le piccole e medie imprese debba essere parte di un approccio uniforme e globale per tutta l’Unione europea.

Qualora venisse attuata la presente proposta, oltre il 70 per cento delle società europee – certamente oltre il 90 per cento in Lussemburgo – sarebbe esentato dall’obbligo di produrre conti annuali standard.

Di conseguenza andrebbe perduto un importante strumento decisionale per una gestione responsabile delle imprese coinvolte.

Qualora gli Stati membri non applicassero in modo uniforme tale esenzione per le microimprese – il che è altamente probabile –si avrebbe una frammentazione del mercato comune.

Tale provvedimento è pertanto inadeguato. In particolare quelle società che conducono attività di commercio transfrontaliero verrebbero poste in condizioni di svantaggio. L’unica soluzione sensata è quella di semplificare le norme per tutte le microimprese in Europa su base europea.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. (RO) Specialmente in un momento in cui la crisi economica ha colpito duramente le piccole attività, è nostro dovere cercare di offrire loro tutte le agevolazioni che potrebbero aiutarle a riprendersi e sostenere nuovamente l’economia europea. In questo contesto ridurre la burocrazia è importante. Accolgo con favore la decisione adottata oggi e spero che il maggior numero possibile di Stati membri la attuerà in modo ideale ed efficace, a beneficio dei piccoli imprenditori e dell’economia in generale.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della relazione Lehne perché concede agli Stati membri la facoltà di prendere in considerazione le varie ripercussioni che l’applicazione della direttiva potrebbe avere sulle loro questioni interne, in particolare per quanto riguarda il numero di società che rientrano nel suo ambito. L’importanza transfrontaliera delle attività delle microentità è trascurabile. Inoltre, la pubblicazione dei conti annuali salvaguarda la trasparenza ed è la conditio sine qua non per l’accesso, da parte delle microentità, al mercato del credito, ai contratti d’appalto pubblici e ai rapporti interaziendali.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato contro la relazione Lehne e la proposta della Commissione. Esse rappresentano un passo indietro in termini di mercato interno e costituiscono un rischio evidente di distorsione della concorrenza tra le piccole PMI europee.

Siamo chiari, le conseguenze della presente proposta sono state sottovalutate in modo deplorevole. Inoltre, non si è tenuto conto del fatto che, in mancanza di una direttiva europea, ogni Stato membro imporrà le proprie regole sulla questione. Non c’è pertanto da meravigliarsi nel vedere tutte le organizzazioni delle PMI, le organizzazioni europee e quelle belghe nel mio caso (l’Unione del ceto medio e la Federazione delle imprese in Belgio) opporsi in massa a tale proposta.

Sì, mille volte sì a una riduzione degli oneri amministrativi per le aziende, in particolare per le PMI, ma una riduzione coerente, ottenuta per mezzo di una proposta di revisione generale della quarta e della settima direttiva sul diritto societario.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. (FR) La proposta presentataci implica che gli Stati membri potranno esentare determinate imprese (microentità) dall’obbligo di redigere e pubblicare i loro conti annuali. Naturalmente sono ampiamente favorevole alla riduzione degli oneri amministrativi per le aziende, in particolare per le PMI e le microimprese. Tuttavia, la proposta della Commissione manca dolorosamente il bersaglio: innanzi tutto non è chiaro se il sistema proposto ridurrebbe veramente gli oneri amministrativi per tali attività (i dati statistici attualmente compilati dovranno essere raccolti con altri mezzi) e, in secondo luogo, il presente testo, che lascia ad ogni Stato membro la decisione di applicare o meno l’esenzione, rischia di frammentare il mercato interno (nell’eventualità – altamente probabile – che alcuni Stati membri applichino l’esenzione ed altri no). La presente proposta avrebbe dovuto essere ritirata e si sarebbe dovuta considerare la questione di semplificare gli oneri amministrativi per le piccole imprese (diritto societario, semplificazione dei requisiti di rendicontazione finanziaria, contabilità, revisione dei conti, eccetera) come parte di una revisione generale, prevista per il prossimo futuro, della quarta e della settima direttiva sul diritto societario. Ho votato dunque contro la relazione Lehne sui conti annuali di taluni tipi di società per quanto riguarda le microentità.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’obiettivo della presente proposta si ricollega alla semplificazione del contesto imprenditoriale e, in particolare, alla necessità di fornire informazioni finanziarie da parte delle microimprese, allo scopo di rafforzare la loro competitività e il loro potenziale di crescita.

In questo contesto, accolgo con favore le modifiche incluse nella relazione riguardo alla riduzione degli oneri amministrativi per le microimprese, in quanto credo che costituisca un provvedimento importante per stimolare l’economia europea e combattere la crisi. Questo perché le attività delle microimprese hanno una portata limitata ai singoli mercati locali o regionali dove la produzione di conti annuali diventa un’impresa onerosa e complessa.

Non appoggio tuttavia l’idea di esentare le microimprese dal dovere di presentare conti annuali. Tale decisione, in effetti, spetta a ciascuno Stato membro, poiché potrebbe avere delle implicazioni dirette sulla lotta alle frodi, all’evasione fiscale e ai crimini economici e finanziari, così come sulla protezione di azionisti e creditori.

Sostengo pertanto di trovare delle soluzioni equilibrate allo scopo di adeguare le modalità di applicazione del presente provvedimento, piuttosto che avere l’obbligo specifico nel documento di mantenere registrazioni riguardo alle transazioni commerciali e la posizione finanziaria. E’ pertanto con alcune riserve che voto a favore della presente relazione.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE), per iscritto. (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’adozione nel marzo 2009 dello Small Business Act da parte del Parlamento ha dato l’avvio a una serie di proposte politiche mirate a rendere il contesto imprenditoriale in Europa più adatto alle PMI, attraverso diversi provvedimenti, tra cui la semplificazione amministrativa. L’abolizione del sistema contabile per quelle che sono state definite ‘microentità’ sembra – a prima vista – un atto significativo di semplificazione amministrativa ma, data l’importanza delle informazioni finanziarie per tutti i soggetti interessati, inclusi i finanziatori, le autorità fiscali e i partner commerciali, questo al contrario spalancherà in realtà la porta a più burocrazia e a costi più elevati. Inoltre, alle società verrà negato uno strumento utile per la successione aziendale interna.

Sostengo tuttavia la richiesta della commissione per i problemi economici e monetari che l’impatto del significato di una qualsiasi esenzione concessa alle microentità sia oggetto di una valutazione approfondita e posta nel contesto di una revisione generale della quarta e della settima direttiva. La presente proposta non contiene a mio parere gli strumenti necessari per affrontare la questione della burocrazia in modo efficace.

Per questi motivi ho votato contro la proposta della Commissione. Dato che la relazione del mio stimato collega, l’onorevole Lehne, si basa sugli stessi principi sui quali si basa la proposta della Commissione, non mi trovavo nemmeno nella posizione di sostenere la sua relazione. Rimango in attesa di una decisione saggia e ben ponderata del Consiglio.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della proposta di esentare le microentità (piccole imprese) dalla normativa europea sugli standard contabili. Si tratta di una proposta estremamente importante in quanto ridurrà l’onere superfluo della burocrazia per le piccole imprese e aiuterà più di cinque milioni di aziende a risparmiare ciascuna circa 1 000 GBP. L’Unione europea si è impegnata a ridurre del 25 per cento gli oneri per le piccole e medie imprese entro il 2012 e questa legge è un passo di vitale importanza lungo il cammino per raggiungere tale obiettivo. Queste piccole imprese rappresentano spesso il primo passo verso futuri datori di lavoro di successo, ed essi vanno favoriti, soprattutto in tempi di recessione.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Lehne sui conti annuali delle microentità perché, sebbene la valutazione d’impatto della Commissione europea sia, a mio parere, incompleta e insufficiente, volevo adottare una posizione che fosse chiaramente in favore della semplificazione degli obblighi contabili imposti alle microimprese. Dal punto di vista economico e sociale non ha alcun senso per una microimpresa essere soggetta agli stessi controlli amministrativi delle imprese ben più grandi. Le microimprese rappresentano oltre l’85 per cento delle attività europee; in altre parole, esse sono la spina dorsale della nostra economia, che ha urgente bisogno di una spinta. Credo pertanto che un’armonica riduzione dei loro obblighi vada nella giusta direzione, purché con l’assicurazione che ciò non intralcerà il loro accesso al credito. La valutazione dovrebbe pertanto essere condotta in maniera globale, tenendo conto dell’intero contesto economico nel quale le microimprese operano, dei loro rapporti con le banche, con i centri di gestione – nel caso delle imprese francesi – e, naturalmente, con i clienti. Non dobbiamo sempre pensare in termini di obblighi, ma dobbiamo avere fiducia nei nostri imprenditori e artigiani che hanno bisogno che noi riduciamo i loro oneri amministrativi.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato contro la presente proposta perché, nel lungo periodo, essa rischia di ritorcersi contro le PMI e, riducendo il loro accesso al credito, privarle delle condizioni di trasparenza e di fiducia che sono essenziali per la loro gestione e il dinamismo delle loro attività. Non credo che si possa da una parte richiedere alle banche una maggiore trasparenza, criticandole per la mancanza di trasparenza dei mercati finanziari che ha portato all’attuale crisi, e dall’altra cercare di abolire gli strumenti di trasparenza che sono cruciali per gli stessi operatori economici e per le politiche di regolamentazione economica che vogliamo seguire a livello europeo. Semplificare gli obblighi contabili per le PMI, e in particolare per le microimprese, rimane un’impellente necessità. La Commissione europea deve rivedere con urgenza la quarta e la settima direttiva sul diritto societario, che da sole possono offrire una soluzione globale, equa e coerente.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore l’adozione della relazione Lehne che contribuirà senz’altro a ridurre gli oneri gestionali delle microimprese. Le piccole imprese spesso si lamentano della normativa, della burocrazia e degli oneri eccessivi che di frequente mettono in pericolo la loro sopravvivenza finanziaria. Le microimprese hanno ragione di sostenere che non dovrebbero essere soggette alle stesse regole delle attività più grandi. Ci auguriamo che le norme proposte nella presente relazione portino a un giro d’affari maggiore e a una maggiore competitività per le microimprese. La presente relazione dà comunque agli Stati membri la flessibilità di trasporre la direttiva nei tempi più appropriati in modo da evitare qualsiasi difficoltà che potrebbe emergere dalla riduzione della regolamentazione. Le microimprese potranno tuttavia continuare a redigere i conti annuali su base volontaria, sottoporli a revisione e inviarli al registro nazionale. Le microimprese manterranno in ogni caso i registri delle vendite e delle operazioni per le informazioni amministrative e fiscali. La Commissione prevede un risparmio complessivo tra i 5,9 e i 6,9 miliardi di euro per le 5 941 844 microimprese, se tutti gli Stati membri applicheranno tale esenzione. In Portogallo 356 140 imprese portoghesi sarebbero interessate a tale esenzione qualora venisse adottata dal governo portoghese.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato contro la proposta di direttiva sui conti annuali di taluni tipi di società, adottata mercoledì 10 marzo 2010. Mentre sono favorevole a una riduzione significativa dell’onere normativo sostenuto dalle PMI, credo che i requisiti contabili costituiscano anche strumenti di gestione cruciali per i partner esterni (banchieri, clienti, fornitori, eccetera). Riducendo l’accesso al credito, è probabile che nel lungo termine questa proposta privi le PMI delle condizioni di trasparenza e di fiducia che sono indispensabili per la loro gestione e il dinamismo delle loro attività. E’ paradossale da un lato richiedere alle banche una maggiore trasparenza, criticandole per la mancanza di trasparenza dei mercati finanziari che ha portato all’attuale crisi, e dall’altra cercare di abolire gli strumenti di trasparenza che sono cruciali per gli stessi operatori economici e per le politiche di regolamentazione economica che vogliamo seguire a livello europeo.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) Il Parlamento europeo, così come il Comitato economico e sociale europeo, appoggia l’obiettivo perseguito dalla Commissione presentando la presente iniziativa. Essa, al fine di consentire alle microentità di rispondere alle numerose sfide strutturali insite in una società complessa – grazie alla piena attuazione della Carta europea per le piccole imprese e conformemente a un processo integrato nella strategia di Lisbona – esenta le microentità da requisiti amministrativi e contabili che sono onerosi e assolutamente sproporzionati rispetto alle necessità e alle strutture interne delle microentità e degli utilizzatori principali delle informazioni finanziarie. Considero positiva la proposta di semplificazione della Commissione. Essa mira a garantire che il quadro normativo contribuisca a stimolare lo spirito imprenditoriale e di innovazione tra le microimprese e le piccole imprese affinché esse diventino più competitive e volgano a proprio vantaggio il potenziale del mercato interno. Tuttavia, le microentità dovranno comunque essere soggette all’obbligo di tenere registrazioni attestanti le loro transazioni commerciali e la situazione finanziaria come standard di base ai quali gli Stati membri sono liberi di aggiungere ulteriori obblighi. Tutto considerato, credo che stiamo aiutando le piccole e medie imprese riducendo la burocrazia, e accolgo con favore questa iniziativa.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0151/2010

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa risoluzione perché promuove il rafforzamento del coordinamento economico tra i paesi europei, una maggiore coerenza tra il Patto di stabilità e di crescita e altre strategie europee, l’attuazione di programma sociale ambizioso nella lotta contro la disoccupazione, una maggiore flessibilità in materia di età pensionabile e la promozione delle piccole e medie imprese.

Vorrei inoltre sottolineare il fatto che la riforma invita alla Commissione a introdurre nuovi incentivi per gli Stati membri che attuano la strategia UE 2020, penalizzando in futuro gli Stati membri inadempienti. E’ una misura fondamentale per il successo della strategia, dato che i problemi che ci troviamo ad affrontare sono comuni e richiedono una soluzione a livello comunitario.

Accolgo altresì con favore la decisione del Consiglio europeo per il maggiore realismo strategico dimostrato, che le conferisce maggiore chiarezza e, pur riducendo il numero degli obiettivi, li definisce meglio.

Da ultimo, non posso non ricordare l’inclusione dell’agricoltura in questa strategia. Il settore agricolo non era infatti contemplato nella proposta iniziale e costituisce senza dubbio un obiettivo fondamentale, se vogliamo che l’Europa realizzi i suoi scopi, sia a livello economico, alimentare e ambientale, sia in termini di miglioramento della qualità di vita nelle zone rurali, un fattore che può generare occupazione.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) La strategia UE 2020 deve risolvere i problemi derivanti dalla crisi economica e finanziaria mediante misure mirate a intervenire sui punti sensibili delle economie degli Stati membri. Se la strategia di Lisbona non è stata un successo al 100 per cento per la pletora di obiettivi fissati, la strategia di superamento della crisi deve concentrarsi su alcuni obiettivi chiari e quantificabili, ad esempio: fornire soluzioni per combattere efficacemente la disoccupazione, soprattutto giovanile; la promozione e il sostegno alle piccole e medie imprese, che creano il maggior numero di posti di lavoro e di innovazioni; infine, l’aumento degli stanziamenti di bilancio comunitari e nazionali a favore della ricerca e dello sviluppo fino al 3 per cento.

Dobbiamo renderci conto che il margine di manovra delle politiche sociali in Europa diminuirà in ragione dell’invecchiamento della popolazione, mentre l’aumento della produttività potrà essere ottenuto solo con un aumento degli investimenti in tecnologia e istruzione. Se vogliamo un mercato del lavoro più competitivo, dobbiamo riformare i sistemi di previdenza sociale e sostenere regimi occupazionali più flessibili. Allo stesso tempo, tale strategia deve sostenere lo sviluppo di metodi di produzione che rispettino l’ambiente e la salute dei cittadini.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) Il 3 marzo, la Commissione europea ha presentato la strategia UE 2020: “Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. La proposta definisce cinque obiettivi quantificabili per l’Unione europea da qui al 2020, costituirà il quadro di riferimento del processo e deve essere tradotta in obiettivi nazionali: occupazione, ricerca e innovazione, cambiamento climatico ed energia, istruzione e lotta contro la povertà.

La strategia si concentra su obiettivi concreti, realistici e adeguatamente quantificati: l’aumento dell’occupazione dal 69 per cento fino ad almeno il 75 per cento; l’aumento della spesa per ricerca e sviluppo (R&S) fino al 3 per cento del PIL; riduzione della povertà del 25 per cento; riduzione del tasso di abbandono scolastico dall’attuale 15 al 10 per cento; aumento dal 31 per cento al 40 per cento del numero di giovani al di sotto dei 30 anni con un titolo di studio universitario.

Ho votato a favore della risoluzione sulla strategia UE 2020 perché gli obiettivi annunciati delineano il cammino dell’Europa e la strategia risponde in modo chiaro e oggettivo ai problemi derivanti dalla crisi economica e finanziaria, intervenendo sulla disoccupazione, la regolamentazione finanziaria e la lotta contro la povertà. Questi problemi forniranno un punto di riferimento che ci consentirà di valutare il progresso conseguito.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della risoluzione. Dato che non riusciremo a risolvere gli attuali problemi sociali ed economici a livello nazionale, dobbiamo cercare di farlo a livello europeo e internazionale. La strategia UE 2020 dovrebbe, prima di tutto, costituire una misura efficace per superare la crisi economica e finanziaria, dato che il suo obiettivo è quello di creare posti di lavoro e favorire la crescita economica.

L’elevato tasso di disoccupazione in Europa è il tema più importante del dibattito attuale, considerando che gli Stati membri accusano un costante aumento della disoccupazione, oltre 23 milioni di uomini e donne sono già senza lavoro e, di conseguenza, sorgono gravi difficoltà sociali e quotidiane. Questa risoluzione del Parlamento europeo si concentra dunque in particolare sulla creazione di posti di lavoro e sulla lotta contro l’isolamento sociale.

Inoltre, il Parlamento chiede alla Commissione non solo di tenere conto della disoccupazione e dei problemi sociali, ma di individuare strumenti efficaci per risolverli, affinché questa nuova strategia abbia un impatto concreto sulla vita dei cittadini. Vorrei segnalare che l’Europa ha già imparato dai propri errori, dalla propria incapacità di attuare completamente gli obiettivi già definiti nella strategia di Lisbona. La nuova strategia per il prossimo decennio deve dunque basarsi su un solido sistema di gestione e garantire la responsabilità. Di conseguenza, votando oggi a favore di questa risoluzione, chiedo alla Commissione e al Consiglio europeo di concentrarsi sui principali problemi sociali dell’Europa e di definire obiettivi più chiari, realistici e facilmente realizzabili, anche se in un numero più esiguo.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore il confronto che ha avuto luogo di recente durante il Consiglio informale dell’11 febbraio sugli orientamenti per UE 2020, la nuova strategia per l’Europa. Mi congratulo con la Commissione per la sua iniziativa e chiedo una maggiore cooperazione con il Parlamento su un tema così importante per il futuro dell’Europa. E’ essenziale investire nella conoscenza e nelle riforme che favoriscono il progresso tecnologico, l’innovazione, l’istruzione e la formazione e che promuovono la prosperità, la crescita e l’occupazione a medio e lungo termine. Vorrei anche sottolineare che questa strategia deve essere corroborata da idee concrete, quali l’agenda digitale. E’ essenziale sfruttare al massimo questo potenziale affinché l’Europa possa riprendersi dalla crisi economica in modo duraturo. La politica di coesione svolge un ruolo altrettanto importante nel sostegno alla crescita e all’occupazione. La strategia UE 2020, nella sua dimensione regionale, dovrebbe pertanto fare di questa priorità uno dei pilastri per la costruzione di una società più ricca, più prospera e più giusta. Ricordo la necessità di sviluppare meccanismi di finanziamento e governo che abbiano conseguenze pratiche per l’attuazione di questa strategia.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Si nutrivano grandi speranze nei confronti della strategia di Lisbona, i cui obiettivi economici, sociali e ambientali erano tanto necessari quanto ambiziosi. Il programma che le succede, la cosiddetta strategia UE 2020, che abbiamo votato oggi, mi sembra molto meno ambizioso. Sebbene si conservino alcuni obiettivi, come il 3 per cento del PIL da destinare alla ricerca e il mantenimento del Patto di stabilità e crescita (3 per cento), è tuttavia deplorevole che l’occupazione e la dimensione ambientale (che risulta molto ridotta) non si articoli in senso orizzontale. Siamo ancora molto lontani da una vera strategia per lo sviluppo sostenibile globale.

Ciononostante, ho appoggiato questa proposta perché è chiarissimo che, di fronte alla crisi e alle sue numerose conseguenze, soprattutto per l’occupazione, non possiamo stare a guardare. Accolgo con favore l’approvazione dei paragrafi relativi al varo di un ambizioso programma sociale e al miglioramento del sostegno alle PMI. In breve, è necessario un nuovo slancio. Speriamo che la strategia UE 2020 possa imprimerlo, e speriamo soprattutto che i 27 Stati membri facciano del loro meglio per attuare questa strategia.

 
  
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  Harlem Désir (S&D), per iscritto. (FR) La strategia UE 2020 è destinata a sostituire la strategia di Lisbona. Il rischio è soprattutto che se ne prolunghino i difetti, approdando alla stessa mancanza di risultati e suscitando la stessa delusione. Non è né una vera e propria strategia di ripresa né una nuova prospettiva per le politiche economica, sociale, di bilancio e fiscale dell’Unione. Alla miriade di buone intenzioni corrisponde soltanto la completa assenza di nuovi strumenti con i quali attuarle.

L’Europa ha bisogno di un’ambizione diversa, mentre i cittadini si aspettano risposte più convincenti. Dall’inizio della crisi, il numero dei disoccupati è cresciuto nell’ordine dei sette milioni. Le banche sono tornate a speculare, i fondi hedge non sono stati regolamentati e viene chiesto ai cittadini di stringere la cinghia quando si operano tagli drastici ai servizi pubblici e alla previdenza sociale. La crisi greca rivela inoltre la nostra mancanza di solidarietà.

Per questo l’Europa deve discutere un progetto diverso per il futuro, basato su un vero e proprio coordinamento economico, una ripresa caratterizzata dalla solidarietà, una strategia di crescita verde, una comunità dell’energia, un bilancio di coesione, risorse proprie, investimenti nell’istruzione, ricerca, armonizzazione fiscale e sociale, lotta contro i paradisi fiscali e tassazione delle operazioni finanziarie internazionali.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune sul seguito del Consiglio europeo informale dell’11 febbraio 2010. Per realizzare un’economia di mercato sociale sostenibile, più intelligente e più verde, l’Europa deve definire e concordare le proprie priorità. Nessuno Stato membro può fornire una risposta a queste sfide agendo da solo. L’Unione europea non può essere semplicemente la risultante di 27 politiche nazionali. Lavorando insieme per un obiettivo comune, il risultato sarà superiore alla somma delle sue parti.

Questo consentirà all’Unione europea di assumere un ruolo di leader mondiale, dimostrando che è possibile coniugare il dinamismo economico con l’attenzione per gli aspetti sociali e ambientali. Consentirà all’Unione europea di creare nuovi posti di lavoro in settori quali energia rinnovabile, trasporti sostenibili ed efficienza energetica. A tale scopo, devono essere rese disponibili risorse finanziarie adeguate che possano permettere all’Unione europea di cogliere le opportunità esistenti e di sfruttare nuove fonti di competitività globale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La Commissione europea ha pubblicato la strategia Europa 2020, che sostituisce la sfortunata strategia di Lisbona e che pone all’Europa sfide importanti e ambiziose. Queste sfide riguardano fondamentalmente cinque settori considerati strategici dalla Commissione: (i) occupazione; (ii) ricerca e innovazione; (iii) cambiamenti climatici ed energia; (iv) istruzione e (v) lotta contro la povertà.

Sono effettivamente settori fondamentali, se l’Europa vuole superare la crisi e riaffermare il proprio ruolo di attore di peso sul mercato globale, con un elevato livello di sviluppo e un’economia competitiva in grado di generare ricchezza, occupazione e innovazione. L’Unione europea deve dimostrarsi ambiziosa per superare i problemi posti dalla crisi, ma non per questo deve essere ridimensionata l’opera di consolidamento del bilancio richiesta agli Stati membri, alla luce della debolezza dei loro conti pubblici e dei deficit eccessivi. Per questa stessa ragione, ritengo fondamentale che siano rafforzati gli obiettivi della strategia UE 2020.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il principio di solidarietà dovrebbe costituire la base della strategia UE 2020: solidarietà tra cittadini, generazioni, regioni e governi. In questo modo, riusciremo a combattere la povertà e garantire la coesione economica, sociale e territoriale, grazie a una crescita economica sostenibile. Questo principio di solidarietà deve costituire la garanzia del modello sociale europeo.

Dobbiamo decidere in merito alla riforma dei sistemi di previdenza sociale e alla garanzia di diritti sociali minimi a livello comunitario, che possano facilitare le libera circolazione di lavoratori, personale specializzato, imprenditori, studenti e pensionati. In virtù di questo principio e in ragione della necessità di assicurare la sostenibilità, l’uso efficiente delle risorse è diventato una condizione imprescindibile.

Questa strategia deve generare posti di lavoro. Non possiamo accettare che l’Unione europea abbia circa 23 milioni di uomini e donne disoccupati. E’ pertanto fondamentale sostenere l’imprenditoria e garantire un alleggerimento degli oneri burocratici e fiscali per le piccole e medie imprese.

Ciò non significa che dobbiamo dimenticarci dell’industria e dell’agricoltura. Occorre rimettere in moto la reindustrializzazione dell’Europa. Dobbiamo inoltre puntare a un’agricoltura sostenibile con prodotti di qualità. A tale fine, è necessario favorire lo sviluppo sostenibile del nostro settore primario e assumere un ruolo di capofila in settori quali la ricerca scientifica, la conoscenza e l’innovazione.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La strategia Europa 2020, considerata il successore della cosiddetta strategia di Lisbona, deve iniziare da un’adeguata valutazione dei metodi utilizzati da quest’ultima. In questo modo, si scoprirebbe come le iniziative attuate – segnatamente la liberalizzazione di importanti settori economici, la deregolamentazione e la maggiore flessibilità del diritto del lavoro – abbiano prodotto questo stato delle cose: aumento della disoccupazione, precarietà, povertà ed esclusione sociale, oltre a stagnazione e recessione economica.

La Commissione e il Parlamento ora cercano di proseguire lungo la stessa linea. Il cammino tracciato è chiaro e la retorica sociale e ambientale che si cerca di esibire non è sufficiente a nascondere i difetti: attenzione incondizionata per il mercato unico, perseguimento della liberalizzazione, commercializzazione di sempre più aspetti della vita sociale, precarietà dei posti di lavoro e disoccupazione strutturale.

E’ inoltre assodato che questo approccio raccoglie il consenso sia della destra sia dei socialdemocratici. In fin dei conti, entrambi gli schieramenti sono stati fedeli protagonisti della strategia negli ultimi anni. Questa strategia, in sostanza, non è niente di più che la risposta offerta dalle due tendenze del sistema alla crisi strutturale che ha investito il sistema stesso. Portando avanti questa impostazione, la strategia sarà di per sé l’origine di nuove crisi, sempre più gravi, si scontrerà inevitabilmente con una certa resistenza e sarà osteggiata dai lavoratori e dal popolo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La bocciatura della nostra proposta di risoluzione è deplorevole. Non solo avanzavamo l’idea di tenere un ampio dibattito sulle proposte già presentate dalla Commissione europea e condurre una valutazione completa dei risultati della strategia di Lisbona, con l’obiettivo di trarne le dovute conclusioni per la nuova strategia Europa 2020; abbiamo anche presentato una serie di nuove proposte, tese a privilegiare l’aumento della produttività e la creazione di posti di lavoro con diritti, la soluzione del problema della disoccupazione e della povertà e la garanzia dell’uguaglianza nel progresso sociale. Le nuove proposte avrebbero costituito un nuovo quadro macroeconomico per promuovere lo sviluppo sostenibile, rafforzare la domanda interna e rispettare l’ambiente, sulla base di un innalzamento dei salari, della piena occupazione con diritti e della coesione economica e sociale.

Abbiamo votato contro la risoluzione comune adottata perché non interviene sul problema alla radice, non propone misure alternative al Patto di stabilità e non propone di porre fine alla liberalizzazione o alla flessibilità del mercato del lavoro che sono all’origine dell’accentuazione della precarietà del lavoro e della riduzione dei salari. In questo modo, consentiamo alla Commissione europea di continuare a sostenere più o meno la stessa impostazione, che ha già provocato oltre 23 milioni di disoccupati e ha lasciato più di 85 milioni di persone in condizioni di povertà.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D), per iscritto. (PL) Signor Presidente, negli ultimi due decenni, l’Unione europea ha ottenuto successi in molti settori, dai tre ambiziosi allargamenti all’introduzione della valuta comune, l’euro. I cittadini dell’Unione europea lavorano meno degli americani o dei giapponesi (10 per cento in meno in termini di ore annue) e vanno in pensione prima. Durante un periodo di crisi non è facile mantenere questi stessi privilegi:, mi fa pertanto piacere sentire parlare delle misure decisive adottate dal Consiglio europeo e della Commissione europea, tese a definire una strategia Europa 2020 estesa.

Allo stesso tempo, prima dei Consigli europei di marzo e di giugno di quest’anno, che conferiranno alla strategia la sua forma definitiva, nutriamo ancora molti dubbi sul documento della Commissione europea presentato il 3 marzo di quest’anno. Primo, quale tipo di dati saranno utilizzati come parametro per definire gli obiettivi nazionali dei 27 Stati membri dell’Unione? Quali premi o penali spettano agli Stati membri che, rispettivamente, ottemperano o non ottemperano agli obiettivi fissati dalla strategia? Infine, in tutto questo processo quale ruolo è stato riservato al Parlamento europeo visto che, finora, la strategia Europa 2020 è stata guidata esclusivamente dal Consiglio e dalla Commissione? Dobbiamo trovare le risposte a queste domande prima del Consiglio europeo di giugno, altrimenti, per citare il presidente Barroso, l’Unione perderà il suo “momento della verità”.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo l’amara sconfitta della strategia di Lisbona, il cui obiettivo era quello di fare dell’Europa l’economia della conoscenza più competitiva al mondo entro il 2010, ora abbiamo la strategia UE 2020, che non è altro che il suo prolungamento. Flessibilità sul mercato del lavoro (in altri termini, precarietà dei lavoratori), l’inasprimento della concorrenza a livello comunitario e internazionale, la riforma in senso liberista dei sistemi di previdenza sociale nazionali e il rispetto più assoluto dello stupido Patto di stabilità e di crescita …

Ci sono tutti gli ingredienti per farne una strategia di disintegrazione nazionale e sociale, come la strategia di Lisbona prima di essa. Le uniche innovazioni sono quelle ispirate dai vostri nuovi capricci: rendere obbligatoria e vincolante la governance economica europea, anche se l’Europa di Bruxelles si è dimostrata del tutto inefficace di fronte alla crisi mondiale, e tendere verso la governance mondiale in nome del presunto riscaldamento del pianeta, che si rivela sempre di più come un pretesto ideologico. Voteremo contro questo testo.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato contro la risoluzione perché non pone un’enfasi sufficiente sull’obiettivo della piena occupazione. Secondo, le nostre priorità dovrebbero concentrarsi maggiormente sulla lotta contro la povertà e sulla crescita sostenibile. Il Parlamento europeo si lascia anche sfuggire l’occasione di porre l’accento sulla lotta a ogni forma di lavoro precario mediante una direttiva sul lavoro a tempo parziale, l’introduzione di una serie di diritti sociali garantiti a prescindere dal tipo di contratto di lavoro e con l’adozione di misure volte a contrastare gli abusi in materia di subappalti e le esperienze di lavoro non retribuite. Infine, la risoluzione preferisce non tenere conto della necessità di armonizzare la base imponibile, una misura fondamentale per la creazione di un modello sociale europeo. Non c’è dubbio che il Parlamento europeo abbia perso un’importante occasione per la costruzione di un’Europa sociale e sostenibile.

 
  
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  Cătălin Sorin Ivan (S&D), per iscritto. (RO) Ci siamo tutti resi conto di come stanno le cose: la strategia 2020 non prevede politiche verdi o sociali sufficienti. Va inoltre osservato che gli obiettivi sono vaghi e la crisi economica non è gestita in modo proporzionato alla sua gravità. Per questo ritengo che lo scopo della risoluzione votata durante la plenaria del Parlamento europeo stia nell’apportare contributi importanti al progetto europeo per i prossimi dieci anni.

Sebbene il nostro ruolo di europarlamentari si limiti alla lettera del trattato, possiamo comunque fornire un contributo sostanziale. Dobbiamo tuttavia chiedere agli Stati membri di dare prova di volontà politica e di riflettere sulla nostra posizione in modo costruttivo.

Obiettivi quali “un’economia sociale di mercato” e “un bilancio che rifletta una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile” sono fondamentali per superare le conseguenze della crisi economica.

Gli investimenti a favore dell’istruzione, la promozione della mobilità degli studenti e l’apprendimento di nuove competenze in grado di rispondere alle esigenze del mercato richiedono l’elaborazione di piani d’azione realistici.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) Nel contesto della strategia UE 2020, l’agricoltura svolgerà un ruolo importante per il successo futuro dell’Europa. In particolare, quando si tratta di occupazione e crescita sostenibile e di cambiamento climatico, alla politica agricola europea spetta un ruolo di primo piano, essendo essenziale per preservare posti di lavoro nelle zone rurali e periurbane. Non dovremmo inoltre dimenticare che l’agricoltura garantisce un approvvigionamento alimentare di alta qualità a 500 milioni di europei, offre 40 milioni di posti di lavoro e ha un fatturato annuo di circa 1,3 bilioni di euro. La produzione di energia rinnovabile crea altri posti di lavoro e contribuisce a ridurre le emissioni di CO2 e la dipendenza dai combustibili fossili. L’agricoltura è innovativa, crea valore ed è la vera fonte di cicli economici regionali sostenibili. Occorre pertanto dedicare alla politica agricola europea maggiore attenzione nel contesto di questa nuova strategia.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto. (PL) Vorrei attirare la vostra attenzione su un’incongruenza tra gli obiettivi della strategia 2020 e gli effetti che deriveranno dalle modifiche proposte alle priorità di bilancio per il periodo 2014-2020. Uno di questi obiettivi è il miglioramento delle condizioni ambientali. La modifica delle priorità del bilancio evidenzia una riduzione dei fondi disponibili per la politica agricola comune, il che significa che nel 2020 l’agricoltura dovrà essere estremamente efficiente se non addirittura del tutto industriale. Il settore diventerà dunque una minaccia per l’ambiente, costringendo di conseguenza l’Unione europea ad allontanarsi dal modello agricolo europeo, che dedica particolare attenzione all’ambiente, al paesaggio, alla biodiversità, al benessere degli animali, allo sviluppo sostenibile e ai valori culturali dell’ambiente rurale Un’antica perla di saggezza ci suggerisce che “il meglio è nemico del bene”. Dovremmo fare attenzione a evitare che, nell’intento di prenderci cura dell’ambiente, non gli arrechiamo invece danni.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) L’obiettivo della futura strategia dell’Unione europea è quello di accettare le sfide attuali e future e gestirle nel miglior modo possibile. Nel contesto della strategia UE 2020, il settore agricolo, in particolare, rivestirà un ruolo significativo rispetto alle nuove sfide definite dall’Unione europea, come la tutela dell’ambiente e del clima, le energie rinnovabili, la biodiversità, la crescita e l’occupazione sostenibili, soprattutto nelle zone rurali. L’Europa deve essere consapevole che circa 40 milioni di posti di lavoro dipendono direttamente o indirettamente dall’agricoltura.

La priorità principale deve però continuare a essere la sicurezza dei prodotti alimentari di alta qualità che 500 milioni di europei consumano, soprattutto in considerazione delle stime secondo cui la produzione alimentare raddoppierà entro il 2050. La politica agricola europea deve pertanto essere oggetto di maggiore attenzione nell’ambito di questa nuova strategia.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La strategia UE 2020 è l’ultima opportunità per l’Unione europea di affermarsi come potenza economica mondiale, dopo il fallimento della strategia di Lisbona. Nel contesto della crisi economica mondiale, la strategia UE 2020 si porrà come il modello che tutti gli Stati membri devono seguire per traghettarci verso una nuova era, con nuovi paradigmi in grado di promuovere lo sviluppo sostenibile sulla base delle migliori pratiche.

Dopo la perdita di milioni e milioni di posti di lavoro in tutta l’Unione europea, la lotta contro la disoccupazione deve essere la sua priorità assoluta: dobbiamo riuscire a creare posti di lavoro e offrire ai nostri lavoratori un livello più elevato di formazione e qualificazione; tale obiettivo sarà raggiungibile soltanto offrendo il nostro pieno sostegno alle piccole e medie imprese, che consentono la creazione della maggior parte dei posti di lavoro. Tuttavia, perché la strategia UE 2020 abbia successo, non possiamo permetterci di ripetere gli stessi errori della strategia di Lisbona, in particolare il disimpegno e l’irresponsabilità degli Stati membri.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune del Parlamento europeo (RC-B7-0151/2010). La strategia UE 2020 si propone di definire nuovi obiettivi, che riguarderanno non solo l’azione politica, ma anche il nostro stesso modo di pensare. Per superare efficacemente la crisi, dobbiamo creare strumenti e meccanismi comuni, che non solo vanificheranno gli effetti dell’attuale crisi finanziaria, ma ci consentiranno anche di reagire adeguatamente, se non di evitare, eventuali crisi future. La Commissione, il Parlamento e tutte le istituzioni dell’Unione europea dovrebbero ricordare che lavorare per il bene comune dei cittadini europei è una delle loro priorità. Dal nostro più importante, i problemi dei cittadini sono la nostra principale preoccupazione ed è proprio a loro che dovremmo rivolgerci fornendo consulenza, offrendo aiuto e agendo concretamente. In un contesto di crisi, problemi quali la disoccupazione, la povertà e l’esclusione sociale sono all’ordine del giorno. Se vogliamo costruire un’Europa moderna, pienamente innovativa, basata sullo sviluppo e coesa, in futuro dobbiamo garantire ai nostri cittadini un senso di sicurezza. Sono deluso dal fatto che le proposte iniziali per la strategia UE 2020 non contengano alcun riferimento al settore agricolo. La ricostruzione economica e la realizzazione degli obiettivi della politica ambientale fanno parte della politica agricola. Se questa politica non sarà integrata nella strategia UE 2020, e anche in tutti i programmi successivi, non avremo alcuna possibilità di conseguire questi obiettivi, non solo gli ambiti che ho appena citato, ma anche in molti altri.

 
  
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  Georgios Papastamkos (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato contro la seconda parte del paragrafo 6 della proposta di risoluzione comune sulla strategia UE 2020 perché rivela l’intenzione di smantellare ulteriormente lo Stato sociale europeo tradizionale. L’Unione europea dovrebbe garantire maggiore visibilità alla sua impostazione sociale, respingendo le pressioni competitive che, sulla scena internazionale, vengono esercitate dalle forze che hanno chiaramente azzerato le prestazioni e le strutture previdenziali o che applicano il dumping sociale. Apparentemente la politica sociale e la politica occupazionale vengono adattate in modo selettivo e flessibile alle forze di mercato.

La strategia unificante tende a cercare l’integrità istituzionale in qualunque aspetto coinvolga le forze di mercato; da un punto di vista politico, sarebbe però scorretto disciplinare l’impatto degli elementi di disaggregazione esistenti (come disoccupazione, disuguaglianze regionali e mancanza di coesione sociale). Ora più che mai, i tempi indicano l’esigenza di un’Europa più sociale.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore di questa risoluzione perché credo che la strategia UE 2020 debba fornire una risposta efficace alla crisi economica e finanziaria e conferire nuovo slancio e una coerenza europea al processo di ripresa nell’Unione, tramite la mobilitazione e il coordinamento di strumenti nazionali ed europei.

Ritengo sia necessaria una migliore cooperazione con i parlamenti nazionali e la società civile, perché il coinvolgimento di altri attori accrescerà la pressione sulle amministrazioni nazionali affinché producano risultati.

Allo stesso tempo, credo che l’industria europea debba approfittare del suo ruolo di apripista nei settori dell’economia sostenibile e delle tecnologie verdi di mobilità, sfruttando il suo potenziale di esportazione. In questo modo sarà possibile ridurre la dipendenza dalle risorse e facilitare l’adempimento degli obiettivi 20-20-20 in materia di cambiamenti climatici.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) Nel 2010 l’Europa non è l’economia più competitiva del mondo ed è ben lungi dall’esserlo: con una riduzione del PIL del 4 per cento e 23 milioni di disoccupati, il suo stato di salute non è esattamente eccellente. Se l’Unione europea ha bisogno di scuotersi per riportare l’economia e l’occupazione in un circolo virtuoso, deve farlo definendo obiettivi simili, ma utilizzando un’impostazione completamente diversa da quella della strategia di Lisbona. L’Unione deve inoltre tenere conto dei negoziati che la attendono in settori quali energia, cambiamento climatico, industria e agricoltura. Per questo condivido la determinazione e il pragmatismo della nuova strategia 2020. Garantire che il 75 per cento delle persone in età attiva abbia effettivamente un lavoro e vincere la scommessa di portare gli investimenti nella ricerca al 3 per cento del PIL sono ora più che mai obiettivi che l’Europa deve realizzare. Resta però da vedere se poi vi sarò o meno un’effettiva cooperazione tra le 27 capitali. Per questo chiediamo di prevedere sanzioni e incentivi per gli allievi buoni e cattivi della strategia 2020 (sezione 14): le sanzioni da una parte e gli incentivi dall’altra, il bastone e la carota. E’ un sistema vecchio come il mondo, ma funziona.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato “no” alla proposta di risoluzione RC7-0151/2010 presentata oggi al voto al Parlamento per lo stesso motivo per il quale noi verdi non abbiamo votato a favore della Commissione Barroso II: mancano le ambizioni. Questa volta, tocca ai più grandi gruppi del Parlamento deluderci con l’adozione di una risoluzione che è pura esibizione – non contiene nemmeno una proposta economica, sociale o ambientale. Credo che gli europei si aspettino di più da questo Parlamento.

Il Parlamento europeo è relegato in secondo piano durante l’elaborazione della strategia UE 2020. Ora che il Parlamento, anche se in ritardo, ha una possibilità di reagire, i suoi maggiori gruppi politici complottano per produrre una risoluzione vuota. Si è sprecata un’occasione per riportare il Parlamento al centro del dibattito sul merito e ridargli un ruolo di protagonista in quanto istituzione.

 
  
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  Richard Seeber (PPE), per iscritto. (DE) La questione di capire quale dovrebbe essere il ruolo dell’Unione europea in termini di occupazione e sviluppo economico nel 2020 è di importanza fondamentale. Soprattutto in tempi di crisi economica come quelli attuali, la strategia UE 2020 dovrebbe fungere da motore, un motore in grado di portarci fuori da questo stato di incertezza. Tutto ciò rende ancora più importante scegliere gli obiettivi in modo tale per cui possano essere effettivamente realizzati. La politica non è un fine in sé ma ha lo scopo di creare programmi realistici con i quali la popolazione e l’economia riescano a tenere il passo. L’economia sostenibile deve essere un fattore fondamentale nel dare forma al futuro immediato.

E’ un obiettivo che dobbiamo raggiungere passo dopo passo, soprattutto in ragione del cambiamento climatico. Anche il tema della sicurezza delle materie prime in futuro riguarderà sempre di più l’Europa, motivo per il quale dovremmo sin d’ora preparare la strada per l’uso sostenibile delle risorse e orientare la politica europea in questa direzione.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) Ho votato contro la risoluzione comune, perché i tre gruppi principali la stanno ovviamente usando per sostenere l’impostazione della Commissione Barroso II, che tratta tutto come ordinaria amministrazione. I miei elettori si aspettano un’impostazione diversa e vogliono che la strategia UE 2020 conduca a un New Deal verde, una rivoluzione verde del XXI secolo in grado di conciliare lo sviluppo umano con i limiti fisici della terra.

L’Unione europea continua a credere ciecamente nella politica dell’incremento acritico del PIL. Tuttavia, i verdi e gli ambientalisti vogliono trasformare la strategia Europa 2020 da una strategia tesa al semplice aumento del PIL in un concetto politico più ampio per il futuro dell’Unione europea come Unione sociale e sostenibile che porrà la protezione della popolazione e dell’ambiente al centro delle sue politiche, cercherà di garantire il benessere umano e di creare le migliori opportunità possibili per tutti. A nostro avviso, il PIL deve includere una serie di indicatori di benessere oltre a indicatori in grado di tenere conto di fattori economici esterni e di pressioni ambientali. Il mio gruppo ha pertanto presentato un testo di otto pagine che spiega nei dettagli la nostra impostazione alternativa. Preferisco questo testo al compromesso dei tre gruppi più grandi.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della risoluzione sulla strategia UE 2020 perché è stato approvato il paragrafo 6, che cita la ristrutturazione dei sistemi di sicurezza sociale e parla di una maggiore flessibilità per i lavoratori. Per il resto, la risoluzione assomiglia a un gran calderone di intenzioni più o meno buone a scapito di obiettivi quantitativi e qualitativi precisi. Sembra quindi che non si sia tenuto conto del quasi totale fallimento della strategia di Lisbona 2010.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La strategia Europa 2020 si propone di definire un piano per il futuro per la realizzazione della crescita economica e la promozione dell’occupazione all’interno dell’Unione europea. Deve essere sviluppata sulla base di obiettivi che si riferiscono a un’economia di mercato sociale sostenibile, a una società della conoscenza sostenibile e al ruolo delle PMI nella promozione dell’occupazione.

Una politica di coesione solida, moderna e flessibile deve essere un elemento centrale di questa strategia. Integrata nel nuovo trattato di Lisbona, la politica di coesione, attraverso un’applicazione orizzontale, riveste un ruolo fondamentale quando si tratta di rispondere alle nuove sfide dell’Unione europea. In questo contesto, l’obiettivo della coesione territoriale europea può essere considerato fondamentale.

Le priorità della coesione europea non devono essere tese unicamente a promuovere la competitività a livello europeo, attraverso lo stanziamento efficiente di fondi, ma anche ad aiutare le regioni sfavorite a superare le loro difficoltà economiche e sociali e a ridurre le disuguaglianze esistenti.

Deve altresì essere rilevato il ruolo attivo delle regioni europee nella promozione di questa strategia. Merita inoltre di essere sottolineata l’importanza della governance a vari livelli. Sarà auspicabile una profonda condivisione degli obiettivi, dei compiti e delle responsabilità relativi alla strategia Europa 2020 tra l’Unione europea, gli Stati membri e gli enti locali e regionali.

Per le succitate ragioni, ho votato a favore della proposta di risoluzione.

 
  
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  Marianne Thyssen (PPE), per iscritto. (NL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, a breve termine è vitale elaborare una strategia di superamento della crisi, tuttavia a medio termine ci vuole qualcosa di più. Se davvero vogliamo dare un’opportunità all’economia di mercato sociale, il nostro modello sociale, abbiamo bisogno di una crescita economica più solida, una crescita verde che ci renda competitivi e crei nuovi posti di lavoro. E’ cruciale investire ulteriormente in ricerca e sviluppo, in prodotti, processi produttivi e servizi innovativi, se vogliamo mantenere il nostro tenore di vita nell’economia globale.

Questo impulso verso una riforma strutturale si ritrova nella “strategia 2020” proposta dalla Commissione. E’ anche fondamentale che la Commissione cambi linea e mira spostando la sua attenzione su una serie di obiettivi più piccoli che siano misurabili e tagliati su misura per i singoli Stati membri. Come giustamente propone la risoluzione, la strategia non riuscirà a garantire che gli obiettivi dichiarati siano realizzabili. L’assenza di un vero e proprio meccanismo sanzionatorio in caso di mancato rispetto degli obiettivi, o anche in caso di sforzi insufficienti per realizzarli, significa che questa “strategia 2020” ha gli stessi identici difetti di quella che l’ha preceduta.

La risoluzione comune fornisce una buona base per ulteriori discussioni con la Commissione, il Consiglio e il presidente del Consiglio europeo. Ho pertanto votato con convinzione a favore della risoluzione.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La proposta di risoluzione comune del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo e del gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa sulla strategia UE 2020 è espressione della decisione comune della faccia politica del capitale di servirsi di qualsiasi mezzo per portare a termine il proprio attacco selvaggio e attuare i piani dei monopoli contro la base, contro le classi lavoratrici e i lavoratori di tutta l’Unione europea. La strategia UE 2020 costituisce il seguito e il prolungamento della strategia di Lisbona, una strategia contraria alla base, che definisce gli obiettivi e i piani strategici del monopolio capitalista e mette i diritti sociali fondamentali e il diritto al salario dei lavoratori su un letto di Procuste. Per essere più precisi, assistiamo a una diffusa applicazione della famigerata “flessicurezza” combinata a “formazione permanente”, “formazione e riqualificazione” e “mobilità” dei lavoratori”, abolizione dei contratti collettivi, lavori condivisi, drastici tagli a salari e pensioni, aumento dell’età pensionabile e modifiche radicali in materia di previdenza sociale, sanità, welfare e istruzione. Inoltre regala al capitale elevate somme provenienti dalle casse dello Stato sotto forma di sovvenzioni e incentivi per lo “sviluppo verde”. Il partito comunista greco ha votato contro questa risoluzione del Parlamento europeo sulla strategia UE 2020.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (FR) Molto tempo fa, Jacques Delors era solito dire che non ci si può innamorare di un mercato unico o di una moneta comune. Io sono innamorata di un’Unione che prende sul serio le necessità reali delle famiglie negli Stati membri, nel pieno rispetto delle competenze nazionali ed europee. Tuttavia, leggendo la strategia UE 2020 e la nostra risoluzione parlamentare, mi rendo conto che le nostre ambizioni si limitano a un timido amoreggiare con l’economia di mercato. Non c’è alcun riconoscimento dell’investimento dei cittadini nella coesione sociale o nella solidarietà tra le generazioni. Non dovremmo forse cambiare la nostra prospettiva sui rapporti di lavoro e la creazione del valore aggiunto che va a vantaggio della società nel suo insieme? La Commissione propone un obiettivo quantificato per la lotta contro la povertà. Questa iniziativa riporterà inevitabilmente indietro il processo di scrematura, che difficilmente può aiutare i cittadini più poveri. L’assenza di un elenco di indicatori di povertà dimostra involontariamente che non si è compreso il vero significato della povertà. Povertà significa molto di più che essere semplicemente senza lavoro, e chi vive una situazione di povertà estrema quotidianamente non cerca semplicemente un posto di lavoro, ma vuole un adeguato accesso ai diritti esistenti. La strategia Europa 2020 dovrebbe reagire a questa situazione con maggiore entusiasmo e determinazione. Mi sono astenuta.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0136/2010

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. (RO) Ho letto sia la relazione del giudice Richard Goldstone che le conclusioni dell’ambasciatrice Dora Hold, che di fatto smontano molte delle tesi contenute nella relazione della commissione delle Nazioni Unite guidata dal giudice Goldstone. Confrontandole ho notato una certa parzialità nella relazione Goldstone e dunque ho deciso di non sostenere la risoluzione sull'attuazione delle raccomandazioni in merito a Israele ed alla Palestina in essa contenute.

E’ necessario analizzare le azioni in modo trasparente e imparziale prendendo in considerazione entrambe le parti coinvolte nel conflitto. La relazione Goldstone omette il motivo che ha dato il via all’operazione israeliana a Gaza: circa 12 000 attacchi con razzi e mortai contro obiettivi civili israeliani. In seguito al ritiro delle truppe israeliane da Gaza, il numero di attacchi missilistici è aumentato del 500 per cento. Mentre nel 2004 e nel 2005 sono stati sferrati rispettivamente 281 e 179 attacchi contro obiettivi israeliani, in seguito al ritiro da Gaza (nel settembre 2005) il numero degli attacchi è salito a 946 nel 2006, a 783 nel 2007 e a 1 730 nel 2008.

Nessuno Stato membro dell’Unione europea ha votato in favore dell’adozione della relazione Goldstone all’interno del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il rispetto del diritto internazionale deve costituire una priorità per tutte le parti coinvolte.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. (EN) Abbiamo deciso di astenerci da tutte le votazioni su Israele e Palestina. Non potremmo votare in favore di una risoluzione che implica l’attribuzione all’Unione europea del potere di gestire la politica estera e che non è in linea con la nostra politica di neutralità sul conflitto. E noi assumiamo una posizione neutrale nei confronti di Israele, dei palestinesi e degli altri paesi arabi e musulmani. Tuttavia il nostro atteggiamento neutrale non deve essere interpretato come indifferenza. Nello specifico riteniamo che gli attacchi contro i civili sono assolutamente inaccettabili, indipendentemente che vengano condotti da Stati o da organizzazioni. Oltretutto spereremmo che il conflitto potesse concludersi con una riconciliazione pacifica.

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. (EN) Ho avuto modo di visitare Gaza all’inizio di quest’anno e ho visto con i miei occhi la vitalità con la quale il Parlamento interviene in quest’area. Le raccomandazioni Goldstone devono essere attuate nella loro interezza, e io seguirò la questione anche nei prossimi mesi.

 
  
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  Derek Roland Clark (EFD), per iscritto. (EN) Pur riconoscendo che il conflitto tra Gaza e la Cisgiordania è una tragedia umanitaria, non voterò a sostegno dell’esercizio di un’influenza internazionale da parte delle istituzioni europee, dal momento che io non riconosco l’Unione europea. La mia votazione il 10 marzo 2010 su questo tema è dettata dalla mia coscienza.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Ho sostenuto questa risoluzione che sottolinea come il rispetto per i diritti umani internazionali e per il diritto internazionale sia una precondizione essenziale per una pace giusta e duratura nel Medio Oriente. Essa esprime inoltre delle preoccupazioni in merito alle pressioni esercitate da parte delle autorità di Israele e di Gaza sulle ONG che hanno collaborato con l’indagine Goldstone; invita a porre fine in modo incondizionato al blocco della Striscia di Gaza e chiede all’Europa di esortare pubblicamente israeliani e palestinesi ad attuare le raccomandazioni Goldstone. La stessa relazione Goldstone giunge alla conclusione che l’altissimo tasso di mortalità tra i civili, inclusi 300 bambini, è il risultato di una politica israeliana basata sull’uso sproporzionato della forza, in violazione al diritto internazionale. Stabilisce altresì che l’assedio di Gaza è equivalente ad una punizione collettiva inflitta a 1,5 milioni di cittadini, in violazione al diritto internazionale. Invita le parti firmatarie della convenzione di Ginevra (Irlanda compresa) a perseguire legalmente i responsabili di tali politiche e della loro attuazione. Sto preparando una denuncia formale alle forze di polizia irlandesi sulla base dei dati contenuti nella relazione Goldstone, per permettere alle autorità competenti di considerare la possibilità di aprire un procedimento penale in Irlanda contro i responsabili.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog and Åsa Westlund (S&D), per iscritto. (SV) Noi socialdemocratici svedesi non crediamo che Hamas debba essere incluso nella lista UE delle organizzazione terroristiche. Siamo molto critici sia nei confronti di Hamas che, in egual misura, degli attacchi che ha compiuto a danno dei cittadini israeliani ma, al contempo, temiamo che una condanna incondizionata da parte dell’UE potrebbe peggiorare la situazione e spingere Hamas ad un’ulteriore chiusura. Non crediamo che la decisione dell’UE di proseguire sulla strada dell’isolamento politico di Hamas in seguito al suo successo in delle elezioni libere e democratiche sia corretta. Riteniamo che l’UE debba valutare se sia meglio ottenere dei risultati per mezzo dell’isolamento e delle sanzioni o piuttosto con l’utilizzo del dialogo critico e della cooperazione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Chiunque, come me, abbia seguito per anni il conflitto israelo-palestinese, non può che giungere alla triste conclusione che i numerosi tentativi sinceri di raggiungere una pace duratura continuano a rivelarsi insufficienti a convincere e motivare quanti hanno optato per la violenza ad abbandonare definitivamente questa strada. La vittoria elettorale di Hamas e la divisione in due parti del territorio palestinese, ognuno sotto una diversa autorità, hanno aggravato considerevolmente una situazione già difficile.

Fintantoché Hamas non accetterà l’esistenza legittima dello Stato di Israele, il dialogo non sarà niente più che una commedia. Da parte sua, Israele dovrà preoccuparsi di assumere posizioni appropriate e proporzionate, per non mettere a repentaglio la legittimità internazionale di cui gode al momento. Al pari di Yitzhak Rabin, anche io credo che la pace diplomatica non sia propriamente una vera pace, ma è sicuramente un importante passo per raggiungerla. E’ necessario lavorare in questa direzione e rimuovere gli ostacoli che impediscono di giungere ad una pace autentica. La relazione del giudice Goldstone identifica alcuni degli ostacoli causati da entrambe le parti, ovvero abusi e gravi crimini per i quali è necessario che si proceda con delle indagini, dei procedimenti penali e infine delle condanne.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) E’ necessario prestare attenzione al conflitto armato che è iniziato a Gaza il 27 dicembre 2008 e che è terminato il 18 gennaio 2009, causando la morte di più di 1 400 palestinesi e di 13 israeliani. Alla perdita di vite umane si è aggiunta la distruzione di numerosi edifici civili.

L’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione e gli Stati membri devono lavorare ad una posizione comune dell’UE per decidere come reagire alla relazione sulla missione d’inchiesta sul conflitto a Gaza e nel sud di Israele.

Vorrei sottolineare che il rispetto del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario è fondamentale per raggiungere una pace equa e duratura nel Medio Oriente.

Sono d’accordo con la proposta di assegnare all’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione e agli Stati membri il compito di controllare l’attuazione delle raccomandazioni contenute nella relazione Goldstone, avvalendosi della consultazione delle missioni esterne dell’UE e delle ONG che sono attive in questo campo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) L’adozione di questa risoluzione sul conflitto di Gaza da parte del Parlamento rappresenta un passo positivo, dal momento che riconosce le violazioni del diritto internazionale commesse da Israele. Questo dimostra l’impatto esercitato dalla relazione Goldstone sul processo di pace in Medio Oriente, avendo reso note al Parlamento le costanti violazioni del diritto internazionale compiute da Israele.

La verità è che la relazione Goldstone contiene prove incontrovertibili delle violazioni del diritto internazionale umanitario commesse dalle forze israeliane su territorio palestinese durante le operazioni militari del 2008.

Per questo motivo, chiediamo che le conclusioni di questa relazione vengano adottate immediatamente e che le raccomandazioni che contiene vengano messe in pratica. Chiediamo al contempo ai funzionari dell’Unione europea di garantire che non si proceda ad un rafforzamento dell’accordo di associazione UE-Israele fintantoché non si porrà fine alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali che Israele continua a commettere nei territori palestinesi occupati.

 
  
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  Charles Goerens (ALDE), per iscritto. (FR)Questa è l’ennesima valutazione a posteriori degli errori compiuti da ognuna delle parti coinvolte nel conflitto. Se le stesse cause producono gli stessi effetti, vale la pena interrogarsi sulle cause, posto che gli effetti sono sempre disastrosi. Le stesse cause sono: il lancio di missili contro città israeliane, la controffensiva sproporzionata da parte di Israele, le condizioni terribili in cui versano gli abitanti di Gaza e lo sfruttamento della loro disperazione da parte delle fazioni più radicali. Vi propongo un’idea: perché non cominciare a sostenere solo quelle forze, da entrambe le parti, che hanno sinceramente optato per la pace? Tali forze esistono su entrambi i fronti e sono troppo spesso accusate di avere tradito i loro stessi popoli proprio perché sognano un futuro in cui si potranno superare le divisioni in una regione che troppo a lungo è stata il palcoscenico di uno dei conflitti più pericolosi dell’intero pianeta.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato in favore della risoluzione che prevede l’attuazione delle raccomandazioni contenute nella relazione Goldstone perché è estremamente importante far pressione, non in modo aggressivo ma determinato, affinché le autorità israeliane e palestinesi si impegnino a svolgere delle indagini imparziali e trasparenti sulla tragedia consumatasi a Gaza nel 2008-2009. Gli Stati membri, da parte loro, devono impegnarsi ancora di più per soddisfare tali richieste dai loro partner israeliani e palestinesi. Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato da tutte le parti coinvolte nel conflitto, e l’obiettivo dell’Unione europea deve essere garantire il rispetto di questi principi.

 
  
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  Joe Higgins (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione poiché evidenzia le circostanze atroci in cui versa la maggior parte della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza oggi e, soprattutto, perché invita all’apertura “immediata” e “incondizionata” di tutti i confini di Gaza. Sostengo in pieno il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione ed il diritto a difendersi dai ripetuti attacchi dell’esercito e delle forze di Stato israeliane. Tuttavia sono fortemente contrario alle idee del fondamentalismo islamico di destra e di Hamas. Mi oppongo anche ai singoli attacchi contro i lavoratori ebrei, che dividono ulteriormente i componenti della classe lavoratrice israeliana e palestinese oltre a fornire un pretesto al governo israeliano e ad altri gruppi di estrema destra per sferzare ulteriori attacchi contro il popolo palestinese. Il governo israeliano non tutela gli interessi dei cittadini palestinesi né quelli dei lavoratori israeliani. Gli attacchi agli standard di vita e ai diritti democratici devono essere sconfitti dai lavoratori israeliani e da quelli palestinesi insieme. L’unica soluzione per giungere ad una pace duratura nella regione è un Israele socialista a fianco di una Palestina socialista, i cui confini siano decisi insieme da entrambe le comunità e che siano parte di una confederazione socialista e democratica del Medio Oriente.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Sostengo con determinazione i dati contenuti nella relazione Goldstone e sono lieto che il Parlamento ne abbia appoggiato le raccomandazioni. Mi auguro che il processo per una pace duratura tramite una soluzione a due Stati venga confermata dal contenuto della relazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea dovrebbe dimostrare grande interesse per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese che, oltre ad essere costato la vita a molte persone, determina ormai da anni grande instabilità nella regione e nel mondo.

Eppure ritengo vi siano delle differenze tra ciò che fa Israele, in qualità di Stato democratico e sovrano che condivide e promuove i valori fondamentali delle società occidentali, e quanto fanno movimenti radicali come Hamas che, la maggior parte delle volte, si rifiuta di riconoscere l’esistenza dello Stato di Israele, ponendo un ostacolo alla piena risoluzione del conflitto.

Questo non ci impedisce di condannare, in ogni circostanza, gli atti di violenza verificatisi da entrambe le parti, che hanno sconvolto il mondo e che non possono che spronarci ad aumentare il nostro impegno per promuovere la comprensione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La mozione congiunta odierna per una risoluzione sulla relazione Goldstone dimostra, una volta in più, l’impegno dell’UE per una valutazione ed un’analisi oneste degli eventi che si sono verificati durante il conflitto a Gaza. Il 26 febbraio 2010, entrambe le parti sono state nuovamente invitate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a condurre delle indagini credibili e a presentare ulteriori relazioni entro cinque mesi. Le autorità palestinesi hanno istituito adesso una commissione investigativa indipendente, il che è un’ottima notizia. Le azioni intraprese dall’Unione europea a livello internazionale devono concentrarsi sul rispetto completo dei principi e degli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Analogamente, il rispetto del diritto internazionale umanitario e delle disposizioni del diritto internazionale dei diritti umani sono una precondizione concreta per il processo di pace, che dovrebbe portare alla nascita di due Stati che convivano in pace ed in sicurezza. Con questa risoluzione l’UE sta cercando di sollecitare il raggiungimento di un accordo comune sulle misure che si evincono dalla relazione della missione d’inchiesta dell’ONU condotta dal giudice Goldstone, sul conflitto a Gaza e nel sud di Israele. La relazione propone che venga richiesta pubblicamente l’attuazione delle sue raccomandazioni e che ci si assuma la responsabilità per tutte le violazioni del diritto internazionale, tra cui i presunti crimini di Guerra, e per questo motivo il mio è un voto a favore.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) La mozione congiunta per una risoluzione sulla relazione Goldstone illustra il desiderio dell’Unione europea di indagare in merito agli eventi legati al conflitto di Gaza in modo equo e meticoloso. Il 26 febbraio 2010 anche l’Assemblea generale ha richiesto che venisse condotta un’indagine entro cinque mesi in merito agli incidenti e alle presunte gravi violazioni dei diritti umani. Secondo le informazioni più recenti, finora solo i palestinesi hanno risposto all’appello, il che è una vergogna. A mio avviso, l’Unione europea deve impegnarsi attivamente all’interno delle organizzazioni e dei comitati internazionali per il rispetto e l’attuazione del diritto internazionale. Proprio il rispetto del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale sui diritti umani da parte di entrambe le parti del conflitto costituisce una precondizione basilare perché si possa constatare un minimo miglioramento nel processo di pace legato al conflitto del Medio Oriente. La decisione di Israele di costruire degli insediamenti potrebbe invece determinare un ulteriore battuta d’arresto. La risoluzione congiunta prevede che vengano attuate le raccomandazioni contenute nella relazione della missione d’inchiesta dell’ONU condotta dal giudice Goldstone, sul conflitto a Gaza e nel sud di Israele, e per questo motivo il mio voto è “sì”.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) I diritti umani devono essere rispettati da tutte le parti del conflitto del Medio Oriente. E’ necessario verificare ogni sospetta violazione dei diritti umani, indipendentemente da chi venga commessa, utilizzando comunque un approccio identico verso tutte le parti del conflitto. La relazione Goldstone è un documento che ha suscitato diversi sentimenti e che è stato motivo di contrasti e oggetto di accuse di parzialità. In molti hanno evidenziato che tutti i fattori che hanno condotto al conflitto non vengono trattati in modo uguale. La comunità internazionale tuttavia non deve rivolgere le spalle al conflitto. Le raccomandazioni contenute nella relazione Goldstone includono la proposta di condurre delle indagini internazionali sui presunti crimini compiuti da una qualunque delle parti del conflitto. La realtà del conflitto del Medio Oriente pone un interrogativo sulla possibilità di farlo. Sussiste il rischio concreto che il Parlamento europeo non sia in grado di monitorare le azioni intraprese da Hamas, ma solo quelle compiute da Israele. In considerazione di tali circostanze, ho deciso di votare contro l’adozione della risoluzione congiunta durante la votazione finale.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE), per iscritto. (CS) Non ho sostenuto la risoluzione congiunta dei socialisti, dei liberali, del gruppo della sinistra e dei verdi sull’applicazione delle raccomandazioni della relazione Goldstone su Israele. Suddetta relazione è stata adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel novembre dello scorso anno da appena 5 dei 27 Stati membri dell’Unione europea. Il motivo è che la relazione non è stata analizzata con la dovuta responsabilità a livello del Consiglio dei diritti umani e dunque l’Assemblea generale ha votato una relazione poco equilibrata che descrive Israele al pari di un’organizzazione terroristica. Sono uno di quei politici che si battono per un’indagine obiettiva e inflessibile su tutti i casi di presunte violazioni dei diritti umani nel conflitto di Gaza. Tuttavia è in gioco la credibilità delle conclusioni dell’inchiesta. Non possiamo permettere che un’inchiesta in corso, che deve ancora essere ultimata, venga politicizzata. L’obiettivo, dopo tutto, dovrebbe essere il raggiungimento di una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese e il futuro benessere di due Stati indipendenti, Israele e Palestina, e non una lotta di potere per l’influenza su questa regione tra l’Europa e gli Stati Uniti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato in favore della mozione per la risoluzione RC7-0136/2010 sulle raccomandazioni Goldstone, principalmente perché insiste nel richiedere che l’UE assuma una posizione decisa sulle indagini di follow-up successive alla relazione Goldstone e che venga richiesta pubblicamente l'attuazione delle sue raccomandazioni e l’assunzione di responsabilità per tutte le violazioni del diritto internazionale. Essa esorta entrambe le parti a svolgere, entro cinque mesi, indagini che soddisfino gli standard internazionali e ribadisce il proprio invito alla vicepresidente della Commissione ed alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e agli Stati membri a monitorare attivamente l'attuazione delle raccomandazioni contenute nella relazione Goldstone. Aggiunge oltretutto nuovi punti a quanto dichiarato dal Parlamento in passato, dal momento che ad esempio chiede che l’alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione valuti i risultati delle indagini effettuate da tutte le parti e riferisca in merito al Parlamento europeo, ricorda che la responsabilità e la credibilità dell’UE e dei suoi Stati membri implicano un controllo attento delle indagini e esprime la sua preoccupazione per i recenti attacchi contro le ONG che hanno partecipato all'elaborazione della relazione Goldstone e alle indagini di follow-up, facendo anche riferimento alle misure restrittive loro imposte.

 
  
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  Olle Schmidt and Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. (SV) Non è il momento migliore per adottare una risoluzione su Israele. Possiamo aspettarci a breve una valutazione completa della relazione Goldstone e ritengo che non dovremmo anticiparla. La situazione è delicata e il conflitto tra le parti si è polarizzato. Non dobbiamo peggiorare la situazione adottando una risoluzione che risulterà sicuramente insoddisfacente per tutte le parti coinvolte. Ritengo inoltre anomalo che l’UE adotti una risoluzione su un mandato che non è stato sostenuto da nessuno degli Stati membri dell’UE all’interno del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

 
  
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  Marek Siwiec (S&D), per iscritto. (PL) Non ritengo che la risoluzione congiunta sull’attuazione delle raccomandazioni contenute nella relazione Goldstone su Israele e Palestina rifletta pienamente le posizioni espresse dai deputati del Parlamento europeo durante il dibatto svoltosi a Bruxelles il 24 febbraio. La risoluzione non rappresenta in modo adeguato la posizione della maggioranza dei gruppi politici che hanno contribuito alla sua stesura. La relazione a cui fa riferimento la risoluzione – la relazione Goldstone – non è imparziale e non considera tutti i fattori che hanno condotto al conflitto in modo corretto. Oltretutto la risoluzione congiunta non fa riferimento alle circostanze che hanno determinato il conflitto, né contiene alcun accenno agli 8 000 attacchi contro i civili israeliani condotti da Hamas e da altri gruppi armati o al fatto che Hamas abbia ignorato il cessate il fuoco.

Il punto 7 del documento a cui mi riferisco indica chiaramente che il Parlamento europeo non sarà in grado di monitorare le azioni intraprese da Hamas, ma solo quelle compiute da Israele. Una posizione di questo tipo riduce la credibilità del sistema giudiziario e delle istituzioni israeliane e mina la loro capacità di condurre indagini. Per questo motivo, alla votazione finale, ho votato contro l’adozione della risoluzione congiunta. <

 
  
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  Catherine Soullie (PPE), per iscritto. (FR) Ridurre il conflitto israelo-palestinese ad un mero confronto del numero dei morti sui vari campi di battaglia non può che distorcere la nostra percezione di questa guerra, che dura ormai da troppo tempo. Concordiamo tutti sul fatto che sia difficile trovare una soluzione a questo conflitto, dal momento che le cause stesse sono complesse e ben radicate. Guardare le cose semplicemente in termini di bianco e nero è dunque impossibile in questa regione del mondo.

La missione condotta dal giudice Goldstone aveva unicamente il compito di elencare le violazioni del diritto internazionale. Sebbene non tutte le conclusioni della relazione siano prive di fondamento, ho ritenuto, per onestà intellettuale, che fosse giusto votare contro queste risoluzioni, che approvano l’approccio e le conclusioni di un testo che ritengo manchi di imparzialità ma, soprattutto si basa su obiettivi incompleti.

E’ vero, dobbiamo denunciare e porre fine agli abusi che vengono commessi da una o dall’altra parte belligerante nella regione, ma dobbiamo prestare molta attenzione alla procedura a cui ricorriamo se vogliamo che venga stabilita la giustizia nella regione in modo tale da proseguire sul percorso di una pace duratura.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) Ho votato in favore della risoluzione congiunta sulla relazione Goldstone, non da ultimo perché riconosce che i cittadini di Gaza continuano a vivere in condizioni inaccettabili in conseguenza del blocco e perché richiede un’apertura definitiva e incondizionata dei valichi di frontiera. Il testo approvato preme per l’attuazione delle raccomandazioni contenute nella relazione Goldstone e per l’assunzione della responsabilità per le violazioni del diritto internazionale, inclusi i presunti crimini di guerra. La relazione è il frutto di un’inchiesta equilibrata e approfondita, basata su visite in loco e interviste ai testimoni.

La relazione sostiene che le parti coinvolte abbiano commesso delle violazioni del diritto internazionale umanitario e invita gli ufficiali superiori israeliani ad assumersi la responsabilità per: l’uso indiscriminato del fosforo bianco, la mancata distinzione tra civili e combattenti, le conseguenze sugli individui del blocco, che rappresenta uno strumento di punizione collettiva e una violazione della legge marziale.

La relazione contiene sufficienti elementi per richiedere che il Segretario generale delle Nazioni Unite ed il Consiglio di sicurezza avviino dei procedimenti legali, il che sarebbe il modo migliore per garantire che tutti i dubbi e le discussioni in merito agli eventi verificatisi a Gaza vengano cancellati. Mi rammarico che il gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) non abbia sostenuto questo testo.

 
  
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  Charles Tannock (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei non riconosce buona parte della relazione Goldstone e dunque non ha votato in favore della mozione del Partito popolare europeo per la risoluzione né la mozione congiunta per la risoluzione. Il gruppo a cui appartengo nutre serie preoccupazioni sulla legittimità e l’imparzialità della relazione stilata dal giudice Goldstone e, soprattutto, non vuole che membri delle forze armate israeliane o politici vengano accusati di crimini di guerra. Siamo a favore di negoziati continui per la pace e la sicurezza nella regione, sosteniamo una soluzione a due Stati e riconosciamo le problematiche umanitarie causate dal conflitto in atto nella regione.

 
  
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  Róża Gräfin Von Thun Und Hohenstein (PPE), per iscritto. (PL) L’Unione europea, nel suo ruolo di attore globale deve solo pensare al bene dei propri cittadini, ma deve anche mantenere una prospettiva globale. Per questa ragione, le decisioni prese dai deputati al Parlamento europeo dovrebbero basarsi sulla realtà che si limita a quella europea. Votare una risoluzione sull’attuazione delle raccomandazioni della relazione Goldstone, prima che la relazione stessa sia stata adottata dalle Nazioni Unite, è un errore.

Tralasciando il fatto che non c’è stato abbastanza tempo per discutere la relazione, non ci è neppure stata fatta una presentazione della relazione che includesse una descrizione dettagliata delle diverse argomentazioni. In una situazione in cui gli Stati membri dell’Unione europea non dimostrano la volontà di intraprendere azioni concrete rispetto alla situazione tra Israele e Palestina, l’adozione da parte del Parlamento europeo di un qualunque tipo di risoluzione non contribuisce al processo di pace nel Medio Oriente.

Per queste ragioni, mi sono astenuto dal votare sulla risoluzione del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) e ho votato contro la risoluzione congiunta presentata dagli altri partiti. Nutro riserve specialmente rispetto ai punti J e 10 della risoluzione congiunta che, se da una parte sottolineano la situazione tragica in cui versano gli abitanti della Striscia di Gaza, non spiegano però che questa è una conseguenza diretta del ruolo di Hamas – un gruppo che la comunità internazionale considera un’organizzazione terroristica. Oltretutto, non posso condividere il punti 2 e 4 della risoluzione che richiedono l’attuazione delle raccomandazioni della relazione Goldstone, dal momento che non sono tutte legittime.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. (FR) Grazie alla relazione Goldstone è stato possibile rilevare il bisogno di condurre quanto prima indagini indipendenti, al fine di risalire alla realtà dei fatti e alle responsabilità delle parti coinvolte e di giungere a delle conclusioni su eventuali violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario commesse durante il conflitto di Gaza. Tali indagini devono essere condotte in modo onesto da parte delle autorità israeliane e palestinesi. Mi auguro che sarà così possibile riprendere agevolmente i negoziati ed è per questo che sostengo senza alcuna riserva l’importanza delle indagini. Vorrei anche sottolineare che il conflitto di Gaza ha determinato il fallimento di numerosi progetti finanziati dall’Unione europea e volti ad attenuare la crisi umanitaria che ha colpito la popolazione, che soffre per la carenza di beni di prima necessità e che non ha accesso ai principali servizi pubblici. La popolazione in loco ha bisogno di sperare e di credere che si possa giungere ad una rapida risoluzione della questione israelo-palestinese. Solo in queste circostanze sarà possibile raggiungere una pace giusta e duratura tra uno Stato palestinese ed uno Stato israeliano, che possano vivere vicini in pace e sicurezza.

 
  
  

Proposta di risoluzioneRC-B7-0134/2010

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Ho ricordato di recente all’Assemblea che la Bielorussia non ha elezioni libere, che le libertà di espressione, di riunione e di manifestazione non esistono e che aumenta sempre più il numero degli atti di repressione commessi dalle autorità. Oltretutto, i prigionieri politici non sono stati ancora liberati, non è stata abolita la pena di morte e non esiste garanzia alcuna né della separazione dei poteri, con particolare riguardo all’indipendenza della magistratura, né del rispetto dei diritti umani.

Il recente intervento della polizia contro l’Unione dei polacchi di Bielorussia e la negazione dei diritti che i suoi rappresentanti rivendicavano infliggono l’ennesimo colpo alla fiducia dell’Europa nei confronti della dittatura bielorussa. Si richiede dunque l’intervento di tutti i democratici europei, e in particolare delle istituzioni comunitarie e dei governi degli Stati membri, affinché si controlli rigorosamente la situazione e si intraprenda un’azione risoluta e coordinata nei confronti delle autorità di Minsk, che hanno fatto propria la peggiore eredità comunista. L’Unione europea non può essere partner della Bielorussa, uno Stato che non rispetta né le leggi nazionali né il diritto internazionale. Come recita un detto del mio paese: “meglio soli che male accompagnati”!

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea non dovrebbe riconoscere la legittimità del parlamento bielorusso fin quando il paese non avrà elezioni libere. Esorto dunque le autorità bielorusse a riformare radicalmente la legge elettorale nazionale, in conformità alle raccomandazioni dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani.

Le aggressioni delle autorità bielorusse contro i rappresentanti della minoranza nazionale polacca sono del tutto riprovevoli, alla pari dei processi politici e dall’evidente assoggettamento della magistratura al governo. L’Unione europea non può avallare le limitazioni imposte dalle autorità bielorusse all’accesso a Internet o la mancata tutela di una serie di libertà: stampa, riunione pacifica e associazione, culto per le Chiese diverse da quella ortodossa bielorussa, oltre agli altri diritti e alle libertà politiche.

Ritengo che il grado di cooperazione tra la Comunità e le autorità bielorusse dovrebbe essere direttamente proporzionale al rispetto dei diritti umani nel paese. Condivido inoltre le perplessità circa la dichiarazione, debole e tardiva, che il vicepresidente della Commissione e alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha rilasciato sulla repressione della minoranza nazionale polacca.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Dopo la fine della guerra fredda, i rapporti tra la Bielorussia e l’Occidente si sono evoluti nel segno di una nuova comprensione e l’Unione europea ha avviato un dialogo positivo, volto a fornire al paese tutti gli incentivi necessari a compiere progressi nel campo della democrazia e dei diritti umani.

Ciononostante, l’Unione non può accettare nessuna iniziativa che contrasti con i principi internazionali e la normativa sui diritti delle minoranze nazionali, né può assumere posizioni relativistiche sui diritti umani.

 
  
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  Kristiina Ojuland (ALDE), per iscritto. (ET) Signor Presidente, essendo io coautrice della risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione della società civile e delle minoranze in Bielorussia, ho votato a favore del testo. Sebbene lo scorso anno il regime del presidente Lukashenko abbia liberato alcuni prigionieri politici e sia sceso a più miti consigli, l’Unione europea non può ignorare le recenti violazioni dei diritti umani ai danni degli esponenti dell’Unione dei polacchi di Bielorussia. I cittadini bielorussi potranno beneficiare dei vantaggi offerti dal partenariato orientale dell’Unione soltanto se il loro governo tutelerà i diritti umani e le libertà civili nel paese e se saranno varate le opportune riforme democratiche. Le concessioni finora accordate dal regime si sono puntualmente rivelate insufficienti, mentre l’arresto del leader dell’Unione dei polacchi di Bielorussia, Angelika Borys, la mancata registrazione del movimento e il congelamento dei suoi beni hanno inferto l’ennesimo colpo ai rapporti con l’Unione europea. A mio avviso, le continue violazioni dei diritti umani e dello stato di diritto costringono l’UE a valutare la reintroduzione di sanzioni contro il governo bielorusso.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) Ho votato a favore dell’adozione della proposta di risoluzione comune del Parlamento europeo (RC-B7-0134/2010). Diversi mesi fa quest’Assemblea ha approvato una risoluzione che esortava le autorità bielorusse ad abolire la pena di morte. Oggi ci troviamo ancora una volta a discutere della situazione nel paese, di violazioni dei diritti umani e dei principi alla base della società civile. L’Unione europea ha aperto la porta alla Bielorussia: abbiamo varato le opportune misure, ivi compreso il coinvolgimento del paese nel partenariato orientale; gli abbiamo accordato tutta la nostra fiducia con l’intento di inaugurare un percorso di democratizzazione e rispetto dei diritti civili. Purtroppo nessuna delle nostre speranze si è avverata. L’Unione europea deve dunque dimostrarsi risoluta e assumere una posizione più netta nei rapporti con la Bielorussia, intervenendo incisivamente affinché i diritti delle minoranze vengano rispettati. Spero che questa risoluzione favorirà un cambiamento nella direzione desiderata. In caso contrario, mi aspetto che l’Unione europea riveda il proprio atteggiamento verso il paese e valuti l’imposizione di sanzioni adeguate: qualunque intervento inefficace sarebbe prova di debolezza da parte nostra.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione, che, in realtà, è stata elaborata di concerto tra tutti i gruppi politici, compreso il nostro. Il testo è stato dunque approvato all’unanimità.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) Il mancato rispetto della libertà di parola, gli ostacoli alla registrazione delle organizzazioni politiche e persino sociali nonché l’uso dei media statali a scopi propagandistici indicano una deriva autoritaria dello Stato. L’Unione europea ha offerto il proprio aiuto alla Bielorussia coinvolgendola nel partenariato orientale, il cui obiettivo è il potenziamento della democrazia e dello stato di diritto. Il comportamento della autorità bielorusse nei confronti dell’opposizione e delle organizzazioni non governative non è conforme agli standard internazionali in materia, né si rispettano le norme sulla tutela delle minoranze nazionali. E’ fondamentale individuare una soluzione adeguata, che permetta all’Unione europea di manifestare la propria disapprovazione attraverso misure specifiche, come le sanzioni o le restrizioni sulla concessione dei visti; allo stesso tempo, non dobbiamo isolare il paese dal resto d’Europa perché sarebbe la società a pagarne il prezzo, anziché le autorità oggetto della nostra condanna. Dovremmo presentare alla Bielorussia i vantaggi che tratterrebbe dalla cooperazione con l’Unione europea e garantirle che il grado di ottemperanza agli standard comunitari si rifletterà sul sostegno fornito al paese.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto. (PL) Accolgo con favore l’esito della votazione odierna. Abbiamo approvato una risoluzione che condanna i recenti atti di repressione contro la minoranza polacca in Bielorussia. L’adozione del documento per acclamazione assume un valore particolare: è espressione dell’intero Parlamento, di tutti i gruppi politici e dei rappresentati dei 27 Stati membri dell’Unione europea. Mi sembra inconcepibile che la Bielorussia possa beneficiare dei vantaggi del partenariato orientale se prima non ripristinerà la legittimità e i beni dell’Unione dei polacchi di Bielorussia e, aggiungerei, se prigionieri politici come Andrei Bandarenko, Ivan Mikhailau e Arystom Dubski non verranno liberati. Oggi abbiamo inviato un chiaro segnale al paese. Restiamo in attesa di una risposta.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0133/2010

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Il Consiglio europeo ha sottolineato l’importanza di rivedere il contratto economico e sociale tra le istituzioni finanziarie e la società che essi servono e assicurare che i benefici pubblici realizzati nei periodi positivi siano protetti dal rischio. In tale contesto, il Consiglio europeo ha incoraggiato il Fondo monetario internazionale (FMI) a considerare, nel corso della revisione, tutte le possibilità, tra cui cui una tassa sulle operazioni finanziarie a livello mondiale. Appoggio la risoluzione e credo che l’Unione europea dovrà concordare una posizione comune al riguardo.

La Commissione europea deve inoltre condurre una valutazione d’impatto relativa alla tassazione generale sulle operazioni finanziarie, esaminandone i pro e i contro. Concordo altresì con il punto della risoluzione in cui si richiede un’analisi, a livello comunitario, dei possibili contributi che il settore finanziario potrebbe apportare per compensare i danni che esso stesso ha arrecato all’economia o i danni causati dagli interventi governativi finalizzati alla stabilizzazione del sistema bancario.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) La proposta di risoluzione in discussione, che fa seguito ai colloqui del G20 condotti nell’ambito del vertice di Pittsburgh e alle richieste avanzate dalle istituzioni internazionali, tra cui l’FMI, potrebbe offrire una soluzione utile sia a evitare nuovi disastri finanziari sia a recuperare gli stanziamenti che gli Stati hanno destinato alle banche per salvarle dal tracollo. Ad ogni modo, l’introduzione di norme simili, mosse da uno spirito innovatore, è benaccetta sia in Francia che in Belgio e anche il Regno Unito ne sta valutando l’opportunità: attendiamo di vederne i risultati.

Secondo le stime di fonti francesi, una tassazione allo 0,005 per cento sottrarrà oltre 20 miliardi di euro alle casse delle banche francesi. Ma come reagirà il settore bancario? Limiterà le operazioni speculative, considerate deleterie, o sfrutterà la mobilità dei capitali per continuare a gestirle attraverso le filiali di Stati in cui tale prelievo non esiste?

Ritengo dunque che l’efficacia di questa tassazione dipenda dall’adozione di un approccio globale, che si traduca ad esempio nella presentazione della proposta a organi internazionali come le Nazioni Unite. Anche in quel caso, è però poco plausibile che si riesca a concertare un’azione congiunta a livello internazionale, come insegna il caso della legislazione sui paradisi off shore.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Nell’appoggiare la risoluzione adottata oggi ad ampia maggioranza (536 voti favorevoli contro 80 contrari e 33 astensioni), la delegazione francese del Modem ha ribadito la richiesta che la Commissione europea conduca una valutazione d’impatto e avanzi proposte concrete sull’imposizione di una tassa sulle operazioni finanziarie. Esorto dunque la Commissione a elaborare una proposta volta a definire la posizione comune dell’Unione in occasione del G20 di giugno. Sarebbe inoltre opportuno capire in che misura tale provvedimento contribuirebbe a stabilizzare i mercati finanziari. La Commissione dovrebbe pronunciarsi sull’ipotesi di utilizzare i proventi per sostenere l’adattamento dei paesi in via di sviluppo al cambiamento climatico e finanziare la cooperazione allo sviluppo, oltre a illustrare i punti su cui potrebbe far leva per persuadere i propri partner a imporre a loro volta una tassazione simile, in modo da evitare la migrazione dei capitali. E’ però ancora più importante che si conduca una valutazione approfondita per garantire che il nuovo prelievo non limiti la competitività dell’Unione o gli investimenti sostenibili e non si ripercuota negativamente sulle piccole e medie imprese e sui singoli investitori.

 
  
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  Harlem Désir (S&D), per iscritto. (FR) Nel 2000 ho presentato, insieme con l’intergruppo sulla globalizzazione, la prima risoluzione in cui si esortava la Commissione a valutare la fattibilità di una tassazione sui flussi di capitale speculativo. Il testo non fu adottato per una manciata di voti. Sono passati dieci anni e il G20, al pari di diversi Stati membri, non esclude più la possibilità di introdurre una tassa simile e – cosa ancora più importante – la crisi finanziaria ci ha ricordato quali danni possano derivare dalla volatilità dei mercati finanziari.

E’ per questo che accolgo con favore l’adozione, ad ampia maggioranza, della risoluzione sulla tassazione delle operazioni finanziarie. Si tratta di un piccolo passo, ma il messaggio è chiaro: il Parlamento chiede alla Commissione di affrontare finalmente il problema e mettere a punto un piano di attuazione. Questa tassazione avrebbe il duplice vantaggio di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e generare un gettito cospicuo, grazie al quale i paesi in via di sviluppo potranno finanziare le misure di adattamento al cambiamento climatico e la lotta alla povertà.

I detrattori della proposta sostengono che sarà efficace solo se adottata a livello internazionale, ma dovremo pur fare il primo passo, come altri paesi hanno fatto con la tassazione sui biglietti aerei. Rimandare la decisione non servirà a nulla: dobbiamo essere noi a indicare la strada.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il settore finanziario deve assumersi la responsabilità della crisi finanziaria che stiamo attraversando. Finora sono stati l’economia reale, i contribuenti, i consumatori, i servizi pubblici e la società in generale a sostenere i costi e le conseguenze della crisi finanziaria. Diversi Stati membri hanno dunque invocato l’introduzione di una tassazione sulle operazioni finanziarie.

Allo stato attuale, è mutato il quadro politico e normativo di riferimento. Sono state intraprese nuove iniziative di regolamentazione, quali l'azione contro i paradisi fiscali, la rimozione delle lacune normative dai conti di gestione, i requisiti relativi alle operazioni borsistiche e l'utilizzo di repertori di dati relativi alle negoziazioni per la registrazione dei derivati.

L’Unione europea deve adottare una posizione comune nel contesto internazionale del G20 e, a tal fine, la Commissione ha il compito di valutare l’impatto della tassazione globale delle operazioni finanziarie prima del prossimo vertice del G20.

Tale valutazione dovrebbe, in particolare, mettere a confronto gli effetti della tassazione a seconda che la sua introduzione avvenga a livello comunitario o internazionale. Occorre inoltre definirne i costi e l’eventuale contributo alla stabilizzazione dei mercati finanziari.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Le varie considerazioni contenute nel preambolo alla risoluzione che il Parlamento ha appena approvato sono perfettamente condivisibili. Mi riferisco in particolare al punto in cui si afferma che il settore finanziario deve sostenere una congrua parte degli oneri imposti dalla ripresa economica e dallo sviluppo, considerando che finora sono stati l’economia reale, i contribuenti, i consumatori, i servizi pubblici e la società in generale a sostenere gran parte dei costi e delle conseguenze della crisi finanziaria. Ciò detto, la possibilità di introdurre una tassazione sulle operazioni finanziarie non ci convince, perché la sua attuazione sarebbe soggetto a numerose variabili. Abbiamo dunque deciso di astenerci.

Purtroppo si registrano ritardi nell’attuazione delle nuove iniziative di regolamentazione, nell’avanzamento dell'azione promessa contro i paradisi fiscali, nella rimozione delle lacune normative dai conti di gestione, nei requisiti relativi alle operazioni borsistiche e nell'utilizzo di repertori di dati relativi alle negoziazioni per la registrazione dei derivati. E’ necessario compiere un salto di qualità, anziché continuare a procedere a tentoni, facendo solo gli interessi degli speculatori finanziari e dei grandi capitalisti.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Appoggio la tassazione delle operazione finanziarie e sono lieto che questa iniziativa incontri un così vasto sostegno. La sua efficacia dipende però da un’attuazione globale. Sono dunque favorevole a tutte le misure volte a introdurre questo prelievo sulle operazioni finanziarie.

 
  
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  Arlene McCarthy (S&D), per iscritto. (EN) Abbiamo votato ad ampia maggioranza per mantenere vivo l’entusiasmo politico per l’introduzione di una tassazione sulle operazioni finanziarie a livello internazionale. E’ evidente che è giunto il momento di intervenire incisivamente per garantire che, alla luce della crisi in atto, il settore finanziario dia il proprio contributo, e la tassazione proposta potrebbe rivelarsi uno strumento fondamentale in tal senso: l’idea incontra vasto sostegno da parte dell’opinione pubblica, delle organizzazioni non governative e dei sindacati di tutta Europa. Questa tassa potrebbe infatti contribuire a limitare le transazioni finanziarie volatili e rischiose, generando peraltro un gettito miliardario da destinare ai paesi in via di sviluppo, i più colpiti dalla crisi finanziaria. La risoluzione in discussione esorta la Commissione ad analizzare le possibili configurazioni della tassa e invia un chiaro segnale: l’Europa punterà a un accordo globale per rispondere alle sollecitazioni dell’opinione pubblica. Trovo deludente che il gruppo ECR e i suoi esponenti conservatori, che si oppongono strenuamente a qualunque forma di tassazione delle operazioni finanziarie, abbiano deliberatamente distorto la votazione odierna, presentandola come un invito a introdurre la tassa nel solo territorio comunitario. Se l’Europa resterà a guardare senza prendere posizione, saremo esclusi dal dibattito internazionale: la nostra votazione conferisce dunque all’Europa il mandato di co-dirigere questo confronto.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il CDS è contrario per principio all’introduzione di una tassazione comunitaria. Occorre inoltre considerare che le tasse sono uno strumento essenziale a disposizione degli Stati membri, soprattutto in tempi difficili come la crisi attuale. Da ultimo, avendo ogni Stato membro facoltà di ricorrere a varie opzioni tributarie, sotto forma di tassa o di imposta, l’eventuale tassazione sarebbe giocoforza più o meno penalizzante a seconda del paese e creerebbe un divario a livello comunitario: questa scelta non avrebbe alcun senso.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) A mio avviso, è innegabile che il settore finanziario debba offrire un congruo contributo alla ripresa e allo sviluppo dell’economica, soprattutto se si considera che i notevoli costi e le conseguenze della crisi finanziaria sono ricaduti sull’economia reale, i contribuenti, i consumatori, i servizi pubblici e la società in generale. Un’eventuale tassazione delle operazioni finanziarie potrebbe ridurre i massicci flussi di capitali speculativi che, di recente, hanno danneggiato per l’ennesima volta l’economia reale e segnare anzi un passo verso la crescita sostenibile. Prima di considerare l’eventualità di introdurre una tassazione, occorre però soppersarne i pro e i contro. La risoluzione proposta dalla commissione per i problemi economici e monetari invoca esattamente una valutazione del genere, ed è per questo che ho espresso voto favorevole. Uno dei nodi fondamentali, che il testo cita brevemente, ma che dovrà essere definito con chiarezza prima di prendere qualunque decisione, riguarda le possibili destinazioni del gettito che la tassazione genererebbe. A mio parere, il prelievo dovrebbe avvenire nel luogo dell’operazione e, in altre parole, dovrebbe essere destinato agli Stati in cui ha sede la borsa interessata. Resta da definire nei dettagli il metodo di calcolo. Se l’Unione europea insisterà a voler riscuotere direttamente la tassa, gli importi corrispondenti dovranno essere detratti dal contributo lordo degli Stati membri coinvolti. Questo provvedimento non dovrà in nessun caso condurre all’istituzione di una competenza comunitaria in materia fiscale.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Oggi ho votato a favore della proposta di risoluzione B7-0133/2010 sulla tassazione delle operazioni finanziarie e sono lieto che, per la prima volta, il Parlamento abbia chiesto una valutazione di fattibilità e di impatto per l’introduzione di una tassazione delle operazioni finanziarie a livello comunitario. Si tratta di un notevole passo in avanti. Adesso occorre spingere la Commissione a proporre misure concrete. I cittadini europei si aspettano che i costi della crisi finanziaria ricadano sugli operatori dei mercati finanziari che l’hanno scatenata. Non possiamo dunque accontentarci di una soluzione minimalista sulla falsa riga della proposta statunitense, con cui si riscuoterebbe appena qualche miliardo di euro (una cifra insufficiente rispetto all’enormità dei costi). La riduzione della povertà, l’azione contro il cambiamento climatico e la gestione della crisi finanziaria impongono di aumentare il gettito fiscale di svariate centinaia di miliardi di euro. Se concepita saggiamente, la tassazione delle operazioni finanziarie potrebbe consentirci di raggiungere lo scopo, limitando al contempo la speculazione sui mercati finanziari.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0132/2010

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione sull’Area unica dei pagamenti in euro (SEPA), che mira a promuovere la creazione di un mercato integrato dei servizi di pagamento in euro. Il testo consentirà di instaurare un’effettiva concorrenza e mettere sullo stesso piano i pagamenti nazionali ed esteri in euro.

Il funzionamento della SEPA continua a essere imperfetto e non soddisfa le effettive esigenze degli utenti. La Comunità europea deve stabilire una scadenza adeguata e vincolante per l’adozione degli strumenti SEPA, dopo la quale tutti i pagamenti in euro dovranno conformarsi alle norme del sistema. E’ altrettanto importante garantire che l’introduzione di questo regime non imputi ulteriori costi ai cittadini europei.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’istituzione dell’Area unica dei pagamenti in euro (SEPA) è essenziale per potenziare il mercato integrato dei servizi di pagamento. La SEPA permetterà inoltre di accrescere la concorrenza, mettendo sullo stesso piano i pagamenti in euro transfrontalieri e nazionali, e potrebbe portare vantaggi diretti nella vita dei cittadini europei.

Alla luce di tali considerazioni, è urgente che i governi nazionali attuino i servizi SEPA e definiscano norme adeguate, affinché l’iniziativa consenta una reale semplificazione degli attuali servizi di pagamento e un abbattimento dei costi a vantaggio dei consumatori.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT)

L’Area unica dei pagamenti in euro (SEPA) costituirà un mercato integrato dei servizi di pagamento, aperta a un’effettiva concorrenza e in cui non sussistano distinzioni fra pagamenti nazionali e transfrontalieri in euro. Avremmo dovuto fissare una scadenza vincolante per la migrazione verso gli strumenti SEPA, considerando che le pubbliche amministrazioni ricorrono al sistema in misura inferiore alle nostre aspettative.

E’ dunque essenziale che tutte le parti coinvolte – i legislatori, il sistema bancario e gli utenti dei servizi di pagamento – siano coinvolti nella realizzazione della SEPA. Occorre assicurare in tutti gli Stati membri la continuità della validità giuridica dei mandati di addebito diretto esistenti, visto che l’obbligo di firmare nuove autorizzazioni nel periodo di transizione dai regimi nazionali di addebito diretto al sistema SEPA richiederebbe un notevole dispendio di risorse.

La Commissione deve dunque fissare una scadenza per la migrazione verso gli strumenti SEPA che sia chiara, adeguata e giuridicamente vincolante e non superi il termine del 31 dicembre 2012, trascorso il quale tutti i pagamenti in euro dovranno avvenire in conformità alle norme SEPA. La Commissione dovrà assistere gli enti pubblici nel processo di migrazione, elaborando piani nazionali integrati e contestuali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Area unica dei pagamenti in euro (SEPA) deve trasformarsi rapidamente in un mercato integrato dei servizi di pagamento. Resta però ancora molto da fare prima che si giunga a tale risultato e, malgrado l’esistenza di direttive che definiscono il quadro SEPA per le carte di pagamento e per il sistema degli addebiti diretti, in realtà nessuno dei sistemi previsti è operativo. E’ dunque necessario superare tutti gli ostacoli all’attuazione del sistema SEPA, affinché possa diventare operativo il più rapidamente possibile, ed è essenziale che il periodo transitorio non si protragga oltre il 21 ottobre 2010.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. (PL) L’introduzione dell’Area unica dei pagamenti in euro (SEPA) semplificherà la vita di milioni di europei. Indipendentemente dallo Stato membro di appartenenza, i cittadini potranno infatti eseguire agevolmente, rapidamente e a costi accessibili un pagamento destinato a cittadini o società di un altro Stato membro, sostenendo le stesse spese che sarebbero state necessarie per un’operazione nazionale. Nell’era dei servizi bancari telematici, tale provvedimento favorirà un aumento della concorrenza tra banche, a tutto vantaggio dei clienti. L’introduzione della SEPA rappresenta il primo passo verso l’attuazione di una delle quattro libertà fondamentali del mercato comune: la libera circolazione di capitali. Una delle principali novità sta inoltre nel fatto che la SEPA consentirà un ravvicinamento economico tra i membri dell’eurozona, i paesi che, pur essendo parte dell’Unione europea, non hanno adottato la moneta unica e gli altri Stati dell’Associazione europea di libero scambio.

Do dunque il mio pieno appoggio alla risoluzione del Parlamento europeo sull’attuazione dell’Area unica dei pagamenti in euro (SEPA). Allo stesso tempo, esorto la Commissione europea ad assegnare priorità agli interessi dei clienti dei servizi bancari al dettaglio e alla sicurezza del sistema, senza trascurare un’adeguata supervisione dell’introduzione della SEPA.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0154/2010

 
  
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  Kader Arif (S&D), per iscritto. (FR) La risoluzione sui negoziati ACTA, adottata oggi e di cui sono uno degli iniziatori, ha una valenza estremamente simbolica poiché ha avuto un consenso unanime. E’ un chiaro segnale inviato alla Commissione che ha condotto per due anni nel massimo segreto i negoziati per l’accordo in questione. Il Parlamento richiede la più totale trasparenza per quanto attiene ai negoziati in corso, nonché il rispetto dei trattati; in questo modo anche il Parlamento ha diritto a ricevere le stesse informazioni trasmesse al Consiglio. Sia in termini di metodo sia di quanto conosciamo del contenuto, mi oppongo al modo in cui sono condotti i negoziati ACTA. Nutriamo numerosi dubbi in merito alla possibile messa in discussione dell’acquis communautaire. Oltre al rischio derivante dalla reintroduzione delle risposte graduali, potrebbero essere messi in discussione anche il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini, in termini di libertà di espressione e di tutela della privacy e dei dati personali, e il principio di non responsabilità dei fornitori dei accesso a Internet e degli host. Il Parlamento ha già dato prova del suo impegno nei confronti di questi principi e, qualora la Commissione non modifichi la propria strategia, condurrò una campagna contro la ratifica dei negoziati ACTA da parte di questa Camera, come abbiamo già fatto in relazione all’accordo SWIFT.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione. Una migliore protezione dei diritti sulla proprietà intellettuale e la lotta alla contraffazione e alla pirateria sono, senza ombra di dubbio, questioni fondamentali a livello europeo e globale. Accolgo con favore l’avvio dei negoziati a livello internazionale volti a migliorare i DPI e a combattere la contraffazione e la pirateria in maniera più efficace. Sono rimasto tuttavia deluso dal modo in cui sono stati condotti questi negoziati.

Secondo quanto stabilito dal trattato di Lisbona, il Parlamento europeo deve essere informato immediatamente e nel dettaglio dalla Commissione in tutte le fasi di un accordo internazione; questo non è avvenuto l’accordo ACTA. Il Parlamento dovrà inoltre esprimere il proprio consenso sul trattato ACTA prima della sua entrata in vigore nell’Unione. Come potremo approvare l’accoro se ne siamo tenuti all’oscuro? Spero vivamente che la Commissione europea compia il suo dovere e fornisca tutte le informazioni del caso in merito allo stato dei negoziati.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo in merito alla trasparenza e la situazione dei negoziati ACTA poiché condivido gli stessi dubbi dei relatori a riguardo allo stato di avanzamento, ad oggi, dei negoziati. Questi, infatti, si stanno svolgendo in un regime “ristretto”, il che significa che solo la Commissione e gli Stati membri possono avere accesso ai documenti negoziali. Il Parlamento europeo è totalmente tagliato fuori, nonostante il suo consenso sia un presupposto fondamentale per l’entrata in vigore dell’accordo. Concordo sul fatto che i contenuti digitali e il loro trattamento non debbano essere inclusi nel testo dell’accordo; se così fosse, le relative disposizioni non dovrebbero essere di natura repressiva. Credo fermamente che l’accordo ACTA non debba andare oltre le normative vigenti in materia di proprietà intellettuale e che qualunque tipo di sanzione sulla copia dei contenuti digitali debba essere a discrezione dei singoli Stati. La tutela della vita privata e dei dati personali deve rimanere un pilastro della legislazione europea, senza rischiare di essere messa a repentaglio da accordi giuridici internazionali. Sono a favore di un accordo ACTA volto a combattere la contraffazione, una grave minaccia per diritti di proprietà intellettuale. D’altro canto, però, le duplicazioni effettuate per fini personali non dovrebbero incluse; in caso contrario, ci si scontrerebbe con il diritto alla libertà personale e all’informazione. In breve, la contraffazione e la duplicazione non possono essere trattati alla stessa maniera.

 
  
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  Derek Roland Clark (EFD), per iscritto. (EN) Lo scorso mercoledì, il 10 marzo 2010, abbiamo votato, in quanto gruppo, contro la risoluzione sui negoziati ACTA, perché siamo convinti che non debba esistere un trattato ACTA, in qualunque forma. Si tratta di un’abominevole violazione dei diritti di proprietà individuale. Se avessimo votato a favore della risoluzione, avremmo accettato una simile legislazione, ma abbiamo deciso, su queste basi, di non riconoscere il trattato.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Nonostante il trattato di Lisbona e la codecisione in materia di commercio internazionale, la Commissione e gli Stati membri non stanno di certo facilitando un dibattito pubblico sull’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA). Una simile mancanza di trasparenza solleva alcuni leciti sospetti, che possono essere diminuiti solo attraverso una consultazione con l’opinione pubblica e con il Parlamento europeo. Se da un lato la lotta alla contraffazione è in effetti legittima e indispensabile, dall’altro il trattato ACTA aumenterebbe ulteriormente il peso dei diritti d’autore e del copyright. Si deve permettere ai fornitori di accesso a Internet di controllare lo scambio digitale di file e di imporre sanzioni agli utenti, inclusa l’interruzione della connessione a Internet? I costi legati a queste attività di monitoraggio sarebbero esorbitanti per i fornitori di accesso a Internet e i controlli molto complicati. La pirateria in rete inoltre non è stata ancora classificata come reato né dalle leggi europee né dal diritto internazionale; l’idea di imporre sanzioni sistematiche su vasta così scala non è quindi giustificabile, a maggior ragione se si considera che l’accesso ad Internet, in nome del diritto all’informazione, rimane ancora una libertà fondamentale. La Commissione dovrà presentare al Parlamento un documento che descriva i negoziati e tutte le posizioni in discussione; in caso contrario, il Parlamento potrebbe respingere questo testo negoziato in segreto, così come è accaduto per l’accordo SWIFT.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione sulla trasparenza e la situazione dei negoziati dell’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA) poiché sostengo un processo trasparente nella condotta dei negoziati.

Per gli effetti dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Parlamento dovrà dare il suo consenso al testo riguardante l’accordo ACTA prima della sua entrata in vigore nell’Unione. Il contributo del Parlamento è essenziale per garantire che le modalità di applicazione dei diritti di proprietà intellettuale non ostacolino l’innovazione, la concorrenza, la tutela dei dati personali e la libera circolazione delle informazioni.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La contraffazione rappresenta uno dei maggiori flagelli dell’economia globale e, nonostante l’impegno profuso per combatterla, è evidente che vi sia una palese incapacità da parte dei singoli Stati di portare a termine con successo questa lotta. I rischi per la salute e la sicurezza dei consumatori che possono derivare dall’acquisto di alcuni prodotti sono ormai chiari a tutti.

Da un punto di vista commerciale e industriale, questa industria parallela, che sfrutta illegalmente la fama e la creatività di altri, indebolisce il valore dei marchi e rende il loro ruolo speciale meno efficace. In tal modo, ferma restando l’importanza di creare un mercato aperto, libero ed equo, è possibile raggiungere questo obiettivo solo se la contraffazione è respinta in toto e combattuta dai principali produttori. L’Accordo commerciale anticontraffazione potrebbe rappresentare una strada che vale la pena percorrere, ma deve essere prima compreso e discusso in maniera trasparente, al contrario di quanto è accaduto fin’ora.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Nel 2008 l’Unione europea e altri paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici hanno avviato una serie di negoziati per un nuovo accordo multilaterale finalizzato a rafforzare l’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale (DPI) e a prendere misure concrete contro la contraffazione e la pirateria (Accordo commerciale anticontraffazione, ACTA); hanno peraltro concordato una clausola di confidenzialità. Qualunque accordo relativo all’ACTA concluso dall’Unione europea deve rispettare gli obblighi legali imposti dall’UE in materia di tutela della privacy e dei dati personali, come stabilito dalle direttive 95/46/CE e 2002/58/CE, e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia. Per effetto del trattato di Lisbona, il Parlamento dovrà approvare il testo dell’accordo ACTA prima della sua entrata in vigore nell’Unione europea. La Commissione si è impegnata a fornire immediatamente al Parlamento informazioni dettagliate nel corso del processo di negoziazione degli accordi internazionali. Si sarebbe dovuta creare una base giuridica prima dell’avvio dei negoziati sull’ACTA e il Parlamento avrebbe dovuto approvare un mandato negoziale. La Commissione dovrebbe avanzare delle proposte prima dell’inizio del prossimo ciclo di negoziati.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La condanna generale del Parlamento rispetto alla mancanza di informazioni da parte della Commissione in relazione ai negoziati in corso sull’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA) e i limiti che, con questo comportamento, la Commissione ha cercato di imporre sulla verifica e sul controllo democratico, sono abbastanza palesi. Per questo riteniamo importante che la risoluzione sottolinei che “la Commissione ha l’obbligo giuridico di fornire immediatamente informazioni complete al Parlamento in tutte le fasi dei negoziati internazionali”.

E’ necessario avere procedure democratiche e trasparenti nella condotta dei negoziati, così come un dibattito pubblico sul contenuto, elemento per noi positivo. Intendiamo inoltre sottolineare la necessità di rispettare i “diritti fondamentali, quali la libertà di espressione il diritto alla riservatezza privacy nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà”, nonché la tutela dei dati personali. E’ per i motivi sinora elencati che abbiamo votato a favore.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. (FR) Questa bozza di Accordo commerciale anticontraffazione, detto ACTA, potrebbe sembrare una buona idea, viste le difficoltà che l’economia e l’occupazione in Europa si trovano ad affrontare come risultato di pratiche non eque nel mondo dell’eccessivo libero scambio che ci è imposto. Tuttavia, come sempre accade quando vi è un elemento potenzialmente pericoloso in un accordo negoziato dalla Commissione, tutto si svolge in segreto.

Mi riferisco, per esempio, all’accordo di Blair House, che ha sacrificato l’agricoltura europea per soddisfare l’appetito delle multinazionali agroalimentari statunitensi. Mi riferisco allo scandaloso accordo multilaterale sugli investimenti (AMI) che ha cercato di dispensare le multinazionali dal rispetto delle norme vigenti nei paesi in cui operavano; fortunatamente questo accordo non è mai stato concluso. In questo caso l’oggetto della discussione è la sessione dell’ACTA riguardante Internet; si tratta essenzialmente dell’introduzione a livello mondiale di una mostruosa legge Hadopi.

Gli agenti di dogana potrebbero controllare i lettori MP3, i telefoni cellulari e i computer portatili di qualunque cittadino sospettato di aver scaricato file illegalmente. I fornitori di accesso a Internet potrebbero essere costretti a interrompere la connessione dei loro clienti o fornire informazioni in merito. Queste misure sono inaccettabili e abbiamo quindi votato a favore di questa risoluzione che invita a una totale trasparenza nei negoziati e minaccia di portare la Commissione dinanzi ai tribunali qualora si rifiuti.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Mi sono espressa a favore della risoluzione volta a ottenere una totale trasparenza da parte della Commissione europea in merito ai negoziati sull’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA), attualmente condotti in segreto. Oltre al rischio derivante dalla reintroduzione delle risposte graduali, potrebbero anche essere messi in discussione non solo il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini, in termini di libertà di espressione e di tutela della privacy e dei dati personali, ma anche il principio di non responsabilità dei fornitori di accesso a Internet e degli host. Di conseguenza, il Parlamento, in quanto voce dei cittadini europei, non può essere tagliato fuori da questi negoziati e deve ricevere le stesse informazioni fornite al Consiglio; si tratta di un requisito democratico. L’ACTA non deve compromettere l’accesso ai farmaci generici. In questo contesto, considerando i metodi e le preoccupanti voci che circolano a proposito del contenuto dell’Accordo, non posso far altro che esprimermi a favore di una risoluzione che risulta di importanza cruciale per un simile accordo.

 
  
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  Małgorzata Handzlik (PPE), per iscritto. (PL) Nella risoluzione adottata, il Parlamento ha chiaramente espresso il proprio sostegno per una maggiore trasparenza nei negoziati portati avanti dalla Commissione europea sull’Accordo commerciale anticontraffazione. La pirateria e la contraffazione rappresentano un problema sempre più grave per l’economia, sia a livello europeo sia globale.

Le economie dei paesi in via di sviluppo stanno diventando sempre di più delle economie basate sulla conoscenza. Sono necessari principi chiari ed efficaci per tutelare i diritti di proprietà intellettuale che non vadano a interferire con l’innovazione e la concorrenza, che non rappresentino un ostacolo per il commercio legale e che tutelino la nostra riservatezza e i diritti fondamentali, quali la libertà di espressione. E’ per questo che la risoluzione adottata oggi non si scontra con l’idea di concludere l’accordo. Tuttavia, i negoziati condotti dalla Commissione europea non sono trasparenti.

Il Parlamento e i cittadini europei non sono aggiornati sulla situazione dei negoziati per l’ACTA e la mancanza di informazione solleva perplessità. Desideriamo maggiore trasparenza da parte della Commissione e vogliamo ora sapere quali sono le condizioni che i negoziatori della Commissione stanno accettando a nome di 500 milioni di cittadini europei.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) I negoziati sull’accordo commerciale anticontraffazione (ACTA) in merito alle disposizioni sulle norme per i diritti d’autore, alla lotta alla contraffazione e alla pirateria in rete rappresentano indubbiamente un passo importante nell’ambito della tutela della proprietà intellettuale. Purtroppo, però, la politica di informazione della Commissione in merito a questi negoziati lascia molto a desiderare.

La mancanza di trasparenza circa la situazione dei negoziati rende difficile per il Parlamento europeo contribuire in maniera costruttiva alla stesura delle disposizioni e garantire in anticipo che non vi sia alcuna limitazione dei diritti civili dei cittadini europei né alcuna violazione delle direttive sulla tutela dei dati personali. Sostengo la proposta di risoluzione (RC7-0154/2010) e quindi l’invito del Parlamento alla Commissione di articolare la propria politica di informazione in relazione ai negoziati sull’ACTA in maniera trasparente, completa e olistica.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) La trasparenza nei negoziati sull’ACTA è di importanza cruciale e sono lieto che numerosi eurodeputati abbiano richiesto informazioni complete. Se da un lato sono lieto di sentire che gli individui non saranno incriminati per l’uso personale e che l’accordo ACTA non sarà utilizzato per impedire l’accesso ai medicinali generici nei paesi in via di sviluppo, dall’altro mi auguro che il Parlamento sia messo nelle condizioni di poter accedere a tutti i documenti e possa monitorare le fasi dei negoziati per garantire che sia veramente così.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La mancanza di trasparenza nell’ambito dei negoziati sull’Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA) è in opposizione al trattato sul funzionamento dell’Unione europea. E’ di fondamentale importanza che il Consiglio e la Commissione mettano immediatamente a disposizione tutta la documentazione alla base dei negoziati. Il mancato rispetto di questo dovere da parte della Commissione e del Consiglio potrebbe spingere il Parlamento a ricorrere alle vie legali per accedere ai documenti, il che andrebbe a discapito del prestigio delle istituzioni europee coinvolte.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE), per iscritto. (CS) Vorrei ringraziare i relatori e tutti gli onorevoli colleghi responsabili, con una così ampia maggioranza, della chiara e intransigente posizione del Parlamento contro la mancanza di trasparenza nei negoziati di un accordo internazionale di importanza così elevata. Ci aspettiamo che l’Accordo possa conferire una nuova dimensione internazionale alla lotta contro la contraffazione, senza però limitare il diritto dei cittadini europei alla riservatezza.

Ritengo, inoltre, che il mancato invito alla Cina a sedersi al tavolo dei negoziati rappresenti un problema e nel corso della discussione di ieri, la Commissione mi ha riferito di considerarlo un errore strategico. L’idea che la Cina, il maggiore produttore di prodotti contraffatti al il mondo, firmi in seguito un accordo già negoziato sembra poco realista. Confido nel fatto che l’odierna relazione possa convincere la Commissione a rivedere il proprio approccio nei confronti del Parlamento che, grazie al trattato di Lisbona, ha nuovi poteri decisionali congiunti anche in materia di politica estera.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Mi sono espresso a favore della risoluzione RC7-0154/2010 sull’accordo commerciale anticontraffazione e sono lieto che una grande maggioranza del Parlamento abbia fatto altrettanto. L’ACTA rischia di diventare un accordo sull’assenza di trasparenza da parte della Commissione che, nel corso dei negoziati, dovrebbe rispettare il principio di trasparenza, i diritti umani e il diritto giuridico del Parlamento ad essere informato. La Commissione, invece, sta fallendo la prova del nove per quanto riguarda il suo dovere di informare il Parlamento, secondo quanto stabilito dal trattato di Lisbona. L’Unione europea non può continuare a trattare sull’ACTA se ai cittadini non viene consentito di prendere parte al processo.

E’ assurdo e totalmente inaccettabile che i membri del Parlamento, in segreto, debbano chiedere alla Commissione informazioni sul contenuto degli accordi sui quali noi siamo poi chiamati a esprimerci. Il Parlamento europeo ha dimostrato di non accettare la segretezza e di desiderare una rete Internet aperta a tutti. Gli eurodeputati hanno inoltre dimostrato che il Parlamento non accetterà di essere trattato come uno zerbino. La Commissione è stata caldamente invitata a informarci immediatamente e in modo esaustivo in merito ai negoziati sull’ACTA.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0181/2010

 
  
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  Harlem Désir (S&D), per iscritto. (FR) L’attuale sistema di preferenze tariffarie generalizzate (SPG) presto volgerà a termine. Ho votato a favore della risoluzione, tra i cui obiettivi specifici vi è il coinvolgimento totale del Parlamento nella revisione del sistema entro il 2012. Questo regime commerciale permette a 176 tra paesi e regioni in via di sviluppo di trarre beneficio da un accesso preferenziale al mercato europeo se ratificano le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sui diritti sociali e le convenzioni delle Nazioni Unite in materia di diritti umani.

La sua attuazione è tuttavia insoddisfacente. Per questo motivo richiediamo, prima della revisione, una relazione sullo stato della ratifica, l’attuazione delle convenzioni, una valutazione d’impatto degli effetti dell’SPG per il periodo 2006­2009, l’inserimento di una condizione che preveda l’attuazione obbligatoria di 27 convenzioni delle Nazioni Unite e una maggiore trasparenza delle indagini, prevedendo, in particolar modo, consultazioni regolari con il Parlamento.

Mi rammarico che, nel corso di questa votazione, a causa dell’opposizione della destra, non sia stato approvato un emendamento per richiedere una procedura di accertamento in Colombia in merito all’uccisione di numerosi sindacalisti e alle fosse comuni con centinaia di cadaveri della regione de La Macarena.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea è il più grande fornitore al mondo di aiuti umanitari e allo sviluppo. Sappiamo che ogni anno l’UE e gli Stati membri stanziano diversi milioni di euro a favore di programmi di sviluppo, un sostegno necessario e che, in molti casi, fa davvero la differenza.

In quanto sostenitore dell’economia di mercato, sono fermamente convinto che gli aiuti allo sviluppo possono (e devono) essere forniti attraverso politiche commerciali che apportino dei benefici ai paesi in via di sviluppo. Ritengo che proprio in quest’ambito si possa collocare il sistema di preferenze tariffarie generalizzate, che permette ai paesi sviluppati di offrire un trattamento preferenziale e non-reciproco per i prodotti importati dai paesi in via di sviluppo.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Non è totalmente sicuro affermare, come invece figura nella risoluzione, che il sistema di preferenze tariffarie generalizzate (SPG) sia un meccanismo che sostiene i paesi in via di sviluppo. Le conseguenze di questo sistema, infatti, accentuano la dipendenza economica di questi paesi poiché ne condiziona la produzione ai fini dell’esportazione, a discapito del mercato interno. In buona parte sono proprio le società transnazionali, alcune delle quali di paesi europei, e non le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, a trarre beneficio da questo sistema.

Alcune delle intenzioni che dovrebbero essere alla base dell’SGP sono quindi in contraddizione con i suoi risultati effettivi.

D’altro canto, dinanzi a una crescente pressione per la liberalizzazione del commercio internazionale, è evidente che l’Unione europea ha utilizzato il fine di questo regolamento come una forma di ricatto per ottenere, attraverso un’insostenibile pressione diplomatica ed economica su questi paesi, l’accettazione dei succitati accordi di libero scambio.

Affinché l’SPG divenga un meccanismo di aiuti allo sviluppo sarà necessario, come noi proponiamo, abolire e quindi rinegoziare il sistema stesso e le altre politiche per gli aiuti allo sviluppo, dando vita a una solidarietà efficace e lottando contro la dipendenza economica e lo sfruttamento delle risorse naturali e umane da parte dei gruppi economici interni all’Unione europea.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Le azioni intraprese dalla Comunità europea a partire dal 1971 in relazione ai paesi in via di sviluppo, attraverso delle preferenze commerciali regolate dal sistema di preferenze tariffarie generalizzate, rappresentano un modo per rendere il commercio globale più equo e, al contempo, per aiutare questi paesi nella loro crescita e sviluppo economico.

I regolamenti attualmente in vigore non avranno più validità a partire dal 2011 e questo richiede un impegno sin d’ora per elaborare un nuovo strumento che possa mantenere e, se possibile, migliorare i vantaggi che il sistema ha apportato ai paesi in via di sviluppo; questo obiettivo aumenta ulteriormente di importanza nel contesto della crisi internazionale da cui stiamo uscendo. Se vogliamo evitare iniquità è tuttavia fondamentale che la nuova lista di paesi che beneficeranno di questo sistema rispecchi effettivamente la loro situazione economica.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della risoluzione comune sul sistema di preferenze tariffarie generalizzate (SPG) (RC7-0181/2010) nonostante sia dispiaciuto e rattristato dal fatto che l’ambasciata colombiana sia riuscita a convincere alcuni dei nostri onorevoli colleghi a omettere qualunque riferimento alla necessità di indagare sulle violazioni ai diritti umani perpetrate in Colombia e a decidere sulla base dei fatti se ritirare o meno le preferenze tariffarie per le merci colombiane.

 
  
  

Relazione Albertini (A7-0023/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione del Parlamento europeo sulla politica estera e di sicurezza comune dell’UE, insieme alla corrispondente relazione sulla politica europea di sicurezza e difesa, presentate dall’alleanza anti-popolare dei conservatori, social democratici e liberali del Parlamento, indica chiaramente il costante sostegno dei portavoce politici del capitale per la promozione di una maggiore militarizzazione dell’Unione, in particolar modo in seguito all’entrata in vigore del reazionario trattato di Lisbona, e il loro ruolo attivo nella promozione della politica imperialista europea, degli interventi e delle guerre scatenate nei confronti di paesi terzi e popolazioni in ogni angolo del pianeta per servire gli interessi e la sovranità del monopolio del capitale, cercando di portare avanti una scalata imperialista per la lotta di potere.

La risoluzione invita a:

a) un’efficace organizzazione del servizio europeo per l’azione esterna (fondato con il trattato di Lisbona), il nuovo braccio politico-militare per organizzare, sostenere e mettere in atto gli interventi imperialisti dell’Unione;

b) aumentare le voci di spesa nel bilancio dell’Unione per i suoi interventi politici e militari;

c) integrare in modo più efficace le capacità militari e politiche dell’Unione anche attraverso un legame più forte con la NATO, elemento fondamentale per un migliore esercizio dei suoi interventi imperialistici utilizzando la forza militare.

Il partito comunista greco ha votato contro e condanna questa relazione inaccettabile, che è semplicemente un vero e proprio manuale per attacchi imperialisti contro i popoli.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto . (RO) L’Unione europea deve sviluppare la propria autonomia strategica attraverso una politica estera, di sicurezza e di difesa più potente ed efficace, al fine di difendere i propri interessi a livello globale, garantire la sicurezza dei propri cittadini e promuovere il rispetto dei diritti umani e i valori democratici in tutto il mondo. Grazie ad accordi di sicurezza europea più efficaci gli Stati membri devono dimostrare il loro impegno nel rendere l?unione europea un attore ancor più importante sullo scenario internazionale.

Ritengo che la prossima relazione annuale del Consiglio sulla politica estera e di sicurezza comune (PESC) dovrà riferirsi direttamente all’attuazione della strategia per la politica estera dell’Unione europea, verificandone l’efficacia; dovrà inoltre presentare le condizioni per stabilire un dialogo specifico e diretto con il Parlamento, incentrato sulla predisposizione di un approccio strategico alla politica estera e di sicurezza comune.

 
  
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  John Attard-Montalto (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato contro l’emendamento n. 18 poiché, dal mio punto di vista, contiene un paradosso: nella parte introduttiva deplora la logica di militarizzazione mentre, in conclusione, afferma che “la PESC è basata su principi pacifici” e sulla demilitarizzazione della sicurezza. La mia posizione è in linea con la posizione internazionale di neutralità del mio paese e, poiché l’emendamento non è del tutto chiaro, ho deciso di non poter votare a favore o astenermi.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Sostengo questa relazione, poiché ritengo che una politica estera e di sicurezza comune chiara e ben coordinata possa apportare un contributo significativo al rafforzamento dei poteri dell’Unione europea a livello internazionale. Una delle questioni più importanti della PESC è sicuramente la crescente dipendenza energetica dell’UE dalle fonti di approvvigionamento e dalle vie di transito, con la conseguente necessità di limitare la dipendenza energetica da paesi terzi. Vorrei esortare il vicepresidente della Commissione e alto rappresentante, la Baronessa Ashton, a mettere in atto senza esitazioni le raccomandazioni del Parlamento in merito alla creazione di una politica europea ben concertata e coerente, attraverso alcune misure: la promozione della coesione dell’Unione nel mantenere un dialogo costruttivo con i principali fornitori di energia – in particolare la Russia – e con i paesi di transito; il sostegno delle priorità energetiche dell’UE; la tutela degli interessi degli Stati membri; lo sviluppo di un efficace lavoro diplomatico; la creazione di migliori misure di risoluzione della crisi; la promozione della diversificazione dell’approvvigionamento energetico, dell’impiego di energia sostenibile e dello sviluppo di energia rinnovabile. Sono convinto che solo attraverso un’azione comune l’Unione, in futuro, sarà in grado di garantire un approvvigionamento continuo e sicuro di gas e petrolio agli Stati membri e aumentare la propria indipendenza energetica.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog e Åsa Westlund (S&D), per iscritto. (SV) Noi socialisti e democratici svedesi riteniamo che il partenariato tra UE e NATO non debba essere sviluppato soltanto sulla base della Carta delle Nazioni Unite. Riteniamo importante che nella sua formulazione sia incluso anche il punto di vista degli Stati membri e che siano prese in considerazione le diverse posizioni e tradizioni nazionali per quanto riguarda la politica estera, di sicurezza e difesa.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Come molti Stati membri (se non tutti), l’Unione europea si trova ad affrontare un bilancio inferiore alle proprie ambizioni e per niente sufficiente a portare avanti tutte le azioni che si è proposta. La lunga lista dei valori e delle aspettative europei non fa altro che sottolineare maggiormente questa asimmetria.

Il fatto che, per raggiungere l’eccellenza, la politica rappresenti un’attività in cui è necessario prevedere e prendere delle misure, assume una rilevanza particolare quando le tematiche in questione sono di così fondamentale importanza per le nostre vite comuni, come nel caso della politica estera e di sicurezza.

Il trattato di Lisbona e la conseguente istituzione della carica di alto rappresentante dimostra la convinzione degli Stati membri della necessità di reattività, coordinamento e convergenza nell’azione europea in questioni di politica estera e di sicurezza. Solo dopo l’attuazione pratica di queste misure sarà possibile constatare se le disposizioni del trattato sono sufficienti e se quanto è stato stabilito nel suo testo darà i suoi frutti.

Spero che l’Unione sia in grado di far fronte in modo efficace a questa importante sfida.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La relazione sull’attuazione della strategia europea di sicurezza è un documento annuale redatto dal Parlamento che verifica la politica europea di sicurezza e difesa e presenta una serie di proposte volte a migliorare l’efficienza e la visibilità di questa politica. Con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, l’azione esterna dell’UE acquisisce una nuova dimensione e maggiore importanza. Il Parlamento riveste un ruolo fondamentale in quanto custode della legittimità democratica dell’azione esterna. Il servizio europeo per l’azione esterna diventerà il corpo diplomatico europeo e sarà un utile strumento per l’Unione che, fino ad ora, ha potuto far leva esclusivamente sulla rappresentanza nazionale. E’ fondamentale che l’Unione europea disponga delle risorse di bilancio necessarie per raggiungere gli obiettivi della rappresentanza esterna.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Vorrei fare riferimento ad alcuni punti nella sezione dedicata ai Balcani occidentali della relazione sugli aspetti principali e le scelte di base della politica estera e di sicurezza comune nel 2008.

E’ necessario considerare che nel corso della riunione del Consiglio “Affari generali e relazioni esterne” del febbraio 2008, è stato stabilito che ogni Stato membro può decidere, in conformità alle prassi nazionali e al diritto internazionale, le proprie relazioni con il Kosovo.

Al contempo, ci aspettiamo di ricevere il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia entro il primo semestre di quest’anno per quanto attiene all’ottemperanza al diritto internazionale della dichiarazione unilaterale di indipendenza proclamata dalle istituzioni provvisorie di autogoverno in Kosovo.

E’ necessario mantenere un approccio equilibrato nel valutare gli sviluppi del processo di stabilizzazione del Kosovo, sempre tenendo in considerazione le tensioni verificatesi nel 2009, anche a novembre, in periodo elettorale. Ritengo vi siano numerose sfide da affrontare, in modo particolare per l’applicazione della legge, la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, la protezione dei serbi e delle altre minoranze, la riconciliazione tra le comunità e l’attuazione delle riforme economiche e sociali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il trattato di Lisbona ha conferito nuove responsabilità al Parlamento europeo in materia di politica estera e di sicurezza comune , responsabilità che siamo pronti ad assumere; siamo pronti a portare il nostro contributo nella scelta delle politiche e dei relativi rappresentanti in tutto il mondo, valutando le candidature proposte dal servizio europeo per l’azione esterna e includendo anche i rappresentanti speciali dell’UE. L’Unione deve dimostrare dinanzi alla comunità internazionale di possedere una politica estera che sta diventando sempre di più rappresentativa, coerente, sistematica ed efficace. L’Unione deve gradualmente diventare l’attore principale nella costruzione della pace a livello mondiale.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato contro la relazione annuale 2008 del Consiglio al Parlamento europeo sugli aspetti principali e le scelte di base della politica estera e di sicurezza comune (PESC), poiché ritengo che l’obiettivo della PESC sia di definire la politica estera dell’UE e non di difendere il proprio territorio. Non sono d’accordo sul legame tra l’Unione europea e la NATO creato dal trattato di Lisbona; ho invece sostenuto la demilitarizzazione e l’assenza di armamenti. Condanno la logica della militarizzazione dell’Unione europea, che è andata intensificandosi con l’adozione del trattato di Lisbona, e i cambiamenti da questo introdotti, quali il servizio europeo per l’azione esterna e il ruolo dell’alto rappresentante. Attualmente, ci troviamo dinanzi al più elevato livello di militarizzazione mai raggiunto nella storia. Le spese destinate agli armamenti sono maggiori persino rispetto al periodo della guerra fredda. Il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica chiede il ritiro da tutte le basi militari statunitensi e l’impiego delle spese militari unicamente per scopi civili, al fine di raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Questa relazione cerca di attribuire all’Unione europea il ruolo di principale attore sulla scena globale; in questo modo però non fornisce alcuna chiara indicazione degli obiettivi o degli orientamenti della politica estera e di sicurezza comune (PESC). La necessità di un maggiore contributo finanziario deve essere quindi respinta; gli impegni internazionali dovrebbero in effetti essere valutati in base alla loro adeguatezza e ai benefici per l’Unione europea. E’ inoltre necessario sviluppare un approccio strategico nell’ambito della PESC. Mi oppongo con fermezza all’abolizione della regola dell’unanimità, soprattutto se l’obiettivo è – come è stato più volte ripetuto – sviluppare ulteriormente il partenariato con la NATO. L’Unione europea deve essere in grado di creare le proprie strutture e deve, ovviamente, avere a disposizione le risorse necessarie. In merito alle numerose operazioni e missioni, dovremmo riconsiderare molte delle attuali 23 diverse operazioni in cui è coinvolta l’Unione europea; per quanto riguarda l’Afghanistan, in particolare, la strategia seguita sotto la guida degli Stati Uniti deve essere considerata un fallimento.

Il coinvolgimento dell’Unione europea deve quindi essere immediatamente riconsiderato. Nel contesto del partenariato orientale, è opportuno sottolineare ancora una volta che gli interessi della Russia devono essere presi in considerazione per il loro valore storico, culturale e geografico e che è preferibile evitare un’azione unilaterale da parte dell’UE. La relazione non tiene conto di tutti questi elementi ed è carente anche in altri ambiti; per questo ho espresso voto contrario.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza (S&D), per iscritto. (ES) Per quanto riguarda le relazioni Albertini e Danjean sulla politica estera, di sicurezza e difesa dell’Unione europea, vorrei chiarire che i voti della delegazione spagnola del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, confermano il non riconoscimento dello Stato indipendente del Kosovo, così come non è stato riconosciuto dalla Spagna, da altri quattro Stati membri dell’Unione europea e da altri 100 Stati membri delle Nazioni Unite.

Sia nella commissione per gli affari esteri sia oggi in quest’Aula, abbiamo sostenuto gli emendamenti che erano in linea con il nostro punto di vista. La posizione della delegazione socialista spagnola è, tuttavia, positiva in merito alla stabilizzazione e al processo di allargamento che coinvolge i paesi dei Balcani occidentali, la Turchia e l’Islanda.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione (A7-0023/2010) sulla relazione annuale sulla PESC, principalmente perché due dei cinque emendamenti dai noi proposti sono stati adottati (uno concerne il dialogo transatlantico dei legislatori e l’altro le aspettative per lo sviluppo di un partenariato strategico tra UE e Cina). Non sono state apportate modifiche sostanziali alla proposta di relazione originale e non vi sono state sorprese tra gli emendamenti adottati; la relazione ha, infatti, ricevuto 592 voti a favore (tra cui il nostro) e 66 contrari.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL) , per iscritto. (SV) Ho votato contro questa relazione che afferma che i valori e gli interessi dell’Unione europea debbano essere portati avanti a livello mondiale attraverso l’approfondimento del pensiero strategico collettivo europeo. Questa proposta suona come un approccio neocoloniale. Secondo l’onorevole Albertini le competenze dell’UE dovrebbero coprire tutte le aree di politica estera e tutte le questioni in materia di sicurezza, inclusa la politica comune di difesa che dovrebbe condurre a una difesa comune. Su questo punto l’Europa è divisa. Il Parlamento sta richiedendo maggiori stanziamenti di bilancio da parte degli Stati membri in particolare per quanto riguarda la necessità per l’Unione europea di stabilire in tempi brevi una larga presenza presso le Nazioni Unite, che parli ad una sola voce. Gli Stai membri, ovviamente, continueranno a mantenere il proprio posto alle Nazioni Unite, ma l’UE, parlando all’unanimità, eserciterà un’influenza maggiore su di essi. Il Parlamento europeo ritiene che UE e NATO debbano sviluppare un partenariato intenso ed efficace. Queste proposte contrastano con la politica di non-allineamento del mio paese. I cittadini europei non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere la propria opinione in merito perché alcuni Stati membri si sono rifiutati di indire dei referendum sul trattato di Lisbona.

 
  
  

Relazione Danjean (A7-0026/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione sulla PESC rappresenta un invito ai popoli a combattere una guerra lanciato dal centro imperialista dell’Unione. Segna una nuova escalation nella concorrenza con altri centri imperialisti.

La relazione:

- accoglie con favore 70 000 partecipanti alle 23 missioni militari e “politiche” dell’Unione europea in tutto il mondo, in molti casi in cooperazione con Stati Uniti e NATO;

- è favorevole al controllo marittimo imperialista della Somalia per mano delle forze navali dell’Unione e invita l’UE a creare in Sudan un controllo statale e un meccanismo militare regolare all’estero, che non deve sovvertire il governo del paese;

- sostiene la creazione di una direzione di gestione delle crisi e di pianificazione dal civile e militare e la creazione di un centro operativo permanente dell’UE;

- esorta all’aumento del terrorismo statale e al soffocamento dei diritti democratici in nome della “lotta al terrorismo” e della “radicalizzazione”;

- promuove la rapida organizzazione del servizio europeo per l’azione esterna con competenze politiche e militari;

- invita a organizzare interventi di carattere politico e militare, anche negli Stati membri, nel contesto di un presunto sostegno reciproco previsto dalla clausola di “solidarietà” del trattato di Lisbona.

Il vero interesse dei popoli è sovvertire l’intera politica imperialista e anti-popolare e la struttura stessa dell’Unione europea.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) Il Parlamento europeo ha ricevuto, attraverso il voto dei cittadini europei, maggiori poteri in merito a questioni quali il bilancio e il controllo sulla politica estera, di sicurezza e di difesa. Alla luce di questo, i deputati devono essere interpellati dalle altre istituzioni europee nel processo decisionale e nella nomina dei rappresentanti dell’Unione a livello internazionale. I poteri conferiti al Parlamento europeo attraverso il trattato di Lisbona mirano ad aumentare la legittimità delle decisioni in materia di politica estera, di sicurezza e di difesa.

Queste basi giustificano la richiesta di istituire un Consiglio della difesa nel quadro del Consiglio “Affari esteri”, nonché la creazione di un centro operativo permanente dell’UE che si occupi della pianificazione e dell’attuazione delle operazioni militari. La discussione a proposito dello scudo antimissile, forma nella formulazione attuale proposta dall’amministrazione statunitense, deve essere condotta in tutta l’Unione europea con un coinvolgimento attivo del Parlamento.

E’ necessario chiarire che solo l’Unione ha il diritto esclusivo di determinare la politica di sicurezza e di difesa e che non sono giustificati interventi da parte di Stati terzi. L’Unione europea decide su come garantire al meglio la sicurezza dei propri cittadini, ovvero sulla base del raggiungimento del consenso tra Stati membri e non attraverso il coinvolgimento di Stati extracomunitari.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea è stata spesso definita come un gigante economico e un nano politico e questo significa che non ha ricevuto gli strumenti necessari per perseguire alcuni dei suoi obiettivi, in particolar modo per quanto riguarda la politica estera. In diverse occasioni è emersa la mancanza di unanimità di intenti e di azione tra gli Stati membri.

Nutro alcuni dubbi in merito alla possibilità di cambiare questa situazione a breve termine; credo invece che gli sviluppi della situazione siano piuttosto prevedibili, visto il numero degli Stati membri e i loro interessi e storie specifici. La questione della politica di difesa comune, che va ad inserirsi nella vera e propria essenza del potere sovrano, è storicamente sempre stata un punto di sfiducia per i paesi europei e persino oggi richiede un’attenzione particolare, il che è anche giustificabile.

Tutto questo non deve impedirci di cercare un coordinamento e una cooperazione maggiori al fine di migliorare la nostra sicurezza e difesa comuni. Nonostante la sua natura di potenza leggera, l’Unione dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di diventare il secondo pilastro in un’alleanza atlantica che non può continuare a richiedere che siano gli Stati Uniti a compiere tutti i sacrifici.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione, che unisce conservatori di destra e social democratici, rappresenta un pericoloso sintomo di quanto abbiamo più volte denunciato a proposito del trattato di Lisbona, ovvero il suo contributo all’espansione del neoliberalismo, basato sul federalismo e sulla militarizzazione dell’Unione europea in quanto pilastro europeo della NATO.

Al comando delle grandi potenze, l’UE sta cercando di risolvere le proprie contraddizioni e ritrovare il suo posto all’interno di un processo di riorganizzazione delle forze a livello internazionale, basato su una concezione che prevede la concorrenza tra le potenze per le risorse naturali e per una maggiore affermazione dell’Unione europea in quanto blocco economico, politico e militare con delle mire interventiste a livello globale.

In questa sede, la maggioranza della Camera ha proposto la ricetta di quanto ha sostenuto per anni:

- la militarizzazione delle relazioni internazionali e della sicurezza interna sulla base della lotta al terrorismo;

- l’aumento dei bilanci in questi ambiti e la creazione di nuove capacità militari che contribuiranno a una nuova corsa agli armamenti;

- l’adattamento al concetto degli Stati Uniti e della NATO di guerra preventiva e un aumento nel numero degli interventi a livello mondiale.

Il risultato di questi sviluppi potrebbe essere un incremento dei conflitti, lo sfruttamento e la povertà in risposta alla crisi in cui il capitalismo ha trascinato il mondo.

Il cammino verso la pace richiede l’interruzione di simili politiche.

 
  
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  Charles Goerens (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione Danjean, ma vorrei presentare le seguenti considerazioni. 1) La relazione invita all’abolizione dell’Assemblea parlamentare dell’Europa Occidentale (UEO). E’ dunque vano ricercare nella relazione il benché minimo riferimento al lavoro dell’assemblea per favorire ulteriormente l’integrazione europea. E’ spiacevole per il lavoro della commissione per gli affari esteri vedere come spesso alcuni elementi ricevano il plauso, benché siano meno lodevoli di altre idee proposte sinora dall’assemblea di Parigi. 2) Il controllo parlamentare sulle questioni di difesa europea dovrà tenere in debita considerazione il contributo dei parlamenti nazionali. Proprio da questi infatti dipende la decisione di mettere le truppe e le capacità nazionali a disposizione dell’Unione europea per le missioni militari in cui è impegnata per un periodo piuttosto lungo. Lo stesso vale anche per il finanziamento delle operazioni militari che viene stanziato attraverso i bilanci nazionali. Il desiderio di impedire qualunque tipo di lacuna nelle questioni di difesa europea dovrebbe guidarci nella ricerca di una soluzione istituzionale che sia davvero accettabile a livello parlamentare.

 
  
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  Richard Howitt (S&D), per iscritto. (EN) I deputati laburisti accolgono con favore questa revisione annuale sull’attuazione della strategia europea di sicurezza e la politica di sicurezza e di difesa comune, in particolar modo alla luce dei cambiamenti conseguenti la ratifica del trattato di Lisbona e accolgono di buon grado il ruolo dell’alto rappresentante, la Baronessa Ashton, nella discussione associata in Parlamento.

Abbiamo votato a favore di questa relazione nel suo complesso, ma ci siamo tuttavia espressi contro il paragrafo 20, che propone la creazione di un centro operativo permanente dell’Unione. E’ da sempre stata nostra convinzione, come d’altronde lo è stato per il governo britannico, che non vi sia la necessità di un centro operativo permanente, il quale non farebbe altro che duplicare inutilmente le strutture già esistenti. Per quanto riguarda l’emendamento n. 20 abbiamo deciso di astenerci dalla votazione poiché, nonostante sosteniamo totalmente qualunque passo verso un mondo senza armi nucleari, abbiamo notato un’inesattezza: nella formulazione dell’emendamento, le armi “statunitensi” coincidono la NATO e non con la capacità degli Stati Uniti. Per questo, riteniamo che la questione del ritiro delle armi nucleari dalla Germania o da qualunque altro Stato debba essere oggetto di discussione da parte degli alleati della NATO, inclusi gli Stati Uniti. Non si tratta di un dibattito rivolto esclusivamente all’Unione europea in quanto entità multilaterale separata.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La politica estera e di sicurezza comune e la politica europea di sicurezza e di difesa rappresentano due pilastri che permettono all’Unione europea di divenire uno degli attori principali della comunità internazionale nella lotta alle sfide e alle minacce identificate nella strategia europea di sicurezza.

Nonostante l’Unione europea consideri il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il principale responsabile per il mantenimento e la protezione della pace e della sicurezza a livello mondiale, deve tuttavia disporre di politiche efficaci condivise da tutti gli Stati membri, in modo tale da poter rispondere in maniera efficace alle sfide e alle minacce di natura globale.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato contro la relazione Danjean perché propone una futura politica estera e di sicurezza comune incentrata sulla promozione della militarizzazione dell’Unione europea e del suo interventismo. Ho espresso voto contrario in merito a questo testo perché si riferisce al trattato di Lisbona e alla sua applicazione. Si promuove un passo vero la centralizzazione del potere, senza alcun tipo di meccanismo di controllo parlamentare che trasformerà l’Unione in un attore militare sullo scenario internazionale. Al posto di una cooperazione permanente e strutturata tra UE e NATO – ovvero quanto proposto dalla relazione – sono a favore di tutte quelle attività strettamente condotte nel quadro della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, con una netta separazione tra le due istituzioni.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La relazione presentata dell’onorevole Danjean sull’attuazione della strategia europea di sicurezza e la politica di sicurezza e di difesa comune è molto completa e affronta numerose tematiche molto importanti per l’Europa. Non vi è tuttavia un riferimento chiaro alla fondamentale elaborazione della politica estera dell’Unione per i prossimi anni e manca inoltre una linea politica ferma. Dall’altro lato, la relazione cerca di rafforzare l’autonomia dell’Unione europea rispetto ad altri attori globali, in particolar modo rispetto agli Stati Uniti, attraverso una forte politica estera, di sicurezza e di difesa, un elemento che accolgo di buon grado. Eppure la relazione si schiera a favore della cooperazione tra UE e NATO e si pone, ad esempio, l’obiettivo di creare strutture istituzionali congiunte. L’invito alla redazione di un Libro bianco sulla politica di sicurezza e di difesa comune che ne definisca in maniera chiara gli obiettivi è nettamente raccomandabile. Nonostante sia critico nei confronti di una crescente centralizzazione dell’Unione europea, sostengo la creazione di un centro operativo permanente dell’Unione.

Un centro simile permetterebbe di pianificare ed eseguire diverse operazioni in maniera più efficiente. Inoltre, evitare duplicati di lavoro porterebbe a un risparmio in termini monetari. La clausola di solidarietà relativa ai disastri naturali cui la relazione fa riferimento, così come la creazione di una forza europea di protezione civile, rappresenta senza alcun dubbio un elemento utile e un obiettivo da raggiungere. Tuttavia, poiché in diversi ambiti le posizioni assunte non erano chiare, mi sono visto costretto ad astenermi dalla votazione.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Mi sono astenuto dalla votazione finale sulla relazione annuale sull’attuazione della strategia europea di sicurezza e la politica di sicurezza e di difesa comune (A7-0026/2010). Si tratta di una della relazioni più complesse e delicate che abbiamo saputo gestire in maniera appropriata. Su un totale di 11 emendamenti proposti, ne sono stati approvati due e mezzo (uno dei quali di fondamentale importanza che esorta il vicepresidente/alto rappresentante a superare le differenze tra le capacità di pianificazione civili e militari). Non sono stati approvati altri cambiamenti significativi. Alla fine la relazione è stata approvata con 480 voti a favore e 111 contrari; io e il mio gruppo politico ci siamo astenuti, come ho già detto, dalla votazione.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL) , per iscritto. (SV) Ho votato contro la relazione poiché si tratta di uno dei documenti più militaristi che abbia mai letto in tutti i miei anni al Parlamento. Quest’Assemblea richiede la creazione di un centro operativo permanente dell’Unione incaricato della pianificazione operativa, della condotta delle operazioni militari e del rafforzamento della cooperazione con la NATO. L’Agenzia europea per la difesa svilupperà la capacità di sorveglianza dello spazio militare. Sarà necessario predisporre la capacità di sorveglianza marittima che, tra l’altro, permetterà di limitare l’immigrazione “clandestina”. La relazione richiede la partecipazione di un maggior numero di Stati membri alle operazioni militari dell’Unione, rispetto al passato. L’UE e il Parlamento devono essere coinvolte nelle discussioni a proposito del concetto strategico della NATO. In quanto cittadina di un paese non allineato, non posso sostenere questa relazione lungimirante.

 
  
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  Traian Ungureanu (PPE), per iscritto. (RO) Desidero ringraziare tutti gli onorevoli colleghi del Parlamento per il sostegno che mi hanno espresso in plenaria, votando a favore dell’emendamento n. 34 alla relazione Danjean sulla strategia europea di sicurezza.

Ho redatto l’emendamento n. 34 con l’obiettivo di modificare il testo del paragrafo 87 di questa relazione, che si riferisce allo sviluppo dello scudo antimissile sulla scia di un accordo bilaterale tra gli Stati Uniti e gli Stati membri, compresa la Romania. L’emendamento propone la rimozione della raccomandazione di sviluppare questo sistema “in dialogo con la Russia”, sostituendo questa frase con la formulazione più equilibrata di “un dialogo su scala continentale”. Il nuovo progetto statunitense che coinvolge lo sviluppo di un sistema di difesa antimissile è di carattere strettamente difensivo e garantisce la sicurezza dell’intera area dell’Europa orientale e dei Balcani occidentali. Non si tratta di un progetto mirato contro la Russia. Ritengo non vi sia nessun motivo di includere anche la Russia, rendendola un potenziale attore nel processo decisionale dello sviluppo del progetto.

Queste sono le considerazioni alla base dell’emendamento n. 34 e sono lieto sia stato approvato con 358 voti a favore. Questa cifra evidenzia che il sostegno espresso va ben oltre i confini dei gruppi politici e le affiliazioni nazionali, dimostrando l’importanza della proposta di risoluzione e l’esistenza di una maggioranza europea che condivide lo stesso punto di vista.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0137/2010

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ritengo che il rafforzamento dell’impegno per impedire la proliferazione di armi nucleari e per raggiungere un mondo libero da tale minaccia sia una priorità assoluta e di importanza cruciale. Il rafforzamento del trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) attraverso l’impegno da parte di tutti gli Stati membri a sottoscriverlo e applicarlo si inserisce in questo contesto. Ho deciso di astenermi dalla votazione in particolare perché comprende un punto basilare al quale mi sono opposto e che il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica ha cercato, senza successo, di emendare. Mi riferisco alla frase e all’accettazione dell’idea che l’Unione europea possa “può avvalersi di tutti gli strumenti a sua disposizione per prevenire, scoraggiare, arrestare e, ove possibile, eliminare i programmi di proliferazione che rappresentano un motivo di preoccupazione”. Per essere precisi, l’impiego o la minaccia di ricorrere a mezzi militari, in particolar modo con l’Iran, sono soluzioni estremamente pericolose e non porteranno a nessun risultato positivo per la pace; contrastano anzi con la percezione che la sinistra ha delle azioni militari che vedono la partecipazione dell’Unione europea.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) I principi soggiacenti alla firma del trattato di non proliferazione e che risalgono al periodo della guerra fredda continuano ancora oggi ad avere una notevole rilevanza e persino una maggiore urgenza. La caduta del blocco sovietico ha portato alla diffusione di materiale nucleare in diversi Stati; la fine del controllo unificato sull’impiego e l’immagazzinamento di materiale nucleare continua a suscitare forti perplessità in merito a un utilizzo irresponsabile o al suo deterioramento, con conseguenze inimmaginabili per la salute degli abitanti e la sicurezza della regione.

L’incremento del numero dei componenti del “club nucleare”, la minaccia del terrorismo e la relativa facilità con cui è possibile oggi realizzare armi di distruzione di massa sono elementi che contribuiscono ad aumentare l’attuale clima di nervosismo. L’Unione europea deve essere in grado di assumere una posizione comune e coerente in merito a tali questioni, con l’obiettivo di costruire un mondo più sicuro e con una presenza sempre minore di armi nucleari.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) I cambiamenti internazionali forniscono nuove opportunità in merito alla non-proliferazione. All’inizio del suo mandato, il presidente Obama ha dichiarato la sua ambizione di raggiungere un mondo senza armi nucleari e si è impegnato a perseguire attivamente la ratifica di un divieto totale sui test nucleari da parte degli Stati Uniti. L’Unione europea deve dimostrare di essere all’altezza delle sfide connesse alla non proliferazione nucleare, e in particolar modo all’Iran e alla Corea del Nord che continuano ad essere le principali minacce alla sicurezza internazionale. Per quanto attiene alla riduzione degli arsenali nucleari, la priorità è focalizzarsi sui due principali, ovvero le risorse di Russia e Stati Uniti, che posseggono il 95 per cento delle armi nucleari esistenti sul pianeta. Il Parlamento si aspetta che l’Unione europea assuma una posizione comune e ambiziosa nel corso della prossima conferenza di revisione delle parti del trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il disarmo nucleare a livello internazionale è di cruciale importanza e implica la necessità di promuovere e rafforzare il trattato di non proliferazione della armi nucleari (TNP) e di garantirne la ratifica da parte di tutti gli Stati. Nell’attuale contesto internazionale, il pericolo di una nuova corsa agli armamenti nucleari rappresenta una giustificata fonte di preoccupazione.

L’imposizione del disarmo e dell’arresto dello sviluppo, della produzione e dell’immagazzinamento di nuove armi nucleari rappresentano la vera e propria base del trattato di non proliferazione. L’attuale controversia sul programma nucleare iraniano richiede una soluzione pacifica, basata sui negoziati che è necessario riavviare. Qualsiasi azione militare o minaccia dell’impiego della forza saranno controproducenti e comporteranno conseguenze potenzialmente pericolose per la regione. A tal proposito è necessario mostrare la nostra ferma opposizione ai piani che potrebbero, in qualche modo, giustificare un intervento militare, come nel caso del paragrafo G del preambolo della risoluzione comune adottata.

 
  
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  Charles Goerens (ALDE), per iscritto. (FR) La questione iraniana è al cuore del dibattito nella fase preparatoria della conferenza di revisione delle parti sul trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Per riassumere brevemente: l’Iran, nell’accettare il trattato di non proliferazione, ha abbandonato nel tempo la possibilità di sviluppare armi nucleari. Se la Repubblica islamica dell’Iran non dovesse più tener fede agli impegni, ci troveremmo dinanzi a due problemi: in primo luogo, la decisione rappresenterebbe sul breve periodo una minaccia alla stabilità di una regione in cui la maggior parte degli attori è incline ad adottare delle posizioni radicali. In secondo luogo, a medio e lungo termine, il rifiuto da parte dell’Iran di rispettare gli obblighi del TNP creerebbe un grave precedente per quanto riguarda la sicurezza regionale e globale. Sarebbe evidente che il coinvolgimento dei membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che hanno il diritto di veto, e della Germania, non è più sufficiente a sbloccare la situazione. Un segnale forte da parte di Stati Uniti e Russia che dimostri la loro volontà unilaterale di ridurre il proprio arsenale nucleare potrebbe spingere a un senso di responsabilità le potenze nucleari di medie dimensioni, facendo comprendere loro di essere pronte per il disarmo. Infine, un forte gesto da parte delle maggiori potenze potrebbe forse convincere quei paesi che attualmente stanno acquisendo competenze specifiche nell’ambito del nucleare ad abbandonare i loro progetti.

 
  
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  Richard Howitt (S&D), per iscritto. (EN) I deputati laburisti vorrebbero esprimere il proprio profondo impegno per raggiungere l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari. Siamo orgogliosi di vedere che il Regno Unito, in quanto potenza nucleare, stia incanalando gli sforzi verso un accordo di non proliferazione da siglare a maggio a New York, che richiede un consenso globale. Abbiamo sostenuto questa risoluzione con l’obiettivo di inviare un chiaro messaggio: il Parlamento europeo e i deputati laburisti sosterranno tutti gli sforzi necessari per assicurare la possibilità di lasciarci alle spalle quei giorni cupi delle tensioni nucleari e della mutua distruzione.

Abbiamo deciso di astenerci dalla votazione sull’emendamento n. 2 poiché riteniamo che la dottrina militare sia una questione su cui i governi nazionali sono chiamati a decidere e non una prerogativa del Parlamento europeo. Ci siamo uniti al nostro gruppo politico per sostenere l’emendamento n. 3 poiché riteniamo che tutti gli Stati abbiano il diritto di sviluppare l’energia nucleare per scopi civili; in questo caso però spetta ai singoli Stati la responsabilità di vietare lo sviluppo di armi nucleari. I deputati laburisti continueranno a sostenere il disarmo degli Stati con armamenti nucleari, ad impedirne la proliferazione nei nuovi Stati e a contribuire ala raggiungimento dell’obiettivo di un mondo senza armi nucleari.

 
  
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  Sabine Lösing (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Sono pienamente consapevole del fatto che il disarmo nucleare internazionale, e quindi il rafforzamento del TNP e la sua ratifica da parte di tutti gli Stati, siano di importanza cruciale e che sarebbe necessario compiere ogni sforzo per mettere in atto il trattato in tutti i suoi aspetti. Per garantire l’efficacia degli sforzi multilaterali, questi devono essere inseriti in una visione ben articolata per avere un mondo senza armi nucleari nel più breve tempo possibile. Dobbiamo insistere sull’impegno da parte degli Stati con armamenti nucleari ai sensi dell’articolo VI del trattato di non proliferazione – sottoscritto da numerosi paesi – per procedere al completo disarmo, abbandonando così la produzione di armi nucleari su base permanente, poiché questa era una delle promesse fondamentali. Ci opponiamo alla formulazione in questa risoluzione del considerando G: “di avvalersi di tutti gli strumenti a sua disposizione per prevenire”.

Vorrei sottolineare che, in particolare per quanto riguarda l’Iran, qualunque attività militare volta a impedire la proliferazione è totalmente controproducente e molto pericolosa. Sono convinta che il modo migliore per affrontare il problema della proliferazione sia l’abbandono in via definitiva dell’energia atomica, poiché anche l’impiego per scopi civili comporta grandi pericoli e, soprattutto, non permette di escludere con assoluta certezza che tecnologie nucleari a scopi civili non vengano usate per scopi militari.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La proliferazione di armi di distruzione di massa rappresenta una grave minaccia per l’umanità, per la pace e la sicurezza internazionale. Forme estreme di terrorismo, non controllate e spesso di carattere fondamentalista, causano preoccupazioni a livello globale e spingono ad impedire a gruppi e governi guidati dal leader senza scrupoli di dotarsi di queste tecnologie.

E’ dunque fondamentale che i governi in possesso di armo nucleari possano dimostrare che intendono gradualmente ridurre i loro arsenali, dando il buon esempio. Il prossimo vertice, previsto per il mese di aprile di quest’anno, potrebbe apportare un notevole contributo in merito e vi sono grandi aspettative per una maggiore attenzione e controllo sul commercio non autorizzato di materiali nucleari.

Auguriamoci che Stati Uniti e Cina rivestano un ruolo importante nel disarmo nucleare della penisola coreana. E’ infine cruciale che gli Stati non prendano le distanze dal trattato di non proliferazione delle armi nucleari, in quanto interessa tutti noi e non solo alcuni paesi.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE), per iscritto. (CS) Sono lieta che il Parlamento europeo abbia adottato la relazione in materia di non proliferazione delle armi nucleari. In quanto cristiana, accolgo con favore il fatto che i rappresentanti delle civiltà occidentali, dopo oltre 60 anni dalla fine della guerra, abbiano compreso che l’esistenza delle armi nucleari rappresenta un enorme rischio globale e che abbiamo quindi compiuto notevoli sforzi per ridurne la presenza. Il rifiuto da parte dell’Iran e della Repubblica democratica popolare di Corea di firmare il trattato di non proliferazione delle armi nucleari costituisce un grande rischio. Questi paesi inoltre non sono stati in grado di rispettare gli obblighi internazionali in materia di sicurezza nucleare. Il rifiuto da parte dell’Iran di concedere l’accesso ai propri impianti nucleari agli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica costituisce un reale rischio per la sicurezza non solo per gli Stati immediatamente confinanti, ma anche per l’Unione europea. Per concludere, vorrei ringraziare gli onorevoli deputati per l’impegno profuso per rendere il testo della risoluzione il più equilibrato possibile.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Mi sono infine espresso a favore di questa complessa risoluzione (RC7-0137/2010) sul trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Mi compiaccio per l’approvazione del testo originale presentato dal PPE, dai socialisti, dall’ALDE e dal gruppo Verts/ALE e l’adozione di uno dei quattro emendamenti (331 voti a favore, 311 contrari), specialmente perché si tratta, sorprendentemente, di un testo che esorta tutte le parti ad una revisione della propria dottrina militare, rinunciando all’opzione dell’attacco preventivo. Gli sforzi del PPE per eliminare il paragrafo sulle zone esenti da armi nucleari, compreso il Medio Oriente, sono stati vanificati.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (ECR), per iscritto. (EN) Vi sono numerosi elementi della risoluzione con i quali concordiamo. Siamo nettamente a favore di un trattato di non proliferazione delle armi nucleari solido ed efficace; la risoluzione in sé però comprende elementi inutili e per questo il gruppo ECR si è astenuto dalla votazione. Il considerando L mette in discussione il fatto che in cinque Stati membri europei non nucleari siano ancora schierate armi tattiche nucleari. Siamo a favore della presenza di queste armi, perché contribuiscono alla condivisione dei compiti e a garantire l’impegno militare statunitense per la sicurezza europea. In diversi punti vi sono critiche implicite mosse nei confronti degli alleati stretti, mentre il nostro scetticismo dovrebbe essere rivolto verso chi rappresenta una minaccia per la sicurezza internazionale. Né il Regno Unito, né la Francia né tanto meno gli Stati Uniti producono attualmente materiale fissile destinato alle armi; è però diverso affermare che le loro infrastrutture di produzione di materiale fissile, a questo punto, devono essere abbandonate. L’invito alla creazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente è chiaramente rivolto a Israele, che si trova ad affrontare una serie di minacce alla propria esistenza provenienti dai paesi vicini, molti dei quali hanno una storia come produttori di armi nucleari e di distruzione di massa e almeno uno tra questi – l’Iran – continua in questa direzione.

 

9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 

(La seduta, sospesa alle 13.55, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. SCHMITT
Vicepresidente

 

10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
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(Il Parlamento approva il processo verbale della seduta precedente)

 

11. Politica dell’UE sulle questioni relative all’Artico (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. L’ordine del giorno reca la dichiarazione dell’alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza sulla politica artica dell’UE.

 
  
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  Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.(EN) Signor Presidente, sono molto lieta dell’opportunità di discutere con voi quella che a mio parere è una politica artica comunitaria in evoluzione. E’ una problematica seria, di crescente rilevanza politica, e ritengo che come tale vada trattata.

Nel periodo immediatamente successivo ai negoziati di Copenaghen, è giusto dedicare una maggiore attenzione a quella parte del mondo che ha subito gli effetti più tangibili del cambiamento climatico. Studi scientifici dimostrano che le calotte glaciali hanno perso più della metà del loro spessore nell’ultimo decennio.

Altri cambiamenti ambientali stanno esercitando un impatto crescente sulla popolazione, la biodiversità e il paesaggio artico, sia sulla terra sia nel mare. Insieme ad altri soggetti internazionali, ci siamo impegnati in maniera sempre più attiva per le questioni artiche. Come saprete, alla fine del 2008 la Commissione ha pubblicato la propria comunicazione sull’Artico, accolta con favore dal Consiglio, e seguita nel dicembre 2009 da esaurienti conclusioni sulle questioni artiche.

A mio parere rappresenta un altro passo verso la costruzione graduale di una politica artica coerente e completa. Come saprete, alla Commissione è stato chiesto di elaborare una relazione di follow-up nel giugno 2011, e sarà un’altra occasione per sviluppare ulteriormente il nostro pensiero comune. Abbiamo tutto questo lavoro in corso, e per tale ragione oggi sono impaziente di sentire le opinioni dei deputati di quest’Assemblea.

In questo contesto, la Commissione ha apprezzato la vostra risoluzione sulla governance dell’Artico dell’ottobre 2008, che ha fornito un incentivo valido nelle ultime fasi della redazione della comunicazione da parte della Commissione. Ricerchiamo il sostegno del Parlamento per i nostri sforzi volti a garantire che l’Unione europea venga riconosciuta come soggetto responsabile e rispettato nelle questioni artiche. La nostra posizione geografica e i nostri programmi in corso nella regione artica costituiscono il punto di partenza che però vogliamo sviluppare ulteriormente.

Sono tre le aree principali dell’attività su cui vorrei soffermarmi molto brevemente. In primo luogo vogliamo contribuire alla protezione della regione artica, compresa la sua popolazione. L’ecosistema artico è molto fragile e necessita pertanto di massima protezione e salvaguardie. Al contempo, a causa del cambiamento climatico, le risorse dell’Artico stanno diventando sempre più accessibili. Da qui scaturiscono opportunità che però vanno gestite con molta cautela.

Vogliamo assicurarci che i nostri cittadini e le nostre imprese vengano trattate equamente, anche nel settore dei trasporti e delle risorse naturali, ed è necessario muoversi in maniera molto prudente e cauta, con salvaguardie ambientali adeguate. Entrambi gli obiettivi possono e devono essere sviluppati congiuntamente da istituzioni europee e Stati membri, soprattutto i tre paesi artici. Tutti dovrebbero continuare a lavorare in stretta collaborazione con le altre parti interessate della regione.

Il nostro terzo obiettivo consiste nell’offrire un contributo ad accordi di governance solidi e più efficaci per la gestione delle sfide molteplici che interessano la regione artica; tra queste si annoverano l’attuazione degli accordi, quadri e disposizioni esistenti, ivi compreso il Consiglio artico, e il rispetto incondizionato della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Tuttavia, laddove necessario, dovremmo studiare con attenzione se e come integrare e sviluppare ulteriormente tali accordi.

Per essere credibili, dovremmo riconoscere che la regione artica è radicalmente diversa dall’antartica, e tale constatazione dovrebbe animare la nostra risposta politica. A differenza dell’Antartide, un continente vasto e abitato circondato da un oceano, l’Artide è uno spazio marittimo circondato da terre abitate da migliaia di anni e che appartengono a paesi sovrani. Di conseguenza, le proposte di utilizzare il trattato antartico anche per la regione artica sarebbero poco realistiche, oltre ad essere verosimilmente deleterie ai fini del ruolo proattivo che vogliamo ricoprire.

Come sapete, il Consiglio condivide questa posizione. Vogliamo ardentemente mantenere un rapporto di stretta collaborazione col Parlamento europeo nel perseguimento dei nostri obiettivi comuni di elaborazione graduale di una politica artica europea, e dobbiamo collaborare con i paesi artici e la comunità internazionale per individuare il modo più efficace di preservare e proteggere l’Artico per le generazioni future.

 
  
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  Michael Gahler, a nome del gruppo PPE.(DE) Signor Presidente, signora Vicepresidente, grazie mille per aver aperto la discussione su questo tema, che ritengo sia importante. I partecipanti alla discussione odierna condivideranno questa mia opinione, e ritengo che riusciremo anche a conseguire un ampio consento nell’ambito della discussione. Sono relatore di una relazione sul tema che deve essere ancora elaborata, e ci terrei a lavorare in stretta collaborazione con tutti i soggetti coinvolti.

Ha citato numerose parole chiave. Proteggere l’ambiente è molto importante. Avete menzionato le popolazioni residenti, le risorse sottomarine e la pesca. Un’altra parola chiave sono le spedizioni, e i nuovi itinerari che il cambiamento climatico sta rendendo praticabili: il passaggio nordoccidentale e il passaggio nordorientale.

In prossimità di questi passaggi, lungo i nostri tre Stati membri artici, ci sono per lo meno due attori globali – gli Stati Uniti e la Russia – oltre a un partner di rilievo quale il Canada. Tali paesi sono i territori immediatamente adiacenti con cui, in ogni caso, dobbiamo costruire e migliorare il nostro rapporto nel contesto di questa politica che vogliamo sviluppare.

In particolare, per quanto riguarda le materie prime, esiste una potenziale collaborazione – ma anche un potenziale conflitto se non affrontiamo il tutto nella maniera giusta. L’UE non pianterà sicuramente la propria bandiera sui fondali marini, a differenza dei russi. Dovremmo tuttavia ricercare il dialogo con le parti coinvolte, in modo da conseguire consensualmente gli obiettivi che sono importanti per la regione in termini di protezione ambientale, estrazione delle risorse e diritti dei cittadini residenti.

 
  
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  Liisa Jaakonsaari, a nome del gruppo S&D.(FI) Signor Presidente, qualche tempo fa il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha dichiarato in un’intervista di svolgere un lavoro difficile, che si esplicitava nel passare da una crisi all’altra. Purtroppo, rimane poco tempo per affrontare sfide future così fondamentali come lo sviluppo della regione artica.

Commissario Ashton, presumo che anche lei abbia provato lo stesso tipo di angoscia, e per questa ragione apprezziamo molto la sua decisione di avviare una discussione sulla politica artica con così grande anticipo, e la sua intenzione di recarsi in Lapponia il prossimo finesettimana, nella regione artica. Siamo certi che acquisirà informazioni importanti in loco.

Il forziere artico che si sta aprendo è ricolmo di opportunità economiche, ma pone anche molti rischi ambientali e di sicurezza, per non citare quelli connessi al destino delle popolazioni autoctone. Il riscaldamento globale sta aprendo nuove rotte marine e consentendo lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e gassosi in una maniera che si rivela deleteria per l’ambiente. L’Istituto di ricerca svedese per la pace internazionale (SIPRI), e non è l’unico, ha già pubblicato un articolo, dal titolo inquietante Ice-free Arctic (Artico senza ghiaccio), sulla politica artica cinese. Per tale ragione l’Unione europea deve intervenire urgentemente ed elaborare una propria politica artica.

Le conclusioni della Commissione che lei ci ha presentato sono gradite nella misura in cui la regione, con il suo petrolio, gas naturale e minerali, non viene soltanto vista alla stregua di un nuovo Eldorado: l’accento viene posto principalmente sulle persone che ci vivono, un aspetto molto importante della situazione. L’UE deve inoltre essere disposta a intrattenere un dialogo costruttivo con i cittadini del luogo, e questo è un modo in cui l’Unione può arrivare a ricoprire un ruolo decisivo nella politica artica. Ad esempio, le recenti restrizioni imposte dal Parlamento alla caccia alle foche hanno irritato le popolazioni autoctone.

E’ molto importante rafforzare lo status del Consiglio artico, e per tale ragione occorre ora esercitare un’influenza maggiore su Canada e Russia in particolare, cosicché l’Unione europea possa vedersi attribuito un ruolo più determinante. La ricerca sull’Artico è un’area di cooperazione importante; ad esempio, l’Università della Lapponia, dove lei sta per recarsi, è la sede dell’Università dell’Artico, e sono certa che quando verrà istituito il centro informazioni artico, come indicato dalla Commissione, Rovaniemi potrebbe essere una sede ideale.

Vanno inoltre rafforzate le strutture stesse dell’Unione europea. Purtroppo, pare che in seno al Consiglio l’Oceano artico sia passato in secondo piano rispetto alla dimensione meridionale e orientale, pertanto occorre ora aprire la finestra artica della dimensione settentrionale. Baronessa Ashton, la Commissione deve precisare il ruolo di ogni Direzione generale e indicare il responsabile delle questioni artiche.

 
  
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  Diana Wallis, a nome dl gruppo ALDE.(EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare sentitamente l’alto rappresentante per la dichiarazione. A mio avviso, siamo in molti in quest’Aula ad essere lieti che lei stia proseguendo il lavoro iniziato dalla Commissione e a cui avevano dato seguito le dichiarazioni della presidenza lo scorso autunno.

Ha sottolineato la fragilità della natura e dell’ambiente artici. La natura fragile è, come da lei riconosciuto, una preoccupazione globale, non solo europea o delle nazioni artiche.

L’Artico si presenta inoltre come un’occasione irripetibile per la cooperazione multinazionale. Anche per noi dell’UE è un’opportunità unica per intrattenere un rapporto positivo con la Russia mediante la dimensione settentrionale. E’ un punto di partenza essenziale anche per il rapporto con gli altri partner.

Deve tuttavia essere una cooperazione significativa che si estende in tutta la regione dell’Artico, ed è preoccupante – un punto che lei non ha toccato nella sua dichiarazione – assistere alla formazione di un gruppo interno di cinque Stati costieri dell’Artico che si riuniscono al di fuori dell’architettura del Consiglio artico, uno sviluppo che potrebbe pregiudicare gravemente una cooperazione molto preziosa, e che pertanto va trattato con molta serietà.

Analogamente, a noi – all’UE – è stato negato lo status di osservatori. Dobbiamo migliorare alcuni rapporti e tentare di ripristinare la fiducia in ciò che vogliamo creare nell’Artico.

Ritengo che la comunicazione originaria della Commissione fosse un documento sorprendente per la capacità di riunire diverse questioni trasversali che coinvolgevano numerose DG della Commissione. Si tratta di un’ottima base da cui partire. Attendiamo tutti di scoprire come coordinerà questa politica, sia proseguendo il lavoro in seno alla nuova Commissione, sia col suo ruolo unico che le permette di riunire due cariche nella sua persona. Grazie comunque per l’inizio.

 
  
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  Satu Hassi, a nome del gruppo Verts/ALE.(FI) Signor Presidente, nel nostro atteggiamento verso la regione artica emerge una sorta di schizofrenia culturale. Da una parte, la questione ci preoccupa. E’ evidente che il cambiamento climatico sta avanzando più rapidamente nell’Artico che altrove. La regione è stata paragonata a un canarino in una miniera.

Dal 1979 la copertura media annuale dei ghiacci nell’Oceano artico si è ridotta di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati, che corrispondono a una superficie pari a Francia, Italia, Spagna e Regno Unito tutti insieme. Il processo di scioglimento sta accelerando il cambiamento climatico in quanto sta riducendo la riflettanza della Terra, o albedo. Sta liberando metano dalla tundra, e potrebbe anche rilasciarlo dai fondali marini. Il metano accelera ulteriormente il cambiamento climatico. Inoltre, il processo di scioglimento provoca il rilascio nell’ambiente delle tossine accumulatesi nell’arco di molti anni.

Malgrado la nostra preoccupazione per la situazione, al contempo è iniziato una corsa al petrolio e al gas naturale dell’Artico. I paesi stanno litigando e negoziando una possibile ripartizione dei fondali marini. Per di più, in tutto ciò le popolazioni autoctone vengono ampiamente ignorate.

L’UE dovrebbe ora promuovere un approccio coerente allo sviluppo sostenibile. Dovrebbe tenere sotto controllo le immagini allettanti di euro e dollari e sostenere la protezione della regione artica mediante un accordo analogo a quello in vigore per l’Antartide. Inoltre, le popolazioni indigene andrebbero coinvolte in tutti i processi decisionali che riguardano la regione. Dovrebbe vigere in ogni caso una moratoria di 50 anni sullo sfruttamento delle risorse di combustibili fossili di quel territorio.

Occorre prendere atto del fatto che la natura, la fauna e la flora della regione sono delicate e vulnerabili. Ad esempio, le perforazioni petrolifere causano molti più problemi e rischi peggiori in questa regione che non altrove. Anche le società di spedizioni devono riconoscere le enormi difficoltà e rischi associati alla regione. Non è di nessuna utilità limitarsi a spendere qualche bella parola sull’ambiente e le popolazioni autoctone inserendola nelle decisioni che prendiamo, quando poi le nostre azioni effettive rischiano seriamente di contaminare l’ambiente in maniera irreversibile e di violare i diritti delle popolazioni locali.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo ECR.(EN) Signor Presidente, quando la Danimarca è entrata a far parte dell’UE nel 1973, l’Unione ha assunto una dimensione artica grazie alla dipendenza danese della Groenlandia. Nel 1985 la Groenlandia ha deciso di uscire dall’UE tuttavia, quando la Svezia e la Finlandia hanno aderito 10 anni dopo, hanno ampliato sostanzialmente l’interesse dell’UE per la regione artica.

Da allora, l’UE è diventata uno dei tanti soggetti con un interesse strategico vitale per l’Artico – il suo ambiente e le sue risorse naturali. In qualità di paesi con una parte del territorio nell’Artico, gli Stati Uniti, il Canada, la Russia, la Norvegia e l’Islanda difendono tutti i propri interessi strenuamente ed energicamente. L’Unione europea non dovrebbe ora esitare a fare lo stesso e il Consiglio artico, a mio parere, è la sede più indicata per farlo. Lo status dell’Unione di osservatore ad hoc nel Consiglio artico è inadeguato allo scopo. Auspico che l’alto rappresentante insista su uno status di osservatore permanente per l’UE in occasione della prossima riunione ministeriale nell’aprile del prossimo anno in Groenlandia.

E’ deplorevole che il Canada stia bloccando l’UE per vendicarsi del divieto dell’Unione concernente i prodotti delle foche e mi auguro che alla fine prevalga il buon senso. Tale approccio non è molto sensato, visto che sei paesi membri dell’UE, tra cui il mio, il Regno Unito, siano osservatori permanenti. Ciononostante, il coordinamento tra Danimarca, Svezia e Finlandia nel Consiglio artico è stato esemplare e ha fatto da piattaforma per far sentire nella regione l’interesse più ampio dell’UE.

I contributi del nostro alleato, la Norvegia, e dell’Islanda, che ora aspira ad aderire all’UE, hanno galvanizzato ulteriormente la partecipazione europea al forum artico. E’ un aspetto essenziale, in quanto la Russia non ha fatto mistero dei propri progetti per l’Artico, col gesto clamoroso di piantare una bandiera sul fondale marino del Polo Nord nel 2007. Sappiamo per esperienza diretta che talvolta la Russia segue il proprio personale copione negli affari internazionali. Soltanto un fronte unito composto dagli altri membri e osservatori del Consiglio artico, che agiscono attraverso la politica comunitaria della dimensione settentrionale, potrà tenere sotto controllo il Cremlino. Non possiamo permettere che l’Artico diventi la nuova arena per le tendenze espansionistiche della Russia.

 
  
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  Søren Bo Søndergaard, a nome del gruppo GUE/NGL.(DA) Signor Presidente, vi sono molte buone ragion per discutere la questione artica. Alcune sono state già citate. C’è la problematica del cambiamento climatico, nel senso che la regione artica è stata gravemente colpita dal riscaldamento globale. Vi è poi la questione delle risorse naturali, nel senso che la regione artica offre enormi ricchezze. E poi c’è la questione dell’apertura delle rotte marittime settentrionali, che implica modelli di trasporto completamente nuovi. Tuttavia, per il mio gruppo è cruciale capire da che prospettiva sia opportuno affrontare la questione artica. Il nostro punto di partenza dovrebbero forse essere tutti i vantaggi, nel senso stretto del termine, che l’UE può trarre dalla regine artica? O dovremmo forse partire da come lo sviluppo della regione artica possa beneficiare la comunità globale – e contemporaneamente, non dimentichiamolo, rispettare appieno il diritto all’autodeterminazione del popolo artico?

Il banco di prova in tal senso è la posizione da noi assunta: dobbiamo adoperarci affinché l’Artico diventi un territorio in cui possano scatenarsi nuove corse alle armi – la Russia ha svolto un ruolo attivo in tal senso, e altri l’hanno seguita – oppure l’Artico dovrebbe essere una regione demilitarizzata come l’Antartide? C’è ovviamente una differenza tra Polo Nord e Polo Sud, tra Artide e Antartide. E’ tuttavia interessante che siamo riusciti a elaborare un trattato sull’Antartide in cui abbiamo escluso la presenza militare e stabilito che questa regione può essere utilizzata solamente a scopi pacifici. La questione primaria dinanzi alla quale si trova la Commissione è decidere se adoperarsi per rendere l’Artico un’area demilitarizzata e, in tal caso, quali iniziative specifiche adottare.

 
  
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  Timo Soini, a nome del gruppo EFD.(FI) Signor Presidente, la questione artica è importante e ora è arrivata anche sul nostro tavolo. Noi finlandesi conosciamo bene le condizioni dell’Artico. Ci abitiamo. Quando la baronessa Ashton andrà in Lapponia, incontrerà molte persone che vivono e lavorano a nord del Circolo polare artico. Quando anch’io mi recherò lì domenica prossima, incontrerò numerose persone molto preoccupate per il proprio lavoro e sostentamento, in quanto in una democrazia vera, le persone possono scegliere liberamente dove vogliono vivere. Possono anche vivere in Artide se lo desiderano.

L’Università della Lapponia a Rovaniemi è la sede più indicata per condurre questo studio dal punto di vista delle finanze e della ricerca. Diana Wallis ha espresso una valutazione positiva di ciò nel quotidiano finlandese Kaleva, e per una volta mi fa piacere esprimere il mio consenso nei confronti di una posizione liberale.

Per quanto riguarda il futuro, dovremmo occuparci di tre questioni: natura, animali e persone. Se tutte e tre potranno trovare una sistemazione in ogni regione dell’Artico e vivere in quei luoghi in armonia, avremo conseguito una politica artica sostenibile, e potremo anche sfruttarne la logistica e l’economia, ma solo a condizione di rispettarne la natura, la gente e gli animali.

 
  
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  Diane Dodds (NI).(EN) Signor Presidente, sono lieta di poter prendere parte alla discussione odierna, e vorrei soffermarmi su una questione molto specifica che è già stata sollevata da alcuni degli oratori che mi hanno preceduta.

E’ indubbio che le condizioni di vita nella bellissima Artide siano proibitive, ma è altrettanto fuori di dubbio che, grazie al progresso e alle nuove tecnologie, sarà inevitabile che questa regione diventi oggetto di un maggiore sfruttamento delle risorse naturali che offre, di cui la pesca è un esempio illuminante.

Nella comunicazione della Commissione del 2008 viene esaminata l’estensione attuale delle zone di pesca e la possibilità di aprirne di nuove. E’ solo giusto che la questione venga affrontata in maniera per quanto possibile sistematica. La pesca sostenibile protegge le risorse ittiche e offre un futuro alle comunità di pescatori. Lo stesso documento cita inoltre a ragione la necessità di proteggere la popolazione autoctona e gli abitanti locali, basandosi sul dato statistico secondo cui circa un terzo dei quattro milioni di persone che vivono nella regione è autoctono – ancora una volta, un obiettivo lodevole. Tuttavia – ed è questo che vorrei far presente alla Commissione – ritrovo ancora in entrambi i documenti la conferma del fatto che la Commissione non ha fatto tesoro della lezione appresa dal disastro della politica comune della pesca che, in Irlanda del Nord, ha causato la distruzione del settore in questione.

L’approccio dall’alto verso il basso che prevede il continuo controllo e l’imposizione di obiettivi politici e metodi da parte di Bruxelles è stato un totale fallimento, eppure dal documento del 2008 e dal Consiglio “Affari esteri” del dicembre 2009 si evince che l’UE adotterà il medesimo approccio nella regione artica. Esorto l’alto rappresentante a tener conto di tale spunto, quando studierà come coordinare la politica in questo settore.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE).(PL) Signor Presidente, con lo sviluppo del mondo moderno, la politica relativa alle questioni artiche, da sempre associate a condizioni climatiche estreme, orsi polari e distese sconfinate di ghiacci, sta iniziando ad assumere una rilevanza nuova. Lo sviluppo degli scambi internazionali e il fabbisogno crescente di risorse naturali ha determinato un incremento dell’interesse nei confronti della regione. In seguito al rapido assottigliamento della calotta ghiacciata dell’Artico, sono emerse nuove possibilità di sfruttamento della regione. Da luogo di frontiera, l’Artico sta diventando un centro di attrazione per i paesi che cercano nuove rotte per le spedizioni, fonti inesauribili di ricchezza naturale e riserve ittiche. Tuttavia, siamo già al corrente di tutto questo.

La questione è piuttosto – come dovrebbe reagire l’Unione ai preparativi febbrili di una sorta di invasione dell’Artico, in corso da diverso tempo in Russia, USA, Canada e Norvegia? Va innanzi tutto gestite la questione dello status non regolamentato della regione artica. La politica portata avanti finora seguendo i canali della diplomazia dovrebbe produrre un’intesa internazionale che garantisca un’equa divisione di potenziali acquisizioni territoriali. L’assenza di norme giuridiche potrebbe rendere la regione una fonte di conflitti di natura globale. Occorre pertanto un’azione sistematica e coordinata che risponda alle sfide che si profilano rapidamente all’orizzonte. L’infrastruttura della ricerca, lo sviluppo di una gestione a più soggetti dell’Artico sulla base della convenzione dell’ONU e il coinvolgimento delle popolazioni artiche locali sono solo alcuni degli elementi che devono essere contenuti nella strategia artica europea futura, il cui scopo consisterà nel mantenere un equilibrio tra protezione dell’ambiente naturale e uso sostenibile delle risorse che offre.

 
  
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  Kriton Arsenis (S&D).(EL) Vorrei porgere il benvenuto all’alto rappresentante per gli affari esteri.

L’Artico è la regione della Terra in cui il cambiamento climatico è più evidente. Il riscaldamento globale ha causato un notevole arretramento dei ghiacci. L’anno chiave è stato il 2007, quando la superficie ghiacciata si è ridotta del 34% rispetto al periodo compreso tra il 1970 e il 2000.

Tuttavia, lo scioglimento della calotta polare artica comporta conseguenze innumerevoli e drammatiche. Accelera il cambiamento climatico. Ad oggi, la superficie bianca del ghiaccio artico rifletteva l’80% della luce solare che colpiva la regione, influendo pertanto sulle temperature globali e locali. Tale riflettanza si sta riducendo progressivamente e sta causando un aumento della temperatura del pianeta e dell’area polare nel suo complesso, in una zona di 1500 metri compresa tra Canada, Russia e Alaska. Nel 2007, la temperatura è salita di 2° tra agosto e ottobre.

Al contempo, lo scioglimento dei ghiacci ha causato cambiamenti imprevisti a carico delle correnti marine. Sta esercitando effetti avversi sugli ecosistemi marini e sulla pesca e sta riducendo la capacità del mare di assorbire il biossido di carbonio, in quanto colpisce il plancton e altri organismi e fa salire i livelli del mare.

Per questo i cittadini europei accolgono con rammarico le notizie frequenti di una partecipazione dell’Unione europea alla corsa sempre più febbrile per accaparrarsi i vantaggi geopolitici della catastrofe ambientale dell’Artico.

Il ruolo dell’Unione europea non dovrebbe essere la vittoria di una gara geopolitica internazionale per la conquista del petrolio e delle rotte di spedizione dell’Artico. Il nostro compito dovrebbe consistere nella salvaguardia del rispetto per i nostri principi, del rispetto per l’integrità ambientale dell’area, della prevalenza di principi quali la concorrenza internazionale e il rispetto per le istituzioni dell’ONU indipendentemente dal regime che si imporrà nell’Artico in seguito all’enorme catastrofe ambientale già in corso.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE).(EN) Signora Presidente, vorrei cogliere l’occasione per porgere i miei migliori auguri alla baronessa Ashton per il suo mandato, e vorrei esprimere la mia soddisfazione per l’impegno da lei esternato per il mantenimento di uno stretto rapporto di collaborazione col Parlamento nello sviluppo di quella che lei definisce una politica artica comunitaria più coerente.

All’Unione europea spetta ovviamente un ruolo cruciale nella politica artica. Due paesi artici, l’Islanda e la Norvegia, sono membri dello SEE. Le politiche comunitarie in aree quali l’ambiente, il cambiamento climatico, l’energia, la ricerca, i trasporti e la pesca hanno un impatto diretto sull’Artico.

Nella mia veste di presidente della delegazione del Parlamento per Svizzera, Islanda, Norvegia e lo SEE, ricopro anche la carica di rappresentante del Parlamento in seno al comitato permanente dei deputati della regione artica.

In tale veste, mi preme informare l’Assemblea che nel settembre di quest’anno il Parlamento di Bruxelles ospiterà la riunione biennale dei deputati della regione artica.

(GA) La prossima settimana a Washington si terrà una riunione preparatoria, e poi un’altra verrà organizzata a Oslo più sotto data rispetto al convegno. A mio parere, ospitare tale riunioni si rivelerà estremamente importante per il Parlamento europeo e invero per l’Unione europea.

 
  
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  Presidente. – Mi dispiace, ma non abbiamo ricevuto la traduzione dell’ultima parte del suo intervento.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE).(EN) Signora Presidente, non ho dubbi sul fatto che tutti gli eurodeputati abbiano compreso il mio intervento!

In conclusione ho ricordato che ospiteremo la conferenza e che auspico che, tenuto ovviamente conto della sua disponibilità, lei possa prendere in considerazione il mio invito a partecipare a parte della riunione, Baronessa Ashton. A mio parere, si tratta di un punto di partenza ideale per sviluppare una maggiore comprensione delle questioni coinvolte, e consente inoltre ai parlamentari provenienti da una regione così vasta di intessere e rafforzare legami.

 
  
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  Reinhard Bütikofer (Verts/ALE).(DE) Signora Presidente, accolgo con favore la discussione e sono lieto che la baronessa Ashton sia presente per prendervi parte. Ha affermato che il punto della questione consiste nel proteggere la regione e la popolazione residente. E’ vero. Tuttavia, quando ci riferiamo in particolare alle popolazioni autoctone della regione, noi garantiamo dall’esterno molto più di una semplice protezione; assicuriamo il rispetto del loro diritto all’autodeterminazione, che dev’essere un principio molto importante a cui si ispira la nostra politica artica.

Per quanto riguarda la tutela della natura della regione, va precisato che esistono numerosissime aree sensibili in questo territorio. So che molti dei presenti alla discussione respingono l’idea di una moratoria. Forse, Baronessa Ashton, era a questo che pensava quando ha dichiarato che “la regione artica è radicalmente diversa dall’antartica”, ma anche quando si respinge una moratoria, va comunque fornita una risposta – pratica, e non soltanto lirica – alla domanda su come proteggere in maniera efficace le aree particolarmente sensibili della regione rifacendosi soltanto al principio di precauzione. Non possiamo permettere che si giunga a un punto in cui, negli interessi delle economie miopi, il grido di battaglia “ci serve il gas, ci serve il pesce” finisca per calpestare tutti i principi cautelativi.

Vorrei inoltre riallacciarmi a quanto affermato dall’onorevole Gahler. Onorevole Gahler, lei ha menzionato i potenziali conflitti. E’ un’osservazione giusta. Possiamo già constatare come a livello internazionale tali discussioni non siano solo caratterizzate dalla volontà di trovare un terreno comune, altrimenti il Canada e la Russia, ad esempio, non avrebbero tentato di opporsi allo status di osservatore dell’UE nel Consiglio artico. Quest’ultimo è esso stesso una semplice organizzazione di diritto non vincolante senza bilancio o personale fissi. Non può fare le veci di una struttura di governance. Tuttavia, quando prendiamo in esame nuove strutture di governance – e se non sbaglio è questa la sua posizione, signora Alto rappresentante – dobbiamo assicurarci di procedere secondo il criterio dell’inclusione e di riconoscere che ci sono anche altre organizzazioni che desiderano essere coinvolte.

 
  
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  Anna Rosbach (EFD).(DA) Signora Presidente, noto che sia la Commissione sia l’alto rappresentante sono del parere che l’UE debba elaborare una politica per l’Artico. Sono ovviamente favorevole all’idea di tutelare l’ambiente artico e, come danese, sono profondamente consapevole della situazione geopolitica. Mi rendo anche perfettamente conto dei problemi che affliggono la popolazione locale, di cui dovremmo naturalmente rispettare lo stile di vita. Detto ciò, non ritengo che l’UE debba mettere a punto una politica per l’area in questione, né che l’UE debba assumere un ruolo amministrativo nella regione artica, in quanto non andrebbe a vantaggio dell’Unione o dell’Artico.

A mio parere, dovremmo demandare la gestione dell’Artico a quei paesi che sono direttamente coinvolti nella regione. Non può né deve essere compito dell’Unione istituire una politica per tutte le aree, e tanto meno per l’Artico, una regione in cui vantiamo per tradizione una cooperazione eccellente e nella quale solamente due (e non tre, come ha dichiarato qualcuno in precedenza) dei paesi coinvolti sono membri dell’UE. Né gli Stati Uniti, né il Canada, la Groenlandia o la Russia hanno espresso il desiderio di aderire all’UE. Si potrebbe forse sospettare che l’interesse improvviso per questa regione sia stato suscitato solamente dal fatto che i diversi paesi desiderano mettere le mani sulle materie prime, invece che da qualche altro motivo. In altre parole, la politica migliore per l’Artico sarebbe un coinvolgimento soltanto marginale dell’Unione.

 
  
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  Nick Griffin (NI).(EN) Signora Presidente, un racconto popolare inglese narra di re Canuto che, ordinando alla marea di non salire e di non bagnargli i piedi, dimostrò ai sudditi che nemmeno i sovrani sono esenti dalla realtà. E, così facendo, divenne il simbolo della follia arrogante.

Re Canuto sopravvive ancora in seno al Consiglio dell’Unione europea, che inizia e termina le sue conclusioni sulle questioni artiche citando la presunta importanza del riscaldamento globale. In tale atteggiamento si ravvisa il rifiuto di accettare la realtà scientifica. In base al National Snow and Ice Data Centre statunitense, i ghiacci estivi artici sono aumentati di 409 000 miglia quadrate, vale a dire del 26%, dal 2007. Tale dato è perfettamente in linea con le previsioni degli scienziati, i quali erano consapevoli che la riduzione precedente della superficie dei ghiacci estivi, erroneamente portata come prova del riscaldamento terrestre, altri non era che l’istantanea di un ciclo naturale pulsante antichissimo costituito da ampliamento, ritiro e nuovo ampliamento dei ghiacci.

Pertanto, il ghiaccio artico estivo non scomparirà entro il 2013 e gli orsi polari non sono annegati, né annegheranno, a causa del riscaldamento globale. Milioni di elettori lavoratori stanno invece affogando in un mare di debiti e di imposte, e cresce la loro impazienza nei confronti dell’uso fatto dalla classe politica dell’inganno del riscaldamento terrestre per imporre una governance internazionale non democratica e imposte ecologiche fasulle.

L’ONU ha ora annunciato una revisione del fascicoli sospetti dell’IPCC e delle statistiche truccate. A nome dei contribuenti britannici, chiedo a questo Parlamento di fare lo stesso e di smetterla di sperperare denaro per la bugia più costosa della storia dell’umanità.

 
  
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  Anna Ibrisagic (PPE).(SV) Signora Presidente, l’Artico è una regione unica che si trova sempre più spesso al centro del dibattito a causa dello scioglimento della calotta di ghiaccio e delle nuove opportunità che ciò comporterà. E’ uno sviluppo positivo, perché serve intensificare tali discussioni non solo sull’impatto dello scioglimento dei ghiacci sulle nostre opportunità di sfruttare le risorse divenute improvvisamente accessibili, ma anche sulle responsabilità che tali sviluppi comportano e di come possiamo salvaguardare al meglio l’Artico e valutare le conseguenze future della nostra presenza e delle nostre attività in tale ambiente naturale sensibile.

Tuttavia, prima di decidere sulla politica comunitaria sull’Artico, dovremmo dedicare maggior tempo a valutare la situazione attuale dell’ecosistema artico, altrimenti sarà difficile per noi adottare le misure adeguate. A mio parere, è ingenuo e al contempo poco realistico pensare di poter semplicemente lasciare intatte tutte le risorse. Dovremmo invece assicurarci che l’estrazione delle risorse, i trasporti, il turismo e altre industrie vengano tutte gestite nel miglior modo possibile per tutelare e preservare l’ambiente naturale. Ciò deve naturalmente avvenire previa consultazione e collaborazione con la popolazione locale, sulla base della situazione effettiva e delle condizioni attuali.

La relazione della Commissione sull’Artico è un primo passo positivo verso una politica coerente nella regione. Durante la presidenza svedese, la Svezia ha appoggiato la decisione della Commissione di chiedere lo status di osservatore permanente in seno al Consiglio artico. Ritengo tuttavia che sia la relazione della Commissione sia la discussione svoltasi finora si siano concentrate eccessivamente sulle zone marine e non a sufficienza su quelle terrestri. Alcuni paesi, tra cui Svezia e Finlandia, svolgono attività estensive di allevamento delle renne, di estrazione, di agricoltura e di silvicoltura nell’Artico, ed è molto importante tenerne conto.

Un’altra dimensione del dibattito che non viene citata spesso ma che merita attenzione riguarda gli obiettivi strategici e gli interessi geostrategici dell’UE nell’Artico e le conseguenze del cambiamento delle condizioni della regione per la stabilità internazionale.

Alcuni paesi membri dell’UE si trovano nella regione artica. Altre zone della regione confinano direttamente con la parte settentrionale dell’Unione. Non dovrebbe pertanto essere difficile redigere obiettivi strategici comuni e assicurarsi il sostegno da parte dei paesi membri dell’UE. Alla luce della concorrenza crescente tra diversi paesi e di alcuni conflitti ancora irrisolti, dev’essere nell’interesse dell’UE assicurarsi che non sorgano tensioni per la sicurezza nell’Artico.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D).(LT) Oggi stiamo discutendo una questione molto importante. L’effetto del cambiamento climatico sta cambiando in maniera radicale la situazione della regione artica. L’impatto del riscaldamento globale ha determinato l’apertura di nuove rotte marittime nell’Artico, offrendo l’opportunità di trasportare petrolio, gas e altre risorse naturali, ma al contempo tale regione sta diventando molto vulnerabile a causa dei problemi ambientali e della spartizione delle risorse tra gli Stati, cosa che potrebbe avere ripercussioni negative per la stabilità internazionale e gli interessi della sicurezza europea. Nell’ambito della discussione sugli impatti del cambiamento ambientale e climatico sulla regione, uno degli obiettivi primari della politica artica deve essere il contenimento delle ripercussioni negative del cambiamento climatico e l’aiuto fornito alla regione per adattarsi ai cambiamenti inevitabili. Finora non è stata applicata alcuna strategia alla regione artica. Il Parlamento europeo ha sottolineato l’importanza della governance dell’Artico in svariate occasioni. A mio parere, ora che la situazione è cambiata, dobbiamo iniziare gradualmente a elaborare una politica comunitaria autonoma e la Commissione europea dovrebbe a propria volta svolgere un ruolo attivo su questo fronte. La situazione nella regione è da tempo causa di tensioni tra i paesi della regione artica, e tali tensioni sono destinate a intensificarsi ulteriormente man mano che la regione diventerà più accessibile. Ritengo che l’Unione europea debba avviare un dialogo onnicomprensivo con gli altri paesi, in modo da aprire le porte a nuove opportunità di cooperazione. Credo inoltre che sia giunto il momenti di iniziare a pensare a una convenzione internazionale sul tema della governance di questa regione.

 
  
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  Kristiina Ojuland (ALDE) . – (ET) Signora Presidente, Baronessa Ashton, oltre ai cambiamenti ragguardevoli in termini di ambiente naturale, non dobbiamo dimenticare il fatto che lo scioglimento dell’Oceano Artico, che ha conosciuto un’accelerazione, ha inaugurato una gara per l’accaparramento di nuove risorse naturali. Ciò potrebbe tuttavia tradursi in una potenziale minaccia in termini di sicurezza per i rapporti tra l’Unione europea e gli altri paesi. Per tale ragione, vorrei richiamare la vostra attenzione sul comportamento della Russia, che non si pone come obiettivo la pesca, il turismo o i minerali, bensì mira agli ultimi giacimenti del mondo non ancora sfruttati di gas naturale e petrolio.

Malgrado l’idea che si evince dalla strategia artica della Commissione europea di avviare una cooperazione con i paesi limitrofi per le questioni concernenti i territori adiacenti, dall’inizio del nuovo millennio la Russia non ha mostrato alcuna disponibilità a dare ascolto ai nostri desideri. La strategia russa per la sicurezza nazionale dello scorso anno ha lanciato un segnale preoccupante verso occidente, secondo cui, se necessario, il paese è disposto a ricorrere alla forza militare per fare proprie le nuove risorse dell’Artico. A mio parere dovremmo attuare politiche mirate nei confronti della Russia per impedire una gara competitiva.

 
  
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  Indrek Tarand (Verts/ALE).(ET) Signora Presidente, Baronessa Ashton, grazie per essersi occupata senza indugio di questo tema così importante all’inizio del suo mandato, oltremodo stressante. A mio parere la questione artica è estremamente urgente. Lei ha affermato senza mezze misure che l’Artide non è l’Antartide, e che sarebbe poco realistico riprodurre per il Mar Artico l’accordo in vigore per l’Antartide.

A mio parere, se qualcuno nel mondo deve difendere l’idealismo, dovrebbe indubbiamente essere la Commissione europea. E perché la Commissione europea non dovrebbe pertanto presentare ai propri partner una proposta idealistica secondo cui, prima di cominciare un’altra corsa all’oro nel Mar Artico, sarebbe opportuno applicare una moratoria per diversi decenni – e non avviare un processo che darebbe potenzialmente adito a una corsa agli armamenti e ad altre minacce?

Vorrei soffermarmi brevemente sui diritti della popolazione autoctona dell’Artico. A mio parere, nel dialogo tra l’Unione europea e la Russia in materia di diritti umani, ci si dovrebbe chiedere se gli abitanti autoctoni della regione artica che vivono nella Federazione russa vengono coinvolti a sufficienza nel lavoro del Consiglio artico. E’ vero, l’Antartide non è l’Artide, ma le misure che durante la guerra fredda hanno contribuito all’insediamento nell’emisfero meridionale non dovrebbero essere ripetute semplicemente perché la Commissione non è idealista.

Il mio paese d’origine è quello da cui partì l’esploratore dell’Antartide Bellingshausen, che salpò e fece le sue scoperte perché era un idealista. Vi auguro un pizzico di idealismo nel vostro lavoro.

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD).(EN) Signora Presidente, l’Unione europea ambisce a una politica artica onnicomprensiva. Tale proposta è decisamente stravagante. Cipro e la Grecia, ad esempio, vantano culture storiche, ma diamo un’occhiata alla geografia. E’ piuttosto difficile comprendere per quale ragione un paese sul Mar Egeo debba aver bisogno di una politica comunitaria artica.

Tuttavia, una politica artica comunitaria non è forse così stravagante come la nomina ad alto rappresentante dell’estremamente non qualificata baronessa Ashton, la Sarah Palin della sinistra ex studentesca. In occasione delle audizioni, è emerso con chiarezza che l’alto rappresentante non ha dimenticato né ha appreso nulla. E, a questo proposito…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Mi dispiace ma credo che sia fuori luogo ascoltare commenti personali del genere in quest’Assemblea.

(Brusii dai banchi)

Il suo tempo di parola è finito. Non possiamo accettare commenti personali di questo genere.

(Brusii dai banchi)

Passiamo ora al prossimo oratore.

 
  
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  Sari Essayah (PPE).(FI) Signora Presidente, torniamo al punto della questione. Come è stato dichiarato da molti dei nostri onorevoli colleghi, è cominciata la corsa alle risorse naturali e alla gestione della regione artica.

Tuttavia, la regione artica necessita di un approccio onnicomprensivo, come ha dichiarato l’alto rappresentante in questa sede. Dovrà tener conto della natura estremamente fragile della flora e fauna artica, degli effetti a lungo termine dello scioglimento dei ghiacci e, soprattutto, dei diritti delle popolazioni autoctone e di altre persone che ivi risiedono.

Fino ad oggi la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e l’accordo sulle riserve di pesca sono stati sufficienti per regolamentare l’estrazione delle risorse naturali nella zona marina dell’Artico e sui fondali. Il Consiglio artico si è dedicato prevalentemente alla cooperazione ambientale e della ricerca, tuttavia gli accordi incentrati sull’impiego delle risorse naturali hanno determinato l’esigenza crescente di sviluppare strategie di amministrazione internazionali, e anche l’UE potrebbe ricoprire un ruolo in tal senso. Inoltre, la politica artica comunitaria necessita di una strategia propria, e andrebbe coordinata in maniera congiunta.

Una maniera adeguata di coinvolgere l’UE nell’Artico potrebbe consistere nell’istituzione di un centro artico. L’esigenza di un centro europeo di informazioni sull’Artico è stata menzionata per la prima volta nella comunicazione della Commissione sull’Unione europea e la regione artica nell’autunno del 2008. Su richiesta del Consiglio, la Commissione ha iniziato a studiare ala possibilità di istituire un tale centro nell’Unione europea.

Il centro artico presso l’Università della Lapponia di Rovaniemi, sul Circolo polare artico, ha dato la disponibilità a fungere da centro europeo di informazioni sull’Artico. La Finlandia non ha pretese territoriali da avanzare rispetto alle risorse naturali, pertanto il paese, nella sua neutralità, costituirebbe una scelta opportuna per la gestione del centro, come ha dichiarato in maniera incoraggiante anche l’onorevole Wallis.

Esorterei pertanto l’alto rappresentante Ashton a prendere una decisione sull’assetto che dovrebbe assumere tale centro artico comunitario, sulla sua ubicazione e le sue mansioni, elevando pertanto il profilo dell’Unione nella politica artica. Le auguro un viaggio piacevole in Lapponia.

 
  
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  Herbert Reul (PPE).(DE) Signora Presidente, nel contesto del dibattito sul cambiamento climatico, si sono intensificate le discussioni in cui l’Artico viene visto alla stregua di via di navigazione per le spedizioni marittime, con la possibilità di accorciare le rotte commerciali e consumare pertanto meno carburante – non dimentichiamoci che anche questo è un aspetto della situazione – compresa la questione dell’eventuale presenza di risorse che vanno dal petrolio al gas naturale, della forma in cui si presentano e del modo in cui possano essere sfruttate. E’ stata menzionata anche la pesca. C’è e continua a esserci un valore molto simbolico connesso alla discussione, che è emerso nel momento in cui la Russia ha piantato – issato non è propriamente il termine giusto in questo caso – la sua bandiera sul fondo del mare. Anche gli altri Stati stanno iniziando ad articolare le loro richieste in maniera più incisiva. Alla luce di ciò, sono estremamente grato all’alto rappresentante per aver deciso di affrontare tale questione e di darle priorità.

A mio parere, quanto è stato discusso finora al Parlamento europeo e anche alla Commissione, come ad esempio la proposta del 2008, a cui si è fatto anche riferimento, ha un carattere eccessivamente difensivo. A mio parere la questione va affrontata prediligendo l’attacco su entrambi i fronti, vale a dire sia rispetto alla questione sollevata da molti onorevoli colleghi, segnatamente la tutela dell’ambiente e degli abitanti locali, sia rispetto al fatto che dobbiamo affrontare cautamente la questione delle eventuali opportunità offerte, che vanno discusse con onestà. Nel contesto di una relazione in ambito petrolifero del 2008, avevamo avviato delle discussioni iniziali e molto prudenti sulla questione e avevamo indicato una prima strada da seguire. Visto che ripetiamo in continuazione che ci occorrono diversificazione e nuove fonti, comprese nuove risorse e forniture energetiche, dobbiamo valutare se esista la possibilità di sfruttare tali risorse senza mettere a rischio la natura e l’ambiente. Dobbiamo per lo meno tenere tale discussione, sfruttare quest’occasione. Oggi ci troviamo in una posizione tecnologica diversa e, tra parentesi, le conquiste tecnologiche in questo settore al giorno d’oggi sono conquiste europee. Se parliamo di ulteriori sviluppi della tecnologia, devono avvenire in tutti i settori. Sono grato che sia stata organizzata questa discussone, e spero che si svolga in maniera obiettiva e aperta.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signora Presidente, chi assumerà il controllo dell’Artico? E’ il titolo di un articolo di stampa che ho trovato mentre approfondivo l’argomento. Descrive in maniera succinta, ma si potrebbe dire anche acuta, la situazione attuale della corsa all’Artico. In tale frangente, la domanda posta dall’alto rappresentante Ashton sembrerebbe molto appropriata – come può l’Unione europea essere un soggetto responsabile nell’ambito dei problemi correlati all’Artico? Responsabile – lo sottolineo. Per tale ragione la discussione odierna in seno al Parlamento europeo i sembra utile e positiva da tutti i punti di vista, in quanto si sta svolgendo qui per la seconda volta in seguito alla prima e all’attuale comunicazione del Consiglio al Parlamento, e dalla Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo.

L’Artico è una regione non disciplinata dal diritto internazionale, e il forte interesse nei confronti di questo territorio nasce da una parte, come già ricordato, dal cambiamento climatico, e dall’altra viene sempre più chiaramente riconosciuto e prontamente sfruttato quale risorsa potenziale, in particolare di energia e gas, ma anche di risorse naturali, quali ad esempio il pesce. Vi sono ovviamente dei pericoli connessi – rischi per l’ambiente in relazione all’utilizzo delle materie prime e delle riserve ittiche, ma anche pericoli per le popolazioni autoctone della regione, un aspetto di cui dobbiamo tenere particolarmente conto.

Inoltre, l’apertura di una rotta, quella marina, resa possibile dai cambiamenti intervenuti nella regione, sta esercitando un forte impatto sul modo in cui le persone guardano all’Artico. Un’influenza analoga la esercitano i tentativi di ripartirsi il territorio sulla base di una serie di interventi arbitrari, quali il collocamento simbolico di una bandiera. Va ricordato che i cinque paesi artici non sono particolarmente interessati alle norme giuridiche, ma l’Unione dovrebbe tuttavia svolgere un ruolo importante in questa parte del mondo, non solo grazie alla sua presenza, bensì per il coinvolgimento e le conoscenze. E’ essenziale costruire una fiducia reciproca, che può essere alimentata mediante un’iniziativa nel settore regolamentare, come ad esempio la Carta per l’Artico.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Vorrei prendere la parola in qualità di relatore di questo Parlamento per l’Islanda.

Al momento, come saprete, l’Islanda è in attesa della conferma del Consiglio sull’inizio dei negoziati di adesione. Qualora, come tutti desideriamo, l’Islanda diventasse membro dell’Unione europea, sarebbe l’unico Stato membro ubicato esclusivamente nella regione artica. L’Islanda, andandosi ad aggiungere a Finlandia, Danimarca e Svezia, porterebbe a quattro il numero dei paesi dell’Unione europea presenti nel Consiglio artico, che si aggiungerebbero a Stati Uniti, Russia, Canada e Norvegia.

Reputo questo fatto di primaria importanza, visto che all’Unione europea è stato purtroppo negato lo status di osservatore in tale forum.

Ritengo inoltre che l’adesione dell’Islanda all’UE potrebbe contribuire in primo luogo alla diversificazione delle risorse energetiche europee e, in secondo luogo, all’istituzione di una governance multilaterale in questa regione che sta suscitando un interesse crescente e che potrebbe fomentare conflitti, come già citato in precedenza. Infine ma non da ultimo, l’adesione dell’Islanda potrebbe dare luogo a una politica europea coerente ed efficace nella regione.

In conclusione, ritengo che quando l’Islanda aderirà all’Unione europea, l’UE rivestirà un ruolo più importante in questa regione strategica.

Grazie.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) E’ giunto il momento di elaborare una politica europea e artica coerente che dirimi le annose controversie che riguardano i nuovi territori. In seguito allo scioglimento dei ghiacci, il potenziale estrattivo dei nuovi territori aumenterà fino a 200 m al di sotto della superficie, per un totale di diversi milioni di chilometri quadrati. Le controversie tra Russia, Norvegia, Stati Uniti e Canada hanno ovviamente anche una rilevanza geopolitica. La copertura dei ghiacci si è già dimezzata. L’aspetto più importante consiste tuttavia nel proteggere l’acqua dall’inquinamento, mentre le scorie nucleari nell’Artico russo sono anch’esse una questione chiave.

Signora alto rappresentante, io provengo da un paese che apparentemente ha ben poco a che spartire con l’Artico, ma le posso assicurare che, persino nella repubblica ceca, molti cittadini sono interessati a scoprire quale posizione adotterà l’Unione in termini di politica estera, tra cui l’influenza sul futuro dell’Artico. Tra le questioni si annoverano l’estrazione sostenibile di materie prima, il trasporto sostenibile, le condizioni per la ricerca scientifica, la protezione della natura e, infine ma non da ultimo, i diritti delle popolazioni locali.

Seguo con rammarico le controversie sui possedimenti nuovi e storici. Temo che possa rappresentare addirittura una nuova fonte di gravi conflitti. Un’altra è la controversia sul passaggio settentrionale strategico tra Asia e America. Signora Commissario, deve assicurarsi che tale passaggio rientri sempre in acque internazionali, e che l’Artico resti per sempre una zona demilitarizzata. Assuma un ruolo di coordinamento attivo nel conseguire accordi internazionali su tutte le questioni correlate all’Artico. L’Unione non dovrebbe stare passivamente a guardare, bensì negoziare attivamente e, così facendo, prevenire l’escalation dei conflitti e dei danni alla natura.

 
  
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  Bendt Bendtsen (PPE).(DA) Signora Presidente, è importante che l’UE sia coinvolta nel dibattito sull’Artico ed è inoltre lodevole che l’UE si stia impegnando per questa regione, che suscita notevoli interessi e preoccupazioni. A mio parere, la cosa più importante è che l’UE agisca in modo sollecito e rispettoso dei desideri e delle esigenze della popolazione autoctona. L’UE dovrebbe assumersi delle responsabilità nell’ambito del riscaldamento globale, che si manifesta soprattutto sotto forma di incrementi della temperatura. In tale contesto, dobbiamo considerare che cosa significhi per le condizioni di vita delle persone. Sappiamo inoltre che il cambiamento climatico ci agevolerà l’accesso alle risorse quali petrolio e gas, e a nuove rotte di trasporto dall’Europa all’Asia. Da un lato potrebbe rivelarsi uno sviluppo positivo, ma dall’altro dovremmo assicurarci di adottare misure di sicurezza che tengano pienamente conto del clima unico e dell’ambiente fragile dell’Artico.

Alla luce degli interessi economici crescenti nei confronti dell’Artico, è anche importante che l’UE assuma una posizione circa le azioni di vari paesi nel territorio. Non dovrebbero passare inosservate le istanze in cui i paesi non si conformano alle norme internazionali che si applicano alla regione. Un esempio illuminante tratto dall’attualità è il Canada, che sta tentando di istituire un registro obbligatorio per tutte le grandi navi che attraverseranno il passaggio nordoccidentale dal luglio 2010. Sottolineo che qui stiamo parlando di acque internazionali e che Lene Espersen, il ministro degli Esteri danese, ha dichiarato con fermezza che tale atteggiamento è inaccettabile. E’ una posizione che vorrei veder condivisa dall’UE e dall’alto rappresentante.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE).(DE) Signora Presidente, il nocciolo della questione è la nostra capacità, come Unione europea, di seguire una strategia chiara e impedire una corsa all’oro o alle pietre preziose. L’Europa deve assumere un ruolo attivo nella questione. L’Europa, come partner, può dare prova della sua forza parlando a una voce su temi quali le spedizioni marittime per mare e subacquee, la pesca, le risorse sotto forma di fonti primarie di energia e materie prime.

In tal senso, occorrono trattati stabili e affidabili con gli altri partner della regione artica. Ci serve la cooperazione, non lo scontro. Occorre il dialogo nel campo della protezione ambientale, al fine di preservare le risorse naturali e la natura. Serve il dialogo nel campo della protezione degli animali per conservare la biodiversità, e ci occorrono inoltre la tutela e il rispetto per le popolazioni locali e i loro diritti umani.

Se riusciremo ad attuare una gestione oculata delle risorse con i nostri partner dell’Artico, avremo la possibilità di imboccare nuove strade politiche e ciò costituirà anche un primo banco di prova per la nostra politica estera comune – e l’occasione di dimostrare che noi, come europei, possiamo effettivamente perseguire obiettivi comuni.

 
  
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  Presidente. – Passiamo ora alla parte più attesa della discussione. Prima di farlo, volevo solo chiarire che se, in qualità di presidente della discussione, constato che si sta usando un linguaggio che tende a disturbare i lavori dell’Assemblea, ho tutti i diritti di interrompere l’oratore in questione.

 
  
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  Riikka Manner (ALDE).(FI) Signora Presidente, vorrei innanzi tutto esprimere i miei più sinceri ringraziamenti all’alto rappresentante per aver inserito l’importante questione in oggetto nell’ordine del giorno con tanta tempestività. Spero vivamente che la Commissione e l’Unione europea nel suo complesso possano svolgere un ruolo incisivo nella politica artica e che l’UE possa formulare la propria strategia sulla questione.

Una politica artica comune darà vita a innumerevoli opportunità per l’Unione europea nel suo complesso, in termini di sicurezza, ambiente, energia, trasporti, e popolazione autoctona. Se noi, l’Unione europea, venissimo esclusi dalla discussione – esclusi da tale politica ­ perderemmo un’occasione importantissima.

Vorrei sollevare altri due punti. In primo luogo auspico che il Consiglio artico, in qualità di organo amministrativo, continui a rafforzarsi e che l’Unione europea ricopra in esso un ruolo incisivo. In secondo luogo, mi auguro che i piani concernenti un eventuale centro informazioni dell’Artico vadano in porto, in quanto ritengo che tale iniziativa promuoverebbe il dialogo tra i territori artici. Inoltre, come già dichiarato in precedenza, la sede ideale e più adeguata per tale centro sarebbe indubbiamente la Lapponia finlandese, e in particolare Rovaniemi, che da tempo è impegnata sul fronte delle questioni artiche.

 
  
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  Gerard Batten (EFD).(EN) Signora Presidente, la discussione sull’Artico ha sicuramente scaldato gli animi questo pomeriggio! Che Parlamento è quello che cerca di impedire ai propri deputati di parlare quando disapprova le loro affermazioni? Non dovremmo comunque sorprenderci visto che il nostro nuovo alto rappresentante per la politica estera è stata una volta descritta dall’MI5 come simpatizzante comunista e, quando ricopriva la carica di tesoriere del CND, ha utilizzato dei fondi del blocco sovietico per minare la politica di difesa del suo stesso paese.

Questo posto assomiglia ogni giorno di più all’Unione sovietica.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signora Presidente, se in futuro lo scioglimento dei fondali marini dell’Oceano Artico determinerà emissioni più elevate di metano, con il suo potenziale di riscaldamento notevolmente più elevato della CO2, interverrà una nuova variabile altamente pericolosa nel sistema climatico già così sensibile – una variabile che richiede urgentemente studi più approfonditi.

L’Artico non desta preoccupazioni solo relativamente al clima, bensì potrebbe anche scatenare potenziali conflitti. Il fatto che persino la Cina abbia ora iniziato, pare, a costruire navi rompighiaccio mette in luce l’importanza di una via commerciale attraverso il passaggio nordoccidentale man mano che si scioglieranno gli strati di ghiaccio. Tale utilizzo potenzialmente pacifico è tuttavia molto meno problematico del desiderio crescente degli Stati Uniti di installare sistemi militari di preallarme nella regione artica, giusto per citare un esempio.

Andrebbero inoltre chiarite in anticipo le condizioni di qualsivoglia sfruttamento economico delle risorse minerali correlate allo scioglimento dei ghiacci. In fin dei conti, i giacimenti di petrolio e gas naturale che si presume esistano nella regione potrebbero garantire l’indipendenza energetica dell’Europa.

 
  
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  Birgit Schnieber-Jastram (PPE).(DE) Signora Presidente, Alto rappresentante, vorrei porre ancora una volta l’accento sul fatto che, oltre alle aree evidentemente importanti quali le questioni ambientali ed energetiche, anche l’aspetto delle vie di navigazione commerciali svolge un ruolo non trascurabile. Poiché le rotte tradizionali dei trasporti marittimi sono state confiscate, alla luce dei rischi a cui sono esposte le vite dei capitani e degli equipaggi, e data l’effettiva pericolosità di tali rotte, gli armatori sono alla ricerca di nuove rotte. Nella mia città di origine, Amburgo, tale discussione ha assunto un’importanza fondamentale. Vorrei incoraggiarvi a continuare su questa strada nella discussione europea sull’Artico.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE).(RO) la regione artica, analogamente all’Antartide, è particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico. Inoltre, il sistema climatico globale dipende dalla sua stabilità. In qualità di militante di prima linea nella battaglia contro il cambiamento climatico, l’Unione europea deve adottare una posizione risoluta sulla regione artica.

L’Unione europea deve dare prova di moderazione riguardo sia allo sfruttamento delle risorse offshore sia al trasporto di transito attraverso la regione artica. Nel lungo periodo, tali attività finiranno per distruggere aree ancora più ampie ricoperte dagli iceberg e di quanto poco ancora è rimasto sulla calotta polare, pregiudicando pertanto irrimediabilmente gli ecosistemi della regione e le popolazioni che vivono nell’Artico.

Proteggere gli iceberg e la calotta polare da interventi umani incontrollati è un imperativo assoluto. L’Unione europea deve collaborare strettamente con Stati Uniti, Canada, Norvegia e Russia e procedere ad uno scambio costante di informazioni tramite SEIS, Eionet e SAON.

 
  
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  John Bufton (EFD).(EN) Signora Presidente, vorrei rivolgere il seguente commento a Lady Ashton: è la prima opportunità che mi è stata data di esprimermi sulla sua nuova carica. Anch’io, come lei, provengo dal Regno Unito. L’unica differenza è che io sono stato eletto e lei no.

Circa la questione artica, siamo destinati ad assistere a una corsa alle risorse con Russia, America e Canada a caccia di riserve ittiche e di un quarto del petrolio e del gas naturale globale? Lei ha avuto un’esperienza diretta della corsa agli armamenti durante la guerra fredda. Ci condurrà adesso in una guerra dei ghiacci? Gli interventi nell’Artico rischiano di esacerbare i rapporti esteri e l’Europa non dovrebbe nemmeno avere una politica estera nella regione, e sicuramente non guidata da una come lei.

Ha già dimostrato di non essere in grado di adempiere a questo incarico. Non ho dubbi che la sua leadership ci costringerà a pattinare sul ghiaccio sottile. Se avesse ricevuto una pagella per i primi 100 giorni di scuola, il giudizio sarebbe “può fare meglio”, ma la realtà è che se restasse in carica per 100 anni, collezionerebbe comunque fallimenti. La prego, compia un gesto onorevole e si dimetta.

 
  
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  Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.(EN) Signora Presidente, ritengo che sia stata una discussione molto interessante, e sono oltremodo lieta che sia stata incentrata su una regione del mondo così importante. La passione con cui si sono espressi gli oratori in merito all’importanza di ciò che facciamo come politica artica mi sta particolarmente a cuore mentre mi accingo a portare avanti ciò che ritengo vada fatto in futuro.

Voglio rassicurare gli eurodeputati sul fatto che la tutela dell’ambiente e il dialogo con le popolazioni interessate – autoctone e non – sono fondamentali per l’approccio che vogliamo adottare. Vogliamo chiarire in tutte le discussioni internazionali che le risorse artiche dovrebbero essere avvicinate e sfruttate solamente in presenza di standard ambientali e di sicurezza elevati, e nel pieno rispetto degli stessi.

Occorre continuare a ribadire che l’Unione europea vuole collaborare con tutte le parti interessate dell’Artico per accertarsi che le sfide vengano affrontare in maniera appropriata, compresa l’estrazione degli idrocarburi nella regione.

Da parte mia, ritengo che abbiamo molto da offrire, dalla nostra diplomazia sull’ambiente alle nostre politiche in materia di cambiamento climatico, dai nostri vasti programmi di ricerca sull’Artico alla nostra politica a sostegno delle politiche locali a livello mondiale. Ritengo inoltre che un notevole contributo possa essere fornito dal Consiglio artico. E’ proprio per il lavoro che svolge, non da ultimo garantire che vi sia la piena partecipazione della popolazione autoctona – di fatto, è l’unica organizzazione che le consente di sedere di fianco agli Stati sovrani – che vogliamo entrarne a far parte come osservatori permanenti, cosa di cui diversi onorevoli parlamentari hanno sottolineato l’utilità.

Ritengo che sia possibile trovare il giusto equilibrio tra la protezione e la salvaguardia dell’Artico da una parte, e lo sfruttamento sostenibile delle sue risorse dall’altra, e dobbiamo assicurarci di farlo in maniera adeguata.

Riunire sette rappresentanti da diversi servizi della Commissione – me l’ha riferito ieri, se non erro, Signora Presidente – per produrre la relazione è un buon esempio del futuro che vogliamo creare in termini di collaborazione e funzionamento efficace che si manifesta attraverso il lavoro che svolgiamo sul campo in tutto il mondo.

Infine, sono impaziente di recarmi in Lapponia questo finesettimana. Sarà il mio terzo viaggio sul posto. E’ in programma una riunione su larga scala per discutere le questioni con alcuni dei ministri degli Esteri. Per quanto riguarda Rovaniemi e la possibile istituzione di un centro, esistono due possibilità: una è quella di un centro singolo, e l’altra di una rete di centri diversi, che va sicuramente esaminata.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto.(RO) Le questioni legate alla regione artica, che vanno dagli effetti del riscaldamento globale all’utilizzo delle risorse e alla navigazione in questa regione, hanno richiamato un’attenzione sempre maggiore negli ultimi tempi. Non dobbiamo dimenticare che il futuro del pianeta è strettamente legato al destino di questa regione. Lo scioglimento degli iceberg nella regione artica, il fabbisogno crescente di risorse e i progressi tecnologici recenti sono alcune delle ragioni per cui la regione artica è diventata un’area particolarmente appetibile per tutti noi. A mio parere, la strategia europea per questa zona dev’essere incentrata sulla protezione e salvaguardia della regione, sulla promozione dell’uso sostenibile delle risorse nel contesto di una governance multilaterale e, soprattutto, sul coinvolgimento della popolazione della regione in tutte le misure in oggetto.

Anche la comparsa di nuovi canali navigabili richiede la fissazione di standard più rigorosi in materia ambientale e di sicurezza. Ogni regione marittima necessita di un approccio specifico, e l’Europa può avvalersi dell’esperienza acquisita dai programmi sviluppati per altre regioni marittime, quali il Mar Baltico e il Mediterraneo, offrendo al contempo modelli di buone pratiche nel settore.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto. (PL) Sull’Artico aleggia uno spettro. Lo spettro del riscaldamento globale. Lo scioglimento dei ghiacci sta esercitando un impatto cruciale non solo sulla natura, ma anche sui rapporti sociali, l’economia e la politica. Sotto quella piattaforma oceanica ghiacciata, su una superficie più vasta di Germania, Italia e Francia messe insieme, senza considerare le aree già utilizzate, sono racchiuse ricchezze quali gas naturale e petrolio greggio. Gli strati di ghiaccio, che si stanno assottigliando anno dopo anno, hanno smesso di proteggere i giacimenti dalle perforazioni esplorative. Si profila all’orizzonte una corsa spietata – una pazzia dell’ordine della corsa all’oro del XIX secolo. L’Unione europea deve adottare una posizione univoca sulla questione. E’ essenziale sviluppare una politica artica europea comune, soprattutto per quanto riguarda le nuove possibilità di sfruttamento dei giacimenti naturali, i pericoli per l’ambiente naturale e le nuove opportunità di navigazione commerciale.

L’Artico si estende sul territorio di tra paesi membri dell’UE: Danimarca, Finlandia e Svezia, oltre che l’Islanda, che sta facendo domanda di adesione. Dobbiamo tener presente che si tratta di una situazione completamente nuova per le popolazioni dell’estremo nord, e anche per la fauna e la flora. Gli abitanti della regione si rendono conto dell’influenza crescente esercitata sulla loro vita da fattori sociali, economici e politici esterni. Il nostro compito consiste nell’aiutare le comunità locali a districarsi nelle nuove condizioni e a proteggere la loro cultura e lingua. Proprio come al cuore della politica comunitaria ci sono i cittadini, anche nei piani di gestione dell’Artico la posizione chiave dev’essere occupata dalle popolazioni locali.

 
  
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  Rafał Trzaskowski (PPE), per iscritto.(EN) L’Artico non figura da tempo nel nostro ordine del giorno, ma adesso ha ricominciato a richiamare l’attenzione di politici e accademici. La preoccupazione crescente suscitata dalla regione è una conseguenza del cambiamento climatico che sta causando lo scioglimento della calotta ghiacciata dell’Artide. Senza citare la controversia sulla velocità e la portata del processo, è opinione comune che porterà all’apertura di nuove possibilità per lo sfruttamento delle risorse naturali e di nuove rotte marittime. Conveniamo tutti sulla profondità delle conseguenze ambientali di tale processo. Io vorrei tuttavia richiamare l’attenzione di quest’Assemblea e dell’UE nel suo complesso sulla sua dimensione politica e relativa alla sicurezza. La guerra fredda ci ha aperto gli occhi sull’importanza strategica della regione. Abbiamo assistito a rivalità di carattere economico, politico e persino militare in questa regione. Se vogliamo garantirle un futuro sereno, occorre indubbiamente uno sforzo internazionale congiunto in cui l’UE svolga un ruolo attivo. Bisogna trovare un equilibrio tra lo sfruttamento economico della regione e il suo ecosistema, ma sussiste anche la necessità di tutelare, tra le altre cose, l’assetto giuridico che disciplina l’Artico, solo per citare una problematica.

 

12. Cuba (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione su Cuba.

 
  
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  Diego López Garrido, presidente in carica del Consiglio.(ES) Signora Presidente, la morte di Orlando Zapata è stato un evento oltremodo negativo, che non sarebbe dovuto accadere, e non vogliamo che si ripeta né a Cuba né altrove.

L’Unione europea e le sue istituzioni devono impegnarsi a condannare le istanze che costituiscono una violazione dei diritti umani, e adoperarsi per garantire che circostanze del genere non si ripetano. L’Unione europea deve impegnarsi in tal senso.

I diritti umani rappresentano un simbolo fondamentale dell’identità dell’Unione europea, in quanto noi crediamo nei valori della libertà, della tolleranza e del pluralismo. Sono pertanto la nostra personalità, la nostra personalità più autentica. Laddove intervengano violazioni di tali diritti universali, l’Unione europea le condanna pubblicamente, così come è accaduto con Cuba. Abbiamo agito in tal senso quando abbiamo manifestato il nostro pessimismo e la nostra preoccupazione a proposito dei mancati progressi in materia di diritti umani a Cuba, e quando abbiamo richiesto il rilascio dei prigionieri di coscienza detenuti nelle carceri cubane. Al momento vi sono circa 200 prigionieri di coscienza, alcuni dei quali si trovano in situazioni molto complesse dal punto di vista della salute; uno di essi è Guillermo Fariñas, la cui situazione è grave e che per di più sta facendo uno sciopero della fame.

Abbiamo agito secondo questi principi anche quando abbiamo dichiarato che i difensori dei diritti umani a Cuba vanno protetti, e quando abbiamo affermato che il governo cubano, sotto la cui giurisdizione si trovavano numerosi prigionieri, doveva essere chiamato in causa per la morte di Orlando Zapata.

Tuttavia, l’Unione europea prosegue la propria politica nei confronti di Cuba. Tale politica è imperniata su determinati elementi, che mi preme sottolineare.

In primo luogo c’è il dialogo politico: dialogo politico con le istituzioni cubane, con le autorità e con tutta la società civile, che ovviamente si estende anche ai diritti umani. In secondo luogo, c’è la cooperazione allo sviluppo con Cuba, che si traduce in solidarietà col popolo cubano, niente di più e niente di meno. Comporta inoltre la promozione dell’avanzamento della cultura e delle pratiche democratiche del paese.

Sono questi gli elementi fondamentali di una politica che è essenzialmente mirata a un unico destinatario: il popolo cubano, il suo benessere, i suoi progressi, le sue condizioni di vita e il rispetto per i suoi diritti umani.

 
  
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  Andris Piebalgs, membro della Commissione.(EN) Signora Presidente, la Commissione deplora profondamente la morte di Orlando Zapata e le circostanze nelle quali è avvenuta. Vorrei inoltre esprimere la mia profonda preoccupazione per gli altri prigionieri politici detenuti a Cuba. Tutti noi in quest’aula condividiamo il medesimo senso di rabbia e frustrazione di fronte alla morte di Orlando Zapata, e dovremmo fare del nostro meglio per assicurarci che tali episodi non si ripetano né a Cuba, né in nessun altro paese.

L’Unione europea affonda le proprie radici nei valori della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, che ci impegniamo a proteggere e promuovere dopo aver subito violazioni dei diritti umani di base nel nostro stesso continente fino a poco tempo fa. I diritti umani sono universali e non conoscono confini. Tale principio è parte integrante del nostro dialogo con tutti i partner europei e non.

L’impegno costruttivo, e non una politica di coercizione e sanzioni, continua a costituire la base della nostra politica nei confronti di Cuba, come sottolineato dalla posizione comune adottata nel 1996. E’ questa la logica che ha indotto il Consiglio, nel giugno del 2008, ad abolire le misure diplomatiche del 2003, al fine di agevolare il processo del dialogo politico e consentire il pieno sfruttamento degli strumenti previsti dalla posizione comune del 1996. E’ la stessa logica che ha convinto numerosi Stati membri a riprendere la loro cooperazione per lo sviluppo con Cuba negli ultimi mesi, in rappresentanza di un gruppo variegato di partiti politici presenti al Parlamento europeo e che pertanto riflette la posizione condivisa sul ruolo importante che deve essere svolto dalla cooperazione per lo sviluppo a Cuba.

In circostanze come quelle presenti oggi a Cuba, l’immobilismo rappresenterebbe l’opzione peggiore possibile per la credibilità dell’Unione europea come attore globale. La posta in gioco non è soltanto tale credibilità, ma anche la nostra capacità di essere presenti a Cuba. Ritengo pertanto che la strada da seguire sia l’instaurazione e l’approfondimento del dialogo politico in corso e la cooperazione continua con Cuba quale strumento per migliorare le condizioni di vita del popolo cubano.

La cooperazione con Cuba non è mai stata interrotta dall’Unione europea, in quanto lo sviluppo non si traduce in un sostegno al governo – significa aiutare le persone. Siamo sempre stati dell’avviso che la cooperazione per lo sviluppo costituisca un elemento importante dei nostri rapporti con Cuba. I progetti in corso a Cuba vanno a vantaggio diretto della popolazione in quanto ne soddisfano i bisogni di base mediante il sostegno al ripristino e alla ricostruzione dopo gli uragani, la sicurezza alimentare e l’adattamento al cambiamento climatico. Sono inoltre in corso progetti a sostegno delle attività promosse da soggetti non statali.

Vorrei ribadire con chiarezza che nessun finanziamento comunitario viene erogato passando per il governo o altri organi pubblici. I fondi vengono distribuiti tramite le agenzie delle Nazioni Unite e le ONG europee, che accolgono con favore la presenza della Commissione e dell’Unione europea a Cuba.

E’ importante che l’Unione europea continui a interessarsi alle esigenze di base della popolazione cubana intervenendo nel contempo in settore strategici mediante gli strumenti tematici o geografici disponibili. Il compito che deve affrontare l’UE in maniera risoluta è individuare l’equilibrio giusto tra la dimostrazione dell’apertura al dialogo, il sostegno alla popolazione cubana tramite la cooperazione per lo sviluppo, e la riaffermazione dei nostri principi.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra, a nome del gruppo PPE.(ES) Signora Presidente, quando il mio gruppo ha chiesto che la questione venisse inserita all’ordine del giorno, non l’ha fatto per mettere in evidenza eventuali errori, a volte irreparabili, di politiche compiacenti con i nemici della libertà. Non l’ha fatto nemmeno per ottenere un ritorno politico da tale condanna.

L’ha fatto affinché il Parlamento, l’istituzione al cuore democratico dell’Unione europea, potesse far sentire la propria voce per condannare la morte di un innocente e, soprattutto, per esprimere la propria solidarietà con coloro che a Cuba combattono, vivono e muoiono, come Orlando Zapata, per la libertà e la dignità.

Come ha dichiarato la Commissione europea, la posizione comune del

Consiglio è ancora valida ed è una posizione onorevole, in quanto chiede il rilascio immediato e incondizionato dei prigionieri politici. E’ anche una posizione coerente, in quanto chiede il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, in modo da ancorare Cuba al nostro sistema di valori e non a sistemi stranieri quali quello cinese o vietnamita.

Signora Presidente, in quest’Aula risuonano ancora le parole di un uomo coraggioso, Oswaldo Paya, vincitore del Premio Sakharov nel 2002. Disse che la prima vittoria da proclamare era l’assenza di odio nel suo cuore. A coloro che lo opprimevano, che erano suoi fratelli, disse che non li odiava, ma che non avrebbero imposto la loro volontà mediante la paura.

E Andrei Sakharov, che ci ha trasmesso un lascito di dignità e lavoro per la convivenza pacifica tra i popoli, diceva che spesso le voci che contano di più sono quelle che non si sentono.

In quest’emiciclo non abbiamo potuto sentire le voci delle “signore in bianco”, che sono state anch’esse insignite del premio Sakharov dal Parlamento. E ora purtroppo non potremo sentire la voce di Orlando Zapata, anche se presto sentiremo le voci di molti altri cubani.

Nel frattempo, signora Presidente, questo Parlamento, con la legittimità di cui gode per il fatto di rappresentare 500 milioni di cittadini dei 27 Stati membri dell’Unione, deve fare da cassa di risonanza forte e chiara del grido irrefrenabile di libertà che risuona sull’amata isola di Cuba.

(Applausi)

 
  
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  Luis Yáñez-Barnuevo García, a nome del gruppo S&D.(ES) Signora Presidente, Presidente López Garrido, signor Commissario, non dobbiamo mai più permettere che il nostro silenzio possa essere scambiato per complicità con i liberticidi. Non dobbiamo mai più permettere che una persona che ha combattuto per i propri diritti e i diritti di tutti muoia in carcere a Cuba, o altrove, senza che si levi la nostra voce forte e risoluta che ne esiga la salvezza.

Orlando Zapata Tamayo, un muratore di colore di 42 anni, che chiedeva solamente un miglioramento delle sue condizioni di detenzione, è spirato dopo 86 di sciopero della fame e sette anni di carcere per essersi battuto per il rispetto dei diritti umani. Nel corso di questi sette anni è stato maltrattato, umiliato e molestato dalle sua guardie, e in questo periodo – non dobbiamo dimenticarlo – la comunità internazionale non ha fatto altro che starsene in silenzio.

Vi sono altri prigionieri e attivisti dei diritti umani a Cuba che stanno attualmente portando avanti lo sciopero dalla fame, tra cui lo psicologo e giornalista Guillermo Fariñas. Onorevoli colleghi, la risoluzione che presentiamo e discutiamo oggi e sulla quale voteremo domani, che io rappresento a nome del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, esige il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza a Cuba. Si pronuncia ancora una volta, a favore di una transizione democratica e del rispetto rigoroso dei diritti umani fondamen