Indice 
Resoconto integrale delle discussioni
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Giovedì 11 marzo 2010 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Investire in tecnologie a basse emissioni di carbonio (discussione)
 3. Conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (discussione)
 4. Grave catastrofe naturale nella regione autonoma di Maderia e conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale.
 5. Situazione in Cile e strategia dell’UE in materia di aiuti umanitari (discussione)
 6. Dichiarazione della Presidenza
 7. Calendario delle tornate: vedasi processo verbale
 8. Turno di votazioni
  8.1. Cuba (B7-0169/2010) (votazione)
  8.2. Investire in tecnologie a basse emissioni di carbonio (votazione)
  8.3. Grave catastrofe naturale nella regione autonoma di Maderia e conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (B7-0139/2010) (votazione)
 9. Dichiarazioni di voto
 10. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 11. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale.
 12. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto(discussione)
  12.1. Il caso di Gilad Shalit
  12.2. Escalation della violenza in Messico
  12.3. Corea del Sud - la pena di morte dichiarata legale
 13. Turno di votazioni
  13.1. Il caso di Gilad Shalit (B7-0171/2010)
  13.2. Escalation della violenza in Messico (B7-0188/2010)
  13.3. Corea del Sud - la pena di morte dichiarata legale (B7-0191/2010)
 14. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale.
 15. Posizione del Consiglio in 1ª lettura: vedasi processo verbale.
 16. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale.
 17. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale.
 18. Dichiarazioni scritte inserite nel registro (articolo 123 del regolamento): vedasi processo verbale.
 19. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale.
 20. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale.
 21. Interruzione della sessione
 ALLEGATO (Risposte scritte)


  

PRESIDENZA DELL’ON. KRATSA-TSAGAROPOULOU
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
Video degli interventi
 

(La seduta inizia alle 9.05)

 

2. Investire in tecnologie a basse emissioni di carbonio (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sull’interrogazione orale (O-0015/2010 – B7-0011/2010), presentata dall’onorevole Reul al Consiglio e alla Commissione, sull’investimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio.

 
  
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  Herbert Reul, autore. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, questa interrogazione riguarda il fatto che nel 2007 la Commissione ha presentato un piano con lo scopo di promuovere le tecnologie nel campo dell’energia a basse emissioni di carbonio in maniera che potessero essere introdotte e utilizzate rapidamente. Si sono formulate proposte per misure molto specifiche: iniziative industriali europee, specialmente nel campo dell’energia eolica, dell’energia solare, della bioenergia, della cattura e dello stoccaggio del carbonio, delle reti elettriche e della fissione nucleare; creazione di un’alleanza europea per la ricerca nel settore dell’energia; conversione sostenibile delle reti infrastrutturali energetiche europee; sistemi tecnologici energetici europei costantemente aggiornati; istituzione di un gruppo direttivo sulle tecnologie energetiche strategiche.

All’epoca si è lasciato senza risposta un interrogativo fondamentale, ossia come si sarebbe provveduto al finanziamento. Il settimo programma quadro per la ricerca mette a disposizione 886 milioni di euro all’anno per la ricerca nel campo dell’energia. E’ chiaro a tutti però che non bastano. Nel 2009 la Commissione ha reso nota la sua comunicazione sul finanziamento delle tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio in cui si descrive la necessità di triplicare i fondi per la ricerca nel campo dell’energia nel prossimo decennio, il che comporterebbe un investimento di 50 miliardi di euro. Nella comunicazione si è illustrato come il denaro per le tecnologie a basse emissioni di carbonio dovrebbe essere stanziato in maniera che l’Europa possa affrancarsi dalla notevole dipendenza dai combustibili fossili per ridurre maggiormente le emissioni di CO2. Il piano finale stima 6 miliardi di euro per la ricerca nel campo dell’energia eolica, che secondo la Commissione potrebbe rappresentare un quinto dell’approvvigionamento energetico dell’Unione entro 2020; 16 miliardi di euro per la ricerca nel campo l’energia solare al fine di sviluppare nuovi concetti fotovoltaici e un’importante concentrazione industriale di impianti a energia solare; 9 miliardi di euro per la ricerca nel campo della bioenergia allo scopo di coprire il 14 per cento del fabbisogno energetico della Comunità. Per integrare le fonti di energia rinnovabili nel mercato dell’energia, le reti elettriche riceverebbero 2 miliardi di euro in modo che metà della rete possa operare in maniera “intelligente”. Oltre alle fonti di energia rinnovabili, ulteriori 13 miliardi di euro sono altresì previsti per non più di 12 progetti da realizzarsi nel campo della cattura e dello stoccaggio del carbonio, mentre la ricerca nel campo del nucleare riceverebbe 7 miliardi di euro. La proposta di finanziamento ha infine stanziato altri 11 miliardi di euro per il programma “città intelligenti” in modo che si possano trovare risposte adeguate anche in tale ambito.

Secondo la Commissione al momento i partenariati pubblico-privato costituirebbero la maniera più credibile per finanziare la ricerca nel campo dell’energia, ma non è stata in grado di chiarire come l’impegno di finanziamento derivante da tali accordi sarebbe ripartito tra le due dimensioni. Attualmente la ripartizione per quanto concerne la ricerca nel campo dell’energia prevede un 70 per cento per il privato e un 30 per cento per il pubblico, eccezion fatta per la ricerca nel campo del nucleare. L’Unione obietta che è necessario un aumento significativo del finanziamento pubblico. Nei progetti in cui i rischi sono superiori, a parere della Commissione il finanziamento pubblico dovrebbe svolgere un ruolo preponderante. Per ottimizzare il livello di intervento, la Commissione ha chiesto l’istituzione di programmi comunitari specialmente nelle aree in cui vi è un chiaro valore aggiunto a livello europeo, come nel caso in cui i programmi risultino troppo costosi per poter essere realizzati singolarmente dagli Stati membri. Al momento l’80 per cento dell’investimento pubblico in ricerca nel campo dell’energia non nucleare è finanziato a livello nazionale. Anche la comunicazione, in ultima analisi, lascia dunque aperta la questione del reperimento dei fondi. La Commissione calcola che siano necessari altri 75-80 miliardi di euro.

Per questo motivo in sede di commissione ci siamo concentrati sulla necessità di ottenere un po’ più di chiarezza su alcuni aspetti legati al finanziamento. Vorrei soltanto citarvi alcuni tra gli interrogativi più pressanti. In primo luogo, come la Commissione intende definire le sue priorità nella roadmap 2010-2020 per finanziare le tecnologie a basse emissioni di carbonio e quando si introdurranno iniziative politiche industriali in tal senso? In secondo luogo, come la Commissione intende rendere disponibili ulteriori risorse del bilancio comunitario e come è specificamente impegnata a garantire che i fondi inizino a essere erogati prima che siano disponibili le risorse dell’ottavo programma quadro? La Commissione farà in modo che i bilanci individuati per le varie iniziative industriali siano rispettati? Da ultimo, ma non meno importante, come la Commissione – e ovviamente questo vale anche per il Consiglio – renderà disponibili ulteriori fondi attinti dal bilancio comunitario per il finanziamento delle alternative tecnologie che non sono quelle specificate nella comunicazione, tra cui tecnologie di stoccaggio, energie oceaniche e così via? E’ inutile proseguire pedissequamente nella lettura di tutti i quesiti, visto che sono esposti compiutamente. Chiediamo dunque al Consiglio e alla Commissione di darvi risposta.

 
  
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  Pedro Luis Marín Uribe , presidente in carica del Consiglio. − (ES) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, vorrei iniziare il mio intervento sottolineando l’importanza del piano strategico per l’energia e del necessario apporto che offrirà all’accelerazione dello sviluppo e dell’applicazione delle tecnologie per un’energia efficiente, sostenibile e pulita.

Senza questo piano, non sarà possibile conseguire gli obiettivi che si siamo prefissi per il 2020 né effettuare la transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio nella misura che vorremmo per il 2050.

Sono lieto di vedere che vi è un ampio consenso tra Parlamento e Consiglio in merito all’importanza e alla necessità di ambedue gli obiettivi del piano e le risorse che vanno rese disponibili.

Il Consiglio “trasporti, telecomunicazioni ed energia” intende adottare conclusioni sul piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET) nella riunione prevista per il prossimo venerdì 12 marzo, conclusioni che rappresenteranno un punto di riferimento importante per la riunione primaverile del Consiglio europeo che si terrà il 25 marzo perché all’ordine del giorno vi sarà il cambiamento climatico.

Il progetto di conclusioni da discutere in occasione della riunione del Consiglio includerà il tema del finanziamento, sebbene l’argomento sarà affrontato con la dovuta cautela. Non vogliamo anticipare l’esito dei negoziati che dovranno svolgersi in merito nel contesto del prossimo quadro finanziario.

Ora enumererò i principali elementi del progetto di conclusioni. In primo luogo, è giunto il momento di passare dalle roadmap tecnologiche all’attuazione operativa delle iniziative industriali europee. Dovremmo farlo gradualmente, ma il più rapidamente possibile.

In secondo luogo, il nostro approccio alla futura cooperazione in tema di ricerca nel campo dell’energia a livello europeo dovrebbe concentrarsi sull’utilizzo efficace delle risorse pubbliche e sulla costruzione di partenariati pubblico-privato flessibili con il comparto. Invitiamo pertanto la Commissione a creare una piattaforma che includa tutte le organizzazioni finanziarie interessate in maniera che possano condividere informazioni e migliori prassi e, nel contempo, coordinare le proprie azioni nella misura ritenuta necessaria.

In terzo luogo, vista l’entità del finanziamento pubblico-privato a medio termine necessario per sostenere in particolare i principali progetti dimostrativi, potrebbe essere indispensabile aumentare la percentuale dell’investimento pubblico a livello comunitario. Dovremo pertanto tenerlo presente sia quando rivedremo il bilancio sia quando negozieremo per il prossimo quadro finanziario.

In quarto luogo, dovremmo appoggiare i governi degli Stati membri e incoraggiarli a dare incentivi adeguati e segnali coerenti affinché tale politica sia attuata. Ove del caso, dovrebbero anche aumentare notevolmente il finanziamento pubblico per lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio.

In quinto luogo, la Commissione europea e la Banca europea per gli investimenti stanno già collaborando per migliorare il coordinamento e la continuità del finanziamento dei progetti dimostrativi nel settore dell’energia che comportano un rischio tecnologico elevato, così come stanno collaborando per mobilitare e rendere disponibili altre fonti di finanziamento, sia pubbliche sia private.

Infine, la Commissione e la Banca europea per gli investimenti stanno vagliando i pacchetti finanziari ottimali per i principali progetti dimostrativi, ragion per cui invitiamo anche la Commissione ad analizzare nuovi modi per abbinare risorse provenienti da diverse fonti e sviluppare uno strumento ad hoc per finanziare il lancio commerciale delle tecnologie a basse emissioni di carbonio.

Onorevoli parlamentari, tutti questi elementi costituiscono un chiaro messaggio sul futuro investimento per lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio. Nonostante i notevoli vincoli di bilancio con i quali dobbiamo attualmente confrontarci, il messaggio che il Consiglio trasmetterà alla sua riunione di venerdì sarà un messaggio di impegno espresso in termini positivi per ribadire la valenza di tale aspetto a livello comunitario e l’importanza vitale per ogni Stato membro di investire in tecnologie a basse emissioni di carbonio.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, benché oggi sostituisca il collega Oettinger, è un vero piacere poter discutere con voi in merito al futuro delle tecnologie a basse emissioni di carbonio.

Personalmente sono stato molto coinvolto nello sviluppo del piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET) nell’ambito dell’ultima Commissione e sono fermamente convinto che lo sviluppo di tali tecnologie costituisca una delle pietre miliari della politica energetica che dobbiamo sviluppare insieme negli anni a venire.

La relazione del Parlamento sul piano SET del giugno 2008 è stata molto chiara nel proporre un livello di ambizione appropriato. Non dovremmo venir meno a tale ambizione. Oggi sono stati posti tre interrogativi chiari e a ciascuno di essi risponderò.

In primo luogo, per quanto concerne le nostre priorità per il decennio 2010-2020 e il lancio delle iniziative industriali europee, le sei iniziative rispondono concretamente alle nostre priorità: energia eolica, energia solare, bioenergia, fissione sostenibile, reti intelligenti, nonché cattura e stoccaggio del carbonio sono priorità avallate senza riserve da Parlamento e Consiglio.

Su vostra richiesta, abbiamo anche fissato come priorità l’efficienza energetica sviluppando una nuova iniziativa dedicata, denominata “città intelligenti”, per sbloccare il potenziale di mercato delle tecnologie di efficienza energetica nelle città e nelle regioni. Per stabilire la priorità delle diverse attività nell’ambito di tale iniziativa, la Commissione, unitamente alle parti interessate, ha sviluppato roadmap tecnologiche per il decennio 2010-2020 in cui si fissano obiettivi concreti e le attività da realizzare per conseguirli. Le iniziative sono mature per il lancio quest’anno, il 2010. L’iniziativa “città intelligenti” dovrebbe invece prendere il via il prossimo anno.

La seconda domanda riguardava la necessità di definire bilanci prevedibili, stabili e adeguati per il piano SET nell’attuale periodo di programmazione finanziaria e dopo il 2014. La nostra stima dell’investimento pubblico e privato necessario per lo sviluppo di tecnologie e basse emissioni di carbonio nell’ambito del piano SET è pari a 8 miliardi di euro all’anno. Oggi circa 3 miliardi di euro sono investiti ogni anno nell’Unione europea, il che significa che occorrono altri 50 miliardi di euro per il decennio 2010-2020. Colmare questo divario dovrebbe essere il tema di una delle principali discussioni istituzionali dei prossimi anni. L’impegno va concentrato laddove l’intervento è più efficiente, evitando duplicazioni e promuovendo il massimo impatto potenziale sul mercato.

E’ chiaro che gli investimenti a livello comunitario, provenienti dal settimo programma quadro o dal programma energetico europeo per la ripresa, non saranno sufficienti, come non lo saranno i potenziali fondi provenienti dai 300 milioni di quote di scambio di emissioni accantonati per la dimostrazione della cattura e dello stoccaggio del carbonio e di tecnologie rinnovabili innovative. Ai prezzi attuali, si tratta di circa 4 miliardi di euro. Occorrono dunque notevoli sforzi, da parte sia del settore privato sia di quello pubblico, laddove per pubblico si intende sia l’Unione europea sia, ovviamente, gli Stati membri. Per essere chiari, la maggior parte dei fondi dovrà provenire dalle fonti che ne sono le principali detentrici.

In terzo luogo, è stato chiesto se la Commissione intenda finanziare ulteriori alternative tecnologiche e proporre nuove iniziative industriali. Altre tecnologie che meritino l’intervento europeo sicuramente nel tempo emergeranno, per cui il piano SET resterà flessibile, come abbiamo già dimostrato con la nuova iniziativa sull’efficienza energetica – città intelligenti – che, come ho detto, dovrebbe essere avviata nel 2011. Seguiremo da vicino le tecnologie più promettenti attraverso il sistema di informazione del piano SET. SETIS, come viene denominato, sta già lavorando sulle tecnologie oceaniche e di stoccaggio per valutarne il potenziale e identificare le migliori opportunità di intervento europeo. Abbiamo inoltre incoraggiato la creazione di una nuova piattaforma tecnologica sulle fonti rinnovabili, il riscaldamento e il raffreddamento, che dovrebbero aiutare i settori interessati a definire meglio il loro trasferimento tecnologico.

Sono molto lieto che l’argomento stia raccogliendo il consenso che merita. Si tratta di un tema fondamentale per conseguire gli obiettivi della nostra politica energetica, tema vitale per l’Europa e il suo futuro.

 
  
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  Jean-Pierre Audy, a nome del gruppo PPE. – (FR) Signora Presidente, signor presidente in carica del Consiglio, signor Commissione, sono lieto di rivederla qui, signor Commissario, nel suo ruolo di commissario per l’ambiente, in luogo del nostro commissario per l’industria. La ringrazio per la sua disponibilità e il suo intervento.

Apprezzo l’interrogativo sollevato dal collega Reul, il quale ha ragione, signor Commissario, nel chiederle come la Commissione vede questo tema critico delle energie che non emettono carbonio e il finanziamento delle nuove tecnologie. La popolazione del mondo è in aumento. Nel 2030 avremo bisogno del 40 per cento in più di energia e aggiungerei che l’80 per cento di tale domanda di consumo proverrà dai paesi al di fuori dell’OCSE.

Di fronte a queste sfide importanti, la soluzione non consiste nell’adottare l’ideologia di ridurre il nostro uso dell’energia né rifugiarsi in pensieri del passato. L’Unione europea ha dunque il dovere di intervenire, e vorrei aggiungere qualche parola in merito a una questione che può dividerci all’interno dei nostri gruppi politici: il nucleare.

Quando si parla di nucleare, alcuni Stati membri hanno maturato una tradizione consolidata in tale ambito. Ciò non rende l’Unione europea privilegiata, ma significa che abbiamo il dovere di contribuire alla discussione e al finanziamento. L’energia nucleare, come sappiamo, è un’energia che non emette carbonio e abbiamo bisogno di fondi, signor Commissario, specialmente quelli ottenibili dai crediti di carbonio, per investire in ricerca, sviluppo e formazione in tutti questi ambiti.

Vi stiamo proponendo alcuni emendamenti proprio allo scopo di migliorare le risoluzioni che sono state presentate. Concluderei facendo brevemente cenno alle scorie nucleari, fonte di grande preoccupazione per i nostri concittadini. Vi sono due possibilità al mondo: stoccaggio a lungo termine, alternativa scelta dagli Stati Uniti e recupero mediante riciclaggio, approccio differente, peraltro adottato da Russia, Giappone e Francia, per il quale noi, Unione europea, dovremmo optare.

E’ in tale contesto che noi, responsabili della sicurezza, affrontando tali argomenti, dobbiamo riporre la nostra fiducia nella scienza e nella conoscenza.

 
  
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  Teresa Riera Madurell, a nome del gruppo S&D. – (ES) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, siamo tutti consapevoli del fatto che vi è già un ampio consenso in merito all’idea che quanto più rapidamente si istituirà un’economia verde, tanto più rapidamente riemergeremo dalla crisi economica.

Diversi studi hanno calcolato che se conseguiamo l’obiettivo di una quota del 20 per cento di fonti di energia rinnovabili, ciò significherà che 2,8 milioni di lavoratori europei saranno impiegati nel settore entro il 2020. Si stima inoltre che due terzi dei nuovi posti di lavoro saranno creati nelle piccole e medie imprese. La chiave di tutto questo, onorevoli colleghi, sta nello sviluppo di tecnologie verdi.

Affinché ciò divenga una realtà, il mio gruppo è favorevole a tre obiettivi principali. In primo luogo, ci occorre un reale impegno per stanziare risorse da destinare al piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (piano SET). Non basta semplicemente raggruppare e rinominare i programmi di sostegno già esistenti. Tutti concordiamo con la necessità di trasformare il nostro obiettivo in un aumento reale delle risorse destinate alla ricerca nell’energia rinnovabile e nell’efficienza energetica. Dovremmo farlo immediatamente, nella prossima revisione delle prospettive finanziarie e, ovviamente, nei negoziati per le nuove prospettive finanziarie.

In secondo luogo, se vogliamo creare i posti di lavoro di cui la nostra economia ha bisogno per riemergere dalla crisi, è fondamentale promuovere la fase dimostrativa delle tecnologie innovative e agevolare la loro introduzione sul mercato.

Infine, la potenziale creazione di occupazione verde non può essere orientata nella giusta direzione se non disponiamo di una forza lavoro altamente qualificata. Dobbiamo investire in istruzione e sensibilizzazione per rafforzare i legami tra mondo imprenditoriale e accademico, e dobbiamo promuovere qualifiche di eccellenza nella ricerca e sviluppo e nell’innovazione in maniera da poter colmare eventuali lacune presenti sui mercati del lavoro del settore delle energie rinnovabili.

 
  
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  Fiona Hall, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signora Presidente, possiamo fissare tutti gli obiettivi che vogliamo per affrontare il cambiamento climatico, ma non li conseguiremo, specialmente gli obiettivi a più lungo termine per il 2050, a meno che non investiamo in maniera consistente e sistematica nello sviluppo e nel miglioramento di tecnologie sostenibili a basse emissioni di carbonio.

Gli Stati Uniti sono giustamente criticati per non essere riusciti a sottoscrivere gli obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra, ma l’Unione è ben lungi dall’essere al livello di investimento raggiunto attualmente dall’America. Senza investimenti adeguati, il programma di investimento in tecnologie sostenibili a basse emissioni di carbonio dell’Unione si ritroverà in una situazione di stallo, il che significa che, in assenza di investimenti, centinaia di migliaia di posti di lavoro che avrebbero potuto essere creati qui, nell’Unione europea, e in regioni come la mia, il nord-est dell’Inghilterra, che hanno già intrapreso la transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio, finiranno altrove, in Cina o negli Stati Uniti.

Sono delusa dal fatto che la Commissione retroceda rispetto a un precedente progetto del piano SET in cui erano chiaramente indicate le fonti dell’investimento necessario identificato. La Commissione sarà ora più esplicita, specialmente in merito alla mancanza di 1 miliardo di euro all’anno a cui ha fatto poc’anzi riferimento?

Infine, è ovviamente importante conseguire miglioramenti nella tecnologia nucleare, soprattutto per quel che riguarda la sicurezza del funzionamento e la gestione delle scorie, ma il mio gruppo è del parere che l’espressione “fissione nucleare sostenibile” sia una contraddizione in termini. La Commissione rinominerà la sesta iniziativa industriale europea semplicemente “iniziativa per l’energia nucleare”?

 
  
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  Claude Turmes, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signora Presidente, penso che il piano SET sia fondamentalmente una scatola vuota perché non è supportato da alcun finanziamento. Dobbiamo pensare concretamente a quale potrebbe essere la fonte del denaro. Ciò che è peggio è che gli strumenti a disposizione della Commissione, ossia NER300, il piano di ripresa e alcuni fondi oggi reperibili presso la Banca europea per gli investimenti, sono prevalentemente destinati alle cosiddette tecnologie a basse emissioni di carbonio che sono meno efficienti e presentano il massimo rischio.

Nel 2008 e nel 2009, più del 70 per cento di tutti gli investimenti sul mercato in Europa già erano destinati alle fonti rinnovabili: energia eolica, energia solare, biomassa. Pertanto, come può essere che stiamo elaborando un piano SET e stanziando denaro a livello europeo che fondamentalmente conferisce una quota inferiore alle energie rinnovabili di quanto il mercato già oggi sta assorbendo, distogliendo fondi per il sequestro del carbonio e la fusione nucleare, non citati nel documento, ma che ricevono di gran lunga la percentuale maggiore del denaro comunitario?

Il nostro problema è che, a causa di alcune lobby, non abbiamo il coraggio di fissare le priorità corrette e penso che anche l’agenzia internazionale dell’energia (AIE), che non è certo un’organizzazione ecologista della base, sia estremamente chiara in merito alle priorità. Il 5 per cento di tutte le riduzioni di CO2 proverrà dall’efficienza energetica. Perché non abbiamo stanziato alcunché per l’efficienza energetica nel pacchetto di ripresa comunitario? Il 30-35 per cento delle riduzioni di gas a effetto serra e CO2 proverrà dalle energie rinnovabili, mentre nel migliore dei casi soltanto il 10 per cento sarà garantito dal sequestro del carbonio e altrettanto dal nucleare. Questo secondo l’AIE, che, come dicevo, non è sicuramente un’organizzazione ecologista della base. Pertanto, anche in Europa, a livello di stanziamenti, siamo indietro rispetto alle indicazioni fornite dall’agenzia ai governi.

L’unica via consiste nel fissare priorità chiare. Primo, efficienza energetica; secondo, energie rinnovabili perché riducono il carbonio senza creare rischi; infine, le altre tecnologie.

 
  
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  Giles Chichester, a nome del gruppo ECR. – (EN) Signora Presidente, non posso non esprimere un certo rammarico per l’ossessione della sinistra del Parlamento rispetto all’energia nucleare, per cui abbiamo due risoluzioni oggi dinanzi alla Camera che condividono la maggior parte del contenuto, se si eccettua la questione del nucleare, specialmente tenuto presente il fatto che è l’unica tecnologia in grado di fornire, come è stato dimostrato, grandi volumi di elettricità a ultrabasse emissioni di carbonio in Europa.

Se dobbiamo affrancarci dai combustibili fossili, soprattutto petrolio e carbonio, avremo bisogno di tutte le tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio che è possibile sviluppare. Molte di esse possono ancora ritenersi potenziali più che produttive, e ci corre l’obbligo di essere realisti in merito al successo che abbiamo ottenuto nel raggiungere livelli target di energia da fonti rinnovabili. L’Unione ha sempre fissato obiettivo molto ambiziosi e nel 100 per cento dei casi non li ha conseguiti. Dobbiamo migliorarci.

Nel frattempo, non dobbiamo aspettare ad aumentare la percentuale di elettricità europea assicurata dal nucleare, che già produce la quantità più elevata di elettricità, ma passando a tecnologie nuove alternative e sviluppandole avremo bisogno di elettricità di base per mantenere le luci accese e, per esempio, alimentare i veicoli elettrici.

Le nuove tecnologie verdi come l’energia termica solare del Sahara e i parchi eolici del mare del Nord presentano notevoli potenzialità, per non parlare della cattura e dello stoccaggio del carbonio e dei miglioramenti fondamentali dell’efficienza energetica, in merito ai quali, perlomeno su un aspetto, concordo con il collega Green dell’ala opposta. Tutto questo però richiede massicci investimenti, e questo è l’elemento essenziale che va oggi sottolineato affrontando tali argomenti.

 
  
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  Marisa Matias, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, siamo qui per discutere la reinvenzione di un sistema energetico europeo attraverso investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio.

Ritengo che sia una delle sfide più importanti, come si afferma nella comunicazione, una delle sfide sulle quali dobbiamo concentrarci. Non viene tuttavia fornito alcun chiarimento, per cui è fondamentale porre tali interrogativi e domandare precisazioni. Pare infatti che non solo non vi siano precisazioni di ordine finanziario, ma neanche precisazioni di carattere politico.

Si parla di efficienza energetica, cattura del carbonio, energia nucleare, biocarburanti, energia solare, e si cita l’efficienza energetica come se, compendio di tutto, fosse il modo più economico per ridurre le emissioni. Mi colpisce il fatto che vi sono altri modi più economici per ridurre le emissioni di carbonio che non sono neanche citati nella comunicazione come, per esempio, la riduzione del consumo energetico, la microgenerazione, la distribuzione e le diverse sue forme, vari progetti, che non devono necessariamente passare per le grandi strutture, nonché l’accesso all’energia. Penso che in tale ambito sicuramente contribuiremmo a una migliore chiarificazione finanziaria per selezionare il piano più economico.

Pertanto, nell’ambito di tale chiarificazione politica e finanziaria, dobbiamo discutere ciò che a mio parere è fondamentalmente importante, ossia il fatto che l’accento viene sempre posto sui partenariati pubblico-privato come se fossero la soluzione a ogni problema.

Quando ci interroghiamo in merito alla provenienza del denaro, la Commissione ci risponde che sarà reperito dove disponibile. Confesso che non mi illumina molto tale risposta se, come corollario, non ci viene detto esattamente dove è di fatto reperibile.

Parlando dunque di contare sui partenariati pubblico-privato, che è ciò che sistematicamente accade quando si tratta di tecnologie e basse emissioni di carbonio, senza dubbio abbiamo una certezza: non conoscendo la provenienza del denaro e sapendo invece che vi sono partenariati pubblico-privato, sappiamo sin dall’inizio chi pagherà. Pagheranno in primo luogo i contribuenti, vale a dire i consumatori, che in ultima analisi sono anche i contribuenti. Sappiamo inoltre che coloro che pagheranno meno saranno istituzioni e organizzazioni private, ossia i soggetti che effettuano gli investimenti, sono pagati per farlo ma, alla fine, si tengono per sé i profitti.

Senza tale chiarificazione, mi pare che ancora una volta stiamo lasciando alle future generazioni l’onere del conto da pagare per cambiare il modello energetico europeo.

 
  
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  Christian Ehler (PPE).(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, in linea di principio tutti concordiamo con l’idea che il piano SET vada accolto favorevolmente. Concordiamo infatti in merito a gran parte del contenuto, ma abbiamo due difficoltà. Da un lato non saremo in grado, e mi rivolgo al riguardo soprattutto all’onorevole Turmes, di esercitare pressioni insieme sugli Stati membri e la Commissione se continuiamo ad alimentare un dibattito ideologico il cui tema fondamentale è sempre il nucleare, elemento di discordia nelle odierne votazioni. Abbiamo raggiunto un compromesso sul piano SET e tale compromesso consiste nell’aver specificato i criteri secondo i quali vogliamo supportarlo, criteri che sono chiaramente definiti, vale a dire sostenibilità, competitività e sicurezza dell’approvvigionamento. Abbiamo detto che vogliamo lavorare senza imporre limitazioni a specifiche tecnologie e di nuovo si ripropone un dibattito ideologico in merito al nucleare, discussione che sicuramente può aver luogo, ma che in ultima analisi non ha senso nel contesto del piano SET.

Posso trovarmi d’accordo con voi nel momento in cui vi interrogate su ciò che il piano SET può effettivamente conseguire. La questione della misura in cui gli Stati membri sono disposti a trovare un approccio coerente alla politica energetica è stata effettivamente risolta? Oggi il Consiglio ha formulato una serie di considerazioni ovvie. La reale difficoltà non consiste tanto in ciò che prevediamo nel piano SET, quanto nei relativi fondi per la ricerca, l’innovazione e nel denaro del piano SET, nella questione delle strutture dimostrative, nel problema del recepimento delle direttive europee a livello nazionale, nel modo in cui tutto questo interagisce. Ora siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo dire veramente con chiarezza che siamo in grado di produrre un altro piano SET e adottarlo, ma ci occorrono misure concrete. Ciò premesso, non dovremmo sempre cavillare sui dettagli. Dovremmo invece intensificare le pressioni esercitate su Commissione e Stati membri affinché accada qualcosa a livello di attuazione.

 
  
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  Marita Ulvskog (S&D).(SV) Signora Presidente, i pii desideri non bastano per passare a fonti di energia rinnovabili e sostenibili, a una società rispettosa del clima. Occorrono anche investimenti consistenti. Il settore privato deve in larga misura condividere la responsabilità del finanziamento della ricerca di base e anche gli Stati membri devono dare prova di maggiore impegno. Inoltre, maggiori fondi devono essere messi a disposizione dal bilancio comunitario.

Il bilancio deve essere semplicemente adeguato per conformarsi alle priorità politiche adottate in relazione all’energia solare ed eolica, all’efficienza energetica e così via. E’ necessario ridefinire le priorità e ridistribuire i fondi nell’ambito del bilancio dell’Unione. Questo è l’unico modo in cui il piano SET e i membri di questa Camera possono preservare la loro credibilità.

 
  
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  Chris Davies (ALDE). – (EN) Signora Presidente, sono passati tre anni dal momento in cui il Consiglio si è prefisso l’obiettivo di realizzare fino a 12 progetti dimostrativi nel campo della cattura e dello stoccaggio del carbonio operanti entro il 2015. A oggi abbiamo ben poco da mostrare.

Indubbiamente abbiamo identificato una fonte di finanziamento e ora abbiamo un progetto di decisione della Commissione in attesa di conferma da parte del Parlamento in merito all’uso di tale finanziamento, ma dovremo aspettare la fine del prossimo anno per poter essere in grado di identificare un progetto che possa usufruirne. I tempi sono dunque molto stretti e rispettare la scadenza del 2015 diventa sempre più difficile. A ogni passo incespichiamo.

Chiederei dunque alla Commissione di prendere in esame i seguenti elementi. In primo luogo, il calendario va rivisto. Si possono perdere così giorni, settimane? E, in particolare, possiamo esercitare tutte le pressioni possibili sulla Banca europea per gli investimenti affinché tenga fede allo stanziamento concesso nel progetto di decisione?

In secondo luogo, una volta conclusa la procedura di comitatologia del Parlamento, la Commissione dovrebbe formulare e pubblicare un annuncio in merito alla tempistica. Ciò contribuirebbe a garantire il minor numero di intoppi possibile perché tutti lavorerebbero per rispettare una serie di scadenze prestabilite.

Infine, ricordiamo che il più grande fattore singolo di ritardo sarà probabilmente la domanda che gli sviluppatori del progetto dovranno presentare per ottenere il permesso di pianificazione in merito a condotti e affini per l’eliminazione del CO2. La procedura potrebbe essere estremamente lenta facendo saltare completamente la tempistica.

Chiederei dunque alla Commissione una dichiarazione, insistendo sul fatto che gli sviluppatori che intendono ottenere un finanziamento europeo inizino a richiedere adesso il permesso di pianificazione. Sosteniamo i progetti in cui crediamo, anche finanziariamente.

 
  
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  Konrad Szymański (ECR).(PL) Signora Presidente, la risoluzione presentataci illustra in maniera esemplare il predominio nell’Unione europea della politica per il clima sulla sicurezza energetica, mettendo anche in luce chiaramente il pregiudizio antinucleare di parte di questa Camera. Sebbene l’energia nucleare sia l’unica fonte di energia a basse emissioni di carbonio commercialmente collaudata, nella risoluzione viene severamente criticata. Le risorse finanziarie limitate dell’Unione europea vanno investite in fonti energetiche selezionate se sostenibili: questo rappresenta un intervento di mercato forte. Tale politica sicuramente limiterà la spesa per la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali strategici, già indispensabili oggi, e il sostegno agli interconnettori. Non vi sarà semplicemente abbastanza denaro per la sicurezza energetica. Per questo oggi non possiamo avallare la risoluzione sottoposta alla nostra attenzione.

 
  
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  Arturs Krišjānis Kariņš (PPE).(LV) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, noi tutti sappiamo perfettamente che i tossicodipendenti sono estremamente pericolosi perché nulla li ferma dinanzi al bisogno di procurarsi un’altra dose. Sappiamo di fatto che qualsiasi forma di dipendenza è un fenomeno deprecabile da sradicare. Nell’Unione europea, la nostra economia è dipendente, e tale dipendenza è alimentata da petrolio e gas importati. Questa è la situazione che dobbiamo cambiare. Dobbiamo incrementare gli investimenti in tecnologie che aumentino direttamente l’uso e lo sfruttamento dell’energia solare, dell’energia eolica, dell’energia idrica e della biomassa nell’Unione europea. Per di più, vi sono diverse argomentazioni convincenti a favore di queste specifiche tecnologie. In primo luogo, se non investiamo in tali tecnologie, la nostra dipendenza da petrolio e gas non potrà che aumentare e la situazione peggiorare perché queste risorse diventeranno sempre più scarse nel mondo e i prezzi continueranno a salire. In secondo luogo, con questi investimenti potremo anche incoraggiare in particolare le piccole e medie imprese, offrendo loro determinati vantaggi nel richiedere fondi e risorse finanziarie. In terzo luogo, investendo nelle nuove tecnologie supereremo direttamente gli ostacoli che attualmente si frappongono al bilanciamento delle reti elettriche con le quantità variabili di elettricità generate da sole e vento. Onorevoli colleghi, è tempo di agire. Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza da petrolio e gas e sostenere gli investimenti proprio nelle tecnologiche in grado di incrementare e promuovere un maggiore uso delle risorse offerte da energia solare, eolica, idrica e biomassa.

Grazie per l’attenzione.

 
  
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  Britta Thomsen (S&D). – (DA) Signora Presidente, abbiamo motivo di rallegrarci per il piano SET. Senza i 59 miliardi di euro ora investiti in solidi progetti energetici, non raggiungeremmo il nostro obiettivo del 20 per cento entro il 2020 per le fonti di energia rinnovabili. L’investimento in energia vera e sostenibile rappresenta due terzi dei fonti del piano SET. Ciò vale, per esempio, per gli impianti fotovoltaici, le turbine eoliche e la biomassa. Tuttavia, il piano SET non è solo importante e giusto perché ci garantisce un’energia più pulita. Lo è anche per i nostri tentativi di lasciarci alle spalle la crisi sociale ed economica. Con questi massicci investimenti in tecnologie energetiche moderne saremo in grado di creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro verdi, così come riusciremo a trasformare l’Unione in un centro di conoscenze per quanto concerne le tecnologie ecologiche e sostenibili. Non dimentichiamo però che tali investimenti comportano una responsabilità: la responsabilità di garantire che molti di coloro che sono attualmente occupati nel settore dell’energia abbiano l’opportunità di riconvertirsi e migliorare le proprie competenze. Per questo l’investimento nelle tecnologie deve andare di pari passo con l’investimento nell’individuo.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE). – (EN) Signora Presidente, volevo formulare due brevi considerazioni. La prima riguarda l’importanza dell’investimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio. La seconda la cattura del carbonio in agricoltura.

In primo luogo, parlando in termini realistici, è fondamentale che l’Unione concentri la propria attenzione e il proprio bilancio sul piano strategico europeo per le tecnologie energetiche. Affinché l’Unione possa raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020, non vi è dubbio che sono indispensabili maggiori investimenti mirati in tecnologie a basse emissioni di carbonio.

In secondo luogo, è necessario potenziare la ricerca e l’investimento nella cattura e nello stoccaggio del carbonio come modo pratico per combattere il cambiamento climatico. In tale ambito l’agricoltura può svolgere un ruolo fondamentale per il sequestro del carbonio e contribuire in tal modo agli obiettivi fissati per il 2020.

Le biomasse del suolo e l’infossamento naturale del carbonio – carbonio presente nel suolo – potrebbero comportare un ulteriore beneficio per gli agricoltori riducendo l’erosione e l’introduzione di fertilizzanti. Ulteriore ricerca e investimento occorrono inoltre per sfruttare appieno l’agricoltura e i terreni agricoli al fine di catturare il carbonio e contribuire al conseguimento degli obiettivi stabiliti per il 2020.

Per ottenere risultati misurabili, l’innovazione e la ricerca nel campo delle tecnologie a basse emissioni di carbonio devono essere adeguatamente ed efficacemente sostenute.

 
  
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  Vicky Ford (ECR). – (EN) Signora Presidente, accolgo con favore l’iniziativa di discutere l’investimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio, ma più specificamente il risparmio energetico e la maggiore diversificazione e sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Vorrei analizzare in particolare l’impiego dei fondi comunitari.

La regione che rappresento dispone già di un fondo comunitario di oltre 250 milioni di euro per la crescita economica a basse emissioni di carbonio. Sebbene tali ambizioni siano lodevoli, l’utilizzo di tale fondo per effettuare investimenti realmente significativi è stato nettamente inferiore alle aspettative.

L’est dell’Inghilterra, con l’università di Cambridge, ospita anche importanti strutture di ricerca e più di 250 contratti sono stati sottoscritti nella mia regione per sovvenzioni nell’ambito del settimo programma quadro. Sono state svolte alcune eccellenti ricerche, ma permangono interrogativi per quanto concerne la complessità, specialmente per le piccole e medie imprese, la burocrazia e l’inflessibilità nell’adeguamento agli sviluppi e alla scienza. In alcuni casi girano voci di deplorevoli ritardi nei pagamenti anche da parte della stessa Unione.

Esaminando come dovrà essere investito in futuro il denaro dei contribuenti, dovremmo soffermarci sulle lezioni che è possibile trarre da quanto è già accaduto e sincerarci che in futuro il denaro sia speso meglio.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE).(RO) Signora Presidente, conseguire gli obiettivi climatici fissati dall’Unione europea dipende dall’elaborazione di una strategia che sostenga una graduale transizione a un’industria a basse emissioni di carbonio e all’uso di energia sostenibile.

L’impiego di nuove tecnologie può ridurre il consumo energetico negli edifici ben del 17 per cento e le emissioni di carbonio imputabili ai trasporti fino al 27 per cento, mentre l’introduzione di contatori intelligenti potrebbe contenere il consumo energetico fino al 10 per cento. Occorre una metodologia standard per misurare il consumo energetico e le emissioni di carbonio per giungere al consumo energetico pubblico e privato ottimale. In tale ottica, servono specifiche funzionali minime comuni e reti intelligenti interoperabili a livello europeo.

La Commissione deve cofinanziare tutti i progetti su larga scala possibili per agevolare l’uso dei contatori e delle reti intelligenti, anche negli Stati membri che ancora non dispongono di tali tecnologie.

Vorrei chiedere se la Commissione al momento intende mettere a disposizione ulteriori risorse del bilancio comunitario per incoraggiare le piccole e medie imprese a sviluppare tecnologie per produrre energia sostenibile a basse emissioni di carbonio.

Grazie.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D).(RO) Signora Presidente, abbiamo bisogno di una politica industriale ambiziosa e intelligente che consenta all’Unione europea di preservare la sua competitività globale, nonché i posti di lavoro e la produzione a livello comunitario. Gli investimenti nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio aiuteranno l’Unione europea a superare la crisi economica e potranno creare grossomodo 2,7 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

L’Unione europea deve investire in iniziative europee che promuovano fonti di energia rinnovabili e la loro introduzione nella rete elettrica europea, nonché nei biocarburanti e nei trasporti verdi. E’ possibile ottenere rapidamente risultati investendo nelle città intelligenti e nell’efficienza energetica degli edifici, specialmente a uso abitativo.

Esorto dunque Commissione e Stati membri a incrementare i bilanci stanziati per l’efficienza energetica residenziale e, all’atto della revisione di medio periodo dell’uso dei fondi strutturali, adottare le misure richieste per garantire un migliore assorbimento del 4 per cento del FESR per l’efficienza energetica residenziale, il che permetterà di aumentare tale percentuale nel periodo 2014-2020.

Grazie.

 
  
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  Zbigniew Ziobro (ECR).(PL) Signora Presidente, la discussione sull’investimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio è una discussione sui metodi per adeguare le economie degli Stati membri ai requisiti per la limitazione delle emissioni di gas a effetto serra. A prescindere dal fatto che le condizioni climatiche e meteorologiche che negli ultimi mesi hanno caratterizzato il nostro continente abbiano forse fornito argomentazioni agli esperti che mettono in discussione l’influenza dell’uomo sul cambiamento climatico attraverso le emissioni di CO2, nondimeno, quando parliamo di tecnologie a basse emissioni di carbonio in tale contesto, dovremmo porci il seguente interrogativo: come è possibile garantire i mezzi necessari per lo sviluppo di tecnologie pulite al fine di conseguire i massimi effetti nel più breve tempo possibile?

Penso che il sistema creato a supporto della ricerca e dello sviluppo dovrebbe essere quanto più flessibile possibile per consentire di gestire le risorse in maniera appropriata alla dinamica della ricerca scientifica. Ci chiediamo se e in quale maniera sia previsto di creare meccanismi di sostegno idonei per investire in tecnologie e basse emissioni di carbonio.

Vorrei infine aggiungere che, indipendentemente dalle argomentazioni più o meno convincenti che si possono addurre a favore dell’investimento nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio, ciò non deve andare a discapito della politica di coesione.

 
  
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  Bogdan Kazimierz Marcinkiewicz (PPE).(PL) Signora Presidente, nella comunicazione della Commissione del 23 gennaio 2008 dal titolo “Promuovere la dimostrazione in tempi brevi della produzione sostenibile di energia da combustibili fossili”, parte del pacchetto sull’energia e il clima, si affermava che l’Unione europea avrebbe sostenuto la costruzione di 10-12 impianti dimostrativi per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica. Alla fine del 2008 anche il Parlamento europeo aveva affrontato l’argomento in una risoluzione. Il punto 11 di tale documento asseriva che le misure indicate dalla Commissione non erano sufficienti a fornire gli incentivi auspicati per la costruzione di almeno 12 impianti dimostrativi entro il 2015, mentre nel punto 18 si giudicava imperativo che almeno i 12 impianti dimostrativi individuati per l’assistenza coprissero tutte le combinazioni possibili delle tre tecnologie esistenti per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

I mezzi finanziari dovrebbero tuttavia giungere dalla vendita di 300 milioni di quote di scambi di emissioni di CO2 della riserva per i nuovi entranti, nota come NER300. Di conseguenza, la somma destinata al sostegno della costruzione degli impianti dimostrativi dipenderebbe dal prezzo di mercato delle quote, prezzo che secondo le stime varierebbe tra 7 e 12 miliardi di euro. Dalle decisioni formulate dalla Commissione nella proposta si può evincere che il supporto nell’ambito di NER300 coprirà sei progetti di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica nel campo della generazione di energia e due in ambito industriale.

Il Consiglio, in collaborazione con la Commissione, intende sostenere la costruzione di altri 2-4 impianti? In caso affermativo, come?

 
  
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  Roger Helmer (ECR). – (EN) Signora Presidente, oggi abbiamo sentito pronunciare molte parole senza senso in merito alla creazione di posti di lavoro “verdi”. Il fatto è che la nostra ossessione per le fonti rinnovabili sta già facendo aumentare il costo dell’elettricità costringendo i cittadini europei alla povertà energetica. Prezzi dell’energia superiori significa che le aziende con forti consumi di energia in Europa dovranno semplicemente desistere e abbandonare il campo scegliendo giurisdizioni a loro più favorevoli. Prezzi dell’energia superiori comportano minore crescita e maggiore disoccupazione. Costano posti di lavoro. Ho visto soltanto uno studio formale sulla questione dei posti di lavoro verdi condotto in Spagna, che ha dimostrato come per ogni posto di lavoro creato nel settore verde si perdessero 2,2 posti di lavoro altrove.

Se siamo realmente seri in merito all’elettricità a basse emissioni di carbonio, vi è una soluzione soltanto: il nucleare. In Europa stiamo iniziando a parlare di nuova capacità nucleare ed è un bene. Se vogliamo tenere accese le luci, ci occorre un rinascimento nucleare, e ne abbiamo bisogno rapidamente.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE). – (PT) Signora Presidente, ricerca e tecnologia svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo di una società a basse emissioni di carbonio. E’ decisivo investire in un cambiamento sociale radicale basato sulla sostenibilità delle città, la produzione decentrata di energia e la competitività dell’industria. Questa politica è essenziale per una società prospera e sostenibile, preparata a raccogliere le sfide del cambiamento climatico, della sicurezza energetica e della globalizzazione, che sia leader mondiale nel campo delle tecnologie pulite.

Il piano strategico europeo per le tecnologie energetiche intende contribuire proprio al conseguimento di tale obiettivo. Accolgo con favore i principali orientamenti esposti nella comunicazione in merito all’organizzazione della logica di intervento tra pubblico e privato, tra finanziario comunitario, nazionale e regionale.

E’ nondimeno determinante incrementare il finanziamento pubblico per la ricerca scientifica nel campo delle tecnologie pulite. L’Europa deve inoltre creare condizioni che promuovano un maggiore investimento privato in tale ambito. Dobbiamo urgentemente passare dalle parole ai fatti.

Le priorità delle future prospettive finanziarie dell’Unione e dell’ottavo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico dovranno essere la sicurezza energetica, la lotta al cambiamento climatico e l’ambiente. Soltanto così saremo in grado di preservare la competitività della nostra industria, promuovere la crescita economica e creare posti di lavoro.

 
  
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  Patrizia Toia (S&D). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, questo dibattito non è rituale ma vuole essere molto concreto e porre domande chiare e precise – quante risorse e dove prenderle – e io spero e il Parlamento spera che altrettanto chiare e precise siano le risposte, oggi e nei prossimi Consigli del 12 e 25 marzo.

Vogliamo dire fermamente alla Commissione e al Consiglio che l’Unione europea, che ha innalzato davanti al mondo la bandiera della lotta alle emissioni in atmosfera e della sfida climatica, ha oggi il dovere della coerenza se non vuole perdere credibilità. Deve fare tutto il possibile perché questi obiettivi siano raggiunti. Dobbiamo sapere molto bene che parlare di un’economia a basse emissioni significa una specie di rivoluzione copernicana per il sistema produttivo; significa cambiare molte cose, avere priorità chiare, volontà politica ma soprattutto risorse e strumenti adeguati.

Sappiamo anche che questa rivoluzione copernicana è essenziale perché il nostro sistema produttivo, l’industria europea, sia ancora competitiva. Voglio dire che in molti paesi, in molti centri di ricerca, in molte università le intelligenze sono pronte, le capacità ci sono, la volontà c’è: si tratta ora di accendere questo motore. Lo devono fare tutti – hanno detto il Commissario e il Consiglio: lo devono fare gli Stati membri, gli imprenditori, le forze private. Ma io credo che il compito imprescindibile di mettere insieme questo partenariato complesso sia dell’Unione europea.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE). – (EN) Signora Presidente, siamo tutti concordi nell’affermare che una maggiore efficienza energetica rappresenta il primo anello della catena, ma nel mio intervento volevo richiamare l’attenzione sull’ansia e la confusione politica che circondano la bioenergia.

Ritengo che questa Camera in particolare e la Commissione, come l’Europa in generale, abbiano abbandonato alcune forme di bioenergia quando vi sono stati i bruschi aumenti di prezzo dei prodotti alimentari nel 2007 e nel 2008. Pochi di noi parlano della realtà attuale della maggior parte degli agricoltori europei, caratterizzata da una crisi di fiducia perché i prezzi sono crollati. Eppure non viene trasmesso loro alcun messaggio politico coerente in merito all’uso della terra e alla possibilità che sia impiegata per colture energetiche.

In Irlanda in particolare, il governo rifugge da tale possibilità. Ebbene, l’industria ha bisogno di certezza politica. I politici non riescono a dare tale certezza e ne stiamo pagando le conseguenze.

Se parliamo di investimento in ricerca e poi non utilizziamo i suoi risultati perché non prendiamo le decisioni politiche giuste, stiamo sprecando tempo.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (S&D). (HU) Signora Presidente, signor Commissario, finanziare il passaggio a tecnologie verdi a basse emissioni di carbonio sarà particolarmente difficile per i nuovi Stati membri. Una fonte potenziale estremamente importante per gli Stati del Baltico e dell’Europa centrale sarebbe rappresentata dall’uso dei crediti di emissioni accumulati nel quadro del sistema di scambio di emissioni previsto dal protocollo di Kyoto, traendo in tal modo vantaggio dalle risorse climatiche di questi paesi. Condizione indispensabile per farlo sarebbe ovviamente la creazione di un sistema post-Kyoto o il sostegno del Consiglio europeo e della Commissione all’impegno da noi profuso per ottenere il giusto valore dalle nostre risorse climatiche rimaste. Essendo stato relatore per il biogas, sono perfettamente consapevole del costo delle nuove tecnologie, per cui tale sviluppo tecnologico sarebbe estremamente importante. E’ essenziale perseguire tale obiettivo entro il quadro della politica agricola comune, per esempio modificando la composizione del mangime per il bestiame, introducendo metodi di aratura che non siano l’aratro da scasso e iniziando a impiegare nuove tecnologie innovative.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE).(PL) Signora Presidente, una delle massime priorità della strategia a lungo termine dell’Unione europea dovrebbe consistere nel creare un’economia innovativa, per esempio trasformando l’attuale sistema energetico sulla base di un modello a basse emissioni di carbonio, in particolare che si fondi sulle tecnologie pulite del carbonio. Circa l’80 per cento dell’energia primaria utilizzata nell’Unione europea proviene da combustibili fossili. Negli ultimi decenni, reti e catene di fornitura sono state perfezionate per quanto concerne l’approvvigionamento della società con energia proveniente proprio da tali fonti. La crescita e la prosperità economica si sono fondate su petrolio, carbone e gas, ed è difficile modificare radicalmente la situazione da un giorno all’altro.

Il piano strategico europeo per le tecnologie energetiche, pilastro della politica comunitaria in materia di energia e clima, è un passo positivo verso la transizione dell’Unione europea a un’economia innovativa, ovviamente a condizione che tenga conto del finanziamento delle tecnologie pulite del carbonio. Se l’Europa intende conseguire ambiziosi obiettivi di riduzione in maniera economica, è fondamentale che incrementi la spesa per la ricerca nel campo delle tecnologie energetiche pulite, sostenibili ed efficienti e rafforzi il coordinamento della sinergia di forze, potenziali e risorse tra pubblico e privato.

Le rivoluzioni industriali del passato ci hanno dimostrato che la tecnologia può modificare permanentemente il nostro stile di vita. Ora ci viene offerta un’opportunità irripetibile e concreta di cambiare il nostro modello di produzione di energia. Tuttavia, l’investimento nello sviluppo e nella promozione di fonti di energia pulita e rinnovabile può essere realizzato soltanto fintantoché la Comunità garantisce un livello sufficiente di fondi e inserisce tali investimenti nell’elenco degli obiettivi strategici dell’Unione.

 
  
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  Fiorello Provera, a nome del gruppo EFD. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, nel dibattito sulle scelte energetiche dell’Unione europea esiste una certezza: la fonte energetica più importante, più a buon mercato e più sostenibile a nostra disposizione è l’energia risparmiata. Per motivi naturali, storici, culturali ed economici, le regioni di montagna sono un modello per la riduzione del consumo energetico, compatibilmente con le esigenze della vita moderna, e si prestano a sperimentare su larga scala l’uso di fonti energetiche rinnovabili a basse emissioni di carbonio.

Le regioni di montagna producono la quasi totalità dell’energia idroelettrica europea. Per fare un esempio, la provincia da cui provengo in Italia produce, da sola, il 12% dell’energia idroelettrica dell’intero paese. Inoltre, nelle zone di montagna c’è un’esperienza storica nelle tecniche di costruzione degli immobili più efficienti da un punto di vista del risparmio energetico. Si è arrivati a costruire abitazioni totalmente autosufficienti sia per l’elettricità, sia per il riscaldamento e che forniscono addirittura più energia di quanta ne utilizzano, con l’uso ovviamente di tecnologie avanzate. Le montagne sono spesso dei territori pilota, quindi il contesto ideale per sperimentare un migliore uso delle biomasse, del solare, del geotermico, delle pompe di calore e per rinnovare soprattutto i sistemi di distribuzione dell’energia.

Signor Commissario, la montagna è piena di energia, di energia pulita: basta solo prenderla. Per questo motivo chiediamo alla Commissione di coinvolgere le regioni di montagna nella sua strategia, di studiare l’esperienza di queste e riconoscere il diritto di ottenere eque compensazioni per tutta l’energia rinnovabile già fornita da queste regioni. L’art. 174 del trattato di Lisbona riconosce il ruolo delle montagne: per questo attendiamo con urgenza dalla Commissione un’iniziativa per l’attuazione di quest’articolo e per una politica europea delle montagne anche in campo energetico.

Invito quindi la Commissione a seguire le raccomandazioni del rapporto Durnwalder, presso il Comitato delle regioni, e a integrare nella valutazione dei territori europei le problematiche energetiche e la capacità produttiva delle regioni di montagna in termini di energie rinnovabili e di costruzione passiva.

Le montagne, che rappresentano il 40% del territorio dell’Europa e 90 milioni di abitanti, sono state viste sino ad ora come aree svantaggiate: attuando delle politiche energetiche innovative e coerenti, queste regioni possono recuperare questo handicap e fornire uno stimolo fondamentale per raggiungere gli obiettivi fissati nella strategia 20-20-20, dimostrando che l’autosufficienza energetica è possibile, a costi accettabili, se c’è una ferma volontà politica.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE).(RO) Signora Presidente, l’agricoltura europea viene spesso accusata di essere una fonte importante di riscaldamento globale, percezione che ovviamente non è del tutto corretta. D’altro canto, non possiamo ignorare l’apporto che l’agricoltura può offrire alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

L’argomento è stato indubbiamente già sollevato in altri interventi. Stoccaggio del carbonio, biomassa e investimenti nella riduzione delle quantità di fertilizzanti impiegati sono soltanto alcuni esempi del modo in cui l’agricoltura è coinvolta nel problema. Per questo, nel quadro delle discussioni sugli investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio ritengo che l’agricoltura debba essere anch’essa prioritaria e non completamente trascurata, come è accaduto per esempio in un’altra strategia europea, e mi riferisco alla strategia UE 2020.

Grazie.

 
  
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  Karin Kadenbach (S&D).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, signor Presidente in carica del Consiglio, intervengo a nome personale per ribattere al mio opposto quanto segue: a mio parere, la tecnologia nucleare non rappresenta una soluzione e, per quel che mi riguarda, non è neanche una fonte di energia rinnovabile.

Il nostro compito qui è istituire misure che a lungo termine vadano a beneficio dei nostri figli e del nostro futuro. E’ dunque importantissimo per noi ridurre le emissioni di CO2, sebbene tale riduzione non debba andare a discapito dell’ambiente. In altre parole, dobbiamo prestare molta attenzione alle misure che vengono finanziate e nelle quali investiamo. Non dobbiamo ridurre le emissioni di CO2 degradando nel contempo l’ambiente.

Il 2010 è l’anno della biodiversità ed è estremamente importante verbalizzare anche nei nostri documenti che tutti gli investimenti, tutte le misure, vanno anche visti alla luce della preservazione dell’ambiente per i nostri figli, il nostro futuro e la biodiversità.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL). – (PT) Signora Presidente, signor Commissario, la discussione sulla transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio non deve farci dimenticare un elemento fondamentale. Difficilmente la transizione sarà un processo agevole. Tra qualche anno dovremo confrontarci con gli effetti della carenza e del progressivo esaurimento della fonte primaria di energia dalla quale dipendiamo: i combustibili fossili, combustibili che peraltro fungono da materia prima per molti comparti industriali estremamente importanti, come quello chimico e farmaceutico.

E’ assolutamente necessario per l’umanità che le riserve mondiali di petrolio rimaste siano gestite con molta saggezza, il che significa in primo luogo con grande parsimonia.

In tale contesto, l’adozione del piano denominato “protocollo sull’esaurimento del petrolio”, presentato a Uppsala nel 2002 e Lisbona nel 2005 da parte di un gruppo di ricercatori e specialisti di vari paesi facenti parte dell’ASPO, Association for the Study of Peak Oil and Gas, sarebbe decisiva per l’introduzione di un piano che attribuisca la priorità a una gestione equa e corretta di tali risorse, l’attenuazione della loro carenza e una transizione controllata ad altre fonti primarie di energia.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE).(HU) Signora Presidente, a mio parere all’energia nucleare non è stato attribuito il posto che merita nella relazione. Le soluzioni volte a sviluppare energia alternativa, bioenergia, energia eolica ed energia solare sono tutte farraginose e non è certo che alla fine paghino. D’altro canto, dobbiamo muoverci rapidamente nella nostra strategia energetica se ricordiamo gli effetti della crisi del gas dello scorso anno e la minaccia dei cambiamenti climatici. L’energia nucleare è la principale fonte energetica senza carbonio nell’Unione europea e attualmente copre un terzo del nostro fabbisogno di elettricità. Un suo ulteriore sviluppo sicuro è dunque inevitabile. Sarebbe utile se tutti noi ce ne rendessimo conto.

 
  
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  Seán Kelly (PPE). (GA) Signora Presidente, ho ascoltato la discussione, che ho trovato estremamente interessante. Ho letto tutto ciò che ho potuto sull’argomento.

Volevo soltanto formulare due osservazioni. Primo, come già emerso poc’anzi, da dove verranno attinti i fondi? Secondo, come verranno coordinati ricerca e sviluppo?

Sono del parere che nella circostanza esperti delle tre istituzioni dell’Unione europea, ossia Parlamento, Consiglio e Commissione, potrebbero costituire un gruppo direttivo allo scopo, in primo luogo, di reperire i fondi necessari nel quadro di partenariati pubblico-privato con eventuali obiettivi per paese, e, in secondo luogo, di sovrintendere e coordinare la ricerca. Si dovrebbe trattare di R&D&D – ricerca, dimostrazione e disponibilità – subordinando sicuramente una parte dei fondi al conseguimento di un esito positivo, altrimenti qualunque professore in Europa inizierebbe a fare ricerca e, alla fine, verrebbe a mancare il coordinamento.

 
  
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  Zoltán Balczó (NI). (HU) Signora Presidente, abbiamo sentito le belle parole del rappresentante del Consiglio e della Commissione in merito alle tecnologie a basse emissioni di carbonio, ma non abbiamo affrontato la questione fondamentale: dove verranno reperiti i fondi? Un certo gruppo di Stati membri già dispone di una fonte: gli ex paesi socialisti hanno superato di gran lunga gli impegni di Kyoto. Per questo l’Unione europea potrebbe andare a testa alta alla conferenza di Copenaghen. Questi paesi hanno il diritto di monetizzare le loro quote di anidride carbonica. Eppure la Commissione e i 15 Stati membri iniziali intendono impedire loro di farlo. Nel caso dell’Ungheria, l’importo ammonta a diverse centinaia di miliardi di forint. A Copenaghen, Ungheria e Polonia hanno convenuto di utilizzare tali somme per infrastrutture verdi. Sono dunque queste le fonti. Sinora a tale proposta non è stato dato alcun ascolto, il che dimostra che è vero, dopo tutto, che i nuovi Stati aderenti sono effettivamente membri di seconda categoria dell’Unione europea.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE).(RO) Signora Presidente, uno degli obiettivi principali dell’Unione europea è sviluppare un’economia a basse emissioni di carbonio. Secondo le intenzioni, entro il 2020 il 20 per cento del quantitativo totale di energia prodotto si baserà su fonti rinnovabili.

La Romania si è prefissa l’obiettivo più ambizioso del 24 per cento. Secondo alcuni studi, la regione di Dobrogea nel sud-est della Romania è la seconda area in Europa in termini di potenziale di energia eolica, dopo la Germania settentrionale. Al momento nella regione si sta sviluppando il più grande parco eolico europeo sulla terraferma, che avrà 240 turbine eoliche e genererà 600 MW di energia rinnovabile. La prima fase del progetto sarà portata a termine nel corso dell’anno con la messa in esercizio di 139 impianti. L’intero progetto sarà concluso nel 2011 nelle aree di Fântânele e Cogealac della contea di Constanţa.

La realizzazione del progetto è importante per la sicurezza energetica della Romania poiché contribuirà a ridurre le importazioni di risorse energetiche.

Grazie.

 
  
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  Antonio Cancian (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, credo che su due punti siamo perfettamente d’accordo, da quello che ho sentito stamattina: efficienza, risparmio, rinnovabili e nuove tecnologie. Non è però sufficiente, cari colleghi, se non affrontiamo concretamente altri due argomenti.

Il primo è il nucleare: ci fa paura solo la parola, solo affrontare l’argomento. Ricerchiamo e cerchiamo di essere responsabili su questa ricerca. Il secondo, i finanziamenti: ci fa paura parlare di PPP – ho sentito stamattina – sembra quasi un qualcosa di strano, di corruttivo, di qualcosa di sospetto al solo pensiero che il privato possa partecipare a qualche iniziativa con il pubblico.

È ineludibile, cari colleghi, con le risorse finanziarie a cui noi dobbiamo fare riferimento. Inoltre, è una cosa seria che il pubblico interagisca con il privato, perché il pubblico deve imparare ad agire in maniera aziendale e in una politica sostenibile. Signora Presidente, onorevoli colleghi, credo che su due punti siamo perfettamente d’accordo, da quello che ho sentito stamattina: efficienza, risparmio, rinnovabili e nuove tecnologie. Non è però sufficiente, cari colleghi, se non affrontiamo concretamente altri due argomenti.

Il primo è il nucleare: ci fa paura solo la parola, solo affrontare l’argomento. Ricerchiamo e cerchiamo di essere responsabili su questa ricerca. Il secondo, i finanziamenti: ci fa paura parlare di PPP – ho sentito stamattina – sembra quasi un qualcosa di strano, di corruttivo, di qualcosa di sospetto al solo pensiero che il privato possa partecipare a qualche iniziativa con il pubblico.

È ineludibile, cari colleghi, con le risorse finanziarie a cui noi dobbiamo fare riferimento. Inoltre, è una cosa seria che il pubblico interagisca con il privato, perché il pubblico deve imparare ad agire in maniera aziendale e in una politica sostenibile.

 
  
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  Christian Ehler (PPE).(DE) Signora Presidente, intendo porre una breve domanda. All’interno dei gruppi, in relazione alle tecnologie, hanno avuto luogo discussioni trite e ritrite, eppure giustificate, in merito agli aspetti ideologici. Per una volta, però, formuliamo una domanda insieme alla quale Consiglio e Commissione sono chiamati a rispondere. Da tempo discutiamo del piano SET. Quali sono gli strumenti per attuarlo? Qual è la tempistica? Quali impegni hanno assunto gli Stati membri?

 
  
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  Claude Turmes (Verts/ALE).(DE) Signora Presidente, non intendo soffermarmi adesso sugli aspetti ideologici. Possiamo farlo in altra sede. Penso però che gli ideologi siano schierati, di fatto, dall’altra parte della Camera.

La Commissione potrà contare su due strumenti tangibili nelle prossime settimane. Il primo è lo strumento di finanziamento per la condivisione del rischio, che ancora dispone di denaro. Ora tale denaro potrebbe essere utilizzato a favore di una rinnovata spinta per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Mi è stato detto che la direzione generale per la ricerca della Commissione sta bloccando il denaro perché non intende spenderlo per l’energia in quanto preferirebbe destinarlo alla tecnologia della comunicazione e dell’informazione e ad altri ambiti. Forse la Commissione ha qualche commento da formulare in merito?

Il secondo strumento è rappresentato dal 15 per cento almeno dei fondi verosimilmente rimasti del piano per la ripresa economica e noi, in quanto Parlamento, abbiamo deciso che tale denaro venga speso per l’efficienza energetica, soprattutto le città intelligenti. Può esprimersi anche al riguardo, signor Commissario?

 
  
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  Iosif Matula (PPE).(RO) Signora Presidente, il fatto che oggi si tenga una discussione in Parlamento in merito agli investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio mette in luce il fatto che l’Unione europea intende confermare il suo ruolo di guida non soltanto nel ridurre il consumo di energia e migliorare l’efficienza energetica, ma anche nel garantire un ambiente sano. Ritengo che ora la nostra funzione consista nel promuovere ambiti quali ricerca e innovazione per identificare soluzioni che forniscano le basi per un sistema energetico europeo sostenibile. Dobbiamo pertanto definire i requisiti di finanziamento in tale campo con lo scopo di aumentare globalmente la competitività dell’Unione europea.

Credo che si fondamentale per noi concentrare l’attenzione sullo specifico potenziale dell’energia verde a livello regionale e locale. La regione dalla quale provengo in Romania offre potenzialità notevoli a livello di energia geotermica, che al momento non è sufficientemente sfruttata. Vi sono varie ragioni per questo, ma penso che dobbiamo affidare alle autorità locali un ruolo importante al riguardo per incoraggiarle a sviluppare partenariati pubblico-privato.

Grazie.

 
  
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  Pedro Luis Marín Uribe, presidente in carica del Consiglio. − (ES) Signora Presidente, ho preso debitamente atto della discussione di questa mattina e sono lieto di confermare che molte preoccupazioni espresse dal Parlamento sono condivise dal Consiglio. Confido nel fatto che le conclusioni che adotteremo domani ci consentano di creare una solida base che risponda alle perplessità manifestate e ci permetta di compiere progressi immediati nel lancio delle iniziative industriali.

Penso che vi sia un chiaro consenso quanto al fatto che tali iniziative sono fondamentali se vogliamo ridurre la nostra dipendenza energetica, migliorare la nostra efficienza, continuare a compiere progressi tecnologici – promuovendo dunque ulteriormente la tecnologia europea – e, ovviamente, raccogliendo le sfide del cambiamento climatico.

Tali iniziative sono altresì necessarie per preservare la competitività europea e creare occupazione. Credo di poter rassicurare l’onorevole Helmer: esistono altri studi oltre a quello da lui letto, molti dei quali condotti dalla stessa Commissione, che dimostrano l’impatto positivo sull’occupazione, un effetto che addirittura aumenterà a lungo termine.

Proponiamo pertanto che si applichi una serie di principi e prassi comuni, imprimendo una direzione alle iniziative industriali esistenti. Ciò, naturalmente, ci imporrà tra l’altro di definire strumenti finanziari e criteri di intervento pubblico, che sono necessari per sostenere lo sviluppo di tali tecnologie.

Molta enfasi è stata posta sugli aspetti finanziari e anche questa è una preoccupazione condivisa dal Consiglio. Il Consiglio, tuttavia, non può impegnarsi a riassegnare fondi senza rispettare il diritto di iniziativa della Commissione e i poteri condivisi dal Parlamento in tale ambito. Pertanto, nel frattempo, si dovranno applicare gli attuali accordi di finanziamento.

Occorre nondimeno insistere sull’importanza di aumentare i nostri bilanci per sviluppare queste nuove tecnologie e sul fatto che attribuire la priorità a tali aumenti deve costituire un elemento fondamentale delle future discussioni all’interno delle istituzioni europee, specialmente il Parlamento.

Posso anche assicurare che il Consiglio ha fatto e continuerà a fare tutto quanto in suo potere per garantire che il piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (SET) sia adeguatamente supportato da fondi, nell’ambito sia dell’attuale quadro finanziario sia dei futuri.

Come ha già rammentato il Commissario, anch’io vorrei ribadire che, in termini generali, le iniziative private, ossia le fonti di finanziamento private, sono anch’esse chiamate a svolgere un ruolo importante; questo è un ambito nel quale dobbiamo lavorare mano nella mano per massimizzare l’impatto delle risorse finanziarie pubbliche. E’ necessario dare vita a un effetto moltiplicatore su larga scala che ci consenta di attuare con successo tali iniziative, che sono decisive per il futuro dell’Europa.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare tutti per questa discussione che ho seguito con estremo interesse e dalla quale si evincono parecchi elementi che sicuramente terremo presenti nello sviluppo del nostro futuro lavoro.

Inizierei con un breve excursus. Dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta, l’entusiasmo per l’innovazione ha costituito un vantaggio competitivo senza precedenti, pur nel rispetto dell’ambiente. Ha tuttavia avuto vita breve. Dopo che i prezzi del petrolio sono scesi costantemente per un periodo abbastanza lungo, si è abbandonato l’investimento nell’attività di ricerca, sviluppo e realizzazione, così come è venuta meno la necessità di mercato di introdurre nuove tecnologie, modificando i modelli di consumo, e ci siamo ritrovati proiettati in un periodo di ingannevole comfort, dipendenti dall’energia a basso costo proveniente dall’estero, un periodo di sostenibilità illusoria.

Per inciso, subito dopo la crisi petrolifera, l’investimento in ricerca e sviluppo era il quadruplo rispetto all’importo investito attualmente o qualche anno fa.

Dove siamo ora, dopo tale periodo di riluttante e irresponsabile sviluppo senza approccio proattivo? Stiamo reagendo alle minacce poste dal cambiamento climatico e cercando di ovviare alla dipendenza per quanto concerne la sicurezza energetica. Ritengo dunque che una visione proattiva costituisca un approccio realistico e necessario, non una fantasticheria.

In tale contesto si situano le iniziative richiamate nel documento, da noi adottate qualche giorno fa. Mi riferisco alla strategia UE 2020. Non vediamo alternative alla crescita verde. Abbiamo bisogno di industrie più pulite, non di più industrie depuranti. Ci servono incentivi, prezzi, costi e i segnali giusti. Dobbiamo concentrarci sull’efficienza energetica; dobbiamo concentrarci, se volete, sull’efficienza delle risorse, che è uno dei principali aspetti della strategia UE 2020.

Passerei ora al secondo tema, ossia il piano SET di cui stiamo discutendo. Tutte le stime presentate nel piano SET per il finanziamento necessario si basano su roadmap tecnologiche. Tale lavoro è stato svolto con grande serietà. Se analizzate le proposte, ossia ciò che prevediamo e come stimiamo il finanziamento necessario per il futuro, individuerete i seguenti dati: energia eolica: 6; energia solare: 16; bioenergia: 19; cattura e stoccaggio del carbonio: 13; energia nucleare: 7; reti intelligenti: 2; pile a combustibile e idrogeno: 5; città intelligenti: 11; alleanza europea per la ricerca nel settore dell’energia: 5, e ricerca di base: 1. La somma di tali numeri è 75.

Vi ricordo che si è previsto 7 per l’energia nucleare. Devo essere onesto. La fusione non è compresa, e la fusione è, lo ribadisco, un dato importante da tener presente. Nondimeno, se analizziamo tale quadro, penso che il messaggio trasmesso dalla Commissione sulla destinazione del grosso del nostro investimento sia decisamente chiaro.

Il prossimo argomento riguarda le fonti di finanziamento e le roadmap. Le principali fonti, come ho detto nel mio intervento introduttivo, dovranno essere quelle che detengono la maggior parte dei fondi, ossia l’industria e gli Stati membri. Ciò significa che a tal riguardo vanno considerati il bilancio dell’Unione europea, le prospettive finanziarie attuali e future, il programma energetico europeo per la ripresa, il regime di scambio di emissioni dell’Unione e, ovviamente, l’uso di altri strumenti esistenti, tra cui soprattutto la Banca europea per gli investimenti.

La struttura dell’investimento per le varie iniziative proposte costituisce una questione seria. Penso sia evidente che la struttura interna dell’investimento pubblico e privato non possa essere la stessa in ragione della prossimità del mercato, come anche delle carenze del mercato rispetto a vari tipi di tecnologie, che dovrebbero essere affrontate. Credo nondimeno che l’argomento in discussione sia estremamente serio, specialmente quando si inizia a parlare della prossima prospettiva finanziaria, per cui dobbiamo ripensare alle nostre priorità e alle modalità dei nostri futuri investimenti.

Proseguirei rammentandovi che nel 2010 avvieremo tutte le iniziative tranne una, quella dedicata alle città intelligenti, in cui si tratta principalmente di efficienza delle risorse, che sarà intrapresa successivamente su indicazione del Parlamento, ma non credo che non si siano già compiuti passi per la realizzazione delle misure che oggi stiamo passando in rassegna. Penso invece che passi si siano compiuti, specialmente nel campo della ricerca. L’alleanza per la ricerca lavora in tale ambito ormai da alcuni anni.

L’ultimo aspetto sul quale vorrei soffermarmi è il seguente: con il piano SET stiamo di fatto intraprendendo una via molto specifica a livello europeo. Sapete quanto, durante il precedente mandato, io abbia combattuto con grande accanimento per uno spazio di ricerca europeo. A livello comunitario gestiamo circa il 5 per cento del denaro per la ricerca, per cui a meno che non uniamo le forze a livello di Unione – e intendo a livello di Europa – evitando di duplicare gli sforzi, non potremo contare su un reale successo. Non guardiamo soltanto al bilancio europeo. Dovremmo mettere insieme il denaro per incrementare la nostra capacità di ricerca.

Il piano SET è il migliore esempio attualmente disponibile di programmazione comune a livello di Unione. Altre attività verranno giustamente intraprese, ma ritengo che non dovremmo sottovalutare ciò che sta accadendo in tale ambito. Stiamo infatti parlando di partenariati pubblico-privato, che sono estremamente necessari e uno degli aspetti sui quali, per il futuro, vorrei richiamare la vostra attenzione. Vi è inoltre il regolamento finanziario, nel cui ambito ne discuterete, perché dovrà consentire l’assunzione di rischi se vogliamo veramente che tali questioni siano affrontate.

Penso dunque che quando parliamo del piano SET e della programmazione comune sottostante siamo di fronte a uno dei principali nuovi sviluppi in Europa. Possiamo contare sull’alleanza europea per la ricerca nel settore dell’energia, la migliore organizzazione di ricerca aperta verso l’esterno, che oggi sta già collaborando su tutti questi temi fondamentali.

Concluderei dunque con il messaggio che, a mio avviso, il nostro principale dovere è supportare questo programma con il nostro peso politico.

 
  
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  Presidente. – Comunico di aver ricevuto due proposte di risoluzione(1) per chiudere la discussione ai sensi dell’articolo 115, paragrafo 5, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 11 marzo 2010, alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Sebbene riconosca che la presente comunicazione della commissione intende accelerare lo sviluppo di nuove tecnologie con maggiori potenzialità in termini di basse emissioni di carbonio attraverso una maggiore efficienza energetica e l’uso di energia rinnovabile, mi rammarico per il fatto che le regioni europee non svolgano ancora una funzione più definita nell’ambito di tale strategia.

E’ necessario garantire alle autorità regionali il corretto finanziamento, per esempio assicurando fondi durante la fase di test dei progetti pilota o investimenti durante la fase di ricerca e sperimentazione dei progetti riguardanti l’energia rinnovabile.

Credo che sia importante includere, per esempio, l’energia geotermica, fonte di energia rinnovabile con grandi potenzialità di espansione nelle regioni vulcanica, elemento particolarmente importante per le regioni insulari e ultraperiferiche dell’Unione, per la quale non è stato però fissato alcun obiettivo.

In tale contesto, è necessario incrementare l’investimento pubblico e privato sviluppato tecnologie energetiche in maniera da conseguire l’obiettivo auspicato di un’economia a basse emissioni di carbonio contribuendo nel contempo a superare le carenze del mercato di cui al pacchetto sull’energia e il clima.

 
  
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  András Gyürk (PPE), per iscritto. – (HU) Ritengo significativo che la Commissione europea, quando ha predisposto il suo piano strategico europeo per le tecnologie energetiche, abbia preso in considerazione il sostegno necessario per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie verdi. Ciò è tanto più vero in quanto, allo stadio attuale, l’energia solare, la bioenergia e la tecnologia dell’idrogeno nella maggior parte dei casi non sono ancora redditizie da un punto di vista commerciale. Come ha sottolineato Steven Chu, segretario per l’energia degli Stati Uniti, occorrono progressi nella ricerca del tenore di un premio Nobel per poter rendere le tecnologie verdi competitive con le tradizionali tecnologie basate sui combustibili fossili. Tuttavia, il difetto vero del piano per le tecnologie verde consiste nel fatto che non abbiamo alcuna idea dei fondi comunitari che saranno utilizzati per realizzarlo. Pensando ai 16 miliardi di euro ritenuti necessari per la ricerca nel campo dell’energia solare o ai 5 miliardi di euro stimati per la tecnologia basata sull’idrogeno, la questione è tutt’altro che secondaria. A questo punto, non vi sono indicazioni del fatto che il prossimo quadro finanziario settennale possa prevedere le maggiori risorse necessarie per la ricerca nel campo delle tecnologie verdi. Siamo perfettamente consapevoli del fatto che il sostegno offerto dai fondi pubblici non può in alcun caso sostituirsi agli sforzi degli investitori privati. Nondimeno, l’Unione europea e gli Stati membri devono incrementare i fondi destinati alla ricerca nel campo delle tecnologie verdi. Gli eventuali introiti derivanti da un sistema di scambio di emissioni potrebbero fungere da base valida in tal senso. Le poste in gioco non sono trascurabili. Non possiamo permettere che i piani per la politica energetica e la protezione del clima subiscano lo stesso destino della strategia di Lisbona con i suoi esiti contraddittori.

 
  
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  Jim Higgins (PPE), per iscritto. – (EN) Per rendere la tecnologia del carbonio una realtà pratica, dobbiamo affrontare la carenza di tecnici e altro personale altamente qualificato che progetti e produca tecnologie avanzate e possiamo farlo istituendo o potenziando programmi di formazione o borse di studio per garantire che le competenze dei lavoratori siano migliorate in tempo per la ripresa economica. Dobbiamo garantire un’offerta di lavoratori altamente qualificati e istruiti con la giusta combinazione di competenze teoriche e pratiche, così come dobbiamo affrontare le persistenti barriere che si frappongono alla mobilità all’interno dell’Unione europea, specialmente per ricercatori e personale altamente qualificato, occupandoci anche del riconoscimento delle qualifiche dei tecnici a livello comunitario. Istituzioni e mercati finanziari tendono a essere cauti in merito agli investimenti, soprattutto per quel che riguarda le piccole e medie imprese. Esistono vari programmi comunitari che sostengono l’innovazione. Tali programmi, tuttavia, devono essere meglio sincronizzati e coordinati dal punto di vista della domanda e dell’offerta. Parimenti dobbiamo agevolare la cooperazione tra piccole e medie imprese e istituti di ricerca, promuovendo i diritti di proprietà intellettuale e il trasferimento tecnologico. Le stesse imprese dell’industria elettrotecnica devono diventare più proattive nel sostegno alle iniziative di raggruppamento e nell’adesione ai raggruppamenti. Dobbiamo infine anche stimolare la ricerca e l’innovazione attraverso incentivi fiscali e sussidi all’innovazione, nonché migliorando le condizioni per l’investimento con capitale di rischio, per esempio business angel o capitale di rischio transfrontaliero.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. – (PL) Il riscaldamento globale causato dall’attività umana è un dato di fatto. La lotta contro tale fenomeno e i suoi effetti negativi è la necessità del momento. Un modo per affrontare questi problemi consiste nell’avvalersi di fonti energetiche pulite e rinnovabili. Tuttavia, affinché tali fonti energetiche svolgano una funzione significativa all’interno del sistema energetico europeo, è necessario che vengano soddisfatte due condizioni. In primo luogo, occorre che vengano incrementati i fondi disponibili per la ricerca nel loro sviluppo. In secondo luogo, è necessario aumentare i fondi per investimenti che introducano le ultime tecnologie a basse emissioni di carbonio. L’investimento nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio descritto nel piano strategico europeo per le tecnologie energetiche è importante per tutta l’Unione. In particolare, però, è importante per i paesi la cui industria energetica, per motivi storici, genera grandi quantità di CO2. Uno di questi paesi è la Polonia. Migliorare e sviluppare tecnologie per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica riveste un’importanza fondamentale per l’economia polacca nel suo complesso.

 
  

(1) Cfr. processo verbale.


3. Conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulle conseguenze della tempesta Xynthia in Europa.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, passate soltanto due settimane dalla terribile catastrofe che si è abbattuta su Madeira, la Commissione è rimasta nuovamente sconvolta e sgomenta dinanzi alla morte e alla devastazione causate dalla tempesta Xynthia in Francia e altri paesi europei.

Desidero esprimere la mia personale solidarietà a tutti coloro che ne stanno subendo le conseguenze. Le condoglianze della Commissione si rivolgono in particolare alle famiglie e agli amici di chi ha perso la vita.

Attraverso il centro di monitoraggio e informazione per la protezione civile, la Commissione ha seguito da vicino gli eventi provocati dalla tempesta Xynthia e si è offerta di mettere in moto il meccanismo di assistenza comunitaria. Fortunatamente, i servizi di soccorso francesi sono stati in grado di rispondere alla calamità con mezzi propri e non hanno chiesto l’attivazione del meccanismo.

Insieme alle autorità competenti degli Stati membri, ora la Commissione sta esplorando tutti gli strumenti e le vie che potrebbero essere praticabili a livello europeo per contribuire finanziariamente al superamento della catastrofe e al ritorno quanto prima a condizioni di vita normali.

Due giorni fa, il presidente della Commissione Barroso ha incontrato il presidente francese Sarkozy per discutere la situazione. Ieri abbiamo anche incontrato una serie di membri di questa Camera provenienti da diversi paesi. Una settimana fa, il collega Hahn, commissario responsabile della politica regionale e del fondo di solidarietà, si è recato nelle regioni più colpite della Francia – La Rochelle e l’Aiguillon-sur-Mer – e ha incontrato autorità nazionali e regionali.

A Madeira, dove il disastro si è abbattuto due settimane prima, le autorità e i servizi di soccorso sono riusciti a compiere progressi enormi nell’arginare gli effetti dell’inondazione. Il commissario Hahn si è recato a Madeira durante lo scorso fine settimana per farsi personalmente un quadro della situazione e discutere le modalità per procedere con le autorità locali.

Il fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito nel 2002 specificamente come strumento comunitario per assistere finanziariamente gli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali, sempre che vengano rispettate determinate condizioni. La Francia ha già dichiarato l’intenzione di richiedere l’assistenza del fondo di solidarietà. Mi corre l’obbligo di sottolineare che il regolamento che disciplina il fondo di solidarietà generalmente consente la sua mobilitazione soltanto per le cosiddette “calamità gravi”, ossia i casi in cui il danno a livello nazionale supera la soglia dello 0,6 per cento del reddito nazionale lordo, pari a 3 miliardi di euro ai prezzi del 2002. Per la Francia attualmente ciò significa che il danno dovrebbe superare all’incirca 3,4747 miliardi ai prezzi correnti.

Tuttavia, in circostanze eccezionali e se vengono soddisfatti criteri specifici, il fondo può anche essere utilizzato per “calamità regionali straordinarie” di minore entità, specialmente allorquando colpiscono regioni ultraperiferiche come Madeira.

Le autorità francesi stanno attualmente conducendo una valutazione del danno e delle sue ripercussioni sull’economia e le condizioni di vita della popolazione.

Questi sono gli elementi essenziali della domanda, che deve pervenire alla Commissione entro 10 settimane dall’evento calamitoso, ossia nella fattispecie entro il 9 maggio. Una volta giunta, la domanda sarà vagliata dalla Commissione quanto prima. I servizi della Commissione, specialmente la direzione generale per la politica regionale, stanno offrendo tutta l’assistenza possibile e le indicazioni del caso per la preparazione della domanda. In tal senso, si sono stabiliti gli opportuni contatti a livello di esperti con le autorità francesi, per cui si dovrebbero compiere progressi effettivi.

Ricordo tuttavia che l’assistenza del fondo di solidarietà non può essere erogata subito. Il fondo di solidarietà non va erroneamente interpretato come uno strumento di emergenza. Si tratta invece di uno strumento finanziario che concorre a supportare l’onere finanziario delle operazioni di emergenza. In quanto tale, un’eventuale sovvenzione potrebbe essere utilizzata retroattivamente per le operazioni di emergenza dal primo giorno della catastrofe.

Le somme disponibili attraverso il fondo di solidarietà vengono raccolte grazie a uno sforzo supplementare degli Stati membri che esula dal normale bilancio dell’Unione europea e devono essere approvate dal Parlamento e dal Consiglio attraverso una procedura di rettifica del bilancio.

Come sapete, l’intera procedura, dal momento in cui viene presentata domanda all’erogazione della sovvenzione, inevitabilmente richiede vari mesi. La Commissione si sta tuttavia adoperando al meglio per abbreviare il più possibile il lasso di tempo necessario.

Per quanto concerne i fondi strutturali, specialmente il FESR, come è ovvio non è possibile utilizzarli per operazioni di emergenza immediate. La Francia e la Commissione hanno tuttavia iniziato a discutere le alternative e le possibili modifiche necessarie a livello di programma che potrebbero essere strumentali per una ricostruzione a più lungo termine e per l’investimento nelle imprese colpite dall’inondazione.

Un ultimo punto, che alcuni membri di questo Parlamento hanno già sollevato durante la discussione su Madeira due settimane fa. La Commissione sfrutterà l’attuale slancio politico per tentare di sbloccare la proposta di una modifica del regolamento relativo al fondo di solidarietà presso il Consiglio. Il Parlamento ha largamente appoggiato l’idea e ritengo che questo sia il momento giusto per intervenire nuovamente, insieme, nei confronti del Consiglio.

 
  
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  Elisabeth Morin-Chartier, a nome del gruppo PPE. – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, durante la notte tra il 27 e il 28 febbraio, la tempesta Xynthia ha colpito le coste della Charente-Maritime e della Vandea, la mia regione, con particolare violenza. Cinquantatre miei connazionali hanno perso la vita e una dozzina sono i dispersi. Centinaia di persone sono rimaste senza casa.

Si tratta di perdite significative, alle quali si aggiungono gravi problemi a livello di infrastrutture. Mi riferisco in particolare a dighe, linee ferroviarie, reti fognarie, reti elettriche, reti di telecomunicazioni e intero tessuto di piccole e medie imprese, specialmente nel settore marittimo, acquicolo e agricolo, con 45 000 ettari sommersi da acqua salina perché l’inondazione è stata causata dal mare.

Un danno di notevole entità, un danno le cui conseguenze continueranno a farsi sentire nel tempo, visto che alcuni terreni agricoli non saranno utilizzabili per diversi anni.

Chiedo ora pertanto che la Comunità dia prova di solidarietà e, naturalmente, che il fondo di solidarietà dell’Unione venga messo a disposizione quanto prima e nelle migliori condizioni possibili perché non possiamo dire ai nostri concittadini che i fondi si faranno aspettare e che i problemi non possono essere risolti qui, adesso. Insieme, dopo la visita del commissario, che ringrazio sinceramente per essersi recato in loco per rendersi conto personalmente della gravità del disastro, e so che anche lui ne è rimasto profondamente colpito, dobbiamo unire gli sforzi per migliorare l’uso del fondo in maniera che si possano compiere più rapidamente progressi. Ci lamentiamo sempre che l’Europa è troppo lontana dai nostri concittadini; dimostriamo loro, qui, oggi, che siamo in grado di reagire velocemente. Mi rammarico che il Consiglio non sia presente per aiutarci in questa modifica normativa. In ogni caso vi assicuro che ne abbiamo bisogno e i nostri concittadini la attendono.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROUČEK
Vicepresidente

 
  
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  Edite Estrela, a nome del gruppo S&D. – (PT) Signor Presidente, a nome del gruppo S&D al Parlamento europeo, vorrei estendere le nostre più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime delle calamità naturali che hanno colpito Portogallo, Madeira, Francia e Spagna.

La scorsa settimana, una delegazione del mio gruppo si è recata a Madeira nelle aree più colpite dalla catastrofe e ha incontrato autorità regionali e locali, oltre ad associazioni di imprenditori, commercianti, industriali e agricoltori del posto.

Di quanto abbiamo visto e sentito ci restano immagini e messaggi drammatici. Abbiamo appreso di intere famiglie che hanno perso la vita nelle loro abitazioni; abbiamo udito testimonianze strazianti di persone trascinate sottacqua per sempre, intere abitazioni letteralmente spostate da un lato all’altro della strada, veicoli con passeggeri a bordo spazzati dalle strade in mare.

Tuttavia, il coraggio del popolo di Madeira nel superare l’avversità è stato altrettanto commovente. Non dimenticherò mai le immagini di determinazione di coloro che, dopo aver perso casa, lavoro e ogni bene personale, si sono rifiutati di arrendersi. Viceversa, sono tornati subito al lavoro, pronti a ricostruire dal nulla. In pochissimi giorni, tonnellate e tonnellate di pietre, terra e altri detriti sono stati rimossi dal centro della città di Funchal.

Le autorità nazionali, regionali e locali si sono unite agli sforzi profusi in modo che la vita sull’isola potesse tornare alla normalità. E’ dunque importante annunciare che i turisti possono tornare a Madeira. La sua bellezza naturale e il calore della sua gente ci attendono.

La popolazione di Madeira ora si aspetta però anche la solidarietà delle istituzioni europee per poter ricostruire strade, ponti ed edifici pubblici distrutti. Commercianti, industriali e agricoltori hanno anch’essi bisogno del nostro sostegno per ricostruire la loro vita e, insieme, rilanciare lo sviluppo economico della regione.

Sono molto lieta, signor Commissario, di udire che la Commissione, come il Parlamento e il Consiglio, ha intenzione di sbloccare il fondo di coesione – la nuova proposta già adottata dal Parlamento – in maniera da poter introdurre nuove norme più rispondenti alle esigenze reali del pubblico.

Come lei sa, signor Commissario, è anche necessario che gli altri fondi strutturali siano ristrutturati e riassegnati alle aree più colpite perché le situazioni speciali richiedono soluzioni speciali.

 
  
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  Giommaria Uggias, a nome del gruppo ALDE. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il gruppo ALDE si unisce alle dichiarazioni di cordoglio per le vittime della tempesta Xynthia, che ha toccato diverse zone dell’Europa. Dobbiamo reagire e ho apprezzato in questo senso le dichiarazioni serie formulate oggi dal Commissario Potočnik, di cui apprezzo la competenza e a cui devo dare atto del suo impegno. Lo invito in questo senso a dare seguito a necessarie modifiche del Fondo di solidarietà, ricordandogli però che questo Parlamento ha approvato il provvedimento a larga maggioranza già dal 2006. Davanti a queste situazioni, davanti a questi morti non possiamo non ricordare l’urgenza di adottare provvedimenti come questo.

Occorre però, nello stesso tempo, Presidente, agire su più fronti e in primo luogo rivedere tutti i piani di sviluppo e di programmazione del territorio e aggiornarli in considerazione dell’impatto ambientale, inserendo anche la valutazione degli effetti sul territorio. Bisogna anche investire ingenti somme per costituire interventi di lungo periodo volti a realizzare una strategia di prevenzione degli eventi disastrosi. Si tratta di una scelta non opzionale, né velleitaria, ma di una scelta necessaria se si vuole che disastri come quelli di cui stiamo parlando oggi abbiano effetti meno drammatici.

Ma ci sono anche ragioni di carattere economico, se vogliamo limitarci soltanto a questo, che impongono alle istituzioni di agire sul fronte della prevenzione. Infatti, se nella risoluzione stiamo richiamando la necessità di impegnare somme consistenti per rimediare ai danni, dobbiamo spostare l’attenzione e il nostro agire sugli investimenti e sulle iniziative a tutela del territorio, del rimboschimento e della protezione della vegetazione, sapendo che queste rappresentano una riduzione delle spese per rimediare ai danni ambientali.

Disastri di questo genere ci devono insegnare – devono insegnare all’uomo moderno – che non tutto è controllabile ma che tutto può essere limitato se ci sono interventi adeguati. Lo dobbiamo fare, Presidente, anche in memoria di vittime come quelle che nei giorni scorsi, nelle settimane scorse, purtroppo, in tutta Europa hanno caratterizzato l’esistenza delle nostre regioni.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – Signor Presidente, anch'io voglio esprimere il mio profondo cordoglio – il mio personale e quello del mio gruppo – e la mia solidarietà alle regioni colpite, deplorando le gravi conseguenze economiche di tali disastri e trasmettendo in modo particolare le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime. È importante altresì sottolineare la necessità che le autorità nazionali, regionali e locali si concentrino adesso su efficaci politiche di prevenzione e prestare maggiore attenzione a prassi e legislazioni adeguate in materia di uso del suolo.

È precisamente per questo che ci sono due emendamenti che abbiamo presentato come gruppo, perché secondo noi, mancano nella risoluzione consensuale. Il primo afferma: “considerando che in Francia è stata autorizzata la costruzione nelle pianure alluvionali e nelle zone umide naturali; considerando che la speculazione edilizia ha incoraggiato la costruzione di edifici nelle zone vulnerabili”. Questo per noi è un aspetto fondamentale per avanzare.

Il secondo emendamento esige “che il cofinanziamento da parte dei fondi comunitari per l’esecuzione di tali piani, in particolare a titolo dei Fondi strutturali, del FEASR, del Fondo di coesione e del Fondo europeo di solidarietà, sia subordinato a misure di sostenibilità”. Questo per noi è fondamentale per decidere se in ultima analisi voteremo a favore o meno della risoluzione presentata.

 
  
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  João Ferreira, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, le nostre prime parole possono soltanto essere di cordoglio e solidarietà per le famiglie delle vittime di questa catastrofe. Apprezziamo l’espressione di solidarietà dell’Unione europea per le regioni e le città colpite. Ora è importante che questa solidarietà diventi tangibile mobilitando rapidamente mezzi e risorse necessari per alleviare il danno causato dalle condizioni meteorologiche avverse.

Negli anni passati gli Stati membri sono stati colpiti da diverse catastrofi, come testimoniano le 62 richieste di mobilitazione del fondo di solidarietà presentate complessivamente da 21 paesi soltanto nei suoi primi sei anni di esistenza.

Il danno arrecato da tali calamità è difficilmente valutabile, soprattutto a causa della perdita di vite umane. In ogni caso, i costi economici e sociali sono quasi sempre molto elevati.

In tale contesto, la prevenzione dovrà svolgere un ruolo sociale più importante e divenire una fase più determinate del processo di gestione delle catastrofi. E’ fondamentale sviluppare cooperazione e solidarietà in tale ambito nell’Unione europea, in primo luogo creando un quadro finanziario idoneo alla prevenzione che supporti l’attuazione di misure di salvaguardia per il pubblico, l’ambiente e il clima da parte degli Stati membri.

Beneficiari di aiuti speciali devono essere, tra l’altro, interventi quali la correzione di situazioni potenzialmente pericolose, la salvaguardia delle aree maggiormente a rischio, il potenziamento dei sistemi di allerta precoce negli Stati membri e la creazione e il rafforzamento dei collegamenti esistenti tra i vari sistemi di allerta precoce.

Come è già stato detto in questa sede, l’uso intelligente della terra, uno sviluppo sociale ed economico in armonia con la natura e una coesione rafforzata nell’Unione europea sono anch’essi fattori decisivi per la prevenzione delle calamità.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, diverse regioni europee sono state colpite da alcuni fenomeni meteorologici naturali eccezionali che hanno arrecato gravi danni materiali, economici, agricoli e ambientali, oltre ad aver drammaticamente mietuto molte vite umane.

Oserei sperare, signor Commissario, che al di là delle sue dovute condoglianze, il fondo di società europeo, attività europea che in questo caso è utile, possa essere impiegato in maniera rapida e flessibile sia in Francia sia a Madeira, come lo è stato – qualcuno lo ha rammentato – in altri paesi europei, per aiutare i miei connazionali in Vandea e Charente-Maritime a ripristinare le loro infrastrutture e i loro servizi fondamentali.

Mi pare di aver capito da quanto lei ha affermato che il governo francese non si è ancora rivolto alla Commissione al riguardo, il che mi sorprende non poco. Devo tuttavia aggiungere che vi sono alcuni aspetti del modo in cui certe persone stanno sfruttando tali avvenimenti che trovo decisamente intollerabili.

In primo luogo, il bisogno compulsivo di collegare le calamità naturali che stiamo subendo al cosiddetto riscaldamento globale. Poco importa quali argomentazioni politiche o pseudo-scientifiche ci possano essere propinate, certo non incideranno sulle condizioni meteorologiche e le maree, così come non impediranno i terremoti.

In secondo luogo, la ricerca sistematica di colpevoli e facili capri espiatori. Il disastro di Xynthia nell’ovest della Francia è stato dovuto alla rarissima concomitanza di due eventi: la tempesta in sé, ovviamente, e alcune maree insolitamente alte che hanno provocato il crollo delle dighe.

Ci si è scontrati sui permessi edilizi concessi dai sindaci, che sono stati ritenuti personalmente responsabili delle morti verificatesi nei loro comuni. Nessuno però – né dipartimento, né regione, servizi pubblici, urbanisti o architetti – ha contestato i permessi edilizi richiesti dai singoli.

I rappresentanti eletti della regione, soprattutto nei piccoli comuni, sono giustamente tenuti in alta considerazione dai loro concittadini. Si fanno carico di gran parte della responsabilità a fronte praticamente di nulla, hanno un senso notevole dell’interesse generale, assolvono compiti sempre più complessi dei quali l’Europa è in parte responsabile e sono stati completamente abbandonati dalle autorità pubbliche. Era mio desiderio sottolinearlo in questa sede.

 
  
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  Lambert van Nistelrooij (PPE). – (NL) Signor Presidente, il gruppo PPE avalla la risoluzione e chiede che vengano espressi come dovuto il nostro cordoglio e la nostra solidarietà intraprendendo azioni dirette. Vorrei aggiungere qualche elemento alla discussione. In primo luogo ritengo estremamente positivo che la Commissione sia intervenuta direttamente e anche il commissario Hahn stia valutando come è possibile modificare i suoi programmi operativi. Ciò lascia ben sperare per il breve termine.

Il problema effettivo, tuttavia, sta nel fondo di solidarietà. Come ha potuto il Consiglio esimersi per anni dal sostenere la volontà del Parlamento di rendere più flessibile il fondo di solidarietà? A mio parere, è un bene che il commissario Potočnik sia stato così chiaro in merito al fatto che ora la Commissione prenderà l’iniziativa. La presidenza spagnola avrebbe in verità dovuto essere qui oggi a confermarlo. Ora è tempo di agire e il Parlamento si rammarica particolarmente per questa situazione di stallo.

La questione presenta però anche un secondo aspetto. Vengo dai Paesi Bassi. La maggior parte del territorio del mio paese si situa al di sotto del livello del mare. Poiché il ricordo dell’inondazione della primavera del 1953 è ancora molto vivo nella nostra memoria, sappiamo che è fondamentale guardare al futuro. Siamo persuasi che sicurezza e misure preventive debbano andare di pari passo con lo sviluppo realizzato in tali regioni, ossia lo sviluppo di qualunque attività che abbia un impatto sulla costa, obiettivo sicuramente conseguibile. Noi, nei Paesi Bassi, adesso abbiamo presentato un piano, un piano delta, per rinforzare le nostre difese costiere e stiamo anche analizzando altri aspetti in merito ai quali è imperativo correlare la sicurezza allo sviluppo economico.

Per concludere, vorrei aggiungere che nel 2008 la città costiera francese di Saint Malo ha assunto l’iniziativa di riunire tutte le regioni costiere sotto l’egida delle Nazioni Unite unitamente all’OCSE. Ora le Nazioni Unite dispongono di un piano per la prevenzione delle calamità appositamente elaborato per le regioni costiere ed è proprio questa prospettiva mondiale che è estremamente importante. Il Parlamento europeo dispone di un progetto pilota per il biennio 2009-2010 e abbiamo sostenuto la partecipazione delle nostre regioni a tale progetto fornendo, tra l’altro, fondi. La dimensione mondiale è un elemento che nel futuro imminente deve figurare al nostro ordine del giorno.

 
  
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  Bernadette Vergnaud (S&D).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei esordire esprimendo la mia più profonda solidarietà e il mio cordoglio alle vittime dell’inondazione di Madeira e della tempesta Xynthia.

Occorre porsi le domande necessarie in merito al preoccupante moltiplicarsi di questi fenomeni meteorologici distruttivi e il ruolo svolto dal cambiamento climatico perché è urgente trovare soluzioni. Per il momento si tratta di fornire soluzioni urgenti alle popolazioni colpite dai disastri citati poc’anzi. Ovviamente, assicurazioni pubbliche e private devono rispondere ma, quando si tratta di infrastrutture distrutte e della ricostruzione delle regioni colpite, è necessario esprimere anche solidarietà europea.

Per questo il governo francese ha chiesto assistenza al fondo di solidarietà dell’Unione, creato nel 2002, che spero eroghi fondi cospicui in breve tempo. Questo è lo spirito delle due lettere che ho inviato alla Commissione dal 1° marzo nella mia veste di rappresentante eletta della regione occidentale della Francia e in merito a cui ho avuto l’opportunità di confrontarmi, lo scorso giovedì, a La Rochelle, con il commissario Hahn, che ringrazio sinceramente per il suo grande dinamismo.

Il commissario Hahn ha convenuto che il meccanismo era complesso e difficilmente attuabile. Ebbene, dobbiamo concludere che avrebbe potuto essere reso più flessibile se il Consiglio non avesse inspiegabilmente bloccato la revisione del funzionamento di tale fondo adottata da una stragrande maggioranza degli eurodeputati nel maggio 2006. Spero pertanto che la presidenza spagnola riesca a uscire dall’impasse creatasi in merito a tale testo in maniera che il sistema possa essere reso più efficace.

In termini più immediati, mi rivolgo alla Commissione affinché autorizzi un aumento una tantum del cofinanziamento attraverso i fondi regionali del FSE e il FESR per la realizzazioni di progetti nelle regioni colpite entro un arco di tempo che permetta alla loro economia di riprendersi per l’estate.

Da ultimo, tale assistenza non dovrebbe essere impiegata per la ricostruzione compiendo gli stessi tragici errori a livello ambientale e urbanistico, bensì dovrebbe essere usata in maniera oculata per impedire, per quanto possibile, che tragedie del genere si ripetano.

 
  
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  François Alfonsi (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, a seguito del disastro che ha colpito la costa francese a poche settimane di distanza dell’inondazione che ha distrutto Madeira, il nostro gruppo ha presentato alcuni emendamenti in maniera che il Parlamento, oltre a esprimere la propria solidarietà, possa anche denunciarne i responsabili. Molti cittadini europei non hanno perso la vita o tutto ciò che possedevano in queste calamità soltanto perché si è scatenata la furia degli elementi. Le tragedie sono accadute perché si sono commessi errori gravissimi rendendo edificabili argini di fiumi e coste, errori imputabili agli Stati membri, alle loro leggi profondamente inadeguate, alle loro autorità troppo permissive e ai loro governi anch’essi irresponsabili.

Avere permesso che si costruisse in zone soggette a inondazioni è grave tanto quanto avere permesso e incoraggiato negli anni il consumo di tabacco o l’uso dell’amianto, anche se gente moriva e la ragione di tali morti era evidente. Prima di Xynthia vi è stata Madeira, e prima di Madeira la Sicilia; domani assisteremo ad altri disastri. Se il Parlamento europeo non fa sentire la propria voce, si renderà corresponsabile delle future tragedie. L’Unione europea deve dare prova della propria solidarietà, ma deve anche dimostrare senso di responsabilità.

 
  
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  Patrick Le Hyaric (GUE/NGL) . – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, come chiunque qui, anche i miei pensieri sono rivolti innanzi tutto alle popolazioni, alle famiglie distrutte e a coloro che hanno perso tutto a seguito della tempesta Xynthia.

Una delle lezioni che dobbiamo imparare da questa tragedia sarà stata, ancora una volta, l’utilità dei servizi degli Stati membri, dei comuni, delle province, delle regioni, compresi i servizi pubblici e quelli della protezione civile, che hanno dimostrato la loro efficacia. Tutti siamo concordi nell’affermare che oggi dobbiamo urgentemente aiutare le famiglie a riparare e ricostruire, ma dobbiamo ricostruire in maniera diversa, tenendo conto della natura e degli esseri umani. Per farlo, dobbiamo incoraggiare le compagnie di assicurazione, che nuotano nel denaro, a risarcire alla popolazione i danni subiti.

D’altro canto, vista l’eccezionalità della calamità che si è abbattuta su tali regioni, l’Unione europea, in collaborazione con gli Stati membri, deve intervenire su una scala nettamente più ampia e più rapidamente, non da ultimo attingendo dal fondo di solidarietà europeo, e deve farlo con modalità più flessibili rispetto a quelle da lei indubbiamente poc’anzi illustrate, signor Commissario. Infatti, la distruzione di abitazioni e aziende, come la sterilizzazione dei terreni agricoli, probabilmente non sono quantificabili ricorrendo ai nostri criteri convenzionali.

Parallelamente, per aiutare le regioni a rimettersi in piedi dobbiamo anche abbinarvi fondi regionali e FSE. Ciò detto, è fondamentale trarre tutte le lezioni possibili da quanto è appena accaduto e intraprendere azioni per evitare tali disastri o limitare il danno arrecato da questi fenomeni climatici. La questione dell’edificabilità delle zone soggette a inondazioni e della lotta alla speculazione immobiliare lungo le coste deve essere interamente riesaminata in relazione agli equilibri naturali, alle attività agricole, all’acquicoltura, all’ostricoltura e alla pesca che le politiche europee troppo spesso distruggono.

Per questo propongo che l’Unione europea, in collaborazione con gli Stati membri e le regioni, definisca un piano di ricostruzione e sviluppo sostenibile coerente che tenga conto della geografia, dell’ambiente, della biodiversità e delle attività svolte lungo la linea costiera.

Infine, vi deve essere la possibilità di istituire un sistema di prevenzione, monitoraggio e allerta comune attraverso il quale erogare assistenza solidale alle popolazioni.

 
  
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  Maurice Ponga (PPE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli parlamentari, come ha detto la collega Morin-Chartier e altri deputati, il 27 e il 28 febbraio una violenta tempesta, soprannominata Xynthia, si è abbattuta su diverse regioni francesi mietendo 53 vittime e causando notevoli danni materiali.

La tempesta è stata di un’intensità eccezionale e ha provocato devastanti inondazioni lungo la costa francese. Dopo Madeira, l’Europa è stata di nuovo funestata. La Bretagna, regione del mio collega e amico Cadec, è stata gravemente coinvolta. In tre regioni francesi è stato dichiarato lo stato di calamità naturale: Bretagna, Poitou-Charentes e Pays de la Loire.

Di fronte a tali disastri, l’Unione europea deve dimostrare la propria reattività ed esprimere solidarietà. Parole e una risoluzione da sole non ci permetteranno di sostenere le vittime di tali catastrofi; dobbiamo anche e soprattutto prestare assistenza finanziaria.

Mi rivolgo dunque alla Commissione – e il collega Béchu appoggia la mia richiesta – affinché svincoli rapidamente il fondo di solidarietà dell’Unione in maniera da poter aiutare le zone disastrate a far fronte al danno subito.

Questa tragedia dimostra che la proposta del commissario Barnier di creare una forza di protezione civile europea è pertinente. Gli europei devono agire insieme perché si stanno verificando sempre più disastri che colpiscono i nostri territori europei e, in particolare, le regioni più isolate e vulnerabili, come le isole caraibiche e dell’Oceano indiano.

 
  
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  Ricardo Cortés Lastra (S&D).(ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in primo luogo vorrei esprimere la mia solidarietà alle famiglie delle vittime colpite dalla tempesta Xynthia.

La scorsa settimana ho avuto l’opportunità di recarmi a Madeira con una delegazione della commissione per lo sviluppo regionale di membri del gruppo S&D. E’ stata la prima volta che una delegazione europea ha avuto l’opportunità di essere presente sul campo e incontrare autorità e gente dell’isola.

Le tempeste che si sono abbattute su Madeira hanno ucciso oltre 40 persone e provocato altre centinaia di feriti o sfollati. Le perdite economiche stimate sono pari a 100 milioni di euro con 900 aziende e oltre 3 500 lavoratori direttamente interessati.

Ora la priorità va alla ricostruzione delle infrastrutture per garantire che la situazione ritorni alla normalità e, soprattutto, che l’immagine all’estero di Madeira sia ricostruita affinché la gente riabbia fiducia nella sua industria turistica, stimolando in tal modo la sua economia e il suo sviluppo.

Condizioni meteorologiche avverse, specialmente la tempesta Xynthia, hanno altresì colpito la Spagna, soprattutto l’Andalusia e le Canarie, oltre alla Francia occidentale e altri paesi.

Queste gravi tragedie hanno provocato danni economici enormi e richiedono una risposta urgente, rapida ed efficiente da parte dell’Unione europea; dobbiamo pertanto mobilitare gli strumenti necessari per far fronte a situazioni di questa gravità.

Signor Commissario, la situazione è straordinaria e richiede misure straordinarie.

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE).(RO) Signor Presidente, l’incidenza e la gravità delle calamità e dei disastri naturali ai quali recentemente abbiamo assistito sono allarmanti. E’ giunto il momento che la proposta formulata nel 2006 dal commissario Barnier in merito alla creazione di una forza di protezione civile europea si concretizzi.

Vi è inoltre l’urgente necessità di trovare una soluzione per avviare la revisione del regolamento che disciplina il fondo di solidarietà europeo. Sulla base della sua posizione del 2006, il Parlamento ha approvato la modifica del regolamento allo scopo di creare l’opportunità per una risposta rapida ed efficace quando viene formulata richiesta dagli Stati membri. L’abbassamento della soglia per la mobilitazione del fondo e l’esecuzione di un rapido pagamento sulla base di una valutazione preliminare sono misure estremamente importanti previste nella formulazione rivista del regolamento.

Chiedo dunque al Consiglio di sbloccare il dossier sulla revisione del regolamento che disciplina il fondo di solidarietà europeo per richiederne l’immediata revisione e non respingere il nuovo regolamento.

Grazie.

 
  
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  Karin Kadenbach (S&D).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, nell’ottobre dello scorso anno ho avuto l’opportunità, nell’ambito di una delegazione della commissione per lo sviluppo regionale, di apprezzare tutte le cose meravigliose che si stanno realizzando con fondi comunitari a Madeira, ragion per cui anch’io mi sento personalmente molto coinvolto in questa tragedia. Desidero dunque esprimere solidarietà ai familiari colpiti, ma anche a coloro che nello spazio di poche ore hanno perso tutto ciò che avevano costruito nell’arco di una vita.

In questo momento in particolare l’Unione europea è sotto i riflettori e il fondo di solidarietà è stato istituito esattamente per questo genere di situazioni difficili, visto che le popolazioni di Madeira e Francia ora hanno bisogno non soltanto della nostra solidarietà, ma anche, più di qualunque altra cosa, della nostra assistenza finanziaria.

Il disastro che ha colpito Francia e Madeira è stato anche aggravato dal fatto che la popolazione locale è forse stata troppo ambiziosa nei suoi tentativi di controllare il mondo naturale e ha cercato di vivere forzando le leggi della natura. Il fatto che ciò a lungo termine non è possibile è stato dimostrato nuovamente dalle circostanze in maniera estremamente dolorosa.

Questo significa che dobbiamo impiegare tutti i fondi in maniera che garantiscano sicurezza, prevenzione e sostenibilità, prestando a tali aspetti particolare attenzione.

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra (PPE).(ES) Signor Presidente, in primo luogo vorrei esprimere solidarietà e cordoglio alla Francia e al Portogallo, specialmente La Rochelle e Madeira; in secondo luogo vorrei manifestare solidarietà al mio stesso paese, specialmente Andalusia e Canarie, che sono state colpite anch’esse dalle violente tempeste. Devo tuttavia formulare una pesante critica al fondo di solidarietà dell’Unione europea.

Il fondo è obsoleto e non ha tenuto conto della risoluzione del Parlamento del 2006. Non ha più alcun valore. I dati forniti – 0,6 per cento del PIL e 3 miliardi di euro – non corrispondono a ciò che richiede la situazione perché non si tratta più soltanto di un’emergenza, bensì anche di un impegno di ricostruzione. Confidiamo nella presidenza spagnola e pertanto le chiediamo di imprimere lo slancio necessario affinché il fondo di solidarietà sia riformato.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE).(PT) Signor Presidente, esordire esprimendo le mie più sentite condoglianze a tutte le famiglie delle vittime di Xynthia, specialmente in Francia e Spagna. Nessuno si sarebbe aspettato che soltanto una settimana dopo quanto accaduto a Madeira una tempesta si sarebbe abbattuta sulle coste francesi e spagnole, e specialmente nelle Canarie, con una tale violenza.

Lo scorso sabato ho avuto l’opportunità di accompagnare il commissario Hahn a Madeira in visita presso le zone più colpite per rendersi conto personalmente, sul campo, del grado di distruzione che ha colpito i luoghi. Domani il presidente della Commissione Barroso farà lo stesso. La circostanza che lo stiano facendo, verificando personalmente il livello di distruzione, li rende testimoni privilegiati di ciò che è accaduto e concentra l’attenzione della gente su quello che ora è più importante: un’assistenza urgente.

E’ essenziale che il Parlamento possa impegnarsi per dedicarsi rapidamente alla revisione della struttura del fondo di solidarietà semplificandolo e inviando gli aiuti più rapidamente in maniera da poter fornire presto assistenza a persone alle quali non possono più chiedere altro tempo.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE).(RO) Signor Presidente, appoggio l’iniziativa a sostegno della risoluzione del Parlamento europeo sulle gravi calamità naturali che si sono verificate nella regione autonoma di Madeira e gli effetti della tempesta Xynthia in Europa. Consentitemi di manifestare solidarietà a quanti sono stati colpiti e il mio apprezzamento a coloro che hanno aiutato a porre in essere l’intervento dopo le tragedie.

Sono del parere che le regioni europee debbano poter usufruire di un sostegno finanziario nettamente superiore per contribuire ad attuare le misure di prevenzione di tali calamità. L’Unione europea può apportare miglioramenti e sviluppare sistemi complessi per analizzare le cause dei disastri al fine di concepire le misure più efficaci per prevenirli. Ritengo che misure specificamente volte a tale scopo possano essere previste per ogni macroregione europea. Penso al momento, anche se non vi viene fatto specifico cenno nella risoluzione, alla strategia europea per il Danubio, visto che il fiume è stato causa di catastrofi naturali nel passato recente, ossia nel 2002 e nel 2004.

Inoltre, l’uso complementare di tutte le risorse disponibili nella maniera più accessibile possibile favorirà la coesione economica, sociale e territoriale, creando una piattaforma per gesti di solidarietà in caso di calamità.

Grazie.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, vengo da un piccolo villaggio, circa 500 abitanti, duramente colpito da inondazioni non più tardi di due anni fa. E’ stato un vero miracolo, o se preferite un colpo di fortuna, che non vi siano state vittime. All’epoca abbiamo beneficiato ampiamente dello stesso fondo di solidarietà di cui oggi parliamo. Comprendo dunque perfettamente i sentimenti degli abitanti del luogo. Anche loro desiderano la solidarietà dell’intera Unione, una solidarietà che sia rapida ed efficiente.

Per questo penso che sia della massima importanza concentrarsi sul regolamento che disciplina il fondo di solidarietà. Come sapete, la proposta di modifica del regolamento del fondo di solidarietà dell’Unione europea formulata dalla Commissione risale al 2005. La proposta riguarda essenzialmente l’estensione del fondo alle calamità che non siano naturali. Tuttavia, comprende anche elementi che potrebbero essere rilevanti nel caso anche di Xynthia, come il suggerimento di ridurre le soglie e la possibilità di versare anticipi sugli aiuti previsti.

Ultimamente sono giunti segnali da diversi Stati membri, compresa la Francia, che parrebbero disposti a riconsiderare la loro posizione negativa. Unitamente al Parlamento, la Commissione intende assumere una nuova iniziativa a brevissimo nei confronti del Consiglio e della sua presidenza spagnola per sbloccare il dossier.

Concordo altresì con l’osservazione formulata in merito al fatto che dovremmo adoperarci al massimo per essere meglio preparati. La frequenza e l’intensità degli eventi calamitosi stanno manifestamente aumentando e ciò è preoccupante. Penso pertanto che essere meglio preparati sia della massima importanza. In tale contesto anche i fondi strutturali e di coesione dovrebbero svolgere la loro funzione e vi sono altre possibilità esplorabili. Ho già parlato, infatti, dei fondi strutturali e di coesione, ma si potrebbe anche riorientare il fondo per lo sviluppo rurale, ovviamente su richiesta dello Stato membro interessato.

Vi ringrazio tutti per il vostro sostegno e lo faccio anche a nome del collega Hahn, responsabile di tale settore.

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Alain Cadec (PPE), per iscritto. – (FR) Il 27 e il 28 febbraio la violenta tempesta Xynthia si è abbattuta su diverse regioni francesi mietendo 53 vittime e causando gravi danni materiali, tra cui, in particolare, drammatiche inondazioni. Dopo il disastro di Madeira, l’Europa è stata nuovamente funestata. La mia regione, la Bretagna, è stata profondamente coinvolta ed è stato dichiarato lo stato di calamità naturale in tre dipartimenti, come lo è stato nelle regioni di Poitou-Charentes e Pays de la Loire. Vorrei esprimere la mia più profonda solidarietà alle famiglie colpite e alle vittime della tragedia. L’Unione europea nel suo complesso deve dimostrare la propria reattività e solidarietà attraverso un pacchetto di aiuti finanziari e misure di sostegno a favore della ricostruzione. L’onorevole Béchu si unisce a me nel domandare aiuti di emergenza. Oggi le risorse finanziarie del fondo di solidarietà paiono difficilmente utilizzabili. Va riconosciuto che sin dal 2005 il Parlamento chiede un uso più efficace e immediato del fondo di solidarietà dell’Unione. La Commissione deve agevolare il rapido svincolo di tale fondo per le regioni interessate. Questa tragedia dimostra come la relazione Barnier sulla creazione di una forza di protezione civile europea – EuropeAid – sia molto pertinente e ci consentirebbe di sviluppare una risposta più efficace alle calamità.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Nelle ultime settimane due calamità naturali di proporzioni tragiche si sono abbattute sull’Europa e i suoi Stati membri lasciandosi dietro uno strascico di morte e distruzione e causando danni per decine di migliaia di euro.

Non dimenticheremo le immagini drammatiche di Madeira alla fine di febbraio, immagini che ho visto con particolare rammarico trattandosi di una tragedia che ha colpito un’isola che conosco bene, o le notizie drammatiche del percorso seguito da Xynthia attraverso varie zone d’Europa.

In questa occasione, oltre a esprimere la mia sincera preoccupazione per tutti coloro che sono stati vittime di tali tragedie, mi rivolgo alla Commissione affinché agisca rapidamente nell’impegno di assistenza alle regioni più colpite. Ciò deve essere fatto non solo mobilitando il fondo di solidarietà dell’Unione europea nella maniera più veloce e flessibile possibile, ma anche ricorrendo a tutti gli strumenti e i meccanismi messi a disposizione dal fondo di coesione per assistere le regioni coinvolte, consentendo loro di superare questa terribile tragedia.

Vorrei infine cogliere l’opportunità per esprimere solidarietà a tutti gli sforzi profusi dalle autorità locali di Madeira e dalla sua popolazione.

 
  
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  Veronica Lope Fontagné (PPE), per iscritto. – (ES) Purtroppo ci troviamo nuovamente a dover affrontare un triste tema al quale siamo adusi. Vorrei manifestare rispetto e gratitudine a tutti i professionisti e i volontari che hanno partecipato allo sforzo di salvataggio e ricostruzione nelle zone colpite ed esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime. Dobbiamo prestare assistenza alle vittime e preparare la via in maniera che le zone colpite possano ristabilirsi rapidamente, così come dobbiamo continuare a lavorare intensamente nel campo della prevenzione. Infine, aspetto più importante, esorterei il governo spagnolo a sfruttare l’attuale presidenza dell’Unione europea per imprimere lo slancio necessario alla modifica del regolamento del fondo di solidarietà dell’Unione europea ora in vigore, richiesta già formulata in diverse occasioni dal Parlamento europeo, per ottenere un accesso più rapido, flessibile ed efficiente al fondo.

 
  
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  Iosif Matula (PPE), per iscritto. – (RO) L’incidenza delle catastrofi naturali nel mondo è allarmante. Oggi assistiamo alle conseguenze delle azioni irresponsabili da noi compiute in passato e ci troviamo confrontati con una nuova sfida: combattere gli effetti del cambiamento climatico.

Superfluo aggiungere che il costo delle operazioni necessarie per la ricostruzione delle zone colpite da calamità naturali è incomparabilmente alto rispetto agli sforzi necessari per la prevenzione. A livello europeo disponiamo di strumenti per affrontare tali situazioni, che integrano i progetti realizzati dalle regioni. Per esempio, nella regione occidentale della Romania che rappresento, si sta promuovendo un progetto per migliorare le capacità e la qualità del sistema di intervento attivato in situazioni di emergenza. Gli strumenti finanziari disponibili, tra cui i fondi strutturali e di coesione, nonché il fondo per lo sviluppo rurale, vanno rivisti in maniera che offrano una maggiore flessibilità nelle emergenze.

Per quanto concerne il fondo di solidarietà, l’abbassamento della soglia per la mobilitazione del fondo e la possibilità di versare anticipi sugli importi concessi accelererebbe gli sforzi di intervento e ricostruzione rendendoli più efficaci.

Da ultimo, ma non meno importante, dovremo prestare la dovuta attenzione a un’iniziativa meno recente, la forza di reazione rapida, che coprirà l’intero territorio dell’Unione europea, perché i fenomeni naturali interessano le regioni limitrofe e ciò crea le condizioni per attuare azioni transfrontaliere di solidarietà.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. – (PT) Vorrei unirmi alle tante dichiarazioni di solidarietà nei confronti delle vittime della tempesta torrenziale che si è abbattuta su Madeira il 20 febbraio, nonché alle dichiarazioni di solidarietà nei confronti di tutti coloro che stanno soffrendo la perdita di familiari, amici e ogni bene personale. Vorrei inoltre sottolineare la costante necessità di consolidare la capacità dell’Unione di prestare assistenza alle popolazioni colpite da catastrofi naturali. Avendo perso casa, mezzi di sussistenza e lavoro, queste popolazioni potrebbero precipitare in una situazione disperata. In tali circostanze, si ottiene giustizia sociale soltanto attraverso la solidarietà, non dimenticando che tutta la società trae beneficio dal fatto che ogni suo cittadino vive in condizioni dignitose. Non è pertanto esagerato insistere sulla necessità di estendere il fondo di solidarietà dell’Unione europea e renderlo più flessibile. In tale contesto dichiaro il mio pieno appoggio alla risoluzione su Madeira adottata in data odierna dal Parlamento europeo.

 
  
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  Richard Seeber (PPE), per iscritto. – (DE) Le recenti tempeste che si sono abbattute su Madeira e alcune aree della Spagna e della Francia sono costate ben 40 morti a Madeira e altri 60 in Francia, per non parlare degli innumerevoli dispersi e dei gravi danni arrecati alle proprietà. La gestione delle calamità naturali offre all’Europa l’opportunità di dimostrare il suo valore aggiunto. Una collaborazione rapida e snella tra partner europei è un requisito indispensabile per contrastare le drammatiche conseguenze della tempesta Xynthia e delle devastanti piogge torrenziali. Il fondo di solidarietà e altri strumenti finanziari dell’Unione possono perlomeno consentire di far fronte più rapidamente al danno economico provocato dal disastro. Tuttavia, l’organizzazione della prevenzione delle calamità deve sempre rimanere appannaggio degli Stati membri, che si trovano in una posizione privilegiata per affrontare le circostanze nazionali e, dunque, reagire più velocemente nelle emergenze. Per prevenire futuri danni causati da tempeste, la Commissione dovrebbe appoggiare gli Stati membri nell’impegno da essi profuso per elaborare tabelle di rischio e piani di emergenza efficaci. Visto l’andamento del cambiamento climatico e il conseguente mutamento dei cicli dell’acqua, in futuro non sarà possibile proteggersi completamente da fenomeni ancora più violenti. Nondimeno, il danno che tali tempeste provocano può sicuramente essere arginato con una migliore pianificazione preliminare.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto. – (FR) La tempesta Xynthia rappresenta un’altra tragica e dolorosa dimostrazione degli squilibri climatici che stanno intensificando la violenza e la frequenza di fenomeni che sono pur tuttavia naturali. Oggigiorno l’Unione europea si trova troppo spesso a dover affrontare calamità naturali per potersi accontentare delle sue politiche esistenti e ritengo che dovrebbe rafforzare tre ambiti di intervento per meglio proteggere i suoi cittadini: prevenzione, tema affrontato nel libro bianco del 2009 sull’adattamento al cambiamento climatico, del quale sono stata relatrice per parere che pone specificamente l’accento sulla vulnerabilità delle zone costiere e montane; intervento rapido, creando infine la già citata forza di protezione civile europea, in merito alla quale si è soltanto parlato e che richiede soltanto una proposta per concretizzarsi; riparazione, consentendo la mobilitazione in caso di emergenza dei fondi strutturali, se necessario al di fuori del quadro regionale delle zone di intervento previste, e del fondo di solidarietà, il cui regolamento va modificato in maniera da accelerarne e semplificarne la mobilitazione. E’ ovvio che avallo la risoluzione, ma rimpiango il fatto che la Camera debba essere ancora una volta costretta a chiedere misure che avrebbero potuto essere proposte dopo una delle fin troppo numerose catastrofi naturali che hanno gettato l’Europa nello sconforto negli ultimi anni.

 

4. Grave catastrofe naturale nella regione autonoma di Maderia e conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (proposte di risoluzione presentate): vedasi processo verbale.

5. Situazione in Cile e strategia dell’UE in materia di aiuti umanitari (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulla situazione in Cile e la strategia dell’Unione europea in materia di aiuti umanitari.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, rilascio l’odierna dichiarazione a nome della collega Georgieva, commissario per la cooperazione internazionale, gli aiuti internazionali e la risposta alle crisi. Perché al suo posto? E’ abbastanza evidente e ovvio. La signora commissario Georgieva è giunta in Cile ieri, 10 marzo, in visita nelle zone colpite dal recente terremoto per seguire il lavoro degli esperti di protezione civile e umanitaria inviati dall’Europa sul campo.

Subito dopo essere giunta nella capitale cilena, Santiago, la signora commissario si è recata nell’area più colpita dal terremoto e dallo tsunami, che comprende la regione costiera attorno a Constitución, Talca e Concepción.

Durante la sua visita in loco ha incontrato rappresentanti dei partner di ECHO che operano nell’area, ha visitato il campo base del centro di monitoraggio e informazione a Penco e ha avuto contatti bilaterali con le autorità cilene nella regione.

La signora commissario rappresenterà inoltre il presidente Barroso durante la cerimonia di insediamento del presidente Sebastián Piñera a Valparaíso nel corso della giornata.

Il grave terremoto e il successivo tsunami che hanno colpito il Cile nelle prime ore di sabato 27 febbraio rappresentano una terribile tragedia. Le ultime cifre ufficiali parlano di almeno 528 morti, numero destinato ahimè a salire. Più di due milioni di persone sono stati coinvolti nel disastro. I danni subiti dalle infrastrutture sono stati enormi e mezzo milione di abitazioni è stato gravemente compromesso.

L’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione Ashton ha chiamato il primo ministro cileno Fernández lo stesso giorno per porgere le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime e comunicare la nostra disponibilità a prestare assistenza e fornire sostegno.

Non appena si è diffusa la notizia del terremoto, il sistema di risposta di emergenza di ECHO si è mobilitato. Il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea ha immediatamente diramato un messaggio di preallerta agli Stati partecipanti. La sala di crisi del centro di monitoraggio e informazione è stata operativa per tutto il primo fine settimana per ricevere segnalazioni in merito alla gravità e agli effetti del terremoto e identificare le risorse della protezione civile che potevano rendersi disponibili per un rapido impiego. La signora commissario Georgieva si è recata nella sala di crisi durante il giorno per dirigere le operazioni.

Diversi Stati membri dell’Unione europea hanno segnalato al centro di monitoraggio e informazione l’assistenza dispiegata od offerta, tra cui personale ed equipaggiamenti già inviati a Concepción da Spagna, Germania, Francia e Regno Unito, offerte di fondi da Finlandia, Regno Unito e Paesi Bassi e offerte di ponti, tende, cucine da campo e generatori da Bulgaria, Slovacchia, Svezia e Austria.

Le autorità cilene hanno replicato accettando le offerte di aiuto formulate dagli Stati membri dell’Unione europea.

Contemporaneamente, a Bruxelles e nell’ufficio regionale di Managua di ECHO che copre l’America latina, si è attivato il sistema di risposta umanitaria di emergenza della Commissione.

Si sono contattati i partner potenziali per un finanziamento immediato in grado di fornire assistenza immediata in situazioni di emergenza e si sono mobilitati gli esperti locali di ECHO affinché si recassero alla prima opportunità nella zona terremotata. Nelle prime ore di domenica mattina si è adottata una decisione per emergenza primaria da tre milioni di euro. Allo stato attuale si sono conclusi accordi per sovvenzioni umanitarie con quattro agenzie partner: la francese Télécom Sans Frontières per fornire servizi di telecomunicazione di emergenza; la Pan-American Health Organisation e la Croce rossa spagnola per concorrere al ripristino dei servizi sanitari e la Croce rossa tedesca per fornire riparo, acqua sicura e generi di prima necessità alle famiglie.

ECHO ha dispiegato un team di due esperti di aiuti umanitari giunti dal Cile la mattina di lunedì 1° marzo per condurre le valutazioni delle esigenze e incontrarsi con le autorità e i potenziali partner responsabili della fase attuativa. Due altri membri del team sono giunti il giorno successivo e sono stati coadiuvati da un quinto alcuni giorni dopo.

Infine, in Cile ora è anche presente un meccanismo di protezione civile dell’Unione costituito da un team di sei esperti, di cui quattro stanno operando nella zona terremotata nelle vicinanze di Concepción, mentre due attualmente sono di stanza a Santiago per mantenere i contatti con le autorità e coordinare la risposta degli Stati membri dell’Unione europea.

Gli esperti umanitari di ECHO e il team della protezione civile dell’Unione stanno conducendo valutazioni comuni con OCHA e diverse agenzie dell’ONU nelle zone più colpite.

 
  
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  Michèle Striffler, a nome del gruppo PPE. – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, come è stato già detto in precedenza, il terremoto in Cile, più intenso di quello subito dagli haitiani e seguito anche da uno tsunami, è stato nondimeno molto meno grave in termini di numero di vittime, grazie a un sistema di allerta precoce che ha funzionato, popolazioni meglio preparate ad affrontare le calamità e uno Stato solido che si è dimostrato in grado di reagire.

Apprezzo la risposta rapida della Commissione europea e degli Stati membri. Il centro di monitoraggio e informazione della Commissione si è immediatamente attivato, si è adottata una decisione umanitaria di emergenza per stanziare 3 milioni di euro in maniera da coprire le necessità immediate e si sono inviati esperti della direzione generale per gli aiuti umanitari (DG ECHO) nelle zone disastrate per svolgere una valutazione dei bisogni.

Vorrei in particolare elogiare la risposta pubblica immediata della signora commissario Georgieva, giunta a Santiago ieri per recarsi nelle zone colpite.

Le calamità naturali sono, nella maggior parte dei casi, eventi imprevisti e imprevedibili. Per salvaguardia la vita della popolazione nelle zone soggette a calamità naturali, è vitale ridurre i rischi preparandosi meglio e costruendo edifici idonei allo scopo. Parimenti importante è garantire che la cooperazione allo sviluppo preveda anche la riduzione dei rischi di calamità, ossia la preparazione alle calamità, l’attenuazione dei loro effetti e, soprattutto, la loro prevenzione.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza, a nome del gruppo the S&D. – (ES) Signor Presidente, in primo luogo, a nome della delegazione della commissione parlamentare mista UE-Cile, vorrei esprimere la nostra solidarietà al popolo cileno, al suo parlamento e al suo governo a seguito del disastroso terremoto verificatosi il 27 febbraio e delle oltre duecento scosse di replica che hanno avuto luogo da allora.

Almeno 500 persone, tra cui due provenienti dall’Europa, sono rimaste uccise e 2 milioni di cileni hanno subito le conseguenze del sisma. I mapuche sono stati i più colpiti perché le loro terre si trovano in tre delle quattro regioni meridionali del paese.

Vorrei inoltre esprimere gratitudine a tutti coloro che hanno lavorato altruisticamente e tutti i professionisti che hanno assistito le vittime. Il popolo cileno si è dimostrato in grado di raccogliere le sfide di una situazione estremamente complessa. Mi complimento con la signora presidente Bachelet per l’immediato sforzo di soccorso intrapreso dal suo governo per arginare la situazione causata dal terribile terremoto che ha distrutto abitazioni e infrastrutture.

Il governo cileno ha agito rapidamente e ha dato prova di serietà e responsabilità nel definire le zone specifiche in cui era necessario sostegno; vi è stata anche dimostrazione di solidarietà da parte della comunità internazionale, prova degli eccellenti rapporti che il Cile intrattiene con i suoi vicini e partner strategici.

Mi complimento infine con il nuovo governo di Sebastián Piñera che assume oggi il mandato incoraggiandolo a profondere impegno nella ricostruzione, per la quale spero che potrà contare sul pieno sostegno dell’Unione europea.

Il Cile, oltre a essere amico e partner dell’Unione europea, è un paese sviluppato e membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici; tuttavia, anche in tali circostanze, il costo dello sforzo di ricostruzione sarà notevole: si stima che sarà dell’ordine dei 20 milioni di dollari americani, pari al 15 per cento del PIL cileno. Per questo mi rivolgo all’Unione europea affinché metta a disposizione delle autorità cilene tutti gli strumenti possibili per contribuire all’impegno di ricostruzione. Il Cile avrà bisogno di finanziamenti internazionali e la Banca europea per gli investimenti, con la quale il paese ha appena sottoscritto un accordo, dovrebbe concorrere con il finanziamento dei progetti di ricostruzione.

L’Unione europea, sotto la presidenza spagnola, ha istituito un meccanismo per il coordinamento degli aiuti con le Nazioni Unite e una task force post-calamità; il commissario europeo per la cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi dovrebbe giungere anche lei in loco nei prossimi giorni. Speriamo che la Commissione, senza trascurare altri impegni parimenti urgenti, come la situazione a Haiti, si adoperi per rispondere anche alle aspettative del popolo cileno.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica, a nome del gruppo ALDE. – (ES) Signor Presidente, non dovremmo fermarci alle parole per dimostrare la nostra solidarietà a un paese che ha subito una tragedia, come l’ha subita il Cile, e lo abbiamo udito oggi dal rappresentante della Commissione.

A noi in passato il Cile ha dato protezione e asilo. Per esempio, una nutrita comunità di baschi vive nel paese, essendo emigrati nella zona per motivi economici nel XIX secolo e per motivi politici nel XX.

Per questo, nella fattispecie, le parole dovrebbero essere supportate da azioni e mi compiaccio per la rapida azione intrapresa dall’Unione europea, che ha inviato immediatamente 3 milioni di euro di aiuti per finanziare le operazioni; sono parimenti lieto della reazione dell’alto rappresentante Ashton, e mi complimento con la signora commissario Georgieva, la quale ha agito prontamente e da ieri è in Cile per incoraggiare e stabilire in loco ciò che è necessario.

Sono soddisfatto del modo in cui sta funzionando il nuovo sistema di protezione civile di ECHO, dell’assistenza prestata dalle istituzioni europee e dalla collaborazione stabilita dalle diverse agenzie.

In momenti come questo, l’Europa ha avuto e continua ad avere l’opportunità di consolidare il proprio ruolo di guida sulla scena internazionale lavorando direttamente con le persone colpite e contribuendo al coordinamento degli aiuti organizzati dagli Stati membri e dalle regioni.

Vorrei porre l’accento sulle azioni della signora presidente Bachelet, la quale ha dimostrato ancora una volta come la politica debba essere condotta, dando prova della sua grande umanità e lavorando in stretta collaborazione con il neopresidente Piñera, il cui insediamento avrà luogo oggi; vorrei inoltre complimentarmi con il neopresidente per il modo esemplare in cui ha messo da parte la politica per raccogliere la sfida in risposta alle necessità del suo paese.

A nome del gruppo ALDE, vorrei manifestare solidarietà e sostegno a tutte le operazioni condotte e cordoglio alle famiglie delle 528 persone rimaste uccise e dei dispersi, oltre che a tutti coloro rimasti senzatetto.

Ci siamo recentemente recati in loco con una missione di osservazione preelettorale per la delegazione della commissione parlamentare mista UE-Cile. Abbiamo avuto modo di prendere atto dei progetti sviluppati in loco e ci siamo resi conto che il Cile è un modello di sviluppo economico e sociale nella regione del Cono meridionale.

Dobbiamo garantire che questo terremoto non arresti tali progressi verso lo sviluppo economico e sociale.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – (ES) Signor Presidente, vorrei esordire ribadendo quanto detto dalle onorevoli Muñiz e Bilbao, perché penso che la prima cosa da fare sia dare prova della solidarietà dell’Unione europea al popolo e alle istituzioni del Cile, esemplarmente rappresentati dalla signora presidente Bachelet e dal neopresidente Piñera.

In secondo luogo, ritengo importante ricordare che, come sempre avviene in queste situazioni, le calamità naturali colpiscono indiscriminatamente, noncuranti della ricchezza o della povertà della gente: puniscono tutti nella stessa misura. E’ anche chiaro, però, che i poveri sono quelli che più ne soffrono ed è particolarmente difficile ricostruire le zone povere.

Ritengo pertanto importante considerare non soltanto le misure di ripresa e ricostruzione che si rendono necessarie dopo che si è verificata una calamità, ma anche, in molti casi, riesaminare alcuni elementi strutturali, e il mio quesito riguarda proprio tale punto. Se mi è consentito, signor Commissario, vorrei porle una domanda in merito a una questione molto specifica riguardante il documento di strategia nazionale esistente tra Unione europea e Cile.

Dei 41 milioni di euro stanziati per il periodo 2007-2013, quale importo sarà impiegato specificamente per rafforzare infrastrutture come strade e trasporti? Quale importo sarà utilizzato per promuovere l’edilizia abitativa al fine di garantire che, in caso di potenziali calamità, che speriamo vivamente non si verifichino, la gente sia più preparata a questo genere di situazione? Infine, quale percentuale di tali risorse è già stata accantonata per tali scopi?

 
  
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  Tomasz Piotr Poręba, a nome del gruppo ECR. – (PL) Signor Presidente, il terremoto in Cile ha mietuto diverse centinaia di vittime e oltre un milione e mezzo di persone ha perso la casa. Oggi però dimostriamo solidarietà al Cile e ricordiamo che la popolazione ancora non può provvedere alle proprie necessità igieniche, non ha accesso ad acqua potabile e mancano cibo, medicine e coperte. Inoltre, la popolazione locale è vessata da bande criminali che stanno saccheggiando case e negozi abbandonati.

Noi, Unione europea, dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere per evitare che chi ha perso tutto, in molti casi anche familiari, sia vittima di ladri che abusano della sofferenza umana.

E’ lodevole che si sia deciso di mandare 3 milioni di euro per le necessità più immediate. Dovremmo tuttavia ricordare che vi sono ancora luoghi in Cile che non sono stati raggiunti dagli aiuti a causa dei danni subiti da strade e ponti. I recenti avvenimenti che hanno colpito Cile e Haiti dimostrano che, oltre agli aiuti finanziari dell’Unione europea, i meccanismi per prestare assistenza ai paesi colpiti da calamità devono essere ancora migliorati.

La solidarietà nei confronti del Cile è un sentimento meraviglioso, ed è giusto che l’Unione europea dia prova di tale solidarietà. Rammentiamo tuttavia di non fermarci soltanto alla solidarietà del momento, ma di sostenere il Cile anche in futuro.

 
  
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  Fiorello Provera, a nome del gruppo EFD. – Signor Presidente, auguri per una sua pronta guarigione. Esprimo subito la mia solidarietà a tutti coloro che sono stati colpiti da questa calamità naturale. Purtroppo continuano le tragedie dovute a terremoti di grande portata. In situazioni come queste, con ampia distruzione di edifici e di infrastrutture e con migliaia di morti, è importante coordinare sempre meglio le autorità di Protezione civile e di soccorso per evitare sovrapposizioni di interventi e sprechi di risorse. L’Unione europea è intervenuta tempestivamente in Cile ma è necessario collaborare con le autorità locali per individuare i bisogni e coordinare gli aiuti in maniera efficace.

Stamane sulla stampa è comparsa la notizia che la metà degli aiuti delle Nazioni Unite forniti alla Somalia sono stati rubati da partner locali, da alcuni funzionari dell’ONU e da elementi delle milizie islamiche. Un elemento su cui riflettere è quindi la trasparenza nella raccolta di donazioni pubbliche e private e l’efficacia nella distribuzione dell’aiuto fornito alle popolazioni. La generosità non deve essere tradita e bisogna istituire un severo sistema di controlli per evitare dispersioni o ruberie, soprattutto quando l’aiuto giunge in paesi molto lontani e le cui istituzioni possono essere indebolite dalle crisi.

 
  
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  Diane Dodds (NI).(EN) Signor Presidente, i nostri cittadini saranno sollevati nel sentire che sono state intraprese azioni positive per aiutare la popolazione cilena. Siamo stati tutti profondamente toccati dalla sciagura che si è abbattuta sul paese.

Oggi, però, vorrei soffermarmi nelle mie osservazioni su temi più generali che riguardano la strategia dell’assistenza umanitaria. La Commissione europea è molto fiera di dichiararsi uno dei più grandi donatori di aiuti umanitari del mondo. Il suo compito, afferma, è salvare e preservare la vita, trovare riparo agli sfollati e aiutare il mondo a prepararsi alle calamità naturali. Aspirazioni veramente encomiabili. Non è però il denaro della Commissione che viene donato. Sono soldi di britannici, tedeschi, francesi. Sono soldi di 27 Stati nazione. In un momento di crisi economica, ciascuna di queste nazioni dovrebbe essere riconosciuta per i suoi sforzi lodevoli. Forse nei suoi documenti la Commissione dovrebbe esprimere questo concetto e riconoscere l’impegno di quanti effettivamente compiono i sacrifici. Non si tratta di élite politica né di apparatcik del Berlemont, bensì di membri normali di comunità normali.

Sebbene sia vero che i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di aiuto, è anche vero che hanno bisogno del nostro sostegno per creare e mantenere in essere strutture democratiche credibili. Hanno bisogno del nostro aiuto per costruire una società civile forte e libera. Hanno bisogno del nostro aiuto e, cosa più importante, della nostra onestà anche per fare emergere le malefatte dei regimi politici che hanno sì che la gente normale continui a vivere nella povertà e nell’indigenza.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE).(EL) Signor Presidente, il recente catastrofico e devastante terremoto in Cile, poco dopo il disastro di Haiti, è costato la vita a centinaia di persone e ha provocato gravi danni alle strutture del paese, specialmente nella zona di Concepción.

Dobbiamo essere vicini alle vittime e alle loro famiglie formulando una sincera dichiarazione di solidarietà. Dobbiamo essere vicini a un paese con il quale intratteniamo rapporti stretti e amichevoli, una delle economie più forti della regione, un riferimento per i paesi limitrofi in termini di sviluppo. Così si è detto in sede di commissione parlamentare mista.

Vorrei ricordarvi che l’Unione europea e il Cile hanno sottoscritto un accordo di associazione entrato in vigore nel 2005 in cui si prevede che si cooperi a livello politico ed economico e si intraprendano azioni comuni su scala globale. Inoltre, come già rammentato, la Commissione europea ha adottato un piano di sviluppo strategico per il Cile, valido per il seennio 2007-2013, in cui si stabilisce che questo paese dell’America latina possa usufruire di risorse comunitarie per i programmi regionali e settoriali intrapresi dal suo neoeletto governo.

L’annuncio immediato di sostegno finanziario e tutte le altre iniziative che oggi la Commissione ha menzionato sono incoraggianti. Vorrei tuttavia ribadire che dobbiamo agevolare lo svincolo delle risorse stanziate nell’ambito del succitato quadro strategico UE-Cile il più rapidamente possibile in maniera che si possa far fronte prontamente alle conseguenze del recente terremoto sulle infrastrutture del paese e il Cile possa ulteriormente svilupparsi.

 
  
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  Enrique Guerrero Salom (S&D).(ES) Signor Presidente, vorrei esordire esprimendo solidarietà al popolo cileno, solidarietà che è già stata manifestata ai popoli di Haiti, Turchia e Perù, anch’essi vittime di recenti catastrofi naturali.

La solidarietà è uno dei tratti distintivi dell’Unione europea, e dobbiamo rafforzare tale solidarietà rispetto al futuro.

Fortunatamente il Cile è un paese che ha una notevole capacità di reazione in momenti di calamità naturali come questo, ma grandi aree del mondo non hanno la medesima forza.

Vorrei pertanto ritornare alla strategia europea per gli aiuti umanitari. La nostra risposta potrebbe essere ancora più efficiente, più rapida e più efficace, sempre che si proceda nella giusta direzione. Qual è la giusta direzione? In primo luogo, a mio parere abbiamo bisogno di un maggiore coordinamento tra Stati membri, le loro rispettive agenzie umanitarie e le istituzioni dell’Unione europea.

In secondo luogo, ci occorre un migliore coordinamento tra Unione europea e organizzazioni internazionali che erogano aiuti umanitari, specialmente le Nazioni Unite.

In terzo luogo, è necessario un maggiore coordinamento tra attori militari e umanitari. Dobbiamo preservare la sicurezza della popolazione civile e dei gruppi umanitari, promuovendo nel contempo indipendenza, neutralità e imparzialità degli aiuti stessi e rispetto del diritto internazionale.

Per quanto concerne l’Unione europea, affinché gli aiuti umanitari e la risposta in caso di crisi siano una componente fondamentale della nostra azione esterna, ci occorrono più risorse umane e finanziarie.

Possiamo sfruttare la relazione Barnier per istituire un corpo volontario europeo e aggiungerei, approfittando della presenza del commissario Piebalgs, per rafforzare e coordinare meglio il legame tra aiuti umanitari e politiche di ricostruzione e sviluppo.

 
  
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  Jim Higgins (PPE).(EN) Signor Presidente, concordo con tutto ciò che ha affermato l’onorevole Guerrero Salom in merito alla nostra risposta. Devo dire che inizialmente sono rimasto sconvolto quando ho sentito che l’Unione europea – la baronessa Ashton – avrebbe donato una cifra dell’ordine di 3 milioni di euro. Tre milioni di euro non sono nulla a fronte delle conseguenze, degli esiti e delle devastazioni causate dalla catastrofe.

L’ultima volta che ci siamo riuniti, quattro settimane fa, parlavamo di Haiti. Questa mattina discutiamo della tempesta Xynthia in Europa e degli effetti collaterali del terremoto in Cile, verificatosi poco più di due settimane fa. Vi è stata poi una scossa di replica di magnitudo 6.6, di per sé già totalmente devastante.

Gli effetti collaterali sono sotto i nostri occhi, così come lo sono le conseguenze e le statistiche. Stiamo parlando di circa 500 000 – mezzo milione – di case distrutte che vanno ricostruite, e qui entra in gioco l’assistenza concreta. Circa 540 sono i morti, i cui corpi vanno ancora estratti dalle macerie, già di per sé un disastro naturale. Ma stiamo parlando di un conto complessivo di 22 milioni di euro. Dobbiamo dunque realmente incrementare il nostro contributo al riguardo.

Uno degli elementi interessanti del trattato di Lisbona, e sappiamo che in Irlanda Lisbona I è stato respinto – consisteva nella possibilità di creare una risposta umanitaria immediata alle calamità naturali. Devo dire che prescindendo dal fatto che si parli di Haiti, Europa meridionale o Cile, non abbiamo risposto. So che non è trascorso molto tempo, ma abbiamo veramente bisogno di concertare la nostra azione. Ciò che occorre prima di ogni altra cosa è aiuto tangibile: (a) denaro, (b) acqua potabile, (c) ripristino dell’erogazione di elettricità e (d) ristabilimento il più rapido possibile dell’economia.

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra (PPE).(ES) Signor Presidente, ieri mi sono intrattenuto con il senatore Pizarro, divenuto presidente del senato cileno qualche ora fa. Oggi il senatore procederà all’investitura del presidente Piñera. Spero che il presidente intraprenda il compito di ricostruzione in maniera efficiente e vorrei complimentarmi con la signora presidente Bachelet per la sua gestione della crisi.

Signor Presidente, vorrei esprimere solidarietà e fraterno affetto al popolo cileno dopo i terribili terremoti e lo tsunami che si sono abbattuti su Concepción, Biobío, Temuco e Valparaíso. Sono certo che l’eroico popolo cileno sarà in grado di superare questa situazione catastrofica come già è avvenuto in passato. Ribadisco dunque il mio affetto e la più profonda solidarietà al paese.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, viste le devastanti conseguenze del terremoto di magnitudo 8.8 che ha colpito il Cile, è necessario concedere al sindaco di Concepción che 24 ore sono un’eternità per chiunque sia sepolto sotto le macerie. Anche se le autorità e i servizi di soccorso in questo paese dell’America latina sono indubbiamente pronti ad affrontare possibili terremoti, l’aiuto per gli oltre 2 milioni di terremotati non è giunto abbastanza in fretta in tutte le regioni della zona colpita a causa di problemi logistici. Le truppe, già in ritardo nel raggiungere i luoghi, sono state travolte dal caos. La popolazione è stata costretta a salire sui tetti delle proprie abitazioni e ha creato blocchi stradali non soltanto per paura delle scosse di replica, ma anche dei criminali. Il Cile è forse abbastanza prospero da provvedere a coloro che sono stati colpiti dal terremoto, ma, grazie a Dio, ha messo da parte l’orgoglio e ha chiesto aiuto, anche all’Unione europea.

Vi sono però lezioni che anche noi dobbiamo trarre da tale situazione, segnatamente il fatto che nelle emergenze la vernice della civiltà presto si scrosta e 24 ore possono essere interminabili. In questo spirito, i piani di emergenza e il coordinamento degli sforzi di assistenza per le emergenze dovrebbero divenire più efficaci, anche nell’Unione.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, siamo rimasti tutti sconvolti dalla gravità della catastrofe naturale e umana. Attraverso la rapida mobilitazione del sistema di risposta di emergenza di ECHO e del meccanismo di protezione civile dell’Unione siamo stati in grado di offrire assistenza pratica e coordinata subito dopo che il terremoto ha colpito il paese.

Come si è già detto, anche l’assistenza dispiegata o offerta da diversi Stati membri è stata importante.

Oltre agli aiuti umanitari e alle altre azioni che ho descritto, vale la pena ricordare che martedì, a Lussemburgo, la Banca europea per gli investimenti e il Cile – un parlamentare ne ha parlato – hanno sottoscritto un accordo quadro per consentire alla banca di operare nel paese.

Tale sviluppo mette in luce l’eccellente stato delle relazioni tra l’Unione europea e il Cile e il nostro impegno condiviso per continuare ad ampliare e approfondire il nostro partenariato. Peraltro, la tempistica è stata perfetta perché la BEI può costituire un ulteriore strumento dell’Unione europea per collaborare con il Cile negli sforzi di ricostruzione a medio e lungo termine già intrapresi.

Per quanto concerne la questione concreta della strategia nazionale per il Cile e dei 41 milioni di euro impegnati, si sono spesi 25 milioni di euro nella prima tranche, per cui restano per la seconda 15,6 milioni di euro. Normalmente la cifra dovrebbe essere ripartita come segue: 50 per cento per la coesione sociale, 50 per cento per l’innovazione e la concorrenza. Noi abbiamo proposto di destinare la somma alla ricostruzione in oggetto. Da parte cilena non è giunta alcuna richiesta in tal senso, ma ovviamente l’intero importo potrebbe essere impiegato a questo scopo.

Al momento le autorità cilene non hanno ancora formulato alcuna richiesta specifica all’Unione europea affinché contribuisca alla ricostruzione. Come ho detto, il presidente Piñera viene investito oggi. Sicuramente il presidente attribuirà la massima priorità alla valutazione e alla quantificazione del danno, nonché alla pianificazione dello sforzo massiccio che sarà necessario.

La Commissione è pronta a prendere in esame qualsiasi richiesta venga formulata. Come rammentavo poc’anzi, il fatto che la Banca europea per gli investimenti sarà ora in grado di operare in Cile costituisce un ulteriore strumento rispetto a quelli già a nostra disposizione.

Vale inoltre la pena di rammentare quanto detto anche da alcuni di voi, ossia che il Cile è un esempio valido di sviluppo, poiché è di fatto un creditore netto, a differenza della maggior parte dei paesi dell’America latina. Lo scorso venerdì, il ministro delle finanze uscente ha sottolineato il fatto che, diversamente dalla situazione creatasi a seguito di altre tragedie che hanno colpito il popolo cileno, questa volta il popolo e lo Stato dispongono anche di risorse proprie.

Pertanto, per concludere, l’Unione europea – cittadini, regioni e paesi dell’Unione – sta dando prova della propria solidarietà al Cile nella tragedia, come dovrebbe essere in un mondo civilizzato e umano.

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  António Fernando Correia De Campos (S&D), per iscritto. – (PT) Dopo il terremoto di Haiti, siamo nuovamente di fronte a una terribile catastrofe con 800 vittime accertate e un danno complessivamente pari a circa il 15 per cento del PIL del Cile. Secondo il presidente cileno, signora Bachelet, l’80 per cento della popolazione è stata colpita e le infrastrutture del paese sono state gravemente danneggiate.

Ancora una volta l’Unione si è assunta le proprie responsabilità di interlocutore commerciale privilegiato del paese, di cui è il principale partner commerciale e il principale mercato per le esportazioni. La risposta dell’Unione è consistita nell’erogare 3 milioni di euro di aiuti di emergenza, mentre esperti europei della protezione civile si sono recati in loco per valutare le necessità più immediate.

Le catastrofi naturali che si sono abbattute sul mondo, come i terremoti e le violente tempeste a cui abbiamo recentemente assistito in Europa, ci fanno ripensare al paradigma degli aiuti umanitari e delle emergenze, che richiedono una risposta rapida, agile e concertata.

L’Unione ha dimostrato efficacia e capacità di reagire. Il Parlamento, oltre ad aver espresso il proprio sentito cordoglio al paese, sta anche dimostrando attraverso l’odierno dibattito il suo impegno per contribuire alla ricostruzione del Cile, gravemente danneggiato dal terremoto del 27 febbraio.

 
  
 

(La seduta, sospesa alle 11.40, riprende alle 12.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. PITTELLA
Vicepresidente

 

6. Dichiarazione della Presidenza
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  Presidente. – Onorevoli colleghi, prima di procedere alla votazione vorrei fare una breve comunicazione, perché oggi commemoriamo la VI Giornata europea delle vittime del terrorismo.

Oggi rendiamo onore alle oltre 5000 vittime in Europa ed esprimiamo la nostra solidarietà alle numerosissime persone rimaste ferite, che hanno subìto la barbarie del terrorismo.

Gli attentati dinamitardi perpetrati a Madrid sei anni fa, l’11 marzo 2004, che hanno provocato la morte di 191 persone provenienti da 17 Paesi, e le bombe esplose a Londra il 7 luglio 2005 possono essere annoverati tra i peggiori atti di terrorismo mai perpetrati sul suolo europeo.

Il terrorismo è un attacco contro noi tutti: esso attenta al tessuto stesso della nostra società democratica.

Ecco perché l’Europa sarà sempre unita nella lotta al terrorismo, sia esso di ispirazione separatista, religiosa o politica.

Il terrorismo non può mai essere giustificato, in nessun modo e per nessuna ragione. Questa Giornata europea ci offre l’occasione di dimostrare che nessun terrorista o atto di terrorismo sarà mai in grado di fiaccare o distruggere la nostra fede nei valori chiave, quali i diritti umani fondamentali e la democrazia.

(Applausi)

 

7. Calendario delle tornate: vedasi processo verbale
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8. Turno di votazioni
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per i risultati dettagliati della votazione: vedasi processo verbale)

 
  
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  Robert Goebbels (S&D).(FR) Signor Presidente, la pregherei di aspettare ancora un po’ perché molti colleghi sono ancora bloccati negli ascensori. Qualcuno ha avuto la brillante idea di riparare gli ascensori durante l’unica settimana al mese in cui siamo a Strasburgo, mentre si sarebbe potuti intervenire nelle altre tre.

 
  
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  Presidente. − Onorevole Goebbels, siamo già oltre le ore 12. Abbiamo già 5 minuti di attesa. Io penso che possiamo procedere alla votazione.

(Applausi).

 

8.1. Cuba (B7-0169/2010) (votazione)

8.2. Investire in tecnologie a basse emissioni di carbonio (votazione)

8.3. Grave catastrofe naturale nella regione autonoma di Maderia e conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (B7-0139/2010) (votazione)

9. Dichiarazioni di voto
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Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0169/2010

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). – (SK) Signor Presidente, secondo gli archivi del governo e la letteratura disponibile, il regime comunista in Slovacchia ha condannato 71 168 persone negli anni 1948 – 1989 per presunti reati politici.

Non vi è maniera migliore di onorare la memoria di quei detenuti politici e prigionieri di cocienza che lavorare attivamente per promuovere la diffusione della libertà e della democrazia dove vengono ritenute un lusso irraggiungibile. Sinora gli appelli dell’Unione non hanno avuto risposta. Mi preoccupa però notevolmente la situazione dei detenuti politici a Cuba e pertanto chiedo a Consiglio e Commissione di intraprendere misure efficaci per il loro rilascio e sostenere il lavoro affinché possano agire quali difensori dei diritti umani. Ai cittadini di Cuba...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Signor Presidente, ho avallato l’adozione della proposta di risoluzione su Cuba. Parlando francamente, non capisco perché gli amici europei di Fidel Castro stiano difendendo così a spada tratta l’idea di una bancarotta e una rivoluzione demoralizzata. Deve proprio accadere che soltanto le vittime fatali di quello che si considera un regime progressista rendano il popolo consapevole della necessità di un cambiamento a Cuba? Talvolta i sacrifici individuali contribuiscono a cambiamenti storici. Spero che ciò succeda anche questa volta. Nel contempo, non vorrei che vi fossero altre vittime causate dal dogmatismo delle autorità e dalla loro incapacità di analizzare la loro posizione e il loro mutamento.

Parimenti non posso accettare il fatto che molti paesi ACP si pongono in maniera totalmente acritica nei confronti della natura e del significato del sistema politico e sociale costruito a Cuba. Sono profondamente persuaso che si tratti di un’errata interpretazione del concetto di solidarietà. Sarebbe più onesto riconoscere ciò che è stato raggiunto a Cuba, condannando però nel contempo ciò che non è stato un successo ed è antisociale, inumano e distruttivo.

 
  
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  Ramón Jáuregui Atondo (S&D).(ES) Signor Presidente, vorrei intervenire a nome dell’onorevole Muñiz per spiegare il motivo per il quale la delegazione spagnola del gruppo S&D ha votato contro l’emendamento n. 2 presentato dal gruppo GUE/NLG, anche se l’emendamento chiedeva sostegno alla presidenza spagnola nei suoi rapporti con Cuba.

In primo luogo, vorrei rammentare il fatto che non possiamo sostenere emendamenti presentati da un gruppo che ha cercato di prendere le distanze dalla risoluzione nel suo complesso. Il nostro impegno nei confronti di tutti i gruppi politici che hanno sottoscritto la risoluzione non ci permetterebbe di appoggiare un emendamento parziale del documento.

In secondo luogo, l’emendamento n. 2 presentato dal gruppo GUE/NGL non è in linea con la posizione assunta dalla presidenza spagnola, che sta ricercando un consenso nell’Unione al fine di rinnovare il nostro quadro per le relazioni con Cuba, senza nondimeno giungere a una completa rottura con la posizione comune, cosa che invece l’emendamento chiedeva.

Per questo abbiamo respinto l’emendamento.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). – (CS) Signor Presidente, per me è stato oggi un onore appoggiare la risoluzione sui prigionieri di coscienza a Cuba, non soltanto come membro di un ex Stato comunista totalitario, ma anche perché ho personalmente incontrato dissidenti cubani in passato, soprattutto il dottor Darsí Ferrer, detenuto con altri dal luglio dello scorso anno.

Rientrata, ho ragguagliato il Parlamento in merito alla drammatica situazione nel settore sanitario e vorrei nuovamente sottolineare come i cittadini che non sono membri del partito comunista e non hanno dollari non hanno alcuna possibilità di accedere ai farmaci. Il dottor Darsí Ferrer è stato una personalità di rilievo all’Avana, avendo aiutato i dissidenti a procurarsi medicine. Ora è dietro le sbarre.

Sono pertanto lieta dell’adozione dell’odierna risoluzione, perché è una risoluzione molto forte, che chiama anche in causa chiaramente le autorità europee affinché proseguano nei loro sforzi per indurre un cambiamento democratico a Cuba.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR). – (EN) Signor Presidente, chi avrebbe mai pensato 20 anni fa, quando l’aria in Europa era ispessita dalla polvere dei mattoni di muri cadenti e riecheggiavano grida di libertà, che la bandiera rossa ancora oggi avrebbe sventolato all’Avana e Fidel Castro sarebbe morto pacificamente nel suo letto su un’afosa isola caraibica?

Sola mors tyrannicida est, dice il mio connazionale Sir Thomas More: la morte è l’unico modo per liberarsi dei tiranni.

Due elementi hanno tenuto in piedi il regime comunista a Cuba. Primo, l’ostinato blocco americano, che ha consentito a Castro e al suo regime di attribuire tutte le privatizzazioni dei suoi connazionali all’imperialismo straniero anziché alla malagestione economica del comunismo; secondo, l’indulgenza di alcuni in Europa, anche in questa Camera, che disgustosamente applicano doppi standard giustificando abusi dei diritti umani e diniego della democrazia a Cuba perché il paese sforna continuamente medici e ballerine.

Spero che quest’Aula cresca e alcuni suoi esponenti vedano oltre i loro giorni da studenti vestiti con T-shirt Che Guevara. E’ giunto il momento di un impegno costruttivo con le forze democratiche a Cuba. La storia ci assolverà.

 
  
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  Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione su Cuba perché nel complesso è decisamente critica nei confronti del regime totalitario dell’Avana. Nel contempo, vorrei però cogliere l’occasione per rivolgermi al Consiglio affinché ponga fine ai suoi tentativi di normalizzazione delle relazioni con Cuba, visto che abbiamo ancora a che vedere con una dittatura comunista che viola in maniera flagrante i diritti umani.

Chiederei inoltre al nuovo alto rappresentante di non seguire la linea intrapresa dalla Commissione nella precedente legislazione. Mi riferisco, per esempio, al commissario Michel, recatosi in visita a Cuba in varie occasioni senza formulare alcuna critica in merito allo stato dei diritti umani e della democrazia nel paese. E’ assolutamente inaccettabile che l’Unione europea cerchi di ingraziarsi il regime comunista di Cuba.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0148/2010

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signor Presidente, avallando la proposta di risoluzione intendevo esprimere sostegno all’investimento nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio. Il piano SET può essere efficace e credibile soltanto se adeguatamente finanziato, anche con denaro proveniente da fonti private. Le argomentazioni a favore della necessità di tali misure sono essenzialmente l’attuale situazione economica in cui l’Europa si trova, i pericolosi cambiamenti climatici e le minacce poste alla sicurezza energetica. Grazie alle ultime ricerche e tecnologie, si è schiusa una possibilità di superare la crisi, che nel contempo supporta misure in tema di cambiamento climatico. E’ inoltre un’opportunità per l’agricoltura europea, un modo per creare nuovi posti di lavoro nelle zone rurali nel settore non agricolo, specialmente nell’ambito della creazione di fonti di energia rinnovabile.

 
  
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  Jan Březina (PPE). (CS) Signor Presidente anch’io ho votato a favore della proposta di risoluzione sull’investimento nello sviluppo di tecnologie e basse emissioni di carbonio (piano SET) perché a mio parere è il principale strumento per trasformare l’Unione in un’economia innovativa, in grado di conseguire obiettivi impegnativi. In proposito ritengo essenziale che la Commissione, in stretta collaborazione con la Banca europea per gli investimenti, presenti una proposta generale per uno strumento di investimento in energia da fonti rinnovabili, progetti di efficienza energetica e sviluppo di reti intelligenti entro il 2011. Parallelamente, occorre rafforzare il ruolo della BEI nel finanziamento di progetti in ambito energetico, specialmente progetti con livelli di rischio superiori.

Sono categoricamente contrario a che l’argomento delle tecnologie a basse emissioni di carbonio sia sfruttato per sferrare colpi bassi all’energia nucleare, com’è accaduto negli interventi di alcuni membri della sinistra dell’Emiciclo. Sono infatti del parere che l’energia nucleare sia un’energia pulita che contribuisce a uno sviluppo sostenibile.

 
  
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  Marek Józef Gróbarczyk (ECR).(PL) Signor Presidente, non ho potuto appoggiare la risoluzione, sebbene sia estremamente importante per l’economia europea. Va infatti notato che la risoluzione prevede una notevole concentrazione di denaro soltanto in alcuni ambiti, alcune branche dell’industria energetica, i cosiddetti ambiti “ecologici”. Ciò si scontra con la nozione di solidarietà energetica con i paesi che si affidano prevalentemente al carbone. Il fabbisogno energetico della Polonia è coperto essenzialmente dal carbone, per cui una regolare transizione a un’economia verde è estremamente importante per noi. A seguito di tali misure, in Polonia anziché creare posti di lavoro li perderemmo. Durante una crisi, questo è molto difficile e sarebbe nocivo per la Polonia.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0139/2010

 
  
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  Sophie Auconie (PPE).(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il 27 e il 28 febbraio la tempesta Xynthia si è abbattuta sulla Francia. Quasi 60 persone hanno perso la vita e centinaia di migliaia hanno subito danni notevoli.

L’Unione europea deve dare l’esempio di fronte a questa tragedia. Per questo ho personalmente contribuito alla stesura dell’odierna risoluzione in cui si chiede alla Commissione europea di essere estremamente reattiva. Ci aspettiamo che eroghi assistenza finanziaria alle zone disastrate attraverso il fondo di solidarietà dell’Unione.

Se, a seguito della tragedia, le regioni di Poitou-Charentes, Charente-Maritime, Pays de la Loire e Bretagna dovessero chiedere che venga modificata l’assegnazione della spesa cofinanziata dal fondo europeo di sviluppo regionale e del fondo sociale europeo, la Commissione dovrà prendere in esame tali richieste in maniera estremamente favorevole e rapida.

Lasciando da parte la risoluzione, io, come i colleghi dell’Unione per la maggioranza presidenziale, sono persuasa che sia giunto il momento di creare una vera forza di protezione civile europea, che da sola sarà in grado di fornire ulteriore aiuto vitale in caso di disastri come questo.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Kelly, malgrado non si sia iscritto a parlare prima della prima dichiarazione di voto. Ne ha facoltà in via del tutto eccezionale. La prossima volta si ricordi di iscriversi.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0148/2010

 
  
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  Seán Kelly (PPE). – (EN) Signor Presidente, volevo semplicemente dire che era tempo che avessimo un documento conclusivo sull’energia nucleare per sintetizzare i progressi compiuti e le misure di sicurezza elaborate al riguardo, nonché le modalità per la loro trasposizione in futuro nella ricerca che sarà intrapresa, in maniera che i cittadini possano decidere con cognizione di causa.

Vi è molto scetticismo in merito e tanti dubbi che vanno chiariti, perché così facendo si supereranno tante difficoltà che caratterizzano questo dibattito sulle tecnologie a basse emissioni di carbonio.

Infine, se mi è consentito vorrei aggiungere che oggi si celebra l’anniversario della dichiarazione di indipendenza di Lituania ed Estonia, per cui mi complimento con i due paesi per i 20 anni di indipendenza..

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0169/2010

 
  
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  John Stuart Agnew, Marta Andreasen, Gerard Batten, John Bufton e Mike Nattrass (EFD), per iscritto. − (EN) Sebbene riconosciamo che Cuba è una tirannia comunista e vogliamo che si trasformi in uno Stato democratico, non riconosciamo l’Unione europea in tale processo.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La risoluzione del Parlamento europeo, il cui pretesto è la morte del detenuto cubano Orlando Zapata Tamayo, deceduto dopo uno sciopero della fame nonostante gli sforzi profusi dai servizi sanitari cubani per rimetterlo in salute, è un attacco provocatorio e inaccettabile al governo socialista e al popolo cubano e fa parte della strategia anticomunista diretta dall’Unione e guidata dal Parlamento europeo in un tentativo di rovesciare il regime socialista. Condanniamo l’ipocrisia e il tentativo di provocazione dei rappresentanti del capitale del centro destra, del centro sinistra e dei verdi nello sfruttare tale circostanza.

Il partito comunista greco ha votato contro la risoluzione del Parlamento europeo che condanna ed esorta i cittadini a esprimere solidarietà con il governo e il popolo di Cuba, chiedere che la posizione comune contro Cuba sia revocata, condannare gli sforzi profusi dall’Unione per sfruttare i diritti umani come pretesto per esercitare coercizione e pressioni imperialiste sul popolo cubano e il suo governo, chiedere che l’embargo criminale americano contro Cuba sia immediatamente revocato, chiedere l’immediato rilascio dei 5 cubani trattenuti nelle prigioni americane e difendere la Cuba socialista.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. – (RO) L’Unione europea è la struttura più democratica al mondo e il valore fondamentale sul quale è stata costruita è il rispetto dei diritti umani. Per questo trovo lodevole e incoraggiante che tutti i gruppi in Parlamento si siano uniti nella condanna agli abusi commessi dalle autorità cubane contro i diritti umani, per non parlare dell’approccio costruttivo, ricettivo al dialogo, che l’Unione ha deciso di adottare nei confronti di Cuba.

Viviamo nel XXI secolo e i reati di opinione e coscienza dovrebbero essere cancellati dai valori di ogni Stato del mondo, prescindendo da quanto lunga sia stata la sua storia di totalitarismo e dittatura. Condurre un dialogo internazionale anziché imporre sanzioni può servire a modificare gli atteggiamenti in maniera che chiunque sia in disaccordo con le proprie autorità non subisca abusi e ingiustizie di regimi che non rispettano gli esseri umani.

Tragedie come quella che ha colpito il dissidente cubano Orlando Zapata Tamayo, “colpevole” di un reato di coscienza, non si devono mai più ripetere. Ora anche altri detenuti politici a Cuba sono in pericolo. Garante del rispetto dei diritti umani, l’Unione deve essere coinvolta e intraprendere azioni diplomatiche immediate in maniera che a Cuba, come altrove, non si ripeta mai più la tragedia subita da Zapata.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. (EN) Condanno senza riserve il maltrattamento del popolo a Cuba (come ovunque). Mi sono tuttavia astenuto all’atto della votazione sulla risoluzione contro Cuba nel suo complesso. Ho optato per l’astensione perché la risoluzione pretenderebbe di conferire all’Unione europea e ai suoi funzionari l’autorità di parlare e agire per conto degli Stati membri. Inoltre, molti Stati membri dell’Unione europea perseguono e tengono in stato di detenzione persone per aver esercitato la libertà di espressione non violenta, aver sostenuto opinioni eretiche o aver preso parte ad attività dissenzienti. E’ profondamente ipocrita per partiti che favoriscono la repressione politica in Europa additare Stati come Cuba che condividono le loro opinioni e attività repressive e antidemocratiche.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. − (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione sulla situazione di detenuti politici e prigionieri di coscienza a Cuba. Ribadiamo la necessità che tutti i detenuti politici e i prigionieri di coscienza vengano immediatamente rilasciati. Crediamo che la detenzione di dissidenti cubani per i loro ideali e la loro attività politica pacifica costituisca una violazione della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

 
  
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  Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog e Åsa Westlund (S&D), per iscritto. − (SV) Noi socialdemocratici svedesi condividiamo il parere espresso nell’emendamento che il blocco contro Cuba vada revocato. Non riteniamo tuttavia che la dichiarazione vada formulata nell’odierna proposta di risoluzione perché riguarda i prigionieri di coscienza.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. − (PT) Orlando Zapata Tamayo è morto di fame perché aveva chiesto di essere trattato per quello che era: un detenuto politico perseguitato da un regime che, nonostante sia cambiata la leadership, continua a governare i propri cittadini con il pugno di ferro, vietando loro ogni forma di associazione o libera espressione.

Le tragiche circostanze della sua morte dovrebbero farci vergognare tutti, specialmente i decisori politici che, seguendo Zapatero e l’ambasciatore Moratinos, hanno modificato la politica europea nei confronti di Cuba.

Tutto ciò che l’Unione europea ha ottenuto con il suo larvato tentativo di rappacificazione è stato rafforzare il senso di impunità, facendo sentire più isolati i democratici, che meritano ben di più da noi.

Confido in un ritorno alla ferma politica democratica che si è ammorbidita soltanto di recente. Voglio che l’Unione europea finalmente riconosca che tale cambiamento di politica è stato un totale fallimento. Desidero altresì che Oswaldo Payá e le donne in bianco possano recarsi liberamente in Europa per rivelare le circostanze che circondano gli eventi svoltisi a Cuba.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Abbiamo votato contro la risoluzione per lo sfruttamento politico da parte della maggioranza del Parlamento della morte di Zapata Tamayo, a seguito di uno sciopero della fame in un carcere cubano, nonostante gli fossero state somministrate cure mediche. La sua intenzione è ostacolare le intenzioni pubblicamente espresse dalla presidenza spagnola di porre fine alla posizione comune su Cuba. Ancora una volta si attaccano Cuba e il suo popolo cercando di interferire con la sua indipendenza e sovranità, i suoi successi economici e sociali, la sua solidarietà internazionalista esemplare.

Il capitalismo non rappresenta il futuro per l’umanità. Cuba continua a essere un esempio del fatto che è possibile costruire una società senza sfruttatori né sfruttati, una società socialista. I rappresentanti del capitalismo nel Parlamento europeo non accettano questo dato di fatto. Cercano di impedire un dialogo politico a tutto spettro con il governo cubano sulla base degli stessi criteri che l’Unione applica a tutti coloro con i quali intrattiene relazioni.

Non condannano l’embargo imposto a Cuba dagli Stati Uniti, la cui revoca immediata è stata chiesta in 18 occasioni dall’assemblea generale delle Nazioni Unite. Non dicono alcunché in merito alla situazione di cinque cittadini cubani detenuti negli Stati Uniti dal 1998 senza giusto processo e ignorano la circostanza che gli Stati Uniti continuano a dare rifugio a un cittadino cubano che è stato l’istigatore dell’attacco dinamitardo contro un aereo di linea nel quale hanno perso la vita 76 persone.

 
  
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  Jacek Olgierd Kurski (ECR), per iscritto. – (PL) Oggi all’atto della votazione ho avallato la risoluzione sulla situazione dei detenuti politici e dei prigionieri di coscienza a Cuba. Come Parlamento europeo, dobbiamo inequivocabilmente condannare le pratiche del regime dell’Avana e schierarci per i diritti di giornalisti indipendenti, dissidenti pacifici e difensori dei diritti umani. Nella risoluzione adottata abbiamo espresso profonda solidarietà a tutti i cubani e manifestato apprezzamento per gli sforzi da loro profusi per instaurare la democrazia, nonché il rispetto e la protezione dei diritti fondamentali. Provengo da un paese in cui un movimento popolare è insorto contro il regime comunista: Solidarność. Benché la Polonia e altri paesi dell’Europa centrale e orientale che oggi appartengono all’Unione europea si siano lasciati alle spalle le dolorose esperienze dei regimi comunisti, non possiamo comunque dimenticare coloro che sono detenuti e perseguitati perché tanto anelano alla libertà, alla democrazia e alla libertà di parola.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’Unione europea non può avere una visione romantica del regime politico cubano, che è una vera dittatura comunista, basata sulla logica di un unico partito che viola i diritti umani, opprime i suoi cittadini, perseguita ed elimina gli oppositori politici e incarcera innumerevoli persone semplicemente per aver commesso il reato di avere un’opinione.

La morte di Orlando Zapata è stata soltanto un ennesimo caso ad aver sconvolto il mondo, un caso che il Parlamento europeo deve condannare con fermezza, senza esitazione né false giustificazioni. Per questo respingo i tentativi di alcuni membri dell’estrema sinistra di ammantare questo terribile crimine di una qualsivoglia accezione politica con il solo intento di legittimare un regime che non può essere tollerato né accettato.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. – (ES) Ho votato contro la risoluzione RC-B7-0169/2010 su Cuba perché credo che rappresenti un atto di interferenza che viola il diritto internazionale. Con il mio voto, ho espresso la mia condanna per tale esercizio di manipolazione politica il cui unico scopo è manifestare disapprovazione per il governo di Cuba. I membri che hanno votato a favore del testo sono coloro che si sono varie volte rifiutati di presentare una risoluzione in Parlamento di condanna del colpo di Stato in Honduras. L’odierna risoluzione esorta l’Unione europea a dare prova di un sostegno incondizionato al cambiamento del regime politico nella Repubblica di Cuba, proponendo anche l’uso dei meccanismi di cooperazione europei per conseguire tale finalità, il che rappresenta un atto di interferenza inaccettabile in contrasto con il diritto internazionale. Da più di 50 anni gli Stati Uniti impongono un embargo economico, commerciale e finanziario contro Cuba in palese violazione del diritto internazionale e con gravi ripercussioni sull’economia e le condizioni di vita dei cubani. Nonostante ciò, il governo cubano ha continuato a garantire ai propri cittadini accesso a istruzione e cure sanitarie.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune su Cuba perché è importante che anche l’Unione esprima chiaramente l’idea che sussiste una necessità urgente di democratizzazione nel paese, ancora soggetto a un regime comunista. L’incarcerazione di dissidenti e oppositori politici è un tratto tipico degli Stati comunisti, ma è praticata eccessivamente a Cuba. Il fatto che le autorità non consentano neppure alla famiglia di un detenuto morto a seguito di uno sciopero della fame di organizzarne la sepoltura è particolarmente scandaloso.

Speriamo che quanto prima si attui un cambiamento del sistema politico sull’isola. Indipendentemente da ciò, è tuttavia importante che l’Unione, ma anche gli Stati Uniti, applichino i medesimi standard ovunque. E’ inaccettabile che gli Stati Uniti concedano “asilo politico” a cubani implicati in attacchi dinamitardi. E’ possibile muovere critiche efficaci soltanto se prima di tutto si rispettano i criteri stabiliti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. − (ES) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune su Cuba (RC-B7-0169/2010) perché, come ho detto nella discussione di ieri, prescindendo dalle nostre rispettive posizioni in merito a Cuba, la morte di Orlando Zapata Tamayo è in sé deplorevole.

Insisto inoltre sulla necessità di chiedere la scarcerazione di tutti i detenuti politici e i prigionieri di coscienza a Cuba e nel resto del mondo, ma nondimeno ammonisco dall’intraprendere azioni che si sono già rivelate fallimentari per il progresso di Cuba verso la democrazia e la liberalizzazione, come l’embargo e il blocco. E’ chiaro che occorrono urgentemente cambiamenti sull’isola e l’Unione europea dovrebbe vigilare su di essi in maniera che la transizione alla democrazia vada a beneficio del popolo cubano.

 
  
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  Alf Svensson (PPE) , per iscritto. − (SV) Gli Stati Uniti impongono un embargo commerciale contro Cuba da 48 anni, embargo che colpisce la popolazione cubana e costituisce una scusante continua e ricorrente per le manchevolezze del regime di Castro. E’ tutta colpa dell’embargo americano e pertanto il popolo cubano non può chiaramente incolpare il regime comunista e prendere le distanze da esso. L’opposizione democratica a Cuba vuole che l’embargo sia revocato. Il 29 ottobre 2009, 187 Stati membri delle Nazioni Unite hanno votato per la sua revoca, 3 hanno votato per il suo mantenimento e due si sono astenuti. Nessuno degli Stati membri dell’Unione ha votato a favore del suo mantenimento. In passato il Parlamento europeo ha condannato l’embargo contro Cuba e ha chiesto che vi si ponesse fine con effetto immediato, in linea con le richieste formulate in numerose occasioni dall’assemblea generale delle Nazioni Unite. (P5_TA(2003)0374) Il Parlamento europeo ha inoltre dichiarato che l’embargo disattende le sue stesse finalità. (P6_TA(2004)0061) L’odierna risoluzione RC-B7-0169/2010 fa riferimento alla situazione dei detenuti politici e dei prigionieri di coscienza a Cuba. Durante la discussione prima del voto, ho formulato una proposta secondo cui si dovrebbe dare a Cuba un ultimatum. L’embargo sarà revocato a fronte del rilascio di tutti i prigionieri di coscienza e l’introduzione delle riforme entro sei mesi. Se il regime non dovesse rispettare tali condizioni, Stati Uniti, Unione europea e Canada comminerebbero nuove sanzioni più incisive nei confronti della leadership cubana, come il divieto di recarsi nel paese e il congelamento dei beni cubani e degli investimenti stranieri.

 
  
  

Proposta di risoluzione B7-0148/2010

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. – (RO) L’Unione europea si è impegnata entro il 2020 a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20 per cento, ridurre il consumo di energia del 20 per cento e generare perlomeno il 20 per cento dell’energia consumata da fonti rinnovabili. Inoltre, l’Unione intende dare un esempio nel mondo a livello di economia di risorse e salvaguardia dell’ambiente.

Tali obiettivi ambiziosi possono essere conseguiti soltanto se l’Unione nel suo complesso e ciascuno Stato membro singolarmente assumono chiari impegni a livello di tempistica. Gli investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio sono fondamentali per conseguire gli obiettivi proposti per il 2020, scadenza non così lontana come si potrebbe pensare. Raggiungere tali obiettivi richiede un notevole sforzo finanziario: 58 milioni di euro, secondo alcuni calcoli meticolosi, da attingere da fonti sia pubbliche sia private.

Tuttavia, tale sforzo finanziario, logistico e amministrativo trasformerà l’Unione in un leader globale dell’innovazione e avrà ripercussioni positive sulla sua economia, creando posti di lavoro e schiudendo nuove prospettive nel campo della ricerca, ingiustificatamente sottofinanziata da decenni. Gli investimenti nello sviluppo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio daranno i propri frutti a medio e lungo termine, generando un impatto positivo in tutta l’Unione europea.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) E’ fondamentale insistere per un cambiamento radicale della società basato sulla sostenibilità delle città, la produzione di energia decentrata e la competitività industriale. Questa politica è essenziale per una società prospera e sostenibile, preparata a raccogliere le sfide del cambiamento climatico, della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e della globalizzazione che sia leader mondiale nel campo delle tecnologie pulite. Il piano SET intende contribuire specificamente allo sviluppo di tecnologie pulite. Accolgo con favore i principali orientamenti esposti nella comunicazione in merito all’organizzazione della logica di intervento tra pubblico e privato, tra finanziario comunitario, nazionale e regionale. E’ nondimeno determinante incrementare il finanziamento pubblico per la ricerca scientifica nel campo delle tecnologie pulite. L’Europa deve ancora creare condizioni affinché vi sia un maggiore investimento in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e dimostrazione in campo energetico. E’ essenziale passare dalle parole ai fatti. La prossima prospettiva finanziaria dell’Unione e l’ottavo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico dovranno affrontare prioritariamente la sicurezza energetica, la lotta al cambiamento climatico e l’ambiente. Soltanto così saremo in grado di preservare la competitività della nostra industria, promuovere la crescita economica e creare posti di lavoro.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sull’investimento nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio (piano SET) perché, per affrontare efficacemente la crisi economica, dovrebbe essere prioritario investire in tali tecnologie, che presentano le massime potenzialità in termini di creazione di posti di lavoro. Credo che tali investimenti possano creare nuove opportunità per lo sviluppo dell’economia e della competitività dell’Unione.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Il piano SET presentato dalla Commissione propone di investire in ricerca e sviluppo per sviluppare tecnologie energetiche pulite efficienti e sostenibili c che consentano di garantire la necessaria riduzione di emissioni senza mettere a repentaglio le industrie europee, assumendo dunque un impegno, che riteniamo serio, nei confronti di uno sviluppo sostenibile.

Le nuove politiche energetiche, specialmente nel contesto della crisi generale, non devono perdere di vista l’efficienza economica e non devono in alcun modo creare rischi per la sostenibilità economica delle nazioni europee, senza che ciò significhi meno risultati a livello ambientale.

Per questo chiedo un nuovo approccio in tema di politica energetica che si basi sull’energia pulita, l’uso più efficiente delle risorse naturali a nostra disposizione e notevoli investimenti in ricerca e tecnologie più rispettose dell’ambiente in maniera da poter preservare la competitività europea e permettere la creazione di posti di lavoro nel quadro di un’economia innovativa e sostenibile.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Apprezzo gli obiettivi del piano SET (piano strategico europeo per le tecnologie energetiche), che insistono sullo sviluppo di una società a basse emissioni di carbonio. Il piano cerca di accelerare lo sviluppo e l’introduzione di tecnologie a basse emissioni di carbonio. con misure in materia di pianificazione, attuazione, risorse e cooperazione internazionale nel campo delle tecnologie innovative per il settore energetico. Diversi studi stimano che la promozione dell’obiettivo europeo del 20 per cento di copertura con energie rinnovabili significherà milioni di nuovi posti di lavoro entro 2020. Inoltre, all’incirca due terzi di questi posti di lavoro saranno creati nell’ambito di piccole e medie imprese. La soluzione impone lo sviluppo di tecnologie verdi. Abbiamo pertanto bisogno di altri fondi per il piano SET che chiedo vengano messi a disposizione nella prossima revisione della prospettiva finanziaria. Dobbiamo inoltre promuovere le tecnologie verdi e la manodopera qualificata attraverso investimenti in istruzione e ricerca. Quanto prima inizieremo a creare una società a basse emissioni di carbonio, tanto prima riemergeremo dalla crisi.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Lo sviluppo e l’attuazione delle tecnologie a basse emissioni di carbonio è estremamente importante non soltanto per ragioni ambientali, tra cui necessità di ridurre le emissioni atmosferiche di anidride carbonica, ma anche per ragioni energetiche, vista il graduale inevitabile impoverimento e il possibile esaurimento delle riserve di combustibili fossili da cui l’umanità è fortemente dipendente.

Purtroppo, sia il piano SET sia la risoluzione appena adottata non soltanto propongono un approccio incompleto al problema, in termini sia di tecnologie e di fonti energetiche considerare, sia di necessità di ridurre il consumo, ma soprattutto ancora considerano l’investimento come un’altra buona opportunità commerciale (grazie alla quale alcuni, pochi eletti, guadagneranno molto a detrimento dei più) anziché un imperativo ambientale ed energetico per salvaguardare il bene comune dell’umanità.

E’ significativo e rivelatore che all’atto della votazione sugli emendamenti proposti al testo della risoluzione, anziché promuovere obiettivi di riduzione ambiziosi per le emissioni atmosferiche di anidride carbonica, si sia optato per la promozione dello scambio di emissioni di carbonio a livello mondiale.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) L’uso delle tecnologie a basse emissioni di carbonio, che naturalmente producono meno anidride carbonica, è positivo e auspicabile.

Non possiamo tuttavia accettare che, a spese dello sviluppo tecnologico e del rafforzamento del cosiddetto piano SET, si cerchi un ennesimo pretesto per indebolire le politiche energetiche nazionali.

Leggendo le parole della Commissione secondo cui il piano SET sarebbe il pilastro tecnologico della politica energetica e climatica dell’Unione, non resta alcun dubbio in merito alla sua reale intenzione di indebolire la sovranità degli Stati membri in un settore importante quanto le strategie energetiche nazionali.

Scendendo nel dettaglio, la proposta di risoluzione contiene alcuni aspetti con i quali non possiamo concordare, segnatamente la promozione di uno scambio di emissioni di carbonio a livello mondiale, dato che la risoluzione ha già dimostrato di non offrire vantaggi con la riduzione delle emissioni e la creazione di più partenariati pubblico-privato, ponendo l’enfasi su un “sostanziale aumento della quota di investimenti pubblici”, per cui il denaro pubblico verrebbe usato per servire interessi e utili privati.

Il nostro gruppo ha quindi votato contro.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE), per iscritto. − (EN) Tecnologie a basse emissioni di carbonio sostenibili ed efficaci sono fondamentali per il complesso compito di decarbonizzazione con il quale noi nell’Unione europea ci stiamo insieme confrontando e personalmente ho apprezzato il rapido processo attraverso il quale il Parlamento ha elaborato una risoluzione sull’argomento, fornendo chiare indicazioni alla Commissione e al Consiglio in merito al fatto che il piano SET giunge al momento opportuno ed è importante. Se prendiamo sul serio la nostra missione, è evidente che abbiamo bisogno di tutte le forme di tecnologie a basse emissioni di carbonio, compresa un’energia nucleare sostenibile. Sono pertanto lieta che siamo riusciti a modificare a cancellare il considerando I come era stato formulato, ennesimo tentativo di mettere il nucleare in una luce che oggigiorno non merita. Tale considerando avrebbe potuto avere implicazioni negative sul concetto di “tecnologie a basse emissioni di carbonio sostenibili”, suggerendo che il nucleare non ne farebbe parte. Il fatto è tuttavia che nell’Unione europea non possiamo permetterci di non usarlo se vogliamo affrontare sul serio il cambiamento climatico. Fintantoché le energie rinnovabili non saranno realmente in grado di dare risultati effettivi e garantire un flusso di energia sicuro e costante, sono quelle le tecnologie a basse emissioni di carbonio alle quali dobbiamo affidarci.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’investimento nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio deve essere prioritario in quanto è uno dei modi più efficienti per affrontare il cambiamento climatico preparando l’Unione a un’economia verde. Pertanto, le soluzioni a basse emissioni di carbonio intelligenti dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione, non da ultimo in termini di finanziamento comunitario, ciò al fine di conseguire gli obiettivi ambientali fissati dall’Unione per il 2020.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Mi sono astenuto all’atto del voto sulla proposta di risoluzione concernente l’investimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio perché, sebbene contenesse una serie di approcci ragionevoli, comunque appoggia l’ulteriore sviluppo del nucleare, scelta che respingo in ragione dei notevoli rischi che comporta. La proposta di risoluzione giustamente sottolinea che la ricerca sinora è stata scarsamente finanziata. Invece, affinché l’Europa resti competitiva rispetto ad altri protagonisti globali, è necessario incrementare notevolmente i fondi destinati a progetti di ricerca, specialmente nel campo delle nuove fonti energetiche. Lo sviluppo di nuove tecnologie a basse emissioni di carbonio nel settore dell’energia, auspicabilmente, non soltanto salvaguarderà i posti di lavoro esistenti in tale ambito, ma creerà anche ulteriori posti di lavoro altamente qualificati. Ritengo però che al riguardo l’investimento debba essere effettuato in energia solare e tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio. Viste le gravi conseguenze potenziali, gli investimenti in energia nucleare devono essere ripensati e ridistribuiti. Questo nuovo orientamento politico per quanto concerne le questioni energetiche migliorerà anche la sicurezza degli approvvigionamenti in ambito comunitario e creerà un’indipendenza più solida dai fornitori stranieri.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. − (ES) Come il gruppo Verts/ALE, ho votato contro la proposta di risoluzione (B7-0148/2010) sull’investimento nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio (piano SET) per una serie di motivi, innanzi tutto perché l’emendamento che chiedeva la cancellazione del considerando I – fondamentale per noi – è stato accolto; in tale paragrafo si suggeriva che la sesta iniziativa industriale europea sull’“energia nucleare sostenibile” fosse rinominata semplicemente “energia nucleare”. Riteniamo che il concetto di “energia nucleare sostenibile” sia privo di significato in quanto, nel migliore dei casi, è possibile ridurre la minaccia per l’ambiente e la salute dei cittadini, nonché i rischi di proliferazione che derivano dallo sviluppo e dall’uso del nucleare, ma non è possibile eliminarli.

 
  
  

Proposta di risoluzione RC-B7-0139/2010

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore di questa proposta di risoluzione al fine di esprimere il mio cordoglio per le vittime e la mia solidarietà ai loro familiari e amici in ambedue le catastrofi naturali che hanno gravemente colpito diversi Stati membri e regioni.

Vorrei pertanto ribadire che è fondamentale per l’Europa formulare una pronta risposta a tali eventi, segnatamente attivando il fondo di solidarietà europeo, dando dunque prova della sua solidarietà agli interessati.

In questo momento è importante prestare particolare attenzione alle regioni insulari e ultraperiferiche che, oltre ai loro ostacoli permanenti, ora devono riemergere dalla devastazione di infrastrutture e beni a livello personale, commerciale e agricolo, senza poter in molti casi riprendere subito le normali attività, soprattutto nelle regioni che dipendono quasi esclusivamente dal turismo, perché il ritratto degli eventi dipinto dai mezzi di comunicazione potrebbe avere un effetto deterrente nei confronti dei potenziali visitatori.

E’ dunque necessario esortare Consiglio e Commissione ad agire prontamente in maniera che il Consiglio rivaluti la proposta di rendere l’uso del fondo di solidarietà europeo più semplice, rapido e flessibile.

Analogamente è importante rivedere con gli Stati membri interessati i programmi europei e i fondi strutturali agricoli e sociali in modo da migliorare la risposta alle necessità derivanti da tali catastrofi.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sulle gravi calamità naturali che hanno colpito la regione autonoma di Madeira e gli effetti della tempesta Xynthia in Europa. Credo che l’Unione europea debba dare prova di solidarietà nei confronti di coloro che soffrono a causa di tali catastrofi. I disastri si sono abbattuti su regioni del Portogallo e della Francia occidentale, come anche su varie zone della Spagna, soprattutto Canarie e Andalusia, oltre a Belgio, Germania e Paesi Bassi. In Francia occidentale, la tempesta ha causato la morte di circa 60 persone e la scomparsa di molte altre, per non parlare della distruzione di diverse migliaia di abitazioni. La Commissione europea può sostenere finanziariamente le regioni colpite attraverso il fondo di solidarietà dell’Unione. E’ fondamentale che vi sia un senso di solidarietà tra Stati membri in caso di gravi calamità naturali, come pure vi deve essere coordinamento tra le autorità a livello locale, nazionale ed europeo nei loro sforzi per ricostruire le zone devastate. Non vanno altresì trascurate efficaci politiche di prevenzione. Dobbiamo garantire, sia adesso sia in futuro, che i fondi europei raggiungano le regioni disastrate il più rapidamente possibile per aiutare quanti sono stati ahimè vittime di catastrofi naturali.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. – (PT) Il 20 febbraio un fenomeno meteorologico senza precedenti si è verificato a Madeira provocando perlomeno 42 morti, 32 dispersi, 370 senzatetto e circa 70 feriti.

Il 27 e il 28 febbraio, nella Francia occidentale lungo la costa atlantica (Poitou-Charentes e Pays de la Loire), un’altra catastrofe ha provocato 60 morti, 10 dispersi e oltre 2 000 senzatetto. La tempesta ha inoltre isolato diverse regioni spagnole, specialmente Canarie e Andalusia.

Oltre alla sofferenza umana e psicologica, questi fenomeni meteorologici hanno provocato una distruzione generalizzata con ripercussioni sociali ed finanziarie estremamente gravi sulle attività economiche delle regioni. Molti hanno perso tutto ciò che avevano.

Ho votato a favore della proposta di risoluzione che esorta la Commissione a intraprendere immediatamente tutte le azioni necessarie per mobilitare il fondo di solidarietà dell’Unione europea nella maniera più flessibile e urgente possibile e nella misura massima possibile al fine di aiutare le vittime.

Vorrei ribadire l’esigenza di elaborare un nuovo regolamento per il fondo di solidarietà basato sulla proposta della Commissione per affrontare i problemi causati dalle calamità naturali in maniera più agile ed efficace.

 
  
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  Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) La tempesta che ha devastato Madeira il 20 febbraio ha causato perdite umane e materiali enormi nella regione di Madeira. Il ruolo dell’Unione è fondamentale perché può contare su meccanismi e strumenti a sua disposizione, come il fondo di solidarietà, i fondi strutturali – il fondo europeo di sviluppo regionale e il fondo sociale europeo – e il fondo di coesione, che devono essere attivabili e applicabili in maniera rapida, flessibile e semplificata. Accolgo con favore la proposta di risoluzione in cui si chiede alla Commissione europea, non appena riceve una richiesta dal governo portoghese, di intraprendere le azioni necessarie per mobilitare il fondo di solidarietà dell’Unione europea con la massima urgenza e flessibilità e nella massima misura possibile. Mi appello alla solidarietà delle istituzioni dell’Unione europea affinché applichino in maniera rapida e flessibile il fondo di coesione rammentando lo stato speciale di Madeira, regione insulare e ultraperiferica dell’Unione. Mi rivolgo altresì alla buona volontà della Commissione europea per quanto concerne la negoziazione della revisione dei programmi operativi regionali INTERVIR+ (FESR) e RUMOS (FSE), nonché la sezione su Madeira del programma operativo tematico per la valorizzazione territoriale (fondo di coesione).

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. − (EN) Ho votato a favore del documento e sono stata molto lieta che il parlamento abbia approvato la proposta. A seguito di circostanze meteorologiche analoghe, forse meno gravi, che hanno colpito l’Irlanda con inondazioni e più recentemente nevicate, so quanto profondamente incidano tali tragedie su famiglie e cittadini dell’Unione ed è importante che il nostro Parlamento agisca per aiutare in tutti i modi possibili.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. – (PT) La catastrofe naturale che si è abbattuta su Madeira il 20 febbraio ha lasciato una scena di desolazione con grande sofferenza umana e generale distruzione, oltre a devastanti conseguenze per le strutture economiche e produttive locali.

A distanza di una settimana, un’altra catastrofe naturale – la tempesta Xynthia – ha avuto ripercussioni terribili su una regione della Francia occidentale e diverse regioni della Spagna.

Vorrei unirmi al sentimento di cordoglio ed esprimere solidarietà a chi è stato vittima della tragedia subendo perdite umane e materiali.

E’ fondamentale prestare assistenza alla gente e ricostruire infrastrutture, strutture pubbliche e servizi essenziali.

E’ vero che il fondo di solidarietà può essere erogato soltanto dopo aver espletato le procedure per mobilitarlo una volta ottenuta la corrispondente approvazione di Consiglio e Parlamento. Tuttavia, nell’attuale situazione, è molto difficile chiedere di attendere a persone che stanno affrontando difficoltà enormi per ristabilire la normalità. Chiediamo dunque la massima urgenza e flessibilità sia nella messa a disposizione dei fondi sia nell’adozione di misure eccezionali per aiutare Madeira.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. − (PT) Il 20 febbraio su Madeira si è abbattuta una catastrofe con piogge torrenziali senza precedenti, forti venti e onde devastanti con almeno 42 morti, parecchi dispersi, centinaia di senzatetto e decine di feriti. Vorrei sottolineare gli sforzi immediati profusi dal governo regionale di Madeira e dalle sue istituzioni nella loro risposta rapida e coordinata alla tragedia. Il 27 e il 28 febbraio 2010 nella Francia occidentale, soprattutto le regioni di Poitou-Charentes e Pays de la Loire – si è verificata una violentissima tempesta distruttiva, soprannominata Xynthia, che ha provocato oltre 60 morti, numerosi dispersi e migliaia di senzatetto. Di fronte alla gravità di queste tragedie, desidero esprimere il mio profondo cordoglio e la mia più sentita solidarietà a tutte le regioni colpite, porgendo le mie condoglianze alle famiglie delle vittime e rendendo il dovuto tributo alle squadre di ricerca e soccorso. Mi rivolgo alla Commissione affinché, appena dovesse giungerle richiesta dallo Stato membro interessato, inizi a compiere tutti i passi necessari per mobilitare il fondo di solidarietà dell’Unione europea nella massima misura possibile. Nel valutare tali richieste, la Commissione dovrà tener conto della specificità delle singole regioni, specialmente della fragilità delle regioni isolate e periferiche.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. – (FR) Ho avallato la proposta di risoluzione sulle azioni da intraprendere a seguito del devastante e letale passaggio della tempesta Xynthia sul nostro territorio perché, oltre a ricercare le colpe, dobbiamo soprattutto dar prova di solidarietà europea in maniera da sostenere le vittime della catastrofe, che ha colpito diversi paesi europei. Non soltanto dobbiamo svincolare il fondo di solidarietà, ma gli aiuti devono anche provenire dal fondo di coesione, dal fondo europeo di sviluppo regionale, del fondo sociale europeo e del fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Da ultimo, dobbiamo incoraggiare le compagnie di assicurazione affinché intervengano con la massima celerità possibile e successivamente trarre lezioni da tali avvenimenti rispetto alla concessione di permessi edilizi.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE), per iscritto. – (PL) Ho avallato la proposta di risoluzione sulla grave calamità naturale che ha colpito la regione autonoma di Madeira e gli effetti della tempesta Xynthia in Europa. Concentriamoci però su Madeira perché è stata la catastrofe che ha provocato le maggiori perdite. Stiamo creando una comunità grande e forte per molte ragioni, ma anche per poterci aiutare reciprocamente nel momento del bisogno. Oggi Madeira e altre regioni hanno bisogno perché sono state duramente colpite dagli effetti devastanti della tempesta. E’ nostro dovere aiutare coloro che hanno bisogno del nostro aiuto. Spero che la proposta di risoluzione contribuisca all’effettiva eliminazione degli effetti della tragedia. Manifesto la mia più profonda solidarietà a tutte le vittime e le loro famiglie. Grazie.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. – (FR) Nelle ultime settimane varie regioni dell’Unione sono state colpite da calamità naturali: Madeira, poi Francia occidentale e varie regioni della Spagna. Le conseguenze umane e materiali causate dalla violenza di tali fenomeni meteorologici hanno profondamente impressionato i membri di questo Parlamento. Ciò spiega la proposta di risoluzione sulle catastrofi naturali oggi votata in Aula che esprime la nostra più profonda solidarietà e il nostro cordoglio alle vittime delle regioni devastate. La solidarietà umana deve riflettersi in termini economici nella mobilitazione del fondo di solidarietà dell’Unione europea e altri progetti finanziati dalla Comunità. Tuttavia, per ciò che riguarda il fondo di solidarietà, mi corre l’obbligo di sottolineare come l’attuale regolamento non consenta una risposta sufficientemente flessibile e rapida; esiste l’opportunità di modificare il regolamento e ora spetta al Consiglio avanzare al riguardo. Ho inoltre votato a favore dell’emendamento a sostegno della proposta formulata dal commissario Barnier nel 2006 di creare una forza di protezione civile europea. Mi rammarico per il fatto che non sia stata adottata. L’attuazione di tale proposta migliorerebbe la capacità di risposta alle crisi dell’Unione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La recente catastrofe naturale che si è abbattuta su Madeira ha lasciato l’isola in uno stato di caos. Altre regioni in Europa sono state parimenti devastate dall’impatto della tempesta Xynthia. L’Unione dovrebbe contribuire senza riserve a uno sforzo comune per esprimere solidarietà, mobilitando a tal fine il fondo di solidarietà dell’Unione. Il fondo è stato istituito con lo scopo di erogare assistenza finanziaria urgente agli Stati membri colpiti da calamità naturali.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Il 20 febbraio una grave catastrofe naturale con piogge torrenziali senza precedenti, accompagnata da una violentissima tempesta e marosi, ha colpito Madeira, provocando almeno 42 morti e molti dispersi. Centinaia di persone sono inoltre rimaste senza casa. Quale giorno dopo, la devastante tempesta Xynthia ha percorso la costa atlantica francese causando quasi 60 morti, specialmente nelle regioni di Poitou-Charentes, Pays de la Loire e Bretagna. Anche lì i dispersi sono molti.

Migliaia di persone sono rimaste senzatetto. Essendo a favore delle misure contenute nella proposta di risoluzione comune affinché l’Unione aiuti finanziariamente tali paesi e regioni, ho votato a favore della proposta nel suo complesso. Occorre in particolare garantire che il fondo di solidarietà dell’Unione sia mobilitato in maniera rapida e flessibile.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. – (PL) Ho votato a favore dell’adozione della proposta di risoluzione del Parlamento europeo RC-B7-0139/2010. Le catastrofi ecologiche e le calamità naturali fanno sempre più parte della nostra esistenza. I pericoli derivanti dai cambiamenti intervenuti a livello ambientale sono aumentati negli ultimi decenni e dovremmo fare quanto in nostro potere per evitarli.

L’Unione europea, con i suoi 27 Stati membri e mezzo miliardo di cittadini, deve affrontare non soltanto il fenomeno del cambiamento climatico e ambientale, ma anche preoccuparsi dei suoi cittadini e garantire loro le migliori condizioni di sopravvivenza possibili dopo una crisi. I nostri sforzi, però, non devono soltanto concentrarsi sugli aiuti prestati dopo l’evento. Un motivo fondamentale per il quale esiste l’Unione europea è dare ai suoi cittadini un senso di sicurezza. A tal fine, le istituzioni comunitarie competenti devono intraprendere passi specifici per sovrintendere alle regioni e alle loro capacità di condurre azioni preventive.

Per affrontare il più rapidamente possibile gli effetti della tempesta Xynthia dovremmo mobilitare il fondo di solidarietà dell’Unione e aiutare tutti coloro che hanno subito perdite a seguito della catastrofe. Eventi avversi dolorosi che colpiscono altri dovrebbero sempre esortarci a intraprendere azioni effettive di solidarietà nei confronti delle vittime. Dimostriamo che ciò vale anche nelle presenti circostanze.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. − (EN) Mi sono astenuto all’atto della votazione sulla risoluzione concernente la grande catastrofe naturale nella regione autonoma di Madeira e le conseguenze della tempesta Xynthia in Europa (RC-B7-0139/2010) perché due dei nostri principali emendamenti sono stati respinti e più specificamente l’emendamento in cui si faceva riferimento al fatto che in Francia si è autorizzata la costruzione su pianure alluvionali e zone inondabili naturali, per cui la speculazione edilizia ha portato a edificare zone vulnerabili, e l’emendamento in cui si affermava che tutti i fondi comunitari per l’attuazione di tali piani, specialmente quelli attinti da fondi strutturali, FEASR, fondo di coesione e fondo di solidarietà europeo, dovrebbero essere subordinati a misure di sostenibilità.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. – (RO) Vorrei esordire manifestando la mia solidarietà alle famiglie delle vittime delle catastrofi naturali che hanno colpito Madeira e delle vittime della tempesta Xynthia. Le calamità naturali sono diventate un evento sempre più frequente, dovuto al cambiamento climatico. Per questo dobbiamo fare in modo che l’Unione europea sia pronta a rispondere nella maniera più rapida ed efficiente possibile.

Ho votato a favore della proposta di risoluzione del Parlamento europeo che esorta la Commissione a vagliare la possibilità di aumentare il tasso di cofinanziamento comunitario per i programmi operativi regionali. Nessuno Stato membro è in grado di far fronte da solo a catastrofi naturali di notevole gravità. Per questo la Commissione europea deve adeguare il fondo di solidarietà europeo in maniera da garantire che gli Stati membri colpiti da disastri possano accedere a tale fondo in maniera più rapida ed efficiente.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Questa proposta di risoluzione esprime la necessità di fornire assistenza alle regioni europee recentemente teatro di catastrofi naturali, come la regione autonoma di Madeira. Le violente piogge che si sono abbattute su Madeira il 20 febbraio, oltre alle gravi conseguenze a livello umano, hanno ucciso 42 persone, ferito diverse altre e lasciato parecchie persone senzatetto, senza contare le incalcolabili ripercussioni e i gravi danni materiali.

In tale contesto, è fondamentale mobilitare assistenza per le regioni colpite affinché possano riprendersi dalle conseguenze economiche e sociali dei disastri. Vorrei in particolare sottolineare la fragilità delle regioni insulari e ultraperiferiche, come è Madeira, dove la specificità dell’economia e della situazione sociale rende fondamentale prestare la migliore assistenza possibile.

Ribadisco la necessità di esortare la Commissione europea a mobilitare il fondo di solidarietà in maniera flessibile, nonché rivedere i programmi regionali finanziati dal fondo di coesione al fine di adeguarli ai requisiti emersi dalla tragedia.

Parimenti importante sarebbe rivedere il finanziamento stanziato per il 2010 a favore di specifici progetti conformemente alle norme generali dei fondi strutturali per il 2007-2013.

Vista la portata della catastrofe naturale che ha colpito Madeira e le sue incancellabili conseguenze, nonché gli effetti della tempesta Xynthia, ho votato a favore del documento presentato.

 

10. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 

(La seduta, sospesa alle 12.30, è ripresa alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WIELAND
Vicepresidente

 

11. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale.
Video degli interventi

12. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto(discussione)
Video degli interventi

12.1. Il caso di Gilad Shalit
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione circa casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (articolo 122 del regolamento), iniziando dal caso di Gilad Shalit (quattro(1) proposte di risoluzione).

 
  
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  Bastiaan Belder (IND/DEM), autore. − (NL) Signor Presidente, grossomodo alle 8 di questa mattina, qui, in Parlamento, ho consultato il sito web dedicato a Gilad Shalit e un fatto doloroso ha immediatamente catturato la mia attenzione: per 1355 giorni, 3 ore, 12 minuti e 37 secondi, a Gilad, sequestrato, è stato negato ogni contatto con suo padre, sua madre, suo fratello e sua sorella. Tuttavia, lo stesso sito web cita anche un passaggio del libro di Geremia: “C’è speranza per la tua discendenza”, dice l’Eterno; “i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini”. Noam Shalit, con noi qui oggi, ripone la sua speranza e la sua fiducia in questo Parlamento, come nel Dio di Israele, per ottenere la liberazione del suo adorato figlio.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi dibattiamo il caso di Gilad Shalit. Durante una riunione speciale con la delegazione israeliana ieri pomeriggio, ho già assicurato a Noam Shalit che la sua causa, il rilascio di Gilad Shalit, è anche la nostra. Facciamo in maniera che questa discussione e questa risoluzione ne siano chiari segni, il che ovviamente richiede un seguito da parte dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri. Ieri mattina ho parlato di questo personalmente con la baronessa Ashton. Il caso di Shalit è la nostra causa, una causa europea.

Onorevoli colleghi, vi invito a restare fedeli a questa causa anche nell’immediato futuro. Conto su di voi. Lasciamo che l’Europa faccia la differenza in Medio Oriente. Insieme a Noam Shalit e alla sua famiglia, attendiamo con ansia che si compia per Shalit la preghiera rabbinica, salmo 126, versetto 1: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare”.

 
  
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  Frédérique Ries, autore. − (FR) Signor Presidente, signor Commissario, Gilad Shalit aveva 19 anni quando è stato rapido in un attacco sferrato da Hamas in prossimità di Gaza; non a Gaza, ma in Israele, in un kibbutz dove era di stanza la sua unità.

Da quasi quattro anni questo giovane vive in una cella senza il diritto di ricevere visite, medici, avvocati, lettere. Nessun processo. Nessuna convenzione di Ginevra per lui. Nulla. Questo giovane erroneamente definito un soldato sta semplicemente portando a termine il servizio militare, come tutti i giovani del suo paese.

E’ un ragazzo piuttosto schivo, come suo padre peraltro, che abbiamo incontrato in varie occasioni e oggi abbiamo il piacere di accogliere nuovamente in questa Camera, un ragazzo che amava la matematica e il calcio, un giovane che sarebbe tornato alla vita civile se, ovviamente, non avesse vissuto, come ormai da quattro anni, in un tugurio, tagliato fuori dal resto del mondo e dalla sua famiglia.

Signor Commissario, questo pomeriggio non voglio parlarle di politica; non voglio parlarle di Medio Oriente, conflitti, negoziazioni o scambi di prigionieri. Il nostro Parlamento è oggi unanime nel chiederle aiuto per un giovane, un giovane israeliano, un giovane francese, un giovane europeo, affinché possa tornare a causa.

Per questo, insieme ai coautori della risoluzione e ai membri di sei partiti politici, gli onorevoli Essayah, Cohn­Bendit, Howitt, Tannock e Belder, che è intervenuto poc’anzi, scrivo oggi alla baronessa Ashton.

Rivolgiamo alla baronessa Ashton un accorato appello affinché, recandosi in Israele e a Gaza il prossimo mercoledì, eserciti tutta la sua influenza nel chiedere la liberazione di Gilad Shalit, quell’influenza che le conferisce il mandato dalla nostra odierna risoluzione, l’influenza di 500 milioni di cittadini europei che in quest’Aula rappresentiamo.

(Applausi)

 
  
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  Proinsias De Rossa, autore. − (EN) Signor Presidente, apprezzo questa risoluzione interpartita in cui si chiede la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit trattenuto contro la sua volontà dal 2006 dall’ala militare di Hamas. Concordo con il padre di Gilad, il quale ha domandato che il caso di suo figlio sia trattato come una questione umanitaria e non trasformato in un affare politico. Nella foga della discussione politica non dobbiamo mai perdere di vista la sofferenza di israeliani e palestinesi i cui amati sono stati strappati alla famiglia nel conflitto.

Le convenzioni di Ginevra devono essere rispettate da tutte le parti. E’ assolutamente inaccettabile che a Gilad Shalit sia stato negato il diritto di prigioniero di guerra che secondo relazione Goldstone categoricamente gli spetta. La sua famiglia non ha informazioni sul suo stato di salute, né fisica né mentale.

Nel contempo, dei 7 200 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anch’essi trattenuti in violazione delle convenzioni di Ginevra, 1 500 sono ormai in carcere da un tempo indefinito e 13 hanno scontato già una condanna di 25 anni. Quarantaquattro sono minori, mentre 23 membri del consiglio legislativo palestinese sono detenuti quale rappresaglia per la cattura di Gilad Shalit. Anche in questo caso Goldstone è chiaro: tali detenzioni di membri del consiglio sono contrarie al diritto internazionale.

Solleverò tali questioni dinanzi all’assemblea parlamentare Euromed in Giordania questo fine settimana. Esorto la baronessa Ashton, durante la sua imminente visita nella regione, a esercitare pressioni sulle autorità israeliane e palestinesi, anche a Gaza, per il rilascio di Gilad Shalit, nonché dei bambini palestinesi e dei membri del consiglio legislativo palestinese, garantendone il ricongiungimento immediato e sicuro con le rispettive famiglie.

 
  
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  Charles Tannock, autore. − (EN) Signor Presidente, il caporale Gilad Shalit è tenuto in ostaggio dai fanatici jihadi di Hamas da più di tre anni. Hamas sostiene di essere un interlocutore legittimo che osserva le convenzioni di Ginevra e pertanto si tratterebbe di un prigioniero di guerra, ma Israele, a mio parere giustamente, lo considera un sequestrato sin dal momento in cui è stato rapito. Prescindendo dallo stato giuridico e dal diritto internazionale, Gilad Shalit è stato tenuto in isolamento a Gaza, privato di qualsiasi contatto con il mondo esterno, anche con la Croce rossa, a dispetto di quanto disposto dalle convenzioni di Ginevra. La sua famiglia non ha alcuna informazione sul suo stato di salute, a parte un video e qualche sporadica indicazione di Hamas secondo cui sarebbe ancora vivo e starebbe bene.

Se Hamas desidera che le sue richieste siano prese seriamente in considerazione dalla comunità internazionale, ora dovrebbe perlomeno dimostrare inequivocabilmente che le condizioni della sua incarcerazione rispettano le leggi umanitarie internazionali.

Noi però chiediamo più di questo. Chiediamo la sua liberazione immediata e incondizionata. Non ho mai nascosto la mia opposizione al dialogo con i terroristi di Hamas, organizzazione impegnata nell’annientamento di Israele, ma se dobbiamo avere a che fare con Hamas, ciò potrà accadere soltanto dopo che Gilad Shalit sarà stato liberato dalla sua squallida prigionia.

 
  
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  Sari Essayah, autore. − (EN) Signor Presidente, solitamente quando questa Camera adotta una risoluzione che ha anche il minimo collegamento con la situazione in Medio Oriente, è difficile che tutti siano concordi. Stavolta è diverso, grazie ai colleghi che lo hanno reso possibile.

La situazione di Gilad Shalit è una questione umanitaria e la nostra risoluzione comune sottolinea il fatto che, da quando è stato preso in ostaggio quasi quattro anni fa, è stato tenuto in un luogo sconosciuto a Gaza, dove non ha potuto avvalersi dei diritti di base previsti dagli standard umanitari, tra cui la terza convenzione di Ginevra. E’ da questa prospettiva umanitaria che chiediamo il rilascio immediato di Gilad Shalit. Nel frattempo, il prerequisito minimo è che la Croce rossa e i genitori di Shalit possano mettersi in contatto con lui.

Il valore di un essere umano non è quantificabile. E’ incommensurabile. Gilad Shalit non può essere reso merce di scambio dall’organizzazione terrorista Hamas. Deve essere immediatamente liberato. Questo è il messaggio che vorremmo che l’alto rappresentante, baronessa Ashton, recasse con sé a Gaza nella sua imminente visita.

 
  
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  Takis Hadjigeorgiou , autore. – (EL) Signor Presidente, ieri io e altri membri abbiamo partecipato alla quale era presente il padre di Shalit e devo dire che è impossibile non essere colpiti dalla tragedia della sua famiglia. Per questo la nostra posizione è che Gilad Shalit, membro delle forze armate israeliane arrestato in territorio israeliano il 24 giugno 2006, risponda ai criteri per essere considerato prigioniero di guerra ai sensi della terza convenzione di Ginevra.

In quanto tale, gli dovrebbe essere concesso un trattamento umanitario e permesso di comunicare. Alla Croce rossa internazionale si dovrebbe consentire di visitarlo e la sua famiglia dovrebbe avere ogni diritto di essere informata della sua situazione, oltre che ovviamente di vederlo. Nel contempo, esprimiamo il nostro convincimento e il nostro desiderio che venga rilasciato.

Nondimeno, senza nulla togliere a quanto ho appena affermato, riteniamo decisamente apolitica l’idea secondo cui la questione potrebbe essere scissa da quella di una serie di altri palestinesi detenuti. La loro presenza in carcere è anch’essa una questione umanitaria. Penso che stiamo dando false speranze alla famiglia di Gilad Shalit se pensiamo che concentrandoci come Parlamento unicamente sul rilascio di una specifica persona, per la quale, lo ribadisco, la nostra richiesta è che venga liberata, raggiungeremo un qualsivoglia risultato.

Il fatto che decine di sedicenni palestinesi sono in prigione non è una questione umanitaria? Come è possibile distinguere le due questioni? Non possiamo non menzionare il fatto che la stessa Gaza – come qualcuno ha detto poc’anzi Gilad Shalit vive in un tugurio e di fatto così è – è un immenso tugurio. Un milione e mezzo di palestinesi vi abitano in un tugurio collettivo. Le carceri israeliane ospitano 7 200 palestinesi; 270 sono minori dai 16 ai 18 anni e 44 di loro ne hanno meno di 16. Settecentocinquantamila palestinesi sono stati arrestati e detenuti dal 1967.

Chiediamo dunque il rilascio di Shalit, ma riteniamo apolitico credere che tale obiettivo possa essere conseguito scindendo il suo caso dal quadro generale esistente in Palestina.

Per concludere, vorrei aggiungere che l’unico luogo al mondo con un ministero per i detenuti è la Palestina. Esprimo nuovamente il nostro affetto e la nostra solidarietà alla famiglia confidando nella possibilità che il problema possa essere risolto a breve.

 
  
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  Nicole Kiil-Nielsen, autore. − (FR) Signor Presidente, la risoluzione sul caporale Gilad Shalit, oggi all’esame del Parlamento, integra le tante risoluzioni precedentemente adottate dalla Camera sulla situazione dei diritti umanitari in Medio Oriente.

Il caporale Gilad Shalit, tenuto in ostaggio da 1 355 giorni, deve essere rilasciato il prima possibile. Chiediamo e speriamo molto sinceramente che sia liberato. Il giovane franco-palestinese, Salah Hamouri, detenuto dalle autorità israeliane dal 13 marzo 2005, deve essere liberato anch’egli. I bambini incarcerati in Israele in violazione delle disposizioni del diritto internazionale e delle convenzioni sui diritti dell’infanzia, devono essere rilasciati. I militanti della resistenza popolare non violenta contro l’occupazione, come Abdallah Abu Rahmah di Bil’in, devono essere rimessi in libertà. I rappresentanti eletti, i membri del consiglio legislativo palestinese, tra cui Marwan Barghouti, devono essere scarcerati.

E’ tempo che l’Unione insista con forza affinché i diritti umani e il diritto internazionale siano rispettati in Medio Oriente. Le soluzioni non stanno nel predominio esercitato in condizioni violente e repressive, come nel caso dell’assassinio del leader di Hamas a Dubai, che condanniamo, non da ultimo perché rende ancora più difficile garantire il rilascio di Gilad Shalit.

 
  
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  Elena Băsescu, a nome del gruppo PPE. – (RO) Signor Presidente, questa è la seconda volta nelle ultime due settimane che intervengo in merito a Gilad Shalit in plenaria e mi compiaccio per gli sforzi congiunti profusi dai miei colleghi sfociati nell’odierna risoluzione. Il caso di Gilad Shalit dimostra la particolare preoccupazione che l’Unione europea nutre nei confronti della situazione umanitaria a Gaza. I diritti di Gilad, sanciti dalla convenzione di Ginevra, non possono essere subordinati al conflitto israelo-palestinese. Il padre di Gilad Shalit ha infatti ripetutamente confermato che né lui né la sua famiglia si occupano di politica. Non hanno scelto di trovarsi ora in questa situazione. Lo scenario ideale per noi europei consisterebbe in due Stati che coesistono in pace e sicurezza.

I negoziati per il rilascio di Gilad sono in corso sin dal 2006 attraverso vari intermediari. Di fatto è emersa soltanto una proposta estremamente controversa che prevede lo scambio di Gilad a fronte di 1 000 prigionieri palestinesi. Gilad e la sua famiglia hanno bisogno del nostro aiuto.

Grazie infinite.

 
  
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  Olga Sehnalová, a nome del gruppo S&D. – (CS) Signor Presidente, il caso di Gilad Shalit è diventato simbolo dell’infinita disperazione frustrazione in Medio Oriente. Ciò vale sia per la gente che vive lì sia per la comunità internazionale impegnata nell’area. Gilad Shalit è un ostaggio con un nome, del quale seguiamo solidali con preoccupazione il travagliato destino. Il popolo del Medio Oriente è un ostaggio senza nome di questo conflitto senza fine. Occhio per occhio, dente per dente. Oppure vi è un’altra speranza per Gilad e tutte le altre vittime?

Tutti gli standard del diritto internazionale non potranno mai compensare ciò che disperatamente si percepisce così poco in questo conflitto: un appello all’umanità. Cercare di abbandonare la visione geopolitica del mondo in cui gli esseri umani e il loro destino sono manipolati come carte da gioco. Cercare di mettersi nei panni delle famiglie delle vittime e di tutti gli indigenti e i detenuti innocenti.

Che cosa impedisce dunque la liberazione di Gilad Shalit e tutti coloro la cui colpa non è stata accertata al di là di ogni ragionevole dubbio dai tribunali? Per non parlare dell’incoraggiamento di quanti vogliono vivere in pace. La chiave della pace è la fiducia, il compromesso e il coraggio di difendere la pace contro tutti coloro che sono implacabili. Vi chiedo di compiere il primo passo.

 
  
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  Margrete Auken, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DA) Signor Presidente, lo scopo del nostro dibattito oggi, in tutta onestà, è dare un nome e un volto alla sofferenza, dimostrando in tal modo la nostra solidarietà e compenetrazione. In tal senso, è di fatto molto opportuna la scelta di Gilad Shalit come argomento per la nostra odierna discussione poiché ciò ci consentirà di estendere la nostra solidarietà ad altri in maniera da poterci compenetrare nella loro sofferenza e quella delle loro famiglie. Vi sono migliaia di palestinesi detenuti in condizioni assolutamente inaccettabili, il che è contrario alle norme internazionale da ogni punto di vista, una situazione difficile per loro tanto quanto quella in cui vivono Gilad Shalit e i suoi familiari. Dobbiamo adoperarci al meglio per affrontare seriamente il problema e la mia impressione è che tutti noi in quest’Aula siamo pronti a farlo. La questione qui non riguarda un solo prigioniero, bensì migliaia di prigionieri vittime di questo grave conflitto.

Aggiungerei un’ulteriore considerazione: è importante affrontare direttamente la causa di tale sofferenza e rendersi conto che, se non si agisce, non solo in merito all’assedio di Gaza, bensì anche all’occupazione della Palestina nel suo complesso, se non si crea una soluzione a due Stati, che penso tutti chiediamo e vogliamo, non vi sarà futuro per i due popoli. Ritengo che questo sia un modo realmente proficuo per ricercare una soluzione comune e spero che la baronessa Ashton metta l’Unione europea in una posizione in cui non soltanto debba pagare, pagare e ancora pagare, ma possa anche, ogni tanto, far sentire la propria voce.

 
  
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  Louis Bontes (NI). – (NL) Signor Presidente, il 25 giugno 2006, un coscritto dell’esercito israeliano, il caporale Gilad Shalit, è stato sequestrato a seguito di un’infiltrazione terrorista dalla Striscia di Gaza. Da allora è ostaggio di Hamas. Hamas ha tenuto Shalit completamente tagliato fuori dal mondo esterno. E’ stato incarcerato nella più profonda oscurità e neanche la Croce rossa può vederlo.

Il caso di Shalit dimostra ancora una volta come Europa e Israele siano dalla stessa parte. Forze islamiche barbariche stanno ingaggiando una guerra senza esclusione di colpi contro la civiltà occidentale. Israele è in prima linea. In Israele come in Europa ogni vita umana conta. Per i terroristi islamici la vita umana non conta nulla, o meglio una vita umana vale migliaia di vite perché Hamas chiede che in cambio di Shalit Israele rilasci 1000 prigionieri, tra cui molti terroristi assassini.

E’ importante ottenere la liberazione di Shalit, ma senza che Israele debba rilasciare in cambio terroristi. Dopo tutto, in passato abbiamo visto dove portano scambi del genere: l’euforia della vittoria per terroristi, loro seguaci e leader, e inevitabilmente più terrore. Non possiamo permettere che la gente sfrutti il terrorismo e sarebbe irresponsabile incoraggiare Israele a rispondere al sequestro con uno scambio perché il prossimo ostaggio di Hamas potrebbe essere venire da Parigi, Amsterdam o Bruxelles. In quale posizione ci troveremmo in tal caso?

Occorre immediatamente rovesciare la situazione: è Hamas, non Israele, a dover pagare per aver preso in ostaggio Gilad Shalit, un europeo. Il prezzo dovrebbe essere così alto da indurre una liberazione spontanea. In tal senso, chiediamo che venga imposto un divieto assoluto di viaggio in Europa e al suo interno a tutti gli esponenti del regime di Hamas, anche quelli che non sono formalmente suoi alleati e non sono sulla lista europea dei terroristi.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE). – (EN) Signor Presidente, questo giovane è tenuto prigioniero da quasi 1 400 giorni nel totale disprezzo di qualunque norma internazionale senza avere contatti con alcuno, neanche la Croce rossa. Penso che il caso vada visto e risolto esclusivamente come tragedia umana. Sono incoraggiato dall’ampio sostegno manifestato dal Parlamento europeo alla discussione e dalla calda accoglienza riservata dai colleghi ieri al padre di Shalit.

Il caso di Shalit non deve diventare merce di scambio. Dovrà essere invece interesse di Hamas risolverlo per conquistare legittimazione nel processo di pace. Infatti, per concludere, la migliore prova di credibilità consisterebbe nel rilasciare incondizionatamente Gilad Shalit e nell’astenersi da ulteriori sequestri.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Signor Presidente, la risoluzione che stiamo discutendo oggi non è di natura politica e non stiamo cercando di risolvere il conflitto in Medio Oriente. Tutto ciò che vogliamo è che un innocente possa tornare da suo padre e dalla sua famiglia. Non so se i colleghi sono al corrente dell’esistenza di un’organizzazione chiamata Parents Circle. E’ un’organizzazione di famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso parenti nel conflitto. Oggi stiamo parlando di un singolo caso proprio perché non vogliamo che il padre di Gilad Shalit debba unirsi alle schiere di coloro che hanno perso le più care, i propri figli.

Ci appelliamo per il rilascio di un ostaggio perché non concordiamo con l’idea che il fine giustifichi i mezzi. Lottare per una causa giusta non legittima azioni universalmente ritenute sbagliate o atti terroristici. Le organizzazioni che vogliono conquistarsi la nostra approvazione, il nostro rispetto, non devono trattenere ostaggi.

(Applausi)

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Signor Presidente, anch’io desidero unirsi al coro di quanti hanno manifestato sostegno di chi, ieri e oggi, in Aula ha chiesto il rilascio di Gilad Shalit, esprimendo la mia solidarietà alla sua famiglia.

Dedico il mio intervento a coloro che forse si stanno ponendo la seguente domanda: “Perché una risoluzione sul caso di Gilad Shalit, perché adesso?” Altri colleghi ci hanno rammentato che presto saranno quattro anni che Gilad Shalit è tenuto in ostaggio in condizioni brutali e in violazione degli standard internazionali riconosciuti dalla terza convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Come chiunque di noi può immaginare, ogni giorno in più di prigionia comporta terribili sofferenze per Shalit e la sua famiglia.

Vorrei inoltre fornire un’ulteriore argomentazione a sostegno, segnatamente il fatto che Gilad Shalit è un cittadino europeo, è una vittima europea del terrorismo, e in questo giorno, giornata europea delle vittime del terrorismo, penso che non vi possa essere gesto più simbolico di questa risoluzione.

 
  
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  Ana Gomes (S&D). – (EN) Signor Presidente, in primo luogo vorrei lodare gli sforzi profusi dalla famiglia di Gilad Shalit per ottenere la sua liberazione che sosteniamo incondizionatamente. Questo è il messaggio che vogliamo trasmettere attraverso la nostra risoluzione. Riteniamo che, come sottolinea la relazione Goldstone, Gilad Shalit abbia realmente il diritto di essere considerato un prigioniero di guerra, come dovrebbero esserlo i prigionieri trattenuti da Israele, tra cui molti minori.

Noi vogliamo che tutti loro siano rilasciati. Vogliamo che Gilad Shalit e tutti i giovani e le giovani palestinesi siano liberati. Questa è di fatto l’unica via per instaurare la pace nella regione. Esortiamo dunque la baronessa Ashton ad adoperarsi al meglio per esercitare pressioni affinché Gilad Shalit e tutti gli altri palestinesi prigionieri di guerra siano rilasciati, specialmente i giovani che stanno subendo tale prigionia.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (ECR).(PL) Signor Presidente, il caso di Gilad Shalit riveste una dimensione personale particolare. E’ il caso tragico di un giovanissimo, la stessa età di mio figlio, e il caso tragico della sua famiglia. Non possiamo tuttavia pretendere che il caso non rientri anche in un contesto politico più ampio, che ci rende consapevoli del fatto che il film in bianco e nero spesso unilateralmente proiettato anche in Aula, il film in cui si parla di vittime soltanto da parte palestinese, non è di fatto molto obiettivo.

Penso che oggi dovremmo chiedere con estrema chiarezza il rilascio di questo giovane, ma anche ricordare che coloro che sparano missili contro Sderot sono responsabili della sua prolungata prigionia.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE). – (FI) Signor Presidente, come sappiamo, il contesto di questa risoluzione è rappresentato da una serie di circostanze molto delicate da un punto di vista politico. Ciò tuttavia non deve impedirci di adottare una risoluzione manifestamente umanitaria non edulcorata da osservazioni politiche generiche sulla situazione nel suo complesso.

Mi compiaccio per il fatto che la risoluzione ha mantenuto fede alla sua finalità iniziale. Intendo dunque votare a favore. La risoluzione sottolinea l’idea che tutte le parti coinvolte nella crisi in Medio Oriente debbano rispettare il diritto umanitario internazionale e la legislazione in materia di diritti umani. Spero che ottenga il fermo sostegno di questa Camera.

(Applausi)

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, il caso del soldato israeliano sequestrato, Gilad Shalit, è motivo di grande preoccupazione per l’Unione europea.

La mia ex collega commissario Ferrero-Waldner ha chiesto con urgenza il rilascio di Shalit proprio in quest’Aula già il 5 luglio 2006, meno di due settimane dopo la sua cattura. Negli anni e in varie occasioni, anche all’ultimo consiglio di associazione con Israele lo scorso giugno e nelle conclusioni del Consiglio “affari esteri” del dicembre 2009, l’Unione ha ribadito nuovamente la sua esortazione a coloro che trattengono Shalit a liberarlo senza indugio. Ci uniamo quindi alle odierne proposte del Parlamento che chiedono il suo rilascio.

E’ nostro parere, in linea con la valutazione di molte organizzazioni che operano per i diritti umanitari, che i termini e le condizioni della detenzione di Shalit siano contrari al diritto umanitario internazionale. Chiediamo dunque a coloro che lo tengono in ostaggio di rispettare tali obblighi e, in particolare, di concedere a delegati del comitato internazionale della Croce rossa di recarsi in visita da lui. Siamo infine al corrente delle attività di mediazione in corso, volte al rilascio di Gilad Shalit. Incoraggiamo tutti gli sforzi profusi in tale direzione ed esprimiamo la speranza che presto siano coronati da successo. Personalmente trasmetterò anch’io un chiaro messaggio da parte del Parlamento alla collega Ashton.

Ovviamente i nostri pensieri sono rivolti alla famiglia di Gilad Shalit. So che suo padre è venuto in Aula questa settimana e se ho ben capito ora è tra noi.

(Applausi)

Voglio rassicurarlo del fatto che i nostri pensieri e i nostri sforzi sono con lui come, ovviamente, con tutti gli altri che stanno subendo le conseguenze di questo lungo e perdurante conflitto.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà al termine della discussione.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Indrek Tarand (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Desidero esprimere il mio rammarico per la prigionia di Gilad Shalit. Il suo sequestro, come la detenzione di tutti gli altri prigionieri nell’area, è inaccettabile. La situazione deve essere modificata quanto prima. Credo che il rilascio di Shalit contribuirebbe al processo di pace in Medio Oriente nel suo complesso.

(FR) Per il resto la Francia ha appena deciso di inviare una nave da guerra classe Mistral in Russia; pensiamo che rimpiangerà sinceramente tale azione.

 
  

(1)Cfr. processo verbale.


12.2. Escalation della violenza in Messico
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su sette(1) proposte di risoluzione concernenti l’escalation della violenza in Messico.

 
  
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  Ramón Jáuregui Atondo, autore. − (ES) Signor Presidente, vorrei esordire affermando che il Messico è una grande democrazia progredita stabilmente negli ultimi 20 anni. Con il Messico, amico dell’Unione europea, condividiamo un accordo di partenariato strategico. Inoltre il Messico sta attualmente ingaggiando una guerra estremamente difficile contro il traffico organizzato di stupefacenti.

Oggi però in Aula parliamo del Messico nel contesto dei diritti umani perché vi è stato e continua a esservi un sensibile aumento della violenza, che interessa in particolare i messicani, e si sono registrate reiterate gravi denunce di violazioni dei diritti umani.

La risoluzione che i principali gruppi politici adotteranno qui oggi si basa sul rispetto e il consenso. Naturalmente vi si riconosce la situazione che ho appena descritto e si esorta il Messico a proseguire sulla via per instaurare lo Stato di diritto e la piena democrazia.

Si formulano però anche quattro importanti richieste: si invita il Messico a garantire il diritto a una stampa libera perché vi sono stati attacchi a giornalisti, offrire protezione alle organizzazioni che difendono i diritti umani perché tali gruppi sono stati attaccati e minacciati, assicurare protezione alle donne che subiscono violenze perché molte donne sono state uccise ed evitare impunità e abusi di potere da parte delle forze di polizia. Questo è quanto il Parlamento ha chiesto al Messico in uno spirito di amicizia che deriva da una relazione favorevole intrattenuta con il paese.

 
  
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  Renate Weber, autore. − (ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa settimana celebriamo la giornata internazionale della donna. In Parlamento abbiamo visto moltissimi poster in tutte le lingue dell’Unione in cui si asseriva che possiamo fermare la violenza contro le donne. Oggi parliamo di violenza in Messico e credo sia giusto riconoscere che le donne messicane, vittime indigene e non indigene, ricevono una protezione minima dalle autorità locali e federali.

Le donne messicane sono vittime di tutte le forme di violenza, da quella domestica a quella sessuale, per non parlare delle torture inflitte dall’esercito e dalla polizia. Sono inoltre vittime di assassini. Purtroppo, sinora la risposta delle autorità messicane è stata inefficace, ragion per cui possiamo affermare senza tema di essere smentiti che ci troviamo di fronte a un caso di pressoché totale impunità.

La nostra risoluzione esorta il governo messicano a combattere contro il femminicidio, termine duro, ma appropriato se si considera che quasi tutte le uccisioni che riguardano vittime di sesso femminile restano impunite. Per esempio, negli ultimi quattro anni, in Messico, soltanto l’11 per cento dei criminali che hanno assassinato quasi 700 donne è stato condannato.

Nel contempo, parrebbe che le donne siano le vittime preferite del sistema giudiziario. Non vi è altro modo di spiegare come sia stato possibile che due donne indigene, Alberta Alcántara e Teresa González, siano state condannate a 21 anni di reclusione e ora abbiamo trascorso più di tre anni in carcere per aver rapito, da sole, sei uomini dell’agenzia di investigazioni federale durante un incidente in un mercato. Speriamo che il giudice che prenderà una decisione in merito all’appello delle donne entro una settimana si renda conto di quanto ridicola e ingiusta sia la situazione.

Tuttavia, la violenza contro le donne inizia tra le mura domestiche. Confido nel fatto che i legislatori messicani presto apportino miglioramenti alla legge generale sull’accesso delle donne a una vita priva di violenze in maniera che le diverse forme di violenza e i meccanismi di applicazione delle leggi possano essere adeguatamente definiti. Sarebbe inoltre corretto considerare reati penali la violenza domestica e lo stupro nell’ambito del matrimonio.

Infine, affinché la società messicana possa cambiare e rifiutare la violenza contro le donne, è importante che le scuole affrontino la questione come aspetto fondamentale dell’educazione dei giovani.

 
  
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  Adam Bielan, autore. – (PL) Signor Presidente, per diversi anni ormai le autorità messicane, compreso innanzi tutto il presidente Felipe Calderón, hanno ingaggiato una guerra sanguinosa contro le bande di trafficanti di droga. Oltre 40 000 soldati sono stati coinvolti nella guerra e sono stati messi a segno diversi successi tra cui, indubbiamente, l’arresto dei capi dei cartelli Sinaloa e Juarez, la distruzione di più di 23 000 ettari di coltivazioni di oppio e 38 000 ettari di coltivazioni di marijuana, la chiusura di oltre 50 laboratori illegali che producevano narcotici e l’arresto di più di 45 000 individui implicati nel processo.

Dobbiamo prendere coscienza del fatto che i cartelli della droga messicani generano redditi annui per svariati miliardi di dollari, incomparabilmente più delle somme stanziate dal governo messicano per affrontare il problema dei narcotici. Pertanto le bande spendono somme ingenti per corrompere politici, giudizi e ufficiali di polizia. Proprio per questo le autorità stanno perdendo la guerra. Dal 2006 quasi 15 000 persone sono state uccise, di cui oltre 6 000 dallo scorso ottobre. I giornalisti sono particolarmente in pericolo, visto che più di 60 di loro hanno perso la vita, tra cui recentemente Jorge Ochoa Martínez.

Dobbiamo capire che senza coinvolgimento internazionale, il Messico non vincerà la guerra.

(Applausi)

 
  
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  Santiago Fisas Ayxela, autore. − (ES) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Messico ha un grave problema con il traffico di stupefacenti e la violenza associata alla droga. Per affrontare la situazione, il governo del presidente Felipe Calderón ha adottato una posizione dura volta a sradicare il fenomeno: il presidente ha infatti deciso di mobilitare temporaneamente le forze armate, decisione che ha avuto un notevole impatto sul numero di arrestati, la distruzione di stupefacenti e la confisca di armi. L’esercito ha accolto tutte le raccomandazioni della commissione nazionale per i diritti umani, anche quelle riguardanti l’opportunità di svolgere indagini a seguito di denunce in merito alla loro stessa condotta.

Il governo riconosce altresì il bisogno di apportare cambiamenti sostanziali nel campo della sicurezza e della giustizia e sta realizzando un’ambiziosa riforma del sistema giudiziario affinché divenga più trasparente e porti dinanzi ai tribunali chi commette reati, garantendo nel contempo il rispetto dei diritti umani.

Il gruppo PPE intende dare prova della propria solidarietà al popolo messicano nella lotta al traffico di stupefacenti e appoggia il presidente Calderón nella sua volontà di combattere la criminalità organizzata.

Vorrei infine esprimere personalmente soddisfazione per questo accordo che vede schierati insieme i principali gruppi politici del Parlamento.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat, autore. − (FR) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, dal 2007 si è registrato un costante aumento delle violazioni dei diritti umani in Messico.

Secondo mezzi di comunicazione e organizzazioni non governative messicane, oltre 6 500 assassini imputabili a cartelli della droga sono stati perpetrati nel solo 2009, la stragrande maggioranza dei quali nello Stato di Chihuahua. Il governo del presidente Calderón ha inviato migliaia di soldati nelle zone più gravemente colpite dal fenomeno.

Da allora, gli atti di violenza commessi da queste forze militari come anche dalle forze di polizia sono aumentati in un clima di totale impunità. Le organizzazioni non governative pubblicano sempre più relazioni e parlano di reati di Stato. Giornalisti, comunità locali e specialmente donne, sia indigene sia non, sono particolarmente a rischio. Ho incontrato alcune di queste donne di San Salvador Atenco; erano state stuprate e torturate dalle forze di polizia. Sono rimasta sconvolta dai loro racconti. Gli autori di tali atti commessi nel maggio 2006 godono ancora della totale impunità.

Non possiamo pertanto condividere le preoccupazioni delle autorità messicane, i cui agenti sistematicamente violano i diritti umani. Ne consegue che non appoggeremo la risoluzione comune e presenteremo…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Barbara Lochbihler, autore. – (DE) Signor Presidente, le immagini dell’uso brutale della violenza per strada nella cosiddetta guerra agli stupefacenti in Messico ci raggiungono regolarmente attraverso i mezzi di comunicazione di massa. L’uccisione di centinaia di donne, la maggior parte lavoratrici del nord del paese, sta facendo grande scalpore e ha portato a coniare il termine “femminicidio”. Il Parlamento europeo ha elaborato una propria relazione in merito. Nonostante sia al corrente del notevole aumento del numero delle violazioni gravi dei diritti dell’uomo, il governo messicano sembra non essere in grado o disposto a fare nulla al riguardo. Sottolineare l’indispensabile implacabilità nella lotta al trafficanti di droga non si sostituisce a un’azione coerente del governo. La considerevole espansione della presenza e del potere miliare, la competenza dei tribunali militari sui reati commessi da soldati, la pressoché totale impunità sono le cause reali dell’escalation della violenza nel paese. Anche la commissione nazionale messicana per i diritti umani ha ripetutamente documentato l’aumento dei reati violenti da parte dei militari.

Lo stesso governo non vuole ammettere la situazione e continuamente dissimula le circostanze. Ieri, per esempio, i mezzi di comunicazione hanno divulgato una storia secondo cui il ministero della difesa avrebbe pagato una notevole somma di denaro alle famiglie di vittime di violenze per comprarne il silenzio. Chi sono stati gli autori di tali violenze? Soldati. L’Unione europea deve occuparsi della lotta all’impunità in tutte le sue relazioni con il Messico. Vista la gravità delle violazioni dei diritti umani, è assolutamente fondamentale che l’Unione non aggiorni l’accordo globale con il paese e non dovrà farlo fintantoché non vi si sarà osservato un sostanziale miglioramento della situazione dei diritti umani.

 
  
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  Cristian Dan Preda, a nome del gruppo PPE. – (RO) Signor Presidente, l’escalation della violenza negli Stati messicani della zona lungo il confine con gli Stati Uniti, specialmente a Ciudad Juárez, è estremamente preoccupante. Negli ultimi mesi si sono registrati avvenimenti particolarmente sanguinosi poiché l’intervento delle autorità federali nella regione è stato anche accompagnato da un considerevole aumento del numero di reati legati al traffico di stupefacenti. Pertanto, la guerra ingaggiata contro i trafficanti di droga si somma a una guerra tra bande criminali rivali, il che sfocia in una serie di assassini di straordinaria brutalità.

Credo che il Messico sia un caso estremo che mette in luce tutta la difficoltà di intraprendere un’azione ferma contro la criminalità per salvaguardare la sicurezza nazionale. E’ estremamente importante che noi, qui, nel Parlamento europeo, trasmettiamo un segnale chiaro per sostenere gli sforzi profusi dal governo messicano al fine di sradicare la criminalità, migliorando in tal modo la situazione della popolazione civile.

Nel contempo, dobbiamo incoraggiare le autorità messicane a proseguire le riforme vitali avviate nel campo del consolidamento dello Stato di diritto, specialmente la riforma del sistema giudiziario e penale.

Grazie.

 
  
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  Ana Gomes, a nome del gruppo S&D. – (PT) Signor Presidente, la violenza in Messico è legata al traffico di stupefacenti e alle disparità sociali aggravate dalla crisi economica. E’ fondamentale combattere l’impunità. E’ essenziale investire nel sistema giudiziario per cercare di punire i criminali e garantire protezione a testimoni e vittime, molti dei quali sono lavoratrici catturate nell’ondata di violenza dai trafficanti di droga.

E’ sconvolgente che Juárez sia la capitale mondiale del femminicidio, ma ancora più sconvolgente è la cultura machista che spiega l’inazione delle autorità nel perseguire i responsabili di tali reati e proteggere i difensori dei diritti umani, tra cui i giornalisti.

L’Europa deve avvalersi del partenariato strategico con il Messico per supportare costruttivamente tutti coloro che combattono per i diritti umani. Si tratta delle stesse persone che lottano per difendere lo Stato di diritto e la democrazia. Senza diritti umani, infatti, non vi può essere né Stato di diritto né democrazia.

 
  
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  Ryszard Czarnecki, a nome del gruppo ECR. – (PL) Signor Presidente, in questa Camera un attimo fa ho udito un appello a non firmare l’intesa con le autorità messicane. Non comprendo il suggerimento. Dopo tutto elogiamo il presidente del Messico, e lo hanno fatto anche alcuni colleghi che mi hanno preceduto, per la sua lotta risoluta contro i baroni della droga e la mafia. Dovremmo pertanto lodare le autorità messicane per la loro azione, sottolineando al tempo stesso, naturalmente, che non dovrebbero gettare il bambino con l’acqua sporca e in questa lotta dovrebbero sempre cercare di rispettare i diritti umani. Questo è ovvio. Dobbiamo comprendere la situazione di un paese che da decenni combatte contro grandi organizzazioni criminali e mafiose. Se il presidente del paese dichiara guerra in tale ambito, è necessario che possa contare su un sostegno incondizionato. Resta il fatto, ovviamente, che abbiamo anche parlato di giornalisti e altre vittime. Va pertanto sottolineato che tali persone non dovrebbero essere oggetto di discriminazione.

 
  
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  Rui Tavares, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, onorevoli colleghi, proprio questa mattina il sindacato messicano degli elettricisti è stato accerchiato da 100-200 ufficiali delle forze di polizia. E’ lo stesso sindacato che, dopo aver annunciato uno sciopero generale, aveva visto uno dei suoi leader, Domingo Aguilar Vázquez, catturato il giorno successivo, il 16 marzo, e arrestato con false accuse.

Questo attacco alla libertà sindacale in Messico, condotto direttamente dal governo, è ancora più sconvolgente in quanto stiamo sottolineando come il governo federale messicano non punisca reati commessi, per esempio, dai suoi stessi militari o non sia efficace nella lotta al traffico di stupefacenti.

Indubbiamente la situazione è complessa. Le forze armate sferrano attacchi contro i trafficanti di droga, ma nel contempo contro i sindacati. Accade che, in una situazione di inefficacia, impunità e maggiore autoritarismo, una democrazia come quella messicana finisce fuori controllo.

Il nostro Parlamento deve esprimere una ferma condanna e, soprattutto, esortare il governo messicano a smetterla infine di essere inefficace nei confronti dei criminali e apparentemente così autoritario nei confronti, per esempio, di sindacati, lavoratori e movimenti della società civile.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE). – (FI) Signor Presidente, desidero sottolineare due aspetti della nostra risoluzione sul Messico.

In primo luogo, abbiamo udito come la violenza quest’anno sia aumentata. Il Messico è alla mercé di grandi cartelli di droga e la violenza che perpetrano è costata, secondo le stime, già 15 000 vite. La situazione è particolarmente grave in prossimità del confine tra Messico e Stati Uniti. Il governo messicano sta cercando di riprendere il controllo sulla situazione con una massiccia operazione militare e di polizia, strategia che ha suscitato anche aspre critiche. Ovviamente, la responsabilità del traffico di stupefacenti, del riciclaggio di denaro e dei problemi che tali fenomeni causano coinvolge anche altri paesi e al Messico vanno offerte assistenza e cooperazione.

In secondo luogo, vorrei citare le recenti relazioni di Amnesty International in merito alla non volontà da parte delle autorità di proteggere gli attivisti che operano per i diritti umani. Chi si erge per le popolazioni locali e le comunità povere è particolarmente a rischio. Nel momento in cui la protezione dei diritti umani diventa pericolosa, molti non possono non considerare i rischi del loro lavoro. Coloro per conto dei quali gli attivisti operano perdono dunque la speranza.

Tali questioni, ossia i problemi legati al traffico di stupefacenti e i diritti umani, dovranno essere discusse anche a maggio allorquando analizzeremo i piani di cooperazione, in occasione del prossimo vertice UE­Messico.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D).(RO) Signor Presidente, il governo messicano deve assumere un impegno fermo in termini di lotta al traffico di stupefacenti e rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto.

Il traffico di stupefacenti è sfociato in atti di violenza che hanno provocato la perdita di molte vite umane. Le città di Tijuana e Ciudad Juárez sono state classificate tra le dieci città più pericolose al mondo nel 2009. Dal 2007, 15 000 assassini sono stati commessi nella lotta agli stupefacenti. Nel solo 2009 se ne sono registrati ben 7 724.

Giovani e donne sono i più gravemente colpiti dal traffico e dal consumo di droghe. In Messico la crisi economica può trasformarsi in un conflitto sociale. Analfabetismo e povertà sono tra i fattori principali che possono indurre i giovani a diventare vittime del consumo di droga. In Messico, nel 2010, circa 7,5 milioni di giovani non hanno possibilità di iscriversi al sistema di istruzione formale, il che significa che non hanno alcuna speranza di vivere dignitosamente.

In conclusione vorrei dire che il dialogo tra Unione europea e Messico deve essere intensificato allo scopo di promuovere lo sviluppo sociale ed economico del paese, nonché migliorare il rispetto dei diritti umani e lo Stato di diritto.

Grazie.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, in Aula parliamo spesso di dittature. Il Messico non è una dittatura, bensì una democrazia. Stiamo discutendo di singoli casi di gravi violazioni dei diritti umani. Per quel che riguarda il Messico, non è questo il tema principale. Il tema principale è il fatto che questa grande democrazia, nostro partner strategico, da decenni soffre di una malattia grave, forse anche letale.

Richiede pertanto la giusta terapia e il giusto medico. Il presidente Calderón e i suoi compagni d’arme sono il medico. Ciò non significa che siano in grado di usare ogni terapia disponibile, né che sia consentito loro farlo, ma dobbiamo appoggiarli.

Per questo ritengo così importante il paragrafo 12 della risoluzione in cui affermiamo di volerci avvalere maggiormente del nostro strumento finanziario per rafforzare il buon governo, lo Stato di diritto, le strutture di uno Stato in cui vige lo Stato di diritto contro la sua disintegrazione, la criminalità organizzata, l’impunità giustamente criticata. Non possiamo tuttavia congelare o abbandonare i nostri contatti; dobbiamo invece intensificarli.

 
  
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  Francisco José Millán Mon (PPE).(ES) Signor Presidente, siamo tutti preoccupati dall’escalation della violenza a Ciudad Juarez, ma confido nelle ampie misure intraprese dalle autorità messicane per affrontare efficacemente questa complessa situazione. Sostegno inoltre la vigorosa battaglia che il presidente Calderón sta ingaggiando contro il traffico di stupefacenti, minaccia globale molto serie che ci riguarda tutti. Per questo dovremmo aiutare le autorità messicane in questa difficile guerra.

Onorevoli colleghi, negli ultimi 10 anni il Messico ha vissuto un processo estremamente positivo di ammodernamento a livello di politica e governo. Il presidente Calderón promuove costantemente le riforme. Il Messico ha inoltre assunto maggiori responsabilità internazionali e sta svolgendo un ruolo attivo, per esempio nel quadro delle Nazioni Unite e del G-20.

In questo Parlamento, nell’ambito delle mie modeste capacità, ho sempre sostenuto la costituzione di un partenariato strategico tra Unione europea e Messico, risultato finalmente conseguito nel 2008. Spero che adotteremo un programma o piano di azione comune ambizioso al vertice di maggio a Madrid perché l’Unione e il Messico devono collaborare in molti ambiti, a livello sia bilaterale sia multilaterale, per affrontare insieme sfide e minacce, tra cui traffico di stupefacenti e altre forme di criminalità organizzata

 
  
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  Charles Tannock (ECR). – (EN) Signor Presidente, il Messico è stato a lungo un canale primario del mercato dei narcotici illegali più grandi al mondo, gli Stati Uniti. Il paese è pertanto segnato dalle profonde cicatrici della brutalità e della violenza che inevitabilmente accompagnano il traffico di stupefacenti. Inoltre, lo stesso Messico, nazione con 100 milioni di abitanti e partner strategico fondamentale dell’Unione, è diventato, purtroppo, sempre più un mercato importante per la cocaina. Particolarmente preoccupante è il crescente consumo da parte dei giovani.

La violenza associata alla droga in Messico pare solo peggiorare; sempre più numerosi sono i casi di orrende uccisioni e i giornalisti che li segnalano si trasformano anch’essi in bersagli. La prevalenza della disoccupazione e della povertà con tutta probabilità non contribuisce neanch’essa, creando un clima di anarchia in varie parti del Messico. Il presidente Calderón si trova a doversi confrontare con enormi sfide, ma è determinato a raccoglierle a testa alta e l’Unione dovrebbe sostenerlo con forza. In particolare, dovremmo appoggiare il suo impegno di riforma e ristrutturazione del sistema giudiziario penale e di polizia per spezzare i legami corrotti tra i cartelli della droga e le autorità preposte all’applicazione della legge. Credo che sia inoltre abbastanza giustificato il ricorso da parte sua all’esercito come misura di emergenza temporanea.

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, un’escalation senza precedenti della violenza ha creato nella popolazione del paese un senso di profonda insicurezza. La Commissione è ovviamente molto preoccupata dalla situazione. Sappiamo che le autorità messicane stanno prendendo la situazione molto seriamente e hanno posto in essere svariate misure per affrontare il problema.

La guerra ingaggiata dal presidente Calderón contro la criminalità organizzata è una priorità fondamentale. Oltre a dispiegare molti militari nel paese per combattere la criminalità organizzata, il Messico sta compiendo uno sforzo enorme per rafforzare il sistema giudiziario e di applicazione della legge.

Nell’agosto 2008 è stato adottato un pacchetto di misure di sicurezza il cui scopo è riorganizzare il sistema giudiziario e di applicazione della legge in Messico. La riforma giudiziaria approvata dal congresso messicano nel 2008 potrebbe affrontare i principali problemi sistemici con i quali la giustizia penale è chiamata a confrontarsi nel paese, sebbene siamo consapevoli del fatto che l’attuazione di tale riforma richiederà un impegno a lungo termine.

Il Messico sta inoltre compiendo sforzi notevolissimi per rispondere alle preoccupazioni manifestate in merito agli abusi dei diritti umani, specialmente l’impatto dei gruppi della criminalità organizzata e i diritti acquisiti della libertà dei mezzi di comunicazione e della libertà di espressione, portati all’attenzione dell’Unione da organizzazioni della società civile. Al riguardo, il governo messicano ha istituito un procuratore speciale per i reati commessi ai danni dei giornalisti nel 2006.

Il governo sta altresì profondendo grande impegno per affrontare altre lacune, come si evince dall’approvazione della legge federale per eliminare la violenza contro le donne e la nomina di un procuratore speciale in tale ambito, oltre che dalla nuova legge federale per combattere il traffico di esseri umani.

Come membro del consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, il Messico si è impegnato ad adottare una politica nazionale per i diritti umani e restare aperto a livello internazionale per quanto concerne i diritti umani. La questione della protezione dei diritti umani nel quadro della lotta alla criminalità organizzata e l’integrità dei difensori dei diritti umani si riflettono nelle raccomandazioni accettate dal Messico a seguito della sua partecipazione alla revisione periodica universale delle Nazioni Unite.

Il Messico ha dimostrato interesse e disponibilità a discutere con l’Unione europea tutti questi argomenti, ultimamente in occasione della sessione della commissione mista UE-Messico riunitasi a Bruxelles il 26-27 novembre 2009. Tale ambito costituisce infatti tema di una cooperazione dedicata.

Il 3-4 dicembre 2009, l’Unione e il Messico hanno organizzato di concerto un seminario internazionale a Cancún intitolato “Uso legittimo della forza e la protezione dei diritti umani” che ha offerto l’occasione per tenere consultazioni di esperti su un progetto di documento politico riguardante la responsabilità delle forze di polizia locali rispetto ai diritti umani.

Subito dopo l’evento, il progetto di documento è stato presentato al congresso locale di Quintana Roo. Tale iniziativa è complementare alla legge federale sulla riforma del sistema giudiziario di recente adozione e potrebbe essere riproposta da altri Stati federali.

Riteniamo che il partenariato strategico UE-Messico rappresenti il quadro migliore per il sostegno dell’Unione al Messico nel campo della sicurezza pubblica e dello Stato di diritto. Il documento esecutivo del partenariato strategico attualmente in fase di negoziazione prevede la creazione di un dialogo politico formale UE-Messico sui temi della sicurezza, nonché una maggiore cooperazione con le corrispondenti agenzie comunitarie come CEPOL, Europol, Eurojust e l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (OEDT).

In quanto Commissione stiamo già sostenendo un progetto dal 2004-2007 per rafforzare l’amministrazione della giustizia in Messico. Un’ulteriore cooperazione nel campo è prevista per il periodo 2011-2013.

In conclusione, è chiaro che il Messico si sta confrontando con importanti sfide nell’ambito della pubblica sicurezza e del rispetto dei diritti umani. Il compito non è facile e la situazione è tutt’altro che ideale, ma è altrettanto giusto dire che il paese sta dimostrando volontà e determinazione nel garantire la compatibilità di una politica efficace in tema di sicurezza pubblica con il rispetto per i diritti umani. Continueremo ad appoggiare il Messico nei suoi sforzi.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà dopo le discussioni.

 
  

(1)Cfr. processo verbale.


12.3. Corea del Sud - la pena di morte dichiarata legale
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su cinque(1) proposte di risoluzione sulla Corea del sud – la pena di morte dichiarata legale.

 
  
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  Renate Weber, autore. − (EN) Signor Presidente, dopo 13 anni senza un’esecuzione in Corea del sud, è tristissimo prendere atto della pronuncia della corte costituzionale a favore della pena di morte di qualche settimana fa. La decisione afferma che la pena di morte è una punizione legale che per il bene pubblico può fungere da deterrente per la criminalità, argomentazione più e più volte addotta, che però rappresenta soltanto una risposta a situazioni emotive data in un determinato momento in un certo paese.

La pronuncia di fatto significa che la pena di morte viene vista come forza preventiva nella speranza che, sapendo un criminale che esiste la pena capitale, ci pensi due volte prima di compiere un’azione. Noi tutti sappiamo che molti studi hanno confutato tale teoria.

Aspetto ancora più importante è che un’esecuzione è irreversibile, un atto senza ritorno. Il diritto romano all’epoca di Giustiniano affermava che era meglio che un colpevole restasse impunito piuttosto che un innocente fosse privato della vita. Così si sosteneva 15 secoli fa. Poiché la stessa corte costituzionale della Corea del sud ha riconosciuto che la pena di morte potrebbe comportare errori o abusi, le nostre preoccupazioni formulate oggi potrebbero rafforzare le istituzioni democratiche della Repubblica di Corea nella convinzione che tale metodo punitivo dovrebbe essere abolito per sempre.

Dato che la Repubblica della Corea del sud ha aderito alla convenzione internazionale sui diritti civili e politici nel 1990 ed è firmataria della maggior parte dei trattati in materia di diritti umani, retrocedere sarebbe molto nocivo per la sua reputazione internazionale.

 
  
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  David Martin, autore. − (EN) Signor Presidente, l’Unione europea in generale e questo Parlamento in particolare hanno ottenuto risultati di cui andare molto orgogliosi nella loro opposizione alla pena di morte e hanno consolidato un’onorevole tradizione al riguardo. Non possiamo pertanto fare altro che rammaricarci per la decisione della corte costituzionale della Repubblica di Corea in cui si afferma che la pena di morte non è una violazione della costituzione del paese.

Ritengo però necessario considerare la questione nella giusta prospettiva. I giudici si sono pronunciati con un margine molto risicato di cinque voti a quattro. L’ultima volta che avevano votato il risultato era stato sette a due. Inoltre, non hanno chiesto né condonato l’uso della pena di morte. Hanno invece domandato che il parlamento coreano prenda una decisione politica in merito alla futura abolizione della pena di morte nel paese.

Va altresì notato che di fatto la Corea del sud è un paese abolizionista. Non si procede a esecuzioni dal febbraio 1998 e nel 2007 Amnesty International ha classificato la Corea del sud come un paese in cui la pena capitale è stata praticamente abolita.

Nondimeno, la gravità della questione riemerge con forza allorquando apprendiamo che il capogruppo parlamentare del grande partito nazionale della Corea ha recentemente affermato che si dovrebbe porre fine a questa moratoria de facto sulla pena capitale e alcuni detenuti dovrebbero essere rapidamente giustiziati. Spero che questa infelice voce opportunistica in Corea venga ignorata e il paese, anziché persistere nella moratoria de facto, trasformi infine il suo diritto optando per una moratoria de jure.

 
  
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  Martin Kastler, autore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è deplorevole che vari Stati nel mondo ancora, in quest’epoca storica, infliggano o permettano che sia inflitta questa inumana punizione ai colpevoli di reati gravi. Ritengo che nessuno abbia il diritto di decidere sulla vita o la morte di altri, che sia l’inizio o la fine della vita, e sicuramente non per scopi punitivi a seguito di un atto criminale. Questo castigo barbarico attuato mediante l’esecuzione non può trovare assolutamente posto nel mondo moderno.

L’indimenticabile, grande papa Giovanni Paolo II sottolineava soprattutto che vi deve essere sempre possibilità di espiazione, riconciliazione. Con un atto irreversibile come la pena di morte, tale possibilità viene a mancare. Per questo, come gruppi parlamentari, uniamo le forze e chiediamo ai nostri colleghi della Corea del sud di affrontare l’argomento in parlamento e schierarsi con noi europei nella campagna per l’abolizione della pena di morte come segno di umanità. Invito tutti i colleghi ad appoggiare all’unanimità la nostra proposta di risoluzione comune.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat, autore. − (FR) Signor Presidente, al quarto congresso mondiale contro la pena di morte, tenutosi alla fine di febbraio a Ginevra, il movimento abolizionista ha plaudito al nostro crescente di paesi che hanno abolito o sospeso la pena di morte. La Corea del sud pareva essersi impegnata a seguire tali orientamenti, visto che dal dicembre 1997 non vi sono state esecuzioni.

La recente decisione della corte costituzionale della Repubblica di Corea non può non preoccuparci; non possiamo che rammaricarcene. Desideriamo pertanto che Commissione e Consiglio considerino l’abolizione della pena di morte – violazione del diritto alla vita e reato di Stato – quale elemento fondamentale delle relazioni dell’Unione con paesi terzi.

Desideriamo che esortino il governo coreano e il presidente della Repubblica, egli stesso condannato a morte nel 1981, ad assumere un fermo impegno per l’abolizione della pena di morte, decidere una moratoria in applicazione della decisione delle Nazioni Unite, dare voce alla loro preoccupazione in merito alla situazione delle 59 persone, compresi alcuni detenuti politici, che sono state condannate a morte nel paese e chiedere che tale condanna venga commutata.

 
  
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  Barbara Lochbihler, autore. – (DE) Signor Presidente, la politica dell’abolizione della pena di morte è un elemento di grande successo della politica estera europea. Lo vediamo nei negoziati di adesione, nelle trattative bilaterali e anche nell’ambito delle Nazioni Unite, dove aumenta costantemente il numero di Stati della comunità mondiale che stanno optando per una moratoria o la totale abolizione della pena di morte. Fino a poco tempo fa, la Repubblica di Corea era uno di quegli Stati che, in pratica, non applicavano più questa degradante e umiliante punizione.

L’odierna risoluzione è un’espressione della nostra preoccupazione che, con la decisione della corte costituzionale della Corea del sud che le esecuzioni sono legalmente compatibili con la costituzione, si sia creata una situazione che realmente faciliti il rinnovato ricorso alla pena di morte. Esortiamo dunque il governo della Corea del sud a fare quanto in suo potere per adottare, come passo iniziale, una moratoria giuridicamente vincolante che vieti le esecuzioni; vi sono, dopo tutto, più di 55 persone condannate a morte. Fatto questo, come secondo passo, il parlamento della Corea del sud dovrebbe adottare una legge che abolisce la pena di morte.

E’ estremamente positivo vedere come anche all’interno della società della Corea del sud, sia nato un movimento che in ultima analisi propugna l’avvento di una legge che abolisca la pena di morte. Noi in quest’Aula dovremmo sostenere quel movimento.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa, a nome del gruppo PPE. – (PL) Signor Presidente, in un’epoca in cui il numero di paesi che stanno abbandonando il ricorso alla pena di morte aumenta, la decisione della corte costituzionale della Corea del sud dovrebbe essere accolta perlomeno con sorpresa.

La pena di morte è una chiara violazione dei diritti umani perché, dopo tutto, la vita umana è un valore che la legge dovrebbe tutelare e un sistema legale che consente la pena capitale mina le sue stesse fondamenta con un peculiare tipo di ipocrisia. Esistono molte argomentazioni contro il ricorso a questo mezzo di somministrazione della giustizia. Per me la più importante è la sua irreversibilità. Prescindendo da qualunque altra cosa si possa dire al riguardo, la pena di morte è una punizione definitiva che priva l’individuo della cosa più preziosa che mai potrebbe possedere. Resta inoltre una responsabilità morale a carico di coloro che eseguono materialmente l’atto perché sussiste sempre il rischio di giustiziare una persona innocente.

Inoltre, la decisione della corte costituzionale è deludente perché sappiamo che in Corea da anni non si ricorre alle esecuzioni. Spero che la decisione non incida sul numero di condanne pronunciate. Esorto inoltre la Corea del sud ad abolire definitivamente le condanne alla pena di morte.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del gruppo S&D. – (PL) Signor Presidente, la Corea del sud è uno dei principali partner commerciali dell’Unione ed è anche un paese con il quale la Commissione europea ha concluso i negoziati per un accordo di libero scambio che garantisce a entrambi un accesso estremamente ampio al mercato della controparte. Viste le relazioni economiche strette esistenti tra noi, mi sorprende che l’Unione e la Corea differiscano tanto per quel che riguarda il rispetto dei diritti umani.

Tutti gli Stati membri dell’Unione sono firmatari del protocollo 13 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che vieta il ricorso alla pena di morte. Inoltre, l’Unione dichiara sulla scena internazionale di essersi prefissa l’obiettivo di lavorare per l’abolizione universale della pena di morte. Alla luce di tale dichiarazione, l’Unione dovrebbe esprimere chiaro sostegno al movimento in Corea che si adopera per l’abolizione della pena capitale. Speriamo che innanzi tutto venga introdotta una moratoria alle esecuzioni e il governo coreano partecipi attivamente agli sforzi profusi per abolire la pena di morte a livello di Nazioni Unite.

Con i nuovi poteri conferiti nel campo della politica commerciale, abbiamo il diritto e il dovere, in quanto Parlamento europeo, di chiedere l’abolizione della pena capitale in tutti i paesi partner dell’Unione.

 
  
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  Zbigniew Ziobro, a nome del gruppo ECR. – (PL) Signor Presidente, se gli odierni punti di vista sulla pena capitale fossero stati affermati in Europa all’epoca del tribunale di Norimberga, nessuno dei criminali nazisti processati dal tribunale, responsabili della morte crudele di milioni di innocenti, sarebbe stato condannato a morte. Non ho sentito alcuno in Europa criticare il tribunale di Norimberga per le sue ingiuste sentenze.

L’Europa si sta ulteriormente allontanando dall’essenza di una giusta punizione come risposta commisurata all’atto criminale commesso dal perpetratore e la sua colpa conseguente. Quando parliamo di uccisione o assassinio di molte persone, per esempio in un atto terroristico, o quando parliamo di genocidio e morte di milioni di persone, e ciò è accaduto, dopo tutto, in Europa, si pone la questione del significato di una punizione commisurata. E’ vero che negli ambienti accademici, in Europa come altrove, è nondimeno in corso un dibattito sull’efficacia di tale punizione in termini di azione preventiva e protezione di esseri umani innocenti. Questa, tuttavia, non è probabilmente la principale argomentazione da formulare in tale sede.

Oggi l’Europa ha abbandonato la pena di morte. E’ una scelta democratica e vogliamo che tale scelta sia rispettata. Dovremmo però anche rispettare la scelta di altri ed è per questo che sono favorevole a una discussione sull’argomento, anche con il popolo della Corea del sud, che è uno Stato democratico e un paese democratico.

 
  
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  Marek Henryk Migalski (ECR).(PL) Signor Presidente, non credo che dovremmo commentare la questione né interferire con essa in questo ambito perlomeno per due motivi. In primo luogo, la Corea del sud è un paese democratico e la pronuncia della corte costituzionale è la decisione di un organo legittimo di tale Stato. Non vi è dunque il rischio che la pena di morte venga comminata per motivi politici o reati minori. Sarà pronunciata contro criminali e assassini. In secondo luogo, la pena capitale è un deterrente. Non è possibile, come è ovvio, dimostrarlo empiricamente, ma se accettiamo come vero il sillogismo che una punizione più severa è un deterrente più forte, allora quanto più severa è la punizione, tanto maggiore è il suo effetto deterrente, per cui la pena di morte è il deterrente più incisivo di tutti. Stando così le cose, applicando la pena di morte stiamo di fatto salvando la vita a persone innocenti. Pertanto, l’Unione e il Parlamento non dovrebbero interferire al riguardo con le autorità della Corea del sud.

 
  
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  Bogusław Sonik (PPE).(PL) Signor Presidente, la decisione della corte costituzionale della Corea del sud che la pena di morte non viola la costituzione deve essere accolta con grande mestizia. Tale decisione rappresenta un passo indietro rispetto alla tendenza in Corea del sud, dove la pena di morte non è applicata da un decennio. L’ultima esecuzione è avvenuta 13 anni fa. Attualmente sono 57 i condannati alla pena di morte in attesa di esecuzione. La pronuncia della corte coreana va valutata in maniera critica. La Corea del sud, leader economico della regione, dovrebbe in particolare dare l’esempio in tema di rispetto del diritto alla vita dell’individuo. La pena capitale non è compatibile con un sistema di giustizia penale contemporaneo e, contrariamente all’opinione corrente, non induce affatto un calo della criminalità.

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD). – (SK) Signor Presidente, la pena di morte è un problema che persisterà fintantoché mostri e assassini, sapendo che possono torturare, commettere abusi e uccidere, si celano nella nostra società perché una società debole e impotente non è in grado di far fronte alla brutalità del loro comportamento.

Ciascuna delle vittime di questi mostri ha lo stesso nostro diritto alla vita fino al momento in cui il suo cammino si incrocia con quello di un mostro, un criminale che condanna una persona al suo destino per il mero soddisfacimento di un piacere perverso, senza alcuna pietà né diritto alla difesa. La corte costituzionale della Corea ha espresso il parere che la pena di morte non sia in conflitto con la costituzione del paese. Ne ha dunque valutato in concreto lo stato giuridico. Il fatto che le élite politiche in Europa, in nome nostro, abbiano abbandonato questo percorso non significa però che siamo diventati persone migliori o la nostra società sia più umana. No. L’uccisione brutale di innocenti per mano di mostri in Europa, proprio come in Corea, non è cessata. L’unica differenza sta nel fatto che i mostri europei non devono preoccuparsi della pena capitale.

Onorevoli colleghi, rispetto il nostro modello basato sulla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ma ritengo che prima di imporla al mondo esterno dovremmo essere certi che rappresenta realmente una soluzione migliore per le brave persone e che...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE).(PL) Signor Presidente, vorrei dire che la decisione della corte costituzionale della Corea del sud è deludente e preoccupante. Nonostante il fatto che le ultime esecuzioni nel paese siano avvenute nel 1997, il 25 febbraio la corte ha deciso che la condanna è morte è una forma di punizione che non viola il diritto costituzionale alla vita. Siamo alla seconda pronuncia della corte con lo stesso contenuto. La prima è stata emessa nel 1996, quando la corte ha dichiarato che l’opinione pubblica non era favorevole all’abolizione della pena di morte. Possiamo pertanto concludere che l’opinione pubblica in Corea del sud resta la stessa ed è un peccato perché un paese che è leader economico dovrebbe rappresentare per altri un esempio di rispetto del diritto alla vita, che è un diritto umano fondamentale.

(Applausi)

 
  
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  Janez Potočnik, membro della Commissione. − (EN) Signor Presidente, la battaglia contro la pena di morte è al centro della politica comunitaria in materia di diritti umani. L’Unione ritiene che la pena capitale sia una punizione crudele e inumana, che non funge affatto da deterrente per il comportamento criminale, mentre l’abolizione della pena capitale concorre a innalzare la dignità umana.

Siamo riusciti a registrare una serie di sviluppi positivi recenti nella lotta contro la pena di morte. Nel gennaio di quest’anno, la Mongolia ha annunciato una moratoria sulla pena capitale. Nel corso del 2009 Burundi, Togo e Stato americano del New Mexico hanno tutti abolito la pena di morte. Nel 2007 l’assemblea generale delle Nazioni Unite per la prima volta ha adottato una risoluzione in cui si esortano gli Stati a istituire una moratoria sulle esecuzioni al fine di abolire la pena capitale; un’ulteriore risoluzione del 2008 ha ribadito tale esortazione.

In quest’ottica, l’Unione è rimasta ovviamente delusa per la pronuncia della corte costituzionale della Repubblica di Corea del 25 febbraio, adottata con una maggioranza risicata di cinque a quattro, secondo cui la pena di morte sarebbe compatibile con le disposizioni della costituzione del paese. Osserviamo tuttavia che il caso ruotava attorno all’interpretazione della costituzione coreana; non si trattava di una decisione politica in merito al mantenimento della pena di morte. Prendiamo inoltre atto in particolare delle ulteriori posizioni espresse da tre dei cinque giudici che hanno ritenuto la pena di morte in linea con la costituzione. I giudici Lee Kang-Kook e Min Hyung-Ki hanno manifestato chiaramente la necessità di limitare il ricorso alla pena di morte e ridurre il numero di reati soggetti alla pena capitale, mentre il giudice Song Doo-hwan ha obiettato che qualsiasi decisione concernente la pena di morte dovrebbe essere oggetto di discussione pubblica e intervento da parte del legislatore.

Sebbene i tribunali continuino a pronunciare condanne a morte, la Repubblica di Corea ha mantenuto una moratoria sulle esecuzioni sin dal 1997. Attualmente non vi sono indicazioni del fatto che la pronuncia della corte costituzionale possa incidere su tale moratoria. Apprezziamo la volontà della Corea di mantenere la moratoria sulle esecuzioni.

Nel contempo, come ha rilevato la risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, una moratoria non va vista come fine in sé, bensì come passo lungo il cammino verso la sua completa abolizione. Di conseguenza, l’Unione esorta l’assemblea nazionale coreana a intraprendere quanto prima passi per abolire la pena di morte. La Repubblica di Corea è stata a lungo leader regionale per quel che riguarda le questioni dei diritti umani in Asia. Pertanto, l’abolizione della pena di morte sarebbe solo un’ulteriore conferma dell’impegno assunto dal paese per la protezione e la promozione dei diritti umani.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà al termine della discussione.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Gerard Batten (EFD), per iscritto. – (EN) Complimenti alla corte costituzionale della Corea del sud per aver confermato la pena di morte, che nelle sue intenzioni dovrebbe restare in essere per chi ha commesso i reati più gravi, come per esempio un certo Kang Ho-soon, il quale ha ripetutamente confessato di aver ucciso sette donne. Il ministro della giustizia ha recentemente reso noti dati secondo cui più del 60 per cento della popolazione sarebbe favorevole alla pena di morte. Se una domanda simile fosse posta in Gran Bretagna, il risultato sarebbe perlomeno lo stesso. Le carceri britanniche sono affollate da serial killer di ogni risma, stupratori, pedofili carnefici delle loro vittime, necrofili e cannibali che stanno scontando condanne a vita. L’ultimo esempio la scorsa settimana è stato quello di un pervertito, Peter Chapman, che ha adescato una diciassettenne innocente, Ashleigh Hall, per poi assassinarla, condannato a 35 anni. Una condanna inadeguata. Persone così abiette dovrebbero essere giustiziate. Risparmieremmo così milioni di sterline all’anno attualmente sprecati per tenere in prigione a vita criminali, soldi che potrebbero essere impiegati meglio per anziani e malati. Ben fatto, dunque, alla Corea del sud: che si continuino a giustiziare i peggiori criminali!

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. – (EN) Ogni persona ha diritto alla vita. In caso contrario, l’assassino involontariamente ottiene una vittoria morale definitiva e perversa trasformando in assassino anche lo Stato, riducendo in tal modo la ripugnanza sociale nei confronti dell’estinzione consapevole dell’essere umano, così affermava Amnesty International nel 1998. Moralità, deterrenza ed equità sono fondamentali nel dibattito sulla pena di morte. L’approccio fondato sul “controllo della criminalità” ricerca la repressione della condotta criminale, mentre il modello basato su “diritti umani e giusto processo” pone l’enfasi sui diritti individuali. Il primo considera morale la pena di morte perché il convenuto ha interrotto una vita (effetto punitivo) ed è un deterrente perché chi potrebbe uccidere si astiene dal farlo temendo per la propria sopravvivenza; l’equità è invece ininfluente o non dimostrata. Il secondo ritiene che la pena di morte sia immorale perché lo Stato non dovrebbe interrompere una vita e non è un deterrente, come dimostrano le statistiche, oltre a essere somministrata iniquamente, visto che talvolta i condannati alla pena di morte sono innocenti e i loro processi presentano irregolarità. Personalmente credo nel modello basato sui diritti umani, come conferma la tendenza della comunità internazionale nel diritto vincolante e non vincolante, nonché il numero crescente di paesi che ha abolito la pena di morte. Esorto la Repubblica di Corea a dimostrare una chiara volontà politica di abolire la pena di morte e, fino ad allora, adottare immediatamente una moratoria sulla sua applicazione.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE), per iscritto. – (RO) Gli orientamenti comunitari sulla pena di morte risalgono al 1998, proprio l’anno in cui è iniziato in Corea del sud il periodo di moratoria non ufficiale sulla pena di morte. Durante tale periodo, il parlamento coreano ha dibattuto tre proposte sull’abolizione della pena di morte. Lo scorso mese, la corte costituzionale del paese ha ribadito con una maggioranza risicata la costituzionalità della pena di morte.

Deploro tale decisione e spero che il parlamento coreano introduca una risoluzione di divieto della pena di morte.

Se la Corea del sud dovesse unirsi alle schiere di paesi abolizionisti, ciò trasmetterebbe un segnale potente all’intero continente asiatico.

 
  

(1)Cfr. processo verbale.


13. Turno di votazioni
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  Presidente. − – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.

(Per l’esito delle votazioni e altri dettagli: vedasi processo verbale)

 

13.1. Il caso di Gilad Shalit (B7-0171/2010)

13.2. Escalation della violenza in Messico (B7-0188/2010)

13.3. Corea del Sud - la pena di morte dichiarata legale (B7-0191/2010)

14. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale.

15. Posizione del Consiglio in 1ª lettura: vedasi processo verbale.

16. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale.

17. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale.

18. Dichiarazioni scritte inserite nel registro (articolo 123 del regolamento): vedasi processo verbale.

19. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale.
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20. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale.
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21. Interruzione della sessione
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  Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo.

(La seduta termina alle 16.30)

 

ALLEGATO (Risposte scritte)
INTERROGAZIONI AL CONSIGLIO (La Presidenza in carica del Consiglio dell’Unione europea è l’unica responsabile di queste risposte)
ENInterrogazione n. 9 dell’on. Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (H-0060/10)
 Oggetto: Prevista costruzione di centrali nucleari in Russia e Bielorussia
 

In Bielorussia e nel distretto di Kaliningrad della Federazione russa è prevista la costruzione di due centrali nucleari. I siti scelti per entrambe le centrali si trovano a meno di 100 km da due Stati membri dell’Unione – Lituania e Polonia. Inoltre, sia la Lituania che la Polonia stanno pianificando la costruzione di proprie centrali nucleari.

Come valuta il Consiglio questa concentrazione nucleare sul confine orientale dell’UE? Alla luce dei piani previsti dal programma della Presidenza spagnola per favorire l’instaurazione di una relazione strategica con la Russia, quali iniziative concrete prevede di adottare il Consiglio per stabilire con la Russia e la Bielorussia una cooperazione per quanto concerne l’impatto ambientale delle previste centrali nucleari sul territorio degli Stati interessati?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Il Consiglio ha sempre evidenziato l’importanza di elevati standard per la sicurezza nucleare e di un alto livello di protezione ambientale e sottolineato il proprio sostegno al raggiungimento di un livello elevato di sicurezza nucleare e protezione ambientale in tutta l’Unione europea e in seno ai paesi terzi.

La responsabilità nazionale per la sicurezza nucleare è confermata dalle convenzioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, come la convenzione sulla sicurezza nucleare, cui hanno aderito anche Russia e Bielorussia, nonché l’Euratom e la maggior parte degli Stati membri dell’Unione. La conferenza di revisione organizzata nell’ambito Di tale convenzione fornisce l’opportunità di esercitare una pressione tra pari su altre realtà per quanto attiene alla sicurezza delle loro centrali e al modo in cui attuano le relative disposizioni della convenzione.

Il Consiglio vorrebbe segnalare in particolare che, nell’ambito della convenzione sulla sicurezza nucleare, le parti contraenti in prossimità di una futura centrale nucleare devono essere consultate, in quanto possono subire l’impatto della centrale stessa.

L’accordo Euratom-Russia concernente l’utilizzazione dell’energia nucleare a scopi pacifici – attualmente in fase di negoziazione – dovrebbe inoltre contenere disposizioni in materia di requisiti verificabili per quanto concerne la sicurezza nucleare e la protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Il Consiglio ricorda infine che la questione viene affrontata regolarmente nel quadro del dialogo UE-Russia sull’energia, nonché del consiglio di partenariato permanente in materia. Si noti al riguardo quanto riportato nell’ultima (la decima) relazione sull’avanzamento di tale dialogo:

le parti [Russia e Unione europea] segnalano che la diversificazione delle fonti energetiche e dell’infrastruttura di trasporto è uno degli imperativi del momento. In tale contesto, esse sostengono lo sviluppo del commercio di energia elettrica tra l’Unione europea e la Russia, tenendo conto della necessità di garantire il massimo livello di sicurezza nucleare.

Per quanto attiene alla valutazione d’impatto in un contesto internazionale, il Consiglio fa notare che la Bielorussia ha sottoscritto la convenzione di Espoo sulla valutazione dell’impatto ambientale in un contesto transfrontaliero, che contiene clausole vincolanti per la valutazione e la minimizzazione dell’impatto ambientale e dei possibili pericoli per l’ambiente. Il Consiglio sottolinea che la responsabilità per la valutazione ambientale ricade in gran parte sui promotori del progetto.

La Federazione russa non è un contraente a pieno titolo della convenzione di Espoo, tuttavia l’Unione europea invita tale paese ad applicarne le disposizioni su base volontaria. La questione è stata affrontata piuttosto a lungo con la Russia, anche per quanto concerne le centrali nucleari esistenti.

 

Interrogazione n. 10 dell’on. Siekierski (H-0062/10)
 Oggetto: Composizione del Parlamento europeo dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona
 

Conformemente al trattato di Lisbona in vigore dal 1° dicembre 2009, il Parlamento europeo è composto da 750 deputati e dal Presidente, con aumento del numero dei deputati pari a 18 in confronto alla situazione derivante dalle condizioni stabilite nel trattato di Nizza (fino al 1° dicembre 2009).

Nel novembre 2009, il Parlamento europeo ha approvato una relazione concernente lo status dei nuovi deputati in cui si confermava che i nuovi deputati aggiuntivi avrebbero assunto le loro funzioni dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona e a seguito della ratifica da parte degli Stati membri del protocollo speciale aggiuntivo che prevede l’aumento del numero dei deputati. Detto protocollo aggiuntivo, tuttavia, non è stato ancora sottoscritto dai capi di Stato dell’UE e risulta difficile prevedere quando lo sarà. I nuovi deputati non potranno assumere le loro funzioni fino a quando non sarà convocata una Conferenza intergovernativa ad hoc.

In considerazione di quanto sopra illustrato, quali azioni intende perseguire il Consiglio per garantire che si adottato, il più rapidamente possibile, un regolamento che consenta ai nuovi deputati di svolgere le loro funzioni in conformità delle disposizioni del trattato di Lisbona? Ci si può attendere che detta situazione sia risolta durante la presidenza spagnola?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Come l’onorevole parlamentare ha correttamente indicato, ai sensi dell’articolo 14 del trattato sull’Unione europea introdotto dal trattato di Lisbona, il numero dei membri del Parlamento europeo non deve superare i 750 deputati, più il Presidente. Poiché le elezioni del Parlamento europeo di giugno 2009 si sono svolte nel rispetto del trattato precedente (portando all’elezione di 736 eurodeputati), il 18 e 19 giugno 2009 il Consiglio europeo ha convenuto di aggiungere 18 seggi ai 736 occupati alle elezioni di giugno, qualora il trattato di Lisbona fosse entrato in vigore(1). L’attuazione di tale accordo del Consiglio europeo richiede, da parte dei 27 Stati membri, l’adozione e la ratifica di un protocollo che modifica l’articolo 2 del protocollo (36) sulle misure transitorie allegate al trattato di Lisbona, nel rispetto della procedura stabilita dall’articolo 48, paragrafo 3, del trattato sull’Unione europea. Il 4 dicembre 2009, il governo spagnolo ha presentato una proposta di emendamento dei trattati a tale scopo.

Il 10 e 11 dicembre 2009(2) il Consiglio europeo ha deciso di consultare il Parlamento europeo e la Commissione al fine di esaminare tale proposta. Ai sensi del secondo comma dell’articolo 48, paragrafo 3, del trattato sull’Unione europea, il Consiglio europeo ha specificato che non intende convocare una convenzione (composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e della Commissione) prima della conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri, in quanto, secondo il Consiglio europeo, l’entità delle modifiche proposte non giustifica tale scelta. I rappresentanti del Consiglio europeo hanno richiesto, pertanto, l’approvazione del Parlamento europeo, come disposto dall’articolo 48, paragrafo 3, del trattato sull’Unione europea.

La data di apertura della conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dipende dalla ricezione della posizione del Parlamento europeo su tali questioni.

 
 

(1) 11225/2/09 REV 2
(2) EUCO 6/09

 

Interrogazione n. 11 dell’on. Zigmantas Balčytis (H-0065/10)
 Oggetto: Seguito istituzionale dei progetti previsti nella strategia per il mar Baltico
 

La strategia per il mar Baltico è un processo che riveste un’importanza strategica e un significato storico per la regione dei paesi baltici. Il successo del suo sviluppo rafforzerà l’unità dell’insieme dell’Unione europea, perché milioni di persone che vivono in regioni geograficamente vicine, ma per motivi storici tradizionali non hanno collaborato tra di loro, agiranno per dare vita a progetti comuni. Quale rappresentante di questa regione, sono preoccupato per il programma di attività del Consiglio che copre 18 mesi elaborato dai paesi del trio di presidenza della UE, che mette l’accento sulla strategia della UE per la regione del Danubio, ma non menziona la strategia per la regione del mar Baltico.

Non ritiene il Consiglio che, poiché la fase iniziale dell’attuazione della strategia del mar Baltico non fa che cominciare, sia troppo presto per considerarla un successo ed accordarle una minore attenzione istituzionale? Non ritiene il Consiglio che la strategia per il mar Baltico debba essere iscritta nel programma del trio della presidenza dei 18 mesi e che occorra prevedere un meccanismo di seguito di un progetto fattibile, che garantisca che i progetti previsti siano attuati entro le scadenze?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Il 14 dicembre 2007, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a redigere una strategia comunitaria per la regione del mar Baltico, che a giugno 2009 la Commissione ha presentato al Parlamento, al Consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni.

La strategia per il mar Baltico mira al coordinamento dell’azione di Stati membri, regioni, Unione europea, organizzazioni pan-baltiche, istituzioni finanziarie ed enti non governativi al fine di promuovere uno sviluppo più equilibrato della regione ed è accompagnata da un piano d’azione che ruota attorno a quattro pilastri: ambiente marino, prosperità, trasporto ed energia, sicurezza e protezione.

Il Consiglio europeo di ottobre 2009 ha stabilito che la strategia per il mar Baltico rappresentava un importante contributo per il successo economico di quell’area e per la sua coesione sociale e territoriale, nonché per la competitività dell’Unione e ha invitato i vari attori ad agire con rapidità e garantire una piena attuazione di tale strategia.

La strategia stessa si basa sugli attuali strumenti, fondi, politiche e programmi dell’Unione europea.

In tal senso, come stabilito nelle proprie conclusioni del 26 ottobre 2009, il ruolo del Consiglio è quello di sviluppare politiche sulla base delle relazioni periodiche e delle proposte di raccomandazione della Commissione, mentre la Commissione è responsabile delle azioni concrete di coordinamento, monitoraggio, relazione, facilitazione dell’attuazione e fasi successive.

Il Consiglio ha invitato inoltre la Commissione a presentare una relazione sullo stato di avanzamento dei lavori entro giugno 2011, ovvero oltre il periodo di 18 mesi della programmazione di presidenza.

Fino ad allora, il Consiglio potrà essere coinvolto solo quando e se la Commissione deciderà di modificare la strategia, visto che, in tal caso, le modifiche proposte dovranno ricevere il sostegno del Consiglio.

 

Interrogazione n. 12 dell’on. Figueiredo (H-0066/10)
 Oggetto: Fondi comunitari
 

La gravità della situazione in alcuni paesi dell’Unione europea richiede misure urgenti su più livelli, segnatamente in campo finanziario e monetario, in modo da combattere efficacemente la disoccupazione e la povertà, dare priorità alla soluzione del problema della disoccupazione, sostenere la produzione e la creazione di occupazione con diritti nonché garantire la coesione economica e sociale.

In tali circostanze, può il Consiglio indicare se, tenendo presente la solidarietà tra Stati membri, è disposto ad appoggiare il trasferimento di fondi comunitari cui hanno diritto i paesi afflitti da gravi problemi sociali e finanziari, affinché questi ultimi li possano utilizzare senza necessità di una contropartita nazionale? È esso disposto a studiare con la BCE misure di sostegno finanziario, segnatamente la concessione di prestiti a condizioni vantaggiose?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Da dicembre 2008, per far fronte alla crisi, l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno intrapreso un’ampia gamma di misure straordinarie, tra cui il piano europeo di ripresa economica, basato sulla solidarietà e la giustizia sociale. In seno a tale piano, nel 2009 è stato rivisto il regolamento che istituisce un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in modo da permettere al fondo in questione di far fronte ai licenziamenti causati dall’impatto della crisi economica e finanziaria mondiale.

Nel triennio 2010-2013, inoltre, dovrebbe essere operativo un nuovo strumento di microfinanza volto ad aumentare l’accesso ai prestiti e ridurre così la disoccupazione e la povertà derivanti dalla crisi. Il Consiglio ritiene che l’accordo sul nuovo strumento di microfinanza raggiunto in prima lettura con il Parlamento europeo rappresenti un contributo positivo al riguardo.

Nell’ambito dei fondi strutturali, sono necessarie misure supplementari per mitigare l’impatto della crisi economica negli Stati membri più gravemente colpiti, pertanto il Consiglio adotterà misure volte a semplificare il pagamento degli anticipi ai beneficiari degli aiuti di Stato. Il Consiglio prevede un’ulteriore rata di pre-finanziamento per il 2010, in modo da permettere un flusso finanziario regolare e favorire i pagamenti ai beneficiari nella fase di attuazione del programma.

Per quanto attiene all’assistenza finanziaria, le relazioni fra gli Stati membri dovrebbero essere basate sulla responsabilità e sulla solidarietà.

Mentre l’Unione economica e monetaria rappresenta per propria natura un elemento di stabilità e protezione dalle turbolenze del mercato, i membri della zona euro condividono la responsabilità della stabilità all’interno della zona stessa e le loro politiche economiche interessano tutti.

Quando gli Stati membri esterni alla zona euro affrontano difficoltà o vivono gravi difficoltà per quanto attiene ai pagamenti esterni, il Consiglio può fornire aiuti finanziari.

 

Interrogazione n. 13 dell’on. Mitchell (H-0070/10)
 Oggetto: Promuovere la ripresa economica
 

La maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea e la zona euro nel suo insieme sono venute fuori dalla recessione con una crescita incerta. Alla luce di tali segnali incoraggianti provenienti da diverse parti d’Europa e del mondo, quali misure specifiche sta adottando il Consiglio per favorire la ripresa economica e assicurarne la crescita e il consolidamento?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Dopo i primi incoraggianti segnali di calo della crisi, lo scorso autunno, la crescita economica in seno all’Unione ha dato segni di ripresa dell’ultimo trimestre dello scorso anno.

Nel frattempo, per superare la crisi economica, gli Stati membri e l’Unione europea hanno effettuato ingenti interventi fiscali per sostenere il settore finanziario e l’economia reale, soprattutto nel quadro del piano europeo di ripresa economica concordato a dicembre 2008 in risposta alla crisi finanziaria e al rallentamento economico mondiali.

Ciononostante, al momento, 20 Stati membri presentano disavanzi eccessivi, che dovrebbero essere riportati entro i valori di riferimento nei prossimi anni. La mancanza di politiche di bilancio solide e un settore finanziario debole potrebbero compromettere gravemente la ripresa e minare la credibilità delle politiche macroeconomiche dell’Unione europea.

Nondimeno, se da un lato è necessario porre gradualmente fine a misure finanziarie straordinarie non sostenibili per gli Stati membri, dall’altro le tempistiche per una simile operazione devono essere compatibili con una ripresa economica autonoma.

In tale prospettiva, le politiche dell’Unione dovrebbero essere re improntate verso riforme a lungo termine nell’ambito di una rinnovata ed ambiziosa strategia, in modo da migliorare ulteriormente la competitività e aumentare il potenziale di crescita sostenibile dell’Unione europea.

Sulla base della propria comunicazione sulla strategia Europa 2020, del 3 marzo 2010, la Commissione ha proposto che il Consiglio europeo di primavera sottoscrivesse l’impostazione globale della strategia, stabilisse i traguardi quantitativi e definisse la struttura della governance e ha chiesto che il Consiglio europeo di giugno sottoscrivesse gli orientamenti integrati di attuazione della strategia e i traguardi quantitativi nazionali specifici.

 

Interrogazione n. 14 dell’on. Blinkevičiūtė (H-0073/10)
 Oggetto: Chiave di genere
 

Ai sensi del trattato CE, la parità di genere è un principio fondamentale dell’Unione europea, uno degli obiettivi e uno dei compiti della Comunità. L’integrazione della parità tra donne e uomini è presente in tutti i settori politici. Le questioni di parità di genere sono importanti per una crescita sostenibile e la competitività, per affrontare la sfida demografica e per la coesione economica e sociale nell’Unione europea.

In tempi di recessione economica, mantenere le questioni sulla parità di genere in primo piano nell’ordine del giorno è una sfida, e la visibilità di tali questioni è un modo per far fronte ad essa. Le conclusioni del Consiglio adottate il 30 novembre 2009 hanno invitato la Presidenza e la Commissione a includere un capitolo sulle questioni di genere nei messaggi chiave che saranno adottati dal Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori” e sottoposti al Consiglio europeo di primavera del 2010.

Una chiave di genere sarà adottata dal Consiglio “Occupazione, politica, sociale, salute e consumatori” e sottoposta al prossimo Consiglio europeo di primavera?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Come ha osservato l’onorevole parlamentare, la parità di genere riveste trasversale e fondamentale importanza in seno all’Unione europea. L’eguaglianza di uomini e donne è fortemente ribadita nelle disposizioni dei trattati comunitari. L’articolo 3 del trattato sull’Unione europea stabilisce che l’Unione promuove la parità tra donne e uomini e l’articolo 8 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea specifica che tale obiettivo viene perseguito in tutte le azioni dell’Unione. Nell’adottare il patto europeo per la parità di genere(1), il Consiglio europeo del 23 e 24 marzo 2006, ha riconosciuto esplicitamente che politiche volte a promuovere la parità di genere sono vitali per la crescita economica, la prosperità e la competitività.

Il 30 novembre 2009, il Consiglio ha adottato delle conclusioni su tale argomento specifico(2), invitando all’inoltro al Consiglio europeo di messaggi chiave sulle questioni di genere.

In tali conclusioni, il Consiglio ha affermato specificamente diversi punti sollevati anche dall’onorevole parlamentare. In particolare, il Consiglio ha ritenuto che “la parità di genere sia un elemento fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi dell’UE di coesione economica e sociale e di un livello elevato di occupazione, nonché per assicurare una crescita sostenibile e la competitività, e per affrontare la sfida demografica”(3).

La questione di genere è affrontata altresì in seno alla strategia Europa 2020, adottata dalla Commissione il 3 marzo. Il Consiglio ha proceduto ad uno scambio di vedute su tale argomento generico nel corso della propria seduta dell’8 marzo e la presidenza si è impegnata a trasmettere i risultati di tale discussione al Consiglio europeo. Tale procedura fornirà agli Stati membri e alla presidenza l’opportunità di ribadire le preoccupazioni e le prospettive positive che il Consiglio ha espresso nelle proprie conclusioni di novembre.

E’ bene notare altresì che l’attuale presidenza spagnola dell’Unione europea è estremamente attiva nel campo della parità di genere e che, a seguito del vertice europeo delle donne in posizioni di potere del 3 febbraio, il 4 e 5 dello stesso mese ha onorato il forum femminile Beijing+15 riunendo rappresentanti dei governi dell’Unione europea, dello spazio economico europeo, dei paesi candidati, della Commissione e del Parlamento europei e delle principali associazioni femminili europee che operano per la parità di genere.

Per il prossimo 25 e 26 marzo la presidenza spagnola sta organizzando un incontro informale dei ministri per le pari opportunità che sarà incentrato sull’uguaglianza di genere come base per la crescita economica e l’occupazione.

 
 

(1)V. doc. 7775/1/06 REV 1, paragrafo 40 e allegato II.
(2) Doc. 15782/09.
(3) Doc. 15488/09, paragrafo 2, lettera a.

 

Interrogazione n. 15 dell’on. Kelly (H-0075/10)
 Oggetto: Pratiche sleali nella catena di approvvigionamento alimentare
 

Qual è la posizione del Consiglio in merito alle pratiche commerciali sleali nella catena di approvvigionamento alimentare? Come indicato dalla Commissione nella comunicazione COM(2009)0591, la riduzione dei prezzi alimentari per i produttori non si è stata ripercossa in modo significativo sui consumatori, mentre gli stessi prezzi alimentari elevati hanno colpito la domanda di prodotti alimentari europei in misura tale che gli agricoltori stanno vendendo i loro prodotti a prezzi inferiori a quelli di produzione.

Molti lavoratori del settore della vendita al dettaglio hanno riferito di casi in cui le grandi catene hanno chiesto ai fornitori di pagare per il semplice fatto di immagazzinare i loro prodotti.

Ritiene il Consiglio che, vista la situazione illustrata, si renda necessaria un’indagine più estesa, a livello dell’UE, per ragioni di concorrenza? Riconosce l’esistenza di un divario tra il potere negoziale dei venditori al dettaglio e quello dei fornitori/produttori e del pericolo che detto divario venga utilizzato, dato che il numero dei produttori/fornitori di prodotti alimentari supera nettamente quello dei venditori al dettaglio?

In che modo propone di affrontare detto problema? Intende presentare comunicazioni al riguardo nel prossimo futuro?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Come la presidenza spagnola ha sottolineato durante il proprio intervento innanzi al comitato per l’agricoltura, il 27 gennaio, un migliore funzionamento della catena di approvvigionamento alimentare è di primaria importanza, in quanto concorre a formare un’agricoltura e un’industria agroalimentare efficace e competitiva, che rappresenta una delle sue priorità.

In questo momento, in particolare, il Consiglio sta esaminando la comunicazione della Commissione intitolata “Migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa” (COM(2009) 591 def.). A tale proposito, a gennaio, il Consiglio ha proceduto a uno scambio di opinioni sull’argomento sulla base di un questionario elaborato dalla presidenza e sta ora elaborando un progetto di conclusioni del Consiglio su tale comunicazione.

Senza con ciò pregiudicare il testo definitivo, nel progetto di conclusioni, vengono sviluppate cinque idee chiave, molte delle quali l’onorevole parlamentare cita nella propria interrogazione:

miglioramento della struttura e consolidamento dell’industria agroalimentare al fine di raggiungere le dimensioni necessarie a ottenere un maggiore potere contrattuale nelle trattative con grandi rivenditori;

aumento della trasparenza lungo la filiera alimentare, perché permette di tenere traccia dei livelli e degli sviluppi dei prezzi, nonché di esercitare maggiori pressioni sui soggetti interessati al fine di velocizzare la trasmissione dei prezzi. Tale misura è la chiave per un’equa distribuzione del valore aggiunto lungo la filiera alimentare;

lotta alle pratiche commerciali inique. La Commissione suggerisce di verificare tali pratiche in seno al mercato interno e propone tutte le misure comunitarie necessarie a fronteggiare simili pratiche;

invito alle iniziative di autoregolamentazione. La Commissione propone di operare assieme ai portatori di interesse della filiera alimentare per la redazione di vari contratti standardizzati e prevede altresì di adottare dei codici di buone pratiche commerciali;

esplorazione della concorrenza in seno alla filiera alimentare. La Commissione propone di lavorare assieme alla rete europea della concorrenza per sviluppare un approccio comune sulle questioni relative alla concorrenza passibili di influenzare il funzionamento della filiera alimentare. Il Consiglio sta riflettendo sull’interazione tra l’attuale concorrenza e le norme della politica agricola comune.

La presidenza auspica che tali conclusioni saranno adottate dal Consiglio durante la seduta di marzo.

Ultimo per ordine, ma non per importanza, il Consiglio sta attualmente lavorando assieme al Parlamento europeo su una proposta della Commissione per la rifusione della direttiva 2000/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 giugno 2000, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

 

Interrogazione n. 16 dell’on. Papastamkos (H-0078/10)
 Oggetto: Governance economica europea
 

La profondissima crisi finanziaria sopravvenuta in Grecia al pari dello squilibrio finanziario verificatosi in altri Stati membri della zona euro sollevano questioni di statica, di dinamica e di resistenza della costruzione stessa dell’Unione economica e monetaria. Non c’è dubbio che il risanamento delle finanze pubbliche di uno Stato membro della zona euro grava su di esso, ma ciò non toglie che la crisi finanziaria ha fatto emergere lo scollegamento tra un’integrale e uniforme unione monetaria e un’unione economica imperfetta in seno all’UE.

Intende il Consiglio proporre la concezione e la istituzione di un Fondo monetario europeo dotato delle risorse necessarie e delle capacità di intervento indispensabili per coprire deficit strutturali dell’UEM sì da riflettere una governance economica europea più formale e coordinata?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Mentre l’Unione economica e monetaria rappresenta per propria natura un elemento di stabilità e protezione dalle turbolenze del mercato, i membri della zona euro condividono la responsabilità della stabilità all’interno della zona stessa e le loro politiche economiche interessano tutti. Essi sono tenuti a portare avanti politiche nazionali sane, in linea con il patto di stabilità e crescita e con gli indirizzi di massima per le politiche economiche.

La recente crisi economica e gli attuali sviluppi nei mercati finanziari hanno mostrato l’importanza di uno stretto coordinamento delle politiche economiche. Nel loro incontro informale dell’11 febbraio, i capi di Stato e di governo dell’Unione hanno dichiarato che gli Stati membri della zona euro intraprenderanno, qualora necessario, un’azione definita e coordinata per salvaguardare la stabilità finanziaria dell’intera zona euro. Finora nessuno di questi Stati ha chiesto aiuto.

Il 16 febbraio, il Consiglio, su invito dei capi di Stato e di governo, si è concentrato sulla situazione relativa al disavanzo e al deficit di governo in Grecia, adottando:

un parere su un aggiornamento da parte della Grecia del proprio programma di stabilità, che stabilisce piani per la riduzione del proprio deficit di governo al di sotto del 3% del prodotto interno lordo entro il 2012;

una decisione che intima alla Grecia di correggere la propria situazione di disavanzo eccessivo entro il 2012, stabilendo misure di consolidamento di bilancio in base a uno scadenziario preciso, riportante alche i termini per la presentazione di relazioni sulle misure adottate;

una raccomandazione alla Grecia intesa ad allineare le sue politiche economiche agli indirizzi di massima comunitari.

Per quanto attiene al coordinamento e al controllo economico nella zona euro in generale, nel rispetto delle disposizioni contenute nel trattato di Lisbona, a primavera la Commissione intende sottoporre al Consiglio una proposta ai sensi dell’articolo 136 del trattato. Dopo averla ricevuta, il Consiglio esaminerà la proposta della Commissione. Finora, il Consiglio non ha ricevuto nessuna proposta di questo genere e, soprattutto, non ha ricevuto né discusso nessuna proposta relativa a un fondo monetario europeo.

 

Interrogazione n. 17 dell’on. McGuinness (H-0083/10)
 Oggetto: Piano volto a rafforzare il coordinamento e la sorveglianza delle politiche economiche tra i paesi membri dell’eurozona
 

Potrebbe il Consiglio fornire informazioni dettagliate in relazione alle idee secondo le quali i paesi dell’area dell’euro potrebbero avere maggior voce in capitolo circa il modo in cui sono gestite le economie degli altri Stati membri che fanno parte di tale area? La Commissione ha recentemente annunciato che prima di giugno, in base alle competenze previste dal trattato di Lisbona, presenterà un piano volto a rafforzare il coordinamento e la controsorveglianza delle politiche economiche. Approva il Consiglio questa impostazione ai fini di un maggiore coordinamento economico e ritiene che questo nuovo approccio rafforzerebbe l’area dell’euro?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

La recente crisi economica e gli attuali sviluppi nei mercati finanziari hanno mostrato l’importanza di uno stretto coordinamento delle politiche economiche, come confermato dai capi di Stato e di governo dell’Unione europea e dal Presidente del Consiglio europeo in occasione del loro incontro informale dell’11 febbraio.

La responsabilità prima delle politiche economiche nazionali spetta agli Stati membri stessi. L’Unione europea li monitora e coordina, soprattutto nel contesto del patto di stabilità e crescita e degli indirizzi di massima per le politiche economiche. Mentre il patto di stabilità e crescita consta essenzialmente nel far rispettare e mantenere la disciplina fiscale, gli indirizzi di massima per le politiche economiche mirano a garantire un controllo multilaterale dei trend economici in seno agli Stati membri. Le politiche strutturali, soprattutto al fine di aumentare la competitività e portare a una maggiore crescita e ad un più alto tasso di occupazione, sono coordinate nel quadro della strategia di Lisbona, che questa primavera verrà rilanciata come strategia Europa 2020.

Tutti questi strumenti sono basati sul partenariato e sulla cooperazione fra gli Stati membri. Il trattato di Lisbona fornisce alla zona euro un ulteriore quadro giuridico per garantire il corretto funzionamento dell’unione economica e monetaria. L’esistenza dell’Eurogruppo è riconosciuta formalmente dall’articolo 137 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dal protocollo 1 (n. 14) sull’Eurogruppo. L’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, inoltre, permette l’adozione di misure supplementari applicabili esclusivamente alla zona euro, volte a rafforzare il coordinamento e il controllo della disciplina di bilancio degli Stati membri di tale area o a stabilire degli indirizzi per le politiche economiche di detti Stati. Tali misure vengono adottate nel rispetto delle procedure rilevanti fra quelle indicate negli articoli 121 e 126 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea ad eccezione di quella descritta nell’articolo 126, paragrafo 14, del medesimo trattato.

Nel rispetto delle disposizioni contenute nel trattato di Lisbona, a primavera la Commissione intende sottoporre al Consiglio una proposta per rafforzare il coordinamento e il controllo delle politiche economiche. Dopo averla ricevuta, il Consiglio esaminerà la proposta della Commissione.

 

Interrogazione n. 18 dell’on. Enrique Guerrero Salom (H-0086/10)
 Oggetto: Flussi finanziari illeciti, evasione fiscale e paesi in via di sviluppo
 

Sussistono oggi prove sufficienti circa le ripercussioni negative che i flussi finanziari illeciti esercitano sui paesi in via di sviluppo. Anche se la gran parte dei flussi finanziari illeciti transfrontalieri non è visibile ed è difficile calcolarne l’entità, secondo le stime tali flussi oscillano tra i 1.000 e i 3.000 miliardi di dollari USA l’anno. In base ai dati forniti dalla Banca mondiale, tale ammontare varia da 1.000 a 1.600 miliardi di dollari USA l’anno e si ritiene che la metà di esso, da 500 a 800 miliardi di dollari USA l’anno, provenga dai paesi in via di sviluppo. Tali flussi illeciti provenienti dai paesi in via di sviluppo, stimati tra 500 e 800 miliardi di dollari USA l’anno, costituiscono il fattore economico che ha maggiore incidenza negativa sui poveri, poiché prosciuga fortemente le riserve monetarie, aumenta l’inflazione, riduce il gettito fiscale e provoca molte altre ripercussioni che limitano le possibilità dei paesi in via di sviluppo.

Quali sforzi e iniziative sta intraprendendo o intende intraprendere nei prossimi mesi l’UE per contrastare l’evasione fiscale e la fuga di capitali da e verso i paesi in via di sviluppo? In quale modo è possibile consolidare la capacità di gestione fiscale di tali paesi?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

L’evasione fiscale, la fuga di capitali e i flussi finanziari illeciti rappresentano sicuramente una seria sfida per lo sviluppo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, e, nella dichiarazione di Doha sul finanziamento per lo sviluppo del 2008, sono state identificate come i principali ostacoli alla mobilitazione delle risorse nazionali per lo sviluppo.

A maggio 2008, il Consiglio ha adottato delle conclusioni(1)che sottolineano quanto una buona governance nel settore fiscale – che comprende i principi di trasparenza, lo scambio di informazioni e una sana concorrenza fiscale – sia un fattore essenziale per la lotta alla frode e all’evasione fiscali transfrontaliere, nonché per rafforzare la lotta al riciclaggio di denaro sporco, alla corruzione e al finanziamento del terrorismo.

L’Unione europea promuove attivamente tali principi in vari ambiti:

la politica europea di vicinato comprende, in seno a diversi piani d’azione per specifici paesi terzi, un riferimento generico alla cooperazione in materia di fisco e ai principi di trasparenza, scambio di informazioni e al codice di condotta in materia di tassazione per le imprese. Tali piani d’azione sono strumenti di cooperazione economica e politica tra l’Unione europea e i paesi partner;

la politica comunitaria di cooperazione allo sviluppo fornisce ulteriore sostegno ai paesi in via di sviluppo disposti a sottostare ai principi di buon governo, anche nel settore fiscale, attraverso il programma europeo di vicinato e partenariato a favore della governance e all’iniziativa per la governance del decimo fondo europeo di sviluppo.

Inoltre, la recente, ampia accettazione degli standard fiscali dell’OSCE, anche da parte di diversi paesi in via di sviluppo, ha sostanzialmente modificato il panorama internazionale verso una maggiore trasparenza in ambito fiscale e ha fatto progredire il dibattito in seno all’Unione europea. Il 28 aprile 2009, la Commissione ha pubblicato una comunicazione sulla promozione della buona governance in materia fiscale(2), nella quale ha presentato una serie di idee su come promuovere la buona governance in materia fiscale nei confronti di paesi terzi.

Nelle proprie conclusioni del 18 maggio 2009, il Consiglio ha invitato la Commissione a presentare proposte per un’azione comunitaria concreta in materia di dialogo e assistenza verso i paesi in via di sviluppo sulla promozione della buona governance in materia fiscale e di sistemi fiscali nazionali più efficaci in modo da raggiungere gli obiettivi di sviluppo.

L’argomento è stato nuovamente discusso dal Consiglio nel quadro delle proprie conclusioni del 17 novembre 2009 sulla coerenza delle politiche per lo sviluppo (CPS). La questione è stata inclusa nella selezione iniziale di cinque questioni prioritarie da affrontare nel programma di lavoro della CPS che dovrà essere sottoposto al Consiglio quest’anno. Tali conclusioni hanno affermato la necessità di migliorare la trasparenza e contrastare i flussi transfrontalieri illeciti e l’evasione fiscale “riconoscendo che tali fenomeni hanno un grave impatto sulla mobilitazione delle risorse nazionali nei paesi in via di sviluppo”.

Sulla base di tali risultati, la presidenza spagnola del Consiglio ha inserito la questione tra le proprie priorità nell’agenda per lo sviluppo di questo semestre.

Pertanto, in occasione dell’incontro informale del 17 e 18 febbraio 2010 a La Granja (Spagna), cui ha presenziato anche il presidente della commissione parlamentare per lo sviluppo, i ministri competenti dell’Unione europea hanno avuto uno scambio di vedute approfondito in materia di tasse e buona governance per lo sviluppo e di meccanismi innovativi di finanziamento.

Il Consiglio nei prossimi mesi porterà avanti tale discussione e attende al proposito la prossima comunicazione della Commissione sulla promozione della buona governance in materia fiscale nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, che dovrebbe essere presentata al Consiglio nell’ambito del cosiddetto “pacchetto di aprile”.

 
 

(1)V. documentazione relativa alla presente nota sulle conclusioni del Consiglio in materia di questioni fiscali in seno ad accordi con paesi terzi
(2) doc. 9281/09 - COM (2009) 201 def.

 

Interrogazione n. 19 dell’on. Chountis (H-0092/10)
 Oggetto: Patto di stabilità e situazione finanziaria negli Stati membri
 

Durante la riunione del Consiglio europeo dell’11 febbraio e dell’Eurogruppo del 16 febbraio sono state adottate decisioni storiche. Per la prima volta, uno Stato membro, la Grecia, viene posto sotto triplice sorveglianza. Per la prima volta, il Consiglio proibisce espressamente l’adozione di misure relative ai salari, ai sistemi sanitari, al sistema pensionistico, all’amministrazione pubblica, ai mercati, ecc. E’ impressionante constatare che il Consiglio finora non abbia fatto alcun riferimento alla pietosa situazione in cui versano le economie degli altri Stati membri dell’UE, come la Spagna con un deficit dell’11,2% e un tasso di crescita del debito del 20%, la Francia con un deficit dell’8,3% e una crescita del debito del 10%, l’Italia con un deficit del 5,3% e un debito del 114% del PIL, il Portogallo con un deficit dell’8,7% e un ritmo di crescita del debito del 10% e la Gran Bretagna, il cui deficit ammonta al 12% come la Grecia, con un ritmo di crescita del debito del 20%, mentre il debito totale dei Paesi Bassi sfiora il 234% del PIL, quello dell’Irlanda il 222%, quello del Belgio il 219%, quello della Spagna il 207% e quello della Grecia il 179%.

Alla luce di quanto precede, il Patto di stabilità è stato, di fatto, soppresso. Può il Consiglio ammetterlo? Può indicare se i giganteschi deficit nell’UE sono dovuti ai vari pacchetti “illegali” di sostegno alle banche e alle industrie? Le misure contro i lavoratori greci preannunciano “raccomandazioni” analoghe per i lavoratori di tutta la zona euro? La Grecia funge da cavia, come sostiene il Primo Ministro greco?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Il patto di stabilità e crescita rimane lo strumento principale per mantenere la stabilità finanziaria in seno all’Unione europea nel suo complesso, nonché all’interno della zona euro. Esso viene applicato in modo omogeneo ed equo per tutti gli Stati membri, ed al momento tale applicazione gode della flessibilità introdotta nella revisione del patto del 2005. Il patto di stabilità e crescita, pertanto, è ben lungi dall’essere soppresso.

Per superare le crisi economica mondiale più grave che si sia verificata dal 1929, negli ultimi due anni Stati membri e Unione europea hanno effettuato ingenti interventi fiscali per sostenere il settore finanziario e l’economia reale, il che, naturalmente, ha portato a un aumento dei disavanzi pubblici. Tali interventi erano necessari ed appropriati ed hanno svolto un ruolo estremamente importante nell’evitare una crisi ancor peggiore, stabilizzare l’economia e prevenire una recessione più drammatica. In questo difficile periodo, il patto di stabilità e crescita ha dimostrato il valore della propria flessibilità.

Quando la ripresa economica viene confermata, le misure straordinarie devono essere ritirate. Il Consiglio ha già raggiunto un accordo sui principi di massima delle strategie di uscita. Sul fronte fiscale, tali principi vengono attuati nel quadro del patto di stabilità e crescita. Nel 2009 e 2010 il Consiglio ha adottato raccomandazioni volte a riportare al di sotto della soglia di riferimento del 3% del PIL 20 Stati membri, tra cui Belgio, Spagna, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito. Le scadenze per correggere il proprio disavanzo variano dall’anno solare 2011 a quello fiscale 2014 / 2015 a seconda della situazione specifica del singolo Stato membro.

Tra gli Stati membri attualmente soggetti a procedure per il recupero di disavanzo eccessivo, la Grecia è il solo che non sia riuscito a portare a buon fine quanto espresso nella raccomandazione del Consiglio di aprile 2009. Come dimostrato dai dati di bilancio aggiornati a ottobre 2009, inoltre, le cifre presentate dalle autorità greche non si sono dimostrate affidabili. Il Consiglio continuerà a monitorare da vicino la situazione in tutti gli Stati membri con un deficit pubblico superiore alla percentuale di riferimento e, qualora uno o più di essi dovessero mancar di rispettare le raccomandazioni adottate, il Consiglio intraprenderà le misure necessarie.

Le raccomandazioni alla Grecia o a qualunque altro Stato membro mirano ad aiutare le autorità a mantenere una sana politica fiscale e non sono adottate “contro” nessuna categoria di cittadini. Alcuni Stati membri hanno permesso un’evoluzione delle proprie finanze che non è sostenibile e devono pertanto adottare delle misure correttive, perché è il solo modo corretto e sostenibile di andare verso una ripresa economica forte. A lungo termine, la mancanza di una disciplina fiscale porterebbe a disavanzi e debiti pubblici insostenibili, il che avrebbe effetti nocivi sull’intera economia comunitaria oltre che su quella degli Stati membri interessati.

 

Interrogazione n. 20 dell’on. Kratsa-Tsagaropoulou (H-0093/10)
 Oggetto: Misure di adeguamento finanziario e di sviluppo in Grecia
 

Nella sua pertinente decisione e raccomandazione del 16 febbraio, il Consiglio ECOFIN di febbraio ha invitato la Grecia ad adottare una serie di misure tanto per la riduzione della spesa quanto per l’aumento delle entrate e, in particolare, per la riduzione dei costi salariali, l’aumento dell’IVA e delle imposte sulle automobili e l’energia. Dato che la maggior parte delle misure che il governo greco ha adottato o intende adottare riguarda già la riduzione dei costi salariali e l’aumento delle entrate mediante l’aumento delle imposte dirette e indirette, può il Consiglio rispondere ai seguenti quesiti:

Non ritiene che tali misure, che tendono a una politica di austerità in materia di riscossione e di entrate, possano da sole ridurre ulteriormente la domanda in termini di investimento e di consumo nell’economia greca, pregiudicando così gli sforzi di ripresa e di risanamento finanziario in Grecia? Intende proporre al governo greco anche misure di sviluppo per recuperare la produttività dell’economia greca e per far fronte all’aumento della disoccupazione?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Il deterioramento delle finanze pubbliche in Grecia, unito a più ampi squilibri macroeconomici e alla perdita di competitività dell’economia ellenica negli ultimi anni, ha portato alla difficile situazione economica che lo Stato membro sta vivendo in questo momento. Le autorità greche si sono impegnate a intraprendere le azioni necessarie a far fronte alla situazione e il Consiglio si è impegnato a sostenerne gli sforzi.

Il Consiglio ha ripetutamente denunciato i problemi strutturali a lungo termine dell’economia greca in diversi esercizi di sorveglianza multilaterali. Nell’ambito della strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, in seno alla propria raccomandazione sull’aggiornamento nel 2009 degli indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri, il Consiglio ha osservato che la Grecia deve “intensificare gli sforzi per ovviare agli squilibri macroeconomici e alle carenze strutturali della [propria] economia”. Esso ha invitato la Grecia a migliorare la concorrenza in materia di servizi professionali, aumentare gli investimenti a favore di ricerca e sviluppo, utilizzare meglio i fondi strutturali, riformare la pubblica amministrazione e adottare un’ampia gamma di misure per il mercato del lavoro in base ad un’impostazione integrata basata sulla flessicurezza.

Il 16 febbraio, il Consiglio, su invito dei capi di Stato e di governo, si è concentrato sulla situazione relativa al disavanzo e al deficit di governo in Grecia, adottando:

un parere su un aggiornamento da parte della Grecia del proprio programma di stabilità, che stabilisce piani per la riduzione del proprio deficit di governo al di sotto del 3% del prodotto interno lordo entro il 2012;

una decisione che intima alla Grecia di correggere la propria situazione di disavanzo eccessivo entro il 2012, stabilendo misure di consolidamento di bilancio in base a uno scadenziario preciso, riportante alche i termini per la presentazione di relazioni sulle misure adottate;

una raccomandazione alla Grecia intesa ad allineare le sue politiche economiche agli indirizzi di massima comunitari.

Nell’ambito delle suddette misure, il Consiglio ha raccomandato alla Grecia di attuare un pacchetto completo di misure per migliorare il funzionamento del mercato dei prodotti e il contesto imprenditoriale, di sostenere la crescita della produttività e dell’occupazione, di rendere più efficace e rapido l’utilizzo dei fondi strutturali dell’UE, nonché di correggere la situazione di disavanzo eccessivo e di occuparsi della sostenibilità a lungo termine delle proprie finanze pubbliche. Per sostenere la crescita della produttività e dell’occupazione, la Grecia dovrebbe provvedere a:

adottare misure immediate per contrastare il lavoro nero;

rivedere la regolamentazione del mercato del lavoro, compresa la normativa in materia di tutela dell’occupazione, per aumentare l’offerta di manodopera;

sostenere la domanda di manodopera moltiplicando le riduzioni mirate del costo del lavoro;

varare riforme del sistema d’istruzione volte a innalzare il livello delle competenze della forza lavoro e aumentare la capacità di rispondere alle richieste del mercato di lavoro.

Di fronte alla sfida di migliorare la produttività, anche mediante strategie di investimenti pubblici per grado di priorità, la Grecia dovrebbe adottare tutte le misure necessarie a rendere più efficace e rapido l’utilizzo dei fondi strutturali dell’UE. Nel far ciò occorre far sì che sia data celere ed efficiente attuazione ai programmi operativi sulla riforma amministrativa e sulla convergenza digitale, in quanto sono alla base di riforme chiave per l’amministrazione pubblica, che è al centro della strategia di riforma tracciata nell’aggiornamento del gennaio 2010 del programma di stabilità.

La Grecia dovrebbe presentare la prima relazione sull’attuazione di tali misure entro il 16 marzo, la seconda a maggio e, in seguito, a scadenze trimestrali. Il Consiglio monitorerà da vicino la situazione continuerà ad intraprendere misure, a seconda delle necessità, per sostenere le autorità elleniche nella promozione della crescita economica e nel mantenimento di una politica fiscale solida.

 

Interrogazione n. 21 dell’on. Czarnecki (H-0096/10)
 Oggetto: Discriminazione della minoranza polacca in Bielorussia
 

Intende reagire il Consiglio alla discriminazione di cui sono vittime le minoranze nazionali, segnatamente la minoranza polacca in Bielorussia? La situazione si è particolarmente aggravata nelle ultime settimane durante le quali sono stati arrestati numerosi dirigenti di organizzazioni polacche e sono stati sequestrati i loro beni, ad esempio gli edifici che ospitavano la sede di varie associazioni e unioni polacche.

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

L’Unione europea è preoccupata per il recente deterioramento della situazione bielorussa e per l’aumento delle violazioni dei diritti umani. Essa inquadra la situazione relativa all’Unione dei polacchi come un elemento di questa tendenza negativa, comprovata da ulteriori e preoccupanti segnali quali la mancanza di libertà di espressione e di assemblea, l’aumento del controllo sui mezzi di comunicazione di massa e della pressione sui giornalisti, la nuova legge che limita l’uso di Internet e le molestie agli attivisti dell’opposizione.

Nella propria dichiarazione del 16 febbraio, la baronessa Ashton ha espresso preoccupazione per la situazione della minoranza polacca in Bielorussia e, in particolare, per l’espulsione forzata di suoi rappresentanti da edifici di proprietà della comunità, per l’arresto di suoi membri e per i tentativi di imporre dall’alto i vertici della comunità stessa. Tali preoccupazioni sono state trasmesse alle autorità bielorusse anche attraverso i canali diplomatici.

Il Consiglio ha avuto un rapido scambio di vedute sulla questione il 22 febbraio, e riprenderà una discussione più approfondita nei prossimi mesi.

In occasione del breve incontro con il ministro degli esteri Martynov, a margine dell’insediamento del presidente ucraino Yanukovich svoltosi a Kiev il 25 febbraio, la baronessa Ashton ha trasmesso le proprie forti preoccupazioni sulle violazioni dei diritti umani e ha segnalato che la situazione relativa all’Unione dei polacchi non rientrava tra gli “affari interni” della Bielorussia.

Il Consiglio intende portare avanti la politica europea di impegno condizionato e tale scelta è sostenuta altresì da preminenti leader bielorussi favorevoli alla democrazia e all’Europa, come Aliaksandr Milinkevich.

Al contempo, è di fondamentale importanza che la Bielorussia rispetti gli impegni presi nell’ambito dell’OSCE e su scala internazionale, anche in termini di protezione e promozione dei diritti delle minoranze.

E’ nell’interesse dell’Unione proseguire nei propri rapporti con la Bielorussia in modo da portare avanti valori e principi condivisi.

L’Unione europea continuerà a monitorare la situazione relativa ai diritti umani in Bielorussia e a mantenere la questione tra le priorità della propria agenda nell’ambito del dialogo politico con questo paese.

 

Interrogazione n. 22 dell’on. Gallagher (H-0097/10)
 Oggetto: Uso abusivo di passaporti europei
 

Passaporti europei contraffatti, tra cui passaporti irlandesi, sono stati utilizzati nell’assassinio del leader di Hamas a Dubai lo scorso gennaio. Il Consiglio può offrire una valutazione aggiornata delle le misure che ha preso per dare risposta alle preoccupazioni dei cittadini UE sull’uso abusivo di passaporti europei?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

In una dichiarazione rilasciata il 22 febbraio, il Consiglio ha sottolineato che l’uccisione di Mahmoud al-Mabhouh, avvenuta a Dubai il 20 gennaio, solleva interrogativi che inquietano profondamente l’Unione europea.

Il Consiglio ha dichiarato che si tratta di un atto che non può contribuire alla pace e alla stabilità in Medio Oriente. L’Unione europea ha condannato fermamente il fatto che le persone coinvolte si siano servite in modo fraudolento di passaporti e carte di credito di Stati membri dell’Unione europea usurpando l’identità di cittadini dell’UE.

L’Unione europea ha accolto con favore l’indagine delle autorità di Dubai e chiede a tutti i paesi di cooperare. I paesi interessati dell’UE stanno dal canto loro svolgendo indagini complete sull’uso fraudolento di passaporti nazionali.

L’Unione europea è impegnata ad assicurare che sia i cittadini dell’Unione che i paesi di tutto il mondo continuino a nutrire fiducia nell’integrità dei passaporti degli Stati membri. A tale riguardo, nel 2004 essa ha adottato norme sulle caratteristiche di sicurezza e sugli elementi biometrici dei passaporti e dei documenti di viaggio rilasciati dagli Stati membri. Tale documento è stato aggiornato nel 2009 e mira a rendere i documenti più sicuri e a stabilire un collegamento più affidabile con il loro detentore.

 

Interrogazione n. 23 dell’on. Crowley (H-0099/10)
 Oggetto: Boscimani del Kalahari
 

L’Alta Corte del Botswana ha sentenziato nel 2006 che l’allontanamento forzato dei boscimani del Kalahari dalle loro terre tradizionali è illegittimo e incostituzionale. Ciò nonostante il governo del Botswana continua ad impedire ai boscimani del Kalahari di ritornare nelle loro terre tradizionali interrompendo l’approvvigionamento idrico. Può il Consiglio indagare la situazione nel Botswana per valutare l’entità degli atteggiamenti persecutori che i boscimani del Kalahari del Botswana si trovano ad affrontare?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

La politica del governo del Botswana ed il suo programma di allontanamento dei boscimani dalla riserva di caccia del Kalahari centrale ha attirato particolare attenzione e destato preoccupazioni in seno alla comunità internazionale per i diritti umani, compresi il comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e il forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene.

L’Unione europea, dal canto suo, ha regolarmente discusso la questione dei boscimani con il governo del Botswana attraverso i responsabili delle missioni in loco. Tali discussioni si sono svolte nell’ambito del dialogo stabilito ai sensi dell’articolo 8 dell’accordo di Cotonou, che prevede un dialogo sistematico e formale relativamente ai tre elementi formali dell’accordo di Cotonou, ovvero rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e dello stato di diritto. In tali incontri il governo del Botswana ha informato l’Unione europea del seguito dato alla sentenza dell’Alta Corte. Stando alle informazioni ricevute, nel mese di dicembre i boscimani hanno nominato i propri rappresentanti, cui è stato affidato il compito di discutere assieme al governo la questione relativa alla riserva di caccia del Kalahari centrale. Sono attualmente in corso i contati fra tali rappresentanti ed il governo del paese al fine di trovare una soluzione alla questione del trasferimento da tale riserva.

Il Consiglio continuerà a seguire da vicino la situazione dei boscimani in Botswana.

 

Interrogazione n. 25 dell’on. Toussas (H-0105/10)
 Oggetto: “Strategia rinnovata” degli USA in Afghanistan
 

La NATO, con l’appoggio attivo dell’UE e della PESC, ha sferrato la maggiore offensiva in Afghanistan dall’inizio dell’intervento militare degli USA e dei loro alleati, l’operazione “Moshtarak” nel quadro della “strategia rinnovata” degli USA stabilita dal Presidente statunitense Barack Obama, che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. A pochi giorni dal suo lancio, tale operazione ha già mietuto vittime avendo provocato la morte di almeno 15 persone tra la popolazione civile nella regione di Marjah. Le forze della NATO sostengono che si tratta di un errore, mentre le autorità afghane riconoscono che l’obiettivo era stato selezionato attribuendo la responsabilità ai talebani. Questi morti vengono ad aggiungersi ai 2.412 civili che, stando all’ONU, soltanto nel 2009, sono stati uccisi dalle forze di occupazione della NATO in Afghanistan.

Condanna il Consiglio questa nuova carneficina contro il popolo afghano? Risponderà alla richiesta delle forze pacifiste chiedendo il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Afghanistan?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Il quadro per l’impegno dell’Unione europea in Afghanistan è stabilito dal piano d’azione comunitario per Afghanistan e Pakistan, adottato dal Consiglio il 27 ottobre 2009. In base a tale documento, la presenza europea in Afghanistan è strettamente civile. L’Unione europea non è coinvolta nell’operazione Moshtarak, né in nessun altra operazione militare.

Gli sforzi dell’Unione si concentrano sul rafforzamento della capacità dello Stato e delle istituzioni afgani di promuovere il buon governo, i diritti umani e un’efficace amministrazione pubblica, soprattutto a livello sub-nazionale. Anche il sostegno della crescita economica, specialmente attraverso lo sviluppo rurale e il progresso sociale rientra tra le priorità principali.

L’Unione europea, inoltre, sta concentrando i propri sforzi nel rafforzamento dello stato di diritto, contribuendo all’istituzione un corpo di polizia civile per mezzo di EUPOL Afghanistan, la missione di polizia dell’UE in Afghanistan avviata a giugno 2007 a sostegno dell’attuazione del programma di giustizia nazionale.

Tali sforzi sono allineati anche alle priorità strategiche presentate dal governo afgano.

Il Consiglio ha sottolineato che gli aiuti internazionali devono rappresentare una strategia transitoria, volta a permettere al governo afgano di farsi carico delle proprie responsabilità, mentre la comunità internazionale assume via via un ruolo di mero sostegno.

L’Unione europea deplora fortemente tutte le perdite civili verificatesi in Afghanistan.

 

Interrogazione n. 26 dell’on. Angourakis (H-0106/10)
 Oggetto: Attacchi omicidi di Israele contro i palestinesi
 

Gli atti provocatori di Israele contro i palestinesi si moltiplicano nei territori palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto irruzione negli uffici del Partito del popolo palestinese causando ingenti danni materiali e arrestando le persone che ivi si trovavano. Tale irruzione ha avuto luogo nel quadro di decine di incursioni israeliane a Ramallah e in Cisgiordania in cui centinaia di persone sono arrestate per “turbamento dell’ordine pubblico”. Simultaneamente, Israele continua ad appoggiare la politica delle “esecuzioni extragiudiziali” e gli omicidi di dirigenti di organizzazioni palestinesi beneficiando dell’appoggio informale degli USA, dell’UE e della NATO.

Condanna il Consiglio la politica attuata da Israele con i suoi attacchi militari omicidi contro il popolo palestinese e la pace nella regione? Condanna altresì il fatto che tale paese rifiuti di riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese indipendente nei territori del 1967 con Gerusalemme Est per capitale?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

La persecuzione di una popolazione civile da parte delle autorità di uno Stato, sia essa diretta verso i propri cittadini oppure no, viola lo stato di diritto e la generalità dei principi democratici. Per estensione, tali atti non sono conciliabili con i valori fondamentali dell’Unione europea, soprattutto il diritto di vivere in sicurezza. E’ fondamentale che tali affermazioni siano sottoposte a indagini accurate.

Per quanto attiene ai vari incidenti tra i servizi di sicurezza israeliani e i palestinesi, nonché alle politiche israeliane sotto il regime di occupazione, il Consiglio ha sempre insistito che entrambe le parti rispettino il diritto internazionale e il diritto umanitario internazionale. Questi sono i principi cui ha fatto riferimento il Consiglio nelle proprie conclusioni sul processo di pace in Medio Oriente, a dicembre 2009.

Desidero assicurare all’onorevole parlamentare che il Consiglio continua ad attribuire grande importanza ai diritti umani degli individui, nel rispetto dei principi citati, e che è pronto a condannarne la violazione, ove appropriato e sulla base di prove solide.

 

Interrogazione n. 27 dell’on. Ţicău (H-0108/10)
 Oggetto: Situazione relativa all’adozione delle decisioni del Consiglio in materia di accordi tra l’UE e il Canada nel settore del trasporto aereo
 

Il rafforzamento del dialogo transatlantico tra l’Unione europea, da un lato, e gli Stati Uniti e il Canada, dall’altro, costituisce una delle priorità della Presidenza spagnola dell’Unione. Tra gli elementi del dialogo con il Canada figurano, in primo luogo, l’adozione di una decisione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dell’Unione relativa alla firma e all’applicazione provvisoria di un accordo sul trasporto aereo e, in secondo luogo, l’adozione di una decisione del Consiglio relativa alla firma di un accordo tra l’UE e il Canada in materia di sicurezza dell’aviazione civile.

In considerazione dell’importanza che riveste la firma di tali accordi per la cooperazione tra l’UE e il Canada, può il Consiglio indicare la fase in cui si trova l’adozione di tali decisioni?

 
  
 

(EN) La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di marzo 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

Il 30 novembre 2009 il Consiglio ha adottato la propria decisione concernente la firma e l’applicazione provvisoria dell’accordo sui trasporti aerei tra la Comunità europea e il Canada, che è stato firmato il 17 e 18 dicembre 2009.

Secondo le disposizioni di tale documento, in attesa della sua entrata in vigore, l’accordo è applicato in via provvisoria dalla Comunità e dagli Stati membri, conformemente all’applicazione del diritto nazionale, a decorrere dal primo giorno del mese successivo alla data nella quale le parti si sono notificate l’avvenuto espletamento delle procedure necessarie a questo fine. A oggi il Consiglio non ha ricevuto nessuna notifica.

Nondimeno, al fine di prepararsi alla conclusione dell’accordo, quando verrà il momento, gli organi preparatori del Consiglio inizieranno a operare gli adattamenti necessari al trattato di Lisbona e, successivamente, adotteranno una decisione al fine di trasmettere il progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione dell’accordo nonché il testo dell’accordo stesso al Parlamento europeo per la sua approvazione.

Per quanto attiene all’accordo sulla sicurezza dell’aviazione civile tra la Comunità europea e il Canada, il Consiglio ha adottato la propria decisione sulla sua firma il 30 marzo 2009 e il documento è stato firmato a Praga il 6 maggio 2009.

Tale accordo non viene applicato provvisoriamente, pertanto necessita di essere concluso prima di poter entrare in vigore. Gli organi preparatori del Consiglio, di conseguenza, hanno iniziato a operare gli adattamenti necessari al trattato di Lisbona al fine di trasmettere il progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione dell’accordo nonché il testo dell’accordo stesso al Parlamento europeo per la sua approvazione.

 

INTERROGAZIONI ALLA COMMISSIONE
Interrogazione n. 38 dell’on. Harkin (H-0087/10)
 Oggetto: Libro verde sul volontariato
 

Al fine di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica circa il valore del volontariato nell’UE, intende la Commissione considerare la possibilità di elaborare, unitamente alle iniziative proposte per celebrare l’Anno europeo del volontariato, un Libro verde esaustivo sul volontariato volto a facilitare, riconoscere e apportare un maggior valore al volontariato?

Oltre all’elaborazione di tale Libro verde, ritiene la Commissione che sia rilevante creare sinergie con altre organizzazioni internazionali, quali l’ILO e l’ONU, in relazione al progetto di misurazione del volontariato avviato dalla John Hopkins University e dall’ILO e al manuale delle Nazioni Unite sugli enti senza scopo di lucro?

 
  
 

(EN) La Commissione europea plaude all’interesse che il Parlamento europeo continua a mostrare per le questioni relative al volontariato.

Il 2011, Anno europeo del volontariato, s’incentrerà sui seguenti quattro obiettivi: anzitutto, creare un ambiente favorevole al volontariato, secondariamente, attribuire maggiori poteri alle organizzazioni che svolgono tali attività, in terza battuta, sensibilizzare il pubblico sul valore e l’importanza del settore e, infine, migliorare il riconoscimento delle attività di volontariato. L’Anno europeo impegnerà quindi tutti i portatori di interessi, e soprattutto le organizzazioni della società civile, a livello europeo, nazionale, regionale e locale. La Commissione auspica altresì che il Parlamento manterrà il proprio impegno in materia durante la preparazione a tale evento.

La Commissione vorrebbe assicurare all’onorevole parlamentare che è sua priorità far sì che l’azione europea in materia di volontariato continui ben oltre la conclusione dell’Anno europeo. L’influenza di tale evento dovrebbe riflettersi nelle iniziative politiche e nel dialogo continuo con i portatori di interesse della società civile, le imprese e le istituzioni europee e internazionali, che negli anni a venire garantiranno risultati tangibili a beneficio del settore volontariato e dell’intera società europea. La Commissione, tuttavia, ritiene che nell’attuale fase di preparazione del 2011 quale Anno europeo del volontariato, sia troppo presto per valutare se un Libro verde sull’argomento sarebbe uno strumento appropriato per facilitare, riconoscere e aggiungere valore a tale settore.

Uno studio della Commissione sul volontariato nell’Unione europea, ultimato all’inizio del 2010(1)fornisce, per la prima volta, una ricerca ed una visione approfondita dell’attuale situazione di questo settore in seno all’Unione europea. Tale studio ha raccolto e utilizzato un’ampia gamma di fonti, in modo da riunire il maggior numero possibile di informazioni sul livello di volontariato nell’UE, tuttavia non è stato ancora possibile fornire un confronto statisticamente accurato delle diverse situazioni nelle varie zone del continente e mancano ancora dati confrontabili tra i diversi Stati membri. La Commissione plaude pertanto a iniziative volte migliorare la comprensione del settore del volontariato e intende esplorare potenziali sinergie con Eurostat e altre organizzazioni internazionali, quali l’Ufficio internazionale del lavoro e le Nazioni Unite, come suggerito dall’onorevole parlamentare.

 
 

(1)http://ec.europa.eu/citizenship/index_en

 

Interrogazione n. 40 dell’on. Tarabella (H-0095/10)
 Oggetto: Misure della Commissione per lottare efficacemente a livello europeo contro la violenza nei confronti delle donne
 

Il Parlamento europeo ha approvato con un’ampia maggioranza una risoluzione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2009 (P7_TA(2010)0021). In qualità di relatore della Commissione per i diritti della donna, ho proposto di indire un Anno europeo contro la violenza nei confronti delle donne, proposta approvata con 591 voti favorevoli, 30 contrari e 15 astensioni. Inoltre, la dichiarazione scritta con la quale l’on. Eva-Britt Svensson formulava la stessa proposta aveva raccolto 408 firme nell’aprile scorso.

Può la Commissione indicare in quale misura prevede di dare seguito alla forte e continua mobilitazione del Parlamento europeo su tale questione?

Va segnalato che la mia proposta in cui si invita la Commissione “ad avviare l’elaborazione di una proposta di direttiva globale sulla prevenzione e la lotta contro tutte le forme di violenza nei confronti delle donne, compresa la tratta” è stata approvata con 558 voti favorevoli, 85 contrari e 22 astensioni.

Può la Commissione precisare quale seguito intende dare a tale richiesta?

 
  
 

(EN) La lotta contro la violenza nei confronti delle donne costituisce una priorità politica per la Commissione. Essa plaude all’adozione della risoluzione sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea (P7_TA(2010)0021) da parte del Parlamento europeo e all’adozione della proposta di indire un Anno europeo contro la violenza nei confronti dei bambini, dei giovani e delle donne.

La Commissione è determinata a utilizzare i propri poteri politico, legislativo e finanziario, nonché le proprie risorse, per contribuire a eliminare la violenza nei confronti delle donne in Europa e altrove. La Commissione affronta tale problema attraverso iniziative legislative e politiche, nonché attraverso azioni in settori quali la protezione dei diritti fondamentali, la parità di genere e altre politiche occupazionali e sociali, le politiche sulla tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale, la cooperazione nell’applicazione della legge e nella giustizia penale, le politiche di asilo e immigrazione, la sanità pubblica, sviluppi, ricerche e istruzione.

Recentemente la Commissione ha intrapreso una serie di iniziative nel settore della lotta contro la violenza.

E’ attualmente in preparazione una strategia a medio termine per la parità tra donne e uomini, che verrà adottata a metà del 2010, quale seguito del quadro giuridico esistente. E’ previsto che la violenza nei confronti delle donne rimanga un’area prioritaria specifica su cui la Commissione continuerà a concentrarsi.

Nel campo della giustizia penale, la Commissione sottoporrà a breve una proposta sulla tratta degli esseri umani. Essa sostiene il progetto della presidenza spagnola di creare un ordine di protezione europeo che miri anche a fornire maggiore protezione alle donne vittime di violenza domestica.

Il programma Daphne III, che rappresenta l’azione più mirata e completa nella lotta contro la violenza, ha avviato recentemente uno studio sulle pratiche lesive tradizionali, che sarà ultimato all’inizio di aprile del 2010. Tale programma ha dato inoltre il via all’inchiesta Eurobarometer sulla percezione che i cittadini hanno della violenza nei confronti delle donne, che permetterà di confrontare come la percezione della violenza in seno all’Unione europea sia cambiata nel corso degli ultimi dieci anni. I risultati di tale inchiesta dovrebbero essere disponibili verso metà del 2010.

Il programma Daphne III, inoltre, su iniziativa del Parlamento europeo, ha avviato un’azione preparatoria sulla normalizzazione della legislazione nazionale in materia di violenza di genere e di violenza nei confronti dei bambini. Lo scopo di tale studio è aiutare la Commissione a determinare l’ambito delle proprie azioni future, inclusa la possibilità di proporre delle leggi in materia. Esso valuterà l’opportunità di armonizzare a livello europeo la legislazione sulla violenza di genere che potrebbe contribuire a ridurre il fenomeno in seno all’Unione europea. Tale studio è attualmente in corso e la relazione finale è prevista per la fine di settembre 2010. I risultati dello studio saranno presentati a fine anno nel corso di una conferenza. Ciò fornirà alla Commissione l’opportunità di presentare le proprie azioni volte al rafforzamento di una politica di lotta contro la violenza.

Alla luce di dette iniziative, la Commissione prende nota della richiesta del Parlamento alla Commissione di stabilire una strategia a livello europeo di lotta contro la violenza nei confronti delle donne, di redigere strumenti legalmente vincolanti per eliminare tale forma di violenza e di preparare una campagna di sensibilizzazione europea sulla violenza nei confronti delle donne. La Commissione sta attualmente valutando tali possibilità e riflettendo su come rispondere a tali richieste.

 

Interrogazione n. 41 dell’on. Crowley (H-0100/10)
 Oggetto: Strategia UE per le droghe
 

Il traffico illecito di droghe continua ad avere un impatto devastante sulle persone, le famiglie e le comunità in tutta Europa. La Commissione ha intenzione di migliorare l’efficacia della strategia UE contro le droghe allo scopo di dare risposta adeguata al traffico transfrontaliero e all’offerta di droghe illecite?

 
  
 

(EN) La Strategia UE per le droghe per il periodo 2005-2012 è stata adottata dal Consiglio europeo nel 2004. Si tratta di una strategia – e non di uno strumento giuridico formale – la cui attuazione risiede ampiamente nelle mani degli Stati membri.

Il ruolo della Commissione in questo caso è proporre un piano d’azione quadriennale per l’attuazione della strategia e monitorare quest’ultima. Le relazioni su tale monitoraggio vengono indirizzate al Consiglio e al Parlamento europeo sotto forma di comunicazioni.

 

Interrogazione n. 42 dell’on. Ludford (H-0058/10)
 Oggetto: Commercio di avorio in Tanzania e Zambia
 

Durante la riunione della CITES in programma per marzo, la Tanzania e lo Zambia vorrebbero ottenere l’autorizzazione a vendere le proprie riserve di avorio. A tal fine propongono che le loro popolazioni di elefanti siano cancellate dall’elenco dell’appendice 1 della CITES, che vieta ogni forma di operazione commerciale, e siano incluse nell’appendice 2, che consente un commercio controllato.

Altri paesi africani riuniti nella Coalizione per l’elefante africano sono fermamente contrari alla richiesta e hanno presentato una controproposta da sottoporre alla riunione della CITES, in cui chiedono una rigida moratoria per ogni forma di commercio dell’avorio.

Intendono ora l’UE e i suoi Stati membri appoggiare pienamente la richiesta di moratoria e rifiutare l’autorizzazione a un nuovo ciclo di vendite dell’avorio?

 
  
 

(EN) L’Unione europea deve ancora definire la propria posizione sulle diverse proposte concernenti gli elefanti che saranno discusse nel corso della conferenza delle parti della CITES che inizierà il 13 marzo 2010. Tale posizione verrà stabilità non appena saranno disponibili tutte le informazioni del caso e, in particolare, la relazione del gruppo di esperti nominati dal comitato permanente della CITES per la valutazione delle proposte di Tanzania e Zambia.

E’ alquanto improbabile, tuttavia, che l’Unione europea sostenga qualunque decisione che permetta una ripresa del mercato dell’avorio. La valutazione di qualunque possibile legame fra le precedenti vendite di avorio ed attività illegali è oggetto di uno studio attualmente ancora in corso. Fintantoché quest’ultimo non sarà ultimato, è molto difficile vedere come l’Unione possa concordare su una ripresa delle vendite di avorio, specialmente nell’attuale contesto degli alti livelli di bracconaggio e commercio illegale di avorio.

 

Interrogazione n. 43 dell’on. Bendtsen (H-0059/10)
 Oggetto: Protezione delle proprie imprese da parte della Cina in relazione alla comunicazione 618
 

L’obiettivo del programma nazionale cinese di omologazione dei prodotti innovativi (comunicazione n. 618 del 15 novembre 2009) è quello di proteggere le imprese cinesi nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. Il programma sembra limitare la possibilità per le imprese non cinesi - comprese quelle con filiali nel paese - di produrre e vendere sul mercato cinese i prodotti che esso comprende.

Quali sono le misure adottate dalla Commissione, a partire dal 14 dicembre 2009, data in cui Joerg Wuttke, nella sua veste di presidente della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina, ha inviato una lettera alle autorità cinesi in cui esprimeva chiaramente la sua preoccupazione in relazione al programma e chiedeva ulteriori chiarimenti in merito al suo contenuto e alle sue possibili conseguenze?

Nell’ambito dei negoziati sull’adesione della Cina al Government Procurement Act dell’Organizzazione mondiale del commercio, può dire la Commissione qual è la sua posizione alla luce della nuova politica di protezione delle proprie imprese adottata da tale paese?

Come intende inoltre agire la Commissione a fronte dell’attuale situazione?

 
  
 

(EN) Il 17 novembre 2009 le autorità cinesi hanno pubblicato una circolare in cui annunciavano misure volte alla creazione di un regime per alcuni settori “innovativi” che condiziona l’accesso agli appalti pubblici a un sistema di pre-qualificazione (accreditamento). Da allora, la Commissione si è tenuta in stretto contatto con le aziende europee presenti in Cina ed in Europa, nonché con alcuni partner internazionali al fine di valutare l’impatto di tale circolare.

La Commissione ha sollevato ripetutamente la questione con il governo cinese in diversi contatti blaterali a vari livelli esprimendo la propria preoccupazione per tali misure e invitando Pechino a fornire spiegazioni al riguardo. Parallelamente, diversi partner internazionali nonché un significativo numero di organizzazioni commerciali nazionali e internazionali hanno fatto lo stesso.

La Commissione – e molti dei partner internazionali – ritengono che le autorità cinesi non abbiano fornito spiegazioni soddisfacenti per l’introduzione di tali nuove misure. Importanti interrogativi rimangono senza risposta. La Commissione intende perseguire l’argomento con le autorità cinesi a tutti i livelli competenti in modo da chiarire la situazione e assicurare che gli interessi delle imprese europee nel mercato degli appalti cinesi siano tutelati.

La Cina non ha aderito al “Government Procurement Act” dell’Organizzazione mondiale del commercio, quantunque i negoziati siano ancora in corso. Quando la Cina sottoscriverà tale accordo, dovrà sottostare alle discipline, concordate a livello internazionale, strumentali alla soluzione di tale problematica. Nel frattempo, tuttavia, la Commissione sta continuando a discutere in seno all’OMC su come far fronte alle distorsioni del commercio derivanti da sussidi che interessano il commercio di servizi, ai sensi dell’articolo 15 dell’Accordo generale sugli scambi di servizi, cui la Cina è vincolata.

 

Interrogazione n. 44 dell’on. Santiago Fisas Ayxela (H-0061/10)
 Oggetto: Accordo commerciale multilaterale dell’UE con la Colombia
 

Dopo il successo dei negoziati di Lima sull’accordo commerciale multilaterale dell’Unione europea con la Colombia, tale accordo può dirsi praticamente concluso. Tuttavia, taluni deputati stanno esercitano pressione per scongiurarne la firma, adducendo come motivazione l’assassinio di sindacalisti, e ciò a prescindere dagli indiscutibili progressi compiuti dal governo colombiano in materia di rispetto dei diritti dell’uomo, progressi riconosciuti dall’OIL dinanzi alla Commissione per lo sviluppo del Parlamento europeo. Il Presidente Obama ha per altro indicato di recente che gli Stati Uniti intendono rafforzare le relazioni commerciali con la Colombia.

Premesso quanto suesposto, può la Commissione far sapere a che punto sono i negoziati con la Colombia e quando prevede la firma dell’accordo commerciale in oggetto?

 
  
 

(EN) Il 1° marzo 2010, la Commissione ha concluso i negoziati tecnici con il Perù e la Colombia per la stipula di un accordo commerciale multilaterale tra l’Unione europea e i paesi andini. Tale testo dev’essere ora sottoposto a un vaglio giuridico prima di essere siglato e prima dell’invio al Consiglio di una proposta volta ad autorizzare la sottoscrizione ufficiale dell’accordo, a seguito della quale verrà chiesto al Parlamento di dare il proprio assenso. Come promesso dal commissario per il commercio, prima della sigla dell’accordo vi sarà anche una discussione in seno alla commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo. L’intera procedura richiederà diversi mesi e ci si può ragionevolmente aspettare che la firma avrà luogo dopo l’estate.

 

Interrogazione n. 45 dell’on. Kelly (H-0064/10)
 Oggetto: Iniziativa dei cittadini - Renderla accessibile online
 

Il Trattato di Lisbona ha dato status giuridico a un nuovo modello di democrazia partecipativa conosciuto come “iniziativa dei cittadini”. La Commissione sarebbe disposta a esplorare la possibilità di rendere l’iniziativa dei cittadini disponibile in un ambiente online per una raccolta di firme efficiente e accessibile?

Internet è ormai il principale mezzo di comunicazione di massa degli europei ed è uno strumento particolarmente efficace di democrazia partecipativa. Abbiamo visto tutti le campagne MySpace e Facebook per delle iniziative politiche e quanto i cittadini si siano attivati nel tentativo di imporre un cambiamento democratico.

Dato il progresso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dovrebbe essere possibile verificare le firme online e se la Commissione inserisse un elemento online nell’iniziativa dei cittadini aprirebbe la strada alla vera democrazia partecipativa rendendo la raccolta delle firme molto più facile e meno costosa, e rendendo più possibile il dibattito in una sfera pubblica europea.

Può la Commissione far sapere se ritiene che ciò sia una possibilità effettiva pur tenendo anche conto dei diritti di coloro che non utilizzano Internet a partecipare alla iniziativa dei cittadini tramite le firme tradizionali?

 
  
 

(EN) La Commissione ritiene che dovrebbe esser possibile far raccogliere online le firme a sostegno dell’iniziativa dei cittadini e al momento sta analizzando la questione al fine di redigere una proposta legislativa in materia.

 

Interrogazione n. 46 dell’on. Figueiredo (H-0067/10)
 Oggetto: Fondi comunitari
 

La gravità della situazione in alcuni paesi dell’Unione europea richiede misure urgenti su più livelli, segnatamente in campo finanziario e monetario, in modo da combattere efficacemente la disoccupazione, che colpisce oltre 23 milioni di persone, e la situazione di povertà in cui vivono più di 85 milioni di persone.

È essenziale impegnarsi ai fini del progresso sociale, per dare priorità alla soluzione del problema della disoccupazione e della povertà, per sostenere la produzione e la creazione di occupazione con diritti, per garantire la coesione economica e sociale, e per fornire un sostegno finanziario ai paesi dove la situazione è più grave, in particolare anticipando l’erogazione di fondi senza esigere contropartite nazionali.

In tali circostanze, può la Commissione indicare se è disposta a trasferire con la massima urgenza i fondi comunitari cui hanno diritto i paesi afflitti da gravi problemi sociali e finanziari, affinché questi ultimi li possano utilizzare senza necessità di fornire una contropartita nazionale?

 
  
 

(EN) Nelle proprie comunicazioni intitolate “Un piano europeo di ripresa economica”(1)e “Un impegno comune per l’occupazione”(2)la Commissione ha preso un impegno fermo ad adottare misure efficaci per aiutare gli Stati membri a contrastare gli effetti della crisi accelerando l’attuazione dei programmi operativi cofinanziati dai fondi strutturali e dal fondo di coesione.

Nell’ambito del piano europeo di ripresa economica, ad aprile e maggio del 2009 è stato adottato un primo pacchetto di misure, che prevedevano la semplificazione delle norme per l’ammissibilità ed un ulteriore anticipo sui programmi operativi. Al fine di sostenere le operazioni urgenti necessarie a fronteggiare la crisi, sono stati versati agli Stati membri ulteriori 4,5 miliardi di euro provenienti dal Fondo europeo di sviluppo regionale e 1,8 miliardi di euro provenienti dal Fondo sociale europeo (il totale degli anticipi versati agli Stati membri nel 2009 ammontava a 11,3 miliardi di euro).

La Commissione ha incoraggiato altresì gli Stati membri a utilizzare la flessibilità insita nei programmi operativi per incanalare il finanziamento dei fondi strutturali verso operazioni volte al superamento della crisi e, ove necessario, a modificare i programmi operativi stessi. Essa ha segnalato inoltre che alcune operazioni potevano essere finanziate coi soli fondi strutturali, in quanto il rispetto del principio di cofinanziamento viene valutato sulla media delle priorità durante il periodo di programmazione. Questo permetteva di finanziare tali operazioni interamente con i fondi strutturali, a patto che venissero controbilanciate da altre operazioni finanziate in toto con fondi nazionali entro il 2015.

La comunicazione “Un impegno comune per l’occupazione” e le misure ad essa correlate erano necessarie a dare impulso alla creazione di nuovi posti di lavoro e contrastare gli effetti della crisi sull’occupazione in un periodo in cui l’economia reale e il mercato del lavoro stavano iniziando a risentire del suo impatto. Essa è stata accompagnata da proposte per la modifica del regolamento sulle modalità di applicazione dei Fondi strutturali e del Fondo di coesione.

Un emendamento chiave prevedeva una deroga di due anni (per il 2009 e il 2010) per le norme relative al calcolo dei rimborsi degli acconti sui dividendi rispetto ai programmi operativi del Fondo sociale europeo, il che avrebbe fatto sì che uno Stato membro che si fosse avvalso di tale possibilità, avrebbe ottenuto il rimborso del 100 per cento del contributo pubblico per una priorità coperta con acconti sui dividendi fino alla fine del 2010. Ne deriva che, mentre i programmi operativi avrebbero dovuto rispettare la percentuale di cofinanziamento per l’intero periodo, essi avrebbero rispecchiato quanto era possibile ottenere a livello di operazione. Data la natura del Fondo sociale europeo – che è il principale strumento europeo per investire nelle persone (esso sostiene 9 milioni di persone ogni anno) – tale disposizione mirava chiaramente ad accelerare le operazioni in favore delle persone, e soprattutto di quanti ne necessitano maggiormente, ovvero i disoccupati e coloro che sono a rischio di diventarlo, con un flusso di cassa stimato intorno ai 6,6 miliardi di euro.

Il Consiglio è giunto a un accordo di compromesso, che prevedeva il versamento di un ulteriore anticipo di 775 milioni di euro da parte del Fondo sociale europeo e dal Fondo di coesione ai cinque Stati membri più colpiti dalla crisi (Romania, Ungheria, Lituania, Lettonia ed Estonia). Inoltre, è stato proposto di adottare maggiore flessibilità per quanto concerne lo scioglimento automatico dagli impegni assunti nel 2007.

La Commissione si è opposta a tale compromesso, perché a suo avviso non forniva sufficiente sostegno alle persone colpite dalla crisi. La proposta è attualmente all’esame del Parlamento.

La proposta della Commissione per una nuova strategia Europa 2020 contiene diverse proposte che rientrano in seno a iniziative faro volte a rafforzare gli strumenti comunitari disponibili per contrastare direttamente o indirettamente la crescente disoccupazione. L’iniziativa faro “Un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro” propone di favorire e promuovere la mobilità lavorativa interna all’Unione europea e di far rispondere meglio domanda ed offerta di lavoro con adeguati sostegni finanziari provenienti dai fondi strutturali e in particolar modo dal Fondo sociale europeo. L’iniziativa faro “L’Unione dell’innovazione” propone di rafforzare il ruolo dei fondi strutturali, dei fondi di sviluppo rurale, del programma quadro di ricerca e sviluppo a sostegno dell’innovazione. L’iniziativa faro “Un’agenda europea del digitale” propone di favorire l’uso dei fondi strutturali comunitari per le finalità di tale agenda.

 
 

(1) COM(2008) 800 def.
(2) COM(2009) 257 def.

 

Interrogazione n. 47 dell’on. Catherine Bearder (H-0074/10)
 Oggetto: Biodiversità e subordinazione delle priorità ambientali agli interessi commerciali
 

La nuova emergenza che minaccia l’elefante africano mette in evidenza il pericolo di mercificazione per alcune delle specie più rare e minacciate della terra. La minaccia per questo animale particolare, è sintomatica di un approccio che antepone le esigenze economiche alla necessità di tutelare il nostro ecosistema e la moltitudine di specie animali che ospita.

Un secondo esempio di ciò può essere visto nella forma del documento recentemente emesso dalla Commissione, che rivela la sua intenzione di riclassificare le piantagioni di palma come ‘foreste’, per consentire l’uso dell’olio di palma come biocarburante.

La nuova classificazione delle piantagioni di palma da olio da parte della Commissione dà carta bianca alle industrie dell’olio di palma, del legname e della carta, per disboscare, distruggere e uccidere. Organizzazioni in tutto il mondo lottano per la sopravvivenza delle specie sull’orlo dell’estinzione a causa della proliferazione aggressiva di tali industrie.

In questo Anno delle Nazioni Unite della Biodiversità quali misure supplementari intende adottare la Commissione per tutelare le tante specie vulnerabili esposte allo sfruttamento per scopi commerciali?

 
  
 

(EN) La Commissione condivide la preoccupazione che molte risorse naturali sono sfruttate in modo insostenibile La Commissione sta operando in vari modi per risolvere tale problema e garantire una migliore conservazione della biodiversità sia dentro che fuori dall’Unione europea.

La Commissione, assieme alla Germania e ad altri paesi, sta sostenendo un ampio studio indipendente sull’economia degli ecosistemi e la perdita della biodiversità (TEEB)(1), avviato nel 2007 dai ministri per l’ambiente del G8, che finora ha portato a tre relazioni che sottolineavano l’importanza di stimare il valore economico della biodiversità e le conseguenze economiche della sua continua perdita. Questo lavoro è importante, perché finché il valore della natura non viene quantificato, l’interesse economico a sfruttarlo continuerà a prevalere sugli sforzi di conservarlo. L’idea è di assicurare che le scoperte di tale studio e le raccomandazioni espresse si riflettano in tutte le decisioni e le politiche sull’argomento e si aggiungano ad altre considerazioni di carattere economico (ad esempio integrandone la valutazione in seno a procedure di conteggio convenzionali), non solo in seno all’Unione europea, ma in tutto il mondo. La relazione finale di detto studio sarà presentata nel corso della decima conferenza delle parti della convenzione sulla diversità biologica, che si terrà a Nagoya, in Giappone, a ottobre 2010.

Quest’anno, che è l’anno internazionale delle Nazioni Unite per la biodiversità, si svolgeranno i negoziati per un nuovo quadro politico globale sulla biodiversità nell’ambito della convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica. La decima conferenza delle parti di tale convenzione, che si terrà a Nagoya a ottobre 2010, adotterà una versione rivista ed aggiornata del piano strategico per la convenzione, stabilendo una visione globale a lungo termine per la biodiversità, una missione a medio termine e una serie di obiettivi e sotto-obiettivi per il raggiungimento della missione. La Commissione cercherà di garantire che la salvaguardia delle specie vulnerabili si rispecchi nel quadro globale post-2010, e di migliorare lo stato di conservazione delle specie minacciate di estinzione.

Anche l’Unione europea svolgerà un ruolo primario nella conferenza delle parti contraenti della CITES (convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione), a marzo 2010. Essa proporrà segnatamente l’adozione di misure per la protezione della biodiversità marina, attraverso la regolamentazione del commercio internazionale di specie marine soggette a sfruttamento eccessivo. L’Unione europea si opporrà altresì all’adozione di qualunque misura passibile di far riprendere il commercio dell’avorio alle circostanze attuali e contribuirà ad aiutare gli stati africani a sviluppare un piano d’azione per una migliore conservazione degli elefanti.

La Commissione proseguirà nei propri sforzi di garantire che il consumo di legname e prodotti lignei non contribuisca al disboscamento illegale, che spesso comporta un impatto fortemente negativo sulla biodiversità. Tale problematica viene affrontata attraverso il piano d’azione per l’applicazione delle normative, la governance e il commercio nel settore forestale e il proposto regolamento sulla “dovuta diligenza” che stabilisce gli obblighi per gli operatori che piazzano legname e prodotti lignei sul mercato, attualmente soggetto alla procedura di codecisione.

 
 

(1) http://www.teebweb.org/

 

Interrogazione n. 48 dell’on. Czarnecki (H-0076/10)
 Oggetto: Violazione dei principi della concorrenza e del trasferimento di capitale da parte di Unicredit
 

Nel quadro del progetto Chopin del gruppo Unicredit, a cui appartiene la Banca Pekao in Polonia, sono stati violati i principi della concorrenza e del trasferimento di capitale dell’UE. Si tratta nello specifico di un caso di collusione e di abuso di posizione dominante da parte di Unicredit. Nel giugno 2005, quest’ultima e lo sviluppatore Pirelli, agendo di comune accordo, hanno firmato con la Pekao SA il cosiddetto accordo Chopin (senza informarne il mercato e gli organi di controllo finanziario, sebbene sussistesse tale obbligo). Conseguentemente, nell’aprile 2006, Unicredit, azionario dominante, ha esercitato pressioni sulla Pekao affinché questa firmasse con la Pirelli un accordo di partenariato sfavorevole. Occorre tener presente che la Pirelli e Unicredit sono attualmente connesse tramite il loro capitale nella società Olimpia, in cui l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, ricopre una carica esecutiva. Parallelamente nella società Olimpia ha avuto luogo una transazione asimmetrica, ossia l’acquisto da parte della Pirelli di opzioni prive di valore sulle azioni Telecom Italia detenute da Unicredit.

Con riferimento alla precedente interrogazione presentata dal deputato (H-0506/09), intende la Commissione intervenire in merito a quanto esposto, trattandosi di soggetti che operano in due Stati membri dell’UE?

 
  
 

(FR) Anzitutto è bene notare che la dimensione comunitaria di un caso non è necessariamente o esclusivamente comprovata dal semplice fatto che le aziende interessate risiedano in due Stati membri. A tale proposito la Corte di giustizia, nel rispetto della giurisprudenza consolidata, ha indicato che la dimensione e l’interesse comunitari di un singolo caso sono determinati dagli effetti dello stesso sugli scambi intracomunitari e dall’influenza che le pratiche denunciate esercitano sulle correnti commerciali fra Stati membri in un senso che possa nuocere alla realizzazione degli obiettivi di un mercato unico (V. sentenza della Corte di giustizia sul caso AEPI contro Commissione, causa C-425/07P, paragrafo 42). Dalle informazioni presentate dall’onorevole parlamentare, si deduce che il caso in questione riguarda un accordo commerciale puntuale tra due aziende e che tale accordo non sembra dover essere di interesse comunitario.

La giurisprudenza consolidata, inoltre, stabilisce che il diritto della concorrenza, e segnatamente le norme relative all’abuso di posizione dominante, non si applicano in caso di rapporti tra filiali e società madre (V. sentenza della Corte di giustizia sul caso Viho Europe BV contro Commissione, causa C-73/95). Il diritto della concorrenza, pertanto, non può essere applicato al caso in questione.

Alla luce di quanto esposto, la Commissione non intende intervenire nel caso portato alla sua attenzione dall’onorevole parlamentare.

 

Interrogazione n. 49 dell’on. Papastamkos (H-0079/10)
 Oggetto: Governance economica europea
 

La profondissima crisi finanziaria sopravvenuta in Grecia al pari dello squilibrio finanziario verificatosi in altri Stati membri della zona euro sollevano questioni di statica, di dinamica e di resistenza della costruzione stessa dell’Unione economica e monetaria. Non c’è dubbio che il risanamento delle finanze pubbliche di uno Stato membro della zona euro grava su di esso, ma ciò non toglie che la crisi finanziaria ha fatto emergere lo scollegamento tra un’integrale e uniforme unione monetaria e un’unione economica imperfetta in seno all’UE.

Intende la Commissione proporre la concezione e la istituzione di un Fondo monetario europeo dotato delle risorse necessarie e delle capacità di intervento indispensabili per coprire deficit strutturali dell’UEM sì da riflettere una governance economica europea più formale e coordinata?

 
  
 

(EN) Il quadro politico dell’Unione monetaria europea stabilito dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il Patto di stabilità e crescita mirano a garantire condizioni economiche e di bilancio sane. In alcuni casi, purtroppo, gli Stati membri della zona euro non sono riusciti a dotarsi per tempo di politiche sane, sviluppando squilibri e vulnerabilità che durante la crisi sono costati cari in termini di crescita e occupazione, nonché di premi al rischio sovrano elevati. Tali paesi affrontano pesanti sfide economiche e fiscali, che richiedono un’azione correttiva rapida e decisiva. La Commissione li sostiene in tale compito con la propria attività di controllo e consulenza politica.

Per quanto attiene al caso specifico della Grecia, il 3 febbraio la Commissione ha adottato un pacchetto completo e ambizioso di raccomandazioni dettagliate, concernenti la politica fiscale e la raccolta delle statistiche (raccomandazione al Consiglio di intimare allo Stato membro di agire ai sensi dell’articolo 126, paragrafo 9 – procedura per i disavanzi eccessivi), una proposta di parere del Consiglio sul programma di stabilità, e riforme strutturali (raccomandazione del Consiglio ai sensi dell’articolo 121, paragrafo 4 – mancato rispetto degli indirizzi di massima per le politiche economiche e rischio di compromettere il corretto funzionamento dell’unione economica e monetaria). Il Consiglio Ecofin ha adottato tali documenti il 16 febbraio e ha richiesto una prima relazione sulle misure di sostegno a salvaguardia dell’obiettivo sul disavanzo del 2010 entro e non oltre il 16 marzo.

Sia i capi di Stato e di governo che la Commissione hanno invitato Atene a fare quanto necessario – anche adottare ulteriori misure – per raggiungere gli ambiziosi obiettivi stabiliti nel programma di stabilità, ed in particolar modo per ridurre il disavanzo del 4 per cento del PIL entro il 2010. Il 3 marzo, il primo ministro greco ha annunciato nuove misure di consolidamento fiscale pari a circa il 2 per cento del PIL. La Commissione si è rallegrata di tali misure, che dimostrano l’impegno del governo ellenico a intraprendere tutte le misure necessarie a raggiungere gli obiettivi del programma di stabilità e segnatamente a garantire la riduzione del deficit di bilancio del 4 per cento del PIL entro il 2010. Al contempo, la Commissione ha sottolineato l’importanza di una completa e tempestiva attuazione delle misure fiscali, unita a riforme strutturali decisive in linea con la decisione del Consiglio. La Commissione monitora da vicino la situazione e rimane in stretto contatto con le autorità elleniche. Essa redigerà una valutazione dettagliata delle misure adottate in tempo utile per il Consiglio Ecofin di metà marzo, anche sulla base della prevista relazione delle autorità greche.

Come evidenziato dai capi di Stato e di governo, gli Stati membri della zona euro condividono la responsabilità della stabilità della moneta comune. Le nostre politiche economiche sono oggetto di preoccupazione comune. La dura lezione impartita da questa crisi è che necessitiamo urgentemente di un controllo delle politiche economiche più rigido e più diffuso, comprensivo di un sistema di allerta precoce e di gestione dei disavanzi, in modo da proteggere meglio la stabilità macrofinanziaria della zona euro. La Commissione intende presentare a breve proposte volte a rafforzare ulteriormente il coordinamento e il controllo delle politiche economiche nazionali in seno alla zona euro.

 

Interrogazione n. 50 dell’on. Andrikienė (H-0081/10)
 Oggetto: Relazioni commerciali tra UE e Russia
 

Dall’inizio della crisi finanziaria, alla fine del 2008, la Russia ha introdotto una serie di tariffe anticrisi, di natura protezionistica e con valenza “temporanea”, sull’importazione di alcuni prodotti quali carne, prodotti lattiero-casearii, mobili, taluni prodotti siderurgici, autocarri, apparecchi televisivi e altri prodotti ancora. Inoltre il 1° gennaio 2010 è stata istituita l’unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan. Le tariffe esterne concordate dai tre paesi sono basate principalmente sulle tariffe russe, per cui il 30% delle linee di prodotti che l’UE esporta in Russia ha subito un aumento delle tariffe.

È ampiamente riconosciuto che il problema principale per l’UE è rappresentato dal fatto che la Russia non è un membro dell’OMC e quindi non è tenuta a rispettare le norme dell’Organizzazione che limitano l’aumento unilaterale delle tariffe d’importazione e l’adozione di altre misure commerciali restrittive.

Come valuta la Commissione gli attuali problemi commerciali dell’UE con la Russia e come intende affrontarli? Ha ideato l’UE una strategia specifica per risolvere la questione dell’adesione della Russia all’OMC?

 
  
 

(EN) A partire dalla fine del 2008, la Russia ha seguito una politica di aumento delle tariffe doganali su un’ampia gamma di prodotti adducendo che si trattava di misure in risposta all’attuale crisi economica. Di fatto la Russia è il paese appartenente al G-20 che ha adottato il maggior numero di misure protezionistiche nel corso dell’ultimo anno. Tali misure colpiscono direttamente gli interessi economici dell’Unione europea in quanto essa è il maggiore partner commerciale di questo paese.

Simili misure protezionistiche sono state introdotte originariamente con valenza temporanea, tuttavia sono divenute permanenti sotto la neonata unione doganale con Bielorussia e Kazakistan. La nuova tariffa esterna comune dell’unione doganale, in vigore dal 1° gennaio 2010, ha consolidato la maggior parte degli aumenti “temporanei” alle tariffe d’importazione russe e li ha estesi altresì agli altri due membri dell’unione doganale.

Negli ultimi mesi, la Commissione ha incentrato i propri sforzi sulla valutazione d’impatto di questo nuovo regime doganale e sul tentativo di mitigarne gli effetti. La Commissione ha invitato la Russia a riportare le tariffe ai livelli inferiori precedenti su numerosi prodotti di particolare interesse per le esportazioni dell’Unione europea. Ha anche chiesto ripetutamente alla Russia di svolgere consultazioni formali come previsto dall’accordo di partenariato e cooperazione.

Finora la Russia continua a mantenere l’aumento delle tariffe. Bisogna dire che ai sensi degli attuali accordi bilaterali tra l’Unione europea e la Russia, quest’ultima non ha nessun obbligo giuridico di rispettare un “blocco dei prezzi” per quanto attiene alle tariffe all’importazione, tuttavia un simile blocco, quantunque non esigibile giuridicamente, è generalmente atteso da parte di qualunque paese intenda entrare a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio.

La Commissione continua a essere impegnata nel processo di adesione della Russia all’OMC. Sono in corso intense consultazioni a livello di alti funzionari per chiarire la nuova situazione. La Commissione mantiene il pieno impegno a portare avanti il processo di adesione e invita la Russia a migliorare e stabilizzare il proprio regime commerciale in modo da rispondere ai requisiti negoziati per il suo accesso.

 

Interrogazione n. 51 dell’on. Nadezhda Neynsky (H-0082/10)
 Oggetto: Direttiva 2001/18/CE in materia di organismi geneticamente modificati
 

La direttiva 2001/18/CE(1)del Parlamento europeo e del Consiglio non garantisce protezione dalla trasmissione orizzontale del materiale genetico dei virus provenienti da organismi geneticamente modificati verso altre coltivazioni, né la creazione di zone agricole esenti da OGM destinate a colture di tipo biologico e convenzionale.

Quali misure intende adottare la Commissione cosicché la direttiva 2001/18/CE consenta a ciascun Stato membro, se lo desidera, di stabilire limitazioni aggiuntive sia per l’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati di varia natura nelle coltivazioni di maggiore rilevanza economica per il paese interessato, sia per la designazione di superfici esenti da OGM in modo da garantire coltivazioni biologiche e convenzionali e la tutela della biodiversità?

 
  
 

(EN) Tale direttiva fornisce disposizioni specifiche per la valutazione di tutti i possibili effetti negativi sulla salute e sull’ambiente dovuti all’immissione di organismi geneticamente modificati nell’ambiente. Tale valutazione comprende il potenziale trasferimento di materiale genetico da virus ad altri organismi.

Per quanto attiene alla designazione di superfici esenti da OGM, la Commissione vorrebbe ricordare che a settembre 2009 il presidente della Commissione ha indicato che nel settore degli organismi geneticamente modificati dovrebbe essere possibile combinare un sistema di autorizzazioni a livello europeo basato su dati scientifici, con la libertà per gli Stati membri di decidere se vogliono coltivare o meno OGM sul proprio territorio.

Il 2 marzo 2010, la Commissione ha avviato un’analisi per valutare se, sulla base della legislazione vigente, è possibile lasciare agli Stati membri tale libertà e, in caso negativo, per presentare una proposta di legge prima dell’estate.

 
 

(1) GU L 106 del 17.4.2001, pag. 1.

 

Interrogazione n. 52 dell’on. McGuinness (H-0084/10)
 Oggetto: Aiuti di Stato a favore delle piccole e medie imprese attive nella produzione di prodotti agricoli
 

L’articolo 11, paragrafo 8 del regolamento (CE) n. 1857/2006(1)della Commissione, relativo all’applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato agli aiuti di Stato a favore delle piccole e medie imprese attive nella produzione di prodotti agricoli, stabilisce che, a decorrere dal 1° gennaio 2010, la compensazione offerta agli agricoltori per le perdite di raccolto causate dalle avversità atmosferiche dipenderà dalla stipulazione, da parte degli agricoltori stessi, di una polizza assicurativa a copertura di almeno il 50% della loro produzione media annua o del reddito legato alla produzione. In mancanza di una polizza assicurativa, la compensazione sarà ridotta del 50%. Qual è lo status dell’articolo 11, paragrafo 8 negli Stati membri in cui le compagnie assicurative non prevedono un’assicurazione per i raccolti?

Può la Commissione fornire informazioni sugli strumenti di valutazione del rischio attualmente disponibili negli Stati membri e in particolare in quegli Stati membri in cui vengono offerti prodotti assicurativi agli agricoltori? Può indicare il livello di copertura fornito da questi prodotti assicurativi, nonché le modalità di finanziamento degli stessi? Per esempio, sono finanziati dallo Stato, dagli agricoltori o da entrambi?

 
  
 

(EN) Se, in un dato Stato membro, nessuna compagnia di assicurazione propone polizze assicurative che coprano danni causati dagli eventi climatici statisticamente più frequenti, l’articolo 11, paragrafo 8, del regolamento (CE) n. 1857/2006 non verrà applicato, ma il regime di aiuti compensativi per le perdite subite non potrà essere esente dall’obbligo di notifica ai sensi del medesimo regolamento. In tal caso, lo Stato membro potrebbe notificare alla Commissione il regime di aiuti ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 3, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e illustrare che, nonostante tutti i ragionevoli sforzi compiuti, all’epoca in cui è verificato il danno, non era possibile reperire nello Stato membro o nella regione interessata un’assicurazione accettabile che coprisse danni causati dagli eventi climatici statisticamente più frequenti. Qualora venga presentata tale prova, no si applicherà la riduzione del 50 per cento.

Al momento gli Stati membri dispongono di diversi strumenti per la gestione del rischio. Per quanto attiene alle assicurazioni, in seno all’Unione sono disponibili essenzialmente i regimi assicurativi classici (assicurazioni singole o combinate contro rischi specifici, ma anche assicurazioni sulla produzione), generalmente di natura privata. In molti Stati membri, operano solo un numero limitato di compagnie assicurative. Il livello di sviluppo delle assicurazioni agricole in ciascun paese è legato essenzialmente a due fattori decisivi:

– le necessità di ciascun paese (livello di rischio);

– il sostegno economico al regime assicurativo fornito da ciascuno Stato membro.

Alcuni governi sovvenzionano le assicurazioni, mentre altri forniscono appositi aiuti ex-post attraverso regimi compensativi o fondi per le calamità naturali, che possono essere parzialmente finanziati dai portatori di interesse del settore agricolo su base volontaria oppure obbligatoria.

La relazione sui regimi assicurativi agricoli(2), finanziata dalla Commissione e aggiornata l’ultima volta nel 2008, presenta i vari strumenti esistenti per la gestione del rischio a disposizione degli agricoltori dell’Unione. Ciò permette di comprendere meglio l’evoluzione dei sistemi assicurativi in Europa, in quanto lo sviluppo di regimi assicurativi è strettamente legato alla presenza di altri strumenti per la gestione del rischio e al ruolo del settore pubblico, segnatamente per quanto attiene alle misure di aiuto ad hoc.

 
 

(1) GU L 358 del 16.12.2006, pag. 3.
(2) http://ec.europa.eu/agriculture/analysis/external/insurance/index_en.htm

 

Interrogazione n. 53 dell’on. Chountis (H-0085/10)
 Oggetto: Imminente fusione Olympic Air - Aegean
 

Attraverso comunicati identici (11 febbraio 2010) le compagnie aeree Olympic Air e Aegean hanno confermato i loro pourparler riguardo a una “cooperazione futura”, mentre la stampa parla di imminente fusione. Tale prospettiva, che comporta la creazione di un monopolio privato e la perdita di 2.500 posti di lavoro, ha suscitato vive reazioni da parte di organizzazioni di difesa dei consumatori.

Considerato che le due compagnie controllano la quasi totalità del traffico interno di passeggeri, che la Grecia per la sua conformazione geografica dispone del maggior numero di aeroporti rispetto agli altri Stati membri e che sono attesi aumenti del traffico interno come pure delle tratte sovvenzionate quanto a numero e importanza, può la Commissione precisare se il fatto che le due compagnie detengano il 97% del traffico interno di passeggeri costituisce ragione sufficiente perché l’Autorità greca per la concorrenza rifiuti di approvate tale fusione? Lo Stato greco ha la possibilità di negare la denominazione e il logo “Olympic” alla nuova società in via di fusione e imporre un massimale per le tariffe dei voli interni, stante che la nuova società monopolizzerà il 97% del traffico interno di passeggeri?

 
  
 

(EN) La Commissione è stata informata di una prossima fusione di Olympic Air ed Aegean Airlines tramite dichiarazioni delle due aziende.

In questa fase iniziale non è possibile determinare se l’operazione richiederà o meno una notifica alla Commissione europea o alle autorità greche competenti in materia di concorrenza.

Ai sensi del regolamento (CE) n. 139/2004 del Consiglio (“Regolamento sulle fusioni”)(1), la Commissione è competente per la verifica della compatibilità con il mercato comune delle concentrazioni di “dimensione comunitaria”, a condizione che vengano rispettati i criteri di turnover finanziario stabiliti dal regolamento sulle fusioni.

Il principale obiettivo della valutazione di una concentrazione da parte della Commissione è il mantenimento di una concorrenza efficace in seno al mercato comune e la prevenzione di effetti negativi sulla competitività e, in ultima battuta, sui consumatori. Nella propria analisi, la Commissione tiene conto, fra le altre cose, della posizione di mercato e del potere delle aziende in questione.

Visto che la prevista concentrazione non è stata ancora notificata formalmente alla Commissione ai sensi del regolamento sulle fusioni, al momento essa non è in posizione di esprimersi più dettagliatamente sulla transazione cui si riferisce l’onorevole parlamentare.

Con il completamento della procedura di privatizzazione di Olympic Airlines, la denominazione e il logo “Olympic” sono beni di proprietà di detta impresa.

 
 

(1)GU L 24 del 29.1.2004

 

Interrogazione n. 54 dell’on. Kratsa-Tsagaropoulou (H-0094/10)
 Oggetto: Misure di adeguamento finanziario e di sviluppo in Grecia
 

Il Consiglio Ecofin di febbraio ha invitato la Grecia ad applicare misure speciali di adeguamento finanziario. Il sig. Juncker ha sottolineato che la Commissione europea proporrà alla Grecia un pacchetto di possibili misure per ridurre le spese e aumentare le entrate, tra le quali ha menzionato, a titolo indicativo, la riduzione dei costi salariali, l’aumento dell’IVA e delle imposte sulle automobili e l’energia. Dato che la maggior parte delle misure che il governo greco ha adottato o intende adottare riguarda già la riduzione dei costi salariali e l’aumento delle entrate mediante aumenti delle imposte, può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

Non ritiene che tali misure, che tendono a una politica di austerità in materia di riscossione e di entrate, possano da sole ridurre ulteriormente la domanda in termini di investimento e di consumo nell’economia greca, pregiudicando così gli sforzi di ripresa e di risanamento finanziario in Grecia? Proporrà al governo greco misure di sviluppo adattate alla realtà greca per permettere una ripresa della produttività dell’economia?

 
  
 

(EN) Considerate le implicazioni sui mercati finanziari, i tassi di interesse e le condizioni per l’accesso al credito, livelli di debito e disavanzo elevati hanno un notevole impatto negativo sulla capacità di un paese di crescere. Il consolidamento fiscale, pertanto, è un fattore necessario anche per la crescita. Quantunque le condizioni per la crescita nel 2010 saranno sfavorevoli, in Grecia, posticipare il consolidamento fiscale porterebbe sicuramente risultati peggiori in termini di crescita. Nel rispetto delle disposizioni del Patto di stabilità e crescita, a gennaio 2010 la Grecia ha presentato un programma di stabilità aggiornato, che prevede un considerevole sforzo verso il consolidamento fiscale, con un calo del disavanzo pubblico dal 12,7 per cento del PIL, nel 2009, a valori inferiori al 3 per cento entro il 2012. Una prima fase di tale aggiustamento, pari al 4 per cento del PIL, dev’essere conseguita nel corso di quest’anno. La Commissione e il Consiglio hanno sottoscritto il programma di stabilità greco e ritengono appopriati sia gli obiettivi che le misure indicate per raggiungerli.

Considerati i rischi correlati alle soglie di debito e di disavanzo, è necessario effettuare uno sforzo supplementare per rispettare gli obiettivi di bilancio stabiliti. La Commissione plaude all’annuncio del governo ellenico, del 3 marzo 2010, di introdurre una serie di ulteriori misure di consolidamento pari al 2 per cento del PIL. Tale annuncio conferma l’impegno del governo ellenico a intraprendere tutte le misure necessarie a raggiungere gli obiettivi del programma di stabilità e segnatamente a garantire la riduzione del deficit di bilancio del 4 per cento del PIL entro il 2010. Le misure aggiuntive comprendono tagli alle spese e, soprattutto, risparmi nel monte delle retribuzioni pubbliche, fattori essenziali per ottenere effetti permanenti di consolidamento fiscale e riportare la competitività. Anche le previste misure di aumento delle entrate contribuiscono al consolidamento fiscale. Una completa e tempestiva attuazione delle misure fiscali, unita a riforme strutturali decisive in linea con la decisione del Consiglio, sono di fondamentale importanza. Tali misure sono nell’interesse della popolazione greca, che beneficerà di finanze pubbliche più solide, di migliori prospettive di crescita e di maggiori opportunità lavorative, e sono importanti altresì per la stabilità finanziaria generale della zona euro.

 

Interrogazione n. 55 dell’on. Gallagher (H-0098/10)
 Oggetto: Sicurezza su Internet
 

Più del 50% degli adolescenti europei offre informazioni personali, che possono essere viste da chiunque su Internet. La Commissione ha intenzione di presentare nuove misure per migliorare la sicurezza dei minori su Internet, con particolare riferimento ai siti dei network sociali?

 
  
 

(EN) In risposta all’interrogazione dell’onorevole parlamentare, la Commissione ritiene che migliorare la sicurezza dei minori su Internet, con particolare riferimento ai siti dei network sociali sia un’importante responsabilità, condivisa dalle autorità pubbliche, dai genitori, dagli istituti scolastici e dall’industria del settore.

Nel quadro del programma per un uso più sicuro di Internet(1)la Commissione ha favorito la firma, nel 2009, di un accordo di autoregolamentazione, denominato “Safer Social Networking Principles for the EU”(2)sottoscritto da venti aziende: Arto, Bebo, Dailymotion, Facebook, Giovani.it, Google, Hyves, Microsoft Europe, MySpace, Nasza-klaza.pl, Netlog, One.lt, Piczo, Rate.ee, Skyrock, Tuenti, Sulake, VZnet Netzwerk Ltd., Yahoo!Europe e Zap.lu. Dette aziende hanno riconosciuto la propria responsabilità e identificato i potenziali rischi per i minori presenti sui priori siti – tra cui bullismo, adescamento, e comportamenti a rischio come rivelare informazioni personali – mirando a limitarli per mezzo di una serie di misure specifiche.

La Commissione sta monitorando da vicino l’attuazione di tale accordo. Il 9 febbraio 2010, ha pubblicato una relazione valutativa sull’attuazione di tale accordo, sulla basse di un analisi delle politiche di sicurezza di tali aziende e sul test dei rispettivi siti da parte di esperti indipendenti. Tale documento mostra che la maggior parte di queste aziende hanno agito attribuendo maggiori poteri ai minori, rendendo loro più semplice modificare il settaggio di dati personali, bloccare utenti o eliminare commenti e contenuti non desiderati. Molto resta ancora da fare, in quanto solo il 40 per cento delle aziende rende il profilo di utenti minorenni visibile esclusivamente ai propri amici per default, e solo un terzo ha fornito risposte alle richieste di aiuto degli utenti.

La Commissione analizzerà nel dettaglio i risultati di ciascun firmatario e indicherà a ciascuna azienda, singolarmente, in quali aree è necessario adoperare maggiori sforzi per attuare appieno parti specifiche del documento in questione. Come previsto dall’accordo sottoscritto dalle succitate aziende, quest’anno si riunirà nuovamente una task force europea per i network sociali(3) per discutere ulteriori modi di migliorare la sicurezza su Internet dei minori che utilizzano siti per la socializzazione in rete.

La Commissione, inoltre, sta rivedendo le norme vigenti in materia di privacy e di protezione dei dati. A tale scopo ha effettuato una consultazione pubblica sulla revisione della direttiva sulla protezione dei dati(4), che si è conclusa a dicembre 2009. I risultati di tale consultazione mostrano che molti cittadini vogliono criteri di consenso più rigorosi per quanto attiene alla presenza di minori su Internet.

Il tema scelto il 9 febbraio di quest’anno per la Giornata per un Internet più sicuro è stato “pensa prima di postare”, in modo da invitare soprattutto i giovani a prestare attenzione alle informazioni personali che pubblicano su Internet.

 
 

(1) http://ec.europa.eu/information_society/activities/sip/index_en.htm
(2) http://ec.europa.eu/information_society/activities/social_networking/docs/sn_principles.pdf
(3)La task force europea per i network sociali è stata convocata per la prima volta dalla Commissione europea ad aprile 2008 ed è composta da rappresentanti di network sociali, nonché da esperti e da organizzazioni per la protezione dell’infanzia.
(4)Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati – GU L 281 del 23.11.1995

 

Interrogazione n. 56 dell’on. Konrad Szymański (H-0101/10)
 Oggetto: Parità di accesso ai servizi via Internet nel mercato unico
 

L’offerta di prodotti audio e video del negozio via Internet iTunes, gestito dalla società Apple, è rivolta unicamente ai cittadini di alcuni Stati membri (non è indirizzata, ad esempio, agli utenti polacchi). Si tratta di una pratica discriminatoria e, pertanto, non conforme al diritto comunitario che, inoltre, contribuisce alla diffusione del fenomeno della pirateria informatica.

Desta particolare preoccupazione il fatto che, nel quadro delle vendite online, un cittadino, ad esempio, polacco non può comprare un prodotto offerto tramite Internet in un altro paese a causa di limitazioni tecniche introdotte intenzionalmente sull’uso delle carte di credito.

Oltre a esprimere inquietudine in merito, come già avvenuto l’anno scorso, la nuova Commissione ha adottato azioni concrete miranti a eliminare questa pratica discriminatoria?

La discriminazione nei confronti dei consumatori di alcuni Stati membri nelle vendite online sarà oggetto di misure da parte della Commissione volte a instaurare la parità di diritti per i consumatori nel mercato dell’Unione europea?

 
  
 

(EN) Come la Commissione ha indicato nella propria risposta all’interrogazione E-5058/09, le disparità di trattamento sulla base della nazionalità o del luogo di residenza dei propri utenti applicate da fornitori di servizi (quali le restrizioni all’uso delle carte di credito, che impediscono ai consumatori di uno Stato membro di accedere ai servizi forniti da un punto vendita online in un altro Stato membro) sono disciplinate specificamente dalla clausola di non discriminazione dell’articolo 20, paragrafo 2, della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno (la cosiddetta “direttiva servizi”). Pur vietando la discriminazione, tale disposizione specifica altresì che non tutte le disparità di trattamento sono vietate, in quanto è possibile prevedere condizioni d’accesso differenti “allorché queste sono direttamente giustificate da criteri oggettivi”.

L’applicazione della legislazione nazionale con cui tale disposizione è recepita ricade primariamente nella responsabilità delle autorità e delle corti nazionali. La Commissione non è competente per avviare procedimenti di infrazione contro privati ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 2, della direttiva servizi. Essa, tuttavia, fornisce assistenza agli Stati membri per assicurare che autorità e corti nazionali attuino ed applichino in modo corretto, a livello nazionale, le disposizioni di recepimento dell’articolo 20, paragrafo 2, della direttiva servizi. Segnatamente, la Commissione ha recentemente pubblicato uno studio relativo alle pratiche commerciali suscettibili di rientrare nelle disposizioni di cui all’articolo 20, paragrafo 2 e sulle possibili ragioni soggiacenti alle medesime. I consumatori che hanno subito casi di possibile discriminazione possono cercare giustizia anche contattando gli organi di assistenza del proprio paese, come gli organi aderenti alla rete dei centri europei dei consumatori.

Quando applicano tali disposizioni, le autorità e le corti nazionali devono tener conto dei criteri oggettivi che possono giustificare la disparità di trattamento.

Inoltre, come forse l’onorevole parlamentare saprà, bisogna anche notare che i diritti d’autore ed i diritti ad essi correlati –

come i diritti dei produttori e degli esecutori di brani musicali nei punti vendita online – sono generalmente soggetti a licenze nazionali. La Commissione, nondimeno, non è in possesso di informazioni che lascino intendere che la decisione di non rendere disponibili punti vendita online di iTunes in Polonia spieghi la necessità di ottenere concessioni sui diritti d’autore per offrire servizi in tale paese.

Oltre all’applicazione della suddetta clausola di non discriminazione, di cui all’articolo 20, paragrafo 2, della direttiva servizi, le decisioni autonome delle aziende in posizione dominante devono essere valutate ai sensi dell’articolo 102 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che vieta, in quanto incompatibile con il mercato interno, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri.

La Commissione continua ad adoperare sforzi per eliminare gli ostacoli che ancora impediscono lo sviluppo di servizi musicali legali paneuropei e così permettere ai consumatori di effettuare acquisti presso qualunque punto vendita online dell’Unione europea, indipendentemente dal proprio luogo di residenza. La rimozione degli ostacoli identificati e l’effettiva applicazione dell’articolo 20, paragrafo 2, della direttiva servizi in seno agli Stati membri saranno di fondamentale importanza per il raggiungimento di tali obiettivi.

 

Interrogazione n. 57 dell’on. Messerschmidt (H-0107/10)
 Oggetto: Controlli alle frontiere
 

Secondo informazioni della polizia danese, lo scorso anno sono state arrestare 203 volte persone che avevano contravvenuto a un divieto di ingresso. Secondo la polizia, si tratta probabilmente soltanto della cima dell’iceberg. E, secondo la professoressa danese Marlene Wind del Jean Monnet, le frontiere aperte rendono facile ai criminali espulsi ritornare indietro e commettere nuovi reati.

Che cosa pensa dunque la Commissione in merito alla diffusa criminalità che varca le frontiere transeuropee all’interno dell’UE? E che è poi della mancata lotta alla criminalità in Bulgaria e Romania in relazione ai programmi di apertura delle frontiere l’anno nuovo anche con questi paesi?

 
  
 

(EN) La creazione di una zona senza controlli alle frontiere interne è correlata da misure accompagnatorie quali un’efficace cooperazione di polizia e giudiziaria. Ciò detto, sono stati istituiti servizi europei incaricati di far osservare le leggi, come Europol ed Eurojust, ed è stata adottata una serie di strumenti giuridici volti a permettere agli Stati membri di contrastare efficacemente la criminalità transfrontaliera come, ad esempio, la decisione, a partire dal 2008, di far progredire la cooperazione transfrontaliera soprattutto per quanto attiene alla lotta contro il terrorismo e la criminalità transfrontaliera. Tali disposizioni si riferiscono segnatamente allo scambio automatico di informazioni relativi a eventi di grandi dimensioni e per le finalità della lotta contro il terrorismo, nonché ad altre forme di cooperazione transfrontaliera di polizia.

Per quanto concerne l’efficacia dei divieti di ingresso, invitiamo l’onorevole parlamentare a riferirsi alla direttiva 2008/115/CE recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro dicembre 2010), che prevede un divieto di ingresso armonizzato a livello europeo. Tale divieto di ingresso ha effetti preventivi e sostiene la credibilità di una politica di rimpatrio europea trasmettendo chiaramente il messaggio che a coloro che non hanno il diritto di rimanere e non rispettano le norme per l’immigrazione negli Stati membri dell’Unione non verrà concesso di entrare nuovamente in nessuno Stato membro per un dato periodo di tempo.

Relativamente a Bulgaria e Romania, ai sensi dell’atto di adesione, l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne è preceduta da uno specifico processo di valutazione volto a verificare il rispetto di tutti i prerequisiti per l’applicazione dell’acquis di Schengen.

Tale valutazione copre i settori relativi a frontiere esterne, visti, cooperazione di polizia, sistema d’informazione Schengen e protezione dei dati. Bulgaria e Romania hanno stabilito la scadenza per l’eliminazione dei controlli alle proprie frontiere interne per marzo 2011. Le valutazioni sono partite nel 2009 e continueranno per tutto il 2010.

Spetta interamente agli Stati membri concludere se tutti i prerequisiti sono rispettati (oppure no) e decidere se procedere all’eliminazione dei controlli alle frontiere interne.

Il successo dell’area Schengen dipende dalla fiducia reciproca tra gli Stati membri e dalla loro capacità di attuare completamente le misure accompagnatorie che permettono l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne. Una lotta efficace contro la corruzione e il rafforzamento della cooperazione di polizia e giudiziaria sono fattori di importanza cruciale per costruire tale fiducia. La Commissione incoraggia gli sforzi e segue da vicino gli sviluppi registrati in questo settore da Bulgaria e Romania. Nel quadri del meccanismo di cooperazione e verifica, la Commissione valuta la riforma del sistema giudiziario e la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. La gestione della criminalità transfrontaliera è un importante elemento di valutazione. La Commissione basa la propria valutazione su varie fonti, tra cui le informazioni provenienti dagli Stati membri, e fornisce raccomandazioni su come migliorare la situazione nelle proprie relazioni estive.

 

Interrogazione n. 58 dell’on. Angourakis (H-0110/10)
 Oggetto: Privatizzazione del cantiere navale di Skaramanga
 

La privatizzazione del cantiere navale di Skaramanga imposta da successivi governi greci ha avuto conseguenze dolorose per i lavoratori, dato che centinaia di posti di lavoro sono stati soppressi. La società “Thyssen Krupp”, proprietaria del cantiere navale, lo vende adesso dopo aver incassato 3 miliardi di euro per la costruzione di sottomarini, aver rescisso i contratti con lo Stato greco e non aver consegnato i sottomarini in questione. Il cantiere navale è stato suddiviso ed è stata creata una società separata per il materiale rotabile. Da quasi 10 mesi i 160 lavoratori di questo cantiere navale non ricevono un salario. Alcuni articoli parlano di centinaia di nuovi licenziamenti e di mercanteggiamenti tra le multinazionali per la proprietà del cantiere navale e con il governo affinché “dia in dote” ai nuovi proprietari miliardi di euro presi dai programmi per gli armamenti 2010-2011.

Ritiene la Commissione che la liberalizzazione dei mercati e l’applicazione delle regole della concorrenza all’industria della costruzione navale, decise dall’UE e dai governi nazionali, abbiano portato ad una svalutazione del settore in Grecia, paese marittimo per eccellenza, alla riduzione dell’occupazione e alla violazione dei diritti dei lavoratori per permettere ai gruppi monopolistici di realizzare benefici?

 
  
 

(EN) L’applicazione delle leggi sulla concorrenza mira a garantire una concorrenza equa ed efficace a beneficio dell’Europea e dei suoi cittadini, in quanto essa riduce i prezzi, aumenta la qualità, amplia la scelta dei consumatori, promuove l’innovazione tecnologica e, pertanto, dà nuovo impulso all’economie europea. Le norme per la concorrenza contenute nel trattato sul funzionamento dell’Unione europea includono un divieto generale di fornire aiuti di Stato, tranne in eccezionali e giustificate circostanze, in modo da garantire che gli interventi dei governi non distorcano la concorrenza ed il commercio in seno all’Unione europea. In alcuni casi la Commissione può autorizzare la concessione di aiuti per la ristrutturazione di un’azienda in difficoltà, anche nel settore dei cantieri navali. Spetta tuttavia alle autorità nazionali vigilare affinché tali aiuti vengano applicati correttamente.

Nel 1997, la Commissione ha concesso alla Grecia la possibilità di sovvenzionare la ristrutturazione delle attività commerciali civili dei cantieri navali ellenici fino a 160 milioni di euro(1). Purtroppo alcuni requisiti fondamentali per l’approvazione non sono stati rispettati e, fino al 2002, la Grecia ha ripetutamente fornito alle attività civili in perdita di tale cantiere aiuti illegittimi ed incompatibili.

La Commissione riveste un ruolo di supervisore per garantire che le norme relative agli aiuti di
Stato vengano applicate correttamente dagli Stati membri. A causa del mancato rispetto dei requisiti e degli aiuti pertanto illegittimi concessi al settore dei cantieri navali, a luglio 2008 la Commissione, dopo un’approfondita analisi in linea con le norme per gli aiuti di Stato del trattato CE, ha chiesto alla Grecia di recuperare più di 230 milioni di euro di sovvenzioni illegittime(2).

La Commissione vorrebbe far notare che, per quanto attiene alla vendita del cantiere o a qualunque altra decisione relativa alla sua riorganizzazione, il solo responsabile è il proprietario del cantiere stesso. I poteri della Commissione si limitano al controllo degli interventi statali sull’economia, ma essa non può interferire con le scelte industriali di un’azienda.

Nell’interesse della protezione dei dipendenti, il quadro giuridico comunitario fornisce diverse direttive che potrebbero essere di particolare interesse nel contesto della ristrutturazione del settore cantieristico navale nell’Unione europea, segnatamente, la direttiva 98/59/CE del Consiglio, del 20 luglio 1998, concernente i licenziamenti collettivi(3), la direttiva 94/45/CE, riguardante l’istituzione di un comitato aziendale europeo(4), la direttiva 2002/14/CE, che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori nella comunità europea(5), la direttiva 2001/23/CE del Consiglio, concernente il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti(6)e la direttiva 2008/94/CE, relativa alla tutela dei lavoratori subordinati in caso d’insolvenza del datore di lavoro(7).

Essendo tali direttive recepite nella legislazione greca, spetta alle autorità nazionali competenti, e segnatamente alle corti elleniche , assicurare la corretta ed efficace applicazione delle disposizioni di recepimento nazionali alla luce delle circostanze specifiche di ciascun caso, badando che il datore di lavoro adempia a tutti i propri doveri al riguardo.

 
 

(1)V. causa N 401/1997
(2)GU L 225 del 27.8.2009
(3)GU L 225 del 12.8.1998
(4)GU L 254 del 30.9.1994
(5)GU L 80 del 23.3.2002
(6)GU L 82 del 22.03.2001
(7)GU L 283 del 28.10.2008

 
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