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Procedura : 2009/2090(INI)
Ciclo di vita in Aula
Ciclo dei documenti :

Testi presentati :

A7-0010/2010

Discussioni :

PV 25/03/2010 - 3
CRE 25/03/2010 - 3

Votazioni :

PV 25/03/2010 - 8.4
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2010)0090

Resoconto integrale delle discussioni
Giovedì 25 marzo 2010 - Bruxelles Edizione GU

3. Relazione annuale della BCE per il 2008 - Relazione sulla Dichiarazione annuale sull'area dell'euro e le finanze pubbliche per il 2009 (discussione)
Processo verbale
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta:

- la relazione (A7-0010/2010), presentata dall’onorevole Scicluna, a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sul rapporto annuale della BCE per il 2008 [2009/2090(INI)], e

- la relazione (A7-0031/2010), presentata dall’onorevole Giegold a nome della commissione per i problemi economici e monetari, sulla dichiarazione annuale sull’area dell’euro e sulle finanze pubbliche per il 2009 [COM(2009)0527 - 2009/2203(INI)] .

 
  
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  Edward Scicluna, relatore. (EN) Signor Presidente, gli ultimi due anni sono stati gli anni più difficili che la BCE abbia mai dovuto affrontare nella sua veste di custode della stabilità finanziaria e dei prezzi. La mia relazione sul rapporto della BCE per il 2008 è stata quindi stilata alla luce di questo contesto.

La relazione presenta una disamina sulla risposta che la BCE apporta alla crisi, sulle proposte atte a uscirne, sulle crescenti disparità all’interno della zona euro, sulla riforma dell’architettura finanziaria dell’UE e, infine, sulle questioni connesse alla governance della Banca. Spero quindi che sia stato raggiunto un buon equilibrio.

La crisi economica e finanziaria ha segnato il più grave declino economico globale dagli anni ‘30. Dopo un periodo relativamente positivo di crescita economica in quasi tutta Europa, le economie della maggior parte degli Stati membri hanno subito uno stress-test, non mediante simulazione, ma sul serio e con conseguenze reali e gravi. Infatti la crescita del PIL è stata solamente dello 0,7 per cento nel 2008 cui ha fatto seguito una contrazione del 4 per cento nel 2009. Al contempo la ripresa, stando alle previsioni, sarà molto lenta e disomogenea nel 2010 e nel 2011.

La maggior parte degli Stati membri ha registrato un aumento nel deficit di bilancio e nel debito pubblico. Secondo le previsioni economiche pubblicate dalla Commissione nell’autunno 2009, il deficit di bilancio medio nella zona euro si è attestato al 6,4 per cento, mentre il debito pubblico medio è pari al 78,2 per cento. Siffatti indicatori sembrano destinati ad aumentare nel 2010. Ci vorranno anni per tornare ai livelli pre-crisi dopo lo sconvolgimento provocato dalla presente congiuntura economica e finanziaria.

Ritengo che la Banca centrale europea abbia reagito abbastanza bene alla crisi. La funzione primaria della BCE infatti è quella di mantenere la stabilità dei prezzi. Benché l’inflazione avesse già ampiamente superato il limite massimo autoimposto dalla Banca, quando ha toccato l’apice del 4 per cento nel giugno e luglio del 2008, da allora ha subito una netta flessione. La BCE ha inoltre continuato a ridurre i tassi d’interesse, passando dal picco del 4,25 per cento nel giugno 2008 fino all’attuale 1 per cento rilevato nel maggio 2009, nel tentativo di rilanciare i prestiti e di rilanciare l’economia europea.

Il ruolo supplementare svolto dalla BCE nel corso della crisi è stato quello di espandere l’erogazione di liquidità mediante misure non convenzionali. Senza questo sostegno finanziario fondamentale, molte istituzioni finanziarie che gestiscono i risparmi e le pensioni di molti cittadini europei non avrebbero certamente retto alla crisi.

Ovviamente si può obiettare che i tagli ai tassi d’interesse operati dalla BCE non siano stati drastici come quelli decisi dai suoi omologhi, come la Federal Reserve statunitense o la Banca d’Inghilterra.

D’altro canto, se le massicce iniziazioni di liquidità hanno impedito il collasso di molte istituzioni, in realtà molte banche non hanno passato la liquidità ai propri clienti, danneggiando in particolare le piccole e medie imprese su cui si fonda la ripresa economica. Molte banche hanno invece usato tali risorse per rafforzare la propria posizione. Dinanzi alla reazione estremamente negativa dell’opinione pubblica, questa liquidità è stata però usata anche per erogare maggiore credito.

Non posso poi esimermi dal fare un breve accenno alle risposte politiche che si rendono necessarie per colmare gli attuali squilibri fiscali, una materia in cui regna molta confusione e che richiede un’azione puntuale e decisiva. Ad ogni modo, lascerò che magari ne parlino più diffusamente i colleghi.

Come gli altri relatori, credo che il dialogo tra il Parlamento e la BCE sia costruttivo e che si stia sviluppando positivamente. Si tratta di un elemento che va ulteriormente ampliato. Credo che il Parlamento debba essere coinvolto in maniera più stretta nelle nomine del consiglio direttivo della BCE – anche per la nomina del prossimo presidente – ricalcando l’esempio della procedura seguita per la nomina del nuovo vicepresidente della Banca.

La Banca centrale europea deve rendere conto ai cittadini europei mediante il Parlamento europeo. Dobbiamo rafforzare questa responsabilità. Sopra ogni cosa, la crisi ha dimostrato che i mercati lasciati senza alcuna disciplina non si correggono da soli e sono soggetti a rischi sistemici. Per tale ragione è importante sostenere e completare la serie organica di riforme da apportare all’architettura finanziaria dell’UE, in particolare con l’istituzione del comitato europeo per il rischio sistemico, un organismo di sorveglianza incaricato di lanciare precocemente l’allarme qualora insorgano rischi sistemici di instabilità nel…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Sven Giegold, relatore.(DE) Signor Presidente, la relazione relativa alla dichiarazione annuale sull’area dell’euro e sulle finanze pubbliche per il 2009 è stata stilata in un periodo in cui la zona euro si è trovata ad affrontare sfide enormi, un periodo che peraltro non si è ancora concluso.

La situazione economica è fonte di grande preoccupazione per i cittadini europei e per noi tutti. Questa volta la relazione è stata approvata dalla commissione per i problemi economici e monetari in un grande spirito di cooperazione e con un’ampia maggioranza. Mi appresto infatti a illustrarla alla luce di queste premesse. Da un lato, è molto chiaro, sia dalla relativa proposta della Commissione che dalle raccomandazioni che il Parlamento e la commissione per i problemi economici e monetari presentano oggi in Plenaria, che la situazione economica deve essere stabilizzata. Dall’altro, la crisi, che ha raggiunto un certo livello di stabilità, visto che i dati sulla crescita sono lievemente migliorati, è entrata in una seconda fase che si caratterizza per gli elevatissimi deficit di bilancio. E’ questo il prezzo che abbiamo dovuto pagare per uscire dalla crisi. In proposito la relazione lancia un messaggio molto diretto. Dobbiamo ritornare sulla strada segnata dal Patto di stabilità e di crescita quanto prima possibile. Non possiamo lasciare ai nostri figli un debito così ingente.

Tuttavia, la relazione puntualizza che le norme del Patto di stabilità e di crescita non sono sufficienti. Non vi sono misure congrue per migliorare il coordinamento nella zona euro ed è importante colmare gli squilibri all’interno di tale area, intensificando il coordinamento della politica fiscale e di bilancio.

Si profila una grande sfida per quanti hanno competenza in queste materie nella zona euro, in quanto si dovrà trovare una soluzione adeguata a questi problemi. In altri termini è assolutamente impensabile che i vari paesi si ostinino a difendere i propri privilegi individuali in un contesto di politica campanilistica. La Commissione, in particolare, ma anche i paesi della zona euro, hanno una responsabilità enorme, poiché devono introdurre le misure richieste dal contesto attuale. A questo proposito tengo a darvi una sintesi delle nostre proposte.

In primo luogo servono strumenti efficaci per il coordinamento economico. In secondo luogo bisogna porre fine alla dipendenza strutturale da risorse finite della zona euro. Non possiamo permetterci di sprofondare nella recessione al prossimo aumento del prezzo del petrolio o delle materie prime, che peraltro già si profila. In terzo luogo è essenziale varare una disciplina efficace per i mercati finanziari all’indomani della crisi. Tuttavia, constatiamo che alcuni Stati membri stanno facendo di tutto affinché non siano nemmeno presentate delle proposte adeguate alle autorità centrali, come le autorità di sorveglianza. In quarto luogo è inammissibile che nel bel mezzo di una crisi del genere non ci si concentri prioritariamente sulla coesione sociale, come invece ci insegnano i valori dell’Unione europea. Ci si aspetta invece che gli Stati membri si affidino a tassi d’interesse ridicoli per finanziare il proprio debito. Per tale ragione nella relazione chiediamo l’emissione di eurobonds o misure analoghe al fine di aiutare gli Stati membri più deboli sulla base del principio di solidarietà. In particolare, le necessarie modifiche alla politica fiscale non devono essere apportate a spese del potere d’acquisto dei consumatori. La soluzione più semplice che ci consentirebbe di compiere dei progressi positivi in questo ambito è la cooperazione effettiva in campo fiscale.

Infine la Commissione dovrà presentare rapidamente delle proposte in tema di aliquota societaria consolidata. La relazione chiede inoltre l’istituzione di un sistema di relazioni per paese sui redditi societari. Chiediamo quindi che sia presentata una proposta su questo tema. In linea generale il principio della cooperazione fiscale deve prevalere sulla concorrenza fiscale, soprattutto nel contesto del lavoro svolto dall’ex commissario Monti e mediante misure tese a rinvigorire il mercato interno. Chiediamo proposte effettive per non trovarci più indebitati di prima quando la crisi sarà finita. Una cooperazione forte tra Stati membri ci aiuterà a non lasciare debiti ai nostri figli, a cui invece vogliamo lasciare una zona euro in cui i paesi cooperino gli uni con gli altri invece di lasciarsi trascinare dalla competizione.

 
  
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  Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea. (DE) Signor Presidente, onorevoli deputati, sono lieto di poter intervenire in quest’Aula in occasione del dibattito sul rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2008.

A causa delle elezioni che si sono svolte l’anno scorso il dibattito di quest’anno è stato a lungo rinviato. In questo modo, però, avrò la possibilità di parlare della situazione attuale alla fine della discussione.

(FR) Signor Presidente, come sapete, la Banca centrale europea tiene ad avere legami molto stretti con il Parlamento, che infatti vanno molto al di là di quanto prevedono gli obblighi sanciti dal trattato. Nel corso degli anni abbiamo stabilito un dialogo molto fruttuoso, come confermano le eccellenti relazioni che sono state presentate poc’anzi dagli onorevoli Scicluna e Giegold.

Oggi nel mio intervento passerò brevemente in rassegna gli sviluppi economici che abbiamo rilevato in passato e le misure di politica monetaria assunte dalla Banca centrale europea. Poi esprimerò alcune considerazioni su alcuni temi indicati nella risoluzione, concludendo con una breve analisi sulla situazione attuale.

(EN) In primo luogo, parlerò degli sviluppi economici e della politica monetaria in riferimento all’ultimo anno. Nel 2009, come è stato spiegato molto eloquentemente dall’onorevole Scicluna, la Banca centrale europea ha operato in condizioni che probabilmente i futuri esperti di storia economica definiranno come le più difficili per le economie avanzate dalla seconda guerra mondiale a questa parte.

Dopo la forte intensificazione della crisi finanziaria nell’autunno 2008, il 2009 è cominciato in caduta libera per l’economia mondiale. Fino all’aprile dell’anno scorso l’attività economica ha segnato un calo costante, mese dopo mese. In questo periodo l’unico modo per mantenere la fiducia – ed è stata questa la ricetta applicata dalla BCE – risiedeva nella capacità di prendere le decisioni immediate ed eccezionali che si erano rese necessarie, rimanendo al contempo inflessibilmente impegnati verso il nostro obiettivo primario di mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine.

Nel complesso credo che le nostre misure non convenzionali di politica monetaria, che collettivamente sono note come sostegno rafforzato al credito, abbiano svolto un ruolo positivo per l’area dell’euro. Questi provvedimenti hanno sostenuto il funzionamento del mercato monetario, contribuendo a migliorare le condizioni di finanziamento e hanno consentito un migliore flusso di credito verso l’economia reale rispetto a quanto si sarebbe conseguito ricorrendo solamente ai tagli dei tassi d’interesse. In linea di massima le banche hanno trasposto i tassi d’interesse principali nettamente più bassi alle famiglie e alle imprese.

Quando la situazione tornerà alla normalità, mantenendo in vigore queste misure più del necessario, potrebbe insorgere il rischio che gli attori del mercato finanziario modifichino il proprio atteggiamento in maniera indesiderabile e ad ogni modo, non vogliamo stimolare una dipendenza.

Per tale ragione, nel dicembre 2009, abbiamo cominciato ad abrogare gradualmente alcune delle misure straordinarie in materia di liquidità a seconda dei miglioramenti riportati nei mercati finanziari. In particolare, abbiamo ridimensionato il numero, la frequenza e la maturità delle operazioni di rifinanziamento a più lungo termine. Al contempo ci siamo impegnati a mantenere un sostegno alla liquidità più che ampio per il sistema bancario della zona euro fino all’ottobre di quest’anno.

Il consiglio direttivo della BCE ritiene che la posizione attualmente assunta in materia di politica monetaria sia adeguata e che continuare ad ancorare fermamente le aspettative di inflazione sia positivo per la stabilità dei prezzi nel medio termine.

Ora passo alle questioni che sono state evidenziate nella risoluzione e che sono state indicate nella relazione.

Per quanto riguarda la responsabilità e la trasparenza, apprezziamo molto il dialogo sistematico che intratteniamo con il Parlamento europeo e lo spirito costruttivo su cui si fonda.

Pertanto apprezzo il ripetuto sostegno che la commissione per i problemi economici e monetari ha espresso per il nostro dialogo monetario trimestrale. Come ha detto sempre eloquentemente il relatore, dobbiamo rendere conto al popolo europeo, ovverosia al Parlamento.

Riteniamo che la BCE sia una delle banche centrali più trasparenti del mondo. La nostra prassi di tenere una conferenza stampa subito dopo la riunione mensile del consiglio direttivo sulla politica monetaria rimane un’iniziativa pionieristica che non ha ancora trovato corrispondenza in altre istituzioni omologhe. Con la pubblicazione in tempo reale della nostra dichiarazione introduttiva, spieghiamo le decisioni di politica e il ragionamento che vi soggiace.

Durante la crisi, come sapete, abbiamo ulteriormente intensificato i nostri sforzi di comunicazione, contribuendo quindi a lenire le reazioni dei mercati finanziari, a creare fiducia e a gettare le fondamenta per la ripresa.

Il Parlamento ha inoltre chiesto il parere della BCE sull’istituzione di una stanza di compensazione per strumenti come i CDS nella zona euro. Aggiungo che la solidità dei mercati di CDS denominati in euro ha una rilevanza diretta per il sistema euro in relazione al controllo della valuta e della stabilità finanziaria della zona euro.

La compensazione centrale della controparte è molto importante, non solo per garantire trasparenza, ma anche per diversificare e condividere le esposizioni ai rischi e ridurre gli incentivi ad assumere rischi eccessivi. Alcuni strumenti finanziari, che sono stati introdotti per l’hedging, non dovrebbero essere usati indebitamente a fini speculativi. I regolatori dovrebbero avere la possibilità di intraprendere indagini effettive su possibili condotte improprie. In proposito condividiamo le preoccupazioni del Parlamento.

Ora desidero commentare brevemente le prospettive per l’UEM nei periodi difficili. E’ in atto una ripresa economica, ma ciò non significa che la crisi sia terminata. L’unica cosa certa è che il ritmo della ripresa sarà disomogeneo e che non si possono escludere battute d’arresto.

Oltretutto siamo ancora alle prese con numerose sfide connesse alla riforma del nostro sistema finanziario. La finanza deve svolgere un ruolo costruttivo, non distruttivo, nelle nostre economie. La prova del nove di questo ruolo costruttivo si ha quando la finanza è al servizio dell’economia reale. Per garantire questo ruolo, dobbiamo ancora migliorare in maniera sostanziale il funzionamento dei mercati finanziari.

Finora l’attenzione si è concentrata in larga misura sul settore bancario. Occorrono però anche delle riforme effettive nelle istituzioni finanziarie non bancarie e nel funzionamento dei mercati finanziari. Dobbiamo individuare meccanismi e incentivi atti a garantire che la finanza non sfugga al controllo in maniera distruttiva, come in effetti è accaduto prima della crisi.

Dobbiamo inoltre contenere le turbative sistemiche che provocano difficoltà economiche ai popoli d’Europa. L’istituzione del comitato europeo per il rischio sistemico, la cui normativa è attualmente in via di discussione in Parlamento, concorre a dare una risposta corretta a questa sfida.

Vi sono altre sfide che si profilano per l’economia europea in relazione alle finanze pubbliche, come è stato messo in luce dal relatore, e dalla salute finanziaria nazionale.

In seno all’unione economica e monetaria la ripartizione delle responsabilità è chiara. In tale ambito si può fare affidamento sulla BCE affinché mantenga la stabilità dei prezzi in tutta la zona euro nel medio termine.

Stando alle ultime proiezioni per quest’anno, dopo 12 anni di euro, alla fine dell’anno l’inflazione si attesterà su una media annua dell’1,95 per cento, in linea con la nostra definizione di stabilità dei prezzi: al di sotto del 2 per cento, ma è vicina a tale tetto.

L’impegno, la strategia e i risultati ottenuti sinora dalla BCE si caratterizzano per la coerenza. Il buon funzionamento dell’unione economica e monetaria in Europa non dipende solo dall’unione monetaria, ma anche dall’unione economica. I dirigenti politici a livello nazionale devono tenere in ordine le finanze pubbliche e devono garantire la competitività dell’economia.

Nelle circostanze attuali, in cui l’Europa si trova dinanzi a decisioni di importanza capitale, è assolutamente imprescindibile riconoscere che un’unione prospera presuppone un’azione determinata da parte di tutti. L’unione monetaria in Europa è molto di più, a mio parere, di un accordo di tipo monetario. E’ un’unione che si fonda su un destino comune.

(L’oratore aggiunge in francese e in tedesco: “Abbiamo un destino comune.”)

Questo destino deve essere proteso al bene comune, secondo la visione dei padri fondatori. L’unione monetaria non è una questione di convenienza. E’ parte di un processo più ampio, teso a favorire l’integrazione del popolo europeo, che ha avuto inizio all’indomani della seconda guerra mondiale.

Spesso minimizziamo le conquiste che ha realizzato l’Europa. Spesso non ci pensiamo due volte a criticare le nostre istituzioni e i nostri processi. Ma in linea generale hanno funzionato bene, anche nei periodi più difficili. Le istituzioni e i processi europei hanno mantenuto la loro efficienza durante la crisi finanziaria.

Su questa sponda dell’Atlantico abbiamo scongiurato eventi drammatici suscettibili di esacerbare ancor più la crisi che è iniziata negli Stati Uniti nel settembre 2008. E’ in questo contesto presente che apprezzo l’impegno dei membri della zona euro, espresso in occasione dell’ultimo Consiglio europeo, di assumere un’azione determinata e coordinata, se necessario, per salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro.

Approfitto inoltre dell’occasione di parlare in questo consesso per spiegare quanto ho già accennato nel corso dell’audizione di lunedì in seno alla commissione per i problemi economici e monetari. E’ intenzione del consiglio direttivo della BCE tenere una soglia minima di credito nel quadro collaterale a un certo livello di investimento (BBB-) oltre la fine del 2010. Parallelamente, dal gennaio 2010, introdurremo un calendario preciso in cui continueremo a proteggere adeguatamente il sistema euro. Fornirò i dettagli tecnici quando riferirò in merito alle decisioni del consiglio direttivo che saranno assunte nella riunione dell’8 aprile.

Per concludere, l’introduzione della moneta unica, che risale ormai a oltre dieci anni fa, per me rappresenta la conquista più grande nella storia dell’integrazione europea – un processo che ha garantito la pace e la prosperità in Europa.

La crisi finanziaria mondiale ha innescato nuove sfide a cui l’Europa si è dimostrata all’altezza. La nostra unione monetaria e le nostre strette relazioni, all’interno del mercato unico, insieme alle economie degli Stati membri dell’UE hanno evitato che la crisi si aggravasse a causa delle crisi valutarie, come era accaduto agli inizi degli anni ‘90.

Oggi l’Europa si trova di fronte a decisioni di importanza capitale. Il nostro compito comune consiste nel garantire la pace e la prosperità in modo che l’Europa diventi un luogo ancora più piacevole in cui vivere e lavorare.

A tale scopo dobbiamo rafforzare la sorveglianza, come è stato indicato anche dai relatori, e dobbiamo altresì intensificare la cooperazione. Dobbiamo inoltre ravvivare il significato di obiettivo comune, gli ideali condivisi che hanno motivato i padri fondatori. La loro opera era mossa da uno spirito visionario e tutto quanto è stato realizzato a oggi conferma la loro lucidità.

 
  
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  Olli Rehn, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, prima di tutto desidero ringraziarvi per la possibilità che mi è stata data di discutere della dichiarazione annuale per il 2009 sulla zona euro. Quando l’abbiamo stilata, sapevamo che gli argomenti prescelti sarebbero stati d’attualità, ma non potevamo sapere che sarebbero diventati anche troppo di attualità.

Porgo le mie congratulazioni per le eccellenti relazioni a entrambi i relatori, gli onorevoli Scicluna e Giegold. In segno di rispetto per l’indipendenza della Banca centrale europea, parlerò solo della relazione Giegold, un documento che rende un contributo estremamente sostanziale al dibattito in atto sul coordinamento economico e sulla governance economica in seno alla zona euro.

A mio giudizio, l’ampio sostegno che ha avuto la relazione Giegold nella commissione per i problemi economici e monetari testimonia la rilevanza e l’equilibrio dell’approccio e degli argomenti scelti dal relatore. Convengo pienamente con il presidente Trichet. L’euro infatti non è sono un accordo tecnico in tema monetario, ma è un progetto politico fondamentale dell’Unione europea, che va difeso e sviluppato in questo spirito europeo, soprattutto oggi e domani, in concomitanza con una riunione cruciale del Consiglio europeo.

Dal 1999 la zona euro è stata prevalentemente un’area di stabilità economica. Essa ha protetto i cittadini dalle turbolenze economiche. Tuttavia, dalla fine del 2008 è stata colpita duramente dalla crisi finanziaria globale. Nonostante le politiche tese a innescare una ripresa economica e a conferire grandi stimoli fiscali, i mercati finanziari rimangono volatili e l’incertezza permane altissima. Gli ultimi scossoni del mercato hanno seriamente messo alla prova la stabilità finanziaria e la governance economica nella zona euro, specialmente in relazione alla Grecia.

La Grecia adesso è sulla via giusta per centrare l’obiettivo di ridurre il deficit del 4 per cento quest’anno grazie alle misure coraggiose e convincenti che il parlamento greco ha varato all’inizio di questo mese e che ora sono entrate in vigore. Il paese può davvero essere a una svolta sul versante fiscale e nello sviluppo economico.

Ad ogni modo, né la Grecia né la zona euro sono completamente in salvo, in quanto permangono delle preoccupazioni sulla stabilità finanziaria di quest’area. Pertanto la Commissione ha fortemente incoraggiato gli Stati membri della zona euro ad assumere una decisione politica in modo da adottare un meccanismo atto ad assicurare la stabilità finanziaria in tutta la zona, un meccanismo che potrebbe essere attivato rapidamente, se necessario, in conformità con il trattato e con le relative deroghe, senza alcun automatismo implicito.

Dal canto nostro, posso garantirvi che l’Esecutivo è pronto ad allestire un quadro europeo per l’assistenza coordinata e condizionale da attivare in caso di necessità e su richiesta. Stiamo lavorando intensamente e a stretto contatto con tutti gli Stati membri della zona euro e con la BCE allo scopo di giungere a una soluzione questa settimana nel contesto del Consiglio europeo.

Tuttavia, oltre alla gestione immediata della crisi, dobbiamo assicurarci che situazioni del genere non possano più ripetersi in futuro in modo da non dover più assistere a casi come quello della Grecia. La crisi greca ha dimostrato che bisogna potenziare la governance economica. Tale esigenza era già stata riconosciuta ed infatti la base giuridica è stata istituita nel trattato di Lisbona. Pertanto stiamo preparando delle proposte per dare attuazione all’articolo 136 del trattato e la Commissione nelle settimane a venire presenterà una proposta sul rafforzamento del coordinamento della politica economica e per rafforzare la sorveglianza per paese.

Come lei ha indicato al paragrafo 28, onorevole Giegold, anche noi deprechiamo l’assenza di impegni vincolanti tra i governi sull’attuazione del coordinamento nella zona euro. Di conseguenza, occorre un approccio integrato e lungimirante teso all’azione politica e alla stipula di chiari accordi operativi. Prima di tutto dobbiamo impedire che si arrivi a disavanzi pubblici insostenibili e quindi dobbiamo essere meglio in grado di monitorare le politiche di bilancio a medio termine degli Stati membri della zona euro. Dobbiamo riuscire a emettere raccomandazioni più ampie e più rigorose sugli Stati membri affinché assumano misure correttive. Conto anche sul vostro sostegno a questo riguardo.

Possiamo anche usare meglio gli strumenti esistenti. Il Consiglio può rivolgere raccomandazioni agli Stati membri le cui politiche economiche rischiano di mettere a repentaglio il buon funzionamento dell’unione economica e monetaria. Questo mezzo è stato usato in passato, ma forse troppo raramente. Con il trattato di Lisbona, ai sensi dell’articolo 21, la Commissione può rivolgere avvertimenti agli Stati membri. Lo dobbiamo fare al fine di aiutarli da subito ad affrontare i problemi economici che sono nella fase iniziale.

Visto che ho praticamente usato quasi tutto il tempo di parola a mia disposizione, per concludere passo agli squilibri macro-economici. Si tratta del secondo elemento centrale della governance economica rafforzata. In linea di massima condivido le opinioni del relatore al riguardo.

Per concludere, aggiungo che la crisi finanziaria ha crudelmente dimostrato che la crescita economica continua degli ultimi decenni non può essere data per scontata. Oggi il peggio dovrebbe essere passato. La ripresa economica si sta facendo strada, ma è ancora fragile e non è in grado di autoalimentarsi. La disoccupazione non ha ancora dato segni di miglioramento. Lo stesso si può dire del risanamento delle finanze pubbliche, che costituisce il presupposto per la crescita sostenibile. A prescindere dall’importanza degli stimoli fiscali per la ripresa economica, i due ani di crisi hanno spazzato via oltre vent’anni di consolidamento delle finanze pubbliche.

Queste nubi sono destinate ad adombrare il nostro scenario economico negli anni a venire. Dobbiamo fare del nostro meglio per avere un cielo limpido e ripristinare la crescita. Pertanto non dobbiamo tornare alle vecchie ricette. Dobbiamo invece cambiare marcia, promuovendo la crescita sostenibile e la creazione di occupazione.

 
  
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  Sophie Auconie, a nome del gruppo PPE.(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di tutto mi congratulo con il relatore, onorevole Giegold, che ha presentato un lavoro di grande qualità e che si è dimostrato disponibile ad ascoltare i relatori degli altri gruppi.

Questa relazione, la risposta del Parlamento europeo alla dichiarazione annuale della Commissione sulla zona euro e sulle finanze pubbliche, è ricca di analisi e di proposte. Ovviamente, è segnata in larga misura dal fatto dominante del 2009, ovverosia la crisi economica e finanziaria, che è senz’altro al crisi più grave che abbia mai colpito l’Unione europea dalla sua creazione.

Sono due i grandi insegnamenti che ho tratto da questa crisi. Da un lato, l’unione economica e monetaria ha dato prova della sua utilità. L’euro, una moneta comune stabile, ha svolto la funzione di vero e proprio scudo monetario. Grazie all’appartenenza alla zona euro, più di un paese è riuscito ad evitare la svalutazione della moneta nazionale, che a sua volta avrebbe ulteriormente esacerbato le conseguenze della crisi. La zona euro quindi ha incrementato la propria attrattiva, come mostra il caso dell’Islanda.

Inoltre la politica monetaria attiva e flessibile condotta dalla BCE, incrementando le iniezioni di liquidità nelle istituzioni di credito, ha significativamente contribuito a tenere a galla le banche europee.

Per quanto concerne il primo insegnamento, benché si dica spesso che l’Europa si è costruita sulle crisi, questa volta l’Europa economica si è rivelata efficiente e al contempo necessaria.

Ne discende il secondo insegnamento che ho tratto. Dobbiamo rafforzare la governance economica europea. Oggi l’unica politica europea autentica è la politica monetaria. Il coordinamento è limitato in materia di politiche di bilancio. Tuttavia, la zona euro, che – come viene indicato ancora nella relazione – è tesa ad integrare tutti gli Stati membri dell’Unione europea, deve instaurare una governance effettiva in ogni aspetto della politica economica.

Bisogna cominciare dall’aspetto macro-economico e dal controllo finanziario, temi di cui ci stiamo occupando in Parlamento. L’attuazione deve collocarsi nel quadro del Patto di stabilità e di crescita che è un vero e proprio strumento di coordinamento fiscale. Nel momento attuale di crisi il calo sostanziale nel gettito fiscale, gli incentivi fiscali promossi nell’ambito del piano di ripresa e il ricorso agli ammortizzatori economici hanno portato a un deterioramento dei bilanci degli Stati membri.

La riduzione del debito pubblico rimane un impegno fondamentale, in quanto tocca il futuro delle nuove generazioni. Dobbiamo puntare all’austerità, ma anche all’inventiva. Dobbiamo pensare a una nuova politica fiscale europea, dobbiamo pensare agli eurobond e dobbiamo essere coraggiosi nella governance economica europea.

 
  
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  Liem Hoang Ngoc, a nome del gruppo S&D.(FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione Giegold è particolarmente significativa visto il dibattito macro-economico in atto. Il documento diventa ancora più rilevante, in quanto è stato stilato da un deputato tedesco nell’intento di segnalare agli europei gli effetti distorti, per i paesi della zona euro, provocati dalla strategia tedesca tesa a ridurre i costi del lavoro nel sistema della moneta unica.

In realtà, il governo tedesco si accinge a trascinare la zona euro e l’intera Unione europea in un’ondata generalizzata di deflazione destinata ad avere conseguenze macro-economiche deleterie. In particolare, vista la mancanza di fondi strutturali consistenti e di risorse di bilancio sufficienti e dinanzi all’impossibilità di ricorrere a una svalutazione, gli Stati membri che hanno un deficit di bilancio, per resistere, sono costretti a tagliare gli stipendi e a ridurre il perimetro dei propri sistemi di previdenza sociale.

Di conseguenza, si innescherà un rallentamento nella domanda interna che, già dal secondo trimestre del 2008, ha comportato una crescita negativa, anche prima della crisi di liquidità. In secondo luogo stiamo assistendo a un aumento dell’indebitamento delle famiglie a basso reddito, il cui potere d’acquisto non segna più un aumento. I debiti contratti per l’acquisto dell’abitazione sono stati alimentati dall’apparato finanziario deregolamentato in Spagna, nel Regno Unito e in Irlanda, le cui conseguenze disastrose si sono manifestate con la crisi dei prestiti subprime.

Onorevoli colleghi, ascoltando i dibattiti in commissione, pare che molti deputati si siano scordati le lezioni che ci ha dato la crisi. La crisi è ben lungi dall’essere finita. La ripresa attuale è tanto più fragile, visto che in Europa continua la deflazione ad ondate. La Commissione insieme al presidente dell’Eurogruppo e al presidente della Banca centrale europea – che abbiamo sentito lunedì – oltretutto chiedono agli Stati membri di adottare prematuramente politiche di uscita paragonabili a veri e propri piani di austerità.

Queste politiche rischiano di stroncare la crescita sul nascere, prima ancora che ridiventi positiva, anche in ragione dei tassi di utilizzo di capacità che permangono bassi. Queste politiche non riusciranno a ridurre il disavanzo in Grecia, in Spagna e in altri paesi, poiché non si materializzerà il gettito fiscale che ci si aspetta. Oltretutto esacerberanno la disoccupazione e andranno ad alimentare le tensioni sociali.

La relazione Giegold ha il merito di attirare l’attenzione su alcuni di questi squilibri macro-economici. Purtroppo nella la versione definitiva, emendata dal gruppo PPE e dal gruppo ALDE, non si è voluto esprimere biasimo per la deflazione a ondate. Ad ogni modo, il dibattito aperto dall’onorevole Giegold nel complesso può essere positivo in un periodo in cui il dogma neoliberista, che era stato messo in dubbio dalla crisi, sta rientrando prepotentemente in Parlamento, nel Consiglio e nella Commissione.

 
  
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  Ramon Tremosa i Balcells, a nome del gruppo ALDE.(ES) Signor Presidente, prima di tutto mi congratulo con i relatori, l’onorevole Scicluna, che ha una grande conoscenza delle banche centrali, e l’onorevole Giegold. Abbiamo discusso a lungo con loro e alla fine abbiamo raggiunto un accordo su molti emendamenti di compromesso.

Oggi desidero parlarvi dell’euro. Prima però tengo a fare una premessa: sono un novellino della politica, in quanto fino a nove mesi fa tenevo lezioni di macro-economia presso l’università di Barcellona. Nell’autunno 2008 la mia famiglia ed io abitavamo a Londra per motivi accademici e quindi sono stato un testimone diretto del calo improvviso del 30 per cento che ha subito la sterlina nel giro di alcune settimane. Tutt’a un tratto i miei colleghi inglesi erano diventati più poveri e a oggi la sterlina non si è ancora ripresa. Pensando alla caduta della sterlina, non voglio nemmeno immaginarmi cosa ne sarebbe oggi del valore della peseta, se ancora la usassimo.

Questi due anni di tremenda crisi economica hanno dimostrato che l’euro ci ha fermamente ancorati alla stabilità. In realtà, è stata l’unica valuta occidentale che non ha provocato un impoverimento dei propri possessori.

L’euro è stato un porto sicuro contro le grandissime turbolenze finanziarie che si sono susseguite sul piano globale, per usare l’immagine creata dal finanziere britannico David Marsh. Dopo essere stato un convinto euroscettico per molti anni, questo stimato finanziere un anno fa ha pubblicato un libro in cui lodava l’euro, riconoscendo che è stato un successo e che è la valuta globale del futuro.

L’euro non è in crisi oggi: sono le crisi finanziarie di alcuni Stati membri che stanno causando difficoltà alla moneta unica. L’euro è un esempio luminoso di un’unione monetaria che viene studiata e ammirata dalle élites economiche di Cina, India, Brasile e Russia. L’euro non rappresenta alcun rischio per le economie mediterranee. L’euro è un’opportunità per queste economie, in quanto consente loro di integrarsi in maniera permanente nelle prassi positive, riformiste e avanzate dei paesi dell’Europa centrale.

La relazione di cui discutiamo oggi critica aspramente la prassi dell’interventismo statale nella valuta cinese. La sua svalutazione artificiale ha contribuito alla creazione di squilibri globali immensi che sono una delle cause di questa crisi.

La zona euro però non deve penalizzare i paesi che esportano di più. La storia delle crisi finanziarie ci dimostra che, una volta ripristinato un buono stato di salute sul piano finanziario, la ripresa economica va di pari passo con le esportazioni.

E’ vero che la Germania deve dare impulso ai consumi e fare di più in quanto motore della crescita economica europea. Però non bisogna mai indebolire la sua forza nelle esportazioni. Io sono un liberale e vengo dalla Catalogna, e la mia regione – che rappresenta il 28 per cento delle esportazioni della Spagna – segna un rapporto molto elevato tra esportazioni e prodotto interno lordo: quasi il 30 per cento. I più bravi quindi non devono essere penalizzati.

Infine, l’euro ora gode di un grandissimo prestigio in tutto il mondo, ma bisogna ancora compiere qualche sforzo per innalzarne la trasparenza. Presidente Trichet, i verbali dei dibattiti presso la Banca centrale europea devono essere pubblici, come accade negli Stati Uniti, in Giappone e in Svezia.

 
  
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  Philippe Lamberts, a nome del gruppo Verts/ALE. (EN) Signor Presidente, parlerò in inglese, poiché voglio che il commissario Rehn mi capisca perfettamente.

Partendo dal punto in cui ci troviamo oggi, vorrei guardare brevemente al futuro. Dove ci troviamo? Abbiamo deficit pubblici colossali e insostenibili e, si badi bene, i verdi non condividono questa condotta.

In secondo luogo, non possiamo ignorare il fatto che abbiamo già sperequazioni sociali enormi che oltretutto si stanno aggravando. Il 16 per cento degli europei vive al di sotto della soglia di povertà, e non sono pochi. Il 40 per cento degli spagnoli sotto i 25 anni non ha lavoro, e non sono pochi. E potrei continuare con questo elenco.

Poi c’è il problema del cambiamento climatico e della scarsità delle risorse, quindi bisogna investire nelle infrastrutture, nell’istruzione, nella ricerca, nell’innovazione e via dicendo.

Crediamo infatti che sia davvero arrivato il momento di cambiare marcia.

Il presidente Van Rompuy, dopo il vertice di febbraio, ha affermato che il coordinamento della politica macroeconomica deve essere considerevolmente intensificato e migliorato. Che cosa significa? Ovviamente vuol dire che in termini di spesa di bilancio ci vuole un maggiore monitoraggio, un maggiore controllo ex-ante. La Grecia stanzia il 4 per cento del proprio PIL alla spesa militare. Hanno un’aereonautica grande quanto la Luftwaffe. Perché, mi chiedo? Il paese è così piccolo e sono armati fino ai denti.

Ma se guardiamo solo alla spesa, non ne verremo mai a capo. Dobbiamo anche pensare bene al coordinamento del gettito fiscale, in quanto dobbiamo riequilibrarlo, distanziandolo dal reddito da lavoro per puntare più ad altre entrate, come il reddito da capitale. Dobbiamo garantirci un contributo effettivo dalle imprese – e ho detto effettivo, non solo su carta – ovverosia bisogna introdurre un’aliquota societaria comune, relazioni per paese, eccetera.

Dobbiamo varare una tassa sulle transazioni finanziarie, dobbiamo dare attuazione alla tassa sull’anidride carbonica, sia per cambiare i comportamenti sia per avere un’entrata. Non possiamo limitarci a chiedere ai paesi di coordinare le proprie politiche. Ci vuole una maggiore integrazione. Altrimenti i governi si dimostreranno incapaci di conciliare la necessità di bilanciare i bilanci e di soddisfare le esigenze sociali e di investimento.

L’Europa si trova a un bivio. Si deve scegliere tra una maggiore integrazione, non solo un coordinamento, e il declino. La lezione che traggo da Copenhagen va ben al di là della mancata conclusione dell’accordo sul clima. L’Europa ha dimostrato di non contare nulla, se non agiamo insieme. Perdiamo troppo tempo a coordinarci, e ne dedichiamo troppo poco all’azione comune. Queste riflessioni rappresentano il nostro contributo al dibattito.

 
  
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  Kay Swinburne, a nome del gruppo ECR. (EN) Signor Presidente, visto che provengo da un paese che non appartiene alla zona euro, non so se la mia opinione avrà un peso per i miei colleghi nel contesto del presente dibattito. In questo periodo infatti molti ritengono che il problema della zona euro debba essere risolto dai propri membri.

Tuttavia, l’euro non può essere estrapolato dal suo contesto. E’ una moneta che si colloca nel mercato globale e che è stata investita dalla crisi economica come ogni altra valuta al di fuori della zona euro. La gestione delle finanze dello Stato nei periodi di congiuntura economica positiva inoltre influisce sulla capacità di reazione e di ripresa nelle crisi come quella attuale. Come molti hanno messo in luce, c’è un motivo se la Germania ha un deficit di bilancio molto diverso da quello della Grecia. Pur essendo uniti da una moneta comune, l’atteggiamento nei confronti del risparmio e della spesa varia considerevolmente. L’appartenenza a un’unione monetaria non unisce del tutto culture e tradizioni diverse in campo di politica fiscale.

La prospettiva britannica ne avrebbe da dire sulle differenze sul versante fiscale. Anche noi abbiamo gonfiato il settore fiscale, abbiamo speso, speso, speso negli anni di prosperità, ricorrendo sempre più al prestito per creare un debito che non riuscivamo nemmeno ad ammettere quando già pareva che i bei tempi fossero finiti per sempre. In virtù della cultura che abbiamo instaurato si creano anche situazioni paradossali; ad esempio, non più tardi della settimana scorsa, uno stimato economista britannico ha avuto il coraggio di affermare dinanzi ad una delle nostre commissioni che i governi possono fare magie con il denaro.

Fondamentalmente i soldi per finanziare il settore pubblico non compaiono magicamente. Essi provengono dal gettito fiscale raccolto nel settore privato. La Germania l’ha capito. Le sue politiche negli ultimi anni sono state volte a usare la spesa statale e gli incentivi per stimolare il settore privato. Pertanto adesso si trova in una posizione forte in vista della ripresa. In fin dei conti il settore pubblico ha svolto la propria funzione nella crisi. Ha tenuto a galla le banche ed ha intensificato la propria azione quando il settore privato si è trovato in difficoltà. Ora tocca al settore privato ripristinare le risorse pubbliche.

Lo svantaggio delle misure di austerità, che non consentono ai lavoratori di accedere al settore pubblico, deve trasformarsi in vantaggio per le società nuove, esaltando lo spirito imprenditoriale mediante la riduzione delle spese di costituzione per le imprese in modo che esse possano creare un settore privato prospero, il quale a sua volta rappresenta il presupposto per traghettare i vari paesi fuori dalla situazione in cui ci troviamo attualmente. Tutti i paesi che hanno messo in atto politiche economiche insostenibili negli ultimi anni – compreso il mio – devono comprendere che il cambiamento è essenziale e ineludibile.

 
  
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  Jürgen Klute, a nome del gruppo GUE/NGL.(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, colgo questa opportunità per parlare nuovamente della situazione della Grecia, poiché credo che la crisi in questo paese ci offra uno spaccato della politica nell’area dell’euro. In primo luogo, però, mi preme esprimere un’osservazione sulla richiesta più volte reiterata dal cancelliere Merkel di escludere la Grecia dalla zona euro, qualora si rivelasse necessario.

Il mio gruppo, il gruppo GUE/NGL, ritiene che la proposta sia assolutamente assurda. Da un lato, questa comunità è legata da un destino comune. Se per noi questa è davvero una comunità, allora non possiamo chiedere l’esclusione di uno Stato membro alla prima crisi di grande o di media portata. E’ insensato! Sarebbe soprattutto un’ammissione di fallimento, equivarrebbe a prostrarsi ai voleri del settore finanziario.

Il settore finanziario si è lasciato vergognosamente trascinare fuori dalla crisi dai contribuenti, ma ora ci viene chiesto di negare questo genere di aiuto alla Grecia. Sarà difficile spiegare ai pensionati e ai lavoratori in Grecia, ma anche negli altri paesi interessati – secondo i media, il Portogallo sarà il prossimo paese a entrare nell’occhio del ciclone – perché ora viene chiesto loro di pagare il conto, quando hanno già sostenuto le banche con le tasse che hanno versato. Imboccare questa strada equivale al suicidio del progetto europeo.

Nonostante tutte le critiche giustificate che sono state rivolte alla Grecia – e i deputati greci capiranno che bisogna ancora fare molto nel loro paese – la responsabilità della crisi non ricade unicamente sulla Grecia. Mi preme mettere in evidenza che le decisioni in materia di politica finanziaria nella zona euro sono state in buona parte devolute alla Banca centrale europea. L’euro non può costituire la risposta per i diversi livelli di produttività delle singole economie. I grandi esportatori, come la Germania, stanno mettendo in ginocchio la politica economica greca. A questo punto entra in crisi anche la politica economica e la politica sulla concorrenza nell’UE.

Per tale ragione chiediamo si proibisca di interrompere l’assistenza finanziaria agli Stati membri dell’Unione. I membri della zona euro devono rendere disponibili dei prestiti, la Banca centrale europea dovrebbe acquisire il debito, esattamente come il servizio federale negli USA e dovrebbero essere vietati i CDS. E’ questa la nostra richiesta.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. SCHMITT
Vicepresidente

 
  
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  Nikolaos Salavrakos, a nome del gruppo EFD.(EL) Signor Presidente, il 25 marzo è il compleanno sia dell’Europa sia della Grecia. Il 25 marzo 1957 è stata fondata l’Unione europea mediante il trattato di Roma. Il 25 maggio 1821 è stata fondata la Grecia.

Oggi, in occasione dell’anniversario, l’Europa e la Grecia vengono messe alla prova: l’Europa sulla coesione e la Grecia sull’economia. In quest’Aula è universalmente noto che tutti i 30 paesi membri dell’OCSE hanno un debito superiore al PIL e che è lievitato del 30 per cento rispetto ai livelli del 2008. Anche gli Stati Uniti, in questa immane crisi economica che stiamo attraversando, stanno cercando di risolvere i propri problemi battendo moneta.

La Grecia ha notoriamente introdotto misure rigorose di austerità al punto tale da portare all’esasperazione i propri cittadini. Molti diranno che la Grecia è stata causa del proprio male e che deve pagare per i propri errori. Certo, alcuni devono essere chiamati a rispondere. Però non dobbiamo dimenticare che il saldo tra importazioni ed esportazioni segna un’eccedenza di 15 miliardi a favore delle importazioni e che tali importazioni provengono soprattutto dalla Germania.

Chiedo quindi ai leader dell’Unione europea di tener presente che, nell’affrontare la speculazione, si va a toccare una situazione geopolitica più ampia nell’arena politica.

 
  
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  Presidente. – Grazie. Il tempo di parola che aveva a disposizione è terminato. Le chiedo rispettosamente di rimanere nel tempo che le è stato assegnato.

 
  
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  Werner Langen (PPE).(DE) Signor Presidente, intervengo su una questione procedurale. I colleghi vogliono votare più tardi e ci troveremo in grave difficoltà se non rispettiamo il tempo di parola.

 
  
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  Hans-Peter Martin (NI).(DE) Signor Presidente, Presidente Trichet, prima di tutto le porgo le mie congratulazioni per tutto quello che ha realizzato negli ultimi anni. Al contempo, però, deve tener presente che centinaia di milioni di persone sono con il fiato sospeso a causa della preoccupazione per l’euro, una situazione a cui non ci aspettavamo di assistere in questa generazione.

Prima di tutto siamo preoccupati per quanto accadrà adesso con le operazioni di rifinanziamento semestrali e annuali. Inoltre non vi è certezza che la BCE riuscirà a ritirare gradatamente questo pacchetto di misure straordinarie di liquidità. Solo i masochisti non vi augurerebbero buona fortuna al riguardo. Anche l’inflazione è fonte di preoccupazione, ma state compiendo dei progressi validi su questo versante. Essendo austriaco, vi ammonisco inoltre a non tartassare la Germania, come invece sta avvenendo ora. Si deve tenere presente che la Germania è stata una grande fonte di stabilità in passato. Ora non deve essere punita perché ha conseguito risultati migliori in diversi settori rispetto ad altri paesi. Non si può infatti mostrare solidarietà a chi si è reso responsabile di una cattiva gestione, sprechi e misure amministrative all’insegna dell’eccesso.

 
  
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  Burkhard Balz (PPE).(DE) Signor Presidente, in qualità di relatore ombra del gruppo PPE sul rapporto annuale della Banca centrale europea per il 2008, sono molto lieto per la relazione che ci è stata presentata. Grazie alla collaborazione stretta e fruttuosa con il relatore, onorevole Scicluna, e soprattutto con l’onorevole Tremosa del gruppo ALDE, abbiamo prodotto un commento molto calibrato sul rapporto annuale della BCE per il 2008, condiviso anche dal Presidente Trichet e dal commissario Rehn.

Credo che la Banca centrale europea si sia trovata dinanzi a compiti molto ardui nel 2008, l’anno in cui è cominciata la crisi. Viste le sfide, a mio parere, la BCE ha agito efficacemente e, soprattutto, in maniera molto prudente. La relazione dell’onorevole Scicluna rispecchia infatti questo approccio. Tuttavia, la BCE non è in una situazione semplice e questo stato di cose non è destinato a cambiare nel prossimo futuro. Da un lato, siamo ben lungi dall’aver superato la crisi, mentre, dall’altro, le misure normative programmate presentano nuove sfide e nuovi problemi per la BCE. E’ importante che la BCE continui a garantire la stabilità della zona euro nei mesi e negli anni a venire. Come una nave in alto mare, la Banca centrale europea deve rimanere sulla giusta rotta.

D’altro canto – Presidente Trichet, l’ho già detto in una delle ultime discussioni sulla politica monetaria – l’indipendenza della Banca centrale europea va mantenuta, soprattutto visto che entrerà a far parte del comitato europeo per il rischio sistemico. Si tratta di un aspetto di importanza capitale, perché lei, in qualità di presidente, e gli altri membri della BCE sarete estremamente coinvolti in quest’area. Questo deve essere un criterio importante per le future valutazioni di altre misure assunte dalla banca centrale. Dobbiamo assolutamente tenerlo presente, quando discuteremo di altre relazioni nei prossimi anni.

 
  
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  Gianni Pittella (S&D). – Signor Presidente, signor Presidente Trichet, signor Commissario, onorevoli colleghi, il re è nudo! La gravità della situazione è stata descritta in maniera puntuale, ora serve concentrarci sulla terapia e il primo punto di questa terapia non può che essere una governance economica europea, in mancanza della quale il sistema economico non cresce e il debito diventa sempre meno sostenibile.

La Grecia va sostenuta e aiutata e va scongiurato un potenziale effetto domino verso quei paesi europei con economie caratterizzate da un basso livello di competitività e con un elevato debito. Una reale governance europea deve garantire tre obiettivi: 1) una politica per la crescita; 2) gli strumenti finanziari adeguati per sostenere questa crescita; 3) una politica per la gestione delle emergenze.

Questa mattina ho ascoltato tanti interventi che hanno decantato le virtù dell'euro. Benissimo, sono ovviamente pienamente d'accordo, ma perché non pensare all'euro come a una moneta che ci salva non solo dall'inflazione ma, attraverso un piccolo debito virtuoso e garantito, ci assicura una maggiore liquidità per lanciare un grande programma europeo di investimenti attraverso gli eurobond? Per quanto riguarda la gestione dell'emergenza, io concordo sull'idea dell'istituzione di un Fondo monetario europeo, che costituirebbe una soluzione sensata.

Ciò che voglio dire in conclusione, onorevoli colleghi, e lo voglio dire con chiarezza, è che in questa fase non serve traccheggiare, galleggiare, attendere che passi la nottata, non serve "un'Europa Don Abbondio". Se l'Europa non dimostra coraggio oggi, quando dovrà dimostrarlo?

 
  
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  Sharon Bowles (ALDE). (EN) Signor Presidente, questa settimana abbiamo ospitato personalità di grosso calibro in commissione, il presidente della BCE, il presidente dell’Eurogruppo e il candidato alla vicepresidenza della BCE. Siamo tutti giunti alla conclusione che serve assolutamente una sorveglianza più forte sugli Stati membri con statistiche precise atte a consentire un intervento precoce.

Abbiamo già cominciato a lavorarci, anche in relazione ai poteri di controllo di Eurostat, e la commissione è impaziente di affermare il proprio ruolo rafforzato in modo da apportare un contributo.

Ad ogni modo, gli indicatori che soggiacciono al Patto di stabilità e di crescita devono essere rispettati. Un maggior coordinamento fiscale collegato alla stabilità macroeconomica potrebbe essere una possibilità. Ma ci abbiamo già provato. Vi ricordate la polemica che scoppiò nel 2001, quando l’Ecofin ammonì l’Irlanda in un periodo di eccedenza fiscale. Quindi conosciamo la lezione: esercitare la disciplina nei periodi di eccedenza è ancora più difficile del controllo sul deficit. Proprio come è accaduto anche nei mercati finanziari, se non si procede in questo modo però si arriva alla crisi.

Per quanto riguarda gli squilibri tra Stati membri, l’attenzione si deve concentrare sulla perdita di competitività, che spesso va di pari passo con le lentezze nel mercato unico e con le mancate riforme strutturali, anche nel settore delle pensioni. Anche questo si deve necessariamente agire a causa del deficit.

Infine, come ha detto l’onorevole Scicluna, le misure sulla liquidità messe in atto dalla BCE sono state uno strumento prezioso durante la crisi, ma gli effetti non si sono fatti sentire sull’economia reale. Spesso la liquidità è stata semplicemente reinvestita in attivi dagli interessi più elevati. Azzarderei persino a dire che parte sono stati rimessi in circolo come patti di riacquisto per la BCE. Senz’altro presso alcuni ambienti questa attività è stata persino vista come meritevole di un bonus. Pertanto mi viene da dire: dobbiamo davvero ascoltare gli appelli delle banche sulle nuove date di attuazione per l’adeguamento del nuovo capitale?

 
  
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  Michail Tremopoulos (Verts/ALE).(EL) Signor Presidente, innanzi tutto devo dire che questa è una relazione importante, in quanto rappresenta un valido compromesso tra le diverse posizioni in seno al Parlamento. Essa identifica elementi di coesione sociale cui non è stato fatto accenno in dibattiti analoghi in Aula. Va inoltre osservato che il documento segna una svolta importante nella politica dell’intera Unione europea.

Ovviamente si riferisce al 2009, mentre nel 2010, si stanno producendo sviluppi importanti che riguardano il mio paese, la Grecia. Si potrebbe concludere che, a parte l’unione monetaria, abbiamo bisogno di un’unione economica e politica, come hanno già indicato in molti. L’euro deve essere accompagnato da un indicatore minimo di previdenza sociale allo scopo di garantire la coesione.

Tale esigenza si evince chiaramente dai vari commenti che vengono espressi in Grecia, anche se molti dei quali sono imprecisi. Ad esempio, non posso esimermi dal puntualizzare che la produttività nel mio paese non era molto al di sotto della media comunitaria dei 27 paesi membri. Le statistiche Eurostat lo confermano: era all’incirca del 90 per cento sia nel 2007 sia nel 2008.

L’aumento del deficit di bilancio e del debito pubblico in Grecia negli ultimi due o tre anni è dovuto alla drastica diminuzione del reddito e delle entrate dall’estero, come il turismo e il settore delle spedizioni, a causa della crisi, e dell’aumento della spesa pubblica. Ovviamente ci sono sprechi, ma vi sono anche diverse forme attraverso cui si assume personale nel settore pubblico.

Di certo tutto questo deve cambiare. Dobbiamo inoltre garantire un indicatore di protezione sociale e non possiamo accontentarci di lanciare appelli generici affinché non vengano varate misure suscettibili di ripercuotersi eccessivamente sui redditi bassi. La spesa e gli armamenti devono essere messi sotto controllo al pari di tutte quelle voci che sono aumentate significativamente negli ultimi due anni, ma soprattutto bisogna tenere sotto controllo le entrate, che hanno subito un calo altrettanto significativo. Inoltre il reddito di ampie fasce della popolazione, che si trovano sull’orlo della povertà, non deve ridursi ulteriormente.

Ovviamente vi sono anche questioni che riguardano anche il vertice oggi in corso qui a Bruxelles. Ad ogni modo la relazione Giegold deve segnare un cambiamento più generale e deve sancire l’inclusione di queste posizioni nel Patto di stabilità. Soprattutto non abbiamo bisogno di ricorrere all’inaccettabile politica del Fondo monetario internazionale che oltretutto non appare nemmeno fattibile.

(Applausi)

 
  
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  Peter van Dalen (ECR). (NL) Signor Presidente, il commissario Rehn e il presidente Trichet hanno giustamente parlato della situazione attuale. La posizione greca nella zona euro è molto delicata e, per come la vedo, la risposta è da ricercare nel Fondo monetario internazionale (FMI). In questo momento il FMI è l’organizzazione più appropriata per aiutare la Grecia a uscire dalla crisi. Se la situazione non dovesse risolversi, allora dobbiamo essere decisi e sciogliere il nodo gordiano. I paesi che non rispettano le norme della zona euro devono lasciare il gioco.

Signor Presidente, cerchiamo di trarre insegnamento da questa situazione. Quando aderì alla zona euro, la Grecia era imprevedibile quanto l’oracolo di Delfi. I dati che aveva presentato non erano chiari ed erano inaffidabili. Non è giusto che il governo ellenico continui a insistere, dicendo che gli altri Stati nella zona euro hanno in mano la soluzione, perché sarebbero in parte responsabili della crisi che si è abbattuta sulla Grecia. In questo modo si capovolge la situazione. Chi presenta dati imprecisi non può permettersi di puntare il dito. Al riguardo ho una domanda specifica per il presidente Trichet e per il commissario Rehn: sapevate che i dati presentati dalla Grecia all’epoca in cui è entrata a far parte della zona euro erano imprecisi e incompleti? Se non lo sapevate, non avreste dovuto saperlo? Spero che risponderete in maniera diretta a questa domanda.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL) . – (EL) Signor Presidente, comincerò il mio intervento porgendo i migliori auguri ai miei connazionali in occasione del 25 marzo.

La crisi capitalistica ha provocato il costante peggioramento del tenore di vita dei lavoratori, e al contempo ha offerto al capitale la possibilità di accelerare l’attuazione di politiche antioperaie. In risposta alle violente lotte dei lavoratori, il potere economico ha ingaggiato una vera e propria guerra contro i fondamentali diritti sociali e salariali, nel tentativo di accrescere i profitti del capitale.

La BCE è un pilastro della politica antipopolare condotta dall’Unione europea e dai governi degli Stati membri, una politica dura e spietata tesa esclusivamente a garantire la redditività del capitale. Fin dalla sua istituzione, le continue richieste di tagli salariali e di accelerazione della ristrutturazione capitalistica hanno trovato terreno fertile nella crisi capitalistica.

La BCE ha offerto al grande potere economico l’appoggio della borghesia scaricando sui lavoratori l’onere della crisi; ha erogato infatti più di mille miliardi di euro alle banche e ai gruppi monopolistici. E oggi ha l’ardire di chiedere ai lavoratori di pagare i danni e rimborsare quel denaro.

Per questo motivo dobbiamo intensificare la lotta antimperialista, che ci consentirà di uscire dall’Unione europea, di dare il potere al popolo e di realizzare una vera economia popolare: la lotta per il socialismo.

 
  
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  Godfrey Bloom (EFD) . – (EN) Signor Presidente, quando sento parlare dei successi dell’euro, mi chiedo se sto vivendo in qualche universo parallelo. Per favore, torniamo coi piedi sulla terra.

Nella penisola iberica e in molti paesi dell’area dell’euro la disoccupazione, soprattutto la disoccupazione giovanile, è ormai cronica, essendosi assestata da anni sul 30-40 per cento. E questo non ha niente a che fare con la crisi. Un vero disastro. Il PIL pro capite negli USA è di gran lunga superiore a quello dell’Unione europea. Il PIL nei paesi del bacino del Pacifico è di gran lunga superiore al PIL dei paesi dell’Unione.

No, l’euro non ha avuto alcun successo, anzi sta già mostrando tutti i suoi difetti, e si sta disgregando sotto i nostri occhi. Basta considerare alcuni elementi economici fondamentali. Non c’è alcun prestatore di ultima istanza, e questo spiega l’attuale crisi greca e l’avvicinarsi della crisi portoghese. Non c’è alcun prestatore. Il che è impossibile in una gestione valutaria globale, indipendentemente dal fatto che si tratti di una zona valutaria ottimale oppure no.

Manca del tutto il coordinamento della politica fiscale, che perciò è destinata all’insuccesso, e sta effettivamente fallendo.

Vorrei ricordare un’altra cosa ai presenti. Esistono due tipi di persone: quelle che creano ricchezza lavorando nel settore privato, e quelle che la consumano, i burocrati e i politici come noi (e ce ne sono fin troppi). Decisamente troppi. Noi siamo i parassiti dell’economia e la situazione non può che peggiorare, finché in queste zone valutarie non cominceremo a tagliare la spesa del settore pubblico.

 
  
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  Corneliu Vadim Tudor (NI) . – (RO) La mafia è la causa principale della crisi. Vi farò qualche esempio ricavato dall’esperienza della mia Romania. Credetemi, sono uno scrittore e uno storico, e dirigo un quotidiano e un settimanale; so bene perciò di che cosa sto parlando.

Dal 1990, circa 6 000 aziende, per un valore stimato pari a 700 miliardi di euro, sono state privatizzate con la frode. Purtroppo finora sono stati incassati soltanto 7 miliardi di euro, ossia l’1 per cento di questo denaro. In molti casi, non si è neanche trattato di una vera privatizzazione ma del trasferimento di beni dallo Stato romeno ad altri Stati, in altre parole di nazionalizzazione. Questa non è più economia di mercato, ma economia della giungla.

La situazione si ripete in molti Stati dei Balcani, in cui la mafia locale ha unito le proprie forze a quelle della mafia transfrontaliera per formare un cartello della criminalità organizzata. Proprio come cento anni fa, la penisola balcanica è situata su una polveriera, e lo scontento sociale potrebbe rapidamente allargarsi a macchia d’olio dalla Grecia agli altri paesi della regione.

Nel ventesimo secolo parlavamo di esportare la rivoluzione; nel ventunesimo secolo è concepibile l’idea di esportare la bancarotta. La fame è il più potente fattore elettorale della storia. Dobbiamo spostare l’attenzione dalla lotta alla corruzione – un concetto astratto – alla lotta ai corrotti.

Lo stato d’animo della popolazione si fa sempre più cupo, e se non riusciremo a porre fine alle frodi diffuse nei nostri paesi, il nobile progetto dell’Unione europea crollerà come un castello di sabbia.

Ma c’è ancora una speranza di salvezza: quando si impongono decisioni radicali di importanza storica, la mafia non deve essere tenuta sotto controllo, ma seppellita sotto terra.

 
  
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  Werner Langen (PPE) . – (DE) Signor Presidente, desidero porgere i miei più sentiti ringraziamenti al presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, per il successo ottenuto nel suo lavoro nel corso degli ultimi sei anni. Ovviamente ringrazio anche i relatori, la cui relazione ha goduto del sostegno della maggioranza. Commissario Rehn, mi permetto di ricordarle che dovrà affrontare compiti estremamente complessi. Mi auguro che la Commissione abbia finalmente il coraggio di esaminare le carenze del Patto di stabilità e crescita in una nuova proposta. Il modello di governance economica adottato dai ministri delle Finanze in questo caso non è una soluzione possibile, poiché questi stessi ministri delle Finanze in passato hanno fallito. Abbiamo bisogno di un sistema con maggiori automatismi. Non abbiamo bisogno di una governance economica controllata dai ministri delle Finanze, ma di automatismi che ci consentano di rispondere nel caso di violazioni, con il sostegno e la leadership della BCE e della Commissione. Questo potrebbe essere il risultato del Vertice.

Adesso vorrei fare due osservazioni sull’intervento del presidente Trichet in merito all’area dell’euro. Sono lieto che lei abbia menzionato la necessità di essere competitivi in tutto il mondo. E non si tratta soltanto di un paese dell’euro che compete con un altro, ma della nostra capacità di avere successo rispetto agli Stati Uniti e all’Asia.

In secondo luogo, l’Unione europea ha registrato significativi successi riuscendo a pareggiare i conti grazie ai paesi in attivo. Se così non fosse stato, la BCE avrebbe dovuto attuare politiche assai più rigorose.

In terzo luogo, nella storia economica non ci sono esempi di paesi con una popolazione in calo che abbiano generato crescita a lungo termine nel mercato interno. In tali circostanze, essi devono esportare i propri beni.

Per quanto riguarda la Germania, l’esordio di questo paese nell’Unione economica e monetaria non è stato forse dei più felici ma adesso ha senz’altro recuperato ed è un esempio per molti altri paesi. Ma questo non basta. Abbiamo comunque seri problemi con il consolidamento del bilancio. E’ importante non sottovalutare il lavoro che questo comporta. Chi ha proposto l’idea di punire quei paesi che hanno soddisfatto in buona parte gli obiettivi prefissati e di escludere invece quelli che non hanno adempiuto i propri obblighi? Questa non è una vera politica europea. Mi auguro quindi che la Commissione mostri il proprio coraggio, e porgo i miei più sentiti ringraziamenti alla Banca centrale europea.

(Applausi)

 
  
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  Anni Podimata (S&D) . – (EL) Signor Presidente, vorrei cominciare congratulandomi con i due relatori per l’opera eccellente, svolta in una congiuntura particolarmente difficile.

Tra breve si aprirà uno dei vertici più critici della storia; nel frattempo, ferve il dibattito sulla cosiddetta “questione Grecia” e sulla misura in cui sia opportuno adottare un meccanismo europeo che funga, se necessario, da indice di protezione dell’economia per tutelare la stabilità dell’intera area dell’euro.

Indubbiamente la Grecia è la principale responsabile di questa situazione, e si è fatta pienamente carico delle proprie responsabilità. Ma ci sono anche altre responsabilità collettive. La valuta comune ha offerto un importante contributo mostrando però gravi carenze. In 11 anni di Unione economica e monetaria non abbiamo voluto riconoscere che il divario di competitività e gli squilibri e le disuguaglianze di grave entità, rilevati tra le varie economie dell’area dell’euro, non sono compatibili né con la redditività né con la stabilità dell’area dell’euro.

Gli attacchi speculativi che finora sono stati diretti soprattutto alla Grecia ma che proprio l’altro giorno hanno provocato il declassamento del rating creditizio del Portogallo, che sono stati mossi anche contro altri paesi come l’Italia e la Spagna e di cui nessuno conosce le conseguenze, lo hanno chiaramente dimostrato.

Perciò, se vogliamo dimostrare di poter affrontare la situazione, dobbiamo procedere verso un nuovo consolidato modello di cooperazione e governance economica che, onorevole Langen, rispetti le norme del Patto di stabilità e crescita ma che, al contempo, possa andare oltre il semplice coordinamento finanziario nel senso stretto del termine, per passare a un coordinamento economico basato su criteri supplementari, e raggiungere gli obiettivi della strategia dell’Unione europea di occupazione e sviluppo sostenibile.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE) . – (SV) Signor Presidente, signor Commissario, Presidente Trichet, l’euro è stato introdotto ormai da dieci anni e ha decisamente superato la prova, benché l’attuale crisi non sia ancora passata. Sono sicuro che, già oggi, vedremo compiersi il primo passo importante verso una soluzione europea, con o senza l’intervento del Fondo monetario internazionale. Come ha detto giustamente il presidente Trichet, ci unisce un destino comune; l’alternativa, in caso di fallimento, sarebbe ovviamente spaventosa.

Quando le tempeste finanziarie si sono abbattute sull’Europa, la BCE ha offerto protezione e riparo. E’ opportuno ricordare che l’euro si è dimostrato un successo durante la crisi finanziaria, ed è stato un’ancora di salvezza per l’Europa, anche per i paesi all’esterno dell’area dell’euro.

L’euro ha offerto la stabilità e le condizioni necessarie per creare milioni di nuovi posti di lavoro, e non dobbiamo dimenticarcene adesso che tutti parlano di crisi. I problemi della Grecia e quelli di altri paesi dell’area dell’euro non possono essere attribuiti all’euro. Un’incauta espansione della spesa pubblica provocherebbe problemi indipendentemente dalla valuta scelta. D’altro canto, la crisi economica sarebbe stata assai più grave se non avessimo goduto della cooperazione garantita dall’euro. Avremmo dovuto affrontare la speculazione e la svalutazione competitiva che avrebbe interessato più di 20 valute nazionali.

Molti di noi hanno vissuto questa esperienza, ed io stesso ho fatto parte di una commissione delle finanze svedese con tasso d’interesse pari al 500 per cento. La crisi in Grecia ovviamente dimostra che è necessario rendere più rigoroso l’accordo mirante al mantenimento di un basso deficit di bilancio. Il deficit infatti è ancora cospicuo; abbiamo bisogno di una migliore supervisione e di maggiore coordinamento della politica economica a livello di Unione europea, in altre parole, di un coordinamento finanziario degno di questo nome.

Concluderò con un’osservazione sulle speculazioni. Talvolta, se un paese è soggetto a speculazioni, come lo è stato il mio negli anni ’90, ci sono buone possibilità di organizzare le misure da adottare. Quando ci siamo trovati in una situazione difficile in seguito alle iniziative intraprese tra gli altri da George Soros, sapevamo che cosa potevamo aspettarci e quindi abbiamo adottato le misure necessarie. Invito quindi i rappresentanti dei paesi che attualmente stanno vivendo un periodo critico a riflettere su questa mia osservazione.

 
  
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  Ryszard Czarnecki (ECR) . – (PL) Signor Presidente, eviterò il gergo militare a cui è ricorso il precedente oratore, e che non mi sembra consono allo stile dei banchieri. Rappresento probabilmente l’unico gruppo politico di questo Parlamento che ha tratto la maggioranza dei propri membri dall’esterno dell’area dell’euro. Soltanto due dei suoi membri fanno parte di Eurolandia. La mia opinione quindi sarà diversa.

Il discorso del presidente Trichet può riassumersi con il numero 36, perché questo è il numero dei deputati al Parlamento europeo che stavano ascoltando il suo discorso. Significa forse che siamo pigri? No, significa semplicemente che i deputati al Parlamento europeo non credono che la Banca centrale europea possa essere una soluzione o un rimedio alla crisi, né una sorta di salvagente. Il commissario Rehn ha affermato che l’area dell’euro ha un valore di per sé e quindi ha parlato della crisi in Grecia. E qui notiamo una certa contraddizione. La Grecia attualmente sta attraversando una crisi perché è entrata troppo presto in quest’oasi di stabilità. Credo che dovremmo evitare questo tipo di incoerenze.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL) . – (EL) Signor Presidente, come alcuni colleghi che mi hanno preceduto, ritengo che la crisi non sia ancora finita. La situazione economica di molti paesi evidentemente è ancora negativa e la disoccupazione sta aumentando in gran parte dei paesi, mentre le misure adottate per affrontare i problemi del deficit stanno aggravando la crisi.

Presidente Trichet, Commissario Rehn – e parlo in una prospettiva istituzionale – non vi eravate accorti che la crisi stava arrivando? Eppure c’erano tutti i sintomi. Quando la crisi è scoppiata, vi siete difesi dichiarando che ognuno doveva risolvere autonomamente i propri problemi. E adesso siete qui a ripetere come un disco rotto espressioni quali “monitorare i deficit” e “austerità nel Patto di stabilità”.

A mio avviso, né l’Unione europea né la Grecia hanno bisogno soltanto di finanze stabili. Per far fronte al debito, paesi come la Grecia sono preda di speculatori ma, al contempo, rivelano divari politici e istituzionali all’interno dell’Unione economica e monetaria.

Ritengo perciò necessario modificare il Patto di stabilità. Insistere sulla sua applicazione, soprattutto in un momento di recessione, non farebbe che accrescere ed esacerbare le disparità regionali e sociali, aumentare la disoccupazione e cancellare qualsiasi prospettiva di crescita.

 
  
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  Bastiaan Belder (EFD) . – (NL) Signor Presidente, la situazione in cui la Grecia e l’area dell’euro si sono meritatamente trovate è deprecabile. L’assistenza finanziaria alla Grecia deve giungere in primo luogo dal Fondo monetario internazionale (FMI), che ha dichiarato di trovarsi in un’ottima posizione per aiutare la Grecia. L’istituzione di un Fondo monetario europeo (FME) sembra motivata da considerazioni di carattere politico, ossia soprattutto la necessità di salvare la faccia dell’Europa qualora la Grecia decidesse di rivolgersi al FMI. Credo però che non dovremmo essere precipitosi nell’istituire un nuovo organismo come rimedio per la mancata osservanza delle norme vigenti. La necessità e l’auspicabilità di istituire un FME sono incerte. Le sanzioni previste dal Patto di stabilità e crescita devono essere attuate più attivamente per garantire il rispetto delle norme. Spetta al Consiglio adesso prendere l’iniziativa. Eurostat deve disporre dello spazio di manovra necessario per esaminare con attenzione le cifre di bilancio degli Stati membri dell’area dell’euro, monitorando così il rispetto del Patto di stabilità e crescita.

 
  
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  Csanád Szegedi (NI) . – (HU) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nella relazione riscontro un grave difetto: non fa i nomi dei responsabili. Eppure, non saremo in grado di mettere fine alla crisi economica in Europa finché i responsabili non saranno stati identificati. Diciamo le cose come stanno: la crisi non è stata provocata da persone che vivono del proprio salario, ma da quelle banche, multinazionali e compagnie di assicurazioni che hanno spremuto fino all’osso le risorse delle società europee.

Attualmente, se una multinazionale vuole stabilirsi in Ungheria, essa riceve gratuitamente il terreno da un’amministrazione comunale, ottiene uno sgravio fiscale su imposte e contributi, può assumere lavoratori pagando salari minimi e senza concedere i diritti sindacali. Queste sono le condizioni che hanno portato a una massa critica il numero di persone alla ricerca di lavoro in Europa. Chiediamo quindi alle multinazionali, alle banche e alle compagnie di assicurazioni di fare la propria parte per risolvere e porre fine alla crisi economica.

 
  
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  Antolín Sánchez Presedo (S&D) . – (ES) Signor Presidente, la crisi che ci ha colpito è la più grave degli ultimi ottanta anni, e la più importante dall’avvio del progetto comunitario.

E’ cominciata con la crisi statunitense dei mutui subprime e, in seguito al dissesto di Lehman Brothers, è entrata adesso nella sua terza fase, dopo aver registrato in Europa nel 2009 un crollo del 4 per cento del PIL, più di 23 milioni di disoccupati e un grave deterioramento delle finanze pubbliche, con il debito che supera l’80 per cento del PIL.

La Banca centrale europea ha svolto un ruolo decisivo nel mantenimento della liquidità del sistema, utilizzando meccanismi non convenzionali per contrastare le restrizioni del credito e cooperando da vicino con le principali autorità monetarie.

Adesso che si prevede una moderata ripresa, e non vi è alcuna pressione inflazionistica, si deve continuare a ristabilire il credito, evitando di compromettere la ripresa economica con il precoce o indiscriminato annullamento delle misure straordinarie.

La crisi ci ha dimostrato che i pilastri economici e monetari, che stanno alla base della politica monetaria, devono essere consolidati, seguendo l’andamento dei prezzi delle principali attività finanziarie e del debito privato per garantire la stabilità dei prezzi e dell’economia in generale.

Attualmente venti Stati membri hanno deficit eccessivi. Il vero significato del consolidamento delle finanze pubbliche – un compito inevitabile che deve essere assolto in modo coordinato e intelligente – sta nella ripresa della domanda, nella promozione degli investimenti e nello stimolo di riforme che consentano di riattivare l’economia, incrementare il potenziale della crescita sostenibile e creare posti di lavoro. Una più stretta unione economica potrebbe fare la differenza.

Dobbiamo correggere gli squilibri globali; la stessa Unione europea è una delle regioni più squilibrate, che potrebbe trovarsi in una situazione di pericolosa vulnerabilità se la sua competitività non verrà rafforzata e la cooperazione monetaria internazionale non aumenterà. La nostra capacità competitiva a livello globale potrà aumentare soltanto se consolideremo il coordinamento economico interno nei settori della competitività e della bilancia dei pagamenti per correggere gli squilibri e le divergenze nell’area dell’euro.

Gli sforzi e il coraggio della Grecia meritano un sostegno chiaro e deciso. E’ una questione di interesse comune, ma l’incertezza può danneggiare tutti gli europei. La sussidiarietà e la solidarietà sono due facce della stessa moneta: quella europea. Come ha detto il presidente Trichet in inglese, francese e tedesco, l’euro è molto di più di una semplice valuta: è il nostro destino comune.

L’ho ripetuto in spagnolo, che è una delle lingue globali dell’Unione europea. Concluderò il mio intervento dicendolo in greco, la lingua che meglio esprime la nostra vocazione universale: Το ευρώ είναι το κοινό μας μέλλον.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE) . – (GA) Signor Presidente, la crisi economica ha avuto effetti negativi su tutti gli Stati membri dell’Unione europea. I tassi di disoccupazione hanno registrato una brusca impennata in tutta l’Unione, e i giovani sono la fascia della popolazione colpita più duramente. In seguito alla crisi, i fondi pubblici di molti Stati membri sono diminuiti. Per affrontare questo problema, il governo irlandese ha adottato azioni decisive negli anni 2008 e 2009.

(EN) L’incontrollato deficit irlandese si stava avviando verso il 14 per cento del PIL. Nel 2010 l’azione del governo è riuscita a stabilizzare il deficit all’11,6 per cento del PIL, ottenendo il riconoscimento dei mercati internazionali. Dal suo ultimo bilancio, nel dicembre dello scorso anno, il costo del denaro in Irlanda, in termini di valutazione comparativa, si è stabilizzato. Alla riunione della commissione per i problemi economici e monetari tenutasi questa settimana, il presidente della Banca centrale ha riconosciuto e lodato le azioni del governo irlandese. Sotto molti punti di vista, l’Irlanda è più avanti di molti paesi per quanto riguarda l’adeguamento fiscale. Paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, entrambi con deficit che superano il 10 per cento, dovranno realizzare un significativo aggiustamento per ripristinare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

Concluderò dicendo che l’Irlanda rimane un paese dove si può svolgere proficuamente un’attività economica, dal momento che l’economia irlandese dispone di tutti gli elementi fondamentali e noi manterremo il 12,5 per cento del nostro...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Zbigniew Ziobro (ECR) . – (PL) Signor Presidente, il diffondersi della crisi nell’area dell’euro mostra i pericoli che potrebbero profilarsi per i progetti economici privi di calcoli economici, ma basati su ideologie, soprattutto quando l’integrazione prevede l’integrazione economica di diversi Stati membri caratterizzati da condizioni economiche diverse.

Dobbiamo chiederci se l’adesione di alcuni paesi all’area dell’euro non sia stata troppo precoce. A un certo punto il progetto dell’euro si è trasformato da progetto economico in progetto politico, teso ad accelerare l’integrazione europea. I contribuenti europei di molti paesi oggi potrebbero trovarsi a pagare un prezzo molto alto per questa fretta eccessiva; sarebbe quindi opportuno se da tutto questo riuscissimo a trarre alcune conclusioni per il futuro. L’euro non è una risposta ai problemi strutturali delle singole economie, né al debito eccessivo o alla carente disciplina finanziaria. Gli Stati membri sono i veri responsabili dello stato delle proprie finanze, e questi problemi dovrebbero essere risolti nei paesi in cui emergono.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL) . – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho letto le relazioni con una certa sorpresa, e gli interventi di questa mattina non fanno che rafforzare le mie convinzioni.

A parte poche eccezioni, si tratta sempre di restrizioni di bilancio, di contenimento dell’inflazione e di Patto di stabilità e crescita, anche se venti dei 27 paesi non soddisfano più tutti i criteri.

E’ vero, molti richiedono una governance economica; ma noi vogliamo un’Europa politica che abbia il controllo delle proprie scelte economiche e sociali, e che possa intervenire sulle scelte monetarie.

La crisi greca è rivelatrice: è la Germania ad avere il controllo e a imporre le proprie esigenze. Negli Stati Uniti, la banca centrale è intervenuta direttamente per finanziare il bilancio dello Stato acquistando buoni del tesoro. In Europa, la Banca centrale europea si è lanciata in soccorso delle banche ma, per quanto riguarda la Grecia e più in generale i PIGS, sono sempre gli stessi a dover pagare, i lavoratori dipendenti, i dipendenti pubblici e i pensionati, benché i loro stessi paesi siano stati vittime della speculazione finanziaria.

Non abbiamo bisogno di miniriforme, ma di un’altra Europa, di un’Europa economica e sociale al servizio della maggioranza e non di pochi.

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD) . – (SK) La relazione sulla gestione annuale dell’area dell’euro e delle finanze pubbliche nel 2009 analizza nei dettagli la gestione dell’Unione europea durante la crisi finanziaria ed economica globale.

Il declino della produzione economica in vari paesi dell’Unione europea ha prodotto un drastico aumento della disoccupazione e del debito nei paesi europei. L’effetto della crisi sui singoli paesi è stato diverso, e di conseguenza ognuno di loro ha adottato misure differenti per affrontare la crisi. Nonostante gli sforzi degli organismi dell’Unione europea per attuare misure collettive e coordinate, in alcuni paesi l’irresponsabile gestione delle finanze pubbliche da parte di governi populisti faceva temere un disastro.

Per questo motivo l’intera Unione europea ha avuto maggiori difficoltà a reagire alla crisi, rispetto ad altri grandi centri economici come gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e l’India. E’ ormai evidente che l’ambiente economico europeo, vario e notevolmente regolamentato rispetto alle economie dei paesi concorrenti, è lento a reagire e tutt’altro che dinamico. Nel prossimo futuro quindi, oltre consolidare le finanze pubbliche dell’area dell’euro, dovremo cercare di ristrutturare e semplificare sensibilmente le norme dell’ambiente interno. Non dobbiamo dimenticare che soltanto il settore produttivo genera le risorse che alimentano l’intera società.

 
  
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  Enikő Győri (PPE) . – (HU) Onorevoli colleghi, la crisi economica mondiale che si è abbattuta sull’Europa nel settembre 2008 ha costretto la Banca centrale europea ad affrontare sfide senza precedenti. La crisi finanziaria si è trasformata in una crisi dell’economia reale quando i mercati dei capitali si sono bloccati per mancanza di fiducia, mentre le istituzioni finanziarie si rifiutavano di erogare crediti ad altre istituzioni finanziarie o alle imprese. La BCE ha reagito tempestivamente e, a mio avviso, in modo adeguato a questi eventi finanziari, ma quando valutiamo le misure adottate per affrontare la crisi non possiamo ignorare un fatto deplorevole, ossia la discriminazione perpetrata a danno di paesi che non fanno parte dell’area dell’euro.

Sono convinta che la BCE abbia agito contrariamente allo spirito dell’Unione europea quando, all’apice della crisi, nell’ottobre 2008, non ha fissato condizioni eque per attingere alle linee di liquidità. La BCE ha organizzato conversioni dei tassi di cambio con le banche nazionali svedese e danese per garantire un’adeguata liquidità in euro ai sistemi bancari di questi due paesi. Al contrario, con le banche centrali ungherese e polacca si è dichiarata disposta a fare altrettanto soltanto previa costituzione di una garanzia finanziaria.

La condotta scelta dalla BCE ha contribuito purtroppo a una crescente incertezza dei mercati, aggravando ulteriormente la situazione di questi paesi. Ora che stiamo elaborando un nuovo sistema finanziario dobbiamo adottare misure volte a garantire che, in futuro, simili disparità vengano eliminate. Non possiamo quindi introdurre norme che riservano ad alcune regioni dell’Unione un trattamento meno favorevole di altre. E vorrei sviluppare questo concetto, parlando della creazione del Comitato europeo per il rischio sistemico a cui stiamo lavorando tutti; la BCE avrà un ruolo importante in questo settore. La presidenza del Comitato andrà al presidente della BCE e dovremo assicurare che i paesi che fanno parte dell’area dell’euro – nonché quelli all’esterno, come i paesi dell’Europa centrale e orientale – godano di uguali diritti di voto nella nuova organizzazione.

Se non leveremo la nostra voce contro le discriminazioni di cui siamo stati testimoni durante la crisi, correremo il rischio che le disuguaglianze diventino la prassi nei nuovi organi di vigilanza finanziaria; dobbiamo evitarlo a tutti i costi. Non dobbiamo permettere che l’ideale della riunificazione venga spazzato via sostituendo alla precedente disunità politica la divisione economica.

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D) . – (RO) Non è sorprendente che le misure eccezionali che la Banca centrale europea ha dovuto adottare in una congiuntura critica siano al centro di questa relazione annuale.

In considerazione di ciò, mi sembra opportuno che la Banca centrale europea continui ad aumentare le proprie concessioni di liquidità alle banche nell’area dell’euro. Non dobbiamo però dimenticare che gli Stati membri all’esterno dell’area dell’euro sono stati tra i più colpiti dalla crisi, e che è necessario un intervento della Banca centrale anche in questa zona, mediante misure che generino nuova liquidità.

Inoltre, nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione europea si osserva l’aumento del deficit di bilancio, del debito pubblico e del tasso di disoccupazione giovanile (persone di età inferiore ai 25 anni). Il Patto di stabilità e crescita sta attraversando una crisi di identità e sta perdendo credibilità, impedendo quindi un’efficace applicazione dei suoi principi.

A mio avviso sarebbe necessario ricorrere a un’attuazione meno automatica e uniforme del patto e a un approccio che tenga conto delle circostanze di ogni Stato membro, attribuendo maggiore importanza alla sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche piuttosto che al disavanzo pubblico.

L’obiettivo principale del patto era la prevenzione; si voleva infatti garantire una supervisione multilaterale dell’evoluzione del bilancio mediante un meccanismo di allarme preventivo. Per questo motivo, nel rispetto dello spirito della relazione Scicluna, ritengo assolutamente necessario istituire un Comitato europeo per il rischio sistemico, che possa lanciare un rapido allarme nel caso di rischi sistemici o squilibri che minaccino i mercati finanziari.

L’attuale crisi finanziaria e in generale il suo recente aggravarsi dovranno chiarire tempestivamente i meccanismi di reciproco sostegno disponibili a livello di Unione europea, consolidando altresì gli strumenti di coordinamento tra gli Stati membri volti a sostenere la governance economica comune. Una delle principali lezioni che possiamo trarre da questa crisi sta nella necessità di una maggiore responsabilità fiscale e, di conseguenza, di procedure di monitoraggio economico per mantenere l’equilibrio di bilancio.

 
  
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  Roberts Zīle (ECR).(LV) Vi ringrazio, signor Presidente e signori Commissari; nel dicembre scorso, a Strasburgo, Joaquín Almunia, allora commissario per gli affari economici e monetari, ha dichiarato che in mancanza di sviluppi significativi, la prossima estate l’Estonia sarebbe stata invitata ad aderire all’area dell’euro, con effetto dal 2011. Ci sono stati certamente alcuni sviluppi significativi, e non solo per l’Estonia, ma per l’intera area dell’euro. L’Estonia è praticamente l’unico Stato membro dell’Unione europea che attualmente soddisfa i criteri di Maastricht. Che tipo di segnale daremmo se non accettassimo l’Estonia nell’area dell’euro secondo le regole? A mio avviso, riveleremmo al mondo finanziario che il malessere nell’area dell’euro è così profondo, che essa è incapace di accettare un paese piccolo ma fiscalmente responsabile. Sarebbe un po’ come mettere un cartello sulla porta del club dell’area dell’euro, con la scritta: “Il club è chiuso per lavori di manutenzione straordinaria”. Che tipo di segnale sarebbe, per i nuovi Stati membri come la mia Lettonia, che segue un programma del Fondo monetario internazionale e mantiene un tasso di cambio fisso rispetto all’euro e, per introdurre l’euro, svaluta la propria economia con una riduzione del PIL a due cifre e un’altissima disoccupazione? Il segnale equivarrebbe a chiedersi il motivo per cui dovremmo fare ogni sforzo per ripagare il debito privato con un alto tasso di cambio per la nostra valuta nazionale, quando questo debito è stato emesso sotto forma di prestiti in euro da banche dell’Unione europea a fronte di, per esempio, proprietà immobiliari. Vi ringrazio.

 
  
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  David Casa (PPE) . – (EN) Signor Presidente, il 2008 è stato un anno di estrema importanza per l’economia europea e per quella globale; un anno caratterizzato da grande incertezza per ciò che riguardava l’entità della crisi, che sembrava destinata ad aggravarsi ulteriormente.

Regnava anche molta incertezza riguardo al tempo che sarebbe stato necessario alle economie europee per riprendersi, e agli strumenti che avremmo dovuto utilizzare per stimolare tale ripresa.

Non è stato un anno facile per la BCE, che ha dovuto affrontare una serie di gravi problemi. Nel 2008, insieme alle altre principali banche centrali, essa si è impegnata ad assumere un approccio coordinato per offrire al sistema bancario abbondante liquidità di breve periodo, e questo approccio della BCE si è dimostrato vincente.

A questo proposito, condivido la conclusione tratta dal collega sulla prestazione della BCE. E’ vero, il 2008 è stato un anno significativo, e i soggetti responsabili hanno colto le opportunità che si sono loro offerte. Condivido altresì alcune delle preoccupazioni del relatore in merito al fatto che alcune banche non abbiano traslato i tagli dei tassi di interesse sui propri clienti, e credo che la questione andrebbe approfondita, Presidente Trichet.

Nel complesso, mi sembra una relazione estremamente equilibrata, un lavoro eccellente svolto dal mio collega maltese Edward Scicluna.

 
  
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  Pervenche Berès (S&D) . – (FR) Signor Presidente, un precedente impegno impedisce purtroppo al presidente Jean-Claude Juncker di essere con noi come sempre. Ovviamente me ne dolgo.

Siamo in presenza di due ottime relazioni che ci consentono di approfondire la nostra discussione in un momento critico per l’area dell’euro.

Grazie alla relazione dell’onorevole Scicluna, possiamo definire gli elementi fondamentali della discussione, in particolare per quanto riguarda le condizioni della nomina del suo successore, presidente Trichet. Dal punto di vista della democrazia, il dialogo monetario è un elemento importante, ma anche in relazione al funzionamento della Banca centrale europea e della sua gestione.

La relazione del nostro amico, onorevole Giegold, Commissario Rehn, la interpella direttamente su questioni che rientrano tra le sue competenze e non tra quelle della Banca centrale europea.

Il rischio che dobbiamo affrontare, trattandosi del funzionamento dell’area dell’euro, è quello dello smantellamento del nostro modello sociale. Quando il suo predecessore, Joaquin Almunia, aveva presentato il bilancio di dieci anni di attività dell’area dell’euro, un fattore era assolutamente evidente: l’aggravarsi delle divergenze tra gli Stati membri dell’area dell’euro. Questa è la situazione attuale ed è questo che gli stessi autori del trattato e gli autori del Patto di stabilità e crescita avevano sottovalutato. Ed è di questo che dobbiamo tener conto.

Dobbiamo tenerne conto per due motivi. Innanzi tutto per capire che, benché la sostenibilità delle finanze pubbliche sia un elemento chiave, non basta. Rispetto a competenze nazionali, gli Stati membri non hanno un appetito naturale per le sanzioni e quindi il loro coordinamento, la loro cooperazione non è una buona cooperazione. E’ questo lo spirito che dobbiamo scoprire, la bacchetta magica di cui abbiamo bisogno.

Il secondo pilastro che non può essere ignorato e senza il quale l’economia non regge è la questione dell’armonizzazione fiscale. Come sapete, deploro il fatto che la strategia 2020, da questo punto di vista, non menzioni i lavori in corso, che dobbiamo assolutamente riprendere con determinazione, sull’armonizzazione della base fiscale dell’imposta sulle società.

 
  
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  Sari Essayah (PPE) . – (FI) Signor Presidente, sulla scia della crisi finanziaria, il debito pubblico è rapidamente peggiorato benché in molti paesi si comincino a chiudere i rubinetti della ripresa. Dopo aver affrontato una grave crisi economica, dobbiamo concentrarci con estrema attenzione sugli squilibri più gravi e di lungo periodo delle finanze pubbliche.

Abbiamo realizzato il Patto di stabilità e crescita, ma il problema sta nel fatto che gli Stati membri non lo hanno rispettato e adesso le nostre finanze pubbliche sono caratterizzate da gravi deficit. Nel caso della Grecia si è parlato di dati statistici errati, ma l’essenza del problema sta nella cattiva gestione della politica economica.

Noi politici dobbiamo prendere decisioni molto complesse, in una situazione caratterizzata da bassa crescita, invecchiamento della popolazione e livelli occupazionali che migliorano molto fiaccamente. Pochi sono i rimedi possibili per le finanze pubbliche: aumentare le entrate provenienti dal gettito fiscale, favorire la crescita economica o tagliare le spese.

Nella ricerca di rimedi, gli indicatori principali sono la sostenibilità delle finanze pubbliche e il deficit. Il deficit di sostenibilità riflette la misura in cui è necessario aumentare l’aliquota d’imposta o ridurre il livello di spesa, affinché nel lungo periodo le finanze pubbliche si collochino su una base sostenibile. Per raggiungere un equilibrio, dobbiamo riconoscere che il debito accumulato aumenterà di un importo pari alla differenza tra i tassi di interesse e la crescita del prodotto nazionale lordo, mentre l’invecchiamento della popolazione provocherà, negli anni a venire, un cospicuo aumento del costo delle pensioni e dell’assistenza. Per stimolare le entrate delle finanze pubbliche, è assolutamente necessario, per esempio, realizzare crescita e occupazione, aumentare la produttività dei servizi pubblici e attuare quelle misure strutturali che possono garantire la sostenibilità dei piani pensionistici.

Nel lungo periodo, l’aumento della natalità e dell’assistenza sanitaria preventiva svolgeranno un ruolo importante per l’equilibrio delle finanze pubbliche. Nel pieno della crisi economica, abbiamo invocato un miglior coordinamento delle finanze pubbliche; chiedo quindi al commissario Rehn come intende realizzare questo obiettivo. Credo comunque che questa crisi economica non debba essere usata come pretesto dalle economie degli Stati membri che devono essere riportate sotto controllo. Dobbiamo osservare una stretta disciplina di bilancio nelle finanze pubbliche.

 
  
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  Olle Ludvigsson (S&D) . – (SV) Signor Presidente, vorrei sottolineare tre punti principali delle relazioni che stiamo discutendo.

In primo luogo, non dobbiamo dedicare la discussione sulle finanze pubbliche esclusivamente ai problemi dell’austerità. Dobbiamo anche concentrarci sul da farsi per avviare la crescita e combattere la disoccupazione. In molti paesi, sono necessari tagli alla spesa pubblica. Al contempo però è importante aumentare il reddito con una crescita positiva, aumentando l’occupazione e quindi il gettito fiscale.

In secondo luogo, apprezzo il fatto che nella sua relazione l’onorevole Scicluna affronti il problema della maggiore trasparenza nel settore finanziario. C’è ancora molto da fare a riguardo. La trasparenza non è soltanto un ottimo strumento per contrastare un comportamento rischioso e dannoso sul mercato finanziario. E’ necessaria anche una maggiore trasparenza perché la supervisione sia efficace e le istituzioni finanziarie pubbliche godano della fiducia dei cittadini, un elemento di estrema importanza.

La BCE deve assumere il ruolo di guida in questo settore e adottare misure immediate per rendere il proprio lavoro più trasparente. Per cominciare potrebbe pubblicare i verbali delle riunioni del consiglio della BCE. L’apertura deve essere un principio ispiratore anche nell’istituzione del Comitato europeo per il rischio sistemico; perché le sue raccomandazioni abbiano effetto, dovranno essere rese pubbliche.

In terzo luogo, constato con soddisfazione che, nella sua relazione, l’onorevole Giegold sottolinea l’importanza di una chiara prospettiva in termini di ambiente e clima, anche in periodi di crisi. Non dobbiamo permettere che la crisi finanziaria rallenti il passaggio all’economia verde. Dobbiamo invece favorire la ripresa economica investendo nelle fonti di energia rinnovabile, nei sistemi di trasporto compatibili con l’ambiente e nello sviluppo delle tecnologie verdi. Soltanto con questo tipo di investimenti potremo creare una crescita sostenibile nel lungo periodo.

 
  
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  Frank Engel (PPE) . – (FR) Signor Presidente, il 2009 è stato senza dubbio l’anno più difficile per l’euro dalla sua introduzione, ma anche il più utile. Senza l’euro, l’Unione europea sarebbe sprofondata in una guerra di svalutazioni competitive sullo sfondo della crisi. L’instabilità monetaria, nel 2009, avrebbe potuto indebolire la solidità politica dell’Unione europea.

Grazie all’euro, ci sono stati risparmiati i tormenti di una continua distorsione dei tassi di cambio e delle politiche monetarie. Ma per quanto tempo ancora? Oggi invochiamo una migliore governance della valuta europea, più restrittiva, più visibile e più reattiva.

In realtà, i tentativi fatti dai singoli paesi di riprendere il controllo delle regole fondamentali dell’euro non contribuiscono in alcun modo alla nascita di una vera governance economica e monetaria dell’Europa. Soltanto la solidarietà potrà limitare le attività speculative di cui oggi è vittima la Grecia, e che possono colpire altri paesi dell’area dell’euro da un momento all’altro.

Solidarietà fa rima con solidità nel contesto psicologicamente eccitato dei mercati del debito sovrano. Il tergiversare politico delle ultime settimane non ha danneggiato soltanto la Grecia, ma ha inflitto un duro colpo alla fiducia nell’euro. La mancata assistenza ai paesi in pericolo mina la stabilità monetaria dell’intera area dell’euro.

Al di là delle emergenze, diamo infine all’euro gli strumenti di cui ha bisogno. Serve un mercato obbligazionario europeo coordinato per evitare le strozzature provocate dal fatto che troppi debiti sovrani di troppi paesi raggiungono la scadenza nello stesso momento. Serve una rappresentanza esterna della zona dell’euro a tutti i livelli, in tutti gli organismi, comprese le istituzioni finanziarie internazionali. E perché il presidente dell’Eurogruppo non fa parte del G20?

Accettiamo altresì che i nuovi membri desiderino unirsi all’area dell’euro quanto prima. Dobbiamo accoglierli con entusiasmo e non con atteggiamenti meschini. Concepire l’esclusione di membri dall’area dell’euro equivale ad abbandonare l’ambizione di un’Europa forte nel mondo. L’ampliamento dell’area dell’euro deve andare di pari passo con l’attuazione degli strumenti necessari a una vera unione economica: coordinamento delle politiche di bilancio, armonizzazione delle politiche economiche e fiscali. Questo è il prezzo del continuo successo dell’euro.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE) . – (PL) Signor Presidente, una crisi è un po’ come una malattia: solitamente si conclude non soltanto con la guarigione ma con il rafforzamento delle difese e la creazione di meccanismi di resistenza. Può anche provocare alcune complicanze o addirittura invalidità permanenti. Pensiamo quindi al modo in cui è comparsa questa malattia che chiamiamo crisi.

Nella maggior parte dei casi, una malattia è l’effetto dei vari modi in cui trascuriamo il nostro corpo, oppure ha un’origine esterna. La causa della crisi è stata un’attività che era contraria ai principi del mercato – l’attività speculativa. Il mercato di per sé non è in grado di respingere, contrastare o limitare questi fattori in mancanza di supervisione e monitoraggio idonei dei processi, soprattutto in situazioni che non sono tipiche del mercato. Finora, i mercati finanziari erano stati monitorati e supervisionati specialmente da istituzioni statali e nazionali. Con la globalizzazione, sono state create istituzioni finanziarie mondiali e un mercato finanziario globale. Tuttavia, mancano ancora adeguate istituzioni mondiali, regionali e, nel nostro caso, europee, competenti per la supervisione e il monitoraggio di questi mercati.

Il mercato non è regolato da valori, ma soprattutto dalla necessità di ottenere il profitto a ogni costo. La crisi non è cominciata nel 2008 con il crollo dei mercati finanziari, ma nel 2007 con la crisi dei mercati dei generi alimentari, mettendo in pericolo anche il mercato dell’energia che è controllato da strumenti politici. La situazione nell’Unione europea è il prezzo che paghiamo per la mancata osservanza dei principi, stabiliti e accettati universalmente, del Patto di stabilità e crescita.

Purtroppo il monito della Commissione non è stato abbastanza severo. Ad alcuni Stati membri è stato concesso di più, perché semplicemente non erano disposti a farsi fare la predica né dalla Commissione né da altri. Alcuni Stati membri si sono comportati come bambini, nascondendo le proprie malefatte. Questo tipo di comportamento non può essere alla base della Comunità, né della nostra integrazione. E’ importante ammettere gli errori che sono stati fatti, parlarne ai nostri cittadini, scusarsi con loro e chiederne la comprensione e la cooperazione quando emergeremo da questa crisi.

Dobbiamo agire, affinché i costi della crisi non ricadano sui più deboli e sui più poveri. La solidarietà dell’Unione europea ci impone di sostenere quei paesi che sono stati più colpiti dalla crisi. La ripresa non giungerà dall’esterno, se l’organismo, o lo Stato, non combatterà.

 
  
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  Othmar Karas (PPE) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, presidente Trichet, la ringrazio molto non solo per l’attività svolta negli anni recenti ma anche per l’approccio da lei adottato nelle ultime settimane. Lei ha dimostrato competenza, indipendenza e coerenza e, insieme ai suoi collaboratori, ha esercitato un’influenza stabilizzante in un momento estremamente difficile e agitato.

Commissario Rehn, le sue dichiarazioni degli ultimi giorni sono state molto incoraggianti. Dobbiamo fare del nostro meglio per continuare sulla strada intrapresa.

L’euro è una forza stabilizzante, anche in periodi di crisi. Dobbiamo porre fine al mito che l’euro e il Patto di stabilità e crescita siano la causa dei problemi di cui soffrono la Grecia e altri paesi. La settimana scorsa il primo ministro greco ha affermato con estrema determinazione in quest’Aula che non è l’euro il responsabile, anzi, l’euro è parte della soluzione. Non vi è riforma possibile senza l’euro. Non potranno esserci restrizioni adeguate agli obiettivi che possiamo imporci senza l’euro. Non dobbiamo indebolire l’euro se quei paesi che sono colpiti ritengono che l’euro li protegga anziché indebolirli.

Aggiungerei inoltre che la Grecia non sta elemosinando aiuti, come sembrano spesso far pensare gli articoli comparsi sui quotidiani. Sarebbe opportuno che molti membri del Consiglio, quando discutono di questo tema, invece di far riferimento alle opinioni popolari del fronte politico interno collaborassero con noi alla ricerca di soluzioni europee comuni. La Grecia non ha bisogno di sussidi ma di un vero sostegno per attuare la riforma e il piano di risparmi. Anche il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha delineato molto chiaramente, in un piano in tre fasi, ciò che è possibile e quando si potranno adottare le misure previste. Nessuno ha detto che non si può fare niente.

Abbiamo un’unione monetaria, ma non un’unione economica. Per realizzare un’unione economica, abbiamo bisogno della volontà politica degli Stati membri, piuttosto che della loro consulenza. L’unione economica comprende il coordinamento della politica di bilancio, l’armonizzazione delle imposte e il coordinamento della politica sociale, economica e dell’istruzione. E’ ciò che chiediamo di fare agli Stati membri e ci aspettiamo che essi si impegnino in questo compito. Dobbiamo continuare su questa strada per il bene dell’euro.

 
  
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  Danuta Jazłowiecka (PPE) . – (PL) Signor Presidente, lo scorso anno è stato particolarmente turbolento per l’area dell’euro. E’ cominciato con l’ingresso della Slovacchia nell’Eurogruppo, e si è concluso con gli enormi problemi economici e finanziari della Grecia. In questo periodo, il mondo ha vissuto la più grave crisi economica da molti anni a questa parte.

Attualmente si discute di come affrontare i nuovi problemi, di quale direzione dovrebbe seguire l’economia globale e come dovrebbe essere la politica dell’Unione europea. La risoluzione in oggetto fa parte di questa discussione, e vorrei attirare la vostra attenzione su un aspetto specifico.

Onorevoli colleghi, la crisi economica, i problemi della Grecia e l’attuale dibattito sugli aiuti alla Grecia dimostrano che la divisione tra vecchia e nuova Europa è ancora una realtà. Venerdì scorso, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha menzionato l’idea di creare un meccanismo di supporto per i paesi dell’area dell’euro che hanno problemi finanziari. Secondo il presidente della Commissione, i principi e le condizioni che regolerebbero l’uso di questo strumento possono essere definiti soltanto dai membri dell’area dell’euro.

Colgo l’occasione di questa discussione per esprimere il mio sostegno alla posizione del commissario Lewandowski (Bilancio e programmazione finanziaria) nonché a quella del professor Jan Rostowski, ministro polacco per le Finanze. Levo la mia voce per unirmi al loro appello, e a quello di molti colleghi, secondo i quali tutti gli Stati membri, anche quelli all’esterno dell’area dell’euro, adesso devono svolgere un ruolo attivo nel rafforzamento di quest’area creando strumenti di ausilio per i suoi membri. La Polonia, che è uno dei paesi al di fuori dell’area dell’euro, adotterà presto la valuta comune, e oggi vorremmo essere responsabili della forma che assumerà in futuro l’Eurogruppo. Quindi non escludiamo i nuovi Stati membri da un dibattito così importante. In passato risuonava lo slogan dell’Europa a due velocità. Adesso non dobbiamo dividere l’Europa tra quella che sta all’interno dell’area dell’euro e quella che rimane al di fuori, perché siamo una cosa sola: un’Unione.

Infine, esprimo il mio sostegno incondizionato a tutte le parti della risoluzione che invitano la Banca centrale europea, la Commissione europea e i membri dell’Eurogruppo a sostenere il processo di allargamento dell’area dell’euro – allargamento basato sui criteri attuali. Ringrazio inoltre il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, per la qualità del suo lavoro, soprattutto in quest’anno, che è stato particolarmente difficile per l’Europa.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE) . – (HU) Sono grato al commissario, al presidente della BCE e al relatore per aver adottato un approccio aperto e molto professionale a questo problema che desta la nostra forte inquietudine. In effetti è preoccupante che, nonostante tutti i nostri sforzi, il tasso di disoccupazione e il livello di indebitamento dello Stato continuino a salire in quasi tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Il mio paese, la Slovacchia, non fa eccezione. La disoccupazione ha superato il 13 per cento. La Slovacchia è stato l’ultimo paese ad aderire all’area dell’euro il 1° gennaio 2009, con ripercussioni positive nei settori economico, politico e sociale. La stragrande maggioranza della popolazione nutre ancora sentimenti positivi nei confronti dell’euro. Riteniamo quindi importante mantenere la forza e il prestigio dell’euro. Il Parlamento deve aiutare la Commissione e la BCE nei loro sforzi, per evitare il fallimento di questo tentativo. Prima di tutto è necessario portare l’integrazione dell’economia europea a un livello più alto e sostenibile. Si tratta comunque di una questione strategica, per la quale è indispensabile il convinto sostegno del Consiglio.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D) . – (LT) La soluzione della complessa crisi economica e finanziaria non è stata efficace come avevamo sperato. All’inizio della crisi, i programmi degli Stati membri volti a sostenere le banche non erano coordinati, con condizioni comuni fissate a livello europeo, e alcune banche hanno usato fondi supplementari stanziati dalla Banca centrale europea per coprire le proprie perdite. Neanche il sostegno all’attività economica, soprattutto nelle piccole e medie imprese, è stato coordinato. L’impatto di queste azioni è evidente: quando non sono riuscite a ottenere finanziamenti dalle banche in tempo, moltissime piccole e medie imprese sono fallite. E’ stato più facile per i paesi dell’area dell’euro superare le difficoltà, poiché la Banca centrale europea ha garantito loro liquidità. Se noi crediamo nella solidarietà europea, se noi operiamo in un mercato aperto con le stesse condizioni competitive e l’obiettivo principale è quello di uscire da questa situazione complessa quanto prima, credo che la Banca centrale europea avrebbe dovuto garantire e debba garantire liquidità agli Stati membri che non fanno parte dell’area dell’euro e che sono stati colpiti con particolare durezza da questa crisi.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI) . – (EN) Signor Presidente, il relatore onorevole Scicluna ha dichiarato che la BCE aveva cercato di espandere la liquidità, ma la liquidità non era stata traslata dalle banche sui consumatori. E questo vale sia all’esterno sia all’interno dell’area dell’euro.

Il mio partito si compiace del fatto che il Regno Unito rimanga all’esterno dell’area dell’euro; la valuta di uno Stato infatti deve riflettere le condizioni e le esigenze della sua economia e non le esigenze medie di 27 economie diverse. Tuttavia, il mantenimento della nostra valuta è solo una parte della risposta. Il problema centrale sta nel fatto che la creazione e la distribuzione del credito è nelle mani di società private – le banche commerciali – e questo vale sia all’esterno sia all’interno dell’area dell’euro.

La funzione della creazione del credito – creazione di denaro – deve essere sottratta alle società private. Il potere d’acquisto supplementare, – se necessario per distribuire la crescita esistente o imminente, o per finanziare grandi progetti infrastrutturali – deve essere creato dal governo e quindi immesso in circolazione, piuttosto che creato dalle banche e prestato in circolazione.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE) . – (RO) Durante questa crisi abbiamo potuto osservare che le fluttuazioni alimentate dai tassi d’interesse e dai tassi di cambio si sono scontrate con una valuta unica che ha adeguatamente protetto l’area dell’euro.

La valuta unica non ha trovato una soluzione per tutti gli squilibri esterni e interni che si sono verificati, ma i vantaggi offerti concedendo alle istituzioni finanziarie nazionali di accedere alla liquidità della Banca centrale europea e di eliminare il rischio delle fluttuazioni dei tassi di cambio hanno accresciuto l’interesse per questa valuta da parte degli Stati membri non appartenenti all’area dell’euro.

Dobbiamo riconoscere e apprezzare gli sforzi fatti da questi Stati per migliorare le proprie economie e le proprie politiche fiscali, al fine di adottare la valuta unica. Invito quindi la Commissione e la Banca centrale europea a incoraggiare ulteriormente l’espansione dell’area dell’euro per offrire loro maggiore protezione dagli effetti della crisi economica e finanziaria.

 
  
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  Karin Kadenbach (S&D) . – (DE) Signor Presidente, Presidente Trichet, la ringrazio molto per quella parte della relazione che mette in guardia contro la tentazione di apportare tagli eccessivi ai salari allo scopo di ridurre i deficit; i bassi redditi infatti producono un rallentamento della crescita economica. Desidero ringraziarla per questo paragrafo della relazione, poiché sono convinta che un simile atteggiamento, oltre a ostacolare la crescita economica e diminuire la competitività dell’Europa, limiti anche la possibilità, per i cittadini europei, di svolgere in pieno il proprio ruolo nella società.

E’ essenziale da parte nostra redigere i bilanci in conformità degli orientamenti, ma è altrettanto importante che gli Stati membri dispongano di un certo spazio di manovra nel contesto economico e sociale. Un’Europa che non investa più nell’istruzione, nella sanità e nella ricerca sarà un’Europa instabile e incapace di competere con il resto del mondo. I gruppi sociali che non sono responsabili della crisi non devono essere costretti a pagarne il prezzo; se non investiamo nelle persone, l’Europa non avrà futuro. Per tali ragioni invito a insistere, in futuro, sull’aspetto sociale.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI) . – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’attuale crisi economica e finanziaria, che è di carattere strutturale, ci obbliga a imporre controlli a lungo termine e a usare prudenza nei bilanci. La globalizzazione costringe l’area dell’euro a svolgere un ruolo efficace nel campo della politica finanziaria. Questi interventi non si devono però effettuare a spese dei comuni cittadini e vorrei ricordare a tutti che prudenza e senso di responsabilità sono più che mai necessari.

 
  
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  Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea.(FR) Signor Presidente, devo dire che intervengo in Parlamento ormai da sei anni e mezzo, ma questa è la prima volta che noto un numero così folto di interventi e di analisi, di suggerimenti e di proposte.

Sono rimasto molto colpito sia dalla ricchezza delle argomentazioni che abbiamo seguito, sia dalla variegata diversità delle opinioni esposte.

Cercherò, se me lo consentite, di sintetizzare le mie tesi più importanti dopo aver udito le vostre osservazioni, che sono tutte interessanti e pertinenti; la Banca centrale europea, naturalmente, le considera della massima importanza.

(EN) Noto in primo luogo che molti interventi si sono soffermati sulle sfide che la BCE ha dovuto affrontare, e hanno elogiato la BCE stessa che si è dimostrata capace di reagire in tempo reale in circostanze assai difficili. A mio avviso, i miei colleghi ed io abbiamo cercato di fare del nostro meglio in circostanze davvero eccezionali: le peggiori dall’epoca della Seconda guerra mondiale, che sarebbero probabilmente diventate le peggiori dall’epoca della Prima guerra mondiale, se non avessimo agito tempestivamente.

Tutti hanno affrontato queste sfide; come molti di voi hanno osservato, le stesse sfide si ponevano ad altre banche centrali in Europa e nel resto del mondo. Tutti quindi abbiamo dovuto assumerci responsabilità immense, e concordo senza riserve con coloro i quali hanno affermato che non possiamo giudicare concluso il periodo più difficile. I tempi duri non sono finiti; non ci apprestiamo a tornare a una situazione normale, e dobbiamo rimanere estremamente vigili.

Ho colto anche il vostro messaggio in materia di crescita e posti di lavoro: un messaggio che il Parlamento ha espresso veramente con grande forza, e al quale aderisco senza riserve. Creando stabilità, con un’azione credibile tesa a creare stabilità nel medio e lungo periodo, confidiamo di contribuire alla crescita sostenibile e alla creazione di occupazione sostenibile. Come sapete, però, il nostro messaggio si concentra soprattutto sulle riforme strutturali: sono assolutamente indispensabili riforme strutturali per incrementare il potenziale di crescita dell’Europa e la capacità dell’Europa di creare occupazione.

Voi avete inviato un altro deciso messaggio, che noi in seno alla BCE condividiamo pienamente, anche se non voglio rispondere al posto del Commissario: la governance dell’Europa dei 27, la governance dei 16 membri dell’area dell’euro sono fattori essenziali. Esortiamo questi paesi – i membri dei 27 o dei 16 – al più alto senso di responsabilità, a esercitare la propria responsabilità, a esercitare la sorveglianza sui propri pari. E’ assolutamente necessario applicare in maniera piena e completa il Patto di stabilità e crescita. La vigilanza sulle politiche fiscali è l’elemento centrale dell’Unione economica e monetaria, e qui devo includere anche la vigilanza sulle riforme strutturali e l’attuazione delle riforme strutturali, oltre alla vigilanza sull’evoluzione della competitività delle varie economie dal punto di vista dei costi, in particolare per i paesi membri dell’area dell’euro. Si tratta di un problema cruciale.

Non voglio soffermarmi più a lungo sulla Grecia e sulle varie questioni in gioco. Ho già avuto modo di rispondere a molte domande in sede di commissione per gli affari economici e monetari e di fronte al Parlamento. Consentitemi solo di osservare che la Grecia dispone di un modello di ruolo, e questo modello è l’Irlanda. L’Irlanda ha dovuto superare un problema spinosissimo – come ha osservato qui uno degli onorevoli deputati – e lo ha affrontato seriamente ex ante, con grande determinazione, professionalità e capacità, come tutti hanno riconosciuto; è un aspetto che voglio sottolineare. Fatta questa premessa, ripeto: il giudizio della BCE sulle nuove misure adottate dal governo greco è che esse sono convincenti e, aggiungo, coraggiose.

Una parola sulla situazione di lungo periodo all’interno dell’area dell’euro: nell’arco dei prossimi 10 o 20 anni garantiremo la stabilità dei prezzi in armonia con la definizione che abbiamo elaborato sin dall’esordio dell’euro. Potete fidarvi di noi; possiamo provarlo. Non si tratta di una teoria bensì di fatti e di cifre.

(FR) Devo sottolineare un aspetto: tutti i membri dell’area dell’euro sanno che l’inflazione media nell’area stessa, nel medio e lungo periodo, sarà inferiore o vicina al 2 per cento. Ne devono quindi trarre le conseguenze a livello nazionale, poiché traggono vantaggio dall’appartenenza all’area dell’euro. Essi non devono porsi in un contesto nazionale, in termini di inflazione nazionale, cosa che sarebbe ben lontana da ciò di cui noi siamo garanti perché ci è stato richiesto, perché siamo fedeli al nostro mandato e perché si tratta di un contributo alla prosperità e alla stabilità d’Europa.

Signor Presidente, mi consenta di concludere – in poche parole, se posso – toccando la questione della trasparenza. Come ho spesso fatto notare agli onorevoli deputati, noi siamo l’istituzione più trasparente del mondo per quanto riguarda la pubblicazione immediata dei nostri studi, l’introductory statement. Siamo l’istituzione più trasparente del mondo per quanto riguarda la conferenza stampa che segue immediatamente il consiglio direttivo.

(EN) L’unico caso in cui tale decisione non vale – per ottimi motivi – è che non comunichiamo i nomi di chi vota in un senso o nell’altro, poiché intendiamo in tal modo mettere in risalto che non siamo un’accolta di individui isolati: siamo un collegio. Il consiglio direttivo è l’entità pertinente; è il consiglio direttivo che conta.

Ho già detto che non ci troviamo in una situazione normale e che dobbiamo assolutamente mettere mano a una profonda riforma dei mercati finanziari, se vogliamo essere sicuri di non innescare un’altra crisi come quella che abbiamo appena dovuto affrontare.

Un’ultima osservazione su Polonia e Ungheria: un’onorevole deputata ha menzionato questi due paesi, affermando che essi non hanno ricevuto dalla BCE un trattamento adeguato. Credo che l’onorevole deputata sia informata male; la esorto a recarsi presso le banche centrali dei due paesi, ove apprenderà che la BCE intrattiene una strettissima cooperazione con quelle banche centrali, a vantaggio di tutti noi.

 
  
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  Olli Rehn, membro della Commissione.(EN) Signor Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare gli onorevoli deputati per questo rigoroso e denso dibattito. Ho ascoltato le vostre opinioni con grande attenzione; ne concludo che esiste un deciso e vasto sostegno a un’opera di efficace rafforzamento della governance economica nell’area dell’euro e nell’intera Unione europea.

A mio parere, il dibattito odierno ha offerto un valido e prezioso contesto per il Consiglio europeo che si svolgerà oggi e domani. Sono lieto anche dell’opportunità di continuare presto le discussioni sulla governance economica in sede di commissione per gli affari economici e monetari, preferibilmente non appena possibile dopo Pasqua. Sarei lieto di consultarvi e procedere tempestivamente con proposte concrete.

Per il rafforzamento della governance economica due linee d’azione sono essenziali. La prima pietra angolare sarà una vigilanza fiscale e di bilancio veramente credibile e più efficace dal punto di vista della prevenzione, più decisa e più rigorosa, tanto da estendersi alle politiche di bilancio a medio termine, utilizzare raccomandazioni e, se necessario, richiami agli Stati membri.

Il secondo elemento fondamentale consisterà in una vigilanza più efficace dal punto di vista della prevenzione, nonché più sistematica e rigorosa, sugli squilibri macroeconomici e le differenze di competitività tra gli Stati membri dell’area dell’euro e dell’Unione europea; in tale contesto si farà ricorso pure a raccomandazioni politiche vincolanti. Tutto questo è necessario per scongiurare un accumulo degli squilibri. E’ senza dubbio evidente che l’emergenza più pressante e urgente si riscontra nei paesi con forti deficit e debole competitività – non solo la Grecia ma, naturalmente, a cominciare dalla Grecia.

E’ altrettanto evidente che con questo non possiamo – e non vogliamo – implicare l’eventualità di ridurre le esportazioni di paesi che registrano un’eccedenza delle partite correnti. In altre parole, l’obiettivo non è quello di costringere il Bayern Monaco a giocare male contro l’Olympique Lione, bensì di migliorare la competitività delle esportazioni ove necessario, nonché la domanda interna ove necessario e possibile, per far sì che Bayern e Olympique migliorino il loro gioco come squadra europea, rafforzando sia la strategia offensiva che quella difensiva.

Qui stanno il senso e l’obiettivo dell’area dell’euro, e in ultima analisi dell’Unione europea.

 
  
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  Edward Scicluna, relatore.(EN) Signor Presidente, inizio con alcune osservazioni. Colgo l’occasione per ringraziare la BCE per la cooperazione e la disponibilità di cui ha dato prova nel rispondere alle mie numerose domande. Ringrazio inoltre i colleghi relatori ombra per il comune lavoro di squadra con cui hanno concordato gli emendamenti alla relazione, consentendole così di coagulare un consenso più vasto.

Come abbiamo visto, la recente recessione si sta rivelando un’ardua sfida; le tensioni esistenti nell’area dell’euro non sono però nuove e sono ben note. Sappiamo bene di non essere una zona valutaria ottimale, ma proprio per questo dobbiamo essere innovativi. Dobbiamo seguire politiche e principi economici improntati a saggezza, che vanno in ogni caso elaborati in armonia con i principi europei di coesione sociale.

Alcuni osservatori affermano che la BCE non può venire in aiuto alla Grecia, poiché lo impedirebbe il divieto di salvataggio finanziario sancito dall’articolo 103 del trattato dell’Unione europea. Tuttavia, un salvataggio finanziario e un’assistenza finanziaria temporanea sono due cose profondamente diverse.

Come sappiamo, dinanzi a noi stanno varie opzioni differenti; alcune si possono attuare a breve termine, altre nel medio periodo. Come hanno osservato i colleghi che mi hanno preceduto, da europei tutti guardiamo all’euro e confidiamo nel suo successo. Tutti vogliamo il suo successo e quindi tutti – Parlamento, Commissione, Consiglio e Banca centrale europea – dobbiamo riflettere insieme per trovare la strada migliore su cui incamminarci.

Infine, dobbiamo ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni finanziarie, adottando misure che prevedano maggior trasparenza, migliore gestione dei rischi e regolamentazione adeguata. Dobbiamo scongiurare il ripetersi di una crisi di queste dimensioni.

 
  
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  Sven Giegold, relatore.(EN) Signor Presidente, sulla scia di questo dibattito vorrei formulare tre veloci osservazioni.

In primo luogo, se consideriamo le differenti opinioni espresse in Aula, è chiaro che non abbiamo un identico punto di vista sulla questione degli squilibri. Alcune differenze sono emerse con evidenza, e a mio avviso dobbiamo fare grande attenzione.

Rivolgo quest’osservazione in particolare a voi, Presidente Trichet e Commissario Rehn, e vi chiedo di non considerare la questione da un lato solo, perché il problema centrale, come tutti riconosciamo in linea di principio, è che i costi devono crescere in base all’obiettivo di inflazione più la produttività. In alcuni paesi l’aumento dei costi è stato eccessivo, e voi fate bene ad agire.

D’altra parte, parecchi paesi usano la politica fiscale nonché i propri accordi salariali per essere sicuri di rimanere al di sotto di tale soglia. Se non agite nei confronti di questi paesi – so che in seno all’Ecofin alcuni non condividono tale approccio – finiremo per appiccare un incendio alla base economica dell’area dell’euro, con conseguenze pericolosissime. Vi esorto a non considerare la questione da un lato solo, e lo stesso invito rivolgo ai miei colleghi.

Guardate alla Grecia e al programma di stabilità, che è stato elogiato. Vorrei far notare che esiste un grave problema, come ho appreso la settimana scorsa durante la mia visita in Grecia.

Gran parte della popolazione greca è convinta che, nel corso degli ultimi 10 o 20 anni, molti abbiano accumulato in maniera scorretta ingenti ricchezze. Se si elogiano gli sforzi compiuti dall’Irlanda, non si può tuttavia paragonare la situazione irlandese a quella greca. I cittadini greci non intendono pagare le conseguenze di una situazione di cui non sono responsabili.

La invito quindi, Commissario Rehn, a premere sul governo greco per indurlo a prendere severi provvedimenti nei confronti di chi ha accumulato patrimoni illeciti. In caso contrario il programma non verrà accettato e fallirà anche per motivi economici. Dobbiamo far sì che il programma sia equo dal punto di vista sociale – e da questo punto di vista non è ancora equo.

 
  
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  Presidente . – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà giovedì, 25 marzo 2010.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto.(EN) Dalla crisi che affligge attualmente l’area dell’euro si possono ricavare alcuni insegnamenti. Le difficoltà dell’area dipendono anche dalla crisi, ma a mio avviso l’Unione economica e monetaria presenta pure alcune carenze strutturali che dobbiamo affrontare per evitare crisi future. Se vogliamo che la BCE sia in grado di intraprendere un’azione efficace a favore della crescita e dell’occupazione, dobbiamo fornirle gli strumenti necessari. La BCE non dispone degli stessi strumenti della Federal Reserve statunitense, e per questo non ha potuto svolgere un’attiva politica monetaria a sostegno della crescita. La BCE è vincolata dal suo obiettivo principale, quello di garantire la stabilità dei prezzi, che le impedisce di stimolare efficacemente la crescita. A mio avviso, inoltre, ci occorre un più stretto coordinamento delle politiche economiche e fiscali, per evitare di incappare in situazioni deplorevoli come quella greca. Un miglior coordinamento gioverebbe alla stabilità dell’area dell’euro; è necessario rispettare rigorosamente il Patto di stabilità e di crescita, che però a mio avviso è opportuno riesaminare. La parte preventiva va rafforzata, mentre quella punitiva non è efficiente, in quanto il pagamento di ammende serve solo ad aggravare i deficit di bilancio e impedisce di rispettare le norme. D’altra parte non dovrebbe essere il Consiglio a decidere le sanzioni, perché gli Stati membri saranno sempre riluttanti a punirsi reciprocamente.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE), per iscritto.(EN) Dobbiamo partire da un fatto centrale: nel corso della più grave crisi economica che l’Europa abbia conosciuto, l’euro è stato un’ancora di stabilità e credibilità. Senza il funzionamento dell’area dell’euro, superare la crisi sarebbe stato un processo assai più lento e irregolare. Ciò vale anche per quegli Stati membri che non sono ancora entrati nell’area dell’euro. Adesso è importante soprattutto rendersi conto che la moneta comune europea è un valore comune di cui ogni membro dell’area dell’euro è individualmente responsabile. E’ opinione generale che la crisi economica sia stata il logico sbocco di una diffusa crisi di valori.

Dai paesi che sono entrati nell’area dell’euro ci si attende un maggior senso di responsabilità nel mantenere in equilibrio spese e redditi. Non ha senso atteggiarsi a presunte vittime di speculazioni finanziarie o mafie economiche; quasi tutte le economie europee hanno violato i principi di una sana ed equilibrata politica fiscale. Occorre imparare la lezione: serve una vigilanza assai più severa e un miglior coordinamento delle politiche finanziarie, con l’istituzione di un Fondo monetario europeo. Ma prima di ogni altra cosa, tutti i membri dell’area dell’euro devono attenuare la tendenza a vivere a spese del proprio futuro.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Sin dall’esordio, l’attività della Banca centrale europea è stata costantemente criticata da sinistra, e non solo nell’ambito dell’Unione europea. La prima ragione di queste giuste critiche sono gli obiettivi della Banca. Dal momento che il principale obiettivo della Banca è quello di garantire che l’inflazione non superi il 2 per cento e che i deficit di bilancio degli Stati membri dell’Unione europea non superino il 3 per cento del PIL, è chiaro che non vi saranno difficoltà in periodi di crescita, allorché la disoccupazione si riduce da sé, la liquidità delle banche si garantisce da sé e la BCE è in grado di premere sui governi dei singoli Stati membri per indurli a ridurre il proprio debito. Quando scoppia una crisi economica, però, le cose cambiano radicalmente. La malaccorta formulazione dell’obiettivo dell’istituzione finanziaria centrale obbliga ad allontanarsi in maniera sostanziale dall’obiettivo stesso. La relazione, che valuta la relazione annuale della BCE e le azioni con cui la Banca ha cercato di risolvere la crisi finanziaria, insiste tuttavia ostinatamente su questo obiettivo centrale, così malamente formulato. La relazione afferma tra l’altro che è necessario desistere dalla politica che prevede pacchetti di stimolo e dalle garanzie a favore della liquidità delle banche, cioè dalle più importanti tra le cosiddette misure non convenzionali adottate per superare la crisi. La relazione non si occupa affatto delle condizioni critiche in cui versano le finanze di almeno cinque Stati membri dell’Unione europea, e a quanto sembra i relatori sono indifferenti alla vorticosa crescita della disoccupazione. Tutto questo non fa che confermare quanto sia dannosa l’attuale mentalità della Banca centrale europea. La relazione va dunque respinta.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto.(DE) L’intera Unione europea e l’area dell’euro in particolare si trovano in una situazione grave: la Grecia è sull’orlo della bancarotta e anche la Spagna e il Portogallo sono in difficoltà. La gravità della situazione produce un costante flusso di nuove proposte. Da un lato si ventila la possibilità di conferire al Fondo monetario europeo ampi diritti di intervento; dall’altra il commissario Rehn, responsabile della politica economica e monetaria, chiede che Bruxelles partecipi alla pianificazione del bilancio degli Stati membri. Ovviamente l’Unione europea vuole sfruttare la crisi attuale per spogliare gli Stati membri della propria autonomia finanziaria, che è uno degli ultimi settori importanti di sovranità nazionale di cui ancora dispongono. Un ulteriore possente balzo verso la creazione di un superstato europeo centralizzato non risolverà tuttavia i problemi esistenti, ma al contrario non farà che aggravarli. Le allarmanti condizioni in cui versa l’unione monetaria e il fatto che l’euro sia diventato una valuta ad alto rischio dipendono dall’aver riunito in un unico insieme paesi come Germania, Paesi Bassi e Austria da un lato, e Grecia, Italia e Spagna dall’altro, trascurando deliberatamente le differenze che li separano in termini di sviluppo economico nonché l’ethos su cui si basa la loro politica finanziaria. Occorre prendere in considerazione queste differenze storiche, che non riguardano solamente l’economia, anziché stringere ulteriormente i vincoli centralistici che già ora imprigionano gli Stati nazionali europei.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto.(DE) Nel contesto della relazione annuale della Banca centrale europea, desidero segnalare l’inquietante trasformazione della politica finanziaria che ha indotto a stampare una quantità vistosamente eccessiva di dollari, senza che fosse neanche lontanamente possibile pensare di coprirne il valore. La concomitante svalutazione del dollaro – attuale o da effettuarsi nel prossimo futuro – da parte degli Stati Uniti, nel quadro del proprio programma di riforma valutaria, avrebbe gravi conseguenze negative per il mercato europeo. Per sventare tale rischio la Banca centrale europea e altre istituzioni europee dovrebbero seriamente pensare di abbandonare il dollaro come valuta di riferimento. L’euro è ben più forte, e alcuni economisti (tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz), affermano che proprio il ruolo guida svolto dal dollaro è stato la causa di numerose crisi finanziarie. L’Unione europea deve smettere di esporsi volontariamente ai problemi della politica finanziaria degli Stati Uniti.

 
  
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  Kristiina Ojuland (ALDE), per iscritto.(ET) Signor Presidente, la crisi debitoria della Grecia ha sollevato interrogativi sulla nostra capacità di mantenere la stabilità dell’area dell’euro. Sono convinta che sarà possibile garantire la stabilità della moneta unica, se tutti gli Stati membri seguiranno le norme che abbiamo stabilito di comune accordo. Si è affermato che, oltre alla Grecia, anche altri Stati membri dell’Unione europea devono attendersi gravi difficoltà finanziarie. Oltre al crescente debito nazionale, alcuni Stati membri hanno toccato pure pericolosi livelli di spesa pubblica – circostanza questa che già un paio d’anni fa destava l’inquietudine della Banca centrale europea. L’euro è un’ancora cui le economie degli Stati membri sono legate; è inaccettabile che qualsiasi Stato membro si comporti in maniera da indebolire l’euro, e stimo essenziale che tutti i paesi rispettino le condizioni fissate per l’area dell’euro. Contemporaneamente sostengo l’approccio collettivo con cui si cerca di individuare soluzioni, compresa l’elaborazione di un pacchetto di aiuti per la Grecia, il maggior rigore delle norme concernenti la moneta unica e l’introduzione di una vigilanza più rigida. L’idea di un possibile Fondo monetario europeo, proposta sulla scia della crisi greca, è un approccio che potrebbe sventare pericoli potenziali, ma non dobbiamo dimenticare i fattori d’oltre oceano che si fanno sentire in un mercato degli investimenti globalizzato, e che sono inevitabilmente destinati a incidere sull’area dell’euro. E’ chiaro quindi che, a livello nazionale, d’ora in poi dovremo dedicarci soprattutto a elaborare una legislazione destinata a proteggere l’euro dall’influenza di fattori pericolosi, attivi sia all’interno sia all’esterno dell’Unione europea.

 
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